GRICE ITALO A-Z D
Luigi
Speranza -- Grice e Damocle: la ragione
conversazionale e la spada e la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide,
a Pythagorean. Grice: “Not to the confused with the infamous one with the
sword.” Damocle.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Damocle,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Damone: la ragione conversazionale all’isola con Fintia -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. A Pythagorean. According to Giamblico di Calcide,
when Dionisio di Siracusa condemns D.’s friend, Fintia di Siracusa, to death,
Fintia asks for time to arrange his affairs, saying D. will stand hostage for
him while he is away. Dionisio is amazed when D. agrees to the arrangement, and
even more amazed when Fintia duly returns at the end of the day to accept his
punishment. Dionisio is so impressed that pardons Fintia, and asked the pair
join their sect – but they turned him down. Damone. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Damone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Damostrato: la ragione conversazionale e i paradossi dei
filosofi -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. D., or Demostrato. Roman senator. A historian as well
as an authority on fish and fishing. Said to be, like Grice, particularly
interested in paradoxes and is regarded by some other philosophers as a
philosopher. Demostrato.
Damostrato. Keyword: paradox. Luigi Speranza, “Grice e Damostrato: le paradossi
dei filosofi” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza -- Grice e Damotage: la ragione conversazionale e diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide. Grice:
“In the old days, surnames were not felt to be necessary; but then, with a
first name (if not Christian) like ‘Damotage’ – would YOU care?”. Luigi
Speranza, “Grice e Damotage” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Dalmasso:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della giustizia nel
discorso – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese. Filoofo
lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “Dalmasso is what at
Oxford we call a ‘derivative’ philosopher, and at Cambridge a ‘Derrideian’! But he’s written some original work too, mostly as editor, as in “La
passione della ragione” – he has also explored ‘discourse’ in terms of
‘rationality’ and ‘fairness’ – In my model, both conversationalists are
symmetrical, so questions of unfairness do not apply! I took the inspiration
from Chomsky!” – Si laurea a Milano. Insegna a Calabria, Roma, Pisa, e
Bergamo. Membro della Societa Italiana di Filosofia Teoretica. Studia Derrida, ha commentato “La voix et le phénomène” e “De la grammatologie
(Jaca Book). Comments
on “L’offerta obliqua” e “Passioni” --Dai problemi del soggetto del discorso e
della genesi del segno nel dibattito sul nichilismo i suoi interessi si sono
rivolti alla ragione in rapporto all'etica e Hegel. Pubbllica in Oltrecorrente,
di Magazzino di Filosofia. Altre opere: Hegel, probabilmente. Il movimento del
vero (Milano: Jaca).Hegel e l'Aufhebung del segno, Chi dice io. Chi dice noi
(duale). L’implicatura del noi duale. Razionalità e nichilismo, Jaca, Milano, La
passione della ragione. Il pensiero in gabbia. La politica dell’imaginario, la
verita in effetti. La sovranita in legame. Etica e ontologia: fatto, valore,
soggetto, l’interosoggetivo. Il tra noi. Di-segno – la giustizia nel discorso. Hegel
e l’Aufhebung del SEGNO. L'implicatura del noi duale. L’intreccio fra sapere
e ragione Il tema della filosofia di D. riguarda la domanda originaria.
Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin dall’inizio
della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo e di dominio
dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su sé stessi che
si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali e
più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’interiorità nella sofistica e in Platone, l’anima
(animatum) ha funzionato come principio originario in una forma diversa
che il dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie
non solo immediate e speculari, il logos (la ragione), il noein come conoscenza
e misura di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista
tutto il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero
tardo-antico, a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita
come il luogo e il venire a coscienza del rapporto con lo stesso “nous,”
cioè con il formularsi dell’originario (uno, bene o atto che
sia). Grice e D. scelgono di leggere Bradley e Hegel. Scelta motivata
da loro interessi di ricerca, ma anche, più ampiamente, dall’attualità
di un linguaggio che è in grado di riformulare questioni sull’assetto
moderno del sapere e sul soggetto – e l’intersoggetivo -- di tale sapere.
Su un ‘noi’ duale, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo di due anime. Sapere su di un noi duale è comunque
per Hegel un sapere sulle strutture di un noi duale chi, che sono in grado
di formulare una domanda originaria. Il testo, di cui Bradley
propone alcune note essenziali di commento, riguarda i paragrafi
dalla “Psicologia razionale”della Filosofia dello Spirito contenuta
nella edizione dell’Enciclopedia. A differenza dell’“antropologia”,
in cui due anime sono considerate come l’aspetto immediato della
vita dello spirito (le due anime considerate come il sonno dello spirito,
problemi del rapporto delle due anime con I due corpori, questioni del
sonno, della veglia, delle sensazioni ecc.) la Psicologia non è scienza
delle due anima, ma scienza del sapere intorno alle due anime, cioè
scienza veramente tale, nella sua portata concettuale. Per Bradley e
Hegel, ‘scienza’, Wissenschaft, ogni scienza, e soprattutto quella
scienza massimamente rigorosa che è la filosofia (‘regina scientiarum)
è scienza sempre di secondo grado: scienza che controlla e che ha come
oggetto la sua stessa genesi. La filosofia e la regina scientiarum, la scienza
che misura il negativo rispetto al suo assunto e al suo stesso metodo,
scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del suo stesso sapere e di
comprendere il rapporto dinamico, generativo e mai astrattamente
“speculare” o reflessivo delle due anime, in cui la inter-conoscenza si
costituisce. Così, nel caso del testo commentato da Bradley, i contenuti
della psicologia sono curiosamente tutti diversi da quelli che nell’assetto
della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si aspetterebbe da
una psicologia del tipo elaborato a Oxford dai Wilde lecturer in ‘mental
philosophy”: Stout, -- cf. Prichard – cit. da Grice, “Intention and
dispositions”. La psicologia filosofica o razionale non è scienza delle
leggi delle anime o psichai, ma del movimento generativo delle leggi
delle anime o delle psichai. I testi che sono oggetto del commento di
Bradley sono, come Bradley nota, estremamente difficili. Prima di cominciare
Bradley fa qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale
nella lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti
di vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”, nel
nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per i ‘tuttee’.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, due anime: mittente e recipiente. Questioni, dette altrimenti,
di sintonizzarsi con il testo che, per quanto riguarda il metodo
filosofico di Hegel, non può essere altro che ripercorrere l’elemento
generativo del significato di ciò che Hegel explicitamente communica.
Senza di questo incessante ripercorrimento a livello della genesi
del testo, il suo ‘segnato’ posse appare incomprensibile o appiattito.
Appiattito come su di una superficie, in modo che il gioco delle interpretazioni
del tutee, anche nel caso si tratti di studioso molto qualificato, tende
spesso a sbizzarrirsi in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere
ideologico-metafisico. Il minimo comun denominatore è la perdita
del nesso fra il segnato di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo
di tale segnato. Così si può separare perfino il concetto di negativo
dal concetto di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo
incomprensibili entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente,
anzi malessere spesso diffuso anche nel commento di Bradley. Iniziamo
la lettura partendo dalle prime righe. Lo spirito si è determinato
divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè la verità di
quella totalità semplice e immediata e di questo sapere. Adesso
il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da quel contenuto,
non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è sapere della
totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva, ma intersoggetiva. ll
problema del rapporto fra il sapere e la ragione inaugura qui il dibattito
sulla scienza della psiche. L’intreccio fra sapere e ragione inizia a
dipanarsi nel paragrafo seguente: L’anima è finita nella misura
in cui è determinata immediatamente, cioè determinata per natura.
La coscienza è finita nella misura in cui ha un oggetto. Lo spirito
è invece finito, “insofern ist endlich,” nella misura in cui esso, nel
suo sapere (in seinem Wissen) non ha più un oggetto, ma una determinatezza,
nel senso che è finito per via della sua immediatezza e — che è la stessa
cosa — perché è soggettivo, è cioè come il Concetto. Lo spirito è finito
nella misura in cui esso, nel suo sapere, non ha più un oggetto, ma una
determinatezza. Lo spirito sembra essere quell’attività in grado di
contenere e controllare l’intreccio fra la ragione e il sapere,
anche se ora solo nella forma dell’immediatezza. L’intreccio si organizza
su due poli: la ragione e il sapere. Essi si implicano reciprocamente.
A seconda che si consideri come concetto la ragione o il sapere.
Qui è indifferente ciò che viene determinato come concetto dello spirito
e ciò che viene invece determinato come realità o “Realität” di questo
concetto. Se infatti la ragione assolutamente infinita, oggettiva,
viene posta come concetto dello spirito, allora la realità è il sapere,
cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a essere considerato
come il concetto, allora la realità del concetto è questa ragione e la
realizzazione (Realisierung) del sapere consiste nell’appropriarsi
della ragione. La finitezza dello spirito pertanto consiste in
ciò: il sapere non comprende l’Essere in-sé-e-per-sé della sua ragione.
In altri termini: la ragione non si è manifestata pienamente nel sapere.
C’è un dislivello dunque strutturale con la ragione che funziona nel
sapere. Dislivello strutturale che per i greci era invece costituito
dal rapporto fra il sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata
come realtà del sapere o come realtà della ragione, si costituisce e funziona
per Hegel come un farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e
verginità dell’origine è introvabile. La questione di un sapere
dello/sullo spirito si articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere
dello spirito è sviluppo (“Entwicklung”) nella misura in cui la sua esistenza,
il sapere, ha entro se stessa l’essere — determinato in sé e per sé,
cioè ha per contenuto, “Gehalte,” e per fine, “Zweck” il razionale,
“Vernunftige.” L’attività di trasposizione è dunque puramente e soltanto
il passaggio formale nella manifestazione e, in questa, è ritorno
entro sé, “Rückkehr in sich.” Nella misura in cui il sapere, affetto
dalla sua prima determinatezza, è soltanto astratto, cioè formale, la
meta dello spirito è quella di produrre il ri-empimento oggettivo, “die
objective Erfüllung hervorzubringen,” e quindi, a un tempo, la libertà
del suo sapere. In questo testo il movimento del sapere e il suo saperne
si articola come questione della conoscenza dell’originario. Tale
questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà. L’avventura
dello spirito che è sempre un appropriarsi, un far proprio, qui, e secondo
la radicalità della sua struttura, funziona come appropriarsi del sapere
e coincide con l’avventura della libertà. Il cammino dello spirito
consiste pertanto nell’essere spirito teoretico, cioè nell’avere
a che fare con il razionale nella sua determinatezza immediata, e di
porlo adesso come il suo. Il cammino consiste innanzi tutto nel liberare
il sapere dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere
soggettiva la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e
per sé determinato come sapere entro sé, e poiché la determinatezza
è posta come la sua, quindi come intelligenza libera, il sapere
è volontà, spirito pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso
formale. Il sapere a un contenuto che è soltanto il suo. Esso vuole immediatamente,
e adesso libera la sua determinazione di volontà dalla soggettività e
l’intersoggetivita che la condiziona come forma unilaterale del proprio
contenuto. In tal modo gli spiriti divieneno come spiriti liberi,
nel quale è rimossa quella doppia unilateralità. Lo scorcio teorico fornito
in questo paragrafo merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza
accennato alla cornice della psicologia filosofica o razionale come progetto
scientifico: scienza delle anime che si pone come scienza dei fattori generativi
delle anime. Il percorso dei spiriti che si sforzano di conoscere
se stessi, che tentano di comprendere l’esperienza della lor libertà,
che nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come
storia, in queste pagine prende la via della psicologia come scienza
della libertà. Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi
di sé. La strategia hegeliana implica che l’originario, per i soggetti
(l’intersoggetivo) e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto
di questo appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e di suoi soggetti come etico, pratico, i soggetti del sapere
si dibatteno «in una bi-lateralità»: la rappresentazione che i soggetti
fano di sé come suoi e l’immediatezza di tale rappresentazione. Le
libertà dell’anime è pensabile come lo spiazzamento in cui i soggetti
del sapere conosceno il loro essere fatto, nonostante e attraverso
il loro co-fare (co-operare) impossibilitato a cogliere l’identità fra
sé e le loro immagini. Questa divisione e dislivello interno che è
l’impossibilità di cogliere l’origine del proprio costituirsi è per
Hegel l’Intelligenza (cf. H. L. A. Hart, su Holloway, “Language and
Intelligence” – Signs). Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione
e tale dislivello vanno ad occupare il posto della classica opposizione
fra il dentro e il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità
concreta dei due momenti — vale a dire, immediatamente, di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e di essere immersa
nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col proprio
ricordo —, è intuizione. Il cammino dell’Intelligenza sta proprio
nel battere in breccia l’opposizione fra il dentro e il fuori. Le
intelligenza, quando ricordano inizialmente l’intuizione, poneno
il contenuto del sentimento nella propria interiorità, nel loro proprio
spazio e nel loro proprio tempo. In tal modo il contenuto è immagine,
liberata dalla sua prima immediatezza e dalla dualità astratta rispetto
all’altro soggetto, in quanto essa è accolta nella dualità del noi. Questo
battere in breccia, visto dal punto di vista dell’intelligenza, è l’immagine.
L’intelligenza possiede dunque le immagini. L’intelligenza è il
Quando e il Dove dell’immagine. L’immagine è per sé “trans-eunte”,
nomade, da una anima ad altra anima, e
l’intelligenza stessa, in quanto attenzione, è il tempo e anche lo spazio,
il Quando e il Dove, dell’immagine. L’intelligenza però non è
soltanto la co-scienza e l’esserci delle proprie determinazioni,
bensì, in quanto tale, ne è anche i soggetti e l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza,
perciò, l’immagine non è più esistente, ma è conservata inconsciamente.
Nell’Anmerkung dello stesso paragrafo Hegel inaugura la metafora del
pozzo notturno per definire il funzionamento dell’intelligenza
come un luogo in cui sono conservate immagini e rappresentazioni che
l’intelligenza stessa non conosce. Hegel prosegue la sua indagine
attraverso una sorta di tiro incrociato fra intuizione ed immagine,
mettendo in azione uno stile agostiniano alla “De magistro” d’AGOSTINO.
Anche la nozione, classica, di “re-praesentatum,” il rappresentato, entra,
ricompresa e ripensata, come dall’interno, nel movimento produttivo
dell’intelligenza. La nozione di “memoria,” come stato
temporario totale, è anch’essa ripercorsa, nella sua struttura classica,
come movimento attivo e imprendibile, funzionante nell’intelligenza
e produttiva di essa, in una svolta decisiva del paragrafo. L’intelligenza
è la potenza che domina sulla riserva di immagini e IL RAPPRESENTATO che
le appartengono. Essa è quindi congiunzione e sussunzione libera
di questa riserva sotto il contenuto peculiare. L’intelligenza si
ricorda ed interiorizza in modo determinato entro quella riserva,
e la plasma immaginativamente secondo questo suo contenuto. Essa
è quindi fantasia, immaginazione SIMBOLIZZANTE, allegorizzante o
poetante. Questa formazione immaginativa più o meno concrete,
più o meno individualizzate, e ancora delle sintesi nella misura in
cui il materiale, in cui il contenuto inter-soggettivo conferisce
un esserci a IL RAPPRESENTATO, proviene dal trovato, “dem Gefundenen,”
dell’intuizione. Passività, evidenza, sorpresa di fonte al darsi originario
delle cose riguarda perciò per Hegel un movimento che ha come suo elemento
lo scenario dell’inte-rsoggetività. Il trovato dell’intuizione, incontro,
evidenza, accoglienza della realtà è pensabile in un registro che è
già una traduzione, un ‘trans-latum.” È nel registro di una traduzione (“trans-latum”)
che nel percorso di questo testo di Hegel, di una traduzione (trans-latum)
del fuori nel dentro e viceversa, che si può avvistare ciò in filosofia
si chiama realtà. Quando l’intelligenza, in quanto ragione,
parte dall’appropriazione dell’immediatezza trovata entro sé, cioè
la determina come un “universale”, ecco allora che la sua attività razionale
procede dal punto attuale, “dem nunmehrigen Punkte,” a determinare
come essente ciò che in essa si è sviluppato in auto-intuizione concreta,
procede cioè a rendere se stessa essere, cosa, il reale. L’intelligenza
stessa così si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Quando è attiva
in questa determinazione, l’intelligenza si estrinseca, “aussernd,”
produce, “produzierend,” intuizione. E fantasia che si esprime in un
“SEGNO” -- “ZIECHEN machende Phantasie,” token-making fantasy – fantasia
che fa SEGNO, fantasia che SEGNA.—L’intelligenza e fantasia che SIGNI-fica. L’intelligenza
esiste in quanto fantasi. Tesi non immediatamente prevedibile nel
dispositivo, intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui
pure spinge, con rigorosa necessità, questa analisi scientifica delle
anime. Una anima, A, SEGNA, l’altra, B, passivamente CAPISCE. Questo testo di Hegel innesca consapevolmente
una polemica ed anche una ri-formulazione metodologica radicale
nei confronti della tradizione empirista, dei sensisti, di Condillac
e degli ideologues. Attraverso le scorribande dell’intelligenza
fra sapere e “SEGNO” (ZEICHEN – inglese ‘TOKEN’ --, la fantasia che fa SEGNO,
la fantasia che SEGNA –SIGNI-FICA), scienza e realtà, attraverso e al di là
della dialettica fra il positivo e il negativo, fra i soggetti e la
verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza è il suo atto. Esistere
non è l’immediatezza di un che rispetto a se stessi, ma è l’atto in
cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza si rapporta a se
stessa. La fantasia è il punto centrale in cui l’universale e
l’essere, il proprio e il trovato, l’interno e l’esterno – cf. Bradley,
relazione interna, relazione esterna -- sono perfettamente unificati. Le
sintesi precedenti dell’intuizione, del ricordo ecc., sono unificazioni
del medesimo momento, tuttavia si tratta pur sempre di sintesi. Solo
nella fantasia l’intelligenza non è più come il POZZO indeterminato
e come l’universale, bensì è come singolare, cioè come inter-soggettività
CONCRETA nella quale l’relazione è determinata sia come essere sia
come universale.L’intelligenza è inte-rsoggettività concreta solo nella
fantasia con-divisa. Tale questione è chiarita dal seguito della stessa
Anmerkung. Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del proprio e dell’interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determina a verità anche il contenuto. Nell’ “Anmerkung”
successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta decisiva nel
percorso che qui ci interessa: In particolare bisogna ancora
rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto interno
a immagine e a intuizione, e ciò viene espresso dicendo che essa lo determina
come essente, non deve sembrare sorprendente l’espressione secondo
cui l’intelligenza si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Il contenuto
dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e lo è altrettanto
la determinazione che essa gli conferisce. L’immagine prodotta
dalla fantasia è inter-soggettivamente intuitiva, mentre è NEL SEGNO
(ZEICHEN, inglese‘token’) che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità – “eigentliche Anschaulichkeit.” Nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’essere. L’immagine
solo nel “SEGNO” (Zeichen, token) è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente
è coglibile come “SEGNO” (Zeichen, token), non come dato, come dono. Dato e
dono non sono pensabili. Ma neppure sperimentabili nella forma della
presenza, cioè in un darsi -- che, in termini hegeliani, è la materia
dell’intuizione. Essi sono già trascritti nel contenuto interno dell’intelligenza,
cioè come un SEGNO (Zeichen, token). L’elemento imprendibile, enigmatico
della conoscenza è IL SEGNO (Zeichen, token) e non il dato, il dono. Nella
struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio, il non nostro
sovrasta e spiazza nella forma di IL SEGNO (Zeichen, token), non nella forma
del dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una RA-PRESENTAZIONE
-- rappresentazione autonoma -- “selb-ständiger Vorstellung,” e di
una intuizione, la materia dell’intuizione è certo innanzitutto un
qualcosa di accolto, di immediato e di dato – “ein aufgenommenes,
etwas unmittelbares oder gegebenes” -- per esempio il colore della
coccarda e affini. In questa identità però l’intuizione non ha il valore
di RA-PRESENTARE -- rappresentare positivamente e di rappresentare
se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro. Essa è un’IMMAGINE che
ha ricevuto entro sé una RA-PRESENTAZIONE -- rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, IL SUO SEGNATO. Questa
intuizione è il SEGNO (Zeichen, token). L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO (Zeichen, token). Tale forma ha una
struttura che coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza
sembra funzionare in una deriva di cui IL SEGNO (Zeichen, token) costituisce
una sorta di cerniera, snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata.
L’intuizione che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato
e di spaziale -- “gegebenes und raumliches” -- una volta IMPIEGATA COME
SEGNO (Zeichen, token) riceve la determinazione essenziale di essere
soltanto come intuizione rimossa. Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò
la figura più autentica dell’intuizione, che è un SEGNO (Zeichen,
token), è di essere un esserci nel tempo: un dileguare -- “Verschwinden”
-- dell’esserci mentre l’esser ci è. Inoltre, secondo la sua ulteriore
determinatezza esteriore, psichica, la figura più vera dell’intuizione
è un essere-posta dall’intelligenza, esser-posta che viene fuori dalla
naturalità propria, antropologica, dell’intelligenza stessa: è il
tono, “Ton,” cioè l’estrinsecazione riempita dell’interiorità annunciantesi.
Il “tono” che si articola ulteriormente in vista del rappresentato determinate
è il dis-corso –dis-cursus – general principles of rational discourse -- e un
sistema del discorso è la communicazione – CO-MUNIO. In questo ambito il
“tono” conferisce a una sensazione, una intuizione e un rappresentato
un *secondo* (duale) esserci, più
elevato dell’esserci immediato. In generale conferisce loro un’esistenza
che ha valore nel regno dell’attività rappresentativa – che RA-PRESENTA.
Questo progetto hegeliano di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore
radicale approccio alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione,
in quanto funzionante come SEGNO (Zeichen, token), riceve la determinazione
essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa – “ZU EINEM
ZEICHEN GEBRAUCHT WIRD, DIE WESENTLICHE BESTIMMUNG NUR ALS AUF-GEHOBENE ZU
ZEIN. In questo esser rimosso, tolto-conservato dell’intuizione sta
l’origine dell’intelligenza. La negatività di cui essa è fatta si intreccia
strutturalmente alla nozione di tempo. L’intuizione non è dominabile
da due soggetti se non nella forma del dopo, un dileguare dell’esserci
mentre esserci è. Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione,
l’intreccio fra il dentro e il fuori si esprime nel “tono,” suono articolato.
Il tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il
discorso --“Rede”, inglese ‘Read’ -- e il sistema del discorso è la lingua
-- Sprache, inglese ‘Speak’ -- e la communicazione – COM-MUNIO. A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato all’espressione, IL VERBUM – LA LOQUENZA --
la parola, al logos in quanto vivente pronunciato, DETTO -- dictum –
cf. indice, segnalato, segnato. Come nel “Cratilo” di Platone, anche in Hegel
l’espressione come SEGNO è centrale nella vita dell’intelligenza, ma di
una centralità che occupa il luogo di un movimento originario ed imprendibile. Per
un commento critico ed esplicativo dei paragrafi della «Psicologia»
nella sezione sullo «Spirito soggettivo», anche per ciò che concerne
le fonti di Hegel e la saggistica relativa, cfr. La «magia dello spirito»
e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia dello spirito
soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini e Associati.
Uso la recente traduzione di Cicero (Enciclopedia delle scienze filosofiche
in compendio, Milano, Rusconi) che ritengo puntuale ed avvertita
delle questioni poste dal testo, nonostante la discutibilità di alcune
soluzioni su cui per altro pesa in certa misura la resistenza ad abbandonare
traduzioni familiari e consolidate. “Hegel e l’Aufhebung del segno.” L’intreccio
fra sapere e ragione Il tema di questo colloquio riguarda la domanda
originaria. Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin
dall’inizio della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo
e di dominio dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su
sé stessi che si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali
e più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’«interiorità» nella Sofistica e in Platone, l’anima
ha funzionato come principio originario in una forma diversa che il
dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie non solo
immediate e speculari, il logos, il noein come conoscenza e misura
di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista tutto
il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero tardo-antico,
a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita come il luogo e il
venire a coscienza del rapporto con lo stesso nous, cioè con il formularsi
dell’originario (Uno, Bene o Atto che sia). Scelgo di leggere
Hegel. Scelta motivata da miei interessi attuali di ricerca, ma
anche, più ampiamente, dall’attualità di un linguaggio che è in grado di
riformulare questioni sull’assetto moderno del sapere e sul soggetto
di tale sapere. Su un io, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo dell’anima. Sapere su di un io è comunque per
Hegel un sapere sulle strutture di un chi, che è in grado di formulare
una domanda originaria. Il testo, di cui intendo proporre alcune
note essenziali di commento, riguarda i paragrafi della “Psicologia”,
sezione della “Filosofia dello Spirito” contenuta nella edizione
dell’ “Enciclopedia.” A differenza dell’ “Antropologia”, in cui l’anima
è considerata come l’aspetto immediato della vita dello spirito
(anima considerata come il sonno dello spirito, problemi del rapporto
dell’anima con il corpo, questioni del sonno, della veglia, delle sensazioni
ecc.), la Psicologia non è scienza dell’anima, ma scienza del sapere
intorno all’anima, cioè scienza veramente tale, nella sua portata
concettuale. Per Hegel scienza – “Wissenschaft” -- ogni scienza, e soprattutto
quella scienza massimamente rigorosa che è la filosofia, è scienza
sempre di secondo grado: scienza che controlla e che ha come oggetto la
sua stessa genesi. Scienza che misura il negativo rispetto al suo assunto
e al suo stesso metodo, scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del
suo stesso sapere e di comprendere il rapporto dinamico, generativo
e mai astrattamente speculare, in cui la conoscenza si costituisce.
Così, nel caso del testo che stiamo per commentare, i contenuti della
psicologia hegeliana sono curiosamente tutti diversi da quelli che
nell’assetto della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si
aspetterebbe da una psicologia in senso moderno e scientifico. La
psicologia non è scienza delle leggi della psiche, ma del movimento generativo
delle leggi della psiche. I testi che sono oggetto del mio commento
sono, come è noto, estremamente difficili. Prima di cominciare vorrei
fare qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale nella
lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti di
vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”,
nel nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per gli studenti.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, autore e lettore. Questioni, dette altrimenti, di sintonizzarsi
con il testo che, per quanto riguarda il metodo di lavoro di Hegel, non
può essere altro che ripercorrere l’elemento generativo del significato
di ciò che Hegel dice. Senza di questo incessante ripercorrimento a livello
della genesi del testo, il suo significato risulta inevitabilmente
incomprensibile o appiattito. Appiattito come su di una superficie,
in modo che il gioco delle interpretazioni del lettore, anche nel caso
si tratti di studioso molto qualificato, tende spesso a sbizzarrirsi
in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere ideologico-metafisico.
Il minimo comun denominatore è la perdita del nesso fra il significato
di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo di tale significato..
Così si può separare perfino il concetto di negativo dal concetto
di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo incomprensibili
entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente, anzi malessere
spesso diffuso anche nei commenti «professionali». Iniziamo la
lettura partendo dalle prime righe del par. 440. Lo spirito si è determinato
divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè la verità di
quella totalità semplice e immediata e di questo sapere. Adesso
il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da quel contenuto,
non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è sapere della
totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva. ll problema del
rapporto fra il sapere e la ragione inaugura qui il dibattito sulla
scienza della psiche. L’intreccio fra sapere e ragione inizia a dipanarsi
nel paragrafo seguente: L’anima è finita nella misura in cui è
determinata immediatamente, cioè determinata per natura.
La coscienza è finita nella misura in cui ha un oggetto. Lo spirito
è invece finito (insofern ist endlich) nella misura in cui esso, nel
suo sapere (in seinem Wissen) non ha più un oggetto, ma una determinatezza,
nel senso che è finito per via della sua immediatezza e, che è la stessa
cosa, perché è soggettivo, è cioè come il Concetto. Lo spirito è finito
nella misura in cui esso, nel suo sapere, non ha più un oggetto, ma una
determinatezza. Lo spirito sembra essere quell’attività in grado di
contenere e controllare l’intreccio fra la ragione e il sapere,
anche se ora solo nella forma dell’immediatezza. L’intreccio si organizza
su due poli: la ragione e il sapere. Essi si implicano reciprocamente
. A seconda che si consideri come concetto la ragione o il sapere.
Qui è indifferente ciò che viene determinato come concetto dello spirito
e ciò che viene invece determinato come realità – “Realität” -- di questo
concetto. Se infatti la ragione assolutamente infinita, oggettiva,
viene posta come concetto dello spirito, allora la realità è il sapere,
cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a essere considerato
come il concetto, allora la realità del concetto è questa ragione e la
realizzazione (Realisierung) del sapere consiste nell’appropriarsi
della ragione. La finitezza dello spirito pertanto consiste in
ciò: il sapere non comprende l’Essere in-sé-e-per-sé della sua ragione.
In altri termini: la ragione non si è manifestata pienamente nel sapere.
C’è un dislivello dunque strutturale con la ragione che funziona nel
sapere. Dislivello strutturale che per i greci è invece costituito
dal rapporto fra il sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata
come realtà del sapere o come realtà della ragione, si costituisce e funziona
per Hegel come un farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e
verginità dell’origine è introvabile. La questione di un sapere
dello/sullo spirito si articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere
dello spirito è sviluppo – “Entwicklung” -- nella misura in cui la sua
esistenza, il sapere, ha entro se stessa l’essere, determinato in sé
e per sé, cioè ha per contenuto, “Gehalte”, e per fine, “Zweck -- il razionale.
“Vernunftige.” L’attività di trasposizione
è dunque puramente e soltanto il passaggio formale nella manifestazione
e, in questa, è ritorno entro sé – “Rückkehr in sich.” Nella misura
in cui il sapere, affetto dalla sua prima determinatezza, è soltanto
astratto, cioè formale, la meta dello spirito è quella di produrre il
riempimento oggettivo – “die objective Erfüllung hervorzubringen”
-- e quindi, a un tempo, la libertà del suo sapere. La via della psicologia
come scienza della libertà In questo testo il movimento del sapere e il
suo saperne si articola come questione della conoscenza dell’originario.
Tale questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà.
L’avventura dello spirito che, hegelianamente, è sempre un appropriarsi,
un far proprio, qui, e secondo la radicalità della sua struttura, funziona
come appropriarsi del sapere e coincide con l’avventura della
libertà. Il cammino dello spirito consiste pertanto: nell’essere
spirito teoretico, cioè nell’avere a che fare con il Razionale nella
sua determinatezza immediata, e di porlo adesso come il Suo; in altre
parole: il cammino consiste innanzi tutto nel liberare il sapere
dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere soggettiva
la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e per sé determinato
come sapere entro sé, e poiché la determinatezza è posta come la sua,
quindi come intelligenza libera, il sapere è volontà, spirito
pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso formale: ha un contenuto
che è soltanto il suo: esso vuole immediatamente, e adesso libera la
sua determinazione di volontà dalla soggettività che la condizionava
come forma unilaterale del proprio contenuto. In tal modo lo spirito
diviene come spirito libero, nel quale è rimossa quella doppia
unilateralità.6 Lo scorcio teorico fornito in questo paragrafo
merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza accennato
alla cornice della Psicologia hegeliana come progetto scientifico:
scienza della psiche che si pone come scienza dei fattori generativi
della psiche. Il percorso dello spirito che si sforza di conoscere
se stesso, che tenta di comprendere l’esperienza della sua libertà, che
nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come storia,
in queste pagine prende la via della psicologia come scienza della
libertà Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi di
sé: la strategia hegeliana implica che l’originario, per il soggetto
e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto di questo
appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e del suo soggetto come etico, pratico, il soggetto del sapere
si dibatte «in una doppia unilateralità»: la rappresentazione che il
soggetto fa di sé come suo e l’immediatezza di tale rappresentazione.
Anticipiamo. La libertà è pensabile come lo spiazzamento in cui il
soggetto del sapere conosce il suo essere fatto, nonostante e attraverso
il suo fare, impossibilitato a cogliere l’identità fra sé e la sua immagine.
Questa divisione e dislivello interno che è l’impossibilità di cogliere
l’origine del proprio costituirsi è per Hegel l’Intelligenza.
Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione e tale dislivello
vanno ad occupare il posto della classica opposizione fra il dentro e
il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità concreta dei
due momenti — vale a dire, immediatamente, di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e di essere immersa
nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col proprio
ricordo —, è intuizione. La centralità della parola nella vita dell’intelligenza
Il cammino dell’Intelligenza sta proprio nel battere in breccia l’opposizione
fra il dentro e il fuori. L’intelligenza, quando ricorda inizialmente
l’intuizione, pone il contenuto del sentimento nella propria
interiorità, nel suo proprio spazio e nel suo proprio tempo In tal modo il
contenuto è immagine, liberata dalla sua prima immediatezza e
dalla singolarità astratta rispetto ad altro, in quanto essa è accolta
nella singolarità dell’Io in generale. Questo battere in breccia, visto
dal punto di vista dell’intelligenza, è ll’immagine. L’intelligenza
possiede dunque le immagini. L’intelligenza, dice Hegel, è il Quando
e il Dove dell’immagine. L’immagine è per sé transeunte, e l’intelligenza
stessa, in quanto attenzione, è il tempo e anche lo spazio — il Quando e
il Dove — dell’immagine. L’intelligenza però non è soltanto la
coscienza e l’Esserci delle proprie determinazioni, bensì, in quanto
tale, ne è anche il soggetto e l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza,
perciò, l’immagine non è più esistente, ma è conservata inconsciamente.
Nell’Anmerkung dello stesso paragrafo Hegel inaugura la metafora del
POZZO notturno per definire il funzionamento dell’intelligenza
come un luogo in cui sono conservate immagini e rappresentazioni che
l’intelligenza stessa non conosce. Hegel prosegue la sua indagine
attraverso una sorta di tiro incrociato fra intuizione ed immagine,
mettendo in azione uno stile agostiniano alla “De magistro”. Anche la
nozione, classica, di rappresentazione entra, ricompresa e ripensata,
come dall’interno, nel movimento produttivo dell’intelligenza.
La nozione di memoria è anch’essa ripercorsa, nella sua struttura
classica, come movimento attivo e imprendibile, funzionante nell’intelligenza
e produttiva di essa, in una svolta decisiva del paragrafo 456.
L’intelligenza è la potenza che domina sulla riserva di immagini e
rappresentazioni che le appartengono; essa è quindi congiunzione e
sussunzione libera di questa riserva sotto il contenuto peculiare.
L’intelligenza si ricorda ed interiorizza in modo determinato
entro quella riserva, e la plasma immaginativamente secondo questo
suo contenuto: essa è quindi fantasia, immaginazione simbolizzante,
allegorizzante o poetante. Questa formazioni immaginative
più o meno concrete, più o meno individualizzate, sono ancora delle
sintesi nella misura in cui il materiale, in cui il contenuto soggettivo
conferisce un Esserci alla rappresentazione, proviene dal Trovato
(dem Gefundenen) dell’intuizione.Passività, evidenza, sorpresa di
fonte al darsi originario delle cose riguarda perciò per Hegel un movimento
che ha come suo elemento lo scenario dell’interiorità. Il trovato dell’intuizione,
incontro, evidenza, accoglienza della realtà è pensabile in un registro
che è già una traduzione. È nel registro di una traduzione che nel percorso
di questo testo di Hegel, di una traduzione del fuorinel dentro e viceversa,
che si può avvistare ciò in filosofia si chiama realtà. Quando
l’intelligenza, in quanto ragione, parte dall’appropriazione dell’immediatezza
trovata entro sé, cioè la determina come Universale, ecco allora che
la sua attività razionale procede dal punto attuale (dem nunmehrigen
Punkte) a determinare come essente ciò che in essa si è sviluppato in
autointuizione concreta, procede cioè a rendere se stessa Essere,
Cosa. L’intelligenza stessa così si fa essente, si fa Cosa. Quando
è attiva in questa determinazione, l’intelligenza si estrinseca
(aussernd), produce (produzierend) intuizione: è fantasia che si
esprime in segni (Zeichen machende Phantasie). L’intelligenza esiste
in quanto fantasia… Tesi non immediatamente prevedibile nel dispositivo,
intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui pure spinge, con rigorosa
necessità, questa analisi «scientifica» della psiche. Questo testo di
Hegel innesca consapevolmente una polemica ed anche una riformulazione
metodologica radicale nei confronti della tradizione empirista,
dei sensisti, di Condillac e degli ideologues. Attraverso le
scorribande dell’intelligenza fra sapere e segno, scienza e realtà,
attraverso e al di là della dialettica fra il positivo e il negativo,
fra il soggetto e la verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza è il
suo atto. Esistere non è l’immediatezza di un che rispetto a se stessi,
ma è l’atto in cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza si
rapporta a se stessa. La fantasia è il punto centrale in cui l’Universale
e l’Essere, il Proprio e il Trovato, l’Interno e l’Esterno, sono perfettamente
unificati. Le sintesi precedenti dell’intuizione, del ricordo
ecc., sono unificazioni del medesimo momento, tuttavia si tratta
pur sempre di sintesi. Solo nella fantasia l’intelligenza non è più
come il pozzo indeterminato e come l’Universale, bensì è come Singolare,
cioè come soggettività concreta nella quale l’autorelazione è determinata
sia come Essere sia come Universalità. L’intelligenza è intelligenza
di un individuo, di un singolo, è soggettività concreta solo nella fantasia.
Tale questione è chiarita dal seguito della stessa Anmerkung:
Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del Proprio e dell’Interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determia a verità anche il contenuto. Nell’Anmerkung
successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta decisiva nel
breve percorso che qui ci interessa: In particolare bisogna ancora
rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto interno
a immagine e a intuizione — e ciò viene espresso dicendo che essa lo
determina come essente, non deve sembrare sorprendente l’espressione
secondo cui l’intelligenza si farebbe essente, si farebbe Cosa. Il
contenuto dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e
lo è altrettanto la determinazione che essa gli conferisce.
L’immagine prodotta dalla fantasia è solo soggettivamente intuitiva,
mentre è nel segno che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità (eigentliche Anschaulichkeit); nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’Essere. L’immagine
solo nel segno è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente è coglibile
come segno, non come dato, come dono. Dato e dono non sono pensabili, ma neppure
sperimentabili nella forma della presenza, cioè in un darsi (che, in termini
hegeliani, è la materia dell’intuizione). Essi sono già trascritti
nel contenuto interno dell’intelligenza, cioè come segni. L’elemento
imprendibile, enigmatico della conoscenza è il segno e non il dato,
il dono. Nella struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio,
il non mio sovrasta e spiazza nella forma del segno, non nella forma del
dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una rappresentazione
autonoma (selbständiger Vorstellung) e di una intuizione, la materia
dell’intuizione è certo innanzitutto un qualcosa di accolto, di immediato
e di dato (ein aufgenommenes, etwas unmittelbares oder gegebenes)
(per esempio il colore della coccarda e affini). In questa
identità però l’intuizione non ha il valore di rappresentare positivamente
e di rappresentare se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro.
Essa è un’immagine che ha ricevuto entro sé una rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, il suo significato.
Questa intuizione è il segno. L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO. Tale forma ha una struttura che
coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza sembra
funzionare in una deriva di cui il segno costituisce una sorta di cerniera,
snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata. L’intuizione
che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato e di spaziale
(gegebenes und raumliches) una volta impiegata come segno riceve la
determinazione essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa.
Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò la figura più autentica
dell’intuizione, che è un SEGNO, è di essere un Esserci nel tempo: un
dileguare (Verschwinden) dell’Esserci mentre l’esserci è.
Inoltre, secondo la sua ulteriore determinatezza esteriore, psichica,
la figura più vera dell’intuizione è un essere-posta dall’intelligenza,
esser-posta che viene fuori dalla naturalità propria (antropologica) dell’intelligenza
stessa: è il tono (Ton), cioè l’estrinsecazione riempita
dell’interiorità annunciantesi. Il tono che si articola ulteriormente
in vista della RAPPRESENTAZIONE determinata è il discorso, e il sistema
del discorso è la lingua. In questo ambito il tono conferisce a sensazioni,
intuizioni e rappresentazioni un secondo Esserci, più elevato dell’Esserci
immediato: in generale conferisce loro un’esistenza che ha valore
nel regno dell’attività rappresentativa. Questo progetto hegeliano
di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore radicale approccio
alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione, in quanto funzionante
come segno, «riceve la determinazione essenziale di essere soltanto
come intuizione rimossa (zu einem Zeichen gebraucht wird, die wesentliche
Bestimmung nur als aufgehobene zu sein). In questo esser rimosso,
tolto-conservato dell’intuizione sta l’origine dell’intelligenza.
La negatività di cui essa è fatta si intreccia strutturalmente alla nozione
di tempo. L’intuizione non è dominabile da un soggetto se non nella
forma del dopo: «un dileguare dell’Esserci mentre Esserci è».
Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione, l’intreccio fra
il dentro e il fuori si esprime nel tono, suono articolato, “Ton”. Il
tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il discorso
(Rede) e il sistema del discorso è la lingua (Sprache). A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato alla parola, al logosin quanto vivente
pronunciato, detto. Come in Platone, anche in Hegel la parola è centrale
nella vita dell’intelligenza, ma di una centralità che occupa il luogo
di un movimento originario ed imprendibile. Per un commento
critico ed esplicativo dei paragrafi della psicologia nella sezione
sullo spirito soggettivo, anche per ciò che concerne le fonti di Hegel e
la saggistica relativa, cfr. Rossella Bonito Oliva, La «magia dello
spirito» e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia
dello spirito soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini
e Associati. Uso la recente traduzione di Vincenzo Cicero (Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio, ed. 1830, Milano, Rusconi)
che ritengo puntuale ed avvertita delle questioni poste dal testo, nonostante
la discutibilità di alcune soluzioni su cui per altro pesa in certa misura
la resistenza ad abbandonare traduzioni familiari e consolidate.
Anmerkung. Anmerkung. Grice: “There’s something
otiose about the ‘faciendi signum’ of the Romans, why not just ‘signare’?” –
Who or what ‘makes’ the sign of a dark cloud (=> rain)?” “While it seems
natural enough to say that a dark cloud is a sign of rain,it or better, that a dark cloud signs *that* it
may rain, I wouldn’t say that the cloud “MAKES” anything --. Grice: “It’s sad
that Hegel’s Latin wasn’t that good – the Romans used ‘signare’ (Italian
‘segnare’) much more than they did use ‘significare’. “With all my love and
kisses” “You used to sign your letters ‘with all my love and kisses” – Sam
Browne --. Horatio
Nicholls – aka as something else. Nome compiuto: Gianfranco Dalmasso. Keywords:
la giustizia nel discorso, sign-make, fare segno, fare segno a se – zeichen
Machen, to sign versus to signify -- Bradley, Hegel, io, noi, intersoggetivo,
Hegel on Zeichen, zeichen-machende fantasie” – zeichen-interpretand fantasie”
-- “l’implicatura del noi duale” “il tra noi” – la prossimita del tra noi -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Dalmasso”, per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Dandolo: la
ragione conversazionale e ’implicatura conversazionale della Roma pagana,
filosofia romana – Carneade e compagnia – scuola di Varese – filosofia varesese
– filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Varese). Filosofo
varesese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Varese, Lombardia. Grice: “I
love Dandolo; you know why? Because he was an amateur, not
a professional; I mean, he was a country gentleman and an earl, so if he
philosophised it wasn’t for the colour of the money! Plus, he owned a lovely
‘palazzo,’ which I would call ‘villa’! Neoguelfo. Figlio dal conte Vincenzo
e Mariana Grossi. Il padre era esponente della Municipalità di Venezia, ma dopo
il trattato di Campoformio, con il quale si sancì la fine della Repubblica,
dovette esulare in Francia. Venne in seguito nominato da Napoleone senatore del
Regno italico e conte. Fu anche governatore civile della Dalmazia. Passa quindi
un'infanzia assai agitata; fu cresciuto da una "cameriera disattenta"
e poi sballottato per vari collegi. Si laurea a Pavia. Passa alcuni anni girando
per l'Europa e conducendo una vita mondana. In questo periodo venne a contatto
con illustri personalità culturali politiche dell'epoca. Venne sospettato
dal governo austriaco di aver partecipato alle congiure degli anni precedenti,
e per questo fatto rientrare in modo coatto in Italia (senza tuttavia essere
perseguitato). In Italia, si dedica ampiamente alla filosofia, e sposa la
sorella di Bargnani; uno dei cospiratori mazziniani. Morta la sposa affida ad
un amico i figli. Sposa la contessa Ermellina Maselli, da cui ebbe altri due
figli. I primi due figli presero parte alle Cinque giornate e ad altre operazioni
belliche e lo stesso Tullio fu uno dei principali autori della rivoluzione e
capo della rivolta varesina (scoppiata in concomitanza con quella di Milano),
ma a Roma, durante la difesa della repubblica di Mazzini, Su figlio muore e
l’altro rimase gravemente ferito. Questo evento tocca molto Tullio che
tuttavia, pur dovendosi prendere cure molto onerose del superstite, continua
comunque i suoi studi di filosofia. Sui due figli raccolse un gran numero di
documenti, memorie e storie pubblicati in “Lo spirito della imitazione di Gesù
Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescent:
corrispondenze di lettere famigliari: riicordi biografici dell'adolescenza
d'Enrico e d'Emilio D., Milano). Un filosofo che fece delle critiche alla sua
attività fu Tommaseo, ma risultò essere piuttosto duro ed aspro, tanto da
scrivere. “Fin da giovane scarabocchiò librettucci compilati o piuttosto
arruffati. Né di quelli che scrisse dal venticinque al cinquantacinque sapresti
quale sia il più decrepito e il più puerile. Ma fece due opere buone, un
figliolo che morì valentemente in Roma assediata da Galli vendicatori delle
oche; e un altro figliolo che scrisse la storia, e direi quasi la vita della
Legione Lombarda capitanata da Manara, libro di senno virile e d'affetto pio.”
I suoi saggi trattano gli argomenti più vari: dalla pedagogia
all'autobiografia, da quelli di carattere storico a quelli religiosi. Molti di
essi sono schizzi letterari e filosofici o riguardano descrizioni di viaggi,
città e munomenti. Inoltre, scrisse molto intorno alla storia romana antica,
alla nascita del Cristianesimo, al Medioevo e al Rinascimento, pubblicando
anche molti discorsi e documenti inediti. Più che ad un contributo critico,
mira a dare un'informazione non faziosa per una migliore conoscenza del
passato. Questi suoi scritti storici sono molto diversi fra di loro. In alcuni
predilige uno stile aulico, mentre in altri un tono popolare e facile;
trattando ora gli argomenti con approssimazione ed ora dando al racconto la
coinvolgenza di un romanzo. Altre opere: “Roma”; “Napoli” (Milano);
“Firenze”; “Torino”; “La Svizzera”; “Il Cantone de' Grigioni” (Milano); “Prospetto
della Svizzera, ossia ragionamenti da servire d'introduzione alle lettere sulla
Svizzera); “La Svizzera considerata nelle sue vaghezze pittoresche, nella storia,
nelle leggi e ne' costume”; “Venezia”; “Il secolo di Pericle”; “Schizzi di
costume”, “Il secolo d'Augusto”; “Semplicità” (o rapidi cenni sulla letteratura
e sulle arti”; “Album storico poetico morale, compilato per cura di V. de
Castro” (Padova); “Reminiscenze e fantasie. Schizzi letterari, Peregrinazioni.
Schizzi artistici e filosofici (Torino); Roma e l'Impero sino a Marco Aurelio”
(Milano); “Firenze sino alla caduta della Repubblica”; “Il Medio Evo elvetico”;
“Racconti e leggende”; “La Svizzera pittoresca, o corse per le Alpi e pel Jura
a commentario del Medio Evo elvetico; “I secoli dei due sommi italiani Dante e Colombo;
“Il Settentrione dell'Europa e dell'America nel secolo passato; “L'Italia nel
secolo passato; Il Cristianesimo nascente; La Signora di Monza. Le streghe del
Tirolo. Processi famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavati
dalle filze originali (rist. anast., Milano); Il pensiero pagano ai giorni
dell'Impero. Studii, Il pensiero cristiano ai giorni dell'Impero. Studii; Il
pensiero pagano e cristiano ai giorni dell'Impero. Studii; “Monachesimo e
leggende. Saggi storici; “Roma e i papi. Studi storici, filosofici, letterari
ed artistici, Il secolo di Leone Decimo. Studii, Lo spirito della imitazione di
Gesù Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescenti
(corrispondenza di lettere famigliari). Ricordi biografici dell'adolescenza
d'Enrico e d'Emilio Dandolo, Milano); “La Francia nel secolo passato, “Corse
estive nel Golfo della Spezia; Il secolo decimosettimo, Ragionamenti
preliminari ed indici ragionati degli studi del conte Tullio Dandolo su Roma
pagana e Roma cristiana pubblicati ad annunzio e prospetto dell'opera, Assisi (estr. da Stella dell'Umbria); “Ricordi di D.”;
“Lettera a D. Sensi. Indice della materia, Assisi); “Ricordi”; “Ricordi inediti
di G. Morone gran cancelliere dell'ultimo duca di Milano, a cura di D., Milano;
Alcuni brani delle storie patrie di Giuseppe Ripamonti per la prima volta
tradotti dall'originale latino dal conte T. Dandolo, Il potere politico
cristiano. Discorsi pronunciati dal Ventura di RaulicaR. P., a cura di Dandolo,
Milano); “Vicende memorabili narrate da Alessandro Verri precedute da una vita
del medesimo di Maggi, a cura di D., A. F. Roselly de Lorgues. Ricordi, primo e
secondo periodo, Assisi. di Guerri, direttore delle Civiche raccolte storiche
di Milano. Colloqui col Manzoni, T. Lodi
(Firenze). Treccani, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiano. LA FILOSOFIA ROMANA. Nei primi secoli della
repubblica i romani non diedersi pensiero di filosofia. Appena ne conobbero il
nome. Intenti da principio a difendersi, poi a consolidare la loro dominazione
sui popoli vicini, la loro saviezza fu figlia della sperienza e d'un ammirabile
buon senso affinato dalle difficoltà esteriori in mezzo a cui si trovarono
collocati, e dal godimento di un'interiore libertà, le cui procelle incessanti
valevano ad elevare ed afforzare gli animi. Volle taluno che le instituzioni
del re Numa non andassero digiune di pitagorismo. Gli è da credere piuttosto,
avuto riguardo all'ordine cronologico, che Pitagora attignesse nelle dottrine
sacerdotali del secondo re di Roma qualcuna delle sue teoriche intorno la
religione. Allorchè i romani strinsero i primi legami co' greci delle
colonie italiche e siciliane, non credettero di ravvisare che leggerezza
mollezza e corruzione in que' popoli i quali a ricambio qualificarono i romani
di barbari. Sul finire della prima guerra punica fu resa nota ai vincitori la
letteratura drammatica de greci; e vedemmo Livio Andronico ha per primo
tradotto tragedie, le quali cacciarono di scanno i versi fescennini, i giuochi
scenici etruschi e le informi atellane. Ennio, oltre ai componimenti poetici di
cui facemmo menzione, voltò in latino la storia sacra di Evemero, scritto
ardito, inteso a dimostrare che gli dei della Grecia altro non erano che
antichi uomini dalla superstizione divinizzati. I romani non videro nelle
ipotesi del filosofo che un oggetto di mera curiosità. Non erano ombrosi come
gl’ateniesi, non avevano peranco sperimentato qualc’azione efficace la
filosofia esercitar potesse sulla religione. Accolsero del pari con
indifferenza la sposizione poetica che del sistema dell’ORTO loro presenta LUCREZIO.
Germi sono questi gettati in terreno non preparato ancora à riceverli. La
conquista non tardò a dischiudere colla Grecia più facili mezzi di
comunicazione. I conquistatori trasportarono in patria schiavi tra’ quali vi
avevano non filosofi, ma retori e grammatici; e loro fidarono l'educazione de'
proprii figli. L'introduzione degli studii filosofici in Roma risale alla
celebre ambasceria di Carneade accademico, Critolao peripatetico, Diogene
stoico. Avidi di brillare e lusingati dall'ammirazione che destavano in un
popolo non avvezzo a sottili investigazioni, quei tre fecero pompa di tutta la
profondità e desterità della loro dialettica ad abbagliare la romana gioventù
che loro s'affoltava intorno, incantata di scovrire usi dianzi ignorati della
parola. I magistrati s'adombrarono di cotesto subitano commovimento. I vecchi
Se. natori armaronsi di tutta l'autorità delle prische costumanze per
respingere studi speculativi, che teme vano come pericolosi e disprezzavano
come futili. CATONE il censore ottenne che si allontanassero tosto dalla romana
gioventù i retori che davano opera a distruggere le più venerate tradizioni e a
smovere le fondamenta della morale. I sofismi di Carneade, il quale faceva
pompa della spregevole arte di sostenere a piacimento le opinioni più
contraddittorie, forne a Catone plausibili argomenti di vituperarlo. Sicchè i
primordi della filosofia furono contrassegnati in Roma da sfavorevoli apparenze.
Il rigido censore non prevede che, un secolo dopo, quella filosofia che aveva
voluto proscrivere, meglio approfondita e meglio conosciuta, sarebbe il solo
rifugio del suo pronipote contro le ingiurie della fortuna e la clemenza di GIULIO
CESARE. Non possiamo trattenerci dal simpatizzare con que’ vecchioni, i quali
opponevano al torrente da che avvisavano minacciata la patria lor capegli
canuti e la loro antica esperienza, evocando a respignere pericolose novatrici
dottrine la religione del passato e le tradizioni di seicent anni di
vittorie di libertà divirtù. Ma se a codesto spontaneo sentimento tien
dietro la riflessione, saremo costretti di riconoscere che a rintuzzare
il progresso della filosofia ed anco de sofismi di Grecia, il senato mal
si appose con quel suo violento procedere. Tutto ciò che è pericoloso racchiude
in sè un principio falso che è sempre facil cosa scovrire. Affermare il
contrario sarebbe muovere accusa al divino, quasi ch'ella con innestare il
male nella conoscenza del vero avesse teso un laccio all’umana intelligenza.
Convien dunque adoperarsi a dimostrare la falsità delle opinioni
perniziose, non proscriverle alla cieca, quasi rifuggendo esaminarle
conscii dell'impossibilità di confurtarle. Sì ardua impresa rispondere
agli ateniesi sofisti? o sì difficile dimostrare che quelle loro
argomentazioni pro e contra lo stesso principio di morale erano
assurde? O sì temerario lo appellarsene, ne' cuori romani, a’sentimenti
innati del vero e del giusto, il risvegliare in quelle anime ancor nuove
sdegno e disprezzo per teoriche, le quali, consistendo tutte in equivoci,
dovevano vituperosamente cadere dinanzi la più semplice
analisi? Catone anda altero dell'ottenuta vittoria. Gli ambasciadori ateniesi
furono tosto rimandati. Per un secolo ancora severi editti, frequentemente
rinnovati, lottarono contro ogni nuova dottrina. Ma l'impulso è dato, nè poteva
fermarsi. I romani conservarono impresse nella memoria le dottrine dei sofisti.
Era poi e riguardarono la dialettica di Carneade non tanto come un sistema
che conveniva esaminare, quanto come una proprietà che stava bene difendere. Giunti
ad età provetta nel bivio d'abbandonare ogni speculazione filosofica o di
disobbedire alle leggi, sono tratti a disobbedire dalla loro inclinazione per
le lettere, passione la quale, dacchè è nata, va crescendo ogni dì, siccome
quella che ha riposte in sè medesima le proprie soddisfazioni. Gl’uni tennero
dietro alla filosofia nel suo esiglio ad Atene. Altri mandarono colà i loro
figli. I capitani degl’eserciti sono i primi a lasciarsi vincere apertamente da
questa tendenza generale degli spiriti. L'accademico Antioco è compagno di
Lucullo. Catone il censore cede egli stesso, a malgrado delle sue declamazioni,
alla seduzione dell'esempio, ed assistè alle lezioni del peripatetico Nearco. SILLA
fa trasportare in Roma la biblioteca d'Apellico di Teo. CATONE d'Utica allorch'è
tribuno militare in Macedonia peregrino in Asia a solo oggetto d'ottenere
che Atenodoro, filosofo del Portico, abbandonasse
il suo ritiro di Pergamo e si conducesse a dimorare con lui. Pure gl’spiriti
che con siffatto entusiasmo s'abbandonarono alle filosofiche investigazioni non
trovavansi da studii anteriori preparati ad astratte speculazioni. Ne avvenne
che la filosofia penetra in coteste menti dico come in massa e nel suo insieme.
Ma non s'indentifica col rimanente delle loro opinione. La sua efficacia è nel
tempo stesso più gagliarda e mento continua che in Grecia. Più gagliarda nelle circostanze
importanti nelle quali l'uomo trascinato fuori del circolo delle sue abitudini
cerca appoggi, motivi d'agire, conforti straordinarii. Meno continua perchè, se
niun evento tnrbava l'ordine abituale, ella ridiventava pe’ romani una scienza,
piuttostochè una regola di condotta applicata a tutti i casi della vita
sociale. Che se non iscorgiamo in Roma individui che a somiglianza dei sapienti
della Grecia consacrassero alla filosofia esclusivamente il loro tempo. Non ci
appare nè anche, ad eccezione di Socrate, che i greci abbiano saputo trarre
dalla filosofia quegli efficaci soccorsi che invigorivano gli illustri
cittadini di Roma in mezzo ai campi, nelle guerre civili, tra le proscrizioni,
allora suprema. I romani si divisero in sette. Effetto della maniera
d'insegnamento di cui i retori greci usavano con essi. Per la maggior parte
schiavi od affrancati, dovevano costoro, qualunque fosse il loro convincimento
o la loro preferenza per queste o quelle dottrine, studiarsi di piacere a' padroni;
ond'è che chiaritisi come una tale ipotesi respignesse colla sua severità o
stancasse colla sua sottigliezza, affrettavansi di sostituirne altra più
accetta. Tali sono i risultamenti della dipendenza. L’amore stesso del vero non
basta ad affrancare l'uomo dal giogo. S’egli non abjura le sue opinioni, ne
cangia le forme; se non rinnega i suoi principii, li sfigura. Allorchè a
questi retori schiavi succedettero i retori stipendiati, le dottrine diventarono
derrata di cui itanto per greci trafficarono, e della quale per conseguenza
lasciarono la scelta a' compratori. Le varie sette non trovarono in Roma
uguale favore. L'epicureismo benchè in bei versi esposto ed insegnato da
Lucrezio, vi fu dapprima respinto, non la sua morale di cui bene non si
conoscevano ancora i corollarii, quanto per la raccomandazione che faceva
d'attenersi ad una vita speculativa e ritirata, aliena non meno da fatiche che
da pericoli. Gli è questo difatti il principale rimprovero che fa Cicerone alla
filosofia epicurea. I cittadini d'uno stato libero non sanno concepire la
possibilità di porre in dimenticanza la patria, perciocchè ne posseggono una; e
considerano come colpevole debolezza quell'allontanamento da ogni carriera
attiva, che sotto il dispotismo diventa bisogno è virtù di tulli gli uomini
integri e generosi. L'epicureismo ebbesi per altro un illustre seguace; nè qui
vo' accennare d'Atlico, che senza principii senza opinioni fu bensì amico caldo
e fedele, ma cittadino indifferente e di funesto esempio, avvegnachè sotto
forme eleganti insegnò alla moltitudine ancora indecisa e vacillante come
chicchessia può accortamente isolarsi e tradire con decenza i proprii doveri
verso la patria. Il romano di cui intendo parlare è Cassio che fino dall'infanzia
si consacrò alla causa della libertà, e rinunziando ai piaceri alle dolcezze
della vita, non ebbe che un pensiero un interesse una passione, la patria. Fu
centro della cospirazione contro Cesare; e dolendosi di non potere sperare in
un'altra vita, muore dopo avere corso un arringo continuamente in contraddizione
colle sue dottrine. Le sette di Pitagora, di Aristotile, e di Pirrone
incontrarono a Roma ostacoli d'altra maniera. La prima, per una naturale
conseguenza del segreto in cui si avvolse fino dal suo nascere, contrasse affinità
con estranie superstizioni; perciocchè uno degli inconvenienti del mistero,
anche quando n'è pura l'intenzione primitiva, è di fornire all' impostura
facile mezzo d'impadronirsene. Nigido Figulo è il solo pitagorico di qualche
grido che abbia fiorito in Roma. L'oscurità aristotelica ebbe poche attrattive
per menti più curiose che meditative. L'esagerazione pirronista per ultimo
ripugna alla retta ragione de’ romani. Il platonismo che ancor non era ciò che
di. venne due secoli dopo per opera de' novelli platonici. Lo scetticismo
moderato della seconda accademia, e lo stoicismo furono i sistemi adottati in
Roma. Lucullo, Bruto, Varrone sono platonici. Cicerone, a cui piacque porre a
riscontro tutte le varie dottrine, inclina per l'indecisione accademica. Lo stoicismo
solo fu caro alla grand'anima di Catone Uticense. “Non possum legere
librum Ciceronis de Se. nectute, de Amicitia, de Officiis, de Tusculanis
Quæstionibus, quin aliquoties exosculer codicem, ac venerer sanctum illud
pectus aflatum celesti Qumine. ERASM. in Conviv --. M. Tullio adotta egli
per convinzione i sistemi filosofici della nuova accademia, o diè loro la preferenza
perchè più propizii all’oratore in fornirgli arme con cui combattere i proprii
avversarii! Corse grand' intervallo tra un Cicerone ambizioso, e un Cicerone disingannato.
Ciò che pel primo era oggetto subordinato a speranze a divisamenti avvenire,
diventa pel secondo un bisogno del cuore, un'intensa occupazione della mente.
Ei pose affetto alle dottrine del platonismo riformato; e a quelle parti della
morale in esse contenuta di cui si tenne men soddisfatto, altre ne sostituì
fornitegli dallo stoicism. E propriamente ecclettico, od amatore del vero e del
buono ovunque lo riscontrava. Ad imitazione di Platone pose in dialoghi i
suoi scritti filosofici. Per eleganza di stile ed elevatezza di concetti non
cede al modello. Per chiarezza e per ordine lo vince. Ne cinque libri, De
finibus, intorno la natura del bene e del male si propose una meta sublime; la
ricerca cioè del bene supremo; in che cosa consista; come si consegna; ove
dimori. Tu cerchi però inutil mente in quelle pagine da cui traluce tanta
sapienza plausibile soluzione del quesito. Gli antichi ingolfandosi in cotali
disamine faceano ricerca di ciò che trovare non potevano; chè gli è impossibile
che il bene supremo rinvengasi in ordine di cose che necessariamente è
imperfetto.Verità che il Vangelo ci rese ovvia insegnandoci come la felicità
sognata dai gentili pel loro saggio non sia fatta per uomo mortale, essondechè
stanza le è riserbata imperibile sublime. In che cosa consiste il sommo bene?
Ecco di che venivano continuamente richiesti i filosofi. Epicuro ed Aristippo
rispondevano, nel piacere; Jeronimo, nell'assenza del dolore; Platone, nella
comprensione del vero, e nella virtù che ne è conseguenza; Aristotile, nel
vivere conformemente alla natura. Cicerone associa le sentenze di Platone e
d'Aristotile, e si appose meglio di quanti nell'arduo arringo l'avevano
preceduto. Dalle più elevate astrazioni sceso ad argomenti che si
collegano co' bisogni e co' vantaggi dell'uomo, M. Tullio si propose nelle
Tusculane di cercare i mezzi adducenti alla felicità. Cinque ne noverò; il
dispregio della morte; la pazienza ne' dolori; la fermezza nelle varie prove;
l'abitudine di combaltere le passioni, e finalmente la persuasione che la virtù
dee unicamente cercare premio in sè stessa: e la dimostrazione di cotesti
assiomi si fa vaga, sotto la penna del filosofo, di tutte le grazie
dell'eloquenza. All'Anima, egli scrive, tu cercheresti inutilmente un'origine
terrestre, perocchè nulla in sè accoglie di misto e concreto; non un atomo
d'aria d'acqua di fuoco. In cotesti elementi sapresti tu scorgere forza di
memoria d'intelligenza di pensiero, valevole a ricordare il passato a
provvedere al futuro ad abbracciare il presente? Prerogative divine sono queste,
nè troveresti mai da chi sieno state agli uomini largite, se non 'da Dio. È
l'anima pertanto informata di certa quale sua singolar forza e natura ben
diverse da quelle che reggono i corpi tutti a noi noti. Checchè dunque in noi
sia che sente intende vuole vive; divina cosa certo è cotesta; eterna quindi
necessariamente esser deve. Nè la divinità stessa, quale ce la figuriamo,
comprenderla in altra guisa possiamo, che come libera intelligenza scevra
d'ogni mortale contatto, che tutto sente e muove, d’eterno moto ella stessa
fornita. L’anima umana per genere e per natura somiglia a Dio. “Dubiterai
tu, a veder le meraviglie dell'universo, che tal opera stupenda non abbiasi (se
dal nulla fu tratta, come afferma Platone) un creatore; o se creata non fu,
come pensa Aristotile, che ad alcun possente moderatore non sia data in
custodia? Tu Dio non vedi; pur le opere sue tel rivelano: così ti si fa palese
dell'anima, comechè non vista, la divina vigoria, nelle operazioni della
memoria nel raziocinio nel santo amore della virtù.” I discepoli d'Epicuro,
commentando, esagerando ciò che vi avea d'incerto d'oscuro nei principii del
loro maestro. l'universo nato dal caso affermarono, negarono la provvidenza,
piegarono all'ateismo. Tullio si fa a combatterli nel suo libro Della natura
degli Dei. Le lettere antiche non inspiraronsi mai di più sublime
eloquenza. Vedi primamente la terra, collocata nel centro del mondo,
solida, rotonda, in sè stessa da ogni parte per interior forza ristrella; di
fiori d'erbe d'arbori di messi ammantarsi. Mira la perenne freschezza delle
fonti, le trasparenti acque de' fiumi, il verdeggiare vivacissimo delle rive,
la profondità delle cave spelonche, delle rupi l'asperità, delle strapiombanti
vette l’elevazione, delle pianure l'immensità, e quelle recon. dite vene d'oro
e d'argento, e quell' infinita possa di marmi. Quante svariate maniere
d'animali! quale aleggiare e gorgheggiar d'uccelli e pascere d'armenti, ed
inselvarsi di belve! E che cosa degli uomini dirò, che della terra costituiti
cultori non consentono alla ferina immanità di toruarla selvaggia, all’animalesca
stupidità di devastarla, sicchè per opera loro campi isole lidi mostransi vaghi
di case, popolati di città! Le quali cose se a quella guisa colla mente comprendere
potessimo, come le veggiamo cogli occhi; niune in gettare uno sguardo sulla
terra potrebbe dubitar più oltre che esista ia provvidenza divina. “Ed
infatti, come vago è il mare! come gioconda dell'universo la faccia! Qual
moltitudine e varietà d'isole é amenità di piani, e disparità d'animali,
sommersi gli uni nei gorghi, gnizzanti gli altri alla superficie, nati questi a
rapido moto, quelli all’imobi, lità delle loro conchiglie! E l'acre che col
mare con: fina qua diffuso e lieve s'innalza, là si condensa e accoglie in
nugoli, e la terra colle piove feconda; e ad ora ad ora pegli spazii
trascorrendo ingencra i vento ti, e fa che le stagioni subiscano dal freddo al
caldo loro consuete mutazioni, e le penne de' volatori sostiene, e gli animali
mantien vivi.” 5 Giace ultimo l'etere dalle nostre dimore disco. stissimo, che
il cielo e tutte cose ricigne, remoto confine del mondo; per entro al quale
ignei corpi con maravigliosa regolarità compiono il loro corso. Il sole, uno
d'essi, che per mole vince di gran volte la terra, intorno a questa s'aggira,
col sorgere e il tramontare segnando i confini del giorno e della notte;
coll'avvicinarsi e il discostarsi quelli delle stagioni; sicchè la terra,
allorehè il benefico astro s'allontana, da certa qual tristezza è conquisa;
pare che invece insieme col ciclo ši allegri allorchè torna. La luna, che a
dire de matemateci, è più che una mezza terra, trascorre pe' medesimi spazii
del sole, ed ora facendoglisi incontro; ora dipartendosi, que' raggi che da lui
riceve a noi trasmette; ed avvengonle mutazioni di luce; perciocchè talora
postasi innanzi al sole lo splendore ne oscura; talora nell'ombra della terra
s'immerge e d'improvviso scompare. Per quegli spazii medesimi le stelle che
denominiamo vaganti girano intorno a noi e sorgono e tramontano ad uno stessso
modo; il moto delle quali ora è affrettato ora s'allenta ora cessa;
spettacolo di cui altro avere non vi può più ammirando e più bello. Tiene
dietro la moltitudine delle non vaganti stelle, delle quali sì precisa è la
reciproca giacitura, che si poterono ad esse applicar nomi di determinate
figure. “E tanta magnificenza d'astri, tanta pompa di cielo, qual sano
intelletto mai potrà figurarsele surte dal raccozzarsi di corpi qua e là
fortuitamente? Chi potrà credere che forze d' intelligenza e di- ragione
sprovvedute fossero state capaci di dar compimento a tali opere delle quali,
senza somma intelligenza e robusta ragione, ci sforzeremmo inutilmente di
comprendere, non dirò come si sieno fatte, ma solo quali veramente sieno?” Dopo
d'avere additato virtù e religione siccome scaturigini del bene, maestre di
felicità, dopo d'avere spaziato pegli immensi campi d'un'alta e confortevole
metafisica, dopo di avere falto tesoro negli insegnamenti della greca filosofia
di ciò ch'essa mise in luce di più puro e sublime intorno l'anima e Dio;
argomento degno della gran mente di Cicerone era la felicità, non più studiata
e ricercata pegli individui, ma per le nazioni; ed a sì nobile soggetto
consacrò i suoi trattati, in gran parte perduti, Della repubblica e Delle
leggi. Nei frammenti che ce ne restano scorgiamo essersi il filosofo serbato
fedele al suo assioma favorito: - nella giustizia divina contenersi l'unica
sanzione dell'umana giustizia. u Fondamento primo d'ogni legislazione,
egli scrive, sia un generale convincimento che gli Dei sono di tutto
arbitri, di tutto moderatori; che benefattori del. l'uman genere scrutano che
cosa è in sè stesso ogni uomo, che cosa fa, che cosa pensa, con quale spirito
pratica il culto; sicchè i buoni sanno discernere dagli empii. Ecco di che gli
animi voglionsi compene. trati, onde abbiano la coscienza dell' utile e del
vero.” Ma se M. Tullio della virtù della felicità delle leggi ravvisava nella
religione le scaturiggini, la religione voleva che santa e pura fosse,
onninamente sgombra dalle supestizioni dalle credulità, da che vituperata
miravala. A tal uopo dettò l'aureo trattato De divinatione, nel quale usò d'un
argomentare nel tempo stesso seyero e faceto, con abbandonarsi in isferzare la
credulità e la sciocchezza a'voli più opposti della sua proteiforme
eloquenza. Capolavoro di Cicerone è il libro Degli Officii, ossia de'
doveri morali degli uomini in qualunque condizione si trovino essi collocati. I
Greci ebbero costume di spaziare troppo ne' campi delle filosofiche astrazioni;
le loro dottrine trovarono meno facile applicazione a' casi pratici della vita,
perchè sovraccaricate di vane disputazioni, oppurtune più spesso a trastullare
l'imaginazione, che ad illuminare l'intelletto. Tullio grande e saggio anche in
questo volle spoglia la sua filosofia di quell' ingombro, e ricondussela alla
più semplice e precisa espressione degli inculcati doveri. 6 Cicerone (scrive-
a proposito del libro degli Officii un critico tedesco) fu dotato di
luminosa intelligenza di rello giudizio di gran. de altività, doti
opportunissime a coltivare la ragione, a fornirle argomento d' incessanti
meditazioni. Ma Cicerone non possede lo spirito speculativo che si richiede a
poter ben addentrarsi ne' primi principii delle scienze: il tempo venivagli
meno a minute indagini, la sua indole stessa fare non gliele poteva famigliari.
Uomo di stato più che filosofo, le scienze morali lo interessavano per quel
tanto che gli servivano a rischiarare le proprie idee intorno ad argomenti
politici. Vissulo in mezzo a rivoluzioni, quali traversie non ebbe egli a
sopportare ! Niun politico si trovò mai in situazione più propizia per fare
tesoro d'osservazioni intorno l'indole della civile società, la diversità de'
caratteri, l'influenza delle passioni. Pure cotesta situazione sua stessa era
poco alla a fornirgli opportunità d’approfondire idec astralte o meditare sulla
natura delle forze invisibili, i cui visibili risultamenti s'appalesano nell'
umano consorzio. La situazione politica in cui M. Tullio si trovò
collocato improntò la sua morale d'un carattere speciale. Gli uomini dei quali
ed a’ quali ragiona sono quasi sempre della classe a cui spetla d'amministrare
la repubblica: talora, ma più di rado, rivolgesi agli studiosi delle lettere e
delle scienze. Per la moltitudine de cittadini hannovi bensì qua e là precetti
generali comuni applicabili agli uomini tutti; ma cercheresti inutilmente
l'applicazione di que' precelli alle circostanze d'una vita oscura e modestà.
Caso invero singolare! Mentre le forme del reggimento repubblicano
raumiliavano l'orgoglio politico con dargli a base il favore popolare, i
pregiudizii dell'antica società alimentavano l'orgoglio filosofico, con
accordare il privilegio dell'istruzione unicamente a coloro che per nascita o
per fortune erano destinati a governare i loro simili. In conseguenza di questo
modo di vedere i precetti morali di Cicerone degenerarono sovente in politici
insegnamenti. Coi trattati “Dell' amicizia” e “Della vecchiezza” M.
Tullio a confortevoli meditazioni ebbe ricorso onde ricreare la propria mente
dalla tensione di più ardui studii e dagli insulti della fortuna. E veramente
che cosa avere vi può sulla terra di più dolce e santo d'una fedele amicizia?
Che cosa vi ha di più dignitoso e simpatico d'una vecchiezza onorata e felice?
Cice, rone in descrivere quelle pure e nobili dilettazioni consulto il proprio
cuore: beato chi trova in sè stesso l' inspirazione e la coscienza della virtù!”
Ricerca Mitologia romana narrazioni mitologiche dell'antica Roma La mitologia
romana riguarda le narrazioni mitologiche della civiltà legata all'antica Roma,
e può essere suddivisa in tre parti: Periodo repubblicano: nata nei primi
anni della storia di Roma, si distingueva nettamente dalla tradizione greca ed
etrusca, soprattutto per quanto riguarda le modalità dei riti. Periodo
imperiale classico: spesso molto letteraria, consiste in estese adozioni della
mitologia greca ed etrusca. Periodo tardo-imperiale: consiste nell'assunzione
di molte divinità di origine orientale, tra le quali il Mitra persiano,
sincretizzato nel culto del Sol Invictus. Il mito di Romolo e Remo Natura
dei primi miti romaniModifica È possibile affermare che i primi romani avessero
miti. Detta in altro modo: finché i loro poeti non entrarono in contatto con
gli antichi greci verso la fine della Repubblica, i romani non ebbero storie
sulle loro divinità paragonabili al mito dei Titani o alla seduzione di Zeus da
parte di Era, ma ebbero miti propri come quelli di Marte e di Fauno. A
quell'epoca i romani già avevano: un sistema di rituali ed una gerarchia
sacerdotale ben definiti; un insieme molto ricco di leggende storiche sulla
fondazione e sviluppo della loro città che avevano per protagonisti degli umani
ma vedevano anche interventi divini. Prima mitologia sulle divinitàModifica Il
modello romano comportò un modo molto diverso di definire il concetto di
divinità rispetto a quello greco che ci è noto. Per esempio se avessimo chiesto
ad un antico greco chi fosse Demetra, avrebbe probabilmente risposto
raccontando la famosa leggenda del suo folle dolore per il rapimento della
figlia Persefone da parte di Ade. Al contrario un romano antico avrebbe
risposto che Cerere aveva un sacerdote ufficiale chiamato flamine, che era più
giovane dei flamini di Giove, Marte e Quirino (la Triade arcaica), ma più
anziano dei flamini di Flora e Pomona. Avrebbe anche potuto dire che era
inserita in una triade con altre due divinità agresti, Libero e Libera e
avrebbe anche potuto elencare tutte le divinità minori con funzioni specifiche
che la assistevano: Sarritor (il sarchiatore), Messor (il mietitore), Convector
(il carrista), Conditor (il magazziniere), Insitor (il seminatore) e altri
ancora. Così la mitologia romana arcaica, almeno per quello che riguardava gli
dei, era costituita non da storie, ma piuttosto da complesse interrelazioni
reciproche tra dei e uomini e all'interno della sfera umana, dall'una parte, e
della sfera divina dall'altra. La religione originaria dei primi romani
venne modificata in periodi successivi dall'aggiunta di numerose e conflittuali
credenze e dall'assimilazione di gran parte della mitologia greca. Quel poco
che sappiamo della religione romana arcaica lo conosciamo non attraverso fonti
contemporanee, ma grazie a scrittori tardi che cercarono di salvare le antiche
tradizioni dall'abbandono in cui erano cadute, come lo studioso del I secolo
a.C. Marco Terenzio Varrone. Altri scrittori classici, come il poeta Ovidio nei
suoi Fasti, furono fortemente influenzati dai modelli ellenistici e nei loro
lavori impiegarono spesso miti greci per riempire i vuoti della tradizione
romana. Prima mitologia sulla "storia" romanaModifica In
contrasto con la scarsità di materiale narrativo arrivatoci sugli dei, i Romani
avevano una ricca fornitura di leggende quasi storiche sulla fondazione e sulle
prime fasi dello sviluppo della loro città. I primi re di Roma come Romolo e
Numa avevano una natura quasi interamente mitica ed il materiale leggendario
può estendersi fino ai racconti della prima repubblica. In aggiunta a queste
tradizioni in gran parte indigene, fin dai tempi antichi materiale tratto da
leggende eroiche greche venne inserito in questo blocco originario, facendo
diventare, ad esempio, Enea un antenato di Romolo e Remo. L'Eneide e i primi
libri di Livio sono le migliori fonti esistenti per questa mitologia
umana. Divinità romaneModifica Ulteriori informazioni Si propone di
dividere questa pagina in due, creandone un'altra intitolata Divinità romane.
Dèi greci e romaniModifica La pratica rituale romana dei sacerdoti ufficiali
distingueva nettamente due classi di dèi, gli dèi indigeni (di indigetes) e i
nuovi dèi (di novensiles). Gli dei indigeni erano gli dèi originari dello
stato romano e i loro nomi e la loro natura erano rivelati dai titoli degli
antichi sacerdoti e dalle feste fissate sul calendario; trenta dèi di questo
tipo erano onorati con feste speciali. I nuovi dèi erano divinità più
tardi i cui culti vennero introdotti nella città in periodi storici, di solito
in una data conosciuta e in risposta a una specifica crisi o a una determinata
necessità. Le divinità romane arcaiche includevano, oltre agli dèi
indigeni, un insieme di dèi cosiddetti specialisti i cui nomi venivano invocati
nel corso di diverse attività, come la mietitura. Frammenti di antichi rituali
che accompagnano tali azioni come l'aratura o la semina rivelano che in ogni
fase delle operazioni veniva invocata una divinità specifica, il cui nome
derivava sempre dal verbo che identificava l'operazione stessa. Tali divinità possono
essere raggruppate sotto la definizione generale di dei assistenti o ausiliari,
che venivano invocati a fianco delle divinità più grandi. Il culto romano
arcaico, più che essere politeista, credeva a molte essenze di tipo divino:
degli esseri invocati i fedeli non conoscevano molto più che il nome e le
funzioni e il numen di questi esseri, ossia il loro potere, si manifestava in
modi altamente specializzati. Il carattere degli dèi indigeni e le loro
feste mostrano che i Romani arcaici non solo erano membri di una comunità
agreste, ma amavano anche combattere ed erano spesso impegnati in guerre. Gli
dei rappresentavano chiaramente le necessità pratiche della vita quotidiana,
secondo le esigenze della comunità romana a cui appartenevano. I loro riti
venivano celebrati scrupolosamente con offerte ritenute adatte. Così Giano e
Vesta custodivano la porta e il focolare, i Lari proteggevano i campi e la
casa, Pale il pascolo, Saturno la semina, Cerere la crescita del grano, Pomona
i frutti, Consus e Opi la mietitura. Tavola illustrata degli Acta
Eruditorum raffigurante divinità romane Anche Giove supremo, il signore degli
dèi, era onorato perché recasse assistenza alle fattorie e ai vigneti. In una
accezione più vasta egli era considerato, grazie all'arma del fulmine, il
direttore delle attività umane e, per mezzo del suo dominio incontrastato, il
protettore dei Romani durante le campagne militari oltre i confini della loro
comunità. Rilevanti nei tempi arcaici furono gli dei Marte e Quirino, che
venivano spesso identificati. Marte era il dio dei giovani e specialmente dei
soldati; veniva onorato a marzo e a ottobre. Gli studiosi moderni ritengono che
Quirino fosse il protettore della comunità in armi. A capo del pantheon
originario vi era la triade composta da Giove, Marte e Quirino (i cui tre
sacerdoti, o flamini, appartenevano all'ordine più elevato), insieme a Giano e
Vesta. Questi dèi nei tempi arcaici avevano una individualità molto ridotta e
le loro storie personali non conoscevano matrimoni e genealogie. Diversamente
dagli dei Greci, si riteneva che non agissero come i mortali e così non
esistono molti racconti sulle loro imprese. Questo culto arcaico era associato
a Numa Pompilio, il secondo re di Roma, che si credeva avesse avuto come
consorte e consigliera la dea romana delle fontane e del parto, Egeria, spesso
considerata una ninfa nelle fonti letterarie successive. Tuttavia, nuovi
elementi vengono aggiunti in un periodo relativamente tardo. Alla casa reale
dei Tarquini la leggenda ascrive l'introduzione della grande triade capitolina
di Giove, Giunone e Minerva, che occupò il primo posto nella religione romana.
Altre aggiunte furono il culto di Diana sull'Aventino e l'introduzione dei
libri sibillini, profezie di storia mondiale, che, secondo la leggenda, vennero
acquistate da Tarquinio alla fine del VI secolo a.C. dalla Sibilla
cumana. Divinità straniereModifica L'assorbimento degli dèi dei popoli
vicini avvenne quando lo stato romano conquistò il territorio circostante. I
Romani generalmente garantivano agli dèi locali dei territori conquistati gli
stessi onori degli dèi caratteristici dello stato romano. In molti casi le
divinità di recente acquisizione venivano formalmente invitate a trasferire la
propria dimora nei nuovi santuari di Roma. L’oggetto di culto rappresentante
Cibele venne trasferito da Pessinos in Frigia e accolto con le dovute cerimonie
a Roma. Inoltre, lo sviluppo della città attraeva stranieri, a cui era
consentito mantenere il culto dei propri dèi. In questo modo Mitra giunse a
Roma e la sua popolarità tra le legioni ne fece diffondere il culto fino in
Britannia. Oltre a Castore e Polluce, gli insediamenti greci in Italia, una
volta conquistati, sembra che abbiano introdotto nel pantheon romano Diana,
Minerva, Ercole, Venere e altre divinità di rango inferiore, alcune delle quali
erano divinità italiche, altre derivavano originariamente dalla cultura della
Magna Grecia. Le divinità romane importanti venivano alla fine identificate con
gli dei e le dee greche che erano più antropomorfiche e assumevano molti dei
loro attributi e miti. Principali divinità romane Animali Lupo Picchio
Sirena Strige Dèi e dee Abbondanza:
personificazione dell'abbondanza e della prosperità nonché la custode della
cornucopia Abeona: protettrice delle partenze, dei figli che lasciano per la
prima volta la casa dei genitori o che muovono i loro primi passi. Adeona:
protettrice del ritorno, in particolare di quello dei figli verso casa dei
genitori. Aequitas: l'origine, il principio ispiratore di matrice divina, del
diritto. Aeracura: dea ctonia e della fertilità Aesculanus: divinità romana protettrice
dei mercanti e preposta alla coniazione delle monete Aio Locuzio: dio
dell'avvertimento misterioso, avvisò Roma dell'invasione dei Galli Alemonia:
dea della fertilità per cui le si dedicavano dei sacrifici per avere figli, ma
era anche responsabile della salute del bimbo nel ventre materno. Era infatti
lei che si occupava del suo nutrimento mentre viveva nel corpo della madre,
garantendo quindi altresì la salute del corpo della madre Alma: colei che
portava la vita Angerona: dea del silenzio o dei piaceri, protettrice degli
amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla
tristezza Angizia: divinità ctonia adorata dai Marsi, dai Peligni e da altri
popoli osco-umbri, associata al culto dei serpenti Anguana: una creatura legata
all'acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa Anna
Perenna: dea che presiedeva il perpetuo rinnovarsi dell'anno Annona: un'antica
dea italica, dea dell'abbondanza e degli approvvigionamenti Antevorta: dea del
futuro, presiede alla nascita dei bambini quando sono in posizione cefalica
Attis: paredro di Cibele, il servitore autoeviratosi, che guida il carro della
dea. Aquilone: dio del vento del nord Aurora: dea dell'aurora Auster: dio del
vento del sud Averna: una dea della morte Bacco: dio della follia, delle feste,
del vino, dell'uva, dell'ebrezza e della vendemmia Barbatus: dio a cui si
rivolgevano i ragazzi non solo perchè facesse crescere copiosa la barba, ma
anche per non tagliarsi quando ci si liberava di essa con una lama piuttosto
affilata Bellona: dea che incarna la guerra Bona Dea: antica divinità laziale,
il cui nome non poteva essere pronunciato, dea della fertilità, della
guarigione, della verginità e delle donne Bonus Eventus: una delle dodici
divinità che presiedevano all'agricoltura e concetto di successo Bubona: dea
protettrice dei buoi Candelifera: dea romana della nascita Caligine: dea della
nebbiosa oscurità primordiale, generò dapprima Caos, poi, Notte, Giorno, Erebo
ed Etere Caos: dio del caos primordiale Cardea: dea della salute, delle soglie
e cardini della porta e delle maniglie, associata anche al vento Carmenta: dea
protettrice della gravidanza e della nascita e patrona delle levatrici Carna:
dea con il compito di proteggere gli organi interni, in particolare dei
bambini, e più in generale di assicurare il benessere fisico all'uomo Cerere:
divinità materna della terra, dell'agricoltura, del grano, della fertilità, dei
raccolti e della carestia Cibele: dea della natura, degli animali e dei luoghi
selvatici. Clementia: dea della clemenza e della giustizia Cloacina: dea
protettrice della Cloaca Maxima, la parte più antica ed importante del sistema
fognario di Roma Concordia: spirito dell'armonia della comunità Conso: divinità
del seme del grano, dei depositi per la sua conservazione, dei granai e degli
approvvigionamenti Cupido: dio dell'amore divino, del desiderio sessuale,
dell'erotismo e della bellezza Cunina: dea della tenerezza, protettrice dei
lattanti, che veniva supplicata a lungo quando il pargolo era insonne e non
faceva dormire, o quando aveva la febbre, o male al pancino Cura: dea della
vita e dell'umanità Dea Tacita: dea degli inferi che personifica il silenzio
Devera: una delle tre divinità che insieme a Pilumnuse Intercidona proteggevano
le ostetriche e le donne in travaglio Diana: dea della Luna, delle selve, degli
animali selvatici, delle giovani fanciulle vergini e della caccia, custode
delle fonti e dei torrenti Disciplina: personificazione della disciplina
Discordia: dea della discordia, del caos e del male Dis Pater: dio del sottosuolo
Domidicus: dio che guida la casa sposa Domizio: dio che installa la sposa Dria:
dea che assicurava un buon flusso esente da dolori nelle mestruazioni Edulica:
dea spesso invocata perché alla madre non mancasse il latte Edusa: dea che
provvedeva a far provare al bambino il desiderio della semplice acqua Egeria:
dea romana delle fontane e del parto Epona: dea dei cavalli e dei muli Ercole:
dio del salvataggio Erebo: dio ancestrale dell'oscurità, le cui nebbie
circondavano il centro della Terra Esculapio: dio della medicina Etere: dio
dell'aria superiore che solo gli dei respirano Fabulinus: dio che insegna ai
bambini a parlare Falacer: dio del Cermalus (un'altura del Palatino) Fama:
personificazione della voce pubblica Fascinus: incarnazione del divino fallo
Fauno: dio dei pascoli, delle selve, delle foreste, della natura, dei campi,
dell'agricoltura, della campagna e della pastorizia Favonio: dio del vento
dell'ovest Febo o Apollo: dio del Sole, delle arti, della musica, della
profezia, della poesia, delle arti mediche, delle pestilenze e della scienza
Fecunditas: dea della fertilità Felicitas: divinità dell'abbondanza, della
ricchezza e del successo, presiedeva alla buona sorte Ferentina: dea dell'acqua
e della fertilità Feronia: una dea romana della fertilità di origine italica,
protettrice dei boschi e delle messi, celebrata dai malati e dagli schiavi
riusciti a liberarsi Febris: dea della Febbre, associata alla guarigione dalla
malaria Fides: personificazione della lealtà Flora: dea della primavera e dei
fiori Fontus o Fons: dio delle fonti Fornace: dea del forno in cui si cuoce il
pane Fortuna: dea del caso e del destino Furie: personificazioni femminili
della vendetta Furrina: dea delle acque Giano: dio dei bivi, delle scelte,
dell'inizio e della fine Giorno: dea del giorno Giove: re degli dei, dio del
fulmine e del tuono Giunone: regina degli dei, dea della donne e del matrimonio
Giustizia: personificazione della giustizia Giuturna: dea dei corsi d'acqua
dolce del Lazio Insitor: dio della protezione della semina e degli innesti
Inuus: dio del rapporto sessuale Iride: dea dell'arcobaleno e messaggera degli
dei Iuventas: dea della giovinezza Jugatinus: dio che unisce la coppia in
matrimonio Lari: spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni
romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle
attività in generale Laverna: protettrice dei ladri e degli impostori Levana:
dea protettrice dei neonati riconosciuti dal padre Libero (Liber): dio italico
della fecondità, del vino e dei vizi Libertas: divinità romana della libertà
Libitina: divinità arcaica romana, incaricata di badare ai doveri ed ai riti
che si tributavano ai morti e che perciò presiedeva ai funerali Lua: dea a cui
erano consacrate le armi dei nemici sconfitti Lucina: dea del parto,
salvaguardava inoltre le donne nel lavoro Luna: personificazione della Luna
Luperco: dio protettore della fertilità Lympha: dea che influenzava
l'approvvigionamento idrico Maia: dea della fecondità e del risveglio della natura
in primavera Mani: anime dei defunti. Esse talvolta venivano identificate con
le divinità dell'oltretomba Manturna: dea che teneva la sposa a casa Marìca:
divinità italica. Ninfa dell'acqua e delle paludi, era signora degli animali e
protettrice dei neonati e della fecondità Marte: dio della guerra violenta
Matres: divinità femminili dell'abbondanza e della fertilità Mefite: dea delle
acque, invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile Mena
(21°figlia di Giove): dea della fertilità e delle mestruazioni Mors:
personificazione della morte Mercurio: messaggero degli dei, dio della
velocità, dell'astuzia, delle strade, del commercio, dei messaggi, dei
viaggiatori, dei ladri, dell'eloquenza, dell'atletica, delle trasformazioni di
ogni tipo, della destrezza e della farmacia, protettore dei messaggeri, dei
ladri e dei viaggiatori Minerva: dea dell'intelligenza, delle tattiche
militari, della tessitura e delle arti casalinghe Mitra (Mithra): dio delle
legioni e dei guerrieri Muse: 9 divinità delle arti Mutuno Tutuno: divinità
matrimoniale fallica Nemesi: dea della vendetta, dell'equilibrio e del castigo
Nettuno: dio del mare, dei terremoti, dei maremoti, delle piogge, del vento
marino, delle tempeste e della siccità Notte: dea della notte Numeria: dea
italica della matematica, preposta al conto dei mesi del parto Nundina: dea che
si occupava della purificazione dei nuovi nati Opi: dea della terra e
dispensatrice dell'abbondanza agraria Orco: dio degli Inferi Ore: dee delle ore
Ossilao: dio che si doveva occupare che le ossa dei bambini crescessero sane e
robuste Palatua: dea del Palatino Pale: dio degli allevatori e del bestiame
Partula: dea del parto, che determina la durata di ogni gravidanza Pax: dea
della pace Pavenzia: dea che si occupava di proteggere i bambini dagli spaventi
improvvisi Pellonia: divinità che faceva scappare i nemici Penati: spiriti
protettori di una famiglia e della sua casa ed anche dello Stato Pertuda: dea
che consente la penetrazione sessuale Picumnus: dio della fertilità, dell'agricoltura,
del matrimonio, dei neonati e dei bambini Pietas: dea del compimento del
proprio dovere nei confronti dello Stato, delle divinità e della famiglia
Pilunno: dio protettore dei neonati nelle case contro le malefatte di Silvano
Plutone: dio della morte e degli inferi Pomona: dea dei frutti Potina: dea che
si occupava di accompagnare il bimbo nello svezzamento Portuno: dio dei porti e
delle porte Postvorta: dea del passato, presiede la nascita dei bambini quando
essi sono in posizione podalica Prema: dea che tiene la sposa sul letto Priapo:
dio della fertilità maschile Proserpina: dea dei fiori e della primavera
Providentia: personificazione divina dell'abilità di prevedere il futuro
Psiche: dea delle anime, personificazione dell'Anima gemella, ossia l'amore
umano e protettrice delle fanciulle Pudicizia: dea romana della castità
coniugale Quirino: dio delle curie e protettore delle pacifiche attività degli
uomini liberi Robigus: dio romano della ruggine del grano Roma: dea della
patria e della città di Roma Rumina: dea delle donne allattanti Salacia: dea
dell'acqua salata e custode delle profondità dell'oceano Salus:
personificazione dello stare bene, della salute e della prosperità Sanco: dio
protettore dei giuramenti Saturno: titano del tempo e della fertilità
Securitas: personificazione della sicurezza Silvano: dio dei boschi Senectus:
dio della vecchiaia Sogno: dio dei sogni Sole: personificazione del Sole Sol
Indiges: antica divinità solare Sol Invictus: antica divinità solare Somnus:
dio del sonno e padre dei sogni Soranus: dio solare infero Speranza: dea della
speranza Statano: divinità che aiutava i bimbi ad avere forza sulle gambe e
quindi a camminare speditamente Statulino: dio che era accanto ai bambini nel
muovere i primi passi perché non cadessero donandogli la stabilità Sterculo:
dio inventore della concimazione dei campi e degli escrementi Stimula e Sentia:
dee che, negli adolescenti, affinavano i sensi ed i ragionamenti, curandone
l’intelligenza ed il raziocinio, li rendevano consapevoli e gli insegnavano da
un lato l’indipendenza e dall'altro l'onere dei loro doveri Strenia: simbolo
del nuovo anno, di prosperità e buona fortuna Subigus: dio che sottomette la
sposa alla volontà del marito Summano: dio dei tuoni e dei fenomeni atmosferici
notturni Terminus: dio dei confini dei poderi e delle pietre terminali Tellus:
dea romana della Terra e protettrice della fecondità, dei morti e contro i
terremoti Tiberino: dio delle sorgenti e del fiume Tevere Trivia: dea della
magia, degli incroci, degli incantesimi, degli spettri e protettrice degli
incroci di tre strade ed era la potente signora dell'oscurità, regnava sui
demoni malvagi, sulla notte, sulla Luna, sui fantasmi e sui morti, associata
anche ai cicli lunari rappresentava la Luna calante. Era invocata da chi
praticava la magia nera e la necromanzia Uterina: assistente alla puerpera nel
momento delle doglie che aiutava a superare il dolore delle doglie Vacuna:
patrona del riposo dopo i lavori della campagna. Divinità di ampio utilizzo, ma
soprattutto riconosciuta e invocata per la fertilità, legata alle fonti, alla
caccia, e al riposo Vaticano: dio la cui funzione era assistere i neonati nel
loro primo vagito Veiove: protettore dell'Asylum, il bosco sacro di rifugio che
si trovava nella sella del Campidoglio Venere: dea della bellezza, dell'amore e
del desiderio Verità: dea e personificazione della verità Vertumno: dio della
nozione del mutamento di stagione e presiedeva alla maturazione dei frutti
Vesta: dea del focolare, della casa e del cibo Vica Pota: dea della vittoria e
della conquista Victoria: dea della vittoria e dei giochi Viduus: dio minore,
deputato a separare l'anima dal corpo dopo la morte Virginiensis: dea che
scioglie la cintura della sposa Viriplaca: dea romana che "placa la rabbia
dell'uomo" Virtus: divinità del coraggio e della forza militare, la
personificazione della virtus (virtù, valore) romana Volturno: dio del fiume
Volturno e patrono del vento caldo di sud-est Volupta: personificazione del
piacere sensuale Vulcano: dio del fuoco, della metallurgia e dei vulcani,
protettore dei fabbri Festività Lo stesso argomento in dettaglio: Festività
romane. Consualia Fontinalia Fornacalia Lupercalia Nettunalia Parentalia
Saturnali Primavera sacra Floralia Località -- Averno (lat.Avernus) Campidoglio
Cariddi Lete Palatino Stige (lat.Styx) Personaggi, eroi e demoniModifica Almone
- eroe Anteo - eroe Ascanio - eroe Caca - demone Caco - demone Camene - demoni
Camerte - eroe Caronte - demone Cidone e Clizio - eroi Clauso - eroe Clelia - eroe
Curiazi - eroe Didone - personaggio Egeria - demone Enea - eroe Ercole - eroe
Eurialo e Niso - eroi Evandro - eroe Fauna - demone Fauno - demone Feziali -
eroe Flamini - personaggi Galatea - demone Lamiro e Lamo - eroi Laride e Timbro
- eroi Lavinia - personaggio Lica - eroe Luca - eroe Marica - demone Messapo -
eroe Murrano - eroe Numa Pompilio - eroe Orazi - eroi Pallante - eroe Pico -
demone Pontefice massimo - personaggio Publio Cornelio Scipione Psiche -
personaggio Ramnete - eroe Rea Silvia - personaggio Remo - eroe Reto - soldato
Romolo e Remo - eroi Salii - personaggi Salio - eroe Serrano - eroe Sibilla -
personaggio Tagete - demone Tarquito - eroe Terone - eroe Tirro - personaggio
Turno - eroe Ufente - eroe Umbrone - eroe Venulo - eroe Vestali - personaggi
Volcente - eroe PopoliModifica Aborigeni Equi Latini Marsi Messapi Rutuli
Sabini Troiani Volsci. Ferro e Monteleone, Miti romani. Il racconto, Torino,
Einaudi, 2010. Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Torino, Utet, Voci
correlate Religione romana Sacerdozio (religione romana) Numen Mitologia
Mitologia etrusca Mitologia greca Dodici dei (religione romana) Quirino
(divinità). Portale Antica Roma Portale Letteratura
Portale Mitologia Ultima modifica 5 ore fa di Pulciazzo PAGINE CORRELATE
Lista di divinità lista di un progetto Dèi Consenti dodici dèi principali della
mitologia romana Triade arcaica Wikipedia Il Conte Tullio Dandolo. Tullio
Dandolo. Dandolo. Keywords: storia della filosofia romana – ambasceria di
Carneade – e tutto il resto! -- “Il secolo di Augusto”; “Roma e l’impero fino a
Marc’Aurelio” “Corse estive nel Golfo della Spezia”; roma pagana “indici
ragionati degli studi del conte Tullio Dandolo su Roma pagana” -- -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Dandolo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Daniele: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale numismatica – scuola di San
Clemente – filosofia rimenese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (San Clemente). Filosfo
san-clementino. Filosofo riminiano. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. San
Clemente, Rimini, Emilia-Romagna. Grice: “Daniele is an interesting philosopher, if you
are into numismatics, his pet topic!” Figlio
di Domenico e Vittoria De Angelis, studia a Napoli, dove frequenta gli intellettuali
della città. Entra in amicizia con vari studiosi tra cui Genovesi, Cirillo, ed
Egizio. Cura un'edizione delle opere di A. Telesio, illustre filosofo
cosentino, lavoro che gli procurò l'interesse di intellettuali di giornali
letterari dell'epoca, specialmente per l’epistola dedicatoria e la vita del
Telesio filosofo in purgato latino. Cura la pubblicazione le “Opuscoli” di Mondo,
che era stato il suo primo maestro, premettendovi una dotta prefazione di tutte
le veneri e la grazie pellegrine dell’idioma toscano, che merita gli elogi di
Zanotti. Pubblica le nuove “Orazioni” latine di Vico, ch’erano state lette da
quest’altissimo ingengno mentre filosofava sull’eloquenze e la colloquenza alla
Regia Univerista. Publicca la l’aureo romanzo de Longo – que sembra dettato
dall’amore, reso in volgare da Caro, con deliziosa e spontanea gracia, faciendo
un dono preziossimimo agli ananti della toscana favella – corredandolo di una
dotta prefazione escritta con ammirabile purita di lingua. A San Clemente cura le
proprietà della famiglia. Si dedica al studio dell’antico e agli studi della
classicità acquisendo documentazioni – collezione epigrafica -- e creando una
collezione di oggetti antichi legati al territorio di San Clemente. Pubblica una
critica ad alcuni studi sulle storia di Caserta (“Crescenzo Espersi Sacerdote
Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni, un ufficiale di artiglieria
napoletano”). Il marchese Domenico Caracciolo lo fa richiamare a Napoli dove
entra nella segreteria di Stato. Riordina la raccolta delle leggi e dei diplomi
dell'imperatore Federico II. E nominato "regio istoriografo", carica
che era stata di VICO (si veda) e di Assemani. Alla carica era associato un
sussidio economico. Pubblicò Le Forche Caudine illustrate (Napoli), lavoro che
gli permise di entrare all'Accademia della Crusca. Ricoprì nella Reale
Accademia di Scienze e Belle Lettere, creata da Ferdinando IV, la carica di
censore per le memorie delle classi terza e quarta. Riceve l'incarico di
sistemare la biblioteca della Collezione Farnese, in seguito confluita nella
Biblioteca di Napoli. Divenne uno dei 15 soci dell'Accademia Ercolanese, dove
cura la pubblicazione degli studi su Ercolano e Pompei. Suo malgrado anzi fu
coinvolto, a causa della sua vicinanza con gli intellettuali vicini alla
repubblica, nei fatti che successero dopo la caduta della Repubblica
partenopea. Perse tutti gli incarichi e di conseguenza torna agli amati studi.
Pubblicò un saggio di numismatica, Monete antiche di Capua, con la descrizione
delle monete capuane di cui sei inedite. Sotto Bonaparte, riottenne le sue
cariche e l'anno dopo divenne segretario perpetuo dell’Accademia di storia e di
antichità e fu nominato direttore della Stamperia Reale. Fu anche socio
dell'accademia Cosentina, della Plautina di Napoli, e dell'Accademia Etrusca di
Cortona. Altre opere: “Antonii Thylesii Consentini Opera” (Napoli); “Crescenzo
Esperti Sacerdote Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni” (Napoli) – una
lettera sotto un falso nome in cui dimonstra la vera origine di Caserta --; “Le Forche Caudine illustrate” (Caserta) –
dove stabilisce il vero luogo ove furono piantati que’ gioghi sotto cui
passarono le vite legion romane, provando con compoisoa e ben adattata
erudizioone, chef u la Valle d’Arpaia, contro l’opinione di Cluvero, Olstenio,
e di altri eruditi di chiaro nome --; “I Regali Sepolcri del duomo di Palermo
riconosciuti et illustrate” (Napoli) – imprese anche ad illustrare le tombe de’
re di Sicilia. Rispende in questa la purita della lingua, e la ‘erudizione piu
estesa, che possa desiderarse tanto nella patria storia degli antichi tempi,,
quanto in quella del medio evo -- “Monete antiche di Capua” (Napoli) dove interpreta le antiche monete di Capua gia
pubblicate fino al numero di dodici, ne pubblica altre sei del tutto ignote
agli eruditi; e nel fine dell’opera tratta in un erudite discourse del culto di
Giove, di Diana, e di Ercole presso i Campani. Opera inedita: Ricerca storica,
diplomatica, e legalle sulla condizione feudale di Caserta; Vita e Legislazione
dell’Imperatore Federico II, “Codice Fridericiano” contenente tutta la
legislazione di Federico. Propurca l’onoro di iiverine region storiografico,
segretario perpetuo dell’accademia ercolanese e l’accademia della Crusca.– che
le merita membro della Crusca – Vita ed opuscoli di Camilo Pellegrino il
giovane; Topografia dell’antica Capua illustrate con antichi monumenti; Il
Museo Casertano. “Cronologia della famiglia Caracciolo di Francesco de Pietri”
(Napoli). Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Danilele epigrafista e l’epigrafe probabilmente sua
per la Reggia di Caserta,La collezione epigrafica del Daniele a Caserta; Una
pagina di storia dell’Anfiteatro Campano, Francesco Daniele: un itinerario
emblematico, in classica a Napoli, La famiglia Daniele e i suoi due palazzi in
San Clemente di Caserta: note genealogiche ed araldiche, descrizione degli
edifici superstiti e ipotesi e proposte per la loro corretta attribuzione”; Daniele
e lo studio del mondo antico” -- Lettere di Francesco Daniele al principe di
Torremuzza”; “Lettera di Francesco Daniele a Giovanni Paolo Schultesius, Lettere
di Francesco Daniele al dottor Giovanni Bianchi di Rimini” Pseudonym:
‘Crescenzo Esperti’. Francesco Daniele.
Keywords: filosofia antica, roma antica, filosofia romana, l’antico in Roma
antica, l’antico, idea dell’antico, ercolano, pompei, collezione farnese,
palazzo Daniele, San Clemente, Caserta. Opera di Mondo, A. Telesio. “Regio
Istoriografo,” carica cheera state di Divo e di Assemani, Giove, Diana, Ercole,
Campania, le vinte legion legion romane, l’origine di Caserta, A. Telesio,
filosofo. Mondo, filosofo, opuscoli. Romanzo di Longo reso in volgare da Caro,
vita di Talesio, orazioni sull’eloquenza di Vico, valle d’Arpaia, gioghi, re di
Sicilia. Numismatica romana studio della monetazione romana Lingua Segui
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sinottico {{Coin image box 1 double}} La numismatica romana studia la
monetazione romana, cioè l'insieme delle monete emesse da Romae dal suo Impero
dalla prime emissioni di monete fuse, delle monete romano-campane sino alla
fine dell'Impero Romano. Articolazione della materiaModifica monetazione
romana repubblicana monetazione imperatoriale monetazione imperiale monetazione
provinciale La monetazione repubblicana comprende monete dalle prime emesse da
Roma sino alla guerra civile. La monetazione imperatoriale comprende
monete emesse nel periodo delle guerre civili, dai vari generali in lotta in
virtù dell'imperium posseduto. Alcuni studiosi non accettano questa categoria
ed includono queste monete in quelle repubblicane. La monetazione
imperiale romana comprende monete emesse dalla nascita del principato fino alla
fine dell'Impero romano. La monetazione provinciale invece tratta di
quelle monete che sono state emesse da colonie ed alleati di Roma. Si tratta
principalmente di monete sussidiarie o di monete emesse dagli imperatori romani
utilizzando tipi che fossero meglio compresi da popolazioni di lingua greca.
Spesso queste monete sono indicate col termine di coloniali. Una volta erano
anche chiamate Greche imperiali. I punti più rilevanti nella monetazione
romana sono l'emissione del denario nel III secolo a.C., l'emissione
dell'antoniniano da parte di Caracalla nonché lo studio del sesterzio vero e
proprio veicolo di propaganda dell'antichità. Sono anche fondamentali le
riforme monetarie di Augusto, Caracalla, Aureliano e Diocleziano.
Classificazione delle monete romane repubblicaneModifica Antonia 1; Syd.
Craw. 364/1b Pompeia 1; Syd.; Craw. 235/1a Per le monete repubblicane uno
dei riferimenti più usati è il testo di Babelon (Description historique et
chronologique des monnaies de la république romaine vulgairement appelées
monnaies consulaires) pubblicato in due volumi nel 1885-1886. Nel testo viene
utilizzata la suddivisione proposta da Eckhel: monete fuse monete
romano-campane monete anonime, senza cioè l'indicazione del magistrato
responsabile dell'emissione monete divise per gens. All'interno della gens le
monete sono catalogate in ordine cronologico. Le monete vengono quindi indicate
con l'indicazione delle gens ed un numero progressivo: ad es. Claudia 6,
Pomponia 1. La Description di Babelon è stata ristampata. Altri lavori
più moderni sono quello di Sydenham e quello di Michael H. Crawford, che
elencano le monete in ordine cronologico. Il lavoro di Crawford è il più
recente sulla monetazione repubblicana. Nell'elenco delle monete il primo
numero indica il monetario mentre il secondo numero indica la singola
moneta. Sydenham, E.A.:
Coinage of the Roman Republic Crawford, Roman Republican Coinage. Quest'ultimo lavoro è considerato il migliore
attualmente esistente Bisogna anche citare due studi particolari:
Campana, La monetazione degli insorti durante la guerra sociale, l'unico studio
approfondito su questo tema, che riporta anche il corpus completo e lo studio
dei coni. Thurlow, B. - Vecchi I.: Italian Aes Grave and Italian Aes Rude,
Signatum, and the Aes Grave of Sicily, sulla monetazione fusa in Italia e
Sicilia. Classificazione delle monete romane imperiatorialiModifica Non
esistono pubblicazioni specifiche che classifichino le monete di questo
periodo. Si usano sia testi sulle monete repubblicane che testi sulle monete
imperiali. Alcuni dei testi sono già stati analizzati per le monete
repubblicane e sono: Babelon, E.: Monnaies de la République Romaine, che
usa la divisione per gens. Sydenham, E.A.: The Coinage of the Roman Republic,
che usa una suddivisione cronologica e si ferma grosso modo al 36 a.C.
Crawford, M. H.: Roman Republican Coinage. Altri testi, che riguardano anche la
monetazione imperiale sono: Cohen H. Déscription Historique, un testo che
riguarda le monete dell'Impero Romano e che il più usato per classificare le monete
imperiali Roman Imperial Coinage (a cura di Mattingly e Sydenham).
Classificazione delle monete romane imperialiModifica I testi di riferimento
per la monetazione imperiale sono i "Cohen" ed il RIC. Cohen: Déscription Historique
des Monnaie frappées sous L'Empire Romain, comunemént appelées Médailles
Imperiales. Riguarda le monete dell'Impero Romano e
che il più usato per classificare le monete imperiali. Ovviamente ormai molte
delle informazioni contenute sono diventate obsolete. Copre le monete emesse Le
monete sono ordinate prima cronologicamente per Imperatore, poi per l'ordine
alfabetico della scritta al rovescio. Questo ordine, certamente poco
scientifico, comunque permette di identificare abbastanza rapidamente la
moneta. Roman Imperial Coinage, Nove volumi a cura di Mattingly e Sydenham -- è
lo standard di riferimento per le centinaia di libri e cataloghi di collezioni
su questo periodo. Mommsen: Die Geschichte des römische Münzwesen - Berlin Tr. fr.: Histoire
de la monnaie romain. Paris (Ristampa Graz
Ristampa Forni) Burnett: Coinage in the Roman World,London: Seaby,
Sutherland, Roman Coins Harl: Coinage in the Roman Economy Thomsen, Early
Roman Coinage: a Study of the Chronology, 3 voll., Copenaghen, Repubblica Babelon,
Description historique et chronologique des monnaies de la République Romaine
vulgairement appelées monnaies consulaires, 2 voll., Paris, Rollin et Feuardent
(ristampato da Forni). Alberto Banti,
Corpus Nummorum Romanorum. Monetazione repubblicana, Firenze, Banti editore,
Gian Guido Belloni, La moneta romana. Società, politica, cultura, Firenze, NIS,
1993. Gian Guido Belloni (a cura di), Le monete romane dell'età repubblicana.
Catalogo delle raccolte numismatiche, Milano, Comune di Milano, Crawford, Roman
Republican Coinage, London, Cambridge, Crawford, Roman Republican Coin Hoards,
London, Royal Numismatic Society, Sydenham, The Coinage of the Roman Republic,
New York (Durst). ImperoModifica Alberto Banti, I grandi bronzi imperiali,
Firenze, Banti, Cohen, Description des Monnaies frappées sous l'Empire Romain,
II ed. Paris, H. Mattingly - E.A.
Sydenham (et al.), Roman Imperial Coinage, Londra, Montenegro, Monete imperiali
romane, Con valutazione e grado di rarità, Torino, Montenegro edizioni
numismatiche, Seaby, Roman Silver Coins, Second edition, 4 voll., London, B.A.
Seaby, 1967-71. David R. Sear, Roman Coins and their Values, Millennium edition,
3 voll., London, Spinx, Monetazione romana Monetazione romana Monetazione fusa
Monetazione romano-campana Monetazione romana repubblicana Monetazione
imperatoriale Monetazione imperiale Monetazione provinciale Monetazione
bizantina Monetazione italiana antica Collegamenti esterniModifica Sito con le
immagini delle monete repubblicane ed imperiali, su wildwinds.com. Introduction
to Roman Coins by The Museum of Antiquities on the University of Saskatchewan,
su usask.ca. Risorse numismatiche on line. Università di Bologna, su
numismatica.unibo. Rassegna degli Strumenti Informatici per lo Studio
dell'Antichità Classica: Fonti numismatiche, su rassegna.unibo.it.
Portale Antica Roma Portale Numismatica Ultima modifica 2
anni fa di Messbot PAGINE CORRELATE Numismatica studio della moneta e della sua
storia Monetazione romana repubblicana monetazione di Roma
repubblicana Roman Imperial Coinage catalogo britannico delle monete
romane di età imperiale Il Daniele. Keywords: implicatura numismatica. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Daniele” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dati: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ELEGANTIOLÆ – scuol
di Siena – filosofia sienese – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Siena). Filosofo sienese. Filosofo toscano. Filosofo italiano.
Siena, Toscana. Grice: “Dati is a good one if you are into Ciceronian rhetoric
as given a running commentary by an unknown philosopher from Siena! – But mind,
he also wrote, like Shropshire, on the immortality of the soul!” Noto per il suo manuale di grammatica Elegantiolae.
Erasmo lo loda come uno dei maestri italiani di eloquenza. Nato da una agiata
famiglia senese, passò la maggior parte della sua vita a Siena. Studia con
Filelfo. Dopo aver insegnato per qualche tempo a Urbino, torna in patria e
insegna retorica. E nominato segretario di Siena. Altre opere: Elegantiolae.
L'Isagogicus libellus pro conficiendis epistolis et orationibus fu stampato per
la prima volta a Ferrara da Andrea Belfortis. Elegantiae minores; “Opusculum in
elegantiarum precepta cum Jodoci Clicthovei Neoportunensis et Jodoci Badii
Ascensii commentariis; “Ascensii in epistolarum compositionem compendium”;
“Sulpitii de epistolis componendis opusculum”; “Tabule in Augustino Datto
contentorum index”; “Francisci Nigri elegantie regularum elucidatio”;
“Magistratum Romanorum nominum declaratio”; “Ortographie regularum Ascensiana
traditio. De grecis dictionibus apex ex Tortellio depromptus.” “Augustini Datii
Senensis opera (Siena) – include diciassetteopusculi: I piu importanti sono:
“Oratium libri septem”, “Fragmenta senensium historiarium libris tribus;
“Isagogicus libellus pro conficiendis epistolis et orationibus” ristampato
“Elegantiarum libellus”. Le Elegantiolae, ristampato ocon cari titoli, era considerato
"il manuale par excellence". Sirve da base per i “Rudimenta
grammatices” di Perotti. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, “Plumbinensis Historia”, Firenze, Sismel Edizioni
del Galluzzo. Vedi Bandiera, “De laudibus eloquentiae”. BOpSTr . JULLgi I et
o=w zxt ri (yauM^ -zn j r J * cm (jflV<3 VSTINI DttTI Senensis Ifagogi? cus
libellus in ELOQUENTIAE PRECEPTA ab JPvnbrea b«= mini ctyriftof eri filium f
eliciter incipit/ 8 Rebimu giam bufeumaplcnfcKviiris i etiam bifertiflimis
perfuafiitum be- v ', t v tvr, mum artem quepiam in bicebo non . ^«,'<$•/ J
nuliam abipifcu y fi veteru fectatu vef 6 tigia/optia fibi quifcp feper ab
imita bum propofueriFTNecj^ eni qui biutius I.M» CICERONE lectione veriatus
fit,n5 m bicebo/et ornatus et copiosus esse poterit. Na et fjorribiora cre=
i,•.»>>brius cofectati l ipfi qucqp anbi ieiuni et inculti fi ant neceffe
eft. 4j Lectitati igitur micfyi CICERONE volumina Cque ELOQUENTE parentem
appellaueri) - j pauca anotatioe bigna vifa fut. iquibus fi vtemur 41
vulctanufermoneaipernati/ab eloquetiamrroxi i s i mius.accebemus/ v PRECEPTVM I
varietati/comutati onio vt ftubeamus/ t d Seb cu ib i primis quirc| abmouebus
fiti quob rfyetor ille biligetittimus et inlignis abmobu orator sabius Quitilianus
be oronis partibus bicere cofueuit.J Meq; eni leges fut oratoru / quaba velu- .
tiiniu.atihj Kceflitdtecoltitute; ncc roaaiignibus < L -v* GI-NEVIEVM; vt
i&cm bicebat)plebifl ve fcitis.Tancta [vt ifta PRECEPTA. feb vti in ftatuis
picturis pozmatibus ccte= rif^ita quocgin exornaba viri eloquentis oratione
plurimum feper roboris ac vcnuftatis r;abuit varietas . &tc$Cquob bici
ibfet) tenenbu cauenbucj illub est antc omni ainears vlla bicebi u fieri poteft
fTe vibeatur. Hec igitur lex prima fit comutafionis varietatiTaj/qua erubitoru
aures nobiffi cile iubicet. ilHoc iajtar iacto fubaireto /per pauca beitfps
fcritan C 7>vnorea amicc fuauilhme qae et fi ron femper^ vt plurimi m tamen
l; is rationitus titi feruar.ba erunt t fcb iam nofiri ialti' tuti ita nafcetur
exorbium. (JBecunbum preceptum be fitu fuppofiti/ verbi etappctti i oratione;
^Jplcrua; enim qui oratorie artis fforibussc faleratis. Vtaiu Ove ibis
ftufccntkotratnu vulgataci gramaticorum confuetubinem bamna= tcsi quob in calce
abiolute orationis locari cofue uitiib illi potms coaptantinicioi quob oir.ne
tibi exemplo erit manifeftms. £cis plena orationer a conltaretribus partitus.
qucb SUPPOSITVMCvteorum ipforum vocabulis vtar)quob verbu/ quob APPOSITVM
vocant. Diciit igitur nramatici {SCIPIONE afiicanus telcu A l.aitf; £gin«ri,
ciwticrie vcro L r h 1 r l eloquii bemines couerfo potius vtuntur orbine. Al-*—
a liarttjacune lcipio africanus &eleuft.illi.'M/r. CICERONE (si veda)
vtitur famuiariter. p4cntulo.no8 vero.'p«le^ *f'**T tulo. CICERONE farmliarir
vtitur. Quib? tf^'J*t-r me exeplis patere arbitror appofitum prirnu 1 owr^V^ *
> tione/fuppofitu mebiul nouiflmuiverolocu ver^^ bu tenere.([Seb et u quib
Cpro graraaticor5 «•*. A; re)poft appofitu fitum eriti ib iitio oratioms poi^J^
L-Scncr^^. ras. Ligurgus conbibit fancttflimas legcs lacebc* *~i awu^yfc.
monis. Lacebemonis fanctillimasIecreB ligursr..^*- <*, e ~3 aus
conbibit.mulfag; cofimili ratione* ~pao„tfi^c, i !*.l.*-«*«_i k igitur pieruncj
principioappomturi hppoiitutnf^/ mebiojline vei bum.vtanopagu folon. fclammuBf™
primu coftituit vbi granwtici bicut j fol5 primus, coltituitanopasum. {[Ceterum
biueriis orttmcv feus i et iocis tollocabe fut partes pro aunum iu*r7 " a
^ fW do j quob quibem folo vfu coparatur ^ a*A PERCEPTUM III be abuerbioru fitu
|*r^ lam vero be abuerbiisC que funt veluti abiecjjftc verb?rum)5id poteft pauW
vbi uia lpci A effeivfei bemu aptius congruere vifa tuerint«mos bo in
principioJmobo in finelmobo intenecta m< ter vti ucg.qua in re biligeti
vtenbuin est conhho Seb prope verfcum frequetius per venuftam rebbunt oratione.
vt fabius maximus ante alios fortiter atcj animofe pugnauit.C.lehus fcipioe
fami hanfume vtebatur. Qementiflimus ceiar l?umiti= teHcjngfcebat. Nunc vero ab
rehqua . {jQuartu preceptum be prepofitionu/et integrarum pferumaj
orationuiteriectioet inter NOMEN SUBSTANTIVVM et abiectiuum; PROPOSITIONES
pcrpulcf;rc intcr fobftafiua at q abiectiua nomina interiiciutur.vt feraci in
agro ornatiflimo in loco.maximas ab res.fyanc ob caufam. iuftis be caufis .
aliacji l;uiufmobi complura Ncc prcpofitionea folum (kb alia pretcrea eiufc»
mobi nuncfumemus eyempla. Maxima i rep. biligentia. magna in parentes pietas
increbibilis m omnes ciues obferuantw.fummain l;oftes hbera PRECEPTVM V be
fmedecticne genis fiuora iter buos nominatiuos/et ecotra. 7Ktq etiarn
pulcf;crriinu i iter buos cafus / puta nominatiuo e buos/ahquib cotmue pomtur.
Vt om »ia reip.iura coftates miljtum ammi.macma fces < i» f m leratorum
fyominum flagitiaf Bcouerfo etia cofti tuta ac trafpolita oratio piurimu
exornah Vtl?u ius daritubo viri.fyuius qmrites auctoritate locif Ci VI PRECEPTU
beabiectiuorufituf Venufte etiam pieruqj precebit abiectiuum nome fubft4tiuum.
Vt tua bigmtas«optimavirtus»biui »u igemuin.exquifitaboctrina*Magni ehirefert/
quo ioco quecg bictio iita fit. quob teftatur BOEZIO (si veda) in iis
comontariis l quos in ariftotelis librum cofcripfit.vbi et CICERONE et VIRGILIO
(si veda) ponit exepla BOEZIO autem ipsius fyec verba fut Sfenim c£tum ab
copositionem orationis fpectaf/ maximum bif f ert l quo VERBA ET NOMINA
predicationis sue ordine proferantur. Multum enim itereft in eo quob f* A ait
CICERONE^bb9ncteamctiamnaturapeperit-'volutas exercuit/fortuna fcruauit ita
bixiffe vt biz J ; ctum eft/an lta ab Ijanc te amentjam peperit naf u +4 £ j ^
raiexercuitvoluntasiieruauitfortuna* jSicei'im>>' » minor elt fetentie
magnitubo. minuf^ in ealucet _^.^ v ib quob fi fic coponatur emmet i et fefe
vel nolentib«s i^ominum aunbus/aifqj patefacit « Rurius quoqi bicit Virgduis
pactqj iponere moremipo^ iuilfet feruaffe metrum li ita bixifiet l moreq?
imponere paciifeb elt bebilior fonus* nec eo lctu ver fus ta preclare vt uhc
compojitue oiceretur* quod ibera non eft apub byalcticos . ljcc BOEZIO . Nuc
aorciiqua; <J Septimu preceptu bc fitu ncgatiue bictionisf Negatiua
bictioapte i calceoratioms ponitur» Vt preitanticrem te vibi nemi :em. Scipicne
clario= re m bellicis laubibus iuenies nemincm.Tua er= ga me BENEVOLENTIA tuo
in me aimo gratius e ni= cbil.gui tearoenti js amet.' fyabes nemine (jfpctauu
preceptu be pouellcns ante pof= fefnonem fitu/ S8D et polleffor ate
poifeffione. Vt opti viri bi uitie. preftantis viri virtus.prubetifumi fyominis
confilium; dHonu prcceptu bc vlu gerunbiuorum nominu pro gerunbus; CXVIQ vero
pull?i-ms.'§ £i pro gerunbiis que appellant vtamur gerubiuis nominibus. 7Kc
trjs tu e prifciani exempiu . Veni ca amabi virtutem/ vcni amabe virtutis
caufa.gra gerebi bella t geren= borum bellorum gratia.ab amplexaba virtute ma
gis.qi ab amplexabum virtute. Que vna preceps tio optima eft.crebraq? cius
apub.M.T.aLolqj cloquetes viros tuit cbleruatio; {fPecimu preceptu be
congruentia nominis relatiui $kruq, cum consequente/. Nunc aatem mu!ta
confkiam. quc li biligeter ab uertensmb pavu ornatus ktino cobucent elo=
quio.Seb ib micfci imprjmis aniabuertenbu vibe tur,'vtquom tna
luerint^antccebesJ cofeques/ et eorum mebiu relatiuu nomeifr fitib confequens/
vel l?ominis / vel rci cuiulpiam propriu nome.' re LATINV cofequeti femper
cogruat.ftlioquin no LATINA ORATIO fit ( fcb a boctiUimorum fyominu consuetubine
longe ahena, frhas poteft cum aiterutro conuenire fi ncn con cquatur propi ium
ncmen. Qua rem facile exempla beclaratiet prifcoru auctoritafes coplures.
CICERONE primo TVSCVLANARV quefhonum.btubio fapietie que pl ia bicitur. Et
fexto be rep. contilia - cetuigj fycmmu mre fcciati; que dujtates appellantur.
Mq lteru i cx illis lem= piternis ignibus/ que vcsfytera etfteliasnucus
ett.s.Saluftii quoq; llluo tritum cft, Eftiocus in carcere quob tullianu
appellatur/inuncrabilia h netufiis cobicibus ib genus iucnias.Hcc ib e ara=
maticeartis vitiumiquobquibam Ljnari littcraru arbitrantur.Seb et nos ahquio
exemplorum af fe ramus predarum est CICERONE opus(qui cato ma ior bicitur.nam
quob CATONE MAGGIORE bicitur /non ia= tinc profertur. Confiiniliter vrbis vifcenbus
con ilcr.bu eft i qui iut ciucs. pcrbiti vin cx vrbibus pellenbi funt /que eft
ciuitatum pernities fentina Sebecoris. Plerunq* igitur relatiuum nomen cura eo
concors eft quob fequitur/ CjVnbccimu preceptum be cogruentia in cafu ex
trib^/eoru buoru que proximius iugutur^ Illub quoqj fpectabum efttNam cum tria
exiftant qaorum vnum relatiuum lit nome;frequetihime coram buo in eiufbem cafus
exitu conuemut/ na vt exempli caula bicam aliquib Si quis l?unc fer monem
protulerit l liber in quo be virtutc agitur preclarus eft .rectius atqj
ornatiusbicitur;in quo hbro be virtute agitur/predarus eft. Concorfcant nantj
eobem cafu ex tnbus buo llla que maion vi cinitatc iuncta funti ahub lterum
exemplum ^u^ iulcemobi fit* Qaias mifif*i htteras ab mc locubc f jerunt.
Sermoce queaubifas no eftmeust Qua exiftirras bemoftI;eIs orationem /cfcJ^ms
elt. atq Ijuius fermonis crebru muenii e potens apub vetercs vfum.M.T.officioru
pricnoi quorum autcm offinorum precepta trabutur ea quancy p« tincant ab finem
bonoriu Virgihus Maro m ene ibc/ vrbcm quam ftatuo veftra elu Terentius in i
bna/poltl^ac quas faciet be integro comebi.s fpec tanbc an exigenbe funt vobis
prius.Ibem.populo vt placcrcnt quag f ecilfet fabulas* Ibem, quaa t r creois
cffc \)islno funt vere nuptie. $tcj eiufrao bi fermo plurimum exornat;
(JDuobcc.mu preieplum t e auxefi potxti ucrum cum per; 3D c.ucxj oigmlfimu cft
annotatu. vt quom pofi= tiud€<auger^ velimus normnaivtnsper prepofi f um
aecebdt.Gcero m cpjftola ab cunonemkui z cai us eque fisiet teriocunbus . Ibcm
be oratore p r;m o.perboati quite frater ilhviben folet.Tere. in eunucr;o.
perpulc^ra irebo bona fyaub nof tns fi miha.nam pergratum vaibegratum
fignifrcatM in cratione Jepibe p crfonat; (jTrebecimu PRECEPTVM XIII be
fuperJatmis cum multo/longe/et §; PST fupcrlatiuis /inulto/ioge/et qj abuerbia
pre ponimus ibqj fepenumero pei pulcl;ru viberi fo^ let. Vt longe amatilfnnus
veftri.mulfo ommu foituanllmus-St acjo tibi q-maxias gratias (JJDerimumquai tum
preceptum be com parati uis cum multo / aut longc . GOMPAratmis vero vel multo
vel fonge p poni Jblet. Vt mfticia multo predarior eft ceteris vir tutibus.8t
Socrates loge aliis pfyis fapientioi } (jDecimuquitu preceptu be quibufba
noibus quc agrecis prpfecta/bccfinatiorie mutant, ({ILLVD nequacp omifc;'imus,'q>
quom nomina quepiam funt profccta a grecis tertie fiex.onis d obiiquos cafus
fjabentia qui rectum bperanttf» tini oratores rrequentifume calibus ac.uf tiuis
il= lorum quibufbam immutatis fmgunt ahamm be dinationum nomina et genus
feruant . qualiafut poematum EMTYMEMANTVM o ELIPSIIM elegantus ctlampaba^aue a
plerifg?tertia flettione pro ferutur poema ENTYMEMA /beipbin/ ELIPSIS as lapas
. fyanc tu obleruationem biligenter manba memorie/ (TDecimu fextu preceptu
vteleganferoftebemus quippam nobis eife/iocubu/ vtilc/ vell) Onestus et
ettevaibgenus; JXuo aut volumus oftebere nobis aliquiD jocti bu/^oneftum/vtile
eftei batiuis cil verbo vtimur fum/es/elt fubltatiuoru/ quoru illa abiectiua
fut Mi(ne ab exeplis bilceba^quib aiiub iignif icat l?«e res raicfy locunbitati
eft JcJ bec res eft micfy iocubVlbemc$ l lpfe micfyitue littete fuerut
gaubioquob elt ab gaubium vel gau&iu micfyi attulerut. Predara vrbis
ebificiaciuibusbecorifunt. Vitia bsbecon ful viris Jibeft bebecus pariut viris
beq ceteris colimriiratione; ([Decimufeptun preceptu be af ricio et af Fiaor»
<l k. m «#"» Vevbum aftido Jet pulcfyru eft/et late patet.nam afficio
te voluptate ibciit tibi voluptate affero. M i icio te fyonore lbeft facio tibi
Ijonoi em et te fycno ro.aff <cio te laubibus l&efi tc laubo. affkio te
pro bro lbelt vitupero te . afficio te comobis lbeit tibi ccnioba facio.afficio
cabauera fepuftura lbcft caba uera icpelio.T^if icio inimicos miuria tbeft
facio i iunam mimicis, 7\tq fimihter affiaor bolore lbe boleo.af ficior gaubio
ibeft gaubeo. aificior vere? cubia ibelt verecunbor. Latiilimacj eftlmius ver=
bi vlurpatio.Nec tum lateat tc/af f icerc bifponere ficjmficare.Hinc eft plauti
iflub/ viua vos magis arficit.Neq} cnim fme optimis caufis ta l&ta / tao;
bilfula fit eius verbi SIGNIFICATIO feb be i?oc latis; Cj PRECEPTVM be tum vel
et «jeminatis . (jxviii > Non eit aute ignoranbu cp i\ ouo/ aut plura buotus
Cquob perraro vfu velt)paritcr fe l;abuennt.' vtri<$ tum bictiomm
prepcnemus.Qoicb Iiqueat exemplo.Par eftin.C. lelioboctrina/ ac virtus. qitacj
dt eius viri pvobitasitata quoc| ett eius fci= entia, tunc lf lenbibe / ac
rccte bixcrim . C. lcfius vir tum boitus e/t/ tum probus •Itibemcji magna
ineit.M.C.ieiiotum virtus/ tum etiam boctrina C« ivltus p..uMnu tu iaute/tu
reru icietia valet OTub iterum exemplum» tfyemiftocks tum confilio polletin
vrbams rebus/tui beliicss negociis viribus atcg animi magnitubine f ioret . Stc
eni tatum oftebit in rebus vrbatiis effe cofiiium cjtj in beilicis magoif
ubinem animi <$ tum geminatum pofitu eft*Seb eanbem quoqj vim fyabet
.jeminata et coiuctiua Virgiliusi eneibe.MuItum xlle et ter tis iactatus et
alto. ibe profecto fignat.'eneas t tum pelagi /tum terrarum labores perpeffus
eft.7?vfri canus fuit figularis et vir et imper.ator l lbem Qy> vult«
africanus magnus extitit tum vir tuntfmpe i-ator ; (J Preceptu be cu et tu
(JxixQi fi buo contra nequaty paria futi (eb aheru mi= bus complechtur /alteru
vero magisiita etficiens bum eft* vt quob leuius exiftit locemue pnus/at= cj ei
cum bictione preponamus.quob aute grauius valibmf$.'ib pofterius politum/ tu
bictio pre= cebat.Qoiob patefaciemus exemplis Gielius amat SCIPIONE propterea
<$ eu boctum cognouit fyominem/et fempzr virum optimum/ quob poItremu
vefyemSter ab amorem impellit. quare ita oratio eft inftituenba« G. lelius amat
lcipionem tu ob boctrina eius tu propter virtute. ita virtus in fyac bemuoletia
pius mometi fyabet. JPvtqj ibem lta ubixerim.Gu oes. fortunati funj qui bene.
viuwt» -I tum perbeati qui omnia befetfit / et virtute iblaui coplectuntur, Ijos
na<$ pofteriores multo beatio= res elfe conltat.Si quis fuperius mo aliatam
preccptiorem intellexerit.l;ec. M. Ciccro lmpnmis i requeter vfurpat.£x quo
iiiub.'cum cmnibus co fulenbum eft/tum lllis qui armis politis ab lmpe ratoris
fibem conf ugiunt. SIGNIFICAT enim fumctibus ab lmperatores/et lefe bebetibus
multo ma= gis confulenbum elle.$ttc| m catone maiorc nura ti fele aicbat
Iceuola. CATONE MAGGIORE cum ceteraru re= rum perfectam fapientiam/tum q>
nug> fuerit jlli feneaus gra uis . kb be f,flc re faiia/ (JVtquapia laubari
aut vituperari oporteat, xx lam vcro explicanbum clt qua ratione quapiam
perfonam/ autlaubari/ aut vituperan oporteati quob ab bccorem iermoms pertineat
.riam it trj= f anam polfe f icri coperimus ex monumehs litte-'rarum.li cnim
velim oftenbere.M.catonem fjabe remagnamvirtutemicum verbofum/es/elti ita
comobiflime f iet,Marcus cato vir eft magna virtu te, M.cato vir eft magne
virtutis.M.cato vir cft magnua virtute»popuio pfyilofoptus fuit preftas
igemo/vel preftatis igemi.'vel preftanti ingenio. mulier eclara morib^/claroru
moru. 1 claris mori b^wregregiojaiibc egregie, iaufys egrcgia laube Se* iliub
prius magig poetaru eft. poftremu ve~ ro fplenbibiffimum et
perpolitum,ffiriltoteUs clt fcietie copia pbiio Coplug^exquifita boctrinai vir a
ctrimo isenio ! Quob qu.beCvt bifertfcus pri fcianus inquit
)hcjmficatariftotele fcbentem facntie copiam* ac qui l?abeat esqaifitam
ooctrmam cetcra cj confimiii ratione. Cluob quibcm ttulus qelius confcntirc
vibetur in noc, ac, bft erura vjf fut befectio quebam ifeb ca ttifa / vforpat**
ab elo quentiffimis viris/ac darilhmis oratonbui. qut et vobis quocg vtenbum
fit ; fTDc accufatiuis etablatmis participioru locum tenentibus infimtim verbi.
<[xxi. flT& VI participioru cum accufatim calus ie« pe tum ablatiuilocum
tenet mfmitiui verbi. J?wt feluftianum illub, nam et priufc* iopias colulfott
vbi coolulueris mature facto opus elt.bt tere» tianu Mius
gliceriumalioqueflamicam pamptjui lam iam inquit muentum tibi curabo 1 ec
abOujs* tumtoumpamlpilum.Omnian5c|iUay colulto/; facto inventuiabbuctu
cofulcreyfactre/ luemre/ aooucere befignat. veru frequeter l?is ratiombus
abltluoru cafibus vtutur l accuktiorum perraro? 4jDe ijoc nomie opus cu variis
cafibus. .xxiiv %quomam*eMa»ne quo>eft©ou8 •«»»«, i • v metione iiteHigen&um
elt / opus eft micfyi ^ac re i fignif icare me egere Ijac re.feb ib variis
caubus m cu folet Nam etiam opus cft micfy tua opera/nominabi cafu«'et tue
opere/et tuam operam/ et tua operaJeb ljoc poftrcmu ornatius eft 'z totum ora
torium.Cetens rationbus poete pctius / fyyftcris •grap^icj vtuntur,tloa autem
queca precip imus vt cocrncfcamus a veteribus vfurpata eifoecg vtamur.quecam
veroM cognofcamus lolum.i^am rpus eft miclpi l;anc rcm/ nun§ oraior oicit i feb
fcacre? (Jpe comutafione abitctiui tt fubftantiuj' in vqcc geuere et calu.
ijxxiiii O uib illub.^ncne puldjerrirr.u cTt .' vt quom fcuo ncrowa alterum
abiectiuum /alterii lubftatiuu co bem cafus cxitu proferri cebenf)vtfrpe
crcberrimccfCquocarno tertia abiecfiui nominis voce que cli neutra i vim
iubitaf j'ui trafferamus/et fubftan tiuu iliub prius cafu collccemus
geitiuo.quob vt Irequts e ciubitis atqs bifertis vir;s. ita quog erit excmplo
manileitiuB. Mam quom muitam vir lu tem bicturus fum i li «nultcm virtufis loco
eius 9 taiionis pofuero / multo protukrim vcouftius» «Multu pecunie eni
fignificatmulta pccunia.pl ummi &nm t f limmas vra»quife anmi tltt qiiis
aimus quib rei que res quib cause. que causa. ftlia quocp lta permulta. Seb
amabuertenbum efl/q, fi genitiuus ille casus singularis fuerit.toti itera
orationem fiogulariter exponere bebemus, Bi pluralisipmraliter. Naqi (exempli
caufa)mul tu pecunie ibcft multa pecunia / fingulari numero atconfcramultum
pecuniarum figmfieat multas pecuuias. Similis <* eft ct aliorum ratio. vt
muls tum roboris/fingularem^plurimum virium/plu rale quocj fabet fignif
ication€. Et abverbia quoc$ nonnulla eanbem vim retinenfc prefertim vero buo
l?ec/parum et fatis.Nam paru fepientie lbeft parua fapiifia.fatis virium ibett
fufficietes vires, 8t nifyil quog fiue nomen/ fiue abuerbium ht . m canbem fepe
obferuantiam eabit, Hec igitur ^ac^ Vt gemioanbum eft epitl?eton fequentibus.
substtantivis aut econtra» <£ Quonia aute figula fyc fere iueftigamusiib
quoa oignum cognitione ctti vt cum buo meminen= nius nomina fubftantiua/ quorum
vtrio; ibem epitfyeton abicienbum efU vt abiectiuum ipfum pri
cipiocollocemus<et fequentibue fubftantiuis / vel
tumgeminatum/velbuplicatum^tpreponamus Bxempli vero caufa ef i erantur»
CICERONE verba. $fricanus singularis *t vir ct imperatori quob eft afrixanus
ficujlaris vir z figularis iperafor .ppter magoa el boctoris auctoritatem/et
vrbis/ eft pro pter magnam auctorif ate ooctoris et propf er ma= gna
auctontafena vrbis^predarus/etrailesyet ci= uis iliuftns/tu vir/tu pfyus
optimus/tum pafrie foefefor/tum gubernatcr/iuftus/etrex/ etiubex» Coniumliacj
eobcnmobo fe fyabeot. Seb et fepe= numcro contra co&em orbine vni
fubftatiuo pre ; pcfito buo aoiectiua/aut plura beferuiunt.8xcm= pia funt que
nunc conftituam. Vir tum bonus fu temperatus.imperator et callibus etfortis,
iubex etiteger et foflers. owamefa ciuifafis tum mulfa tum predara. alia fu
ipfe coniecta. Non nungj» ef buo lubftitiua ita fe r^bent vt alterum vim fuam
vbi$feruef actueaf ur/ alferum quafi qugbam ofc tineat abiectiui nommis iocu/
ef eiusfugafur of= ficio.&uale eft illub VIRGILIANOprimo eney, mo lemqi et
montes infuper altos impofuit. ac fi bicat molem montuoiam impofuit. Cauenbum
eftne ab fyoneftate naturacj oilcebamus.' ac ii bixerit ca uenbum ne a naturali
Ijoneftate bifcebamus. Scb tibi f)ec fatig finf/ (jpe extremis fupinis/pro
gerubiis accyfafjui eafus, xxv. -.^iSzb m qotfi i;iftonam texens biceborum
fenem nectami lta quecg patefecerim vtlefemicfy forte quabam obtulennt. Ceterum
no ignoranbum effe vibetur,vt ipfc arbitror>xtrema fupina pleruncj ornate/ac
peruenuite fignif icare gerunbia accufatiui cafus ao bictione prepofita, Vt res
biii icilis crebitu ibeft ab crebenbum. miferabilis vifuibeft ab vibenbum.
iocunba aubitu ibeft ab aubienbum fuauis guftu ibeft ab guftanbum .permulta fimili/
ac pari ratione fe fyabent/ {£ De exafperatione orationis permutationem
fuperlatiui cum abiectione abuerbii fuperiafcjui ab mobum / vel in primis»
(fNec ib te amice lateatM quomfuerit fuperlas tiuum quobpiamburius/afperiufcj
et fuperiatiue fignificanbum fit l vt pro fuperlatiuo poutiuum afferamus.' et
ei aptum abuerbiuro fuperlatiuum apponamus.Nam maxime memorabiie hciausi eft
memorabiliffimufacinus» Maxime rarum genus fyoimieft ranflimu genus fyominum»
Seb ab mobum/et in primis / poiitiuis abiucta vi fermc eabem retinet. Vt abmobu
memorabile facinusi vel inprimis rarum genus ^ominum i ^Txxvii . vt quepiam
mebiocritet «ut vetyementcr ia ubabimus/ I Jb aute nequaqj filetio preterierim.
Vt fi que qui virtutcro fyabeat v lim mebiocriter faubare i bica (exempli
caufe) perides virtute preftas princeps erat atfyenisfvelmulta predara
gelferat. Trjcmisftocles rebus geftisfloruit. Sin velim vefycmenttr ac plurimu
iaubare abiiuam gloria fiue faubem^z caufam laubatiois calu genitiuo coftituta
Perides (Vtibem exemplu aga)virtutis gloria preftans a= tfyenis
daruit.'tl)emiftodes geftarum rerum laube emicuit. £ict{. M .antoniuS preffabat
ELOQUENTIA mebiocriter huoatur ac fere exditer. L . Craflus efoquetijgforia
excelluit ve^emetiffime laubatur Seb tu pro tui ingenii bcnitate oebucitof (C
Luotiens SINGULARIS ET PLURALIS numes rus connedutur* viciniori relpobebu i
ibecj Ht jn oiueriis generibus; QuotiesCquob ipfe quot| teftatur gramaticus fer
uius")Ggularis etpfuralis numerus ccnnectutur/ refponbemus viciniori. Virgi.primo
cnei,'r;ic il lius arma V>ic currus fuit.no aute fuerut.Teren. in anbria J
amatiu ire amoris reintegratio e.xeno= pfyotis belitie mee fut.fyoftes eorucj
exercitus pro perabit.atcg ita frequlius obferuat*.ibe f it I biuer fis
gencribj.na fiue niafculinu"/ fiuc f eininu e. vici no refpoDgmus. vt vir
atcy mlier optia ab me venit Intelligitur naq? optimu effe viru et optima mut
here que vemnt. Verum fi plurali numero ve.'i= mus vtiteb mafculinu trifire
nece fe eft. vt vit et mulier leti properant.T^vlexaber et olipias clari es
Ittterunt? TxxixToperepretium eft. Opereptetiu eftCquob peruenuftum eJft)ficmif
icat mo vtile efteimobo neceflanuimo locubu i mobo laubabile.i^tq* is
SIGNIFICATIONIBVS NOMINIS veteres vlurpant/ {J»xx.v.frui. Frui quapiam reieft
fructu/ fme vtilitate veJ vc^ luptatem percipere ex ea. vt cum bixerit quis
ocio fruor, pre fe f erre. JPre f e f erre ahquib eft verbis *ut ibiciif
quibufba ib oftenbere/et quobamobo confiteri/vt. M. cato pre fe f art
gramatica.lelius pre le f ert hberalitate fyz vuit oftenbere <$ i f fe fit
iiberalis; Rat.one fyabere. tiaticncm babere eft refpectu fyabere. feb(vt
planius xpona)fyabere rationem alicuius rei eft rem conliberare. vt fyabeo
ratione temporum loci per fonaru eftea ratione oia coplecti / et conhberve/ {JjTxxiii
.Complector anuno» t Hanc r em animo mcnteej complectcr l ibeft tflat rem
conhbero et voluof n animo esse. In animo est / SIGNIFICAT IN ANIMO IjabeQ.a
aimus mictyeft/ibeftvolojj . CeKtum micfyi efti Certum eltmicf)i libelt
beliberat»m ct oecrefum/ v«I bejjberaui et becreui. Profequor? Profequor te
fyonore ioeft te fconero» Profequbr te laube ibeft te laubo • profequor te
probro ibeff vifupero f e.profequor te amore ifceff amo te/ Benemereri;
Eenemerltus [um be rep, ibeft beneficium i illam confuli.benemereribearoicifl/eft
cpnferrein arai cos beneficia* «^sxxviu.eque» Eque pro ita.'ac pro vel/afc| pro
vf vel quafi orni tilfime ponutur.exemplum cft eque te laubo ac ci ceronemj
^xxxix .Haub lecus Haub pro non/ fecu9 pro aliter venufte in eabem oratione
continue fe Ijabet vt feaub fecus fetio atcj f u ibeft fentio ita ficut tu/
(l*h9* coparatioo Igcp pofitiui MdnficJ et pulcljre coparatiui prb pofitiuis
ponu tur. Vtalexanber macebo corpus babebat imbes cilliusiquob
imbeciliufismficat. Satiriinlcele» vefyemetius inuefyuntuWquob eft vefyemeter.,
Dar e rem vitio / vel laubi . Do tibi fyanc rem vitio lbeft vitupero te be bac
re. bo laubi ibcft laubo. bo crimini ibelt crimmor; De fubiuctiuo loco
inbicatiui.'et illiua pro l)uius temporibus; Seb nec illub quibem negligenbu
elUfubiuctiuus mobus pro inbicauuoiz ujius tempora pro i?uius temponbus interbu
l?aub illepibe ponutur. vt ve Jim fepe pro volo.et gercrem pro gerebam bilexe
rim pro bilexi.feciuem pro feceram. fuerit gratu pro gratum erit.feccris pro
facies.Ib oim multo ornatiffimui li cportunis locisagatur . quob vbi
factitanbum fit. 7 peritorum aures facile ceiebunt. Quaobrem exercitatio
abfybeba e non mebiocris que omniu magiftroru precepta fuperat.Quob fi quis
nouerit grecas litterasiei quob mobo explis cauimus non bif f icile perfuabetur
; (fxliii . Partim l>ominu et eius abuerbii geminatione/ partim ^oruinu
venerant perfepe bicitur.Et.^v. gelio tefte eft ibem quob pars Ijominu ibeft
quib» Ijomincs^nampartiminfyocloco abuerbiunj elt neqj indinatur cafus fine.St
cum partim fyominu bici poteft lbeft cunVquifcuiba fyomimbus et quafi cum
quabam parte fyominu.Seb l?oc tame cft fple bibiuskum in oratione iterum fuerit
abbitum vt eft illub.M, T.in epiftolis.nam qui iftinc veniut pirtim te fuperbum
effe bicunt/quob nicfyl refpo teas/partim cotumehcfuyqj malerefponbeas. 8t qui ciuitatibus perfunt
partim nobiles funt/par^ tim populares.quob elt aliqui nobilesfunt aliqui
populares]> ^TxJiiii. Decimus quifc|; (f Xb ett optimum eognitu/ g»
becimufquifcj} eft vnus ex numero benario . ficut millefimufquifqs elt vnus ex
numero millenario.fyinc cft illub cefa ris in commentariis eognofcit no
becimuquec| ee reliquu militem fine vulncre.quo exeplo vti per= pulcljru eft vt
vix becimufquifc$ remafit fme vul neremtaliconfjictuf ifxl v. Quotu fquifqj ;
Q.uorufcquifqf I;omo eft ibelt quot fyomines. Quotufquifcg rrnleB ibeft quot
milites; /Txlvi.PercJ cu positivo Per§ vna bictio bumtaxat puleljerrime
pottiuis abiucutur nominib^ vt percj> boctus pr/ilofopfyus \t p per $ bonus
amicuS/ ^Jxlvii^lias geminatu locom tcnet mobo abuerbii» Cuibillub.
nunquiblepibiffime vfurpamus/vt i oratione eabem iterum alias vfurpatum /locu
ops tmeat mobo abuerbii.Quale pffet fi quis Dicat oes l^omines eobem ferme nati
fut ingenio alias qui bem ribet/alias vero lacrimatur. omes item riues alias
boni alias mali.nuq» eifbe fut monbuaf {fxlviiulnire caftra. M. Tfaitrjonius
iuit i caftra multifariam bicitur.' M.Tfatfyonius caftra petiuit in caftra
profecrus thik ab caftra cotulit . fe in caftra recepitife ao ca« ftra
perbuxit» 4jxftx7Vim'nti annos natus. Hic fyabet viginti annos. quob veteru
cofuetubine bicitur cotra pebagogam opinionem/aliiftg rationibus bicitur.J;ic
vixefimu anu attigit.agit /bec^it vicefimu anu etatis. vigiti anos natus eft.3?
^oc poftremu magis oratori couemtf {Q
£loquetia laborare CICERONE laborat eloquentia. CICERONE (si veda) in
eloquentia tera pus cofumit. tempus in eloquentia coterit. in eloquentia operam
pomt. ba^eloquentie operam. etate in eloquentia cdiumit. In ftubiu incubit
eloquetie. £t> alia oe&uc pro tuo iuUciof {TIi«Habeo/teneo I?anc rem
memoria. Habeo ^anc rem memoria non minus vfit ate bici tur ' q> fyabeofiue
teneo Ijancrem memorie.teneo ^ac re memoria /f;uius rei memoria fyabeo; fljii .
Voluptatis me capit obliuio. Obliuiff or voluptatis vel cuiufcun^ alterius rei»
vcluptatis me capit oMiuio.St ibem verbu cu ceteris iunctu nommibus fignificat
biuerfa/cofimis h orbine vt capit me facietas ciuitatis ibeft capit tne Jjoim
obiu vel tebium; dJui. Contineo me ruri/vel in vybe^ VIRGILIO (si veda) incolit
ciuitate l)cc perpulct)re bicitutcum teneo/ vel etiam cum cotineo verbo«vt
virgjtuxtfc continet. Virgi.tenet fefe
in vrbe; 41 liiii. Prefer et pre venufte oftentaf aliquam rcm aliam
anfeceifere. Si quis velit offefare aliqua rem alia
antecellere/ «t vltra illa valerc i venufte ib bicitur / vei per actufatim
prepofita preter / vel cu pre ablatiuo prc= polita. Vt cefar preter ceteros
rebus bellicis polje bat» vel pre cetcns pollebat; IjIvXelius efacili igenig
vcl facilff mis moribus natus. Lejios ftabs faciles mmsj ; vd f acilcm naf
uram/ I ornatius bicitur Jelius eftleui ingenio natus ( vel
faciiimusnatusmoribus . Scipio natus eftt rifti ingenio.
Stbereliquiscofimiiitcr; iTIvi. Valeo/polleo cu ablatiuis. Valeo et polleo
verba et fplenbiba fut.' et latiffime patcnti x ablatiuo iuguntur.fyoc pacto, ;
7>vureliu& auguftinus plurimuingenio valuit. ijypocrateai ingenii
bonitate poUebat.Mitnbates memoria cb ruit vel poUuit.M.cato in ciuitate
plurimu aucto ntate pollebat; (jlvii.Clareofpolfum. Clareo et poffum verba eabe
ferme r atione fe gabent. cHgo apub bominum cefarem multum (iue poffum fiue
clareotomate et IplenbiOe bicitur^ apub bominum ceferem plurimum mea ciaret
auctoritas.fyortenfius rhultum poteftin senatu ornatius multum fyortenfii in fenatu
poteit aurtori tas .que potj{fimu jGgmficat eam opimonem que eftapub ijomines
be alicuius viri preftantia . que vulgo et trita cofuetubine reputatio
nuncupatur* Sum batiuo iunctfi tyabere SIGNIFICAT et quobamo poffibere; Geterum
ib perbelium eft.Sft rnidji apub te fibea ibeft tu abfyibes micfyi fibem. quob
eft accuratius abuertenbum.nam plerumtj foiet fum es e verbil batiuo iuctu/u
SIGNIFICARErjabere.' et quobammobo pollibere. Vt e micfyi pecun/aiett cefari
rnagna po teltas liue pietas^ilJub befignatme pecuniam i^a= bere.fyoc rjabere
cefare magna poteftate. Cuius cq. Ititutiois crebra apub prifcos et bilertos
viros ct« leruatio cit. Recorbor fyanc rera.fyec res micbi in mentem venit. Ejo
recorbor r;ac rem potius § l)uius rei bicitur. Jst ibem bicitur ljuius rei me
fubit recorbatio.fyec res micr;i ln mentem venit lbeft micr;i occurrit i vel
mict)i fuccurrit/quobpoltteinum minus vfi= tatebicitur? {T Ix.Prefto antecelio
aliquabo cu accu? fatiuo aliquanbo cum ablatiuo.' Prefto et anf ecelloCque
venuftefonant verba>li= quabo batiuo aliquabo acculatiuo perpulcfyre iun
guntur cum acceflione ablatiuoru eius rei cuius e preftatia. Vt ego prefto tibi
ingenii acumine.flo. preceilit petru acumine ingenii.equus preltat afi= no
velocitate curfus? flhi. De frequetatiuis verbis loco primitiuorum/ £>cpe
numero f requetatiua verba que appellaf ur pnijuuuorw verboru a quibus
traxerunt origine" SIGNIFICATIONE retinet.prefertim fi prima illa
afpe*riora f uerit. vt coiecto pro conutio.mafo pro maaeo.imperito proimpero .
amplexor proamplector. ct alia itcm pcnc inumcrabilia fi quabo etia verbi
arpcritas vlla cotingat,'quob erubitorum iu bicio nunc berelinquimus? De et bis
mutant» Dc jttepofitio verbis abiccta pcrfepe cofraria mu<= tat
fignificationem vt prccor ct beprecor cotrana lut^ortor ct befyortor, Nonuno)
lbcm bie eff icit vt fuabeo biffuabeo Quauis in iifoem vtfbto nonu^ auget
perpotius cj vim coinutetj flixiii . Gx ct be aplificatSx ct 6e vejjementer
ampiiticat, Vt exoro .' quob ab ex ct oro bebuctu fignif uat ipetro ? Tere.in
a% gnatavtbetoro/vixc|ibexaro . iQxiiii.Suaoco perfuabeotfacio perficio, Sic et
fuabco fignificat oratoris off icium quob I benebico,atc* perfuabco bencbixiffc
fignif icat quii cft oratoris f inis,ibeft impeteo atc$ obtineo, vnbe et crebro
non folum fuabeo/ feb etiam perfuabeo£ beb i acio etperficio explorata funt;
{fixv.De abuerfatiua bictionePfurimuetiam fermonem ac oratione exornat ab
uerfatiua bictio quag? ibicatiuo iucta, duob vbicj CICERONE feruauit aliiqs
fcocfiffimi* feb I; uwe cx cmplum fit.Qua§ tc ante I;ac tiJigeba.' nuc tame
cbfmgnkrem vir^ufem veI;emiterabmiror. J\)a tha funt que quobam fibi orbine
luicem iugutur. quoru prius ac leuius e biligere i pcftremum ab^ mkotlqixob
ve!?en.es^ac precipuuiet eoru mebiu ofcleruo quoi> cft vencror /et colo . cx
quo obfer uanfiam et reuerentiam fignificat.Seb itcrum ali u5 exemplu quancp
miclji fint omniu amicoru io cunbe iittreitue tame iocubiflime fuerut.Seb ct
pro Umen polt §uis raro collocamus. Vt qu*n§ micfji anfe ^ac carus eras,'feb ct
nuc pi ofecto a riffimus^es; {jJxvuHonfolum y febetia* verurnetia/ verumquoq?»
7Kb fjec jll* buo orationem pcruenufta rebbut fibi inuiccm
correfponfcentia.quoi n alteru eft non fo lum/Cucnon mobo /fiue nontantu l
alteru efebetiam/ vel veruetia/vel loco etia pofito quoqj/ et
aliquibusintenectis.quoru ommu exempla fub= necta* fyec miciji res n^n folum
grafa eft kb etiam iocubatMtAntonjus non rrtobo ciceronis crat ini
micus/vcruetiam Ijoftis patne*M Catoncn folu ingenio pollebatifeb etiam vurtute
florcbat pluri mu ftlexanber no foium reliqua vrbem iubegiti is veruquo? ipf u
romanii iperiu cogitabat attigere. Tametcji. £t fic etiam tam et $ fibi
correfponbe-f . vt tam cara micfy patria efMcj tibi iocuba vita ( ieb facile
ttt te boc mteUijes r (Jlxviii.cgoipfe pro erjomet? Pro eoautem <$ ceteri
exprimere cofueuere pros nominibu» abbentes vclteveimet fyllabicasaoicctiones.
CICERONE potius lbem eiiicitljoc pionomine ipfe/ipfa/ipfum; quob illarum fcre
abiectionu locu optinet. Vt egoipfe magis q> egomet.tf Ieipfe 1 nosipfiivt
nucp lecus fenSbo U, {Jlxix.De mccum et mc cumf K\i* <ft abiectio puldjra.
Vt m?cum ipfe cogitafc fem.etfyoc vt mecum fit vna bictio. Item me cum
ipfeviccre.quombuefuntbictunes. Vt familiarinte couerlatione et (imiiw
ornateexprimemns; Seb fi tibibicebu «rt tu micfy familians es.'orna tius oicit
ego te vtor f aiiianter,Tu rnify amicus es .ego te amico vtor. Tu micty es
magifter iorna tius ego te vtor magiltro, 830 tecu f requeter ver for.frequeT
mify tecu e cofuetubo.que fepe couer= fatione SIGNIFICAT Tecu magna amicitia
ljabeo . magnamicfy tecu est amicitia, 8t ita aiia per murta.Vtfit inicfyi cu
oib malis viris iimicitie.na recti= us bixcrimus iimicitic pluraii numero/cp
ficjfari. (Jjxxi .£3id)iJ cii cdparatiuis. Seb neutra vox nid;il ac potiffimii
in comparati = uis nominibus tu femim rebbit oratione.tu ma= lcuiina. Vt
nici;il cft J>oc fyomie melius/f ere ibi | vt nulius jtjomo eit l;oc fyomine
melior. Kityii l;ac virgine eft formofius .' quaft nulla virgo fyec virgi ne e
formoficr,£t i ceteris aliquabo confimiliter; iflxxii, Munus pro officio/et
coumiliter partes; Munus pro officio ornatiffime bicitur, V t l?oc e nmici
munua ibdtamici officiu,Funa;or boni viri munere^ferme ibi cft facio boni vin
offjciu.Seb et partes plurali numero confimilem l;abet SIGNIFICATIONEM, vt mee
partes lut lbeft officiu me vel perf inet ib rae; (flxxiii»Caueo cum ablatiuo
fignificaf pro uibeo»cu accusativo vito ac f ugio. Caueo verbff etfi fepe
fignifccat prouibeo. vt tu eft lege perornate accuiatiuo iuctu pro vitol fugio
vfurpant eloquentes viri, vt turpis viri/ m genui cauent mores/ "% Memini
cu accufatiuo/ fttqui et memini rectius ac vfitatius iugitur accu fatiuo §
gcuitiuo vt inenani plaiocis fapiectiant» Virffi.inbuc. Stnumerosmemi
fimeteverbainer«m . nec miru f. in iis que funt potius folute orationis.
Vir.ma.ois aff eram teftimonium que" non folum poetam egregie erubitum*
ieb et rfceto hce artis vbic| obferuat.ffimu f mffe conftat. Penitet ibeft
parum vioetur. Penitet me qmcquib f igmf icet notif umu" «f t l feb et
paru vibetur vfarpat auctores et t reftates boc= trina vin» t ^,, .. Vaco cum
batiuo/attenbo cu ablatiuo vacuumeffe.( Scb ibem perfepe verbum vanis
coftructiombus cofitum/baub eabem retinet SIGNIFICATIONIS vrau Vaco buic
rei.'eft attenbo l?uic tei.vaco r,ac re.'eft W re fum vacuus I et ornatilfimu
eft, vt bom vin 4nt opera vt perturbatiombus vaceut ibeft Iiberi et vacui
fintr. Deaiabuerto etaiabuerfio. flmiabuerto ibeft fore vibeo/et quobamobo
mtelIicto Ht aiabuerto coftructu cu acculatiuo m presofita/ibemfibi vult <$
punio.Vt pleutippus ai= abuertit in feruum platonis lbeft pumt platoms
(cruum.cix quo aiabuerfio pumtione quabam no nuq> llii: p c x<i fa Q c ^
oa tiuo et accufatie n cm mebiante ab. 7Ktc$ iterfi ref ero tibi l)ac rem ibfft
narro tibi fyac rem.feb refero ab fenatum/ refero ab popula Jtjac rem ibeft
pono f?anc rcm confultationem populi vel fenatus.Qui vfus verbi eius apub
fyyftoriaru fcriptores frequctiffime eft. Dare litteras tibi/vel ab te. Quib
varii quoq? cafus /eibem verbo fepe coniun= tii/nom magnam aclonge biuerfam vim
f>abeV Quale eft bo bibaculo ab cefarem litteras . Nam bantur bibaculo
beferenti / vt cefari rebbatab que mittuntur littere.Sas igitur leQtt
CeIar.Bibaca= fus quibem velut tat Ilarius befert. Na qui fert Iras/confueuit
tabellarius appellari.Verum ne quib buius nunc ignores bare lras fignifkat
fcri= feerefeu mittere Jitteras/ <X Jx*x. Vuas/binas/trinas/Iras/pro vna
buabus t tribus ve epiftolis bicim us/ Nec tef ugiat q> pro epiftola bicimus
litteras plus rali numero.Necobftatpoetarum cofuetubo £t pro vna epiftola
bidmus vnas litteras.Na ib no= me vnus.a.u -cu iis que pluralit' folu
Iflectuntnr plurale" quo<# retiet natura* Vt vne nuptie vne bi geivaa
menia .8tCvtabpropofitu rebea)pro bua bf epiltolis bicitnus ite binas littcras
ino aut buas pro tribus cpiftolis ternas i non autem trcs. pro quatuor
quaternas. £t que beinceps funt rehqua cofimili ratione proferentur; (JJxkk i .
inf mitiua oratio pro conc iunctiua peruenufte ponitur. Inf initiua oratio pro
coiunctiua pergjpulcfyra eft, V t volo te ab me Icribere.cupio te atfyeuas proh
cilci . £t ib teretianu quib facere te in fyac re velim ficmif icat eni quib
velim quob tu in f;ac re facias. velim ciues omes vnanimes efle ibclt q>
vnanimes fint et cocorbes.Seb fjoc tibi fit cocinnius vt nullum fit ambigui
iermonis bifcrimen, neq? eni omnino rcctum iit/fi quis oicatvoio te me amare «
g> uis pleruqi lb fuppofitionis lccum r;abcat l quob 1 i lmtiuum veibu
mimebiatius precellent. vt puto pyrrfyu romanos vmcere poffe ibilt crebo cp
roma ni poffot vincere pyrrfjum, kb ib pro viribus ca= ueat orator.St quob mobo
prcceptum eratbe coniuctiua atcg mf initiua oratione precipue in abfola tis
verbis<vel vbi alteri calui i uerit abiecta propositio feruanbum fit. vt
vofo te amari a ine; {£ l.\xxn.£x vel £ pro a vel ab. Ex vel e propofitiones
pro a vei ab/et fepe et pers ©rnate ponutur. vt aubiui ex maionbj nris pro i
maiqnb$ nris.accepi ex patre tuo vel e patre tuo Cluero ex te et a te.'quob eft
te confulo/et te intsr rogo. Quob abuerteiet vlui trabe. De pro/Ioco in et
fecunbujm Pro ornate ponitur loco in et fecunbii . Vt pro ro ftris .ibeft in
roftris.pro tribunali ibelt in tribuna h. et alia . pro viribus tuis ib eft
fecunbum tuas vires.pro tui ingenii bonitate.pro virili tua. et similia/ Sub ia
compofitione aut dam/aut biminute fignificat/ Sub copofita aut clam aut
biminute fignif icat vt fubrnouit me permeno ibeftdam et occulte.fubi^ rafcor
tibi quob eft pauiulum irafcor. Mor emgererc complacere obfequi SIGNIFICAT.
Moremgerere perornatum verbum complacere fignificat/atqj obfequi vnbe moriger
a.um. quob a morofo quob bif Lcilem fignificat i et a mojrato quob inftitutu
fignificat plurimu biff ert? Confequor pro exprimoj Confequor pro exprimo
pulcfyemmum eft.Non poflu ego verbia cofequi ibeft exprimere . Iitferis cofequi
ibeft per lras explicare. Metuo timeo multis cafibu3 coniunguntur. "V*
Metuoettimeo verba aliquanbo tnultis cafibus ab.unguntur, Metuit CICERONE
a.p.dobio fibi extre mu periculum,Tim«omicl?iabfternortem Ncn nun$ abfolute
ponutur folo batiuo liicta . vt me= tui papl?iIo- papfyili vite timeo, kb fyc
eft poUus poeticus^fus/ {]Txxxviii.8uabo pro fio/et efficior. Suabo pro fio et
ef i icior ornatum vfitatumcp eft, Vt dcero euafit eloqu€tiffimus.ftriftoteles
euafit fumus pf;ilofopr;uB, cefar vero euafit inciitua imperator.St bz ahis
quogj fimiliterf. Fore futurum cffe. Fore f utura femper l?abet fignificationem
. et eft ibem <$ futurum ee.M.G. be eratore tertiolibro loquensbe
fyortenfio, Que quibem eortfioo omis bus iftia laubibusi quas
tuaorationecomplexup es excelletiore fore. 8tcraffusforebicisinquit/ ego vero
effe iam mbico; {£xc Quib Iter bimibiu z bimibiatu itereft Quib inter bimibium
et inter bimibiatum inter fit nofce perutile e.Cum enim bimibiatu fit quafi in
partes buas biuifumi nifiaiiquibbiuiuim fit/ bimibiatum non
poteftbici.&imibiu veroappella tur no q> ipfu biuifu fit/feb q ex
bimibiato pars al tera eft .Hd jgitur recte bixerit quis pco fetentta/ VARRONE
Cvtait.ft.gelius I noc.ae)bimibiulJ fcrum Iegi.bioiibiam fabulam aubiui. feb
bimibia tu libru i bimibiata fabula recte quis bixerit. quia
&imi:<iatumCex caufa)bigitum appellamus. feb al terufram parte
bimibiu.Quob eft accurate bilige^ tercg afpicietibum. Interfum et prefum quib
bifferut; Plurimii aute cobucit vcbis itelligcre que fut no= minu bif feretie/ac
verborum bilcrimma 8a quoq res miru imobu oratione exornabat. Vt fi quis nouent
quib bifferut prefum/et ir terfum interfe verba.'puJcfjerrime
bicet.M.C.publicis negociis «on interf uit folum .'fcb pref uit . quoru illub
figni ficat comitem effe alicuius rei.fjoc vero buce> ^[xcii.Confiteor
profiteor gratulor gaubio Egonon folum cofiteor/quob eft per vimifeb tti am
profiteor quob qmbe eft fpote.St apub Mar. Tulliu peifepe tibi gratulor micfyi
gaubeo. gau bemus nobis* gratulamur aliis cj> abepti funtali qua bona/;
-4jxcui*#vgo ref ero fyabeo bebeo; Bt tibi ago gratia quob quibem eft
verbis.Refero gratias quob eft re et factis. Habeo gratiam quob efti animo.
Debeo gratia'vbialiqua obligationis vis ceroitur.Etite alias opiniones Jjis
fimries? -rf {Jxciiii«Hec res mi\)i cobucit.bono tc i;ac re. Optimu cft non
ignorare nominu bii i erentias vt ct vberior et ornatiot nra rebbatur oratio.
l?cc res micfji conbucit* elt lbcrn q> mic^i rcs fyec vtiiis eft St quob
ceten pleruqj bicunt/ bono tibi f>ac temi pulcfyrius bicitur ac Iplebibius
bono tc I>ac re* Vt miles nauali corona bonatus e!t«Sabinos romani
ciuitatebomuerut/quobeftciuesfecerunt quob ite bicut labinos romani I ciuitate
acceperuntf {£xcv* Prepofitio que iolet abiungi nomini pulcfyrius vcrboabiungiturJnterbu
vcro prepofitio/que nominj ac cafui pre== ponitur l pulc^rius venuftiuicg vcrbu
preceltent in quibufba verbis. Ooiale cTt Ii quis bicat co ab Ul vt bicat
potius abeo te. etloquor ab te/ potius afioquqr te.Cebit bc vita.'becebit vita.
ccbit ex Iju manisrebus' excebit rebus fyumanis£t in aliis quibulbi cofimihter.
Minus abuerbium. Minus abuerbium quaq» fepc iiapii icat nonnu^ tame cu pofitiuo
iunctu cotrane SIGNIFICATIONIS comparatiuu bemostrat. Vt Teretianu lllub
p^ebria^ nemo fuitirinus incptus'pto prubentior. etne^ aio elt tc minus
formoius lbeft beformior 4 et fic be alus coitmilibus; 2 o ^JxcviuQoiib inter
becem annos et becem annis intereft Quotiens multos aut bies autannos bicimus
per accufatiuuiitelligimusiuge teporis curriculu efife £ere cotinuu Seb per
ablatiuu SIGNIFICATVR annoru fiuebieruiteriectio intermifiioi. Quare( vt ait
marcellus^optates rectms acculatio vtibebent fiquibem ab fecuba fortuna
attineat, In fereft jgitur ita li quis bixmtJbece anos i re militari verfa tus
(uia ltaibece annis bebi opera rebus bdlicis ; 4jxcviii»Corbi eft, Corbi l?cmo
etia flexibiliteir corbi l;ominu(vt pri fcianus Iquit, Dgificat iocubus fci.bo
ficut et fru= gi.Seb iatiusUnca fetetia; Marcellus dpinatus e. Dicit eni corbi
eft ibeft animo febet* Nam fyec res mid^i corbi eft ibeft placet* Teren.in
abria ^n ti bi l?e nuptie fut corbi CICERONE be perfecto oratore flumealiis
verboru voiubihtas corbi eft . £t LUCILIO probe beclarat cu iquit.St quob tibi
ma gnopere corbi eft* y micl?i vefyemeter bifplicet^ {[xcix.De Tatifpei:.
Tantifper qucb quafi eft tambiu Qrnaf e poft febepofcitbum» quobfermeeftfconec
Vtillub Terentianum in ^eauto.Tantiiper meum bici te yolo.'bum
qucbtebignumefaqias. i 8gotantiIper magna voluptate afficior/ bu apub te viuo?
{jC.quib Iter Delecto et oblecto itercft. Tu micl?i earus es.ego te amo.tu
mil?i iocunbus es.ego te bclecto.feb belecto ct oblecto non fimilis ter
ffruuntur» Nam bicimus belect.it me rjec res. feb oblecto me ac re. belectabat
Socrate vite intes gritas. Pitfyicus fefe virtute et loctnna obiecta= baUego me
oblecio ruri/ JGuFero banc re facuVmobefte moberate/equo animo Fero fyacre
pacietor feu patienti animo/fplebibiusr bicitur .'ego f>ac ref acilepafior
.et mobefte fero/z moberate/ct equo almo.Ecotra SIGNIFICANTIA abuer bia grauiter/acerbe/egre/molefte/et
iiquoaimo. Ijec micfyi iocuba rcs e.fyec res placet micl;i,et que molefta
eft/bifplicet; <£C.ii.be Affero.et bolef micfjiffero comunilTimu verbu ilet
quo mulfis locig vti poffumus.Secuba fortuna affert micf» vofup tate ibcft mc
bclectat. Tsbuerfa f ortuna af f ert mi= cf;i bolore ibeft bolet mitfyu
Nabicimus z fyec res milji bolet ibeft boleo fyac re.feb rebeo vnbe bigref fus
fu. liftere tue afferut micip abmiraeione lbeff eftitiut vt abmirer.
affcrsteftioniu ibeft teftifica= ris z ita bifperfa e z vaga fjuius verbi
fignif icatio/Ciiibe perinbe cu afcg vel ac poftpofitaPennbe omatiffime
poftuiat poit fe ac / vel atqj ct totu fimul perinbeae vei atqp fyabet eabem
vnn quam vt tanquam, vt CamiJlus perinbeatcp oim fapietiffimus.et cfjerea
perinbeac foret eunuci^us et be l?ac re fatis r;ec bicta fint fyactenusf
{7Ciiii.be Coco» Coeo nonlolum abfofutum cft/ feb nonnuqj per= uenufte cafu
fyabet accufatiuu . Coeo focietate tecu Et ijinc cft lilub» 7K* gelii in noc
aube pitagora/ beqf cius conforte ♦ quobouifcg familie pecunieq? Ijabebat / in
mebium babant i et coibatur focietas infepatabilts, Sebeobem cicero pacto
aiiquanbo eft eo verbo vfust. De Mille fyoim in finguiari numero NiHe fyominum
fingulari numcro SIGNIFICAT mifc le fyomines.mille militu interiit fyoc eft
mille milites interierunt» mille militu vulneratum eft ib cft millc vuinerati
funt milites.ibcg ornatu/vfita= tumqj eft}L_-Primis» Primas SIGNIFICAT etia
ordinem quob nome sequitur secundus et tertius .et beinceps alia eiufbem or binis
nomma.tame multociens fignificat pricipa le . vt fyic eft noftre ciuitatis vnus
omniu primus li t per fe fignif icat optimu.,feb ib poftrenjij in caro e vfuora
torum. De interbicoInterbico fibi I?ac re; et non fjanc rem»vt int«-bi= co tibi
aqua et igni*plinius fecunbus in epiftolis caret rcge iure'quibus aqua et igni
iterbictu eft/ {1 GviihCXue noia ornate fincopanturHunc vero ab reliqua neq;
eni iuitus omiferim q que nomina ab numeru fpectat in eoru plurahbs genitiuis
lincopa efficiunt«ibqj cum vfitatum eft/ tum ab exornabam pertinet oronem»vt
mille numum potius <$ mille numoru*mille benariu mille aureum*et totmilia
argentu . et ita be reliquia et in ijenitruis omnium nom mu fecunbe beclmatj
on>s frequenter eff iciunt IjGixyCitra cgtenariu ef poft vigemriugi minor
numerus maiorem eleganter precebit/mebiante coniunctionef Ssb prokm fcribentes
/et foluta orone in nomini fcus lolu numeru et mefura [ignificanhbus l atqj in
numeroru nominibus eam plerunq; feruarnus cofuetubinem et citra cetenarrum numeru
ii qua bo poft vigenariu buo numeri comemoranbi fut/ vt eoru minor precebat et
maior fequatur vt i)ic e vnu et virjinti annos natus»buos et tricjit^ anos iz
viximus. tres et quabraginta anos nauigaui . qua tuor et quiquagmta annoru
confurrfi etatem, ieb vltra ccntenariu/et citra vigenarium tritu ac vul garem
Jeruamus morem et SERMONEM. 4jGuob aute ficut buo be viginti nonnuqj» bicimus/
et buo be triginta.'ita et buobeuigefimo > et buobetrigefi= n;o nunif citu
eit, feb no quibem eft in frequenti oratorum vlu/ Inbies et inoiem . Quib
inbiss i none pulcfyerrimus fermo eV ac fig nificat per lingulos bies/et
quotibie i feb cu quo= bam incremento, vt tua inbies accrefcit virtus.in= bies
fyomines fapiunt.ftultorum fjominum mbies accrelcit mfamiatfeb Qum bicitur
inbiem eft termi nus beputatus/ {Mpxi . Vt in ve* bis actione aut PASSIONE
SIGNIFICAT ib^ vanetati ftubenbum. In vet bis tam actior.em q> PASSIONE
figmficatibus confiberare bcbemus varias vocum lnflectioncs / atcjj exitus . et
mcbo fyns mo illis vti pro auriu iu bicio.vt fuere pro
fuerut.amaruntproamauerut vibere pro viberiit.norim pro nouenm.triupfya=
rantpro triupfyauerant.et be aliis quocj! eobemo, 3eb ne quib fiat cotra
gramatice artis preceptioes fyac via prpwbcnbum eit; .oe Cluin. auin particula
quomo increpet/ vel exortetur i quom5 item confirmet et quomobo interroget iib
fatis exploratum eft . feb nos ea pulcfarrirne vtimur.'cum bi cimus.'nonpoffu
quin gcftia.no pof fum quin boleam.no poffum quin abmirer. figni f icat enim f
ere me non pofle continere* g> non &> leam,et ita be cetens
confimiliter. rftxiii.be Locus eft vel Multum aut nicljil loci eft ljuic rei .
Quib inWnone preelarum eft vfu.locus eft l?uic rei.multum loci eft gaubio.
plurimu loci eft trifc quillitati.et terencianus bauus.nicfyl loci e fegni
cie.'fignificant eni fyec omniai vel oportere nos le tari/vel tranfqutflos
effe* vel voluptatibus afficii vel oo negligetes ac fegnes ee« et fic in i
aliis fyuiulmobi<JOdiu.be Magnopere et fimmbus. NonnucJ verobuo nominaCfiue
prepofitione ab= bita/fiue non>nius abuerbii vim retinet.vt mag nopere pro
valbe. maximopere pro plurimu.miorem lmobupromaximcmiruinmobu promi
rabiliter.etjtem mirabu inmobum. ^Jpxv .be In primis et fimilibus. Seb ablatiui
cafus / fme cum comercio prepofitio nis fiue (tne eo vim Ijabent abuerbii vt in
primis fignificat zm precipue ac prefertim.et ib^vi gr cci bicut)ibuerbiu
ipfum(fi lta appellabu eft) perornate nomimbufiugitur.vf in primis fapiens.ipri
«ijs erubitus.Seb nc a propolito bifgrebiar^pau<is mterbu pro paucu/multis pro
multumt Veru J^ccaliojoco pportunius illoijCxvLbe ©ent cu noie magiffratus fiuc
iperii Ilic etiam rnobus optimus eft+vt li quis bicturus dt qucmpia homine
aliqucm ^abcrc magiftratunj vcJ i?qnore/feu ipcriu vt ex noie l;onoris eiufmoi
et gero geris verbo pulcljerrima coftituat ordne. ^oc pactoi^ic eft rome
cSfuLrome cofulem gerit. ita cofimiliter imperatorem gerif . principem
gewt.pKetorem gerit et alia cofimiliter ab ijofcc eni viros remm cura et
abminiftratio pertinet. Cxviitbz intcrlcg«nbumyet fimilibus. Vfitata et
perpulcijra eft fermois oratio/vt geru^ bioruaccufatiuis prcpofita
lterfignificct tempus imperfectuinbicatiui vcl fubiunctiui mobi vel al terius
ct bu particulam vt interabuianbu ^oftes offenbi.'J?oc eltbum ambulaKcm
interlcgcnbum vibebas t ibeft bu legeres . £t fic pro varictate per [onarum ita
cxponenbum cft vti mobo explicaui mus.fcSicferuius in buc. vir. Interagenbum ib
rft bum agis.l;onefta locutip fi bicamus intercenabu \)oc fum locutus ib eft
bum cenare Ijoc locutus fu. 4jCxviii.De in pro erga vef cotra. In pro erga ct
c5tra pulcfyerrima e accufatio pree pofita. Vt meusinte animus.mea mte
beniuol.n tia.vbicj enim fignificat erga . luucnalis muefyt in bomicianum.
CICERONE ljabuit orationcm in CATILINA ibi eni contra SIGNIFICAT.
Deappnme.?7ypprime pro valbe recte apponitur noibus.que? abmobum be imprimis
fupenus bictum eft.vt VIRGILIO .apprime nobiha res.appnme vtilis.St ita
beaiusfimilibus. 4j_QiKf Vt res apte coi ungitur abiectiuis polielliuis. Rec
nomen latum / bif i ufumc| eft. feb eo pulcijer rimcvtimur cum abiectiuis
poffefliuis nomini' biis/ et prefertim J?uiufmobi. vt cu bicitur res bel Iica,
res bomeftica.refpublica. res familiaris. re« nwlitaris.Et be fimilibus
paritct. De preftolor. Vt aliq veluti fignanba mftituam preftolor vei" bum
plerumcj poete accufatiuo iungunt. CICERONE connectit batiuo. Vt quem
preftolariB.'* preftoior iol?anni^. J^vffentior,tio . Impartior .tio . 2V Multa
funt verba quibus per eaoem SIGNIFICANTIA et pafliua vtimur voce et
actiua,et(vt omittam p e nc innumerabilia; ciceio frequeter m r;is buobus mobo
actiua mobo paffiua voccm vFurpat. s£,enti or et affentioi vbicg eabem
coftructicnis forma. et impartior /et Ipartio.in ceteria autem ifc fii mult©
unus. Vfu venif. Vfu venit ornatiff ime pro contingit ponitur. VSVRPATIO ET
VSVRPARE. VSVRPATIO ET VSVRPARE VSVRPATIO ET VSVRPARE non lta intelligi
bebentifis cut mrifcofuJti vtunfur. fe6 VSVRPATIONEM orato? rcs frequetem usum
nominat/ et VSVRPARE in frequenti usu fyabere. Deficit cum accufatiuo. Hec res
me befirit ib eft beeft micr;i Ijec res» vi bc= f icit me bies. vita cpprimum
mortales beficit f ep beficio bac re magis poetarum eft. Omnis pro omnes. Nunc
aute ne ea que perutilia funty i ornatiffima omittamus. intellicjenbu eft
quoque nominatertie bcclinationiB ta nominatiuu q> genitivu singulare fyabet
fimiies i prefertim Ji gewtiuus pluralis in ium esiuerit ecru frequtter
accufatiuus pluralis in is terminari folet raro in es . vt grnnis pro oes
mortalis promortaks.manispromancs, fimifc terCvt ipe quog? teftatur priftianus
Ji es et is ternu nantiareperiuntur. vt f ortis et i ortes partiset partes
pontis et pontes. io rebquis rarius ib fit que est poetaru veniaf. De pofrnbie.
CXucbam abucrbia funt que epiftolis maxime con ctruut.ficut propebiem/
cjprimu/cito/cofeftim/ et poftribie. quob multi ignari htttram / et grammatice
artis expartes exponut poft tres bies . ieb tuCnc eobcm bucaris errore)crebe
poftribie fignis fkare poftero bie/eteopacto. M.C.accepitto alii crubitiffimi
virij. Primu /beinbe / prctcr a£ ab /1)oc /poftrcmum fttfi quis multa referre
velit.'pro prima rt ponai erimu vcl primowtiuuj eni in vfu eft, profecute
oeinbe velfecunbo loco.protcrtia/ preterea. vel pro tcrtio loco.pro quarto
Cquob perraro accibit) ab hoc vr prcterea vcl quarto loco.in calceipoltre mo/
vd poftrcmu/ vel bemum.at igitur l?uiurce= mobi exemplu. tria fut que magna
micin af i erut voluctate.primuenicf optimuamicu nartuslu beibe aute cj>
finguiare tua crga mefepe tefohcans beiuoletia poftremu vero /q> tc icolume
mteliexir. be orbine fyaru coniu n= ctionumeni autem/vero» &ua in re ib
quocg abuertenou eft/g> fres inueni= nras coiuctiones recto atcp vfiiato
orbine.que funt eni/aute/et vero. feb tuipfe tyec oia ac multo plu= ra raule
cogncueris.^fi CICERONE Lriptai et in primis eius epiftolas lect»tabis. Mcmorie
pro s ifum eft. Memone prohtu ficmat fcnptu eft. multa enita= lia ornatiffime
vfurpantur vanis cu fignificatus, vt memorie trabere.mabare fcriptis.mabare
litteraru monumetis.quoru fermc omniueabe vis eft feb manbare memorie aliub
fibi vibetur velle. Falht me bcc rcs. Fallo verbu tritu eft apub CICERONE f
aliit mc r;ec rcs bicimus.fallit te fpes.quob e fruftratur et beci p it. Miflu
f acerc . Miffu facere ib e bimitterc venuftu et ornatu eft, nam miffam Ijanc
rem f acio fignif icat bimitto xl= lam rem. Hc quibem» $bf;uc et in eabem
oratione buc f;ee particule/ne et quibem/pulcfyerrjme futifi quis f uerit ilhs
rec te vfus. nam cum ponuntur femper aut aliquib bictum cit( aut mentc ib
concipitur vt ne aubmi cT quibem.fignificat euira Q exempli caufa) non folu non
vibi feb neqj ctiam aubiui . Item aliub exemplum pfylofopijie ftubia bemocritus
n5 mobo n5 intermittit ;Ieb ne remittit quibem.reaiittere na<| pfyiam cft
remiffius pfyilofopfyari? .be orbine pluriu fine coiunctioc Scb ea quoq?
abljibeba biligetia elt q> li quabo plura ponimus preferti
finecopulatioeCqui articuius eft et fi ibi vibeatur fignificare quob
vefyemetius fonat magis coilocetur i calce.vttua virtus lauba ba probaba e.na
probaba eft rnagis q> fit ai mbicio Magitratus biligere/amare/colere
oebemus. pro bau3mios virosomnesf; omines verentur./ obseruat abmiratur quc
turpia / obfcena i tetra ; f cba fut.'ea fugere et afpernari bebemua. virtutis
offi= cju fuma laus efr.na l?abet officiu accelfione actio nis. (JSeb i l?iis
quoq? orbo quibe fpectanbus eft q> fi tria quoru buo parte aliqua
ugnificenti tercis um lit communius^ib prof ecto plcrumoj bebet in f ine
collocariinili fe fyabuerit qucbam generis mo bo.tunc enim ecotra fit quob nunc
liquibo ac pers fpicuo patcf accre exemp{is«ac prioris quibe excm plu cft.oms
in abipifcenba virtute cura/opera/bi- iigentiaiponenba e. eft eni cura
confilium animi, opera corporis i bihgentia vtrumqjcomplectitur. Item
inrepublica plurimum i&uftrie/laboris/ te poris ponen&u eft,#smicos
confilio I viribus opera abiuuare bebemue. Cylterius nof a exemplafut l ion
lunt per fc rcs comobe ex eten&e bjuicie/tjo norcs/voluptates comobum eni
generislocum beiinct cuius fpecies funt multe.puta quas mobo nuirerauimus. Atg
item animalia queqjV fyoines Ieones;equi/bcnu vibetur appetere . feb vUamc|
resfele fyabeat. Ii multa fint,' quobpluriseft/ bc= bet poni m finc.iam ab alia
prccebamus. Qanfquis,' vtvt i vbiubi, Multocicns gcminatio in quibulbam tam
verbis infinitis q> abucrbiis tanti valet quati i& nome fel' ct cuncg.
vt quilquis pro quicuncg, quotquot prQ quotcug. quatufquatus pro quantulcucj»
qualif= qualis pro quaiifcuqj. vtut pro vtcuqj, vbiubi pro vbicunq?. ct ib
abucrte biligenter/ vi . ^vcccbit. ^ccebit proabbitur/§ vfitatum cfttam
pulcfyer= rimum vibcri bcbet. vnbe et acceffio abbitioncm fignat. vf ab meas
miferias mictji acccbit bolor ib eft abbitur. Conf ibo, Cofibo non ficut quiba
arbitraf ur( nefcio quo pac to)ftruit J,13 iugitur aiias catio ahas ablatio
cafui n et in fyiis potiffimu verfatur que ab animum fpertant. vt confibotua
virtute/ tuafyumanuatef tuo confilio. et lbem be aliis fyuiufmobi. Crebo pro
cornitto. Crebo quocg pro comirto ornatiffimum eft. vt crc bo tibi confiLa mea.
crebo tibi granbem pecumam et fic be aliisr/ C^rahbismaior vel minornaftu 0ranbe
abiectiuu nomen pvoh vel etati conuemt vel pecunie. pecunie exepla fupra
pofuimus. leb l?ic grabior neftorc vibetur ib § vibetur qi ncltore vincat etate
et atecebat. r;ic tit graoisnatu/ajrabife fimus natu SIGNIFICATIO geuu fjonine
/ atcj atmo--bu fene.St quia be natu facta meeioi maior natu otnatifiie ficmif
lcat feniore ficut mior natu ib eft, be Parentfyefi. {J. iuniore/ Infuper^aubi
Hepiba fit interposita nonnuncp in oratione /atcpinteriecta parentljefis .
vtbebifti ab meCque mea eft fumma voluptas fuam fimas lits teras. omnes amicos
(nifi ialloOpJurimum abmi ror.fcire velim exte (ea nacg eftamicorum cofuetubo)
quib nuperin caufa.M. Tfaitoniiegeris et iti bemum (repostulante) noftraram
Jjuiufmobi oratione interpositionibus alpergatrtus. be Incrcbuit, Hecres apub
me lerebuit/et fere %nif icat ab au res perueit^et REI NOTITIA SIGNAT. Vt nos
nefcire quib feicemus» Nefcio t)ac re.ignoro/ preferif me f ugif me. la= tet
me. fyuius rei nefcius fum.ignarus fu.jpec res fcietiam meam f ugitf. Reliquu
eft^pro reff at. Hoc refiquu e i& eft reftaf /perpulcfyre / et magno
euornatu lbem fignificaf /exemplu eft.omnia tibi ctnatura et fortuna
tribuitreliquii eff t vt bene et iaubabmter viu?S/. Vulgo ib e vbiql Rumor e
vulgo/ibeft vbiql et comunifer&icifur et ornatus fermo eftf
{J^Cxlv.^vccipere pro au&ire et cognofcere ccipere pro au&ire et
cognofcere peruenufte bititur. Vtacccpirumoribus quor uel certus auctor acccpi
ljolm fama/ que certoauctore cotietur.acce pi nuciis it enuciatioibus.quos
nutios z qui mit ti affert.accepi litterisquas plerucj abaicis accipi mus.et I
aliis cofimilibus lodsf (ffjxlvuHike Ijofce })*keProno% articularib|
bemoftratis cofucuerut ora tores abbere ce a&jectione i iis cafib^ qui i
f.bcfiuut tupljonie ca\vtl?iice fyofce tafce pro jjis fycs feas/ mn V-'
CfCxlviibe tranftatione fyuius pi-epofitiomscum cp* PREPOSITIO que preponi
fofet / poftponitur ecum fi fi jnif icantia eabem manet . et in quibufc bam
juibem femper. que funt mecum tecu fecum nobifcum vobilcum . in quibufbam qupqj
non feper, vt qui cum/quo cumV quibus cu/ te proptet ac etiam propter te lbem
fignificant. et fic quibus cum « t cun quibus • et in iis potiffimum ea
prepofmonum tnnflatio fit que wb enumeramus. Clam prepolitio potius cp
abuerbium» Clam plerumq? prepofitio eft.et nonnuncj abuerbium* (eboratores
PREPOSITIONEM potius accipiunt ;fiue iugatur ablatiuo vt prifcianusfetiti i;ue
accufatiuo/ quobopinatur bonatus* vtclamme prcfectus eft ib dt me nelciente/
iJjCxlix.Cora et prepofitio et abuerbium» Coram cum accetu in prima lillaba prepofttio
eft et quib fignif lcet nemo eft qui nclciat.cum accetu vero in vltima fillaba
abuerbium pulcfyerrimum eft SIGNIFICAT vt ita bicam)prefentialiter. quo
frequentiflime viriboctivtuntur – vt apud CICERONE .cupio tecum coram iocari ib
eit prefentiali ter.etiam coram tecum loquor. De abuerbusin. I. et.
V.befinetib. Multa abuerbia in.I.exiftetia etiam I ipfis epifto lis
pulefyerrima funt.feb i;ec imprimis ruri vefpe ri/bomiybelli. Multaitem ino
fero/ Icrio/ conlulto poftremo/falfo/merito.precario. Cetera vero in eobem
exitu beunentia ljaub in frequenti funt vfu oratoru» i n v vero non multa funt
biuicuius SIGNIFICATIO MANIFESTA EST. Ioterbiu/quob eft quafi infra mebii bid
temcus.£t noctu pto nocte.quob magis nome e. Vnbe biu noctucg bicimus;
(jXluNullus pro nom Hullus «li.um.n6nu§ pro non.prefertim fum /es cft verbo
abiuncto.vt nullus fum.ibefi interii. ref pu.nulla eft (quau non eft lbeft
extmcta eft. Ibc| ornatiffimu f uerit. Preftofum.ib e affum vel appareo.
Preftomm SIGNIFICAT affum. et f ere appareo . et Dc ibem abuerbiuj eiufbem
verbi moois omnibus ac temponbus peruenufte conuectitur i m eabem qua mobo
pofuimus SIGNIFICANTIA vt prefto micfyi fuit feruus tuus vrbe ingrebienti / lb
eft affuit. ([Cliii.Licet micfyi bono vito efleivel bonum viriun. Licet micfyi
bonu virum effe et licet micfy bono vi ro elfe vtrumcj latine atcj vf ltate
bicitur. Seb goftering magis oratoriu est. Pcirpetuu et Iperpetuu aouerbia?
Perpetuu et imperpetuum abuerbia pro eobe po s niitur ' et eis f requeter
vtimur. Deuindo proobligo» Deuincio verbum cum pulcfyerrimum e.tum pre cipue
eplis congruit SIGNIFICAT et beuincio oblis go / et bevinctus obligatus / ficut
et fepe obnos xius quobnonloiumtritomore SIGNIFICAT tquoo notu eft. febetiam
beuincturm. Collocare apub aliqui beneficiu. Collocare apub alique benef irium
eft alicui benefi cium facere, vt apub gratos viros beneficium col iocafti
(IClvii.Gratificor» <5ratif icor libi fyanc rem predare vfurpaf ur / prp
gratumfacjo» ([Clviii.De "inbulgeo et ignofco. Jnbulgeo fane verbum eft
aptiffimum et fplenbis bi ornatus. quob et batiuo iungitur t et f erme
\ignificat bo operam, at(j ita reponitur ♦ vt fyie nis mio fomno inbulget. ib
eft nimis bormit mmio d bo inbulget / lb eft nimis comeoit . be aliis con
fimili pacto. H Inbulgere quafi concebere eff verbum luxurielam quanbam Mignans
clemetia tt in&uicjentem paretem appelfamus/ leniore er= ga Iiberos
mgenio.quare z ab ignofco piurimum biffert.eft enim ignofco parco.ibeit bo
venia.fme excufatum fcbeo.ignofco tibiifiquibCexepu cauz faJabmifens lceleris .
inbulgeo vero i vt multa a= cpre impune queas. quorum verbgrum bifcrime i>il
^entifFime conliberabum eft/ TANTVS QVANTVS Tantus. ta.tum. et quantus eobemobo
fefyas bent in 01 atione vt raro alterum abfgaltero pona tur. vt cor.cio l?ec
tanta eftiquata ante^ac vn§ fu it.tnbuis micl?i tantu quantum necagnofco / nec
postulo tdntum in te eft bocfrine quantum 1 boc= tilfimo fo 7 et effe viro;
iI_Clx T a»a qualis? Taliff et qualis alterutru creberrime ponitur* ra ro
vtrucj. vt teie iolemus fentire bonu viru/et fub Bitelligimuf quale biximus.z
ecotra.orator eilfu ftris qualis alter nuilus reperitur. veru l?ec be f)is
htiBt ^LClxi. Vel pro eciam, tVel pro etiam particula I multis locis rectiffime
congruit.vtfyambal fuit imperator velomnium primus.tua eximia virtua vt tearoem
velmaxie impeliit. ([CytVfrforj » Verfor verbfi ifl f requetiffio e vTtt veteru
ac oifer toiu foofni . perbif f nlaqj e eius verbi fignif icatia ac beno variis
poteftrationib? expoi.vt ego verfori Iraru ftubio ib l bo opera lraru ftubio. virt
us circa bifficile versatur ib e virtus i bifficiii cofiftit. ver famur in
tenebris ib est f ere fumus ac viuimus et quasi stamus in tenebris etCquob est
exemplis superioribus beciaratum) buos fibi plerumq? ac fre qnetius casus
postulat. nam aut accusativo vingi tur/precoata circai aut ablatiuo in
precebete. na cu acanatiuo vt ante f unbu verlari.ab porta ver= fabatur pcrraro
bicta funt. fcb queabmobu cetens rebus oibus { ita buie f uma abfybenba e
biiigetia, ^QQUiii . 8niuer o Sinaute HonnuS oue particule ornatiOime
coiunguntur, quarum eabem fit vtriul* f ignificatio. vt enmero nam pro explenba
SENTENTIA altera bumtaxat Juffi cere poterat et similiter finautem cauia
conplenbe fentencie. eo in loco aute patticula nullam omnino vim l?abet. 1m eni
per le iignif icat feb h/ trClxiiii.&ttoab. auoabypro quoufq;/et pro
quabo/no minus ornate ponnur^ latine.vt volo in vrbe effe/ quoab tu rebeasa .
ita in plenfc* locis conlimihter accipi poteft. Sufci pere. Sufcipere no
folum(quob tritug vulgatufcg vfus fyabeOfignificat quob eft fuper fe accipere
et quo= bamobo abbucere aliquibi feb etiam perornate po= fitum in epiftolis
cemmenbatum Ipabere. vt fu£ci= pit cicercnem cefar in fuis rebus abuerfis . que
vticj poftremaugnificatio /r/aub^quaqKfi quisin= fpiciat accuratius)a priore
illa afiena eft. Positivo abiucta negatio cotrarii politiui pleruqj vim tenet.
Optima quocj ratio eft vt pofitio cuipiam abiun = cta negatio cotrarii poifiui
virn ac SIGNIFICATIONEM twneat. feb non ita plene / tamen et accurate lilam
expleat.cuius rei exempla fubiciamus . r;ic vir eft J;aut improbus. SIGNIFICAT
enim i ere fyuc lpomine prolum potius q> imprcbum effe jfyabenbum . et pr;us
^aub igncbilis.r;iftrio non illepibus.miles co inftrenuus.ciuis fjaub malus.Nam
in iis/eo= rumc| fimilibus rectius atcjj vlitatius bicitur qua bo vis laubis
cuiufbam eit. feb quafi biminute/ et quafi btf raubate laubis. Peto r;anc rem a
te CLuob gramatici bicunt peto te r; ac rem /ornatius nec minus latir. e bici
queat * peto banc rem a te et ibplutimum ciceip m epiftoJis cofueuit. ConHdoY
pro pereo. Conficior paffiua voce crebro vfitatu e pro eo f e= re quoo e
pereo.vt confectus fu ibeft columtus vt vir lops ac mifer
.'fame/fricjore/bolore coficitor. fic anis etate et ftubio conficitur, ac
merore Jbbo? re/fenio cofectus.et be aliis fic per mulf is? ^JOxix ftblatmi tu
participioru tfl alioru peruenuftam rebbut orationS ftblatiui cafus no
participioru folu/veruecia om niu alioru in orone percodne ponutur.prcfet tjm
fi qua f uerit fignificatio teporis » et be participiis quibe mariif eftu eft,
vtregnante octauiano cefaref parta eft vniuerfo orbi pax * quafi qua tempeftate
regnabat octauianus cefar et aliub bioniiio firas cufis tyranum
gerente/grauifuma inficilia bella fut gefta.ibeft jn quotepore fyracufanoru
bionifc? us tyranus erat* ([Beb eobe quocj rao alia que bam fe babet nomitaa
.maxime fi bignitatu ct 1)0noru extiterit. vtcornelio et galba cbilibus
curilibp acte fut in tfyeatro f abule. Quiba abbut partid pium exiftenubus.IeO
nos profybemus l quob ab vcnuftate oratiois n5 pertiet abbi oportere . et iU
fcipionc conlule peni beuicti funt. Icipione imperatore euerfa eft numantia .
jpt reliqua eiufmobi panter. (JCIxx.be geitiuis cu pofieffiuis pronoibus
Licetetia ta Ljramatice q> oratorie genitiuos quo rumcuqt cafualm cu
pcffeffiuis quocuq; cafu proJa tis coiugere. qucb ct priftianus trabit . vf mea
ca venit/rt celeroru amicorum.meuagrum et mar ci anfonii populati funt.tuo
amico ac fratris gra= •iificare.tuu.r; imperatorem fectare et coriolanum p
ncfter ac frains amice. fua ille confibit et ciuiu pruoentia./C tqj lta
figuratur conftrucfio in omnibus pdifeff:ui3.pinc terentianum illub meo prefi
bjoatq^ofp.ti. ^e nominatiuo poffeffiuo cu gemtiuo poffefibris.Ibq? penitus
mfpidenbu fit/quaboqj etiam bifcre=. tioms leu abubancie cuiufbam caufa folet
abbicu genitiao poffefforis et nominatiuus pofieffiuus vt fuus eft.C.cefaris
mcs ib tlt eius et no alterius fuus ticiifilius fjeres teftamento conftitutus
eft. fuus( vt ipfe quocj pnftianus exponit>b bifcrctio ne eius pertinet qui fecubum
leges fuus non ciU ib eft fub poteftate patris legittimi non eft . fuus autem
pro vnius cuiufq? proprie accipitur, quob ipfum apub viros eloquentiffimos
freques eft. Quibbiftatbie quartoetbie.quatfa. Qit quartaC vt nonius marcellus
eciam teftis eft) et bie quarto non ibem fignificant . feb mafculino genere
preter itu tempus befignatur f eminino f ututum . quob vef uftiffimi tamen
aliter protuleriit vt fic bit quarto pro eo e quob aliter nubiufqrtus bicifur
.'nubiuftertius.^et ltibe be aliis. Qm ib infere inter tua ca et tui ca feci»
Tua caufa fcci/et tui caufa feci ( ne pretei veteru et boctorem cofuetubinem
aliquib ef f iciamus ine ter fefe fyaub mebiociiter bifcernutur . nam tui ca
bicimus/fiquib eiabquem fermonem vertimus preftiterimus. vt tui caufa a&
antonii caftra prof e ctus quob eft tuenbi tui gratia. kb tua caufai cum tuaQ
vt ita bixerim) contemplatione aliquib alteri preftiterimus vt tua ca»fratris
tui caufa egi/ ^JXHxxiiii,be bif f erentia intcr gcnis tiuos primitiui et
pofieffiui . £t quia aliquib be lis que ab poffeffionem fpectant locuti lumus i
fyaub ab re f uer it bif f erentia illam ptof erre in mebium .que intcr genmuos
priuKi= ui eft ct poffelliui. vt mei tui fui noltri et veftri. qua tibem
pulcfyerrime pnfcianus exponit . vox na<$ eft eabem .at vis ipfa longe
biuerfa.cu genitP uus pnmitiui fimplicem fignificat poffeifionem. potfeffiui
vero bupliccm» vt mci amicus ibe meu3 amicus . feb mei filii amicus bupjicem
poifefiione continet alteram meam in f ilio alteram filii i ami co. quo cc
fubiecimus/ne cum ornafum requiri= mus4 verboru vim icjncremus ipfam/atq? in
errorem quepiam iguorater incibamus feb nunc institutum prosequamur. C|xi.v. in
mentem venit. Hcc res mic*?i in mttem venitbicitur. et cum ge= nitiuo l;uius
rei mid?i m mttem venit. nec micfyi curc eft an j:ro nominatiuo geriitiuus
pofitus eft, vt uq; veto ncn iolum poete feb etiam. M. ricero vfurpauit;
fJClxxvi.be teporu c6mufatione t Oratcr;s(f:cut et poete^perfepe prefentibus
tepo ribus vtuntur pro pretetitis . nonnucj et pro f u= turis. veru lb quioe
muitorarius . feD cotra fyaub crebro fit.nifi forte incp verbum/ quob fufuri
temporis eft / preteriti foco vel prefentis accipiamus. Seb muita que fuper
fyiis bici polfut/in aliub quo 9 tempus ieruamus; 4j0xxvii.>3imilis genitiuo
et plenus batiuo. Similis et plenus nomina Cquorum prius batiuo iugitur 4
postrerius etia ablatiuo)oratores vt pluri mu/ac fere femper genitiuo iugunt.
vtfimilis'es !"uoru maioru.bignitatis et of ficii es plenus» no» nuq»
vero(feb perraro)pr«feruntur cu superioribus cafibusj. Vt fubiuctiuis imprdtiua
verba iunguntur. Sepenumero ctia maioris SIGNIFICANTIE causa vel ornatissime
imperativis subiunctiua verba iugutur quob CICERONE fepe ef ficere folebat.
quale e iliuO cu = va vt vir fis. et aliojoco fcrxbens ab f ilium eff ict
etiaboravtexcellas. Curri WcenatuWprabetur. Decurritur fpaciu/cenatur rijombus
l pranbetutultu Wcoftmilj aq? pulcf;errime bicuntur/ <£ixxx. Vt trafitiua
verba abfokte prof cruntur» fltqf vt abfoluta iterbu vcrba obliquis cafibus iun
gutuWita trafitiua quocp iicet nonunqua non folu pro gramaticoru more/feb etia
pro oratoru cofue tubie abfolute prof eratur .preferti vcro ili qua fu passio
cu ACTIONE IPSA SIGNIFICATVR qualia illa fat. Lugeoinbeo metuo. que cum
transitiva funt inunc abolute proferutur. Dc terminatis m bunbus. due I bubus
excut noia ; no ta fimilitubine significat Cquob pleng arbitratur) § abubatia
quabam potius ac vefyemetius.vt gliabubus no ta cjioriati fimilisiq» abunbe
feie vefjementerqi ef feres.Qua opinione eloquetiu ateji qSerubitifumoru
fcominu vbicg teftimoniis coprobata/tu quoqj firmiter ara pfectere.na(vtalios
omitta)7?vulus gelius auctor probatiffimuf ex fnla quotj boctiffimi
appoftinaris letabu5us bicitur^qui logo atcg sbubati errore efu et tu quocj
eiftem vtere nominibus. De Fretus Fretus.ta.ui.icerte originis ablatlo iuctu
pultfyer nmu eft.'et ugmficat fere confilu atej munitu. vt vra fyuanitate f
rcius . vra fapieuU J i:on mea vir tute fretus. Certicrefacere Certiore facere
vfitate atcj frequenter in epistolis vsurpatur. na facio te be i$ac re
certioremUb e tibi figmfico l;ac re.et fepilfime velim me be tua vali tubine
facias certiorem; Habeo. Habeo varia coftructione figuratu plurimu orna tus
Ipet.vt bene fyec res fc l)et.'qucb e fere vt ita bi ca\'ftat bene fyec res.et
ita bene fyeo me . et cu participiis bene me fyabes rebeo rure et cotrariu ab
uerbiu similiter ei verbo iugitur quob eft maie; /plxxxv.be participiis f uturi
temporis. Participia fepenumetQ i uturi temppris ornatiffime vfurpantur vt
scripturus fum ab SCIPIONE (si veda) litteraa. quoo eft fere bebeo scribere .
etaliub.' tu ab ebes cras iturus eslquafi ire bebes. CICERONE (si veda) e
atfyeas profecturus ib e bebet atfyenas proficifci. plautua in ciprum
traiecturus eft ( fere eftnauigarebcbet in cipru.quob ibcirco ita expofuimus
quoniam is pi-opne nauigare / is tranfmittere t is folucre ei» locum fignificat
vnbe prof icifcimur is bemu tra= iicere biciturl g> eubem befignat qui rate
vebitur. vt CICERONE (si veda) soluit atfjemsiet in afiam traiccitt(f/e= ru ab
propofitu rebeubum eft . illa igitur particis pia quc a verbis manant palliuis
et naffiue quoqj cxponi bebent vt cuius infons animus e/mulctaa bus non cft ib
e mulctari et puniri non bebct . fon tes accufanbi funt ib e accufari
bebent.vir flagicio fusefttrubebus incarccremibe coiicienbus jn vi cula . 8t
alia reliqua exponatur / vt fupra biximus{JjMec tame negauerim qui eorunbem
participi oru alia quoqj ratio fit feb ea nos mobo profequi mur iprefetiaru/que
venuftius eloquiu rebbant/ Repeto Qoiib repeto ^none perpulcfyre ponitur.fi
quib ei accefferikneq; batiuus foluscafus/feb etiam abla= tinus.vt jepeto fjanc
rem memoria/ quobnon te neo memoria figaifieat. vt permulti extimat feb *< H
•podus meoria voluto^t rcmifcor /et quasi oblmi oni trabitu rurlu lueftigo
meoria»l;oc nos vii vei bo ornatiffie poterimusiquonia ecbe z veteres eic
quetiffimi f requeter vfi iut* l;k illub be ORATORE CICERONE (si veda) libro.
cogitanti mkl)i /ac memoria repete ti et africanus a neuio accufatus / tnbuno
plebis <% ab antfyioctjo pccunia accepilfet / comcbiffimc to verbo vsus
rnemoria (mquit) quintes repeto ^unc bie fyobiernu effe*'quo Ijanibale penu
iimitif tmu fyuic imperio vici in africa l et perpetua pace vobis/ac victoriam
peperi infeparabile» veiu cap= tus ingenti voluptate longius in af rica verbis
re f erebis progrelfus furcuquaobrem «b veltru inititutura ref erat k oratiof.
Promori; bieobireymorte oppe tereet fimilia,' pro viaere aute vita agere/ be
gere ctatetn / etfimilia ornatebicimus/ Optimu factii fuerit l ne eifbe aut
mobis oratiosis/aut verbis vtamur* eKquob inicio bicimus) varia plurimu probat
oratio et ti veluti quibufba fiofculis afpergitur vt pro morivbie obire /mort«m
oppcterc anima expirare / vitabecebere] ani ma efflare/ vita befugi^ rebus
fyumaqis excebere ex vita migrare/res beferere fyuanas i exii e be vitalnwtc?
pbireiextremum claubere bie; interire i i occibere cdfimiliacg* et iteru pro
viuere vitam age re begereetatem/ Vtlu&oluou.Ticet viuo vita &icimus et
coniimilia» St(ne figillatim cucta coplectar)illu& fcoc loco ani
mabuertenbum iitiq ficut fepe bicimus lubo lubu pugno pugnaiferuio
feraitutemiboleoy &olore^et fimilia.' ita et inter&u viuo vitamVviuo
miferam feu felixe vitam, vt fi quis bixerit qui expe&ita fu«= erint
virtuteconfecuti, / ii viuentbeatam/ etimor = talem vitam.et qui predaru
certamen certaucrit/ a mphffimis bonabitur muueribus . £t quob &e va riis
bicimus orationis mobis l i& ipfu be fingulis partibus intelligebu lit, vt
pro oro rogo/ precor obfecro/ pro quafi pene ferme.reliqua tuipe coiec U}
<JClxxxix, Ib genus, Ib genus pro eius generis C quo& fere simile nomen
expnmiOpulcfyre et vfitate bicitur vt multa funt ib genus monftra. be multis ib
genus rebus locutus eft.'quob e fimilibus.et ita in alns^ {JClxc, Sx fcntencia,
8x fentencia quafi fecunbum votuntaf em et prof= perc • vt gefta rcs eft cx
fcntentia . quob eft prout optabamus.et tibi i& vecit sententiat et muftis
iuiocis confirniliter. “Inferre”. Inferre iiurii quali iniuria facere . manus
iferre alicui eft alique pulfare, impetu j quepia facere iit quepia cu ipctu et
quafi vi aboriniet jrruere. “Dare veniam. “Dare veniam” pulcfyerrimu
efticrnofcerectlicetia coneebere; 3°vt> 'nicio ctatis Ijabui te
amicu.amicicia micr;i tc cum eft a teneris annis/a paruulote primis ctatis
temporibue* a tenerisCvt greci bicut) vnguiculis
abincunabilisipfis.etijuiutmobi. {jQtuuei etaspuicfyerrime abolefccnciam
SIGNIFICAT. F«.rire f ebus. Fcrire f ebus opfame atcp optimis caufis ex feriali
um cofuetubine fignificat f ebus coponere vt per= fepe ictum fcu pcrcuffufcbus/eft
conftitutum/ ct compo fitum. Hft micbi nomc fcipioni £ft miclji
nomefcipioni.fcipioni cognome africa= no f uit.cui paojo troiano nome c ct lic
be reliquig batio cafu perulitate ac puldjerrime bicitur .que eabe z aliis
quoij mois bicutur.£ frequetius m6s fueeriores apub eloquetiffimos et
boctiffimos vi= rosioucnies. ^iunt t f ertur bicitur. i» Cum tritum vcrbu
volumus ©ftenbere Aet quob in ore populo e.' vtimur vel iperfonali fertur / vel
perfonali verbo aiunt Jet nonuncj biritur . et eis fi gulis/ vt preponimus.'
etraro ita.' feb interoii. q> exempla fcuiufmobi lut . nam firenesCvt
aiui)fur bi bwbemus aure tranf ire. et item na ita f ertur vt nulcfc tuta ut
fibes. item fyaub turpe e( vt biutur) tum ultuanbi be grabu beiici. Mebiam
fuper noctem, onuq> ita bicimus nocte luper mebiam vigilaui rous quob e
vltra mebia nocte vigilauinius. ibcj z f taias ipfeteftatuWetquorubam
vetcrumpro= fcut auctoritis. Tenbo. Contra sermone tuu tebo lb e reiponbeo
tibi. y licut et tenbo cotra iter iib e tibi occurro feb fyc fyaub i frequenti
vfu oratorum inuenies. Aacte. Macte /magis aucte.et eft glorie et laubis
fermo,' et plerucj ablatio iiigitur.vt macte virtute elto.ib 9 et poete
vfurpat/et fcriptores fyiftoriara* etbe= mu oratores ipfi. qui lermo C vt multi
erubitilu= rai trabunt)a facris bebuctus elt. 7Kb expiicanbu locum tue genus
gentile ac patnum effingimus. duoties alicuius explicaturi fuaius/iiue genus/ I
sive locu/getuWc patriu nome effingimue. qucb quifecuBeffccerit/fortaffelatine
locutus fit;febil lepibe penitus/atc| Ibecore. vt qui fuent a firacu= fis
oriubus/no be ciracufis bicebul J? firacufanus no be atl;els<f?
atfjemefis.et fic be aliis. atcj i gc= nerifc^ /ac familiis nos no be cu abltio
vtimur(vt muiti l feb ibc nome effidmus vt no bc ftauris f$ luurus . r 6 ite be
grecis fcb grccus non bc catufis feb catulus.non be batis feb batus . Qua qmbe
a reib mento afferebu fitl quob pliniusipfeaiebat/ q> beriuationes no fyabet
firmas regulas . fcb exeunt/tcrminaturc| vti ipfis autonbus placet fic a tfyaurotfyauru/tfyaureu^ttfyaurinu
bjcimus» et quoe nos romanos bicimus^ bicut greci romeos» guos nos
cartfyaginefes ^iUi cartfyiboneos vocantt &qb in enfis valatq as fi ab loca
pertinent frequetiores terminationes sunt. vt albanenfis vero nenfis dufiuua .'
taretinus /lacebcmonus .'eiracutas nus^arpinas.iftlii quoc| funt eorube nominu
exitus.feb 11 frequetiori vfu celebratur.quob ibe ct in quibufba aliis fit«que
mq a generis noibj fluxcre neqj loci vllius. vt tcrecianus cremes/ platoicuB
gigesifocraticus gorgias.queoia a propriis profecta lunt/atcj origine traxerc.
feb que alia fyac bc re^ici pQiTuUtuipe coQitatione coplectere. Conoi\
Conorrjanc rcm optimc ac peruenufte oirimuB, prefertim fi bifficilior fit.'et
arbua. quo pacto cice ro fepe vtebatur. vt oe pcrfecto oratorci maguum opus ct
arbuum brute ccnamurf {[ CCi«{3tubco» Et ftubeo fi quib ftubiofius effecturi
fumus coiam accufatiuopulc^crrimc iuncjitur. “Defibero”. Dcfibero vcrbu
pulcfyerrime pofitfi e . na cu befis beriu fit abfetiu reru perfepc bicimuf befibcro
amo re tuu quafi tu no mc amas.bcfibcro tua prubetis anWquafifis iiipies.et
ltem bc alns; ijCCiii . complector C5plcctor perbiff ufu e/atcj ornatu
verbu.prefer= ti vcro aiiquibus abiecus/ Jjac roe.vt te amore/at q beiuof ecia
coplector /pro te amo» cogitatione co plecfcr .'qucb e cogito.z lb e aiificut
facultatecofe quor/eft rei ipfius; Degerubjuiflf Illub ignoranbu non tltiq
gcrubiuuar mobus ab omni verbo fimili procratur / fi quanbo nobis fo ret eo
opus . vt cantanbo rumpitur anguia ib eft bum cantatur l vt ait feruius et alio
in loco acti^ uc bictum eft* cantanbo tu illum it> cit bum canis. ib
efficere atqj vfurpare oratores queunt/ (] CCv^be quarto p retoriet quartu
pretor Putat nonulli nicfjil itereifeiu quis bixent quarto pretor / ct quartum
prefor / et (ic be aliis. feb magna e certe bra/vt.M.varro teltis e.na quarto
pretor locu figmficat/et tres anteactos. quartum vero befignat tpus .Caue
igitur biligenter ne per= pera fjifce vtaris ronibj.ne ofuib eotra veteru/ at
cp eloquetiu roore/cofuetubinecj faciamus. quare terciu coful/ac tertio cdlulno
ibefignificatt {JCCvi.Kuri effe» £eb ne plura iH f equar(na infinita pene «iu
fmob precipi poflut)ib tene memoria q? no irure effe/feb ruri ee bicimus.quob
cu f eftus popeius affirmat tum terecius cdprobat.aif ei ruri fe cotinebat/
Quaobrem u qua reliqua fut.'paucis ex^ e^.amus Nam cu pro coficiebis epiJfoIis
I)ee potissimu atligerimus si salutatioms formuia/ ac regula ibu um nonaruqj
obferuatione patef eceri .' iure l;uic p aruo inftituto fine ac mobum ftatuerini/
4/C Cvii.Vale Salue» Vale igitur ac falue verba pro VARRONE /et omnium
boctiifimorum virorum (entencia ibem fignif icare vibentur, Quibus nos alias in
faluta0 aiias in execranbo vtimur ex quo terenciann iliuc» 2. valeant qui inter
nos bifdbiu volut /ac cu= piunt mortuis quoqj et qui mortaliu vita beccffes
runt^ quibus nullam fyuiufce Iucis optare lalu.e polfumus,'nonuncj vale
bicimus. CE?t veterea quobam eifoe ibem verbu pro mori bicebat^quafi nicfyil
araplius viuentibus fibi cu mortuis futuru elfet t et imperpetuu iam ab eoru
afpectu bifcebes rent.Nam neg? valet llli nec| falui effe polfunt ob eabem rem
abbut nonulii bene f eliciteng abuerbta aut fi qua alia funt euumobi
fiemihcatie. Veruta= meninepiftolisipfisvaiein finebicere cofueuis mus ab^ vlla
abuerbii acceflione^ perinbe ac amicis vite falute ac f eligitate exoptemuf.
Quib igitur vale fibi querat.' quo ve illo pacto vtebu fit nofcef Ct G
Gviii.bico tibi lalute iubeo te faluere, Pro falute aute piemc| nos bicimus
falutem bico et fi quefalutare cupimus 4 batiuo cafu aptifume appofucnmus» vt
vaie et cefari bic falutem . T^lia quo(j erit faiutanbi ratio.vt iube fcipioncm
faluere quob eft fcipionem faiuta . iSiam ille mobus vi quabam befiberii
cotinet . ct pro antiquoru more et confaetubine inf initiuus mobus in alium
tranf mutatur vt iubeo te faluerc ib eft lalue . iubeo te gaubere pro gaube;
^JCCw.Meo noie vel meis vcrbis, t {Tp ro mea ex paif e. Quob vero alii ex mea
parte bicuntl mulfo quibe ornatius bicitur vel meo noie vel meis verbis/ calebis/nonis/et
ibibus» Quota aute cuiuicuqj mefis biem velimus mtellr gereicalebis/
nonis/ibibus ve notamus.necj quib illi fibi velitinuc expiicare cofiliii
eft.feb quo pacto bicamus figulorum mefium bies.' et quomofco ab eis
nominatione fufcipiat . cpobrem intelligebu elti primis/ primu cuiufqi mt fis
biem/ calenbaru appellatione vocari . fecunbu quas nonarum bies coftituitur .
ef in aliis quibe mefibus feptima luce Marcio/Maio lulio/Octobri.in aliis autem
qui» ta/Ianuario/ Februario/yvpnli lunio / 7\ugus fto/ Septembri/ nouebri
/Decembri. J^tc| omne« ii bies qui cdlenbas et nonas intercefferint*' nonarum
cognominatione cefentur. vbi et numerum meminenmus ac nonas ipfas.et ille
ablatiuo con ftruuntur. fjee accufatiuo. Seb internumeranbu etprepoftero vtemur
orbine^et nonarum biem conumerabimus .' atnonisexactis/ proximosocio bies . ib
quocjt in quolibet menfe ibuum umiitter cognominatione fignincabimus* fcb pari
rone tu orbis/tu anumerationis.reliquos veroeius mefi» (quotquot fuperf
ueriObies calebaru appeliatione notabimus. que hxturiJacpYcximi fut mefisi neeg
orbinis/necp numeratiois roeimutate. 7>vt ib om nc exeplo iiluftrabu iSitqf
martius nobis exeplo. cuius curriculu vno ac trigefimo bit coficitur .pri tna
ltaqj bies halenbe erut mahi.fecunba fexto no nas marcii tercia quito nonas.
quarta qnartono nas . quita ttrcio nonas . fe.\ta no bicitur fecunba nonasifeb
pribie nonas.et lta be lbibus at^ fcalcn lsfeptima bieg none erunt marcii .
octaua octavo ibus marcii .nona feptio ibus mattii becima fex to ibus marcii.vnbecima
quito lbus . ouobeum quarto ibus. tribecima terno ibus . quartabeciina pribie
ibus quitabecima ibus erunt marcii.febecia bccimo leptimo halenbas aprihs.
quoniam is me fis proximum fequitar.beamafepnma beamofrx to halenbas april.g.
becima octava bccimcquinto halerbas/becima nona becimo quarto halebas. vi
ccfuna becimotertio kalcbas. vicefimapt ia buobe* cimo calenbas.
vicefimaiecunba vnbecimo calebas viceiimatertia becimo calenbas, vicefima
quarta nono calenbas vicefima quinta / octauo calenbas. Viceuma fexta feptimo
caienbas . Vicefima fepn= ma lexto cahnbas. Viceiima octaua quinto ca« lenbas.
Vicelima nona quarto calenbas . Trice frnia tertio calebas. Tricefima prima et
nouifiim/i i J pribie fcalebas aprilis.In ceteris omibus eabefer 3 uaoa eit
ratio bieru, Dieru autem numerus f;aub fe lateatgui in propmtu eft cmnibus/
4jCCsi ♦ P^ibie kaienbas,'pribie, nonas,'pribie ibus. Pribie aute
fcalenbas/pnbie nonas/pribie ibus et «t fignificat quob vetuftiffimi bicebant
biepriftini pro abuei bio quob fignif icat bk priftino. et iic per vetuitomore
biecraf tini / et biequitiet biequinto umiliter pto abuerbio, Veru nos prifcam
nimis et Ipombiore vetuftate vbicf f ugere ac vifere bebt mus, #vc bene et
preclare cefar preciperc Folebat/ ta§ fcopulu fic f ugienbu ee iaubitu /atq
ifoles ver fcum; <L Pro genitis aate ihenfiu rectius pof= felfiua nomina
finxerimus. vt pto ijalebis marcii fic uenuftxus bixerimus halebas martiaf z
ita apri les/maias / lunias /iulias /ac quitiles auguffas feu
fextiks/ieptembrias, et itaianuarias/ fcbruarias g> autem m haknbis/nonis
ibibuiq abiatiuo cafu iugimus.' jbcm poifimus in accufatiuu tranfferre et ab
preponer e feb ib iignificst tempus fere biu= turnu, vt ab bccimu kalenbas
februarii bebiiti ab me litteras . ego vero ab ocfauu ibus lanuarias ao te
fcripferam^abet enim vim tejs»f»e*4^vel:;emen twem fyocpofterjus; fc> J 4 1
Operis peroratio. Me «Sor pl«» fcribamdpc micfy Etic imprefen* tiarum obtulerut
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"atriftcr mM^urinxx^j^iit^Scnom^m ttyAnne* ie fUmati* ^d{' Llmulas kriwor
frpi » Grice: “Dati is into ‘elegance’ but he is also into ‘regulae’, which are
a bit like my maxims – my maxims can be exploited for ‘effect’ – and those are
the types of rules that Dati is interested. Sadly, his philosophy has been
interpreted as that of a mere linguist or grammarian prescribing on how to
write letters! But he surely was a pre-Griceian who is looking for ‘rational’
pragmatic reasons to the effect of a most effective, yet ‘elegant,’
communication. Many examples can be philosophical: ‘women are women’, ‘war is
war’. ‘Women are women’ is not meant as a substitutation for Parmenides’s law,
x = x. Such an utterance would be, “Every thing is identical with itself.” “War
is war” is different in that ‘war’ is uncountable, and we can keep the singular
‘is’ of Parmenides’s law, x = x. But why do we consider ‘War is war’ a
tautology? Because it is the exemplification of ‘x = x” – Now, some
philosophers claim that ‘war is war’ – or Parmenides law, for that matter,
isn’t not a ‘patent tautology’, since it needs to be formalized in the
predicate calculus, and the predicate calculus is not decidable, i.e. there is
no algorithm for its interpretations which render its formulae tautologous. Nome compiuto: Augustinus Datus. Augustinus Dathus.
Agostino Dati. Keywords: ELEGANTIOLÆ, retorica, grammatica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Dati” – The Swimming Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Deciano: la ragione conversazionale al portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the Porch, and
friend of the poet Marziale. Deciano.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Deciano,”
The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Deinarco: la ragione conversazionale e la setta di Crotone
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. A follower of Pythagoras. He is one of those who fled Crotona when
the local people became hostile towards the sect. Giamblico talks about his
followers being killed in a battle years later, which suggests that he may have
established some kind of sectd of his own. Deinarco. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Deinarco,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Deinocrate: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to Giamblico. Deinocrate. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Deinocrate,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Delfino: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della musica delle sfere -- l’ottava
sfera – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Padova). Filosofo
padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Grice: “Delfino
is what we at Oxford would call a ‘philosophical mathematician,’ and in Italy,
an astrologer – his specialty was the ‘motum’ of the ‘ocatva sphaera’!” “But he also wrote on algorithms!” Ensegna a Padova. Erudito
dalle multiformi attività, fu attivo a Padova nel filone dell'aristotelismo
padovano rinascimentale: sicuramente studioso di logica e matematica, ebbe
chiara fama di matematico e di astronomo. Altre opere: “De fluxu et refluxu
aquae maris” (Venezia); “De holometri fabrica et usu in instrumento geometrico,
olim ab Abele Fullonio invento: Acc.); “Disputatio de aestu maris et motu
octava sphaera, Stupanus, Foullon, Padova, In Accademia Veneta Paulus Manutius.
Dizionario biografico degli italiani. Musica
delle sfere Lingua Segui Modifica La musica o armonia delle sfere, detta anche
musica universale, è un antico concetto filosoficoche considerava l'universo
come un enorme sistema di proporzioni numeriche. I movimenti dei corpi
celesti(Sole, Luna e pianeti), ritenuti collocati su sfere ruotanti, avrebbero
prodotto una sorta di musica, udibile solo dall'orecchio dei veggenti, e
consistente in formule armonico-matematiche. Incisione di Franchino
Gaffurio (Practica musice, 1496) che raffigura Apollo, le Muse, le sfere
planetarie e i rapporti musicali. La teoria della musica delle sfere ebbe
origine nell'antichità e continuò a essere seguita almeno fino al XVII secolo,
suscitando l'interesse di filosofi, musicologi e musicisti.
StoriaModifica La musica delle sfere incorpora il principio metafisicosecondo
il quale le relazioni matematiche esprimono non solo rapporti quantitativi, ma
anche qualità che si manifestano in numeri, forme e suoni, tutto connesso in un
enorme modello di proporzioni. AntichitàModifica Pitagora, per primo,
capì che l'altezza di una nota è proporzionale alla lunghezza della corda che
la produce, e che gli intervalli fra le frequenze sonore sono semplici rapporti
numerici. Secondo Pitagora, il Sole, la Luna e i pianeti del sistema solare,
per effetto dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione, produrrebbero un
suono continuo, impercettibile dall'orecchio umano, formando tutti insieme
un'armonia. Di conseguenza, la qualità della vita sulla Terra sarebbe
influenzata da questi suoni celesti. Nel mondo greco il cosmo era paragonato a
una scala musicale, nella quale i suoni più acuti erano assegnati a Saturno e
alle stelle fisse. Il Sole era indispensabile per la realizzazione dell'armonia
in quanto, secondo i greci, corrispondeva alla nota centrale che congiunge due
tetracordi. Per FILOLAO, matematico e astronomo pitagorico, il mondo è armonia
e numero, e tutto è ordinato secondo proporzioni che corrispondono ai tre
intervalli fondamentali della musica: 2:1 (ottava), 3:2 (quinta) e 4:3
(quarta). In seguito, Platone descrisse l'astronomia e la musicacome studi
gemellati per le percezioni sensoriali: astronomia per gli occhi, musica per le
orecchie, ma entrambe riguardanti proporzioni numeriche. Egli, inoltre,
appoggiò l'idea di una musica delle sfere nel dialogo La Repubblica, nel quale
descriveva un sistema di otto cerchi, ovvero orbite, per i corpi celesti:
stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole e Luna, che si
distinguono in base alle loro distanze, al colore, e alle velocità di
rivoluzione. La visione di un universo strutturato in cerchi concentrici,
aventi come centro la Terra, era del resto comune a tutta l'antichità: si
trattava di sfere intese come ambiti di pertinenza, ognuna delle quali
contenente un pianeta che esse trascinavano con sé, muovendosi in maniera
circolare. Era questo loro movimento a generare il suono, come affermava anche
CICERONE (si veda) Movimenti così grandiosi non potrebbero svolgersi in
silenzio, e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi
l'una, acuti l'altra. Ecco perché l'orbita stellare suprema, la cui rotazione è
la più rapida, si muove con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera
lunare, la più bassa, emette un suono estremamente grave; la Terra infatti,
nona, poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un'unica sede, racchiudendo
in sé il centro dell'universo. Le otto orbite, poi, all'interno delle quali due
hanno la stessa velocità, producono sette suoni distinti da intervalli, il cui
numero è, possiamo dire, il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini
esperti di strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare
qui, come gli altri che grazie all'eccellenza dei loro ingegni, durante la loro
esistenza terrena, hanno coltivato gli studi divini. Le orecchie degli uomini,
riempite di questo suono, diventarono sorde, né infatti vi è in voi un altro
senso più debole. CICERONE (si veda), Somnium Scipionis, De re publica. Più
tardi i filosofi, fra i quali Tolomeo, mantennero la stretta correlazione fra
astronomia, ottica, musica e astrologia. L’'astronomo arabo al-Kindisviluppò le
idee di Tolomeo nel suo De Aspectibus, che associa anch'esso astronomia e
musica. MedioevoModifica Angelo musicante, affresco di Melozzo da
Forlì, Musei Vaticani. L'antica concezione cosmologica della musica delle sfere
passò nel Cristianesimo, dal quale venne ulteriormente meditata e approfondita,
costituendo la base di numerose raffigurazioni di angeli musicanti, suddivisi
in cori angelici gerarchicamente ordinati, identificati con le orbite celesti
di astri e pianeti: nella musica delle sfere si udiva cantare cioè il corodegli
angeli, che accompagnava gli eventi principali che avvenivano in Cielo, quali
la Trinità, l'Ascensione, l'Incoronazione di Maria. Già Agostino d'Ippona, nel
De Musica e nelle Confessioni, vedeva nei suoni il riflesso di un'armonia
primordiale dell'anima.Furono poi soprattutto Macrobio e Boezio a fare da
tramite fra il pensiero pitagorico, basato sul simbolismo dei numeri, e la nuova
teologia cristiana. La Via Lattea, intersecando lo Zodiaco, forniva per MACROBIO
il «latte», ossia il nutrimento alle anime dimoranti nei cieli, in attesa di
incarnarsi. Tutto l'universo è per lui fondato su rapporti numerici, nei quali
si riflette il progetto creativo di Dio, esprimibili secondo accordi musicali
basati sulla tetraktys pitagorica. BOEZIO (si veda), ponendo le basi del
quadrivium scolastico, ossia il complesso delle materie scientifiche che
verranno insegnate nelle scholae medievali (aritmetica, musica, geometria e
astrologia), spiegava l'ordine del cosmo secondo la rinuncia da parte dei
quattro elementi agli aspetti discordanti. Egli introdusse inoltre nel De
Institutione musicae una distinzione fondamentale, destinata ad avere grande
fortuna nel Medioevo, tra musica mundana, propria delle sfere celesti, musica
humana, quale si riflette nell'interiorità umana, e musica instrumentalis,
fatta dagli uomini a imitazione di quelle. ALIGHIERI (si veda) allude in più
occasioni all'armonia delle sfere, in particolare nel primo canto del Paradiso
della Divina Commedia, quando si rivolge all'Amore che governa le Sfere dei
Cieli, il cui movimento rotatorio, reso eterno dal desiderio che esso accende
in loro, desta la sua attenzione («mi fece atteso»): «Quando la rota, che
Tu sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso, con l'armonia che temperi e
discerni, parvemi tanto, allor, del cielo acceso de la fiamma del sol, che
pioggia o fiume lago non fece mai tanto disteso.» (ALIGHIERI (si veda),
Paradiso) Dal Rinascimento all'età modernaModifica L'armonica nascita del
mondo rappresentata da un organocosmico, in Musurgia Universalis di Kircher.
Nel Rinascimento, a fianco della teoria pitagorica si sviluppò la visione
magico-ermetica dell'armonia, espressa dalla concezione del monocordo di Fludd,
nel quale le sfere dei quattro elementi, dei pianeti e degli angeli sono
disposte verticalmente sul monocordo, accordato dalla mano divina. Dio, dunque,
è architetto e musicista supremo del creato. Un modello analogo era stato
delineato da Franchino Gaffurio, il quale aveva collocato i pianeti attorno a
un'ideale corda musicale, secondo una scala eseguita dalle nove Muse,
accompagnata dalle tre Grazie e diretta da Apollo. Keplero, influenzato dagli
argomenti di Tolomeo, scrisse il libro Harmonices Mundi, nel quale vengono
descritte le consonanze fra percezioni ottiche, forme geometriche, musica e
armonie planetarie. Secondo Keplero, il punto d'incontro fra geometria, cosmologia,
astrologia e musica è rappresentato dalla musica delle sfere.[14]Keplero, però,
superò il modello statico delle sfere di concezione copernicana in favore di un
modello dinamico, trasformando le orbite da circolari a ellittiche, che i
pianeti percorrono a velocità variabili (seconda legge di Keplero). Inoltre,
Keplero attribuì a ogni pianeta non un singolo suono, ma un intervallo di
suoni, in cui la nota più grave corrispondeva alla velocità minima che il
pianeta teneva durante la rivoluzione (in corrispondenza dell'afelio), e quella
più acuta alla velocità massima, raggiunta nel perielio. Spinoza, nella sua
Etica dimostrata secondo il metodo geometrico, criticò con fermezza tale
concetto filosofico, indicandolo come idea priva di fondamento scientifico,
frutto dell'immaginazione umana: «la follia degli umani è arrivata al punto di
credere che dell'armonia si diletti anche Dio; e nemmeno mancano filosofi
profondamente convinti che i movimenti dei corpi celesti producano un'armonia, Il
Sole e i corpi celesti. L'immagine ritorna in Goethe, che nel Faust apre il
Prologo in Cielo con le parole dell'arcangelo Raffaele, intento a contemplare
la «melodica» armonia vigente tra il Sole e i corpi celesti. Die Sonne tönt
nach alter Weise in Brudersphären Wettgesang, und ihre vorgeschriebne Reise
vollendet sie mit Donnergang. Intonando l'antica melodia, a gara con gli astri
fratelli, percorre il corso prescritto il Sole con passo di tuono. Goethe,
Faust, primi quattro versi del Prologo in Cielo. Nel primo Novecento,
nell'ambito delle concezioni esoteriche elaborate dalla scuola antroposofica,
l'esoterista Rudolf Steiner sosteneva l'esigenza di recuperare la capacità
sovrasensibile, propria dei pitagorici e di epoche ancora più remote dell'umanità,
di percepire la musica delle sfere. Solo inconsciamente, durante il sonno,
l'uomo riuscirebbe ad attingere dal mondo astrale e spirituale quell'armonia
che gli consente di fornire un sostegno alla sua anima razionale, e ricomporne
gli aspetti dissonanti. Tale armonia celeste secondo Steiner, diffusa
attraverso gli spazi cosmici per mezzo del cosiddetto «etere-chimico», ha
effetto principalmente sul ritmo della respirazione. Il musicista compositore
trasforma incoscientemente in suoni fisici, il ritmo, le armonie e le melodie che,
durante la notte, egli ha percepito nel devachan, le quali sono rimaste
impresse nel suo corpo eterico. Questo è il misterioso rapporto tra la musica
che risuona nel fisico e l'ascolto della musica spirituale durante la notte. La
musica fisica non è che la copia della realtà spirituale. Come l'ombra sbiadita
sta in confronto all'uomo vivo, così la musica-ombra fisica sta alla vera
musica-luce spirituale. Steiner, L'essenza della musica, conferenza di Colonia)
Steiner si propose di ricreare nel microcosmo umano l'armonia stellare
attraverso l'arte da lui stesso fondata, denominata euritmia, dell'equilibrio
tra parole, gesti e movimenti. Hazrat Inayat Khan, Il misticismo del suono( PDF
), traduzione di Hasan Signora, Weiss, Plinio il Vecchio. Houlding, a cura di Fabbri,
L'armonia delle sfere, su brunelleschi.imss.fi.it, Museo Galileo. Kahn, Davis,
Smith, Affresco appartenente a un gruppo di altri angeli musicanti dipinti a
Roma da Melozzo nell'abside della chiesa dei Santi Apostoli, successivamente
trasferiti in forma di frammenti nella Pinacoteca Vaticanam Atti. Classe di
scienze morali, lettere ed arti, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti,
Pasi, Storia della musica, Jaca, Gaugier, Pitagora e il suo influsso sul
pensiero e sull'arte, pag. 140, Arkeios, ALIGHIERI (si veda) e la musica delle
sfere. Kepler et the Music of the Spheres, su skyscript.co.uk. URL consultato
il 29 Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, Trad. it. a cura di
Patrizio Sanasi. Tiziano Bellucci, L'armonia delle sfere planetarie, lo zodiaco
musicale e i colori, su coscienzeinrete.net. ^ Stefano Centonze, Manuale di
Arti Terapie, pag. 234, ed. C. Virtuoso. Articolo su Rudolf Steiner e l'euritmia, su italiadonna.it.
Weiss e Richard Taruskin, Music in the Western World: a history in documents,
Cengage Learning, Plinio il Vecchio, Storia Naturale (tradotto da Rackham,
Harvard, Houlding, The Traditional Astrologer, Ascella, Davis, The Republic,
The Statesman of Plato, Nabu Press, Smith, Ptolemy's theory of visual
perception: an English translation of the Optics, American Philosophical
Society. Kahn, Pythagoras and the Pythagoreans,
Hackett Publishing Company, 2Armonia Harmonices Mundi De Institutione musica
Gerarchia degli angeli Sfere celesti Temperamento (musica) Filmato audio L'Armonia delle Sfere -
i Portale Astrologia Portale Filosofia Portale
Matematica Portale Musica Harmonices Mundi Sfere celesti Hans
Kayser musicologo tedesco. Nom compiiuto: Federicus Dolphinus. Federicus
Delphinus. Federico Dolfin. Federico Delfino. Delfino. Keywords: l’ottava
sfera, first sphere, second sphere, third sphere, fourth sphere, fifth sphere,
sixth sphere, seventh sphere, eighth sphere – prima sphaera, seconda sphaera,
tertia sphaera, quarta sphaera, quinta sphaera, sexta sphaera, septima sphaera,
octava sphaera, holometria, fabrica holometri, aristotelismo padovano vs.
platonismo fiorentino – aristotele – platone – padova naturalism – Firenze
idealism – filosofia della percezione – prospettiva -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Delfino” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Delia: la ragione conversazionale – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Delia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Delia,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Deliminio: la ragione conversazionale – Luigi Speranza (Roma).
FIlosofo italiano. Delminio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Delminio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Delogu: la ragione conversazionale all’isola -- l’implicatura
conversazionale -- semiotica romana – implicatura sarda – scuola di Nuoro
–filosofia nuorese -- filosofia sarda -- filosofia italiana --- Luigi Speranza (Nuoro). Filosofo nuorese. Filosofo sardo. Filosofo italiano. Nuoro,
Sardegna. Grice: “We can call Delogu a Griceian; at least he has written a
little tract that he entitled ‘questioni di senso’ – which is all that my
philosophy is about!” Si laurea a Sassari e, come vincitore di una borsa di studio
regionale di perfezionamento in Dottrina dello Stato, ha collaborato
all’attività didattica e di ricerca con Pigliaru. È stato redattore del
periodico del seminario di Dottrina dello Stato Il Trasimaco, fondato e diretto
da Pigliaru. Come vincitore di concorso ha insegnato Filosofia e Storia
nei licei. Ha preso servizio a Sassari in qualità di ricercatore. Come
vincitore di concorso ordinario, è prof. associato e prof. ordinario di Filosofia morale presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari. Cofonda
i Quaderni sardi di filosofia e scienze umane. Fonda e diretto i Quaderni sardi
di filosofia letteratura e scienze umane. Fa parte del comitato
scientifico della rivista “Segni e comprensione” -- dell’Lecce. È stato
direttore del Centro studi fenomenologici a Sassari, fonda e diretto la sezione
sassarese della Società Filosofica Italiana. È stato direttore della
Scuola di specializzazione per la formazione degli insegnanti a Sassari. Gli è
stato conferito il Premio Sardegna-Cultura e il Premio Giuseppe Capograssi,
dalla giuria presieduta da Giovanni Conso, presidente dell’Accademia dei
Lincei. Organizza numerosi convegni, tenutisi in Sardegna, generalmente a
Sassari. Tra questi: Realtà impegno progetto in Pigliaru, Libertà e liberazione;
Etica e politica in Capograssi; Tuveri filosofo, Dettori filosofo, Esperienza
religiosa e cultura contemporanea, Le nuove frontiere della medicina tra etica
e scienza, Vasa filosofo, Nella scrittura di Satta,; Filosofia e letteratura in
Karol Wojtyla; Attualità di Noce; Scrittura e memoria della Grande Guerra. Ha
partecipato in qualità di relatore ai convegni su Merleau-Ponty (Lecce), Mounier
(centro E. Mounier Reggio Emilia), Sartre (Bari, Università Roma TRE, La
Sorbona di Parigi), Gramsci (Cagliari), Intellettuali e società in Sardegna
nell’Ottocento (Cagliari), Capograssi (Roma),
Noce (Roma); Tuveri (Cagliari), Satta, (Trieste); su Corpo e psiche:
l’invecchiamento (Chiavari), su I vissuti: tempo e spazio (Chiavari); è stato
relatore al Corso di formazione su Fenomenologia e psico-patologia promosso dal
Dipartimento di salute mentale di Massa Carrara. Ha tenuto lezioni
seminariali sul pensiero fenomenologico di Wojtyla a Lublino; Capograssi, sul
Diritto penale internazionale a Ginevra, sul pensiero filosofico politico nella
Sardegna dell’Ottocento a Zurigo. È stato responsabile del gruppo di
ricerca dell’Ateneo sassarese su L’etica nella filosofia italiana e francese
contemporanea, PRIN. Collabora alle riviste Annuario filosofico, Rivista
internazionale di Filosofia del diritto, Nouvelle Revue théologique; al
Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, alla Enciclopedia
Filosofica edita da Bompiani. Ha diretto il Master Mundis per la Dirigenza
Scolastica promosso da Sassari in collaborazione con la conferenza nazionale
dei Rettori. Premio "Sardegna-Cultura" Premio Capograssi Altre saggi:
“Insegnamento e implicamento empiegamento della filosofia nella scuola
secondaria, Tipografia editoriale moderna, Sassari); “La critica di
Merleau-Ponty alla concezione tomista dell’uomo e della libertà in S. Tommaso
nella storia del pensiero, Teoria e
prassi in A. Pigliaru, Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, La
Filosofia Cattolica in Italia, Quaderni Sardi di filosofia e scienze Umane); “Pluralismo
culturale ed educazione in Colloquio interideologico,“ Orientamenti
Pedagogici", La Filosofia dell’educazione in A. Pigliaru; in Quaderni
Sardi di filosofia e scienze umane, Se la corrente calda… Un itinerario
filosofico: Péguy, Sorel, Mounier, Sartre, Quaderni Sardi di filosofia e
scienze umane, M. Ponty, Esistenzialismo, Marxismo, Cristianesimo,, Editrice La
Scuola, Brescia); Né rivolta né rassegnazione: saggio Su Merleau-Ponty, Ets,
Pisa); “Le corpori nell’esperienza morale” Quaderni Sardi di filosofia e
scienze umane, Non vi è terza (né altra via) nell’ “Esprit” di Mounier, Quaderno
Filosofico, “Temporalità e prassi” in S. Weil, Progetto, Temporalità e prassi
in Sartre in Sartre, teoria scrittura
impegno, V. Carofiglio e G. Semerari, Ed. Dedalo, Bari, Una filosofia disarmata
Merleau- Ponty in Esistenza impegno progetto in Merleau-Ponty, G. Invitto,
Guida, Napoli); “Storia e prassi” in La ragione della democrazia, Ed.
Dell'oleandro, Roma, Giuseppe Capograssi e la cultura filosofico-giuridica in
Sardegna, Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, Note per una
fenomenologia della esperienza religiosa; in Chi è Dio. Università Lateranense,
Herder, Roma, Storia della cultura filosofico-giuridica, Enciclopedia della
Sardegna, La Filosofia etico-politica di Dettori e la cultura sardo-piemontese
tra Settecento e Ottocento, Quaderni Sardi di Filosofia e Scienze Umane, Il nucleo
di vita e di luce del Rousseau capograssiano in Due convegni su Capograssi, F.
Mercadante, Giuffè, Milano, Filosofia e società in Sardegna tra Settecento e
Ottocento in “La Sardegna e la rivoluzione francese” M. Pinna, Editore, La
Filosofia giuridica e etico-politica negli intellettuali sardi della prima metà
dell’Ottocento: Azuni, D. FoisTola, G. Manno in Intellettuali e società in
Sardegna tra Restaurazione e Unità d’Italia, Editore, Le Radici
fenomenologico-capograssiane di S. Satta giurista-scrittore; in Salvatore Satta
giurista-scrittore, U. Collu, Edizioni, Nuoro); “Soggetto debole, etica forte:
da S. Weil a E. Levinas; in Le Rivoluzioni di S. Weil, G. Invitto, Capone
Editore, Lecce, Pigliaru e Gramsci in Socialismo e democrazia, Archivio sardo
del movimento operaio contadino e autonomistico, Tracce del postmoderno in Weil,
in Moderno e postmoderno nella filosofia italiana oggi, U. Collu, Consorzio per
la pubblica lettura S. Satta, Nuoro, Società e filosofia in Sardegna Tuveri,
FrancoAngeli, Milano, Cultura barbaricina e banditismo in Pigliaru e M.Pira in
L’Europa delle diversità, FrancoAngeli, Milano, Prospettive fenomenologiche
nella cultura contemporanea; in Quaderni sardi di filosofia letteratura e
scienze umane, Asproni e i filosofi sardi contemporanei in Giorgio Asproni e il
suo ‘Diario Politico’, Cuec, Cagliari, Domenico
Azuni, Elogio della pace, a cura di, Assessorato Regionale alla Pubblica
Istruzione, Cagliari, Multi-dimensionalità della esistenza, in Quaderni sardi
di filosofia, letteratura e scienze umane, D.A. Azuni filosofo della pace, in
Francia e Italia negli anni della rivoluzione, Laterza, Bari); “La Preghiera in
J.Sartre in Esperienza religiosa e cultura contemporanea, a cura di, Diabasis,
Reggio Emilia); Note su “Etica comunitaria” e etica planetaria, in Quaderni
sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Temporalità esistenza sofferenza,
in Esistenza e i vissuti Tempo» e Spazio, A. Dentone, Bastogi, Foggia); Le
Relazioni Intermediterranee e il pensiero di D.A. Azuni, in Il regionalismo
internazionale mediterraneo nell’Anniversario delle Nazioni Unite, Consiglio
Regionale della Sardegna, Cagliari, La Festa e la via: una lettura
fenomenologica, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Corpo
e psiche: l’invecchiamento in Minkoswski, in Corpo e psiche, A. Dentone,
L’invecchiamento, Bastogi, Foggia, Cosmopolitismo e federalismo nel pensiero
politico sardo dell’Ottocento, in Il federalismo tra filosofia e politica.
Edizioni, Questioni Morali); La prospettiva fenomenologica, Istituto Italiano
Di Bio-etica, Macroedizioni, Cesena, L’etica della mediazione, in Il problema
della pena minorile, FrancoAngeli, Milano, La filosofia in Sardegna, Etica
Diritto Politica, Condaghes, Cagliari, Antonio Pigliaru, La lezione di
Capograssi, a cura di, Edizioni Spes, Roma); Note su Del Noce e il nichilismo;
in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Repubblica e
civiche virtù, in Lezioni per la repubblica. La festa è tornata in città,
Diabasis, Reggio Emilia, K. Wojtyla, L’uomo nel campo della responsabilità, a cura
di, Bompiani, Milano, Federalismo e progettualità politico-sociale in Cattaneo
e Tuveri, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane); Cattaneo
e Tuveri in Cattaneo temi e interpretazioni, Corona, Centro Editoriale Toscano,
Firenze, Al confine ed oltre. La sofferenza tra normalità e patologia, Edizioni
Universitarie, Roma); J. Sartre, Barionà
o il figlio del tuono, a cura di, Marinotti, Milano, Due Filosofi militanti:
Carlo Cattaneo e Giovanni Battista Tuveri in Cattaneo e Garibaldi. Federalismo
e Mezzogiorno, A. Trova, G. Zichi, Carocci, Roma, Esperienza e pena in Satta in
Nella scrittura di Salvatore Satta, Magnum, Sassari, Note Introduttive alla
filosofia di Wojtyla, Orientamenti Sociali Sardi); Note sul cristianesimo di Pigliaru,
Orientamenti Sociali Sardi, Nov-Dic., Etica e santità in Simone Weil; in Etica
contemporanea e santità, Edizioni Rosminiane, Stresa); Legge morale e legge
civile in Natura umana, evoluzione ed etica. Annuario di Filosofia, Guerini e
Associati, Milano, V. Jankélévitch, Corso di filosofia morale, a cura di, Raffaello
Cortina, Milano); Filosofia e letteratura in Karol Wojtyla, Urbaniana
University Press, Roma, La phénoménologie de l’agir moral selon Wojtyla, in Nouvelle
Revue Theologique, Prefazione all’analisi
dell’esperienza comune in Capograssi, in La vita etica, F. Mercadante, Bompiani
Milano, La noia in Jankélévich, in In Dialogo con Vladimir Jankélévich., Petrini,
Mimesis, Milano); La filosofia di Capograssi in Esperienza e verità- Capograssi filosofo oltre il nostro tempo, Il
Mulino, Bologna, L’eredità di Capograssi nel pensiero di Pigliaru, in Antonio
Pigliaru. Saggi Capograssiani, a cura di, Edizioni Spes, Roma, Ragione e mistero, in Orientamenti Sociali
Sardi, XV,. Il pensiero di Noce sul Magistero della Chiesa, in Attualità del
pensiero di Augusto Del Noce,, Cantagalli, Siena, Contro lo scientismo. Una
esperienza di vita, in Gesù Di Nazareth all’UniversitàAzzaro, Libreria Editrice
Vaticana, Roma,. Libertà di coscienza e religione, in Martha C. Nussbaum, in
Nel mondo della coscienza: verità, libertà, santità, Centro Internazionale di
Studi Rosminiani, Stresa, Individuo Stato e comunità in Pigliaru, in Le radici
del pensiero sociologico-giuridico, A. Febbrajo, Giuffré, Milano,. La pace e la
guerra nel pensiero di Cimbali e Vecchio docenti nell’Sassari in Scrittura e
memoria della Grande Guerra, A. Delogu e A.M. Morace, Pisa, ETS, Questioni di senso- Breviario filosofico,
Donzelli, Roma,. La vita e il diritto nell’opera di Satta, Nuoro, Lezione di
commiato di Antonio Delogu, La Nuova Sardegna, 02 marzo, su
lanuovasardegna.gelocal. Remo BodeiAntonio Delogu, su youtube.com. Festival di
filosofia. Wikipedia Ricerca Sardegna e Corsica provincia romana Lingua
Segui Modifica Sardegna e Corsica Sardegna e Corsica Un pavimento a
mosaico proveniente da Nora (in alto a destra), le rovine romane di Aleria (in
basso a destra), le terme romane di Fordongianus (in basso a sinistra), e le
rovine dell'anfiteatro romano di Cagliari (in alto a sinistra). Informazioni
generali Nome ufficialeSardinia et Corsica CapoluogoCaralis Dipendente
daRepubblica romana, Impero romano Amministrazione Forma amministrativa Provincia
romana GovernatoriGovernatori romani di Sardegna e Corsica Evoluzione storica
Inizio237 a.C. CausaPrima guerra punica Fine456 CausaInvasione dei Vandali
Preceduto daSucceduto da Domini cartaginesiRegno dei Vandali Cartografia
Corsica et Sardinia SPQR.png La provincia nell'anno 120 La Sardegna e Corsica
(in latino: Sardinia et Corsica) fu una provincia romana di età repubblicana e
imperiale. La Sardegna entrò nella sfera d'influenza romana dal 238 a.C. La
Corsica due anni più tardi ed entrambe vi rimasero fino all'invasione dei
Vandali del 456. Roma occupò la Sardegna nell'intervallo fra la prima e la
seconda guerra punica. Già nei primi anni del grande conflitto, precisamente
nel 259 a.C., il suo esercito aveva tentato la conquista dell'isola,
giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione, dopo essersi
impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsi. Statuto Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Province romane e Lista dei
pretori di Sardegna e Corsica. La Sardegna (in greco Σαρδώ, Sardò) e la Corsica
(Κύρνος, Kýrnos),[1] furono annesse, sottraendole alla dominazione punica. I
buoni rapporti che intercorrevano tra le popolazioni locali e i Cartaginesi,
contrapposti ad un regime di conquista introdotto dai Romani, determinarono una
serie di rivolte (in Sardegna. in Corsica) e un'incompleta pacificazione in
particolare delle tribù dell'interno, con continue azioni, considerate
brigantaggio dai Romani. L'intera provincia era governata da un
pretore(attestato a partire dal 227 a.C.), con capoluogo a Carales (Cagliari),
in Sardegna. Probabilmente l'intero territorio della Sardegna fu
considerato ager publicus populi Romani e sottoposto all'esazione di una
decima, a cui potevano aggiungersi altre requisizioni e si ritiene che ad un
regime simile sia stata sottoposta anche la Corsica. Di una certa importanza
era la produzione di grano della Sardegna mentre altre esportazioni erano
costituite dal sugheroe da prodotti della pastorizia e dalle saline. La
proprietà terriera mantenne in Sardegna il carattere di latifondo, già
impostato sotto la dominazione punica. La situazione della provincia
rimase marginale con una scarsa romanizzazione, soprattutto dovuta alla
presenza dei reparti militari, e con una forte permanenza della cultura locale.
Una prima consistente immigrazione si ebbe nel I secolo a.C. in seguito alle
proscrizioni delle guerre civili. Durante il periodo della guerra civile tra
Mario e Silla vi vennero dedotte in Corsica le colonie di Mariana (presso
Biguglia) e di Aleria. Dopo la morte di Silla, vi riparò Marco Emilio Lepido,
che in seguito, sconfitto dal governatore Gaio Valerio Triario, si spostò in
Spagna con alcuni seguaci. Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo la
provincia fu abbandonata dai pompeiani, ma le diverse città accolsero
diversamente le truppe cesariane e furono di conseguenza punite o ricompensate.
Cesare fondò la colonia di Turris Libisonis (Porto Torres, sulla costa settentrionale)
e attribuì a Carales lo stato di municipio. Parallelamente, in funzione del
loro appoggio, a diversi influenti personaggi locali era stata concessa la
cittadinanza romana. La romanizzazione non si estese tuttavia mai del tutto
nell'interno delle due isole. Con la riforma augustea nel 27 a.C. la
provincia divenne senatoria, ma nel 6 d.C., la necessità di mantenervi un
presidio armato contro il persistere del brigantaggio indusse lo stesso Augusto
a passarla a provincia imperiale. Fu amministrata sempre da un praefectus
Sardiniae a partire da Tiberio, e da Claudio al titolo principale di praefectus
Sardiniae fu aggiunto l'attributo procurator Augusti. Passò a varie riprese da
senatoria, governata da un propretore, a imperiale, a seconda delle necessità
contingenti. La provincia fu occupata da alcuni latifondi di proprietà
imperiale e interessata dallo sfruttamento delle minieree fu spesso utilizzata
come luogo di confino (per esempio per Seneca). Storia delle due isole
romaneModifica Il Mediterraneo occidentale nel 348 a.C. al tempo del
secondo trattato tra Roma e Cartagine. Frattanto gli Etruschi subiscono
l'attacco dei Galli e di Roma Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
Sardegna, Storia della Corsica e Trattati Roma-Cartagine. Sembra che il primo
serio interessamento di Roma alla Corsica si ricavi da un testo di argomento
insospettabile: è infatti in Teofrasto, il botanico greco, che si legge di una
spedizione romana in Corsica finalizzata alla fondazione di una città. Le 25
navi della spedizione incorsero però in un inatteso inconveniente, rovinandosi
le vele con la selvaggia e gigantesca vegetazione, i cui rami crescevano e si
sporgevano dai golfi e dalle insenature dell'isola sino a lacerarle
irrimediabilmente; e, per completare il disastro, la zattera che caricava 50
vele di ricambio affondò con tutto il carico. La spedizione sarebbe avvenuta
intorno al IV secolo a.C., a questo periodo infatti diversi studiosi, fra i
quali Pais, riferiscono il brano del botanico. Fallita la prima
spedizione, non era cessata l'attenzione dell'Urbe per il mare e le due isole.
Per questo interesse giunse anche, a stipulare due trattati con Cartagine,
entrambi riguardanti Sardegna e Corsica; ma se rispetto alla prima isola i
passaggi dei trattati sono ben chiari[8], i patti sulla seconda sono tutt'altro
che nitidi, al punto che Servio osserva che in foederibus cautum est ut Corsica
esset medio inter Romanos et Carthaginienses. Anche Polibio, narrando dei
trattati, non menziona la Corsica e da questo silenzio, insieme al fatto che
l'isola non figurava nemmeno nelle descrizioni dei territori a controllo
cartaginese, il Pais ed altri dedussero che la facoltà di controllarla che
tempo prima Cartagine aveva pattuito con gli Etruschi, si fosse da questi
trasmessa a Roma. Tuttavia lo stesso Pais ricorda, per converso, che Cartagine
non aveva mai rinunziato a mire sull'intero Mediterraneo, e che riponeva nella
Corsica un interesse specifico, giacché ne assoldava periodicamente fidati
mercenari; questa circostanza, unita ad una facile riflessione sull'importanza
strategica di un'isola a vista, anzi dirimpettaia delle rive liguri, toscane e
laziali, punto quindi di osservazione e di attacco, parrebbe smentire l'ipotesi
di un disinteressamento di Cartagine come causa del silenzio dei
trattati. L'occupazione Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra
punica. Dopo lo scoppio della prima guerra punica, il console romano Lucio
Cornelio Scipione sbarcò in Corsica presso lo stagno di Diana, a circa 3 km da
Aleria, e assediò la città; sebbene l'invasore contasse sull'effetto sorpresa,
Aleriaresistette a lungo e dopo la capitolazione Scipione la fece saccheggiare
con ferocia, ciò che secondo Floroavrebbe diffuso lo sgomento fra le
popolazioni corse. Prima di aver consolidato l'occupazione della Corsica,
Scipione passò in Sardegna dove secondo Giovanni Zonara i locali erano in
rivolta contro Roma in quanto sobillati dal generale cartaginese Annone. Sulla
rivolta non vi sono dubbi, ma sono state espresse perplessità a proposito
dell'asserita fomentazione cartaginese, ad esempio il Dyson definì l'asserzione
di Zonara a cryptic passage. A ogni buon conto, Scipione uccise Annone e ne organizzò
il funerale. Al suo rientro a Roma, il console celebrò il trionfo per la
vittoria su Cartaginesi, Sardi e Corsi. Le Bocche di Bonifacio che
separano le due isole Gaio Sulpicio Patercolo sbarcò nella zona di Sulci in
Sardegna, ma nei venti anni che seguirono non sono riportate attività
dell'esercito Romano in Sardegna. La pace lasciò così l'isola sotto l'egemonia
di Cartagine, anche perché la suddivisione del Mediterraneo in sfere
d'influenza aveva portato i Cartaginesi, una volta persa la Sicilia, a spostare
la propria attenzione verso altre zone al di fuori della sfera d'influenza
Romana. Ma in quello stesso anno, seguendo l'esempio dei commilitoni d'Africa,
i mercenari stanziati da Cartagine in Sardegna si ribellarono e s'impadronirono
del potere nell'isola, compiendovi ogni sorta di efferatezze finché i Sardi,
esasperati, insorsero e li cacciarono dalla loro terra. L'orda dei sanguinari
invasori si rifugiò allora in Italia dove invitò i Romani a prendere possesso
della Sardegna, momentaneamente indifesa. L'invito fu accolto: Roma, cogliendo
l'occasione dei preparativi punici per la rioccupazione dell'isola, accusò
Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e inviò le sue legioni in
Sardegna. Cartagine, che non era allora in condizioni di intraprendere una
nuova guerra contro Roma, subì il sopruso. Il senato romano dichiarò
guerra ai Corsi ed inviò una spedizione di conquista guidata da Licinio Varo,
non coerente con l'avvenuta occupazione dell'isola attestata in alcuni storici
romani. Il comandante Varo, comunque, conscio dell'esiguità della flotta
assegnatagli, fece precedere l'attacco principale da un'operazione decentrata
meno impegnativa, onde fiaccare le difese corse, facendo sbarcare sull'isola un
corpo separato di spedizione al comando dell'ex console Marco Claudio Clinea.
Prima di questa operazione, Clinea aveva già compromesso la sua reputazione
presso i Romani, avendo osato andare in battaglia contro l'avviso degli àuguri
e avendo pure commesso un sacrilegio consistente nell'avere (o aver fatto)
strangolare dei galli sacri; ansioso di riguadagnare prestigio, egli mosse da
solo contro il nemico e ne fu sconfitto.I Focei lo obbligarono a siglare un
umiliante trattato presto sconfessato da Varo, che lo ignorò o lo infranse, a
seconda dei punti di osservazione, e attaccò quando gli avversari, i quali dopo
la firma del trattato non si attendevano un attacco e avevano quindi
smobilitato. Varo li vinse facilmente e conquistò territori nella parte
meridionale dell'isola; poi tornò a Roma dove chiese la celebrazione del
trionfo, che gli fu però negato. Quanto allo strangolatore di galli, Clinea,
Roma decise di lasciarlo in mano ai Corsi presumendo che lo avrebbero ucciso
per esser in qualche modo venuto meno (con l'attacco guidato da Varo) al trattato
sottoscritto, ma questi lo liberarono ed anzi lo rinviarono a Roma indenne; il
Senato tuttavia non cambiò idea e, dopo averlo riportato in città, lo condannò
a morte, inducendo Valerio Massimo a chiosare che hic quidem Senatus
animadversionem meruerat. Le tribù Nuragiche. Le prime rivolte Così
come i Corsi, anche le popolazioni sarde che se in precedenza avevano finito
con l'accettare la presenza dei Cartaginesi collaborando parzialmente con loro,
ora non erano affatto disposte a subire il dominio di questa nuova gente,
anch'essa venuta d'oltremare con le armi in pugno, ed intrapresero subito
un'accanita resistenza all'invasore nei modi di una ostinata e persistente
guerriglia. Essi infatti erano armati alla leggera: utilizzavano le pelli di
muflonecome corazze naturali, oltre ad un piccolo scudo ed una piccola spada. Già
nel 236 infatti, due anni dopo la conquista da parte romana del centro
sardo-punico della Sardegna, i Romani condussero varie operazioni militari
contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi. Sobillati dai Cartaginesi che
"agivano segretamente", i Sardi si ribellarono, ma la rivolta fu
soffocata nel sangue da Manlio Torquato, che avrebbe celebrato il trionfo sui
Sardi. Altre rivolte furono sanguinosamente represse dal Console Carvilio
Massimo, il cui trionfo sarebbe stato celebrato il 1º aprile dello stesso anno.
Fu il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi ed a ricevere gli onori del
trionfo. La resistenza, però, era ben lungi dall'essere stata sedata ed anzi il
clima si fece rovente. I consoli Marco Emilio Lepido e Publicio Malleolo, di
ritorno da una spedizione in Sardegna in cui avevano razziato dei villaggi,
furono costretti da una tempesta a prendere terra in Corsica; gli abitanti li
assalirono, massacrarono i soldati e li depredarono del bottino sardo. Il
Senato di Roma inviò allora nell'isola il console Caio Papirio Maso, il quale
dopo una serie di buoni successi nelle zone costiere, si diede ad inseguire i
corsi (per Roma "i ribelli") sulle montagne. Qui i padroni di casa
ebbero facilmente la meglio, dovendo il romano fare i conti anche con la
scarsità di rifornimenti e perdendo uomini, oltre che per le azioni militari,
anche per la denutrizione delle sue truppe. Papirio fu costretto ad una resa e
sottoscrisse un altro trattato i cui dettagli non sono noti, ma che assicurò un
buon periodo di pace. In seguito Roma completò l'occupazione della Corsica
durante la prima guerra punica, dando l'avvio ad una fase di dominazione che
durò ininterrotta per circa sette secoli. Data la grave situazione di
pericolo, furono inviati addirittura due eserciti consolari: uno contro i
Corsi, comandato da Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone,
contro i Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati fallimentari
conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il
trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con
una corona di mirto anziché di alloro. La provincia di Sardegna e Corsica
Lo stesso argomento in dettaglio: Lista dei pretori di Sardegna e Corsica. Si
verificò una recrudescenza dei moti, ma ormai Roma era fortemente intenzionata
ad assicurarsi il dominio del Mar Mediterraneo, e dunque il possesso della
Sardegna e della Corsica, che continuavano ad essere di decisiva importanza;
così, le due isole (perlomeno le parti controllate da Roma) ottennero la forma
giuridica ed il rango di Provincia - la seconda dopo la Sicilia - e vi fu
inviato il pretore Marco Valerio Levino per governarla. Per domare gli ultimi
focolai, stavolta fu inviato l'esperto Console Gaio Atilio Regolo, con 2
legioni. La rivolta sarda di Ampsicora e gli anni della guerra Annibalica Lo
stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra punica. Mappa della rivolta
di Ampsicora in Sardegna Giunse a Roma una lettera del propretore Aulo Cornelio
Mammula, il quale si lamentava del fatto che non erano stati corrisposti gli
stipendia ai suoi soldati di stanza nell'isola, e che vi erano gravi carenze di
approvvigionamenti di grano. Allo stesso fu risposto di dover provvedere con i
propri mezzi, poiché al momento non vi era alcuna possibilità di soddisfare
tali richieste. In assoluto, la più
importante rivolta dei Sardi fu quella scoppiata all'indomani delle grandi
vittorie di Annibale in Italia. Livio sostiene che: «l'animo dei Sardi
era stanco della lunga durata del dominio romano, spietato ed avido; erano
stati oppressi da pesanti tributi e con ingiuste imposizioni di rifornimenti di
frumento.» (Livio) Il nuovo pretore inviato nell'isola, Quinto Mucio
Scevola, si ammalò probabilmente di malaria dalla descrizione che ne fece
Livio. E quando si venne a sapere della sua malattia a Roma, gli vennero
inviati dei rinforzi (pari a 5.000 fanti e 400 cavalieri), posti sotto il
comando di Tito Manlio Torquato. Un autorevole esponente dell'aristocrazia
terriera sardo-punica, quell'Amsicora (o Ampsicora) che Tito Livio definì: «qui
tum auctoritate atque opibus longe primis erat» (colui il quale in quel tempo
era largamente primo per autorità e per ricchezze), era infatti riuscito non
solo a mettere in campo un esercito sardo abbastanza consistente, ma anche ad
ottenere rinforzi militari da Cartagine, inviandovi ambasciatori in segreto.
Secondo alcune fonti insieme ad Amsicora a condurre la rivolta si trovava pure
Annone, un ricco cittadino punico di Tharros. Cartagine sostenne la rivolta
inviando una flotta forte di 15.000 armati, sotto il comando di Asdrubale il
Calvo. Il piano di Amsicora era quello di dare battaglia solo quando tutte le
forze disponibili si fossero riunite. Per continuare il reclutamento tra i
sardi dell'interno, lasciò il comando al figlio Iosto a Cornus con una parte
dell'esercito. I rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa
di una tempesta che dirottò le navi sulle isole Baleari dove rimase per molto
tempo per essere riparata;e i Sardi dell'interno indugiarono troppo prima di
unirsi al suo gruppo. Iosto accettò imprudentemente la battaglia offerta dal
comandante Manlio Torquato. L'esercito sardo fu sconfitto subendo la perdita di
3.000 soldati, 800 furono fatti prigionieri[28]. Asdrubale il Calvo
intanto raggiunse la Sardegna, sbarcò a Tharros e respinse i Romani verso
Caralis. A loro si unì Amsicora con il resto dell'esercito sardo. Lo scontro
con i Romani avvenne nella piana del Campidano meridionale, tra Decimomannu e
Sestu. Dopo una cruenta battaglia la coalizione sardo-punica fu duramente
sconfitta, morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti
prigionieri fra i quali Asdrubale il Calvo ed Annone. Iosto morì in battaglia.
Amsicora affranto dal dolore per la morte del figlio, non volendo finire nelle
mani dei Romani si uccise. Una flotta cartaginesedi 40 navi, comandata da
Amilcare apparve davanti alla città di Olbia, situata nella costa nordest della
Sardegna e la devastò; poi quando apparve il pretore Manlio Vulsone con
l'esercito, il comandante cartaginese si affrettò ad allontanarsi fino a
raggiungere Caralis (Cagliari), che saccheggiò e da lì fece ritorno in Africa
con un ingente bottino. Le rivolte del II secolo Romania e Barbaria Il II
secolo a.C. fu, specialmente nella sua prima parte, un periodo di importanti
fermenti insurrezionali. Nel 181 a.C. ci fu una rivolta dei Corsi, sedata nel
sangue dal pretore Marco Pinario Posca, che ne uccise circa 2.000 e fece un
certo numero di schiavi. Una nuova rivolta fece intervenire Attilio Servato,
pretore in Sardegna, che fu battuto e costretto a ripararsi sull'altra isola;
Attilio chiese rinforzi a Roma, questa inviò Caio Cicerio che, dopo aver fatto
voto a Giunone Moneta di erigerle un tempio in caso di successo, ottenne un
nuovo sanguinoso successo, con 7.000 corsi uccisi e 1.700 fatti schiavi. A
domare una nuova rivolta fu invece Marcus Juventhius Thalna, delle cui gesta
non è stato tramandato. Oltre al silenzio letterario sulla spedizione,
colpiscono due aspetti anche più singolari del poco che ne è stato tramandato:
il primo è che dopo aver avuto notizia del successo il senato romano indisse
delle preghiere pubbliche, il secondo è che saputo a sua volta di quanto
importante fosse stato considerato il suo successo, Thalna ne trasse tanta
emozione da addirittura morirne. Morto Thalna, la ribellione dovette riprendere
immediatamente, sostiene Colonna, poiché Valerio Massimo, pur senza parlare di
altre rivolte, segnala che dalla Sardegna dovette allungarsi sull'isola corsa
anche Scipione Nasica a completare la pacificazione; circa la complessiva
azione romana di repressione delle insurrezioni, lo stesso Colonna suggerisce
inoltre che in nessun caso debba essersi trattato di successi pieni poiché,
oltre che al primo, a nessun altro condottiero fu poi più concesso il
trionfo. La resistenza dei Sardi si protrasse ancora nel II secolo a.C.
Per sedare la ribellione dei Balari e degli Iliesi, il Senato inviò il console
Tiberio Sempronio Gracco al comando di due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più
300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600 cavalieri fra alleati
e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi; in seguito alla
sconfitta, a queste comunità fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre
Gracco ottenne il trionfo. Tito Livio documenta l'iscrizione nel tempio della
dea Mater Matuta, a Roma, dove i vincitori esposero una lapide celebrativa che
diceva:« Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco,
la legione e l'esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa
provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel
modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite,
egli riportò indietro l'esercito sano e salvo e ricco di bottino; per la
seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha
dedicato questa tavola a Giove.» La Sardegna in epoca romana aveva appena 1/5
dei suoi abitanti attuali (300.000 contro 1.600.000 attuali) e la Barbagia (più
o meno la provincia di Nuoro) poteva avere allora appena 55 000 abitanti (1/5
dei suoi attuali 280.000). Se l'epigrafe raccontava il vero, i Romani avevano
ucciso la metà degli abitanti, per di più tutti maschi e adulti. Le
rivolte dei Sardi non si erano concluse, ma bisognò attendere gli anni 163 e
162 a.C. per vederne di nuove dopo lo sterminio compiuto da Sempronio Gracco.
Non si sa molto su queste rivolte poiché andarono perduti i testi di Livio. Si
sa però da altre fonti che le sollevazioni causate dall'eccessiva pressione
fiscale dei pretori romani continuarono e gli eserciti e i generali romani che
si susseguirono nel compito di domare questa terra utilizzarono sempre la
stessa strategia: eliminare il maggior numero di Sardi possibile. Tra le
ultime rivolte di una qualche importanza vanno citate quelle del 126 e del 122:
quest'ultima permise a Lucio Aurelio di celebrare l'8 dicembre il penultimo
trionfo romano sui Sardi. L'onore però dell'ultimo fu dato dal Senato al
console Marco Cecilio Metello che sconfisse l'ultima resistenza dei Sardi uniti
(quelli delle coste e dell'interno). Da questo momento, i Sardi delle zone
costiere e delle pianure dell'Isola smisero di ribellarsi e col passare del
tempo si romanizzarono. Continuarono invece le ribellioni delle seguenti tribù
dell'interno che costrinsero le guarnigioni romane a estenuanti campagne
militari. Ilienses (siti tra il Marghine ed il Goceano) Balari (abitanti
il Monteacuto e parte della Gallurameridionale) Corsi (ubicati nella estremità
settentrionale della Sardegna) Olea - "Sardi Pelliti" o Aichilensens
(così definiti dall'erudito geografo Tolomeo, dal greco aix, aigòsovvero
vestiti di pelli di capra), abitanti la regione del Montiferru: arroccati nelle
fortezze di sa Pattada Cunzada (959 m) - Scano di Montiferro -, Badde Urbara
(900 m) - Santu Lussurgiu -, nei nuraghi di Leari (850 m), su Crastu de sa
Chessa (745 m), Funtana de Giannas (690 m) - Scano di Montiferro -, Silbanis e
Monte Urtigu (1050 m) - Santu Lussurgiu Celsitani, Nurritani, Cunusitani,
Galillensi (odierna Barbagia), Parati, Sossinati e Acconiti (nel Monte Albo e
nei Monti Remule) costituenti la cosiddette Civitates Barbariae, dimoranti
nell'area chiamata Barbària e probabilmente facenti parte dell'etnia degli
Ilienses. In queste epoche, un gran numero di Sardi che erano stati fatti
prigionieri furono venduti come schiavi nei mercati di Roma, al punto che
divenne proverbiale la frase di Livio: "sardi venales" (sardi a basso
costo). Mario fondò in Corsica la città di Mariana (Colonia Mariana a
Caio Mario deducta), sita presso l'attuale comune di Lucciana verso la foce del
Golo. Da questo momento iniziò la colonizzazione vera e propria e sull'isola
fiorirono ville rustiche e suburbane, villaggi e insediamenti di ogni tipo,
incluse le terme di Orezza e Guagno. Le Guerre SocialiModifica Durante le
guerre civili romane la Sardegna fu dapprima spinta verso la fazione mariana
dal suo governatore Quinto Antonio e poco dopo indotta a schierarsi nel campo
opposto dal sopraggiungere del rappresentante di Silla. Sono i legionari di
Silla a trovare in Corsica il luogo di pensionamento, stavolta presso
Aleria. Morto Silla, il pretore Caio Valerio Triario mantenne la Sardegna
fedele al partito senatorio capeggiato da Pompeo (l'isola pagò a quest'ultimo
un enorme tributo in acciaio per le armi del suo esercito), finché Carales
(Cagliari) non si schierò con Cesare, imitata poco dopo da tutto il resto
dell'isola. Fu scacciato il luogotenente di Pompeo, Marco Cotta, e fu accolto
favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca. I pompeiani non si
diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni guerresche intese alla
riconquista delle città costiere. Sulci si arrese mentre Carales resistette:
per questo motivo, Cesare punì la prima e premiò la seconda. La situazione si
capovolse di nuovo quando la Sardegna, assegnata ad Ottaviano, e invece
occupata da SESTO POMPEO MAGNO che la tenne come preziosa base per la sua lotta
contro i cesariani, quando, tradito dal suo luogotenente, fu definitivamente
soppiantato da Ottaviano nel possesso dell'isola. Con quella data
finalmente ebbe termine per la Sardegna il periodo delle lotte violente e dei
bruschi sovvertimenti politici, con le loro funeste conseguenze economiche,
durato esattamente duecento anni. Diodoro Siculo visitò la Corsica e notò
che i còrsi osservavano tra loro regole di giustizia e di umanità che valutò
più evolute di quelle di altri popoli barbari; ne stimò il numero in circa
30.000 e riferì che essi erano dediti alla pastorizia e che marchiavano le
greggi lasciate libere al pascolo. La tradizione della proprietà comune delle
terre comunali non fu eradicata del tutto. I primi due secoli
dell'ImperoModifica Busto di Augusto, museo archeologico nazionale di
Cagliari Le province dell'Impero romano furono ripartite tra le province
affidate all'Imperatore Augusto, governate da legati di rango senatorio, e
province affidate al senato, tra cui la Sardegna e Corsica, governate da
proconsoli (proconsules) di rango senatorio . Anche nelle province senatorie
l'Imperatore aveva suoi rappresentanti di rango equestre detti procuratori
(procuratores) Presso Aleria e Mariana si approntarono basi secondarie
della flotta imperiale di Miseno. I marinai còrsi arruolati presso i porti
dell'isola furono tra i primi a ottenere la cittadinanza romana (sotto
Vespasiano). Analogamente a quanto avveniva in altre province, i Romani si guadagnarono
il rispetto e la collaborazione dei capi locali (a cominciare dai Venacini,
tribù del Capo Corso), riconoscendo loro funzioni di governo locale ed
apportando ricchezza con la messa a profitto delle terre sfruttabili in collina
e lungo le coste. I sardi si ribellarono, non solo all'interno ma anche
nelle pianure, e manifestarono il loro malcontento unendosi ai pirati del
Tirreno. La violenza di questa rivolta costrinse Augusto a rimuovere i senatori
dal comando della Sardegna ed a prenderne lui stesso il controllo diretto. Fu
inviato un distaccamento di legionari, comandati da un prolegato (al posto del
legato) di rango equestre o da un prefetto, a rinforzare la presenza militare
sull'isola che prima era affidata solo ad alcune coorti ausiliarie. La rivolta
fu così violenta che alcuni storici hanno ipotizzato che la Sardegna e la
Corsica fossero state divise e affidate a 2 governatori di pari grado
indipendenti l'uno dall'altro; è infatti attestata l'esistenza di un praefectus
corsicae. Più accreditata è però l'ipotesi che vuole che questo prefetto di
Corsica fosse un subordinato del governatore della Sardegna. Svetonio ci
dice che Augusto visitò tutte le province tranne la Sardegna e l'Africa poiché
le condizioni del mare non glielo permisero, mentre quando il mare non glielo
impediva non c'era bisogno che partisse: questo fa capire che la rivolta pur
essendo violenta non durò molto. Infatti nel 19 Tiberio sostituì il
distaccamento di legionari con 4000 liberti (o figli di liberti) ebrei. La
situazione ritornò tranquilla e Claudio ridette il comando al senato.
Nerone mandò in esilio in Sardegna Aniceto, ex precettore dell'imperatore ed ex
prefetto della flotta di Miseno. Aniceto, su istigazione di Nerone ne aveva
ucciso la madre, Agrippina e qualche anno dopo, per spianare la strada a Poppea
"confessò" una relazione con Claudia Ottavia moglie legittima di
Nerone e fanciulla di specchiata virtù. La Tavola di Esterzili
risalente al regno di Otone, e riportante un decreto del Proconsole della
Sardegna Lucio Elvio Agrippa atto a dirimere una controversia tra i Gallilensi
e i coloni Patulcenses Campani Probabilmente per evitare fughe di notizie o
ricatti Aniceto fu spedito in Sardegna dove visse fra gli agi al sicuro anche
da eventuali sicari dell'imperatore. Seneca, il tutore di Nerone, passò dieci
anni in esilio in Corsica. Vespasiano, tolse al senato il controllo della
Sardegna - forse di nuovo in fermento - e la affidò a un procuratore.
L'imperatore Traiano ristrutturò e potenziò il centro di Aquae Hypsitanaeche
assunse in suo onore il nome di Forum Traiani. Il II secolo fu un momento
di sviluppo e di prosperità anche per la Sardegna: tutti gli abitanti, anche i
barbaricini, si mostravano contenti della politica romana (almeno secondo la
storiografia ufficiale) e ben presto tutta l'isola avrebbe parlato latino (la
lingua dei Cartaginesi è attestata fino al principato di Marco Aurelio). In
questo periodo non ci furono rivolte ed i Romani ebbero la possibilità di
ricostruire e migliorare la rete stradale punica spingendola anche all'interno,
costruirono terme, anfiteatri, ponti, acquedotti, colonie e monumenti. La
ricchezza della Sardegna era dovuta ad uno sfruttamento agricolo e minerario
senza precedenti: l'isola infatti esportava piombo, ferro, acciaio e argento
grazie alle sue miniere, e grano per 250.000 persone. Ma nonostante tutto la
Sardegna venne sempre considerata, e non solo sotto i Romani, come una terra
lontana e utile solo per isolare prigionieri e nemici dell'impero. Tra le varie
persone che giunsero in Sardegna dal mare vi erano numerosi criminali,
rivoluzionari ma anche tantissimi cristiani tra cui anche i papi Callisto e
papa Ponziano e il famoso prete Ippolito. I governatori, in questa fase,
sembravano di fatto dei coordinatori manageriali, con esperienza nel
rifornimento e nel trasporto del grano, più che uomini d'arme. Sappiamo ora con
certezza che, nel 170, la Sardegna era sotto il controllo senatoriale. Se
Ippolito è preciso nella sua terminologia, il governatore della provincia era
chiamato procurator. Questi governatori (procuratori) gestirono il territorio
in modo pacifico ma dopo, come del resto in tutto l'impero, riprese il
malcontento della popolazione, che costrinse i governatori a reprimere le
rivolte con l'uso della forza, nei casi più gravi. Gli ultimi tre secoli
dell'ImperoModifica La situazione era cambiata rispetto a quella del secolo
precedente; i governatori erano quasi tutti militari ed alcuni, come Tizio
Licinio Hierocle e Publio Sallustio Sempronio, erano anche uomini con esperienze
di guerra. Il malcontento andò aumentando poiché le tasse erano alte, il
latifondo si diffondeva e gli agricoltori erano sempre più legati alla terra.
Il fatto che grazie a Caracalla i Sardi e i Corsi, come tutti gli abitanti
dell'Impero, avessero ottenuto la cittadinanza romana, passò in secondo piano
poiché questo onore era in concreto legato a tasse aggiuntive. durante il
regno di Filippo l'Arabo, fu intrapresa la ristrutturazione e risistemazione
dell'impianto viario della provincia che cominciò con Publio Elio Valente e
continuò anche durante il breve regno di Emiliano. Ricordiamo, inoltre,
di numerosi martiri del periodo. San Simplicio, San Gavino, San Saturnino, San
Lussorio e Sant'Efisio in Sardegna mentre Santa Devota (martire attorno,
persecuzione di Settimio Severo, o persecuzione di Diocleziano) è, assieme a
santa Giulia, una delle prime sante còrse di cui si sia avuta notizia. Secondo
la leggenda, la nave che ne trasportava il feretro verso l'Africa fu gettata da
una tempesta sul litorale monegasco. Per questo sarebbe divenuta la patrona del
Principato di Monaco e della famiglia Grimaldi. Santa Giulia (martire durante
la persecuzione di Decio, o quella di Diocleziano), è la patrona di Corsica e
di Brescia, città dove riposano le sue reliquie dopo che vi fu fatta
trasportare da Ansa, moglie del re longobardo Desiderio. Santa Giulia è patrona
anche di Livorno, dove le spoglie della santa avrebbero fatto tappa provenendo
dalla Corsica. A queste martiri se ne aggiunge un'intera schiera, tra i quali
san Parteo, che fu forse il primo vescovo di Corsica. Il primo vescovo còrso di
cui si abbia notizia certa è Catonus Corsicanus, che partecipò, così come il
vescovo di Caralis Quintinasio, al Concilio di Arlesindetto da Costantino
I. I domini dei Vandali attorno al 456, dopo la conquista di
Sardegna e Corsica. Diocleziano unì la provincia alla Dioecesis Italiciana Dopo
la divisione della diocesi attuata da Costantino, venne compresa nell'Italia
Suburbicaria. Sardegna e Corsica rimasero sotto Roma per tutto il
convulso IV secolo e i primi decenni del V (nell'impero romano d'Occidente),
fino a quando nel 456 i Vandali, di ritorno dalla penisola, dove avevano
saccheggiato Roma, en passant le conquistarono e le annessero al loro regno. Ma
vinsero solo sulle coste, poiché i Sardi dell'interno, ormai pratici,
immediatamente si ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro
zona. Aleria, in Corsica, fu saccheggiata e, abbandonata, finì in rovina, lo
stesso destino toccò ad Olbia. La parte romanizzata della Sardegna,
grazie ad un certo Goda, che era un governatore vandalo dell'isola di origine
gotica, dopo essersi ribellato al potere centrale resistette per un certo
periodo ai Vandali assumendo il titolo di "Rex". Difesa ed esercito
I Sardi entrarono anche a far parte dell'esercito romano dando il loro modesto
contributo ovunque vi fossero truppe; infatti, per quanto riguarda i legionari,
non essendo un'isola molto popolata, e dato che i cittadini non avevano avuto
la cittadinanza (ottenuta dopo la riforma di Caracalla), il numero fu sempre
bassissimo ed entra nelle statistiche solo nell'epoca successiva ad
Adriano. Per quanto riguarda gli ausiliari, i Sardi fornirono (come isola
Sardegna) 3 coorti, mentre come provincia (Sardegna e Corsica) 6 coorti, 3 per
ciascuna isola con un numero maggiore dei Sardi sui Corsi. La
"Cohors I Sardorum" era probabilmente stanziata a Cagliari nei primi
tre secoli d.C., mentre la "Cohors II Sardorum" fondata al tempo di
Adriano, era stanziata a Sur Djuab, a circa 100 km a sud di Algeri. Il
riscatto della Sardegna avvenne con la flotta; infatti i Sardi erano la prima
fonte di reclutamento occidentale della flotta di Miseno. Considerando invece
tutto l'impero, l'isola diventa la quarta fonte di reclutamento della stessa
flotta, battuta soltanto dalle province d'Egitto, d'Asia e della Tracia che
avevano una popolazione molto più grande. Geografia politica ed
economicaModifica Corsica Strabone, che scrisse durante il principato di
Augustoe Tiberio, descriveva la Corsica come un'isola scarsamente abitata, con
un territorio sassoso e per lo più impraticabile. I suoi abitanti risultavano
ancora dei selvaggi che vivevano di rapine.[1] «Quando i generali romani
vi fanno incursioni e prendono una gran parte della popolazione, rendendola
schiava, che poi la si trova a Roma, fa meraviglia per quanto in loro vi sia di
bestiale e selvaggio. E questi o non riescono a sopravvivere, o se rimangono in
vita, logorano talmente i loro proprietari per la loro apatia, che questi si pentono
[di averli acquistati], anche se li hanno pagati poco.» (Strabone,
Geografia) Sardegna Strabone descrive la Sardegna come un territorio roccioso e
non ancora del tutto pacificato. Essa possiede un territorio interno molto
fertile di ogni prodotto, in particolare di grano.[1] Purtuttavia, così come
nei confronti delle popolazioni corse, anche di quelle sarde le fonti romane (a
differenza dei miti greci) non riportano generalmente una buona
opinione. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam
atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. Dai Punici, mescolati
con la stirpe africana, sorsero i Sardi che non furono dei coloni liberamente
recatisi e stabilitisi in Sardegna, ma solo il rifiuto di cui ci si sbarazza.
CICERONE (si veda), Pro M. Scauro) Il passaggio dei Romani lasciò numerose
tracce nella geografia della Sardegna per l'importante opera di mappatura del
territorio, del quale si ebbero le prime serie catalogazioni, ed ovviamente
nella toponomastica, di cui parte non è stata ancora soppiantata nonostante il
tempo trascorso. Le Bocche di Bonifacio, che separano la Sardegna dalla
Corsica, erano un tratto di mare molto temuto dai romani per via delle correnti
che potevano far affondare le loro navi ed erano dette Fretum Gallicum. L'isola
dell'Asinara, famosa per il carcere chiuso solo pochi anni fa, era detta
Herculis mentre le isole di San Pietroe di Sant'Antioco erano dette
rispettivamente Accipitrum la prima e Plumbaria la seconda; Capo Teulada, la
punta meridionale dell'isola era chiamata Chersonesum Promontorium mentre Punta
Falcone, l'opposto settentrionale di Capo Teulada, era detta Gorditanum
Promontorium; l'attuale fiume Tirso era chiamato Thyrsus. Le
antiche tribù còrse e le principali città e strade in epoca Romana. Maggiori
centri provinciali e tribù autoctoneModifica Corsica Prima Strabone[1] e poi,
intorno al 150, il geografoClaudio Tolomeo, nella sua opera cartografica, offrì
una descrizione piuttosto accurata della Corsica preromana, elencando: 8
fiumi principali, tra i quali il Govola-Golo e il Rhotamus-Tavignano; 32 centri
abitati e porti, tra i quali Blesino,[1]Centurinon (Centuri), Charax,[1]
Canelate (Punta di Cannelle), Clunion (Meria), Enicomiae,[1]
Marianon(Bonifacio), Portus Syracusanus (Porto Vecchio), Alista (Santa Lucia di
Porto Vecchio), Philonios(Favone), Mariana, Vapanes e Aleria; 12 tribù
autoctone (in greco, latino e loro localizzazione): Kerouinoi (Cervini,
Balagna); Tarabenoi (Tarabeni, Cinarca); Titianoi (Titiani, Valinco); Belatonoi
(Belatoni, Sartenese); Ouanakinoi (Venacini, Capo Corso); Kilebensioi
(Cilebensi, Nebbio); Likninoi (Licinini, Niolo); Opinoi (Opini, Castagniccia,
Bozio); Simbroi (Sumbri, Venaco); Koumanesoi (Cumanesi, Fiumorbo); Soubasanoi
(Subasani, Carbini e Levie); Makrinoi (Macrini, Casinca). Sardegna Plinio ci
informa che "In essa (la Sardegna), i più celebri (sono): tra i popoli,
gli Iliei, i Balari e i Corsi"; vengono inoltre menzionati più volte altri
popoli minori come i Parati, i Sossinati e gli Aconiti, che secondo gli storici
romani abitavano nelle caverne e depredavano i prodotti degli altri Sardi che
lavoravano la terra e che con le loro navi si spingevano fino alle coste
dell'Etruria per depredarla. Tuttavia bisogna tener presente che i luoghi
abitati da questi popoli minori videro molti secoli prima dell'arrivo dei
Romani il fiorire della civiltà Nuragica, come in tutto il resto della
Sardegna, l'apparente arretratezza di tali popoli fu probabilmente dovuta alle
grosse perdite subite contro Cartaginesi e soprattutto contro i Romani, che
portarono alla relegazione di alcune popolazioni ribelli nei monti interni,
creando una divisione tra i Sardi abitatori di città e di villaggi nelle
pianure e nelle coste e i Sardi montanari che in gran parte si "imbarbarirono"
e si diedero al banditismo. Sempre i Romani, nei secoli in cui dominarono
la Sardegna, fondarono alcune nuove città come Turris Libisonis (oggi Porto
Torres) e fecero sviluppare molti centri abitati soprattutto nelle coste, come
Carales, Olbia, Fanum Carisii (oggi Orosei), Nora e Tharros, ma anche
nell'interno, come Forum Traiani (oggi Fordongianus), Forum Augusti (oggi
Austis), Valentia (oggi Nuragus),Colonia Julia Uselis (oggi Usellus), ed infine
elevarono diverse città al rango di municipio. BithiaModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bithia (sito
archeologico). BonorvaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Bonorva. Il generale sabaudo Alberto La Marmora, in
esplorazione presso San Simeone di Bonorva, aveva identificato un forte romano
che era stato dimenticato per tutto questo tempo. Il Tetti indica in realtà che
si trattava di una fortificazione punica, che era stata occupata dai romani.
Nulla però dimostra una presenza militare in questo luogo per i primi secoli
dell'Impero romano. BosaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Bosa. L'anfiteatro romano di Cagliari.
Colonna nella Villa di Tigellio. CagliariModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia di Cagliari. Cagliari (Carales
o Karalis) era la città più importante della Sardegna. Il fatto che da qui
partissero ben quattro strade che attraversavano l'intera isola dal sud al
nord, la circostanza che il suo porto fosse un centro strategico importante per
le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale (che oltretutto ospitava un
distaccamento della flotta di Miseno ed era il porto dal quale partiva il grano
per l'approvvigionamento di Roma) e che la sua popolazione fosse all'incirca di
20.000 abitanti, rendeva Carales una tra le più importanti città marittime
della zona occidentale dell'Impero romano. La zona abitata si sviluppava
sulla costa per circa 300 ettari, il centro di questa città era il foro, dove sorgevano
numerosi edifici come la curia municipale, l'archivio provinciale, la sede del
governatore, la basilica, il tempio di Giove Capitolino. La città fu
interessata da una serie di interventi edilizi di pubblica utilità come la
realizzazione di una complessa rete fognaria e la pavimentazione di strade e
piazze, la costruzione di un acquedotto che molto probabilmente prendeva
l'acqua dalla sorgente di Villamassargia e, attraverso Siliqua, Decimo,
Assemini, Elmas, arrivava in città passando per il quartiere di Stampace.
Nel I secolo d.C. la città fu dotata di eleganti passeggiate coperte da portici
mentre nel II secolod.C. fu costruito l'anfiteatro, ancora utilizzato per gli
spettacoli al giorno d'oggi, semi-scavato nella roccia, che poteva ospitare fino
a 10.000 persone. Il titolo di municipium fu ottenuto solo sul finire del I
secolo a.C.; era un titolo importante perché le consentiva di essere una città
autonoma con cittadinanza romana. Per quanto riguarda le differenze tra i
vari quartieri, quelli signorili sorgevano nel territorio a nord di
Sant'Avendrace e nell'area di San Lucifero; al loro interno sorgevano le terme,
i templi, alcuni teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si
trovavano nella zona della Marina e i quartieri popolari vicino al porto, fra
l'odierna via Roma e il Corso Vittorio Emanuele. Claudio Claudiano, nel
IV secolo, descrisse così la città di Caralis. Caralis, si distende in
lunghezza ed insinua fra le onde un piccolo colle che frange i venti opposti.
Nel mezzo del mare si forma un porto ed in un ampio riparo, protetto da tutti i
venti, si placano le acque lagunari» (Claudio Claudiano) Calangianus Lo
stesso argomento in dettaglio: Calangiani. Nell'attuale Calangianus è
identificato l'oppidum di Calangiani o Calonianus, citato nella Geographia del
Fara. Oltre alle diverse tracce di strada romana per Olbia e Tibula, sono state
ritrovate rovine dell'oppidum nei pressi di Monti Biancu e della località Santa
Margherita, un busto di Demetra a Monti di Deu ed un'anfora all'interno del
nuraghe Agnu. Inoltre, il toponimo deriverebbe dalla divinità Giano, il cui
culto era molto diffuso in Sardegna. CornusModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cornus (Sardegna).
FordongianusModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Fordongianus. Fordongianus, Forum Traiani, si trova oggi in
provincia di Oristano ed è particolarmente importante per la sua posizione
geografica che lo vede incuneato tra i monti della Valle del Tirso, naturale
via di penetrazione dalla pianura all'entroterra e punto di contatto tra i due
diversi mondi. Fin dalla sua fondazione fu un centro rinomato per le sue terme,
che sfruttavano una fonte naturale di acqua calda e curativa. Qui si
trova un'iscrizione che testimonia come l'attività delle genti della Barbaria
fosse ancora viva nel I secolod.C. poiché furono queste a dedicare
un'iscrizione ad un imperatore, probabilmente Tiberio, rinvenuta nel Forum
Traiani. Terme del Forum Traiani Come già accennato in precedenza,
tra le motivazioni originarie dell'insediamento, si pone la presenza di una
fonte d'acqua naturalmente calda e curativa. Sfruttando la fonte sorse, proprio
presso il fiume, un vasto edificio termale (che costituisce oggi il nucleo
dell'attuale area archeologica) caratterizzato da una grande piscina, in
origine coperta, in cui giungono le acque calde temperate con un'aggiunta di
acqua fredda. L'aspetto curativo delle terme è sottolineato dal rinvenimento di
due statue del dio Bes, divinità legata ai culti salutiferi, e la loro
importanza è messa in evidenza dalla recente scoperta di un piccolo spazio
sacro dedicato alle ninfe, divinità delle acque. In un'area vicina
all'attuale centro abitato è stato rinvenuto l'anfiteatro, vicino alla necropoli
tardo-antica sulla quale fu edificata la chiesa di San Lussorio. Mamoiada
Lo stesso argomento in dettaglio: Mamoiada. Mamoiada (o Mamujada) era
probabilmente uno stanziamento militare romano nell'isola, infatti diversi
studiosi moderni sono propensi a far derivare il suo nome da mansio manubiata
(stazione vigilata, sorvegliata). Altra prova a favore di questa ipotesi è il
nome del quartiere più antico della città "su Qastru" (dal lat.
castrum, campo fortificato, accampamento militare). Mamoiada in effetti
si trova in una zona centrale e quindi strategica della Barbagia, e
precisamente al centro della cerchia dei seguenti villaggi: Orgosolo, Fonni,
Gavoi, Lodine, Ollolai, Olzai, Sarule ed Orani, e dunque questa sua posizione
strategica non poteva non essere sfruttata dalle truppe romane nelle loro
azioni di sorveglianza e di repressione. MacomerModifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Macomer. Fondata dai Punici
Macopsissa costituiva un importante centro per il controllo del territorio. La
sua importanza aumentò durante il periodo romano, divenendo un importante snodo
fra Calares e Turris Libisonis. Macomer era un importante nodo della rete
viaria creata dai Romani sull'Isola. Meana Sardo Anche Meana Sardo,
villaggio della Barbagia, era probabilmente un presidio romano poiché il suo
nome potrebbe derivare da mansio mediana (stazione mediana o intermedia) di una
tra le più importanti arterie stradali romani nell'isola quella che da Carales
porta a Olbia. Meana si trova esattamente a metà strada di quel lungo
tracciato ed anche a metà strada tra la costa orientale e quella occidentale
della Sardegna. Metalla Lo stesso argomento in dettaglio: Metalla.
Neapolis: Neapolis (Sardegna). NoraModifica Rovine di Nora Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Nora (Italia). Il
preesistente abitato punico non ha condizionato in maniera particolare
l'assetto urbano di epoca romana. I Romani hanno effettuato infatti pesanti
interventi per la costruzione di strade, edifici e aree pubbliche come il
teatro e il foro, demolendo i precedenti edifici, in un piano di forte
rinnovamento urbanistico. I Romani modificarono a tal punto la città
probabilmente perché Nora fu la prima sede del governatore della
provincia. Numerose erano le ville e le case dei nobili e della plebe;
degli edifici non rimane molto poiché erano costruiti con zoccolo in pietra e
l'elevato in mattoni crudi. A differenza delle case e delle ville le strutture
pubbliche erano costruite col cemento e rivestite di laterizi o grossi blocchi
di pietra. Le più importanti opere della città erano: il teatro, costruito in
età augustea, e le terme a mare, edificate tra la fine del II e gli inizi del
III secolo d.C. NuoroModifica Sono scarne le notizie sulla città di Nuoro
in epoca romana. Secondo alcuni proprio all'inizio della dominazione romana la
città fu fondata con l'unione di vari gruppi nuragici, inizialmente legati
contro il nemico comunque, successivamente spinti all'unione dalla possibilità
di arricchirsi col commercio dei prodotti locali. Furono due i primi
nuclei cittadini, infatti i primi due gruppi si insediarono in parti diverse:
un gruppo si stanziò nel monte Ortobene, l'altro nel quartiere di Seuna,
l'altro nel quartiere di San Pietro. In seguito i due gruppi si riunirono dando
origine alla vera e propria città. Importante è anche il fatto che a Nuoro
nella zona più ricca dal punto di vista agricolo, oltre Badu e'Carros, ci fosse
un presidio militare. Questa zona infatti si chiama "Corte", e
ricorda molto la Coorte, che nel periodo romano era un gruppo di soldati.
La città ha avuto una grande importanza strategica poiché è situata proprio al
centro della Barbagia, i cui abitanti per secoli si ribellarono ai Romani prima
di essere romanizzati parzialmente. Nuoro sorge infatti lungo l'antico percorso
principale (asse nord-sud) della a Olbia-Karales per Mediterranea, nello snodo
con la via Transversae (la trasversale mediana) che attraversava la Sardegna
lungo un asse est-ovest (con quattro stazioni nodali negli incroci con le 4
principales: Cornus - Macopsissa - Nuoro - Dorgali/Orosei). La Trasversale
mediana era utilizzata anche per il trasporto del grano della valle del Tirso
verso la costa di Dorgali e Orosei, per l'imbarco del prodotto destinato al porto
di Ostia. Sempre a Nuoro terminava anche una strada vicinale per l'odierna
Benetutti. NureModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento
in dettaglio: Nure (città). OlbiaModifica Busto di Nerone del 54/55-59
d.C. da Olbia, (museo archeologico nazionale di Cagliari). Olbia occupò in età
romana gli stessi spazi della città punica fino alle soglie dell'età imperiale.
Infatti non pare che durante la repubblica si siano verificati sostanziali
mutamenti nell'assetto urbanistico che continuò a mantenere, intatto, il
primitivo impianto ortogonale dei fondatori cartaginesi. Successivamente la
città si arricchì di opere pubbliche: vennero lastricate le strade, si
edificarono due impianti termali e un acquedotto, i cui resti sono tuttora
visibili a nord della città, e si rinnovarono alcune strutture templari.
Una concubina di Nerone di nome Atte fece erigere ad Olbia un tempio a Cerere,
e grazie all'imperatore ebbe latifondi nell'agro e fu anche proprietaria di
un'officina che fabbricava laterizi. Busto di Traiano da Olbia,
(museo archeologico nazionale di Cagliari) Il porto, in contatto con i
principali scali del Mediterraneo, fu di primaria importanza nell'ambito della
Sardegna settentrionale poiché da qui partivano per Roma buona parte dei
prodotti, soprattutto cerealicoli, del nord dell'isola che confluivano nella
città grazie a tre grandi strade. Per questo motivo nel 56 a.C., soggiornò
nella città Quinto, fratello di Marco Tullio Cicerone, che controllava i
commerci per ordine di Pompeo. La necropoli, che si estese uniformemente
oltre la cinta urbana a occidente della città, restituì ricchi corredi
funerari. In particolare, nell'area della collina oggi occupata dalla chiesa di
San Simplicio (santo qui martirizzato, secondo la tradizione locale, durante le
persecuzioni di Diocleziano), l'utilizzo per le sepolture avvenne fino a età
medioevale e vi si rinvennero preziose oreficerie, sarcofagi istoriati e
iscrizioni. Intorno alla metà del V secolo Olbia fu saccheggiata dai
Vandali come dimostrano gli straordinari ritrovamenti avvenuti nell'area del
porto vecchio. Furono infatti ritrovati 24 relitti di navi romane e medievali e
da questo scavo è stato possibile accertare l'attacco dei Vandali e il crollo
della città anche se l'abitato non fu abbandonato e rifiorì in età
medievale. OschiriModifica Una mattonella o un mattone trovata a Oschiri
porta l'iscrizione COHR P S per "coh(o)r(tis) p(rimae)" o
"p(raetoriae) S(ardorum)", ma non è impossibile che provenga da
Nostra Signora di Castro poiché non è conosciuto bene il modo in cui è stato
scoperto questo mattone. Per il resto il luogo non ha nulla che faccia pensare
ad una presenza militare romana. OthocaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Santa Giusta (Italia). Porto
TorresModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Colonia Iulia Turris Libisonis. Mosaico dell'Orfeo Presumibilmente il
sostantivo con cui veniva identificata la città, in epoca romana, era Turris
Libysonis. Questo lo si deduce grazie a Plinio il Vecchio, il quale, nella sua
Naturalis Historia(nel I secolo d.C.) cita "Colonia autem una que vocatur
ad turrem libisonis", letteralmente; "mentre v'è (in Sardegna) una
sola colonia romana, presso la torre di libiso". Tale scrittura fa pensare
ad un riferimento artificiale, probabilmente una torre nuragica (Nuraghe). È
invece grazie all'anonimo Ravennate che si evince lo status dell'insediamento,
il quale sostiene; "Turris Librisonis colonia Iulia", da che si nota
l'aggettivo Iulia, dovuto verosimilmente a Giulio Cesare, probabile fondatore
della colonia, durante il viaggio di ritorno dall'Africa o ad Ottaviano
delegatore di un tale, Marco Lurio, che potrebbe aver fondato la colonia Statua
romana da Porto Torres Oltre a ciò l'importanza del centro, nell'isola, era
notevole, paragonabile solo a quella di Carales. L'importanza politica è
deducibile dalla "Passio Sanctorum Martyrum Gavini Proti et
Jianuarii", nel quale si esterna la presenza di una residenza del
governatore della provincia romana, tale Barbaro. L'importanza economica
invece è palese dalle rovine restanti, terme imponenti è una impressionante
maglia urbana, il centro per altro era in comunicazione diretta con Roma,
tant'è vero che nella Ostia antica, si trova un mosaico che riporta
"Naviculari Turritani", riconducibile ai commercianti di Turris.
Infatti le esportazioni di cereali erano notevoli, grazie alla grande pianura
della Nurra, in diretta comunicazione con la colonia mediante il "ponte
romano" (costruzione più imponente del suo genere nell'intera provincia),
sovrastante il fiume Riu Mannu, che tra le altre cose era utilizzato come via
alternativa per i traffici con l'interno dell'isola, si ipotizza la presenza di
un porto fluviale, oltre a quello marittimo. Ma oltre alle esportazioni
cerealicole, erano massicce anche quelle minerali, e salini, provenienti dai
vicini siti. cosa particolare era la presenza del culto di Iside. Altre
prove storiche sono dovute a Cicerone in una sua lettera la chiama
"Collina" ma, visti i ritrovamenti archeologici trovati, possiamo
affermare con sicurezza che Turris Libisonis non fu per Roma solo una collina.
Non è un caso che la città continuò ad esistere nei secoli successivi tenendo
inalterata la sua importanza strategica al centro del mediterraneo. Di
importante interesse non architettonico non fu solo il ponte romano e le terme
fortemente mosaicate ma anche le strade: in alcuni tratti l'attuale Strada
statale 131 Carlo Felice risulta affiancata dalla vecchia strada romana, che
seguiva il medesimo percorso fra i due poli dell'isola. Quartu
Sant'ElenaModifica Il termine Quarto, ai tempi dei romani, stava a indicare la
distanza in miglia che separava l'antico insediamento quartese da Cagliari.
Infatti distava 4 miglia romane da Carales. È stata da sempre una meta ambita,
viste le possibilità che offriva, grazie ad un'economia agricola stabile e
fruttuosa integrata alla pesca e alla caccia. Sarcapos Lo stesso
argomento in dettaglio: Sarcapos. SassariModifica Nonostante la città di
Sassari sia stata fondata in periodo Medioevale, il suo territorio conserva
ricche testimonianze d'epoca romana, a partire da opere infrastrutturali di
rilievo come i resti della strada che collegava Cagliari a Porto Torres e le
rovine dell'acquedotto romano che serviva la colonia romana di Turris.
L'area ricca di vegetazione e sorgenti, era un luogo amato dalle famiglie
patrizie della vicina colonia di Porto Torres, per cui oggi sono presenti nel
territorio le rovine di alcune residenze d'epoca romana, la più famosa delle
quali situata nei sotterranei della cattedrale di San Nicola, molti edifici
medioevali sono stati costruiti riutilizzando materiali provenienti da
abitazioni romane, le colonne presenti nel piazzale del santuario di San Pietro
di Silki, provengono da un tempio romano smantellato che sorgeva nella
zona. Sulci (Sant'Antioco)Modifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Sulki. Statua di Druso minore da Sulci del
I secolo d.C. Tharros In epoca romana Sulci continuò a fiorire sino a
diventare, a detta del geografo greco Strabone, la città più florida della
Sardegna romana insieme a Caralis. Lo sfruttamento dei bacini minerari
dell'Iglesiente, dove pare sorgesse l'insediamento di Metalla[53], non era
infatti cessato, e con esso l'intenso traffico nel porto sulcitano: di qui
l'appellativo dell'antica Sulci "Insula plumbea". La città dovette
disporre di ingenti risorse finanziarie se all'epoca della guerra civile tra
Cesare e Pompeo poté pagare una multa di circa 10 milioni di sesterzi
inflittale da parte di Cesare, giunto nel frattempo nell'antipompeiana
Caralis. Sulci si riprese ben presto dallo smacco subito, forte anche
della floridezza del suo porto e dunque della sua economia, sino quando,
intorno al I sec. d.C., sotto Claudio, fu riabilitata sul piano politico e
elevata al rango di Municipium. Secondo Bellieni, la città tra tarda
Repubblica e prima fase imperiale doveva essere popolata da circa 10.000
persone, cifra effettivamente plausibile se si tiene conto della popolazione
media nei centri italiani di età augustea calcolata dal Beloch. L'antico
centro romano sorgeva, come si può desumere facilmente ancora oggi prestando
attenzione alla disposizione degli assi viari maggiori e minori, nell'area
comprendente le attuali vie Garibaldi, XX Settembre, Mazzini, Eleonora
d'Arborea, Cavour, in località detta "Su Narboni". Qui, e
precisamente all'incrocio tra le attuali via XX Settembre e Eleonora d'Arborea
(presumibilmente nell'area dove sorgeva il foro, non ancora localizzato), si
trova un mausoleo noto come Sa Presonedda o Sa Tribuna databile al I sec. a.C.,
grosso modo coevo al ponte romano, situato in corrispondenza dell'istmo, e al
tempio d'Iside e Serapide le cui rovine non sono oggi più apprezzabili.
Tharros Lo stesso argomento in dettaglio: Tharros. Tibula Lo stesso argomento
in dettaglio: Tibula. UsellusModifica Usellus godette di grande splendore
soprattutto nel periodo romano. Fu nel II secolo a.C. che venne fondata
l'antica "Colonia Julia Uselis" il cui centro si trovava molto
probabilmente sopra al colle di Donigala (Santa Reparata) non lontano da quello
attuale. Venne fondata soprattutto come baluardo militare per contrastare
le continue incursioni dei mai domi barbaricini dell'interno dell'isola. Poté
usufruire dello splendore di Roma che la innalzò dapprima a municipium e poi la
elesse Colonia Julia Augusta sotto l'Imperatore Cesare Augusto, in onore della
propria figlia Giulia ed eleggendo nel contempo i propri abitanti a
"cives". Quinto Cicerone, fratello di Marco Tullio, vi fu
Pretore. Quest'ultimo stato giuridico è accertato nella Geografia di Tolomeo ed
in una preziosissima tavola di bronzo dell'anno 158 d.C., come si desume dal
nome dei consoli, contenente un decreto d'ospitalità e clientela, riguardante
l'antica Usellus. La città doveva estendersi per circa sette ettari ed i
suoi fertili terreni vennero assegnati ai veterani delle guerre. In questo
periodo Uselis sfruttando la sua favorevole posizione geografica subì
un'importante evoluzione economica e militare divenendo centro nevralgico di
un'intensa attività economica e crocevia dell'importante rete viaria che la
metteva in comunicazione a sud con Aquae Neapolitanae (terme di Sardara), a
nord con Forum Traiani e una terza via la univa a Neapolis, vicino alla costa
occidentale. Nel suo territorio sono ancora presenti due ponti romani, ci
cui uno in ottimo stato di conservazione, lunghi tratti dell'importante via di
comunicazione e resti delle imponenti mura che la cingevano. Risorse
economiche provincialiModifica Mosaici concernenti i
"Navicularii et negotiantes Karalitani" e i "Navicularii
Turritani" dal piazzale delle corporazioni di Ostia antica. Il
commercioModifica La Sardegna si integrò nel sistema economico e commerciale
dell'Impero soprattutto per quanto riguarda il commercio del grano, del sale,
del legname e dei metalli grazie ad ottimi porti quali Olbia, Tibula, Turris
Libisonis (Porto Torres), Cornus, Tharros, Sulci (Sant'Antioco) e
Carales. L'importanza di questi porti è testimoniata da due mosaici
trovati ad Ostia con la menzione dei "navicularii Turritani e
Calaritani", mercanti marittimi di Porto Torres e Cagliari. Soprattutto in
età imperiale la Sardegna divenne una tappa obbligatoria per i viaggi dalla
penisola all'Africa e alle Mauretanie. L'agricolturaModifica
L'agricoltura era diffusa nell'isola soprattutto nelle aree pianeggianti e in
particolar modo nella pianura del Campidano nella parte meridionale della
Sardegna. Il grano era prodotto in quantità tali che solo quello che si
esportava bastava a sfamare 250.000 persone. Per questo motivo la Sardegna,
durante la repubblica, assunse il titolo di "granaio di Roma".
Si dice che la quantità di grano preso dai Romani dalla Sardegna non solo bastò
per riempire tutti i granai dell'Urbe, ma per contenerlo tutto se ne dovettero
costruire di nuovi. La coltivazione di cereali era sviluppata in particolar
modo nella parte settentrionale, mentre quella dell'ulivo e della vite era
diffusa in tutta l'isola. L'allevamentoModifica L'allevamento per
esportazioni era un'attività economica diffusa in tutta la Sardegna. Tra suini,
bovini e ovini (in particolare i mufloni) solo i primi erano venduti in buone
quantità al resto dell'impero. Gli ovini erano importanti per la lana e i
latticini che i sardi pelliti dell'interno vendevano a Roma; infatti la
pastorizia era una pratica molto diffusa nella parte centrale della Sardegna.
Sappiamo con certezza che i popoli dell'interno, grazie a questa pratica,
furono in grado di arricchirsi trasformando la pastorizia da attività di
sussistenza ad attività d'esportazione. L'estrazione minerariaModifica
(LA) «India ebore, argento Sardinia, Attica melle» (IT)
«L'India è famosa per l'avorio, la Sardegna per l'argento, l'Attica per il
miele.» (Archita) Importante era anche l'estrazione mineraria, diffusa in
tutta la Sardegna. Argento e piombo erano estratti nelle miniere
dell'Iglesiente in quantità tali da far scendere il costo di questi metalli in
tutto l'impero; veniva cavato anche il ferro e il rame, quest'ultimo dai
giacimenti nei pressi di Gadoni[53]. Per l'estrazione non erano usati solo
schiavi di guerra ma anche personaggi scomodi nel campo della politica o per la
religione da essi professata. La pietra e il granito erano invece
estratti nell'interno e lungo le coste. La pietra che gli isolani avevano
sempre utilizzato per la costruzione dei nuraghi e dei loro templi megalitici
era ora destinata ad arricchire gli edifici dei ricchi Romani. Ancora oggi,
sulle isole della Marmorata e lungo le spiagge di Santa Teresa di Gallura,
nella parte nord-orientale dell'isola, non è difficile imbattersi in blocchi
"tagliati" con regolarità oppure in frammenti di colonne, sfuggiti ai
numerosi carichi fatti dai Romani durante tutto il periodo della loro dominazione,
durato quasi settecento anni. Non era facile infatti imbarcare sulle navi da
carico i blocchi di pietra nei tratti di mare antistanti i promontori rocciosi.
Le correnti e le condizioni atmosferiche provocavano spesso dei naufragi o
costringevano i marinai a liberarsi dei pesanti carichi per evitare che le
imbarcazioni affondassero. Principali vie di
comunicazioneModifica Le principali città e strade della Sardegna in epoca
Romana. Quando i Romani iniziarono la conquista della Sardegna vi trovarono già
una rete stradale punica; questa però collegava tra loro solo alcuni centri
costieri, tralasciando completamente la parte interna; d'inverno era
impraticabile a causa delle piogge e i Romani furono quindi costretti a
costruirne una nuova che si sovrapponeva a quella precedente solo
parzialmente. Antica strada romana Nora-Bithiae I Romani
costruirono 4 grandi arterie stradali: 2 lungo le coste e 2 interne. Le viae
principales erano le cosiddette strade antoniniane, tutte con direzione
nord-sud. Ricordandole in ordine da est a ovest: la litoranea occidentale (a
Tibulas-Karales), da Carales (Cagliari) a Turris Libisonis (Porto Torres); la
interna occidentale (a Turre-Karales); la interna orientale (a Olbia-Karales
per Mediterranea); la litoranea orientale (a Tibulas-Karales), da Carales a
Olbia. A questa ossatura longitudinale si congiungevano sia le "Viae
Transversae" come la Cornus-Macopsissa-Nuoro-Orosei e molte altre strade
più modeste (vicinali) che collegavano i piccoli centri dell'interno tra loro e
con le più grandi città costiere. Questo sistema di comunicazione era molto
efficiente e creò le condizioni favorevoli alla penetrazione culturale romana
presso le popolazioni locali. La rete stradale, inizialmente costruita
per motivi militari, fu poi mantenuta e continuamente restaurata per motivi
economici; grazie a questa, infatti, i Sardi dell'interno vendevano i loro
prodotti ai commercianti romani che provvedevano poi a spedirli nei più grandi
porti del mediterraneo occidentale. La rete stradale romana è stata talmente
efficace e costruita in zone strategiche che alcune strade sono utilizzate
ancora oggi; ne è un esempio la statale Carlo Felice. In epoca Antonina
si perfezionarono le vie di comunicazione interne della Corsica (strada
Aleria-Aiacium e, sulla costa Est, Aleria-Mantinum - poi Bastia - a Nord e
Aleria-Marianum - poi Bonifacio - a Sud): l'isola era pressoché completamente
latinizzata, salvo qualche enclave montana. Arte e architettura
provincialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Arte provinciale romana. La religioneModifica Il tempio di
Antas, nei pressi di Fluminimaggiore I Romani, come è noto, permettevano una
certa libertà di culto; questo consentì alle popolazioni interne di continuare
a praticare le loro religioni preistoriche di ispirazione naturalistica, ed a
quelle delle coste la religione punica con tutti i suoi dei (Tanit, Demetra e
Sid, ribattezzato Sardus Pater dai Romani, venerato nel Tempio di Antas); ma
col passare del tempo trovarono spazio anche i culti di Giove e Giunone poi
soppiantati dal Cristianesimo. Sappiamo che alcune divinità, come un
demone brutto ma benefico rappresentato come il Dio Bes (divinità egiziana
assimilata nel pantheon cartaginese), vennero associate ad alcuni Dei Romani (in
questo caso ad Esculapio, divinità salutare romana). In età romana era
diffuso a Carales, Sulci e Turris Libisonis il Culto di Iside, costantemente
associato ad una cospicua presenza mercantile. Lingua e
romanizzazioneModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Lingua paleosarda, Lingua sarda, Lingua paleocorsa, Lingua corsa e
Romanizzazione (storia). La Sardegna, fortemente punicizzata, fu interessata da
un processo di latinizzazione, ma le zone interne restarono a lungo ostili ai
nuovi dominatori, come d'altronde lo furono in passato nei confronti dei
cartaginesi. L'opera di romanizzazione, affidata al latino, fu completata con
l'introduzione delle divinità, dei sacerdozi, e dei culti tipicamente romani.
Le aree più intensamente romanizzate furono quelle costiere dedite alla coltura
dei cereali (Romània), mentre nell'interno montuoso rimase fortemente radicata
la cultura indigena (Barbària). La lingua delle genti sarde, così, subì
profonde trasformazioni con l'introduzione del latino che, soprattutto nelle
zone interne, penetrò lentamente ma, alla fine, si radicò a tal punto che il
sardo è quella cui più aderisce; in particolare, si ritiene che nella zona
centro-settentrionale la variante parlatasia quella maggiormente affine per la
pronuncia. Nonostante questo, c'è da dire che il latino non si diffuse subito:
è ancora presente un'iscrizione risalente al regno di Marco Aurelio (fine II
secolo) in punico e, se questa era la situazione quando si scriveva, è
possibile che nell'ambito familiare la lingua dei Cartaginesi fosse ancora
abbastanza diffusa. Interessante è il fatto che, a volte, si trovino delle
ceramiche riportanti il nome del proprietario in latino scritto con caratteri
punici. Sembra accertato che la Corsica fu anch'essa romanizzata e
colonizzata dai Romani soprattutto per mezzo delle distribuzioni di terre a
veterani provenienti dall'Italia meridionale - o dai soldati provenienti dagli
stessi strati sociali ed etnici cui furono similmente assegnate terre
soprattutto in Sicilia - il che aiuterebbe a spiegare alcune affinità
linguistiche riscontrabili ancor oggi tra còrso meridionale e dialetti
siculo-calabri. Secondo altre ipotesi, più recenti, gli influssi linguistici
potrebbero essere dovuti a migrazioni più tarde, risalenti all'arrivo di
profughi dall'Africa tra il VII e l'VIII secolo. La stessa ondata migratoria
sarebbe approdata anche in Sicilia e in Calabria. Strabone, Geografia, AE;
AE dell'epoca di Massimino Trace. AE di epoca Traianea o Adrianea; AE forse di epoca
Antonina; AE sotto gli Imperatori Caracalla e Geta; AE, al tempo di Filippo
l'Arabo. AE Teofrasto, Hist. plant., Pais, Storia della Sardegna e della
Corsica durante il dominio romano, Nardecchia editore, 1923 ^ Datazione
approssimata secondo le cronologie di Tito Livio e Diodoro Siculo ^ Ad esempio
sull'espresso divieto imposto ai Romani di fondare città in Sardegna ed in
Africa, Servio, Ad Aen., Polibio, questo era l'antico porto della cittadina,
citato da Tolomeo, Florus, Epist. Liv., Zonara, Epitome, Dyson, Comparative Studies in
the Archaeology of Colonialism; anche, dello stesso autore, The Creation of the
Roman Frontier, Oros hostibus se immiscuit ibique interfectus est. ^ Valerio Massimo, Sil. Ital., Scipione eresse
inoltre un tempio di ringraziamento alla dea Tempestas, che Ovidio (Fasti)
celebra così: Te quoque, Tempestas merita delubra fatemur cum paene est Corsis
obruta classis aquis ^ Fra le numerose fonti, Valerio Massimo, Tito Livio,
Ammiano Marcellino e poi Zonara. ^ Nei Fasti trionfali si registra il trionfo
di Scipione come L. CORNELIVS L.F. CN.N. SCIPIO COS. DE POENEIS ET SARDIN[IA],
CORSICA V ID. MART. AN. CDXCIV Il
risultato della battaglia non è noto Rocca, Histoire de la Corse, Boyle,
Valerio Massimo, Anche in Plinio, Nat.Hist., Pais, Livio, Livio, Livio, Casùla,
Livio, Livio, Casùla, Livio, Livio, Livio, Livio, Livio, Vaerio Massimo,
Plinio, Nat.Hist., Pais, Zucca, Le Civitates Barbariae e l'occupazione militare
della Sardegna: aspetti e confronti con l'Africa ^ Francesco Cesare Casùla,
p.108. ^ a b c d e f Ettore Pais, pp. 76-77. ^ cfr.Tacito, Annali, XIII, BUR,
Milano, 1994. trad.: B. Ceva. Casula, Pais, Mastino, Cronologia della Sardegna
Romana Casula, Pais, Pais, Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale,
Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Mastino, Natione Sardus:
una mens, unus color, una vox, una natio ( PDF ), su eprints.uniss.it, Rivista
Internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizioni Romane, Plinio, Naturalis
Historia, III, 7, 85. ^ a b Francesco Cesare Casùla cfr. per es. F.Cenerini,
Sulci romana, in: Sant'Antioco, annali Zaccagnini, L'isola di Sant'Antioco:
ricerche di geografia umana, Fossataro, Cagliari 1972 (integraz. M.T.)
Iscrizione M Sardegna; MELONI P., La Sardegna romana, Chiarella, Sassari,
Casùla, Appiano di Alessandria, Historia Romana (Ῥωμαϊκά). (traduzione inglese),
Eutropio, Breviarium ab Urbe condita (testo latino e traduzione inglese).
Livio, Ab Urbe condita libri. (testo latino). Polibio, Storie Ἰστορίαι.
(traduzione in inglese). Strabone, Geografia. (traduzione inglese). Fonti
storiografiche moderne Francesco Cesare Casula La storia di SardegnaDelfino
Editore, Sassari, Storia dei Sardi e della Sardegna, Milano, La Sardegna romana
e altomedievale. Storia e materiali. Sassari, Carlo Delfino, Il tempo dei
Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., Nuoro, Ilisso, Lilliu,
La civiltà dei Sardi, Torino, Edizioni ERI, Pais, Storia della Sardegna e della
Corsica durante il periodo romano Edizioni Ilisso, Nuoro. Raimondo Carta Raspi,
Storia della Sardegna, Milano. Attilio
Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Piero Meloni, La Sardegna
romana, Ed Chiarella,Taramelli, La Sardegna romana, Istituto di studi romani,
Portale Antica Roma Portale Corsica Portale Sardegna
Battaglia di Sulci battaglia della prima guerra punica Espansione
cartaginese in Italia tentativi espansionistici di Cartagine nelle isole mediterranee
di Sicilia e Sardegna Battaglia di Decimomannu. Nome compiuto: Antonio
Delogu. Delogu. Grice: “I wouldn’t consider Sardegna part of Italy, as Sicily
isn’t – they are part of the Italian republic – the ‘stato’ – but
geographically, they are not part of the peninsula – the Greeks are especially
precise about that: “Graecia magna” EXCLUDED Sicily!” The logo of his review,
“Segni e comprensione” is a rebus, in that a few letters are missing. The idea
is that the thing STILL SEGNA the proposition that this is about signs and
comprehension. Keywords: semiotica romana, “segno e
comprensione” s_gn_ e c_mp-rension-“ “segni e comprensioni” le corpori nella
perizia morale, etica comunitaria, etica universale, universalita,
universabilisabile -- -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Delogu” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Demaria: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’organismi – implicatura
dinantorganica – scuola di Vezza d’Alba – filosofia cunese – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vezza d’Alba). Filosofo vezzese. Filosofo cunese.
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Vezza d’Alba, Cuneo, Piemonte. Grice: “Demaria is what we at
Oxford would call a philosophical theologian! And a dynamically realist at that!” Famoso per
numerosi studi sulla tomistica. Frequenta il seminario di Alba, entrò
come aspirante presso i salesiani di Penango Monferrato (Asti). Continua gli
studi nel liceo di Valsalice (Torino). Studia a Roma. Insegna a Torino e a
Roma. Nel corso della sua carriera fu docente di: Storia delle religioni,
Missionologia, Filosofia dell’educazione, Teologia Fondamentale, Teologia
Dogmatica, Dottrina sociale della Chiesa, Sociologia dell’Educazione.
Negli anni cinquanta avviò una feconda condivisione spirituale, teologica e
filosofica con don Paolo Arnaboldi, fondatore del Fraterno Aiuto Cristiano FAC
con l'attivo incoraggiamento di San Giovanni Calabria. Frequentò assiduamente
le sedi del FAC sia a Vezza D'Alba sia a Roma. Strutturò la sua metafisica
realistico organico dinamica. Negli anni sessanta fonda con Costa il
Movimento Ideoprassico Dinontorganico M.I.D., oggi divenuto l'associazione
Nuova Costruttività. Insieme con Arnaboldi fecero opera di formazione e
divulgazione del realismo organico dinamico presso ambienti imprenditoriali
collegati all'U.C.I.D.. Costa strutturò volutamente la grande e innovativa
impresa dell'Interporto di Scrivia (il così detto "porto secco" di
Genova) come applicazione dell'"organico dinamico" differenziandola
dalle imprese tipicamente liberiste. Negli anni settanta fu il referente
culturale delle "Libere Acli" movimento dei lavoratori cattolici
fuoriusciti dalle Acli a seguito della "ipotesi socialista" che portò
alla "sconfessione di Paolo VI" e alla frattura del movimento.
Continuò nell'ambiente dei lavoratori cattolici con la formazione e la
diffusione della "ideoprassi" (modello di sviluppo) "organico
dinamica", una vera ideologia cristiana alternativa a quella liberal
capitalista e a quella marxista comunista. Tommaso Demaria tiene un
seminario sul realismo Dinamico a Verona presso il Centro Toniolo. Intensamente
attivo nella formazione alla nuova cultura cristiana organico dinamica a
Torino, Verona, Vicenza, Roma con corsi, seminari e numerose pubblicazioni. Tra
tutti i corsi tenuti merita una specifica menzione per la testimonianza
documentale completa tramite registrazione video, presso il Centro Toniolo di
Verona su invito di don Gino Oliosi. Proseguì il lavoro di AQUINO (si
veda) e affermava l'incompletezza del tomismo, incapace di cogliere l'organismo
come categoria ontologica a sé stante. L'integrazione della metafisica realista
con l'organismo alla metafisica realistica integrale, strumento di
straordinaria importanza per la vita quotidiana. Lo studio dell'organismo in
quanto tale, in particolare nella sua dimensione di "struttura organica
funzionale", si rivelerà infatti importantissimo per lo studio e lo
sviluppo della società in generale ma in particolare per quella prassi economica
nota col nome di "Sistemi di Qualità" che fa appunto dell'organicità
il proprio fondamento. La possibilità di percepire l'organismo in quanto tale
entità diversa dall'organismo fisico, specifica D., passa attraverso la
percezione dell'ente dinamico. Grande importanza assume l'organicità nella
gestione del sociale perché esso consente di definire con precisione il bisogno
di razionalità dell'umanità che supera le possibilità dell'essenza della persona.
Questa necessaria unità dell'agire della persona nell'umanità che ne perpetua
la presenza, in campo politico/ideoprassico egli stesso la definisce come
comunitarismo all'interno del suo testo "La società
alternativa". L'indagine sui dinamismi profondi della società
industriale e l'osservazione con metodo realistico oggettivo della realtà
storica globale nella sua consistenza ontologica portano Demaria a sviluppare
una metafisica per molti aspetti nuova ed originale. Aderisce al tomismo
e conferma la validità del realismo di Aquino per tutto ciò che è in “rerum
naturae” quindi per gli enti che esistono già in natura. Coglie la necessità di
innestare sul realismo tomista nuovi strumenti metafisici per comprendere la
realtà degli enti che non esistono in natura perché costruiti o generati
dall'uomo, le trasformazioni dell’essenza della persona operata dalla liberà
delle sue scelte, la natura profonda degli enti interumani (famiglia, azienda,
stato, …), l'interpretazione della realtà storica e il suo
indirizzamento. Il cambio d’epoca Individua un cambiamento d’epoca
con valore ontologico (che cambia l’essere, la forma della società) nella
rivoluzione industriale che con l’apporto della energia meccanica a
integrazione e sostituzione del lavoro umano dinamizza la società oltre una
soglia mai varcata prima nella storia. La società dinamizzata dalla rivoluzione
industriale giunge a una radicale trasformazione da “statico sacrale” a
“dinamico secolare”. Si tratta di una trasformazione qualitativa e non solo
quantitativa dei cambiamenti sociali che coinvolge l’”essere” della società. La
differenza fondamentale sta in questo: la società preindustriale (statico
sacrale) era dominata dalla natura e in questo modo ripeteva sempre sé stessa
nonostante i cambiamenti fenomenici (la vita di un romano non era così diversa
da quella di un medievale), la società industriale invece si è in larga parte
sganciata dal condizionamento della natura ed è obbligata a progettare e
costruire continuamente il proprio futuro…. Ma con quali criteri? È a questo
livello che interviene l’indagine metafisica della realtà storica il cui scopo
è proprio scoprire l’essenza profonda della realtà storica appunto. Il
realismo dinamico ontologico Riconosce nel tomismo e nella metafisica di San
Tommaso la validità nel contesto “statico sacrale” ma limiti nella
interpretazione della nuova realtà storica “dinamico secolare”. Osserva che
l’interpretazione data alla storia da Hegel prima e da Marx dopo, sono entrambe
errate e ne critica il fondamento soggettivista e la natura ateo
materialista. Integra quindi il tomismo tradizionale inaugurando la nuova
metafisica dinamica ontologica organica fondata sulla scoperta dell’ente
dinamico o anche ente di secondo grado. Dalla osservazione di ciò che
nasce di una relazione umana (entre uomo 1 e uomo 2) scopre che oltre agli
“enti di primo grado”, gli enti la cui
essenza già è (tutti quelli che già sono in natura – uomo 1 e uomo 2), esistono
altri “enti di secondo grado”, gli enti la cui essenza non è, ma si fa
attivisticamente nello spazio e nel tempo, e la cui nascita, vita e morte sono
costituite dalla esistenza di una relazione tra le persone (ad esempio il
concetto colletivo di ‘diada’ conversazionale, la famiglia, l’azienda sono enti
inter-umani. Una diada e un “ente dinamico” il cui comportamento è simile a
quello della monada – l’uomo, il soggeto,
un organism – ma la diada non e un ente fisico, ma costituito
dall’insieme di cose e di persone. Una diada e ugualmente animato da un
principio vitale, in cui le due parti (soggeto S1 e soggeto S2) e il tutto (la
diada) sono in reciproco equilibrio che ne genera e ne conserva la vitalità.
Quando viene meno questo reciproco equilibrio tra l’organismo di secondo grado
(la diada) tutto e le sue parti (le membra, gli organi, le cellule – uomo 1 e
uomo 2 – le monade) l’organismo perde la sua vitalità, si ammala e può arrivare
alla morte (e così avviene per la diada, la famiglia, l’azienda, la
comunità). Indaga osservando la realtà con metodo metafisico, realistico,
oggettivo sulle “regole”, sulla “razionalità”, o il razzionale, che sottende la
vita e la vitalità di un “ente dinamico” individuando cinque “trascendentali
dinamici” che sono le caratteristiche necessarie e sufficienti in un “ente
dinamico” per restare vivo e vitalmente operante. Sul fronte della
interpretazione della “storia” osserva che la sua complessità non può essere
indagata con un metodi analitico partendo dalla suddivisione del tutto della
diada nelle sue monade. Serve il metodo della “sintesi” e quindi dalla
sommatoria, aggregazione, integrazione dei singoli “enti dinamici” in realtà e
altri organismi via via più complessi e ampi, giunge al tutto che definisce
come “un ente universale dinamico concreto” senza il quale il singolo ente
dinamico non avrebbe né senso né valore metafisico. Del resto è abbastanza
intuitivo comprendere che nessun ente storico può esistere fuori dal contesto
che l’ha generato. Per esempio una semplice azienda di scarpe non può esistere
nel deserto separata da tutte le vie di comunicazione, dagli operai, dai
clienti, dalle fonti di energia eccetera. Raccoglie e coordina le sue
scoperte nella nuova metafisica realistico-dinamica che aggregata alla
metafisica eealistico-statica di Aquinocostituisce nell’insieme delle due
componenti, la statica e la dinamica, la metafisica realistico-integrale.
Con il nuovo strumento della metafisica realistico-integrale individua la
giusta forma della società che definisce organico dinamica – o “dinontorganica”
-- come vera alternativa alle due forme di società “false”, la capitalista e la
marxista di cui stende una dettagliata critica. Comprende che la nuova
società dinamica secolare avviatasi per l’effetto della rivoluzione industriale,
è costruita in vero dalla ideo-prassi, ossia dalla ideologia come prassi
razionalizzata. Una definizione corrente che sia avvicina al concetto di ideo-prassi
è modello di sviluppo, intendendo con questo la necessità di un cambio di
paradigma strutturale nella costruzione della società. Precisa meglio questa
terminologia chiarendo che il tipo di sviluppo riguarda il cambiamento di
essenza profonda di una società mentre invece il modello riguarda le
innumerevoli e forse infinite varianti all’interno del medesimo tipo che si
devono calare nei concreti ambiti temporali e geografici. Le
“ideoprassi”, cioè i tipi di società, riconosciute da Tommaso Demaria sono tre:
capitalista, marxista, e dinontorganica, e queste sono costruite secondo i
rispettivi modelli. Perciò all’interno della società di tipo capitalista avremo
molteplici modelli anche molto diversi tra loro dal punto di vista fenomenico
ma identici dal punto di vista dell’assoluto di riferimento (cioè del tipo), in
questo caso il denaro con la relativa competitività necessaria per
conquistarlo. Analogamente avviene per le altre due ideoprassi: la ideoprassi o
società di tipo marxista, con l’assoluto della dialettica oppresso/oppressore
(la vecchia lotta di classe) e la ideoprassi o società di tipo dinontorganico
con il proprio assoluto costruttivo radicato nella dialettica della sintesi in
funzione della vita. Nella società dinamica secolare, che è laica e
profana, la religione non è più accettata come fondamento. Così anche la persona
libera e sovrana che ha il suo posto nella società statico sacrale non può esistere
in quanto nella società dinamica secolare fin dalla nascita la persona umana
viene continuamente ri-manipolata dalla ideo-prassi corrente (capitalista o
marxista). La persona umana trova la sua giusta collocazione nella società se
riconosce la sua nuova natura di persona cellula, componente libera in un
organismo sociale più grande. Come persona cellula rimane sempre persona umana
libera ma al contempo svincolata dalle logiche servo/padrone, oppresso/oppressore
del marxismo. L’Economia e un tema ampiamente trattato dal Demaria che
individua tre tipi di economia: la capitalista, la marxista/comunista, la economia
dinontorganica. Dopo aver profondamente analizzato e criticato le prime
descrive in dettaglio i fondamenti della economia dinontorganica. Per brevità
riportiamo qui la differenza del concetto di impresa capitalista ed impresa dinontorganica.
L’impresa capitalista è un'attività economica professionalmente organizzata al
fine della produzione o dello scambio di beni o servizi. Si avvale di un
complesso di beni strumentali, il mezzo concreto (l’azienda): immobili, sedi,
attrezzature, impianti, personale, metodi, procedure, risorse. Si tratta di
“cose” e tra queste anche il personale/forza lavoro. Anima suprema dell’impresa
capitalista è il profitto e secondariamente la creatività imprenditoriale a
servizio del profitto. La socialità dell’impresa diviene un fatto ambientale ed
incidentale innegabile ma secondario. Quindi l’impresa (con la relativa
azienda) capitalista sè una “cosa” ridotta a capitale e lavoro. L’impresa
dinontorganica, la vera natura profonda dell’impresa, è organismo dinamico
economico di base dell’attuale società industriale o postindustriale. E’un vero
organismo dinamico, una realtà complessa, non fisica ma prodotta dall'uomo,
costituita dalla sintesi di cose e di persone autonome e cellule dell’organismo
impresa, animata da un proprio principio vitale e perciò capace di vivere ed
agire a titolo proprio. E’quindi impresa umanissima, affrancata dal
materialismo capitalista. Anima dell’impresa è la costruttività nel suo
triplice aspetto economico, sociale e “ideo-prassico”, che eleva la creatività
al di sopra del solo profitto e che soddisfa ad un tempo la le esigenze della società
globale e della impresa, quali il profitto, comunque necessario ma non
sufficiente. In ambito ecclesiologico le scoperte come da sua frequente
dichiarazione, si collocano nel solco del Magistero della Chiesa Romana
Cattolica. Cinque delle sue saggi, che contengono nell’insieme il corpo della
sua opera, portano impresso l’imprimatur che attesta l’assenza di errori in
ambito di fede e morale cattolica. La scoperta dell’“ente di secondo
grado” (ente generati dalle relazioni tra le persone) e della persona “cellula”
(individuo libero che riconosce di essere parte di un organismo più grande)
sono in analogia scaturite dalla riflessione sull’essere della Chiesa (l’insieme
dei cristiani) in comunione con il corpo mistico di Cristo. Il cristiano con il
battesimo cambia il suo essere e diviene uomo nuovo. Quindi la persona umana
(in questo caso il cristiano) è contemporaneamente “ente di primo grado (“in
rerum naturae”) che ente di secondo grado (ente dinamico) come membro della
Chiesa che costituisce il corpo mistico di Cristo. La Chiesa così concepita è
il primo ente dinamico sacro della storia. Mentre il primo ente dinamico laico
e profano dell’epoca dinamico secolare post rivoluzione industriale è l’azienda
industriale. Pur accogliendo nella sua “metafisica realistica integrale”
(la metafisica realistica “statica” più la “dinamica”) il tomismo in toto, il
suo pensiero genera dispute con i tomisti classici del tempo che non
riconoscono alla Chiesa (e nemmeno alla azienda industriale ) la natura di
“ente di secondo grado” ma unicamente la caratteristica di “ente di relazione”
che per Demaria è insufficiente per interpretare la complessità della realtà
storica industriale e la relativa mobilitazione. La Dottrina Sociale
della Chiesa e L’Ideoprassi Dinontorganica Alla Dottrina Sociale Della Chiesa riconosce
ogni validità. Ne segnala tuttavia la incompletezza in quanto costituita da
norme etiche e morali rivolte principalmente alla persona libera e sovrana ed
atte ad incidere sul suo comportamento come singolo per migliorare in senso
cristiano la società. Rileva che la società non è più solo costruita dalle
norme morali di persone libere e sovrane ma anche e soprattutto dalla
“ideoprassi” (ideologia come prassi razionalizzata sintesi di persone e
strutture) corrente, dal suo dinamismo e dalle sue razionalità interne
autocostruttive proprie della società “dinamica secolare”. Pertanto per
incidere sulla società contemporanea che è “dinamica secolare”, laica e
profana, serve una vera e propria nuova e completa “ideoprassi”, certamente
laica e profana ma compatibile con i valori cristiani cardinali. All'interno di
questa nuova “ideoprassi” Demaria vede inseriti tutti gli insegnamenti della
Dottrina Sociale Cristiana. Da soli e senza una propria “ideoprassi” tali
insegnamenti tendono a generare delle “para-ideologie” che hanno effetti locali
e temporanei. Per ottenere effetti di trasformazione duraturi ed è necessario
avviare azioni che contengano la giusta razionalità e caratteristiche (i 5
trascendentali dinamici) capaci di innescare cicli autocostruttivi. Altre
opere: “Catechismo missionario” (Torino, SEI, La Religione, Colle Don Bosco,
Elledici); “Il fiume senza ritorno. Dramma missionario, Colle Don Bosco,
Elledici, La pedagogia come scienza dell'azione, Salesianum, Sintesi sociale
cristiana. Metafisica della realtà sociale (presentazione di Aldo Ellena),
Torino, Pontificio Ateneo Salesiano, Senso cristiano della rivoluzione
industriale, Torino, CESPCentro Studi don Minzoni, ca. Strumento ideologico e
rapporto fede-politica nella civiltà industriale, Torino, CESP Centro Studi don
Minzoni, ca. Presupposti dottrinali per la pastorale e l'apostolato, Velate di
Varese, Edizioni Villa Sorriso di Maria, Cristianesimo e realtà sociale, Velate
di Varese, Edizioni Villa Sorriso di Maria, Realismo dinamico, Torino, Istituto
Internazionale Superiore di Pedagogia e Scienze Religiose, Il Decreto
sull'apostolato dei laici: genesi storico-dottrinale, testo latino e traduzione
italiana, esposizione e commento, Torino, Leumann Elle Di Ci, Catechismo del
cristiano apostolo: la Salvezza cristiana, Torino, Istituto Internazionale
Superiore di Pedagogia e Scienze Religiose, Punti orientativi
ideologico-sociali (a cura del Movimento Ideologico Cristiano Lavoratori),
Bologna, Parma, Pensare e agire organico-dinamico, Milano, Centro Studi
Sociali); “Ontologia realistico-dinamica” (Bologna, Costruire); “Metafisica
della realtà storica. La realtà storica come ente dinamico” Bologna, Costruire,
La realtà storica come superorganismo dinamico: dinontorganismo e dinontorganicismo,
Bologna, Costruire, L'edizione Realismo dinamico, Bologna, Costruire, L'ideologia cristiana, Bologna, Costruire, Sintesi
sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale, Bologna, Costruire); “La
questione democristiana, Bologna, Costruire, Il Marxismo, Verona, Nuova
Presenza cristiana, Ideologia come prassi razionalizzata, Arbizzano, Il Segno, Per
una nuova cultura, Verona, Nuova Presenza cristiana, La società alternativa,
Verona, Nuova Presenza cristiana, Verso il duemila: per una mobilitazione
giovanile religiosa e ideologica, Verona, Nuova Presenza cristiana, Un tema
complesso sullo sfondo dell'ideologia come strumento ideologico, Verona, Nuova
Presenza cristiana, Confronto sinottico delle tre ideologie. Quarta serie, Roma,
Centro Nazareth, Scritti teologici inediti. Roma, Editrice LAS. Letteratura su
Tommaso Demaria Ugo Sciascia, Per una società nuova:inizio di una ricerca
partecipata., Bologna, L. Parma, Sciascia, Crescere insieme oltre capitalismi e
socialismi: rifondazione culturale dall'Italia, per l'Europa, al mondo. Napoli,
Edizioni Dehoniane, Mario Occhiena, Riscoperta della realtà: un itinerario
filosofico esistenziale, Torino, Gribaudi, Pizzetti Luigi, Culture a confronto.
Sussidio per l’educazione religiosa e civica nelle scuole medie superiori, La
voce del popolo edizioni, Brescia, Fontana, Apertura a “tutto” l’essere, in
Nuove Prospettive, Palmisano, Nicola, Quanto resta della notte?: analisi e
sintesi del medioevo novecentesco all'alba del Duemila, Roma, LAS, Tacconi, La
persona e oltre: soggettività personale e soggettività ecclesiale nel contesto
del pensiero di Tommaso Demaria, Roma, Libreria Ateneo Salesiano, Gruppo studio
scienza cristiano-dinontorganica di Vicenza, Realismo dinamico: il problema
metafisico della realtà storica come superorganismo dinamico cristiano
riduzione dell'opera di D., Altavilla (Vicenza), Publigrafica, Gruppo studio
scienza cristiano-dinontorganica di Vicenza,L'ideo-prassi dinontorganica: la
costruzione dinamica realistico-oggettiva della nuova realtà storica: revisione
del saggio L'ideologia Cristiana, Altavilla (Vicenza), Publigrafica, Mauro
Mantovani, Sulle vie del tempo. Un confronto filosofico sulla storia e sulla
libertà, Roma, Libreria Ateneo Salesiano, Cretti, La quarta navigazione: realtà
storica e metafisica organico-dinamica, Associazione Nuova Costruttività
-Tipografia Novastampa, Verona, Bagnardi, Costruttori di una Umanità Nuova.
Globalizzazione e metafisica, Bari, Edizioni Levante, Riggi, L'ideoprassi
cristiana per una società alternativa; implicanze filosofiche, Roma, Università
Pontificia Salesiana, Pirovano, Roggero, Uniti nella diversità, UK, Lulu
Enterprise, Mantovani, Pessa e Riggi, Oltre la crisi; prospettive per un nuovo
modello di sviluppo. Il contributo del pensiero realistico dinamico (atti
dell'omonimo convegno tenuto a Roma), Roma, Libreria Ateneo Salesiano, Stefano
Fontana, Filosofia per tutti: una breve storia del pensiero da Socrate a
Ratzingher, Verona, Fede et Cultura. Nuova Costruttività, La Vita, su
dinontorganico. Scritti teologici
inediti, Roma, Editrice LAS, Mario Gadili, San Giovanni Calabria: biografia
ufficiale, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per la ri-educazione all'amore
cristiano nel campo economico-sociale: per una valida teoria della pratica e
una adeguata pratica della teoria; Genova: Crovetto, Atti del convegno: Per la
ri-educaziaone all'amore cristiano tra le aziende, tenustosi a Rapallo e atti
del convegno: Programmazione economico-sociale e amore cristiano, tenutosi a
Rapallo, Massaro, I problemi dell'economia ligure: un'unica iniziativa ma
buona. A Rivalta Scrivia la succursale del pletorico porto di Genova., in LA
STAMPA, C.G.N., Il ministro Andreotti inaugura il nuovo complesso della
Rivalta, in Sette Giorni a Tortona, LIBERE A. C.L.I., Sette domande sulle
A.C.L.I. e la svolta di Vallombrosa e sette risposte delle Libere A.C.L.I.,
Milano, Centro Studi, Acli "federacliste", Per un impegno ideologico Cristiano,
Torino, ALC-FEDERACL, Tacconi, La persona e oltre: soggettività personale e
soggettività ecclesiale, LAS, Realismo dinamico, Bologna, Costruire, Il
Marxismo, Verona, Nuova Presenza cristiana, Confronto sinottico delle tre
ideologie. Roma, Centro Nazareth, La società alternativa, Verona, Nuova
Presenza Cristiana, Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà sociale
(presentazione di Ellena), Torino, Pontificio Ateneo Salesiano, Presupposti
dottrinali per la pastorale e l'apostolato., Velate di Varese, Edizioni Villa
Sorriso di Maria, Cristianesimo e realtà sociale., Velate di Varese, Edizioni
Villa Sorriso di Maria, Paolo Arnaboldi, Demaria e Morini, I consigli
pastorali, diocesani e parrocchiali alla luce di una pastorale
organico-dinamica, Velate di Varese, FAC-Villa Sorriso di Maria, Luigi Bogliolo
e Stefano Fontana, Prospettive del Realismo Integrale. Pensare il trascentente.
La questione metafisica dell'ente dinamico. Dialogo con Bogliolo. Apertura a
tutto l’essere in Nuove Prospettive, Realismo
dinamico Giacomino Costa Realismo Tomismo Neotomismo Comunitarismo, Vita, opere
e ragionata a cura dell'Associazione
Nuova Costruttività., su dinont-organico. Opere di Tommaso Demaria
L’opera fondamentale di T. Demaria è la Trilogia del Realismo Dinamico, si
tratta di tre volumi in cui l’autore spiega in modo completo e preciso la
metafisica realistico dinamica. Se vuoi farti un’idea di quello che ha
scritto T. Demaria, di seguito trovi tutta la sua bibliografia, per
scaricare invece alcuni dei suoi testi devi andare sul nostro blog
Trilogia del Realismo Dinamico: Volume 1: Ontologia
realistico-dinamica = Collana Spid – Realismo dinamico Ed. “Costruire”, Bologna (di questo testo è
stata redatta anche la traduzione in lingua spagnola, vedi sezione di questa
bibliografia.) Metafisica della realtà storica. La realtà storica come ente
dinamico = Collana Spid – Realismo dinamico, Ed. “Costruire”, Bologna: La realtà
storica come Superorganismo Dinamico. Dinontorganismo e Dinontorganicismo =
Collana Spid – Realismo dinamico Ed. “Costruire”, Bologna, Altri due volumi
integrano la Collana Spid. L’ideologia cristiana, Collana Spid – Ed.
“Costruire”, Bologna, Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà
sociale, Collana Spid – Ed. “Costruire”, Bologna, Gli altri scritti di T.
Demaria non aggiungono nulla di fondamentale rispetto ai volumi principali ma
sono importanti perchè ne esplicitano alcuni aspetti. La sequenza dei testi è
in ordine temporale. Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà
sociale, «Quaderni di Cultura e Formazione Sociale», a cura dell’Istituto di
Scienze Sociali del Pontificio Ateneo Salesiano, Torino Cristianesimo e realtà
sociale, Edizioni FAC – Villa Sorriso di Maria, Velate di Varese. I Consigli
Pastorali Diocesani e Parrocchiali alla luce di una Pastorale organico-dinamica
Arnaboldi, Paolo Maria – D. – Morini,
Bruno, edizioni FAC – Villa Sorriso di Maria, Velate di Varese. “L’impegno
morale del cristiano” documento pastorale dell’episcopato italiano. Premessa
illustrativa dedicata agli operatori cristiani in campo sociale = Centro Fanin
– Collana La fonte, Vicenza Pensare e agire “organico-dinamico”, Varese s.d,
Punti orientativi ideologico-sociali = a cura del MICL, Ed. Luigi Parma,
Bologna. La “questione democristiana”, Ed. “Costruire”, Bologna Ideologia come
prassi razionalizzata, Il Segno Ed. = NPC, Verona Per una nuova cultura, NPC
Ed.,Verona (di questo testo è stata
redatta anche la traduzione in lingua inglese, vedi sezione 2.1 di questa
bibliografia.) La società alternativa, NPC Ed., Verona Verso il Duemila. Per
una mobilitazione giovanile religiosa e ideologica, NPC Ed., Verona, Un tema
complesso sullo sfondo dell’ideologia come strumento ideologico, NPC Ed.,
Verona Strumento ideologico e rapporto fede-politica nella civiltà industriale
= Minidossier culturali per una nuova presenza cristiana I, Vicenza s.d.,
Rivoluzione Industriale e Cristianesimo = Minidossier culturali per una nuova
presenza cristiana II, Vicenza s.d., Riflessioni spirituali. Tipografia Unione,
Vicenza (pubblicazione postume che raccoglie alcune riflessioni spirituali di
don Tommaso Demaria, ricavate da lettere inviate a suor G.A. di cui era
direttore spirituale.) Scritti Teologici Inediti a cura di M. Mantovani e
R. Roggero. Las – Roma. Atti Convegni di Rapallo Per la rieducazione all’amore
cristiano tra le aziende. Ed. FAC Villa Sorriso, Velate di Varese Atti Convegni
di Rapallo. Visioni chiave di questo nostro mondo dinamico. Ed. FAC Villa
Sorriso, Velate di Varese. Atti Convegni di Rapallo. Il mondo di oggi come
questione sociale. Ed. FAC Villa Sorriso, Velate di Varese Atti Convegni
di Rapallo, Democrazia nuova per una nuova società.Ed. FAC Villa Sorriso,
Velate di Varese. Riportiamo anche i titoli di una serie di articoli sulla
rivista quadrimestrale veronese «Nuove Prospettive» (in ordine cronologico:
1988-1991) La metafisica aristotelico-tomista come sistema metafisico
realistico oggettivo; sua crisi e suo rifiuto, in NP I. Metafisica e metodo, in
NP Metafisica realistica integrale, in NP Valore della dottrina sociale
cristiana nell’attuale contesto storico dinamico secolare, in NP. Integrazione
della dottrina sociale cristiana con l’ideoprassi organico-dinamica. Dottrina
sociale cristiana e progetto organico-dinamico di società, in NP Sapienzialità,
in NP La “nuova creatura”: un problema teologico-ecclesiologico risolto solo a
metà, in NP I trascendentali, in NP Metafisica dell’azienda industriale, in NP
Dinontorganicità, in NP La famiglia oggi in una visione organico-dinamica, in
NP Articoli su altre riviste o su miscellanee (in ordine cronologico) La
pedagogia come scienza dell’azione. Appunti per una epistemologia pedagogica,
in Salesianum Sociologia positiva o positivo-razionale? A proposito di una
introduzione alla sociologia, in SalesianumPer una Ecclesiologia organica, in
AA.VV., De Ecclesia, PAS, Torino Concezione religiosa dell’educazione, in
Rivista di Pedagogia e Scienze Religiose, Dio e la Religione, in AA.VV. De Deo,
PAS, Torino Il posto e il compito dei laici nella Chiesa. Per la rieducazione
all’amore cristiano nel campo economico-sociale. Per una valida teoria della
pratica e una adeguata pratica della teoria = Raccolta degli Atti dei Convegni
di Rapallo per Industriali e Dirigenti Velate di Varese 1965, Prima parte
29-40. Dalla Sociologia cristiana normativa alla Sociologia cristiana
costruttiva, ibid., Parte seconda 23-38. Aspetti sociologici, religiosi e
morali della programmazione economico-sociale,
La formazione all’apostolato, in AA.VV., Il Decreto sull’Apostolato dei
Laici (Apostolicam actuositatem). Genesi storico-dottrinale. Testo latino e
traduzione italiana. Esposizione e commento = Collana Magistero Conciliare LDC
4, Torino Le leve segrete che dominano il mondo. I – Leve dinamiche per un
mondo dinamico, in AA.VV., Visioni chiave di questo nostro mondo dinamico. Per
una valida teoria della pratica e una adeguata pratica della teoria = Raccolta
degli Atti dei Convegni di Rapallo per Imprenditori e Dirigenti Velate di
Varese Le leve – non più segrete – che dominano il mondo. Leve cristiane per un mondo cristiano,
Vengono trattati, nelle relazioni 10 e 11, i trascendentali dinamici della
religiosità, socialità, moralità, educatività e missionarietà. Società e
persona umana in un mondo dinamico. Mondo dinamico e società, Società e persona
umana in un mondo dinamico. Mondo dinamico e persona umana, Fede e vita
spirituale, in Giornate di studio per predicatori di Esercizi Spirituali.
Approfondimenti teologico-pastorali, Roma – S.Cuore, Società in trasformazione
e trasformazione dell’uomo I. Società nuova in un mondo nuovo, Il mondo di oggi
come questione sociale. Per una valida teoria della pratica e una adeguata
pratica della teoria = Raccolta degli Atti dei Convegni di Rapallo per
Imprenditori e Dirigenti del 7-10 Marzo Velate di Varese 1970, Parte prima.
Società in trasformazione e trasformazione dell’uomo II. Uomo nuovo in una
società nuova, Mondo dinamico e questione sociale I. La questione sociale e le
sue vicende, ibid., Parte seconda, 33-50. Mondo dinamico e questione sociale
II. La questione sociale e la sua soluzione, Democrazia e mondo dinamico, in
Democrazia nuova per una nuova società = Raccolta degli Atti dei Convegni di
Rapallo per Imprenditori e Dirigenti,Velate di Varese, Impresa e società, Studio sul piano teologico
essenziale, in Arnaboldi Paolo Maria – Demaria Tommaso – Morini Bruno, I
Consigli Pastorali Diocesani e Parrocchiali alla luce di una Pastorale
organico-dinamica, Edizioni FAC – Villa Sorriso di Maria, Velate di Varese
Testi ciclostilati a) Relazioni ai Corsi Mid di
sviluppo Per una autentica società giusta: una concreta nuova presenza
cristiana = Atti del corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, Roma (testi dattiloscritti). La famiglia oggi in
una visione organico-dinamica. La scuola oggi in una visione organico-dinamica
della società. L’impresa organico-dinamica. Sindacato organico-dinamico. Stato
e società. Ideologia organico-dinamica ed Unione Europea Le tre
ideologie. Confronto sinottico = Atti del corso di studio Mid di Roma – Centro
Nazareth, Roma L’Assoluto ideologico primario. L’Assoluto ideologico derivato. La
religione. Uomo e società. L’economia. La politica. Etica a matrice
ideologica Le tre ideologie. Confronto sinottico. Seconda serie = Atti
del corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, Roma Stato e società. La
democrazia. La libertà. La socialità. La cultura. I valori. Scienza e
tecnica Confronto sinottico delle tre ideologie. Terza serie = Atti del
Corso di studio Mid di Roma Centro
Nazareth, Roma (Quaderno poligrafato). Richiamo orientativo. La sapienza umano
storica ideoprassica. La scelta energetica. Lo sviluppo. Il futuro del
pianeta Confronto sinottico delle tre ideologie. Quarta serie = Atti del
Corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, Roma Quaderno poligrafato),
Guerra e pace. Cultura come civiltà. La civiltà dell’amore Confronto
sinottico delle tre ideologie. I trascendentali dinamici Atti del Corso di studio Mid di Roma – Centro
Nazareth, Roma (Quaderno poligrafato) EDUCazione e formazione oggi = Atti del
Corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, Roma Relazioni a Corsi di
esercizi o di studio promossi dal FAC La parrocchia). “Su questa pietra…”
– Il nostro sacerdozio: donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (Corso Fac –
esercizi spirituali per sacerdoti). Chiesa e mondo Fede – Speranza – Carità
Rimessa a punto teorico-pratica dei Consigli pastorali La Chiesa localeI
Consigli pastorali in se stessi e nella loro articolazione e rapporti (Corso
Fac). La fede cristiana; Il problema ecclesiologico e le anime; La Chiesa e la
persona-cellula; Costruire la Chiesa; La parrocchia nella Chiesa universale; La
Chiesa come anima del mondo; Parrocchia in trasformazione I. Dalla parrocchia
statico-sacrale alla parrocchia dinontorganica religiosa; Parrocchia in
trasformazione II. La parrocchia dinontorganica religiosa; Conoscere la Chiesa
= Corso Fac di Esercizi-Studio di tipo C, Roma – Centro Nazareth, Come
programmare la costruzione di una parrocchia “Famiglia di Dio” oggi, in una
visione ecclesiale profonda = Corso Fac di Esercizi-Studio di tipo C, Roma –
Centro Nazareth, Altri testi ciclostilati Realismo dinamico, Istituto
Superiore di Scienze Religiose, Torino (Dispense), La Chiesa cattolica in stato
di missione, Le tesi delle Libere ACLI = a cura delle L.A.C.L.I. Italia
Settentrionale, Milano, Per una nuova cultura religiosa e sociale = a cura di
Nuova Presenza Cristiana – Centro culturale “G. Toniolo”, Verona, Il Marxismo =
Quaderni di Nuova Presenza Cristiana – Centro culturale “G. Toniolo”, Verona. Tommaso
Demaria. Demaria. Keywords: organismo, organismi, super-organismo, Tuomela,
we-thinking, cooperation and authority -- Luigi Cipriani, communicazione e
cultura, dynontorganico – o dinontorganico -- dinamico ontico organico -- l’implicanza
di Speranza, implicanza, implicatura, implicazione. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Demaria” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Demetrio: la ragione conversazionale al Lizio a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A lizio, a
friend of Catone Minore and was with him in his final days. Demetrio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Demetrio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Demetrio: la ragione conversazionale al portico a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Friend of
Seneca, Trasea and Apollonio. Banished from Rome at least once. He defends the
Porch philosopher Publio Egnazio Celer against another one, Musonio Rufo. Demetrio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Demetrio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Demetrio: la ragione conversazionale all’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Member of the Accademia, cited by Antonino. Demetrio.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Demetrio,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Demetrio: la ragione conversazionale all’orto a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A notable Gardener. Writes a number of essays on various aspects of
the school’s teachings. Fragments of his writings at Herculaneum reveal a
concern that some teachers were oversimplifying the philosophy in order to make
it easier for their pupils to understand. Demetrio Lacone. Demetrio. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Demetrio,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Demetrio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del culto di marte, la
mascolinità, ed
il sentimento taciuto – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia
lombarda --filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “Demetrio and
the semiotic tacit’ – “Grice: “Demetrio philosophises, in a Grecian, way, on
the ‘tacit’ – literally, the unuttered --.” Grice: “While ‘tacit’ may implicate that the vehicle
is phonic, it need not be – any non-expression is a tacit act --.” “And like
me, Demetrio holds that there is a whole communication involving the
un-expressed, or tacit – or ‘suprressed’ as the scholastics preferred. Grice:
“I like Demetrio. You see, Demetrio is sa good one. – and he enriches the
Griceian vocabulary. I use ‘imply’ for implicatum and implicitum; but Demetrio,
due to the richness of the Italian language, can play with the ‘tac’ root. I
often refer to the implicit as the tacit – and the tacit is nothing but the
‘silent’ –Demetrio has this brilliant essay on the ‘sentiments’ wich are
‘taciuti’. A ‘sentimento’ is taciuto’ when it is tacit, implicit, not explicit
– his favourite scenario is a loving couple – the silence of love – he has also
played with the ‘senses’ of ‘silent,’ but it is the ‘tacit’ root that he
explores most and relates to my explicit/implicit, tacit/non-tacit
distinction!” – Le sue ricerche promuovono la scrittura di se stessi, sia per
lo sviluppo del pensiero interiore e auto-analitico, sia come pratica
filosofica. Insegna a Milano, è ora direttore
scientifico del Centro Nazionale Ricerche e studi autobiografici della Libera
università dell'Autobiografia di Anghiari e dei “Silenziosi”. Altre opere: “Educatori
di professione. Pedagogia e didattiche del cambiamento nei servizi
extra-scolastici” (Scandicci, La Nuova Italia, Tornare a crescere); “L'età
adulta tra persistenze e cambiamenti” (Milano, Guerini, La ricerca qualitativa
in educazione” (Scandicci, La Nuova Italia); Apprendere nelle organizzazioni.
Proposte per la crescita cognitiva in età adulta, Roma, NIS); “Immigrazione e
pedagogia interculturale. Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione,
Firenze, La Nuova Italia); “L'educazione nella vita adulta. Per una teoria
fenomenologica dei vissuti e delle origini, Roma, NIS, Raccontarsi); “L'autobiografia
come cura di sé, Milano, Cortina, Educazione degli adulti: gli eventi e i
simboli, Milano, C.U.E.M., Viaggio e racconti di viaggio. Nell'esperienza di
giovani e adulti, Milano, C.U.E.M.); “Bambini stranieri a scuola. Accoglienza e
didattica interculturale nella scuola dell'infanzia e nella scuola elementare,
Scandicci, La Nuova Italia, Agenda interculturale. Quotidianità e immigrazione
a scuola. Idee per chi inizia, Roma, Meltemi, Il gioco della vita. Kit autobiografico.
Trenta proposte per il piacere di raccontarsi, Milano, Guerini); Pedagogia
della memoria. Per se stessi, con gli altri, Roma, Meltemi); “Elogio
dell'immaturità. Poetica dell'età irraggiungibile, Milano, Cortina, Una nuova
identità docente. Come eravamo, come siamo, Milano, Mursia); “L'educazione
interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva, Scandicci, La Nuova
Italia, Di che giardino sei? Conoscersi attraverso un simbolo” (Roma, Meltemi);
“Preparare e scrivere la tesi in Scienze dell'Educazione, Milano, Sansoni); “Istituzioni
di educazione degli adulti. Il metodo autobiografico” (Milano, Guerini); “Istituzioni
di educazione degli adulti” (Milano, Guerini); Album di famiglia. Scrivere i
ricordi di casa, Roma, Meltemi, Scritture erranti. L'autobiografia come viaggio
del se nel mondo, Roma, EDUP, Ricordare a scuola. Fare memoria e didattica
autobiografica, Roma, Laterza, Manuale di educazione degli adulti, Roma,
Laterza, Filosofia dell'educazione ed età adulta. Simbologie, miti e immagini
di sé, Torino, POMBA Liberia, L'età adulta. Teorie dell'identità e pedagogie
dello sviluppo, Roma, Carocci, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e
scrittura di sé, Milano, Cortina); “Istituzioni di educazione degli
adulti. Saperi, competenze e
apprendimento permanente, Milano, Guerini, Didattica interculturale. Nuovi
sguardi, competenze, percorsi, Milano, Angeli, In età adulta. Le mutevoli
fisionomie, Milano, Guerini, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione
mediterranea, Milano, Cortina, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della
timidezza” (Milano, Cortina, La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e
fragilità esistenziali, Milano, Cortina, L'educazione non è finita. Idee per
difenderla, Milano, Cortina); “Ascetismo metropolitano. L'inquieta religiosità
dei non credenti, Milano, Ponte alle Grazie); “L'interiorità maschile. Le
solitudini degli uomini” (Milano, Cortina, La religiosità degli increduli. Per
incontrare i «gentili», Padova, Messaggero, Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di
una passione, Milano, Cortina, Senza figli. Una condizione umana, Milano,
Cortina,,Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura, Milano, Mimesis);
“Beati i misericordiosi. Perché troveranno misericordia, Torino, Lindau); “I
sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora, Milano, Mimesis, La
religiosità della terra. Una fede civile per la cura del mondo, Milano,
Cortina, Silenzio, Padova, Messaggero, Green autobiography. La natura è un
racconto interiore, Anghiari, Booksalad, Ingratitudine. La memoria breve della
riconoscenza, Milano, Cortina, Scrivi, frate Francesco. Una guida per narrare
di sè, Padova, Messaggero, La vita si cerca dentro di sé. Lessico
autobiografico, Milano, Mimesis, Terra, Milano, Dialogos, Foliage. Vagabondare
in autunno, Milano, Cortina. Wikipedia Ricerca Marte (divinità) dio
romano della guerra e dei duelli Lingua Segui Modifica Marte (in latino:
Mars[1]) è, nella religione romana e italica[2], il dio della guerra e dei
duelli e, secondo la mitologia più arcaica, anche del tuono, della pioggia e
della fertilità. Simile alla divinità greca Ares, col tempo ne ha assorbito
tutti gli attributi, fino a venire completamente identificato con esso.
Statua colossale di Marte: "Pirro" nei Musei capitolini a Roma.
Fine del I secolo d.C. CultoModifica Venere e Marte, affresco romano da
Pompei, 1 secolo d. C. È una divinità sia etrusca[4] che italica (Mamers nei
dialetti sabellici[5]); nella religione romana (dove era considerato padre del
primo re Romolo) era il dio guerriero per eccellenza, in parte associato a
fenomeni atmosferici come la tempesta e il fulmine. Assieme a Quirino e Giove,
faceva parte della cosiddetta "Triade arcaica", che in seguito, su
influsso della cultura etrusca, sarà invece costituita da Giove, Giunone e
Minerva. Più tardi, identificandolo con il greco Ares, venne detto figlio di
Giunone e Giove e inserito in un contesto mitologico ellenizzato. Alcuni
studiosi del passato (Wilhelm Roscher, Hermann Usner, e soprattutto Alfred von
Domaszewski) hanno parlato di Marte anche nei termini di divinità "agraria",
legata all'agricoltura, soprattutto sulla scorta del testo di una preghiera
rimastaci nel De agri cultura di Catone, che lo invoca per proteggere i campi
da ogni tipo di sciagura e malattia. Secondo Georges Dumézil tuttavia il collegamento
fra Marte e l'ambito campestre non farebbe di lui una divinità legata alla
terra, in quanto il suo ruolo sarebbe esclusivamente di difensore armato dei
campi da mali umani e soprannaturali, senza diversificazione dalla sua natura
intrinsecamente guerresca. Il dio, inoltre, rappresentava la virtù e la
forza della natura e della gioventù, che nei tempi antichi era dedita alla
pratica militare. In questo senso era posto in relazione con l'antica pratica
italica del uer sacrum, la Primavera Sacra: in una situazione difficile, i
cittadini prendevano la decisione sacra di allontanare dal territorio la nuova
generazione, non appena fosse divenuta adulta. Giunto il momento, Marte
prendeva sotto la sua tutela i giovani espulsi, che formavano solo una banda, e
li proteggeva finché non avessero fondato una nuova comunità sedentaria
espellendo o sottomettendo altri occupanti; accadeva talvolta che gli animali
consacrati a Marte guidassero i sacrani e divenissero loro eponimi: un lupo
(hirpus) aveva guidato gli Irpini, un picchio (picus) i Piceni, mentre i
Mamertini derivano il loro nome direttamente da quello del dio. Sempre a Marte è
dedicata la legio sacrata, cioè la legione Sannita, detta anche linteata,
poiché è bianca. Marte, nella società romana, assunse un ruolo molto più
importante della sua controparte greca (Ares), probabilmente perché considerato
il padre del popolo romano e di tutti gli Italici in generale: Marte,
accoppiatosi con la vestale Rea Silvia generò Romolo e Remo, che fondarono
Roma. Di conseguenza Marte era considerato il padre del popolo romano e i
romani si chiamavano tra loro Figli di Marte. I suoi più importanti
discendenti, oltre a Romolo e Remo, furono Pico e Fauno. Marte comparve
spesso sulla monetazione romana, sia repubblicana che imperiale, con vari
titoli: Marti conservatori (protettore), Marti patri (padre), Mars ultor
(vendicatore), Marti pacifero (portatore di pace), Marti propugnatori
(difensore), Mars victor (vincitore). Il mese di marzo, il giorno di
martedì, i nomi Marco, Marcello, Martino, il pianeta Marte, il popolo dei
Marsie il loro territorio Martia Antica (la contemporanea Marsica) devono a lui
il loro nome. Leggenda sulla nascita di MarteModifica Secondo il mito,
Giunone era invidiosa del fatto che Giove avesse concepito da solo Minerva
senza la sua partecipazione. Chiese quindi aiuto a Flora che le indicò un fiore
che cresceva nelle campagne in Etoliache permetteva di concepire al solo
contatto. Così diventò madre di Marte, che fece allevare da Priapo, il quale
gli insegnò l'arte della guerra. La leggenda è di tradizione tarda come
dimostra la discendenza di Minerva da Giove, che ricalca il mito greco. Flora,
al contrario, testimonia una tradizione più antica: l'equivalente norreno Thor
nasce dalla terra, Jǫrð e così le molte divinità elleniche.
NomiModifica Statua di Marte nudo in un affrescodi Pompei. Marte era
venerato con numerosi nomi dagli stessi latini, dagli Etruschi e da altri
popoli italici: Maris, nome Etrusco da cui deriva il nome del Dio Romano;
Mars, nome Romano; Marmar; Marmor; Mamers, nome con cui era venerato dai popoli
italicidi stirpe osca; Marpiter; Marspiter; Mavors. EpitetiModifica Diuum deus:
'dio degli dei', nome con cui viene designato nel Carmen Saliare. Gradivus:
'colui che va', con valore spesso di 'colui che va in battaglia', ma può essere
collegato anche al ver sacrum, quindi 'colui che guida, che va'. Leucesios:
epiteto del Carmen Saliare che significa 'lucente', 'dio della luce', questo
epiteto può essere anche legato alla sua caratteristica di dio del tuono e del
lampo. Silvanus: in Catone, nel libro De agricultura, 83 Marte viene
soprannominato Silvanus in riferimento ai suoi aspetti legati alla natura e
collegandolo con Fauno. Ultor: epiteto tardo, dato da Augusto in onore della
vendetta per i cesaricidi (da ultor, -oris: vendicatore).
RappresentazioniModifica Gli antichi monumenti rappresentano il dio Marte in
maniera piuttosto uniforme; quasi sempre Marte è raffigurato con indosso
l'elmo, la lancia o la spada e lo scudo, raramente con uno scettro talvolta è
ritratto nudo, altre volte con l'armatura e spesso ha un mantello sulle spalle.
A volte è rappresentato con la barba ma, nella maggior parte dei casi, è
sbarbato. È raffigurato a piedi o su un carro trainato da due cavalli
imbizzarriti, ma ha sempre un aspetto combattivo. Gli antichi Sabini lo
adoravano sotto l'effigie di una lancia chiamata "Quiris" da cui si
racconta derivi il nome del dio Quirino, spesso identificato con Romolo.
Bisogna dire che il nome Quirinus, come il nome Quirites, deriva da *co-uiria,
cioè assemblea del popolo e indicava il popolo in quanto corpus di cittadini,
da distinguere con Populus (dal verbo populari = devastare), che indica il
popolo in armi. Il ruolo di Marte a RomaModifica Venere e Marte,
affresco romano da Pompei. A Roma Marte era onorato in modo particolare. A
partire dal regno di Numa Pompilio, venne istituito un consiglio di sacerdoti,
scelti tra i patrizi, chiamati Salii, chiamati a vigilare su dodici scudi
sacri, gli Ancilia, di cui si dice che uno sia caduto dal cielo. Questi
sacerdoti erano riconoscibili dal resto del popolo per la loro tunica purpurea.
I sacerdoti Salii, in realtà erano un'istituzione ben più antica di Numa
Pompilio, risalivano addirittura al re-dio Fauno, che li creò in onore di
Marte, costituendo così i primi culti iniziatici latini. Nella capitale
dell'impero, vi era anche una fontana consacrata al dio Marte e venerata dai
cittadini. L'imperatore Nerone, una volta, si bagnò in quella fontana, gesto
che fu interpretato dal popolo come un sacrilegio e che gli alienò la simpatia
popolare. A partire da quel giorno, l'imperatore iniziò ad avere problemi di
salute, secondo la gente dovuta alla vendetta del dio. FestivitàModifica
Era venerato fastosamente in marzo, il primo mese dell'anno nel calendario
romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l'inverno e che
portava il suo nome, con le feriae Martis, Equirria, agonium martiale,
Quinquatrus e tubilustrum. Altre cerimonie importanti avvenivano in febbraio e
in ottobre. Gli Equirria si tenevano. Erano giorni sacri con significato
religioso e militare; i romani vi mettevano molta enfasi per sostenere
l'esercito e rafforzare la morale pubblica. I sacerdoti tenevano riti di
purificazione dell'esercito. Si tenevano corse di cavalli nel Campo
Marzio. Si tienneno le feriæ Martis. Durante le feriæ Martis i dodici
Salii Palatinipercorrevano la città in processione, portando ciascuno un
Ancile, uno dei dodici scudi sacri, e fermandosi ogni notte ad una stazione
diversa (mansio). Nel percorso i Salii eseguivano una danza con un ritmo di tre
tempi (tripudium) e cantavano l'antico e misterioso Carmen Saliare. Si tienne
il Quinquatrus, durante il quale gli scudi venivano ripuliti. Si tene il
Tubilustrium, dedicato alla purificazione delle trombe usate dai Saliie alla
preparazione delle armi dopo la pausa invernale. Gl’ancilia venivano riposti
nel sacrario della Regia. L'October Equus si teneva alle idi di ottobre.
Si svolgeva una corsa di bighe e veniva sacrificato a Marte il cavallo di
destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. La
coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. C'era una
battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la coda per
portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la
Regia. Si tienne l'Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e
alla loro conservazione per l'inverno. Ogni cinque anni si tenevano in
Campo Marzio le Suovetaurilia, dove davanti all'altare di Marte il censo vienne
accompagnato da un rito di purificazione tramite il sacrificio di un bue, un
maiale e una pecora. Luoghi di cultoModifica Marte e Venere, copia
settecentesca da I Modi di Marcantonio Raimondi Tra le popolazioni italiche, si
sa di un antico tempio dedicato al dio Marte a Suna, antica città degli
Aborigeni, e di un oracolo del dio, nella città aborigena di Tiora. Animali e
oggetti sacri Lupo: si ricorda il nipote Fauno, il lupo per eccellenza è la
lupa che ha allattato Romolo e Remo Picchio: il picchio è l'uccello del tuono e
della pioggia oracolare, ha nutrito Romolo e Remo insieme alla lupa Cavallo:
simbolo della guerra (si ricorda Nettuno e gli’equirria) Toro: altro animale
molto importante per il ver sacrum e per tutti i popoli italici Hastae Martiae:
sono le lance di Marte che si scuotevano in caso di gravi pericoli, tenute nel
sacrario della Regia Lapis manalis: la pietra della pioggia, in quanto dio
della pioggia OfferteModifica A Marte si offrivano come vittime sacrificali
vari tipi di animali: dei tori, dei maiali, delle pecore e, più raramente,
cavalli, galli, lupi e picchi verdi, molti dei quali gli erano consacrati. Le
matrone romane gli sacrificavano un gallo il primo giorno del mese a lui
dedicato che, fino al tempo di Gaio GIULIO (si veda) Cesare, era anche il primo
dell'anno. Identificazioni con dei celtici Mars Alator: Fusione con il
dio celtico Alator Mars Albiorix, Mars Caturix o Mars Teutates: Fusione con il
dio celtico Toutatis Mars Barrex: Fusione con il dio celtico Barrex, di cui si
ha notizia solo da un'iscrizione a Carlisle Mars Belatucadrus: Fusione con il
dio celtico Belatu-Cadros. Questo epiteto è stato trovato in cinque iscrizioni
nell'area del Vallo di Adriano Mars Braciaca: Fusione con il dio celtico
Braciaca, trovato in un'iscrizione a Bakewell Mars Camulos: Fusione con il dio
della guerra celtico Camulo Mars Capriociegus: Fusione con il dio celtico
gallaico Capriociegus, trovato in due iscrizioni a Pontevedra Mars Cocidius:
Fusione con il dio celtico Cocidio Mars Condatis: Fusione con il dio celtico
Condatis Mars Lenus: Fusione con il dio celtico Leno Mars Loucetius: Fusione
con il dio celtico Leucezio Mars Mullo: Fusione con il dio celtico Mullo Mars
Nodens: Fusione con il dio celtico Nodens Mars Ocelus: Fusione con il dio
celtico Ocelus Mars Olloudius: Fusione con il dio celtico Olloudio Mars Segomo:
Fusione con il dio celtico Segomo Mars Visucius: Fusione con il dio celtico
Visucio Marte nell'arteModifica Pittura Marte, di Velázquez Marte che spoglia
Venere con amorino e cane, di Paolo Veronese Marte e Venere sorpresi da
Vulcano, di Boucher Minerva protegge la Pace da Marte, di Rubens Venere e
Marte, di Sandro Botticelli MARTE su Treccani, enciclopedia ^ MARTE su
Treccani, enciclopedia MARTE su Treccani, enciclopedia Pallotino; Wagenvoort,
"The Origin of the Ludi Saeculares, in Studies in Roman Literature,
Culture and Religion (Brill; Hall, "The Saeculum Novum of Augustus and its
Etruscan Antecedents," Aufstieg und Niedergang der römischen Welt; MARTE
su Treccani, enciclopedia Strabone, Geografia, Nota sul dio Mamerte (o Mamers),
in Treccani.it Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane,
Carandini, La nascita di Roma, Torino, Einaudi, Carandini dà la definitiva
rivalutazione del dio Marte). Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova,
ECIG, Dumézil, La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, Libro del grande
storico delle religioni, che per primo rivalutò Marte da feroce dio emulo di
Ares a divinità più originale e importante). James Hillman, Un terribile amore
per la guerra, Milano, Adelphi, Un libro che dimostra come questo dio sia
presente nelle guerre contemporanee). Jacqueline Champeux, La religione dei
romani, Bologna, Il Mulino, Ares Divinità della guerra Flamine marziale Fauno
Marte (astronomia) Mamerte Pico (mitologia) Hachiman, Fano di Marmar, su
latinae. altervista. Portale Antica Roma Portale Mitologia PAGINE
CORRELATE Salii collegio sacerdotale romano per il culto di Marte
Mamuralia festività Triade arcaica, Duccio Demetrio. Demetrio. Keywords:il
sentimento taciuto, maschile, omossesuale, perseo, medusa, solitudine,
filosofia del maschile, il maschile, homo-socialite, lo sguardo maschile,
virilita, virus, virtu, il concetto del maschile nella roma antica. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Demetrio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Democede: la ragione conversazionale e la setta di Crotone -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo
italiano. Captured by the Persians, helps to cure an ankle injury that is
plaguing Dario. He eventually escapes and returns to Crotone. Giamblico says he
has a Pythagorean, one of those who fled Crotone during an uprising against the
sect. If this is true, if presumably happens after his return from Persia. Democede. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Democede,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Demostene: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. A
pythagorean according to Giamblico di Calcide. Demostene. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Demostene,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Desideri:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei consenzienti – filosofia
romana – filosofia laziale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo Lazio. Filosofo Italiano.
Roma, Lazio. Grice: “I like Desideri; he would be what we at Oxford call a
‘philosopher of perception,’ and therefore his keywords have been aisthetsis,
sensation, and the rest – he has also played with some Latinate, like ‘imaggine
dell’imagine’ and with ‘empathy.’ He endorses a Griceian sort of empathetic
theory, as evidenced in the idea of ‘comprehension,’ a latinate term for
English ‘understanding.’ “He has beautiful handwriting,’ while there is a
hygienic interval between I and thou, thou getest what I mean! That he is
HOPELESS at philosophy.” Insegna a Firenze. Cura Nietzsche, Kant, Benjamin,
Kafka. Altre opere: “Il tempo e la forma” (Roma,
Editori riuniti); “Il fine del tempo” (Genova, Marietti); “La scala della
giustizia” (Bologna, Pendragon); “Il velo di Iside: coscienza, messianismo e
natura nel pensiero romantico” (Bologna, Pendragon); “L'ascolto della
coscienza” (Milano, Feltrinelli); “Aporia del sensibile” (Genova, Il
melangolo); “Il passaggio estetico” (Genova, Il melangolo); “Forme
dell'estetica: dall'esperienza del bello al problema dell'arte” – “L’esperienza
del bello” (Roma-Bari, Laterza); “L’ esperienza e la percezione riflessa:
estetica e filosofia psicologia (Milano, Raffaello Cortina); “La misura del sentire:
per una ri-configurazione dell'estetica” (Milano-Udine, Mimesis); “Origine
dell'estetico: dall’emozione al giudizio” (Roma, Carocci); “Percezione ed
estetica” (Brescia, Morcelliana). A Francesco e Nicola Il fascismo e il
consenso degl’intellettuali Il Mulino, Bologna. Quando ho iniziato le ricerche
condensate in questo saggio, testimonianze e giudizi storiografici erano
unanimi nel riflettere la nota negazione crociana dell’esistenza di una cultura
o filosofia fascista: un giudizio che trova ancora oggi il suo principale e più
autorevole sostenitore in Bobbio, ma che ritorna anche in protagonisti della
lotta anti-fascista e in studiosi di altre aree politiche e culturali, come
Amendola e Rosa. I motivi del persistere di questa negazione, in chi pur si è
dedicato da tempo a indagare con severo impegno civile sulla funzione politica
della cultura, richiederebbero una ricerca apposita, che metterebbe
probabilmente in luce, accanto alla fortuna del crocianesimo e alla diffidenza
verso l’intellettuale-funzionario di supposta matrice fascista, o
all’originaria riduttiva lettura di Gramsci, una decisa sottovalutazione, su un
piano pit generale, del peso del fenomeno della filosofia fascista nella storia
italiana. È forse quest’ultimo l’elemento che continua a opporre maggiore
resistenza alla corretta impostazione di un’indagine su una stagione culturale
che non si esauri nel ventennio, ma proietta le sue ombre anche sul periodo
postfascista: con un bilancio, si badi bene, che non può ridursi a distinguere
vera e falsa filosofia o cultura, o a chiedersi quali prodotti di vera
filosofia o cultura promosse il fascismo. Per affermare che il fascismo non ha
legami colla filosofia è necessario adoperare il termine in modo puramente
valutativo, escludendo dal suo ambito tutto ciò che viene giudicato dannoso,
oppure minimizzare sistema. Su alcuni di questi temi un primo spunto di ricerca
è stato fornito da E. Galli della Loggia, Ideologie, classi e costume,
Castronovo, Torino, Einaudi. ) ticamente il numero di punti di contatto
esistenti tra il regime e la filosofia, opportunamente osserva Lyttelton, e la
notazione potrebbe essere estesa ad altre discipline, come quelle giuridiche ed
economiche, per considerare, accanto a ciò che di non caduco fu prodotto nel
campo dell’alta cultura, oltre che nel terreno inesplorato della mentalità dei
diversi strati sociali , anche i pensieri che non furono pit pensati. Ma a una
valutazione complessiva di questa tematica è di ostacolo un giudizio simmetrico
a quello crociano, teso a mettere in dubbio l’esistenza di ur fascismo
italiano: in questo senso Felice ha fatto veramente scuola presso quanti hanno
avallato la tesi propria del fascismo, di possedere una ideologia non
reazionaria, o hanno tratto spunto dalle doti intellettuali di Bottai per
presentarlo come filosofo fascista critico. Solo pochi studiosi hanno
cominciato, in questi ultimi anni, a presentare un diverso approccio al
problema, tenendo presenti i nessi tra la cultura, l’ideologia e gli obiettivi
politici del fascismo, e sfuggendo quindi al rischio di esaminare le idee dei
singoli intellettuali in modo separato dal contesto in cui operarono: rischio
di un genere bioLyttelton, La conquista del potere. Il fascismo, Bari, Laterza,
A. Momigliano, Gli studi italiani di storia greca e romana, in La vita
intellettuale italiana, scritti in onore di Croce, a cura di Antoni e Mattioli,
Napoli, Edizioni scientifiche italiane. E. Gentile, Le origini dell’ideologia
fascista, Bari, Laterza, e Guerri, Giuseppe Bottai, un fascista critico, prefazione
di U. Alfassio Grimaldi, Milano, Feltrinelli, Cosî L. Mangoni, L’interventismo
della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari, Laterza, Montenegro,
Politica estera e organizzazione del consenso. Note sull’Istituto per gli studi
di politica internazionale, in Studi storici; M. Isnenghi, Intellettuali
militanti e intellettuali funzionari. Appunti sulla cultura fascista, Torino,
Einaudi. Né più produttiva appare una lettura solo apparentemente rovesciata,
come quella di un Cantimori tutto politico che niente ci dice sul suo mestiere
di storico: M. Ciliberto, Intellettuali e fascismo. Saggio su Delio Cantimori,
Bari, De Donato, e le puntuali osser grafico che pur sempre utile e auspicabile
anche nei suoi esempi migliori tende a eroicizzare alcune personalità
anticipando spesso nel tempo gli esiti della loro ricerca culturale e politica.
Abbiamo quindi ritenuto necessario ai fini di una lettura politica , per quanto
possibile, della cultura e degli orientamenti dei suoi produttori nel ventennio
porre al centro dell’indagine le istituzioni culturali del regime, di cui
l’Enciclopedia italiana è, per l’alta cultura, l’espressione pit significativa,
in quanto momenti di aggregazione degli intellettuali di cui il fascismo voleva
acquisire il consenso. Istituzioni culturali che non si limitano a una gestione
puramente esterna della cultura preesistente , ma producono anche contenuti
nuovi, mettendo in circolazione modi di pensare o temi di studio funzionali
all’ideologia dominante. Con ciò non vogliamo negare che il fascismo recuperi
motivi già presenti nell’Italia liberale come il nazionalismo o le tendenze
corporative , secondo l’ ideologia eclettica del Pnf, prima organizzazione
politica unificata della borghesia italiana, pronta a raccogliere ogni prestito
capace di rafforzarla : motivi che tuttavia la borghesia prefascista a meno di
non darle credito di una coerenza e di una preveggenza che non ci pare abbia av
uto nel suo complesso ® non era riuscita a connettere saldamente insieme in
quella sorta di koiné che nel periodo fascista, se pur si avvale di apporti
diversi, non è meno omogenea per gli obiettivi che si pone e per la continua
interscambiabilità tra cultura e ideologia. Un linguaggio alla cui formula
vazioni di G. Santomassimo in Italia contemporanea ,In questo senso si esprime,
oltre ad Asor Rosa (citato nel testo), A.L. de Castris, Gramsci e il problema
dell’egemonia negli anni trenta, in Lavoro critico (il numero è dedicato a Le
culture del fascismo ). 8Togliatti, Lezioni sul fascismo, prefazione di E.
Ragionieri, Roma, Editori Riuniti Su questo collegamento tra Italia liberale e
fascismo insiste Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in
Italia, Padova, Marsilio (su cui gli interventi di R. Romanelli, M.L. o Toniolo
in Quaderni storici zione contribuiscono, in misura e con capacità di manovra
insusitate, i cattolici. È appunto considerandone la partecipazione massiccia
alle istituzioni del regime dove i collaboratori si confondono con i critici
dell’idealismo e, qualche volta, del fascismo stes80 , che è possibile cogliere
un aspetto non secondario della trasformazione della presenza cattolica in
Italia, non più caratterizzata, come nel prefascismo, da un rapporto preminente
col mondo contadino, ma profondamente inserita a tutti i livelli nella moderna
società industriale !° con un insieme di scambi culturali che, anche in una
prospettiva di lungo periodo, ha un peso ben maggiore della riflessione più
propriamente religiosa di quei gruppi élitari nei quali si è voluto cogliere il
nucleo della classe dirigente democristiana " Un'indagine approfondita
sulla politica culturale del regime ci pare preliminare anche per valutare
quelli che .abbiamo chiamato i limiti del consenso . Solo partendo dalla
considerazione dell’esistenza di una vasta rete di istituzioni fasciste che
producono e trasmettono cultura contro la quale si infrangono i sogni di una
cultura al di sopra della mischia propri di un Formiggini è possibile impostare
un discorso sulla cultura sommersa durante il ventennio e sui suoi sbocchi nel
1945 e anche in questo caso, più che affidarci ai lunghi viaggi dei singoli,
che rischiano di ridursi a personali esami di coscienza senza grande risonanza,
abbiamo rivolto l’attenzione ad altri centri di aggregazione degli intellettuali
e di diffusione della cultura, le case editrici, pur senza essere stati in
grado di fornite quei preziosi dati materiali Rossi, La Chiesa e le
organizzazioni religiose, in La Toscana nel regime fascista, Firenze, Olschki,
Come ha fatto, analizzando la Fuci e il Movimento laureati cattolici, Moro, La
formazione della classe dirigente Cattolica, Bologna, il Mulino; contro una
prima formulazione di questa tesi ha polemizzato Pietro Scoppola che però, per
esaltare l’impronta di rinnovamento impressa da De Gasperi alla DC, ha
ribaltato la sua tesi originaria sostenendo il sostanziale consenso al regime ,
senza incrinature, dei cattolici (Le proposta politica di De Gasperi, Bologna,
il Mulino, dell’azienda editoriale che sono stati pionieristicamente fatti oggetto
di studio, per un altro periodo, da Marino Berengo !. Il mancato riferimento
alla forza condizionante delle istituzioni del regime è infatti all'origine sia
di facili assoluzioni di una cultura che sarebbe passata indenne attra verso il
fascismo, sia di altrettanto gratuite reprimende contro l’incapacità di
rinnovamento delle forze di sinistra. Fra l’accusa al PCI di essersi fatto
carico dell’ ideologia della ricostruzione per cui si sopravva-' luta il
significato dell’ inquietudine politica de Il Politecnico , e la riproposizione
crociana di una cultura che, sotto il fascismo, si era chiusa su se stessa,
rivendicando la propria autonomia: e da una tacita contrattazione col potere
aveva ottenuto il permesso di vivere e di svilupparsi nella sua (pseudo)
separatezza, vi è infattiuno iato profondo che non permette di spiegare
storicamente gli indubitabili ritardi registrabili nel rinnovamento culturale.
Il processo di affrancamento degli intellettuali dalla cultura del regime fu in
realtà assai complesso, anche quando passò attraverso la difesa dell'autonomia
della cultura. Vi può essere stata, da un lato, l’indifferenza di fronte alla
politica di molti intellettuali che è all’origine sia di un loro acritico
allineamento al fascismo, sia di un arroccamento attorno alla tradizione
accademica, che nelle Università trovò alcuni spazi per mantenersi separata
dalla militanza politica richiesta dal fascismo, anche se col rischio di un
progressivo inaridimento. D'altro canto, in un Berengo, Intellettuali e librai
nella Milano della Restaurazione, Torino, Einaudi Cosi Luperini,
Gl’intellettuali di sinistra e l'ideologia della ricostruzione nel dopoguerra,
Roma, edizioni di Ideologie. Ne ha parlato Tranfaglia, Intellettuali e
fascismo. Appunti per una storia da scrivere, ora in Id., Dallo stato liberale
al regime fascista. Problemi e ricerche, Milano, Feltrinelli; G. Turi, Le
istituzioni culturali del regime fascista durante la seconda guerra mondiale,
in Italia contemporanea, e, con ottica diversa, Bongiovanni - Levi,
L’università di Torino durante il fascismo. Le Facoltà umanistiche e il
Politecnico, Torino, Giappichelli. periodo in cui, e la soppressione completa
della dialettica politica, il terreno culturale divenne nel paese un importante
termine di confronto per verificare anche l’esistenza di schieramenti
tendenzialmente politici, la rivendicazione dell’autonomia della cultura
costituî negli intellettuali più consapevoli uno strumento per segnare una
rottura nei confronti del regime, in vista della ricostituzione di un rapporto
nuovo fra politica e cultura: fu questo il senso della battaglia di Croce, di
alcuni dei principali collaboratori di Einaudi in un primo luogo Ginzburg, e di
alcuni settori di ascendenza democratica, socialista e positivista per altro ancora
da indagare in tutte le loro ramificazioni, che abbiamo esemplificato nel
gruppo raccolto attorno alla casa editrice Formiggini. Non bisogna tuttavia
dimenticare che la cultura elaborata dagli intellettuali del fascismo impose un
arretramento del punto di partenza di una battaglia culturale e politica che
nel campo degl’avversari fu necessariamente sfumata, ma anche non priva di
oscillazioni, contraddizioni e riflussi tanto che poté apparire anticonformista
la ripresa di motivi sostanzialmente non antitetici al fascismo, come nel caso
del liberismo di Einaudi, e che perciò non può essere immediatamente
classificata nella categoria dell’antifascismo. Se è quindi possibile
constatare come tanta parte della intelligenza italiana sboccasse nell’Italia
postfascista senza che le trasformazioni di superficie corrispondessero a reali
rinnovamenti di fondo, ciò è addebitabile, più che a uno zdanovismo che in
realtà non conculcò alcuna esistente cultura rivoluzionaria!, al ben più
drastico condizionamento Garin, Intellettuali italiani, Roma, Riuniti. Elementi
contraddittori si mescolano a interessanti suggerimenti di ricerca nella
testimonianza di Franco Fortini: Quando si farà la storia dello stalinismo
italiano e si documenterà la repressione avvenuta ai danni di una cultura
rivoluzionaria non conformista che, incerta e confusa, pur si veniva formando;
e quando si chiarirà fino a qual punto la debolezza intellettuale degli usciti
dal fascismo, cioè di noi stessi, abbia cospirato obiettivamente con talune
debolezze morali e con operato da tempo dal fascismo: con il risultato che il
processo di rinnovamento degli intellettuali italiani si presenterà assai più
lento delle trasformazioni politiche del paese. Non ci sentiamo tuttavia in
grado di dare giudizi definitivi sulla controversa questione, anche in questo
campo, relativa alle continuità o alle rotture nella storia d’Italia. Ci preme
aver indicato un approccio di ricerca che ci sembra fruttuoso, e auspicare che
i risultati raggiunti stimolino ulteriori indagini e riflessioni. Primo a
seguire e incoraggiare questa ricerca è stato Ragionieri, il cui ricordo è
difficilmente cancellabile in chi ne ha conosciute e apprezzate le doti umane,
intellettuali, politiche: a lui va il mio principale debito di riconoscenza,
nella speranza di essere rimasto fedele, almeno in parte, alla sua eccezionale
lezione di rigore scientifico. Fra quanti hanno letto interamente o in parte il
dattiloscritto, ‘aiutandomi con correzioni e suggerimenti, ringrazio in
particolare Garin, Mori, Palla, Ranchetti, Soldani e Torrini; e, con loro, i
numerosi studenti e amici che hanno discusso la tematica di questa ricerca nei
seminari tenuti presso l’Istituto di storia della Facoltà di Lettere e
Filosofia di Firenze. Né posso dimenticare chi, regalandomi una stagione
felice, ha reso più leggera la mia fatica. Il lavoro non sarebbe stato
possibile senza la preziosa collaborazione del personale della Biblioteca
nazionale di Firenze e di quanti mi hanno facilitato la consultazione di fondi
archivistici: Cappelletti per l’Archivio dell’Istituto dell’Enciclopedia
italiana; Milano e Selmi per l'Archivio Formiggini presso la Biblioteca estense
di Modena; la politica culturale stalinista, polemizzando contro quest’ultima
da destra e cioè da posizioni radical-liberali invece che da posizioni
marziste, allora sarà possibile farsi un’idea meno mitica di certi tentativi,
come quelli del neorealismo cinematografico, del Politecnico, ecc. (Verifica
dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Milano, Garzanti.
il personale della Fondazione Einaudi; Einaudi, Vivanti e l’archivista Gava
per. i documenti della casa editrice Einaudi; Balbo che mi ha concesso la
visione delle carte di Balbo da lei tanto amorevolmente custodite, e Bobbio che
ha messo a mia disposizione il suo archivio personale. Non è stata invece
possibile la consultazione dell’Archivio Gentile, ancora in attesa di una
sistemazione che permetta l’accesso agli studiosi. In questo volume si
riproducono, con alcune modifiche, i seguenti saggi: Il progetto
dell’Enciclopedia italiana: l’organizzazione del consenso fra gli
intellettuali, in Studi storici (si limita a riprodurre la tematica di questo
articolo, senza nulla aggiungere, la maggior parte del volumetto di Lazzari,
L’Enciclopedia Treccani. Intellettuali e potere durante il fascismo, Napoli,
Liguori, tributario del mio saggio anche per le fonti); Ideologia e cultura del
fascismo nello specchio dell’Enciclopedia italiana, in Stu-di storici;
l'introduzione alla ristampa non integrale di Formiggini, Storia della mia casa
editrice, Modena, Levi. Il saggio I limiti del consenso: le origini della casa
editrice Einaudi è inedito: per questo ho potuto utilizzare il contributo CNR
Ideologia e cultura del fascismo: l’ Enciclopedia italiana. Opere come l’Ernciclopedia,
cui Gentile da cosi valido impulso, hanno nella vita di un tempo un peso
singolare. E innanzi ad esse, e alla loro penetrazione profonda, conviene
chiedersi se, per avventura, taluni giudizi correnti non debbano essere rivisti
e corretti. L’osservazione di Garin, fatta per inciso in una ricostruzione
generale di LA FILOSOFIA ITALIANA, comport una verifica dell'equazione crociana
fascismo-anticultura e cultura-antifascismo, e quindi quel più attento riesame
delle vicende culturali fra le due guerre, in stretto rapporto con l’obiettivo
del regime di organizzare il consenso dei FILOSOFI, che attende ancora di
essere compiuto sistematicamente. Cosi non solo l’Enciclopedia italiana,
utilizzata da studiosi stranieri come fonte sulla dottrina filosofica del
fascismo o come espressione dell’orientamento prevalente nella cultura italiana
-- ma anche l’opera di Gentile teorico del periodo di consolidamento del
fascismo, come lo ha definito Lukàcs, con espressione ben piu corretta della
generica formula di filosofo del fascismo, sono rimaste avvolte in un silenzio
che è già per se stesso elemento di riflessione sui profondi condizionamenti
subiti a lungo dalla cultura italiana del secondo (Garin, CRONACHE DI FILOSOFIA
ITALIANA. Bari, Laterza, Efirov, La filosofia borghese italiana, Firenze,
Sansoni, Hobsbawm, Il contributo di Marx alla storiografia, in Marx vivo. La
presenza di Marx nel pensiero contemporaneo, Milano, Mondadori, Lukàcs, La
distruzione della ragione, Tortino, Einaudi] dopoguerra, che negli anni venti e
nel fascismo, e nel giudizio che ne da Croce, hanno la loro origine. Il
discorso sulla FILOSOFIA di Gentile, condotto in prevalenza da suoi allievi nel
Giornale critico della filosofia italianacon particolare lucidità da SPIRITO,
che ha ricostruito le tappe del suo distacco dal maestro come sviluppo degli
stessi principi attualisti, è rimasto limitato a un recupero agiografico o a un
anacronistico rilancio, privo di prospettive storiografiche perché astratto
dall’analisi del fascismo, in cui SPIRITO ha voluto individuare, con un
giudizio che richiede di essere specificato, pensiamo in particolare al peso
che ha anche sul piano culturale il connubio regime/culto la ragione effettiva
della crisi dell’idealismo italiano tale, quindi, da non consentire quell’esame
della personalità di GENTILE come promotore e organizzatore di alta cultura sul
piano nazionale cui pur richiama il gentiliano Bellezza. Le stesse CRONACHE DI
FILOSOFIA ITALIANA, di Garin, mosse dall’intento di considerare uomini e
dottrine come espressioni di un tempo e, insieme, come forze che in un tempo
agirono, e attente a non cadere nella troppo sche- [Il primo studio moderno con
intenti di completezza è quello di Harris, La filosofia di Gentile (Roma,
Armando), condotto però nella costante preoccupazione, come afferma Harris
nella prefazione all’edizione originale di vedere how far his actual idealism
may be disentangled from its fascist connections, or implicatures
[entanglement, Lewis/Short, ‘in-plicatura’]--, da cui discende il giudizio
sull’oggettività dell’Enciclopedia italiana. Per una confutazione della critica
a Gentile sulla linea liberale condotta da Harris Cerroni, La filosofia
politica di Gentile, Società. Per una ricostruzione storica della figura di
GENTILE sono di grande utilità gli accenni, non tanto incidentali, di
Colapietra, Croce e la politica italiana (Bari, Santo Spirito, Edizioni del
centro librario, le osservazioni di Schiavo, La filosofia politica di Gentile
(Roma, Armando), e, pur con alcuni accenti apologetici, Lalla, Gentile
(Firenze, Sansoni). Spirito, Gentile (Firenze, Sansoni), in particolare
l'articolo qui raccolto su Gentile nella prospettiva storica di oggi. Di
Spirito anche Memorie di un incosciente (Milano, Rusconi). Bellezza, Rassegna
degli studi gentiliani più recenti, Giornale di metafisica. L’Enciclopedia
italiana] matida antitesi Gentile-fascismo e Croce-antifascismo, non colgono
compiutamente la funzione mediatrice dei filosofilasciando spesso indeterminato
il tempo nel quale operarono, come nota Cantimori auspicandoneluna
specificazione. La società, le classi, le università, le istituzioni in
generale, i partiti, le tradizioni culturali locali oltre che quelle nazionali,
ecc. Ccsi che, anche nel periodo da noi considerato, in cui quella funzione e particolarmente
valorizzata dal fascismo, lasciano imprecisati i condizionamenti del potere
politico e gli stessi debiti dei filosofi. Per chiarire non solo
l’utilizzazione ideologica di diverse correnti culturali da parte del regime in
vista della creazione de l consenso, ma anche in che misura e perché mutarono
nel ventennio i contenuti culturali della filosofia, accolti o tenuti ai
margini o respinti dal fascismo anche in questo campo l’Italia non si trova
nelle stesse condizioni del periodo liberale, lo studio dell’ Enciclopedia
italiana può essere particolarmente fruttuoso. Per il momento in cui e ideate,
preparate, e realizzata quello dello stato totalitario, l’autorità dei suoi
promotori, basti pensare a GENTILE o a VOLPE, l’ampio ventaglio di collaboratori
qualificati e il carattere ufficiale che le e impresso fin dall’inizio,
rappresenta lo strumento forse più importante, accanto alla scuola, della
politica culturale del fascismo, e quindi un test assai significativo per
valutarne gl’effetti di lungo periodo, non riducibili all’ideologia o alla
propaganda del regime, anche se con queste connessi. Ma solo tenendo presenti
gli obiettivi politici del governo di MUSSOLINI e la decisa sconfitta, anche
sul piano culturale, degli avversari liberali e socialisti, è possibile
spiegare come a GENTILE e possibile dare avvio alla colossale impresa
enciclopedica, e l'ampiezza dell’adesioni da lui raccolte anche da parte di
FILOSOFI non fascisti. Se ancora nell’articolo Forza e consenso, Mussolini puo
porre l'accento unicamente sul primo termine poiché il consenso è mutevole core
le formazioni della sabbia in riva al mare. Non ci può essere sempre. Né mai
può essere totale, si fa strada una linea politica più articolata e di più
lunga durata che, se affida a FARINACCI l’esecuzione del momento della forza e
della co-ercizione mantenendolo come necessario presupposto del consenso,
punta, dopo la sconfitta delle forze politiche avversarie, ad acquisire
l'adesione, non solo passiva, di quegli FILOSOFI ormai senza partito, o incerti,
la FILOSOFIA dei quali avrebbe potuto costituire, in assenza di alternative
politiche, un fronte di resistenza al regime. Non è un caso che uno degli
esponenti del fascismo che più si impegneranno nel tentativo di formare una
nuova classe dirigente, BOTTAI, dichiara su Critica fascista che il Pnf dove
rivedere la sua azione per conquistare il consenso, e, se pure la crisi
conseguente al delitto Matteotti vede le prime incrinature fra quegli FILOSOFI
che non hanno ancora preso le distanze dal fascismo in quanto vedeno nella
collaborazione di GENTILE una garanzia non solo per le sorti della riforma
della scuola, ma anche per quelle del paese basti pensare al pessimismo che si
fa strada in OMODEO, o a quello che è stato chiamato l’aventino di Radice, la
situazione si presenta favorevole al fascismo per il disorientamento FILOSOFICO
che permea le file dei FILOSOFI liberali e socialisti. Quando si apri fra
questi FILOSOFI un vasto dibattito sulla sconfitta dello stato liberale e del
movimento operaio, mentre GRAMSCI accusa il socialismo di non avere avuto una
ideologia, non averla diffusa [Mussolini, Scritti e discorsi (Milano, Hoepli).
Bottai, Arzo nuovo: il partito e la sua funzione Critica fascista- [Cantimori,
Studi di storia, Torino, Einaudi]. ad esempio la lettera di OMODEO a Gentile in
Gentile-Omodeo, Carteggio, a cura di Giannantoni (Firenze, Sansoni). Margiotta,
Radice: tra attualità ed irrisoluzione storica (Reggio Calabria, Edizioni
parallelo). L'Enciclopedia italiana tra le masse , quasi con le stesse parole
GOBETTI afferma che i partiti d’opposizione non hanno alimentato alcuna grande
ideologia. Il socialismo non ha trapiantato Marx in Italia, per cui il trionfo
fascista si connette a queste condizioni di impreparazione. Mondolfo sostene
che da una ripresa di idealismo il nostro movimento non può che trarre nuova
forza e nuovo impulso, o cerca di dimostrare che poteva essere morale e
vantaggiosa quella che si chiama la collaborazione di classe. Più in generale,
la discussione sul marxismo che si svolse su Critica sociale, Rivoluzione
liberale e Quarto stato, rimane condizionata più che mai dall’IDEALISMO
HEGELIANO dominante, e non poco ancora, da quello più accentratamente
soggettivistico, l’attualismo gentiliano. Cosi, se ancora Il Mondo, dopo aver
negato l’esistenza di un nesso tra le riforme gentiliane e le ideologie
fasciste, puo registrare il fallimento del fascismo nel tentativo d’attrarre
nella sua orbita FILOSOFI di studio e di dottrina, di circondarsi della sua
classe, dopo il Manifesto degli FILOSOFI fascisti, Croce, pur osservando che il
fascismo non solo è indifferente alla filosofia, ma intimamente ostile,
sentendo che dalla filosofia sono venuti i pericoli all'ordine sociale, era
costretto a notare gl’afaccendamenti inutili e mal graditi di un certo numero
di filosofi e fra questi parecchi nostri ex-compagni di studi ed ex-amici che
si sono messi al servizio del fascismo in una situazione d’assoggettamento
[Gramsci, Che fare? Per la verità, Scritti, Martinelli (Roma, Editori Riuniti).
Gobetti, La mostra cultura politica, in Scritti politici, Spriano (Torino,
Einaudi). Mondolfo, Una battaglia per il socialismo, Bassi (Bologna, Tamari).
Luporini, Il marxismo e la cultura italiana, in Storia d’Italia, Torino,
Einaudi. Il fascismo e la cultura, in Il Mondo ] a ferrea disciplina. A Croce
sfugge tuttavia l'ampiezza e la qualità del fenomeno, in quanto rimane convinto
che tra fascismo e FILOSOFIA ci fosse un’opposizione in termini. Come partito
medio, come idealità che richiede esperienze e meditazione, senso storico e
senso delle cose complesse e complicate, e insomma finezza mentale e morale, il
liberalismo, è il partito della cultura; e liberale e il nostro Risorgimento,
nel quale cultura e amor di patria confluirono. Socialismo e autoritarismo,
invece, in quanto partiti estremi, ritengono non poco di astratto e di
semplicistico, e perciò, come sono facilmente ricevuti dagl’animi e dalle menti
dei pupilli, cosi presentano i segni caratteristici della scarsa o unilaterale
cultura, osserva Croce in un articolo che gli era valso da parte di GENTILE,
teso a presentare il fascismo come vero liberalismo, l’appellativo di schietto
fascista senza camicia nera. Si era alla vigilia della rottura politica tra
Croce e Gentile, e il partito della cultura del primo e destinato a rimanere un
programma per il future. Le sue preoccupazioni sono tutte volte al future,
osserva Gobetti esaltandone l’antifascismo identificato con la ribellione
dell’europeo e dell’uomo di cultura, e sottolineando la differenza tra GENTILE
DOMMATICO, autoritario, dittatore di provinciale infallibilità e Croce
politico, capace di riflessione e di dubbio, detentore di una chiara idea dello
stato, che è forza soltanto in quanto è consenso. Ma, se giustamente venne
colta in Croce la separazione impossibile tra filosofia e politica, due
elementi sfuggeno agl’osservatori contemporanei: la capacità dimostrata dal
fascismo, e in particolare da Gentile, proprio [Di Croce, Pagine sparse, Bari,
Laterza, Croce, Liberalismo, in Cultura e vita morale. Intermezzi polemici,
Bari, Laterza. Gentile, Il liberalismo di Croce in Che cosa è il fascismo,
Discorsi e polemiche, Firenze, Vallecchi. Gobetti, Croce oppositore in Scritti
politici, cli RUN (Garin, Croce o della separazione impossibile fra filosofia e
politica in Filosofi italiani (Roma, Editori uniti)] di combinare forza e
CONSENSO nel dar vita a istituzioni tendenti a centralizzare e organizzare le
più diverse energie FILOSOFICHE, e la tendenza di molti FILOSOFI che facilita
l’opera di Gentile a separare (a differenza di Croce) filosofia e politica,
nell’illusione di poter continuare a coltivare la prima, anche all’interno
delle istituzioni del regime, senza contaminarla politicamente. Esemplare in
questo senso appare la vicenda dell’Enciclopedia italiana: opera di FILOSOFI
non alla opposizione, come gl’enciclopedisti francesi, ma ceto dirigente al
governo, nata subito sulla base di uno stretto rapporto di compenetrazione fra
FILOSOFI e potere politico, pur senza rompere immediatamente, secondo l’impostazione
gentiliana, con alcuni esponenti dello stato liberale, la SUMMA PHILOSOPHIAE
del fascismo riusci a convogliare verso un unico fine con la parziale eccezione
dei cattolici, al tempo stesso collaboratori e critici anche FILOSOFI che non
si riconoscevano nel fascismo. Per questo è possibile individuare nell’
Enciclopedia italiana, oltre che nella riforma della scuola, un eccezionale
strumento di diffusione della ricostruzione gentiliana della tradizione
filosofica italiana, di una storia della filosofia italiana che è capace di
penetrare dovunque, che è presente nei luoghi più impensati, presso gli
avversari più acerbi, raggiungendo sottilmente una egemonia non esaurita,
capace di sopravvivere al fascismo. La prima idea concreta di una grande
enciclopedia [Cosi Garin nell’introduzione a Gentile, STORIA DELLA FILOSOFIA
ITALIANA, Firenze, Sansoni. L'idea era in tantissimi e si agitava da un
trentennio negli ambienti editoriali italiani, ricorda Formiggini rispondendo
all’ex ministro della P.I. Anile che gli aveva attribuito la paternità del
progetto ( L’Italia che scrive ). Un accenno a un non lontano tentativo di
Treves, Demarsico e Barbèra, in Formiggini, La FICOZZA FILOSOFICA del fascismo
e la marcia sulla Leonardo. Libro edificante e sollazzevole, Roma, Formiggini]
nazionale italiana e concepita nell'immediato dopoguerra, in ambienti di
interventisti culturalmente estranei all’idealismo imperante. Comincia a
prospettarla Martini, coadiuvato da Menghini, l’appassionato curatore
dell’edizione nazionale degli Scritti mazziniani. Ad essi si associerà in un
estremo tentativo di attuare il progetto, l’editore Formiggini, attivissimo
nell’organizzazione e nella propaganda della cultura italiana. l progetto,
riconosciuto pi tardi punto di partenza per l’enciclopedia gentiliana, non e
cosa modesta come tutto ciò che si poteva concepire in quel tempo di
smarrimento politico, come cerca di far credere TRECCANI alludendo alla crisi
della democrazia liberale precedente la marcia su Roma e all’incertezza dei
primi tempi del fascismo. Il momento in cui nacque e la personalità del
promotore ne testimoniano l’ampiezza delle prospettive, anche se falli per
essere rimasto su un piano puramente editoriale, privo di un generale criterio
informatore dal punto di vista culturale ed esposto a quelle difficoltà
finanziarie e politiche che TRECCANI e il fascismo faranno superare a Gentile.
Si tratta di dare all’Italia, che non l’ha, una Enciclopedia nazionale come
l’hanno la Francia, l'Inghilterra, e la Germania, scrive Martini al fedele
Donati, appena insediato il ministero di Giolitti, suo principale obiettivo
polemico assieme a Nitti e ai socialisti. Facciamo, per consolarci, qualcosa
che vada al di là dei giorni che viviamo tristissimi giorni. Dalla
constatazione della inferiorità italiana . Biblioteca nazionale centrale di
Firenze (d’ora in avanti BNF), Fondo Martini, lettere di Menghini, e G.
Treccani, Enciclopedia italiana. Treccani. Idea esecuzione compimento, Milano,
Bestetti. Discorso in occasione della presentazione al duce dell’Enciclopedia
italiana -- d’ora in avanti E.I., Treccani, Enciclopedia italiana Treccani.
Idea esecuzione compimento, Martini, Lettere, Milano, Mondadori. Su Martini ,
per un parziale tentativo d’interpretazione, la prefazione di Rosa a Martini,
Digrio, Milano, Mondadori. L’Enciclopedia italiana] nel campo
dell’organizzazione della cultura rispetto ai maggiori paesi europei,
scaturisce la necessità, e la possibilità, di ovviarvi dopo la guerra
vittoriosa. Necessità che non è solo espressione dell’orgoglio per la forza
politica recentemente acquistata dal paese, da tradursi nell’affermazione della
filosofia italiana davanti al resto d’Europa. Essa indica anche un’opera
preliminare ancora da compiere, indispensabile alla conservazione di quella
forza. Combattere i contrasti interni costruendo, come strumento unificante di
egemonia, una cultura razionale. La fierezza per l’unità, indipendenza e
sicurezza finalmente conseguite, e la coscienza che l’Italia e arrivata, dopo
secoli di asservimento, ad eguagliare le grandi potenze europee, si une nel
dopoguerra al tentativo della disgregata classe dirigente liberale timorosa di
perdere le sue conquiste con l'avanzata delle masse popolari organizzate e
d’ispirazione neutralista, socialiste e cattoliche di rafforzarsi
egemonicamente; di qui l’importanza che la battaglia culturale, prescelta anche
dalle nuove forze antagoniste, rappresentò per la borghesia: l’insistenza sul
significato nazionale o italiano della cultura tradizionale, esaltato dalla
guerra, mira a unificare e controllare, a difesa dell’ordine costituito, i
filosofi in gran parte già individualmente politicizzati, spesso in senso
conservatore, dal clima bellico. Il programma di rivolgimento spirituale sotto
il segno dell’ordine e della disciplina gerarchica, su cui insiste Gentile di
Guerra e fede, di Dopo la vittoria e dei Discorsi di religione, e sostenuto da
pi voci nelle pagine di Politica , programma critico del giobittismo come
malattia italiana, e in questo senso solo la espressione piu articolata e coerente
della borghesia reazionaria che si riconosce nel fascismo, definito sforzo
rivoluzionario da VOLPE che lo contrapporta polemicamente a un'immagine di
comodo del socialismo. Muove dalla % Ci limitiamo a segnalare Garin, Cronache,
e, per un quadro europeo, Hughes, Coscienza e società: storia della filosofia
in Italia (Torino, Einaudi). Per un settore particolare Simonetti, Storici
italiani e rivoluzionari in Russia, in Il movimento di liberazione in Italia ]
accettazione della guerra, anzi dall’esaltazione di quella guerra, e si
alimenta di quelle energie morali, di quel senso di disciplina, di quella
capacità di iniziativa, di quel coraggio e spirito combattivo che la guerra ha
educato negl’italiani, nella borghesia italiana. Accetta ben presto i valori
tradizionali della nazione italiana, cioè si nutre di sostanza italiana:
condizione necessaria per poter far presa su di essa, per poter avere la
collaborazione o anche solo la benevola neutralità delle forze migliori del
paese. L’idea di una grande Enciclopedia nazionale, non semplice opera
compilativa e divulgativa come le enciclopedie popolari prebelliche, rientra in
questo programma di rafforzamento della borghesia italiana, in linea con la
ten: denza degli Stati moderni a darsi, dopo crisi di crescita e di
ricostruzione, una rinnovata organizzazione culturale (si pensi, per fare un
esempio contemporaneo anche se riferito ad un’esperienza opposta a quella
italiana, alla Grande enciclopedia sovietica iniziata a Mosca nell’anno stesso
in cui il dibattito sui caratteri della cultura socialista vide prevalere i
sostenitori della tesi della cultura proletaria). La disponibilità di Martini a
questo programma VOLPE, Storia del movimento fascista, Milano, Ispi, Come
l’Enciclopedia popolare illustrate e la Grande enciclopedia popolare, entrambe
di Sonzogno. Se la Britannica fu l’enciclopedia da emulare, modello du seguire
per un’opera nazionale e piuttosto il Touring Club Italiano, giudicato dall’E.
I. nettamente nazionale per la sua vasta penetrazione in tutte le classi
sociali (44 vocerm): il suo Atlante Internazionale e utilizzato dall’E. I. in
seguito ad apposito accordo editoriale ( anche R. Almagià, Una grande opera
italiana di cultura, in Educazione fascista . AIUT.C.I, si richiamarono
Formiggini e Martini come modello per la Fondazione Leonardo ( L’Italia che
scrive e A.I°. Formiggini). Al carattere essenzialmente nazionale, del ‘T.C.I.
accenna Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell'Istituto Gramsci a
cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, Sui caratteri generali del dibattito
sulla cultura svoltosi in U.R.S.S. l’introduzione di V. Strada a Rivoluzione e
lettera tura. Il dibattito al Congresso degli scrittori sovietici, Bari,
Iuterza. La storia dimostra che ogni classe ha creato la sua enciclopedia,
aveva affermato Bogdanov proclamando la necessità: di preparare una
Enciclopedia operaia ( Fitzpatrick, Rivoluzione e cultura in Russia.
Lunabarskij e il Commissariato del popolo L’Enciclopedia italiana sarà
testimoniata dalla sua presenza nel consiglio direttivo dell’Istituto Treccani
che ne riprenderà l’idea, ma è rintracciabile anche in tutta la sua attività di
uomo politico e di cultura: auspice della impresa libica cui attribuiva questo
inapprezzabile rinnovamento nostro, questa concordia di popolo di cui l’Italia
non ha esempio nella sua storia, la sua azione per l’intervento era stata
determinante tanto da guadagnargli l'appellativo di grande apostolo di
italianità , come lo chiamò Treccani in occasione della fondazione del suo
Istituto. Nel corso della guerra aveva però saputo cogliere la profonda
spaccatura tra la classe dirigente liberale e le masse popolati affette dalla
tabe del materialismo, il popolo minuto non ha capito il perché della guerra:
della patria sente più poco, tormentato com’è dalle aspirazioni a migliori
condizioni sociali, annotava nel Diario, che, a suo giudizio. Nitti e Giolitti
non erano riusciti a colmare per debolezza verso gl’elementi torbidi
socialisti. Nel dopoguerra si ripresentava il pericolo che di fronte ai primi passi
del movimento operaio organizzato, aveva spinto l’ex ministro della Pubblica
Istruzione a manifestare a Carducci i suoi dubbi sugli effetti del laicismo
liberale: per l’istruzione, Roma, Riuniti). L’E. I. giudica la Grande
enciclopedia sovietica condotta secondo un criterio rigorosamente bolscevico, e
particolarmente curata nella. parte scientifica e tecnologica (alla voce
Enciclopedia). Nella prefazione al vol. I dell’E. I., Gentile sottolineerà il
pregio delle vaste opere collettive, che danno disciplina agl'ingegni e forma
concreta e definita al pensiero di un popolo. fr. il brano del discorso citato
in Croce, dhe d’Italia, Bari, Laterza. Martini, Diarioe Gifuni, Lettere inedite
di Martini a Salandra, in L'osservatore politico letterario.Treccani. Kirk del
Diario,Giustamente Isnenghi giudica Martini, fra i protagonisti politici, uno
dei più franchi o meno reticenti nel collezionare gli indizi di
insubordinazione nel paese e di messa in crisi del rapporto tradizionale
d’autorità (Il mito della grande guerra da Marinetti a Malaparte, Bari,
Laterza). Martini, Lettere,di ciò che il Quinet dice con grande efficacia di
parole e dimostra con grande autorità di esempi, che cioè le rivoluzioni
politiche, le quali non accompagnino un rinnovamento religioso, perdono di
vista l’origine loro e i primi intenti e finiscono a scatenare ogni cattivo
istinto delle plebi; di ciò io sono convinto da un pezzo. Ma dopo il male che
woî, tutti noi, caro Giosuè, abbiamo fatto, siamo in grado di provvedere a’
rimedi? A chi predichiamo? Noi, borghesia volteriana, siam noi che abbiam fatto
i miscredenti, intanto che il Papa custodiva i male credenti; ora alle plebi
che chiedono la poule au pot, perché non credono più al di lè, ritorneremo
fuori a parlare di Dio, che ieri abbiamo negato? Non ci prestano fede... abbiam
voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare. La scuola doveva,
nelle chiacchiere de’ pedagoghi, sostituire la chiesa. Una bella sostituzione!
La sua estromissione dal parlamento dopo quaranta-cinque anni in seguito alle
elezioni, e le agitazioni sociali culminate nell’occupazione delle fabbriche,
convinsero Martini dell’impotenza del me- (Chabod, Storia della politica estera
italiana, Bari, Laterza, da integrare però col discorso di Martini alla Camera,
contro l’introduzione dell'insegnamento religioso nelle scuole elementari (
opporre una religione di classe alla lotta di classe, come vorrebbe una
borghesia sgomentata dalle minacce del proletariato, sarebbe come trattenere
coi fuscelli la corsa delle locomotive : citato da S. Cilibrizzi, Storia parla
mentare politica e diplomatica d’Italia da Novara a Vittorio Veneto,
Milano-Genova-Roma-Napoli, Società editrice Dante Alighieri). Ma sarebbe da
studiare tutta la sua posizione sulla scuola, da prima quando fu ministro della
P.I. nel primo gabinetto Giolitti (su cui Bertoni Jovine, La scuola italiana,
Roma, Editori Riuniti), a quando dichiarò a Crispolti di essere favorevole
all'esame di stato per le scuole medie (Lettere). Né è da trascurare, nello
scrittore, l’aristocratica toscanità della prosa, guidata da un provinciale
buon senso, che si attirò i giudizi negativi di Croce (ora in La letteratura
della nuova Italia. Saggi critici, Bari, Laterza) e di Gobetti (ora in Scritti
storici, letterari e filosofici, a cura diSpriano, Torino, Einaudi), da
approfondire nel senso indicato da Asor Rosa (Scrittori e popolo. Il populismo
nella letteratura contemporanea, Roma, Samonà e Savelli) che ha incluso Martini
fra i rappresentanti di una fase regionale , ma non per questo meno nazionale,
del populismo; tenendo tuttavia presente la vicinanza di Martini ad Ojetti, il
cui libro Mio figlio ferroviere (Milano, Treves) fu giudicato dall’amico la
vera storia d’Italia, dalle ultime fucilate dei combattenti alle prime
bastonate dei fascisti (Lettere), e da Prezzolini uno dei segni precursori
della reazione al disordine e alla debolezza dei governi italiani parlamentari
del dopoguerra (La cultura italiana, Milano, Corbaccio). L’Enciclopedia
italiana todo liberale a risolvere i problemi che il paese aveva ereditato
dalla guerra, e lo spinsero a seguire Salandra nel cammino che lo porta ad
aderire al fascismo. Lo spirito di riscossa nazionale da cui si senti animata
la borghesia liberale interventista nell’immediato dopoguerra e, insieme, i
pericoli oggettivi per i suoi propositi e la sua stessa posizione,
condizionarono anche l’Ewciclopedia nazionale, nelle aspirazioni come nel
fallimento. Per il suo progetto quello di Treccani ne prevederà all’inizio 32,
diventati poi 36 Martini ottenne il patrocinio della Società italiana per il
progresso delle scienze (S.I.P.S.), la maggiore organizzazione scientifica del
paese che univa alla diffidenza per il neoidealismo una decisa impronta
nazionale ‘; ma per quattro anni cercò invano di assicurargli un’adeguata
copertura finanziaria. Menghini interventista e antigiolittiano, non nuovo ad
imprese enciclopediche, che a Roma tenne i contatti con Volterra, Bonfante e
Almagià membri del consiglio direttivo della S.I.P.S., inizia trattative con
Bonaldo Stringher, direttore della Banca d’Italia e amministratore della
S.I.P.S. fin dalla fondazione. Nel Martini, Lettere, (per le elezioni). Per la
sua concordanza con Salandra nel giudizio sul fascismo anche R. De Felice,
Mussolini il fascista, I. La conquista del potere La, Torino, Einaudi e Gifuni
._ % F. Martini, Leztere, cSulla S.I.P.S. R. Almagià, La società italiana per
il progetto delle scienze, in L’Italia che scrive, e il breve cenno di L.
Bulferetti, Gli studi di storia della scienza e della tecnica in Italia, in
Nuove questioni di storia contemporanea, Milano, Matzorati. Scriveva a Martini:
Il popolo, pur troppo, agisce male: ma come agir bene con l’esempio che ha di
tanti malgoverni? Cosa debbono pensare le madri dei cinquecentomila figli
morti, quando sentono che la guerra si doveva evitare? ; anche, contro
Giolitti, la lettera. Sulle stesse posizioni era Alessandro Donati, ad es.
nelle lettere a Martini (BNF, Fondo Martini). Aveva diretto l’Enciclopedia
contemporanea illustrata edita da Vallardi, Milano (fra i collaboratori, Emilio
Bodrero e Roberto Paribeni). % Per l’elenco delle cariche sociali della
S.I.P.S. dal 1907 ad es. Atti della Società italiana per il progresso delle
scienze. Undicesima riunione, Trieste, Roma, Società italiana per il progresso,
attenuatesi le difficoltà economiche dell’anno precedente, Stringher che aveva
cointeressato anche Pogliani della Banca Italiana di Sconto, Fenoglio della
Commerciale e il finanziere Della Torre che controllava un’imponente catena
editoriale promise il suo appoggio; fu incaricato della realizzazione l’editore
Bemporad, mentre Menghini cominciò ad interpellare gli eventuali direttori
dell'impresa fra cui, sembra, Gentile. Ma le incertezze delle banche non erano
ancora vinte anche dopo la presentazione da parte di Bemporad di un progetto
molto ridotto rispetto a quello originario , per cui Martini accettò il
consiglio di Stringher di affidare la realizzazione dell’enciclopedia a un
gruppo editoriale da promuoversi attorno a un editore di prima grandezza . La
scelta cadde su Angelo Fortunato Formiggini e sulla Fondazione Leonardo da lui
creata: fu questa la via per la quale l’idea passerà a Gentile. I propositi
culturali nazionali della Leonardo, analoghi a quelli di Martini che ne fu il
primo presidente, si affiancavano a quelli dei numerosi istituti di propaganda
culturale nati o nuovamente sviluppati nel dopoguerra, ma con un'impronta
originaria prima dei condizionamenti governativi e dell’intervento di Gentile
nettamente diversa dal deciso accento politico e nazionalistico che fin
dall’inizio aveva avuto, ad esempio, la Alighieri ‘ delle scienze. Si profilò
il pericolo di una concorrenza al progetto di Martini, da parte di un editore
di Bergamo, che sembra si fosse assicurata la collaborazione di Gentile,
Chiovenda, Paribeni (BNF, Fondo Martini, lettere di Menghini, e di Donati). Per
tutto l'andamento delle trattative le lettere di Menghini a Martini. Sulle
compartecipazioni editoriali di Pogliani, Fenoglio e Della Torre, utili notizie
in V. Castronovo, La stampa italiana dall'Unità al fascismo, Bari, Laterza.
Menghini a Martini. Passando per Firenze non potrebbe interrogare il Cadorna?
Io potrei incaricarmi del Gentile: Martini, Stringher, Volterra son già de’
nostri. Come fare per Marconi, Luzzatti, Ciamician e Murri? (BNF, Fondo
Martini). Su Bemporad editore negli anni venti di Critica sociale , A. Gramsci,
Quaderni del carcere, e l'intervento di Piero Treves in La Toscana nel regime
fascista, Firenze, Olschki, Sulla funzione di grande milizia civile svolta
dalla Dante Alighieri, fondata da Ruggero Bonghi, Barbèra, La Dante.
L’Enciclopedia italiana l'opera di Formiggini si rivolgeva soprattutto
all’interno, in un tentativo di unificazione culturale che con la rivista
bibliografica L’Italia che scrive , trovava in tutta la sua attività prebellica
i motivi della sua estraneità all’idealismo e dell’avversione per la setta
filosofica gentiliana giudicata tirannide dottrinale contraria alla
manifestazione delle diverse correnti culturali L’intento di sviluppare all’estero
la conoscenza della cultura italiana aveva portato. Formiggini ad un incontro
con le prospettive nazionalistiche degli organi statali preposti alla stampa e
alla propaganda e, su queste basi, alla creazione dell’Istituto per la
propaganda della cultura italiana che, dopo aver ottenuto un sostegno anche da
parte degli industriali, fu inaugurato ufficialmente a Roma ed eretto in ente
morale, col nome di Fondazione Leonardo, nel novembre dello stesso anno, con
Alighieri, relazione storica al Congresso (Trieste-Trento), Roma, Società
nazionale Alighieri, e Id., Quaderni di memorie stampati ad usum delphini,
Firenze, Barbèra, dove è anche una professione di fede di Barbèra, segretario
del Consiglio centrale della Dante ( non son socialista, perché credo la
essenza di tal dottrina contraria a natura e giustizia, e poiché essendo essa
necessariamente internazionale è contraria al principio di nazionalità che è
anch'esso legge di natura), conforme ai fini della Dante, nata a rinnovare il
pensiero della Patria negli emigrati e nel proletariato che, ansioso di
migliorare le sue penose condizioni, sentî il bisogno di organizzarsi per le
rivendicazioni dei suoi diritti e di allearsi al proletariato degli altri paesi
con vincoli internazionali (Barbèra, L’Alighieri). E consigliere della Società
anche Martini. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo. Sulla figura e
l’opera di Formiggini. Formiggini ottenne per le Guide bibliografiche il
patrocinio della Commissione per la propaganda del libro italiano all’estero,
presieduta dal nazionalista Gallenga Stuart (L'Italia che scrive), suscitando i
dubbi di Gobetti sull’efficacia e l’imparzialità culturale dell’iniziativa (ora
in Scritti politici); anche L. Tosi, Romeo A. Gallenga Stuart e la propaganda
di guerra all’estero, in Storia contemporanea . E annunciata la costituzione
dell’Istituto per la propaganda della cultura italiana sotto la presidenza di
Martini e Comandini (commissario per la propaganda all’Interno) e, fra i
consiglieri, il direttore del Giornale d’Italia Bergamini, Buonaiuti,
Formiggini, Croce, Einaudi, Prezzolini (L’Italia che scrive; anche il
frontespizio). Martini presidente, Orso M. Corbino vice-presidente, Gentile e
Amedeo Giannini delegati rispettivamente del ministro della Pubblica istruzione
e di quello degli Esteri, Almagià e Chiovenda consiglieri, Formiggini
consigliere delegato alle pubblicazioni. I nuovi accordi e le nuove compagnie
si dimostrarono subito pericolosi e condizionanti, tali da non permettere che
l’ente svolgesse quel compito di equilibrata armonizzazione di correnti opposte
che Formiggini sperava ereditasse dalla sua rivista. Il suo ideale di
imparzialità si rivelò un’arma a doppio taglio, permettendo in questa fase che
altri utilizzasse l’iniziativa per i propri fini. Il consiglio direttivo della
Leonardo, dicendosi convinto che la forza di espansione necessaria alla cultura
italiana non possa derivare da artificiali argomenti di propaganda, ma soltanto
dal valore stesso della nostra cultura, affermava con linguaggio trasparentemente
gentiliano che creare la cultura è la prima condizione della sua propaganda; ma
la cultura non esiste se non nello spirito che l’alimenta accogliendola e
sentendola ; considerava quindi necessario organizzare un lavoro di propaganda
interna diretto a ravvivare negli animi il concetto di quanto nella cultura
italiana fu veramente originale e arrecò un contributo incontestabile al
patrimonio spirituale dell'umanità, e affidava questo compito a una serie di
conferenze tenute da Gentile, Croce, Scialoia, Farinelli, Rossi, Ricci. Era un
chiaro rifiuto del programma culturale di Formiggini e della sua casa editrice.
L’iniziativa di quest’ultimo divenne impersonale , cioè nazionale , come egli
stesso dichiarò, e la Fondazione si propose, secondo le dichiarazioni di
Martini, di propagare il pensiero nazionale fra i popoli civili e ciò non con
intenti imperialistici, ma unicamente col proposito di far sapere chi siamo e
che cosa facciamo . Ma in breve tempo Gentile, forte dell’appoggio governativo,
riusci ad assumere il controllo della Fondazione presieduta da Bonomi,
separandola progressivamente da L'Italia che scrive , sull’esempio della quale
e utilizzando molti dei suoi collaboratori modellerà L’Enciclopedia italiana
più tardi il Leonardo affidato a Prezzolini e poi a Russo. L'assemblea sociale
della Fondazione, manipolata da Gentile promotore della marcia sulla Leonardo,
stando alle accuse di Formiggini®, rovesciò il consiglio direttivo, che fu
ristrutturato sotto la presidenza del nuovo ministro della Pubblica istruzione
del primo gabinetto Mussolini L’ente e il suo patrimonio saranno assorbiti nel
’25 dall’Istituto nazionale fascista di cultura, mentre Formiggini continuerà
ne L'Italia che scrive a inseguire ingenuamente il suo sogno di rispecchiare, in
una Italia in cui molte voci andavano ormai spengendosi, tutte le correnti
della cultura nazionale, senza comprendere come fosse ben diversa dall’opera di
armonizzazione da lui auspicata la volontà esplicita del Governo di assumere la
diretta gestione di tutti gli organismi di propaganda nazionale. La parabola
della Leonardo segna il destino dell’Enciclopedia nazionale progettata da
Martini: proprio nella seduta che sanzionò ad opera di Gentile il definitivo
distacco dell’Istituto da L’Italia che scrive , Formiggini comunicò al
consiglio direttivo della Leonardo di essere stato incaricato da un gruppo di
amici che facevano capo a Martini , rimasto presidente onorario della
Fondazione, di realizzare una Grande Enciclopedia Italica per sodisfare la
lunga attesa della Nazione e dar vita ad un’opera che, mercé una larga
diffusione in Italia e nei centri culturali stranieri, giovi gagliardamente al
progresso intellettuale del nostro Paese L'Italia che scrive. Formiggini. Con
Gentile presidente e A. Giannini vice-presidente, erano consiglieri R.
Bottacchiari, G. Calabi, Codignola, Giglioli, F. I Massuero, Radice, V. Rossi
(Leonardo). Cosî afferma Formiggini, ancora in epoca fascista (Venticinque anni
dopo, Roma, Formiggini; anche Trent'anni dopo. Storia di una casa editrice,
Amatrice, Formiggini). Ancora come attesta Salvemini, Scritti sul fascismo,
Milano, Feltrinelli. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo. e al buon
nome dell’Italia nel mondo . Ritenendo impossibile ricalcare le orme della
Britannica, Formiggini ridusse, come già aveva fatto Bemporad, il progetto
originario di Martini 18 invece di 24 volumi, e ne affidò la realizzazione a un
costituendo consorzio editoriale librario (con la partecipazione anche dei
maggiori periodici italiani), sempre sotto il patrocinio della Società italiana
per il progresso delle scienze. I redattori sarebbero stati scelti fra i membri
di quest’ultima, dell’Accademia dei Lincei e della Leonardo, che avrebbero
lavorato sotto la direzione non di un filosofo o di uno scienziato, ma di un
tecnico, un bibliografo e bibliotecario, per rendere la Grande Enciclopedia
Italica, come voleva Formiggini, specchio completo e obiettivo dello stato
presente della nostra cultura, opera espositiva e di coordinamento delle varie
dottrine : era respinto il consiglio di Croce di non fare opera eclettica,
perché una Enciclopedia deve avere un’anima sua, una sua coerenza, condiviso
anche da Gentile Ma la marcia sulla Leonardo travolse Formiggini, che fu
abbandonato da Martini; questi continuerà a coltivare la speranza di attuare
l’enciclopedia, finché non confluî nell’iniziativa gentiliana, mentre
Formiggini, abbandonato il vecchio progetto , riuscirà a dare inizio a una
nuova Enciclopedia delle Enciclopedie divisa per sog- [All'annuncio dell’E.I.,
Formiggini scriverà che il Gentile di oggi (l’ho detto) non è più quello di
ieri. Egli allora era in piena armonia con Croce, il quale avrebbe voluto una
enciclopedia, tutte le ‘pagine della quale concorressero ad uno stesso fine
concettuale ( L'Italia che scrive ). Menghini scriveva a Martini che il trionfo
della tesi del Formiggini fu quello di Bemporad, e che non si tratta pit di una
enciclopedia scientifica, ma di una a base Larousse , e concludeva: appena
potrò, vedrò il Gentile, a cui narrerò tutto: e spero interessare il Governo
alla impresa (BNF, Fondo Martini). Martini, Lettere (a Formiggini). Formiggini,
Programma editoriale della collezione e L'Enciclopedia Italica, in L'Italia che
scrive. L’Enciclopedia italiana getti ®: ma quando ormai l’idea della
Enciclopedia italiana, ereditata da Gentile assieme alla Leonardo, era stata
rilanciata dall’Istituto Treccani. L'intervento di Treccani e Gentile Il
progetto di Martini fu realizzato fuori del ristretto ambito editoriale in cui
era stato confinato da Formiggini e con la forte impronta culturale di Gentile;
ma il rapido successo dell’iniziativa privata di Treccani e Gentile fu reso
possibile soprattutto dalla nuova realtà creata dal fascismo, che favori una
stretta compenetrazione tra interessi politici industriali culturali, e fece
sentire l’opera utile, anzi necessaria © alla cultura e alla forza dello Stato
nel quadro di una più generale riorganizzazione del potere: il carattere
nazionale dell’enciclopedia non si presentò più solo come aspirazione da
raggiungere espressione di italianità frutto di tutte le forze intellettuali
del paese , ma anche come conseguenza del nuovo ordine che si autodefiniva
nazionale. Gentile, presidente della Leonardo e, fino al giugno di quell’anno,
ministro della Pubblica istruzione, riprese e sviluppò il progetto di Martini,
trovando un pronto aiuto economico nel senatore Giovanni Treccani, la cui
figura Cosî annunciata ne L'Italia che scrive. È noto che avevo studiato il
piano di una Grande Enciclopedia Italica e che altri sta realizzando con grande
abbondanza di mezzi quello che era stato il mio proposito. Mi si rimproverava
allora di voler dare uno specchio fedele di tutte le correnti del pensiero
degne di considerazione senza asservire l’opera ad una particolare tendenza:
oggi ho la giusta soddisfazione di vedere che quel mio concetto è stato
pienamente accolto. Le mutate condizioni della vita culturale italiana mi fanno
però rimeditare su quanto Croce ebbe a dirmi in proposito: egli affermava che
una Enciclopedia deve assolutamente avere un’anima sua propria, ed io allora
non vedevo quale delle tendenze spirituali avrebbe potuto imporsi come perno di
tutto lo scibile: oggi mi apparisce ben chiaro e non dubbio quale debba essere
il nucleo ideale di una simile impresa. L’E.I. è qualificata necessaria in
tutti i discorsi di Treccani (Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento). Entrato io in Senato, il sen. Gentile (al quale mi legavano
rapporti di cordialità per la parte da lui avuta come Ministro della di
industriale-mecenate rappresenta il più ampio e politicamente nuovo intervento
dei grandi gruppi economici nell’attività editoriale. Alla morte di Rossi, il
protezionista considerato precursore dell’ideologia corporativa, cui Treccani
dedicherà un significativo ritratto nell’Enciclopedia, era entrato nel Rossi di
cui divenne presidente, e opera come amministratore delegato il salvataggio del
Cotonificio Valle Ticino, intorno al quale sorsero altre aziende tessili, tutte
basate sui principi, cari al Treccani, della divisione del lavoro e
dell’indipendenza della funzione industriale, a tutti gli effetti giuridici ed
economici, da quella commerciale, anche allo scopo di mettere le maestranze al
riparo dai disastri eventuali della speculazione, ma soprattutto, come Treccani
dichiarò di fronte allo spettro della rivoluzione leninista apparso con
l'occupazione delle fabbriche allo scopo di raggiungere la conciliazione
sociale spoliticizzando gli operai, cooptati nella direzione di aziende
puramente industriali di tipo corporativistico, private dei più vasti poteri
decisionali delle aziende puramente commerciali ©. Presidente di numerose
società tes Pubblica Istruzione, allora si diceva cost al recupero della Bibbia
di Borso d’Este) mi segnalò quel naufragato progetto, affinché io vedessi se
avevo la possibilità di attuarlo , ricorda Treccani. Il progetto prevedeva 32
volumi, diventati poi 36, e un Dizionario biografico degl’italiani; furono
spesi circa 15 milioni per i soli collaboratori, e 100 per tutta l’opera di 25.000
copie. Lanaro, Nazionalismo e ideologia del blocco corporativo-protezionista in
Italia, in Ideologie. Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in
Italia, Padova, Marsilio. Di Rossi Treccani scriverà nell’E.I. che considerava
primo elemento di potenza e di ricchezza nazionale il capitale uomo, preparato
con sentimenti cristiani alla collaborazione fra le classi sociali. Ebbe
vivissima la coscienza dei doveri degl’imprenditori verso i dipendenti e
considerò l’interesse dei proprietarî non disgiunto da quello degli operai e da
quello della nazione : dove, pur fatte le dovute concessioni alla data di
stesura della voce, sono accennate le origini nazionaliste e cattoliche del
corporativismo. % l’anonima voce Treccani in E.I., eRossi, Dall’Olona ai
Ticino. Centocinquant’anni di vita cotoniera, Varese, La tipografica Varese. In
modo che l’operaio industrializzato perderebbe l’abito di far L’Enciclopedia
italiana sili, chimico-meccaniche, agricole membro fondatore della società
agricola italo-somala ed editoriali, Treccani si prodigò in quell’opera di
mecenatismo che, soprattutto con l’acquisto e il dono allo Stato della Bibbia
di Borso d’Este, gli valse a nomina a senatore. Il mecenatismo di Treccani, e
di altri industriali o finanzieri quali Gualino, non era, come osservava
Gramsci, disinteressato: le loro iniziative culturali erano illuminate
autoprotezioni che, dichiarando paternalisticamente di favorire l’interesse
generale nazionale, aiutavano di fatto quello delle classi dirigenti e l'ordine
sociale costituito. A Enciclopedia compiuta Treccani affermerà che si può
contribuire al progresso delle lettere, delle scienze e delle arti, anche senza
essere letterati, scienziati o artisti, proteggendo quelle e aiutando questi; e
spetta specialmente a coloro che, in un determinato momento, detengono la
ricchezza promuovere atti di gene rosità e di rischio, perché solo facendo
compiere al capitale un'alta del lavoro una funzione politica, e questa
eserciterebbe soltanto come cittadino e cioè all'infuori e al di sopra di
quella che sarebbe la lotta economica. Tanto all’infuori e al di sopra, che un
qualunque movente politico, in una eventuale lotta, non sarebbe possibile
concepire se non attraverso a un tentativo criminale di sovvertimento sociale,
o meglio a una aberrazione della coscienza operaia, la quale vorrebbe allora
precipitare nel baratro di una eclissi storica la nazione e la società.
Treccani, Capitale e lavoro, in Risorgimento . Il diritto nuovo. La rivista
Risorgimento , fondata da Treccani e diretta da Arrivabene, e su cui scrisse
anche Corradini, è definita dall'E.I. di spiriti nettamente nazionali (alla
voce Treccani). Per tutta la sua attività culturale e benefica Treccani,
Enciclopedia Italiana Treccani. Come e da chi è stata fatta, Milano, Bestetti,
(tutto il volume è concepito come difesa dalle accuse di fascismo rivolte
all’E.I. dopo la Liberazione). La nomina di Treccani a senatore, avvenuta nella
infornata ( Rossi, Padroni del vapore e fascismo, Bari, Laterza), era stata
raccomandata da GENTILE a MUSSOLINI (Archivio centrale dello Stato, Roma (d’ora
in avanti ACS), Segreteria particolare del Duce, CARTEGGIO RISERVATO). Quaderni
del carcere. Accenni a Gualino il fondatore della Snia-Viscosa e
vice-presidente della Fiat che finanziò le ricerche di Egidi e Chabod a
Simancas in AA.VV., ln memoria di Pietro Egidi, Pinerolo, Unitipografica
pinerolese, Volpe, Storici e maestri, Firenze, Sansoni. funzione sociale, esso
può essere benedetto anziché odiato. Gli industriali poi devono riconoscere che
l’industria è debitrice di tutto alla scienza: del suo fondamento, del suo
progresso, del suo divenire; e che la scienza, alimentando le applicazioni
pratiche cioè in definitiva l’industria e l’agricoltura è largitrice di beni
morali ed economici, che elevano la dignità del popolo e il suo tenore di vita.
Frutto del rafforzamento e della concentrazione dell’industria accelerati dalla
guerra e dal fascismo , l’impresa della Enciclopedia testimonia la stretta
compenetrazione dei gruppi di pressione economici Treccani vi interessò anche
il segretario dell’Associazione cotoniera Riva, e per la realizzazione
dell’opera diverrà socio di Rizzoli, quindi di Tumminelli e Treves? con
interessi politici e culturali, affermatasi su larga scala in Italia per la
prima volta dopo la grande guerra, condizionando in modo mediato l’editoria
divenuta, come la definî Vallecchi, industria delle industrie, e immediato la
stampa quotidiana. La libera iniziativa di Treccani poté cosî realizzare ciò
che non era riuscito alla Banca d’Italia di Stringher. Altrettanto decisiva per
la ripresa e l'ampliamento del vecchio progetto di Martini fu la coerente opera
di organizzazione culturale promossa da Gentile, che dopo l’esperienza bellica
era venuto accentuando il valore politico della Enciclopedia Italiana Treccani.
Idea esecuzione compimento. Mori, Per una storia dell’industria italiana
durante il fascismo, ora in Il capitalismo industriale in Italia. Processo
d'industrializzazione e storia d’Italia, Roma, Editori Riuniti. L’E.I. fu realizzata
con grande fede nella disciplina e produttività delle forze intellettuali
italiane nonché nella resistenza dell'economia nazionale , affermò anche dopo
la grande crisi Gentile (Tribolazioni di un enciclopedista. Come si
distribuisce l'immortalità, in Il Corriere della sera). Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione compimento, e U. Ojetti, I taccuini. Firenze,
Sansoni, che parla anche di trattative tra Fracchia e Treccani su un nuovo
giornale letterario, probabilmente La fiera letteraria .Vallecchi, Ricordi e
idee di un editore vivente, Firenze, Vallecchi. L’Enciclopedia italiana
cultura, la critica alla scienza spettatrice della vita e all’arcadia, in vista
della formazione di una nuova classe dirigente. La direzione gentiliana di
Accademie e Istituti, di riviste e collane editoriali, il controllo di case
editrici, affermatisi nel periodo fascista, ebbero nel campo dell’alta cultura
un’incidenza pari se non superiore, perché stabili per un quindicennio, alla
stessa riforma della scuola nel settore educativo. Quando questa comincia ad
essere svuotata dei suoi caratteri originari, GENTILE inizia proprio con
l’Exciclopedia e per mezzo del vasto potere di controllo su un gran numero di
intellettuali da essa conferitogli ad esercitare una vasta egemonia culturale
che induce a riconsiderare, nel quadro di tutta LA FILOSOFIA ITALIANA del
ventennio e del secondo dopoguerra, l’opera svolta da Croce attraverso La
Critica e la Casa Laterza, opera su cui finora si è insistito in modo esclusivo
e spesso pregiudiziale, identificando polemicamente la cultura con
l’antifascismo. Se la semplice somma numerica delle organizzazioni e degli
FILOSOFI controllati materialmente da GENTILE non è sufficiente, allo stato
attuale degli studi, a Fra gli innumerevoli esempi possibili, basti ricordare
La moralità della scienza, in Scritti pedagogici, La riforma della scuola in
Italia, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli; Che cosa è il fascismo, cit.;
Fascismo e cultura, Milano, Treves; Origini e dottrina del fascismo, Roma, Istituto
nazionale fascista di cultura. Quello del contatto organico tra l’intelligenza
e le classi dirigenti era allora il problema sostanziale di LA FILOSOFIA
ITALIANA posto fin dall’inizio della rinascita idealistica, ma rimasto insoluto
per la vittoria della vecchia Italia, osservava Togliatti a proposito de
coltura italiana di Prezzolini (Opere, a cura di E. Ragionieri, Roma, Editori
Riuniti). Ricordiamo solo la Commissione Vinciana, la Leonardo e l’Istituto
nazionale fascista di cultura, la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’Istituto
italiano di studi germanici, l'Istituto italiano per il medio ed estremo
Oriente, la casa editrice Sansoni, le collane di Le Monnier, il GIORNALE
CRITICO DELLA FILOSOFIA ITALIANA, Educazione fascista. ACS, Segreteria particolare
del Duce, Carteggio riservato. Bellezza, Bibliografia degli scritti di GENTILE
– LA FILOSOFIA DI GENTILE -- Firenze, Sansoni, Lalla, GENTILE, Firenze,
Sansoni). Cosi Garin, La Casa Editrice Laterza la filosofia italiana, ora in LA
FILOSOFIA ITALIANA, Bari, Laterza, che pur avverte sempre la larga
interdipendenza delle filosofie crociana e gentiliana. spodestare Croce dal suo
trono di papalaico ciò implicherebbe negare la persistenza dell’influenza
crociana, è da tener presente almeno l’importanza pratica delle iniziative
gentiliane: esse mirarono a coagulare attorno a un nucleo di tradizione
nazionale e fascista e quindi contribuirono a far sopravvivere nel quadro
dell’ideologia eclettica del regime forze intellettuali operanti in campo
filosofico. È significativo chequando le revisioni interne e gli attacchi
contro il ATTUALISMO si erano in gran parte già consumati, un rapporto anonimo
inviato a MUSSOLINI presentasse GENTILE come pericoloso inquisitore nel campo
dell’organizzazione della filosofia. Si va determinando nel campo dell’Editotia
Italiana, specialmente attraverso le sovvenzioni dell’I.R.I., un accaparramento
sempre più sensibile di case editrici da parte del Senatore GENTILE. Egli già
dirige direttamente o indirettamente le Case Editrici Lemonnier e Sansoni: le
quali, a loro volta, dispongono delle case dell'Arte della Stampa e di Ariani
in Firenze. Dirige l’Enciclopedia Italiana e controlla, perciò, un esercito di
FILOSOFI collaboratori che debbono per forza di cose obbedirgli. Sono note le vicende
delle case Treves e Tumminelli in cui Gentile era grande parte. Sano noti i
rapporti con le altre case attraverso i contatti con allievi o amici, quali
CARLINI e CODIGNOLA. Può dirsi quindi che oggi è molto difficile fare uscire un
saggio di FILOSOFIA in Italia senza il visto di questo nuovo Sant’Ufficio di
nuovo tipo. Si dice, inoltre, che presto la casa Bemporad e diretta da GENTILE,
venendo cosî ad aumentare il numero delle case affiancate o asservite.
Occorrerebbe vedere, con opportuni e delicati approcci, se non fosse il caso di
studiare il modo di immettere nella vita della filosofia fascista la Casa
Laterza di Bari che per la sua reputazione potrebbe, una volta immessa nella
vita del Regime, rappresentate un certo contrappeso all’attuale disquilibrdio
di forze editoriali Rapporto anonimo pervenuto a MUSSOLINI, in ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio riservato; per l’accusa a GENTILE di estendere
la sua EGEMONIA FILOSOFICA attraverso l’E. I. GENTILE forma, più di CROCE, una
SCUOLA FILOSOFICA. Ed ha FILOSOFI discepoli entusiastici e fedeli, forse anche
troppo; ed appare un animatore e Documento di parte, certo, ma che accanto ai
limiti della opposizione crociana e alla spregiudicatezza ideologica del regime
pronto a strumentalizzarla indica solo per difetto i canali differenziati di
diffusione culturale di GENTILE e di I GENTILIANI. Nei primi anni del fascismo
l’opera di GENTILE e funzionale alla necessità politica del regime di unificare
e organizzare le disperse forze della FILOSOFIA della borghesia liberale.
Soprattutto dopo l’unificazione col nazionalismo pit attento ai problemi di
politica FILOSOFICA proprio perché da una tradizione filosofica nazionale vuole
trarre i motivi della sua collocazione nella storia della filosofia italiana, il
fascismo accompagna l’azione repressiva dello squadrismo con quell’opera di
graduale allargamento del consenso, fatta di concessioni ai gruppi
capitalistici e alle forze culturalmente egemoni che gli permette di
schiacciare le opposizioni. Valido strumento e dapprima la gentiliana riforma
della scuola con FEDELE resa p DIS conforme alle istanze della borghesia, poi,
superata la crisi Matteotti e instaurata la dittatura, l’opera di
appropriazione di correnti filosofiche diverse assegnata a GENTILE, parallela a
quella svolta contemporaneamente sul piano politico verso i fiancheggiatori, e
dopo sostituita dalla ricerca dell’appoggio dei borghesi. Non è un caso che
Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana e costituito. Salutato
con entusiasmo da GENTILE, segna la fine dei governi di coalizione. FARINACCI
divenne segretario del Pnf, carica che terrà fino al marzo direttore
spirituale. Sostiene le sorti della sua scuola e dei suoi scolari con la fede
di un uomo di parte, ricorda ancora PREZZOLINI (La filosofia italiana). Tomasi,
Idealismo e. fascismo nella scuola italiana, Firenze, È Nuova Italia. Gentile a
Mussolini. Eccellente il discorso di ieri. Il paese tutto si sveglia e torna a
Lei. La prego poi di ricordarsi che in questi giorni bisognerebbe dar forza ai
Quindici, emanando il Decreto Reale -- copia in ACS, Segreteria particolare del
Duce, Carteggio riservato. Sebbene l’opera si assicurasse l’alto patronato del
re e le dichiarazioni ufficiali di Treccani e Gentile non facessero quasi parola
del fascismo, la sua data di nascita indica il peso determinante che nella sua
realizzazione ebbe l’avvento della dittatura. La segreteria Farinacci
sembrerebbe contrastare con lo spirito informatore dell’impresa; in realtà la
linea estremista del fascismo, pur polemizzando con l’iniziativa gentiliana,
non riusci a condizionarla. Anche in campo filosofico le due anime del
fascismo, tradizionale e rivoluzionaria, trovarono ciascuna un proprio spazio e
una propria funzione. Che la nascita dell’Enciclopedia e l’indirizzo da essa
rappresentato non fossero casuali, frutto esclusivo di un’iniziativa
individuale, ma rientrassero in un più vasto programma di politica culturale
del regime, è dimostrato anche dal sorgere accanto ad essa di numerosi altri
istituti di alta cultura, quali l’ISTITUTO DI STUDI ROMANI di Paluzzi,
l’ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA Istituto nazionale fascista erede
materialmente della Leonardo di Formiggini o delle varie Università popolari e
affidato a GENTILE, la SCUOLA DI STORIA di VOLPE e L’ACCADEMIA D’ITALIA, tutte
istituzioni rivolte, con programma e su piano filosofico, a promuovere studi e
ricerche ispirati sempre ad IL PRIMATO DELLA CIVILTA ROMANA nel mondo, con una
funzione interna analoga a quella svolta, all’estero, da appositi organismi
culturali che, in modo graduale e illuminato, miravano a orientare
favorevolmente verso il fascismo l’opinione pubblica, Come appare dal Manifesto
al pubblico (in Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento). Ministero dell'Educazione Nazionale, Accademie e Istituti di
cultura. Cenni storici, Roma, Palombi, Una prima ricerca è quella sul CNR di
Maiocchi, Scienza, industria e fascismo, in Società e storia . Sulla figura di
VOLPE v. Cervelli, VOLPE, Napoli, Guida, e, per qualche cenno sulla sua vasta
opera di organizzazione degli studi storici nel periodo fascista, ancora da
studiare, Turi, Il problema VOLPE, Studi storici. Frezza Bicocchi, Propaganda
fascista e comunità italiane in Lo specchio fedele e completo della cultura
scientifica italiana. Il governo facilita economicamente la realizzazione della
Enciclopedia, intervenendo su sollecitazione di GENTILE per l’accordo
editoriale fra l’Istituto Treccani e il Touring Club Italiano che fornisce il
corredo cartografico dell’opera, e costituendo l’ente nazionale ISTITUTO
DELL’ENCICLOPEDIA ITALIANA. E sempre il regime condiziona direttamente
l’impresa, garantendone il controllo ecclesiastico, e utilizzandola poi come
canale di diffusione della sua ideologia, come nella voce Fascismzo. Ma
l’Enciclopedia si presenta come opera nazionale, testimonianza di un primato
italiano da rivendicare di fronte agli altri paesi, nel senso già indicato da
MARTINI. Solo con l’uscita e in una diversa situazione politica, il suo
carattere nazionale e precisato con l’istituzione del rapporto di continuità
risorgimento/grande-guerra-fascismo. La Casa Italiana, Columbia, Studi storici.
La prefazione alla E.I. ricorda come il maggior tentativo di una enciclopedia
italiana e stato fatto in Italia negli anni forieri del Quarantotto, nel più
vivo fermento della ridesta coscienza nazionale del popolo italiano, come il
disegno e il proposito dell’Enciclopedia siano maturati dopo la grande guerra
in cui gl’italiani, per la prima volta dacché raccolti in unità nazionale,
fecero esperimento di tutte le loro forze materiali e morali, e superarono la
prova con una grande vittoria, e che il clima che rende possibile un'opera come
questa è il nuovo spirito esploso con l'avvento del Fascismo. E Treccani. Ad
ogni movimento nazionale concluso, si è sempre sentito il bisogno di questo
esame delle proprie possibilità filosofica. Anche Filiberto, restaurato lo
stato, idea un’Enciclopedia col nome di Teatro Universale, rimasta però allo
stato di Progetto. Ed altrettanto fanno gl’uomini del nostro Risorgimento, che
ci diedero l’Enciclopedia Popolare Pomba, chiamata l’Enciclopedia del
Risorgimento, opera lodevole. Il grandioso movimento spirituale prodotto dalla
guerra vittoriosa e dal fascismo, non puo rimanere sterile in questo campo.
Negli stessi termini Bosco, Enciclopedia Italiana, in Panorami di realizzazioni
del fascismo. Gl’Istituti del Regime, Roma, Panorami di realizzazioni del
fascismo. Già il Manifesto ricorda, oltre al clima della vittoria, il tentativo
fatto in Torino negli anni più maturi L’insistenza sul significato nazionale
dell’impresa di cui solo pochi colsero gli equivoci, e il pericolo di una
riduzione nazionalistica della filosofia si dissolve presso gl’incerti o
gl’oppositori del fascismo o di Gentile il dubbio che l’opera e politicamente e
FILOSOFICAMENTE di parte. Tutte le dichiarazioni di Treccani e Gentile
rispettivamente PRESIDENTE DELL’ISTITUTO e DIRETTORE dell’Enciclopedia sono
ispirate a questa preoccupazione. L’atto costitutivo dell’Istituto auspicava
che l’opera e scritta con la collaborazione di quanti filosofi sono in Italia
competenti in ogni ordine di scuole, e governata da un alto concetto di quello
che è stato ed è il carattere ed il valore della civiltà italiana nel mondo,
nonché dal desiderio e proposito che tutte le forze filosofiche della nazione
siano, per questo lavoro che interessa tutta la nazione, messe a profitto, in
modo che riuscisse opera, cosî dal rispetto filosofico, come da quello
nazionale, degna delle più nobili tradizioni del popolo italiano. L’art. 4 si
preoccupa di specificare che l’Istituto s’inspira bensi alla coscienza del
glorioso passato del popolo italiano e degl’alti destini a cui esso può e deve
aspirare. Ma è a-politico nel senso assoluto della parola. Anche il del
Risorgimento nazionale, quando tutto lo spirito italiano senti piu urgente il
bisogno del suo rinnovamento e di una vita più intense. Treccani, Enciclopedia
Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento. Sulla Nuova enciclopedia
popolare del Pomba Bottasso, Le edizioni Pomba, Torino, Biblioteca civica, Cfr
l’articolo Nel mondo della coltura borghese. Una Enciclopedia, in L'Unità (lo
pseudonimo dell’autore non è completamente leggibile. Gl’uomini della dominante
borghesia italiana vorrebbero adesso nazionalizzare la internazionale della
filosofia, facendo un grande monumento di dottrina filosofica INDIGENA, mentre
una enciclopedia, per servire degnamente alla filosofia, deve essere opera
vastissima di filosofia universale, enorme massa di parole e di voci che vanno
distribuite fra quanti filosofi dotti possono più sicuramente parlare su
ciascuna di esse. Se si farà, sarà, pur troppo, un documento di fragorose
chiacchiere e di malfatte compilazioni, conclude l’articolista esprimendo il
dubbio sulla capacità del fascismo di realizzare un’opera di tanta mole e di
cosi universale sapete. Treccani, Exciclopedia Italiana Treccani. Idea
esecuzione compimento. Treccani dichiara: La politica qui non c'entra, né deve
entrarci. E il caso anzi di dire che se la politica può dividere gl’uomini, LA
FILOSOFIA li deve tutti unire -- parole che ricordano quelle di GENTILE
nell’articolo Contro Manifesto al pubblico dichiarava l’IMPARZIALITA filosofica
e politica dell’Enciclopedia, quasi con gli stessi termini già usati da FORMIGGIN.
A questa ENCICLOPEDIA che e specchio fedele e completo della filosofia
italiana, sono chiamati a collaborare tutti i FILOSOFI d’Italia; e dove sia
opportuno non si tralascerà di invitare a fraterna collaborazione i filosofi
d’altri paesi, come la GERMANIA, più particolarmente versati, com’è naturale,
nelle materie – e. g. HEGEL -riguardanti le rispettive loro nazioni. Ma di
quanti sono in Italia che abbiano in una disciplina e in uno speciale argomento
una loro competenza, l’Istituto confida che nessuno vuole negare il proprio
contributo e il proprio nome a questo lavoro, che vuol essere opera nazionale
superiore a tutti i partiti politici come a tutte le scuole filosofiche, e puo
riuscire, per la sua complessità, la maggior prova filosofica dell’Italia nuova
Le dichiarazioni di imparzialità convinsero FORMIGGINI che giudica l’ATTUALISMO
ormai privo di aggressività per aver esaurito la sua funzione, non chi vede,
l’agnosticismo della scuola: la politica divide, e la filosofia unire (Che cosa
è il fascismo). Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento. Cosi VOLPE cerca di sostenere l’obiettività dell’E.I.: Se per
Enciclopedia fascista si intende un’opera in cui ogni articolo, pagina, rigo
sia coordinato e SUBORDINATO AD UNA DETERMINATA VEDUTA FILOSOFICA e politica,
questa nostra non è l’Enciclopedia del Fascismo. Non è, come la Enciclopedia
FRANCESE, la Enciclopedia dell’ILLUMINISMO. La Enciclopedia italiana neppure se
lo è proposto. Né e forse possibile proporselo. Ma l’Enciclopedia presenta un
quadro PERFETTO della filosofia. E questo ha il suo valore per il Fascismo.
L’Enciclopedia italiana, per quel tanto che può avere una veduta filosofica, ha
una veduta che perfettamente ingrana col Fascismo: la filosofia come movimento
e divenire, come lotta e, insieme, solidarietà di forze. L’Enciclopedia è un
monumento all’Italia, in piena rispondenza al pensiero e all'anima del
Fascismo. L’Enciclopedia italiana. Nuova Antologia -- articolo rifuso,
accentuando l’apoliticità dell’E.I., col titolo Giovanni Gentile e
l’Enciclopedia Italiana, in Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, Firenze,
Sansoni. Ciò che IL SENATORE TRECCANI E IL SENATORE GENTILE hanno detto circa
gli spiriti filosofici che dovranno animare la grande impresa, pienamente mi
soddisfa. I nomi dei filosofi collaboratori scelti sono gli stessi che io avrei
scelto. Gentile d’oggi ha fatta sua la concezione formigginiana che una
enciclopedia nazionale deve essere il quadro completo dello spirito filosofico
della nazione – come a Bologna -- e non la espressione di una particolare
tendenza. L'Italia che scrive. al contrario, aumentare il pericolo di
un’egemonia gentiliana. TILGHER sulle pagine de Il Mondo svolge in quei mesi
una serrata polemica anti-attualista, mise in guardia senza tuttavia tener
conto del complesso gioco politico e culturale condotto dal fascismo contro l’
IMPERIALISMO filosofico dell’ATTUALISMO di Gentile: spirito chiuso, violento e
SETTARIO, pontificale e teologale, tabula rasa all’infuori di argomenti rinascimentali
e risorgimentali, cui avrebbe preferito, alla direzione dell’opera, CROCE, o
CHIAPPELLI, FARINELLI, OJETTI. L’Enciclopedia che usce dalle mani del senatore
Gentile non e una Enciclopedia, ma un Index librorum et virorum ad majorem
Actus Puri gloriam. Il senatore Gentile specula un po’ troppo sulla
vigliaccheria filosofica del nostro bel paese se crede che gli si lascia
compiere tranquillamente una simile impresa di annessione filosofica. Se no, se
l'Enciclopedia dovesse rimanere affidata a Gentile, credo che non trova
FILOSOFI collaboratori disposti ad aiutarlo nella sua opera d’imperialismo
intellettuale. E già so che più d’un FILOSOFO, RICHIESTO, RIFIUTA di
collaborare. Le previsioni di TILGHER di un’energica reazione contro l'impresa
gentiliana da parte della corrente filosofica, gli indirizzi, i movimenti, le
scuole, i filosofi massacrati dalla ignoranza e dalla faziosità settaria di
Gentile, non si realizzarono. A critiche del genere limitate a una polemica
culturale scadente spesso sul piano personale, Treccani puo facilmente opporre
la diversità di indirizzi rappresentata dai direttori di sezione
dell’Enciclopedia. In occasione della loro prima riunione, il presidente
dell’Istituto si preoccupa di confutare attacchi esterni e diffidenze interne
sull’opera ritenuta dogmatica, settaria, faziosa, asserendo che Gentile è uomo
di partito e di idee sf, ma è uomo leale e di fede. Tra lui e l’Istituto sono
poi stati stabiliti patti ben chiari ed egli ha già dato prova, nella
indicazione dei FILOSOFI, di aver tenuto fede a tali patti: basta uno sguardo
alle persone qui presenti per convincersi dell’infondatezza di ogni accusa.
Tilgher, Giovanni Gentile e l'enciclopedia italiana, in Il Mondo. Del resto, Vi
assicuro che io, che ho dato il mio nome a quest’impresa, non permetto mai ad
alcuno di venir meno al concetto fondamentale, che molto chiaramente è espresso
nell’atto costitutivo. Ma io ho fede nel Sen. Gentile. Lo stesso suo carattere
energico è garanzia di successo. La campagna ingiusta, iniziata contro di lui a
proposito dell’Enciclopedia, cade non appena pubblicammo i nomi dei FILOSOFI
collaboratori, i quali, italiani di sicura fede, rappresentano la idea, la
scuola, e la tendenza filosofica. Tutti gl’interpellati finora hanno aderito
con parole confortanti e lusinghiere. Se qualcuno fosse tentennante, bisogna
illuminarlo, persuaderlo dell’obiettività del lavoro e convincerlo a dare il
suo nome, sia pure per una sola voce. Nessun nome di insigne FILOSOFO italiano
deve mancare nell’Enciclopedia, anche perché, dato il duplice scopo che io miro
a raggiungere Enciclopedia come opera di valorizzazione della filosofia
nazionale e Fondazione per l'incremento della filosofia con gli eventuali
profitti non sarebbe simpatica la voluta assenza da parte di qualcuno A Bologna
si era appena chiuso il convegno sulle istituzioni fasciste di cultura in cui
Gentile presenta il fascismo come erede di tutta la storia italiana, rivolgendo
un appello all’unità e alla conciliazione che avrebbe dovuto rafforzare, sul
piano del consenso, la drastica conclusione della crisi Matteotti. Anche
l’Enciclopedia viene indicata con insistenza come opera nazionale, in cui ogni
filosofo italiano di sicura fede conserva la sua opinione filosofica – e
politica. Alcuni degl’avversari del regime riconosceno il suo sforzo, ma anche
la difficoltà, di acquisire l’appoggio di ogni filosofo. Cosi l’Avanti!, per il
quale, anche se il mondo filosofico italiano si è fascistizzato molto presto,
antifascista è la filosofia, la vera filosofia, quella disinteressata, quella
cioè che ha sempre odiato l’accademia, la chiacchiere, la rettorica, gl’alalà.
L'Unità invece, ritenendo che anche ideologicamente gl’intendimenti fa
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento. Da Ireneo
ad Arpinati..., in Avanti! , a proposito del discorso bolognese di Gentile;
anche I filosofi e Farinacci, in Avanti! Fra il manifesto dei filosofi del
fascismo, leggi Gentile, e i discorsi di Farinacci, bisogna confessare che c’è
piu intelligenza nei discorsi di Farinacci. scisti di fascistizzare gli altri
partiti social-democratici possono col tempo realizzarsi come afferma
esaminando il Manifesto dei filosofi del fascismo, coglie proprio
nell’Enciclopedia la capacità del regime di ottenere consensi fra i filosofi.
Conosciamo bene quel che sia la spregiudicatezza scientifica dei sapienti del
fascismo e quel che sia l’antifascismo della gente accademica. In tempi
calamitosi per le pubbliche libertà uomini di scienza hanno talora opposto le
loro proteste, gravi e sensibili, se anche rare o taciturne. Oggi non abbiamo
di questi esempi in Italia, fra tanti uomini di dottrina che pure fanno
professione di indipendenza o di avversione ai poteri dominanti "; dove
però, più che l'individuazione della forza del fascismo che stava proprio
allora organizzandosi come regime reazionario di massa, vi è quella polemica
contro gli aventiniani, che porterà ancora a negare ogni differenza fra le
varie componenti della borghesia. L’imparzialità che l’Enciclopedia tendeva ad
accreditare sotto l’etichetta nazionale era comunque strettamente condizionata
dalla situazione reale del paese, e si traduceva in una passività di stampo
prezzoliniano: nello % Sintomi di decadenza. Un manifesto degli intellettuali
fascisti, in L'Unità . .Nel mondo della coltura borghese. Una Enciclopedia, in
L'Unità. Divagazioni sull'ideologia del fascismo, in L'Unità, a proposito della
polemica Gentile-Interlandi sull’E.I., che esamineremo. Evidentemente
differenze fra i gruppi borghesi non esistono nelle idee fondamentali, ma nel
modo di fare. Il fascismo ha in tutti i modi l’energia di attrarre l’attuale
borghesia: ecco i confini tecnici fra pensiero ed azione . Nell’organo della
gentiliana Fondazione Leonardo, Prezzolini annunciò l’E.I. come l’esame di
stato della coltura italiana e lo sforzo dell’Italia nuova, in paragone degli
altri paesi. Il programma è ottimo. Lo sforzo è il più nazionale che si sia
tentato dopo l'unità italiana, ma l’Enciclopedia non sarà nazionalistica ; si
sarebbero superate le enciclopedie straniere se la scelta dei collaboratori,
com'è stata quella dei direttori delle singole sezioni, sarà severa e non
dipendente da criteri politici o di meno che serena volontà scientifica. Sarà
un altro dei meriti di Gentile verso la cultura italiana (Leonardo,
redazionale); e, pubblicando le Avvertenze ai collaboratori dell’E.I.: meglio
di ogni altro documento, varranno a fare scompatire nel pubblico ogni ombra di
dubbio sul valore scientifico che l’Enciclopedia avrà, e a dissipare le voci
malevoli che pretendevano l’Enciclopedia fosse poteva riflettersi solo, la
cultura e l'ideologia del blocco borghese chiamato a collaborare col regime nel
momento in cui questo schiacciava le opposizioni. Era significativa, del resto,
la presentazione ufficiale che dell’Enciclopedia dava la rivista di Mussolini,
Gerarchia. Dopo aver affermato la necessità di un’affermazione di
intellettualità collettiva che rivelasse al mondo ciò che l’Italia era nel
dominio del sapere universale , e che in Italia non possediamo ancora la nozione
di quel sapere nazionale che invece posseggono e da secoli altre nazioni ,
l’autore dell’articolo auspicava che l’Enciclopedia, libro di un popolo , fosse
libro politico, ma soprattutto libro di conquista , espressione dell’
intelligenza dominante della collettività; essendo giunta l’ora che il mondo la
pensi anche all’italiana , compito dell’opera avrebbe dovuto essere quello di
chiamare a raccolta tutto quanto l’anima italiana ha in questo momento di lume
e di ardimento e farlo collaborare a questa grande azione che se ben mossa può
segnare il primo passo verso quel dominio intellettuale del mondo che noi da
tanti secoli abbiamo perduto e può segnare, prima ancora, il definitivo
sfrancamento italiano dalla coltura straniera. La politica di conciliazione di
Gentile La componente tradizionalista del fascismo, rappresentata in primo
luogo dai nazionalisti, cercò come ricorderà Bottai che della necessità di
conferire al regime una sua dignità culturale fu il principale sostenitore
dalle pagine di Critica fascista e poi di Primato di opera di parte, concepita
con angusti criteri di scuola. Nella seconda ediz. de La cultura italiana si
limiterà a dire che V’E.I. dovrà rappresentare la capacità della coltura
italiana del dopo-guerra. Venturini, La nuova e mirabile fatica italiana.
L'Enciclopedia Nazionale, in Gerarchia , costruirsi una sua Weltanschauung che
fosse, da un lato, frutto della mediazione e del superamento delle diverse
correnti di pensiero dalle quali o contro le quali il movimento fascista era sorto
non rollandianamente 4% dessus de la mélée, ma con un suo impegno autonomo
d’arbitro tra due mondi in lotta, dall’altro, valorizzazione del primato
storico-culturale italiano ®. Per questo era necessario, inizialmente, fare
appello a tutti quanti erano disposti a collaborare con un regime che cercava
di mostrarsi erede di una tradizione nazionale : si pensi alla presentazione di
Croce precursore del fascismo, o ai tentativi, non ultimo quello
dell’Enciclopedia, di accaparrarsene l'appoggio. In quest'opera di assorbimento
di intellettuali incerti, fiancheggiatori od oppositori, analoga a quella
attuata in campo politico dagli ex nazionalisti Rocco e Federzoni, artefici
della simbiosi organica del Pnf col vecchio Stato monarchico, il regime si
rivesti piuttosto dei panni del moderatore che dell’eversore per usare le
parole di Bottai riferite a Mussolini, evitando i vuoti paurosi, e poté quindi
trovare uno strumento adatto in Gentile, la cui concezione dello Stato e della
storia italiani ne sottolineavano con motivazioni antitetiche a quelle che egli
riteneva il naturalismo deterministico, conservatore e illiberale dei
nazionalisti alcuni presunti elementi di continuità e sviluppo che facevano del
fascismo il vero liberalismo . G. BOTTAI, Vent'anni e un giorno, Milano,
Garzanti. Di Bottai è da vedere tutta l’antologia di Scritti, Bologna, Cappelli
(dove è riportata, ad es., la conferenza nella quale notò come attraverso il
Nazionalismo si avviasse il Fascismo a compiere il primo passo della sua
rivoluzione intellettuale, inserendosi in una tradizione politica, che potrà
essere discussa, ma non negata ). Di uno sforzo intellettualistico di tipo e di
gusto crociano da parte del gruppo di Bottai parla R. Colapietra, Benedetto
Croce e la politica italiana, Bari-Santo Spirito, Edizioni del Centro librario.
Sul revisionismo di Bottai, ma con una inaccettabile sopravvalutazione del suo
ruolo critico all’interno del regime, G.B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista
critico, Milano, Feltrinellie A.J. De Grand, Bottai e la cultura fascista,
Bari, Laterza. Gentile, Origini e dottrina del fascismo, L’Enciclopedia
italiana Nei numerosi interventi compiuti da Gentile sui rapporti tra fascismo
e cultura non vi sono né le contraddizioni che vi ravvisò Formiggini, né la
difesa dell’autonomia della cultura vista da Harris nella gentiliana politica
di conciliazione !: comune a tutti è la necessità già sostenuta a proposito del
problema scolastico!di organizzare e legare al nuovo ordine, indirizzandole se
possibile verso esiti attualisti, tutte le forze culturali del paese, con la
consapevolezza che ciò è possibile solo con la forza politica del fascismo. A
Firenze, di fronte a un uditorio politicamente composito, Gentile sostenne la
possibilità che ognuno intendesse il fascismo a suo modo: L’unità risulta da
questa molteplicità, da questa infinità di temperamenti e psicologie e sistemi
di cultura e concezioni della vita. La forza del fascismo deriva da questa
ricchissima inesauribile fonte d’ispirazioni e connessi bisogni ed energie spirituali.
Ed esso si essiccherebbe e inaridirebbe nella monotonia meccanica delle formule
vuote se potesse definirsi e restringersi negli articoli di un credo
determinato!. Il giorno dopo, parlando all’Università fascista di Bologna di
prossima inaugurazione, ribadî il suo concetto di libertà che si attua nello
Stato come negazione dell’individualismo egoistico, e di fascismo come ultima e
più matura forma del nuovo concetto della libertà, figlia. Un appello ai
liberali e uno ai fascisti, per far tutti partecipi di un unico processo
storico sfociante nello Stato etico, ritenuto la forma suprema e la unità
cosciente e possente di tutte le forze nazionali nel loro maggiore sviluppo
successivo , che deve rampollare dalla stessa realtà e perciò Gentile ha contraddetto
a Roma ciò che aveva detto a Bologna, perché, affrontando qui un grande
problema culturale, quello della Enciclopedia, ha dichiarato che intende di
affratellare, formigginianamente, nella grande impresa tutti i competenti senza
distinzione di scuole e di partiti ( L'Italia che scrive . Gentile, Scritti
pedagogici, La riforma della scuola in Italia,Che cosa è il fascismo, in Che
cosa è il fascismo, Libertà e liberalismo, aderirvi; e da questa aderenza
derivare la sua forza e la sua potenza ! sebbene criticato da Treccani per le
pubbliche dichiarazioni di fascismo che avrebbero potuto pregiudicare l’impresa
cui si erano accinti, Gentile svolgeva anche se in maniera più scoperta
riguardo al fine le stesse idee poste a base dell’Enciclopedia. Cosî nel discorso
di chiusura del convegno per le istituzioni fasciste di cultura col quale Croce
motivò il suo rifiuto di collaborare all’Enciclopedia, Gentile obiettò a
PANUNZIO che il Partito fascista ha un suo vasto contenuto ideale, senza
bisogno di definire la sua dottrina e di fissare il suo sillabo , e sostenne la
necessità di immettere il fascismo (critico degli intellettuali che stanno alla
finestra) nella filosofia, senza bisogno di promuovere una filosofia del
fascismo, poiché il nostro partito non è SETTA, né chiesuola. Il nostro partito
vuol essere ... il popolo italiano; nell’attesa, tanta parte del passato doveva
essere rispettata e utilizzata: oggi nelle università dello Stato insegnano
tanti vecchi uomini, a cui molto la nazione deve: tanti, che formarono la loro
mente e l’animo loro quando nel cuore degl’italiani, degl’italiani giovani e
della guerra, non s'era accesa la scintilla della nuova fede; e non
c’intendono, e noi guardiamo ad essi con sospetto, ed essi verso di noi con un
sorriso sulle labbra, con l’anima chiusa. Ebbene, questa è l’università
italiana in gran parte: questa è la vecchia Italia, che noi non possiamo
cancellare; che anzi dobbiamo pur rispettare 1°. Che cosa è il fascismo.
Treccani a Tumminelli. Non condivido il Suo ottimismo. La macchina v4 scossa
affinché funzioni rapidamente. Vengo a sapere che non una delle lettere ai
collaboratori è partita. Ma vi è di più: Ojetti ha scritto più volte a Gentile
chiedendo schiarimenti e non ha mai avuto nemmeno un rigo di risposta. Ma che razza
di modo di fare è questo? ... Le devo dire il vero che a me spiacciono le
conferenze che Gentile va a tenere sul fascismo nelle varie città:
l'enciclopedia non è, e non deve essere, di marca fascista... Mi sbaglierò, ma
con Gentile non incominciamo bene: egli non si rende conto dell’enorme
sacrificio e rischio mio e prende la cosa alla leggera. Dovrebbe aver capito,
indipendentemente dal contratto che ho firmato, che io non mi sono cacciato
nell’impresa per il gusto di buttar via quattrini (ACS, Segreteria particolare
del Duce, CARTEGGIO RISERVATO). Il fascismo nella cultura, in Che cosa è il
fascismo. Nessuna concessione alla barbarie dell’estremismo fascista. Anche il
Manifesto degli intellettuali del fascismo, frutto di quel convegno, ebbe
valore di documento politico anche perché fu, da parte di Gentile, un ennesimo
tentativo di aggancio all’idealismo, a tutto l’idealismo , compreso quello
crociano, come ha osservato Colapietra !, e presentò il fascismo come
riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della
civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni. Anche in seguito
Gentile riaffermerà la sua concezione dei rapporti fascismo-cultura. Nel
DISCORSO TENUTO IN CAMPIDOGLIO PER L’INAUGURAZIONE DELL’ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA
DI CULTURA, in cui ricorda ai liberali la ben più drastica opera riformatrice
attuata dal liberale Sanctis a Napoli (documentata da Russo), riprese e
sviluppò motivi già affermati ', invitando a non disconoscere una certa cultura
strumentale, a norma della quale due più due farà sempre quattro, sia che si
sommino carezze sia che si sommino bastonate. E di questa cultura strumentale,
che è mero sapere, organizzazione di cognizioni bene accertate, critica,
erudizione, dottrina, non può essere il fascista a volersi disfare!, Concetti
ripetuti. Papa, Storia di due manifesti. Il fascismo e la cultura italiana,
Milano, Feltrinelli. Possiamo spogliarci di certe passioni della prima ora, e
riconoscere pertanto il valore nazionale cosi di certe forme di cultura, che a
noi riescono false in quanto insufficienti, come di tanti uomini che non ebbero
occhi né cuore per vedere in alto il segno a cui avrebbero dovuto guardare e
trarre gl’italiani, ma lavorarono pur seriamente, onestamente, a recare in
campo quelle pietre, con cui la giovane Italia ha cominciato a costruire il suo
grande edifizio. Noi a quelle pietre, i non dirlo?, non possiamo, non vogliamo
rinunziare ; ma il senso di questa apertura che Gentile raccomandava era
chiarito più avanti. Transigenza che diverrà ogni giorno più facile, via via
che, adempiuto il secondo termine, apparirà sempre più opportuno e più giusto
il primo termine del grande monito romano: parcere subiectis et debellare
superbos. Poiché non è lontano, se io non m’inganno, il giorno, in cui tutta
l’Italia sarà fascista (Discorso inaugurale dell'Istituto Nazionale Fascista di
cultura, in Fascismo e cultura. al Senato a proposito dell’Accademia d’Italia
nata a promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano (nessuna
dittatura, assicurò!', come fa MUSSOLINI quando l'ACCADEMIA D’ITALIA iniziò i
suoi lavori !); ad essi Gentile rimarrà sempre fedele, indicando come forza del
fascismo fosse la sua capacità di assorbire e superare la tradizione !5: lo
stesso criterio seguito dalla Commissione dei Diciotto per lo studio delle
riforme costituzionali, da lui presieduta !‘. Rispettare, utilizzare e
organizzare intellettuali di vario orientamento politico e culturale era più
difficile che inquadrare nell’apparato amministrativo dello Stato fascista la
burocrazia di estrazione liberale; ma era opera [Per l'Accademia d'Italia
Mussolini indicava fra i filosofi uomini di origini, di temperamenti, di scuole
diverse; uomini rappresentativi di un dato momento sono al lato di uomini
rappresentativi di un momento successivo, o attuale, o futuro. L’Accademia è
necessariamente eclettica, perché non può essere monocorde... Nell’Accademia è
l’Italia con tutte le tradizioni del suo passato, le certezze del suo presente,
le anticipazioni del suo avvenire (in Mussolini, Scritti e discorsi, Milano,
Hoepli. Scriveva che il Regime si viene pacificamente guadagnando gli animi
nelle scuole, nelle università, nelle accademie, e in ogni libero campo di
attività letteraria od artistica. Cresce insieme spontaneamente l’interesse di
esso per ogni forma di cultura nazionale, e si fa sempre più profonda la sua
consapevolezza, che la sua forza, che è la forza e la potenza del popolo
italiano, non si può consolidare senza l’adesione e la libera collaborazione
delle più rappresentative intelligenze e di tutte le forze morali del Paese (Il
fascismo e gli intellettuali, ora in Origini e dottrina del fascismo). Afferma
che il fascismo è progresso in quanto è restaurazione: consolidamento delle
basi per edificarvi su un solido edifizio, alto, nella luce. Ogni originalità
senza tradizione, come ogni spontaneità senza disciplina, è velleità sterile,
non VOLONTÀ VIRILE (Risorgimento e fascismo, ora in Memorie To e problemi della
filosofia e della vita, Firenze, Sansoni. Nella relazione presentata da Gentile
a Mussolini, si affermava che la commissione non ha pensato un solo momento che
fosse da sovvertire lo Stato italiano sorto dalla rivoluzione del Risorgimento.
E cosî ha creduto di rendersi fedele interprete dello spirito del fascismo,
nato a costruire, non a distruggere (Relazioni e proposte della Commissione per
lo studio delle riforme costituzionali, Firenze, Le Monnier. Sul significato
non eversore delle proposte della Commissione dei Diciotto, Aquarone,
L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino, Einaudi. necessaria, non
esistendo una cultura del fascismo . Né Volpe alla Scuola di storia moderna e
contemporanea, né Gentile all’Enciclopedia, quindi, chiesero tessere di
partito. Dopo la costituzione dell’Istituto Treccani, la prefazione all’
Enciclopedia in cui è evidente la mano di Gentile poteva già vantare i
risultati raggiunti, smentendo le previsioni degli oppositori: Il clima che ha
reso possibile un’opera come questa, alla quale non parve in passato possibile
in Italia pensare, è il nuovo spirito esploso con l'avvento del Fascismo, che
scosse idee e sentimenti e accese una passione inestinguibile di rinnovamento e
di affermazione della potenza dell’Italia nel mondo... Il primo segno di questa
crisi gagliarda di rinnovamento fu la radicale riforma della scuola compiuta;
alla quale seguirono molte altre riforme organiche, onde si venne trasformando
la struttura dello Stato e si gettarono le basi di una nuova vita nazionale
demografica, economica, morale e religiosa. Mai, per nessuna opera, in Italia
si unirono come per l’Enciclopedia Italiana migliaia di scrittori a collaborare
con un disegno prestabilito, sotto una costante disciplina E il fatto che tanti
e si può quasi dire tutti gli studiosi d’ogni scuola e indirizzo, letterati,
scienziati ed artisti, si siano per la prima volta accordati non in un’idea da
vagheggiare, ma in un lavoro da eseguire, e che a tutti chiedeva disinteresse e
sacrificio, per lo meno d’altri lavori di maggior soddisfazione personale,
questa grande morale concordia degli scrittori italiani è il primo e il non
meno importante frutto che in vantaggio dell’alta educazione nazionale
l’Enciclopedia potesse produrre. Affinché fosse possibile tale concordia fin da
principio la Direzione dell’Enciclopedia riconobbe l’opportunità di un
ragionevole eclettismo e di una scrupolosa imparzialità. Un’opera non di rapida
consultazione e volgarizzamento, come il LAROUSSE, ma a carattere monografico
come LA BRITANNICA, non avrebbe potuto avere carattere impersonale, come vuole
Treccani: l’ampiezza di una voce monografica Formiggini osserva che l’E.I.
riusce la più antifascista delle enciclopedie fasciste, e ciò non per mancanza
di buona volontà di render servizio al partito che gli ha dato ricchezze ed
onori, ma perché Gentile si è accorto che se avesse voluto fare una
Enciclopedia fascista avrebbe trovato come unico collaboratore volontario (e lo
ammettiamo per pura e generosa ipotesi) l’on. Farinacci ( L'Italia che scrive
implica una presa di posizione scientifica da parte di ogni autore. Ma la
molteplicità e diversità di giudizi che ne derivava avrebbe dovuto essere
ridotta a unità: l’unità che è il principio vitale di ogni libro vivo, pare
esclusa per definizione da un'enciclopedia, che, per essere cosa seria, è di necessità
opera a molte mani, e ognuno vi mette il suo pensiero, il suo stile, la sua
anima. Ed è bene che cosî sia; e noi, per parte nostra, ci siamo studiati di
fare che ognuno, entro certi limiti, restasse, come scrittore
dell’Enciclopedia, lo scrittore che egli era. Il che per altro non abbiamo
creduto che fosse per produrre l’effetto d’un coro selvaggio di voci stonate e
discordi. Non c’è solamente l’anima del singolo. Nello stesso individuo c’è
anche l’anima della sua famiglia, del suo popolo, del suo tempo; c’è il punto
di vista e l'interesse spirituale che è suo come dei connazionali e dei
coetanei che vivono la stessa vita e si sono formati nello stesso mondo
spirituale. Da quest’anima più vasta, non meno reale dell’altra che varia da
individuo a individuo, scaturisce l’unità di una scuola ben organizzata e
diretta, e scaturisce l’unità di un’enciclopedia ben disegnata e condotta.
Un’enciclopedia è infatti l’espressione del pensiero di un popolo e di
un’epoca; e propriamente degli elementi positivi, vitali ed attivi di questo
pensiero. Il quale evidentemente non consta della somma di tutte le idee di
tutti gl’individui, dotti e indotti, consapevoli e ignari degl’ideali della
nazione a cui appartengono e a cui sono indissolubilmente congiunti; ma si raccoglie
in sistema dalle menti che dirigono e perciò rappresentano tutti. E il loro
pensiero, presso ogni popolo, sbocca e si fonde nella coscienza nazionale, e in
ogni periodo storico ha una forma e certi caratteri, ha un’individualità, in
cui mille e mille voci si adunano in un grande concento. Concordia discors
[Concordia non facilmente raggiungibile anche nel nuovo clima del fascismo,
come ricorderà Gentile in termini meno idillici! Mezzo per attuarla, per
ridurre a unità argomenti E.I. Ricorderà prime difficoltà e diffidenze,
ostilità coperte e palesi (Tribolazioni di un enciclopedista, cit.), e
battaglie concluse con la vittoria sempre della Direzione, ossia
dell’Enciclopedia, e cioè di tutti. Ma, evidentemente, vittoria difficile
(Ancora delle tribolazioni di un enciclopedista. Come si taglia e si cuce il
libro per tutti, Il Corriere della sera ). Pincherle osserva: differenze di
opinioni e di scuola, che spesso esplodono in battute polemiche, ora più ora
meno abilmente dissimulate (L’Enciclopedia italiana, in La Cultura; e Bosco,
redattore capo dell’E.I., ricorda. Il primo compito fu quello della raccolta
delle voci: diversi e autori di vario orientamento filosofico, e il criterio
storico: affinché tale discorde concordia si stabilisca e conservi, occorre una
regola che tutti gli scrittori capaci di contribuirvi mantenga nei limiti
ciascuno del proprio carattere, non pure per la materia che coltivano, ma anche
per l’indirizzo mentale con cui la coltivano, in guisa che tutti gli aspetti
della cultura vengano a comporsi armonicamente in un quadro coerente, com'è
nelle sue note principali il pensiero di un popolo e di un’epoca... Nessuna
intolleranza, nessuna ombrost angustia di mente. A ogni avvenimento, a ogni
dottrina, a ogni persona il suo merito e il posto in cui ciascuno per sua virtà
s'è collocato. Perciò non dottrine esclusive, come sono per lo pi tutte le
dottrine nelle menti di singoli; ma l’ordine piuttosto in cui le varie dottrine
sono possibili, malgrado le loro divergenze, ciascuna con i suoi motivi, La
stessa grande imparzialità della storia, in cui non c'è nulla che non abbia la
sua ragion d’essere. La storia, in verità, suggerisce il metodo della
trattazione che si conviene a una enciclopedia: la storia con la sua sovrana
potenza conciliatrice delle più contrastanti esigenze dello spirito e degli
aspetti più diversi del vero. Ogni concetto o istituto, ogni religione o
dottrina, ogni mito o teoria, ogni popolo o schiatta esiste e vive nella sua
storia, con la sua origine e col suo sviluppo. E nella storia si spezza ogni
dommatismo. II metodo pertanto dell’Enciclopedia Italiana è il più largo metodo
storico, cosi in ogni singolo articolo come nel sistema generale. Grazie a
questo metodo, la Direzione ha ambito di raccogliere intorno a sé, assegnando a
ciascuno la parte sua, gli scrittori della più varia mentalità.] compito dei
più delicati, perché era in questa fase che si potevano concretare le
fondamenta dell’edificio, e che si doveva decidere il carattere
dell’Enciclopedia: dizionario di cose, o raccolta di monografie, o qualche cosa
di mezzo? Non sono infatti mancate le divergenze: chi consultasse oggi i primi
elenchi delle voci proposte da ognuno dei direttori di sezione e, poi stampati
in forma di bozze, diffusi tra gli studiosi per raccogliere suggerimenti,
troverebbe che molto è stato cambiato Già nelle Avvertenze ai filosofi
collaboratori, (Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento), si diceva: I - Nella compilazione degli articoli, anche se teorici
e dottrinali filosofici, si avrà cura di attenersi a un’esposizione storica di
quello che è stato pensato o si pensa dagli scrittori della materia meritevoli
di considerazione; evitando al possibile ogni forma subbiettiva che dia rilievo
alla persona di chi scrive e adoperando uno stile semplice e sobrio. ISono
dall’Enciclopedia BANDITE LE POLEMICHE. Ogni discussione vi dev'essere
mantenuta nei termini di un dibattito di valori puramente ideali, con la cura
più scrupolosa di mettere in luce anche le ragioni delle dottrine, che lo
scrittore stimi più deboli. Il metodo seguito nella trattazione
dell’Enciclopedia è quello storico, cosî in ogni singolo articolo come nel
sistema generale. I filosofi collaboratori, aggiungeva Gentile, operando
anch’essi nella cultura dell’epoca, hanno nella loro stessa formazione
spirituale la misura del giudizio ; ma avrebbero dovuto elaborare gli elementi
vivi e vitali della cultura propria della classe elevata e dirigente, la quale
s'incontra e s’intende, in un dato tempo, sullo stesso terreno, in una comune
vita intellettuale e morale !’. Enciclopedia, quindi, figlia del proprio tempo
!?, che come tale avverte Gentile avrebbe rispecchiato i progressi della
scienza e i cambiamenti storici avvenuti nel corso della sua realizzazione!!.
L’asserita imparzialità dell’opera corrispondente ad uno stretto legame con un
dato tempo comportava, accanto al clima del fascismo, il ricorso all’opera di
intellettuali di varia estrazione culturale e, anche, di diverso orientamento
politico: una sapiente azione di assorbimento, testimoniata dall’ampia scelta
dei direttori di sezione e dei collaboratori, che spingerà Salvemini incapace
di comprendere i motivi se non addirittura le manifestazioni della politica
articolata del regime a giudicare l’Enciclopedia quasi esclusivamente opera di
uomini appartenenti alla generazione maturata prima che il fascismo giungesse
al potere , di cui Mussolini aggiungeva semplicisticamente si era attribuita la
maggior parte dei meriti avverte l'opuscolo di propaganda Enciclopedia Italiana
pubblicata sotto l’alto patronato di S. M. il Re d’Italia Imperatore d'Etiopia,
Roma. Già nel vol. I CALOGERO osserva il carattere essenzialmente storicistico
delle voci giuridiche, economiche e politiche (Nuovi studi di diritto, economia
e politica). L’Enciclopedia sarà il monumento della cultura dell’Italia di
Mussolini, afferma Treccani (Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento; e l'opuscolo di propaganda sopra citato. L’Enciclopedia è al tempo
stesso documento fedele del periodo storico in cui è nata e contributo certo
non ultimo alla formazione di quella cultura intensa, vitale, capace di
espandersi e d’imporsi che dovrà essere la cultura italiana di domani. E.I.,
Appendice, ma già apparsa: Bellezza, Bibliografia. L’Enciclopedia Italiana, che
è senza dubbio superiore a tutte le [ L’Enciclopedia italiana I collaboratori e
le proteste del fascismo estremista Il consiglio direttivo dell’Enciclopedia
costituiva una specie di fronte nazionale, unendo, sotto la giunta di direzione
composta da Treccani, Gentile e Tumminelli, il primo ideatore dell’opera,
Martini; glorie (diversamente fortunate) della grande guerra come Cadorna e
Thaon di REVEL quest’ultimo ministro della Marina, e STEFANI, ministro della
Finanze; rappresentanti della tradizione liberale lontani dal fascismo quali
Einaudi e Ruffini che non parteciparono più all'opera, o cattolici come
Sanctis; e, ancora, Bonfante, Ojetti e Salata, accanto a Grassi, Longhi,
Marchiafava !. Nel comitato tecnico composto dai direttori delle 48 sezioni e
già formato vi erano i maggiori rappresentanti della cultura italiana, da
Sanctis (Antichità classiche) a Pettazzoni (Storia delle enciclopedie
pubblicate dall’inizio di questo secolo, è opera di studiosi italiani la cui
formazione aveva avuto luogo già prima dell’avvento di Mussolini. Poiché essa
cominciò ad essere pubblicata, Mussolini se ne è attribuita la maggior parte
dei meriti. In realtà, essa fu progettata quando, secondo la leggenda fascista,
l’Italia era alle prese col bolscevismo. È il più gran monumento che si sia
potuto erigere durante il regime fascista alle due generazioni di uomini che
ricostruirono la cultura italiana durante il regime prefascista (G. Salvemini,
Il futuro degli intellettuali in Italia, Scritti sul fascismo, Milano,
Feltrinelli, Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento, Einaudi (che era stato consigliere dell’Istituto di Formiggini)
appare nel Manifesto e nel Primo elenco di collaboratori; Ruffini solo in
quest’ultimo, anche come direttore, con Santi Romano, della sezione Diritto
pubblico . Sulla partecipazione puramente decorativa di Martini le lettere di
Gentile a lui, (BNF, Fondo Martini); per la diffidenza sua e dei suoi amici
verso l’opera nella cui preparazione non furono ascoltati, la lettera di
Menghini e tutte quelle di Donati, che giudicava Gentile spirito dogmatico e
profondamente ztiscientifico , dubitando che la scienza italiana possa
subordinarsi a quel vaniloquio sciagurato ch’egli chiama la sua filosofia, ma
riconoscendo che l’idealismo è tanto attualista da trovar milioni che i
positivisti non sapevano mettere assieme religioni), da Federico Enriques
(Matematica) a Nicola Pende (Medicina), da Carlo Nallino (Letterature e civiltà
orientali) a Santi Romano (Diritto pubblico) a Gioacchino Volpe (Storia
medioevale e moderna). Ad essi era demandata la scelta dei collaboratori e
delle voci ! La consultazione dei collaboratori previsti iniziò subito dopo la
costituzione dell’Istituto; nonostante la sua ampiezza, Treccani poteva già annunciare
che gli uomini migliori che l’Italia vanta in tutti i campi del sapere hanno
aderito con entusiasmo; i collaboratori sono già circa 1200 !. In realtà, i
rifiuti che possiamo documentare ma significativi per le motivazioni politiche
sono solo quelli di Croce e Silva. Il primo, interpellato, tramite Alessandro
Casati, da Volpe la cui funzione all’interno dell’Erciclopedia fu all’inizio
probabilmente più vasta di quella di direttore di una sezione storica, in linea
con la funzione di primo piano da lui svolta, accanto a Gentile,
nell’organizzazione della cultura durante il fascismo, nella risposta
preannunciò quel distacco da Gentile e dal regime che un mese dopo sarà reso
definitivo dalla protesta contro il manifesto degli intellettuali fascisti: come
volete scrive a Volpe che io collabori a una Enciclopedia diretta da chi ha pur
testé, a Bologna, osato proclamare che la cultura deve essere fascista? !
Motivi politici furone alla base anche del [Treccani, Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione compimento, e Primo elenco, Tutto il lavoro di
preparazione (scelta dei collaboratori e formazione dello schedario) terminò.
Treccani, Racelonone Italiana Treccani. Come e da chi è stata fatta). Su una
riunione di alcuni direttori di sezione per impostare il lavoro, la
testimonianza di Ojetti (I taccuini, Gentile non conclude mai, chiede che i
direttori si accordino, Per i successivi rapporti di Ojetti con la Società
Treves-Treccani-Tumminelli, editrice di Pègaso e Dedalo, ACS, Segreteria
particolare del Duce, CARTEGGIO RISERVATO. Treccani, Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione comDincato. Croce, Epistolario, Napoli, Istituto
italiano per gli studi storici, E a Casati, Dopo il discorso di Gentile a
Bologna, credo che mi avrai dato ragione nel rifiuto che opposi a partecipare
all’Enciclopedia. Come sarei potuto stare alla dipenrifiuto di Silva che, dopo
aver inizialmente accettato di collaborare cinque giorni dopo l’arresto del
maestro SALVEMINI scrisse a Gentile una lettera che rappresenta, come per
l’autore che solo un anno dopo accetterà la redazione di voci importanti
dell’Enciclopedia, le illusioni, le incertezze, le conversioni di tanti. Voglia
consentirmi di ritirarmi dal gruppo dei collaboratori dell’ Enciclopedia.
Nell’appello che Ella rivolse ai filosofi, quando la grande impresa fu decisa,
suonava alta e nobile la parola della conciliazione degli spiriti nel campo
degli studi e della scienza. E tale parola, che acquistava anche maggior valore
perché pronunciata da Lei, mi persuase. Ma ora, purtroppo, la mia fiducia nella
possibilità di tutte le forze in una impresa di scienza, è molto scossa per i
fatti che stanno accadendo. Vedo arrestato SALVEMINI, il che significa l’inizio
di persecuzioni ai filosofi non fascisti. Vedo presentata una legge per la
dispensa dei funzionari, che mira, come hanno rilevato l’on. SALANDRA e l’on.
VOLPE, a colpire la libertà di pensiero e l’integrità delle coscienze, anche in
quel campo che Ella, nel Suo memorabile discorso inaugurale, voleva rimanesse
libero a tutte le opinioni: il campo dell’insegnamento superiore. In tali
condizioni, noi che da quella legge verremo colpiti, come possiamo rimanere a
collaborare a un’opera di scienza, come possiamo continuare a credere che in
tale opera le divergenze di pensiero e di partito verranno superate? Ecco
perché le chiedo di rinunziare alla mia modesta opera. Son certo che Ella
apprezzerà al giusto valore questo mio atto...1? GENTILE dovette apprezzare
piuttosto le pronte e numerose adesioni che assicurarono all'impresa l’appoggio
dei principali rappresentanti della cultura italiana. Il Prizzo elenco di
collaboratori dell’Enciclopedia Italiana, pubblicato, ne annoverava 1.410,
quasi la metà dei 3.266 che daranno il loro contributo a tutta l’opera ! Non
appaiono ancora alcuni dei denza di un direttore, che ha quelle idee sulla
cultura? (Epistolario, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici,
Archivio dell'Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma [d'ora in avanti AEI],
Lettere, Silva. Su Silva storico e sui suoi rapporti col fascismo il ritratto
che ne ha fatto nel 1954 Volpe (Storici e maestri, Firenze, Sansoni, La data di
pubblicazione del Prizzo elenco (non. indicata) si deduce dalle polemiche
giornalistiche che suscitò, futuri pilastri dell’Erciclopedia, come Pincherle,
Pagliaro, Enriques. Si leggono già, invece, i nomi di Aliotta e Carlini, Calò e
Codignola, o di Caggese, Ciasca, Chabod, Banfi, Calamandrei, Mondolfo,
Allmayer, Augusto Guzzo, e ancora tanti, da JEMOLO a Russo, da Cortese a
Schipa, oltre a Venturi e Rosa, e Gemelli. Il Primo elenco registra anche il
nome di quanti, dopo essere stati invitati e aver accettato, non collaboreranno
all'opera. La maggioranza di essi è costituita da persone culturalmente poco
rappresentative. Accanto a professori di scuola media superiore o scarsamente
noti professori universitari, troviamo militari, professionisti, o non
qualificati cultori della filosofia. La loro cospicua scomparsa ( sui 1.410
annunciati) dall’elenco finale degli effettivi filosofi collaboratori, per essere
sostituiti da studiosi pit qualificati, potrebbe indicare, da un lato, un
aumento reale dei settori accademico e di ricerca, dall’altro, una maggiore
progressiva adesione da parte degli esponenti dell’alta cultura, dapprima
diffidenti verso l’iniziativa gentiliana. Vi sono tuttavia, fra i collaboratori
previsti dal Primzo elenco che poi non parteciperanno all’opera, anche
personaggi la cui iniziale accettazione val la pena di essere sotto Caggese
scriveva a Volpe, che lo aveva invitato a collaborare. Niente pregiudiziali
politiche, anche perché io sono completamente fuori di ogni attività politica,
ben sicuro come sono che è nostro primo dovere d’italiani non complicare in
alcun modo una situazione non lieta. Vivo nella solitudine pivi assoluta,
lavoro molto e, in confidenza, non potrei in alcun modo partecipare alle
vicende politiche perché sono troppo indulgente e, ahimè!, ancor troppo
sentimentale e bonario. Passare con i forti non posso perché non è lecito a
noi, uomini di studio, dare lo spettacolo di voler profittare comunque;
esaltare i cosi detti deboli non posso, perché moralmente sono proprio essi
quelli che nell’immediato dopo-guerra hanno scatenata la guerra civile. Non mi
resta che fare il buon cittadino che rispetta tutte le leggi del suo paese, e
augurare che presto ritornino i saturnia regna!, e che i deputati si somiglino.
Dunque, collaborerò volentieri, anche perché non vorrei dire di no proprio a
te. AEI, Lettere, Caggese. L'Enciclopedia italiana lineata: non tanto le
personalità politiche chiamate a dar lustro all’impresa, la cui adesione è una
riprova assieme alla presenza di uomini poco rappresentativi nel campo
scientifico del significato non strettamente culturale che l’Enciclopedia
voleva avere !, quanto liberali come Casati e Malagodi, o uomini come Baratono,
Berenson, Caramella, Limentani. Pochissimi fin d’ora gli stranieri, conforme al
criterio ispiratore dell’opera. La pubblicazione del Primo elenco di
collaboratori provoca le proteste del fascismo estremista. Su Il Tevere da lui
diretto Interlandi, dopo aver approvato le dichiarazioni di imparzialità e
apoliticità dell’Enciclopedia, affermava: Prima che l'Istituto Treccani,
superiore a tutti i partiti politici s'è dichiarato il Fascismo, che è
superiore allo stesso partito che fascista si intitola; appunto perché il
partito fascista ha una funzione tattica contingente e mutevole, laddove il
Fascismo è quella tale coscienza nazionale di cui più su si parla. Cosî stando
le cose, l'onorevole Consiglio direttivo dell’Istituto ha fatto bene ad
espellere i partiti politici dall’Enciclopedia, ma benissimo avrebbe fatto ad
accogliervi il Fascismo. È stato accolto il Fascismo, in un’opera che vuole
essere il monumento culturale dell’età nostra e. alla quale attingeranno per i
loro bisogni spirituali molte e molte generazioni di italiani e di stranieri?;
vi erano ugualmente rappresentati, continuava Interlandi, fascismo e
antifascismo, impersonato quest’ultimo da almeno 90 firmatari del Manifesto
degli intellettuali antifascisti, come Einaudi, o Caramella in procinto di
essere allontanato dalla scuola per le sue prodezze al congresso dei filosofi:
era necessario fare a meno di simili collaboratori, per evitare un’enciclopedia
imparziale in cui avrà posto l’esaltazione delle categorie democratiche e di
quelle fasciste! Belluzzo, Boselli, Ciccotti, Giuliano, Giuriati, Loria, Mosca,
Salandra, Stringher, ecc. Considerazioni sopra un elenco di enciclopedici, in
Il Tevere , (editoriale). L’articolo di Interlandi, parzialmente ripreso da La
Tribuna che da poco si era fusa con L’Idea Nazionale ed era passata sotto la
direzione del nazionalista Forges Davanzati, dette modo a Gentile di precisare
le sue idee sul rapporto cultura-fascismo: in una lettera aperta inviata al
direttore de La Tribuna affermò che, su questo problema, il Pnf aveva ormai
direttive precise, come dimostrava l’approvazione, da parte del duce e de
L’Idea Nazionale, del discorso gentiliano tenuto per l’inaugurazione
dell’Istituto nazionale fascista di cultura. Il fascismo, obiettava a Interlandi,
non è venuto a distruggere, ma a edificare. Intende bensî animare tutta la vita
nazionale di un’ardente passione politica, che è passione morale e religiosa di
creazione di superiori valori; ma non tollera, non può tollerare che questa
passione abbia a disperdersi e inaridire in vuote formule superstiziose, e in
gare ein cacce di persone od esibizioni di tessere tante volte, ahimé,
turpemente abusate e sfruttate! Quasi che l’Italia fascista da noi vagheggiata
potesse essere quella che si avrebbe il giorno in cui i famosi quaranta milioni
d’ogni sesso od età fossero iscritti tutti nel Partito. Gli uomini da adoperare
, quindi, dovevano essere quelli che per attitudini e preparazione potranno più
utilmente aiutarci nella realizzazione della nostra idea. Cosî ha fatto sempre
MUSSOLINI con la sua sicura volontà realizzatrice. E chi fa della politica dove
c’è da risolvere un problema tecnico, non fa politica, ma spropositi; io
continuava Gentile facendosi forte della sua posizione politica mi riterrei indegno
della tessera che il Partito Fascista mi offri [Polemizzando con Forges
Davanzati critico del culturalismo ( il suo Fascismo e cultura, Firenze,
Bemporad), Vita nova la rivista di Arpinati molto vicina a Gentile affermava le
carenze del nazionalismo in campo culturale, mentre per fare della cultura
bisogna sul serio mettersi al lavoro, e quindi in vece di parlare di essa da un
punto di vista strettamente politico, cosa più saggia sarebbe indicare i mezzi
valevoli per promuovere efficacemente un vero rinnovamento culturale , perché
la cultura deve essere la più grande forza del nostro regime (Rusticus
[SAITTA], Politica e cultura, in Vita nova ). quando ravvisò in me uno dei
precursori e un fascista che faceva sempre sul serio, se scoprissi in me una mentalità
cosi gretta da non distinguere la politica dalla tecnica in un’opera che
riuscirà un grande esame sostenuto dal pensiero e dal carattere degl’ Italiani
innanzi a tutte le nazioni civili, la maggior parte delle quali ci precedette
in questo arringo: se per gusto inopportuno di chiudermi nella rocca forte dei
miei camerati, trascurassi di adoperare tutti gli elementi e tutte le forze che
l’Italia può fornirmi alla costruzione di questo gran monumento nazionale
Questo, per me, è fascismo. È quel fascismo che può affermare con giusto
orgoglio: ic non sono partito, ma sono l’Italia, È il fascismo che può e deve
chiamare a raccolta per ogni impresa nazionale tutti gl’Italiani: anche quelli
dell’anzizzazifesto. I quali, se risponderanno all’appello, non verranno (stia
pur tranquillo Interlandi) per fare dell’antifascismo: verranno, almeno
nell’Enciclopedia, a portare il contributo della loro competenza: a far della
matematica o della chimica o della fisica, e insomma della scienza [La
distinzione gentiliana di scienza e politica non convinse Croce !, né, per
ragioni opposte, Interlandi, il quale replicando a Gentile affermò che in nome
della competenza oggi si affida a molti, a troppi competenti antifascisti, la
compilazione d’un’opera che a parer nostro non dovrà essere solamente un
monumento di tecnica, ma L’Enciclopedia italiana e il fascismo, ora in Fascismo
e cultura. Croce scrive a Casati. Hai visto come Gentile tratta i filosofi
collaboratori non fascisti? Hai visto che li considera apportatori di pietre al
monumento culturale del fascismo? Io previdi chiaramente quello che sarebbe
avvenuto, quando rifiutai l’adesione, che tu mi chiedevi, all’Enciclopedia.
Epistolario. E in una recensione critica di un articolo di Ruiz su L'individuo
e lo Stato, osservò come, anche chi, in questi tempi, è andato incautamente
predicando che scienza e politica sono tutt'uno e che la cultura dev'essere
asservita a un partito o a una frazione, debba in fretta e furia, per salvare
le proprie intraprese, tentar di ristabilire la differenza, come si è visto nei
giorni scorsi, nelle discussioni levatesi a proposito di una certa
enciclopedia. La Critica. In risposta a Croce, Vita nova difese tutta la
concezione di Gentile sui rapporti scienza-politica, concludendo con
l’identificazione gentiliana e fascista del partito con lo stato. Si dice che
l’intento dell’enciclopedia italiana è politico perché la filosofia, lî, vuol
riuscire a un monumento nazionale, e il nazionalismo del Gentile è il fascismo?
Ebbene Croce, lui, ch’è cosî fino nelle distinzioni quando gli fanno buon
giuoco, sa benissimo che questo fascismo non è più un partito o una fazione.
Egli sa benissimo, dunque, che è del tutto erroneo affermare che il Gentile sia
andato predicando che la filosofia debba essere asservita al fascismo inteso in
quel senso (Urbanus, Piccolezze di un grand’uomo, in Vita nova . un monumento
del nostro tempo che, se non erriamo, è tempo fascista Se l’Enciclopedia i
fascisti non la sanno fare, perché non sono competenti, ebbene, non la
facciano; ne faremo a meno. Non perirà per questo né il Fascismo, né l’Italia
Affermazione decisamente contestata da La fiera letteraria che pur assicurando
sulla scarsa libertà di movimento dei 90 firmatari dell’antimanifesto,
sottoposti come tutti i collaboratori al controllo dei direttori di sezione, e
quindi dei loro capi gerarchici Treccani e Gentile, che rispondono del loro
operato dinanzi alla Nazione e al mondo difese la posizione gentiliana e la
necessità di una vasta politica culturale da parte del fascismo: nessun Governo
come l’attuale ha fatto dei problemi della cultura nazionale oggetto di tanti
progetti e di cosî evidenti preoccupazioni. Una cosa è dunque polemizzare e
altra cosa è agire. Cosi una cosa è criticare l’operato degli Enciclopedisti, e
altra cosa è fare una Enciclopedia. Da questa specie di dilemma non si esce se
non dichiarando, come qualcuno ha fatto, che qualora l’Enciclopediu Italiana
non possa farsi senza il concorso dei novanta reprobi, è meglio che non si
faccia. Ma non può sussistere una politica intellettuale o culturale di un
grande partito fondata sopra simili paradossi 1%, La polemica tra Interlandi e
Gentile, tra il fascismo rivoluzionario e quello tradizionalista, si concluse a
favore di quest’ultimo. La lettera provocata probabilmente dal primo articolo
de Il Tevere inviata il 7 maggio dal segretario particolare del duce,
Chiavolini, al segretario del Pnf Turati, con un elenco dei collabo [} senso
del Fascismo e l’Enciclopedia, in Il Tevere Gli attacchi contro l'Enciclopedia.
Politica e Cultura, in La fiera letteraria , Gli attacchi dovettero continuare,
se Codignola avvertiva Gentile che i suoi avversari, ostili alla sua permanenza
nel Consiglio superiore della Pubblica istruzione, potrebbero forse chiedere e
ottenere anche il tuo ‘allontanamento dall’Istituto di Cultura e
dall’Enciclopedia. Tutto questo sarebbe molto grave per te e per le nostre
idealità comuni, ma sarebbe ‘ancora più grave per le ripercussioni che avrebbe
nel paese, già troppo po Vem e perplesso in questo momento (Archivio Codignola,
Firenze). L’Enciclopedia italiana ratori dell’Enciclopedia Treccani già
firmatari del noto manifesto degli intellettuali aventiniani , non ebbe grande
effetto, anche se ad essa e non a un ripensamento dei collaboratori previsti
fosse da attribuire l’abbandono dell’Enciclopedia da parte di 23 (fra cui
Einaudi e Ruffini) degli 85 intellettuali nominati '. I principali filosofi
collaboratori non fascisti annunciati cui altri se ne aggiunsero, firmatari o
meno del contromanifesto crociano, parteciperanno all’opera, e tre firmatari,
Carrara, De Sanctis e Levi della Vida, vi rimarranno anche dopo il rifiuto del
giuramento fascista richiesto nel ’31 ai professori universitari !, Le
polemiche del fascismo estremista contro l’Enciclopedia cessarono nel 1926,
quando proteste come quelle del contromanifesto o del CONGRESSO NAZIONALE DI
FILOSOFIA non ebbero più possibilità di sbocchi politici; non c'è più
un’opposizione antifascista; e tutti son pronti a servire il Regime, che è lo
Stato , affermerà Gentile invitando gli iscritti al Pnf ad accettare la
collaborazione degli italiani capaci ed onesti, anche non fascisti : Anche
l’Italia intellettuale ha fatto molto cammino, e l’antifascismo va buttato,
finalmente, in soffitta ! Tuttavia, se l’opposizione politica era schiacciata,
la stessa opera gentiliana di conciliazione sta diventando meno necessaria con
l’inizio della costruzione dello Stato totalitario. Ma l’Enciclopedia era ormai
avviata, e poté continuare con la collaborazione di quanti seppure in alcuni
casi critici verso il suo direttore o verso il regime avevano aderito
all’impostazione nazionale che Gentile aveva dato all'opera nel ’25!. ACS,
Segreteria particolare del Duce, CARTEGGIO RISERVATO. Per i rapporti di De
Sanctis e Levi Della Vida con Gentile e YE.I. G. De Sanctis, Ricordi della mia
vita, Firenze, Le Monnier, e G. Levi Della Vida, Fantasmi ritrovati, Venezia,
Neri Pozza. Gentile, Fascismo e Università, in Educazione fascista , Volpe nega
l’esistenza di contrasti politici fra i collaboratori, che erano di ogni colore
politico (Giovanni Gentile,p. 359); cosî Pintor (che fu direttore della sezione
Biblioteche ), per il quale Gentile raccolse intorno a sé e indirizzò ad un
concorde e disciDiscussioni o contrasti si trasferirono per il momento
all’interno dell’Enciclopedia, nell’ambito delle scelte culturali: il punto di
maggior frizione su cui ci soffermiamo perché essenziale alla comprensione dei
condizionamenti esterni dell’opera fu il settore religioso, dove Gentile dove
fronteggiare la pressione del mondo cattolico, che per acquistare un ruolo
egemonico nella cultura italiana fu pronto a sfruttare la politica di
riavvicinamento alla Chiesa promossa da Mussolini. Le dichiarazioni di
imparzialità di Treccani e Gentile avevano trovato subito un esplicito
correttivo nell’accettazione del controllo ecclesiastico. Nella prima riunione
del consiglio direttivo dell’Istituto, Treccani dopo aver ricordato le
incomprensioni e le critiche con cui l’iniziativa era stata accolta aveva
precisato: L’Enciclopedia nostra deve corrispondere ai sentimenti tradizionali
degli Italiani e perciò, deve essere non solo patriottica, ma anche bene
accetta alla Chiesa. Per raggiungere questo scopo, un accordo è già
intervenuto; Venturi dirige la sezione per le materie ecclesiastiche e sotto la
sua guida collaboreranno altri ecclesiastici, tra i quali Gramatica e Rosa !4%.
plinato lavoro migliaia di studiosi italiani e stranieri, di ogni credenza e di
ogni scuola: accolti con uguale fiducia i dissenzienti dalla sua filosofia, gli
avversari delle sue idee politiche Gentile negli studi storici e letterari, in
Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, Firenze, Sansoni. Più sfumata la
testimonianza di Momigliano: se Giglioli, Fedele, Volpe e Gentile non
chiedevano, e nemmeno desideravano, che si diventasse fascisti per lo stesso
fatto di entrare nelle Università, nelle Scuole storiche e nella Enciclopedia,
ci si inseriva in organismi fascisti, dove l'imbarazzo era costante e la
cautela diventava abito. Il motto che Croce ci dava il pane spirituale e
Gentile ci dava il pane materiale ricorse allora più di una volta in
conversazione. Una solidarietà implicita si stabiliva tra coloro che erano di
sentimenti antifascisti alla Università o alla Enciclopedia (Appunti su F.
Chabod storico, in Rivista storica italiana. Treccani, Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione compimento. Le Avvertenze ai collaboratori
assegnavano agli argo- [La presenza stessa di ecclesiastici de La Civiltà
cattolica, in posizione privilegiata e non in nome del tanto invocato criterio
della competenza, indica prima ancora di poter esprimere un giudizio sulla sua
efficacia una forte incrinatura nell’impostazione gentiliana dell’opera.
L’accordo di Treccani corrispondeva al processo di avvicinamento in atto fra
Stato e Chiesa il gesuita Tacchi Venturi fu in quel periodo trait-d’urzion fra
Mussolini e il Vaticano !', ma contrastava con la concezione agonistica dei
rapporti fra i due poteri propria di Gentile, fedele alla formula cavouriana e
contrario alla conciliazione di diritto . L’ingerenza della Chiesa, che proprio
scagliò la sua offensiva in campo culturale contro l’idealismo come principale
obiettivo da colpire, fu contrastata ma, soprattutto dopo il ’29, sempre più
subîta da Gentile. L'impostazione iniziale data all’Enciclopedia, per cui
avrebbe dovuto registrare tutti gli indirizzi culturali e affidarsi ai
competenti di ogni materia, fu unita all’accordo di Treccani un’arma a doppio
taglio di fronte alla organizzazione vasta e articolata della cultura cattolica
che sotto la protezione politica dei gesuiti poteva ora utilizzare la capacità
di penetrazione della neoscolastica, istituzionalmente rafforzata col
riconoscimento statale della Cattolica di Gemelli. Ma è anche menti religiosi
il primo posto nel punto III: Delle materie religiose e filosofiche, morali e
politiche gli scrittori dell’Enciclopedia avran cura di parlare con rispetto
assoluto dell’altrui pensiero e coscienza, in modo da consentire che
all’Enciclopedia insieme collaborino uomini di ogni fede e di ogni dottrina che
abbia un suo valore. A tutti i collaboratori dev’esser possibile incontrarsi
sopra un medesimo terreno, dove ognuno, pur mantenendo, com'è necessario, i
propri convincimenti, usi tuttavia un linguaggio che gli altri possano ascoltare.
Tutti i collaboratori sentiranno che soltanto cosî l’Enciclopedia Italiana
potrà riuscire, com'è suo proposito, un lavoro a cui partecipano tutte le forze
vive della scienza e dell’ingegno italiano. Broglio, Italia e Santa Sede dalla
grande guerra alla Conciliazione, Bari, Laterza, e Scaduto]., Venturi. La
Civiltà Cattolica. Felice, Mussolini il fascista, II. L'organizzazione dello
Stato fascista, Torino, Einaudi, Vasoli, I neoscolastici e la cultura italiana,
ora in Tra cultura e ideologia, Milano, Lerici, e Rossi, La filosofia vero che,
nonostante le polemiche molto accese proprio con i neoscolastici, il laicismo
gentiliano conteneva molte falle: l’importanza crescente assunta nella
filosofia di Gentile da una religione ambiguamente intesa, dai Discorsi su fino
alla voce enciclopedica e alla conferenza su La mia religione; la coscienza,
maturata dopo la guerra, del problema politico della religione necessaria al
rinnovamento della cultura da parte di uno Stato non più agnostico che, senza
combattere in nessun modo nessuna particolare forma religiosa, riconosca ed
affermi il valore della religione com’essa vive attraverso tutte le forme !9;
il generico spirito religioso attribuito ai profeti del Risorgimento (non solo
Mazzini e Gioberti), sottolineando però come per Capponi l'impossibilità di
astrarre una indeterminata e vaga religiosità mistica dal complesso concreto
della vita storica italiana, intimamente cattolica !f: tutto ciò favoriva la
trattazione di temi religiosi in un’opera rivolta a valorizzare la civiltà
romana e italiana, e costituiva almeno la premessa per uno scontro duro e
incerto nei risultati, fra l’attualismo che si considerava vera religione , e
le forze cattoliche chiamate a dare il loro contributo. Ma l’accordo citato da
Treccani era destinato a far pendere la bilancia a favore di queste ultime, per
cui è probabile che l’Enciclopedia abbia assolto, nel campo dell’alta cultura,
la stessa funzione favoreggiatrice del pensiero confessionale svolta dalla
riforma scolastica nel settore dell’educazione elementare (e poi media).
neoscolastica e i suoi orientamenti storiografici, ora in Storia e filosofia.
Saggi sulla storiografia filosofica, Torino, Einaudi, Discorsi di religione,
ora in La religione, Firenze, Sansoni, Si pensi agli interventi di Gentile a
difesa della riforma scolastica (Scritti pedagogici, La riforma della scuola in
Italia, cit.), nei quali prevale, sull’idea del confronto fra pensiero laico e
cattolico, il concetto dello Stato non agnostico ma educatore, per concludere che
in Italia, se lo Stato è coscienza attiva nazionale, coscienza dell’avvenire in
funzione del passato, coscienza storica, esso è coscienza religiosa cattolica
Sul laicismo e la concezione gentiliana come elemento essenziale della
tradizione nazionale italiana, L'Enciclopedia italiana Gentile cercò di
contrastare l’offensiva cattolica, come dimostrano l’organizzazione iniziale
delle sezioni di argomento religioso e i loro successivi cambiamenti. La
sezione materie ecclesiastiche affidata a Tacchi Venturi, di cui aveva parlato
Treccani, non compare nel Primo elenco di collaboratori dell'inizio quando le
trattative col Vaticano segnavano il passo; appaiono invece quella di
Filosofia, Educazione e Religione sotto la direzione di Gentile, conforme alla
concezione per cui la religione solo idealmente è distinta da LA FILOSOFIA,
laddove in realtà ogni religione è sempre una filosofia, e ogni filosofia, se
degna del suo nome, è una religione !, la sezione Geografia sacra sotto la
guida di Gramatica, e quella di Storia delle Religioni con Pettazzoni, che fra
i primi aveva introdotto stabilmente in Italia la corrispondente disciplina,
cui Gentile riconosceva, sia pur con alcune cautele, validità scientifica. Nel
primo volume dell’Enciclopedia invece, uscito subito dopo i Patti Lateranensi,
la generica sezione Materie ecclesiastiche diretta da Venturi (probabilmente
non limitata all’agiografia sacra o alla liturgia) si affianca a quelle già
citate di Gramatica e Pettazzoni, alla sezione diretta da Gentile che assunse il
titolo Storia della Filosofia e Storia del Cristianesimo dove, accanto alla
significativa scomparsa della Pedagogia e della Religione (non sappiamo se come
la prima assortbita dalla Filosofia o dalle Materie ecclesiastiche ), si
registra il tentativo gentiliano di controllare tramite Omodeo, come vedremo la
Storia del Cristianesimo . Filosofia e pedagogia e Storia del cristianesimo
risultano distinte, entrambe sempre dirette da Gentile; ma poco dopo, nei primi
mesi del 1931 (vol. XI), Storia del cristianesimo è scom le osservazioni di A.
Lo Schiavo, La religione nel pensiero di Giovanni Gentile, in La Cultura. Il
carattere religioso dell’idealismo italiano, ora in La religione, la recensione
alla Storia delle religioni di G. Foot Moore. parsa: assieme al ritiro di
Omodeo, ciò può essere interpretato come un indebolimento della posizione
gentiliana in questo settore, e un rafforzamento delle Materie ecclesiastiche
di Tacchi Venturi. L'offensiva ecclesiastica è evidente anche nel campo dei
collaboratori: mentre nel Prizzo elenco gli ecclesiastici sono 34 (pari al 2,4%
del totale dei collaboratori), di cui solo 5 gesuiti (di fronte a 13
francescani), nell’Enciclopedia sono già nella percentuale in cui
parteciperanno a tutta l’opera oltre il 4%, di cui il 27% è formato di gesuiti
che costituiscono il gruppo più numeroso; appaiono fin da ora i più eminenti:
oltre a Venturi, Bricarelli, Rosa e Vaccari e, se si eccettuano Omodeo e
Pincherle (storia del cristianesimo), egemonizzano gli argomenti religiosi
(agiografia e storia della chiesa in particolare); accanto agli ecclesiastici,
nel I volume appaiono anche professori di Istituti cattolici romani e della
Cattolica questi ultimi in numero di 6 che, osservava La Civiltà cattolica, per
sincerità di fede affidano chi consulti quest’opera 1°, L'assalto cattolico
all’Enciclopedia era cominciato meno di un mese dopo la costituzione
dell’Istituto Treccani e prima ancora che fosse annunciato l’accordo
intervenuto con le autorità ecclesiastiche: Gemelli fondatore della Cattolica e
paladino della neoscolastica, e uno dei maggiori critici dell’attualismo aveva
offerto il contributo suo (gratuito) e dei suoi amici proponedo per sé temi di
psicologia !, di cui si occuperà nell’Exciclopedia assieme all’altro argomento
in cui era competente , la Neoscolastica,' voce tutta impostata in senso
anti-idealistico, confutando coi fatti il giudizio negativo espresso
politicamente su di lui e su tutta la cultura cattolica dal gentiliano Giuseppe
SAITTA!. Busnelli], L’ Enciclopedia Italiana , in La Civiltà cattolica. AEI,
Lettere, Gemelli. 152 Rusticus [Saitta], L’Enciclopedia cattolica, in Vita nova
. L’infaticabile Gemelli ha lanciato Gentile accetta la collaborazione di
Gemelli e del gruppo neoscolastico, seguendo il criterio per cui l’opera doveva
essere specchio fedele di tutte le correnti intellettuali del paese. A questo
criterio si ispirò anche Omodeo, cui Gentile affidò fin dall’inizio
l’organizzazione del settore religioso da lui diretto. Lo storico del
cristianesimo, le cui lettere e la cui nota vicenda personale sono guida
illuminante per seguire il peso crescente assunto all’ interno
dell’Enciclopedia da Venturi e dagli ecclesia stici (soprattutto gesuiti),
preparò elenchi di voci sull’esempio della Britannica cercando di impedire, con
una trattazione storica degli argomenti, gli interventi dogmatici dei
collaboratori cattolici, e assicurò il contributo di esponenti dei diversi
indirizzi religiosi: gli allievi di Buoniaiuti con in testa Pincherle !, e il
gruppo l’idea di contrapporre alla enciclopedia Treccani diretta dal Gentile
una enciclopedia cattolica. L’idea è buona, anzi ottima, e noi l’approviamo,
perché cosi l’illustre frate che ha il merito di aver fondato un Istituto
Universitario del Sacro Cuore, di cui ancora ignoriamo i risultati, dimostrerà
per l'ennesima volta che il pensiero cattolico nulla ha da dire di veramente
nuovo nel dominio scientifico. Si fa presto a trovare i milioni, ma ciò che è
difficile, difficile assai, è trovare le teste, e di teste colte, sapienti, con
tutta la buona volontà, non ne scopriamo molte nel campo cattolico . Scrive a
Gentile: Non sono riuscito a intendere bene il criterio secondo cui è stabilito
lo sviluppo da dare alle singole voci. Noto che anche gli argomenti cattolici
sono contenuti entro limiti molto pi ristretti che nell’Enciclopedia
Britannica. Ciò non può dipendere dal fatto che sono aumentate le voci. Le voci
aggiunte non mi pare che superino i nomi di teologi e pastori protestanti da me
depennati l’anno scorso dagli elenchi dell’Enciclopedia Britannica. Può darsi
che questo sia un criterio già fissato (di restringere gli argomenti di storia
cristiana ed ecclesiastica). Badi però che c’è un pericolo, specialmente con la
collaborazione dei cattolici: di rendere questa parte dell’Enciclopedia
completamente insignificante come i trattati e i manuali correnti nei seminari,
che nessuno consulta. Massima obbiettività e pura esposizione dei problemi: sta
bene. Ma quella gente non si contenta di questo. Vuole che i problemi siano
ignorati, il che significa tradire lo scopo principale dell’Enciclopedia. È di
ieri la condanna d’un manuale ortodossissimo di storia ecclesiastica corrente
nei seminari, pel solo fatto che onestamente informava dei punti + Ag dei non
ortodossi (Gentile-Omodeo, Carteggio). A Gentile: Ognuno del loro gruppo
sceglierà le voci che meglio rispondono alla loro preparazione e le tratterà.
Ciò non vincola menomamente l’atteggiamento che noi o essi crederemo o crede
ranno di prendere in altre opere, negli apprezzamenti reciproci. L’Encidi
Bilychnis per la storia del protestantesimo. Ma le sue lettere a Gentile
rivelano le pressioni e poi il deciso intervento censorio degli ecclesiastici,
che forti degli accordi, costringeranno Omodeo ad abbandonare il lavoro
all’Enciclopedia, dove sarà sostituito da Pincherle ', Da questo momento i
gesuiti predomineranno nel settore, e La Civiltà cattolica , stendendo un
bilancio dei primi tre volumi dell’opera, poteva profondersi in lodi, pur
lamentando che parecchie voci fossero state affidate a laici non solo, ma di
sensi non cattolici, quali il Pincherle e l’Omodeo. Una particolare menzione
merita il saggio consiglio preso dall’Istituto Treccani di affidare in avvenire
la direzione della Sezione Materie ecclesiastiche e la compilazione degli articoli
nei quali più facilmente possono trascorrere abbagli ed errori, ad
ecclesiastici dell’uno e dell’altro clero, italiani e stranieri, uomini tutti
di sicura dottrina nel campo della sacra letteratura. C'è dunque ragione di
stare a buona speranza che per quel che riguarda direttamente la Chiesa, il
dogma, la storia ecclesiastica, la liturgia e le altre parti della dottrina e
della scienza cattolica, non s'incontreranno quei difetti, talora gravissimi,
che scemano il valore e la stima di altre enciclopedie, compilate con troppa
assoluta indipendenza, ignoranza o anche disprezzo del pensiero cristiano e
cattolico. Oltracciò convien notare come i Direttori dell’Enciclopedia, Gentile
e Tumminelli, insieme col Consiglio direttivo dell’Istituto Treccani, mentre
lasciano agli scrittori la piena libertà d’esprimere il concetto cristiano e
cattolico e il giudizio dei fatti secondo il criterio della soda indagine
ecclesiastica, promettono di invigilare che anche in altri articoli
indirettamente attinentisi alla religione cattolica e alle materie
ecclesiastiche non vengano sostenute o insinuate sentenze o critiche contrarie
o malfondate !9?. Il giudizio dell’autorevole rivista suonava monito per il
futuro, non solo per le voci di argomento religioso. L’enciclopedia rifletterà
obiettivamente la situazione presente della cultura italiana. A Gentile.
ibidem, ed Omodeo, Lettere, Torino, Einaudi, in particolare la lettera a
Gentile [G. Busnelli], L’Enciclopedia italiana cacia del controllo
ecclesiastico, su cui esistono testimonianze di contemporanei e che sarà
verificata più avanti, poggiava ormai sulla nuova situazione politica e
culturale creata dalla Conciliazione. Con il contrasto fra cattolici e
idealisti si trasformò in aperta frattura, registrata immediatamente dal CONGRESSO
DI FILOSOFIA che vide lo scontro fra Gentile e Gemelli. Il pericolo
dell’ingerenza cattolica fu avvertito subito da Gentile, che cercò di reagire
attaccando il dogmatismo neotomistico '? e sottolineando il carattere religioso
dell’attualismo, La funzione da lui svolta era tuttavia destinata a indebolirsi
con la nuova alleanza stabilita dal regime, e l’Enciclopedia diverrà luogo di
uno scontro sempre più duro con i cattolici apertamente incoraggiati dalla
messa all’indice delle opere di Croce e Gentile. Il quadro storico generale in
cui nacque e fu realizzata l’idea dell’Enciclopedia fin qui tracciato ha
contribuito a spiegare le sue origini nel clima di riscossa nazionale del
dopoguerra, e la funzione di assorbimento di intellettuali di diversa formazione
da essa svolta, e in vista della creazione dello Stato totalitario; cercheremo
ora, attraverso la lettura interna dell’opera, di chiarire le scelte culturali
operate, che non possono essere dedotte Minimizzato da Volpe, il controllo
ecclesiastico è invece ritenuto esteso a tutti gli argomenti da Calogero,
Mussolini, la Conciliazione e il congresso filosofico in La Cultura , e
testimoniato da Vida, ad es. le dichiarazioni di Gentile riportate in
Educazione fascista Alla lettera con cui Salvadori rifiutò l’invito gentiliano
di collaborare all’E.I., opera dove la filosofia dominante nega Dio vivo e vero
per adorare la divinità dell'uomo (pubblicata postuma da A. Frateili, Vita e
poesia di Salvadori, in Pègaso ; ora in Lettere di Salvadori scelte e ordinate
da Trompeo e Vian, Firenze, Le Monnier), Gentile rispose qualificando giudizi
temerari: 1) che nella detta Enciclcpedia domini una filosofia (che non è
vero); 2) che la mia filosofia neghi il divino vivo e vero (che è falso); 3)
che adori il divino dell’uomo (che è un equivoco molto grosso) (Giornale
critico della filosofia italiana). meccanicamente dal rapporto col clima
politico in cui vennero attuate, anche se di questo dovremo tenere conto.
Centro di raccolta dei maggiori studiosi italiani, rappresentanti non solo
quando li uni la politica di conciliazione di Gentile differenti indirizzi di
pensiero !, l’Enciclopedia fu considerata allora come uno strumento capace di
promuovere studi e ricerche in campi fin allora inesplorati dalla scienza
italiana. Nell’impossibilità di controllare questa affermazione, ci limiteremo
a verificare il giudizio di quanti vi hanno visto l’espressione di una cultura
accademica impermeabile al fascismo, positiva , costituita di fatti e di
informazioni, contro la quale polemizzeranno, in un ambiente sempre più chiuso
alle moderne esperienze contemporanee, i nuovi mistici della fede cattolica o
della dottrina fascista . Sarebbe tuttavia da verificare l’accenno di Volpe
alla diminuzione del numero dei collaboratori per volume, che potrebbe indicare
una maggiore progressiva uniformità di voci. ad es. Pincherle, per il quale
l’E.I. riproduce in sostanza lo stato odierno della cultura italiana, con i
suoi pregi e anche, è naturale, con le sue deficienze: a riparare alle quali la
preparazione di un'Enciclopedia è appunto stimolo efficace più di tanti
discorsi, e Gentile: è già interessante vedere come quest’alta cultura italiana
abbia avuto dall’Enciclopedia uno sprone e uno stimolo a misurarsi in campi
finora trascurati. L’Enciclopedia ha fatto sî che, p. es., ci siano ora degli
storici italiani (e questo è un fatto nuovo) che si occupano di proposito di
storia delle altre nazioni, dall'Europa all’Estremo Oriente. Non uno o due
specialisti, ma parecchi, e, quel che più importa, giovani (L’Enciclopedia
Italiana, in Rassegna italiana politica e letteraria . Tanto che Volpe potrà
dire che l’E.I. fu, per dieci anni, un gran porto di mare; fu la vera
Universitas studiorum non di Roma o d'altra città ma di tutta Italia e, un
poco, di tutta Europa. E un uomo di nome europeo, e pit che europeo, Gentile,
ne era il Rector Magnificus, sempre presente, anche se non ingombrantemente
presente. Di voci partigiane ma dignitose ha parlato G. Devoto (Ur ricordo, in
Il Corriere della sera). Significativi il giudizio di Speranza [Luca, uno dei
principali collaboratori ecclesiastici dell’enciclopedia], Temzpo
d'Enciclopedia?, in Il Frontespizio, Chi domanda all’Enciclopedia il corso dei
propri giorni e la regola della vita terrestre ed eterna? L’Enciclopedia è
ormai cosa da positivisti ), e il modo in cui venne annunciato dalla stessa
Critica fascista il Dizionario di politica del Pnf che sarà pubblicato :
prezioso repertorio dottrinale, a base del quale non sarà tanto l'informazione
quanto la valutazione di idee e fatti dal punto di vista fascista: opera, cioè,
come ben A molti dei filosofi che hanno valutato complessivamente i contenuti
dell’Enciclopedia, emblematica delle vicende culturali del periodo fascista, è
parso che in essa permanessero i valori di una cultura impermeabile al
fascismo, sia per la presenza di eminenti personalità antifasciste, come SOLARI
e MONDOLFO, sia per l’ampiezza di settori ritenuti difficilmente influenzabili
dall’ideologia del fascismo, e dal carattere puramente espositivo, come quelli
geografico e artistico. È il caso di BOBBIO, per il quale l’opera è
indiscutibilmente la più grande rassegna che sia mai stata tentata sino ad oggi
della cultura accademica del nostro paese, e non è, se non in qualche frangia
marginale, che appare una stonatura, un’opera fascista, in quanto tutto ciò.
che vi fu di fascistico, anzi disquisitamente fascistico, nei trentasei volumi,
fu concentrato nella voce Fascismo: un’interpretazione che, mentre coglie
nell’impresa la presenza di tutto o quasi tutto lo stato maggiore della
cultura. accademica post-fascista, tende a negare qualsiasi influenza
dell’ideologia del fascismo sulla cultura, secondo la nota tesi crociana. Né si
discosta molto dalla sostanza di questa interpretazione, pur con giudizio di valore
rovesciato, Rosa, che, attento a sottolineare la continuità del carattere di
classe della cultura borghese prima e durante il fascismo, si limita con
Momigliano a rimproverare agli intellettuali che parteciparono all’impresa che,
collaborando, si collaborava inequivocabilmente ad un’opera del regime ,
osservando tuttavia che in questo caso la fascistizzazione della cultura non
comportò neanche un’appropriazione ideologica, come quella verificatasi nel
campo della scuola, ma soltanto la gestione istituzionale di ampi settori
d’intellet sanno i collaboratori che vi attendono fervidamente, di impostazione
e di finalità politiche, e non di una pura e semplice enciclopedia cultu rale
(Mattei, Cultura fascista e cultura dei fascisti. Bobbio, La cultura e il fascismo,
in AA.VV., Fascismo e società italiana, a cura di Quazza, Torino, Einaudi,
tuali di tendenze e opinioni diverse. Solo Badaloni, cogliendo la novità
rappresentata dal fascismo anche in campo culturale, ha avanzato l’ipotesi di
un legame fra l’ideologia del regime reazionario di massa e la cultura di cui
l’opera fu espressione, pur affermando che l’Enciclopedia si caratterizza
certamente per l’aspetto della continuità rispetto alla tradizione precedente,
assicurata dal ruolo svolto da Gentile, Un esame ravvicinato dell’opera
permette in realtà di individuare, accanto ai forti condizionamenti politici
del regime divenuti espliciti con il riconoscimento ufficiale dell’iniziativa
di Treccani e alla elaborazione di una cultura propria del fascismo ', l'impossibilità
dei non molti intellettuali non allineati al regime di mantenersi autonomi
all’interno di una istituzione fascista; e, infine, il carattere non
univocamente gentiliano dell’opera, non tanto perché, come ha affermato
Momigliano, Gentile si limitava in alcuni casi a dare ai collaboratori il pane
materiale mentre Croce forniva quello spirituale, quanto perché, più in
generale, l'impresa enciclopedica si pose come coronamento di quel processo di
selezione di una cultura di destra su cui ha insistito Amendola che si era
venuta rafforzando a partire dall’età giolittiana, e, se vi fu un elemento non
completamente omogeneo a questa cultura, esso non fu rappresentato dal
liberalismo di Croce, bensî dalla componente cattolica che, Rosa, La cultura,
in Storia d'Italia, Dall'Unità a oggi, Torino, Einaudi, Badaloni-C. Muscetta,
LABRIOLA, Croce, Gentile, Bari, Laterza, Sulla cultura del fascismo.
l’introduzione di Garin a Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, Editori
Riuniti, e la recensione di Amendola al volume di Garin (ora in Fascismzo e
movimento operaio, Roma, Editori Riuniti). Amendola, che ha tuttavia negato
l’esistenza di una cultura fascista. Non c’è stata una cultura fascista. C'è
stata una adesione politica degli intellettuali al fascismo, una accettazione
del regime sulla base di posizioni culturali molto diverse. Al fascismo
aderiscono positivisti e idealisti. Uomini di varie e contrastanti correnti
artistiche mantengono, nel quadro politico fornito dal regime, le proprie
posizioni culturali, e il regime lasciava correre (Id., Intervista
sull’antifascismo, a cura di Melograni, Bari, Laterza, mirò a sostituirsi
all’attualismo e al debole laicismo di Gentile. Definire idealistica
l’Enciclopedia, come da più parti è stato fatto !’, è insufficiente a
comprenderne la complessità e, probabilmente, la stessa capacità di durata
nella cultura italiana. Per far ciò è necessario ricordare che l’opera di
organizzazione del consenso intrapresa da Gentile e integrata, non senza forti
contrasti, dall'intervento cattolico: la constatazione acquista tutto il suo
valore, ove si pensi che all’impresa furono interessati 3.266 collaboratori
quel piccolo e rissoso e indisciplinato mondo dei filosofi il più riottoso,
individualista, disgregato ha dato e dà da anni un esempio di adattamento al
lavoro collettivo, ricorderà il revisore-capo Bosco, e che, ad avvalorare (in
positivo e in negativo) il giudizio di alcuni studiosi sulla continuità tra
fascismo e postfascismo, l’Enciclopedia ha attraversato impunemente la caduta
del regime per presentarsi ancora oggi, immutata nei contenuti dopo cinquanta
anni dalla sua apparizione, come strumento di lavoro di studiosi e di studenti.
Le Appendici che sono cominciate a uscire non hanno potuto modificare i
contenuti generali dell’opera che, ristampata fotoliticamente mentre PRESIDENTE
dell’Istituto era diventato Sanctis, non ha sentito il bisogno, a differenza
dell’Enciclopedia britannica, di rinnovarsi col mutare della società, degli
orientamenti politici e delle prospettive culturali, attuando cosî, molto al di
là delle sorti del regime al quale è legata la sua nascita, l’auspicio,
formulato da Gentile, di veder prolungare la nostra vita in un’opera che
continuerà ad essere ricercata e apprezzata dagl’Italiani per cui essa è stata specialmente
pensata e compilata e per gli stranieri che noi ci lusinghiamo di Essa fu
qualificata un enorme e informe cibreo idealistico-fascista da Togliatti,
Gramsci e don Benedetto, ora in I corsivi di Roderigo, Bari, De Donato. Di
enciclopedia dell’idealismo parlano Piovani, Il pensiero idealistico, in Storia
d’Italia, V.I documenti, 2, Torino, Einaudi, Spirito, Memzorie di un
incosciente, Milano, Rusconi (dove l’opera è considerata una prosecuzione del
fascismo), Bosco, Enciclopedia Italiana, aver legati all'Italia con nuovi
vincoli di simpatia e di stima, mentre l’Italia per l’azione potente d’un
grande Uomo e d’una grande Idea risorgeva per la terza volta a imperiale
potenza e riafferma nel mondo la sua missione. Il regime non si era limitato a
condizionare dall’esterno l’opera, ma ne aveva facilitato la realizzazione
facendo propria l’iniziativa di Treccani. Le difficoltà economiche
dell’Istituto originario insorte e aggravatesi con la grande crisi portarono ad
una sua fusione nell’ente editoriale Treves-Treccani-Tumminelli, e infine
all’intervento in prima persona del governo che, riconoscendo l’opera di
interesse nazionale, con d.l. costituî, con il finanziamento di banche
parastatali, l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Treccani, sotto
la presidenza di Marconi. A queste vicende editoriali si accompagnò un pit
stretto controllo da parte del regime e l’abbandono della politica di
conciliazione perseguita da Gentile; cosî, se ancora Gentile poteva
riconoscere, nella prefazione al primo volume dell’opera, l'opportunità di un
ragionevole eclettismo e di una scrupolosa imparzialità , spentesi le battaglie
che si erano svolte nella fase preparatoria e di cui la vicenda di Omodeo è
l'esempio più significativo, il direttore dell’Enciclopedia notava che, perduta
per via qualche forza anche ingente, non fatta per questa disciplina
indispensabile a un lavoro di questo genere, e formata ormai la famiglia, quale
io la sento intorno a me, dei direttori e redattori, si tratta piuttosto di
scaramucce e di semplici avvisaglie !?. Due anni dopo, intervistato
all’indomani del d.l., Gentile marcava la differenza fra la situazione attuale
e quella di otto anni prima, ricordando che nel 1925 WI E.I., Appendice, ACS,
Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della cultura popolare,
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Come e da chi è stata fatta,
ciGentile, Ancora delle tribolazioni di un enciclopedista. Come d Dee e si cuce
îl libro per tutti, in Il Corriere della sera , la collaborazione alla Enciclopedia
venne aperta a quanti avevano una fama sicura ed una competenza accertata nei
vari rami delle lettere, delle arti e delle scienze. Forse fu un errore. Ma
allora, mentre vivevano ancora i vecchi partiti, si pensava che la nostra
Enciclopedia potesse fare opera di concordia, accogliendo uomini che, benché
non fascisti, avevano accettato il programma dell’Istituto che si inspirava
alla coscienza del glorioso passato del popolo italiano e a quegli alti destini
cui esso può e deve aspirare; seguiremo fedelmente le direttive che il Duce ci
ha impartito, concludeva rispondendo a una domanda sui propositi per l’avvenire
!. È naturale che Il Tevere non riprendesse le polemiche, ma si limitasse a
notare come l’opera per l'ampiezza del testo e per la profonda dottrina della
compilazione avesse assunto il carattere di grande Enciclopedia nazionale.
Tanto pi che, a convalidarne l’aderenza al regime agli occhi di quanti vi
avevano criticato uno spirito quanto meno afascista, meno di un anno prima
della costituzione del nuovo Istituto sull’Enciclopedia era stata pubblicata la
voce Fascismo firmata da Mussolini, subito presentata come la massima
espressione della dottrina del fascismo. Non mancarono tuttavia, anche in
questa fase, feroci attacchi all'opera da parte de La Vita italiana di PREZIOSI
e de Il Secolo fascista di Fanelli ‘, l’anti-gentiliano ben visto negli
ambienti cattolici ‘ e autore del pamphlet Contra Gentiles nel quale sosteneva
che nell’Exciclopedia i gentiliani Origini e finalità della monumentale opera,
in La Stampa Il nuovo atto costitutivo dell'Istituto dell’Enciclopedia italiana
firmato alla presenza del Duce, in Il Tevere All’apparizione dell’enciclopedia
il giornale aveva commentato: quanto ai gesuiti, si può star tranquilli:
giacché a curare, dell’Enciclopedia, la parte di cultura religiosa è stato
propriamente Venturi. Nel cantiere dell’Enciclopedia, in Il Tevere. La Vita
italiana IT? Il Secolo fascista ad es. la recensione di Bobbio a Contra
Gentiles di Fanelli. Studium.. hanno organizzato con una perfidia senza
precedenti, la controrivoluzione, demolendo sistematicamente tutti i valori
esaltati dal fascismo, mistificando e stravolgendo il significato delle sue
istituzioni. Ma furono voci minoritarie, espressione di divergenze ideologiche
e culturali, non politiche. Dubbi di natura politica, probabilmente collegati a
lotte di potere scatenatesi per il controllo dell’Istituto, furono avanzate
solo in un rapporto anonimo a MUSSOLINI, secondo il quale fra i collaboratori
dell’opera vi erano parecchi anti-fascisti, e veniva lasciata troppo mano
libera ai compilatori di cui son note le idee antifasciste. Ma Gentile poté
replicare di essere stato autorizzato esplicitamente da Mussolini a mantenere
le collaborazioni di Sanctis e di Vida, che avevano rifiutato il giuramento
imposto ai professori universitari, e di esercitare un ferreo controllo sulla
redazione e sull’esecuzione di tutta l’opera. Nella scelta dei collaboratori
esterni posso assicurare che si tiene il massimo conto delle tendenze politiche
degli scrittori scartando tutti gli antifascisti. Come posso altresi assicurare
che nessun collaboratore, in nessuna materia, ha mano libera; e tutti gli
articoli sono soggetti a rigorosa revisione, Nelle sue memorie, del resto,
Sanctis non si mostra cosciente del significato politico dell’Enciclopedia e
quindi della sua partecipazione !, mentre Levi Della Vida ricorderà di essere
stato convinto a collaborare dopo un primo rifiuto dalla promessa di non
politicità dell’opera fatta da Gentile, pur riconoscendo che senza dubbio non
può non avvertirsi in alquante voci delFanelli, Contra Gentiles. Mistificazioni
dell’idealismo attuale nella rivoluzione fascista, Roma, Biblioteca del Secolo
fascista, anche, per l’accusa mossa all’E.I. di aver massacrato la storia di
Roma, Bortone, Mito e storia di Roma durante il fascismo, in Palatino Felice,
Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso Torino, Einaudi, Sanctis, Ricordi
della mia vita. Scrivendo a Ricciotti, in qualità di presidente dell’Istituto,
Sanctis dirà di voler continuare l’Ernciclopedia evitando peraltro, grazie al
nuovo clima di libertà, quelle sia pur lievi concessioni che la prima edizione
ha dovuto fare ai tempi (AEI, Lettere, Ricciotti). l’Enciclopedia il clima
peculiare all’Italia di quel tempo, ma direi che ciò è fatto con una tal
discrezione, colla preoccupazione, si direbbe, di non dar troppo nell’occhio: a
ogni modo confesso che mi sentirei forse più in pace colla mia coscienza se
avessi persistito nel rifiuto. Ciò che emerge con chiarezza dalla vicenda
dell’Enciclopedia è lo sforzo del regime, che appare in larga parte riuscito,
di organizzare il consenso degli intellettuali. Questa novità del fascismo era
colta con difficoltà dagli antifascisti; più attenti ai problemi della cultura
e degli intellettuali furono gli esponenti di Giustizia e Libertà, fra i quali
Venturi, che afferma: Sono abbastanza noti i provvedimenti presi dal fascismo
per organizzare i corpi armati contro gli italiani oltre che contro gli
stranieri, e gl’istituti finanziari ed economici a favore di pochi arrivati al
potere. Ma non è ancora stato analizzato il successo del fascismo nel
promuovere la cultura in Italia. Mussolini ha compreso l’importanza di una
cultura foggiata a sostegno del regime, e, privo di ogni ideale da offrire come
meta all’intelligenza, convinto che solo il denaro può interessare gli uomini,
ha largheggiato di mezzi verso gl’intellettuali in un modo inconsueto in
Italia. Ma anche gli esponenti di Giustizia e Libertà non coglievano il
contenuto di classe di questa nuova cultura, e la capacità del regime e poi dei
cattolici di improntarla delle proprie ideologie. Può quindi essere utile un
sondaggio che, pur limitandosi a tre settori di voci dell’Enciclopedia
politiche, storiche, religiose, cerchi di valutare i contenuti culturali
dell’opera nel più generale contesto politico in cui fu realizzata: non tanto
per rilasciare patenti di fascismo e di antifascismo a singoli collaboratori,
quanto per vedere se nei loro contributi emergessero o meno elementi funzionali
all’ideologia che il fascismo veniva elaborando. Con ciò non si potrà ritenere
esaurito, del resto, l’esame dell’opera, in cui ampio è l’apparato di voci
illustrative (tecniche, geografiche e artistiche); anche Vida, Fantasmi
ritrovati, Travi (Venturi), La cultura italiana sotto il fascismo, in Quaderni
di Giustizia e Libertà, se un ulteriore approfondimento dovrà valutare fino a
qual punto queste ultime possano essere considerate esposizioni asettiche, dal
momento che, ad esempio, un geografo come Almagià, ben inserito nelle
istituzioni culturali e negli organismi politici del regime e direttore, con
Biasutti, della sezione Geografia dell’Enciclopedia, poteva affermare che le
trenta pagine dedicate alla geografia dell'Albania costituivano uno spazio non
certo soverchio, relativamente alla importanza che questo paese ha oggi per
l’Italia. Resteranno fuori dalla nostra analisi, fra gli altri, due settori
molto importanti, quello filosofico e quello scientifico. Il primo, com'è
naturale, fu più direttamente controllato da Gentile, la cui influenza è
facilmente avvertibile; ma può essere interessante notare come in esso non
manchino anche riferimenti all’attualità politica: la trattazione
dell’Idealismzo offre ad esempio a Calogero l’occasione per osservare che dalla
sinistra hegeliana muovevano quei pensatori che, come Marx, Engels e Lassalle,
tradussero il dialettismo genetico dell’idealismo in un evoluzionismo
naturalistico, condannando ogni spiegazione delle cose che non si riferisse
nudamente alle ferree leggi della natura e tramandando tale fiero odio per ogni
ideologia e idealismo fino ai giorni nostri, in quei paesi, come la Russia, che
da essi hanno mutuato la concezione politica. D'altro lato, Spirito considera
come filosofia del fascismo, sia pur allusivamente, l’Attualismo, che ha
condotto alla definitiva negazione della filosofia come metafisica e alla sua
identificazione con la storia e con la vita. Questo spiega come l’attualismo
non sia rimasto un puro sistema filosofico, ma sia penetrato in tutti i campi
della cultura e della vita politica, e abbia condotto a un profondo
rinnovamento della coscienza nazionale. Almagià, La geografia nella
Enciclopedia Italiana, in Bollettino della R. Società geografica italiana.
Biasutti-Almagià, Le geografia nella nuova Enciclopedia italiana, in Atti del X
congresso geografico italiano, Milano, Capriolo e Massimino. Particolari cure
sono rivolte all’Italia, alle sue colonie, ed ai paesi che sono in più stretti
rapporti col nostro. Nel settore scientifico, in particolare per quanto
riguarda la storia della scienza dove fu dato largo spazio al genio italiano,
si assiste invece a una divisione del lavoro tra studiosi non attualisti e
gentiliani. Spirito aveva sostenuto, al CONGRESO DI FILOSOFIA,
l’identificazione di filosofia e scienza, spingendo Gentile a riconoscere
l’importanza della storia della scienza per la stessa ricerca scientifica; ed è
proprio Spirito l’autore della voce Scienza nella quale, dopo aver tratteggiato
storicamente il problema dell’unità o della distinzione tra scienza e
filosofia, oppone a CROCE, teorico del dualismo, il Gentile negatore di ogni
distinzione tra concetti puri e concetti empirici, e rivendica a se stesso e ad
Volpicelli il merito di aver tentato di dimostrare che la distinzione dialettica
dei momenti, essendo implicita in ogni procedimento logico non può
caratterizzare in concreto la differenza di determinate scienze empiriche e
filosofiche, e che la distinzione di diversi gradi filosofici, naturalistico e
idealistico, deve essere superata anche nel campo delle scienze particolari. Il
dualismo fu allora superato solo apparentemente, nonostante la volontà degli
attualisti di impadronirsi della tematica scientifica da un punto di vista
filosofico. Enriques, lo storico della scienza che dirigeva la sezione
Matematica, concludeva significativamente cosî una lettera a Gentile in cui
illustrava le proprie idee sulla redazione della voce Scienza: niente impedisce
se l’articolo Le apparirà manchevole che sia integrato da un successivo
articolo filosofico, nel senso che la parola ha per Lei, diverso dal mio. Fu
questo il criterio che, se non fu adottato per questa voce, guidò la redazione
di molte altre di carattere storico-scientifico, che vennero suddivise in due
parti: una Gentile, Introduzione alla filosofia, Milano-Roma,
Treves-Treccani-Tumminelli, A1 fatto che Gentile dette una certa estensione
alle voci di storia della scienza nell’Enciclopedia accenna Bulferetti, Gli
studi di storia della scienza e della tecnica in Italia, in Nuove questioni di
storia contemporanea, Milano, Marzorati, AEI, Lettere, Enriques. più
propriamente scientifica, riservata a studiosi di formazione positivistica, e
una filosofica, affidata ad attualisti, come nel caso di GALILEO, scritta da
Marcolongo e Allmayer, o di VINCI, dove accanto ai vari specialisti della
multiforme attività dello scienziato volle apporre la sua firma lo stesso
Gentile. L’esame delle principali voci di carattere politico conferma
pienamente l’esistenza non solo di una ideologia, ma anche di una cultura
fascista, attraverso la quale il regime cerca di costruirsi una legittimazione
storica. Resta ancora da compiere una ricognizione degli studi di scienze
politiche che si vennero elaborando in Italia tra le due guerre mondiali e che,
non limitandosi a ricostruire le discussioni metodologiche sulla storia delle
dottrine politiche, sia attenta al legame con la tradizione inaugurata da
Mosca, Pareto e Michels, e a quello tra elaborazione teorica e ricostruzione
storica, al rapporto con la politica sviluppata dallo Stato fascista e alle
istituzioni in cui questi studi si concretizzarono, in un momento in cui,
proprio a partire dal 1924, furono create le prime Facoltà di scienze politiche
dalle quasi ci si attendeva la formazione di una nuova classe dirigente. Le
voci enciclopediche sono solo una spia della estrema ideologizzazione cui era
soggetta questa tematica, e della fortuna della concezione gentiliana dello
Stato, che più di quella di Croce cercò di affrontare il problema dell’emergere
delle masse sulla scena politica nazionale, Non ci sembra di poter condividere
l’opinione di Bob ad es. Testoni, La storia delle dottrine politiche in un
dibattito ancora attuale, in Il Pensiero politico Un interessante tema di
ricerca suggerisce in questo senso Montenegro, Politica estera e organizzazione
del consenso. Note sull’Istituto per gli studi di politica internazionale., in
Studi Storici le osservazioni di Racinaro, Intellettuali e fascismo, in Critica
marxista-- Bob bio che la presenza dell’ideologia fascista nell’Enciclopedia
sia avvertibile solo nella voce Fascismo. Anche se gia Treccani aveva potuto
affermare, ringraziando Mussolini per la promessa fatta a Gentile di
collaborare per questa voce, che l’Enciclopedia non poteva ottenere pit
importante e significativo suggello del carattere suo, di opera italiana del
regime !, la voce, scritta frettolosamente da Gentile per la prima parte ( Idee
fondamentali ) e da Mussolini per la seconda (Dottrina politica e sociale)
!", non è, all’interno dell’opera, l’unica né, forse, la più articolata
espressione dell'ideologia e della cultura politica del regime. Uscita nello
stesso anno in cui Croce pubblicava il manifesto del liberalismo, la Storia
d’Europa, quella che i contemporanei considerarono la summa dottrinale del fascismo
colpisce infatti per la sua genericità, dovuta probabilmente anche alla volontà
di non dare appigli a quanti, all’interno del regime, cercavano di
appropriarsene la dottrina. Se la mano di Gentile è indubitabile, come
rilevarono subito i commenti degli antifascisti La Libertà sottolineò nella
voce la concezione dello Stato propria del filosofo della Enciclopedia
Treccani, mentre Lo Stato operaio colse nella prima parte dello scritto la
marca di fabbrica della ditta intitolata a Gentile !, non è meno significativo
il fatto che i commentatori di parte fascista non dessero un particolare
rilievo alla influenza attualista, e ciò non solo per piaggeria verso
Mussolini, che aveva firmato tutta la voce. Un accenno, sia pure sfumato, vi è
solo in Bottai più vicino al filosofo siciliano il quale osservò che con la
Dottrina del fascismo la cultura moderna era giunta a Treccani a Mussolini
(ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato). Segreteria
particolare del Duce, Carteggio ordinario, e la testimonianza di A. Iraci,
Arpinati l'oppositore di Mussolini, Roma, Bulzoni. A parte questo caso,
l’attribuzione di alcune voci non firmate si basa sulle lettere e sullo
schedario per autori conservati presso l'Archivio dell’Enciclopedia italiana.
IL DUCE-FILOSOFO E LO STATO FASCISTA, in La Libertà; Donini, Il fascismo
secondo Mussolini, in Lo Stato operaio quella critica del socialismo e del
liberalismo, a quel senso realistico della storia e a quel pensiero
idealistico, che sono stati, prima oscuramente ora chiaramente, i caposaldi del
pensiero mussoliniano. Gli anti-gentiliani furono invece assai espliciti nel
distinguere la dottrina del fascismo dall’attualismo: non solo, naturalmente,
Fanelli, ma anche Carlo Costamagna, autore di parte della voce Corporazione:
dopo aver affermato che il fascismo, pur possedendo una dottrina, non può e non
deve possedere una filosofia, perché non esistono verità assolute, eterne e
universali, fuori del dogma religioso per il credente, nota che l’attivismo
fascista è lo sforzo ad impadronirsi della realtà e a dominarla, e nulla ha di
comune con quell’attualismo neo-hegeliano che, nell’illusione di assorbire e
superare il razionalismo e il materialismo, coi soliti espedienti
dell’astrazione, non ha saputo apprestare se non una esercitazione di parole,
buona a giustificare qualsiasi comportamento pratico, ricadendo negli eccessi
dialettici propri ad ogni filosofia delle epoche di decadenza ! E particolare
significato assume il commento della rivista ufficiale di Mussolini, Gerarchia,
che sembra attaccare, oltre a Gentile, gli esiti di sinistra del gentiliano
Spirito quali si erano manifestati, nel maggio [ II secolo di Mussolini, in
Critica fascista. Bottai insisteva su una presentazione di sinistra della
dottrina del fascismo: nega l’ideologia marxista, ma accoglie il movimento
operaio, dandogli un posto giuridico-politico nello Stato; nega l'ideologia
democratica, ma non intende restituire gli individui alla condizione di bruti
privi di dignità spirituale, come sarebbe in uno Stato di polizia ; La dottrina
del fascismo, che non ignora né l’esperienza democratica né quella socialista,
concepisce lo Stato come il sistema dei diritti-doveri degli individui
organizzati per raggiungere i più alti fini etici della personalità umana (nella
sua concretezza nazionale), e non può fare a meno di tendere verso una
giustizia sociale che, in regime liberale, non poteva non essere calpestata. In
questo senso se il nostro secolo, come dice Mussolini, sarà un secolo di
destra, esso, proprio perché è il secolo dello Stato (se lo Stato non è, e non
dev'essere, strumento della prepotenza dei pi forti), sarà un secolo di
sinistra. E l’organizzazione corporativa italiana ne è una prova . Bottai sarà
autore della voce Corporativismo nell’Appendice. Fanelli, Contra Gentiles.
Costamagna, Pensiero ed azione, in Lo Stato, precedente, al II Convegno di
studi corporativi di Ferrara: la parola di Mussolini poneva fine, secondo la
rivista, al tentativo delle varie correnti culturali italiane di monopolizzare
la dottrina del fascismo, la quale fu identificata anche con il benedetto,
onnipresente liberalismo: sia con quello vero, che, partendo dal mito delle
intangibili libertà individuali, si ferma allo stato come complesso di servizi
utili e giungeva, al massimo, ad accettare un forte stato di polizia, guardiano
notturno dell’ordine pubblico; sia col liberalismo ancora pié vero, che dalla
base della fantastica acrobazia dialettica della identità assoluta fra stato e
individuo, finiva, logicamente, con l’identificare la dottrina fascista con
l’utopia comunista. Colpisce infatti, soprattutto nella parte sulla Dottrina
politica e sociale, che alle istituzioni corporative sia fatto solo un cenno
assai rapido, nonostante che l’elaborazione della dottrina corporativa fosse andata
molto avanti, e nella voce si insista sul fatto che proprio dopo la crisi chi
può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato . Il
motivo, suggerito da Gerarchia, è reso esplicito da Vita nova, la rivista del
gentiliano Saitta, per il quale dopo il mirabile articolo del Duce sulla
dottrina del fascismo, pubblicato nell’Enciclopedia Treccani, discutere sulla
struttura filosofica e politica della relazione Spirito al Convegno di studi
corporativi, è non solo vano ma temerario, in quanto la corporazione
proprietaria ci riporterebbe pari pari all'esperienza bolscevica. Nonostante
queste prese di distanza ma è da ricordare che anche Gentile precisò il suo
pensiero rispetto a quello di Spirito, risulta evidente la marca di fabbrica gentiliana
della voce, anche se alcuni passi possono ricordare formulazioni di Rocco: cosî
nella dichiara[Caparelli, La dottrina fascista nel decennale, in Gerarchia
Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Noi, La corporazione
proprietaria, in Vita nova, ad es. il discorso di Rocco, La dottrina zione del
carattere assoluto dello Stato e nell’affermazione della preminenza dello Stato
sulla nazione fatta in implicita polemica con i nazionalisti, che sarà ripetuta
da Battaglia in Nazione, e non sarà negata nella voce Nazionalismo di D'Andrea
e Federzoni, preoccupati solo di dimostrare le origini antidemocratiche del
nazionalismo europeo, e contestare la primogenitura francese sul nazionalismo
italiano di Corradini; o nel paragrafo sulla religione cattolica, in cui si
dice che il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e
anche il Dio cosi com'è visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del
popolo . Pi accentuata che non in Gentile è invece la negazione del secolo del
liberalismo, che vide, al contrario, la vittoria di Napoleone III e di Bismarck
il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà e di
quali profeti si servisse, e, nel Risorgimento italiano, l’apporto decisivo di
Mazzini e Garibaldi, che liberali non furono. Ciò che comunque interessa
rilevare, al di là della ricerca delle sue fonti teoriche, è il fatto che la
voce, pur nella sua genericità, condensa quei capisaldi dell’ideologia del
fascismo che circolarono ampiamente negli scritti di studiosi di scienze
politiche, di giuristi, storici, economisti; né sarà da dimenticare che, oltre
a essere diffusa e commentata in numerosissime edizioni, essa nella sua parte
propriamente mussoliniana (Dottrina politica e sociale), fu premessa allo
statuto del Pnf. Non vanno quindi considerate semplici enunciazioni
propagandistiche la.negazione del materialismo storico e della lotta di classe
con espressioni in cui Gramsci coglieva l’in-flusso di Loria, o quella del
pacifismo ribadita in Pacifismo di Vecchio, l’affermazione della vocazione
impetrialistica dell’Italia fascista, e la pretesa del fascismo di presentarsi
come il superatore, e l’inveratore, politica del fascismo, in Scritti e
discorsi politici, La formazione dello Stato fascista, Milano, Giuffrè, Per una
polemica esplicita Gentile, Origini e dottrina del fascismo, Gramsci, Quaderni
del carcere, del liberalismo classico e del socialismo: un punto, quest’ultimo,
sul quale insisterà anche Volpe nella parte della voce dedicata alla storia del
movimento fascista, in cui cercherà di dimostrare che, nell’età della politica
delle masse, il fascismo era l’erede genuino del socialismo: come il socialismo
di MUSSOLINI che era specialmente una posizione di lotta si aprî
all’accettazione piena dei valori nazionali, cosf questi valori non misero
troppo nell’ombra quel socialismo: il quale, respinto energicamente come
partito, respinto anche come dottrina e come filosofia a fondo materialistico,
rimase come sentimento, rimase come simpatia per il mondo del lavoro, come aspirazione
a liberare le masse dal giogo del partito e dalla corruzione della politica,
allo scopo di promuoverne l’autoeducazione, farne l'artefice diretto della
propria fortuna, come del resto era nella concezione dei sindacalisti. Con
questa mistificazione si completava cosî quella soprastruttura ideologica della
borghesia italiana che, osservò Lo Stato operaio, usa ora nuovi e pit raffinati
mezzi di oppressione e di sfruttamento per consolidare il proprio dominio e
prolungare la propria esistenza, Alle formulazioni di Fascismo si fa un rinvio
non solo formale nelle principali voci politiche e politico-economiche affidate
a esponenti dell’attualismo come Battaglia e Spirito. Battaglia, che fu uno
degli animatori del dibattito sulla storia delle dottrine politiche sviluppando
la distinzione crociana fra teoria e prassi politica, tanto da ritenere che la
storia delle dottrine politiche non debba direttamente servire alle nostre
attuali finalità, dimostra in realtà, in voci come Democrazia, Partito, Stato,
una stretta dipendenza dall’elaborazione gentiliana e una precisa
strumentalizzazione di questi concetti in funzione dell’ideologia fascista.
Occupandosi della Demzocrazia nel periodo medievale e moderno, dopo aver
sostenuto, sulla traccia degli studi di Ercole sui Testoni, Battaglia, Oggetto
e metodo della storia delle dottrine politiche, in Rivista storica italiana,
comuni e sulle signorie venete che, come osserverà Chabod, anch'egli debitore
di Ercole, influirono largamente sul pensiero storiografico fra le due guerre,
con il loro assillo di cercare, ad ogni costo, lo stato moderno già nel passato
italiano, che la signoria non è negazione sic et simpliciter del principato
popolare, ché anzi le sue origini in Italia derivano proprio dal popolo, di cui
il tiranno si atteggia difensore contro le classi privilegiate, e dopo ‘aver
osservato che l'ideale di piena democrazia vagheggiato dal Rousseau era
inattuabile, un regime di dei più che di uomini , Battaglia nota che anche
nelle società moderne la democrazia ha bisogno di alcuni presupposti senza i
quali non solo non fiorisce, bensî decade e conrrompe i popoli. Facendo sue le
tesi espresse dal liberale Bryce in Democrazie moderne un’opera tradotta in
italiano da Occhi, e che è nella sostanza una critica da secondo le quali la
democrazia si sviluppa su un sostrato di diffuso benessere collettivo e
fiorisce solo nei paesi abituati al governo locale , pur essendo in crisi anche
in paesi evoluti come la Francia, Battaglia conclude che in Italia la
democrazia intesa come pratica di autogoverno non ha avuto una tradizione e una
linea. Lo stesso processo unitario ci spiega ciò. L’unificazione amministrativa
imposta da Torino tolse in fondo la possibilità di quell’autogoverno locale che
costituisce il fondamento della vera democrazia e inutile fu anche
l’allargamento del suffragio, perché Chabod, Gli studi di storia del
Rinascimento, Cinuant'anni di vita intellettuale italiana, Scritti in onore di
Croce per a cura di Antoni e Mattioli, Napoli, Edizioni scientifiche italiane,
Per l’influenza di Ercole su Chabod, all’inizio della sua attività, Pizzetti,
Chabod storico delle Signorie, in Nuova rivista storica, Lu Sebbene la
democrazia si sia diffusa, e quantunque nessun paese, che ha provata, dia dei
segni di abbandonarla, noi non siamo autorizzati a ritenere, cogli uomini, che
essa sia la forma di governo naturale, e, perciò, a lungo andare inevitabile
(Bryce, Democrazie moderne, Milano. L'opera sarà ristampata da Mondadori,
sempre a cura di Occhi, c’è rappresentanza vera solo dove c’è coscienza, ciò
che in Italia mancava [...; cosi] la democrazia italiana continuò la sua vita
stentata e in fondo illiberale nel trasformismo, che palliava conati di
dittature singole, finché si dimostrò impotente ad arginare un moto come il
fascismo, in parte espresso da quelle stesse forze sindacalistiche che essa
aveva ignorato. Parallela a questa svalutazione della democrazia condotta sul
piano storico, è la negazione dell’esistenza di una vera e propria tirannia
nelle moderne società di massa (Tirannia e tirannicidio; da notare che
nell’Exciclopedia manca la voce Dittatura: c’è solo Dittatore per l’età
romana): infatti, spiega Battaglia, a parte che la pratica possibilità della
tirannia è ognora più ridotta, oggi il sistema dei controlli giuridici e
politici e la pressione dell’opinione pubblica sono tali che la figura del
despota exercitio appare affatto letteraria, Le moderne dittature facendo
appello al popolo, non solo per costituirsi attraverso i plebisciti i titoli
giuridici del potere o per sanarli se difettosi, bensi anche per suffnagare del
consenso nazionale ogni loro attività, appaiono poggiare sulle masse più che le
stesse democrazie. Insomma i fenomeni e le teorie accennate a proposito della
tirannia hanno significato con riferimento a piccole società politiche e non
agli enormi aggregati statali moderni. Mentre Ghisalberti svaluta la funzione
svolta dal Parlamento nella storia dell’Italia liberale col fascismo invece il
parlamento, che si avvia a un'ulteriore riforma in senso corporativo, superiore
alle piccole lotte d’un tempo, restituito alla sua naturale funzione, ha svolto
attiva, proficua opera legislativa , e Volpicelli sviluppa una dura critica del
concetto di rappresentanza (Rappresentanza politica), che nella esposizione della
storia del principio maggioritario Ruffini non è in grado di controbilanciare,
Battaglia Lo Stato in quanto organizzazione totalitaria del corpo sociale, non
può né deve agire iure repraesentationis, ma iure proprio ; solo lo Stato
corporativo fascista si afferma e si attua sempre più come uno stato
coincidente con la stessa e intera collettività nazionale corporativamente
organizzata , perciò appunto sarà davvero libero e generale. Anche la prima
parte della voce, scritta da Luigi Rossi, critica i vari sistemi di
rappresentanza politica. Nella voce Maggioranza Ruffini, autore svolge
(Partito) la concezione del partito unico, che sembra legarsi in parte alla
tendenza oligarchica rilevata dalla scienza come necessaria nel partito. Non
rinnegando l’ampio fondamento democratico, esalta l’aristocrazia militante dei
primi confessori dell’idea e sublima religiosamente il capo (Duce, Fiihrer). Il
partito divien stato; acquista rilievo giuridico, assurge personalità morale; è
cosî composto, gentilianamente, il contrasto individuoStato: l’esperienza del
fascismo e del nazismo non elimina la dialettica delle tendenze, sempre operosa
nel gruppo nazionale unitariamente inteso. Appunto perché il partito unico
s'identifica con lo stato, la dialettica non è fuori dallo stato e questo sopra
di essa, indifferente, ma nello stato in quanto formazione etica, quindi nel
partito in quanto, spiritualmente viva, si svolga, si trasformi arricchendo i
suoi strumenti, i suoi organi, le sue funzioni. Elidere ogni varietà di motivi
in un’instaurazione dogmatica di principi rigidi è vano sogno, ché oltre gli
schemi irrompe la vita e il contrasto. Ciò non esclude che questa debba
ricondursi nell’ambito totalitario dello stato, nell’unicità etica che questo
rappresenta, Dove più esplicito e dispiegato è il debito di Battaglia verso
Gentile, è nella voce Stato, riprodotta negli Scritti di teoria dello Stato, a
testimonianza che l’influenza gentiliana non fu limitata entro i confini
dell’Enciclopedia. La storia dell'idea di Stato è ricostruita de Il principio
maggioritario, si limita ad affermare che il principio maggioritario ha avuto
contro di sé nel secolo scorso tutti gli avversari delle istituzioni
democratiche, i quali spesso commisero l'errore di colpire il concetto tecnico
giuridico di maggioranza quando volevano colpire quello generico politico di
moltitudine, di massa, dal punto di vista aristocratico . Questa voce ci sembra
sopravvalutata in senso antifascista da S. Caprioli nella riproposizione di
Ruffini, Il principio maggioritario, Milano, Adelphi. Nei termini della
concezione dello Stato assoluto è condotta anche la voce Reazione politica, in
cui Battaglia afferma che sia la rivoluzione sia la reazione hanno un motivo di
verità. I! loro contrasto è la vita dello stato, che ha sempre in sé
rivoluzione e reazione come libertà e autorità, diritto ideale e diritto
positivo da riaffermare. Sempre di Battaglia, ma più espositiva e con una nota
polemica contro gli assurdi del superuomo e il razzismo affermatisi nella
Germania nazista, è Politica, rifusa in F. Battaglia, Lineamenti di storia
delle dottrine politiche, Roma, Foro italiano, dove però la nota polemica ora
accennata viene attenuata In una lettera a Bosco Battaglia dichiarava in
funzione della concezione attualista, difesa da Gentile, contro le critiche dei
cattolici, come una delle poche dottrine o miti elaborati dal fascismo. Cosi,
all'affermazione che senza l’inversione di valori, non si sarebbe mai potuto
addivenire all’idea di uno stato interiore ai soggetti, quale l’età moderna esige
e svolge, segue la critica del giusnaturalismo, che conosce l’individuo,
astrazion fatta dai gruppi nei quali pur vive. La società nelle sue forme
molteplici gli è estranea. Si spiega quindi come esso, liberale e indifferente,
ritenendo nella tutela giuridica esaurito il suo compito, finisca per rivelarsi
impotente a disciplinare la vita delle classi inferiori, allorquando queste nel
sec. XIX cominciarono ad acquistare il senso della propria importanza. Donde
ciò che si è detto crisi dello stato , come l’esigenza di un'ulteriore
integrazione, che, se nell’ordine pratico ha trovato la sua realtà solo di
recente con il fascismo, nell’ordine teorico già era stata proclamata
necessaria da più di un autore come Fichte e Hegel ( avere riconosciuto la
spiritualità dello stato è il suo grande merito. I suoi problemi riprenderà al
principio del secolo presente il neoidealismo italiano, rivivendoli in una
esperienza affatto nuova ). Assai estesa è l’esposizione della concezione
gentiliana dello Stato etico, tanto che Carlini accusa Battaglia di aver voluto
accreditare la filosofia di Gentile come filosofia del Pnf, rivendicando invece
l’originalità della dottrina fascista, non solo integrazione pratica di quella
gentiliana; di avervi messo le mani due volte come la Direzione desiderava
(AEI, Lettere, Battaglia). Gentile, Ideologie correnti e critiche facili, in
Politica sociale. Ci dicono statolatri. Dacché è venuta la moda del fascismo
cattolico, frazione più o meno peticolosa ed eretica in seno al fascismo, taluno
ci parla con grande compunzione della necessità di non lasciarsi attrarre dalla
diabolica filosofia dello Stato etico. Uno spunto in questo senso era stato
fornito da Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze, Sansoni,
anche F. Battaglia, I/ corporativismo come essenza assoluta dello Stato, in
Archivio di studi corporativi, che rinvia al capitolo sulla concezione dello
Stato di Solari, Ts etica e filosofica dello Stato moderno, Torino, L'Erma,
Carlini-Battaglia, Orientamenti, in Critica fascista, mai come ora,
specialmente in Italia, lo stato è reale nell’intendimento speculativo. La
filosofia non solo ne ha approfondito l’essenza ideale ma ha contribuito a
potenziarlo nella sua funzione storica, promuovendone il sentimento nel popolo
e l’uomo sociale, che la sua socialità dispiega nello stato, è vicino a Dio,
certo di Dio ha l’animo preso e i divini comandamenti fa suoi per celebrarli
ogni giorno; e Battaglia conclude la voce con l’esposizione della dottrina
fascista continui sono i rinvii a Fasciszzo, nell’intento di dimostrare che lo
Stato fascista non è teocratico o assolutista, che, opponendosi a due posizioni
tradizionali del pensiero politico, il giusnaturalismo liberale e il
socialismo, da questi rileva i motivi non perituri e li trasvaluta, e che la
corporatività è la nota dominante dello stato fascista , nel quale cittadino
lavoratore e soldato si convertono assolutamente. Nella delineazione di aspetti
essenziali dell’ideologia e della cultura del fascismo spiccano, per alcuni accenti
personali, le voci di Ugo Spirito Economia politica e Liberalismo, scritte nel
periodo in cui più intensa fu la sua partecipazione al dibattito sul
corporativismo, che si collegò strettamente con la direzione, assieme ad
Arnaldo Volpicelli, dei Nuovi studi di diritto, economia e politica.
L’importanza di queste voci è evidenziata anche dal ruolo centrale avuto da
Spirito nell’Enciclopedia, nella quale fu redattore per ben otto materie
(filosofia, economia, statistica, finanza, diritto, storia del diritto, materie
ecclesiastiche e, storia del culto), finché divenne segretario generale
dell’opera, sempre in un rapporto strettissimo con Gentile, ciò che dovette
costituire un motivo di preoccupazione per quanti temevano che la sua
concezione del corporativismo, quale si era espressa al convegno di Ferrara,
influenzasse Sulla collaborazione di Spirito all’Enciclopedia Santomassimo,
Spirito e il corporativismo, in Studi storici. U. Spirito, Memorie. gran parte
dell’opera. Echi della sua posizione si avvertono in effetti in queste due
voci, in cui Spirito, pur senza riprendere la proposta della corporazione
proprietaria , rivendica il carattere pubblicistico della proprietà privata.
Nella parte storica delle voci l’autore svolge, più che una descrizione delle
concezioni precedenti quella fascista, una serrata discussione con queste,
diretta a condannare l’individualismo delle teorie fisiocratiche, liberali e
socialiste. Come quella fisiocratica si dice in Economia politica, la scuola
classica rimase tutta informata dal principio individualistico e liberistico
proprio dell’illuminismo, e anche quando l’economia nazionale o il socialismo
affermavano la superiorità dell’ente nazione o classe o società su quello
d’individuo, muovevano tuttavia dal presupposto illuministico e liberale che
l’individuo particolare in qualche modo esistesse e avesse una realtà propria
diversa da quella dell’organismo di cui faceva parte, affermavano cioè una
superiorità della nazione o della società sull’individuo o una subordinazione
di questo a quelle, ma non giungevano a riconoscerne l’essenziale identità
dialettica. Solo in Italia il rinnovamento dell’economia politica ha raggiunto
politicamente e scientificamente uno sviluppo d’importanza fondamentale.
Proprio in Italia, infatti, la critica del pensiero illuministico era stata più
perentoriamente condotta e i suoi risultati erano stati più decisivi. Né le
nuove affermazioni idealistiche erano state al margine della vita politica, ché
anzi questa ne ha risentito fortemente l’influsso, giungendo ad affermazioni
pra [Cosf Preziosi, Spirito, in La Vita italiana, È da ricordare che nel corso
dei lavori preparatori del Codice civile vastissimo fu il dibattito sulla
funzione sociale della proprietà: uno dei suoi partecipanti più insigni e Pugliatti,
di cui ad es. la raccolta di saggi La proprietà nel nuovo diritto, Milano,
Giuffrè. Gl’economisti italiani come Galiani, aveva notato Spirito, anche
quando più si discostano dalle teorie mercantilistiche e più decisamente
concordano con i fisiocrati, non accettano senza riserva il dogmatismo
individualistico e liberistico di questi ultimi e spesso fanno posto a
considerazioni di carattere che potremmo già definire storicistico .tiche
addirittura rivoluzionarie : con la Carta del lavoro, ad esempio, si dava il
colpo di grazia al tradizionale liberismo individualistico. Affermato il
carattere pubblicistico della proprietà privata, cadeva il fondamento
dell’economia liberale -- l’homo oeconomicus guidato dall’ofelimità --, e
ragione della vita economica diventava l’identità del fine statale e del fine
individuale. In questa ultima formulazione si riflette il ripiegamento di
Spirito rispetto alla sua primitiva proposta, che era decisamente accantonata,
anche se in Mussolini continuò a manifestarsi una comprensione dei vantaggi che
il regime poteva trarre dal vigilato dispiegarsi di tendenze come quella
impersonata da Spirito, presentando Capitalismo e corporativismo, Spirito
affermava che nessuno più ardisce di scandalizzarsi se si parla di crisi del
capitalismo e di trasformazione in senso pubblicistico della proprietà.
Quell’economia programmatica, che allora non si sapeva scindere dal sistema
bolscevico, è ormai accettata come propria dal corporativismo . La fondazione
dell’Iri dimostrava che l'iniziativa privata non è più l’idolo intangibile;
rimarrebbe la terribile formula della corporazione proprietaria, quella che ha
generato tanto putiferio. Ebbene, lasciamola pure da parte e non ci pensiamo
pit. Io per conto mio ci ho pensato su fino ad oggi e mi son convinto che, se
si accetta tutto il resto, la corporazione proprietaria può addirittura
sembrare sorpassata. Analoga a quella della voce, e tutta interna alla tematica
gentiliana di individuo e Stato, è la conclusione di Liberalismo, di cui è
posto fin dall’inizio il problema del suo sbocco nel corporativismo. La
concezione che colloca l’individuo al centro dell’universo è seguita attraverso
il Rinascimento e la Riforma, il razionalismo cartesiano che è già il principio
della demo[Santomassimo, Spirito, Capitalismo e corporativismo, terza edizione
riveduta ed ampliata, Firenze, Sansoni, La voce era già stata pubblicata in
Nuovi studi di diritto, eco nomia e politica, Nella nota bibliografica Spirito
giudica libri sbagliati la Storia del liberalismo europeo di Ruggiero e la
Storie d’Europa di Croce.] crazia del pensiero, la Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino dove è il nucleo dell’individualismo liberale e
insieme il limite che il liberalismo non riuscirà mai a superare davvero, con
l’affermazione dell’ANTI-STATALISMO e della proprietà privata. Conseguenza del
liberalismo sono considerati il dualismo tra governanti e governati, che si
manifesta attraverso l’istituto della rappresentanza, trionfo materialistico
del numero, e la democrazia, che in Rousseau mostra i suoi aspetti deteriori,
convertendosi nel suo contrario e generando, nella sete della libertà, la
peggiore schiavità . Le contraddizioni del liberalismo, sorte col
riconoscimento della necessità di uno Stato e di un suo intervento soprattutto
nel campo economico, impongono secondo Spirito una revisione radicale del
problema, e questa è individuata nella tradizione italiana di pensiero,
ricostruita secondo l’ottica gentiliana, e nel corporativismo: I precedenti di
tale revisione vanno ricercati nel pensiero idealistico, che comincia a
contrapporsi all’affermazione del pensiero illuministico, razionalistico ed
emiristico. Il pensiero del Rinascimento italiano, di un individualismo n più
profondo e spirituale, per cui l’individuo stesso coincide con l’universale e
l’universale in esso s’incentra, comincia a dare i suoi frutti migliori, in
contrasto con l’astrattismo del pensiero franco-inglese. Nei pubblicisti della
nostra tradizione vichiana, nei filosofi dell’idealismo tedesco, negli spiritualisti
italiani della prima metà dell'Ottocento, comincia a farsi strada un concetto
di libertà politica, in cui il dualismo di libertà e autorità, e quindi di
individuo e stato, è riconosciuto come il fondamento necessario della superiore
sintesi in cui consiste la vera libertà. In particolare, da Spaventa a Gentile,
la tradizione del pensiero italiano ed europeo viene determinata nelle sue
linee essenziali, e in essa si ritrovano gli elementi della nuova e più
profonda fede nella libertà, che avrà poi il suo sbocco nella rivoluzione
fascista. Con il corporativismo integrale il fascismo si avvia infatti a
risolvere, afferma Spirito, le antinomie del liberalismo: l’individuo deve
realizzare la sua libertà e la sua iniziativa nella collaborazione, e riconoscere
il carattere pubblicistico della proprietà, mentre si svuotano cosî di
contenuto tutti i concetti tradizionali del liberalismo individualistico e
della democrazia, da quello di rappresentanza a quello di maggioranza, da
quello di eguaglianza a quello di elettoralismo; iniziativa privata e
intervento statale, e in conseguenza il problema dei rispettivi limiti,
diventano termini e problema senza significato. Il corporativismo di Spirito
sposta cosî l’accento sulla costruzione gerarchica dello Stato, e negli anni
seguenti, dopo la chiusura dei Nuovi studi, si ridurrà, in campo economico,
alla difesa della economia programmatica, in cui l'affermazione del carattere
pubblicistico della proprietà che come la proposta della corporazione
proprietaria mostra di non collocarsi al di fuori della logica capitalistica si
precisa nella richiesta dell’intervento statale reso necessario dalla crisi, A
scanso di equivoci, comunque, Maroi ricordò nella voce Proprietà che alcuni
filosofi (Spirito, A. Volpicelli) hanno sostenuto che in regime fascista il
lavoro non può produrre una proprietà privata perché l’individuo, come tale, in
regime corporativo non esiste, e che il sistema corporativo sboccherà nella
corporazione proprietaria: questa concezione è però autorevolmente combattuta ,
concludeva, rinviando alla nota su Individuo e Stato nella quale Gentile allora
impegnato a redigere le Idee fondamentali della voce Fascismo, a commento della
posizione assunta da Spirito a Ferrara precisava che la socializzazione e
statizzazione corporativa importa sempre un margine individualistico, in cui il
processo corporativo deve operare. In , nell’Appendice, Autarchia, Capitalismo
(tutta la voce è dedicata alla crisi del capitalismo), Economia programmatica.
I precedenti delle nuove teorie scrive Spirito in quest’ultima voce vanno
ritrovati per una parte nei postulati del socialismo e per l’altra nelle
indagini circa l’organizzazione scientifica del lavoro. Sul fordismo di Spirito
Lanaro, Appunti sul fascismo di sinistra. La ASA, corporativa di Spirito, in
Belfagor questo margine, ineliminabile, il rispetto dell’individuo è lo stesso
rispetto della corporazione: l’autolimitazione conseguente dello Stato è la sua
effettiva autorealizzazione. Lo Stato che inghiottisse davvero l'individuo, riuscirebbe
un pallone destinato subito a sgonfiarsi. Il corporativismo, sente, sia pure
confusamente, questo pericolo, anzi questo destino del comunismo; e se ne vuol
distinguere non annullando quella sorgente di vita economica e morale che è
nell’individuo. Il timore che la posizione di sinistra di Spirito influenzasse
la trattazione delle materie economiche dell’Enciclopedia, non aveva quindi
ragion d’essere, come dimostrano del resto le voci di Graziani fra cui Bisogni,
Capitale, Lavoro, Salario, il quale aveva sostenuto che il Capitalismo e nel
rispetto della produzione e in quello della distribuzione, manifesta
superiorità spiccata sugli altri sistemi che lo precedettero, e su tutti i
sistemi imperniantisi sulla collettivizzazione dei mezzi produttivi, nei quali
si urterebbe contro la fondamentale difficoltà dell’assegnazione rispettiva dei
compiti e si dovrebbe ad ogni modo attuare una distribuzione che toglierebbe i
maggiori impulsi all’operosità e all’accumulazione; se si aggiunge la forte
coercizione, intollerabile in paesi avanzati di civiltà, si scorge come essi
necessariamente addurrebbero a decremento enorme di produzione e ad arresto di
progresso economico e sociale. Può essere infine interessante notare come,
almeno nell’Enciclopedia, vi fosse negli anni 30 un’intensa corrispondenza fra
le formulazioni di questi studiosi di scienze politiche e storico-economiche, e
quelle di alcuni storici. Mentre ad esempio Spirito svolgeva una critica a
fondo del liberalismo, nella voce Borghesia Chabod avvalorava la pretesa del
fascismo di presentarsi antiborghese, negando l’esistenza, nell’età
contemporanea, di quella classe che del liberalismo aveva fatto la propria
bandiera politica. Come il primo utilizza Gentile, il secondo riprende, con
alcune correzioni, le osservazioni di Croce intese a distinguere la borghesia
in significato spirituale, la borghesia che è detta cosîf per metafora (e per
non felice metafora) dalla bor- [Gentile, Individuo e Stato, in Giornale
critico della filosofia italiana ghesia in senso economico, con la quale la
prima si suole scambiare, e, peggio ancora, deplorevolmente contaminare, con
danno non solo della storiografia ma del sano giudizio morale e politico.
Mentre Croce respinge i termini borghese e borghesia per indicare una personalità
spirituale intera, e, correlativamente, un’epoca storica, in cui tale
formazione spirituale domini o predomini, Chabod che in quegli anni fa sua la
negazione ottokariana del criterio di classe nella storiografia, e partecipa
del largo interesse che circondò nell’Italia fra le due guerre, non solo fra
gli studiosi cattolici, l’opera di sociologi come Weber e Sombart che in
opposizione al marxismo avevano dato la dimostrazione scientifica della
priorità dello spirituale sul materiale, della religione sulla economia ritiene
che storia dello spirito borghese non è altro se non storia dello spirito
moderno, che ha certo permeato di sé dapprima un certo ceto sociale, gli
bomzines novi, contrapposti alla feudalità e ai chierici, e con ciò alle
concezioni medievali; ma non è più oggi identificabile, sic et simpliciter, con
un solo, determinato gruppo sociale. E se oggi ancora certi atteggiamenti
spirituali e morali fondamentali paiono più strettamente connessi con la
borghesia, classe sociale; in effetto sfuggono al dominio di un’etichetta
sociologica, e sono atteggiamenti anche di molti di coloro che combattono la
borghesia in quanto ceto sociale . A differenza di Croce, e pur distinguendo
fra borghesia e capitalismo rimane, mal[Croce, Di un equivoco concetto storico.
La borghesia , ora in Etica e politica, Bari, Laterza, Garosci, Sul concetto di
borghesia. Verifica storica di un saggio crociano, in Miscellanea Walter
Maturi, Torino, Giappichelli, Croce. Pizzetti, Federico Chabod storico delle
Signorie. ZI È un'osservazione riferita a Weber da D. Cantimori (ora in Storici
e storia, Torino, Einaudi. L'etica protestante e lo spirito del capitalismo di
Weber fu presentata nei Nuovi studi di Spirito e Volpicelli da Sestan, che vi
notava una reazione al marxismo ( l’introduzione di Sestan alla nuova edizione,
Firenze, Sansoni, Chabod recensi Der Bowrgeois di Sombart in Rivista storica
italiana grado tutto, l’ideale della vita ordinata e scevra di troppo gravi
turbamenti: onde i borghesi si trovarono fuori del trionfo pieno di quella
stessa mentalità capitalistica, di cui pure avevano nei secoli precedenti
costituito il prodromo, Chabod ammette quindi per l’età moderna l’esistenza di
una mentalità borghese , proiezione spirituale della borghesia come classe
(idee di tolleranza religiosa e di libertà civile, ma anche, nel periodo della
rivoluzione francese, idee astratte, antistoriche talora anche puerili ), ma
ribadisce che di essa non è più possibile parlare nell’età contemporanea, nella
quale siffatta mentalità non è più esclusiva della borghesia, come ceto
sociale. Ché, anzi, proprio per l’influsso della borghesia cioè del ceto
socialmente, politicamente, culturalmente dominante nell’Europa tale mentalità
ha permeato largamente di sé parte della vecchia nobiltà, e specialmente gran
parte degli strati inferiori della popolazione. Il lavoratore si è contrapposto
al borghese, nell’Europa: ma quanti punti di contatto tra la mentalità dell’uno
e quella dell’altro: quale influsso del secondo sul primo! I miti di progresso
e d’umanità, di fratellanza e d’uguaglianza, che ai borghesi avevano servito di
arma contro le vecchie classi privilegiate, sono ritorti dagli agitatori
socialisti contro la borghesia stessa e divengono ancora arma di lotta, con
altro bersaglio. Ma per ciò appunto quanta affinità tra gli uni e gli altri! La
forma mentis del borghese ha permeato di sé assai pit ampio strato sociale; si
è imposta, anche quando pareva combattuta; e, se prima aveva potuto costituire
veramente la forma mentis caratteristica d’un determinato ceto sociale, ora si
dissolve come tale, perde le sue peculiarità classiste . Dove si evidenzia
l’affinità con la conclusione della voce Borghesia scritta per il Dizionario di
politica del Pnf da Salvatore Valitutti: La società fascista che nello Stato
totalitario ha la sua espressione ignora l’esistenza di ceti o classi a sé
stanti e pertanto la parola borghesia è destituita di ogni significato attuale.
La voce di Chabod dimostra quindi come la mistificazione arrivasse, per forza
di cose, fino alle sfere più rarefatte di quella cultura che pure,
soggettivamente, si ritene del tutto indipendente dai volgari messaggi rivolti
alla massa, secondo quanto ha osservato Badaloni, e indica come molteplici
fossero in questo caso Weber e Sombart, e la stessa riflessione crociana i
contributi utilizzati per definire un’ideologia e una cultura del fascismo.
Sempre nell’ambito delle voci politiche incontriamo due casi particolari,
quelli degli antifascisti Solari e Mondolfo, utilizzati per le loro competenze
specifiche argomenti di filosofia del diritto, connessi con la tematica della
libertà, il primo; storia del socialismo e del movimento operaio, il secondo, e
la cui presenza potrebbe confermare il giudizio di quanti hanno negato la
connessione fra la vera cultura e il fascismo, ricavandone, in particolare, una
valutazione assolutoria nei confronti dell’Enciclopedia. Ci sembra tuttavia
azzardato dedurre dalla presenza di antifascisti in un’opera collettiva il
carattere oggettivamente antifascista della loro collaborazione scritta, senza
cercare di cogliere lo spazio dei loro contributi rispetto ad altri, e di
approfondire gli eventuali punti di convergenza o di non contraddizione fra la
loro produzione scientifica e quanto probabilmente lo stesso Gentile, in assenza
di una specifica sezione dedicata alla Politica, chiede loro. [La
partecipazione di Solari, il quale aveva accettato con entusiasmo di
collaborare all’Enciclopedia, che vuol essere espressione del pensiero italiano
nei suoi più alti esponenti e nelle sue più alte manifestazioni, pone forse più
problemi di quella di MONDOLFO. Solari è infatti impegnato, in quegli stessi
anni, in un’importante ed equilibrata opera di delucidazione della concezione
liberale dello Stato e dei concetti di liberalismo, costituzionalismo, Badaloni
-Muscetta, Labriola, Croce, Gentile, Solari a Gentile,(AEI, Leztere, Solari.
democrazia nelle dottrine politiche, che contrasta col metodo inquisitorio con
cui questi erano esaminati ad esempio da Spirito nell’Enciclopedia non è giusto
fare il Rousseau responsabile della degenerazione in senso realistico e
materialistico dell'ideale democratico, sembra rispondergli Solari ; egli
oppone nel 1931, alla valorizzazione de I/ concetto dello Stato in Hegel fatta
da Gentile, la scoperta hegeliana della società civile la scoperta della
società civile come concetto autonomo fu il grande merito di Hegel, maggiore di
quello che solitamente gli si attribuisce di aver rinnovato il sentimento e la
dignità dello Stato ?!, e confutando la concezione dello Stato corporativo
espressa da Volpicelli osserva che il neoidealismo ha deviato dalla tradizione
hegeliana (almeno quale io la intendo) circa la natura e i fini dello Stato. Il
neo-hegelismo tende, a mio credete, verso un individualismo idealistico quando
concepisce lo Stato non in sé e per sé, ma nelle forme e nei limiti
dell’individuo concreto, singolo o associato che sia. Lo Stato è etico non
perché vive in interiore homine, ma perché è esso stesso realtà e sostanza
etica che non si concreta solo negli individui, ma progressivamente nella
famiglia, nelle associazioni, nella nazione, nell’umanità. E tuttavia sarebbe
necessario valutare come poté inse Solari, La formazione storica e filosofica
dello Stato moderno, Torino, Giappichelli, DI Solari, Il concetto di società
civile in Hegel, in Rivista di filosofia , ora in La filosofia politica, a cura
di Firpo, Bari, Laterza, anche Solari, Lo Stato conse libertà, in Rivista di
filosofia : come organo di valori universali e non solo di interessi nazionali o
corporativi, lo Stato può dirsi anche storicamente etico, purché sia ben fermo
che esso non è valore supremo e neppure esclusivo, che la sua eticità è
misurata dal grado con cui realizza esteriormente, cioè coi mezzi imperfetti e
limitati dal diritto, la socialità che è la forma concreta nella quale
individui e popoli affermano la loro libertà. Per una riflessione sulla società
civile parallela a quella di Solari Zaccaria, L'itinerario politico di
Capograssi. Il problema del rapporto tra la società e lo Stato, in da Pensinto
politico, Solari, Stato corporativo e Stato etico (Lettera aperta al prof. A.
Volpicelti in Nuovi studi di diritto, economia e politica; anche la Risposta dl
prof. Solari di Volpicelli. rirsi nell'impresa diretta da Gentile la sua ricerca
di una filosofia sociale del diritto, fermissima sempre nel respingere
l'egoismo implicito nelle varie dottrine individuali stiche, germogliate dal
giusnaturalismo e dall’utilitarismo, ma impenetrabile altresi al materialismo
dialettico marxiano, e vedere se ciò fu possibile solo per l’esistenza di
comuni negazioni l’individualismo e il marxismo, o anche perché la sua
riflessione, dopo aver abbandonato, all’inizio del secolo, i suoi presupposti
positivistici (e tendenzialmente filosocialisti), sviluppandosi come idealismo
sociale trova più che un semplice correttivo nel neoidealismo italiano. In
questa sede si può solo propendere per la prima ipotesi, constatando come nella
maggior parte delle voci di Solari vi siano con la messa in sordina del tema
della società civile forti scarti rispetto a quanto scriveva contemporaneamente
fuori dell’Ewciclopedia, per cui esse non turbano l’immagine generale dello
Stato fornita dall'opera, anche se esprimono in maniera più equilibrata e
problematica di quanto non facciano gli attualisti il problema dei rapporti fra
diritti individuali, società e Stato. Una esplicita distinzione fra il proprio
idealismo sociale e quello di Croce e di Gentile si ha solo in una delle prime
voci, Filosofia del diritto, sottovoce di Diritto. L’idealismo del Croce e del
Gentile, fondandosi su una dialettica dello spirito individuale, portava
logicamente a risolvere il diritto nell’attività utilitaria o in quella etica
dello spirito. Legittima pertanto deve apparire l’esigenza di cercare al diritto
un fondamento suo proprio, d’intendere l’attività giuridica come attività
autonoma dello spirito. Come espressione di questa esigenza fu in ogni tempo il
diritto inteso come attività dell'uomo storico e sociale, come rela- [Cosî
Firpo nella Introduzione a Solari, La filosofia politica, Bobbio non vede nel
passaggio di Solari all’idealismo un rivolgimento dei suoi principi
(L'insegnamento di Solari, ora in Italia civile, Manduria-Bari-Perugia,
Lacaita). Per una valutazione complessiva dell’opera di Solari anche AA.VV.,
Solari Testimonianze e bibliografia nel centenario della nascita, Torino,
Memorie dell’Accademia delle scienze, in particolare il saggio di Bobbio su Lo
studio di Hegel. L'Enciclopedia italiana] zione, come proporzione personale e
reale, come manifestazione della coscienza collettiva. In Italia la scuola
giobertiana, rivissuta dal CARLE nelle sue applicazioni al diritto, sostiene
che in tal senso si affermò la costante tradizione della filosofia italiana. Il
dogma della nazionalità e socialità del diritto è incompatibile con l’idealismo
economico e morale, l’uno e l’altro fondati sul presupposto che il diritto è
attività dello spirito individuale. Ma a liberare l’idealismo nazionale e
sociale dagli elementi empirici e contingenti con i quali va congiunto, è
necessario elaborare una dialettica dello spirito collettivo e riprendere la
tradizione storico-romantica del periodo post-kantiano, la quale pose le
condizioni di una concezione idealistica del diritto come espressione dell’Io
sociale. Ma la posizione di Solari non ebbe poi modo di dispiegarsi. In alcune
voci l’accento cade, come in quelle di Battaglia e di Spirito, sulla condanna
delle teorie individualistiche cui viene opposto il valore supremo dello Stato:
mentre il contrattualismo tende logicamente a una teorica individualista dello
stato, in modo da giustificare cost l’estremo assolutismo, come l’estremo
liberalismo, in Giustizia ci si sofferma sulla concezione di Hegel, per dire
che in lui la giustizia è libertà ma questa non esclude, anzi postula la
necessità e la naturalità; essa si attua astrattamente nell’individuo e nei
rapporti interindividuali, ma solo nello stato si afferma in forma concreta e
universale ; in modo altrettanto conciso si sostiene che eticità per Hegel è
sinonimo di socialità, e questa è il risultato di un processo dialettico che
culmina nello stato (Naturale, diritto). Ma anche per Diritti di libertà,
citata da Bobbio come esempio di antifascismo, è da notare che è solo una
sottovoce di Libertà affidata nei suoi termini generali, ed esclusivamente
filosofici (per la bibliografia si rinvia a Etica), ad Guzzo, un attualista
mosso da una forte esigenza religiosa, per il quale la libertà è oggi
considerata come la spiritualità stessa , e che in essa Solari non esprime un’opinione
personale: pur partendo dall’affermazione che condizione di sviluppo della
personalità è la libertà, vi espone infatti la teorica dei diritti di libertà
elaborata da Locke e da Kant, e quindi la reazione Bobbio, Le cultura e il
fascismo. da essa suscitata, prima con Hobbes, Spinoza e Rousseau, poi nel
periodo postkantiano, fra gli altri da Hegel, che poneva in rilievo il processo
dialettico per cui la libertà astratta dell’individuo diventa reale nello
stato. Un discorso per certi versi analogo a quello di Solari può essere fatto
per la collaborazione di Mondolfo, autore delle voci principali relative alla
storia del socialismo e del movimento operaio. La scelta di quello che era
stato l’animatore del dibattito sul marxismo riapertosi in Italia, dopo la
sconfitta del movimento operaio ad opera del fascismo, corrisponde anche in
questo caso al criterio della competenza , ma non appare in contraddizione con
i motivi ispiratori dell’Enciclopedia: era lo stesso criterio che aveva
suggerito a Bevione e a Salata di affidare a Bonomi la biografia di Bissolati,
poi redatta dall’ex bissolatiano Cabrini, che aveva messo in risalto
l'orientamento nazionale pit che quello socialista del biografato. Le voci di
Mondolfo, che non sembra abbiano subîto censure, sono lontane dal taglio
anonimo, anche se cor[Luporini, Il marxismo e la cultura italiana del
Novecento, in Storia d’Italia, V,I documenti, 2, Torino, Einaudi. Bevione
scrive a Salata, che dirigeva allora la sezione Storia contemporanea : penso
che qualcuno può scrivere l’articolo con ben maggiore ricchezza di dati e
intima conoscenza del tema: ed è Bonomi né obbiezioni potranno venire alla
Direzione dell’E.[nciclopedia] da alcuno per questo incarico, data la purezza e
la serenità di Bonomi, da tutti riconosciuta. A Bonomi avevo pensato anch'io,
fin da principio scriveva Salata a Menghini. Ma allora mi era parso di dover
evitare la scelta di un uomo cosî in vista nelle vicende politiche
post-belliche. Ora il giudizio su Bonomi è credo anche nelle altissime gerarchie
del partito fascista più calmo (AFI, Lettere, Salata). Cabrini era stato
cancellato nel 1929 dall’elenco dei sovversivi ( la voce di A. Rosada in F.
Andreucci - T. Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico,
Roma, Editori Riuniti). Mondolfo, da me interpellato sulla sua partecipazione
all’Enciclopedia, risponde.Per la mia collaborazione ho avuto solo rapporti
diretti con Gentile, che era mio amico personale, come antico condiscepolo a
Firenze, e che sempre rimase tale benché io polemizzassi con lui a proposito di
Feuerbach e Marx e di Bruno e Tocco. Ciò non impedî che egli m'’invitasse a
collaborare alla Enciclopedia proprio su un tema (Bruno) che e oggetto di una
nostra polemica.] retto, di voci come Exgels scritta da Manfredi Gravina, alto
commissario per la Società delle Nazioni a Danzica, o da quello polemico del
Marx di Graziani, che mette in rilievo le censure gravi cui andrebbe incontro
ad esempio la teoria marxiana del valore; esse invece, mentre ambiscono ad
avere un andamento espositivo ed obiettivo, riflettono al tempo stesso la
concezione dell’autore de I/ materialismo storico in Engels e di Sulle orme di
Marx, per cui evidenziano, al di là della competenza, la profonda consonanza di
Mondolfo con l’impostazione idealistica e gentiliana. Anche se queste voci
rappresentano dopo la biografia di Labriola di Dal Pane e l'edizione Croce de
La concezione materialistica della storia di Labriola, l’esposizione più ampia
della teoria e della prassi del socialismo e del comunismo, è quindi difficile
convenire con l’opinione di chi ha affermato che esse erano le fonti più
accessibili, senza suscitare sospetti, alle quali i giovani, che studiavano sul
serio, potevano attingere per cercare una spiegazione e una giustificazione
alle continue denigrazioni che il fascismo faceva di quelle idee e dei loro
movimenti. Per chi studiava sul serio dovette. avere maggiore efficacia la
diretta riproposizione crociana di Labriola, che non la valutazione mondolfiana
della concezione marxista e socialista, profondamente influenzata dalla lettura
di Gentile, e scissa da una positiva considerazione dei movimenti reali.
Parlando dell’influenza di LABRIOLA (si veda) su Mondolfo, Garin ha osservato
che in quest’ultimo. l’equilibrio della filosofia della prassi è tanto
insidiato in E debbo dire che né per questa né per le altre voci si limitò
affatto la mia assoluta libertà di trattazione (unico limite fu quello dello
spazio disponibile), di giudizio e di espressione; né mai mi chiese o propose
il minimo cambiamento, neppure di una virgola. Credo pertanto di dover
riconoscere che Gentile si mantenne con me al di sopra dei dissensi politici e
filosofici che ci dividevano, e credo che ispirò a criteri ed esigenze di
carattere scientifico i rappotti con i collaboratori, nella sua direzione
dell’impresa dell’Enciclopedia Bassi, Mondolfo nella vita e nel pensiero
socialista, Bologna, Tamari Suggerimenti per una corretta lettura delle voci di
Mondolfo ha fornito Garin, Mondolfo e la cultura italiana, in Filosofia e marxismo
nell'opera di Mondolfo, Firenze, La Nuova Italia, direzione idealistica, da
suscitare in lui una sintomatica interpretazione in senso deterministico della
concezione dell’autocritica delle cose, che, a parte l’espressione verbale,
aveva ben altro valore. E non a caso, riproponendo sulle pagine della Rivista
di filosofia la lettura mondolfiana del materialismo storico, Levi osserva che
la gnoseologia del calunniato materialismo storico coincide in alcuni punti
fondamentali con quella di una delle più celebrate correnti dell’idealismo
storico, cioè con la gnoseologia di VICO (si veda), e, infine, che il concetto
marxistico della umwélzende Praxis sembra convenire con quella, che io
chiamerei l’orientazione storicistica del liberalismo. Come non si conosce e
non s’intende se non facendo (ripete Marx con VICO), cosi non si mutano le
condizioni esteriori se non mutando se stessi, e reciprocamente non si muta se
stessi se non mutando le condizioni del proprio vivere, afferma Mondolfo
trattando del Muaterialismo storico sottovoce di Materialismo di Allmayer,
ribattezzato concezione critico-pratica della storia. Dopo aver opposto alle
interpretazioni economicistiche quella di Man, Mondolfo sottolinea infatti il
carattere soggettivistico, e quasi vitalistico, ma non per questo meno
deterministico, del materialismo storico: Vita che è lotta, in cui né le forme
e condizioni esistenti possono arrestare le forze vive che si volgono contro di
esse, né le forze innovatrici possono operare se non tenendo conto delle forme
e condizioni esistenti, sia pure per rovesciarle e superarle . Ne risulta un’
accentuazione gradualistica del processo storico, che si riassume nella
definizione di Sorel del materialismo storico come consiglio di prudenza ai
rivoluzionari . Manifestazione della continuità della storia, che non A,
Labriola, La concezione materialistica della storia, a cura e con
un'introduzione di E. Garin, Bari, Laterza, Nella voce Labriola Mondolfo
scriveva: C'è una dialettica della storia e autocritica delle cose; ma le cose
sono la praxis stessa umana Levi, Um'interpretazione del materialismo storico,
in Rivista di filosofia . Anche Levi aveva considerato sbagliato il termine
materialismo storico.] conosce fratture rivoluzionarie nel progresso, che è
incremento, non è il caso di andar cercando assoluti cangiamenti qualitativi
ossia creazioni di novità assolute e senza precedenti, aveva affermato Mondolfo
sulla base del pensiero di Bruno, in discussione con Barbagallo, è la stessa
storia del comunismo e del socialismo: i due termini sono dilatati
cronologicamente fino a comprendere l’antichità. Ciò vale in primo luogo per il
comunismo, che non è soltanto programma di rivendicazione e d’azione di una
classe proletaria, ma si presenta nella storia anche come stato di fatto, dovuto
sia alla primordialità indifferenziata della società umana, sia a necessità
belliche (Lipari), sia ad ascetismo religioso che svaluta i beni terreni e
reprime il desiderio del possesso individuale (es., comunità monastiche), e può
anche essere un ideale etico-politico di società, che voglia eliminati gli
interessi particolari fonte di conflitti, per la solidale ricerca del bene
comune (come in utopie antiche e moderne) (Socialismo). Il comunismo, mentre è
in certe forme storiche estraneo alle esigenze socialistiche di elevazione ed
emancipazione di classi, nella società contemporanea rappresenta la forma
estrema del socialismo, che alle altre si oppone per il radicalismo dogmatico
del suo programma, per la fede nell’efficacia risolutiva della violenza, per la
decisione rivoluzionaria della sua azione, e trova espressione nella dottrina
più mista di bakuninismo, blanquismo e sindacalismo, che aderente al marxismo
professata dai socialisti maggioritari (Comunismo).Ma anche per [Mondolfo,
Razionalità e irrazionalità della storia. Per una visione realistica del
problema del progresso, in Nuova rivista storica A proposito di BRUNO (si veda)
Mondolfo scrivea Gentile. Vedrai dal manoscritto che le mie opinioni sulla
distinzione delle fasi del pensiero bruniano, fatta da TOCCO, si sono
modificate per cedere il posto allo sforzo di coglierne l’unità e continuità,
pur fra le contraddizioni ed oscillazioni (AEI, Lettere, Mondolfo). La
concezione critico-pratica del marxismo conclude la voce, che per ogni
esperimento storico domanda la maturità delle condizioni oggettive e
soggettive, non risulta per ora smentita dall’esperienza, in favore della
concezione blanquistica, che tutto riduceva alla conquista del potere. E le
difficoltà, che rendono tempestoso il cammino della rivoluzione bolscevica, non
lasciano prevedere ancora a quale porto essa sia destinata ad approdare . Per i
giudizi di Mondolfo sulla Rivoluzione d’ottobre Studi sulla rivoluzione russa,
Napoli, Morano, il socialismo è necessario risalire all’antichità classica e al
cristianesimo, contro l'opinione dei non pochi studiosi che dichiarano il
socialismo sviluppo esclusivamente moderno, prodotto della doppia rivoluzione
politica e industriale con cui si passa dalla società feudale alla
capitalistica (Socialismo). Già prima della duplice rivoluzione una tappa
decisiva per lo sviluppo del socialismo e del comunismo moderni è costituita
dal pensiero degli illuministi, Montesquieu e Turgot in primo luogo. E
l’elemento costitutivo del socialismo era individuato da Mondolfo nella
buzzanitas, cioè nella affermazione storica più vasta e universale di quella
coscienza e dignità della persona umana in quanto tale, che è l’essenziale
concetto di Rousseau, inspiratore degli immortali principi della rivoluzione
francese 2%, ora la sua essenza è vista in quella esigenza morale di libertà,
di affermazione e sviluppo della personalità umana nel lavoratore, che
costituisce la forza viva e il valore etico del socialismo moderno, con le sue
rivendicazioni di autonomia dei lavoratori e di eliminazione delle differenze
di classe (Socialismo). Scissa da una precisa identificazione con un movimento
reale, la concezione socialista consiste in ultima analisi in una generica
aspirazione alla giustizia che percorre, in forme diverse, tutta la storia
dell'umanità: era una presentazione che, indipendentemente dalle intenzioni
dell’autore, poteva trovare punti di convergenza, o quanto meno di confusione,
con quella fatta dalla voce Fascismo, secondo la quale, colpito il socialismo
nei suoi due capisaldi del materialismo storico e della lotta di classe, di
esso non resta allora che Sul rapporto di continuità-rottura fra illuminismo e
storicismo quanto Mondolfo scrive nella voce Helvétius. Osserverà Marx contro
Owen, discepolo di Helvétius: l’educatore stesso deve venire educato. Il
coincidere del variare dell'ambiente e dell’attività umana può essere inteso
razionalmente solo come praxis che si rovescia, ossia come concreto processo
dialettico della storia, in cui di continuo l’effetto si converte in causa e
l’uomo non è prodotto passivo, ma antitesi operosa alle condizioni esistenti.
La contraddizione in cui Helvétius resta impigliato si risolve nello
storicismo. Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici, introduzione di
Bobbio, Torino, Einaudi l'aspirazione sentimentale antica come l’umanità a una
convivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della
più umile gente. Il socialismo come umanesimo universalistico, già affermato in
polemica con Rosselli, fino ad accettare la trasformazione della lotta di
classe in collaborazione di classe, trova nell’Enciclopedia una delineazione
concreta nella trattazione del movimento operaio italiano. Lo smarrimento e la
confusione sorgono più gravi nell'immediato dopoguerra, per l’irruzione
improvvisa di masse caotiche nelle organizzazioni a portarvi l’ondata dei
malcontenti incomposti e la suggestione del mito russo: il rivoluzionarismo
delle nuove reclute sopraffà d’un tratto i vecchi cauti condottieri. Ma questo
sindacalismo rivoluzionario è presto sgominato dall'insorgente sindacalismo
fascista; la nuova legislazione si avvia grado a grado a convertire il
sindacalismo in corporativismo, che al principio della lotta di classe
sostituisce quello della solidarietà nazionale. Con la Carta del lavoro il
corporativismo fascista afferma recisamente la dignità e la nobiltà del lavoro
e l’importanza e i diritti della classe operaia. I fini universali del
movimento operaio si realizzano nel potenziamento della nazione: La stessa
lotta contro il capitalismo avido di profitti è affermazione di un più alto
concetto della ricchezza: non privilegio e dominio, rientrante nella sfera
dell’arbitrio individuale, ma bene sociale che deve essere usato e volto a fini
di utilità nazionale. E nell’atto stesso che le rivendicazioni operaie hanno
portato a una limitazione dei profitti capitalistici, hanno anche impresso
all’industria e all’agricoltura un fecondo impulso di rinnovamento, che ha
significato un accrescimento della produzione e, quindi, un elevamento generale
Mondolfo, Ursanismo di Marx, Sulla base di un ampio esame degli scritti di
Mondolfo, Marramao ha affermato che saranno proprio le categorie di coscienza
di classe e di rovesciamento della prassi i cardini teoretici della difesa ad
oltranza della collaborazione, e che è sintomatico come il nostro autore
trascorra dal concetto di totalità della classe a quello di collaborazione,
logica conseguenza politica dell’universalismo che si realizza progressivamente
nella coscienza di classe (Marxismo e revisionismo in Italia, dalla Critica
sociale al dibattito sul leninismo, Bari, De Donato, delle possibilità e dei
tenori di vita nazionali (Operaio movimento, In questo modo le contraddizioni
sociali si annullano, e ai fini della produzione e della distribuzione della
ricchezza nazionale il movimento operaio viene a svolgere una funzione analoga
a quella delineata da Michels per Li LI, di equilibrato rafforzamento di tutte
e classi: È evidente, in realtà, che dall’impetialismo economico possono
nascere, per le classi inferiori, vantaggi effettivi anche dal lato del
consumo, qualora esso abbia per effetto l’incremento dell’importazione di
materie di prima necessità il cui buon mercato faccia calare i prezzi locali
aumentando correlativamente la capacità d’acquisto dei salari e dei piccoli
redditi. Gentile, Volpe e il nazionalismo storiografico Se operiamo un’altra
verifica nel settore storico, con particolare riguardo alla storia italiana
moderna e contemporanea, troviamo confermata l’impressione che il rapporto fra
gli intellettuali e le scelte politiche o politico-culturali del periodo
fascista sia stato assai stretto e passasse attraverso mediazioni culturali che
sono precedenti al fascismo ma che col fascismo si chiariscono, come nel caso
di Volpe; e ciò vale anche per quegli intellettuali che, per abito scientifico
o per temi studiati, sono stati considerati più lontani da una compromissione
con l’ideologia del fascismo. Lo stesso Momigliano, che alle voci sto- [In
Sindacalismo Mondolfo afferma: Del sindacalismo rivoluzionario parve per un
momento allo stesso Sorel figlia la rivoluzione dei Sovieti, coi consigli degli
operai e contadini; ma ben presto è apparso evidente che tutto quanto il
sistema sindacale è posto in essa sotto la ferrea direzione e dominazione dello
stato. E nell’affermazione del valore supremo dello stato è agli antipodi del
sindacalismo rivoluzionario anche il sindacalismo fascista, imitato poi dal
socialnazionalismo tedesco. Nel concetto fascista rivive l’esigenza dei valori
eroici, rivive il concetto di una società di produttori, in cui l’uomo è
cittadino in quanto produttore; ma è respinta la lotta di classe: i sindacati
di datori e prestatori di lavoro sono unificati nella corporazione, tutte le
corporazioni nella nazione, la cui personalità morale si riassume nello stato.]
riche dell’Exciclopedia dette un larghissimo contributo e fu in stretto
contatto con gli storici che vi lavoravano, ha parlato di un bilancio in
perdita per tutto quel gruppo di storici, fatta eccezione per Cantimori e
Chabod?: osservazione probabilmente troppo drastica, ma che invita ad un
approccio alla storiografia del periodo fascista non solo in termini di pura
storia delle idee; anche attenendosi a questo solo piano, comunque, da un esame
di alcune voci vedremo che molteplici sono le influenze che agiscono su storici
come Chabod e Maturi, per i quali le testimonianze e gli studi hanno finora
valorizzato esclusivamente l’insegnamento di Croce. Non è infatti possibile non
tener conto del quadro complessivo di cui fa parte lo stesso settore storico
dell’Erciclopedia, cioè di quella vasta opera di organizzazione della cultura
storica che si ebbe durante il fascismo e che attende ancora di essere
studiata. Protagonista ne fu, per la storia moderna e contemporanea, Gioacchino
Volpe, che riuscî a coinvolgere pienamente nei suoi programmi di lavoro anche
storici che, come Morandi, avevano già manifestato un diverso e autonomo
orientamento culturale, e che sotto la sua guida, o negli istituti, nelle
riviste e nelle collane da lui diretti, si dedicarono a una intensa attività di
ricerca in campi diversi per poi concentrarsi attorno alla storia della
politica estera italiana, in un momento in cui l’imperialismo fascista esaltava
la politica di potenza dello stato , risentendo in varia misura dell’
eclettismo storiografico e di singoli giudizi di Volpe. Negando contro
l’opinione di Maturi l’esistenza di una svolta nella storiografia italiana,
Ottokar lamenta la persistenza dei vecchi preconcetti della scuola
giuridico-economica (È illusione credere che la formula del materialismo
storico sia superata nella produzione storiografica odierna), e indicava a
modello Volpe, fin dall’inizio del secolo sostanzialmente immune Momigliano,
Appunti su Chabod storico, le osservazioni di E. Ragionieri, Carlo Morandi, in
Belfagor, da questi semplicismi materialistici, perché sembra che nel marxismo
egli abbia soprattutto sentito la parte più profonda e pit feconda, vale a dire
l’idea dell’unità e dell’interdipendenza, e non l’esagerazione delle antitesi e
dei contrasti che porta ad una visione isolatrice e materializzatrice. Comunque
si voglia giudicare la storiografia di Volpe, nel segno della continuità o del
cambiamento, nel periodo fascista essa si propose effettivamente come modello
di una storiografia politica di impronta nazionalistica ed esaltatrice dello
Stato-potenza, pur mantenendo alcuni residui del precedente interesse per la
storia sociale. Essa ebbe modo di imporsi attraverso gli istituti storici di
cui magna pars fu Volpe, impegnato fra l’altro a dissolvere anche
istituzionalmente la storia del Risorgimento nella storia secolare della
nazione italiana sorta col Medioevo, pur se a questo programma fece resistenza
la Società nazionale per la storia del Risorgimento: la Scuola di storia moderna
e contemporanea, collegata fin dalle origini con il COMITATO NAZIONALE PER LA
STORIA DEL RISORGIMENTO, si propose infatti la pubblicazione delle fonti di
storia italiana, programma che fu fatto proprio dal Comitato sotto la direzione
di Gentile, per poi passare all’Istituto storico italiano per l’età moderna e
contemporanea che assorbi il Comitato. Oggi infatti scrive Gentile
riecheggiando Volpe il quadro della storia del Risorgimento italiano, malgrado
la superstite specializzazione di alcuni suoi cultori, si slarga; e comprende
non solo gli immediati antecedenti del secolo delle riforme, ma tutta la storia
moderna d’Italia dal declinare di quella frammentaria vita comunale, che è il
primo erompere della vita nazionale ancora in- [Ottokar, Osservazioni sulle
condizioni presenti della storiografia in Italia, in Civiltà moderna ,
Interessanti notazioni sul rapporto Volpe-materialismo storico anche in
Volpicelli, Volpe, in La Fiera letteraria. Cervelli, Volpe, e le mie
osservazioni in Il problema Volpe, Una prima riflessione su questa complessa
rete organizzativa è stata fornita da S. Soldani, Risorgimento, ne Il mondo
contemporaneo, Storia d’Italia, Firenze, La Nuova Italia, conscia e incurante
della propria unità e ignara di ogni esigenza di organizzazione, fino alla
formazione del regno d’Italia e alla prima grande prova della sua volontà e
della sua potenza nella guerra mondiale. Le sezioni enciclopediche su alcune
delle cui voci ci soffermeremo, quella di Storia medievale e moderna diretta da
Volpe, e quella di Storia del Risorgimento diretta da Menghini legato a Gentile
anche per altre iniziative editoriali, come la collana Studi e documenti di
storia del Risorgimento di Le Monnier, si presentano come uno dei frutti di
questa vasta opera di organizzazione culturale, e videro impegnati quasi tutti
gli storici che prestavano la loro opera negli istituti di ricerca del regime.
Con ciò non si vuol dire che questi intellettuali si ridussero a funzionari del
regime, ma solo indicare la loro relativa omogeneità raggiunta negli anni ’30 e
la permeabilità di molti di loro all’ideologia nazionalistica propagandata dal
fascismo e che nell’Enciclopedia si manifestò nel larghissimo spazio concesso
alla storia di Roma e a quella d’Italia, pur nella varietà delle influenze sul
piano del metodo e dei giudizi: per cui la presenza della lezione crociana non
è di per sé un segno, in molti casi, di differenziazione ideologica
dall’orientamento nazionalistico. Sul piano metodologico nell’Enciclopedia,
come in quasi tutta la storiografia italiana del periodo, trionfa quella
concezione idealistica, sia etico-politica alla Croce sia realistica alla
Volpe, che aveva trovato un elemento unificatore nel concetto di classe
politica . Sul concetto di classe politica osserva Maturi, inteso eticamente o
realisticamente, sono tutti d’accordo: Croce e Gentile, Salvemini e Ottokar. Ad
esso si riduce in fondo anche il concetto di nazione nel Volpe, Prefazione di
Gentile all’Annuario del Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, Bologna,
Zanichelli. anche G. Gentile, Dal Comitato nazionale per la storia del
Risorgimento dl R. Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea.
Relazione a S.E. il Ministro della Educazione nazionale, Sancasciano Val di
Pesa, Stianti, Secondo quanto afferma invece M. Ciliberto, Intellettuali e
fascismo. Saggio su Delio Cantimori, Bari, De Donato, ad es. a15. come si vede
dal suo libro L'Italia in cammino, ove, al centro della narrazione, è l’analisi
dei ceti dirigenti del Risorgimento e della nuova Italia, Non a caso alcuni
anni dopo nella voce Storia Antoni annoverava fra i rinnovatori della
storiografia italiana, accanto a Croce e Gentile, Mosca e Volpe. È indubitabile
dunque che, al di là di scuole o di parti politiche, agli storici dell’Erciclopedia
fosse ben presente anche la lezione di Croce, come testimonia il fatto che
Nicolini, incaricato di predisporre un piano di voci di storia della
storiografia, si sentisse autorizzato a chiedere consiglio a Croce, che
nell’argomento è forse lo studioso più competente di Europa , e a proporre per
sé una sottosezione di storia della storiografia, in modo che le voci
passerebbero sotto gli occhi di Benedetto. Ma non permette di cogliere la
complessità delle influenze che si esercitarono sui maggiori storici operanti
fra le due guerre, ridurre tutto il problema alla questione del metodo e
privilegiare quindi l’insegnamento di Croce, per affermare che l’attualismo
gentiliano nel campo degli studi storici non esercitava che un’influenza
limitata, e in nessun modo tale da far sf che esso fosse accolto in prima
persona dagli storici migliori della nuova generazione idealistica #. Se
spesso, come nel caso di Maturi cui in particolare si ‘riferisce questa
osservazione, il metodo è quello di Croce, scelte tematiche e singoli giudizi
nad fonti diverse e talvolta contrastanti, e rinviano in molti casi, come
vedremo, a Volpe e a Gentile. Volpe aveva del resto cercato di orientare il
lavoro dei collaboratori della sua sezione suggerendo delle Norme e criteri per
la redazione degli articoli di storia medioevale e moderna, in cui invitava
alla valorizzazione della storia italiana, ma richiamava anche la necessità
come già Maturi, La crisi della storiografia politica italiana, in Rivista
storica italiana. AEI, Lettere, Nicolini. Cosî Salvadori, Maturi, in Nuova
rivista storica. Per alcune considerazioni sugli interventi storiografici di
Gentile A. Negri, L’interpretazione del Risorgimento di Gentile, in Critica
storica. Non apologie, né propaganda, né polemiche. Tuttavia, poiché aveva
fatto nel Programma per una storia d’Italia di combinare storia politica e
storia sociale, attenzione per lo Stato e per la vita economica, e avvertiva
ditener conto delle implicazioni politiche ed economiche della storia della
Chiesa. Sembra che a queste indicazioni, in cui si intrecciavano le varie
componenti della storiografia volpiana se pur spicca l’accento posto sulla
ricerca dello Stato anche nell’età comunale, ci si sia attenuti in molti casi,
ad esempio in alcune voci giudicate esemplari da Chabod nei primi volumi, come
Amburgo di Luzzatto, attento alla vita economica della città, o la Storia
dell’America di Doria, dove l’autore si sofferma sulle caratteristiche della
colonizzazione e sulla riduzione in schiaviti degli indios, senza nascondersi
gli interessi economici dei missionari, che in taluni casi furono piu spietati
dei conquistatori . Pi in generale, nelle voci dedicate agli Stati non italiani
che costituirono un banco di prova si tratta di una Enciclopedia Italiana, ai
collaboratori incaricati di trattare la storia degli altri paesi si chiede che
si compiacciano di dar rilievo a quella che può essere stata la ripercussione
di avvenimenti e personaggi italiani su la vita dei paesi stessi . Le Norme
sono riprodotte in Le predisposizione del lavoro in una grande impresa
scientifico-editoriale. L'Enciclopedia italiana dell'Istituto Treccani, in
L'organizza-zione scientifica del lavoro, Gli articoli sugli Stati, piccoli o
grandi, medioevali e moderni, non siano il quadro delle vicende dinastiche
(apposite voci sono dedicate alle dinastie e famiglie regnanti), né il mero
racconto degli avvenimenti politico-militari, ma presentino la storia politica,
largamente intesa, di una nazione o popolo, ne mettano in luce la struttura
economica e sociale e le vicende demografiche. Un posto maggiore che non le
altre opere simili l’Enciclopedia Italiana darà alla storia delle città, e in
particolare di quelle italiane, specialmente nell’epoca in cui le città furono
centri autonomi di energica vita, piccoli Stati di fatto, se anche
giuridicamente limitati. Quindi si devono presentare queste città nel loro
nascere o rinascere medioevale e anche moderno, le forze sociali che in esse si
raccolgono, la loro vita economica, le loro istituzioni, i personaggi più
notevoli, Negli articoli di Storia della Chiesa, che è quasi sempre anche
storia civile e politica, sarà da tener conto dell’uno e dell’altro elemento,
salvo i casi speciali in cui sarà espressamente avvertito che dell’elemento
religioso debba trattare a parte un altro scrittore. Discorrendo di missionari,
non si trascurino le finalità, i moventi e i riflessi culturali, economici,
spesso politici e nazionali della loro azione. Degli ordini monastici si metta
in luce l’importanza civile ed economica. Archivio storico italiano,
completamente nuovo per gli storici dell’Enciclopedia si può osservare
un’attenzione per i molteplici aspetti della loro storia e un notevole
equilibrio di giudizio come in Stati Uniti di Sestan e in URSS (anonima), anche
se, quando ci si avvicina alle vicende contemporanee (e quindi soprattutto
nell’Apperndice), si avverte l'influenza della propaganda politica del
fascismo: ad esempio occupandosi della Francia di Morandi che faceva cosî la
sua prima esperienza di commentatore politico, nelle cui vesti sarà
particolarmente attivo sulle pagine de Il Mondo minimizzerà il significato
dell’esperienza del Fronte popolare. Quando invece si tratta di valutare i
momenti rivoluzionari o i punti cruciali del dibattito storiografico, si tende
a tacere è il caso della Comune di Parigi, cui è dedicato appena un accenno da
Georges Bourgin ( governo municipale di radicali e socialisti ) sotto la voce
Parigi, storia, o a evidenziare i motivi ideologici nella ricostruzione
storica, come nelle voci dedicate alla Rivoluzione francese e alla storia
italiana. Appare naturale che il significato della Rivoluzione francese sia
sottoposto a severa critica nell’Enciclopedia, data la diffusa polemica, da
Croce al fascismo, contro i principi. Né stupisce, pur apparendo in un’opera
scientifica, la rozzezza con la quale Francesco Ercole tratteggia la figura di
Danton (La sua crescente influenza sugli elementi più torbidi e inquieti del
popolo parigino era dovuta, non meno alle sue qualità fisiche, alla massiccia
vigoria della persona, alla bruttezza suggestiva del volto butterato dal
vaiolo, alla voce stentorea, che alla suggestione morale esercitata dalla sua
consueta audacia di parole e di gesti. Ciò che interessa notare è invece, da un
lato, Chabod giudicò l’Enciclopedia mezzo e incentivo ad arricchire gli
interessi della nostra cultura, ad ampliare lo sguardo dei nostri studiosi a
determinare sia pure in pochi uomini volontà e proposito di affrontare,
finalmente, problemi che non siano quelli soliti, cari alla nostra
storiografia. anche Gentile, L'Enciclopedia Italiana, Eppure Bourgin era autore
di vari studi sulla Comune, dall’Histoire de la Commune a Les premières
journées de la Commune l'ampiezza dei giudizi negativi su di essa che sono
fatti propri anche da Chabod Ma le idee, una volta messe in circolazione,
sfuggono al controllo di chi le crea: e cosî fu che all’illuminismo,
alienissimo dalle violente e aperte rivoluzioni politiche e sociali,
s’appellassero quelli che, poco più tardi, dovevano far sorgere il novus ordo:
alquanto diverso, in verità, da quello auspicato dai filosofi, e grondante di
sangue (Illuminismo); e, dall’altro, la stretta interscambiabilità fra
posizioni scientifiche e ideologiche, per cui tornano alla mente i contenuti di
alcune voci politiche. L'importanza della Rivoluzione francese nella storia
europea non è certo disconosciuta da Ghisalberti che, dopo aver analizzato le
differenti posizioni delle varie classi sociali nell’89, afferma che essa recò
a termine con la sua violenza l’opera condotta nei secoli dalla monarchia
dell’antico regime e abbatté le sopravvivenze feudali e le disparità sociali,
consacrò l’importanza e la forza della borghesia, accentuò e unificò il governo
e l’amministrazione, accelerò il già iniziato trapasso della proprietà, rese
uguali gli uomini davanti alla legge (Francese, rivoluzione). Anche nella voce
Rivoluzione Crosa cita del resto la Rivoluzione francese accanto alla
rivoluzione fascista come rinnovamento essenziale d’idee e di principi per cui,
o direttamente o indirettamente, si produssero trasformazioni politiche di
suprema importanza. Ma, come in Fascismo si era detto che il fascismo è contro
tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica; ed è contro tutte
le utopie e le innovazioni giacobine, cosf Ghisalberti precisa subito la sua
valutazione della Rivoluzione francese affermando che mezzo secolo di
dogmatismo ideologico prepara il dogmatismo democratico dei giacobini ; e,
mentre alle critiche all’ordinamento sociale fondato sulla proprietà mosse da
Morelly o Brissot contrappone, come più rivoluzionarie, le proposte dei
fisiocratici, coglie il difetto della Dichiarazione dei diritti nel fatto che
l’umanità è anteposta alla Francia, l’individuo alla società: un giudizio che
ricorda quello espresso da Spirito in Liberaliszzo, e che Ghisalberti ribadisce
quando afferma che con la costituzione figlia della paura , la rivoluzione ha
trovato la sua soluzione borghese e alla disuguaglianza del privilegio ha
sostituito quella del censo, gettando cosi i germi di futuri conflitti sociali
S, Il giudizio limitativo dei principi coinvolge naturalmente l’illuminismo e i
suoi esponenti, affacciandosi anche in Illuminismo di Chabod, che pur ne
riconosce tutta l’importanza per la storia del progresso umano: quello che non
andò perduto cosî conclude la voce fu il nocciolo stesso dell’illuminismo e
cioè l’aver fissato su basi puramente umane e razionali la vita dell’uomo e
dell’umanità. In questa concezione d’insieme che corona e completa e sistema
definitivamente le prime conquiste del Rinascimento italiano è il valore ideale
dell’illuminismo . Eppure Chabod insiste anche in altri passi sul collegamento
col Rinascimento italiano e, mentre sulla traccia di Philosophie der Aufklirung
di Cassirer trascura l’opera dei pensatori sensisti, non nasconde la sua
diffidenza per l’elemento che distinguerebbe l’illuminismo dal Rinascimento,
cioè l’interesse dei philosophes per la diffusione universale della cultura,
anche presso quella moltitudine che doveva sentirsi facilmente e pienamente
appagata dalla chiarezza e linearità delle idee che le venivano poste innanzi,
da una filosofia che s’appellava alle leggi di una ragione molte volte
identificabile col buon senso comune, e quindi di facilissima recezione, e che
in nome di questa ragione-buon senso bandiva le sue crociate contro certa
storia, vicina o remota: proprio come piace alle moltitudini, per le quali il
senso storico rappresenta il più difficile e complicato del misteri, e proprio
com’era necessario allora, dato il clima storico di quell’età, Ancora più
evidente è il carattere ideologico della ricostruzione storiografica per cui
quest’ultima si trasforma nell’ apologia che Volpe aveva invitato ad evitare
Per trovare una valutazione complessiva della politica di Robe spierre bisogna
ricorrere non alla voce dedicatagli da Francesco Lemmi, e ne fa il responsabile
del carnaio, ma a Terrore di Maturi. Anche l’opera di Federico II di Prussia è
opposta da Chabod al dottrinarismo astratto di un Giuseppe II . nella voce
Italia, scritta proprio da Volpe, da Rodolico, e Ghisalberti. La voce non
affronta esplicitamente, come è stato osservato, il problema dell’unità della
storia d’Italia, ma riproduce tuttavia la periodizzazione posta a base del
Programma, che vedeva profilarsi la nazione italiana fin dall’alto Medioevo. In
essa assai più marcato è però il motivo della continuità con la storia romana
alla quale, con la preistoria, è dedicata la prima parte della voce, in modo da
far risaltare come l’Italia, culla della civiltà latina e sede della Chiesa
cattolica, abbia avuto fin dall’antichità il privilegio di essere il centro del
mondo: è lo stesso Momigliano ad affermare che con la dissoluzione di L’IMPERO
ROMANO l’Italia si avviò a una nuova sua storia. La quale continua bensi e non dimentica
quella di Roma e del suo impero, anzi, con la Chiesa, che continua
l’universalità dell'impero, mantiene la sua funzione di primato spirituale; ma
solo dalla caduta dell'impero la storia italiana si svolge autonoma e con
propri destini: la faticosa conquista d’una forma politica per l’unità
nazionale del popolo italiano. L’anticipazione dell’esistenza di una coscienza
nazionale e di una tradizione politica unitaria è in Volpe assai netta, anche
rispetto a suoi giudizi precedenti:nella prefazione al Medioevo italiano, egli
coglieva nell’età comunale uno dei momenti di più energica fecondità della
storia d’Italia, anzi come l’inizio ricco e promettente di questa storia,
segnato appunto dal sorgere dello Stato (Stato di città nel Nord e nel centro
d’Italia, Stato monarchico e territoriale nel sud) e della borghesia italiana,
e dal delineatsi di un popolo italiano che è creatura nuova e pur sente lo
stimolo a crearsi una tradizione e trovarla in Roma, nella voce enciclopedica,
dopo aver affermato che già con Odoacre, si ha il restringersi alla sola
penisola del senso politico della parola Italia , Volpe insiste più Sestan, Per
la storia di un'idea storiografica: l'idea di una unità della storia italiana,
in Rivista storica italiana, Ora in Volpe, Storici e maestri, di quanto non
avesse fatto Solmi sull’importanza del dominio longobardo che fondò in Italia
una tradizione politica di unità . Tutta la storia successiva gli appare un
progressivo disvelamento della coscienza nazionale, soprattutto a partire dal
secolo XI c dalla nascita dei Comuni, e quindi con ALIGHERI e Cola di RIENZO,
con la crescente unificazione dello spirito ita- liano promossa dall’Umanesimo,
visto come un momento del Risorgimento, che è cosa del pasato ed è cosa
presente e immanente a tutta la storia italiana, dalla caduta di Roma e dalle
invasioni in poi afferma Volpe che tendeva appunto a una d ilatazione e
dissoluzione del concetto di Risorgimento, finché a Vittorio Amedeo II appare
chiaro il fine ultimo della politica sabauda: che era quello di chiudere le
porte d’Italia a francesi e tedeschi e rendersi signori col tempo di gran parte
della penisola . Accanto alla precoce affermazione di una coscienza nazionale,
Volpe individua nel Comune e nel podestà il delinearsi più netto di un ente, lo
stato che nasce , e sottolinea in più punti, come aveva avvertito nel Programma
per una storia d’Italia, la funzione italiana e quasi nazionale che assolve il
papato: questa comincia ad apparire già al tempo di Carlo Magno, ritorna
all’epoca di Federico II, per poi affermarsi con la Controriforma quando il
pontificato romano, nella lotta al protestantesimo, si mosse nella direzione
segnata dallo spirito del popolo italiano, e l’Italia, politicamente divisa, ma
unita nella cultura, priva ancora come è di più intimi e propri centri, si
appoggia, nel lento maturare della sua coscienza nazionale, al papato. Come
aveva tratto nel suo cerchio ideale Roma antica, cosi ora Roma papale, nella
quale vedeva, accanto a una funzione cattolica, anche una funzione nazionale e
italiana. Molti altri aspetti potrebbero essere sottolineati nella
ricostruzione volpiana come l’ampio rilievo dato alla rivolta antispagnola ,
mentre non mette conto Solmi, Discorsi sulla storia d’Italia, Firenze, La Nuova
Italia, soffermarsi sulle parti della voce redatte da Rodolico e Ghisalberti
improntate a una storiografia puramente événémentielle e aproblematica, in cui
le preoccupazioni ideologiche si fanno via via prevalenti, se non per rilevare,
nel primo, l’esaltazione del sanfedismo ( pagine di fierezza di popolo) e della
missione nazionale assolta da Carlo Alberto ancor prima del 1848, e, nel
secondo, la caricatura del peggior Volpe de L'Italia in cammino che si conclude
con una apologia del fascismo. Due contributi, questi, che non reggono il
confronto con la narrazione volpiana, capace in alcuni momenti di presentare la
complessità del processo storico e di aprirsi alla considerazione di aspetti
economici e sociali: con più forza nella connotazione delle origini del Comune
già Ottokar aveva rilevato come esso fosse composto di elementi economicamente
e socialmente assai eterogenei (Comune), ma anche nella valutazione delle basi
sociali della Signoria, per cui Volpe accetta nelle linee generali la tesi di
Ercole della sua origine popolare anche se poi opera delle differenziazioni fra
Venezia e Firenze e tra le vatie fasi della storia fiorentina; ma sempre con un
certo interesse per la correlazione tra storia politica e storia sociale, che
manca invece in Giorgio Falco, il quale nella Signoria un tema su cui si
concentrò l’attenzione di gran parte della storiografia italiana tra le due
guerre, in cerca dell’origine dello Stato moderno e di una nuova classe
dirigente sottolinea la tendenza all’affermazione di potenti individualità e la
prefigurazione della futura storia d’Italia: il Principe di MACHIAVELLI,
infatti, con la sua esaltazione della sovrana virt4 fondatrice di stato,
liberatrice d’Italia, riassume i due motivi dell’età delle signorie: ciò che
essa aveva prodotto, lo stato creazione dell’uomo; ciò che essa aveva invocato,
la nazione, ed era il compito dell’avvenire Pizzetti, Chabod storico delle
Signorie, Se alla radice delle signorie sta, non di rado afferma Falco, un
conflitto di natura sociale ed economica e se, com'è ovvio, gl’interessi
economici hanno parte in maniera generica nell’origine e nello svolgi Se
infine, in questo assai rapido e incompleto esame del settore di storia moderna
e contemporanea, prendiamo in considerazione alcuni contributi di storia
italiana di due intellettuali, come Chabod e Maturi, per i quali più spesso si
è sottolineata l’ascendenza crociana, possiamo notare che nei loro giudizi essi
sono largamente debitori di Volpe e di Gentile e quindi, almeno indirettamente,
dell’impronta nazionalistica di questi ultimi; con ciò non si vuole esprimere,
com’è naturale, un giudizio generale sull’opera di Chabod e di Maturi nel
periodo fascista che dovrebbe tener conto ad esempio, per il primo, e per
limitarsi all’Exciclopedia, anche del contributo su Machiavelli, che nel suo
rigore scientifico si contrappone alla presentazione decisamente nazionalistica
che ne aveva fatto Ercole, ma solo contribuire a chiarire le caratteristiche
complessive dell’Enciclopedia come manifestazione culturale del fascismo.
Accenti nazionalistici sono presenti, infatti, in Rimascimento di Chabod, che
pur qui (come nella comunicazione su Il Rinascimento nelle recenti
interpretazioni) si preoccupa di negare in un periodo in cui assai accese, e
non immuni da preconcetti ideologici, erano le controversie sulla
periodizzazione la continuità col Medioevo, contestando la tesi di quanti, come
Thode e Burdach, hanno messo in luce gli elementi storico-ideologici che
ricollegano il trionfante movimento dei secoli XIV e XV ad aspirazioni,
credenze, idee dell’età precedente, e di quanti, come Volpe, hanno operato un
analogo allargamento del quadro cronologico mettendo in rilievomento della
nuova istituzione, caratteristica di essa, quando riesce a mettere radice, è
essenzialmente l’affermazione e il trionfo di una volontà politica, una
dissociazione dell’esercizio del potere dalle attività della produzione e dello
scambio, dalle organizzazioni di arte e di classe, una soggezione lenta e
progressiva di queste e di quelle agli scopi dell’uomo di governo, infine,
dello stato (Signorie e Principati,Per alcune indicazioni sul dibattito su
Machiavelli nel periodo fascista M. Ciliberto, Appunti per una storia della
fortuna di Macbhiavelli in Italia: Ercole e Russo, in Studi storici, Ora in
Chabod, Scritti sul Rinascimento, Torino, Einaudi, gli elementi storico-pratici
che collegano età dei comuni e Rinascimento tradizionale, e hanno prospettato
il Rinascimento come il moto stesso di ascesa del popolo italiano, nella sua
coscienza di nazione, nella sua attività politica ed economica oltre che
culturale e artistica, e hanno pertanto fatto tutt'uno fra Rinascimento e
storia del popolo italiano a partire dal sec. XI . In realtà il distacco da
Volpe si manifesta soprattutto nella sostanziale esclusione degli aspetti politici
ed economici rilevati da Volpe già in Bizantinismo e Rinascenza, e ancora nella
voce Italia, e nella caratterizzazione kulturgeschichtlich del periodo, per cui
se il Rinascimento è divenuto una categoria storica, lo è al pari degli altri e
simili concetti di Illuminismo e Romanticismo nell’unico significato possibile,
e cioè di un momento storico della vita spirituale europea, di un periodo
filosofico, letterario, artistico, che si origina certo da una determinata
realtà politica e sociale nuova, ma che, ad un certo momento, si dispiega per
cosî dire in modo autonomo e, tratto da quella realtà il succo vivo di cui
alimentarsi, lo elabora poi concettualmente e immaginativamente, ne fa un mondo
a sé, mondo di idee di dottrine di creazioni artistiche che si dispiega sino ad
esaurimento della sua interiore virtà. Ma nella voce enciclopedica, a
differenza della comunicazione, la distinzione iniziale tra il Rinascimento e
il periodo precedente, affermata nell’analisi delle interpretazioni, è
contraddetta quando Chabod passa a enucleare gli elementi costitutivi dell’
epoca. Mentre nega la tesi di un rinnovamento spirituale europeo che si sarebbe
verificato in Francia e nei Paesi Bassi, riprende il motivo della continuità e
insiste sul carattere esclusivamente italiano e perfino nazionale del
Rinascimento, preparato lentamente, che vide in Italia lo sviluppo dei Comuni e
della borghesia: Nel Rinascimento, afferma Volpe, è come se la società
italiana, la borghesia italiana nata dalle città, celebri se stessa riuscita a
essere, da nulla che era, tutto o quasi tutto; come se celebri la signoria e il
signore, che era pur egli, a modo suo, creatura di quella borghesia e, a modo
suo, attuava quell’ideale dell’uomo che si fa da sé (Italia). E la graduale
conquista di un proprio mondo spirituale da parte di chi aveva, già prima, dato
nuove basi alla propria attività pratica e alla propria vita quotidiana. Era
infatti una società nuova, quella ch’era venuta affermandosi nell’Italia, e
specialmente nell’Italia settentrionale e centrale. Come ceio sociale, era già
ben robusto e capace quello che, con termine moderno, chiameremmo borghesia,
ormai differenziato nettamente dai chierici e dai feudatari. Questo gagliardo e
irrompente fiotto di vita nuova trovava presso che subito una sua prima, grande
espressione morale e spirituale, ma non sul terreno della cultura cosiddetta
laica, bensf su terreno prettamente religioso.] ora, all’inizio del secolo
XIII, era la società italiana tutta quanta che appalesava le sue rinnovate esigenze
di vita morale nel movimento francescano. Che era il grande apporto della nuova
nazione italiana alla storia della religiosità europea. In questo recupero
dell’interpretazione volpiana anche Cantimori, sul Dizionario di politica,
aveva individuato nel Rinascimento la presenza di un sentimento nazionale
unitario italiano il trasferimento nell’ambito prettamente umano di idee che
prima avevano trovato la loro ragion d’essere nella fede in Dio è seguito nel
suo lento cammino, che dal francescanesimo porta a Dante, a Cola di Rienzo, a
Petrarca e infine a Machiavelli, cioè attraverso l’erompere delle nuove,
giovani forze che danno vita alla nazione italiana, con una genealogia che
richiama quella proposta da Gentile nella sua ricerca della nazionalità della
filosofia. Per converso, il tramonto del Rinascimento si ha, afferma Chabod in
un passo finale della voce in cui già Cantimori ha colto il ripiegare sul piano
della storia nazionale dell’interesse precipuo dello storico valdostano per il
fenomeno europeo e cosmopolitico del Rinascimento, Cola di Rienzo e oggetto di
grande attenzione nel periodo fascista in quanto espressione come afferma Falco
nella voce a lui dedicata lella coscienza italiana. le osservazioni di Garin in
Gentile, Storia della filosofia italiana, Firenze, Sansoni, Cantimori, Chabod
storico della vita religiosa italiana, ora in Storici e storia, Analizza la
voce, come caratterizzazione spirituale del Rinascimento, E. Sestan,
Rinascimento e crisi italiana del Cinquecento nel pensiero di Chabod, in
Rivista storica italiana, in stretta connessione con l’infiacchimento della
vita italiana, con la iniziantesi decadenza politica ed economica, con il venir
meno delle grandi speranze e della volontà d’azione, in una parola con il
tramonto delle forze creatrici che avevano dato alimento ed essere alla muova
civiltà e ne avevano fatto l’espressione piena del vigoroso sorgere della
nazione italiana. Pit precisa ancora è l’influenza di Volpe e di Gentile che
accanto a una forte sensibilità per il conflitto tra ethos e kratos su cui
aveva attirato l’attenzione Meinecke , si può riscontrare in alcune voci
risorgimentali di Maturi, che pur Volpe giudicherà liberale, liberalissimo,
come in politica, cosi in storiografia, assai aperto alle influenze di
Benedetto Croce , e tra i suoi allievi forse il più distaccato, nell’intimo,
dal mondo del fascismo, Tornando a valutare la sua celebre voce Risorgimento,
Maturi la presentò come una decisa risposta alla tesi nazionalistica ?;
tuttavia, se è vero che in essa l’autore si opponeva alla dissoluzione del
Risorgimento nella secolare storia italiana, non è sufficiente limitarsi a
definirla una interpretazione rigorosamente etico-politica senza precisarne le
fonti ?. Assai netta appare infatti la sottolineatura delle origini autoctone
del Risorgimento, L’idea della ragion di Stato di Meinecke era stata fatta
conoscere da Chabod in un articolo (ora in Lezioni di metodo storico, a cura di
L. Firpo, Bari, Laterza), mentre Cosmopolitismo e Stato nazionale era stato
tradotto da La Nuova Italia : sono testi probabilmente presenti a Maturi, che
anche nelle voci enciclopediche avverte il contrasto tra politica e morale, tra
Stato e idea di nazionalità, soprattutto nella Restaurazione, nella quale si
elaborano da un lato i concetti di stato forte e di potenza, dall'altro quelli
di libertà e di civiltà (Restaurazione). L’opera degli Svizzeri e dei Tedeschi
fu immensa per la formazione delle coscienze nazionali europee, ma fu opera
essenzialmente culturale: per fare trionfare in pratica il principio ci
volevano diplomatici e rivoluzionari. Alessandro fu il primo ad agitare l’idea
della nazionalità (Storia del principio di nazionalità, sottovoce di Nazione di
Battaglia). Volpe, Storici e maestri, Maturi, Gli studi di storia moderna e
contemporanea, in Cinquanta anni di vita intellettuale italiana, La sua
interpretazione è stata fatta propria da E. Sestan, Maturi, in Rivista storica
italiana, (l’articolo esamina anche le altre voci di Maturi), e da Salvadori,
Maturi, cSalvadori, Walter Maturi, sganciato da ogni rapporto con la
Rivoluzione francese. Ma, allora, avrebbero ragione gli storici francesi, che
fanno ancora risalire alla rivoluzione francese il nostro Risorgimento, si
chiede Maturi una volta confutate le tesi sabaudista e diplomatica delle
origini del Risorgimento: Ciò che distingue la nostra tesi da quella francese,
rappresentata ancora dal Bourgin, è il valore che noi diamo all’epoca del
dispotismo illuminato e al principio della lotta delle nazioni. Senza le
riforme del Settecento, senza l’insoddisfazione dei nostri elementi regionali
pit intelligenti verso lo stato regionale, senza lo stacco che l’opera
riformatrice aveva posto in Italia tra minoranze sovvettitrici di vecchi ordini
statali e masse meccanicamente attaccate a quegli istituti, la rivoluzione
francese non si sarebbe potuta inserire tra le lotte politiche e sociali
italiane e non avrebbe trovato il germe fertile, il terreno fecondo. D'altro
canto le grandi lotte settecentesche tra Francia e Inghilterra avevano
insegnato agl’Italiani la fecondità delle lotte nazionali. Diversamente da
quanto dirà nel saggio su Partiti politici e correnti di pensiero nel
Risorgimento, Maturi considera quindi il Risorgimento un movimento che affonda
le sue radici nell’età delle riforme. Anche Volpe aveva sottolineato i Principi
di Risorgimento italiano; ma il richiamo a Volpe si fa ancora più preciso
quando Maturi coglie l'elemento propulsore del Risorgimento in un piemontese
non conformista, Alfieri col quale si afferma il primo presupposto d’una
nazionalità: la volontà di essere uno stato-nazione. In Problemi storici e
orientamenti storiografici, raccolta di studi ‘a cura di Rota, Como, Cavalleri,
Romeo ha invece scritto: Fermissimo, anzitutto, nel Maturi, il rifiuto delle
posizioni nazionalistiche e, dunque, di ogni tesi sul carattere
pre-risorgimentale del Settecento o peggio, sulla funzione risorgimentale dei
Savoia; e nessuna adesione, di conseguenza, al tentativo di negare il nesso
Rivoluzione francese-Risorgimento (Maturi storico della storiografia ora in
L'Italia unita e la prima guerra mondiale, Bari, Laterza. Il pensiero
riformatore fu giudicato astratto da Rota, fuorché in Italia, dove avrebbe
avuto carattere autonomo e nazionale (Riforme, età delle, Rivista storica
italiana (il tema dell'articolo era stato anticipato da Volpe al Congresso per
la storia del Risorgimento sulla base del celebre passo di Del principe e delle
lettere in cui si auspica che l’Italia, inerme, divisa, avvilita, non libera,
impotente, possa risorgere virtuosa, magnanima, libera e una: lo stesso passo
parafrasato da Volpe per dimostre che con Alfieri il lento processo storico che
da secoli veniva costruendo l’Italia diventa veramente coscienza e volontà. È
questo un tema, del resto, che nell’Enciclopedia circola ampiamente, da
Rodolico, che vede in Alfieri i primi albori del Risorgimento nazionale
(Italia), a Manfredi Porena, per il quale il letterato piemontese ebbe con
maggior chiarezza di ogni altro suo precursore il concetto dell’unità politica
d’Italia fondata sull’indipendenza e sulla libertà, e con maggior ardore e
fiducia la profetò (Alfieri). Ma le date e il linguaggio di queste voci ci
suggeriscono che all’origine dell’interpretazione di Maturi non c’è soltanto
Volpe; e se pensiamo alle: altre tappe della creazione del mito risorgimentale,
tutte segnate da letterati, da Foscolo a Cuoco, ci accorgiamo che la matrice è
il Gentile de L'eredità di Alfieri, I profeti del Risorgimento italiano,
Vincenzo Cuoco. Cuoco scrive Maturi riprendendo la genealogia gentiliana della
nuova Italia accolse tutto l'insegnamento che si poteva cogliere dalla rivolta
delle plebi italiane e predicò come dovere morale l’opera di colmare l’abisso
tra popolo e minoranze intellettuali. E un altro grande contributo portò il
Cuoco al concetto di Risorgimento: il culto del VICO (si veda). Se Alfieri
insegnò agl’Italiani ad agire in grande, Vico insegnò loro a pensare in grande;
se con l’Alfieri l’Italia s’individuò come volontà di essere stato tra gli
stati europei, col Vico acquistò coscienza di avere una propria personalità
nella cultura europea. Dalla fusione delle dottrine di questi due grandi nacque
la nuova Italia, pensante e operante con una sua particolare fisionomia. nel
seno dell'Europa. Può essere curioso notare che, pur polemizzando con
l’interpretazione autoctona di Gentile, anche Gobetti aveva visto in Alferi
l’iniziatore di un Risorgimento e un liberalismo che ben si può dire originale,
e in cui si trovano le premesse della nuova cultura politica italiana (La
filosofia politica di Vittorio Alfieri, tesi di laurea in filosofia del diritto
discussa con Solari, ora inGobetti, Scritti storici, letterari e filosofici, a
cura di Spriano, con due note di Venturi e Strada, Torino, Einaudi). Anche per
Battaglia Cuoco aveva avuto il merito di mettere in circolazione Vico, in
particolare quella posizione storicistica, che in Se quindi Maturi rifiuta la
tesi sabaudistica e quella diplomatica delle origini del Risorgimento, è per
costruirne un’immagine etico-politica che rinvia a Gentile, ma anche a Volpe.
Non è del resto possibile dimenticare che non di vero e proprio antisabaudismo
si tratta nel caso di Maturi, uno dei patiti del Piemonte ?. Nell’ampia voce
Savoia, il giudizio positivo sull’opera di riorganizzazione dello Stato di
Filiberto e di Emanuele I diventa entusiastico per il ’700 ( Da molteplici
punti di vista lo stato sabaudo nel Settecento appariva uno stato perfetto ),
mentre Carlo Alberto è definito un principe paterno modello e la sua opera
prima del 1848 è qualificata come nazionale; per cui sembra corretta la critica
che di lf a poco Cortese muoverà a Risorgimento di Maturi ( non crediamo che ci
siano elementi che ci autorizzino a fare della classe politica piemontese della
fine del Settecento la creatrice del mito del Risorgimento nazionale. Un altro
motivo che torna anche in alcune voci enciclopediche di Maturi, laureatosi in
filosofia con Gentile con una tesi su De Maistre, è quello della religione e
dei suoi rapporti col potere politico. Proprio nell’opera di De Muistre egli coglie
i primi germi di alcune eresie: del modernismo con i suoi accenni
all’evoluzione dei dogmi e delle credenze religiose; del nazionalismo francese
di Ch. Maurras con la sua eccessiva Politisierung della Chiesa nel Du a , e,
più in generale, in Restaurazione nota che per rendere più docili le nuove
generazioni e amalgamarle con le vecchie non si seppe pensare ad altro mezzo
che all’educazione ecclesiastica e si commise l’errore di abbassare la Chiesa a
instrumzentum regni in un’età di delicatissima sensibilità etico-religiosa, con
l’unico parte si fonde con la filosofia antilluministica , e aggiungeva che
l’opera sua resta nei limiti della tradizione nazionale, che egli riconquistò
alla filosofia ed elaborò con alta coscienza, tanto che al suo insegnamento si
ricollegarono gli uomini del Risorgimento: Mazzini e Gioberti stesso Cantimori,
Studi di storia, Torino, Einaudi, Cortese, Orientamenti storiografici intorno
alle origini del Risorgimento, in Problemi storici e orientamenti
storiografici, frutto di provocare per reazione la genesi del cattolicesimo
liberale e d’insinuare con esso il nemico nella cittadella religiosa del
passato. Queste affermazioni non sono tuttavia univoche, come dimostra oltre
alla valutazione positiva dei Patti lateranensi (Romana questione) il giudizio
sul Neoguelfismo, che trasformò in sentimento politico nazionale il sentimento
politico locale, facendo confluire nella cultura nazionale le culture
regionali, e quindi compî, sotto certi aspetti, un’opera d’educazione nazionale
maggiore di quella di Mazzini, perché operava dal seno stesso delle vecchie
formazioni statali italiane e ne produceva la crisi morale. Del neoguelfismo,
restò, trasformandosi ed evolvendosi, il liberalismo nazionale o partito
moderato col nuovo ideale d’Italia e casa Savoia, elaborato dalla storiografia
piemontese; restò il cattolicesimo nazicnale, che abbandonò le idee di riforma
cattolica, si restrinse ad aspirare alla conciliazione tra il papato e la
patria italiana e ha visto realizzato il suo sogno dalla nuova politica
ecclesiastica di B. Mussolini; restò l’ideale del primato, che è stato ripreso
dal fascismo Dove in quel si restrinse traspare comunque una posizione laica,
alla quale fa riscontro per alcuni aspetti il giudizio su Gioberti di Saitta,
il direttore di Vita nova che ospitò, come vedremo, alcune critiche alle voci
religiose dell’Enciclopedia: un Gioberti a proposito del quale, in linea con
l’interpretazione gentiliana ?°, non si cita mai la funzione da lui assegnata
al pontefice, ma è visto come l’esponente di una visione laica e democratica e
il maggior teorico del liberalismo, che è in antitesi col mazzinianesimo
antimonarchico e col guelfismo dei conservatori che consigliavano il re ad una
politica di mode Di Sanctis Maturi evidenziò gentilianamente il fatto che,
vichiano, senti il valore della religione per il popolo, ma criticò fino in
fondo il principio della libertà ecclesiastica e molto si adoperò, di conserva
col Mancini, per far mantenere nel sistema separatista italiano alcune cautele
giurisdizionaliste. Comprese, invece, la funzione dialettica, altamente
educativa per ambo le parti, d'un insegnamento religioso coesistente con quello
laico.] Gentile parla di un incessante svolgimento del programma giobertiano
verso quella concezione nettamente laica e democtatica, o in una parola,
liberale dello Stato, innanzi alla quale i neoguelfi ricalcitrano (I profeti
del Risorgimento italiano, Firenze, Vallecchi.] razione e di prudenza, la quale
si risolveva nella diserzione dalla causa nazionale , ed è esaltato per il suo
tentativo di conciliare la spiritualità dello stato con la spiritualità della
chiesa . Busnelli, un critico severo dell’ attualismo che troviamo fra i
collaboratori dell’Enciclopedia, recensendo su La Civiltà cattolica i primi volumi
dell’opera notava con compiacimento, come abbiamo visto, che i suoi direttori,
mentre lasciano agli scrittori la piena libertà d’esprimere il concetto
cristiano e cattolico e il giudizio dei fatti secondo il criterio della soda
indagine ecclesiastica, promettono di invigilare che anche in altri articoli
indirettamente attinentisi alla religione cattolica e alle materie
ecclesiastiche non vengano sostenute o insinuate sentenze o critiche contrarie
o malfondate. Il giudizio rispecchiava il posto privilegiato riservato
nell’Enciclopedia ai cattolici, l’unica voce organizzata non completamente
omogenea con la cultura del fascismo quale era auspicata da Gentile, ma tale,
per ampiezza e incisività, da caratterizzare nettamente l’opera nel suo
complesso, che non può perciò essere qualificata solo come idealista o
attualista. Questo aspetto non è stato messo nel dovuto rilievo dai testimoni
di allora, nemmeno da quanti hanno ammesso la presenza della censura
ecclesiastica ??; del resto nelle stesse ricostruzioni generali della cultura
nel periodo fascista solo di recente se prescindiamo dalle Cronache di Garin è
stato messo l'accento sull’intervento dei cattolici come componente es
Busnelli], L’ Enciclopedia Italiana , in La Civiltà cattolica. Busnelli aveva
pubblicato. I fondamenti dell’idealismo attuale esaminati. Cosî Vida, Fantasmi
ritrovati, e Calogero, Mussolini, la Conciliazione e il congresso filosofico in
La Cultura. Sulla tematica affrontata in per pagine M. De Cristofaro, Le voci
di argomento religioso nel°Enciclopedia italiana, tesi di laurea presso la
Facoltà di Lettere e Filo sofia di Firenze, anno acc. senziale del regime,
anche se in concorrenza con l’attualismo. Ma l’esistenza di una loro vasta
organizzazione intellettuale e il loro incontro con altri settori conservatori
della cultura laica sono forse ravvisabili già prima del Concordato. Proprio le
vicende dell’Enciclopedia suggeriscono infatti una prospettiva di più lungo
periodo, capace di individuare le tappe decisive della riconquista cattolica
anche in campo culturale in un confronto continuo con la cultura laica
contemporanea nell’iniziativa neoscolastica all’indomani della sconfitta del
modernismo, nella prima guerra mondiale che offri ai cattolici numerosi spazi
di intervento in tutti i settori della società, e nella soluzione della crisi
Matteotti, in cui anche Pietro Scoppola ha visto l’origine di un regime
clerico-fascista Le osservazioni sul Concordato e sui neoscolastici svolte da
Gramsci nel breve periodo che intercorre fin allal messa all'indice delle opere
di Croce e di Gentile, possono probabilmente essere anticipate di alcuni anni,
al momento in cui, nell'immediato dopoguerra, il celebre appello di Gemelli al
medioevalismo Noi siamo medioevalisti; lo siamo perché riconosciamo che la cosî
detta cultura moderna è il nemico pit fiero del Cristianesimo e perché
riconosciamo che è vano parlare di adattamenti, di penetrazione ?° diventa
prospettiva concreta di attacco in tanti interventi di cattolici, fra cui
spicca per L. Mangoni, Aspetti della cultura cattolica sotto il fascismo: la
rivista Il Frontespizio , in Modernismo, fascismo, comunismo, a cura di
Rossini, Bologna, Il Mulino. L’interventismo della cultura. Intellettuali e
riviste del fascismo, Bari, Laterza, e Ranfagni, I clerico fascisti. Le riviste
dell'Università Cattolica negli anni del regime, Firenze, Cooperativa editrice
universitaria. Su un altro aspetto, non meno importante, S. Pivato,
L’organizzazione cattolica della cultura di massa durante il fascismo , in
Italia contemporanea. Scoppola, Sviluppi e differenti modalità della presenza
culturale e politica dei cattolici nelle vicende italiane, in Quaderni di
azione sociale Gramsci, Quaderni del carcere. L'articolo è riprodotto in A.
Gemelli, Idee e battaglie per la cultura cattolica, Milano, Vita e pensiero]
chiarezza l’invito rivolto da don Giuseppe De Luca allo stesso Gemelli: Nelle
nostre file s'è troppo indugiato sulla difesa. Che fanno oggi i cattolici
studiosi se non difendere dagli attacchi dei nostri nemici? Perché non occupare
noi primi le scienze, le lettere? Perché non dar neppure il motivo agli
avversari? Pigliamo la cultura, e studiamola e facciamola nostra: quali timori?
Una università cattolica, non una chiesuola; o meglio ancora dare degli
elementi vigorosi e inserirli negli istituti laici. Si assiste infatti a uno
sforzo cospicuo dei cattolici di organizzare una propria cultura per il clero e
per il laicato: dal rilancio del tomismo prospettato dall’enciclica Studiorum
ducem che troverà una espressione organizzativa nella costituzione Deus
scientiarum dominus, alle tante iniziative che come l’Università cattolica o la
fondazione della casa editrice Morcelliana si ispirano al suggerimento di
Gemelli, secondo il quale perché i cattolici italiani abbiano da esercitare una
influenza culturale, quale la tradizione cattolica in Italia rende possibile, è
necessario innanzitutto che i cattolici non siano reclutati solo nelle classi
popolari, ma anche nelle classi elevate. Gentile aveva cominciato ad avvertire
il pericolo della concorrenza cattolica’, che diventerà sua preoccupazione
costante. Eppure proprio nell’Enciclopedia da lui diretta egli aveva dovuto
accettare fin dall’inizio la presenza condizionante dei cattolici, fino a
perdere ogni controllo sulle sezioni Religione e Storia del cristianesimo, e a
conferire uno spazio larghissimo a Materie ecclesiastiche di Tacchi Venturi e a
Geografia sacra di Luigi Gramatica. La vicenda di Omodeo, cui Luca et l’abbé dr
Bremond, Roma, Edizioni di storia e letteratura, Gemelli, I/ compito colturale
dei SE, in Idee e battaglie, Le università cattoliche dovrebbero, secondo loro,
col tempo e col favore di Dio, sostituirsi interamente alle università laiche
dello Stato (discorso al Congresso di cultura fascista di Bologna, in Gentile,
Che cosa è il fascismo. Gramatica, direttore della Rivi L’Enciclopedia italiana
inizialmente era stata affidata la Storia del cristianesimo, è indicativa del
tentativo di Gentile affiancato da altri direttori di sezione di contrastare
l’offensiva ecclesiastica, ma anche della sua sconfitta. La scelta di Omodeo da
parte di Gentile era coerente all'impostazione critico-storica che la direzione
avrebbe voluto dare alla trattazione di tutte le voci; ben note erano del resto
le aspre critiche che da parte cattolica avevano accompagnato gli studi di
Omodeo sul cristianesimo antico, come il Paolo di Tarso, giudicato dalla
Civiltà. cattolica opera di un compilatore di seconda o terza mano. La sua
rivendicazione della storia del cristianesimo e in genere della vita religiosa
come storia etico-civile, come storia della società umana, da studiare,
ricercare e ricostruire prescindendo da preoccupazioni confessionali di ogni
genere %, non era infatti tale da accattivargli le simpatie degli studiosi
cattolici; la sua impostazione idealistica e storicistica era avversata anche
da Buonaiuti che, pur giudicando la Mistica giovannea un sensibile progresso
sulla precedente produzione dell’Omodeo , la considerava tuttavia una mal
digesta sta illustrata della esposizione missionaria vaticana , aveva chiesto a
Gentile di affidargli la Geografia sacra: Per Geografia Santa o Sacra io non
intendo solo la Geografia Biblica o la descrizione dei paesi che immediatamente
o mediatamente prepararono la diffusione del Cristianesimo; ma intendo parlare
altresi di tutte le regioni o località del mondo in rapporto al governo della
Chiesa e in quanto sono assegnate alla cosiddetta geografia sacra (AEI,
Lettere, Gramatica). Sanctis scrivendo ad Antonino Pagliaro, redattore della
sezione Antichità classiche, si dichiarava deluso dell’elenco di voci di
Geografia sacra : mi pare che non si tratti se non di geografia ecclesiastica,
cioè l’indicare Stato per Stato le circoscrizioni ecclesiastiche, il numero dei
preti e dei fedeli ecc. Invece sarebbe stato bene che la geografia sacra
registrasse i centri importanti di culto, i luoghi di pelle grinaggio, i luoghi
famosi nella storia evangelica o nella storia della Chiesa (AEI, Lettere, De
Sanctis. Intorno a un libro su S. Paolo del prof. A. Omodeo, in La Civiltà.
Cattolica. Di retorica romanzesca era tacciato anche il volume di Omodeo su
L’età moderna e contemporanea (Storicismo socialista e fantasie retoriche e
modernistiche, in La Civiltà cattolica , Cantimori, Commemorazione di Omodeo,
ora in Storici e storia, accozzaglia di elementi eterogenei ed avventizi. Le
preoccupazioni cattoliche erano giustificate anche dall’orientamento che Omodeo
avrebbe voluto dare alla sezione enciclopedica, puntando essenzialmente su
collaboratori laici in modo da salvaguardare un approccio critico-storico ai
problemi. Egli scriveva a Gentile che molte voci, anche quelle di sapore
strettamente ecclesiastico non si possono neanche affidare a preti, senza il
pericolo di perdere l’informazione sugli studi critici e protestanti, e per
converso non si possono affidare neppure a protestanti sia italiani che
stranieri , pur aggiungendo che si sarebbe rivolto al gruppo di Bilychnis per
la storia protestante e a Loisy per la storia della critica e la storia del
canone Gentile approvava, ma lo avvertiva che, mentre la trattazione dei papi
sarebbe spettata alla sezione diretta da Volpe, dei Sanzi, salvo contrario
avviso, penserei dare la cura ad ecclesiastici, con cui sono in trattative.
Largo restava comunque l’intervento dei laci nelle voci di storia religiosa ®;
le stesse voci riguardanti dottrine teologiche, riti e culti, aggiungeva Omodeo
avrebbero bisogno d’una trattazione laica anche quando pare si riferiscano a
concetti teologali o liturgici, pur, ben inteso, rispettando quelle norme di
prudenza ed obiettività di cui abbiamo parlato. Il piano delle voci e dei
collaboratori era completato, Omodeo poteva già presentare un abbozzo della
voce Apostoli, che poi corresse seguendo il consiglio di Gentile Ricerche
religiose. Gentile-A. Omodeo, Carteggio. Gentile scrive che l’altera pars [gli
ecclesiastici] mi consegna in questi giorni tutte le sue proposte sulle materie
ecclesiastiche. Omodeo prevedeva ad es. la partecipazione di Marchesi per la
patristica latina, di Pasquali per quella greca, di Cognasso per la storia
religiosa bizantina, L. F. Benedetto per il giansenismo francese, Rota e
Rodolico per quello italiano, Macchioro per Lutero e la Riforma, Spampanato e
Capasso per la Controriforma, e inoltre la partecipazione dei collaboratori di
Bilychnis, di Caramella e Minocchi. L’Enciclopedia italiana di lasciare aperte
alcune questioni; quantunque sia già molta la prudenza da te adoperata: cautele
che non impediranno, una volta pubblicata, le critiche de La Civiltà cattolica.
Ma, in coincidenza con la pubblicazione del Primo elenco di collaboratori, a
Omodeo era giunta voce di un veto del Vaticano alla sua partecipazione, tanto
da suggerirgli il proposito di tirarsi da parte. Gentile continuò tuttavia a
ricercare la collaborazione di Omodeo solo tre giorni dopo il Concordato,
intervenne per criticare varie voci, fra cui Apocalisse e Apocalittica,
letteratura, perché alcune frasi danno come risolte definitivamente in senso
che i cattolici non approvano, alcune questioni critiche, a proposito delle
quali occorrerebbero almeno delle delucidazioni. La risposta di Omodeo, del 16
febbraio, è articolata nella difesa delle sue ragioni scientifiche, ma
intransigente: L’obiettività d’un’enciclopedia, è una forma di buona creanza,
ma non può offendere l’intima sostanza della scienza. Metter d’accordo
indirizzo critico e tesi cattolica è impresa disperata, come conciliare sistema
tolemaico e sistema copernicano. La scienza ha il suo cursus, e un’enciclopedia
deve riconoscerlo ed affermarlo. Io per conto mio nella scienza sono
intransigente e non mi sento l’animo per concordati e compromessi. Mi creda,
professore, a dar retta ai preti si finisce a impazzire. Nella scienza erano
sono e saranno capita mortua Per la Storia delle religioni Gentile aveva fatto
preparare da Pincherle le proposte dei collaboratori da incaricare per le voci,
che non conviene affidare alla redazione degli ecclesiastici. Escluso solo
Buonaiuti. Busnelli]. Gentile-A. Omodeo, Carteggio,365. Nel giugno 1927 anche
Pincherle minacciò di abbandonare l’impresa facendo cosî, osservava Omodeo, con
un’impulsiva rinuncia, il gioco dei gesuiti che lui mostra di temere.
Apocalittica letteratura di Omodeo non fu pubblicata, e apparve a firma di
padre Giuseppe Ricciotti, redattore di Materie ecclesiastiche . Omodeo
pubblicherà due voci su Civiltà moderna. Le lettere dell’Apostolo Paolo alla
Chiesa di Corinto e La lettera dell’Apostolo Paolo ai Colossesi). Sulla
mutilazione di cui furono oggetto altre voci A. Omodeo, Lettere Gentile-A.
Omodeo, Carzeggio, Gentile cercò di dirottarlo su argomenti di storia civile,
ma Omodeo dichiarava che non avrebbe continuato la collaborazione: Son sicuro
che anche nella storia civile non avrei maggior libertà che in quella
religiosa, una volta ammesso il principio del controllo di una parte sul lavoro
dell’altra ; se fosse stato possibile accordarsi su un principio di completa
libertà , io avrei lasciato liberi i preti di gabellare, come han fatto, Abramo
quale personaggio storico, o di far l’apologia, se crederanno, del miracolo di
S. Gennaro: a condizione che essi non avessero inquisito nei miei lavori.
L’enciclopedia avrebbe fotografato la cultura italiana, in cui c'èVaccari, e
c'è A. Omodeo ?!. Cosî le voci di Omodeo restano una delle poche testimonianze
di trattazione critica dei problemi religiosi nell’Enciclopedia, in genere
appiattiti dall’impostazione ‘dogmatica e apologetica degli autori cattolici.
Ammiratore della scuola storica di Tubinga fondata da Ferdinand Christian Baur
la cui opera era definita uno dei maggiori monumenti dello storicismo hegeliano
, Omodeo cercò di attenersi ad una esposizione obiettiva dei fatti e delle
diverse interpretazioni, ma senza riuscire a nascondere la sua preferenza per i
risultati dell’indagine critica rispetto alle affermazioni aproblematiche degli
studiosi cattolici: in Apocalisse, ad esempio, dopo aver esposto l’opinione di
quanti negavano l’apostolicità dello scritto concludeva che in opposizione a
questi indirizzi critici, il cattolicesimo si mantiene saldo nell’affermare
l’apostolicità dell’opera ormai abbandonata quasi da tutti nell’altro campo e
nel ribadirne l’ispirazione divina, e l’esegesi spiritualizzante . Rispetto a
un giudizio del genere, si può notare un vero e proprio capovolgimento di segno
nella voce, esecrata da Omodeo, in cui padre Eerembeemt aveva sostenuto la
storicità della figura di Abrarzo affermando la insussistenza delle teorie di
chi la negava, o in Abramo è un personaggio storico? Pei credenti, si; e sotto
Abramo trovi un paragrafo dove sono oggettivamente esposti gli argomenti per la
storicità di Abramo, osservò Ugo Ojetti, I primzi ser volumi del-
L’Enciclopedia italiana Deuteronomio voce prima affidata a Omodeo e poi
respinta dalla direzione dell’Enciclopedia, in cui il. gesuita Tramontano
avvalorava le tesi degli studiosi cattolici che attribuivano l’ultimo libro del
Pentateuco a Mosè, confutando recisamente quelle dei critici acattolici. Omodeo
avrebbe dovuto trattare anche la storia della Chiesa dalle origini al concilio
di Nicea, ma il 29 giugno 1929 egli aveva avanzato delle riserve per i limiti,
molto ristretti, di libertà di parola che consente l’enciclopedia, Se per le
voci bibliche io arrivo spesso a cavarmi d’impaccio esponendone il contenuto e
narrando la storia della critica, per [questa] voce non è cosî. Non posso
narrar la storia della chiesa, senza prender posizione, altrimenti la
narrazione non procede. Nelle questioni spinose dell’origine dell’episcopato,
del primato romano, della struttura dogmatico-disciplinare della chiesa, della
prassi penitenziale, dei sacramenti ecc. non potrei non dare scandalo ai preti,
divenuti cosî intolleranti, Subito dopo Gentile lo cavava d’ impaccio
affidandone la stesura a don Giuseppe De Luca, che senza troppe preoccupazioni
spiegava la rapida diffusione del cristianesimo con i caratteri della dottrina
stessa ( per tutti che sentissero lo stimolo di una vita non solamente animale,
[la dottrina cristiana significava] la formula risolutiva della propria umanità
in ciò che ha di buono e di cattivo, con la tecnica della propria cultura
interiore ), giustificava l’impiantarsi della gerarchia e del primato romano, e
spiegava come da contaminazioni e compromissioni della dottrina cristiana,
consumate per opera di menti ansiose e irrequiete, nacquero le prime eresie. Alla
luce della vicenda di Omodeo è facile presumere che l’ingerenza degli
ecclesiastici si sia estesa ben presto a l’Enciclopedia italiana, in Il
Corriere della sera. In Pentateuco il gesuita Alberto Vaccari espose i motivi
per cui la scienza [può] trovare nel Pentateuco un buon nucleo autenticamente
mosaico frammezzo ad accrescimenti d’età posteriore. Né pi sembra domandare la
fede cattolica, quando vuol salva la sostanziale autenticità e integrità del
Pentateuco, e lascia passare aggiunte, purché ispirate, e mutazioni accidentali
posteriori a Mosé (v. il decr. della Commissione biblica. Gentile-A. Omodeo,
Carteggio, c tutti i settori in cui erano presenti voci o riferimenti
religiosi, vanificando l’impronta laicista che non solo Gentile e Volpe, ma
anche, con particolare forza, Francesco Salata avrebbe voluto dare alla sezione
Storia contemporanea , di cui perderà la direzione nel corso della preparazione
dell’opera: senza invadere il campo riservato alle sezioni Filosofia,
educazione, religione e Storia delle religioni , scriveva Salata in un
promemoria, ritengo che la parte prevalentemente politica della storia
contemporanea delle religioni e specialmente della Chiesa cattolica, e quindi,
ad esempio le voci personali dei papi, dei cardinali segretari di Stato, dei
nunzi, quelle dei concili, di alcune istituzioni amministrative della Chiesa,
di alcune dottrine politico-religiose ecc. trovino posto più proprio nella mia
sezione. Per alcune voci relative alla Chiesa cattolica ciò non può mettersi in
dubbio per il periodo precedente, ma anche per il periodo successivo è troppo
chiara l’importanza politica del papato non solo per l’Italia ma anche in tutta
la politica internazionale, perché tali voci siano sottratte alla sezione che
ha cura e responsabilità della storia politica di questo periodo Ma, quando
Salata avanzava queste pretese, la presenza dei cattolici tendeva già a
dilatarsi all’interno dell’Enciclopedia, favorita dalla singolare concezione
dell’obiettività propria di Gentile, consistente nel rivolgersi ai competenti ,
ma in ultima istanza ai diretti interessati , Cosi le voci sui gesuiti furono
attribuite prevalentemente a esponenti dell’ordine con un cospicuo intervento
di Tacchi Venturi, Rosmini al rosminiano Caviglione, con l’interpretazione del quale
Gentile aveva polemizzato, Scolastica e S. Tommaso ai neoscolastici Francesco
Pelster e Martin Grabmann, Neoscolastica a Gemelli, e a Niccoli, allievo di
Buonaiuti, voci come Gioacchino da Fiore e Modernismo. Il fatto che queste voci
di storia religiosa fossero affidate a rappresentanti di vari indirizzi di
pensiero AFI, Lettere, Salata. Da Barnabiti particolarmente desidererei gli
articoli relativi ai Barnabiti , aveva scritto il 18 aprile 1925 Gentile a
padre Semeria (AEI, Lettere, Semeria). 39 G. Gentile, Storia della filosofia
italiana, La voce fu riprodotta, assieme a quella Rosminiani, congregazione dei
di Bozzetti, in Rivista rosminiana comportò l’esistenza di inflessioni diverse
nel giudizio e nel taglio metodologico: ad esempio, presentando la figura di
Gioacchino da FIORE (si veda) Niccoli non solo riprese l’interpretazione che ne
dava Buonaiuti in quegli stessi anni °° una delle figure più notevoli della
spiritualità cristiana durante il Medioevo , la cui opera ha un contenuto
intimamente sovversivo nei riguardi della Chiesa ufficiale , ma si differenziò
anche da altri autori spiegando in termini economici e politici la genesi della
sua profezia sull’avvento della Chiesa della realtà spirituale sostituita a
quella della gerarchia e dei simboli. Tuttavia, al di là di queste distinzioni
interne, l'intervento dei cattolici comportò, da un lato, la dilatazione dello
spazio concesso alle voci religiose come dimostra anche un rapido confronto tra
l’Enciclopedia britannica e l’opera diretta da Gentile, in cui voci specifiche
sono attribuite, ad esempio, a Concezione immacolata o a Comunione dei santi ;
e, dall’altro, l’apologia del cattolicesimo più tradizionale, che non investe
solo la storia della Chiesa medievale sulla quale la cultura cattolica vantava
anche allora una ricca tradizione di studi il fascismo inquinò anche la
storiografia medievalistica con un clericalismo nauseante nell’esaltazione in
blocco di tutta la storia della Chiesa medievale (tutti i papi medievali
vengono esaltati nell’Enciclopedia italiana) , ha osservato Gabriele Pepe , ma
riguarda tutti i periodi storici. Basti pensare alla voce su S. Gerzaro in cui
il gesuita Romano Fausti sostiene la veridicità del miracolo, secondo quanto
aveva La voce ha molte assonanze, ad es., con E. Buonaiuti, Gioacchino da
Fiore, in Rivista storica italiana , Gioacchino, con tutta probabilità servo
della gleba per nascita, è giunto al suo riscatto e alla formulazione del suo
messaggio attraverso l'iniziazione in una riforma monastica, quella cisterciense,
di origine e caratteristiche squisitamente latine, la cui importanza sul
terreno sociale come fattore di disgregazione dei superstiti istituti feudali
anche nell'Italia Meridionale si palesa oggi sempre più evidente. Sarà infine
necessario tener presente che il ciclo fattivo della vita di Gioacchino
coincide con quello della maggior fortuna del regno normanno in Italia:
tendenze, aspirazioni e crisi del quale, studi recenti hanno mostrato
riflettentisi sulla complessa esperienza di Gioacchino. Pepe, Gli studi di
storia medioevale, in Cinquant'anni di vita intellettuale italiana, cprevisto
Omodeo, o allo sconcertante giudizio con cui Palmarocchi minimizza il ruolo di
un personaggio scomodo come Savonarola, spiegandone la condanna: secondo alcuni
essa ricade sui fiorentini, secondo altri sulla corte di Roma. È certo che il
Savonarola stesso diede ai suoi nemici l’occasione di abbatterlo,
immischiandosi e invischiandosi nelia politica e avallando con la sua autorità
morale i fatti e i misfatti di una fazione. Ma la causa più profonda della sua
caduta fu la sua illusione di arrestare il cammino dei tempi, il suo sforzo
d’impotre agl’italiani del quattrocento una concezione di vita ormai superata.
In questo quadro non mancano tuttavia delle eccezioni, costituite non solo
dagli interventi di Chabod e di Cantimori su figure di protestanti e di
eretici, ma anche da alcune voci di Pincherle e di Jemolo che affrontano
tematiche più ampie di storia della Chiesa, con un’attenzione particolare ai
collegamenti fra storia religiosa e storia politica. Questi evitano infatti di
pronunciarsi sulle questioni propriamente teologiche seguendo la via proposta
da Gentile quando, inviando a Jemolo delle istruzioni per la compilazione di
voci di storia della Chiesa, osservava che anche delle singole controversie
teologiche sarà da rilevare il significato intimo, le azioni e reazioni sulla
politica anche degli Stati, sull’organizzazione gerarchica, sulla pietà e le
manifestazioni del sentimento religioso, pit che non l’aspetto tecnicamente
teologico e le singole fasi della disputa?. A un ambito di intervento laico
sono infatti riconducibili le voci di Jemolo che, pur esprimendo un giudizio
severo sul carattere malevolo o petsecutore del liberalismo ottocentesco che
non tollera i conventi, vuol spogliare la Chiesa dei suoi beni e sottometterne
tutta la vita a un regime di polizia (Chiesa), forni un’interpretazione del
Ga/-licanismo che lo espose a interventi censori, Gentile a Jemolo (AEI,
Lettere, Jemolo). 34 Lamentandosi con la direzione per le varianti apportate
alla sua voce, il 22 giugno 1932 Jemolo osservava che a mio avviso non risponde
al vero nascondere la decadenza del gallicanismo nel settecento, e dargli parte
prevalente in quel complesso fatto europeo che fu la soppressione della
Compagnia di Gesti (ibidem). E la decadenza del gallicanismo è riaffermata
nella voce. cercò di distinguere aspetti religiosi e aspetti politico-culturali
nella valutazione della Controriforma: Chi da un punto di vista strettamente
religioso instauri raffronti tra lo spirito dei primi secoli del cristianesimo,
quello della cristianità medievale, e quello della controriforma, potrà pur non
preferire quest’ultima età alle due precedenti. Ma è certo che la controriforma
ebbe, accanto alle sue pagine sanguinose, pagine bellissime segnate dal rapido
miglioramento del costume cattolico; fu una ricca sorgente d’iniziative
religiose, di opere di carità e d’intraprese culturali, che a quasi quattro
secoli di distanza sono ancora lungi dall’esaurirsi; soprattutto diede alla
Chiesa un’intima struttura che, da quasi quattrocento anni, si palesa sempre
meglio adatta a difenderla contro ogni tentativo, esterno e interno, di
disgregazione, contro ogni influenza perturbatrice che miri a deviarla dal suo
cammino. Complesso e articolato appare anche il giudizio di Pincherle sulla
Riforzz4, che su un piano religioso è in assoluta antitesi con la teologia
umanistica nulla più della libera critica è alieno dallo spirito di un Lutero ;
Lutero è un uomo nettamente di tipo medievale, mentre sul piano della storia
politica e culturale essa preannuncia veramente il mondo moderno perché
rafforza l’assolutismo dei principi e costituisce, con il calvinismo, il mondo
ideale entro cui nacque e si sviluppò lo spirito capitalistico e, pertanto, il
capitalismo moderno . E assai distante da toni apologetici e dogmatici si
dimostra Pincherle accomunato da Civiltà cattolica a Omodeo come ugualmente di
sensi non cattolicinella voce Cristianesimo, in cui giudica con simpatia
l’opera dello storicismo che aveva considerato il cristianesimo come fatto
storico, osservando che la mentalità storicistica ha nello stesso tempo
distolto lo scienziato dall’identificare senz'altro il cosiddetto cristianesimo
di Ges con quello praticato nel seno della sua particolare confessione e dal
giudicare e condannare dogmaticamente; in questo stesso Busnelli], aMussolini
si lamentò che alla voce Cristianesimo fossero dedicate solo 3 pagine, contro
le 66 di Cotone (appunto ms., s.d., in ACS, Segreteria particolare del Duce,
Carteggio riservato, senso agiva il nuovo clima culturale, con la larga
diffusione delle idee di tolleranza e di libertà religiosa . Accanto a questi
interventi, il tentativo di Gentile di salvaguardare la pretesa di obiettività
dell’Enciclopedia è ravvisabile anche nella suddivisione di alcune delle voci
maggiori tra autori cattolici da un lato, laici o attualisti dall’altro: è il
caso ad esempio di Dio, dove la dottrina cattolica è esposta dal gesuita
Giuseppe Filograssi mentre Dio nelle varie concezioni filosofiche è opera di
Banfi per il quale la pit totalitaria trasposizione in senso razionale
dell’idea di Dio è quella compiuta da Hegel, per cui Dio è il processo eterno
in cui l’idea come principio razionale del mondo giunge a coscienza della sua assoluta
universalità e autonomia ; e di Religione in cui il gesuita Enrico Rosa
analizza il concetto cattolico che raccoglie in sintesi, integra e chiarisce
gli elementi di verità che si possono trovare sparsamente confusi anche nei
concetti pagani o eterodossi , e Gentile in persona ne esamina l’aspetto
filosofico per affermare la universalità e indefettibilità della religione la
necessità e l'universalità della religione sono la più efficace convalidazione
del suo valore, e cioè della sua verità e per ribadire, contro materialisti e
mistici, che l’uomo che non si può concepire senza concepire Dio è l’uomo che
attua l’esperienza della sua umanità, realizzando nella vita spirituale quella
coscienza di sé ond’egli in fatti si distingue dalle cose . Significativa è,
già nel primo volume, anche la voce Agostino il santo al quale saranno dedicati
vari studi riservata all’agostiniano Casamassa per la vita e le opere (e La
Civiltà cattolica si esprimeva positivamente per questa parte), ad Guzzo per lo
sviluppo del pensiero e ad Alberto Pincherle per la critica e le edizioni. Su
di essa si soffermava la Rivista di filosofia , che coglieva la notevole
sproporzione tra la parte che riguarda la vita e le opere (esattissima di
certo, ma utile solo allo specialista) estesissima, e quella che riguarda il
pensiero e le controversie critiche sui testi agostiniani, di interesse più
universale, ma molto più breve, e soprattutto alquanto disordinata e incompleta
. Dopo aver notato che la voce iniziava con la strana dizione Agostino Aurelio,
santo , l’autore dell’articolo sosteneva che manca del tutto la filosofia di
Agostino, come manca la considerazione filosofica della teologia agostiniana ,
e accusava di illecita lettura attualistica un passo in cui Guzzo affermava che
nel De vera religione si legge quel celebre appello: Noli foras ire; in te
redi, in interiore bomine habitat veritas (De vera religione), che non sarà più
dimenticato né dalla mistica medievale e moderna, né da quante filosofie,
nell’età moderna e contemporanea, riterranno di dover richiamare l’uomo dalla
dispersione del mondo esterno al raccoglimento dell’analisi interiore . Accusa
non immotivata, se pensiamo che anche in Pedagogia Codignola, trattando di
Agostino, riprenderà lo stesso concetto, che Gentile stesso aveva contribuito a
diffondere: L’intuizione religiosa della filiazione divina, approfondendosi e
interiorizzandosi, diventa in Agostino un concetto speculativo, la prima
affermazione filosofico-teologica della soggettività e immanenza del vero, con cui
il cristianesimo tentava di svincolarsi, anche nell'ambito della speculazione,
dall’antinomia che aveva alimentato lo scetticismo del tardo pensiero classico:
ineliminabile individualità di ogni atto di conoscenza, ultra-individuale
oggettività del vero. Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore bomine
habitat veritas. Un’interpretazione alla quale la Rivista di filosofia poteva
opporre che per Agostino la veritas presente all’io è Dio stesso, oggetto rel
soggetto, mentre ciò è alieno essenzialmente dalla dottrina idealistica.
Tuttavia, nonostante questi accorgimenti, Gentile non poté impedire che
nell’Enciclopedia fosse assai marcata l'impronta del cattolicesimo ortodosso e
che, addirittura, in alcune voci i cattolici operassero un forte ridimensionamento,
o una critica aperta, del neoidealismo italiano. Gemelli, dopo aver definito la
Neoscolastica la restaurazione del pensiero medievale nell’ambito della civiltà
moderna, considerando il pensiero medievale non Firenzi, Note sulla storia
della filosofia medioevale, in Rivista di filosofia , come espressione
transitoria di una civiltà, ma, quanto alla sostanza, come definitiva conquista
della ragione umana nel campo della metafisica , ne accentuava il carattere
antiidealistico: La restaurazione scolastica doveva in Italia affermarsi non
tanto in relazione al positivismo, quanto in relazione all’idealismo, che in
Italia maturava con Croce e con Gentile. Ne sarà criticata la metafisica
(immanentistica) e accettata invece quella valorizzazione della storia, che è
caratteristica dell’idealismo stesso: non però come filosofia, sibbene come
storia. Niccoli difendeva il Modernismo contro i suoi critici, in primo luogo i
rappresentanti di quella filosofia che, negando possa conoscersi un reale fuori
dell’uomo e del pensiero, non solo si è iscritta in falso contro quelli che
erano stati in passato i cardini di ogni metafisica, ma ha scrollato le basi
stesse della fede religiosa; e l’allievo di Buonaiuti cercava di rafforzare la
sua difesa opponendo il movimento modernista al socialismo e all’idealismo: Chi
avesse accettato come dati di fatto incontrovertibili i risultati negativi ai
quali la critica storica, filosofica e sociale affermava di essere giunta, non
poteva avere che due alternative: o ripudiare nettamente tutto il patrimonio
religioso cattolico e cristiano, sia affermando di contro ai valori cristiani i
nuovi valori sociali, sia conside rando il cristianesimo e il fatto religioso
in genere come un momento ormai superato della vita dello spirito (fu questo in
sostanza il punto di vista difeso dall’idealismo italiano); o affermare che il
cattolicesimo si raccomanda a valori più alti, non toccati dai colpi portati
dalla critica moderna all’interpretazione scolastica del cattolicesimo e quindi
costruire su di essi una nuova apologetica, che mantenesse al cattolicesimo la
sua efficacia fra gli uomini. E fu questo l’atteggiamento assunto dal movimento
modernista.Nel complesso, e tenuto conto di alcune assenze significative come
Clericalismo, che Carlo Morandi non accettò, o Laicismo, voce che è invece
presente, a firma di Maturi, nel Dizionario di politica, si comprende quindi la
soddisfazione dimostrata per il settore religioso la lettera di Morandi (AEI,
Lettere, Morandi). da Civiltà cattolica quando pit forte era l’influenza di
Gentile e di Omodeo, e, per converso, la preoccupazione di Vita nova del
gentiliano Giuseppe Saitta che, prendendo spunto dalla critica della voce
Adazzo di Ricciotti, allargava il discorso per lamentare la intrusione
nell’Enciclopedia di questa pseudo-scienza teologica. I gesuiti sanno troppo
bene a che cosa mirano, e qual forma ed estensione assumerà, nel loro campo, la
sezione di materie ecclesiastiche. La Bibbia intera e specialmente il Nuovo
Testamento, le origini del cristianesimo, la storia dei dogmi e della Chiesa,
anzi dell: Chiese, tutto vi dovrà essere mostrato e rappresentato dal punto di
vista cosiddetto cattolico, cioè teologico, in contrasto e negazione con la
vera scienza storica del cristianesimo, quale si insegna nelle nostre scuole
universitarie. È la teologia esclusa dalle università definitivamente con la
legge del Concordato, che rientra, come unica scienza della religione, nella
nostra coltura nazionale. L’Enciclopedia avrebbe tutelato meglio i diritti
della scienza e quelli della nazione, rimanendo italiana, come è il titolo
semplicemente, senza resumer di voler anch’essere cattolica nel senso della
Civiltà cattolica. Le voci di carattere propriamente religioso, oggi svolte con
diffusione anche eccessiva, potevano ridursi al puro necessario; ed entra quei
limiti, avrebbero dovuto essere redatte da un punto di vista. EE scientifico,
evitando di accettare i presupposti della teologia. Non solo i timori di Vita
nova non erano infondati,. come abbiamo visto, ma possiamo supporre che molte
altre sezioni, oltre quelle direttamente interessate alle questioni religiose,
furono oggetto del controllo ecclesiastico. Per la Questione Romana informati
scriveva Maturi a Morghen, perché la mia polizia segreta mi ha avvertito: che
essa con tutto il gruppo di voci romane è stata sottratta. alla giurisdizione
della sezione storica. E Nicolini scriveva a Gentile, a proposito della voce
Giannone, che si sarebbe posto da Anche Gemelli notava nel 1930 che Gentile ha
chiamato a collaborare all’Enciclopedia studiosi cattolici ed ha affidato loro
la trattazione di delicati problemi religiosi (L'Università cattolica e
l’idealismo, in Idee e battaglie,391). . Rensis, Ancora dell’Enciclopedia
Italiana, in Vita nova. AEI, Lettere, Maturi. un punto di vista che non potrà
piacere al certo a chi, nell’Enciclopedia, soprintende alle materie
ecclesiastiche. Se dunque mi si promette formalmente piena libertà di parola, e
sopra tutto che la mia prosa, quale che essa sia, non sarà riveduta, corretta o
attenuata in senso clericale, sono prontissimo a fare l’articolo. Ma se codesta
promessa formale non mi può essere fatta e mantenuta, anziché sottopormi
all’alea di trovare (come accadde a Omodeo) stravolto e mutilato il mio
pensiero, preferisco rinunziare a scrivere l’articolo. Tu, che mi conosci, sai
bene che non sono uomo da porti nell’imbarazzo facendo dell’anticlericalismo
intempestivo. Ma, alla fin dei conti, debbo pur dire pane al pane e vino al
vino, e presentare il Giannone quale egli fu, cioè quale un martire
dell’anticurialismo. Non posso elogiare l'agguato di Vesnà come un’azione
pulita o l’imposta abiura e la dodicenne prigionia come atti di carità
cristiana Questi propositi non sembrano tuttavia essersi tradotti in pratica
nella stesura della voce, dove le ultime vicissitudini di Giannone sono
presentate in maniera anodina e, pur riconoscendo che l’Istoria civile del
Regno di Napoli è stata per decenni la bibbia dell’anticurialismo un
anti-curialismo lontano, nella lettera, dall’eterodossia, ma già volterriano
nello spirito , si coglie in essa una astratta e fantastica configurazione
dello stato come bene assoluto, progresso, civiltà, forza generosa, e della
chiesa come male, regresso, oscurantismo, malizia frodolenta . Analogamente
nella voce Romana questione Maturi, pur valutando assai positivamente la Legge
delle guarentigie, concludeva l’esame dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa
elogiando i patti: Mussolini coronava con un concordato la sua nuova politica
ecclesiastica, con l’ininzio della quale aveva scompigliato le file del partito
popolare e assorbito nel fascismo il cattolicesimo nazionale; d’altra parte,
nella politica estera egli tolse all’Italia una passività diplomatica. Da parte
della Chiesa il riconoscimento dello stato nazionale italiano s’inquadra nel
riconoscimento di molti stati nazionali europei avvenuto coi concordati
postbellici. Dove sono ripresi alcuni dei giudizi più favorevoli di parte
fascista anche per Volpe i patti erano tesi, per il fascismo, a togliere una
non piccola causa di nostra debo AEI, Lettere, Nicolini. lezza internazionale,
senza tuttavia i timori, pur assai diffusi, che lo Stato potesse abdicare al
suo spirito laico. I patti lateranensi dovettero del resto riflettersi
pesantemente sull’Enciclopedia, rafforzando il controllo ecclesiastico e
arrivando fino a minacciare l’esistenza di singole voci: Angelo Sraffa, che
curava con Mariano D’Amelio la sottosezione Diritto privato , giunse infatti a
proporre la soppressione della voce Divorzio, già in bozze, perché era cosa
estremamente delicata trattarla oggi a parte, date le interferenze con
l'annullamento del matrimonio, che è diventato di fondamentale importanza di
fronte al trattato del Laterano, ed alla estensione che dinanzi ai Tribunali
ecclesiastici l'annullamento sta prendendo. La sua proposta non fu accolta e la
voce rimase, a sostenere però la particolarità dell’ordinamento italiano e a
riconoscere che gli stessi contrattualisti a oltranza , cioè quanti erano
favorevoli al divorzio, compresi della serietà delle contrarie obiezioni, sono
d’accordo nel ridurre a un piccolo numero di casi la facoltà di ricorrere al
divorzio. Dove non arrivò il diretto intervento ecclesiastico padre Gemelli non
scrisse la voce Psicanalisi, che si era offerto di fare e che a sua firma apparirà
invece nel Dizionario di politica ( Distruttiva della religione, della quale
nega ogni valore, nel dominio politico la psicoanalisi orienta le sue speranze
verso il comunismo ), giunsero puntuali le critiche dell’organo dei gesuiti.
Carlo Bricarelli, collaboratore della sezione artistica dell’Enciclopedia,
intervenne sull’esposizione dell’arte medievale e moderna fatta in Arte da
Schlosser, al quale Gentile aveva suggerito di parlare dell’arte come
conseguenza di bisogni materiali e spirituali delle varie fasi di civiltà, e
quindi dei compiti e delle forme dell’arte in relazione alle mutate condizioni
sociali, similmente, in un certo senso, a quanto ha fatto il Dvorak nel suo
saggio sull’idealismo e Volpe, Il patto di S. Giovanni în Laterano, in Gerarchia),
ora in Pagine risorgimentali, Roma, Volpe, SRAFFA (si veda) a Spirito (AEFI,
Lettere, Sraffa). naturalismo nell’arte gotica. La tendenza di tutto ridurre
all’umano, e nell’opera della Chiesa interpretare ogni cosa a uso d’intenti
terreni propri, oppure a lei imposti per forza, è un altro preconcetto che
turba anzi sconvolge addirittura il giudizio storico , osservava Bricarelli
appuntando la sua critica, fra l’altro, su di un passo in cui Schlosser
affermava che la crisi di questo cristianesimo primitivo cominciò nel secolo IV
col suo riconoscimento ufficiale come religione di stato, sotto la forma
universale del cattolicismo . L’al di qua reclamava oramai i suoi diritti. Il
vecchio Impero, divenuto cristiano, rivestito di tutta la pompa della sua missione
divina e di tutto il suo fasto, nella sua qualità di potenza protettrice della
Chiesa, determinò anche il contenuto iconografico dell’arte che si rivela nei
fastosi musaici parietali delle grandi basiliche post-costantiniane Cosî
Busnelli criticava il giudizio su Leonardo dello storico della medicina
Giuseppe Favaro secondo il quale di fronte alla rigida concezione teologica
dell’origine del mondo, Leonardo non si peritava di confutare il racconto
biblico della genesi, la storia della terra creata da seimila anni e la
leggenda del diluvio universale, sostenendo invece che la fede e dottrina
cattolica di Leonardo è fuori d’ogni dubbio e accusa, chi voglia scandagliarne
senza preconcetti le espressioni ; e, passando a esaminare la parte della voce
su Leonardo ‘filosofo che Gentile considerava figlio dell’umanesimo e negava
fosse un antesignano della filosofia sperimentale, perché in lui il pensiero
comincia dall’esperienza, ma per affrancarsene e tornare alla ragione ,
Busnelli affermava che in Leonardo l’appello all’esperienza sensibile era il
frutto dell’insegnamento dei peripatetici e degli scolastici, e che la ragione
che infusamente vive nella natura, come attuante la sua efficacia, non è,
conforme alla dottrina dell’Aquinate, Gentile a Schlosser, (AEI, Lettere,
Schlosser). La voce era introdotta da una parte redatta da Gentile (su cui le
osservazioni di Croce in La Critica , Bricarelli, L'arte nell’Enciclopedia
Treccani, in La Civiltà cattolica , la ragione umana, ma la divina. Infine La
Civiltà cattolica , affermando recisamente che ogni altra pedagogia, fuori
della cattolica, è ampiamente divergente e dispersiva nei sistemi fino alla
confusione babelica, e nei metodi è angusta, ristretta ed unilaterale ,
criticava che nella voce Pedagogia Codignola avesse interpretato
idealisticamente, come evolutiva, la pedagogia cristiana, e all’unitarietà di
questa opponeva la babilonia di antitesi e contrasti, di ideali e sistemi ,
imperante nel campo idealistico esaltato da Codignola, per il quale le opere di
Gentile sull'educazione, accanto a quelle del Croce sui problemi dell'estetica
e della storiografia, segnano il culmine cui si è sollevata la speculazione
contemporanea . La durezza dell’attacco, e l’ampiezza della difesa di Codignola
comprendente Croce, non necessaria per l'argomento trattato, possono forse
spiegarsi con la condanna da parte del S. Ufficio, avvenuta l’anno precedente,
delle opere di Croce e di Gentile. Un documento anonimo osserva come, secondo
gli ambienti ecclesiastici, obiettivo principale da colpire fosse Gentile: Si
nota che la condanna in ordine cronologico è stata fatta prima per la opera del
noto antifascista Croce, per poter poi giustificare anche la condanna delle
opere del Gentile. Si aggiunge che oramai era inutile la condanna del Croce ,
cui la gioventii italiana è ben lungi dal ricorrere come un tempo, come ad un
oracolo indiscutibile. Oggi la gioventù italiana ha altro da fare e, c’è da
scommettere, che moltissimi giovani, delle classi più acerbe ignorano l’uomo,
o, se non l’uomo, almeno la quasi totalità delle sue opere. Anche questa volta
la Chiesa, volendo colpire uno cioè il Gentile è andata alla ricerca di un
cadavere per poter avere un alibi, nel quale nessuno crede. Pi grave è la
condanna di Giovanni Gentile, che in qualche centro è giudicata come una mossa
contro le teoriche accettate dallo Stato fascista. Si indica come il principale
postilatore di questa condanna padre Gemelli Busnelli, Leonardo da Vinci nel
vol. XX dell’ Enciclopedia italiana , in La Civiltà cattolica Barbera], Intorso
dl concetto della pedagogia cattolica, in La Civiltà cattolica , ACS,
Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato. Anche Giustizia e Libertà
, dopo aver individuato in padre Gemelli l’ispiratore della condanna di
Gentile, aggiungeva: bisoMolte osservazioni potrebbero farsi a questi giudizi,
riprendendo le notazioni di Gramsci sulla diversa popolarità delle filosofie di
Croce e di Gentile. Appare probabile comunque che la condanna del 1934 colpisse
più duramente Gentile, che in qualche caso aveva cercato un accordo con i
cattolici, coronando l’indebolimento della sua posizione interna al fascismo
iniziato nel 1929. Consapevole di questo fatto di cui gli scontri avvenuti
nell’Enciclopedia erano stati una riprova, nel 1936 Gentile concludeva un
articolo su L’ideale della cultura e l’Italia presente mettendo in guardia
contro il pericolo che può derivare dalla restaurazione religiosa desiderata e
promossa dal fascismo come corroboratrice della coscienza civile e delle morali
istituzioni. Restaurazione, che in massima parte non poteva essere che un
ritorno alle tradizioni cattoliche del popolo italiano, col rischio di
riassoggettare la cultura nazionale a forme praticistiche e meccaniche d’una
religiosità esteriore, e a conseguenti limitazioni dell’interna libertà
spirituale, dalle quali gl’italiani avevan durato secoli a riscattarsi. gna
vendicarsi e fingere l’equità: sono messi all’Indice i libri non di Gentile
soltanto ma anche di Croce. Croce sorride e Gentile si spaventa (Preti e fascisti.
Gentile, Mezzorie italiane e problemi della filosofia e della vita. Formiggini:
un editore tra socialismo e fascismo La parola, veicolo di fraternità
universale Né ferro, né piombo, né fuoco / posson salvare la Libertà, / ma la
parola soltanto. / Questa il tiranno spegne per prima, / ma il silenzio dei
morti / rimbomba nel cuore dei vivi !. Cosî scrive, fra tante altre epigrafi
messe a suggello della propria vita e a testimonianza degli ideali che
l’avevano ispirata, Angelo Fortunato Formiggini, lucidamente deciso a chiudere
con un sacrificio personale che servisse a dimostrare l’assurdità malvagia dei
provvedimenti razzisti come scriveva alla moglie? un’esistenza dedicata a
perseguire, primo fra tutti, l’ideale della fratellanza universale attraverso la
forza di convinzione della parola. Se la stampa del regime mantenne il più
rigoroso silenzio sul suicidio dell’editore modenese, gettatosi dall’alto della
Ghirlandina il 29 novembre 1938, impedendo cosî che Formiggini potesse
raggiungere lo scopo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle
leggi razziali, il suo gesto fu sottolineato dagli ambienti dell’antifascismo,
non solo ebraico, che ne dettero l’annuncio: Molti italiani d’Italia, costretti
purtroppo a mantenere l’incognito, amici e ammiratori di A. F. Formiggini
Maestro Editore annunciano, straziati ma fieri, il Suo sublime sacrificio.
Questo annuncio non ha potuto comparire sui giornali italiani, ove le leggi
razziste impediscono persino di dar notizia dei decessi degli ebrei . E Giustizia
e Libertà annunciava in una corrispondenza dall’Italia l’atto di protesta di
Formiggini, Formiggini, Parole în libertà, Roma, Edizioni Roma, ricordando che
egli non era mai stato un conformista e che ogni suo piano, tendente alla
difesa e alla elevazione della cultura italiana, aveva trovato nel fascismo una
opposizione aperta o una resistenza insidiosa. E ai posteri , perché gli orrori
e le iniquità di oggi non abbiano a rinnovarsi mai più nel più lontano avvenire
, Formiggini volle lasciare in eredità alcune sue Parole in libertà, testamenti
spirituali indirizzati ai familiari, ai concittadini modenesi, agli ebrei
d’Italia e al tiranno in persona, tutti ispirati, più che da una chiara presa
di coscienza politica, da una fede quasi religiosa nell’amore fra tutti gli
uomini, secondo quella visione del mondo che egli aveva condensato nel motto
arzor et labor vitast. Fra i testamenti possiamo annoverare anche il bilancio
del suo lavoro editoriale, Trenta anni dopo, che, seppur scritto pensando alla
pubblicazione, è significativamente considerato dall’autore il suo canto del
cigno , steso a giuoco finito , quando un motivo di speranza può essere visto
solo al di là della tormenta . Accanto alla testimonianza delle proprie idee
non poteva mancare quella della propria fatica, in un uomo in cui la scelta
dell’attività editoriale si era saldata fin dall’inizio con il perseguimento di
obiettivi che non esiteremmo a definire etici prima ancora che culturali o
politici, ma tali da divenire punto di riferimento di indirizzi di pensiero
determinati ‘. A scrivere il bilancio dei trenta anni della casa editrice e di
sessanta anni della sua vita Formiggini aveva pensato da tempo, fornendo via
via parziali anticipazioni. Convinto che anche lo scrit 3 L'editore Formiggini
si uccide a Modena per protestare contro il razzismo, in Giustizia e Libertà
(e, per l’annuncio di morte); anche Felice, Storia degli ebrei italiani sotto
il fascismo, Torino, Einaudi] censura fascista colpirà con particolare
accanimento la produzione dell’editore modenese ed anche i libri della
Biblioteca circolante da lui fondata a Roma, di cui qualche volume è escluso
dalla lettura per motivi politici come il Capitale ; ma si atrivò perfino a
impedire la diffusione di molti testi dei Classici del ridere , come il
Decamerone, o L'arte di amare di Ovidio (come si ricava dall’esemplare,
conservato in BNF, della terza edizione del Catalogo della biblioteca
circolante Formiggini, Roma, Formiggini, Formiggini: un editore tra socialismo
e fascismo tore più mediocre e più oscuro farà sempre cosa interessante
scrivendo la propria autobiografia, specie se questa, anziché circoscriversi a
fatti puramente personali (che avrebbero pur sempre un interesse umano e
psicologico) si innesterà nella storia viva del suo tempo era stato spinto dal
contrasto con Gentile a scrivere una parte dell’opera in un curioso volume che,
oltre a presentarci alcune fra le più interessanti iniziative dell’editore e il
suo carattere caustico seppur non intransigente, costituisce un efficace documento
della marcia del fascismo alla conquista delle istituzioni culturali: da quando
iniziai la mia attività editoriale scriveva proprio allora Formiggini non ho
mancato di raccogliere materiale per una autobiografia che avrebbe dovuto
riuscire qualche cosa di mezzo fra le Memorie di un editore di Gaspero Barbèra
e il Catalogo ragionato delle edizioni Barbèra, fusi insieme i. Nel modello
indicato e al quale Formiggini cercherà di mantenersi fedele in Trenta anni
dopo come già in un precedente, più conciso bilancio della sua attività
editoriale non vi era certo la presunzione di avere svolto un’opera di
promozione della cultura nazionale paragonabile a quella dei maggiori editori
ottocenteschi, da Vieusseux a Pomba, da Barbèra a Le Monnier, ma pur sempre la consapevolezza
di aver reso un servizio alla cultura del proprio paese, e di essere fra i
pochi editori del suo tempo che, come i grandi dell’ottocento, riunissero nella
propria persona le qualità dell’imprenditore e del principale animatore delle
iniziative culturali della casa editrice. Quello che fu caratterizzato, poco
dopo aver tratteggiato i primi venticinque anni della sua attività, come un
editore che scrive 7, non avrebbe condiviso l’opinione di un Luigi Russo, che
Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo.
Libro edificante e sollazzevole, Roma, Formiggini, Formiggini, Venticinque anni
dopo., seconda edizione con prefazione di Giulio Bertoni, Roma, Formiggini, .
Costantino, Smorfe e sorrisi. Scritti critici, Catania, Casa del libro, di una
casa editrice non si fa storia. Da uomo positivo che vuole documentare il duro
e contrastato lavoro da lui compiuto, Formiggini ci ha lasciato con i Trenta
anni dopo una testimonianza d’eccezione, la cui lettura può risultare utile non
solo per precisare il giudizio sulla cultura italiana del primo novecento alla
luce anche di vicende individuali minori, ma anche per riproporre il problema
della storia delle case editrici, spesso disattesa perché considerata una
classificazione forzata di prodotti culturali il cui marchio di fabbrica
sarebbe dato solo dalla collocazione intellettuale dei singoli autori, uniti o
in maniera casuale o da vincoli ideologici tanto stretti da vanificarne le
differenze. Ma, come è stato giustamente osservato, proprio perché luogo
organizzato d’incontro di più generi di collaboratori, e di più fattori e
interessi, una casa editrice di tipo ancora tradizionale rispecchia
orientamenti e programmi di gruppi di intellettuali che verificano sul piano
dell’azione pubblica la loro consistenza, e dichiarano tutti i loro sottintesi
nel punto in cui, mettendo in circolazione strumenti concreti come libri e
riviste, si scontrano con poteri reali, economici e politici, in situazioni di
fatto, per modificarle (o per accettarle e conservarle). Per questo la
responsabilità di una casa editrice di cultura, a qualsiasi livello essa operi,
è grandissima. Inserita in un tessuto sociale ed economico definito, è legata
ad ambienti e istituti di istruzione, e di ricerca, per attingervi, ma anche
per reagire su di essi, in una trama di rapporti la cui dialettica è necessario
mettere in luce quando si voglia ricostruire il corso degli eventi di un
determinato periodo storico 5. È un campo, questo, per il quale assai scarse
sono le nostre conoscenze, e non solo per la difficoltà a scendere
concretamente su un terreno per tanti versi accidentato. In realtà, se in linea
di massima può essere accettato il giudizio di Russo, che significato e valore
di una casa editrice sono consegnati nei suoi cataloghi, e che in alcuni casi,
come in Garin, Un capitolo di rilievo singolare, in 50 anni di attività
editoriale (Venezia Firenze): La Nuova Italia, Firenze, La Nuova Italia,
Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo quello della Laterza, se ne
può seguire la storia ripercorrendo l’opera di organizzazione della cultura
sviluppata da una personalità come Croce, è da respingere quel pregiudizio
idealistico che, considerando il processo storico come germinazione di idee da
idee o proclamando in astratto la separazione tra cultura e politica fino a
vedere la propria produzione culturale come un sistema chiuso e perfetto, per
cui la storia reale può confondersi con una critica di se stessi esclude
dall’oggetto privilegiato del suo interesse le istituzioni culturali. Non è un
caso che proprio un’analisi che come oggi si comincia a fare abbia al suo
centro il tema dell’organizzazione della cultura e della sua diffusione,
permette di articolare meglio nei tempi e nei modi, per quanto riguarda il
novecento, il giudizio che il neoidealismo italiano dette di sé, e che
ritroviamo facilmente ripetuto come un canone interpretativo indiscusso ’,
sulla rottura netta da esso operata all’inizio del secolo nei confronti delle
vecchie correnti di pensiero, e sul suo deciso trionfo che non avrebbe lasciato
spazio ad alcuna sacca di resistenza che non si ponesse in termini di
superamento dell’idealismo stesso. In realtà ci sembra estremamente valida,
tanto più ove la si riferisca non solo alla cultura di élite, ma anche al più
vasto e intricato substrato ideale che percorre nei primi decenni di questo
secolo tutti i settori della cultura italiana riflettendo la disgregazione
sociale del paese e, insieme, le contraddizioni o le resistenze che
accompagnano la rifondazione dell’egemonia borghese, l’osservazione di Garin,
per il quale una delle deformazioni prospettiche più diffuse, e più dannose per
un’esatta comprensione delle vicende culturali italiane di questo secolo, è
quella che proietta alle origini il risultato di una battaglia non solo ideale
che si concluse, almeno in una sua fase, intorno agli anni venti, dopo la prima
guerra mondiale, con l’ascesa del fascismo. L’egemonia idealistica, piuttosto
gentiliana che crociana, non era affatto affermata, e tanto meno scontata,
prima della guerra libica. Solo se ci si liberi fino in fondo dell’eredità 9
Cosî ancora A. Asor Rosa, La cultura, in Storia d’Italia, Torino, Einaudi, 1
del provvidenzialismo idealistico, col suo trionfalismo storiografico, sarà
possibile evitare l’appiattimento uniforme di posizioni contrastanti, e insieme
una polemica sterile, forse interessata soltanto a simmetrici rovesciamenti !°,
Per il periodo che dalla svolta del nuovo secolo arriva al fascismo le vicende
delle case editrici, anche di quelle minori o comunque non in grado di
rappresentare un intero movimento d’idee come appariva a Gobetti la Treves,
simbolo di tutta la vuotezza italiana per il suo eclettismo positivistico di
cosî lunga e infausta durata e memoria !", possono costituire una guida assai
utile per disaggregare e ricomporre una trama culturale complessa, per
stabilire accostamenti o distinzioni ideali o politiche altrimenti non sempre
evidenti o per valutare la capacità di penetrazione e di orientamento di
correnti di pensiero non necessariamente lineari in un pubblico colto che
proprio nell’età giolittiana cresce enormemente e in parte si rinnova
diversificandosi dal punto di vista sociale, con l’apparizione sulla scena di
una opinione pubblica alla quale si richiede sempre più un consenso agli
obiettivi politici perseguiti dalla classe dirigente. Aumentano per numero e
tiratura i quotidiani, ci si rivolge a un più vasto pubblico popolare
attraverso la scuola, i corsi organizzati dalle università popolari o le
biblioteche circolanti, ma si assiste anche all’espandersi di una classe media
colta che desidera legittimare sul piano culturale il peso politico cui aspira,
o al tentativo della borghesia di affinare gli strumenti del suo dominio. Fra
questi piani diversi esistono connessioni e influenze, nel quadro di una lotta
per l’egemonia che vede un’ampia mobilitazione di forze; ed è ora, dopo la
crisi di fine secolo e la svolta giolittiana, che alle case editrici
accademiche e a quelle di orientamento popolare o dichiaratamente socialista
come Sonzogno e Nerbini !! se ne affiancano nuove e pi Garin, Intellettuali
italiani, Roma, Editori Riuniti. Gobetti, La cultura e gli editori, in Scritti
storici, letterari e filosofici, a cura diSpriano, Torino, Einaudi. Tortorelli,
Una casa editrice socialista nell'età giolittiana: agguerrite, il cui
interlocutore privilegiato è un pubblico colto e medio-colto in grado di
acquistare libri e riviste: da Laterza a Ricciardi a Rizzoli a Mondadori a
Vallecchi editore di Lacerba . In assenza di ricerche specifiche si comprende
quindi l’importanza di testimonianze come quella di Formiggini che illustra,
anche se solo parzialmente, le vicende di una casa editrice fondata negli
stessi anni in cui videro la luce altre destinate ad acquistare un peso ben
maggiore, ma allora di dimensioni ancora ridotte. L’unico testo a cui si possa
in qualche modo avvicinare sono i Ricordi e idee di un editore vivente scritti
da Vallecchi, che tuttavia, pur trovando concordanze significative nella difesa
di una cultura italiana intesa come strumento di rinnovamento nazionale ,
ripercorre lo stesso arco cronologico con l’ottica del protagonista precursore
vittorioso dell’ideologia fascista in cui l’editore fiorentino si vanta di aver
contribuito a convogliare nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi,
vociani, cattolici. Secondo il proposito dell’autore, i Trenta anni dopo si
presentano invece come una sorta di catalogo ragionato, in cui la personalità
dell’editore è ridotta al minimo, e, a differenza del pamphlet, restano sullo
sfondo anche i tempi in cui ha operato: spentasi la carica polemica di quindici
anni prima suscitata dalle vicende della Leonardo e che si era manifestata in
feroci attacchi antiattualisti (con alcuni spunti antifascisti), escluse
espressamente le testimonianze morali che Formiggini veniva consegnando ai suoi
scritti privati, nel volume non appaiono nemmeno - se non incidentalmente i
nomi dei numi tutelari della cultura italiana del primo novecento. Accanto alla
difficoltà, ma anche al rifiuto di prendere nettamente posizione !, in questo
silenzio si riflettono, più che i risultati di una parabola politica, alcuni
limiti di fondo di un editore la Nerbini, in Movimento operaio e socialista ,
Una testimonianza in questo senso in Trevisani, Le fucine dei libri. Gli
editori italiani, Bologna, Barulli. che i contemporanei Prezzolini in testa!
giudicarono non tanto un uomo di cultura quanto un grande arti giano e
propagandista del libro, e che per primo amava presentarsi come il sostenitore
dei valori universali di una cultura senza ulteriori determinazioni, quasi al
di sopra della mischia, ideale morale e religioso, più che politico. Riconosco
di avere avuto certe qualità che sono essenziali per rappresentare
efficacemente un indirizzo, un pensiero, per portare nella fucina intellettuale
del paese un non inutile soffio di ossigeno , scrive Formiggini, ma sarebbe
vano cercare di identificare questo indirizzo nell’ambito della classificazione
usuale delle correnti culturali italiane all’inizio del secolo. Per comprendere
cosa questo fosse concretamente, o come fosse possibile che determinati
indirizzi di pensiero, spesso confusi e intersecantisi tra loro, confluissero e
si riconoscessero nella sua casa editrice, bisogna risalire ancora una volta ai
motivi ispiratori della sua vita. Il libro mi apparve allora, e mi è apparso
poi sempre scrive ricordando gli inizi della sua attività, il vincolo delle
intese, il vincolo del parallelo cammino verso mete elevate e concordi. Questa
mia fede di fraternità universale, alla quale s’ispirò fin dagli inizi la mia
attività editoriale, era già trionfante nel mio animo fin dalla prima
giovinezza 5, ed era una fede religiosamente sentita, se teneva a riaffermare
ponendo a coronamento della sua fatica la collana delle Apologie delle religioni
che suo intento era stato non di insidiare le fedi sentitamente professate, ma
soltanto di divulgare l’intima essenza delle varie religioni, per affrettare
quel mutuo rispetto e quella mutua comprensione fra gli uomini che condurranno
l’umanità a quell’affratellamento universale che fu il cardine massimo della
dottrina del Cristo e che mi ostino a credere che sia la più alta e la più
benefica di tutte le aspi Prezzolini, La cultura italiana, Milano, Corbaccio.
Formiggini ha particolarmente sviluppato, oltre le sue collezioni, il lato
direi tecnico della propaganda libraria. Formiggini, Trenta anni dopo. Storia
di una casa editrice, Amatrice, Formiggini, razioni umane !. Ma questo ideale
di fratellanza non dovette essere poi tanto anonimo o neutrale, se nel periodo
che dall’affermarsi del neoidealismo e dalla nascita de La Voce arriva fino al
fascismo e alla dittatura gentiliana la casa editrice Formiggini poté
rappresentare riunendo soprattutto quanti nell’idealismo non si riconoscevano
un capitolo significativo e abbastanza determinato, anche se minore, della
cultura italiana. Nato a Modena, dove contrasse affetti e amicizie che come
quella con il futuro ministro della giustizia di Mussolini, Solmi lo
accompagneranno nei successivi spostamenti della casa editrice, da Bologna a
Modena, quindi a Genova e infine a Roma, Formiggini apparteneva a una famiglia
ebraica di cui molti rami erano cattolici da generazioni remote; e in questa
origine è forse da ricercarsi uno dei motivi della sua insistenza sulla
necessaria unità tra ariani e semiti e sul tema della fratellanza universale.
In gioventi aveva compiuto indagini di storia delle religioni, le quali
ricorderà con parole certo immodeste, ma che testimoniano di un clima culturale
intensamente vissuto mi portarono ad affermare, su dati puramente giuridici ed
etici, quella identità di origine degli ariani e dei semiti che l'Ascoli aveva
già riconosciuto nello stretto campo della filologia e che gli scritti del
Delitzsch, in Germania, sei anni dopo di me, con grande autorità confermarono.
Il suo interesse per questo campo di studi è infatti attestato dalla tesi di
laurea in legge discussa a Modena, dal titolo programmatico (La donna nella
Thorà in raffronto col Mandva-Dbarma-Séstra. Contributo storico-giuridico ad un
riavvicinamento tra la razza ariana e la semita), e da un intervento del 1902
nel quale Formiggini lamentava l’assenza nel nostro paese di un insegnamento
critico delle religioni nonostante gli sforzi di Gaetano Negri, David Castelli,
Raffaele Mariano, Alessandro Chiappelli e, soprattutto, di Baldassarre Labanca,
pur avvertendo che il desiFormiggini, Parole in libertà, Formiggini, Parole in
libertà, derio di una ripresa degli studi storico-religiosi non deve essere
interpretato come l’efflorescenza di un sentimento nostalgico verso un passato
mistico per me e per altri molti ‘ormai superato. Richiamandosi cosî alla
concretezza degli ideali terreni aliena, più che in uomini a lui vicini, come
Buonaiuti o Quadrotta, da ascetismi medievali e da ogni forma di spiritualismo,
Formiggini seguîf con interesse quel parziale sviluppo di una scienza delle
religioni che si ebbe in Italia fra la fine dell’ottocento e l’inizio del nuovo
secolo, ad opera inizialmente di studiosi non cattolici e sulla base di quella
identificazione fra idee teologiche e religiose e pensieroche divenne
tradizionale negli studi storici italiani dai tempi del Tocco e del Labanca in
poi. Frequentando i corsi di lettere e filosofia dell’università di Roma
(conseguirà poi la seconda laurea in filosofia morale a Bologna), Formiggini e
infatti attento soprattutto alle lezioni di storia del cristianesimo di
Labanca, critico di ogni dogmatismo e almeno nelle intenzioni del misticismo,
in nome di un Dio concepito come ragione e coscienza. Meno avvertibile risulta
la traccia dell’insegnamento romano di Labriola, anche se proprio alla
trascrizione di Formiggini dobbiamo la conoscenza del suo corso di filosofia
della storia Sul materialismo storico, e se fu proprio il futuro editore a
portare il saluto degli universitari italiani alla salma del buon Maestro La
coltura religiosa in Italia, Modena, Forghieri e Pellequi, Cantimori, Storici e
storia, Torino, Einaudi; un ‘accenno ai legami di Formiggini con Labanca e
Quadrotta inScoppola, Crisi modernista e rinnovamento cattolico in Italia,
Bologna, il Mulino, le notazioni di G. Gentile, Storia della filosofia
italiana, a cura di E. Garin, Firenze, Sansoni, Tu, buon Maestro, ti servivi
della mia voce per trasmettere il tuo pensiero alla scuola ( Corda Fratres
Allieva di Labriola fu anche la moglie di Formiggini, Emilia Santamaria, la cui
tesi di laurea su Le idee pedagogiche di Leone Tolstoi fu pubblicata nel 1904
da Laterza con una breve prefazione di Labriola (ora in Labriola, Scritti
politici, a cura di V. Gerratana, Bari, Laterza, A.F. Formiggini: un editore
tra socialismo e fascismo suoi maestri dell’università di Roma dovettero
comunque contribuire a rinsaldare quello spirito democratico di matrice,
ripetiamo, pit etico-religiosa che politica al quale è improntata l’attività
svolta da Formiggini, come console e poi presidente della sezione italiana
dell’associazione internazionale studentesca Corda Fratres, di stampo
radical-massonico, che si proponeva di raggiungere amore e fratellanza fra
tutti i popoli e le classi prescindendo dalla politica . All’interno
dell’associazione Formiggini si batté infatti contro le tendenze che ne
interpretavano le finalità in chiave nazionalistica, sviluppando le sue
convinzioni soprattutto a proposito del movimento sionista: secondo me, e
vorrei che cosî fosse scrive a commento del sesto congresso sionista di
Basilea, molti di quelli che in Italia hanno aderito al sionismo, non furono
spinti dal sentimento di solidarietà di razza, ma da quello molto più ampio e
liberale di solidarietà umana. Per costoro non dovrebbero aderire al sionismo
gli ebrei soltanto, ma anche tutti quelli che hanno il pensiero
sufficientemente evoluto per riconoscere che ad ogni uomo, indipendentemente
dalla razza cui appartenga e dalla fede che professi, deve esser riconosciuto
il diritto alla vita ed alla dignità umana ?. Concetti che saranno
letteralmente ripresi per negare ogni fondamento all’antisemitismo, che avrebbe
potuto essere meglio combattuto e vinto ove il sionismo fosse rimasto una corrente
umanitaria, senza trasformarsi in un movimento nazionalista inteso a
ricostruire la potenza politica d’Israele. Questo ideale etico-umanitario
veniva ribadito da Formiggini, assieme a preoccupazioni per l’insorgere delle
correnti irrazionalistiche e idealiste, in una recensione a L’anarchia del
modenese Ettore Zoccoli nella quale, dopo aver condiviso il giudizio
dell’autore sulle teorie immorali e antigiuridiche degli anarchici, lo
rimproverava di Non era ancora un'associazione puramente corpotativa , come
apparirà negli anni venti a Giorgio Amendola (Una scelta di vita, Milano,
Rizzoli). Corda Fratres Formiggini, Parole in libertà, non aver mostrato la
efficacia, per quanto indiretta e non voluta, che ha avuto l’anarchia per
sospingere l’umanità verso un’era di giustizia sociale, di libertà politica e
religiosa e di universale affratellamento , e aggiungeva: Dobbiamo ad ogni modo
auguratci che la crisi che sta attraversando il pensiero filosofico
contemporaneo, il quale, mosso appunto dalla preoccupazione etica, si è già
annunciato come una vivace reazione contro la filosofia della seconda metà del
secolo XIX, si possa risolvere, non in un ritorno a forme mistiche, la cui
inconsistenza è già stata provata dall’esperienza storica, ma in una
confortante e serena consacrazione di una morale intesa come necessità
imprescindibile della vita: necessità non d’ordine logico né d’ordine fisico,
ma però tale da avere rispetto alla vita delle coscienze: quello stesso imperio
assoluto che hanno le necessità logiche per il pensiero e le necessità fisiche
per tutto l’ordine meraviglioso della natura Dove sono espressi sinteticamente
non solo la concezione ottimistica del progresso e l’ideale di conciliazione di
quei positivisti in crisi che graviteranno attorno alla casa editrice di
Formiggini, ma anche il senso di un assedio che si andava stringendo da parte
degli idealisti. Ben diverso, quasi contrapposto, era il giudizio sull'opera di
Zoccoli formulato da Croce, che la considerava moralistica (mentre una teoria
filosofica sarà esatta o sbagliata, ma non mai morale o immorale ) e, da
osservatore apparentemente distaccato, ne traeva spunto per notare
nell’affermarsi di tendenze sindacaliste rivoluzionarie contro il riformismo
socialista l’influenza dell’anarchismo, che forse, considerato nel suo insieme,
giova a mantenere quel sentimento di scissione tra il proletariato e la
borghesia, che i teorici del sindacalismo stimano indispensabile al progresso
sociale ; lo stesso Croce che in un momento decisivo dello scontro col
positivismo, bandiva dal vocabolario di coloro i quali anelano a un risveglio
della filosofia e della cultura, salutare alla patria italiana , i termini di
tolleranza e temperanza , sinonimo, quest’ultimo, di debolezza, incapacità di 3
Rivista italiana di sociologia, La Critica , Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo sintesi, tendenza alla combinazione e conciliazione
estrinseca, che porta ad affermare cose tra loro ripugnanti, ha paura delle
opinioni della gente volgare, cerca di non svegliare opposizioni, e rifugge dai
partiti che richiedono risolutezza e responsabilità Positivisti, modernisti,
socialisti La fisionomia alla quale la casa editrice rimarrà sempre fedele
venne definendosi nel giro di pochi anni, tanto che Serra, tracciando i caratteri
distintivi dei due editori-tipo italiani, Laterza e Treves, espressione il
primo del libro di cultura e, il secondo, di quello di bella letteratura, ma
con la tendenza sempre più marcata a entrar nel campo della cultura , poteva
annoverare in quest’ultima categoria le edizioni Formiggini, di cui metteva in
evidenza le intenzioni brillanti e un certo decoro . Notevole rilievo ebbero
infatti anche le collane letterarie, significative di una scelta e di un gusto:
i Poeti italiani si apre nel 1910 con le Odi di Massimo Bontempelli uno degli
autori pi cari a Formiggini, fino alla rottura , proprio in quell’anno
schieratosi nella polemica carducciana con Ettore Romagnoli contro Croce e
Prezzolini in difesa della critica di tipo letterario contro quella di impianto
filosofico, e annovera altri poeti che inseguono il modello del grande artiere
di Carducci con accenti tenui ed eleganti, come Francesco Chiesa, Francesco
Pastonchi e Severino Ferrari (ma c’è anche Pirandello, che ritornerà con
Liolà); e grandissima fortuna ebbero i Classici del ridere cui Formiggini
affiancò la raccolta Casa del ridere , che raccogliendo Croce, Il risveglio
filosofico e la cultura italiana, in Cultura e vita morale, Bari, Laterza,
Serra, Le lettere, in Scritti letterari, morali e politici, a cura di M.
Isnenghi, Torino, Einaudi, Bontempelleide, con interventi di Formiggini e
Fernando Pa. lazzi, in L’Italia che scrive, gli interventi di E. Manzini ed E.
Milano in Formiggini testi italiani e stranieri, riflettono l’utopistica
speranza dell’editore che l’ universale fusione di spiriti che deve essere la
meta costante di ogni più alta manifestazione di civiltà, sarà affrettata di
altrettanto di quanto l’affrettarono la macchina a vapore e il telegrafo ®.
L’impronta culturale e civile della casa editrice è data tuttavia dal largo
spazio accordato ad argomenti filosofici, pedagogici e religiosi, con un
orientamento che, se difficilmente può essere definito in positivo, può essere
considerato schematicamente come espressione di gruppi non-idealisti.
Positivisti e modernisti di varie venature, e spesso di orientamento politico
socialista e socialisteggiante, contraddistinsero le origini della casa
editrice, che continuerà ad annoverarli tra i suoi collaboratori anche quando
le convinzioni di alcuni si vennero modificando sensibilmente (ma altri si
aggiunsero, come Giuseppe Rensi e Adriano Tilgher, nel momento del loro
distacco dall’idealismo). I nomi di Achille Loria e Alessandro Levi, di Emilia
Formiggini Santamaria e Giuseppe Tarozzi, di Ernesto Buonaiuti e Felice
Momigliano, ricorrono con frequenza, anche per l’intero trentennio di vita
delle edizioni Formiggini, a conferma di una scelta e di una adesione non
casuali. Sui gruppi positivisti di questi anni, di filosofi e pedagogisti in
particolare, come sui vari filoni modernisti e sui loro esiti, sono state
scritte pagine illuminanti che hanno colto gli itinerari di ciascuno sotto
l'impatto del neoidealismo. Restano tuttavia da verificare le convergenze e le
alleanze che, contro lo stesso nemico, si stabilirono tra correnti e uomini per
vari aspetti spesso culturalmente e politicamente diversi e distanti, e che
videro seguaci di Ardigò, neokantiani e fautori di un rinnovamento della chiesa
laici e religiosi, mistici e razionalisti confluire insieme a combattere per la
loro sopravvivenza, uniti solo, nel comune disorientamento, da condanne
idealiste o pontificie. Editore. Mostra documentaria, Modena, S.T.EM. Mucchi,
Formiggini, Trenta anni dopo, Garin, Cronache di filosofia Sialiona Bari,
Laterza, Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo Di questi e altri
accostamenti, come quello tra socialismo e religione in cui si impegnarono ad
esempio Alfredo Poggi e Felice Momigliano, sono documento evidente proprio le
edizioni Formiggini. E forse a molti collaboratori della casa editrice può
essere esteso il giudizio che è stato espresso per Momigliano: Profetismo,
Mazzini, socialismo rimasero per Felice tre nozioni difficilmente separabili.
La purificazione dell’ebraismo, il rinnovamento spirituale d’Italia e lo
stabilimento della giustizia sociale in Europa erano nella sua mente tre
aspetti di un problema solo. Un vivo senso della nazionalità e un vago
socialismo sconfinante nel populismo borghese e inteso come prosecuzione della
democrazia risorgimentale sono infatti le caratteristi-. che di uno dei più
assidui collaboratori di Formiggini, Alessandro Levi , e si ritrovano in molte
delle iniziative dell’editore modenese. Nelle collane di saggistica si possono
comunque individuare tre filoni principali di interesse: quello religioso,
presente ovunque ma che per un certo periodo ebbe il suo posto privilegiato
nella Biblioteca di varia coltura dove usci il Mosé e i libri mosaici dell’ex
prete modernista Salvatori Minocchi in questo momento convinto che il futuro
cristianesimo ha da cercarsi nelle vie del socialismo ; quello pedagogico, che
vide l’intervento assiduo di Emilia Formiggini Santamaria con studi storici è
didattici ispirati alle teorie di Fròbel ed ebbe un punto di riferimento
costante non quando. fu pubblicata dall’editore modenese nella Rivista
pedagogica , l’organo dell’Associazione nazionale per gli studi pedagogici
fondato nel 1908 da Luigi Credaro e che, Momigliano, Momigliano, ora in Terzo
contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma, Edizioni
di storia e letteratura, Poggi Socialismo e religione. Modena, Formiggini,
1911, e, sull’autore, la voce di M. Torrini in F. Andreucci - T. Detti, Il
movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, Editori Riuniti, le
osservazioni di Piero Treves nel numero speciale di Critica sociale dedicato a
Levi Cit. da A. Agnoletto, Minocchi, vita e opera; Brescia, Morcelliana, seppur
influenzato dall’herbartismo del futuro ministro della pubblica istruzione, fu
aperto ai collaboratori delle più varie tendenze (da Colozza a Calò, da Varisco
alla Formiggini Santamaria) . Il terzo filone, e forse il più significativo
perché comune denominatore anche degli altri, fu rappresentato da un generico
interesse per i temi filosofici, mutuato dalla Società filosofica italiana e
dalla Rivista di filosofia attenta, del resto, anche alle problematiche
religiose e pedagogiche. L’inizio dell’attività di Formiggini è infatti
strettamente connesso con la fase di riorganizzazione della Società filosofica
italiana, di orientamento prevalentemente (anche se vagamente) positivista,
apertasi in concomitanza con l’intensificarsi del programma culturale di Croce
e di Gentile attorno alla casa editrice Laterza con il congresso di Parma della
società. In questa sede fu deliberata in vista di una degna affermazione
dell’attività filosofica italiana al terzo congresso internazionale di
filosofia di Heidelberg la preparazione di quel Saggio di una bibliografia
filosofica italiana che, compilato da Alessandro Levi con la collaborazione di
Bernardino Varisco e, per la parte pedagogica, di Emilia Formiggini Santamaria,
apparve nel 1908 per i tipi di Formiggini e fu giudicato da Gentile la prima
manifestazione di qualche cosa di concreto e di utile agli studi di filosofia
da parte della Società filosofica ’. Il Saggio inaugurò la Biblioteca di
filosofia e di pedagogia che accolse, oltre agli atti dei congressi della
società, scritti della Formiggini Santamaria, I/ materialismo storico in
Federico Engels di Rodolfo Mondolfo di cui è possibile cogliere l'origine
tormentata nelle lettere dell’autore all’editore , e altri testi in cui
l'impronta antiidea D. Bertoni Jovine, La scuola italiana, Roma, Editori
Riuniti, La Critica Attendo presentemente a un lavoro su La filosofia del
comunismo critico. Una parte di questo, I/ materialismo dialettico e il
materialismo storico di F. Engels spero averla pronta entro brevissimo tempo ,
scrive Mondolfo proponendone la pubblicazione. Ma ancora confessava: La parte
che ancora rimane per il termine del lavoro io l’avevo molto tempo addietro
abbozzata e in Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo lista è, almeno
prima della guerra, ben documentabile. Se meno precisamente definibile è la
posizione di Ludovico Limentani, assertore del metodo positivo ma aperto alle
istanze idealistiche, che pubblica due volumi (I presupposti formali
dell'indagine etica, e La morale della simpatia) in cui, come in tutta la sua
opera, è filosoficamente argomentato e approfondito l’ideale stesso di Formiggini,
in quanto l’autore fa l’ esaltazione, sul piano politico-sociale, del diritto
ad esistere di ogni spinta ideale, che scenda a collaborare sul piano della
concreta discussione con le altre idealità ; assai netta è, nel 1913, la
posizione di Erminio Troilo, seguace del pensiero ardigoiano e uno dei più
continui collaboratori della casa editrice, che presentando le Pagine scelte di
Ardigò lancia un violento atto d’accusa contro idealisti e pragmatisti, in una
difesa patetica di quella cultura positivista che stava scomparendo:
Sinceramente, scriveva chi scorra senza spirito di parte o di setta e senza
quel vanissimo orgoglio di superfilosofismo che è oggi venuto di moda, e che
infuria, talora con veri accessi di epilessia metafisica e pit spesso con inqualificabile
volgarità, specialmente, si capisce, contro il positivismo, le pagine che il
Gentile e l’Orano, il Papini e, ultimo venuto, il De Ruggiero hanno, bontà
loro, dedicato a Roberto Ardigò, dovrà convenire che non mai parzialità e
superficialità, trivialità e accanimento hanno intessuto una trama di più fatue
leggerezze e di più dolorose malizie, intorno ad un uomo e ad un pensatore che
ha pur il diritto di vivere e di pensare; mentre quei critici stessi si
svociano parte stesa in una forma però che, essendo stato poi da me modificato
tutto il piano del lavoro, non può più affatto andare. È dunque da rifar da
capo bisogna che torni a rivivere il mio tema . Finalmente 1°11 ottobre dello
stesso anno poteva annunciare: Ho scritto l’ultima cartella ; ma i dubbi non
erano finiti, se, approfittando della necessità di cambiare il frontespizio del
volume per il trasferimento dell'editore da Modena a Genova, Mondolfo suggeriva
di togliere dal titolo Il materialismo dialettico lasciando le parole Il
materialismo storico, che costituiscono la parte più importante e interessante
del titolo. Archivio editoriale Formiggini presso la Biblioteca Estense di
Modena [dora in avanti AF], Mondolfo Garin, I/ pensiero di Ludovico Limentani,
in Rivista di filosofia. In/ e si sbracciano ad osannare i pretenziosi ma
altrettanto inconcludenti fra professori e conferenzieri di marca tedesca e
anglo-americana, e francese, i cui nomi sono ormai sulle bocche di tutti; o i
più ciarlatani, tipo Sorel; o pit insulsi tra gli affiliati nostrani della
congrega hegelianoide Fuori collana apparvero altri testi filosofici, di
particolare rilievo i primi due volumi degli Scritti di Michaelstidter; non
andò in porto, invece, la proposta di Levi di pubblicare gli scritti di
Vailati, avanzata subito dopo la morte di questi. Questi contributi erano il
frutto di un rapporto diretto con la Rivista di filosofia, l’organo della
Società filosofica italiana, per i tipi di Formiggini, dalla fusione della
Rivista di filosofia e scienze affini di Giovanni Marchesini con la Rivista
filosofica fondata da Carlo Cantoni; e che non si trattasse di un rapporto
puramente tecnico o commerciale, è dimostrato dalla notevole consonanza di
accenti tra la rivista e tutta l’attività della casa editrice. Non costituiamo
una scuola; siamo una collezione d’uomini, unit: dal comune amore della verità,
ma che non abbiamo tutti lo stesso concetto di quello che la verità sia Ma
tutti siamo persuasi che, per arrivare a conoscere la verità e a farla
trionfare, la discussione seria de’ problemi, sotto ciascuno de’ loro aspetti,
sia l’unico mezzo possibile: un mezzo che, prima o poi, ci farà conseguire il
fine desiderato £: cosi dichiaravano nel 1909 i redattori della rivista
criticando il programma della Rivista di filosofia neo-scolastica che si diceva
espressione dei pensamenti di una scuola determinata . Questo vago amore della
verità era il segno, più che della temperanza combattuta da Croce e dai
neoscolastici, di uno sbandamento e di una debolezza di fondo, appena
mascherati da un ottimismo ingenuo e perdente, data l’indeterminatezza del fine
da rag Ardigò, Pagine scelte, a cura di E. Troilo, Genova, Formiggini, PED 4
AF, n di filosofia, Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo giungere:
un amore della verità tale non solo da provocare il rapido manifestarsi di
contrasti interni alla redazione tra i due gruppi di Pavia e di Padova, ma
anche da permettere che già nel 1910 padre Gemelli venisse accolto fra i membri
della società. E tuttavia il programma dei fondatori, inteso a dare all’Italia
una rivista autorevole aperta ugualmente a tutte le opinioni e perciò adatta a
chiarire le profonde ragioni ideali, da cui le scuole filosofiche traggono
origine , introduceva subito sintomatiche puntualizzazioni: la patria nostra,
risorta da cinquanta anni ad unità di nazione, vuole rivendicare le alte
tradizioni del suo pensiero che informa tutta la cultura e la vita moderna.
Infatti, dobbiamo costantemente ricordare che naturalismo ed umanismo, i due
atteggiamenti fondamentali della speculazione europea, sorgono ugualmente col
rinascere degli studii per opera del genio italiano, universale e concreto;
sicché tutta la filosofia posteriore può rannodarsi ai nomi di Galileo e di
Vico, che ne simboleggiano gli spiriti. Da questi eroi tragga incitamento ed
auspicio la nuova filosofia che deve ravvivare l’opera e la coscienza ideale
degli italiani! In realtà, nonostante l’auspicio che sulle sue pagine tutti gli
indirizzi del pensiero filosofico trovassero libera espressione ‘, e i passi
compiuti in questo senso verso i circoli di filosofia di Roma e di Firenze di
tendenze prevalentemente idealistiche , la rivista diretta da Faggi, Juvalta,
Levi, Marchesini, Vailati (sostituito dopo la morte da Calderoni e Troilo),
Valli e Varisco ai quali si aggiungeranno in seguito Pastore e Buonaiutirisultò
voce di positivisti il cui eclettismo trovò un limite di fronte all’idealismo.
Ci sembra assai valido ed estensibile alla casa editrice il giudizio di Santino
Caramella, per il quale la rivista accoglieva I due circoli aderirono alla
Società filosofica nel corso, ma quello di Firenze ritirò la propria adesione
tramite il suo segretario Giovanni Amendola: fra il Circolo e la Società,
dichiarava, non esiste affinità alcuna, né di scopo, né di tendenze, né di
metodi d’azione ( Rivista di filosofia , I tutti, dal neopositivismo del Troilo
all’hegelismo del Losacco, dal misticismo del Rensi al fichtismo del Til gher e
del Ravà, dall’ardigioianesimo al neokantismo e chi più ne ha più ne metta,
ogni indirizzo poté salire in tribuna. Ma non per questo cessava la
intolleranza verso gli intolleranti di questa amorfa tolleranza: il Croce,
Gentile restarono sempre i maligni avversari che avevano guastato l’Eden
filosofico: e specialmente i positivisti ebbero cura di non lasciar mai
spegnere il fuoco della battaglia . Possiamo aggiungere, a integrazione del
quadro solo in negativo fornito da Caramella, l’esplicita connessione di
interessi filosofici e religiosi ne è testimonianza anche l’ingresso nella
redazione di Buonaiuti, subito impegnato a confutare sulle pagine della rivista
la pretesa gentiliana di individuare in Vico un precursore dell’attualismo 4 e
l'insistenza sul genio italiano che, pur senza assumere fin dall’inizio precisi
connotati nazionalistici come cercherà invece di far intendere Troilo, era
indice di una chiusura nei confronti del pensiero contemporaneo non italiano. È
un aspetto, questo, che risalta con forza ove si confrontino i Classici della
filosofia moderna che Croce iniziò per Laterza con l’Enciclopedia di Hegel, e
l’iniziativa formigginiana dei Filosofi italiani , la collezione promossa dalla
Società filosofica italiana e diretta da Felice Tocco. Le differenze,
naturalmente, non sono segnate solo da confini geografici, pur importanti. Il
fatto è che, come riconosceva e paventava la stessa Rivista di filosofia , il
programma crociano si proponeva la valorizza Caramella, Le riviste filosofiche
italiane nell'ultimo quarto di secolo, La Cultura Buonaiuti, Il carattere
storico della filosofia italiana, in Rivista di filosofia In L'Italia che
scrive Recensendo positivamente per l’accesso diretto alle fonti che offrivano
i Classici della filosofia moderna , Michele Losacco osservava: È ben difficile
creare un movimento speculativo che lasci tracce profonde, se l’ambiente in cui
si lavora non è sufficientemente preparato ad intenderlo; ne fu prova non
dubbia l'indirizzo idealistico, promosso a Napoli da Bertrando Spaventa, e che
non trovò il meritato seguito, perché si concentrò in alcuni pochi spiriti,
solitari e incompresi. Ora ogni nuovo Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo zione di una linea di pensiero che assegnava all’Italia un ruolo
centrale con Spaventa, De Sanctis, Labriola e Croce, ma era tanto pi forte in
quanto riproposta attraverso una determinata lettura di Vico, di Kant e di
Hegel, mentre Tocco si preoccupava di riportare alla luce soprattutto la
filosofia della Rinascita che è nella maggior parte italiana, come italiano è
quel movimento umanistico che la promosse. E questo periodo cosi arruffato
della speculazione, che in mezzo al rifiorire della scienza e della medicina
antica, in mezzo al ripullulare dell’antica magia alchimia ed astrologia
prepara l’avvento della nuova scienza e della coscienza nuova, merita di essere
studiato . Ben diversa da quella di Croce e Gentile fu anche la capacità di
promozione della Società filosofica italiana: bastò la morte di Tocco a
impedire che avesse seguito, dopo i primi due volumi del De rerum natura di
Telesio curati da Vincenzo Spampanato la proposta avanzata in prima persona
dall’editore modenese al terzo congresso della società (Roma, ottobre 1909), e
da questa assunta in proprio con l’impegno del suo presidente di dare ogni
aiuto possibile , di raccogliere in una accuratissima edizione i testi critici
dei maggiori filosofi italiani, per rendere accessibili a tutti le opere meno
agevolmente ostili e più importanti per la storia del pensiero nazionale , e
serio conato speculativo, come fu, per esempio, quello della Rinascenza,
presuppone sempre lo studio e il riconoscimento delle migliori tradizioni
filosofiche, e nazionali e straniere, da cui deve trarre la ragion d’essere e
l’ispirazione ( Rivista di filosofia , Prefazione di Tocco al vol. I del De
rerum natura di Telesio (Modena, Formiggini, anche E. Garin, Per un'edizione
dei filosofi italiani, in Bollettino della Società filosofica italiana Perché
la direzione dei Filosofi italiani fosse affidata a Tocco intervenne Croce,
come si ricava dalle sue lettere a Formiggini e dal suo commento al congresso di
Roma, in cui dichiarò in piena liquidazione il positivismo (ora in Pagine
sparse, Bari, Laterza, Contro le fauci ingorde di Formiggini, che per
l’edizione di Telesio avrebbe cumulato i contributi finanziari del Comitato
telesiano di Cosenza e dello Stato, lo sfogo di Gentile nella lettera a Croce
(G. Gentile, Lettere 4 Croce, a cura di S. Giannantoni, Firenze, Sansoni
Gentile scriveva a Croce degli spropositi vergognosi presenti nella prefazione
di Spampanato Accanto a una cultura in varia misura positivista che si
organizza sul piano accademico che è proprio della Rivista di filosofia e anche
su questo terreno sarebbe da valutare la resistenza opposta dai positivisti al
neoidealismo, testimoniata dalle lagnanze ricorrenti nelle lettere di Croce,
Gentile, Omodeo, è da segnalare la vocazione illuministica di questi gruppi a
farsi educatori di masse le più larghe possibili. Se l’idealismo incontrò forti
limiti ad una sua penetrazione o traduzione popolare, ciò non si dovette solo a
sue carenze originarie o élitari rifiuti, ma anche all’esistenza di una cultura
media o popolare resa impermeabile alla sua influenza da precedenti
incrostazioni di segno diverso o contrario, depositate lentamente attraverso
periodici, università popolari o certe collane, non solo di istruzione tecnica
o di letteratura d’appendice ad opera dei positivisti che avvertivano il dovere
di divulgare tra il popolo quella scienza che consideravano parte integrante
della realtà , fiduciosi che individui appartenenti a ogni strato sociale potessero
rispondere al richiamo illuminante e liberatore della verità, la stessa verità
in cui essi credevano Alla divulgazione erano appunto rivolti, come altre
iniziative contemporanee e sulle orme della Biblioteca del popolo di Sonzogno,
i Profili di Formiggini, nati nel 1909 con l’intento di soddisfare il più
nobilmente possibile alla esigenza caratteristica del nostro tempo, di voler
molto apprendere col minimo sforzo . E non a caso Critica sociale la giudica
una utilissima collezione Alla tendenza allora predominante di dare una
immagine del passato o del presente attraverso singole figure di protagonisti
gli eroi di cui parlava la Rivista di filosofia nella sua pagina d’apertura,
gli uomini simboli di un’epoca su cui era costruita la prima storia del Rosada,
Le università popolari in Italia, Roma, Editori Riuniti, A.F.F, Trenta anni
dopo, 53 V. Osimo, ‘arlo Porta, in Critica Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo socialismo tentata da Angiolini e Ciacchi si ispirarono
numerose collezioni, la più nota ed aulica di tutte, ma di breve durata, quella
dei Contemporanei d’Italia intrapresa da Ricciardi sotto la direzione di
Prezzolini; ma fu soprattutto Formiggini a preoccuparsi di divulgare i suoi
Profili attraverso le biblioteche popolari, queste istituzioni scriveva
presentando la collana che stanno ora sorgendo e moltiplicandosi e che saranno
i focolai donde uscirà la dignità nuova e la nuova fortuna della patria ,
rivolgendosi in particolare al mondo della scuola. E i Profili raggiunsero un
pubblico per quei tempi molto vasto: uno dei primi titoli, il Ges di Labanca,
di cui nel 1918 fu stampata la terza edizione, solo nella prima ebbe una
tiratura di 2.500 copie Nel capitolo de Le lettere dedicato alla critica
letteraria , Serra faceva un bilancio delle collane comprendenti l’essaî
dedicato a una questione o a una figura , e annotava: Ne abbiamo parecchie: i
Profili, i Contemporanei, gli Uomini d’Italia, i moderni, gli antichi e che so
io. Ma o si sono arrestate, 0 han dato la solita roba; conferenze da una parte,
e dall’altra tesi e avanzi di corsi scolastici, che non riescono a fare il
libro. L’unica serie che va avanti bene è quella dei Profili; appunto perché il
suo modulo, anche materialmente, modesto e facile da riempire, si impone alla
personalità degli autori con una certa economia necessaria di notizie e di
disegno, che non lascia posto a digressioni o erudizioni o analisi, come
dicono, originali. Potrebbe parere un difetto; ed è, tra noi, una fortuna.
Senza dire che anche in quei limiti si possono ottenere cosette buone; per un
esempio, l’Esiodo del Setti o il Bodoni del Barbera . La mancanza di
originalità di questa produzione non impediva tuttavia che essa avesse un
taglio preciso per gli autori o i biografati prescelti. Anche se il criterio
della % Illustrando sulla Rivista di filosofia un suo progetto sull’istituzione
di biblioteche per gli studenti delle scuole medie, già accennato al congresso
per le biblioteche popolati di Roma nel dicembre 1908, Giovanni Crocioni
affermava: Non vi mancheranno le opere d’arte, le vite di uomini insigni, le
edizioni popolari; vi troveranno, ad esempio, luogo opportuno i Profili che il
nostro coraggioso e geniale editore vien pubblicando con fine gusto di arteAF,
Labanca. 5% Serra, competenza suggeri in un primo tempo a Formiggini di
rivolgersi a Croce e poi a Gentile per il ritratto di Hegel, a Papini per
quello di Sarpi o a Prezzolini per Baretti contatti che non ebbero poi esito
positivo, gli autori dei Profili furono e rimarranno in maggioranza esponenti
di ambienti positivisti o modernisti, e spesso toccati dal materialismo
storico. Per i personaggi-chiave, dove le digressioni erano pit facili e
significative, troviamo Achille Loria autore del Malthus uno dei più ricercati
della mia fortunata collezione , gli scriveva Formiggini che raggiunse la
quarta edizione, dei ritratti di Marx e Ricardo; Tarozzi con Rousseau, Ardigò e
Socrate ed Troilo con TELESIO (si veda), Bruzo e Kaxt; Labanca con Ges# di
Nazareth, Momigliano con Tolstoi e Buonaiuti con una lunga serie di ritratti:
Sant'Agostino, San Girolamo, Sant'Ambrogio, AQUINO (si veda), San Paolo, Gest
il Cristo (che sostituî il profilo di Labanca) e San Francesco; Barbagallo
tracciò i profili di Giuliano l’Apostata e Tiberio, mentre Concetto Marchesi
delineò quelli di Marziale, Giovenale e Petronio. Alcune, poche concessioni del
periodo fascista non alterarono le caratteristiche originarie della collezione,
che accanto alle figure principali della letteratura italiana e straniera dava
largo spazio più di quanto ne concedessero la Collana biografica universale
delle edizioni Quattrini di Firenze o i Pensatori celebri e i Pensatori d’oggi
della milanese Athena ad esponenti del pensiero filosoficoscientifico (Telesio,
Bruno, Galileo, Newton, Lavoisier, Morgagni) e ai pensatori dell’ottocento cari
alla genealogia positivistica e socialista (Malthus, Darwin, Marx, Lombroso,
Ardigò). Mentre per meglio esaltare la dottrina di Darwin l’autore del suo
ritratto, il naturalista Alberto Alberti, riteneva necessario fissare fin
dall’inizio le fattezze del biograAF, Loria. Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo fato ( cupola immensa il cranio. Dentro, un cervello che
come quello di Volta e forse come quello di Leonardo, non pesava meno di due
mila grammi), convinto, in base a un ingenuo positivismo, che i tratti fisici
giovano a far intendere come per la larga, possente grandiosità del lavoro
intellettuale compiuto da Darwin ben occorresse anche una struttura fisica non
diversa ma più vigorosa di quella onde è congegnata la moltitudine degli uomini
; l’autorevolezza delle biografie di Malthus e di Marx è affidata al loro
autore, quell’Achille Loria tanto disprezzato da Labriola e da Gramsci, ma che
rimane pur sempre, come è stato sottolineato di recente, una figura
rappresentativa dell’età del positivismo evoluzionistico e del nascente
movimento socialista alla quale si deve la diffusione in Italia della nozione
di un’economia non immutabile, non governata da leggi esterne, ma mossa dalla
lotta delle classi sociali e perciò suscettibile di evoluzione al di là dello
stadio proprietario e capitalistico . I giudizi e gli accostamenti di Loria non
sono per questo meno disinvolti: la teoria della popolazione di Malthus, sorta
quale teoria di regresso , se debitamente svolta ed ampliata, si torce invece
nella più radicale fra le teorie sociali. Dacché essa insegna che il flutto
incessante della popolazione è il fermento irresistibile di distruzione delle
forme sociali successive 9; invece Marx, nonostante la grandiosità michelangiolesca
del suo pensiero, sta di molto al disotto dei grandi maestri della scienza
positiva : Se invero è mirabile e enorme questtuomo notava Loria, il quale
riesce a contenere tutto un mondo fra le pieghe di un semplicissimo principio
iniziale, e la cui vita non è pi che lo sviluppo di una equazione, che egli ha
posta agli esordi quanto più onesto, più leale, più scientifico il procedere di
Darwin, il quale non pone principj aprioristici, ma accoglie senza preconcetti
5 A. Alberti, Darwin, Modena, Formiggini, Faucci, Revisione del marxismo e
teoria economica della proprietà in Italia, Loria (e gli altri), in Quaderni
fiorentini, Loria, Malthus, Roma, Formiggini, i fenomeni nell’ordine di
complessità progressiva che la vita stessa gli affaccia! La storia italiana
recente era illustrata con un forte senso della nazionalità, accentuato dalla
grande guerra, ma con tonalità democratiche: al ritratto dei fratelli Bandiera
seguivano -16 quello di Abba, e un Cavour di Murri che presentato da una
Lettera ai combattenti del capitano Formiggini come una potentissima sintesi
non solo delle concezioni dello statista piemontese, ma di tutte le correnti
del pensiero collettivo che portarono al trionfo della idea nazionale si
preoccupava di definire valore e limiti del realismo politico del biografato
per dare sbalzo alla fede mazziniana ( sollecitando, con il suo titanico
ardimento, la storia ed i fatti, [Cavour] disperse, in parte, quel tesoro di
energie spirituali che Mazzini aveva preparato per pi lunga e profonda e dolorosa
opera Cavour ha avuto ragione per il suo tempo, Mazzini torna ad aver ragione
oggi. Elemento caratteristico della collezione formigginiana resta comunque
l’ampio interesse per la storia religiosa, toccata sia attraverso le figure di
Ges, di Savonarola £ e dei santi, sia per inciso nei profili degli imperatori
romani che videro l’affermarsi del cristianesimo o nel ritratto dedicato a
Tolstoj da Felice Momigliano. Pi che l’editore, tu sei il critico degli autori
tuoi , scrive Marchesi a Formiggini : e il rapporto dell’editore con gli autori
di profili religiosi si rivela particolarmente stretto e franco, come nel caso
di Labanca e di Buonaiuti; indice della sua diretta partecipazione è ad esempio
l’affettuoso rimpro A, Loria, Marx, Genova, Formiggini, Murri, Camillo di
Cavour, Genova, Formiggini, Rispetto al giudizio minimizzatore di cui sarà
oggetto nell’Enciclopedia italiana, come abbiamo visto, Savonarola era
eroicizzato da Galletti come colui che riconciliò la libertà colla religione,
ravvivò negli animi il sentimento cristiano offuscato o pervertito, ordinò un
governo libero e onesto sul fondamento della dignità morale , dimostrandosi,
con tutto ciò, veramente italiano (Savonarola, Roma, Formiggini, AF, Marchesi.
Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo vero mosso a quest’ultimo, che
aveva sottolineato la continuità tra ebraismo e cristianesimo: Mi sono letto il
profilo del Cristo gli scrive, contemporaneamente all’uscita di Gesz il Cristo
di Buonaiuti,. un titolo che Labanca aveva esplicitamente rifiutato per il suo
Gesg di Nazareth e ti confesso che non mi è piaciuto e che non piacerà. Non è
il profilo del Cristo rispetto ai Farisei ma il profilo tuo rispetto a padre
Gemelli e hai fatto senza volere un’apologia del fariseismo che non la meritava
e hai fatto del povero Cristo uno scocciatore e tale forse non fu. Ho rimorso
di aver fatto un corno al povero mio maestro Baldassarre Labanca, tu sai
scrivere in modo meraviglioso, egli non sapeva scrivere ma nel suo ruvido
libretto c’era pur qualche cosa che restava. in tasca a chi lo leggeva. Insomma
se vieni ti parlerò di Dio, perché mi sento di poterti dare qualche utile
consiglio ©. Per la loro destinazione e per lo stretto rapporto editore-autori
che rivelano, i Profili risultano quindi una guida utilissima per seguire le
tematiche allora più largamente diffuse e gli orientamenti politici e culturali
della casa editrice: dal giudizio formulato da Felice Momigliano su Tolstoj
subito dopo la sua morte che corrisponde a una diffusa lettura del romanziere e
pensatore russo ( un distruttore ben pit radicale di Marx 4), a quello di
FrLosini, che al presunto carattere della rivoluzione d’ottobre suppellettile
d’importazione senza radici nella tradizione russa oppone l’ammonimento del suo
biografato, Turgenev, a non prescindere: dalla nazionalità nella preparazione
dell'avvenire della Russia ‘, fino ai mutamenti significativi che, da
un’edizione all’altra, possono registrarsi nello stesso profilo. Come nel
Telesio di Troilo, che nella prima edizione si conclude con il rimprovero alla
filosofia contemporanea di dare espressione al suo antiintellettualismo
ricorrendo al pragmatismo che è solo un getto, un po’ morbido, del saldo
profondo tronco antico del radicale empirismo Buonaiuti. 6 F. Momigliano, Leone
Tolstoi, Modena, Formiggini, Losini, Ivan Turghenieff, Roma, Formiggini,
presocratico , laddove nella seconda edizione del 1924 termina affermando che
vedere nel pensiero del cosentino l’avvio del processo che sfocierà nella
dialettica trascendentale kantiana è più legittimo che non fare di Bernardino
Telesio qualché di simile ad un idealista assoluto £. Anche in periodo fascista
la collana cercò di mantenersi fedele all’ideale di equilibrio e di
conciliazione di Formiggini: e se non mancarono concessioni alla retorica
fascista, come nell’esaltazione del ricostruttore dello Stato sabaudo,
Filiberto, fatta da Silva, Levi traccia un profilo di Romagnosi, il severo
giudice dell’assolutismo il quale nella Scienza delle costituzioni ricordava
Levi in pieno regime aveva affermato che la luce del vero e del giusto
appartiene al genio onnipossente e beatificante della libertà, le tenebre
dell’ignoranza appartengono al dèmone della tirannia, d’onde sorge la discordia
e la distruzione degli Stati. Una cultura al di sopra della mischia Il breve e
tormentato periodo del dopoguerra, fino al pieno affermarsi del fascismo, vide
il massimo sviluppo dell’iniziativa di Formiggini, e il suo tentativo di
allargare l’ambito di intervento dall’editoria a più ambiziosi programmi di organizzazione
della cultura. Ma è proprio nel clima teso di questi anni, fortemente
condizionato dal nazionalismo e poi dal fascismo, che egli subirà la più
cocente delle sconfitte, la sconfitta di una utopia, di un ideale non ancorato
a un preciso orientamento politico. Il capitano Formiggini aveva partecipato
con entusiasmo alla guerra, momento di doveroso lavoro per tutti, ricorderà la
moglie. Troilo, Bernardino Telesio, Modena, Formiggini; seconda edizione, Roma,
Formiggini, Levi, Romagnosi, Roma, Formiggini, Formiggini Santamaria, La mia
guerra, Roma, Formiggini, Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo E la
guerra non fece che rafforzare l’ideale di Formiggini di una Europa nuova ,
civile e fraterna , fondata sulla comunione di cultura tra i popoli, ma come
presupposto per la sua piena realizzazione si fece sempre pit frequente in lui
come in tanti altri intellettuali di fronte alla prima grande vittoria dello
stato italiano la rivendicazione dei valori nazionali e patriottici
(simboleggiati dai fregi classicheggianti di Adolfo De Karolis, già
illustratore di Leonardo ed Hermes, contro il quale si scaglieranno in nome
dello spirito popolaresco i giovani del Selvaggio ). L’insistenza su questi
ultimi farà ben presto relegare in secondo piano l’ideale originario, e si
tradurrà in un servizio reso alle forze che con maggiore coerenza puntavano ad
una riscossa nazionale della borghesia italiana. Un eclettismo culturale
fiduciosamente perseguito (ma di rado realizzato) e la mancanza di un netto
orientamento politico furono infatti i motivi della sostanziale debolezza
nonostante i successi iniziali delle ambiziose iniziative concepite da
Formiggini al termine della guerra. Il suo sarà un destino analogo a quello
della Rivista di filosofia , che si apriva con un Programma di lavoro in cui
Bernardino Varisco rincorreva l’ideale di una suprema armonia tra gli stati le
classi e le singole culture , fino a incontrare, per la sua genericità, il
consenso di quel Gentile ? che poche pagine dopo, sulla stessa rivista, era
duramente attaccato da Buonaiuti. Frutto del modo col quale Formiggini avverti
le lacerazioni prodotte dalla guerra in campo internazionale, e della volontà
di difendere e rafforzare anche sul piano spirituale l’unità nazionale
pienamente conseguita sul terreno politico, sono il progetto, poi non attuato,
di una collezione italiana di classici greci e latini i mostri classici
Formiggini, Trenta anni dopo. Era una speranza formulata confusamente anche da
Troilo, che pur non tralasciava l’occasione per lanciare una nuova accusa
contro l’ idealismo assoluto, una vera e propria Metafisica di guerra (La
conflagrazione. E storia dello spirito contemporaneo, Roma, Formiggini, G.
Gentile, Guerra e fede, Napoli, Ricciardi, per i quali doveva finire il vassallaggio
nei confronti della Germania e, soprattutto, il mensile L’Italia che scrive ,
forse la creatura più cara a Formiggini. Uscito nell’aprile 1918, agli albori
di una età nuova , il periodico nutriva, sotto le vesti di una semplice rivista
bibliografica, ambizioni culturali più ampie, riproponendosi di registrare
nelle sue colonne un magnifico rifiorire degli studi nel nostro paese e di
farsene eco diligente e fedele, a vantaggio di quanti, in Italia o fuori,
apprezzano e vogliono conoscere il lavoro intellettuale degli italiani . La
struttura agile e articolata che sarà presa a modello dal Leonardo e da La
Nuova Italia editoriale, profilo di un contemporaneo, inchieste su istituzioni
culturali, recensioni, confidenze degli autori, spoglio di libri e articoli per
argomento, libri da fare , eccetera fece ben presto affermare il mensile (che
nei primi anni ebbe una tiratura non inferiore alle 10.000 copie, giungendo a
toccare le 30.000 ) come un esempio di quelle riviste-tipo che Gramsci
catalogherà nel genere critico-storico-bibliografico : legata all’attualità e a
carattere divulgativo, rivolta a quel lettore comune al quale non basta dare
concetti storici, ma occorre fornire serie intiere di fatti specifici, molto
individualizzati ?. E proprio Il grido del popolo segnalò la vivace, varia
rivista di Formiggini uno dei più giovani ed intelligenti industriali italiani
del libro come quella che prometteva di diventare un ottimo ed utilissimo
strumento di cultura, quale in Italia non esisteva ancora, e la cui mancanza
era uno dei segni delle manchevolezze intellettuali del nostro paese, della
Formiggini, Trenta anni dopo Sulla funzione attribuita ai classici di mantenere
vivo il senso di continuità col passato e nello stesso tempo contribuire a un
compito di rinnovamento nazionale , richiama l’attenzione A. La Penna a
proposito di una successiva iniziativa sansoniana (La Sansoni e gli studi sulle
letterature classiche in Italia, Testimonianze per un centenario. Contributi a
una storia della cultura italiana, Firenze, Sansoni, Formiggini, Trenta anni
dopo, Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo, Gramsci, Quaderni del
carcere, edizione critica dell'Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Torino,
Einaudi, Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo poca diffusione dei
libri e quindi delle idee, della nostra spaventosa impreparazione spirituale .
Prefiggendosi il compito di armonizzar le varie correnti della cultura
nazionale perché potessero concorrere al fine comune della valorizzazione nel
mondo dell’attività intellettuale italiana , Formiggini sostenne anche nel
momento della sua sconfitta che un giornale editoriale nazionale non può essere
che un giornale eclettico , contro il consiglio di Ettore Romagnoli di avere un
partito, essere con qualcuno o contro qualcuno . Ma, nonostante
l’idealizzazione della capacità unificante di una cultura al di sopra delle
parti nel marzo 1917 Formiggini aveva offerto la condirezione della rivista a
Prezzolini che stava per assumere un'iniziativa analoga, ma che rifiutò
l'invito perché, rispondeva le nostre concezioni differiscono ancora troppo ,
le scelte de L’Italia che scrive furono fin dall’inizio precise: pedagogia con
Emilia Formiggini Santamaria e filosofia con Tarozzi e Troilo, il quale dedica
un ritratto ad Ardigò in cui riafferma la funzione storica, tutt'altro che
esaurita, del positivismo con maggior convinzione di quanto non facesse nello
stesso momento sulle pagine della Rivista di filosofia ; storia con Pietro
Silva autore di un commosso ritratto di Salvemini mazziniano per l’alto
idealismo che informa la sua propaganda, e per la sua fede nel progressivo
cammino dell’umanità verso la giustizia, con Barbagallo che traccia i profili
di Ferrero e di Ciccotti e informa sulla Nuova rivista storica da lui diretta,
Falco ed Michel. Un largo spazio è accordato agli argomenti scientifici
trattati da Mieli, Almagià, Timpanaro, Vacca, e soprattutto ai problemi
religiosi, ove l'intervento di Formiggini è spesso Il grido del popolo. A.F.
FOGnIEziol, La ficozza filosofica del fascismo, cdiretto ®, e di cui si
occupano Turchi, Pincherle e con particolare frequenza, fino al 1926, Ernesto
Buonaiuti, autore di rassegne su riviste di cultura religiosa e di inchieste su
istituzioni culturali, di articoli sul neotomismo o sull’insegnamento della
religione nella nuova scuola, e di recensioni tanto sferzanti da essere
richiamato all'ordine dal direttore della rivista @. Ma è da notare anche, nel
settore politico-culturale, la presenza dell’antigentiliano Tilgher e di un
altro collaboratore de Il Mondo oltre che de La Rivoluzione liberale , Mario
Ferrara, autore dei ritratti di Turati, Treves e Salandra, e quella di
Prezzolini, che si segnala per la tempestività dei suoi interventi: nel maggio
del 1920 illustra la grandezza di Croce e nel dicembre del 1922 vede in Gentile
il creatore della filosofia delle filosofie e colui che ha immedesimato lo
sviluppo della coscienza nazionale con lo sviluppo della speculazione nazionale
. Ma questa che Formiggini defini l’apologia di Gentile che ha avuto più larga
eco in tutto il mondo , non salverà l’editore modenese dall’attacco del nuovo
ministro della pubblica istruzione, verso il quale la rivista aveva mantenuto
fino ad allora un critico distacco. 81 Presentando sul primo numero della
rivista le recensioni alle discipline critico religiose , affermava: poiché la
terribile prova spirituale che stiamo traversando impotrà, dopo la bufera
[della guerra], una revisione immancabile dei valori su cui era poggiata la
nostra vecchia vita etica, noi possiamo essere sicuri che le indagini
consacrate a rintracciare il corso storico della vita cristiana nel mondo
avranno una fioritura insperata e diverranno fattore notevolissimo di una
coltura veramente nazionale ( L'Italia che scrive Formiggini faceva rilevare a
Buonaiuti che alcune sue recensioni non rispondevano né per misura né per
intonazione a quell’ideale sereno a cui vorrei che si ispirasse L’Italia che
scrive. Dovresti perciò, per non mettermi in un imbroglio spirituale, recensire
quelle opere che si riferiscono alla storia del cristianesimo come scienza e
tralasciare quelle che possono darti adito a sfogare i tuoi sentimenti politici
o la tua passionalità religiosa (AF, Buonaiuti). L'Italia che scrive
Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo, Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo La sconfitta di un'illusione e una tenue resistenza Il
programma de L’Italia che scrive di essere specchio fedele della
intellettualità italiana si scontrò infatti con l’ intolleranza gentiliana
quando Formiggini cercò di fare della sua rivista il nucleo di un Istituto per
la diffusione della cultura italiana. I suoi propositi si erano saldati con le
prospettive nazionalistiche del sottosegretariato per la propaganda all’estero
e la stampa presieduto da Romeo Gallenga Stuart: chiamato a far parte della
commissione per la proganda del libro italiano all’estero nell’ambito della
quale propose la pubblicazione di Guide bibliografiche per materie dove
uscirono, fra l’altro, la Geografia di Roberto Almagià e i Narratori di Luigi
Russo, Formiggini stabili i contatti politici necessari a lanciare un’impresa
l’Istituto per la propaganda della cultura italiana, poi Fondazione Leonardo
che doveva rappresentare non l’ultimo atto dell’Italia in guerra, ma il primo
dell’Italia che dopo una lunga guerra combattuta con onore vorrà, senza invidia
delle altre nazioni, mettere in valore equamente il contributo non trascurabile
e finora trascurato che essa ha portato, anche negli ultimi decenni, al
progresso del sapere Abbiamo visto come l’iniziativa passasse nelle mani di
Gentile. Invano Formiggini lodò Croce per aver denunciato la balordaggine di
chi vorrebbe istituire una filosofia di stato e denunciò la marcia sulla
Leonardo di Gentile, che assieme alla fondazione gli aveva sottratto l’idea di
una Grande enciclopedia italica l'editore modenese cercherà di realizzarla per
suo conto con l’aiuto dei suoi collaboratori abituali e, in particolare, di
Ernesto Buonaiuti . Mentre l’ente e il suo patrimonio erano desti Formiggini,
Trenta anni dopo, L’Italia che scrive , Dalle lettere Buonaiuti appare
impegnato a redigere il piano generale della formigginiana Enciclopedia delle
enciclopedie; ne usciranno soltanto i volumi I, Economia domestica;
turismo-sport-giuochi e passatempi, Modena, Formiggini e II, Pedagogia, Modena,
Formiggini, quest’ultimo coordinato da Fornati ad essere assorbiti,
nell’Istituto nazionale fascista di cultura, rassegna mensile della coltura
italiana pubblicata sotto gli auspici della Fondazione Leonardo diventava, il
Leonardo diretto da Prezzolini al quale l’anno successivo subentrerà Luigi
Russo ed esemplato su L’Italia che scrive con un contornetto (si capisce) di
4ff0 puro, se no il cataclisma non avrebbe avuto ragion d’essere , osservava
Formiggini che ruppe con Prezzolini riaffermando in pubblico, e in una lettera
privata a lui i propri ideali: Voialtri attualisti avete innegabile dottrina,
robusto ingegno, e disponete della forza formidabile di quel partito che
giudicaste cosî aspramente prima che esso subisse in pieno la vostra influenza
nefasta. Voi godete ormai persino di una insperata agiatezza che non vi
invidio. Io non ho né dottrina, né ingegno, né forza politica. Lavoro per
passione e per una esasperata volontà di bene e il lavoro mi costa tutta la
sostanza e mi costringe ad una vita sobria. Ma ho qualche cosina che voi non
avete: il cuore. La parola umanità vi fa ridere, e sarà l’umanità a fregarvi®9.
Dove, accanto a una profonda amarezza, è espressa tutta la carica etica di una
battaglia culturale ma anche, nella confusione del giudizio sul fascismo, i
limiti di una sua traduzione sul terreno politico. Tracciando un doloroso
bilancio della sua sconfitta, Formiggini insisterà tuttavia in un invito alla
conciliazione, con parole che richiamano l’insegnamento morale di Limentani:
soprattutto di pace c’è bisogno oggi. Occorre che l’uomo ritrovi nell’uomo il
proprio simile e che ciascuno rispetti nell’altrui dignità la propria. Quella
di Formiggini può essere considerata una vicenda esemplare, da un lato, dei
modi e dei tempi con i quali il fascismo procedette all’accaparramento delle
istitu miggini Santamaria (fra i collaboratori, che gli conferirono un'impronta
antiattualista, Calò, Credaro, R. Mondolfo, Tarozzi, Vartisco L’Italia che
scrive AF, Prezzolini. L'Italia che scrive , Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo zioni culturali esistenti per acquisire un consenso
sempre più vasto e, dall’altro, delle reazioni degli intellettuali di fronte al
tentativo fascista di utilizzarli. L’insidiosa politica di conciliazione
affidata dal fascismo a Gentile, e la stessa dichiarata assenza di una cultura
fascista , aprirono facili varchi al consenso presso molti intellettuali senza
precisa collocazione politica o portati a distinguere nettamente la politica
dalla cultura e, spesso, a privilegiare quest’ultima per le loro scelte. Ma,
proprio per questi stessi motivi, non sarebbe nemmeno corretto considerare come
incondizionato il consenso cosî estorto, o vederlo come un blocco uniforme
senza incrinature fin dall’inizio, al cui interno non permanessero adesioni
esteriori o ambigue capaci di ribaltarsi, attraverso maturazioni personali,
dove il comportamento politico immediato era contraddetto dal legame con una
cultura che voleva mantenersi in qualche modo autonoma. In questo quadro sono
collocabili molti collaboratori della casa editrice e lo stesso Formiggini, che
in nome del suo antico ideale di fratellanza pubblica un pungente pamphlet
antigentiliano nel quale il giovane cattolico Carlo Morandi riconosceva il
coraggio e la schiettezza di una difesa . Giustificando il proprio intervento
polemico contro la marcia sulla Leonardo , Formiggini scriveva ne La ficozza
filosofica del fascismo di avere reagito per legittima ritorsione e per il
pericolo d’ordine generale che ci sarebbe per la cultura italiana se l’assurdo
di una dittatura e di una tirannide dottrinale dovesse farsi piede nel nostro
paese . Ma i limiti della sua impostazione non si rivelano soltanto nella
contrapposizione fra il ruolo di armonizzatore di varie correnti culturali, da
lui impersonato, e quello di Gentile capo partito o nella riduzione
dell’attualismo a una semplice moda filosofica dai larghi consensi e di Gentile
a un giocoliere di idee , bensi anche nel giudizio sulla filosofia gentiliana
vista come una fortuita e non felice escrescenza [ficozza in roma 9 Studium
nesco] del fascismo . La distinzione operata da Formiggini è netta: da un lato
gli attualisti, sostanzialmente estranei ed equidistanti sia dal fascismo che
dal nazionalismo che si sono assunti ix foto il problema culturale di un
movimento puramente politico , dall’altro il fascismo che, come scriverà anche
in seguito, nelle sue prime manifestazioni, non negò affatto i diritti
dell’uomo. Si annunciò come un ristabilimento energico dell’ordine sociale che
era stato scosso. Nulla di strano che dei cittadini liberi vedessero questo
movimento con simpatia. Il mescolare il sapere con la politica è per noi cosa
delittuosa , affermò Formiggini motivando il suo rifiuto di sottoscrivere il
manifesto Croce, pur firmato da molti collaboratori della casa editrice ;
l’unica condanna esplicita di fascismo e attualismo, uniti sul piano morale, fu
formulata sulle pagine de L’Italia che scrive in occasione della crisi
Matteotti, in un articolo significativamente intitolato La filosofia del
manganello in cui, dopo aver ironizzato su Mussolini egli sa di filosofia e di
pedagogia qualche cosa meno di una vacca spagnuola Formiggini affermava che per
il fascismo la delusione più amara fu quella di non aver potuto trovare una
teoria morale che ne giustificasse i metodi e si comprende quanta riconoscenza
sentisse per il moralista di professione che, applicando il suo visto: si
manganelli agli atti violenti del fascismo, dava a questi una sanatoria di
incalcolabile valore . In realtà, una sia pur tenue difesa dalla scaltra
politica di conciliazione di Gentile e del fascismo verso gli intellettuali
poteva essere consentita da iniziative che si propoFormiggini, La ficozza
filosofica del fascismo, Il libro non ci sembra quindi, per la sua distinzione
tra politica e cultura, uno dei primi e più caustici pamphlets contro il
fascismo , come è apparso a R. De Felice (Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, c L’Italia che scrive , Formiggini, Parole in libertà, cCome è falso
che gli ebrei costituiscano una razza, è anche falso che abbiano una loro forma
mentis che li renderebbe ostili congenitamente e irriducibil mente alle forme
politiche cosi dette totalitarie. L'Italia che scrive , L’Italia che scrive
Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo nessero come apolitiche, ma
fossero aperte a intellettuali accomunati dall’opposizione alla filosofia del
manganello . Fu questo il caso, denso di compromissioni e contraddizioni
profonde, di Formiggini, che dopo la polemica antigentiliana sembra non
desiderasse discostarsi dall’ideale di equidistanza e di armonia perseguito in
passato. Cominciano ad apparire le Apologie che al posto delle religioni
costituite intendevano valorizzare il sentimento religioso in astratto, come quello
che può fare l’umanità migliore e più fraterna , e che annoverarono, accanto a
quelle dell’ebraismo di Dante Lattes e del cattolicesimo di Buonaiuti
(provvista ancora dell’imprimatur ecclesiastico nella seconda edizione poco
prima della scomunica del marzo, quelle dell’ateismo di Giuseppe Rensi e del
positivismo di Tarozzi, il quale affermava che la posterità prossima e lontana
non vedrà fra l’idealismo e il positivismo, specialmente italiani, quella
divergenza assoluta e totale che oggi apparisce per la violenza della polemica.
Nella collana delle Medaglie , brevi profili di contemporanei all’elogio di
Mussolini ( una forza venuta nel momento storico opportuno ) scritto da
Prezzolini , Levi opponeva quello di Turati, esaltato nonostante l’autore dichiarasse
all’editore di essere stato molto sobrio negli accenni all’ora presente per la
probità della sua coerenza, la coerenza della sua probità Con questa forza, che
ignora, che sdegna i funambolismi di tutte le demagogie, ma ha il coraggio e la
pazienza delle lunghe vigilie, non s’improvvisano più o meno effimere fortune o
dittature personali, ma si squadra almen qualche pietra per costruzioni
destinate alla storia !°, Co Formiggini, Trenta anni dopo,124. anche il
giudizio di Vida, Apologie religiose, in La Cultura , ITarozzi, Apologia del
positivismo, Roma, Formiggini, Prezzolini, Benito Mussolini, Roma, Formiggini,
Levi, Turati, Roma, Formiggini, Levi si adoperò anche per la diffusione del
volumetto: duecento ne hanno prese di copie, in attesa delle immancabili
bastonature gli eroici lavoratori di Molinella, che riscattano col loro
contegno di fierezza la vile acquie si, accanto al D'Annunzio di Antonio Bruers
e allo Sturzo di Mario Ferrara, Prezzolini dedicava nel 1925 un ritratto ad
Amendola che, nonostante l’elogio del suo coraggio fino al rischio della vita e
le successive proteste di equanimità dell’autore !, si rivelava impietoso e
cinico: costringendolo a tacere nel parlamento, restituendolo al giornalismo
militante e all’opposizione attiva [il fascismo] gli ruppe quella specie di
ingessamento parlamentare, che pareva averlo stretto e immobilizzato entro le
formule e gli interessi di Montecitorio !. E la collana Polemiche presentava
insieme alle Battaglie giornalisti che del teorico del governo dei migliori ,
Mussolini, Je Invettive di Marat, il teorico del governo dei molti . Con questa
sorta di do uf des si parlava comunque di uomini politici e personaggi storici
invisi al fascismo, pur con quell’ambiguità che è la nota caratteristica anche
di molti giudizi apparsi ne L’Italia che scrive . È sintomatico ad esempio che
La libertà di Stuart Mill pubblicata da Gobetti con la prefazione di Luigi
Einaudi sia segnalata come opportuna non solo per gli avversari della libertà,
ma per moltissimi dei suoi ditensori di oggi , o che, mentre La rivoluzione
liberale era giudicata programma di ardimento morale della borghesia , come un
violento spalancar d’usci all’irrompere di una nuova coscienza proletaria e il
ritratto di Matteotti una vita esemplare della Rivoluzione liberale ,
nell’annuncio della morte di Gobetti il giudizio sul suo anelito di ritrovare e
d’imporre un fondamento etico al pensiero in tutte le sue espressioni sia
limitato da quello sulla sua cultura, costruita su basi filosofiche e
storicistiche un po’ astratte, per quanto profonde, che lo allontanarono dal
veder la vita scenza del popolo italiano , scriveva a Formiggini (AF, Levi).
Prezzolini affermerà di aver scritto la biografia di Mussolini solo a patto che
il Formiggini ne pubblicasse anche una dell’Amendola. Prezzolini, Amendola e La
Voce , Firenze, Sansoni,Prezzolini, Giovanni Amendola, Roma, Formiggini,
Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo nella sua complessa realtà
effettiva e gliela fecero giudicare per schemi e teorie . E in settori più
strettamente culturali, mentre Finzi divenuto collaboratore assiduo del
periodico considerava interessante l’interpretazione marxista del marinismo
fornita da Zino Zini in Poesia e verità, dal Mazzini e Bakunin di Nello
Rosselli col quale finalmente anche in Italia si comincia a studiare seriamente
il movimento operaio come fatto storico, all’infuori di ogni preoccupazione di
propaganda politica si traeva motivo per mettere in luce l’azione insidiosa di
Carlo Marx che si sarebbe servito dell’anarchico russo per gettare i primi
germi malsani onde poi in Italia, unica tra le grandi nazioni, il socialismo
nasceva e cresceva colorito di quell’antipatriottismo che doveva essergli
fatale durante e dopo la grande guerra !°. Analoga ambiguità è riscontrabile
negli interventi che richiederebbero tuttavia un discorso a parte di alcuni
collaboratori della rivista provenienti dalle file del socialismo. Bisognerebbe
poter seguire tutte queste recensioni di simili libri, specialmente se dovute a
ex socialisti come l’Andriulli , notava Gramsci ' a proposito della recensione
di quest’ultimo al volume di Bonomi su Bissolati, uscito a Milano presso ere ma
originariamente proposto dall’autore a Formiggini Ora la grande maggioranza dei
giovani è sotto l’impressione recente della disfatta prima morale che politica
del socialismo italiano scriveva l’ex collaboratore de La Difesa Andriulli, e
con semplicistica generalizzazione pensa ad esso come ad una delle forme di
maggiore aberrazione della vecchia Italia prebellica. Eppure, L'Italia che
scrive , Gramsci. ts Il libro è... purgatissimo scriveva Bonomi Il fascismo non
esisteva ancora durante l’attività politica di Bissolati, il quale gode non so
se goda veramente...! le simpatie fervidissime dei fascisti cremonesi e anche quelle
del Duce che inaugurò con un discorso nel 1923 una lapide in memoria di lui .
Ma Formiggini, che già nel ’24 era stato l’editore di Ddl socialismo al
fascismo di Bonomi, non aveva potuto accettare l'offerta anche se gli scriveva
un libro scritto da lei non può essere che interessantissimo e tale da non
procurare fastidi a chi lo pubblicasse (AF, Bonomi).solo che si pensi come il
socialismo italiano è stato la grande matrice di tutti i movimenti rinnovatori
del tempo nostro non esclusi né il nazionalismo né il fascismo si sarà tratti a
sospettare che ben altro fenomeno che non quello apparso nell’ultimo ventennio
deve essere stato il partito socialista italiano, e che soprattutto esso deve
essere stato una grande forza ideale se ebbe tanta virtà espansiva da
diffondersi rapidamente non solo nelle classi operaie ma in una gioventù
intellettuale generosa e disinteressata e da permeare di sé per un quarto di
secolo la vita italiana. Dove l’antica milizia politica del recensore,
approdato ciecamente alla rivoluzione fascista, è rivelata dal richiamo alla
forza ideale del partito e non solo all’efficacia pratica del movimento
socialista, come nell’interpretazione di un Gioacchino Volpe e dalla
considerazione finale sul fatto che avrebbero letto il libro con un senso di
soddisfazione specialmente coloro che, avendo a quel socialismo consacrato i
primi entusiasmi giovanili, anche dopo aver seguito opposte vie non sanno
rinnegare la loro disinteressata giovinezza. Apparentemente pit distaccate, ma
sempre puntuali e pronte a sottolineare il valore della persona umana, sono le
recensioni di argomento filosofico e giuridico con un interesse precipuo per i
rapporti Stato:chiesa di un altro socialista, Alfredo Poggi, che da Critica
sociale e dalla Rivista di filosofia passa in questi anni al gruppo di Pietre ,
per poi rispuntare come responsabile del partito socialista subito dopo 1°’8
settembre, e che collabora assiduamente a L’Italia che scrive fino all’ anno in
cui fu denunciato e arrestato per antifascismo. E mentre Rensi, al termine del
viaggio dal socialismo idealista allo scetticismo, insiste in un profilo di
Spinoza sui limiti dello stato di fronte alla libertà di pensiero dei
cittadini, sul suo dovere di non comandare cose che urtino le leggi della
natura umana al coordinamento perfetto di autorità e libertà, alla
determinazione cioè della misura di libertà che l’autorità deve concedere
appunto per poter essere e conservarsi autorità quale indicata da Spinoza,
anche oggi potrebbe forse essere rivolto util L'Italia che scrive Formiggini:
un editore tra socialismo e fascismo mente lo sguardo !, sulla rivista faceva
una fugace ma incisiva apparizione Paolo Milano con una recensione, giudicata
notevole e acuta da Gramsci, che costitui una delle poche stroncature del Superamento
del marxismo di De Man pubblicato da Laterza, di cui si metteva in luce lo
psicologismo incapace di contrastare realmente il marxismo e di spiegare i
fatti storici. Sono pochi esempi che sarebbe errato sopravvalutare, considerata
anche la sempre minore incisività della casa editrice, che di lî a poco
accuserà duramente i contraccolpi della grande crisi. Essi indicano tuttavia,
accanto a un’estrema confusione, la esistenza di dubbi e di una prima presa di
distanza non solo culturale, nella quale certezze sempre coltivate si
incontrano con altre maturate di recente. Attorno a Formiggini troviamo uomini
emarginati dal fascismo, come prima erano stati emarginati dall’idealismo:
anche attraverso questo canale passa quindi una cultura, seppure minore, che
non si riconosce in quella ufficiale del regime. Le scelte di venti anni prima
dimostrano una loro tenuta anche dopo l’avvento del fascismo, pur dovendo
nascondersi tra le righe di una rivista bibliografica o sotto il più antico
degli espedienti mimetici. Al linguaggio degli animali ricorre infatti un amico
di vecchia data dell’editore modenese, forse il più caro, Concetto Marchesi.
Conosco le tue vicende: e perciò ti ho voluto bene , gli scrive Marchesi. Le
lettere dell’intellettuale comunista all'editore che ha sempre aborrito la
politica gettano luce sull’antifascismo del primo e sull’ironico distacco dalla
realtà del secondo, non alieno tuttavia dal gioco dell’allusione politica. Le
Favole esopiche il tuo più che mio, Esopo , scrive il curatore escono con una
prefazione in cui Marchesi si sbizzarrisce a capriccio; e non ci sarà niente da
ridire perché siamo nel mondo fantastico delle bestie !, inserendovi un ri
Rensi, Spinoza, Roma, Formiggini, L’Italia che scrive , Gramsci, Marchesi. Per
la figura politica di Marchesi la mia voce in F. Andreucci - T. Detti, Il movi
cordo autobiografico sul periodo del primo arresto, studente socialista:
‘odiavo la macchina, l’ornamento civile del nostro tempo. La macchina era per
me, allora, lo strumento maledetto onde la ricchezza dei pochi si era
impadronita di tutte le povere braccia della terra: era il vortice metallico in
cui la miseria del mondo precipitava per farne uscire torrenti di oro e di
sangue, a ristoro della superbia e dell’avarizia. Si chiariscono cosi in tutta
la loro ironia, per acquistare valore di impegno civile, le parole con le quali
Formiggini si rivolgeva al lettore nella nota che apre il volume: se tu
leggerai questa versione del magnifico Marchesi col sospetto che egli, nelle
scabre sinuosità della sua prosa asciutta, vi abbia nascosto dentro se stesso,
ti parrà di aver fra le mani un libro pericoloso e rivoluzionario !°. mento
operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, Editori Riuniti, ed E.
Franceschini, Concetto Marchesi. Linee per l’interpretazione di un uomo
inquieto, Padova, Antenore, In una lettera Rossi commentava dalla galera
fascista la notizia del suicidio di Formiggini, con parole che ci sembra
possano riassumere tutta la sua esperienza: Pare ci sia una vera epidemia di
suicidi. Quello che a me ha fatto più impressione è stato il suicidio del
vecchio Formiggini. Aveva fatto per l’incremento della cultura italiana più di
quanto hanno fatto molti illustri personaggi, che si danno l’aria di Padri
Eterni. Lui non aveva mai posato a Padre Eterno, ma le sue iniziative
editoriali eran sempre intelligenti e di buon gusto. La collezione dei Classici
del ridere era la migliore espressione della sua mentalità umanistica, europea,
della sua serena saggezza sempre spumante di fine umorismo. M'era spiaciuto
molto che, anche lui, si fosse adattato alle circostanze piiî di quanto
gliel’avrebbero dovuto permettere la sua dignità e la sua condizione di
chierico della cultura. Ma, insomma, non si può pretender troppo dagli uomini
quando non trovan più in alcun luogo un po’ di terreno saldo su cui poggiare i
piedi. E lui era vecchio ed era sempre rimasto estraneo il più possibile alle
lotte della politica, vivendo solo fra i suoi libri e per i suoi libri (E.
Rossi, Elogio Ft ia Lettere, a cura di M. Magini, Bari, Laterza, I limiti del
consenso: le origini della casa editrice Einaudi Il futuro verrà da un lungo
dolore e un lungo silenzio. Presuppone uno stato di tale ignoranza e
smarrimento che sia umiltà, la scoperta insomma di nuovi valori, un nuovo mondo
(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere) 1. Iniziative editoriali negli anni 30
Il problema della formazione della cultura post-fascista, quale si venne
elaborando non nell’antifascismo dell'emigrazione, ma nell’Italia degli anni
’30 e a cavallo della seconda guerra mondiale, non è stato ancora affrontato
con puntualità nell’ambito storiografico: siamo infatti in presenza di uno iato
assai profondo fra le ricerche su intellettuali o riviste del ventennio, che
culminano nell’esperienza di Primato , e alcuni sondaggi sulla cosiddetta
ideologia della ricostruzione del dopoguerra. Il mancato collegamento fra i due
momenti si traduce, ovviamente, in carenze interpretative, che si manifestano
in tesi troppo rigidamente contrapposte, sia che insistano ma con sempre minore
frequenza sugli elementi di rottura , sia che sottolineino, in negativo o in
positivo, quelli di continuità tra fascismo e post-fascismo. La questione è
certo assai complessa, ma non può essere risolta dando credito a improvvise
conversioni di coscienze indivi. duali, né applicando ad esempio a Cantimori il
nicodemismo da lui studiato negli eretici del ’500, né ricorrendo alle
categorie del trasformismo o del populismo degli intellettuali, senza tener
conto, in tutti questi casi, del rapporto dialettico fra la posizione degli
intellettuali e le trasformazioni sociali e politiche del paese. La complessità
del problema storiografico, è necessario riconoscerlo, corrisponde alla
complessità del processo storico reale, a un aspro scontro politico e culturale
insieme che non solo oppose fascisti e antifascisti, ma divise anche le varie
correnti dell’antifascismo italiano, con quegli elementi di incertezza e di
contraddizione di fronte all’idealismo che ricorderà anche Togliatti !. E, pur
ammettendo l’esistenza di differenziazioni culturali che si vanno manifestando
in particolare con l’inizio della guerra di Spagna, non possiamo prescindere
dal forte condizionamento, culturale e politico, esercitato dalle istituzioni
del regime, che raggiunsero il punto pit alto di consenso, almeno formalmente,
nei primi anni di guerra, quando vediamo Salvatorelli e Omodeo collaborare
all’ISPI, o Cantimori al Dizionario di politica del Pnf ?. Se queste
collaborazioni non significavano automaticamente, da un punto di vista soggettivo,
adesione alla politica del regime, non bisogna tuttavia dimenticare che come
aveva osservato Volpe il loro colore era dato, agli occhi dei lettori e
indipendentemente dai riposti pensieri degli intellettuali, non tanto dai
contenuti, quanto dalla veste ufficiale in cui questi apparivano . Spesso,
inoltre, collaborare alle iniziative del regime poteva spiegarsi con
l'illusione di una apoliticità della cultura, la cui difesa può aver costituito
per alcuni intellettuali una tappa importante per cominciare ad allontanarsi
dal fascismo, senza essere, per questo, indice di un antifascismo già maturo
politicamente. È infatti solo sotto la veste culturale che è possibile
rinvenire, nell’Italia, il tentativo di differenziarsi dall’ideologia del
regime, anche se con il rischio, come osservò Marchesi a proposito
dell’università, di chiudersi nella indifferenza poli 1 il suo intervento alla
commissione culturale nazionale inTogliatti, Le politica culturale, a cura di
L. Gruppi, Roma, Editori Riuniti, Turi, Le istituzioni culturali del regime
fascista durante la seconda guerra mondiale, in Italia contemporanea ,Volpe
rispose in fatti a Rosselli, a proposito dei collaboratori della Rivista di
storia europea vagheggiata da quest’ultimo, che bisognava essere ben certi che
è la rivista a dar loro il colore desiderato, e non viceversa (cit. in
Rosselli. Uno storico sotto il fascismo. Lettere e scritti vari, a cura di Z.
Ciuffoletti, Firenze, La Nuova Italia, Le origini della casa editrice Einaudi
tica e morale ‘. Il significato politico di una scelta culturale va quindi
verificato caso per caso, guardandosi dal tradurre immediatamente in
consapevolezza politica una cultura che non si riconosce in quella ufficiale
del fascismo. Per questo preferiamo parlare di limiti del consenso piuttosto
che di antifascismo : termine e categotia che non è certo da escludere e allora
occorrerà precisarne meglio le caratteristiche, ma che per singoli
intellettuali o per imprese culturali collettive costrette a muoversi, come le
case editrici, con estrema cautela sotto il regime, può prestarsi a frettolose
retrodatazioni di prese di coscienza che acquistarono spesso peso politico solo
con la guerra o dopo il 25 luglio 1943, e che può comportare un giudizio
altrettanto generico del termine avalutativo di afascista troppo frequentemente
usato per qualificare, come fosse una razza privilegiata, alcuni nuclei di
cattolici. Queste cautele ci paiono necessarie anche nello studio di una casa
editrice come quella di Giulio Einaudi che, centro di attrazione di aderenti a
Giustizia e Libertà, di azionisti e poi di comunisti, all’indomani della
Liberazione potrà vantare i maggiori meriti antifascisti, tanto da
fiancheggiare la politica del PCI che le affiderà la pubblicazione dei Quaderni
gramsciani. È proprio per queste sue caratteristiche di punta , comunemente
accettate tanto da farne ritenere meno interessante l’analisi, in quanto
anticonformista e antifascista fin dalla nascita, per la presenza di Pavese e
di Ginzburg, che la scelta di studiare questa casa editrice ci è parsa
particolarmente significativa per verificare al massimo , nei punti più alti, i
limiti del consenso al regime, e gli elementi di continuità o di rottura tra
fascismo e postfascismo. Un'indagine del genere dovrebbe tener conto, oltre che
dei condizionamenti oggettivi propri di un’azienda economica e di un’iniziativa
culturale rivolta al pubblico 4 C. Marchesi, Fascismo e università (1945), ora
in Umanesimo e comunismo, a cura di M. Todaro-Faronda, Roma, Editori Riuniti,
Cosî Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari. Appunti
sulla cultura fascista, Torino, Einaudi, sotto il regime fascista, e ai reali
obiettivi che la casa editrice si riproponeva, anche del pubblico dei lettori,
di cui purtroppo conosciamo solo la ristretta élite dei recensori, pur assai
significativa, se pensiamo che fra i giudizi favorevoli alla produzione
storiografica meno conformista di Einaudi spiccano quelli della Nuova rivista
storica che negli anni ’30, sotto la direzione di Luzzatto, veniva anch’essa
configurandosi come centro di aggregazione di intellettuali operanti ai margini
del regime. Gli obiettivi dell’editore torinese sono ricavabili, ma solo
parzialmente, dal carteggio con i collaboratori, a differenza di Formiggini,
che fino al 1925 poteva esporre pubblicamente i suoi programmi e le sue
proteste; per le testimonianze esterne le carenze sono invece comuni, anche se
su Einaudi il ricordo di Ambrogio Donini la sua attività editoriale, appena
agli inizi, si andava già orientando, tra difficoltà e persecuzioni di ogni
genere, verso temi nazionali e interna. zionali atti a staccare l’Italia dal
disastroso clima di provincialismo in cui si esaurivano le energie dei suoi
giovani studiosi concorda con il giudizio di Cantimori, che in lui vedrà
l’inventore dell’editore come educatore. In assenza di un campione di lettori,
bisognerà chiedersi, almeno fino alla caduta del fascismo, come un eventuale
lettore poteva accogliere i messaggi culturali forniti dalla casa editrice, e
se questi erano traducibili politi. camente; tenere presente, inoltre, il
panorama pi generale dell’editoria italiana, o almeno delle case editrici meno
aderenti alla cultura ufficiale del regime, ove ciò sia possibile, data la
mancanza quasi assoluta di studi, oltre che di testimonianze. Pur nella loro
parzialità, anche queste ultime possono essere indicative di alcune linee di
tendenza. Aldo Capitini ricorderà come, contrario a stabilire un difficile e
pericoloso collegamento con gli antifascisti all’estero, egli 6 Sulla Nuova
rivista storica A. Casali, Storici italiani tra le due guerre. La Nuova rivista
storica Napoli, Guida, Prefazione aRobotti, La prova, Bari, Leonardo da Vinci,
Cantimori, Conversando di storia, Bari, Laterza, avesse sostenuto la necessità
di alimentare la formazione ideologica dei giovani con i libri disponibili in
Italia, e indicherà le case editrici più utili a questo scopo in Laterza,
Einaudi e Guanda: e l’autore degli Elementi di un'esperienza religiosa (editi
da Laterza), che fu in con-. tatto anche con Einaudi, citava fra i testi di
Guanda un editore particolarmente attento alla tematica religiosa quelli di
Martinetti, Tilgher e Rensi, espressione di un filone spiritualista, critico
dell’ottimismo storicistico, che si ritagliò un ampio spazio editoriale nella
crisi di valori. Le iniziative a carattere religioso ebbero certo una maggiore
libertà di azione, come testimonia la fondazione della Morcelliana !°, ma
probabilmente, a differenza della politica di stretto controllo usata nei
confronti della stampa periodica, il fascismo lasciò un certo grado di
autonomia a tutto il settore editoriale che si rivolgeva a un pubblico più
ristretto di quello dei lettori di quotidiani, e comportava quindi minori
pericoli, anche se nel 1926 fu costi-. tuita la Federazione nazionale fascista
dell’industria editoriale, il cui presidente, Franco Ciarlantini, lamentando la
crisi del libro, inviterà il governo a misure di controllo sulle piccole
iniziative private, e a un’opera di promozione economica e morale ; ma la censura
dei libri non fu condotta con criteri precisi, e rimase affidata alla
discrezionalità dei prefetti anche quando essa passò, nel 1935, dalla
competenza del ministero dell’Interno a quella del ministero per la Stampa e la
propaganda, mentre la Commissione per la bonifica libraria, concentrò la sua
attenzione sui testi di autori ebrei !!. Ed è forse questa parziale autonomia
che spiega come nel corso degli Capitini, Antifascismo tra î giovani, Trapani,
Célèbes, 1 Morcelliana Humanitas Brescia, Morcelliana, BaroneA. Petrucci,
Primo: non leggere. Biblioteche e pubblica lettura in Italia, Milano, Mazzotta,
Ciarlantini, Vicende di libri e di autori, Milano, Ceschina, Cannistraro, Le
fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, prefazione di R. De Felice, Bari,
Laterza, tanti intellettuali tendano a divenire organizzatori di cultura
attraverso l’editoria: accanto alle edizioni collegate a riviste, e agli
effimeri tentativi di Domenico Petrini con la Bibliotheca editrice di Rieti o
di Carlo Pellegrini con la Taddei di Ferrara, vediamo che nel 1926 viene
fondata da Elda Bossi e Giuseppe Maranini La Nuova Italia, che nel 1930 passerà
a Firenze sotto la direzione di Codignola, nel 1927 la Slavia dell’ex
sindacalista rivoluzionario Alfredo Polledro, nel 1929 la casa editrice di
Valentino Bompiani, formatosi alla Mondadori; e, mentre Gentile, già direttore
di due collane, filosofica e storica, presso Le Monnier, assume la direzione
della Sansoni trasformandone rapidamente il catalogo secondo il proprio
orientamento culturale e politico !?, due intellettuali antifascisti di diversa
matrice ideologica, Franco Antonicelli e Rodolfo Morandi, trovano nell’editoria
uno strumento per tentare di allargare i sempre più stretti confini culturali
del paese: il primo si associa con il tipografo Carlo Frassinelli per proporre
testi della letteratura straniera contemporanea, il secondo con l’editore
Corticelli per far conoscere La rivoluzione francese di Mathiez o il Napoleone
di Tarlè, e far riflettere sulle esperienze di nuove realtà politiche, come la
Cina e l’Unione Sovietica . È in questo contesto che si colloca, alla fine del
1933, la fondazione della Einaudi da parte di un nucleo originariamente ben
definito di intellettuali, molti dei quali aderenti a Giustizia e Libertà, la
cui opera culturale ha quindi larvati risvolti politici, che imporrebbero un
confronto puntuale con alcune delle case editrici che si sono presentate,
all'indomani della Liberazione, con una patente antifascista. Testimonianze per
un centenario. Contributi a una storia della cultura italiana, Firenze,
Sansoni, Su Antonicelli editore che nel 1942 fonderà la casa editrice De Silva
( la sua testimonianza in Rinascita, Bobbio, Trent'anni di storia della cultura
a Torino, Torino, Cassa di Risparmio, Fubini, Il mestiere del letterato, in
AA.VV., Su Antonicelli, Torino, Centro Studi Piero Gobetti; un cenno
all’attività editoriale di Rodolfo Morandi in A. Agosti, Rodolfo Morandi. Il
pensiero e l’azione politica, Bari, Laterza, Le origini della casa editrice
Einaudi Le notizie di cui disponiamo sono però assai scarse e promosse da
occasioni celebrative o fornite dai diretti interessati, pur offrendo utili
spunti interpretativi, avrebbero bisogno di ulteriori approfondimenti. È il
caso, ad esempio, di Laterza, de La Nuova Italia e di Bompiani. ‘ Nella casa
editrice barese, durante il periodo della difesa eroica, Croce è stato scritto
accolse anche chi era da lui lontano, e contribuf a preparare non pochi che,
poi, scelsero posizioni a lui avverse. Sui libri che fece leggere agli
italiani, con la collaborazione di Giovanni Laterza, si formarono cosi liberali
come socialisti e comunisti, cosî idealisti come materialisti ; e, riprendendo
il discorso, Garin ha individuato nelle opere uscite nel ventennio nella
Biblioteca di cultura moderna l’accorta opera d’informazione unita alla difesa
di una vocazione umana anteriore a ogni lotta o differenza di parte. Nei libri,
a volte assai mediocri, di storici, filosofi, critici, economisti, offerti con
una apertura eccezionale , c'è sotteso l’invito a non dimenticare mai quella
dimensione umana che, pur nel divenire temporale e nelle dislocazioni spaziali,
è capace di comprendere anche l’avversario. Che fu il valore di uno storicismo
e di un umanismo tutt’affatto particolari, di una difesa della razionalità e
della libertà, che in un’epoca intesa a celebrare l’hbomo bomini lupus ricordò
costantemente il senso dell’homo homini deus !8. Giudizio che andrebbe, a
nostro parere, sfumato, in quanto, se accanto a Omodeo, Russo o De Ruggiero, Croce
accolse un Rodolfo Morandi, la linea generale della casa editrice fu orientata
in un senso ben determinato che non si apriva a tutti gli avversari , come
testimonia nel 1938 il commento crociano alla ristampa dei saggi di Labriola,
0, nel 1929-31, l'edizione de Il superamento del marxismo e La gioia del lavoro
di De Man. Un discorso analogo può essere fatto per La Nuova Italia di
Codignola: se è vero che fu centro di aggregazione di esponenti di rilievo del
Partito d'Azione e che, col suo 14 E. Garin, La Casa editrice Laterza e mezzo
secolo di cultura italiana (1961), ora in Id., La cultura italiana tra ‘800 e
’900. Studi e ricerche, Bari, Laterza, 1963,170, e Id., Il mestiere di editore,
prefazione al Catalogo generale delle edizioni Laterza impegno, insieme, di
socialismo, di liberalismo rivoluzionario, di laicismo intransigente ,
contributi all’organizzazione del dissenso !, è necessario tuttavia non
anticipare un orientamento politico che si venne delineando, e manifestando, a
fatica e non senza contraddizioni, se pensiamo al persistente legame, ancora
negli anni ’30, di Codignola con Vallecchi e con Gentile, o al settore
pedagogico configurato in senso attualista e comunque condizionato dalla
politica scolastica del regime '‘. Cosi Valentino Bompiani, ripercorrendo la
storia della propria casa editrice, pur riconoscendo il suo iniziale disimpegno
ideologico , valorizza giustamente la scoperta, alla fine degli anni ’30, della
letteratura americana, con Uomini e topi di Steinbeck e Piccolo campo di Caldwell,
tradotti rispettivamente da Pavese e Vittorini, due libri che parlavano
dell’uomo, della sua condizione e miserià, con diretto impegno sociale e
politico . Ma come non riflettere di fronte al fatto che, mentre la censura
interveniva duramente e con particolare ottusità '" come testimonia
l'editore, lo stesso Bompiani proponeva nel 1940 al Ministero della cultura
popolare un accordo per lanciare una Biblioteca essenziale dell’italiano ,
incentrata sui temi patria, religione, cultura, famiglia, fra i cui autori
dovevano comparire Bottai, Bargellini e De Luca, costituita 15 E. Garin, Un
capitolo di rilievo singolare, in 50 anni di attività editoriale (Venezia
1926-Firenze 1976): La Nuova Italia, Firenze, La Nuova Italia, 1976,XII; anche,
oltre al ritratto di Ernesto Codignola tracciato da Garin, Intellettuali
italiani del XX. secolo, Roma, Editori Riuniti, 1974,137-169, gli interventi di
E. Garin, N. Bobbio e T. Codignola in occasione del cinquantenario della casa
editrice, ne Il Ponte Questi elementi sono ben messi in luce da S. Giusti, La
‘casa editrice La Nuova Italia 1926-1943, di prossima pubblicazione. . 17 V.
Bompiani, Via privata, Milano, Mondadori, 1973,43, 143. 18 In un rapporto
anonimo al duce del 26 giugno 1943 si diceva: Proprio nei giorni dei massacri
di Grosseto, di Sardegna e Sicilia, l’editore Bompiani mette sfacciatamente
fuori un mattonissimo intitolato Americana, antologia di scarso valore con
prefazione di un accademico e traduzione di Vittorini; antologia condotta sui
modelli dell’ebreo Lewis. E lo stesso Bompiani continua nelle stampe e ristampe
di Cronin, Stein‘beck, ed altri, bolscevichi puri e in ogni caso
perniciosissimi (AGS, Ministero della cultura popolare, b. 27, fasc. da alcune
centinaia di migliaia di volumetti da diffondere nei centri con popolazione
minore a 10.000 abitanti, distribuendoli ad esempio, a partire dal Natale di
Roma , a tutti coloro che si sposano nel corso dell’anno, affermando cost il
principio che non si deve costituire una famiglia senza avere in casa quei pochi
libri che diano a un cittadino italiano la conoscenza e la coscienza della sua
Patria ? ! Condizionamenti politici, autocensure, necessità economiche proprie
di ogni casa editrice in quanto azienda industriale, costituiscono quindi il
quadro entro il quale deve essere valutata anche l’opera della Einaudi,
verificando puntualmente senza stabilire schematiche equivalenze la
traducibilità politica dei suoi messaggi culturali. Con ciò non vogliamo
disconoscere, in linea generale, quanto ha ricordato Giulio Einaudi il primo
modo di sfidare il fascismo era quello di non parlarne mai, di fare come se non
esistesse ?, anche se in qualche caso il fascismo si affaccia nella produzione
della casa, né, quindi, negare la prospettiva in cui si muoveva l’editore, che
era, come ha osservato Bobbio, quella di offrire alla giovane cultura torinese
lo strumento più adatto e meno pericoloso dati i tempi per esprimere la propria
voce, e di non lasciare svanire nel nulla la grande esperienza gobettiana ?. Si
tratta piuttosto di misurare la possibilità o capacità di attuazione di questi
propositi, di vedere se sono univoci o differenziati e contraddittori e, in
questo caso, quali voci culturali politicamente significative predominano, e in
quale periodo; verificare, infine, quali elementi di continuità o di
rinnovamento si manifestano fra gli anni ’30 e il periodo postbellico. La
decisione di Giulio Einaudi di fondare la casa editrice non è comprensibile se
prescindiamo dall’ambiente torinese, sia quello rappresentato dalla Slavia di
Alfredo 19 Ibidem. Alcuni testi furono pubblicati, come, nel 1941, la Storia
della patria di Piero Operti. 2 Testimonianza scritta di Giulio Einaudi
(Archivio della casa editrice Einaudi (d’ora in avanti AE), G. Einaudi). © N.
Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, Polledro, che nella
collana Il genio russo presentò per la prima volta in Italia traduzioni
integrali alcune opera di Leone Ginzburg di Turgheniev, Gogol, Dostoevskij,
Tolstoj e Cechov, da cui attingerà in parte la collana einaudiana dei Narratori
stranieri tradotti ; sia quello dei gobettiani, con in primo piano l’opera di
educatore di Augusto Monti, ma anche con le iniziative culturali di
Antonicelli, Ginzburg e Pavese, o con la pubblicazione de La Cultura passata
sotto la direzione di Arrigo Cajumi. Un modello che Einaudi terrà presente fu
la Biblioteca europea , diretta da Antonicelli, presso il tipografo
Frassinelli, dal 1932 al 1935 quando fu arrestato, dove uscirono L’armata a
cavallo di Babel, e, tradotti da Pavese, Moby Dick di Melville, Riso mero di
Anderson e Dedalus di Joyce 2. Ispirandosi a Gobetti, l’editore ideale #,
Antonicelli raccolse per primo le forze intellettuali torinesi che si erano
formate sotto il magistero di Monti, ma in una prospettiva ancora liberale: Al
di là di Croce non vedevo. I marxisti non sapevo cosa fossero , ricorderà più
tardi, riconoscendo che le proprie convinzioni politiche erano maturate solo
dopo la Liberazione . Da un innesto tra crociana religione della libertà e
tradizione gobettiana partiva anche Ginzburg, il quale ebbe gran parte nella
fondazione della casa editrice Einaudi . Ai numerosi interessi culturali dalla
letteratura russa alla storia egli univa, a differenza di Antonicelli, un saldo
impegno politico da quando aveva aderito, nel 1932, a Giustizia e Libertà. Noi
non crediamo utile ai fini della lotta antifascista che ci si debba sottoporre
a una specie di rinuncia intellettuale , scriveva sul periodico del movimento
clandestino, dove invitò ad approfondire la proGobetti, L’editore ideale.
Frammenti autobiografici con icoRO ehe; a cura e con prefazione di F.
Antonicelli, Milano, Scheiwiller, 24 F. Antonicelli, Le pratica della libertà.
Documenti, discorsi, scritti politici 1929-1974. Con un ritratto critico di C.
Stajano, Torino, Einaudi, 1976,X-XI. 25 l'importante introduzione di N. Bobbio
a L. Ginzburg, Scritti, Torino, Einaudi pria coscienza rivoluzionaria con la
meditazione, lo studio, l’attività clandestina , a riflettere sulla visione
gobettiana della rivoluzione russa e a studiare Cattaneo, scrisse assieme a
Croce il famoso articolo contro la centralizzazione delle istituzioni culturali
operata dal ministro dell’Educazione nazionale Francesco Ercole, e rivendicò
come principale ragion di vita di Giustizia e Libertà il lavoro, d’organizzazione
e di pensiero, che si compie in Italia sotto i suoi auspici #. E della sua
capacità di mobilitare altre intelligenze dette atto nel dicembre 1934, pochi
giorni dopo il suo arresto, Giustizia e Libertà : È uno dei pochi, anzi dei
pochissimi, che in regime legale di fascismo riescono ad avere un pensiero e
un'influenza sul pensiero degli altri 7. Mentre già nel 1930 Cajumi aveva
pensato a una casa editrice espressione de La Cultura # alla quale Ginzburg
collaborava dal 1929, nel 1933 Ginzburg tenne contatti fra l’ambiente torinese
ed esponenti dell’ambiente fiorentino tra loro vicini, Nello Rosselli e il
gruppo di Solaria . Rosselli, che stava cercando di varare una Rivista di
storia europea di cui Ginzburg avrebbe dovuto essere gerente responsabile e
coredattore, fu contattato per preparare un volume su Mazzini per la progettata
Biblioteca di cultura storica ?; Alberto Carocci, il direttore di Solaria che
per le difficili condizioni finanziarie della rivista stava già cercando
l’appoggio di un editore per questa e le sue edizioni, entrò in rapporto,
tramite Ginzburg, con Giulio Einaudi che alla fine di novembre del 1933 quando
già, il 15 del mese, si era iscritto alla Camera di commercio di Torino come
editore, pur rifiu 26 Ibidem, in particolare5, 16, 29. © Leone Ginzburg,
Giustizia e Libertà , 16 novembre 1934. ll Tribunale speciale che il 6 novembre
1934 lo condannò a quattro anni di reclusione, lo qualificò come l’anima di GL
a Torino (ACS, Ministero della giustizia e degli affari di culto. Direzione
generale per gli istituti di prevenzione e di pena, fasc. 46489). 2 Ginzburg mi
ha accennato a una Sua intenzione di formare una casa editrice la Cultura ,
scriveva Pavese a Cajumi il 27 settembre 1930 (C. Pavese, Lettere 1924-1944, a
cura di L. Mondo, Torino, Einaudi, 1966,241). 2 Nello Rosselli. Uno storico
sotto il fascismo, in partico lare139 e 143-45, e AE, N. Rosselli TI fascismo e
il consenso degli intellettuali tando la proposta di Carocci di trasformare
Solaria in casa editrice, fece l’offerta, poi caduta, di rilevare la sola
rivista, osservando che qualche volta sarebbe bene trattare qualche argomento
non puramente letterario, ma che presenti interesse dal punto di vista sociale
contemporaneo °: un’indicazione di lavoro che darà anche per La Cultura , e che
testimonia quella volontà di impegno civile che in quello stesso anno era
avvertita anche da Carocci. La casa editrice Einaudi nasceva infatti proprio
quando un decreto prefettizio del 1934 metteva fine a Solaria , accusata di
contenuto contrario alla morale per un numero che pubblicava una puntata de I
garofano rosso di Vittorini: la rivista che si era rifugiata nella repubblica
delle lettere accettando di convivere col fascismo, nell’illusione di
conservare intatta l’autentica superiorità dell’intelligenza borghese,
l’eredità lasciata dall’attivismo barettiano e dall’attendismo rondiano ,
terminava la sua vita proprio quando cercava, nel 1933-34, di impegnarsi
ideologicamente, trasformandosi, come era nelle intenzioni di Carocci, in rivista
d’idee , e quindi di discussione anche col fascismo . Forse non fu solo una
coincidenza, se si pensa che gli intellettuali fiorentini si dimostrarono per
il momento incapaci, come gruppo, di trasformare la letteratura in impegno.
Sarà quanto tenterà di fare quella che un rapporto della polizia del marzo 1934
definiva una nuova casa editrice torinese la quale avrà il compito di
diffondere pubblicazioni antifasciste abilmente compilate e attorno alle quali
da ora in avanti si andranno raggruppando gli elementi antifascisti del mondo
intellettuale , fra i quali si indicavano i senatori Francesco Ruffini e Luigi
Della Torre, Luigi Einaudi e Nello Rosselli . Che fisionomia ha que 30 Lettere
a Solaria, a cura di Giuliano Manacorda, Roma, Editori Riuniti, 1979, passizz,
e, per la lettera di Einaudi a Carocci del 30 novembre 1933,461. 31 G. Luti,
Cronache letterarie tra le due guerre 1920-1940, Bari, TARA: 1966, in
particolare96 e 127, e Lettere a Solaria Cit. in R. De Felice, Mussolini il
duce, I. Gli anni del consenso Torino, Einaudi, 1974,115 n. Bottai, che durante
la guerra 204 Le origini della casa editrice Einaudi sta Casa editrice? Quale
programma si propone di svolgere? Quali sono le sue basi finanziarie? E tu fino
a che punto ci sei interessato? , scriveva Rosselli a Ginzburg : ad alcune di
queste domande non saremo in grado di rispondere, in particolare a quella
relativa al finanziamento della casa editrice, che provenne probabilmente da
Luigi Einaudi, al quale è forse da attribuire anche una funzione di copertura
politica all’iniziativa del figlio, come si può dedurre dalla marcata impronta
conservatrice della prima collana, Problemi contemporanei . Ci limiteremo
perciò, anche in assenza, prima del 1945, di dati sulle tirature e sulle
vendite, a una storia prevalentemente interna della casa editrice, dedicando
tuttavia particolare attenzione alle collane, ai volumi e ai temi culturali nei
quali sia più facilmente ravvisabile un orientamento politico, nell’intento,
indicato all’inizio, di verificare, oltre ai limiti del consenso al fascismo,
se negli anni ’30 sono rinvenibili alcune delle matrici della cultura del
dopoguerra. 2. L'ideologia conservatrice di Luigi Einaudi Le prime, cospicue
forze della casa editrice furono raccolte tramite le due riviste di grande
prestigio rilevate da Giulio Einaudi nel 1934, La Riforma sociale e La Cultura
mentre resta eccentrica rispetto al nostro discorso La Rassegna musicale , che
pur testimonia come fin dall’inizio l’editore cercasse spazi culturali
differenziati. La Cultura , da cui la nuova impresa editoriale riprese come
proprio segno distintivo il simbolo dello struzzo, costitui nella sua pur breve
esistenza in veste einaudiana, il collegamento dei giovani sarà in stretto
contatto con l’ambiente della casa editrice, giudicando antifascista la
posizione espressa dal crociano Francesco Flora in Civiltà del Novecento
pubblicato da Laterza nel 1933, osservava che Laterza è, insieme con Giulio
Finaudi della Riforma sociale, uno degli editori italiani, che ignora che siamo
nell’anno XII dell’Era Fascista (G. Bottai, Appelli all'uomo, in Critica
fascista , XII (1934), n. 1,4). Rosselli. Uno storico sotto il fascismo,150.
allievi di Monti fra cui Giulio Einaudi con la tradizione gobettiana, ma solo
in una più lunga prospettiva i suoi collaboratori e le sue curiosità culturali
diverranno punto di riferimento per gli orientamenti della casa. In questa
maggiore peso politico ebbe all’inizio, con La Riforma sociale , il gruppo di
liberisti che si raccoglievano attorno a Luigi Einaudi, nel quale si può forse
ravvisare, se non l’ideatore, la forza decisiva per la nascita della casa
editrice. È questo un elemento di conoscenza che pare confortato da alcuni
documenti e anche da un semplice esame del catalogo editoriale, e che, finora trascurato
dalle testimonianze, fornisce una caratterizzazione meno provvidenzialistica ,
in senso progressivo, dei primi passi della casa editrice. La rivista La
Riforma sociale suona un avviso di Luigi Einaudi databile al 1933 allo scopo di
contribuire alla illustrazione dei problemi sociali ed economici e specialmente
di quelli determinati dallo stato presente di crisi e dai piani di
ricostruzione e di regolazione sia nei rapporti nazionali che internazionali,
pubblicherà accanto ai fascicoli bimestrali, destinati ad ospitare studi di
mole relativamente tenue, volumi atti a trattazioni più larghe, di circa 150
pagine e con una tiratura di 1.000 copie, dal carattere rigorosamente
scientifico , tuttavia accessibile al pubblico colto in generale . Votrei preparare
un piano di collaborazioni , scriveva il 31 ottobre 1933, poco prima della
fondazione della casa editrice, Luigi Einaudi ad Attilio Cabiati, l’amico
fidato che inaugurerà nel 1934 la collana Problemi contemporanei e che si
dimostrerà particolarmente attivo nel suggerire all'editore proposte di
traduzioni . Problemi con 3 L'avviso dattiloscritto si trova nell’Archivio
della Fondazione Luigi Einaudi di Torino, sezione 2 (d’ora in avanti AFE), nel
fasc. Croce. L’intervento di Luigi Einaudi nella casa editrice è testimoniato
anche da una lettera che il figlio gli scrisse il 17 novembre 1942, inviandogli
il progetto di un volume di Sismondi: Per altri classici dell'economia, che
possono avere un interesse vivo anche in avvenire, ti sarò grato se mi vorrai favorire
i testi originali con un breve giudizio (AE, L. Einaudi). 35 AE, Cabiati. Sui
suoi interessi, prevalentemente rivolti al mondo anglosassone, A. Cajumi,
Ricordo di Attilio Cabiati, in L'Industria Allorché capitò la faccenda del
giuramento, si consultò con Francesco Ruffini e con Einaudi, e salvò il
salvabile, ossia 206 Le origini della casa editrice Einaudi temporanei nasce
infatti come Biblioteca della rivista La Riforma sociale , controllata e
orientata personal mente da Luigi Einaudi fino al 1944, come la Collezione di
scritti inediti o rari di economisti (1934), le Opere di Luigi Einaudi , la
Collezione di opere scientifiche di economia e finanza (1934) e la Biblioteca
di cultura economica (1939); e, nel magro bilancio dei volumi pubblicati nei
primi anni solo con la guetra la casa editrice assumerà proporzioni
ragguardevoli, tutti i 9 titoli del 1934, e 9 su 11 nel 1935, sono testi
economici di queste collezioni, che nel periodo 1934-44 rappresenteranno sempre
un quarto di tutte le pubblicazioni 55 su 212 titoli , in cui spiccano, per il
peso del loro messaggio cultutale e politico, i 35 volumi di Problemi
contemporanei . La presenza di Luigi Einaudi aveva un altro punto di forza
nella direzione della Rivista di storia economica , pubblicata per i tipi della
casa editrice, cui fu permesso di continuare sotto un titolo apparentemente
accademico e asettico la battaglia liberista de La Riforma sociale , soppressa
nel 1935 perché coinvolta, solo editorialmente, negli arresti di Giulio Einaudi
e dei suoi amici e collaboratori appartenenti a GL, alcuni dei quali animatori
de La Cultura , alla quale la censura fascista non concesse possibilità di
reincarnazione, sotto nessuna veste . Appare quindi necessario analizzare
l’ideologia del gruppo liberista quale si manifesta non solo nelle collane, ma
anche nelle riviste dirette da Luigi Einaudi e, in parte, ne La Cultura , alla
cui influenza è forse da attribuire lo stesso orientamento anglofilo di altre
collane storiche o letterarie; non bisogna dimenticare, del resto, la profonda
conoscenza del mondo britannico di colui che durante il difese in extremis le
cattedre non ancora infestate dall’economia corpo rativa (ibidem,407). 36
Secondo Francesco A. Repaci, stretto collaboratore di Einaudi, la soppressione
de La Riforma sociale sarebbe invece da addebitarsi alla sua battaglia
anticorporativista (Ricordo di Luigi Einaudi attraverso alcune lettere,
Giornale degli economisti e annali di economia ; in realtà, come vedremo, la
Rivista di storia economica non farà che riprendere la linea de La Riforma
sociale , senza per questo essere soppressa. ventennio fu collaboratore stabile
dell’ Economist . La funzione culturale e politica svolta da Luigi Einaudi
durante il periodo fascista resta ancora da studiare, e il tema non è di poco
conto se si pensa che il partito dei liberisti , dopo aver conosciuto dalla
fine dell’Ottocento una serie di sconfitte micidiali da cui sembrava non
potesse pit risollevarsi, riusci nel secondo dopoguerra a prendersi una cosî
piena rivincita , riuscendo a influenzare in misura determinante i programmi di
ricostruzione e l’impostazione generale della politica economica italiana dei
governi di coalizione successivi alla Liberazione ’’. Funzione che Einaudi si
ascriverà a merito nei suoi risvolti anticorporativisti , ma che ebbe, più in
generale, i suoi obiettivi polemici in tutte le ipotesi programmatrici o
keynesiane che presero piede con la grande crisi non è un caso che a tutto ciò
egli facesse riferimento prospettando la pubblicazione di una biblioteca de La
Riforma sociale , e lo vide chiuso in una difesa ostinata della sua quasi
religiosa fede nel liberismo, che gli impedî di individuare la crisi economica
del ventennio tra le guerre come una prova delle fallacie neoclassiche , le
quali saranno invece da lui ri 37 Cosîf V. Castronovo nell'intervento in
occasione della commemorazione di Luigi Einaudi in occasione del centenario
della nascita, in Annali della Fondazione Luigi Einaudi, vol. VIII, 1974,
Torino, Fondazione Luigi Einaudi La scienza economica italiana non ha da
vergognarsi di quel che fece durante il cinquantennio crociano. Carità di
patria vuole si dimentichi quel che fu scritto di falso e di consapevolmente
falso intorno al cosidetto corporativismo. Quegli errori sono riscattati dalla
resistenza dei più , affermerà Einaudi ricordando La Riforma sociale e il
Giornale degli economisti (La scienza economica. Reminiscenze, in Cinquant'anni
di vita intellettuale italiana 1896-1946, vol. II,313). E ancora: la Rivista di
storia economica forse parve ai governanti del tempo meno fastidiosa a cagione
della sua limitazione a cose passate. Ma già il Sismondi, in una lettera del
1835 al Brofferio aveva avvertito i vantaggi che la censura offre agli
scrittori costringendoli ad essere avveduti nel dichiarare la verità invisa ai
tiranni . 1 saggi datati dal 1936 al 1941 agevolmente persuadono che il forzato
velo storico non vietò mai a chi scrive di discutere problemi contemporanei (L.
Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Roma,
Edizioni di storia e letteratura, 1953,VII). 39 M. De Cecco, La politica
economica durante la ricostruzione 19451951, in Italia 1943-1950. La
ricostruzione, a cura di Stuart J. Woolf, Bari, Laterza, 1974,291. 208 Le
origini della casa editrice Einaudi prese e attuate dopo il 1945, come
governatore della Banca d’Italia e come ministro del bilancio nel quarto e
quinto governo De Gasperi nel 1947-48. Gli unici studi che hanno affrontato
l’opera di Luigi Einaudi anche nel periodo fascista, compiuti in occasione del
centenario della nascita, si sono preoccupati di ridurre la sua iniziale
adesione al fascismo, fino al 1925, ad un equivoco destinato a dissiparsi
quando la politica liberistica di De Stefani sfociò nel vincolismo e nel
corporativismo ‘, o si sono limitati ad analizzarne le indicazioni per lo
studio delle dottrine e dei fatti economici, senza cogliere i presupposti
ideologici della sua posizione metodologica, o arrivando ad espungere
volutamente dall’analisi le sue concezioni antisocialiste e antistataliste, in
quanto: non sarebbero mai state da lui proposte come formule ‘. Per meglio
comprendere la linea interpretativa della collana Problemi contemporanei è
invece opportuno soffermarci su questi presupposti ideologici, per i quali
l’attività di Einaudi durante il fascismo ha punti di contatto, ma anche di
differenziazione, con quella di Croce. Seguiremo i motivi di questa riflessione
sulla storia e la politica economica fino al 1944, data l'omogeneità di questa
tematica, che corre parallela con gli altri filoni di pensiero della casa
editrice. È da rilevare in primo luogo che le indicazioni di Luigi Einaudi sul
modo di fare storia economica sono esplicitamente basate sulla preoccupazione
di non privilegiare il fattore economico nella ricostruzione storica.
Discutendo il programma di lavoro della Rivista di storia economica con Gino
Luzzatto il direttore della Nuova rivista storica che ribadiva ancora in quegli
anni la validità della storiografia economico-giuridica, egli sosteneva che
allo 4 Cosî R. Romano nell’Introduzione a L. Einaudi, Scritti econormici,.
storici e civili, a cura di R. Romano, Milano, Mondadori, 1973, XXXILIOXVII. 4
, per il primo appunto, R. Romeo, Luigi Einaudi e la storia delle dottrine e
dei fatti economici, e M. Abrate, Luigi Einaudi rivisitato, e, per il secondo,
F. Caffè, Luigi Einaudi nel centenario della nascita, in Annali della
Fondazione Luigi Einaudi,121-141, 151-163, 39-51 (in particolare, per
l’affermazione di Caffè storico era necessario solo il punto di vista economico:
Punto di vista e non prevalenza né specializzazio e. Non si diventa storici
dell'economia dando, come fecero molti nel tempo verso il 1900, rilievo a certi
fatti detti economici e mettendoli a fondamento delle spiegazioni da essi date
di certe passate vicende umane. Cosi scrivendo, si fa buona (esistono,
nonostante la cosa tenga del miracoloso, persino buoni libri di storia
informati al concetto materialistico della storia!) o cattiva storia politica,
non storia economica . La storia economica non deve supporte che il fattore
economico sia più importante degli altri, né accettare la tesi che le teorie
economiche siano un mutevole frutto dei tempi, affermava, concludendo che per
scrivere storia economica fa d’uopo che lo scrittore abbia l’occhio od il senso
economico ‘. Di qui l'apprezzamento per la Storia economica e sociale
dell'impero romano © Città carovaniere di Rostovzev pubblicate rispettivamente
da La Nuova Italia e da Laterza, in quanto l’autore ha visto che alla radice
della storia non si trovano l'economia, la macchina, lo strumento tecnico, la
terra arida o feconda, il denaro e simiglianti cose morte, si invece le 4 G.
Luzzatto - L. Einaudi, Per un programma di lavoro, in Rivista di storia
economica , I (1936),201. Luzzatto, che in una lettera a Einaudi del 5 novembre
1936 accettò in sostanza la sua opinione (AFE, Luzzatto), salutò con entusiasmo
la nascita della Rivista di storia economica , perché può rappresentare per i
giovani studiosi italiani di storia economica una guida ed uno stimolo, di cui
si sentiva estremamente il bisogno, indirizzandoli nella scelta degli argomenti
di ricerca, raddrizzando idee tradizionali errate, chiarendo idee confuse,
creando soprattutto quel contatto fra scienza economica e ricerca storica, che
finora è in gran parte mancato ( Nuova rivista storica , XX (1936),282). A
Luigi Dal Pane dal quale non riuscirà tuttavia ad ottenere una collaborazione
Luigi Einaudi spiegò il 4 luglio 1936 il tipo di articoli desiderati: 1) un
problema teorico importante studiato da un economista passato; 2) un problema
di fatto interessante in sé, interessante per qualche attacco al presente, su
cui l’esperienza di un tempo passato dice qualcosa di rilevante (L. Dal Pane,
Il mio carteggio con Luigi Einaudi, in Annali della Fondazione Einaudi, vol.
VI, 1972, Torino, Fondazione Luigi Finaudi Einaudi, Lo strumento economico
nella interpretazione della storia, in Rivista di storia economica (in
discussione con Lucien Febvre}. Nello stesso senso T. Codignola, Esiste una
storia economica ?, in Rivista di storia economica , idee che la classe
politica si è fatta #: dove è evidente la polemica contro quella vulgatio del
materialismo storico in cui Gramsci rinveniva uno specifico influsso loriano,
presente anche nel commento a Economic planning and international order di
Lionel Robbins, un autore quanto mai caro a Einaudi e alla casa editrice,
lodato per la tesi che la continuità della coesistenza di diverse nazioni del
mondo è incompatibile con qualunque piano diverso da quello economico liberale
, e che un piano è un fatto politico: È un capovolgere la storia cercare
nell’economia la spiegazione degli avvenimenti politici, sociali,
intellettuali. Bisogna invece cercare nella politica la spiegazione degli
avvenimenti economici 4. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, a testimoniare
come l’assai vaga asserzione che allo storico economico necessiti, e sia
sufficiente, l’occhio od il senso economico , si connetta con la fede nel
carattere assoluto ed eterno delle leggi economiche, con la polemica nei
confronti del materialismo storico e del socialismo, e con la difesa del
liberismo come vero liberalismo. Rispondendo a quanti parlavano di superamento
delle teorie economiche, di quella ricardiana in particolare, Einaudi affermava
che una ideale storia delle dottrine economiche potrebbe semplicemente
consistere nel ricordo che si facesse, nel trattare sistematicamente la
dottrina oggi ricevuta, del debito da questa contratto verso le precedenti meno
perfette formulazioni che via via la precedettero. Il legittimo uso della
parola superamento implica l’accoglimento contemporaneo dell’idea che nulla è
superato, nulla è fuor del tempo presente ed ogni teoria che visse vive 4 L.
Einaudi, Il valore economico del libro del Rostovzev, in La Riforma sociale
Sulla conoscenza da orecchiante del materialismo storico da parte di Einaudi
mediata da Croce e Loria, A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. II,1289-1290.
45 L. Einaudi, Delle origini economiche della grande guerra, della crisi e
delle diverse specie di piani, in Rivista di storia economica, II (1937),278.
Il 30 novembre 1946 Giulio Einaudi scriverà a Robbins: se durante la
deprecabile ultima guerra Voi ricordavate con simpatia l’ambiente che faceva
capo a mio padre, noi altri giovani durante quegli anni terribili non cessammo
mai di guardare con venerazione e speranza alla Vostra Patria e ai suoi uomini
più rappresentativi (AE, Robbins). ancora perfezionata ed affinata nella teoria
attuale ‘. L’insistente difesa di Ricardo, di Smith, di Francesco Ferrara o della
massima di D’Argenson pour mieux gouverner, il faudrait gouverner moins , si
accompagna a uno sprezzante giudizio su Keynes, nelle cui pagine si può trovare
la esposizione pi ingegnosa e raffinata che immaginar si possa di quella
qualunque tesi egli, con pieno provvisorio convincimento, sostenga in un dato
momento £ all’assunzione a modello dei discorsi di Cavour, in quanto mutano i
problemi; ma l’arte dell’analizzarli criticamente con spirito non preoccupato
damiti e da formule verbali, non muta ‘; o, in polemica col corporativismo
fascista non molto frequente, tuttavia, sulla Rivista di storia economica ,
all’esaltazione delle corporazioni medievali mai configuratesi come caste
chiuse : La lotta, il tumulto, le inimicizie, le cacciate e l’esilio sono i segni
distintivi di quell’epoca che poi fu voluta idealizzare come tesa verso la pace
sociale. Ma, perché lottava, amava ed odiava, quell’epoca partori credenti
artisti e poeti grandi; ma perché era un’epoca di rivolgimenti politici
economici e sociali, essa creò ricchezza potenza arte e poesia . Una difesa
della necessità della lotta e del contrasto che non si traduce mai, però, nella
comprensione delle novità del processo storico, cui l’ottuso conservatorismo di
Einaudi oppone un’immagine statica della vita sociale, assai distante dalla
stessa concezione crociana della storia etico-politica L. Einaudi, Superamento,
in La Riforma sociale, Einaudi, Una disputa a torto dimenticata fra autarcisti
e liberisti, in Rivista di storia economica. 4 Si riferisce ai s aggi di Keynes
La fine del laisser faire e L’autarchia economica tradotti nella Nuova collana
di economisti stranieri ed italiani diretta da G. Bottai e C. Arena ( Rivista
di storia economica , II (1937),374). Per una critica agli Essays in
Bibliography di Keynes anche L. Einaudi, Della teoria dei lavori pubblici in
Maltbus e del tipo delle sue profezie, in La Riforma sociale Einaudi, Una nuova
edizione dei discorsi del conte di Cavour, in La Riforma sociale ,(a proposito
dei Discorsi parlamentari di Cavour curati da Omodeo e Russo per La Nuova
Italia). 5 L. Einaudi, Alba e tramonto delle corporazioni d'arti e mestieri, in
Rivista di storia economica , VI (1941),96-97. Einaudi non riusciva ad
afferrare i motivi del movimento storico , ha affermato L. Dal 212 Le origini
della casa editrice Einaudi È del resto noto come, sul piano politico, il
liberalismo di Einaudi non sia assimilabile a quello di Croce, tanto da
spiegare come vedremo dall’analisi di alcuni volumi della collana Problemi
contemporanei un maggior possibilismo del primo nei confronti del fascismo. E
ciò, nonostante il rapporto personale e gli elementi di convergenza che legano
i due intellettuali durante il regime. Ne è testimonianza la segnalazione
simpatetica che sulla Rivista di storia economica Einaudi fa, in due occasioni,
delle edizioni Laterza: valorizza ad esempio l’opera dei meridionalisti
conservatori Jacini, Turiello, Villari, Franchetti, Sonnino e Fortunato
analizzati da Enzo Tagliacozzo in Voci di realismo politico dopo il 1870; apprezza
incondizionatamente a differenza di Ginzburg l’immagine fornita da Nicola
Ottokar nella Breve storia della Russia, un paese la cui tragedia sarebbe stata
quella di non aver mai avuto un ceto intermedio numeroso, ma solo padroni e
servi, dove i primi erano una volta i nobili, ora la burocrazia sovietica .
Sempre per rendere testimonianza di onore all’editore colto e tenace, il quale
in tempi volti ad altri problemi persegue un alto ideale di cultura , Einaudi
segnala La concezione romana dell’impero di Ernest Barker, accogliendone la
distinzione fra la rivoluzione francese, da cui discendono lo stato napoleonico
ed il comunismo economico , e la rivoluzione puritana inglese, da cui derivano
la libertà di coscienza e di Pane, Commemorazione di Luigi Einaudi, in Memorie
dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna, classe di scienze
morali, e Franco Venturi ha osservato che la storia economica, quale egli fa
concepî, non produsse in Italia quel rivolgimento, quella trasformazione
profonda che compirono in varie forme altrove il marxismo, la scuola delle
Annales, le moderne teorie dello sviluppo e la cliometria. Personalmente sono
convinto che l’elemento conservatore presente nel pensiero di Einaudi agi da
freno, da remora a questa rivoluzione storiografica. Riproporre a modello Le
Play nel secolo XX era un paradosso (in Annali della Fondazione Luigi Einaudi,
vol. VIII,180). 51 Le osservazioni di Ottokar sono giustapposte, e non
concatenate, sf che l'avvento del bolscevismo può configurarglisi come una specie
di cataclisma, che interrompa la continuità storica , notava ad esempio
Ginzburg ( Nuova rivista storica (1937), ora in Scritti,111). 5 L.E., Edizioni
Laterza, in Rivista di storia economica , II (1937), 196-198. pensiero, la
società economica a tipo di concorrenza, l’unionismo operaio, il regime di
discussione ; ma la lettura più vantaggiosa è per Einaudi la Storia d’Europa di
Fisher, nella quale egli vede la dimostrazione dell’assenza di basi economiche
nei diversi ordinamenti politici. Prende invece nettamente le distanze da un
libro laterziano allora famoso in quanto espressione della crisi dei valori
borghesi, Democrazia in crisi del laburista Harold J. Laski un autore che la
casa editrice accoglierà solo nel dopoguerra, mentre nel 1936 Mario Einaudi lo
aveva accusato di marxismo per l’opera The Rise of Liberalism, in quanto dalla
parificazione laskiana di democrazia ad uguaglianza vien fuori un’economia
comunistica a tipo termitario . Il liberalismo di Einaudi aveva infatti un
minor respiro ideale di quello di Croce, come dimostra la discussione tra loro
intercorsa negli anni ’30 e ’40 sui rapporti tra liberismo e liberalismo:
mentre Croce, pur nella comune ripulsa del comunismo, negava la necessaria
identità dei due termini, Einaudi sosteneva la loro inseparabilità, in quanto
l’idea della libertà vive, si, indipendente da quella norma pratica contingente
che si chiamò liberismo economico; ma non si attua, non informa di sé la vita
dei molti e dei più se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui
vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di
organizzazione economica adatti a quella vita libera . Data questa rigida
identificazione per cui la presa di distanza di Einaudi dal fascismo ha il suo
motivo di fondo nella politica protezionista e corporativa del regime, si
comprende come più numerosi e acri che ne La Critica siano gli attacchi
antisocialisti nella Rivista di storia economica , condotti in primo luogo dal
suo direttore con accenti che dimostrano la carica politica, prima ancora 53 L.
Einaudi, Ancora a proposito di edizioni e di alcuni libri editi da Giuseppe
Laterza in Bari, in Rivista di storia economica , III (1938), 349-354; M.
Einaudi, Di una interpretazione puramente economica del liberalismo, in Rivista
di storia economica , Einaudi, Tema per gli storici dell'economia:
dell’anacoretismo economico, in Rivista di storia economica , II (1937),195. I
testi del dibattito sono raccolti in B. Croce, L. Einaudi, Liberismo e
liberalismo, a cura diSolari, Milano-Napoli, Ricciardi, 1957. Le origini della
casa editrice Einaudî che scientifica, dei suoi obiettivi. Ne è documento
esemplare, nel 1934, la recensione a Socialism's New Start, traduzione di
un’opera di socialisti tedeschi nascosti dall’anonimato, critici dei partiti
tedeschi socialdemocratico e comunista accusati di aver consegnato le masse
operaie al nazismo; con le minacce di simili untorelli , scrive Einaudi, il
regime hitleriano può dormire sonni tranquilli: I socialisti del continente
europeo, sia quelli dei paesi come l’Italia, la Germania e l’Austria, nei quali
essi sono stati spazzati via, sia quelli dei paesi come la Francia, nei quali
si danno un gran da fare per farsi mandare a spasso, non hanno ancora capito
che il capitalismo è una irrealtà, uno schema partorito dalla loro scarsa
cultura storica e dalle loro rudimentali attitudini psicologiche; e quindi,
essendo un meccanismo tecnico, una costruzione meramente amministrativa e
contabile, può essere rivoluzionato o riplasmato pit o meno in meglio od in peggio,
senza grandissime difficoltà. La società tollera chiacchiere socialistiche più
o meno interessanti e consente talvolta che in nome di ideali socialistici si
compiano ai margini sperimenti più o meno costosi intesi a tener quiete le
moltitudini. Ma le chiacchiere e gli sperimenti non devono andare oltre un
certo segno; non devono toccare istituti che hanno nell’animo umano radici ben
più profonde del capitalismo: la proprietà della terra, della casa,
dell’opificio, il risparmio, la famiglia, la eredità, la tradizione, la
religione. Responsabili della nascita dei regimi totalitari sarebbero stati i
socialisti, in quanto Blum in Francia, Cripps e Laski in Inghilterra appaiono a
Einaudi magnifici alleati e profeti e sostenitori di nuovi regimi che, sorti in
Italia si vanno estendendo, sotto forme variabilmente adattate alle diverse
contrade, un po’ dappertutto 5. Proprio riferendosi a questa recensione, e alla
raccolta dei Nuovi saggi di Einaudi pubblicata nel 1937 dal figlio, Giustizia e
Libertà espressione del movimento nel quale si riconoscevano vari collaboratori
della casa editrice critica violentemente l’esponente liberista, nella cui
opera non ravvisa né antifascismo, né liberalismo, né scienza, ma solo i frutti
di un liberale è /a page , lealista 55 L. Einaudi, Afforno ad una spiegazione
della disfatta dei partiti socialistici, in La Riforma sociale , XLI
(1934),713-714. verso il regime, mosso da una meschina preoccupazione di
antisocialismo, che non ha a che vedere con il bisogno di libertà che ogni uomo
prova, ma semplicemente con un sentimento originario, più forte di qualunque
ragionamento, di disprezzo per il salariato e per il lavoratore manuale che
aspiri a dirigersi da solo . Ispirato da un velenoso odio di classe continua
articolista, Einaudi arriva a sostenere la legittimità della reazione fascista,
che non sarebbe l’avventura di un gruppo di spostati né reazione di
privilegiati, ma la reazione legittima della società contro quei faccendoni dei
socialisti che le impedivano di lavorare ; il suo cieco conservatorismo si
spiega con la sua sfiducia totale in qualunque tentativo di miglioramento, che
tolga gli individui alla classe in cui essi sono costretti a vivere . È del
resto raro trovare nella seconda metà degli anni ’30, nella Rivista di storia
economica o nei volumi della casa editrice ispirati da Luigi Einaudi, una
coerente polemica nei confronti della politica economica del regime o dei testi
economici proposti dal fascismo. La critica all’antiindividualismo della Breve
storia delle teorie economiche di Othmar Spann edita da Sansoni nel 1936 resta
un caso isolato , mentre già nel 1934 Einaudi trova modo di lodare Bottai
promotore di iniziative feconde: come quella dei buoni libri informativi editi
dalla scuola corporativa di Pisa , o la Nuova collana di economisti curata da
Bottai e Arena, in cui apprezza in particolare la pubblicazione dell’Economia
del benessere di Arthur C. Pigou non conosco lettura più adatta a moltiplicar
dubbi su qualsiasi provvedimento di politica sociale e gli scritti $% Magrini
[Aldo Garosci], Liberalismo?, in Giustizia e Libertà , 5 marzo 1937; per un
altro attacco al fascismo di Luigi Einaudi La concezione filosofica del mondo.
Di rado compaiono operai notava il corporativista Giuseppe Bruguier recensendo
i Nuovi saggi . Gli è che l’Finaudi, man mano che gli anni passano, mi pare si
faccia sentimentalmente sempre più vicino, piuttosto che ai lavoratori delle
calate del porto di Genova o alle maestranze delle officine di Torino, ai
contadini delle sue belle terre piemontesi , osservati con senso patriarcale (
Leonardo Einaudi, Una storia universalistica dell'economia, in Rivista di
storia economica sulla tassazione di Wicksell, col quale Einaudi dichiara di
trovarsi in ottima compagnia nella tendenza a non prendere sul serio certi
cosiddetti principî di ripartizione delle imposte chiamati dell’uguale,
proporzionale o minimo sacrificio ovverosia della capacità contributiva e
simiglianti vacuità senza contenuto : la conquista definitiva teorica di
Wicksell è infatti che non esiste un principio di giustizia tributaria . In una
discussione in cui, accanto a nette differenziazioni, c’era posto per posizioni
intermedie fra corporativismo e liberismo tipica è la figura di Marco Fanno,
collaboratore al tempo stesso della Nuova collana di economisti e della casa
editrice Einaudi, ma anche per significativi incontri su questioni economiche
di nodale importanza, Luigi Einaudi poteva tranquillamente combattere la teoria
dell’imposta progressiva: cosî nel 1934 con la pubblicazione preceduta da una
sua prefazione ‘elogiativa dell’autore e dell’opera svolta dai liberisti
italiani nel 1880-90 dei Principi di economia finanziaria di De Viti De Marco,
dalla quale Edoardo Giretti traeva spunto per un giudizio politico il cui
elemento di distinzione dal fascismo era rappresentato da una /audatio temporis
acti, Einaudi, Del principio della ripartizione delle imposte (a proposito di
una nuova collana di economisti), in La Riforma sociale , Macchioro, Studi di
storia del pensiero economico e altri saggi, Milano, Feltrinelli, e il
carteggio Fanno-Finaudi in AFE, Fanno.Lo storico che potrà un giorno,
all’infuori delle passioni e dei rancori dell’età contemporanea, discutere ed
esaminare a fondo oggettivamente e serenamente le cause che determinarono la
crisi del 1922 e la caduta di un regime politico-parlamentare che del
liberalismo cavourriano aveva conservato soltanto il nome, ma non l’idea e la
sostanza, dovrà riconoscere che l’unico tentativo serio e coerente, che si era
fatto in Italia, allo scopo di prevenire la catastrofe di quel regime, da gran
tempo preveduta, fu proprio quello del gruppo liberista, del quale il De Viti
fu il capo e l’ispiratore più autorevole e più tenace , colui che aveva
osservato che i liberisti, avendo pur sempre di mira la difesa e il
consolidamento dello Stato liberale democratico, avevano esercitato una critica
intesa a creare nel paese una più elevata coscienza pubblica contro tutte le
forme degenerative delle libertà individuali e del sistema rappresentativo (E.
Giretti, Un uomo e un gruppo, in La Cultura , XIII (1934),28-29). Con
quest'opera De Viti De Marco aveva dimostrato la natura autofaga dell’imposta
progressiva , dità Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria,
Torino, Einaudi e, con particolare forza, nei Miti e paradossi della giustizia
tributaria, dove il richiamo agli economisti classici si accompagna ad accenti
moralistici che mal nascondono la sostanza antidemocratica del discorso: Giova
si chiedeva Einaudi togliere coll’imposta differenziata a questi pochi
[monopolisti] il guadagno di eccezione che essi temporaneamente lucrano? No;
poiché è vero che quel lucro è ottenuto col vendere a più basso non a più alto
prezzo dei concorrenti. Se si vuole accaparrare quel lucro a vantaggio della
collettività non bisogna adoperare l’imposta, strumento stupidamente
repressivo, ma l’emulazione gli onori la lode. Giova creare l'atmosfera nella
quale il ricco giudichi se stesso disonorato e sia dall'opinione pubblica
considerato con spregio se non consacri in vita e in morte parte rilevante dei
suoi redditi a scopi di pubblica utilità: a fondare e dotare scuole ospedali
parchi stadi. Come ammoniva Adam Smith, un grado assai considerevole di
disuguaglianza sembra essere, ove si giudichi secondo l’esperienza universale
dei popoli, un danno di pochissimo conto in paragone con un piccolissimo grado
di incertezza . La preferenza accordata alla certezza rispetto alla giustizia
per cui si richiamano anche gli scritti economici di Cattaneo trova infine il
suo naturale corrispettivo, sul piano politico, nella critica alla democrazia:
Chi, salvo gli egualitari, intenti ad aprire la via al governo dei plutocrati,
mai seppe che lo stato ideale si confondesse con il governo del demo? Anche il
governo di una minoranza può essere una approssimazione all’ideale, se la
minoranza ha lo sguardo volto verso l’alto ©; dove l’individualismo economico e
l’antisocialismo ricordano gli aspetti più propagandistici dell’opera di Pareto,
il cui Corso di economia politica apparirà nel 1943 nella Collezione di opere
scientifiche di economia e finanza . Anche il richiamo a Cattaneo, sopra
citato, si presenta in Luigi Einaudi nella linea di un discorso conservatore,
difficilmente assimilabile all’interpretazione illuministi ca di un Salvemini o
di un Gobetti e ben distante dalla caratterizzazione democratica che come
vedremo ne ®! L. Einaudi, Miti e paradossi,95, 239, 255. 218 Le origini della
casa editrice Einaudi darà Spellanzon nel 1942. La raccolta dei Saggi di
economia rurale curata nel 1939 da Luigi Einaudi per la Biblioteca di cultura
economica ebbe tuttavia il merito di rinnovare l’interesse attorno a una figura
di cui l’idealismo si era sbarazzato rapidamente. Corrente di vita giovanile ,
la rivista di fronda di Ernesto Treccani che prima dell’entrata in guerra
dell’Italia pubblicherà il brano cattaneano Della milizia antica e moderna in
cui la guerra ingiusta era considerata preludio di sconfitta, colse in Cattaneo
un modello di serietà e di impegno ©, mentre su Primato Giansiro Ferrata, dopo
aver ricordato che la lotta politica fino al ’24 ha insistito su questo nome in
tutti i toni possibili, cogliendone ogni impulso all’azione , oppose 1’
idealismo operativo di Cattaneo a quello descrittivo di Vico privilegiato da
Croce: se in questi anni concludeva all’inizio del 1940, come sembra vero e
necessario, alcuni pregiudizi politici ed ideologici vanno scomparendo,
dovremmo acquistare alla coltura d’oggi questo nome £. La riproposizione che ne
faceva Einaudi era però, anche se più puntuale, pit restrittiva, tesa a
raccogliere da Cattaneo l'invito al sacrificio, alla edificazione della terra
coltivata , e soprattutto il richiamo alla certezza che gli uomini debbono
possedere di godere essi i frutti del proprio lavoro , attuabile attraverso i
mirabili effetti del catasto: Mentre troppi dottrinari corrono dietro a false
teoriche di cosidetta giustizia tributaria e vorrebbero distruggere le più
belle tradizioni finanziarie italiane, fa d’uopo 62 S. Pozzani, Quasi una
introduzione, in Corrente di vita giovanile , 31 ottobre 1939: al fondo della
sua concezione politica ed economica stava il convincimento che solo a prezzo
di fatiche e di sacrifici l’uomo può giungere a risultati positivi e fecondi
{...] dalle pagine del Cattaneo emana l’incitamento a meditate preparazioni
come base necessaria per affrontare la paziente e scrupolosa disamina dei
problemi grossi e minuti della nostra vita nazionale . Il passo di Cattaneo
riportato si concludeva cosî: Ma la vittoria stessa, destando la meraviglia
delle genti e l'imitazione, nel decorso eguaglia le sorti, e riduce il popolo
stesso che aveva trascese le condizioni dell’equilibrio (ibidem, 31 maggio
1940). Sulla rivista l'introduzione di Alfredo Luzi a Corrente di vita
giovanile (1938-1940), Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1975. 63 G. Ferrata,
Immagine di Cattaneo, in Primato , I (1940),27, 29; anche Id., Caztareo, in
Oggi , insistere energicamente sulla virti della imposta ripartita su basi
destinate a non mutare per lungo tratto di tempo Il Cattaneo einaudiano diventa
quindi un’altra arma contro gli egualitari e i socialisti, contro i quali si
schierano anche altri collaboratori della Rivista di storia economica . Si
distingue fra questi il giovane allievo di Luigi Einaudi e Gioele Solari, Aldo
Mautino, che nello studio su La formazione della filosofia politica di
Benedetto Croce pubblicato postumo da Einaudi nel 1941 dopo una accurata
revisione dello stesso Croce si farà partecipe espositore della critica
crociana al materialismo storico di Labriola e si schiererà con Luigi Einaudi
nel sostenere l’identità fra liberismo e liberalismo 9. Commentando la
monografia di Dal Pane su Labriola e i Saggi labrioliani riproposti da Croce
nel 1938, Mautino osservava che la grandezza del cassinate non si deve
ricercare nel campo speculativo, bensi piuttosto in quello politico , in quanto
gli sembrava che i Saggi tendessero ad una svalutazione progressiva di quella
medesima dottrina di cui si presentano come interpretazione e commento : una
costante linea spirituale di svolgimento conduce in effetti a risolvere
l’opposizione persistente tra la necessità escatologica del comunismo e la
libera volontà rivoluzionaria e, lasciando da un canto la trascendenza
economica, la dialettica della storia e la conseguente apocalissi comunistica, a
far luogo all’azione, diretta ad instaurare per convincimento 4 C. Cattaneo,
Saggi di economia rurale, a cura di L. Einaudi, Torino, Einaudi, 1939,31; anche
L.E., La terra è un edificio ed un arti: ficio, in Rivista di storia economica
, IV (1939),246. Il richiamo di Einaudi a Cattaneo appare invece illuminista a
N. Bobbio, Una flosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, Torino, Einaudi le
lettere di Giulio Einaudi a Croce del 16 e 23 dicembre 1940 (AF, Croce). A suo
agio il Mautino avrebbe potuto maggiormente far risaltare gli elementi della
dottrina creduta morta da Croce in se stesso e rimasti al contrario vivi e
fecondi. Se ciò non ha fatto gli è perché non aveva del materialismo storico,
nelle sue affermazioni originali, e nei suoi più vitali ripensamenti, quella
conoscenza che sarebbe stata necessaria , osservò F. D'Antonio, A proposito
della filosofia politica crociana, in Nuova rivista storica , XXV (1941),333.
220 Le origini della casa editrice Einaudi morale, fuori da ogni attesa
fatalistica, una nuova forma di vita più umana. Onde la conclusione ideale, a
cui i Saggi medesimi sembrano rivolgersi, finisce per rinnegare quelle stesse
strutture intellettuali di cui la passione politica aveva tentato di rivestirsi
. Fatta propria la negazione crociana del materialismo storico come filosofia,
e affermato che nel campo speculativo il marxismo era stato superato da Croce e
Sorel, Mautino notava tuttavia la comprensione, profonda nel Labriola, del
valore nazionale rappresentato dal movimento operaio. Questo rigido socialista
sognava un’Italia attraverso di quello rigenerata e fatta più civile . In
questo augurio di una Italia nuova consiste una delle ragioni, e sicuramente
non la minore, della perpetua giovinezza che l’antico e recentissimo editore
riconosce nell’opera del Labriola £. Se in quest’ultima affermazione può
apparire un’acquisizione di stampo nazionalistico del pensiero di Labriola,
analoga a quella compiuta da Volpe nella prefazione alla monografia di Dal
Pane, decisamente liquidatorio era il giudizio sul socialismo espresso da
Mautino nella recensione delle memorie di organizzatori operai pubblicate da
Laterza (Zibordi, Rigola, Riguzzi) e dalla collana dei Problemi del lavoro
(Azimonti, Zanella, Bettinotti, Anzi, Rigola): staccato dal marxismo scientifico,
il socialismo fu soprattutto una convinzione morale , ma anche cosî le memorie
dei suoi militanti, annotava Mautino, lasciano trasparire del grigiore
spirituale. Pare che dopo tanto trepidar di speranze e divampare di passioni e
avvicendarsi di illusioni e delusioni e travagliarsi e lottare, l’animo
tendesse a volgersi di preferenza a faccende organizzative, e di miglioramenti
economici, e di compromessi politici . Ormai il vecchio socialismo moriva senza
gloria; e anche questi suoi ultimi fedeli, guardando oggi al futuro, non sanno
più ritrovare nei miti troppo facili della loro gioventi motivi capaci di
animarli e correggerli ancora, 6 A. Mautino, Intorno a un teorico del
materialismo storico, in Rivista di storia economica Mautino, Memorie di
organizzatori operai italiani, in Rivista di storia economica , IV (1939),76.
Recensendo il Concezto cristiano della proprietà di J. M. Palacio curato da
Fanfani per le edizioni di Vita e pensiero, Mautino trovava modo di condannare
anche il cattoliA sottolineare le carenze del socialismo e il primato del
liberismo interveniva autorevolmente, nel 1940, Attilio Cabiati: notando come
da parecchi anni a questa parte il socialismo, che pareva relegato in soffitta
, fosse venuto attirando l’attenzione di studiosi tedeschi ed anglo-americani,
rivolti a vagliare la possibilità teorica di un governo economico collettivista
, affermava che tutti arrivavano alla conclusione che qualunque sistema
economico si adotti, ove esso miri a procurare col minimo dispendio di forze il
massimo benessere della collettività, deve soddisfare a quello stesso sistema
di equazioni, che in libera concorrenza garantiscono l’utilità massima ai
singoli operatori sul mercato ; perciò solo lottando contro l’interventismo
statale, concludeva Cabiati, l'economia potrà rifiorire, dimostrando coi fatti
che l’azione privata, malgrado i propri difetti innegabili, supera senza
paragone possibile qualsiasi forma di costituzione socialistica della società,
che costituirebbe l’iperbole del burocratismo, coi suoi insostenibili difetti e
con la formazione della peggiore oligarchia arrivista £. La battaglia
antiprotezionistica dei liberisti raccolti attorno a Luigi Einaudi, quale si
rispecchia non solo nelle sue riviste, ma anche nei volumi di economia della
casa editrice che ora esamineremo, aveva quindi un’impronta ideologica
conservatrice e antisocialista che, se rappresenta solo una faccia
dell’iniziativa culturale di Giulio Einaudi, è forse quella che meglio spiega
la capacità di quest’ultimo di aprirsi degli spazi di manovra nelle maglie del
regime. cesimo sociale in quanto, al pari del socialismo democratico, la
politica cattolica si volge alla plebe con le lusinghe della benedizione
pubblica e la promessa d’un paradiso nel cielo , facendosi sostenitrice
dell’interventismo statale (Cattolicesimo e questione sociale, in Rivista di
storia economica , III (1938),79-80). 6 A. Cabiati, Intorno ad alcune recenti
indagini sulla teoria pura del collettivismo, in Rivista di storia economica
,{prendeva in esame, fra gli altri, saggi di R. L. Hall e M. Dobb). Di notevole
interesse per valutare, non solo sul piano ideologico, il rapporto fra il
gruppo di Luigi Einaudi e il regime è la collana Problemi contemporanei , che
per dieci anni dalla fondazione della casa editrice al 1944 riflette l'opinione
dei liberisti sulla politica economica italiana e internazionale, con delle
valutazioni che, passando quasi sotto silenzio gli indirizzi corporativi del
fascismo, non sono tali da costituire, nella maggior parte dei casi, un terreno
di scontro con gli economisti del regime. Il tema di maggior rilievo della
collana è la crisi del 1929 e il New Deal rooseveltiano: un punto sul quale
l’attenzione dedicata ai problemi monetari anche dai liberisti permette loro di
trovare un terreno di incontro con i corporativisti, dati gli indirizzi della
politica del regime in questo settore ©, anche se, ovviamente, da parte
fascista si cerca di assimilare l’esperimento di Roosevelt in quanto
interventista al corporativismo e di ricavarne quindi un’ulteriore
giustificazione di quest’ultimo come terza via tra capitalismo e socialismo;
mentre l’entourage di Luigi Einaudi, nonostante uno sforzo di documentazione,
manifesta dure critiche nei confronti delle analisi catastrofiche della crisi e
della politica del presidente americano. La posizione dei liberisti accanto al
gruppo einaudiano è da annoverare anche quello che si raccoglie attorno al
Giornale degli economisti giustifica un giudizio di incomprensione e di
mancanza di attrezzatura teorica idonea da parte di questi economisti rispetto
ai problemi posti dalla crisi americana. È assente la coscienza del dramma di
milioni di disoccupati e non esiste quel travaglio sull’adeguatezza dei propri
strumenti teorici che caratterizza vari economisti americani. Vi è,
soprattutto, una difesa della scienza economica e delle leggi economiche contro
la politica economica e la politica in generale . Mentre il governo ® M.
Vaudagna, New Deal e corporativismo nelle riviste politiche ed economiche
italiane, in G. Spini, G. G. Migone, M. Teodori, Italia e sno dalla grande
guerra a oggi, Padova, Marsilio, 1976,108. idem. fascista accentuava
l’intervento dello Stato nell’economia, i liberisti cercarono di ridimensionare
la portata della crisi e di attribuirne le cause, in ultima istanza, alla
politica protezionistica promossa dai vari Stati dopo la prima guerra mondiale
e, quindi, a errori di uomini allontanatisi dalle leggi economiche . Già nel
1931 Luigi Einaudi, svolgendo su La Riforma sociale delle riflessioni in disordine
sulla crisi, aveva individuato nel crack del 1929 la manifestazione di quei
cicli brevi che sono dominati dagli errori degli uomini e, in quanto tali,
facilmente superabili. L’insorgere di uno squilibrio fra domanda e offerta, una
delle cause della crisi, era imputato moralisticamente a una deviazione dai
modelli tradizionali di vita delle classi inferiori aspiranti a salire nella
scala sociale. Se in Russia, osservava, non è concepibile crisi in quanto
domanda e offerta coincidevano forzatamente per l’intervento dello Stato
soffocatore della libertà e delle aspirazioni individuali, il modello
americano, che faceva tendere ad un alto tenore di vita tutte le classi, era un
elemento perturbatore dell’equilibrio fra produzione e distribuzione del reddito:
di qui la convinzione che la crisi via via si attenuerà a mano a mano che i
nuovi ceti diventeranno vecchi e che il mare sociale in tempesta si acqueterà.
Ogni classe ed ogni ceto ritornerà a poco a poco a pregiar se stesso, a vivere
secondo i propri gusti fondamentali e tradizionali , in modo che l’industria
potrà assai meglio prevedere la domanda di beni da parte di una società meno
fluida, meno commossa da mutazioni e commistioni di ceti inetti a comprendersi
a vicenda e furiosamente spinti ad imitare gli aspetti più appariscenti della
vita di ognuno di essi . E, mentre negava la novità della crisi presente e
confutava i suggerimenti di Keynes cosî come l’utilità di ogni piano economico,
mosso dal terrore per il gigantismo industriale ribadiva il suo arcaico ideale
di un mondo economico dominato dai piccoli produttori, che si illudeva di veder
realizzato in Italia, dove probabilmente il peso relativo della piccola impresa
famigliare, pudicamente condotta fuori degli occhi curiosi degli statistici, è grandissimo,
superiore a quanto si immagina dai più. Forse quel peso è crescente. Contro i
piani internazionali, contro i consigli dei periti, la sanità fondamentale
italiana ha reagito concentrandosi nella infrangibile unità famigliare : un
ideale, il suo, che poteva incontrarsi con alcuni aspetti della dottrina
sociale cattolica e della propaganda ruralistica del regime . Analoga era la
posizione di Attilio Cabiati, che in Crisi del liberismo o errori di uomini?
accompagnava l’analisi dei fenomeni economici, sufficientemente articolata, con
un ferreo dogmatismo, affermando che l’abbandono dei principi economici, messi
in disparte in omaggio a vere o presunte necessità politico-sociali, ha
sviluppato nel mondo intero, come naturale conseguenza, una serie di disastri
economici ; l’economia, aggiungeva ricordando Pareto e Barone, è una scienza
precisa la quale obbedisce a leggi naturali. Per cui sia che l’organizzazione
economica resti abbandonata al self interest dei singoli, sia che venga data
nelle mani dello stato sotto una forma qualsiasi, una condizione è necessaria:
che i privati o il ministro della produzione agiscano secondo le leggi nazurali
della scienza economica . Si comprende quindi come la domanda formulata nel
titolo del volume fosse puramente retorica, e come Cabiati considerasse la
crisi, e i mezzi messi in atto da Roosevelt per superarla, come errori di
uomini , frutto cioè dell’indebita ingerenza della politica nell’economia. A
sostegno di questa tesi viene proposta l’opera di uno dei più ‘autorevoli
esponenti neo-classici della London School of Economics, Lionel Robbins, che
agli insegnamenti di Mar- Einaudi, Saggi, Torino, La Riforma sociale, 1933,
parte II, 228, 373, 377, 405-410, 515. Il 17 marzo 1939 Einaudi inviava a
Mussolini una lettera in cui considerava la proposta di introdurre nel codice
civile l’ indivisibilità dei fondi rustici un freno alla piccola proprietà e
allo sviluppo demografico del paese (ACS, Segreteria particolare del Duce,
Carteggio ordinario, fasc. 528771, sottofasc. 2). 7 A. Cabiati, Crisi del
liberismo o errori di uomini?, Torino, Einaudi, 1934,9-11. Contro il ricorso
all’immutabilità delle cosf dette leggi economiche, ripiego in cui si annida il
falso presupposto della naturale armonia degli interessi , espresso in un altro
volume di Cabiati (Il finanziamento di una grande guerra, Torino, Einaudi,
1941), si schierava A. Brucculeri, Ecomozzia bellica, in La Civiltà cattolica ,
shall cui si rifacevano, a Cambridge, pur con posizioni diverse, Pigou e Keynes
anteponeva quelli di Pareto, von Mises e Wicksteed. In Di chi la colpa della
grande crisi? E la via di uscita Robbins, nei cui riguardi i liberisti italiani
dimostravano una speciale venerazione, affermava che dopo la guerra il
raggruppamento delle imprese industriali in consorzi, l’accresciuta forza dei
sindacati operai, il moltiplicarsi dei controlli governativi hanno creato una
struttura economica che, quale che possa essere la sua superiorità etica od
estetica, è certo assai meno capace di rapidi riadattamenti di quanto lo fosse
il vecchio sistema pit aperto alla concorrenza . E analizzando i provvedimenti
dei vari governi moneta manovrata e protezionismo scorgeva il pericolo di uno
scivolamento verso il socialismo, in parte già in via di realizzazione: Il
carattere nettamente socialistico della politica economica in Inghilterra, e in
tutto il mondo moderno, non è determinato dagli elementi obbiettivi della
situazione, o dal fatto che le masse abbian deciso di riorganizzare
socialisticamente la produzione. Se la politica economica ha questo carattere è
perché uomini d’intelletto e di cultura hanno creato la teoria socialistica e
hanno gradualmente convertito alle loro idee le masse ?3. Le stesse
preoccupazioni per il socialismo di Stato paventato dai liberisti italiani sono
avvertibili nella rac 7 L. Robbins, Di chi la colpa della grande crisi? E la
via di uscita, prefazione di L. Einaudi, traduzione di S. Fenoaltea, Torino,
Einaudi, 1935 (ediz. originale 1934, col titolo The Great Depression),10, 80,
219. Fenoaltea scriveva all’editore di aver fatto rivedere la traduzione da
Luigi Einaudi, e di aver proposto l’opera per il desiderio, e quasi per il
dovere morale, che sentivo di far conoscere agli italiani questo libro cosi
bello, cosî coraggioso, e così necessario (AE, Fenoaltea). Su Robbins in
italiano C. Napoleoni, I/ pensiero economico del ’900, Torino, Einaudi,
1976,35-43, e l’introduzione di V. Malagola Anziani a L. Robbins, La base
economica dei conflitti di classe, Firenze, La Nuova Italia, 1980. 74 Il 13
aprile 1934 Vittorio Racca scriveva dagli Stati Uniti a Luigi Einaudi che nelle
riforme rivoluzionarie presidenziali americane si fa macchina indietro a tutto
spiano; il paese, sia perchè vede che la recovery sta venendo in modo
indiscutibile, sia perchè, come conseguenza di ciò, si rifà coraggio, sia
perchè si vede che quelle riforme ritardano, invece di favorire il ritorno
della vita normale, non ne vuole più sapere di socialismo di Stato (AFE,
Racca). Già il discorso del 1° 226 Le origini della casa editrice Einaudi colta
di saggi degli economisti di Harvard su I/ piano Roosevelt: gli autori, pur
dichiarandosi ben lungi dal credere che l’individualismo del secolo decimonono
rappresenti l’apice della perfezione per tutti i tempi , si mostrano contrari
all’ingerenza della politica nell'economia e favorevoli a un laissez faire
corretto in modo tale da impedire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo senza
cadere nella soluzione socialista. Mentre per Joseph A. Schumpeter l’unico
carattere distintivo della presente crisi mondiale è il fatto che i motivi
extra-economici recitano la parte principale del dramma , Overton H. Taylor,
trattando esplicitamente del conflitto fra economia e politica , sostiene che
l’interesse economico effettivo di ogni gruppo o frazione di popolo dev'essere
riposto in una generale rinunzia o severissima limitazione della legislazione
di classe e della lotta per il potere e l’avvantaggiamento relativo, che vi sta
alla base, salvo che qualche gruppo o classe possa realmente sperare di
condurre a compimento una soluzione sociale secondo il modello marzistico ;
tutto il suo ragionamento è cosi indirizzato a chiedere il ristabilimento
dell’economia di mercato e a confutare i nuovi radicali , privi di quel
realismo economico il quale deve riconoscere che, nella nostra presente
situazione, l’interesse comune a una generale ripresa degli affari onesti,
dell’agricoltura e dell’occupazione operaia è massimamente minacciato dalla
strategia del potere e delle illusioni economiche delle classi malcontente Il
giudizio sul New Deal non è sostanzialmente modificato da alcune note
informative sulle riviste einaudiane o dal reportage giornalistico di Amerigo
Ruggiero , né dalla novembre 1934 in cui il segretario di Stato Cordell Hull si
dichiarava disposto ad abbassare i dazi doganali, era salutato come L'atto di
contrizione degli Stati Uniti ( La Riforma sociale). 7 J.A. Schumpeter, E.
Chamberin, E. S. Mason, D. V. Brown, S.E. Harris, W.W. Leontiefi, O.H. Taylor,
Il piano Roosevelt, traduzione di Mario De Bernardi, Torino, Einaudi, M.
Einaudi, Dopo un anno di governo di Roosevelt, La Cultura Racca, Il New Deal
rooseveltiano: in che consiste, e Il New Dedl rooseveltiano: gli effetti, in La
Riforma sociale , A. Rug stessa pubblicazione di due opere di Henry A. Wallace,
ministro dell’agricoltura dell’amministrazione Roosevelt, che pur dimostrano un
intento informativo da parte della casa editrice. Presentando Che cosa vuole
l'America? libro nel quale Mussolini vide la conferma che anche gli Stati Uniti
andavano verso l’economia corporativa , Luigi Einaudi riconosceva per la prima
volta che il New Deal in fondo è un nobile tentativo di far qualcosa, non
perché si sappia che quel qualcosa sarà fecondo di risultati vantaggiosi, ma
perché urge il dovere di lottare contro la disperazione, di infondere coraggio,
di impedire che milioni di uomini si rivoltino contro la società e distruggano,
nell’impeto dell’ira, il risultato di tre secoli di sforzo laborioso ; ma si
premurava al tempo stesso di mettere in evidenza la grande illusione di Wallace
7, un liberista costretto dalla realtà della crisi ad ammettere il controllo
statale sull'economia, nella speranza che la nuova epoca si persuadesse che
l’umanità possiede oggi tanta potenza mentale e spirituale e tanto dominio
sulla natura da togliere per sempre ogni valore alla teoria della lotta per la
vita e sostituirla con la legge più alta della cooperazione . Wal. lace
appariva infatti combattuto fra le necessità del momento e le prospettive di
più lungo periodo, prestandosi quindi anche a una lettura non distante dalla
posizione dei liberisti italiani, preoccupati pur sempre delle tendenze
monopolistiche del capitalismo contemporaneo: poiché l’antico sistema,
affermava Wallace, era il prodotto di un’avidità e di un opportunismo sfrenati ,
siamo stati costretti per forza a pensare in termini non di produzione e di
commercio liberi, ma di produzione e di commercio programmati dentro e tra le
nazioni. Il rifiuto di Adam Smith a tracciare meschine piccole linee locali di
confine attorno ai concetti di giero, L’America al bivio, Torino, Einaudi,
1934. Ruggiero pubblicherà nel 1937 presso Treves un volume sugli Italiani in
America, lodato da Gerarchia perchè metteva in risalto la grandiosa opera di
valorizzazione dell’Italia intrapresa dal Fascismo Wallace, Che cosa vuole
l’America?, introduzione di L. Einaudi, Torino, Einaudi, 1934 (ediz. originale
1934),25 (Einaudi dichiara di averlo tradotto lui stesso:12); L. Einaudi, La
grande illusione di Wallace, in La Cultura , commercio e di civiltà può
tuttavia ancora adesso giustamente incoraggiare le menti ed i cuori a compiere
sforzi più grandi. Un popolo libero sente vivacemente il dolore del
nazionalismo, cioè del protezionismo e dell’isolamento economico . Anche in
Nuovi orizzonti, in cui pur si vide la proposizione di un programma
sostanzialmente identico al sistema corporativo italiano ?, Wallace osservava
la necessità di controliare quella parte del nostro individualismo che produce
l’anarchia e la miseria diffusa , assicurando che affidarsi a simili espedienti
di redistribuzione del reddito e delle possibilità, non ci fa cadere nel
socialismo e nel comunismo. E nemmeno costituisce il metodo dei pirati
capitalistici della scuola economica neomanchesteriana ; ma affermava anche la
temporaneità dei centrolli statali sull'economia, per concludere con una
proposta conforme agli ideali del New Deal, ma difficilmente assimilabile a
quelli del corporativismo: La democrazia economica dovrebbe forse create i
freni e i mezzi d’equilibrio che caratterizzano la democrazia politica, ma essa
deve anche porre l’accento su un pronto ed attivo apprezzamento delle relazioni
economiche mutevoli. La democrazia economica deve trovarsi in posizione tale da
resistere a sconsiderate pressioni politiche. Al tempo stesso, essa deve
effettivamente rispondere ed essere prontamente ben disposta verso le necessità
urgenti del popolo da cui sgorga il potere. La proposta da parte di Luigi
Einaudi che pur si preoccupava di premettervi sue avvertenze di testi che non
riflettevano soltanto le opinioni di liberisti, ma erano passibili anche di una
lettura in senso corporativista, 78 H.A. Wallace, Che cosa vuole
l’America?,Gazzetti osservava che il lettore fascista avrà modo leggendo il
libro di vedere che le più indovinate istituzioni americane sono state imitate
da analoghe iniziative del Regime, persino le migrazioni interne! {
Bibliografia fascista , X (1935),495). 79 la recensione di E. Corbino in Nuova
rivista storica , Wallace, Nuovi orizzonti, traduzione di M. De Bernardi, Torino,
Einaudi, 1935 (ediz. originale 1934, col titolo New Frontiers è indice della
consapevolezza che il dibattito mondiale sulla crisi stava assumendo negli anni
’30 tendenze sempre pit decisamente anticapitalistiche, che in Italia avevano
un qualche riscontro nelle tesi del corporativismo di sinistra e dell’ economia
programmatica , che ai suoi occhi apparivano, in quanto statalistiche,
pericolosamente otientate verso il socialismo . Di qui la presentazione,
accanto a Wallace, di un autore moderato come Arthur C. Pigou, che quanto meno
salvasse l’essenza del capitalismo e desse garanzie in senso antisocialista. In
Capitalismo e socialismo il successore di Marshall nella cattedra di Cambridge,
al termine dell’analisi di pregi e difetti dei due sistemi economici, proponeva
di mantenere la struttura generale del capitalismo modificandola però
gradualmente con interventi statali al fine di ridurre le diseguaglianze più
gravi nelle fortune e nelle occasioni di avanzamento che offendono la nostra
presente civiltà : la proposta non era certo tale da riscuotere pienamente le
simpatie di Einaudi, per il quale Pigou oggi sarebbe un New Dealer
rooseveltiano negli Stati Uniti o un corporativista in Italia , e appariva
ingenuo nell’assumere come verità sacrosante le favole raccontate e rammostrate
dai comunisti russi, consumatissimi mistificatori, ai coniugi Webb, che sono
forse stati nel campo scientifico la conquista più preziosa dei bolscevichi
l’allusione era alla celebre opera sull’URSS che nel 1938 la casa editrice si rifiutò
di tradurre ; ma l'intervento dell’economista inglese si giustificava come
solido argine nei confronti dei detrattori del capitalismo: gli studenti di
Cambridge affermava infatti Einaudi -, sceltissimo fiore del paese reputato il
più aristocratico del mondo, affettano oggi quasi tutti di essere comunisti. Il
libretto di Pigou è una doccia fredda per codesti puri consequenziarii ®. 81 L.
Dal Pane, Commemorazione di Luigi Finaudi,312. 82 A.C. Pigou, Capitalismo e
socialismo. Critica dei due sistemi, traduzione di G. Borsa, Torino, Einaudi,
1939 (ediz. originale 1937), 137-138. 83 Ibidem,2-4 (Avvertenza di L. Einaudi).
La traduzione dell’ opera dei Webb, lodata da Umberto Calosso su Giustizia e
Libertà 230 Le origini della casa editrice Einaudi Destinata a una maggiore
risonanza e a ricevere il plauso dei recensori fascisti era la critica severa
della società sovietica svolta da William H. Chamberlin in L'età del ferro
della Russia, dove il titolo stava a indicare il periodo del primo piano
quinquennale ma anche i metodi ferrei con cui era stato condotto. Il libro è
stato scritto prima delle recenti manifestazioni di terrorismo all’interno e di
aiuto dato all’estero ai movimenti sovvertitori dell’ordine sociale avvertiva
nel 1937, nel corso della guerra di Spagna, l'editore italiano . Ma la potente
analisi, tanto più spietata quanto più obbiettivamente contenuta,
dell’abbrutimento spirituale della Russia comunista, giustifica la resistenza
che l'Europa oppone vittoriosamente alla propagazione del bolscevismo . Con uno
stile vivacissimo e con frequenti ma scontati e logori raffronti fra Stalin e
Pietro il Grande, l’autore non si limitava a illustrare il processo di
industrializzazione dell'URSS, ma dedicava ampio spazio al soffocamento delle
libertà personali, civili e religiose, da parte dell’ autocrate della
repubblica rossa , un paese in cui si poteva notare il realizzarsi di una
teoria fanatica che arreca grandi mutamenti di vita e di pensiero ed al tempo
stesso condanna alla distruzione milioni di avversari , 0 il risorgere in nuove
forme, e sotto la maschera di frasi nuove, di tipiche antiche concezioni russe
come il diritto assoluto dello stato a servirsi degli individui e distruggerli,
se cosî vuole, per il raggiungimento dei suoi scopi . E ciò senza che si
fossero raggiunti apprezzabili risultati dal punto di vista economico, perché,
se con il grano, il caffè e il cotone distrutti si potrebbe idealmente formare
una montagna come monumento alle follie e alle debolezze del capitalismo, una
montagna non meno grande si potrebbe innalzare nell’URSS con tutte le merci che
sono state sprecate e distrutte non volontariamente, ma per effetto di incuria
e di inefficienza proprio quando la mancanza di viveri si faceva più acutamente
sentire . Di qui (7 febbraio 1936), era stata consigliata da Alessandro Schiavi
a Giulio Finaudi, che il 18 febbraio 1938 gli rispondeva: Ma non Le pare che
gli Autori prendano troppo sul serio l’economia programmatica dei Sovieti? (AE,
Schiavi). l'insegnamento di carattere generale che da questo, come da altri
volumi della collana, poteva trarre il lettore: L’esperimento russo ha
dimostrato all’evidenza che l’economia programmatica non è una panacea, che nel
funzionamento di un sistema economico strettamente centralizzato e controllato
dallo stato possono verificarsi errori non meno disastrosi delle deficienze e
degli attriti di un sistema che funzioni senza il beneficio di un piano . Un
giudizio che, se non poteva incontrare la piena approvazione dei liberisti,
poneva sul tappeto un quesito al quale i corporativisti affermavano di aver già
risposto, ma che al tempo stesso era riformulato come ancora irrisolto dalla
rivista di Codignola Civiltà moderna , secondo la quale resta uno dei problemi
fondamentali del regime sovietico quello di trovare quanto individualismo sia
necessario pel funzionamento d’un sistema collettivista, cosî come in altri
paesi il problema è quello di trovare quanto controllo collettivo debba
istituirsi per far bene funzionare un sistema individualista! ®. i Il quesito
verrà riproposto, addirittura con alcuni arretramenti teorici in senso
liberista, nei volumi di economia pubblicati dalla casa editrice nel 1945-46.
Non è quindi da stupirsi che nel 1944, dopo la caduta di Mussolini, apparisse
come ultimo titolo dei Problemi contemporanei curati da Luigi Einaudi un altro
volume di Robbins, Le cause economiche della guerra, dove, più che la critica 3
W.H. Chamberlin, L'età del ferro in Russia, traduzione di S. Fenoaltea, Torino,
Einaudi, 1937 (ediz. originale 1934),11-12, 21, 74, 76. L'entusiasmo è un po’
gonfiato a causa delle circostanze, ma in fondo il libro si meritava una buona
accoglienza , scriveva l’editore a Fenoaltea il 16 febbraio 1937 (AE,
Fenoaltea). Chamberlin pubblicò anche, nel 1937, Collectivism, a False Utopia.
85 Recensione di A. Rapisardi Mirabelli, in Civiltà moderna , Per Felice
Battaglia il libro mostrava l’organizzazione concreta, in atto, del regime, la
vita dolorosa di un popolo, che ignora ogni attributo della persona e si
consuma in un tono assai basso di esistenza economica e morale, senza neppure
supporre che altri possa realizzare forme più soddisfacenti ( Rivista storica
italiana , s. V, I (1936),103); libro di informazione onesta, spassionata ,
retto dall'idea che alla dinastia degli zar sia subentrata una dinastia di
fanatici sacerdoti marxisti, appariva al Meridiano di Roma (II, 24 gennaio
1937). . 232 Le origini della casa editrice Einaudi svolta dall’autore nei
confronti della teoria leninista dell’imperialismo e la sua proposta degli Stati
Uniti d'Europa in quanto non il capitalismo, ma l’organizzazione politica
anarchica del mondo è il male principale della nostra civiltà , interessa
l’avvertenza dell’editore, che in Robbins vedeva l’esponente di quelle forze
politiche e culturali che intendono superare gli inconvenienti e le deficienze
della moderna civiltà capitalistica senza apportare nessuna vera trasformazione
strutturale, nessuna modificazione profonda e rivoluzionaria all’attuale
organizzazione sociale ; e, nella preoccupazione per il futuro, il lettore era
invitato a giudicare ogni forma di riformismo e la validità degli apporti, che
possono ancora offrire le forze conservatrici nel nuovo mondo che si prepara
Mentre, nonostante questi limiti, nei testi dedicati agli aspetti internazionali
della crisi poteva passare una polemica indiretta nei confronti della politica
economica del regime, nei volumi della collana che affrontano i problemi
economici italiani è avvertibile, nel migliore dei casi, una cautela dettata
dal timore della censura fascista. Già il 28 marzo 1931, scrivendo a Luigi
Einaudi a proposito dei tagli ritenuti necessari per un suo articolo, Edoardo
Giretti affermava che è molto mortificante di non sapere più quello che si può
dire e quello che invece bisogna tacere; ma d’altra parte è anche giustissima
la preoccupazione di conservarci il mezzo di poter dire alcune delle cose che
si pensano e che, forse, è ancora utile di far conoscere intorno a noi . Sempre
Giretti, parlando del volume scritto in collaborazione col nipote Luciano su Il
protezionismo e la crisi, che esprimeva giudizi sulla politica economica del
regime, scriveva di aver già fatto il possibile per non dire niente di più di
quello che oggi si può dire, ma vi è sempre il peri 86 L. Robbins, Le cause
economiche della guerra, traduzione di E. Rossi, Torino, Einaudi, 1944 (ediz.
originale 1939),95. Il libro era stato proposto all’editore da Ernesto Rossi il
1° luglio 1942 (AE, Rossi). È meraviglioso vedere come le menti degli
economisti liberali inglesi siano aperte alle idee fondamentali del fascismo ,
come il corporativismo e il concetto dell’ ordine nuovo europeo antisovietico ,
affermerà f. p.[Felice Platone] recensendo il libro su Rinascita colo di non
dimostrarsi abbastanza... reticenti . Tuttavia, proprio questo volume è fra i
più coraggiosi nella polemica: svolgeva, con frequenti citazioni da La condotta
e gli effetti sociali della guerra italiana di Luigi Einaudi, una dura critica
dei provvedimenti protezionistici, lodando le coraggiose riforme in senso liberista
di De Stefani, il cui abbandono veniva giustificato con le difficoltà inerenti
al generale disordine delle relazioni internazionali, ed ai contrasti tosto
abilmente suscitati dai gruppi organizzati per la difesa dei loro particolari
interessi minacciati . Ma osservava che l’isolamento economico, se poteva non
danneggiare paesi con ampio mercato interno, era un assurdo per l’Italia; in
particolare Luciano Giretti, dopo aver affermato che il raggiungimento
dell’autarchia, portando naturalmente con sé la riduzione a zero delle
esportazioni, farebbe incontrare enormi perdite agli interessi produttivi
dipendenti dai mercati mondiali , sosteneva la necessità di tornare al
liberismo, pur con tutti i suoi limiti . Polemico era anche il volume di De
Viti De Marco che sosteneva l’erroneità della teoria secondo la quale la banca
crea credito, lodato da Einaudi che notava come su questa teoria, se ben si
rifletta, riposano quasi tutte le modernissime proposte le quali vorrebbero che
la banca fosse la suprema regolatrice del credito e della attività industriale,
la leva necessaria per risanare le crisi e far uscire il mondo dalla
depressione ® In altri volumi, invece, il giudizio sulla politica econo 87 AFE,
E. Giretti (lettere del 28 marzo 1931 e del 14 ottobre 1934). 88 E. e L.
Giretti, Il protezionismo e la crisi, Torino, Einaudi, 1935, 54-55, 77, 143;
era necessario, si afferma, tornare a quel libero scambio che, se non rende
possibile un alto tenor di vita in un paese, dove le risorse naturali sono
misere, il lavoro poco produttivo e gli imprenditori poco geniali; se non
impedisce il triste fenomeno della disoccupazione dovuta alle oscillazioni del
ciclo economico; se non porta infine alla prosperità un popolo che per varie
ragioni non può ottenerla, va almeno esente da tutti i mali che della
protezione sono caratteristici, ed ha tuttavia influsso benefico nel far sf che
ognuno sfrutti nel migliore dei modi il proprio lavoro, ottenendo la massima
quantità di beni in cambio di quelli che egli stesso ha prodotto (pp. 163-164).
8 A. De Viti De Marco, La funzione della banca. Introduzione allo studio dei
problemi monetari e bancari contemporanei, Torino, Einaudi, 1934; recensione di
L. Einaudi ne La Cultura , XIII (1934),136. 234 Le origini della casa editrice
Einaudî mica del regime risulta più favorevole di quanto ci si sarebbe
immaginato sulla base dell’impostazione liberista della collana. Alcuni si
presentano come contributi alla soluzione di problemi economici concreti, come
La questione petrolifera italiana (1937) di Cesare Alimenti, che pur sostiene
l’insufficienza dell’autarchia basata sull’uso dei succedanei del petrolio, o
L'agricoltura italiana e l’autarchia (1938) il cui autore, il senatore Arturo
Marescalchi, già sottosegretario all’agricoltura dal 1929 al 1935, espone una
serie di consigli pratici per obbedire all’invito all’autarchia alimentare
rivolto da Mussolini nel discorso alle Corporazioni del 15 maggio 1937 .
Meritevole di un premio dell’Accademia d’Italia è il volume sulle Sanzioni di
Luigi Federici, teso a dimostrare che la unità di spirito di idee di volontà
che oggi noi possiamo vantare è assieme all’ordinamento corporativo la migliore
forza posta al servizio del paese per realizzare l’unità di azione necessaria
per resistere e per spezzare il blocco . Comprensivo verso i provvedimenti
governativi culminati nella istituzione dell’IRI si dimostra lo stesso Cabiati,
osservando che quando le classi industriali agricole e finanziarie di un paese
reclamano ad ogni difficoltà l’aiuto dello stato, è logico che questo, per ben
amministrare il danaro pubblico, imponga loro la sua tutela e la sua
sorveglianza . E fino ad un’esalta % Il 10 febbraio 1938 l’editore, annunciando
a Marescalchi che il suo volume era pronto, scriveva: Ho pensato che il volume
potrebbe essere distribuito, a cura del Ministero dell’Agricoltura, alle
Cattedre Ambulanti, Scuole agricole, biblioteche provinciali, ecc. (AE,
Marescalchi). 91 L. Federici, Sanzioni, Torino, Einaudi, 1935 (II ediz. 1936),
12; il 19 ottobre 1935 l’autore scriveva a Luigi Einaudi che avrebbe redatto il
volumetto secondo lo schema da Lei suggeritomi (AFE, Federici). Federici, già
allievo di Einaudi, era responsabile della pagina finanziaria de L’Ambrosiano .
9 A. Cabiati, Crisi del liberismo o errori di uomini?,173; dando notizia di un
altro lavoro di Cabiati (Il finanziamento di una grande guerra, cit.), Luigi
Einaudi affermava che l’autore ammira la teoria germanica odierna, per cui la
finanza è subordinata alla guerra ed il ministro delle finanze non fa neppure
più parte del Comitato della politica economica; ma pone le condizioni ed i
limiti dello sforzo che il paese può sostenere per la condotta della guerra. La
teoria cosî continuamente si rinnova, ma non rinnega, pure perfezionandole e
adattandole alle nuove esperienze, le verità antiche ( Rivista di storia
economica zione retorica della politica economica del regime si spingeva Franco
Ballarini, che non si limitava a lodare il discorso di Pesaro e tutta la
politica monetaria del governo o l’istituzione dell’IRI, ma arrivava ad
affermare che in un mondo brancolante fra puro comunismo alla russa,
supercapitalismo dei trusts o cartelli privati e capitalismo di Stato, la luce
venne dall’Italia. Si chiamò corporativismo . Ancora più concretamente
Francesco Repaci, uno dei più fedeli collaboratori di Luigi Einaudi, lodava il
riordinamento della finanza locale attuato con il testo unico del 1931 e con la
legge comunale e provinciale del 3 marzo 1934, specificando che la riduzione
del 12% sulle retribuzioni del personale era stato elemento idoneo a migliorare
la situazione finanziaria degli enti locali . La collana non si limitò quindi a
una funzione di orientamento teorico generale, ma svolse anche una serie di
interventi su temi concreti, negando quello che era stato un presupposto
originario del suo ispiratore. Nel 1942, presentando l’Introduzione alla
politica economica di Costantino Bresciani Turroni che dopo la Liberazione avrà
anch’egli un ruolo rilevante, come presidente del Banco di Roma, Luigi Einaudi
riconoscerà infatti che, dopo avere lungamente creduto anch’io che ufficio
dell’economista non fosse di porre i fini al legislatore, bensi quello di
ricordare, come lo schiavo assiso sul carro del trionfatore, che la Rupe Tarpea
è vicina al Campidoglio, che cioè, qualunque sia il fine perseguito dal
politico, i mezzi adoperati debbono essere sufficienti e congrui; oggi dubito e
forse finirò col concludere che l'economista non possa distinguere il suo
ufficio di critico dei mezzi da quello di dichiara 9 F. Ballarini, Dal
liberalismo al corporativismo, Torino, Einaudi, 1935,131. A Marco Fanno,
giudicato da Giuseppe Bruguier molto vicino all’ideologia corporativa (I/
corporativismo e gli economisti italiani, Firenze, Sansoni, 1936,57-59), e
autore de I trasferimenti anormali dei capitali e le crisi (Torino, Einaudi,
1935), Luigi Einaudi chiese di scrivere un volumetto di Economia Corporativa
(AFE, Fanno, 30 luglio 1934). % F.A. Repaci, Le finanze dei comuni, delle
provincie e degli enti corporativi, Torino, Einaudi, 1936,61. Come
giustificazione dell’intervento italiano in guerra fu apprezzato dalla stampa
fascista B. Minoletti, la marina mercantile e la seconda guerra mondiale,
Torino, Einaudi, (na i Venta fascista , XIX (1940),14, e Leonardo tore di fini;
che lo studio dei fini faccia parte della scienza allo stesso titolo dello
studio dei mezzi, al quale gli economisti si restrin5 gono 9. La collana da lui
diretta fino al 1944, se non giunse a porte i fini al legislatore , in alcuni
casi si fece portavoce di quest’ultimo. Ma la situazione cambierà drasticamente
un anno dopo. Nell’ottobre del 1945, dal suo posto di governatore della Banca
d’Italia, Luigi Einaudi proporrà al figlio di pubblicare una serie di volumi
sui Problemi italiani scritti nel modo pi oggettivo possibile con l’aiuto, per
la raccolta dei dati, dell'Ufficio Studi della Banca da autori di orientamento
liberista, sotto la supervisione di Bresciani Turroni. Ma il nuovo indirizzo
della casa editrice, che pur dimostrerà una certa fatica a superare l'impostazione
originaria sui problemi economici, non poteva più accettare le proposte di
Luigi Einaudi: trincerandosi dietro il rifiuto dell’ obiettività che i
liberisti non avevano certo rispettato il consiglio editoriale gli rispose che
intendeva presentare al pubblico italiano non soltanto un materiale di studio e
di lavoro, ma anche un’opinione ben definita, un orientamento costruttivo.
Vogliamo quindi che l’aspetto strettamente economico di un problema non sia
scisso dal suo aspetto politico: perciò, se chiediamo all’autore serietà e
obiettività di documentazione, gli chiediamo anche di indicare la sua soluzione
politica, che sarà proposta alla libera discussione del pubblico . E nella
collana Problemi italiani appariranno i volumi di Dorso, Grifone, Sereni e Grieco.
# C. Bresciani-Turroni, Introduzione alla politica economica, prefazione di L.
Einaudi, Torino, Einaudi, 1942,15-16. A difesa del liberismo di Bresciani
Turroni, e in polemica con un articolo di Guido Carli su Civiltà fascista ,
anche L. Einaudi, Economia di mercato e capitalista servo sciocco, in Rivista
di storia economica Su Bresciani Turroni la voce di Amedeo Gambino in
Dizionario biografico degli italiani, vol. XIV, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana, 1972. 9% Lettera di Luigi Einaudi a Giulio del 31
ottobre 1945, e risposta a Luigi Einaudi del 7 novembre 1945 (AE, L. Einaudi).
Le firme dei liberisti da Luigi a Mario Einaudi, a Cabiati, Giretti e De
Bernardi compaiono anche su La Cultura , a segnalare i volumi della collana
Problemi contemporanei , ma non sono tali da caratterizzare la rivista, centro
di esperienze culturali più avanzate, che ritroveremo in altre collane della
casa editrice. Quando appare nel 1934 per i tipi di Giulio Einaudi, La Cultura
si presenta completamente rinnovata rispetto alla serie di Cesare De Lollis e a
quella che le era succeduta dal 1929 al 1933, con Ferdinando Neri e Arrigo
Cajumi: nuova nella veste tipografica, vede alternarsi nel suo comitato
direttivo, accanto a Cajumi e Pavese, Sergio Solmi, Franco Antonicelli, Bruno
Migliorini, Pietro Paolo Trompeo, Vittorio Santoli e Norberto Bobbio, a
dimostrazione di un legame anche fisico con la precedente tradizione della
rivista ma, al tempo stesso, della volontà di un cambiamento non solo
generazionale. Mentre scompaiono molti collaboratori di De Lollis, assorbiti
dalle iniziative culturali del regime pensiamo ad esempio ad Alberto Pincherle,
Giorgio Levi Della Vida, Guido Calogero, Umberto Bosco o Felice Battaglia,
impegnati da Gentile nell’Enciclopedia italiana, fra i nuovi appaiono vari
allievi, al liceo D'Azeglio, di Augusto Monti, Zino Zini e Umberto Cosmo, che
si riallacciano per questa via alla tradizione gobettiana, rivissuta
politicamente, da alcuni, nella militanza tra le file di Giustizia e Libertà.
Novità si registrano anche nei contenuti non più % Il 27 luglio 1935, riferendo
al Ministero dell’interno sugli arresti del gruppo einaudiano come aderente a
Giustizia e Libertà, il prefetto di Torino scriveva: Detta setta si serviva a
Torino dell’attività della Casa Editrice Einaudi la quale segnatamente con la
pubblicazione della rivista pseudo letteraria La Cultura era riuscita a riunire
una cerchia di intellettuali e di antifascisti ed a servirsi di redattori e
collabotatori in maggior parte ostili al Regime Fascista e noti per aver svolto
in passato attiva propaganda contro il Fascismo ; e aggiungeva che Giulio
Einaudi, all’atto del suo arresto, non esitò a riconoscere la polarizzazione
intorno alla rivista ‘La Cultura’ di tutto il cosidetto ambiente antifascista
torinese (ACS, Casellario politico centrale, b. 1877, fasc. 52997). dibattiti
sulla scuola o sulla religione, meno filosofia e più storia, interesse per i
problemi contemporanei , pur nella continuità col passato, quale si manifesta
nell’apertura europea con una particolare attenzione per la cultura francese e
in una certa oscillazione fra crocianesimo e anticrocianesimo, anche se
quest’ultimo fu presente in misura maggiore. L’idealismo dei collaboratori
della rivista einaudiana, infatti, conobbe sfumature molto particolari, si
atteggiò in forme proprie, cercò sempre, pit o meno lucidamente, il contatto
con esperienze diverse . Pi accentuata che nella critica estetica di De Lollis
è, ad esempio, l’attenzione per il metodo filologico e per la collocazione del
letterato nel suo tempo, come risulta dalle recensioni di Cajumi, di Santoli o
di Piero Treves !®. E decisamente anticrociano è il direttore effettivo della
rivista, Cajumi, che nel 1934 si scaglia con virulenza contro la critica
idealistica rappresentata dai volumi laterziani di Luigi Russo, Elogio della
polemica e Giovanni Verga, richiamandosi alla battaglia contro la critica
filosofica già condotta nel 1910 da erra: Fierissimi avversari del
cattolicesimo temporale e delle sue pretese (tanto da assumere lo stesso tono
stizzoso dei contradditori), ma conservatori con un soupgon di nazionalismo;
riformatori per inse diar la loro filosofia nella scuola, ma poi estraniati
dalla rivoluzione 98 Mario Praz, fedele agli interessi prevalentemente
letterari della vecchia serie della rivista, il 1° febbraio 1934 annunciava le
sue dimissioni da condirettore a Cajumi, che gli aveva indicato le novità della
serie einaudiana: Rivista mensile su due colonne, tipo Economist, articoli
brevi ed attuali (AE, Praz). Il 23 gennaio 1935 l’editore scriveva a Cabiati:
mi permetto di ricordarLe l’articolo sul piano Roosevelt. E cosi ci tireremmo
un po’ fuori ogni tanto dalla solita zuppa di critica rita ed estetica di cui
il pubblico non vuol più saperne (AE, abiati). Sasso, La Cultura nella storia
della cultura italiana, in La Cultura , XIV (1976) (numero speciale Per i 70
anni di Guido Calogero ),82. Un accenno a Cajumi e ai collaboratori de La
Cultura come un gruppo di intellettuali ben definito nella vita culturale
italiana , in A. Gramsci, Quaderni del carcere Recensendo Saffo e Pindaro di
Gennaro Perrotta pubblicato da Laterza, Piero Treves riteneva necessario
inquadrare i poeti nel loro tempo: Qualcosa, dunque, vi è, in un poeta, oltre
la sua poesia, che vale e che dura quanto e come la sua poesia (Storia e poesia
nella Grecia arcaica, in La Cultura , in cammino; nemici tanto del letterato
puro quanto di quello politicante, i seguaci dell’indirizzo propugnato dal
Russo appaiono a un osservatore imparziale un curioso impasto di contraddizioni
10, Sul piano filosofico comincia a muoversi contro l’idealismo Eugenio
Colorni, pur allievo del mistico Martinetti e collaboratore della Rivista di
filosofia , già orientato politicamente verso il socialismo di Lelio Basso e di
Rodolfo Morandi; la sua ricerca, incentrata intorno all’analisi del pensiero
leibniziano, ha modo di esprimersi sulla rivista in discussione con La
spiritualità dell’essere e Leibniz del cattolico Giovanni Emanuele Bariè il
quale, notava Colorni, si serviva di Leibniz a scopi postkantiani e idealistici
, accentuando la concezione dell’essere come spiritualità : era invece una
violenza che il pensiero postkantiano fa sul nostro potere d’interpretazione e
di sviluppo, di considerare tutto ciò che non è materiale nel senso comune
della parola, come necessariamente svolgentesi in forma di soggettività e di
pensiero. Ora, proprio la novità di Leibniz consiste nell’escludere questa
costrizione e nell’additare altre direzioni, diverse da quella gnoseologica !2,
Si manifestava cosi in Colorni, come è stato osservato, un consapevole atto di
rottura [....] nei riguardi di una tradizione spiritualistica di cui
l’idealismo fu l’ultima incarnazione !°, Non mancano, talvolta, anche dirette
confutazioni della 101 A. Cajumi, La colpa è della critica?, in La Cultura ,
XIII (1934), 45-47; di questo articolo, dove vedeva la condanna sommaria di
tutto quello che si è fatto negli ultimi trent'anni , si lamentava Russo con
Finaudi il 31 maggio 1934 (AE, Russo). Sull’insufficienza del fiuto filosofico
per separare la poesia dalla non poesia , dello stesso Cajumi, Gustave Lanson,
in La Cultura , XIV (1935),19; contrario alla sostituzione della critica
filosofica alla storica si dimostra anche Enrico Carrara recensendo Il!
Quattrocento di Vittorio Rossi ( La Cultura). 102 E. Colorni, Leibniz e una sua
recente interpretazione, in La Cultura Cosî N. Bobbio nell’Introduzione a E.
Colorni, Scritti, Firenze, La Nuova Italia, 1975,VI. Per l’attività politica di
Colorni la voce di E. Gencarelli in F. Andreucci - T. Detti, Il movimento
operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, vol. II, Roma, Editori
Riuniti, 1976, e il profilo, non privo di accenti agiografici, che gli ha
dedicato Leo Solari, Eugenio Colorni. Ieri e oggi, Padova, Marsilio. 1980. 240
Le origini della casa editrice Einaud? cultura ufficiale, come quando, di
fronte al metodo attualizzante proposto da Gentile ne La profezia di Dante,
Umberto Cosmo il docente torinese che nel 1926 era stato costretto a dimettersi
dall’insegnamento per l’ incompatibilità fra il suo pensiero e la politica del
regime osservava che chi voglia comprendere Dante nella sua interezza
discorderà probabilmente da cotesti criteri , perché l’infinità dello Stato, la
potenza sua illimitata mi paiono concetti moderni che il teologo Dante non
poteva formulare a se stesso !. Ma la più evidente linea distintiva della
rivista dalla cultura del regime, cosi come da Croce, è ravvisabile nel netto
richiamo ai valori dell’illuminismo negati dal pensiero idealistico, e rimasti
ai margini anche dell’interesse de La Cultura di De Lollis. Se ne fanno
interpreti soprattutto, oltre al Antonello Gerbi !5, Cajumi e Salvatorelli,
anche se con accenti molto diversi. Per Cajumi la rivalutazione del ’700 doveva
essere fatta a spese dell’hegelismo e dei suoi seguaci, e ricollegando
l’illuminismo all’individualismo del Rinascimento secondo la linea
interpretativa esposta da Chabod nella voce IMuminismo dell’Enciclopedia
italiana, attraverso il tramite del libertinismo: La nuova filosofia, sorta con
facilità a cavalcioni di un positivismo sfiatato e vaniloquente, giudicava e
mandava dall’alto del suo tedescheggiante idealismo, ed estranea alla cultura
francese ed inglese, contribuiva al vituperio. Marxisteggiando, i nostri
filosofi prendevano sotto le ali il Sorel, e covavano Bergson e Blondel. Per
quei poveri sensisti ed illuministi, che disprezzo! . Il male è che un ritorno
al Settecento non può farsi senza rimandar prima in soffitta Marx, Hegel e
compagnia, castigare la democrazia, dissipar l’equivoco di certo
neoliberalismo, non aver paura di passare per dei conservatori e miscredenti
vecchio stampo. 14 u.c. [U. Cosmo], Le profezia di Dante, in La Cultura, XIV
(1935),16. Sulla sua figura la testimonianza di F. Antonicelli, Un professore antifascista:
Umberto Cosmo, in AA.VV., Trent'anni di storia italiana (1915-1945). Lezioni
con testimonianze presentate da F. Antonicelli, Torino, Einaudi, 1975?,87-90.
105 L'entusiasmo, la buona fede, lo zelo gioioso di quel tempo calunniato ci
investono e sollevano , osservava Gerbi recensendo Les origines:
intellectuelles de la Révolution Frangaise di Daniel Mornet (Idee del
Settecento, in La Cultura , XIII (1934),41). Ma i suoi accenti élitari si
riscattavano in un sentito laicismo: per salvare l'Europa malata, non solo
politicamente ed economicamente, ma, ciò ch'è più grave, nella sua cultura ,
era necessario identificare le origini della sua civiltà, che erano colte, alla
luce de La crise de la conscience européenne di Paul Hazard il volume sarà
tradotto dalla casa editrice nel 1946, nell’Umanesimo e aggiungeva Cajumi
riecheggiando forse Gobetti nella Riforma, dalla quale erano sorte la libertà
di coscienza, la discussione del cristianesimo, delle affermazioni ateistiche.
Il peccato originale, l’origine unica delle razze sono battuti in breccia;
s’affaccia l’idea di progresso. La politica si laicizza, e si democratizza,
l’idea di Stato si disgiunge da quella feudalisticamente monarchica. Nasce una
nuova economia, mercantile, capitalista !. Pi esplicita e avanzata che in
Cajumi risulta, a proposito dell'Illuminismo, la coniugazione di giudizio
storico e impegno civile in Salvatorelli: recensendo nel 1934 La polemica sul
Medio Evo di Giorgio Falco ma richiamando anche la Philosophie der Aufklirung
di Cassirer, egli osservava che la valorizzazione del ’700 operata da Falco si
inseriva in un processo di pensiero in pieno corso e di importanza capitale, da
cui usciranno ben altro che semplici revisioni storiografiche e
storico-filosofiche, come ben altro che queste revisioni è uscito dalla
svalutazione del ’700 proseguita dal Romanticismo in poi . E, dopo aver
ridimensionato la funzione del Papato e dell’Impero nella storia della società
medievale, con accenti antinazisti ci si aggiungono, adesso, le strimpellature
misti- cheggianti del Sacrum Imperium (vedano, gli strimpellatori teutonici, di
accordarsi ora con l’altro misticismo razzista, quello che fa capo a Vitichindo
e a Wotan) , Salvato 106 A. Cajumi, La nascita della civiltà europea e I
libertini del Seicento, in La Cultura, XIV (1935),41-43 e 63-67. Negli stessi
anni l’opera di Hazard era accostata da E. Cione alla Storia dell'età barocca
di Croce, anche per il suo taglio etico-politico ( La Nuova Italia , VIII
(1937),121-123). Sul significato dell’opera di Hazard, che insiste sul tema
della crisi anche per il momento in cui fu scritta, G. Ricuperati, Paul Hazard,
in Belfagor , relli indicava lucidamente quello che poteva essere
l’insegnamento dell’illuminismo: chi volesse con un solo termine riassumere le
caratteristiche del per siero settecentesco, non potrebbe trovarne altro più
adatto che quello di umanità . Ed ecco perché, nella necessità di un nuovo
umanesimo per risolvere la crisi in cui il mondo civile si dibatte, il pensiero
del Settecento ritorna oggi a splendere più vivo che mai. Per fare, e non
subire, la storia futura occorre giudicare quella passata e non stenderci sopra
il polverino 19. Non meno significativo è in Salvatorelli il legame istituito
fra Risorgimento e Rivoluzione francese analogo all’interpretazione espressa
negli stessi anni da Aldo Ferrari o da Baldo Peroni sulla Nuova rivista storica
, e la demistificazione della leggenda di Carlo Alberto !: temi e giudizi che
ritroveremo in alcune opere dello stesso Salvatorelli e di altri collaboratori
di Giulio Einaudi. Attraverso il discorso culturale filtrava spesso anche un
messaggio politico, che si fa talvolta esplicito sulle pagine della rivista, ma
i cui toni pi avanzati sono di stampo liberale. Bobbio ha dato rilievo a due
articoli ferocemente antisoreliani di Salvatorelli, ricordando come Sorel fosse
uno dei numi tutelari del fascismo !’; ma, mentre in uno l’autore rimane sul
terreno puramente culturale della difesa dell’Illuminismo !, solo nell’altro
Salvatorelli espri 107 L. Salvatorelli, Storiografia del Settecento, in La
Cultura Salvatorelli, Napoleone, in La Cultura, e la sua recensione a G. F.H.
Berkeley, Italy in the making 18151846, in cui Salvatorelli nega l’esistenza di
una politica antiaustriaca di Carlo Alberto prima del 1845 ( La Cultura , XIII
(1934),131). Contrario alla tesi autoctona delle origini del Risorgimento, ma
anche a quella che ne legava la nascita alla Rivoluzione francese, si dimostra
invece Cajumi nella recensione a H. Bédarida -Hazard, L’influence francaise en
Italie au dix-buitième siècle (La Cultura, Bobbio, Trent'anni di storia della
cultura a Torino,69. 110 Sorel è lo Spengler dell’anteguerra, e Spengler il
Sorel del dopoguerra . L'opposizione di Spengler al secolo XVIII, reo di aver
iniziato l’epoca del razionalismo, è tale e quale quella del Sorel, per cui la
dottrina del progresso, fondamentale nell’epoca dell’enciclopedismo c
dell’Aufklirung, non era se non la giustificazione ideale di una socictà datasi
tutta alla gioia di vivere, e Diderot, Voltaire e simili non erano me un
giudizio politico attaccando Sorel in nome di quel mondo prefascista verso il
quale abbiamo visto volgersi il rimpianto dei liberisti: Sorel infatti non si
rese mai conto delle realtà di primaria importanza su cui giocava, degli interessi
sociali che rischiava di danneggiare, dei valori umani fondamentali che
vilipendeva. Tutto questo, in un periodo storico che richiedeva la massima
cautela per non contribuire, sia pure involontariamente, a scuotere le
fondamenta di una civiltà grandiosa, ma tutt’altro che consolidata !!!. Un
atteggiamento più arretrato, decisamente aristocratico, manifesta Cajumi che
nel 1934, in polemica con un uomo politico non certo progressista come André
Tardieu, notava in Francia la progressiva e trionfante sostituzione della massa
all’individuo, mediante la realizzazione di democrazie nazionaliste, che
tendono a mettersi ognora più nelle mani dello stato, contro la garanzia di
un’assistenza economica e sociale sempre maggiore !. Una posizione, questa, in
linea con quella già esaminata dei liberisti; anche su La Cultura , del resto,
recensendo gli Orientamenti di Croce del 1934 Luigi Einaudi ne accoglieva
pienamente la stroncatura da filosofi veri nei confronti di Spengler e della
teoria marxiana della base economica della società !5; e lo stesso ex
ordinovista Zino Zini, discutendo La crise européenne et la grande guerre di
Pierre Renouvin, osservava che nell’esame delle cause è messa abilmente in luce
la sopravalutazione diventata ormai quasi un luogo comune che si ha l’abitudine
di fare di quelle economiche !. Né era segno di distinzione dal fascismo, nel
1934, la critica dell’ideologia nazionalsocialista, assai diffusa nelle riviste
del regime, e che ne La Cultura si manifesta nella stroncatura del Mein Karzpf
stati che dei buffoni della aristocrazia (L. Salvatorelli, Spengler e Sorel, in
La Cultura a proposito di Anzi decisivi di Spengler pubblicato da Bompiani). Ul
L. Salvatorelli, I/ mito Sorel, in La Cultura , XIII (1934),63. 112 A. Cajumi,
In punta di penna, in La Cultura , XIII (1934),30. 113 La Cultura , Zini, In
margine a una storia della grande guerra, in La Cultura. Su di lui , fra i vari
interventi di G. Bergami, il suo ritratto in Belfagor di Hitler tradotto da
Bompiani libro pieno di contraddizioni e caratterizzato da una spiccata
innocenza intellettuale , scriveva Salvatorelli 5, o nella recensione di Luigi
Emery a Friedrich der Grosse und die geistige Welt Frankreichs di Werner
Langer, in cui si metteva in evidenza come l’autore dimostrasse l’influenza
francese su Federico II di Prussia contro l’aureola di santone del germanesimo
della quale tardi agiografi vogliono citcondare lo spregiudicato Gran Re di
Prussia. Dalla sua tomba nella Garnisonkirche di Potsdam trasse gli auspici con
rito solenne il regime che presiede oggi alla vita della Germania 1°, Non
sarebbe comunque produttivo ricercare in riviste o volumi pubblicati sotto il
fascismo segni politici troppo discordanti dagli indirizzi del regime.
L’analisi deve rimanere aderente ai temi culturali, per cogliere la
manifestazione di eventuali dissonanze o contraddizioni, aperture ideali o non
meno significativi silenzi. Per questo ci sembra necessario soffermarci, sia
pur brevemente, sul letterato Pavese, che con Ginzburg fu il principale
collaboratore di Giulio Einaudi nei primi anni della sua attività editoriale e
il legame pit consistente fra La Cultura e le iniziative della casa editrice.
Nota è, come abbiamo visto, la militanza politica di Ginzburg, che gli costò
dapprima il carcere dal marzo 1934 al marzo 1936 e, dall’11 giugno 1940 al 25
luglio 1943, il confino a Pizzoli presso L'Aquila; nonostante ciò, egli poté
dedicare le sue cure, assieme a Pavese, alla Biblioteca di cultura storica , ai
Narratori stranieri tradotti e alla Nuova raccolta di classici 115 La Cultura
Emety, Gallicanismo di Federico il Grande, in La Cultura , XIII (1934),58-59;
la tesi di Langer era del resto condivisa anche da Luigi Negri sulla Rivista
storica italiana , LII (1935),238-240. Recensendo Le civiltà d’Italia di Giovanni
Vidari, Enrico De Michelis vi notava un eccesso di sentimento nazionalistico ,
pur aggiungendo che l’opera era ben lontana da quelle fantasie di metafisica
antropo-etnica che, dopo un periodo di stasi apparente, son tornate oggi a
predominare nella Germania di Hitler e che purtroppo costituiscono un pericolo
non lieve per la pace e per la civiltà dell’Europa e del mondo ( La Cultura
italiani annotati !. Non ci restano tuttavia, al di là delle testimonianze,
tracce consistenti della sua attività editoriale, che invece è maggiormente
documentabile e fu probabilmente pi continua per Pavese, confinato per più
breve tempo, circa un anno, a Brancaleone Calabro. Parlare di Pavese,
all’inizio degli anni ’30, significa soprattutto affrontare il suo interesse per
la letteratura americana contemporanea, individuabile nelle traduzioni per
Frassinelli e negli articoli su La Cultura soprattutto prima del 1934, e
destinato a esprimersi in nuove proposte di traduzione per la Einaudi. Il tema
è stato affrontato più volte, ma spesso con forzature ideologiche o con una
insufficiente storicizzazione, tali da fornire un’immagine deformata, e in
genere riduttiva, della figura di Pavese !. La differenza tra lui e Ginzburg,
sul piano politico, è marcata, e lo stesso Pavese ne era cosciente quando,
coinvolto negli arresti del 1935, preparò il suo memoriale difensivo o scrisse
dal confino ad Alberto Carocci Unico mio disinteresse 4 aeterno e parlo colla
mano sul cuore la letteratura politica !. Questa affermazione, tuttavia, non può
essere assolutizzata, anche se trova conferma nelle più segrete pagine del
diario, in cui la politica o è assente o è rifiutata. Infatti, pur non essendo
uomo d’azione ‘°, già nei primi anni ’30 il suo impegno letterario, di
traduttore commentatore poeta, ha una trasparente carica civile, se non
propriamente politica. La scoperta della politica avverrà in lui, come in
Giaime Pintor, solo con la Resistenza, ma l’attenzione per la narrativa
americana indica da tempo il suo tentativo di uscire dagli angusti 117 Pavese
appare revisore dei Narratori stranieri tradotti e dei libri di carattere
storico-letterario , nella lettera di Giulio Einaudi a lui del 27 aprile 1938
(C. Pavese, Lettere 1924-1944, a cura di L. Mondo, Torino, Einaudi, 1966,537).
118 Tali caratteristiche hanno, rispettivamente, i lavoti di N. Catducci, Gli
intellettuali e l'ideologia americana nell’Italia letteraria degli anni trenta,
Manduria, Lacaita, 1973, e di A. Guiducci, I{ mito Pavese, Firenze, Vallecchi,
1967. 119 Lettera del 24 ottobre 1935; anche la lettera alla sorella del 26
luglio 1935 (C. Pavese, Lettere Lajolo, Il vizio assurdo . Storia di Cesare
Pavese, Milano, Mondadori, Le origini della casa editrice Einaudi limiti di una
cultura nazionale provinciale e soffocante, spinto da un’ ansia di oggettività
che è stata messa giustamente in evidenza, e che lo allontana dall’ermetismo
per sostanziare le poesie di Lavorare stanca della realtà popolare e contadina
delle sue valli piemontesi !!, Come ricorderà dopo la Liberazione, la cultura americana
divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso, divenne una sorta di grande
laboratorio dove con altra libertà e altri mezzi si perseguiva lo stesso
compito di creare un gusto uno stile un mondo moderni che, forse con minore
immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi
perseguivano. Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non
era un altro paese, un z%ovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco
teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di
tutti !2. Nel modo in cui, già nel 1930, Pavese parlava degli scrittori
americani in una lettera all'amico Chiuminatto, vi era una sorta di
rovesciamento dell’ottica nazionalistica con la quale Prezzolini spiegava Come
gli americani scopr:rono l’Italia, e l'individuazione degli elementi del dramma
comune ', In Sherwood Anderson Pavese coglieva quella realtà industriale che
intimoriva Luigi Einaudi, i centri fumosi e fragorosi, fattivi e ottimisti che
il mondo conosce: Cleveland, Springfield, Detroit, Akron, Pittsburg, e, su
tutti, gigantesca, la metropoli, Chicago. Le fabbriche inghiottono tutto . Dos
Passos presenta le contraddizioni e gli aspetti di quotidiana tragedia di
questa società, 121 E. Catalano, Cesare Pavese fra politica e ideologia, Bari,
De Donato Pavese, Ieri e oggi (1947), ora in La letteratura americana e altri
saggi, Milano, Il Saggiatore, 1971,188-189. Sugli aspetti sociali del romanzo
americano cui si rivolgeva l’attenzione di Pavese S. Perosa, Vie della narrativa
americana. La tradizione del nuovo dall’Ottocento a oggi, Torino, Einaudi, la
recensione di Pavese a Prezzolini ne La Cultura , XIII (1934),14 e la lettera
di Pavese ad Antonio Chiuminatto del 5 aprile 1930: un buon libro europeo
d’oggi è, in genere, interessante e vitale solo per la nazione che l’ha
prodotto, laddove un buon libro americano parla a una folla più vasta,
scaturendo, come scaturisce, da necessità più profonde e dicendo cose veramente
nuove e non soltanto originali, come quelle che nel migliore dei casi
produciamo noi (C. Pavese, Lettere la lotta ch’egli vede combattersi con
coscienza di classe, nel nostro secolo, tra lavoro e capitale . Attraverso Walt
Whitman, un gigante dalla camicia d’operaio aperta al collo e dalla barba dura
, un poeta che tanta fortuna aveva avuto nei circoli socialisti, Pavese scopre
che mentre un artista europeo, un antico, sosterrà che il segreto dell’arte è
di costruire un mondo più o meno fantastico, di negare la realtà per
sostituirla con un’altra magari più significativa, un americano delle
generazioni recenti vi dirà che la sua aspirazione è tutta d' giungere alla
natura vera delle cose, di vedere le cose con occhi vergini, di arrivare a
quell’ultimzate grip of reality che solo è degno di esser conosciuto !%, Cost,
attraverso l'America, è possibile la riscoperta della realtà della propria
terra, espressa nel 1936 nelle poesie di Lavorare stanca. Dove era contenuto un
messaggio di speranza immediatamente colto da una comunista torinese, con due
figli comunisti operanti nella clandestinità, Elvira Pajetta: Credevo che la
poesia fosse morta scriveva nel 1936 al maestro severo di Pavese, Augusto
Monti, allora in galera . Cosî siamo noi vecchi: quando non sappiamo più godere
pensiamo volentieri che la gioia di vivere se ne sia partita dal mondo e quando
la prosa quotidiana ha avuto ragione di noi giuriamo tranquillamente che la
poesia è defunta. Ma se il Signor Pavese scrive dei versi, se li crede pi belli
del mondo, se li stampa e li fa leggere è certo che ho avuto torto e son felice
di ricredermi 15. 5. Storiografia e impegno civile Giulio Einaudi seppe
riprendersi abbastanza rapidamente, non solo attraverso le iniziative del
padre, dai duri colpi inferti dal regime, nei primi due anni di attività della
casa editrice, ai suoi collaboratori e alle sue riviste. Prima della guerra,
anche se i titoli pubblicati furono 124 C. Pavese, La letteratura americana,
ACS, Casellario politico centrale (Pavese). Le origini della casa editrice
Einaudi pochi ancora 8 nel 1937, arriveranno a 16 nel 1938 e a 24 nel 1939,
egli riusci infatti a impostare quasi tutte le collane più importanti, che
caratterizzeranno le sue edizioni fin dopo la Liberazione: la Biblioteca di
cultura storica (1935), i Saggi, i Narratori stranieri tradotti e la Biblioteca
di cultura scientifica (1938), i Poeti e la Nuova raccolta di classici italiani
annotati la rivista La Nuova Italia , espressione della casa editrice di
Ernesto Codignola che stava prendendo sempre più le distanze dal fascismo,
poteva lodare la consorella torinese che nel giro di pochi anni ha messo fronde
e radici, e saldamente stabilita nel mercato e nel pubblico, vanta ora una
varietà e una ricchezza di iniziative (opere di scienza, classici della nostra
letteratura, una collezione storica, una di romanzi stranieri ecc.) che tutte
concorrono ad attuare il proposito orgoglioso di riuscire centro animatore di
raccolta della più viva giovane e consapevole cultura italiana 12%. Già prima
del 1940, infatti, le pubblicazioni dell’editore torinese sono tali da
richiamare l’attenzione di intellettuali di rilievo, e da provocare in questi
significative divisioni nei giudizi, nei quali è possibile intravedere
schieramenti contrapposti non solo sul piano culturale; ed è per questo che ci
sembra opportuno dedicare largo spazio alle numerose recensioni ai volumi della
casa editrice. Nonostante la varietà dei temi affrontati dimostri una ricerca
di sempre nuovi spazi culturali che può apparire talvolta confusa e tale da
rischiare il pericolo dell’eclettismo, attraverso le collane in cui è pi
facilmente ravvisabile un impegno civile quella storica e i Saggi è possibile
seguire gli elementi di differenziazione dall’ideologia dei liberisti e il
lento, faticoso distacco dalla cultura del regime. La Biblioteca di cultura
storica è la collana i cui orientamenti appaiono pit definiti fin dall’inizio,
nella ricerca di una valutazione della storia italiana che si differenziasse da
quella nazionalistica di Volpe e della sua scuola o dagli accenti sabaudistici
presenti negli Studi e docu 126 La Nuova Italia , Xmenti di storia del
Risorgimento curati da Gentile e Menghini per Le Monnier, e nel tentativo, in
un secondo tempo, di aprirsi alla storiografia straniera, in particolare quella
anglosassone. Né è ravvisabile in questi anni, nel quadro della cultura
storiografica che non si richiama direttamente o esclusivamente alle
impostazioni di Volpe e di Gentile, un’altra collana storica che abbia la
stessa consistenza e un uguale prestigio di quella einaudiana: questa ha alcuni
punti di contatto con la Biblioteca di cultura moderna di Laterza e con i
Documenti di storia italiana de La Nuova Italia dove apparvero i Discorsi
parlamentari di Cavour a cura di Adolfo Omodeo e Luigi Russo, ma una ben
maggiore capacità di svolgere una funzione civile, in quanto si indirizzava a
un pubblico più ampio di quello degli specialisti, tenendo la via di mezzo tra
la dissertazione storica meramente accademica ed erudita e la storia romanzata
, ciò che costituiva una novità per l’Italia !. Dell’impostazione della
Biblioteca di cultura storica si era occupato, prima dell’arresto, Ginzburg,
che, come abbiamo visto, era in contatto con Nello Rosselli; a questo si
rivolgeva il 4 gennaio 1934 l'editore, chiedendogli un volume su Mazzini per la
collana, dedicata per ora ad illustrare uomini ed avvenimenti di storia
italiana moderna , e che avrebbe dovuto essere inaugurata da uno studio su
Cavour di Salvatorelli. In un primo tempo Rosselli accettò mi sorride che un
mio libro esca sotto l’insegna di un nome che tengo in cosî alta stima ,
scriveva a Giulio Einaudi nel febbraio 1934, lasciando poi cadere la proposta,
cosî come quella, avanzata dall’editore nel 1935, di riprendere sia pur
ridimensionandolo il suo progetto di una rivista storica, che Rosselli giudicò
impraticabile per la difficoltà dei tempi": il 127 Cosi Enzo Tagliacozzo
nella recensione al Mazzizi di Bonomi, in Nuova rivista storica , XX
(1936),430. 128 Il 16 aprile 1935 Rosselli scriveva all’editore che molte delle
ragioni che m’indussero a rinunziare al progetto in grande della rivista
sussistono anche per questo progetto minore; metto in primo piano la mia
personale situazione e la fifa generale. Anche metto in linea di conto la
tendenza che oggi prevale, in alto, di dichiarare guerra a coltello alle
riviste indipendenti (almeno a quelle storiche), per concentrare mezzi Le
origini della casa editrice Einaudi regime aveva infatti provveduto da poco a
un rigido controllo degli istituti storici, mentre si annunciava, anche in
questo campo, la bonifica della cultura di De Vecchi. La collana si inaugurò
quindi con un’opera dell’ autore per eccellenza di Einaudi in campo storico,
Luigi Salvatorelli ‘’. Ne Il pensiero politico italiano che ebbe molta fortuna,
testimoniata dalle numerose edizioni Salvatorelli riprendeva una tematica già
affrontata su La Cultura , per dimostrare come il pensiero politico italiano
fosse nato nel 700, con quello spirito di umanità già presente in Muratori, nel
quale troviamo la nuova tavola di valori settecenteschi, tavola che ignora la
grandezza e la trascendenza dello stato dominanti nella trattatistica
anteriore, e destinata a risorgere con l’idealismo hegeliano ; sulla stessa
linea si muove Beccaria, che nega ogni concetto di un interesse, di un valore
statale distinto e superiore all'interesse e al valore degli e appoggi su poche
rivistone ufficiali. Sa che in questi giorni anche la torinese Rivista storica
ha subito una radicale trasformazione (imposta) ed è passata al Volpe? Rebus
sic stantibus, ho paura che la nostra rivista raccoglierebbe tutti nomi
ingrati, e ben presto puzzerebbe. Inoltre per fare una rivista occorre un
gruppo omogeneo di collaboratori abituali, 1) meglio di redattori. Intorno a me
questo gruppo, ora come ora, non c'è; né io mi sentirei di far tutto da me. Le
assicuro che questa mia riluttanza a imbarcarmi nell’i impresa deriva non già
da scarso entusiasmo: l’entusiasmo in questo caso non mi difetterebbe davvero.
Ma proprio perché sogno, un giorno, di dar vita a una bella e viva rivista di
studi storici, esito a realizzare questo sogno in un momento cosî poco
favorevole. Del resto, dovrò recarmi a Roma, fra poco; e lf tasterò di nuovo il
terreno coi miei amici. Senza illusioni, però. Debbo proprio dirle che questa
rinuncia tanto più mi costa da quando ho capito di poter contare su di Lei come
editore? . Il 3 aprile 1935 gli aveva scritto di aver parlato della rivista con
Salvatorelli, che vede molto di buon occhio il progetto . Ancora nel 1937
Rosselli proporrà a Einaudi un volume su Montanelli (AE, Rosselli). Il 4
gennaio 1934 l’editore aveva scritto anche a Luigi Russo proponendogli, per la
collana storica, un volume di carattere sintetico sulle origini storiche e
psicologiche della nostra guerra (AE, Russo). 29 In contatto con Giustizia e
Libertà, il 16 giugno 1937 Salvatorelli scrisse ad Amelia Rosselli che i suoi
figli vissero nobilmente dediti ad alti ideali, e sono caduti combattendo come
il fratello che li precedette. La loro memoria rimarrà viva e alta in molti
cuori (ACS, Casellario politico centrale, b. 4549, fasc. 89789). Nel 1938-39
l’editore fu in contatto con un altro storico di formazione liberale, Nino
Valeri, e ancora nell’agosto 1945 si dimostrerà interessato alla sua proposta
di un volume su Filippo Maria Visconti (AE, Valeri). individui componenti
l’aggregato sociale , o Pietro Verri, per il quale stati forti sono quelli in
cui vi è libertà individuale, stati deboli quelli dispotici . E, mentre si
accenna all'influenza della Rivoluzione francese sull’Italia anche se l’unico
giacobino preso in considerazione è Melchiorre Gioia, la genealogia gentiliana
dei profeti del Risorgimento è fortemente ridimensionata e corretta nei
giudizi: in Alfieri si coglie, accanto all’anelito alla libertà politica, un
chiaro individualismo idealistico , e in Mazzini l’importanza del problema
sociale; si mette in risalto, prima del ’48, la superiorità politica di
moderati come Balbo rispetto a Gioberti, e, in Cavour, il suo debito verso la
Rivoluzione francese che ha fondato le libertà costituzionali e la teorizzazione
della separazione Stato-Chiesa che lo statista piemontese profetizzava si
sarebbe sempre più radicata mentre l’era del dopoguerra ha segnato finora una
smentita alla profezia cavouriana . Infine, dopo aver rilevato come le
antinomie di Giuseppe Ferrari fra libertà e autorità e il suo abbozzo
socialisteggiante di società futura fossero miscele confuse ed informi , ma
rispondessero a bisogni reali e conservano quindi ancora oggi il loro valore ,
il lavoro di Salvatorelli terminava coerentemente con l’inizio, con la figura
di un autore caro agli einaudiani, Cattaneo, che concludeva il ciclo del
pensiero politico italiano del Risorgimento. Lo concludeva ricongiungendosi
alle idealità che avevano ispirato la coscienza storica del Muratori, il
riformismo giuridico del Beccaria e del Filangieri, la critica
economico-politica del Verri; lo concludeva riaffermando con meditata coscienza
i valori di umanità e di progresso esaltati dal pensiero del Settecento,
italiano ed europeo Salvatorelli, I/ pensiero politico italiano dal 1700 al
1870, Torino, Einaudi, 1935,6, 11, 40, 67, 88, 130, 200, 217, 265, 303, 320,
350, 354. Giustamente Alessandro Galante Garrone ha osservato che, nella
complessiva valutazione salvatorelliana del Risorgimento, è data una preponderanza
forse eccessiva agli aspetti dottrinali del pensiero politico (Risorgimento e
Antirisorgimento negli scritti di Luigi Salvatorelli, in Rivista storica
italiana , LXXVIII (1966),534). Sulla riscoperta dell’illuminismo italiano ne
I/ pensiero politico concordano comunque Walter Maturi (Interpretazioni del
Risorgimento. Lezioni 252 Le origini della casa editrice Einaudî Ingiusto
appare quindi il commento di chi valutò crocianamente l’opera come un tipico
esempio di storiografia senza problema storico ‘". Indicativi
dell’esistenza di una precisa tesi interpretativa nel lavoro di Salvatorelli
sono infatti, da un lato, i silenzi della Rivista storica italiana di Volpe e
della Rassegna storica del Risorgimento di De Vecchi, cosi come la distorsione
del ragionamento dell’autore che appare sulla gentiliana Leonardo !, e,
dall’altro, il tono dei commenti suscitati nelle riviste meno conformiste.
Sulla Nuova rivista storica si nota che Salvatorelli contrappone alla storia
della ragion di Stato la storia dell’individualismo, e che notevole è la
ricostruzione del pensiero politico del Cavour, cosa che raramente suole esser
fatta; preziose le notizie sull’illuminismo giovanile del Mazzini; il Cuoco ne
guadagna e diventa più modesto per la interpretazione riformistico-illuministica
che di lui si fa (disincagliarsi dalle esumazioni idealistico-gentiliane è già
un bel vantaggio!) !. Più cauti, ma improntati a simpatia per le idee
dell’autore, sono i giudizi che compaiono sulle riviste di Codignola: Enzo
Tagliacozzo si chiedeva, rilevando un limite messo in luce di storia della
storiografia, prefazione di E. Sestan, Torino, Einaudi, 1962, 554) e Leo
Valiani (Salvatorelli storico dell'Unità d’Italia e del fascismo, in Rivista
storica italiana Venturi scriveva invece a Salvatorelli il 26 aprile 1935: I
capitoli sul tardo Gioberti e su Cavour naturalmente mi hanno preso di pit,
come quelli dove il pensiero ha più rapporti con la politica concreta . Ma
anche per Alfieri, il suo atteggiamento verso la rivoluzione, è cosf chiaro e mi
era affatto sconosciuto . Noto la tua convinzione sulla inferiorità del
pensiero settecentesco. Hai ragione? Questo non so. Io sento diversamente (ACS,
Casellario politico centrale, b. 4549, fasc. 89789). Su Salvatorelli educatore
antifascista nella Torino degli anni ?30 la testimonianza di Norberto Bobbio in
G. Spadolini, Il mondo di Luigi Salvatorelli, con un’antologia di scritti di
Salvatorelli e testimonianze di N. Bobbio, L. Valiani, A. Galante Garrone, L.
Compagna, Firenze, Le Monnier, 1980,65-72. 131 Cosf Ezio Chichiarelli nella
recensione alla seconda edizione ( La Nuova Italia Troviamo i segni del nostro
moderno concetto totalitario di politica proprio in quel di solito disprezzato
settecento , scriveva Raffaello Ramat ( Leonardo da VINCI Polese in Nuova
rivista storica , XX (1936),449. Cri. tica è invece la recensione alla seconda
edizione dell’opera di Enrico Guglielmino, sempre in Nuova rivista storica
anche dalla storiografia, se sia veramente possibile cogliere il senso delle
dottrine politiche isolandole dal clima storico che determina il loro sorgere ,
ma approvava le notazioni di Salvatorelli sul fondo reazionario dell’ottimismo
storicistico e sulla necessità di rivedere alcuni giudizi idealistici passati
in giudicato e non più rimessi in discussione ‘4; Paolo Treves invece, dopo
aver notato che è un certo vezzo attuale tentar di sminuire l’importanza del
contributo francese pre e post-rivoluzionario alla speculazione
filosofico-politica italiana , affermava che il saggio dimostrava quanto sia inutile
la disputa recente sull’indipendenza o meno del pensiero italiano in
quest'epoca, perché non si tratta di stabilire primati, che non esistono nella
storia delle ideologie, ma di dimostrare invece come le idee prime tolte dal
lavoro degli illuministi oltremontani fossero rivissute e concretate con la
positiva esigenza della vita italiana, in una pit solida e netta visione
storicistica !°. L’impegno civile dimostrato da Salvatorelli ne Il pensiero
politico italiano e riaffermato nella seconda edizione del 1941, in cui
l’inclusione degli esponenti del pensiero cattolico non modifica la mentalità
liberale dell’autore, come notava La Civiltà cattolica evidenziando il giudizio
troppo severo su Monaldo Leopardi, Solaro della Margherita, il principe di
Canosa e Spedalieri, sembra attenuarsi nel Sommario della storia d’Italia. In
esso Salvatorelli sviluppa quella personale interpretazione dell’unità della
storia italiana che aveva espresso sinteticamente nel 1934, criticando la
concezione politico-statuale di Croce e quella di Volpe che indicava nell’alto
Medioevo il sorgere della nazione italiana proprio al momento in cui l’Italia
si risolve in una molteplicità di organismi autonomi , notava Salvatorelli, per
avvicinarsi alla tesi di Arrigo Solmi nell’individuazione di una linea italica
presente nella penisola già prima della conquista romana, pur vedendo, a
differenza di Solmi, delle soluzioni di continuità nell’affermarsi di quel
piano statale tendenzialmente uni 134 La Nuova Italia Civiltà moderna , La Civiltà
cattolica Le origini della casa editrice Einaudi tario che, interrotto dalle
dominazioni longobarda e bizantina, riprende slancio fra il IX e l'XI secolo !.
La sua attenzione più allo scomporsi e ricomporsi di un’unità
politicoamministrativa che a una storia del popolo italiano , come notava
Gabriele Pepe !, si riflette anche nel Somzzario, nel quale comunque è
difficile cogliere, dietro la fitta cronistoria dei fatti, dei giudizi
caratterizzanti; questi si limitano ad alcune notazioni sulla diffusione popolare
delle idee della Riforma o sull’influenza dell’Illuminismo francese, cui non
segue però un collegamento tra la rivoluzione dell’89 e il Risorgimento; alla
valutazione positiva sulla epidemia di scioperi del primo ’900, che fu
nell’insieme un fatto fisiologico e benefico, poiché una elevazione del tenor
di vita delle classi operaie era urgente, e perfettamente possibile dato il
grande incremento delle condizioni economiche ; per terminare con una visione
sorprendentemente limitativa dell’età giolittiana l’indirizzo di governo
giolittiano fu, pur con empirismo opportunistico, sostanzialmente liberale; ma
non promosse una formazione organica di partito, e venne a favorire in una
certa misura la svalutazione del parlamento e l’autoritarismo personale , e con
una forzata sospensione di giudizio sul fascismo !. Eppure il Sormzzzario,
forse proprio per il suo taglio manualistico e asettico, poteva presentarsi
assai distante dalle retoriche deformazioni storiografiche del fascismo, e
spingere Mario Vinciguerra un intellettuale liberale già vicino a Gobetti e
quindi a Luigi Einaudi a vedere in Salvatorelli l’uomo che potrebbe benissimo
disegnare, se volesse, anche un programma politico come Cesare Balbo nel suo
Sormzzzario, ma che, vivendo in un’epoca non di Salvatorelli, L’unità della
storia italiana, in Pan. 138 La Nuova Italia , Di importanza data da
Salvatorelli al popolo parla invece A. Galante Garrone, Risorgimento e
Antirisorgimento negli scritti di Luigi Salvatorelli,529. 139 L. Salvatorelli,
Sommario della storia d'Italia dai tempi preistorici ai nostri giorni, Torino,
Einaudi, 1938,635, 641. Nel 1940 il Sommario fu tradotto in inglese, e nel 1941
in tedesco dalla casa editrice Junker di Berlino (ACS, Segreteria particolare
del Duce, Carteggio ordinario, n. 527470). aspettative, ma di travaglio
mondiale, porta necessariamente nella storia uno spirito di revisione e di
nuova sistemazione !9. Accoglienze analoghe non mancheranno nel 1942, come
vedremo, a un’opera dalle caratteristiche simili a quelle del Sommario, il
Profilo della storia d'Europa. Frattanto l’attivissimo Salvatorelli, che nel
1937 aveva pubblicato per l’ISPI La politica della Santa Sede dopo la guerra
lodata da Gerarchia per la larga e seria preparazione dell’autore !!, alla
morte di Pio XI fa seguire immediatamente, nel 1939, un primo bilancio del suo
pontificato, ricco di penetranti osservazioni personali e ciò nonostante
giudicato da La Civiltà cattolica , pur con alcune riserve, fra tutti i libri
su Pio XI uno dei pit seri per copia di informazioni e per sufficiente
oggettività di presentazione !£. In esso Salvatorelli, attento, come Omodeo,
alle connessioni fra storia religiosa e storia politica, notava che nel
dopoguerra erano stati i turbamenti sociali, con il pericolo bolscevico, a rimettere
in valore presso larghi ceti europei la Chiesa cattolica quale fattore di
ordine e di conservazione sociale , con la conseguente tendenza degli Stati a
cercare l'appoggio della Chiesa. È in questo clima che si sviluppa l’azione
politica, non solo concordataria, di Pio XI, Segretario di Stato di sé medesimo
, che ebbe come criterio direttivo di mettere al primo posto il rafforzamento
dell’influenza ecclesiastico-religiosa sulla società facendo addirittura, come
Bonifacio VIII, della regalità di Cristo il titolo giuridico per il governo
della Chiesa sul mondo e qui La Civiltà cattolica replicava 140 Nuova rivista
storica anche E. Camurani, La Repubblica pene nelle lettere di Einaudi e
Vinciguerra (Contributo alla bibliografia di Vinciguerra), in Annali della
Fondazione Luigi Einaudi, vol. XII, 1978, Torino, Fondazione Luigi Einaudi
Invece per Bruno Brunello, mentre il Sommario di Balbo era tutto animato da una
fede nei destini della patria , quello di Salvatorelli appariva più
un’esercitazione letteraria che il risultato di un’indagine appassionata (
Rassegna storica del Risorgimento , Il lavoro di Salvatorelli sarà considerato
su Primato molto preciso e concettoso Gerarchia La Civiltà cattolica Le origini
della casa editrice Einaudi che, al contrario, la politica concordataria aveva
visto il pontefice pronto a cessioni e a sacrifici, pur di tener gli Stati
almeno in qualche modo uniti alla Chiesa ! ; e, molto nettamente, Salvatorelli
metteva in luce l’antisocialismo, il legame col fascismo, la lotta contro il
Fronte popolare francese, l'appoggio alla guerra etiopica e a Franco, il
possibilismo nei confronti della Germania nazista, come elementi
caratterizzanti l’attività del papa, per concludere con l’appello a un nuovo
umanesimo cristiano cui avrebbero dovuto ispirarsi anche i laici !4. Il nome di
Salvatorelli tornerà ancora nelle edizioni Einaudi, sempre con grande
risonanza, durante la guerra. Prima di allora, un altro autore della casa che
suscitò vasta eco fu Ivanoe Bonomi, che abbiamo già trovato, nel 1924, nel
catalogo di Formiggini. Il suo Mazzini triumviro della Repubblica romana,
pubblicato nel 1936 e ristampato nel 1940, incontrò, per la sua esaltazione di
un personaggio storico eroicizzato dal fascismo, una favorevole accoglienza
nelle riviste ortodosse !, ma poté prestarsi anche ad una lettura diversa, come
era nelle intenzioni dell’autore: cosî Tagliacozzo mise in risalto, nell’opera,
il fatto che le preoccupazioni di politica estera e di carattere militare non
impedirono al Triumvirato di dimostrare il suo interessamento per i problemi
sociali !#; Aldo Ferrari, lodando il lavoro, ricordava che la qualità di uomo
politico dell’autore, il teorico pit chiaro equilibrato e sistematico della
corrente riformista , era non un ostacolo bensî un 14 Ibidem. 14 L.
Salvatorelli, Pio XI e la sua eredità pontificale, Torino, Einaudi, ad esempio
Rassegna storica del Risorgimento Leonardo Rivista storica italiana; Meridiano
di Roma Nuova rivista storica; contemporaneamente ‘Tagliacozzo, recensendo il
Labriola di Dal Pane, richiamava l’insegnamento di Labriola come salutare in un
momento in cui si tendeva a sopravvalutare quello che vien comunemente detto il
fattore morale ( La Nuova Italia , VII (1936),261; anche E. Tagliacozzo, In
memoria di Antonio Labriola nel trentennio della morte, in La Nuova Italia ,
aiuto alla ricerca storica !'; mentre il crociano Edmondo Cione opponeva
l’esaltazione degli autentici valori morali del Risorgimento operata da Bonomi
alla tendenza, impersonata da Luzio, ad una strana riabilitazione dei varii
personaggi del mondo reazionario e clericale e talora persino di quello
poliziesco e brigantesco , e notava che il dramma religioso dello spirito
moderno rende di perenne attualità il pensiero del Mazzini , nel quale sono
contenuti i fondamentali principi della religiosità laica del presente e
dell’avvenire: la fede nel progresso storico, il valore educativo della
libertà, l'esaltazione del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, il
senso della missione e della dignità personali ‘4: un giudizio che assumeva
tutto il suo significato se confrontato con quello de La Civiltà cattolica ,
che coglieva nell’opera un profondo anticristianesimo spiegabile con la
mentalità di antico socialista dell’autore !9, I contatti dell’editore con l’ex
esponente del Partito Socialista Riformista continuarono, ma gli umori della
censura fascista, come quelli dei recensori, si dimostrarono mutevoli. L’idea
di avere un altro libro Suo, sulla storia politica del cinquantennio che
precede la guerra mondiale, mi ha entusiasmato , scriveva Einaudi a Bonomi nel
novembre 1938; il volume era pronto nel dicembre 1940 e, affermava l’autore,
esso non tocca periodi... pericolosi, ma certo illustra l’età liberale di cui
ricorda le benemerenze ed i pregi . Tuttavia, sebbene giudicata dall’editore
opera tutta permeata di patriottismo e basata su dati inoppugnabili , La
politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto non ottenne nel 1941 il visto
della censura, e potrà essere pubblicata nella collana solo nel 1944, quando l’autore
sarà presidente del consiglio. Sempre a Bonomi si rivolgeva Einaudi nel
dicembre 1937, affermando che alcune circostanze recenti mi pare abbiano reso
nuovamente di attualità il Diario di guerra di Bissolati !. Il volume,
pubblicato 147 La Nuova Italia La Nuova Italia La Civiltà cattolica AE, Bonomi.
Da notare che, dopo una seconda edizione Le origini della casa editrice Einaudi
nel 1935 in una collana subito abortita, Ricordi e documenti di guerra , era
stato in un primo tempo sequestrato !, ma non incontrò nemmeno le simpatie che
La Nuova Italia aveva riservato a Bonomi: il recensore della rivista presentava
infatti Bissolati come uno spirito rivolto al passato, anziché un veggente
delle mete future , preso da una visione umanitaristica della guerra che
rendeva il Diario animato dall’innegabile patriottismo dell’autore, ma anche da
idee che compromisero la condotta. della guerra nei momenti decisivi !. Il tono
della collana conobbe del resto anche aspre cadute, veri e propri compromessi
col fascismo, come ne I rovesci più caratteristici degli eserciti nella guerra
mondiale 1914-18 teso ad esaltare la capacità di ripresa delle forze militari
italiane del generale Ambrogio Bollati, direttore della Rivista coloniale ,
autore anche, per la casa editrice, della Enciclopedia dei nostri combattimenti
coloniali, e, assieme al generale Giulio Del Bono, della Guerra di Spagna sino
alla liberazione di Gijon, i cui toni anticomunisti furono apprezzati, fra gli
altri, da Eugenio Passamonti '. Di impronta nettamente antidemocratica è anche
il Massimo D'Azeglio politico e moralista di Paolo Ettore Santangelo, autore di
altri mediocri studi risorgimentali: un volume che, accompagnato da un giudizio
favorevole dell’Accademia d’Italia, presenta fin dall’inizio le sue creden
Bonomi chiederà a Einaudi, nell'ottobre 1945, una terza edizione del Mazzini,
perché il libro usci in periodo fascista quando la sua diffusione trovava
ostacoli d’ogni genere. Io poi terrei molto a diffondere quel mio libro che, in
questa ora, avrebbe un significato di attualità Il Diario fu sequestrato nel
giugno 1934 per le sue critiche all’operato dei comandi militari (ACS,
Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario n. 528771, sottofasc. 1).
Il 2 luglio 1934 Luigi Einaudi, dopo aver detto di essere stato lui a
consegnare il manoscritto del Diario al figlio, chiese udienza a Mussolini
(ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b. 70). 152 Carmelo
Sgroi ne La Nuova Italia Rassegna storica del Risorgimento anche Leonardo da VINCI.
Il 25 gennaio 1938 l’editore scriveva a Del Bono di essere lieto che il volume
sarebbe stato tradotto in tedesco (AE, Del Bono). Bollati e Del Bono saranno
autori de La campagna germanica în Polonia, Roma, Unione editoriale d’Italia,
1940, e Bollati de L'Europa contro il bolscevismo, Roma, La Verità ziali
metodologiche con la difesa della teoria élitaria sono le aristocrazie che
dappertutto nella storia hanno fondato l’ordine nuovo, lo stato saldamente
costruito e con la negazione di qualsiasi influenza del fattore economico nel
processo storico, sostenendo che l’idea di nazione nasce molte volte come
creatura puramente spirituale, non solo indipendentemente, ma anche in
contrasto con precisi interessi materiali . E mentre cerca di giustificare l’
intermittenza di temperamento di Carlo Alberto, alla politica mazziniana
astratta l’autore contrappone quella di D'Azeglio, del cui carattere
democratico presenta un’immagine quanto mai singolare: L’Azeglio dunque
respinge l’idea democratica, non solo nei casi di urgenza , ma anche come
dottrina assoluta, che sarebbe assurda in teoria e inattuabile in pratica. Egli
è democratico in un senso superiore e più generale, in quanto non crede a
privilegi di nascita e dà per compito allo stato di venir incontro ai bisogni
del popolo, trattando tutti i cittadini su un piede di uguaglianza; è dunque
democratico nel senso costituzionale, più nello spirito che nella lettera: la
prassi democratica, essendo una specie di materialismo e prestandosi facilmente
alle mistificazioni, gli è in genere sospetta 1%, Tuttavia, con l’apertura a
tematiche non italiane affrontate sempre con quel taglio narrativo che poteva
renderne agevole la lettura anche ai non specialisti, già prima della guerra la
collana acquista un maggior peso culturale e civile. Se solo con l’opera di
Louis Villat su La Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico (1940) si
raggiunge un solido impianto storiografico che sostanzia la narrazione dei
fatti e in cui hanno largo posto, soprattutto nelle appendici sullo stato
attuale delle questioni , temi 15 P.E. Santangelo, Massimo D'Azeglio politico e
moralista, Torino, Einaudi. Santangelo chiedeva all'editore di poter apportare
alcune correzioni al lavoro, dietro amichevole suggerimento di un alto
personaggio dell’Accademia d’Italia (AE, Santangelo). Luigi Bulferetti criticò
la distinzione operata dall’autore nel Risorgimento, tra idea astratta di
Mazzini e azione politica dei moderati ( Rivista storica italiana , s. V, III
(1938), fasc. II, n e Rassegna storica del Risorgimento , XXV
(1938),1584economico-sociali tanto che Carlo Morandi vi vede dominare, e
talvolta in modo troppo esclusivo , le tesi di Albert Mathiez ', si fa ricorso
anche a storici non professionali, in grado tuttavia di esprimere un
orientamentò politico. È il caso del Talleyrand di Alfred Duff Cooper, già
ministro della guerra del gabinetto britannico, e quindi Primo Lord
dell’Ammiragliato dal maggio 1937 all’ottobre 1938, quando, dopo Monaco,
presentò le dimissioni per là sua politica contraria all’appeasemzent, ed
esponente del gruppo dei giovani conservatori nella cui mentalità avvertiva
l’editore italiano si bilanciano una certa spre: giudicatezza d’idee e una
tendenza al positivo e al concreto nell’applicazione alla vita vissuta . Egli
svolge, sotto le vesti di una biografia romanzata in cui peraltro si preoccupa
di affermare la necessità che i cambiamenti nel metodo di governo siano
graduali , e di notare che gli uomini di estrema, a qualsiasi partito
appartengano, divengono sempre germi di dissoluzione in un organismo politico ,
un elogio della coerenza di Talleyrand nel porre la nazione francese al di
sopra degl’interessi particolari dei regimi che in un certo momento la
governano , e presenta il diplomatico francese assertore di una politica di alleanze
fra le potenze capace di portare all’unificazione europea: lo considera
infatti, per usare le parole dell’editore che fa propria la tesi di Cooper,
come un uomo moderno, fors’anche come un nostro contemporaneo , poiché le sue
idee si riportano al problema della pacifica organizzazione dell’Europa che
attende ancora una vera e sicura soluzione !. Vinciguerra che pur aveva curato
l’opera poteva affermare, da un punto di vista strettamente storiografico, che
non si può accettare neanche con riserve la tesi della modernità democratica e
pacifista nella politica estera di Talleyrand ', ma dimostrava di non cogliere
il 155 Primato , I (1940), n. 5,24 (siglato CM.). 15% A.D. Cooper, Talleyrand,
a cura di M. Vinciguerra, Torino, Einaudi. Cooper fu autore di Ceux qui
osent répondre è Hitler, après Munich, Paris, Édinions Nantal, 1938. 157 Nuova rivista storica significato politico di
un’opera apparsa in italiano in un anno cruciale per le sorti dell'Europa:
messaggio che era assai esplicito, se da un’altra ottica ideologica il
commentatore di Leonardo osservava che la vita del grande diplomatico è
pretesto a ribadire la concezione diremo cosi ufficiale della politica
britannica improntata ad un conservatorismo pacifista di cui sarebbe garanzia
imprescindibile una stretta intesa anglo-francese !. E ancora nel corso della
guerra poteva essere accolto il messaggio di pace affidato al romanzo sul
conflitto russogiapponese di Frank Thiess, Tsushimza, tradotto nel 1938 sotto
gli auspici dell'Ufficio storico della Marina e giunto nel 1945 all’ottava
edizione, che prima dell’attacco all’ URSS suscitò accenti di umana
comprensione anche sulle pagine di Critica fascista : 7 Fra quel popolo russo
di martiri grigi, nel cui seno covava la rivoluzione, e questo popolo
giapponese di tenaci e sorridenti lavoratori, la simpatia umana del lettore, e
fors’anche dell’autore, finisce col bilanciarsi: e non è forse senza un presago
significato che il libro si chiuda con la visione luminosa del porto di
Jokohama, in cui centinaia di piccoli russi e di bimbi giapponesi giocosamente
s’incontrano e si sorridono pur senza capirsi ancora!, 6. Cultura della crisi e
spiritualismo Nella seconda metà degli anni ’30 uno dei messaggi più
consistenti di cui comincia a farsi portatrice la casa editrice è tuttavia di
altro tipo, e tale da prestarsi a letture diverse sul piano ideologico e
politico. Si tratta di quel filone spiritualista che si riallaccia alla cultura
della crisi sviluppatasi in Europa dopo il 1929 con svariate manifestazioni, da
quelle politiche dei non conformisti francesi che potevano giocare un ruolo
oggettivamente pro fa 158 Sergio Martinelli in Leonardo da VINCI; come
biografia romanzesca l’opera era liquidata da Luigi Bulferetti ( Rassegna
storica del Risorgimento , XXV (1938),1437). " ; LONGO (si veda), CRITICA
FASCISTA. Le origini della casa editrice Einaudi scista ‘9, a quelle del mondo
cattolico, assai più ambigue perché difficilmente si concretizzavano sul
terreno politico, ma comunque decisamente anticomuniste e antidemocratiche più
ancora che antinaziste, come nel caso dei cattolici italiani che individuavano
nella Chiesa l’ultimo baluardo della civiltà, pur senza mettere in discussione
il fascismo !. Anche in Italia questa ondata irrazionalistica, tesa a mettere
in discussione i valori materiali della civiltà contemporanea, fu alimentata in
particolare dagli ambienti cattolici, ma investî anche quelli laici, a indicare
la presenza di un profondo disorientamento e la ricerca di nuove o antiche
certezze: e l’insofferenza per l'ordine costituito poteva seminare dubbi in un
mondo politico, come quello italiano, in cui il fascismo sbandierava le sue
inoppugnabili verità. Il pericolo era avvertito dal regime, se nel suo ambito
si poteva parlare, a proposito della Kulturkrisis, di manifestazioni
patologiche della cultura contemporanea, augurandosi che allo storico futuro
non abbiano a sfuggire le varie e numerose manifestazioni del genere:
perderebbe con esse una delle più eloquenti testimonianze di quel singolare
squilibrio logico e morale che imperversò in questi anni !. Motivi
spiritualeggianti, talvolta a sfondo religioso, sono presenti anche nelle
edizioni di Giulio Einaudi, che fra gli scopi della sua iniziativa nel periodo
fascista annovererà anche quello di contrapporre all’ottimismo ufficiale un
senso profondo e inquieto dei problemi del momento !; ed è significativo che
negli stessi anni Guanda inaugurasse una collana di Testi per una religione
universale , e che perfino Laterza ne dedicasse una agli Studi religiosi,
iniziatici ed esoterici , dove 10 R. De Felice, Mussolini il duce, I. Gli anni
del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi, 1974,545-549. 161 R. Moro, La
formazione della classe dirigente cattolica (19291937), Bologna, il Mulino,
1979, cap. IX. 1@ Cosi il Meridiano di Roma del 10 gennaio 1937, nella
recensione a René Guénon, La crisi del mondo moderno, Milano, Hoepli, 1937 (con
prefazione di J. Evola). Sui precedenti italiani di questa tematica E. Garin,
Gli italiani e la crisi europea, in Terzo programma (1962), n. 3,168-176. 163
AE, G. Einaudi. circolò il pensiero antroposofico di Rudolf Steiner che tanto
colpi il giovane Eugenio Curiel '#, Che il mondo attraversi al presente un
periodo di grave scompiglio, foriero di più fosche vicende per l’avvenire, non
c’è alcun dubbio fra quanti hanno un uso passibilmente normale delle proprie
‘facoltà intellettuali , osservava nel 1938 padre Brucculeri su La Civiltà
cattolica passando in rassegna alcuni libri .sulla crisi odierna !9: fra
questi, La crisi della civiltà di: Johan Huizinga tradotto da Einaudi nel 1937,
che ebbe una seconda edizione già l’anno successivo. Il pampblet dello storico
olandese, dal titolo originario Nelle ombre del domani, faceva esplicito
riferimento alla crisi del ’29 cui era attribuita la sensazione della minaccia
di. un tramonto e del progressivo dissolversi della civiltà icome mai si era
avuta nel recente passato, se non all’inizio del secolo con il pericolo di una
rivoluzione sociale che il marxismo faceva balenare di tanto in tanto . Vediamo
distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e
sacre, si siano messe a vacillare: verità e. umanità, ragione e diritto ,
affermava accoratamente Huizinga, la cui analisi della crisi, cosî come le
soluzioni indicate, presentano elementi di ambiguità che danno ra:gione delle
letture diverse cui dette luogo. Da un lato si :scaglia contro il razzismo,
contro Sorel padre spirituale degli odierni regimi totalitari , contro le
filosofie vitalistiche, la dottrina della autonomia morale dello stato e quella
dello stato-potenza privo d’ogni freno ; dall’altro la sua critica non è meno
dura nei confronti del marxismo, in quanto osserva che né il secolo XVI né il
principio dell'Ottocento vide mai minare con sistematica coerenza l’ordine e
l’unità sociale mediante una dottrina quale quella dell’odio di classe e della
lotta di classe , e a questa accomuna la dottrina della relatività della
morale, insegnata ora N. Briamonte, La vita e il pensiero di Eugenio Curiel,
Milano, Feltrinelli, 1979,20-24. IS A, Brucculeri, La crisi odierna, in La
Civiltà cattolica , 89 (1938) vol. I,326: accanto a Guénon e Huizinga esaminava
Quel che o e quel che nasce del cattolico Daniel Rops (Brescia, Morcelliana,
‘264 Le origini della casa editrice Einaudi sia dal sistema scientifico del
materialismo storico, come: dai sistemi psicologici che derivano da Freud ;
accuse altrettanto dure sono lanciate contro il superficiale razio:' nalismo
del secolo XVIII , il cui disastroso effetto fu di sradicare il concetto del
servire dalla coscienza popolare , e contro il progresso in generale,
aristocraticamente giudicato una ingenua illusione dell’800. Da questa analisi
scaturiva la proposta di un nuovo ascetismo di cui forse era un’eco parziale il
nuovo umanesimo auspicato da Salvatorelli, che non sarà un ascetismo: della
negazione del mondo per amore della salvezza celeste, ma del dominio di sé e di
un’attenuata stima del potere e del godimento !: un invito che non poteva
trovare d’accordo La Civiltà cattolica che, pur approvando nelle linee generali
la parte analitica del lavoro di Huizinga, obiettava come la ricerca di certe
verità eterne non potesse fare a meno di chi ne era il depositario naturale; il
papato, che con Pio XI si era dedicato alla difesa della. nostra civiltà;
quindi le sue proteste contro il bolscevismo, contro il nazismo, contro il
governo tirannico del Messico, contro le nefandezze dei rossi nella Spagna !.
Critiche globali al volumetto dello storico olandese provennero da ambienti
culturali diversi: recensendone su: Leonardo l’edizione tedesca, Cantimori,
forse già semi-marxista come si dichiarerà più tardi, ma comunque attivamente
impegnato nella difesa degli orientamenti politici del regime, lo considerò lo
sfogo di uno: spirito d’artista individualistico, liberaleggiante, contro
questo mondo moderno, che non gli va , aggiungendo : 16 J. Huizinga, La crisi
della civiltà, Torino, Einaudi, 1937 (ediz. originale 1935), in particolare
(citiamo dall’edizione einaudiana del 1962). Gherardo Casini, direttore
generale per la stampa italiana, assicurava Luigi Einaudi di aver già
provveduto ad assicurare la diffusione del saggio di Huizinga (AFE, Casini).
Enzo Paci ha osservato che l’ideale di salvezza che Huizinga propone alla
civiltà contemporanea è un ideale etico-razionale nel quale rinascono in una
specie di neogiusnaturalismo le vecchie idee di Grozio. Quest’ideale finisce
per fondersi con una concezione cristiana del fine della vita (Johan Huizinga,
in Terzo programma Brucculeri, La crisi odierna, ma il passo sarà espunto dalla
riproduzione di questo giudizio nell’introduzione che Cantimori farà alla nuova
edizione einaudiana del 1962 che questa patetica laudatio temporis acti
potrebbe anche interessarci, potrebbe essere utile a chi volesse rendersi conto
dello stato d’animo di tanta parte della odierna cultura europea di fronte alla
rivoluzione sociale che in Europa si va compiendo, se non si mischiasse di
politica, e a questo modo non irritasse il lettore di un paese cosî impegnato
nella lotta politica e sociale di oggi come questa nostra Italia '#. Analogo il
giudizio espresso sulla Nuova rivista storica da Mario M. Rossi, che lo defini
lo sfogo pit o meno poetico di un laudator temporis acti, come in mille epoche
già ne abbiamo uditi , e lo avvicinò a Dawson, ad Huxley e alle ultime teorie
sulla morale di Bergson !. Anche i giovani di Corrente dichiararono di non
consentire con la speranza che la scienza possa divenire saggezza , in quanto
non dal sapere, ma dal concreto tumulto della vita nascono i problemi e le
soluzioni ‘, e quelli de La Ruota , pur vedendo nel libro il prodotto spontaneo
di un cuore sincero , vi colsero opinioni superate e irrigidimenti dottrinari
tutt'altro che accettabili !, D'altro lato è interessante notare come,
nell’ambito di un giudizio sostanzialmente positivo, in ambienti culturali
opposti si cogliesse l’occasione per polemizzare con l’idealismo e lo
storicismo crociano: La Civiltà cattolica criticò infatti il plauso della
filosofia tedesca fatto da Huizinga, che invece avrebbe potuto rintracciare
nelle costruzioni filosofiche alemanne, nel kantismo particolarmente e
nell’hegelianismo, le scaturigini principali e remote della decadenza del
pensiero, dello scetticismo morale, della autonomia della politica e della
statolatria e di altrettali degenerazioni, contro le quali egli scrive delle
pagine brillanti e quanto 168 Leonardo Nuova rivista storica Bertin, La crisi
della cultura e il problema della scienza, in Corrente di vita giovanile , 15
febbraio 1940. I7l M. Cesarini ne La Ruota , II (1938), n. 1,100 (era esaminato
anche H. Keyserling, La rivoluzione mondiale e la responsabilità dello spirito,
Milano, Hoepli, mai proficue !; e su La Nuova Italia Alfredo Parente, dopo aver
giudicato il libro altamente pregevole come sincera espressione di un vivo
travaglio e di preoccupazioni e turbamenti che sono preoccupazioni e turbamenti
dell’intera umanità presente , ne traeva spunto per affermare che la ormai
diffusa concezione idealistica, che il male e l’errore giustifica e redime
nell’ordine della vita spirituale, e il congiunto ottimismo, che non indulge
alla disperazione e ispira la più estrema fiducia nella vittoria definitiva del
bene, possono essere un pretesto di fatalistica inoperosità nella coscienza
degl’imbecilli e dei neghittosi, e un istrumento di malizia nelle mani dei
disonesti che da quella concezione filosofica credono di poter trarre la
giustificazione e l’approvazione del loro qualsiasi operare ; e, dichiarandosi
d’accordo con Huizinga nel veder conculcati i valori morali, si spingeva in un
invito all’azione assai distante dalla proposta di un nuovo ascetismo :
sappiamo che gli animi dotati della sensibilità morale dello scrittore
olandese, silenziosi custodi pure in tempo di burrasca e di travolgimenti dei
valori dello spirito, son molti, nonostante le loro voci siano sommerse da un
assai crudo e talora bestiale clamore dei popoli. Soltanto non bisogna
adagiarsi e cullarsi in quella certezza, col rischio che il ritorno della
serenità e della luce sia ritardato dall’opera di coloro, cui quella speranza
non lusinga e altri meno eletti ideali stimolano o imbestialiscono !?3, Ma
l’autore non è né uno storico, né un politico, né filosofo: è, mi pare, un buon
cattolico che sorvola sui problemi della politica e dello Stato, scriveva a
Giulio Finaudi, dopo aver letto Huizinga, il meridionalista di tradizione
salveminiana Tommaso Fiore, invitando l’editore a pubblicare storia in concreto
!. Accenti spiritualiBrucculeri, La crisi odierna,330. 173 La Nuova Italia AE,
Fiore, 6 gennaio 1938; come esempio di storia in concreto il 26 dicembre 1937
Fiore aveva proposto la traduzione di Richard Freund, Watch Czechoslovakia!
(1937): Non è un libro antifascista e non si ‘può dire una difesa della
democrazia (molto meno della Cecoslovacchia), ma si capisce che la difesa della
democrazia è un sottinteso e le simpatie per la borghesia ceca e pel Socrate di
Praga sono naturali e profonde . Fiore, nel ’38, auspicava anche manuali di
geografia politica, fatti senza aridezza, in cui il senso politico sia profondo
stici, di chiaro stampo cattolico, riappaiono invece ne La formazione
dell’unità europea di Christopher Dawson. L’autore di Progress and Religion
(1929), di cui La Civiltà cattolica aveva fatta propria l'impressione di vedere
già sorgere una nuova società, che disconoscerà ogni gerarchia di valori, ogni
disciplina intellettuale, ogni tradizione sociale e religiosa, ma che vivrà per
l’attimo presente in un caos fatto unicamente di sensazioni !, era stato già
indicato da Mario M. Rossi, sulle pagine della Nuova rivista storica , come uno
degli artefici di quelle sintesi storiche , fondate su una determinata dottrina
filosofica o religiosa , che, sempre più frequenti a mano a mano che l’Europa
va dissolvendosi nel caos , sono un prodotto di crisi e non dell’esame di una
situazione solida e delineata !. Oppositore del progresso scientifico che gli
appariva una religione laica che ha voluto sostituire la vera unità culturale
europea il Cristianesimo , anche nel volume einaudiano Dawson considera la
Chiesa elemento unificante della storia europea fra V e XI secolo, in linea con
tutta la componente cattolica della cultura della crisi , intenta a costruire
una filosofia della storia che tendeva a gettare ponti tra i secoli, ridotti ad
attimi di un fluire storico di smisurato respiro attorno alla vita della Chiesa
!7. Dopo aver dichiarato, con toni spengleriani, che Azio, come Maratona e
Salamina, fu uno scontro dell’Oriente e dell’Occidente, una finale vittoria
degli ideali europei di ordine e di libertà sopra il despotismo orientale
un’affermazione che ritroveremo nelle pagine iniziali del Profilo della storia
d’Europa di Salvatorelli e, ancora più puntualmente, nel corso sulla Storia
dell’idea di Europa tenuto da Chabod, Dawson faceva una professione di fede
storiografica e ideologica insieme, sostenendo che l'influsso del cristianesimo
sulla formazione dell’unità europea è un notevole esempio del modo come il
corso dello sviluppo storico viene modificato e determinato dall’inter-
Brucculeri, La civiltà e le sue moderne involuzioni, in La Civiltà cattolica
Nuova rivista storica Moro, La formazione della classe dirigente cattolica Le
origini della casa editrice Einaudi vento di nuovi influssi spirituali , in
quanto esiste sempre nella storia un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto
non solo all’influsso del caso o all’iniziativa del genio individuale, ma anche
alla potenza creatrice delle forze spirituali . Su questa base l’autore
sviluppa il suo ragionamento, teso a dimostrare che la Chiesa non fu coinvolta
nella caduta dell'impero di Occidente perché era diventata una istituzione
autonoma che possedeva il suo principio d’unità e i suoi propri organi
d’autorità sociale. Essa era in grado di diventare contemporaneamente l’erede e
rappresentante dell’antica cultura romana, e la maestra e la guida dei nuovi
popoli barbarici ; cosi all’inizio del secolo VIII, quando l’invasione
musulmana aprî un’ epoca di universale rovina e distruzione , vennero gettate
le fondamenta della nuova Europa, da uomini come San Gregorio, che non avevano
idea di edificare un nuovo ordine sociale, ma siccome il tempo stringeva, si
travagliavano per la salvezza degli uomini in un mondo moribondo. E fu proprio
quest’indifferenza per i risultati temporali che diede al papato l’energia di
diventare, nella decadenza generale della civiltà europea, un centro di
riorganizzazione delle forze della vita . Al termine di questo processo, il
secolo XI vide l’incorporazione di tutta l’Europa occidentale nella cristianità
, e l’inizio di un moto di progresso che dura poi quasi senza interruzione fino
ai tempi moderni ; la logica conclusione del volume era perciò un invito a
proiettare nel futuro la tradizione culturale ricostruita in sede storica: Ai
nostri giorni l'Europa è minacciata del crollo della cultura aristocratica e
laica su cui era fondata la seconda fase della sua unità. Sentiamo di nuovo il
bisogno di un'unità spirituale o almeno morale. Ma è bene ricordare che l’unità
della nostra civiltà non poggia soltanto sulla cultura laica e sul progresso
materiale degli ultimi quattro secoli. Ci sono in Europa tradizioni più
profonde di queste, e dobbiamo risalire oltre l’umanesimo e oltre i trionfi
superficiali della civiltà moderna, se vogliamo scoprire le fondamentali forze
sociali e spirituali che hanno lavorato alla formazione del l’Europa Dawson, La
formazione dell’unità europea dal secolo V all'XI, Non ci manca che la
preghiera a Notre-Dame de Lourdes, perché il Dawson ci appaia come un
maresciallo Pétain della cultura , osservava sarcasticamente, nel 1940, il
libertino Arrigo Cajumi, ormai distaccato dall’ambiente della casa editrice ‘,
Ma sempre nel 1940, quando anche l’Italia era entrata in guerra, Mario Delle
Piane riconosceva a Dawson il merito di aver fatto rivivere un’epoca lontana ed
oscura e, pur tuttavia, attualissima, oggi che si assiste, pare, alla lotta di
due civiltà ed alla fine di una di esse, anche se aggiungeva, idealisticamente,
che la civiltà è una e imperitura, non essendo altro che il concretarsi dello
sviluppo del libero spirito umano: cioè storia !®. Più nettamente si esprimeva,
pur mantenendosi sul piano della discussione storiografica, Gino Luzzatto, che
alla storia delle idee di Dawson contrapponeva il Maometto e Carlomagno di
Henry Pirenne uscito da Laterza nel 1939, mosso dall’osservazione di un fatto
economico , e, giudicando alquanto azzardato il ragionamento dello storico
inglese, si chiedeva se la mirabile fioritura della vita cittadina fra il XII
ed il XV secolo non abbia avuto per la formazione della moderna civiltà europea
un’importanza assai maggiore dei rapporti fra Chiesa ed Impero 15. Il tema del
contrasto fra civiltà materiale e aspirazioni spirituali, presente in Huizinga
e Dawson, circola problematicamente anche nei romanzi dei Narratori stranieri
tradotti , in particolare in quelli di autori inglesi dell’età traduzione di C.
Pavese, Torino, Einaudi. Anche per Chabod ad opera del pensiero greco si era
formata una Europa che rappresenta lo spirito di libertà, contro il dispotismo
asiatico (Storia dell’idea d'Europa, a cura di E. Sestan ed A. Saitta, Bari,
Laterza Cajumi, Pensieri di un libertino, presentazione di V. Santoli, Torino,
Einaudi, 1970,183. 180 Rivista storica italiana , s. V, V (1940),425. Secondo
Gabriele Pepe, per Dawson il mondo europeo sente più vivo il bisogno di un
ordine culturale nuovo, fondato su un pivi intimo contatto con le civiltà dei
popoli dell’Oriente e di tutto il restante mondo, che non rientrano nei quadri
della nostra tradizione culturale (La nascita dell'Europa, in Oggi , 24
febbraio 1940). 181 Nuova rivista storica , XXIV (1940),262-264 (siglato G.).
270 Le origini della casa editrice Einaudi vittoriana la cui funzione, in
questi anni di crisi di valori, può apparire analoga a quella svolta a cavallo
del secolo dal Tolstoj fustigatore del progresso meccanico !. Di Pater, fin
allora conosciuto in Italia solo come caposcuola di un estetismo immoralistico
che sarebbe emerso dai suoi studi sul Rinascimento, Einaudi presenta il romanzo
del 1885 MARIO DEL GIARDINO l’epicureo, in cui l’autore intende to show the
necessity of religion , in un senso assai diverso dalla difesa della religione
laica fatta nel 1882 dal Marc Aurèle di Renan. Il protagonista, la cui vicenda
è ambientata ai tempi di Marco Aurelio espressione di una civiltà arida
paragonata da Pater a quella materialistica dell’800, abbraccia dapprima un
epicureismo elevato a disciplina morale, che ha per suo fine non il godimento,
sia pure raffinato, ma la perfezione dell’essere intimo, culto reso alla luce
dell’intelletto , per approdare infine al cristianesimo, come scrive la
curatrice del volume: Il cristianesimo fervido e sereno di quei primi tempi
eroici, scevri di fanatismo, l’esultanza invulnerabile dei credenti, la loro
speranza serena, gli mostrano il sorgere di un’umanità dotata di quelle qualità
morali di cui il mondo pagano è privo, ma che pure non rinnega l’amore alla
vita e alla bellezza !. Romanzo filosofico , lo qualificherà Beniamino Dal
Fabbro recensendolo positivamente su Primato , in cui tuttavia il significato
dottrinario sembra soverchiato da un senso religioso inteso liricamente . Lo
stesso Dal Fabbro citava le edizioni einaudiane, entrambe del 1939, de La
storia di Henry Esmond di Thackeray e del David Copperfield di Dickens tradotto
da Pavese, per coglierne la contemporaneità in ciò che fu chiamato il
compromesso vittoriano, saggia mistura di borghesia e di cristianesimo, di
calcolate ribellioni e di più comode acquiescenze !. Materia e spirito si
oppongono e si confondono anche 182 G. Turi, Aspetti dell’ideologia del Psi (1890-1910),
in Studi storici , XXI (1980),85 n. 102. 183 W. Pater, Mario l’epicureo,
traduzione di L. Storoni Mazzolani, Torino, Einaudi Primato , I (1940), n.
1,14, e Oggi in Cosi muore la carne di Samuel Butler, un romanzo in gran parte
autobiografico ambientato nell’età vittoriana, in cui il curatore notava la
ricerca continua e affannosa di una fede, in grado di sostituire la religione
tradizionale , e l’ingenua fiducia accordata a ogni nuova teoria, la quale non
tardava ad abbandonare i precisi limiti scientifici per confondersi in un alone
religioso , la ribellione di Butler al positivismo e il suo invito agli uomini
di liberarsi dal peccato e dal dolore amando il vero dio !. Dal romanzo traeva
spunto il liberalsocialista Vittorio Gabrieli per presentare la figura
dell’autore su Civiltà moderna , e mettere in luce che nell’età vittoriana, in
un momento in cui si accentua e si propaga il dissidio tra sentimento religioso
e spirito scientifico, misticismo e razionalismo , nasceva in Butler, cosî come
nel protagonista del romanzo, la satira della società, della scuola, della
famiglia, della religione tradizionale, e il suo tentativo di conciliare la
scienza con la religione: di qui, in lui, una curiosa mescolanza di immanenza
razionalistica e di spiritualità profonda e fantasia suggestiva , e, in
contrasto con la visione materialistica dell’universo fornita da Darwin,
l’affermazione dell’attività dello spirito sulla materia, della libertà umana,
del progressivo scoprirsi d’un ordine nell’universo, un principio vitalistico
ed una forza creativa, sostituendo cosî al meccanismo della selezione naturale
una finalità, un divenire teleologico, che effettivamente collima con una
concezione religiosa !, In questo contesto si spiega come nel 1938 Aldo
Capitini, esponente di un liberalsocialismo dalle forti venature religiose, si
rivolgesse a Einaudi per proporgli la pubblicazione dell’epistolario di
Michelstaedter, un autore che Capitini scopri negli anni ’30 e che tanta
influenza ebbe sui suoi Elementi di esperienza religiosa, cosi come 185 S.
Butler, Cost more la carne, prefazione e traduzione di E. GiaDio, Torino,
Einaudi, 1939,VII, IX (citiamo dalla seconda edizione el 1943). 186 V.
Gabrieli, Presentazione italiana di S. Butler, in Civiltà moderna. Landolfi
coglieva invece nel romanzo un'impressione di triste aridità ( Oggi Le origini
della casa editrice Einaudî su altri intellettuali che negli anni fra le due
guerre ne. ripresero la riflessione sulla situazione umana, sui valori della
morale e della fratellanza; di lui, ricorderà Capitini, lo aveva colpito
l’antiretorica, quel tipo di esistenzialismo, che poteva divenire supremo
impegno pratico, come poi mi è stato confermato dall’esame dell’epistolario
manoscritto, dall’interesse che egli ebbe negli ultimi suoi anni per i Vangeli;
insomma mi pareva esatto considerarlo. come la premessa di una tensione pratica
etico-religiosa !. Carlo Michelstaedter scriveva infatti a Einaudi ha portato.
nella cultura italiana un rigore insolito nell’esigenza dell’assoluto. Egli spicca
in confronto di molti suoi coetanei della Voce che furono morbidi e, prima o
poi, arrendevoli. L'elemento intransigente e tragico difetta troppo nella
nostra spiritualità perché non ne sia desiderabile l’innesto. Le riserve sul
pensiero e sulla decisione del Michelstaedter [morto suicida nel 1910] non
spengono l’importanza che egli ha per quelli che oggi ascoltano voci perentorie
e disperate per vincere la faciloneria. Cresce l’interesse per lui; sta
diventando un punto di riferimento, anche per chi comprende che si deve andare
oltre e ricostruire ma su serie rovine !88, Dubbi o disorientamenti, tendenze
spiritualistiche ed esperienze religiose, anche se non univocamente
contraddistinte, o recepite, sul piano civile, venivano cosî conferendo alla
casa editrice la funzione di stimolo alla riflessione, a non affidarsi alle
certezze del regime proprio nel momento in cui ci si avvicinava alla guerra.
Una cultura eclettica: i Saggi Dubbi e inviti alla riflessione si accompagnano
tuttavia, ancora in questi anni, alla difficoltà di attestarsi su una linea
culturale ben definita, che si manifesta in una 187 A. Capitini, Antifascismo
tra i giovani,53. Sulla fortuna di Michelstaedter tra le due guerre E. Garin,
Intellettuali italiani del XX secolo,102-103. 18 AE, Capitini. L'editore
propose invece a Capitini di scrivere un libro su Michelstaedter; nel 1938
Capitini propose anche Ends and means di Aldous Huxley inquieta ricerca di
novità : ne è testimonianza precipua la collana dei Saggi , quella di maggiore
diffusione, che affronta temi disparati secondo ottiche diverse, dimostrando
talvolta l’insofferenza verso i canoni della cultura fascista ma, al tempo
stesso, il persistere di un eclettismo che smorza i tentativi innovatori della
casa editrice. I Saggi erano stati inaugurati nel 1937 da Voltaire politico
dell’illuminismo di Raimondo Craveri, severamente giudicato da Giustizia e
Libertà !° incapace di cogliere gli elementi caratteristici di un’opera che, in
linea con l’interesse per il pensiero settecentesco de La Cultura e di
Salvatorelli, si richiamava agli studi più recenti, in particolare a quelli di
Dilthey e di Cassirer negatori della taccia di antistoricismo mossa al secolo
XVIII, per svolgere una critica trasparente dell’idealismo e della concezione
attualista dello Stato: Le idées claires che l’illuminismo ha amato osservava
infatti l’autore, giovano forse a riportatci in più spirabil aere di quello
saturo di aberrazioni mentali mascherate di hegelismo ed ammantate di
dialettica d’oggigiorno . Il teorico del dispotismo illuminato diverrebbe ora
il nemico d’ogni statolatria e d’ogni anarchia ed, in quanto fautore della
tolleranza, l’avversario principe dello Stato provvidenzialmente onnipresente
ed onniagente. Sul terreno teorico Voltaire scende in campo contro gli epigoni
dell’hegelianismo L’anno successivo appariva il Profilo di Augusto di Ettore
Ciccotti, dove il rifiuto di ogni glorificazione e attualizzazione del
personaggio biografato, proprio quando la sua figura era ufficialmente
celebrata dal fascismo alla ricerca di legittimazioni imperiali in occasione
del bimillenario della nascita dell’imperatore romano, appariva evidente fin
dalle dichiarazioni metodologiche iniziali in 189 Libro di eccellenti
intenzioni, ma di esito abbastanza infelice [....] l’abuso di filosofia del
Craveri lo porta a dedicare l’intero suo libro al sistema filosofico di
Voltaire, che era cosa da trattare in quattro pagine . Le sole cose sensate ci
paiono essere le riflessioni sul despotismo illuminato, e il suo carattere
apolitico, la indifferenza di Voltaire per lo Stato e il suo ottimismo per la
libera attività nella società esistente ( Giustizia e Libertà , 23 aprile
1937). 190 R. Craveri, Voltaire politico dell'illuminismo, Torino, Einaudi Le
origini della casa editrice Einaudî cui l’autore, riecheggiando, anche se in
forma più blanda, gli interessi economico-sociali che ne avevano caratterizzato
la produzione a cavallo del secolo, affermava che gli uomini dovevano essere
collocati in relazione all'ambiente e al tempo , onde non si tratta di apoteosi
o condanne, di glorificazioni od esecrazioni; e piuttosto, o meglio, di cercare
di comprendere come e per quali vie e tra quale varia cooperazione e con quali
effetti sociali gli eventi si svolsero e si conclusero, e con quali prospettive
e significato ; ma si limitava in realtà ad una narrazione puramente
cronachistica, in cui spicca un solo giudizio dal trasparente significato
politico, che, ancora una volta, la Nuova rivista storica non mancava di
rilevare: Gli autocrati, d’ordinario, dovendo farsi perdonare la confiscata
libertà e il potere assoluto, ricorrono a miraggi di conquiste, onde
lampeggiano a’ soggetti beneficii spesso sognati od effimeri e al dominatore
ancor più effimero prestigio: quindi la guerra !. Distante dalla cultura
idealistica era anche l’interpretazione psicanalitica proposta dallo psichiatra
spagnolo Gregorio Marafion, che intendeva mettere in luce le qualità umane
dello scrittore ginevrino Henry Amiel sulla base di una concezione
relativistica della morale, secondo la quale le cose non sono quasi mai
assolutamente buone o cattive, e l’efficacia loro, positiva o negativa, dipende
pi dall’orecchio di chi le ascolta che dal labbro di chi le pronuncia !, Una
linea diversa prevale invece nei saggi dedicati alla letteratura italiana,
nonostante la presentazione della figura inquieta e non conformista di
Tommaseo, di cui Raffaele Ciampini mette in luce, nel Diario intimo, il lace
191 E, Ciccotti, Profilo di Augusto, Torino, Einaudi la recensione di Giovanni
Costa in Nuova rivista storica anche M. Cagnetta, Antichisti e impero fascista,
Bari, Dedalo, 1979,133. Nel giugno 1938 Ciccotti propose all’editore la
ristampa de La guerra e la pace nel mondo antico del 1901, ma Einaudi gli
contropropose un saggio sui Gracchi (AE, Ciccotti). 192. G. Marafion, Arziel, o
della timidezza, traduzione di M. F. Canella, Torino, Einaudi, 1938, (ediz.
originale 1932),XV; Ferrata osservò che il libro manca, del tutto, di
sensibilità poetica e psicologica ( Oggi rante contrasto fra il richiamo dei
sensi e quello della religione, mentre, presentando la Cronichetta del
Sessantasei dello scrittore dalmata, ne sottolinea, accanto all’attaccamento
alla Chiesa, la convinzione federalista, all’origine di quella critica troppo
spesso genialmente e perfida mente malevola che investe in primo luogo i
protagonisti piemontesi del processo di unificazione, Cavour e Vittorio
Emanuele ‘, suscitando ovviamente lo sdegno della Rassegna storica del
Risorgimento che giova il conoscere tanta ombra, quando alla storia si deve
piuttosto chiedere tanta luce? !. Preoccupazione precipua dell’editore appare
comunque la difesa del crocianesimo, testimoniata anche dal suo fitto carteggio
con quel Luigi Russo che su La Cultura Cajumi aveva duramente stroncato ! Nella
raccolta di saggi su Carducci di Tommaso Parodi, Antonicelli mette in evidenza
la vicinanza dei giudizi espressi dall’autore e da Croce, entrambi mossi dalla
preoccupazione di distinguere l’uomo dall’artista, che in Parodi si esprime
nella sufficienza con cui tratta l’interesse del poeta per la tecnica
filologica, cosî come la sua fase socialista e anticlericale, per concludere
che Carducci è poco felice quando cerca argomento nella storia più recente, ove
facilmente soverchiano in lui le passioni pratiche, e allora gli s’intorbida la
serenità lirica, mancandogli lo sfondo epico della lontananza !. Il timore di
non con 19 N. Tommaseo, Diario intimo, a cura di R. Ciampini, Torino, Einaudi,
1938, e Id., Cronichetta del Sessantasei, a cura di R. Ciampini, Torino, Einaudi,
1939,49-50, 78: Tommaseo, osservava Ciampini, vedeva e concepiva l’unità come
una oppressione dal forte esercitata sul debole, come un soffocamento dei vari
germi locali. Il Piemonte vincitore in Italia, gli appariva un arrogante
dominatore: per lui, il Piemonte non vuole fare l’Italia, ma vuole conquistare
a proprio profitto l’Italia . 19 Piero Zama, in Rassegna storica del
Risorgimento Russo proponeva una serie di volumi miscellanei sugli studi
italiani del ’900: due sulla storia e la filologia (curati da lui), due sugli
studi filosofici, giuridici ed economici (curati da De Ruggiero e Luigi
Einaudi), uno sulle scienze naturali e matematiche (curato da Enriques); nel
giugno 1937 accettava di scrivere un volume sul Persiero politico di Vittorio
Alfieri (AE, Russo). 1% T. Parodi, Giosue Carducci e la letteratura della nuova
Italia, saggi raccolti da F. Antonicelli, Torino, Einaudi; recensendo il volume
Enrico Falqui osservava che un Le origini della casa editrice Einaudi traddire
Croce è ancora pit esplicito nella vicenda della pubblicazione dei saggi sugli
Scrittori francesi dell’Ottocento di De Lollis, un debito dovuto alla
tradizione sulla quale si era formato il primo nucleo della casa editrice:
Giulio Einaudi ne aveva inizialmente affidata la cura a Cajumi,
raccomandandogli di evitare toni anticrociani tali da provocare una stroncatura
da parte della Critica ; ma l’ex direttore de La Cultura aveva dichiarato di
non poter accettare la censura crociana , aggiungendo che le colpe e le
ipocrisie crociane verso De Lollis (e non è solo parer mio, ma anche dei vecchi
delollisiani come Trompeo) devono a/fine venire documentatamente in luce . Dopo
aver inutilmente proposto dei tagli alla prefazione di Cajumi per togliere gli
accenni più violenti all’idealismo e alla filosofia in genere , l’editore ne
affidò quindi la cura al pi fidato Vittorio Santoli ', che nell’introduzione
dichiarava decisivo l’incontro di De Lollis con Croce, mettendo in luce, nel
primo, il riconoscimento dell’insufficienza dell’indagine filologica secondo la
quale ogni poeta è l’età sua più qualche cosa che è tutto suo ; ‘e concludeva
estendendo i legami fra Croce e De Lollis alle riviste da loro dirette: della
Cultura si può tranquillamente dire ch’essa, insieme alla Critica, è stata la
rivista che più ha contribuito ad avviare la mentalità universitaria italiana
dal tecnicismo all’umanesimo, da certe angustie paesane ad una universalità di
sguardo nella quale era però sempre riconoscibile il tranquillo orgoglio
d’essere ah si! di gran signori !. Ma, a testimoniare l’intersecarsi di linee
diverse, nel 1939 la Nuova raccolta di classici italiani annotati diretta da
Santorre Debenedetti costretto dalle leggi razziali ad abbandonare
l’insegnamento universitario po’ pit di peso dato alla filologia nel giudizio
sur un’opera letteraria e poetica conferirebbe alla critica idealistica quella
aderenza al fatto artistico la quale, da ultimo, si risolve in una maggior
comprensione dell’opera stessa (Oggi , 17 giugno 1939). Nel ’39 Antonicelli
accettava din Einaudi l’incarico di curare un'antologia della letteratura
italiana in otto volumi (AE, Antonicelli). 197 AE, Cajumi. 1% C. De Lollis,
Scrittori francesi dell'Ottocento, con un saggio biogra fico di V. Santoli,
Torino, Einaudi si inaugurava con le Rizze di Dante commentate, in senso non
certo crociano, da Gianfranco Contini, e che pur Luigi Russo giudicò opera
fondamentale che segna una data nella storia degli studi e delle
interpretazioni dantesche !°. Al tempo stesso, l’opera di sprovincializzazione
della cultura italiana cui abbiamo già accennato a proposito della Biblioteca
di cultura storica , iniziava nel 1938 anche nei Saggi : l’Autobiografia di
Alice Toklas di Gertrude Stein un vivace affresco della cultura d’avanguardia
europea dell’inizio del secolo, da Picasso a Matisse, da Henry James a
Hemingway, permetteva al traduttore, Pavese, di cogliere i debiti dell’autrice
verso Walt Whitman nella contemplazione ironica e insieme intenerita di un
mondo reale, fuori d’ogni troppo compiaciuto interesse per i procedimenti
dell’arte e in quel conturbante realismo della vita subconscia che resta a
tutt’oggi il pit vitale contributo dell'America alla cultura ?°, motivi non
estranei alla ricerca stilistica dello scrittore piemontese. Nello stesso anno
era inaugurata la collana Narratori stranieri tradotti in cui, scriveva
l’editore, dovrebbero entrare, oltre ai classici, solo scrittori universalmente
riconosciuti come eccellenti ?". Nata per impulso di Ginzburg che con
estremo puntiglio filologico ne seguirà le edizioni anche dal confino di
Pizzoli e con l’apporto di Pavese, la celebre collana dalla copertina azzurra
offrî, sulle tracce della Slavia da cui riprese alcuni titoli russi ,
traduzioni integrali di testi molti dei quali mai fin allora conosciuti in Italia
nella loro completezza, ad opera di traduttori d’eccezione: accanto a Ginzburg
e a Pavese, Ettore Lo Gatto, Alberto Spaini, Pietro Paolo Trompeo, Piero
Jahier, Massimo Mila, Camillo Sbarbaro, per arrivare, nel 1946, alla prima
traduzione di Proust a cura di 19 Russo a Einaudi, 11 dicembre 1939 (AE,
Russo). Sul direttore della collana ora L. De Vendittis, Santorre Debenedetti
tra positivismo e idealismo, in Studi piemontesi , VIII (1979),3-25. 20 Ora in
C. Pavese, La /etteratura americana Einaudi a Umberto Morra, 8 maggio 1939 (AE,
Morra). 2 AE, Polledro. Le origini della casa editrice Einaudi Natalia
Ginzburg. Il lettore italiano venne cosî a contatto soprattutto con i
capolavori del romanzo psicologico ottocentesco, stimolo a riflessioni su
vicende e passioni al di sopra delle contingenze storiche, non senza talvolta,
attraverso la guida delle introduzioni, riferimenti indiretti all'attualità.
Gli interessi e i suggerimenti dei curatori sono ovviamente diversi: mentre Lo
Gatto antepone nell’Oblòmov di Gonciaròv il valore artistico rispetto a quello
sociale ?%, Pavese coglie in Tre esistenze della Stein un primo esempio
perfetto di quella che sarà ricerca costante della narrativa americana del
nuovo secolo: un mondo fantastico che sia la realtà stessa, colta nel suo farsi
espressivo , un giudizio non solo estetico che Mario Alicata puntualizzerà
evidenziando la descrizione della provincia americana nella sua grama miseria,
nella sua disperata solitudine , per cui il realismo metafisico della Stein
sempre volutamente si nega ad ogni illuso sentimentalismo ?. Nei romanzi di
Dostojevskij pubblicati durante la guerra Ginzburg mette invece in evidenza,
pur accanto alle contraddizioni della filosofia dell’autore, il messaggio umano
del principe Myskin, assolutamente buono e non per questo vinto, la cui figura
anima un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il
Vangelo , e, nei Demoni, la critica di Dostoevskij che restò tuttavia lontano
da ogni apologia dell’ordine esistente verso i risultati, e non verso le
ragioni dei rivoluzionari contro la società, e, come tema dominante, l’inquieta
ricerca della fede ?. E, mentre nel 1942 è presentato come la tragedia d’un
Amleto americano e una sofferta polemica contro l'umanità il Pierre o delle ambiguità
di Melville, che Pratolini considera precursore di Meredith, James e Conrad,
una filza di nomi che potrebbe continuare, prove alla mano, fino a comprendere
autori che respirano l’aria 23 I. Gonciaròv, Oblòmov, prefazione e traduzione
di E. Lo Gatto, Torino, Einaudi, 1938 (II ediz. 1941),VII. 2% C. Pavese, La
letteratura americana,169; recensione di Mario Alicata in Leonardo , XI
(1940),174. 25 Ora in L. Ginzburg, Scritti, di questa lunga giornata di guerra,
da una parte e dall’altra delle trincee ?, la difesa dei valori dell’uomo che
trascendono sistemi politici o contingenze belliche, e la speranza di una
fratellanza universale, traspaiono, sempre nel 1942, da Guerra e pace, dove
guerra è il mondo storico, pace il mondo umano , osserva Ginzburg, quel mondo
umano che interessa ed attrae particolarmente Tolstoj soprattutto perché egli è
convinto che ogni uomo di ieri, di oggi, di domani valga un altro uomo , e che
trova la sua esaltazione nel finale intimistico e famigliare del romanzo, dove
è descritta quella felicità che può far distogliere lo sguardo di un giusto da
un uomo ucciso ingiustamente 2. L’amore per la natura, i diritti del cuore, la
gloria del sentimento , contrapposti alla falsità della vita sociale , erano
stati messi in luce nel primo volume della collana, I dolori del giovane
Werther ®; da Goethe si passa, con la caduta del fascismo, a Diderot, a Jacques
il fatalista in cui Glauco Natoli identifica nel protagonista e nel padrone dei
personaggi reali, nei quali s’incarna la mortale polemica fra due classi
destinate ad affrontarsi, nel fatale declino l’una, nell’irresistibile ascesa
l’altra, che s’affrancherà sempre più d’ogni servile retaggio per reclamare e
raggiungere quella dignità umana, che troverà fra non molto la sua piena
espressione nella dichiarazione dei diritti dell’uomo °°. Il commento si farà
infine ancora più esplicito nel 1945, sempre attraverso Diderot, di cui
Fernanda Pivano sottolineerà la passione politica dell’uomo che si pone di
fronte a leggi costituite da un’autorità non riconosciuta e a norme imposte da
una tradizione isterilita per abbatterle ed eliminare gli ostacoli al libero
pen 26 H. Melville, Pierre o delle ambiguità, prefazione e traduzione di L.
Berti, Torino, Einaudi, 1941,VII, IX; la recensione di Pratolini in Primato ,
III (1942),287-288. 20 L. Ginzburg, Scritti,285, 287. 28 W. Goethe, I dolori
del giovane Werther, prefazione e traduzione di A. Spaini, Torino, Einaudi
Diderot, Jacques il fatalista e îl suo padrone, traduzione di G. Natoli,
Torino, Einaudi, 1944,XV. 280 Le origini della casa editrice Einaudi siero,
alla libera parola, alla libera morale, alla libera scienza 7°, Attraverso i
classici della letteratura universale potevano cosi passare messaggi emotivi
capaci di distrarre il lettore dalla realtà della vita quotidiana, e
sollecitarne la fantasia, la riflessione, la critica. Un raggio d’influenza più
limitato ebbe ovviamente un’altra iniziativa della casa editrice, la Biblioteca
di cultura scientifica avviata nel 1938, che trovò probabilmente un terreno di
coltura già preparato nella Torino di Giuseppe Peano, e un animatore in
Ludovico Geymonat: una collana che con i testi di De Broglie, Pavlov o Planck,
riuscf a presentare, non senza contrasti ?!, una tematica che era rimasta
estranea alla cultura idealistica, ma che ciò nonostante gli epigoni del
positivismo avevano tenuto in vita; ad essa si affiancò, a partire dal 1940, la
rivista Il Saggiatore , dedicata alla divulgazione dell’attualità scientifica
nei campi della matematica, della biologia, della fisica fino ai problemi dello
sfruttamento dell’energia nucleare e delle loro applicazioni tecniche, ma che
solo in casi isolati si occupò dell’utilizzazione delle scoperte scientifiche a
fini bellici, dimostrandosi severa custode dell’autonomia della scienza, fino a
definire ridicola la condanna papale di Galileo Diderot, La religiosa,
prefazione di F. Pivano, Torino, Einaudi Ad esempio il 14 novembre 1942
Geymonat inviò a Francesco Severi e Armando Carlini un memoriale per protestare
contro il parere negativo dell’Accademia d’Italia alla traduzione di Die
Grundlagen der Arithmetik di Gottlob Frege (AE, Geymonat). Dedica un breve
cenno all'ambiente torinese di Peano C. Pogliano, Mondo accademico,
intellettuali, professione sociale dall'Unità alla guerra mondiale, in Storia
del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Pie monte,
diretta da A. Agosti e G.M. Bravo, vol. I. Dall'età preindustriale alla fine
dell'Ottocento, Bari, De Donato. 212 M.G. Fracastoro, Nel 3° centenario della
morte di Galileo Galilei, in Il Saggiatore. La rivista era diretta da C.
Frugoni, F.Mazza, A. M. Olivo, F. Tricomi, G.C. Wick. 281 8. La svolta della
guerra e i collaboratori romani La seconda guerra mondiale rappresenta, per
l’itinerario culturale e politico di molti giovani intellettuali formatisi
negli anni ’30, quella svolta in senso antifascista che spinse Bottai a tentare
con Primato di recuperarne il consenso attorno alla guerra italiana . Il 1940 è
una data periodizzante anche per la casa editrice, i cui interventi se
prescindiamo dalla continuazione della battaglia conservatrice dei liberisti si
modificano sensibilmente: si accentuano i contatti con la cultura europea e si
raccoglie attorno alla casa un numero crescente di intellettuali progressisti,
cos che negli anni intercorrenti tra l’entrata in guerra dell’Italia e il 25
luglio 1943 si pongono concretamente, nelle realizzazioni o anche solo nei
progetti alcuni dei quali molto coraggiosi per allora le premesse di gran parte
delle iniziative editoriali del periodo postbellico. Uno dei punti nodali che è
necessario mettere in luce, in questi anni, è il rapporto della casa editrice
con Bottai e con l’operazione che questi si proponeva di svolgere attraverso
Primato . Giulio Einaudi ha ricordato che il nostro gruppo non solo non agî
all’interno dello schieramento fascista, ma tentò di fare in proprio e spesso
con successo quella stessa politica che il fascismo intendeva attuare con
strumenti come Primato . Forme indirette di opposizione sf, com’era inevitabile
a chi, producendo libri, doveva agire alla luce del giorno, e assumere di volta
in volta una maschera, che fosse la più trasparente possibile; concessioni
ideologiche al fascismo, o discussioni alla pari, mai 215, Queste parole
rivelano una sopravvalutazione del ruolo di opposizione che sarebbe stato
svolto da Bottai, e di conseguenza potrebbero essere assunte come prova di un
pieno coinvolgimento della linea editoriale einaudiana nella fagocitante,
proprio perché spregiudicata, prospettiva politica del ministro fascista,
diretta in realtà a imbrigliare ogni opposizione. Infatti, se Primato non può
essere tutto 213 AE, G. Einaudi. 282 Le origini della casa editrice Einaudi
risolto nella categoria fascismo ?!, e se è necessaria una sua lettura non
univoca, che ne colga gli sviluppi nel corso della guerra #5, la rivista non
poteva essere considerata, né dal fondatore né dai collaboratori, solo come il
luogo della difesa della cultura , essendo ben marcato il suo carattere
militante e ben netto l’obiettivo di Bottai come risulta anche dai suoi ricordi
e dalle sue note di diario di far sopravvivere il fascismo al mussolinismo .
Non è quindi privo di ambiguità il fatto che, dopo essere entrato in contatto
con Bottai proprio nel 1940, ancora nel 1942 Einaudi si rivolgesse a lui per
proporgli di pubblicare presso la casa editrice una raccolta dei suoi
interventi sull’arte e la cultura non può mancare tra i miei Saggi una presa di
posizione nella polemica che ferve per l’intelligente modernità dell’arte
italiana; e chi meglio di Voi può difendere questo partito in un libro? , e che
nello stesso anno fosse in contatto con il redattore capo della rivista Giorgio
Cabella, di cui pubblica il racconto Alloggio sul golfo (1942), oltre ad
affidare la cura delle Memorie di Metternich al bottaiano Gherardo Casini,
direttore generale per la stampa italiana ?!9. Tuttavia, nonostante la presenza
di elementi contraddittori, proprio nel rapporto con la casa editrice è
possibile misurare lo scarto fra le intenzioni di Bottai e i risultati della
sua politica, in quanto, soprattutto a partire dal 1941, alcuni dei nuovi
collaboratori romani di Einaudi che scrivono su Primato hanno già compiuto la
scelta antifascista, e sollecitano l’editore a iniziative più avanzate che
reclamizzano 214 E. Garin, Cronache di filosofia italiana,527. %5 le
osservazioni di Luisa Mangoni premesse all’antologia Primato 1940-1943, Bari,
De Donato, Bottai. Il 24 febbraio 1942 Alicata scriveva all'editore: Vedrò
domani Bottai per Primato, e gli chiederò ancora il suo volume di scritti
culturali (AE, Alicata). Già il 6 ottobre 1940 l'editore aveva chiesto a Bottai
di segnalare Il Saggiatore all’apposita commissione ministeriale affinché
vengano sottoscritti alcuni abbonamenti per le Biblioteche degli Istituti di Istruzione
tecnica ; 1°11 giugno 1942 ringraziava il ministro per l’interessamento
dimostrato a mio favore in merito alla carta . anche le lettere dell’editore a
Cabella del 5 si 1942, e di Casini all’editore dell’8 giugno 1942 (AE, Cabella,
asini). sulla rivista, usata come strumento di discussione e di apertura
culturale, consentendo cosî alla casa editrice di attestarsi su posizioni che
superano i confini del progetto bottaiano. A dare nuova linfa vitale alla casa
editrice contribuî infatti nel 1941, con l’apertura della sede romana,
l’incontro dell’originario nucleo torinese con quello romano di Mario Alicata,
Giaime Pintor e Carlo Muscetta, tre giovani intellettuali che, pur con diversi
orientamenti, avevano già tradotto politicamente, in senso antifascista, la
loro rapida maturazione culturale; con i loro contatti, inoltre, essi
allargarono il numero dei collaboratori di Einaudi, fra i quali comparvero, i
che rimasero ancora i più numerosi, intellettuali già aderenti al partito
comunista o che si venivano orientando verso di esso, ma tutti uniti nella
comune lotta al fascismo, senza che si manifestassero fra di loro, almeno fino
al 25 luglio 1943, contrasti di rilievo. Nell’aprile 1940 Alicata e Muscetta
avevano contribuito a inaugurare la nuova serie de La Ruota cui collaboravano
anche Pintor e Pavese , la rivista diretta da Mario Alberto Meschini che,
sostituendo il sottotitolo mensile di politica e letteratura con quello
apparentemente più disimpegnato di rivista mensile di letteratura e arte ,
assumeva in realtà la prospettiva di un’azione politica a più largo respiro ?,
nella convinzione, comune a tanti giovani intellettuali che davano vita o
partecipavano a iniziative di fronda, di potersi salvare ricorderà Pavese con
un tuffo nella folla, un febbrone improvviso d’esperienze e d’interessi
proletari e contadini, per cui la speciale e raffinata malattia che il fascismo
c’iniettava, si risolvesse finalmente nell’umile e pratica salute di tutti
?!". Mentre Muscetta era attestato su posizioni liberalsocialiste, già nel
1940 Alicata aveva superato l’originaria formazione crociana per abbracciare 2
la testimonianza di Antonello Trombadori in M. Alicata, Lettere e taccuini di
Regina Coeli, prefazione di G. Amendola, introduzione di A. Vittoria, Torino, Einaudi,
Pavese, IÙ fascismo e la cultura 1945), ora in La letteratura americana Le
origini della casa editrice Einaudî uno storicismo pit concreto maturato sulla
conoscenza di De Sanctis e di Fortunato e sulle prime letture marziste, e aveva
aderito al partito comunista segnalandosi subito per quell’intensa attività
politica tesa ad allacciare rapporti con i liberalsocialisti e i cattolici
comunisti che ne provocò l’arresto alla fine del 1942 ?. Ancora tutto letterato
alto-borghese era invece Pintor, che tuttavia viene in contatto, nell'ambiente
einaudiano, con il cattolico Felice Balbo il cui influsso sul mio modo di
pensare è stato decisivo , annoterà, e viene maturando politicamente di fronte
alla drammatica realtà della guerra: senza la guerra ricorderà nell’ultima
lettera al fratello io sarei rimasto un intellettuale con interessi
prevalentemente letterari [... .J: c’era in me un fondo troppo forte di gusti
individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a
una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo
certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi
brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile 2° Pur avendo interessi
ancora prevalentemente letterari, i tre romani parteciparono alla diverse
iniziative di Einaudi: mentre alla fine del 1941 Pintor diviene agente volante
della casa editrice, con il compito di leggere libri, dare consigli, e girare
in Italia £ soprattutto all’estero come rappresentante dell’editore ?!, Alicata
tiene i contatti col Ministero della cultura popolare per ottenere le
autorizzazioni della censura, e arriva ad occuparsi di un problema che acquista
importanza decisiva nel corso della guerra, quello dell’acquisto della carta.
Inoltre, Alicata e l'introduzione di R. Martinelli a M. Alicata, Intellettuali
e azione politica, a cura di R. Martinelli e R. Maini, Roma, Editori Riuniti, e
C. Salinari-A. Reichlin-A. Tortorella-G. Amendola, Mario Alicata intellettuale
e dirigente politico, Roma, Editori Riuniti, 1978. 290 G. Pintor, Doppio
diario, a cura di M. Serri, Torino, Einaudi, e Id., Il sangue d'Europa
(1939-1943), a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1965,186. Di ambiguità di
Pintor ha parlato F. ‘Fortini, "Vicini e distanti. A proposito del Doppio
diario È Cine Pintor, in Quaderni piacentini , Pintor, Doppio diario,161.
Muscetta aiutano anche dall’esterno l’attività di Einaudi collaborando a
Primato , su cui entrambi, con lo pseudonimo rispettivamente di Don Ferrante e
di Don Santigliano, segnalano con continuità le iniziative della casa editrice,
coinvolgendo in questa opera di propaganda altri intellettuali, come Beniamino
Dal Fabbro. Cosi nel 1941 Alicata, mentre si impegna con Einaudi per un saggio
sulla letteratura contemporanea, assicura l’editore che ne segnalerà i volumi
tutti, via via, più o meno largamente, nel mio Cotriere delle Lettere su
Primato, dove cercherò di far fare puntualmente anche le recensioni , e nello
stesso anno elogia sulla rivista di Bottai la ricercata collana di narratori stranieri
che Einaudi viene con grande accortezza riunendo. Poche opere, ma tutte
eccezionali, tutte illuminatrici d’una personalità o d’un costume 2.
Analogamente Muscetta, rispondendo all’invito di Einaudi di fare pubblicità ai
suoi volumi su La Ruota cosa che farà regolarmente su Primato , affermava di
aver seguito la sua attività editoriale con interesse affettuoso, e ogni libro
pubblicato mi ha recato un nuovo conforto a credere nei valori della cultura
che non sono da difendere soltanto nel chiuso del nostro pensatoio 2, Con la
collaborazione di questi tre intellettuali le tappe di sviluppo della casa
editrice si accelerano, nelle vecchie e nelle nuove collane o nei progetti che
non trovano attuazione immediata. Assieme a Pavese Alicata fu incaricato di
curare la Biblioteca dello Struzzo , la collana di narratori contemporanei che
puntava soprattutto alla scoperta dei giovani: Dopo molte riflessioni scriveva
Einaudi ad Alicata all’inizio del 1941 si è deliberato e si attende la tua
approvazione AE, Alicata (23 febbraio, 17 aprile e 1 giugno 1941); il 22
ottobre 1941 Alicata diviene collaboratore fisso, a 1.000 lire mensili; il 21
febbraio 1942 informa l’editore di aver acquistato 248 risme di carta. inoltre
Primato AE, Muscetta (s.d.); io e Alicata scriveva Muscetta all’editore il 20
febbraio 1941 ci auguriamo di poter collaborare attivamente ‘all’ardita opera
di cultura che la tua casa svolge con spirito giovanile e con tenacia . 286 Le
origini della casa editrice Einaudî che la collezione debba accogliere romanzi
brevi italiani e stranieri, di scrittori contemporanei e in genere scoperti da
noi, dove, in via d’eccezione, e per alimentare la scarsa produzione italiana
contemporanea, si accoglierebbero libri dimenticati o rari, di indiscusso
valore artistico, tipo Mio Carso di Slataper. Quanto agli stranieri... questo è
il problema, ché escludendo gli americani e gli inglesi dobbiamo per ora
limitare praticamente la scelta ai russi e ai tedeschi 24. In realtà fino al
1945, venuta meno con l’attacco all’URSS anche la possibilità di presentare la
narrativa russa contemporanea, la collana si limitò a pubblicare testi italiani
tesi tuttavia a quell’originale ricerca della realtà, sia pur non veristica,
che contrassegna il primo volume apparso nel 1941, Paesi tuoi di Pavese. Pavese
sollecitava infatti Alicata a predicare l’arte narrativa, e soprattutto quella
narrativa come vita morale che a voialtri ruotai deve essere in votis 5: un
invito cui Alicata, per i gusti già dimostrati nella sua intensa attività di recensore
letterario ?, era particolarmente sensibile, e che, preoccupato di tenersi
lontano dalle piccole chiesuole di marca fiorentina , raccolse assicurando alla
casa editrice Le trincee di Quarantotti Gambini, Le donne fantastiche di Arrigo
Benedetti e proponendo, fra gli altri titoli, Una città dî pianura di Giorgio
Bassani, da lui già recensito su La Ruota quando era uscito in edizione privata
di pochi esemplari sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi, e che era passato per
molte ragioni quasi sotto silenzio dalla critica , scriveva Alicata alludendo
alle leggi razziali ??. 24 AE, Alicata. 225 C. Pavese, Lettere 1924-1944,588
(28 aprile 1941). 226 G. Tortorelli, Le formazione politica di un intellettuale
comunista: Mario Alicata 1937-1945, tesi di laurea discussa presso la Facoltà
di Lettere e Filosofia di Firenze nell’anno accademico 1976-77, e Id.,
Contributi alla formazione culturale e politica di Alicata, in Italia
contemporanea Pavese, Lettere 1924-1944,589 (9 maggio 1941); il 21 novembre
1941 Alicata suggeriva a Einaudi la possibilità di rilevare alcuni volumi della
casa editrice Ribet Buratti di Torino (Comisso, Arturo Loria, Stuparich,
Sbarbaro, Slataper), e l'11 novembre 1942 la necessità di ristampare l’Ibsex di
Slataper, che non solo è interessante per la personalità tutta dell’autore, del
cui acuto problema morale risente, ma rimane per se stesso un documento critico
prezioso sull'opera ibseniana (AE, Alicata). I toni fortemente elogiativi anche
se attenuati in una lettera a Einaudi ? della recensione che di Paesi tuoi fece
Alicata su Oggi ’, la vivace rivista di Arrigo Benedetti e Mario Panunzio,
furono ripresi da Eugenio Galvano su Primato ogni lettore può ritrovarvi gli
accenti di una sua esperienza passata e perduta, e il senso di un paese ritrovato
°° ; e intensi furono i legami fra l’ambiente della rivista di Bottai, cui
collaborava anche Pavese, e la casa editrice, esemplificati dalla pubblicazione
in volume, presso Einaudi, de L’isola di Stuparich (1942), già apparsa su
Primato . Rimase un caso isolato il giudizio negativo riservato da Alfonso
Gatto a La strada che va in città di Alessandra Tornimparte #! pseudonimo di
Natalia Ginzburg, e non tale comunque da essere paragonato alle forti riserve
di carattere morale avanzate da La Civiltà cattolica nei confronti di Pavese e
della Ginzburg, i cui racconti, osservava Einaudi, riscossero i più vivi
consensi e dissensi proprio per la novità di stile e di contenuto ?: mentre in
Paesi tuoi l’organo dei gesuiti vedeva ritratta una gente di campagna Ho apprezzato
molto il libro di Pavese, che mi sembra soprattutto un racconto e per questo
merita grandi lodi. Quantunque risenta, è chiaro, l’influenza a volte eccessiva
di certi americani e nel gusto d’usare la lingua e la sintassi, e nel sapore e
tono che attribuisce agli uomini e ai loro gesti (AE, Alicata, 1 giugno 1941).
29 Ora in M. Alicata, Scritti letterari, introduzione di N. Sapegno, Milano, Il
Saggiatore, 1968,84-88. anche la notizia che Alicata ne dava su Primato,
affermando che Pavese rompe un silenzio lungo e fruttuoso durante il quale egli
sembra essere scampato alla retorica, agli schemi che affliggono certa
narrativa italiana contemporanea: come prima sensazione d’una lettura che
almeno prende e allaccia in un suo tempo libero e prepotente (II (1941), n.
11,16, nel Corriere delle lettere di Don Ferrante). 230 Primato; pur osservando
che le reazioni psicologiche del personaggio narratore rimangono moralmente
fiacche , Luigi Vigliani trovava felicissima l’utilizzazione del dialetto
piemontese ( Leonardo Nel volume la realtà osservata è ferma alla crisi di una
società ‘confusa. Forse questo racconto piacerà, disposti come sono oggi molti
letterati, giunti in ritardo al ripensamento di un proprio compito umano, a
vedersi duri e manuali. Il racconto della Tornimparte è fradicio di
quest’enfasi moderna, semplicistico e blando altresi nella sua stessa ‘acrisia
, osservava Gatto ( Primato). 232 Einaudi a Ginzburg (AE, Ginzburg). Le origini
della casa editrice Einaudi che non è quella che noi generalmente conosciamo.
Qui sembra piuttosto gente di malavita, dove predominano tendenze istintive e
animalesche , nella dura prosa della Ginzburg coglieva un indice di ciò che si
è cominciato a raccogliere anche in Italia dall’abbondante seminagione d’una
sfrontata romanzeria straniera, e specialmente americana . Alla ricerca di
valori umani, laici e religiosi, si muovevano anche i nuovi titoli della
collana dei Poeti , già avviata nel 1939 con la riedizione degli Ossi di seppia
e la nuova raccolta de Le occasioni di Montale : accanto a una nuova edizione
di Lavorare stanca di Pavese apparvero infatti Con me e con gli alpini di
Jahier la cui fortuna fra i soldati era testimoniata dai reduci dalla Russia
l'hanno aperto per caso e non se ne staccano più. Fare il bene con disperazione
è diventato il loro motto 5, e le Poesie di Rilke nella traduzione di Pintor,
in cui Giansiro Ferrata, occupandosene su Primato , vedeva l’opera di un poeta
da difendere contro la sua stessa generosità di vita e contro un frequente
estetismo per seguirne la grande voce umana, semplice infine come un grido ma
dal fondo d’una religiosità vissuta nei suoi slanci e nelle sue ferite ?. In
questi stessi anni gli aspetti emotivi presenti nella produzione letteraria
trovano modo, come vedremo, di tradursi in un più marcato impegno civile nei
volumi della Biblioteca di cultura storica e in quelli della nuova collana
Universale . Persistono tuttavia, almeno fino al 1942, e in particolare nei
Saggi dove pur appaiono le Memorie di madame de Rémusat, la cui critica a
Napoleone era leggibile in senso antitirannico, molti dei motivi
spiritualistici d’anteguerra non disgiunti da elementi contraddittori, che
trovarono forse nel cattolico Felice Balbo un sostenitore: Balbo è stato
ricordato non aveva difese contro le proposte e le idee. Tutte le 233 La
Civiltà cattolica , 93 Per le vicende di queste edizioni E. Ferrero, Come
nacquero Le occasioni , in Libri nuovi Einaudi AE, dalla redazione romana a
Jahier (9 luglio 1943). 236 Primato proposte e tutte le idee gli piacevano, lo
sollecitavano, lo mettevano in fermento ?. Se non ha luogo la proposta di Balbo
di tradurre The mystical elements of religion di von Hiigel, il modernista
lodato da Loisy pur essendo rimasto cattolico , e Bobbio non accetta La
preghiera dell’uomo di Alfredo Poggi per il suo insufficiente approfondimento
teorico, pur considerando che il saggio sia ispirato ad un alto senso religioso
e morale, e sviluppi una concezione razionale della vita religiosa, rifuggendo
dal dilagante irrazionalismo ; o mentre resta inedito, per le vicende legate
alla caduta del fascismo, L'infinito e il divino terminato da Giuseppe Tarozzi
nell’aprile 1943 ?, Einaudi pubblica nel 1942 Le origini del cristianesimo di
Loisy che giungerà alla terza edizione l’anno successivo e, su suggerimento di
Gioele Solari, Ragione e fede di Piero Martinetti: con ciò la casa editrice si
faceva banditrice di una religione della libertà che, se potè essere accostata
a quella crociana, se ne differenziava nettamente per l’importanza che l’animatore
della Rivista di filosofia attribuiva all'elemento religioso, cui Martinetti
aggiungeva negli ultimi anni di vita, di fronte allo spettacolo della guerra e
della barbarie , la riflessione sul pessimismo di Schopenhauer tesa ad
accettare la realtà del male come principio radicale, autonomo, forse non
riducibile ad altri 2°. Accanto a Martinetti, nel 1941 Einaudi ripropone
Huizinga con la monografia del 1924 su Erasmo che aveva già provocato forti
riserve, non solo storiografiche, da parte di Cantimori, per la troppo evidente
tendenza a mostrare in Erasmo il tipo classico del dotto-gentiluomo, moralista
e umorista, lontano dagli interessi politici e religiosi che possono scuotere e
commuovere °°; ma forse proprio per questo, per la presentazione dell’umanesimo
erasmiano 23 N. Ginzburg, Lessico famigliare, Milano, Mondadori, Balbo a
Bobbio, e Bobbio a Finaudi (AE, Bobbio), e il carteggio Tarozzi-Einaudi del
1942-43 (AE, Tarozzi). 239 Bobbio a Finaudi, 21 maggio 1943 (AE, Bobbio}; E.
Garin, Cronache di filosofia italiana,387-391; e la testimonianza di G. Mita,
dee prefazione di L. Salvatorelli, Vicenza, Neri Pozza Rivista storica italiana
Le origini della casa editrice Einaudî come un raffinato giuoco intellettuale
entro le mura di un nobile castello oltre le tempeste del mondo e le vicende
del tempo ?, Civiltà moderna poteva accogliere nel lavoro l’indicazione della
originalità umanistica rispetto al Medioevo, ma con l’accordo fra l'esigenza
del risorto classicismo e quella del rigenerato cristianesimo ; mentre il
recensore della Rivista storica italiana , opponendo all’umanesimo negativo di
Erasmo quello costruttivo del Rinascimento italiano impersonato da Giordano
Bruno, prendeva le distanze dall’autore per quella tipica mentalità pacifista
che, per contingenze storiche facilmente individuabili, tende a fare
dell’equilibrio e della moderazione la massima espressione della civiltà umana
dii x Alle immagini catastrofiche de La crisi della civiltà sembra invece
richiamarsi, pur senza citare Huizinga, Uomo e valore di Luigi Bandini un
allievo di Limentani che aveva pubblicato presso Laterza un saggio su
Shaftesbury, che sviluppa il tema del contrasto fra progresso economico e
libertà individuale con accenti indubbiamente retrivi. Il volume che sarà
ristampato nel 1949 con una introduzione in cui l’autore manifesterà un
atteggiamento paternalistico verso le masse popolari è un atto di accusa nei
confronti del liberismo e del liberalismo dell’800 che avrebbero portato ad uno
stato di cose risolventesi proprio in un massimo di serviti per una gran
quantità di soggetti umani: il caso, precisamente, dell’industrialismo moderno
, per cui si era avuto il rovesciamento del rapporto fra uomo e cosa , con l’
innalzamento ad ideale supremo della realtà economica . Ma la condanna del
progresso si traduce nella istituzione di un preciso rapporto tra la morte del
cristianesimo, la religione 2 l'introduzione di E. Garin a J. Huizinga,
L'autunno del Medio evo, Firenze, Sansoni A. Corsano in Civiltà moderna, ed E.
Guglielmino in Rivista storica italiana. Rossi coglieva invece in Huizinga la
disapprovazione per Erasmo , e giudicava l’Encbiridion militis christiani opera
d’un banale bigotto ( Nuova rivista storica , della esaltazione dell’individuo
, la enorme avidità di possesso e di successo che caratterizza l'umanità
moderna e, soprattutto, lo sviluppo del marxismo: una tale dottrina della
necessità radicale ed ineliminabile dell’odio di classe si sostituisce
bruscamente e senza passaggi intermedi proprio alla concezione cristiana nell'animo
degli appartenenti ai ceti sociali più umili, trovando d’altronde nelle
effettive condizioni della società moderna, nel suo sempre più esasperato
affarismo, gli elementi suggestivi più adatti a conferire ad essa la massima
efficacia di persuasione 28, Si comprende quindi come il ragionamento di
Bandini incontrasse le simpatie de La Civiltà cattolica 24, mentre offriva a
Luigi Einaudi l’occasione per attribuire al capitalismo storico dell’800 la
responsabilità della tendenza verso i monopoli, verso ciò che incatena ed
asserve gli uomini e di cui l’ultima e più perfetta e diabolica espressione è
il comunismo russo , ma anche per dissociarsi dalla tesi che la tendenza verso
il colossale, distruttivo dell’uomo, come persona autonoma, sia propria dell’economia
contemporanea, capitalistica o trafficante , poiché la liberazione dell’uomo
dalle cose era frutto precipuo dell'economia di concorrenza’. Tesa a dimostrare
la necessità della religione contro il materialismo contemporaneo è anche
un’opera di Bernhard Bavink che raccoglieva alcune conferenze tenute in
Germania prima della rivoluzione del 1933, la cui traduzione, uscita nel i
Bandini, Uomo e valore, Torino, Einaudi, La Civiltà cattolica , Einaudi,
Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, in Rivista di storia economica. Pur
riconoscendo la tendenza monopolistica rilevata da Bandini, Mario Dal Pra
osservava: Ciò non toglie tuttavia che i diritti e le pi profonde esigenze
dell’individualità non possano essere salvaguardate, ad esempio, mediante l’attuazione
di quella terza via che lo stesso Luigi Einaudi propone, fra l’individualismo
da una parte e il collettivismo dall’altra ( La Nuova Italia. Nel 1946 Antonio
Giolitti allora collaboratore della casa editrice criticherà Bandini per non
aver saputo vedere che il problema dell’individuo è problema politico e
sociale, risolvibile sul piano di quella lotta di classe che l’autore negava
recisamente ( Studi filosofici , VII (1946),81-84). 292 Le origini della casa
editrice Einaudi 1944, era già stata messa in cantiere nel 1942. In essa
l’autore sosteneva che da scienziati assai religiosi come Galileo, Keplero e
Newton, si era sviluppata una tendenza culturale approdata ad un materialismo e
ad un ateismo completo ed aperto, quale è attualmente la concezione ufficiale
del mondo nella Russia bolscevica alla quale era contrapposto l’esempio
positivo della concezione sociale e statale fascista e nazista ; la fisica
moderna, con Bohr e Planck, aveva invece definitivamente distrutto certe troppo
frettolose obbiezioni contro la fede , abolendo il concetto classico di
sostanza , e quindi ogni meccanicismo, per cui si poteva concludere che ormai
fare della fisica non significa, in fondo, far altro che ricapitolare gli atti
elementari compiuti da Dio ?4 Un richiamo ai valori dello spirito poteva
comunque passare anche da altre vie meno sospette, dai grandi romanzieri
ottocenteschi o da I/ problema dell’inconscio di Jung, tradotto nel 1942:
l’opera infatti trova favorevole accoglienza su Primato , dove Muscetta
considera merito fondamentale di Jung aver ricordato che la psicologia è
scienza dell’anima e che nessuna indagine fisiopatologica potrà mai risolvere
lo spirito nella materia, la sua misteriosa e libera spontaneità, nell’evidente
e misurabile rigore delle leggi fisiche . Pagine di vent’anni fa, che per vie
assai lontane dalla nostra cultura ci portano affascinanti conferme a quella
fede nei valori spirituali da cui non potremo mai aberrare senza recidere le
radici dell’essere nostro Bavink, La scienza naturale sulla via della
religione, Torino, Einaudi; contro il bolscevismo, questa terribile filosofia
sociale e storica, che distrugge ogni esistenza degna dell’uomo, il fascismo
yitaliano e tedesco propugna una concezione sociale e statale " organica
per la quale lo Stato non è una costruzione artificiale, razionale, ma anzi la
forma matura di una vera vita, della vita del proprio popolo (p. 24). Il 30
marzo 1942 Einaudi aveva chiesto ad Alicata di sottoporre il volume di Bavink
all’approvazione del Ministero della cultura popolare (AE, Alicata). 21 Primato
, III (1942),381; la psicologia è una scienza cretina , osservava invece Pintor
dopo aver letto Jung nell’ottobre 1941 (Doppio diario Alicata aveva fatto
presente all’editore l’esistenza di difficoltà per l’autorizzazione della
stampa di Jung, per certe idee morali e sociali dello Jung non completamente
conformiste (AE, Alicata). Lo stesso Ernesto De Martino vedeva nello teoria
jungiana che riteneva suscettibile di una traduzione in termini storicistici
una tipica espressione del travaglio spirituale, dei bisogni e delle
aspirazioni della nostra epoca. Noi siamo giunti a un punto in cui sentiamo
viva la necessità di riprendere possesso della nostra anima, e di esplorarne le
sue profondità sconosciute . Diverso, sia pure ambiguo, era il messaggio che si
poteva ricavare dal pensiero degli eretici e degli utopisti, attorno al quale
si assiste, durante la guerra, a un risveglio d’interesse in vari settori
dell’intellettualità italiana, di cui sono testimonianza esemplare gli studi di
Cantimori e la Collana degli utopisti dell’editore Colombo. Nel 1941 esce, come
secondo volume della Nuova raccolta di classici italiani annotati , La città
del sole di Campanella, un’edizione critica condotta sul testo italiano del
1602, quella più decisa in senso ereticale, da Norberto Bobbio: respinte come
fittizie le visioni di un Campanella precursore del socialismo o dello Stato
totalitario, in discussione con i recenti tentativi di rivalutazione cattolica
Bobbio ricorre all’ idea della simulazione per spiegare la conversione del
frate all’ortodossia, provocando le riserve de La Civiltà cattolica , che si
appuntano anche sulle frasi di Bobbio che accennano con un velo di simpatia
alle menti stanche ma non asservite, agli animi sfiduciati ma non vinti degli
eretici isolati °. A queste si potrebbe aggiungere un accenno contro la morale
della potenza ; ma il discorso di Bobbio si mantiene volutamente generico, nel
sottolineare il fondamentale antistoricismo del pensiero di Campanella, per cui
c'è in quell’utopia qualcosa di selvaggiamente primitivo, che richiama alla
mente le comunità degli indigeni delle Nuove Indie; e c’è nello stesso tempo
qualcosa di lucidamente attuale, che fa pensare ad una città operaia
dell'America moderna Primato La Civiltà cattolica. CAMPANELLA (si veda), La
città del sole, testo italiano e testo latino a cura di Bobbio, Torino,
Einaudi. Ginzburg avvertiva Einaudi che Tommaso Fiore stava curando l’edizione
de L'utopia 294 Le origini della casa editrice Einaudi Luigi Einaudi poteva
trarne spunto per sostenere che una storia delle utopie non doveva analizzare i
tipi di società comunistiche immaginati dagli utopisti sulla base di una
problematica economica, ma rigettare nel limbo delle cose che non furono mai
scritte le esercitazioni frigide di letterati in cerca d’argomento in apparenza
nuovo e mettere in luce le poche le quali risposero veramente ad un’esigenza
dello spirito ?!: un modo, ancora una volta, per esorcizzare il pericolo di un
richiamo eterodosso, sia pur utopistico , ai problemi concreti della società
contemporanea. 9. L’anticonformismo storiografico e l’ Universale Il settore
che, ancora una volta, dimostra meglio di altri e sempre più l’anticonformismo
della casa editrice, è quello storico, dove troviamo ora impegnati anche due
laici , in diversa maniera crociani, come Giorgio Falco e Adolfo Omodeo. Il
primo che, costretto dalle leggi razziali a nascondersi dietro pseudonimo, era
venuto affiancando agli originari interessi medievalistici o a quelli per
l’illuminismo, dopo la definitiva sconfitta dello Stato liberale, un’attenzione
a figure significative del Risorgimento, come Pisacane si occupò in particolare
fin dal 1941, assieme ad Alicata, Morra, Ginzburg, Giolitti, Benedetti e
Venturi, di quel progetto della collana Scrittori di storia che avrà attuazione
solo negli anni ’50, anche per le difficoltà allora opposte dalla censura la
Histoire de la conquéte d’Angleterre di Thierry, ad esempio, fu bocciata come
inopportuna nel 1942 ?. Omo di Moro che uscirà nel 1942 presso Laterza (AE,
Ginzburg). 21 L. Einaudi, Delle utopie: a proposito della Città del sole, in R+
vista di storia economica , VI (1941),126-127. Luigi Bulferetti invitava invece
a collocare l’opera di Campanella nella realtà culturale e politica del Mezzogiorno
(Rivista storica italiana , LVIII (1941), 400-401). 252 Su Falco le
osservazioni di A. Garosci, Una cosa non ancora del tutto chiara..., in Rivista
storica italiana , Lettera di Alicata all’editore, 24 giugno 1942 (AE,
Alicata). deo, contattato nel 1939 da Ginzburg, fu prodigo di suggerimenti da
testi di antichistica o di religione a I/ medioevo barbarico di Gabriele Pepe o
il Murat di Angela Valente, e si era assunto anche l’impegno, come ricorderà ad
Einaudi, di trovare per la casa editrice collaboratori italiani, per
equilibrare le traduzioni da lingue estere: dovevo formare un complesso di
collaboratori giovani, perché nella situazione presente, con i valvassori
avviliti e rimbecilliti dalla speranza della feluca accademica, non c’è nulla da
fare 4. Un contrasto con Falco lo spinse tuttavia a passare nel 1941, con i
suoi progetti di lavoro, all’ISPI5; ma aveva frattanto assicurato alla casa
editrice due suoi lavori caratterizzati da una dura polemica, da un punto di
vista liberale, nei confronti della corrente storiografia fascista sul
Risorgimento. La leggenda di Carlo Alberto, che raccoglieva saggi già apparsi
sulla Critica , viene ad affiancare la revisione della figura del sovrano
piemontese condotta con spietato rigore da Guido Porzio sulla Nuova rivista
storica , ed è una requisitoria feroce contro la storiografia sabaudista
espressa da Alessandro Luzio, di cui è messo in luce il semplicismo del
giudizio moralistico e. l’indistinzione dei valori storici , per investire
anche Rodolico, rappresentante di una nuova sofistica che vuol confondere il
moralismo casistico con l’intellezione etico-politica del processo umano .
Tributato un caldo riconoscimento alla Storia del Risorgimento e dell'Unità
d’Italia intrapresa 254 le lettere a Einaudi del 25 agosto 1939, 28 ottobre e
24 novembre 1940, 3 gennaio, 13 febbraio, 8 marzo, 22° maggio, 2 e 17 giugno, 2
luglio 1941 (A. Omodeo, Lettere 1910-1946, Torino, Einaudi, 1963,612, 629-631,
635-636, 638-641, 644-651). 255 la lettera a Einaudi del 9 settembre 1941
(ibidem,655656) e varie lettere in AE, Falco, Pepe: il contrasto riguardava rà
ntroduzione agli studi storici medievali di Pepe proposto da Omodeo; Muscetta a
Einaudi, 29 dicembre 1941 (AE, Muscetta); Ginzburg a Finaudi, 21 novembre 1941:
Ho visto il programma della nuova Biblioteca storica dell’ISPI, che non solo
nel nome, ma anche nelle opere mi sembra derivi dalla Vostra, dato che i volumi
annunciati sono tutte opere rifiutate da Voi, se ben ricordo (AE, Ginzburg);
Carteggio Croce-Omodeo, a cura di M. Gigante, Napoli, Istituto italiano per gli
studi storici, 1978, passize. 296 Le origini della casa editrice Einaudi da
Cesare Spellanzon opera che da sola riabilita i recenti studi risorgimentali,
che in genere non brillano per doti superiori , Omodeo nega recisamente, contro
gli apologeti di Carlo Alberto, l’esistenza di una profonda opera riformatrice
nel primo decennio di regno e di un preciso e segreto disegno politico
nazionale prima del 1848, e fa del sovrano il discepolo ideale di Giuseppe de
Maistre , un convinto cattolico-legittimista , accusando lo stravolgimento dei
veri valori del Risorgimento operato da quegli storici che non condannavano le
repressioni del 1833, pur cogliendo l’occasione, da buon liberale, per una non
necessaria puntata antisovietica . La forza delle argomentazioni critiche di
Omodeo è tale da ottenere un riconoscimento anche sulla codina Rassegna storica
del Risorgimento , ma il significato civile e politico del suo lavoro provoca
subito sulla stessa rivista un duro intervento di De Vecchi ?. Tuttavia
l’invito rivolto a Luigi Russo da Omodeo ferito da questa e da altre critiche,
che si 25% A. Omodeo, La leggenda di Carlo Alberto nella recente storiografia,
Torino, Einaudi; e a16, criticando lo scarso peso dato dagli storici di
tendenza nazionalista ai processi del 1833: È vero che gli odierni processi di
polizia di cui è maestra la Russia di oggi hanno ottuso la nostra sensibilità
morale, e che al confronto i processi del ’33 possono apparire cosa
mitissima... . Dell’importanza di questo volume, come del Gioberti, non tiene
conto A. Garosci, Adolfo Omodeo. III. Guida morale e guida politica, in Rivista
storica italiana. la recensione di Paolo Romano (Paolo Alatri) in Rassegna
storica del Risorgimento; ma C.M. De Vecchi di Val Cismon, Ancora di Carlo
Alberto: Questo cercare di attaccarsi a forme razionalistiche della storia
affermando o demolendo uomini la cui azione può avere riflessi sulla vita
presente, è da una parte errore di storico ma è, peggio, mancanza al dovere di
uno storico in quanto cittadino rilevando le cattive intenzioni politiche di
codesti ingiusti giustizieri [di Carlo Alberto] e non rinunziando a definirli
secondo i loro meriti, vogliamo astenerci dal scendere nel campo della politica
cui pure saremmo chiamati dal contegno loro ( Rassegna storica del
Risorgimento). Negativo il giudizio di G. Ferretti (La leggenda di Carlo
Alberto, in Primato, mentre Luigi Bulferetti, pur prendendo le distanze da
alcune affermazioni di Omodeo, riteneva, a proposito dello Statuto, che si
avvicinasse molto più alle dottrine di Carlo Alberto (e fosse quindi più nel
vero) l’interpretazione datane nel decennio dai reazionari, che non quella dei
liberali di sinistra ( Rivista storica italiana prendesse da parte di persone
di buona volontà posizione nelle riviste di Codignola e in qualche altra che ci
fosse aperta 2, fu subito raccolto, a testimonianza dell’eco non solo
storiografica suscitata dall'opera: cosi non solo La Nuova Italia con
Vinciguerra o Civiltà moderna con Pieri, ma anche altre riviste ormai di fronda
come Oggi , con Umberto Morra tutti intellettuali legat. in vario modo alla
casa editrice, si lanciano in lodi incondizionate al volume, fino ad arrivare a
una vera e propria difesa politica dell’autore sulla Nuova rivista storica ,
sempre ad opera di Pieri: dopo aver affermato riecheggiando la recensione di
Edmondo Cione al Mazzini di Bonomi che certa storiografia del Risorgimento pare
tenda a risolversi in un capovolgimento di valori, nell’apologia di reazionari,
di capibanda, di aguzzini, e nella diffamazione dei nostri cospiratori e dei
nostri martiri , Pieri ricordava come Omodeo, che ha vissuto sul Carso e sul
Piave, prima che negli archivi e nelle biblioteche, la passione del
Risorgimento italiano, e che fin da allora rinunziò agli agi e alle prebende
delle retrovie, può a buon diritto assumersi il nuovo onere e il nuovo onore.
Quanto grande del resto sia oggi l’influenza dell’Omodeo, negli studi del
nostro Risorgimento, presso ogni categoria di studiosi, non esclusi i suoi più
illustri avversari, è ormai a tutti manifesto. Questo è il premio maggiore, per
il chiaro studioso, e la migliore prova del generale consenso che le sue vedute
vanno acquistando, nonché del posto preminente che oggi a lui compete nel campo
della nostra cultura storica 299. Analoga risonanza ha, nelle riviste di
fronda, il volumetto su Gioberti, che sfata l’immagine gentiliana del profeta
del Risorgimento dal pensiero in sommo grado speculativo insieme e realistico ,
per mettere in rilievo, accanto alle continue oscillazioni politiche, le
carenze filosofiche e il sacrificio giobertiano dell’idea liberale al
cattolicismo , contrapponendogli il liberalismo laico di Cavour che, ben lungi
dall’essere agnostico, 258 Lettera del 7 ottobre 1940 (A. Omodeo, Lettere,628).
259 La Nuova Italia; Civiltà moderna; Oggi; Nuova rivista storica. Le origini
della casa editrice Finaudi garantiva lo svolgimento autonomo delle fedi
intrinseche alla cultura . E mentre Gentile vedeva nell’azione popolare di
Gioberti uno degli ammonimenti tuttora più vivi della sua politica nazionale ,
Omodeo dichiarava la necessità di insistere sui suoi difetti ed errori per
ricordare a certo neoguelfismo di cattiva lega, che va risorgendo, a certo
neogiobertismo che ammicca vantandosi furbo, che l’esperienza giobertiana è
irriproducibile, non ha possibilità di sviluppi in linea retta; il suo retaggio
attivo fu assorbito nella sana politica del Cavour 2°. Un’interpretazione
laica, questa, che proveniva dall'ambiente crociano, il cui legame con la casa
editrice è attestato anche dall’attenzione che alla produzione storiografica di
Einaudi riserva La Critica . Spicca in particolare la recensione al Medioevo
barbarico d’Italia di Gabriele Pepe (1941) che era stato stroncato dai giudici
dell’Accademia d’Italia!, ritenuto invece da Croce una delle opere più
pregevoli della nuova storiografia cresciuta in Italia negli ultimi quindici
anni, non cronachistica o filologica, materialistica, economica, nazionalista
ed etnologica, ma semplicemente e puramente umana, cioè etica (il che non vuol
dire moralistica) , trovando in ciò concorde il giudizio di Luigi Einaudi; e,
con evidente allusione all’alleanza del fascismo con la Chiesa e col nazismo,
Croce faceva sue le tesi principali del volume giudicate con perplessità o come
troppo tendenziose da altri recensori, secondo le quali i Longobardi furono
sostanzialmente un elemento negativo nella storia d’Italia, cosî come il potere
temporale della Chiesa non solo fu dannoso alla moralità e alla civiltà, sî
anche dannoso alla stessa azione, quale che sia, 260 A. Omodeo, Vincenzo
Gioberti e la sua evoluzione politica, Torino, Einaudi; per i giudizi di
Gentile, quali si erano venuti configurando fin dal 1919, ora G. Gentile, I
profeti del Risorgimento italiano, terza edizione accresciuta, Firenze,
Sansoni, 1944, 69, 125. L’anonimo recensore della Nuova rivista storica notava
che il carattere di Gioberti fu piuttosto di teorico e di sognatore, anziché di
politico mirante alla realtà dei fenomeni politici e nazionali ; analogo il
giudizio di U. Morra, Gioberti e Garibaldi, Oggi. 261 G. Turi, Le istituzioni
culturali del regime fascista durante la seconda guerra mondiale, cdella Chiesa
in quanto istituto religioso perché il potere temporale non le dava ma le
toglieva forza, non le accresceva o garantiva libertà, ma la legava. Né è detto
che anche ai nostri giorni essa non abbia sollecitato e accettato un dono, un
piccolo dono, di Danai ?°. Sulla linea di una continuità di intervento liberale
compare ancora una volta Salvatorelli col Profilo della storia d'Europa, in cui
è sempre presente l’interpretazione multisecolare dell’unità della storia
italiana, e torna un motivo che abbiamo già trovato in Dawson, quello di una
civiltà unitaria europea la cui otigine è retrodatata rispetto all'opera dello
storico inglese, con forti e attualizzati elementi di differenziazione
dall’Oriente, in quanto la civiltà europea sarebbe stata preparata dai
caratteri comuni che i popoli europei già all’inizio dell’età storica
presentavano rispetto all’Oriente. Fin da adesso, insomma, l'Europa di fronte
all’Asia rappresenta l’individualità di fronte al collettivismo, la libertà di
fronte al dispotismo, il progresso di fronte all’immobilità 2°. Espressione,
come il Sommario della storia d’Italia, di quel nervoso e moderno
enciclopedismo di cui ha parlato Sasso °, il Profilo non esprime particolari
valutazioni sulle vicende della storia europea, se non nell’unificazione,
tipicamente liberale, dell’esperienza della Russia bolscevica e dei regimi
fascista e nazista sotto la stessa etichetta di Europa autoritaria , e ciò
nonostante nel volume appaiano, come novità nella storiografia di Salvatorelli,
frequenti accenni alla storia economico-sociale, anche se in prevalenza
relativi alla storia antica, e non senza imptoprie attualizzazioni °°. Ma,
forse proprio per avere le stesse 22 La Critica Einaudi, Sui fattori (economici
morali ecc.) delle variazioni storiche, in Rivista di storia economica. Una
certa tendenziosità di Pepe era colta da E. Chichiarelli ( Nuova rivista
storica) ed E. Farneti ( Oggi Salvatorelli, Profilo della storia d'Europa,
Torino, Einaudi Ri Sasso, La Cultura nella storia della cultura italiana Ad
esempio, a proposito di Atene nel VI secolo a.C.: È da 300 Le origini della
casa editrice Einaudi caratteristiche del Somzzario, la fortuna dell’opera fu
notevole, secondo la profezia di Ginzburg per il quale il Profilo, scriveva dal
confino il 5 marzo 1942, di sicuro aumenterà considerevolmente la diffusione
della vostra collezione storica #4, e non certo indifferenziata, se nel
concedere il nulla osta ai volumi della casa editrice da introdurre in Germania
il Ministero della cultura popolare suggeri di levar via il Salvatorelli ,
Infatti, pur lasciando scontenti i cattolici e i crociani lamentandosi, i
primi, delle due pagine striminzite dedicate all’avvento del cristianesimo , e,
i secondi, della mancanza di una superiore giustificazione ideale delle notizie
raccolte a differenza della Storia d'Europa di Croce ?, il volume riscuoterà
nel 1943 l’elogio appassionato di Giovanni Mira, ospitato anch'egli, già
aderente al Partito d'Azione, sulle pagine della Nuova rivista storica : Nella
nostra età tempestosa egli scriveva, lontani come siamo dal dogmatismo della
storiografia cattolica, dall’orgoglio razionale della volteriana,
dall’ottimismo progressista della ottocentesca, questo sforzo compiuto dal
Salvatorelli per stringere in breve la storia del nostro continente, per far
capire anche agli ignari come i fatti si sono svolti, con una narrazione cosi
lucida da non aver bisogno di commento, con una parola cosî piana da essere
intesa da tutti, col solo interesse di stimolare in sé e negli altri il riesame
del passato, con la sola morale di ritrovare nei fatti umani il lume
dell’umanità: quest’opera è forse il più sano cominciamento che si possa dare
alla storiografia di domani ?9. notare come tra i grandi proprietari ed i
piccoli agricoltori si fosse formato un partito medio, che potremmo chiamare
della borghesia (Profilo della storia d'Europa,39). #6 AE, Ginzburg. 26 Alicata
a Einaudi, 30 maggio 1942 (AE, Alicata). 268 La Civiltà cattolica , 94 (1943),
vol. II,52, e la recensione di E. Chichiarelli ne La Nuova Italia. 26 Nuova
rivista storica,123. L'opera di Salvatorelli era presentata da Pietro Amendola
al fratello Antonio, in una lettera del 28 aprile 1941, come una cronaca ,
tranne che per quanto concerne le questioni religiose o dei rapporti tra gli
Stati e la Chiesa, che è come sai il cavallo di battaglia del Salvatorelli:
allora abbiamo della storia vera e propria (in Lettere di antifascisti dal
carcere e dal SEO, peo di Giancarlo Pajetta, Roma, Editori Riuniti, Il volume
di Salvatorelli testimonia la necessità, avvertita dalla casa editrice nel
corso della guerra, di confrontarsi con le vicende degli altri paesi e di
ripensare grandi momenti o figure del passato, in saggi che, se si eccettua la
cattiva cronaca del Cavour e Napoleone III di Bono, accoppiano sempre alla
dignità scientifica una notevole capacità narrativa, e quasi sempre si fanno
portatori di un messaggio politico. Nel 1941 appaiono due studi di George
Macaulay Trevelyan: la Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX, tradotta da
Umberto Morra, riscosse il plauso di intellettuali di diverso orientamento,
come Curiel, che la giudicò uno dei pit bei libri di storia usciti in questi
ultimi tempi per l’ acutissima indagine sociale , ed Ernesto Rossi, che la
riteneva fruttuosa, per la formazione della educazione politica. Contro
l’irrazionalismo, oggi tanto diffuso, mostrare gli sforzi coronati dal successo
di tanti uomini egregi del secolo scorso, che si proposero di modificare
l'ordinamento esistente per renderlo più adeguato ad un ideale di superiore
civiltà significa fare una iniezione di ottimismo, e stimolare all’azione
consapevolmente diretta al pubblico bene ?!. La rivoluzione inglese del 1688-89
era presentata da Ginzburg come quella che aveva improntato del proprio
formalismo e conservatorismo tutta la vita pubblica nazionale fino ad allora,
tramandando tuttavia anche il principio della tolleranza politica e religiosa e
Ginzburg invitava il lettore italiano a leggere le conclusioni di Trevelyan,
che vedeva nella rivoluzione una vittoria della moderazione , e valorizzava il
sistema parlamentare in- Giudicato dall’editore libro magistralmente condotto
(lettera del 21 ottobre 1941, in AE, Del Bono), il lavoro era negativamente
recensito sulla Rassegna storica del Risorgimento (XXX (1943),511-512) da Paolo
Romano (Alatri), che gli contrapponeva l’interpretazione omodeiana di Cavour.
21 CURIEL (si veda) Scritti, a cura di Frassati, Roma, Editori Riuniti
(segnalazione apparsa nel Bollettino del Fronte della gioventii del febbraio
1944), e la lettera di Ernesto Rossi a Luigi Einaudi del 18 novembre 1941 (AFE,
Rossi). Salvatorelli apprezzò l’opera in quanto correggeva l’immagine
stereotipa della vita politica inglese come semplice contrapposizione di due
partiti ( Nuova rivista storica. Le origini della casa editrice Einaudi glese
nei confronti di poteri accentrati di un nuovo tipo e ben più formidabile che
non quelli dell'Europa dell’ ancien régime , quali quelli instauratisi in
Europa nel dopoguerra 7°. Il significato politico dell’opera è confermato dai
giudizi negativi di Carlo Morandi, per il quale, di fronte alle novità del
secolo XX, l'Inghilterra non era stata in grado di rivedere le sue posizioni,
preferendo rinchiudersi nella difesa del passato Ora, veramente, i motivi
fecondi della rivoluzione liberale del 1688 possono dirsi esauriti ??, e di
Cantimori, pur già in contatto con la casa editrice, che la giudicava un saggio
di apologetica costituzionale dalla visione conservatrice, dato l’ insistente
paragone, a tutto detrimento di quest’ultima, con la Rivoluzione francese , e
un documento della mentalità degli ambienti universitari più vicini alla classe
politica attualmente dominante in Inghilterra ?. Sempre nel 1941 appare non
sappiamo se prima della guerra all’URSS la Storia della rivoluzione russa di
William H. Chamberlin, un’opera che l’editore aveva in preparazione fin dal
1938 opponendola, come obiettiva , a quella degli Webb proposta da Schiavi ?°,
e tradotta da Mario Vinciguerra: un lavoro in cui l’autore dell’Età del ferro,
pur attenuando gli accenti apocalittici della prima opera per tentare una
esposizione narrativa degli avvenimenti russi dal 1917 al 1921, si presta a una
lettura fortemente antisovietica da parte di Omodeo, il quale osservava che,
per quanto in vari punti l’autore indulga a correnti punti di vista
materialistico-storici e a connessi schemi classistici , sfuggiva in realtà
agli schemi generici e vuoti del marxismo , per presentare come deus ex machina
della rivoluzione la non amabile persona di Vladimir Ulianov detto Lenin , uomo
spregiudicato, con Trevelyan, La rivoluzione inglese, traduzione di Pavese,
Torino, Einaudi Pia di L. Ginzburg. 2733 Primato , I (1940), n. 15,20 (siglato
CM.). Leonardo DA VINCI (si veda); analogo il giudizio di Tullio Vecchietti {
Rivista storica italiana). 215 Finaudi a Schiavi, (AE, Schiavi). UA) un legame
scarsissimo col mondo circostante , caratterizzato dal doppio aspetto del
fanatismo implacabile e della scaltrezza opportunistica , forgiatore di un
partito che ricorda insieme il primitivo Islìm e la Compagnia di Gesù e
concepisce la dittatura sugli schemi del regime zaristico: dispotismo di polizia
?°. Analoghi motivi di discussione politica sono suscitati anche dalla
presentazione di grandi individualità storiche di un più lontano passato, e
provocano ora incrinature all’ interno della casa editrice, e fra questa e
l’ambiente di Primato o de La Critica . Il Richelieu di Carl J. Burckhardt è
visto dal curatore dell’opera Bruno Revel, sulla traccia dell’interpretazione
di Belloc contestata da Salvatorelli, come fondatore dell'Europa moderna e del
nazionalismo, artefice di quell’ordine, che proprio ora ci sta crollando
davanti cosi spettacolosamente, fino a incidere anche nell’ambito della sfera
privata. Tanto più se una quasi ironica coincidenza di suoni confonda due nomi
cosî ambigui come Versaglia e Vesfaglia; sf che nou sai se la travolgente e
frastuonante insurrezione contro alla pace di Versaglia non travalichi ora tali
limiti, e non si spinga per avventura più addietro nei secoli, scalzando dalle
basi precisamente l’intero ordinamento europeo, quale era stato introdotto e
legalizzato nella storia dalla pace di Vesfaglia 27. E contrastanti sono, nel
1942, due opere che presentano la differente concezione dello Stato di
rilevanti personalità della Grecia antica: da un lato l’ Alessandro il grande
di Georges Radet, che percorre le vicende del biografato alla 2î6 La
recensione, apparsa su La Critica del 1943, è ora in A. Omodeo, I/ senso della
storia, a cura di L. Russo, Torino, Einaudi, Burckhardt, Richelieu, traduzione
di B. Revel, Torino, Einaudi, 1941 (ediz. originale 1900),9. Oltre a contestare
la tesi di Belloc, Salvatorelli sosteneva anche l’esistenza di contrasti fra
poteri temporale e spirituale nel Medioevo: Fa della mitologia, o della
fantasia, il Revel quando ci parla nella sua prefazione di quella felice
coincidenza di una cattedra sovrumana e di un ordinamento terreno che sarebbe
esistita prima dell’età moderna (Assolutismo del Richelieu, in Primato. Notava
l’analogia con la tesi di oc anche Mario M. Rossi nella recensione all’edizione
tedesca del 1937 (Nuova rivista storica). Le origini della casa editrice
Einaudî luce della sua ispirazione religiosa suscitando la critica di Omodeo
che invitava a una più concreta analisi storicopolitica, fa dire al curatore
che nell’opera di Radet si vede sorgere e progressivamente attuarsi il generoso
ideale dell’eguaglianza di tutte le genti in un mondo pacificato e concorde ?;
dall’altro Werner Jaeger contro gli storici tedeschi dell’800 che, come
Droysen, avevano esaltato l’opera di unificazione nazionale di Filippo il
Macedone e di Alessandro, visti come precutsori di Guglielmo I difende il
martire della libertà greca , Demostene: ed è significativo che mentre su
Primato Gennaro Perrotta valorizza la politica egemonica di Filippo e di
Alessandro contro l’ angusta difesa della libertà di Atene fatta da Demostene
ch'era libertà comunale, municipale , più tardi, sulla Nuova rivista storica ,
Giovanni Costa sosterrà la tesi di Jaeger facendone proprie le parole la lotta
di Demostene è immortale, per mortale che sia stata la nazione per cui combatté
. Una tesi che già dieci anni prima la stessa rivista aveva fatto propria,
prendendo spunto dal Demostene e la libertà greca pubblicato nel 1933 da Piero
Treves presso Laterza. Non mancano quindi elementi di contraddizione
all’interno della casa editrice, al di là dei limiti posti dalla censura che
non permettevano di superare la linea liberale di Omodeo o quella moderata di
Trevelyan. Sembra tuttavia di avvertire, al tempo stesso, una maggiore cautela
verso la casa editrice da parte dell'ambiente crociano come nel caso di
Chamberlin e di Primato che, con l’inasprirsi 8 G. Radet, Alessandro il Grande,
traduzione di M. Mazziotti, Torino, Einaudi, 1942 (ediz. originale 1931),XII.
La recensione di Omodeo, apparsa su La Critica , è ora in A. Omodeo, Il senso
della storia. Secondo Giovanni Costa Radet operava una esagerazione
magnificatrice dell’opera di Alessandro, nel quale invece si sente l’autocrate,
pi che l’uomo di genio ( Nuova rivista storica , Jaeger, Demostene, traduzione
di A. D'Andrea, Torino, Fina di, 1942 (ediz. originale 1938); G. Perrotta,
Demostene, gli antichi © i moderni, in Primato , ICosta in Nuova rivista
storica, XXVIII-XXIX (1944-45),335-337; E. Cione in Nuova rivista storica ,
della guerra, si arrocca in una posizione di minore apertura culturale,
accompagnata, alla fine del ’42, dalla cessazione della collaborazione di
Alicata e dal diradarsi di quella di Muscetta. Uno sguardo ai progetti della
casa editrice in questo periodo, che riguardano in particolare il settore
storico, può aiutarci a spiegare questa iniziale presa di distanza. Alcune
proposte, in questo campo, tendono infatti a ricostruire una tradizione
democratica nel pensiero politico italiano a partire dalla Rivoluzione
francese, e non perdono il loro significato per il fatto di cadere nel nulla
anche per le traversie della casa editrice dopo il 25 luglio, o di essere
realizzate, in gran parte, dopo la Liberazione. Si comprende come, in questo
quadro, non abbiano esito le proposte avanzate da Maturi nel 1942 ?,
scarsamente innovative nella tematica e, forse, ritenute poco attraenti pet i
legami di Maturi con Volpe, o quella di Vittorio Gorresio, che nel 1941 aveva
terminato un saggio sulla storia del bolscevismo in Italia in cui sottolineava
l’isolamento del partito comunista dal grande tronco del socialismo , ma che fu
sottoposto al giudizio di Pavese che lo ritenne superficiale. Pieri, che nella
Nuova rivista storica aveva segnalato con simpatia alcuni dei titoli più
innovativi di Einaudi, propose una raccolta di saggi di storia militare che non
furono terminati per il Volpe, perché io non volli più sottostare alle
osservazioni e mutilazioni di due militari di professione messi alle costole
all’Accademico , tanto da dover subire le sue basse vendette 2; e mentre
Cantimori, fra gli altri progetti, avanza quello di una riedizione de La
repubblica romana del 1849 del mazziniano ministro degli esteri della
repubblica Carlo Rusconi ? 280 Maturi propose volumi su Lord Bentinck e i
Borboni di Sicilia, Nigra, e Le interpretazioni del Risorgimento, frutto del
corso pisano del 1942-43 (AE, Maturi). 281 Gorresio a Einaudi, 20 novembre 1941
(AE, Gorresio}; Einaudi ad Alicata, (AE, Alicata). Pieri a Einaudi, 6 luglio
1941 (AE, Pieri). 283 Nel 1941-42 l’editore si dimostrava interessato a questa
e ad altre 306 Le origini della casa editrice Einaudi Falco propone, pur con
riserve legate alla tendenza materialistica dell’autore, il volume di Domenico
Dematco su Il tramonto dello Stato pontificio che sarà pubblicato nel 1949, e
una scelta di scritti di Giuseppe Montanelli in cui, osservava, andrebbe
conservato quanto riguarda la coltura del tempo, problemi vivi anche ai nostri
giorni, come la democrazia, il socialismo, la personalità del Montanelli,
soprattutto in relazione coi pensatori e politici contemporanei ‘4. Alessandro
Schiavi, che aveva già promosso presso Laterza la pubblicazione di alcune
memorie di esponenti socialisti, con la speranza di poter continuare una
battaglia politica , propone senza successo per il timore dell’editore di
incorrere nella censura un saggio di Zibordi sulla Storia del partito
socialista italiano nei suoi congressi, e nel 1942 un proprio volume su I
contadini e i socialisti italiani che si sarebbe giovato di note stese da Nullo
Baldini. Il 1° settembre 1942, infine, Schiavi inviava a Einaudi tre cartelle
di un suo Proezzio al carteggio Turati-Kuliscioff, suscitando l’interesse dell’
editore, che cercherà di avviare la pubblicazione nell'agosto 1943 perché il
libro scriveva potrà riuscire sommamente opportuno e formativo, nelle prossime
lotte sociali ; gli scopi politici dell’edizione erano ben chiari anche a
Schiavi, per il quale la giovane generazione, che non ha avuto modo di
conoscere i pionieri e gli artieri del movimento sociale in Italia trascinati
via dalla morte e dall’esilio, inibita di leggerne la vita e l’opera nei libri
perché arsi e sequestrati come apportatori di veleni, ignara del senso di
libertà che tien deste e aperte le menti alle varie correnti del pensiero e
dell’opinione e della critica che le scerne e le affina, e che non è quindi in
grado di giudicare di quel movimento che fece di una plebe un popolo, proposte
di Cantimori, come la traduzione di Politik als Beruf e Wissenschaft als Beruf
di Max Weber (AE, Cantimori). 284 AE, Falco. Significativa la lettera inviata
da Schiavi a Anzi per incoraggiarlo a scrivere le sue memorie: Non tutto
sparisce colla inerzia imposta, oltreché dalle circostanze, dagli anni, e un
po’ della semente gettata germoglierà, e il nostro spirito rinascerà in quelle
particelle che andranno a formare la società quale noi l’abbiamo sognata. Ed in
tal senso il nostro io non morirà (ACS, Casellario politico centrale, b. 4689,
fasc. 6133). attraverso lotte, errori, cadute, e sforzi innumerevoli, se non
nelle leggende sconce e vituperose di avversari senza fede in un ideale, senza
rispetti umani, e sol gonfi di sé medesimi, potrà imparare da queste lettere di
che ‘lagrime e di che sangue l’ascensione delle classi lavoratrici italiane
voluta, preparata ed avviata da un pugno di uomini colla sola forza della
persuasione e della comprensione, della solidarietà e della educazione [sic].
Alicata, mentre rifiuta la proposta di tradurre Qu'est-ce que la proprieté? di
Proudhon, perché a parte il coraggio di certe formule diventate famose, è un
po’ fiacco nell’analisi dialettica , si faceva portatore della proposta di
Gastone Manacorda il quale nell’ottobre dichiarava di averne già terminato la
traduzione di pubblicare la Storia della congiura degli uguali di Filippo
Buonarroti indicato da Venturi, su Giustizia e Libertà , come il primo
egualitario italiano, e del Sistemza politico degli uguali di Babeuf. Il primo
testo che sarà pubblicato nel 1946 incontrò l’approvazione di Einaudi ?, che
nello stesso anno pubblicò il Saggio su la Rivoluzione di Pisacane. Dai
progetti si era ormai passati alle prime realizzazioni; e la storia di questa
edizione non è meno significativa delle pagine di prefazione scritte da Pintor
e dell’eco che essa suscitò. Nell’estate del 1941 Aldo Romano, che nel corso
degli anni ’30 si era già occupato della figura di Pisacane, aveva proposto a
Einaudi una scelta di suoi scritti, che in un primo tempo avrebbe dovuto curare
per la collana Studi e documenti di storia del Risorgimento diretta da Gentile
e Menghini presso Le Monnier, e che non prevedeva il saggio sulla 286 Schiavi a
Einaudi, ed Einaudi a Schiavi (AE, Schiavi). 281 Gianfranchi [F. Venturi], F.
Buonarroti, primo egualitario italiano, in Giustizia e Libertà. 288 Per
Proudhon Alicata a Einaudi, 18 giugno 1942 (AE, Alicata); per Babeuf e
Buonarroti, Alicata a Einaudi, 11 maggio 1942 (AE, Alicata); Onofri scriveva
all'editore di avere esaminato assieme ad Alicata una scelta di scritti di
Babeuf (AE, Onofri); nel marzo 1943 Alessandro Galante Garrone inviava lo
schema di un suo volume su Mazzini e Buonarroti, mentre l’editore lo avvertiva
che dal giugno 1942 Gastone Manacorda era stato incaricato di tradurre la
Conspiration pour l’égalité di Buonarroti (AE, Galante Garrone). Le origini
della casa editrice Einaudi Rivoluzione. Alle obiezioni dell'editore, che
chiedeva solo quest’ultimo, Romano rispondeva che il terzo saggio era solo una
parte dell’opera di Pisacane, ma non certo la più importante. Staccata dalle
altre rappresenta un frammento che ora non vale la pena di pubblicare. Il terzo
saggio contiene, nelle sue pagine migliori, il pensiero sulla quistione
sociale, ma non certo tutto il pensiero poli- tico del Pisacane: le pagine
migliori si trovano nel IV saggio che, collegate a quelle poche del secondo,
rappre- sentano il pensiero del Pisacane sulla guerra, la sua filosofia della
guerra come creatrice di eventi ; ma il 2 settembre 1942 Einaudi gli rispondeva
di aver affidato la Rivoluzione a un suo collaboratore’. Non è probabilmente
senza motivo o motivi che il nome del democratico meri- dionale, annoverato
alla fine dell’800 fra i precursori del socialismo, ma di cui nel 1932 Nello
Rosselli aveva messo in luce le contraddizioni del pensiero sociale per
ricavarne l’ammonimento che il riscatto di un popolo dalla tirannia, dalla
serviti, dalla cronica fiacchezza politica, è anzitutto problema morale e
Ferruccio Parri non mancò di rilevare la riduttività del giudizio di Rosselli
?°, tornasse a circolare con lo scoppio della guerra: con patticolare
riferimento alla Guerra combattuta ne parlarono Giansiro Ferrata su Primato e,
su Argomenti , Raffaello Ra- mat, che pose però l’accento anche sul pensiero
politico e sociale di Pisacane ?!. In questo contesto, la scelta einau- diana
trovava già predisposto uno spazio di intervento, ma assumeva anche particolare
rilievo, come ha ricordato Gerratana affermando che essa fu in quel periodo uno
289 AE, Romano. 29 N. Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, con
un saggio di W. Maturi, Torino, Einaudi, 1977,IX, e la recensione di Parri
(siglata F. Pr.) al volume di Rosselli, che notava in Pisacane delle rigide
postulazioni di comunismo autoritario e spregiudicato, le quali sono sembra a
me in qualche dissenso da Rosselli più che fredde e formali e provvisorie
acquisizioni ideologiche , e suggeriva di dare maggiore spazio all’influenza di
Marx su Pisacane { Nuova rivista storica). DI G. Ferrata, Strategia di
Pisacane, Primato; Ramat], Per un'antologia di scritti del Pisacane, in
Argomenti. dei più importanti contributi alla cultura antifascista della nostra
generazione ??, Infatti nella presentazione del Saggio Pintor operava una netta
rottura con l’interpreta- zione di Rosselli: pur mettendo in luce i limiti
teorici e politici di Pisacane, coglieva in lui l’intreccio di motivi maz- ziniani
e marxiani e, soprattutto, lo indicava come l’unico socialista intransigente
dell’Italia pre-unitaria, e un socia- lista per temperamento e per metodi assai
più vicino ai moderni teorici che ai vecchi dottrinari di un’utopia
collettivista , in quanto l’affermazione cosi frequente in Pisacane che le idee
derivano dai fatti, e non questi da quelle, corrisponde nella sua sommaria
enunciazione al cosiddetto rovesciamento della dialettica hegeliana operato da
Marx ?3, Era un’affermazione che, al di là della sua correttezza
interpretativa, ebbe un’eco significativa: alcuni la passarono sotto silenzio,
come il recensore di Critica fascista che si limitò a sottolineare l’autonomia
di pensiero e l'imperativo morale del patriota, o la contestarono, come
Gabriele Pepe, che dopo aver messo in luce l’astrattezza di pensiero e la
lontananza dal marxismo di Pisacane, assegnò al Saggio un significato
esclusivamente patriottico ; ma subito, nel 1942, Muscetta salutò su Primato la
ristampa di un classico della pix schietta tradizione rivoluzionaria italiana ,
mentre sulla Rivista storica italiana Armando Saitta difese il valore teorico
del suo pensiero, in particolare l’intuizione, a suo parere marxista e
sociologica insieme, del popolo come classe politica , e più tardi, nell’inverno
1943, Paolo Alatri potrà affermare che alla base di tutto il Saggio è una
convinzione che difficilmente anche oggi, a circa un secolo di distanza nel
tempo da quando esso fu scritto, ci si sentirebbe di rifiutare: che cioè una
rivoluzione, per mutare veramente un mondo, deve Introduzione a G. Pintor, I/
sangue d'Europa,la prefazione al Saggio, del 1942, ora in G. Pintor, I/ sangue
d'Europa. Nonostante la conclusione della vicenda editoriale, il 16 febbraio
1943 Pintor ammoniva Einaudi: ti ricordo l'opportunità di non buttare a mare
completamente i collaboratori che ti sono antipatici: i calci in faccia dati a
Romano e la distruzione del suo volume risultano ora piuttosto dannosi giacché
una scelta degli scritti di Pisacane non si improvvisa e il volume è rarissimo
(AE, Pintor). Le origini della casa editrice Einaudi essere sovvertimento di un
ordine costituito non soltanto politico ma anche e soprattutto sociale ?. Resta
l’interrogativo di come, nello stesso tempo, Pintor potesse consigliare a Einaudi
la pubblicazione, avvenuta nel 1943, de I proscritti di Ernst von Salomon, uno
degli assassini di Rathenau, un volume che l’editore propagandò perché vi era
rievocata la guerriglia per strappare le regioni baltiche alla minaccia
bolscevica , e al quale già nel 41 aveva dichiarato di tenere molto, assieme a
Volk obne Raum del pangermanista Hans Grimm, per il loro tono documentario
nazionalsocialista ?5; una proposta che Pin tor cercherà di riscattare nella
recensione al volume pubblicata postuma, tesa ad analizzare, con moduli
cantimoriani, anche se concettualmente assai più fragili, la vicenda dei
reazionari di sinistra tedeschi del primo dopoguerra, vista come testimonianza
del destino di un'epoca in cui la tolleranza doveva diventare una colpa e la
morte fisica scendere con inaudita violenza su intere generazio ni 2,
L’interrogativo posto per Pintor ci sembra valido anche per l’editore, che nel
1939 aveva consigliato cautela a SUCCI (si veda), CRITICA FASCISTA; Pepe ne La
Nuova Italia , Don Santigliano [Muscetta] in Primato; A. Saitta in Rivista
storica italiana;Romano [Alatri], in Leonardo, XIV (1943),247. 295 Attività
Einaudi anno XXI (ACS, Segreteria particolare del duce, Carteggio ordinario, n.
528771, sottofasc. 1); Einaudi ad Alicata, (AE, Alicata); G. Pintor, Doppio
diario, Pintor, Il sangue d’Europa,162, 164. Recensendo più tardi il volume
Croce, dopo aver ricordato la nobile figura di Rathenau e la radicale negazione
della moralità dei mistici tedeschi, in questo simili ai fascisti italiani, concludeva
con velata ironia: La traduzione italiana del libro del Salomon, è stata
pubblicata nel marzo 1943, nel tempo dell’ancora imperante fascismo, e dovette
perciò avere il lasciapassare di quel regime: al quale è da credere che tale
libro sembrasse edificante, confortante, educativo, persuasivo per gli
italiani, perché dettato nello stesso spirito di talune delle nobili sentenze
che allora si facevano imprimere dappertutto sui muri delle case urbane e
rurali. Ma l’accorto editore, provvedendo a quella traduzione, avrà avuto di
mira, crediamo, l’intento opposto (Misticismo politico tedesco (La Critica ,
1944), ora in B. Croce, Pagine politiche (luglio-dicembre 1944), Bari, Laterza,
Spellanzon nella cura delle Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848 di Cattaneo:
poiché la materia è, a novant'anni di distanza, ancora cosi incandescente ,
scriveva Einaudi, era indispensabile far precedere il testo di Cattaneo da
un’introduzione, che serva un po’ da antidoto, un’introduzione che non sia
naturalmente di piaggeria carlalbertina, ma renda equilibratamente ragione
dell’occasione e dell’intonazione dell'Archivio triennale e di questi scritti
che ne formano l’ossatura . Ma all’editore di Omodeo, spietato critico della
leggenda di Carlo Alberto, Spellanzon aveva risposto di non essere sicuro di
poter scrivere una introduzione- antidoto , perché si sentiva meno caldo di
furore di quell’uomo inesorabile e severo, vero Farinata del secolo decimonono.
Ma all’infuori del toro, e all’infuori di qualche sua deduzione troppo
consequenziaria, io condivido molta parte dei giudizi del fiero lombardo! ?.
Infatti nella presentazione dell’opera pubblicata nel 1942 che nella ristampa
del 1949 sarà dedicata a Salvemini, Spellanzon faceva sue le critiche del
democratico milanese alla politica di Carlo Alberto, e coglieva negli scritti
dell’ Archivio triennale un acerbo disdegno per i subdoli maneggi di servi
cortigiani e gesuitanti, un caldo amore di libertà inseparabile da ogni impresa
di civile progresso. Anche in queste pagine, il Cattaneo ci appare quel che fu
durante l’epico momento delle Cinque Giornate: il Farinata della rivoluzione
nazionale italiana ?. Scontate appaiono quindi, da un lato, le critiche de La
Civiltà cattolica e, dall’altro, la favorevole accoglienza di Pieri, per il
quale con questo volume la tanto auspicata ricostruzione della storia del
nostro Risorgimento è finalmente in atto, nelle sue correnti ideali, nel suo
travaglio politico, nello sforzo d’elevazione morale di tutta la vita italiana
; ma anche Carlo Morandi, su Primato , invitava ad una lettura del Cattaneo
democratico ben diversa da quella proposta nel ’39 da Luigi Einaudi: Nella
storia, Einaudi a Spellanzon, e Spellanzon a Einaudi, 7 luglio 1939 (AE,
Spellanzon). 28 C. Cattaneo, Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848, a
cura di C. Spellanzon, Torino, Einaudi, 1942,XCII. 312 Le origini della casa
editrice Einaudi se l’obbiettività è un’utopia, la probità è un dovere. Sarebbe
eccessivo affermare che la probità del Cattaneo, anche in queste pagine, non è
inferiore a quella degli scrittori suoi contemporanei di parte avversa?
Crediamo di no ? Ma poco prima del 25 luglio, alla vigilia di una nuova fase
nella vita della casa editrice, Einaudi cercava un punto di equilibrio
affidando ancora una volta a Salvatorelli il compito di riassumere in rapida
sintesi una riflessione del Risorgimento che unificasse la concezione
liberal-moderata di Omodeo e quella democratica di Spellanzon, pur in una
visione sempre etico-politica della storia. In Pensiero e azione del
Risorgimento, individuata nella circolazione delle idee del '700 europeo la
matrice del processo risorgimentale, Salvatorelli superava sue precedenti
incertezze interpretative ripercorrendone le tappe attorno al nesso di pensiero
e azione , che vedeva per la prima volta incarnato dai giacobini italiani, per
passare poi nell’insegnamento di Mazzini e spiegare la funzione capitale svolta
dal Partito d’Azione. Pur contestando la sottovalutazione di Cavour e l’unico
punto relativo alla rivoluzione in cui l’autore accennava al problema sociale e
il recensore sottolineava la difettosa impostazione etico-giutidica di tutti i
moti socialistici , Omodeo poteva salutare, su La Critica del 20 luglio 1943,
un’opera meritoria nella dura polemica contro certi indirizzi semi-camorristici
che con la prepotenza han preteso imporre risultati prestabiliti alla ricerca
storica ; e Curiel inviterà a leggere il volume, perché metteva in luce le
forze progressive della democrazia, indicandone le insufficienze per cui il
moto rivoluzionario per l’unità d’Italia sboccò nel compromesso monarchico e
nel pseudoliberalismo antidemocratico . Infatti dalla ricostruzione La Civiltà
cattolica; Pieri in Nuova rivista storica , XXVII (1943),143; Morandi in
Primato , III (1942),179. anche, più tardi, la recensione di Bianca Ceva ne La
Nuova Italia. La Critica; E. Curiel, Scritti (segnalazione sul Bollettino del
Fronte della gioventd del febbraio 1944). Anche Carlo Morandi, pur non
condividendo alcune osservazioni particolari di Salvatorelli, ne sposava comple
storiografica che arrivava ad accennare alla crisi del dopoguerra, pur senza
nominare il fascismo Salvatorelli faceva scaturire nella pagina conclusiva un
chiaro messaggio politico, invitando a non subire le deformazioni e i
traviamenti delle visuali nazionalistiche ; ma a preservare la libertà di
pensiero e d’azione, guardare dall’alto e lontano, ascoltare e riflettere,
preparare e costruire, secondo le direttive di principio espresse dalla
coscienza storico-morale dell’umanità, in cammino verso la sua meta divina: la
pienezza di vita dello spirito nella fraternità universale ! A valori umani e
civili non confinabili in un ambito nazionalistico intendeva ispirarsi anche la
nuova collana Universale che cominciò a uscire nel 1942 sotto la direzione di
Muscetta, invitato dall’editore ad accelerarne i tempi di pubblicazione di
fronte alle minacce di concorrenza che si annunziano da varie parti ®, Infatti,
Primato presentava con soddisfazione l'uscita di due collane universali
ritenute necessarie, in quanto fra le caratteristiche di questa guerra, gli
storici ricorderanno anche la fede nei valori della cultura, l'ardente bisogno
di dissetarsi alle sorgenti di vita eterna ®: la Corona di Bompiani e la
collana einaudiana, cui avrebbe fatto seguito, nel 1943, la Meridiana di
Sansoni, con volumi il cui piccolo formato era imposto tamente la tesi generale
sulle origini non autoctone del Risorgimento, legate alla Rivoluzione francese
(La polemica sul Risorgimento, in Primato). %! L. Salvatorelli, Pensiero e
azione del Risorgimento, Torino, Einaudi Einaudi a Muscetta, 23 marzo 1942 (AE,
Muscetta). La discussione sulle caratteristiche della nuova collana fu assai
vivace quando l’editore pensava di suddividerla in due sezioni, una Biblioteca
classica universale , dove avrebbe potuto apparire l'Aesthetica in nuce di
Croce, e una Biblioteca moderna universale : G. Pintor, Doppio diario,157, 163;
Muscetta a Einaudi, 29 ottobre 1941 (AE, Muscetta); Einaudi ad Alicata, (AE,
Alicata). Vice, Il problema delle Universali , in Primato. A proposito della
nuova collana, il redattore capo della rivista, Giorgio Cabella, il 20 maggio
1942 scriveva a Einaudi: Non mancherò di farne parlare su Primato con quella
cura e attenzione che abbiamo sempre usato per le Vostre pubblicazioni e che
questa collezione merita (AE, Cabella). Le origini della casa editrice Einaudi
anche da un dato oggettivo, la carenza di carta. Da parte fascista si cercò di
cogliere in queste iniziative la prova di un sostegno della cultura alla guerra
italiana , come se lo spirito affermava Lorenzo Gigli in un articolo della
Gazzetta del popolo fatto proprio da Primato voglia in pieno conflitto
proclamare e dimostrare il raggiunto grado della sua emancipazione e
sottintendere fin d’ora un impegno fondamentale nel processo ricostruttivo di
tutti i valori morali e materiali che seguirà alla conquistata indipendenza
politica ed economica della Nazione come frutto della guerra vinta ®. La nuova
collana di Einaudi si presentò tuttavia, fin dall’inizio, come espressione di
un rinnovamento culturale della casa editrice, che intendeva ora allargare il
suo pubblico con volumi agili e a basso prezzo non è un caso che dai 29 volumi
si balzasse ai 53, per attestarsi sui 41 nel 1943. Anche se l’annuncio
editoriale era necessariamente ambiguo la collana non vuole assecondare diffuse
abitudini culturali, ma orientare il pubblico secondo un gusto italiano, aperto
alle esperienze moderne, ma sempre vivamente sensibile alla nostra secolare
tradizione umanistica , il giudizio espresso nel dopoguerra, nella fase di
preparazione di Politecnico biblioteca , da Vittorini, al quale la vecchia
Universale appariva compromessa dalle inclusioni di opere esplicitamente
reazionarie , non solo prescinde dalla necessaria collocazione storica dell’iniziativa,
ma risulta anche inesatto, e opportunamente contraddetto da Concetto Marchesi
che, all’u 30 Vice, Calendario, in Primato. 305 Cit. da C. Cordiè in Leonardo
da VINCI (si veda). Vittorini a Einaudi, in E. Vittorini, Gli anni del
Politecnico . Lettere 1945-1951, a cura di C. Minoia, Torino, Einaudi, 1977,8.
Nella comunicazione a Einaudi di un colloquio avvenuto il 4 luglio 1945 tra
Vittorini e Pavese a proposito dell’ Universale , si dirà che Vittorini intende
aprire la collezione a moderna letteratura progressiva sia creativa sia
polemica la quale escluderebbe naturalmente molti titoli che in passato
entrarono nella collezione. Treifschke e Novalis non possono sopravvivere
quando entri, cosî per dite, il teatro di Saroyan, la poesia di Toller, la
polemica di un oratore sovietico. A Pavese pare che possano (AE, Corrispondenza
editoriale Torino-Roma scita dei primi volumi della collana, lodava Einaudi per
aver fatto entrare la sua attività editoriale nella storia della nostra cultura
italiana che tanti maltrattamenti e oscuramenti ha dovuto sopportare Ciò non
significa che non siano numerosi titoli puramente letterari non inquadrabili
nelle finalità di un orientamento politico, prima e dopo il 25 luglio, o che
non fossero scartate proposte di testi più incisivi da questo punto di vista .
Ma è bene ricordare che alcune esclusioni sono da attribuirsi alla necessità di
un compromesso con la censura: Bottai potrebbe dire una parola a Pavolini
scriveva l’editore a Muscetta l’8 aprile 1942, rivelando un rapporto
privilegiato con il ministro dell’Educazione nazionale . Noi faremo molti
italiani e quindi anche qualche straniero . Accetteremo nello svolgimento del
piano i loro consigli, e sospenderemo nel caso qualche volume che può essere
inopportuno. Ma occorre che anche loro collaborino con noi °. E tuttavia
Einaudi poteva a buon diritto scrivere ad Arrigo Benedetti che con l’
Universale gli pareva di venire incontro a un vero bisogno della nostra cultura
nazionale. Tengo molto a che questa collezione non passi per un tentativo di
volgarizzamento di cui non si sentiva affatto la necessità, ma per un
contributo fattivo a un riesame serio e consapevole del patrimonio culturale
universale. In quest'ultimo senso vorrei appunto che fosse inteso l’attributo
della mia collezio 30? Marchesi a Einaudi, (AE, Marchesi). 308 Per i vari
progetti di pubblicazione AE, Muscetta. Fra i testi non realizzati figurano: La
rivoluzione e i rivoluzionari in Italia di Ferrari, affidato nel giugno 1942 a
Mario Ceva e poi, nell’ottobre, a Cantimori AE, M. Ceva, Cantimori); i Pensieri
politici di Vincenzo Russo scartati dall’editore che, d'accordo con Alicata,
accantonò anche il progetto di pubblicazione del saggio sulla libertà di
Labriola non sappiamo se quello Della libertà morale del 1873 o quello Del
concetto della libertà del 1878, in quanto le osservazioni interessanti per lo
sviluppo futuro del suo pensiero sono appena marginali; siamo ancora in piena
disquisizione psicologistica herbartiana, priva di interesse per noi (lettere a
Muscetta del 24 agosto 1942 e ad Alicata, in AE, Muscetta, Alicata). Il 25
giugno 1943 Ginzburg inviava il sommario di un’antologia di scritti di Cattaneo
(AE, Ginzburg). 39 AE, Muscetta. 316 Le origini della casa editrice Einaudi ne
°. In effetti, le finalità di apertura cosmopolitica della collana vennero
rispettate, se dal 1942 al 1946 i titoli italiani risultano solo 17 su un
totale di 69, di cui 5 su 10 nel 1942 e 7 su 19 nel 1943; e le prefazioni,
stringate ma spesso assai incisive, furono affidate in molti casi a
intellettuali antifascisti, anche se non tutti quelli contattati, come
Marchesi, poterono rispondere all’appello. Cosi, mentre i Canti del popolo
greco di Tommaseo assumono oggettivamente, all’inizio del 1943, un significato
politico, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, da tempo segnalata
da Pavese che vi vedeva un meraviglioso mondo che ci parve qualcosa di più che
una cultura: una promessa di vita, un richiamo del destino , suggerisce alla
curatrice, Fernanda Pivano, l’osservazione che solo le anime semplici riescono
a trionfare nella vita !, E Ginzburg, se ne La sonata a Kreutzer di Tolstoj
indicava i motivi artistici come prevalenti su quelli sociali, terminava la
prefazione a La figlia del capitano ricordando l’epigrafe di Puskin tieni da
conto l’onore fin da giovane ?, mentre presentando Cristianità 0 Europa di
Novalis Mario Manacorda metteva in luce la statolatria reazionaria dell’autore,
che trasferisce allo stato etico , nazionale e monarchico, quei compiti ideali
di civiltà che l’illuminismo assegnava allo stato razionale e cosmopolitico, e,
confondendo evidentemente stato e società, dà una cattiva versione romantica
dell’esser cive quando afferma che il più umano dei bisogni è quello di uno
stato e predica la necessità che lo stato sia dovunque visibile anche nei
distintivi e nelle uniformi 313. 310 Einaudi a Benedetti, (AE, Benedetti). La
scelta delle novelle di Maupassant fatta da Benedetti non ottenne il nulla osta
della censura per l’inclusione di quelle riguardanti la guerra del 1870
(Alicata all'editore, 30 marzo e 24 giugno 1942, in AE, Alicata); il 30 luglio
1943 l’editore scriveva a Benedetti: Facciamo subito il Maupassant. Dovresti
tradurre le novelle di guerra escluse in un primo tempo (AE, Benedetti). 311 E.
Lee Masters, Antologia di Spoon River, a cura di F. Pivano, Torino, Einaudi,
1943,XII; C. Pavese, La letteratura americana, 64. 32 Ora in L. Ginzburg,
Scritti,153, 289. 313 Novalis, Cristianità o Europa, a cura di M. Manacorda,
Torino, Einaudi, Accenti anti-gentiliani, non privi talvolta di risvolti
politici, sono avvertibili anche nella presentazione di molti letterati e
uomini politici italiani dell’800: accanto alla valorizzazione del
cristianesimo di Capponi, ritenuto da Umberto Morra più vivo di quello manzoniano
!, o all’inclusione di esponenti moderati del Risorgimento cari alla concezione
liberale di un Luigi Einaudi o di un Omodeo, come Cavour di cui Cantimori cura
una scelta dei Discorsi parlamentari sottolineandone il realismo politico °,
appaiono autori propri della genealogia risorgimentale di Gentile Cuoco,
Foscolo o Alfieri, ma profondamente rivisitati. Significativo non solo in
questo senso, ma anche come una sorta di manifesto di tutta la collana, è il
primo titolo pubblicato, le Ultizze lettere di Jacopo Ortis, che offriva a
Muscetta l’opportunità di far proprie le affermazioni pacifiste di un
commentatore di Foscolo Un popolo non deve snudare la spada se non per
difendere o conquistare la propria indipendenza. Se attacca i vicini per
aggiogarli, si disonora; se invade il loro territorio col pretesto di fondarvi
la libertà, o è ingannato o s’inganna , e di riproporre la concezione
democratica e antitirannica espressa in pagine dimenticatissime da Cattaneo,
per il quale Foscolo fu il primo a gettare in Italia quella vanissima sentenza,
che il rimedio vero sta nel riunire in una sola opinione tutte le sètte . È
idea chinese, idea bizantina; e per essa la Grecia, sf feconda quand'era piena
di sètte, giacque per mille anni nel letargo della sepolcrale ortodossia
bizantina. Ogni setta che invoca questo sofisma intende solo imporre silenzio
alle altre tutte, fuorché a se stessa, e regnare unica e sola3!. 314 G.
Capponi, Ricordi e pensieri, a cura di U. Morra, Torino, Einaudi Benso di
Cavour, Discorsi parlamentari, a cura di D. Cantimoti, Torino, Einaudi,
1942,XII. Scrivendo a Finaudi, Ragghianti giudicava alcune note di Cantimori
tendenziose, con un profumino di marxismo aggiornato, che dà noia (AE,
Ragghianti). Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di C. Muscetta,
Torino, Einaudi, 1942,XIV-XV. La Civiltà cattolica noterà che l’opera di
Foscolo era posta all'Indice. Mazziotti presentava Il Congresso di Vienna di
Treitschke affermando che per l’autore lo Stato era forza, 318 Le origini della
casa editrice Einaudî 10. I quarantacinque giorni, la Liberazione e il Fronte
della cultura Entusiasmo e frenesia di iniziative contraddistinguono il periodo
immediatamente successivo alla caduta di Mussolini, quando ai tentativi di
acquisire il controllo su un giornale, quando Roma vive il primo giorno di
libertà , Muscetta invitava Einaudi a metter le mani su Primato si aggiungono a
ritmo serrato, fino all’8 settembre, proposte di nuovi volumi e collane,
destinate per la maggior parte ad essere definitivamente accantonate o sospese
fino alla Liberazione, non solo per l’incertezza della situazione politica
generale. Inizia infatti un processo di riassestamento della casa editrice di
non facile soluzione tanto che si ripresenterà, aggravato, , dove ai problemi
ma che una forza che calpesta ogni diritto deve finalmente andare in rovina,
perché nel mondo morale nulla si regge che non abbia virtî di resistere AE,
Muscetta. Intense furono le trattative per l'acquisto di altri Genta Si pensò,
da parte di Muscetta e Ginzburg, a La Ruota da trasformare in settimanale sotto
la direzione di Mario Vinciguerra (AE, Vinciguerra; Muscetta), anche se Pintor
affermava: Resta da decidere se l’acquisto di una rivista in questo momento e
con le prospettive oscure che ci attendono sia un gesto opportuno e resta da
fissare l’indirizzo politico della rivista. Un uomo come Vinciguerra,
degnissimo ma ufficialmente legato a un partito, non mi pare il più adatto per
la direzione (AE, Pintor). Vi furono trattative anche per Il Lavoro italiano ,
per cui Pintor entrò in contatto con Piccardi che non voleva scriveva Pintor a
Einaudi affidarlo a elementi troppo di destra, dato che si tratta del
Quotidiano dei Lavoratori. Temeva che tu avessi le idee di tuo padre (AE,
Pintor, 30 luglio 1943; Muscetta. Per la Gazzetta del popolo , che Einaudi
avrebbe voluto affidare alla direzione di Felice Balbo, si chiese l'appoggio di
Bonomi presso l’IRI, ma Pintor non riuscî a convincere Menichella che
comunicava all’editore vede nerissimo, prevede il regno dei grossi capitalisti
e un attacco in grande stile contro l’IRI. La Gazzetta del popolo come la
faremmo noi costituirebbe una provocazione contro i pescicani e affretterebbe
la catastrofe (AE, Pintor; Bonomi). Il 18 agosto 1943 Einaudi scriveva ad
Alicata: Il periodico di educazione popolare che saluterei con simpatia,
sarebbe quello che votrei faceste tu e Vittorini questo dovrebbe essere il
giornale spregiudicato e vivo, dei tempi nuovi qui tutte le manifestazioni
della vita, politiche ma sovratutto di costume dovrebbero essere rappresentate
(AE, Alicata). organizzativi si intrecciano le divergenze fra i collaboratori,
che acquistano ora rilevanza politica. Einaudi riteneva necessario
l’accentramento in Piemonte dei servizi relativi al funzionamento worzzale della
casa editrice , mentre nell’agosto incaricava Ginzburg, liberato dal confino,
di dirigere la sede romana : ed è da questa, dove nell’agosto è presente anche
Franco Venturi, che scaturisce una forte pressione degli azionisti nelle loro
diverse componenti, dai liberalsocialisti ai crociani che cercano di
condizionare a loro favore le scelte editoriali. Il senato romano (presenti
Ginzburg, Muscetta, Pintor, Giolitti, Venturi) scriveva Muscetta a Einaudi il 7
agosto 1943 ha discusso e progettato, ad unanimità, una collezione di attualità
politica, a cui si darebbe il nome di Orientamenti . Suggerisce di pubblicare,
preferibilmente a Roma, per ovvi motivi, una serie di volumetti formato
universale. Come è chiaro dalla parola Orientamento la collana dovrebbe
accogliere scritti delle pi serie tendenze odierne per illuminare il pubblico
sulle condizioni reali dell’Italia e dell'Europa, per disegnare delle
prospettive di concreta ricostruzione politica, per offrire dei contributi al
chiarimento dei più urgenti problemi, non esclusi quelli ideologici, Ma le
proposte concrete privilegiavano un indirizzo azionista della collana,
prevedendo i saggi di Guido Calogero su Giustizia e Libertà dall’ambizioso
sottotitolo breviario di politica , di Spinelli sull’unità europea, di Manlio
Rossi Doria sul problema agrario in Italia, quello sul Risorgimento che
Ginzburg stava preparando, e una storia del socialismo di Franco Venturi.
Queste proposte di cui si fece portatore, pur con riserve su Calogero, anche
Pintor? Disposizioni di Finaudi per la sede romana (AE, Corrispondenza
editoriale Roma-Torino). AE, Muscetta. AE, Pintor. Fra le altre proposte romane
, Dal socialismo al fascismo di Bonomi (già edito da Formiggini), Synthèse de
l'Europe di Sforza, La terreur fasciste di Salvemini, il Pisacane di Rosselli e
la traduzione da affidare a Rodano de Les sources et le sens du communisme
russe del pensatore religioso, ex-marxista e ora antisovietico, Nikolaj A.
Berdjaev (AE, Corrispondenza editoriale Roma-Torino), un’opera che sarà Le
origini della casa editrice Einaudi furono respinte dal gruppo torinese, che
invece approvò la ristampa di Nazionalfascismo di Salvatorelli, un’antologia di
scritti di Gobetti che avrebbe dovuto curare Carlo Levi, un volume di Mario
Vinciguerra Storia di cento anni (1848-1948), e la richiesta a Guido Dorso di
preparare una biografia di Mussolini . Un netto e significativo rifiuto riceve
invece, a Torino, la proposta di raccogliere gli scritti politici di De Sanctis
il suggerimento, tramite Muscetta, era arrivato da Croce #, mentre viene
lasciata aperta la possibilità di pubblicare Guerra e dopoguerra di Giacomo
Perticone, una storia della crisi della coscienza politica italiana ritenuta
interessante da Giolitti, che suggeriva l’eventuale opportunità di una
collezione specifica che potrebbe presentarsi come Contributi alla storia del
fascismo , intendendo naturalmente il fascismo in senso lato, come crisi, per
dir cosî, della democrazia nazionale italiana; e allora rientrerebbero in quei
contributi anche le indagini sulla storia dell’Italia dopo il 1870 le quali
sappiano vedere il fascismo già latente in certi aspetti della vita politica
dello Stato italiano, e non lo considerino soltanto come un mostro emerso
improvvisamente da chissà quali profondità, o come la criminosa avventura di un
gruppetto di sopraffattori: un’indicazione di ricerca che superava la visione
crociana della parentesi , ma che sarebbe stata raccolta molto tardi dalla
cultura storiografica italiana, anche se Einaudi si dimostrò interessato alla
proposta, cui cercherà di dar seguito dopo il 1945 ®. Di fronte alle posizioni
del senato romano di tradotta nel 1944 da Giacomo Perticone (Roma, Edizioni
Roma); di Berdjaev Laterza aveva tradotto Il cristianesimo e la vita sociale,
mentre Finaudi pubblicherà La concezione di Dostojevskij. 321 C. Pavese,
Lettere; AE, Pavese, Vinciguerra. Muscetta a Pavese, 19 agosto 1943 (AE,
Pavese); Qui ognuno di noi si infischia sia del Perticone, sia degli scritti
politici di De Sanctis , si rispose da Torino (AE, Muscetta). Giolitti a
Einaudi (AE, Giolitti); si potrà discutere la proposta di Giolitti in merito a
una collezione critica sul fascismo , scriveva Einaudi a Pintor (AE, Pintor); e
Pintor era favorevole: la lettera del 24 agosto a Pavese (in C. Pavese, Lettere
viso al suo interno tra azionisti da un lato, Pintor e Giolitti dall’altro e di
un Pavese, nauseato dall’indaffaramento politico della casa editrice ’, Pintor
si dimostrava preoccupato dell’unità dell’indirizzo editoriale: scriveva a
Einaudi che le possibilità di rottura si accentuano e che la crisi può
intervenire da un momento all’altro , occasionata originariamente dal breviario
politico di Calogero; le varie discussioni aggiunge hanno messo in evidenza un
problema che doveva inevitabilmente maturare. Non si tratta pit cioè di
dissensi personali che hanno sempre alimentato l’attività della casa, ma di un
contrasto di posizioni, che secondo me non è insanabile, ma che deve essere
chiarito se non vogliamo che diventi un elemento pericoloso di erosione ?5, Da
queste preoccupazioni scaturisce il deciso intervento di Einaudi che provoca il
naufragio della collana Orientamenti considerata la provvisorietà
dell’iniziativa , e punta su Ginzburg liberato il 26 luglio dal confino e
Alicata uscito dal carcere come elementi moderatori delle diverse posizioni: tu
avrai di fronte scriveva ad Alicata una persona che ha dato prova di grande
serietà morale, e di w245sima comprensione per tutte le idealità politiche
degne di questo nome. Ritengo che tu possa lavorare con Ginzburg amichevolmente
Pavese a Pintor, (C. Pavese, Lettere). In particolare aggiungeva Pintor, per
Orientamenti, nonostante l’unanimità proclamata da Muscetta, io avrei diverse
riserve: vorrei che si tenesse conto del programma originario di Balbo e vorrei
che fosse consultato Vittorini ; e il 16 agosto scriveva a Einaudi: Il mio
atteggiamento personale è molto conciliante: il clima di lotta parlamentare che
si è creato a Roma mi dà parecchio fastidio e non vorrei assolutamente che si
riproducesse nel lavoro della casa (AE, Pintor). 32% Einaudi ad Alicata, 18
agosto 1943 (AE, Alicata). La decisione di Einaudi parve discutibile a Pintor:
In questo modo si sfugge al primo problema posto dal coesistere delle diverse
tendenze: l’accordo deve essere ottenuto attraverso una rigorosa selezione
delle proposte, ma è indispensabile che la casa editrice segni il passaggio a
una nuova fase uscendo dagli schemi delle vecchie collezioni e affrontando
coraggiosamente l’attualità. A questo non bastano i progetti di giornali e
riviste che cominciano a diventare invadenti ma occorre che si faccia qualcosa
di nuovo anche nel campo editoriale (a Einaudi, 19 agosto 1943, in AE, Pintor).
Le origini della casa editrice Einaudi e con rapidità di decisione . Comunque
la funzione di Ginzburg, in quanto collaboratore della casa, più che di
difensore di principi diversi è quella di moderatore, anche nei riguardi della
corrente che a lui può sembrare faccia capo. Tu usa con lui, collaborando alla
casa, altrettanta moderazione, sia pure con intransigenza, in modo da arrivare
nel nostro Senato anziché alla disgregazione temuta da Pintor, alla
collaborazione spontanea ?7, In questa situazione, fatta di contrasti e di
incertezze, cui si aggiungerà dopo 1’8 settembre la dispersione dei collaboratori
e la sostituzione di Giulio Einaudi che si rifugerà in Svizzera con il
direttore dell’ISPI Pierfranco Gaslini e il commissario prefettizio Paolo
Zappa, con i quali resta in contatto Muscetta, l’attività della casa editrice
conosce, nel 1943-44, una stasi, anche se viene dato esito ad alcuni progetti
precedenti. Non vengono pubblicati, ovviamente, i testi più politicizzati
suggeriti dalla sede romana e accettati a Torino, cosi come resta inedito E il
gallo cantò di Augusto Monti che, scriveva l’autore, pur trattando di casi
relativamente remoti, è della più viva attualità, tanto che potrebbe avere per
sottotitolo: origini del fascismo e dell’antifascismo. Nella Biblioteca di
cultura storica esce solo, nel 1944, La politica italiana da Porta Pia a Vittorio
Veneto di Bonomi ’, mentre nei Saggi alle Riflessioni di Montesquieu curate da
Leone e Natalia Ginzburg per venire incontro a un rinnovato interessamento per
certi valori umani, proclamati dagli uomini del Settecento, e poi a lungo
negletti 3 AE, Alicata. Ma era necessario tener conto, scriveva Pintor a
Einaudi il 31 agosto 1943, che Alicata è preso da un'attività quanto mai
turbinosa e che negli ultimi giorni si è occupato quasi esclusivamente di fare
arrestare fascisti sediziosi (AE, Pintor); perciò l’editore scriveva a Ginzburg
il 4 settembre: La sua richiesta di sostituire Giolitti ad Alicata nel Comitato
Politico mi pare utile. Giolitti dovrebbe essere una specie di supplente al
quale Alicata delega, quando è impossibilitato a partecipare alle riunioni, il
mandato di voto (AE, Ginzburg). 328 Monti a Einaudi, 15 agosto 1943 (AE,
Monti). 329 Di Bonomi non fu invece pubblicato Dd/ socialismo al fascismo, cui
si dichiararono contrari Pavese, Balbo, Venturi e Ginzburg, favorevoli Pintor e
Giolitti: Pavese a Muscetta (C. Pavese, Lettere, e Muscetta a Pavese, (AE,
Pavese). da un troppo unilaterale storicismo °, fa da contrappunto, nel 1943,
la pubblicazione delle Memorie di Metternich in cui Casini sottolinea l’ orrore
del cancelliere austriaco per la Rivoluzione francese e la sua testimonianza
sul sangue che è corso per le piazze di Francia, sulle violenze che hanno reso
esecrabile questo evento, sulla brutalità con cui sono stati incrinati e
calpestati i fondamenti dell’ordine !, Nell’unica collana che conserva una
certa vitalità, anche per il minor costo che richiedeva, 1’ Universale ,
accanto a numerosi testi più propriamente letterari ne appaiono altri segnati
da un chiaro, anche se non univoco, impegno civile: alla presentazione
simpatetica del buon senso che traspare dagli Opuscoli politici di D’Azeglio
fatta da Vittorio Gorresio , si accompagna il Manoscritto di un prigioniero del
mazziniano Carlo Bini, di cui Goffredo Bellonci illustra la concezione del
Risorgimento come rivoluzione sociale capace di eliminare le ineguaglianze
materiali ; nel Della tirannide di Alfieri Massimo Rago coglie uno spirito
veramente rivoluzionario che cerca di dar risalto alle forze che ostacolano
l'affermazione della libertà, e questo chiarimento suona come un invito ad una
più accurata osservazione delle esperienze sociali 4; mentre presentando
Conquista e usurpazione di Benjamin Constant Franco Venturi osserva come
soltanto Jaurès e Mathiez avessero insegnato a vedere nella Rivoluzione
francese il nostro moderno problema di una rivoluzione sociale alle sue origini
, come tale non compreso da Constant, di cui per altro è esaltato il
liberalismo che si manifesta nel chiudere la rivoluzione, ma non per negarla:
per salvarne i principi rinati dall’espeCh. De Montesquieu, Riflessioni e
pensieri inediti, a cura di Leone e Natalia Ginzburg, Torino, Einaudi,
Metternich, Merzorie, a cura di G. Casini, Torino, Einaudi Azeglio, Opuscoli
politici, a cura di V. Gortresio, Torino, Einaudi, Bini, Manoscritto di un
prigioniero, prefazione di G. Bellonci, Torino, Einaudi, Alfieri, Della
tirannide, a cura di M. Rago, Torino, Einaudi, Le origini della casa editrice
Einaudi rienza delle assemblee e del terrore. L’unico elemento di novità, n@,
è. È Collana di cultura giuridica ‘diretta da Bobbio uno dei primi
collaboratori di Einaudi, la cui firma era apparsa anche ne La Cultura, che già
era venuta configurandosi come distinta dal progetto di una collana filosofica.
Pavese gli comunicò la proposta di Manlio Mazziotti di una collezione di classici
del diritto, la quale servirebbe a svegliare il sonno dogmatico dei giuristi
italiani, i quali credono che la loro scienza consista nell’interpretazione e
non nella creazione della legge , e Bobbio rispose di essere anch’egli convinto
che nel campo degli studi giuridici ci sia molto da fare per la diffusione di.
una cultura seria e creatrice: dalla scuola del diritto naturale ai grandi
giuristi tedeschi del secolo scorso; dalla moderna sociologia giuridica alla
dottrina pura del Kelsen. Che io sappia non è stata mai tentata in Italia un
‘impresa del genere, che raccolga con un certo ordine e con intendimenti
culturali, e non tecnici, opere d’argomento giuridico , a parte i Classici del
diritto di Formiggini, fermatisi tuttavia nel 1933 al primo volume, I difetti
della giurisprudenza di Muratori Coadiuvato da Antonio Giolitti, Bobbio cercò
di dar vita alla collana con due opere già da lui preparate per la Biblioteca
di cultura filosofica #’: nel 1943 appare il Giovazni Althusius di Gierke, il
continuatore della scuola storica di Savigny che considerava il Constant,
Conquista e usurpazione, prefazione di F. Venturi, Torino, Einaudi. Già
proiettato esplicitamente nel futuro è il commento a E. Quinet, La repubblica,
a cura di E. Lussu, Torino, Einaudi, 1944, dove si afferma che gli italiani
sono arretrati d’un secolo, ché tutti i fondamentali problemi di democrazia che
il Risorgimento poneva sono rimasti insoluti , e che in Italia, dopo la
disfatta, che ha in comune con quella francese del 1848 solo l’immaturità politica
e non l’epopea, la classe operaia va lentamente ricomponendo le sue forze e
maturando l’esperienza del passato, conscia del compito ch’essa è chiamata ad
assolvere. Pavese a Bobbio, e Bobbio a Einaudi, (AE, Bobbio). Bobbio a Einaudi,
15 novembre 1942 (AE, Bobbio). diritto come espressione della coscienza del
popolo , e con lo studio del giurista Althusius aveva seguito la via attraverso
cui il pensiero moderno è passato per elaborare quei concetti da cui è uscita
la concezione dello Stato di diritto, tanto più oggi preziosa scrive Bobbio,
quanto più minacciata, e tanto più viva quanto più condannata dagl’impazienti,
dai fanatici, dagli indotti di tutte le fazioni . Nel 1945 seguirà La
fondazione della filosofia del diritto di Julius Binder, il più intransigente e
fortunato assertore della rinascita hegeliana in Germania , la cui opera,
osservava Bobbio, serviva a scagionare la filosofia italiana recente
dall’accusa di provincialismo, qualunque sia poi il giudizio che si voglia
formulare sul neohegelismo italiano, al quale peraltro non si potrà
disconoscere il merito di aver tenuto il pensiero italiano lontano da quegli
stessi estremi dell’intellettualismo e dell’intuizionismo contro cui combatté
Binder ’, Ma dopo questi due titoli che venivano ad allargare ulteriormente i
già numetosi interessi della casa editrice la collana perderà i suoi connotati
per trasformarsi nel 1950 in Biblioteca di cultura politica e giuridica ,
nonostante gli sforzi di Bobbio di mantenerle l’identità originaria, convinto,
come scriveva nel 1945, che in un momento in cui è diventato argomento di
pubbliche e private discussioni il rinnovamento delle istituzioni giuridiche
tradizionali, dalla proprietà allo stato, dall’eredità al sistema penale, si
ridesta l’interesse per i problemi del diritto e nello stesso tempo si rivela
la ignoranza degli stessi da parte dei più , per cui la collana poteva giovare
anche agli specialisti, i quali, abituati a ripetere le solite formule senza
ripensarle, ignari per lo più 338 O. von Gierke, Giovanni Altbusius e lo
sviluppo storico delle teorie politiche giusnaturalistiche. Contributo alla
storia della sistematica del diritto, a cura di A. Giolitti, Torino, Einaudi,
Binder, La fondazione della filosofia del diritto, traduzione di A. Giolitti, Torino,
Einaudi. In Società si nota comunque che Binder finisce, come Hegel, col
fondare una metafisica dello Stato e della storia , e si ricorda che in altre
sue opere lo Stato nazionalsocialista viene presentato come la pit rilevante
incarnazione delTOR a etico (V. Palazzolo, in Società. Le origini della casa
editrice Einaudi dei grandi movimenti giuridici stranieri, sono incapaci di
cogliere il significato universale di una tecnica, di vedere in una formula il
risultato di un determinato orientamento del pensiero. La breve, intensa ma
caotica esperienza dei quarantacinque giorni non aveva comunque permesso di
definire con precisione quella nuova collocazione culturale e politica della
casa editrice sulla quale gli azionisti avevano cercato di mettere un’ipoteca.
Il problema si ripresenta quindi all'indomani della Liberazione, con una
intensità acuita dalla necessità di individuare una prospettiva di pit lungo
periodo, non più resa precaria dalle contingenze belliche #. Il dibattito
politico interno acquista ora rilevanza maggiore in quanto si intreccia con il
confronto aperto e aspro fra i partiti ai quali aderiscono vari collaboratori
di primo piano della casa editrice, e risente delle spinte diverse provenienti
dai vari centri culturali, la cui collocazione geografica rispecchia la
variegata situazione politica creata nel paese dalla lotta di Resistenza. A
quelle di Torino e di Roma si aggiunge nel 1945 la nuova sede di Milano con
Elio Vittorini, l’intellettuale che aderisce al partito comunista assieme a Pavese,
col quale aveva condiviso l’interesse per la letteratura americana
contemporanea, cogliendovi tuttavia a differenza di Pavese soprattutto quegli
elementi positivi di un popolo nuovo e quella conferma della superiorità della
cultura sulla politica che trasferirà ne Il Politecnico e in alcune iniziative
della casa editrice. Grava sulla civiltà americana la stupidità di una frase:
civiltà Appunto sulla Collana di cultura giuridica , cui seguono, numerose
proposte di pubblicazione (AE, Bobbio). 31 Questa necessità era ben chiara,
oltre che a Balbo, a Bobbio, che ammoniva Einaudi: Mi pare che ci stiamo
lasciando tutti quanti tentare dalla seduzione dell’attualità. Ti ripeto una
frase memorabile: le case editrici si misurano a decenni, non a mesi (Archivio
privato Bobbio). #2 le osservazioni di Garin, CRONACHE DI FILOSOFIA ITALIANA.
E. Catalano, La forma della coscienza. L'ideologia letteraria del primo
Vittorini, Bari, Dedalo, materialistica. Civiltà di produttori: questo è
l’orgoglio di una razza che non ha sacrificato le proprie forze a velleità
ideologiche e non è caduta nel facile trabocchetto dei valori spirituali.
Questa America non ha bisogno di Colombo, essa è scoperta dentro di noi, è la
terra a cui si tende con la stessa speranza e la stessa fiducia dei primi
emigranti e di chiunque sia deciso a difendere a prezzo di fatiche e di errori
la dignità della condizione umana, aveva scritto Pintor cogliendo il messaggio
di Americana di Vittorini . Caduti nella lotta di Resistenza Pintor e Ginzburg,
mentre Alicata si trova assorbito dall’attività politica, accanto a Vittorini e
Pavese emergono fra i collaboratori della casa editrice altri intellettuali
comunisti, come Antonio Giolitti e Delio Cantimori, o l’esponente del movimento
cattolico-comunista Felice Balbo. Nonostante la matrice comunista di questi
intellettuali sia tutt'altro che omogenea, tale da non impedire l’insorgere di
contrasti, i rapporti di forza interni tendono a spostarsi verso il PCI che,
privo all’inizio di propri centri editoriali, individua in Einaudi un
interlocutore privilegiato: ed è attorno al tema dell’orientamento politico
della casa editrice che nelle pagine seguenti concentreremo l’attenzione, per
cercare di coglierne alcune linee di tendenza nell’immediato dopoguerra, utili,
nell’ambito di una ricerca che ha il suo centro nel periodo fascista, a
verificarne ulteriormente caratteristiche originarie e capacità di
rinnovamento. Balbo, da Torino, scriveva preoccupato a Einaudi che anche per la
Casa vale quello che vale per i partiti politici: qui la situazione è
attualmente molto spostata a sinistra e molto fluida specie negli ambienti
intellettuali per gran parte disorientati ed in attesa di politica concreta, di
costume, di tecnica. Non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione favorevole
perché poi le posizioni reazionarie potrebbero fissarsi nuovamente #5. Ma
proposte concrete arrivavano contemporaneamente da Milano: Il nostro programma
editoriale milanese si scriveva sempre il 10 maggio a Einaudi risponde ai
criteri da te stabiliti: iniziare Pintor, I/ sangue d’Europa. AE,
Corrispondenza editoriale Torino-Roma Le origini della casa editrice Einaudi la
pubblicazione di una rivista di punta che dovrebbe essere quella dal titolo Il
nuovo politecnico , organo centrale del Fronte della Cultura, iniziativa di
carattere nazionale sorta da Curiel, Banfi, Vittorini che ne costituiscono il
comitato d’iniziativa nazionale, il quale a sua volta si appoggerà ai vari
comitati regionali che saranno creati successivamente. Questo Fronte della
Cultura è destinato a interessarsi a tutti i problemi di cultura, artistici e
scientifici, per una loro rivalutazione, o superamento, da elementi
appartenenti a qualsiasi ideologia o partito ma sinceramente orientati su un
piano progressista: è un fronte quindi aperto a tutto il popolo italiano. Ma
subito dopo si precisava che il bollettino del Fronte si sarebbe occupato dello
studio alla luce del marxismo di tutti i fenomeni e le situazioni
politico-culturali, avvalendosi delle collaborazioni di Vittorini, Banfi, Remo
Cantoni, Giansiro Ferrata, Pietro Zveteremich, e si accennava all’iniziativa di
una collana marxista. L’estrazione politica dei membri del Comitato nazionale
del Fronte della Cultura ne esprimeva del resto chiaramente l’orientamento: due
esponenti del partito comunista (Banfi e Vittorini), due rispettivamente di
quello socialista e del partito d’azione, uno (Mario Motta) per i Lavoratori
cattolici ’. Einaudi, pur convinto che a Milano si giuoca una grande partita
per noi, si preoccupava tuttavia dell’insorgere di attriti fra i responsabili
delle varie sedi, e suggeriva una diversificazione di funzioni fra di esse.
Perciò, mentre raccomandava la necessità di una fraterna intesa fra Torino,
Milano e Roma, in modo da costituire un unico fronte progressivo di cultura
senza settarismi, aperto alla collaborazione di ogni sincero democratico ,
nell’impostare il programma delle riviste del Fronte proponeva, per Roma,
Risorgimento e Cultura sovietica dal carattere, soprattutto la prima, pit
aperto, una rivista di studi meridionali per Napoli, un settimanale
politico-culturale per Milano Il Politecnico e, per Torino, un periodico
economico, sui problemi della ricostruzione : in Aldrovandi a Einaudi (AE,
Corrispondenza editoriale Torino-Roma). Einaudi a Renata Aldrovandi, tal modo
osservava alle diverse sedi si darebbe un significato concreto di legame tra
gli intellettuali e i problemi che più interessano le masse immediatamente
circostanti, dando un pieno significato nazionale ai problemi che più sono
sentiti nelle diverse regioni . Al tempo stesso, tuttavia, il contatto con
l’ambiente politico romano gli suggeriva di correggere l'orientamento che si
intendeva dare a Milano al Fronte della Cultura: su un piano più generale
politico di lavoro scriveva a Vittorini tra gli intellettuali la linea attuale
come si va definendo a Roma è quella di fronte contro i residui del fascismo,
fronte nel quale si possono accogliere elementi di partiti cosiddetti
conservatori, che siano però sinceramente antifascisti e quindi sostanzialmente
progressivi. Questa linea è meno settaria di quella definita nell’ultima nota
riunione di Milano, dove si pensava in sostanza di fare un fronte delle
sinistre, Era la linea cui si ispirava il PCI, e che sarà espressa pochi giorni
dopo la costituzione del primo governo De Gasperi al suo congresso, dove
Togliatti rivolse un appello all’unità di tutte le forze democratiche aprendo
le porte del partito a quanti ne condividessero la linea politica,
indipendentemente dalla convinzione religiosa e filosofica , anche se Alicata
si premurava di precisare che compito degli intellettuali doveva essere la
battaglia contro l’idealismo, espressione della cristallizzazione del
provincialismo della cultura italiana !, L'indirizzo sostenuto da Einaudi è
rispecchiato fedelmente dalle riviste edite a Roma, in patticolare da
Risorgimento , ma anche da La cultura sovietica . Questa ultima, rivista
trimestrale dell’Associazione italiana per i rapporti culturali con l'Unione
Sovietica, diretta nel 1945Einaudi a Renata Aldrovandi (e, per conoscenza, a
Balbo e Vittorini), 16 maggio 1945 (ibidem). 350 AE, Corrispondenza editoriale
Torino-Roma Togliatti, Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Roma, Editori
Riuniti, Ajello, Intellettuali e Pci 1944-1958, Bari, Laterza, Le origini della
casa editrice Einaudi da Gastone Manacorda, si proponeva di mettere in
circolazione quegli elementi di conoscenza della realtà sovietica che erano
stati impediti dal fascismo, il quale si ricorda nella Presentazione, alludendo
anche all’ opposizione liberale durante il regime andò oltre la grossolana
propaganda calunniatrice e, studiandosi di fuorviare gli intelletti dalla
conoscenza del vero con tutti i mezzi pit subdoli, diede diritto di
cittadinanza, con benevola tolleranza, a tutto ciò che fosse antisovietico
anche se fuori dell’ortodossia reazionaria. E, pur svolgendo un’opera di
acritica esaltazione delle realizzazioni sovietiche pubblicando ad esempio
alcune pagine de I/ sistema finanziario dell’URSS di Michail Bogolepov che
appare nelle edizioni Einaudi, o di passiva presentazione di opere come la
Storia del partito comunista (bolscevico) dell'URSS, della quale Manacorda
faceva proprio anche il giudizio sui germi controrivoluzionari presenti in
Trotzki anche quando egli era apparentemente rivoluzionario ®, La cultura
sovietica si preoccupò soprattutto di mettere in circolazione, tramite Ettore
Lo Gatto e Angelo Maria Ripellino, la letteratura russa contemporanea. Né è
senza significato che l’articolo di apertura della rivista fosse affidato a un
intellettuale azionista, la cui recente polemica con lo storicismo crociano non
era priva di elementi retorici, come Guido De Ruggiero, teso a dimostrare la
necessità di elevare la politica alla cultura per superare ogni chiusura
nazionalistica, e pronto a riconoscere che nell’Unione Sovietica s'è compiuta
nell’ultimo trentennio la più profonda trasformazione che la storia ricordi, e
dal cui contatto con Ma, si continuava, il tentativo non riusci: ognuno ricorda
quale interesse quel mondo abbia sempre suscitato da noi; come avidamente si
leggesse fra le righe di testimonianze settarie e antisovietiche, le sole cui
fosse concesso il privilegio della pubblicazione o della traduzione; come
rapidamente si esaurissero quelle poche opere, generalmente tradotte dalla
produzione di altri paesi, ispirate ad obiettività d’informazione e a serenità
di giudizio, che qualche editore coraggioso riusciva di tanto in so) a mettere
in circolazione ( La Cultura sovietica , I (1945), La Cultura sovietica. la
civiltà occidentale potranno scaturire altri mutamenti non meno profondi Sempre
con l’intento di combattere la pretesa neutralità della cultura, in quanto tale
ritenuta anch’essa responsabile della nascita e dello sviluppo del fascismo,
usciva il 15 aprile 1945, sotto la direzione di Carlo Salinari, Risorgimento :
decisa a operare dentro la mischia , la rivista voleva essere organo non di un
gruppo, ma di una tendenza, organo di cultura di una società aperta e
progressiva , unificante intellettuali di fedi diverse che si erano trovati
uniti nella lotta antifascista °°. Risorgimento , scriveva Salinari a Vittorini
il 25 maggio, vuol essere una rivista d’incontro delle correnti progressive
della cultura italiana: ma, sorta fra un cumulo di diffidenze ed energicamente
sabotata dal PdA, deve naturalmente nei primi numeri avere un carattere un po’
vago, se vuol mantenere la sua linea e non diventare una rivista di partito.
Noi qui a Roma ci troviamo di fronte a difficoltà che voi forse neppure
concepite! ; e, nonostante Vittorini fosse invitato a iniettare nella rivista
del buon sangue del Nord, queRuggiero, Cultura e politica, in La Cultura
sovietica. Su De Ruggiero, fra le pit caratteristiche espressioni delle
ambiguità e delle incertezze degli intellettuali italiani della prima metà del
secolo , E. Garin, Intellettuali italiani. È un fatto si aggiunge che non s'è
avuta in Italia una cultura dichiaratamente fascista e c'è chi si vanta di
questa impermeabilità come di un’anticipata condanna del fascismo. Ma la verità
è che di fronte al fascismo non bastava assumere un atteggiamento di distacco
fra sdegnoso e prudente ma bisognava lottare apertamente in difesa di una
collettività spinta sempre più verso la schiaviti e la rovina (Presentazione,
in Risorgimento. AE, Vittorini: Non appena potrà prendere la sua reale figura ,
continuava Salinari, la rivista avrebbe dovuto, fra l’altro, sostenere la -
democrazia progressiva e l’ antinazionalismo, e promuovere, per quanto è
possibile, una letteratura maggiormente legata alle aspirazioni delle masse
popolari. Salinari scriveva a Vittorini di essere stato incaricato da Einaudi
di raccogliere il materiale per il Politecnico utilizzando l’organizzazione di
Risorgimento , e faceva proposte di collaboratori anche se, aggiungeva, dubito
che vi sia oggi in Italia un numero d'’intellettuali tanto progressivi da poter
alimentare una rivista del genere. Per lo meno nell’Italia centro-meridionale.
In un verbale del 6 giugno 1945 relativo ad una riunione per Risorgimento , si
dice: Onofri vorrebbe che la rivista si decidesse ad Le origini della casa
editrice Einaudi sta mantenne il suo carattere vago ed eclettico che la espose
alle critiche di Società : condizionata dalla realtà della lotta politica, che
rendeva sempre meno efficaci gli appelli all’unità della Resistenza, la rivista
finî senza poter realizzare il programma previsto per il momento in cui essa
avrebbe potuto prendere la sua reale figura . Cosi, all’articolo di apertura su
L'Italia e la democrazia di Sturzo, per il quale chi potrà operare la rinascita
e la redenzione del proprio paese non sarà né un uomo né una classe, ma tutto
il popolo animato dal soffio di un ideale e dalla forza di una volontà ,
seguiva l’Esperienza di Spagna di Togliatti; assieme alle testimonianze sul
fascismo e sulla Resistenza, apparvero articoli di Salvatorelli sui rapporti
Italia-Jugoslavia o su Weimar, come di Grifone sul problema bancario. Tuttavia
nelle note e nelle recensioni di Salinari, Cantimori o Giolitti le prese di
posizione erano più omogenee: a proposito del dibattito sui rapporti fra
liberismo e liberalismo veniva negata l’identificazione operata da Einaudi, per
affermare che la libertà politica può essere garantita anche da una economia
pianificata e collettivistica °, mentre nella polemica fra De Ruggiero e Croce
sullo storicismo si inter assumere un tono più polemico nei confronti delle
altre tendenze e delle altre riviste (AE, Corrispondenza editoriale Torino-Roma
Risorgimento ha un carattere antologico, affermavano G. Pieraccini e R.
Bilenchi: manca appunto quello sforzo collettivo unitario che forma lo spirito
di una rivista. Anche il carattere progressista di questo periodico non riesce
ad affermarsi con un serio contributo ( Società ). Nell’Archivio privato di
Felice Balbo si trovano degli Appunti per Risorgimento , senza data e non
firmati, ma dove è rilevabile la mano dell’esponente cattolico-comunista:
Concetto informatore: dopo l'oppressione della tirannia fascista il
Risorgimento riprende il suo cammino nazionale nelle nuove condizioni obiettive
sociali, cioè avendo come spina dorsale, la classe operaia nella sua storica
funzione di classe di governo e classe nazionale; il Risorgimento continua
veramente solo su questa strada. Funzione della nuova classe dirigente rispetto
agli intellettuali ed ai tecnici. Funzione degli intellettuali con la nuova
classe dirigente nella costruzione della democrazia progressiva post-fascista.
In una frase il concetto è: pianificare e articolare la rivoluzione come è
pianificata e articolata la reazione . Segue una esemplificazione assai
puntuale del contenuto ideale della rivista. Risorgimento. Salinari], Libertà
politica e liberismo economico, in Risorgimento , veniva per sostenere la
necessità che la filosofia crociana fosse superata da uno storicismo che affondi
le radici più profondamente nel movimento dialettico della storia degli uomini,
da uno storicismo che non sia appannaggio del conservatorismo, ma potente leva
di una società nuova. Ma che sia sempre storicismo, immanentismo assoluto ° E
sulle pagine di Risorgimento, con la Lettera a un intellettuale del Nord
Fabrizio Onofri preannunciava i termini del dibattito sulla nuova cultura che
si aprirà su Il Politecnico il 29 settembre, rivolgendosi a Vittorini per
affermare la necessità che un intellettuale veramente progressivo, e perciò in
primo luogo antifascista, oggi come ieri debba necessariamente militare, se non
in questo o in quel partito, certo al fianco di quelle forze sociali
organizzate che più e meglio garantiscono l’abolizione dalla vita nazionale di
tutte le forme di oppressione fascista; debba cioè necessariamente occuparsi di
politica , che è ora il modo migliore di occuparsi della propria sorte di
intellettuale, ossia badare a che non si ricreino sulla sua terra le condizioni
di schiavità in tutti i campi che contrassegnavano il fascismo, e che si creino
invece le condizioni politiche e sociali di quella libertà di cui egli ha
bisogno anche e proprio come intellettuale ?9, Ci è parso opportuno accennare
alle riviste meno conosciute del Fronte della cultura, per rilevare l’ampiezza
delle iniziative della casa editrice tese, in accordo col PCI, a mantenere
aperto, nel primo biennio post-bellico, un dialogo con tutte le forze
democratiche, anche a prezzo di dissonanze e di polemiche interne; ciò vale pur
con una sfasatura cronologica anche per le più note e discusse riviste edite in
quel periodo da Einaudi: Società , nata con una propria fisionomia autonoma e
critica tanto che l’intransigenza di Luporini o di Cantimori verso il
crocianesimo creò motivi di frizione con Rinascita, e solo alla fine del 1946
sottoposta a un pi rigido controllo del partito ; e Il Politecnico che, invece,
solo con la nuova Salinari], Lo storicismo. Onofri, Lettera a un intellettuale
del Nord. ora, pur senza i necessari approfondimenti, Domenico, Saggio su
Società . Marxismo e politica culturale nel dopoguerra e negli Le origini della
casa editrice Einaudi serie mensile passerà dall’ingenuo dogmatismo del
direttore a quella rivendicazione di indipendenza e apertura che fu criticata
da Togliatti come ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente #.
Ma al nostro discorso interessa soprattutto notare che motivi di polemica
antivittoriniana erano presenti all’interno della stessa casa editrice, tali da
investirne l'orientamento complessivo nei suoi rapporti col partito comunista.
Pavese scrive a Einaudi, anche a nome di Balbo, che Vittorini e Ferrata avevano
radici troppo fonde in Milano per poterli einaudizzare, cioè piemontesizzare.
Vittorini sarà l’uomo del Nuovo Politecnico, edizione Einaudi, organo del
Fronte della Cultura, e del relativo bollettino, stampati entrambi a Milano;
Ferrata darà consigli specialmente sui libri marxisti in cui è ferratissimo. Io
invece, sino a nuovo ordine, approvo l’eclettismo politico che la Casa
conserva. Se mai, sulla purezza d'orientamento giudichi uno solo (per esempio
Balbo, incorruttibile) non tutti i cani e porci che, muniti di tessera,
salteranno fuori, anni cinquanta, Napoli, Liguori, 1979. Nello stesso senso la
testimonianza di Cesare Luporini riportata da N. Ajello, Intellettuali e Pci, A
Einaudi, che il 3 maggio ’45 si era offerto di diffondere Società a Roma e
nell’Italia centro-settentrionale, il 22 maggio Luporini rispondeva accettando,
e affermava che la rivista aveva carattere di alta cultura, anche se non
strettamente tecnico, organica e decisa nella tendenza, ma del tutto aperta
quanto ai problemi e agli argomenti presi in considerazione (AE, Luporini).
Nelle condizioni poste da Einaudi, si diceva al punto 3: La Casa propone di
stabilire un collegamento redazionale tra Società e gli altri periodici della
Casa, attraverso Carlo Salinari, responsabile editoriale delle riviste della
Casa (l'editore a Bianchi Bandinelli, in AE, Bianchi Bandinelli). Ora
inTogliatti, La politica culturale. Su Il Politecnico come rivista del Fronte
della cultura M. Zancan, Il Politecnico e il Pci tra Resistenza e dopoguerra,
in Il Ponte. All’inizio Vittorini si era preoccupato di far apparire la rivista
legata al PCI: Bisogna che la Casa Einaudi si faccia conoscere come casa legata
al P.C., che Il Politecnico sia riconosciuto come settimanale di cultura legato
al P.C., scriveva a Einaudi il 6 luglio 1945 (E. Vittorini, Gli cuni del
Politecnico); si comprende come una collaboratrice di Einaudi, Garufi, cercando
di diffondere le riviste della casa editrice, e in particolare Il Politecnico ,
in ambiente azionista, si fosse sentita rispondere che è assurdo pensare ad un
interessamento anche minimo del Partito d’Azione per un giornale cosî
evidentemente comunista (a Einaudi, in AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma.concludeva duramente Pavese dopo aver riferito il malcontento dei
milanesi per la pubblicazione di Ore decisive, le memorie dell’ex
sottosegretario di Stato di Roosevelt Sumner Welles che nel marzo 1940 aveva
cercato un accordo con Mussolini. Einaudi, pur prendendo le difese di Vittorini
e Ferrata È appunto perché essi hanno radici fonde a Milano che a noi
interessano, ribadiva la sua concezione non partitica del fronte culturale: La
Casa ormai si è acquistata la fiducia più assoluta negli ambienti che ci
interessano, la nostra linea di attività è stata ampiamente discussa e trovata
la migliore, ed è cosa voluta l’assenza di ogni settarismo, per concorrere col
nostro lavoro all’affermazione di quel fronte progressivo aperto, di quella
unità, che è indispensabile raggiungere per ragioni politiche, morali e
culturali. Questo fronte, ditelo anche a Milano, ove forse c’è ancora un po’ di
settarismo, comporta l’iriclusione, sul piano internazionale, anche dei Sumner
Welles quando tutti non sono dei Wallace ##, affermava evocando il nome di
quello che si stava dimostrando uno dei più aperti esponenti democratici
statunitensi. Ma a mettere in crisi il settarismo dei milanesi contribu
probabilmente un intervento di Balbo, in questo momento forse il più lucido
consigliere di Einaudi, interlocutore autorevole sia di Pavese che di
Vittorini, e l’unico a quanto risulta capace di formulare una visione e un
programma complessivi della casa editrice, non senza, tuttavia, elementi di
utopia e di contraddittorietà. Riferendosi in particolare all’articolo di Remo
Cantoni su Che cosa è il materialismo storico, apparso sui nu- AE,
Corrispondenza editoriale Torino-Roma 1945; Einaudi a Balbo. Balbo aveva
scritto a Finaudi: attento a prendere delle decisioni per il Nord senza esservi
presente. A Milano bisogna andare con piedi veloci ma di piombo. Vittorini è
tutt'altro che acquisito (ibidem). Su di lui il saggio, assai interno e
discutibile, di G. Invitto, Le idee di Balbo. Una filosofia pragmatica dello
sviluppo, Bologna, il Mulino, 1979; sul movimento cattolico-comunista, cui
parteciparono alcuni collaboratori della casa editrice come Motta e Rodano,
Casula, Cattolici-comunisti e sinistra cristiana, Bologna, il Mulino. Le
origini della casa editrice Einaudi meri 2 e 3 de Il Politecnico , Balbo
scriveva a Einaudi che il tutto rappresenta un tentativo un poco mistico, un
tentativo di sostituire un mito vecchio con un mito nuovo e quindi è in fondo.
antieducativo. Si dovrebbe, mi pare, tendere a formare in tutti i lettori
quella mentalità nuova che è scientifica, critica, sperimentale e aperta mentre
Politecnico presenta il materialismo storico troppo come una pietra filosofale.
Se si deve fare un giornale di cultura e non di propaganda, come credo debba
essere anche se prima d’ora lo era solo in parte, è necessario, proprio sui
piani di cultura in senso stretto (e in questo caso del materialismo storico),
affrontare le critiche, non eluderle dogmaticamente attraverso impostazioni che
ripetano le formule in cui il materialismo storico è sorto. Un materialismo
storico cosî affettivo soffoca ed elude lo stesso sforzo di apertura di
Cantoni. A conferma dell’autorevolezza del suo intervento, queste critiche
saranno fatte proprie dall’editoriale che concludeva, Il Politecnico
settimanale: Noi non abbiamo avuto, col settimanale, una funzione propriamente
creativa, o, comunque, formativa. L'altra funzione, la divulgativa, ci ha
preso, a poco a poco, e sempre di più, la mano. Ci siamo lasciati andare ad
essa. Abbiamo compilato, abbiamo tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato,
abbiamo anche polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo. In quasi tutte
le posizioni che abbiamo prese, pur senza mai sbagliare indirizzo, ci siamo limitati
a gridare mentre avremmo dovuto dimostrare. E troppo spesso abbiamo dato sotto
forma di manifesto quello che avremmo dovuto dare sotto forma di studio. Ci
siamo trovati cosî a divulgare delle verità già conquistate mentre avremmo
dovuto cooperare alla ricerca della verità. Nella stessa lettera del 20 ottobre
Balbo allargava il discorso all’attività complessiva della casa editrice,
individuandone la carenza di fondo nella mancanza di una precisa strategia di
politica culturale: L’ottimismo non è sufficiente alla lotta. Ci vuole
positività e 36 AE, Corrispondenza editoriale Milano-Roma. Remo Cantoni propose
un Dizionario marxista per aggiornare il lettore su quel sapere: che è stato
oggetto di ricerca e di analisi specifica da parte dei marxisti (AE, Cantoni).
quindi contatto continuo con i dati veri della totale situazione italiana. Tra
l’altro, Milano, ricordiamolo, è di natura troppo euforica: a Milano, come
osservava Gobetti, è possibile ogni avventura, da quella di Marinetti a quella
del Popolo d’Italia. Il punto di vista è, malgrado tutto, Roma. In noi c'è
ancora troppa mentalità insurrezionalistica e cioè: a) precipitazione; b)
estremismo anzi piuttosto avanzatismo ; c) visione asfittica o almeno
semplicistica di tutti i problemi sia culturali che politici; d) mancato
approfondimento del a che punto siamo sia politicamente sia, per noi,
soprattutto culturalmente. Come conseguenza di una maturazione mancata o non
avvenuta, si scivola, sembra impossibile ma è cosf, su modi e impostazioni
ancora fascisti o almeno vecchi. Insomma Einaudi 1945 è in fondo, capiscimi,
pit fascista di Einaudi 1940. Proporzionalmente siamo calati di tono invece di
crescere; e concludeva individuando un arretramento di posizioni rispetto agli
avversari e l’incapacità di sfruttare appieno le grandissime possibilità che
abbiamo, in uomini e in possibile chiarezza di idee . Le critiche e l’apparente
paradosso di Balbo avevano la loro ragion d’essere non solo in rapporto al suo
ideale di cultura e al suo modello di una casa editrice criticamente
progressista, ma anche, come vedremo, rispetto alle concrete iniziative di
Einaudi, che riflettono, in molti casi, un'eredità difficile da superare. Ma in
queste ebbe probabilmente un'influenza lo stesso Balbo, che cercava di
coniugare un’analisi ispirata al marxismo con soluzioni di stampo cattolico. Il
suo concetto dinamico di cultura, che ne vedeva il mutamento col mutare dei
rapporti di produzione, e coglieva gramscianamente la lentezza del processo di
adeguamento degli intellettuali ai nuovi stadi via via raggiunti dalla società,
invitava senza i toni ingenui di un Vittorini a quell’avvicinamento fra cultura
e realtà che tuttavia contraddittoriamente il cattolico Balbo riteneva
raggiunto in modo esemplare nel medioevo, perché nella sua produzione, sia
agricola che artigiana, architettonica o scientifica, nelle ideologie politiche
come in quelle religiose, si rivela una singolare unità, superiore ai
contrasti, che è quella del concetto feudale della proprietà o del nascente
diritto comunale . Al contrario, la cultura contemporanea, gelosa della propria
indipendenza e irresponsabilità di fronte alla classe dominante e ai processi
produttivi dell’epoca industriale, aveva dato luogo, tra le due guerre, a
quell’irrazionalismo che rese possibili tutte le mitologie disumane che hanno
vagato e forse vagano ancora, paurose, sui continenti , mettendosi di fatto al
servizio dei privilegiati , per cui la cultura del capitalismo è scritta sulle
facciate delle metropoli moderne, è la grande officina, la produzione
cronometrata, l’esercito motorizzato, la grande stampa, il cinema . Con un
rigore e una violenza intellettuali ben maggiori dell’editoriale con cui
Vittorini apri Il Politecnico e per il quale questo scritto avrebbe forse
dovuto servire da traccia, l’esponente cattolico-comunista continuava:
Rimproveriamo dunque all’idealismo di Croce, all’umanesimo di Thomas Mann e
allo spirito non prevenuto di Gide, o meglio agli idealismi, umanesimi,
cristianesimi, spiritualismi, esistenzialismi ecc. che da quelli provengono (e
per quella parte almeno d’essi e dei loro discepoli che vorrebbe farci credere
d’aver trionfato con la Carta Atlantica e la bomba atomica) d’essere
insufficientemente critica con se stessa e perciò sterile, imbalsamata, defunta
regressiva. Lottare per una nuova cultura intellettuale equivale a lottare per
una nuova società e ad affermare concludeva in conformità con la propria
concezione filosofico-religiosa il concetto di persona umana o di uomo
obbiettivo e origine d’ogni cultura, inteso come l'individuo nella coscienza
della propria correlazione col prossimo e delle proprie determinazioni
storiche. Nel quadro di questo discorso, nel quale appare decisamente superato
ogni residuo crociano della sua formazione originaria , Balbo presentava un
abbozzo di teoria generale di una casa editrice culturale in senso stretto , in
cui il notevole sforzo di chiarificazione teorica era finalizzato a Balbo, Una
nuova cultura, dattiloscritto senza data ma con l'indicazione per servire alla
elaborazione dell’editoriale. Si chiede da 3 lo stile con baffi e favoriti, da
falso-Cattaneo (Archivio privato). Diversamente da quanto sostiene G. Invitto,
Le idee di Felice Balbo, in particolare29.trovare i mezzi necessari alla
promozione degli essenziali valori dell’uomo. La ricerca di un nuovo
orientamento e l’eredità del passato Le critiche e le proposte di Balbo che
ritornerà su questi temi insistentemente, fino al suo distacco dal marxismo e
dalla casa editrice miravano ad un fronte critico della cultura che lasciava
tuttavia ampi spazi per ritorni mistici o più propriamente tomistici, come
avvertirà più tardi Bobbio. Ma, nonostante alcuni testi pubblicati portino il
segno esplicito o implicito della sua presenza, fra il suo modello di casa
editrice di cultura e gli indirizzi editoriali effettivamente attuati esiste un
notevole scarto, non attribuibile soltanto ad una sordità dei suoi
interlocutori o ad un loro consapevole rifiuto delle sue proposte, ma,
soprattutto, alla situazione oggettiva. Il suo progetto editoriale si affidava
infatti ai tempi lunghi e non teneva sufficientemente conto come riconoscerà
alcuni anni dopo lo stesso Balbo dei contrasti ideologici e politici
all’interno della casa editrice, del peso della tradizione che questa si era
formata nel decennio precedente di cui Balbo contribui a tenere in vita alcuni
aspetti, e dei reali rapporti di forza esistenti nella vita politica italiana,
o del loro rapido mutamento, che portò nel giro di due anni I compiti della
casa editrice erano individuati nel puntare alla egemonia editoriale nel suo
genere , e nello scegliere quelle opere che in se stesse ed in riferimento alla
situazione storica che si svolge, siano realmente necessarie o utili a far
maturare e sviluppare il potenziale culturale dell’intero pubblico colto ; la
capacità di scelta della casa editrice si doveva misurare sul piano filosofico
e su quello scientifico: La capacità filosofica significa essere in grado di
giudicare i valori culturali in sé, secondo la nozione di valore e disvalore, e
quindi il saper riconoscere tutti gli essenziali valori dell’uomo, ossia
l’essenziale di ciò che è indispensabile alla sua pienezza. La capacità
scientifica significa essere in grado di giudicare i valori culturali per
riferimento al movimento storico în cui ci si trova, significa quindi
comprendere le necessità della rivoluzione (Appunti sulla casa editrice,
dattiloscritto senza data in Archivio privato Balbo). Le origini della casa
editrice Einaudi alla rottura dell’unità antifascista e alla guerra fredda, con
pesanti riflessi non certo favorevoli a visioni critiche o problematiche anche
negli schieramenti culturali. Oltre al difficile equilibrio politico fra le
varie sedi e fra i direttori delle collane °, all’organico orientamento della
casa editrice richiesto da Balbo si opponeva la sua stessa multiforme attività
rilevata da Pavese e da Giolitti, per i quali essa manteneva la caratteristica
originaria di eclettica officina di culturanon c'è altro editore in Italia che
copra un campo cosi vasto, moltiplicando contrasti e contraddizioni: ad
esempio, mentre la redazione romana si oppone energicamente e con successo alla
pubblicazione dei Cinquant'anni di vita intellettuale italiana in onore di
Croce proposta da Carlo Antoni, l'edizione delle Lezioni di filosofia di Guido
Calogero vede la netta opposizione di Pavese, Balbo e Giolitti, ma
l'approvazione vincente di Bobbio. Nei volumi pubblicati nell’immediato
dopoguerra possiamo del resto constatare, accanto ad una notevole opera di
sprovincializzazione della cultura itaEinaudi invia a Pavese un Pro-memoria
della Direzione inteso a riorganizzare il lavoro editoriale: Pavese e Vittorini
consulenti, Natalia Ginzburg vice-consulente per Poeti, Narratori
contemporanei, Giganti, Narratori stranieri tradotti ; Pavese e Vittorini
consulenti, Balbo vice-consulente per la progettata collana Corrente ; Mila
consulente, Pavese e Balbo vice-consulenti per i Saggi; Chabod consulente
esterno, Manacorda e Giolitti vice-consulenti per Biblioteca di cultura storica
e Scrittori di storia ; Bobbio consulente esterno, Balbo vice-consulente per
Biblioteca di cultura filosofica ; Ceriani consulente esterno, Giolitti
vice-consulente per Biblioteca di cultura economica e Problemi contemporanei ;
Cantimori consulente esterno, Manacorda vice-consulente per Biblioteca marxista
; Balbo e Rodano consulenti, Giolitti vice-consulente per Problemi italiani ;
Giolitti e Vittorini consulenti, Salinari vice-consulente per Testimonianze ;
Vittorini consulente, Pavese e Balbo vice-consulenti per la Vittoriniana che
avrebbe dovuto sostituire l’ Universale ; Aloisi consulente esterno, Manacorda
relatore al consiglio per Biblioteca di cultura scientifica ; Ragghianti
direttore della Biblioteca d’arte ; Debenedetti direttore della Nuova raccolta
di classici italiani annotati (AE, Pavese: dove ci sono altre proposte di
Einaudi e la risposta di Pavese del 7 settembre, con alcune osservazioni
critiche.Pavese e Giolitti alla Direzione di sede di Roma (AE, Corrispondenza
editoriale Milano-Roma). Pro-memoria per la Direzione Generale della redazione
romana, sulla proposta di Antoni, e sulla proposta di Calogero liana, motivi di
disorientamento, schematiche attualizzazioni politiche di problemi
storiografici, assieme ad eccessive cautele e perfino a tendenze conservatrici
se misurate sul metro dei propositi enunciati da Einaudi nel 1945 che i giudizi
delle stesse riviste einaudiane, cosi come di Rinascita , non mancano di
mettere in evidenza. Senza ripetere, come in precedenza, quell’analisi a
tappeto dei volumi, e delle relative recensioni, che era indispensabile per la
produzione del periodo fascista, quando era importante sottolineare anche
singole affermazioni sfuggite alle maglie della censura, ci soffermeremo
soltanto sui testi di alcune collane i Saggi , la Biblioteca di cultura
economica , la nuova serie dei Problemi contemporanei , i Problemi italiani e
la Biblioteca di cultura filosofica che permettono di individuare
l’orientamento generale, culturale e politico, della casa editrice all’indomani
del 1945. Ciò non ci esime, tuttavia, dall’accennare al significato di alcuni
titoli delle collane letterarie o storiche: nei Narratori stranieri tradotti
apparvero, accanto ai classici, Kafka e Proust, mentre i Narratori
contemporanei si aprirono alla produzione straniera con I/ muro di Sartre non
senza contrasti e con Fiesta e Avere e non avere di Hemingway, il cui carattere
rivoluzionario, rivendicato da Vittorini, era sprezzantemente negato e ridotto
ad una somma di sensazioni elementari ed egoistiche da Alicata, che giudicò
superficiale anche i Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Reed con cui si
393 Il libro è indubbiamente molto bello e anche l’ultimo racconto, però può
capitare che un pubblico non molto preparato caschi facilmente in equivoco.
Forse libro e autore andrebbero presentati. Resta da vedere cosa ha fatto
Sartre durante l'occupazione nazista pare che due o tre suoi libri siano stati
pubblicati dalla N.R.F. in questo periodo , si scriveva da Roma all’editore il
4 giugno 1945 (AE, Corrispondenza editoriale Torino-Roma). Il libro era già
stato suggerito da Pintor in una lettera a Pavese del 21 aprile 1943 (in C.
Pavese, Lettere. Il muro fu denunciato per oltraggio al pudore; il 4 aprile
1947 Pavese ne dava notizia a Corrado Alvaro il quale, in veste di presidente
del sindacato nazionale scrittori, con lettera a Pavese si metteva a
disposizione della casa editrice: se non ci difendiamo, si preparano per noi
giorni assai peggiori di quelli sotto il paterno Ministero della cultura
popolare (AE, Alvaro). Le origini della casa editrice Einaudi inaugurò nel 1946
la vittoriniana Politecnico biblioteca.La Biblioteca di cultura storica , posta
sotto la direzione di Chabod e con l’attenta consulenza di Franco Venturi,
sensibile in particolare alla produzione storiografica francese e russa ,
riprese le pubblicazioni con i Saggi sul Risorgimento di Nello Rosselli con la
prefazione di Salvemini per continuare, a testimonianza di un interesse più
generale della casa editrice per la democrazia americana, con America. La storia
di un popolo libero di Allan Nevins e Henry S. Commager, e aprirsi quindi alle
opere di Mathiez e Lefebvre sulla Rivoluzione francese o, più tardi, alla
scuola delle Annales con Bloch e Braudel, nonostante l’opposizione di Cantimori
7%, Non possono tuttavia essere sottaciute alcune iniziali cadute di tono della
collana, rappresentate dalla ripresa dell’oria 374 La corrente Politecnico
(1946), ora in M. Alicata, Intellettuali e azione politica,63. Sempre con
Hemingway si apri nel 1947 la collana I Millenni , dove nel 1948 apparirà Le
mille e una notte a cura di Francesco Gabrieli, di cui si suggeriva, per la
pubblicità, di mettere in luce il carattere sociale : il libro è sempre stato
frainteso come mondo delle fate e delle meraviglie, mentre, adesso che lo
facciamo noi, è ora di vederlo nel suo vero carattere di straordinario
documento su una medioevale società agreste, con naturale democrazia tra gli
umili (fornai, mendicanti, pellegrini, mercanti, schiavi, donne conculcate
ecc.) (da Roma a Renata Aldrovandi, 14 novembre 1945, in AE, Corrispondenza
editoriale Milano-Roma. Numerose sono le proposte in AE, Chabod, Venturi.
Chabod scriveva a Einaudi di assumersi la direzione della Biblioteca di cultura
storica e degli Scrittori di storia , annunciando, per le traduzioni, un piano
di lavoro che contemperi opportunamente biografie e studi monografici, lavori
di grossa mole e studi assai più smilzi , in modo da toccare un po’ tutti i
principali problemi della storia europea e nord-americana (AE, Corrispondenza
editoriale TorinoRoma 1945). Parte del giudizio di Cantimori su La Méditerranée
di Braudel è riportato da G. Miccoli, Delio Cantimori. La ricerca di una nuova
critica storiografica, Torino, Einaudi, che ricostruisce puntualmente la
collaborazione dello storico con la casa editrice; nello stesso giudizio, del
1949, Cantimori investiva tutta la scuola delle Annales : non ritengo utile,
anzi dannoso, diffondere, per mezzo della traduzione di un’opera cosi ben
scritta brillante, affascinante anche per la sua facilità ed evasività e
superficialità di riflessione e di concetti il metodo, o il sistema, o il
regime o l’arte o la retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L.
Febvre, Morazé, Braudel (AE, Cantimori). nesimo nell’Axzistoria d’Italia di
Fabio Cusin ? e da Robespierre e il quarto stato di Ralph Korngold dove, come
in altre opere dedicate al giacobinismo, l’intento di rivalutare un movimento
politico dimenticato o disprezzato dall’idealismo e dal fascismo si accompagna
a schematiche e ambigue attualizzazioni Si può dire che tanto la dittatura
fascista quanto quella comunista si siano servite di un metodo giacobino
perfezionato , affermava Korngold, La concezione della storia come elemento
costitutivo dell’educazione civile continuerà tuttavia a caratterizzare la
collana: assai significativa in questo senso e degna di essere citata per
esteso è l'offerta a Cantimori di scrivere una storia d’Italia dal punto di
vista marxista. E altrettanto significativo è che portatore e ispiratore,
assieme ad Einaudi della proposta fosse proprio quel Balbo che abbiamo visto
tanto cauto rispetto a pericolose fughe in avanti: L'Italia manca fino ad oggi
di un’opera storica marxista nel senso più profondo ed esatto che dia la reale
fisionomia della sua storia dall’indipendenza ai giorni nostri scriveva Balbo a
Cantimori . Questa mancanza si fa duramente sentire oggi non solo nel campo
degli studiosi ma soprattutto nella scuola e addirittura nella vita politica.
Non è esagerato affermare infatti che questa mancanza è in qualche modo
determinante dello stesso sviluppo democratico del nostro paese. L'azione
concretamente ideologica da parte delle forze progressive sta diventando sempre
più necessaria: il proletariato non ha di fronte a sé soltanto, ad esempio, il
problema meridionale, ma anche il problema cattolico e il problema crociano che
sono poi aspetti dello stesso problema meridionale. La proposta è questa: non
sarebbe possibile rispondere ai bisogni rivoluzionari in questo campo? non
sarebbe possi. bile cominciare con una Storia dell’Italia moderna o anche solo
contemporanea? Potrebbe essere un nutrito Somzzario che desse l’avvio a tutti
gli studi particolari e per intanto rappresentasse il la recensione di Zangheri
in Società. Perplessità sulla pubblicazione del volume avanzarono sia Chabod
(lettera a Giolitti, in AE, Corrispondenza editoriale Torino-Roma), sia
Salinari (a Giolitti, s.d., in AE, Cusin). Korngold, Robespierre e il quarto
stato, trad. di Papa, Torino, Einaudi. Una volta stampato il libro, ci si rese
conto dell’ incongruenza storica e critica di questa e di altre affermazioni
(Balbo a Giolitti, in AE, Giolitti). canovaccio, la direttiva generale per un
rinnovamento dei manuali scolastici. Potrebbe essere invece una grande Storia,
a largo respiro, da concretarsi attraverso un lavoro collettivo. Se pensi cosa
ha rappresentato il Sommario di storia della filosofia del De Ruggiero nel
senso della egemonizzazione borghese della cultura italiana, puoi pensare cosa
rappresenterebbe un Sommario storico fatto da te! Ma anche qui non credo che
proprio io debba sottolineare a te l’importanza di questo lavoro. Voglio solo
confermarti che c’è in tutti i compagni, anzi in tutta la cultura italiana, una
profonda aspettativa in tal senso??, Nell'ambito della casa editrice il marxista
Cantimori avrebbe dovuto sostituire il liberale Salvatorelli, ma lo scrupolo
scientifico del primo impedî quello che ancora ricordando un’analoga proposta
di Alicata, considerata un preannuncio di Zdanovismo Cantimori titerrà un
rovesciamento solo ideologico dell’interpretazione crociana, in assenza di
studi preparatori. A un intento educativo immediato risponde invece prima delle
altre, anche per la sua maggiore flessibilità, la collana-cardine di Einaudi, i
Saggi , che assieme alla nuova collana Testimonianze affronta temi di attualità
politica, da Marcia su Roma e dintorni di Lussu a Leningrado di Werth a
Fascismo e anticomunismo di Radice, che inizia la riflessione su una tematica
ripresa dal Lurgo viaggio di Zangrandi, e presenta uno dei best sellers del
tempo, Cristo AE, Cantimori (Balbo parlava anche a nome di Einaudi); Einaudi
scrive a Giolitti di una Storia d'Italia degli ultimi cento anni che noi
vorremmo far fare a Cantimori inchiodandolo per uno, due, tre, dieci anni a
tavolino per costruire il monumento più importante che in questo momento gli
studiosi devono impostare: quello IR ST della storia d’Italia, soprattutto di
quella ultima (AE, jolitti). Pro e contra, in Movimento operaio. In questo
quadro Balbo propose trovando favorevoli Giolitti, Salinari, Manacorda e Pavese
un’opera collettanea su La guerra di liberazione in Italia, con documenti,
testimonianze, biografie ecc., che sarebbe servita alla nazione italiana per
una migliore conoscenza del pi grande moto popolare che la sua storia ha fino
ad oggi avuto; e per una esatta valutazione di quelle che sono state le vere
forze della liberazione popolare e che sono le vere forze del suo avvenire (si
vedranno finalmente quelli che hanno lottato e quelli che sono compatsi solo a
oa alla consulta) (AE, Corrispondenza editoriale Milano-Roma si è fermato a
Eboli di Levi, denuncia efficace nonostante le riserve di Società di quella
realtà che contemporaneamente, nei Problemi italiani , era argomento della
Rivoluzione meridionale di Dorso, già apparsa nelle edizioni Gobetti. E mentre
un volume molto caro a Cajumi, La crisi della coscienza europea di Hazard,
rientra nell’interesse per l’illuminismo manifestato dalla casa editrice fin
dai suoi esordi, il nuovo clima di libertà permette la realizzazione di
progetti già in cantiere negli anni del fascismo, come la Congiura per l’egua
glianza o di Babeuf di Filippo BUONARROTTI (Filippo, si veda), il primo,
secondo Gastone Manacorda, a fornire una interpretazione classista della grande
Rivoluzione , nonostante la persistenza di quegli elementi utopistici che non
erano invece tenuti presenti da Giuseppe Berti nella presentazione del Filippo
Buonarroti di Samuel Bernstein: tesi entrambi, autore e prefatore, ad
attualizzare oltre il lecito il significato del giacobinismo Buonarroti è, con
Babeuf, uno dei grandi precursori di Marx e di Engels. Ma un motivo che ci
preme segnalare a testimonianza di un’altra e più profonda continuità col
decennio prece- Piazzesi, pur affermando che era uno dei pochi libri dove abbiamo
potuto apprendere qualcosa sulla questione meridionale , nota che Levi resta
sempre spettatore, intelligente quanto volete, ma di un’altra classe, rispetto
a questi contadini, e non sa mai trovare il modo di farli parlare sinceramente,
come si parla da pati a pari, perché manifestino le loro riposte esigenze (
Società, F. Buonarroti, Congiura per l'eguaglianza o di Babeuf, introduzione e
traduzione di G. Manacorda, Torino, Einaudi. La proposta di pubblicare
Buonarroti e Babeuf era stata rilanciata anche da Vittorini nella prospettiva
di un rinnovamento dell’ Universale dove scrive a Einaudi potremmo includere
anche autori antichi ma che segnino un punto nella evoluzione del pensiero
progressista (E. Vittorini, Gli anni del Politecnico. È Bernstein, Filippo Buonarroti,
traduzione e prefazione di G. Berti, Torino, Einaudi; il saggio era apparso ne
Lo Stato operaio . le critiche di Sergio Romagnoli in Annali della Scuola
Normale Superiore di Pisa, lettere, storia e filosofia. Ancora Bernstein
pubblicò su Società un articolo su Buonarroti storico e teorico comunista,
affermando che il giacobino italiano si avvicina di molto al socialismo
scientifico (Società. Le origini della casa editrice Einaudi dente è la
permanenza dell’interesse per la tematica religiosa, sostenuto ora da nuovi
collaboratori cattolici della casa editrice che affiancano Balbo, come Franco
Rodano e Mario Motta. Questo interesse ha varie manifestazioni: supera ogni
misticismo nella riflessione di Balbo L’uomo senza miti e Il laboratorio dell’uomo,
teso a indicare, in un altro momento di profonda crisi di valori, il fallimento
della filosofia tradizionale e la necessità di nuove formule di liberazione
dell’uomo, che non lo isolino dal contesto storico-sociale °; ha un’intonazione
nettamente spiritualista in Che cos'è il personalismo? di Emmanuel Mounier; si
presenta a sostegno di un vasto e generico affresco alla Huizinga , in cui la
realtà storica è piegata alla dimostrazione di una tesi secondo la quale, nella
deprecata età del progresso tecnico, il cammino della secolarizzazione della
cultura non può essere percorso sino all’estremo nel Profilo d’un umanesimo
cristiano di Riissel, che invitava a ricucire la frattura fra umanesimo e
cristianesimo operata dalla Riforma, facendo propria quella che gli pareva la
grande verità della teologia umanistica , la non antiteticità della filosofia
greca e del cristianesimo: tesi non condivisa nella prefazione postuma di un
intellettuale dalla tormentata vicenda culturale e politica come Rensi che pur
aveva proposto e curato il volume, mentre Bobbio riconosceva la necessità e la
perennità di un umanesimo cristiano per combattere la filosofia della crisi
originata da Kirkegaard. Pur riconoscendo ne L’uomzo senza miti il tentativo di
liberarsi dalla spiritualità dello storicismo immanentistico di Croce, Geymonat
riteneva dogmatico il metodo di ricerca di Balbo ( Rivista di filosofia , terza
serie, I (1946),86-88); anche le critiche di Croce, ora in Nuove pagine sparse,
serie seconda, Napoli, Ricciardi. Riissel, Profilo d’un umanesimo cristiano,
traduzione di G. Rensi, Torino, Einaudi. La pubblicazione del volume è impedita
dalla censura. Rensi propone anche la traduzione di Platonismus und Christentum
di Ritter (AE, Rensi). La recensione di Bobbio è in Rivista di filosofia.
Cantimoti, in un parere editoriale su Erasmo e il Rinascimento di Siro A. Nulli
che sarà pubblicato da Einaudi, dichiara di condividerne le idee, tanto per
quel che riguarda le interpretazioni del pensiero e della attività di Erasmo,
Alla tematica religiosa si volge anche l’interesse dei laici : è del 1949 la
proposta di Remo Cantoni accettata da Balbo ma poi non realizzata del volume
Critiche allo spiritualismo; Nuova socialità e riforma religiosa di Capitini il
cui liberalsocialismo era presentato come una concezione sociale e religiosa
postcomunista, proposto da Cantimori come opera importante per la storia
religiosa-politica e culturale del periodo 19261944 e oltre: come cronaca,
documentazione, e storia dell’unico movimento antifascista e anticlericale
autoctono espontaneo nel terreno italiano dopo il fascismo, consapevolmente
diverso dal comunismo, ma mai anticomunista. Antonio Banfi, formatosi alla
scuola di Martinetti, presentò inoltre il progetto di una Collana di studi
religiosi , che si sarebbe proposta di far conoscere in Italia a un pubblico
più vasto dei consueti centri di cultura religiosa, sia cattolici che di altre
confessioni, quelle opere, per lo pi recenti, che testimonino di una
problematica viva e nuova nel campo del pensiero religioso; opere che si
propongono tutte un mutamento sensibile nella considerazione del rapporto fra
singolo e collettività appunto in relazione con una differente valutazione dei
principi della confessione di fede; opere che propongono infine, quanto per quel
che riguarda la severa critica allo Huizinga, al Toffanin, al Riissel, e
compagnia. Si tratta di un energico richiamo alla realtà storica di quel che
furono, in quanto affermazione di idee nuove e critica di una Fiserggi storica
culturale, l’'Umanesimo e il Rinascimento (AE, Cantimori). Cantoni a Balbo: La
critica allo spiritualismo teologico e metafisico è il grande tema culturale
degli ultimi cento anni. Vorrei presentare criticamente tutte le variazioni
storiche sul tema, da Feuerbach a Marx, da Kirkegaard a Stirner, arrivando fino
alla filosofia contemporanea. E si tratta di ricostruire le ragioni sociali per
le quali muta la sensibilità metafisica (AE, Cantoni). Capitini, Nuova
socialità e riforma religiosa, Torino, Einaudi; Cantimori a Einaudi, 12 gennaio
1949 (AE, Cantimori). Capitini aveva proposto un volume quasi pronto su
Antifascismo della non violenza e della non menzogna a Pisa nel ’32 ed uno, già
terminato, dal titolo Saggio sul soggetto della storia anche questo non
accettato, ma preso in visione per consiglio di Cantimori, in cui conduceva
un'indagine oltre lo storicismo crociano per accertare l’autentico soggetto,
collettivo e corale, della storia, per fondare quella che io chiamo la
compresenza di tutti alla produzione del valore; problema nel quale rientra
quello sociale e quello religioso (Capitini a Giolitti, e a Einaudi, in AE,
Capitini). Le origini della casa editrice Einaudi tutte, una precisa presa di
posizione per il credente, in ordine alla vita politica: opere ispirate allo storicismo
e si facevano i nomi di Newman, Blondel, Barth, Jiger, Troeltsch, Weber e che,
si specificava, prevedono una rottura con le forme tradizionali di direzione
politica definite dalla autorità della Chiesa come le sole possibili e
conseguenti ed anzi prevedono un mutamento radicale di prospettiva in tal senso
consentendo al credente la più ampia libertà di ricerca della propria
prospettiva politica e la possibilità di affiancare la propria azione a quella
di forze politiche progressive di ideologia differente, La presenza di queste
riflessioni e di queste proposte relative a tematiche religiose, se da un lato
si collegano a un filone già presente nella casa editrice, dall’altro
testimoniano l’attenzione che in questo periodo i comunisti dedicano al problema
cattolico. Non bisogna tuttavia dimenticare che, contemporaneamente, una
visione tradizionale del cristianesimo è il punto di riferimento obbligato di
quegli intellettuali che sulla falsariga di Huizinga lamentano le degenerazioni
della politica e del progresso contemporanei per riproporre un assetto
conservatore della società. È il caso de Le democrazie alla prova di Benda un
saggio la cui edizione francese era positivamente recensita su Società , con
qualche appunto sul tono aristocratico e moralistico dell’esponente della
letteratura della crisi: se nel momento in cui fu scritto si giustificava nel
suo assunto principale, sostenendo che le democrazie, più deboli in guerra dei
totalitarismi, debbono difendersi anche a costo di limitare le libertà un popolo
veramente libero è tanto più grande quanto più sa ridurre le sue libertà, si
faceva poi forte delle argomentazioni di Constant, Kant e Spencer contro quelle
di Bonald, De Maistre, Hegel, Nietzsche e Marx tutti accomunati come A Banfi,
che accettò, Balbo chiede di fare la prefazione agli Scritti teologici
giovanili di Hegel previsti per la collana filosofica (AE, Banfi). Recensione
di Vezio Crisafulli, in Società antidemocratici per affermare che i principi
democratici sono dei comandamenti della coscienza, e non già degli insegnamenti
dell’esperienza e del costume ; di origine socratico-cristiana, la democrazia
era realizzata solo in Svizzera e negli Stati Uniti, e non sopportava abusi del
principio egualitario come il suffragio universale, osservava Benda, per
concludere che lo sviluppo di qualsiasi organizzazione terrena importa sempre
qualche violenza contro i comandamenti divini di giustizia e di libertà: il
filosofo non può riporre le sue speranze se non in quei sistemi, come il
cristianesimo, omogeneo in questo alla democrazia, i quali dell’uomo non
glorificano altro che la sua natura divina ?!, A fini decisamente reazionari il
cristianesimo era utilizzato ne La crisi sociale del nostro tempo di Wilhelm
Ropke, l'economista teorico della terza via , in tante cose affine al Croce e
dal Croce assai pregiato per il rifiuto del concetto e del termine capitalismo
, come osservava Cantimori . Nel volume, uscito originariamente e già in
traduzione presso Einaudi, l’autore criticava le incomparabili conquiste meccanicoquantitative
della civiltà tecnica per lamentare, in una società caratterizzata dalla grande
industria e dalla concentrazione delle proprietà, la decadenza del
cristianesimo una delle più formidabili forze costruttrici della nostra
civiltà, da essa inseparabile e della famiglia, oppure la diserzione delle
comunità rurali e la decadenza del vil. laggio a favore della città e
dell’urbanizzazione e commercializzazione della campagna stessa . Una critica
che ricorda il leit motiv di Einaudi difesa della piccola pro-J. Benda, Le
democrazie alla prova. Saggio sui principi democratici, traduzione di
Crescenzi, Torino, Einaudi, 1Cantimori, Studi sulle origini e lo spirito del
capitalismo, pubblicato su Società, ora in Studi di storia, Torino, Einaudi. In
una lettera alla sede romana, l’editore scriveva di iniziare la traduzione del
volume di Répke, affidandola a Ernesto Rossi (AE, Corrispondenza editoriale
Torino-Roma); scrivendo a Pavese il 9 agosto 1943, Pintor giudicava il volume
di grande attualità (AE, Pintor). Le origini della casa editrice Einaudî prietà
contadina e condanna del gigantismo economico, e da cui Ropke partiva per
indicare una terza via o umanesimo economico il modello era individuato nella
Svizzera, che si risolveva in pratica nella riproposta del liberismo classico
in opposizione al socialismo: era quanto notava Cantimori, ricordando che le
lodi rivolte all'autore da Luigi Einaudi e da Croce furono uno degli ultimi
episodi più notevoli, data la personalità degli autori, della lotta intellettuale
condotta sotto il dominio del fascismo dal gruppo crociano e diretta da una
parte contro il fascismo e dall’altra contro il comunismo °?. Un liberalismo,
quello del futuro collaboratore de Il Mondo , che sarà messo in dubbio da
Togliatti, per il quale era solo una mascheratura dello sconcio ghigno
hitleriano. Del resto, se consideriamo i volumi pubblicati fino al 1946 nella
nuova serie dei Problemi contemporanei nella quale non aveva più diretta
influenza Luigi Einaudi e nella Biblioteca di cultura economica che secondo
Balbo e Giolitti avrebbe dovuto avere un carattere non istituzionale e teorico,
ma storico-informativo, posRopke, La crisi sociale del nostro tempo, traduzione
di E. Bassan, Roma, Einaudi, Nella recensione a Civitas Humana di Répke, pubblicata
su Società, ora in Studi di storia. Einaudi aveva visto rispecchiate le proprie
idee di politica economica nel volume di Ropke, mosso dall’intento di salvare
la civiltà occidentale dall’avvento di una democrazia livellatrice e
collettivistica (Economia di concorrenza e capitalismo storico. La terza via,
Rivista. di storia economica. Il giudizio di Togliatti, è citato da N. Ajello,
Intellettuali e Pci,259; già nel 1947, in una recensione di Bilancio europeo
del collettivismo pubblicato nei Quaderni di Rinascita liberale , si osservava
su Rinascita : se i liberali tedeschi non sono mai stati altro che questo, si
capisce benissimo come la Germania sia sempre stato un paese reazionario e con
tanta facilità abbia potuto Hitler prendervi e tenere il potere ( Rinascita.
Dell’ assidua collaborazione di Ròpke a Il Mondo , che nei suoi primi anni si
ispirava al liberismo di Luigi Einaudi, parlaBonetti, I{ Mondo 1949-66. Ragione
È illusione borghese, prefazione di V. Gorresio, Bari, Laterza Balbo (anche a
nome di Giolitti) alla sede di Milano, (AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma 1945). È da rilevare, tuttavia, che la casa editrice assicurava
Luigi Einaudi siamo notare che Ropke è soltanto la punta estrema di un
‘orientamento che non si oppone drasticamente alla linea liberista: la casa
editrice non fa altro che rispecchiare l’arretratezza della sinistra nel campo
della cultura economica, e la sua rinuncia, in questo momento, a porre in
discussione il ruolo dell’iniziativa privata nella ricostruzione. È infatti
significativo, da un lato, che nel primo biennio postbellico l’unica voce
favorevole alla pianificazione sia quella di Saraceno, e, dall’altro, che gli
studiosi ai quali si guarda con maggiore attenzione siano statunitensi, cosî
che il liberatorio mito americano di Pavese e di Vittorini temperato dalla
critica dei liberisti al New Deal rooseveltiano trova ora una sua realistica
traduzione nell’immagine che gli economisti e gli uomini politici americani
danno del loro paese, impegnato a superare con la somma delle sue energie
individuali la nuova frontiera posta dall’eredità della guerra. Cosî, mentre
l’opera collettanea di Hayek, Pierson, Mises e Halm, Pianificazione economica
collettivistica, è, come annuncia il sottotitolo Studi critici sulle possibilità
del socialismo e il nome del prefatore, Bresciani-Turroni, una decisa
esaltazione del liberismo ‘, a incarnare il nuovo mito riappareWallace,
l’esponente democratico che aveva rotto con Truman a proposito della della
prossima pubblicazione poi non avvenuta di The Road to Serfdom di Hayek: La
nostra Casa, come Lei sa, non persegue un indirizzo politico di partito, ma
pubblica opere di varie tendenze da Togliatti a Lippmann a Répke a Schumpeter
secondo la linea già coraggiosamente seguita, nei limiti del possibile, sotto
il fascismo (AE, L. Einaudi). È quanto osserva, anche in riferimento alle
edizioni Einaudi, G. Santomassimo, Il dibattito economico, in Italia
contemporanea. la prefazione di Saraceno a Bienstock, Schwarz, Yugow, La
direzione delle aziende industriali e agricole nell'Unione Sovietica,
traduzione diSaraceno, Torino, Einaudi. Mises tanto lodato, assieme a Robbins e
Hayek, da ROSSI (si veda) nelle sue lettere del periodo bellico a Einaudi (AE,
Rossi) sarà giudicato da Piero Sraffa un reazionario antidiluviano (a Balbo, in
AE, Sraffa). Le origini della casa editrice Einaudi politica del governo
americano verso l’URSS ‘!: in un’operetta dall’accattivante titolo Lavoro per
tutti dichiarava che gli USA non avevano nulla da temere dal comunismo se il
nostro sistema di libera iniziativa si dimostrerà all’altezza delle sue
possibilità , e di fronte all’aprirsi di nuovi mercati per l'economia
statunitense si mostrava fiducioso che la guida economica americana potrà
recare alla regione del Pacifico un grande vantaggio materiale ed una grande
benedizione al mondo ‘°; e l’esperimento di colonizzazione interna nella valle
del Tennessee che Wallace proponeva a modello per il mondo intero, era
puntualmente esaminato da Lilienthal in Democrazia in cammino. Un energico
richiamo al liberismo, contro i pianificatori di qualsiasi colore, fossero
fascisti, comunisti, o i sostenitori del collettivismo graduale degli Stati
democratici, veniva da un altro esponente democratico americano, Walter
Lippmann: ne La giusta società egli si dichiara debitore della critica a una
economia razionalizzata svolta da von Mises e von Hayek, ma anche da Keynes la
cui opera è tutta volta a dimostrare che l’economia moderna può essere regolata
senza ricorrere alle dittature ed è compatibile con istituzioni libere, e cerca
di dimostrare che la libertà dell'individuo era assicurata dai principi
originari del liberismo depurato di quelle degenerazioni che portano a processi
di concentrazione produttiva il principio basilare del liberalismo è che il
mercato deve essere lasciato libero di funzionare, ed anzi perfezionato, come
regolatore principe e primo della divisione del lavoro, non senza usare toni
apocalittici di sapore puritano che ritroviamo in altri esponenti del mondo
anglosassone. Gli uomini vivono in un mondo torbido, dove non si guarda più con
fiducia alla provvidenza divina, quale ente regolatore delle cose umane, dove
il costume ereditato ha cessato d’essere di guida e la tradizione non pi , per
l’attenzione di cui era oggetto da parte comunista, Intervista con Wallace, in
l’Unità. Wallace, Lavoro per tutti, traduzione di G. Olivetti, Torino, Einaudi,
santifica le vie fino adesso battute. È lo stesso Lippmann che ne La politica
estera degli Stati Uniti e ne Gli scopi di guerra degli Stati Uniti manifesta
la sua tendenza democratica sostenendo la necessità di un accordo USA-URSS per
il mantenimento della pace mondiale, ma al tempo stesso giustifica
l’espansionismo americano e coglie l’occasione per ammonire l’URSS che per
quanto corrette possano essere le nostre relazioni diplomatiche, esse non
saranno quelle relazioni veramente buone quali dovrebbero essere, finché
nell'Unione Sovietica non saranno state instaurate le fondamentali libertà
politiche e umane. La rottura dell’unità antifascista e il rapporto col PCI La
spaccatura politica che si ha nel paese ha profonde ripercussioni sulla casa
editrice, i cui legami col PCI si stringono ulteriormente provocando un
sensibile mutamento negli indirizzi culturali. Anche dopo la fine dei governi
di unità antifascista, all’interno del PCI non scomparve completamente la
prospettiva di una alleanza con gli intellettuali democratici: se al VI
congresso Togliatti invitava a serrare le fila La nostra attività ideale non
può non avere, come l’attività pratica, l'impronta di partito, nel dicembre
dello stesso anno Alicata, pur notando che la borghesia del nostro paese sta
compiendo un tentativo estremo per riorganizzare in senso reazionario la
cultura italiana, per trasformarla ancora una volta in una efficiente barriera
ideologica contro il marxismo , con la collusione di cattolici e liberali in un
blocco antirazionalista , invitava a continuare a lavorare per costituire un
fronte della cultura il #3 W. Lippmann, La giusta società, a cura di G. Cosmelli,
Roma, Einaudi. Lippmann è autore anche di A Preface to Morals. Lippmann, Gli
scopi di guerra degli Stati Uniti, Torino, Einaudi Rapporto al VI congresso del
PCI del 5-, in Togliatti, La politica culturale. Le origini della casa editrice
Einaudi più possibile ampio ‘. La situazione oggettiva non rendeva tuttavia
immediatamente praticabile questa indicazione, e il rapporto privilegiato che
si venne istituendo fra PCI ed Einaudi provocò profonde lacerazioni di cui è
esempio la vicenda de Il Politecnico e contrasti interni fra i collaboratori.
La casa editrice riuscf comunque a mantenere una sua sfera di autonomia basti
pensare ai settori letterario, storico e filosofico che le permise di non
essere isolata e, al tempo stesso, di non istituzionalizzare il suo legame col
partito. Proprio il carattere non ufficiale del suo rapporto col PCI aveva
permesso che questo individuasse in Einaudi il canale più adatto, anche se non
unico, per diffondere la conoscenza del marxismo nella cultura italiana. La
decisione di affidare a Einaudi, piuttosto che all’editoria di partito, gli
scritti di Gramsci, si situa appunto in un quadro che vedeva la pubblicazione,
da parte della casa editrice, di testi di Monti, Sforza, Sturzo, Nenni,
Togliatti, Grifone e Sereni, e la proposta di edizione delle opere di Salvemini
o, su suggerimento anche di Togliatti, di quelle di Dorso e dei Discorsi di
Giovanni Giolitti . L’uscita, nel 1947, delle Lettere di Gramsci che, come
osservava 46 M. Alicata, Una linea per l’unità degli intellettuali progressivi,
ora in Inzellettuali e azione politica, c In una lettera all’editore Muscetta
avvertiva, a proposito di Dorso di cui curerà le opere: Bada che il Partito
Comunista, appena Togliatti avrà visto i manoscritti inediti, desidera farsi
promotore dell’edizione ; scriveva che Togliatti desiderava che fosse Einaudi a
stampare Dorso ( anche l'esplicita richiesta di Togliatti a Einaudi, in AE,
Togliatti), e il 1° dicembre si scusava per non aver inviato i manoscritti di
Dorso: Ma non era mica io a tenermeli. Era Togliatti, e ce n'è voluto per
riaverli ; Giolitti avvertiva l’editore che Togliatti aveva approvato la
prefazione alle opere di Dorso (AE, Muscetta, Giolitti). Il contributo di Dorso
dal marxismo può essere accettato per essere sisterzato , affermò Rodano
(Dorso, in Rinascita. Muscetta propone a Pavese i Discorsi di Giolitti con
prefazione di Salvatorelli, e il 16 marzo 1947 gli scriveva: Giolitti è stato
già da tempo gradito dal Togliatti (AE, Muscetta). Inoltre, Bobbio interpellava
Dal Pane per una raccolta di scritti rari o inediti di Labriola, magari come
inizio di una più ampia raccolta dell’opera filosofica e storica del Labriola
(Archivio privato Bobbio). PLATONE (si veda), sono in buona parte come una
introduzione generale agli scritti che verranno dopo e ambienteranno il lettore
meglio di qualsiasi prefazione, costituî un inusitato successo editoriale, se
nel giugno 1949 la tiratura era arrivata a 43.526 copie, di cui 37.254 vendute
‘. Comincia la pubblicazione dei Quaderni del carcere, che è accompagnata
tuttavia, da parte della casa editrice, da impazienze e dubbi sulle reali
intenzioni del partito, se il Cantimori poteva scrivere a Einaudi che con
quelli della edizione di Gramsci bisognerebbe usare mezzi feroci. Mi han fatto
vedere il volume sulla storia degli intellettuali, o com'è il titolo preciso,
quello insomma dove si parla di Croce, e dei problemi filosofici: è pronto (a
meno di una revisione del dattiloscritto pessimo), e chi sa perché non lo fanno
uscire. Sembra che qualcuno abbia scrupoli per le critiche al Croce che ci sono
in quel volume. Ho protestato contro questi scrupoli, con chi voleva sentire e
con chi non voleva, Ma che cosa aspettano, che Croce sia morto, per poi farsi
dire da qualche stupido che non si è avuto coraggio di pubblicare le critiche
Croce vivo? E lo stupido sembrerebbe aver ragione! Appena tornerò a Roma mi
butterò alla carica. E gli faceva eco Einaudi che, protestando con Togliatti
per il ritardo del si stampi per i quaderni su Gli intellettuali e l’organizzazione
della cultura, invitava il dirigente comunista a evitare una temporanea battuta
di arresto , essendo AE, Platone. Togliatti scrive a Einaudi: siamo
perfettamente d’accordo sulle sue proposte riguardanti l’edizione completa
delle opere di Gramsci. Vogliamo solo porre due condizioni: 1) Eventuali
prefazioni e note di singoli volumi che Ella vorrà pubblicare in collane
particolari, debbono avere la nostra approvazione. 2) La Direzione del P.C.I.,
pur concedendo a Lei tutti i diritti per questa edizione e le successive
ristampe, si riserva la proprietà letteraria dell’opera (AE, Corrispondenza
editoriale Torino-Roma 1945). 49 Cantimori a Einaudi, 15 maggio 1947; lo stesso
giorno Cantimori scriveva a Balbo: La Direzione del Partito farebbe meglio a
spicciarsi a consegnarvi le opere di Gramsci invece di farle conoscere a
spizzico, o di avere scrupoli perché si critica Croce ; il 30 settembre 1947
Balbo su suggerimento di Einaudi inviava a Cantimori le bozze de //
materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce in via privatissima
affinché tu potessi, dando una scorsa veloce, segnalarci eventuali notevoli
lacune (AE, Cantimori). Le origini della casa editrice Einaudi ormai chiaro a
tutti che Gramsci serve ai nostri compagni per rafforzarsi ideologicamente, per
imparare a ragionare e a porsi dei problemi, che Gramsci serve agli
intellettuali non comunisti per far loro misurare nella sua pienezza la nostra
forza ideologica. Non solo, ma è dimostrato che attraverso Gramsci molti
intellettuali si avvicinano al nostro partito e, sovratutto, si creano delle
alleanze. L’operazione che riusci con Gramsci non ebbe successo anche per la
difficoltà di trovare i testi originali e traduttori preparati per il progetto
di una Collana marxista di cui Einaudi aveva parlato a Lucio Lombardo Radice
già il 5 gennaio 1945 ‘, e che nella fase di preparazione occupò, fra gli
altri, Manacorda, Cantimori, Emma Cantimori Mezzomonti, Luporini, Massolo,
Bobbio, Balbo e Giolitti. Su questo terreno si era già impegnata, subito dopo
la liberazione di Roma, l’editrice comunista Nuova Biblioteca diretta da Carlo
Bernari e per la quale Cantimori era stato incaricato di dirigere la collana
Pensiero sociale moderno ‘; l’iniziativa non ebbe tuttavia seguito e, prima che
fosse ripresa dalle edizioni Rinascita, alcuni dei curatori previsti
confluirono nel progetto einaudiano. Ma già la collana veniva definita minor ‘,
e AE, Togliatti. Nell’intendimento di soddisfare un’esigenza oggi largamente
diffusa, la mia casa ha deciso la pubblicazione di una Collana Marxista ; a
Lombardo Radice Finaudi offriva la cura dell’Indirizzo inaugurale di Marx (AE,
L. Lombardo Radice. G. Manacorda, Lo storico e la politica. Delio Cantimori e
il partito comunista, in Storia e storiografia. Studi su Delio Cantimori. Atti del
convegno tenuto a Russi (Ravenna), a cura di Bandini, Roma, Editori Riuniti.
Manacorda a Bobbio; i testi già in lavorazione , non esistendo più il pericolo
di interferire con la Nuova Biblioteca, che non fa praticamente nulla , erano:
Manifesto e scritti preparatori (Emma Cantimori), Guerra civile in Francia
(Enzo Lapiccirella), Lotte di classe in Francia (Mario Manacorda), Ideologia
tedesca (Arturo Massolo e Cesare Luporini), l’Imzperiglismo di Lenin (Bianca
Maria Luporini) (Archivio privato Bobbio). Aldrovandi scrive da Milano a
Einaudi che con Misha {Kamenetzki, che assumerà in seguito lo pseudonimo di Ugo
Stille] è stata discussa una collezione di civiltà marxista raccolta di autori
meno classici di quelli del tuo programma ma imperniata sui problemi pit
particolari e attuali (es. il libro di Sereni sull’agricoltura in Italia,
ecc.): questa collana sarebbe costituita in parte con libri che ha Vittorini, e
in parte con la critica di libri italiani visti alla luce marxista (AE,
Corrispondenza editoriale Torino-Roma). una circolare editoriale annunciava
testi brevi di Marx; Engels, Lenin e Stalin, col sussidio di un commento
esplicativo, per orientare il lettore verso certi punti fermi del marxismo, e
di introdurre allo studio del marxismo, evitando quegli accostamenti attraverso
materiale di seconda mano finora tanto frequenti e tanto nocivi ‘. Il progetto
naufragò definitivamente nel dicembre 1946, quando Balbo propose a Giolitti di
inserire i vari testi marxisti nelle collane esistenti e di farne una scelta
accurata in modo da mantenere le nostre caratteristiche di Casa editrice
rivolta a un pubblico abbastanza colto o addirittura di studiosi ‘. Non
mancarono le proteste del PCI per il fallimento della collana, finché nel 1948,
in coincidenza con la pubblicazione del primo testo, Le lotte di classe in
Francia di Marx nell’ Universale, Togliatti scrisse a Einaudi che per i
classici io non sarei favorevole a passare a te l'iniziativa editoriale ‘. Si
registrava cosî un pesante ritardo nella diffusione del marxismo, reso
evidente, ad esempio, dal fatto che ancora nel 1947 Rinascita pubblicava
elenchi di testi di Marx ed Engels, in varie lingue e Circolare s.d. (ibidem).
Balbo a Giolitti, 10 dicembre ’46; nella risposta, Giolitti si dichiarava
d’accordo (AE, Giolitti). Assai riduttiva era invece la proposta di Muscetta,
che per il Manifesto suggeriva la classica traduzione di Pompeo Bettini e una
prefazione di un tipo come Umberto Morra: proprio adatta al gran pubblico dei
non marxisti (all’editore, in AE, Muscetta). Einaudi scriveva a Cantimori che,
in seguito allo smistamento della ex-collana marxista , aveva proposto a Chabod
di includere il volume negli Scrittori di storia ; Cantimori rispondeva di non
essere d'accordo perché le Lotte di classe costituivano un grande esempio di
analisi critica politico-sociale, economico-politica, ma non un libro di storia
come invece può essere considerato il 18 Brumaio che tratta lo stesso argomento
ma a svolgimento storico conchiuso ; il 13 settembre Chabod dichiarava a Einaudi
di condividere le ‘osservazioni di Cantimori, in quanto l’opera di Marx era
un'analisi politico-sociale, che è al tempo stesso un programma d'azione. Sul
genere, insomma, dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio del Machiavelli
(AE, Cantimori, Chabod). . 4? AE, Togliatti. Le proteste del PCI per il
fallimento della Collana marxista sono registrate, ad esempio, da una lettera
di Giolitti all'editore del 16 aprile 1947: Togliatti, impazientito per i
ritardi di queste pubblicazioni, ha esortato le edizioni del Partito a
pubblicare senza indugi (AE, Giolitti). in vecchie edizioni, presenti nelle
biblioteche italiane. È in questo quadro, di disinformazione e disorientamento,
che si colloca il caso di Gustavo Wetter,. il gesuita austriaco professore al
Pontificio Istituto Orientale in Roma, autore de I/ materialismo dialettico
sovietico. Il saggio è stato presentato da Balbo come opera seria ed onesta, di
carattere informativo, filologicamente corretta e documentata, compiuta tutta
su testi originali non accessibili agli studiosi italiani per molto tempo. Le
poche osservazioni critiche, naturalmente condotte con metodo scolastico, sono
però sempre intelligenti e non settarie . Bobbio ne prendeva atto, pur con
qualche dubbio, e un anno dopo Cantimori particolarmente incline a presentare
come opere documentarie i testi di autori spiritualeggianti, come Capitini o
Toynbee esprimeva il suo parere positivo: è chiaro che è il libro d’un gesuita
e non di un comunista; è un libro utile, per le discussioni e rettificazioni
che provocherà ‘. Ma, se Miccoli nota opportunamente che il libro fu pubblicato
un anno dopo questo parere, in un momento infelicissimo per le discussioni e
rettificazioni, evidentemente pacate, alle quali pensava Cantimori ‘, è
difficile non cogliere l’atteggiamento pattigiano dell’autore, che dedicherà su
La Civiltà cattolica un ritratto a Giuseppe Stalin demone dell’antireligione.
Nonostante l'avvertenza editoriale che presentava l’opera come informatissima e
aggiornata dichiarando al tempo stesso un fondamentale dissenso dalle premesse
e dalle conclusioni dell'Autore, Wetter afferma infatti che per i sovietici la
filosofia era ancella della politica, coglieva una presunta affinità tra la
filosofia di Lenin e la filosofia religiosa russa nell’intuizione d’un nesso e
d’un’unità reali in cui fra loro si uni 418 Balbo a Bobbio, 17 ottobre 1945
(Archivio privato Bobbio); Bobbio a Balbo, (Archivio privato Balbo). Balbo
scrive a Giolitti che il testo era stato revisionato da Cantimori, mentre Giolitti,
in una lettera a Serini, dice di aver preparato l’avvertenza al volume (AE,
Giolitti). G, Miccoli, Delio Cantimori, (anche per il siind a Toynbee}. Su
tutta la vicenda anche G. Manacorda, Lo storico e la politica. Cantimori e il
partito comunista. scono tutte le cose del mondo, e concludeva che i
materialisti dialettici sovietici, per non esser costretti ad assoggettarsi a
Dio, si gettano nelle braccia d’un idolo. È forse altro, invero, quella materia
a cui, negato Iddio, vengono trasferite tutte le prerogative divine? Sono
quindi giustificate le lodi de La Civiltà cattolica e la violenta stroncatura
del volume da parte di Giuseppe Berti, che ne sottolineava gli errori, la
tendenziosità antisovietica, il privilegiamento di sconosciuti intellettuali
sovietici, e accusad’incredibile leggerezza quei marxisti che ‘avevano
consigliato la sua pubblicazione che fu un errore , come riconoscerà più tardi
lo stesso Cantimori Una riflessione sul marxismo priva di preconcetti rimase
quindi limitata, in questi anni, a Ordine e vita del biologo Needham, un volume
già proposto da Alicata .che conclude la sua analisi scientifica con
l’accettazione del materialismo dialettico ‘4; mentre una conoscenza
dell’Unione Sovietica più equilibrata di quel. la fornita dagli studiosi statunitensi
fu avviata prima che fosse tradotta l’opera dei coniugi Webb respinta da
Einaudi con la traduzione di saggi di altri autori inglesi, significativamente
caratterizzati da un acritico confronto con l’esperienza del cristianesimo
primitivo. In Un sesto del mondo è socialista l’alto prelato angli- Wetter, Il
materialismo dialettico sovietico, Torino, Einaudi, Brucculeri, Scientismo
marxista, in La Civiltà cattolica; anche, contro la critica di ‘ Voprosy
filosofii all’edizione tedesca del volume, U.A. Floridi, Materialismo
dialettico e critica sovietica, in La Civiltà cattolica, vol. Rio Società, in
G. Miccoli, Delio Cantimori, Alicata a Einaudi, (AE, Alicata), e la favorevole
recensione di Lucio Lombardo Radice in Rinascita. Motta scrive a Einaudi: I sondaggi
sul Webb sono stati eseguiti. Tutto bene. Il libro non è mai stato attaccato
nell'Unione. Tanto Togliatti che Sereni sono d'accordo sulla sua diffusione
anche all’interno del Partito. Togliatti però pensa ‘che forse sarebbe bene
alleggerire l’opera di tutte quelle parti documentarie che non hanno più un
interesse attuale (per es. la costituzione sovietica ecc.) (AE. Motta). Le
origini della casa editrice Einaudi cano Hewlett Johnson partiva infatti dalla
constatazione dell’assenza di una base morale nel sistema occidentale per
cogliere nell’organizzazione della società sovietica la possibilità di sviluppo
di quei valori umani che sono per chi scrive indissolubilmente legati con la
religione e la tradizione cristiana ‘9; un analogo afflato religioso percorre
Fede, ragione e civiltà del laburista Harold J. Laski, per il quale è difficile
vedere su quali basi possa essere ricostruita la tradizione della civiltà;
all’infuori di quelle su cui si fonda l’idea della rivoluzione russa. Essa
corrisponde, prescindendo dagli elementi soprannaturali, con esattezza
considerevole al clima spirituale nel quale il cristianesimo divenne la
religione ufficiale dell'Occidente. Ovunque si è affermata, l’idea della
rivoluzione russa ha suscitato nei suoi esponenti un’aspirazione ardente alla
salvezza spirituale I più stretti rapporti instaurati col PCI trovano comunque
espressione soprattutto nella pubblicazione di testi di politica e di economia.
Esce nel 1948 Il Mezzo-giorno all’opposizione (Dal taccuino di un ministro în
congedo) di Emilio Sereni che, sollecitato nel febbraio dello stesso anno da
Balbo a fornire un parere sulla traduzione di The great conspiracy in cui
Michael Sayers e Albert E. Kahn analizzavano la cospirazione antisovietica
dalla Rivoluzione d’ottobre al secondo dopoguerra un libro, afferma Balbo,
estremamente utile in se stesso, e oggi, per la campagna elettorale, chiedeva,
anche a nome di Togliatti, di accelerarne la pubblicazione perché il volume
tradotto in Politecnico biblioteca è ancor nuovo e di grande interesse per il
pubblico italiano e può avere ora una grande efficacia propagandi- Johnson, Un
sesto del mondo è socialista, a cura di A. Tagliacozzo, Torino, Einaudi; la
recensione di Mario Montagnana i in Rinascita. Laski, Fede, ragione e civiltà.
Saggio di analisi storica, traduzione di È. Bedetti Aloisi Torino, Einaudi, p..
Del leader laburista fu pubblicato su l'Unità DE sai l’articolo Ux popolo
veramente libero crea la nuova Cecoslovacchia. H fascismo e il consenso degli
intellettualistica. In un momento in cui il problema della terra si era
riacutizzato con le lotte contadine nel Mezzogiorno, Balbo si rivolgeva ancora
a Sereni per invitarlo a scrivere quella storia dell’agricoltura italiana di
cui si avvertiva il bisogno in un paese che nella risoluzione del problema
agricolo ha uno degli aspetti più delicati dell’intero problema politico del
suo sviluppo legata all’attualità politica era anche l’Introduzione alla
riforma agraria pubblicata nel 1949 da Ruggero Grieco, che nello stesso anno,
di fronte a una palese offensiva contro la costituzione delle Regioni da parte
della DC proponeva una raccolta di suoi scritti su Unità statale e
decentramento regionale in Italia®, E una più stretta collaborazione fra la
casa editrice e il partito veniva chiesta da Einaudi a Togliatti nel 1948 per
promuovere in Italia una maggiore conoscenza della cultura sovietica, che
avrebbe dovuto essere rappresentata non solo da I/ marxismo e la questione
nazionale e coloniale di Stalin (1948), ma anche da un’ampia scelta di scritti
di Zdanov curata personalmente da Togliatti ‘!. È inoltre in questo periodo che
si intensifica il ruolo di Antonio Giolitti nell'esame e nella proposta di
testi di economia, con la consulenza, da Londra, di Piero Sraffa. Ebbe 48 Balbo
a Sereni, 3 febbraio 1948, e Sereni a Einaudi, 12 febbraio 1948 8 (AE, Sereni).
Balbo a Sereni, e Sereni che accetta a Balbo; Sereni propone anche un'antologia
intitolata Bertoldo, i canti dell’oppressione, del lavoro, della lotta (AE,
Sereni). La nostra posizione sull’ordinamento regionale e, quindi, a sostegno
della creazione delle Regioni, parte da due considerazioni fondamentali: dal
fatto che noi siamo sinceri fautori del decentramento amministrativo regionale
(l’ordinamento regionale cosi com’è stato sancito dalla Costituzione non è
dovuto al nostro concorso, se non in parte) e dal fatto che la Costituzione
deve essere applicata: se si comincia con il rivedere questo o quel punto della
Costituzione, si finirà col far crollare la Repubblica , scriveva Grieco a Einaudi
(AE, Grieco). 41 Einaudi a Togliatti, 15 ottobre 1948; il 19 ottobre Togliatti
rispondeva di essere d’accordo anche per la scelta di scritti di Zdanov: Quella
che fa il partito non uscirà dalla cerchia del partito. L'hanno cacciata in una
collezione che si intitola: Educazione comunista. E chi votrà farsi educare da
noi? (AE, Togliatti). Le origini della casa editrice Einaudi peso il suo
giudizio negativo sull’opportunità di tradurre il saggio di Sidney Hook sul
marxismo accusato di trotskismo da Togliatti, cosî come la presentazione di
Political economy and capitalism di Maurice Dobb, che sarà tradotto: in un
parere editoriale che mette in evidenza il distacco dalla precedente produzione
della casa editrice in campo economico, Giolitti attribuiva a Dobb il merito di
cogliere il nesso tra Marx e l’economia classica, di cui sono dimostrati ‘il
vigore scientifico e il carattere progressivo, mentre le successive teorie
soggettive del valore (scuola austriaca, utilità marginale, ecc.) manifestano a
un’indagine critica che sappia situarle storicamente il loro significato
ideologico conservatore. La teoria marxista del valore è convalidata sul
terreno sperimentale, nella sua capacità di interpretazione e di previsione di
fronte ai fenomeni più moderni dell’economia capitalistica (crisi, monopoli,
ecc.). Un bellissimo capitolo sull’imperialismo analizza le origini economiche
del fascismo. L’ultimo capitolo sulla validità delle leggi economiche
nell’economia socialista risponde efficacemente alle obiezioni mosse da Hayek,
von Mises e C. alla pianificazione economica collettivistica: e dimostra la
perfetta coerenza dell’economia pianificata con le posizioni veramente valide e
feconde dell’economia classica {la scoperta di questo nesso costituisce forse
l’elemento più interessante di tutto il libro, che proprio per questo segna una
data nella scienza economica) 43, Si profila cosi un orientamento che, sia pure
con ritardo, pone fine all’ideologia liberista che aveva fin allora
caratterizzato la casa editrice. Mentre Dami, collaboratore di Società per i
problemi economici, mette a confronto in due testi del 1947 e del 1950
l’economia liberale con quella pianificata, con una chiara preferenza per
quest’ultima, la Relazione su l’impiego integrale del lavoro G. Manacorda, Lo
storico e la politica. Delio Cantimori e il partito comunista. Anche Giolitti,
scrivendo a Einaudi il 29 agosto 1946, giudicava trotzkista l’autore: Ora tu
sai che la tua casa è stata accusata di zoppicare un po’ da questa gamba (Reed,
Franklin, Hemingway); perciò reputerei politicamente inopportuna la
pubblicazione, da parte tua, di un saggio di Hook (AE, Giolitti). Si tratta,
probabilmente, di From Hegel to Marx: studies in the development of Marx. AE,
Giolitti. 44 C. Dami, Economia collettivista ed economia individualista (1947),
ed Esperienze di economia pianificata in una società libera di Beveridge e Gli
insegnamenti economici di Arndt suggeriscono l’intervento regolatore dello
Stato nell'economia, venendo incontro all’esigenza, espressa da Giulio Einaudi,
di fare libri che tengano conto dell'economia dei paesi occidentali e ne
facciano una critica. Non trascurare certi filoni del laburismo inglese i quali
tengono conto dell’economia classica e la criticano continuamente al vaglio
delle riforme richieste dalla crisi dell’imperialismo , La realizzazione di
questo nuovo indirizzo apparve tuttavia insoddisfacente a chi, come Balbo, pur
consigliando testi come quello di Wetter, concepiva il lavoro editoriale come
continuo suggerimento di problemi, senza la pretesa di orientare dall’alto,
didatticamente, il lettore. Prendendo spunto dalla pubblicazione de La teoria
del diritto nell'Unione sovietica di Schlesinger, Balbo si rivolgerà a Einaudi,
in uno dei suoi ultimi interventi prima del distacco dalla casa editrice, per
affermare che libri sulla linea di Schlesinger, Cole, Webb, Hook prima maniera,
Wallace ecc., insomma libri anglosassoni progressivi e corretti verso URSS e
comunismo sono libri utili, se vuoi, ad una provvisoria propaganda ma non sono
libri di vera cultura. Paiono vicinissimi a capire; in realtà milioni di anni
luce li separano da una vera comprensione. Nel loro fondo, che non tutti
avvertono esplicitamente ma che tutti sentono subcoscientemente, quei libri
sono oppio sottile: fanno in maniera più inavvertibile e quindi anche meno
significativa culturalmente e più pericolosa, ciò che fece Croce in modo
scoperto, chiaro e cosciente ‘#. Intervenendo a una riunione editoriale sulla
Biblioteca di cultura economica , egli aveva affermato che il PCI non deve
prendere posizione, avallando la collana; ma di volta in volta può consigliare
o meno i volumi. La Casa deve svolgere la funzione di Casa editrice e 435 AE,
Verbali delle riunioni editoriali 1949-1950 (riunione). 4% Pro-memoria per il
dott. Einaudi (AE, Balbo). Le origini della casa editrice Einaudi non può fare
biblioteche di partito. È una critica impietosa nel paragone con Croce e forse
anacronistica, in quanto non teneva conto dei condizionamenti imposti
dall’imperante clima di guerra fredda: una critica alla propaganda e al
monolitismo culturale che vienne in parte a contraddire il positivo
accoglimento, da parte di Balbo, del nuovo orientamento assunto dalla casa
editrice. La fine dell’eclettismo e delle incertezze proprie della produzione
editoriale è stata anzi auspicata da Balbo, che aveva accolto la svolta non
come indice di una subordinazione al PCI, ma come l’inizio di una politica
d’intervento più organica e avanzata. Già nel dicembre 1946, informando Rodano
di un suo ooqui con l’editore, affermava che Einaudi aveva deciso i mettersi a
fare l’editore sul serio, cioè di affidare la fabbricazione dei libri
specialmente di tema politico-economico e strutturale (mi capisci!) ecc. alle
forze migliori che oggi sono inserite nel processo democratico del paese. A
farla breve si tratta di creare tutta una rosa di libri seri, impegnativi e
urgenti sui problemi che possono concretare sul serio il nuovo corso:
capitalismo di stato in concreto, permanenza amministrativa del fascismo,
situazione culturale generale da un punto di vista direi di geografia
culturale, problema igienico nazionale, problema agrario ecc. Si tratta
naturalmente anche di dare inizio finalmente a certi temi di marxismo teorico
consoni alle esigenze attuali, conclude proprio nello stesso momento in cui
anche col suo avallo naufraga il progetto di una vollana marxista. Il nuovo
corso della casa editrice suggerî a Balbo una serie di scritti programmatici
che si collocano nel periodo immediatamente successivo alla crisi, e che hanno
il loro principale obiettivo polemico nell’idealismo crociano. Egli invia a
Einaudi una serie di proposte, accomunate dal titolo significativo L’Anticroce,
che Giolitti fa pro- AE, Verbali delle riunioni editoriali. AE, Rodano. prie,
relative al rinnovamento delle varie collane prevedendone una nuova di cultura
sociale-politica, partendo dalla considerazione che la cultura idealistica,
invalidando per principio le possibilità stesse degli studi sociologici e in
genere degli studi umanistici condotti con metodi scientifici o fenomenologici
, aveva soffocato una nascita autonoma di questi studi in Italia. Poco dopo, in
un articolo di risposta alla recensione fatta da Croce alle Lettere di Gramsci,
prende spunto da una frase di Croce gli odierni intellettuali comunisti
italiani troppo si discostano dall’esempio del Gramsci, dalla sua apertura
verso la verità da qualsiasi parte gli giunge per affermare: Riconosciamo che
in ciò vi è del vero, che molti di noi si mantengono al di sotto di quel
livello sia nelle intenzioni, sia nelle realizzazioni. Ma dobbiamo anche
ricordare a Croce che molti intellettuali comunisti cercano sul serio di
migliorarsi e di imparare e che comunque il livello degli altri intellettuali
italiani è forse ancora più basso del nostro, se non si vuole continuare a
scambiare per cultura l’arcadia, la raffinatezza fine a se stessa, l’educazione
ipocrita. Soprattutto dobbiamo ricordare a Croce la realtà che egli più ha
dimenticato nel suo pensiero e che ne è certo stata la ragione più grave di debolezza:
questa realtà è il popolo, il popolo oppresso, spesso ignorante e violento,
quel volgo che egli disprezza e che è pur formato di uomini come noi e come
lui. Forse allora comprende che Gramsci non può essere diviso dal suo partito,
che Gramsci appartiene a tutta la cultura italiana, ma che il partito comunista
italiano è parte integrante della cultura e del pensiero di Gramsci, è parte
integrante della cultura italiana, Può quindi apparire tUn’ironia della storia
che l’intervento più organico del Balbo militante, sulla Cultura antifascista,
fosse nato come promemoria per Einaudi e che, al tempo stesso, venisse
pubblicato con alcune modifiche nel numero col quale Il Politecnico, dopo le
critiche di parte comunista, fu costretto a terminare le pubblicazioni. E di
AE, Balbo; anche Giolitti a Einaudi, (AE, iolitti). AE, Balbo (articolo per
l'Unità ); la recensione di Croce è ora in Due anni di vita politica italiana,
Bari, Laterza Oggi l’Italia è tutta piena di Benedetto Croce (e, nota, del
Croce deteriore) e ancora è tutta piena, contrariamente alle apparenze, di
Gentile scrive Balbo. La mentalità papiniana, giuliottesca, prezzoliniana è
rimasta come un substrato generalizzato e diffuso nel retroterra culturale di
ognuno. Le categorie di giudizio, sia culturale, sia politico, si muovono
ancora completamente su di un terreno che va da quello di Mussolini stesso in
persona a quello della Civiltà Cattolica, a quello del più stracco
spiritualismo cattolico di importazione francese e di un esistenzialismo universitario
ed estrinseco. Insomma in Italia si è rimasti senza Gramsci, senza Dorso e
senza Gobetti. E, rivolgendosi in particolare a Einaudi, affermava che la casa
editrice per la sua struttura, per il suo passato, per i suoi quadri interni ed
esterni, attuali e possibili, può svolgere un compito fondamentale nel
movimento per l’abbattimento della vecchia egemonia culturale borghese e per la
creazione metodica e sensibile della nuova egemonia culturale proletaria e
finalmente moderna. Strumento e base per la ricerca qualificata e per la
socializzazione è oggi non tanto l’università o la scuola quanto l’editoria; e,
in armonia con una tradizione culturale cara all’editore torinese, concludeva
insistendo per la pubblicazione delle opere di Gobetti, che avrebbero
costituito uno specchio nel quale la borghesia più intelligente potrebbe
scorgere la sua vera faccia e, per rivalsa, la falsa faccia di una borghesia
che vuole a tutti i costi illudersi di saper sopravvivere al fascismo. Cosî,
proprio quando lo scontro nel paese si faceva più duro, a Balbo sembrò giunto
il momento opportuno per realizzare il suo modello di casa editrice: sotto la
spinta dell’ottimismo maturarono nella sua fervida mente nuovi progetti, da
quello di una rivista di ricerche e sviluppo storico-ideologico per la quale
aveva già impostato il lavoro assieme a Rodano, Motta, Giolitti e Gerratana, a
quello del sostitu-tivo della rivista di una collana Il nuovo politecnico
assieme a Vittorini, fino alla proposta, realizzata, di trasformare la Collana
di cultura giuridica in BiAE, Balbo. blioteca di cultura politica e giuridica .
Ma il terreno sul quale Balbo concentrò i suoi sforzi per realizzare una
cultura critica , tale tuttavia da scontrarsi duramente col laicismo di Bobbio,
fu quello filosofico. Il primo progetto di una BIBLIOTECA DI CULTURA FILOSOFICA
è formulato da Bobbio, che prende contatti con ABBAGNANO (si veda), dal quale
vennero le proposte di tradurre la Metapbysik di Jaspers e, sempre
sull’esistenzialismo, L'illusione della filosofia della Hersch, pubblicato nei
Saggi. Dopo ulteriori contatti con Della Volpe, Banfi, Levi e Garin, Bobbio
ritenne giunto il momento di annunciare l’uscita della COLLANA FILOSOFICA che,
al di sopra di ogni pregiudizio d’indirizzi e al di là di una visione tecnicamente
angusta della filosofia, raccoglie opere antiche e moderne, tanto più accette
quanto più trascurate dagli storici della filosofia, e considera come suo
principale fine e suo rigoroso dovere tener conto della infinita problematicità
del pensiero filosofico attraverso le sue inesauribili incarnazioni nei diversi
tempi e nei diversi campi del sapere. La collana, che si configura come una via
mediana tra i classici Laterza e la Cultura dell’anima Carabba, prevede opere
di Butler e di Hume per l’illuminismo, Avenarius e i Principi di una filosofia
dell'avvenire di Feuerbach, Kirkegaard e Jaspers per l’esistenzialismo, JUVALTA
(si veda) e MARTINETTI (si veda) come rappresentanti della filosofia italiana
contemporanea. L’inizio della collana di cultura giuridica, con l’inclusione
delle opere di Binder e Gierke originariamente previste per la COLLANA
FILOSOFICA, fa fallire per il momento l’iniziativa, senza che per questo si
fermasse l’attività di Bobbio, che in una lettera a Banfi presentava la collana
progettata come una raccolta di saggi rappresentativi di quella filosofia
costruttiva (contrapposta alla filosofia spe- in particolare, per questi e
altri progetti, i documenti dell’Archivio privato Balbo. in particolare le
lettere di Bobbio a Einaudi (A E, Bobbio). Le origini della casa editrice
Einaud?] culativa) che la filosofia italiana ufficiale, e la stessa storia.
della filosofia scritta dagli scrittori ufficiali quasi sempre ignora, e che è
poi l’unica filosofia veramente perenne; e cita, fra gli altri, saggi di
CATTANEO (si veda) e di Frege, per rafforzare la caratterizzazione
neo-positivista della collana da lui voluta contro la presenza, che pur non
riuscirà a evitare, di un filone esistenzialista. Sono affermazioni coraggiose
nel clima culturale dell’epoca, rese più esplicite quando Bobbio, nell’atto di
dare finalmente: avvio alla collana, parla di saggi rappresentativi di tutte:
quelle correnti filosofiche che nel MONDO FILOSOFICO-ACCADEMICO italiano diviso
tra idealisti e neo-tomisti in lotta. fra loro sono respinte con maggior o
minor impeto come: filosofia non ufficiale. La collana diretta da Bobbio e
Balbo inizia in tono: minore, con I limiti del razionalismo etico di JUVALTA
(si eda), di cui tuttavia GEYMONAT (si veda) che lo propone mette in luce il
rifiuto per le soluzioni puramente verbali, il valore impegnativo e profondo di
tutta l’attività politica, sociale ed economica, e la negazione del carattere
anti-individualistico del socialismo Continua con le Lezioni di filosofia di
CALOGERO (si veda), caldeggiate da Bobbio, e La mia filosofia di Jaspers, un
testo dal quale: Bobbio prende le distanze, ma che, afferma, puo servire ad
eliminare diffidenze preconcette e altrettanto inconsulti entusiasmi, e venire
incontro ad un’aspettativa talora eccessiva che è in molti. Senza pretendere:
AF, Banfi; Archivio privato Bobbio (Bobbio alla sede romana). Bobbio si
dichiarava d’accordo con Balbo per presentare le opere rappresentative dei
principali indirizzi di pensiero moderno, da Hegel in poi, senza correr dietro
alla moda (Archivio privato Balbo). JUVALTA (si veda), I limziti del
razionalismo etico, cur. di GEYMONAT (si veda), Torino, Einaudi. anche le
lettere dell’editore alla figlia di JUVALTA (si veda), (AE, Juvalta), e di
GEYMONAT (si veda) a Pavese, (AE, Geymonat). Pro-memoria per la Direzione
Generale della redazione romana, in AE, Corrispondenza editoriale Milano-Roma
1945. Sul moralismo dell’opera di Calogero cfr. le osservazioni di Nicola
Badaloni in Società. Jaspers, La mia filosofia, trad. Rosa, Torino,. Einaudi
(avvertenza di N. B.). di dare un giudizio complessivo sulla collana, ci sembra
sufficiente accennare al suo carattere articolato, non unitario, che riflette
le diverse preferenze dei suoi ispiratori. Sono ad esempio significativi i giudizi
espressi da Bobbio e da Balbo sui Principi della filosofia dell’avvenire di
Feuerbach: presentando la prima edizione dell’opera, Bobbio osserva che la
filosofia di Feuerbach si colloca tra la crisi del romanticismo e la nascita
del positivismo, e che dal secondo accoglieva una netta aspirazione
antispeculativa, un’accettazione supina ed ingenua della realtà dei sensi; ma
accoglie pure, dal primo, un’invincibile ripugnanza a toccare veramente il
fondo del problema concreto, la tendenza ad un sentimentalismo un po’ facile #.
In occasione della ristampa del 1948, invece, Balbo nota l’affinità tra il
nostro mondo attuale in particolare italiano, e quello in cui si formò il
pensiero di Feuerbach e in cui ebbe origine il grande movimento marxista. La
crisi culturale apertasi con la dissoluzione della filosofia di Hegel è
tutt’altro che chiusa, Ancora permangono sia pure in una diversa fase di
sviluppo i motivi sociali ed economici che l'hanno determinata. E, in Italia,
specialmente per via della filosofia di Croce e di Gentile e del fascismo, c’è
stato un ritardo ideologico nel prendere piena coscienza della crisi. Croce e
Gentile in questo senso sono stati veramente epigoni hegeliani perché hanno
mantenuto vivo di Hegel proprio ciò che di pit teologico in senso
feuerbacchiano c’era nella filosofia di Hegel; e osservava che la passione, il
violento bisogno di aria e di luce reale, sensibile , con cui Feuerbach rompe
il sistema della Teologia razionale di Hegel, l’entusiasmo di Marx e di Engels
nel leggerlo, sono ancora cose nostre, sono esperienze di molti e molti giovani
studiosi e uomini di cultura, in Italia che ancora oggi cercano di rompere
l’idealismo e ritrovare il mondo, la realtà. Un giudizio, questo, da cui è
ricavabile non solo la divergenza con Bobbio che sarà esplicita nel #8 L.
Feuerbach, Principi della filosofia dell'avvenire, a cura di Bobbio, Torino,
Einaudi, Significato di una ristampa, in Archivio privato Balbo. Le origini
della casa editrice Einaudî dibattito fra i due sulla Rivista di filosofia, e
indica una spaccatura all’interno della casa editrice, ma anche, nello stesso
Balbo, la tensione fra la necessità di proposte positive in questo caso,
Feuerbach in funzione anti-idealista e l’asserita problematicità del lavoro
editoriale. Mentre dimostrava con questo giudizio il suo settarismo per usare
in senso non dispregiativo un termine che egli respingeva, in alcuni Appunti
per l’impostazione delle pubblicazioni filosofiche Einaudi Balbo lamentava il
rinchiudersi del mondo accademico italiano in scuole e sette, osservava che il
giudizio sulle collane filosofiche dipende in primo luogo dal decidere se si
tratta di accettare, riflettere e conservare la situazione storico-sociale
presente, o se si tratta di conoscerla, criticarla e mutarla e, al tempo
stesso, che una casa editrice di opposizione culturale come la Einaudi manca al
suo carattere se in un momento storico in cui messuno ha la soluzione dei
gravissimi problemi dell’ora si schiera da una parte o partito o setta sia pure
la pit intelligente 0 colta o ben educata o progressiva. Una casa editrice di
opposizione culturale è una casa editrice che chiede, in tutti i modi che le
sono propri, la soluzione ai problemi dell'ora attraverso alle manifestazioni
di bisogni, problemi aperti, prospettive nuove, fornitura di servizi per la
ricerca teoretica, sensibilità alle voci degli oppressi, degli esclusi, dei
dimenticati ecc. E aggiungeva, lasciando aperta la possibilità di un recupero
di forme differenziate di speculazione filosofica: Se la situazione culturale è
di crisi radicale significa che nulla più della passata filosofia ci serve per
lo meno cosi come storicamente si è data. Ma quando w%/la più serve o c’è la
fine assoluta o tutto serve. Ora in F. Balbo, Opere, con introduzione di
Ranchetti, Torino, Boringhieri, Archivio privato Balbo. Riflettendo ancora su
Senso e funzione delle pubblicazioni filosofiche Einaudi, Balbo affermava che
una collana filosofica andava concepita come un servizio da rendersi alla
società italiana, alle minoranze rivoluzionarie (che innanzi tutto si formano
con la filosofia), ma che l’idea di servizio implica la concezione dei fruitori
come totalità, ed esclude quindi a priori una qualsivoglia tendenza a
identificarsi con i blocchi dominanti : la collana deve mirare a completare, ad
allargare e a tenere aperto, cioè a far progredire 7 va l’orizzonte
problematico della situazione filosofica italiana. Quando si passò alle scelte
concrete, il dissidio tra Bobbio e Balbo che intendeva riservare un settore
della collana al tomismo non poté essere che profondo. Il punto su cui siamo
d'accordo è questo: massima apertura gli scrive Bobbio. Il guaio è che la tua
parte di chiusura (le correnti empiristiche) coincide perfettamente con la mia
apertura, e la mia parte di chiusura (il misticismo medioevale e
medioevalizzante) coincide altrettanto decisamente con la tua apertura. Ti dico
francamente che la presenza di testi come lo Pseudo-Dionigi e Bòhme, in una
collana filosofica di una casa editrice che si presenta come una casa di avanguardia
culturale, mi ha fatto rabbrividire. Doveva essere ben decaduta la filosofia
nel medioevo se lo Pseudo-Dionigi era destinato a diventare, come tu
giustamente riconosci, un fatto decisivo per il pensiero medioevale. La verità
è che tutta la tua impostazione, nonostante la pretesa di essere della massima
apertura, è guidata da una polemica molto chiara: la polemica contro il
pensiero moderno. La cultura universitaria, aggiunge Bobbio, soffre di grande
nostalgia per il pensiero teologico, perché sembra che le idee (e anche le
cattedre) siano meglio garantite dalla credenza nei cori angelici di
Pseudo-Dionigi che dal dubbio cartesiano. Credi, se oggi in Italia c’è un
lavoro culturale da fare, è per fermare lo zelo antilluministico, non già per
aiutare i zelatori della Contro-riforma a chiuderci la bocca. Bada che a
giudicare come vorresti tu massimamente insufficienti le posizioni più avanzate
, si rischia di fare cosa non tanto nuova né tanto peregrina in Italia, dove se
c'è una vecchia e persistente e sempre contagiosa passione è la passione per le
posizioni più reazionarie non per quelle più avanzate, e dove le posizioni più
avanzate hanno fatto di solito la nota e tragica fine che sappiamo. Le parole
di Bobbio erano indice della difficoltà estrema in cui veniva a trovarsi la
cultura progressista ancora nell’anno della morte di Croce, quando anche
Togliatti Archivio privato Balbo. Bobbio gli aveva scritto che in un ambiente
filosofico come il nostro saturo di spiritualismo sedicente cristiano (che è la
filosofia della pigrizia mentale) un po’ di cultura empiristica che abitui alla
analisi rigorosa e paziente farebbe molto bene. Ma già tu hai scritto contro
l’empirismo e hai portato tanta acqua al mulino di tutti i reazionari della
filosofia, di tutti gli spiritualisti... (ibidem). Sul tomismo di Balbo cfr. G.
Invitto, Le idee di Balbo. Le origini della casa editrice Einaudi come abbiamo
visto riconosce nella politica culturale del partito comunista italiano
discontinuità, asprezze, capitolazioni non necessarie, oscillazioni tra la pura
propaganda e l’azione culturale di più ampia portata, e anche contraddizioni.
La Casa sta attraversando una crisi grossa, la più grossa dopo quella quando
restai letteralmente solo scrive Einaudi a Balbo al fronte antifascista chiaro
e compatto del periodo fascista, che è tenuto da tutti gli strati sani della
nazione, si è sostituito un fronte anti-comunista che è tenuto da strati sani
ed insani della borghesia, e da irrequiete e intelligenti forze intellettuali.
Ma il suo appello all’unità contro il fronte anti-comunista non puo essere più
raccolto da Balbo, divenuto critico implacabile del settarismo del partito
comunista italiano. Se tu davvero presentassi la linea della casa come lotta
contro la cultura ufficiale insipida e decadente avresti presto o tardi attorno
a te le forze sane della cultura risponde Balbo all'editore. Ma come fai a
presentarti così se accetti di fatto direttamente o meno, la direzione
culturale comunista? Oggi non esiste cultura più ufficiale e insipida di quella
comunista: questo è un fatto. E le riflessioni amare stese da Balbo sulla casa
editrice una specie di sua storia, che gli servirono per chiarire a se stesso
il proprio distacco da Einaudi, cercano di spiegarne la crisi alla luce di
quelle che gli sembrano le sue caratteristiche originarie: La casa editrice
Einaudi è nata da profonde esigenze di rinnovamento che si manifestarono in
Italia dopo l'affermarsi stabile del fascismo che rivelava il problema del male
della civiltà moderna. Non è stata perciò mai definita unicamente
dall’antifascismo ha sempre teso al postfascismo, alla vittoria costruttiva sul
fascismo. A questo si lega anche la sua adesione al comunismo: in quanto il
comunismo in Italia per opera di GRASCI (si veda)-Togliatti si presentò come la
più forte garanzia e promessa di un effettivo rinnovamento, di una costruttiva
vittoria sul fascismo. In tal senso era più forte dell’arbitrio dei singoli il
suo tendere a congiungersi al comunismo. Togliatti, La politica culturale.
Archivio privato Balbo. va anche da sé che cosi si spiega come tale adesione
non sia mai stata di soggezione né di mitigazione del comunismo ma da potenza a
potenza ossia da realtà a realtà. Veramente era falso dire che la casa editrice
Einaudi fosse una casa editrice comunista ed era pure falso dire che fosse
paracomunista. Anzi, aggiungeva, l’elemento che aveva accomunato Ginzburg,
Pavese, Venturi, Muscetta, Pintor, Balbo, Giolitti, Bobbio, Alicata e
Vittorini, non è il laicismo, non è il razionalismo, non è il comunismo core
tale neanche per i comunisti. È la causa del rinnovamento, la causa
rivoluzionaria; ma l’incontro di questi intellettuali è soggetto a fatale
decomposizione su due fondamentali sollecitazioni: quella interna della
crescita organizzativa e quella esterna della situazione storica generale. Con
la morte di Pavese venne a mancare l’ultimo residuo puntello dell’autonomia
della casa editrice », la quale si era quindi trasformata in terza forza
para-comunista incapace di costituire un servizio per la cultura italiana nel
suo complesso. Il giudizio di Balbosulla cui posizione ci siamo soffermati
perché emblematica dei problemi e dei difficili equilibri nei quali doveva
muoversi la casa editrice conteneva alcuni elementi di verità, ma anche
profonde contraddizioni, nell’individuare in un primo tempo, ad esempio, il
rinnovamento col comunismo, per poi mettere in netta contrapposizione i due
termini. Esso peccava inoltre, come quello di Einaudi, di una visione idillica
delle tendenze originarie della casa editrice, fosse il fronte antifascista
chiaro e compatto o la vittoria costruttiva sul fascismo. Senza voler nulla
togliere al peso delle intenzioni, le concrete vicende della casa editrice non
indicano infatti una univoca e lineare direttiva culturale e politica. Alla
cultura del regime essa non rispose soltanto col silenzio nei riguardi del
fascismo, ma in modi differenziati, che accanto a coraggiose prese di posizione
de La Cultura, Dattiloscritto; ma nella lettera a Finaudi Balbo dice di aver
preparato una specie di storia della casa editrice (Archivio privato Balbo). Le
origini della casa editrice Einaudi vide a lungo la battaglia liberista di
Luigi Einaudi, assai più conservatrice di quella crociana, tanto da trovare
punti di convergenza con le scelte culturali e politiche dominanti, anche al di
là del comune antisocialismo; una forte presenza di intellettuali aderenti a
Giustizia e Libertà, al liberal-socialismo e quindi al Partito d’Azione, il cui
scontro con i comunisti non uniti al loro interno sarà assai duro
nell'immediato dopoguerra, proprio attorno al modo concreto di intendere il
rinnovamento »; e infine ma è un dato rilevante fino alla decisa riaffermazione
del laicismo da parte di Bobbio un filone spiritualista o religioso e cattolico
che, se poté avere una funzione di stimolo alla riflessione e al dubbio di
fronte alle certezze del regime, conteneva in nuce notevoli elementi di
ambiguità in quanto connotato, in molti casi, da un potenziale ideologico
reazionario, o, nelle voci più aperte, da una tendenziale fuga dalla realtà:
una tematica religiosa che confluirà con ben altro respiro, nella Collezione di
studi religiosi, etnologici e psicologici voluta da Pavese e da MARTINO (si
veda). Può forse sorprendere che questi motivi permangano a caratterizzare la
casa editrice fino, almeno, al anno che costituisce la vera data periodizzante
della sua storia, tale da concluderne, a nostro avviso, il capitolo delle
origini. La battuta di Balbo, secondo la quale l’Einaudi è più fascista di
Einaudi, indica infatti la persistenza di un passato dal quale era difficile
sbarazzarsi rapidamente: una tradizione » di cui abbiamo cercato di mettere in
luce la complessità, e che la semplice categoria di antifascismo è
insufficiente a contenere e a spiegare in tutte le sue articolazioni. Ideologia
e cultura del fascismo: l’ Enciclopedia italiana » La ricerca del consenso. Il
progetto di Martini e Formiggini. L’intervento di Treccani e Gentile. Lo «
specchio fedele e completo della cultura scientifica italiana ». La « politica
di conciliazione » di Gentile. I collaboratori e le proteste del fascismo
estremista. L’ipoteca cattolica. Il controllo del regime. Le voci politiche e
l’ideologia del fascismo. L’assimilazione dei « competenti »: Gioele Solari e
Rodolfo Mondolfo. Gentile, Volpe e il nazionalismo storiografico. Le voci
religiose: presenza e conflittualità dei cattolici. Formiggini: un editore tra
socialismo e fascismo. La parola, veicolo di « fraternità universale.
Positivisti, modernisti, socialisti. Intenti divulgativi. Una cultura al di
sopra della mischia. La sconfitta di un’illusione e una tenue resistenza. I
limiti del consenso: le origini della casa editrice Einaudi. Iniziative
editoriali. L'ideologia conservatrice di Einaudi. L’impronta liberista sulla
casa editrice. La Cultura e la tradizione gobettiana. Storiografia e impegno
civile. Cultura della crisi e spiritualismo. Una cultura eclettica: i Saggi. La
svolta della guerra e i collaboratori romani. L’anti-conformismo storiografico
e l’Universale. I quarantacinque giorni, la Liberazione e il Fronte della
cultura. La ricerca di un nuovo orientamento e l’eredità del passato. La
rottura dell’unità antifascista e il rapporto col PCI. Grafiche Galeati di
Imola. Turi. IL FASCISMO E.IL CONSENSO: DEGLI INTELLETTUALI. Questo volume
offer un contributo di grende interesse alla storia della cultura italiana,
analizzando alcuni momenti. di gregazione culturale particolarmente. rilevanti,
ta' iat nascita e la caduta del fascismo. La Fondazione
dell’Enciclopedia-italiana. Pattività\edi‘origle di A. Formiggini, la nascita
della casa editrice. Einaudi chevpetmettonò i; collegare significativamante gli
Itinerar di’ singoli intellettuali con Je vicende politiche ‘delipaese e di
individuare, anche negli anni. del‘ regime, accanto «a condi:
zionamenti;»autocensure e compromessi, il. permanere oil inuscere di.
«schieramenti » i! cui significato «non ‘è' soltanto. culturale, ma anche:
politico. L'« Encicloped'a italiana»; fondata sotto la direzione di Gentile e
con la collaborazione dil'intetlettuali anche antirascisti, testimonia i
esistenza di-una cultura fascista; sia pur. eclettica e forlsmente condizionata
dalla ‘presenza: cattolica MAttorno-alla casa. editrice. Formiggini si erano.
raccolti, intellettuali di formazione. positivistache cercheranno di resisiere
alla politica culturale del. regime appellandosi ad una orma l’illùsori
autonomia della cultura. Nella casa editrice fondata da Einaudi, infine; ii
liberalismo. Conservatore di Einaudi convive con l'orientamento di
intellettuali. legati a «{iustizis © libertà» e, vin seguito, con orientamenti:
di matrice azionista e comunista: che prevartranno. nettamente nel'1945 con la
presenza delle forti personalità di Pavese; Vittorini, Cantimoti, Balbo, e
Bobbio cercando’ di dar vita va un ampios«fronte de:'atcultura +» destinato (a.
dissoiversi con la rottura dele l'unità-antifascista, Introduzione. -tIdeologia
«e. cultura: del fascismo:nl-Enciclopedia. Italiana. Formiggini» un editore tra
socialismo e fascismo. I limiti déell'consenso. Le origini: della casa editrice
Einaudi. GTuri insegna a Firenze. Storia dell'Italia’ contemporanea nella
Facoltà: di Lettere e Filosofia. Sudiato! periodo della riforme
‘setteceritesche e. dell'occupazione francese in, Italia; «pubblicanido il
volume Viva Maria, La reazione alle riforme leopoldine. Su occupa della cultura
italiana, ema sul auzls ha prbblicato diversi contributi. Gak labora alle
riviste Studi storicì..; « Movimento onsraio e socialista» e « [talia
contemtoranea (i.i.) ©0GO. Nome compiuto: Fabrizio Desideri. Desideri.
Keywords: consenzienti -- consentire, “i consenzienti del bello” – perizia del
bello – imago imaginis – il bello -- costellazione griceiana, aporia, il
riflessivo, l’esperienza del bello, il sentire, sensum, sentiens, sensus,
sentire e esperienza, esperimentare, esperienzare, emozione, giudizio,
giudicare, espressione dell’emozione, contenuto proposizionale, il volitum, il
co-sentire del bello, Grice, Sibley, meta-property, second-order property,
aesthetica, Sibley on Grice, Scruton on Sibley on Grice, aesthesis, sensus,
senso, consensus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Desideri” – The Swimming-Pool
Library. Desideri.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Diacceto: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
convito -- i tre libri d’amore – scuola di Firenze – filosofia fiorentina –
filosofia toscana --filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love Cattano – Amo Cattani – who
philosophised so avidly on ‘amore’ – in fact, he philosophised in three
different ‘symposia’: ‘primo simposio,’ ‘secondo simposio’ and ‘terzo simposio’
– and so outdoes Plato by far!” Figlio di Dionigi Cattani di Diacceto e Maria
di Guglielmo Martini. Suo padre era uno dei tredici figli del filosofo
Francesco Cattani da Diacceto, chiamato il Vecchio o il Pagonazzo per
distinguerlo dal nipote. Divenne un canonico della Cattedrale di Santa Maria
del Fiore a Firenze. Protonotario apostolico. Nominato vescovo di Fiesole, dopo
il ritiro dello zio Angelo Cattani da Diacceto. Durante la sua carica, termina
la costruzione del monastero di Santa Maria della Neve a Pratovecchio, già
iniziata da suo zio. Restaurò l'Oratorio di San Jacopo a Fiesole e la Chiesa di
Santa Maria in Campo a Firenze, e supervisa i lavori di restauro del Duomo di
Fiesole, progettando la forma dell'abside. Studiò diritto continentale e
frequentò l'accademia fiorentina. Filosofo prolifico. Pubblicò le opere, in
latino e in italiano, di suo nonno e incarica Varchi di scrivere la sua
biografia, che fu pubblicata assieme a Tre libri d’amore e un panegirico
all’amore del vecchio Cattani a Venezia. Altre opere” Gli uffici di S.
Ambruogio vescovo di Milano: in volgar fiorentino (Fiorenza: Lorenzo
Torrentino); “Sopra la sequenza del corpo di Christo” (Fiorenza,: appresso L.
Torrentino); “L'Essamerone di S. Ambruogio tradotto in volgar fiorentino”
(Fiorenza: Lorenzo. Torrentino); “L’autorità del Papa sopra 'l Concilio”
(Fiorenza: appresso i Giunti); “Instituzione spirituale utilissima a coloro che
aspirano alla perfezzione della vita” (Fiorenza: Giunti); “L'Essamerone”
(Fiorenza: appresso Lorenzo Torrentino); “La superstizzione dell'arte magica”
(Fiorenza: appresso Valente Panizzi et Marco Peri). I tre libri d'Amore,
filosofo et gentil'hvomo fiorentino, con un Panegerico all'Amore; et con la
Vita del detto autore, fatta da M. Benedetto Varchi (In Vinegia: appresso
Gabriel Giolito de' Ferrari). Ricerche su Diacceto: Cultura teologica e
problemi formativi e pastorali. Firenze: Università degli Studi di Firenze,
Facoltà di Lettere e Filosofia. Dizionario biografico degli italiani. D. In
divinis PLATONE symposium Enarratio ad Clementem VII. Pont. Max. Amorem
distinguit atq, definit, antequam rei explicatio nem aggrediatur. Ntequam
Symposi enarrationem aggredia mur, operæprecium eſt uidere, quid perA morem
ſitnobis intelligendum. Secus enim fieri nequit, ut diuinú PLATONE de AMORE
diſſereniem intelligamus. Solec itaqduplici capite definiri. Autenim pingui
Mineruade, finitur, aut exacta quadam ratione. Siqui dem pinguiMinerua,omnis
appetentia, quæ cungilla sit,Amorrectèdici potest. Sinautē exacta ratione, AMOR
EST DESIDERIVM perfruendæ &effingendæ pulchritudinis. Quapro pter quot sunt
appetitus, totidem elle amores necesse est. Atqui ue rum efficiens propter
intimam fæcunditatem appetitextra fe effice re:appetit quoqz seruare
quodeffecerit. Vnde et diuinus Iohannes Omnia,inquit,per ipsum facta sunt, et
feorfum ab ipso nihil, quod factum est:significans,non solùm ex Deo, ideft,ex
uero efficiente res effe,uerumetiam easdem citra dei auspicia nihilfieri.
Dionysius quo que Areopagita splendor Christiane theologię, Amor, inquit,entiū
auctor, cùm lupereminenterin bono antecederet,minimèpaſſusest ipsum in seipso
manere, quasisterile lit: sed ipsum impulit ad opus se, cundùm excessum omnia
efficientem. Seruat autem propterea om nium causa,beneficio fupereminentis
amoris: quandoquidem non fimplici prouidentia extra se procedens singulis entium
immiscetur. Quapropter quidiuinorum peritiſunt, Želotem ipſum appellant, quaſi
uehementem entium amatorem. Acuerò &res ipfæ femper in auctorem
reſpiciunt&conuertuntur, proindeqz afiectantipſi adhæ rere: Adheſionem enim
ultima conſummatio fequitur.Huncautem appetitum ſiquis furorem amatorium dicat,
recte appellauerit. Non folùm uerò inferiora in auctorem femper propenſa ſunt,
uerume tiam quæ funt eiuſdem ordinis ſeipfa mutua quadam charitate com
plectuntur. Simile enim ſimili ſemper adhæret,utinuetere prouer bio eſt. Hoc
autem propterea euenit, quoniam fimilitudo ſeruat ab foluités,diſsimilicudo
uerò contrarium efficit, Quapropter diuinus Hierotheus in hymnis
amatoris,Amorem,inquit,fiue diuinum, li ueangelicum,fiue intellectualem, ſiue
animalem,ſiue naturalem dixe ris,unificam quandam conciliantem facultatem
intelligimus, qua fuperiora ad inferiorum prouidentiam:quæ ueró funt
eiuſdemordi nis, ad mutuam quandamcommunionem:inferiora uerò ad fuperio
rumconuerſionemmouentur. Verùm huncappetitum, qui poftre mòrebus
aduenit,aliuslongè antecedit, rebus adueniens inter exor dia.Principio quidem
diuina ſtatim quàm ab auctoreſunt; in partes proprietates eſſentiales procedere
concupiſcunt. Diuina enim a. &tusprimiſunt; horum uerò abſolutio ſua
functio eſt.Conftantenim diuina exagente potentia, ac ſua functione, quafi ex
calefaciendi fa cultate calefactione cipfumactu calefaciens. Atqz in huncſenſum
lo cutus eſt PLATONE in 10.Libro Reip.dicens,diuina feipfa efficere.Signi ficat
enim ex primo fecundoğactu diuina conftare. Quod etiam len fiſſe ARISTOTELE,ex
his quędicuntur in undecimo Rerumdiuinarū, perſpicuum
eſt.Intellectus,inquit,actus eſt. Actus autem per fe illius uita optima
&fempiterna. Dicimus autem Deum eſſe animal ſem. piternum optimum. Quare
uita &æuum continuum et æternum ineſtdeo. Ineft quod et materiæ primæ
appetitus ad formam: qui quidem amordici poteft, quando quidem merito formæ
boniipfius particeps fit.Eft et alius appetitus, quo res compoſitæ ſibiipfæ
cohæ reſcere amant, optimus eorum conciliator, quæ natura diſsident. Quemſagax
naturæ interpres ſedulò obſeruans, non dubitat capta to cæli fauore poſſe rerum
aſymmetriæ, quæfitex materia, mederi. Virenim naturæ ſtudioſus, quaſi Lunam è
cælo in terram carmini: bus trahens,uim animæ facilè ductilis,utinquitPlotinus,
per cælum generationi inſinuat. Quægeneratio ueluti excuſſo morboin fuam
integritatem farciri poteft.Dehis latius in ſequentibus agendum no biseſt. In
plenumappetitio omnis qua bonum ſibi res adeſſe cupi unt, amor dici
poteſt,ſiueappetitus inanima, ſiuealibiſit, ſiue artis, ſiue uirtutis,ſiue
ſapientiæ, ſiue cuiuſcunqz alterius. Hactenus de eo amore, quipinguiquadam
Minerua nuncupatur. Amor autem qui exacta ratione dicitur,primò quidem diuinæ
animæineft, fi Plotino credimus. Pulchritudo enim in intellectu primùm apparet.
Siigi tur amoror pulchritudinem ſequitur,reſtat utanimæ primò inſit: quæ quidem
intellectui deinceps eſt. Affectat autem anima diuinam pul. chritudinem uſqz
adeo impotenter, ut aliquid pulchrum in fe effi. ciaț. Sed nos longè aliter
diuinum Platonem interpretati, credimus primum amorem cum prima pulchritudine
maximè natura con iunctum eſſe. Quapropter cùm primapulchritudo intellectui
infit, eidem quoq ineſſe amorem; habere autem originem ex
intelligentia,quandoquidem appetentia omnis fequitur cognitionem. Atue rò
diuina anima gemino amore, nonaduentitio quidem& acciden tario, ſed
euidenti &intimo prædita eſt. Nam&perfrui pulchritudi ne,eandemớper
modumſeminis et naturæ in ſeipſa exprimerecon cupiſcit: et in
materiamtransferre affectat idearum participationes. Sed de his in primo
&fecundo libro de Amore ſatis abundèdiſſerui mus, &in ſequentibus
uberrimèdiſleremus. Animaquoquenoſtra præter hos amores dupliciter in pulchrum
aliquod uehementi deli derio inhæret,uelgratia pulchræ prolis procreandæ, quali
pulchrū in pulchro procreari oporteat (atąhicamoranimam in generatio nem
deorſumą trahit )uel gratia recuperandæ ueræ pulchritudinis, quamdeſcendens
nimia generationis cupiditate amiſerat. Quicun que igitur ſpectaculo ſenſibilis
pulchritudinis rectè utitur, is profe. étò facillimèrecuperat alas, quibus ad
diuinam pulchritudinem at collitur. Rectèigiturimmortales, ut inquit Homerus,
Amoremap pellarunt Alationem: quandoquidem amore in diuinum rapimur. Expoſitio
primifermonis,qui Phadrieft: Actenus declaratūeſt quid ſit amor, pingui
Minerua, quid fit exacta ratione nuncupatus. In præſentia uerò reftat uc Phædri
ſermonem aggrediamur, in quo FEDRO non de eo qui proprièeſt Amor, ſed deeo
potius appecitu, qui rebus adue nitinter exordia,principiò uerba facit.
Cornumèrans uerò ea com moda, quibus amoris beneficio participamus, in eum
tranſit amo rem, quiab umbratili, Auxaſ pulchritudine ad ueram pulchritudi
nemnos reuocat.Sedagèdum uideamus,quid Chaos, quid Terra, quid Amorfit,tum in
mundo intelligibili,tum in anima,tuminmun do ſenſibili,in quibus
hæcinueniuntur. Verumàmundo intelligibi liexordiendum eft,modò
priusconſter,Chaoseſſe ubiqellentiæru ditatem: Terramuerò effentiæ firmitatem:
Amorem autem eſſe Ap petitum. Plato in Philebo dicit,primòelle perſeunum ſiue
Deum, ab ii. lo fuere Terminum&Infinitum,quartum eſlemiſtumex his,quod
dicitur per fe ens. Ego uerò Plotinum ſequutus, non puto Termi num et
Infinitumelleduas ſoliditates ſuprà ens,quemadmodúcom miniſcitur Syrianus et
Proclus:fed quod àperfe uno primo profuit; quà eſtactusprimus,& aliquid in
fe,dici Terminuni, quoniam eſt quiddefinitum ac terminatum: quà uerò eſt actus
primus, habens po teſtatem agendi,acper actionem perfici debet,dici Infinitum:
quate nus utrung ſimul complectitur,diciEns. Quocirca rectè à Placone. er N 2
miſtumappellatur, quoniamtermini &infiniti naturaper fe habet.
Chaosigiturin mundointelligibili nihil eft aliud, quàm miſtumex termino ac
infinito, id eft, ipſum per feens,quod ratione poteſtatis dicitur, perfectioniobnoxium.
Poftchaos eſt Terra, quoniam ens ipfum, quodeftchaos,ſtatim fequitur ſtatus
deſignatus per Terram. NamutPlato docet in Sophiſte,mundusintelligibilis
conftat exel ſentia,ftatu,motu,eodem, diuerſo. Status autê nihil eft aliud,
quàm firmitas, per quam fingula manent idipſum quod funt. Quamo brem
autemfirmitas eſſentiæ deſigneturperterram, paulo poſt de. clarabitur. Poft
terrameft amor:nam ens ipſum cùm fit actus pri: mus, perficitur perintimam
actionem,quieſt primus &intimus mo tus,habens originem ab infinito ipſius
entis, ficuti ſtatus eſtà termi. no. Quapropterà Platone motus ponitur in
Sophiſte tertium ele. mentum,utprius ſitens, deindeftatus, deinde motus, id
eſt, interior actio ipſius entis,quæpropriè Vita dicitur. Vnde &Ariſtoteles
in undecimo Rerumdiuinarum actü per feipfius intellectus aſſeruiteſ ſe uitam
optimam &ſempiternam. Inter actionem ac potentiam a. gendi,medius eft
agendiappetitus,principium actionis.Namagen ti prius ineſtagendi
facultas,deinde agere affectat,deinde agit. Ecce igitur quomodo appetitus
agendi mediumobtinet locum inter po tentiam &actionem,cuius eſt
principium.Nam potentia omnis, quç cunc ſit,deſiderat appetitőz ſuum actum.
Quod etiam euenitprimæ materiæ,ut Ariſtoteles ait. Sed de his paulopoft. Rectè
igitur dicta eſt, poſt Terram eſſe Amorem, id eſt, poſt eſſentiæ firmitatem,qui
propriè Status dicitur, efle principium intimæ actionis, quæ Vita
appellatur,cùm ſitprimus motus, cuius beneficio ensin ideas diſtin Ctum eſt.Ex
quo patet etiam quomodo amoranteceditdeos omnes, utinquit Parmenides.
Parmenides enim infueuit ſub Deorum appel latione ideas intelligere. Nam ſiens
diſtinguitur peruitam et motū intimum, Vitæ autem appetituseſt principium,
necefle eft appeci tumhuiuſmodi ideis eſſe priorem. Recte igituramor,quieft
appeti. tus,antecedit deos omnes, ideft,ideas. Sedut ad terram redeamus,a
nimaduertendum eft fecundùm Pythagoricos,ab ideis fuere mathe mata, à
mathematis uerò res naturalesnon: quod uelint res natura les ſecundùm materiam
&formameſſe à mathematis (licenim ſunt abideis )ſed uoluntà mathematis eſſe
figuras rerum naturalium, qui busconftituuntur. Proinde mathemata appellantur à
Platone ob ſcura intelligibilia,quoniam pendent ab ideis, quæ funt clara
intelli gibilia:ſicuti corporum imagines et umbræ,quæ funt obſcura ſenſi bilia,à
corporibusnaturalibus pendent,quæſunt ſenſilia clara. Sed de his latius in
fexto de Rep. Rectè igitur ex proprijs figuris rerum natu. FC naturalium Placo
in Timæodeſignat earundemingenium. Propte: reaignem et terram ac cæteraid
genusex triangulis componit.Ari ſtoteliquoqs placet,naturalianon ſine
accidentibus quibuſdam de. finiri, quemadmodum patet in quinto Primæ
philofophiæ, quem iuniores fextum exiſtimant. Idem quoque aſſerit Plotinus. Sed
quorſum hæc: Nempeutintelligamus, per proprias rerum natura lium figuras
delignari rerum ipfarum naturam. Atqui palàm eſt, teſ ſeramelle propriam terræ
figuram, quæ ineptiſsimaeftad motum: quo fit,ut recta ratione terraſignificet
firmitatem. Quodetiamex eo conijcere poſſumus, quoniam terrà tanquam immobilis
eſt totius centrum. Vnde et PLATONE in FEDRO, Sola, inquit,in deorum æde manet
Veſta. Siigitur terræ ſuapte natura debeturteffera, terrauti que
ſtabiliserit.Vnde &Plato in Timæo componit folam teſſeram ex triangulisduum
æqualium laterum rectangulis, ut eius oftendat admotumineptitudinem. Verùm
dehis fufius in TIMEO. Terrai: gitur firmitatis prærogatiuamubiq præ ſe fert.
Hec quidem de mun do intelligibili. Animauerò ab intellectu primo prodit,
ſicuti intel: lectus ab ipſo perſeuno, fi Plotino crédimus,ńső,qui Plotinum ſe
cuciſunt, Porphyrio et Amelio, quanquam Syrianus et Proclus alio ter fenciant.
Dionyſius quoq et Origenes contendunt, ab ipfo per ſeuno eſſe cummentem,tum
animam,tum materiam, Chriſtianum dogma potius quam Platonem ſequuti. Anima
igitur cùm ſit ab in tellectu,ut inquit Plotinus,primofuzeproceſsionis momento
inſig. nis prodit idearum notis. Prodit quo® intelligendi prædita facul tate
Nam quemadmodum intellectus ab ipfo per feuno procedens inde fecum affert
unitatis participationem(quod ſummum eſtipſius intellectus, et quo ipſum per ſe
unum attingit) ſic et animam proce dens ab intellectu indeſecum affert
facultatis intellectualis idearum que participationem.Ergo anima primo ſuæ
proceſsionis momento habet idearum expreſsionem, habet et facultatem intelligendi,
qua non folùm intimasnotiones,uerumetiam ideas intueatur. Sic enim intellectum
auctorem exactè refert.Non continuò tamen perfecta a nimadici
poteſt,quandoquidem debet habere aliquid proprium ac ſuum.Atqui intellectus
etli primo ſuæproceſsionismomento per ſe unius participationeunum eft: per
intimam tamen ac primam actio. nem, quædicitur per ſe uita,cuius ope ſeipſum in
ideas diſtinguit, quaſi Geometria in ſua Theoremata,per ſe animal efficitur:per
in telligentiam uerò uitæ ſummum,përſe intellectus, ac mundusintel ligibilis.
Sic &in anima, quæ primo ſuæ proceſsionis momento fa cultate intelligendi
ideiső participac, quaſi cæra imprimentis ligno, intimailla prima ac ſua actio,
per quamfeipfam in rationes diſtinguit, ac per quam propriè animadicitur,uita
eſt participarò, mo. tus autemper fe.Cuiusſummumeſt ſecunda participatione
intelle, ctus, ratiocinatio autem perfe. Quo fit,ut inſtar intellectus ſit orbi
cularis. Intellectus enim circulus eft. Dicitur autem propriè motus, quoniam
fecum habet et tempus. Quemadmodum enim primus motus eft in anima, ſic et
primum tempus. Nec quenquam pertur bet in eadem eſſentia animæ idearum
participaciones, hoceſt, no tionesipfas,acrationes formisrationeqz diſtinctas
eſſe. Namintelle. ctus et ratiocinatio in eadem anima, quorum alter in
participacio. nesidearum,altera uerò in rationes dirigitur,formæ quoque ratio
nisis diſcrimen inter fe habent. Differunt autem notiones à rationi.
bus,quoniam notiones (ſicenim voipatæ præanguſtia linguæ appel. lamus: ſicuti
aéyous rationes ) tanquam impartibiles acfimpliccs latent in penetralibus
ipſius animæ, ſoliintellectui obuiæ. Rationes uerò multiplices explicatæớz ſuntſimiles
ratiocinationi, cum qua habenc affinitatem. VtræQ tamen ſunt tum ſibiipfis,tum
animæ ſubiecto i dem. Intellectum, quianimæ ſuus eſt, Ariſtoteles appellat
intelle. et tum agentem,ratiocinationem uerò intellectum potentiæ,quidiui.
duuseltacdiſcurſu agit.Omnes enim animæſuo quæqmodo intel lectu auctoreacprimo
participant,qui omnibuscomuniseft,in quo tanğzin centro lineæ
copulantur.Atqideft,quod rectè inquit The. miſtius,deſententia ARISTOTELE, unum
eſſeagentem intellectum illu minantem,illuminatos autem ac ſubinde illuminantes
complures. Vnum,inquam intellectum agentem,quoniam eſt unus,qui reuera acprimò
eſt:complures autem, qui ſunt animarū, illuminati quidē, quoniãprimi
intellectus particepes ſunt: illuminantes uerò, quoniã ex his principia
hauriunt potentiæ intellectus. Verùm de his alibi exquiſitius.Ergo anima primo
ſuæproceſsionis momento etli inſig. niseſt idearum
participationibus,etliprædita eftintelligendifaculta te,quoniam tamen nondūin
eam actionem prorupit,quain ſuas rati ones interius diſtinguitur,nondumin eam,
quaeaſdem.proſequitur perpetiambitu, quibus propriè anima cognominatur,Chaos
dici poteft.Eftenim Chaos,utdictum eſt,effentia rudis. HocautēChaos fequitur
Terra.Nam animæ eſſentia etſimotuieſt obnoxia (perpe tuò enim tum generatur,tum
interit,ut in PARMENIDE DI VELIA dictüeſt, quan doquidem motus repetita
quadãuiciſsitudine conficitur) ſemper ta menmanet,necmotudiſperditur. Amorautem
eſtappetitus prorū. pendi in motum: quo tum diſtinguitur in ſeipſa, tum etiam
abſolui-. tur.AmoritaQ cùmprincipium ſit racionā,rationes autem ſintidea rum
ſimilitudines,meritò dicitur deosantecedere.Hæc quidem dea. nima. In mundo
autem ſenſibili Chaos materia eſt,quam Plato in Timæo temere agitatam Auitantem
appellat:materia,inquam,omni no expers formæ,ſuapte natura, acſpuria quadam
ratione cognobi lis, ut in Timæo dictum eſt.Idautem nihil eft aliud, quàm
cognobi lemeſſe per comparationem ad formam,ut Ariſtoteles inquit. Hæc materia
abeſtab omniperfectione, omnino deo contraria, ut Plato ait, infimum ac fæx
totius proceſsionis, infra quam duntaxat ipſum nihil inuenias,principium omnis
aſymmetriæ. Vnde& Plotinusi, pſum per ſe malumappellauit. Huic nonnulli
putant ineſſe poten tiam,perquam formæ ſubijciatur.Sed mea quidem ſententia
mace ria eiuspotentiaomninoidem ſunt. Nam per defectum totius per fectionis
eftunum: ſicuti deus perexceſſum eſtunum.Ad hæc, condi tionis formalis aliquo
modo particeps foret. Cùm igitur ſit unum per defectum,eo quòd careat omni
perfectione: erit etiam obnoxi generis, cùm citra auſpicia formæ uel
extrinfecus aduenientismane renequeat. Profecto quaeſtunum per defectum, et
cafus abente, di citurmateria: quàuero eſt obnoxii generis,dicitur ſubiectum,
pro pterea quòd ſubeſſe debet. Vnde et Plato ueluti matrem appellauit in
Timæo,eo quòdrecipiat. Ariſtoteles quoçidem cognomentum materiæ tribuit, quando
ſubeſt. Sic fortèmelius, quàm ut Themiſtio uiſumeft: cui placet,materiam eſſe
earum rerum, quæ nondum faétæ aut ortæ ſunt:ſubiectum uerò earum, quæ iam ſunt
actu:quo fieri,ut materia fit cum priuatione, ſubiectum cum priuatione non ſit.
Sub iectum itaq dicit tum firmitatem, tum etiã potentiam priuationém
que.Firmitatem quidemdicit, quoniam ſubiectum generationis ma nes,contraria
uerò abeunt, ut Ariſtoteles inquit. Fitenimex aere ig. nis, non quà eſtaer, ſed
quàaccidit ei ut ſit aer. Potentiã autemdicit, quoniam performã perfici poteſt:
non enim fecus fit boni particeps: quo fit,ut formam uehementiſsimèappetat. Eſt
enim forma diuinū &bonum &appetibile,ut Ariſtoteles inquit. Hisita
perſpectis, patet materiam, quà eſtunum, per defectūtotius perfectionis eſſe
Cha. os.Eius autem firmitas deſeruiens generationi, Terraeſt. Appetitus autem
formæ recta ratione amordici poteſt.Rectèigiturdictum eſt, in mundo ſenſibili
uia generationis primoeſſe Chaos,deindeTerra, poſtea Amorem ſequi.Patetquocßex
his ſententia PARMENIDE DI VELIA. Nã uia generationis, priorineſtmateriæ
appetitusformæ, quàm forma. Forma autem ideæ participatio eſt in
materia.Quapropter ſiidea de usdicitur,fecundùm Parmenidem, idegutiớparticipatio,hoceft,for
ma,dicetur diuinum. Amorigitur,hoceft formæ appetitus, Deosi plos,ideft,diuinas
participacionesmeritò dicitur antecedere. Dictú Auñ eft hactenus, quid Git
Chaos,quid Terra,quomodo amorſitantiquiſfimus; atqid tumin mundo intelligibili,
tumin anima, tum in mun do ſenſibili. Nunc
uerò ea commoda uidenda ſunt, quæ ex amore nobis eueniunt. Animaduertendumtamen
eſt,uirtutes eſſe animæ noftræ purificationes. Animaenim dumingenerationem
delabitur,morta li hoc eđeno inficitur, neglectis plerunq; diuinis, quorum
cognata eft:quodin decimo de Rep. diuinus Plato indicat, dicens, animas
quæueniuntin generationem, ſumpto potu ex Amelita flumine ad
CampumLethæumdeſcendere. Significat enim ex materiæ com mércio animis alioqui
diuinis ineſſe negligentiam obliuionemére. tum diuinarum. Reuocatur igitur
anima tumin ſui ipſius curam, tumin memoriam diuinorum,miniſterio
uirtutum,quarumbenefi. cio maculas abñcit, quibus ueluti inuſta erat propter
materiæ for. des.Vnde &Ariſtotelesin ſeptimo libro de Naturali auditu
dicit, perturbationes in nobis fedari quandoque natura, utpueris euenit, quando
@ ex alñs, SIGNIFICANS uirtutes, quarum opè perturbationes excutiuntur.Ergo
amorcauſanobis eft uirtutumomnium,quarum beneficio maxima bona conſequiinur,
hoc eſt, ipſam ſapientiam. Namſapientia ex moribus ſuſcipit
incrementum.Veritasenimpræ ſtò animæ fit per uirtutes expurgatæ, inftarauri
quod igne defæca tur. Quod et Ariſtoteles quo et clara uoce afſeritin ſeptimo
deNa turali auditu. Sedquamobrem amor uirtutum nobis cauſa eſt: An prior nobis
ſénſiliū cognitio ineſt approbatiocs, perinde ac libona fint: quo euenit, ut
fiant expetibilia: hanc fequitur appetitus(fierie nim nequit,appetitum
nonexpetere idipfum, quod ueluti bonum à ſenſu comprobatur )hunc ſequitur
proſequutio. Appetitus enim principiummotus eſt. Vnde&Ariſtoteles in tertio
libro de Ani ma progreſsioneni animalium imaginationi appetituig acceptam
refert. Voluptas autem profequutionis conſequutionisfruitioniſą eft finis. Illa
igitur uirtus,quæanimæ cum appécitu conſentienti mo dum legemő indicit
proſequendi expetibilis, Ciuilis appellatur. Quæuerò ita confirmat
animam,Pombaiam profequutionem abomi. netur, Purgatio. Atquæita defæcat, ut ab
expetibili uix commo ueatur, iure Sanctitas dicipoteſt. hæc nos deò nonhabenti
uirtu tem, (ut inquit Plotinus, alioquiflagits eſſet obnoxius:quodeti. din
fatetur Ariſtoteles, eiuső enarratorAlexander Aphrodiſiæus) hæc inquam, nos deo
fimiles facit. Vnde et Plato in Theäteto, Fu. ga, inquit, hinc ad deum, iplius
dei fimilitudo eft. Similitudi nem uerò iuſticia et ſanctitas cum prudentia
præſtant. His ita perſpectis, uidere poſſumus; quomodo amor uirtutum cauſa.
lit. Quod Phædrus adſtruere contendit. Pudor, inquit, reuo cansnosà turpibus,
præter hæc æmulátio ad honeſta inultans, nobis fternit muniti uiam ad præclarè
rectei uiuendum. Altera e nim dū in honeſtis ſuperari neſcit, alter
ueròeuitando extrema, ſem per habet ob oculos mediocritatem.Quoeuenit, ut
quicquid magni præclarię efficimus, horum ope efficiamus. Quid aucem amore
promptius aut in nobispudorem excitat, aut ſuſcicatçmulacionem: Amorenimuel
abiectiſsimum quemq, licgnauum reddit ad uirtu tem conſequendam,ut numine
percitus uideatur. Amorquoq; fica mans amatúmque inſtruit, utnon æquè ſibi
erubeſcendum ducant, quàmſialterum ab altero ſcelerisacfocordiæ iure coargui
poſsit. Ha ctenus adſtructumeſt, Amoremuirtutes ciuiles efficere, atqz id fyl
logiſmo &ratione. In præſentia uerò adſtruendum,ex eodem quo que eſſe cum
purgatiorias,tum etiam purgati animi uirtutes: quarü beneficio ſapientiæ
acfelicitatis participamus. Cuius quidem rei Al ceſtidis atop Achillis fabula
admonemur. Operæprecium uerò eſt noſſe prius, animam trahi in generationem
affectuuitæ ſenſibilis, cu ius lenocinis impura redditur:aſcendere uerò ad
diuina affectu uitæ intelligibilis, quæ inprimisanimæpuritatê exigit. Vitæ
quidem fen fibilis ſummumeſtopinabile, in quo nihilconitantiæ, nihil firmitatis
inuenias. Atuita intelligibilis ubiqueritatem præſefert. Sed dehis latius
agemus in fequentibus,ubi declarabimus, quid aſcenſus deſcen ſusţzanimæ ſit,
quid ſibi Plato uoluerit in decimode Rep.dicens, a nimas in generationem
deſcendere per Cancrum, per Capricornum uerò ad diuina aſcendere. In præſentia
uerò fatis ſitgeminum huncaf fectum geminæquoquitæ nobis auctorem eſſe. Sed iam
fabulæmy ſterium aggrediamur. Alceſtis, inquit, Peliæ filia amans Admetum
uirum,pro eo mori uoluit. Dijuerò facinore delectati, eam ab infe ris in uicam
reuocarunt. Alceſtidem puto eſſe animam, quęiaminue ritatem incumbat. Admetum
uerò credo ipfas eſſe ſenſibilium notio nes, quibus anima ad uera
intelligibilia excitatur: impuritate uerò ſenſibilis uitæ impedita,eis rectèuti
nequit. Quapropter ſenſibilem uitam exuendam intelligit, quamfibi deſcendens in
generationem induerat, alioqui nunquam uoricompos euaſura. Hinceſt,quòd mo ri
Alceſtis dicitur.Dij uerò in uitā reuocarunt. Quandoquidem de. poſita ſenſibili
uita, in ſuam puritatem reſtituta eſt.Qua igitur mori tur, hoc eſt,quà exuit
ſenſibilem uitam, uirtutibus purgatorijsinniti tur. Namexuere uitam ſenſibilem,
nihileft aliud, quàm animam ita defæcari,ut ne ipfam quidem admittat
expetibilisproſequutionem. In quo uirtus purgatoria conſiſtit. Quà uerò in
puritatem reſtitu. ta eſt,prædita eſt uirtutibus animi iampurgati. Virtus
enimhuiu £ modinonin purificatione,fedpotius in ipfa puritate conſiſtit. Purifi
'catio enim motio quædameſt. Atpuritas motionis terminus. Con fummatio
igituruirtutis potius in termino motionis, quàmin ipſa motionecõliſtere debet.
Sititaqß puritas confummatio uirtutis, qua quidem diſcimus etiam abipfo
ſenſibili uix commoueri. Præclarum utic eſt &longèmaximū,& quod longo
uſuacdiuina quadam ſor teuix comparatur, neceſſariūtamen ad fapientiam
felicitatem con fequendam,ita paratuminſtructumós eſſe,ut corporeas tantùm fen
tias affectiones,cetera prorſusabiunctus.Longè uero errat,quicunos
Orpheumimitatus, exiſtimat, dum ſenſuum lenocinis delinitur, fim bi in
ueritatem patere aditum. Hicenim ſenſibilium notionibus,qua tenus
ducuntadueritatem,uti nequit, ſed quà ſunt duntaxat ſenſibi. lium. Quo euenit,
utumbras,hoceft,fimulachrū Eurydices captans, falſis opinionibus
diſtrahatur.Iure igitur Orpheum fürentibusfae minis dilaniandū irati di
propterſcelus expofuerunt. Verùmquid euenit animæin puritatem iamredactæ. An talem
uiteſtatum ſapien tia ſequituradhæſioc in deum, quod ſuum cuiusqz bonumeſt: Ani
maenim adminiculo utitur ſenſibilium ad ueritatem conſequendă. Nam ſenſibilia
imagines ſunt rerum diuinarum. Vnde et ACCADEMIA in TIMEO (si veda) idem
fermètribuitanimæ diuinæ ingeniū,quod priusin mun. di corporeexplorauerat, ut à
Simulachro, tanſ ab inſtrumentoad exemplarrectè fiat aſcenſus. Ergo
ueritatemintelligibilem plerungs accedimus adminiculo ſenſibilium: quorum
notiones in ipſa intelli gibilia excitantanimam.Dimittimusautem
ſenſibiliūnotiones,ubi primumintelligibilia conſecuti ſumus, ex quorum contactu
fapien tiamreportamus. Sapientiã uerò felicitas bonumo conſequuntur. Dehis
uberrimèin Socratis oratione agendum nobis eſt. Horumſa nè Achillis Patrocli
(fabula nosadmonet. Achilles, inquit,mortuo Patroclo amante mori uoluit: diuerò
admirati facinus, non ſolum in uitam reuocarunt,uerumetiam beatorum inſulas
deſtinarunt illi habitandas.Patroclum puto animamipſamaſcendentem ad uera itt
telligibilia adminiculo ſenſibilium. Achillem uerò ſenſibilium notio nes in
anima. Mortuus eft Patroclusamans, id eft, eò ufog proceſsit anima,ut non
amplius ſenſilium notionibus indigeat,quibus innita tür.Quo fit,ut ſenſilium
notiones uſui deſinantelle animæad intelli gentiam comparandā.Hinceſt quòd mori
Achilles dícitur. Dij uerò huncuolunt reuiuiſcere,quoniam animæ pro notionibus
ſenſibiliú fiuntobuia ipſa intelligibilia:unde fapientia comparatur. Ex ſapien tia ueròfelicitas
euenit et bonum,quod eſt beatorum inſulas Achilli habitãdas deſtinari. Sed quomodo dicitur amansamato pręſtantius eſſe: An
ſi comparetur uisintelligendi ad id quod intelligitur, longè I melius.
meliuseſt id quodintelligitur. Intelligibile enim mouet nõ motū, ut Ariſtoteles
inquit in undecimo Rerum diuinarum.Mouet enim tan quamamatū. At uerò
intellectus ab ipſo intelligibili mouetur. Vis enim intelligendi producit
actionem in ipſum intelligibile, quæ intel ligentia appellatur.Ex quo diuinus
Plato in ſexto deRep.dicit,ueri tatem intelligibili, ſcientiam uerò intellectui
ineſſe.Quodetiam uolu iſle Ariſtotelem alibi declarabimus. Licetin ſexto
inſtitutionū Mo ralium aliter ſentire uideatur. Sin uerò ſenſibilium notiones,
quibus anima in uera intelligibilia excitatur,comparentur ad eam facultatē, qua
intelligimus,quisambigat longè minoris eſſe æſtimandas: Pen dencenim à
ſenſibilibus, ſuntázanimæintelligenti aduentitiæ. ACCADEMIA igitur quando
dicitamatum eſſe deterius amante, non deipfo intel, ligibili
intelligit(quodreuera amatumeſt: id enim longè pręſtat)ue rum de notionibus
ſenſibilium inanima, quæ &ipfæ propterea ama tum dicuntur,quoniam uſui
ſuntanimæ ad uerum intelligibile con ſequendum.Hæfanè intelligente animalongè
ſunt deteriores. Cu ius rei indiciūeſt, quòd intelligens anima affinitate
coniuncta eſt cũ ipſo intelligibili.Intellectusenim,ut rectè inquit
Ariſtoteles, rerum intelligibiliumeft,eiuſdem @ eſt utrunca contemplari.
Quandoqui demeadem contemplatio eſtomnium ita coniunctorum, ſicuti etiã ſenſus,
&rei ſenſibilis. Quo euenit,ut deſiderio agatur ueritatis. Ato ideſtquod
inquit ACCADEMIA, AMANTE propterea amato præſtantius effe, quod diuino furore
agitur. Verùm quid ſibiuult Plato dicens, longe magis dijs cordi eſſe,ubi
amatum, in gratiam amantis moritur, quàm ubiamansin gratiam amatirAnmoriamansin
gratiam amati, nihil eſt aliud, quàm animam incumbentemin ucritatem, abijcere
uitam fenfibilem,ne ſenſilium notiones, quæ ſuntuſuiad ueritatem compa randam,
irritæ ſint: Amatumenim ſenſiliūnotiones SIGNIFICAT. Quod exeo aſſeritur,
quoddictum eſt,amatum amante eſſe deterius. Fiunt autem irritx,
filieimpedimento ſenſibilis uita. Amatū uerò moriin grati amamantis, SIGNIFICAT
notiones ſenſibiles uſui non eſſe amplius, quòd intelligens animain ipſam
ueritatem intueatur: quod re uera amatum eſt. Siigiturmulto plus eſt omnino negligere
notiones ſen lilium, intuente animaueritaté, quàm deporre uitam ſenſibilem, ut
notiones ſenſilium ad ueritatem uſui ſint:multo plus utiq; erit, a matū pro
amante, hoceſt, Achillem in gratia Patrocli: quàm amans pro
amato,hoceſtAlceſtidē in gratiam Admeti mori. Quapropter quid mirūgli Achilles
ad maiorem honorē cuectus eſt: Anima enim exuero intelligibili non ſolum
ſapientia, uerumetiam ipfam felicita temreportat. Quod quidem eſt, Achilliin
uitam à dis reſtitu to beatorum inſulas habitandas deſtinari: cùm Alceſtidi in
uitam reuocari ſatis fuerit.Vlo tur expoſitio. ) Voniamà Pausania dictum eſt,
totidem eſſe AMORE, quot ſunt Veneres:oportetexplicare in primis Vene rem,
quideaſit: alioqui philoſophia AMORE (quod qui dem in præfentia quærimus )
lateat nos neceſſe eſt. Plotinus igitur putat, Venereineffe ipfam animam,
proindecaulamamoris efficientem. Sunt etiam et alij, qui aliter ſen.
tiunt,magnialioqui uiri, ſed quos in præſentia dimittere conſilium eſt. Vir
enim fapientiæ ſtudioſus,ut inquit Dionyſius, ſatis ſibi factu cenſere
debet,ſinon alios laceſſendo,fed quàm ualidis poteſt rationi bus,quam
putateſfeueritatem,audacter aſſerat. Ego uerò Hermiæ libenter aſſentior, qui
credit per Venerem pulchritudinē ſignificari. Argumento, in Phædro dictum eſſe
furorem amatorium, et optimū effe furorum omnium, et ex optimis. Exoptimis
quidem, quoniam ſenſibilis pulchritudo,à qua amor excitatur, optima ac
præſtantiſsi ma eſtomnium, quæcunq ſenſui offeruntur: nam et exquiſiciſsima
diuinorum ſimilitudo eft, quæ optima ſunt, et ſenſui omnium perſpi caciſsimo
ficobuiam.Viſusenim alios ſenſus longè ſuperat. Cùm e. nim cæteri ſenſus,uel fi
nulliſint uſui,cognitionis gratia per fe expeti biles ſint,ut Ariſtoteles
inquit:præ ceteris tamen uidendi facultatein optamus, quippe qua exquiſitius
cognoſcimus. Quapropteruiden di facultatem ad intelligentiam traducere
folemus,ut etiam intellige reuidere ſit. Quod &Ariſtoteles indicauit. Nam
et in tertio uolumi ne eius libri,inquoadſtruendi deſtruendic locos docet, et
in primo de Moribus adNicomachum, Sicut,inquit,pupillain oculo,licintel lectus
eſt in anima.Patet igicuramorem ex optimis eſſe, cùm ex pul. chritudine
ſenſibili excitetur,quę optimaeſtomnium quæcunq hic ſunt. Optimum autem eſſe
facile dabit is, quem non latuerit intelligi bilem pulchritudinem, cuius eſt
Amor,indagancibus bonum obuia fieri: quippe quæ boni penetralia ingredientibus
in ueſtibulo occur rat.Siigiturfuroramatorius tumexoptimis eſt,quodexcitatur
ſen fibili pulchritudine:tum etiam opcimus, quoniam in pulchritudi nem intelligibilem
dirigitur, huius autem patrocinium Veneri cri butumeſt, ut PLATONE inquit in
FEDRO: quoniam dij alij alñs furori bus præſunt, Mulæpoetico, Apollo uaticinio,
Myſterijs autem Bac chus: ſicúz Amor, qui Veneremcomitatur, pulchrorum dux
puerorum, eorumſcilicet animorum, quos pulchriuehementer prouocat {pectaculü:
quotuſquiſpambigat, perVenerempulchritudinem in. dicari: Nuncuerò quid ipſa ſit
Pulchritudo uidendum eſt. Quod pulchritudo ſitex eorumnumero, quæmodum habēt
qualitatis,uni cuiqué palàm eſſe poteft. Quòdautemmodum habeat eius qualita
tis, quæ uidendifacultati obuia ſit,idquoqueperſpicuum puto.Nam
&pulchritudo ſenſibilis ueræpulchritudinis fimulachrum ab una uidendi
facultate percipitur. Ea uerò qualitasuiſibilis, quæ fecüdum ſuperficiemexcenta
eſt,Colordici poteft. Quæuerò nullam patitur extenſionem, ſed temporis puncto
ubiquediſcurrit, Lumen appella tur. Eft et alia qualitas uilibilis,quæ tanquam
imago acflos ellenti alis perfectionis allicit rapítque in borum.Id igitur
quodhabetmo dum eius qualitatis quæ uiſui obuia eſt, imago acfloseſſentialis
per fectionis,alliciens rapiens in bonum,reuera eſt Pulchritudo:quod que huius
particeps fit,Pulchrum appellatur. Cæterum pulchritudi nieuenit, ut delicata,
utiucunda,utamabilis ſit. Delicata,eo quodfe. quitur perfectionem
eſſentialem.Iucunda,eo quòddelectat. Amabi. lis,eo quòd allicit
rapita.Hincpatet,quàm hallucinationis coarguê dinon ſint, quiafferuntpulchrum à
bono differre, tãquam extimum ab intimo. Eſto pulchrum omnebonum eſſe: neque
tamen uiciſsim. Quid tum poftea.Num continuò ſequitur,bonum quidem genus ef ſe,
pulchrūuerò ſpeciem? Alioqui& ſapiens,& iuftum, et perfecta &cetera
generis eiuſdé,boniquo ipfius ſpecies eſset. Sapiensenim omnebonumeft,
ficédecęteris: nõtamen uiceuerſa.Nūcuerò neck perfectum, negiuſtum, ne s
fapiens boni ſpecies ſunt, alioquieſſent quoqſpecies unius. Simpliciſsimum enim
optimúmg in idem cõſpi rant:non minúſą Vnius participãt omnia; quàmboni.
Atquotuſ quisqaſſeruerit,unum eſſegenus,fiquidem genus totum eſt: totum uerò
partibus obnoxium: Siigitur unum eft genus,non utiqueerit citra partes. Atuerò
unumomnino &undequaque impartibile eſt, quemadmodum in Sophiſte declaratur.
Sedagedum ſidetur bonum eſſegenus, quídnam id poterit:Nónneperfectio
eſsentialisactuseſt: Quodexeo patere poteſt, quòdeſsentiæ beneficioomnia ſunt
id ip ſumquod ſunt. Viuensuitæ beneficio uiuens eſt. Quo euenit,utuita uiuentis
actus ſit. Animabeneficio motusanima eft: fed quocuſquif queambigat,motumeſse
animæ actūł Ignis beneficio formæ ignis eſt. Tuncenim reuera eſtignis,cùm
primūignis formamactu habet. Quis autem non uideat formam actum eſse
ignis:Quoeuenit,utre Eta ratione dici poſsit, perfectionem eſsențialem actum
eſse. Actum autem omnemeſse bonum, neminem inficias iturum puto, quando quidemi
merito actus unicuiqz bonumineſt. Nónneignieſseignem; bonumeſt:Atquis ambigat
per formam,quieſt actus, ignemeſſeig nēNónne quo anime eſſe animā,uiuęciéeſſe
uiuens, bonüeſt: Ve rùmalterūbeneficio uitæ,altera beneficio motus,
quorūutergeſta ctus,id euenire palàm eſt.Exñs patere puto, perfectionem
eſſentialē bonüeſſe,uiciſsimo bonüaliquodeffentialem eſſe perfectionê.Quii
gitur affirmat, pulchrumàbono differre, tanquam extimum ab inti mo,etſi nõibit
inficias, fibonuminuniuerſum accipiatur, pofſe dari, gracia diſſertationis,
idipſumgenus effe:contender tamen,fedebono uerba facere, non quatenus in
uniuerſum ſimpliciter accipitur, fed quatenus particulare definituma eſt,ſuam
præſe ferens duntaxateſ ſentialem rerum perfectionem. Atque id quidem affirmat
recta ra. tione. Nampulchritudo ingenium modumýzhabens accidentis,re uera
extimaelt,quodab ipfa rationeexploditur. Atperfectio eſfētia, lis, quam
ſequitur pulchritudo, reuera intima:quod ex co aſseritur, quoniam unum quod
ąeſſentia conſtat. Hinc quidem uidere poſlu. mus,primā pulchritudinem neğz efle
ideas,necin ideis. Ideas enim ab omniaccidentis ingenio procul eſſe
perſpicuumeſt. Namipſum per ſeensin ideas diſtinctumeſt: quaſi Geometria in ſua
Theorema ta. Quemautem lateat Theoremata non eſſe geometriæ accidentia: Sed
ſubeft quærere, ubi nam&quo pacto lintideæ. Vtrumânt in eo,in quo ſunt,uel
tanquam forma in materia, uel tanquamaccidés in ſubiecto, uel tanquam in caufa
effectus, uel tanquam actus in eo quod perfici debet,uel-tãquam totum in
toto,uel totum in partibus, uel pars in parte, uel parsiu toto.Fieri enim
nequit,ut fecus in aliquo aliquid ſit. Namgenus &ſpecies totius partium
(habent ingenium. An ex diuiniPlatonis fententia,ideas eſſe in ipfo perfe
animalidicen dumeft:Namin Timäo aperta uoce aſserit,Opificem munditot for mas
mundo exhibere,quot ſpeciesmensuideratin ipfo per ſeanima. li.ex quo patet,
idearum diſcrimen in ipfo per ſeanimali primò eſse. Reliquumeſtutuideamus, quo
pacto in ipſo per feanimali ſintidex. Anueluti forma inmateria eſse nequeunt.
Non enim per fe animal materia eſt, quando alterius beneficio noneſtactu. Sed
neque tano accidens in ſubiecto. Quis enim contendat ideas eſse accidentia,
quando idearum ſimulachra foliditateseſse perſpicuum eſt,utignis, et terra, et
cætera generis eiuſdé:Non ſuntquoq tanquãin caufa effe. ctus,
quandoquidemeſsent poteſtate. Nücuerò ideæ acti funt. Quo modo autem eſse
poſsunt tanquam actus in eo quod perfici debet? Namper feanimal uita ipfa,non
ideis, tanquam actu animaleſt. At nequetanquam totum in toto, neque tanquam
totum in partibuseſ ſe dicendum eſt. Non enim totum ſunt ideæ, quoniam
multitudini ſunt obnoxiæ. Totumuerò unumeft. Nónneſi tanquam partemin parte 1
parte eſſe conMilanius, oportet quoque nos concedere, tam per ſea nimal,quàm
ideas,alicuius totius partes eſſe: Atcuiúſnam pars fu eritipſum per ſe
animal:Reftatigitur, ideas eſſe in ipfo per fe animali tanquamin toto partes.
At id eft, quodin Timæodiuinus Plato fi bi uoluit,dicens Opificēmundi tot
formas mūdo èxhibere, quot fpe cies mènsuideratin ipſo per ſeanimali. Quemadmodum
enim forme quas mundo exhibuit mundi Opifex, continentur in mundo, tano in toto
partes:ficetiam ſpecies, quas mundi Opifex eſt imitatus,in ip ſo per le
animalicontineri pareſt. Abipſo autem per ſèuno procedit primò ens: quodintima
functioneabfolutum, quæ uita dicitur,fit per ſeanimal. Vitaenim uiuentiseſt
actus. Ipſum autem per ſeanimalui tæ beneficio cùm totum ſit, in partes quoce
diſtribuatur neceſſe eſt. Totumenim& partes ſimul ſunt. Quapropteripſum per
ſe animal quemadmodum habet exuitauc totū ſit,ex eadem quoqhabet,ut ſe ipſum
diſtinguat in partes: partes aüt huiuſmodi ideæ ſunt. Ex quoli cetadmirari
nõnullos: quicõminiſcunturideas aduenire extrinfecus ei in quo funt,tãquam actü
informi naturæ. Quo genere peccarenul lummaius poſſunt, qui amant uideri
Platonisftudiofi.Hecdiximus, nõſtudio quempiã laceſſendi (quod à uiro
philoſopho alienum ſem per duximus) fed quoniam ſunt nonnulli, qui dum alteros
auidius quàm decetinfectantur, nõ cômittuntutipſiiurenõ poſsint coargui.
Nãduxnoſter Marſilius, etſi alicubi dicitideas excrinſecus accedere,
Chriſtianis fortè quibuſdam adftipulatus:ubi tamen exactèrem Pla tonicam
tuetur,longè aliter ſentit. Exhis quædicta ſunt patere arbitror, primā
pulchritudinem non efle ideas, quemadmodum non nulli ineptèaſſerunt. Sed
neçetiam effe primò in ideisin præſentia declarandumeſt. Plato in Timæo di cit
mundum eſſe pulcherrimum omniumquæcunq genita ſunt: eſse autemalicuius
ſimulachrum, quodratione ac fapientia ſola comprehendi poteſt:
adhæcmundumpulcherrimum natura opus optimum que eſſè: effe, inquam, animal
animatum intelligens.Ex quo intelli, gere poſſumus, de Platonis fententia,id
exemplar quodmundi Opifex est imitatus, tūanimal eſſe, tum etiã pulcherrimum.
Quapropter pulchritudinem primò eſſe ipſius per ſe animalis,non idearum: nam
ipſum per fe animal ideas antecedit. Adhæc, ſi pulchritudo exuberan tia
quædamexterioreſtintimæ perfectionis: intimauerò perfectio ne ipſum per ſe
animal fit: quis non uidet,ipſius per fe animalis prima pulchritudinēeſſe:
Quomodo igitur idearu: Dehis tum paulo poft diſſerendūnobiseſt, tūetiã in libro
de amore ſatis abūdediſſeruimus: Hactenus oſtenſum eſt, quid Venus SIGNIFICET,
quid ſit pulchritudo ubiſit. In præſentia uidendum eſt, nunquid pulchritudo
materia ſitamoris,an potins finis. Nonnulli ſunt, quidicantde Platonis fen
tentia,pulchritudinemeſſe materiam AMORE. Nampulchritudo cau fa eſt amoris,non
tanquam principium efficiens eius actus qui eſta mare, fed tanquam
obiectum.AtueròſecundumPlatonicosactuum animæ animaipſa eſtefficiens:obiecta uerò
ſuntmateria, circaquam actumillumproducit anima. Quaproptercum hacratione
pulchri. tudo materia ſitamoris,propterea Venusdicitur amoris mater.Nam
materiam eſſe tanquammatrem,efficiensuerò tanquam patrem,con tendunt
Philoſophi. hæcilli ferèaduerbum. Sed non poſſum non uehementer admirari,
quihæcproferunt in medium, uiri alioquigra ues &magni, &quos arbitror
nihillatere potuiſſe, in his præſertim quæ pertinent adintegram caſtamos
Platonis Ariſtotelisęzintelli. gentiam. Non ſolum enim quæ dicta ſunt,Platoni
Ariſtotelicpug. nant, uerùm etiam pugnant &rationi, pugnant quoque&his
quæ ab eiſdem alibidicta ſunt.Primò quidem Plato in ſextodeRep.libro dicit, fjs
quæ intelliguntur inefleueritatem:intelligentiuerò ineſſeſci entiam,
ueritatemcz intellectu percipi. Quo euenit,ut ueritasannexa ſit
intelligibili:ſcientia uerò intellectui. Siigitur ita fehabet,quomo do ueritas
ſcientiæ materia erit fecundùm Platonem: Veritas enim ſci entiæ longè
præſtat:quod nulla ratione eueniret, fi materia eſſet. Ari ftoteles quomin undecimoRerum
diuinarum, Expetibile, inquit, et intelligibile mouetnonmotum,
quodalterumapparens, alterum reuerabonum eſt.Mouereautem nonmotūquotuſquiſque
materię tribuerit:Etpaulo poft,Intellectus,inquit, abintelligibili mouetur.
Intelligibile autemalter ordo fecüdum le. Addit&hoc: Mouet icaqz
tanquamamatum. Ex quibusliquidò patere poteſt, expetibile intel. ligibilegs
finis ipſius habere ingenium. Siitam expetibile &intelligi bile mouetut
finis, pulchritudo autē expetibilis intelligibilisőseſt: quomodo materia eſſe
poterit: At prima pulchritudo ſoli intellectui eſtobuia, quemadmodum oſtēſum
eſt,cùm fitiplius per ſe animalis: eftetiamexpetibilis, quandoquidébonum
quoddam eſt,bonum au tem quà bonum ſemperexpetibile. Poſſent &alia multa
afferri in me dium,quibus oftenderetur de Platonis Ariſtotelisés ſententia obie
ctum nõ eſſe materiam actuum animæ. Quæ quidem propterea omi fimus,
quandoquidemijs, qui uel breuem deambulatiunculam cum Platone Ariſtoteleđß
fecerint,notiſsimaſunt.Atuerò &rationi recla mat,obiectum ueluti
materiãeſſe. Materia enim folet eſſe id ex quo ali quid fit.Nó fiūtaūtex
obiectis animæactus,ſed potius funt circa obie éta. Quo euenit,ut obiecta
materia eſſe nequeat. Adhæc bonüexpeti bileeſt, quandoquid exeo appetimus
quodbonãelt: nõuiciſsimeſt bonüpropterea quòdexpetimus. Expetibile autē
obiectõeſt, quo fit, ut bonum ut bonum obiectum ſit: Gaddas,
obiectüeſſemateriam, bonum quoqs materia fit neceſſe eſt. At quaratione
aſserendum, bonumipſummā teriam eſſe: Pugnantquoque fibiipſis.contenduntenim pulchrum
à bono ſeiungi, tanğſpeciem àgenere. Quo fit, ut pulchrum boni ſpecies fit:
bonum ueròde pulchro tanquamde ſpecie dicatur. Siigi tur pulchrum eſt
bonum,bonumuerò materiam eſſenequit,quo pa eto pulchrum materiam eſſe dicendum
eſt: Quapropter meaquidem ſententia aſſerendum non eſt, pulchritudinem eſſe
materiamamoris, fed potiusfinem.Cui quidem ſententiæ Plato Ariſtoteleső adſtipu
lătur. Verumfi pulchritudo ingenium habet illius, cuius gratia: quo pacto
Amorem exoriridicendum eſt: Anubi primumcognoſcendi facultas, pulchritudinem ut
delicatam, ut iucundam,utamabilem co probat,ſtatim
uisappetēdiexcitatur.Appetitus enim cognitionem fequaturneceſse eſt. Dumigitur
appetens exoptat ſibi adeſse ac per frui delicato, iucundo, AMABILE, utinde
plenitudinem hauriat uolupta tis,eữactú circa pulchritudinem producit, qui
appetere dicitur.Qui quidemreuera AMORE eſtappellandus, hoceft, appetitus et
deſideriū perfruendæ pulchritudinis. Huius deſiderñ efficiens cauſa,uiseſtap.
petendi:pulchritudo illud,cuiusgratia. Quænam uerò materia ſit, in Socratis
oratione declarabimus, exponentes, quid nobis per Peniam fit intelligendum,
quam eſſematrem AMORE affirmat ACCADEMIA. Quod quidem euidens argumentum uideri
poteſt, pulchritudinem non ef ſe materiam AMORE. Nunquam enim dicit Plato,
Venerem (quæ pul chritudinem ſignificat ) matrem eſse amoris, ſed potius amorem
co, mitari ſequio Venerem, quippe quiVenerisipſius eſt, in Venerēms dirigitur.
Quæ quidem omnia finis ſuntipſius, non materiæ. Nonnulliſunt, quidicant,
quiſquis deſiderat, quodammodo poſsi dere id quod ab eodeſideratur: idq eſse
deſiderācis uirtutis propriū. Adſtruūt autē hocipſum dupliciratione, tumquoniam
deſiderium omne antecedête cognitione lubnititur (cognitio autem, quædã pof
ſeſsio eſt) tum quóniam inter deſideransacdeſideratum congruentia ſemper
ſimilitudo@intercidit.Fieri autem nequit, utidquod deſide. ratur,à deſiderante
quodammodonon participetur. Alioqui nulla eſſet inter utrung congruentia, nulla
ſimilitudo. Sed mea quidē ſen tentia cómentitiử hoceſt.Nã deſideransomne,quà
deſiderans, cogni tione priuatur. Cuius rei indiciū eſt, quod ex antecedête
cognitione deſideratquiſquis deſiderat. Quo fit, ut recta ratione uis
deſiderãdi di catur cęca eſse,quippe àqua cognitio ſeiūcta fit,quæuiſio appellatur.
Atfieri nequit,ut quicquid cognitione priuatur,non priueturetiã ea
poſſeſsione,quęmerito fitcognitonis. Sed fortè dicent, nõ ficfeadui uum
reſecare, ut uelint, deſiderãs,quàdeſiderans, merito cognitionis cognit habere
quodämodo poffefsionem illius,quod delideratur: fed eadū taxatratione
habere,qua cognofcit. Nosaūtenitemuroſtenderenec etiã cognoſcésqua
cognofcēs,habere ali zrei cognobilis poſſeſsionē dūcognoſcit. Vtrūuerò id
affequemur,alñ iudicabūt. Nobisſatis erit afferre in mediū,nõ quæ adeo premất
alios,eospræſertim, quosuelu tinaturæmiraculū ſoliti ſumusadmirari: fed quę
caſtūueritatis fecta torējaſsertoreo decere arbitramur. Quod quidem
ſignumoboculos ſibi ſemper proponere debet, quicũceſt fapientiæ ſtudioſus.Côten
dimus igitur,cognitionēnullo pacto eſſerei cognobilis poffefsionē.
Nãcognitionem eſſe per modumuiſionis, nemo eftomniū qui rectè poſsitambigere.
Cognitio.n.inipſum cognobile à cognoſcētedirigi tur, quafi in ipſum uilibile
uifio.At poſſeſsio nullā habet cumuiſione affinitatem. Non enimqui poſsidet
quodãmodo intuetur, ſedquali manu tenet,accöplectitur id ipſum quod poſsidetur.
Quoeuenit, ut poſſeſsio potius ingenium fapiat tactionis. Siigitur cognitio
uifionis imitatur naturam,poffefsio uerò non imitatur, quo pacto dicendum
eft,cognitionem eſſe poſſeſsionem. Adhæc, uerum et bonūnonidē funt.Quod ex eo
patere poteft,quòdnoneadē facultate percipiütur: In uerum dirigitur
cognofcendifacultas,in bonūuerò appetendi. Ex ueri perceptione aſseueratio
certitudoớa reportatur:exboni poſſeſsi onecóplexu (uoluptas. Si igitur cognofcens,
quà cognoſsēs quodā modopoſsideret, uoluptatisquo particeps fieret. Voluptas
enim boni poſseſsionêcomitatur.Atuoluptas facultaté cognoſcentem no
perficit,fed appetētem.Quapropterdiuinus Plato bonü noftrumin miſto quodã ex
lapiétia uoluptate coſtituit: quarüaltera, id eſt,ſapi entia intellectum:altera
uerò,hoceſtuoluptas, uoluntatem perficit. Sed de his infequentibus
comulatiſsime agemus. Hactenus often ſum eſt, quicūą deſiderat,huncipsūnon
poſsidere,necquà deſiderat, nec quà cognoſcit.In preſentia uerò
declarandûeft,neclimiltudinem quoos poſseſsionem aliquo modo auteſse autdici
debere. Quodreli quüerat ut adſtrueretur.Quæcun $ igitur fimilia ſunt,aut
propterea dicuntur ſimilia, quòdcerto quodã tertio participent (cuiuſmodico,
plura alba aut calida ſunt )aut quoniã alterü alteriſimileeſt,non tamé
uiciſsim:quemadmodūuiuenti Socrati pictus autæneus ſimilis eſt, quãdo uiuentem
Socratem quodãmodo imitatur. Nemo tamen pro pterea fanę mentis
contendet,uiuentē picto auteneo ſimilē eſse. Quo genere,homo per uirtutes deo ſimilis fit,ut rectè
inquit Plotinus. Sen lilia quoqhocpacto intelligibilib. ſimilia ſunt, quæ nihil
cum eisha bentcõmune,niſi nomen. Quodquidem clara uoce diuinusPlatoin Parmenide
Timæocz teftatur. Ex quo Ariſtotelis ratio contra ideas de tertio hominefacilè
diluitur. Quæcũçaūt ſuntidonea,utrecipiãt, cuiuſmodi informis materia eſt, et
cætera generis eiuſdem, fimilia et ipſa dici poffunt, tū ijs
quærecipiuntur,tumis quæ efficiunt.Horum eniin be Inic enim poteſtas quædam
ſimilitudo uidetur eſſe. Dicitur quo &effi ciens finiſimile, quoniã
efficiensomne à fine mouetur: illius enim gra tia omnia ſunt. Vnde et
ARISTOTELE in undecimo Rerūdiuiuarū,Ěx petibile,inquit, et intelligibile
mouētnon mota:quaſi efficiens motu moueat. Quod paulo poſtexpreſsit,dicés:
Intellectus ab intelligibili mouetur. lis itaq expoſitis,uidendū eſt, quopacto
deſiderãs, ei quod deſideratur fimile eſt, cuius ſimilitudinem meritò fibi
deſiderati inſit poſſeſsio.Non eſtigiturdeſiderásſimile eiquod deſideratur,
quoniã tertio quodamparticipent. Alioquiutrunqz alteri pari ratione ſimile
eſſet. Quod quidem ñseuenit, quæhoc pacto ſimiliaſunt,quando in tertio
cócurrunt. Atdeſideras &idquod deſideraturita fe habent, ut idquod
deſideraturno motūmoueat, deſiderãs uerò moueatur:Quo euenit,ut ſecus id, quod
deſideratur, deſiderāti: ſecus autem deſiderás ei,quod deſideratur,ſimile ſit.
Siigitur quæ cõcurruntin tertio, ſibi in uicem ſimilia ſunt:deſiderans uerò
&id quoddefideratur non ſimili côditioneſimilia ſunt:quis ambigat,eadētertñ
quoq nõ participare: Non ſunt quoqz ſimilia,eo quòd alterü alteri duntaxat
ſimile ſit:alio, quiaut alterum alteriusſimulachrū imagóą eſſet,autfaltē
imitaretur. Nuncuerò neutrūaut alterũimitatur,aut alterius imago exmplumue
eft.Sed nec quoqeo pacto ſimilia ſunt, quo recipiensautei quodre
cipitur,auteiunde eſt principiū motus ſimile dicitur. Neutrumenim recipientis habet ingeniū, quandoquidem
alterum eſtran efficiens, alterútanſ illud cuiusgratia efficitur. Reſtat
igitur, si qua eft ſimilitu do,utdeſideras &id quod defideratur propterea
fimilia ſint, quoniã id quod deſideratur tãğexperibile mouer:deſiderãs uerò eft
efficiés. Quã quidē fimilitudinēnemoeſt omniã quidiſsimulet. Quis enim ambigat,
inter finem atoßea quæ in finĉprogrediãtur, ſimilitudinem quandãaffinitatēc
eſse: Quoenim pacto eo côtéderent, niſi aliquid inde reportarent, quod in
uſumbonūĝz ſuum uerteretur. Sed hæc ſimilitudo cógruencia (znullădicit
poſseſsionem. Nã propterea effici ens finiſimile eft, quod efficiésmoueri
poteſt, finis aūtmouere.Poſse aūtmoueriadfinem, nulla finispoſseſsio eſt: finis
enimpoſseſsio actu eft,poſse aūtmoueripotencia. Quomodo igitur huiuſmodi
ſimilitu: do poſseſsionēdicit. Adhæc lidefideransratione ſimilitudinis ali
quomodo poſsiderid quod deſideratur,id quidē actu eſse neceſse eſt. Quod
aūtactu pofsidetbonū,habet quogiãactu &uoluptatē, quão doquidēactupfruitur.
Quis aūt afseruerit, deſiderãs quà deſiderãs iã bono gfrui,diliniriq uoluptate:
Nãdeſideriūmotio quædã uidetur, quãdo motionis pricipiūelt. Voluptasaŭt
motionis terminus.Cõti getigitu ridē ſimulmoueri, acno moueri.Quod fieri nulla
ratione po teft:Ěxhis perſpicuñeſse arbitror,deſiderãsminimèilliusparticipare
ģddeſideratur.Verùmhæc paulo altiusrepetëda sūt. Omnia quæcũ queſunt, poft
primūingenita cupiditate urūtur pociūdi illius: quip pe ex cuius
poſseſsioneſuum cuique bonumineſt. Cupiunt autem quam uehementiſsime
ſingulaſibibonumadeſle. Quidenim eſlea maret,niſiid fibi proforet:
Appetentiauerò omnis ex cognitioneſus mit exordia. Fieri enimnequit,ut alicuius
cupiditas aliqua fit, cuius non fuerit &cognitio. Hæcquidem cognitio no
intelligencia eſt,non ratiocinatio,non opinio, ſiue cogitatio, nõ ſenſus
aliquis, ex his quos particulares uocamus,fed longèhæcomniaantecedit. Singula
enim ftatimquàmfunt, intimoquodamnatiuoç ſenſu præſentiunt, in au Ctorem,unde
uenerunt,libieſſeproperandum, indebonumuberri mèadfequutura. Hicquidem ſenſus,
quem Intimū Naturęgsappella mus, principiūeſt, quo mūdusintelligibilis in uită
intelligēciāõpro cedat. Nãuita intelligentiaõ progreſsioeftin bonū.Progreſsio
aūtin appecētiã reducitur. Quofit,utappetētiauitæ intelligentiæis princi
piūſit. At appetētia omnis cognitione fubnititur. Quapropter cùm nulla prior
cognitio fuerit, quàmea, quamūdus intelligibilisſtatim, quàmeft,præféntit ex
auctore ſibi bonūadfuturū (quem ſenſumInci mum uocamus)ſequens eft,ut
inhunceundem uitaintelligentiáque reducatur.Pari pacto de animadicendum eſt.
Namhic ſenſusperpe. tis illius motionis ratiocinationis et ipſiusauctor eſt.
Vnde& Iambli chus,cætera quidēdiuinus, in hocaūtuerè diuiniſsimus.
Effentie, in quit,animæ ipfius ingenita quedam ineft deorum cognitio,omniiu
dicio melior,antecedens electionem,ratiocinationem, demonſtrati onem omnem: quæ
quidem interexordia inhærens in propriam cau fam,coniúcta eſt cumeo
animæappetitu,qui ſubſtantificus bonieft: Plotinus quo @ aſserit,omnia naturæ
opera eſſe Theoremata,quip pe quæex intima quadã naturæ cognitione orta
ſint.Hoc fenfu &ele menta in propria loca feruntur.Vnde &illi,
meaquidem ſententia, audiendinonſunt, qui ñſdem tribuunt appetitum in ſua loca
proce dendi,adimuntuerò cognitionem appetitus huiuſmodi principium, quaſi
abextima intelligentia dirigantur.Namfieri nequit,utextima fit
cognitio,appetitusuerò intimus. APPETITVS enim cognitionem fequitur, eiuſdemqz
rei eſt cognoſcere et appetere. Huncienſum ue. teres Magiobſeruauere, hincopera
ſuæ arcis feliciſsimè auſpicantes. Hunceundem in hymno naturæ Orpheus quietum
acline ſtrepitu appellauit. Quippe in quemnoncadaterror, quando nulla indiget
ope externorum, fed totus in boni quaſi uiſionem incumbat. Qua propter mea
quidemfententia, quemadmodum concupiſcendiira ſcendió cupiditas ſuã habet
ſentiendi facultatē,electio uerò ratiocinā dig atintelligédi facultatē uolūtas,
quibus nitătur (alioquin he quidé quod reuerabonüeſt,illęuerò qa bonūuidetur,nequico
deſiderio cöplecterentur) fic et cómunisrerü omniūappetitus,quo in bonum
dirigūrur, ſuāhaberecognitioné (quë nature ſensűrite nücupamus) ġd bonü
præſentiatur, neceſſe eſt. Hecquidē cognitio quéadmodūnā 1 eſtbonipoſſeſsio
(alioqui nunquam in bonum progreſsio fieret ) fed potius poſsidēdi
principiū:pari ratione neccæteras cognitiones,pof ſeſsiones eſſe dicendüeſt,
ſedprincipia uias@ potius in poſſeſsionem. Quo fit, ut recta rationedici
nequeat,AmoremPulchripoſſeſsionem habere,quòdantecedête cognitioneſubnicatur,
quaſicognitio ſitpof feſsio quædam. Quomodoautem NON SOLVM AMOR SED APPETENTIA
omnis,media ſitinter idquodbonum eſt, atquenonbonum: quidper Porum, quidper
Peniam AMORE parentes diuinus Plato ſibi uelit, in Socracis oratione uberrimèenitemur
oſtendere. Hactenus declarauimus Pulchritudiném eſle Amoris finem, non
materiam: declarauimus quoqs Amoremnullam habere pulchritu dinis poſſeſsionem,
quemadmodumnõnulli comminiſcuntur. In præſentia declarandum eſt,quænam,
qualésque pulchritudines ſint. Quoquidem declarato, uidebimus quinam,
qualéſoamores ſint. Fi eri enim nequit,utcitra pulchritudinem ſit AMORE.
Vbiigitur fem per pulchritudinem fequitur, non ſolùm totidem eſſe amores, quot
ſunt puichritudines, pareſt: uerùm etiam expulchritudinisingenio amoris
eſſencia,uires, opera ſuntæſtimanda. Sediamrem ipfamag grediamur. Rerum
genusunumintelligibileeſt, ſenſibile alterum. Rurſus intelligibile in partes
duas diuiditur, in clarum ſcilicet et obscurum. Intelligibile clarum dici
poteft, quod ſuapte natura obuiam fit intellectui,necalio adnititur; cuiuſmodi
funt ideæ fiuemundus in telligibilis, ac liquid aliud tale eſt, quod non
indiget adminiculout maneat. Obfcurumuerò intelligibile, quod nonnili in claro
intelligi bili apparet: cuiuſmodi mathemata ſunt, quæ habent in ideis quic quid
participant firmitatis.B, rõrinus Pythagoricus in eo libro, qui de Intellectu
cogitationem inſcribitur, Cogitatio, inquit, intellectu ma ioreſt,ſicut et
cogitabilemaius intelligibili. Intellectus enim ſimplex eft,citra compoſitionem,
id quod primò intelligit:huiuſmodi autem ſpeciem dicimus:eftenim citra partes,
citra compoſitionem aliorum primum. At cogitatio tummultiplex eſt, tum
partibilis, id quod fe cũdo intelligit: ſcientia enim demonſtrationeớ nititur.
Simili ratio ne ſe habentipſa cogitabilia. Hæcautē ſunt ſcibilia demonſtrabilia
ipſac uniuerſalia, quę ab intelle &tu per rationem comprehenduntur. Ex
quibuscolligere poſſumus, intelligibile clarum per illud ſignifi cari,
quoddicitur, fine partibus,fine compoſitione aliorum primum. Obſcurūuerò per
illud, quod dictur, Scibile, demoſtrabile, uniuer ſale. Nam cogitabilia omnia,
cuiuſmodi ſunt obſcura intelligibilia, ipfacemathemata, non attinguntur quafi
recto quodamintuitu, quê admodum euenit claro intelligibili: fed per rationem,
et quandam,ut fic dixerim,ab ideis declinationem acdeſcenſum. Suntautē
mathematare uerafluxus eorum generum,quæcuque rèentiintellectuíçinfunt,
intelligibilium, idearum imagines, ex empla ſenſibilium,eandem habentia ad
ideas comparationem,quam habétumbræ et imagines in ſpeculis aduera corpora,
quę& àcorpo ribus profluunt, et in eiſdem,& beneficio eorundem, ſenſui
fiuntob uiam.Sicutig et mathemata funt ab ideis, &in ideis apparent, et i,
dearum beneficio habéntfirmitatem. Sicuti autemipſuminelligibile in clarumobſcurū
< diuiditur: eodempacto &ſenſibile in clarum ob ſcurūgs diuidendum eſt.
Senſibile clarūdicitur, quodprimò acrecto quodamtramite ſenſui fit obuiam,
quodą ſuapte natura opinabile eſt, utcælum,ut elementa, et reliqua corpora
naturalia. Obſcurum uerò,
quod,etſi ſub ſenſum cadit,pendet tamen ex corporenaturali tū quatenus
fit,tumetiamquatenusapparet. Hæcſunt corporum natu ralium imagines ac
ſimulachra, quæ et à corporibus naturalibus pē dent, &citra eadem ſtatim
dilabuntur, necſenſuifiuntobuiam. Hu iuſmodi autemſunt umbræ in aquis, in
ſpeculis ac imagines. Addunt Syneſius et Proclus, eſſe quorundam corporum
naturalium profu uia,ad certam intercapedinem integrum feruantia
characterem.Quę nõambigunt mirisquibuſdã machinis à Magis impetiſolere, fiquã do
quenquam perderein animo éſt.Hæc cùm et ipſa ſimulachraquæ damſint ſub obſcuro
illo fenſili collocari poſſunt. Architas TARENTO (si veda) in eo libro, cuide
intellectu et ſenſu titulus eft,quæcunqdicütur eſſe, in pares ordines gradusi
diſtinxit, afcenſum fieri uoluitàde, terioribus ad meliora, quippe in quibus
deteriora comprehenderē tur.Diuinus quoạPlato in fexto de Rep.
declarat,quatuoreſſererű gradus, qualeſas ſintä animænoftræ uel habitus uel
facultates, quibus uniuerfam illam rerum diſtributionem cognoſcimus. Quæom nia non erubuit ab Archita ad uerbum ferè
mutuari. Quodquidem ös,qui aliquando legerint Architæuerba, luce clarius patere
poteſt. Sed magnacontrouerſia eſt,in quonam rerum ordineanimaipſa col locari
debeat, quicß de ea contempletur. Nam ſi in mentemani mæ præſtantiſsimum
intuemur, noneftcurhæſitemus intelligibilis generiseſſe ac diuini.Contrà uerò
ſi cæteras facultates penlitemus, rė rum naturalium ordini adſcribemus. Sinuerò
utrūos ſimul, necinter diuina cõnumerabimus (quodomnino à motu materiaớ
abhorrēt ) necinter ea,quæ naturalia ſunt, quandoquidem ſupra fenfilia non af
cendunt. Mensautem genus ſenlibile longè ſuperat. Themiſtius in ter
Peripatecicos nõ poſtremæ auctoritatis dat manus extremeratio ni: proindecs
contendit, animæ ipſius, quaſimedijgeneris ſit, media quoơſciệtiã eſſe,
cuiuſmodi ſuncdiſciplinæ. Anobisuerò lögè abeſt, ut credamus, cã eſſe mentē
Ariſtoteli, utnaturalis intellectü contēple tur. Quid enim eo illuſtrius eſſe
poteſt,quodin ſecüdo de Animadir ctum &umeft: Intellectus fortè diuinum
quiddameſt &impatibile. Quin etiam nihil prohihet,inquit,partem animæ
aliquam ſeparari:liquidē nullius corporis actus eſt.Præterea et
illud:deintellectu autemnon dumpalàmeſt,namuidetur aliud genusanimæ eſſe
időzſeparari, tan quamæternumà caduco. In primoautem de partibus animaliumex
erta uoce ait: Naturalem philoſophum non de anima omnidiſſerere, quandoquidem
non omnisanima natura eſt.Et in fecundo de Gene ratione animalium,folam
mentemextrinfecus accedere,eamąfolam diuinam eſſe, cùm eiusactio no communicet
cumactione corporali. Præterea in quinto Rerumdiuinarum (quêpleriq falsò fextum
au tumant, fi credimus Alexandro Aphrodiſixo) Naturalis, inquit,ip. ſius eſtnon
omnemanimam contemplari,ſed quandam,quæcunque non ſine materia fit.Etinundecimo
eiuſdem operis, cum de Deolo queretur: Vita,inquit,poteſteſſe optimanobis,f ed
breui. Sicenim femper illud: nobis autem fieri nequit. Ex quibus intelligi
poteft,ex fententia Ariſtotelis contemplationem de intellectu ad facultatem
naturalem non pertinere. Proinde aliam quandamſcientiam eſſe, quæanimæ ingenium
contempletur. Diuinusquoque Plato anima ipſam, quando
ſeparabilisæternacpeſt,ſub eflentia concludit.Proin de intelligibilis
generiseſſedubitandum non eſt.Quòdfiquis obříci at Timæum Platonis,in quo multa
de animeingenio differuntur,cui nihilominus de Natura tituluseſt:nosutią
quemadmodum non dif fitemur elle princeps eius dialogi uotum, naturę opera
contemplari: ficquoqzimusinficias, quçcungibicótinentur,naturam effe.Multa enim
præ ſe fertilledialogus, quæ naturæ ingenium longè fuperant. Nectamen continuò
commiſcerimateriasobrjciendum eſt. Fuite nim operæ precium de iis etiam fieri
meditationem, quorumopus, et organum natura eſt. Huncautem eſſe diuinū
opificem,diuinamą. animam, PLATONE afferit.Ex his perſpicuum eſt,rationalem
animam ge neris intelligibilis effe,non quidem obſcuri, quemadmodummathe. mata
ſunt:fed talis potius, cuiuſmodimūduseſtintelligibilis.Nãani marationalis
necalieno indiget adminiculo,utmaneat, et fuapte na tura intellectui fit obuiã.
Eftenimuera et abſoluta participacione, quicquid per femūdusintelligibilis eſſe
dicitur. Verūtamen animad uertendum eſt,animam propterea à mente declinare,
quòduergitin corpus. Quo fit,ut tumſui ipſius,tumalterins dicatur eſſe, ut rectèin quit Proclus.
Siquidem ipſius, quòd eſſentia ſeparabilis æternáque eſt:alterius autem, quòdin
corpus propenſa,eſſentiam uitāçcorpo ri impartitur. Hinceuenit, utalteram
quãdam animã producat: cu ius ope molem agitetacregat. Hæcanima irrationalis
appellatur, quæſoligenerationi deſeruit, plena ſeminum earum rerum, quæ cunque
cum materia commnicandæ ſunt. Hæc in præſentia de animafatis ſint:Namin
fequêtibus eius philoſophiam uberrimècon. templabimur. Ergo animam
rationalemègenere intelligibili,irratio nalemuerò èſenſibilieſſe aſsèremus.
Quod etiam PLATONE SIGNIFICAVIT IN TIMEO, appellans animam irrationalem mortale
animæ genus; mortale autem omneſenſui obnoxium eſt. In plenum colligere
poſſumus,ſub claro intelligibili animamrationalem, ideasý, hoceſtin
telligibilem mundum,quamprimam quoộmentem,primumens,ac perſe
animalappellant:ſub obſcuro uerò Mathemataconcludi.Cla rumuerò ſenſibile
complectiir rationalem animam, complecti et om nia corpora naturalia,
cælum,elementa, quæibexhis coaleſcunt,ani malia, plantas,& cætera generis
eiufdem. Obſcurum uerò imagines in fpeculis,umbrásque in aquis, et fiqua ſunt
alia id genus. Adhęc et ea profluuia corporum naturalium,de quibus paulo ante
mencio nemfecimus. His ita perſpectis,dicendumefttotidem eſlepulchri tudines,
quot rerum ordinės ſunt. Quapropter eſſe pulchritudinem intelligibilem, effe
quoqj et ſenſibilem. Rurſusa intelligibilempul chritudinem tumdarameſſe,
tumobſcuram. Claramquidem, tum quæ mundi intelligibilis eſt,tum etiam
quæeſtanimæiplius.Obſcu ram uerò eam effe, quam in mathematis contemplari
poſſumus. At ſenſibilem pulchritudinem cum animæ irrationalis fiue naturæ, tum
etiam corporum naturalium eſſe dicimus: quamquidem claram appellamus.Quęuerò
imaginümumbrarumã eft, et fiquaſuntalia id genus obſcuram appellari par eſt.
Ergo pulchritudo mundiintelli gibilis reuera cæleſtis acdiuiua eft appellanda,
cuinihil non elegans admiſcetur, nonconcionum, undequaqcompofita, undequaqfibi
ipficonfentiens. Anime quoq rationalis pulchritudo coeleſtis acdi. uinadici
poteft:quæ tantum abeft,utmateriæ ſordibus immiſceatur, ut etiam cumprima
pulchritudine ferè coniuncta ſit.Atueròpulchri tudo tumirrationalisanimæ,
tumetiam corporum naturalium,non fine materia eſſe poteſt. Anima enim
irrationalis ſuapte natura circa corpora diuiduaeft, ut Plato inquit: undeuulgarisacplebeia
pulchritudo meritò appellatur, quòdhabet cum materiacommerci um. Siigitur duo
pulchritudinisgenera funt, cæleſte ſcilicetacplebe ium:coeleſtisautem
pulchritudo uniuerſum intelligibile complecti tur, ſiuemundi intelligibilis
ſit, ſiue mathematum,ſiue animæratioria lis: plebeia uerò univerſum ſenſibile:
totidem quoq eſse amorumge nera neceſse eſt. Quapropter amor,qui cæleſtis
pulchritudinis eſt,& ipſequoc cæleſtis:qui uerò plebeiæ pulchritudinis,
plebeius et ipfe nuncupabitur. Sed agedū, exquifitius uidédữelt,quomodo
Àmorcircà pulchri tudinauerfetur.In ſuperioribus declaratum eſt, Amoremeſse
appe. 1 titum. titum deſideriumộ pulchritudinis. Pulchritudo enim bonum
quoddameſt:bonumautem omne expetibile. Quo fic,ut pulchritu, do uim moueat
appetendi.Huius autemactus circa pulchritudinem amorappellatur.Primusigitur
acperfectiſsimus amor, circa primam pulchritudinem uerſatur:quæ in ipfo per
feanimali primùm appa ret,ut pauloante dictum eſt. Sedquomodo primus amor circa
pri mampulchritudinem uerſatur:An non ſolumin primam pulchritu dinem
incumbit,ut inde particulam hauriat uoluptatis (qua uis per ficitur
appetendi)uerum etiam principium eſt, quo in eadem ellen tia mundi
intelligibilis aliquid pulchrūconcipiatur: Hoc autem ni hileft aliud, quàm pulchritudinem
mundiintelligibilis, quæ tano ſpectaculum intellectui fitobuiam, in eodem
concipi permodum ſe minis acnacuræ. Huiuſmodi autem conceptus, eius facultatis
uis eſt, per quammundusintelligibilis extra ſe pulchritudinem poteft effi
cereEx. quo perſpicuum eſt, Amoremeffe principium producen di,quæcunq diuinam
pulchritudinem imitantur. Nam fieri nequit, utpulchritudinis ſemina producant
extrinſecus pulchritudinem,ni. fi et ea quoqproduxerit, in quibus apparet
pulchritudo. Quapro pter integra abſolutacz amoris definitio eſt,ut defiderium
ſit non ſo lùm perfruendæ,uerum etiam effingendæ pulchritudinis:ut in hoc
quoqàquouisalio diſcrepet appetitu,quòd cæteriduntaxaruolup tate contenti ſint,
quam hauriantex boni poſſeſsione, hic autem ada datetiam efficaciam.Pari
ratione de anima dicendumeft, in qua cùm fituera participacio
pulchritudinis,uera quocß Amoris parcicipatio fit neceſſe eſt. Amorigitur in anima, qua pulchritudine perfrui con
cupiſcit,eandem affectateffingere permodum ſeminis ac naturæ,cu, ius eſt imago.
Natura ueró animæ rationalis inſtrumentum (quam ſecundam animam
appellant)habetab anima ſuperiore pulchritudi nem:fed &ipſa per modum
feminis. Quandoquidemper hanc ani marationalis componit uerſatớp materiam, in
qua pulchritudo per modum ſpectaculi apparet.Meritò igitur in anima gemini
ſuntamo res:alter, qui eius pulchritudinis eft, quam anima à mundo intelligi
bili mutuatur:alter uerò qui in eam pulchritudinem dirigitur, quæ per modum
ſeminis in natura fecundamanima effulget. Hicquidem amoraffectans ſeminariam
pulchritudinem, transfert in materiam pulchritudinis illius participationem,
quandopulchritudinis ſpecta culum in ea anima effingerenequit. Exquo
amorhuiuſmodi totius generationis re uera principium eſt. In omniautem anima
rationali geminus uiget amor. Namubi ſecundùm eſſentiam æterna eſt, cor pus
habet et ipſaſempiternum, quod uita donec: in quo explicet fuæ pulchritudinis
imaginem. Anima enimquàanima,uicam alicui exhibere debet:quo fit, cùmfemper
animafit,uitam quoc alicui ſemper exhibeat. Idautem eſſe
corpusneceſſeeſt.Cuienim alteri,nificorpo ri,uitamexhiberepoteſt:Acid
corpus,cui uita ſemper exhibetur, ce leſti conditione participare dicendum eſt.
Quapropter anima om nis rationalis,habet corpus æternum, quod Vehiculum
appellant, cuiſemper uitam imparciatur.HæcquidēProcliſententia eſt. Quan
quamPlotinus et lamblichus credantpoſſefieri, utanima noftrae. tiam quandoơ
ſine corpore fit. Sed dehis alibi latius. ARISTOTELE quo in fecundo libro de
Generatione animalium, Omnis, inquit, animæ ſiueuirtus, ſiuepotentia, corpus
aliquod participare uidetur, idő magis diuinum,quàmea quæ elementa appellantur.
Ex quibus uerbis colligere poſſumus, Ariſtotelem cenſuille, cum animaradio
nalialiquod effe corpus,quod cælo proportione reſpondeat. Quod etiam Themiſtius
in ea paraphraſi, quam in primum librumde A nimaedidit, de mente Ariſtotelis
affirmat. Quapropter in omni ani. marationali geminus eft amor. Quorum alter
pulchritudinemin telligibilem,alter ueròſeminalem explicare in corpore materias
af fectat. Quo euenit,utinanima
omnirationali,cæleftis ſit amor,lice tiam et plebeius. Habet et alia ratione
utrun amorem animano ſtra. Nam liquando ſenſibilis pulchri ſpecie excitata
præcipitatina moremexplicandorum feminum,proindeq pulchro illo potiri im
potenter affectat,ut pulchram ſobolem in eo progeneret,plebeio a
moreoccuparidicendumeft. Rapit enim deorſum implicatớ ani mamgenerationi
huiuſmodiamor. Quod quidemanimæ maximu malumeſt. Atuerò fieodem pulchro
nonadgenerationem, ſed ad contemplationem utatur,quaſihuius beneficiodiuinæ
pulchritudi nisreminiſcatur, quis ambigat,amore diuino incendir Quandoqui dem
in diuinam pulchritudinem reuocatur, unde facilis in bonum eítaſcenſus. Quo
fit, ut hic amor ſummopere laudandus extollen á dusclit: ille uerò ſummopere
uituperandus. Declaratumeft, quid Venusſignificet: declaratum quoque quid fit
pulchritudo, ubi fitprimò, ubi deinceps: quòdpulchritu do
noneſtamorismateria,fed finis: quòd nonelt idex, necin ideis: quòd amor nullam
habet pulchri poſſeſsionem, ſed potius mer dium tenet locum inter pulchrum
atque non pulchrum: quod to. tidem ſunt amorum genera, quot pulchritudinum:
quòd pul chritudo omnis ad cæleſtem plebeiámque reducitur, quo fit ut amor
partim plebeius, partim cæleſtis ſit: quòd in omni ani. ma rationali utrunque
amorem ſit inuenire, in noftra autem duplici ratione. In præſentia uerò reſtat, ut diuiniPlatonis fer e uc
uc monem interpretemur. Pauſanias apud ACCADEMIA laudaturus AMORE, improbat
FEDRO, quodliclaudarit,quali unus ſimplex (pa mor,atą is rectus
honeſtusõpeſſet. Quoniam uerò non unus ſim plexoelt, oportet,inquit, declarare
nos prius, quot ſunt Amores, quis laude dignus, quis minimé.Eftautem
laudedignus,qui bonus et àbono,& in bonum. Qui uerò necbonuseſt, neqz à
bono, neq; in bonum:tantum abeſtutlaudari debeat, ut etiam uituperatione ſit di
gnus. Qui uerò cauſa eſt maximorum bonorum,hunc ipſum bonū effe,nemoeſtomnium
qui ambigat. Contrà uerò, quimaximorum malorum cauſaeſt, nónne &ipfemalus
eſt putandus. Quapropter illé reuera laudanduseſt,quibonorumnobis auctor eſt.
Contrà ue rò ille uituperandus,à quo nobismala eueniunt. Videndum igitur primò,quot ſunt
amores. Amor, inquit, femper Venerem comita tur. Quapropterfi una eſfet
Venus,unus &Amor utique eſſet. At quoniam duo ſunt Veneres, altera cælo
nata, fine matre quę cæleſtis Venusdicitur: altera uerò,quæ Plebeia nuncupatur,
ex loueac Dio ne progenita: propterea duos eſfe Amores neceſſe eſt. Quorū
alter.cæleftis eft, illeſcilicet, qui cæleſtem Venerem: alter uero plebeius,
qui plebeiam comitatur. Dux,inquit, Veneres ſunt, hoceft,duo pul chritudinis
genera: ut Plotinum, alios omittamus. Nam Plotinus putat, Venerem eſleipſam
animam. Nosautem oſtendimus interex ordia ſermonis huius,ex his quæ à ACCADEMIA
dicuntur in Phædro, Venerem nihil aliud, præter pulchritudinem, SIGNIFICARE.
Cui quidem sententiæ Hermias Ammonius adftipulatur.Namin Phędro,ubiex ponit
illud Platonis, Furoris amatorñ patrociniū tributum eſſe Veneri, apertè
dicit,Venerem SIGNIFICARE pulchritudinem. Sed Hermiæ auctoritas contra Plotinum
afferendanoneſt. Satis autem mihi ſit, poſſe ex Platonis ſententia
probabiliratione defendere,Venerem ef ſe pulchritudinem. Quod quidem etiam
obnixè contenderem, ni magnus Plotinus meremoraretur. Tantum enimei uiro
tribuendű cenfeo,utexiſtimem, huncipſum primo longè eſſe propiorë quàm tertio,
fiue is ſitNumenius Pythagoræus, fiue lamblichus Chalcidæ us (quem inter
homines deum facit Iulianus Imperator) ſiueſitmag. nus Syrianus,quem Proclus
non ſecus acnumen colic. Ergo dug Veneres, hoceſt, duo pulchritudinis genera
ſint: quarum alteramdi cit Cælo natam finematre: alteram louis Dionesof
stirpem. Vetus est dogma (cui Plotinus, quiğz Plotinum ſequuti ſunt,
Porphyrius, Amelius Longinusadftipulantur) tria effe rerü omnium principia,
Perſeunum,Mentem, Animam. Aperſeuno eſſe Mentem, quam uocant Mundum
intelligibilem, à Menteeſſe Animam, ab Anima uerò uniuerſum ſenſibilem
mundumprocedere. Per ſe unum rebus elargiri unitatem: Mentemſiue mundum
intelligibilem elargiricon ftantiam:Animamueròmotum. Rurfus,per ſeunum
quandoque Cælumappellari, Mentemuerò Satúrnum, Animam lovem. His itaqz
conſtitutis, poſſumus dicere, E Cælo,hoceft, ex primo rerum omnium principio,
quodper ſe unumdicitur,natameffe Venerem, ideſt, primam pulchritudinem,
quæprimò in ipſo perſe animali ef fulget. Natam,inquam,exipſo per reuno,
quoniam intellectus fiue ipfum perfe animal, in quoeſt prima pulchritudo,ex
ipſo perfe uno prodïjt. Natam porrò ſinematre,quoniam proceſsio huiuſmodi nul
Ioantecedente indiget fubiecto, quemadmodum rebus naturalibus euenit. Prodit
enim ſecundum à primo, per fimplicem quandam proceſsionem (ſicuti lumen à Sole
prodit ) eius potentia totaeft. in producentis uirtute. Quo pacto dicimus
&animam ab intelle ctu, et materiam ab anima prouenire. In toto hocproceſſu
concin git, ſex rerumordines obſeruare. Ipfum per fe unum, Mundumin
telligibilemn,Animam ipſam,Naturam animæ inſtrumentum, Cor pusMateriam,. Infra
autem noneſt deſcenſus. Vnde et Orpheus, In ſexta, inquit, progeniecantilenæ
ornatum finite. Quod ctiamin Philebo uſurpat diuinus Plato. Poteft &alia ratione,
acnondeteri ore fortaſſe, Venerem dici Cælifiliam eſſe. Namin CRATILO dictum
eſt,Cælum efle aſpectum in fuperiora intuentem: Saturnum purita tem
intellectus: Iouem uerò uiuentem, et perquemuita, ita ſcilicet, atis aſpectus,
quo mundusintelligibilis per fe unum intuetur, Cæ. lumappelletur: is uerò, quo
ſeipſum uidet, Saturnus, quali lit pura intelligentia, in ueritatem incumbens:
Iupiter uerò ſit Mundusin telligibilis,quatenus uidet feextra feipſum
participabilem eſſe.Qui quidem dicitur mundi opifex, quandoquidem mundi
principium eſt.Quo euenit, ut recta ratione tum uiuens dicatur, tum etiam per
quemuita. Viuens quidem, quoniamprincipium eſtefficiendi. Ac uero per quem
uita, quoniam fingula ſuum hinc habent efficiendi modum. Is igituraſpectus, qui
in ſuperiora intuetur, merito in eum ſenſum reduci poteft, quem naturæ paulo
ante appellauimus.Qui propterea Cælum recta ratione dicitur, quandoquidem
principi umeſt, quo per fe bonum ſingula præfentiant. Huius quidem Cæ li Venusfilia
dici poteſt: quoniam pulchritudo intelligibilis, quæ cæleſtis Venus eſt, hinc
habet originem. Nam hicſenſus
princi piumeftuitæ. Quo fit, ut etiam ſit principium pulchritudinis.
Pulchritudo ením uitam fequitur, ut dictumeft. Eft autem fine matre:
quoniamnondummateria erat, quæmaterappellatur: quando pri mapulchritudo longè
materiani antecedit. Plotinus uidetur àdi uino Platone diſſentire,qui dicit,
Veneremcæleftem Saturni ſtir pem, fo pemeſſe.Putat enim Veneremeſſe animam,quæ
àprimo intellectu procedit.Sed hęchactenus de cæleſti Venere. Nuncuerò de
plebeia agendűeft.Plato dicit,plebeia Venerem louis acDiones ſtirpē eſſe,
afferens habere matré, quã Cæleſtis Venusnon habebat. Iupiter SIGNIFICAT mundi
animam, quemadmodūpatet ex his,quædicútur in Phę dro.Magnus uciądux in Celo
lupiter,citans alatū currum,primus incedit,exornans cuncta,prouide diſponens.
Huncſequitur deorum dæmon umą exercitus, per undecim partes ordinatus. Solà
autem in deorumædemanec Veſta.Ex quibus uerbis palàm effe po teft, louem
eſſemundi animam. In Philæbo quoque dicit ACCADEMIA, In
magno loue eſſe regium intellectum, eſſe et regiam animam: lig. nificans,mundi
animam tumuninerſali intelligentia, tumetiam uni uerſaliuita præditameſſe. Ergo
Iupiter mundi anima eſt; ſecun, dùm Platonem. Dione autem Materia dici poteſt.
Anima enim quælupiter appellatur, mundumproducere debet. Mundusautem materia
indiget. Quo fit, ut mundo neceſſaria ſit, non quidem ſim pliciter,fed ex
ſuppoſitione.Námſidomus fieri debet, talis aut talis materia fit neceffe eft.
Vnde et Ariſtoteles materiam appellauit ner ceſsitatem ex ſuppoſitione. Plato
quoqiri Timæo dicit; mundum ex mente &neceſsitate,id eft, ex materia eſſe
conſtituium: quaſi ma teria neceſſaria fit. Si igituranima mundum producere
debet, mà. teriam quo producat neceſſeeſt. Quo euenit, ut Dionérectara tiónė
diči poſsit: quando quidemand trüdros, hoceſt, à loue trahit originem. Eft
itaque plebeia Venus, louis Dioneső filia:quoniam ſe minaria naturæ pulchritudo
tum pendet à mundi anima, cuius eſt inſtrumentum ad generationem, tum etiam materiam
mundo ne. ceſſariam reſpicit: quæ propterea amat eſſe mater, quòd ſuopte
ingenio gremium eſt formarum omnium. Dicitur autem plebeia; quandoquidemi
cūſenſu materias commercium habet. Quod enim àmateria ſeiungiturubi, ueritatis
participat, cæleftem diuinámque conditionem præ fe ferre credendum eft. Ergo
cùm duæ fint pul chritudines,diuina fcilicet,ac plebeia, duo quoque Amores ſint
ñes ceſſeeſt. Amor enim femper pulchritudinem ſequitur. Diuinæ pulchritudinis
Amor diuinuseſt: qui non folùm diuina pulchritudi: ne perfrui affectat, uerùm
etiam hanc candem exprimere per mo dum feminis. Plebeiæ pulchritudinis
amor&ipfe plebeius. Hic autem principium eſt generationis, quando
pulchritudinem ini materiaper modum ſpectaculi exprimere nequit, citra formarum
omniumexplicationem: Sed ambigi poteſt,quo pacto dictum ſic, quot ſunt
pulchritu dines, totidem efle Amores, Nónne pulchritudo finis Amoris eft: is At
vero quid prohibet, fi finiseſtunus,ea quæ ſuntgratia illius,mul taelle: Sicut
etiam nihil prohibet, exemplar unum eſſe, multa ue. rò quæreferuntexemplar.
Vnus enim Hercules eſt: Herculis autem imagines complures. Vnde&illud
ACCADEMIA in TIMEO (si veda) in contro uerliam trahitur, propterea, inquit,
munduseft unus, quoniamex emplar unumimitatur. Nam ſiunius exempli multæ
imagines eſſe poflunt,quomododictum eſt mundum propterea unum eſſe,quo. niam
exemplar unum imitetur: Ariſtoteles cùm uellet oftendere, Mundum eſſeunium, ex
tota ſua materia conſtitutum effedixit. Edli enimaliudmundus eft,aliud ſua
mundo eſſentia: non tamen conti nuo euenit,ut uel plures fintmundi,uel plures
contingat fore: qua. ſi ſpecies, quæ fit in materia, femper amet eſſe
uniuerfale. Suntau tem plura ſub eadem fpecie, quæcunque ſibi ſuæ materiæ
aſſumunt particulam: ut equus,utleo, et fi quaſuntalia generis eiuſdem. At uerò
quæcunqextota materia fua conſtant, hæc quidem ſingulain ſingulis
funt.Exhisautem mundus eſt. Dehisabundèin primo li brodeCælo agitAriſtoteles.
Vnde colligere poſsumus,materia copiam,multitudinemindicare ſingularium.Quod
etiam in undeci. Mo Rerumdiuinarum clara voce dictum eſt. Verumenimuero de
claremus primò diuinum Platonem rectè dixiſse, qui aſseruit in Ti.
mæo,mundumpropterea unumeſse, quòd exemplar unum imita. tur.Deinde declarandum
nobis eſt, totidem efse Amores, quotſune pulchritudines.Tametfi pulchritudo
finis eſt Amoris. Plato igitur oftenſurus,muudum eſse unum,non ex eo oftendit,
quòdmateria eſt una (quemadmodum LIZIO fecit ) nec exco, quòd mundi essentia in
corpus unum occurrat,ficut Stoicicomminiſcuntur. Aut enim ſolus,aut maximèuſus
eſt præcognofcente cauſa,quemadmo. dum inquit Theophraſtus.Nam mundum eſse
unum, acceptumre. fert exemplaricaufæ. Sienim exemplar unum, opifex unus,neceſse eft et mundum
eſseunum. Nam opifexunus dum perfectiſsimèexo primit exemplar unum, omnes
exprimendi numeros impleat ne ceſse eſt. Alioquinon
perfectiſsimèexprimeret. Huiuſmodi autem expreſsio nonniſi in uno perfectiſsima
eſt. Si enim multa eſsent, quæ perfectiſsimè exprimuntur, quid prohiberet, in
infinituma bire: At aſserere, ab uno opifice infinitos eſse mundos, ſtupidi
omnino mancipñ eſt. Non eft igitur dicendum, multa eſse quæ perfectiſsimè
exprimuntur. Sed neque etiam aliud alio eſse perfe ctius, quandoquidem
perfectiſsimum obuiam fieret. At fi uel plu. ra, uel exquiſitius in perfectiſsimo
continentur, nónne cætera fu perfluent: Quaproptermeaquidem ſententia, rectè
adſtructum eft. Si exemplareſt unum,
opifex unus, neceſse eſt &mundum eſseu num. Acexemplareſſeunum, opificem
unum, facilè oftendi poteſta Sienim multa exemplaria eſſent,autæquè perfecta
dixeris,autaliud alio ex his præſtantius. Fieri autem nequit, ut æquè perfecta
fint, quandoquidem ſingula ualerent idem. Quo euenit, ut unum fatis ſit. Sin
autem aliud alio perfectiuseft,nónne in id,quod eſt præſtan tius, ſemper opifex
intuebitur unde et cætera nulli uſui fuerint. Si. mili ratione de opifice
adftruendum. Quapropter recte dictumeſt à diuino PLATONE, Mundum propterea unum
eſſe, quòd exemplar unumimitetur. Quo fit, ut facillimè ea ratio refutari
poſsit, quæ co nabatur oſtendere,non continuòmundumeſfeunum, quòd exem plar
unumimitaretur: quando uidemus, exemplaris unius multa ſi mulachra eſſe.
Namomnino fierinequit, utmulta ſimulachra exem plarisſint unius, ſi ſit opifex
unus, ifíp perfectiſsimus: cuiuſmodi mundi opifex eſt.Nam multitudo
fimulachrorum, autex opificis de bilitate: autex multitudine uarietateof fic.
Quòdfiobijcitur, ani marum ideameſleunam, opificem unum, huncés perfectiſsimum:
complures tamenanimaseſſe. Adhæc,leonis autequi, et fiqua ſunt generis eiufdem,
ideam eſſe unam, complura tamen quæ ideam i plamimitentur. Nos ad
hæcreſpondeamus,non eſſe animarum om nium ideam unam, proinde nec exemplarunum.
Sed fingulas ani mas, ſingulas habere ideas. Vnde et animæ omnesrationales, de
ACCADEMIA fententia,fpecie differunt. Quodetiamſenliſſe Ariſtotelem non
ambigimus. In his,inquit,quæ ſunt ſeorſumà materia, idem res ipfaeft,& fuum
rei eſſe. At intellectum ſiue rationalem animam ſe orſum eſſe,ſecundùm
Ariſtotelem facilè dabuntij, qui multis in lo cis Ariſtocelis uerba attentè
legerint. Themiſtius in tertio libro de Anima dicit de mente LIZIO, intellectum
illuminantem eſseu num, illuminatosuerò aclubinde illuminantes complures. Quoe.
uenit,uttum multi ſint,tum etiam ſpecie differences. Quapropter et animarum
diſcurſiones, et uitæ, ſpecie differunt: ſicut etiam &cor pora. Sedde his
alibi latius agendum eſt. Satis eſt auteminpræſen tia declaraſſe,animarum
omniumnon eſſeideam unam. Soluitur et alia ratio.Nam propterealeoniseftidea
una, exemplar unum, par ticipatus uerò mulci:quoniam idquodexprimit in materia,
non eſt unum ac perfectum,ficutimundiopifex unus perfectusoz eſt. Con currunt
enim dij mundani, et cælum ac cauſæ particulares, ad i pfam rerum generationem.
Quod etiam Ariſtoteles clara vocete ſtatur,dicens, ab homine et ſole hominem
generari, Hactenusdeclaratum eft, liexemplareſtunū, quo pacto id, quod
exemplarimitatur,unumeft, quo pacto contingitmultitudinem in cidere. Nuncuerò
reſtat, ut eirationi reſiſtamus, qua adftruitur, non elle totidem Amores,
quotpulchritudines, propterea quòd concin git finemeſſeunum:complura uerò, quæ
illius gratia ſunt. Nampul chritudò finiseft amoris. Dicimusigitur, id quod
habetrationemfi nis,expetibile effe:atqzidquod reueraomnium finiseſt, reuera
quo que acmaximè expetibile. Qua propter quoniamper ſeunum &per
febonnmomnium eſt finis,reuera et primòab omnibus effe expe tibile. Vndeapud
Ariſtotelem legas,bonumid efTe, quodomnia ap petunt. Significatur enim idquodab
omnibus, fed pro ſua cuiuſque facultate,expetitur,eſleid,quodreueraac primò
bonumeſt. Cum itaqs expetibile moueat appetitum,
ubi plura expetibilia ſunt, toti demeſſe appetitus generaneceſſe eſt. Appetitus
enim ſemper expeci bile ſequitur,eiuſdem eftutrunqß contemplari; quaſi natura
con iuncta lint. Vbiuerò unumexpetibile, appetendigenusunumquo. queſitoportet.
Quo fit,cùm unum idem's omnibus commune bo, numſit, unum
quoqlıtomnibuscommuneappetendi genus.Om nia enim ſibi bonumadeffe cupiunt:cuius
gratia agunt, quicquida gunt. Atqz ita in cunctis unum eſt. Præter autem id
bonum,quod cùm primò bonum ſit, omnibusadeſt, ſuntalia et bonorum genera,
quorumſuus cuiuſeftappetitus: cuiuſmodi pulchrumeft, cuiuſ modiiuſtī, et fi qua
ſuntgeneris eiuſdem. Rectè igiturà diuino Platone dičtum eſt,totidem effè
AMORE, quot ſunt Veneres. Venus énimpulchritudo eſt:amor autem pulchritudinis
deſiderium. Cum igiturduæ ſint pulchritudines,altera diuina accæleſtis,altera
plebe. ia ac ſenſui obnoxia: ſintóshæc genera duo expetibilium:neceffe eft,
totidem quoq; effe appetendigenera,qui duo ſunt AMORE. Atque ſicmea quidem fententia
fortèmelius, quàm quibus uiſumeft, pul chritudinem AMORE esse materiam. Ex his
ratio illa facilè diffolui tur. Adftruitenim polito appetibili uno, contingere,
ut complures illius fint appetitus. Cui quidem manus dandæ ſunt, non tamen
continuo pluraelle appetendi genera: quod quidem adſtruendum érat. Nam
pulchritudo fi unafit, etſi nihil prohibet inultos illius Amores efle, unum
tamen fuerit amandi genus. Quoniam uero duæ pulchritudines ſunt, duoquoq amandi
genera ſint neceffe eſt. Acą hanc ego exiſtimo ueriſsimam diuini Platonis
ſententiam èffe: arguimerito, quòd Amorum alterum cæleftem, alterum ple bcium
appellauit: quoniami altera pulchritudo diuina ſeparabiliság dicitur, altera
plebeia, accumimateria communićañs: quali ex inge nio appetibilis appetitus
ipſe ſitæſtimandus. Hactenus de his amoribus tranſegimus, quiomnibus animis
inſunt, ſiue hæ deorum ſint, fiue dæmonum, ſiue illius generis, quodcorpus
caducum ſibi induit, cuiuſmodi hominum animę funt. Nunc uerò ñ amores ſunt
expediendi, qui propriè hominum dici poſſunt,ſiuenos rapiant in generationem,
ſiue in diuinam pulchri tudinem reuocent. Atqui ſenſibilis mundi huius
pulchritudo, intel ligibilis exemplarisógillius eſt imago. Huius quàm ſimillima
eſtcu iufuis hominis pulchritudo. Anima enim omnis rationalis totius inanimati
curam habet: ut in Phædro dictum eſt. Quofit,utquaf: cung ſpecies ſortiatur,
ſiue deorum uitam uiuens, ſiue cæleſtem ac dæmonicam,fiuecorpus terrenum,
elementarech nacta, totius ſem per ingenium præ ſe ferant. Quapropter compacta mortali corpori, etſi
uideturanguſti carceris miniſterio detineri, omnem tamen in eo explicat
uniuerſi facultatem, quaſi ubicunqz ſit uniuerſum produs ctura. Ex quo ueteres
Theologi hominem paruum mundumap pellarunt. Fieri enim nequit,quando anima
omnis eft uniuerſum,. quin profuo efficiatingenio, ubicunq efficit. Hinc legas
apud Platonemin primo libro de Legibus, hominem eſſe miraculum quod. dam
diuinum,in animantium genere, fiue ludo ſeu ſtudio quodam à ſuperis
conſtitutum. In ſeptimo quoc eiuſdem operis, Deus, in quit, omni beato
ſtudiodignus eſt:homo uerò deiludo eſt fietus.Ex quibus uerbis colligi poteſt,
hominem habereomnia in numerato, quæcunqmundus ipfe habet. Nampropterea dicitur
dei ludo con ftitutus,quoniam ueluti Simia deum ipſum imitatus, fuo quodam modo
fit uniuerſum. Siigitur hæcitafe habent, quis ambigat, hominis pulchritudinem
ipſius mundi pulchritudinis quàm ſimillimarn effe: Quicuno itaq;
huiuſmodiſpectaculo delectatus, in Amorem declinat generationis, hic plebeio
amore detineri iure dicitur. None nim obaliud quæritaffectató pulchrum,niſi
quoniam credit ſepol fe in co generationem conſummare. Amator autem
talisaggreditur, quodcunqobtigit, ſiue mas ſit, ſeu fæmina. Fæminãquidem, quoni
amhocinſtrumentū neceſſariū eſt ad generationē.Fieri enim nequit, utcitra
fæminam generatio abſoluatur. Fæmina enim ſi credimus Ariſtoteli, materiçuicem
gerit:Eſtenim fæmina mas lęſus, utillein quit. Marē uerò,quoniã quandoquſą adeo
inſanit, uſą adeo impo tenti uoluptate delinitur, ut credat ſeibi generationé
conficere pofle, unde ſummum hauriat uoluptatis. Quofit,ut cecus omnino in
pudo. rem temere graſſecur. Amatautēcorpus magis quàm animữ. Quan.
doquidéanimus diuina res eſt,diuino amoreprofequenda. Ille uerò iã totusà
diuino abhorret. Quo fit,ut corpus magis probet uolupta tū miniſteria
exhibitură. Amatquo et potius
ſinementehomines, prudentes. Quoniam non facile est prudentes decipere, qui
mente ualentacnitunturratione. Non eft autem consilium, ea incommoda in
præsentia recensere, quod tales AMATORES suis AMATIS adeffe cupiunt.
Quidenimaliuddiu noctub cogitant, niſiquo pacto valeant voluptatem explere:
Vndeſiamati pauperes fuerint, sine necessarios, sine clientelis, lineamicis,
adheline omnianimi cultu, cuiusmodi sunt disciplinæ bonarum artium, sine quibus
nemo VIR magnus esse potest, deniam sine DIVINA PHILOSOPHIA, quæ homines facit
prudentissimos, miruminmodum gaudent, quasiex calamitatibus eorum suam felici
tatem auspicaturi. Qua propter improbandi, reiciendi, inſectandig ſunt, tanquam
maximè pernicioſi ac noxij, quippequi genus huma num maximis detrimentis,
bonisuerò nullis afficiant. Quid igitur mirum fi legibus cautum eſt, nullo
pacto vulgares AMATORES audiendos esse, quasi impudentissimi
iniuſtissimiĝzlint: Huiusmodi igitur ac similium affectuum auctores tilla
SENSIBILIS PULCHRITUDO, quam Venerem plebeiam appellat ACCADEMIA. Trahitenim,
ut dictum eſt, rapitớs animam ad corpora (quod animæ maximum malum eſt) nisi
optimi moreš diuini acobftet PHILOSOPHIA, cuius beneficio veritatis partici
pamus. Atverò si PULCHRITUDO SENSIBILIS ſit instrumentum ad diuină
pulchritudinem, Venus cælestis VRANIA rectè dicitur: affectus õz ille, qui cir
ca hanc uersatur, AMOR quoque cælestis iure appellatur. Provocatau tem ad diuinam pulchritudinem, non fæminæ
pulchritudo, ſed maris. AMATOR enim diuinus, cùm probè nofcat fæminam
generationi deſeruire, in mare uero generationem expediri non poſle, abhorreat
autem penitusà generatione (quandoquidem totus in diuinum in hæret) fit utiqz
MASCVLÆ PVLCHRITUDINIS et fectator adeò et admirator: quippe qui pulchro uti
AMET, non tanquam in quo explicet seminalem pulchritudinem (quemadmodum euenit
plebeio AMATORI) fed tanquam inſtrumento, quo in domeſticam pulchritudinem, ac
tumdeinde in diuina mattollatur. Probat autem non pueros adhuc mentis expertes,
sed adoleſcentes, quimente valere iam cceperint. In certum eſt enim, an pueri
uirtute præditi futuri ſint. Ille autem in primis VIRTVTEM, optimum (Banimi
habitum admiratur. Ergo adolescens ubi furentem amicum contemplatur, quàm omni
uirtutum genere abundet, non minus obferuare ac colere debet, in omne oble
quium paratissimus, quàm deorum immortalium statuas colendas cenfet. Scit enim
cumeo divinum ad omnetempus habitare: proin de nihil aliud fibi cogitandum
efle, niſiquo pacto ualeat omne uirtu tumgenus explicare, ut diuino AMATORE
dignus AMATVS et uideatur et fit. Hactenus Pausaniæ sermonem explicasse ſatis
erit. Nam quæ dicunturde Aristogitonis et Harmodñjamicitia, quæíz deuarijsa
mandi legibus, tum apud græcos, tumetiam apud barbaros, explicanda alijs
relinquimus. Nobis enim ea duntaxat proſequi conſilium eft, quæ uideantur ad
Philoſophiam pertinere. Eros non è nato né immortale né mortale, ma nello
stesso giorno, ora fiorisce e vive, se vi riesce, ora muore, per poi
risuscitar, di nuovo. (Diotima a Socrate) Sigmund Freud, nella creazione della
psicoanalisi, dette un rilievo assolutamen- te centrale alla sessualità; per
essere più esatti le pulsioni sessuali, o libido, poi eros, rappresentarono uno
dei cardini portanti sui quali ruotò la metapsicologia freudiana, nonché la
ricostruzione delle dinamiche intrapsichiche e relazionali nelle loro
manifestazioni patologiche e non. Tutto questo è risaputo. È anche noto che al
riguardo Freud si richiamò ripetutamente all'eros di Platone. L'obbiettivo di
questo contributo è di sondare brevemente in quali forme e con quali
significati egli si riallacciò alla concezione del filosofo greco, se i
richiami risultano giustificati sul piano storico e filologico, e infine se fu
la lettura dei te- sti platonici a suggerire a Freud determinate valenze
dell'eros; dunque se vi sia una "paternità" platonica della rinomata
concezione della sessualità freudiana. Vi sono due indirizzi principali
rispetto ai quali Freud si appoggiò a Platone, che segnano al contempo due
delle più importanti vie della concettualizzazione della sessualità: l'una
concerne la sua estensione sul piano delle dinamiche psi- chiche; l'altra la
sua trasposizione sul piano biologico, a sua volta articolata in due filoni.
Seguiamo la partizione freudiana. Lo scudo della divina ACCADEMIA In
Massenpsychologie und Ich-Analyse, scritto e pubblicato, il concetto di libido,
e con esso l'estensione della sessualità in esso presupposta, è diret- tamente
ricondotto a tutto ciò che rientra nell'universo semantico della parola Liebe\
ove Liebe va dal «Geschlechts-liebe mit dem Ziel der geschlechtlichen
Vereinigung» fino all'amore per le «abstrakte Ideen» Freud, Massenpsychologie
und Ich-Analyse, in Gesammelte Werke, Libido ist ein Ausdruck aus der
Affektivitatslehre. Wir heifien so die als quantitative Gròfie betrachtete -
wenn auch derzeit nicht meBbare - Energie solcher Triebe, welche mit ali dem zu
tun haben, was man als Liebe zusammenfassen kann. Wir meinen also, dass die
Spra- che mit dem Wort "Liebe" in seinen vielfàltigen Anwendungen
eine durchaus berechtigte Zusammenfassung geschaffen hat, und dass wir nichts
Besseres tun konnen, als dieselbe auch SOLINAS Difendendo tale operazione dallo
«Sturm von EntrUstung» che sollevò, Freud si riallaccia direttamente a Platone:
Und doch hat die Psychoanalyse mit dieser "erweiterten" Auffassung
der Liebe nichts Originelles geschaffen. Der "Eros" des Philosophen
Plato zeigt in seiner Herkunft, Leistung und Beziehung zur Geschlechtsliebe
eine vollkommene Deckung mit der Liebeskraft, der Libido der Psychoanalyse, wie
Nachmansohn und Pfister im Einzelnen dargelegt haben. Diese Liebestriebe werden
nun in der Psychoanalyse a potiori und von ihrer Herkunft her Sexualtriebe
geheifien. Il tono essenzialmente difensivo del richiamo a PLATONE emerge in
modo ancor più esplicito nell'immediato prosieguo: Wer die Sexualitat fllr
etwas die menschliche Natur Beschàmendes und Erniedrigendes halt, dem steht es
ja frei, sich der vornehmeren Ausdrucke Eros und Erotik zu bedienen. Ich kann
nicht finden, daB irgend ein Verdienst daran ist, sich der Sexualitat zu
schamen; das grìechische Wort Eros, das den Schimpf lindem soli, ist doch
schliefllich nichts anderes als die Obersetzung unseres deutschen Wortes Liebe.
Considerazioni analoghe, e con la stessa identica intenzione difensiva, aveva
svolto del resto Freud l'anno prima, nella nuova prefazione ai tanto celebri
quanto discussi Drei Abhandlugen zur Sexualtheorie, quando ricordava a tutti
coloro che lo accusavano, indignati, di "Pansexualismus": «wie nane
die erwei- terte Sexualitat der Psychoanalyse mit dem Eros des gSttlichen
Platon zusam- mentrifft» Per individuare i dialoghi platonici cui si riferisce
qua Freud vi sono due elementi principali: i suoi precedenti richiami al
Simposio e il rimando ai saggi di Nachmansohn e Pfister. Quest'ultimo, nel suo
brevissimo Plato als Vorlàufer der Psychoanalyse presenta una panoramica
complessiva dell'eros nel Simposio delineandone la convergenza con la libido e
la sublimazione freudiane Nachmansohn nel suo Freuds Libidotheorie verglichen
mit der Eroslehre Platos, pubblicato fin dal 1915, aveva del resto già mostrato
che unseren wissenschaftliche Erorterungen und Darstellungen zugrunde zu
legen». Tutte le ope- re di Freud sono citate dai Gesammelte Werke, Chronologisch
geordnet, Frankfurt am Main. Assoun, Freud, la filosofia e i filosofi, Roma
[ed. or. Freud la Philosophie et les Philosophes, Paris 1976] commenta: «L'Eros
platonico è la forma originaria di quella sintesi che la stessa psicoanalisi
promuove attraverso il suo con- cetto di libido, Freud, Vorwort zur vierten
Auflage, Drei Abhandlugen zur Sexualtheorie, GW, rimandando anche qui a
Nachmansohn. 6 Cfr. O. Pfister, Plato als Vorlàufer der Psychoanlyse,
«Internationale Zeitschrift Air Psychoanalyse, qui p. 267 sg.: nell'ascesa
erotica descrìtta da Diotima si ritrova «ciò che Freud chiama sublimazione.nel
Simposio, ma anche nel Fedro e nella Repubblica, era contenuta una conce- zione
dell'eros equivalente a quella psicoanalitica, sia quanto all'estensione se-
mantica sia quanto al concetto di sublimazione 7. Le coordinate testuali entro
le quali si inscrivono i richiami freudiani sono dunque rappresentate da questi
tre dialoghi. Quanto al Fedro, Freud stesso avrebbe di lì a poco adottato -
tacitamente - la metafora del cavaliere quale emblema dell'utilizzo da parte
dell'Io dell'energia erotica dell'Es 8, rielaborando così l'immagine della biga
alata richiamata da Nachmansohn 9. Quanto alla Repubblica, citata da Freud in
riferimento al sogno 10, è stato scritto molto rispetto alle affinità con la
concezione psicoanalitica (in parte intuite da Nachmansohn) 1 a cominciare
dalla idraulica dell' epithymia, alle modalità di gestione repressive e
sublimanti del desiderio, all'analisi dell'emersione onirica 12 ; tale questione
ci allontanerebbe però dal nostro tema perché più che di paternità sembrerebbe
qui trattarsi di anticipazioni; veniamo dunque al Simposio e cerchiamo di
capire se l'estensione freudiana vi trovi effettiva corrispondenza. Nel
discorso di Socrate-Diotima ove è contenuta la concezione che può esser
considerata rappresentare quella di Platone, l'eros si configura anzitutto
quale forza sessuale in senso stretto, riproduttiva: è in virtù di eros che
uomini e Cfr.Nachmansohn, Freuds Libidotheorie verglichen mit der Eroslehre
Platos, Zeitschrift filr Àrztliche Psychoanalyse. L’ACCADEMIA anticipa la
concezione della libido e la concezione della sublimazione di Freud: l'eros
copre infatti tutte quelle manifestazioni che vanno dall'istinto di
conservazione alI'amore per la scienza. Freud, Das Ich und das Es, GW; Id.,
Nette Folge der Vorlesungen zur Einflihrung in die Psychoanalyse, GW, voi. XV,
p. 83. Sulla paternità platonica dell'im- magine cfr. tra gli altri A. Kenny,
Meritai Health in Plato 's Republic, in Id., The Anatomy of the Soul, Bristol
and Oxford Price, Mental Conflict, London and New York Nachmansohn, si richiama
alla Vernunft quale Lenker der Seele rimandando direttamente a Fedro, ovvero ai
passi del mito della biga. Sui richiami a Repubblica, cfr. S. Freud, Die
Traumdeutung, GW, voi. II/III, p. 70 e p. 625, entrambi aggiunti nel 1914, e
Id., Vorlesungen zur Einfuhrung in die Psychoanalyse, GW. Cfr. Nachmanoshn:
«Die Sublimierungstheorie Freuds fìndet sich schon ausfuhrlicher bei Plato und "der
Staat" bringt noch eine noch auszubeutende padagogische Lehre, um die
Sublimierung des Eros in die Wege zu leiten». 12 Cfr. ad esempio W. Jaeger, Paideia, voi. Ili,
Berlin Popper, The Open Society and its Enemies, London 1 966, voi. I, p. 313;
C.H. Kahn, Plato's Theory of Desire, «Review of Metaphysics; A. Kenny, Price,
Plato and Freud, in C. Gill (ed. by), The Person and the Human Mind, Oxford,
soprattutto pp. 261-3; J. Lear, Open Minded, Cambridge 1998, p. 10 sg. e p.
108; M. Stella, Freud e la "Repubblica": l'anima, la società, la
gerar- chia, in M. Vegetti (a cura di), Platone, La Repubblica, Napoli 1998,
voi. HI, pp. 287-336. Ho cercato di affrontare
alcune di tali questioni in M. Solinas, Unterdriickung, Traum und Unbewusstes
in Platons «Politeia» und bei Freud, «Philosophisches Jahrbuch» 111, 2004, pp.
90-112. animali «sentono il desiderio di generare (yevvav è7tt0i)u/n,o-Tj)»
(207 a). Il con- cetto viene quindi "esteso", sì da risultare il
fondamento di ogni tipo di amore, come emerge nella celebre ascesa erotica: se
il giovane all'inzio «deve amare (èpfiv) un determinato corpo», poi «bisogna
far sì che divenga l'amante (èpaornv) di tutti i corpi belli, e che allenti la
veemente passione per uno solo», in modo da poter amare «la bellezza ch'è nelle
psychai», esser «indotto a con- templare il bello che è nelle istituzioni e
nelle leggi», nelle scienze, fino alla contemplazione della bellezza in sé.
Così, il giovane che «è stato educato nell'eros (npòq xà èpamKà naiSaycoYtiGfì)
fino a questo punto» giungerà alla conoscenza; è perciò grazie alla forza
dell'eros che si può giun- gere alla philo-sophia. Platone si riallaccia così
alla precedente defini- zione della philosophia quale desiderio (epithymia)
erotico per la sapienza di cui si è privi (200 a-e). In sintesi, l'eros, volto
originariamente alla procreazione sessuale, grazie alle corrette modalità
pedagogiche adottate a livello extrapsichico, mostra di po- ter essere
modellato, plasmato intrapsichicamente, "sublimato" utilizzando il
linguaggio freudiano, sì da trasformarsi da forza sessuale in forza amorosa, in
eros-philia o Liebestrieb come potremmo dire 14. Da questo punto di vista la
vollkommene Deckung quanto a Herkunft, Leistung und Beziehung zur Geschle-
chtsliebe tra eros e libido individuata da Freud (come da Nachmansohn, Pfister
e più tardi da molti altri commentatori) si rivela sostanzialmente corretta;
sebbene la convergenza sul piano ontologico e filosofico-antropologico - non
debba essere spinta oltre i confini posti dallo statuto di Eros quale «demone
me- Seguo la traduzione di CALOGERO (si veda), L’ACCADEMIA, Il Simposio, Bari.
Freud attribuirà paritariamente a Goethe e Platone una concezione aitine a
quella della sublimazione in Freud, Goethe-Preis, GW: Den Eros hat Goethe immer
hochgehalten, seine Macht nie zu verkleinern versucht, ist seinen primitiven
oder selbst mutwilligen Àufierungen nicht minder achtungsvoll gefolgt wie
seinen hochsublimier- ten und hat, wie mir scheint, seine Wesenseinheit durch
alle seine Erscheinungsformen nicht weniger entschieden vertreten als vor
Zeiten Plato». Già A.E. Taylor, Platone. L 'uomo e l'opera, trad. it., Firenze,
pur accostando l'eros all'amore cristiano ne ribadiva l'originaria forma
sessuale ed istintiva di «desiderio bramoso. Tra i tanti crìtici si veda ad
esempio Dodds I Greci e l'Irrazionale, Firenze [ed. or. The Greeks And The
Irrational, Berkeley/Los Angeles/London 1951] che commentando il Simposio
scrive: Platone qui si avvicina molto al concetto freudiano di libido e
sublimazione. Nello stesso senso
va Tourney, Freud and the Greeks, History of the Behavioral Sciences; H.
Marcuse, Eros e civiltà, Torino [ed. or. Eros
and CMlisation. A Philosophical Inquiry into Freud, Boston, scrive che l'ascesa
rappresenta una «sublimazione non repressiva; VEGETTI (si veda), L'etica degli
antichi, Bari., senza rimandare a Freud, scrive che nel Simposio si tratta di
eros sublimato. diatore, e dal legame, invero assai significativo, tra
desiderio erotico e bellezza, originario in Platone, derivato in Freud. In
conclusione, la paternità storica della concezione freudiana della libido quale
estensione o ampliamento della sessualità spetta di diritto a Platone. Con
paternità però in questo caso non si deve pensare ad una influenza diretta del
pensiero platonico su Freud; la teorìa della libido infatti, sia quanto
all'adozione del termine (latino), che rìsale ai primissimi testi di Freud 17,
sia quanto al modello di funzionamento che ne permette la sublimazione,
anch'esso di antica data 18, non sembra infatti esser stata suggerita dalla
lettura dei testi platonici. Resta invece il fatto che Freud poteva
legittimamente farsi scudo dell'autorità della divina ACCADEMIA, e questa era
in verità la sua primaria intenzione, di fronte all'indignazione ed alle
proteste sollevatesi da più parti contro la sua teoria che attribuiva all'eros
si grande rilievo pressoché a tutti i livelli della vita psichica, rinvenendo
nell'antico filosofo greco un precursore. Platone levava ancora una volta alta
la sua voce, questa volta a difender però la potenza 'positiva' di un'energia
psichica, l'eros, per tanti secoli temuta quanto bistrattata, anche in suo
nome. Il discorso sulla "paternità" dell'eros assume invece un'altra
direzione ove si prenda in considerazione l'estensione della libido o dell'eros
al piano biologico; con ciò veniamo al secondo significato attribuito all'eros.
I due suggerimenti del Simposio Jenseits des Lustprinzips segna una tappa
fondamentale per la psicoanalisi perché in esso Freud inaugura la nuova
concezione dualistica delle pulsioni di vita e di morte (che qui tralasciamo),
attribuisce ad entrambe carattere regressivo, e adotta una concezione per cui
la pulsione sessuale, o libido, o meglio Eros, riportato sul piano cellulare,
viene identificato quale forza che «alles Lebende erhalt», garantendone la
potenziale immortalità. Quanto al carattere regressivo o funzione di riprìstino
attribuito (anche) alle pulsioni sessuali, Freud richiama esplicitamente «die
Theorie, die Plato im Symposion durch Aristophanes entwickeln làBt»: l'ipotesi
esposta nel mito, scrive, «leitet nàmlich einen Trieb ab von dem Bedùrjhis nach
WiederherstelCfr. ad esempio Freud, Dos Unbehagen in der Kultur, GW: Einzig die
Ableitung aus dem Gebiet des Sexualempfìndens scheint gesichert; es wàre ein
vorbildliches Beispiel einer zielgehemmten Regung. Die "Schoneit" und
der "Reiz" sind ursprttnglich Eingeschaften des Sexualobjekts». Cfr. Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della
Psicoanalisi, trad. it., Bari. [ed. or. Vocabulaire de la psychanalyse, Paris],
per cui il termine «lo si incontra a più riprese nelle lettere e nelle minute
indirizzate a Fliess e per la prima volta nella Minuta E. lung eines fruheren
Zustandes»^ 9. Egli sintetizza il mito ricordando che anticamente v'erano i tre
generi del maschio, della femmina e dell'androgino, in cui tutto era doppio
finché Zeus non si decise a tagliarli in due, per citare infine: Weil min das
ganze Wesen entzweigeschnitten war, trieb die Sehnsucht die beiden Halften
zusammen: sie umschlangen sich mit den Handen, verflochten sich ineinander im
Verlangen, zusammenzuwachsen. Freud rinviene dunque nel mito arìstofaneo,
legittimamente, un modello che soddisfa proprio quella condizione che egli
cerca di soddisfare, ovvero la funzione della pulsione sessuale di ripristinare
uno stato precedente, di raggiungere una meta antica 21. Con ciò abbiamo una
dichiarata ammissione di paternità storica dell'eros quanto al suo carattere
regressivo. Quanto all'eros "che conserva", Freud, sempre discutendo
il Simposio, non si richiama più direttamente ad Aristofane bensì al
Dichterphilosoph; questo sembra un indizio della sua consapevolezza perlomeno
del fatto che nel mito aristofaneo il discorso sulla separazione originaria
concerne esclusivamente la natura umana, l'eros non ha la valenza biologico-universale
attribuitagli da Freud (che ora vedremo), concezione che si ritrova invece
pienamente nel discorso di Socrate-Diotima. Egli sembrerebbe dunque coniugare
parallelamente le sue due nuove concezioni attribuite all'eros e i due discorsi
del Simposio: il ripristino grazie al mito di Aristofane, la funzione
universale grazie al discorso socratico; operazione che, sebbene contravvenga
in parte al dettato platonico, mostra che Freud sembra volersi riferire ad
entrambi i discorsi, ed è ciò che qua conta Freud, Jenseìts des Lustprinzips,
GW. Cfr. ACCADEMIA, Simposio, traduz. Wilamowitz-Moellendorf. Freud scrive che
non citerebbe l'ipotesi contenuta nel mito «wenn sie nicht gerade die eine
Bedingung errullen wUrde, nach deren Erfullung wir streben». Anche Gould,
Platonic Love, London, riporta l'interpretazione freudiana del mito
esclusivamente alla questione del «carattere regressivo»; cfr. anche P.L.
Assoun, Finita la citazione prosegue Freud, Jenseits des Lustprinzips, cit., p.
63: «Sollen wir, dem Wink des Dichterphilosophen folgend, die Annahme wagen,
dass die lebende Substanz bei ihrer Belebung in Ideine Partikel zeirissen
wurde, die seither durch die Sexualtrìebe ihre Wiedervereinigung anstreben?».
Ove la liceità agli occhi di Freud di una coniugazione dei due discorsi
verrebbe confermata dall'osservazione per cui rispetto al mito, Platone «sich
nicht zu eigen gemacht, geschweige denn ihr eine so bedeutsame Stellung
angewiesen natte, hStte sie ihm nicht selbst als wahrheitshaltig
eingeleuchtet», ivi, p. 63, nota aggiunta; interpretazione che come sappiamo si
scontra irrimediabilmente con la negazione da parte di Socrate della concezione
del ripristino dell'unità originaria di Aristofane, cfr. Simposio. L'idea guida
dell'eros quale forza che alles Lebende erhàlt, assicurata dall'estensione
delle pulsioni sessuali alle singole cellule, è garantire una «potentielle
Unsterblichkeit» alla materia vivente (se si vuole: mortale): das Wesentliche
an den vom Sexualtrieb intendierten Vorgangen ist doch die Verschmelzung zweier
Zelleiber. Erst durch diese
wird bei den hoheren Lebewesen die Unsterblichkeit der lebenden Substanz
gesichert. Così, con taleAusdehnung des Libidobegriffes auf die einzelne Zelle
wandelte sich uns der Sexualtrieb zum Eros, der die Teile der lebenden Substanz
zueinanderzudràngen und zusammenzuhalten sucht» 2 ^; la sessualità converge
quindi con «den alles erhaltenden Eros», «mit dem Eros der Dichter und
Philosophen. Nel corso degli anni tale concezione
verrà conservata e ribadita per sempre da Freud, di contro a quella del
riprìstino più tardi abbandonata, e ricondotta anche in seguito esplicitamente
al Simposio: nel 1924 ad esempio scriverà che «was die Psychoanalyse Sexualitat
nannte, deckt sich mit dem allumfassenden und alles erhaltenden Eros des
Symposions P/atos», che le pulsioni sessuali vengono chiamate «erotische, ganz
im Sinne des Eros im Symposion Piatosi 1. So wilrde also die Libido unserer
Sexualtriebe mit dem Eros der Dichter und Philosophen zusammenfallen, der alles
Lebende zusammenhalt. Tale concezione era esplicitamente compresa anche in
Freud, Massenpsychologie und IchAnalyse, ove Eros alles in der Welt
zusammenhalt; si veda anche Freud, DAS ICH und das Es, GW; Id., Hemmung,
SYMPTOM und Angst, GW, voi. XIV, p. 152; Id., Das Unbehagen in der Kultur, GW;
Id., Die endliche und die unendlìche Analyse, GW, (ove è ripreso Empedocle di
GIRGENTI (si veda)); infine nel Abrifi der Psychoanalyse, GW, Freud ribadisce:
meta dell'Eros è «immer grofierere Einheiten herzustellen und so zu erhalten,
also Bindung» (Empedocle è ivi ripreso nella nota 2); egli abbandona invece
esplicitamene il carattere regressivo delle pulsioni erotiche: quanto alla
formula «dass ein Trieb die Rttckker zu einem fruheren Zustand anstrebt», «Fttr
den Eros (oder Liebestrìeb) kònnen wir eine solche Ànwendung nicht
durchfuhren». In nota chiarisce: «Dichter haben Àhnliches phantasiert, aus der
Geschichte der lebende Substanz ist uns nichts Entsprechendes bekannt»; è
scontato il rimando al mito aristofaneo. Freud, Die Widerstande gegen die
Psychoanalyse, GW: «was die Psychoanalyse Sexualitat nannte, [deckt sich]
keineswegs mit dem Drang nach Vereinigung der geschiedenen Geschlechter oder
nach Erzeugung von Lustempfindung an den Genitalien, sondern weit eher mit dem
allumfassenden und alles erhaltenden Eros des Symposions Piatosi.Freud, Warum
Krieg?, GW: «Wir nehmen an, dass die Triebe des Menschen nur von zweierlei Art
sind, entweder solche, die erhalten und vereinigen wollen, - wir Ora,
l'attribuzione di Freud trova effettivamente riscontro nel discorso di
Socrate-Diotima. Ad un primo livello eros si configura quale causa ultima che
spinge gli uomini e «tutti gli animali della terra e del cielo dapprima ad
unirsi l'uno con l'altro (av\i\iiyr\\ai àXXi\\ov;) e poi a curarsi
dell'allevamento della prole» 32. Platone amplia quindi ancor più il discorso:
«la natura mortale cerca, per quanto può, di divenire eterna ed athanatos. E
può riuscirvi solo per questa via, la via della generazione (xfj yevéoei),
perché essa lascia sempre dietro di sé un altro essere nuovo in luogo del
vecchio» 33 ; ove «ogni singola creatura vivente non conserva mai in sé le
medesime cose, ma si rigenera di continuo, deperendo in altra parte, nei
capelli, nella carne, nelle ossa, nel sangue e in tutto quanto il corpo» 34.
Conclude Platone: in virtù di tale incessante generazione «si conserva
(oró^exai) tutto ciò che è mortale, non col restare sempre assolutamente
identico, come il divino, ma in quanto ciò che invecchiando viene meno lascia
al suo posto qualcosa di nuovo e simile a sé. Con questo espediente, o Socrate,
il mortale, sia corpo sia ogni altra cosa (icori a&\ia icori zàXXa nàvxa),
partecipa dell'im-mortalità» 36. Eros viene dunque esteso a forza biologica
universale che "unisce" e "conserva" «ogni cosa» mortale
(se si vuole: vivente) garantendone la relativa e potenziale immortalità grazie
ad una sorta di macro-duplicazione, la generazione della prole, e ad una
micro-duplicazione, concernente ogni singolo elemento dell'organismo; Platone
dischiude così la via che nel XX secolo sarebbe stata battuta dall'estensione
biologico-cellulare freudiana dell'eros (che si appoggiava anche sui risultati
della giovane microbiologia di Weismann, Woodruff etc, dunque sui processi di
duplicazione» cellulare). heiflen sie erotische, ganz im Sinne des Eros im
Symposion Platos, oder sexuelle mit bewuBter Oberdehnung des populàren Begriffs
von Sexualitat, - und andere, die zerstoren und tdten wollen. ; esordisce qui
Diotima: Quale credi, o Socrate, che sia la causa di questo amore e di questo
desiderio (ocinov et vai xornot) xoO epco-Eoi; Kai tt^ èjtiG'uu.iaq)?», per
proseguire: «Non ti accorgi del tremendo stato di tutti gli animali, della
terra e del cielo, ogni volta che sentono il desiderio di generare, ammalandosi
tutti e assecondando l'impulso erotico (èpatiKcòc, Siaxi8é|XEva), che li spinge
dapprima ad unirsi l'uno con l'altro e poi a curarsi dell'allevamento della
prole?».: «fi 8vnxT| <pv>oic, £nxeì icona tò 8waxòv àtei xe etvai icaì
àOavaxoC;. StivaTal 8è xavun uóvov, xfj •yevéaei, òxi òeì KaxaXeinei èxepov
véov àvxi xoù naXaiov àXkò. véoc, àeì yiyvónevoc,, xà 8è ànoKKòq, Kai Kaxà xàc,
xpixac, sai oàpKa Kai òaxà Kai atna Kai aonjiav xò oiòua», sull'apparente
manchevolezza del testo cfr. PUCCI (si veda), ACCADEMIA, Opere complete, Bari:
«àXXà x$ xò àitiòv Kai 7taAxtiov)ievov exepov véov è^KaTaXelneiv otov ainò fjv.
Sulla natura
inconscia del desiderio cfr. Comford, THE DIVISION OF THE SOUL [CF. H. P.
GRICE, THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL] The Hibbert Journal; Price, Plato and
Freud; t. Gould. Cfr. Freud, Jenseits des Lustprinzips,
cit., pp. 46-61.Riepilogando, si deve attribuire al dialogo platonico, sia
quanto al ripristino arìstofaneo sia quanto all'eros che unisce e conserva, la
paternità della concezione adottata da Freud. In questi due casi però, rispetto
alla prima estensione del concetto di sessualità, si tratta di una paternità in
senso stretto, nel senso che Freud sembra aver ripreso direttamente da Platone
le due idee. Ad avvalorare tale ipotesi vi sono i seguenti elementi. Rispetto
al mito di Aristofane, va riconosciuto che esso, citato già nel 1833 in una
lettera all'allora fidanzata Bernays, è attestato nel corpus fin dal lontano
1905, quando Freud vi accennava nei Drei Abhandlugen zur Sexualtheorié 39 ; si
tratta dunque di una presenza (scientifica) di antica data che dopo circa
quindici anni si sarebbe andata come a solidificare in una delle teorie
biologico-filosofiche più ardite dell'intero edificio psicoanalitico. Quanto
all'eros quale forza che conserva è degno di nota sottolineare che fin dal
1910, nel suo Leonardo, Freud aveva assunto quasi tacitamente una tale
concezione ove scriveva di sfuggita che Eros «alles Lebende erhalt» 40. Ora, fa
pensare il fatto che circa tre mesi prima dall'inzio di VINCI (si veda), Freud
cita il Simposio nel saggio Sull 'uomo dei topi; discutendo del rapporto tra il
fattore negativo dell'amore e la componente sadica, in modo a dire il vero
sorprendente Freud citava in nota le parole pronunciate da Alcibiade nel dialogo
platonico: «"ja oft habe ich den Wunsch, ihn nicht mehr unter den Lebenden
zu sehen. Und doch wenn das je eintrafe, ich weiB, ich wtìrde noch viel
unglucklicher sein, so wehrlos, so ganz wehrlos bin ich gegen ihn," sagt
Alkibiades iiber den Sokrates im Symposion» 41. Se da questa citazione, per
l'appunto inaspettata ed estemporanea, è lecito presumere che Freud avesse
riletto o perlomeno ripreso in mano il Simposio, è altrettanto lecito inferire
che l'idea di Eros quale forza che «alles Lebende erhalt» espressa appena tre
mesi 38 Cfr. S Freud, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti, Torino,
lettera a Bemays, Vienna: «Ormai non riesco più a sopportare la compagnia,
tanto meno quella della famiglia, sono soltanto un mezzo uomo come dice
l'antica favola platonica che tu certo conosci, e la mia sezione soffre non
appena sto senza far niente. Freud, Drei Abhandlugen zur Sexualtheorie, GW:
«Der populàren Theorie des Geschlechtstriebes entspricht am schònsten die
poetisene Fabel von der Teilung des Menschen in zwei Halften Mann und Weib -,
die sich in der Liebe wieder zu vereinigen streben». 40 S. Freud, Etne
Kindheitserinnerung des Leonardo da Vinci, GW, discutendo della castità degli
scritti postumi di VINCI (si veda) scrive che tali scritti weichen allem
Sexuellen so entschieden aus, als w8re allein der Eros, der alles Lebende
erhalt, kein wtlrdiger Stoff Air den Wissendrang des Forschers». Il termine
Eros era stato utilizzato da Breuer: cfr. Breuer e Freud, Studi sull'isteria,
in Opere Complete, Torino (la parte di Breuer è assente nell'edizione degli
Studien iiber Hysterie edita nelle Gesammelte Werke. Freud, Bemerkungen iiber
einen Fall von Zwangsneurose, GW; cfr. Simposio SOLINAS dopo gli venne
suggerita proprio dalla recente rilettura del dialogo platonico. In questo caso
si tratterebbe dunque di ben più di una solo eventuale "Kryptomnesie"
dovuta all'ampiezza delle sue lontane letture giovanili, come quella tirata in
gioco laddove Freud - rinunciando garbatamente e felicemente all'originalità
riconosceva ad Empedocle la paternità storica della sua teoria dualistica 42.
Sembra dunque che il Simposio, dalle sue timide comparse del 1905, del 1909 e
presumibilmente del 1910, abbia poi più o meno silenziosamente, più o meno
inconsciamente continuato a lavorare nella mente di Freud per riemergere infine
con l'ampia revisione della concezione della sessualità di Jenseits des
Lustprinzips del 1920. In questo caso però, sia quanto al carattere regressivo
sia quanto alla funzione biologica, la "paternità dell'eros" non
sarebbe più solo storica, né si tratterebbe più dell'utilizzo dell'autorità
della divina ACCADEMIA quale scudo contro le proteste sollevate dal risalto
dato alla sessualità: sembrerebbe invece trattarsi di una paternità in senso
stretto, di un'influenza diretta esercitata dal Simposio, sviluppatasi e
sedimentatasi col lento trascorrere degli anni. Possiamo allora concludere
affermando che da una o verosimilmente più riletture del dialogo dell’ACCADEMIA
sia scaturita una decisiva rielaborazione di una delle concezioni della
sessualità, dell'eros, se non forse tra le più originali in assoluto, di certo
tra In Die endliche und die unendliche Analyse, GW, Freud scrive della sua
teoria pulsionale dualistica, che incontrava ancora resistenze: «Umsomehr musste
es mieti erfreuen, als ich unlàngst unsere Theorie bei einem der groflen Denker
der griechischen Frtthzeit wiederfand. Ich opfere dieser Bestàtigung gern das
Prestige der Originalitat, zumai da ich bei dem Umfang meiner Lektiire in
fruheren Jahren doch nie sicher werden kann, ob meine angebliche Neuschòpfung
nicht eine Leistung der Kryptomnesie war». Freud procede quindi
nell'accostamento: «Die beiden Grundprinzipien des EmpedoMes - cpiAla und
veìkck; - sind dem Namen wie der Funktion nach das Gleiche wie unsere beiden
Urtriebe Eros und Destruktion", ove philia ed Eros (come rispetto all'eros
del Simposio) hanno in comune la tendenza «das Vorhandene zu immer grOfieren
Einheiten zusammenzuffassen». Empedocle è ripreso anche in Abrifi der
Psychoanalyse, GW. Sull'accostamento cfr. per esempio G. Tourney, Empedocles
and Freud, Heraclitus and Jung, «Boullettin of the History of Medicine, e Id.,
Freud and the Greeks. le più discusse e significative del XX secolo. Si rivela
così, ancora una volta, la forza e la fecondità di un passato antico, che,
anche perché tanto amato, sembra morire solo per poi rinascere, di nuovo. D.
con un panegerico all’ more ET CON LA VITA DEL DETTO filosofo,fatta daVarchi 07
^ V H.I V I L E G IH VINEGIA AP PRESSO G A fi A 1 1 R GIOLITO DE FERRARI. fa
AMORE D. O NON DVBITO douer’ eflere molti, e quali dannino me hauere IN LINGUA
VOLGARE trattato de profondi rmlteni deH’amore, opponendo il decreto de gli
antichi Pira» v- A ii gorici V fecondo il qua. dè cito comunicare al uulgo,
come alletto, Je cole diuine, non ientendo d’effe rettamente ; il quale per non
hauere feruato Hippafo Pitagorico, fu morto. Noi rifpondiamo cffer di due
nature nomi: altri formati nell’animo da effe cofe, et interiori: altri
fabricati dall’artifìcio humano, &efteriori. Quelli effere a placito, et
però diuerfi, appreffc diuersè'nàtioni. Quelli per natura, et appreffo ciafcuno
e medefimi. De nomi interiori comporli lo eloquio interiore v Delli efteriori
formarli lo efteriore. Et quella crediamo effere la fententia del diuin Platone
conlèntientifsima ad Arillotele, come ajtroue dichiararemo. Sendo adunque
ilfermone/fteriore imagine, et « r s nota del fermone interiore: nòti tjeggo,
perche cagione fi debba (bt T t’entrare a maggiore calunnia ^parlando, et
fcriuendo delle cofe diuine in lingua Tofcana, che in qualunque altra lingua.
Crediamo piu.tpfto, che fia da riguardare al modo del trattare. E però li
Egitii fotto for me di diuerfi animali nelle colonne di Mercurio, da chi et
Pittagora, de Platone imparorno la Filosofia, e Pitagorici fotto uelami
Matematici, et li antichi Theologi fotto moftruofi figmenti occultorono le cofe
diuine, et la natura. Noi, benché habbiamo trattato delle medefimecofe fuori di
uelami, et di figmenti, non di manco ci confidiamo non douere efleregiuftamente
dannati del peccato della profanatone. Tu adunque leggerai quanto c'èoccorfo al
prefente dire de mifterii del lo amore: et penferai le cofe diuine tanto
fuperarele menti noftre, che fpeffo ci fia neceffario altrimenti par lare
d’effe, altrimenti intendere I T"' C A NATYRA corporale. nulla contenere 1
m fi dt aero, ma al tut % toeJJìreimagmaria,Q urna, chiaramente diira la
perpetua uarietà s fp) m u t at iolacuale in ejfa appare. Imperoche U V 8 L I B
Ti 0 uerita delle cofe fi dttermina una fermtZc za, ffi) una permanenza. Per
laquale efi fa fimpre flando ferma in uno ejfire quelte medefime nel medefimo
modo in natta uariate s'offerifiono,a chi le contempla, la natura corporale per
un filo momen tò di tempo non conferita l'ejfer filo facendofi in ejja continua
generatione, ff) cor ruttione. llche Her adito non filo attrihuìfie a tutti i
corpi, che fino fitto la Luna, ma ancora al Cielo, ft) alle [Ielle: le quali
fino tanto piu perfette, che gli altri corpi y quanto piu fi apropinquono alla
natura dell'anima. Onde come uicini alla. rdiumitdyhanno meritato d’efier
chiamati corpi diurni. Et pero riguardando alcuni fittilmente affermorono tale
openione ef fire approuata dal diurno c Platone nelTi meo. Quafi ejfo uoglia
non fi potere attribuire al corpo l'effere, ma piutofto il M° fife VT“1 T K I
M:0. p flujjo, {fi la gener attorie. La cagione di tal fluffi, e la mattria t
della quale fino compofti tutti e corpi co fi celefh come terreni. Laquale
qualche uolta ci s'apprefin partecipe dello flato, permanentia: Inquanto dalla
forma, che fi riceue m effd in un certo modo e contenti ta qualche uolta come
del moto: inquanto per fua natura fugge l'ejfere, {fi la cognitione, hauendo
firn prefica la contrarietà $ V infi abilità, la uarietà Il che forfè fi gnu
ficorno li antichi Theologt per la fauola di 7 roteo: qua fi come Proteo fi
mutaua in diuerfi forme, bora in fiamma, bora in acqua, bora in leone, bora in
forma di qualche altro animale: cefi la materia fia atta, {fi pronta al
rteeuert tutte le forme f non fi partendo pero mai dalla fua natura. Et perogli
antichi Pitagorici,confiderato tal propor tione. hauer la materia 4 io L 1 2J ^
0 corpi; quale ha la dualità a numeri non duhitorono chiamare la materia
dualità. Laquale fendo la prima diuifeone, ft) principio d'ejja, ancora
chiamorono l[ide, ffe Diana. 'Ter che come Diana, è flerile y fecondo dice
‘Tlatone nel Thettheto, co(i ancora la prima dualità, fendo principio della
diuerfetà, della inequalitàydella dtfsimilitudine, è priuata d'otri anione; oue
confifie la fecondità di tutte le cofe. Se adunque la natura corporale e
partecipe di tanta imperfettione y chi non uede effeer neceffario [opra ejja
ejfere un'altro principio y ilquale la regga, ffe la contenga: pendendo fempre
l'imperfetto da quello y che e perfetto ? Et però Democrito, ffe) glabri y che
l'hanno feguitato y cioè Leucippo y ffe) l Epicuro y fecondo il mio parere y
meritano non ejjèr uditi. E quali ponendo principucorporab tndiuifìbili, ma
didiuerfe > P £ 1 AÌ 0 7 / di dtuerfe figure chiamati da loro Storni,
vogliono tutte le cofe efftr compofte d'unó fortuito concorfo d'e/si.
"Dicono adunque di quegli, che hanno figura circutare, e fi fer compofta
l'anima: de gl' altri Trian gulariy Quadrangulari, ft) fimilt efjtre compofta
la uarietd delle altre cofe: nferuando ciaftuna cofa la Natura la potentia
fimile a quegli atomi, di che effe fufsi compofta. Dicono ancora le cofe per
tanto ffatio di tempo conftruarfì in effere, per quanto m luogo di quelli
atomi, che continuamente fi partono y fàcce dono altri della medefima Telatura.
ISoi al prefente pretermetteremo dichiarare efftr' impo fi ftbile il Cielo y
gl' Elementi y gl' animali, le piante, ffij tutta la ‘Natura, o uuoi fecondo
l'effere, o uuoi fecondo la confiruationc pendere da alcuno fortuito concorfo ;
firnpre apparendo mamfeft amente per tutto 12 L IV Itoor dine y ffi ragione.
Solo diremo noi uedere di tanto maggiore potentia, ffi) di tanto maggiore
efficacia ejfir le co fi, quanto fino piu umte\ffi quelle effitre di mafsima
poten tia,{fi di mafiima efficacia y cbe fino mafsi inamente unite: onde per
quefto ejjd unità bauere infinita potentia y infinita ef ficacia: come autore,
ft) principio dogni unione. Sendo adunque la moltitudine infinita al tutto
oppofìtaalla fimplicifiima unità, ft) però pnuata dogni modo dat itone come
potrà dire rettamente Democrito l'infinita moltitudine delli atomi e fi fir
principio delle co fi: determinandofi infinita debilità: della quale nulla y e
piu oppofito alla ISlaturXdd principio t p'TOi M à. ai C » * N \ M ' ' ' k*
< ' rama E l numero de corpi alca 1 1 m fi muouono f er ‘Vfytura} I j$J|^ Ì
come il fuoco, Varia, taci qua, ft) là terra ft) quegli, che fin compofh
d'efit, de quali il fuoco, ft) l'aria, come leggieri, fi muouono in sùi
dfioftandofi fimpre dal centro \V acquei, {fi la terra fi muouono in giu
cercando fimpre il centro. ^Alcuni altri non filo fi muouono come quelli >
ma ancora utuono ; ft) quefto per uirtù di un principio, ilquale efii hanno
dentro chiamato meritamene te anima. Fra t corpi, che hanno Inulta, alcuni fin
contenti della uirtù nutritiua, come fino le piante, le quali non hanno bifogno
della potentia del fintire, come ne cefiaria alla loro filiate, ma fitte in
terra colle radici, quali hanno in luogo di bocca tirano il fro nutrimento ; alcuni
fino dotati della potentta del fintire, per la quale conofcono quello, che a fi
e dilettabile, o tnfitfico \ (fi della facultà, perche efii da un luogo a
un'altro fi tramutano. Imper oche hauendo a cercare l'alimento, è neceffario
efii hauere unauirtù: per laquale pofimo y o fuggire, o fi giure quello, thè
giudicono ejfire m fuo danno o falute. Sono ancora altri poflt in mezo delle
piante ; (fidi quelli y che hanno il /enfi, (fi la facultà del tramutar fi come
ricchi, (fi fimili chiamati Zoofiti y quafi fieno partecipi della natura de gli
animali, (fi delle piantf: tquali contenti filo del [enfi del tatto ; fendo
loro fimmintflrato competente nutrimento, Hanno fempre, come immobili y in un
mede fimo luogo. Oltre a tutti quefti e thuomo grandifiimo miratolo, come dice
^Mercurio 9 animale atramente . *s r amente degno d'efèr Inonorato, ft) adorato
; tlquale aogmgne alle predette potenzile la fi acuità dell' intendere: per
lacuale ripieno di dtumità JpeJJò diuenta filmile 4 gli T>ij: ma, Jenoi
confedereremo rettamente, diremo wfeeme col diuin r L’ACCADEMIA il Cielo, ft)
le fttUe ejfeer donate della aita, fife dell'intelletto. Quefto dtmoflra un
perpetuo tenore di fare fimpre le medefeme cofe, ft) nelmedefemo modo, già
incominciato per gr andi fimo fpatio di tempo per durare per l'auenir e fenza
errore, fenza impedimento, quale e nel Cielo, nelle flette; le quali col fio
diurno moto, quafe un batto magnificentifi. di tutti e batti, a tutti gli altri
ammali donano la generatone, l'ejfeentia>{t) la aita. Oltre a qucfio ancora
1 lo dimoftra la marauighofa bellezza, ft) per fettone, laquale in efii
ueggiamo affermare l'huomo, il quale ha il corpo caduco, J -t6 L 1 ® x 0 (p)
fittopofto a infinite off e fé-, batter la uU ta y ft) lo intelletto ; e'I
[telo, le (Ielle, onde pendono gltaltri corpi effirne pri» uo; e d'huomo al
tutto ftohdo, mfinfato. Ma chi confiderà la grandezza loro, chiaramente cono
fie e fiere impofitbile efii potere effère mofii pertanto tempo o dal cafi o da
impeto alcuno corporale o da cagione eftrmfica ft) uiolenta: anzi mouen. do fi
tanto efi/ufit amente, è necefidrto tal moto procedere dall'anima diurni fitma.
Onde ficur amente fi può affermare il Qelo, q) le [ielle efier compofie di
corpo, ft) d'anima ; ve da altri, che dall'anima il corpo loro efier prodott,
ft) gouernatp.St però giudicheremo efii douerfi chiamare non filo cofe diurne 9
ma ancora T)ij.Ma fi noi pigliamo filamente il corpo loro y fiparandolo
dall'anima, affermeremo effere statue degli Dij, fabricate da loro di materia
PRIMO. n di materia prtfìantifeima, ffe con mar auigliofe artificio, legnali
per effer polle in luoghi nobilifeimi fendo bellifeime, ripiene di uita.debbono
effere in maggiore ue ner adone, che qualunque altra featua come efquifite
imagini della diuimtà. Se adun eque il corpo animato è piu perfetto, che quello
y che non ha l'anima: perche quefeo non urne, quello uiue, ffe) fra Rianimali
qUello y che ha facultà di intendere è piu preflante, che gli altri ; ffe
quello, che intende mafeimamente è prefìantisfimo: Viuendo, ffe intendendo il
Cielo, le felle, l'huomo, faremo coferetti confejfare efei efeer piu prefi
anti, che chi non uiue, ftf intende. Onde fe l'umuerfe è priua to della
uita,{t) dello intelletto,gh ammali uerranno ad effer piu nobili, che l'umuerfe
; di che nulla può effere piu aJfordoSPer Lqual cofa come l'uniuerfe e
prefìantifei; 2 o mo di tutti i corpi non lafciando fuori di fi corpo alcuno.
Ma come fuoi membri con tenendoli tutti. Cofi è nectjjario effo haue re
nobilifiima anima > capo, ft) guida di tutte le anime: per beneficio
dettatale fta partecipe di prefantifima uita, q) di prefiantisfima
intelligentta. St pero li antichi Teologi di Fenicia (come dice Iambkco, fp)
Iultano Imperadore ) affermarono efjtr infufa per tutto una ‘Natura lu cida y
pura, calda % uehiculo dell'anima diuintj?ima: per laquale dall'anima fta
concejjo allo umuerfo il pretiofo dono della aita y onde efjo meritamente fìa
appellato uno animale^ laqual co fa ( benché o/curamente ) fgnifìca Timeo
Tittagorico, ft) ' r Fiatone nelTtmeo, ft) nel decimo della *Rtpubhca. alMa di
cjuefto nella concordia fra Platone, ftf zArifotile diffufifiima. mente par
laremoy ouc dimoieremo ch’ut v rumente 1 M 0. zip rumente fecondo la mente
d'oArifìotile il primo motore non effer e Dio, ma l'anima diutmfeima dalla
quale penda il Cielo, {0 tutta la natura. ^Adunque infeeme col diuin alatone
diremo ejjere il corpo, e [fere ancora, {0 l'anima certamente molto differenti
fra loro. L'anima hauer l'intelletto, il corpo nodo hauer e. L'anima, come
madonna, hauer e imperio fepra il corpo ; quefìo, come feruo, effer fuddtto
>{0 retto. L'anima effer fontana della ulta, {0 del fenfey {0 di tutte l'
altre affettiom, quali noi ueggiamo nel corpo: quefto per flanatura effer atto
a riceuere, {0 patire, di che pofeiamo conchiudere l anima, come di gran lunga
piu perfetta, hauere grado migliore nell' uniuerfo. L ^ o r E l’anima non
filamente dona la una, ma ancora contiene, ft) regge la natura corporale ( come
difipra è dimofìrato ) e necejjario ejja battere una affinità naturale col
corpo, per lacuale naturalmente l'anima pofja dare la uita: e'I corpo la pofja
riceuere. L'anima pofia reggere, ft) contenere. Que fi a non . e altro 3 che
una naturale ine linat ione per lacuale noi pofitamo dire l'anima ejjirt anima
3 ft) uer amente diftintada qualunque altra cofa: Di che appare mariife fi
amente nell'anima eJJir due proprietà per TJatura ; una, per laquale ejjà
inclini a produrre, ft) reggere i corpi ( altrimenti non farebbe chiamata
meritamente, anima ) l'altra, per laquale effa non filo rp % 'iM o. it
comprenda la natura, che detta effer retta, ma ancora fi medcfima, ft) le cofi
frperiori:quale poco auàti fuchiamata Intelhgentia. Qutfìa intelligentia fe noi
rettamente confider eremo, uedremo effer nell'anima non per fra natura, ft)
inquanto anima ; ma piu tofto per benefìcio d'altri. Imperoche fi l'anima,
inquanto anima, ft) fecondo la natura fra haueffi l'in telhgentia, ogni anima
intenderebbe: come ogni fuoco fimpre e caldo: fendo la cahdità nel fuoco per
fra naturai ffjnot ueggiamo manififìamente non ogni anima hauere facultà
d'intendere. lmperoche chi direbbe gl' animali bruti hauere intelletto, equali
non per altro fono chiamati bruti: fi non per effer priuatì della
intelligentia? molto meno e da dire delle piante, lequali fono animate d'anima
molto più im perfet ta ; che i bruti ; iti L ^0 ' ff) però come il lume è molto
piu, per fettamente nel fole che nelle felle, fendo nel fòle per fua natura,
nelle fi elle per dono y ffe beneficio del Sole: co fi noi diciamo la
inteUigenda effer molto piu perfettamente y in cui effa fio per propria natura
y che nella anima, oue è per pardeipatione ; di che noi concludiamo ancora
quella fu(l arnia effer piu prefi ante che l’anima ; sendo in e (fa la fontana
dello intendere y principio y ft) Idea d'ogni cornicione, imperoche la
nobilifeima oper adone procede danobilifeima fubflanda, la inteL hgentia fupera
tanto Poltre oper adoni: al' manco quanto il lume Poltre qualità senJibili.
Quefla fuflantidnon è altro, che la datura Angelica, laquale meritamente e
denominata Intelletto, hauendo per propria oper adone P intendere. Et per
queflo noi concludiamo P anima effer e ordinata, fri retta % / ; M 0. >
natura ^Angelica, cowie il corpo e ordinato, rmo dall'anima. Onde appartjce
l'angelo tanto piu effer preftante dell'anima, quanto l'anima è piu nobile, /]
corpo: ft) però l'anima non tenere il primo grado nell'uniuerfi • adunque
diremo ejjere due nature neL l'anima: una per laquale rappreftnta la datura
angelica > l'altra, perla quale inclina al corpo. Onde e detta dal diuin
Alatone nel Timeo,fu[ìantiamez&, come quella, che pofta in mezo fra
l'angelo, ft) il còrpo partecipa dell' una, {^ dell'altra natura. Quefta anima
merttamen te chtamorona i ^Magi in parte lucida, in parte oftura, come pofta in
mezo di quello che è al tutto lucido, e di quello che e al tutto ofeuro.
L'Angelo è al tutto lucido, perche fendo la prima ejjèntia; {R iapri-, ma
effèntta fendo ejfa firmità,ftmpre fi * Hij L 1 $ 7^0 mile a fi medefima e
accompagnata da e fi fa uentà, laquale e efifia luce intelligibile fi) pero
l'angela è tutto lucido. Il corpo findo oppofito ficondo la fua natura allo
angelo, è tutto ofiuro y l'anima pofta m mezzo fiala natura corporale, ffil'
angelo, inquanto partecipa dell’Angelo e ueramente lucida, inquanto inclina al
corpo, fi P uo dire ofiura.Chi adunque dubiterà fipr a l'anima non effier
l'angelo: fintana di ogni luce intelligibile? Aliti allo fpìendore della uerità
intelligibile, quale noi chiamiamo al prefinte c, Angelo, for fi potremo cre^
dere hauer trouatoil padre dell untuerfi. lmperoche quiui ogni coja è uera ;
efinzet, • fi s ogni co fa e ulta, ogni cofa e intelletto, uerìta, ft)
fiientia: fendo principio dell'efjere, ft) della mta a qualunque altro fi dice
ef fere,ft) utuere per quefto nella natura contiene l'uniuerfità di tutte le
cofe fendo il loro effir e per fitti fimo * Imperoche, benché le cofì in effa
fieno di flint e, ft) non con fufi, come dtmoflrala intelligentia opera tion
fua principale, laqualt definitamente comprende tutte le cofi, nondimeno han no
e fiere unitifiimo. Imperoche nulla può effir e piu unito } che quello, in chi
ciaf una parte m un certo modo fia quel medefimo, cheti tutto, come e
nelttAngelo\doue la uita, benché inquanto uita è dtfffinu ta, nondimeno per
partecipatone è tutto lodimelo. L'intelletto ha il fuo proprio modo d' effir e:
perche è detto intelletto. Ld uent à il fuo modo d' effir e particolare: per lo
qual# è effa uentà: parimente adirne 26 L /2 0 ne in qualunque altra parte.
FJondimanco quefto non fa che lo intelletto, la uerità per fa, non Jia tutto t
Angelo per par tecipatione: in modo che nell’angelo non fi può trouar parte,
laquale non conferui in fi la natura del tutto. Quejìo credo hauereintefa
Parmenide ; ft) Melijfo antichi^ittagorici, quando ajfermorono tue • te le cofe
effere un 'Ente: cioè, ejfere una cofa, una fufiantia, quale notai pr e fante
chiamiamo Angeloinella quale tutte le cofi habbino il fùo primo ejfere, cioè
pcrfettifaimo ejfere. Come adunque nelle cofe artifictate fono due ejfaeri,
l'uno nella mente dell'artefice, manzi, chehabbia prodotto fuori la cofa
artificiata, l'altro in effa cofa artificiata ? Verbigratia la /tatua di
ifMinerua ha il primo ejfere nella mente di Fidia, l'altro m effe marmo: de
quali quello che è nettamente dello artefice, è ^RIMO. 27 ce, e primo
cffere\{t) p ero molto piu nobile ; che quello, che è nel marmo: co fi tutte le
cofe hanno duoi ejjen: ; uno nella effen tta dell’angelo, il quale, è primo,
ft) perfettifimo effere ; l’altro in effe cofe ; il quale, è participatione del
uero ejfere. TDu co adunque fecondo tl loro efftr primo per fettifimo,nonfolo
confhtuire una Jufìantia ; ma ancora ciafcuno d’effe efer tutta quella
umuerfità ; ft) pero meritamente fi può dire una fu fsifl ernia ; fff) quefia e
la fintentia di Parmenide, ft) di Mehffe della umtà dell’Ente, come io fimo.
Qtie fio Ente, o uuoi Angelo e chiamato da Hi* lottilo mondo intelligibile:
mondo, perche è pieno di elcgantia, hauendo tutte le cofe in effe il feto e
(fere uero ; lmperoche mondo fi gm fica ornamento ; intelligibile, perche è
comprefe felamente dall’intelletto, tlquale riguarda effa ucri • 28 L 1 ® ^ 0
tà. 7 ?^/ diuin Telatone e chiamato nel fi fio dilla fypublica figliuolo di
Dio. Ma di quello piu diffufamente in quello, che figue y parleremo: 6.
Nondtmanco fi noi con ftdereremo, che il primo principio è firn pltctfiimo, ft)
potentifiimo: altrimenti non farebbe /opra ogni altra cofa: chiaramente
conofieremo quefìo mondo intelligibile y o uuoi (^Angelo non potere effir
primo. lmperoche nell'Angelo fendo moltitudine, ancora u'e compofitione ; ffi)
per queflo imper fedone, imperoche ogni cofa compofla ha in fi una parte,
comcpotentia, ma parte, come atto: la potentia ha fico imper fettone ; Patto la
per fedone. Et peroogmcofacompofìaha mefiolatoin fi l'imperfetto col per fitto.
La potentia non e altro, che quello, pel quale la cofa può effir e, non fendo
ancora. L'atto aggtugne l effir al potere ; fg) pero la potentia è imperfetta,
P % 1 M O. z 9 perfetta, lacuale gli antichi 'Pitagorici chiamarono infinita,
come per fìta natura indeterminata. Inquanto adunque l'Angelo ha compofitione
non è fimplicifitmo: inquanto ha tmper fetione, non è potenti fi fimo.
Imperoche qualunque imperfetto uiene alla per fetione coll'aiuto et altri: però
quello è piu potente, per beneficio di { chi confeguita la fua per fettone. Ter
laqual coja fèndo l'cAngelo ne (empiici fimo, ne poterà fimo, non può efièr
ancora primo >ft) pero Tarmenide Pittagorico afi fermo il primo Ente, qual
noi al prefinte chiamiamo Angelo, efièr filmile a una sfe- ' ra » lì) P er o
hauer parte, hauendo la sfera mezo, g) eftremi. T>i che ne fi gutta ejfo non
patere efièr la femphci (lima Vmtà, come diurnamente dice tMeliffò ; laquale al
tutto efclude ogni parte, (fi ogni moltitudine,^) ogni imperfettione ;{t) però
come ueramente capo di tutte le coffe autore della per fettone dell' angelo;
tignale me rit amente e chiamato uniuerfi intelligibile. S s o Iddio findo
principio ff) autore d' ogni per fettione nelle cof, che fino, non è capace
d'imper fettone alcuna y di (jualuncjue natura ejfa fa. Et però noi pofitamo
dire fimile proportene battere alle cofe create ; eguale ha la fimplicif fima
unità a numeri Tutti t numeri hanno moltitudmeybanno ancora unità. Moltitudine
fecondo che noi diciamo il numero ternano hauere tre unità; il quaternario
hauer quattro unità, {fi eofi gli altri numeri nel medefimo modo. Unità, perche
il numero Ternario, è uno Ternario, q) una P 1 A4 0. ft) una Trinità. Il
quaternario è uno quaternario, ft) una quatrinità: adunque tutti i numeri hanno
moltitudine,han no ancora Vmtà. La moltitudine dice imperfetto ne, ft)
diuiftone. L'unità dice coniandone ft) per fettone. Et pero tutti i numeri
participano della per fettone, f0 della imper fettone, Della per fettone >
inquanto ogni numero e un numero. Del l imperfettione y inquanto ogni numero ha
moltitudine. L'unità ancora de numeri non e acutamente perfetta, cioè quella
lenita, per laquale il numero Ternario è un Ternario i ft) il numero
Quaternario è un Quaternario. Imprima, perche tale unità ha conuenientia, ft)
affinità colla fua moltitudine ; come l'unità del Ternario ha affinità con le
parti del Ternario. altrimenti di efifa uita 3 ft) dcde parti fik non fi
farebbe un tutto ; ft) quefta è una frette et imper fettone. Dipoi perche l’unità
d'ogni numero è diffimta m modo, che l’unità del numero Ternario è dtuerfa de
It unità del Quaternario, ft) ciascuna di loro ha la fra potentia determinata
per laquale tfro produce U fro numero. Questa non e propriamente imper fedone,
Jènon perche l'unità del Ternano benché fecondo che e unita del Ternario, fra
perfetta, nondtmanco non contiene la per fettone, ft) utrtù in fi delt altre
unita: carne la perfetti firn a lujlitia, benché inquanto Iujhtia non ha
difetto al e uno ; nondimeno non contiene infila per fi t ione della
fapientia>{f) cofì la per fettone Ut terminata ha fico in un certo modo la
im per fettone* Adunq; lafimpliciftma unita \n prima non ha moltitudine alcuna
findo al tutto indtuiftbile. Oltre a quefio non ha afflìtta con alcuna moltitudine
numerale * non . ss non potendo hauer fuo coniugio. 7/on e ancora dif finita,
ftfi particolare unità,ma fimphcifiima unità, eminente unità ; ft) pero Pitt
agora affermò effa contenere in fi la potentia, (tfi i fimi di tutti i numeri.
Riduciamo tl numero al proceffo delle co/i dal primo principio, fecondo il
coftume t ‘Ptttagorico. Nelle cofi create fi truoua potentia ; trouafi ancora
atto. La poten tia, inquanto potentia, eimperfetta,l'au to, inquanto atto, e
per fettone, adunque Imprima imper fettone delle cofi,nafiedaU la potentia,
della quale fono partecipila fee ancora imper fettone in effe per cagione
dell'atto. Imper oche l'atto fi chiama atto, inquanto è per fettone di
potentia, ff) in queflo modo uiene a par deipare della imperfetto ne congiungendofi
fico. La forma è atto della materia, però facendofi della forma, della materia
un compo C 34 L I 2 0 fio: la forma partecipa delle condizioni della materia..
Uoperat tont i atto della potentia attiua, come la cale fattone è atto ft) per
fettone della potentia calefatttua: nondimanco ha conformità colla potentia
dipendendo da effa. Oltre a cjuefìo, fatto dice per fedone definita, ft)
terminata. La forma del fuoco dice una per fettone terminata: cioè effa natura
dclfuoco^La terra dice per fettone definita, cioè, effa natura della terra, fp)
cofìe proprio d' ogni altro atto. Et pero t uno atto non include la per fittone
dell'altro, adunque e [eludendo e fi fi Iddio ogni imper fittone, efiludt f
imperfetione, che fi troua per cagione della potentia. Imper oche Iddio non ha
potentia alcuna, fendo fimplicifiimo: Efclude ancora f imper fettone, che e per
cagion dell'atto. r Ver che Iddio non ha conformità, ft) proporftone con alcuna
potentia: non fendo 1 M 0. 3 s fendo per fettone di potentia attuta > nefe potendo
d'effe, ff) della, potentia confettai % re un compoflo. 'ISfon è ancora di per
fedone definita, ffej particolare, come ctafetì no atto, procedendo da lui ogni
atto, ff) ogni potentia. c Adunque in ‘ Dio, e ogni per fedone sjclufa ogni
imper fettone^ pero in lui ogni cofa, è per mododtVnità fìmplicifeima. e in lui
diftinta la fapientia dalla Inflitta, non è in lui diflmt a la bontà
dall'efeèntia, fjfe dalla aita. Ma è unicamente l' e fènda, la aita, la
fapienda: Et pero il dtuin L’ACCADEMIA dtfee nel Parmenide di VELIA (si veda) y
non efeer di Dio nome, non diffinidone y non fcienda, non fenfe, non opinione:
come quelli, che dicendo per fedone determinata, attribuir ebbono a TDio imper
fettone, dalla quale al tutto abborifee. Et pero *P lodino yft)gl altri c
Platonici niegono Iddio ejjer ejfentia, o intelletto: ma . ì. x v fj t 7^0 tome
molto piu prefilante, efifir contentò delle fue ricchezze ; ricco della /ita
fimpltttfiima lenità. Solamente noto a fe mede -, fimo,filo amtratore, {fi
cultore dellabtfi fi della fiua diumitd. Quefla è quella diut na caligine,
laquale tanto celebraDionifio zAreopagtta fplendore della Cbrifhafia Theo
logia,alla quale non dggiugne utr tu alcuna rat tonale, o intellettuale.
Imperochcy come il rationabile non può efjer penetrato dal finfi: ne lo
intelligibile dalla potentia rattonale: ne le cofe incorporee, {fi femplict da
t corpi, {fi dalle cofe compo[ìe m y cofi quello y che eccede ogni modo d y e
fiere, t (elude al tutto la intelligentia, o qualunque altra cognittone, qua fi
un Profano delle cofi fiacre. ^Ma è nelle cofi create un Carattere, {fi una
(ìmtlttudme di Dio, fiore, {fi capo d'effe: per benefitto della yuale fi
congtungono a Dio, quafi non fila lecito i rp XI M o. r? lecito aggiugnere al
fuo creatore con parte alcuna di fe>mapm tofto con tutto fi. On+ dell
Profeta ratto daldiuin furore efe lama y o Signore la tua laude, è tl
felentiofigmfeando ognipotentiayO uuoi r attornierò uuoi intellettuale, douer
ceffare dalla fila operat ione,quado fi fa l'ultima unione del le cofe create
con effe Dio. Adunque molto piu appropinqueremo a T)io procedendo per le
negazioni ; che per l'affermationiipur chefempre mediamo effer meglio ^che quel
by che noi neghiamo di lui. Nondimanco pofeiamo ufare ancora l'ajfcrmatioMynon
derogando alla fita diuinitàpur che intera diamo effe hauere nfpetto, ft)
comparatane alle cofe create. Come quando noi dittamo T>io effer principio,
mezo, fp) fine. Imper oche per il principio intendiamo le Cofe da lui procedere
; per il mezo a lui conuertirfi: per il fine effer da lui donato C iij L I 3
7^0 della ultima fùa per fettone; lacuale confile nella uer a unione fico.
Quefto fgntfcorono gli antichi ‘Tittagorici quando difi fonoyla Trinità ejfer
mifura di tutte le co fi. Quefìo panifico ancora Orfeo quando dijfi Gioue ejfer
Principio, mezj), fine, ft) pero ( come dice Diontfio Ariopagita ) in quefto
modo Iddio e fplendore a gli illuminati, per fedone a perfetti ; a Tteificati
diumità, a /empiici fimplicità ; lenità a quelli y che partecipano dell'uno ;
uita de uiuenti \ejfentia di quelle cofi y che Jdno'ydi tutta l'effintiaydi
tutta la uita principio y ftj caujà. Et pero. ogni copi creata, < o uuoi
eterna, o uuoi mortale, o uuoi ra r Rionale, o uuoi Angelica, può efilamare in:
peme col \Profeta,Signore lo fjlendore del la faccia tua, e fignato fipra noi.
\ 1 M 0. L i antichi Pitagorici chia morono e/fo Iddio per fe uno, ffi) per fi
bene > come autore della /Implicita alle co/e create, quanto di e/fa po/fono
ejfer capa et: aggiungono Siriano y ft) Troclo per quefto nome efier
fignificato y non efio Id- dio ; ma quanto noi di Dio participia mo 3 quaf mi
crediamo hauere efprejfi ef fi Dio, quando noi efprimiamo Carattere della
diurni à y col quale noi fiamo fignati. Ter fi bene, perche non filo e (fi non
niega a ciafiuno il fio grado di per fettone ; ma ancora y perche, co.me fine,
e de fiderato da tutte le cofi: ilquale poi che hanno configmtoficondo il modo
della /ùa natura, fi quietano. c Adunque ctoche procede da lui fi fa partecipe
della fua firn ' C ni/ yo L ^0 p lìcita, ft) della /ita per fettone. Ma perche
qualunque cofa procede da altri, per necefiità degenera dalla per fettone di
colui, da chi procede ; altrimenti l'effetto non farebbe di minore per fettone,
chela cagione ; fendo effo(come dicono e Pitagorici, ft) Plotino) uer amente
uno: quello che procede da lui, è non uno, ft) pero ha fico moltitudine. Onde
habbiamo adire hauere ancora imper fettone. Quella tmper fedone e per la
dtgrefitone, ft) partita da tffo TDio, meontrandofì fimpre nell'imperfetto quello,
che parte, ft) fi allontana dal perfetto: nondimanco ritornando a quello, donde
procedeua -, acqui fi a la per fedone. Per laqual cofa rettamente fi dice, ogni
cofa compofia ejfir compofta di imperfetto, ft) di perfetto » Quefto intendono
e Pitagorici, quado dtffono per il prò ceffo dall'uno produrfiildua ; ilquale
ritornando P 1 Ad 0\ 4 tornando a l’uno, donde s’era partito, conJìituifee il
tre prima figura: l’effentia di cui contempliamo nel triangolo, come dice
Teone. Imperoche quello, che procede da 'Dio, partendo/! dalla infinita fua
perfe tiene, cade nello imperfetto, quale è la na tura del dua; ritornando a
T>io per la fua interiore anione participa del perfetto, quale é la natura
del tre. Imperoche come il tre è compofìo della progreditone dell’uno 9 ft)
della rtgreftone a l’uno, cofi quello 9 che procede da Dio, è compofio dell’
imperfetto, inquanto da lui procede, ffe del perfetto inquanto a lui ritorna.
In fomma da Dio procede l’Angelo: ilquale nella prima mifura di fuo proceffo e
imperfetto. ^Ma come imperfetto ? certamente imperfetto, perche, fendo l’angelo
il primo uiuente, ft) il primo intelligente ; ffe ogni uiuente, intelligente
effendo compofìo della pò 4 2 L 1 <B T^O tentia aitale, ft) della fùa
operatone, cioè del uiuere ; ft) della potentia intellettuale, ft) della fua
operatane, cioè dello intendere la potentia come antecedente- alla opera none
fu prima prodotta, la quale ha im per fettone, fecondo che noi intendiamo efjd
ancora non operare. L'angelo adunque nella prima mifura del fuo ejfere, fendo
una efentia con facultà di uiuere, ft) dt intendere ; ft) non umendo, ft) non
intendendo, ancora fi può dire imperfetto. £t perche la potentia attiua
riguarda La fa operattone; altrimenti farebbe uana, fi non operaffiy ft)
operando confeguita il fuo fine, ft) la fùa per fettone, laquale per natura
intenfamente de fiderà: è necejjario nell’angelo essr naturalmente
un'intentifiimo desìderio di vivere, ft) d'intendere. Que fio desiderio
nondimanco antecede una certa fermezza, ft) una certa conftantia X / M 0. 4/
confi arnia, per uirtu della quale mai Vangelo parte dafe dalla fua natura y ma
fempre fi a quel me de fimo. Quella ferme* z za dal dium ‘'Piatone nel Soffia e
chiamata fiato. L'operattone y che feguita quel defederiofe chiamata moto, di
qui poliamo uedere quello y chefegmfec a il dium Platone nel Simpofeo y
nell'oratione di Fedro, quando dice l y amore cjjcr del numero degli Iddi/
antichifeimi ; affermando fecondo V opinione de Ih antichi Teologi dopo il
Chaos effer la terra, ft) l'amore, im per oc he il Chaos non e altro y che la
effentia dell'angelo fecondo, che e confederata nella prima mifetra del feto
effer e y come imperfetta,^ come potentia y moltitudine y ft) infinito à chi
meritamente fi conuiene queflo nome Chaos y fignificando indige filone, ff)
confatone. L'amore non e altro, che quella ingenito defìderio y principio del
u\uace y fp) L 1 V Ilo dello intendere. La terra fignifica la fermezza 3 ft) l*
fi abilità, per uirtu della quale l'angelo non mai parte dalla fìta natura.
Tuttamente adunque e detto l'amore ejfere antichifetmo, imperoche ejfo antecede
ogni operatone fendo principio d'effe s per uirtù delle quali, le cofe diurne
meritano d'ejfere chiamate lddij. * • '•[ V * \ V ; £/ni appetito, ft) ogni
defiderio fi può chiamare amo re in un certo modo benché pi ghandopropriamentei
l'amo re fìa felamente defiderio di bellezza > come dichiareremo tn quello,
che fegue. Onde non mmeritamente ildefìderio, tlquale muoue tutte le cofe al
fuo fine y ff) al fuo bene, e detto amorei ft) c Platone nel firnpofio
nell'orattone di Fedro per l'amore non intende altro, che l'appetito, che e
nell'angelo ; per ilquale fi muoue a con fegtiire la fua per fettone. Si che
pigliando in quefto modo amore, diciamo ejjere in ogni co/a creata infino ad'
ultima materia, nedaquale è ancora l'appetito alla forma laquale è co fa
diurna, fgf buona, ft) appetibile, come dichiara ^rifiot eie. Adunque l'amore e
cagione, che l'angelo 3 ilqua le e prodotto imperfetto, confeguiti la /ùa
perfetione ma come diciamo l'amore effir cagione di tale per fedone ?
certamente perche quedo ingenito appetito, quale al prefinte chiamiamo amore,
quafi uno filmo lo, fpinge l'angelo a l' operatone. Impero che qualunque co fa
fubtto, che ha l' effir e e inclinata adoperare, ft) quanto ha piu perfetto
ejfire, tanto ha maggiore inclina tione ad' operare, onde perche i' angelo ha
perfettifeimo ejfere, anzi è effe ejferefendo lo ejfere la prima cofa creata ;
per quefio ha grandtfiima incltnatione adoperare, quefia oper adone fi chiama
tuta: fendo la uita il primo moto interiore, ft) primo atto, ft) per fedone
dell' effe nda, come dice Plotino, ft) q u ^i che l'hanno feguitato, cioè r
Porfirio, ft) Amelio: benché Si riano, Proclo crediino altrimenti', tetta li al
ùrefente dimetteremo. Sendoadun ~ que la uita la prima operatone dell'angelo, è
manifefto efeere il primo feto atto, ff) la prima per fettone. L'angelo adunque
nella prima mifura delfuo procefeo e detto tjfentia ; laquale è non uno
procedendo da Dio, che è perfatifeimamente uno: pero ha moltitudine, anzi in
ejfa ( come di ce il dium c Platone nel r Parmenidefe efpli tata tutta la
natura de numeri, mediante iqualt procedendo nella ulta difttngue fe medefima P
1 Ai 0. 47 ntedefima ne modi particolari ffe dell' effe re ffe) come in piu efeentie,
dando fecondo il feto numero a ciafeuna effentia le fete prò prietà, come y fe
tu pcnfafii la Geometria per una atione interiore dtftinguere fe me defema ne
Tbeoremt particolari: lacuale e una in tutti e teoremi ; perche ciafeuno è
Cjeometria:nondtmanco è ancora moltitudine, fendo l'uno Theorema difemto dal
l'altro, (fe però Plotino dimoftr a diurnamente dopo l'uno, cioè Dio, efJere
l'efeentia ; dopo l'efeentia 1 numeri, dopo i numeri, e modi particolari dt II'
efeer e, cioè le efetntie. In fiomma l'angelo mediante il numero come
efattifeima regola per benefit io della feuaatione interiore, quale fi chiama
primo moto, (fe prima uita, diflingue, (fe diffimjce fe me defimo in tutti 1
modi particolari dell'efeere, onde l'efeentia de II' am gelo è come un tutto.
L'efeentie particolari fino le parti, non come il capo, o la mano è parte di
Socrate: ma come il Leone, o il cauallo è parte dell' animale di quefio piu
diffujamente habbiamo detto nel libro del *T utero: ft) diremo nella concordia
fra L’ACCADEMIA, ft) zA IL LIZIO. Di qui chiaro apparifie quello, che uuolc il
diuin Platone, quando dice le cofe diurne produrre fi me defime. Imptroche non
figni fica altro, che le cofe diurne efier compofte dell'atto primo ft) del
ficondo, cioè della potentia attiua, ft) della fila operationeilaquale pende
dal « la potentia attiua, come l'angelo, ilquale e compofìo della potentia
uttale, ft) della fua operatone, ft) della potentia intellettuale, ft) della
fua operatane ; per benefico dellaquale l'angelo è attualmente uiuente, ft)
intelligente. Onde è chiamato il primo animale, ft) il primo intelletto ; ft)
chi intende altro atto, ft) altra potentia nelle cofi diurne, non intende la
fintentia di f L’ACCADEMIA, ne forfè la natura di effe nel modo del procefo
loro dal primo principio. Quelle e fentie, ffè quelli modi particolari dell' ef
tre di finiti nell'angelo dalla ulta fino chiamati /fette, (g) Idee,lequali
fino in tanto intelligibili, in quanto hanno lo efèere uiuo, (t) la ulta. Onde
ildiuin Platone dice nelTimeo,che topefice del mondo fece tante forme nel
mondo, quante tua telletto uide neluiuente,fègnificando l' Idee efèer nel primo
animale. Et pero io mi marauiglio afai, come qualcuno habbia detto, che la
forma, che effo Dio da alla materia angelica, fino efe Idee, come fi l'angelo,
inquanto procede da Dio, fufii potentia pafiiua, laquale diuenti ricettacolo
delle Idee. forfè maggiore errore fi può commettere nelle cofi diurne, che pen
fare in efe eferpotentia pafiua fìmile al - io L 1 5 X 0 ; la materia de corpi
finfibtlt: perche cioche procede da e fio Dìo immediate, procede piu fimtle a
lui, fg) p M perfetto, che è paf fibtle. Onde fendo molto piu perfetta la
potentia attiua, che la paffuta, ì conveniente immediate procedere da lui la po
tentia attiua, ft) non pafiiua. c Adunque noi diremo da 'Dio procedere
immediate un'atto primo: ilquale fi può chiamare efientia prima, fendo la prima
cofa, che ha l'efiere; lacuale inquanto efientia e per fettifiima: ma bene
nelfuo primo procefio ha fico congiunta potentia d'operare, non operando
ancora: q) fecondo, che ancora non opera, ha fico Imperfetto: Et quello e
quello, che dice il diuin Platone nel Filebo, da ‘Dioeffirt dua elementi, cioè
l'infinito, ft) il Termino della mtflione',de quali fi confi ituifia unaTerza
natura, cioè l'effintia.Imperoche quello, che pròcede, inquanto e atto, {fi
diffinito fi può dire hauer termino: inquanto ha fico congiunta la potentia,
{fi l'tmper fettone fi può dire infinito: e l'uno {fi l'altro infieme fino la
Telatura della prima ejjentia ; la per fettone y {fi atto, dellaqualee la fua
operatane interiore, {fi non Idee. Come dal termino proceda lo Ciato, {fi la
identità: da l'infinito, il moto, {fi la diuerfitd ; Et come tutte le cofi
fitto il primo fieno compofie d'ejfintia,diftato,di moto. di Identità, di
dtuerlìtà altroue h abbiamo detto, {fi diremo diffufamente nella concordia fra
Platone, {fi Artftotile ; oue dimena l'opinione di Siriano, {fi di e Proclo
dichiareremo, come ciafiuno d'efii e elemento, {fi come e genere dell'Ente. zAl
prefinte fi conuiene piu tofto accennare, che efplicare fimilt materie. sz L 13
Ito ' A# a d i particolari dell'tjjìre nell'zAngelo di [Unti per beneficio
della ulta al yprefinte chiameremo ldee\ benché fecondo diuerfi confi derat
iohi fi pofiino chiamare per diuerfi nomi, come è dichiarato breuemente nel
primo libro del nofiro Palerò, ffi) altrotte piu dijfufamen. te fi dichiarerà.
Onde fi foluono facilmente tutte le obietioni contro a l'Jdee fatte da
ss4riflotile in diuerfi luoghi: ma principalmente nel primo libro dell'Etica,
ft) nel fifto delle co fi diurne, Uguale comunemente fi reputa il fittimo.
Quefla difìnbut ione fèndo con ordine, mi fura, proporzione, fi già quello, che
da l'ordine all' altre cofi non è d'effe priuato, come le cofi diuine, le quali
producono, ft) reggono, le inferiori, rp X i m o„ j ì riori, e per necefittà
accompagnate da una cenar gratta-*; da un ceno splendore ;da un florido colore,
tlquale fi può chiamare rettamente efia bellezza* lmperoche ( come diurnamente
dice Plotino ) benché la prima bellezza non fia un'altra cofa dada ferie d'ejfi
Idee, come aduentitia, q) efiranea ; nondimanco quella gratta, quello
fplendore, quel fine,• che in fu la prima giunta apparifie ad'afpettto di
coloro, che raguar ciano tutta la ferie dell'ldee, quafi come il colore neda
fuperficie, è chiamata efia bellezza ; laquale non feguita la natura di parte
alcuna 9 ma piu toflo del tutto. Onde è manifeflo la prima bedezza pròcedere
dada per fedone interiore dell'Angelo > quale duerno efjere fioatto. Et pero
chi dice che' l bedo e diflinto dal bene come l'eflrtnfeco dali'mtrinfico,
fecondo il mio parere dice rettamente, ft) chi lo riprende r ^ -> D iij 34 l
n x o fer quefto, merita ejfo piu tojlo effir riprn fi, perche fi noi
compariamo il hello al bene, affolutamtnte confejjiremo il bello tjfire come
fpetie ; il bene, come genere. 0 nero firfi piu rettamente, il bene ejfirt per
fi, mparticipato,e'l bello cffere una certa partictpatione del bene, ma fi noi
non compariamo il belìo al bene assolutamente, ma quello, che è proprio bene a
eia feuno, diciamo effer il bello differente dal bene, come l'eftrinfico
dall'intrinfico.Im per oche la Juftantia, diffinitione, è, il proprio, primo
bene di ciafiuno ; ft) neffuno dubita la Juftantia ejfire mtrin fica. Il bello,
findo per modo d'accidente, come esirinfico feguita la fuftantia, e la
diffinitione. Tuttamente adunque e A dettoci bene effir fi parato dal bello,
come I mtrin fico dall'eftrinftco. Ma ( per tornare onde noi partimmo ) findo
la prima bellezza i ^ i / M 0: yr bellezza una gratta, uno fplendore, uh fiore
della per fettone interiore,lac/uale meritamente chiamiamo bontà ; che mura T
digita e fe nella potentta mtelletuak del » l'Angelo eccita un'intenfi
appetito, g / 1 dd Jìdertonon filo di fruirla, d'ejfrimer la, per modo di fimi,
di Telatura? On de l'Angelo fi fa tutto bello. Que fio è l'amo te, ff) la
Venere celtfìe, celebrata nel fimpofio, neìloratione di Paufitnia. c Per c/0 /0
«0» poffo non mi marauigltare di cer ti per altro h uomini, Sgrani ft) grandi
iquali dicono, che l'amore e cagione della per fettone della bellezza.
Imperoche, fi l'amore e appetito, fjfi defiderio ; la bellez? za, e appetita,
ft) defiderata,e necejfirio, che la bellezza anteceda all'amore, ante tecedendo
l'appetibile all'appetito. (orno adunque dona l'amore la per fettone alla,
bellezza dicono ancora co fioro, che la bef * ' 2 ? tiij 6 L 1 *B X. 0
lez&a e cagione materiale dell'amore y laqualcofa e piu
marauighofaimperocbe la bellezza muoue, come cofa amata, ff) defiderata, come
ancora muoue l'appetibile, ft) l'intelligibile, ft) fino cagione come fi ne,
non come materia. llche apertamente afferma zAnfiotile nel undecimo libro del
le co fi diurne, ft) il diuin Platone nelfiflo della %epublica. Tsle però fi
può dire ancora interamente perfetto l'angelo. Im -, Per oche l'ultima per
fedone di ciafiuno è la pofi fione di effo Dio, fecondo che a fi e pofiibile:
Uguale da neffuno e poffeduto con parte di fi-, ma con tutto fi. Onde Iddio non
può effer compre fi ne per l'intelletto, ne per la uolontà, fendo l' tino, come
l'altra, par te deli' Angelo, {fi non tutto l'Ange lo. adunque l'ultima fùa per
fettone, e la coniuntione di tutto fi con effo Dio, allagale procede per
necefsità uno intentai -u - mo P M 0. si mo appetito. Quefìo è l'amore tanto e
faitato nel Stmpo fio, nell' or aitane di Agatone; llquale è beat if imo, fendo
la cagione della felicità,e ottimo, congiugnedo la creatura con Dio, che è ejfa
bontà,e gtouanijsimo di tutti gli altri Dtj ; perche è t ultima co fi, che
riafca nebtzAngelo. 'Ter la qual cosa Dionifio Areopagita dice, che l'amore è
un circolo fempiterno dal bene nel bene al bene, fìgnificando tre fpetie
d'appetiti, nell'angelo da noi dichiarati di fopra: uno fùbito, che l'efentia
dell' (^Angelo procede da Dio, pel quale l'Angelo produce la prima operat ione,
cioè, la ulta; tintali ro, che fi gue nell'Angelo fubtto, che è difhnto nelle
Idee,oue rifflende la prima bellezz&*£t que fio e proprio Amore,cioè
dtftdeno della bel lezx&.Wl terzo è quello appetito, che con • duce l'zAngclo
alla comunione d'effo Dto> della cui pofftpone acquifìa la fua felicità. O
me l'Angelo proeede da effo Dio, co/i l'ani feguito principalmente, cioè *7
orfino ft) zAmeho.Qutfìa incomincia a riceuer mol mudine y tmper oche fèndo
principio del moto come pruoua tldiuin L’ACCADEMIA nel decimo libro delle
leggi, fg) il moto feguitando SS, ' «v l infinito, è neceffario in efjd comma a
regnare l'tn finito. A cjuejìo fieguita la moltitudme 9 come per fiua natura
inde terminata. Et però la prima molttplicatione di fiuHantta, quafi fitto un
medefimo penere 9 incomincia a effer nell'anima. Sono adunque le anime, che
procedono dallan gelo molte. Conctofia che l'Angelo non fia finon uno 9
nondimeno fino tutte compre fi fiotto quella commune anima, le qua li fi no
differenti luna dall'altra, fecondo,che piu fi appropinquano, o piu fono
lontane da quello, da chi procedono: il capo 9 guida di tutte è l'anima mondana
t da chi procede tutto quefto corpo utfìbile, che noi chiamiamo mondo, o uuoi
ùniuerfò. Sot to la prima anima fono dodici anime prtn cip ah, lequah
finoprepofìe a dodici parti principali dell'uniuerfe cioè, a otto sfere ce kfli
9 quattro elementi 9 ft) perche eia. L 1 B 7^0 y cuna anima ha due parti, come
dimoflra Platone nel Timeo ; una, per lacuale è fimtle all'angelo, da chi
procede ; l'altra perche e fimile al corpo, tlquale produce ; per queflo ha
finito due nomi, per l y uno de quali e figmfìcat a la inclmatione al produrre,
(fi reggere d corpo ; per l'altro, la tnchnatione alle cofi diurne. Orfeo
adunque (fi i fuoi figuaci chiamano l'anima della terra, Plutone, (fi r
Profirpina:l'ani ma dell'acqua, Oceano, ffi Theti: dell'aria, Cjioue
fulminatore, ffi Giunone: del fuoco, Faneta, ffi Aurora: della sfera Lunare
‘Bacco Lichinto, ffi Thalia ; del file, Bacco Sileno ffi Euterpe ; di Mercurio,
Bacco Lifio, ffi Prato: di Venere, Bacco Trietarico, ffi Melpomeneidi Mar te,
Bacco Bajjareo, ffi Cito: di Gtoue, Bacco Sabafio, ffi Tberfìcore: di Saturno
Bacco Anfiareo, ffi Polinnia: de l'ultima 6i tima sfera Bacco Pcriciomo, g) Franta:
Bacco cnbromio g) Calliope di tutto l'uni uerfo. One, e da notare, che a
ciafiuna Mufa, è propoflo un Bacco per figmficare, che la parte dell' anima,
che melma al corpo, è retta da quella, che partecipa della mtelligentia,
inquanto per tale partici pationee fatta ehria del diurno dettare. zAlle
noue<iZMufi li antiqui Theologi prepofono un'Apollo, lignificando le otto
anime, d'otto sfere celcfii,g) l'anima dellumuerfo, chiamata Calliope, ejjer
minifi r a della diurna mtelligentia, laquale efii chiamorono apollo ; noi al
preferite chiamiamo Angelo. ^Non farà forfè fluori di propofito riferire una
maramghofit opinione circa il numero, g) l'ordtne dell anime intellettuali, la
quale fi può attribuire a gli antichi Theologi. ( I^ot ueggiamo il numero duodenario
batter grande 62 L r <B HO automa nell'uniuerfb, di che facciamo coniettura
per ejjtre dodici parti principali in ejfo, cioè dodici sfere. Oltre a quefto 1
ueggiamo Uno bili filma sfera effir dtfìin - j ta m dodici figni, onde
ragionevolmente habbtamo a concludere ogni altra sfera ef fer ordinata, ft)
diftrtbuta nel mede fimo modo, mafiime e (fendo in ogni sfera U natura del
tutto, come accenna Platone nel Timeo: ma di quefto altroue piu dijf ufimente
parleremo, oue dimoieremo, che tffendo l'uniucrfì compoflo, ft) retto dalla
ragione Harmonica, e neceffirio, che fa ordinato fecondo il numero duodenario,
radice dell'armonia di diapafon, fappiamo ancora, che'l numero fobico dice
plenitudine, ff) firmità ; ft) pero quando il m• mero procede nel fio Cubo,eJphca
tutta la ua per fettone • Il cubo, e quando un numero multiphcato m fe medefimo
di nuouo fi multi % 1 M 0. fimultiplica per fi. V irbigratia noi chiamiamo il
dua numero lineare, perche ha fimilitudme con la linea. Se tu multiplichi tl
dua in fi mede fimo,fi fa il quattro, ti (juale ha fìmilit udine con la
fuperficie. Se tu di nuouo moltiplichi il quattro per dua fifa otto tlquale ha
fimilitudme col corpo, piu la non ua la multtp Ite ut ione, come contenta di
tre termini longitudine, latitudtne * {0 altitudine, ftf per ejuefio il cubo è
ultimo proce fio y per fettone de Inume rò. Quefi a procefiione e Pitagorici
diurnamente accommodano alle fufiantie cofifi par ate y ff) eterne, come
corporali, ff) caduche y come altrouemofir eremo, Adunque il duodenario,
tlquale e il primo nume ro fecondo, compofìo di dua finarij fiquale e tl primo
numero perfetto 9 procedendo nella fuperficie y ft) nel fuo cubo fa il numero
osìd. T>CC. XXVlll ilqual nume 64 1 ro contiene tutta la plenitudine, fp
firmila, c/tf procede dal duodenario. Qualcuno adunque fondato in fu quefto>
forfi potrà credere ejfiere dodici anime nell'umuerfo, quafi dodici principi),
come è detto • Sotto ciaf una ejfir e dodici altre anime, delle quali ciaf una
habbia /otto fi dodici legioni d'anime piu particolari. In modo che il numero
crefie fino alla fimma di A4. D C C. XXV III. legioni, in ciafiuna delle quali
fia tanto numero d'anime, quante [Ielle fino nell' ultima sfera. 4 A£e debba
parere frano tanto numero d'anime y quando ff) T)aniel profeta dice migliaia
delle migliaia erano fìioi mini fri. fommunque e fia, tutta la moltitudine
delle anime ha per guida, ff) capo la anima del mondo prefantifiima, diuimf
fima di tutte le altre. c^nima degenerando dall' Angelo, da chi procede,
inclina alla natura del corpo y qual produce; nondtmanco non degenera
dall'angelo tanto che ejpt non rifirui delle condittoni divine; ne inclina
tanto al corpo, che effa al tutto partecipi delle [òr de matertaliSPer laqual
co/a pofta in mezzo dell' una, fp) dell altra natura y ncn dimette la cura,
ffi) il minifterio del corpo: q) gode le delilie del mondo intelligibile, Onde
meritamente è detta nodo dell'uniuerfi. Et per quefto ilduttn Pia tone nel
Timeo compofi l'anima di fitte nu meri, in modo che pofta l'unità da ciafiuno de
iati, ne fegutti tre numeri ; cioè dall'uno de lati il proce fio infino al
primo cubo de numeri pari. T> alt altro ilprocefti in 4 E Vi *6.OLQ/^3! X 0
5L 4/ primo cubo de numeri impari. Si 4/4 cg«/ /dta fino termini quattro, {fi
tre inter uaìli, per (lenificare nella natura dell'anima ejjer dua propietà: l'
una, perche effa fi congiugne fempre all'angelo, -{fi quefìa è denotata per gli
numeri impari: l'altra, perche ejfa produce il corpo, denotata per li numeri
pari, {fi tana, {fi l'altra è dif finita pel quattro. Et però noi pofiiamo dire
la quatrmità efjir uer amente l'Idea della perfetione ; non filo perche
marauigliofàmente contiene il dieci; ilquale fendo tutto tl numerose
Ptttagorici chiamorno Cielo, {fi umuerfi. Ilche ancora fignificorono li antichi
Theologi ofiuramen te,quando a noue mufe prepofino un' Apoi -lo. *ZMa ancora
perche quando fi procede nel cubo fignificato pel quattro, fi mene ^all'ultimo
termino della proctfiione;ne fi può procedere piu oltre. Onde in ogni natu
rapel Cubo efignificata l'ultima perfettone di ciafi uno.‘Non e adunq;
marauiglia, fi e Pittagor tci(come dice Teone)giurauano per colute he dona
all'anima noflra la Quatrinità y fontana della natura, che e tmperpetuo flufjo
; Imperoche quefto non è altroché giurare y per colui, cioè per Pittagora di
CROTONA; ilquale h abbia trouata L'anima e fere diffimta per la quatrinità,cioe
dalla po tenda dell' intendere, dalla ragionerai fin fi, dalla ueget attua.
Dalle quali potentie l'anima, che fi muouefimpre: fifa perfetta. L'anima adunque
produce il corpo ;ma pel mezo d'uno in frumento proprio y ilqual chiama grande
fiminario y o uuoi natura. o uuoi anima feconda ; laquale dall'anima prima, è
fatta grauida de fimi di tutte le cofi y che hanno a effire prodotte nella
materia. Da quefto grande fiminario pen de tffa materia: laquale è
imperfettifiima., ~ È ij L I 2 TfO di tutte le cofe fendo mafimamente diflan te
da effo Dio autore d'ogm per fettone ; laquale, Plotino chiama principio di
tutti i mali, co[t nell'umuerfi, come nell'anima noflra. "Pendono ancora
dal medefimo feminario procefiiom de femt qua fi razzi dal lume Squali non mai
fino fèp arate dalla materia, anzi fino fimpre congiunte fico. "Noi le
chiameremo e femi delle cofe. La prefintia de ' quali nella materia affilue la
generatone: quando accompagnati da lo affetto dell'anima feconda, moffo dalla
prima anima h fanno termine nel compofìo \ naturale. Imperoche il compofìo non
e altro, che il fime, che pende dall'anima feconda f q) la materia, in modo
intra fi uniti, che defii fi faccia uno. Quefto forfè e à Chaos dzAnaffdgora,
di finto dall'affetto dell'anima feconda, ilquale pende dalt anima prima, rat
tonale f uer a pa drona SECONDO. 69 drona della gener attorie. Di qui fi può
uedere il fondamento di coloro, che affermano tutte le cofe qualche uolta
tornare quelle mede (irne. Laquale opinione benché paia molto aliena da zA
riftottle: mafiime nel fine delfecodo libro della Generazione 9 ft) corruzione
; nondimanco noi Jperiamo dimoftrare ejfirhconfenttentifiima. Ma per tornare
alla co fa noftrafendo nell' anima fecondo efemi delle cofe, uere cjprefìont
delle Idee, ft) per que fio fendo accompagnati da una bellezza, che ìtale a
fimi, quale e la prima bellezza alle Idee, e necef fario s'accenda in effa uno
appetito,ff) uno defideriodi quella bellezza ; ilquale incominciando dalla
cognitione, ft) non potendo fare la fimilitudme di que da bellezza» di dentro a
fejransferifee nella materia la par ticipat ione delle Idee, alle quali feguita
quefea gratta, que fi a elegantia, quale noi E lij io Litico V. Aleggiamo nel
corpo mondano uer amento •figliuola dell' timore. Et pero Plotino di ce, che
tutte le co/e fino teoremi >quafì protedino dalla contemplatine, hauendo
prin tipio dalla cognttione di quella anima. Quella bellezza, che e nell'anima feconda,
et quello appetito, che fi accende in e/fa e lo Amore la Zienere uulgare nel
fimpofio riferita da Pausama, laquale è detta figliuola di (fioue, {fi di
Dione; perche pende dall' anima prima,ffi rationale, laquale è detta Gioue,
dalla feconda, rationale, laquale ha commertio con la materia i L Cielo, o uuoi
tuniuerfi è uno, procedendo da una anima, ft) fendo fatto a fimilitudme di un
mondi) intelligibile -, ilquale noi dtfipra habbiamo chiamato S E V P 2 \£ 27
0. chiamato Angelo ; ffi) pero Democrito ft) Leuctppo non meritano d'effere
uditi, ujuali pofono mondi infiniti. o^irtfiotik pruoua che'l mondo è uno:
perche egli è fot to di tutta la fua materia: ffi) Alatone proua, che'l mondo è
uno fendo fatto a fimtlitudine d'uno efemplare. W<?i hab± btamo nella r
Parafrafì noftra /opra il cielo hreuemtnte dichiarato, ffi) altroue
diffufamente dichiareremo in che modo della unità del mondo fia la medefìma
opinione dell'uno, ft) dell'altro filo fio fo, e il mondo non filo uno, ma
ancora ingenito, ft) incor r unibile, fe noi crediamo ad Ariftotile. Al diuin
Platone piace il mondo fempr e effere fiato, et fempre douere effiere:
nondimeno hauere cagione da cui penda, cioè dall'anima diuimfitma, principio
della natura corporale. Et pero habbiamo da dire effer tre principali fu
ftantie, lecitali ueramente hanno natura di principio: cioè Idèo, l'Angelo,
l'anima diuinifiima. Iddio è autore dell'unità in tutte le cofi, l'Angelo della
permanenza, l'anima del moto: ft) quefia è la fintentia di Plotino, ft) di Por
fino; benché Siriano, ffi Proclo altrtmen ti procedmo. Sono fiati ale unicorne
^lutar co, ft) Seuero, iquah hanno affermato, fecondo Platone il mondo effere
incomincia to qualche uolta, ft) qualche uolta douere finire; ft) per quefto
hanno detto filo effèr dua prmcipij di tutte le cofi, cioè la mate ria, ft)
Dio, non pendendo la materia da *Dio, ne Dio dalla materia. In modo che Iddio
fia al tutto finza materia, ft) fimplice;la materia fia al tutto eterna, ft)
fin zci participatione di Dio, ma quefta oppinone (come è conueniente ) non è
ammejja dalli altri Platonici. Le parti principali del mondo fino otto sfere
celefii, ft) quat. tro eie. 7 ^ tro elementi. T>e!le quali le sfere celefli
fino nobihfiime. llche dmoflra la magnitudine loro e'I / ito, l'ordine, e'I
moto, il lume. Plotino uuole che il Cielo Jia fuoco, ffi) c.Piatone nel Timeo
uuole,che il mondo Jia compofto di quattro corpi, Fuoco, Terra t Aere, ff)
oAcqua, in modo, che da que: fio nome fuoco fino comprefi i corpi celeftu
os4riftottle s'ingegna dimofirare, che il Cielo non e fuoco. lmperoche il
fuoco, come ejjo dice, p muoue naturalmente in uerfi la cir cunferentia,p
artendofi dal centro. &l corpo celeftenon fi muoue di moto retto partendofi
dal centro, ma di moto anulare, ilquale moto [i fa intorno al Centro, pero il
Cielo non è fuoco, altri menti bifignerebbe dire y che il Cielo barn fi fi dua
moti naturali ; uno per ilquale fi muoue intorno al centro, che e ilctr calare:
l'altro, per ilquale fi parte dal centro, ff) 74 L IV Z 0 - " ua alla circunferentia,
che è moto retto,Lacuale co fa pare habbia per imponibile- Quefla ragione
facilmente foluono Piotino, ‘Proclo. Ilche breuemente nella no fra c Parafaf f
opra il Qelo habbiamó tocco y fé) altroue piu diffuf amente dichiareremo y
mofìrando, che altro è muouerfi nel proprio luogo, ft) fecondo la fua natura:
altro e, fndo fuori del proprio luogo, ritornare ad cjfo > ff) nella fua
naturarono alcuni, che dubitano y fe le felle hanno moto proprio. Platone dice
nello Spinomide y che le lidie fono animali ignei ; ft) nel Timeo y che le
lidie fi muouono intorno al proprto centro. È piu de Peripatetici oppongono
zAriflotile cjuafì uogliayche le jlel le fieno continue col Cielo ; ma piu
denje ; ff) però non hauere altro moto, che quello della fua sfera. ^oi diciamo
z^riflottle non hauer mai quefo affermato. ^a '7f quando duce le fteUee/Jere
della medefima ] fuftantia, di che è il Cielo ; intendere effe effire della
medefima natura, cioè ignee ; fffi quando dice le sielle effire mfijfie nella
sfera ; non fignificare pero efftr continue, ma che non mutano luogo fecondo il
tutto ; ft) pero apparire effire tnfiffi ; perche fi muouono circa il proprio
centro. In fomma le sfere celefh, ft) le Belle effire di natura ignea, hauere
proprij moti, è ma mfeflifiimo appreffio Platone. ‘Nelle sfere celefh fin due
moti, uno da Oriente 3 m occidente, tlquale ‘Platone chiama moto del la
fapientia, q) della identità. L'altro da Occidente in Oriente chiamato moto
della diuerfità. Quefio, è delle sfere erratiche: quello del fermamento ; ilquale
inulta la intclligentia dell'anima diuintfiima, di chi è tmagtne. Quello, è
chiamato deBro, e quello fimfiro. L'uno, 7 fi L I % 7^0 | .l'altro fanno la
generatone, la cor rruttone;Quello del fermamente fa che firn pre fia ejja
generattone, ff) corrutione, come dichiara o Ariflotik. Et pero t Pitta gorici
affermarono ff) ildeflro, ft) il fini • fìro efier nel numero de' principi]
pendere « do dal moto del fermamente, ffi) delle sfe - '] re erratiche tutta la
generatone. L Moto da Occidente in Oriente, chiamato da ‘ Platone moto di
diuerfità proprio delle sfere erratiche autore della generatone, come è detto,
è diuifiin fitte, Imper oche ogni sfera ha il fuo moto. di tutti è uelocifiimo
il mote della sfera di Saturno di tutti è tardifiimo il mo to della Luna. Sono
alcuni, uguali affermono IL LIZIO fintire il contrario, quale 77 uogha il moto
di Saturno e [fere tardiamo determinando fi longhfimo tempo perla fiia
fpeditione. ‘Ter contrario il moto della Luna effer uelocftmo deter minandofi
breuftmo tempo. Tsfoi crediamo e far fententia d'o^lr ifìotile le sfere
fàpertorimouerji piu uelocemente,che le inferiori. Imperoche la magnitudine,
che debba effer trapaffata dalla sfera di Saturno s fuper a molto piu la
magnitudine, che debba effere trapaffata dalla sfera della Luna, che il tempo,
che fi dttermina Saturno per il fuo moto, non fitpera quello, che fi determina
la luna. Quello è uno de gli errori, che Platone imputa a greci (come è detto )
nel fettimo delle leggi, cioè credere il moto di Saturno effer tar difimo fra i
pianeti, fendo ueloc fimo, può fi ancora r acorre de comentarij di ‘Porfirio J
opra il Timeo e Pittagorici affermare il moto di Saturno 7S.L IV 7^0 \ effer
ueloci filmo, ff) riflotile ancora dice nelle quefiioni meteorologiche il moto
della Luna non fare accenfìone nell'aere fendo tardo, ft) pigro: ilche fa il
moto del file per la uelocità, ff) uicimtà. Credono i Pitagorici, ff) Platone
il Cielo fendo imagine dell'anima efjir e dige fio fecondo la ragione armonica
; L'anima, fecondo che pia ce a Timeo Pitagorico, pigliando le duple, ff) le
triple con le fifquialtere, g) fiper ter ite, fuper ottaue, ff) fimitomi è
digefla in trcntafei termini. Il primo di tutti è il numero trecento
ottantaquattro. La fomma di tutto il numero, e cento quattordici migliaia, ff)
fecento nouanta cinque unità. 'JSfelquat numero è contenuta tutta la ragione
Armonica. Sendo adunque le sfere celefh in modo coerenti fa fesche facilmen te
paiono piu tofio continue, che contigue tanto fono pulite, ftfi coequate ; ft)
mo? uendofi uendofi uelocifiimamente non dubitano af fermare ; da loro mandarfì
fiora un fuono di tanta gratta, quale fta conueniente a fi nobtl corpo y come e
il cielo, Imperoche il fuono fi genera del moto di dua corpi,, che uelocemente
mouendofi f tocchino. Il moto piu ueloce genera il Juono piu acuto ; e*l moto
piu tardo genera il fuono piu grane \ ff) pero il moto del fermamepto generati
fuono acutifeimoye'lmoto della Luna grauifeimo, ff} perche i moti delle 6 fere
fino digeftt, fecondo la medefìma ragione harmonica, come fino ancora i loro
interualli ; fecondo laqualcfe digefla l'anima: e neceffario, che tali fuoni
proc eden? do da moti armonici in modo confinano fa fi, che di tutti fi confi
itmfea una ar r montagna melodia di gran lunga piu fua ue, che quella, che noi
pofeiamo compren? dere con le orechie elementari > Et perotl 80 L 1 <B
7{0 dtuin Platone nel decimo libro della 7{epti blica dice, che ctafc una sftra
celefte ha fico congiunta la fua Sirena, laquale canta il fio tuono. Dequah fi
fa una armonia. e Pittatomi affermorno il Cielo eff re la li ra di T>io: a
quali acconfentifcono Aleffan dro eJ "Milefìo, ft) Eratoflene.* #vi v,.,r
/r a bi l e bellezza nafcc nel corpo modano dalla unto ne, per laquale cofe
tanto diuer(i,ff) fi contrarie, co me fono nel mondo, fatte fra (e amiche, con
ftitui fono un grande animale. £ fegliè lecito comparare le cofe grandi alle
piccole, il mondo è ftmile a l'huomo ; Il fuoco, la terr a, l'aria, l'acqua
hanno fmilitudme con la collera y con la malinconia, col fin gue,con sz gue,
conia flemma ; della retta mifttone, de quali fi fati temperamento radice della
finità y cofi a l'huomo, come al mondo. Il fermamento fi può chiamare il capo
di que fio grande animale, alquale un numero * quafi innumer abile di fielle
come occhi fui genttfiimi fino grandifitmo ornamento. £ ‘Tittagorici affermano
le fielle penetrare col fio lume nel centro del mondo: dout pel concorfi di
tanta moltitudine di raggi uoghono accender fi unfuoco eterno quafi cele
filale. c Al firmamento, come capo, obbedtfiono i pianeti: in fi a quali il
Sole ha fimilitudine del cuore, e fontana della uita. ^Marauighofamente eccede
il Sole tutte l' altre fielle, non filo di magnitudine y ma ancora di potentia,
ff) di uirtu ; la qual cofi dtmoftra la copta del lume. (fili antichi Theologi
affcrmomo, laGiufiuta, laquaky come Regina, ordmaydriz-82 JSlpXQ V qi, regge
l'umuerjo, per tutto procederi dal mezo del trono del Sole. zs4riftotile
attrtbuifie tutta la generatone al Sole, ft) atta Luna ; lacuale, come dice
Hipparco è neramente uno Jpecchio del Sole rifletten do a noi il lume, Uguale
ejja da lui pren - • de. (fiiambhco, {$) Giuliano Imperatore confhtuifiano nel
Sole tutti lifDij de (gentili. Et ^Plotino affermagli antichi auere adorato il
Sole > come Iddio. Confideri la muc chi dubita il Sole effer preftantif fimo
di tutte l 1 altre flette ; oue ancora ciò che e di lume, e per beneficio del
Sole. Gioueconla fita beneficentia, peonia fua equità raprefinta il fegato, dal
quale il nu trimenioìfommmt firato a tutto il corpo ; onde da gliaftrologi, è
chiamato la principale dette grafie celefti ; da «J /Marte, quafi amaritudine
del fiele, e ridotta al temperamento la dulcedtne di (filone. V mere. 'I T SECO
X D 0. 83 ft) la Luna, fendo miniflre della genera tione per cagione della uirtu
humida, che regna in effe, hanno proportene col feme, ft) con i membri
genitali: chi confiderà la deferita, ft) prontitudme di J Mercurio forfè non
dubiterà a/fomigliarlo alla lingua: per tu fido dellaquale noi facciamo note le
intime noflre cogit adoni. èt pero li antichi meritamente attribuirono a t jue
fio Dio il patrocinio dettelo (juentta. lAttribuifcono ancora a Saturno il dono
del lintelhgentia, ft) però chi ajfermaffe Saturno effer e in luogo di reni,
forfè non farebbe lontano daluero. lmperoche cjuefìi fendo aridiflimi,
efpurgano lo spirito di ogni cahgmofo uapore. Onde effo, e fatto atttfimo
mflrumento della inteUtgentta: non è dubbio ancora effere un tenuifimo, ft)
luddismo Vehtcolo della uita, fg) del fenfi corre /fondente alt elemento delle
fiel v.. o. f jj u L IB \0 le: per Uguale, come per competente mezo y l'anima
consunta al corpo elementare y lo fa partecipe de doni della aita. zA queflo è
Jtmile quel fuoco dimmfitmo, il quale e fimpre per tutto diffufi ; ripieno
della uirtìi dell'anima regia, fecondo afferma Cjiambhco, ff) (giuliano
Imperatore, ilquale da ziatone nel Fedro e chiamato il carro alato del gran
Cjioue. Aderitamente adunque fendo l'huomo belhfitmo di tutte le cofe, che fino
in terra: ff) effendo fintile al mondo y tn modo che e fio e chia mato piccolo
mondoy h abbiamo affermare il mondo, quafi un grande huomo, effr belhfitmo di
tutte le cofi fenfibtlu *Noi hab • biamo dichiarato fino a qui la bellezza efi
fere una gratta, un fiore, uno splendore della bontà ; ft) l'amore non ejjere
altroy che uno intenfi de fiderio di fruire, ft) di •fingere la bellezza.
Riabbiamo ancora dichiarato eftere àua bellezze: una prima, ft) diurna,
laquale, feguita all' Idee chiamata Venere celefte ; d'altra feconda, ft)
naturale, laquale e nell'anima feconda, o uuoi grande femmario detta Venere
uolgare, fé) commune, ft) pero eftere duoi amori. Vno circa la bellezza
celefte, ft) diurna: detto diurno e celefte: l'altro circa la bellezza feconda,
ft) naturale, detto amore commune yfft) uolgare.Sendo adunque l'amore diurno
circa la diurna btttezz za ; ft) effìngendo efta, è necejjario ejjere in mezzo
di due bellezze > una prima, ft) impar.ticipata, laquale fendo appetibile,
antecede all'appetito amat or io)' altra non prima, ft) partictpata, cioè quella
prole . bella y laquale l'amore diurno effìngeneL l'angelo per modo feminale,
ft) di natura a ftmilittidine della prima bellezza s ft) imparticipata, ft)
quefta non antecede, > f $ SS L IH 2 io ma fegmta all'amore. L'una, {0
l'altra chiameremo Venere celefle. Medeftmamente quella bellezza, che è nel
gran (eminario antecede all'amore uulgare. La beL lezz&.* che e nel corpo
mondano figuita ad tfio y in modo che ancora lo amore uolga re yl collocato nel
mezzo di dua bellezze, dellequaltl'unae fine dell'amore uolgare, l'altra e
prole ; {0 però ancora ciafiuna di quelle può efier chiamata Venere uoL gare.
Oue è da notare la prima bellezza, che antecede all'amore ejfiere nell Angelo
per modo fpett abile ; la feconda cioè quella y che è prole dell'amore efier
per modo (eminale. TSJel grande fiminario per contrario, perche la bellezza 9
che antecede all'amore uolgarey e meffo per modo di fi-. mt:queUa y the
figuita, cioè la bellezza che è nel corpo mondano prole dell'amore, e per
modoffett abile. Onde la prima, {0 ultima bellezza SECONDO, st bellezza fino in
quefto fimilt,che l'una,q} l'altra, è obietto della potentia utftuaiquefi a
della corporale ; quella incorporale, ft) intellettuale, ft) pero non è mar
auiglia, fi dalla bellezza finfibile fiamo eccitati alla bellezza
intelligibile. E ancora da intendere non filo la bellezza dell'angelo, ma
quella dell anima diuina efier lignificata per quefio nome Venere cele fi e:
parimente l'amore ; che nafie di tale fpett acolo, nel1 anima diurna effer
figmficato per lo amore celefie. lmperocbe, fèndo nell anima la uera
participatione delle Idee, e neceffario ancora in ejfa fia la uera
participatione della bellezza, ft) dell amor e, come ancora in ejfa è la uera
participatione della uita, ftj dello intelletto. adunque nell'anima diuina fino
dua amori, fjfidua bellezzaVna uera participatione della bellezzeIdeale detta V
mere celefie. L'altra detta a*v*V> ss: L 17t Jt o • V Venere uolgare >
hauendo commertio con la materia, zsélla bellezza uolgare e intento l'amore
uolgare. Alia bellezza celejle, è intento l'amore celcfìe, ffi) fermezza deffa
alla prima, ft) uera bellezza.!} aL la cui contemplatone s'afiende al capo,{t)
principio di tutto l'uniuerfo, la cut bellezj za y filo per uaticinto fi può
comprendere, trapalando tutta la f acuità del conofcere d infinito inter uaRo.
^Qr. ài- * L D l v in L’ACCADEMIA dice nel TIMEO (si veda) t anima nostra
essere Hata creata nel medefimo cratere, quale fu creata l'anima mondana delle
reliquie de medefimi generi; uokndo SIGNIFICARE l'anima nostra auere proprietà,
ft) potente simili alt anima mondana >{t) alt altre anu me diurne } ma in un
certo modo piu impera fetto. Quefto uuolefegntficare che t anima nojlra, benché
habbta le medefeme uirtà; nondimanconon opera nel medefimo modo: perche intenta
alla gener adone, ff) cura del corpo caduco, dimette la contemplatane della
uera bellezza. Per contrario intenta alla uerità intelligibile dimette la cura
della gener adone ; fp) cjueflo aduiene ragioneuolmente. Imperoche non potendo
adempire infieme tuno, ff) l'altro uficio, enecefeario la efeedidone dell'uno
fìaac• compagnata dalla dtmefeione dell'altro, quando e intenta alla gener
adone, fi dice difeendere, quando e intenta alla contemplatane yfi dice
afeendere ; non perche l'anima afeenda, o difeenda fecondo il cojìume de corpi.
Imperoche fendo ejfentia fepara bile y ft) non pardeipando dicondidone aU ?o
cuna corporale, fecondo che piace a tr L’ACCADEMIA, ffe) adzAnflotiU, ma di
fuori ft andò, è al tutto afioluta dalla natura del luogo, alcjuale filo è obligato
il corpo ; di cui è proprio il fetlire ff) lo feendere ; ma diciamo afcendere
> ft) difendere m quello modo. Le cofe diurne y feno prefenti fecondo y
cheefee oprano. lmperoche noi diciamo la dimnità ejfere in cielo, o in terra
fecondo che efea opera in cielo o in terra. £t altrimenti non puòefeere
determinata^ mente in luogo alcuno. Della operatone, e principio l'affetto,
corne e manifefeo\chi è quello 9 che operafei in alcun modo, fe prima non fujfe
moffo da uno a: ffetto antecedente? que fio affetto non e altro che un
defederio d'operare, tlquale pendendo dal’ la fognatone e principio
dell'operatione.Pri ma concepe Ftdia la forma della fica ^Minerua, dipoi
defederà di produrla, o nel marmo S E C 0 TSfD 0. pi marmo, o mi ramo, dipoi la
produce. Se non haueffe defiderio di produrla y non mai la produrrebbe, ff) fi
prima non conce pejfi la fua forma, non mai dtftderebbe di produrla. ^Adunque
la cognttione è principio dell'affetto, ffi) l'affetto dell* operatane ; fff
pero alatone dice nel Timeo, che l'opefice del mondo fece tante forme nel
mondo, quante hauca uedute la mente nel trnente, per lignificare la produzione
del mondo pendere dalla cogmtione, in fra lequali, come fra due efiremi y e
mezz ZP tl defiderio di produrre. Sendo adunque l'anima no fra nel numero delle
cofi diurne, diremo effer e prefinte oue effa opera ; ft) operare, oue effa e
tratta dallo affetto, g •) defiderio d'operare. llquale affetto pende dalla
cognitione. Imperoche glie impofiibile noi hauere defiderio d'operare quello,
che al tutto c'è nafioflo. ‘Ter 92 LIBICO lagnai co fa, quando l'anima nojlra
con - cepe la uita ftnfibde ; ft) la gener adone 5 ft) hauendo affetto a effa
la produce, ft) efphca ; noi diciamo l'anima dcfccndere., Jmperochela natura
mortale oue effa opera, e V infimo dell' uniuerfò: Ada quando <• effa
concepe la tuta de gli T>ij, ft) la ulta intelligibile lontana da ogni
moleflia, ft) ùgnytriflitia, ft) con l'affetto l'efplica, dir ciamo afendere,
fèndo gli c Dij. il fupremo \detl' unmtrfo. ‘Rettamente adunque dice ^Porfirio
nel primo libro. DeU'aftinentia de gl' ammali, f noi defi deri amo ritorna rea
quello, che è proprio nofìro, f) alla ulta degli T>ij, effer di bifigno, noi
al tutto diporre qualunque cofà habbiamo pre/o dalla ^Natura mortale infieme
con t affetto decimante ad effa, quafi non per altro defeenda, 0 afenda l'anima
no fra, che per Iq affetto. ^Tiace al dtuin r 'Platone,ft) Plotino l'anima
noftra, quando uiue con la uita intelligibile, ffe) degli Dij: conferire tanto
grado di degnitd, che fatta collega dell'anima mondana infieme fico regga tutto
il fato, ffe) la generatone. Viue aUhora con la uita de gli Dij, quando ridotta
ne peniitfeimi tefeori della feua essentia, ft) di quindi nell amemfeimo Tarato
della uerità intelligibile, contempla effa luJìitia, efea bellezza, effa bontà
; Oue intendendo tutta la TSjatura di quello, che è uer amente, fp) non folo
intende tutte le cofe, che di quindi procedono, ffe) tutti e gradi della
procefeione mfeno all'ultima materia ; ma ancora confeguentemente ope ra fecondohe
effa intende. Onde merita mente è detta collega dell'anima mondana, laquale
hauendo mteUigentia^ffe) prò uidentta uniuerfale, e principio del cielo ; ffe)
di tutta la generatione. Onde Telato 94 L I V 7^0 rie nel Filebo dice in Cjioue
cffere intelletto ft) regia anima, fignifìcando come nettuni ma mondana è
intedigentia, ft) prouidentia mtuerfale ; cofi ancora effer ulta ft) principio
uniuerfale di produrr e, ma quando effa declina adageneratione, ft) al corpo
mortale, dimettendo la intedigentia uni verfitle, ft) però fendo oppreffa dall'
oblivione delle cofe diurne, attende alla fabrica di quello, che offerendo fi
adì occhi noflri) chiamato da gli ignoranti huomo, fèndo piu tofto imagine, ft)
ombra d’huomo; che vero huomo. Queda dimeffione, ft) queda oblivione)
lignificata dal dtuin ‘Telatone, nel decimo libro deda 'Rgpub. quando dice 9
che l' anime, che difiendono nella generatone beono dell'acqua del fiume
Amelita ft) pervengono nel campo leteo. lmperoche Amelita fignifica negligenza,
ft) leteo lignifica oblivione. T^ondimeno non gli è negato la uta di patere
tornare alla ulta intelligibile,/e feparandoftdal {enfi eccita il lume della
ragione,per laquale finalmente tifando per inflr amento la bellezza corporale,
e reuocata in ejja uerità. In fomma l'anima quando muendo con la aita
intelligibile contempla la uerità atramente fi può dire integra. Imperoche
fatta collega dell'anima mondana regge ilfato f {t) tutta la natura corporale
noftra, quando intenta alla generatone s'ingegna effingere nel caduco corpo la
natura del mondo o dimettendo al tutto la fpeculatione della uerità, gt)
obltgandofi afenfì, ueramente si può dire dimidtata. Laquale e ri/litui ta
nella fua integrità, quando s'accende in ejfa uno intentiamo amore, ilquale
incominciando dalla corporale, finalmente la reuoca nel marauigltofo fplendorc
della bellezza intelligibile. Di qui apparifce quel r V’1£> v . òè L 1 X 0
lo y che e ìnclufi nel portentofifìgmento di Ariftofane nel Simposio. lmperoche
k da principio ejjire thuomo di figura circolare, ffi) co’membri addoppiati
ejjer fato partito in dua >per reprenfitone del filo fafio, tentando di
combattere con gli T>ij, poiché gli e cofìdiuifi cercare della fila me
tàydefiderando intenfàmente ritornare nel primo flato ; Incontratolo, quafi infuriato,
non concedere per un breue momento di tempo mancare d'ejfio ; onde ejjer nato
l'zAmore conciliatore dell'antica forma, medico, ft) curatore della generatione
humana ; non mole altro fignificar e, che da principio l'anima no fir a uiuere
con la ulta intelligibile, la cui contemplatone ha fico congiunta la cura della
natura corpo tqle, ft) meritamente è detta circolare, fendo la contemplatone un
circolo: Randella generatone dedita do crefiendo lo ftimolo dedita al proprio
opificio crede fi e fière ha \ fi ante, a fimilitudme dell'anima celtfle,
effingert il mondo in e fio, perde la contem) piattone, {f) fiero uer amente
come inalza « ta dalfiafto, è diuifa. Cerca della fina metà perche ejja
ottimamente conojce quello, che ha per fi per la inclinatione, affetto al corpo
mort alerone non trotta niente di t verità', neiquale incontrando fi, cioè in
qual che imagine della divina bellezza, fubito co me da un profondo (inno
/vegliata, fi rtcor da della divina bellezza ; per l'amore della quale e
(purgata dalle (ordì materiali final mente recupera la perduta metà. Merita.
mente adunque (amore è detto medico, et curatore dell'humanageneratione reftitu
tndo l'anima alla vita diurna, laquale è la fua integrità, QuefUfino forfè i
uefìtgij per che uno filerte inuefiigatore della uerità configura il fegreto
(enfi d'iAristofane. Non hauédo in animo al prefinte inter pre-, tare
minutamente il dium L’ACCADEMIA, a noi fa ra a bajìanza qua/ì col dito hauere
accen nato il camino in fi profonda mtelligentia. L’anim a nostr azoiche e
difiefia nel corpo mortale fe ufia per iftru mento la bellezza corpo rale alla
diurna belltZz Z&, guidata dall' amor celefle, recupera le perdute delizi
della aita intelligibile. Ma fi fatta ebbra, quafi da focali di Qrce, precipita
nella generai ione, ingannata dall'amore uolgare, diuenta ferua di tutte quelle
calamità, che ha feco congiuntela datura corporale. Ma innanzi, che noi
dichiariamo come nafte, {fi quello, che opera l'uno, {fi l'altro c Amore, fuori
di propofìto dichiarare piu particolarmente la fua diffinitione\ come quelli
che di qui potremo piu facilmente conofiere gli accidenti, di chef amo
partecipe. E adunque L’amore desiderio DI FR V I R E, ET GENERARE LA BELLEZZA
NEL BELLO, fecondo che il diutn Platone difnifte nel simposio. ‘Ter laquale
diffinitione balliamo a intendere l'amore essere l'appetito, {fi non, filo
appetito, ma di bellezza, {fi di generarla nel bello. Onde per quejìa ultima
parte, come per propria cùfferentia t l'amore, e difìinto da ghaltri appetiti,
iejuali non fono di bellezza. Chi adunque /apra che cofa è appetito, ft) che
cofa è bellezza ; faprà a fufficentia, che cofa e tumore. L'appetito q) la
cogmtione non effer quel mede fimo dimofira quello, circa ilquale è tana, ff)
l'altra potentia. La potentia del cono fiere è circa il nero. La potentia dell'
appetire è circa il bene. Sendo adunque diftmto il aero dal bene, e ancora
difintala potentia del conofiere, dalla potentia dell'appetire. Il uero e
quello, che è adequato a. fuoi principij. Come il uero oro e quello, che per
tutto corri fponde a principij, ft) alla effèntia dell'oro, non am mettendo in
fi alcuna cofa tftranea, ft) auentitia. PI bene e quello, che per fua natura fa
quiete, fp) voluttà. Sendo adunque il uero, fecondo la fua diffinitione,
difinto dal bene, è necejfario, che U corninone •* < y. f . ioj tione
fiadifttnta, fecondo la fua dtffinitione, dall' appetito. Ter laejualcofa la '
facoltà del conofiere e una potentia in ap r prendere il aero. Lo appetito è
una potente in fruire il bene. Della apprenfìone del nero, fi fra nella
corninone certit odine. ^Rel fruire del bene t fi fra nell'appetito
uoluttàsAriflotile nel fi fio libro dell'Etica dice, il uero, ft) il falfò
ejfir nell'intelletto ; tlbene; fp) il male nelle cofi, lS[oi 3 che diciamo la
corninone effer circa il uero > affermiamo il uero y ft) il falfi effer
nelle cofi fecondo notatone 9. Uguale nel fi fio libro della Republica dice
nell intelligibile effer e la uer rità, nell intelletto la fiientia * llcbe non
repugna ad zAriftotile, come nella noflra concordia dichiareremo. Al uero, ft)
al falfò féguita il benc,fj} il male: imperoche nulla può efier uero che non
partecipi del bt ne ; nulla può effer falfò, che non partecipa q tij ìo2 L 1 %
0 del male, ft) però alla cogmtione,che e circa il aero yfeguita i appetito,
che è circa il bene. Prima conofiiamo, di poi appetiamo ; ft) appetiamo quello,
che noi appetiamo y perche crediamo ejfer buono, ft) utile per noi. Adunque
l'appetito appetifie quello, che la potentia del cono/cere giudica ejjer buono
onde è manifefto l'appetito figmtare la cogmtione. Sono diuerfi gradì di uero
nelle cofe: Sono ancora diuerfi gradi di bene, ft) pero fono diuerfi
cognitiont, ft) diuerfi appetiti ; onde et diuerfi certitudini, ft) diuerfi
uoluttà. £'l primo grado di uero è nella natura Angelica, oue tutte le co fi
fino adequate a fuot principìj y ft) però fino partecipi uer amente della
bontà. Circa ad effe è la prima potentia di conofiere 3 laquale e chiamata
intelletto ; ft) il primo appetito, ilquale è chiamato uolon td nell'
intelletto )e la pritna cer tit udine,ft) TE \Z 0. 103 nella uolontà, la prima
uoluttà. Il fecondo grado del nero, ft) del bene e nell'anima: om il aero,
benché non fia affolutamente aero, come quello della natura Angelica ; ilqualee
per fia natura uero, e nondimeno aero, ft) bene r adottabile, circa ilquale è
la feconda potentia del cogno fiere, qual' e chiamata ragione,{t) il fecondo
appetito chiamato elettione, nella quale e la fia uoluttà, come nella ragione,
e la fua certitudme y laquale e detta propriamente fcientia i fendo la
certitudme intellettuale detta fàpienza. et l terzo grado di uero, ft) di bene,
è nel gran fimmario y circa ilquale è la fua cogmtione, quale noi chiamiamo
finfò intimo, ft) à fio appetito principio della bellezza corporale ; la certitudme
di quella cognitione ft può dir fede, ft) quella uoluttà fi può dire
tmaginaria. Il quarto grado è nella na. <3 «<j 104 L 1 3 ? \ O tura
corporale, oue le cofi astutamente fono ombra di utro,q) ombra di beneinon
dimeno fino uero>ft) bene fin fibile. Et pero la corninone, che è arca tal
ucro s e una ombra di cogmtione; noi la chiamiamo fin fi particolare, nelquale
è neceffaria certi t udrne y ma piutofto afimilitudtne 9 come, dice il dtum
^Piatone nel fi fio libro della 2{epublica ft) lo appetito 9 che è circa tal
bene e un'ombra del uero appetito, nel- quale è uolutta al tutto ombratile:
difcor -1 rendo adunque per tutti i gradi dell'appetito y fimpre l'appetito è
circa il bene ffi) confeguente alla cogmtione. Et però io mi marauigho d'alcum
che diuidendo l'appetito dicono lo appetito diuiderfi in naturale, cogmttuo,
(fuafì pojfi efiere ap petito finza cogmtione 9 ile he al mio parere e afjordo:
Imperoche mjfuno può appetire, quello che è al tutto incognito 9 fi noi TERZO.
tot noi diciamo negli elementi efftr appetito del proprio luogo s e neceffario
concedere in tfii e (fere una cogmtione antecedente allo appetito, lacuale è
principio et appetire 4 tutte le cofe, che appetifiono.Est a c va dichiarar che
cofa e bellez&a, potremo intendere chiaramente, che cofa e amore. La
bellezza, come e detto difoprafe una gratia y uno fplendore della bontà, che in
fu la prima giunta apparifce all'affetto, qua fi il colore nella fuper fiele*
Oue è da notare due cose. ‘Trimala bellezza efftr obietto della jotentia uifuale:
dtpoi ejìtre per modo d'oc adente, ft) eftrtnfeca. Le bellezze fon molte ;
perche altra i LA BELLEZZA DELL’ANGELO, quale chiamiamo bellezza intelligibile,
ftj diurna: altra la bellezza dell' anima rationale, quale al prefènte
chiamiamo animale ; altra la bellezza del grande femmario, quale e detta
feminarta; altra LA BELLEZZA DEL CORPO, quale è detta corporale: a tutte
nondimànco è com mune ejfer un fiore della bontà, ejjer obietto della potentia
uijuale, efier per modo d'accidente * Et per piu piena wtelligen aia e da
intendere ejjer piu potentie uifùali, fecondo che fino piu obietti uijibili. La
prima è efio intelletto, ilquale ragguarda nella uerità intelligibile, ilquale
è ueramente un'occhio eterno, che uede ogni cojà Signore del mondo, temperatore
delle co fi celejli, ft) terrene. La feconda potentia uifuale, è nell'anima,
effa ancorale-, culatrice della uentà: Ma multipbce,ffi uaria, detta potentia
rationale. La terzi j ènei TERZO, r io7 è nel grande fiminario intenta alla
uarie ta de fuoi fimi. Onde nafte l'affetto, principio della bellezza
corporale. V ultima è ia potentta, dallaqual fin uedute le corporali,
preftanttfiima di tutte le poten tte finfualt particolari, come dice tAru
fiorile, aera imagtne dell'intelletto. Auendo dichiarato che cofa è appetito,
ff) che cofa, ecognitione, fffi che fino tanti modi di cognitione, ff)
d'appetiti, quanti fino e modi del uero, ff) del bene: battendo ancora
dichiarato, che cofa è bellezza, ft) e modi di effa, ft) che cofa è potentia ut
fiale, ft) i modi di effa pienamente pofiamo intenderebbe cofa fia amo re, ft)
la natura d'effo. É adunque l’amore desiderio di fr vi RE, ET D’EFFINGERE LA
BEL l e 2 7 / a nel bello. Sendo l'amore, defiderio, ft) appetito pof tamo
intendere effir circa il bene. Sendo di bellezza, poliamo intendere effir circa
quella partir apatione di bene, che e detta bellezza ; laquale è efìrinfica,
ftfi per modo dacci dente obligata alla potentia uifuale, St pero h abbiamo ad
intendere l'amore effire m'appetito, che figuita la cognitione uifuale.Onde
Plotino dice rettamente l'amo re hauere acquifìato il nome dalla uifìone. E
detto appetito non folodi fruire la bellezza ma d' e f fingerla per lignificare
l amo re effir efficace. Imperoche non glie a ballante fruire la bellezza, fi
ancora affettuofifiimamente concependola non la effri me ; ft) in chi ? nel
bello ; cioè in chi fia di fpofto> ft) preparato a riceuerfì tale effir e fi
fione. Laqualcofia dichiara il diuin r Platone nel Simpofìo: quando dice
l'amore e fi fiere del parto della generatone nel bello. £ modi dell'amore fon
tanti, quanti fono e modi 1 T E % Z 0. 109 e modi della bellezza, ùjuah fi
riducono a dua, cioè alla bellezza diurna, detta Venere celefte, ft) alla
bellezza finfibile 9 det ta Venere uulgare, ft) commune: ft) fero diremo e modi
dell'amore effir duot cele fte,{t) uulgare. L'amore celefte è appetito
intellettuale circa la bellezza intelligibile. L'amore uulgare e appetito
ftnjuale, circa alla bellezza finibile. L'uno, %t) l altro fa la fua
efprefiione nel bellori celefte nella natura diurna per modo di fimi, ffi) di
natura, come è detto ; il uulgare nella materia per modo uifibtle, fgl
d'imagine ; laquale per tjuefto fi dice bella, perche e paratifiima a riceuere
la ejprefitone della bel lezza fimmana, di qui fi può intendere la fententia di
Alatone, quando dice Poro figliuolo di Metide ebbro di Tettare, ft) Pema hauer
generato l'amore, ne natali di V mere. ^Noi perche di quefta man o L I *B 7{0
teria h abbiamo breuemtnte trattato nel primo libro del fulcro, (g) h abbiamo in
animo trattarne altrove pia diffufamen te, al prefente dimetteremo piu
particolare efpofitione contenti filo in queflo luogo hauere aperta la uia a
quelli,c he fino fìudtofi d'intendere i profondi, fg) fegrett mi * fterij
dell’ACCADEMIA > f • , « v* f ' /chiarata ladiffinitione dell'amore, fg)
come gl' amori fin dua,cwè celeftc ft) uulgare, refterebbe a dichiarare m che
modo nafia, fg) quello,c he operi in noi l'uno, fg) l'altro amore, ma perche
dell'amore cele [le a bastanza e detto fi nel terzo libro del *7* utero, fi
ancora nel panegirico nofiro all'amore ; per quefio diremo filo ft) breuemente
dell'amore mi gare. TE % ZO. /// gare. Al pr e finte fuporremo in effir noi uno
cor puf colo diffufi per tutto, quafì unumcolo infra l'anima, (g) il corpo elementari,
detto spirito y mediante tlquale dall'anima nel corpo piu terrefìre fia trans
fufa la ulta. Quefio fendo generato d 1 una fot tilifi fima efialatione di
fangue, ha origine dal cuore principio, g) fontana del fangue piu puro, fi) al
cuore prende la utrtu,per beneficio dellaquale noi fiamo partecipi della uita,
detta uirtù uitale. Dalcerebro procede la uirtù,mediante laquale noi fintiamo,
g) et mouiamo, detta uirtù unir male, dal fegato la uirtù, per laquale fi fa il
nutrimento. £t la generatone, g) altre operai ioni f nuli detta uirtù naturale.
Di tutte quefle operationi e mflrumento lo fpirito, ilquale ( come e detto ) ha
ori gine dal cuore. Laqual co fa confidtrando zArifiotile, fecondo la mia
opinione, diffi ÌÌ2 L / 2 % 0 il cuore eficr principio del uiuere, del fin W,
ft) del mouerfi } fé) pero tenere infra gl' altri membri il principato >
Come quefio non re pugni a Platone, ilquale afferma il capo effer
prtnctpalfiimo di tutti e membri, ajjoluendofi per e fio l'intelligen ita,
laquale, è nobil filma di tutte le nofire operationi, altroue a bafìanza
dichiareremo, Stndo aduncjue lo fpirito mHrumen to del finfo, mafiime della
fantafia, che marauigliaè fi con tanta affinità naturale infra loro fi
congiungono, che una potente alter atione dell'uno fa tran/ito nell'altro ?
‘Per lacjual co fa lo fpirito potentemente alterato, e baflante a muouere la
fantafia a produrre l'immaginatione filmile a quella alteratane. llche
apparifie in quelli, che fino ueffati da ueemente fibre, oue tal moto dello
fpirito fa tranfito nella fantafia. Mede fimamtnt e fe la fantafia interi
famente opera in qualche petifiero: nello /finto fi fa una imprefiiom naturale,
firmle a quella operatone. La qual co fa dimofirano le fife tmagwationi delle
donne grauide, in cui ueggtamo non filo dalla fantafia far fi tmpref ione nello
fpirito y ma ancora mediante lo /pirico tra pa/farene teneri cor pi del fio
tenero portato. E n?ittagorici fferauano medicare le malattie con certi modi
d'armonie. Imperoche l'anima dell'armonia e fi erme reuocata nella interiore,
ff) naturale per grande predominio, che ha / opra il corpo, produce fimtle
armonia in e/fo, in età ftà la fita finita. Ecco adunque, che dado [pirito
nella imagmatione fi fa tranfito, cogitando la fantafia fecondo che efio è
affetto dall' imaginat ione. niello fptrito parimente fi fa tranfito, fendo
l'imagtne, come superiore, Ufi ante a muouere la uirtù naturale. Oltre a quefto
hab btamo a intendere da ogni corpo generabile > ft) cor rutilale far fi una
continua refi + lattone, ft) un continuo fiuffo, come aftermano Sinefio, ffi
‘Troclo; rituale pir certo /patio di tempo, ft) a certa dt/lantia si conserva
integro, avendo continuatane con quel corpo, da cui procede. E magi fi gliono
ofteruare cjuefto fìmulacro, per. e/Jo offendere lo fpirito, quando hanno in
animo perdere alcuno • ^Mafiimamentc fi fatalflu/Jb per gl' occhi.quafi per piu
aperte fineftre dell'anima, ft) dello spirito: ilche afferma o^riftotile,
quando dice l affetto ciana donna, che patifta il menfiruo fpeffe uolte
machiare uno Jpechio. È ancora da Jupporre nella generazione delle cofi ejfir
neceffaria una cagione, che produca detta cagione efficiente, ft) una, in chi,
ft) di chi fi produca detta cagione necejjaria, TET^ZO. ns necejfaria, ft)
materia. Et pero Telatone nel Timeo dice, che'l mondo e fatto di niente y ft)
di necefiità, cioè dt materia, ft) Arift otite chiama la materia necefiità
nonjempltce, ma per fuppofitione. Impe. roche come (e fi dee far ma cafa, ft)
una fatua y è necejfaria tale, o tal materia y coffe fi dee fare que fio
ornamento, quale noi chiamiamo mondo, è necejfaria ta le y ft) tale materia, di
che effo fìa confiti tato; ft) però la materia per fitppofitione f è necejfaria
*. Oltre a (juefte due è ancora necejfaria una cagione infìrumentariayme diante
lacuale fia preparata, ft) diffofta la materia a riceuere attamente il dono
della cagione efficiente. TSjoi pretermetteremo come a quattro cagioni della
generatione indotta da z LIZIO, cioè efficiente y fine y materia, ft) forma
fieno da Platonici aggiunte le cagioni eftmpìari, fg) ^ H ij ! n6 L I 3 ^ 0
l'organica. lmperocbe alerone s' appartiene determinare di queft a materia..
Oue di chiararemo ti nero efficiente dilla generatione ejjer la parte naturale
dell'anima mondana,chiamatada noi di {opra grande Seminario. Il fole, ff le
fuflantie indiai due effer cagioni inftrumentarie: questi co me inftrumentt
particolari,quello come in flrumeto uniuerfale. Al prefente ci bafli la
generatione hauerc dibifogno della cagione efficiente, della infìrumentaria,e
della ma tena.Pofìi qucfli tre fondamenti facilmen te pof iamo intender come
nafea in noi que fla affett ’ionc, quale e nominata amore. Ada f imamente fe
non et fiamo dimenticati eh quello, che è detto poco innanzi, l'amo ' re hauer
confeguito tl nome dall'affetto. Quando adunque per lo affetto ci s'apprefenta
nella fantafia qualche ff et t acolo, il quale noi appromamo, come bello ff)
pieno,p ^ ' dtgratia di gratta; [àbito t anima eccitata nella col gmtione della
/ita bellezza interiore v defederà non filo fruirla, ma e f finger la. Et.
perche tale efirefiione ha dtbifigno della materia, ft) del fubietto, atto a
quell&rk cetttone ; per quefto de fiderà ejpt merla in quello, che efid ha
prouato, ft) da cui è fiata eccitata a tale ejprefiione, come piu atto a riceuere
la participatione della bellezza, ft) perche quella ejprefiione non fi può far
nel bello, quantunque di fra no tura atto, fi prima non e frffiaentemente
preparato: per quefto mtenfamente defidera congiugner fi col bello ; Come
quello j che altrimenti non può efficr preparato ; che dalla uirtìt del fime,
ilquale è tnftrumento naturale ad efpr'tmer la bellezza fi minarla dall'anima.
*Di qui fi può uede ; re apertamente con l*amor uulgare 3 effèr fimpre
congiunto il defiderio dell'atto Zie H. iij -ni LI 3 710 nereo, fecondo
Platone, Imperoche fendo l'amore defedeno defungere la bellezza nel bello, fj)
non fi potendo effìngere, non fendo preparato ; ne prepar andofi fe non per
quell' tnftr amento, quale ha deputato lunatura, cioè il feme y oue fiala uirtù
gener attua, Imperoche la generatione y o non fi ejpcdifie fenza il seme, o per
il seme piu commodamentefe necejjario fìa accom pugnato naturalmente da quel
defìdeno y • qual noi chiamiamo Venereo, Et quefea c una commune difpofìtione
dell 1 amor mi gare circa ogni bello. Imperoche l'anima re focata nella
bellezza interiore, giudica ogni bello, degno ; in cui s'effinga il fimu lucro
della bellezza. Ma quando noi approuiamo piu un bello y che un'a\tro y come piu
grato apprefjo noi, penfando del continuo adejfe affettuofamente ; fi fa nello
(f irito ma certa difpofìtione confeguentea TE 2? Z 0. 4 W quella cogitai ione.
lmperoche y còme editto, dall' anima fi fa tranfito nello fpiritq come tn
proprio y $) naturale infìrumen to. Incontrati adunque m quello, circa cui
Jiamo affetti, ff) a una certa diftantia appropmquati riceuiamo nello fpirito
per tutto il corpo quello efirementofilquale na u turalmente fi rifolue dal
corpo dello approuato fpettacolo ; Mafiimamente fi fa tale recettione, quando
noi dtr itti gli occhi nel uoltOyft) ne gli occhi dtUa co/a, che tanto ci
piace, per la marauighadiuentiamo fimili a gli ftupidi • Imperoche come per gli
occhi, quafi per piu patenti finefire, fi fa maggiore refolutione dello fpirito
y coli ancora per efii è parata piu la uia negl'intimi penetrali dello (pirtto.
Marauigliofamente opera l' efficiente È quantunque debile, nella ma teria ben
preparata fupplendo alla debilità della cagione, la dtfpòjitiòne della materia,
della qual co fa e mani fefto inditio in gran copta di materta da una pìccola
fcintilla fiufiitarfi grandi fimo incendio. Lo Jptrito dallo affetto continuo
della fifa cogttatione, quafi formentato, come prima è tocco da quello
efiremento,/uhito alterato -, quafi fimu tavella natura di quello: Intanto che
arriuando l'tnfettione al cuore, fontana dello jpirito, fa che, ft) effi ancora
parimente patifia. Onde ft) il /angue,che in lui fi genera, ft) lo /finto, che
è infi aurato dalla continua efalatione del /angue, riten gono quella medefima
infettione. Di qui 'auiene, che quelli, che fino infermi dalla graue malattia
dell'amore, (intono dolore principalmente nel cuor e. lmperoche la cofà amata
fa uiolentta nello Jpirito', ft) per lo //ir ito nel cuore, onde ha origine'.
Meramente alla maggior parte de malt(cò me dice r £ x z o. ni me dice tldium
Alatone) un certo demone ha mefcolàta la uoluttà dolcifrima e/ca, l'anima
inferma fi diletta dei diuin afpet -. to del fuo bello ffett acolo ; ffr) in
prima del lume de' rifflcndenti occhi ; Màinganriata dalia uoluttà 3 non finte il
mortifero uè ne no penetrare, per li occht entro alle uu [cere ; dalquate il
grauiftmo morbo prendendo nutrimento, d'hora in bora merauigliofametiie crefce.
c Adunque lo ffniito tutto infetto, mouendo uiolentemente la fdntafraja
coftrmge non mai ad altro pen fare ch'ai fuo bello spettacolo ; rituale
approuando l'anima, come foto derno in cui effa poffa ottimamente cfprimere una
bella prole y a fmtlitudtne della bellezza interiore y eccita uno intenttfrimo
dtfrder io di fruirlo. Quefìa e la generatione dell a mor uulgarc per quanto i
circa alla hdlez&aparticolare d'uno, o d'm'altro. Cjli T22 L I 2 7{0
accidenti che l' accompagno™, in parte faranno dichiarati brevemente da noi in
quello che fiegue. f& al Omi l' anima èia aita del corpo, co fi la cogitatone
è la ulta dell' anima. £1 corpo fi dice ejftre allbora infirmo, quando l'anima
/eco non confinte. Ondo l'arte della medicina non è circa altro, che in
conciliare l'anima al corpo-, in che sla la finità dell'animale. L'anima e
infirma quando non confinte con la fua cogitatane, ma difìratta dimenticataf,
ff) « di quello, che efia è, ffi) delfuo ufficio ; non cura, come è
conueniente, fi medefima. L'infermità principali dell'anima fon dua:l' una è
detta ignorantia-,1' altra e detta infanta ta infima ; le quali fin unto piu
gratti che le malattie del corpo, quanto i anima e piu eccellente, ft) piu
nobile, Ma a che fine tjuefto ? Certamente perche la cogita tione dell'amante
non mai fi parte per un filo momento di tempo dall'amato. Et pero dimettendo il
fuo uffitio naturale, non confinte con l'anima di cui è ulta. Vani ma inferma,
ft) affetta accompagna la fua cogitatone: lmperoche nulla può uiuer lontano
dalla ulta. TDi cjui aduiene, che l'amante e detto uiuer finzlamma, untetido
nell'amato. Queflo fa, che'l corpo non riceue il defiato dono dell'anima: onde,
f) ejjo cerca dell' amato, q) trouatolo alcjuan to fi quieta 9 (juafi habbta
trouato ìanima, ma perche ne all'anima e concejfit la cogitatone, ne al corpo
l'anima, cioè ne all'uno, ne all'altro la fua ulta, è necefi fàrio, che
ciafiuno incorra in grauifiime iriJf L I 2? TfO malattie ; l'anima
nell'ignorantia 3 fjf) nell'infima: il corpo nella difcordia di tutte le fie
parti fra fimedefime che è il mafi J Imo di tutti i mali. Di qui fi può uedert
quello 3 che uolfi tl dtuin Telatone nel Simposìo 3 quando dice, l'amore ejjèr
arido efier macilento 3 effer e /quando co piedi nudi uolare per terra 3 finza
cafi 3 finza letto, finza coperta alcuna dormire nella ma prejjò alle porte ;
ffi) quefìo per effir figliuolo della pouertà « Imperoche l'aridità 3 la
macilenta, lo fquallore che 3 e ne corpi degli amanti, feguita la difcordia
delle parti del corpo fi a fi) lequah non pomo adempiere il fio officio
naturale 3 non fèndo l'anima intenta aidehito reggimento deleorpo. L'anima
difir atta dalla potente cogitatane 3 opera de talmente nel corpo: onde
conuertita la maggior parte del cibo in fiper fluita 3 fi genera poco fin gue 9
i2$ gue, ft) quello per la mede/ima cagione fin do mdigefìoy e grofjo, ft)
negro. El difetto del [angue, di che fi fai alimento genera efiiccattone, ffi)
configuentemente eftenua tione mi corpo. La grofiez&a,{tf ba negrez za
genera affcrità, mifihiata col pallore. È adunque lamore arido, perche e
cagione y che e corpi delti amanti manchino della conuemente quantità del
[àngue, diche fi nutrifiono. E macilento perche il difetto del nutrimento
genera in efit efienuatio ne di tutti e membri. E [quaUido perche fi nutrifiono
di [àngue groffiy ntro y ilqua le genera [quallore. Tutto quefto non uuole
altro (tonificare, finon che e corpi degli amanti principalmente fono obligati
a ma li malinconici. Et quefto inquanto a mali del corpo. 5 S[oi h abbiamo
detto quando la cogitatone y non confinte con l'animaygenerarfi in ejfà
Tignorantia, t infanta ; onde hanno origine tutti glialtri fitoi ma-; li.
Volendo adunque ed diuin ^Platone figmficare la ulta degli amanti e fiere
affati caia dall'ignorantia, dall' infama, ff) configuentemente da glialtri
mali, che le figuitano: diffi l'amore effer co' piedi nudi, per che non curando
l'anima fi medefivna rettamente, come aduiene adamante, non conofie quello, che
effa è, anziché e di gran lunga peggio ) crede fi effer altrimenti che effa
fia. ~Di qui aduiene, che effa è priuata della cognitione della uerttà. Et pero
in ogni fua anione procede finza ragione alcuna, e uer amente co' piedi nudi.
Diffi uolare per terra, perche l'amante fi fa firuo della bellezza corporale.
Laqual cofa nafie daefìrema tgnorantia, da cfìrema infama, fèndo l'anima noftra
nel numero delle cofe diurne, lequah hanno a dominare alle cofi corporee, ffi)
non fimire. Di ixà re. TDi qui naf ce, che l'amante e fòt topofio a infinite
offe fi, ne mai uer amente fi. quieta in cofa alcuna, ne ancora nella cofa.
amata, fendo fempre agitato da uant speranze, da uani timori, i quali fino m
modo potenti, che effo non ha fatuità di poterli in alcun modo celare, quafi un
fìupido, obhgato fempre alla bellezza corporale, ma alla bellezza diurna,
appoggiato a [enfi, iquali fino parte dell' anu ma noflra ; mentre e congiunta
col corpo mortale. 'Rittamente dunque l'amore fi può dire finza cafa, finza
letto, fintai coperta, dormire all'aere nella uia appresole porte. Sendo
adunque l'amante fottopoflo a tanti mali per cagione dell'amato, qual pena fi
potrà trouare con ueniente, fi efio non riama ? Certamente chi priua il corpo
della ulta e h omicida: chi rapifie le cofi diurne èfacrilego.L'ama ì2S L 1 3 %
0 to e fi ordendo la cogitattone all'aman. te rapifce l'anima sofà neramente
diurna. ‘Priua ancora tl corpo della aita, uiuendo effo per la pre/entia
dell'anima: Onde come homictda, ft) Jacrilegofe degno di cru delifiima morte.
<^Ma riamando l'amato marauighofamente reHituifce l'anima all'amante.
Imperoche, chi riama dona la fua cogitatone, ffi) la fu a anima, nella quale
urne l'anima dell'amante. £t pero donando fe, refhtuifce all'amante la perduta
anima ; ne per quefto pero abbandona fi mede fimo, battendo fmpre fico
congiunta l'anima dell'amante. Oitefh ffij fi mili fono gbaccidenti, che
feguitano all'amore per hauere origine dalla pouertà, come madre. Chi uuol
conofiere efijufitatnente ancora quelli, che configuitano all'amore pereffer
figlio di Poro, cioè della ma alla copiai legga icomcntarij foprail Simpofio
Smfojto del Duca noftro ^Marfiho ; otte la natura dell'amore fecondo la intendane
di ‘Platone è diurnamente ejplicata. Otrebbe alcuno dubitare > perche
cagione non fìa mo parimente affetti circa ogni hello. <JMa fi ne trotta
qualcuno, tlquale, henche giudichiamo efeer hello, nondimanco non eccita in noi
quello intenfò affetto, quale chiamiamo amore. Qualcuno altro potentfiimamente
ci commuoue ; anzi {che e di gran lunga piu forte ) fpejfi fìamo affetti a
quello, che ancora noi medefimi giudichiamo effèr men hello in fa molti. Quella
qui fi ione fecondo la mia fintentia, fendo difi folle, ftj) anfia y fff) ha fi
ante ad affati n o L I S 7{ O care ogni buono ingegno habbtamo dedicata al fine
di quefta opera, della quale al preferite breuemente tratteremo. Qualcuno forfè
giudicherà la femilitudme, g) la congruente, perche noi fìamo piu. affetti ad
un bello, che ad un'altro: hauere origine dal padre, g) dalla madre, quafi fia
neceffariOy hauendonot di quindi l' effere, hauere ancora da mede f mi tutu l'
altre ajfettioni ; Qualcuno altro crederà douerfi ridurre alla natura > g)
al Cielo come autori di tutte le cofe inferiori. Tfoi che fèguitiamo il dium
Alatone, affer y miamo la datura, g) il Cielo efeere indumenti della diurna
inteUigentia, g) per queflo operare nelle cofi inferion y quaii eoi loro
ordinato di fòpra. ‘ Diremo dunque le cofe diurne ejjereinfra fi di flint e,
fecondo che s'appropinquano, o fino lontane da quel principio % onde procedono,
i T B '%'Z 0. ni fa per quefio fèndo l’anime rattonah nelnu W mero delle co/e
diurne, e neceffario altre efi fa fere ne primi gradi della perfettione, al$
tre ne fecondi, altre ne tertij. Quefla di { ftributione ha origine dal primo
mtellet T tri to, ilquaìe difipra habbiamo apellato, tjl fff Angelo, ft) mondo
intelligibile, oue l tutte le cofè hanno il loro efiere perfiettififimo. Sendo
adunque l anime rattonali ì difìribuite in tanti ordini, quanto è il nu-, mero
delle stelle, come dice ildiutnTlai tone nel Timeo, benché naturalmente tutte
fieno in fra fi confintientt, nondimeno infra quelle è maggior confinfi, in chi
è piu congruentta, ft) piu fìmihtudine: Onde l 1 anime di ciafiuno ordine piu
cónfintono fico medefìme, che con quelle, che fino di dtuerfi ordini, hauendo
infra fi maggior fimilitudme, ft) maggior a fi finità: fór bigratta, t anime
fitto l'ad l \ V t,; Vs» i3z LIVIDO tniniftr attorie di Giove piu conuengono in
fra loro ; che con quelle, che fino ordinate fitto l'amminifìr adone di «J
"Marte, o di Saturno: fendo piu fìmili, ffi piu affini. et anime, che
dt/cendono nella generatione tratte dall'amore delle cofe terrene formandofi i
corpi, iquali reggono: in efii efprimono la natura fua per qudto la ma teria ne
può effir capace. lmperochejl corpo none altro y che una imagine dell ani ma,
ft) quanto i corpi fino piu perfetti tanto meglio rapprefintono l'anima. Onde
il corpo celefle perfettifiimo di tuttii corpi, fèndo tanto uicmo all'anima,
che tffi quafì fianon corpo, ottimamente la reprefenta: HPer laqual cofà t
anime, che difiendono nella generatone sformandoli da principio un corpo di \
Natura fimileal corpo celefle ( ilche hauere affermato Arifiotde ancora
confinte Temifiio ) prima in V • Jfi MI» mi ni j I tuw wh ri- tti it li fi i 9
fiin ejji fanno la fùa participatione sfattamente, dipoi negl altri o meglio, o
peggio, fecondo che per la loro perfettione, o tmper fattone, fi prefi ano piu,
o meno obedienti. Tutti nondimanco ritengono il Carattere dell'anima Jua r
fendo adunque la bellezza corporale rnagine della bellezza dell anima, {fi per
queflo riducendofia medefìmi ordini, quel bello filo è ajfettuofamente
offeruato da noi., ilquale fi riduce al nojìro ordine, {fi quello è innanzi a
tutti offeruato, {fi adorato, che procede da anima nel medefimo ordine di
firnma preftantia, {fi di fimma degnità,{fi per queflo fi V anima noftrà e
intenta alla generatione, fubito, che ci incontriamo in efja, quafì attoniti
giudichiamo altro ue piu attamente non potere ef fingere la diurna bellezza. *
Onde a nullo altro peniamo, m nulla altro tt udiamo >che adem I / tu fiere
l'ardente defìderio nojìro. Quefta forfè effir la cagione, come io fimo' affer
merebbe uno ftudiofodeldiuin ‘Tlatone, per laquale fiamo affetti pm ad uno, che
ad un'altro bello. Queflo fìa tifine, o buono Amore del nojìro cercare, della
tua diurna origine. Dio uolefii, che a me fufii tanto facile trouare le parole,
quanto cofi grandi, ft) marauighofi di te concepiamo. Imperoche e mi farebbe un
piccolo inditio, che la mia te nebricofa mente pof fa effire Ulu firata "
i. dalla chiarezza della tua di ; • £v; umifitma luce. iL FIl j. Giof'^t'HX 1
conisi, e. PALLA B. VGELLA I< V ?• fN *> 1. f\ I. % v ; j. « +4 R AVE
PECCATO è non fentire rettamente de gli D.ìj, molto piu grane detrarre alla
loro maie(ìà,ft) pero ca± r fórni amici, non uituper atelo amore, cojà
certamente diurna, acctoche nonni auenga come a Steficoro Poeta, ilquale ef
PATSfEG ITTICO fendo accecato per hauer ne' fiuoi uerft pec tato contro a
Helena,non mai recupero la perduta uifia fi prima fatti e uerfi incontrario
fenfe non placò la offefa deità. Homero ancora perche non uolfe confejfare
hauer peccato yUtffe cieco infin nell'ultima vecchiezza. V n adunque non filo
ui after rete da tale uituperatione, ma celebrando ilfacratifiimo nome dello
amore,lefue mirabili uirtuti infieme meco predicante y fe non come e conuemente
a tanta maieftà, almeno fecondo le forzz del uofiro ingegno, di che nulla piu
uttle a uoi, nulla piu accetto a gli Uij fare pofiiamo. Neffuna cofa e tanto
grata quanto la bellezza, neffuna tanto mole fi a quanto la deformità. La
bellezza rapifie e diletta l'anima no lira, per contrario la deformità l' affligge
e la difeaccia. La cagione credo fia, che la bellezza offendo fuori alle co fi
cofi create mofira la perfettione di drento % onde uiene, perche la perfettione
dt qualunque cofa e accompagnata da una certa gratta ejìeriore, laquale
dimoftra quella cofa non hauere di drento alcuno difetto, c pero non e
merautglta fi l'anima noftra e prouocata e rapita dalla bellezza; impeto che
effa naturalmente indoutna per la bellezza douerfili aprire la uiaatla infinita
perfettione della diurna bontà, per laqual cofa li antichi Theologi affermano
la bellezza effiere portinaia alla habitatione ficrettfitma della diurna bontà,
quafi fia neceffarioa qualunque cerchi ladtuinità prima incontrar fi nella
beUezza. £per quefio la bellezza non è altro, che uno fiore, una gratta, uno
splendore della diurna bontà, laquale prouoca e rapifie tutte le cofi che hanno
facultà di cono fiere, accioche per fuo beneficio fi faccino dteffa
parte*PA^EGltTCO dpi y ou'èla aera q) ultima perfittione di c taf imo. Onde fi
cofi che hanno potentia di cono/cere, fino piu perfette > che quelle che ne
fino prrnate, ffi fra quelle che condfiono chi ha miglior grado di cognitione
ha maggior grado ancora di per fettione, la ragione è, che chi ha miglior gra
do di cogmttone, cono fendo piu perfettamente la bellezza, e intromeffo a
maggior grado della participatione della diuimtà, doue conftfle la perfettione.
Onde la firnma cognìtione fi fa participe di fimma perfettione, conofcendo
ptrfettifiimamente la bellezza, Ma chi è al tutto priuato della cognìtione
yfendoli nafìofio lo fplendo re della bellezza y è priuato ancora della ue ra
participatione della diuinitdye pero meritamente fi reputa imperfettifimo fra
le cofi create. Chi negherà le cofe inanimate effire piu imperfette che quelle
ylequali han no anima t 1 ALVA MOltJZ.no anima t ft) fa quelle, che hanno anima
molto piu imperfette e (fere le piante, e gli altri animali che Ihuomo? Le cofe
inanimate no battendo cogmtione alcuna nten te guftano della bellezza, ft) pero
hanno poca per fattone, perche per ft non pojjo no aggiungere alla diurna
bontà. Le piante ( come dicono e c ~Ptttagorici ) hanno co gnitione, ma Hupida,
ft) quaft di huomo y ilquale fubito fùeghato finte e non difierne. Gli animali
irrationah fentono, e difeernono, e nondimeno perche lo fplendore della uera
bellezza troppo fupera la loro f acuità del conofiere 9 e fi ancora hanno de
bile perfettione. Solo l'huomo fa quelli che habitano in terra e capace della
bellezz za, efiendo in lui ampli fimo grado di cognittone 9 onde efio arnua a
non piccolo grado di perfettione. Ma nella natura angelica ft contiene el fommo
grado di perfeitone, offendo da Dio principio, (fogni lume, in e (fa fitto
infufo uno lume> Uguale congiunge la cognittone uerifiima con la uerifiima
bellezza, e dalìacjuale la cogni itone è dertuata nell* alt re creature, come
dal Sole fontana d'ogni lume uifibilefe deriuato ogni altro lume nelle cofi
corporali. Chi dubita la bellezza fola rapprefentare la diurna bontà t
confideri il Sole effere belhftmOydi tutte le cofe che fi tncontrono alti occhi
nofìri, uer amente occhio eterno del mondo, come dice Orfeo, ih/uale gli
antichi Theo logi chiamorono figliuolo utfibile di Dio 9 anzi diciamo effo
effere nel mondo come in facratifiimo Tempio merauigltofifiima ftatua di Dio.
Onde apprefio gli Sggitij ne i Tempij di Minerua fi legge ua fermo in lettere
d'oro.Io sonocio CHE £, CIO CHE È STATO, C/0 che faràyil uelo mio non
difìoptrfi alcuno, il fole il file futi frutto ch’io partorì di che appare il
Sole bell forno, fi a le co fi uifibili uer amente rapprefintare la diurna
bontà, come imagme di effa nel mondo.. Sfondo adunque la bellezza qual di /opra
e dime firato,non è merauiglia effa prouocare immo rapire a fi le nature
conofienti, mafiimamente quelle che hanno amplfomogra do di cognizione, c Anzi
piu tofto diremo ejjè hauere in fi mio ardentifiimo defiderio, per beneficio
delquale non già rapite, ma fpontaneamente cercono e configmfiono la bellezza,
cagione della loro per fettone. Quello defiderio non pofjede al tutto la
bellezza allaquale fi muoue, ne al tutto ne è priuato, perche fi fufii al tutto
pnua to della bellezza, non harebbe di effa alcuna cognttione, onde ne la
potrebbe defiderare. 2 Spi figliamo defiderar do che noi defideriamo come cofa
buona f utile per i 4 z P AT^EGl^lCO noi, altrimenti mai defidereremmo mila.
Chi è colui che defiden il (ito male ( fi già al tutto non è infinfitto ), fi
adunque x noi fiamo priuatt della notiti a di co fa alcuna, non ci ejfindo
noto, fi tal cofite t come la pofiiamo defiderare come cofa buo na ft) utile P
er not • mn 6 dunque da dure che'l de fiderio della bellezza, al tutto dt e JJa
fia priuato. 7S[e ancora è da dire tale defiderio pojfidere la plenitudine
della, bellezza, perche chi poffide non fi muoue alla cofa quale lui pojfide,
ma piu tofiola fruifce. Chi non conofce che la potenzia delmuouerfi e data alle
cofe create per arriuare e configuire quel termino y che tjfi non p affiggono 1
ilquale come hanno pojfiduto fiibito ce ([ano dal mouerfu Onde elmoto e
connumerato da Filofifitra le co fi imperfette. Ma colui che de fiderà fi muoue
in un certo modo a quello che efio defidera, i ALL* AAf07{£. i#j\ de fiderà, e
pero non lo pofiiede y percbe fi. 10 poffidefii, farebbe uano ildefiderarlo 9i
godendolo finza interna filone 9 per laqual cofa il defìderio della bellezza
> è poflo in mezo della pnmtione, e della pofiefiiont di e[fa\ participando
tutti dua lieflremi. Quefto defiderto fi noi chiameremo amo-, re > non
faremo da h h uomini ne etiam da 11 dij meritamente riprefi, perche in ogni,
natura creata, o uuoi angelica, o uuoi ratinale l'amore non e altro che uno
ardentifiimo defiderio di poffedere e di fruire la bellezza quanto a fi e
pofiibde. Perla qual cofa, li antichi Theologi non collocarono lo amore nel
numero delle cofè diurne come quelle che in fi hanno la plenitudine della
bellezza, ne ancora nel numero delle co fi mortali, come quelle che in ueritàne
fono [fogliate, ma nel numero di quelle che, delle mortali e delle diurne fono
partiALL'AMORE. dpi, parimente, come e la natura demonica. Onde efit chiamorono
lo amore non Iddio, non mortale, ma grande demone, perche la natura demonica,
pofta m mezg fra gli huomini e li TDij quafì interprete, conduce a li Dij li
prieghi e fàcrificij degli huomtni,alh huominila uolontà e comandamenti de Ili
Dij. Qie per altro mezo li huomini,o melanti o dormienti fino mfpirati dalla
diurna bontà, che per la natura demonica. Parimente lo amore pofto in mezo
della cognttione, e plenitudine della bellezza, non filo prepara, e difione
ottimamente alloinflufio della bellezc, le cofi che ne fino priuate, atte a
participarla, ma ancora traduce della bellezr za un lume, per ilquale effe
fatte belle, configuirono la loro felicità, Quefìofignificorono li antichi
Theologi quando difièno lo amore efiere figliuolo di c Toro, e di Penìa gene
ÀLVAMOXB. t+t nia generato ne natali di Venere, e pero e fi fere fittatore e
cultore di ejfi. lmperochc Venere figmfica la bellezza, Poro [tonifica, meato e
uia, Penta lignifica indigene ta, e pouertà, E adunque generato lo amore della
indtgentia,come madre laquale è nel la natura,che ancora non ha participatione
di belle zia, ma ha bene una certa potentia e prontitudtne adhauerla, £del
meato e uia alla bellezza, come padre, cioè c imo influjfi ouuoirazp, ilquale
procede dalla bellezza, e conduce ad e (fi la natura indigente. Onde l'amore
uiene a par ticipare della tndtgentia,inquanto fi muoue alla bellezza, e dello
influjfi o uuoi ra zp, inquanto al tutto non e priuato della cognittone di
efia. Meritamente adunque lo amore è detto fittatore, e cultore di Venere;
imperoche lo amore fimpre figutta la bellezza,* lei bellezza fimpre eccita la
amo j ó P. A TfE G l'FJCO', ye. Sarebbe lungo a dichiarare quello che intendono
li antichi Theologi quando du cono effer due V mere t una figliuola del eie lo
finzetmadre^ e però effer detta cclefte,. laquale nacque de genitali del cielo
cafra % lo da Saturno fuo figliuolo /àbito che fu nato. E da la fpuma del mare,
oue efit genitali caddero. L'altra figliuola di Cjioue e di Dione, detta
uulgaree comune. Et. pero al pre/ente ba fiera dire fidamente co*, me fino due
Venerefiioè due bellezze* Mia celefìe, l'altra uolgare, cofi effer dui
amoriyUno cele fi e fi altro uolgare. Lo amor ce le fi e feguitare la bellezza
celefte e diurna, e'iuolgar, la uolgare e comune. <£\da forfè non farà fuori
di propofito, incominciando fi da uno altro principio dichiarare m che modo
fono diuerfe bellezza > e diuerfi amori, effendo fempre feguitata come è
detto ciafcuna bellezza, del Juo ; amore. f ^l'ordine rALL'AMO'RE.'H: '7S(e l'
ordine delle cofi il primo e capotti tutte e effi Dio infinita bontà, infinita
firn piletta y principio y mez.o, e fine d'ogni cofa y bene de bem y lume de
lumi. TDopo Dio ~ è lu natura angelica, laquale fi come è la prima creatura che
procede daTDiò, iCofi tiene il primo grado diperfettione tra le cofi create.
TDòpo l 'Angelo e la natura rationale, laquale ancora è detta anima, tanto meno
perfetta dello angelo, quanto è piu lontana dal prtmo/lSfondimanco ha in fi
tanto grado di perfezione, che ejja pon filo intende la natura angelica, ma
ancora a fende al profondo abifio de la di uina luce. Quefla produce e regge
tutte le cofi corporali, e con la fua prefentia dona loro la ulta, ft) il moto.
lmperocbe qua T lunque uiue,in tanto urne, quanto dal' ani ma riceue il
pretiofi dono della ulta, dalla quale effa e origine e fontana. Il quarto uogo
tiene la natura corporale, lacuale al tutto digenera dalle cofi diurne, perche
in ejfa nulla è di uero, nulla di certo, ma ogni co/a imagmaria e uana fimile a
l'ombra de cor picche apari/ce nel continuo fluf fi dell acquaylaquale
continuamente fi genera e fi corromperne mai (la ferma in uno ejfire. L'ultima
ne l'uniuerfi, è la ma teria y nella natura della quale non e ordine o
perfettione alcuna, molto piu uicina al non ejfire y che a l'efier e. Adunque
fi può dire ejfire ne l'uniuerfi cinque gradi di cofiyCioe T)to y l' Angeloyl'
animaci corpo, la materia ydequah dua ettremi fino in modo contrarijyche l’uno,
cioè Dio è auttore, e cagione di tutti t beni.L'altro y ctoè la ma teria è
cagione e auttore di tutti e mali. Iddio tanto eccede le cofi create, che e fio
non può ejfire pienaméte intefi da alcuna crea tura. La materia ha in fi tanto
difetto, che ALL* AMORFE i\ i+p che per fua natura, fi come fogge lo e (fere,
cofi ancora fogge la cognitione. Et per quefio ne la materia no è bellezza
alcuna, anzi piu toflo u'e fimma deformità, perche la bellez&a(come e
detto)accompagna firn pre la bontà, ne fi può trouar bellezza do* 'ue non
fiabontà',e noi hauiamo dichiarato nella materia non ejfire alcuno grado di
bene,efiendo la materia ejfo male, e prin cipio d' ogni male. 5SS? ancora in
Dio e bellezza alcuna, imperoche Dio e fimma firn plicità,ela fimma (implicita
non e capace di bellezza, ma caufit di ejfa, e fendo la bellezza nelle cofi
create. Onde in Dio e tan ta perfettione,che quando noi diciamo, Dio è
fapiente, Dio è uiuo, D io è gtufto e bello, noi habbiamo a intendere in ‘Dio
non ejfire, o uita, o fapientia, ogiuflitia, o bellezza, nel modo che uedtamo
nelle cofi create, ma Dio ejfire cauja nelle creature, della fipientta, della
uita,dtllagiuftu ia, della bellezza, e però Dionifìo Ariopagitafikndore della
Theo logia Ghriftta «rty dice nel libro de nomi diuim, tutti e Homi che fino
attribuiti a T)io, fgmfìca^ re dóni da lui nella natura angelica concefi fi.
#(efla adunque la bellezza e fière nello àngelo,nella anima j nella natura cor
porti k. JMa come efiafia in quefle tre natureper le fiquente fimilttudme fi
potrà factU mente ( come io 'Spero ) comprendere. Fingi liner ua dtfiendere di
Cielo in, terra tra mortali, fingi una statua di ?ne rauigliofi artifitio fatta
a fimilit udtne co-> me quella di Ftdta, laquale facci la imagw ite fid iti
uno Specchio', chi uedefit quella imagine nello Jpeccbio,non uedendo la fi a-'
tua -, di cui è effavnagme, fi merauiglia rebbe affai della fia bellezza- Molto
piu fi 1 merauigliarebbtfi ue defila Statua, ondc\. quella imagme d erma sterno
fcmdo in efia la merauighofa mduftrta dello artefice\ <£Ma fi uedefit gli
occhi, jf) il uo!to,e l y al tro basito del corpo di Minerua uiua.qua fi
attonito tonfeffarebbe la fìat ua e la ima gine nello fpecchio non e fiere
degna di fti\ ma alcuna, la cui bellezza, haueua poco manzi tanto commendato.
Nondimanco direbbe e (fere tanto meglio la fatua, che la imagine nello fpecchio
y quanto e meno lontano da Alinerua uera » 'Sfa milmentela prima, e uera
bellezza è nello angelo, laquale è mi fura ffi) origine db tutte l' altre
bellezze 'L'anima ancora pofi fiede la bellezza, non già per (ita natura, ma
per dono dello ^Angelo, come la ceraha lempronte dal figlilo, ffi) pero fi
puòdir piu tofìo e (fere uera fimilit udtne di bellezza, che uera bellezza,
efiendo ne l'an fa ma, non per fua natura, ma per beneficio K ut) isi
PA^EGITUCO d'altri II terze grado di bellezza * ttel corpo, neramente non
fimtktudine, ma ombra dt bellezza, molto piu lontana dalla bellezza dell 9
anima, che non e l'anima dal laidi ft abile, nulla di certo,ma ogni cofi e
fluffa e mutabile, e pero la bellezza cor por a le, figurando la natura del corpo,
è Jempre di necefità me/colata con la deformità, fio contrario, continuamente
variando fi. Fra tutti e corpi, il mondo partteipa amplifimo grado di
bellezz&,percbe tl tutto è fimpre piu per fetto che le parti. Imperoebe il
tutto contiene e non è contenuto,. Le parti fino contenute fjft non contengono,
f0 nejfuno può dubitare ogni altro corpo ejfire parte dello untuerfi/Dopo
rimondo fino e corpi cele ft i, da quali fi può ha uer mam fe fio te f limonio
della bellezza de lecofi Ti lo z, Angelo. Imperoche nella natura del cor po (
come rettamente dece Her adito ) nuL f ALL' AMORE, iss le cofi dittine, Olirà
quefio grande nume ro de corpi, e quali alprefente faranno da noi pretermefii.
Solo diremo dello, buomo ilquale contiene tanta perfezione e tanta bellezza
> che h antichi Fdofofi non hanno dubitato chiamarlo mondo piccolo, come
quello che in fi piccolo loco come e il corpo humano, ha congregate tutte le
utrtu del i mondo. èjfindo adunque la bellezza nello angelo, nell'anima, nella
natura corpotale, noi chiameremo la bellezza dell'angelo e dell’anima, Venere
celefie e diurna. Perche non può ejfire ueduta da altro oc chio che dello
intelletto, cofa neramente diurna. La bellezza del corpo chiameremo Venere
uolgare. Efiendo conofituta per mezo de lo occhio corporale, per laqual cofa,fe
ogni bellezza è accompagnata dal fuo amore, e lo amore non e altro che uno
ardente defiderto di bellezza fjnrituakdi - t m.'&rA2$E-G Wmo remo
efifireamore cele fi e e diurno, g ; )ìl dejìdeno della bellezza corporale efiere
amore uolgare e comune» Chi adunque non conofce quanto fi ingannano quegli il
cui amore fi dirizzi alla bellezza corporale? fi già non lufino per inftrumento
per /altre alla diurna bellezza, mi al prefinte dimet teremo le incommodità di
che fono partecipi gli huomini, per figuire l'amore uolgare, come co fa molto
aliena dal propofito no u firo. Solamente dimoftr eremo il maggior dono che fia
dato a gli huomini da Uio, cffere quello amore che li conduce a contem piare la
diurna bellezze, ft) pero tal amatore e/fire eccellentifiimo, e qua fi un
miracolo infi a gli altrt huomini. U anima no: ilra benché fia piena di
diumità, anzi neramente figliuola di T>io, nondimanco m > tanto è
occupata dal corpo, alla cura e reggimento del quale naturalmente ì propofia, che
r AL V~AMÒ\E. V/V fia y che rifiu delle uoltediuenta piu fiimitai tenebroso
carcere dout e indù fa, che allo amore d'onde procede. Et pero ' U antichi
Theologi chiamorono il corpo fifulcro de làmina y che quafi l'anima fia piu
fimile alle cofi morte che alle itine, meli tre che fta mi corpo,per laquàl
cofi dimen ttcata della natura fua^è della bellezza di urna e delufi da grande,
e uano numero di falfi fogni y' per tutto quello Jpatló di tempo che'l cieco
ft) ignorante uolgo chia > ma uita. E' Incordar fi della diurna belléz^a
poiché fi amo congiunti al corpo mortale, non è facile a ogniuno y ma fino
pochifitmi in chifia rima fio qualche fintilla di diurno Jplendore y per
laquale po fimo ef fere eccitati à fi felice ricorranone. Quefli quando
s'incontrono in qualche tmagU ne della diurna bellezza > laquale piu ma nife
fi amente che in altro loco 3 appare neh r is6 corpo inumano, e maxime nel uo
Ito, quando e partecipe di prettanttjsima forma in prima fono occupati da in
[olita me r aut glia, me folata injìeme con horror e, di poi alquanto
afiicurati, la giudicono cofa neramente diurna e degna, a cui fi conuen ga fare
li facnfìcij e uoti, non altrimenti che fi foglia fare alle ftatue de li Dei
immortali. Ma quando piu attentamente riguardando in ejfa, riceuono per li
occhi lo influfio della bellezza, [abito per tutto alterati, fidano parimente
ft) ardono. lmperoche in loro fi accende uno affetto, ilquale mirabilmente gli
eccita, e lifolleua. Dipoi aggrauati dal pefo della infettione corporale in
baffi ro umano, non altrimenti che fuole auenire a quegli ucce\ $ » ec j ua k P
er troppo defiderio di uolare, hanno ardire di commettere inanzi al tem [o alle
giouani ale il pefo del corpo loro, ma non ALL'AMORE. in ma non effendo le
penne ancora ha fi unti a notare fono con ftr etti precipitare in terra y
perlaqualcofain un mede fimo tempo agitati da dua contrarijfintonograuifi fima
moleftia, lacuale fubito fi corner te inletitiache fiecchiatt di mono nel
bellifii mo mito, riceuono drento a l'anima, il tanto defiderato fplendore. Ma
quando fiparati dal diurno Jpettaculo, mancono della loro confueta e fi a,
afflitti e dolenti fi riuolgono continuamente nella memoria, la imagine dello
Jplendidifitmo uolto, onde sforzati dallo ardentifiimo de fiderio, fimili alti
infuriati non potendo ne la notte dormire, ne' l giorno in alcun luoco quietar
fi y per tutto difiorrono cercando di uede re quello fpettaculofinza la cut ufi
a confumati dal dolore perirebbono, ilquale poi che hanno ueduto e rtprefi il
defiderato nu tnmentojibtrati dalli acuti [ìimuli egra rff$ j?A^sai%ico \ue
ànguHte y fi fentono m tanto filettare ~fipra le forzé loro confate, che
dimenticandofì de padri, de fratelli, de patrij honori -dequali fi filettano.
gloriare Amentic andò fi ancora di fi mede fimi, femore penfam in che modo
pofimo fruire il \dmmfattaculo, come quegli che reputar (fio ogni lor ualore, m
quefia uita ffi} in •quell 'altra hauere origine, ff) incremento da lui, come
ottimo medico delie humane infirmiti. In prima dalla- bellezza d'un corpo non
filo particulare, ma ancora caduco, falgono alla bellezza de corpi celefii, e
di tutto lumuerfo, Oue oltre alla luce di che efii fino urna fontana utile cofi
finfir bili y contemplano una.fuauifitma armonia caufaa da lordine e
proporzione de tnouimenti loro, per la qualcofiiyapcrta ( Mete conofiono il
cielo, ejfire la hr a di Dio, come dicono. gli ant ichi ^Pit t hagorici, al
fano T: fuono ddlctcj naie tutte le cofe contenute da lui mtr abilmente
bullono, Uopo la bellezza de lo umuerfo truouono la bellezza ridi' anima.
Imperoche ejjendo il corpo una. fimilit udine de l'anima, ne ffuna partecipa
itone della diurna bontà può ejjcre in efjo + lacuale non fia molto prima ft)
in moltomiglior modo nell'anima, ejjendo origine e principio della natura
corporale, anzi non per altro la partictpattone della diurna bel lezza e nel
corpo, che per ilgrande domi hio ft) imperio quale ha l'anima in affo. Onde e
Filofofi affermono quafì come coft imponibile non ejjere eccellentijsime dote m
quegli, iquali fino dotati di piu egregia forma che gli altri, come qua fi
l'anima di coloro fia piu predante e piu diurna, la cui forma del corpo uera
fimiltt udine de l'ani ina è piu bella, cofi di grado in grado prò • cadendo,
fubitofi difcuopre loro il prò fon» 160 ALL'AMORE. do pelago della diurna
bellezza nello fflendor dellaquale nella prima giunta abagha ti, pojjhno fico
medefimi in quefta maniera ragionare. Infino a qui balliamo piu tofto una ombra
ouero fimihtudine di bellezza che nera bellezza ?Maal pr e finte o dolcifiimo
amore, ilquale rtfialdi le cofi fredde jilluftr ile ofiure, dai uita alle morte
groppo hai filleuate l'ale delle menti nofire, lequalt infiammafli alla chiar
filma luce della diurna bellezza, e le penne già rottegli fuptrchio amore delle
cofi mortali, non per fua natura, ma per tuo beneficio nnnouate,hai e fp
beatole noi Molando (òpra il cielo, guidati dal diurno furo re fiamo ripieni di
quelle merautghe,lequa li mai ne occhio uide,ne orecchio udirne di fiefeno in
cognitione di cuore alcuno. Onde neramente pofiiamo efilamare, quefto e il di
che ha fatto il Signore, rallegriamoci ffje/ulALL* AMORE. i*r ft) ejukiamo in
effo. Quefta ì la uia retta; per laquale debba procedere il legittimo amatore,
ilquale quando comincia a contemplare la diurna bellezza, fi può dire e fi firc
uicino alfine, oue ciaf una co fa creata quietandoci acqui fi a la uera
felicità, * però qualunque riguarda la uera bellezza con t occhio della mente,
col quale filo può ejftre ueduta,non producendo imagtne e fi milit udine di
uirtù, ma uere uirtù, fatto a Dio amicOydimoftra chiaramente ihuo mo efifere
per beneficio dello amore ree ettoculo della diuinnà, per laqual co fa
qualunque non ùede il uero amatore douere e fi firetnfia glihuomint in
grandifitmo pregio, e mafitme appreffo della cofà amata % non intende quanto le
cofe diurne fino piu eccellenti \e degne di piu ueneraimt che l y al tre, ne
alcuno impetra maggior gratti, e riporta maggior doni da U T)ei, che la coU2
P/A^EGJ^taV. fa amata, quando ardentif imamente riamando èparata afitt omettere
ogni per icn lo in gratta del fuo amatore. Imperoche, con lo amatore habitano
gli T>ij, pero non meno accettono l'offcruanttae lattenerattone della cofa
amata in uerfo l'amatore, che e uotie fàcrifìcij fatti a fi. Onde in quefta
uita,{t) in quell' olir a, la ricompen fano di grandmimi premij. Ma quando, la
cofa amata ha in odio il fuo amatore f ; cimenta ricetto di tanta mifiria e di
tanta infelicità ; che molto meglio li farebbe effe-, re, o bruto animale, o
tnfenfto faffianzi piu tofto al tutto non efjere nata.nefi fina cofa arreca
maggiori incommodi a gli h uomini che l'odio delle cofe diurne, dalle quali
pende ogni bene, ogni mifura nello untuerfo, perche efendo fondato in fu la
difimUitudme di effe, è nectffario che fa accompagnato da tutti e mali: chi adun
queha XLVAMOKZ. m que ha in odio lo amatore^ ejjendo. alieno t rebelle dalla
diurna bontà ft) amico delle cofi contrarie, m prima fi fa firuo di quelle per
tur bacioni y lequalt arreca Jtco l'imperio de jen fi, quando la ragione e
adormcntata, come fi a gufa delle piante tenga il capo in terra, bauendo uolto
e ' piedi uerfio il cielo. Z }opo ne uiene un'alt r o male y perche non
conofiendo alcuna cofa rettamente, pieno di falfi opinioni diuen -, ta folto e
bugiardo, non altrimenti che auenga a quelli squali da continui fogni beffati
in mezp al fonno finfiono la lor uita.'Da quefie furie y mentre che e uiuo
dormendo, o ueghiando y fi gite da dire effo mai ueghiare y rimordendolo la
confeientia imperturbato. Ma dopo la morte JubitQ da minifiri'della diurna giuftifia
menato manzi al grande giudice ode l borendo gtUr ditto, fi ejfire dato in potè
fi à dicrudehfitmi demoni, dequali una parte lo affligge còl rappreftntarli
nella fantafìa ogni horribtle fpecie dt paura. Vh' altra parte con intoL ler
abili pene corporali lo tormenta. Ma J opra tutti e mali, dua fino grandmimi. V
uno e una certa mole fi ia interiore laqua le procede dalla difeordia
dell'anima in fi medefima, (ìmile a quel dolore che ènei corpo y quando per
ladifiordta di tutti gli humort pefiim amente è dftofto. L'altro di gran lungha
piu graue y effiaè diuinità penetrante in ogni luoco, la prefintia della quale
per cagione della interiore diffenfìoneaneffunmodo può j apportare. Imper oche
yCome gli occhi cifpi perla prefintia del lume fintono gran dolore i fimi fi co
fortano y cofi L'anima gtufta finte gaudio e dolcezjtt,La ingiufia finte una
moleftia che ninte ogni moleftia, perla prefintia della diuinità. Da quefti mah
ancora ALL'AMO'KE. ics molto maggiori per uolontà diurna e afflitto chi ha in
odio il (ito amatore, ilquale diuenta partecipe di altrettanti beni, fedi meffa
ogni altra cura, filo penfi notte e giorno efircitarfi in ogni ffecie di
uirtu,accioche fatto fimile a lui, fia degno ricetto di tanto lume. Quefte e
fimih fino le laudi o dtuinifitmo amore,che noi inuolti nelle te nebre del
cieco mondo di tepenfare e ragio • nave pofiiamo. Alla cuigràdezga chi non
rende il debito honore,no conofie tutte le co fi cofi diurne e celefii,come
terrene, per tuo benefìcio non filo effere create ma ancora unir fi al fio
creatore in lui finalmente quie tarfi, piene v:. ciafi lina fecondo la fia
natura della gratia divina « iS JLL MOLTO MUG%ìtìCO E S^O OS SERVANO ISSIMO
BENEDETTO uandifsimoM. Bac~ do mio,che a coloro, i quali di quella prelente
uita partati fono, fi porta fare beneficio maggiore, che tenere ùiua ? e frefca
la loro memoria ; Perciò che il cóli fare è fecóndo il parere d alcuni poco
meno., che rifufcitargli, e fecondo alcuni altri di piu perfetto giudicio,
molto piu, dandoli loro non una uita fola, e quella caduca, c mancheuole, ma
molte, e fempiterne,come altra uolta piu lun gamente dichiareremo. Onde fra
tutti gli Scrittori antichi meritò per giudicio nostro grandilsima lode
Plutarco. E quanti crediamo noi, che fuflero in tutti i fecoli, e per tutti i
paeli huomini eccellenti fsi mi coli ne’ gouerni politici, come ne maneggi
dell’arme, e ne gli ftudii delle lettere, de’ quali permancamento di Scrittori
non li fi pure, che eglino non che altro, nafeeflerogia mai ?. La onde io ho A
fempre giudicato gratiofo, e lodeuole uncio P cr i6 9 ì..per coloro adoperarli,
che le uite fd icriuono di quegli huomini, iquali pio o collazioni, o colle
fcritture, o a to. le lor Patrie, o all’altre Genti furoHi no, o d’onore, o d
utilità cagione, e accio, che gli Altri huomini in efsi m rifguardando, e i
loro o fatti, o detti à imitando, pollano o la felicità huma r na con Marta, o
la beatitudine divina con Maria, o l’una e l’altra infiememente confeguire. A
quello fine piu, che peraltro rifpettomi poli ( con animo di douere fe
conceduto mi fuffe comporne dell’altre ) a feriuere il meglio, e con piu
chiarezza c brevità, che io fapefsi, e potefsi, i • la uita di Mifer Francefco
Cattani da Diacceto, parendomi, che egli foffe quali come uno fpecchio non
lblamente della uitaciuile, ma etiandio, amzi molto piu della fpecofa^tiua, del
quale io, fé bene il uidi nc miei gioueriili anni piuuolte, non Riebbi però,
non che familiarità,© do meftichezza, conofcenza nefluna, ima tutto quello, che
io ho di lui fcrit to,l’ho fcritto parte per relatione di iiuomini graui, e
degni di fede,iqua 4i domefticamente e lungo tempo con lui praticarono, non
eiTendo,da che egli di quefto Mondo parti, piu che trentafette annipaffati;e
parte •mediante gli fcritti fuói, de quali -me flato hberalifsimo M. Francefco
fuo nipote, giouane(còmefapete),detà, ma di grauità,e di prudenza^ maturo, e di
quella bontà, e dottrina, che piu opere da lui Chriftianamente, come da huotno
facro, ecanonico compofte, e di già mandate in luce I 7 iti luce et aIfEccell.
de! IlIuftrils. SigDuca Padron noftro indritte, dimo Arare podono^Laqual uita
(qualunche li lia ) ho uoluto donare a Voi,£ che nel nome uoftro apparifca, non
tanto per lo eder Voi della nobilifAma famiglia de Valori, iquali funu no amati
grandifsimamente, e honorati daM. MarfilioFicini., econ*leguentemente dal
Diacceto ; quanto perche Voi fete degno della Nobiltà, e ne ritornate in luce
il Valore de uoftri Maggiori, daquali ancora edere uerifsimo conofcereli può
quello, che da me fu detto di fopra, pofcia, che Niccolo Auolo Voftro huomo di
tanta prudenza, e di coli grande ftimafcride non menocopiofamente, che con
ueritàla uita del Magn. Lorenzo Vecchio de Me w 2 dici, e anco per non negare
il uero, tenendomi io buono della fcambieuolebeniuolenza,euerilsima amiftà noftra,
m’è paruto di douerne dare, come un teftimonio, affine, che li fappia,che li
come Voi per uo lira cortelia amate, e honorate me, coli io altreli per giufto
debito amo, et ofleruo Voi. tCOMTOST^f D^£ VARCHI, B MANDATA A BACCIO VALORI.
fn. VITA DEL primo, che ( disfatte per le parti guelfe, e ghibelline )
Diacceto, hebbe in Firenze i primi, e fòprani honor ideila Città, fi chiamo
Becco di Torre di (juidalotto, tl quale fidette de' Tenori delt zArti, che cofi
s'appdlauano in quel tempo i Signori, tre uolte. La primardi mille dugento no
nauta quattro, diece anni, dopo che cotale Jopremo <JMagi(ìrato per
abbattere la troppa potenza, e tener e. in fieno la infipportabile fuperbia de'
grandi fu ordinato ; la feconda, nel mille dugento nou anta otto ; la terza nel
mille trecento cinque. Di 'Becco nacquero Porcello, e ^Mugnaio, o neramente
^tignato, che cofi fatti nomi fi poneuano anticamente nella Città di Firenze ;
tqualtamenduni furono non filo de ' Priori piu uolte, ma etiandio gonfalonieri
di giufiitta, ilquale era il piu alto grado, e piu {limato di quella Bfpublt ca
y e f I) ita ca, e T* or cello oltraglt altri uffici], e magiftrati, riccuette
nel mille trecento tren » ta noue per lo comune di Firenze la terra, defila, e
ne fu primo comme [fario c/wwé fi legge ancora nell' zArme, che egli fecondo
ilcoftume dicotalt Fattori ui la yc/à. JD/ indignalo nacque il primo ‘Tagolo.
T)el primo bagolo il primo Zanói?u T)el primo Zanobi il fecondo ‘Tagolo. f>i
coftui, ilquale fu per la grandezza delle qualità fue fatto con molti
priuilegij Conte da oAlfonfb 7{e di ‘Napoli, firife la uita latinamente Ai.
‘Bartolomeo Font io, huomo di ottimi coflumi, e nella fita età letterato, ffi
eloquente molto. Di Pagolo nacque il fecondo Zanobi, ilquale fu padre di
Francefeo. La cui Vita intendiamo al prefente di douere feriuere Noi, fi per al
tre cagioni honeflifiime, e fi perche fi conofea ancora a beneficio comune, che
la uu n la contemplatiti a può in uno huomo filo (il che non credono ) coll'
attuta unitamente congiugner fi, e lodeuolmente efercitarfi % e di uero come
egli non fi può negare s che la contemplattua non fia la piu gioconda, e la piu
degna di tutte l altre mte,cofi con fejjare fi dee y cbe lattina e alle città e
alle Comunanza de * popoli, come piu necefjaria co fi etiandto piu utile. Dico
dunque che di JZanobijdi TP ugola Cattani da: Diacceto, e di mona Lionarda di
Fracefio di Iacopo Venturi, nacque in Firenze tra la piazzi del grano, e* l
canto agli cAlberti non lun ge dalla chic fa di San ‘Romeo, tanno della (hrifhàna
falute mille quattrocento fi fi finta fii,il fedicefimo giorno di^ouem' bre un
figliuolo mafchio, alqualt, o per rifare il fratello di Pagolo fio zArcauolo
paterno, ilquale s\ra morto ] enzA figliuoli > o per.rinouare il nome del
fuo Aiuolo materno % C ATT A ^10,. m materno, o piu prefto per l'una cagione, e
per l'altra uoìlero,che fi ponejfi nome Fracefio.E perche egliinfino da (uoi
piateneri anni daua prefagio di (ingoiare tngegno, e di (pirito molto eleuato,
uolle il padre ancora, che per fina Idiota fojje, che egli fi dejfi non alla
mercatura, cornei pm fanno de' giouani Fiorentini, ma alle lettere, dellccjuali
tanto fidilettaua, e cotale profitto dentro ui faceua(che non uob le,tjfindo
rimafi ancora fanciullo finzjt padre, e non molto agiato delle co fi c'hauendo
il padre gran parte difiipato delle fue facultd) per coja, che gli fi diceffi
consentire mai d' abbandonarle. oyinzfi hauen do egli,per ubbidire alla madre,
deliaejuale fu fimpre offiruantifiimo, e Soddisfare a parenti, non armando ancora
aldicid nouefimo anno.prefi per donna laLucre Ha di Cappone di Capponi, la M
meno con efio fico a^Pifà, e quiui tanto la tenne, che forniti i fuoi fludtj, e
battuto di lei figliuoli, fi ne torno a Firenze, doue in quel tempo fionua la
fihcifiima Academta di Lorenzo uecchio de Atedici,nella quale tnfieme con molti
altri huommi (Fogni lingua, e in tutte le faculta dottifi fimi, fi ntruoua
FICINO (si veda), canonico fiorentino, tlquale oltra la finceritd de co fiumi,
fu d'eccellenza d'ingegno, e di profondità di dottrine co fi grande, che io per
me non credo, che Firenze habbia mai, e parmi dir poco, hauuto alcuno, defilale
fi gh pofj'a non che preporre, agguagliare. Coflui effendo ( come ho detto )
Qmonico di J anta ^Maria del Fiore, haueua con incredibile s ìndio, e immortale
beneficio la Filofifia Platonica per mol te centinaia d'anni piu lofio perduta,
che finarrita, come piu conforme alla religton ;;• Chrifiiana, Chrtfhana, che
l'zArifiotelica non folamente ritrovata, e rimeffa per la buona ma, cofd uer amente
piu tofìo diurna, che humana, ma datole ancora credito, e riputatone non
pkciola. La onde Ad. Fran cefo, tratto dada fama di quell'huomo fn
golarifimo(Jè pur huomo chiamare fi deb be co fi alto, e nobile Spirito) e
guidato dalla ‘Telatura, lacuale perche egli cjuedo facejfi, che egli fece,
prodotto l'haueuajaccoflo incontanente al Ficino, tlaualt ( come gratifiimo del
dono da Dio concedutogli, e delle Jue proprie fatiche ) come nero
Filofofoyliberahfiimoyinfignaua, epubhca mente, e privatamente a tutti coloro,
che d'apparare difiderauano ; e l'udì con tanta ingordigia, che egli in non
molto tempo non pure Platonico, ma eccedentifiimo T latonico divenne. Onde egli
3 fi bene m uarij tempi, e luogi 3 diuerfi Dottori udito iso hàuea, confiejfia
nondimeno tutto quello,' che fàpeua, hauerlo da <&iarfilto. filo
imparato, fi in molti altri luoghi, e fi particolarmente nel proemio del libro,
che egli fece, e intitolo del H utero, cioè del 3ello, doue f duellando di lui
dice quefie parole proprie. Dicam firn, nec unquam me pcenite^ bit, quoniam
boni airi ejse duco, cui magna beneficia debeas, eidem ipfaaccepta referre,
nosidipjum, quodfiumus,fìquid Jumus ilio efie. Qoè in fintene. lo ne ramente il
diro, ne mai farà, che io me ne penta, ptrcioche iopenfo ejfiere cofa da huomo
da bene ilconfejjare da colui haue re i benefici] grandi riceuuto, a cui tu ne
fii debitore ; Noi tutto quello, che fiamo, Je fiamo cofa alcuna, ejfiere da M*
Mar fillio Ficini. / ; v v £ dall'altro lato conofeendo M. Mar fillio la 'M 1:
V ì C Jto J ilio la grandezza dell ingegno y t /’ inchinaime dell'animo di lui
alle co fi di Platone e ueggendo il profitto, che egli u'haucudentro in picciol
tempo fatto grandifiimo, l'amaua affettuofifiimamente y e lodando v lo
eccefiiuamente y lo chtamaua non filo du fiepolo y ma compagno, come fi può m
malti luoghi ueder e delle opere fue, doue egli fa di lui mentione
honoratifiima y e Jpe t talmente nel Parmenide al capitolo ottan taquattroefimo
y neiquale fi leggono quefie parole formali. Sed dum pulchritudinem hic diuinam
commemoro y commemorare fas eft Fransi fium Dtacetum y dtle£itfiimum Compiuto
-ntcum noftrum y de hac ipfa pulchrit udine quotidte
multaipulcherrimaq^firibentem, quem Jane utrum ad c Platontcam fapien ttam
natura y geniusc £ formauijfi uidetur y leq uali fuonano co(ì. < c M iij I L
4 eZMentre cheto fornendone qui della bellezza diurna,, giufta e pia coja e,
<che io faccia mentione di Francefilo da Diacceto no/lro diletti /?imo
compagnone gli ftudij Platonici, tlquale di qucfla ftefi fa bellezza firiue
ogni giorno molte, e belUfiime cofi,enel aero egli pare, cheda ‘Futura, e il
gemo fuo formato l'hauejfono, pèrche egli la fàpitnzp, di Platone intendejfe,e
imitaffe. Dellcquah còfe fi pub ageuolrnente cattare, prima quanto pojfaejfere
dipanamento a una città, anz} a tutto 9 1 mondo un huomo filo colla prudenza, e
liberalità sua ; poi quanto fia necefiarioa un buono ingegno abbatter fi ad
hauere, o faperfi elegger e un buono precettore; conciofia co/a, che fiCofimo
de <JMediculuecchio, e di mano in mano i /uoi /ucce/fin, e mafiimamente
Lorenzo, non hauefiono fauorito le lettere, e coloro, aiutati, icjualt d'ejjire
litterati defederanno, *fMar fello non farebbe flato Ai. Aiarfiho,e per
confeguenza il Diacceto, per tacere di tan ti altri, non farebbe flato il
Gbiacceto, e confeguentemente Firenze, anzi tutto il fiondo farebbe di (i
chiaro lume connofero, e fuo gran danno per fempre mancato. c tfefi merauigà
alcuno, che io feri ua bora D. colD.fenz# f a ff trattone, e bora Cjhiacceto
col G. colta foratone y concio (ia che io cofi nella lingua latina de ^Moderni,
come nel uolgare Fiorentina truoui feritto bora nell'un modo, e bora
nell'altro.feleua ancora Marfìho É mentre y che egli ytrouandofi hoggimat oL
tra coltetà, leggeua a fuoi dfetpoh, dire 5 io me ne uo, ma fi bene mi parto,
io ut lafeio lo fiambio, intendendo di A4. Francefeo, Uguale fi chiamaua per
fepr anoma tiij il r Pagonazgo: perche, mentre era gioitane, fi tùie t (atta
molto, e ufaua utfiire di quel colore, ilqual cognome gli duro firnprò, mentre
che uifje, a differenza diun filo cugino carnale, ilquale haueua nome
'anch'egli francefco: era del mede (imo Gufato,e di una medefìma età, e faceua
la medefìma prò festone di FILOSOFO, e perche nefhua di nero, fi gli diceua per
difttn guerlo dal ‘Tagonazgp, JUd. Francefco ‘Nero, raro dono de Cieli, che
tnunmcdefimo tempo, in una medefìma città, e dima medefìma famiglia fiorirono
due cofi gran Filofofi, benché il Pagonazzp, come auuiene ancora ne colori,
molto fojfi di maggior pregio, ertputatione, che Aneto non era. Ne fu ingannato
^Mar filio, ne inganno egli altrui, quando difi fi, che lafeiaualo fiambio fuo,
conciofia cofit, che dopo la morte di lui o figuendo 1*S' feguendo l'effempio,
e calcando l'ormedi cofi grande, e cortefe matjìro, e compagno, oltra il fare
di fi amoreuohfitma t. mente a chtunche nel ricercala gratiofifiu m amente
copta, lefie molti anni, e molti pubicamente nello fludw Fiorentino, con
trecento fiorini d'oro di prouifione per etàfiuno anno, egli tiro fimpre mentre
uijjè, non ottante, che egli negli ultimi tre anni della Jua ulta per le
cagioni, che poco appre/fi fediranno non uolejfi piu leggere. E benché i
Signori Tmetiant mofii dal grido della fua fama lo fàcejfiro piu uolte in fi
antemente ricercare per mezzo di À4onfignore l'f\Arciuefiouo di Cor fu, e del
fyuerendifiimo Cardinale fprnaro,de' quali egli era amictfiimo, che uolejfi
andare 4 leggere nello ttudio di Tadoua, con grandifiimo /alano, egli
nondimeno, che fi contenta delle Juef acuita, ancoraché mol* te non fuffono,ed
era lontano da ogni ambinone, e grande amatore della quiete, non uolle
accettare mai partito nejjuno, per grande, e bonoreuole, che egli fojfe, e fi
< refio a uiuere tranquillamente nella fio patria y e arrecare giouamento a
Juot cittadini. Quegh,cbe frequentauano la {cuoiame la cafi (uà, o come
dtfiepoh, o come amici, o come l'uno, e l'altro mfìeme, sono et ogni tempo
molti y de quali non mi par. rà fatica, ne fuori di propofito raccontar . ne
alcuni de piu fìgnalati, iquah furono quefti: P ter o Martelli: Giovanni forfii
fiAdouardo ( ^tacchinotti: Bernardi: riAndrca Rmuccim: Benedetto d'zAntonto
(Quaker otti: Ftcino Ficini nipote di Marfibo, Luca della Robbia: Ale fi
fandro.de Paz&fT ter firance fio ‘Por tinori: ‘Palla Rufeellai, e Giouanni
fio fratello, che fu poi Caflellano di Caftel fin? Agnolo ! 1 ft. ài m fini
Agnolo, e Cofimo lor nipote, nelquale m ( ejfendofì egli morto ne /noi piu uer
d'anni) fc fecero Firenze, t le Mufi Tori ' y cane danno, e perdita me
filmabile:Ftlipfu po Strozzi » e Lorenzo fio j rateilo: Luigi or. Alamanni:
Zanobi c Buondelmonte, la, v. copo da D., chiamato tl D. m no gioitane
letterati fimo, e d'alto cuore: u c, /intorno trucioli: ^Maeflro zAleffandro ir
da “Ripa: Filippo Carenti: Giannotti, e Vettori, iqnah ho 0 poflo nell'ultimo,
non perche eglino non fof 1 /èro de’primi, e de' piu dotti, ma perche ancora
uiuono amendue. c Ne uoglio tace re, che egli, tutto, che fofie fi grande Fu i
lofi fo, non filo zAcademico ma ettandio ; J ^Peripatetico, oltra l'inteDigenza
della lingua co fi Cjreca, come Latina, non uolle mai conuentarfì, giudicando,
per quanto io fimo, che tl Dottorarle fpettalmente I in FILOSOFIA a coloro,
iquah la loro fetenza 0 uendere,o farne la moftra non uogliono, fia co fa finon
ridicola, almeno foperchta. E di ttero cotali ttficij, e preminenze, come
rifpofi già Traiano Imper udore a uno, che gli dimandaua il prtutlegio di
potere come giureconfulto auuocare, e fare de Configli, fi debbono piu tofio
dare da chi fi finte da ciò, che riceuere. Afa quello, che a me pare 9 e che
douerrà,s'io non m'in ganno, parere ancora a de gli altri piu marauigliofo, e
di maggior loda degno è, come egli, effendo tutto occupato non fila-, mente nel
leggere, e intertenere tanti cofi amici, come dtfiepoli: ma ancora nelle moke,
e importanti faccende, cofi pubìice, come priuate, potefie tante opere
comporre, e cofi perfette, quanto egli fice, delle quali to racconterò cofi
alla rwfufa tutte quelle, che io ho parte ueduto,e parte da coloro i V ro. U9
coloro fintilo dire, che uedute l'hanno, le' quali fino quefte tutte
latinamente firme. Vna'Parafrafì [opra tutti e quattro i litri del Cielo
d'zArifiotilejndritta aPa pa Lione. Tre litri intitolati de Pulchro a Palla, e
M. Cjiouanm T^ufiellai. Tre labri dimore a Pindaccio da 2 licafili..• v vA: H:
Panegirico d'Amore a Cjìouami Cot fi y ea Palla ‘Rpfiellai Una Parafiafi fipra
i quattro libri delle eJ Meteore d'zAriflotile y ma i tre ulth mi non fi
ritruouano. Vna Parafrafi [opra gii otto libri della Fifica d'oAri/lotile,
laquale o non è in pie y o chi l'ha la tiene guardata per fi. Una Parafrasi
fipra la Politica dell’ACCADEMIA (cf. H. P. GRICE, REPUBLICA), ma tanto breue y
che fipuo chiamare piu tono prefatione % thè altro, jpo Vna r Parafiafi f opra
il Dialogo di Alatone chiamato ilTeage, onero della Jàptenza. una Parafiafi ne
gli Amatori di Pia ione y onero della FILOSOFIA. Un comento fipra il libro di
Plotino dell' efiinz& dell'anima. Vna dichiaratone fipra quei uerfidx
Boetio ytqnali cominciano. Tu trtplicis medium natura cuntka mouentem, a
"Bernardo Rufiellai o Alcune prefazioni [opra diuerfi ma-terie. Alcune
epijlole a dluerfi amici molto dotte y ne Ile quali fi dichiarano afidi dubbi
di Filofifia. L'ultima fina compofitione fu un comento yilquale egli a petttume
di Monfigno re M. Giulio de medici > che fu poi Papa Clemente, fece [opra il
CONVIVIO dell’ACCADEMIA; w ipi quali componimenti olir a lattarietà, e la
profondità della dottrina, e mafeimamente Platonica, e Tlotimana pare a me, che
due co fi fi pofjano, anzi fi debbiano confederare, mofirantt ambedue
l'eccellenza, e perfettione dell'ingegno, e gtuditio feto. La prima è, che egli
usò nel fuo comporre uno Hile,fe non Ciceroniano [CICERONE (si veda)]del tutto,
graue nondimeno, e filofoficb molto, e tutto lontano da quelle laidezza > e barbarie,
collequali Jcrtueuano in quel tempo y e feriuono ancora hoggidi per lo piuì
filosofi latiniyfenza leggiadria e gratta neffema. 6 tanto è da marauigltarfi
piu y quanto ancora coloro, iquali fatuano profe filone di bene, ff)
eloquentemente fer luer e y dietro un co fi fatto mifitfo non imitauano ( gran
fatto ) nelle loro fcrit ture la diuina candidezza, e purità di CICERONE y mao
TlintOy o Valerio A4 afeimo } o altri tali non buoni c Autori della latinità, o
almeno della uera, e finterà eloquenza Fumana, lacuale manzi che Afonfignore
dietro 'Bembo, buomo piu toflo di nino, che bumano la dimofirajfi,fi giàceua o
fiono fciuta del tutto, o dijpregiata in grandifiima parte p percioche colui,
il quale piu Stortamente, e piu [curamene te firiue cua, era e da fi Sieff, e
dagli altri piu facondo tenuto, e maggiormente ammirato, come fi la principale
uirtà co fi dello firiuere,come delfauedare confi ftefie inalerò, che nella
chiarezza, o fifauellaffi, e finuefie da gii buomini ad altro fine, che
perejfire intefi. La ficondaè, chi doue quafi tutti gli altri fi faceuano
beffe, o haueuano compafiione di chiunque uolgarmente fcriueua, e haueano la
lingua Fiorentina per niente, egli quafi precedendo quello, che di lei mediante
limedefimo BEMPO auuenire doueua, tradufje, alcune delle fue opere y e piu fi
dee credere 9 che egli tradotte n'harebbe fe piu lunga mente uiuuto foffe.
Lequali fue opere fi flampatcfi foffono y non ha dubbio, che la fua fama fi
farebbe y e allungatale allargata molto piu, che ella forfè fatto non ha£d egli
per configuenz et s' bar ebbe maggior gloria, e piu chiaro grido, e in fimma
piu lunga anzi immortale uita y acquifiato. Le quali pero fino di manierale
elleno lungamente Ilare nafiofi non poffono y e Fr ance fio fuo Nipote,
ilqualenon ha filamento il nome di lui, m'ha piu uolte collantemente affermato
y finonhauer cofa y che piu lo prema ; e laquale egli, per fioddisfare alla
pietà y e debito suo, maggiormente difìderi y che di rinuemre fènon tutte y la
maggior parte delle fritture dell duo lo fuo per publicark B allhora fi potrà
meglio cono far e dagli intendenti chente, t quale fojjl d'ingegno, e la
dottrina di cotaU, e cotanto lo uomo; e Ji marauigheranno infieme con effio
meco della capacità del fuo intelletto, e come un buomo filo potè (fi cjfieretanto
uniuerfikle, che m tutte le cosi, nelle quah egli fi metteua, nufiijfie non
dico raro y ma qua fi filo. Ecco: egli come che fojfie amanttfiimo della
quiete, e lungi da ogni ambinone, e auaritia fatico nondimeno oltr a ogni
credere non fidamente ne gli ftudij delle buone lettere, e della santifiuna
filofifìa, come s'è ueduto,ma ancora nell anioni humane, e nelle bisigne
socolari ( come fi uedrày di maniera, che fi può ficuramente credere, e con
uetita dire, che egli di rado col corpo si ripofiafie y ma colla mente non mai
y e fi bene egli e da naturayefua uoluntà era più mito a gli fiudij, e al
contemplare, che alle faccende, I9S faccende, e al negotiare, tutt amagli
bisignaua fare, come si dice, della necefrità uirtù yper laqupl co/a e
neceffario di [apere, che quando 'Pago lo fuozAuolo uenne amorte, egli come co
Iucche era flato firnprèy amictfrimo, e fautore della famiglia de ^Medici, e
conofceua la prudente la potenza di Co fimo, e forfè la fortuna di quella cafd,
fece (come racconta il Fon no nella uita di luì)una bella diceria, nella quale
fra l' altre cofe auuertii figliuoli, e comando loro, che amafrino fempre y eof
firuafrmo Cofrmo,e tutti i fuoi 'Difendenti quanto fapeffiro, e poteffono il
piu, e dall'altro lato pregò fìrettifrimamente Cofimoycbe glidouefie piacere
cfhauere loro, t tutti i fuoi Po fieri, per raccomandati, e si coment affi di
pigliare la protezione lo T ro. E di qui nacque ( penfò io ) oltra le fut
fingolarifiime qualità 9 che non filamenti ? X ; jf i9(f r Papa Lione, Uguale fu
Jòpra tutti gli huomini grattfiimo, e libtrahfìimo, gli porto fempre affettione
ftraordmaria,e gli fece molti fauori,e prefìnti di mn picciolo, Prima e valuta,
ma ancora tutti gt altri di quella famiglia,e in ijfetialità tifar dinaie, che
fu poi c Tapa Clemente, colqua le ( mentre, che egli reggeua Firenzi) praticano
molto familiarmente, e conmeraui gltofa dimefiichez&a. Quelle furono le
cagioni, che egli, ancora, che Fdofifo,e della fitta di Platone prima entro,
epoi non fi ritiro dalle faccende civili, per non dir nulla, che hauendo egli
molti figliuoìi(còme diremo ) e non molte / acuità, non poteua, ne doutua fare
altramente, e di quin ci ancora auuenne, che nel dodici per la guerra, e ficco
di Prato, quando i Medici ritornarono in Firenze, egli con alcuni altri
Cittadini, de' quali come amici delle W Palle s'baueua fefpetto, e in Palazzo,
dove era 'Piero Soderini gonfaloniere a ulta ) fiftenuto. Ma non prima furono i
Siedici rimefii in Firenze, che douendofi per co/e importantifiime creare uno c
Ambafciadore per la Città a Mafmiano Im peradore, fu tra tutti gli altri eletto
Francefco, benché poi per lo ejferjì affettate, e accomodate le cosi in quel
modo, che voleuano quei, che poteuano, non facendo piu luogo d' ambafciadore,
non ui fu mandato ne egli, ne altri 6 nell amo mille ctn queceto diciannoue, e
[fendo morto a quattro di faggio Lorenzo de Medici Duca d ye Urbmo, e
douendofigh fare filenni fiime, e magnifiche eJfiquie, ancora,che non man co
chi bucherajfi dibattere l or adone, d Cardinale firijje a Francefco, ilquale
fi ritrouaua in uilla, che fi trasfenjfi frittamente a Firenze, e cofi la fece,
e recito iij ip t - T I T A DSL f egliil fittimogiorno, nelqualeficelebranano
nella Qoiefa di S. Lorenzp con pompale honoranza incredibile, e fu tenuto tojà
rara, e degna d’ammiratione che in meno di tre giorni fujfi fatta da lui latina
mente e recitata alla prefenz, a d'infinita moltitudine cotale oratone. *Nel
medefimo anno, hauendo prima hauuto i primi honori,e magiflrati delta città,
ejfindo fta to e di Collegio, e de Signori Otto, e de Qt- j pitam diparte
(guelfa, fu fatto (gonfaloniere digiufì ma per lo filo Quartiere di Santa Croce
nelmefi di gennaio, e di febbraio, e doue negli altri uficij s' era fatto co
no/cere per huomo non men giuflo, che pietofi, in cjuefto fi dtmoftro non men
benigno, chegraue,mguifa,che come l'uniuer fiale [e ne lodaua, cofii
particolari ne diceuano bene, e quanto i parenti fi ne glorianano, tanto gli
amtct, e dtfiepoh Juoine prendeuano s JfH Utck I Ì0 (mà m 4 m \( 1 ir ì è C IM
prendeuano piacere, e contento marauigliofi. Onde auueniua,che coloro Squali 0
per l'inuidia, che haueuano alla fitagrandezs za, 0 per Iodio, che portavano
alle fue uir, tà, harebbono uoluto morder lo, nonofauano di farlo, temendo di
non efjere creduti "Dopo cotale degnità trouandofieglt hoggU mai
attempato, e [oprafatto dalle cure familiari, e forfè per potere 0 comporre
mone opere, 0 riuedere le già compofte,nongU parue di douer piu leggere in
publico ; ma non per quefto manco mai i alcuna maniera di cortefia a niuno di
colora, iquali gli andauano tutto il giorno a cafa, 0 per uicitarlo come
amici,o per dimandarlo co me fcolari,anzi fi tenne, che quefìa fujfe in gran
parte la cagione della fua Morte: lmperocht,non fi fintando egli bene, e non
uolendo mancare ne a parenti ne agli ami ci, ne a Difiepoli, cadde in una
infermità, K % per la uiolenza dellaquale in poco piu et un me fi, ancora,
ckefuffi fiato finiamo e molto regolato nelfuo uiuere,e con tutti gli
ordinamenti, e fagr amenti della (bufa coftantemente, e Chrifiianamente moriva
gli diece d'aprile delmille cinquecento uentidue, e fu alla Q loie fa di Santa
(foce nella fipoltura de fuoi maggiori femplicemente, e finta alcuna popa
fìraor dinar ta portato, Jotterrato. La firn morte difpiacque molto fi generalmente
a tutto Firenze, e fi in ifpetie a coloro, iquali o baueuano lettere, o
defiderauano d'bauerne, e mafiima mente di FILOSOFIA. È di fiatar a piu che
mezzana, non di molta carne, ma offuto forte, e nerboruto, eh pelo bruno, e
Sommamente pelofi ; hauca la pelli biancha, e frefia molto. Cjli occhi neri non
troppo grandi, le ciglia nere,e folte. La qual co fa lodi mofirauaa riguardanti
anzi brufeo e bùr bero, zor hero y che non. E niente dimeno egli fi bene era
grane, e fiueroy batte a pero con quella feueritàyt granita una dolce e cortefi
piace uolez&a me/colato ylaqnale lo rendena gratiofiy e amabile. £ auuenga,
cheegh,come tutti gli altri huomini in qualunque o arte o fetenza
eccellentifiimiyfujje di natura ma ninconico, e filetario 3 tutta uia, quando
coll' altre perfine fi rttrouaua, motteggiaua uolentieri non fittamente
coglihuomtni di lettere, ma ettandio co gli Idioti, e colle donne medefime y
tanto che non pareva piu quel deffiy prendendofi fefla, e filazzp per fi y e
dandone altrui. Spiacemi, che ejfindo egli flato yper quanto ho udito dire y
trat tofiy e arguto molto, io non habbta potuto nefiuno rmuergare de firn
mottiyper farne parte a coloro, cheque fi a ulta per alcuno tempo leggeranno
ffi mai nejjuno la leggerà. Era e come T* latonico, e come allievo del FICINO
grandtfiimo, ma Jantifiimo ama > dorè, e nell' opere, che egli firifie de
amore, le quali furono molte, e molte dotte, Si utde lui ejfere flato
feruenttfiimo, anzi tutto fuoco ; da queflo per auuentura piu, che v, da altro
fi può prendere nero figno,e certifi fimo argomento della nobiltà, e
unicttà(fia mi lecito in una persona nuoua e unica) for mare un vocabolo unico,
e nuouo, dell' ani- ’ mo,e intelletto J uo,conciofia,che quanto al cuna cofa è
piu degnale piu perfetta, tanto fenza dubitatione alcuna, e s'innamora piu
tofto, ft) arde uta maggiormente. Fu catto beo, e religiofi in tutto il tempo,
che uijfe,e da cotali huomini douerebbono imparare, e prendere ejfempio coloro,
iquabfi fanno a crederei di non cffère,o di non do uere e fiere tenuti
filofofifi non di (pregiano il culto diurno, e fi beffano di chi L'ojfirua,
quafi ghaltri uer amente non conofcano i quello, che uogliono moflrare
falfamente difapere efii, ocome fecofa alcuna piu a filofefo conuemjfe, che
conoscere e contemplare e configuentemente ammirare, e ri k uerire in quel
modo, che fi può la Maeftà di Dio, e l'eternità di tutte le cofi celefti.
tìebbe M.Francefio della moglie, laquale non fenz& fua noia, e danno fi
morì l'anno Mille cinque cento diciotto, efiendofi prt ma morta la madre nel
mille cinquecento quattro, tredici figliuoà, fette mafihij, e fet femine. La
prima dellequah maritò a Daniello di farlo Canigiani, laquale dopo molti anni
nmafit uedoua rimarito a Ruberto di Donato Acctaiuoli, huomo no bilifiimo, e
d'ine fi imabile prudenza. La feconda a Carlo di Meglio Pandolfini, tre di loro
fi uoltcro far tonache, delle quali ne uiue ancora una molto uener abile, degna
di tanto padre ì laquale è [fino già tot molti anni ) Hadefid del ^Munifiero
del Paradtfò. L'ultima maritarono poi gli heredi Juoi a c Pierfrantefio di
Ruberto de 7{tcci. I figliuoli furono Pandolfo', Agnolo : Dionigi : Theodoro :
Stmone : Carlo : e Cofimo. Pandolfo fimorìhuomo fatto eJJèndo duimuto dietro le
vestigia paterne filosofo eccellentissimo. e. Agnolo uiuente il padre, tlquale
come amoreuole, efauio non uolle contrapporfi, ne alla uolunta del figliuolo,
ne alla fpiratione dtuina,fi rende Frate nella Religione di San Dome nico, nel
tomento di San sbarco, ihjuale fiate Agnolo urne ancora, prouinciale nel
medesìmo ordine de predicatori, ‘Rekgiofi di buona ulta, e d'ottima fama .
Stmone Carlo, e Cofimo fi morirono tutti e tre giouanetti, tra gli fedici,e i
diciott 9 anni,ciafiu no, e tutti profitteuolmente, e con grande Jperanz&
fludiauano > La cofioro morte dolfi, come fi dee credere, ai&ii.
trancefio lor padre, come a buomo, infinitamente, e tanto piu, che effindo egli
amoreuolifi fimo uerfi gli Urani, potemo pen/àre quello . che egli fujje uerfi
i figliuoli, e cotali figliuoli, ma come a Ftlofifo,fetppiendo,che efiendo
mortale, egli hauea coja mortale generato, tomamente ut pofi fu piede, e come
Cbrifiiano,non dubitandole ne una foglia ancora fi muoua finza la voluntà di
Dio, rtprefi ogni cofit per lo miglior e. On de fi agli Hiftorici fuffe quello
conceduto, che a i Poeti, e a gli oratori non e difdetto, anzi mafiimamente
richiefto, largbifiimo campo harei qui diffamarmi lungbifiimo tempo per le file
lodi . Theodor o non men bello d'affetto, che digrandifiima affettatone, morì
anch'egli dopo la morte del padre, in Francia, tale, che di fette hoggi non è
uiuo al fico lo fenon TDionigi, ilquale datofì dalla faagtouent udine, alla
mere atura y hoggi e per la fa f faenza y e lealtà faa in quel credito y e
riputatane tra i più borre uoh, e riputati mercatanti ì che fu il padre tra i
più chiari letterati \e tra i piu perfetti filofififioftui di Madonna Maria
figlino la di Martino di CjugUelmo Mar tini faa dilettifiima moglie, ha undici
figliuoli cinque fimine di due delle quali ha nipoti e fai mafchiyiquali fono
il 'Bruendo M.France fio Qanomco di [anta Ltperata e Protono tarioAppofìohco,
della cui qualità hauemo fauellato di jopra.Pandolfo ilquale di tuo no Spirito
y e fludtofi delle lettere no filo Cjre che y eLatme y ma ancora Tofane fi
truoua hoggi in Rpma. Agnolo : Cjwuàbatifla, Buierto e Carlo Squali fino no pur
uiui y e fini tutti 3 ma in buono y e profpero fiato Jequah cofi ho uoluto non
fi fi troppo largamente, otrvppo fiarfamente raccontare, perche le CATTALO.
felicità di queflo modo di qua, qualunque cs4riflotile nell' Scica pare, che ne
dubiti, pojfono nondimeno fecondo t Theologi chri fiumi a co loro, che fino
nell'altra uita,giouare.Onde fecondo i Flofififì può, eficodo i theologi fi dee
credere che M. Francefio di Zanobi Qattani da Ghiacceto cittadino fiorentino,
ueggendo infìno dal piu alto cielo tanta# cofi chiara fuccefiione,figoda
infiemec olle figliuole# co figliuòli morti qui e lafiù uiuijiwio quella
feltafiima,{t) eterna beatitudine, che deono quegli huomini dopo la morte goder
e, tquah mentre che uif fero cofi lodtuoh per la uita attiua come ho nor àbili
per la conteplativa, furono non me no ottimi chriftianiyche dottissimi
filosofì. Grice: “If these
Italians, pretentious as some are, want to use more than one surname – their
loss!” – Grice: “It was an excellent idea of Diacceto to translate is
grandfather’s Latin works (‘enarratio’) of Plato’s little dialogue on the
unspeakable vice of the Greeks into ‘vulgar Florentine!” Nome compiuto: Franciscus Cathaneus. Franciscus
Cataneus, Diacetius. Francesco de Cattani da Diacceto. M. Francesco Cattani da
Diacceto. Francesco Cattani di Diacceto. Diacceto. Keywords: i tre libri
d’amore, diacetius, amore, “la sequenza del corpo” “l’autorita del papa” --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Diacceto” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Diano:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errante dalla
ragione – emendato – scuola di Vibo Valentia – filosofo vibese – filosofo
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vibo Valentia). Filosofo vibese. Filosofo calabrese. Filosofo
italiano. Vibo Valentia, Calabria. Grice: “I love Diano, but Italians usually
take him to be a bit too Hellenic; recall that a true Roman considers himself a
Troian, i. e. an enemy of a Greek! But as a scholarship Midlands boy from
Clifton to Corpus, I’m a Dianian!” Compie
gli studi classici al Liceo Filangeri di Vibo Valentia, allora Monteleone
Calabro. Rimane orfano di padre all'età di 8 anni e questo fu un evento che
segnò la sua vita e molte delle sue scelte giovanili. Si trasfere a Roma, dove
si iscrive alla Facoltà di Lettere della Sapienza ove segue le lezioni di Festa
e Rossi. Il suo progetto è di laurearsi con una tesi in Letteratura greca, ma
la necessità di iniziare a lavorare lo spinge a scegliere una via più breve e
si laurea con 110 e lode con una tesi su Leopardi, un poeta che amò subito e
che lo accompagnò nel corso di tutta la sua vita. Immediatamente inizia a
insegnare letteratura latina e greca, dapprima come supplente e poi, di ruolo
come vincitore di concorso a cattedra. La sua prima nomina è a Vibo Valentia,
cui segue un periodo di alcuni anni a Viterbo e una breve parentesi al Liceo
Vittorio Emanuele II di Napoli. Nella città partenopea frequenta la casa di
Benedetto Croce, ma in seguito il giovane Carlo Diano si allontanerà
decisamente dal gruppo dei crociani. Trasferito a Roma, dove insegna prima al
Liceo Torquato Tasso e in seguito al Liceo Terenzio Mamiani. Sempre a Roma
consegue la libera docenza. È fatto oggetto di inchieste ministeriali e
pressioni per il suo rifiuto di iscriversi al Partito fascista, come chiedeva
il suo ruolo di dipendente pubblico. Né mai si iscrisse. Su incarico del
Ministero degli Esteri, è lettore presso le Lund, Copenaghen e Göteborg. Gli
anni in Svezia e Danimarca non furono solo utili per apprendere alla perfezione
lo svedese e il danese, ma segnarono un profondo cambiamento. Il contatto con
l'ambiente scandinavo gli spalancò la visione della grande cultura liberale
nord europea e l'amicizia di poeti, letterati e studiosi scandinavi, tra cui lo
storico delle religioni Martin Persson Nilsson e lo scrittore ed esploratore
Hedin, dei quali traduce anche alcune opere. Al suo ritorno in Italia ricopre
un incarico presso la Soprintendenza bibliografica di Roma ed è a Padova in
qualità di Ispettore dell'istruzione classica presso il Ministero
dell'Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana. Grazie a questo
ruolo e obbedendo alla propria coscienza, all'insaputa di tutti, aiuta molte
persone a mettersi in salvo dalla persecuzione fascista e nazista. Ricopre gli
incarichi di Papirologia, Grammatica latina, Storia della filosofia antica,
Letteratura greca e Storia antica presso la Facoltà di Lettere dell'Bari. Vince
il concorso alla cattedra di Letteratura greca ed è chiamato a Padova a
ricoprire, presso la Facoltà di Lettere dell'Università, la cattedra che era
stata di Valgimigli. A Padova rimarrà ininterrottamente fino alla sua morte.
Più volte Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, fondò e diresse il
Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto. Molte delle sue traduzioni
dei tragici greci sono state messe in scena dalla Fondazione del Dramma Antico
a Siracusa, al Teatro Olimpico di Vicenza, a Padova, portate in giro nei teatri
italiani, interpretate da noti attori quali Zareschi, Ninchi, Pagliai. Grandi
le sue traduzioni, per la ricerca filologica, la lettura rivoluzionaria e la
bellezza dello stile in versi, fra le altre, dell'Alcesti, dell'Ippolito,
dell'Elena, dei Sette a Tebe, dell'Edipo Re, del Dyskolos di Menandro. Cura,
fra le altre cose, l'edizione di tutto il teatro greco per Sansoni e la
traduzione dei Frammenti di Eraclito, volume della Fondazione Lorenzo Valla.
Insignito di numerose onorificenze (Valentia Aurea, Premio Nazionale dei
Lincei, Medaglia d'oro della Città di Padova ecc.) e membro di numerosissime
accademie in Italia, in Europa e in USA, ebbe profonde e durature amicizie tra
gli altri con Quasimodo, Bettini, Eliade, Otto, Spirito, Argan, Berenson,
Montano, Mazzarino, Bo, Kerényi, Nilsson, Caccioppoli e molti altri fra i
maggiori protagonisti della vita culturale e artistica. Tra i suoi allievi più
noti troviamo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Cacciari. Per i suoi
amplissimi studi e i suoi contributi originali su Epicuro è da tempo
riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori e più autorevoli
studiosi del filosofo di Samo. Nei suoi scritti teorici, principalmente in
Forma ed Evento e in Linee per una fenomenologia dell'arte, fonda un vero e
proprio sistema filosofico in cui filologia, studi storici, filosofici,
sociali, storia dell'arte e la storia delle religioni si integrano a creare un
nuovo metodo di indagine. Fondamentale, a tale scopo, è la creazione delle due
categorie fenomenologiche di "forma" ed "evento", che gli
permettono non solo di esplorare l'intera civiltà greca, ma possono divenire
strumento di analisi generale di una cultura. Altre opere: “Commento a
Leopardi”; “Commemorazione virgiliana. Dall'Idillio all'Epos” (Boll. Municip.
Viterbo); “ Il titolo De Finibus Bonorum et Malorum” (FBO). “L'acqua del tempo”
(Roma, Dante Alighieri); “Note epicuree, SIFC); “Questioni epicuree, RAL); “La
psicologia di Epicuro, GFI); “Epicuri Ethica (edidit adnotationibus instr. C.D.
Florentiae, in aedibus Sansonianis, “Lettere di Epicuro e dei suoi nuovamente o
per la prima volta edite da C.D., Firenze, Sansoni); “Aristotele Metafisica,
Libro XII. Bari); “La psicologia d'Epicuro e la teoria delle passioni, Firenze,
Sansoni); “Lettere di Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, SIFC);
Voce Aristotele in Enciclopedia Cattolica); “Edipo figlio della Tyche. Commento
all’Edipo Re di Sofocle, Dioniso); “Forma ed evento: principi per
un'interpretazione del mondo greco” (Venezia, Neri Pozza); “Il mito dell'eterno
ritorno, L'Approdo); “Il concetto della storia nella filosofia dei greci, in:
Grande antologia filosofica, Milano, Marzorati); “La data della Syngraphé di
Anassagora. Scritti in onore di Carlo Anti, Firenze); “Linee per una
fenomenologia dell'arte” (Venezia, Neri Pozza); “La poetica dei Feaci. Memorie
dell'Accademia Patavina); “Pagine dell'Iliade, Delta); “Note in margine al
Dyskolos di Menandro” (Padova, Antenore); “Menandro, Dyskolos ovvero Il
Selvatico, testo e traduzione, Padova, Antenore); “Martin P.Nilsson,
Religiosità greca, (traduzione) Firenze, Sansoni); “Saggezza e poetica degli
antichi”; “Orazio e l'epicureismo” (Atti Istituto Veneto); “La poetica di
Epicuro, Rivista di Estetica); “La filosofia del piacere e la società degli
amici, Boll. del Lions Club di Padova); “D'Annunzio e l'Ellade, in L'arte di
Gabriele D'Annunzio, Atti del Convegno Int. di Studio); “L'uomo e l'evento
nella tragedia attica, Siracusa, Dioniso); “Il contributo siceliota alla storia
del pensiero greco, Palermo, Kokalos); “Euripide, Ippolito (traduzione e cura).
Firenze, Sansoni); “Eschilo, I Sette a Tebe, Firenze, Sansoni); “Menandro,
Dyskolos ovvero il Selvatico, Sansoni); “Meleagro, Epigrammi traduzione di C.D.
(con una tavola di Tono Zancanaro) Vicenza, Neri Pozza); “Epikur und die
Dichter: ein Dialog zur Poetik Epikurs, Bonn, Bouvier); “Saggezza e poetiche
degli antichi, Venezia, Neri Pozza); “Gotthold Ephraim Lessing, Emilia Galotti,
(traduzione) Milano, Scheiwiller); “Euripide, Alcesti (traduzione e cura)
Milano, Neri Pozza); “Euripide, Elettra, (traduzione e cura), Urbino, Argalia
Editore); Voci Eoicurus e Epicureanism per Enciclopedia Britannica); “Il teatro
greco. Tutte le tragedie, C.D. Firenze, Sansoni); (di C.D. Saggio introduttivo.
Traduzioni: Eschilo, I Sette a Tebe; Euripide, Alcesti, Ippolito, Eracle,
Elettra, Elena, Le Fenicie, Oreste, Le Baccanti). Epicuro, Scritti morali,
Trad. C. Diano, Padova, CLEUP); “Euripide, Medea, (traduzione e nota di C.D.)
Padova, Liviana); “Aristofane, Lisistrata (traduzione e cura) Padova, Liviana);
“Anassagora padre dell'umanesimo e la melete thanatou in L'Umanesimo e il
problema della morte, Simposio Padova Bressanone); “Studi e saggi di filosofia
antica, Padova, Antenore); “Scritti epicurei, Firenze, Leo Olschki); “La
tragedia greca oggi, Nuova Antologia); “Limite azzurro, Milano, Scheiwiller);
“Eraclito, Frammenti e testimonianze, (traduzione e cura) Milano, Fondazione
Lorenzo Valla); “Epicuro, Scritti morali, Milano, BUR); Platone, Il Simposio
(traduzione e cura), Venezia, Marsilio); Il pensiero greco da Anassimandro agli
stoici, Torino, Bollati Boringhieri, Introduzione di Massimo Cacciari. e Lia
Turtas. Introduzione Jacques Lezra. Curatele Platone, Ione, Roma, Dante
Alighieri, M.T.Cicerone, De finibus bonorum et malorum, GFI, Omero, Iliade.
Libro I, Firenze Bemporad, Platone, Dialoghi Convito, Fedro, Alcibiade I e II,
Ipparco, Amanti, Teage, Carmide, Lachete, Liside, Bari, Laterza; Il teatro
greco: tutte le tragedie, Firenze, Sansoni); “Eraclito, I frammenti e le
testimonianze, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore);
“Epicuro Giovanni Gentile Tragedia greca. TreccaniEnciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Carlo Diano, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Carlo Diano,. Carlo Diano Forma y
evento, Madrid, Circulos Bellas Artes (estratto traduz. spagnola)Brian Duignan,
Carlo Diano, Epicureanism, in Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica,
Inc. D., nel sito "Il Ramo di Corallo", di D.. IL CONVITO.
ATOLLODOllO E UN AMICO. Apollpdóro. Credo di nonSmotto, P- 172 ispondere alla
vostra no ues^ < . Galero, uno dei Srm^STiTp.lWo.0 , o M - Èd io mi fermai e
aspettai. „i ie poc’anzi ti di 'raccontarmi la ™ pensiero filosofico greco, fu
tntt ^ ” C ; u raorto ad maestro, o, stando a più fieli o devoti seguaci (l a
Kliano, no ricopri o voleva un aneddoto riferitoci da t>10tcl “ teUo -
Quanto allo scherzo, dm ricoprirne il cadavere col ' >r0I ’ ? “ t f, ò moUo
discusso in ohe consista. Apollodoro rileva nelle pardo doli arpico, . cominciato
dal ehm- Forse, oltreché nel tono nome Matteo o ohe tosso marie Falere. < So
un amico nostre. clm gr Vcllotrl \ anziché nato a Vellotri noi comin^assimo col
olila ar^ lnl uno scherzo, sol-rat - Matteo ’, por farlo voltale, l’allusione a
uualcunu delle suo uua- tutto se col chiamarlo cosi si taccs ““ u 0 i luogo .
Noi nou sappiamo. Uhi. «he si solesse attribuire gla altan rlpuUv,iono o di
elio genere: se 1 Falerosl avessero unniche loi partlooi (Bonghl) . E none, a
ogni modo anche sonza^uesto loA^y^ mM, naro „ i marinai mi paro, Impossibile
olio, cssoni t . e u uca t 1L, la ciunlitìl di Valoroso rìi^ol qu alcuno,
formano un emlecflfilllitbo. conversazione tra Agatone e Socrate e Alcibiade
(2) e gb Xi, che allora presero parte al banchetto c che discorsi intorno
all’amore ri si fossero temiti. Me ne accennò un tale che ne aveva udito da
Fenice di Filippo è aggiunse che anche tu ne eri informato; ma non seppe dirmi
nulla di preciso. Raccontamela tu dunque. Nes- M mo più di te è tenuto a
riferire i discorsi del tuo amico. E prima di tutto, mi chiese, dimmi: a quella
conversazione eri tu presente o no! Ed io: Si vede bene che quel tale che te la
raccontò non ti deve aver raccontato nulla di preciso, se credi che quella
conversazione, di cui mi chiedi, abbia avuto luogo così di recente, che anch’io
avessi potuto assistervi. Ed egli: Difatti lo credevo, rispose. E come, dissi,
Glaucone? Non sai che da molti anni Agatone non è più venuto tra noi; e che da
quando frequento assiduamente Socrate e mi studio di seguire giorno per giorno
ciò che egli dice o fa, non sono ancora tre anni? Prima andavo errando a caso
di qua e di là, e pure illudendomi di fare qualcosa, ero il più infelice degli
uomini, non meno che non sia ora tu, perchè pensavo che bisognasse occuparsi di
qualunque altra cosa piuttosto che di filosofìa. Ed egli: Smetti di canzonare e
dimmi quando ebbe luogo quella conversazione. Quando e noi eravamo ancora dei
ragazzi Agatone vince il premio per la sua prima tragedia, nel li) Agatone,
Ilglio di TisAmeno, ora nativo di Atene, clic tra il -10!) c il 1117 a. C. egli
lasciò icr andare a vivere nella corte di Archelao di Macedonia. il cui
splendore lo attirava. Bollo, elegante e ricco, fu scolaro di I ròdico e di
Gorgia, dai riunii apprese Io siile protonaionoso e retorico ed ebbe imimi^^ di
celebri per il successo del suo drama. intitolato ., S,, m0 : nel n al °,,sclva
dagli argomenti tradizionali e dalla via c lr U tavn imEfa,l 1r ? <l0OeSSOrl
- 11 Ptto Umusi muliebre .oZir a 7ì:^T a V m V0,t0 bCT8UC ° al mmi ™'e.
contempi,rana. Nel Ilo aveva forse poco pii, di tronfanni. ed u n, o d stilò lm
‘ tUB dW ° ! Kli ò ta-PP- noto come generalo Òvevu,t,!,.n„?ò ° ? n e0 aVYennt0
11 Mochetti. (0 a. C.), egli $ n ^ potonzft pouuoa - Altro ignoto, da non
confondere con Glaucone, fratello di Platone., omo seguente a quello in cui
egli coi suoi coreuti celebrò fsacrifico nolti anni or sono, a quanto pare.
Ma^te’chi té la che ne parlò ; &r-ra tota, ote ri XeK il ™ alla,
conveisazioue, 1 Tutta™, interroga, amanti di feociatc a q 1 udifce da
Aristodemo, anche Socrate su qualcuna delle aveva riferito, eda lui ebbi la
conferma d#ò che 1 a L a Perchè dunque non t afte apposta via, che s’ha a
percorrere lino alla citta, per discorrere e per udire. di que i discorsi, Così
cammin facendo, rapo impreparato; sicché, come ho detto a prmcn|, nO|Soim V c
se volete che io li ripeta anche a voi, ecconn^ ricchi e dediti ai guadagni, d
: j ar Scesa e i^’f^nS'prSSmente anche voi dai canto vostro penserete di me che
sono' u ?.^Ton lò e credo che voi crediate il vero; io pero di voi non Sei
sempre lo stesso, Apoilodoro: non fai che dir male di te c degli altri, e ai
tuoi echi siamo, mi pare, tutti degl’infelici, all’mhion di So f sodando da te.
Perchè ti chiamino tenero, non so, Da questa indicazione si desume elio il
banchetto avrebbe avuto,U0 % e ÌH. anch’egli uno scolare di Scorato. Cidatonoo,
si faoova, sembra, notare per la sua smania c m anche in corte abitudini di
vita, come, per esempio, in quella d andar sempi et) Tutti i testi, a
cominciare dai piìi antichi, danno qui |j.a).axo; mollo • tenero ', lezione
respinta dalla maggior l'arto degli editori, elle hanno accolta invece la
correzione |iavixó? ‘ pazzo \ ‘ turioso ’, occorrente ir eai soniDre cosi!
xccrbo con tc ma corto ncll °,[ U ' fuo rchè con Socrate, stesso e con gli alt,
dunqu e indiscutibile che, se j^nso così^'di^mè e di^voi, io debba essere un
pazzo e un insensato? nena 0 ra di leticare,, r 1,™5 A Fa° SS 4 bbl ,
Hsrtósfssis-rr £t meglio che io mi pori M .1 .1,. capo, come a me lo fece Aristodemo.,1
- Egli dunque mi disse di avere incontrato Socrate cbe usciva dal bagno e
calzava delle pantofole cosa che suol fare di rado, e dovergli chiesto, dove
s'incamminasse cosi rimbellito. E l'altro: A cena da Agatone. Ieri mi sottrassi
al banchetto della vittoria, per paura della folla. Ma promisi che oggi non
sarei mancato. E mi Ron fatto bello appunto per presentarmi bello ad un bello.
Ma tu, gli dimandò, come ti senti disposto a venire a un banchetto non
invitato? in parecchi codl. La lezione più antica, ripristinata dal Burnet,
nonché dallo Schoenc nella sua revisione dell’edizione dell’Hug, era già stata
difesa dal Ilfìckert, e con buone ragioni. Ciò che sappiamo dal Fedone, in cui
Apollodoro c’ò dipinto come un carattere impressionabilissimo, clic passava
facilmente dal riso al pianto c viceversa, e che negli ultimi istanti di
Socrate si abbandonò a così incompostc manifestazioni di doloro da provocare un
richiamo del maestro, accenna, mi pare, piuttosto a un uomo d’indole molle, che
ad un furioso o pazzo. Nò la risposta dApollodoro, nella quale h’ò voluto veder
la conferma della lezione |iotyiy.Ó£, ò una prova addirittura decisiva,
giacché, osserva il RUekert, non dici haec, ut éxplanelur caussa cognominis,
sed indignantis verbo, esse, conccdcntls, ni fit per indignalionem, atquc in
maim augentis id quod arnione diadi. Qui quii in rcprchciuliseet nimiam
aeveritatem, hoc ipsum, niininm ceso, arripicna, acerbe rcapondel: concedo,
manifestimi est, me qui uliter sentilim atquc vos, debcrc insanire atquc
delirare. Da questo disse ’ (IcpY)) dipendo nel testo tutta la narrazióne
dApollodoro, che nel greco ha la forma d’uria oratio obliqua. Qui nel testo c’è
sTtoóei ‘ faceva’ in conformità dell’uso greco che adopera l’imperfetto per
significare uno stato clic dura tuttora nel presente, àia poiché il racconto si
suppone fatto, mentre Socrate è ancora in vita, ho sostituito il presente
all’imperfetto. Per me, rispose Aristodemo, sono ai tuoi ordini. Ebbene,
riprese, seguimi, affinchè, mutati 1 termini, la si faccia finita col vecchio
proverbio, mostrando cn anche dei buoni ai conviti vanno non invita i buoni.
Omero però, se non mi sbaglio, non si conten di farla finita con esso, ma volle
anche fargli oltraggio, perchè dopo d'averci rappresentato Agamennone come singolarmente
prode in guerra, e Menelao come un f ia ( ° guerriero, al sacrifizio ed al
banchetto, offerto < a Agamennone, fa che intervenga non invitato Menelao,
un dammeno alla mensa d’un uomo che valeva di piu U fi E l'altro nell’udir ciò:
Ho paura anch’io, Socrate, di non essere quel che tu dici, ma piuttosto,
secondo Omero, quel dappoco che va, non invitato, al banchetto d un sapiente.
Del resto, dacché vuoi condurmici, preparati a giustificare la mia presenza,
perchè io per me non diro d’esserci andato senza invito, ma in vitato da te. In
due andando per' via, riprese, consiglieremo su quel che ci converrà di dire.
Per ora andiamo. E scambiate queste parole, s’avviarono. Socrate camminava
immerso in qualche pensiero, e rimaneva indietro; e poiché egli si fermava ad
attenderlo, gli disse d andai pure innanzi. Giunto a casa d'Agatone trovò la
poi tu, spalancata, e lì, disse, gli capitò una cosa da ridere. C’ù nella
risposta, ili Socrate un ginoco li parole che non e ^possibile rendere in
italiano. 11 proverbio era. pare. BsAfflv sin Batta; taotv aOxóuatot avallo! .
dogi-inferiori ai conviti vanno non invitati i buoni- O anello meglio dei vili
(o dei deboli) ai conviti vanno non invitati i torti .. Sdorato, gtuòcando
sulla somiglianza elle, a parto l’aceento, e'e tra aYaddW •del Paoni ’ o ’A T
<W•AY'M-nm ‘ad Agatone' ri f.1 il proverbio in modo che esso si presti a
(Uro tanto . dei Inumi ai conviti vanno i buoni non invitati -, quanto • da
Agatone ai corniti vanno i buoni non invitati . E si noti elio anche II nomo
’Ay ec&MV corrispondo suppergiù a ‘ Oinobono '. Quanto ad Omero poi
Socrate, celiando, immagina cito il poeta nel tìngere (/(. Il 108) clic Menelao
4 flocco guerriero ’ vada non invitato alla mensa d’un prode conto Agamennone,
abbia voluto addirittura fare oltraggio (ti proverbio, che egli, invertendone
gli estremi, avrebbe implicitamente (giacché al proverbio In Omero non
s’accenna né punto né poco) rifuggiate io quest altra forma àralfiSv Èro Baita;
taoiv aùti|iatoi Bs’Aoi • dei forti ai conviti vanno non invitati i vili (2)
Allusione a un luogo omerico: cf. II. X ’224.Giacché gli si lece subì. 'J
?^stateti a memaano ione-e lo condusse dove g< 1 ’ Come Agatone lo quasi sul
punto di niet ^ in buon punto ^e: Oh! Aristodemo f £’ y g£i per altro, rimet-
pcr cenare con noi. il per rcai per invitarti senza ZSJtì Sin Ma em} hri biotto
Socrate? mi volsi indietro, ma non •r in nessun luooo che Socrate mi seguisse,
e dissi: S,2 •. a. lai qi 11- Ed hai fatto benone. Ma dov’è Socrate? Un momento
fa mi seguiva; ma ora dov è. Sono io mire sorpreso di non vederlo. Va subito a
cercarlo, ragazzo, disse Agatone, e introducilo qui. E tu, Aristodemo, prendi
posto a lato ad Erissimaco . IH. E mentre un servo gli lavava i piedi, perchè
potesse sdraiarsi, un altro entrò dicendo: Questo Socrate s’è ritratto nel
vestibolo d una casa qui accanto, e sta li fermo. Io l’ho chiamato, ma non ha
intenzione d’entrare. Strano!, disse Agatone; corri dunque a chiamarlo, e non
smettere, finché non si muova. No, no. diceva d’aver soggiunto Aristodemo.
Lasciatelo stare. Egli l’ha quest’abitudine. Certe volte si tira da parte e
riman fermo dove gli capita. Verrà ben presto, ritengo. Voti lo disturbate;
lasciatelo stare. Facciamo pure cosi, se codesto è il tuo avviso, disse
Agatone. E voi, ragazzi, dateci da mangiare a noi altri, e imbanditeci tutto
quel elio vi pare. Non c’è nessuno che vi sorvegli: è una bega che non mi son
mai presa. Fate conto che ci abbiate voi invitati a cena, me e questi altri, e
trattateci in modo da meritare i nostri elogi. Dopo ciò,'diceva, si misero a
desinare, ma Socrate non compariva. Agatone aveva ordinato più volte che fi)
lirlssùuaco, figlio d'Aedmeno, ora, conio il padre, un modico litui noto in
Alene. 21 s’andasse a rilevarlo, ma egli non l’aveva permesso. Finalmente, men
tardi però che non fosse nelle sue. altitudini. ma tuttavia quando la cena era
già a mezzo, Socrate entrò. E Agatone, che occupava 1 ultimo posto, per caso da
solo: Vien qua, Socrate, disse; sdraiati accanto a me, affinchè al tuo contatto
m’avvantaggi anch’io di quel pensiero sapiente di cui ti sei arricchito nel
vestibolo. Perchè gli è certo che 1 hai trovato e lo J possiedi: chè- prima non
ti saresti mosso. Socrate si mise a sedere e rispose: Sarebbe, Agatone, una
gran bella cosa, se la sapienza fosse cosiffatt a, che potesse scorrere dal più
ripieno nel più vuoto di noi. al solo toccarci a vicenda, come l’acqua nei
bicehien, che a traverso un fìl di lana scorre da uno più colmo in un altro più
vuoto! Se lo stesso avviene anche della sapienza, son io che devo far gran
conto d essere accanto a te, giacché penso che, mercè tua, mi riempirò di molta
. e squisita sapienza. La mia non può essere che povera cosa o anche di dubbio
valore, come un sogno;, ma la tua è luminosa e destinata ad un grande avvenire,
dal momento che da te, giovane ancora, ha sfolgorato poco fa di così viva e
chiara luce davanti agli occhi di piu che trentamila Elleni. Sei un gran
canzonatore, Socrate, disse Agatone. Ma di questa faccenda della sapienza
discuteremo fra poco tu ed io, e, ne prenderemo a giudice Dióniso , Per ora
pensa a mangiare. IY. Dopo di ciò, raccontava Aristodemo, Socrate si sdraiò, e
finito che ebbero di cenare, lui e gli altri, fecero lo libazioni, cantarono un
inno in onore del dio, adempirono tutte le pratiche di rito (2), e quindi si
vol ai Dióniso, il dio della poesia di'amatloa, por un poeta tragico era il
miglior giudico al quale potesse appellarsi. (2) Questo cori inolilo orano: 1°
i convitati bevono un sorso di vino puro In onoro del ‘ dèmone buono [del buon
genio]; 2° i servi sparecchiano; 3° o portano acqua ^crollò i convitati si
lavino le inani una seconda volta (la prima volta l’han fatto prima di mettersi
a cona); 4° distribuiscono ancora corone ed unguenti; 5° poi si fanno lo
libazioni di vino temperato pi prima a Zeus Olimpio (o alla Sanità), la seconda
agli Eroi, la terza a • n \ oli ora fu il primo a prender la s ero al bere.
iei< c he regola terremo nel parola e: Orsù, disse amie ., pel, me V1 c011
.bere per aggravarci g ^h P rabtiso di ieri, fesso che mi sente e CO sì forse
la più parte e h0 bisogno d un po^ Y P edete dunque come si possa
bere°con^la'maggior discrezione ^ossibUe^ . 'U, Acumeno. Ed ora non ho bisogno,
che d udire come si 1 in f orz e per bere un. altro solo di voi, Agatone. no
davvero, non me la sento neppnr io, rispose CO ¥a'nto meglio per noi, mi pare,
disse Erisstamco per me . per Aristodemo; per Fedro e per questi altri, se ma
cedete il campo voi che siete dei bevitori a tutta prova, giacché noi siamo
sempre debolissimi. Quanto a Sociat % egli fa eccezione: si trova a posto in un
caso e nell altro, e gli sarà indifferente comunque si beva. Bacche, dunque,
nessuno dei presenti è disposto a bere rii molto, non vi rincrescerà, spero,
ch’io vi dica la verità a proposito dell’ubriacarsi. Dalla pratica della
medicina ho cavato questa convinzione: che per gli uomini è dannoso 1 abuso del
vino: e di mia volontà non eccederei mai nel bere, nè lo consiglierei ad un
altro, soprattutto se si risente ancora della sbornia del giorno prima. Per me
non c'è caso, prese a dire Fedro da Mirrili unte; io lui l’abitudine di seguire
i tuoi consigli, specie quando parli di medicina; ina ora, se hanno giudizio,
faranno così anche gli altri. Zeus salvatore. I/ultiina tazza cho ai beveva a
questo si diceva la ‘ por- lotta .; 0 spesso alle libazioni seguiva una musica
di Munti c un bruciamento d’incensi; 7° con la prima libazione s’accompagnava
il canto di un inno religioso. (Da Bonghi). Doveva esscro un ammiratore di
rotori e sofisti, ma è noto soprattutto come amante d’Agatonc. Aristofane, è
superfluo dirlo, è il famoso comediografo. (3) Su Fodro v. la nota alla mia
versione del Fedro. jp£ijÌMpM h'. Udito ciò, tutti convennero che non si
dovesse far del bere il passatempo di quella riunione, ma che ognuno bevesse
quanto e come gli accomodava. y. _ Poiché è stata accolta la mia proposta, che
ognuno beva quanto gli accomoda, disse Erissimaco, c che non ci sia nessun
obbligo, ne faccio ancora un al inaurila di mandar via la suonatrice di flauto
entrata dianzi, perchè suoni per conto suo o, se vuole, per le donne cu casa, e
che noi oggi si passi il tempo a conversare fra no. E voglio anche, se me lo
permettete, proporvi U tema discorsi. ìtì Tutti consentirono e lo esortarono a
farne fa. 1 posta. E comincerò, riprese Erissimaco, come la ^ e lanippe ’ di
Euripide: Miei non son questi detti che m’accingo a pronunziare, ma di Fedro
qui pi sente. Non passa occasione infatti eh egli non mi up • indignato: Ma
Erissimaco, non è enorme, che mentre poeti han cantato inni e peani in onore
degli alto d, di Eros, un così antico e possente iddio, neppui u _ tanti poeti,
che ci sono stati, abbia mai composto un eloo-io’f E se poi vuoi guardare ai
buoni sofisti, essi ha Sto in prosa le lodi di Éracles e di altri, come quel
valentuomo di Predico... E questo ite, esorprendente; ma c’è di peggio. A me
proprio una ^oha accadde dibattermi in un libro d’un sapiente, m cui si
facevano sperticate lodi del sale pei vantaggi che reca, E puoi vedere
parecchie altre cose simili celebrate con lode. Spender tanta cura intorno a
siffatti argomenti, e pii Eros non esserci nessuno fin oggi, che abbia osato
lai ne un degno elogio: a tal punto è trascurato un cosi grande Iddio- ) E in
ciò’, secondo me, Fedro ha ben ragione. 10 dunque, oltre che desidero .li
pagare il mio contributo a costui e fargli cosa grata, ritengo che questo sia
per noi qui radunati proprio il momento .li adornai e di lodi 11 dio. E se così
pare anche a voi, ecco trovato torse un Cf. N.vuoic, Trita- Or. Fratjmm.'
tramili. 181, 1. a l. è „ueUo elio si trova riferito In sunto da Senofontei nei
Momo- rubili ’ 11 21, 1 sgg., o elio fu tradotto dal Loop®!! col tlt. ' I.reale
. buon argomento di conversazione. In sostanza io pro- onlo che ciascuno ili
noi. per turno a destra, dica le Foladi Eros, come può meglio, e sia il primo
ladro, non Tolo perchè egli occupa il primo posto, ma anche uerchè egli è il
padre del discorso. Nessuno, Erissimaco, disse Socrate, voterà contro la
proposta, Nè potrei certo oppormi io, che dichiaro di non esser competente in
altro che m cose d’amore: nè vi si opporranno Agatone e Pausatila e tanto meno
Aristofane, la cui vita è tutta cosi profondamente devota a Dioniso ed
Afrodite, o qualche altro di quelli che vedo qui presenti. Senza dubbio, la
partita non è uguale per noi che siamo negli ultimi posti: ma se quelli che ci
precedono parleranno esaurientemente e bene, noi saremo sodisfatti. Dunque, con
buona fortuna, inauguri Fedro la serie dei discorsi e pronunzi l'elogio di
Eros. A queste parole anche gli altri fecero eco e npetet- 178 tero l'invito di
Socrate. Ma di tutto ciò che ognuno disse, nè Aristodemo si rammentava con
precisione, nè io, dal canto mio, di tutto quello che egli mi riferì. Vi dirò
per altro le cose più degne di ricordo e i discorsi, che mi parvero tali, di
ciascuno. Come dunque dicevo, stando al racconto d’Aristodemo, Ferirò fu il
primo a parlare e cominciò suppergiù a questo modo: Eros è un grande iddio e
ammirabile tra gli uomini e tra gli dei, oltreché per tante altre ragioni, soprattutto
per la sua origine. Perchè l’essere tra gli antichi iddìi antichissimo è cagion
d’onore, diceva, e ne abbiamo la prova. Difatti genitori di Eros nè vi sono, nè
si rammentano da verun prosatore o poeta ; anzi Esiodo dice che dapprima fu il
caos, ma dopo Oea dall’ampio seno, saldissima, eterna di tutto sede ed Eros ;
Cf. Theog. e con Esiodo s’accorda Acusilao noU'afferniaro che dopo il Caos si
generassero questi due, Gea ed Eros. E Parmenide dice della generazione che
infra gl’iddìi tutti Eros concepì per il primo. E così da molte parti si
consente che Eros fu tra gli antichi antichissimo. E perchè antichissimo, è
cagione a noi dei più grandi beni. Io infatti non so dire qual maggior bene
possa esservi per chi entri appena nell’età dell'adolescenza d’un amante buono,
e per l’amante d’nn fanciullo amato. Giacche ciò che agli uomini deve servir di
guida per tutta la vita, se vogliono nobilmente vivere, questo non valgono ad
ispirarlo altrettanto bene nè la comunanza di sangue, nè gli onori, nè la
ricchezza, ne alcun’altra cosa, quanto l’amore. E che è mai questo. La vergogna
per ciò che è brutto, l’ambizione per ciò che ò bello, senza le quali nè ad uno
Stato, nè ad un privato è possibile operare grandi c nobili opere. Ebbene io
affermo che un uomo che ami, se fosse sorpreso in atto di commettere qualcosa
di brutto o di soffrirla da un altro senza reagire per vigliaccheria, non s
affliggerebbe tanto ad esser visto nè da suo padre, nè dai compagni, nè da
nessun altro, quanto dal suo diletto fanciullo. Così del pari vediamo che anche
1 amato si vergogna soprattutto degli amanti, ove sia sorpreso a commettere
qualcosa di brutto. Se dunque ci fosso modo d avere uno Stato o un esercito
composto damanti e damati, non potrebbe esserci per la loro città miglior governo
ì costoro, perciocché 'asterrebbero da ogni cosa turpe e gareggiherò di virtù
fra loro; e combattendo gb 171 Acusilao d’Argo ora uu logografo contemporaneo
delle guerre persiane, autore di ' Genealogie Questo Torso faceva parto del
poema llspì cpoactofi Sulla natura del grande Hlosofo di Elea, fiorito tra la
fino del vi e il principio del v s. a. 0. Cf. Dirla, Forsokr. P P- 1U2.
.Lottoralmento: So dunque si trovasse modo ohe oi fosso uno stato O un esercito
d’amnuti o d’amati, non potrebbero governar meglio la propria citta, elio
astenendosi da tutto lo cose brutte e gareggiando fra loro eoe. £ sLo non possa
animare d’un divino coraggio cosi da renderlo pari all'uomo più di sua natura
vaio .roso. E QU el che Omero dice: avere un dio ispnato l'ardire in taluni
eroi, questo appunto per virtù propiia Eros l’effettua negli amanti. Ed
.infatti solo quelli che amano son pront i a morire in cambio d’un altro; nè
soltanto gli uomini, ma anche le donne. E di questo ci offre, a noi Elioni, una
testimonianza bastevole la figliuola di Pelia, Alcéstide. che fu sola a voler
dare la propria ruta in cambio di quella del marito,, sebbene questi avesse e
padre e madre tuttora viventi. Ma costoro per virtù d’amore ella li sopravanzo
tanto nell affetto, da farli apparire degli estranei al figliuolo e legati a
lui unicamente di nome. E per aver fatto ciò parve non solo agli uomini, ina
anche agli dei che avesse fatto cosa tanto bella, che quantunque molti avesser
compiuto molte belle azioni, a ben pochi gli dei concessero questo premio, di
richiamarne l'anima dall’Ade; ma quella di lei la richiamarono, ammirati di ciò
ch’ella aveva fatto; tanto altamente onorano anco gl’iddii un amore profondo e
virtuoso! Invece rimandarmi via dall’Ade a mani vuote Orfeo d’Eagro, dopo
(riavergli mostrato il fantasima della moglie, pei' la quale egli 'era sceso
laggiù, senza per altro dargli la donna, perchè parve loro circi mancasse di
coraggio, da quel citaredo ch’egli era, e non gli bastasse l’animo d’affrontare
per amore la morte, come Alcéstide, ma s’ingegna da vivo di penetrare nell’Ade.
E però lo punirono, fa - h un modo <11 dire elio ricorro più volto nei poemi
muorici. l.u devozione di questo, eroina verso 11 marito forma il soggetto
(Cuna tragedia d’Euripidc, intitolata appunto ‘ Alcéstide dolo morire per mano
di donne. Al contrario, onorarono Achille, il tiglio di Tétide, e gli
assegnarono un posto nell’isole dei beati, perchè, sebbene avvertito dalla
madre ohe sarebbe morto come .avesse ucciso Ettore, laddove. ciò non avesse
fatto, ritornato a casa, vi sarebbe finito di vecchiezza; egli, bramoso di
correre alla riscossa dell’amante Patroclo e vendicarlo, osò non solo di morire
ner lui ma di soprammorire a lui estinto. Ond anche, gli dei compresi di viva
ammirazione, gli concessero un onore addirittura segnalato, (lacchè aveva
mostrato di tenere in così alto pregio l’amante. Ed Esclnlo vaneggia, oliando
afferma che Achille era L’AMANTE DI Patroclo. Achille è più bello non solo di
Patroclo, ma di tutti quanti gli altr’eroi, ed è ancora imberbe, e per giunta
più movane di molto, come dice Omero. Gli e che in realtà, se gli dei onorano
singolarmente questa virtù dell’amare, essi tuttavia ammirano e pregiano e
ricompensano più largamente la devozione dell amato pei l'amante, che non
quella dell’amante per ornato L’AMANTE infatti è qualcosa di più divino dell
AMATO, perchè posseduto dal dio. E perciò appunto gli dei onorarono Achille a
preferenza d’Aleéstide, assegnandoci un posto nell’isole dei beati. Per conto
mio, adunque, concludo che Eios e t a gli dei il più antico, il più augusto, il
piu capace di rendere virtuosi e felici gli uomini, così in vita come m morte.
Questo a un dipresso, disse Aristodemo, il discorso di Fedro. Altri ne
seguirono (lei quali non si rammentava bene e che omise, e passo al discorso di
Pansaaia, che parlò così: A me pare che non ci si sta pn- pitocon chiarezza il
tema del discorso, quando se detto, così senz’altro, di pronunziare 1 elogio di
Eros. s.e Eios non fosse che un solo, via, la cosa potrebbe andare, ( ìa ecco,
esso, non è un solo, e non essendo un solo, e più Accenno iul una traspaia
perduta, intitolata ‘I Mirmldom, nella quale talune espressioni allettilo
d'Achille erano da alcun, mterpro- tate conio qui si complaco d‘interpretarle
Iedro. criusfo che si fissi in precedenza quale sabbia a lodare, fo dmu e mi
proverò a rimetter le cose a posto, a due aual è l’Eros che merita lode, c poi
a pronunziarne 'ì’elogio in maniera degna del mime. Tutti infatti sappiamo che
Afrodite non è senza Eros. Se VENERE fosse una sola, non ci sarebbe che un solo
Eros; rail poiché di Afroditi ce n’è due, due devono essere di necessità anche
gli Erotes. E come non sono due le dee. L’ima è più antica, non ha madre, e
figliuola d Ulano, e però è detta Urania [o celeste]; l’altra è più giovane,
figliuola di Zeus e di Dione e la chiamiamo Pan demos 10 volgare]. Ne consegue
perciò clic l'Eros, collabora- lore di questa, si chiami a buon diritto
Pandemos [o volgare] e l'altro Uranio [o celeste]. E se giusto è elle tutti gli
dei si lodino, è pur necessario provarsi a dire le qualità toccate in aorte a
ciascuno dei due. Perché d'ogni nostro atto può affermarsi questo: che esso di
per sé non è nè hello uè brutto. Per esempio, ciò che ora Tioi facciamo: bere,
cantare, discorrere, nessuna di queste cose è di per sè bella, ma nel fatto
divien tale, secondo 11 modo come si fa. Fatta bene e rettamente diventa bella;
non rettamente, brutta. E così anche l’amare ed Eros non è tutto bello e degno
d’esser lodato, ma solo quello clic nobilmente spinge ad amare. L’Eros quindi,
collaboratore delTAfrodite volgare, è veramente volgare, ed opera come gli vien
fatto; e questo è l’Eros che amano gli uomini di animo basso, fòsforo innanzi l
utto amano non meno le donno che i fanciulli, e poi, pur di quelli che amano, i
corpi a preferenza delle anime, e poi ancora i meno intelligenti che possano,
giacché essi non mirano ad altro, che a sodisfarsi, non importa se bellamente o
no. Onde accade loro ili fare come capita, nello stesso modo il bene e nello
stesso modo il contrario. Perocché quest’Eros trae anche origine dalla dea elio
è ben più giovane dell’altra e che dal modo, onde fu generata, partecipa di
femmina e di maschio. L’altro invece é dell’Afrodite celeste, la quale 1,1 P r
'mo luogo non partecipa di femmina, ma solo di maschio ed è questo L’AMORE dei
giovanetti e poi intica pura (fogni lascivia.. Onde al MASCHIO pl '‘;! 8Ì
volgono gl’ispirati da questo amore, perchè ;UJP u io-ono quél che è per natura
più forte e piu Intel- f 11 :: ; -Ed anche nello stesso amor pei fanciulli è
pos- u • discernere quei che sono sinceramente mossi da ' S nesto amore.
Giacché essi non amano i fanciulli, se non ? andò questi comincino a dar segni
d’intelligenza, cioè òn lo simulare sul volto della prima lanugine. Coloro
infatti 'che cominciano ad AMARE da quel momento, si mostrali disposti, secondo
me, a legarsi per tutta la vita Giovanotto AMATO e a viver con esso m comune,
non oi-r dopoché l'abbian tratto in inganno per averlo .sorpreso nella sua
inesperienza giovanile, a ridersi di lui e orrore ad altri amori. Converrebbe
anzi che una le^ge vietasse l’amare i fanciulli, affinchè un grande studio non
si spendesse in cosa d’esito incerto, perchè incerta e la riuscita dei
fanciulli, dove vada a riuscire, quanto a vizio e virtù d’animo e di corpo.
Questa legge, è vero, 1 buoni se la impongono spontaneamente a sè medesimi;
nondimeno sarebbe necessario che a ciò codesti amanti vogali fossero anche
costretti, come, per quanto è possibile, li costringiamo ad astenersi daU'amare
le donne di libera condizione. Poiché sono essi appunto che hanno anche
disonorato l’amore, tanto che alcuni osali di dire che è brutta cosa compiacere
agli amanti. E dicon cosi, perchè hanno dinanzi agli occhi costoro, e vedon di
questi il procedere intempestivo ed ingiusto, laddov e non c’è cosa che, fatta
con decoro e in conformità del costume. possa giustamente meritar biasimo. E
certo qual sia nelle altre città la norma enea l’amore, è facile intendere, chò
il concetto ne è semplice. Ma da noi e a Lacedemone essa è varia. Così
nell'Elide, tra’Beoti e dove non son punto esperti nel dire, e senz altio
ammesso come bello il compiacere agli amanti; e nes- Il testo lui fini la
pacala vó|io? ‘ leggoelio compiendo cosi In legge Boritta, la leggo in senso
ristretto, corno l’oplnlou pubblica, la consuetudine, lu nonna, il costumo. Io
l’ho tradotta di solito così, ma anello in qualche caso, nel quale in questo
disoorso di Pausania mi son valso della parola ‘ legge s’intende olio a questa
parola va dato il significato più. largo cho ha nel greco. im0 sia giovane o
vecchio, oserebbe tacciarlo di turpe affinché, credo, non incontrino difficoltà
nel persuadentigiovani per via di ragionamenti metta come sono al parlare. Per
contro m molti luoghi della Ionia e in altri paesi, soggetti ai barbari, la
cosa e ritenuta senz'altro quale una bruttura. Pei barbari, infatti, a camion
delle tirannidi, è brutto questo, non meli che lo studio della sapienza e della
GINNASTICA, perocché, credo, non conviene ai governanti che allignino alti
sensi nei (invernati e si stringano indissolubili amicizie e intimità, che, tra
tanti altri, è il più meraviglioso effetto, che si compiace di produrre
l'amore. E ciò anche i nostri tiranni sperimentaron col fatto, cliè l’amore di
Aristogitone e l'amicizia d'Annodio (1), divenuta salda, abbatterono la loro
signoria. E, così, dov’è considerata brutta cosa compiacere agli amanti, ciò si
deve alla malizia dei legislatori, alla prepotenza dei dominanti e alla viltà
dei soggetti; e dove invece fu senz'alcuna eccezione considerata come cosa
bella, alla pigrizia d’animo di chi fece la legge. Da noi al contrario la
consuetudine è assai più bella, sebbene, come ho detto, non sia, agevole
penetrarne lo spirito.Chi consideri infatti come sia opinion comune che
allumare di soppiatto sia preferibile l’amare palesemente e soprattutto i più
generosi e i migliori, per quanto mori leggiadri d’aspetto, e come per converso
l’amante abbia da tutti mirabile incoraggiamento ad amare, non come chi faccia
qualcosa di brutto, e sia tenuto in gran conto chi conquista e deriso chi si
lascia sfuggire la preda, e come nel tentar di siffatte conquiste i nostri
costumi abbian concesso all’amante d’aver lode, anche se l'accia cose
sbalorditive e tali, che se uno osasse farlo per correr dietro a qualunque
altro oggetto e per conseguire qualunque altro scopo, aH’infuori di questo, ne
raccoglierebbe i maggiori biasimi se, ad esempio, per ottener danari da
qualcuno o un pubblico ufficio o Ad Armodlo c Artotogitone, 1 famosi
tirannicidi, l’opinione colmino degli Ateniesi attribuiva la cacciata dei
Plsistratldi. Cd) Qui il lesto ha <ptXoooiplas ’ da parto della lllosolln ’.
clic la maggior l'arto dogli editori, compreso il Burnct, s’accordami u
considerare corno un aggiuuta arbitraria o orrore dei copiati. disiasi altro
potere uno s ^J^ e Uc e con gli amati gli amputi, ^ ^ menti e dormono ° e
<rano e supplicano eg ;. rosi delle servitù quali Suanzi alle porte e serron
™ dal fare BÌ ffatte cose nessun servo; ei saiebbe nnp^^ rin{accer eb-ei ' iurp
n u Mi uni li rinfaccereb- e da amici e ila uenuci, cu fiU'^. )f) ammonirebbero
e bere adulazioni e aU ' a .nmnte che faccia tutte arrossirebbero di ess - 11
fe permesso dal costume queste cose s’accresce grazia, de £attì oltre di farle
senza biasimo, che almeno a quanto modo belli. E quel eh è pmj gU dei perdonano
si dice, se anche „i eHt o amoroso, sosten- di spergiurare perche ‘ e gU nomini
han ono, non esiste (1). corae la legge di qui fatto lecita ogni lieenz^ c
credere che nella dice. Da questo lato, dunque, t ( l’amare e il città nostra
si stmii una P b . padrii preponendo compiacere agli amanti. <1 p lascian
discorrere con dei pedagoghi agli amai, nedagogo, e eoe- tanei e compagm h
vitupera,^ì vituperano n on son qualcosa di simile, ne upur biasimati dai pai
d'altronde nè trattenuti 11 insto. chi badi per anziani, come que che non be la
s i ritenga qui l'opposto a tutto ciò, p fecondo me, invece, la la più brutta
cosa del mondo. comc s ’è cosa sta a questo nioi o. J bella nè brutta; detto in
principio, noi 1 ge bruttamente. I mpure stabile, come colui clic - co, mw
stabile. Giacché insieme con lo sfiorire il corpo, che egli ama, v asse no via
a volo, eliso È un modo proverbiale olio negli scrittori greci ricorro sotto
varie formo. Reminiscenza omerica; cf. Tl norando tanti discorsi e promesse. Ma
chi ama l’indole buona riman costante per la vita, come colui che s’è isi
attaccato a cosa stabile. E costoro appunto il nostro costume vuol mettere a
prova bene e bellamente, e che agli uni si compiaccia, dagli altri si frigga. E
però appunto gli im i esorta a dar la caccia, gli altri a fuggire, istituendo
una gara e mettendo a prova di qual mai sorta sia l’amante e di quale l’amato.
E così, per questo motivo, in primo luogo il lasciarsi accalappiare subito è
ritenuto brutto, affinchè ci sia di mezzo del tempo, il quale può, sembra,
metter bellamente a prova la maggior parte delle cose; e poi l'essere
accalappiato dal danaro e dalla potenza politica è brutto, sia elle uno,
maltrattato, si avvilisca e non resista, sia che, beneficato di danari o
agevolato nelle faccende pubbliche, non disprezzi. Che nessuna di tali cose par
che sia nè ferma nè stabile; senza due che non può neppur nascere da esse una
generosa amicizia. Sicché, secondo il nostro costume, una sola via rimane, se
all’amante deve bellamente compiacere l’amato. È infatti legge per noi che,
siccome per gli amanti il servii’ volentieri qualunque servitù agli amati non
è, come s’è visto, nè adulazione nè vergogna, così appunto anche un’altra
servitù sola volontaria rimane non vergognosa, e questa è quella che ha per
oggetto la virtù. Perocché presso di noi è ammesso che, ove qualcuno voglia
servire un altro, stimando di poter divenire per via di quello migliore o in
sapienza o in qualsiasi altra parte di virtù, questa servitù volontaria non è
dal canto suo brutta, e non è nemmeno adulazione, (inde conviene che queste due
leggi convergano insieme al medesimo segno, e quella che ha per oggetto l’AMORE
dei fanciulli e quella che ha per oggetto l’amore della sapienza e d’ogni altra
virtù, se dovrà riuscire a bene il compiacere dell’amato all’amante. Perchè,
quando s'incontrino l’amante e l’amato, ciascuno recando la propria ( gge, 1
uno che nel prestare qualsiasi servigio al giovanelio che gli ha compiaciuto,
glielo presti secondo giu-, K lzia altro che nel concedere qualsiasi favore a
chi o li nde sapiente e buono, glielo conceda secondo giusizia, e 1 uno,
potente di senno e d’ogni altra virtù, n . i-altro bisognoso di educazione e
d’ogni altra 1U ‘ ne acquisti; allora, queste leggi convergendo S Tmedésimo
segno, in questo caso soltanto accade che nel So òhe l’amato compiaccia,
all’amante-, m ogni sia n0 B in questo caso anche il trovarsi ingannato In è
punto brutto; in tutti gli altri, si sia o no ingan- i norta vergogna. B cosi,
se qualcuno a un amante, nat P r l ricco in vista della ricchezza avesse com-
st S e si trovasse poi ingannato e non ne cavasse danari perchè l’amante s’è
scoperto povero, non sarebbe d '' (,ùesto men brutto, dappoiché un amato
siffatto P per quel ch’è in lui, che in vista del danaro ri kz ‘ srjtfsc
ramante, divenir migliore, si 'ciò nonostante^l’inganno^bello, perchèa^e qj^per
ciò SSfJS ^ H fÌT5| l r^tSenté bello' compiacere per Sefò l’amore S&i di
gran pregio e l’amato a porre ogni sono TLSJL • £# m’insegnano a lare di si, ‘
Vvist0 [. ine . Senoncliè vuto. diceva Azistodemo pa aie ^stob m()tiv0, costui,
o per aver mangiato tiojjo P ^ [Uscor . era stato coltoinetto a destra di lui.
c’era il medico iSSSXmA Eri, .co Vaio a lUro l sofisti c i rotori. :i subito di
questo singhiozzo, o di parlare invece mia, finche non mi sia cessato. Ed
Erissimaco: Ma farò runa cosa e l’altra, rispose. Io parlerò ora per te. e
quando ti sarà cessato il singhiozzo, parlerai tu invece mia. E mentre io
patio, se, trattenendo a lungo il respiro, il singhiozzo vorrà andarsene. <
tanto di guadagnato ; se no, fa dei gargarismi con l’acqua. Che se poi fosse
addirittura ostinato, prendi qualche cosa da solleticarti le narici e cerca di
starnutire. Basta che faccia così una o due volte, e cesserà per ostinato che
sia. Affrettati dunque a parlare, disse Aristofane; io seguirò i tuoi
suggerimenti. Ed Erissinmco disse: Orbene, dal momento che Pausante,, dopo d
aver preso bene le mosse per il,K6 suo discorso, non l'ha compiuto a dovere, credo
che a me convenga di provarmi a completare il suo discorso. Che Eros sia
doppio, pare a me che egli abbia fatto benissimo a distinguere; però che esso
non sia soltanto negli animi umani rispetto alle belle persone, ma che abbia
molti altri obietti e sia' in altri, nei corpi di tutti gli animali e nelle
piante della terra e, per dirlo in una parola, in lutti gli esseri, credo
d'averlo imparato (bilia medicina, dalla nostra arte, com’egli sia un dio
grande e meraviglioso, ed estenda il suo potere su tutte le cose umane e
divine. E eomincerò, partendo, dalla medicina, anche per rendere omaggio
all’arte. Infatti te natura dei corpi ha questo doppio Eros, giacché la sanità
del corpo e la malattia sono, per consenso unanime, cosa diversa e dissimile; e
il dissimile desidera ed ama cose dissimili. Altro, dunque, è l’amore che
risiede nel sano, altro quello che risiede nel malato. Ed appunto, come
Pausante dice or ora, clic è bello compiacere ai buoni tra gii uomini, ma
brutto ai dissoluti, così anche negli stessi corpi è bello e, conviene
compiacere a ciò che v'è di buono e di sano in ciascun corpo ed è ciò a cui si
dà nome di medicina ma' brutto compiacere a ciò che v’è di cattivo e di
morbóso, e si deve negare a questo ogni favore, se si vuol essere un medico
esperto. Perchè la medicina, in sostanza, è la scienza delle TENDENZE AMOROSE
DEL CORPO a riempirsi e a vuotarsi; e ohi sa distinguere in esse l’amor bello
dal brutto, costui sarà il pili acuto medico; e chi ù capace di produrre tal
mutamento, che i corpi acquistino l'mi amore in cambio dell'altro, e in quelli,
nei quali non sia amore e dovrebbe esserci, sappia farlo nascere e da quelli
nei quali sia e non dovrebbe , espellerlo, questi potrà esser davvero un medico
abile. Occorre infatti che egli possegga la capa cita, di metter d’accordo gli
elementi più avversi, esistenti nel corpo, e procurare che si amino l'un
l'altro. K avversissimi sono gli elementi affatto contrari, il freddo e il
caldo, l'amaro e il dolce, il secco e l’umido, via dicendo. TC perchè seppe
ispirare in essi amore e concordia, Àsclépio, il nostro capostipite, come
affermano i nostri poeti, ed io credo, fondò la nostra scienza, ha medicina,
dunque, dicevo, è governata tutta intera da questo dio; e al pari di essa anche
la ginnastica e l’agricoltura. Quanto alla musica poi è chiarissimo a chiunque
W voglia appena riflettervi, che il caso è affatto identico, c quest o forse
volle dire anche Eraclito, sebbene egli non lo esprima in forma perspicua.
L'uno, egli dico, discordando con sè medesimo si accorda, come armonia d’arco c
di lira. È difatti un vero assurdo affermare clic l’armonia discordi o risulti
da cose tuttora discordi. Ma forse egli voleva appunto dir questo: che essa
nasce da cose per l’innanzi discordi, l’acuto e il grave; ma che in seguito si
sono accordate per opera del- l’arte musicale, giacche non è in alcun modo
possibile, clic dall’acuto e dal grave, tuttora discordi, nasca armonia. Asciò
pio o Esoulapìo ora un eroe-modico divenuto piti tardi un ilio-modico. 1 suoi
discendenti, gli Asolcpiadl. tra cui Krlssimaco pone se medesimo, dovevano
essere in origino limi gente congiunta da legami di sangue, in cui era
tradizionale la cognizione e la pratica della medicina. 1 j0 famiglie di
Asclepindi più celebri orano Quelle di Cos, a cui apparteneva, il grande
lppoerate, e di ('nido. Ma in tempi più recenti tutti i medici, compiacendosi
di far risalire al <Uo la propria genealogia, presero indistintamente il
nomo d’Asolopiadì. (•) (’f. DllCl-s, Vorqokr. V p. S7, .1. „ ; n certo ino rio conche
è consonanza, e consonanz^ da cose discordanti, senso, e U consenso non può
discorda e non tinche discordino; e d altra P Così, per esempio, consente nOn
può coautore ai ^ da cose clic anche il ritmo nas f ^^ consentirono poi. E in
tutte discordavano prima, ma ci dalla me dicma, qui e queste cose il consenso,
come 0 concor dia vicen- ! osto dalla musica, che v ispm ‘ la scienza delle
devote. E però la Soffia e’di ritmo. Nella tendenze amorose m tatto e dell
armonia composizione, considerata discernere le tendenze e del ritmo non e
punto dime oliando occorra amorose, nè,ulvi c'6 Mggg't’SflB. con gli servirsi
del ritmo e dell. c h e chiamiamo uomini, o clic si compong cbe s’adoperino
melopea [creazione musicale] t _ ed è ciò acconciamente melodie • e metri gn ®
usioa i e ] qui. ohe vien detto ‘ slbi ie artefice. E qui temati, e affinchè
diventino pm costumati q^rni lo sono ancora, Insogna compuie p^ros celeste,
volgare e questo, a coloro, a cui si somministri, s ha da sonnninistr .re con
molta Cautela, affinché se ne colga il piacere) ma non ingeneri alcuna
intemperata mm nell’arte nostra vai molto sapersi giovale dei desideri eccitati
da una buona cucina in modo che, senza procurarsi una malattia, se ne goda il
piacere. Cosi, dunque, e nella musica e nella medicina e in tutte le altre
cose, umane e divine, si deve, per quanto si può, aver riguardo a ciascuno di
questi due Erotes, perche ci sono. Poiché anche la costituzione delle stagioni
dell’anno è piena di tutti e due questi amori; e quando gli elementi, dei quali
dianzi parlavo, il caldo e il freddo, il secco e Tumido, si trovino in una
scambievole e ben regolata relazione d’amore e s’accordino e si temperino
saggiamente, essi vengono apportatori d’nna buona annata e di buona salute,
cosi agli uomini, corno agli altri ammali e alle piante, e non soglion produrre
alcun danno. .Ma quando invece, l’Eros compagno dell’intemperanza prevalga
nelle stagioni dell’anno, egli suol corrompere '• danneggiare molte cose. E da
tali cause derivano di solito e pestilenze e tante altre malattie diverse e
negli animali e nelle piante. Infatti e le brinate e la grandine e la ruggine
dei cereali sono il frutto della sopercliieria e della sregolatezza vicendevole
di cosiffatte TENDENZE EROTICHE, la cui scienza rispetto al moto degli astri e
alle stagioni dell’anno prende nome di astronomia. Inolt re tutti i sacrifizi e
quei riti a cui presiede l'arte divinatoria ossia la scambievole comunione tra
gli dei e gl' uomini non vertono intorno ad altro, se non intorno alla preservazione
ed alla cura di Eros. Giacche ogni forma d’empietà suol nascere, ove non si
compiaccia all’Eros ordinato e non gli si renda onore e venerazione in ogni
cosa, ma si tenga in pregio quell altro, cosi nei rapporti coi genitori, vivi e
morti, come nei rapporti con oli dei. Ed appunto osservare siffatti amon
curarli è il compito della divinazione, e la divinazione è a sua volta,
operatrice d’amicizia tra gh elei e gu uomini, perchè sa discernere, tra le
inchnaziom ainc^se deo-li uomini, quante tendano alla giustizia e alla pietà,
l'osi ogni Eros ha un potere esteso e grande, anzi, iu una parola, universale,
ma quello che, e Pi'esso 'li noi e presso gli dei, trova il proprio compimento
nel buie con temperanza e giustizia, questo ha il maggmr potere e ci assicura
ogni felicità, sicché si possa viveic in pace fra noi ed essere anche amici di
quelli che son ungimii di noi, degli dei. Porse, in questo elogio di Eros,
anche io ho tralasciato molte cose, ma non l’ho fatto apposta. Se per altro c’è
qualcosa ch’io abbia omesso, tocca a te, A stofane, di supplirvi. Ma se invece
ti frulla per il capo di elogiare altrimenti il dio, fa pure a tuo modo, che
anche il tuo singhiozzo è cessato. Leggo qui Iponas- :3 P= ^V5=Hf Bsfc = - s S
8 Sf 3£ iV'l.- • t d ' caso che ti sfugga qualche cosa da lai -f sawst.#r n ;
’yffes conto ch'io non abbia detto ciò che ho detto. E non stare a farmi la
guardia, perchè temo di tee non g. cose da far ridere questa sarebbe una
fortuna, SpSaSl fleto mm H. - ma Ufc te d Bravo. Aristofane! hai tirato il
sasso e nascondi la mano. Ma bada a’ casi tuoi e parla come chi lui da render
conto delle proprie parole. Quanto a me, se mi pare, ti lascerò in pace.
Comunque, caro Erissimaco, disse Aristofane. io mi propongo di parlare in modo
diverso da te e da Pausania. Io penso che gii uomini non abbiali sentito nè
punto nè poco la potenza di Eros, perche, se la sentissero. gli dedicherebbero
i maggiori tempi ed altari e gli offrirebbero i maggiori sacrifizi, cosa che
ora non fanno per nulla, mentre è ciò clic si dovrebbe fare a preferenza di
tutto. Eros è infatti tra gli dei il più amico degli uomini, perchè è il loro
protettore e il medico di quei mali, la cui guarigione sarebbe per il genere
umano la maggiore delle felicità, lo dunque mi studierò d’esporvi la. potenza
di lui, e voi ne sarete maestri agli altri. Ma, innanzi tutto, occorre che
impariate quale sia la natura umana e le sue vicende non liete. Giacché la
nostra nani Il tosto ilice: hai tirato il colpo e ora ricusi di svignartela,
modo proverbialo anch’esso. tura non era un tempo la stessa (li oggi, ina tuli
altra. In origine c’eran tre sessi umani, non due, maschio <• femmina
soltanto, come ora, ma ce n era un terzo, clic mrtecipava dell’uno e dell’altro
e che, scomparso oggidì, sopravvive appena nel nome. C’era allora un terzo
sesso., l’andrògino, che di fatto e di nome aveva del maschio e della femmina,
e questo non esiste piu. fuorché nel nome che suona un oltraggio. Inoltre ogni
uomo aveva una figura rotonda, dorso e fianchi tutt'intorno, quattro braccia,
gambe di numero pari alle braccia, su un collo cilindrico due visi,
perfettamente simili tra loro, un unica I- testa su questi due rósi, posti
l’uno in s|so con ramo all’altro, quattro orecchie, doppie F (ta e ut l resto
come si può supporre da ciò che s e detto, i ari minava anche ritto come ora,
in qualunque direzion volesse- e quando si mettevano a correre, quei uost
progenitori, come i giocolieri che a gambe per aria an delle capriole a ruota,
essi, appoggiandosi sui loro otto arti si muovevano rapidamente, tacendo
la.ruota. I ^ poi eran tre e cosiffatti per questa ragione: esso maschile
traeva origine dal sole il J!; rt eripà e lrindrórino dalla luna, perche anche
questa paitccipa del itle e della terra. La loro figura dunque era rotonda e cofano^
il modo di muoversi, appunto^perchi- m,l ai loro genitori. Avevano vigore e
gagl ardia tel i 1 c„,o -o. a; numi. XV - A mesto pH s #rt #? consiglio,,, ciò
che ^ Jggg; Non sapevan risolversi ad uccido c N i la razza) fulminandoli, come
i giganti, perche cosi saie - ( 1 ) Oto 1 Eflolto orano i duo glovonissluil
^lonutoto'ùcr llKliuoU di Aloco, olio dopo dover nca . (H ul)onl t,„ por opera
di Erniosi tredici mesi in uu gran vaso ali von i o. . all 0sBa tentarono di
dare la essi Omero accenna in 11. V sgg. Or. -„ero venuti a privarsi degli
onori e dei sacriti/., umani; ^potevano tollerare che ne facessero d og...
sorta, B analmente Zeus, dopo matura riflessione, disse: C redo di e -ovato la
via. affinchè gli uomini continuino a esistere, ma, divenuti più deboli,
smettano la loro tracotanza. Segherò . disse, ciascun di loro m due, e S mentre
saranno pii. deboli, ci saranno ad un tempo S utili, perchè diverranno più
numerosi. E cammineranno ritti su due gambe. Chè, ove poi seguitino a
insolentire e non vogliano starsene in pace, li segherò , disse,, ili nuovo in
due, cosicché cammineranno su una gamba sola, a saltelloni (1). Dette queste
parole, venne segando eli uomini in due, come quelli che tagliali le sorbe per
metterle in conserva, o quelli elio dividon le uova coi capelli. E a misura
clic ne segava uno, ordinava ad Apollo di girargli la faccia e la metà del
collo dalla parte del taglio, acciocché l'uomo,' avendo sotto gli occhi il
proprio taglio, fosse più modesto; e medicargli le altre ferite. B Apollo girava
a ciascuno la faccia in senso opposto, e tirando d’ogni parte la pelle verso
quello ohe ora chiamiamo ventre, come le borse a- nodo scorsoio, lasciandovi
appena una boccuccia, la legava nel mezzo del ventre, in (pie! punto preciso
che chiamano ombelico. Itti Spianava poi tutte le altre grinze, che orati
molte, e rassettava le costole, servendosi d’uno strumento suppergiù simile a
quello che adoperano i calzolai per spianare sulla forma le rughe del cuoio; ma
ne lasciò poche nel ventre e intorno all’ombelico, ricordo dell’antica pena.
Orbene, poiché la creatura umana fu divisa, in due, ciascuna metà presa dal
desiderio dell’altra, le andava incontro, e gittandole le braccia intorno e
avviticchiandosi scambievolmente, nella brama di rinsaldarsi in un unico corpo,
tnorivan di fame e d’inerzia, perchè l’una non voleva far nulla senza
dell’altra. B quando l’una delle (I) Il greco ha àoxop.ià£<ms<; cho vuol
dire propriamente ' saltumlo sminuire' (àox4f). • I.'espressione 6 tolta ila un
giuoco contadinesco dell'Attica. 1 contadini dulia pollo dui hocco saorllloato
a indulso facevano un otre olio riempivano di vino o ungevano d’olio. Su di
usso saltavano con una sola gamba altornaUvamcnlo, o vinceva old sapova
roggorvlsl. (Unir). nielli moriva e l’altra sopravviveva, quella che
sopravviveva andava in cerca d'un'altra metà e le si avvinghiava, sia clic
s’imbattesse nella metà d’una donna in- IL quella appunto elle ora chiamiamo
donna sia che nella metà d’un uomo; e così morivano. Mosso pertanto a
compassiono. Zeus no escogita un'altra: trasporta le loro pudende nella parte
anteriore lino a quel momento anche queste le avevano avute al difuori, c
generavano e partorivano non tra loro, ma in terra, come le cicale... gliele
trasportò dunque così, sul davanti, e per tal mezzo rese possibile la
generazione fra loro, per mezzo ilei MASCHIO nella femmina, con questo line,
che nell’amplesso, ove un maschio s’incontrasse in una femmina, generassero e
si perpetuasse la specie; ma. ove invece un maschio s’imbattesse in un maschio,
provassero sazietà dello stare insieme e smettessero e si volgessero ad operare
e attendessero agli altri doveri della vita. Cosicché fin da quel momento
l’amore vicendevole è innato negli nomini: esso ci riconduce al nostro essere
primitivo, si sforza di fare di due creature una sola e di risanare così la
natura umana. O'imn di noi, in conclusione, è una con tre mala d'uomo, in
quanto che è tagliato come le sogliole, è due di uno; c però cerca sempre la
propria contromarca. Quanti sono una fotta di quel sesso comune, che loia si
diceva andrògino, annui le donne, e la maggmi p. dogli adulteri soli nati da
esso; e cosi pure le donne. sU truggon per gli uomini, e le adultere provengo.,
da, u eS e m.aL4 Tl <! 1 ‘'i una fetta di donna, non corron dietro agli o,
un uà sono piuttosto inclinate alle donne; e questo appartengono le tribadi. Ma
quanti sono una fe la li maschio, danno la caccia al maschio; e 1 ! ut ' u ' ’
S01 \ r)j coni, fanciulli, conio parte d’un uiasciuo jpu o gli uomini e godono
a giacere e a starsene abbracciata con gli uomini; e questi sono tra i
fanciulli e tra po'anett i migliori, perchè i piè v ' r '' di hno na u .
mancali di quelli clic li chiamano inipudent. ina uien liscino. Perchè essi non
lo fanno per impudenza, ma pei baldanza. per coraggio, per virilità d animo,
giacché .si attaccano a ciò che è simile a sé. Ed ecco vene ima prova decisiva:
costoro, a tempo debito, sono 1 soli che negano uomini davvero, adatti alla
vita politica. E pervenuti all'età virile, mettono amore al fanciulli; e al
matrimonio e alla procreazione dei figliuoli non si volgono per inclinazione
naturale, ma costretti dalla legge, chi anzi per conto loro soli ben contenti
di viver sempre gli uni con gli altri, da scapoli. Per ciò chi è così fatto,
diventa un amante di fanciulli o un amato, perche desidera sempre ciò che gli è
congenere. E quando poi 1 amante dei fanciulli e chiunque altro s’incontra in
quella sua propria metà d'un tempo, allora son presi d’un amicizia, d'un
intimità, d'un amore meraviglioso, senza volersi separare gli uni dagli altri,
per così dire, nemmeno un istante. E quelli che vivono insieme tutta la vita
son questi, che non saprebbero neppur dire che cosa vogliono che avvenga loro
all’uno per opera dell’altro, giacché nessuno può credere che ciò che
desiderano sia l'uso dei piaceri amorosi, quasi che in questo debba cercarsi la
ragione per cui provano un così vivo diletto a stare insieme; ma è evidente che
c’è qualche altra cosa che l'anima di ciascun di loro desidera, qualche altra
cosa che non sa esprimere, ma che sente vagamente e a cui accenna per vie
coperte. E se ad essi nel momento, in cui giacciono insieme, si presentasse
Efesto coi suoi strumenti alla mano e chiedesse loro. Che volete, o uomini, che
avvenga di voi. alFuno per opera dell’altro 1 ? e mentre e’ sono tuttora
indecisi, soggiungesse: Desiderale voi, non è vero? soprattutto essere nello
stessissimo luogo l’uno con l’altro in modo da non separarvi mai né notte nè
giorno? Ebbene, se è questo elio desiderate, io voglio rifondervi e riplasmarvi
in un’unica natura, sicché di due diventiate uno, e finché vivrete, viviate
tutti e due in comune, come un essere solo, e anche da morti, laggiù nell’Ade,
non siate, invece di due, elle un morto solo... Guardate se è questo che amate
e se vi basta di conseguir questo... a udir ciò sappiamo bene che nessuno,
proprio nessuno, risponderebbe di no, nò mostrerebbe d'aver mai desiderato
altro, ma crederebbe 103 nllit0 precisamente quello che egli desiderava da
tlavei i sentirsi unito e fuso con l’amato, e divetanto ten i solo e la ragione
è appunto questa: ot0, eri in origine la nostra natura, e che eravamo Cb teii
'Ebbene, al desiderio e alla caccia dell’intero si da n ° U p,-ima dunque, come
dico, eravamo uno; ma ora per, . nequizia siamo stati separati di casa dalla
mano ’ìV’rno còme gli Arcadi da quella dei Lacedemoni. ’ ltra che a non essere
ossequenti verso gli dei.. h . 'incontro a venir segati daccapo, e a dover an-
d.,re intorno come le figure scolpite a bassorilievo sulle Se spaccati per il mezzo
dei nasi, divenuti come dei dirti’tagliati in due. Ma perciò conviene che
ognuno esorti ogni altro alla pietà verso gli dei, affinché si evitino : m; di
e si conseguano i beni, tenendo presente che Eros è nostra guida e nostro duce.
A lui nessuno vada conilo c o-n va contro chiunque venga m uggia agli dei _
nerchè divenuti amici del dio e vivendo in buoni termini con lui. troveremo e
incontreremo ì nostri propri AMATI, il ora capita a pochi. E non sospetti
Erissimaco, mettendo L caiSonatura ì mio discorso, che io alluda a Pausami, cd
Agatone oliò forse anche essi sono di quelli, e tutti c due maschi per natura -
ma dico avendo di mira tutti e uomini e donne, che m questo modo il genere
nostro troverebbe la sua felicità, se all’amore, e ciascun di noi, ritornato
nell antica natii a, s’imbattesse nel proprio amato. E se poi qne meglio, ne
segue di necessità che di quanto oiaè nostro potere, il meglio sia ciò che piu
vi si avvmuia, e ciò è rincontrarsi in un amato fatto secondo d piopno 7
Aristofane accenna, secondo roplnUm.Mplfc £ . Gli Spartani, vinta Mautinea in
Alca, silaggi, della città o la sciolsero, com’era precedutomene, ci sarebbe
Tenuto conto elio il banchetto avrebbe avuto’ wlt0j è n u è impos- qui un
anacronismo. Ma rnUnsiouo non 6 do . .inlln storia sibilo cho si accenni a
qualche altro avvenimento ante, toro della arcadica. . „ uim mota, conservata l
dadi talvolta si tagliavano in due, c ua.ci tessera, di ricoda duo persone
legate da vincoli di ospitalità, seivna noscimeuto por loro o per lo loro
famìglio. che nel presente ^maggiori affidamenti nel proprio; e per 1 prota
jftà verso gli -lei, ^ -i. ei render, feUei e beati. v è p lu io discorso
intorno altri due, Agatone e Socrate. Farò a modo tuo, disse Erissimaco. perchè
il tuo discorso l'ho ascoltato con piacere. E se non sapessi che Socrate e
Agatone sono addirittura dei maestri m cose d’amore, avrei gran paura clie non
doves ®.® 10, vaisi a corto d’argomenti, tante cose si son dette e cosi
svariate. Tuttavia ho fiducia in loro. 1 E Socrate: Ah, sì, Erissimaco, perche
tu te la sei cavata egregiamente. Ma se fossi dove ora son io, o meglio, dove
sarò, quando Agatone avrà parlato da par suo, temeresti anche di più. e saresti
su tutte le spine, còme son ora io., Ammaliarmi (1) vuoi,- Socrate, disse
Agatone, affinché io mi turbi, immaginandomi che il teatro deva essere in
grande aspettazione, ch'io parli bene. Mio caro, dovrei esser proprio uno
smemorato, rispose Socrate, se dopo di aver visto con quanto coraggio e con
quanta sufficenza salisti sul palco insieme con gli attori e guardasti in
faccia un teatro così affollato, in procinto di dare alla scena i tuoi
componimenti (2),.senza (1) Vantarsi muove l’Invidia degli uomini; ma l’invidia
ha il malocchio e può ammaliare e turbare senz’altro la persona Invidiata.
Sonouohò anche la lodo esagerata d’un altro (Socrato aveva lodato Agatone) può
suscitare contro costui l’invidia con tutto lo suo tristi conseguenze. (Hug).
Da questo pasqo si concludo clic il poeta insieme col suol attori prima della
recita si presentava in forma solenne al pubblico. E sembra del pari elio egli
presentasse anche il Coro col suo corego. Questa cerimonia, detta Ttpoaywv ‘
preludio ’ o ' preparazione al certame ’ drainatico. .s ’rr^zk s f ' iS S Vuko
<l<™ to P™ '’ ™ £Z?X~. ? T; Sarei, Agatone, pnrtese So bene elio a se io
pensassi di te sag gi, saresti più in imbatterti m atan- la folla . Ma, bada,
probabil- pensiero per loio e 1 1 buon conto, lì anche ne elici 1 ? fi So
avresti vergogno, ove ,.eresse .11 fare qualcosa di male? Affatone, disse, Ma
Fedro, interrompendo: .Mio de i se gli rispondi, Socrate noi basta d’aver
resto, qualunque cosa qui avven et ^ )( q dovane. :tis: i? Jgs -~f n s ss avrà
saldato il suo conto col dio, alloia '''of'VSto; rispose M e so,, qui pronto .
„’Z, ó,, 5 monebe.it,i Mft. ,.vem,e spesso con Socrate. Or dunque io vo’ in
prima dire come io deva dire, e poscia dire. Che tutti quelli, i quali han
pallate precedentemente, non hanno, parmi, encomiato dio, bensì la felicità
degli uomini Ivan messa m nlu pei beni, de’ quali il dio 6 ad essi cagione. Ma
qual sia avveniva ncU’Odeon. teatro fatto costruirò da Pericle, e doveva, com’ò
^supporre. attirare la curiositi! del gran pubblico, ohe -interessava così
vivamente agli spettacoli teatrali. egli è il più giovane (legl’iddii. E una
gran prova con porge ' medesimo fuggendo di fuga la vecchiezza. che pure è così
veloce: la ci raggiunge più presto che non dovria! E questa Eros per natura la
detesta e non le si accosta nemmen da lungi. Egli sta e resta sempre coi giovani,
poiché ben dice l'antico adagio che sciupio simile con simile s’accompagna (1).
Ed io, pur consentendo con Fedro in molte altre cose, in questo non consento:
che Eros sia più vecchio di Crono e di Giàpeto; affermo anzi ch'egli è tra’
numi il più giovane, e sempre giovane; e le vecchie storie che Esiodo e
Parmenide (3) ci ricantano dcgl’iddii, a’ tempi d Ananke, [della Necessità] e
non di Eros, risalgono, posto pure che quelli ei contino il vero. Imperocché
non ci sarieno state né evirazioni, né ceppi, né tante altre violenze
reciproche, se Eros fosse stato tra loro; ma amicizia e paco, come ora, dacché
Eros regna sugli iddìi. Egli è dunque giovane, e perdippiù delicato. E ci
vorria un poeta quale Omero per mettere in luce la delicatezza del dio. Omero infatti
dice che Ale è dea e delicata e delicati almeno dovevano essere i suoi piedi
dicendo egli di lei: son delicati i piedi, oliò sovra il suolo non mai muovesi,
ma sul capo ella degli uomini incedo. MlK modo proverbialo e allusione,i nn
verso omorlco; cf. Od. XVII ì IS. ( ) Ulro modo proverbiale per impennare alla
nifi renn.l.i ....Hoi.n;. Minare alla più remota antichità. Mille abbia ipii in
melile Agatone, inc sembra che della delicatezza di lei una bella,-ovu sia che
ella non cammina sul duro, ma sul tenero, r -incile noi (li questa medesima
prova ci varremo per dimostrare di Eros circuii è delicato, dappoiché e' non
cammina sulla terra, nè sui cxanii, che non sono davvero tèneri, ma in quel che
vita di più tenero al mondo e cammina e s’annida. Egli infatti e nei costumi e
negli mimi degl’iddìi e degli uomini pone sua stanza, e non mica in tutti gli
animi, ma ove mai s’imbatta iti qual- cuno d'indole dura, se ne diparte; ma se
tenero è, vi si •umida. Or poiché adunque egli e co’ piedi e con ogni parte del
corpo tocca sempre quel che ve di più tenero Jra le tenere cose, è giuocoforza
che sia il piu delicato l. fri (d’iddii. Égli è così il più giovane e il più
delicato-, niu 1- per dippiù flessuoso di forma, che non gli sana possibile
insinuarsi dappertutto, nè penetrar tutta l’anima, entrandovi la prima volta
senza lasciarsi sorprendalo t uscendone, se duro e’ fosse. Del suo aspetto
proporzionato e flessuoso, argomento grande è 1 avvenenza che Eros per
confession di tutti in grado eccelso possiedi. chè tra disavvenenza ed Eros è
guerra sempre, ha leggiadria del colorito, il suo viver tra hon la sigillili.,
poiché in quel che fiorente non sia o sui n ’ o anima o qualsivoglia altra
cosa, non risi, de L o . . a ovunque sia un luogo e ben fiorito e fragranti,
(pi 1 e risiede e rimane. Della beltà, adunque, del dio e questo o bastante e
ancora molto sopmvanzat .na; seguiia^m lei]., v i r tù di Eros mi eonvien dopo
no dm. lai < ' i . h ini che nè fa nò soffre ingiustizia, ni da sano vanto
(Il Pii CHI violenza. Pio nè -1 dio nò da uomo nè ad uomo. Nè già p i ' 'li nzu
e so fre se qualcosa so.Vre - chè violenza noi tango, u si concede a volente,
le leggi, fello Stato u D). h-n elle è ('insto. E oltreché della giustizia c
partecipa della maggior temperanza. S’ammette infatti che lem- in . Molatori
georgiana. evidóulomoilto una eluizioni'. (Unir). paranza sia il signoreggiar
piaceri e desideri, e clic di Eros verun piacere sia più potente. Or se meno
potenti, è ovvio che sien vinti da Eros, ed egli vinca; e vincendo piaceri e
desideri, Eros in sommo grado temperante esser deve. E per fermo, quanto a
coraggio, ad Eros neppur Ares contrasta (1). poiché non Ares possiede Eros, ma
Eros Ares amor di VENERE, come è fama e ehi possiede è più possente di chi è
posseduto, e chi vince l'iddio più valoroso di tutti gli altri, e’ dev’essere
il più valoroso di tutti. Ho detto della giustizia, della temperanza, del
coraggio del dio; a dir mi rimane della sapienza, e per quanto è possibile,
m’ingegnerò di non fallire alla prova. E in primo luogo, perchè dal canto mio
anch’io renda alla nostra arte omaggio, come alla sua Erissimaco, poeta è
l'iddio, sapiente così, da render anco gli altri poeti. Ohè ognuno poeta
diventa, quand’anche prima di ogni Musa schivo, cui Eros tocchi. Della qual
virtù convienci usare a documento che Eros, a dir breve, è poeta valente in
qualsivoglia genere di creazione che attenga alle Muse, dappoiché quel che non
si ha o non si sa. nemmeno ad altri non si può dare o insegnare. E invero la
creazion degli animali tutti chi niegherà che sia sapienza di Eros, mercè la
quale tutti gli animali e nascono e si generano! E quanto alla pratica delle
arti, non sappiam noi forse che colui, al quale questo iddio sia divenuto
maestro, famoso diviene ed illustre; e chi per converso da Eros non sia stato
mai tocco, rimansi oscuro! L’arti del saettare, del curare e del divinare
ritrova Apollo, scorto dal desiderio e dall’amore, sicché anch’egli dir si può
scolare d’Eros. E alle Muse fu maestro dell’arte musicale, ad Efesto di quella
dei metalli, ad Atena del tessere, a Zeus di governar numi e mortali. Laonde
anche nelle faccende degl’iddii si mise ordine, poiché vi si fu generato Eros,
amore evidente- (Da uu verso del ‘Tlesto ’ di Sofocle; cf. Nauck, Tran. Or.
Fraomm. framin. Da un verso della ‘Stonoboa’ d’Eurlpido; cf. Naucic, Tran. Or.
Fraumm. framm. 063 Verso giambico probabilmente d’un tragico. meniti; di
bellezza che del brutto non è amore laddove per l’innanzi, come da principio ho
detto, molte e terribili cose, a quanto si narra, fra' numi awemano, pr x c i
ie vi regnava Ananlce. Ma dappoiché questo iddio ebbe nascimento, dall’amore
per le cose belle ogni bene nrovenne e agli iddìi e agli uomini. 1 E così
panni, Fedro, che Eros, essendo egli per il minio bellissimo e ottimo, sia
dipoi agli altri cagione di Stri cosiffatti doni. Ed ei mi salta in mente di
aggiunger qualcosa in versi, dicendo che questi è colia il quale ivice tra gli
uomini reca, nell' ampio mare bonaccia calma, riposo ai venti; nel duolo
conforto di sonno. Questi (Fogni sentimento ci vuota che ci strania, d ogai
sentimento ci empie che ci affratella; tali e tonti convegni lri istituito per
ravvicinarci, nelle solennità, ne con. n sacìihzi facendosi nostra guida; di
mitezza ispiratore di rustichezza espulsore; prodigo di benevolenza, avaro
malevolenza; propizio, buono; spettabile ai sapienti, venerabile agl’iddii;
segno d’invidia per chi noi possiede, cu Sosa di chi il possiede; di voluttà,
di mollezza di delcatezza, di grazie, di desio, di brama padre; cmant^dc buoni
non curante dei tristi; nei travagli, mu pin^n nelle brame, nei discorsi
timoniere, soldato, commilitone xr„fr!ito-VSlso ...io .< L, i A •. ir-. u si
poteva, di misurata serietà temperato. Quando Agatone ebbe fluito,
diceva.Ariate- demo, lutti i presenti proruppero ni applausi, lasciai,n Vò
snidato' nò 'marinalo equivalgono a iitlPiWQS d 1 tosto, a llanco il’un altro
intendere che il giovane aveva discorso in maniera, degna- di sé e del dio. Al
che Socrate, volgendosi ad Erisslmaco: O figliuolo d’Actìmeno, disse, ti pare
che poco fa io temessi d'un timore da non temere, o non fossi piuttosto
profeta, quando dicevo quel che dicevo poc’anzi: che Agatone avrebbe parlato
mirabilmente, ed io mi sarei trovato in impaccio? Per un verso, sì, rispose
Erissimaco, lo riconosco, sei stato profeta, che Agatone avrebbe parlato bene;
ma quanto a-1 tuo impaccio, via, non ci credo. E come mai, beato uomo, riprese
Socrate, non dovrei trovarmi ìd impaccio io e chiunque altro sul punto di
parlare dopo la recita d’un discorso così bello e così varia mente adorno?
Certo non tutti i punti sono stati egualmente stupendi; ma, nella chiusa chi di
noi non è rimasto addirittura intontito dalla bellezza delle parole e delle
frasi? Per me, considerato che non potrò dir nulla che s’avvicini appena per
bellezza a ciò che egli ha detto, quasi quasi per vergogna me ne sarei
scappato, se avessi potuto. Il suo discorso infatti mi ha richiamato alla mente
GORGIA, tanto che m’è occorso quel che dice Omero: ho temuto, cioè, che alla
fine Agatone nel discorrere non scaraventasse contro il mio discorso la testa
di Gorgia, parlatore da far paura, e mi pietrificasse, ammutolendomi. E mi sono
accorto allora quanto ero stato ridicolo, allorché avevo preso con voi
l’impegno di fare a mia volta l’elogio di Eros e dichiarato d’esser competente
in cose d’amore io, e lo vedo, che non so nemmeno come s’ha da fare l’elogio
d’una cosa qualunque. Giacché io, nella mia dappocaggine, ritenevo che
nell’elogio di qualsiasi cosa non si dovesse dire che il vero e che questo
dovesse essere il fondo del discorso, salvo a scegliere Ira- le cose vere le
più belle e metterle in mostra nel miglior modo possibile. E presumevo assai di
me nella fiducia di parlar bene, convinto di saper la verità sul modo di lodare
qualsiasi cosa. Ma ora credo d’accor- (1) Allusione a mi luogo dell O di seca ’
(XI 032 sg.). Ulisse, sceso nell’Ade, temo per un momento che Persofono non
mandi contro di lui la testa della Gòrgóne o Gorgo. Scherzo sulla somiglianza
di nome tra Gorgo e Gorgia, il famoso sofista. germi che noti è questo il modo
di lodar bene una cosa, bensì l’attribuirle i maggiori e i più bei pregi
possibili, li abbia o no; se poi sono falsi, che importai Dev’essersi infatti
proposto, se non erro, che ciascun di noi finga di pronunziare l’elogio d’Eros,
non che lo pronunzi davvero. E perciò appunto, credo, razzolando da ogni parte,
avete attribuito ogni pregio ad Eros e detto ch’egli è così e così, e autore di
tali e tanti beni, affinché appaia bellissimo ed ottimo, evidentemente a chi non
sa non certo a chi sa e cosi l’elogio assume un aspetto bello e venerabile. Io,
senza dubbio, ignoravo il modo di tesser l'elogio, e, ignorandolo, presi
impegno con voi che a mia volta avrei anch’io lodato Eros. Ma la lingua
promise, la mente no. Dunque, addio elogio! Io non vi seguirò su questa via
perchè non potrei quésto è sicuro; ma, comunque, la verità, se volete, ve la
dirò, a modo mio. senza gareggiare coi vostri discorsi, per non far ridere a
mie spese. Vedi, dunque, Ecdro, se mai anche questa forma di discorso ti
accomodi: sentir dire, la verità intorno ad Eros con quelle parole e con quella
disposizione di frasi che mi verranno per le prime sulle labbra. Fedro e gli
altri, raccontava Aristodemo, approvarono che dicesse pure come gli pareva di dover
dire, Uberamente. E allora, Socrate aggiunse, Fedro mio, permettimi di
rivolgere qualche interrogazioncella ad Agatone, affinchè, ottenuto il suo
assenso, io cominci a parlare. Ma sì, rispose Fedro, te lo permetto; interroga
pure. E dopo ciò, continuava Aristodemo. Socrate cominciò suppergiù a questo
modo. Senza dubbio, mio caro Agatone, tu ti sei aperta bene, secondo me, la via
nel tuo discorso, dicendo che ti conveniva prima mostrare quale è mai Eros, e
dopo lo opere di lui. E questo principio nr è piaciuto assai. Orbene, via,
poiché d’Eros, per tutto il resto, hai esposto in forma bella e magnifica quale
egli è, dimmi ancora (1) Allusione ad un verso (612) famoso dell’Ippolito di
Euripide., mosto- se eoli è tale che sia amor di qualcuno, di;qualche v r,7ui F
bada non domando se è di madre o £ Bros è eros di madre o di padre D - ma fa
conto, come Te a-proposito d’un padre io ti chiedessi proprio questoT s’egli è
padre di qualcuno o no. A volemu risponder bene, mi diresti certo, che d padre
è padre d'nn figlio o dima figlia. O no 1 Ma certo, disse Agatone. E non
diresti altrettanto della madre? E Alatone consentì egualmente. Ancora,
soggiunse Socrate, qualche altra risposta, affinchè tu veda meglio ciò che
desidero. Se ti chiedessi, per esempio: E dimmi: un fratello, ili quanto
fratello, è fratello di qualcuno, o no? Ma sì, rispose. È fratello, non è vero,
d’un fratello o d una sorella. Appunto, dice. Via, provati a dirmi anche
dell’amore: Eros e amore di qualche cosa o di nulla? Di qualche cosa, senza dubbio.
Ebbene, questo ili che cosa tientelo dentro di te, ma rammentatene, riprese
Socrate. J?er ora dimmi soltanto, se Eros, quello di cui è amore, lo desideri o
no? Ma si, rispose. E ciò che egli desidera ed ama, lo desidera perche lo ha o
perchè non lo ha? Perchè non lo ha, è naturale. Rifletti, disse Socrate, se,
più che naturale, non sia addirittura necessario clic il desiderare sia un
desiderare ciò di cui si manca, o non desiderare, ove non si manchi. Poiché in
epe)£ UVÓ£ ‘amor (li qualcuno’ o ‘di qualcosa’ il •uve? può aver valore tanto
soggettivo, quanto oggottlvo Socrate chiarirà con esempi che egli ha inteso
darò a xtvó; il valore di genitivo oggettivo. Ma siccome d’altro lato w Epitì£
xivòg potrebbe anche ossoro scambiato con un genitivo d’origine (‘ Eros tìglio
di qualcuno ’), Socrate vuole olirainaro anche quest’altro equivoco. In
sostanza egli, paro, vuol dir questo: Io ti domando, non già se Eros ò amato da
qualcuno o ò figlio ili qualcuno, ma se egli ama qualcuno o qualche cosa. Ma il
luogo, non Tacilo, ò stato variamente discusso, e si può prestare audio a
qualche altra Interpretazione. Io almeno, Agatone mio, credo fermamente che,
.sia addirittura necessario. E tal Anch'io, disse. Va bene. E per conseguenza
può mai esserci qualcuno che voglia essere grande, mentre è grande, c forte,
mentre è forte 1 ? Non è possibile, dopo le nostre premesse. Non può infatti
essere manchevole di queste doti chi già le possiede. È vero. Perchè, se chi è
forte volesse esser forte, seguito Socrate e veloce chi è veloce, e sano chi è
sano... poiché forse qualcuno potrebbe credere che queste qualità e tutte le
altre simili coloro che son tali e le hanno, desiderino ancora quello stesse
cose che già hanno, insisto su questo punto, affinchè non si sia tratti in inganno.
si u rifletti, caro Agatone, costoro devono per necessita avere in quel momento
ciascuna delle qualità che hanno. 1 vogliano o no; e queste olii mai potrebbe
desiderarle? Ma allorché qualcuno dice: Io. essendo sano, Aesid di esser sano,
ed essendo ricco, desidero d esser ricco; e desidero appunto queste cose che
ho-, noi gh possiamo rispondere: Tu, amico, possedendo ricchezze, salute c
forza desideri di possedere queste cose anche m a 1 ®- perchè in questo
momento, che tu lo voglia o no tu le hai. Guarda dunque, se, quando tu dici:
Desidero le cose presenti, tu non voglia dire altro che questo: D^deio che le
cose che ora ho mi sieno conservate anche tempo avvenire. E potrebbe egli
negarlo? Al che Agatone rispose assentendo. Orbene, seguitò Socrate, e questo
non e appunto annue quel che non ancora si ha sotto mano, nè si possiede: il
voler conservare e possedere anche nell avvenne medesime cose? Certamente,
disse. E quindi costui ed ogni altro che desideri, di suit i. ciò che non ha
sotto mano e non possiede m quel momento; e ciò che non ha, o che egli stesso
non e e che gli manca, questo è precisamente quello di cui è il desiderici e
l’amore? Niun dubbio, rispose. Suvvia dunque, disse Socrate, riassumiamo le
nostre conclusioni. Prima di tutto Eros è forse altro che amore di certe cose,
e poi amore di quelle cose, delle quali soffra difetto? Non è altro, rispose.
Di più ricordati di che cosa nel tuo discorso hai detto che Eros fosse amore.
Se vuoi, te lo rammenterò io. Credo che tu abbia detto suppergiù cosi: che
nelle faccende degli dei fu messo ordine mediante 1 amore del bello, chè non
può esserci amore del brutto. Non hai detto suppergiù così? Infatti, rispose
Agatone, così ho detto. E sta bene, amico mio, riprese Socrate. Ma se e cosi.
Eros non sarà altro che aurore di bellezza, non mai di bruttezza? Agatone
rispose di sì. O non s’è convenuto che quello di cui uno è manchevole e che non
ha, questo egli ama? Certo, disse. Dunque Eros è manchevole di bellezza e non
l’ha? Necessariamente, rispose. Ma dunque? Ciò che è manchevole di bellezza e
non possiede punto bellezza, dirai che è bello? Ah, no! E se è così,
continuerai a sostenere che Eros è bello? E Agatone: Temo, Socrate, di non aver
inteso nulla di ciò che ho detto poc’anzi. Eppure hai parlato splendidamente,
Agatone mio. Ma dimmi un’altra cosuccia: ciò che è buono, non pare a te anche
bello? A me, sì. Se per conseguenza Eros è manchevole di bellezza, e se bontà è
bellezza, sarà anche manchevole di bontà. Per me, Socrate, non posso
contradirti: sia puro come tu dici. Mio diletto Agatone, è la verità quella a
cui non puoi contradire, chè contradire a Socrate non è punto diffìcile. Ed ora
lascerò in pace te, e vi riferirò su VrnH li discorso che un giorno udii da una
donna di Man- tiuea Diotima, che in questo era sapiente, come in tante' altre
cose, e agli Ateniesi prima della peste suggerì saer iflzi che ritardarono di
dieci anni il male, e fu iella appunto che ammaestrò me pure in cose d’amore...
nuel discorso, dico, che ella mi tenne, procurerò di esporcelo movendo dai
punti concordati tra me ed Agatone per conto mio, come posso. E bisogna
naturalmente, Agatone, come tu hai aperto la via, chiarire per mima cosa chi
sia Eros e quale, e poi le opere di lui. B mi pare che il modo più spiccio sia
chiarirlo come quella forestiera fece, interrogandomi. Suppergiù anche io
dicevo a lei delle cose simili a quelle che Agatone diceva a me poc’anzi: che
Eros fosse un gran dio e fosse amor di bellezza. Ma ella mi convinse del
contrario con quelle stesse ragioni con cui io ho convinto costui,
dimostrandomi che secondo il mio discorso Eros non e nè bello nè buono. Ed io:
Come dici, Diotima? Eros e dunque brutto e Ed ella: Parla, ti prego, con
reverenza, disse. O credi che quello che non è bello, debba necessariamente
esser brutto? Senza dubbio. . . on2 E allora anche quello che non è sapiente
sarà gn Tante? E non t’avvedi che c’è qualcosa di mezzo tra sapienza e
ignoranza? E che cosa?, . L’opinar rettamente, anche senza poterne rende < -
gione, non sai, disse, che non è nè sapore perchè ciò È un personaggio; storino
o addirittura fittalo Il non esserci di lei alcun ricordo o. per tacer d’altro,
il nomo stesso, che vaio - onorata da Zeus corno la patria Mantinoa, che paro
alluda alla montica, a to divinatoria escluderebbero la prima ipotesi. Ma, fu
osservato, non potrebbe esser IpTtóa in Atene alcuni anni prima della guerra
del Peloponneso e della pestilenza che afflisse la città, una sacerdotessa
straulera <U molta reputazione (comunque chiamata), che avesse suggerito agli
Ateniesi del sacrifizi o Intorno al oul nomo si fosse formata poi la leggenda,
a cui accenna Platone? israrjsìs. S£ opMm ; un cbe .li mezzo t e . 6 „or,,n.
Non Attingere dunque ciò die uon è bello ad esser brutto nè ciò che non è buono
ad esser cattivo. E cosi aule Eros, poiché tu stesso convieni che non è ne
buono nè bello, non per questo devi credere che egli sia di neces- shà brutto e
cattivo, ma qualcosa di Eppure, osservai, si conviene da tutti che egli
Da^tutti, vuoi dire, quelli che non sanno, o anche quelli che sanno’? Da tutti,
senza eccezione, si capisce. Ed ella, ridendo: E come mai, disse, Socrate, si
potrebbe convenire che egli sia un gran dio da quelli che negan perfino che
egli sia dio ? E chi sono costoro? chiesi. Uno sei .tu, rispose, ed una io. Ed
io: Ma come puoi affermar codesto? Ed ella: Facilmente, rispose. Dimmi: non
dici tu che tutti gli dei sono beati e belli? O oseresti dire che qualcuno
degli dei non è nè bello nè beato? Per Zeus, io no davvero, risposi. E non
chiami tu beati quelli che posseggono bontà e bellezza? Certamente. E non hai
ammesso che Eros, perchè manca di bontà e di bellezza, desidera queste qualità,
delle quali è manchevole? L’ho ammesso, è vero. E come potrebbe essere un dio
chi è privo di bellezza e di bontà? In nessun modo, mi pare. Vedi dunque che tu
pure ritieni che Eros non è un dio. E cosi, dissi, che. cosa mai sarebbe Eros?
Un mortale? Nemmen per idea. un che di mezzo tra il 2C Ma allora, che cosa f (
’oine nel caso precedente, t „le e rimmortale. peroni tatto rii, qmloooo W- I F
chiesi, qual è il suo poterei l’essere interprete e messaggero dagli uomnu
agli, ó ? daS dei agh nomini, degli uni recando le preginole II nvifizi degli
altri gli ordini e le ricompense dei a- e Stando nel mezzo degli uni e degli
altri, lo riempie eri iz, •, | trovi collegato in sè medesimo. Atti a- i’o/lÌ 3
S l’arte Mi . 7T?.r.Sfy.nir oi tacrifltì, alle WriHtah Sol ™tl g e egei
rapporto eri ogni colavo e a E Cl chS 0 8U0 padre, chiesi, e cln sua mato La
storia è un po’ lunga, a rartela. Quando nacque .Afrodite, di Metia [Sa-
banchetto, e tra gli altri anche ì ^l ^ occo gacia], Poh [ Ac ^® to ^'° mend
icare, come avviene sr-V? èrt buttato a dormire. Allena Pema, n . ge a gìacere
povertà d’avere un hglmo ° < • h,’ Q E p PV questo accanto a lui e divenne n
t tl S cV Afrodite, perchè appunto egli è anche seguace e n perc hè da natura
ito e bello, come generalmente si crede, e an V ilzo, senzatetto, uso a dormire
sulla nuda coperte, dinanzi alle porte, a cielo aperto,, _l.vll.i no ri 11 n ini
covi Q tendere insidie ai belli e ai buoni, coraggioso, temerario, impetuoso,
cacciatore terribile, sempre occupato a preparar lacciuoli, avido d’intendere,
ricco d espedienti, dedito a filosofare per tutta la vita, ciurmadore, mago e
solista insuperabile. E di sua natura non è nè immortalo nè mortale, ma a
volte, nello stesso giorno, germoglia e vive, quando tutto gli va a vele
gonfie; a volte muoie e poi, data la natura del padre, rivive daccapo, e spreca
sempre tutto quel che guadagna, sicché non è mai ne povero nè ricco, e d'altro
lato tiene il mezzo tra la sapienza e l'ignoranza. E s’intende: degli dei
nessuno lilo- soleggia o desidera di divenir sapiente perchè è già tale e se
e'è altri sapiente,. non filosofeggia nemmeno. Ma, d’altronde, neppur gl’ignoranti
filosofeggiano o desiderano di diventar sapienti. Giacché proprio questo è il
guaio dell’ignoranza: che chi non è nè ammodo nè saggio s'illude d’essere un
uomo che basti a sè medesimo. E chi non crede d’esser manchevole non desidera
nemmen per sogno quello di cui non crede di mancare. E chi. Diotima, diss’io,
son quelli che si volgono alla filosofia, se non sono nè i sapienti nè
gl’ignoranti? Codesto, rispose, dovrebbe esser manifesto perfino ad un ragazzo:
son quelli che tengono il mezzo tra gli uni e gli altri; e tra questi è anche
Eros. Perchè la sapienza è tra Io cose più belle, ed Eros è amore del bello,
sicché necessariamente Eros deve aspirare alla sapienza, deve esser filosofo, e
come filosofo tenere il mezzo tra sapiente e ignorante. E anche questo gli vien
dalla nascita, giacché egli è di padre sapiente e ricco, ma di madre nò
sapiente nè ricca. Questa, mio caro Socrate, è la natura del dèmone. Che tu poi
fi fossi immaginato Eros come te lo eri immaginato, nessuna meraviglia: tu
avevi creduto, se non m'inganno, a giudicarne da quel che dici, che Eros fosse
l’amato, non l’amante, e però penso che Eros fi paresse bellissimo, perchè
difatti ciò che è degno di è il realmente bello, delicato, perfetto e tale da
aU '° rsi beato Ma l’amante ba tutt’altro aspetto, e precisamente quello che
t’ho ritratto. Ed io dissi: Sia pure, ospite; che infin dei conti'' tu ragioni
bene. Ma se Eros è tale, che utile reca agU CodTsto, ? disse, Socrate, mi
proverò d’insegnartelo fra lin00 intanto Eros è tale e nato a questo modo, ed e
di bellezza, come tu dici. Ora se qualcuno ci domandasse: Che cosa vuol dire,
Socrate e Diotima, Eros di bellezza? O più chiaramente: Chi ama ama il bello, e
che ama? Ed io: Possederlo, risposi. Ma, soggiunse, la tua risposta chiama
quest altra domanda: Che' ci guadagna chi possiede il bello ! Io dissi di non
saper veramente che cosa nspondcie, così, su due piedi, a questa domanda. Ma
riprese, fa conto che qualcuno, mutando 1 ter mini, sostituisse bene a bello, e
ti chiedesse: Orsù, boccate, chi ama ama il bene; e che ama? Possederlo,
risposi. E che ci guadagna chi possiede il bene! Ecco M’d™Tn,l Pi -finisce qui,
mi pare. E onesto 1 desiderio e questo amore credi tu che sia comune a tutti
gli uomini e che tutti vogliano possec ei sempre il bene? O come dici? Così è,
risposi: comune a. tiitti tti diciam o E perché mai dunque, Sociale, non,i che
amano, se poi tutti amali lo stessotal uni diciamo che amano e d’altri no! Me
ne meraviglio anch’io, dissi. No. non meravigliartene, soggiunse, pe ’ a di
aver preso a parte una delle specie d amore, diamo a rme-sta il nome
dell'intero, e la chiamiamo amore, mentre per le altre ci serviamo di altri
nomi. Come sarebbe a dire? chiesi. Ecco per esempio: sai bene che pohsis, [
Iattura, poesia ’] implica molti significati, giacché ogni operazione, la quale
faccia che una cosa dal non essere passi all’essere è poièsis, sicché le
produzioni, attinenti a tutte le arti, sono aneh esse poièseis, e i loro
produttori tutti poiètai. È vero. E tuttavia, disse, sai pure che non si
chiamano poteteli, poeti. ma hanno altri nomi; e una particella sola,
distaccata da tutta la poièsis, quella che ha per oggetto la musica e le
composizioni metriche, è chiamata col nome delimiterò. Soltanto questa infatti
prende nome di poesia, e poeti quelli che posseggono questa particella della
poièsis. È vero, dissi. E così, dunque, anche dell amore. La somma n è ogni
desiderio del bene e delTesser felice, il massimo e ingannevole amore d'ognuno.
Ma di quelli che vi si volgono per un’altra delle molte vie, o del guadagno o
della ginnastica o della filosofia, non si dice che amino, nè son chiamati
amanti, laddove coloro che tendono a questa sola specie, e si consacrano ad
essa, prendono il nome del tutto, amoree amare e amanti. Mi pare ohe tu dica il
vero, risposi. Eppure, seguitò, corre per le bocche un certo discorso: che
quelli i quali vanno in cerca della propria metà, questi amano. Il mio discorso
invece dice che 1 amore non è nè della metà nè dell’intero, ove, amico mio, non
si creda di scorgere un bene, poiché gli uomini si lasciali volentieri amputare
e piedi e mani, sempre che paia ad essi che le loro proprie membra non sieno
più buone. Giacché, secondo ine, non è il proprio quello che ciascuno ha caro,
se pure non si chiami proprio il bene Pare una citazione; ma la frano destò dot
sospetti in parccclii interpreti, e fu addirittura considerata come un glossema
dall’Hug o dal Bonghi. n male. Perchè io non vedo altra cosa che gli 206 uomini
amino, all'infuori del bene. E tu? r,v Zeus, e nemmeno io. O dunque, possiamo
affermare, così senz’altro, che g li uomini amano il bene? hTche?' r'iprès™non
si deve anche soggiungere che essi amano d’averlo con sè, il bene l Tpcr
dippiù, disse, non solo d’averlo, ma anche d’averlo sempre? Ssom Eque, concluse,
l’amore è amore di aver sempre il bene con sè. Tu hai pienamente ragione,
dissi. Poiché l'amore è questo sempre per imparare appunto codeste . partorire
nel - 4et?-sstiS?. gli uomini, Socrate, concipn etòi i a . nostra secondo
l’anima; e, S 1 ' 11 ' < partorire nel brutto natura desidera di paidon ; m.
nU) infn fti deludi può; nel hello, Mi 1 fj?,p°ff rtl „. E questa è cosa l'uomo
c della donna \ mor talo, questo è immortale: divina, e nel vivente, ora è
impossibile che il concepimento c' a h ‘ disarmonico è il brutto ciò avvenga
nel disaiic m . q iuvooc n bello. Sicché rispetto a tutto i cl ’ dea de ua
nascita e della morte] Bellezza è Mona 1 . t0 ed a Ua generazione]. b srasr?
& ' diventa gaia, e nella sua letizia s’effonde e partorisce e genera. Ma
quando al contrario s’appressa al brutto, si abbuia, e nella sua tristezza si
contrae, si volge indietro, si raggomitola e non genera; ma, trattenendo in sè
il feto, si sente male. Donde appunto nella creatura, gravida e già smaniante
di desiderio, l’ansia grande per ciò che è bello, giacché esso libera ehi lo
possiede dalle gravi doghe del parto. Perchè, Socrate, l’amore non è amore del
bello, come tu pensi. Ma e di che allora? Di generare e partorire nel bello. E
sia, dissi. Mon c’è dubbio, riprese. Ma perchè poi della generazione? Perchè la
generazione è un sempregenerato e immortale nel mortale. Sicché da ciò che s’è
convenuto segue necessariamente che l’amore è desiderio d’immortalità nel bene,
se è amore d’aver sempre il bene con sè. E un’altra conseguenza necessaria di
questo ragionamento è che l’amore è anche amore dell’immortalità. Tutte queste
cose ella m’insegnava ogni volta che si ragionava d’amore. E un giorno mi
chiese: Che cosa mai, Socrate, credi tu che sia causa di codesto amore e di
codesto desiderio? O non senti che tenibile crisi attraversino tutti gli
animali, e terrestri e volatili, quando senton desiderio di generare,
ammalandosi tutti e struggendosi d’amore, prima, di mescolarsi insieme; poi, di
allevare la prole; e come sieno pronti per essa a combattere, i più deboli coi
più forti, e a spender la propria vita in difesa di quella e a soffrire essi la
fame, pur di nutrire i loro nati, e a fare qualunque altra cosa? Degli uomini,
tanto, si può credere che lo facciano per effetto d’un ragionamento; ma e gli
animali, che cosa può indurli a questo prodigio d’amore? Sai dirmelo? Ed io a
risponder daccapo di non saperlo. Ella ripigliò: E pensi, dunque, di poter
divenire esporto in cose d’amore, se non intendi questo? Ma per questo appunto,
Diotima, come dianzi dicevo, vengo da te, perchè so d’aver bisogno di maestri.
Ala tu dimmene la cagione, e di queste e delle altre cose relative all’amore.
Ebbene, se ritieni per fermo che 1 amore sia pei tura amóre di quello di cui
s’è convenuto più volte, nn te ne meravigliare: Giacché qui si torna allo
stesso bscorso- la natura mortale cerca, per quanto può, di essere sempre e
immortale. E può esserlo soltanto per està via per la generazione, cliè così
lascia sempre dono di sé qualcos’altro di nuovo in cambio del vecchio. Poiché
anche in quello spazio di tempo durante il quale di ciascun animale si dice che
è vivo e che e lo stesso... „or esempio, d’un uomo, da bambino fino a che non
diventi vecchio, si dice che è il medesimo; eppure costui, quantunque non conservi
mai in sé stesso le stesse cose tuttavia passa per essere il medesimo, pur
rifacendosi in parte incessantemente giovane, e m parte deperendo e nei capelli
e nelle carni e nelle ossa e nel sangue e in tutto il corpo. E nonché per il
corpo, ma anche per l’anima, i modi, i costumi, le opinioni, i desideri, i
piaceri i dolori, le paure, ciascuna di queste vane cose no rimati punto la
stessa in. ciascuno, ma talune nascono, dire periscono. E, quel che è ben piu
sorprendente, non si le cognizioni, altre nascono, altre periscono m noi e noi
non siamo, nemmen rispetto alle cognizioni, semp ghS, ma anche per ciascuna
s’avvera lo stesso. Giacche ciò che si ^e meditare^ dice appunto della
cognizione m quanto 1 ' ticanza infatti è uscita di cognizione etemeMaage, non
con l’essere in tutto sempre lo stesso, come il <hvi, nuT col' 1 lasciare
dopo di sé, in cambio di ciò che va via, . nn ni cos’altro di nuovo che gli
somiglia pei e invecchia, qualcos altro | ocrat0) diss’ella, ifmortaio
partecipa dell’immortalità, sia corpo, sia checché si voglia Ma l’immortale
procede per altra via. Non meravigliare dunque, se ogni essere per natura oncia
i proprio germoglio, giacché per desiderio d immortalità siffatta cura ed amore
s’ingenera in ogni creatura. All’udire questo ragionamento ne rimasi sorpreso,
è dissi: Sia pure, sapientissima Diotima; ma è tìoì realmente così? Ed ella,
come i perfetti sofisti: Abbilo per fermissimo Socrate, rispose. Oliò, se vuoi
guardare anche all’amore degli uomini per la gloria, ove tu non tenga presente
ciò che ho detto, avresti motivo di meravigliarti della loro stoltezza,
riflettendo da quale ardore sien posseduti di divenir celebri e gloria
procacciarsi ne’ secoli tutti immortale, e come perciò sieno pronti a sfidare
qualsiasi pericolo, anche più che per i figli, e consumar sostanze e soffrire
qualsiasi sofferenza e far getto della propria vita. Poiché credi tu, disse,
che Alcéstide sarebbe morta in cambio di Admeto o Achille soprammorto a
Pàtroclo o Codro- vostro (3) premorto per assicurare il regno ai figliuoli, se
non avesser creduto di lasciare quel ricordo di sé, che ora noi serbiamo di
loro'? Pi vuole ben altro! disse. Ma per conseguire virtù immortale e siffatta
fama gloriosa, tutti, a parer mio, son pronti a qualsiasi cosa, e quanto migliori,
tanto più, perché amano l’immortale. Quelli dunque che son gravidi. disse, nel
corpo, si volgono di preferenza alle donne, e per questa via sono amorosi,
procurandosi per mezzo della generazione dei figliuoli, come pensano,
immortalità, ricordo e beatitudine per tutto il tempo avvenire. 209 Coloro
invece che son gravidi nell’anima... perchè, dice, c’è pure di quelli che son
gravidi nell’anima, ancor più che nei corpi, di ciò che all’anima s’addice e di
concepire e di partorire; e che cosa le s’addice? la saggezza c le altre virtù;
e di queste sono generatori i poeti tutti, e degli artisti quanti son detti
inventori. E tra le forme di saggezza, disse, la più alta di gran lunga e la
più bella L’osservazione di Socrate ai riferisco al tono di sicurezza, por- dir
cosi, cattedratico e dogmatico clic assumo Diotima, la quale di qui in poi
abbandona la conversazione familiare per pronunziare un discorso lungo c
filato. Dev’essere una citazione poetica. L’Hng osserva elio in questa parte
Diotima si compiace di versi o di forme poetiche. Codro ò il leggendario re
clic andò volontariamente incontro alla morte per salvare l’Attica dalla
invasione dorica. che s’occupa degli ordinamenti politici e donic- Ò - q !, cui
si dà nome di prudenza e di giustizia. E allor- S Ì 1C1 ™i uualcuno di costoro
per esser divino sia da 1 1 gravido nell’anima, e giunta l’età desideri oramai
vtnrire e generare, anche costui, credo, ricerca premurósamente quel bello nel
quale possa generare, giacche 'e 1 brutto non vorrà generar mai. E quindi egli
gravido r 4 si compiace dei bei corpi piu che dei bratti, e °e s’incontri in
un’anima bella e generosa c d indole mona si compiace vivamente d’un tale
insieme e con e òo egli è subito largo di discorsi intorno alla virtù e su miei
che dev’essere l’uomo dabbene e sul tenore di vita che questi deve proporsi; e
si dà a educarlo Perche,, credo a contatto della bella persona e nei colloqui
con essa egli partorisce e genera quello di cui da gran tempo e ra 'gravido,
ricordandosi di lei, presente o lontano, e la prole egli alleva in comune con
quella, cosicché uonnn siffatti mantengon tra loro una comunanza assa P intima
che non quella che avrebbero per mento dei figliuoli, e un’amicizia assai più
salda, dacché ^ in comune dei figli più belli e piu mimo potinoli •per sè
preferirèbbe d’aver piuttosto di sillatti h ^ . che quelli umani, guardando a
Omero a Esu^ c agli altri poeti insigni, invidioso dei nati_ l lasciali di sè e
che assicurano loro gioire ; uoi immortale, perchè sono essi stessi inumatali,
. • disse, dei figliuoli come quelli che tediò Um 0 demone, salvatori di
Lacedemone e,spù.c( i-Eliade E da voi è anche onorato Soloiu pu lì SmSSo oiÒff.
ta’ove..por gli umani fin qui a nessuno. Sino a questo grado nei Socrate forse
avresti potuto iniziarti da b • Ma min dottrinò perfette e contemplative, alle
quali, ove si pioli) Mantengo qui la lozione ilei oodd. 9-stos lov. ceda
rettamente, quelle finora esposte servono di preparazione, non so se ne saresti
capace, le le esporrò dunque io, disse, e non trala scerò di metterci tutta la
mia buona volontà. E tu cerca di seguirmi, se ti riesce. Perchè chi vuol
incamminarsi per la via diritta a questa impresa, deve da giovane andare verso
i bei corpi, e dapprima, se chi lo guida lo guida' dirittamente, amare un sol colpo
c generare in esso discorsi belli; e poi intendere che la bellezza in un
qualunque corpo è sorella della bellezza dim altro corpo; e se convien
perseguire ciò ohe è belio d'aspetto, sarebbe una grande stoltezza non stimare
che una sola e identica sia la bellezza in tutti I CORPI. E inteso che abbia
questo, divenire AMANTE di tutti i boi corpi, e calmare quei suoi ardori per
uno solo, spregiandoli o tenendoli a vile. E in seguito reputare clic, la
bellezza delle anime sia di maggior pregio clic la bellezza del corpo, sicché,
ove uno sia bello dell’animo, quand’anche poco leggiadro, se ne contenti e Io
ami e ne prenda curii e partorisca e cerchi ragionamenti siffatti, che valgano
a render migliori i giovani, affinchè sia dipoi costretto a considerare il bello
clic è nelle, istituzioni e nelle leggi, e riconoscere che esfjo è tutto
congenere a sè, e si persuada così che il hello corporeo non è che piccola
cosa. E dopo le istituzioni < In sua guida lo conduca più in alto, alle
scienze, perché veda alla loro volta la bellezzadelle scienze, e mirando
all'ampia distesa del BELLO, non più, estasiandosi come uno schiavo, davanti
alla bellezza d'una singola cosa, d’un giovanetto o (L’un UOMO o d’una
istituzione sola, e servendo sia una abietta o meschina persona; ma volto al
gran mare della bellezza, e contemplandolo, partorisca molti e belli e
magnifici ragionamenti e pensieri in un amore sconfinalo di sapienza, fino a
che, in questo rinvigorito e cresciuto, non s’elevi alla visione di queU’unica
scienza, che è scienza di cosiffatta bellezza. E ora, continuava, la di
aguzzare rocchio della mente quanto più puoi.Giacché colui che sia stalo
educato fin qui alle cose amorose, contemplando a grado a grado e rettamente il
bello, pervenuto al termine della via d’amore scorgerà d’improvviso una
bellezza di sua mumluìi natura stupenda, e precisamente quella, Socrate, per la
quale si eran durati tutti i travagli precedenti, quella che innanzi tutto è
eterna, che non diviene e non perisce, non zi 1 cresce e non scema; e poi, che
non è bella per un verso e brutta per un altro, nè a volte si a volte no, nè
bella rispetto a una cosa e brutta rispetto ad un’altra, nè qui bella e lì
brutta, o bella per alcuni e brutta per altri. Ne, per dìppiù, la bellezza
prenderà ai suoi occhi la forma come (li volto o di mano o d’alcunchè di
corporeo, nè d’un discorso o d’una scienza o di qualcosa che sia in un altro,
in un animale, poniamo, o in terra o in cielo o dove che sia; ma gli apparirà
qual è in sè, uniforme sempre a sè medesima, e tutte le altre cose belle,
partecipi (Vessa in tal modo, che, mentre queste altre e divengono e periscono,
essa non divien punto nè maggioro nè minore, e non soffre nulla. E quando
alcuno per aver rettamente amato i fanciulli, sollevandosi dalle cose di quaggiù,
prenda a contemplare quella bellezza, allora può dirsi che abbia quasi toccato
la meta. Perchè questo appunto è sulla via d’amore procedere o esser guidato
dirittamente da un altro: muovendo dalle belle persone di quaggiù ascendere via
via sempre più in alto, attratto dalla bellezza di lassù, quasi montandovi per
una scala, da un bel corpo a- due, e da due a- tutti i bei CORPI, e da bei
corpi alle belle istituzioni e dalle istituzioni allo belle scienze per finire
dalle scienze a quella scienza che non è scienza d’altro se non di quella
bellezza appunto; e pervenuto al termine, conosca quel che è il bello in se.
Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva 1 ospite di Mantinea, è il
momento della vita degno per un uomo d’esser vissuto, allorché egli può contemplare
la bellezza in sè. Ed essa-, ove mai tu la veda., non ti parrà comparabile nè
con oro nè con vesti nè con quei bei fanciulli e giovanetti, al cospetto dei
quali rimani ora sgomento e sei pronto, e tu e molti altri, guardando codesti
vostri amati c standovi con loro, se fosse possibile, sempre, a non mangiare nè
bere, ma soltanto a eontem- plarveli e starci insieme. E che sarebbe, diceva,
se a qualcuno riuscisse di vedere il bello in sè,' sclùetto, puro, sincero, non
infarcito di carni umane e di colori e di tante altre vanità mortali, ma
potesse scorgere la divina bellezza in sè medesima, uniforme? Creiti tu che sia
una vita da tenere a vile quella di chi possa guardare colà e contemplare con 1
intelletto quella bellezza e starsi con essa? O non pensi, disse, che quivi
soltanto, a lui che vede la bellezza con quello per cui essa è visibile, verrà
fatto di partorire, non immagini di virtù, perchè non è in contatto con
immagini, ma virtù vera, perchè in contatto col vero; e che, avendo generato e
nutrito virtù vera, a lui solo è concesso di divenir caro agli dei, ed anche,
se altri mai iu tale al mondo, immortale? Eccovi, Fedro e voi altri, quel che
diceva Diotima, e io ne fui persuaso; e, persuaso, mi adopero a persuadere
anche gli altri che per procacciare alla natura umana un tanto acquisto non si
può facilmente trovare un collaboratore più valido d’Eros. E perciò appunto
affermo che ogni uomo ha l’obbligo di rendere onore ad Eros, e io stesso onoro
e coltivo in modo speciale le discipline amorose e vi esorto gli altri; ed ora
e sempre, per quanto è in me, encomio la possanza e la fortezza di Eros. Questo
discorso, Fedro, ritienilo detto come un elogio d’Eros, se credi; se no,
chiamalo pure come ti piacerà di chiamarlo. Poiché Socrate ebbe finito, tutti,
raccontava Aristodemo, gli rivolsero delle lodi, eccetto Aristofane, che
s’accingeva a dire nòti so che cosa, perchè Socrate, nel parlare aveva alluso
al discorso di lui, quando, a un tratto, s’ode picchiare violentemente alla
porta di strada e insieme un gran chiasso, come d'i gente avvinazzata, che
usciva da un banchetto, e la voce d’una suonatrice di flauto. Al che Agatone:
Ragazzi, disse, andate a vedere; e se è qualcuno dei nostri, fatelo entrare; se
no, dite che s’è smesso di bere e stiamo già riposando. Ed, ecco, un momento
dopo, si sente noi vestibolo la voce Alla lettera: con quello con cui si
convieno (contemplarlo), cioè v(p con la monte d’Alcibiade, ubriaco fradicio,
che strepitava: Pov’ò Agatone? Menatemi da Agatone! Entrò, sorretto dalla suo-
natrice e da alcuni dei suoi compagni, e si fermò sulla soglia dell’uscio.
Aveva il capo ricinto d'una folta corona di edera e di viole e adorno d’una
infinità di nastri. E disse: Salute, amici! Vorrete compiacervi di dare un
posto per bere con voi a un ubriaco fradicio, o dobbiamo andar via subito dopo
di aver incoronato Agatone, che è lo scopo per cui siamo qui? Ieri non mi
riuscì di venire, ma ora eccomi qui, col capo coperto di nastri, per rieingerne
dal mio il capo del più sapiente, del più bello, lasciatemelo dire, tra gli
uomini. Iriderete voi forse, perchè sono ubriaco? Ebbene, ridete pure; ma io so
di B3 dire la verità. Intanto ditemi senz’altro, se posso o no entrare a queste
condizioni. Siete pronti a bere con me, o no? Tutti in coro con alte grida gli
risposero che entrasse e si mettesse a giacere, e Agatone ve lo invitò. Egli
venne avanti condotto dai compagni, e poiché si veniva levando que’ nastri per
incoronarne l’ospite, non s’accorse di Socrate, che pure gli stava dinanzi agli
occhi, ma si mise a sedere accanto ad Agatone, tra questo e Socrate, il quale,
come l’aveva visto (2), s’ora tratto da parte. Sedutosi. abbracciò Agatone e
gli cinse il capo. È Agatone disse: Ragazzi, slacciate i sandali ad Alci-
biade, perchè possa sdraiarsi terzo fra noi. Benissimo, disse Alcibiade; ma chi
è questo nostro terzo compagno? E ad un tempo, volgendo gli occhi, vide
Socrate, e vistolo diè un balzo, esclamando: Per Éraeles. che roba è questa?
Socrate qui? Àncora un agguato! E hai preso questo posto per apparirmi, al
solito, dinanzi, dove meno me l’aspettavo? E ora, perchè sei qui? E perchè poi
ti sei messo a giacere proprio in questo posto? Perchè non accanto ad
Aristofane o a qualche altro, che sia o voglia parere un burlone, ma tanto ti
sei destreg- i Alclbiado voniva coronato, pcrchò usciva da uu altro banchetto.
Le corono, elio solovano essero di foglio di mirto, di pioppo bianco o di odora
intrecciato con roso o In Atene a proferonza con violo, si distribuivano dal
servi, quando, finita la cena, si passava a boro. (Hug). Leggo (1)£ éxetvov
xctxstfiev secondo il pap. d’Osslrinco. g iato da venirti a sdraiare accanto al
più bèllo di quanti SOn °B q Soc Agatone, disse, guarda un po’ di difendermi.
perchè l'amore per me di costui non un dà poco a fare Dacché presi ad amarlo,
non son pm padrone di guardare o discorrere con nessun altra bella persona
senza che costui, roso dalla gelosia o daU invicha, non faccia cose dell’altro
mondo, e mi copra d insulti, e per poco non mi metta le mani addosso. Guarda
che anche ora non ne faccia qualcuna delle sue. Metti pace tra noi, o, se cerca
d’aecopparmi, aiutami, perche io ho una paura matta dei suoi furori e delle sue
smanie amorose. Pace tra me e te? ribattè Alcibiade; non è possibile. Ma di
questo ti castigherò in qualche altra occasione. Per ora, Agatone, rendimi un
po’ di codesti nastri, perche ne ricinga il meraviglioso capo di costui qui, e
non mi accusi d’aver coronato te, e lui poi, che vince nei discorsi tutti, e
non solo ier l’altro, come te, ma sempre, non 1 ho coronato. E così dicendo,
prese alcuni nastri, ne cinse capo di Socrate e si mise a giacere. Dopo che si
fu sdraiato, riprese: E che amici? non siete in vena di bere? Io non posso
permetterlo; bisogna bere: è stato il nostro patto. Io scelgo a re del bere,
finché non avrete bevuto abbastanza, me stesso. E Agatone faccia portare, se
c’è, una gran tazza. No, no, non occorre. Ragazzo, a me quel bigonciolò all
s’eraaccorto che conteneva più di otto colili lo riempì e bevve per il primo;
poi ordinò clic si mescesse per Socrate, aggiungendo: Del resto, amici, con
Socrate la mia astuzia non attacca: si può farlo bere quanto si vuole, non c’è
caso che s’ubriachi. Socrate, quando il ragazzo gli ebbe mesciuto, bevve. Ma
Erisslmaco disse: Che facciamo, Alcibiade? Tracanneremo così un bicchiere
sull’altro senza intramezzarvi nè un discorso nè un canto, proprio come degli
assetati? Tì Alcibiade: Erissimaco, eccellente figlio d’eccellente e
sennatissimo padre, salute! La eotile equivaleva a circa un quarto eli litro. E
salute a te pure! rispose Erissimaco. Ma che dobbiamo fare! Quel che tu ordini:
a te bisogna obbedire, Che certo un medico solo vai quanto molti uomini
insieme. Ordina dunque a tuo modo. Ebbene, da’ retta, riprese Erissimaco. Prima
della tua venuta s’era fissato che ciascun di noi per turno a destra
pronunziasse un discorso, il meglio che si poteva, su Eros, in elogio di questo
dio. Tutti noialtri abbiamo parlato. Tu che non hai parlato, ma hai bevuto, è
giusto che ne faccia imo tu pure. Dopo, imponi a Socrate quel che ti piace, ed
egli farà altrettanto per turno a destra con gli altri. Belle parole,
Erissimaco! rispose Alcibiade. Ma non ti pare che a mettere un ubriaco in gara
di discorsi con gente che ha la testa a posto, la partita non sia pari! E dimmi
pure, beato amico: ci credi tu a quel che Socrate ha detto or ora di me? Non
sai che è proprio il rovescio di ciò che egli diceva? Giacche costui, se in
presenza sua mi permetterò di lodare un altro, dio o uomo che non sia lui, non
terrà a posto le mani. Parla con più rispetto, disse Socrate. Per Poseidone,
riprese Alcibiade; non contradirmi. Sai bene che in presenza tua non potrei
lodare nessun altro. E tu fa' come vuoi, ripigliò Erissimaco: loda So'crate.
Come dici! Ti pare, Erissimaco, che convenga? Posso dare addosso a quest’uomo e
vendicarmi di lui sotto i vostri occhi? Ohe, giovanotto, che ti salta in
niente? Con la scusa di lodarmi vuoi mettermi alla berlina? O che vuoi fare?
Dirò la verità. Guarda però di lasciarmela dire. Ma, certo, la verità te la laseerò
dire, anzi voglio che tu la dica. Son pronto, riprese Alcibiade. E tu fa’ così:
se non dico la verità, interrompimi e dammi una smentita, che di proposito non
dirò nessuna bugia. Ma se salterò di 21 palo in frasca, come la memoria mi
suggerisce, non teue sorprendere, giacché non è facile per chi è neUgnie
condizioni enumerare per filo e per seguo tutti 1 tiatti della tua originalità.
Socrate, amici, comiucerò a lodarlo così, per via di paragoni. Costui crederà
forse ch’io voglia farvi ridere alle sue spade; eppure il paragone mira a
rappresentarvelo qual è realmente, non a metterlo in burla. Dico dunque ch’egli
è similissimo a quei Sileni esposti nelle botteghe degli scultori, che gli
artisti raffigurano con zampogne o flauti in mano e che, aperti in (lue,
mostrano nell’interno immagini di dei. Ili dico per dippiù che somiglia al
satiro Marsia. li/ che tu sia nell’aspetto simile a quelli, neanche tu, boera
te, oseresti metterlo in dubbio. Che poi somigli anche nel resto, stanimi ora a
sentire. Sei un gran canzonatore; o no ? Se lo neghi,, presenterò dei
testimoni. E un flautista, no? Anzi più meraviglioso di Marsia. Questi, è
vero?, molceva gli uòmini per via di strumenti con la potenza della sua bocca,
e anche oggi chi suona le composizioni di lui perchè già quelle che Olimpo
suonava appartengono senz’altro a Marsia, che gliele aveva insegnate... e a
buon conto le sonato di lui, o che le esegua un abile flautista o una flautista
dappoco, per essere opera divina, valgono da sole a soggiogarci e farci sentire
(fili prega gli dei e chi aspira ad essere iniziato. Ma Il discorso, ohe
Plutone la pronunziare ad Aloibiado, oltre ad essere l’upplioozione pratica
della toorlca bandita da Socrato, ohe ci ò cosi rappresentato domo l’amanto
perfetto o il tipo vivente del filosofo, è assiri probabilmente anche nn'ahilo
o splendida difesa di costili contro lo maligno insinuazioni d'nn sofista.
Pollerato, cho in un ili,olio contro Socrate doveva aver presentato sotto una
luco tutt’altro olio favorevole lo relazioni d’AMICIZIA elio lutoroedovuno tra
11 maestro od Alclbiado. Questi Sileni orano, paro, una spedo d'armadi,
riproducesti lo fattozzo dei popolarissimi compagni di Dlóniso. e dovovano
esseri, d’uno certa capacita, so nell’intorno potevano contenoro parecchio statuette
o simulacri di numi. E 11 modo corno v'oeconna Aloibiado fa Intenderò ohe
dovessero essere assai noti o comuni !u Atene. Il satiro Murala, in origino un
dio fluviale dell’Asia Minoro, inventore del flauto, flautista cccoUonte o
maestro di Olimpo, a cui Alcibiade accennerà fra poco, addò ad una gara
musicalo Apollo olio suonava la cetra, e, vinto dal dio, fu tratto fuori, della
vagina dolio membra sue tu tu sei (li tanto superiore a lui, che senza bisogno
di strumenti con semplici parole ottieni questo medesimo effetto. Difatti noi,
quando udiamo qualche altro oratore sia pure eccellente, pronunziare degli
altri discorsi, non'ce ne interessiamo, per così dire, nè punto nè poco. Ma ove
qualcuno oda te o qualche altro, e sia pure il più inetto parlatore, che
riferisca le tue parole, o che le oda una donna o un uomo o un giovanetto, no
siamo rapiti ed esaltati. Ed io, amici, se non temessi di passare per ubriaco
sino alle midolla, vi direi, e giurerei, che sorta d’effetti ho risentito dallo
parole di costui e ne, risento tuttora. Giacche a me, quando le odo, ben più
che agl’invasati d’un fluoro coribantico, il cuore ini balza nel petto e mi
sgorgali le lagrime ai discorsi di costui; e anche a moltissimi altri vedo che
capita lo stesso. A udir Pericle e altri oratori di grido dicevo tra me e me:
parlano benissimo; ma non risentivo nulla di simile, nè la mia anima era messa
a soqquadro, nè mi attristavo di menare una vita da schiavo. Ma sotto i
discorsi di questo Marsia ch’è qui, ho provato spesso l’impressione che non
valesse la pena di vivere, vivendo come vivo. E questo, Socrate, non dirai che
non sia vero. E anche ora, non lo nego, ho coscienza che, a volergli prestare
orecchio, non potrei resistere, ma risentirei gli°stessi effetti. Giacché egli
mi obbliga a confessare che, con tante delìcenze che ho, trascuro ancora me
stesso per occuparmi delle faccende degli Ateniesi. E por a viva forza, come
dallo Sirene-, tappandomi gli orecchi, mi sottraggo, fuggendo, per non
invecchiare seduto accanto a costui. E soto davanti a quest uomo ho provato
quel sentimento, che nessuno sospetterebbe m me, il sentimento della vergogna.
Io, sì, ini vergogno soltanto di costui. Perchè sento dentro di me di non
potergli contradiro, che non si debba fare quello a cui egli mi esorta; ma poi,
non appena m’allontano daini, ecco che mi lascio vincere dalle lusinghe del
favor popolare. I Gorlbntltl orano 1 sacerdoti della doa asiatica l’ibelu, elio
o^si 'veneravano con nn colto orgiastico, nelle ani cerimonie erau presi da un
furore divino. Sicché lo evito e lo fuggo; e ogni volta che lo vedo, mi
vergogno d’aver# dato ragione. E spesso vedrei volentieri ch’egli non è più tra
gli uomini; eppure, se ciò avverse, son certo che me ne dorrei assai dippiù,
sicché di quest’uomo non so addirittura che farmi. Dunque, dalle sonate di
costui, di questo satiro qui, e io e molti altri abbiamo provato questi
effetti. Ora statemi a sentire com’egli e simile, anche pei altri versi, a
quelli a cui lo paragonavo, e come e meraviglioso il potere che possiede. Perche,
siatene certi, nessuno di voi lo conosce. Ma ve lo scoprirò io, dacché mi ci
son messo. Voi vedete che Socrate si strugge di amore per i bei giovani, ed è
sempre a loro dintorno, e se ne mostra fuori di sé, e del resto ignora tutto e
non sa nulla. E non è da Sileno codesto? E come! Ma questa, è l'apparenza,
sotto cui s’è nascosto, come il Sileno scolpito. Ma di dentro, aperto,
indovinate voi, compagni bevitori, di quanta temperanza è pieno? Sappiate che
se uno è bello, a lui non gliene importa nulla, ma lo disprezza, quanto nessuno
lo crederebbe; nè se è ricco, nè so ha qualcuna di quelle dignità che
costituiscono per la folla il colmo della beatitudine. A tutti questi beni egli
non dà nessun valore, e nessuno a noi ve lo dico io e passa tutta la vita a far
dell’ironia e a scherzare alle spalle degli altri. Ma quando fa sul serio ed è
aperto, non so se qualcuno ha visto i simulacri di dentro; ma io li ho visti
una volta, e mi parvero così divini e aurei e 21? bellissimi e mirabili da
dover fare senz’altro quel che Socrate comanda. Infatti, credendolo preso
davvero della mia bellezza, stimai un guadagno e una fortuna meravigliosi che
mi si offrisse il destro di far cosa grata a Socrate e udire così tutto quello
che egli sapeva, perchè ero orgoglioso della mia bellezza, e in che modo! Con
questo in mente, mentre prima non ero solito di trovarmi da solo a solo con
lui, senza qualcuno che m’accompagna, d’allora in poi mandavo via il mio
accompagnatore e rimanevo solo con lui... giacché a voi devo dire tutta la
verità; ma voi state attenti, e se mentisco, tu, Socrate, sbugiardami. Dunque,
amici, rimanevo con 1ni solo a solo, e m’aspettavo eli egli mi tenesse subito
uel discorsi che un amante suol tenere con un amato, rmattr’oeehi, e ne godevo.
Eppure non avveniva nulla m mesto: com’era solito, discorreva con me, e,
trascorsa tutta la giornata insieme, andava via. In seguito lo invitai ad
esercitarsi con me nella ginnastica e mi esercitavo con lui, illudendomi che
così avrei raggiunto il mio ‘ooo E infatti egli si esercitava e lottava con me,
spesso senz’alcun testimone. Ma che! non si faceva un passo. Poiché nemmeno
questa via spuntava, mi parve che con nuest'uomo si dovesse venire ai ferri
corti e non dargli tregua dal momento che mi ci ero messo, ma vederci chiaro in
questa faccenda. Lo invitai così a cena con me, tendendogli un tranello,
proprio come un amante a un amato. E sulle prime non volle neppure accettare;
tuttavia, in capo a qualche tempo, s’arrese. Quando venne la prima volta,
finita la cena, volle andarsene, e pei allora, vergognandomi, lo lasciai Ubero.
Ma un alti a y fatto il mio 'piano, poiché si finì di cenare, Scorsi con lui
sino' a notte inoltrata; e quando egli voleva andai via, col pretesto che-
fosse tardi, lo costrinsi a rimanere Egli riposava nel letto dove aveva cenato,
accanto a mio, e nella stanza non dormiva nessun altro ah infuori di noi. Ein
qui il racconto è tale, che si può faie in p senza d’ognuno-, ma di qui in
avanti non im sentireste parlare, se in primo luogo, come dice il proverbio il
i ino e senza fanciulli e con fanciulli, non fossi veritiero, e poi nascondervi
un tratto cosi superbo di Socrate, ora 'che son qui per farine un’ingiustizia.
Ma c’è'di più: io sento ancora 1 effetto eli prova chi è morso da una vipera.
Porche, dicono, ì’ha sofferto non vuol parlare del proprioa ai morsicati, come
i soli che sappiano smn chsposri a compatire tutto quello che egli e giunto a
fare e dire sotto la, sferza del dolore. Sicché io, morso da tintura più
dolorosa e nel punto più doloroso ni cui si possa Da du^o luogo il provo.-t.io
apparisco corno presente alla mente il ’Aicibia.lo sotto lo ano formo, tra lo
parecchie che so ne coniano. .1. oho £ ’ vi- e vorilA-, c olvo; xat ì8s C ™o o
fanciulli sono voritlorl ’. esser morsi ferito e morso nel cuore, e nell’anima,
o com’altro si voglia chiamare, dai discorsi filosofici che son più cattivi
d’una vipera, quando s’attaccano all’anima non ignobile d’un giovane, e gli fan
dire e fare qualsiasi cosa. E, del resto, in presenza d un Fedro, d’un Agatone,
d’un Erissimaco, d’un Pausania, d un Aristodemo e d’un Aristofane Socrate
stesso a che- nominarlo? e txitti voi altri? chè tutti siete posseduti dal
delirio e dal furore filosofico e però tutti udrete, perchè siete tutti in
grado di compatire ciò ch’io feci allora e vi dirò ora. Quanto a voi, servi, è
se c’è altri profano e rozzo, tiratevi delle porte ben grandi sui vostri
orecchi Poiché, dunque, amici, fu spenta la lucerna e i servi andarono a
dormire, mi parve che non fosse il caso di ricorrere a raggiri con lui, ma di
spiattellargli francamente quel che sentivo. E, scotendolo, gli chiesi:
Socrate, dormi? No, non dormo, rispose. Ebbene, sai che cosa ho risoluto? E che
cosa? mi chiese. Tu sei, ritengo, il solo degno d’esser mio amante, e vedo che
esiti a farmene parola. Ora io la penso cosi: credo che sia una grande
stoltezza da parte mia non compiacerti e in questo e in altro, se hai bisogno
delle mie sostanze o dei miei amici. Per me, quello che soprattutto mi preme è
di divenire quanto migliore io possa; e in ciò, credo, non potrei trovare un
collaboratore più valente di te. Sicché a non compiacere ad un nomo come te mi
vergognerei ben più agli occhi delle persone di senno, che non a compiacerlo,
agli occhi dei molti e sciocchi. Egli mi stette a sentire, e poi con quella
sottile ironia, che gli è propria od abituale, mi rispose: Parto Alcibiade, tu
risichi realmente di non essere un dappoco, se mai è vero ciò che dici di me, e
se c’è in me un potere, per il quale tu possa divenir migliore. Tu avresti così
scorto in me una bellezza irresistibile e La locuzione 6 tolta dal linguaggio
del misteri. ma molto superiore alla tua leggiadria. Cosicché, scorgendola,
tenti d’accomunarti con me e barat- Mre beSa per bellezza, ti proponi di fare a
mie spese fca in (la ano tutt’altro che insignificante, anzi in lao„o a-.o.!.™
1. veri. del teli e luisidi scambiare veramente ferro con oro. Ma, beato amico,
rifletti meglio, se non t’inganni a partito m conto mio. Bada: gli occhi della
mente vanno diventando più acuti a misura che quelli del corpo perdono del loro
vigore, e tu sei ancora lontano da questo momento. c iò, dissi: La mia idea è
questa, e non ho detto niente di diverso da quel che penso. Quanto a te.
considera quel che ti sembra il meglio nel tuo e nel mio interesse., Ma sì, ben
detto! rispose. Difatti non mancherà tempo per ripensarci e fare quel che ci
parrà meglio nell interesse di tutt’e due, così in questa, come in ogm altra
faC Orario, dopo d’aver detto e udito queste parole e avergli tirato quelle
frecciate, lo credetti ferito. E levatomi dal mio posto e senza più dargli
tempo di dir nulla, gli gettai addosso il mio mantello, proprio questo qui era
anche allora d’inverno e nn rannicchiai sotto la mantellina logora di costui, e
gettate le braccia al collo di quest’uomo veramente divino e meraviglioso, me
ne stetti a giacere accanto a lui l’intera notte. E nemmeno in questo, Socrate,
dirai che mentisco. Ebbene nonostante che io avessi fatto tutto questo, egli si
mos r di tanto superiore e tenne così a vile e sprezzò tanto la mia bellezza e
la vilipese a tal punto eppure io credevo che qualcosa valesse, o giudici,
perche voi ora siete mudici della superbia di Socrate... ebbene ve lo giuro per
tutti gli dei e per tutte le dee, dopo d’aver dormito accanto a Socrate
l’intera notte, mi levai, nò piu uè meno, che come se avessi dormito con mio
padre o con un mio fratello maggiore. Allusione al cambio dello anni tra Glauoo
e Diomede: et. sgR. E dopo ciò, quale credete che fosse il mio animo? Da un
canto mi vedevo disprezzato, e dall'altro ammiravo l'indole, la temperanza e la
fortezza di costui, che m’ero imbattuto iu un uomo tale, come non credevo mai
di poter incontrare il simile per senno e per forza d’animo. Cosicché non
riuscivo nè ad adirarmi con lui e rinunziare alla sua compagnia, nè a trovar la
via per attirarmelo. Ben.sapevo che al danaro egli era. da ogni parte assai più
invulnerabile che Aiace al ferro, e solo mezzo, per cui credevo di poterlo
prendere, m’era sfuggito di mano. E così, a corto d’espedienti e asservito da
quest’uomo, come nessuno da nessun altro al mondo, io gli giravo sempre
dattorno. Questi casi m'erano già seguiti, quando più tardi facemmo insieme la
campagna di Potidéa ed eravamo compagni di mensa. Ebbene, innanzi tutto, nelle
fatiche egli vinceva non solo me, ma anche tutti gli altri. Allorché, in
qualche luogo, come spesso capita in guerra, eravamo costretti a patir la fame,
gli altri, nel resistervi, appetto a lui non valevano uno zero, mentre imi nei
momenti di scialo, era il solo che sapesse goderne, e senza esser proclive al
bere, quando v'era costretto, superava tutti, e, cosa anche più sorprendente,
non c’è nessuno che abbia mai visto Socrate ubriaco. E di ciò penso che ne
avrete ben presto la prova. Quanto poi a sopportare il freddo e lassù i freddi
sono terribil faceva cose inverosimili, e perfino a volte, mentre c’eran delle
gelate da non si dire, e tutti o non mettevano il naso fuori o si coprivano
fino alla cima dei capelli e calzavano scarpe e 'avvolgevano le gambe in feltri
e pellicce, costui, con un tempaccio di quella sorta, se n'usciva coperto della
sua, mantellina abituale, e scalzo camminava sul ghiaccio meglio degli altri
calzati, e i soldati lo guardava]) di traverso, perchè pensavano che egli li
disprezzasse. Politica, colonia di'Corinto nella penisola ili Pallone, erti,
albata tlegli Ateniesi. Ma noi, con l'aiuto dei Corinti o di Perdlccn re ili
Macedonia, si ribellò, e non fu ridotta all'obbedienza, se non dopo una cam-
rogna o un assedio E questi, non c’è che flire, fatti. Ma quello -che poi fece
e sostenne il fortissimo uomo ima volta, durante quella spedizione, mette conto
li-essere udito. Assorto in qualche pensiero stette in piedi odo stesso posto a
meditare sin dalle prime ore del mattino, e poiché non ne veniva a capo, non si
moveva, ma rimaneva li fermo a meditare. Era già mezzodì, la o-ente lo notava e
diceva: rSocrate e li inchiodato a Lunare da stamani per tempo. Finalmente
alcuni Ioni, sopravvenuta la sera, dopo d'aver cenato era d estate portaron
fuori i loro pagliericci; e mentre si metteno a dormire al fresco, seguitavano
a tenerlo d occino per vedere, se ci fosse rimasto anche la notte. Ed egli ci
rimase fermo sino all’alba e allo spuntare del sole poi fece la sua preghiera
al sole e andò via. Ora, se volete, nelle battaglie perchè è giusto rendergli
questo merito quando avvenne quella battaglia, in cui 1 generali dettero a me
anche il premio del valore, nessun altro mi trasse in salvo se non costui, clic
non volle abbandonarmi ferito, e salvò insieme e le mie armi e me stesso. Ed io
anche allora, Socrate, insistetti presso ì generali, perchè il premio fosse
attribuito a te, e in questo non mi moverai rimprovero, nè dirai che mentisco,
.a poiché quelli, per riguardo alla mia condizione sociale, volevano dare a me
il premio, tu eri anche piu insistenti dei generali, perchè l’avessi piuttosto
io che tu. E ancora, amici, degno di ammirazione fu il contegno di Socrate,
quando l’esercito si ritirò in fuga da Delio. Io cero tra’cavalieri, lui tra
gli opliti. Nello scompiglio generale egli S i ritirava insieme con Lachete. Io
sopraggiungo, e come li vedo, li esorto a farsi animo, e di coloro che non il)
È un verso omerico leggermente modificato; cf. Od. La battaglia <11 Dello in
Beozia, dove gli Ateniesi lurono sconfitti dai Tolmuì, accadde noi. Era un
bravo gonorate ateniese, di poco più vaccino di Scorato. olio mori In battaglia
nel US a. C. Da lui prose nomo uno doi dialoghi piatonici. Soli abbandonerò. E
qui ammirai Socrate anche più che a Potidea giacché io stesso avevo meno paura,
perchè stavo a cavallo in prima, di quanto egli fosse superiore a Lachete per
la padronanza di sè, e poi mi pareva mi servo delle tue parole, Aristofane che
egli cammina lì come qui, con aria spavalda, gittando gli occhi a destra e a
sinistra, squadrando calmo amici e nemici e mostrando chiaro a tutti, anche di
lontano, che se qualcuno lo avesse toccato, egli si sarebbe difeso con la
maggiore bravura. E così se n’anda via con gran sicurezza, egli e l’amico.
Perchè quelli che in guerra mostran questo contegno, quasi quasi non li toccano
neppure, ma danno addosso a chi scappa a gambe levate. ('erto, di Socrate ci
sarebbero da lodare molti altri lati, e non meno ammirevoli. Però d’altre
qualità si può forse dir lo stesso anche per altri, ma quel non essere simile a
nessun altro uomo, così tra gli antichi come tra’ presenti, questo è
soprattutto ammirevole. Ad Achille, per esempio, possiamo paragonar Bràsida e
qualche altro, e Pericle a Nestore e ad Antenore e ce n’ò parecchi e così
potremmo trovare dei confronti per altri. Ma un uomo che sia stato per
originalità come costui, e lui e i suoi discorsi, nessuno non lo troverebbe
nemmeno a un dipresso, per quanto cercasse, nè tra i presenti, nè tra gli
antichi, a meno che non lo paragoni a quelli che dicevo, a nessun uomo, ma ai
Sileni e ai Satiri, lui e i suoi discorsi. Giacché, a proposito, anche questo
ho dimenticato di dirvi da principio, che anche i suoi discorsi sono in tutto
simili ai Sileni che s’aprono. Infatti, se uno volesse prestare orecchio ai
discorsi di Socrate, gli par- Allusione al v. delle ‘Nuvole’. Brasida, morto in
una famosa battaglia, nella quale inflisse uno terribile rotta affli Ateniesi
presso Anflpoli, colonia attica sullo Strimone in Tracia da lui tolta ai suoi
fondatori, fu uno dei più eroici e maffnanimi generali spartani. Antenore, eroe
troiano, che ai distingueva per la sua prudenza, come per prudenza c valore si
distingueva Nestore tra Greci. rebbero addirittura ridicoli a prima giunta;
tali sono le parole e le frasi di cui si rivestono, pelle di satiro burlone:
non discorre che d’asini da soma e di fabbri e di calzolai e di conciapelli, e
par che dica sempre le stesse cose con le stesse parole, sicché qualunque
persona ignorante e sciocca può ridere dei discorsi di lui. Ma chi per caso li
veda aperti e vi s’addentri, prima di tutto li troverà i soli discorsi che
entro di sé abbiano una mente, e poi divinissimi e pieni d’innumerevoli
simulacri di virtù, tendenti ad altissimi fini, o, per dir meglio, tendenti a
tutto quello a cui deve mirare chiunque voglia essere un uomo veramente ammodo.
Questo, amici, è il mio elogio di Socrate. E d’altronde, mescolandovi anche le
accuse, v’ho detto in che egli mi offese. Del resto egli non s’è condotto a
questo modo soltanto con me, ma e con Càrmide di Glaucone e con Eutidemo di
Diocle e con moltissimi altri, dei quali si fingeva l’amante, e ne divenne
piuttosto 1 amato. E perciò appunto avverto anche te, Agatone, di noli
lasciarti abbindolare da. costui, ma, ammaestrato dai nostri casi, sta’ in
guardia e non imparare, secondo il proverbio, come uno sciocco, a proprie
spese. Quando Alcibiade finì di discorrere tutti, al dire d’Aristodemo,
scoppiarono in una grande risata per la franchezza di lui, chè si mostrava
tuttora innamorato di Socrate. E Socrate osservò: Alcibiade, tu non sei, mi
pare, niente affatto ubriaco, altrimenti non avresti potuto, rigirando con
tanta abilità il tuo discorso, nasconder lo scopo di tutto quello che hai
detto, e che hai poi accennato di straforo -in fine di esso, quasi che non
avessi parlato unicamente per questo: pei metter Càrmide ora zio di Platone dal
lato materno. Nel dialogo intitolato da lui cl 6 dipinto corno bello dolio
persona e d’animo aperto agli studi filosofici. Aristocratico o partigiano
doll’orìstocrazia, cadde nel. combat- tlmonto ia seguito al quale fu rovesciato
il governo del Trenta tiranni. Eutidemo di Diodo ora un giovano ammiratore di
Socrato da non confonderò col solista omonimo da cui s’intitola un dialogo
platonico. Aeoonno ad un proverbio olio troviamo gu\ sotto varie forme in Omero
e in Esiodo. male tra ine e Agatone, perchè ti sei fitto in mente che io devo
amare te e nessun altro, e Agatone dev essere amato da te e da nessun altro. Ma
ti sei tradito, e tutti hanno visto a che mira codesto tuo (trama satiresco e
silenico. Senonchè, caro Agatone, procuriamo che egli non se ue giovi punto, ma
fa’ in modo che nessuno metta male tra me e te. E Agatone: Socrate, in fede
mia, hai ben ragione, mi pare. E lo argomento dal fatto ch’egli s’è venuto a
sdraiare in mezzo tra me e te per tenerci separati. Ma non ne caverà nulla,
anzi io verrò a sdraiarmi accanto a te. Benissimo, rispose Socrate, vieni qui,
alla mia destra. O Zeus, disse Alcibiade, che mi tocca di soffrire da
quest’uomo! Vuol sempre e ad ogni costo sopraffarmi, ila, se non altro,
mirabile uomo, lascia che Agatone resti almeno fra noi due. Impossibile,
riprese Socrate. Tu hai lodato me, io, a mia volta, devo lodare chi mi sta a
destra. Se Agatone si sdraierà dopo di te, non dovrà egli lodare nuovamente me
piuttosto che esser lodato da me? Ma via, non insiste, divino amico, e non
invidiare a questo giovane le lodi che voglio farne, perchè sono impaziente di
tesserne l’elogio. Ahi! Ahi! Alcibiade, disse Agatone. Non c’è verso che io
resti qui; cambierò posto ad ogni modo per avere le lodi di Socrate. Ed eccoci
alle solite! Dov’è Socrate, è impossibile che un altro goda delle belle
persone. Vedete ora che pretesto opportuno e plausibile ha saputo trovare,
perchè Agatone vada a mettersi accanto a lui! A questo punto, dunque, Agatone
si levò per andare a sdraiarsi a lato a Socrate. Ma, ad un tratto, ima numerosa
brigata di nottambuli avvinazzati giunse davanti alla porta-, e trovatala
aperta, perchè qualcuno era uscito, si cacciò nella sala e prese posto a
tavola. Allora il chiasso divenne incredibile, e tutti, senz’alcuna regola,
furon costretti a bere disperatamente. Erissimaco, Fedro e qualche altro,
diceva Aristodemo, andarmi via; egli fu preso dal sonno, e rimase un gran
perché le notti eran lunghe, ne S1 tratto a do ’ oa nto dei galli. E destatosi,
TJu .o „ se no er.no andnft de elio h U ‘ ^tofane e Socrate rimanevano au-
soltanto Agatone, AJq ^ ^ verg0 destra, da coni desti, So ’ ora te discorreva
con loro. Di che una gran donassero, Aristofane non ricordava Costi > c
qonneòchiare, e prima cadde addormen cominciarci <,, minutar del °iorno,
Agatone. iiiiSBESii naia e Topo, siiinmbrunire, tornò a casa a riposare. uno
dei "aeiia oitu ° 8oelto più tardi da Aristotele a sede della sua scuola.
rz„thvohro. Apologià, Crito, Phneilo (Bonghi) l Mn t O i e- 0 ; 0 I ? n ^ P 0
hnni sulla vita d, Platone .> 0 I» '£..fed5sicr-.tè » n il Fellone • • •
ent,; r ii, curante H. Ottino 1 20 ® e “*^®ffTni CÌr An b i •" K,l ”. SI;
. . >, ' 1 . Li ber > Al Jri rimedia), curante H. Ottino.> H
Institut.o Cyrt^C P c 1 q uìi i h (prossima pubblio a zwnt). 11 Gerone, e cor»
Colon0i ourlHÌt e E. De March. . ® Sofocle “Tt? ì>e Marchi). 1
S°Cchtnie?curante S. Traduzioni di Autori Latini. V Enitalamio per le nozze ili
'fetide c l'eleo. Carme Catullo 0. v Ri ‘moento e traduzione poetica di 1.
Gironi L. 1 20 testo latino, c.i J _ p 008ie scc lte voltate in prosa italiana,
cor Catullo, libali»^ Vtoerzo i Seconda edizione o0 redato di noto da/-.. „
uorro gallica e civile volg.,nauti da CM ‘ te c-Ugoni SS bmg;.aifchc e sferiche
per cura di G. Pinzi _ commentari sulla guerra gallica Commentari “ u R“XTett£e
piti 'comunemente studiate negli istituti “•Soi."Traduzione di
VzfcUhcorredata TnSi’eJ'rivcdut’a'mi cmeUita suil’ediz. Tei.tiiicriuna da T.
Gironi Dei Doveri (gli Uiìzi) .*.> La Vecchiezza e l’Amicizia a- x g Pollini
. 1 “ Scinione. Testo eversione pe cu Il «agito cU^o^iono T^to e g- -
L’orazione a difesa di T. A., a Capitani ; traduz. e noto di Z. Canni Cornelio
N. - De vite degli eqooULnn C 1 t ^ ^ note storiche, lllolo- Fedri). Favole
voltate in lingua la"™! .1 . s, edizione gicl.e, geografiche e mitologici
e da Atm rm^ Q Le favole nuovo recate in v( ;^ 1 (la o. L. Mabil: Livio T. La
Storia romana, tradotta na .> l,ibri I-H riveduti da T. Gironi. da !..
Andreozzi. {In ristampa)- fji r0 „i. con note. > 1 Fasti; volgarizzamento
poetico d. i. ., Ut £ UMli; . • ‘ tro ; nionotu. 'lesto latino e traduzione
to^A.-Trin»mmu8V\T V sia,«nini «uiBnao scoile; ioni»» w Tibullo. Catullo e Properaio.
a 0 . / Vrtw.5-C?, S?, !h SSutS"., 1 . K«1J« * «* Le imprese di AU-h-u» 1
poetico d. f. Girci,. e > viratila p m 1,11 Buoolieu ; '•o'K,n,fAf“"' i
r s ., lix | 0 n>- 1 ; fllnlnma 0 dhltterpi ih rtó di' opere e ani Lm-iiif.
(tradotta da Caro) coti not' • n ftr bone gariz/iuneuti di Virgilio, u cura «li
* PARAVIA et C. Traduzioni di Autori Greci Aaaertonle ed Anacreontiche.
Traduzione letterale con riguardo alla costruzione-o brevi note per 01.
Aurenghi: Edizióne espurgata L. Demostene Le tro Orazioni contro Filippo;
traduzione letterale con ri- J. guardo alla costruzione o note per Ol. Aurenghi
Lo Olinticho; traduzione letterale italiana con riguardo alla costruzione o
note per 01. Auronghi. Kschllo. Le Eumenidi, dramma. Traduzione letterale con
riguardo alla costruzione 0 uote di 01. Aurenghi.> Esiodo. Le opere e i
giorni. Traduzione di C. Mazzoni ( jìroasima pubblicazione). filala. Eo
Orazioni contro Eratostene c contro Agorato; traduzione lct- teralo con
riguardo alla costruzione e note poi 01. Aurenghi . j j0 Orazioni: per un
cittadino uccusuto di moueoligar chiche Fer un invalido; traduzione letterale,
coti riguardo alla costruzione, e note di Ul. Aurenghi. Omero.Canto VI
dellTliado; colloquio di Ettore e di Andromaca. Traduzione e noto per 01. Aurenghi.>
0 60 Iliade; canto I, La peste - L’ira. Trad. letterale e noto per 01. Auronghi
> 0 60 Odissea ; canto I, Concilio degli Dei - Esortazione di Atena a
Telemaco. Traduzione letterale e note per Ol. Auronghi .L’Odissea tradotta da
Pimientonte, con note di X. Festa.> Platone. I dialoghi. Nuovo volgarizz. di
GL Me ini, con argoiuonti e note: Il Olitone, ossia dello azioni l in
ristampo,). L’Eutitxom, ossia del Santo. Apologia di Socrate.> Fedone, OEsìa
della immortalità dell’amiPft.> Il r elione. Ubala uuiiu mimui imiia ucii .
Il Critone; traduzione letterale italiana con riguurdo alla costruzione o noto
per DI. Auronghi.Apologia di Socrate; traduzione letterale, italiana con
riguardo alla costruzione e noto per 01. Aurenghi.v ..Fedro,Traduzione di
Martini. Il Convito. Traduzione di Martini. Senofonte. Anabasi 0 spedizione di
Ciro, traduzione di Aaibrosoli Mollnori Mi; Brani scelti di poemi omerici è
dólPErieide nelle migliori iitO/lllTt/ln! I Kt I r. i\ » biuuufiiuin immilli!
.. 1 Oi*j “* Crestomazia degli autori grooi e latini nelle migliori traduz.
italiane . lo ; Botiertl'G, La eloquenza greca. Vita ili Pericle. Epitomo,
nigonmuto © noto Vita di Usila. Apologia prr l uccisione di Eratostonn,
argomento e noto. Orazione contro Erntostono, argomento © noto Orazioni» contro
AvÀrnth nmninanfi. 1» nnit> — vii» ft’Tsn, AUMENTO. Carlo Alberto Diano.
Carlo Diano. Diano. Keywords: errante dalla ragione, emendato, il segno della
forma, il simposio ovvero dell’amore, Mario l’epicureo – homosocialite – forma,
segno, convite, Orazio, Virgilio, filosofia roma antica. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Diano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Dicante: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. According to Giamblico, a Pythagorean. Dicante. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dicante,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dicerco: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), a
Pythagorean. Dicerco. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Dicerco,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diconte: la ragione conversazioale e la setta di Caulonia -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Caulonia). Filosofo italiano. According to Giamblico, a Pythagorean. Diconte.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Diconte,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dima: la ragione conversazionale e la setta degl’ottimati -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico a Pythagorean. Dima.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dima,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diocle: la ragione conversazionale e la a setta degl’ottimati -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotona). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean – one of those who left Italy
when the Pythagorean communities there came under attack. According to Diogene Laerzio, a pupil of Filolao di
Crotona and Eurito di Taranto. Diocle. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Diocle,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diocle: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Sibari). Filosofo italiano. Pythagorean.
Giamblico. Diocle. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice e Diocle,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice Diodoro: la ragione conversazionale all’orto di Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A follower
of the Gardener. He committed suicide in a state of contentment and with a
clear conscience, according to Seneca. Diodoro.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Diodoro,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diodoro: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Palermo). Filosofo italiano. He writes a
history of the world that largely survives. The Library of Hstory is a valuable
source of information about the thought of antiquity. Ed. C. H. Oldfather. Nome compiuto: Diodoro Secolo.
Diodoro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Diodoro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diodoro: la ragione conversazionale e la rettorica filosofica -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. According to Suda, a philosopher and the son of Polio Valerio. He wrote on rhetoric. Nome compiuto: Diodoro Valerio.
Diodoro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Diodoro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diodoto: la ragione conversazionale al portico di Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo
italiano. Member of the Porch, tutor of Cicerone. He lives in Cicerone’s house.
He dies there and leaves Cicerone all his property. Diodoto. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Diodoto,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Diogene: la ragione conversazionale al portico a Roma – filosofa italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of a deputation to Roma – with
Carneade and Critolao – before the Senate. Thanks to the lectures he gives
during his Roman holiday, many Romans became interested in the Porch for the
first time. Diogene. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Diogene,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dione: la ragione conversazionale all’orto di Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He appears
to have been a follower of The Garden with whom Cicerone was acquainted but for
hom he had little time or respect. Dione.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dione,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dione: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Cristostomo – Cocceiano – Taught at Rome, became a philosopher thanks
to the influence of Musonio Rufo. According to Flvio Filostrato, he was
acquainted with Apollonio and Eufrate. One of his pupils was Favorino. He was
banished from Italy by Domiziano. Dione.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dione,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dione: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma) Filosofo italiano. Philosopher. He was honoured
by a statue in Rome. Dione. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dione,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Dione: la ragione conversazionale all’isola – Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. A friend
of Plato for years. He had an erratic political career, sometimes seeking or
managing to rule Syracuse either directly or through others, sometimes in
exile. During one of his periods in exile he stayed at the Accademia. He was eventually assassinated. Dione. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dione,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Dionigi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale intorno al
Cratilo – scuola di Barletta – filosofia barlettese – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Barletta). Filosofo barlettese. Filosofo pugliese. Filosofo
italiano. Barletta, Puglia. Grice: I like Dionigi; for one, he wrote on
Cratylo, which I love! Grice: In
Platos Cratylo theres possibly all the vocabulary you need to understand
Peirce! As if Plato foreshadows C. W. Morris! -- Postmodern Italians like
Donigi, and they created a cocktail in his honour! His philosophising on
Socrates philosophising with Cratilo on semeiosis proves Whiteheadss dictum
that all pragmatics is footnotes to Grice, and all Grice is footnotes to Plato!
Si laurea a Barletta. Il
suo primo saggio, sotto Althuser, Bachelard. La "filosofia" come
ostacolo epistemologico. Insegna Bologna. Centrale, nella sua riflessione, e
Nietzsche (Il doppio cervello di Nietzsche), analizzato sia in chiave ermeneutica
che logico-filosofica. Anche Bataille e un lucido bilancio di Marx
("L'uomo e l'architetto). Il processo di ripensamento della sinistra
italiana lo vide di nuovo impegnarsi in prima persona. Si accost poi alla
filosofia analitica e alla svolta "linguistica", vista come
approfondimento della critica della metafisica. Le saggi si concentrano
sull'ermeneutica ("Nichilismo ermeneutico), sulla semiotica, segnatura,
semantica antica (Nomi Forme Cose. Intorno il Cratilo di Platone) e soprattutto
sul pensiero di Wittgenstein (Definite descriptions descrivere -- La fatica di descrivere.
Itinerario di Wittgenstein nel linguaggio della filosofia), del quale
condivideva pienamente l'esigenza di ripensare il linguaggio (segnatura) come
la "cosa stessa" della filosofia. Cocktail Dionigi e un documentario
contenente testimonianze di alcuni dei maggiori pensatori italiani su Dionigi,
tra i quali Berardi, Bonaga, Picardi, Eco, Cacciari, Marramao. Altre opere:
Bachelard. La "filosofia" come ostacolo epistemologico, Il doppio
cervello di Nietzsche, Bologna, Cappelli Editore, Nomi Forme Cose. Intorno al
Cratilo di Platone, La fatica di descrivere. Itinerario di Wittgenstein nel
linguaggio della filosofia: Un filosofo tra Platone e il bar cf. Speranza, Grice: un filosofo tra
Aristotele e il pub. su ricerca.repubblica, Cocktail Dionigi. The development
of Platos Cratilo. Commentaries on the Cratilo nella filosofia romana antica.
Cicerone e il Cratilo. -- Sulla
correttezza -- dei nomi. Personaggi: Socrate, Cratilo, Ermogene. Il
Cratilo un dialogo di Platone. In
esso trattato il problema del
linguaggio, o meglio, della correttezza -- dei nomi o espressioni. Protagonisti
del dialogo sono Socrate, Ermogene e Cratilo. La maggior parte dei filosofi
concorda sul fatto che venne scritto principalmente durante il cosiddetto
periodo di mezzo di Platone. Incontro tra Socrate, Ermogene e Cratilo.
Formulazione del problema e delle due tesi sulla correttezza corretto
lo corretto di una espressione o
nome. Socrate incontra Ermogene e Cratilo, che stanno discutendo attorno al
problema del correttodi una espressione e viene messo a parte da Ermogene delle
teorie di cui sono sostenitori. Cratilo afferma infatti che una espressione e
per natura physei -- ossia rispecchia
realmente il reale; Ermogene crede invece che lespressione e non naturale, ma
arbitrario (lo naturale, physikos; larbitrario
thetikos --. deciso dalluso e dalla convenzione. Confutazione della tesi
di Ermogene: Una espressione racchiude in s qualcosa della cosa (il reale) a
cui si riferisce. Socrate comincia a confutare la tesi di Ermogene, mostrando
che una espressione non e solo convenzioni, ma anzi rappresentano un qualcosa
della cosa o del reale a cui si riferiscono; contiene cio una qualche caratteristica
che la rende perfetta nell'adattarsi alla cosa descritta. Lo dimostra il fatto
che esistono un discorso vero e un discorso falso. Poich lespressione (A,
B) parte del discorso (A e B, S e
P), evidente che lespressione utilizzata
nel discorso vero deve essere corretta. Quella usata nel discorso falso non lo
e. Colui che ha deciso lespressione, il legislatore, uomo sapiente (the master)
ha infatti rivolto la sua attenzione all' idea o concetto (implicatum) dellespressione,
adattandolo poi a questa o quella necessit descrittiva, adoperando sillabe e
lettere differenti. Il legislatore crea una espressione solo corretta,
basandosi proprio sulla natura della cosa, del reale. Ha qui inizio una sezione
etimologica. Vengono presi in considerazione lespressione di di come Tantalo e
Giove e viene parallelamente sviluppato un eguale ragionamento sullespressione
delle qualit dell'uomo, come l' anima o il corpo. In seguito si passa ad
analizzare il corretto dellespresione degli astri, dei fenomeni naturali. Il
ragionamento si dilunga sulle qualit morali dell'uomo. Il corretto di una
espressione si misura in base al corretto degli elementi che lo compongono, le
fonemi Dopo questa disquisizione Socrate spiega ad Ermogene che lespressione
fino ad adesso analizzato e una espressione composta (complexus). Questa
caratteristica di essere un compost (complexus) la rende suscettibili di
un'ulteriore indagine: quella degli elementi che lo compongono, come le fonemi.
Le fonemi, o, pi in generale, lelemento morfo-sintattico che forma lespressione
(Fido is hairy-coated, Fido was hairy coated, Fido and Rex ARE hairy
coated lespressione, deve infatti
riprodurre l'essenza della cosa, del reale, giacch al reale che si riferisce. Inizia qui
l'analisi di alcune fonemi come rho e lambda. Cratilo si oppone a questa tesi
di Socrate. Sostiene che una espressione
sempre giusta, corretta, propria, vera, perch della stessa natura delle cose che descrive.
Una sbagliatura non una espressione.
Socrate comincia a confutare la tesi di Cratilo. Non possibile infatti dire che lespressione e il
reale a cui si riferisce siano la stessa cosa. Lespressione Fido is hairy
coated e il fatto che Fido is hairy coated e proprio hanno qualcosa in comune,
cos come un ritratto di Alcebiade racchiude qualcosa dAlcebiade che reproduce.
Tuttavia non sono due cose uguali. Se si ammette questo fatto (e Cratilo,
seppur poco convinto, lo fa) bisogna allora ammettere anche che esistono
sbagliatura e lespressione corretta, vera, giusta. Del resto un ritrattista pu
nelle intenzioni riprodurre Alcebiade e poi essere dissimile. Cratilo contesta
ancora a Socrate il problema della conoscenza tramite il linguaggio. Se luomo
conosce e apprende il reale attraverso lespressione, evidente che non potrebbe esistere nessuna conoscenza
se lespressione non fosse corretta, vera, giusta, propira, cio se lespressione
non fossero della stessa natura delle cose. Socrate sostiene allora che un
legislatore, alladopere una espressione, non
detto che avesse un'opinione giusta corretta vera del reale. Il
legislatore infatti non pot apprendere attraverso lespressione, perch ancora
non era stata inventata (cf. muon).
possibile allora che abbia fatto dellerrore e ci dimostrato dal fatto che una espressione puo
non essere corretta, giusta, vera atomo,
anima, ecc. Esiste un modo migliore per conoscere: non attraverso lespressione,
ma attraverso il reale; solo il reale puo non essere contraddetto, mentre
lespressione si presta a molteplici interpretazioni. La possibilit di una
conoscenza (opinione vera e giustificata) e del corretto dellespressione
risiede nella stabilit del reale. Poich la natura stabile, e rimane sempre uguale, allora possibile denominarla con precisione. Cratilo
si mostra poco convinto e alla fine si allontana da Socrate insieme ad
Ermogene. Ermogene simboleggia la concezione sofistica del linguaggio. Per il
sofista, a partire dal italico Protagora, se l'uomo misura di tutte le cose, ogni tipo di
espressione si adatta a seconda delle condizioni poste dall'uso. Lespressione
Fido is hairy-coated puramente arbitraria convenzionale. E possibile che non c' nulla
in comune tra una espressione ed il reale (traspassa la fase iconica). Tuttavia
l'uso comune fra il mittente e il recettore ha permesso quest'accettazione
(arbitraria da parte del mittente) e si reputa corretto spiegare che Fido hairy-coated (shaggy). Tuttavia ugualmente
bene andrebbe lespressione "scoiattolo" o "cicala" giacch
non sussiste nessuna somiglianza tra lespressione (shaggy) e il reale
(hairy-coatedness). Cratilo simboleggia invece la concezione naturale
(pre-iconica) della communicazione. Esiste un'assoluta identit tra espressione
e espressum, explicatura ed explicatum, implicatura ed implicatum, profferenza
e profferito. Lespressione vera sempre,
perch racchiude in s la stessa natura che pervade il reale segnato per il segno
che e primariamente iconico. Ogni espressione
un indizio (index, traccia, segnale) di conoscenza, di una conoscenza
meravigliosa, divina, quasi sacrale. Il segno
giusto perch il primo legislatore a segnare il segnato fu come un do
che, essendo perfetto, assegna un segno (fa un segno significa) perfetti al segnato. Una
sbagliatura non e un segno; Non tutto e un segno --. Platone fonda la sua
concezione della communicazione sull'ontologia. Per Platone immediatamente evidente che esista un segnato
al di fuori del segno; il segnato stesso
a cui il segno si riferisce. Bisogna infatti che esista un segnato perch esista
una segnabilita. Senza questo segnato, senza quest'essenza, rimarrebbe inutile
segnare, giacch non si dovrebbe indicare nulla con il segno, perch non ci
sarebbe nulla da indicare. Platone allora comincia dal Cratilo ad elaborare una
teoria dellidea immutabile: di un'essenza stabile nella natura, che rimanga
uguale ed inalterata nel tempo e che renda valida la segnabilit. Pi volte
Platone fa riferimento alla figura del legislatore e a quella del dialettico.
La figura del legislatore la figura di
colui che adopera il segno per riferirsi al segnato. Si utilizza il termine legislatore
in senso molto ampio, intendendolo sia come uomo sia come divinit, secondo la
concezione naturalistica di Cratilo. Tuttavia si visto come Socrate alla fine dubiti della
infallibilit del legislatore, poich egli ha assegnato anche un segno errato. La
figura del dialettico rappresenta invece la nuova concezione del linguaggio
elaborata da Socrate. Secondo Cratilo non esiste altra conoscenza al di fuori
del segno. Platone invece convinto che
la vera conoscenza sia al di l del segno, nell'essenza stessa del segnato. Se
il legislatore colui che crea il segno
sulla sua opinione riferendosi alla natura del segnato, il dialettico conosce
il segnato e in maniera approfondita e, di conseguenza, sa quale segno
attribuire al segnato (H2O). Tale segno (H20) sar per forza corretto. Genette,
nell'opera Mimologie. Viaggio in Cratilia, parte dal discorso di Platone per
argomentare l'idea di arbitrariet del segno. Secondo questa tesi, sostenuta da
Grice con il suo Deutero-Esperanto e il nuovo High-Way Code, il collegamento
tra il segno e il segnato non ha necessita di essere naturale (A segna che p no
implica p). Le idee sviluppate nel Cratilo, bench datate, storicamente sono
state un importante punto di riferimento nello sviluppo della prammatica. Sulla
base del Cratilo Licata ha ricostruito, nel saggio Teoria platonica del
linguaggio. Prospettive sul concetto di verit (Il Melangolo), la concezione
platonica della semantica, in base alla quale il segno avrebbero un legame
naturale, una fondatezza essenziale, col loro segnatum. Sedley,
Plato's Cratylus, Cambridge. Bibliografia
Ademollo, The Cratylus of Plato. A Commentary, Cambridge.. Gaetano Licata, Teoria platonica
del linguaggio. Prospettive sul concetto di verit, Genova: Il Melangolo, Luigi
Speranza, Platone e il problema del linguaggio seminario. Lettura e commentario
di testi di filosofia antica. testo completo in italiano e lingua greco antico.
Traduzione integrale del Cratilo su filosofico.net, su intratext.com. Il testo
greco presso il Perseus Project, su perseus.tufts.edu. Sedley, Plato's
Cratylus, in Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for
the Study of Language and Information (CSLI), Universit di Stanford.
Bibliografia su Cratilo. Dialoghi di Platone I tetralogia Eutifrone Apologia di
Socrate Critone FedonePlato-raphael.jpg tetralogia Cratilo
Teeteto Sofista Politico III tetralogia Parmenide Filebo Simposio (o Convivio)
Fedro tetralogia Alcibiade primo
Alcibiade secondo Ipparco Amanti V tetralogiaTeage Carmide
Lachete Liside VI tetralogia
Eutidemo Protagora Gorgia Menone VII tetralogia Ippia maggiore Ippia minore
Ione Menesseno VIII tetralogia Clitofonte La Repubblica Timeo Crizia IX
tetralogia Minosse Leggi Epinomide Lettere Opere spurie Definizioni Sulla
giustizia Sulla virt Demodoco Sisifo Erissia Assioco AlcioneEpigrammi.
Linguistica Categorie: Dialoghi platonici CRATILO VEL DE RECTA NOMINVM RATIONE:
TRANSLATVS FICINO (si veda) ad Petrum Medicem uirum clariimum. A MARSILIO ec
HERMOGENES. CRATYLVS, SOCRATES. Is igitur sermonem nostr et cum hoc Socrate
conferamus: CRAT. Vo: Io equidem, si tibi uidetur. HER. Cratylus hic Socrates, rebus singulis ait natura inesse
rectam nominis rationem, neqid esse nomen, quod quid ex constitutione vocant,
dum vocis su particulam quand pronunciat, sed rectam rationem aliquam nomin et
grcis et barbaris eand omnibus innatam. Percontor itags ipsum, num revera
Cratylus sit eius nomen. Ipfe fatetur. Socrati vero quod nomen, inquam:
Socratesait.Nnne cteris omnibus,inqu,id eft nomen quo quenquocamus.Illen tibi
tamen ait Hermogenes nomen et,nec eti i omnes homines teita uocarint.
Dumobfecro ut cicitanti mihi quidnamdicat aperiat, nihil prorus declarat, sed
me ludens, simulatee aliquid uerareanimo,quali nnihil hac de re intelligat,quod
li uellet exprimere,cogeret meidipfumfateri,ead dicere qu ipe dicit. Quamobrem
libenter ex te audirem, siqua ratione Cratyli uaticini potes conjce
se.libentius tamen fencentiam tuam denominum rectitudine,fiquidem
tibiplacet,audi rem. soc. Hipponici fili Hermogenes,ueteriprouerbio fertur.
Pulchra ee cognit Prouerbia e difficilia.Atquiilla nomin notitia haud parua res
eft.Equidem i ex Prodico illa quin quaginta drachmarum demontration iam olim
audiffem, in cuius traditione eti hc inerant, ut ipetetatur, nihil prohiberet
quin tu tatim nomin rectitudin intelligeres. cam porr nun audiui, fed
illamdrachmunius duntaxat. Quare quid in his uer it, necio,inueftigare autem
tecum imul &cum Cratylo paratus um.Quodautem dicit ti bi nonee reuera nomen
Hermogenes,quod lucro dicitur, mordetteputo
quai pecu niarum auidus is, et impos uoti. Verum,ut modo dicebam, dificilia hc
cognicu unt. Oportet autem rationes utring in medium adducendo perquirere,utrum
ita sit ut dicis ipse, an potius ut Cratylus ait. HER.Enimuero Socrates,licet frequenter cum hoc cr terisc
permultis iam diputauerim,nondum tamen peruaderimihi poteft ali ee no
minisrectitudinem, conuentionemipfam conenlionem.Mihi quid uidetur quod
cungnomen quis cuig imponit, id eerect.Aci rurus comutat,aliud imponit, ni
hilominus o primum, quod illi uccedit nomen rectexitere, quemadmoderuis no mina
cmutare solemus: nulli quippe rei natura nom inee,fed lege &uu illorum qui
fic uocare conueuerunt.Quod quidem i aliter e habet,paratus um non Cratylo tan tum,uerumeti quouis alio dicere
ac audire.soc.Forte'aliquid dicis Hermogenes: Conideremusitap. quodcq imponit
quis cuinomen uocato, id illi nomen effe af feris:HER.Mihi ane'ita uidetur.
Soc. Et iue priuatus uocet, iue civitas. HER. Affero. soc. Quid vero si iperem
aliqua vocem, veluti fi quem nunc hominem vocamus, ego equum nomin, quem'ue equum,
homin: publice quidem erit eid homo nomen, pricatim equus, &priuatim rurus
homo, publice equus. Ita loqueris: HER.Ita uider.soc. Diciterum num aliquid
nuncupes vera loqui, aliquid loquifala. HER. Equidem. Soc. Nnne illa quidem
uera erit orario,hcatoratio fala: HER.Ita prorus. So c.Illa uero Qu oratio
oratio qu existentia dicit ut exitt, vera est,qu ut no exitt, falsa: HER.Certe.
soc. uera, qu Est autem hoc,oratione,ea qu unt, et qu non
unt,dicere?HER.Idipfum.soc. Ora- falfa cio qu uera et,utrum tota quidem eft
uera,partes non uerrher. Im&partes uer. soc. Vtr partes magn uer,exigu uero
particul fall,an uer unt omnes. HER. Omnes arbitror. soc.Habes orationispartem
aliqu minornominer HER.Nequa, Orationis hce pars minima.so c. Et NOMEN quid hoc
pars orationis uer.H ER.Proculdubio. pars minio soc.Pars utiq uera,utais ipe.
HER.Vera.soc.Pars autem falfa.HER.Aio. soc. Licet ma et nos ergonomen uer, et
nomen falum dicere, fiquid et orationem.HER. Quid prohibet, men soc. Quod quis cuiq
nomen esse ait,id et cuiq; nomen eft? HER. Idipum. soc. An etiam quotcungquis
nomina cuique tribuit,totidem erunt:ac etiam quandocuno tri buit HERM. Haud
equidem habeo Socrates, aliquam prter hanc nominis rectitudinem am rerum ipas
effe dinens, ut uidelicetliceat mihi quid alio rem uocare quodipfe
impouinomine,tibiay tem alio quod tuimpouifti. Ita equidem in ciuitatibus uideo
eorundem ppria qudam haberinomina, et Grcis ad alios Grcos, et Grcis ad
Barbaros. soc. Animaduerta. Mus Hermogenes,utrum resipilaita se habere
tibiuideantur, utpropria rerum apudu Sententia numquenq effentia fit,
quemadmodum Protagoras tradidit: rerum omnium dicens ho Protagor minem
effemenuram, ita ut qualiamihiquq uidentur,talia et mihiint: item qualiad circa
eflenti big& tibi talia. An potius qudam ee putes, qu effenti u quand
habeant firmita rm.HER.QuandogSocrates,dubitansad hc deductusfum, qu tradit
Protagoras. Ita tamen effe haud fatis mihi peruadeo.soc. Nunquid et ad hoc
aliquando es dedu ctus, ut tibinequaquam uideretur aliquem ee hominem omnino malum:
her. Non per louem.im fpenumero ita fum affectus,utexitimarem
hominesnonnullosomni nomalos effe, et quidem plurimos.soc. Prorus autem
boninulliadhuc cibi ufi funt HER. Admodum pauci. soc. Vii ergo unt aliqui.HER.
Aliqui.soc. Quaratione hociudicaschac ne omnino quidem bonos ee,omnino prudtes:
prorus vero prauos imprudentes omnino: HER.Mihi fane'ita uidetur.soc. Si
Protagoras uera dixit, eto hcipfa ueritas,ut qualia qu cuiq uidentur, talia int
fieri'ne poteft,ut alij hominum prudentes int,imprudentes al:HER.Nequaquam.soc.Atqui
hc, ut arbitror,tibi omnino uidentur,cum uidelicet prudentia qudam et
imprudentia fic,Protagor baud omnino uera loquipoffe.Neqenim alter altero
reuera prudtiorerit,fi qucuiquiden Sententia tur,cui uera erunt.HER.Ita
eft.Atneqz Euthydemoaffentiris, utarbitror,dicenti om Euthydemi, nia omnibus ee
imiliter ac emper.Nec enim ali boni, al mali effent,fiemper et nibuselle
que omnibus et uirtus ineffet et prauitas. HER. Vera loqueris. soc. Ergo
fineqom. militer, ac nia omnibus inunt emper ato imiliter,ne cuiq proprium
unumquodq, ctat res femper qu effentiam quandam firmam in fe habent,ne quo ad
nosne nobis per imaginationem urum deorfum ditract, fed fecundum feipras quoad
ipsarum elfen tiam ut natura institut sunt permanentes. HER. Idem mihi quoq
uidetur Socrates. soc.Vtrum res ips ita
natura conitunt, actiones autem illarum non ita, ed aliter: an et actiones ips
similiter qudam rerum species unt: HER. Et ipf omnino. soc. Ergo actiones ipf
secundum naturam uam, non ecundum opinionem noftram fiunt. Quemadmodum finosrem
quampiam diuidere ftatuamus,utrum ic diuiddares qu que eft,utnos uolumus, et
quo uolumus: an potius i unumquodqs diuidamus ecun dum naturam qua diuidere et
diuidioportet, item eo quo ecundum naturam diuiio fieri debet,diuidemus utiqrecte,
et aliquid proficiemus,ac recte iftud agemus: Sinau tem
prternaturam,aberrabimus,nihilg proficiemus? HER. Mihi quidem ita uidetur.
soc.Atqueetiam icomburere aliquid aggrediamur,non fecundum omnem opinio nem
comburereoporter,fed fecundum opinionem rectam. hc autem et qua ratione
naturaliter quode comburi debet at comburere,& quo debet. HER. Vera hcfunt.
soc.Nnne eadem decteris ratio: HER. Eadem.Soc. Annon et dicere una qu dam
operationet: HER.Eft plane.soc.Vtrum rectedicet, qui ut ibi dicendum ui detur,
ita dicitran potius qui ita dicit,utipa rerum natura dicere dici requiritiet fi
quo natura exigit,eo et dicat,aliquid dicendo proficiet:in
aliter,aberrabic:nihils efficier. HER.Ita equidem utais,exitimo.soc.An non
dicendipars qudam est NOMINARE: et quinominant, loquuntur quodamodo?
HER.Omnino.soc. Et nominare actio qu dam eft: quando quidem et dicere actio
qudam circa res eft. HER.
Prorus. soc. A. Ationes autem nobis apparuerunthaud ad nos repicere, fed
propriam quandam ui ha bere naturam. Her. Est ita.so c.Nominand itaq; ea
ratione qua rerum ipsarum natu. ra nominare ac nominari poftulat, et quo
poftulat, n autem PRO NOSTR VOLVNTATIS ARBITRIO,liftandum est in his qu dicta
sunt. HER. Sic et.s o c. Ato ita aliquid per agemus, nominabimus, aliter uero
nequaquam. HER. Apparet. soc. Quod incidendum et, aliquo incidend. HER.
Aliquo.soc. Et quod texend, aliquo certe texend, quodue perforandum,aliquo
perforand. HER. Plane. soc. ltem quod nominand, aliquo nominandum. HER. Sic
oportet. soc. Quid illud, quo aliquid perforareoportet? HER. Terebrum. soc.
Quid quo texere: HER. Radius pecteng. soc. Quid quo nomina. Re HER. NOMEN. soc.
Beneloqueris, ideog intrumentum aliquod nomen eft. HER Ert Eft. soc. Si qurer
quod intrument et radiuspecten, reponderes quo teximus: HER.Non
aliud.soc.Texentes uero quid facimus, an non fubtegmen et stamina confusa,
radio dicernimus. HER. Ituc ipum.so c. Idem de terebro ac cteris repondebis:
HER. Idem.
soc. Potes et circa NOMEN similiter declarare, quid facimusdum nomine Nomen,
res ipso quod intrument et, aliquid NOMINAMVS (H. P. GRICE. I name).
HER. Nequeo. soc. Nquid docemus tias docen's inuicem aliquid, ac res ut sunt
discernimus. HER.Nempe.
soc. Nomen itaqrer ub di discernen Itantias docendi discernendig intrument et,
ficut pecten et radius ipe tel. HER. Sic diinftru eft dicend. soc. Radiusporr
textori et intrument. HER. Quid nir'. SOCR.Texcor mentum ica radio ac
pectinerecte uterur, recte, inqu, ecund texendiration. Ille uero quido cet,
nomine Pombaur, et recte, recte uidelicet ecund docendi propri ration: HER. Cer
te.soc. Cuius artificis operebene Pombaurtextor, quando radio pectine Pombaur:
HER. Fabrilignari. soc. Quique'nelignarius faber,an potius quiart habet? HER.Quiha.
betart.soc.Cuius item opere recte perforator Pombaur? HER.Aerarijfabri.soc. Num
quiqz et faberrarius an potius quihabet artem: HER.Quiart. soc. Ageergo,dic
cuius opere ipe doctorutatur,quotiesnomine uticur.HER.Necio.soc. Allignare et
hocnecis: quis nobis tradit nomina quibus utimur. Her. Ignoro et hoc. soc. Nnne
lex tibi uidet nobis nomina statuisse HER. Videtur. soc. Ergo legislatoris
Pomba opere doctor,qudo nomine ipfo Pombaur. HER. Opinor.
soc. Cditor legis quilibet tibi que uidetur, an quiarte et prditus. HER. Arte
prditus. soc. Quaren cuiucunq uiri et Hermogenes NOMEN IMPONERE,uer cuiudam
nominautoris. hic autem etiam, ut videtur, NOMINVM INSTITVTOR, quirarior omni
artifice inter homines reperit. HER. Apparet. Soc. Animaduerte obecro, qu
repiciens NOMINVM INSTITVTOR, NOMINA REBVS IMPONIT:im uperior exempla djudica,
qu repiciens faber radium pecteng cficit. non nead tale aliquid quodad texendum
natura fit aptum: HER. Prorus. soc. Siin ipo operera dius hic frangatur, utrum
alium iter fabricabit ad fracti itius imaginan potius ad pe ciem ipfam
repiciet, ad cuius exemplar radium qui fractus et,fecerat: HER. Adipam ut
arbitror, speciem.soc. Nn ne speciem ipfam merito ipius radij ration,ipum pra
dium maximenominabimus: HER.Opinor.soc. Siqudo oportet cficiend uetite
nuiuelcraiori lineiue lane,iue cuiuis alteriradi apparare, radios
singulosoportet peciem radj ipius habere:qualis uero cuiqznaturaliter et
accmodatiimus,talem ad opus peragend, VT NATVRA POSTVLAT, adhibere. HER.
Oportet an.soc.Eadem de ct ris intrumtis eftratio.Nam quod natura cui et
congruit; instrumentadinueniendum et,atq id illiattribuend,ex quo efficitno
qualecunq uult quifabricat, ed quale natu ra ipa exigit. Terebrum nam cui accommodatum cire
oportetin ferro perficere. HER. Patet. soc. Radium quinetiam singulis
competentem in ligno. Her. Vera hc unt.soc.Quippeipfa rationenature alius
radius tel alteri competit, et in alijs eodem modo.HER. Sane. soc. Oportet quoguir
optime, ucillenominum inftitutor nomen Quom no natura rebus ingulis apt in
uocibus et fyllabis exprimat, ad id repicis quod ipum minabit qui nomen et,
ingula nomina fingat,atque attribuat, li reuera nominum autor et futurus. recte
nomi Quod inondem yllabis quiq nominum conditornomen exprimit,animaduerten dum
et, quod neq fabriomnesrar eodem in ferro id faciunt, quoties eiudem gratia
idem fabricant inftrumentum. Verum quatenus eandem ideam attribuunt, licet in
alio, et alio ferro,eatenus recte e habet intrumentum,iuehic,fiue apud Barbaros
fabrict. Nnne; HER. Maxime. soc.Nnne et eodem modo cenebis,donec intitutor no
minum quiapud nos et, et qui apud Barbaros, nominis speciem cuim cpetentem tria
buunt,in quibuslibet fyllabis nihilo deteriorem efle un altero in nominibus
imponena dis: HER. Equidem. SOCR. Quis cogniturus et utrum conueniens radij
species cui cunqueligno fitimprear num faber qui efficit: an textor uurus. HER.
Probabile eft Socrates,magis e quiet
uurus, cognocere.soc. Quis lyr fabricatoris opereuti tur:nonne ille qui
fabricantem intruere poteft, et opus recte'ne an ctra fact fit,iudia care: HER.
Omnino.soc.Quis ergo: HER.Citharita.soc.Quis autem opere tructo. ris naui. HER.
Gubernator.soc.Quis item nomin conditoris operioptime prides, bit, et explet
dijudicabit et apud Grcos et apud Barbaros: Nnne et quiute: HER. Is certe.so
c.Ann is et qui interrogare it HER. Ite. $ 0 c.Idem quog repondere, HER nabic
zi HER. Nempe. SOC. Eum uero qui interrogare cit ato repondere, aliumuocas i
diale Dialecticus nouit recte cticum: HER.Dialecticum profecto.socr. Fabri ita
opuset temonem facere guber impofita no natore prcipiente,li bonus futuruset
temo. HER. Apparet. soc.
Nominum quoq au minarebus torisnomen, monentedialectico uiro, i modo recte
ponenda unt nomina. HER. Vera int, necne hc funt. Soc. Apparet ergo Hermogenes
haud leue quiddam,utipfecenes,nominis impoitionem ee,ne id effe imperitorum
&quorumuis hominum opus.NempeCra tylus ura loquitur,cum nomina dicit natura
rebus competere, neg unum quemuis ea nominum autorem, sed illum duntaxat quiad
nomen repicit, quod natura cuiq conue. nit, pofteag peciem e literis yllabisq
inerere. Her. Necio Socrates qua ratione his qu dixiti,lit repugnand:
forte'uero non facile et ubito fic peruaderi. Videor autem mihi hc in modumtibi
potius aenurus,fi oftenderis quam dicasee natura rectano. minis rationem. soc.
Equidem beate Hermogenes,adhucnullam
dico, ferme'nama memoria excidic quod
dixer supr, meuidelicet hocignorare,uerum una tecum per quirere. Nunc aucem
mihi &tibi limul inueftigantibus hoc duntaxat prter uperiora compertet,
rectitudinem aliqu natura nomen habere, nec quemlibetpoffenomen rebus
accommodare.Nnne: her.Valde.soc.Coniderandum retat, i noe deide. ras, qun ipius
it nominis rectitudo,id eftratio recta. Her. Deidero equidem.soc. Animaduerte
igitur. HER. Quauia inuetigandmones. soc. Rectissima est amice, consideratio,ab
his qui cit hc perquirere,oblatis pecunis, et gratjs inuper actis:hi uero ophit
unt, quibus frater tuus Callias multis erogatis pecunijs, apis euafiffe ui
detur. Poftquam uero in res paternas iusnon habes,reliqu et fratrem upplex
ores, ut te doceat nomin rectitudinem quam
Protagora didicit. HER.Qum aburda hcel Veritas no, et petitio Socrates,
fi cum illam Protagor ueritatem nullomodo recipi,ea qu ex uc men cripci,ritate
illa dicuntur,alicuius prec timar.soc.Acuero i tibi hc non placent,ab Ho aut
ironic mero cteris poetis est dicendum. HER. Quid de nominibus, et ubi
Homerus Socrates,tradic:so c.Paimmulta,
maximauero et pulcherrimauntilla,in quibus diftin guitcirca eadem qu nomina
homines, &qu d ipfi inducunt. Annoncenfes ipum in his magnificum alquid et
mirandumde recta ratione nomin tradere: Constat enim deos nominibus illis ad
rectitudinem ipfam uti, qu natura conitunt. Annon putas: HER. Certe equidem
fcio,fiqua dij uocant,recte eos admodum nominare. Verum qu nam ista: Soc. An
ignoras quod de Troiano flumine, quod ingulari certamine ca Vul cano pugnauit,
inquit: quod Xanthdijuocant, uiriScamandrum.HER.Scio. SOCR. Annoncenes
magnificum quiddam cognitu eehoc,qua ratione rectius fit flumen il lud Xanth,
quam Scamandr nominare. Item fi uis, animaduerte &iftud, quod auem eandem
dicit Chalcidem quida ds, Cymindin uero ab hominibus nominari. Leuem
cognitionem hanc putas, ut fciat quanto rectius fit eandem auem Chalcidem quam
Cy mindin nuncupare, uel Batieam aros Myrinen, alias permulta &apud
huncpoetam &apud alios talia: Verum itarrerum inuentio acutius ingenium
quam notr exigit. Scamandrius aut &Altyanax quid ignificent,humano ingenio,
utmihiuidetur, com prehendi,facile et percipi potet,quam rectitudinem
eeHomerusuelit in his nomini bus quibus Hectoris filium nuncupat. Scis ea
carmina quibusinfunt,qu dico: HER. Omnino.soc. Vcrum itorum nomin putasHomerum
exitimae conuenire magis puero, Atyanacta'ne,an Scamandri: HER. Ignoro. soc.
Sicautem conidera:liquis te interrogaret, utr putes fapientiores rectius nomina
rebus imponere, an minus apien. tes,reponderes uci apientiores.HER. Sic certe.
soc.Vtrmulieresin urbibus sapientiores ee tibi uiden, an uiri: quant ad genus
attinet. HER. Viri.so c. Necisquod in quit Homerus, Hectoris filium a Troianis
Altyanacta,a mulieribus Scamandri nuncu patum: quandoquidem uiri illum Atynacta
uocare conueuert. Her. Videtur, soc. Nnne Homerus Troianos uiros fapientiores,
quam mulieres eor exitimauit: HER. Arbitror equidem. SOCR. Atyanacta
igiturrectius qum Scamandrium nominatum - esse cenuit, HER.Apparet.SOCR.
Animaduertamusquam ipe denominationishuius cauam affert, Solus enim, inquit,
ciuitatem ipis cutatus et amplas mnia. Quapro prer decet, ut uidetur,
protectoris filium nominare &svavaxta, id est regem urbis, urbis, in,eius,
quam pater ipiuseruauit;ut inquit Homerus. HER. Idem mihi quocuider: Soc.Quod
ac hoc maxime;porr &ipfe nondum fatisintelligo, Hermogenes. Tu vero percipis: HER. N
perlouem.soc.Arqui et Hectori
boneuir,nomen ipfeHo meras impouit. HER. Quamobrem: soc.Quoni mihi uidet
id nomen Hector Atya sactieequamproximum: ferme'enim idem SIGNIFICANT, putanta
Grciutraq hcno mina regiaeffe. Cuiucun enim quis ava, id et rex extitit,eiufdem
eft et fxTue, id et potelfor.Conftat enim dominari illi,pofliderec, et
habere.An forte'nihil tibidicere ui deor meg fallit opinio, quaHomericientiam
circa nominum rectitudinem, ceu per ue ftigia qudam attingere cfidebam: HER.
Nullo modo, ut arbitror. forte enim nonni hil actingis.
SocR.Decet,utmihiuidetur, leonis fili leonem imiliter nominare, equi filium
equum haud certe dico, liquid tanquammontrum exequo nafcatur aliud quid dam qum
equus: fed cuius generis ecundum naturam et quod nacitur, hoc dico.Sies nim
bouis fecundum naturam filius equ gignit,non uitulus qui nacit, ed pullus equi
nus et nuncupndus.Et fi equus prter naturam gignit itulum,non pullus equinus di
cendus et hic,fed uitulus. Neqetiam i ex homine alia proles quam humana
producit, quodnaciturhomo uocari debet.Idemg et dearboribus,decteris omnib.
iudican dum.Probas hc: HER.Probo equidem. soc.Oberua me nequid defraudem. Eadem
quippe ratione,fiquis exrege nacitur, rex et nominandus: in alis uero et aljs
yllabis idemlignificari,nihil interet, neck referc iue addatur litera
aliqua,iue eti ubtrahatur, donec ESSENTIA REI SIGNIFICAT IN IPSO NOMINE
dominacur.HER. Qui itucais:'soc. Nihil mirum nouum ue dico, uer ita ut in
elementis fieri cernis, cis enim quod elementora nomina dicimus,ipfa uero
elementa nequa, quacuor duntaxat exceptis.dicimus enim &utonw, o fixpou et
whya. Cteris autem tam uocalibus quam non uocalibus alias addentes liceras,ut
Btte 4.7.c. nomina contituimus,atq;ita proferimus. Verum quo ug elementi ipius
uim declarat inerimus, conuenit nomen illud uocare ipum quod nobis fignificet
elementum, ut in Bizu apparet, ubi additis 8. 7.c, nihil obftitit quin in tegro
nomine natura elementiilliusotenderetur, cuiusnominum autor uoluit:uquea deo
cite literisnominadedit. Her. Vera mihi loqui uideris.soc.Nnne ead derege ratio
erit: Erit ex regerex, ex bonobonus, ex pulchro pulcher, &in cteris omnibus
fimiliter ex quolibet genere alter quiddam tale,nii montr fiat, eademq
dicendano: mina.Variare autem licet per fyllabas,ut uideantur homini rudi,qu
unteadem, ee di Gera. quemadmod pharmaca medicor coloribus &odoribusuariata
pe c eadem fint,nobis diuera uidentur: Medico at uim pharmacor conideranti eadem
iudican tur,ne eum additamta perturbant. Similiter forte qui et in nominibus
eruditus, uim illorum coniderat,neq; eius turbaiudicium, liqua litera addita
et, uel tranmutata,uel dempta, uelin alijs literisac multis ead uis
nominisreperitur.Vteanomina qu fupr diximus, Altyanax &Hector, liceras
omnino diueras,prter folum habent, idem ta menignificant. Item quod
&exmolis, id et,princeps ciuitatis dicitur, quam literarum communion cum
duobus uperioribushabet: Idem nihilominus infert. Multaq; unt alia, qu nihil
aliud quam regem SIGNIFICANT. Multa prterea unt, qu exercitus du cem
ignificant,ut ys, worm cedoOMG,.Alia item qu medicin profefforem declarant,ut
ictportas, a xecik @ poro. Alia permulta reperiri poflunt,fyllabis et literis
dicordantia, ui autem SIGNIFICATIONIS penitus cononantia. Sic ne et ipe putas,
an alia ter: HER. Sic certe.SOCR. His profecto qu fecundum naturam fiunt, eadem
tribu enda untnomina.HER. Omnino. SOCR. Quoties uero prter naturam hominesali
quifiunt in quadam fpecie monftri, uelut quum ex bono pioq uiroimpius
generatur, quigenitus eft,non genitoris nomen ortiri debet, ed eius in quo ipfe
eft generis:quem admodum upr diximus, i equusbouisprolem generet,non equum
eiusfilium,fedbo uem denominandum.HER. Sicet. Socr. Homini igitur impio ex pio
genito, non pa rentis, sed generis nomen attribuendum. HER. Vera hc
unt.soc.Neque igitur6tocosia Agy, id eft Deiamicum, nex uygoitzoy, id et Dei
memorem, uel talem aliquem huiumo diuocarefilium talem decet, sed contraria
SIGNIFICANTIBVS NOMINIBVS appellare, i modo recte nomina intituta effe
debent.HER. Sic prorusagendum Socrates.
soc. Profe dio Oretinomen recte,o Hermogenes,uidetur impoitum, fiue aliqua ors
illi nomen dedit, liue poeta quid, ferinam cius natur agret &moncan nomine
eo SIGNIFICANS. HER.Sic apparet,Socrates.soc. Viderur &patri eius ecundum
naturam nomen esse. HER. Apparet.soc. Apparet utiq talis efTe Agamemnon, utibi
laborandceneat,to lerandum, &in ijs qudecreuit,per uirtutem perfeuerand. Argumentuerotoleran
ti u apud Troiam tanto cum exercitu perduratio prbuit. Quod igitur mirabilisper
feuerantia uir hic fuerit, nomen ignificai Agamemnon, quali ayasos 967 oli
mrovlu. Fort uero et Atreusrecte eft nominatus.Nexenim Chryfippi, et crudelitas
aduerus Thyeten,noxi perniciofumo illum demontrant.Vnde cognominatio parumperde
clinat, et clam innuit,ut non quibuslibet naturam huius uiri declarent:his
autem qui no minum periti unt, atis Atrei ignificatio pater. Dicitur enim
ecundum erogs, afeger's atypw, quaiindomitus, inexorabilis, noxius contumeliofusq
fuerit. Videtur et Pelopi nomen haudab re tributum. Hominem quippe qu prope unt
uidentem,nomen itud congrue significat. HER. Cur illi id conuenit: socR.
Quoniam in Myrtilicde, utfer tur, prouiderenihil potuit, nec eminus ppicere
quta toti generi ex hoc calamitas im mineret. Qu enim antepedeserant, &ad
prsentia tantum respiciebat, hoc autem et prope apicere: quod et fecit, cum
Hippodami coniugium omniconatu inire conten dit. Vnde Pelopinomenawines, id
eft,prope,& ontos, quodad uiionem pertinet. Tan talo quinetiam nomen natura
ipa uidetur impofitum, i uera unt qu circunferuntur. HER. Qunam ita: soc.
Quoduiuentiadhuc illi aduera plurima &grauia contige runt,tandem patria
eius omnis fubuera et. Defuncto prterea faxum in caput immi. net, ors certe
duriffima. hcproruscum nomine congruar, perinde ac fi quis nomina re THION to
you,id eft, inteliciim uoluiffet, fed paulo locutus obcurius, pro Talancato
Tantalum pouifler. Taleuti
nomen fortuna eius aduera iporumore gentium pr buie uidetur. Quinetiam patri
eius loui recte nomen et indicum,nec tamen facileco. gnitu.Eftenim uelut oratio
qudam louis nomen, quod quidcm bifaij partientes,par tim una,partim altera
parte utimur. Quidamfive, quidamdia, uocani. Qupartes in unumcpofit, naturam
dei ipius oftendt, quodmaxiinedebernomen efhcere por e. Nulla enim nobis
cterisomnibus uiuendimagis caua et, quam princeps, rexo omni. Quapropter decens
nomen et hic Deus fortitus, per quem uita emper uiuent bus omnibus inet.Sectum
autem in duo eft unum, ut diccbam,nomen,in di uidelicet ata awa. Hinc
Saturnifilium cum quis audiat, forte inolentem contumelioumpu tarit. Ver
probabile eft,magn cuiudam intelligenti piolem louem elle. Quod enin Hp - dicitur,non
puerum ignificat,ed puritatem mentisipfius, et fynceram integria tem. Est aurem
is opavo, id eft, cli filius,ut fertur. Quippeafpectus ad upera merijo z pane
uocatur, quafi opacz zecvw. Vnde affirmant,o Hermogenes, qui derebusiutli
mibusagunt, puram mentem adeffe, et recevo, iure nomen impofitum.Siautem
genealo giam deorum ab Hefiodo traditam mente tenerem, et quos horum
progenitores indu. cic,recordarer,haudquaq cearem oftendere tibrecte illis
nomina infcripta fuiffe,quo ad huius fapicntie pericul facerem,liquid ipa
proficiat peragator, et an deficiatnecne, qu mihi tam ubito ignoro equidem unde
nuper illuxit. HER.
Profecto mitttiden som Socrates
iliareorum quinumine capitatur, protinus oracula fundere. soc. Reor equidem, Hermogenes,hanc in me
apientiam ab Euclyphrone Pantij filio emanalie. Illi fiquidem atiti a matutino
affiduus,aures porrexi. Patet igitur eum deo plen non modo aures meas beata
apientia impleuile, uerumetiam animum occupalle. Sic utico agendum arbitror, ut
hodie quidem utamur ipfa, et reliqua qu ad nomina pertinet, ini dagemus. Cras
uero,fiin hoc conenerimus,excutiamuscam, expiemus, aliquem par
crutati,iuefacerdotem, feu ophitam qui purgare hc ualeat. HER. Probo hc
maxi. me Socrates. libentiime nang qu de nominibus retant, audirem. soc. Ira
prorus agendum. Vnde igitur potiffimum exordiend iudicas,poftquam formulam
quandam prfcripfimus,ut pernocamusi eti nomina nobis ipa tetantur non cau
quodama. ata fuie,uerum rectitudinem
aliquam continere: Nomina quidem heroum atq;homi / num nos forte deciperent.
horum nang multa ecundum cognomenta maiorum pofita) unt, et fpe nequa conuenit,
quemadmod in principio diximus.Multa uero ex uo ') to homines nomina
tribuunt,ut UtuXidmW, owciQ, Itpinoy, alia
permulta.Talia itaq ) prtermittenda ceneo.decens econentaneumg maxime
reperire nos qu in rebus empio Lempiternis &natur ordine ctitutis recte unt
poita. Nam circa ita in
condendis no minibus ftuduiffe maxime decet.Forte'uero ipornonnulla diuiniore
quadam poten ta humanaunt intituta. HER. Prclare mihi loqui uideris, Socrates.
soc.Nonne paretabipfisdjs incipere, rationem inuetigare qua bcos uocati unt:
Her.Nempe, soc.Equidem ita concio.Videnturutiq mihi Grcorum prici deos solos
putaffe eos, quos etiam his temporibus Barbaror plurimiarbitrantur, solem, luna,
terrram, stellas, calum. Cum ergo hc omnia perpetuo in cursu esse copicerent,ab
hac natura moldatu f nominalle uidentur, deinde &alios animaduerttes
omneseodem nominenuncu pale. Habeoquod dico uerifimile aliquid, nec'ne HER.
Habetcerte. soc. Quid poft hac inucftigandum: Contat de dmonibus heroibus et
hominibus qurendum ee, HER. Dedmonibus primum. soc. Proculdubio
Hermogenes.quidlibi uultdmo. nun nomen animaduertenum aliquid
dicam.HER.Dicmodo.soc.Scis'nequos Hes Liolus claipovas effe inquit, HER. Non.soc.Nec
etiam, quod aureum genus hominum zitin principio extitie? HER.Hoc equidem noui.
Soc. Ait enim ex hocgenerepot przentis uit fara fieri dmones
anctos,terretres,optimos,malor expullores,& cu licdes liominum.HCR. Quid
cum: soc.Nempe arbitror uocare illum aureum genus; no ex auro contitut, ed
bonum atos prclarum.quod inde concio, genus noftrum fereum ee dicit. HER. Vera
narras. Soc. Annon putas iquis nunc ex notris bonus fc,aureihunc generis ab
Heliodo ftimari? HER.
Conentaneum et.soc. Boni autem anj sprudentes: HER. Prudentes. $ o c.Idcirco,ut
arbitror,eosdmones prcipuenup cupat,quia fapites d'ahuonts erant.Et ex
notraitud prica lingua nomen exitit. Qua obrem &is, et cteripoet
permultiprclare loquuntur, quicunq aiunt uidelicet,poft quambonusaliquis uita
functus et, maximam dignitatem prmium ortitur,fic et d monecundum apienti
cognomentIca et ipfe affero dmuova, id et apientemom- nem efle hominem, quicung
itbonus, eum dmonicum effe,id et felicem,uiuenten acc defunct, recte dmonem ncupari.HER Videor.
mihi Socrates, in hoctecum s maxime
conentire. soc. newsautem quid lignificar: Id nequa inuentu difficile.paur lo
enim heroumnomen ab origineditac,indicans generationem illorum re WTO manae.
HER.Qua rationeid ais: soc. Anignoras emideos heroas effe: HER. Quid tum:
soc.Omnesutiq heroes uel ex amore deor erga mulieres humanas, uel amore uirorum
erga deas untgeniti.Prtereai hocfecund pricam Acticorum linguam con
fideraueris, magis intelliges.reperies enim qud pauliper mutat et nominis
gratia ex UTO,undeunt heroes geniti: quod'ueaut hincheroum nomen et ducium,aut
ex eo qud fapientes,rhetores fuerunc.facundi uidelicet, et ad interrogand
dierend promptiflimi,ziedy Aang dicere eft:Quare,ut mododicebamus,Attica uoce
heroes the tores quidam, et diputatores et amatori uidentur. Vnderbetorum
ophitarum gee nusheroica prolesexitit. Verum n itud quidem difficile cognitu,im
illud obfcur, quamob cauam homines vbewmoi nominantur. habesipfe quid afferas:
HER. Vndeid habebone uir: Quin i reperire quoquo modo poffim,nil cotendo, ex eo
qudtemo lius facilius quammereperturum pero.so c.In Euthyphronis inpiratione
confider se mihiuideris. HER.Abc dubio.soc. Ec merito quidem confidis.Nam belle
nimium mihi nunc uideor cogitafle,ac pericul et nii caueam, nehodie apitior
quam deceat, uidear euafiffe. Attende ad ea qudic. Hoc in primis circa nomina
animaduertere de serves cet, qud pe literas addimus, lepe ctiam demimus pro
arbitrio,dum nominamus, et a cuta penumero transmutamus, ut cum dicimus dicres:
hoc ut pro uerbo nomen nor bis foret,alterum, inde excerpfimus, et pro acuta
fyllaba media, grauem pronciamus. Jn alijs quibudam literasintererimus,alia
uero grauiora proferimus. HER. Vera refers. soc. Hoc et in vegen O
ctingit,utmihi quidem uidetur.Nam ex uerbo nomen con ftitutum et,uno a excepto,grauiorig
fine effecto.HER. Quomodo itud ais 's o c. Itak" hominis nomen illud
ignificat, quod ctera quidem animalia qu uident,non confide rant,neq;
animaduertunt,nec contemplantur: homoautem et uidet imul &contemu
platur,animaduertito quod uider. Hincmerito solus ex omnibus animtibus
homovrse @puro et nuncupatus, qualiaabeau contemplans,qu n WT5, id est, uidit.
Quid poft ce haqquram: Anuidelicet quodlibenter perciperem HER: Maxime.SOC.
Succede D teftas retatim uperioribusmihi uideturdeanima et corpore cideratio.Nam
anima& cor pusaliquid hominis funt. HER. Sine ctroueria. soc. Conemurhc quem ad mod uperiora
ditinguere. Qurendum primodeanima putas, utrecte Lux nominata fuerit deindede
corpore: HER: Equidem.soc.Vtigitur ubito exprimarn quod primumm. hinunc e offert,arbitror
illos qui icanimuocitarunt,hocpocillimum cogitaffe, quod hc quoties adest corpori, caula est illi
uiuendi, repirandi,& refrigerandi uim exhibs: 9 et cum primdelierit
quodrefrigerat,diffoluitur corpus,& interit.Vnde fuxlu noni 21
naffeuidentur, quai awatzov, repirando refrigerans.Atuero, si placet, fifte
parumper. Videor mihi aliquid inspicere probabilius apud eos quiEuthyphronem
equtur,nm iftud quidem apernarenf,ut arbitror, et dur quidd ee cenferent. ed
uidean hoc ibi sit placitur.HER. Dicmodo.soc. Quid aliud animatibiuidetur
corpus continae, uehere, et utuiuat et gradiatur efficerer HER. Nil aliud.soc.
Annon Anaxagor ce dis,rerum naturam omnimente quadam et anima exornari imul et
contineri: HIR. Credo equidem.soc.Paret igitur eam potentia nominare quelw.qu
quan,naturan, oxa et xe, id eft uehit et continet.politius autem fux
profer.HER. Sicetomninoji detur et mihiitud artificiofius effe.soc. Eft
profecto.Ridiculum ac quia apparere, si ita ut pofitfuit, nominaret. Quod uero
pofthoc equi corpusnonne owua ncupis: HER.Certe.soc. Atquiuidemihiin
hocnominepauliper ab origine declinari. nen. pe corpushoc anim omua, sepulchr
quidam ee tradunt:qualiipfa prenti in tempo se ic epulta:ac etiam quia animaper
corpus omualvd,ignificat qucung ohelwa lign ficare potet.idcirco et rivec iure
uocari. VidenturmihiprtereaOrpheiectatores no mhocobid potiimpouiffe,q anima in
corpore hoc delictor det pnas, et hocci: cepto uallo claudatur,uelut in carcere
quod,utolor ferue. Effeitac uolunthoc ita utnominat,animou ce eruandigratia
clautr, quoad debita quQ expendar,neq literam aliqu adciendam putant. HER.
Dehis fatis dictum Socrates,arbitror.
Veri denominibusaliquor deorum poemus ne ita utdeloueactum et,coniderare,fecun
dum quam rectitudinnomina lint impoica: soc. Per Iouem nos quid imentem ha
beremus Hermogenes, precipurectitudinismodarbitraremur,faceri nihil nos de dijs
cognofcere,ne deipis inquam, neq deipornominibus quibus iplifeuocant. Con tar
enim illos quidem ueris enominibusnuncupare. Secund uero recte DENOMINATIONIS
modum exitimo, ut quem ad modlex in uotis ftatuit precarideos, quomodocung
nominarihis placet,ita et nos ipfos uocemus,tan nihil aliud cognoctes.Recte no,
utmihiuidetur,eft decret.Quare, li uis,ad hanc inuetigationpergamus,primo quid
djs prfati,nosnihilde iplis conideraturos: neq; enim poe confidimus:fed de
homini bus potius, qua potifim opinionecirca deosaffectinomina ipfis
intituerunt. Hoce diuina indignatione
procul.HER.Modete loquiuideris Socrates,
atqita prorfusa gendum.soc. Nnne Vesta fecundum legem incipiend. HER. Sicutim
decet. soc. Quaratione stav hanc nominatam dicemus HER. Per Iouem haud facile
iftud inuen 9) tu.soc.VidenturprobeHermogenes PRIMI NOMINAM AVTORES non hebetes
quid fuisse, verum acuti fublimium rerum invetigatores HER. Quamobrem: soc.
Talium quo rundam hominum inuentione nomina apparent impofita.ac i
quisperegrinaconlide. retnomina, nihil ominus quod ibiuult, unum quodq;
reperiret.quemadmodhocquod nos das, eentiam nominamus, quidam golov
nuncupant,alij wvia.Primo quidem ecundum alterum nomen itorum, haud procula
rationeuidetur rerum effentiam siav uocari. et quia nos quod efteffenti
particeps siav uocamus,ex hocrecte st poffet denominari.
Superioresnoftriquondam riav,tola uocabant.Quineti i quis facror
ritusanimaduerterit, exitimabit ic eosputae quihc pouert.Etenim ante deosom nes
Velt facra faceredecet eos, qui effentiam omnium Vetam cognominarunt. Qui item
wola nominarunt,hifermeecund Heraclitum cenfuerc fluere omnia femper, nihilo
conitere.Cauam igitur et iporum originem ducem ipum wow, quod impel
lit.quaproptermerito ipum wola impellentcauam nominari. Dehis hactenusitalic
dict,uelut ab ijs quinihil intelligunt.Poft Veftam at, de Rheaato Saturno
conidera reconuenit, quan de Saturninomine in uperioribus diximus.Forte'uero
nihildico. HER.Curnam Socrates: soc. O
boneuir, apienti quoddam examen animaduer ti. HER. Quale itud: soc. Ridiculum
dictu.habet tamen nonnihilprobabile. HER: Quid ais: et quo pacto probabile.so
c.Infpicere mihi Heraclitum uideor, i pridem a pienter nonnulla de Saturno Rhea
tradentem, qu et Homerus dixerat. HER. Quid iftud ais:'s o c.Ait enim
Heraclitus fluere omnia,nihilo manere,rerum iparum pro - ce greflum amnis
fluxuicompars, haud fieri poffe inquit,utbis eandem in aquam temerou
gas.HER.Vera hcunt.soc. An uidetur tibi ille ab Heraclito dientire, qui aliorum
a deorum progenitoribus ineruitRheam at Saturn:Nunquid putas temere illum no
mina itis impouie.Quin et Homerus Oceanum deorum originem intituit, et The tyn
genitricem.Idemouoluit,utarbitror, et Heiodus.Aitprterea Orpheus, Ocean primum
pulchrifluum ciugium inchoae, quicum Tethy germana eua commicuit. Vide maximehc inuicem cfonant,omnia in opinion
Heracliti redeunt. HER. Viderismihialiquid dicere Socrates. Tethyosautem nomhaud
fatis quid ibiuelit, in telligo. soc.Hocutiidem fermeignificar:quoniam fontis
nomet recondit.Nam doctons et xlsus,id et caturiens et traniliens, fontis
imaginem pr e ferunt, ex utrif queuero hice nominibusnomen tudcet compoitum.
HER. Hoc quidem bellii mum et
Socrates.soc..Quid ni? Verum quid deinceps:Deloue profecto diximus. HER.
Sicet.soc.Fratres autem eius dicamusNeptunum atq Pluton,nomeno aliud quo ipfum
uocant.HER.Prorus.soc. Videtur Neptunusab eo qui primum nomina uit,idcirco
mooddy uocatusfuie, quia euntem ipum marisnatura detinuit,nec pro, grediultra
permitit,ed qualiuincula pedibus ipfius iniecit.Maris ita principem rood @ v
uocauit, quai qosideouov, id et pedum uincul.& uero decoris gratia forte
adie ctum fuit. Foritan n hoc fibiuult,fed pro ar, a primo fuit pofitum, quafi
dicat mom sids, id eftmultanofcens Deus,Fortais ab eo quod dicitur cdy, id eft
quatere,okwu ideft quatiens etnominatus, cuiw et d fuitadiect. Plutonem autem
quali zato, id et diuitiar datorem dicimus, quoniam diuiti ex terr uiceribus
eruuntur:& dxs uero multitudo interpretatur, quali addis, trite
tenebroum'ue. At hocnomen horrentes Plutonem uocitant.HER.Tuuer quid fentis
Socrates. soc. Videnturmihi homines circa pottiam Deiiftiusmultifariam
errauie,eumg exhorruieemper,cum minime deceat. Porr qui ex hocpertimecit,qud
nemo poftquam defunctus et,hucredit, quod'ueanimanudata corpore, illucabit.
Cterum hcomnia et regnum et nomen h ius dei,eodem tenderemihiuidentur.HER.Quo
pacto: soc. Dicam quod fentio. Dic age. Vtr horualidiusuincul eft ad quoduis
animal alicubidetinend, neceitas'ne, an cupiditas? HER. Longe Socrates,prtat
cupiditas.soc.Ann plurimi,&dw quo tidie ubterfugerent,nii fortiimo uinculo
eos quiillucdecendunt, uinciret: HER. Vi delicet. Soc. Quare cupiditate quadam
eos,utuidetur,potius neceffitate
deuincit, fi modouinculo nectitfortiimo.Her. Apparet.soc.Nnne rurus mult
cupiditates funt HER. Mult.so c.Ergo uehemtilimaoi cupiditate nectit eos,
fimododebet inolubilinodo conectere. HER. Certe.soc.Eft'neuehemtiorulla
cupiditas, ea qua quicrafficitur,dum
alicuius conuetudine meliorem feuirperat euadere: HER.Nul.. lamehercle
Socrates.so C. Hacdecaufa dicend Hermogenes, neminem hucillincuel lereuerti,
nec eti Syrenesipfas, im et eas et cterosomnes uauiimis Plutonis ora
tionibusdemulceri.t,utratio hctetat, deus is ophita proculdubio diertiimus et
ingentia confert his quipenes ipum habittbeneficia, qui u adeo diuits affatim
abundat, ut tantanobis bona uppeditet,unde et Pluto et nuncupatus. Ann philoo.
phitibiuidet officium, q nolithominibus corpora habentibus adhrere, sed tc dem
admittateos, canimus illorum eft corporeis omnibusmalis cupidinibus* purgatus:
Excogitauitnempehic deus hacratione fe animosmaxime detentur,i uirtutis eos aui
ditate uinciret. Eosautem quiftupore et infania corporis untinfecti,nepater
quidem Plutonis Saturnus ipfe,fuis illis uinculis coercere ualeret,fecum
tenere. HER.Nonni hil loquiuideris Socrates. soc.Longeabeft Hermogenes
utnom& dos, quali cudes id eft trifte tenebroum'uefit dict,imoab e
trahiturquod eft sid qvac, id et nole omia pulchra.Ex hoc itaq deus ifte nomin
conditore &dys et ncupatus.HER.Quid pr terea dicimusde Cereris nomine,
Iunonis, Apollinis et Minerv,Vulcanig et Martis,cterorumdeorum: soc. Ceres
quidem dwuktor nuncupatur ab ipa alimentor largitione, quai didol pektyg,hoc
est exhibensmter. Kex uero, id et Iuno, quali fat, id eft amabilis,propter
amorem quo Iupiter in eam afficit.Forte'etiam ublimepectans quihoc nomen
intituit,aeram,spav denominauit, et obcurelocutus est, ponensin fine principi
quod quidem patebittibi,finomen illud frequenter pronciaueris. DeflQKT say,id
et Proerpinam, et denmw nominare nnulliuerent, propterea qudillis ignota et
nominum rectitudo. Enimuero permutantes degregvlw ipsam considerant,graue id
illis apparet. hocautde ipsius sapientia indicat. Sapientia utic eft qu
resfluentes attingit,& aequi poteft.Quamobrem gegraqemerito dea
hcnominaretur,propter fapientiam, et Encolu, id et contacta, qepomlis, id elt
eius quod fertur, ueltale aliquid, Quocirca adhret illi apiens ipe des, quia
ipa talis et.Nunc autem nomen hocde. clinant,pluris facientes prolationis
gratiam ueritatem, utqepiqastav nomint. Idem quoq circa Apollinis nomen
accidir. nam pleriq id nomen exhorrent, quasiterribile ali quid preeferat.Ann
noti:HER.Vera penitus loqueris.soc.Hocat,utarbitror,hu ius dei potentimaxime
cuenit.HER. Quarationeso c.Conabor sententia meam ex primere.Null profecto
nomen aliud unum quatuorhuiusdei potentijs reperiri conue nientius potuiet,
quod et cprehenderet omnes, et iplius quodammodo declaret musicam, uaticinium,
medicinam, et sagittandi peritiam. HER. Aperias iam.Mirum quidd nomen effe id
ais.soc.Congrue quidem compoitet, cononat, utpote quod ad de um pertinet
muicum. Principio purgatio purificationes et ecundum medicinam,& ecundum
uaticinium,item qu medicorum pharmacis peraguntur, ac uatum incanta tiones
expiationes, lauacra, et afperiones, unum hocintendunt, purum hominem et
corpore et anima reddere. HER. Sic omnino. soc. Nnnedeus qui purgat, ipse erit
aro awn et sp nwy,id eft abluensa malis, solvens,q Apollo ipfe SIGNIFICAT? HER.
Abque Tubio.soc. Quatenusitap diluitata soluit, uttali medicus, pnvwy merito
nuncupa tur. Secunda vero divinationem uerumg &moww, id est simplex, quod
idem eft, recte more Thealicor nominarehunc poumus.hinempe omnes deum hunc mr
uoct. Quatenusatsi Boda wy, id eft emper iaculando arcu uehemens eft,s Badawy
dicipo tet,hoc et,perpetuus iaculator. Secundueromuicam, dehoc et cogitand
quemad modum de eo quod dicit et nrolo et
xomis,id eftpediequus,comes, et uxor, in qui. bus& ur et in
alijsmultis, idem quod imul ignificat.Hic quoq && znas ignificant
uerfionem qu imul et unaperagitur, quam cuerfionem dicamus.Ea in clis eft,qu
per eos fit quos snos uocamus:in cantu uero et quovia, quam dicimus ovuqwricw. Quia in his, uttraduntmuic et
atronomi periti,harmonia quad imulomnia cuertunt. Hicatdeusharmoni prfidet
omonwy,id eft fimuluertenshc omnia,& apuddeos et apud homines. Quemadmodum
igitoorkeudoy et Oxxosniv, id eft imuleuntem et imul iacent,uocauimus anonovlov
et KOITIY, o in ermutantes, ita Apollinem nomi navimuseum qui erat
&Mortondy, altero a interiecto, quia quiuo cfuietduro cum no mine.quod et
his temporib. upicati pleriq, ex eo q non recteuim nominishuius ani maduertt,
perindehocmetuunt, ac si perniciem quand SIGNIFICARET. Sed reueranomen hocomneshuiusdei
uires cplectitur, quemadmodupra diximus. Significat elim
plicem,perpetuiaculatorem, expiator et conuertentem. Muar uero et muicno men,ab
eo quod dicitpes, id eft inquirere,indagatione et ftudio apienti tractelt.
agt,id et Latona, manuetudine dicit,quia fic edereuwy, id et prompta et
expofita et Tibens ad id quodpetit quiqs exhibend. Forte'uero ut
peregriniuoct:multinamga, t nomint, quod nomen tribuie uident,quia non rigida
illi mens,ed mitis,ideo agli, quali neopress,id eftmos lenis et mitis ab illo
cognominat. opruis, id est Diana, ex eo qud aprejs, quali integra modetaciz sit
propter uirginitatis election. Forit eti qua fiageplisoge,id eft uirtutis
conci, uocauit nominis inftitutor.Fortaffis eti dicta eft'Ar temis,quafi apo u
des Chocous,id eft quafiilla cgreum oderit uiricum muliere.Vel enim propterhor
aliquid,uel propteromnia huiumodinomen et intitut. HER: Quidue ro divvoos et
espositor's O.Magna petis Hipponici fili.Atqui etnomin ratio his djs inpoitor
gemina,eria uidelicet et iocoa.Seri quippe ab als qure,iocofam acni hil
prohibetrecenere. locoi fan et difunt: Dionyuso eft dids i ciroy id et uinida
tor, qual tor, quafi nobivuosioco quod cognominatus. Vinum autem merito uocari
potest oto 18s quod efficiatut bibentes pleriq mentealienati, oisdocevou exay,
ideftmentem habe rele putent. DeVenere Hefiodorepugnarenon decet,ed concedere
propter ipfam ex dogo, hoc et ex puma, generation opoditlw uocari.HER.Acuero
Minerua, Socra tes,Vulcana et Martem,cum
fis Athenilis,ilentio n prteribis. soc.Haudquais decet.HER.Non certe.soc.Alter
quidem eius nomen quamobr it impofit, haud difficile dictu.HER.Quod: soc.
Pallad eam uocamus.HER. Plan.soc. NOMEN hoc cenendum et faltatione in bello ductum fuie.porro
uelfefe,uel aliud terra attolles re eu
manibusaliquid efferre,dicimus cmay, et wameat,id et uibrare,agitare et
agitari,& altare, et altationem perpeti. HER. Ablo controueria, Palladem
hac ratione uocamus,acmerito.Her.Alter eiusnom quo pacto interpretaris: so c.
llwa quris: HER. Id ipsum. soc. Grauius hocamice: vident prisci blwaw exitimare,quemad, modum hiquihis
temporibusin Homeri interpretationibus unteruditi.Nam iftorum plurimi Homer
exponuntbwaw tano mentem cogitationemg finie. Et qui nomi na inuenit,tale
aliquid de illa fenfiffe uidetur,im etiam altius eam extolls,utDeimen tem
induxit, perinde ac fi diceret sleovu, hoc eftutens pro y externo quodam ritu, s uero et o
detrahens,fort'uero non ita, ed IGavnas, id eft,utpote qu diuina cogno cat,pr
cterisomnibus deoroli, id et diuina cognocent, uocauit.Neqab re erit,li di xerimus
uoluie illappellareeam klovlw, qualiipa in more intelligentia fit. Ipe pot
mod,uel eciam pofteriores in pulchrius,ut uidebat,aliquid producendo,Athenean
de nominarunt.HER.Quid de Vulcano quem aquusov nomint: so'c. Quidais:Num ge
neroum ipum pso- isog,id et luminisprfidem quris? HER.Hc quliffe uideor.
soc.Hic utcuiq patere poteft, quiso eft,& x ibiuendicat.Vnde igas id est,lu
minis prees etdictus.HER. Apparet: niitibiquoq modo adhucaliter uideaf.s o c.An
neuideatur aliter de Marte, interroga.HER. Interrogo. soc. Siplacet, pys, id
eft Mars, dicitur fecund gger,id et macul, et av dogov,id et forte. Quineti fi
uolueris ob na turam quand aperam, duram atq inuict,immutabilem, quod totumgby
appella tur, ogy uocatum fuiffe, hoc quo et Deo penitusbellicoo cueniet. HER.
Prorus.Soi Deosiam mittamus per deos obsecro.Ndehis dierere uereor.Adalia uero
quecung uis,meprouoca,ut quales Euthyphronis equiunt, noueris. HER.Faciam
utpetis,i un deme qufiuero. meliquid Cratylus Hermogen ee negat. Inuetigemus
ita quid pus,id eft Mercurii nomen fignificet,ut fiquid ueri
hicloquit,uideamus.soc. quis, id et Mercurius, adermon pertinere uidetur,
quatenus gjelw rs eft, hoc et interpres et nuncius, furtius inloquendo
eductor,ac uehemens concionator. Totum id circa fer monem uerfatur.profecto
quemadmodum in fuperioribus diximus, kedy ermonis et uus.Speuero
dehocHomerusait ukcal, id eft machinatuset. Ex utriq igitur no. men huius dei
componit,tum ex eo quod loquiet,tum ex eo quodmachinari et exco gitare dicenda,
perindeac i nominis autornobis prciperet: Paret, viri, ut deum illa quiaipfufukcal, id
etloquimachinatus et, sipulw uoceris. Nos atarbitratiice legan tius eloqui,
guli uocamus. Quinetiam ies, ab eo quod apdu, id et loqui, nomen habet, propterea
quod nuncia et. HER.Probemediusfidius Hermogen elleme Cratylus ne gauilfe
uidetur. Adorationis enim inventionem hebes um.Soc. Conentane quoc amice, wow
biformem filium efle Mercur.HER.Qua rationer'soc. Scis qud fermo
# aw,id eftomne ignificat,circuit et uoluit emper,et geminus uerusuidelicetac
falsus: HER. Equidem. soc. Annon id quod et in ermoneuerum,leue eftat diuin, u
pra in dshabitans.Contr quod falum,infr in hominmultis,afper ato tragic:
Hincenim fabularum comenta et falfa et plurimacirca tragicam uitam
reperiunt.HER. Sic eft omnino.soc.Merito igitur quiefttaw, id eft tot nuncians,
et s monasy, id et femper uolutans,7 dezros biformisMercurij filiusdiceret, ex
uperioribus partibus lenis ac delicatus, ex inferioribus aper atok
hircinus.Eftg Panuelipe ermo,uel ermo nis frater,fiquidem et Mercurij
filius.Fratrem uero fratri limilem effe quid mirum: Ce teri o beate, ut et
paulo ante rogab, ermonem dedshunc abrumpamus. HER. Ta. les quidem deos,li
uis,mittamuso Socrates, huiumodiuero qudam percurrere quid prohibet. Solem,
lunam, ftellas,terram, therem,aerem,ignem, aquam, ver et annum: D soc. Multa
funt acmagna qu poftulas. Sicamen gratum tibi futurum et,obfequar. HER.
Pergratum plane.soc. Quid primum pocis: an utipenarrabas in primis stov, id eft
folem; HER. Profecto.soc.Manifetius
id fore uidetur, li Dorico nomine quis uta tur. Dorici enim asoy uocant,ato ita
uocatur ecund &nizdv, id et ex eo quodcongre gat in unum homines,cum
exoritur. Item ex eo quod circa terram &scina, id et emper
reuoluitur.Prterea quia uariat circuitu uo qu terra nacuntur. Variareautem et
duo. agy idem eft. HER. Quid uero de anlws, id eft luna,dicendum: soc.Nomen
hocui detur Anaxagoram premere. HER.Cur.soc. Quoniam pr se aliquid fert
antiquius, quod ille nuperdixit, quodluna fole lumen haurit. HER.Quo pactors o
coenas idem et quod lumen; HER. Idem. SocR.Lumen hocperpetuo circa lumen voy et
gvoy et id et nouum ac uetus,limodo Anaxagoriciuera loquuntur:nam
circlutranseam con tinue renouatur, Vetusautem etmenis prteritilumen. HER.Vtig.
soc.Lunam qui dem odavalav mulcinominant. HER.Certe. soc. Quoniam uero lumen
nouum acue tus emperhabet,merito uocarideberetadgurteoddam Nunc autem concio
uocabulo ahavice uocatur. HER. Dithyrambicum nomen hoc et, Socrates. Verum uave, id eftmenem:& spe
quomodo interpretaris. soc. Menis quidem vrs recteab vas. atroce, id
etminuendo, iure nuncuparetur. Astra uero et sectic, id et corucationis co
gnomentum habent. Soekautem quia au o
ads avasosqe, ideft uium ad fe conuer. tit, nspon dici deberet, nunc
ccinnioriuocabuloaspauinominal. Her.Vnde no men trahil mie et idap, id eft
ignis et aqua:' Soc. Ambigo equid,uideturg autMua meEuthyphronisdeeruie,
authocarduum quiddam effe. Aduerte obecro qu confu giam in omnibus qucunq
dubito. HER.
Quonam: soc. Dicam tibi.cis ipe qua ratio ne we nominat: HER. Non hercle.soc.
Vide quid dehoc upicer.Reor equidmul ta nomina Graecos a Barbaris, eos preertim
quiub Barbaris unt, habuie. HER. Quor um hc.soc.Siquis rectam itor impoitionem
fecundum grc uocem qurat,non ecundum eam qua et nomen inuent nimirum ambiget.
HER. Verifimile id quidem. soc. Vide ita nenomen hoc quebarbaricum it.neo enim
facile eft itud grc lin gu accomodare, contataita hocPhrygios nominare parum
quid declinantes, et . dwg et xuas,id eft canes, alia permulta. HER. Vera hc
sunt. soc. Ergo distrahereita nihil oportet, quandoquidem deipis nihil dicere
quiqu potet.Quapropter nomina illa ignis et aqu huncinmodum recio kzautic eft
dictus Hermogenes, quia qu circa terram unt, deed,id eteleuat.uel quia aega,
hoc eft emperfluit,uel quia eiusflu xu piritusconcitatur. Poet quippe flamina
aktasnuncupant.Forte igitur aer dicitur quali avocTcow, agzow id et piritus
fluens, uel fluens flamen, dedica prterea fic exponendum arbitror, quoni a
dicirca g pwy, id eft emper currit circa aerem fluens, quocirca eddeks dicipoteft.g
aut, id et terra,planius fenum exprimit,igara dicatur. yaa enim recte grkodea,
id eltgenitrix dicipoteft,utait Homerus.Nquod gazdan dicit, genitum in
re,inquit. Quid
reftat deinceps. HER. Ver et annus,
Socra tes. soc. Spore quid, id eftueris temporaprica et Attica uoce
dicendaunt,i uis quod conueniens et, cognocere. Hor nanquocant, quia ief80, id
et terminant hyemem atftatem uentosca et fructus ex terra nafcentes. giveau tos
at et nos, id eft annus,idem effe uidet. Quod e in lumen uicilim educit,qucung
nacunifiunto exterra,ipum in eipo examinat et dicernit,annus eft: et ut upra
louis nomen diximus in duo ect, ab aliquibus Pav,ab alijs di uocari,ita et ann
quidam giardy yocant, quia in eipo, quid quia examinat.Integra uero ratio eft
ipfum q in eipo examinat.Vndeexo ratieunanominaduo electa funt.qud e
limuldicit,co giair tolov,id eft in eipo examins, ditinctum dicitur griaunos,
et 70s, id est annus. HER.
Atuero Socrates,iam longe
pgrederis.soc.Longiusequidin philoophia uideor euagari. HER. Quinim. soc.Forte'magis
ccedes. Her.Verum pofthancfpeci libentilime contplarer,qua rationerectenomina
ita prclara uirtutint impofira,ut ogrkas,id eft prudentia,cuir as,
intelligentia, xacoou's, iuftitia, ac reliqua huius generisomnia.so c.Haud
conte. mnendum genus nomin ucitas, amice. Veruntamen poto leonin pellem um in
dutus,haud deterreridecet,im prclara ipfa,utais,nomina prudenti,intelligenti,
cogitationis citi cterorphuiumodicliderare.HER.Quin profecto prius deitere
nullo mododebemus.Soc. depolnmalemihide eo conijcere uideor, quod modo
coniderabam, antiquiflimos uidelicet illos nomin autores, ut et fapienti
noftrorum plurimis accidit,ob frequentem ipfam in rebus perueftigandis
reuolutionem, prter ceteros in cerebri vertiginem incidie:quo factum puto utres
ips proferri et vacillareil lis apparert.opinionis autem huius caufam.haud
interiorem uertiginem,ed exterior? cc ipfarum rer circuitum arbitrtur:quas ita
natura habere e putt, ut nihil in eis firmum. ZE et ftabile fic,fed
fluantomnesferanturo,& omnifariam agitentur, emper gignantur.PC et
defluant. Quod quidem in his nominibus, qu nuncrelata unt, conpicio. HERM. CC
Quo pacto Socrates.soc. Haudaduertiti superior nomina rebus qualidelatis,
fluentibus, et iugigenerationetranslatis impofita fuie: HERM.N atis
percepi.soc.Prins cipio quod primretulimus,ad aliquid huius generis attinet.
HERM. Qualeitud: soc. aprnois,id et prudtia eft,qops a govrous, id et lacionis
et fluxus animaduerio. Signi ficare quog potet,recipere vnou dops,id et
lationis utilitat.Tdem circa ipfam agita tionem ueratur. Quinetia liuis yvaus
id eft cogitatio fignificat govis vrnoip,id eft gene rationis cliderationem.you
c quippeciderare et. voxois autem, id eft intellectio, et rov ois,id eft
nouideideri.nouas uero res ee,ignificat eas fieri emper.atq hoc dei derare et
aggredi animum indicat qui nomillud inuenitvsotow. principio nang vsois,
ndicebatur,fed pro,duo se proferda erant,ut rebois, quafivov, id et noui
toisappe. titio et aggreio.ow poowy,id ettempertia illius quodmodo diximus
Opornotus, id et prudti, falus et coneruatio eft. udtskun,id et cientia, ab eo
quod inftar et fequit tra &tum et,quafi res fluentesolas animus perequatur,
intet et comitetur: at negexmo tra poterior,ne prcurioneicprior.Quare&
interiecto shylew uocare decet ouisas tanquam fyllogimus,id eft ratiocinatio
qudam ee uidetur.Cum autem owibrac dici tur,idem intelligiturac fi diceretur
etiska. Nam oftendit cum rebusanimum congre dirogix, id eft fapitia,
agitationis eft tactus. Obcurius autem, et alieniushoc nobis. Verum animaduertendet in poetis,
quoties uolunt aduentantem aliquem et irruen tem exprimere,ovulo.id et
erupit,profiljjt,dicere.Quin et illuftricuidam apud Laced. moniosuiro nomen
erat os,id et prpes.Sic enim Lacedmones ccitationis impe tum indicant.
Qualiitaqomnia perferantur, huiusipiusagitationis, qu eo quod oos di
citur,ignificatur,iniqw,id eft tactum perceptionem aophia demontrat..yglxid et
bonum cuiufqsnatur y sy,id eft mirabile,
amabile,delectabile ignificat.Enimuero potos fluuntomnia,partim celeritas,
partim tarditas inet.Eft igiturnon omneuelox, fed ipius aliquid y
soy.Quod quidayasov ipfius& yali nomine declaratur.ductoo uby, ideft
iutitia,quod xaiov oubsou idet iuti intelligentiam importet, facile conijcere
pol fumus. Quid autem ipum singu op fibi uelit, difficile cognitu.Videtur autem
huculoa multis quod dictum et cocellum,reliquum uero dubium. Etenim quicung
totum mobile arbitrantur, plurimum agitari ipum exitimt,per omnealiquid
permanare quo fingula fiant, quod'ue tenuilimum fit et uelociimum.Nec enim per
omniadicurrere polle,nifiadeo tenuelit ut nihil possit obliterepenetrci,&
adeo uelox, ut cteris quafi tancibus utatur.Quoniam uero gubernatomnia, dlaov,
id et dicurrens et permanans, merito dinglov eft appellat, x uno politioris
prolationis gratia interiecto. Hactenus quod modo diximus, inter
plurimosconftat hoceffe iuftum.Ego autem Hermogenes urpo te dicdideiderio
flagranshc omnia perfcrutatus um,& in arcanis percepiquod hoc ipum iuftum
it, et caua.quo enim res ipf fiunt,hoc et caufa:proprie ita uocariitud debere
quipiam tradidit.Cum uero ab his iam auditis iftis nihilominus diligenter ex.,
quiro quid ipfum iuftum it, quando quidem ita fehabet, uideor iam ulterius quam
decet exigere, et caueam,utdicitur,uall upergredi.Satis enim femperrogaeme et
audi- Prouerbia ferepondent,meg uolentes explere alius aliud afferre
conantur,neo ultra coentiunt. Quidam ait iut hoc, folem effe.Sol quippe folem
dicurrendo calefaciendog omnia gubernare. Cum uero hoc alacer cuiquam
qualiprclarum audierim, refero, ftatim ille meridet, qurito nunquid exiftimem
post solis occaum iuftnihil hominibus superef le: Percontanti itaq mihiquid
ille fentiret,ipfum ait ignem iuft exitere.neqid cogni tu facile,
quarealius,inquit,nignem ipum ed ipum potius innatum ignicalor.Alius hc omnia
pro nihilo habet.ee enim iustamentem ill qu induxit Anaxagoras. Dominam certe
illam fuapte natura,necalicuimixtam exornare omnia inquit, per omnia pe
netrantem.Hic quidem amice in maior
ambiguitat fum prolapsus, qum antea dum nihil deiutitia clcicabar.Cter
utredeamus ad id cuiusgratia diputaus,nomillicale propter hc, quale diximus,eft
tribuc.her. Videris Socrates, ex aliquo
audie hc, nec ex tua officinaruditer deprompiffe. soc. Quid alia: HERM. Non
ita. soc. Atten de igitur; forte'nansin reliquis te deciperem, quali qu afferam
non audierim.Potiu ftitiam quid retare avdgay, id eft fortitudinnondum
peregimus.iniutitia faneobtacu lum eiuset quoddilcurrit per omnia, dvd pi in
pugnauerfatur.pugna in rebus fi quid fluunt nihilaliud fluxusipfe contrarius.
Quapropter fi quis d ubtraxerit ex nomine hocadipi,nomen quod reftat aveia,
opusipum declarat. constat plan qud non flu xus cuiuqz contrarius gom id et
fluxus,fortitudo eft,fed oppoficus illi quiprter iutum ficfluxui.Neqzenim
aliterfortitudo eet laudabilis. ew autem,ideft mas, et civip,uir imili quod ductorigin,cilicet ab vw gom,id et
urum fluxu.pusuero,id etmulier, quafi jov, id et fcunda et generatrix,biv,id
eft fmina.cn? Begrs, id et papilla dici tur,ox sacuideturHermogenes dici,quia
retrac, ideft germinare pullulareg facit,ut irrigans ea qu
irrigantur.HERM.Sicapparet, Socrates.SOCR.Idride,id et uirecere, adolecere,
florecere, augmentum iuuenum reprentat, quai uelox quiddam et fu bicum, quod
innuitille quinomen conflauit ex leiv, id et currere, et &Ma, id eft
faltare. Animaduertismeuelui extra curum delat,poftquplana ac peruia nactus um:
Mul ta quoqz uperunt qu ad eria pertinere uident.HERM.Veraloqueris.soc. Quoru
num eft utuideamus quid de xuwid et ars importet. HERM. Prorus.SOCR.Nonnehoc uu
v, id et habitum mentis otendit, i z demitur,intererifautomedi inter x et
v,& interv et nzovn: HERM. Aridenimi Socrates et inculte. soc. Anignoras
beateuir no mina uetera ditracta iam effe,atq cfua ermonis tragicitudiois,eleganti gratia ad
dentibus et fubtrahentibus literas,ac partim tporis diuturnitate, partim
exornationis& ftudio undiq peruertcibus ucecce in na rw,id eft fpeculo,
aburd eft ipliusaddi tament: Talia
certe,ut arbitror,facitquioris illecebras pluris timant ueritatem. Quamobr c
multanominibus ipis adiecerint,tdem effecert, utnemoiam nomindu fenfum
animaduertat.Quemadmoddum o qiz,id etmtrum quodd proferunt,ccl oqiya
pronunciare debert,ac cteramulta. Profecto fidareturcui arbitratu uo et de
mere& addere,magna utic eet licentia, et quodlibetnom cui rei unuquiq
tribueu ret:HERM.Veranarras, so CR.Vera plane, ed enim mediocritatem quandam
aros decorum eruare te decet prsidem sapitem.HERM.Outinam.soc.Atqui& ipe,o
Her mogenes, opto uerum ne exacta nimium dicuione, uir felix, exquiras, neuim
meam prorus exhaurias.Afcendam quippead upradictorum apicen: posto post artem
cli. derauerimus Myjavlw,id eftmachinationexcogitationemg olertem. Videtautem
li gnificare idem quodmultum pertingere et acdere.Componitur ergo ex his
duobus, pxos, id etlonge et multum, et dvey,id eft acendere,penetrare,pertingere.
Sedutmo. do dicebam, adummam dictorum perueniendum eft, qurendum quid nomina
ita significant, opeta, id est uirtus, et xcxi,id eft prauitas.Alterum quidem
nondum reperio, alterum patere uidetur.Nam uperioribusomnibus
cononar,nempetanquam eancom nia:Kards sok,id et male uadens:xari, id eft,
prauitas erit. quarecum animamale adres ipfas accedet,communiter praua dicetur.
proprie uero acmaximeprocedendihcfa. culcas inoshiq,id et timiditate patet,
quam nondum declarauimus. prtermiimuse nim. Oportebatautem continuopoft
fortitudinem ipfam inferre. Multa inuper alia pr terieuidemur. ddnc SIGNIFICAT
durum anim uinculum.doms enim uinculum et.nian uero forte quiddam durumg
SIGNIFICAT quare timiditasuehemensacmaximum et ani m uinculum: quemadmodum et
exec,id et defectus inopia, dubium,malum quidd et,ac fummatim quodcun progreus
ipfius impedimentum,id male progredi uide tur otendere,in ipa uidelicetmotione
impediri at detineri. Quod cum animaubit, prauitate plena dicit. Quod i illud
prauitatis nomen talibus quibudam cpecit,contra rium osti,id et uirtus
ignificabit.In primis quid facil agilem progreffum, deinde folutum et expedit
anim bon impetum effe oportet. Quamobrabloaz impedimto obtaculog s bov,id et
emperfluens iure cognominari poffet adgftn.fort uero et degerli uocatquis, quia litaliftas
ap&TUTTys,id eftmaxime eligend. Verum collio uocabulo obetxdenominatur.
Foritan mefingere dices:ego autem aero, imodo no men illud prauitatis quod
retuli,recte et inductum,recte quoc et itud uirtutis nomen induci. HERM. Arranw,id
eftmalum,per quod in uperioribusmulta dixiti, quid ibi uult: so c.Extraneum
quiddam per louem,ac inutu difficile. Icaq ad hoc etiam machi namentum illud
fuperiusafferam. HERM. Quid itud: SOCR. Barbaricum quiddam et hoc esse dicam.
HERM. Probeloquiuideris. soc. Cterum hciam fi placet mittamus, nominauero ita
menon et degev, id et pulchrum et turpe, conideremus. Quid degepon innuat,
fatis mihipatere uidetur.Nempecum uperioribus conuenit. uidetur quinomi na
tatuit, paim agitationis impedimentum uituperare.utecce,s igorri zion pouw, id
eft femper impedientifluxum nomen dedit aegggow. Nuncuero collidentes degsw
appellant.HERM. Quid nonoy, id et pulchrum: soc.Hoc cognitu difficilius,
quanquam ip um ita deducitur,utharmoni duntaxat et longitudinis gratia ipum it productum. HERM. Quo pacto: soc. Nomen hoc
cogitationis cognomentum quoddam esse videtur. HERM. Quiitud ais:'soc. Quam tu
cauam appellationis rei cuiu cenes: an n quod nominatribuit: Herm.Omnino.so
c.Nnne causa hc cogitatio est veldeor, vel hominum,uel amborum: HERM.
Nempe.soc.Ergo xaroa,ideft quoduocatres, et kxav,idem accogitatio unt. HERM.Apparet.soc.
Qucunq mens et cogitatio a gunt,laudanda unt:qu non, uituperanda. HERM.
Prorus.soc. Quod medicin par. ticeps,medicin opera efficit:quod fabrilis
artis,fabrilia.Tu vero quid fentis? HERM. Idem. soc.Pulchrum ita pulchra. HERM.
Decet.so c.Eft autem hoc,ut diximus,cogi tatio. HERM. Maxime. soc. Nomen ita @
hoc narv, id et pulchrum,merito erit pru denti cognomentum,talia qudam agencis,
qualia affirmantes pulchra ee,diligimus. HERM. Sicapparet. SOCR. Quid ultra
generis huius reftat invetigandum: HERM. Qu ad bonum et pulchrum
pectant,conferentia uidelicet, utilia, conducibilia, emo lumenta,horum
contraria. soc. Quid
our popov,id et conferens it,ex uperioribus ip einuenies. Nam nominis illius
quodad cientiam attinet, germanum quiddam appa ret.Nihil enim pr e ferc aliud
quam qopav,id et lationem anim imul cum rebus, qu ue hinc proueniunt,uocari
orredoporre et ovu qopa, id et conferentia,ex eo quod fimul circumferuntur.Herm.
Videtur.soc.Losdantov autem, id eft emolumentum: 7 koe dos, id et lucro.xopdos
uero,li quisv prod nominihuic inferat, quod uult exprimit. N bonum alio quodam
modo nominai. Quod enim omnibus xopavuutui, id et micetur diffuum per
omnia,hanc ipfam eiusuim fignificansnomen illud excogitauit pro vap ponens, ac
Kopdo pronunciauit. HERM. Quid autem vorzask,id eft utile soc.Vides tur Hermogenes,non icut cauponeshoc utuntur,
idcirco Avantasy uocari, quia avesa a whece despax, id et umptusuitat et
minuit:uerum quia cum velocissimum sit, res ftareno finit,neq permittit
lationem rao-, id eft finem progreionis accipere at ceffare: ed oluitfemper ab
illa fugat,fi quis terminusfuperueniat, ipfams indeinentem immor talemg prbet.hac
rationebonum avame18yuocat arbitror.ipum enim motionis a ou do ro, id eft
foluens terminum,avandou uocari uidetur.conomoy uero, id et con
ducibileperegrinum nomet, quo penumero Homerus et uus. Eftaut hocaugen
difaciendio cognomtum.Her.Quid de hor contrarijs et dicendrsoc. Qu per
negationem itorum dicuntur,tractarenequaquam oportet. HER. Qun itar'sOc.co.uk
gogov,kiw deres davands, axopdes. HERM.Vera loqueris. soc. Sed Brabopov et yuso
s, id eft noxium et damnofum. HERM. Certe.soc.Braboooy quidembacitou tou how
effe dicit,id et quod uult& nav, id etimpedire et coercere:pu id eft
fluxum:hocautem passim uituperat:quod uultanlay gp pouw, recte bonomopou
appellaret. uerum ornatus gratia Brabopn arbitrornominat. HERM.Varia
tibifuboritur, Socrates,nomina.at quimihi uideris in pralentia, quali Palladi
legispraeludi quodd prcinuie,dum no men Bracoitopy pronunciares. so. Nego in
caua um Hermogenes,fed quinomip um intituerunt. HERM. Vera loqueris. Verum
Caudoquid: soc. Quid effe debeat {#ubades dicam Hermogenes: et uide uere
loquar,quoties dico quod addtes ac de mtes literas lge nomin enum uariant,adeo
ut pe exigu quidmutantes, ctraria SIGNIFICATIONEM inducant quod apparethoc in
nomine dear,id et opportun. uenithocnu permihiin mtem deeo quod di& urus um
cogitanti.Recs et profecto uoxnobispul chra illa,coegit ctrarium onare nobis
d'top et {mps&d ov, fenum ipum cfundens.Ve tus autem quid nomen utrung
uulc, explicat. HERM. Qui iftucais: soc.Dicam equi. dem.haud prteritmaiores
notrosfrequentero et d utiolitos,necrariusmulieres,qu maximepricam uocem feruant.Nunc
autem pro uelipfum et uelx adhibent, produe. ro (quali hcmagnificentius quiddam
onent. HERM. Quo pactorsoc. Vtecceuetu ftiimiuiriin op'a diem
uocabant,pofteriores autem partim uopov,partim su'pow,co cant. HERM.Vera hc
funt. soc.Scis igitur uetufto illo nomine tantum mentem eius quinomen impouit
declarari.Nam ex eo quod imeipzory, id et deiderantibus homini bus
gratulantibus etenebris lumen emicuit,diem inopor cognominarunt. HERM.Ap
paret.so c.Nunc autem illa tragicisdecantata quid ibiuelit suopa,nequaquam intelli.
gas.quanquam arbitrantur nnullispopov dici,quod kuopa,id eftmueta qug efficiat.
HERM. Itamihi uidetur.soc.Neq te fugitueteres Puyv,id eft iugum, dvozov uocaui
fe. HERM. Plan. soc. Enimuero luzw nihil aperit. at d'voyou,divoiy dywylw,id et
duori conductionem ligandi imul gratia,monftrat.Idem eftdemultis alijs
iudicand. HER. Patet.soc.Eadem rationediopita pronunciatum ctrarium nominum
omni qu ad bonum pectant otendit.porro bonipecies exitens,dondeous,id eft
uinculum quod dam et impedimtum proceionis effe uidet, tanquam Bag Bopo,id
eftnoxij affine quid dam.HERM.Icamaximeapparet, Socrates.Soc.Verum nicin
nomineueteri, quod ueriimilius etrecte intitutum fuiffe, qum noftrum. Nempe cum
uperioribus bonis conenties,fi pro 4,1 uetus retituas.Nec enim deby;ed toy
bonum illud ignificat,quod emper nominlaudat inuentor: At ita fecipendiidet,
imad idem pectat,d'ion, quali , , , , , , , ideft facile ad pro, greffum.uniuer
hocdiuerlisnominib.innuit aliquid per omnia penetrs, omniaq pe rornans,id ubiq
laudat: qd uero obftat et detinet, improbata. Quineti nominehoc {Butds,liyeter
mored profpoueris,apparebit tibinomen itud disutis boy, id eft li ganti
fiftenti quod pergit,impofitum.unde et Musdes cognominandum et. Herm. Quid
dura,nmy, uslupia,uoluptas cilicet,dolor, cupiditas, Socrates, et huius generis
reliqua: soc.Haudnimis obcura mihi uidentur Hermogenes, idbvi,id et uoluptas
lir quidem actionis illiusnomen et, qu advgay, id et utilitatem emolumentumo
tendit duero adiectum facit,ut pro eo quod et sova,dova proferatur.Ajax, id
eftdolor, Stans Gews,id etdiolutione corporis trahi uidetur.Nam in huiumodi
paflione corpus diffol uitur.xvc, id et trititia, quod impeditigio,id eft
ire,demonftrat.& aguda, id eft crucia tus,peregrinum nomen uidetur,ab ngdv
dictum.duig,id eft dolor et afflictio,ab gdl Oews,id eft ingreionedoloris
denominatur. HERM. Videtur.so Crigol, id eftmoe ror languor,lationis grauedinem
tarditatemg ignificat. xto enim onuselt.ioy uero pergens.xapod uero,id et
ltitia gaudium, diazrews, id eft profuione, et progias, id eft facilitate,poas,
id et motionis anim, dicitur. Tosalesid et delectatio,ab toptivs,id eft
oblectamento ducitur. Topavoy autem
trom,id eft inpiratione delectationis in anim Quaremerito uocaretur
garv,id et inpirans. Temporis autem interuallo ad Top Arvo deuentum
et.cuqpoouis,id ethilaritas et alacritas, quam ob cauam dicatur,aignareni hil
opus.Nam cuicp patet hocnomen trahiab eo quod dicitur e, id et bene. oum @
opeally id eft unaequi qualidicat animabeneres affequi.Vnde cu poporubs
uocarideberet:ta men Bagooutlw appellamus. Sed neg difficile est assignare quid
sgutta, id etcupidi. tas ibiuelit.Nomen quippehocuim tendentem in Ovuoy, id est
animam et iram et fu rorem oftendit. Ovus autem
loews& toews,id eft flagrantia, feruore,& impetu anim.
proindeiupo,id eft fuauis et blandaperfuio,dicitur,jm,id et fluxu animam
uehemen ter alliciente.ex eo enim quodiulio ga,ideft incitatusrerumgappetens
fluit,animam uehementerattrahitpropter impetum iue incitamrum fluxus.ab hac
tota uiHimeros et nuncupatus.Prterea Pothos uocatur,id et deiderium, quod fane
prfentem fuaui tatem n repicit, quemadmod iuepo,fed abfentem ardet. Vnde
wale_diciturquali wvrG,id eft abentis ccupicentia.Idem ipe in id quod gratet
animinixus,pr ente co quod cupitur iuopo,abente wlo denominatur. iews autem, id
et amor, quia doga,id eft influit extrinecus,neg propria et habti gas,id et
fluxio ilta,fed infua per oculos. Quapropterabcogar,id et influere,opo, id eft
influctio, amor ab antiquis no ftris appellabat,nam opro wutebantur.nuncautem pwsdicitur,wproo
interpoito. Ve. rum quid deinceps coniderandum prcipis? HERM. dlf, id eft
opinio, et talia qud, undenomen habentisoc.dke,uel diwa,id etperecutione dicit, qua pergit et
pro equituranima, conditionem rerum inueftigans:uel tfo Borm,id eft arcus
iactu. uides turautem hinc potiusdependere. oinois, id eft exitimatio,huic
confonat. oftendit quip pecioiy,id et ingreum animin unumquod coniderandum,
oioy,id et quale fic:qu admodum et bons,id eft uoluntas a Bor,id et iactu
dicitur: et Bns, id et uelle, pro pter ipum attingendinixum ignificat
etiamlis,id et cupere:& Bonbuch, id et cu lere. Omnia h copinionem
fequentia,Boras ipfius, id et iactus et nixus imagines ee uidentur.quemadmodum
contrarium, et boni, id et priuatio uoluntatis,defectusquid conequendiimpos
apparet, quali non contendat, neq etiam quod intendit,uult, cupit,
inueftigat,adipicatur.HERM.Frequentiora hc congerere uideris, Socrates. Quare finis iam fic fauence deo.
Volo tamen adhuc, vyxlu et Exonoy,id et necearium et uo luntarium declarari. Nempe
uperioribusilta uccedunt.socRxozoy equidem eft si noy,id etcedensneg renitens,
hoc fiquidem nomine declaratur zinoy lestorti, id et ces denseunti, quod'ue ex
uoluntate perficitur. avayeccoy uero, id et necearium et obfi tens,cum prter
uoluntatem it,circa errorem infcitiam uerabitur decribiturautem ex proceu
ecundum neceitatem, quoniam in uia apera dena inceffum prohibent. Vndeavaysazov
dictum et,quali per et yroscop,id et per uall uads.Quou uero uiget robur,ne
deeramus. Quamobr interrogaamabo, ne deitas. HERM. Ecce rogo qu maxima unt et
pulcherrima: aksaa,id eft ueritatem, et fordo,id eftmendacium, et y,id eft ens,
et quareid quodehicagimus,voua,id eft nomen, dicitur. SOCR. Quid vo casmaksa:
HERM.Voco equidem inquirere.so c.Videtur nomen hoc ex sermone illo conflatum,
quo dicicurv, id et ens esse,cuiusnomen inquiitio et. Quod clarius certe
comprehendes in eo quod dicimus vojasy, id et nominandum. hic enim exprimitur
nomen quid it, entisuidelicet inquiitio. &ikba uero ficut et alia
componiuider.Nam diuina entislatio, nomine hoc includitur, ankd, quai
exitensOscarx,id eft diuina que dam uagatio.Foido- autem contrarium motionis. Rurushic
uurpatur agitationis obstaculum, quod'ue itere cogit. Nam reboudw, id et dormio dicitur. 4 uero
adiectum enum nominis occulicouuero et Xoia, id estens et essentia,cum et rx66,
id etueritate, congruunt: fic apponatur.namrov, id elt uadens ignificat.Atdrv
id et non ens,quidam nominant xxcov, id et non uadens. HERM. Hcmihiuideris, 6
Socrares, fortiter admo dum discussisse. Verum si quiste perconteturqu fitrecta
itorum interpretatio, qu di cuntur ov, id et uadens:gov, id eft fluens,doww,id
et ligansac detinens, quid illi potii. mum repondebimus: habes'ne: Socr. Habeo
equidem.profecto nuper uccurrit no bis aliquid, cuiusreponione quicquam
uideamur afferre. HERM. Quale itud: soc. Viquodminime cognocimus, barbaricum ee
dicamus. fort enim partim reuera talia unt: forte'uero partim, ac prertim
nomina prima,temporum confuione infcru. tabilia.Etenim cum paflim uocabula
ditrahantur, nihilmirum eet i pricalingua cum
notra collatanihilo barbarica
uoce differret. HERM.haud alienum et ratione quod a dicis. Socr. Conentanea
quidem affero, non tamen idcirco certamen excuationem uidetur admittere.Sed
conemur hc diquirere, ato ita conideremus: fiquis femper uerbailla per qunomen
dicitur, qureret,rurus illa per qu dicuntur uerba, cici taretur, pergeretob ita
perquirere, non'ne qui refpondet, defatigari tandem et renuere cogeretur: HERM.
Mihiane'uidetur. SOCR. Quando ita quireponum denegar, merito ceabit: An non
poftquam ad nominailla peruenerit, qu cterorum unt& ermonum et nominum
elementarHcutio fi elementa funt,ex alsnominibus com pofita uiderinon
debent.quemadmodum upra et yaly,id et bon diximus, ex y s, id etiucundo amabilio, et 805,id
eftueloci compofitum.gooy rurus ex alijs conftare di cemus,illa ex alijs. ed
poftquam ad id peruenerimus quod ultra ex alisnominibusno cotituitur,merito
nosad element peruenife dicemus,nec ulteriusbocin alia nomina, referendum.
HERM. Scite mihiloquiuideris.soc. Annon ea de quibuspaulo ante in
terrogabasnomina elemta funt oportet rectam illorrationem aliter quam
reliquorum inueftigare. HER. Probabile id quidem.soc.Probabile certeHermogenes.
Supe riora itaq omnia in hcredacta uidentur:ac i ita e res habet, ut mihiuidetur,
rurusage hic unamecum conidera, neforte delirem dum rectam primorum nominum
rationem exponeretento. HERM. Dicmodo. ego nang pro viribus meditabor. soc.
Arbitror equidem in hoc tecentire,unam efferectam et primi&
ultiminominisrationem, nul lum illorum eo quod nomen est, ab alio dicrepare.
HERM. Maxime.so c.Etenim om 2 nium qu upr retulimusnominum recta ratio in hoc
cticit, ut qualis qu res litin 7) dicaretur. HERM. Proculdubio. soc. Hocutio
non minus prioribus quam pofteriori. bus competere debet sinomina fucura sunt.
HERM. Prorus.so-c.Atquipoteriora no. minaper priora hocefficere poterant. HERM.
Apparet. soc. Primauero quibus alia n prcedunt, quo pacto quam maximeres ipsas
nobisoftendt, i nomina effe debet: Adhoc mihireponde. iuoce et lingua caruillemus,uoluiffemusgres
inuicem declara re,nonneperindeac nuncmuti, manibus capite et cterismembris
ignificare tenta uiemus? HERM. Haud aliter Socrates, soc. Ergo supern quippiam
ac leue demonftraturi, clum uerusmanum extuliffemus, ipam rei naturam
imitantes: inferiora uero et grauia deiectione quad humiinnuillemus. quineti
currentem equuelaliud quic quam animalium indicaturi,corporum noftrorum geftus
figuras ad illorum imilitudi nem quam proximequio finxiet. Herm. Necelari quod
ais eemihiuidetur.soc. Huncinmodutarbitror his corporis partibus ostensum eet,
corpore videlicet quod quifq monstrare voluerat imitante. Herm. Ita certe.soc.
Postqu uero uoce, lingua, et ore declarare uoluimus, nnne ita demum per
hcotenio fiet,li per ea circa quodli bet,facta fuerit imitatio: HERM. Necearium puto.
soc.Nomen itaq et, urapparet, imitatio uocis, qua quiquis aliquid imitatur,per
uocem imitat et nominat. HER. Idem mihi quoq uidetur.soc. Nondum tamen recte
dictum existimo. HERM.Quamobr: Soc. Quoniam hos oui et gallorum cterorum animalium
imitatores fateri cogere. murnominare eadem qu imitantur. HERM.Vera loqueris.
SOCR.Decereid cenes: HERM. Nequaquam sed qunam
Socrates imitatio nomen erit: s o c.Non talisimi. tatio qualis qu
permuicam fit,quamuis uoce fiat,nec eti eorundem quorum et mu. fica imitatio
et,nec enim permuicam imitationem nominare uidemur. Dico aut ic: Adetrebusuox
et figura color plurimus. HERM. Omnino.soc.Videturmihiiquis hcimitetur,neq
circa imitationes iftas nominandifacultas cfiftere. hfiquidem unt partim muica,
partim uero pictura.jnonne.HERM. Plane. soc. Quid ad hoc: nonne essentia ee
cuiq putas, quemadmod colori et cteris qu upr diximus: an n inet
coloriacuocieentia qudam,& alijs omnibus qucunc essendi appellationefundi.
gna: HERM. Mihi quidem uidetur. soc. Siquis cuiu eentiam imitari literisfylla.
bisc ualeret,nonne quid unumquodo fit declararet: HERM. Maximequidem. Soci Quem
hunc ee dices: uperiores quidem partim muicum,partim pictorem cognomi
nabas,hcuero quomodouocabis? HERM. Videturhicmihi Socrates quem iamdiu qurimus
nominandiautor. soc. Siuerum hoc et,coniderandum iam denominibus illis qu tu
exigebas, pess, idet fluxu,igra,id et ire, goews, id et detentione,utrumli
teris yllabis luis reuera effentiam imitantur,nec'ne.Herm.Prorus. soc. Ageuidea
musnunquid hcola primanominaint,an fint et alia prterhc. HER.Alia equidem
arbitror. Soc. Consentaneum est cterum quis ditinguendimodusunde imitari incir
pitimitator: Nnne qudoquidem literis ac yllabis eenti fit IMITATIO, prta tprimu
elementa distinguere: quemadmodum qui rhytmis dant operam, elementorum primo
uires ditinguunt, deinde syllabarum tanium, rhythmoscandem
iprosaggrediuntur,pri usnequaquam. HERM. Vtiq.soc.Annon ita et nos primo
oportet literas VOCALES distinguere, poftea reliquas ecundum pecies, mutas et
SEMI-VOCALES. Ita enim in his erudi ti uiri loquuntur.acrurus uocales
quidem,non tamen emiuocales, et ipar uocalium pecies inuicem differentes.
Etpoftquam bcbene omnia dicreuerimus,rurus induce, renomina,coniderareg i untin
qu omnia referuntur, quemadmodum elementa,ex quibuscognocere licet& ipfa,
et fi in ipis pecies continentureodem modo ficutiner lementis. His
omnibusdiligenter cogitatis,Icire oportet afferre secdum fimilitudinem
unumquod, iueunum uniit admouendum, eu mulc inuicem commicenda:ceuph Storesctores
similitudinem volentes exprimere, interdum purpureum duntaxat color adhi
bent,interdum quemuis alium colorem, quandoque multos conmiscent,ueluti cum
imaginem viri quam similimam effingere volunt, vel aliud quiddam huiusmodi,
quatenus ima goqueo certis coloribus indiget. haud ecus et noselementa
rebusaccomodabimus,& unum uni, quocunq egere maxime uideatur:oumbona , id
et coniecta conficiemus, quas yllabasuocant. Quas ubiiunxerimus, ex eis
nominauerba constituerimus, rur fusex nominibusac uerbismagnum iam quiddam et
pulchrum et integrum contrue mus:& quemadmodum totum ipum compoitum pictura
animal uocat, ita noscontes xtum huncintegr; orationem uel nominandi
peritia,uel rhetorica fbricatam,uel alia quauis qu id efficiatarte.Imno nos
itudagemus.modnam loquendo trangref fus fum, quippe ueteres ita conflarunt,fi
ita et contitutum. Nosautem oportet,fimodo artificiofe conideraturiumus,ipa
omnia fic ditinguentes, fiue ut conuenit primano mina et pofteriora int
poita,iue non,ita excogitare.Aliter autem cnectere uidend eft amice
Hermogenes,ne forte it error.Her. Forte per louem Socrates. soc. Nun quid ipfe cfidis ita te posse
ditinguere: Ego enim mepoe diffido. HE.Multo igitur magis ipe
diffido.soc.Dimittemus igitur?an uis utcun @ ualemus experiamur,et i pa rum
quid horum noe poffumus,aggrediamur,ita tamen utfupr,dis prfati:ucq illis
ediximus,nihil nosueriintelligentes opiniones homindeillis concere:ita et ncper
gamusnobiipi imiliter prdicentes, quod fi quam optime ditinguenda hc fuiffent,
uel ab alio quopiam,uela nobis,ic certe ditinguereoportuiet: nuncautem,ut
fertur, puiribus ifta nostractare decebit. Admittishc'uel quid ais.HER. Sic
prorusopinor. soc. Ridiculum uium iri
Hermogenes, arbitror, quod res ipf imitatione per literas fyllabas a
factamanifeta fit. Necearium tamen:nec enim meliushochabemus quic quam,ad quod
repicientes deueritate primorum nomin iudicemus:nii forte quemad modum
Tragiciquoties ambigunt, cmentiris quibudam machinamentis ad deosco fugiunt,ita
et nos ocyusrem expediamus,dicentes deos prima nomina pouie, et idcir corecte
intituta fuie.nunquid potiimusnobis hic fermoran ille, quod ipa a barbaris
quibudam accepimus: Nobis quippe antiquiores untbarbari,uelqud ob uetuftatem
ita ea dicerninequeuntut et barbara: Tergiuerationesh unt, et belliim quidem, illorum
quicunq nolint derecta impoitione primorum nomin reddere rationem. Ete nim
quiquis rectam primor nominum rationem ignorat, equentium cognocerene
quit.hcporr ex illis declaranda unt,illa aut is ignorat. quin potius neceffe
eft fequ tium peritiam profitentem,multo prius et abfolutius antecedentia
comprehendiffe, por feq otendere, aliter autem ciredebet fe in sequentibus
deliratur.an aliter ipe confess HER.Haud aliter Socrates. soc. Qu ego
enideprimis nominibus, inolentia ridicu lag admodum ee mihiuidentur,ea tec, i
uelis, comunicabo. Siquid uero tumelius inueneris,mecum et ipe comunica. HER.
Efficiam.fed diciam forti animo. soc.Princi pio ipum g uelut inftrumentum
omnismotusee uidetur. Curautem motuslivrosap pelletur,non diximus.patet tamen
quoditors, id eftitio ee uult.Non enim quondam, fedeutebamur.principiaut ab
liay, id etire, quodperegrinum nomen eft,& igra,id etire ignificat.Quare fi
pricum eiusnomen reperiatur in uocem noftram translatum, recte i'eois
APPELLABITVR. Nc autem ab kiau nomineperegrino, et ipfiusy conmutatione, et
vipius interpofitione livyoisnuncupatur. Oportebat autem sidingoy uel any
dicere. sas,id eft ftatio,negatio ipfius iga, id eft ire ele uult, ed
ornatuscaufa sas denomi natur.Element itaq ipum qopportunm motus intrumentum, ut
modo diceb,uium et nominum autori ad ipfam lationis fimilitudin exprimend:
paflim itaggad motus expreion utitur.In primo quidem ipo jau et go, id
etfluere, fluxu per literampla tion imitatur,deinde in touw,id eft
tremore,& baya apero.item in uerbis huiufmodi, kdy percutere,&gaver
uulnerare, ordy trahere, @ gndu frangere eneruareg, kopuerto siddy incidere,pu
du uacillare, irritare, et circumuerare. Hcomnia ut plurimperp ad similitudinem
motionis effingit. Mitto enim quod lingua in hac litera pronunciadamini
meimmoratur, quin potius cocitatur. Quocirca ad itor expreione iplo s potiim
uus fuiffe uider. Vfus eft &, scilicetiota, ad tenuia qu per
omniamaximepenetran tia.idcirco igra et icadou, id eft ireprogredi per o
imitatur. Quadmod per 4.0, qu E liter uehementioris fpiritus unt, talia qudam
nominum autor exprimit, fuzew frigt dum, (soy feruens, osoatare concuti, et
communiter aconoy, concuion quaffationem: quoties uehemens quippiam
&fpiritu plenum imitari uult nominum inftitutor, tales utplurimum literas
adhibet.Quinetiam ipiusd cpreionem aco, lingu et uelut ha. rentis retractionem,
peropportun exitimae uideturaduinculi&ftationis potenti exprimendam. Etquia
in a proferendo maximelingua prolabitur, idcirco per hoc uelur ex fimilitudine
quadam nominauit nga, id et lenia et rcdaerah labi, et noMdeslie
quidum,Ascrapov pingue, ctera huiumodi.Quiauero labentem linguam y remoratur eo
interiecto formauityhioggoy lubricum, gauxudulce, yrdes uicoum, luculentum.
Animaduertens quo&ipfius v onum imoin gutture detineri, eo nominauit so
vdby et te gutos, id etd intus et, et qu intrinfecusunt, utres per literas
reprentarer.Ipum uero w,meyer@,id et magno tribuit &ipum % ukus,id et
longitudini, quoniamma. gnliter unt.in nomineautem spozzinoy, id eft
rotundum,ipfo o indigens, o ut pluri mummicuit. Eadem ratione ctera ecundum
literas ac yllabas rebus ingulis accom modare uidetur nominum
autor,ignnomenocontitus,ex his deinde pecies iamre liquas per imilitudinem
contituere. Hc mihi Hermogenes recta uidetur effe nomina ratio, nii quid aliud
Cratylus hic afferat. HER. Etenim
Socrates, fpemeturbat Craty lus hic, uc
principio dixi,dum ee quand afferit rectam nomin rationem, qu uero sit,
non explicat, utdicernere nequeam utrum de indutria, nec'ne adefit obcurus. In
prentia igitur Cratyle,coram Socrate
dicas, utrum placeant ea tibi qu Socrates de nominibuspredicat,an preclarius
aliquid afferre poffis:quodfi potes,adducas in me dium, ut uel a Socrate
dicas,uel nos ambos erudias. CRAT. Videtur netibi Hermoge nes facile ee tam
breui percipere quoduis atque docere,nedum rem tantam, qu maxi mum quid
demaximis stimatur. HER. Non mihi per louem, quinim cite loquutum Heliodum
arbitror, quod operprecium it paruum paruo addere.Quare fi quicquamli cet
exiguum perficere uales,ne graueris, fed et Socratem istum iuua,& me
insuper.de. bes enim.soc. Equidem
Cratyle, nihil eorum qu upra comemoraui; aerer.Nem peutcunq; uiumet, cum
Hermogene hoc indagavi quocirca aude fi quid melius habes, exprimere, tanqu im
libenter,quod dixeris,ucepturus. Neqz enimmirarer liquid tu
hicehaberesprclarius. Videris porr &ipfe talia qud conideraffe, &ab
alijs di dicie. Siquid ergo prstantius dixeris, me interdiscipulos tuos circa
rectam nomin rationem unum connumerato. CRAT. Certe mihi Socrates,utais, cur hc fuerunt,ac forte dicipulum
te efficerem.Vereortamen ne contr omnino e res habeat.Conuenic mihi nuncidem
erga te dicere, quodaduerus Aiacem in acris Achilles inquit.Genero. Iliadosi
fe,ait,Aiax Telamonie populor princeps, omnia mea ex ententia protulifti.Ita cu
quo que Socrates, nostra exmente uaticinari uideris, fiue ab Euthyphrone fueris
inpira tus, iue Mua qudam tibipridem inhrens nuncte protinus concitauerit. soc.
O uir bone Cratyle, ego quo fapientiam meam iampridem admiror,neq nimis
confido. qua re examindum quid dicam, exiftimo.Namaeipo decipi grauiimum et
nimis enim 2 periculosa res eft, quum eductorabet nunquam emperdeceptum proxime
comita, tur. Oportetitao superiora frequter animaduertere, et utpoeta ille ait,
ante illa retros conpicere.Atqui &in prsenti videamus quid nobis sit dictum. Rectam diximus
nominis rationem, ququalis quqres fit, oftendit.Nunquid ufficienter ee dict
afferi mus: CRAT. Ego quidem aero.soc.
Docendi igitur gratia nomina ipfa dicuntur: CRAT. Prorus. soc.
Annon et artem ee hancdicimus, et ipfius artifices: CRAT. Maxime. soc. Quos.
CRAT. Quos principio tu legum
&nominum conditores co gnominabas.soc.Vtrum hanc artem imiliter at alias
inee hominibus, an aliter arhi tramur:Idautem eft quoduolo.pictores quidam deteriores
unt,quidam prtantiores? CRAT. Sunt.soc. Nnne prstantiores opera sua pulchriora
faciunt, figuras uidelicet animalium: ctericontra: Aedificatoresquoq imiliter
partim pulchriores, partim tur piores domos efficit: CRAT.Sic et.soc. Nnne et
legum ipsar autores partim opera suapulchriora, partim turpiora efficiunt:
CRAT. Haud ampliusiftud
admitto. soc. Non ergo leges alimeliores,deteriores ali tibiuidentur. CRAT.
Non. soc. Nec eti nomen utapparet, aliud melius, aliud deterius impoitum
ARBITRARIS. CRAT.
Negitud. soc.Ergo omnia nomina recte poita unt. CRAT. Quecunqueuidelicet
nominaunr. soc. Quid de huius Hermogenisquod upra dictum et, nomine: Vtrum
dicend non effeilli iftud impoitum, niiquod quo geridews,id eft Mercurij
generationis illicompe car: Animpoficum quidem, non tamen recte: CRAT. Nec impositum
esse Socrates, arbitror,fed uideri.ee
autem alterius cuiusd nomen, cui natura inest qu nomine con cinetur.soc.Vtrum
nequementicur quisquis Hermogenem ee eum dicit:Nec enim hoc eft dubitandum,
quin eum dicatHermogenem ee,cum non fit. CRAT. Quaratig ne id ais: so c.
Nunquid ex eo quod non datur dicere fala,ermo tuus conftat, et circa id ueracur
permulci nempe amice Cratyle, et nunc PRDICANT et quondam aerue runt. CRAT.Quo
pacto Socrates,dum dicit quis quod dicit
quod non et dixerit; An non hoc et falla dicere,qu n unt dicere: soc.Prclarior
hic fermoamice,quam con dicio mea et tas exigat.Attamen mihi dicas,utrum loqui
fala non poe aliquis tibi ui detur,fariaut pofle? CRAT. Neq fari.soc.Acetiam
nec dicere,nec apppellare, falu tare: Quemadmodum liquis tibi
obuiushopitalitatis iure manu te prehendens dicat Salue hopes Athenienis,
micrionisfili Hermogenes. illeloqueretita,uel fari dicere tur,uel diceret,uel
falutaret,appellaret ita, non te quidem,ed hunc Hermogenem,aut nullum:
CRAT.Videtur mihi Socrates, incaum hc
ite uociferare.so c.at habeo. utr uera uociferat, qui ita clamat, an fala:
Anpartim uera, partim fala: Namhoc quo queufficiet. CRAT. Sonare huncego dicam
feipfum frutra mouentem, ceu fiquis ra puler.soc.Animaduerte Cratyle,utrum
quoquo modo conueniamus.Nne aliud no men, aliud cuius nomen et,effe dicis:
CRAT. Equidem. soc. Etnomen rei ipsius imita tionem quandam effe: CRAT.Maxime
omni. So c. Et picturas alio quodam modo re rumquarundam imitationes: CRAT.
Certe.so c. Ageuero, force'ego quid dicas, non fa tis intelligo,tu autem forit
recte loqueris.poffumus has imitationes utra et picturas et nomina rebus his
quar imitationes unt, attribuere, nec'ne: CRAT. Poumus. SOC. Adverte hocin
primis,nunquid poffit aliquisuiri imagin uiro, &mulieri mulieris tri buere,
et in alijs eodem pacto: CRAT.Sic certe.soc.Num &contra,uiri imaginem mu
lieri,& mulieris uiro. CRAT. Ethoc. soc. An utrqueditributioneshuiumo
direct sunt: uelpotiusaltera,qu cui proprium fimileg attribuit: CRAT. Mihi
quidem uide tur.SOC.Ne igitur ego actu cum imusamici, in uerbis pugnemus,
aduerte quod dico. Talemego ditributionem in imitationibus utriqz tam nominibus
picturis rect uo co. et in nominibus nrectam modo, fedueram. Alteramuero
disimilisipius tributio nem illationem non rectam,& in nominibus prterea
falam. CRAT. Atuide Socra tes,nefort in
picturis duntaxat id contingere poit,ut quis male dipertiat, in nomini bus
autem minime,fed neceari it recte femper adcribere.soc.Quid ais: quo ab illo
hoc differt: Nonefieri potet ut cuipiam uiro quis obuius dicat,hctua figuraet,
oten datk illi forte'uiri illius figuram, forte'eti mulieris: Oftendere,
inquam, enibus oculo rum offerre. CRAT.Certe.soc.Nnneiterum ut eidem factus
obuiam dicat, nomen id tuum est. Imitatio quippe aliqua nomen est, quemadmod et
figura. Dico autita.Nn ne licebit illi dicere,nomen hoctuum eft: deinde in aur
idem infundere,fort'eius imi tationem dicendo quod uir et,forte' uero fmin
cuiud generis humani imitation, dicendo quod mulier: Non uidetur tibihoc
aliqudo fieripoffe: CRAT.Concedere ti bi uolo, o Socrates, licefto.soc. Recte
facis amice.aci id ita fe habet, controueria iam tolletur. Porr si in his huius
modi qud partitio fit, alter uereloqui,alterloqui fala uocamus.Si hocaccidit,
et poumus non recte nomina ditribuere, et qunon propria funt cuic
reddere,fimiliter in uerbis aberrare licebit.Sinautem uerba nomina ita con
gerere datur, necesse est et orationes similiter. Oratio quippe,utarbitror, et
uerborum &nominum cpoitio. Quid ad ita Cratyle: CRAT. Quod et tu.probe namg
loqui ui deris.soc. Quineti si prima nomina ad literas ipas quad imitatione
referimus, ctin. gere potet in his quemadmod in picturis,in quibusaccidit ut
congruas omnes figuras coloresg; adhibeamus.Item (ut non omnes,fed partim
uperaddamus,partim ubtraha mus,plura et pauciora exhibeamus. Nne fieri hoc
potest? CRAT. Proculdubio.so.. Quicuenientia oia tribuit,pulchras literas et
imagines reddit. Quiuero addit,uel au fert,liceras quidem ac imagines &ipe
facit, fedmalas,CRAT. Nempe. soc. Qui autem per literas ac syllabas rerum
eentiam imitatur,nnne eadem ratione fi compertia om nia tribuit,pulchram
imaginem efficit: Idautem nomen exitic.finautem in paucs defi,
ciatuelexcedat,imago quidem efficietur, sed non pulchra: Quamobrem nomina qu.
dam beneintituta erunt, qudam contra.CRAT. Forte. soc.Forican ergo nominum
hicbonus erit artifex,illemalus.CRAT.Profecto.soc.Nnne huic nomen erat nomi
numcditor: CRAT.Plane.so c.Erititag in hocquemadmod in cteris artibus con.
ditor nominum bonus unus,alius uero non bonus,limodo fuperiora illa inter
noscon ftant. CRAT. Vera hc funt. Verum cernis
Socrates, quotiens has literas et
B et quoduis elementor nominibus per art grammaticamattribuimus, iquid
auferimus, ueladdimus, uel etiam permutamus, quod nomen quidem cribimus;non
tamen recte, im uero id nullo modo fcribimus, quin potius tatim aliud quidd et,
c primum hor aliquid patitur.soc.Vidend Cratyle,ne force'minusrecte hoc pacto
conideremus. CRAT. Quo pacto:so c. Fortais qucune aliquo ex numero contare uel
non csta renecee et, id quod ais perpetiuntur, quemadmoddecem, autquiuis alius
numerus. Nam quilibet numerus quoc additouel ablato, alius tatim efficitur.
Fort uero qua litatis cuiuslibet et imaginis haud eadratio et, ed diuera. Neg
enim omnia imago ba bere debet quc illud cuius imago et, li modoet imago
futura. Animaduerte num aliquid dicam. Anduoqudam hcerunt,Cratylus uidelicet,
et ipfius imago, iquis deo rum nmodo colorem tuum figuram expreerit,ut pictores
olent,ed interiora qu que omnia fimilia tuis effecerit,mollitiem eandem,
calorem, motum,anim, fapienti; &ut breui complectar, talia prorus
effinxerit omnia, qualia tibiinunt: Varum, inqu, alterum itorum Cratylus
erit,alterum Cratyli ipsius imago:AnCratyli potius gemini: CRAT. Cratyli Socrates, ut arbitror, duo.soc.Cernis
amicealiam imaginis rationem ee qurendam, qumillorum qu paulo ante diximus ne
cogendum effe liquiduel additum,uelablatum fuerit,ut non ampliusit imago
Annonentis quant deet ima ginibus, ut eadem habeantqu et illa quor imagines
sunt: CRAT. Equidem.soc. Ri. diculum aliquid Cratyle exnominibus contingeret
his quorum nomina unt, fi prorfus illis fimilia redderentur.Gemina quippe
omniafierent, neutrum illorutrum effetpo tius dici poffet,res'ne ipa annomen.
CRAT. Vera loqueris. soc. Ingenueitaqz fatearis o uirgeneroe,nominum aliud
bene,aliud contra pofitum effe:nec cogas omnes literas continere,ade ut penitus
tale fit, quale et id cuius eft nomen:ed mitte liter quoq mi nus congruam
afferri qudoq:i literam, &nomen imiliter in ermone: i in fermoneno
men,ermonem inuper nequaq connenientem rebus tribui, et rem ipsam nihilominus
nominari dici,quoad rei ipiuscuius fermo eft figura,init: quemadmod in elemento
rum nominibus qu nuper ego &Hermogenes comemorauimus,lirecordaris. CRAT.
Recordor equidem,soc. Benehercle igitur quandocung hocinerit, quamvis non om
nia conuenientia prorus adint, dicetur.bene quidem, cum omnia:male uero, cum
pau ca.Diciitap
beate,mittamus,nequemadmod qui in Aegina noctu circumuagtur, fero iter
peragt, ita &nos hoc pacto ad res ipfas reuera erius qum deceat, peruenie
uideamur,uelfalutem aliam quand exquiras rectam nominis rationem,nec confitea.
ris declarationem rei literis ac fyllabis facta,nomen effe.Porr i ambo hc
dixeris, tibi ipfe contare &conentire non poteris. CRAT. Viderismihi
probeloqui Socrates.at que ita pono.soc.
Potquam de his conentimus, quod retat dicutiamus.Si bene no men poitum ee
debet,oportere diximus literas fibi cuenientes inee. CRAT. Plane. soc. Conuenit
autem ut liter rerum fimiles inint. CRAT. Omnino. soc. Quigi tur recte unt
poica ita pofita unt.Siquid autem non recte poitum et ut plurimum qui demex
conuenientibus imilibus literis contat, fi quidem imago et.habet aut et ali
quidnon conueniens,propterquod non rect et,nerecte nomen et intitut,Sic'ne an
aliter dicimus, CRAT. Nihileft Socrates,
ut arbitror, contendend: neq enim mihi placet,utomen quidem ee dicatur,non
tamrecte poit. soc.Vtrum hoc tibi non placet, quod nomreiipfius declaratio lit:
CRAT. Placet. soc.At vero nomina partim ex primis constituta esse, partim esse
primanon probedict putas: CRAT.Probe.soo Enimuero prima i quorund declaraciones
effe debent, habes'ne mod commodiore quo id fiat, qa li talia fit,qualia illa
funt qu declarari volumus:Anmodus ite pocius ei bipla. i biplacet, qu
Hermogenesalij plurimi tradunt,qud uidelicet nomina conuentiones qudam lint ijs
qui ita cotituerunt, acresipfa prcognouere,aliquid referentes:rectas nominis
ratio in cuentioneconitat,nec interit utrum quis ita utnunc ftatut et de
cernat, an contra:ut uideliceto, quod nunc o paruuocatur, o magnum cognominetur,
wuero quodmodow magnum, w paruum dicatur: Vter iftorum magis tibimodus pla cer:
CRAT. Prtatomnino Socrates,fimilitudine referre quod quis oftendere uult,
quouis alio. soc. Scice loqueris. Nneli nomen rei imile et,necee et elemra ex
qui bus prima nomina cponuntur,natura ipa rebus ee fimilia: Sic autem dico: an
aliquis quandox pictur iz upra diximus,rei cuiuqu imilem effinxiet,nii colores
ipfi qui bus ctatimago, efTentnatura reiillius imiles quam pictoris tudium
mitatur: Anno impoibile: CRAT. Impoibile plane. soc. Eadem rationenomina ipanun
alicuius fimilia fierent,nii illa quibus nomina cponuntur, limilitudinem
aliquam haberent ea rum reru, quarum nomina imitationes sunt. Ea vero quibus
constant nomina, elementa sunt. CRAT. Sane. soc. lam tu sermonis eius esto
particeps, cuius nu per Hermogenes. An recte diceretibi uili sumus, quod ipsum plationi, motui,
asperitati congruit? CRAT. Rectemihi quidem. soc. Ipsum ata leni et molli,
accteris qu narravimus: CRAT. Profecto.so c. Scis ne quod idem, id est asperitas
ipsa nobis quid oxigptys uo icatur, Eretriensibus vero oxi spryg:
CRAT.Vting.soc. Vtrambo hclp& o, eidem fimilia videntur, idemg ostendc tam
illis per ipliuse determination, quam nobis pero nouissim, uel alteris nostrum
nihil referunt: CRAT. Vtri plane demonstrant. soc. Vtrum quatenus similia unt
peto, uel quatenus dissimilia: CRAT. Quatenus fimilia. soc. Nunquid penitus
imilia unt,ad lacion que ignificand: quin et ipum a inie ctum,cur non contrari
aperitatis ipius SIGNIFICAT. CRAT. Forte'non recte iniectet Socrates, quamadmodea qu tu in superioribus
cum Hermogenehoc tractabas, dum &auferebas et inferebas literas ubimaxime
oportebat. Acrecte mihi facere uidebaris. et nunc forte pro 1, s apponend et.
so. Probeloqueris. Quid uero nuncuc loqui nihil percipimus inuic, quando quis
orangn pronunciat: nec tu quidnuncego dic, intelligis: CRAT. Intelligo equidem
propter conuetudin. soc. Ouir lepidiime, cum consuetudinem dicis, quid aliud
prter conuentionem dicere putas. An aliud conuetu dinem uocas, qum quodego cum
id pronuncio,illud cogito,eu quoc quod ipe cogt percipis: Nonhocdicis: CRAT.
Hoc ipsum. soc. S; id mepronunciante cognoscis, per mne tibi fit declaratio,ex
diimili uidelicet eius quod ipe cogitans profero: qudoquide ipsum, dissimile
eft eius quo tu ordygtym, id et aperitatem ocas. Si hoc ita e habet, profecto
ipfe ad id teipfum auefacis, et ex hac CONVENTIONE rectam tibi nominis ratio
nem proponis,pot tibi idem t diimiles of imiles liter reprentt propter ipfum
conuetudinis et conuentionis acceum. Sin autem CONSUETUDO CONVENTIO MINIME SIT.
Haudadhuc recte dici poterit imilitudin esse declarationem, im cuetudinem
dicere oportebar. Siquid ex imilitudine et diimilitudine conuetudo declarat,
Hisaricco ceffis, o Cratyle nempe ilenti tuum pro cceioneponam) necee et
conuetudin cca aliquid CONVENTIONEM concere, conferre ad eor qu sentimus et
loquimur expreio nem.Nam i uelis,optime uir,ad numeror coniderationem
defcendere, quo pactope ras, ade propria repertur te nomina ut ingulis numeris
imile nomen attribuas, i no permieris ccefionem tuam, CONVENTIONEM AVCTORITATE
aliquam circa nomin rationem habere. Mihi quid et illud placet, ur nomina quoad
fieri potet, rebus fimilia inta Coc Vereor tamen neforte, utdicebatHermogenes,
tenuis quodmodoic itius imilitudi nis uurpatio, cogamurg et oneroa hacre,
CONVENTIONE uidelicet uti, ad recta nominum rationem:quoni tunc forte pro
uiribus optime diceretur,cum uel omnino,uel maxima ex parte similibus, id et
cuenientibus diceremus, turpiime uero c contr. Hocaut poft hc inuper mihi dicas:
qu nobis uim habtnomina, quid'ue pulchr perhec effi. cinobis afferimus. CRAT.
Doceremihi quid nomina uident, o Socrates, id fimplicia ter aerend, qud quiquis
nomina cit, et res itid ciat.so. Forte
Cratyle, tale quid cuc dam dicis, q cnouerit aliquisquale itnom,et at
tale qualis &res exitit, rem quoq ipam agnocet, quandoquid nominis eft res
imilis. Arsatuna eadem et omniin cor ter e imili. Hac ratione inductus dixie
uideris; quod quiquis nomina cognocit, res ecc quoghi quoq ipfas agnocet. CRAT.
Veraloqueris. soc. Age,uideamus quismodus docenda rum rerum ite it,quem
ipenuncdicis, et utrum alius prtereait,hic tamen potior ha beatur, uel alius
prcerhuncnullus. utrum itorum pocius arbitraris: CRAT. Hoccerte, qud
nullusuidelicet alius it,fed hic folus et optimus. soc.Vtrum uero et resipas
ita reperiri ces, ut quicung nomina reperit, ea quoq quorum nomina
unt,inueniat: An qurendum potiusalium modum quend,hunco dicend. CRAT.Maxime
omniale cundum ita huncipfum et qurend et inueniendum. soc. Age, ita conideremus,
o Cratyle: iquis dum res investigat, nomina ipsa sequitur, rimatur; quale
unquod uule elle,uides maximum decepcionis pericula ubit: CRAT. Quo pacto: soc.
Quoniam qui principio nomina pouit, quales effe resopinatus est, talia quoq
nomina,ut diceba mus, effinxit.Nonne itar CRAT.Ita prorus. Soc. Siergo
illenrecteenlit, et ut enlie intituit, nne et nos sequentes eius ueftigia
deceptos iri exitimas CRAT.Haud ita elt imneceffe ciencem fuiffe illum
quinomina pouit.Aliter autem, ut iamduddicebam, nomina nequa effent.
Euidentilimo autem argumento id ee tibipotet, haud ueri tate aberrauisse
nominum AUTORE (cf. H. P. Grice, AUTHORITY), qud imale eniet, nequaq libiita
omnia consonarent. An
non aduertiti et ipfe, cum diceresomnia in idem tendere 'soc.Nihil ifta obo. ne
Cratyle,ualet defenio. Quid enim mirum eft, li primodeceptus nomin institutor,
se quentia rurusad primum ui quad traxit,& ipfi cononare
coegit:Quemadmodcirca figuras interdexiguo quodam primo ignoto falof exitente,
reliqua deinceps multa Circa prin, inuicem cononant. Debetenim quio circa rei
cuiu principium tatuend differere cipium
ta, multa,diligentiime conliderare, utrum recte decernat,nec ne. quo quidem
fufficiens tuend di ter examinato,ctera iam principium fequidebent, Miror
tamen,fi nomina libmet con i ereremulta gruunt. Conideremus iterum qu upra
retulimus. diximus profecto ita nomina effen. oportet tiam ignificare
qualiomnia currat,ferant et defluant. Ita'nelignificare cenes? CRAT. Ita
certe. et recte quid. soc. Videamusitaqs ex illis aliqua repetentes. Principio
nom hocwrshug, id et scientia ambiguum et,magis a SIGNIFICARE uidetur, quod
istory,ideft fiftit in rebus animam,
quod cum rebus pariter circumfertur:rectiusos ee uidetur, ut principium
eiusutnuncdishulu dicamus, per e ipius eiectionem, et pro 4, 5 potius
adijciamus. Deinde Bbajok, id et firmum dicitur, quoniam badoows et scotas,
ideft firmamenti, et status potius quam lationis est imitation. Prterea igoel
ad forte SIGNIFICAT quod isgor t powi, id eft itit fluxum, et ipum nisov, id et
credendum, isaw, id etfira mare omnino SIGNIFICAT. Quineti uykusid etmemoria,
ostendit prorus quod in anima nagitatio est, fedpovni,id eft quies, tabilise
permansio. Atquifiquis nomina ipaobler ueta cueapari et ovuqoa, id eft error et
ctingentia caus, idem uidebuntinferre,quod owens et ufiskur, id est
intelligentia at scientia, et ctera nomina qu prclarisunt rebus impoita.ltem
cualc et cronacc, id et incitia et intperantia, proxima hisui dentur icuclic
quid importareuidetur,&cket demi loves aegear, id est simul cum deo eun tis
progreum. cronri uero omnino quandam ipfarum rerum arodubiav,id eft pere.
cutionem atq cogreffum.At ita qu rerum turpiimar nominaeffe putamus,nomi num
illor qu circa pulcherrimaunt, imillimauidebuntur. Arbitror et aliamultare
periri poffe,fiquis ad hc incumbat, ex quibus iterum iudicabit nominautorno cur
rentes delataso res,im ftabiles indicare. CRAT.Vertamen multa o Socrates ecundi
agitationis SIGNIFICATIONEM uides illum contituiffe. soc. Quid agemus Cratyle:
Nun quid suffragiorum calculorum intarnomina ipa dinumerabimus: at ad hancnorm
derecta ratione nomin iudicabimus,ut ea tandem uera int,quibus significationes
plu rium nominum fuffragantur: CRAT. Haud decet. soc. Non certe amice. Sed his
iam omiis,redeamus illuc unde digreffifumus. Dixitinuper, firecordaris,
neceffarielle, illquinomina tatuit, prnouille ea quibus nomina tribuebat:
pertasadhuc in SENTENTIA, nec ne' CRAT. Adhuc. so c. Nunquid et illum qui prima
nomina pouit, nouiicais dum poneret: CRAT. Nouie. soc. Quibus ex nominibus
resueldidicerat, uel invene rat, quando necd prima nomina fuert inftitutar cum
dicta sit impossibile esse resuelig vuenire, vel discere, nisi qualia
nominaint, didicerimus, uelipfinosinuenerimus. CRAT: Videris mihinonnihil Socrates, dicere. soc. Quo igitur PACTO
dicemus eos cientes, nomina pogillexuellegum et nomin conditores ante
POSITIONEM cuiuslibet nominis extitille extitiffe, eos res antea cognouiffe,
fiquidem n aliter quam ex nominibus dicires por finer"CRAT. Reor equidem
Socrates uerissimum eum esse sermonem quo dicitur excellentiorem quandam
potentiam quam humanam primarebus nomina prbuiffe, quo neceffarium lit ut recte
fuerint ditributa. soc. Nunquid putas ctraria libijpfipofuif-cc e nominum
AUTORE (cf. H. P. Grice, AUTHORITY) li dm aliquis ueldeusextitit: an nihiltibi
fupra dixiffe uidemur: CRAT. Forte'nondum alterum iftorum nomina erant. soc.
Vtraigitur erantuir opti me; num qu ad ftatum uerguntian qu ad motum potius Neq
enim, utmodo dixi mus, multitudine iudicabitur. CRAT.Sic decet Socrates.soc.Cum
itaque dientiant contendanto de ueritate inuicem nomina, et tam hcqum illa uero
propinquiora effe feafferant,cuiusadnormam dijudicabimus. Qu nos
uertemus: Nec enimad alia no mina confugiemus, quia prterhcnulla. Verum alia
qudam prter nomina quren da funt,qu nobis ostendantabque nominibus, utra itorum
uera int, rerum uidelicet montrantia ueritatem. CRAT.Itamihiuidetur.soc.Si hc
uera unt Cratyle, pof unt,utuidetur, res line nominibus percipi. CRAT. Apparet.
soc. Per quid potisi mum aliud fperas res ipfas percipere: Nnne per quod
conentaneum ac decenseft: pet mutuam illarum communionem, fcilicet fiquomodo
inuicem cognat sunt, et perse ipsas maxime. Quod enim aliud eft ab illis, aliud
quiddam non illas SIGNIFICAT. CRAT. Vera loquiuideris. soc. Dicobecro nonne iam
spe concessimus, nomina qu recte posita sunt, fimilia illorum ee quorum
untnomina,rero imagineseffe: CRAT. Con cesimus plan.soc.Si ergo licet res per
nomina dicere, acetiam per eipfas, qu pr ftantior erit lucidior perceptio:Num
si ex imagine cogitetur et imago ipa utrum re cteexprea fit, et ueritas cuiushc
eftimago: Anpotiusfi ex ueritate tam ueritas ipa. qumipius imago, nunquid
decenter imago ad eam fueritintitucar CRAT. Siexueri tate.soc. Qua ratione res
vel per doctrinam vel per inventione comprehendendint; iudicare, maioris qum
meum ac tuit, ingen opus esse uidetur. Sufficiat autem nunc internos
conftitiffe quod non ex nominibus,immoex e ipis potiusdifcend quren dg unt.
ERAT. Sicapparet Socrates. soc.
Animaduertamus et hocprterea,n mulra hcnomina in idem tendentia nosdecipiant, c
quiilla impofuerunt, currere om nia semper flueresputauerint,ato ea cideratione
poluerint:uidenturnempemihiita exiftimaffe:quor camopinio fi talis
extitit,falahabda et.profecto illiuelut in quan dam delapfi uertiginem, et ipfi
uacillant iactanturcs, et nosin eadem rapientes immer gunt. Clidera uir
mirifice Cratyle quod ego spenumero fomnio, utrum dicend est: esse aliquid ipum
pulchrum ac bonum,& unum quodas exitentium ita,nec ne.CRAT. Mihiquidem Socrates ee uidetur.so c.Illud igitur ipum
cideremus, non i uul cus quidam aut aliquid tali pulchrum et, quippe hc omnia
fluunt:ed ipum pulchr dicimus, nonne emper tale quale et perfeuerat: CRAT.
Necee et.soc. Nunquid possibile eft ipum recte denominare si emper fubterfugit,
acprimo quid illud fic dein de quale it dicereruelneceari et,dum loquimur
aliudipum ftatim fieri,iugitero dif fugere,nec tale amplius ee: CRAT.
Neceflarium.soc. Quo pacto aliquid illud erit, quod nunquam eodem modo e habet:
Sienim quandoq eodem modo fe habet, eo in tempore minime permutatur:fin autem
emper eodmodo e habet;idemg exitit, quo modo tranfituelmouetur, cum ideam uam
non deferat: CRAT. Nullo pacto: so ca Prterea nullo cognosceretur. dum enim
cognitura uis ipsum aggrederetur, aliud alie numosfieret.quare quid it aut
quale cognocinpoffet.nam cognitionulla ita rper cipit, utnullo modo fe habentem
percipiat. CRAT. Eft ut ais.soc. Sed ne cognitio nem ipfam effe
affirmandet Cratyle i
deciduntomnia,nihilg permanet.Sienim co gnitio ex eo quod cognitio etnon
decidit, permanebit semper, ac emper eritcognitio irautem cognitionis peciesipa
dicedit,imul et in aliam cognitionis fpeciem delabe tur,ne cognitio erit.Quod
fi perpetuomigrat, empernon erit cognitio. Aro hacra. tionenew quod.cogniturum
et,nec quod cognocen lum,emper erit. Sinautem fem per et quod cognocit,eft quod
cognocitur,eft pulchr,eft et bonum, et deniq exi. Itenium unquod et qu in
prentia dicimus,fluxus lationis imilia non uidentur.Vtrum uero hcita int,an ut
dicebantHeraclitiectatores, alijg permulti,haud facile di cerni potet.Nec
hominis anmentis eft feipfum animumg lu nominibuscredere; et autorem nominum
sapientem asseverare, atqz ita de eipo rebus omnibus maleen 9 ) tire,ut pPomba
nihil integrum firmum exiftere,ied omnia uelutfictilia fluere atg conci. v
dere, &quemadmodum homines detillationibus capitisgrotantes,fimiliter
quoqres w ipsas affici iudicet, adeo ut detillatione et fluxu omnia
comprehendantur. Forte Cratyle ita et,forteeti aliter:forti animo
&diligenti tudio inueftiganda res et.neqenm fcile aentiendum.Iuuenis
adhuces, arque tibi fufficittas. Et liquid inveneris inda gando, mihi quog
impartiri debes. CRAT. Nauabo operam Socrates. Ac certe {cito meetiam in
prfentia non torpere,immocogitti mihi et multa animo reuoluenti mul tomagis ita
ut dicebas ipse, quam ut Heraclitus,res ee habere uidentur.soc.Dein ceps amice
poftquam redieris me docero. Nuncautemut contituiti in agrum perge.
Atqui et Hermogenes hicte comitabitur. CRAT. Fietutmones Socrates.Verum tu
quoque iam de his cogita. IL CRATILO - DELLA RETTA INVENZIONE DE' NOMI. ERMOGENE --
CRATILO SOCRATE. A vuoi tu ancora, che
noi communichiamo il parlar nostro con Socrate? c*. Se il pare a te. ehm. O
Socrate, Cratilo dice, che ai ritrova in qualunque degli enti per natura la
retta invenzione del nome, n aia nome quello, onde convenendo alcuni il
chiamavano, mentre proferiscono certa particella della sua Toce: ma sia
naturalmente certa retta invenzione di nomi la medesima in tutti e Greci e
Barbari. Sicch io Io addimando se daddovero sia Cratilo il nome di lui, o n: ma
egli confessa esser questo il suo nome. Or Scrate dissi io, qual nome tiene
egli? di Socrate disse: non hanno tutti quel nome, col quale chiunque il chiama
da noi: nondimeno disse egli uon il tuo
nome Ermogene, n se ancora tutti gli uomini ti CHIAMASSERO cosi. E mentre io lo
addimando, e desidero sapere, che cosa dica, non mi dichiara affatto niente: ma
beffandomi, simula di aver nell animo alcuna cosa, come egli intenda non so che
dintorno a questo, i! che se volesse esprimer niartifVstnmfcnte, farebbe che io
confessassi, e dicessi lo stesse, che egli si dice. Laonde udirci da te
volentieri, se in qualche maniera tu potessi congetturare il vaticnio di
Cratilo. Anzi udirei molto volentieri la tua opiuione intorno alla RETTA
INVENZIONE DE NOMI, se ti fosse in grado, soc. 0 Ermogene, figliuol di
Jponico, proverbio vecchio, che sia
malagevole da conoscer in qual guisa se ne stiano le cose belle. Or la notizia
de nomi non picciola disciplina. In vero
se io avessi udito gi molto tempo da Prodico quella ostentazione di cinquanta
dramme, nella cui dottrina ancora era questo, come egli ne rende testimonianza;
niuno impedimento sarebbe, che tu non conoscessi incontinente la verit intorno
alla retta invenzione de nomi. Ma ora io non I . ho udita ma si ben quella d
una. dramma. Per la quale cosa; non s quello che d intorno a queslavi sia di
vero: ma sono prrsio ad investigar, inlteoie. con essd.tecoj.fcon Cratilo. In
quanto poi dice, else tu non abbia' versi mente nome Ermogene, io sospetto, che
egli mottegg; perch egli forse pensa, che tu sia -desideroso dello acquisto de
danari, e impoleule.seinjpre ad otieuerli: ma come ho detto poco, f, egli difficile, Ite ci si conosca. Or fa misticri,
da tutte due le porli spoetando iu meszo le ragioni, che si investighi se sia
cosi, come tu di o piuttosto come dice Cratilo. em. E pur o Socrate, tuttoch
spesso io abbia disputato gi contostai, con altri molti tuttavia non ancora mi
posso persuader, che altra ai. la rotta invenzione del nome, phe lo assenso, e
il consentimento; perciocch a me pare, clic quel sia nome retto, il quale
impone chiunque a ciascheduno, e se di nuovo il mutasse, e altro ne ponesse,
non meno del primiero quello, che Si trasportasse sarebbe nome retto, come
siamo noi soliti di cambiare i nomi a servi, non vi essendo per jialura a ninna
cosa il nome! ma per legge, e secondo la usanza di coloro, che furono soliti
cosi chiamarli. Il che se sia. altrimenti, io sono apparecchiate .ad impararlo,
o adirlo non solamente da Cratilo; ma da qualunque altro, soc. O Ermogene
peravveptora tu d alcuna cosa: ma consideriamola. Quello che porr alcuno, con
cui chiama qualunque cosa, sar egli, il nome di ciascuna cosa? ehm. A me pare,
soc. O se il privato, o la citt il dicesse? uh. Lo assentisco. soc. Ma che, se
io chiamassi qualunque degli enti, come per esempio, se quello, che al presente
chiamiamo uomo, chiamassi cavallo, e uomo quel, che cavallo: pubicamente sar
egli il nome all' uomo, privatamente cavallo; e di nuovo privatamente uomo,
cavai lo puiilicnmenle Parli cos tu? erm. Tosi mi pare. soc. Or mi d questo.
Chiami tu alcuna cosa il dir il vero, e il Tabu? erm. In vero s. soc. Non lia
quella vera ORAZIONE: ma questORAZIONE falsa? erm. Cos affatto, soc. Quei
parlar poi, che die* le cose, che sono quali son esse ai li h rero: ma falso quello, che non come
sono? n, Cosi . soc. Adiviene egli questo, che col parlare si dicano le cose,
che sono, e che non sono? ehm. Si. soc. Il parlar che vero mi di, se vero tutto, non vere le parti? ehm. N: ma le
parti ancora, soc. Dimmi, le parti grandi saranno vere: ma le picciole n, oppur
tutte? exm. Io mi stimo tutte, soc* Puoi tu dire altra parte piu picciola del
sermone, che il nome? erm In modo nin no, essendo questa la minima parte,
soc..Ed ancora si dice egli peravventura il nome parte della vera ORAZIONE?
erm. - Senza dubbio, soc. Veramente parte vera, come , tu di. erm. Veramente,
soc. E la parte del falso, non ella
falsa? erm.Lo dico si. soc-Dunque lecito
dir nome vero, e nome falso, se si dice ancora la orazione. erm. In che modo n?
soc. Dunque quel nome, che chiunque dir, che in alcun si ritrovi, sar egli il
nome di ciascheduno? erm Si. soc. Peravventura quanti nomi dice alcun, che
abbia chiunque, tanti saranno essi? e allora, quando egli li dice? erm, Per
certo, o Sncrate: io non ho alcuna retta invenzione di no / t me, fuor che
questa, in modo, che non sia lecito a me
con altro nome chiamar la cosa, che con quello, che io ho imposto, n a te con
altro, che con quello, elle le imponesti. Cosi per certo io veggo nella citt,
che si hanno alcuni propri nomi delle medesime cose, e fra Greci in verso ad
altri Greci, in verso a i Barbari, oc.
Or rediamo o Ermogene, se pare a te, che gli enti se ne stiano in questo modo;
che ognun di loro tenga la propria essenza, come diceva Protagora, dicendo egli
esser 1 uomo misura di tutte le cose in modo, che quali qualunque cose mi
paiono, tali io le abbia; similmente quali tu, e tali le ti abbi; o pensi
piuttosto che siano alcune cose, le quali tengano alcuna fermezza della sua
essenza, eem. Alcuna volta, o Socrate, dubitando sono condotto a quello, che
dice Protagora: per tanto non mi persuado a bastanza, che se ne stia egli cosi.
soc. Ma che? set tu ancora alcuna volta condotto a questo, che non li paia in
modo niuno, che alcun nomo sia cattivo? erm. Per Giove n; anzi spesse volte
cosi sono disposto, che io stimo, che alcuni uomini siano al tutto cattivi, e
molti, soc. Ma che? non ti parso ancora,
che siano molti uomini buoni? erm. Molto pochi, soc. Nondimeno pare a te vero?
erm. A me si. soc.In che modo poni tu questo? forse cosi, che i molto buoni
siano molto prudenti, e i rei al lutto molto imprudenti? ebm. In vero a me pare
cosi, soc. Se Protagora diceva il vero, e se
questa la vent, che quali qualunque cose pareranno a ciascheduno, tali
siano; egli possibile, che altri di noi
siano prudenti, altri imprudenti? ebm. Per certo n. soc.E come io penso ti pare
ad ogni modo che Protagora non possa al tutto parlar il vero, essendovi erta
prudenza, e imprudenza, perciocch non sarebbe veramente luno dell altro pi
prudente, se le cose, che paiono a chiunque, le tenesse ciascheduno per vere.
IBM -Cosi . Ma n ed Eutidemo ' assentisci, come io penso, che dice, che tutti
abbiamo tutte le cose similmente, e sempre, perch cosi' non smeldio. no altri
buoni, nitri cattivi, se sempre, e parimnte si ritrovasse in tulli e la virt, e
la malvagit! ehm; Tu palli il vero, soc. Dunque se n tutte le rose si ritrovano
sempre in tutti, e simiglmutciiente; u qualunque cosa propria di ciascheduno, manifesto , rise
siano le cose quelle, che tengono in su stesse certa essenza ferma, u sono in
quanto a noi tirate in diverse parli, n da noi con la imaginazione e in suso, o
in giuso: ma stabili secondo se stesse in quanto alla loro essenza, come sono
'ordin. ite dalla natura. uu. Cosi ini
avviso, elio se ue stia questo. *oc Dunque mi di, se le cse se ne stanno
si per u-. tor, ma non nella stessa guisa lu loro azioni o eziandio esse azioni
sono una certa specie degli enti? esm. Ani cora esse ad ogni modo. soc. Dunque
le azioni sa tonno secondo la natura loro, non secondo la nostra opinione, come
per esempio, se noi si mettessimo a divider alcuno degli enti, forse sarebbe
qualunque cosa d dividersi ila noi come vorremmo, e coti che ci a gradissi.? o
pi tosto, se volessimo partire quafuo/pio cosa secondo la natura, con cui fa
mislieri che S I 1 al f lisca, e sia partita; parimente con cui secondo l tura
ti dee fare il partiraento; invero la dividerei. *io bene, e si farebbe la noi
alcun profitto, e questo si operetbbe bene; ma se cntro la natura travieremmo n
si farebbe niente la noi? erm Cos mi pare. soc. E se ci mettessimo ancora d
ffhbrugiiir alcuna cosa: non fa nilstieri, chieda s ablmigi secndo Ogni
opinione: ma sibbene secondo la reit opinione/ Qusta poi quella, onde qualunque cosa
naturdlientc atta ad abbrugiarsi,' di abbruciare, e con cui nai turalmente ne
era atta, erm Queste cose son vere, soc. Non si ritrova la stessa maniera
dintorno alle altre cosi? ehm La medesima s. soc Anco-ra il dire non egli forse una certa delle azioni, ehm. -r
Certo si. soc. Or dir bene chi cos dice, coirne li par di dire . 5 o piuttosto
dii in colai guisa dice, come ricerca la natura del dire, e che si dica? e- se
eziandio dicesse con cui ricerca la natura, in dicendo farebbe alcun profitto,
altrimenti 1 . travierebbe egli, n farebbe nulla? ehm. In vero io stimo cos,
cometa di. soc.- Dunque il nominar " particella di dire; perciocch
nominando si fanno i ragionamenti; erm Ad ogni modo. soc. Dunque e il nomina re 'certa azione, se ancora il dire era certa
azione; d' intorno alle cose? erm.-Cos . soc. Or le azioni ci par vero di non
risguardar a noi: ma di tener certa propria lor natura. ehm. - Cos . soc
Sicch da nominarsi in quella guisa, onde
la natura delle cose ricerca di nominate, e che si nomini, con cui, ma uon
secondo lo arbitrio deWolcr no- ) ( atro, se ti ba a dire alcuna cosa concorde
alle cosa dette. Ed in colai guisa facessimo noi alcun guada gno, e
nominaressimo: ma altrimenti n? krm. Cos mi pare. soc. Or dimmi ci, cbe era da
tagliarti, diciamo noi cbe era da tagliarsi con alcuna cosa? erm. Con alcuna
si. soc. E ci, cbe si doveva tesser da tessersi con alcuna cosa? e ci, che era
da forarsi, con alcuna cosa si dovea egli forare? erm.Al tutto. soc.Sim il
niente ci, che nominar si dovea, era da nominarsi con alcuna cosa? ibi*. Si-
soc. Ma che era quello, con cui fcea mistieri, che alcuna cosa si forasse? erm.
La trivella? soc. Che quello, con cui fa
mistieri, che si tessa? erm. La navicella, soc. E che con cui si nomini? erm. Il
nome, soc. Tu parli bene. Dunque e il nome
certo stromento. ss**. E si. soc. Dunque se io cercassi quale
stromento la navicella o non sarebbe d' esso quello, con cui si
tesse? erm. Cos . soc. Or tessendo, che facciam noi? o non separiamo la trama,
e gli stami confasi? ehm. Questo stesso, soc.Or potrai tu dir cos della
trivella, e delle altre cose? erm. Lo stesso, soc. Puoi tu ancora dir similmente d* intorno al nome
ci, che facciamo mentre col nome, che
stromento, nominiamo alcuna cosa? erm. N il posso n. soc. For se di
compagnia insegniamo noi mente, c dividiamo le cose, come sono? erm. Per certo,
soc. Sicch il nome certo stromento di
insegnare, divide 1sostanza, come !a
navicella della testura erm. 1 lassi a dire in colai guisa, soc La
navicella ella strumento acconcio al
tesserei 1 ehm, In che modo n. soc. Per
la qual cosa il tessitore si vaier bene della navicella, dice bene, secondo la
maniera del tessere: ma chi insegna, egli si vaier del nome, e bene, dico bene
secondo la maniera propria dello insegnare, ehm. Per certo, soc. Dell opra di
quale artefice si vaier bene il tessitore, quando si vaier della navicella?
erm. Di quella del legnaiuolo, soc. E egli chiunque legnaiuolo, o piuttosto chi
tiene P arte? erm. Chi tiene larte, soc. Similmente dell opera di cui il
foratore si vaierebbe bene, quando si valesse della trivella? erm. Del maestro
del metallo. soc. E forse chiunque maestro di metallo? o chi tiene larte? erm.
Chi tiene larte, soc. ' Stiano le cose cosi. Dellopera di cui il dottor si vaierebbe,
qualora si servisse del nome? erm. N ci posso dire io. soc. Ancora non puoi tu
dir questo. Chi ci d i nomi, dei quali ci serviamo? erm. Per certo n, i soc. -
Non pare a t peravventura, che la legge sia quella, che ci d i nomi? erm.
Apparisce. soc. Dunque il dottore si vaier dell opra del legislatore, quando
del nome si vaier, erm. Io penso si. soc. Pare a te, che ognuno egualmente sia
facilor di leggi, o chi dotato di arte,
erm. Il dotalo delP arte. soc. Si che o Erinngene non . ufficio di qualunque
uomo lo imporre i nomi; ma di certo autor di nomi e costui come apparisce ii legislatore, il quale fra
gli artefici si fa raro appresso agli uomini, ehm. Apparisce, soc. Deh considera, ove
riguardando il legislatore impone i nomi, e considera dalle cose antedette ove
riguardando il legnaiuolo fa la navicella? non ad una cosa tale, che da natura
sia al tesser acconcia? ehm. Al tutto, soc. Ma che? se nell opera si rompesse la
navicella, mi di se fabbricher egli un altra di nuovo alla somiglianza della rotta,
o piuttosto alla specie risguarder, secondo il cui esempio avr fatto la
navicella,' che si ruppe? erm. Alla specie, come io stimo, soc. Dunque
chiameressimo noi meritamente la specie la navicella? erm. Io penso si. soc. Se
fa mestieri alcuna volta, che si apparecchi la navicella per fornir la veste, o
qualunque altra cosa di filo, e di lana sottile, o grossa, bisogno , che tutte
le navicelle tengano la specie della navicella; e quale naturalmente a ciascheduna cosa accommodatissima, tale si
usi al fornir lopera, come il ricerca la natura, erm. Iti vero fa mislieri.
soc. La medesima ragione d intorno agli
altri stromenti conciossiach da
ritrovarsi quale stromento si confaccia per natura a qualunque cosa, ed da darsi a lei, con clii si fa ella, uon
quale vuole chi fabbricai ma quale ella
per natura. Perch fa mistieri, come appare, che si sappia accommodar a
qualunque cosa ci, die naturalmente acconcia al ferro, erm. Cosi si. soc. Pi-
oltre nel legno la navicella confacevole a ciascheduna. e*m. Egli vero. soe. Perciocch. secondo la ragione
della natura altra navicella si conf ad altra tela, e nell altre nella medesima
guisa, ehm* Veramente, soc. Fa mistieri ancora -ottimo uomo, che il poslor dei
nomi proferisca un nome per natura acconcio nelle voci, e nelle sillabe a tutte
le cose, e riguardando a quello stesso di cui
nome, formi qualunque nome, e gli attribuisca, se daddovero dee esser
positor proprio di nomi. Che se non con le medesime sillabe qualunque pocitor
di nomi esprime il nome, fa mistieri, che noi sappiamo, che n tutti i fabri ci
fanno nel ferro per la stessa ragione; qualora fabricauo il medesimo
stroxnento: ma nondimeno in quanto gli attribuiscono la stessa idea, in tanto
se ne sta egli bene, tutto che in altro e iu altro ferro; o qui si fabrichi
egli, o fra barbari non egli cosi? ehm.
-a. Si. soc. Dunque islimerai tu ancora nel medesimo modo finch il positor dei
nomi, ebe fra noi, e fra barbari concede
una specie di nome convenevole a qualunque cosa in qualunque sillaba, che 1 uno
dell altro non sia punto peggiore nell imporrei nomi. ehm. In vero si. sqc.
Chi per conoscer se sia impresso in
qualunque legno una specie convenevole di navicella? fpr&e il, legnaiuolo,
che la fai o il tessitore, che se ne dee servire? ehm. O Socrate, gli verisimile, die la conosca molto piu, chi se
ne dee valere, soc. Dunque chi si servili dellopera del Tacitar delllira? non
colui Torse, che benissimo sapr esser soprastante alla cosa Tatta, e conoscer
Tatta che sia, se sia Tatta bene o no? ehm. Al tutto, soc. Chif hm. Il citarista, soc. Chi poi dell'Opera di
coloro, che Tanno le navi? erm. Il governatore, soc. Chi eziandio benissimo sar
soprastante allopra del Tacitar delle leggi, e Tornita la giudicher e qui, e
Tra barbari? non chi se ne dee servire? ehm. Cosi , soc, *- O non egli d* esso chi sa interrogare? ehm. Costui
si. soc, Il medesimo che sapr risponder ancora? ehm. Si certo, soc. Or chiami
tu altro che dialettico chi sa interrogar, e rispondere? ehm. Non altro; ma
lui. soc. Siche Tattura di lignaiuolo il
Tabbricar il timone esscndo soprastante il governatore, se egli per dover esser buono, ehm, Apparisce,
soc. Ancora come avviso, opra di positor di nomi il nome, cui soprastante 1 uomo dialettico, se sono per
doversi por bene i nomi. ERM.-*Que$te cose son vere. soc. Dunque, a Erraogene,
corre rischio, che non Ha cosa lieve, come tu stimi, il por dei nomi, n Tattura
d uomini bassi, e vulgari. Per certo Cratilo parla il vero, dicendo, che i nomi
per natura siano nelle cose; n sia chiunque autore di nomi: ma colui solamente
che risguarda al nome, che in ognuno per
natura, e sia possente di por la specie di lui nelle lettere, e nelle sillabe,
ehm. O Socrate, io non so in che modo sia da opporsi alle cose che tu di: ma
peravventura non cosa agevole il
percadrsi cosi allo improviso: ma mi
avviso, che io ti sarei piuttosto per ubidire in questo modo, se
dimostrassi quale da te si dica, esser la retta natura del nome. soc. In vero,
o beato Ermogene, non dico alcuna: ma tu ti sei scordato di ci, che io diceva
poco inuanzi, cio, che io non la conosceva! ma, che io la considererei insieme
con esso teca. Al presente poi questo solamente si fatto chiaro oltre alle antedette a me, e a
te di compagnia investigando, che Certa retta invenzione per natura tenga nome,
n chiunque sappia adattar bene esso nome a qualunque cosa, non egli cos? rum. Grandemente, soc Dunque rimane
da Considerarsi se tu desideri di conoscer quale sia la retta invenzione del
nome, ehm. In vero la desidero sapere, soc. r- Dunque cobsidcra. erM. In che
modo adunque fa inistier, che si consideri? soc.^O umico rottissima. la considerasione; ricercandosi questo da
coloro, che sanno con 1' offerir danari, e col il render loro grazie oppresso.
Or dessi sono i sofisti, coi quali Calia tuo fratello pare, che sia riuscito
saggio, pagati molti danari, ma poich non hai, che fare nella robba patema,
rimane, che tu supplichevole preghi il fratello, che ti insegni la retta
invenzione di questtll cose, che Protagora egli impar, erm. O Socrate, quanta
sconvenevole sarebbe questa dimanda, se non prestando aiuto alla verit di
Protagora amassi le cose, che si dicono con tal verit, quasi degne di alcuna
considerazione, toc. Ma se a te non piacciono elle, si dee imparar da Omero, e
dagli altri poeti. erm. O Socrate, e che
in che luogo ne dice Omero dei nomi? soc. Per tutto molte cose: ma
grandissime e bellissime son quelle, onde distingue dintorno a quei nomi, che
introducono gli uomini, e i Dei, o non istimi tu, che egli d intorno a questi
dica alcuna cosa magnifica, e maravigliosa della retta maniera dei nomi?
essendo manifesto, che i Dei chiamano rettamente quei, che son nomi
naturalmente, o no il pensi tu? ikm. In vero io so certo, se i Dei ne dicono
alcuni, che essi lr~cbiamano bene; ma quali di tu questi? soc. O non sai tu ci,
che si dice del fiume troiano, che con vulcano combatte a singoiar battaglia,
il quale i Dei chiamano santo, gli uomini Scamandro. ehm. Il so. soc. Che
dunque? non istimi tu certa cosa grave il conoscer in che modo sia meglio, che
si chiami quei fiume santo piuttosto, che Scarnando? ma se vuoi considera
questo, che il medesimo dice dell uccello, che i Dei chiamano Calcidei ma gli
uomini Cimindi. Tu stimi vii disciplina il sapere quanto sia meglio, che si
chiami il medesimo uccello Calcide, che Cimindi, o Bracia, e Mirine, e molti
altri tali, detti da questo poeta, e da altrui? ma le. invenzioni di queste
cose peravvenlura superano le forze nostre. Cii cbe poi signifchioo Scamandrio,
e Astiane si pu comprender, come mi pare da ingegno amano, e apprendersi
agevolmente qual retta invenzione vuole Omero, che sia in questi nomi, coquali
chiama il figliuolo di Ettore: perciocch tu certamente sai, ove si ritrovano
questi versi, che io di- v co. a**. Ad ogni modo, soc, Dimmi, pensi tu, che di
questi nomi stimi Omero che peravventura pili convenisse Astianate al
fanciullo, che Scamandrio? vrm. Io no il posso dire. soc. Or in colai modo
considera, se alcuno ti addimantlasse, se tu pensassi che i pi saggi ponessero
i nomi meglio alle cose, o i manco saggi, erm. Chiaro , che io risponderei i pi
prudenti, soc. Dimmi, se le donne nelle citt pare a te, che siano pi prudenti,
o gli uomini? per dir tutto il genere? erm. Gli uomini. soc. Dunque tu sai, che
dice Omero, che il figliuolo di Ettore era chiamato da Troiani Astiaua. te,
dalle donne Scamandro, poich gli uomini lo chiamavano Astianate. erm.
Apparisce, soc.- Dunque eziandio stimava Omero, che gli uomini Troiani fossero
pi saggi, che le lor donne, erm. Io lo stimo. soc. - Dunque stim, che egli si
chiamasse, meglio Astianate, che Scamaudrio. ehm. - Apparisce, soc Consideriamo
qual cagione egli apporti di que sta denominazione, perch dice egli, che solo
difese loro la citt, e le ampie muraglie. Per la qual cosa, (come pare)
conviene# che si chiami il figliuolo del Salvatore, cio di colai, che il padre
di lai saiva va, come disse Omero, erm. A me pars soc. Per qual cagione?
perciocch o Ermogene, n io lo intendo ancora bene: ma lo intendi tu? erm. Per
Giove n. soc. O uomo da bene ancora Omero pose ad Ettore il nome. erm. Perch?
soc. Perch mi avviso, che questo nome si
assomigli ad Astianate; e essi nomi si assomiglino a Greci: dimostrando quasi
il medesimo, cio che ambidue questi nomi siano regali; perciocch di cui sar alcuno
re, dello stesso sia ancora possessore; essendo manifesto, che egli lo
signoreggi, e possegga, e abbia. O peravventura non pare a te, che io dica
niente? e m' inganna la opinione, onde mi confidava, come per certi vestigi, di
toccare la opinione di Omero d intorno la retta invenzione dei nomi? erm. -* In
modo niuno, come io penso: perch^forse tu tocchi alcuna cosa. soc. Egli
conviene, come a me pare, che si chiami similmente leone il figliuol del leone,
il figliuol del cavallo cavallo; non dico, se alcun altra cosa fuor che il
cavallo (come mostro) nasoesse dal cavallo: ma quel mi dico, del cui genere
secondo la natura ci, che nasce, se il
cavallo naturale partorisse il figliuolo del bue vitello contro natura, non
sarebbe da chiamarsi poliedro: ma vitello, n eziaodio se dall'uomo altra prole
si producesse, che umana, ci che nascesse si dovrebbe chiamar noaio. 11
medesimo da giudicarsi degli alberi, e
delle altre cole tutte, o non pare ancora a te? erm. A me par si. soc. Tu d
bene-, perciocch guardati, che io non ti inganni in alcun modo; conciosia, che
secondo la stessa, ragione eziandio se alcuna cosa nascesse da re, sarebbe da
chiamarsi re, non importando che si significhi lo stesso in queste, e in quelle
sillabe, o se vi si aggiugni alcuna lettera, o se anche la vi si levi; mentre
la essenza della cosa dichiarata nel nome signoreggi./, erm Come d tu cotesto?
soc. Io non dico oiuna cosa meravigliosa, o nuova: ma siccome tu sai, che
diciamo i nomi degli elementi: ma non essi elementi, eccettuatine solamente
quattro, cio b N E fi ma 1 rimanente, cos vocali, come mutoli, tu sai che
aggiugnendovi altre lettere, li proferiamo formando i nomi: ma iinch inferiamo
la forza dichiarata dell elemento conviene, che quel nome si chiami ci, che
egli si dichiara, norme per esempio il B, vedi i che il T aggiunte non imped
che con lo intero nome non si dimostrasse la natura di quello elemento, di cui
volle il positor del nome, siffattamente non li
prestato fede di aver posto bene i nomi alle lettere, erm. Tu mi pari di
parlar il vero, soc. Dunque fla la stessa ragion ancora dintorno al re.
Perciocch sar alcuna volta il re dal re, il buono dal buono, dal bello il
bello, e le altre cose tutte similmente da qualunque genere certa altra
progenie, e sarebbono da dirsi gli stessi nomi, se non ci facesse mostro. Egli lecito, che in modo si variino per sillabe,
che sia avviso all nomo rosse, che le cose, che sono le stesse siano diverse
tra loro, cos come le medicine dei medici variate con colori, ed odori spesse
volte essendo le medesime, pare a noi, che siano diverse: ma dal medico
considerata la virtii loro, sono giudicate le stesse; n il perturbano le cose
aggiunte. Similmente peravventura chi
erudito dintorno a nomi considera la virtii loro n si perturba il
giudici di lui, se vi aggiunta alcuna
lettera o trasmutata o levata, o se in altre, e motte lettere si ritrova la
stessa virtii del nome. Come quei nomi, i quali di sopra abbiamo detto
Astianate, e Ettore hanno le lettere ad ogni modo diverse, fuorch il sol T, non
pertanto significano il medesimo... Mei medesimo modo ci che si dice prencipe
di citt, qual communicanza di lettere tiene egli con li due antedetti?
nulladimeno significa il medesimo, e molti altri vi sono, i quali nient altro
significano, che il re. Oltre ci molti sono, che significano il capitano dellesercito,
come altri ancora, che dichiarano il professor dell^medecina. E si possono
ritrovar molti altri discordanti nelle sillabe, e nellj lettere: ma accordatisi
al tutto nella virt, del significare, par egli che cos sia, o pur n? zrm. Cos
certo, soc. Or a queste cose, che si fauno secondo la natura sono da darsi gli
stessi nomi, ehm. Adognimodo, soc. Ma qualora alcuni uomini si fanno contro la
natura in certa specie mostri, come quando s genera lempio dall uomo buono, k
pio; ohi generato non dee sortire il
nome del genitore- ma di quel genere, nel quale ei si ritrova, come diami di
centrilo; se il cavallo generasse la prole del bue, non sa rebbe da chiamarsi
il figliuolo di lui cavallo: ma buemm. C osi . soc. -Dunque alluomo empio
generato dal pio, bassi a dare il nome del genere. ehm. Queste cose sono vere,
soc. Dunque non conviene, che si chiami un figbuol tale, amico di Dio n
ricordevole di Dio, n alcuna cosa siffatta: ina con ' nomi il contrario
significanti se pur i nomi deono conseguire la retta invenzione. sbm. Cosi al
tutto o Socrate da farsisoc. Come ancora
Oreste, o Ermogene, corre rischio che sia ben messo, o se alcuna sorte H pose
il nome, o alcun poeta; con quel nome significando la d lui natura ferina,
selvaggia, e montana, erm. Cosi apparisce, o Socrate, soc. ncora avviso, che il parere di lui tenga il nome
secondo la natura, erm. Apparisce, soc. la vero tale appar egli, che sin
Agamennone, quale pare che si affatica, e sopporta imponendo fine alle cose, le
quali parvero da terminarsi per la virt. Argomento poi della sua toleranza ne
diede il durar sotto Troia con tanto esercito. Dunque che questo uomo sia stato
buono nella perseveranza, il nome di Agamennone lo significa. 1$ peravventura
eziandio Atreo se ne sta bene, conciosia, che la uccisione di Crisipo, e la
crudelt intoruo a Tiesse sono tutte le cose daouosc, e perniciose in verso alla
virt, onde la denominazione del nome declina un tantino, ed gelata in modo, che non dichiari .^chiunque
la natura di questo nomo: ma cui som periti di nomi si mauifesta bastevolmente
la significazione di Atreo; perch esso nome
posto bene in- ogni luogo secondo 1 intrepido. Ancora pare che il nome
di Felope non sia dato a lui fuor di proposito, significando questo nome, che
sia degno di questa denominazione chi vede le cose dappresso, zbm. In che modo?
soc. Come si dice nella morte di Mirtillo contra di lui, che egli non abbia
possuto proveder niente, n da lunge vedere di quanta calamit fosse ripieno il
genere tutto, riguardando alle cose, che gli erano innanzi a piedi, e solamente
alle presenti. Ci poi il veder
dappresso, il che ei fece avendosi aiTaticato con ogni sforzo di accompagnarsi
in matrimonio con Ipodamia. Appresso penserebbe ognuno, che il nome Tantalo li
sia stato posto bene, e secondo la natura, se sono vere le cose, che si
raccontano di lui. erm. Quali sono coteste? soc. Che a lui ancora vivente
moltissime cose avverse, e gravi avvennero, il fio delle quali si era, che
tutta la patria di lui si vogliesse sossopra. Pi oltre, lui morto gli sta sopra
la testa un sasso, per certo, durissima sorte. Tutte queste cose adognimodo si
confauno col nome, non altrimenti, che se alcun lavesse volato nominar
pazientissimo: ma avendo parlato alquanto oscuramente, abbia posto Tantalo per
Talantato- In c vero pare, che un tal nome la fortuna di lui avversa l abbia
dato col rumor della gente. Anzi che bene si applic ancora il nome a Giove
padre; nondime no egli non agevole da
conoscersi essendo 1 no 1 me di Giove qual certa orazione, il quale in due
parti partendo, in parte si vagliamo dnna, in parte del laltra parte,
chiamandola. alcuni altri, le quali per ti in uno poste, dimostrano la natura
di Pio, il che dee poter fare il nome massimamente; non avendo noi, n tutti gli
altri niuna maggior cagione di viver, che il prencipe, e re di tutti- Dunque
avviene, che si nomini bene in cotal guisa, essendo Dio, per cui ca gioite il
viver si ritrovi sempre in tutti i viventi. Essendo poi uno il nome, in dtfe parti partito, come io dico. Questo
poi essendo fgliuol di Saturno cl all improviso l'udisse penserebbe cosa
insolente. M ragionevole, ehesia prole Giove di certa grande in telligenza;
perch quello, che si dice non significa fanciullo; ma purit, e incorruttibilit
deliamente di lui. Egli poi, come si
dice, figliuolo del cielo; conciossiach lo aspetto alle cose di sopra
meritamente sidee chiamare con questo nome, come all' alto risguardi onde, o
Ermogene, affermano coloro, che trattano delle cose sublimi, cheavvegna una
pura mente, e a lui si ponga bene il nome del cielo. Or se io tenessi a memoria
la geneologia scritta da Esiodo: e mi ricordassi quali egli introducesse i
progenitori loro, in niuu modo non cesserei di dimostrarti, che fossero scritti
loro i nomi bene, finch facessi la provi di questa sapienza, se ella faccia
alcun profitto, e alcuna cosa fornisca e se si dubiti, o n, la quale io non se
certo, onde poco fa mi sia venuta cosi allo mproviso. za In vero, o Socrate,
pare a me, che t alia similitudine di coloro, che sono da divinit rapiti, mandi
fuori oracoli. soc. O Ermogene, io stimo, che. questa sapienza si cagionasse in
me da Eutifrone figliuolo di Panzio; poich assiduo gli era instami dal
matutino, e li porgeva gli orecchi. Sicch
manifesto, che egli pieno di Dio, non solamente abbia ripieni di
sapienza beota gli orecchi miei? ma occupato t'animo ancora: io stimo
veramente, che si abbia a fare in cotal guisa. Che si vagliamo -oggi di lei, e
si investighi da noi il rimanente, che pertiene a nomi: diman poi, se in ci
converremo, la manderemo fuori, e la mondaremo con diligenza, ricercando alcun
o sacerdote, ovver sofista, che sia buono a purgar queste cose, bum. O Socrate,
io approvo questo si, perch molto volentieri udirei ci, che rimana d'iutorno a
nomi. soc. Al tutto si dee fare cosi. Dunque ove giudichi tu principalmente,
clic si abbia ad incominciare; poich abbiamo prescritta Certa legge per
conoscere, se eziandio gli stessi nomi ci attestino, che non siano stati fatti
a uso: ma contengano alcuna invenzione? i nomi dunque degli croi* C degli
uomini peravventura ci inganaerebbono, essendo molti di questi posti secondo le
denominazioni de maggiori, e spesse volte non convengono in modo niuno, come
abbiamo detto nel principio. Molti nomi poi pongono gli uomini quasi pelvoto,
come e altri molti Per la qual cosa io stimo, che siffatti siano da
tralasciarsi: ma cosa verisimle si, che
noi ritroviamo i nomi posti bene, e naturali intorno Ile cose, che son sempre,
convenendosi mollo, che qui si abbia a cercare diligentemente la maniera del
por i nomi: ma peravventura alcuni d loro sono stati posti ancora da certa
potenza pi divina, che umana. ehm. 0 S ocrate, tn mi pari d parlar
eccellentemente. soc. Non egli cosa
convenevole lo iucominciar da Dei, considerando in qual guisa sono stali
chiamati i Dei bene con questo stesso nome? erm.-E verisimile. soc.-In vero
cosi io sospetto; mi par certo, che i primi de Greci abbiano pensato quei soli
Dei, i quali eziandio sono stimati in questi tempi da molti,!' barbari il sole,
la luna, la terra, le stelle, il cielo. Dunque quasi, che essi vedessero tutte
queste cose essere in un perpetuo corso, da questa natura avviso, che ic si abbiano nominate,poscia
osservandone altri; le abbiano chiamate tutto con lo stesso nome. Ci, che io mi
dico tiene egli aluua verisomigliauza, oppur n? .-Appar molto, soc che si ha
poscia ad investigare? ehm E ma-nifesto, che si dee cercare de demoni, e degli
eroi, degli uomini. $oc.- De demoni? o Ermogene, considera veramente se ti avviso, che io ti dica alcuna cosa intorno a
ci. che si vuole inferire il nome dedemoni, ehm. DI pure. soc. Sai tu dunque
quali si dica Esiodo, che siano i demoni? * km Non intendo. soc. N eziandio,
che egli dica essere stato degli uomini primieramente il genere dell' oro? erm.
Solio s. soc. Or dice dintorno a lui, poich la sorte copr questo genere, che
altri si chiamano demoni puri, terrestri, ottimi fuggatori di mali, e guardiani
di uomini mortali, erm. Che poi? soc. Per certo io stimo, che egli chiami
genere d oro, non fatto d oro: ma buono ed eccellente, e di ci ne fo la
congettura, dicendo egli, che il genere nostro sia del ferro, ehm. Tu narri il
vero, soc. O non pensi tu, se al presente alcun de nostri fosse buono, he egli
si stimerebbe da Esiodo del genere dell'oro? erm. E cosa verisimile, socOr sono
alcun' altra cosa i buoni, che prudenti? erm Prudenti. soc S che come io penso
chiama quelli demoni principalmente; perch erano prudenti ed intelligenti, e
pervenne questo nome dalla nostra lingua antica. Perlaqualcosa ed egli, e
qualunque altri poeti molti parlano bene, che dicono, che poich alcun buono si
parte di vita, prende in sorte grandissima dignit e premio, e si fa demone
secondo la denominazione della prudenza. Cos mi afferm ancora, che sia ogni
uomo prudente, il qual buono, e sia egli
demonio, e vivendo, e morendo, e si chiami demone bene. erm. Mi pare o Socrate,
che io consento dintorno a questo con esso loco, soc. Poi, SIGNIFICA egli? ci
non molto malagevole da considerarsi,
essendo poco distante il nome degli eroi, dimostrando che la generazione loro
sia derivata dall amore. erm. In che modo d tu questo? soc. O non sai tu, che
sono se-, midei gli eroi? erm. Che dunque? soc. In vero tutti sono generali,
avendo o Dei portato amore a donna mortale, o mortali a Dea, oltre ci se
considererai queste secondo la vecchia lingua degli Ateniesi il saprai
maggiormente; perciocch ti dichiarer che si
mutato nn tantino per causa del nome, onde soo fatti gli eroi, o che
egli significa gli eroi, o perch furono savi, e retori, e facondi, e al
disputare acconci, essendo bastevoli allo interrogare. Sicch quello, che poco
fa noi dicevamo, dicendosi gli eroi nella vece attica pare, che gli eroi siano
atctmr relori, e che interrogano e amano; onde il genere degli eroi si fa
genere di retori e de' sofisti: ci poi non
malagevole da intendersi: ma pi oscuro quello, per qual cagione Si
chiamino gli uomini gf$pcTrol P uo tu dire il perch? ersi. Uomo dabbene dove
avrei io questo? anzi se io potessi ritrovare alcuna cosa, uon 1 affermerei,
pensando, che tu meglio di me saresti per ritrovarla, soc. Egli mi avviso, che tu ti confidi nella ispirazione
di Eutifrone. erm. Senza dubbio, soc. E meritamente tu ti confidi; perciocch
troppo bellamente ini pare ora di aver pensato, ed pericolo (se io non mi guardassi) che no
pares- e gg>> c h io fossi
divenuto piti saggio, che non si converrebbe. Or non considera ci, che io dico;
perciocch conviene primieramente, che si consideri questo intorno a nomi, che
spesse volte aggiugniamo lettere, e ne leviamo, nominandole fuori della nostra
inleuziope, e mutiamo le acutezze, come quando diciaroo Al bia a cercare dell
Miima, come sia ella chiamala bene? poscia del corpo? erm. In vero si. soci
Dunque acci io subitamente esprima quello,' che ora mi si offerisce
primieramente, io : stimo che Colo-i ro, che' cosi chiamarono lanima abbiano ci
pensato principalmente, che questa quante Tolte col corpo si -, cagione, che
egli viva, dandoli la virt del rispirare, e rifrigerandolo; e come prima lo
abhando-t nera quello, che il refrigera, eglisi scioglie, e Sene muore, onde
pare, che 1 abbiamo chiamata, quasi rifrigerante: rt se, ti aggrada fermati
alquanto. Mi par divedere alcuna cosa pi di questa probabile presso coloro, : i
quali seguitano Eotifrooe; perciocch sprezzerebbono essi questa, come io penso,
e la dimostrerebbono certa cosa molesta: ma vedi, se ci ti sia per dover
piacere, erm. D pure, soc. Qual* alt+a cosa pare a te, che contegno il corpo, e
il guidi, e faccia, che egli v;va, e vadi intorno* che 1? anima? eatu.ij-'
JNient altro? soc. Ma che? non credi tu ad A nassa-' gpra, che la natura di
tutte le cose sia lo inieMetto,e lanima che ladorna e contiene?. erm. Cos si.'
soc. Dunque ben fia, che a quella potenza si applichi questo nome (pvvgyjnj,
cio contenente la naturai ma si pu chiamare ancora ornatamente. ' erm. Cos ad ogni modo, e mi pare, che questo . sia di
quello' pi artificioso- soc. E verameute, anzi par. certo cosa ridicolosa, se
si nominasse, come le fan posto.: brw Or, che dobbiamo dir api ci, che segue?
soc. Tu d del corpo? brm.-S. soc. Questo a me pare in molti modi, se alcun
declinasse un tantino. Perci, che alcuni dicono, che egli sia allanima
sepolcro, quasi ella sia sepellita in questo tempo presente, e anco perch 1
anima col messo del corpo significa qualunque cose pu significare per questa ca
gione chiamato ancora bene. Nondimeno mi
Ravviso, che gli settatori di Orfeo abbiano posto questo nome principalmente a
questo fine; perch l'anima iti questo corpo dia la pena de delitti, e sia
chiusa iti questa siepe, e trincea affine servi imagine di prigio ne. Per la
qual cosa vogliono, che sia questo cosi; come
chiamato un chiostro per custodir l anima fin, che purghi qualunque
debiti; n pensano, che vi si abbia a tralasciar pure alcuna lettera, ehm Or, O
Socrate, mi pare, che dj intorno a questo si sia detto bjBstevolmetite: ma de
nomi de* Dei potressimo forse noi considerare, come si fatto di Giove, secondo qual retta invenzione
fossero posti i nomi loro? soc. Per Giove s, o Ermogn; se noi avessimo
intelletto sarebbe una maniera buonissima il confessare, che iton conosciamo
niuna cosa d intorno a' Dei, dico n d intorno ad essi, n a nomi loro, co quali
si chiamano; manifesto essendo, che essi si chiamino coi veri nomi: ma la
seconda maniera della retta intenzione si , che cos come ordina la legge, che
si pre-i ghino i Dei ne voli comunque aggrada loro di esser chiamati; cos
ancora noi li chiamiamo, quasi da noi non si conosca niun' altra cosa. Perch
si deterrai. nato bne, come mi pare. Per
la qual cosa, se ti piace, consideriamo quasi avendo detto innanzi a Dei, che
da' noi non sia per conoscersi niuna cosa d intorno a loro? non confidandosi
noi di esser possenti: ma pi tosto- d' intorno agli uomini oon che opinitine
principalmente intorno a Dei disposti posero lro i nomi; essendo .ci lunge da
riprensione. fi erm. O ' Socrate; egli
avviso, che tu parli modestamente, c facciasi da noi in cotal guisa.
.Dunque incominciamo .alcuqg,co$a da Veste. secondo le legge.- bum. Cosi
veramente conviene, spc.a-t, Q ual cosa porrebbe dir alcuno, che considerasse
chi la si chiam Veste? erm. -Io pon penso per Giove, bis ci siaagevole do
riprovarsi. som O firnwgene buono. In vero par bene, che i. prinp autori, de,
nomi non siano tati certi gr*, solqni; ma investigatori sottili di cose
Sublimi. 11 Perch? sac Perch, mi pare cheil por de' stomi sia stato di . certi
uomini siffatti, *' se d leu n considerasse i nomi forestieri^; non tnanbo
ritroverebbe ci, che qualunque significasse, come eziandio in qaesto, il qual
noi chiamiamo essenza, alcuni sono,.' che il chiamano altri di nuovo.
Primieramente secondo luno di questi nomi,,,non ^ ovviso^ che si fofamrai forte
lontano dalia ragione la essenza delle Icose, e perch noi chiamiamo ci,
che partecipe dS essenza; per questo si
potrebbe nominar Itene; perch parte, che ancora noi anticamente,, chiamavamo gi
?r* o6(rffc- Appreso e leu* considerali* iscrifie, stimerebbe, che; c^l cqn|i
derisero doloro, ( bfc .li, et posero;, perciocch vcrisniU iunanM-4-iWtt. i-, I>i^ che facessero i sacrifici a Veste
chi denominarono la essenza di tutte le cose.- ma quanti di;,
nuovo,la.fthiamarono aiOCV, stimarono quasi di mlovo secondo Eratlito, che
sempre scorressero tutte le cose, e Piente Don si fermasse. Danqoe la cagione,
'e la origine loro fosse, chi le spingesse. Sicch meritamente si chiami la
cagione, che spinge. D intorno 1 0 questi fin qui siane detto in .colai guisa,
come da coloro, Che' 'non intendono piente. Dopo Veste con-vien, Che si
Iconstderi di Rea e di Saturno,* tuttoch de! nome di Saturno abbiamo detto di
sopras-hiB forse, chef io noti died nulla. EHM.-Perch, o Socrat? soc. O uomo
dabbene, ho considerato certo esime di' sapienzd. erm. Quale eglit socv-Cosd'dS dirsi ridfirolosa
niol-U>, fiondimene 'Urn, che tenga feuno probabil cos. k*m.> Q uale n-
dessa? soc. Mi prvedere; che E radilo gi. molto nani chiaramente aldune cose
saggio, che si fecero nel tempo di Saturno e d Rea, fe quali eziandio si
raccontavano da Omero, ehm. Come di tu cotesto soc. Eradito dice, che scorrano
tuttalacose, e, non si fermi nulla; e assomigliandogli -.enti al flusso d un-
fiume, dice non esser possibile, che nei medesimo, fiume tu possa entrar due
volte. ehm. Q uesto A vero. soc. J O ti par egli, che colui da praclito
dissentisca, il quale pose Rea e Saturno Si lX, il prencipe di questa virt,
come TTOff/c/lefffiolf OVTK, cio legame di piedi: ma lE vi fu trasmesso forse
per ornamento, ftla perM avventura non si vuote egli inferir quatto.- ma in vce
di E si diceva primieramente on due LL come se dicesse fa ttoAAc bif(is dal
dopare gli alimenti, crtte/loti. c , certa amata, cos come si racconta, che
Giove amata lebbe. Ancora risguardqqdo allalto peravveulura chi ordini) questo
nome, denomino laere e parl oscurar mente, ponendo ci principio nel fine, il
che ti si far manifesto, se spesso pronuncierai quel nome di Proserpina, ed
enroAAtav temono alcuni 'per quello di nominare, che ignota: loro la retta invenzione de np; mi:
perciocch mutando considerano la 3U ancora adviene intorno al nome d A polline,
avendo molti in orrore questo nome, come porti seco alcuna terrihil cosa, o no
il conosci tu? ehm. Il Conosco ai, e tu di il vero. soc. -Ma ci, come mi avviso,
posto benissimo rispetto alla potenea di Dio. erm. In che modo? soc.
Sforzerommi di esprimere il mio parere, in vero non si avrebbe possuto
ritrovare un altro nome solo pi convenevole -alle quattro potenze, di Dio, di
maniera, che le tenesse tutte, e in un certo modo dichiarasse la musica, il
vaticinio, la 1 I T u ' ', medicina, e 1 arte del saettare. Or di, per ch
mi avviso, chp,tu dica un nome strano,, soc.
Anzi egli conveuevolmente addattato;
essendo Dio musico; perciocch la purgagioue primieramente, e le mondazioni, che
si fanno colla medicina, e col vaticinio; ancora le cose, che si torniscono
colle medicine de medici, e gli incauti
degli indovini, C le purificazioni, i lavacri, egli spargimenti possono questo
solo, cio di. rendere 1 uomo puro, e del corpo e deUaniina; non egli cosi? erm. Cosi ad ogni modo, soc.
Dunque sar colui il Dio, il qual purga e lava chi libera da mali siffatti, ehm.
Senza dubbio, soc Per la qual cosa in quanto lava, e libera come medico di tali
inali; meritamente chiamato liberatore.
Ma secondo la indovinazione, e il vero, e il semplice, essendo una stessa cosa
il possiamo ancora nominar bene secondo il costume de Tessali. Per l certo
tutti costoro chiamauo questo Dio, semplice: ma pereh sempre imbroca il sogno
con l'arte del saettare, sempre percuote-, si pu dire perpetuo percotente.
Secondo la musica poi, si ha a pensar di costui come di chi si dice, che segue
alcuno; e della moglie, perch 1 A
dimostra, come in altri molti luoghi il congiuogimento, e qui ancora significa
1 * accompagnamento delle conversazione, e intorno o cieli, i quali chiamiamo 7
TAovff, SIGNIFICA eziandio 1 * armonia,
che nel canto, la qual ai chiama
concordanza. Perch dintorno a queste cose, come dicono i periti di mnsica e di
astronomia, si rivoglie egli con Certa armonia. Questo Dio poi soprastante allarmonia volgendo insieme tutte
queste cose, e appresso agli uomini, e~a'ppresso V Dei. Dunque cos come T J y
o^oa/Afii/Sor, Kff opJtOv roti : ttoAAos, donde meritamente si pu chiamar obi
pensa avere intelletto. D intorno a Venere non
cosa degna, che si contradica ad Esiodo: ma si conceda, che si chiami
&QfOpo 7 vetrw, ci per la generazione della spama. MM.-Or, o Socrate, non
trapasserai sotto silenzio Minerva, e Vulcano, e Marte essendo ateniese, soc.
Non conviene itKolcun modo. ehm. Per certo n. soc. Egli non malagevole da dirsi, perch sia posto luno de
nomi di lei. Kit. Quale? soc. Per certo noi l chiamiamo Pallade. ehm. Si certo.
sac^-Or istimando noi, che 1 sia posto questo nome dal saltar fra le arme, lo
stimeremo bene, come io penso, perciocch lo inalzar se stesso, o altra cosa in
alto, o da terra, o colle mani il diciamo TrAAetif, e thxAAe adii, Xfid pX B
^*. vi v XKps, y, cio Alarle, si dice secoudo il maschio MpetOtfjiCio forte. Pi lire sft la vorrai,
che egli aia stato chiamato per certa aspra natura, dura, e invita, e
immutabile, la qual si chiama ttppXTOI, questo ad ogni modo convenirli al Dio
guerriero. xrm. A d ogni modo. soc. Deh per li Dei lasciamo oggimai i Dei,
temendo io di disputar di loro: ma proponimi qualunque altre cose tu vuoi,
affine tu conosca quali siano i cavalli di Eutifrone. un. Farollo
addiinandandoti ancora una cosa di Mercurio poich Cratilo nega, che io sia
Ermogene, sicch tentiamo di considerar ci che significhi ppw$, cio il nome di
Mercurio: affine conosciamo, se egli dica alcuna cosa. soc. E nondimeno gpgyg,
cio Mercurio pare che sia intorno al sermone in quanto i/tfmete, Iteti sryeAof, noi) t nhu'juKne, k
to xTxrnXoi sr ih * sospetto in questa
tal guisa, perch sfttei, cio sempre scorre, scorrendo intorno all* aria, perci
meritamente si pu chiamar fatfripo 7*
cio lanno pare che sia lo atesso; perciocch quel che a vicenda manda in
luce qualunque cose nascono e si fanno, e le essamina ia se stesso, e
discerne lanno, e come di sopra dicemmo,
che l nome di Giove era segato in due, e si chiamava dalcuni daltri a/# cosi ancora chiamano qui lanno
altri evi flfUTy, perch in se stesso, . f ^ altri ajoS, perch essaraina. Ma ia
ragione intera , che chi .esamina se stesso, si chiami ia due maniere essendo
uno dj modo che da un parlar solo si facciano dpepomi,eVl t/T, e bT-OS cio
anno, ehm O Socrate, tu te ne vai luoge oggimai. soc.-In vero mi avviso di far progresso nella sapienza, ebm.
Ansi si. soc. Per avventura il concederai maggiormente, xaw. Hor dopo questa
specie Volentieri contemplerei, in che rpodo questi nomi eccellenti di virili
siano posti bene, come (ppvn**\L ** Troppo aridamente, o Oberate, ed
incivilmente. 1 oc t-r-Q non sai tn, uomo beato, che i nomi, i quali
prim|erjqjentf furono posti, siano stati celati, da cip tragicamente li
vogliono narrare; aggiugnendo essi per eleganza, e levandone via lettere, e
parte per lunghezza tempo, parte per
desiderio di ornamento
'rivoltandoli" da tutte le parti, come per esempio tV TcS Hpctfaipa, c,oi
nello specchio, non parola te disconvenevole che si siaframesso il pa? per
certo tali cose fanno, come io stimo, chi prezzano, pih vezzi della boca, che
la verit, per la qual cosa framettendo molte cose a primi nomi, alla fine
fanno, che niun uomo intenda ci, che si voglia il nome, come mentre
proferiscono Ty aai'yyce, cio certo li i ; .-i
f'iitij n s . T ' *17 mostro, dovendosi pronunciare /'yot, e "tolte
altre ' ! "!. T I, .sose. ZBM, ci, o Socrate se ne sta veramente cosi,
soc. Ma se si concedesse di nuovo ad ognuno secondo il suo volere di aggingnere
e levare a borni, grande in vero sarebbe la licenza: e chiunque darebbe qualunque
nome a ciascheduna cosa, za*.Tu narri il vero; ma si conviene, come io penso,
che da t presidente savio, si servi certa mediocrit e decoro. irm. I o il
vorrei si. soc. E ancora io, o Ermogene, il desidero con esso tco: ma no il
nctncar, Umo flice, coi troppo eSsata
investigazione, affine non annichili al tutto k virt mia: perciocch io me ne
vengo alla cimjt delle cose antedette, poich dopo 1 J-*! arte avremo
considerato |iSJ iti, cio scorre
malamente > sari nati i/ct, cio vizio. Ed il proceder malamente che si fa
nell anima inverso alle cose, ritiene massimamente la denominazione del vizio;
ma il hxk)$ (Si'XI, cio il prcdere malamente ci, che egli si sia, pare a me che
si dichiari ancora nel nome t/fgiA/oe, cio nella timidit, la qual non ancora
abbiamo dichiarato; aveodola noi tralasciata; facendo mistieri che la si
considerasse dopo la fortezza. Appresso ci
avviso di aver tralasciato molte altre cose. Dunque it/ls l A/x
significa il forte legame dell* animai perciocch 7 -$ Aistf certa forza. Si che J\ei\ix, cio la
timidit il grandissimo legame
dell'anima, cos come ancora j xitopix. )>S4C cio il dubbio male,, e, sommariamente qualunque impedimento
del. progresso. Questo dunque pare, che dimostri x, K*k5s *, cio l andar male
senza moversi, e con impedimento; la propriet quando lanima tiene si riempie di
vizio, che $e quel nome di malvagit compatisse ad alcune cose siffatte, il
contrario significher virtlt. Primieramente SIGNIFICANDO abbondanza, e poscia
che il flusso dell' anima buona sia sempre sciolto. Perlaqualcosa quello-
che senza retto tiono e impedimento x C
Itati KflAw/eoa, cio che sempre scorre ha avuto, come avviso, questa denomufazine. Si che st bene,
che alcun lo chiami &ipp frtf, 4*** 8em lj re fluente. Ma peravvntura lo pu
chiamar alcuno oupgx&y, quasi, che qtiesto abito sia da elggersi
massimamente. Ora Spezzalo il vocabolo si chiama psT. D *rai lu forse, che io
finga: ma io mi affermo, che se pur quel nome d vizi, che io ho riferito introdotto bene, che ancor bene si introduca
questo nome di virt, erm Ma che si vuole T
KfltRf, cio >* raa,e i P er * quandi sopra hai detto molte cosef soc.
Certa cosa strana per Giove, e malagevole da ritrovarsi. Si che ancora a questo
io apporter quella machinazione. ehm. Qual macbina'zionef soc Il dire, che
questo ancora sia certa cosa barbara. ERM.-EgH
avviso, che tn parli bene. soc. -Alla fine lasciamo oggimai questi da
parte, se il ti piace: ma tentiamo d* sedere In die modo se ne stiano bene
ragionevolmente questi nomi T K*At TO edxpoi, cio di bello e di turp. Or ci,
che significa oic^pat m > par manifesto, per certo egli conviene con gli
antedetti: perciocch mi avviso, che chi
ha posto i nomi biadimi ci, che iropedhce e ritiene dal corso gli enti* e ora
pose il nome ocel TW povv a ci, che sempre impedis*. se il flusso
ocsiaryoppovt. Ma ora pezzato il nome, lo chiamano cthry^p 0. Che si vuole il
kccAov, cio il bello?* soc. Ci via pih
malagevole da conoscersi, dicendosi che questo solamente per causa di armonia,
e di lunghezza sia derivato, donde s trasse. rm. In che modo? soc. Questo nome
pare, che sia certa denominazione di discorso. ' erm. Come di tu questo? soc.
Qual cosa stirai tu, che sia stata causa della DENOMINAZIONE di qualnuqne degli
enti? o non ci, che diede i nomi? erm. Ad ogni modo, soc Dunque questo sar
discorso o dei Dei, o degli uomini, o di ambidue. erm. Per certo si. soc.
Dunque 70 KKOV ret Trp7(jiflCTflf, cio quello, che chiama le cose, e x kA? sono
lo stesso, che discorso. erm. Apparisce, soc. Dunque qualunque cose fa di nuovo
la meote, e il discorso sono degne di. lodi.- ma quelle, che no, sono da
biasimarsi. erm. Ad ogni modo. soc. Dunque ci, che alto al medicare fa ( le opre della medicina,
ci che atto all arte del legnaiuolo
quelle, che sono proprie di lei: ma tu come >1 potresti dire? ehm. Cosi.
soc. Si, che eziando il bello, le cose belle? ehm. Fa certo mistieri. soc
Poscia questo egli il discorso, come diciamo
noi? erm. Si certo, soc. Si che questo nome di bello, meritamente fa la
denominazione della prudenza operante certe cose siffatte, le quali
abbracciamo, dicendole belle, erm. Cosi apparisce. soCi-Quale altra cosa
..oltre al genere di lei rimane da investigarsi? e*m. Quelle che riguardano al
buono e al bello, cio quelle, che conferiscono, e sono utili e ci giovano, e ci
sono di guadagno, e le contrarie a queste. soc.-Ci, che sia quello che
conferisce, tu il ritroverai considerandolo dalle cose antedette, parcndj certo
germano di quel nome, che peritene alla scienza, non dimostrando egli niun
altra cosa, che 7HV (piX(pQp XV TUS flBfCt T6IV '7rpOC'yjiffTOV, cio il
portamento dell' anima insieme colle cose, e quelle che quinci provengono sono
chiamale 1 nocivo, e il dannoso . erm, Per certo . soc. Ed il fiAxfiepov, dice
sia t 0 fhAxvyov TO poD, cio ) 58 ( quello che nuoce si corso, t* J\g
jSAatT'yOI, TO jSot/OfievoV cnrrei, cio quello, che vuole impedire. e cnTTBIV
Reti c/leTlf, c ' impedire, e il legare di nuovo significa lo stesso, e questo
biasima per tutto. Dunque ci, che vuole ecmeil K cAell T 0 >6v Aofteroi I
ttntTBlV po0\ l si chiamerebbe bene fiovXonrTepOV, nia P er ornamento io stimo,
che sia stato nominato /JActjSspoV. O Socrate, vari nomi se ti vanno nascendo
di sotto via, e mi pare al presente, che tu abbia cantato innanzi certa quasi
ricercata della legge di Pallade, mentre proferivi il nome jJot ) .1
AaTTTepoJ/V. soc.-,0 Ermogene, io non sono cagione. - ma chi posero il nome,
ehm, Tu di il vero: ma che sar poi il uji/c/|ef, c ' dannoso? soc. Vedi, o
Ermogeue, ci, che debba essere e vedi quahto daddovero io parli, qualora io
dico, che aggiugnendo essi, o ^minuendo le lettere, alterano d gran lungo il
senso de nomi in modo, che cambiando certa picciol cosa facciano alcuna volta,
che SIGNIFICHINO COSE CONTRARIE, il che. apparisce in questo nome Jisovjl, cio
opportuno. Ci poco fa in pensando quello, che io sono per dire, mi e venuto in
mente. In vero noi abbiamo nuova quella voce bella, e ci sforz a suonare il
contrario TO c/l/o K* T confondendo il senso ma certo nome vecchio f i s 9 (
dichiara quello, che ai voglia, e i no e allro me. eem. Come di t cotesto? soc
Dirolloli, tu sai che, magg.on nostri erano aoliti di vaierai molto del I e del
A, e maggiormente le donne, le qu.fi mmn . t tengono si la voce vecchia, ma ora
in vece del, vii aggiungono ovver I* g o 1* ma in luogo del J il o come queste
suonino alcuna cosa pi magnificamente. che modof soc. Come per esempio gli uo
rntm antichissimi eh, amavano T| ; y . cio il giorno: ma altri poscia il
chiamano ^ p J t e presenti ^ epxr, erm.
E gli vero. soc.-Dun- qne tu sai, che
con quel vecchio nome si dichiara so. la mente la mente di colui, che pose il
nome; perciocch eh, amarono il giorno S(lepxv> perch da|Ic ^ bre s, faceva
il lume agli omini */ povjlt, Che,1 desideravano, e si allegravano . IZ , AP /
arSCe * S0C ' ~ Ma ra in 0* ninno non
intenderesti, q ue,, cbe voglia ..tato nelle tragedie, bench stimano alcuni,
che si d,c * Wpct, perch faccia egli qualunque cose,u{ po( cio mansuete, ehm. -
Cos mi pare. soc. - N ti * occulto, che abbiano chiamato i vecchi ^ 1070 cio,1
giogo t,yQ Vt ' erm Per cert0( soo _ Ma ye raraeme T0 ' tyyfo aoa dimostra
niente: ma j 0V70t ) fio ( dimostra s'neK# T? J\oaeu$ 65 *m 7^7*,*' cio il
conducimento di due per causa di legare, e lo stesso si dee giudicar di molti
altri, erm. E manifesto. soc. Nel medesimo modo il to J\&ov cosi proferito
dimostra il contrario di tulli i domi; che ris guardano si bene; perch certo
essendo il idea. del bene, pare che sia
c/SO'piOf, cio legame e impedimento del progresso come certa cosa germana TO jSKjSspO, cio al
nocivo. erw: Socrate, cqs'i appar si.
soc. Ma non gi incoiai guisa nel nome vecchio, il quale yerisinaile, che meglio sia; sta-, to
ordinato del nostro, per certo tu coovenirai coj beni antedetti, se per lo g
renderai lo / t come anti-r ' 4 camente si diceva; non significando c/|ov : ma
J\li quel bene, il quale sempre lodato;
dall/ inventore dei nomi; e in siffatta maniera non discorda egli eoa seco,
anzi pare che sia lo stesso t/Isoy, KCt ( ftov, kx'i A.t/v, cio il cruciato par
nome forestiro detto da oc^yeiVOV' oJlv/n poi, cio il dolore, e FaSlitione si
denomina da e Vc/lu &BCo$ THS Al/TT?, c!
dall entrar del dolore, erm. Apparisce, soc. a yJtiJlV, cio il
dispiacere chiaro ad ognuno che e
assomigliato il nome alla gravezza del portamento, ma ^ctpx cio lallegrezza, e
la letizia par, che sia chiamata da J\ loc^vireus, c ' dallfacilit evTTOpixs
cio del movimento dellanima. Si cava T } p'M St cio il diletto da Tg/>4.t?,
cio dal dilettevole; maT-gp^j^ydaT rspJWoy da JtXTS pr\-e&)$, cio dalla
inspirazione del diletto aellauinia. Sicch meritamente si chiamerebbe tpTrrovi,
' ) ( cio inspirante; ma dal progresso del tempo il divenuto a t/>TTV 0. Per q ual cagione si
dica cio lallegrezza e vigoria non
bisogno renderne conto, essendo manifesto a chiunque trarsi questo nome
da ef, che si dice v TOS TrpxypLXXI TtV ffvp Hpepsa e certe altre si fatte
cose, onde hanno esse i nomi? soc.*-Si dice J\ooc, o da cio dallinvestigazione,
con la qual cambia, e segue lanima investigando la coudizion delle cose, o da
-j-jy TO^OU JohSt cio da ^ scoccar dellarco: ma quinci pare pi tosto, che
dipenda, | omeri J, cio la stimazione a ci consona, assomigliandosi allentrar
dellanima in qualunque cosa, il qual dichiara ci che sia qualunque degli enti,
cosi come e jgot/A*, cio lo volont si dice da l*Ho scoccare, TO 0VElecr$ttl, c,o ll desi ' derare, e
j?ovAst/ l la verit e t 0 cio la bugia, e to oy, c,oe lente, e 0V0fi cio il
nome di cui ora trattiamo, perch tenga questo nome. soc. Chiamami tu pcc!
ecrBxt, alcuna cosa? ebm. In vero chiamo lo investigar^,- soc. Egli avviso, che questo nome sia generato da quel
sermone, onde si dice esser oy, cio lente, di cui il nome investigaiipnfc, il che, pii,, chqramat^ con^prend
erai. Per cert,o In quello che, noi; t}icjw TOt voj Utr O-TOl/, cio nominato
esprimendosi qui ci, che sia no es
dellente par che si dica con questo nome Qpx, w>; i.i ri r i otatf ;oq[ no' r ft. r ql essendo quasi
flst Oliffflt A, c,oe certa > div,na in',n t>. et MI scorreria: ma il
>J,sV(/|o5, c bugia, al portamento. Perciooehdi nnovo si disprggi*
quello, che vien ritenuto, e costretto; a star quieto* ed asso migliio T cio che 'non va. sart. Q
Socrate, mi avviso, che rimilo
fortemente' tu abbi ventilato questi nomi: 'ma se alesili) li addiniandass di
questi t# tOV, TO peOV,KO U Tft (Httl/V tosse U retta loro interpretazione, che
principalipenle 1 risponti eremo noi ? i 1 tieni tu forse? soc. Teugolo certo.
In vero poco fa .tei sovvenire un non. so che, coir la cui risposta pare a noi
di risponder alcuna cosa, san Qualej
cotesto? soc. Che diciamo, chesia Barbarei ci, che non conoSeijdno,-
perch forse sono daddovc >( re io parte tali, e malagevoli da ritrovarsi i
nomi pfimieri per. lantichit; perciocch torcendosi i nomi per tatto, non
sarebbe maraviglia niuna, e la voce antica colla nostra pareggiata non fosse
niente differente dalla voce Barbara, erm. Non e fuor di proposito ci, che tu
db soc. Dunque io apporto cose verisimili, non per tanto perci pare, che la
contesa ammetta la scasa: ma sforziamoci di investigarli, e consideriamo in
colai guisa, se alcun sempre cercasse quei verbi, per li quali si dice il nom,
e di nuovo procurasse di saper quelli, per li quali si dicono i verbi, n ci
facendo cessasse, forse non sarebbe egli ne-, eessario, che alla fine si
stancasse il. rispondente? brm. me par
si. soc. Dunque quando cesser meritamente colui, il qual nega la risposta? o
non quando a quei nomi pervenir, i quali sono quasi elementi del rimanente, cio
de sermoni e de nomi? in vero se in colai guisa ne stan' essi, non dee parer
pi, che daltri nomi siano composti, come per esempio abbiamo detto poco fa che
to otyxS OV, cio d bene fosse composto da ecyxtTTOv, cio del mirabile, e $ov,
t del veloce 3eOV P* cio il veloce,
diremo noi che costi daltri, e essi da altri: ma se alcuna volta a quello
perveniremo, che pi oltra non si forma daltri nomi, meritamente diremo noi di
esser pervenuti allo elemento, n pi oltre faccia mistieri, chel riferiamo ad
altri nomi, bum.' T u mi parj di parlar bene, soc. O non sono quei nomi
elementi i quali tu ora addmandi? e fa egli bisogno che altrimenti si consideri
la retta interpretazione? sbm. Ci
verisimile, soc. Verisimile certo, o Ermogene. Per la qual cosa tutti
gli antedetti pare, che siano a questi ascesi, e se ci se ne sta cosi come mi
pare, or di nuovo considera con esso meco afline per avventura non impazzisca,
mentre tento di dichiarare la retta inlenzion dei primi nomi. zbm. Di pure,
perciocch io vi penser secondo il potere, soc. Io stimo veramente, che in
questo tu assentisca, che una sia la retta invenzione di qualunque nome, e del
primo, e dellultimo e niun di loro in quanto nome discordi dallaltro, ehm. Si.
soc. E nondimeno la retta invenzione de nomi, i quali poco fa riferito abbiamo,
voleva esser certa tale, che dichiarasse, quale si fosse qualunque degli enti,
ehm. Senza dubbio, soc. Questo veramente non dee convenir manco o primieri, che
agli ultimi, se sono per dover esser nomi, ebm. Al tutto, soc. Ma gli ultimi
nomi, come avviso, potevano fornir
questo per li primieri. ebm. Apparisce, soc. Stiano le cose jcos. Or i primi, a
quali altri ancora sottoposti non sono, in che modo secondo I possibile, ci
dichiareranno gli enti, se deono esser nomi? rispondimi a questo. Se non
avessimo voce, n lingua, e avessimo voluto dichiarar Vicendevolmente le cose,
non avremmo tentato noi cosi, come i muli al presente, di significarle colle
mani, coll* tetta, e col rimanente del corpo? ibm.- Non al i ;> i iiit k '
ci : !>M Ili menti, o Socrate, soc. Ma,
come io penso, se volessi ni o dimostrar il supremo, e il lieve inalzeremo le
mani in. verso al cielo, la stessa natura delle cose imitando: ma se le
inferiori, c gravi le rivoglieremo alla terra; pia oltre dovendo dimostrare un
cavai corrente; o alcun altro animale, tu sai, che da noi si sarebbe finto i
gesti de corpi nostri, e le figure quanto pi presso alla loro somiglianza. erm.
Ci, che tu d mi pare necessario, soc. la questo modo, comio penso, con lo
imitar il corpo, si sarebbe con queste parti di corpo dimostrato quello, che
chiunque avesse voluto dimostrare. erm. Cos certo, soc. Ma poich vogliamo
dimostrar colla lingua, e colla bocca, nou si fa cosj finalmente la
dimostrazione da queste se per esse dintorno a qualunque cosa si fa la
imitazione? erm. Io penso necessario, soc. Sicch, come apparisce, il nome imitazione di voce di quella cosa, la
qual imita, e nomina chi imita con la voce, erm Il medesimo mi pare ancora si
sia detto bene, erm Perch? soc. Perch saremmo costretti a confessare, ohe
questi imitatori di pecore, e di galli, e daltri animali nominassero le stesse
cose, dequali si imitano. *hm. Tu pnrli il vero, soc. Non pare a te, che stia
ben questo? erm. A men: ma o Socrate; qual imitazione sia il nome? soc. Non tal
imitazione, qual quella che si fa per la
masica tutto che si faccia colla voce: n delle stesse ancora delle quali la
musica eziandio imitazione; non dicendo
noi, conio avviso, la imi tallone per la
musica. Ma cos mi dico, li trova egli iti quaizfnqtre cosavoce, *v figura, e in
motte color ancora? twm^kd wgnf modo.'- SOC. Dunque se alcuno queste imitasse,
intorno a queste imitazioni non si ri Irorarebhe io facoltdel nominare, essendo
altre desse la musica, 1 altre lo dipintura; non egft 1 cosi? va*. Veramtfhte. soc, Che a
questo? non pensi ta, che qualunque coso tenga csi la essenza, come if Colore,
e le altre cose, che abbiamo detto dianri? o hon si ritrova egli* ntl colore, e
nello vce certa essenza e in qualunque altre cose, che so n degne della
denominazion dellessere? ehm. A me parsi, soc. Che duh" que se alcun fosse possente di imitar con
lettere, e con sillabe la essenza di qualonqd csa; non dichiarerebbe egli ci,
che fosse qualunque 'Cosa, o pur n. soc. Qual diresti tu, che potesse far
questo? tu gii antedetti' parte chiamavi' msici, parte dipintori:' ma costui,
come il Chiamerai tu? "ew\ Mi par, o Socrate, che egli sia lautore del
nominare 1, ! il quale gi molto
cerchiamo, soc. Se questo vero, -ggimni
da cnbiderarsi dintorno quei nomi, che 1
; tu ricercavi pouj, c io del flusso, levai dellandare, a-^e noroj primieri, se
peravventura, come i tragici, qualora dubitano ricorrono alle machinazioni
innalzando i Dei, cosi ancora noi non, ci . espedissinv* tosto questo dicendo;
che da Dei siano posti primi nomi, perci siano stati ordinati bee. Duuqne
questo parlare sar egli ottimo presso noi, Oiquello che gli abbiamo ricevuti da
alcuni barbari, essendo i barbari di noi .pi antichi, o per la vecchiezza non
li possiamo discernere cosi come i nomi barbari ancora. Questi sono schermi, o
leggiadri al di chiunque non vogliono render la diffinizione della imppaiaiono
retta de primi nomi: perciocch chiunque non tiene la retta diffinizione
de'prirui nomi, non pu conoscer i seguenti. Questi per certo sono da
dichiararsi da quelli,, de quali non alcuno,
che ne sappia nulla. Anzi chiaro , che chi fa professione della perizia de*
seguenti, abbia compreso gli antecedenti inolio prima, e perfeltissimamente li
possa dimostrare, ma altrimenti dee sapere, che egli sia per prender errore ne
seguenti; c siimi tu in ultra guisa? ehm. N on altrimenti, o Socrate, soc. Le
cose dunque, che io sento dintorno a' primi nomi mi avviso, che sinno cose ingiuriose, e
ridicplose, e se vorrqi con esso teco le conferir: ma se tu ritroverai cosa
migliore, eziaudio tu Con esso meco la' comruunicherai. erm. Farollo; ma d
oggimai con fidanza; soc. Dunque, primieramente jl p pare a me, che sia come
stromento del movimento tutto: ma perch tenga questo nome non labbiamo detto:
ma .phiaro , che vuol esser (eirtS", cio andata; perch non si valevamo
noi, per lo- adietro del jj- ma dell' 8) egli SIGNIFICA il principio {la
it/str. cio t'andare, il qual nme
forestiro; egli' lo f e yJj : il j r r .
v ' . r cio lo atiflar.- Sicch^s 41 prifnt? nme* di lu si ritrovasse
iraspaptalb nella voce nostra, bene Ye-rtC si chiamerebbe.' Ora poi chi' K/6/V
nome fre stiero, e dal riiutaniento del
e' dal frammettersi il *,, y si
chiama Ma faceva bi so gii oidio qi dices-,
!' ' ir. t>-| ii -, j se k
ieiveei?, ovver eitr/j, * c/|s 080^0 il p elmento, parve come ora diceva*
opportuno stromento del moto all'autore de nomi per esprimer la somiglianza
del, portamento perla qual.cqsa'uso il p pec tutto alia espressione del
movimento.- Primieramente T ( p e 6 1 V
K poti, cio ne Ho scorrere, e nel flusso imita il portamento per la lettera p
poscia nella voce jrpoy.n cio tremore, e nel Ypxyjs.1, cio nellaspero, ancora
nelle parole di colai sorte ^poveiV >1 percuoter, Spxvsiy il romper fpln$iy
il tirare SpvTTT&lV rompere, xejiT t? tagliare in pezzi pspjSeiy,
vacillare, tutti questi per lo pili figura per lo p conciOssiache, io la lingua
nel proferir questa lettera non ritarda niente, anzi pili tosto si commove.
Sicch egli avviso, che si abbia servito
del p principalmente alla espressione di queste cose. Eziandio in tutte le cose
tenui penetranti massimamente per tutto si ba servito del t; laonde imita per
lo / jofapjCI, KCc'l 70 UcBx, cio
landare, e il far progresso, come ancora per lo q e ^ e e le quali lettere sono di spirito pili
veemente. Cose si fatte ci esprime l autor del nome, come per esempi 0 TO 1
C08a fredda yo ( 90V, la bogliente, 70 1 lubrico, T0 yA^KU *' doIce tt* J^Aott
cAbs, e il viscoso. Di nuovo avvedendosi dellinterno suono del p con lui nomin
to 6dlov, Kt TO 6VT0J, cio le cose interne, qnasi assomigliando le opre alle
lettere- poi diede ja fts'yotAw, cio al grande e t p*K6l, c * Ha lunghezza
perch sono lettere grandi: ma ffTpq'y'yuA^ c * rotondo, avendo egli bisogno
dell o, per lo pi nel nome lo mesool. E nella stessa guisa 1 autor del nome
pare, che si sforzi di accommodar a qualunque ente segno, e pome secondo le
lettere, e le sillabe, e da questi poscia comporre il ' rimanente delle specie
secondo la somiglianza. O Ermogene, mi pare che questa sia la retta
interpretazione de nomi, se non apportasse Cratilo alcunaltra cosa. ehm. E
pure, o Socrate, spesse volte mi travaglia Cratilo, come ho detto da principio,
mentre afferma, che vi sia alcuna retta interpretazione di nomi: ma nondimeno
quale ella si sia non la dice chiaramente in guisa, che io non possa conoscere
se egli volontariamente lo faccia, o pur n; cosi ne parla semprc d'intorno ad
essi. Dunque, o Cratilo, dimmi ora alla presenza di Socrate, se ti piace il
modo, con cui egli ne parla dintorno a nomi,' o Se tu puoi dire io altra
miglior guisa, il che se puoi il dirai a line, che o da Socrate tu impari, o
ammaestri nmhidue noi. ca. Ma che, o Ermogeuc? ti par egli ogevol cosa
rapprender in cosi poco tempo, c lo insegnare qualunque cosa noti che una
cotanta; la qual dintorno alle grandissime
stimata certa grandissima cosa? ersi. Per Giove n, anzi io stimo, che
Esiodo abbia parlato bene, che utile sia laggiuguer il poco al poco. Sicch se
tu sei possente al fornire alcuna cosa se ben picciola, no il ricusare: ma
giova a Socrate, ed a me appresso, dovendolo tu fare, soc. In vero, o Cratilo,
n io stesso affermerei niuna di quelle cose, le quali dianzi ho raccontato. Ma
iu quel modo, che mi parve ho ci considerato con Ermogene. Laonde prendi ardir
in esprimere, se hai alcuna cosa migliore, come io sia per ricever volentieri
ci, che dirai: nondimeno n mi meraviglierei se tu potessi dire alcuna cosa di
queste migliore, parendo a me, che tu abbia considerato siffatte cose, e
imparatele da altrui. Duo-, que se da te si dir alcnna cosa eccellente; mi
annovererai fra tuoi scolari intorno alla retta investigazione de' nomi, cr.
Per certo, o Socrate, questo tu di, mi fu a cuore, e ptravvenlura ti farei
scolare, nondimeno dubito, che la cosa se ne stia incontrario ad ogni modo,
perch mi sovvieue di dir in certa maniera lo stesso in verso a te che disse
Achille ne sacrifici in verso od Aiace. O Aiace, nato di Giove, figliuolo di
Telamone, re di popoli, tu hai proferito tutte le cose secondo il mio parere.
Ancora tu, o Socrate, pare che indovini secondo la mente nostra, o essendo tu
inspirato da Eulifrone, o ritrovandosi in te alcun altra musa, il che ti era
ceialo innanzi, soc. O Grati lo, uomo dabbene, ancora io ammiro gi molto la mia
sapienza, n mi confidi troppo. Sicch . io stimo che sia da considerarsi da
nuovo ci clic io mi dica, essendo gravissima cosa lo ingannarsi da se stesso;
perch come non fia cosa grave, quando non
poco lontano: ma sempre presente chi
per ^ingannare? sicch fa mislieri, come
avviso, voglicrsi spesso alle .cose antedette, e come dice il poeta,
tentar di guardar innanzi, e indietro parimente. Or al presente vediamo ancora
ci che si detto. Abbiamo detto retta int
rpetrazione di nome ci, che dimostra quale sia la cosa. Mi d, dobbiamo dir noi,
che qitesto si sia detto bastevolmente? in vero io l 'affermo. soc Dunque si dicono
i nomi percausa dinsegnare? eh. Al lutto., soc. Dunque dobbiamo dir noi, che
questa ancora sia arte, e mietici di le.? er.^S. soc. Quali? cn Quelli che da
principio tu chiamavi facitori di nomi. soc. Mi di, possiamo dir noi, che
questa arte sia negli uomini parimente come le altre, o altrimenti? questo poi quello, che io voglio I dire. Sono egli
alcuni dipintori peggiori, altri piti eccellenti? ce. Sono il. soc. Non fanno
gli eccellenti 1 opere loro pi belle, cio gli animali? incontrario gli altri?
ancora i muratori fan essi parimente le case parte pi belle, parte pi turpi?
ca. Cosi . soc. Gli autori eziandio delle leggi non fanno essi l opere loro
parte pi belle, parte pi turpi? ce. Questo non mi par no. soc. Dunque non pare
a te, che altre leggi siano migliori, altre peggiori? ca. Per certo n. soc. N
anco come apparisce stimi, che altro nome sia posto migliore, altro peggiore,
cr. N questo, soc. Dunque tutti i nomi sono posti bene. cr. Quanti sono nomi,
soe. Che del nome di Ermogene che si
detto di sopra? come dobbiamo dir noi, che a lui non sia posto nome, se
non, cheli compatisca spfiov'yGVEO'EflJ, cio, che sia della generazione di
Mercurio? o che sia posto: ma non bene? cr. O Socrate, non mi avviso, che ancora gli sia stato posto: ma
paia si: ma che sia daltrui questo nome, d cui
la natura ancora, che significa il nome. soc.-Dimmi, non mentisce
chiunque dice, che egli non si diea Ermogene non essendo da dubitarsi, che egli
non si dica Ermogene non essendo, cr In che modo di tu questo? soc. Forse perch
non lecito al tutto il dir il falso? e
si suol SIGNIFICAR poi questo il tuo sermone? perciocch, o amico Cratilo, sono
alcnni ancora, che il dicono al presente, e il dicevano gi. ca. Perch, in che
modo, o Socrate, mentre dice alcuno ci, che dice, dir egli quello, che non ? o
non egli il dire il falso,, dicendo le
cose, che non sono?,soc.-0 amico,questo parlar
pi eccellente di qnelche ricerca la condizione, e et mia; nondimeno
dimmi se paia a te; che alena non possa parlar il falso: ma il possa dir s. ca.
N dire, soc N ancora dirlo, n chiamarlo? come se alcuno fattosi incontro
prendendoti per la mano iosegoo di ospitalit dicesse, Dio ti salvi, o Ospite
Ateniese Ermogeoe figliuol di Smicrione; parlerebbe egli questo, o si direbbe
che parlasse; a direbbe questo, o saluterebbe in colai guisa non te:, ma
Erraogene, o ninno? ca* O Socrate, mi pare che costui gridi, ci in vano, soc.
Questo mi basta, dimmi grida il vero chi cosi grida, o il falso? o parte il
vero, parte il falso? perciocch baster eziandio questo. ca. Io direi, che
questo tale strepitasse, indarno movendo se stesso, come se alcun battesse i
rami. soc. Considera, o Cratilo, se in alcun modo conveniamo, non diresti tu
forse; che sia altra cosa il nome, altra quello, di cui il nome? cr. Veramente. soc. Dunque confessi
tu, che 1 nome sia certa imitazione della cosa? ca. Sopra il tutto, toc Dunque
e le dipinture in certo altro modo d tu, che siano imitazioni di alcune cose?
ca. Per certo s. soc. Or dimmi, perciocch forse i non . intendo, quel, che tu
di.- ma tu peravventura parli bene; polressiroo noi dispartire,, e portare
ambedue queste imitazioni, e dipinture, e quei nomi alle cose, di cui sono
imitazioni, o n? cr.~ Possiamo si . 1 soc. Or. questo considera primieramente,
se potesse' alcuno attribuire la imngi.ne dell'uomo all'uomo, e alla donna
quella della donna, e le altre nel medesimo modo? cr. Cos certo, soc. Dunque iu
contrario ancora la imagine delluomo alla donna, e della donna alluomo? cu. L-
E questo, soc. Or ambedue questi compartimenti son forse elli, retti? ovver^
lun di essi? cn. L'uno d. soc. Quello penso io, il qual d il proprio, C simile
a ciascheduno. cb, A me par s. soc. Dunque acci tu e io essendo amici, non
contendiamo nelle parole, considera ci, che io djco. Io chiamo retto ( compartimento
una cosa siffatta in ambedue le imitazioni e negli animali, e nei nomi: ma ne*
marni non solo, retto: ma vero. Ma laltro conducimento, e portamento dal
dissimile non retto, e appresso falso ne nomi. cr. O Socrate redi che ci
peravventura possa solamente cader nelle dipinture, che alcuno compartisca
male: ma non nei nomi: ma sia necessario che sia sempre bene. soc. In che modo
di tu? dintorno a che questo da quelle
differente? non egli forse possibile,
che nd alcun uomo fallsi alcun incontro dica, questa tua figura, e peravventura a lui dimostri la
figura di lui peravventura anche di donna. Dico essfcr il dimostrare 1*
offerire a sensi degli cchi.' c. 0T?. CR--Corto si. *oc. Dimmi, se questi due p
e+ paiono somiglianti allo stesso, e dimostrano il medesimo cosi loro per la
determinazione del p f come a noi per lo ultimo o non significa niente agli noi
di noi? cr -Anzi il significa agli uni e agli altri, boc Forse in quonto sono
somiglianti il p e il o in quanto dissomigliane ti? ca In quanto somiglianti,
soc. Dunque n quanto sono simili in ogni luogo? CR.-Peravventura al SIGNIFICARE
almeno il portamento, soc. 0 il \ framesso ancora dimostra egli il contrario
dell' asperit? CR Peravventura, o Socrate, non
framesso bene, co-me quelle cose, le quali tu trattavi dianzi con
Ermogene, mentre e levavi via, e ponevi le lettere ove massimamente facea
mislieri. E tu mi parevi d far bene, e ora hassi a por forse il p per lo soc.
Tu parli bene: ma che? al presente quando alcuno prnuncia oif, come dicevamo,
non ci intendiamo tranci? n sai tu ci, che io al presente mi dica? cr,- 0
amicissimo, per usanza lo so veramente, soc. ( Quando tu d usanza, pensi tu dir
cosa diversa dal componimento? chiami tu altro usanza, che quando 10
pronunciando questo, e considerando quello, tu conosci, che io considero; non d
tu questo? cr. Questo stesso, 'soc. Dunque se tu conoscessi questo
pronunciandolo io, li si fa per me la dichiarazione, cr. Cos . soc. Cio dal
dissimile ili quello, che io pensando proferisco, poi che dissimile il \ a quello, che tu chiami . Io
penso, '0 Socrate, che Ie^etno 1 scesseroi s oc; Per certo, o amid Crtlo, non
essitdo essi ignorami; cir. Non rti 2 5 sdt.-iR'itd niamo di nuoi-o col, Ond si
'^iprtimriro. Perci posto fa dicesti-, se tu li raccordi'; li era teeessario,'
che hi poneva' iWWii conOScts'I^'cbse/'cui 'tl penevai dimmi pare - tu ancra' ;
cosV; hP 'cit.4-Eziatf* diO si; "std.' PeTavventura dllu'J'che chi pose i
'pri ini nmi, cbuoscendH 'H poness. ' cA. Conosendlk soci. Da qul homi ' avrebbe
egli'imparato, o ritrovato le cose,- ! s Otti a fossero ancora 'psti i primi
nomi! e di nhdVo'tfibiamD nij h si Csa impossibile di ritrovar l' Sj o
impararle altrimenti, che imparando i nhii/
per noi qul siWo 1 ritrovandola CR. O SOcrte,fnf avviso, che l~dc alcuna cosa, toc- Duriqe io
che modo dirmo''%ii che essi sapendo abbiano posto ? nomi! ossiatro dati
facitari dd )& te? ca. Ma chi sa, che gli altri j nqmj; non fossero di
questi, soc. Quali d* questi due p, ottimo uomo e^ano. es s > forse di quelli*
che, si rifulgono olio sta? Io? o di quelli pi u,. tosto, che al mpviinputfe?
[ilrciocch nou ancora si giudicheranno colla moltitudine seaon r do, quello chq
poco^a abbianao ^ttos ;,^tf^C0si conyjenfj p ^oprate. i u ^oi e:dV cendo parje
di essi .e^er siglili ajlfl. 1 .flfr fermando di so sa il^ medepi 6 &P '
.'U , chia- ro , che non si muta niente
in qui 1 tempo, die c do sta cosi: ma se sl sempre uella stessa guisa, ed il medesimo, in che maniera si potrebbe
mutare, o mo- ver non diseostaudosi punto dalla sua idea? cr. tu modo ninno,
soc. Pi oltre u alcuno si conoscereb- be facendosi altro e diverso
incontinente, che se no ; vico quello, che l idee conoscere. Sicch non si po- trebbe
conoscer pi, che, ed qoelio ohe si co*
no sa e, d il bello, ed anche il buono,
ed oqul*iB4 qnc degli enti, non mi pare che ci che diciamo al presente sia
simile al flusso ed al portamento. Or se questo se ne sl egli cosi, o come
dicevano i settatori di Eraclito, e altri molti non si pu discerner agevol*
mente, non ol^jtridqaaqirfbf, jhp
intelletto fidar se stesso, e lanimo suo a nomi e raffermar sapiente lootore
del nome; e in colai guisa dispreggiar se stes- so e gli enti, quasi, che niuna
cosa sia vera: ma scor- rano, e cadano tutte, conHMewfcne; e qual gli uomi- ni
malati delle distillazioni della testa giudichi, che iimilmeule si dispongano
le cose stesse in modo, che si tengano tutte dallo scorrimento, o dal flusso.
Peravventura, o Cratilo, egli cosi
peravventura altrimenti ancora. Dunque
egli si dee investigar questo con aui- Mo frte, e heriefaron dovendoti ammetter
^erolmen- te: perciocch ancora tu sei giovane, e ti beetetole la et, e se ritroverai alcuna cosa
iti investigante), ezian- dio la dei compartire con esso meco. ca. O Socrate,
io vi attender e saprai certo, che ancor io al presente non sto senza
considerazione; anzi in pensando,, e in rivolgendomi molte cose per lanimo,
pere a me, che se ne stieno elle maggiormente in quel modo, che. come Eraclito'
diceva, soc. Da qui innanzi o amico poich sarai ritornato, mi insegnerai: ma
qra come sei. apparecchiato vattene al campo; perch ancora Ermogene ti
accompagner, ci. -Si far, o Socrate, come, tu ammonisci.' ma dintorno a quello
aforzati ancora tu di considerare. Nome compiuto: Roberto Dionigi. Dionigi.
Keywords: in torno al cratilo, ermeneutica, svolta linguistica, cratilo,
linguaggio, la forma del linguaggio, forma logica. Nietzsche. Refs.: Luigi
Speranza, Grice e Dionigi The
Swimming-Pool Library. Dionigi.
Luigi
Speranza -- Grice e Dionisio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Mentioned by Cicerone was a philosopher of the Porch who liked to
quote poetry when he was teaching. Grice: “So do I: never seek to tell thy love
– for love its own pleasure – the four corners. Dionisio. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dionisio,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Dionisio di Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A slave of Tito Pomponio Attico before being set free. Atticus and
Cicerone often referred to him in their correspondence. He was evidently a man
of learning who had studied philosophy. Dionisio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Dionisio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Dionisio: la ragione conversazionale all’isola -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. The ruler of Siracusa, the nephew
of Dion of Siracusa. Interested in philosophy, he invited Plato to his court,
but Plato’s attempts to put his political ideas into practice were thwarted. Dionisio is eventually deposed and
went into exile. Dionisio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Dionisiio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Dionisodoro: la ragione conversazionale e l’accademia a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademy. Flavio
Mecio Severo Dionisodoro. Dionisodoro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dionisodoro,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Diofan: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A tutor in philosophy and
acquaintance of Plotino. He teaches that pupils should submit completely to
their tutors, including sexually. Plotino was shocked by this, and asked
Porfirio to come up with an argument to use against D. on this matter. Diofane. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Diofane,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Dionneto: la ragione conversazionale del prrincipe filosofo
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. He was Antonino’s tutor, who first fired the future emperor with
enthusiasm for philosophy. Antonino says that he learned from hin not to be
distracted by trivia, to take a sceptical attitude towards those who claim to
be able to work magic, and to avoid cock fighting. Dionneto. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo d Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dionneto,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Luigi Speranza.
Luigi
Speranza -- Grice e Dioscoro: la ragione conversazaionale a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. D. or Dioscuro studies philosophy in Rome. He writes a letter to
Agustino seeking to discuss a number of philosophical issues. Agostino replies at
length, arguing that the issues are of no real importance. Dioscoro. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dioscoro,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Disertori:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della tensione
dell’arco e il volo della freccia – scuola di Trento – filosofia trentese --
filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Trento). Filosofo trentese. Filoso
trentino. Filosofo italiano. Trento, Trentino-Alto Adige. Grice: “I
like Disertori; especially his ‘studi platonici’ on the archer, and, ‘under the
sky (or is it heaven – ‘cielo’ is a trick) of Saturn!” Frequenta il Ginnasio liceo Prati.
Si iscrive poi a Firenze e quindi si trasferisce a Genova, dove si laurea con
“Fisio-patologia del sistema nervoso centrale”. Si trasferisce a Milano e si
specializza in neurologia e psichiatria con Besta. Torna a Trento, dove
esercita la libera professione: la carriera pubblica e ospedaliera gli era
preclusa in quanto privo della tessera del Partito Nazionale Fascista. Antifascista da sempre, negli anni quaranta
partecipa attivamente alla Resistenza, incontrando fra gli altri Reale,
Pacciardi, Battisti, Bacchi, e Manci. -- è costretto a riparare in Svizzera.
Finita la guerra ritorna in Italia e, a Trento, diventa primario nel reparto di
neurologia dell'ospedale Santa Chiara e docente sia di neurologia e psichiatria
a Padova, sia di socio-psichiatria e criminologia a Trento. Pubblica più di 300 saggi di filosofia. Per tutto il secondo dopoguerra si occupa
attivamente di politica, ricoprendo la carica di presidente regionale del
Partito Repubblicano. Diventa inoltre presidente della Croce Rossa.Altre opere:
“Il libro della vita”; “Trattato delle nevrosi”; “De anima”; “Trattato di
psichiatria e socio-psichiatria”; “Sfida al secolo, La collezione si trova già
chiaramente ordinata e organizzata dal Disertori stesso, con un ricco carteggio
con scienziati, personalità politiche e del mondo della cultura, documenti
sull'attività scientifica e pubblicazioni; cronache e materiali raccolti
durante i viaggi; recensioni alle sue opere e materiali di ricerche
scientifiche. Coppola, Passerini,
Zandonati. SIUSA. G. Coppola, A. Passerini e G. Zandonati, Un
secolo di vita degli Agiati. “Sotto il segno dell'uomo” D. Atti del convegno di
studio, Trento, Palazzo Geremia, Pensiero e opera letteraria di D., Manfrini,
Calliano (TN), L. Menapace et al., Note biografiche, R. Bacchi et al.,
Biografia, Accademia del Buonconsiglio, Trento, Raccolta di scritti di D. (con
documentazione) Studi scientifici del
periodo svizzero Fascicolo, carte 131, opuscoli 10 3 Raccolta di
articoli e scritti di D. rilegati in volume denominata "Zibaldino" "Saggi
nel cassetto" Fotocopie rilegate in 3 volumi di scritti inediti di D.
"Il libro della vita" Traduzione in inglese di alcuni capitoli
de "Il libro della vita" ad opera di Nicola Lubimov. Contiene anche:
alcune lettere a D. di Lubimov relative al lavoro di traduzione Fascicolo,
carte 360 32 6 Scritti di D. rilegati in volumi Minute
dattiloscritte rilegate in volume. - "Scritti vari "Scritti vari "Scritti vari vol. "Scritti vari ;
contiene anche carte sciolte
"Trattato di psichiatria" [Minuta dattiloscritta e a
stampa con ampie correzioni e integrazioni del "Trattato di psichiatria e
socio-psichiatria", scritto con Marcella Piazza e pubblicato a Padova:
Liviana, Bozze a stampa con correzioni dell'edizione in spagnolo, Buenos Aires:
Libreria El Ateneo. Raccolta di scritti,
discorsi, relazioni ed appunti di Disertori riguardanti argomenti vari
Recensioni e documentazione relativa agli scritti di D. Unità archivistiche 30
Contenuto Raccolta di recensioni a opere di D. 1 "Gandhi"
Recensioni relative all'opera "Gandhi: pensiero ed azione" (Trento:
Disertori, "Saggio di fisiologia del liquido cerebro-spinale"
Estratti e recensioni relativi al "Saggio di fisiologia del liquido
cerebro-spinale" (Roma: Pozzi); "Encefalite" Recensioni e articoli di giornale relativi ad
alcune pubblicazioni di Disertori sull'encefalite Fascicolo,
"Liquor" Recensioni relative a "Saggio di fisiologia del liquido
cerebro-spinale" (Roma: Pozzi,"Sulla biologia
dell'isterismo" Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi
a "Sulla biologia dell'isterismo" (Reggio Emilia: Poligrafica
reggiana, "Il libro della
vita" Estratti, recensioni e
articoli di giornale relativi a "Il libro della vita" (Verona:
Mondadori, "Trattato delle nevrosi" Estratti, recensioni e
articoli di giornale relativi al "Trattato delle nevrosi" (Torino:
Edizioni scientifiche Einaudi, "Itinerari pitagorici" Recensioni
e documentazione varia relativa all'opera "Itinerari pitagorici"
(Trento: TEMI, "Parapscicologia e
ipnosi" Estratti di riviste e articoli di giornale riguardanti la
parapsicologia e l'ipnosi Fascicolo, "De anima" Recensioni e
ritagli di giornale relativi al "De anima: saggio sulla psicologia
teoretica" (Milano: Edizioni di Comunità, "Mazzini filosofo"
Recensioni e ritagli di giornale relativi a "Mazzini filosofo: nel
centenario dell'Unità" (Trento: TEMI) Fascicolo, carte "Trattato di
psichiatria" Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi al
"Trattato di psichiatria e socio-psichiatria" (Padova: Liviana) di D.
e Marcella Piazza "Pellegrinaggio in Egitto" Recensioni e
documentazione varia relativa all'opera "Pellegrinaggio in Egitto"
(Venezia: Pozza,
"Timeo"
Recensioni dell'opera "Il messaggio del Timeo" (Padova:
"Esperienza dell'India" Recensioni relative a "Esperienza
dell'India" (Vicenza: Pozza, "Personalità
caratteropatiche" Estratti di riviste e recensioni relative alla
pubblicazione di "Le personalità caratteropatiche submorbose e
tetratologiche"; con Marcella Piazza (Padova: Liviana, "Cronaca di un
safari" Recensioni relative a "Cronaca di un safari"
(Venezia: Pozza, "La montagna di Vishnu" Estratti, recensioni e
articoli relativi a "La montagna di Vishnu: taccuini di viaggio nel
sud-est asiatico e nell'Uganda" (Vicenza: Pozza, "La sfinge olmeca" Recensioni
relative a "La sfinge olmeca: note di viaggio in Messico e Guatemala"
(Vicenza: Pozza, "Trattato di
psichiatria e socio-psichiatria"
Estratti di riviste, recensioni e documentazione varia relativa a
"Trattato di psichiatria e socio-psichiatria", scritto con Piazza
(Padova: Liviana; Contiene anche: dispense del Convegno nazionale di
psichiatria sociale (Bologna, "Parkinson" Recensioni relative a
"Fisiopatologia e terapia del morbo di Parkinson e dei parkinsonismi:
contributo teorico ed esperinza con l- dopa" (Padova: Liviana, "La
via delle perle" Documentazione varia, tra cui alcune lettere,
relativa a "La via delle perle: note di viaggio in Birmania, Borneo,
Giappone, Cina esterna, golfo del Siam" (Vicenza: Pozza, "Sfida al secolo" Recensioni e
articoli di giornale relativi a "Sfida al secolo: la natura, l'uomo, il
tessitore" (Padova: Liviana; Trento: TEMI) Fascicolo, "La stagione
dell'infanzia" Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi
al contributo "La stagione dell'infanzia" (Forlì: Cooperativa
industrie grafiche) "Luci
d'autunno" Recensioni relative a "Luci d'autunno: diari,
taccuini di viaggio, saggi, poesie" (Trento: TEMI). Contiene anche lettere di Piccoli e Demarchi "Il
monolito dei fulmini" Recensioni relative all'opera "Il monolito
dei fulmini: (note di viaggio in Sud America)" (Vicenza: Pozza, Contiene
anche lettere di Prò e Condini; La tensione dell'arco" Recensioni
relative all'opera "La tensione dell'arco e il volo delle frecce"
(Abano Terme: Piovan). Contiene anche: lettera con recensione di Capasso
"Poesie" Recensioni di
poesie di D. "L'ombra eleusina" Recensioni relative all'opera
"L'ombra eleusina: studi su l'arte e la cosmovisione di Annunzio"
(Abano Terme: Piovan) Contiene anche: 2 lettere a Disertori di Lidia Ratti e della
Fondazione Il Vittoriale degli Italiani
"Sotto il cielo di Saturno" Recensioni relative a
"Sotto il cielo di Saturno" (Trento: TEMI). Contiene anche: 1 lettera
a Di. Di Graffer Documentazione raccolta a fini di studio e relativa
all'attività accademica, (con documentazione) Unità archivistiche 13
Contenuto Dispense relative a studi, scritti e ritagli di giornale 1
Documentazione varia relativa al Movimento Federalista Europeo
"Cronaca su conferenze" Appunti di Disertori per conferenze e
articoli su argomenti vari; "Psichiatria sociale" Dispense di
psichiatria sociale relative a problematiche socio-economiche "Criminalità" Dispense
relative a criminalità, obiezione di coscienza, diserzione "Riabilitazione"
Dispense riguardanti terapie di riabilitazione Fascicolo, carte "Stupefacenti, leggi" Testi
di leggi riguardanti gli stupefacenti Fascicolo. Dispense e documentazione
varia relative all'attività accademica. La documentazione è relativa ad esami e tesi
di laurea. Contiene anche: alcune lettere di studenti a Disertori riguardanti
le tesi di laurea. Fascicolo, carte
Relazione di Disertori e Marcella Piazza circa Copie della
relazione presentata al seminario di neuropsichiatria, psicologia e filosofia a
San Miguel de Tucuman (Argentina) Attività in Sudamerica Raccolta di scritti di
Pincherle "Lavori
neurologici" Estratti di riviste e dispense relativi a studi di
neurologia; Contributi vari relativi a terapie farmacologiche e note
informative di case farmaceutiche
Miscellanea (con documentazione
dal 1904) Contiene anche: autografi di Annunzio inviati a Rovetta; scritti di
Marcello D. e ritagli stampa con anche articoli sulla scomparsa del padre
Marcello; manoscritto "Elementi di fisica per le classi inferiori delle
scuole medie", compilato dai professori Vittorio Magnago e Arcadio Emmert
Fascicolo, carte, volume 1. Nome compiuto: Giuseppe
Disertori. Beppino Disertori. Disertori. Keywords: la tensione dell’arco e il
volo della freccia, libro della vita (why do we live?), il messagio di Timeo,
itinerari pitagorici, pitagora e aligheri – tensione dell’arco, volo – eraclito
– platone – politeia di Platone – Grice on Plato’s Republic – plato carmide e
la medicina – dell’anima – psicologia teoretica -- sul segno dell’uomo, de
anima. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Disertori” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dòdaro:
la ragione cconversazionale e il convito, ossia, tracce di un discorso amoroso
– scuola di Bari – filosofia barisese – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Bari). Filosofo
barisese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Grice: Ddaro is
an interesting one totally cryptic of
course! It is as if he were Nowell-Smith, Austin, and Donne, combined into one!
Recall Nowell-Smiths challenge to Austin: Donne is incomprehensible, He surely
aint! Costretto a riparare a Turi
per sfuggire ai bombardamenti. A Bari si leg a Maglione, Castellano, Piccinni
e, assieme allo zio Silvio, prendeva parte agli incontri artistici e letterari
del caff-pasticceria Il Sottano (in quegli anni frequentato da Moro,
Albertazzi, Scotellaro, Bodini, Cal ecc.), fondato da Scaturchio, e agli
incontri di Laterza e del circolo La Scaletta di Matera. Nello stesso periodo
conobbe Nazariantz, il quale rappresent per Ddaro una sorta di guida, fu lui,
infatti, a introdurlo per la prima volta agli incontri del Sottano dove ebbe
modo di stringere amicizia con Bodini, Cal, Scotellaro. Abbandon presto Bari,
tentando una prima fuga a Parigi, citt in cui sarebbe tornato a vivere altre
volte, prima di tornare a Bari per poi trasferirsi a Lecce. Altre tappe, prima
del trasferimento a Lecce, furono Milano e Bologna. Divenne allievo di Morandi,
presso l'accademia, infatti, prime espressioni della sua attivit artistica
furono la pittura, praticata per una manciata di anni, e il teatro, poi diluito
nelle successive esperienze poetiche e narrative. Come pittore produsse alcuni quadri
in cui all'informale materico univa le combustioni, applicate, di fatto: Verri
riporta in suo intervento: arriva con la novit dei colori "bruciati".
Di questo ciclo di opere faceva parte "Svergognato incantesimo di
barca", che gli valse, successivamente, la segnalazione presso il premio
"Il maggio di Bari". Prima del trasferimento a Lecce, lavora presso
l'ufficio stampa della Fiera del Levante, a stretto contatto con Fiore, figlio
di Tommaso, venendo influenzato dal meridionalismo. Sempre nel clima della
Fiera del levante, strinse un ottimo legame con Tot. Al suo arrivo a Lecce
riallacci i rapporti con Bodini e Cal, oltre che con Suppressa, conosciuto in
occasione del premio Il Maggio di Bari, entr, inoltre, in contatto con quelli
che sarebbero stati poi suoi amici e compagni artistici: Durante, Massari,
Candia, Pagano. Ebbe frequentazioni con Bene e strinse importanti sodalizi
amicali e letterari con Verri, Gelli, Caruso, il quale, in corrispondenze
private, ebbe modo di rinominare la loro amicizia e collaborazione come il
"sodalizio Caruso-D.". A Leccesi rese protagonista, con Candia, di un
grande fal in cui i due bruciarono tutti i quadri realizzati fino a quel
momento. Per quanto riguarda l'opera pittorica "Svergognato incantesimo di
barca", insieme a pochi altri, si salv dal fal perch all'epoca custodito
presso la casa dello zio Silvio. Dopo questo iniziale periodo di ricerca e
sperimentazione, abbandona la scena artistica per circa vent'anni, anni in cui
si dedic allo studio intenso nel tentativo di scoprire il perch del linguaggio,
rompendo il silenzio con la fondazione del Movimento di Arte Genetica con sede
a Lecce, Genova e Toronto. Con tale movimento, rintracci lorigine dellitaliano
o romano nel battito materno ascoltato in et fetale, teorizzando il romano o
italiano come una congiunzione volta a rifondare la dualit dellessere umano non
un regressus ad uterum, bens la coppia, la dualit, ovvero la dimensione
originaria della comunione con laltro e come lutto, annodandolo alla mancanza
di Lacan. Il movimento si doter di due riviste: Ghen, giornale modulare ideato
da D. con sede a Lecce, e Ghen Res Extensa Ligu con sede a Genova e diretta da
Mignani. Lidea del modulo come unit di misura sar alla base della struttura
modulare di Ghen oltre che della concezione dello spazio, mutuata sempre dagli
studi sulla dimensione pre-natale, fino a sfociare nel manifesto
"Incliniamo lorizzonte. Litaliano o il romano diventa una congiunzione,
una dichiarazione onomatopeica in cui si alimentava il trionfo del lutto e la
mancanza. Lorizzonte diventa orizzonte mediale: poesie per i treni, per gli
altoparlanti e pi in l romanzi in tre cartelle, romanzi su cartolina, collane
spaginate, poesie e poesie visive da proiettare per le strade, poesie per
internet, net.poetry, narrazioni su leaflet, romanzi da muro-narrativa
concreta, romanzi di cento parole da pubblicare in store, nelle vetrine dei
negozi. Al Movimento di Arte Genetica aderirono, o ruotarono attorno alle sue
riviste e attivit, un numero considerevole di autori provenienti dalle
sperimentazioni poetiche e poetico-visive, performative, sonore, plastiche:
Miccini, Marras, Mignani, Fontana, Munari, Fiore, Dramis, Perfetti, Pagano,
Gelli, Noci, Greco, Lorenzo, Marocco, Massari, Miglietta, Center of Art and
Communication (Toronto), Giorgio Barberi Squarotti, Toshiaki Minemura, Xerra,
Sicoli, Souza, Alternativa Zero, Experimental Art Foundation (South Australia),
Block Cor (Amsterdam), Genetet-Morel, Lepage, Martini, Valentini, Restany,
Etlinger, Caruso, Verri, Miglietta, Nigro ecc. Con la nascita del movimento di
Arte Genetica, avvia una personale riflessione sull'oggetto-libro e le sue
modalit fruitive, avviava il progetto "Archivio degli operatori
pugliesi", per una catalogazione degli operatori estetici e culturali.
Crea e anima il centro di ricerca (strutturato, nel nome, sulle coordinate
della Classificazione Decimale Dewey, ad indicare i percorsi di ricerca:
filosofia, linguistica, arte, letteratura), ospitato dalla Libreria Adriatica
di Lecce, e con il quale coinvolge numerosi operatori del territorio (docenti
universitari, il gruppo Gramma, il Centro ricerche estetiche fondato a Novoli
da Greco e Lorenzo, il gruppo Oistros di Durante e Santoro, gli autori del
gruppo di Arte Genetica da lui fondato ecc). Ha diretto la casa editrice Conte
di Lecce, ha fondato a Lecce, il movimento letterario New PageNarrativa in
store. La sua attivit letteraria ed editoriale
stata caratterizzata da uno spiccato senso per la formazione di gruppi e
la ricerca di autori da lanciare, rappresentando sul territorio pugliese un
autentico volano per operazioni di ampio respiro che andavano spesso a
coinvolgere autori del panorama letterario internazionale. Idea e dirige una
mole notevole di collane editoriali volte al rinnovamento delloggetto-libro,
fra queste: Scritture (Parabita, Il Laboratorio), Spagine. Scritture infinite
(Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni) scritture di ricerca formato
poster, spaginate, Compact Type. Nuova narrativa (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) ovvero romanzi in tre cartelle, Diapoesitive.
Scritture per gli schermi (Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni)
scritture di ricerca da proiettare, Mail Fiction (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) romanzi su cartolina, Wall Word (Lecce, Conte
Editore,)tradotta in giapponese ed esposta allHokkaido Museum of Literature di
Sappororomanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, International
Mail Stories (Lecce, Conte Editore), Internet Poetry (Lecce, Conte Editore) una
delle primissime esperienze italiane di net poetry, Walkman Fiction. Romanzi da
ascoltare (Lecce, Argo), E 800 European Literature, in 5 lingue (Lecce, Conte
Editore), Pieghe narrative (Lecce, Conte Editore), Pieghe poetiche (Lecce,
Conte Editore), Pieghe della memoria (Lecce, Conte Editore), Foglie nude (Doria
di Cassano Jonio), Locandine letterarie (Lecce, Il Raggio Verde), Romanzi nudi
(Lecce) in unico esemplare, Carte letterarie (Lecce, Astragali), Mail Theatre
(Lecce, Astragali), New Page. Narrativa in store, (Lecce) narrativa breve, poi
anche poesia e teatro, in cento parole, collana che guarda alla comunicazione
pubblicitaria con i testi applicati su crowner, pannelli cartonati in uso nella
comunicazione pubblicitaria, ed esposti in store, nelle vetrine dei negozi.
Nell'ambito della poesia verbo-visiva e del libro-oggetto, presente in numerose manifestazioni di Nuova
scrittura: Ma il vero scandalo la
poesia. Un salto di codice, Ferrara, Ipermedia; Attorno a noi poeti in gruppo,
Strud (Lecce), Ospedale psichiatrico; Dentro fuori luogo, Casarano, Palazzo
D'Elia; Centro internazionale Brera, Documenti di gestione alternativa. Appunti
sulla Puglia, Milano, Chiesa San Corpoforo; Artigianare '81, Lecce; Cercare
Bodini, Bari / Lecce, Ab origine, Martina Franca; Parola fra spazio e suono.
Situazione italiana, Viareggio; Le brache di Gutenberg, Caruso, Visco, Livorno;
Far libro. Libri e pagine d' artsta in Italia, Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze, Il segno della parola e la parola del segno, Milano, Mercato del sale,
Breton et le poeme-objet, Ugo Carrega, Milano, Mercato del sale, Le porte di
Sibari, Sibari, Visibile Language. Numero speciale sulla poesia visuale.
Sezione Italia, E. Minarelli, USA; Cartoline d'artista, Livorno, Belforte,
Terra del fuoco. Intersezioni per Adriano Spatola, QuartoNapoli, La parola
dipinta. Rassegna di poesia visuale, Belluno, Comune di Gallarate Civica
galleria d'arte moderna. Casa d'EuropaSede di Gallarate, Pagine e dintorni,
Libri d' artis ta, Gallarate,L. Pignotti, La poesia visiva, L'immaginazione
(Lecce), S-covando l'uovo, Firenze, Terra del fuoco, QuartoNapoli, Musei Civici
di Mantova, Poesia totale. Dal colpo di dadi alla Poesia visuale. Mantova,
Sarenco, Palazzo della Ragione, Archivio libri d' artista. Laboratorio, G. Gini
e F. Fedi, Milano, presente in Musei,
Biblioteche, Archivi. Tra i pi importanti: Biblioteca Nazionale Centrale di
FirenzeLibri e pagine d'artis tacon lopera Mar/e amniotico, 1983; Galleria
darte moderna di Gallarate, con le opere Mourning Processes. The word, e Processi
di lutto. Notizen: dis; Museo S. Castromediano di Lecce, con l'opera Matram
psicofisica, Archivio Sackner, Miami Beach, e Archivio Della Grazia di nuova
scrittura, Milano, con varie opere; Hokkaido Museum of Literature, con la
collane Wall Word, nteramente tradotta in giapponese; Imago mundi-Visual poetry
in Europe (Fondazione Benetton, ) ecc. Altre opere: Dichiarazione onomatopeica
(Lecce); Progetto negativo (Lecce,); Disianza Congiuntiva (Livorno); Disperate
Professore (Parabita); dis/adriatico (Caprarica di Lecce); Tracce di un
discorso amoroso (Caprarica di Lecce); Compact Type. Nuova narrative Con Verri,
(Caprarica di Lecc); Sconcetti di luna (Caprarica di Lecce); Mail Fiction. Free
Lances Con A. Verri(Caprarica di Lecce); Navigli (Caprarica di Lecce); Void
Fiction (Sibari,); Street Stories (Lecce)tradotto in giapponese(SapporoJapan);
Parole morte. Dead Words (Lecce); Laddio alle scene (Lecce); Antonio Verri.
Schegge del contestocon M. Nocera (Lecce); 18 i titoli pubblicati su leaflets
(Lecce), 16 Pieghe narrative e 2 Pieghe poetiche: Pieghe narrative: Vento,
vento, I colombi della clausura, Il figlio dell'anima, La Balilla, Graziato, Il
monumento, Dove volano i gabbiani, La mimosa, Ricordanze zigane, Franco,
Cocker, All'ombra del grande vecchio, Reparto P, Il tradimento, 27 marzo,
L'esame. Pieghe poetiche: Rosa virginale, Il solista; Dichiarazione d'innocenza
(Lecce); 7 i Romanzi nudi, titoli in unico esemplare (Lecce, Dis, Era dautunno,
Il fal, LObjet trouv, Silenzi, Why, Ballata migrante, Uscita in marasma
(Lecce); Di viole. Dincanti. Astragali teatro (Lecce ); New Page: In un bosco
di frammenti (Lecce), La parola tramava (Lecce); Le prime notti stellate
(Lecce) interrogatorio violento (Lecce, ) I suoi ramaggi (Lecce, ). Grigiori
dellanima (lecce, ), Di un solstizio damore (Lecce, ), Maria la magliaia
(Lecce), Teresa. LAltrove, (Lecce), La mer. Ma mre (Lecce), Una notte senza
stelle (Lecce). Le distese di grano, (Lecce), Gastronomia da asporto (Lecce),
Una sua lettera (Lecce), Trincee matricali (Lecce), Compagno daccademia
(Lecce). Tra i gabbiani (Lecce), Cioccolatini di Chicago (Lecce), Cantata duale
(Lecce). La tromba dellaltrove (Lecce), Il nipote violoncellista (Lecce);
Operatori culturali contemporanei in Puglia. Archivio storico divulgativo,
Lecce); Ambivalenze genetiche, Ghen (Lecce) ora in Genetic Ambivalencie, Art
Communication Edition, Toronto-Canada) Links, Ghen (Lecce), Il complesso di
Edipo e quello di Caino, Quotidiano (Lecce); I processi di lutto. La
Weltanschauung ghenica in, La parola tra spazio e suono. Situazione italiana,
Viareggio, Codice yem: le origini del linguaggio, ovvero la rifondazione della
coppia, Ghen (Lecce) (ora in Regione Puglia, Creativit e linguaggio. Atti del
Convegno, Maglie); Dis-astro, in A. Massari, Dis-astro. Loos, Lecce, Larea
inter-media, in F. Gelli, Transitional Objects. Mutter Fixerung, Lecce; Ipotesi
interpretativa del fenomeno droga, formulata da una coscienza che opera nella
poetica. Della scissione. Della prevenzione in Tossico-dipendenza: progetto di
lotta Centro studi giuridici M. Di Pietro. Convegno. Lecce; Mater externata, in
L. Caruso, Mater: poesia. Madre e signora dellacqua, Lecce; Lontananze
genetiche. Ad cantus enclitico, in Manifesto mostra gruppo Ghen, Milano;
Progetto negativo, Galatina (ora in Ab origine. Presenze pugliesi nellarte
contemporanea, Roma-Bari); La letterariet di Caruso, in E. Giann, Poiesis:
Ricerca poetica in Italia, Arezzo; La poesia totale di Spatola. Il convegno di
Celle Ligure, On Board, Lecce; Wall Word: parole da muro, romanzo da muro, in
F.S. Ddaro, Street stories, Lecce; Dodici haiku. Dodici punti di rilevamento,
in E. Coriano, A tre deserti dallultimo sorriso meccanico. Three deserts from
the shadow of the last mechanical smile, Lecce; Una pagina diversa, up to date,
in Pieghe narrative, Lecce; Schede d'arte contemporanea. Implicatura e
Mappatura schedografica degli Autori contemporanei, Lecce; Lampliamento della
flessione, in Archivio libri dartista. Laboratorio 66, Milano; Le anime
narranti di Alberto Tallone, in Tallone. Manuale tipografico, Alpigiano
(Torino), New Page (Lecce); L'ortografia
morta. L'apparato pausativo, in New Page (Lecce). Francesco Aprile, Gi
cos tenera di folla, in Intrecci, Napoli, Odipus, Edoardo, un cavaliere senza
terra, su bit. Antonio Verri, Edoardo, Un cavaliere senza terra, su bit.
Francesco Aprile, Poesia qualepoesia/06: Unaltra pagina. Le ricerche
intermediali a Lecce, su Puglia libre, Testi di teoria letteraria/editoriale,
su utsanga. Archivio di nuova scrittura, su verbo visual virtuale.org. Cantata
duale, Imago mundi-Visual poetry in Europe, su imagomundiart.com. Antonio
Verri, Una stupenda generazione, SudPuglia, Antonio Verri, Edoardo, un
cavaliere senza terra, SudPuglia, Aprile, Gi cos tenera di folla, Napoli,
Odipus, Francesco Aprile, La parola intermediale: lineamenti di un itinerario
pugliese, in Aprile F.-Caggiula C., La parola inter-mediale: un itinerario
pugliese, Cavallino, Biblioteca Rizzo, Aprile, Fra parola e new media, in
Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale: un itinerario pugliese (atti del
convegno), Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Cristo Caggiula, Intersezioni
asemiche nel movimento di Arte Genetica, in Aprile F.-Caggiula C., La parola
intermediale: un itinerario pugliese, Cavallino, Biblioteca Rizzo, Visual
poetry: A short anthology, in utsanga, L'ortografia morta. L'apparato pausativo, in utsanga,
Testi di teoria letteraria/editoriale, Codice Yem, le origini del linguaggio:
ovvero la rifondazione della coppia, in utsanga, Letterariet di Caruso, in
utsanga, La poesia totale di Spatola/Il convegno di Celle Ligure, in utsanga
Francesco Aprile, Il rapporto D.-Verri attraverso la critica, in utsanga
Francesco Aprile, Dal modulo all'internet poetry, in utsanga, Aprile, LArte
Genetica, in utsanga, Aprile, New Page: Narrativa, Poesia, Teatro, Scavi in
store, in utsanga, Aprile, New Page: la poiesi come approccio etnografico,
Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Aprile, New Page, collana di critica
letteraria, Sondrio, Edizioni CFR, Intervista a Vincenzo Lagalla, Francesco
Aprile, in utsanga Lamberto Pignotti, Introduzione, L'addio alle scene, Lecce,
Argo,ora in utsanga Lamberto Pignotti, Rebus, iper-rebus. Parole da vedere,
immagini da leggere, in utsanga, Caruso, Frammento, in utsanga Julien Blaine,
Omaggio alla "O" in D., in utsanga Ruggero Maggi, Dedica, utsanga
Alessandro Laporta, cercarlo dove non appare, in utsanga, Mignani, Ghen against
again. Risarcimento dei supporti o della signatura dei segni, in utsanga Egidio
Marullo, F. S. Ddaro. L'ultimo mentore, in utsanga Omaggio, in utsanga Cantata
plurale, materiali 01, Caprarica di Lecce, Utsanga. AP01-L0T30R0 g lift rhe mi
domandate, U- [U quello che svista, mi
Inon son pre molto chio mi trovavo a risali Filer, in citt-, ed ecco, .
j.^^-jania da staimi riaonosctoo J d.=o ^ ^ H,,e- 1 fu/rirt 't-irrT,t punto
poco fa, che ^ guita tra Agatone contarmi la conversazione seg e Socrate e
Alcibiade j discorsi, sai, di allora
parte al convito ^S)> ^ perch me gli Amore; o che vi si disse C ^ ggntiti da
Fe- rapportati un altro che g detto che nice, figliuol di Filippo (7)> B
Convito li conoscevi anche tu. Ora, egli non nii dir nulla di chiaro. Sicch
ridimmeli tu tu sei proprio quello a cui si conviene rifr' discorsi deir amico
tuo. E per prima cosa, mi domand a quella conversazione t-r; Ed io gli risposi
: Si vede davvero, che dite ne ha fatto il racconto, non tha rapporta/' nulla
di chiaro, se tu credi che la conversazine della quale mi chiedi, sia succeduta
da poco tanto che io ci avessi potuto essere. Ma si. 0 come mai, Glaucone,
dissi io ; o non lo sai, che sono anni parecchi che Agatone non pi tornato qui? Mentre da quando io ho
dimestichezza con Socrate,' e ho fatto mia cura di sapere giorno per giorno ci
chegli fa o dice, non sono ancora passati tre anni: Prima giravo a caso di qua
e di l, e immaginandomi di far qualcosa, ero luomo pi misero del mondo, non
meno di te ora che credi di dover fare qualunque altra cosa piuttosto che
filosofare. E lui Non celiare, disse: ma dimmi: quando ebbe luogo quella
conversazione? Ed io Mentre eravamo ancora ragazzi risposi quando Agatone vinse
per la prima solta nella gara della tragedia, il giorno dopo e ie egli e i
coristi celebrarono il sacrifizio di ringraziamento. Un gran pezzo, dunque, si
vede. Ma chi 'Socrate stesso? B niVff-'1 cl medesimo che a Fe- un certo
Aristodemo, Cidateneo, un omet !h adatta a a s _ in t^'^'' ai auei discorsi, C '?'cosi '! > '' '
rircipio, O P ?. f. com 'i' ' t nUssario che io h siccit Se duirque ta ^,
>50 quanto alla sprovvista. Cli 'O.! fuor di misura; ment q gente 1
discorsi, e in ispecie a e, me. e ; acca e daffari, e 1. ne ru, 1 sento
compassione,,uUa. E forse, pare di far qualcosa 1 gtimate me uno sforc> -.-
jtrc-cdi e il vero-,,e lunato; e credo, c do ma lo so. non die io di voi non lo
credo, ni amico dici Sei sempre lo stesso, Apollodor ^ sempre male e di te nic
esimo ^^iseri, da par propriamente, die tu
di dove :ratciii fuori, conlinciando io ti sia venuto il soptamm ^osi
dnvvero ; ma cer ne discorsi; aspro con te e coa-1! .fu con Socrate. 'o
fuorci,(, APOLLODORO E Gi sintende, carissimo; perch ia e di me e di voi, sono
furioso e deUro^ AMICO Non mette conto, Apollodoro, qugsj- ora di ci; per,
quello di cui tabbjan chiesto, flio e non altrimenti, ma raccontac'i T discorsi
si fecero. APOLLODORO Furon su per gi di questo tenore. Ma piuttosto (9) mi
prover a raccontarvi ogni cosa dal principio, come quello fece a me. Egli,
dunque, mi raccont, dessersi incontrato con Socrate, lavato (io), e anche
calzato, cosa che a Socrate non succedeva spesso; e d avergli domandato dove
savviasse cos rimbellito; e quello gli rispondesse: A cena da Aga- Olle. oiche
ieri a sacrifizi del ringraziamento 0 scansai, per paura della gente; ma gli
proson ^ d un bello Ma'em' il tur, r-
disse, che sentimento tato? (12) mudare a una cena non invi^d m disse vuoi. '
sposi: Quello che tu perch noisi mm? fiFtese anche proverbio, sicch dica che
buono P^r guerriero, C ? aue o ' ,otet il r ' ' ^ ^he io, Socrate, cor
presentarmi, f '' i,. Tcinvu di un,a r;. ona di P . ,- Guarda tu d,e m. D uomo,
non mvi^ ^h;, quanto a 0^,6 rveici non inviuro, bens italo da te. ^^nsuUerem V
,::t:;tdi'ci6 he . 0,0, dire, su, anScambiate che si furono queste narono. '
Ora, Socrate ^soenava, siero, fermandosi per istrada, ^ che gli ordinava di andar pure innanzi. trov
quando fu giunto alla casa di Aga o, aperta la porta, e gli venne incontro caso
ridicolo. Perch gh Un ragazzo e lo condusse dove e Convito i giacere, e ii
colse, che stavano per nf- cenare (17). E appena Agatone T j disse : O
Aristodemo, tu arrivi in punt ^ ' 'sto nare, sintende, insieme con noi. venuto
per qualche altra cosa, rimettila Anche ieri tho cercato per invitarti ^ m
riuscito di vederti in nessun luogo (st come mai non ci conduci Socrate? ' Ed
io disse mi voltai addietro e non in nessun luogo Socrate che mi seguisse; Si
risposi che io ero venuto appunto con Socrate invitato qui a cena da lui. Hai
fatto bene ripigli Agatone, ~ lui dov ?
Dianzi, egli era per entrare dietro a me - 0 dov? Son tutto stupito. Ragazzo, o
non taffretti a guardare, riprese Agatone e non ci meni qui Socrate? e tu,
Aristodemo, dice, sdraiati accanto a Erissimaco, E, mentre il ragazzo gli
lavava i piedi, perch si mettesse a giacere, un altro dei ragazzi, raccontava,
torn annunziando, che questo Socrate, ritiratosi nel vestibolo della casia
accanto, se ne stava li fermo, e per quanto lui lo chiamasse, non era voluto
entrare (20). 0 che strana cosa tu dicil disse Agatone. 0, dunque, non lo
chiami da capo e non seguiti? Ma nientaffatto lasciatelo stare. riferiva daver
detto; anzi Perch lui ha questusanza-; dovunque si trovi, ira ( Ja las ripresa 1 fs - 1 dStnoUsi. iP : M
'bbePe. Sf he vi volete, gi e tg ' ' 7urittura ?rleervi-, il dte io on siedili
fate COMO SSU^ . epoi mai invitati da voi, 'Cppe 'T S ve 11- eSble a l
to'ttateci iti ssi principiarono a c, raccontava, ess p ^atone pm ^ m Socrate
^X' socrate, ma Aristo 'r^r hft.ie.ilopo hmd S .oaonlope' ,a,emte; s era tanto
lungo, con ^ Aratone- si. che a mezzo della . Qua, Sopiva solo a giacere ti ^ e
_ disse idea sapiente, che vXlo; giacchi. ^ ?::rhtv.a,euti-ip' mosso. ^
S.,rebbe pur bene, dis- Socrate sede, e Sa V -Agatone, se la saptc . rete dal
pi P'' t,ei Wechtol l l i'r tdo ci tocchiamo; come p,u filo di latta, scotte ^ P' ^ j rosi, io 0 .
Chi, se 1' : forchi di molta ;o molto lo starti a ^jj,|,j,pito da te. Ila sapienza io sar, pcn
sarebbe tti, la mia, quando j. siccome un so-hina c disputabile, g'^c rigoglio
la mentre splcmhda e pien, ^ 1., ITONE,
Voi. /-Vt Convito tua, che da te ancor giovine ha sfi COSI gran Juce ed ha
brillato diana^' co pm d. trentantila Elleni per testiSo?' Tu sei un
impertinente, Socrat ^ 5 ). Agatone; se non che questa dell^. f'^Ose .
quistione che decideremo anchessr qui a poco, prendendo Dioniso^ ce (27); ora,
per prima cosa, mettif^'^'^ a cena. Dopo ci, raccontava, Socrate si mettessi-
giacere ; e quando lui e gli altri ebber finito a - cenare, facessero le
libarioui, e cantato linn all Iddio, e compita ogni altra cerimonia ('28') si
voltassero al bere; ma qui Pausania principisi a parlare in questo tenore: Bene
sta, amici disse come faremo a bere fi p,u a comodo? Io vi so dire in ve- it
che mi sento molto aggravato dal bere di cri. ' POSO, e cosi, vate g'^^ch jeri ci erabere ! in che modo
potremmo bere fi pm a comodo. bene rispose : Di ci tu dici certo nel bere .
comodit li jeri ' vocile io sono degli annaffiati ^euiiieno ^^ tito Erissimaco
figliuolo di ua cfsf ~ bene davvero; si sente in fnr,,' f gna sapere da voi,
come per bere Agatone? c neanclie io ^rispos^^' ^ f ^oC..--rep '>Srep (tra
per me e po ne una . ^3tra, P .entissrmt ne rci''^ se v ' ' } ntianto a nor > ci alto. perche, q^t^n ^i m t strac
'''Socrate e aUaltra, >:rradatto ^'7:,n. to, delP-i, si chiamer dunque, li
arante^ o 1 altra. g-i senta vogha ? a eh nessuno tiefcse^ Olfo vi. , ? r sia
vai.- ^ aire la medicina La ta o %5lS'3sri- giorno innanzi. j^pse Fedro acanto
a me, di obbedirti, prendendola parola massime, in . ;';^bediranno anche gh
altri, medicina; ma ora ti odo se si consigliano bene. unti di non Sentite
queste della lor rmfare dellubriacarsi il ^ piacere nionc, ma di bere cos ^ poich se Or bene, -
ripigliai Jo^.pole, e non a deciso che ciascuno beva q _ pp altri sia nulla di
forzato, fo dopo proposta; cd che si
congedi la son trata or ora; lei suoni per conto suo ^'' piace, alle donne di
dentro, e noi si n il nostro tempo a conversare. E su qn^p getti, se siete
contenti, ve lo proporrei AI che tutti
diceva acconsentissero c 1 ' tasser a fare la sua proposta; sicch Eriss'
riprendesse: II principio del mio disco^r! conforme alla Menalippe di Euripide
h > non mia, bens di questo Fedro
qui, la / che son per dire. Fedro, di fatti, se'ne lag sempre meco. Non intollerabile, dice, 0 Eris'' siraaco, che ad
altri Dii si sian composti da poeti inni e peani, e allAmore, che cosi antico e cotanto Iddio, nessun poeta
mai, di tanti che B ce n stati, abbia composto un elogio; aiui se vuoi guardie
a quei bravi sofisti, scrivano si, gli elogi di Ercole e di altri eroi in prosa
per esempio leccellentissimo Prodico ;
questa anche meno da stupire, ma
io stesso mi sono g. imbattuto in un libro dun sapien- lmTfA lodato soprammodo
per c drpcV simili cose tu ne veconto 'Tiolte. Fare un cosi gran al mond ^
lAmore, nessun uomo nchca voi, cintratterremo Erissi '^ ' ;rLrto l^on ti direi
di .ri ' ^ di niente sostengo di ot j,
Agatone c ,U amore U?- .-^fone. t,e sostengo u. . . ^gaiuL^v- ' fi di cose di Vende, Aristofane, ! e neanche,
/,, n alcun altro E Mutto Dioniso e A to 1 ^^unque la parafa io vedo qui. f Jo
l'ultimo CsiaP-VP-ritrimi avranno detto,.tiPlU Clic . Ug auDiuiiw ;n. rie peri
P iranno detto nsto- se non che, _, Su via, con bbastanz oa (S),uona fortuna
C39;> P 'Amore. . assentirono tutti, e feA ci anche gh Per, di tutte cero lo
stesso invito di Aristodemo si rile cose che omscun > ,ia, di cordava
appuntino, t P_^ P^^ tutte quelle che npet _ ' ehe a me parve di memoria e i
discorsi d quelli c fossero tali, un per uno (.qOA VII discorso di FEDRO, a-,co
raccontava che E per il primo, come dm, Fedro cominciasse a un n maravighoso
tra grande Iddio fosse lAmore, e mar r
Convito gli uomini e tra d;: 7 ' B 1 essere tra i pi antichi T la- gAMORE ni vi
sono, ni si citano j, ''S' itot di n prosatore n poeta; Est prima fosse il
Caos, dice, nni I ^ terra Dal largo petto, d'ogni cosa sede' In eterno sicura e
Amor. Afferma, che dopo il Caos queste dn. nascessero, Terra e Amore. Pannenide
che la Generazione Pnraissimo lAmor di tuttiquanti Iddi pens. con Esiodo
saccorda Acusileo ; da tante i'chiss antichissimo. Antichissimo, poi, comegli .
ci causa dei nulfa^dr Op eli certo, non
so di un appena giovine giovi pi diunorr !-^^' ^ allamante viro di tri ^^PPoich
ci che deve ser'ene Qiip f intera vita a chi sia per viverla la ricchezza
Parentela, n gli onori, n benencllnn ^ 'ont altro pu insinuarlo cosi tiuesto?
La' come lAmore. Ora, che egli 'azione
nei brutti, lemu n privato qualit n C tl n privato ' v .. u,. ijuam.i > c
belle Opere pui S^ado di compiere grandi i o ' ac trv affermo che un uomo ^ crarla da ^ qualche
brutta cosa ti senza difendersi per vi hcri .'' ^ dagU amici nc n^cche egli
soprattutto da E li^,/da ^i-Uamato, che ^ Q^to vediamo neh, d esser feria'
Pantano, n.i Sechi:, se aie vi ( f ts. P Ji ;. iiez^a esercito si c P modo di
reg T^non ci i-orc di quello di con uS tre I Sauendo gli 11 ' i;c r;bbcro, s.o
pe, dire, li accanto a ^mjni tutti quanti ( 44 )- Idre in ponW S'' esser sdsro
disertsre i, un nonio che /.e' lo ammetterebbe Vsr he eWrrrrriue nitro i 1.,,.
persoir direbbe morire pi volre^ ; prima che questo, ^ in un pencolo I serro,
bbnmlo r^ ehe aon dargli ajuto, no
.^g^be dun divino lAmore di per se P di pm vaspirito di virt da che Omero B
lorosa indole (46). E, coraggio m dice, nvere un Idd P^ ^p,,ato taluni croi,
questo 1 An da lui negli amanti. Vili fi sono disposti a E si, che soli . 8 Xe
uomini, r morire per sli-^i ?''^'testimonianza, quanto le donne. E di ci,-,inla
di Pelio, che basta, agli Elleui Alceste Sglmola C sola consenti a morire per
il marito s pure aveva padre e madre; i quali essa, pe f damore, tanto super
nellaffetto da farl- rere estranei al figliuolo, e non appartenen lui che per
il nome. E per aver compiuto a ^ statto, parve navesse compiuto un cosi bei['
agli uomini e agli Dei, che, avendo pur niohi compiuto molti e belli atti, ad
assai ben pochi det tero gli Dei questonore, di ricondurne quass laninia
daHInferno, ma la sua la ricondussero D compiaciuti dellatto suo. Tanto anche
gli Dg; pregiano sopra ogni altra losservanza e la virt di Amore (49). Invece,
Orfeo, figliuolo di lagro, lo rimandarono via dallinferno a mani vuote
mostrandogli un fantasma della donna per la quale era disceso, anzich dargli
questa stessa, poich, come un citaredo che era, sera chiarito di animo molle, e
gli era mancato lardire di morire di amore come Alceste, anzi sera ingegnato
dentrare vivo nellinferno. Sicch per questo glinflissero una pena, e lo fecero
mo- E rirc per mano di donne; in quella vece Achille, figliuolo di Tetide,
onorarono e mandarono alle isole de beati; perch egli, saputo dalla madre, che,
se avesse ucciso Ettore, sarebbe morto, dove, non uccidendolo, avrebbe, tornato
a casa, finito vecchio i suoi giorni, 80 os prescegliere, andando in ajuto a
Patroclo amante suo e traendone vendetta, non solo morire per lui, ma
soprammorire(53) ^ lui gi uscito causa gli Dei, soprammodo anci essi
compiaciuti di lui, lonorarono partico- rmente, perch egli aveva tenuto in cosi
gran Conv non solo -j^n.
:!^oi^^\fdcgy^ ^ZXo^to, come dice %eUe> giovi ^Lhe -llE>cio o'^: AMARE ; per6 0 n arato
>1 uage dellamante, an :.3 '' mv 0 a f r '' ri 17) E P ? Setok debeati. -
S^te^idS ret ato e in morte W). Di questo tenore / ssero termi altri ehe .,
dopo im ei li saltando recr-,srieordav.gran ta m. .j^,l, dicesse, a il discorso
di t'ausa oisoonsQ m DlSCUiv \ e ci si sin lon bene, o Eetoo- ^ P-'J,ssere,osto
il soggetto f ^ i,re Amore. Foi plicemcnte invitati ad elog^^^^^e bene, ma %e
lAmore fosse uno^^^,gU uno, 0, e non
uno. or, n lSi Convito coiivieii meglio dire prima qual^ i amndi io ,i
sforzer a corregge^ cloanrc quale Aurore bisogna lodare P-i ;,n erodo degno
dell'Iddio. Perche,m,f d. che Afrodite non
senza Amore PP' ''^o fosse una, uno sarebbe Amore- due C6o), anche
due necessit che ^ siano ( 60 . E come
non son due le De ? pi antica e senza madre, figliuola di Ciel appunto
nominiamo celeste - laltra da Giove e Dione, che appunt chiamTainr^l gare (62).
Quindi, necessario, lAmore J deUuna,
chiamarlo a buona ragione volcrare ^1 leste laltro. ^ Ora, gli Dei si devono
bens lodare tutti (6A- pure, ci si deve provare a dire le qualit sortite da
ciascuno dei due. Imperocch (64) ogni azione ha questa natura; di per s n
buona ne cattiva. Ci per esempio che noi
facciamo o il bere 0 il cantare o il discorrere, son cose di cui buona non per s stessa nessuna; ma ne -tra, per il modo
com fatta, riesce tale; perche fatta bene e rettamente diventa buona, cos
appunto lamare im ^ buono c degno delogio; quello che bene incita ad amare.
LAmore, veracemente icello con cui veracenii quello CC IL X adunque
dellAfrodite volgare vo gare, e opera a
caso; ed esso amano gli uomini abbietti.
Amano cUc i S'O'. iricoo 1 ^ ^ piuttosto I costo^ ''%i che pi stoUac P '^
^rdavtdo che a sod- o non ng^'^^'^Xinten. Onde Dtr' i,e P ^^ \orc, se V
occasione, sen'- ' '^,cUo di cn' ' il contrafa
//>! ^Perocch es ^p\\altra, e p.A' . '%Tfe ,mto, .00 t'p tsi 0 poi
cruna e ,aschio > P appunto si rivol 5 ' ' li lascivia ( 69 ) prediligendo
dtscl.io 8Vispi. ^Tme8'lo lofo, fc per natura pw forte iigenaa. ^ ^l'^^^^rnte
riconoscere jelh T afooo i,c oaiotcn- 1> t ' Scindono gii '
?'lata.'>r> Sfitto,SO g.-J ;jSrrro pcch q o i. frisoUtto 0 ot ad amare,
sono P ,e lintera '.to. col tancinllo e vvere n co orto e non gii,dopo 'f ; ;
ra di senno,0. come giovine, co P uotsi di corsa prendersi beffe di 1 .
'ol,,,o, fan altro. Vi dovrebbe '' on fosse i cMli non si amino r afffncbl
n^^,,^ ^ a cosa spesa di mo ta cuta^ P .poanto a ' 0 fine dei tandnlli dove
6 ora. > e virt danimo e d. corpo
Convito mettono essi questa legge a s proprio volere; se non che bi sogneS lor
cotesti amanti volgari, come appunta,82 il pm che per noi si possa, a non .
libere (73). Ch essi son quelli volto lamore in vituperio, tanto che tal dire
che turpe cosa sia il gratificare T ti C74). E dicon cos, avendo locchio V di
cui vedono lintempestivit ed poich, di certo, nessun atto compiuto ordin mente
e conforme alla legge potrebbe co.rrT gione arrecare biasimo. E appunto la
legge, che governa 1 amore nelle altre citt,
Exdle ad intendersi poich nei! concetto uno solo ; ma qui varia.
Dappoich nellElide e nella Beozia e dove non sanno ragionare, unica legge questa che
bene gratificare gli amanti, e nessuno^ n giovine n vecchio, direbbe che
sia male ; affinch, credo, non abbiano a durar fatica a persuadere i giovani
con ragioni, inabili come'sono ^ ragionare; invece, in molti luoghi di Ionia, c
m molti altri riputata cosa turpe, tra
quelli lutti che son soggetti a barbari (80). Di fatti, Ira 1 arbari, per
ragione delle tirannidi, si reputa ^ turpe questo, e cos ancora ogni studio di
sapienza e di GINNASTICA. Poich quivi, mim- giova a chi governa, che si gene- o
alterigie grandi n amicizie doffnt g^giiarde, quello che, non meno prattuttn
lAmore so^sperienzrfirr^^^' ii^parato per ini anche di qui; ch lamore di
-.rnona- Cosi dove disciolse la lor sig ^^^^fjcare gli salda, di cosa sia il g
^,.^,,c7.^a r SSo delUsoverchlena jiriaa^' ' lhanno effemminatezza dei dei
quella vece, dov^_ a sia in ^n n V.cposto hanno (84) fo di quelli che cosi
dispo^ p., bella, e com XI I,uperocch (85) chi nJii bello r amare aper ottimi,
:s!esop o>frs -. e ancorch sieno pm cabile incoraggia altra parte, chi -a
nqualcosa mento da tutti,un innamodibrutto; c che il co brutto, e la rato par
bello, non cO q lode, legge ha dato licenza a chi j quah, ;?ndo sia per
conquistar^ ; ^\,que altra chi osasse fare per correr raccoglierebbe ca da '
'dfppoUt, s P ''^ i maggiori biasimi,- , q q averne u di cavar denaro a
qualc^'^J^ ^solvesse fido (90) o un altro g^Jo I 9 amati, 1 a fare quello che g
> un quali nelle lor richieste dormite sulle implorazioni e giuramenti C i)
), e servono ' servo tollererebbe serv,v ^ dagli ann-ci edaC,''' sua adulazione
e abL ^ elli vJ monendolo e arr^ ^ '^'ezione fq.x ' Petatid! f-- li cosrreT ''
.? > li i- P rn. Sr,^ me a qdIo che
effetti L ' ^ to. E il pii, tecribile r' ' S a meno dice )a geme, s,o J,,? ' 'l
, co . gli_ Dei perdonano, se trasgredisci poich giuramento Afrodisio i f^.
CosihannoefhDefri, licenza accordato a chi ama ogni legge di qui. Da questo
lato terrebbe, che nella citf\ nn t 1 o
ne lamore7- ' '' simo e amore e il mostrarsi amici agli amanti. Ma Jlh VV
P^dri, preponendo pedaS g I 3 gh amati, non permettono che discorrano cogli
amanti, e i coetanei e gli amici ) \ itnperano quando vedano succedere qualcosa
di simile, e i vecchi, daltronde, non inter icono cotesti censori, n Ji
biasimano, come se non dicessero giusto, uno, che per opposto ^ardi^ a tutto
ci, stimerebbe che qui una simile cosa si reputi bruttissima. Ebbene, la cosa,
credo IO, sta cos ; non a mi solo modo ;
eh ci e ie s appunto detto in principio, ehessa non sia
bella n brutta; ma fatta bellamente bella, ruttaniente brutta (100). Ora,
bruttamente , belT^ gratifichi un malvagio e in malo modo; niodo^'^'^p'^ quando
un uomo probo e in probo malvagio
quellamante volgare, che Convi 0 on L i r' ^^' ;, la ia. P '' '^ ' 1
/Ilfscors f fprmo Ip IpfTffC l> ' nresto, perch s' L' r esser preso p
crrutinitore, truuo 1 esse p scruti tempo Aprp da denari e ua- P l ' l il
lasciarsi prendere da s, sgo;;Ucii
brutto, sia eh (loa) non menti e non resista, s^ e par disprezzi. senza
dire che da cJ sia n ferma n stabile, s .^^Ha i sauna nobile rbellan.entc deve
leiTge nostra una sola y Dappoich a noi Saio gratificale n.i d questa la legge; ^'f Vrervit verso lamato servire
spontanei qualunq ^^ulazione, cosi s concluso, che non,est non vitupeun altra
servit sola spon oggettorcvole, quella che ha la v'rtn p Ch appunto ammesso n quando uno si risolva a niH ^ ii
noi, perch egli creda di diventa^r^m i',''di lui o in sapienza o in qualun
virt, questa servit spontanea no pur essa brutta, n sia piaggeria ? ? Pqueste
due leggi, - quelf ch^ regf/? dei fanciulli e quella che regge Pai sapienza e
di ogni altra virt (foj) IT4 correre al medesimo, chi voglia che to^?' Il
compiacere lamato allamante. Ch qual? insieme sincontrino lamante e lamato, ree
nt ciascuno la sua legge - quello che qualunque servizio egli renda agli amati
che lolompTc! ciono, giustamente lo renda, questo, che a chi sapiente lo faccia
e buono, qualunque ufficio egli presti, giustamente lo presti, e luno, potente
dintelligenza e dogni altra virt, ne dia, a tro manchevole in coltura e in ogni
altra sapienza, ne acquisti, allora si, queste due concorrendo in uno, egli
accade, e sol- tamo cosi, che bello sia il compiacere lamato all amante, ma in
altro caso no. In questo, persino il trovarsi ingannato non punto i ogni altro, o che tu sia ingannato 0
^,0. ti porta bruttura. Perch, se uno che a\- ricco avesse per ragion di
ricchezza perto i?' '^ ^vasse deluso per
essersi sco- n^en brutto^-^'^^ Povero, non perci gli sarebbe perch un siffatto uomo d a di B I anin .0
suo. a>ep perch buono c P .jy;ore egU stesso, dilu diventare Lll ' '^ ' poi
deluso, P bello lBga anche questi da a divede^ I,t 0 V P ^T'r^ ''^.1 diventare
mighore 5 .^ontro, e la ter chicchessia; e quest . bello per '. ?ella cosa di
tutte. Cosi, di virt comptacere ^
Celeste, I ' Questi r Autore della D 1
di gran pregio alla \ amante ' i .Uri - sopra d st q volgare. E qaesK sono
dellultra Deu.d ^ allimprovviso sono, 0 Fedro, le ^ er la mia parte. intorno alla\more IO t
arreco p aiacch i sapienti Fatto pausa
assonanze - avrebbe minsegnano a fare di q a. ^ere Aristofane; dovuto, disse
Aristodemo discorre ^ se non che gli era o per _ p ^ altra causa venuto il ^aco
il medico: -di parlare, sicch disse ^ ^^i O EriSsiquesti giaceva nel letto op
cessare (m) maco, il dover tuo e ^nai il singhiozzo, o di P^^' Erissimaco
rispose; non mi sia cessato ..rch parler m E io far tutteddue le cose, l n' cc,
c sato, in vece mia, p pi, SP'onao li . guarda se il f P che jg r . nendo,1 fiato per peaaetto .t S' E gargarismi collacqua. Se o.
fa'^ lascia vincere, e letichi il naso e starnutisci ; e quando olqiiesto una
volta o due, ti cesser molto forte. _ O parla d,re Stofane io far cos. ^n- Ed
Erissimaco principi a dire : Dunque, siccome Pausania, prese bene le mosse del
di- i86 scorso suo, non lba compiuto a dovere, mi par necessario che io mi deva
provare a metter la fine al discorso. Di fatti, che lAmore sia duplice, pare a
me si sia distinto bene; per, ehesso non risieda soltanto negli animi umani n
abbia soltanto i belli per oggetto, ma molti altri siano gli oggetti suoi, e
risieda anche altrove, nei corpi, cio, di tutti quanti gli animali, e nelle
piante della terra, e per dir cosi, in ogni cosa che viva, a me pare averlo
appreso dalla medicina, 1 arte nostra, come grande e maraviglioso Iddio egli
sia, c a tutto si distenda e per le umane e le divine cose(ii2). E comincier a
dire dalla medicina, anche per fare onore allarte. La natura dei corpi ha il
duplice amore aneliessa, cd questo: il
sano nel corpo e lammalato Convito 5 .-no per consenso di tutti, cosa diversa e
dissi- rnile- e il dissimile desidera ed ama cose dissidi i sicch altro lamore che ha sede nel sano. -Itr t quello
che nellammalato. Siccome, dunque, secondo ha detto or ora Pausama e bene
gratificare i buoni tra gli uomini, male i Snaiosi; e cosi anche necorpi bene gratificare quanto v di buono e di sano
in ciascun Spo e si deve, - e questo fe ci che si chiama arte medica - e invece
male il gratificare quanto v di cattivo e di morboso, e gli si ^^ ve far brS 0
amore, questi luomo sopra tutu
intenderne d medicina. E chi sa farli mutare, in modo dm in ricambio di un
amore si acquisti J Mi; ;n cui lamore non sia, ma bi- tro, e in farcelo
nascere, o, quando sogni generarlo., -uesti sarebbe davvero un valente artenc
i,- ip rose che vi sono di f7^ ^n-unaan laltra nemicissime, e la -nnnste il
freddo 0 U ' , 'vi vi. -sr aX tra tali
asti(ii7) PO^ti ed pio, secondo la L credo, dico io, T,.a\rco. r gnnaSca O'ii e lagricoltura. La
musica poi. Convito' per poco che ci si badi, si vede chi. stesso tenore, come
forse anche p deiu .87 dire;ch, quanto alle parole, egh^n me bene. Giacch dice
che luno si accorda con s, come armonia lira. Ora, grande assurdit 17 i' unarmonia discordi n
rieri,,: j. c, che B discordanti. tuttora derivi da cose tu Se non che forse
voleva dir sto, ehessa nasca dall acuto e grave discordi; priiTiii e dopo
consenzienti per opera dell musicale; ch, certo, armonia non nascerebb ^
dallacuto e grave discordanti tuttora; ch armonia consonanza, e consonanza un consenso; ora, consenso impossibile che provenga da cose discordanti,
finch discordano; e quello daltra parte, che discorda e non consente, impossibile che armonizzi : appunto come il
ritmo nasce dal veloce e dal lento, discordanti da prima e poi consenzienti. In
tutte queste cose la musica quella che
mette il consenso, come in quelle altre la medicina, generandovi un amore e
concordia vicendevole. Sicch la musica, alla sua volta, scienza dellamoroso nellarmonia enei ritmo. E
nella composizione stessa dellarmonia e del ritmo non punto difficile discernere lamoroso, n cost v
il duplice amore : ma quando bisogni usare del ritmo e dellarmonia cogli
uomini, sia componendo, che e quello che chiamano niclopea sia usando
rettamente di melodie e metri composti ci che s detto educniione qui c la difficolt e c bisogno di buono artefice. Poich torna da
capo lo stesso discorso, che gl> Convito fine che diventino pi uomini J non
son tali in tutto, perbene quelli che tenerlo caro, e bisogna_ gffceleste, lamore
della ce- E invece quello di Polimnia leste Musa Ci 7 j> jj deve amministrar
con t il volgare, n qnm ci col, le piade; c 1 tanto negli aiiiniali c _g
miscono dal brinato 1 ''; Labpr0PP V
accesso e disordine risp amorose, la cui scienza de' jielle stagioni degli anni
si' c1h; as^i ^ Di pu. ancora, ci sacrili.! tutti e presiede I arte
divinatoria, p a cui vicendevole
comunione degli dei'oar'a non hanno altro oggetto, se non Pose. risanamento di
Amore. Ch >' suol generarsi, quando uno non grati ordinato, e onora e venera
in ogni suo questo, ma laltro, si rispetto o VIVI 0 morti, si rispetto agli
Dei; dove aT punto commesso allarte
divinatoria di vigilare gli amori e sanare; sicch, da capo, 1>arie
divinatoria operatrice di amicizia tra
gli Dj! c gli uomini mediante la scienza di quali tra le propensioni amorose di
questi tendono al lecito e quali allempiet. Cosi molteplice e grande, anzi, in
breve, una universale potenza ha ogni Amore; per la maggior potenza la
possiede, si presso noi e si presso gli Dei, quello la cui sodisfazione nel bene accompagnato di sapienza e
giustizia; esso appresta ogni felicit, e ci mette in grado di convivere gli uni
cogli altri e diventare anche amici agli Dei, migliori di noi. Ora, ancor io
(136) forse nel lodare Amore tralascio molte cose, non per di proposito. Ma se
ho tralasciato qualcosa, spetta a te, Aristofane, di supplire; o se tu hai in
mente delogiare lIddio in qualche altro modo, e tu 1 elogia ; ch ti anche cessato il singhiozzo. Q.U, Aristofane,
presa la parola, cominci) raccontava, a dire: Si, appunto cessato, non file io ali abbia
applicato lo star: richiedi iili roihoti e ptent, quii l tr ; Lrnu.0 . Pd W' ho
dppliccto lo su, . c nW - g p 1 d ' '; ';'i
rl sV 'per cominci P ' > ' Tu
burli, man ^ ^j^ella al discorso tuo, ^ioTcX Vdire' qualcosa di ridicolo,
mentre ^ avresti potuto parlare bene, E Aristofane, ridendo, P istare
Erissimaco, e sia per non a farmi che me n esca SI stanno per . che sarebbe un
guarg o toS;. >i ' _ e or cedi di f p 'dj (' > r:.:orpdrrr.rm-.p .Mn. d
stare. Discorso di Aristofake cominci a dire E in vero, mnte di discorrere in
Aristofane lO q^jella che tu e una maniera diversa ^ pare che gh Pansini die
fitto. pottor uomini non abbiano pu Convito di Amore, ch. se lavessero con,
mnakato in onorsuo i maggiori ' fcbbcf, e celebrato i maggiori sacdi, noS che
di tutto questo non gli si fa SI dovrebbe fare pi che altra cosa D Perch , tra
gli Dei, il pi amico dcel essendo soccorritore loro, e medico di ^ dalla cui
guarigione deriverebbe la felicur giore al genere umano. Io, adunque, mi sCf^ .
a dimostrarvi la potenza di lui, e voi ne sarct maestri agli altri. Ma vi
bisogna per prima cosi intendere la natura umana, e i casi di essa. Ab antico,
di fatti, la natura nostra non era quella medesima dora, bens diversa. Ch da
prima E erano tre i sessi umani, non due, come ora, maschio e femmina; ma vi se
ne aggiungeva un terzo, partecipante di tutteddue questi, del quale resta oggi
il nome, ma esso stesso scomparso.
Allora, di fatti, vera e la specie e il nome uomo-donna che partecipava di
tutteddue, maschio e femmina ; ora non ne resta che il nome a vituperio. Di
poi, lintera figura di ciascuna persona era rotonda, colle spalle e i fianchi
tuttintorno, e di mani naveva quattro, c gambe quante le mani, e sul collo
tondo due visi, simili da ogni parte ; su ciascuno poi de due visi posti 1 uno
di rincontro all altro una 90 sola testa, e quattro orecchi, e due membri, e il
rimanente, quale da ci si pu congetturare. Camminava poi si ritto, come ora,
per il verso che voleva, e si quando si metteva a correre, reggendosi sulle sue
otto membra andava via lesto facendo la rota, a modo di 57 Convito quelli che,
\MssT,'poi. ^ ^ s Xch il Maschio fu in
origine protre e siffatti, p, della terra, e il terzo genie del sole, ^
^^eddue, della luna, giacche partecipava di quello e di questa)- ^^gVianza
coloro progenitori, cammino, per
terribili per forza e per Sicch in principio grandi e assalirono gli
Dei. r .litri Dei si consultarono Sicch Giove e g i ^ stavano che cosa occorresse
loro^dj in dubbio ; che nc a fulminarla nt di farne J P^^^bhero scomparsi
insieme come t celebrati dagli uomim; e gli onori, e 1 imoerversare. Infine,
ead, volevano If f 'X ,4 E' mi pa- Giove si form a fan. uomini esire disse
avere un LholffU?). cessino stano e insieme, P ra - disse - H spardalla
petulanza. Giacdr tir ciascuno m dtie, ^ noi perranno pib deboli, e
mstenmj^diritti ch cresciuti di nunier^, . ^j^e contisopra due gambe. Ght P
luiino a imperversare, e non vogliano stare quilli, e io, disse, li segher da
capo ''' due, sicch cammineranno sopra una gamba s 7 saltellando. E detto
questo, tagli gli mini per il mezzo,
come quelli che tagliano ] sorbe per salarle 0 quelli che tagliati le povj E
col capello (149): e a quelli che tagliava, comanda ad Apollo di girargli il
viso, c met del collo dalla parte del taglio, perh r uomo, guardando il taglio
fatto di lui, si conducesse con pili misura; il resto lo medicasse. E Apollo
gir il viso, c col tirare da ogni parte la pelle verso il ventre, come si chiama
ora, vi fece, a modo delle borse a nodo scorsoio, una sola bocca, c la leg nel
mezzo del ventre, tgi quello che si dice ora lombelico. E le altre grinze ve n
era rimaste tante le spian, e rassett le costole, servendosi di un istrumento,
su per gi come quello dei calzolai nello spianare sulla forma le grinze delle
pelli, e ne lasci alcune poche, nel ventre e nellombelico, per ricordo
dellantica jattura. Or bene, quando la creatura umana fu tagliata per il mezzo,
ciascuna met desiderando laltra le si faceva incon- gittandole attorno le
braccia, e avviticchiandosi runa allaltra, poich si strugge- H vano di
risaldarsi, morivano di fame e dogni altra sorta dozio per non voler fare nulla
lunO senza dellaltro. E ogni volta che una delle met morisse, e laltra
sopravvivesse, la sopravvissuta ne ricercava unaltra c le si avviticchiava) 0
che simbattesse in una met duna intera onna, quella ^i^g chiamiamo donna Mio,.
Giove, omo; 0 I o '' ^ li oerchc sino avendo
oonip pudende, pej rfn terra, come le che meSin^e, cos sul negli nlm,
diante quelle la femmina niediame .tllabbraccio. se un uomo con questo fine, eh
onerasse, e la specie s> imbatteva J^ttesse maschio con esistesse, e se im
^^are insieme, maschio, venisse 1 ' ^ a operare.eprene smettessero, e si rnolg dulia
vita. \\ Tini un contrasse Ciascuno,
dunque, come le gno dun uomo, ulte eiasogliole; uno due. S inten scuno cerca il
contrassegno insieme uomini che sono come un taglio di qu che allora si
chiamava i(omo-ioM a, son di donne e i piti degli adulteri da questo sess son
proveiiun; e cos q^- sesso, Convito 6o sono taglio di donna, le non badano di
molto a^Ii uomini queste, ma hanno piuttosto il cuore alle donne ed il sesso
loro quello da cui pr. vengono le
tribadi, aitanti poi sono taglio di maschio, vanno dietro al masclo ; e sinch
sono ftnciulli, come particelle che sono di maschio, amano gli uomini e si
compiacciono di giacere - con questi e tenerli abbracciati, e son costoro i migliori fanciulli e giovinetti, ch non v
nature pi virili di loro. E v chi afferma, che questi sieno degli svergognati!
bugiardi; non gi per svergognatezza che
cosi fanno, ma per ispirito di,baldanza e virilit e ma- sciiiezza, appetendo il
simile a s. Una gran prova n questa; soltanto costoro fatti giovani riescono
uomini da attendere agli affari pubblici E diventati maturi, mettono amore ai
fan- li ciulli, c di nozze o di far figliuoli non si danno pensiero di per
loro, ma la legge ve li costringe; quanto ad essi, son contenti di vivere gli
uni cogli altri senza ammogliarsi. Sicch un siffatto uomo diventa addirittura
amante (i i) di fanciulli od amato, appetendo sempre nei due casi quello che
gli congenere. Ora, poi, quando C un
amante di fanciulli, o chiunque altro s ini colla sua propria met di prima,
allora una maraviglia come si struggano
di amicizia e m trinsichezza ed amore, tanto da non volere, per cosi dire,
separarsi gli uni dagli altri neancie per un minuto. E questi son coloro, che
riman gono insieme lintera vita, e non saprebbero neppur dire, che cosa mai
vogliono che per opera delluno succeda allaltro. Giacch non pn' t Sin rinsien''
. .v, ciascuno dei esprimere, Lm ^ralcos altro, cbe tjo ^ ^-ee ^ 'Tl nrc%ti ^
/' eoelinstr'if^'' ia ha se Elesto, cogl
in cnimm sopra di > {. rnai, niano, si domandasse onera delI.icceda
allaltro? ^dasse da incerti della risposta, ^.^^nreluno nello stessissimo luogo
n nt notte - potervi lasciare lun liqnefarvi e eoach se desiderate nhe siete,
diven^ilarvi insieme,,n tiate uno, e sinch > morti, comune come uno \i,m
invece di due anche laggi nei reg ^^^^^date. se
questo morti uno solo (i6 ^^ddisfatti, quando lo che inmo bene, che, sentito ci, nessuno, proprio
nessun darebbe di avere strerebbe di volere altro, . ^ desiderava pure
propriamente sentito qu,j, ^to diventare da un penzo, unito e fuso coll ^to di
due uno. E la causa n questa, cne, nostra natura era si desiderio, adunque, e
all. d;\ nome amore. eravamo uno; E prima dora, come dico, i ora, poi, per la
malizia nostra, sia paniti di casa dalla mano di Dio, come i- Arcadi da quella
dei Lacedemoni. Sicchfc^ ' cogli Dii non ci si conduce come si conviene ^ v da
temere, che si possa essere segati da capo e si vada attorno, come le figure
delineate dj rilievo sulle tombe, tagliate per il me^o dei nasi, diventati a
modo di dadi cotisunti. Anzi per questa cagione bisogna che ogni uomo esorti B
ogni altro a condursi piamente verso gli Dei, perch alcune si sfuggano, altre
si conseguano delle cose, a cui Amore
guida e capitano. A cui nessuno faccia nulla in contrario; e fa in
contrario chi sinimica gli Dei giacch diventati amici dellIddio e rimpaciati
con lui, ci succeder di ritrovare- e incontrare i propri amati nostri, il che
ora accade a pochi. Ed Erissimaco non mi simmagini, per canzonare il mio
discorso, che io parlo di Pausania e di C Agatone; forse, anche loro sono di
quelli, e tutteddue maschi da natura ; se non che io parlo di tutti, e uomini e
donne; ch cos la stirpe nostra diventerebbe felice, se dessimo perfezione
allamore, e ciascuno sincontrasse nel proprio suo amato, tornando nellantica
natura. E se lottimo 6 questo,
necessario, che di quanto oggi in
poter nostro, ottimo sia quello che pi vi si avvicina. E ci il ritrovare un amato, fatto secondo il
proprio cuore. Del che, se sinneggia autore un Iddio, Amore quello a cui a ragione spetterebbe linno.
Amore che ci di moltissimo giovamento
nel presente, poich ci riconduce nel proprio, e ci d le maggiori speranze per
lavvenire, se per noi,i .-.et v W sii a S-'r-' xvin j il mio discorso tr.rno ad
Amore, di'crs ^ ^ canzonatura, t %c p- g ; . r, ' ir.d,c a pari P' quelli che
rimangono P ^ Socrate, rimangono, di fatti, , racconta che Ma io taro a tuo n
do^ j,,,1 o rispondesse Enssimaco ^P ^^p^ss, discorso sono valenti in cose che
Socrate e A^a dovessero esdamore, temerei g' ^ ^-ose oramai si sere impacciati
a ^ro fiducia, son dette e cosi perch E
Socrate rispose; dve sono 94 tu te la sei quando avr discorso,ira..uraro, perch
io mi turbi, che il teatro sia in grande aspettazion me, che io debba discorrer
bene. Sarei d^avvero uno smemorato, Agatone, soggiunse Socrate, se, avendo
visto 1 raggio e Palterczza con cui tu sali su pa^ co insieme cogli attori, e
guardi in accia ^ gran teatro, quando tu devi rappresentare 1 componimenti, e
non ti mostri sgomento un poco, ora credessi, che tu ti debba a cagione di
questi pochi che siamo Ma che !, riprese Agatone, non mi cred Socrate, cosi
pieno del teatro, da ignorare ne che a un uomo di mente fanno pi paura n
persone di senno che molte senza. Certo, Agatone, non farei bene, ripigli
Socrate, se pensassi di te nulla men che gentile Anzi io so bene, che se tu
timbattessi in-persone che tu reputassi sapienti, ne saresti in maggior
pensiero che della folla. Ma, bada, che noi non si sia gi di quelle; perch noi
ed eravamo in teatro e facevamo parte della folla. Per, se tu timbattessi in
altri sapienti davvero, ne sentiresti tu rossore, quando tu credessi di fare
qualcosa di brutto? (170) o come lintendi? Dici il vero rispose laltro. E della
folla tu non ti vergogneresti, se tu credessi di fare qualcosa di brutto? Dove
Fedro, raccontava, interloquendo Caro Agatone mio, dicesse quando tu risponda a
Socrate, non glimporter pi nulla di nulla, di quello che qui succeda comunque
succeda, purch abbia soltanto con chi conversare lui, specie con un bell omo.
Ora, Socrate io lo sento conversare volentieri ; ma a me necessario aver cura dellelogio di Amore, e
riscuotere da ciascun di voi il suo discorso. Dopo sodisfatto ddio ciascuno
conversi poi quanto vuole. Ma tu parli bene, Fedro, disse Agatone c niente m
impedisce di parlare ; non mancher poi occasione di conversare con Socrate. .v
mpon!n,tntt, c non li mostri T pocoi ohi credessi, chr f. r ,, ^ ''.ihr rt \ ^
P'I Jf m Futdjo che: molte-ci Jo. A.-atc-uc, nonfiiiti htne, - nv'l,> -.MJ.S
- se p s I di :c nalla uicn ch - t so bc ^, cho se tu limbattessi fe?:tB
r.epntf. -i rapanti, ne Sare.sti inV,.-1 r^ero che deiia folla. M.s, bada- die
.UU fiJ, d! c, parchi noi cl tuati-0 e fflceaamo parte della folla. Pet,fc.,r ^
tiaib.ittcss M :iln-it;. p{cnti davvero-, nc scw.h - tu t-o$.sore, quando in
crcdtssi di -fare qua. -li brullo? o come rintendi? rtk'ci 11 Tcro rispose
Taltro. . il j- . .in f>>}lii tu non ti vergognerusti, t ti i di f.)ro
qualcosa d! brutta? 4 - l odro, raccontava, inierioquetido->~ opc? C^ ^
l'Iddio clascuuci conversi poi qyaj 4 l? J Ma in p,i. li bene,.Fedro, c niente
mimpedsfc di parlarci nph-manv:, poi occasione di cons etsare cori
.Socrate. ni AGVrONE Discorso o priwa
ha? discorso Tc'ct > P^'^ ^%arabbiano lldd\o poi dire Cn ^ non,. .. ^o dei
beni, pvand gli uomini nup\e essendo i -- 'Chiusi lIddio; r/ntsuno lba di n
tutti cotesti beni ^% ure, dogGi lode go quale di quali cose E cosi g^Jf egli u discorso sia 075; stesso quale eg
bello, egli ^^/osiff^to. D P^ ge d pi giovine degli Dei, g foggu di 'quesm suo
tratto eg smsso, P,e,oce b fuga la vecchiaia, P dovere ci arrii almeno assai
pih pres p aver a a fianchi. Ora, P neanche di lontano, iu odio e non le si
acco, ^ ^ ^^^6) ; -b E sempre co giovani usa e sempre bene sta 1 antica oute -
. consen col simile saccompagna ( questa non ziente con phio in conscio, che
lui gc di lapeto O? )- C vanissimo tra gl Iddii c gio\ gli antichi fatti
intorno agh Parmenide dicono (179), esse di Necessit, e non di Amore, se pur
sero il vero; ch non si sarebbero viste tazioni e legamenti vicendevoli ed
altri violenti atti, se Amore fosse stato tra lor^b^ amicizia e pace, come ora, dal di che sopra i
Numi regna. Dunque giovine eguT P e oltrech giovine, delicato: solo un poet gli
fa difetto quale Omero, che mostri la delicatezza di lui. Ch Omero afferma, che
Dea Ate sia e delicata, almeno delicati sieno i piedi di lei, poetando: I pi di
lei son delicati; e il suolo Non tocca; dei mortali ella sui capi Cammina.
Ora, buono argomento a mostrare la delicatezza
sua, chella non sul duro cammini, ma E sul tenero. E lo stesso useremo noi
argomento a provare di Amore che delicato egli . Che n cammina sul suolo, n sui
crani i quali punto teneri non sono, ma nelle pi tenere cose e cammina e
dimora. Perocch nelle indoli e negli animi degli Dei e degli uomini la dimora
pone, e n in tutti gli animi del pari, ma dove in uno simbatta dindole dura, va
via; dove di tenera, vi saccasa. Poich egli, dunque, e copiedi e con ogni sua
parte a contatto delle pi tenere g(5 tra
le tenere cose, necessario che
delicatissimo sia. Sicch giovanissimo e
delicatissimo, e di giunta fluido di forma. Ch non sarebbe neUenU ' ( !?'. C o
s p o^. iorf , M , l ''?Si AmP pos ' '',jvveoen '^ nso di ^ guerra sempre. .! P
T Wer. d irM ch f del colore, ad anima e ct.a So.e o cta ' K' I soggetto la
Amore; e dove f ner, non saccoppa A, Todoroso loco sia, 1 P fiorito c ou
pernianej iiMddio e basta sin Orbene, della 0' Jella vlrt dA ore qui e molto
resta a g U principaltsconviensi dopo quella P ^ offesa nt sinio . cito Amore ^
^,84> di Dio o a Dto nc -tUre eo'U stesso, s Perch nfc per violenza non
tocca ^ qualcosa patisce; - eh ^ volontario i; in tutti il servigio ' ^ jj^
reme (t 5) > assente a volente, h legSh, giustizia, affermano che giusto sm-
^ ^i^sinaa. Peroc; provvisto di temperanza
ora^^ ^ ^esidern ch si consente che vince P non sia temperanza, e che p g sono
da me, vabbia piacere essuno- O questi
forza che sien soverchiati soverchi : ma se piaceri e desidp t.(. E
quanto a coraggio adr^ P^^tut pure Are contrasta. Chi n (, Amore, ma Amore Are
possied^'^am^ Afrodite, secondo fama
(188) or l di tiene in poter suo il posseduto
pi coraggioso dogni altro, debbe esli certo il pi coraggioso di tutti
^'?5' della giustizia e temperanza e coraggio dS'r? d.o s toto; resta ddk
sapiens,; SI pu, bisogna provarsi a non ometterla (looT E da prima, perch io
per la mia parte lodi lL nostra, come Erissimaco la sua, poeta lIddio sapiente per modo che rende tale
altrui; almeno diventa poeta, ancorch pria fosse di Mm privo, quello cui tocchi
Amore. Il qual suo tratto ci si addice usare a testimonianza che Amore, in
somma, artista buono in ogni creazione
che attiene alle Muse (192); dappoich le cose, che uno o non ha o non sa, non
mai le darebbe ad altri, n le insegnerebbe ad alcuno. Oltrech la creazione
degli animali tutti, chi vorr contradire, che non sia sapienza dAmore, quella
per cui opera gli animali tutti e nascono e crescono? Ma nel magistero delle
arti, non sappiamo, che quello di cui questo Iddio si sia fatto maestro,
rinomato riescito ed illustre; quello,
cui Amore toccato non abbia, oscuro
rimasto? Larti del saettare e del sanare e del divinare Apollo trova,
guidato da desiderio e da amore sicch anche questi discepolo saria dAmore, c le
Muse ne appresero musica, ed Efesto larte Zi ^^
le cose dCo' amore, s m c ' onpoirto 1 ft-i generer, vive d'.C ''chfe^rn
brutte..^ jf di bellez5-a. priircipro ^
o;ndc>,onzi, _An SI narra (, ai bellez^-' ', principro u- - inna'. si ^ ;
terribili eventi, -t^ecessit % i nsi s ; / ts -s ' Vantare Amore, es-o Fedro, a
\ ^ e ottimo, dipoi 1 sr: Ji ,. ., mar cairn , ai,caco, . s> D attesti tore dei beni, timoniere, ' paure, in
pencoli, m ^ ^tore ottmm, di I marinaro, commilitone quanti gli Dii c uomini
adorm bellissimo e ottimo, che ad ogni'?,? ' seguire innepiando e prendendo
pa?? canzone, eh egli, molcendo ]intellel gli Dn e degli uomini, canta (203)
'ti auesto discorso, dice, o Fedrh sia parte offerto in voto allIddio, dove di
s^T dove di misurata seriet.^, in quanto ir, perato. duando ebbe finito
Agatone, tutti, disse Aristodemo gli astanti esclamassero, che il giovi- netto
avesse discorso in maniera degna e di s e dellIddio. Sicch Socrate, volto ad
Erissi- maco, dicesse : O figliuol dAcumeno, ti par egli che un timore da non
intimorire mintimorisse poco fa e non fossi invece profeta nel dire quello che
io ho detto dianzi, che Agatone avrebbe parlato mirabilmente ed io mi sarei
trovato nellimbarazzo ? DeUuna cosa rispondesse Erissimaco mi pare che tu
labbia indovinata, che Agatone par- B lerebbe bene; ma che tu ti troveresti
imbarazzato, non lo credo. E come, beatuomo ripigliasse Socrate non mi troverei
imbarazzato cosi io come chiunque altro, che dovesse prendere la parola dopo la
recita di un cosi bello e svariato discorso ? E il rimanente non stato altrettanto maraviglioso; tua sulla
fine, quella tanta leggiadria di vocaboli
__ me. di clrdo di dir nulla, scndr'^- non sar ^^^i^zza, per poco -
s> ^-Cia ^lla vergogna, se C sono t'^g? Vaiscorso mha rrchu- \ia. Giacchi-_
occorso 1 caso d Omero (ao/b Agatone lanciasse^ e nu faGORGIA, E ho capito >
''X s. ->^r: '?dS ^ 1 stato davvero ndmo, q p^^te rSHiSSi che D Sa ; S S
lualunQue cosa. biso'^ni dire il ' , _ mimmaginavo, che o ila cosa, quale si
s-^nto; pd, scelto del ; che questo fosse 11 ^ia acconcio vero il meglio, pot
^,He avrei di E presumevo gran c del ino scorso bene, ). Invece, si vede d di
lodare ogni cosa ^ era gcose Vha 1 VVt 'nenzognere, et cosa^^a mila. Giaccnc s
- f., v Amore, o dascuno di noi paia di lo razzolando a che lo lodi, n 1'P X
cono ed A . ogni patte, e tale, e aotote i c affermate eh egli :rj.r ^ T' n b
|,.S i-l. M io nonco c;:o'rn, H'' ' ch non lo conoscevo, mi so no i! '' 'P ! r
I ? ''io all, M ,S V 3 (zio), questo modo; non nma ch la lingua ha promesl la
Adunque, addio elogio; che odare a questo
modo ; non potrei. plT lete, il vero, si, non ricuso di dirlo di nr^' e non
rispetto ai discorsi vostri perch S. rida dietro. Ora, tu, o Fedr^'^guarjf
discorso COSI ti fa pr ; sentir dire il vero di Amore c n quei vocaboli e
quella giacitura di senteme che mi verr per prima alla bocca. E a questo,
raccontava, Fedro e gli altri Pili- virassero a parlar pure nel modo, che a lui
paresse di dover fare. Ebbene, Fedro Socrate riprendesse permettimi anche, che
io faccia qualche piccola interrogazione ad Agatone, affinch prima io mi abbia
C alcune concessioni da lui, e poi, cos, discorra. Ma si, lo permetto;
rispondesse Fedro interroga pure. Dopo di che oramai Socrate avesse cominciato,
su per gi, di qui. Di certo, Agatone caro, tu ti sei introdotto bene, m parso,
nel tuo discorso col dire che prima bisogni mostrare quale egli , lAmore, poi E
7 ^ . . vi va a gen'O . Q^^^sto in ogni altra,re Ji . via, esposto qnaW HS -
'Se.WB '^ Teg'''r? D up questo t- ^8 ^ nulla ^ D f ' . L> ' di q0 ' d,c o di
ma ada^f jj padre e cgir P. ondere a dolere. fp^rfi' 5 t ma'drd del pat> p
anche a questo. jjspondinti Assentiss ^ . y^^sse gallo ci I Or bene, -- tu
intenda me poche altre cose^ P ^^^. dassi : O 'r;srid^c;.-o.t-e,,o,.tr
'qualcuno o no? Rispondesse, c Dun fratello oDicesse di si. domandasse
dis^SSSaSrsulVatttore.^^ Di^qualcosI ciottissimo- .^gesse Sotanto questo. 1 lo
desidera o O Di certo r'sp'^ Ora, desidera egli e ai sesso della cosa che
desidera ^ j. sedendola? ^ nr,-,-. ama;, 'aoti Pos. B V D Non possedendola, par
naturale Guarda-riprendesse Socrate natura e, non sia necessario, che dera
desideri ci di cui manchevoI ^ desidena
dirittura, quando non ne l ''o role. Tu non puoi, Agatone, immagiare ' '- 5 aia
necessario a mw ^ Quanto grande, es paia necessario a me; o a te pare? E anche
a me dicesse. Dici bene : vorrebbe forse chi
ser grande, o forte chi forte?
Impossibile, dietro lintesa. Perch, appunto, non sarebbe-manchevole di tali
qualit chi le ha. Dici il vero. Percli, se uno che gi forte, volesse esser forte ripigliasse
Socrate, e veloce uno eh veloce, e sano uno eh sano... giacch qualcuno potrebbe
credere, che queste e simili qualit, quelli che son tali e le hanno, desiderano
quelle stesse che hanno; sicch questo io lo dico, peich non ci lasci trarre in
inganno or bene, costoro, Agatone, se tu la intendi, devono pure avere nel
presente ciascuna delle qualit che hanno, o le vogliano, o no, e queste, oh
citi mai le desidererebbe?. Per, quando uno dicesse : Io che son sano, voglio
anche esser sano; ed io che son ricco, voglio anche esser ricco, c desidero
appunto queste cose che ho, noi gli risponderemmo Tu, amico, che possiedi
ricchezza e sanit e forza, vuoi possederle anche o tu le l^'- .,,,o qtiello eh
e ^JpSesse ' V untare ^ ^ O non t in proi^
Z che non si ^ ancora t P^ a l^!^ il inantenerntt pe r ksic^ j presente?
' 0 no -- ' 'Tchi nque altro il 1 '' ^ E questi, Lello che non tiene desUeri
tuttavia, desi J on ha e t mano e al cui h manchevole. .e egli d i desiderio e
Vamotc n Sr- -tSse. ^,cr.te-ri.ssu^LLvia.-coimlnd-Socm^^ mianio quello d. OT
poi, di co in primo luogo, e u di cui patisca difetto Si - affermasse. ^ente,
Jt che Ora, per ^etto che lAmore sia. tu nel tuo discorso hai ,ente im Anzi, se
vuoi, te gi questo; che Tu hai detto, credo,assetto per via d agli Dei le cose
^ ^i bruttezza non amore di bellezza-, g a detto su p potrebb essere amore. gi
cosi? rispondesse AgatoneSi che lho detto - risp par]: da galantuomo . e, ora,
se rnci,>^ 4 ) Socrate; ora e 0
Acconsentisse. ' on s rimasti darr a CI di cui
in difetto, e che 0 am Si - dicesse. >ia? in difetto, dunque, di bellezza a non lha?
^aiore, ^ Necessariamente affermasse Che dunque? quello che in difetto di 1,, lezza, e non possiede
bellezza per ness^^ ' oh lo dici tu bello? ^ ^sunmodo^ No davvero. Ebbene
convieni tu ancora, che Amore sia bello, segh
cosi? E Agatone Risico, dicesse - 0 Socrate, di non avere inteso nulla
di ci che ho dett dianzi. Eppure hai squisitamente parlato, Agatone - C Socrate
ripigliasse. Ma dimmi ancora una piccola cosa: il bono a te non pare anche
bello? A me si. Se, adunque, Amore difetta di bellezza e se bont bellezza, anche di bont, dunque, esso
difetterebbe? Io rispondesse non saprei come contradirti; sicch sia pure come
tu dici. Alla verit, amato Agatone concludesse ^ tu non puoi contradire; ch a
Socrate non i punto difficile. e U discorso in- ^ io giorno d Dio ora r-he sentii nn ^ ^,rno iteXe cose, e una
Tdeila peste, fece, col P ^''\gli Ateniesi, pt'ttj ^tardasse loro di olia agli
_ .ricrifizio. cbe la_n^e m quella appunto cit ^ g, ehessa jgcianni,qu ^ ^
discorso, outi fra ose dantore, punti cou tenne, lo, rover a ripetervel, p
Agatone, nu P c gintende, Ag ' e il #> ' impano la via. teogo .1 modo che tu
hai ape VTcorrere chi lAmore J facile
fcriiua discor ^ che P . ?! lco.,amo si. quello,^ -t iroono,e,io-og ^'^
,es.^ Tma Agaldno a me, '^ lei, cose che ora Ag bellezza. f' 'do me'clle stesse
ragioni con cui^t^^^^ sSo cosmi, ., ne n d^o. come l'inmo^ ;r tinta; brutto, adunque, ^.^p^tto? D lei-'' o - /;Sp
cir non s.a belio, rese o credi, clte 4 brutto? Icbba necessariamente esser
Certissimo. O anche quello che rante? o non senti, che tra sapienza e ignoranza
Coni E che mai? Lopinar rettamente e senzessere di dar ragione, non sai, dice,
V sapere; poich come sarebbe mai coV^- ' naie la scienza? E neanche ignoranz' '' ' che apporsi al vero, come mai
sarebbe ranza? Lopinione retta appunto
cosi',?' cosa di mezzo tra intendere e ignorare
Dici il vero risposi io. B Non forzare, dunque, ci che non bello a esser brutto, o ci che non buono, cattivo. E ! cos anche lAmore, poich
tu stesso convieni che non buono n
bello, non credere per ci che deva essere brutto e cattivo, ma una cosa di
mezzo, dice, tra questi. Eppure, dissio si conviene da tutti, che un grande Iddio. Da tutti quelli, intendi tu,
che non sanno o da quelli che sanno? Da tutti quanti a dirittura. E lei ridendo
O come, Socrate, disse converrebbero che
un Iddio grande coloro, i 0 quali dicono chegli non neanche un Iddio? Chi costoro? dissi io. Uno
tu, risponde, e uno io. E io domandai : Come mai dici tu questo ? E lei
Facilmente rispose : perch, dimmi ; tutti gli Dei non dici tu die sono felici?
O che ardiresti tu dire, che alcuno degli Dei non sia felice? io no possiedono
'A' oo v.n to, Di non to desidera, appunto, a'^ ,4 e boto '' eoo t in dite 0 come Tni^ r^nt: oto aneto A To'^aedi un
Dio? . dissi .sarebbe maiVa^more? Che, dunque, tortale? r f; '''ltpto''e-un eto
di metto Come prima V rti! to,Dio.i >^ inno B il demoniaco e un il mortale.
- diss^E quale possanza ^gU ^ei Dintetpmte '. f oni, degU um, nomini, agli uomn
^ n^^jjjjii, deg^ smettendo preghi ^^rrifizh . . pgr mandi e rieambii de. a
fb,,i, nenipm pe t nel meato tra gl n Convito modo che il tutto resti
colleentr. simo. Attraverso di lui pasfa 'r? I na tutta quanta e quella de sacS
saenfizu c le iniziazioni. Dio non si ^
uomo; per ogni conversazione e coll Dei cogli uomini, sia desti, sia
addorm per mezzo del demoniaco che la si fa p > ^ i che sapiente in simili cose, uomo d ^ ^ chi sapiente in ogni altra cosa o dUrr'^' '
mestiere, un manuale. ^ urte 0 (li
0^a,di questi demoni, 1 Amore un, 1 ~ ^
CS^i suo padre - dissi io - e chi su ve
ne son molti e diversi : E chi madre ?
lunghetta, risponde, a narrare; pure te 10 dir. Quando nacque Afrodite,
gli Dei celebrarono un banchetto, e vera cogli altri Poro 11 figliuolo di Meti
(218). Quando ebber cenato, ecco che arriva Penia per accattare, perch era
luogo di scialo; e girava attorno alle porte. Ora, Poro briaco di nettare, ch
il vino non cera peranche, era entrato nellorto di Giove, e vi sera,
sopraffatto dal sonno,-addormentato; sic- C ch Penia, macchinando per la
miseria sua di avere un figliuolo da Poro, gli si mette a giacere accanto e
concepisce Amore. Ed per questo che lAmore
divent seguace e ministro di Afrodite, perch fu concepito nel giorno natalizio
di lei, e insieme di sua natura amante
del bello, poich anche Afrodite bella.
Perci come figliuolo di Poro c di Penia, lAmore sebbe questa sorte ; prima eh
egli sempre povero, c tutt altro che
delicato c belio, come i pi credono, anzi duro, e squallido e scalzo, e senza
8i D dormendo avan | r n oi i-sofist ^
e\io stesso g' mudre e p Inta ^ada bene del padre, ' T rVa e''' Chi h t ret e -- ^TXSn: Se.' tr fi S>s; . sri'S-
Sf' :.,.eh..o.e.0 _ disse - ^ V e -li ole raBSs . q e ^ apP ' ^jd't '! um e
altri, e d q cose pmbell ^rio clic Amore sla filosofo, Convito egli sia un che
di mezzo tra sapiente e rante. E di ci gli
causa anche la sua; perch lui viene, si, da padre sapiente' ^'!? molti
ripieghi, ma da madre non sapiente e se ripieghi. Questa, dunque, , amico
SocrateT natura del demone; e laver tu ritenuto Amore fosse quello che tu hai
detto, stata una C svista da non doverne
fare le maraviglie. credevi, come a me pare congetturando dalle tue parole, che
Amore fosse lamato, non gii lamante. Perci, credo io, lAmore ti appariva
bellissimo. Ch di fatti loggetto dell amore
il veramente bello e il delicato e il perfetto e il beato ; invece,
quello che ama, presenta un altra idea, quale lho discorsa. Ed io ripigliai Sia
pur cos, forestiera: ch tu parli bene. Ma se
tale lAmore, di che uso agli
uomini? D Q.uesto, Socrate rispose mi sforzer dinsegnartelo ora. Dunque tale lAmore, e nato a questo modo, ed , come
tu dici, amore di bellezza. Ora, se uno ci domandasse O Socrate e Diotima,
che egli mai lAmore di bellezza? Ma lo
dir pi chiaro cosi: Chi ama la bellezza, che ama egli mai? Ed io risposi Che la
diventi sua. La risposta dice desidera quest altra interrogazione : Qjuello, a
cui la bellezza diventa sua, che navr egli? Io A rispondo'' 1' uundo, si sei- ^
i. 8' ' f p s ' ' ! S bello e li down'.rd;ioo>d,' rs. Socrate, su. diventi
suo ^ Snti suo, che navr,.,,nriparpihage- aos 3 sar felice. possesso del bene
Di fatti. -- dtsse domandare son feli
taesto .mote e iel deM- : sia causa di 0 violenta disposiit' , O
non jllorch deside ' 1 enttano gU .t 'ti
q . i olaf''. ^ S8rlSm reomotosamenm^ ;' ifcoSattere i per proprio . . p si a
venir meno aeiw qualunquealtro atto? ^ facciano per virt di ';' ''-o' S #
animali, qoale d c raziocinio, o g rnsi? Lo sai tu dire ^ struggersi damor
saprei. Ed io da capo diss ^ ^ai diin cose dimore, se non mteod, J'^Ma^ppunto
per J^j 2 so''chrho bisogno or ora, io vengo da te, peretso ^ di maestri. Ma
dimmela m e di tutt altro nelle cos amor Ebbene, se tu credi eh P ^ pib vohe
sia di quello che abbiamo c ^^.^a il non te ne ^ale cerca essere, P L discorso,
la natura m gitale - quanto pu, sempre pu solo per questa via, per la via dell
razione, perch lascia sempre un n'^ '^' invece del vecchio ; giacch anche nel
tratt'o '^ tempo che ciascun animale si dice vivere e rare il medesimo, come,
per esempio uno T fanciullo insino a che sia diventato vecchio t detto il
medesimo ; per cliiamato il desimo,
quantunque non conservi mai b st ig stesse cose, ma parte si rifaccia sempre
giovine parte alcune cose le perda e nei capelli c nella, carne e nelle ossa e
nel sangue e in tutto quanto il corpo. E non solo nel corpo ; ma anche nel-
lanima il tratto, i costumi, opinioni, desiderii, piaceri, dolori, paure, tutte
le disposizioni siffatte non sono mai presenti le stesse in ciascuno, ma quale
nasce e quale muore. E, cosa pi bizzarra ancora, le cognizioni non solo alcune
nascono c altre muoiono, e non siamo mai neppur rispetto alle cognizioni i
medesimi, ma anche ogni singola cognizione
soggetta allo stesso. Giacch quello che si dice meditare, ha luogo perch
la cognizione va via; dimenticanza, di fatti,
dipartita della cognizione : meditazione, invece, ingenerando una
cognizione nuova in luogo di quella che se n ita, salva la cognizione tanto da
parere la stessa. Ch a questo modo tutto il mortale si salva, non col restare
sempre in tutto e per tutto lo stesso, come il divino, ma col lasciare quello
che se ne va e invecchia, qualcos altro nuovo, quale esso era. Con questo mezzo
o Socrate dice il mortale partecipa della immortalit, cos il corpo come ogni
altra cosa: impossibile in altro modo.,
r n. ' 08 r,o siacch per .8 xxvn me nc . ito q ! I! ;dio-s pi dubi ^ .
j^.dare all amor stupore, '?irfagio'^ -h aie io ho uoiuim . ^ niente ci
i>j.jnore del di- o come si struggono d amor concependo ccn^^ e di ventare
rin eterno, lasciar di se g ^gnl pericolo e son pronti per e consumar le
sonorto a PATROCLO ^f^no, se non avessero figliuoli per salvar loro il reg
creduto, die una immorta ppuiito conser a; loro, come apF _anzi> rimasta
memoria ^j^vvero viamo noi oraf i io
credo. per imniortal virt Convito e per siffatta gloriosa fama,,, cosa, tanto
pi, quanto mieiin sono dellimmortale innamorar pS Ora quelli disse, che so ^
poralmente, si voltano piuttosto allff^ diventano amorosi a questo modo e
diante la generazione dei figliuoli, Immortai vita, insin che il tem,
Procurando , ^ur, secondo credono, e felice e ricordata; i pregni invece
nellanima... giacch vi sonopu, quelli, dice, che concepiscono nelle anime anche
pi che nei corpi, le cose che allanima s addice e concepire e partorire. E oh!
che le SI addice? La sapienza e ogni altra virt, cose appunto di cui sono
generatori i poeti tutti, e quanti v ha artisti che si dicono inventivi: per d
ogni intendere dice il maggiore e il pi bello
quello il cui oggetto sono gli ordini delle citt e delle case, a cui si
d nome di temperanza e di giustizia. E quando poi uno, essendo divino, sia da
giovine pregno di tali cose nel- 1 anima, e, giunta let, desideri oramai di
partorire e di generare, cerca, credo io, anche lui, girando attorno, il bello
in cui generare ; giacch uel brutto non generer mai. Sicch, come pregno eh egli
, si compiace de corpi belli piuttosto che de brutti; e quando sincontri in una
Della anima e generosa e di buona natura, si compiace, e di molto, dellinsieme,
e subito con, honda in ^he studii pr- ^
ersona poomo buon venuto ^ette a educarlo.^ ^,ersando con della beila ^15 di
cui era ^ntan credo, e gener {a.pa^^;\cnin> ^'^to insieme con quella, %' CV'
>VTeS cWto,n con coi C il W' > n
immagini di Ti Tjo che fu W So parli
bene; per bad, non hanno di fronte a discorsi ^ aguale. E insieme, bevuto, pu
non esser p S gocrate ha b-ruomo. appunto addosso., disse Socrate? Ti vuoi
chetare Alcibiade -, non Aff di Posidone - P P^ f non v ci metter bocca; che io in faccia a te, no
nessuno al mondo che o crei. Ebbene, tu fa cosi, riprese i. se tu vuoi, loda
de_? Sha a fare. Come dici -ripet Alcibiade Erissimaco ? Che io dia lo gastighi
davanti a ^ che hai tu O tu interruppe Socrate ^ per il capo? Mi loderai per
canzo farai? r\ir s r- %A rhe son levai'- ^rp e noi altri Ma quapi canzonare la
erto, io non so se si mette sul seno ed t p jo gl qualcuno ha visto t s'rnulaar
ho visti una volta, doversi far m aurei e bellissimi e m ^;,enendo tutto 50
della mia bellezza, che sul seno si fo^s^ ^ inaspettato c una mia lo giudicai
un guada S P . modo, a tS,.; d' pptendera . .o ci 6 : compiacendo Socrate ore i
che costui sapeva, gi ^ Sicch, con ! ne tenevo non vi so g-avo. Ebbene fece
ginnasdcrt lott spesse volte, senza che ci fo nessuno. E che sha a dire? No un
passo avanti. Poich non venivo nessuna di queste vie, mi parve cheV ^dovesse
assalirlo alla gagliarda, e una voir u nn ci ero messo, non smettere, ma oramai
che affare questo. Sicch lo inlv a
cenare meco, tendendogli un agguato propri! come un innamorato all amato. E
neanche 0 diede retta subito; pure col tempo sarrese. Ora la prima volta eheci
venne, volle, finito d cenare, andar via. E per quella volta io ebbi vergogna e
lo lasciai andare; ma la seconda, fatto il mio piano, dopo che ebbe cenato,
conversai con lui molto avanti nella notte, e siccome voleva andar via, col
pretesto che fosse tardi, lo forzai a rimanere. Ora egli si mise a riposare sul
letto vicino al mio, su cui aveva cenato, e nella stanza non v erano altri a
dormire, fuori di noi. E, sin qui, un
discorso da potersi fare a chiunque; ma di qui avanti non mi sentireste
parlare, se, prima, dice il proverbio, il vino non fosse veritiero coi
fanciulli e senza 1 fanciulli: e poi mi pare ingiusto, una volta che mi son
messo a far lelogio di Socrate, di nascondere un suo superbissimo atto. E per
di pi leffetto del morso della vipera ha luogo anche in me. Giacch raccontano,
che la persona che lha provato, non vuol dire com egh k stato, se non
amorsicati, poich questi soli Convito _ j -inno e compatiranno, 'siccht i
-r. o- doite s to'fare e dire doloroso
(jorso fl P potesse essere fTX . e'-e'morso da discorsi me gli s ^ ' no neggio
duna vipera, ffamio operare Agatoni, Ens-, rte vedendomt davmi
Aristofamsimachi, Pausami, ^nsto ^jj^inarlo, e Socrate stesso, che ^ e dal
delirio tanti altri? Che sen. della filosofia siete m voi B Poich, dunque,
amici, p^^ve^ che io ; i ragazzi furono usciti, a P lon dovessi pigliarla larga
con ^jgsi; libera quello ^^tto - quello rispoSocrate, dormi? ^ Che cosa?se -
Sai tu che cosa ho ^ciso disse. A me diss to g ti vedo esitare innamorato o
degno ' questa dia farmene parola. tJr, grande il sposizione-, io ritengo . g y
altro che non compiacerti anche mel e se ti faccia bisogno della sostane-,
amici miei. A me nulla di . deei: quanto
diventare il migliore che iT'' '' 4 CI io credo, che nessuno mi sa aium di te. Ora, a non compiacere un tua fatta io
mi vergognerei assai pi dav persone di senno, che non davanti alla ge stolidi a
compiacerlo. E lui ebbe ascoltato, con aperta ironia, e proL io' solito, risponde: O caro Alcibiade rTw m
realt di essere un uomo non dappoco: cade che sieno vere le cose che tu dici di
v in me una potenza per cui tu potresti diventare migliore ; una infinita
bellezza tu avresti scorto in me, e superiore di molto alla venust eh attorno a te. Sicch se tu, avendola vista,
tenti di accomunarti con me e barattare bellezza con bellezza, non piccolo il vantaggio che tu pensi di prendere
sopra di me, anzi in cambio dell apparenza tu cerchi di acquistare la realt del
bello, e pensi di barattare davvero oro con ferro. Ma, beatuomo, guarda meglio;
che io non sia nulla e tu tinganni. Appunto, la vista della mente comincia a
vedere acuto, quanto quella degli occhi prende a scemare del vigor suo; ora tu
sei ancora lontano da questo. E io, sentito ci. Quanto a me ripigliai, le mie
disposizioni son quelle, n se n detto
nulla diversamente di come penso : decidi poi tu come tu credi meglio per te e
per me. Ma di ci riprese tu dici bene ; sicch a suo tempo ci consiglieremo
insieme e faremo quello che ci parr il meglio cosi in questa, come in ogni
Convito cpntite e Ora io. P'' 'lomTsaW'.'
loi ' reaovo aver lanca ni lafi' ' /' Vr iu. 5o rti C Latori' P jJ era '
rebbero da ridere, tal propriamente di I So i 1 S i t Satiro petulante, p
sempre e calzolai e ^lodo, sicch ogni
perstesse cose nello smss aerebbe sona inesperw e priva 3, beffa dei suoi
discon . rima le vede aperti e p j^^nno l ov
i soli .<!?' ' in s pia poi dmnn ' .i,o an di simulacri di Virt,
conviene meditare con mira a tutto per bene, a chi voglia essere una p lodo
Queste, o amici, son . quelle di Socrate; e in <^he egli mha cui lo biasimo,
v ho questo sol- B offeso. E, in fede nnn.non .^ne tanto a me, ma anche
tantissimi e ad Eutidemo di Diocle ^ altri, ai quali lui dando ad intendere di
v 1 essere ramante, se n fatto lamato in camk-'^ damante. appunto quello che dico anche te, Agatone;
non ti lasciare ingannare da lup ma ammaestrato da casi nostri, tienti in
guardia e non imparare, secondo il proverbio, come un ragazzo, a tue spese.
Quando Alcibiade ebbe finito di parlare, si fece, raccontava, un gran ridere
della franchezza con cui egli si dava a divedere tuttora innamorato di Socrate.
E Socrate O Alcibiade dice, tu non sei per niente briaco, mi pare; altrimenti
non ti saresti provato, rigirando il discorso con tanta finezza, ad occultare
la causa per cui hai detto tutte queste cose ; e lhai messo poi come di
passaggio, in fine, quasi non D avessi detto ogni cosa per metter male fra me e
Agatone, giacch, a parer tuo, io devo amar te e nessun altro, e Agatone deve
esser amato da te, e da nessun altro al mondo. Ma ti sei fatto capire; ch
cotesto tuo dramma satirico e Silenico s scoperto. Ma, caro Agatone, chegli non
ne profitti punto; anzi, fa proposito, che te e me non ci separi nessuno. E
Agatone risponde: Certo, o Socrate, tu risichi di dire il E vero: e lo
argomento anche da questo chegli s messo a giacere fra te e me, appunto per
separarci. Or bene, egli non ne profitter niente affatto; anzi, ecco, mi levo e
mi metto a giacere, dice Alcibiade, q proposto Jmba a dare lascia, to '
Iffarnii in wtto. Ma se ^ d' lomo che Agatone si lodato niirabd u^'!: Socrate u
capo nie, in uomo, lascia ria me? (^9 onesto giovinetto che sia re e non
invidiare f^pto desiderio di lodato da me; ch . y, -soggiunse Agatone -, no^
mai. di mutar posto, risoluto, ora P siamo alle sohte esser lodato da g^^ate, b
mtposrispose Alcibiade, P belle per sibila a chiunque altro di g persuasivo
sene. E ' p^cUi stm ha trovato e con clie u giaccia vicino a lui 1 Agatone,
dunque dar a sdraiarsi accanto S ^ue .ir improvviso s i, uscita di uno, si [
porte; e trovatele aper P ^ ^ g,^eerc, l fecero avanti m ver . ^i a bere vino I
c tutto and sossopra e SI tu o quello che dicessero, Aristodemo dichiarasse?
non ricordarsene nel resto; poich non vaveS D assistito da principio, e
sonnecchia ; ma la som? ma, diceva, era, che Socrate li costringeva a convenire,
che appartenga allo stesso uomo il saper fare tragedia e commedia, e chi per
virt darte sia autor tragico, sia anche comico; del che costretti a consentire,
senza seguire gran fatto, prendessero sonno, e prima si fosse addormentato
Aristofane, poi, a giorno fatto, Agatone. Quanto a Socrate, dopo averli messi a
dormire, si levasse e se ne andasse via, e lui, comera solito, lo seguisse; e
andato al Liceo, lavatosi, vi si trattenesse come altre volte, il rimanente
della giornata, e trattenutosi cosi, andasse poi la sera a riposare a casa. Nome
compiuto: Francesco Saverio Dodaro. Dodaro. Keywords: tracce di un discorso
amoroso, mappatura, signature, segnatura, cantata duale, cantata plurale,
cantata duale, origine del romano, edipo, caino, mancanza di Lanca,
communicazione inter-mediale, communicazione inter-mediale e luto, immagine e
segno, senso, sensibilia, visibilia, Freud, Jakobson, Levi-Strauss, Magritte,
silenzo silenzo silenzo silenzo Catullo poema rima ritmo batto cuore figlio
madre padre orale genitale ma-ma etymology of altro Hegel on conscience of ego and conscience of
alter, Sartre on nous and love affair
infinito lingua a codice codice come ripetizione ripetizione dei suoni del cuore ontogenesi ripete filogenesi commune, vacuum del ventre della madre,
etimologia di termine chiave, fonema, unita etica, unita emica, Speranza,
Schultz, unita emica come classe di unita etica
criterio: un accordo o codice di relevanza lintenzione del mittente. Refs.: Luigi
Speranza, Grice e Dodaro The Swimming-Pool
Library. Dodaro.
Luigi Speranza -- Grice e Dolabella: la ragione conversazionale all’orto
romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.Publio A follower of the philosophy
of the Garden, and the son-in-law of Cicerone. The achieved the distinction of
being pronounced a public enemy by the Roman Senate. He ordered one of his
soldiers to kill him. Nome compiuto: Publio Cornelio Dolabella. Dolabella. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dolabella,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Dommazio: la ragione conversazionale a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A philosopher, known only from
a surviving bust. Dogmatius.
Dommatio. Dommazio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice e Dommazio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donà: la ragione conversazionale e la sessualità – scuola
di Venezia — filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Well, Donà has
philosophised on almost anything – I drank wine; he philosophises on it –
‘bacchiana,’ he calls it – he has also philosophised on ‘eros’ for which he
uses the very Italian idea of ‘sesso.’ – And he has also punned with
‘di-segnare’ – ‘di-segno’ – In sum, a genius!” Si laurea a Venezia sotto Severino, presso la Facoltà
di Lettere e Filosofia dell'Venezia, iniziai a pubblicare diversi saggi per
riviste e volumi collettanei, partecipando, lungo il corso degli anni ottanta,
a diversi convegni e seminari in varie città italiane. A partire dalla fine
degli anni ottanta, collabora con Cacciari presso la cattedra di Estetica
a Venezia e coordina per alcuni anni i seminari dell'Istituto Italiano per gli
Studi Filosofici di Venezia. Sempre a partire dalla fine degli anni ottanta,
inizia la sua collaborazione con la rivista di architettura Anfione-Zeto, della
quale dirige ancora oggi la rubrica Theorein. In quegli stessi anni, fonda, con
Cacciari e Gasparotti, la rivista Paradosso. Negli anni novanta, invece, ha
insegnato Estetica presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Attualmente
insegna Metafisica e Ontologia dell'arte presso la Facoltà di Filosofia
dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È inoltre curatore, sempre
con Gasparotti e Cacciari, dell'opera postuma del filosofo Emo. Dirige per la
casa editrice AlboVersorio le collane "Libri da Ascoltare" e
"Anime in dettaglio" ed è membro del comitato scientifico del
festival La Festa della Filosofia. Ha scritto diversi saggi e articoli per
riviste, settimanali e quotidiani di vario genere. Collabora con il settimanale
"L'Espresso". Attività musicale In qualità di musicista, dopo
aver esordito, ancor giovane, con Giorgio Gaslini e con Enrico Rava, forma un
suo gruppo: i Jazz Forms, di cui è leader. In seguito sviluppa il suo
linguaggio trasformando l'idioma ancora bop dei primi anni in una scrittura più
articolata in cui entrano in gioco elementi tratti dalla musica rock e da molte
esperienze etniche maturate nel frattempo con diversi gruppi musicali. Si
esibisce in diverse città italiane con un sestetto, in cui ad accompagnarlo
sono una chitarra, una batteria, un basso, delle percussioni e una tastiera.
Nasce così il D. Sextet. Suona con
musicisti che sarebbero diventati protagonisti della scena musicale italiana.
Suona in jam session anche con alcuni padri storici del jazz, come Gillespie,
Brown, Gordon e Drew. Riprende a suonare professionalmente e forma un nuovo
gruppo: il D. Quintet, con il quale si esibisce in Italia e all'estero. Il
quintetto diventa quindi un quartetto; che è la formazione con cui Donà suona
da almeno tre anni. A tutt'oggi il nostro ha all'attivo ben sette CD incisi con
suoi gruppi. La sua etichetta di riferimento è sempre la "Caligola
Records", il cui responsabile artistico è Claudio Donà, fratello di
Massimo e importante critico musicale jazz. Altre opere: “Il 'bello, o di
un accadimento. Il destino dell'opera d'arte” (Helvetia, Venezia); “Le forme
del fare” (Liguori, Napoli); “Sull'assoluto (Per una reinterpretazione
dell'idealismo Hegeliano” (Einaudi, Torino); “Aporia del fondamento” (La Città
del Sole, Napoli); “Fenomenologia del negative” (Edizioni Scientifiche
Italiane, Napoli); “Arte, tragedia, tecnica” (Raffaello Cortina Editore,
Milano); “L' Uno, i molti: Rosmini-Hegel un dialogo filosofico” (Città Nuova,
Roma); “Aporie platoniche. Saggio sul ‘Parmenide’” (Città Nuova, Roma); “Filosofia
del vino” (Bompiani, Milano); Magia e filosofia (Bompiani, Milano); Joseph
Beuys. La vera mimesi, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano); Sulla
negazione, Bompiani, Milano); Serenità: una passione che libera, Bompiani,
Milano); La libertà oltre il male” (Città Nuova, Roma); Il volto di Dio, la
carne dell'uomo, con Piero Coda, AlboVerosio, Milano); Dell'arte in una certa
direzione” (Supernova, Venezia); “Filosofia della musica, Bompiani); Il mistero
dell'esistere: arte, verità e insignificanza nella riflessione teorica di Magritte”
(Mimesis, Milano); L'essere di Dio. Trascendenza e temporalità” (AlboVersorio,
Milano); Dio-Trinità. Tra filosofi e teologi” (Bompiani, Milano); Arte e filosofia”
(Bompiani, Milano); “L'anima del vino. Ahmbè, Bompiani, Milano); “Non uccidere”
(AlboVersorio, Milano); L'aporia del fondamento, Mimesis, Milano), “I ritmi
della creazione” (Bompiani, Milano); La "Resurrezione" di Piero della
Francesca, Mimesis, Milano); Il tempo della verità, Mimesis, Milano; Non avrai
altro Dio al di fuori di me” (AlboVersorio, Milano); “Il conciliabile e L'inconciliabile.
Restauro Casa D'Arte Futurista Depero” (Mimesis, Milano-Udine PANTA decalogo” (Bompiani, Milano); Filosofia.
Un'avventura senza fine, Bompiani, Milano); Comandamenti. Santificare la festa”
(il Mulino, Bologna Abitare la soglia.
Cinema e filosofia, Mimesis, Milano-Udine); “Eros e tragedia, AlboVersorio,
Milano); “Il vino e il mondo intorno. Dialoghi all'ombra della vite” (Aliberti,
Reggio Emilia Figure d'Occidente.
Platone, Nietzsche e Heidegger” (AlboVersorio, Milano); “Le verità della
natura, AlboVersorio, Milano”; “Filosofia dell'errore” – errore vero, la verita
come errore relative – “Le forme dell'inciampo, Bompiani, Milano); “Parmenide.
Dell'essere e del nulla” (AlboVersorio, Milano); “Eroticamente: per una
filosofia della sessualità” (il prato, Saonara (Padova) Misterio grande. Filosofia di Giacomo
Leopardi, Bompiani, Milano); “Pensare la Trinità. Filosofia europea e orizzonte
trinitario” (Città Nuova, Roma Erranze
(Gatto), AlboVersorio, Milano); L'angelo musicante. Caravaggio e la musica” (Mimesis
Edizioni, Milano-Udine); “Parole sonanti. Filosofia e forme dell'immaginazione”
(Moretti et Vitali, Bergamo J. Wolfgang
Goethe, Urpflanze. La pianta originaria; Albo Versorio, Milano); La terra e il
sacro. Il tempo della verità, Luca Taddio, Mimesis, Milano); Teomorfica.
Sistema di estetica” (Bompiani, Milano); “Sovranità del bene. Dalla fiducia
alla fede, tra misura e dismisura, Orthotes, Salerno); “Senso e origine della
domanda filosofica, Mimesis, Milano-Udine); “La filosofia di Miles Davis. Inno
all'irrisolutezza” (Mimesis, Milano-Udine); “Dire l'anima. Sulla natura della
conoscenza” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Tutto per nulla. La filosofia di
Shakespeare” (Bompiani, Milano); “Pensieri bacchici. Vino tra filosofia,
letteratura, arte e politica” (Edizioni Saletta dell'Uva, Caserta); “In
Principio. Philosophia sive Theologia. Meditazioni teologiche e trinitarie,
Mimesis, Milano-Udine); “Di un'ingannevole bellezza. Le "cose" dell'arte”
(Bompiani-Giunti, Milano); “La filosofia dei Beatles” (Mimesis, Milano-Udine);
“Un pensiero sublime: saggi su Gentile” (Inschibboleth, Roma); “Dell'acqua” (La
nave di Teseo, Milano); “Essere e divenire: riflessioni
sull'incontraddittorietà a partire da Fichte” (Mimesis, Milano-Udine); “Di qua,
di là. Ariosto e la filosofia dell'Orlando Furioso” (La nave di Teseo, Milano);
“Miracolo naturale. Leonardo e la Vergine delle rocce” (Mimesis, Milano); "Arte
e Accademia", in Agalma; New Rhapsody in blue, Caligola Records; For miles
and miles, Caligola Records; Spritz, Caligola Records; “Cose dell'altro mondo.
Bi Sol Mi Fa Re, Caligola Records); Ahmbè, Caligola Records; Big Bum, Caligola
Records; Il santo che vola. San Giuseppe da Copertino come un aerostato nelle
mani di Dio, Caligola Records
Iperboliche distanze. Le parole di Andrea Emo, Caligola Records. Il
mistero della bellezza svelato da Massimo Donà. Intervista Alberto Nutricati,
in L'Anima Fa Arte Blog e Rivista di Psicologia Video-intervista sul mistero
dell'esistenza, su asia. "Arte e Accademia", in Agalma, Wikipedia
Ricerca Mascolinità assieme di qualità, caratteristiche o ruoli associati a
ragazzi o uomini La mascolinità (o il genere maschile) è un insieme di
attributi, comportamenti e ruoli generalmente associati agli uomini. La
mascolinità è costruita socialmente e culturalmente, anche se alcuni
comportamenti considerati maschili, come indica la ricerca, sono biologicamente
influenzati. Fino a che punto la mascolinità sia influenzata biologicamente o
socialmente è oggetto di dibattito. Il genere maschile è distinto dalla
definizione del sesso biologico maschile, poiché sia i maschi che le femmine
possono esibire caratteristiche maschili.
Nella mitologia greca Eracle è uno dei massimi simboli di mascolinità.
Gli standard di mascolinità variano a seconda delle diverse culture e periodi
storici. Le caratteristiche tradizionalmente, culturalmente e socialmente
considerate maschili nella società occidentaleincludono virilità, forza,
coraggio, indipendenza, leadership e assertività. Il machismo è una forma di
mascolinità che enfatizza il potere ed è spesso associata a un disprezzo per le
conseguenze e la responsabilità. Il suo
opposto può esser espresso dal termine effeminatezza. Uno dei sinonimi
maggiormente usati per indicare la mascolinità è virilità, dal latino virche
significa uomo. Contesti storici e
culturali L'interpretazione ed il riconoscimento della mascolinità variano
all'interno dei diversi contesti storici e culturali. Nell'antichità era
prevalente prendere a modello l'uomo d'arme; la figura del dandy, tanto per
fare solo un esempio, è stato considerato un ideale di mascolinità nel XIX
secolo, mentre è considerato al limite dell'effeminato per gli standard
moderni. Le norme tradizionali maschili,
così come vengono descritte nel saggio di Levant intitolato "Mascolinità
ricostruita" sono: evitare ogni accenno di femminilità, non mostrare le
proprie emozioni, tenere ben separato il sesso dall'amore, perseguire il
successo e raggiungere uno status sociale più elevato, l'autonomia (il non aver
mai bisogno dell'aiuto di nessuno), la forza fisica e l'aggressività, infine
l'omofobia (disprezzo per il frocio, il finto maschio). Queste norme servono a
riprodurre simbolicamente il ruolo di genere associando gli attributi e le
caratteristiche specifiche creduti appartenere di diritto al genere
maschile. Lo studio accademico della
mascolinità ha subito una massiccia espansione d'interesse, con corsi
universitari che si occupano della mascolinità passati da poco più di 30 ad
oltre 300 negli Stati Uniti. Questo ha portato anche a ricerche riguardanti la
correlazione tra concetto di mascolinità e le varie forme possibili di
discriminazione sociale, ma anche per l'uso che del concetto se ne fa in altri
campi, come nel modello femminista di costruzione sociale del genere. Natura ed educazioneModifica Competizione sportiva, scontro fisico e
militarismo sono caratteristiche della mascolinità che appaiono in forme
analoghe in quasi tutte le culture del mondo. La misura in cui l'espressione
della propria mascolinità possa esser un fatto di natura o il risultato di
un'educazione (e quindi appartenente all'ampio spettro del condizionamento
sociale) è stato oggetto di molte discussioni.
La ricerca sul genoma umano ha dato importanti informazioni circa lo
sviluppo delle caratteristiche maschili ed il processo di differenziazione
sessuale specifico per il sistema riproduttivo degli esseri umani: il TDF sul
cromosoma Y, che è fondamentale per lo sviluppo sessuale maschile, attiva la
proteina chiamata "Fattore di trascrizione SOX9" la quale aumenta
l'ormone antimulleriano che reprime lo sviluppo femminile nell'embrione. Vi è ampio dibattito poi su come i bambini
sviluppino a partire dalla realtà corporea una propria identità di genere; chi
la considera un fatto di natura sostiene che la mascolinità è inestricabilmente
collegata al corpo umano maschile, ed in tale visione diventa qualcosa che è
legato al sesso maschile biologico, cioè all'apparato genitale maschile il
quale diviene così l'aspetto fondamentale della mascolinità. Altri invece suggeriscono che, mentre la
mascolinità può essere influenzata da fattori biologici, è anche però
ampiamente costruita culturalmente; la mascolinità non avrebbe quindi una sola
fonte d'origine o creazione, ma sarebbe anche associata a certi condizionamenti
sociali. Un esempio di mascolinità socializzata è quella rappresentata dallo
spuntare della barba, cioè dall'avere peli sul viso: l'adolescente che viene
considerato e trattato da uomo a partire dal momento in cui comincia a
radersi. Mascolinità egemonicaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Maschilismo. Esempio di maschio poco più che adolescente
con corpo muscoloso. Nelle culture tradizionali la maniera principale per gli
uomini di acquistare onore e rispetto era quello di arrivare a mantenere
economicamente la propria famiglia assumendone al contempo anche il comando e
la leadership[23]. Raewyn Connell ha etichettato i tradizionali ruoli e
privilegi maschili col termine di mascolinità egemonica, cioè la norma
maschile, qualcosa a cui tutti gli uomini dovrebbero aspirare e che le donne
invece sono scoraggiate dall'adottare: "Configurazione del genere come
prassi che incarna la risposta accettata al problema della legittimità
patriarcale... che garantisce la posizione dominante degli uomini e la
subordinazione delle donne. Pleck sostiene che una gerarchia di mascolinità tra
gli uomini esiste in gran parte nella dicotomia riferita all'orientamento
sessuale tra maschio eterosessuale e non-maschio omosessuale e spiega che
"la nostra società utilizza la dicotomia etero-omo come simbolo centrale
per tutte le sue classifiche di mascolinità, distinguendo i veri uomini dotati
di virilità da quelli che invece lo sono solo per finta. Kimmel promuove questo
concetto, aggiungendo però anche che il tropo "sei gay" indica che
uno è innanzitutto privo di mascolinità, prima ancora d'indicare un maschio
attratto da persone del proprio stesso sesso. Pleck conclude sostenendo che per
evitare la continuazione dell'oppressione maschile sopra le donne, sopra gli
altri uomini, ma anche sopra se stessi, debbono essere eliminate una volta per
tutte le strutture ed istituzioni patriarcali dall'auto-consapevolezza
maschile. CriticheModifica Si tratta di
un argomento dibattuto la questione se i concetti di mascolinità seguiti
storicamente debbano ancora continuare ad essere applicati. I ricercatori hanno
rilevato un corrente di critica alla mascolinità, dovuta al rimodellamento dei
valori contemporanei, ai gruppi femministi più attivi che hanno assunto per sé
certi ruoli tradizionali appartenenti alla mascolinità, all'ostilità culturale
che la società d'oggi ha in certi casi posto sui cosiddetti valori maschili, ed
infine anche alla promozione della mascolinità nella donna abbinata ad un
pressione rivolta agli uomini per femminilizzarsi. Le immagini di ragazzi e giovani uomini presentati
nei mass media possono portare alla persistenza di concetti nocivi alla
mascolinità; gli attivisti per i diritti degli uomini sostengono che i media
non prestano una seria attenzione alle questioni relative ai diritti maschili e
che gli uomini vengono spesso dipinti in una luce negativa, soprattutto nella
pubblicità. Jackson scrive che le forme dominanti di mascolinità possono essere
di sfruttamento economico e di oppressione sociale. Egli afferma che "la
forma di oppressione varia dai controlli patriarcali sui corpi delle donne e
dei diritti riproduttivi, attraverso le ideologie di domesticità, femminilità
ed eterosessualità obbligatoria, alle definizioni sociali del valore del
lavoro, le presunte maggiori abilità naturali del maschio e la remunerazione
differenziale del lavoro produttivo e riproduttivo. Il lavoro meccanico in
fabbrica è associato con la mascolinità tradizionale. Nozione di mascolinità in
crisiModifica Un discorso sulla crisi della mascolinità è emerso negli ultimi
decenni, sostenendo l'ipotesi che il concetto di mascolinità si trovi oggi
nella civiltà occidentale in uno stato di più o meno profonda crisi. La crisi è
anche stata spesso attribuita alle politiche conseguenti al femminismo in
risposta sia al presunto dominio degli uomini sulle donne, sia ai diritti
attribuiti socialmente sulla base del proprio sesso d'appartenenza. Altri vedono il mercato del lavoro in
costante evoluzione come fonte della crisi della mascolinità, la
deindustrializzazione e la sostituzione delle vecchie fabbriche con nuove
tecnologie ha permesso ad un numero sempre maggiore di donne di entrare in
questo mercato competendo alla pari con gli uomini, riducendo al contempo la
necessità e domanda di forza fisica. Tendenze contemporaneeModifica L'operaio edile, esempio moderno di
mascolinità. Anche se gli stereotipi effettivi siano rimasti relativamente
costanti, il valore collegato alla concetto di mascolinità maschile è in parte
cambiato nel corso degli ultimi decenni, ed è stato sostenuto che la
mascolinità è pertanto un fenomeno instabile e mai raggiunto in modo
definitivo. Secondo un documento
presentato all'American Psychological Association: "Invece di vedere una
diminuzione dell'oggettivazione delle donne nella società, si è recentemente
verificato un aumento nell'oggettivazione di entrambi i sessi. Uomini e donne
possono limitare la loro assunzione di cibo nello sforzo di ottenere quello che
considerano un corpo attraente sottile, in casi estremi portando anche a gravi
disturbi alimentari. Sia gli uomini che
le donne più giovani che leggono riviste di fitness e di moda potrebbero essere
psicologicamente danneggiati dalle immagini perfette di fisico femminile e
maschile che vedono: alcune giovani donne e uomini si esercitano eccessivamente
nel tentativo di raggiungere ciò che essi considerano una forma corporea più
attraente, che in casi estremi può portare a disordine dismorfico del corpo
(dismorfofobia) o dismorfismo muscolare (anoressia riversa). Terminologia I
concetti di mascolinità sono variati a seconda del tempo e del luogo e sono
soggetti a costanti cambiamenti, quindi è più appropriato parlare di
mascolinità al plurale che di una singola tipologia di mascolinità. Constance L. Shehan, Gale
Researcher Guide for: The Continuing Significance of Gender, Gale, Cengage
Learning, .google. com/books/about/ Masculinity_and_ Femininity_in_ the_MMPI_2 l?id=5
KLPlmrwhat+masculinity+and+ femininity +are%22 google.com/ books/ about/ GenderNature_and_Nurture.html?id=R6OP
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Gender.html?id=SOTqz UeqmN MC&q=%22+ biological +or+genetic+contributions Ferrante,
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Bushidō Castro clone Comunità ursina Femminilità Indice di mascolinità Leather
Patriarcato (antropologia) Sessismo Twink (linguaggio gay) The Men's
Bibliography, bibliografia completa sulla mascolinità. Boyhood Studies, bibliografia
sulla mascolinità giovanile. Practical Manliness, sugli ideali storici della
mascolinità applicati agli uomini moderni. The ManKind Project of Chicago, supporting men in
leading meaningful lives of integrity, accountability, responsibility, and
emotional intelligence NIMH web pages on men and depression, sulla depressione
maschile. Article entitled "Wounded
Masculinity: Parsifal and The Fisher King Wound" Il simbolismo storico che
si riferisce alla mascolinità, di Richard Sanderson M.Ed., B.A. BULL, sulla
narrativa maschile. Art of Manliness, sull'arte mascolina. The Masculinity
Conspiracy, critica mascolina online. Future Masculinity, corso di critica
sulla mascolinità. Portale Antropologia Effeminatezza termine Michael Messner (sociologo) sociologo
statunitense Privilegio maschile
privilegio sociale degli individui maschi derivante solamente dal loro sesso. Nome
compiuto: Massimo Donà. Dona. Keywords: sessualità, eroticamente, per una
filosofia della sessualità. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donà” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donatelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’esperienza – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like
Donatelli – his titles can be too expansive, like the one about ‘philosophy and
common experience,’ as a subtitle, which incorporates the all too controversial
notion of experience simpliciter!” L’etica, la sua storia e le problematiche
contemporanee sono al centro dei suoi interessi. Studia a Roma, dove ha
conseguito la laurea e il dottorato. Insegna alla Luiss Guido Carli. Insegna a
Roma. La sua ricerca spazia dalla ricognizione dei classici dell’etica alla
filosofia morale contemporanea. Si occupa della riflessione sulla vita umana,
in bioetica e nel pensiero teoretico e politico, e del pensiero ambientale. Nel
dibattito bio-etico ha difeso una concezione laica delle istituzioni. La sua
proposta si situa nella filosofia di ispirazione wittgensteiniana (Cavell,
Diamond, Murdoch) che fa incontrare con i temi del pensiero democratico e
perfezionista nella scia della filosofia di Mill. Dirige la rivista Iride.
Filosofia e discussione pubblica (il Mulino). È membro di numerosi comitati,
tra cui del comitato scientifico di Bioetica. Rivista Interdiscliplinare ed
Etica e Politica. Altre opere: “Filosofia morale. Fondamenti, metodi, sfide
pratiche” (Milano, Le Monnier, Il lato
ordinario della vita. Filosofia ed esperienza comune” (Bologna, il Mulino,
Etica. I classici, le teorie e le linee evolutive, Torino, Einaudi); “Quando
giudichiamo morale un’azione?” (Roma-Bari, Laterza); Decidere della propria
vita, Roma-Bari, Laterza); “La vita umana in prima persona duale” (Roma-Bari,
Laterza); “Manuale di etica ambientale” (Firenze, Le Lettere); “James Conant e
Cora Diamond, Rileggere Wittgenstein, Roma, Carocci); “Mill, Roma-Bari,
Laterza); “Virtù” (Roma, Carocci); Immaginazione e la vita morale, Roma,
Carocci); La filosofia morale, Roma-Bari, Laterza); Wittgenstein e l’etica,
Roma-Bari, Laterza);Etica analitica. Analisi, teorie, applicazioni” Milano,
LED,I destini dell'etica Bioetica e
progresso morale dell'Italia, su
ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica. Bioetica Consulta
di bioetica The Italic branch
consists of Latin on the one hand and of the Urabrian-Samnitic dialects,
on the other. Latin, with which the little known dialect Sf Faleriv
is closely related. So long as the language is confined to Latium, there
exists no dialectical differences of any importance. The contrast between
the popular and the literary language, which arise from Livio Andronico –
up to Cicero -- becomes sharper in the classical period, and the further
development of the former is almost entirely lost to our observation
until the Middle Ages, when the popular Latin of the various provinces of
the Roman empire meets us in a form more or less changed and with a
rich development of what we know call Italian. We should also consider the
development of the Latin of antiquity. Cp. Corssen Uber Aussprache,
Vocalismus und Betonung der lateinischen Sprache, Leipzig Kuhner
Ausfiihrliche Grammatik der lateinischen Sprache, Hannover, Stolz and
Schmalz Lateinische Grammatik, in Muller’s Handbuch der klass.
Altertumsw. IThe Umbrian-Samnitic dialects are known to a certain extent
through inscriptions, and through words quoted by Roman writers. We are
best acquainted with Umbrian (Breal Les tables Eugubines, Paris Biichelor
Umbrica, Bonn) and Oscan (Zvotaieff Sylloge inscriptionum Oscarum,
Petersburg- Leipzig). Of the Volscian, Picentine Sabine, Cp. Budinszky Die
Ausbreitung der lat. Sprache uber Italicn und die Provinzen des rSmisohen
Reiches, Berlin, Cirober in the Archiv fur lat. Lexikographie g
KeUio; Aequiculau, Yestinian, Marsian, Pelignian and Marrucinian dialects
we have only very scanty remains (Zvetaieff Inscriptiones Italiæ Mediæ
dialecticæ, Leipzig). All these dialects are forced into the background
at an early period by the ifitrusion of Latin. The Sabines, who receive
citizenship, seem to have been the first to become romanised. The s^west
to give way was Oscan, which in the mountains does not perhaps become
fully extinct. Cp. further Bruppacher Osk. Lautlehre, Zurich, Endoris Yersuch
einer Formenlehro der osk. Sprache, Zurich. Nome compiuo: Piergiorgio
Donatelli. Donatelli. Keywords: esperienza, let’s cooperate (cooperiamo), let’s
make the strongest utterance; let’s trust each other; let’s be relevant (siamo
relevanti), let’s be perspicuous (siamo perspicui), prima persona, prima
persona duale – noi – nostro – numero nel verbo greco: singolare, duale,
plurale, Mill, virtu, Conant, ambi, both
– the dual – Both conversationalists must cooperate towards a mutual goal. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Donatelli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donati: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del fra – scuola di Budrio – filosofia budriese – filosofia
bolognese – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Budrio). Filosofo
budriese. Filosofo bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Budrio,
Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Donati; most of what he says is very basic, and
he says it from what he thinks is a scientific perspective – but then he writes
about morality and you start to wonder – anyhow, his central concept is that of
reflexitvity, which he multiplies into goal-centred, rule-centred,
means-centred, and value-centred – Since my oeuvre dwells on rellexivity I feel
a lot of affection for Donati and his approach!” Nella sua filosofia occupano una posizione centrale
la tematica epistemologica inerente alla ri-fondazione della ‘sociologia
filosofica’, re-interpretata alla luce della "svolta relazionale”. Su tali
basi, vengono svolte l'analisi del concetto di ‘cittadinanza’, del fenomeno
associativo della società civile e della politiche di welfare state nelle
società altamente differenziate; l'analisi del ruolo dell’istituzione sociale che
emergono dai processi di morfo-genesi sociale, in particolare nelle sfere di
terzo settore; l'apertura di una nuova prospettiva negli studi sul capitale
sociale e sui processi di “riflessività” in rapporto alla legittimazione di
nuove forme di democrazia deliberativa. L'elaborazione di una ‘sociologia filosofica
relazionale' è andata di pari passo con la fondazione filosofica di un nuovo e
più generale ‘paradigma relazionale' che si pone come superamento della
contrapposizione fra realismo e costruttivismo, fra l’individualismo o
intersoggetivismo metodologico e olismo o collettivismo metodologico. Questa prospettiva
porta alla elaborazione di nuovi concetti come quelli di “critica della ragione
relazionale” e bene relazionali, come soluzioni rispettivamente dei problemi
inerenti a idiosincrasie culturale e alla mercificazione del welfare nelle
società. L'etichetta "sociologia filosofia relazionale" viene
usata, oltre che da D., da vari filosofi. Emirbayer ha scritto un ‘Manifesto di
sociologia relazionale' elaborato in maniera del tutto indipendente rispetto a
D. Crossley usa la medesima etichetta. Alcuni studiosi assimilano la sociologia
relazionale alla network analysis (Crossley, Mische ), altri tracciano delle
differenze fra questi due modi di intendere l'analisi della società (D.,
Terenzi, Tronca). Indipendentemente dalla filosofia di Donati, esistono gruppi
e reti di sociologia relazionale in vari paesi, tra cui il Canada (si veda il
sito della Canadian Sociological Association,, l'Australia (si veda il sito
della Australian Sociological Association,). In Italia, gli filosofi vicini a
Donati si riconoscono nel network Relational Studies in Sociology,). Donati
ha prodotto numerosi saggi di carattere teorico ed empirico. Propone una teoria
generale per l'analisi della società: la “sociologia filosofica relazionale”. Insegna
a Bologna, direttore del Centro Studi di Politica Sociale e Sociologia
Sanitaria). Presidente dell'Associazione Italiana di Sociologia. Direttore
dell'Osservatorio Nazionale sulla Famiglia. Ha fatto parte del comitato
scientifico di Biennale Democrazia. Fondatore e Direttore della Rivista
“Sociologia e politiche sociali”, editore FrancoAngeli. Membro del Comitato
Scientifico della Rivista "Sociologia", Istituto Luigi Sturzo, Roma. Ha
ricevuto il riconoscimento dell'ONU come membro esperto distinto nel corso
dell'Anno Internazionale della Famiglia. Premio Capri San Michele per "Pensiero sociale cristiano e società
post-moderna" (Ave, Roma). Premio San Benedetto per la promozione della
Vita e della Famiglia in Europa. Attraverso la sua filosofia, Donati mostra con
specifiche indagini empiriche in che modo la società possa essere conosciuta e
interpretata come una semplice “relazione sociale” diadica -- e non come un
prodotto culturale. La sociologia relazionale (o teoria relazionale della
società) viene per la prima volta esplicitata con “Introduzione alla sociologia
relazionale”. Questa “Introduzione” è nata come una sorta di “Manifesto della
sociologia relazionale”, anche se da allora pochi se ne sono accorti. I
punti essenziali di quel Manifesto sono varie. La sociologia relazionale
consiste nell'osservare che una società, ovvero qualsiasi fenomeno o formazione
sociale (la famiglia, una impresa o società commerciale, una associazione, una
società nazionale), la società globale, non è né una idea (o una
rappresentazione o una realtà mentale soggetiva) né una cosa materiale (o
biologica o fisica in senso lato), ma è una relazione sociale – una
intersoggetivita. L’intersoggetivo è né un “sistema”, più o meno pre-ordinato o
sovrastante i singoli fatti o fenomeni, né un prodotto di una azione soggetiva,
ma un altro ordine di realtà. L’intersoggetivo è relazione. L’interosggetivo è
fatto di una relazioni fra un soggetto S1 e un soggetto S2, che distinguono la
forma e i contenuti di ogni concreta e specifica “diada. L’intersoggetivo – la
relazione intersoggetiva -- deve essere concepito non come una realtà accidentale,
secondaria o derivata dall’altre entità: il soggetto S1 e il soggetto S2),
bensì come un levello ontologico differente sui generis, appunto,
‘l’intersoggetivo’. Affermare che “la società è relazione” può sembrare quasi
ovvio, ma non lo è affatto ove l'affermazione sia intesa come presupposizione
epistemologica generale e quindi si abbia coscienza delle enormi implicazioni
che da essa derivano. Ogni filosofo parlano dell’intersoggetivo della relazione
di una diada fra soggeto S1 e soggetto S2 (Aristotele: ogni uomo e politico,
Marx, Durkheim, Weber, Simmel, Parsons, Luhman, Grice), ma quasi nessuno ha
compiuto l'operazione che viene proposta dalla sociologia
relazionale: partire dal presupposto che “all'inizio c'è la relazione”,
ossia che ogni realtà sociale emerge da un contesto di relazioni e genera un
contesto di relazioni essendo essa stessa ‘relazione sociale'. Ciò non
significa in alcun modo aderire ad un punto di vista di relativismo. Si tratta
esattamente del contrario: la sociologia relazionale si fonda su una ontologia
dell’intersoggetivo relazionale, e dunque su una ontologia dell’intersoggetivo
della relazione che vede nella relazioni il costitutivo di ogni realtà sociale
seconda la loro propria natura. La sociologia relazionale e una forma del relazionismo
filosofico. Per l’intersoggetivo (la relazione) intende l’intersoggetivo nel
spazio-tempo, dell'inter-umano, ossia ciò che sta fra un soggetto agente S1 e
un soggetto agente S2 chi collaborano, o cooperano. e checome tale costituisce
il loro orientarsi e agire reciproco (o riflessivo, al modo di Grice), per
distinzione da ciò che sta nel singolo attore individualo o collettivo considerati
come poli o termini della relazione. Questa «realtà dell’intersoggetivo – che D.
chiama ‘il fra’ -- fatta insieme di due soggetti che collaboron, è la sfera in
cui vengono definite sia la distanza sia l'integrazione dei due soggetti che
stanno in società: dipende da questo ‘fra’ – fra tu e me -- (la relazione
sociale in cui le due soggetti si trovano) se, in che forma, misura e qualità
le due soggetti può distaccarsi o coinvolgersi rispetto agli altri soggetti più
o meno prossimi, alle istituzioni e in generale rispetto alle dinamiche della
vita sociale. La teoria relazionale della società ha elaborato nuovi
concetti che sono stati utilizzati non solo da filosofi, ma anche in altri
campi, come il diritto, la legislazione sociale, l'economia. I concetti originali
elaborati da D. sono varie. Il concetto di ‘privato sociale’ e applicato in molte
leggi dello Stato italiano. Il concetto di ‘cittadinanza societaria è stato
utilizzato dal Consiglio di Stato (Sezione consultiva per gli atti normativi,
Adunanza, N. della Sezione: in importanti deliberazioni. Il concetto di ‘beni
relazionali’ è stato ripreso in campo economico da filosofi come Zamagni e
Bruni. Il concetto di un ‘servizio relazionale’ è stato ripreso nella
legislazione regionale e nazionale in Italia, anche in relazione alla buona
pratica nelle politiche familiari analizzate con le ricerche svolte per
l'Osservatorio nazionale sulla famiglia. Il concetto di ‘lavoro relazionale’ e
il concetto di ‘contratto relazionale’ sono importanti. Il concetto di ‘welfare
relazionale’ e usanto in buona pratica nei servizi alle famiglie (utilizzato
dal Centro studi Erickson). Il concetto di differenziazione relazionale si
applica in particolare alla problematica della conciliazione fra lavoro e
famiglia. Il concetto di una critica della ‘ragione relazionale’ e dato come
una possibile soluzione ai problemi dei conflitto. Il concetto di capitale
sociale come relazione sociale con una ridefinizione degli studi sociologici si
applica nel capitale sociale. Il concetto di "riflessività
relazionale" si applica per superare il concetto puramente soggettivo di
riflessività come mera riflessione interiore. Il concetto di "genoma
sociale della famiglia" s’applica nella evoluzione. Ha affrontato una
serie di tematiche di ricerca il cui sviluppo è ancora in corso. La prima e più
estesa riguarda la tematica della sociologia della famiglia. Si vedano I saggi
di D., Lineamenti di sociologia della famiglia. Un approccio relazionale
all'indagine sociologica, Carocci, Roma, D., Manuale di sociologia della
famiglia, Laterza, Roma-Bari). Si vedano anche i Rapporti Cisf sulla famiglia
in Italia, per gli aspetti applicativi: Sociologia delle politiche familiari,
Carocci, Roma, è il più recente D, "La famiglia. Il genoma che fa vivere
la società", Soveria Mannelli, Rubbettino. Un'altra tematica è quella
della salute: si veda Donati Manuale di
sociologia sanitaria” (La Nuova Italia Scientifica, Roma); Sui giovani e le
generazioni nella società dell'indifferenza etica: “Giovani e generazioni.
Quando si cresce in una società eticamente neutral” (il Mulino, Bologna); Sul
cittadinanza e welfare: La cittadinanza societaria, Laterza, Roma- Bari); Sul
welfare state e le politiche sociali, “Risposte alla crisi dello Stato sociale”
(Franco Angeli, Milano); “Lo Stato sociale in Italia: bilanci e prospettive”
(Mondadori, Milano); “Sul privato sociale o terzo settore e la società civile:
Sociologia del terzo settore” (Carocci, Roma); sulla società civile: “La
società civile in Italia, Mondadori, Milano; Generare “il civile”: nuove
esperienze nella società italiana, il Mulino, Bologna); Il privato sociale che
emerge: realtà e dilemmi, il Mulino, Bologna, Sul lavoro: Il lavoro che emerge,
Bollati Boringhieri, Torino); I rapporti fra sociologia relazionale e pensiero
sociale cristiano: Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, Editrice
Ave, Roma, La matrice teologica della società, Rubbettino, Soveria Mannelli. Sul
capitale sociale: Donati, Terzo settore e valorizzazione del capitale sociale
in Italia: luoghi e attori, Angeli, Milano, D., I. Colozzi, Capitale sociale
delle famiglie e processi di socializzazione. Un confronto fra scuole statali e
di privato sociale (FrancoAngeli, Milano). Attraverso queste saggi, la
sociologia relazionale ha sviluppato un nuovo quadro teorico e ne ha dimostrato
la validità sia sul piano della ricerca empirica, sia sul piano delle
applicazioni concrete (in termini di legislazione e di programmi di intervento
sociale). La conoscenza sociologica che la sociologia relazionale intende
perseguire non rifiuta a priori nessuna teoria, né vuole “unificare” tutte le
teorie sotto un'unica bandiera, ma tutte le prende in considerazione e le
valuta per mettere in evidenza quelle verità, anche parziali, che ciascuna di
esse contiene. Tuttavia, perché di solito una teoria offre una visione
limitata, se non riduttiva della realtà, la sociologia relazionale è in grado
di inserire ogni teoria in un quadro concettuale più ampio, nel quale ritrovare
le verità parziali ad un livello più elevato, coerente e consistente di
conoscenza della realtà sociale. Terenzi, Percorsi di sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano,.
Luigi Tronca, Sociologia relazionale e social networks analysis. Analisi
delle strutture sociali, FrancoAngeli, Milano.Enzo Paci, Dall'esistenzialismo
al relazionismo, D'Anna, Messina-Firenze. Per un nuovo welfare locale “family
friendly”: la sfida delle politiche relazionali, in Osservatorio nazionale
sulla famiglia, Famiglie e politiche di welfare in Italia: interventi e
pratiche. I, il Mulino, Bologna,
Politiche sociali e servizi sociali di fronte al modello sociale europeo: lo
scenario del “welfare relazionale”, in C. Corposanto, L. Fazzi, Il servizio
sociale in un'epoca di cambiamento: scenari, nodi e prospettive, Edizioni Eiss,
Roma, Quale conciliazione tra famiglia e lavoro? La prospettiva relazionale, in
Donati, Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo, La valorizzazione del capitale sociale in Italia: luoghi e
attori Donati, I. Colozzi, FrancoAngeli, Milano, Altre opere: “L'enigma della
relazione” Mimesis, Milano); “La famiglia. Il genoma che fa vivere la società”
(Rubbettino, Soveria Mannelli); “Sociologia della riflessività. Come si entra
nel dopo-moderno, il Mulino, Bologna); “I beni relazionali. Che cosa sono e
quali effetti producono (Bollati Boringhieri, Torino); “La matrice teologica
della società, Rubbettino, Soveria Mannelli); “Teoria relazionale della
società: i concetti di base, FrancoAngeli, Milano); “La società dell'umano,
Marietti, Genova-Milano); “Il capitale sociale degli italiani. Le radici
familiari, comunitarie e associative del civismo” (FrancoAngeli, Milano); “Oltre
il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza,
Roma-Bari); “Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma-Bari); “Sociologia
delle politiche familiari, Carocci, Roma); “Il lavoro che emerge. Prospettive
del lavoro come relazione sociale in una economia dopo-moderna, Bollati
Boringhieri, Torino); “La cittadinanza societaria” (Laterza, Roma-Bari); Teoria
relazionale della società, FrancoAngeli, Milano, La famiglia come
relazione sociale, FrancoAngeli, Milano, La famiglia nella società relazionale.
Nuove reti e nuove regole, FrancoAngeli, Milano); “Introduzione alla sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano); “Risposte alla crisi dello Stato sociale.
Le nuove politiche sociali in prospettiva sociologica, FrancoAngeli, Milano); “Famiglia
e politiche sociali. La morfogenesi familiare in prospettiva sociologica,
Angeli, Milano); “Pubblico e privato: fine di una alternativa?” (Cappelli,
Bologna). Der Dual ist ein Numerus, der sich in indogermanischen wie
nicht-indogermanischen Sprachen findet. Die indogermanistisch zentralen
Sprachen Altgriechisch und Altindisch haben diesen Numerus in allen
flektierenden Wortarten; andere Sprachen haben ihn nur in einer Wortart. Die Minderheitensprachen
Ober- und Niedersorbisch pflegen den Dual bis heute. Auch im Bairischen gibt es
noch formale Dualrelikte. Das Buch bietet eine Darstellung der
einzelsprachlichen Dualsysteme in der Indogermania und Rekonstruktionen der
Dualsysteme der Zwischengrundsprachen und des Ur-Indogermanischen. Neben dem
genealogischen Vergleich wird auch der typologische Vergleich mit Dualsystemen
anderer Sprachgruppen wie etwa Finno-Ugrisch, Semitisch und Bantu angestellt.
Der Leser gewinnt so einen Überblick über die Entwicklung einer typologisch
markierten grammatischen Kategorie und einen Einblick in die kognitiven
Prozesse, die zum Werden und Schwinden des Duals im Wandel der Sprachen
führen. Rezensionen "" Salvatore
Scarlata in: Kratylos, Pinault in: Bulletin de la Société de Linguistique de
Paris, Pierce in: Journal of Historical Linguistics, Bohumil Vykypel in:
Linguistica Brunensia, http://hdl.handle.net""
Remo Bracchi in: Salesianum, Lühr in: Germanistik, Heft, Duale (linguistica)
numero grammaticale Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce
sull'argomento grammatica è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo
le convenzioni di Wikipedia. Il duale in linguistica è una delle possibili realizzazioni
della categoria morfologica del numero grammaticaleche può essere espressa
tanto nel nome (sostantivo e aggettivo) quanto nel pronome e nel verbo. Benché
sia meno diffuso di singolare e plurale, il duale è presente in molte lingue
del mondo. Esso è presente nelle più antiche lingue indoeuropee, come il
sanscrito o il greco antico, nel lituano, nello sloveno moderno, nel friulano e
anche nelle lingue semitiche, come l'arabo - che ne fa tuttora uso nelle sue
varietà moderne, sia pure limitatamente al nome - l'ebraico e
nell'egizio. Il duale è frequente per indicare parti doppie del corpo,
per esempio le mani, le narici, le gambe, ma nelle lingue che lo possiedono non
è raro il suo uso anche per indicare oggetti a coppie o semplicemente coppie di
oggetti o persone casuali: due persone, due anni, ecc. ("duale
occasionale"). Mentre in francese, in tedesco, in italiano o in
spagnolo, tutte lingue che non presentano la forma duale se non per tracce come
per esempio in italiano ambo, si è soliti anteporre al sostantivo plurale
l'aggettivo numerale che ne indica la quantità esatta (due uova, due amici,
ecc.), nelle lingue che posseggono il duale questo può bastare per indicare una
quantità pari a due. Per esempio in arabo sanah "(un) anno", sanatayn
"(due) anni". La mu'allaqa di Imru l-Qays, una delle più famose
poesie arabe, esordisce con un imperativo duale: Qifâ, nabki... "fermatevi
(voi due) e piangiamo...", riferimento al fatto che il poeta si rivolgeva
a due suoi compagni. Bibliografia Modifica Albert Cuny, Le nombre duel en
grec, Paris, Klincksieck, Fontinoy, Le duel dans les langues sémitiques, Paris,
Les Belles Lettres, Molinelli, Il numero duale nel greco antico, Roma, Fritz,
Der Dual im Indogermanischen, Heidelberg, Winter, Grammatica Morfologia
(linguistica) Portale Linguistica: accedi alle voci di Wikipedia
che trattano di linguistica Salvatore Talia Numero (linguistica) categoria
grammaticale Grammatica lituana regole della lingua lituana
Articoli del greco antico Wikipedia Il contenuto. Grice: “In my seminars I
explained explicitly that we would be dealing only with conversational DYADS!”
Grice: “This was my nod to the Old Latin dual!” – Grice: “Austin used to say
that no distinction is too fine, or too nice. The origin of the Latin fifth
declension out of the dual number – We can provide an EXPLANATION of the
appearance of the Latin fifth declension (e stems) as a result of the LOSS of
an earlier dual inflection, whose main feature is the suffix jk (full grade ej)
. The dual character of the Latin -ies (series) forms can be demonstrated on
the basis of their ‘semantic’ development. The dual number in the Indo-European
languages. The most ancient Indo-European languages had three number
categories: the singular, the dual, and the plural. In the Indo-European
languages, the dual number was typically used for NATURAL PAIRS (‘oculi’, the
‘same’, two hands), sometimes also for an accidental or artificially arranged
pair (‘two men’ (andre), two horses pulling one carriage, two oxen in one
yoke), and possibly for two objects of the SAME kind (two fires, two lime
trees). Elliptical usage of the dual is also attested, ‘two fathers’, as when
Homer refers to ‘Ayax and his brother’ or Latin ‘octo, ‘eight’, originally, or
literally, two sets of four finger-tipes Wackernagel, Campanile, Malzahn,
Clackson). The degree of preservation and PRODUCTIVITY of the dual in the
Indo-European languages differ considerably. Traces of the dual in Latin. The
dual number as a separate CATEGORY was presumably lost by Latin and the other
Italic languages already in the pre-historic period (Buck). Lat. ‘duo,’ ‘two’
< IE duwo < PIE duwo-hj (Tagliavini). Lat. ‘okto’ ‘eight’ < IE okto,
‘8’ < PIE hkekto-h0. Lat. viginti, ‘twenty’ (< IE wiknti < PIE
dwi-dknt-ih), literally, ‘two tens.’ A few Latin forms – ambo, duo -- have a
specific inflexion which may be the result of the transformation of the dual
form within a declension. Thus we have masc. nom. ‘ambo’, duo; gen. ‘amborum’,
duorum; dative-ablative ‘ambobus’, duobus; and acc. ambos/ambo, duos/duo. Lat.
masc. ‘ambo’. The inflection of ‘ambo’ and ‘duo’ keeps the original dual ending
in the nominative. It does not show the dual ending in the other four cases –
where it adops the regular PLURAL ending. Here we have a case of an ADAPTATION
(SUBSTITUTION_of the dual inflection by the plural inflection. Traces of the
dual number in Latin are restricted to ‘ambo’, ‘both’, and the numerals (‘duo,
octo, viginti) – while some have traced other dual forms in declesions –
Danielsson). The question of a dual form, e. g. ‘Pomplio,’ (Lat. Pompilio, nom.
du. ‘two of the Pompilius family’), attested in epigraph CIL I 30: M. C.
POMPLIO NO. F. DEDRON HERCOLE = ‘Marcus and Gaius Pompilius, the sons of
Novious, gave (this) to Hercules.’ The interpretation of the form POMPLIO as
dual may be implicatural rather than semantic. The form POMPLIO need not be a
dual form -- it may be just the
nominative singular with the final s by custom omitted when there is a formal
agreement with the second prae-nomen, though belonging to both. Dual endings in
the Indo-European languages. In proto-Indo-European hl forms the basic dual
ending, which may have a strong form (ehl or hle) in animate nouns. It is
assumed that the numeral ‘two’ has the form ‘duwo-ehl’ (literally, ‘two
persons, or animals’), which later develops into the masculine form. IE ‘duwo,
m. Latin for some time kept the dual ending -e (PIE ejl). The loss of the dual
causes the proto-Latin forms ending in -e (once dual forms) to generate a
separate group: a fifth declension. From a variant dual ending -e, the -e-
would have to have formed in the oblique cases. The genitive dual ending in
Indo-European is -es (PIE ejls gen. du). Both a dual inflection with -e (gen.
du. -es) and -e (gen. du. -es) would have ensured the stabilization of the
feature -e- after the loss of the dual number in the Italic languages. The
cause of the loss of the dual number in Latin. Most probably, the loss of the
dual as a separate CATEGORY takes place within the a- stem and the -o- stem
declensions. In the nominal paradigm, a specifically Latin innovation causes a
change in the infection system. This innovation is the loss of the old plural
ending -os, which are well attested in the other Italic languages, along with
the adaptation of the enings of the PRO-nominal system -oi -- whence Latin
‘-i.’ – cf. nom. sg. m. -os > -us. Nom. du. M. -o (ambo, octo, duo). The
PLURALISATION of the dual in the -o- stem declension happens largely without a problem – providing
you keep a Griceian ‘eye’ – Cf. ‘pater,’ father. nom. sg. m. pater; nom. du. m. ‘patere’.
nom. pl. m. ‘pateres’. As Austin pointed
out to me, the loss of the dual in the Indo-European languages suchas Latin did
not happen solely via the good old pluralisattion of the dual form, but also by
way of a ‘singularisation’: i. e. the dual inflection is re-fomed into the SINGULAR
inflection. This way of the elimination of the dual number is very much
attested in Latin, in all the forms ending in -ies, for example. Then we have
the dual forms of the Lat. viginti type. The Latin cardinal number ‘viginti,’
‘twenty,’ is a remnant of the dual number. ‘Viginti’ represents the IE
archetype wiknti nom. acc. du. ‘twenty’, from PIE dwihl-dknt-ihl, literally,
‘two tens’. Since, unlike ‘duo,’ it represents a numeral higher than 4 – and
all Latin numerals from ‘quattuor’ up to ‘mille’ did not decline --, ‘viginti’
simply keeps the shape of the nominative dual. Some dual forms with no singular
form underwent a singularization (or sometimes a collectivization). As a result
of such an adaptation, the dual is re-constructed morphologically, and
re-interpreted pragmatically via implicature. This singularization (but
sometimes collectivization) of a dual form creates the need to establish a
declension. The literally DUAL character of some Latin expressions ending in
-ies may be explained through a detailed pragmatic calculation. Nome compiuto: Pierpaolo Donati. Donati. Keywords: il
fra, relazionalismo, internal conversation, l’intersoggetivo, realta fra, il
fra, fra tu e io, intersoggetivismo metodologico, communicazione come realta
fra, implicatura, reflessivita, reciprocita. Ambidue. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Donati” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dondi:
la ragione conversazionale e ’implicatura conversazionale -- l’astrario – iter romanorum
– colonna giulia – la colonna del circo neroniano di Buschetto -- petrarca – scuola
di Chioggia – filosofia chioggese – fiolosofia veneziana -- filosofia veneta --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Chioggia). Filosofo chioggese. Filosofo veneziano. Filosofo Veneto. Chioggia,
Venezia, Veneto. Grice: I like Dondi and I like a watch chain!. Figlio di
Jacopo, studia FILOSOFIA a Padova. Insegna a Padova. Si trasfere a Pavia. Dopo
un periodo a Firenze, vi ritorna come filosofo di corte dei Visconti. Insegna a
Pavia. Scrittore di rime, amico e corrispondente di PETRARCA (si veda), anche tra i pionieri dell'archeologia. In
occasione di un viaggio a ROMA, descrive e misura monumenti classici, copia
iscrizioni e trascriv i dati rilevati nel suo Iter Romanorum. La sua fama legata soprattutto all'astrario da lui
progettato a Padova e costruito a Pavia, dove,
conservato, nel castello di Pavia, presso la biblioteca Visconteo-Sforzesca.
L'astrario un orologio astronomico che
mostra l'ora, il calendario annuale, il movimento dei pianeti, del sole e della
luna. Per ogni giorno sono indicati l'ora dell'alba e del tramonto alla
latitudine di Padova, la lettera domenicale che determina la successione dei
giorni della settimana e il nome dei santi e la data delle feste fisse della
Chiesa. L'orologio astronomico (o astrario) di D. andato distrutto, ma ben conosciuto perch il suo ideatore ne dette
una particolareggiata descrizione nel saggio Astrarium, trasmesso da due
manoscritti. Si tratta di un congegno mosso da pesi, di piccole dimensioni (alto
circa 85 cm, largo circa 70), racchiuso in un involucro a base eptagonale.
Grazie ad una serie di ingranaggi l'astrario riproduce i moti del sole, della
luna e dei cinque pianeti. Esso indica anche la durata delle ore di luce alla
latitudine di Padova. Come misuratore del tempo esso, oltre all'ora, indica
(forse per la prima volta tra glorologi meccanici) anche i minuti, a gruppi di
dieci. La presenza di trattati di astrologia nella biblioteca di D. fa
sospettare che la progettazione sia stata influenzata da astrologi antichi.
L'orologio astronomico che si pu tuttora ammirare sulla torre dell'orologio,
Padova, in piazza dei signori, una copia
non dell'astrario di D., ma dell'orologio costruito dal padre Jacopo. Secondo
la tradizione stato D. ad introdurre a
Padova la gallina col ciuffo, oggi nota come gallina padovana. In realt, il
giornalista padovano Holzer in una sua ricerca ha potuto stabilire che non vi documentazione alcuna che attesti che D. ha
mai avuto contatti con la Polonia o che l'abbia mai visitata. A lui dedicata una delle statue che adornano il
prato della valle a Padova. Il circolo numismatico patavino gli ha dedicato una
medaglia commemorativa opera dello scultore bellunese Facchin. Ai D. dedicata la ballata iniziale di Mausoleum.
Siebenunddreiig Balladen aus der Geschichte des Fortschritts di Enzensberger.
Altre opere: Rime, Daniele, Neri Pozza, Vicenza; Astrarium, E. Poulle, CISST;
Opera omnia D., corpus pubblicato sotto la direzione di Poulle. Padova. Andrea
Albini, Op. La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni. Musei civici
pavia. Albini, L'astrario di D., su Museoscienza. Ricerche d'Archivio
riguardanti la famiglia D. Di Holzer. Albini, Machina Mundi. L'orologio
astronomico di D., Create Space, Astrario, Gabriele D. Universit degli studi di
Padova. Dizionario biografico deglitaliani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Replica in scala 1/2 dell'Astrario, su clock maker. Replica in scala
, su pendoleria. com. (Di Cjiovauui Odo ndi alf'Otcfcgto, TTtedico eli Padova,
e Dei uiouumeutv antichi da fui animati a ctonia, e di afcuui ceitti inediti
def medesimo. rt A FILIPPO SCHIASSI CAHOMCO MILLA CHIESA MAGGIORE DI BOLOCRA, E
PROFESSORE DI archeologia bella criverbit. JL u non ignori certamente, o
amatissimo Schiassi, cum io faccia di le gran cubitale per la somma erudi-zione
archeologica che possedi, e per la forbitezza dello scrivere latino, nella
quale con pochi vai distinto ; e come poi io non sia ad alcuno secondo
nell'osservanza ed amore verso di te per le doti singolari dell'animo tuo. In
verit io ho sempre desiderato mi fosse prta occasione di farti noto pubicamente
questo mio volere; ma quella mi fall maisempre, o, a meglio dire, non ebbi mai
ardimento di abbracciarla, parendomi da non doversi indirizzare a te cose che
non fossero parlo d'in- gegni maturi, fra' quali per fermo non da riporsi il mio. Tuttavolta altre ragioni
m'inducono ora a prendere contrario divisamento. Il perch, in arra di rispetto
e di benivoglienza, ho deliberalo di spedirti questa Lettera intorno a D., e publicarla
intitolata al tuo nome ; indotto anche da ci, che in essa circa lobelisco
vaticano, della cui traslazione tu di fresco con scienza e perizia ne hai
scritto ho io allegate alcune cose, dalle quali appare essere ora per la prima
volta manifesto come il medesimo nel medio-evo sia stato atterrato, e non guari
appresso di bel nuovo ristabilito, non altri- menti come sono di comune
consentimento i pi accreditati scrittori delle cose passale: de quali in
ispezialit qual sia il giudizio da tenersi tu puoi decidere. Io intanto a te
sottometto di tallo cuore e senza cerimonie la mia opinione, qualunque ella
siasi: ritieni poi, che con animo a tc per intiero affezionatissimo mi dispongo
a ci fare. V enezia v>die PETRARCA (si veda) abbia scritto di D. suo amico
non meno con verit die con magnificenza, essere egli stalo d'ingegno s sublime
e potente, che ito sarebbe alle stelle, se rattenulo non lo avesse lo studio
della Medicina,Jo capiranno coloro specialmente, i quali siano a giorno come il
medesimo siasi reso distintamente celebre nelle scienze mediche, FILOSOFICHE ed
astronomiche; c, di pi, conoscano come in altre discipline, a dir vero non
comuni, fosse egli oltre l usato erudito. Peritissimo ancora in scienza morale,
nella cognizione dei monumenti antichi, e nel linguaggio delle Muse italiane :
le quali cose, come disse Celso in altra occasione, quantunque non
costituiscano il Medico, tuttavolta lo rendono pi atto alla Medicina, e fanno s
che abbia a primeggiare fra i dotti del suo tempo. Ed in vero, che non si possa
lare un pieno uso della Medicina nella maggior parte delle malatie del corpo,
se quelle dellanimo del pari non si curino,
chiaro di gi abbastanza per concorde dottrina degli antichi e recenti
filosofi, suffragata dalla sperienza. Intorno a ci sono manifesti i sentimenti
del LIZIO, d Ippocrate, di Galeno, e di altri ; come pur anco Lettera III. a
Sancse data in luce a Venezia. ne fanno chiara prova quelle cose che sopra lo
slesso argomento ci hanno lasciato in appresso uomini sa- pientissimi. Che poi
da unaccurata osservazione deglantichi monumenti, e dalla lettura delle
iscrizioni ne vengano singolari ajuti onde conoscere pi diffusamente l arte
medica, ce lo dimostrano le Opere dei valenti in quella, cio di MERCURIALE (si
veda) intorno alla GINNASTICA, il quale tratta anche del sito pi salubre alla
costruzione delle fabbriche e circa gli strumenti chirurgici; di Sicco e di
Baccio intorno ai bagni termali; di Bartolini sopra lantico puerperio: ai quali
libri se ne potrebbero facilmente aggiungere altri di tal fetta, cio di
Bellonio, Gioberti, Cagnato, Reinesio, Rodio, Patino, Sponio, Triller,
Ilundertmarki, Cocchi, e altri; cosicch niuno deve maravigliarsi del progetto
di Bartolini nel comporre lopera intitolata Antichit necessarie ad un medico, del
cui apparecchio, in appresso incenerito dalle fiamme, lo stesso autore ne diede
breve compendio in una Dissertazione stampata in Hafnia sopra lincendio della
biblioteca. Le moltissime sue lodi, scritte in prosa ed in verso, ci fanno
ampia testimonianza che lo studio della poesia giova a meraviglia per fecondare
e ricreare l ingegno, per aggiungere fregio alla lingua ed allo stile, e per
fare acquisto di altre doti richieste ad un uomo di lettere; n vi sar al certo
chi ignori che i Medici versati nella medesima n andrebbero stimati da pi che
gli altri, e si leggerebbero con pi di di- letto le Opere loro. Noi conosciamo
ancora che gli stessi scrittori dellarte medica, distinti fra gli antichi,
Ippocrate ed Areteo, succhiarono da Omero il loro bello; il primo de quali fu
detto dEroziano uomo omerico quanto allo stile (Glossar . Hippocr. Praef.,
edit. Lips.); e Triller fa vedere che al secondo giov dassai la lettura dello
stesso autore (Opuscula medico-philologica): il che chiaro apparisce parimente
di Galeno e di altri. Eccellente si la
cura posta da Bartolini nel trattare che fece di questo argomento nella
Dissertazione intorno ai Medici-poeti, publicata in Hafnia; ed ora se ne
potrebbe formare un soggetto con assai pi di splendore. Sono poi da tenersi in
gran conto quelle cose che furono scritte da Fracastoro, uomo grande nell una e
nell altra facolt, ad Amalteo, medico non meno che poeta celebre del suo tempo;
cio andare di gran lunga errati coloro i quali avessero per niente la poesia, e
la stimassero cosa incompatibile colla Medicina: che anzi dichiara apertamente
con Andrea Navagerio, essere inetti a toccare il fondo di ogni scienza, o a
gustare appieno le bellezze di qualsiasi arte meccanica, coloro i quali
andassero privi e mancanti di vena poetica (Fracast. Opera edita Corniti). D.
per coltivare l animo in questi studj, indotto dall esempio ed intrinsichezza
del Petrarca, il quale nei medesimi avea tocco l apogo della gloria, consegn
allo scritto monumenti non dubj di questo studio, commettendoli ai posteri; ma
quelli inediti, ed appena conosciuti in un codice cartaceo di quella et,
posseduto un tempo dallo stesso autore, tocc per avventura a me solo di vederli
presso Papafava, figlio dAlbertino, fregiato della primaria nobilt fra i
Padovani e Patrizio Veneto, il quale mi onorava di singolare cortesia; nel qual
codice io stesso ho letti gli scritti inediti del Dondi senzaltro giudizio od
altro ordine, da quello in fuori con cui qui li riporto. Vi sono nel codice
Lettere intorno a diversi argomenti, scritte dal Dondi a varie persone ; cio: A
PETRARCA (si veda). Si protesta tornargli a grande vantaggio 1amicizia di lui,
per arricchirsi a perfezione della morale filosofia ; il che osserva essere
assai conforme all insegnamento di Seneca nella Lettera Lettera a Lucilio di quell eccellente e tutto
nerbo Anneo, maestro mio e tuo, e di
tutti i buoni amici in generale. A Gasparo, che lo dimanda di quelle cose che
Seneca scrive nella settima Lettera a Lucilio sopra gli spettacoli dei Romani,
gli d spiegazione abbastanza chiara, come portavano quei tempi s riguardo alla
materia, come pur anco alle parole; vi adoper eziandio dellarte critica a
motivo delle scorrezioni del testo, per colpa in gran parte della ignoranza
degli amanuensi, e dellaudacia di coloro che vi posero mano alla emendazione. A
Mazio di Verona, fisico egregio. A Petrarca (Padova) Una lunga Lettera circa il
metodo di vita da seguirsi dal Petrarca, la quale i precettori del Seminario di
Padova avendo ricevuta da me, che la trascrissi dal codice soprallegato, non
dal Marciano, come porta ledizione, aggiuntane unaltra del Pe- trarca al Dondi,
fu da loro data alle stampe. A Lombardo Serico, cittadino padovano. Al frate
Guglielmo da Cremona, teologo. Fa vedere gl ingegni degli antichi di gran lunga
supe- riori ai moderni s in fatto di lettere, come ne fa chiara testimonianza
PETRARCA (si veda), non meno che riguardo alle opere famose delle arti pi
belle, collesempio alle mani di un insigne scultore soprafatto di ammirazione
alla vista di monumenti antichi. A Leniaco, cittadino veronese. A Cremona,
maestro nelle arti liberali. Ad un suo intimo amico, uomo singolare ed egregio.
A Caselle, cittadino padovano. Aromatario. A Paganino da Sala, Dottore in legge
e uomo di milizia. Con queste si congratula della dignit di Cavallicre
conferita di fresco a Paganino; cos per altro, che ne fa di molto pi stima
dellonore ottenuto dallalloro in Diritto civile, dal quale egli traeva di gi
vantaggio e lode. A Nicol Alessi, Protonotario e Vice-Cancelliere del Signore
di Padova. Ad Andreolo Arisio Cremonese. Biasima e si fa beffe della scarsezza
che v nelle biblioteche di Francia dei
libri specialmente di Filosofa morale, di cui era tenuto a giorno per lettere
di Arisio cola dimorante. Al frate Guglielmo, Vescovo di Pavia. Ad Albertino
Salso, precettore di Fisica. AdAngarano di Vicenza. Data in luce in uno all
Opera del Pondi intorno alle Fonti calde nel Territorio padovano, al Maestro
Giacomo Vicentino, fra i Trattati di vari autori circa i Bagni, stampati a
Venezia Panno Ai Professori direttori di Medicina e delle Arti nello Studio di
Padova. Fa loro avere un libro da lui composto, del quale d contezza con queste
parole: Ricevete un Trattatello che vi
dar per ispiegato P ordine oscuro di
Galeno nella distinzione delle disposizioni
dei corpi umani, il quale ei ristrinse con brevit nel libro di Microtegno,
asse- n gnandovene le reali differenze fra quelle, tranne poche che vollero accennare sin qua di volo
altri espositori, ma in molte colle
relative differenze. Al maestro Guidoni (di Bagnolo) in Venezia, nomo egregio,
fornito di molto sapere e virt. Padova, Cappelli, cittadino cremonese. Intorno
a Pasquino, Cancelliere di Galeazzo Visconti Principe di Milano, ne fece parola
Pietro Lazerio nelle Miscellanee cavate dai libri manoscrilti nel Collegio
Romano dei Gesuiti. Pasquino avea fatto richiesta delle Lettere scritte dal
Dondi a diversi; e D. si argomenta a tuttuomo per dissuaderlo che quelle
Lettere non erano tali che meritassero a pezza le sue dimande. Poscia scrive
molle cose circa i rotti costumi degli uomini del suo tempo, degne alla scorza
di un va- lente filosofo. Queste Lettere sono piene a ribocco di sentenze
morali, siccome quelle che furono composte da un au- tore che metteva ogni cura
nel leggere le Opere di Seneca, e ne avea anche dilucidate le di lui Lettere a
Lucilio, con annotazioni allegate circa alle medesime da Gasparino Barzizio nel
suo Commentario, da me veduto scritto a mano. Di qual desiderio ardesse D, di
vedere monumenti antichi, ne fa aperta testimonianza il viaggio di lui a Roma,
ad unico oggetto di venire in pieno conoscimento dellantico e nuovo stato della
citt. Del qual viaggio non rimane alcuna traccia dalla publica autorit
confermata ; tuttavolta ho letto io stesso nel codice manoscritto, di cui feci
menzione di sopra, le annotazioni dello stesso D. intorno ai principali
monumenti dell antichit nel viaggio e nella dimora che fece a Roma, esaminati,
credo io, da lui appassionatamente ; delle quali annotazioni ei fa fede cos dal
principio : Ilo riportato queste cose
scritte in lettere quando fui reduce da Roma.
Non prezzo dellopera il
rescrivere qui le anno- tazioni del D., nelle quali vhanno anche difetti di
scritturazione, potendosi avere alla mano scrittori famosi per molto sapere, i
quali ci hanno chiarito dei medesimi monumenti con mollo pi li accuratezza e
dovizia. Ci piace di riportare qui sotto la prima sol- tanto, la quale versa
circa l obelisco valicano, poi- ch mollo
stimala per singolare novit, facendoci vedere un distico da nessuno, per
quanto io sappia, riportato, c del quale importa se ne faccia ricerca. Quella
poi suona cos. In Roma La colonna Giulia a quattro lati, che si eleva di costa
a S. Pietro, ha di grossezza presso l estremit di mezzo, lunghesso ciascun
lato, otto piedi all in- circa ; di altezza poi, secondo un buon calcolo,
ascen- de a 00 piedi, ossia a dieci pertiche. Ma un prete ac- casalo l vicino
afferm che un tale laveva misurata con uno strumento ad ombra, e la trov di
braccia. Martino nella Cronaca dice che la sua lun- ghezza va a un dipresso a
120 piedi; ed Eutropio afferma la stessa cosa. Svetonio poi dice eh di pie- tra di Numidia. E vi sono poi ne suoi
due lati lettere incise di tal maniera: Divo Cnesari Divi Julii F Augusto Ti
Cacsari Divi Augusti F Augusto Sacrimi. Intorno alle antichit romane sogliono
premettere alcune cose pi memorabili di Martino Polacco, Cronicista dei
Pontefici e deglimperatori, specialmente nei codici ma- noscritti. Quelle poi
che trovansi aggiunte come tratte da Eutropio e da Svetonio, falsamente vengono
loro attribuite. ir Al di sopra della mela di questa colonna Giulia vi sono
scolpili questi due versi: Ingenio Buzeta tuo bis quinque puellae Appositi s
manibus itane erexere columnam. Plinio {Hi storia Nat..), e Svetonio (nella
Vita di Claudio) dimostrano apertamente che lin- signe obelisco sia stalo
trasportato dallEgitto a Roma per comando di Cajo Caligola ; e in sguito, mes-
sa a fondo da Claudio nella costruzione del porto di Ostia la nave su cui era
stato trasportato, la pi me- ravigliosa di quante mai si fossero vedute solcar
ma- ri, il medesimo sia stato collocalo nel circo di Ne- rone ; ned da entrare in forse che il medesimo, fregiato
di quella cospicua iscrizione ne due lati, non sia quello stesso che sempre fu
tenuto per lobelisco vaticano. Di questo attestano tutti gli scrittori pi
accreditati, che non sia mai stato mosso da dove per la prima volta fu
inalzato, n in alcun tempo atter- rato, fino a tanto che, volendolo Sisto V.
Pont. Massimo, trasportato dal luogo, dove pri- ma era posto, mediante un
congegno di macchine maravigliose di Domenico Fontana del contado di Campo
Novocomese, nella piazza di S. Pietro, dove al giorno doggi si trova. Di tanto
unanimemente ne stanno mallevadori in particolar modo Decembrio, Poggio Fiorentino,
Vegio, Alberiino, Bargeo, Panvinio, Marliano, Pigafelta, Palladio, Gamuccio,
Mercato, Nardinio, Kirhero, Fontana, Bellorio, Fontana, Bonanno, Bandinio,
Milizia, Cancellieri, Winckelmanno, Fea, Zoega; lultimo dei quali, che ci da
unopera perfettissima sopra gli obelischi, impressa a Roma, come a nome di
tutti gli altri scrisse di quello con facondia. Questo dei romani obelischi il
solo superstite alle rovine della citt, si tenne in piedi nel Circo vaticano
fino a tanto che larchitetto Fontana, per comando di Sisto Pontefice Massimo,
lo trasfer nella piazza di S. Pietro. Quindi non da prestarsi credenza a Ciampinio, a
Molineto, a Vitlorellio, a Ficoronio, a Marangonio, a Guattanio, e a pochi
altri, i quali affermarono che il medesimo era di gi abbattuto e steso al suolo
allorch si fece la sua traslocazione sotto il Pontefice Sisto V. Tuttavia,
giudice e testimonio D., ora ci si para innanzi all impensata il distico da
tempo scolpito sopra l obelisco, dal quale non fuori di propo- sito n lecito far congettura eh esso avesse
incontrata cogli altri la stessa sorte, e poscia nel medesimo sito, dove
dapprima era posto, sia stato di bel nuovo inalzato ; ovvero, se non fu
ritrovato intiera- mente abbattuto e steso a terra, fosse almeno cos piegato,
che il suo inalzamcnto si avesse a tenere in conto non altrimenti che di fatto
assai meraviglioso, e da tramandarsi con lode alla memoria dei posteri per
mezzo d un monumento cospicuo cesellalo a Roma; al quale in sguito, come sar a
vedersi dalle cose che qui sotto si diranno, se ne aggiunse un altro di simile
a Pisa. Per verit, tostoch lesesi questo distico, ci ricorre alla memoria quel
tetrastico sopra quella grandissima mole di marmo, tradotta per mare ed
inalzata dalle mani di dieci fanciulle, per il sommo ingegno del chiarissimo
architetto Buscheto; il quale tetrastico si vede scolpito nel medesimo tempo
sopra il di lui sepolcro, che fronteggia il tempio maggiore di Pisa, e parla
cos, Quod vix mille boum possent juga junctn movere, Et fuod, vix poluil per
mare ferve ralis, Busketi iiisu, quod crat mirabile vini, Dena puellarum turba
levabai onus. Del qual tetrastico, siccome
noto, furono fatte tante e cos scipite interpretazioni, che il fatto
delle dieci fanciulle si spacci per una favola ; quasi che quelle parole non si
potessero applicare all inalzamene della gran mole, portato a termine per opera
di Buscheto con tale perfezione, che dieci donzelle colle sole loro mani
sarebbero state da tanto a quellimpresa, e che a loro in certa guisa sembrasse
do- versi attribuire la grande erezione. Pare che P opinione popolare abbia
condotto in errore tutti coloro che di questo fatto hanno discorso per iscritto
; cio che il contenuto in quei quattro versi accennasse alle macchine costrutte
da Buscheto nella fabbrica del tempio pisano ; perch il medesimo, ma in altri
versi, vi si leggeva in lode di Buscheto sulla facciata di quel tempio. Per
quanto poi si sa, nessuno avrebbe sospettato se sia da intendersi lo stesso
intorno al lavoro eseguito in Roma. Se non che quelli che giudicano imparzialmente
defatti, e sono di parere che P obelisco nel medio-evo sia stato atterralo, e
poco dopo novamente inalzato da Buschelo, sembra ci possano fare senza taccia
di errore, se specialmente considerino che tutti quegli aggiunti, rappresentati
ab antico colle stesse parole intorno al trasporto dell obelisco sopra una nave
duna meravigliosa grandezza, e la maniera stessa adoperata nel suo secondo
inalzamento, acqui- stano insieme chiarezza e fede ; altrimenti non veggo
quello che se ne possa dire di vero e di ragionevole su questo fatto. Che
lobelisco sia stato fermo in piedi presso la Cappella della Basilica Vaticana,
nel qual luogo sino dal principio era stato posto, chiaro dalla Bolla di Leone, per Li quale viene
confermato il fondo ai Canonici della Basilica medesima, nel cui terzo lato
(disse) corre un'altra via dall'aguglia che si nomina sepolcro di GIULIO (si
veda) Cesare; colla qual denominazione sol- tanto apparisce sia stato in uso
nel medio-evo d indi- carsi questo monumento (Collezione delle Bolle della
Basilica Vaticana di Roma. Tennero dietro quei lagrimevoli tempi, nequali per
la discordia di Enrico e Gregorio, che tra loro si combattevano, tocc a Roma di
patire moltissime calamit, nonch assedj, incendj, smantel- lamenti e
distruzioni di fabbriche anche in quella parte che si chiamava Citt Leonina, in
cui stava lobelisco: le quali cose tulle noi leggiamo testimo- niate
publicanienle da scrittori di quellet, c di gi scritte da storici accurati d
Italia di tempo posterio- re nei loro divulgati lavori, senza che mai ne accada
per avventura di vedere da essi fatta alcuna menzione dell obelisco ; onde
sorge qualche probabilit, che ad esso pure sia toccata in quel tempo la
medesima disgrazia dessere rovesciato. Questo certamente cade ora in taglio di
osservare, che niuno di quelli dequali abbiamo gli scritti circa le antichit di
Roma, o di quelli de quali abbiamo le collezioni da gran tempo date in luce
delle antiche iscrizioni, ha fatto mai cenno del distico intorno a Buscheto;
non pure eccet- tuato lo stesso Petrarca, che sappiamo aver egli stu-
diosamente esaminato gli antichi monumenti, e dellobelisco aver fatto parola
soltanto secondo la voce del popolo ( Epislol familiares, edit. Genev.). Noi
pertanto andiamo debitori al Dondi, siccome a quello che forse primo di tutti
ci diede una giusta conoscenza del tetrastico pisano, e la notizia della mole
insigne ultimamente alzata in Roma, la quale
di moltissimo vantaggio per far conoscere la storia delle arti
meccaniche del medio- evo in Italia : soggetto di un voluminoso ed utilissimo
scritto. Un silenzio cos durevole ed universale non pu essere di certo a molti
senza ammirazione ; ma ove essi considerino che l obelisco di bel nuovo
inalzato era stato a cielo scoperto bersaglio delle ingiurie dei tempi per il
giro di quasi tre secoli avanti D,, e che mostrava quel distico a lettere
sfuggevoli, sebbene ab antico scolpite, difficili alla lettura per la
sconvenienza del sito, talch siasi preso Buzeta per Buscheto ; e che finalmente
nel secolo XV. le medesime erano del tutto scomparse, non avranno pi luogo s
fatte meraviglie. Senza dubio Decembrio Opera ripiena di scelta erudizione e
poco conosciuta, scritta circa la met di quel tempo, intitolata hibri selle di
polizia letteraria, c data ai tipi in Augusta, ce lo rappresenta tanto ridotto
a mal termine, che non dee fare stupore sia esso sfuggito acuriosi indagatori
degli antichi monumenti, ed abbia indottoVeronese a parlare in tal foggia. Quel
lato eh posto a Mez- zogiorno viene corroso ogni d pi dai continui
vapori dell Austro e dalle procelle ; e i geometri e glarchitetti tutti del
nostro tempo ne trovarono tanto di logoro, che ritengono sia scemato da imo a
sommo quasi duecento libre. E il Bembo nel Dialogo ad Ercole Strozio intorno la
zan- zara di Virgilio e le favole di Terenzio, impresso la prima volta a
Venezia con altre sue Operette, mette in bocca a Barbaro Ermolao questi delti.
Appena si pu descrivere a parole la grave colpa
che hanno i Romani per quell obelisco vaticano, i quali, quasi invidiando
che sopravivesse una qualche opera alla nostra et, cui lunghezza di anni o durata di tempo non valesse a distruggere,
adoperarono s che fosse quasi tolto alla publica vista per mezzo di ammonticchiati rottami e murate
easupole. Ma che D. si abbia procurato colle osservazioni sulle romane antichit
cognizioni per dare a buon diritto lodi secondo le azioni, n prova la Letlera diciottesima a Paganino
Sala, decoralo poco in- nanzi della dignit di Cavalliere : nella quale difende
che la scienza delle leggi da tenersi in
maggiore estimazione che larte militare, scrivendo: Che il senato e il popolo romano avessero
operato secondo questo parere di CICERONE, lo attestano alcune facciate, le
quali sino al giorno d oggi si conservano nella citt scolpite in marmo, alcune
delle quali, ) n m inganna la mia memoria, ho lette io stesso, dove vengono anteposti in ordine di scrittura
gluomini famosi in pace per consiglio a quelli che travagliarono nella guerra.
A piedi della rupcTarpa si conserva uno splendido arco trionfale di marmo, che tiene inscritti due grandi uomini,
vale a dire Lucio Settimio e Marco
Aurelio, sopra cui dopo una lunga serie
si offrono a lettera alcune cose in
proposito, le quali, tienle a mente, sono
queste: Ob rem publicam restitulam itnperiuinque populi romani propagatimi insignibus
virlutibus eorum domi forisque. Ecco preferirsi il publico interesse consolidato per senno alla conquista
dellimperio, e i grandi in pace a grandi
in guerra, quantunque senza dubio l una
e l altra sia cosa gloriosa. Cos il
titolo di Dottore avuto per scienza in Diritto civile, colla quale si
amministrano bene in pace i publici
affari, si giudica doversi anteporre al titolo
di Condoiliere d'eserciti, colle armi de' quali si gover- ni nano le
cose al di fuori. Posciach D. ebbe
osservate le rovine della romana antichit, nella Let- tera duodecima al frate
Guglielmo da Cremona ne scriveva in tal modo, Quantunque poche ne sieno rimaste
delle opere degli antichi ingegni, pure se alcune qua e l se ne conservano, vengono
ricerca- te, esaminate, e tenute in gran
pregio dagli appassionati in tal genere; e se vorrai mettere a para- gone queste dei giorni nostri con quelle, ti
sar chiaro come gli autori di quelle
sieno stati pi avvantaggiati dalla natura e dall ingegno, e pi dotti nel magistero dellarte. Parlo di edifizj
antichi, di statue, di sculture, e
daltre cose di simil fatta, alcune delle quali, con diligenza osservate dagli
artelici di questa et, li fanno dare nelle meraviglie. Nella qual Lettera
stessa, dopo di avere trattato dif- fusamente sulla eccellenza degli antichi,
aggiunse anche le seguenti cose, spettanti allo studio degli anti- clii
monumenti. Io avrei credulo che tu ti avessi occupato con piacere a leggere di
quando in quando scritti di tale specie, o almeno alcuni dei principali tra
essi, ed in quelli ne avessi considerato in > molte parti, non senza
stupore, i costumi e le azioni dei tempi andati: perch se vorrai con
giustizia raffrontare quelli con questi
che di presente conosciamo, sarai costretto a confessare che la giustizia, il
valore, la temperanza e la prudenza hanno avuto
certamente un seggio luminoso nei loro animi, e dall impulso di quelle virt si hanno procacciato alcun che di magnifico a gran lunga superiore
alle pi larghe mercedi. Del resto, prova
di ci sono quelle cose che, ordinate una
volta per onorare gloriose intraprese,
durano ancora nella citt di Roma. Conciossiach sebbene molle e delle pi
preziose ne abbia mandalo a male il tempo, e di alcune sieno mostrate soltanto le rovine, che ci
presen- ti tano alcune tracce di ci che per lo innanzi erano; tuttavia quelle
poche e a meraviglia stupende che ne restano, sono pi che bastanti onde fare
testimonianza che coloro i quali le decretarono, non poteano essere che dotati
di somma virt, e che coloro aquali venivano dedicate ad eterna ed onorevole
ricordanza doveano avere operato gesta magnanime e strepitose. Voglio dire
statue che, fuse in bronzo o scolpite in marmo, durarono fino al giorno d oggi
; e mollissimi pezzi sflagellati a torli ra, ed archi trionfali di pietra di
gran lavoro, e co- li lonne storiate di memorabili imprese, ed altre cose
moltissime di tal genere, messe alla vista di tutti onde onorare personaggi
illustri o per avere stalibilita la pace, o scampata la patria da
sovrastante pericolo, o disteso il
dominio sulle vinte nazioni. E siccome mi sovviene eli io vi leggeva con molto
mio compiacimento, cos voglio sperare che tu pul re, passandovi sopra qualche
fiala, le avrai considerale, e fatto sovresse alcun segno di meraviglia, ed
avrai detto per avventura teco stesso: Queste per fermo sono prova d uomini
grandi. Resta che a fornire lelogio di D. io lo dimostri anche amante dello
studio poetico, onde sia manifesto com egli abbia occupato un luogo cospicuo
fra i Medici del suo tempo. Anche i meno esperti di tali cose sapranno che
delle sue composizioni italiane una sola ne fu data alle stampe, indirizzata a
PETRARCA (si veda), la quale con altre dello stesso autore suolsi vedere
congiunta, e ne fu fatta memoria nel Dizionario degli Academici Fiorentini
della Crusca. Ma nel codice manoscritto, di cui sul principio ho fatta
menzione, se ne leggono quaranta del genere di quelle che con vulgare
vocabolo invalso chiamare Sonetti. Queste
trattano di varj argomenti, e specialmente dell amore alla virt, della malvagit
dei costumi del suo tempo, della lode e del biasimo di alcuni Principi allora
regnanti, di citt vedute nel suo viaggio per Roma, di risposte ad amici; e di
amorose assai poche, ben diversamente da quello che portail suo secolo. Le
poesie volgari du D. furono scritte a PETRARCA (si veda), e a quelli amatori
delle Muse che a lui erano legati in istrelta amicizia ; cio a Broaspitia
veronese, a Vanozzi, a Melchiore e Benedetto parimente veronesi, a Pace
padovano, al frate Guglielmo da Cremona, a Giovanni di Venezia suo
condiscepolo, a Campo, e Castellione Aretino. D. visitando la tomba del
Petrarca in Arqu scrisse forse il primo di tutti su tale argomento una
composizione, imitato poscia da uomini dotti dogni nazione e d ogni tempo ;
cosicch coll andare degli anni io ho raccolto versi in gran copia sopra questo
soggetto, i quali potrebbero uscire in luce con generale approvazione. La
poesia usata da D, non sempre sciolta e
facile; tuttavia fornita di gravit e di
eleganza: gli piaque di framischiare sovente versi latini ai volgari, come
sappiamo su IP esempio degli antichi poeti es- sersi usalo fare da alcuni
moderai con vano sforzo. Nella sua giovinezza atlendeva con piacere a
verseggiare, come scrive a Guglielmo da Cremona: Gi nella vaga elade de
primanni Mi piaque udir e dir talvolta in rima, Bench con grosso stile e rude
lima: Poi che lalma vestir di miglior panni Mi piaque pi, perchio conobbi i
danni Dei persi di, lasciai la via di prima. Prendendo quel che piu prezzo si
stima Con maggior cura e studiosi affanni. I codici scritti a penna assai di
rado ci offrono versi di D., ed io ne ho veduti se non pochissimi in due
soltanto: uno de quali trovasi nella Biblioteca del Seminario di Padova, un
tempo posseduto dal Facciolati ; l altro squarcialo, e mal difeso dalle in-
giurie dei tempi, fu da me rinvenuto poco fa nellul- tima stanza della Basilica
di S. Marco in Venezia, e portato nella Biblioteca regia : il perch non dee
parere fuori di ragione eli io ponga qui appiedi di que- sta Lettera, come per
saggio, sei componimenti volgari di esso Dondi. Da tutto il fin qui detto
risulta, che presso i giusti estimatori deglingegni il Dondi and fornito di
tanta e s svariata dottrina, che vha onde tenerlo del tutto eccellente fra i pochi
periti in Medicina del suo secolo, e che perci non ho gettato inutilmente il
tempo e la fatica nel farlo riconoscere per tale. Venezia, Sel veder torto del
vostro Giovanni Mira la region terrestre ed ima. La gente ricercando in ogni
clima, Ebrei, LATINI, Greci ed Alemanni, Regni comuni, e sudditi atiranni; Al
mal son pronti, e per quel si sublima, Spenta
virt, e la fortuna opima Col vizio sta su gloriosi scanni. Ito il tempo che fu col buon Augusto, Rari son
quei che per virt guadagna; Astuzia e frodo regna con bugia. A cui dunque direm
del calle angusto, Per qual si va con la virt compagna? Degno del mal cos lagnarsi pria. Oli puzza
abbominabil di costumi! Oli maledetti d di nostra etade! Oli gente umana senza
umanitade! Pi che senza splendor oscuri fumi! Convien che l mondo in breve si
consumi. Poich giustizia ed innocenza cade; E sol quellarte e studio par che
aggrade. Per qual lun laltro offenda, inganni e schiumi. Qual cieli
infortunati, qual figure. Qual mimiche stelle o gravi segni In ogni nostro ben
or s disperso? Quanto beate fur pi le nature Nellimperio d Augusto, quando
ingegni, Virtute e pace ebbe lUniverso! Cantra insolenliam Fenetorum
inferentium guarani Amino Paduae. Se la gran Babilonia fu superba, Troja,
Cartago, e la mirabil Roma, Che ancor si vede, e quell altre si noma. Ma dove
sletler pria stan selve ed erba; E se altra possa fu mai tanto acerba A metter
sopra altrui gravosa soma. Tutte san gi quantogni orgoglio doma Al fin colei
clic a s vendetta serba. Per qualunque
maggior signoria Dovrebbe rifrenar con pi misura Fraterna di giustizia
sua potenza; Di aver con suoi minor consorte pia. Non arrogante, ingiuriosa e
dura, E temer sopra s dal Ciel sentenza. Cum visitasset sejiulchrum Domini
Fraudici PelrarcUae in A rquada. Ilei sommo cielo con eterna vita Gode P alma
felice tua, PETRARCA; Quindi di sodo sasso in nobil arca La terrena caduca
parte uscita. La fama del tuo nome gi gradita Sonando va con gloriosa
BARCA la barca di PETRARCA --, Di vera
lode e dogni pregio carca, Per lUniverso in ogni canto udita. Nelle scritte
sentenze tue si vede La gentilezza dellingegno divo, E qual sii stato in
cattolica fede. For chi anco tama non
privo Ancor di te; c chi morto li crede Erra, chor vivi e sempre sarai
vivo. Y. Joannes ile Domiti socio et eoiuliscipulo tuo Joanni de Fenetiis
studenti in Medicina, qui tcripseral eidem quondam tmlgares rhythmos. Le tue
parole mi par belle tanto, E s bene ordinate tutte quante. Qual se dette le
avesse o Guido o DANTE ALIGHIERI (si veda), Ovvero esaminate in ogni canto. Per
quando fra me mi penso alquanto, Parmi che tu non sei molto distante Da color
che tu imiti, buon rimante, E che han vestito di quellarte il manto. Ondio ti
prego che scrivi talvolta, S che svegli il mio piccol ingegno, Per te sottratto
dalla turba stolta. Onor ti render, che sei ben degno. Pi chel fanciul al
maestro chascolta. Guardando a te col balestriere <0 al segno. Cos il
codice. Dica contra chi vuol: il saper vale Pi che il folle ardimento, cd ogni
schiera Produrr a torto quantunque sua fiera: Per ragion giusta, dee terminar
male. E chi per van conforto daltrui sale Oltra quel che convien a sua maniera.
Degno che non governi ben bandiera, N
ben cavalchi alcun sotto sue ale. Adunque imprenda pria quei che non sanno, E
non ardisca saltar di leggieri; Contra salza a baldezza di vesciche. Ch
chi corrente ha pi volle le fiche, E
scaccomato in mezzo il tavolieri, S chei riporta la vergogna e l danno..tK*rCP
odiatene di oti 300 esemplati. BUSCHETO di Isa Belli Barsali - Dizionario
Biografico degli Italiani - Pubblicit BUSCHETO (Busketus, Buschetto,
Boschetto). - Si ignorano l'origine e gli estremi biografici di questo
architetto attivo a Pisa tra il terzo venticinquennio del sec. XI e i primi del
XII. Compare in due soli documenti certi (pubblicati dal Pecchiai), e come
operarius di S. Maria. l'ideatore del
progetto della cattedrale pisana e come tale infatti ricordato ed esaltato, nel paragone con
Ulisse e con Dedalo, nell'iscrizione che si legge sulla sua tomba collocata
nella prima arcata a sinistra della attuale facciata (trasferitavi da quella
primitiva): "Non habet exemplum niveo de marmore templum. Quod fit Busketi
prorsus ab ingenio. Una pi tarda iscrizione elogiativa aggiunta sul sarcofago
in occasione del trasferimento della tomba dalla vecchia alla nuova facciata
(al tempo cio dell'architetto di quest'ultima, Rainaldo) esalta del B.
soprattutto le capacit tecniche: "Quod vix mille boum possent iuga iuncta
movere / Et quod vix potuit per mare ferre ratis / Busketi nisu quod erat mirabile
visu Dena puellarum turba levabat onus. Accenti assai simili aveva un'epigrafe
romana, ora scomparsa, trascritta da G. Dondi, che celebrava un
"Buzeta" per aver nuovamente eretto l'obelisco nel circo neroniano:
"Ingenio Buzeta tuo bis quinque puellae / appositis manibus hanc erexere
columnam". Questa somiglianza di tono nelle due epigrafi, pisana e romana,
indusse il Morelli a proporre l'identificazione di "Buzeta" con
Buscheto. Non risulta certo che sia da identificare con il B. che compare in
due atti della canonica del duomo di Pistoia (L. Chiappelli, Storia di
Pistoia..., Pistoia). Per altre ipotesi (B. del fu Giovanni giudice dei signori
di Ripafratta, Monini), basate su documenti presunti o per documenti (Pecchiai)
poinon rintracciati, si veda Scalia. I lavori della cattedrale pisana, iniziati
nel 1063 al tempo del vescovo Guido da Pavia, proseguirono, sostenuti da
donazioni, tra cui quelle di Enrico IV e della contessa Matilde. Gelasio
consacra la cattedrale, forse non ancora del tutto compiuta. Dopo questa data,
l'edificio venne ampliato con il prolungamento a ovest del corpo longitudinale
della chiesa, di circa quindici metri, che port di conseguenza alla costruzione
dell'attuale facciata (per il Sanpaoles. Per le fondazioni della prima facciata
si veda Bacci). L'individuazione, ovviamente fondamentale, dell'attivit di B.
nella parte pi antica del duomo, ha avuto un lungo iter critico. Alla luce
degli studi recenti da credere che il B.
progettasse e iniziasse la costruzione in et ancor giovane, proseguendone poi
la fabbrica fino al primo decennio del sec. XII. Molte ipotesi sono state
avanzate sui tempi e i modi della fabbrica del duomo durante la direzione di
Buscheto (Dehio-von Bezold; Salmi, 1938;Sanpaolesi). Una documentazione
indiretta aiuta solo parzialmente. Accettando l'ipotesi del Burger, che
l'epigrafe con data 1085 murata sulla porta della pieve nuova di S. Maria del
Giudice (Lucca) vada riferita al completamento dell'abside di questa chiesa -
anteriore stilisticamente alla sua facciata - il1085verrebbe ad essere anno
ante quem per il completamento di una parte dei lavori al duomo pisano
attribuibili a B., dato il rapporto esistente tra il duomo di Pisa e l'abside
della pieve nuova di S. Maria del Giudice: la chiesa del contado lucchese
sarebbe anche il pi antico edificio derivato dalla cattedrale pisana. I forti
pilastri interni all'incrocio del transetto delineano le dimensioni della
cupola e autorizzano a ritenere che B. progettasse anche questa parte
(Sanpaolesi), anche se poi possibile che
i lavori si protraessero. La cupola originaria - poggiante su un tamburo con
monofore ad archetto e su trombe coniche venute in luce durante i restauri del
secondo dopoguerra - indica rapporti con l'architettura del Mediterraneo
orientale e della Sicilia. Un problema aperto
quello della forma della facciata di B., forse gi compiuta nel 1118
quando fu consacrata la chiesa, certo gi esistente quando nella chiesa fu
tenuto un concilio, e disfatta probabilmente dopo la costruzione della nuova.
Ipotesi ricostruttive possono trovare appoggio nell'esame analitico e
comparativo di alcune facciate di chiese pisane (S. Frediano di Pisa, la pieve
di Calci gi aperta al culto, la pieve di Vicopisano) e lucchesi (le due pievi
di S. Maria del Giudice), tutte in contatto con la cattedrale pisana. Queste
facciate mostrano una ricorrente tipologia ad archi ciechi su due ordini, che
si presenta in logico e armonioso rapporto con quella soluzione ad archi ciechi
che compare nei fianchi del duomo di Pisa. Il linguaggio di B. non certo riconducibile ad una tradizione locale,
ed estremamente colto. Accettando
l'ipotesi di identificazione con il Buzeta dell'iscrizione romana, il soggiorno
a Roma illuminerebbe sul sottofondo classico della sua cultura: l'impianto
dell'edificio e i grandi colonnati basilicali, i capitelli foggiati ad
imitazione dell'antico, la quasi completa assenza di decorazioni figurate
rivelano infatti la conoscenza e lo studio delle opere romane; significativo che anche il neoclassico
Milizia ne notasse "le proporzioni del tutto non... spregevoli" e la
sodezza. Nello stesso tempo B. a
conoscenza dell'architettura lombarda e dell'architettura orientale, dalla
bizantina all'araba. Contatti e rapporti culturali sono d'altronde superati in
una unitaria visione di grande respiro, che fa di B. uno dei massimi
architetti. La cattedrale pisana
capostipite del romanico pisano. All'opera di B. e del suo continuatore
Rainaldo si rifece non solo la generazione a loro pi vicina, ma una folta
scuola, estesasi nella Lucchesia, nel territorio fiorentino, e nelle zone
politicamente o commercialmente in rapporto con Pisa (in Sardegna e in Puglia),
scuola che ne mantenne alcuni tratti essenziali, pur modificandosi nel tempo e
nei diversi centri. Fonti e Bibl.: B. Maragone, Annales pisani, in Rerum
Italic. Script., a cura di Gentile; Sardo, Cronaca pisana, a cura di Banti,
Roma, D., ITER ROMANVM, in CODICE TOPOGRAFICO DELLA CITTA DI ROMA, cur.
Valentini-G. Zucchetti, IV, Roma, Milizia, Mem. degli architetti antichi e moderni,
Parma; Morrona, Pisa illustrata, Pisa, Morelli, Operette, Venezia; Grassi,
Descriz. Stor.-artistica di Pisa, Pisa, Parte storica; Parte artistica; Fleury,
Les monuments de Pise au Moyen Age, Paris, Rossi, Inscriptiones christianae
Urbis Romae, I, Romae, Dehio-Bezold, Die kirchliche Baukunst des Abendlandes,
I, Stuttgart, Monini, B. pisano, Pisa; P. Schubring, Pisa, Leipzig Venturi,
Storia dell'arte italiana, Milano; J. B. Supino, Arte pisana, Firenze,
Pecchiai, L'opera della Primaziale pisana, Pisa, Papini, Pisa, I, Roma, La
costr. del duomo di Pisa, in L'Arte, Bacci, Le fondaz. della facciata nel duomo
di Pisa, in Il Marzocco, Tronci, Il duomo di Pisa, cur. Bacci, Pisa; M.
Hauttmann, Die Kunst des frhen Mittelalters, Berlin, Salmi, L'architettura
romanica in Toscana, Milano-Roma, Toesca, Il Medioevo, I, Torino, Guyer, Der
Dom zu Pisa und das Rtsel seiner Entstehung, in Mnchner Jahrbuch der bildenden
Kunst, Salmi, La genesi del duomo di Pisa, in Boll. d'arte, Thmmler, Die
Baukunst in Italien, in Rmisches Jahrbuch fr Kunstgeschichte, Ragghianti,
Architettura lucchese e architettura pisana, in Critica d'arte, Burger,
L'architettura romanica in Lucchesia e i suoi rapporti con Pisa, in Atti del
Seminario di storia dell'arte, Pisa-Viareggio, Sanpaolesi, La facciata della
cattedrale di Pisa, in Riv. dell'Ist. d'archeol. e storia dell'arte, Il
restauro delle strutture della cupola della cattedrale di Pisa,in Boll. d'arte,
Burger, Osservazioni sulla storia della costruzione del duomo di Pisa, in
Critica d'arte; Barsotti, B. e Rainaldo, in Cattedrale di Pisa (catal. della
mostra), Pisa, Delogu, Pistoia e la Sardegna nell'architettura romanica, in I
Convegnointernaz. di storia e arte,Pistoia Scalia, Ancora intorno all'epigrafe
sulla fondazione del duomo pisano, in A G. Ermini, Spoleto, Thieme-F. Becker,
Knstlerlexikon, s.v. Busketus. Circo di Nerone Circo scomparso della Roma
antica Circo di Nerone (o Vaticano) Sito archeologico Roma Nero Circus
Ricostruzione del Circo di Nerone in un disegno di Pietro Santi Bartoli Civilt
Civilt romana Utilizzo Circo Localizzazione Stato Citt del Vaticano Mappa di
localizzazione Il circo di Nerone era un impianto per spettacoli dell'antica
Roma lungo 540 metri e largo circa 100, che sorgeva nel luogo dove oggi si
trova la basilica di San Pietro in Vaticano, in una valle che correva da dove
si trova la parte sinistra della basilica fino quasi ad arrivare al Tevere.
L'area dei Carceres, da dove partivano le bighe, era situata nel punto dal
quale la Via del Sant'Uffizio lascia piazza Pio XI, mentre quella del lato
curvo va rintracciata qualche decina di metri dopo l'abside della basilica di
San Pietro. StoriaModifica L'opera, iniziata da Caligola e completata da
Nerone, era stata costruita all'interno della villa di Agrippina Maggiore,
villa che alla morte della madre di Caligola pass in eredit a Nerone. Nel circo
privato dell'imperatore si tenevano corse di cavalli, bighe e quadrighe, molto
popolari a Roma, tanto che in alcune occasioni l'imperatore, che normalmente vi
assisteva solo con la sua corte, fece aprire le porte del circo al popolo
romano. probabile che l'impianto non
dovesse contenere pi di 20.000 spettatori. Qui ebbero luogo, forse per la
vicinanza all'adiacente necropoli, alcune esecuzioni dei cristiani giudicati
colpevoli di aver causato il grande incendio di Roma. Nerone, secondo Tacito,
aggiunse lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli di
animali perch fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o
destinarli al rogo come fiaccole, che illuminassero l'oscurit al termine del
giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva
organizzato giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d'auriga o
guidando un carro da corsa. In tal modo si aveva piet di quei condannati, bench
colpevoli e meritevoli del supplizio, perch venivano sacrificati non per
l'utilit pubblica ma per la crudelt di uno solo.[1] Il circo fu abbandonato gi
verso la met del II secolo d.C. e l'area fu suddivisa e assegnata in
concessione ai privati per la costruzione di tombe appartenenti alla necropoli.
Tuttavia pare che fino al 1450 ne sopravvivessero ancora molti resti, distrutti
con la costruzione della nuova basilica vaticana. L'obelisco, che era posto al
centro della spina del circo, era stato per volere di Caligola trasportato fin
qui da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. Qui rimase fino a che papa
Sisto V lo fece spostare al centro di Piazza San Pietro. L'area dove sorgeva
anticamente il Circo di Nerone. Publio Cornelio Tacito, ''Annales, Basilica di
San Pietro in Vaticano Via Cornelia Altri progettiModifica Collabora a
Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su circo di
Nerone. Portale Antica
Roma Portale Architettura Portale Roma Necropoli vaticana Ager Vaticanus Via
Cornelia Strada romana antica Wikipedia Il contenutoGrice: I thought it was a
good idea of the Anglo-Normans to retain the Anglo-Saxon idea of time (as
stretch a rather English root cf. German zeit, our tide --, and borrow from
Latin, tempus, which gives us temporary, as I use in my Personal Identity,but
also tense This tense is better than by
vice/vyse, since vice and vyse are both cognate with violence. But tense and
tense are not. One is cognate with Latin tension. The other is just a
mispronounciation of Fremch temps, Latin/Roman tempus So as Cicero would have it, its tempus we
should care about! -- Giovanni Dondi dallOrologio. Nome compiuto: Giovanni De
Dondi. Dondi. Keywords: lastrarium, Leibnizs Law, time-relative identity, total
temporary state (Grice: Im thinking of Hitler); Wiggins, Myro, The Grice-Myro
Theory of Identity, sameness and substance, Mellor, filosofia del tempo, Prior,
Creswell, Mellor logica cronologica,
tense logic tense implicature -- iter romanorum. Refs: Luigi Speranza, Grice e Dondi The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dorfles:
la ragione convversazionale e l’implicatura conversazionale del kitsch – scuola di Trieste – filosofia
friuliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Trieste). Filosofo trestino. Filosofo
friulese. Filosofo italiano. Trieste, Friuli – Venezia Giulia. Grice: “Must say my favourite Dorfles is his
‘artificio e natura,’ on the doryphoros!”. Nato a Trieste nell'allora Austria-Ungheria da padre
goriziano di origine ebraica e madre genovese, si laurea a Trieste. Si dedica
allo studio della pittura, dell'estetica e in generale delle arti. La conoscenza
dell'antroposofia di Steiner, acquisita grazie alla partecipazione a un ciclo
di conferenze a Dornach, orienta la sua arte pittorica verso il misticismo,
denotando una vicinanza più ai temi dominanti dell'area mitteleuropea che a
quelli propri della pittura italiana coeva. Isegna a Milano, Cagliari e
Trieste. Fonda il Movimento per l’Arte Concreta (vs. arte astratta). del quale
contribuì a precisare le posizioni attraverso una prolifica produzione di
articoli, saggi e manifesti artistici. Prende parte a numerose mostre in Italia
e all'estero: espone i suoi dipinti alla Libreria Salto di Milano e in numerose
collettive, tra le quali la mostra alla Galleria Bompiani di Milano,
l'esposizione itinerante, e la grande mostra "Esperimenti di sintesi delle
arti", svoltasi nella Galleria del Fiore di Milano. Risulta
componente di una sezione italiana del gruppo ESPACE. Diede il suo contributo
alla realizzazione dell'Associazione per il Disegno Industriale. Si dedica
quindi in maniera pressoché esclusiva all'attività critica. Con la personale
presso lo Studio Marconi di Milano, torna a rendere pubblica la propria produzione
pittorica. L'arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo
spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti
gli ambiti del gusto. Considerevole è stato il suo contributo allo sviluppo
dell'estetica italiana, a partire dal Discorso tecnico delle arti, cui hanno
fatto seguito tra gli altri Il divenire delle arti e Nuovi riti, nuovi miti.
Nelle sue indagini critiche sull'arte contemporanea si è sovente soffermato ad
analizzare l'aspetto socio-antropologico del fenomeno estetico e culturale,
facendo ricorso anche agli strumenti della linguistica. È autore di numerose
monografie su artisti di varie epoche (Bosch, Dürer, Feininger, Wols,
Scialoja). Pubblicato due volumi dedicati all'architettura (Barocco
nell'architettura moderna, L'architettura moderna) e un famoso saggio sul
disegno industriale (Il disegno industriale e la sua estetica). è il primo
a vedere tendenze barocche nell'arte moderna (il concetto di neobarocco sarà
poi concettualizzato da Calabrese) riferendole all'architettura moderna in:
Barocco nell'architettura moderna. Contribuisce al Manifesto dell'antilibro,
presentato ad Acquasanta, in cui esprime la valenza artistica e comunicativa
dell'editoria di qualità e il ruolo del lettore come artista. A Genova si
occupa anche del lavoro di Costa. Partecipa alla presentazione del libro
Materia Immateriale, biografia di Costa, Miriam Cristaldi, di cui Dorfles ha
scritto la prefazione. L'editore Castelvecchi ha pubblicato Horror Pleni. La
(in)civiltà del rumore, in cui analizza come la scoria massmediatica ha
soppiantato le attività culturali; Conformisti e Fatti e Fattoidi. Pubblica un
inedito d'eccezione, “Arte e comunicazione”, in cui mette la teoria alla prova
con alcune applicazioni concrete particolarmente rilevanti e problematiche come
il cinema, la fotografia, l'architettura. è uscito Irritazioni: un'analisi
del costume contemporaneo, uscito nella collana Le navi dell'editore Castelvecchi.
Con la sua ironia ha raccolto le prove della sua inconciliabilità con i tempi
che corrono. Nel saggio c'è una critica sarcastica e corrosiva all'attuale iperconsumismo.
NComunicarte Edizioni, pubblica 99+1 risposte di Dorfles nella collana Carte
Comuni. Un'intervista "lunga un secolo" con la quale il critico
ripercorre la sua vita e alcuni incontri d'eccezione: da ISvevo a Warhol, da
Castelli a Fini. La Triennale di Milano ospita la mostra "Vitriol,
disegni" Colonetti e Sansone; V. I. T. R. I. O. L. è un simbolo alchemico, acronimo del motto
rosa-crociano “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum
Lapidem”. Assieme ad artisti e autori come Anceschi, Enrico Baj, Marchesi,
Mulas e Niccolai, partecipa al numero quattordici di BAU.. Muor e a
Milano, nella sua casa di piazzale Lavater. Zio di Piero Dorfles, critico
letterario della trasmissione televisiva Per un pugno di libri (il padre di
Piero, Giorgio, era fratello di Gillo). Tra i riconoscimenti ricevuti:
Compasso d'oro dell'Associazione per il Design Industriale, Medaglia d'oro
della Triennale, Premio della critica internazionale di Girona, Franklin J.
Matchette Prize for Aesthetics. È stato insignito dell'Ambrogino d'oro dalla
città di Milano, del Grifo d'Oro di Genova e del San Giusto d'Oro di
Trieste. È stato Accademico onorario di Brera e Albertina di Torino,
membro dell'Accademia del Disegno di Città del Messico, Fellow della World
Academy of Art and Science, dottore honoris causa del Politecnico di Milano e
dell'Università Autonoma di Città del Messico. Palermo gli conferì la laurea
honoris causa in Architettura. Ricevette dall'Cagliari la laurea honoris causa
in Lingue moderne. Onorificenze Cavaliere di gran croce dell'Ordine al
merito della Repubblica italiana nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di
gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, Di iniziativa del
Presidente della Repubblica» Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e
dell'arte nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della
cultura e dell'arte. Altre opere: “Barocco nell'architettura moderna” (Studi monografici
d'architettura, Libreria Editrice Politecnica Tamburini, illustrazioni); “Discorso
tecnico delle arti, Collana Saggi di varia umanità, Pisa, Nistri-Lischi,Il
pensiero dell'arte, Milano, Marinotti); “L'architettura moderna, Collana serie
sapere tutto, Milano, Garzanti); “Le oscillazioni del gusto e l'arte moderna” (Forma
e vita, Milano, Lerici); “Il divenire delle arti, Collana Saggi, Torino,
Einaudi, ed. accresciuta, Torino, Einaudi; Collana Reprints Einaudi, Bompiani);
“Ultime tendenze nell'arte”, Collana UEF, Milano, Feltrinelli); XXVII ed., UEF,
Milano, Feltrinelli); “Simbolo, comunicazione, consume” (Torino, Einaudi, Il
disegno industriale e la sua estetica, Bologna, Cappelli, Kitsch e cultura, in
Aut Aut, Nuovi riti, nuovi miti” (Torino, Einaudi, Milano, Skira, L'estetica
del mito (da Vico a Wittgenstein), Milano, Mursia, Kitsch: antologia del
cattivo gusto, Milano, Mazzotta); “Artificio e natura” (Torino, Einaudi); Milano,
Skira, Le oscillazioni del gusto. L'arte d'oggi tra tecnocrazia e consumismo, Torino,
Einaudi, Milano, Skira, “Senso e insensatezza nell'arte d'oggi, ellegi
edizioni, L'architettura moderna. Le origini dell'architettura contemporanea; I
quattro grandi: Wright, Corbusier, Gropius, Rohe); Dall'espressionismo
all'organicismo razionalizzato, dall'ornamented modern al brutalismo, ai più
avveniristici tentativi attuali, I Garzanti, Milano, Garzanti, Dal significato
alle scelte, Torino, Einaudi, Massimo Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi,
Il divenire della critica, Collana Saggi, Torino, Einaudi); “Le buone maniere,
Milano, Mondadori, Mode et Modi, Collana Antologie e saggi, Milano, Mazzotta, II
ed. riveduta, Mazzotta, Introduzione al disegno industriale. Linguaggio e
storia della produzione di serie” (Torino, Einaudi, L'intervallo perduto, Collana
Saggi, Torino, Einaudi, Milano, Skira, I fatti loro. Dal costume alle arti e
viceversa, Milano, Feltrinelli, Architettura ambigue. Dal Neobarocco al Postmoderno,
Bari, Dedalo, La moda della moda, Collana I turbamenti dell'arte, Genova, Costa
e Nolan, La (nuova) moda della moda), Costa et Nolan, Elogio della disarmonia:
arte e vita tra logico e mitico” (Milano, Garzanti, Milano, Skira, Itinerario estetico,
Milano, Studio Tesi, Itinerario estetico. Simbolo mito metafora, Luca Cesari,
Bologna, Editrice Compositori); “Il feticcio quotidiano” (Milano, Feltrinelli, Massimo
Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi, Intervista come auto-presentazione,
con tavole di Paolini, Collana Scritti dall'arte, Tema Celeste Edizioni, Preferenze
critiche. Uno sguardo sull'arte visiva contemporanea, Bari, Dedalo, Design:
percorsi e trascorsi” (Design e comunicazione, Bologna, Lupetti, Fulvio
Carmagnola, Lupetti, Conformisti, Roma, Donzelli, Fatti e fattoidi. Gli pseudo-eventi
nell'arte e nella società, Vicenza, Neri Pozza, Massimo Carboni, Roma, Castelvecchi,
Irritazioni. Un'analisi del costume contemporaneo, Collana Attraverso lo
specchio, Luni, Carboni, Roma, Castelvecchi, Scritti di Architettura, L.
Tedeschi, Milano, Mendrisio Academy, Puppo, D. e dintorni, Milano, Archinto, Lacerti
della memoria. Taccuini intermittenti, Bologna, Compositori, L'artista e il
fotografo, Verso l'Arte, Conformisti. La morte dell'autenticità, Massimo
Carboni, Roma, Castelvecchi, Horror Pleni. La inciviltà del rumore, Collana I
Timoni, Roma, Castelvecchi); “Arte e comunicazione: comunicazione e struttura
nell'analisi di alcuni linguaggi artistici” (Milano, Mondadori Education, Inviato
alla Biennale, A. De Simone, Milano, Scheiwiller, 99+1 risposte, Lorenzo
Michelli, Trieste, Comunicarte Edizioni, Movimento Arte Concreta, Sansone e N.
Ossanna Cavadini, Milano, Mazzotta, Poesie, Campanotto Editore, L'ascensore
senza specchio, Quaderni di prosa e di invenzione, Milano, Edizioni Henry
Beyle, Kitsch: oggi il kitsch, Colonetti et al., Bologna, Compositori, Arte con
sentimento. Conversazione,Meneguzzo, Collana Polaroid, Milano, Medusa, Essere
nel tempo, Achille Bonito Oliva, Milano, Skira, Gli artisti che ho incontrato,
Sansone, Milano, Skira, La logica dell'approssimazione, nell'arte e nella vita,
Aldo Colonnetti, Estetica senza dialettica. Scritti, al, Luca Cesari,Milano, Bompiani,
Paesaggi e personaggi, Rotelli, Milano, Bompiani, La mia America, Sansone, Milano,
Skira; "Interviene D.", in alterlinus "Calligaro: parole e
immagini", in Preferenze critiche, Dedalo, "Né moduli, né
rimedi", in Agalma, "Disarmonia, asimmetria, wabi,
sabi", in Agalma, "Feticcio", in Agalma, "Barozzi", in Da Duchamp agli Happening.
Il Mondo di Pannunzio e altri scritti, Campanotto Editore, Traduzioni Rudolf
Arnheim, “Arte e percezione visive” (Milano, Feltrinelli, Arnheim, Guernica.
Genesi di un dipinto, Milano, Feltrinelli); Addio a D. «La mia vita infinita da
Giuseppe agli smartphone», su corriere. Cazzullo: la mia vita infinita da
Giuseppe agli smartphone, Corriere della sera, il Redazione, Novità formali e
riesumazioni di precedenti esempi, il contemporaneo è un linguaggio nuovo di un
sapere condiviso, QM, su quid magazine, biografia sul sito delle Edizioni Il
Bulino, Galliano Mazzon, Mostra antologia: Civico Padiglione d'Arte Moderna, Milano,
Civico Padiglione d'Arte Moderna, Mostra antologia di Mazzon: Civico Padiglione
d'Arte Moderna, Milano,Caramel, Arte in Italia, su Dioguardi Gianfranco,
Processo edilizio e progetto: vecchi attori alla ricerca di nuovi ruoli, Milano:
Franco Angeli, Studi organizzativi. Fascicolo, Corriere della Sera, Cfr. la raccolta
degli scritti raccolti in Architetture Ambigue: Dal Neobarocco al Postmoderno,
Dedalo, Bari Di Giovanni, Il corpo, nuova forma: la “body art”; Cheiron:
materiali e strumenti di aggiornamento storiografico. Lecta web, arte e
comunicazione. Vitriol Triennale, Sussidiaria: GPS/GaPSle Forbici di Manitù
(BAU14). Celeste Prize BAU 14 Gnoli, D. il rivoluzionario critico d'arte, La
Repubblica, Bucci, Morto, critico
poliedrico. Corriere della Sera, Addio ad Alma D., signora di cultura, Il
Piccolo, Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su Quirinale, dettaglio
decorato., su Quirinale, Intervista su conoscenza.rai. Mandelli, Capire l'arte
contemporanea su youtube.com D., «Mi sveglio, lavoro. Amo il vino», in Corriere
della Sera, Cazzullo, la mia vita
infinita da Francesco Giuseppe agli smartphone, in Corriere della Sera. Natura insieme degli esseri viventi e
inanimati considerato nella sua forma complessiva Lingua Per natura si intende
l'universo considerato nella totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si
manifestano, da quelli del mondo fisico a quelli della vita in generale.
Paesaggio naturale Storia del concetto Natura (filosofia). Il termine
deriva dal latino Natura e letteralmente significa "ciò che sta per
nascere": a sua volta deriva dalla traduzione latina della parola greca
physis Il concetto di natura come una totalità che va a comprendere anche
l'universo fisico è una delle molte estensioni del concetto originale; sin
dalle prime applicazioni di base della parola φύσις da parte dei filosofi
presocratici, esso è entrato sempre più nell'uso corrente. Questa
concezione è stata riaffermata con l'avvento del moderno metodo scientifico
negli ultimi secoli. Natura e ambiente Ambiente (biologia). I
boschi fanno parte del gruppo della Natura. La "natura" può riferirsi
alla sfera generale delle piantee degli animali, ai processi associati ad
oggetti inanimati, al modo in cui determinati tipi di forme esistono ed ai
cambiamenti spontanei come i fenomeni meteorologici o geologici della Terra, la
materia e l'energia di cui tutte queste realtà sono composte. Viene inteso come
ambiente naturale il deserto, la fauna selvatica, le rocce, i boschi, le
spiagge, i mari e gli oceani, e in generale quelle cose che non sono state
sostanzialmente modificate dall'intervento umano, o che persistono nonostante
l'intervento dello stesso. Ad esempio, i manufatti e le trasformazioni umane in
genere non sono considerati parte della natura, venendo preferibilmente
qualificati come una natura più complessa. Più in generale, la natura
comprende i seguenti contesti e dimensioni della realtà. La Terra è il luogo
primigenio degli esseri umani, che ospita la vita come da noi concepita e
conosciuta. Sulla sua superficie si trova acqua in tutti e tre gli stati
(solido, liquido e gassoso) e un'atmosfera composta in prevalenza da azoto e
ossigeno che, insieme al campo magnetico che avvolge il pianeta, protegge la
Terra dai raggi cosmici e dalle radiazioni solari. La sua formazione è
datata a circa 4,54 miliardi di annifa. Vita Le piante (Plantae Haeckel) sono
organismi unio pluricellulari, che comprendono tutti i vegetali, soggetti a
nascita, crescita, riproduzione e decesso. Gli animali comprendono in totale
più di 1.800.000 specie di organismi classificati, presenti sulla Terra dal
periodo ediacarano. Il numero di specie via via scoperte è in costante
crescita, e alcune stime portano fino a 40 volte di più la numerosità
accertata. Delle 1,5 milioni di specie animali attuali, 900 000 sono
appartenenti solo alla classe degli Insetti. Ecosistemi. Una tempesta. Gli
ecosistemi sono costituiti da una o più comunità di organismi viventi (animali
e vegetali), e da elementi non viventi (abiotici), che interagiscono tra loro;
una comunità è a sua volta l'insieme di più popolazioni, costituite ognuna da organismi
della stessa specie. L'insieme delle popolazioni, cioè la comunità, interagisce
dunque con la componente abiotica formando l'ecosistema, nel quale si vengono a
creare delle interazioni reciproche in un equilibrio dinamicocontrollato da uno
o più meccanismi fisico-chimici di retroazione (detti anche
"feedback"). Troll, dall'esame di alcune serie storiche di foro
aeree, notò che gli ecosistemi mostravano una tendenza ad aggregarsi in
configurazioni unitarie (denominate principalmente Macchie, Isole e Corridoi).
Ricordando la dizione di Humboldt, Troll chiamò tali formazioni "paesaggi". L'ipotesi
Gaia è la teoria, inizialmente avanzata da Lovelock, ma già anticipata da Keplero,
secondo la quale tutti gli esseri viventi sulla Terra contribuirebbero a
comporre un vasto ed unico organismo (chiamato Gaia, dal nome della dea greca),
capace di autoregolarsi nei suoi vari elementi per favorire a sua volta le
condizioni generali della vita. Naturale e artificiale. Natura e
artificio. Il concetto più tradizionale della natura, che può essere usato
ancora oggi, implica una distinzione tra naturale ed artificiale: con
"artificiale" si intende cioè che è stato creato dall'opera o da una
mente umana. A seconda del contesto, il termine "naturale" potrebbe
anche essere distinto dall'innaturale, dal soprannaturale e
dall'artefatto.Bottega dello scultore, miniatura che raffigura l'opera umana di
modifica degli elementi e degli arredi naturali Le difficoltà nella definizione
stessa della naturacomportano un'ambiguità nel rapporto tra uomo e natura. Alle
volte il concetto è usato in senso derivato per riferirsi a quelle zone create
dall'uomo, ma dove grande spazio è riservato alle popolazioni vegetali e
animali. Si può parlare ad esempio della natura di una foresta, anche se
coltivata e sfruttata da secoli. In tal caso ci si riferisce a una modalità di
gestire l'ambiente da parte degli umani, piuttosto che all'assenza di
intervento umano. L'idea di natura è stata rielaborata dalla cultura
urbanache ha formulato la mitica nozione di barbarie per definire tutto quanto
si pone al di fuori della civiltà. Il fatto che il termine selvaggio vienne
usato da un lato come sinonimo di naturale, dall'altro per denotare certi atti
come particolarmente violenti o efferati, mette in evidenzia una certa tendenza
ideologica, piuttosto inconsapevole, a considerare parte della natura come
estranea alla culturadominante, come qualcosa di primitivo se non di malevolo. Paradossalmente
accade anche che, in altri contesti, la parola «naturale» possa venire usata
nel linguaggio corrente come sinonimo di normale, legittimo o logico, come la
fonte cioè dei principi più retti dell'uomo civilizzato. Lo sviluppo della
scienza e della tecnologia negli ultimi due secoli è stato a sua volta in gran
parte accompagnato da una certa contrapposizione ideologica tra uomo e natura;
la conoscenza viene generalmente considerata uno strumento di dominio della natura
piuttosto che un mezzo per vivere in armonia con essa. L'epoca moderna ha visto
d'altra parte lo sviluppo della teoria della legge naturale, che pone in
risalto i diritti dell'uomo, il quale sarebbe stato dotato dalla natura di
prerogative inalienabili; in tale contesto si fa riferimento ad una natura
umana senza implicare necessariamente l'appartenenza ad una natura ancestrale. Tutela
della natura. Lo sfruttamento del suolo e il problema dello smaltimento dei
rifiuti procede di pari passo con la crescente urbanizzazione. La crescente
industrializzazione ed urbanizzazione del pianeta ha posto il problema della
conservazione della natura in forme nuove e sempre più urgenti. Agli ambienti
naturali si sono andati via via sostituendo paesaggi artificiali, che oltre a
distruggerne l'amenità, ne hanno alterato la loro peculiare storia ecologica.
Sin dalla preistoria l'uomo è intervenuto a modificare il paesaggio naturale,
attraverso disboscamenti e l'introduzione di colture e animali di importazione,
con grave danno per la flora e la fauna locali, oltre che di quelle non
addomesticabili. Ma è stato soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale
che l'umanità si è dotata di mezzi molto più invasivi, che deturpano gli
ambienti fino a provocarne spesso la desertificazione. Fra le principali cause
della distruzione della natura vi sono: inquinamento, ed emissioni di gas
serra; sfruttamento delle risorse naturali, deforestazione, agricoltura
intensiva con uso di pesticidi, pescamassiccia; estinzione di numerose specie viventi;
ignoranza dell'ambiente biofisico, mancanza di cultura ecologica. Alle
alterazioni della natura ha contribuito inoltre la crescita esponenziale della
popolazione umana, soprattutto nei paesi del Terzo Mondo.[2] Con la
ricerca scientifica si riesce soltanto a rimediare per lo più parzialmente ai
danni, cercando di razionalizzare lo sfruttamento del suolo, arginare la
diffusione dei parassiti e limitare l'inquinamento. Per il resto, la lenta
crescita di consapevolezza dell'importanza di tutelare la natura nei paesi
industrializzati ha portato a provvedimenti come l'istituzione dei parchi
naturali. Dopo la seconda guerra mondiale sono sorte alcune organizzazioni
internazionali per la difesa della natura come l'IUCN, il WWF, l'UNESCO,
l'UNEP. Dagli anni ottanta le varie nazioni del pianeta hanno iniziato a
partecipare a delle conferenze su scala globale per trattare soprattutto dei
problemi del clima, con risultati di scarsa efficacia. Ducarme e Denis Couvet,
What does 'nature' mean?, in Palgrave Communications, Springer Nature, Natura,
su treccani.i Newman, Age of the Earth, in U.S. Geological Survey's Geologic
Time, Pianta, su treccani Baccetti B. et al, Trattato Italiano di Zoologia
nsect Species, su infoplease. Rawls, Lezioni di storia della filosofia morale,
Feltrinelli, Viale, Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti
della civiltà, Feltrinelli, Brevini, L'invenzione della natura selvaggia.
Storia di un'idea dal XVIII secolo a oggi, Bollati Boringhieri, Pollo, La
morale della natura, Belardinelli, La normalità e l'eccezione: il ritorno della
natura nella cultura contemporanea, Rubbettino. Voci correlate Ambiente
naturale Ecologia Filosofia della natura Ipotesi Gaia Natura (filosofia)
Naturalismo Scienze naturali natura, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. natura, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Natura, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Opere riguardanti Natura, su Open Library,
Internet Archive. Natura, in Catholic Encyclopedia, Appleton. Ducarme e Couvet,
What does 'nature' mean?, in Palgrave Communications, Springer Portale
Ecologia e ambiente Portale Scienza e tecnica Ecosistema porzione
di biosfera delimitata naturalmente Ecologia branca della biologia che
studia le interazioni tra gli organismi e il loro ambiente Ecosistema
terrestre Madre Natura personificazione della natura Lingua Segui. Madre Natura
è la personificazione della natura. Werner, Diana di Efeso come
allegoria della Natura, circa Caratteristiche Madre Natura, figura dal trattato
Atalanta Fugiens Essa (a volte conosciuta come Madre Terra) è la comune
personificazione della natura focalizzata intorno agli aspetti di donatrice di
vita e di nutrimento, incarnandoli nella figura materna. Immagini di
donnerappresentanti madre natura, o la madre terra, sono senza tempo.
In età preistorica le dee erano venerate per la loro associazione con la
fertilità, la fecondità e l'abbondanza agricola. Le sacerdotesse mantenevano il
dominio di vari aspetti religiosi delle civiltà Inca, Algonchina, Assira,
Babilonese, Slava, Germanica, Romana, Greca, Indiana e Irochese per millenni
prima dell'inizio delle religioni patriarcali. Talvolta viene indicata
come la sposa di Padre Tempo. Grande Madre Gea Tellus Mati Zemlya
PachamamaTeteoinnan dea azteca della guarigione, e dei bagni di vapore.
Madre Russia personificazione nazionale della Russia Padre Tempo
personificazione del tempo. Nome compiuto: Angelo Eugenio Dorfles. Gillo
Dorfles. Dorfles. Keywords: filosofia del kitsch, “Artificio e Natura, natura,
artificio, communicazione, mito, simbolo, segno, linguaggio, interpretazione,
semiotica, disarmonia, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dorfles” – The
Swimming-Pool Library. Dorfles.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Doria: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- scuola di Genova – filosofia genovese –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Filosofo geovese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Genova, Liguria. Grice: I love Doria: a nobleman who should be
sailing off Portofino, is writing a progetto di metafisica after discussing the
filosofia deglantichi you HAVE to love
him! Plus, he philosophised WHILE sailing! Figlio di Giacomo e Maria Cecilia
Spinola, appartenente alla nobile casata dei Doria Lamba dalla quale provennero
ben quattro dogi della repubblica di Genova, ha un'infanzia travagliata segnata
a cinque anni dalla morte del padre. L'uscita dalla famiglia delle tre sorelle
lo fa rimanere solo con la madre che influenza negativamente il suo carattere
melanconico ma vivace, il suo desiderio di virt e Gloria. La madre, che egli
accusa esser stata de' miei errori la prima e principal cagione, si era
disinteressata del figlio limitandosi ad affidarne l'educazione a filosofi
bigotti che lo fano crescere con la paura delle malattie e della morte, che gli
viene indicata dai suoi educatori gesuiti come un positivo castigo alluomino
re. Divenne quindi vivace e grazioso nelle conversazioni affabile con tutti,
facile e condiscendente con gli amici e allo stesso tempo pieno di s e fatuo
divenendo un Petit Maitre disinvolo e alla moda, e prende per idea di virt vera
ed esistenta ogni vanit e molte volte prende con lidea di virt il vizio ancora!
Pieno di s e fatuo. Comp con la madre il grand tour Firenze, Capri, Girgentu -- dei viri ben nato
dal quale ne usce libero dallinibizione religiosa, ma con un nuovo abito di un
anima viziosa, la quale lo fa mirare come idea di virt la rilassatezza nel
senso, la prepotenza con i deboli e la vendetta. Tornato a Genova, la trov
bombardata dal mare dalle navi di Luigi XIV. In quell'occasione conosce il
conte di Melgar che lavvia nellarte militare e lo introduce nel giro del
patriziato mondano. Innamoratosi fortemente di una meritevole donna che muore
poco tempo dopo, cadde in depressione e per distrarsi dal dolore riprese i suoi
dispendiosi viaggi. Ridotto in ristrettezze economiche si reca a Napoli per
recuperare certi suoi crediti ma dove lottare per districarsi dalla palude di
leggi e cavillose procedure al punto che si mise a studiare filosofia con un
certo profitto per ottenere dal tribunale quanto gli spetta. La sua fama di
spadaccino gli fa guadagnare la simpatia del patriziato napoletano che ritiene
massime di cavagliero che fusse atto di disonore e di vergogna il non punire un
uomo a s inferiore quando si ha da quello qualche offesa ricevuto, e che il
perdonare generosamente fusse vergogna. Ma poscia era massima d'estrema
vergogna il non chiamare a duello un nobile a s uguale quando da quello si era
qualche offesa ricevuta. Si diede quindi a duellare per qualsiasi puntiglio
cavalleresco tanto da essere messo in prigione aumentando cos la sua fama di
duellista e vendicativo presso la nobilt locale. Comincia a disgustarsi di
questa sua vita fatua e falsa trasformandosi in filosofo metafisico ed entrando
nella cerchia degli intellettuali cartesiani e gassendisti che caddero sotto
l'attacco della Chiesa preoccupata che il loro sensismo approdasse a un
conclamato materialismo. La posizione della Chiesa fu esplicitata dal grande
processo contro glateisti, quegli intellettuali che si erano illusi di poter
modernizzare la dottrina cattolica. Si schier con questi frequentando il
salotto filosofico Caravita che si era gi battuto contro l'Inquisizione e che
era divenuto il centro di diffusione della filosofia cartesiana. Qui D. ha modo
di conoscere il protetto di Caravita, quel VICO (si veda) che scriver del
genovese che fu il primo con cui pot cominciare a ragionar di metafisica nella
quale si intravedevano lumi sfolgoranti di platonica divinit. Per organizzarsi
contro le polemiche dei tradizionalisti, sostenuti dalla Chiesa cattolica, il
Caravita pens di fondare un'associazione di intellettuali modernisti che, dopo
diverse difficolt, finalmente vide la luce col nome di Accademia Palatina e che
annoverava fra i 18 soci fondatori anche Doria che pronunzia in quella sede
lezioni concernenti la teoria politica (Sopra la vita di Claudio imperadore)
dove sostene la superiorit della nobilt per virt e non per nascita, e dove
contestava la base valoriale dell'aristocrazia fondata sull'uso delle armi
(Dell'arte militare, Del conduttor degl'eserciti, Del governatore di piazza,
Della scherma). La guerra, scriveva D., non e un privilegio della nobilt di
spada ma un'attivit che richiede l'applicazione di una tecnica e il comando
affidato a ufficiali competenti nel dirigere l'animo umano (Il capitano
filosofo, Napoli) Pubblica la Vita civile e l'educazione del principe,
criticata da alcuni per alcuni fraintendimenti sul pensiero di Cartesio. Non ha
inteso il Cartesio, o ad arte ne tronca o perverte il senso. Critica la
politica di Tacito e Machiavelli sostenendo che questa va basata non sopra
l'idea degli uomini quali sono ma sulla virt, il giusto e l'onesto. Lo Stato
anda guidato, come dettava l'insegnamento platonico, dal filosofo facendosi cos
sostenitore, secondo le nuove idee riformatrici che cominciavano a circolare in
Europa, di un assolutismo moderato nel Regno di Napoli. Doria cominci ad
interessarsi a temi scientifici mandando alle stampe le sue Considerazioni
sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de' corpi insensibili (Augusta)
e una Giunta d iM. Doria al suo libro del Moto e della Meccanica. Opere queste,
dove si critica il metodo di GALILEI (si veda) e si mette in discussione la
distinzione cartesiana fra res extensa e res cogitans in nome del principio
neo-platonico dell'Uno immateriale, che non ebbero il successo sperato e
vennero anzi aspramente criticate da pi parti. Divenne un personaggio ambito da
nobili e femmes savantes che lo invitavano nei loro circoli culturali dove
riceve numerosi attestati di stima. Per ricambiare le nobili dame, sue
discepole, pubblica i Ragionamenti ne' quali si dimostra la donna, in quasi
tutte le virt pi grandi, non essere all'uomo inferior. La donna ha gli stessi
diritti naturali delluomo e puo governare e fondare grandi imperi ma non e adatte
fisiologicamente a formulare leggi per le quali occorre una sapienza storica e
filosofica. Cartesio infatti aveva errato nel credere che Dio avesse dato a
tutti eguale abilit per intender le scienze, mentre iddio non ha ugualmente a
tutti gli uomini distribuito e perci vediamo che molti non son capaci nelle
scienze. Quindi la donna che egli ammirava moltissimo e che lo ricambiavano con
tante lodi, deve tuttavia accontentarsi di poter dirigere lo stato ma non puo
essere legislatrice. Un rapporto questo con l'altro sesso che rimase
problematico per Doria che non volle mai sposarsi ritenendo il matrimonio una
legge dura che non trova precisa corrispondenza nella teologia. Si considera
ormai un filosofo metafisico e mattematico che adottando il platonismo ha
pressoch distrutto li saggi di filosofia di Locke ed in parte ancora la
filosofia di Cartesio. Compiva un capovolgimento delle sue convinzioni
moderniste passando nel campo degli antichi quando il suo Nuovo metodo
geometrico (Augusta) e i Dialoghi ne' quali s'insegna l'arte di esaminare una
dimostrazione geometrica, e di dedurre dalla geometria sintetica la conoscenza
del vero e del falso (Amsterdam), furono aspramente criticati da parte della
rivista Acta eruditorum. Ancora pi aspre le contestazioni ricevute a Napoli che
gli costarono un sonetto denigratorio che cos recitava. Di rispondere a te
nessun si sogna /de' nostri, e strano
assai che Lipsia mandi/ risposta a un uom che 'l matto ognun lo noma.
Illustrazione alla recensione pubblicata sugli Acta Eruditorum al Capitano
filosofo. GlOziosi, dove profuse tutte le sue energie nel criticare i moderni,
seguaci del pensiero filosofico di Locke, dell'Accademia delle scienze di
Celestino Galiani che aveva detto di lui il Doria ha ristampato tutte in un
corpo le sue coglionerie. Con l'avvento del re riformista Carlo III di Borbone
nel Regno di Napoli, si trova completamente isolato col suo platonismo
pratticabil che continua a difendere scrivendo Il Politico alla moda. Si
rendeva ormai conto di come fosse irrealizzabile il suo ideale di un governo ad
opera del concetto di sovrano virtuoso e di filosofe legislatore. Il
magistrato, il capitano, il sacerdote e tutti gli ordini che governano hanno
diviso la filosofia dalla politica per unire alla politica la sola prattica;
ormai i principi scriveva vogliono governare lo stato colla politica del
mercadante, e non con la politica del filosofo. Constatava come vi fosse ormai
una generale crisi dei valori perch in questo nostro tempo si corre dietro
solamente alla perniciosa filosofia di Locke e di Newton e si pratica solamente
la politica mercantile. Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale, D.
malato e in difficolt economiche muore indicando nel suo testamento la volont
che fosse pubblicata a spese di un suo cugino, a saldo di un debito da questi
contratto, l'opera Idea di una perfetta repubblica. Quando il saggio e infine
edito fu condannato dai revisori ad essere bruciato per il suo contenuto contro
Dio, la religione e la monarchia. In realt contesta il celibato ecclesiastico,
l'indissolubilit del matrimonio, la castita, l'eternit delle pene inflitte ai
dannati e l'ideologia etico-politica dei gesuiti. Il governo perfetto doveva
essere a imitazione di quello della Roma repubblicana, perch posto il governo
in mano agli uomini, forza che sia
moderato da un magistrato ordinato alla difesa del popolo contro la tirannia.
Gli unici a esecrare il rogo del saggio furono proprio i giuristi napoletani
difendendo i libri di quel savio e cordato vecchio di D., di cui s'infama la
venerata memoria. E al centro del saggio La distruzione della fiducia e le sue
conseguenze economiche a Napoli. Si argumenta che il governo nell'azione di
depredazione del Regno di Napoli ha spogliato i loro sudditi della virt e della
ricchezza, introducendo al posto loro ignoranza, infamia, divisione e
infelicit. Altra azione, che si riveler in seguito disastrosa per la societ
napoletana e in genere per il Mezzogiorno, fu lo smantellamento dei rapporti
inter-personali di fiducia tra le diverse classi, necessari per lo sviluppo dei
commerci e dell'iniziativa privata e l'introduzione di una cultura dell'onore
attraverso l'infoltimento dei ranghi nobiliari, il rafforzamento
dell'Inquisizione, l'inasprimento della segretezza dell'attivit di governo, l'incremento
delle cerimonie religiose e di devozione ritualizzata, l'aumento della
diseguaglianza davanti alla legge e infine l'indebolimento apertamente
perseguito del rapporto armonioso che si era creato in passato tra i diversi
ordini del Regno: tutto ci al fine di scoraggiare, minando la fede pubblica,
l'ascesa di una classe imprenditoriale-commerciale che avanzasse i propri
diritti e rompesse l'equilibrio dei poteri tra la corte e il patriziato locale
che gli spagnoli intendevano mantenere. Tutti questi fattori, lesivi di quel
rapporto di fiducia tra le classi necessario per l'avvio e il consolidamento
dell'attivit di co-operazione e di intrapresa economica, non tarderanno a
produrre effetti duraturi sulla societ meridionale, non solo a livello mentale-culturale,
e di converso a livello economico, costituendo uno dei fattori prodromici
dell'arretratezza socio-economico-culturale del Mezzogiorno d'Italia. Altre
opere: Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de'
corpi insensibili, In Augusta [i.e. Napoli?, Hopper); Considerazioni sopra il
moto e la meccanica de'corpi sensibili, e de' corpi insensibili. Giunta, In
Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper; Dialoghi, Amsterdam, Esercitazioni
geometriche, In Pariggi, Duplicationis cubi demonstration (Venezia); Discorso
apologetico (Venezia); Soluzione del problema della trisezione dell'angolo
(Venezia); Vita civile (Napoli, Angelo Vocola. Pierluigi Rovito, Dizionario
Biografico degli Italiani. Larte di conoscer se stesso, in De Fabrizio, Manoscritti
napoletani. Autobiografia, in Cristofolini, Opere filosofiche, R. Ajello,
Diritto ed economia, Vita civile, ed. Augusta, S. Rotta in Politici ed
economisti del primo Settecento. Da Muratori a Cesarotti, V, Milano-Napoli,
L'arte di conoscere se stesso. Eugenio Di Rienzo, GALIANI, Celestino in
Dizionario Biografico degli Italiani, V. Ferrone, Scienza natura religione.
Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli, Manoscritti,
La Politica mercantile, Manoscritti, Idea di una perfetta repubblica
"accorato" Ajello. Segnatamente: Del commercio del Regno di Napoli,
in E. Vidal, Il pensiero civile di D. negli scritti inediti, Istituto di
Filosofia del diritto dell'Roma; Della vita civile, Torino; Massime del governo
spagnolo di Napoli, V. Conti, Guida, Napoli Contenuto nel volume miscellaneo
Gambetta, Le strategie della fiducia, Einaudi, Torino, D. Gambetta, Rovito,
DORIA, Paolo Mattia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Scazzieri, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero Economia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Belgioioso, Il
Contributo italiano alla storia del Pensiero Filosofia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Vidal, Il pensiero civile di D. negli scritti inediti,
Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma. Fondatore di Roma e primo re de'
romani. Romolo fu il primo re de romani e padre della romana republica. Uomo
primieramente dardentissimo animo e per le armi grande. E cos fatto certamente
l'aveva disposto la fortuna a quello che dovea seguire. Per la cui opera, in
tratante minaccie di vicini, di spinose montagnie surgesse il fondamento
dellomperio che dovea crescere infino al cielo. Perch non si potea porre
sicuramente tanta grandezza in debole fondamento. S gran cosa richiedea terra
salda e duca dalto animo. E cos e, che dove prima a pena e assai erba per lo
armento dErcole, e dove prima a pena solea essere assai fronde per le capre di
Faustulo, in quello luogo puose la fortezza di tutte le terre e la somma
signoria delli uomini. Dunque costui CON REMO SUO FRATELLO (e insieme con Rea
Silvia, la quale e chiamata Ilia, madre senza dubio) creduto o fitto FIGLIUOLO
DI MARTE, incontanente comelio nacque prova la crudelt di Amulio, re
dellalbani, e non solamente contro alla madre, ma eziandio contro a s e CONTRO
AL SUO FRATELLO. Dal quale Amulio e comandato eh' ellino fossero gittati NEL
TEVERE. E a caso elli sono liberati, o che fosse per divina provedenzia, la
qual cosa lecito di credere dello
imperio che dovea essere s grande, quella provedenzia apparecchiante non
sperato cominciamenlo alle grandissime cose. Soperchiando il fiume a caso le
ripe e non potendosi andare a quello, furono gittati quelli fanciulli presso
alla ripa; e, partendosi li famigliari del re, i quali li avevano gittati,
rimasono salvi. A questo luogo, TRATTA DAL PIANTO DI QUESTI FANCIULLI, venne
una lupa (o eh' ella fosse vera o ch'ella fosse cosa finta, dell'una e dell'
altra nominanza), e, comella avesse
compassione, venne a questo luogo, del cui latte elli sono nutricati, traendo
con li labri il latte delle tette della detta fiera, infino che furono trovati
da Faustulo pastore del re, il quale di sopra avemo nominato, e la lupa
similmente, essendo discresciuto il fiume; e in fino agli anni della pubert
coli' amore del padre sono nutricati. Ma allora pi di d in d il suo vigore si
mostrava e per effetto diventava Famoso. Gi sono cari da ogni parte e
ampiamente sono terribili, ogni cosa ardivano; gi il suo notricatore, per le
opere informato, comincia a fermarsi in quella openione ch'egli aveva pensalo,
cio quelli essere figliuoli del re. Questo celato per alcuno temp, finalmente
apparve: preso Remo da' famigli del re e datogli pena, per consolare la
ingiuria fu dato a NUMITORE suo avolo per parte di madre, nel cui terreno
tramendue i frategli avevano fatte correrie. Il quale veduto, non mosso ad ira,
com' usanza, per l' ingiuria ricevuta, ma mosso verso di quello con una nascosa
dolciezza, e udito ch'elli sono due, considerato da l'una parte l'etade di
quelli, da l'altra l'aspetto nobile e non di pastori, vennegli a memoria i suoi
nipoti; e, dimandando pianamente delle circostanzie, trova poco meno che costui
e l' uno de' suoi nipoti, e di questo non dubita. Per elio il tene in pi
libert, e non come preso ma come suo, come veramente elio e. E questa e pi
diritta via a distruzione del re, perch manifestato a Romolo non solamente la
condizione del presente stato del fratello, ma la nazione di tramendue nascosta
infino a quello tempo; ammonendoli colui, ch'e tenuto padre, ch'elli non sono
suoi figliuoli ma sono di schiatta reale; e, spostali per ordine lingiuria di
quegli e con questa lingiuria di suo avolo e di sua madre, fatto Romolo pi
animoso, conosciuto il fatto, dispuosesi non solamente a LIBERARE IL FRATELLO,
ma vendicare s e '1 fratello e l'avolo e la madre, non manifestamente perch era
dispari in possanza, ma pianamente mandati alcuni giovani di qua e di l, i
quali si trovassono a una ora nella casa del re. Cos disposti glagguati, e a
tempo accorrendo Remo, corsono contra Amulio, il quale non si guarda e non
pensa s fatto pericolo. Morto Amulio, NUMITORE fratello di quello, e innanzi
cacciato da lui, fu ristituito nel regno, essendo allegro, non meno per la
condizione de'trovati nipoti, che per avere acquistato il nonne sperato regnio.
Da poi, perch elli erano di grande animo, e '1 regno di suo avolo gli paree
picciolo, lassano Alba all'avolo. E, amando il luogo della sua puerizia ovvero
del suo pericolo, procurarono di fondare nuova terra in quello luogo. E cos,
per buono agurio, edificarono aspera e, acci ch'io dica pi propriamente,
pastorale casa in SUL MONTE PALATINO. E fu posto alla terra il nome di Romolo
solamente, essendo vinto il fratello nello agurio: il quale nome e temuto poi
al mondo da li popoli e dai re. Poi, o che tra quelli fosse nata discordia, o
che fosse perch egli avesse dispregiato il comandamento del fratello, Remo,
avendo passato il nuovo muro, E MORTO. O che e per cupidit della signoria, o
per rigore di giustizia, la credenza
varia nelle cose antiche. Romolo, avendo presa la signoria, ordina
sacrifici della patria e forestieri, e prende abito di re e ornamenti, e ordina
XII littori, e compone la legge. Solo a fermezza del popolo e fondamento di
pace e di concordia tre cose sommamente li pare di provedere : il consiglio, e
io accrescere della cominciata citt, e la durabilit; perch era in picciola
terra pochi abitatori. E per questo gli e speranza di brevissimo tempo,
mancando la cagione del generare de' figliuoli. Dunque primieramente furono
eletti C antichi al Senato, chiamando questo ordine dalla etade, perch il nome
de' padri e detto dallo amore e da la cura della republica. Secondo, intra due
boschi fu posto uno tempio chiamano asilo -- i greci il chiamano santo -- il
quale stando aperto, grande turba incontanente venne di vicini paesi; la terza
cosa parea che si dove fare con matrimoni -- perch soli i maschi non poteano
durare se non una etade -- ; la qual cosa, perch e negata da' vicini
superbamente e vituperosamente, si fa per forza e per ingegnio. Perch in questo
mezzo, non mostrando l'ira e il dolore d'essere rifiutato, il re apparecchi di
fare solenni giuochi a Nettunno, e comanda di fare dinunziare il d per li
popoli vicini. II quale poi che sopravenne, molti maschi e femmine delle terre
vicine a Roma vennero per vedere i giuochi, e non meno per cupidit di vedere
quella nuova terra quasi nata di subito. Nel mezzo de giuochi, essendo ogni
uomo attento con gli occhi e con l'animo, diliberatamente SONO PRESE TUTTE LE FANCIULLE,
non a fine di sua vergognia, ma di tenerle per mogliere e per avere figliuoli.
Dunque confortate con buone parole, tra lo isdegno e le lacrime, pelle lusinghe
di quegli li quali l'aveano prese, prima Romolo, e poi gli altri, una per uno
ne tolseno per moglie: e questo e cagione e cominciamento di molte battaglie. I
padri e i parenti di queste fanciulle, lamentatisi della forza e della malvagit
de' suoi osti, dai quali ellino, invitati a giuochi, sono stati offesi per
gravissima ingiuria, incontanente uscirono fuori della terra e tornarono a
casa; e, moltiplicando le lamentanze, aggravarono l'offesa, e pigliarono l'arme
e apparecchiaronsi di fare la vendetta. E di lutti i popoli si fece una
raunanza a Tazio re de' sabini, perch questi avevano pi possanza e aveano
ricevuto pi ingiuria. Ma perch la presuntuosa ira non pu indugiare n ricevere
consiglio, e perch l'apparecchiamento alla guerra pare pigro per rispetto dello
ardore dell'animo, ciascheduno, non aspettando l'uno l'altro, andarono alla
battaglia. E innanzi a tutti i ceninesi con l' oste corsero nel terreno de'
romani : contro ai quali venendo Romolo, mise in rotta i nimici, e UCCIDE
ACRONE, re di quelli, venuto alle mani con lui in singolare battaglia; e, con
lieve assalto, prende la terra di quelli, la quale era impaurita per la morte
del re e per la fuga del popolo. E, tornando a Roma vincitore, porta in
Campidoglio l'armi del re ed edifica lo primo tempio in Roma e sacrificollo
sotto il nome di GIOVE Feretrio -- dove i capitani de' romani non portano,
quando sono vincitori, se non la preda de' capitani vinti in singolare
battaglia, la quale elli chiamano grassa robara. Dunque in quello luogo egli
appicca l'armi del morto re, per esempio del tempo da venire, rado ma grande
dono di quelli che venieno dietro. I secondi che corsono nel terreno de'romani
furono gli atennati; e questi sono vinti e perderono la terra. Ma per prieghi
di Ersilia, moglie di Romolo, la quale e una di quelle sforzate che porta a gli
orecchi del re i prieghi e i desideri dell'altre, ricevuti a misericordia,
venneno ad abitare a Roma. Da poi i crustumini, movendo elli la guerra, sono
vinti leggiermente, crescendo ogni d la virt di Romolo; e, venuti a Roma quelli
chi sono vinti, crescendo Roma per li danni de'nimici. E pi a fare colli
sabini, i quali quanto pi tardi tanto pi maturamente si moveano: presa la rocca
di Campidoglio, per tradimento d'una donzella figliuola di Spurio Tarpeo, il
quale era castellano della delta rocca, dal quale ancora nominato quel monte in mezzo di Roma, e
dubiosa battaglia, combattendo quelli dal luogo di sopra. Nella quale battaglia
mancando Osto Ostilio, il quale e arditamente per la parte de' romani infino
ch'elio puo, la gente de' romani tutta si cess in dietro, cacciando indietro
eziandio Romolo il quale li contrasta. E elli, non sperando gi pi della forza
umana, dirizzando al cielo le armate mani, chiamando Giove com' elio e
presente, pregando o che gli togliesse la vergogaia del fuggire vilmente, o eh'
elli fortificasse gli abbattuti animi de' suoi con celestiale aiutorio, fa voto
di fare in Roma uno secondo tempio a GIOVE STATORE, secondo che piace agli
scrittori; e, quasi ricevuta la promissione dal cielo, fatto pi ardito ristoroe
con sollecita mano la battaglia gi caduta, dicendo a'suoi chiaramente che Giove
comanda cos. Per questo la sua gente, seguendo lo esempio del suo re e il
comandamento di Giove, torna contro a'nimici, da' quali non speravasi ch'egli
tornassino; e combattendo innanzi a gli altri aspramente Romolo, essendo gi
mutata la condizione della battaglia, quelli che incalzavano cominciarono a
fuggire. Intra i quali MEZIO CURZIO, secondo dopo il re de' sabini, uomo
famosissimo e in quello di 'nanzi a tutti gli altri in fatti e in virt molto
ardito, non sostenne il furore. Una palude, ch'era presso, e pericolo e salute
a lui, nella quale spaurito il suo cavallo furiosamente salta con grande paura
de' suoi, ma confortandolo elli e mostrandogli la via, usce fuori. E di questo
nacque il nome di quella palude, cio, lago Curzio. Uscitone fuori costui, gli
animi crebbono a' suoi, e ancora, bene che con varia fortuna contro a' sabini,
corsono insieme. E, sendo in questo stato, la piet trova via di non sperata
pace. Combattendo dall'una parte i mariti, da l'altra parte i padri, vennero
tra questi quelle eh' erano state sforzate; e, non considerando s essere
femmine, non temendo il pericolo, con prieghi pieni di lagrime e misero abito,
pregarono che fosse posto fine alla guerra. E se voleano pure andare dietro,
volgessono le spade pi tosto contro a quelle, le quali erano cagione della
guerra, che, uccidendosi insieme, bruttassono se di presente e per lo tempo a
venire bruttassero li figliuoli di quelle -- dall'una parte essendo i
figliuoli, dall'altra essendo i nipoti --- e dessono eterna infamia a quelli
che ancora non poteano peccare. Dall' una parte e dall' altra si piegano gli
animi e l'ira s'abbatt e, che maraviglia
a dire, subitamente nell'una oste e nell'altra fu arrestato il romore
dell'armi e il gridare de combattitori, s umile ammirazione e intrata per
quelle rabbiose menti! E non pot lungamente stare nascosta: le affezioni mutate
incontanente uscirono fuori, e lo riposo segue a la piet, e la pace segue al
silenzio; la concordia e fatta toccandosi i re le mani, e Roma
maravigliosamente crescette per lo venire de' sabini. E non meno crebbe Y amore
dell'una parte e dell'altra verso di quelle valenti donne, e innanzi a gli
altri di Romolo, il quale rend loro grandi e debiti onori. Ancora restano due
guerre. L'una colli fdenati li quali, temendo la potenzia della signoria di
Roma, la quale cresce, e avendola sospetta, per s fecero la pruova che gli
altri aveano fatta. Entrando elli nel terreno de'romani come nimici, Romolo li
anda incontro, e puose il campo non lungi dalla terra de' nimici; e, mostrando
maliziosamente temere, conduce i nimici nelli agguati, e di questo e una non
proveduta paura e uno subito fuggire, in tanto che, mischiati insieme i vinti e
i vincitori, le guardie delle porte appena discerneano i suoi cittadini da
nimici; e, entrati dentro, e presa la terra. L'altra guerra e con quelli da
Veio, li quali si mossono per amore de fdenati e per odio de romani, e questi,
vinti in campo, e guasto il paese, dimandando pace, fecero triegua per cento
anni, perdendo parte del suo terreno. Questi furono i cominciamenti di Romolo,
questo e il corso di sua vita e lordine de suoi fatti; per li quali, appresso
quella salvarla generazione d' uomini e non ancora assai ammaestrati animi del
vulgo, egli merita essere creduto avere alcuna divinit per lo padre e per se.
Uomo al quale non manca animo n ingegnio, in battaglia glorioso, in casa savio:
ordina centurie del popolo e di cavaglieri, acci che in ogni tempo di pace e di
guerra elio e niuno nega ch'elio non e inolio amato. Le opinioni di questa cosa
sono varie. Alcuni dicono ch'elio e portato in cielo e posto nel concilio delli
dei. Ma questo gran salto a uno uomo
armato e gravato di peccati, bagniato di sangue e ignorante del vero Iddio e
della via del cielo. Ma lo ardente e non temperato amore s fa credere ogni
cosa. Dunque, achetata la tempesta, essendo risposto da' senatori -- eh' erano
stati d'intorno -- al popolo -- disideroso di vedere il suo re e a pruova
cercandolo -- eh' elio e andato in cielo, affermando uno eh' e' lo ha veduto, e
creduto. E quello e GIULIO PROCULO, uomo di grande nominanza appresso a' suoi,
secondo che si trova, e di grande santitade e, che manifesto , di gran
nobilitade, come colui che, nato di re albani, venne a Roma con Romolo ed e
cominciamento della giente de Giuli -- il quale, ardito di venire in palese, da
parola d'allegrezza al popolo eh' e in tristizia, dicendo che in quello
medesimo d Romolo, discso da cielo in abito pi che d'uomo, e stato con lui,
affermando eh' ha comandato a lui, con grande tremore non ardito di guardare la
sua facia, questo, cio eh' egli dicesse a' suoi cittadini che onorassino l'arti
delle battaglie, essendo certi che ogni potenzia umana diseguale alla sua in fatti d'arme; e che la
sua citt, cos piace alli dei, sar capo e donna di tutte le terre. E, dette
queste parole, levatosi da gli occhi monta in cielo. E queste cose sono credute
a GIULIO il quale le conta e giura, e lo dolore della morte e mitigato con lo
consolamento della divinit, e l'ira, la quale il popolo ha concetta per la
morte di s caro re, e umiliata: cos ogni uomo crede leggiermente quello ch'elli
desidera. Ma altri pensano che e morto da' senatori, veduto il buon destro per
la tempesta del tempo, e ch'elli il nascosono nel pantano della palude, acci
CHE NON APARE ALCUNO SEGNIO DELLA SUA MORTE. Questa, chente dice Livio, oscura fama, ma, come piace a chiarissimi
scrittori, certamente vera; bene che,
come dice quello nel medesimo luogo, quell' altra fu nobile per l'ammirazione
dell'uomo e per la presente paura. Puossi forse credere ancora quello che
alcuni hanno pensato, eh' elio non e portato per divinit in cielo n in terra
morto come uomo, ma eh' elio fu morto per la lempestade e per lo furore della
saetta -- la cui forza ineffabile, e l'
operazione nascosa --. E questo essere
avvenuto a tutti quegli sono con lui, i quali, quanto elli sono pi presso,
tanto sono smarriti pi e impauriti. E la libert
di molte mani nelle cose dubbiose, ma la verit una sola, e questa profondamente nascosta della morte di Romolo
come in molte altre cose. Nome compiuto: Paolo Mattia Doria. Doria. Keywords:
co-operazione, duelo duel, the duelists,
cooperation il sensismo, roma
repubblicana, la aristocrazia romana, Romo, Romolo, aristocrazia. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Doria,” The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Dosseno: la ragione
conversazionale alll’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. A follower of the sect of the Garden.
Seneca mentions a monument to him with an inscription testifying to his wisdom.
Dosseno. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Dosseno,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dottarelli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Musonio – scuola
di Bolsena – filosofia bolsenese – filosofia viterbese – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Bolsena).
Abstract. Grice:
“We discussed at Austin’s ‘kindergartens’ – his Saturday-morning
paraphilosophical meetings for us weekly philosophical hacks – whether we
should care about Etruscan, since Italian linguists were trouble finding it
‘Indo-European’ enough – and then, all of a sudden, he said, ‘As per next
Saturday, we’ll start to learn Eskimo!” -- Filosofo bolsense. Filosofo viterbese. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Grice: I like Donatelli; he
is an Etruscan, from Balsena, and its only natural that he is obsessed with the
one and only Etruscan philosopher, Musonio! Si formato
alla Facolt di Filosofia dell'Perugia, dove ha studiato con Cornelio Fabro e
si laureato con una tesi sul dibattito
epistemologico del Novecento (Popper, Feyerabend, Lakatos, Kuhn) sotto la guida
di Baldini. Si poi specializzato in
Filosofia all'Urbino, dove ha avuto come maestri Italo Mancini e Salvucci, con
cui ha discusso una tesi sulle implicazioni epistemologiche della filosofia di
Kant. Ha insegnato nei Licei ed stato
docente a contratto di Filosofia della scienza, Filosofia morale, Bioetica
nelle Universit della Tuscia, di Macerata e Firenze. Ha sempre coniugato il
lavoro didattico e di ricerca con l'impegno civile. Per 13 anni
consecutivi stato Sindaco della citt di
Bolsena (VT). Eletto la prima volta con una lista civica di sinistra, stato successivamente confermato. Direttore
generale della Provincia di Viterbo e in tale veste, oltre al coordinamento e
alla sovrintendenza della gestione complessiva dellEnte, ha avuto la
responsabilit diretta della formazione e organizzazione delle risorse umane,
del percorso di certificazione EMAS, del processo Agenda 21 locale e del
progetto Arco Latino, strumento per la definizione di una strategia integrata
di sviluppo dellarea del Mediterraneo. Con Picone, filosofo e psicoanalista
junghiano, nel 2004 stato cofondatore della
Societ Filosofica Italianasezione di Viterbo, di cui attualmente vicepresidente. Nel ha costituito
il Club per lUNESCO Viterbo Tuscia, di cui
presidente. I suoi interessi teorici si sono rivolti all'epistemologia,
all'etica, alla filosofia politica e alla pratica filosofica. In Popper e il
gioco della scienza ha svolto un'analisi critica dell'epistemologia
falsificazionista, mostrando come l'ultimo Popper, pur rendendosi conto della
coerenza dello sviluppo evoluzionistico della propria epistemologia, arretrasse
e resistesse dal trarne le estreme conseguenze, restando fedele al paradigma
del razionalismo critico, difendendolo sino in fondo, ma con ragioni sempre pi
deboli. Nei suoi lavori su Immanuel Kant (Kant e la metafisica come scienza,
Abitare un mondo comune. Follia e metafisica nel pensiero di Kant) ha
evidenziato sia il proposito kantiano di fondare come una scienza rigorosa la
metaphysica generalis, prima parte della metafisica come era intesa nella
tradizione razionalistica tedesca, sia il carattere che viene ad assumere la
metaphysica specialis, dopo la critica: un pensare congetturale e analogico
che anche prassi, vita. In questa
prospettiva la filosofia kantiana viene valorizzata per la sua peculiare
dimensione "cosmica", come scienza della relazione di ogni conoscenza
e di ogni uso della ragione umana con lo scopo essenziale di essa, e viene
ricollegata alla filosofia come era praticata soprattutto nell'antichit: arte
di vivere, esercizio spirituale. Il filosofo pratico, il maestro di saggezza
tramite linsegnamento e lesempio, cos
lautentico filosofo, che, nel quadro della complessiva ed originale
riorganizzazione kantiana dellorizzonte utopico di derivazione platonica e
rousseauiana, diventa esso stesso un ideale regolativo, al quale colui che pi
si avvicinato stato Socrate, per via della sua esemplare
coerenza di vita. In Freud. Un filosofo dietro al divano, il lavoro del
fondatore della psicoanalisi viene letto come un episodio della lunga
tradizione che ha interpretato la filosofia come "medicina per
l'anima". Il rapporto di Freud con la filosofia si nutre di una profonda
ambivalenza: da un lato un'irresistibile attrazione; dall'altro quasi la
necessit di rassicurare se stesso e gli altri su una propria incapacit
costituzionale (Autobiografia) alla pura speculazione e sulla sua ferma volont
di sottrarsiproprio lui, formidabile affabulatoreal fascino delle narrazioni
filosofiche. La riflessione di Freud non trascura nessuna delle dimensioni
fondamentali della ricerca filosofica. Neanche quella teoretica, volta a
costruire visioni complessive delluomo e del mondo; quella che gli appare la pi
rischiosa, perch la pi astratta, la pi esposta alla frequentazione della
metafisica e della religione, sempre in procinto di cadere nella trappola della
verit assoluta. Pi a suo agio Freud si sente invece nel lavorare lungo un'altra
linea dimpegno tradizionale della filosofia: la riflessione critica sui saperi
e sulle pratiche umane. Nell'opera di smascheramento dei meccanismi con cui le
ideologie e le prassi individuali e sociali ammantano la loro miseria umana,
troppo umana, le potenzialit della psicoanalisi si esprimono al meglio.
Masecondo l'interpretazione di D. la fatica intellettuale di Freud trova la
propria collocazione pi appropriata nella dimensione della ricerca filosofica
che interpreta se stessa come unattivit in cui luomo si dedica alla cura e alla
fioritura di s, alla coltivazione della propria umanit. Questa dimensione della
filosofia come arte di vivere stata
approfondita da D. attraverso la ricostruzione della vita e del pensiero del
filosofo stoico Musonio Rufo nella monografia su Musonio l'Etrusco. La
filosofia come scienza di vita. Testimonianza della vitalit della tradizione
culturale etrusca in epoca romana, la filosofia di Musonio espressione significativa di quel crogiolo di
idee ed esperienze di ricerca della felicit che
l'ellenismo della tarda antichit, in cui si rispecchier poi la civilt
medievale e soprattutto quella umanistico-rinascimentale. Musonio ha dato il
tono di fondo all'impegno prevalente nella tradizione filosofica della Tuscia:
ricerca di una scienza di vita, studio di perfezione, imitazione di Dio,
skesis, esercizio per sviluppare la conoscenza e la coltivazione di s,
finalizzata alla fioritura dellautentica esistenza umana. Ladesione del
filosofo di Volsinii allo stoicismo
decisamente sotto il segno di Socrate: la filosofia pu proporsi come
arte regia in quanto, in primo luogo,
arte di governare se stessi. Lideale dellautosufficienza del saggio si
traduce nella predilezione per lagricoltura, come attivit pi appropriata per il
filosofo. La terra in effettiaffermava Musonioricambia con i frutti pi belli e
pi giusti coloro che si prendono cura di essa, dando molte volte tanto quel che
riceve ed offrendo grande abbondanza di tutto quanto necessario per vivere a chi ha la volont di
faticare: e tutto questo con decenza, nulla di ci con vergogna. Ad un analogo
sentimento di appartenenza al cosmo e ad un profondo rispetto per gli altri
esseri umani e per tutti i viventi, sono ispirate anche le sue riflessioni sui
rapporti sociali, sulla schiavit, sulle donne, sulla nonviolenza,
sull'alimentazione, sul vestire e sull'abitare. Riflessioni che Musoniosecondo
la concorde testimonianza dei contemporaneiseppe tradurre con coerenza
esemplare in una efficace pratica di elevazione spirituale, diretta a
coinvolgere, insieme, il corpo e lanima. Sobriet, rispetto, universalit e
condivisione sono le parole di riferimento di una visione etica che anticipa in
modo sorprendente istanze fondamentali della moderna sensibilit ecologista. La
visione della filosofia come arte di maneggiare gli assoluti approfondita nel libro Maneggiare assoluti.
Kant, Levi e altri maestri. La filosofias ostiene D. anche quella pi incline a
farsi coinvolgere nell'impresa di estinguere la sete dellassoluto, contiene in
s, nella propria vocazione alla ricerca di una comune verit mediante il
dialogo, un antidoto indispensabile al rischio distruttivo che pu annidarsi in
ogni tentativo umano, tanto umano di cogliere la totalit, linfinito, Dio. Anche
le grandi tradizioni religiose, quelle che da secoli sono impegnate a tracciare
sentieri, trovare parole, celebrare liturgie per saziare la fame di assoluto
che agita il cuore e la mente degli uomini non possono fare a meno di intessere
un intenso dialogo con questa tradizione di ricerca, soprattutto nei momenti
cruciali, quando diventa urgente addomesticare i dmoni che una frequentazione
inadeguata del sacro pu evocare. Dmoni che portano il nome di fanatismo,
intolleranza, totalitarismo e di cui la storia degli uomini alla ricerca della
verit assoluta, della totalit autentica ed incondizionata, dellesperienza
integrale purtroppo costellata. La
consapevolezza che anche la filosofia non possa dichiararsi storicamente
innocente, non cancella ma spinge a ritrovare sempre di nuovo la vocazione pi
profonda di questoriginale forma di esercizio spirituale: una ricerca
appassionata del bene e della verit, capace di resistere alla suggestione del
possesso compiuto e di mantenersi in quella apertura alla possibilit dellerrore
che presidio di autentica libert per s e
per gli altri. Altre opere: Il gioco della scienza (Massari); Metafisica non
scienza (Massari); Abitare un mondo comune: follia e metafisica nel pensiero di
Kant (Introduzione al Saggio sulle malattie dellanima di I.Kant (Massari);
Utopia e ragione come luoghi del incontro dellego ed il tu, in Le ragioni della
speranza (La Piccola Editrice); Lassoluto e il relative (Il Prato); Musonio
(Annulli Editori); Freud. Un filosofo dietro al divano, Annulli Editori,
Riverberi Di Tuscia e daltro, Annulli Editori); La farfalla dellanima e la
libert, Armando Editore. ETRUSCO MUSEO CHIUSINO DAI SUOI POSSESSORI PUBBLICATO
CON AGGIUNTA DI ALCUNI RAGIONAMENTI DEL DOMENICO VALERIANI E CON BREVI
ESPOSIZIONI DEL CAV. ai smagata POLIGRAFIA FIESOLANA A SUA ECCELLENZA IL SIG.
MARCHESE ANGELO CHIGI LUOGOTENENTE GENERALE E GOVERNATORE DELLA CITTA E STATO
DI SIENA CAVALIERE DELLA LEGION D ONORE DI FRANCIA CONSIGLIERE INTIMO ATTUALE
DI STATO, FINANZE E GUERRA CIAMBELLANO DI S. A. IMP. E REALE IL GRANDUCA DI
TOSCANA PRESIDENTE DELL ACCADEMIA DEI FISIOCRITICI E DELLA DEPUTAZIONE DEL PIO
DEPOSITO DI MENDICIT CHE LO SPLENDORE DELLA FAMIGLIA NOBILISSIMA DA CUI
DISCENDE CON TANTE EGREGIE DOTI SOSTIENE ED ACCRESCE E DELLARTI LIBERALI
CULTORE E FAUTORE CALDISSIMO SI MOSTRA QUESTA RACCOLTA DETRUSCHI MONUMENTI
CHIUSINI CANDIDAMENTE E CON GIOIA 0. D. C. GLEDITORI P. B. C. C. F. S. C. A. M.
P. F. D. ri si trova itna mirabile abbondanza di marmi finissimi consistenti in
colonne antiche di granito nero e dell Elba e dEgitto, di granito rosso del pi
compatto, di cipollino orientale, e daltri marmi duri e fin anche di breccia d
E- gitto, di che va ricca ed ornata la cattedrale, ove son poste in uso con
antichissimi capitelli di gusto squisito. Anche sparsamente per la citt
sincontrano in copia marmi duri o eretti in usi decorativi o depositati a parte
e non ancora posti in opera. Non mancano monumenti di romana scultura di raro
pregio in basso e tondo rilievo, tra i quali splende un sarcofago colla caccia
di Meleagro, ed una assai bella testa di Augusto nel palazzo episcopale, e
nelle case Paolozzi. Le antiche iscrizioni lapidarie son pur frequenti per la
citt sparsamente. E poi sorprendente il numero dei sotterranei che sincontrano
sotto le fabbriche del paese, e sono per ordinario eseguiti di ben connesse
pietre quadrate assai grandi. Rieca pure
la citt di avanzi di fabbriche antiche romane, parte delle quali si giudicano
bagni. Ed in vero non sembra che di tali pubblici comodi mancar dovesse un
paese, ove si trovano s or genti ab b ondantis s im e di acqua potabile, e
delle quali non ha guari e stata fatta bella scoperta dal nobile sig. Flavio
Paolozzi, in alcuni spaziosissimi sotterranei, da lu aperti, ove non ancora
si osato avanzarsi attesa la co nfu
sione dei loro sentieri numerosi e feraci di sorgenti, che per via di canali
antichi di piombo somministravano per quanto apparisce, acque abbondanti e
perenni all' antica citt. Ma ci che maggiormente sprona la curiosit degli
eruditi il visitare nel territorio di
Chiusi gli etruschi sepolcreti, dove fu trovato quanto di pi mirabile
conserviamo nei nostri musei, mentre non senza una qualche almen lo tana
emulazione col famigerato sepolcro di Porsenna eretto un tempo in questa nostra
patria, presero i suoi citladini etruschi l'esempio di rendere le lor tombe in
vario modo as- J-Ja dovzia d antichi monumenti darte nell'etrusco citt di
Chiusi nostra patria, non ha guari trovati, e nei nostri musei custoditi, ci ha
fatto sospettare che saremmo giustamente ripresi, qualora tal dovizia si teness
fra noi medesimi inosservata ed inutile all incremento della scienza
archeologica. A ci credemmo sufficiente riparo di offrir libero accesso a chi
volesse que monumenti osservar con a- gio nelle nostre private collezioni. Ma
riflettendo poi che la pi gran parte degli eruditi, cui non dato il potersi recare personalmente a
Chiusi, restavan privi del bene di conoscere questo ramo speciale di etruschi
monumenti: cosi a sodisfare anche questa numerosissima classe di eruditi, non
crediamo che trovar si potesse miglior divisamento di quello da noi gi compito,
di far disegnare con fedelt massima i monumenti pi ini ere s santi, che
possediamo, e quindi a nostre spese farli incidere in rame in dugento sedici
tavole distribuiti, raccomandandone l'edizione al cavalier Francesco Inghirami.
A tale nostro invito egli non solo ha cortesemente aderito c oli ine arie ar s
ene per nostro conto, ma si compiaciuto
inoltre di venir pi volte da Firenze a Chiusi per confrontare i disegni coi
monumenti originali, e ci ha fatto inoltre il dono da noi gradito delle brevi
interpetrazioni che abbiamo apposte a ciascun monumento, al che abbiamo
aggiunto anche alcuni ragionamenti, donatici dallegregio sig. prof. Valeriani
nostro concittadino. Chi ha per le mani l opera che ora pubblichiamo, non creda
gi di conoscere, p e' suoi rami, tutti i monumenti antichi di Chiusi, mentre
n assai pi dovizioso il paese. Qui ti d quei di Tarqui ni a, fo rse perch ne fu
inventore un diverso architetto. Nellannoverar che facciamo de monumenti
antichi pi insigni di nostra patria, non
da pretermettersi che in vicinanza della citt rsta sotto una collina di
tufo breccioso verso l Oriente un cimitero antico di cristiani, eh noto sotto
la denominazione di Catacombe di s. Mus tio la Vergine e Martire, inclita
patrona della citt e della diocesi- Questi sotterranei non solo servivano alla
sepoltura de cristiani, e in specialit dei martiri, ma nel giorno di festa e
nel natalizio dei Santi vi si raccoglievano per celebrarvi i divini misteri,
ivi oravano, ivi stavano refugiati nel maggior impeto della persecuzione, a
scansar la rabbia dei tiranni, come descrive un nostro concittadino che di tali
sotterranei h a ragiona to eruditissimamente, L'abbondanza delle cristiane
iscrizioni che spettano a questorispettabile sotterraneo, notante dal prelodato
relatore, lo rendono anche pi degno dell'attenzione d'ogni erudito. Il libretto
che a memoria di ci egli ha scritto con somma eleganza e dottrina, dove si trova
incisa inclusive la piant a dell 1 2 ampio sotterraneo, oltre le iscrizioni ivi
adunate e illustrate ',e laltro libretto di non inferior merito, scritto da
vari eruditi, circa il gi nominato monumento sepolcrale del Poggio al-moro 1,
forma insieme colla presente opera l informazione di quanto crediamo ess er su
ffidente ad erudire i cultori dell' archeologia circa le antichit osservabili
di Chiusi nostra patria. 1 Pastumi, Relazione di un antico cimitero di
cristiani, in vicinanza della citt di Chiusi con le iscri zioni ivi trovate.
Montepulciano Sepolcro Etrusco Chiusino illustrato nelle sue epigrafi dal Prof.
Gio. Batt. Vermigliol, con laggiunta di una memoria del sig. Giuseppe del Rosso
sulla parte architettonica dello stesso monumento ed una lettera del sig. Dolt.
Francesco Orioli. Sta anche negli opuscoli del Vermigliol ec., Perugia sai
magnifiche e ricche d' oggetti d'arte. Si
reso celebre fra gli altri l ipogeo situato in un possesso della g ra
riducale fattoria di Dolciano, il quale conserva in se stesso un antico modello
rarissimo di fabbrica etrusco, perch a differenza degli altri scavati nel tufo,
questo vedesi edificato di travertini tagliati regolarmente, e situati senza
cemento m volta arcuata di tutto sesto, e da varie urne cinerarie occupato, le
quali hanno in fronte sculture vaghissime ed epigrafi etru s che, dalle quali
resulta essere stato questo sepolcro a pi famiglie comune. Altri non meno
importanti ipogei scavati nel tufo si osservano in varie pendici del
monticello, sul quale era ed tuttora la
nostra citt. In alcuni di essi, con animo di sodisfare Valtrui erudita e
commendevole curiosit, i proprietari lasciarono in parte i monumenti meri
facilmente amovibili, acci sia noto come e con quali riti vi fossero depositati
fin da quando ve li posero gli Etruschi. Fra questi ipogei, mediante le nostre
indagini fin ora scoperti, due soli noi trovammo scavati regolarmente nel vivo
tufo m guisa di camere e dipinti : luno aperto nel maggio del 1827 in un podere
chiamato P o gg io-al-moro, l altro in alt ro podere detto il C olle, le cui
pitture son riportate in quest opera. Pare che lo stesso pittore li dipingesse
ambedue, ma l ultimo aperto si conserva assai meglio, forse perch ladiacente
suolo men umido . I soggetti quivi
dipinti son pure i me des imi in amb edue gl ip 0 gei ; ndi {feriscono
granfatto, si nello stile, si. nel metodo del dipinto, e s nel s og g ett o iv
i Ir att ato dalle pitture dellegrottecornetane, che si altamente sono state
encomiate . E probabile che in questi due sotterranei dipinti vi fossero
depositati oggetti di prezzo ragguardevole, e perci dagli stessi antichi
derubati, perch non vi stato trovato
quasi nulla, specialmente in qul sepolcro che lultimo stato scoperto. poi singolare, come i soffitti intagliati nel
tufo sieno pi elegan- lei il loro cognome anche gli altri re etruschi, cosi
esprimendosi quel dotto ed ingegnoso poeta. Nomina videbis, modo namque
Petulcius idem, Et modo sacrifico Clusius ore vocor. Questa gi potentissima
citt, che fu detta Camars nella lingua dei nostri padri, ( il qual vocabolo per
significa lo stesso che il pi moderno Clusium, imperocch le du voci ca, e mar,
o mars, che lo compongono, vengono interpetrate, chiuso dalle paludi ); Che la
nominarono pure Chiamarle, e Camarsoli, Livio, Eutropio, ed Antonio Sabellico,
diede luogo a molte dispute fra gli eruditi per determinare se annoverar si
dovesse fra le dodici antiche citt etruschs, capi di origine-, ma le ragioni
addotte in contrario non montano a nulla di fronte all unanime consentimento di
tutti i pi accreditati scrittori antichi, e moderni, che lo affermano. Ed lo
sorto persuaso che non manchino autorit bastanti a provare, che non solo ella
fu una delle dodici citt capi d origine, delle quali era composta la famosa, ed
antichissima confederazione etnisca residente a Fiesole, che risale per autorit
di molti gravissimi scrittori, a 2o5o. anni circa prima dell era volgare, ma
che avesse puranco lonore di tener lunga stagione lo scettro sii tutta
lEtruria, come lo afferma il dottissimo Dempstero, che sostiene avervelo ella
tenuto per 5qo anni di seguito- Di fatti anche Virgilio, parlando di Chiusi -,
nomina un suo re chiamato Osi- nio, la cui et
molto antica, essendo quello stesso che trovassi impegnalo nelle guerre
eli ebbe a sostenere il Frigio Enea in Italia, contro Turno, ed i Rullili,
prima di stabilire i suoi penati in questa bella, e da tutte le straniere
nazioni ambita penisola. Ma anche molto avanti che quel Troiano qu navigasse,
aveva avuti Chiusi i suoi regnanti, poich si annovera Osinio trentesimo sesto
dei regi Etruschi. Ci che basta a togliere lonore della fondazione di tal citt,
a Tirreno, a Telemaco, e a Clusio . Che poi continuasse Chiusi a fiorire in
potenza, ed in ricchezze, ed anzi Salisse ognora a maggior altezza nell' una e
nelle altre, dai tempi troiani fino a quelli in cui fu scacciato dal trono
Tarquinio Superbo, ne fanno chiara fede gli storici, ed. i poti. Imperocch
Livio nel secondo libro della prima deca, narra che i Tarquinii espulsi da
Roma, eransi rifugiati presso Larte Porsena re di Chiusi. Ed aggiunge lo stesso
storico, al luogo citato, che giudicando quel valoroso monarca nobilissima
impresa per lui l includere quella metropoli nei suoi domimi, mosse a quella
volta con poderoso esercito grandemente inanimito contro i Romani, ed avendo
posto il campo sul Gianicolo, cinse la citt et assedio, e tanta costernazione
vi sparse, che mai prima d allora s gran terrore aveva invaso il senato, ed il
popolo romano. Cotanto formidabili erano in quel tempo le genti chiusine, e s
grande e temuto suonava per le terre italiche il nome di Porsena . DELL ANTICA
CITTA DI CHIUSI li impresa malagevole assai quella di rintracciare le origini
delle antichissime citt italiche, i cui fondatori si perdono, per lo pi, nel
buio delle et favolose. E quanto furono esse pi cospicue, e pi potenti, per
valor d'armi, e per senno dei loro abitanti, per sapienza, e per arti belle,
tanto cresce la difficolt di poterne rinvenire con sicurezza, e fissare i
cominciamenti Avvegnach i poeti singolarmente, seguiti poi dagli storici
ancora, assumendosi l' incarico di celebrarne i pregi, e cantarne le lodi, pare
che siansi fatto uno studio esclusivo di nasconderci il vero. Questa sorte
pertanto comune con molte altre anche
alla nostra famosa Chiusi. Tuttavia, bench io non dissimuli a me stesso, che
ben aspro e certamente il cammino, in che sono entrato, e tale forse ancora da
non trarmene fuori senza pericolo di smarrirmi tra va -, pure non so astenermi,
spintovi da quel caldo amor patrio, che mai non tace negli animi bennati, dallo
scrivere alcuna cosa intorno alla citt di Chiusi . E tanto pi volentieri lo
faccio, m quanto che pubblicandosi un'Opera ove non sono raccolti che antichi
monumenti chiusini, non giudico disdicevole che vi si legga, cosa fosse nei vetusti
tempi quella si splendida, e si rinomata citt. Lasciando pertanto da parte,
come, e quando cominciasse ella ad esistere, se Tirreno, o Telemaco ne ponesse
le fondamenta, come pretesero alcuni scrittori, o sivvero Classo re degli
Etruschi, che si vuole da altri che fosse figlio di un secondo Tirreno, e se ne
riguarda come il fondatore esso pure, ( ed io lo direi meglio arnpliatore, e
ristauralore della medesima, bench s ignori in qual secolo ci avvenisse ),
egli fuor d' ogni dubbio che questa citt
risale ad una remotissima origine . Loch peraltro discoprire volendo, e
stabilir con certezza, sarebbe lo stesso che mettersi a navigare in un mar
senza sponde. Per lo che, scender ad epoche meno lontane, e pi certe, quando gi
la citt di Chiusi teneva ampio dominio sull' antica Etruria. Mentre pare da un
distico che si legge nel primo libro dei Fasti d Ovidio, che prendessero da
Elr. Mas. Chius. zo coll' uccisione del Console Lucio Cevlio, e di 3 ooo
soldati, furono dalla valida l'esistenza dei Chiusini obbligati ad abbandonarne
l'impresa, e spingersi a sciogliere il freno ai loro furori contro Roma. Lo che
narrasi da Lucio Floro nel primo libro della storia romana, e possono
consultarsi ancora su questo proposito, Diodoro Siculo, e Polibio. Ne fa pure
un cenno Plutarco nella vita di Numa Pompilio, e ne parla pi a lungo in quella
di Camillo. Anche la risposta, che lo storico di Cheronea fa pronunziare con
barbara confidenza da Brenna condottiero dei Galli, agli ambasciatori romani,
che s'erano a lui recati per chiedergli ragione a nome del Senato, del suo
procedere verso i Chiusini, infestandone i possessi, disertando i campi, e
minacciando la citt, ne fa viepi chiara testimonianza intorno alla celebrit, ed
opulenza della medesima, essendosi cosi espresso qul fiero conquistatore. Ci
fanno manifesta ingiuria i Chiusini, come coloro che ambiscono di possedere una
estensione di compagne, molto maggiore di quella che possono coltivare, e
superbamente ricusano di concederne una porzione a noi forestieri, che siamo in
gran numero, e poveri. Circa la fertilit poi dell agro chiusino, leggasi
Plinio, ove ne loda il frumento, cosi per la qualit sua, come per la quantit
che ne produceva. E Marziale erasi prima di lui nell ottavo epigramma del i 3 .
libro espresso in tal guisa Imbue
plebejas clusinis pultibus ollas jj. Moltissime altre autorit di antichi
scrittori avrei potuto raccogliere, onde mettere in pi chiara luce, ed
evidenza, la grandezza, e V opulenza della citt di Chiusi iti remotissimi
tempi, la potenza dei suoi re, il valoroso coraggio, e l'operosa industria dei
Suoi abitanti, t libert del suo territorio, e lo splendore che la rese tanto
famosa per lunga serie di secoli, ma stimo che bastino le gi riferite, ed i
pochi cenni che ne ho dati, per farne concepire, a, chi vorr leggere questo
ragionamento, una giusta, e non umile ida. N poteva daltronde dilungarmici gran
fatto, attesa V indole di quest' Opera, e la brevit della periferia, cui ho
dovuto perci ristringermi nel comporlo. Mi contenter dunque di aggiungere, che
venendo puranco ad epoche a noi pi vicine, dopo lo smembramento dell impero
romano per opera dei Longobardi, ebbe Chiusi, bench decaduta immensamente dall
antico suo lustro, il titolo di Ducalo; leggendosi presso Anastasio
bibliotecario in s. Zaccaria, che Liutprando mand ad ossequiarlo il suo nipote
Agiprando, 0 come leggesi in altro codice Adelprando, duca di Chiusi. Il qual
fatto viene riferito egualmente dall autore dell Etruria Regale. Ed anche
giunta la citta di Chiusi all estrema sua umiliazione, rimase ognora citt
vescovile, come lo tuttavia, e fregiata
di assai privilegi. E si legge in un manoscritto che tratta di cose etnische, e
conservasi nella libreria Rondoni JlcJlklh che circa di n' era vescovo un tal
Teodosio. Ricavasi pc-i dal decreto di Gregorio, cap. 9. delle costituzioni,
che l' anno 3 II qual fatto confermano, oltre Polibio, Dionisio d Allea mas so,
ed altri Storici, anche santAgostino nella sua Citt di Dio, Sidonio Apollinare,
Chilidiano, Orazio Fiacco, Marziale, Tztze, e molti altri. N parr strana una si
gran potenza dei chiusini, ed una tanta opulenza, a chiunque facciasi a
riflettere ai magnifici e sontuosi edifizi, dei quali Chiusi adornavasi. E
baster riferire a questo proposito la descrizione del labennto fattovi
costruire dallo stesso Porsena, perch gli servisse di sepolcro, e che si legge
in Plinio al capo decimo terzo del libro trentesimo sesto, ove riporta, co/n ei
dice, le parole stesse di Marco V rrone. Fu sepolto, scrive egli, questo
monarca, sotto la citt di Chiosi ove erasi fatta inalzare una tomba di larghe
pietre quadrate, e compresa da quattro lati, o muri, ciascuno dei quali
estendevasi per trecento piedi in lunghezza, avendone cinquanta di altezza.
Nell area interna di nove mila piedi, raggravasi un inestricabile laberinlo,
nel quale chi si fosse introdotto senza un gomitolo di filo, non avrebbe potuto
ritrovare la strada onde uscirne. Ergevansi poi sopra il vasto quadrato cinque
piramidi, quattro negli angoli, ed una nel mezzo, larghe alla base, ciascuna
setlantacinque piedi, ed alte centocinquanta. Slava nella cima d ognuna di esse
un grosso globo di bronzo, sovrappostovi un petaso, dal quale scendevano varie
catene, cui vedevansi sospesi dei campanelli mobili, e sonanti quand erano
agitati dal vento, come raccontasi pure del tempio di Do- dona. Sulla cima
delle grandi piramidi ne sorgevano altre quattro alte cento piedi', sopra le
quali era praticato un piano, ed in esso pure si alzavano altre cinque maggiori
piramidi, che secondo gli annali degli Etruschi veduti da f arro nc, erano
tanto alte, quanto il rimanente dell edifizio. Ora domando io : a qual potenza,
ed a quanta ricchezza doveva esser salita la citt di Chiusi, onde concepir
potesse un suore, e condurre ad effetto la superba idea di fare erigere una
fabbrica di questa sorte, per servirsene di sepoltura, quando ancora si voglia
credere esagerato un tal racconto ! E veramente, o esagerazione, o stranezza
vi certo, nella surriferita descrizione,
giacch pi agevole il disegnare quelle
piramidi sulla carta, come saviamente riflette anche il Pignotti, che il trovar
la maniera di farle stare in piedi. Tuttavia per, bench debbasi ridurre la cosa
a pi ristretti, e pi giusti limiti', conviene non pertanto ammettere, che la
tomba di Porsena fosse una fabbrica sorprendentissima, e tale da superare di
gran lunga quanto di pi grandioso fece ammirare V umana vanit nei trascorsi
tempi, o si ammira pure nei nostri, presso le altre nazioni, se non per altro
per la singolarit della sua costruzione, e per la gigantesca sua mole-, poich
tal cose possono ingrandirsi bens dai narratori di esse, ma inventarsi non mai.
N meno splendida da credere che fosse la
nostra citt, n inferiore la sua potenza 284 anni pi tardi, quando scesero in
Italia i Galli Senonio Avvegna ch avendola quei barbari cinta d assedio, dopo
aver battuti i Romani ad Arez- 5 iig8, il pontefice Innocenzo III scrisse al
vescovo di Chiusi, bench se ne taccia il nome nel luogo donde ho tratta questa
notizia. E finalmente narrano, il Surio tomo l\, e 1 Usuando nel Martirologio,
che il d 3 di luglio, imperando Aureliano, vi conseguirono la palma del
martirio i santi Mustiola cugina dell' imperator Claudio ed Ireneo diacono, i
cui corpi sono esposti alla venerazione dei fedeli nella stessa citt. Non
solamente gli antichi monarchi, ed i grandi Chiusini avevano le loro tombe
gentilizie ; ma le private famiglie eziandio, e queste pi c meno grandiose, a
seconda della propria condizione e ricchezza, come ne fan fede tutti quegl ipogei, che sortosi in buon numero dissepolti
finora. E non dispiacer, credio, agli amatori delle cose etrusche, il sapere in
qual modo discopronsi cotali sepolcreti. Nei trascorsi tempi era stato il solo
caso l'autore di simili ritrovamenti, poich
contadini arando la terra si abbattevano di tempo in tempo in alcuno di
essi, senza cercarne. Ma da varii anni a questa parte, la cosa ha cangiato d 3
aspetto e si determinata la maniera di
rinvenirli a colpo sicuro, ed eccone il metodo. Avendo osservato alcuni signori
Chiusini, come, e dove erano situati gl ipogei discoperti dal caso, pensarono
di fare dei tentativi, saggiando il terreno, per discoprirne degli altri
espressamente cercandoli, ove se ne riscontrasse del sovraimpostoj ed i primi
saggi \ per essi sperimentati, sortirono un felicissimo effetto. Questi diedero
loro animo a procedere ai secondi, e quelli ai terzi, e cos ad altri di mano in
mano. Di modo che nel corso di pochi anni se ne scoprirono in tal quantit, che
alcuni dei sullodati signori, come fra gli altri, Casuccini, e Sozzi,
arricchirono, o formarono di pianta, ragguardevoli collezzioni, di urne
funebri, vasi, specchi mistici, idoli, sitale, scarabei, ed altre
interessantissime anticaglie. Le quali collezioni si vanno pure di giorno in
giorno aumentando, mediante i nuovi scavi che si continuano sempre a fare con
caldissimo amore di patria, e senza risparmio di spese. La qual cosa, se e
lodevole in un governo, lo molto pi
nella condizione privata. Che al nascimento del cristianesimo, ed al tempo
della propagazione di esso, fosse Chiusi tuttavia una rispettabile citt, e fra
le prime ad abbracciare la fede evangelica, si deduca ancora da quanto sono per
dire. Nelle catacombe che si trovano situate alla distanza di circa un mezzo
miglio dalla citt medesima, e delle quali fanno menzione, V Ughelli, il
Boldetti, ed altri, essendosi di recente intraprese delle escavazioni, che si
vanno proseguendo con ardore, sono stale riaperte molte strade, ove si rinvenuto un numero considerevolissimo di
sepolcri murati a pi ordini, che saranno ben presto formalmente aperti. Nei
quali, se per mancanza di autentiche non si potr asserire con sicurezza che vi
siano siati sepolti corpi di Santi Martiri, non pu dubitarsi per che abbiano
servito di tomba ad individui della primitiva cristianit. In alcuni di essi
trovati discoperti si osservato essere
state deposle in ciascuno le ossa d{ due o tre individui : lo che mostra ad
evidenza che fosse grande in quei tempi il numero dei cristiani in Chiusi,
venendo ci infermato dall essersi col
diretti dalla stessa Roma, diversi seguaci della nuova religione, fra i quali
la surriferita Vergine Mustiola, e dall 3 avervi spedito l* imperatol e
Aureliano un suo Prefetto per nome Pardo A promano, affine di perseguitarvi i
cristiani -, e non pochi di essi vi subirono il martino, come t due santi
nominati qui sopra le anime goduto dopo chelleno son separate dal corpo. Furon
varie presso gli antichi le maniere di figurare un simile godimento, e noi
vediamo frequentemente nelle pitture dei vasi fittili, e nebassirilievi alcune
imbandite mense, i cui commensali starinosi lautamente bevendo a! suono di
piacevoli strumenti, poich prevaleva presso di loro la massima che il premio
concesso alle anime beatificate era il godimento di una eterna ubriachezza. Al
pari dissoluta sembra laltra massima degli Etruschi i quali fanno consistere
tal beatitudine nel libero consorzio di ogni senso, per cui si vedono
replicatissime pitture nei vasi etruschi dun satiro ed una menade, ai qual
soggetto si d nome di baccanale. Men dissoluta
1 immagine del Chiusino scultore antico di questara, ove al suono di
variati strumenti ci rappresenta una mimica danza, replicato soggetto nelle
sculture pi antiche di Chiusi. Il rilievo di questa bassissimo, al pari dellantecedente, e il
disegno parimente un terzo del suo originale.
JSum. j. Tra le molte immaginette in bronzo che trovaronsi nelle terre
deglEtruschi rappresentative della SPERANZA se ne incontrano alcune alate come
la presente. Le ragioni che mossero questi popoli ad AMMETTERE LE ALI ALLA
SPERANZA, son da me dichiarate nello spiegare i monumenti etruschi, non meno
che il significato della veste che tiene scostata dal fianco. Qui soltanto
ripeter brevemente, che gl3truschi hanno spesso confuso LA SPERANZA colla
Nemesi, dando all una ed allaltra le ali MA LA SPERANZA, A DIFFERENZA DI
NEMESI, CONTRAE LA VESTE PER AVER PIU SPEDITO IL PASSO, ONDE MOSTRARE CON
QUANTA ANSIETA LATTENDE CHI SPERA. La mano elevata suole aver altres qualche
simbolo o significato, ma di questa nulla diremo per esser guasta; e solo
avvertiremo esser questo disegno uguale in grandezza al suo originale. JSum. 2
. Lo scarabeo rappresentato in questo num. 2, ha una figura scolpita rozzamente
al segno da mostrare una sola gamba, sebben sia nuda in tutto il corpo. Il
petto delineato in guisa che addita
esser donna,- e qualora interpetrar si volesse quel che tiene in mano,
direbbesi non impropriamente un pomo granato, sicch il combinare con tutto ci
latto di stare assisa ci potrebbe far creder che fosse Euridice o Proserpina,
entrambe dimoranti all inferno, dove figurasi assiso chi vi destinato, per mostrar cred io la stanchezza
di quella dimora. Cos Teseo condannato all inferno fu non solo cos
rappresentato dagli Etruschi 6, 1 Ivi, ser. i, 4i2. 5 Ivi, Ragionamento v, p.
17 5, sq., e cap. u, 2 Micali, Monuments ant. pour louvrage inlilul p- 110. sq.
l'Italie av. la dommation des Romains, Lanzi, Saggio di lingua etrusca, tav.
Monum. Etruschi; ser. nij p. 202, sq. n. 2, p. lai 4 Ivi, p. ao 5 ETRUSCO
2D2IL2.1 S&TftiL2 Non vi soggetto
che abbia tanto occupato il genio degli artefici scultori nei monumenti ferali,
quanto i Dioscuri. Noi vediatno soventi volte nei cassoni mortuali i simulacri
di quei due giovani allegorici, posti simmetricamente alle due estremit delle
cotriposizioni, senza che abbiano colle composizioni medesime nessuna
connessione storica o favolosa ivi posti manifestamente non solo per ornamento,
ma per allusione speciale al passaggio dalla vita alla morte, e nuovamente
dalla morte alla vita, come dicevasi dai Gentili che i Dioscuri ebbero da Giove
il vicendevole dono della immortalit 3 . Or poich il presente bassorilievo in unara di quattro facce, ove da ognuna di
esse ripetesi a guisa dornato il soggetto medesimo di due giovani equestri, e
poich questo monumento stato ritrovato
in una tomba sepolcrale, cos non credo erronea 1interpetrazione ch'io d a tal
soggetto dei due dioscuri, ripetuti simmetricamente per ogni faccia dellara. Il
rilievo della scultura bassissimo,
eseguito in pietra tofacea, la quale si lavora con molta facilit per esser
fragile. Il disegno un terzo dell
originale. frequentissimo al pari
dellantecedente soggetto quello che losservatore trova in queste 4 Tavole
distribuito, non altro ivi raffigurandosi che il gaudio mistico dal- i B. rii.
del Mus. Borgia riportato dal Millin, Galler. Mythologique Pian, lxxx, n. 53o.
Cori, Inscript. Antiq. in Etruriae urbi bus ex- iati., Pars ni, Tab. x. et
xGxrti, 2 Inghirami, Monumenti Etruschi, r nuovo negli oggetti ferali laugurio
di prosperit che i vivi facevano ai morti, nella fiducia che godessero una vita
migliore. Laltezza di questo vaso un
terzo dell originale. tavola. Ecco un saggio dei tanti vasi di bronzo che si
trovano a Chiusi. La grandezza del disegno
pari a quella del suo originale, ed ha ornamenti siffatti, che non disdirebbero
ad unopera di fusoria dei migliori tempi dell arte; specialmente se
consideriamo quel manubrio a cui si leggiadramente vien data la forma d un
giovine in atto di riposo. Un altro genere d utensili tutto diverso dai fin qui
esposti, occupa la Tav. X, ove pure
diverso in tutto lo stile del disegno che ne traccia la rappresentanza;
talch sarei per dire che altri fossero gli artefici e la scuola di scultura,
altra quella di plastica, altra quella di fusoria, altra quella gliptica, altra
quella di grafito in Chiusi, e che tutte separatamente si vedono in queste
dieci tavole. Nel presente disco manubriato di bronzo rappresentansi fuoi d
ogni ub io i Dioscuri: soggetto ripetutissimo in simili oggetti, che perci
diconsi spec chi mistici; e su questi e su quelli ho scritto abbastanza,
ragionando dei Menu menti etruschi *. Uno dei giovani colla mano portata in
alto accenna il cielo, laltro linferno col braccio al basso: attitudine che a
meraviglia esprime 1 al tei - ila loro posizione, come dicemmo spiegando la
tavola prima. Onde qui mi resta da notar brevemente, che questi mistici
utensili si trovano tra i cadaveri come un amuleto relativo al transito delle
anime da questa all altra vita. Una gran parte di figure in bronzo quasi
esattamente simili alla presente si trova in vari musei d Etruria ; e poich io
ne vidi alcune che sostenevano un gran disco con una incassatura al lembo di
esso, cos mi detti a credere che in antico siano stati specchi di toelette, il
cui disco lucido era probabilmente incastrato nella ghiera del disco di bronzo
ade r ente alla anzidetta figura, che gli serviva di manico 3, e della
grandezza di questo disegno, eh' uguale al bronzo archetipo. Non dunque inverisimile che essendo questo un
vero specchio da toelette, sia quel manico dal quale retto, la figura di Veneie.3 Ivi, tav. g ma
descritto in simile attitudine anche da Virgilio *. La stessa Euridice si vede
rappresentata allinferno sedendo per terra, in atto desser liberata da Orfeo *
11 pomo granato nelle mani delle persone infernali superstizione che usavasi anche tra gli
Etruschi, rappresentati nei coperchi delle loro urne cinerarie 3 . Ma in tanta
goffaggine chi decide? Num. 3. Lo scarabeo di questo num. sar spiegato con
altro d'ugual soggetto. mrriensa variet di forme che sincontra nei vasi
sepolcrali, ve ne son 1 j C | 6 ^
6r n ' r o uar do meritano d'esser fatte
conoscere coi rami per la H r t0 s n S^
ar ta ; e per quanto non potremo in
questopera dar 0 . o nuna di esse, pure non sapremmo astenerci dal farne
conoscere le pi a- 3 ' H t0 r >r *. nc T a ^ menl:e riguardo alla utilit che
queste nuove forme poscaie a e aiti meccaniche, ed al miglioramento degli
utensili domestici. t . . Pj ente,n questa VII tavola figurato di terra cotta di color rosso, si- rorrisn 3
m6nte sn P ra a ^ tr ' quattro vasetti insieme uniti al disotto, ed ai
quali . . n on quattio fori nel
recipiente maggiore praticati, onde potrebbero ntrodurvs. quattro diversi liquidi,
come si vede chiaramente nel disegno superate " 6 ^ recc liette c ^ e servono di manichi nel vaso
di mezzo sono trafoche ' C me Se V1
fo8Se P assa t a una cordicella per appendere tutta la macchinetta, per ques o
aggiunto sembra essere stata di qualche uso. tavola Vili. annoverare preSeiUe da re P u tarsi antichissimo, qualora non
vogliasi mento eli occh' imi ^ tlV0 delIe antiche opere plastiche. I profili
con gran g a a pert.ss,m. ne. volti che vi son modellati,
e quei veli che hanno nera anche^nfll* *' mm, espressi dagli antichi nei
monumenti sepolcrali. Avverte chi ha fatto eseguirequesta tavola, che sotto al
vaso copiato un ornato doro dalla parte
anteriore, il doppio dell originale, e sotto
disegnata la parte posteriore di esso, della grandezza del monumento, ed
aggiunge che le due sfingi rappresentatevi sondi un lavoro mirabilmente finito
e minuto. ISCRIZIONI FUNEBRI ETRUSCHE Quanto saviamente dichiarasi dal eh. pr.
Valeriani nel secondo suo dotto ragionamento che segue, mi dispensa dallonere
di spiegare le iscrizioni funebri che trovansi nei cinerari etruschi di Chiusi,
perche scritti in una lingua perduta. Tuttavia quel barlume che le moderne
indagini dei dotti sopra di essa ci fan vedere, sar posto a profitto dall'
eruditissimo sig. prof. Vermigiioli il pi meritamente accreditato in simile
materia, onde in fine di questopera trovisi qualche notizia di queste
iscrizioni funebri chiusine, che ove lo concede lo spazio vi si distribuiscono,
senz altro dirne per ora. V* : IHd-M 3 Pi -O J I- :ian 0qm v : Pi +i f 11 A? 3 d-flq = i anq V >/ di. yfMRY/\ IV. =3
Dliaq => --1 Mti V V -, Mooum. Eu.., set. m. 36 >4 d^osamcnte remota,
dice il Pejleuttier nella sua storia dei Celti, gli antichi popoli di questo
nome, o i Cello-Sciti, la cui lingua se non
primitiva in un senso assoluto, 10
per lo meno relativamente a quasi tutte le lingue conosciute, s furono
sparsi da una parte nell Asia occidentale, e dall altra nell Europa, si
estesero in quest ultima regione, gli uni al Settentrione, e gli altri lungo il
Danubio. La posterit di questi poi rimontando quel fiume, pervenne in seguito
alle sponde del Reno, le quali oltrepass, e riempi delle sue numerose
popolazioni tutto l intervallo che si estende dalle Alpi ai Pirenei, e ai due
mari. Laonde ovunque la lingua dei Celti mescolandosi agl idiomi indigeni, form
delle combinazioni, ov ella domin sensibilmente . Ed anche in quei contorni che
aveva trovati deserti, o dai quali aveva fatto scomparire gli abitanti, il
celtico si conserv nella sua purit originale. Alcuni secoli dopo la popolazione
sempre crescente di questi Celti, o Galli, li costrinse a passare i Pirenei, e
le Alpi. In Italia, dopo avere occupato da prima tutto il paese posto al piede
delle montagne, eglino si estesero di mano in mano, nel- l'Insubria,
nellUmbria, nel paese dei Sabini, in quello degli Etruschi, degli Osci, dei Sanniti,
ed in tutto il resto della penisola al d qua del Garigliano. Nel medesimo tempo
alcune colonie greche approdarono all estremit orientale dItalia, e vi
formarono degli stabilimenti. Lasciami poi ben presto le sponde del mare, e
spingendosi sempre avanti, incontrarono finalmente i Celti, che continuavano
pure dal canto loro ad avanzarsi ancor essi
Dopo alcune guerre, poich questo
sempre 11 primo caso dei due popoli che s incontrano j s riunirono nell
antico Lazio, e non vi formarono pi che una sola societ, che prese il nome di
popolo latino. Allora le lingue delle due nazioni si mescolarono insieme, e si
combinarono con quelle dei primitivi abitanti. N bisogna dimenticarsi di
osservare che in quest' amalgama aveva il celtico un gran vantaggio. Il greco, che
non allora, o a grandissima distanza, la
lingua di Omero, di Platone, doveva dal canto suo il nascimento ad un miscuglio
di mercatanti fenci, d avventurieri di Frigia, di Macedonia e d llliria, e d
quegli antichi Celto-Sciti, che mentre i loro compatriotti si precipitarono in
Europa, eransigettati sull' Asia occidentale, donde erano discesi in seguilo
fino al paese che fu poi la Grecia. Eravi dunque del celtico alterato nel
greco, che si combinava di nuovo col celtico. Dalla qual moltiplice combinazione
nacque la lingua latina, che rozza nella origin sua. ripulita poi, e
perfezionata col tempo, divenne in fine la lngua di Terenzio, di Cicerone, di
Orazio, e di Virgilio. Ed questa
medesima lingua latina, che dopo un si bel regno terminato con un s lungo e
tristo tramonto, veniva ad amalgamarsi ancora unaltra volta col celtico :
sorgente comune dei barbari dialetti dei Goti, dei Lombardi, dei Franchi, e dei
Germani, per divenire poco tempo dopo la lingua di Dante, di Petrarca, e di
Boccaccio. Per tali considerazioni, e per quelle gi riferite in questo
ragionamento, io credo che si debba battere un cammino diverso da quello che
si battuto finora dagli archeologi, nell
investigazioni intorno gli antichi Etruschi, ed al loro linguaggio. E non gi
perdi io abbia la nati d sopra, molta gratitudine dobbiamo avere ai Signori,
Vermiglol, Zannoni, Mleali. Orioli, Ciampi, e pi particolarmente all
infaticabile cav In- giurami, per i tentativi che tutti questi hanno fatto,
onde aggiungere dal canto loro nuovi lumi, affine di condurci vie pi addentro
nei penetrali delle cose etrusche, non ci siamo non pertanto finqu partiti,
quanto alla lingua, dal punto dove eravamo cinquanta, o sessanta anni, per non
dire quasi un secolo addietro. N qui sarebbe per avventura fuor di proposito lo
stabilirese la nazione etrusco debbasi avere assolutamente nel numero delle
perdute, e nel caso affermativo determinare il come, e il quando sia questo
avvenuto, oppure considerare la dobbiamo come trasfusa nella romana, o
combinata con tutte quelle che invasero a piu riprese lItalia. Ma siccome
cotali ricerche mi farebbero deviar troppo dallo scopo che mi sono prefisso in
questo discorso, e mi trarrebbero troppo in lungo, cosi le serbo ad altro
tempo, e ad altro lavoro. E per istringermipi dappresso al mio soggetto,
dovremo noi riguardare la lingua etnisca, o come primigenia, e indi genia dell
antica Etruna,o come proveniente da altro pi vetusto idioma italico-, o sivvero
come un composto di pi dialetti stranieri, combinati collindigeno, quali sarebbero,
il pelasgo, il lidio, il celtico, il greco antico, il traco-frigio, ed altri,
qua portati a diverse epoche dalle varie colonie che si venneroa stabilire
nelle nostre belle contrade. Riflettendo che tutti gli archeologi, i quali
procacciarono di rischiarare questa materia oscurissima, hanno ben poco, o
nulla concluso finora circa lintelligenza dell antica favella dei nostri padri,
e quelli che pretesero di trarla dall Oriente senza alcun altro soccorso, e
quelli che la vollero derivare dai greci e i fautori dell antico latino $ pare
che ne inviti la sana critica, e ne sproni il buon senso, a tentare un altra
via, per vedere se si giungesse finalmente a sciogliere questo famoso nodo
gordiano. Ed io penso che giovandosi di quanto si pu raccogliere di
antichissimo italico, donde procede in gran parte il vcchio latino, non
trascurando il greco, per le ragioni che svilupper altrove, e ricorrendo pure
ai dialetti annoverati qui sopra, si possa con sicurezza avanzare qualche
passo, e forse ancora giungere a fissarne un compiuto alfabeto, e quindi a bn
leggere, ed intendere, tutto quello che ci rimane di etrusco. Imperocch, sia
che abbia veramente esistito una lingua primitiva, della quale tutte le altre
non siano che derivazioni, e prodotti, o sia che le diverse popolazioni umane
siensi fatta da principio, ciascuna la sua lingua, e che per moltiplicate
combinazioni, e dopo una lunga serie di secoli, questi diversi idiomi
particolari siano venuti, per cosi dire, a fondersi in un idioma generale, che
in seguito poi siasi diviso, e suddiviso di nuovo, in lingue, e in dialetti
diversi, vi sono pochi argomenti pi degni dell attenzione del filologo, e del
filosofo ad un tempo, di queste formazioni, di queste separazioni e di queste
riunioni d linguaggi, che indicano le principali epoche della formazione, della
separazione, e della riunione dei popoli. Lidioma latino che disparve al
nascere dell'italiano, era stato in una molto recondita antichit il prodotto di
una simile rivoluzione. Quando ad un' epoca pr- Porgiamo alla considerazione
dello spettatore in questo disegno la pi grande urna in marmo che siasi fin ora
trovata nei moderni scavi di Chiusi, misurando in lunghezza circa 4 braccia. Ha
nel cornicione superiore una lunga iscrizione etnisca, ma disgraziatamente dipinta,
e non conservata come desiderar si potrebbe per l'intelligenza compita,
quantunque da quel che resta comprendesi essere un aggregato di nomi famigliari
e nient'altro. Vi corrisponde la rappresentanza della scultura, ove si vede la
moglie che dal marito congedasi, o questo da quella per girsene allaltra vita.
Una Furia come addetta al ministero delle anime, abbracciando la donna par che
indichi esser lei la defonta, e non 1 uomo che il soggetto ivi appella. Infatti
contiene il coperchio dellurna una donna, come vedremo. Termina la composizione
con altre due Furie, una delle quali
pronta a ricever lanima alla porta infernale per dove passavasi quindi
agli Elisi a ; e le altre cinque figure intermedie non altro significano a mio
credere che parenti, e forse anche estinti antenati, dequali siansi voluti
rammentare i nomi nella iscrizione. Forma questo bel monumento e rarissimo in
Etruria uno dei principali ornamenti del Mueo Casuccini di Chiusi. Ecco il
coperchio in marmo dell urna gi osservata nella Tavola antecedente. Quivi e una
donna mutilata in parte, come esser sogliono le sculture sepolcrali visitate
dai primitivi cristiani, ed in quella occasione depredati quei loro sepolcri;
ma pure non sempre del tutto, e infatti si
trovato in Chiusi qualche ornamento doro uguale alla collana che
riccamente scende sul petto di questa defonta, la quale succinta, come esser sogliono le protome
delle donne. Ha in mano un pomo granato, conforme davansi a chi si portava all
inferno. Quando si volesse dare una interpetrazione a questoscuro soggetto in
bassorilievo, si potrebbe dire essere il giovane Astianatte genuflesso sul
larario, in atto di venire immolato al furore di Pirro. Il monumento unurna di terra cotta non molto conservata.
Monum. Etr., ser. i, p. 191, 229. a Ivi, p. 177, 46. 3 Ivi, ser. 11, p. 229, a
3 o. stolta presunzione di credermi pi perspicace, e pi istrutto di quei
dottissimi, che si affaticarono in clamo su questo istesso argomento, ma
solamente perch il tentar nuove strade in materia cotanto astrusa, permesso a chi che sia, particolarmente
quando tutte quelle tentate finora, non sono opportune a condurci a buon porto
. E perch pur vero che non di rado tocc
in sorte ad uomini di mediocre ingegno e sapere, il discoprimento di ci che
rimase lungamente occulto alle pi profonde, e costanti ricerche di
sapientissimi osservatori. Protesto peraltro ampiamente desser pronto ad
abbandonare la mia opinione su questo proposito, quando i dotti me ne oppongano
un altra pi plausibile, e pi idonea allo scopo cui diretta. Essendo io scevro affatto di ogni
particolare affezione per essa, ed alienissimo da qualunque spirito di sistema,
n altro cercando che la verit . Avvegna che, una delle cause positive, anzi la
principale, a mio credere, che abbia cos ritardalo, ed impedito la scoperta del
vero in questa materia, stato senza
dubbio lo spirito di sistema, portatovi da ciascuno di quegli archeologi, che
vi esercitarono con particolari indagini il proprio ingegno, ostinandosi, e
forzandosi per ogni maniera, a derivare da un solo fonte la Unga etnisca.
Idifatti, niente pi funesto ai veri
progressi delle scienze, n pi contrario al discoprimento della verit, di quello
che lo sia uno spirito sistematico. Imperocch tutto allora si sconvolge, si
contorce, si altera, anche senza avvedersene, per trarlo comunque al proprio
sistema, adattarcelo, e farlo a diritto o a torto, convenire con quello . Ma
chi adopra in tal guisa, non v altrimenti in cerca del vero, e si affatica
soltanto a rinvenire ci che egli si
preventivamente immaginato di dover trovare. Cosi, tutti coloro i quali
pretesero di far venire gli Etruschi da una colonia di Cananei, o di altri
Orientali, crederono di vedere perfino la forma delle lettere etnische, in
quella delle ebraiche, e pi specialmente delle cosi dette sanimaritane, bench
non ve ne fosse la minima idea. E t.enevansi tanto pi sicuri del fatto loro, in
quanto che usarono i nostri antichi padri condurre la loro scrittura da destra
a sinistra, come glebrei, i Sammarilani,ed altri popoli dellOriente.I S
mancarono di viepi confermarsi in tale opinione, osservando alcune voci
etrusche, simili, o provenienti dai dialetti semitici-, quasi che fossero
queste argomento bastante a costituire la identit di origine dell' etrusco con
quelli, e non sapessero tutti i filologi, che sincontrano delle voci simili di
suono, e di significato ancora, in quasi tutte le lingue conosciute, senza
poter giungere a provare per questa via, che l una derivi con sicurezza dall'
altra, e tutte da un fonte comune. Mentre sono tali somiglianze, ed analoge, il
prodotto di quei mescolamenti, dei quali ho parlato in principio. E con tanta
maggiore facilit debbono essersi mischiate, e combinate non poche voci
orientali all etrusche, per lo commercio singolarmente dei Fenici coi nostri
antenati, in epoche da noi remotissime, come altrove si detto-, insegnandoci concordemente gli
antichi scrittori quanto in ci valessero gletruschi, o Tirreni, e come
signoreggiassero i due mav che circondano Italia, cui diedero perfino il nome.
si vede nel manico il sole, come io
spiegher meglio in seguito, e l'atto delle mani e dei piedi che volgesi in
alto, in basso e per ogni senso, simbolo
della generale influenza dei suoi raggi, cbe si spargono in giro Gli ornamenti
a bassorilievo che circondano questo vaso NON HANNO UN SIGNIFICATO DIVERSO da
quei che vedemmo alle yavole, ed perci
inutile ripetere ulteriormente il gi detto. M immagino che la figura qui
espressa, e ripetuta pi volte in molti vasi trovati nei sepolcri, possa esser
Marte, il quale significar vi debba, che il tempo in cui domina quel
pianeta lautunno, come in altri
monumenti se ne vede l'indizio i 2, e questo tempo vi si rammentava per la
ricorrenza del suffragio delle anime 3, al quale oggetto erano istituite feste
ed offerte ; o forse rammentasi la deit deglitali primitivi. Sono assai
numerosi gl idoli femminili in bronzo di piccola dimensione pari al presente,
eh io credo essere stati nominati comunemente dagli antichi gli Dei Lari, o
Penati, o Geni tutelari, e Giunoni 4, quando, come questa statuetta, erano
femmine; e dice vasi che ogni donna aveva la sua Giunne per protettrice 5 . Il
gusto dei Greci, come ricaviamo dalle opere loro trovate in Ercolano e Pompei,
era dinventare ornamenti per le suppellettili anche non attinenti al fasto ed
al lusso, dove introducevano con molto genio ed ingegno animali ed umane figure
: genio che si propag per lItalia, come vediamo nelle opere di Chiusi, di che
abbiamo un bell esempio nei due manichi di bronzo incisi in questa XXHI Tavola,
un de'quali ha un mascherone bizzarramente travisato con fogliami, fiori ed una
barba assai schersosamente spartita. Bella
parimente limmagine dellaltro manubrio disegnato di faccia e di profilo,
dove si vede un anima- i Monumenti etr., ser. 11, Tay. xc, pag. 762. 4 Monumenti
etr., ser. 1, p. 279. % Ivi, ser. vi, tay. F2, num. 3, p. 17 5 Virgil. Aneid.,
Ovid., fastor. 5x2, 544 * y* 4 ^ 5 .notabile che i coperchi delle urne in terra
cotta sieno di miglior modello eh esser non sogliono quelli scolpiti in pietra
N chiaro esempio questa re- combente
figura che serv di coperchio all urna precedentemente esposta. Ognun vede
quanto il panneggiamento sia pi ragionato nelle pieghe di quel che osservammo
allaTav. XIV ove ne reputammo lurna spettante a ricca matrona. Chi sa che il lusso
de marmi non prevalesse in tempo della maggior decadenza delle arti ? La
muliebre figura qui esposta fu eseguita in fragile pietra tofacea e trovata
acefala in un sepolcro, colla particolarit che il collo vuoto come anche il torso, ed servito per deposito d umane ceneri e d J
ossa cremate, che vi si trovarono al- 1 aprir della tomba, ove la statua era
sepolta. Il significato non facile a
penetrarsi, ma dal pomo che ha in mano, e dall atto sedente, non sarebbe fuor
di proposito il congetturarne che fosse una Proserpina, la quale riceve
unitamente col suo consorte Plutone le anime che scendono al Tartaro. Difatti
anche al Museo Pio dementino vedonsi que due numi sedenti a . La singolarit
dell esposto monumento esige che se ne mostri anche la parte avversa alla gi
veduta. Ivi pi chiaramente si nota che a formarne il magnifico sedile
concorrono i simulacri di due sfingi, le quali assai frequentemente sincontrano
in monumenti ferali; poich la sfinge reputavasi animale chimerico infernale 3,
e perci attamente posti ad ornar la sedia della divinit che attende alle anime
trapassate da questa all altra vita. La frequenza dei volti velati che vedonsi
neyasi di terra nera, come in questo, non lasciano luogo a porre in dubbio se
siano o n rappresentanze di larve o Lemuri, cio delle anime 5, ed il gallo che
sovrasta al vaso, pare, come ho detto altrove 6, indubitato simbolo del buon
augurio di felicit nella futura vita, che a quelle anime predicevasi dai
superstiti viventi. La figura con faccia larvata che 1 Monum, etr., ser. ni, p.
4 io, e ser. vi, Tav. i, pag. ai, 52. Visconti, Mus. P. Clem. Voi. li. Tav. 3
Monum. etr. er. i, p. 582. Etr. Mas. Chius. SULL ALFABETO ETRUSCO Uopo che gli
uomini ebbero trovato coll uso naturale degli organi della parola, un mezzo facile
di comunicare i loro pensieri ai presenti, cercarono, e trovarono in seguito,
quello di parlare agli assenti, e di rammentare a se stessi, ed altrui, ci che
era stato pensato, e detto da loro, e da altri, e ci ancora di che erano
convenuti insieme. La prima cosa pertanto che si presentasse loro allo spirito
in questa ricerca, furono le figure geroglifiche ; ma colai segni non erano
abbastanza chiari, e precisi, n abbastanza univoci, per adempire lo scopo che
avevasi in mira, di fissare cio la parola, e di farne un monumento pi
espressivo del marmo, e del bronzo. Il desiderio dunque, ed il bisogno di
compiere questo disegno, fecero finalmente immaginare quei particolari segni,
che noi chiamiamo lettere ognuna delle quali f destinata a notare uno dei suoni
smplici, che formano le parole', la riunione dei quali segni, ci che dicesi alfabeto. Volendo per risalire
fino alla prima origine d questo maraviglioso ritrovamento, rischieremo sempre
di smarrirsi senza riparo, in un mare di oscurit, e dincertezze, e circa V
epoca in cui giunsero gli uomini ad un si nobile discoprimento, e circa la
nazione che prima di ogni altra vi pervenne. Lasciando perci da parte la
ricerca di quello che io giudico moralmente impossibile a rinvenirsi, volger le
mie indagini a cosa pi certa, od almeno piu probabile, qual e la quistione, se
gli Etruschi, od i Greci fossero i primi a far uso di una cosi bella, ed utile
invenzione. E qui pure siamo costretti a navigare, presso che senza bussola, m
un ampio pelago, sparso di profondissimi vortici, d' orribili mostri, e di
scogli assai pericolosi. Imperocch, se molti dotti sostennero, e sostengono
tuttavia che i Greci sono anteriori agli Etruschi nelluso dell alfabeto, e
vengono riguardati come i maestri di essi, in qualsivoglia arte o scienza,
non per altra parte minore il numero, n
di minor momento V autorit di quelli, che citar si possono per sostenere il
contrario. Perloch io aderisco a questi ultimi, sembrandomi la loro opinione pi
ragionevole, e pi giusta, ed i sostenitori di essa persuadendomi colle loro
ragioni, ci che non giungono a fare i propagatori del grecismo, ad onta ancora
di tutte le parole greche, o grecizzanti, che s incontrano ad ogni passo in
quasi tutti i monumenti etruschi, discoperti finqui, avvegnach intorno a le
mostruoso, che per aver motivo d' essere attaccato al vaso figura di morderlo.
Sotto un Ercoletto giovane, che tiene la
mano alzata, vibrando la clava in segno di recar danno e morte, ed ha cinti i
lombi colla pelle di leone, simboleggiando di non curarsi della generazione,
come proprio drcole quando figura il
sole iemale. Difatti rispetto ai viventi
il sole che loro apporta la vita colluniversale tepore della natura in
primavera, e porta danni o morte col raffreddamento del tempo iemale. Qual
simbolo pu dunque esser pi adattato a decorare un sepolcro, che quello dove
rammentasi la vicendevole transizione dalla vita alla morte? Lo scarabeo di cui
si vede f impronta ha inciso un centauro con un fanciullo sul dorso, forse
Chirone col giovane Achille che dicesi da taluno essere stato affidato a quel
mostro per riceverne la puerile educazione. La rappresentanza di questo
specchio mistico sarebbe forse difficile ad inter- petrarsi, qualora non
fossene venuto a luce un altro di quasi ugual soggetto. In quello vedesi Giunone
sedente in atto di porgere ad Ercole la mammella, perch ne succhiasse il latte,
il ch succede alla presenza di Mercurio 3 . Sappiamo infatti che Giove bramava
che Ercole per ottenere limmortalit, bench nato da mortai femmina, sorbisse
almeno latte divino, onde per uno dei soliti inganni frequentissimi nella
mitologia, Giunone gliel porse senza avvedersene. Mercurio vi si crede
introdotto, per attestare ad Ercole daver egli pure profittato di tale arguzia,
per entrar fra gli Dei, bench nato da Maia donna mortale. Qui non espresso latto di Giunone per allattar
Ercole, ma pur vi si vede Mercurio che si fa noto col suo cappello, e par che
accenni d aver profittato egli stesso dellespediente che suggerisce ad Ercole,
il quale gli sta davanti. Ha la clava, in mano ed un piede elevato, indicando
che salir deve all immortalit 3 per opera di Giunone 6 eh fra loro. fli8vq :ian8 j v :ioj vi. j a 11 y
fi j 1 :i n tnq r = o 4 vii. 1 f\ il 8 4 Y d : fi m 3 4 t :42 vili. -ifi n t v
t :o 4 . in i n q n o n lx - -4/nm-rfl4 itntnqfl .-4sa x. Monumenti etr.
Galleria Omerica Tom. ii, Tav. cxxi, pag. 2,4. 3 Schiassi, De pateris
ariliquor.ex schedis Blandirli Sermo ed epislolae tab. 4 Diodor., Sic. Bibliot.
bist. Mon. etr. ser.n, Tavv. lxxu, lxxii, lxxiv, lxxv, 6 Zarinoni, Lettere di
etrusca erudizione pubblicate dall Inghirami, pure in ogni tempo di tracciare
nello stesso modo le loro scritture. E tutti, c/uesti ultimi specialmente,
furono sempre uniformi in questo, ad eccezione degli Etiopi soli, e degli
Abissini, che sebbene parlino, e scrivano un dialetto semitico, scrivono
tuttavia da sinistra a destra, come gl Indiani, ed i segni deliaco alfabeto
hanno un valore sillabico, come gli alfabeti indiani, ed anche il tibetano,
ciascuno dei quali segni porta seco, in certo modo incorporata una vocale, e
forma una sillaba. Ci che non accade in nessuno degli alfabeti europei, e
neppure nel giorgiano, e nell 1 armeno, che vengono pure delineati da sinistra
a destra. Laonde non pare poi tanto strana lopinione di quelli, i quali pensarono,
che gli Etruschi propriamente detti, fossero discesi in prima orgine da una
colonia, o emigrazione asiatica. Ma di ci altrove. E se i Persiani, ed i Turchi
scrivono da destra a sinistra, bench la lingua dei primi venga dalle Indie, e
quella dei secondi dalla Tartaria, ci procede dall aver tanto gli uni, che gli
altri adottato i caratteri arabici, ed al tempo stesso la religione del borano.
Quindi tenendo in conto di cosa sacra i suddetti caratteri, non da maravigliarsi n punto n poco, se essi non
abbiano ardito d alterarli, n quanto alla primitiva lor forma, n quanto alle
maniere di rappresentarli colla scrittura. Ch del resto ben diversi
riscontratisi gli antichi caratteri persiani chiamati zendici, e pelvici, come
assai differenti ritrovatisi, e pel modo di scrverli, e perla loro forma,
ofigura, quelli dei Tartari. Ci premesso o siano stati gli Etruschi i
ritrovatori dellalfabeto che porta il loro nome, o labbiano composto di pi
antichi alfabeti italici, o V abbiano derivato da altrove, come pare dai nomi
stessi che portano le lettere del medesimo, bench sia diffcilissimo, e forse
impossibile a provarsi, per mancanza di documenti sicuri, il come, ed il quando
abbiano ci fatto-, peraltro fuor dogni
dubbio, che i Greci non lo comunicarono loro, e non furono per conseguenza i
loro maestr.Che anzi da credere che sia
accaduto tutto al contrario, e che gli Etruschi, nazione mitissima, e
potentissima in et molto remote, e quando la Grecia era tuttora barbara, e
selvaggia, 1 abbiano comunicato ai Fenici per via di commercio, e che da quelli
passasse ai Greci, se vogliamo ammettere ci che sostengono quasi tutti gli
antichi scrittori, cio, che Cadmo facesse loro il dono del primo alfabeto. Del
qual Cadmo scrive Plutarco nei Simposiaci iib. 9 quist. 5, che quel sapiente
pose Z'aleph, o alpha per prima lettera del suo alfabeto, perch cosi chiamasi
il bue nella lingua dei Fenci, il quale animale non da stimarsi n secondo n terzo fra le cose
necessarie all uomo come pens Esiodo. Circa poi al grecismo, che sincontra nell
etrusco, e nellEtruria, e circa le arti greche, che vi si osservano, come
ancora in altre parti dItalia, ne parler a lungo in un discorso, che tutto si
aggirer intorno a questa materia, esclusivamente da ogni altro oggetto. E
prover allora, che lidioma degli antichi Etruschi nel suo fondo tutt' altra cosa che greco;
dimostrando ad un tempo, in qual modo, e questo grecismo sian da dirsi alcune
cose eli io riserbo ad un altro ragionamento. Ma ritornando al titolo del mio
discorso, cosa V alfabeto etrusco? questo un prodotto indigeno dell antica
Etruria, o sivvero vi fa trasportato da altra parte del mondo? E se qua venne
da estranei lidi, chi fu mai quel benefico straniero, che fece all Etruria un dono cosi prezioso ? Ed in questa
supposizione, pass egli ai nostri antenati dall Oriente, oppure dall antica
Grecia ? O si compose egli forse degli elementi di pi antichi alfabeti italici,
o di questi, e del pelasgo fra loro mescolati, e confusi ? E se vi fossero
ragioni bastanti a dichiararlo prodotto indigeno, a quale epoca rimonterebbe l
antichit sua, ed a quale ammettendo che sia frutto straniero, e per qual mezzo
pervenne ai padri nostri? A tutte queste quistiom, che possono opportunamente
esser mosse intorno al tema che ho tra mano, io mi studier di rispondere,
quanto meglio e pi concisamente per me si potr, e come sar possibile
rispondere, in qusto breve ragionamento, m una materia cosi oscura, e
difficile E circa alla prima quistione,
l alfabeto etrusco, quale noi lo possediamo presentemente, non certo una cosa diversa dall antico alfabeto
greco, ma sono anzi talmente somiglianti fra loro, se tolgasi il rovesciamento
delle lettere nell uno di essi, da doverli giudicare al confronto, senza timore
d ingannarsi, la stessa cosa, sia diesi riguardi la forma delle lettere, o si
consideri l uso delle medesime, N giova opporre a questa asserzione, la maniera
di scrivere degli Etruschi da destra a sinistra, avvegnach usavano di fare lo
stesso anche gli antichi Greci, prima dell et di Pronapide, che si pretende
essere stato il maestro di Omero. Che anzi esser potrebbe credi io, una tale
particolarit, un argomento favorevole agli Etruschi, per crederli i ritrovatori
del loro alfabeto Al che si aggiungerebbe forza non poca, considerando l
antichit loro, pi recondita assai di quella dei Greci. E pi ancora verrebbe
avvalorato, e confermato un tale argomento, che gli Etruschi, cio, siano stati
eglino stessi gli autori del loro alfabeto, riflettendo che i medesimi
continuarono in ogni tempo a scrivere, ed anche sotto la dominazione dei
Romani, da destra a sinistra-, lo che non avvenne dei Greci, iquali cangiarono
metodo, e presero a condurre la loro scrittura da sinistra a destra. Ora pi ragionevole il credere, che il rovesciamento
degli elementi alfabetici, e del modo di scrivere, siasi operato da chi
lapprese da altri, che da chi ne f l inventore. E questo rovesciamento di
scrittura presso i Greci, vuoisi fissare, come di sopra accennava, ai tempi
omerici, o di Pronapide. A questo argomento per se ne potrebbe, per avventura,
opporre un altro, dicendo, ch giusto appunto perch gli Etruschi scrissero
sempre conducendo, e tracciando i caratteri da destra a sinistra, non debbono
riguardarsi come i ritrovatori del loro alfabeto, ma convien credere che lo
abbiano ricevuto da qualcuno dei popoli asiatici, e particolarmente di quelli
cos detti semitici., quali usarono T-;,-
Per la qual cosa, mi pare che dopo tutto quello che ho detto finqui', si possa
rispondere alle questioni proposte in questo medesimo discorso, che V alfabeto
etrusco non venuto dal greco, ma bens
questo da quello j che desso non
primitivamente indigeno dell antica Etruria, quanto ai suoi elementi, i
quali furono qu portati da una emigrazione antica, in tempi tanto reconditi da
non poterne fissar V epoca precisa, e che s ignora chi ne fosse il primo
inventore, e chi lo portasse il primo fra noi. Sulla qual primitiva derivazione
asiatica dell' alfabeto etrusco, in et da noi remotissime, dettero un
ragionamento a parte, che verr pubblicato in seguito in quest opera stessa. Ci
peraltro non vuol gi dire, che anche la lingua etnisca sia una lingua del tutto
asiatica, come la giudicarono troppo leggermente alcuni filologi, sebbene
asiatici si riscontrino l antico culto, e la maggior parte dei riti religiosi,
e civili degli Etruschi. Or qui farebbe di mestieri combattere, e confutare
tutte le opinioni contrarie ; n io sarei alieno dal prendermi un tale assunto,
se i limiti prescritti a questi ragionamenti, nei quali non deve olt repassare,
per lindole dell' opera cui son destinati, la periferia di poche pagine di
stampa per ognuno di essi, me lo concedessero. Non potendo ci fare, nel modo
che si converrebbe, mi ristringer ad aggiungere quanto segue, e mi terr per ora
contento di questo. Il Cori, il Majfei, ed il Mazzocchi confrontando gli
alfabeti punico, e celtibero, o cantabro colletrusco, dicono che vi trovarono
minore analogia, quanto alla forma dlie lettere, che coll ebraico. Il Donati
poi che fece la stessa cosa nei suoi Dittici seguitando le osservazioni, che
avevano gi fatte prima di lui a questo proposito, l Aquila, Teodozione e San
Girolamo, scrive nell opera sua intorno alle iscrizioni, che quelle cos dette
Cizzie, sono riguardo ai caratteri, mollo simili alle etnische j e lo stesso
dice ancora del marmo Sanvicense conservato in Osford, che vuoisi pi antico
della guerra troiana, e dei caratteri incisi sulla lamina bustrofeda di bronzo,
riportata dal prelodato Majfei nella sua Critica Lapidaria, non meno che di
quelli sulla colonnetta del Museo Nani di Venezia, giudicata pelasga-tirrena,
bench fosse ritrovata a Mitilene . Questi monumenti, che si credono tutti
scrtti in greco antico, e per essere questo mollo simile all etrusco,
specialmente circa la forma delle lettere, sono stati quelli che hanno fatto mettere
in campo, o convalidare l' opinione di coloro, i quali pensarono che il greco
antico, l'etrusco fossero la stessa
cosa, e che per giunta alla derrata, la lingua dei nostri antenati sia nata dal
greco. Senza avere peraltro mai pensato a provare, che i Greci, ed il loro
alfabeto fossero pi antichi degli Etruschi. Il Gori,fra gli altri, stabili come
un assioma, che la lingua etrusco era greca in non differiva da quella che nel
dialetto, nella quale opinione fu seguito dal Lanzi, e da altri. Ne si avvidero,
n lui stesso, n i suoi seguaci, che i Pelasghi, i lirrem, i Pladani, i Lidii,
gli Arcadi, e gli Ausoni, sono perch s J introdussero nell' etrusco, e nll'
Etruria propriamente detta, quel grecismo, e quelle arti. Che in quanto alla
somiglianza, ed anche identit dei caratteri etruschi, e greci antichi, sii di
che fondarono finora il loro pi valido argomento tutti gli archeologi fautori
del grecismo, per asserire che l' etrusco, ed il greco antico sono in ultima
analisi la medesima lingua, il pi
frivolo, ed anche il pi ridicolo ragionamento, che immaginar mai si possa,
Avvegnach, vale lo stesso che se io ragionassi cosi: glitaliani, i francesi, i
fiamminghi, gli spagnuoli, i Polacchi, i Portoghesi, ed altri popoli d'Europa,
come gl'inglesi, i dalmati, e glolandesi, si servono dello stesso alfabeto per
iscrivere le loro lingue, dunque tutte quelle lingue sono la stessa cosa. Ma
quante sono in antico le lettere dell alfabeto etrusco, poich essendone stati
pubblicati finora dagli antiquari fino a tredici, o quattordici, chi ne conta
un numero maggiore, e chi minore; ed il laborioso, e dotto abbate Lanzi ne
ammette venti nel suo ? Si deve credere che fossero sempre in egual numero,
oppure che venisse questo accresciuto a pi riprese, e ad epoche diverse, come si
narra essere avvenuto dal greco, il quale f condotto fino al numero di
ventiquattro lettere, bench non ne avesse che sedici nel suo principio ? E non
sarebbe questa una ragione di pi, onde confermare ci che accennava poc anzi,
che l alfabeto, cio, facesse passaggio dagli Etruschi ai Fenici, e da questi ai
Greci, osservandosi ancora che nessuno degli antichi alfabeti italici oltrepass
mai il numero di sedici lettere? Difatti nei piu antichi monumenti, fra i quali
nessuno vorr contradire che siano da riporsi gli atti dei fratelli Ar- vali,
non se ne contano che sedici sole. Di pi non trovandosi mai usato l o nelle
epigrafi antiche veramente etnische, riscontrandosi questa lettera fra quelle
degli altri monumenti italici parimente antichi, come pure fra le prime sedici
dell alfabeto greco, cosi detto cadrneo, s pu dubitare se gletruschi ne
avessero neppur tante in principio, e cresce sempre pi la probabilit della mia
asserzione. Secondo t enciclopedico Plinio, le lettere dell alfabeto cadrneo
furono le seguenti . cio: ab r a eikamnoiipstt. Alle quali poi ne aggiunse
quattro Palamede, che sono, e 3 $ x. E finalmente Simonide lo accrebbe di altre
quattro, cio, zi va. E pare anche ben naturale, come f pure osservato dall
erudito filologo francese Sig. Letronne, che quei primi sedici caratteri siano
stati inventati avanti agli altri, perch rappresentano i sedici tuoni
elementari, o semplici, ch formar si possono colla bocca umana, sia per
intuonazione, o per articolazione. Mentre gli altri caratteri aggiunti a questi,
ed usati negli alfabeti dei differenti popoli, esprimono, o delle gradazioni di
quei suoni principali, o la riunione eli pi articolazioni in una sola . Di
maniera che ognuno di essi pu essere pi, o meno esattamente decomposto nei
primitivi suoni eh egli contiene. Che s regola di sana critica di non prestar
fede agli antichi poeti, in tutto ci che narrano di sovrumano, e di misterioso,
lo del pari di rintracciare il vero
anche in mezzo alla favola, che viene giustamente definita dai sapienti, il
velo deila verit, e della storia. Ipoeti dell antichit, ch erano pi istruiti di
tutti gli uomini dellet loro non inventarono, come si crede male a proposito,
le favole, ma bens adornarono con finzioni la storia . Rimossele quali
finzioni, cosa ben facile di rinvenire
la verit, nei pi notabili avvenimenti per essi narrati, e abbelliti. Cosi la
pensa Agostino nel lib. della Citt di Dio. E ci avverte Vossio nell aureo suo
trattato De fatione studiorum, che non si dicono favolose le antiche et, perch
sia falso ci che di essici vien riferito dagli scrit-, tori, ma perch la storia
di quella ci pervenuta insieme colle
favole mista, e confusa. /u M : oj : ntriq r : oqflj v/r 3Hfl Jiiffl -1 = q/i
j/r n# j a san/urn/Mq/i V/13 : q A : D l = irnoai 4 /ini AD Jflmq 3E : Am 34t :
44 -1V84flHMI3:3Hiq3:q/1 4/mmq vo IHltfl
4 14 : I ?434 : I \IA8 JAMAJll V A'! vq 1 : U434 .- A n 33 4fl mif A4 : Al 3 f
25 tutti popoli anteriori ai Greci, e che trovansi tutti amalgamati cogli
Etruschi nelle et pi lontane. Perloch convien dire che siano gletruschi stessi,
i quali portino diverse denominazioni, dalle diverse provincie d loro abitate,
nelle quali era divisa lantica Etruria. E come oggi i fiorentini, i senesi, i
pisani, i lucchesi, magellani, i casentinesi,
e simili, sono tutti toscani, cosi pure nei pi reconditi tempi gli Umbri, gli
Enotrl, gli Aborigeni, e tutti gli altri annoverati di sopra, erano Etruschi.
Silio Italico lib. a. 0 chiama Ausonia la Lombardia. Ed Eliano lib. 8. della
Varia istoria, crede che gli Ausoniifossero i primi abitatori di Italia-,
mentre Pirgilio nel io. 0 dell Eneide, li confonde con quelli che popolavano
questa bella penisola sotto il regno di Saturno. Servio poi commentando un tal
passo, dice che gli Ausonii furono s dei primi popolatori c Italia, ma non gi i
primi di tutti, nei soli. Ed ecco perch alcuni scrittori hanno compreso sotto
il nome di Ausonia tutta lItalia. Ora tutti i surriferiti popoli, non esclusi
neppure i Latini, che molti autori vogliono che fossero diversi, e dagl Italici
propriamente detti, e dagli Etruschi, ripetono la loro prima origine da una
colonia, o emigrazione qua venuta dallAsia, in tempi forse al di l di quelli
che da noi son detti storici. Lo che fu negato acremente da altri per la sola
ragione di potere stabilire, che i Greci furono i primi coloni di Etruria, e
che vi sintrodussero insieme con essi, le arti e le scienze, e perfino la
cognizione dei segni alfabetici. Ma non potendosi negare, senza offendere il
senso comune, che queste regioni erano popolate molti secoli prima che i Greci
le conoscessero per via di commercio, e vi spedissero in seguito delle colonie,
conviene di necessit ammettere, che i Greci non furono i primi abitatori
dItalia, e per conseguenza neppure di Etruria, e molto meno insegnarono loro a
parlare. Quando peraltro non voglia credersi, ch i popoli italici, e gli
Etruschi, fossero tutti muti prima dell arrivo dei Greci fra loro. Laonde cade,
e si annulla il sistema dei fautori del grecismo. Macrobio infatti ammette un
diluvio, non gi ai tempi di Deucalione, e di Ogi- ge, ma bens a quello di
Giano, chei qualifica per primo re di tutta l'Italia. E Dionisio dAlicarnasso,
che sempre in contradizione con se
stesso, dopo avere scritto che i Pelasghi furono i primi popolatori d! Italia,
che 5oo anni prima di Giano ne scacciarono i Siculi, e che gli Enotri eransi
prima dei Siculi stabiliti nell Umbria, pretende poi di darci ad intendere, e
farci credere, che Giano precedesse la venuta di Enea in Italia di un solo
secolo, e mezzo. Ma se il cosi detto secolo d oro, ossia il secolo della pace,
e della giustizia, fu secondo Virgilio, ed altri scrittori antichi, quello in
cui regnarono Saturno, e Giano, questo non pu essere stato posteriore all et di
No, e de'suoi figli, che dietro gli insegnamenti paterni, calcarono essi pure
la via della giustizia, e coltivarono tutte le virt sociali. Etr Mas. Chius. Tom. nemico se gli Dei, per
suggerimento di Nettuno, non lo avessero voluto salvo 2 . Or non vedi qui pure
Achille che tenendo lo scudo lungi da se, pone mano alla spada ? Non vedi il
Tanato che quasi obbrobriato volge il tergo alla pugna col suo martello sugli
omeri, per mostrare che morte non avea luogo in quel conflitto, perch ad ogni
costo dovevasi Enea salvare alla gloria dItalia? Questo disegno una quarta parte del suo originale in marmo d
alto rilievo. Qui si mostrano i due laterali scolpiti del cinerario che nella Tavola. Nell'uno e nellaltro sono
rozzamente indicate due porte, che rappresentano, credo io, le infernali, alla
custodia delle quali stan vigilanti due ministri del Tartaro. La figura
femminile al num. 2 visibilmente una
Furia, come dichiaralo quella face che regge con ambe le mani; di che detti
altri cenni 3 ; la virile col martello sugli omeri il Tanato, altrimenti detto Cliarun tra gli
Etruschi \ e confuso collOrco, ministro anchegli di morte e dinferno, che
spesso incontrasi nei monumenti antichi dEtruria 5, e non gi tra quei de J
Greci, n deRomani cosi rappresentato. La testa eh e nel mezzo, serve per
coperchio ad un vaso di terra cotta, di che dovr trattare altrove; ora avverto
che questa la terza parte del suo
originale : Affinch I urna cineraria gi esposta si mostri compita, fa d uopo di
non disgregarne il suo coperchio, dove si vede un seminudo recornbente con una
patera in mano, nellattitudine stessa che vedonsi rappresentati gli Etruschi a
mensa. N la patera disdice a chi cena, mentre vedesi usata a convito dai
commensali 6 . La veste che in parte copre il recornbente detta sindone, pure usata ai conviti 7. La
nudit della persona indica 1apoteosi, di che altrove d conto 8 . Il frammento
di scultura segnato in questa tavola, un
tufo tenero, e del genere di quello notato nelle prime cinque tavole della
presente collezione Chiu- sina. Orchi mai crederebbe, che nella tomba dove fu
ritrovato non vi fossero gli altri frammenti, che ne componevano lara intiera?
chi crederebbe che questa sorte di monumenti in tenera pietra arenaria si
trovino quasi costante- 1 * spiegazione della Tav. xm. 4 Monumenti elr. s -5
Mono. etr. ser. i, p. 44 73, 74, 264,
284. 6 Ivi, ser. vi, tav. F. num. 2 . 7 Ivi ser. i, p, 395. 8 Ivi ser. n,j>.
628. Nelle urne di Volterra parventi ripetuto questo soggetto medesimo, ed ivi
spiegandolo, avventurai linterpetrazione di un fatto tebano, del quale io
stesso poco andai persuaso, n ora saprei meglio dire. Vi suppongo Anfiarao
nellatto daver tagliata la testa di Menalippo, che Tideo, sebben ferito, aveva
gi ucciso; e gliela port, per cui da Tideo medesimo fu commessa latrocit di
aprir quel cranio, e divorarne le cervella. In ogni restante ancora son simili
queste due sculture, sebbene men rozza lurna di Chiusi. Questo disegno una quarta parte del monumento originale di
marmo in bassorilievo. Quanto la frequenza delle rappresentanze di avvenimenti
ferocie marziali, come quei della tavola antecedente, fan giudicare letrusca
nazione dumor malinconico 3, altrettanto voluttuosa e molle giudicar si
dovrebbe dal presente gruppo che appartiene alla scultura antecedente, per
esser quella unurna cineraria, questa la di lei copertura . Credo per altro che
luno e laltro soggetto non dallindole degli Etruschi abbia origine, ma da loro
massime di religione, dove dicevasi che la vita era un irrequieto contrasto, e
la morte conduceva ad un vero godimento, il quale non sapevasi esprimere che
mediante la soddisfazione dei sensi 3. Mentre il fasto orientale sfoggiava in
lusso degli abiti, lEROISMO dei Greci caratterizzavasi col MOSTRARSI A NUDO Tra
i guerrieri di questo bassorilievo ne vedi uno vestito, e in questo caso
potrebb' esser troiano, e tra i Troiani credilo ENEA, che soggiacque a mille
peripezzie di grave cimento, senza per mai soccombere, perche gli Dei, per quel
che ne dicono Omero \ e VIRGILIO 5, avean destinato chegli regnar dovea sopra i
superstiti Troiani, e sopra i figli dei figli, e sopra quei che appresso erano
per venire da loro. Difatti racconta specialmente Omero che Achille, cosa
strana ! si sgoment nel combattere con Enea, e tenendo discosto da se lo scudo,
cercava di sottrarsi ai colpi vibrati da quelleroe 6 ; ma poich questi a
vicenda contrattosi colla persona, e copertosi collo scudo evitava lassalto
dell avversario ', come nel bassorilievo mirasi espressa la figura che ne
occupa la parte media, Achille allora pose mano alla spada, ed avrebbe
trucidato , pag. i8t, lettera al dott. Maggi, a Inghirami, Lettere di etnisca
erudizione, Tom. 3 Lettere, lettera di Maggi. mente mutilati? Eppure cos; n ci far tanta sorpresa, se consideriamo
che anche i vasi fittili sepolcrali si trovano spesso rotti dagli antichi.
Sarebbe forse ella mai una ferale cerimonia liturgica ? Qui osserviamo ancora
un vasetto in pietra arenaria, tre quarti men grande del suo originale; ed simile a quei che prima dicevansi
lacrimatorii, e che ora si dicono unguentari 3, perch si vedono in mano di chi
versa unguenti sul rogo 3, n questo dei
comuni per la gran somiglianza coi vasi egiziani delluso stesso.Notiamo questi
recipienti con volgar nome di bracieri, mentre per tali si tengono quei che sono
atti a contener brace, ed insieme i vasi escari, e culinari. Ma loriginale qui
copiato a met di grandezza, non fu vero braciere, n veri escari quei recipienti
che vi si contengono, mentre luno e gli altri sono di fragile terra cruda, non
atta a resistere leffetto del fuoco . Io suppongo essere stati adoprali nei
riti funebri i veri bracieri di bronzo detti anche borni, usati a bruciar
vittime, e profumi. Quindi al termine della funebre cerimonia in luogo di
lasciar questi nel sepolcro, come lo esigeva il rigore del rito, altri bracieri
di semplice figura, e formalit, perch di terra non cotta, sostituivansi a
quelli. Il pollo che vi si vede nel mezzo,
consueto simbolo di buon augurio, che vedemmo altrove 4 . Le varie teste
che ornano lutensile han pur esse il significato medesimo relativo alle anime,
come in altre occasioni ho notato*. Serve la tavola presente a mostrare qual
fosse la forma esteriore del braciere o escaria, o estia che dir si voglia, la
quale vedemmo nella parte anteriore disegnata nella tavola antecedente. Le
sfingi e larve che vi si vedono apposte, sono analoghe all'uso ferale di questi
monumenti 6 .Questo vaso ch una quarta parte dellariginale, della solita pasta nera con ornati, e figure
a bassorilievo i, le quali sono in questo disegno della loro naturai grandezza,
e ne occupano tutto il corpo. Ivi son ripetute tre volte. La prima di esse
figure indubitatamente un Marte; e in
conseguenza la donna che gli dappresso,
quantunque priva di attributi, pu credersi Venere, che nella mitologia 1 Museo
Chiaramonii Tav. xxv. 5 Pollux. 1 . i, segm. 3 . 2 Paciaudi, Monuoi. peloponues.
Voi. u, p. iSo 6 Motium. etr. ser. i, p. aao. 3 V e d. p. ij, 7 Vcd. la
spiegazione della Tal. ini. SUL GRECISMO CHE SINCONTRA NELL' ETRUSCO, SULLE
ARTI GRECHE OSSERVATE IN ETRURIA, E SULL ORIENTALISMO CHE RIDONDA PER TUTTA
ITALIA. Era involta lorigine degli Etruschi in ima impenetrabile oscurila fino
dal tempo in cui scrivevano i pi antichi storici che noi conosciamo. Lo che fa
certamente gran maraviglia, quando si riflette all esteso dominio di quel
popolo, s celebre, e s potente, che aveva una Casta sacerdotale, e possedeva
tempo immemorabile un particolare alfabeto, ed era pi avanzato nella civilt di
tutte le altre nazioni di Europa. E ci molto prima dei Greci, pensino, e ne
scrivano in contrario, i dotti compilatori della Rivis a Lungo. Tutto quello
poi, che noi sappiamo della sua susseguente istoria, e c e e suistituzioni, non
ci stato trasmesso che dalle nazioni
contemporanee, giacche gli scritti degli autori etruschi, sono periti da lunga
et. E le loro iscriA ni scolpite sul marmo, e sul bronzo, non sono finora pi
intelligibdi per noi, i quello che lo siano i geroglifici egiziani. Ma se
dunque la lingua etrusco, non in prima
origne la stessa che a greca antica, con piccola diversit di dialetto, come pretendevano,
il Gori, e i suoi fautori, e pi modernamente l industriosissimo Abbate Lanzi, e
tutta la sua scuola. Se i Greci non furono i maestri degletruschi, in qual
modo, riprendono quelli di contraria opinione, s J incontra cosi frequente il
grecismo nell' etrusco, e si osservano cosi comunemente le arti greche in
Etruria . ben rispondere a queste domande, sono da premettersi alcune
considerazioni, che verr qui brevemente esponendo. Ridonda in primo luogo,
nelletrusco, il grecismo, per una ragione opposta diametralmente a quella
predicata, e diffusa fin qui dagli archeologi, cio, perch furono gli Etruschi
ad un epoca assai recondita, i maestri dei Greci, i quali riceverono da essi, e
daglegizi, le prime nozioni della scrittura, per mezzo dei Fenici, come altrove
accennammo. Questi elementi per non erano in prima origine prodotto indigeno
della Etruria, ma v erano stati trasportati da una pi antica emigrazione
asiatica. Osservansi poi, in secondo luogo, in ogni parte di Etruria, ed anche
nel resto dellantica Italia, gli avanzi delle arti greche, perch quella vivace,
ed ingegnosa nazione, che aveva il talento e lattitudine di perfezionare, non
me- Quando si trova nei monumenti Mercurio che ha sulle spalle un ariete, se
gli d il nome di Crioforo, e cosi nominavasi la di lui statua venerata in Lesbo,
che avea scolpita Cakmide, a significare ch'era il dio dei pastori, come crede
la plebe, mentre altri asserivano eh aveva liberato quei di Tanagra dalla
peste, girando tre volte in forma espiatoria intorno alla citt, con un montone
sulle spalle. Ma il vero senso, bench mistico di quellatto, la congiunzione del sole col segno
dellAriete, per cooperare allo sviluppo della generazione, mediante la quale
son rivestite le anime dutnana spoglia, per cui credio che talvolta il nume
vien espresso con lubriche forme. Il religioso cerimoniale deglidoli portava in
fatti che lariete o lo stesso nume si rappresentasse nelle patere libatorie per
onorare i morti. Questa pittura nel
mezzo d una tazza di terra cotta, che ha di pi il pregio dessere scritta, ove
peraltro non leggesi che un saluto di buon augurio ad Erilo Epro; K)oe. tavola
xxxvr. Di questa muliebre figura non mi occorre dir molto, per esser gi nota
mediante l'estese notizie e congetture che ne detti altrove . Io la giudicai
rappresentativa della divinit presso gli Etruschi, giacch ne monumenti de'Greci
non si trova mai, e la dissi una Nemesi Dea chebbe origine in Asia, e perci
munita di pileo frigio, e di doppie ali, onde mostrare la velocit del suo
corso, per cui le si vedono altres le scarpe. Ha in mano un simbolo eh' io
giudicai allusivo alla natura prolificante w*, //>, mentre gli Etruschi
tennero la narura e la divinit per una cosa medesima. La corona che
lattornia di frassine, vegetabile sacro
a Nemesi. Tutto il monumento, eh uguale in grandezza al suo originale, un disco di bronzo assai frequente tra i
monumenti etruschi, lucido nella parte avversa, e manubriato in sembianza di
specchio; e poich se ne son trovati alquanti nelle ciste mistiche, ove Clemente
Alessandrino dice esservi stati riposti gli specchi unitamente ad altri simboli
mistici, cos li chiamai ordinariamente specchi mistici 3 . i Monumenti etr.
ser. ti, dispregiarsi l'etimologia, quanti 1 ella sobria, e ragionata,) comincer da quelli
delle lettere dell alfabeto . 1 quali non avendo alcun significamento in greco,
e portandone uno analogo alla loro posizione,ofigura, o suono, negl idiomi
asiatici, ben facile a comprendersi da
chicchesia, che non dalla Grecia, ma dal- l Asia derivar debbono la propria
origine. E vaglia il vero: Alpha, per esempio, significa principe, primo,
principio, e smili, in pi dialetti asiatici, e precisamente in quelli cosi
detti semitici, nei quali si pronunzia aleph, o alepha, e per contrazione
alpha, cui pare che fosse dato un tal nome per essere la prima lettera dell
alfabeto, Beta, che viene da beth, betha, suono imitato dal belare delle
pecore, e per sempre inalterabile nella sua naturale Semplicit, checche ne
ciancino in contrario i grammatici, i quali pretendono di farcelo pronunciare
bita, ed anche pi barbaramente vita, vale una sorta di casa, per la somiglianza
che ha questa lettera colla casa stessa, nell Alfabeto semitico. Gamma viene da
ghirnel, gamia, gamal, che vuol dire carnelo, ed imita colla sua forma la
gobba, o le gobbe di quell animale. Cosi delta deriva da da- leth, o deleth,
deletha, e per sincope delta, e significa porta, cui somiglia pure nella
figura. E cosi ancora epsilon fu presa dalla he semitica, e trae la sua
denominazione dal suono che si manda fuori nel pronunziarla. La zeta, deriva dalla
zain, quasi ziian, che vale un arme, perch somiglia nella sua forma ad un
dardo. E cosi percorrendo l intiero alfabeto. La quale opinione acquista una
forza tanto maggiore, in quanto che si osserva, che gl' ingegnosissimi Greci,
non hanno neppure nella loro lingua, che
si ricca, un vocabolo indigeno per nominare la pi bella, e la pi
maravigliosa di tutte le cose create, qual
il Sole. Imperocch la voce, elios, di cui si servono per nominarlo,
non altro chela pura semitica, el, o
eloab, inflessa alla greca . E SIGNIFICANDO essa, fra le altre cose, anche Dio
nel suo primitivo idioma, si vede il perch si propagasse ancora in Grecia, come
altrove il culto del Sole. A maggior conferma poi del mio assunto, ecco una
serie di nomi, presi qua, l senza
scelta, ed appartenenti a cose assai diverse fra loro, come a dire, divinit,
eroi, fiumi, monti, citt, provincie, popoli, edifici!, e simili, i quali tutti
sono evidentemente orientali, avendo nelle lingue asiatiche, un significato,
mentre non ne contengono alcuno nei linguaggi degli altri paesi. Lo che viene a
provare ad un tempo, che i Greci non sono i ritrovatori della loro mitologia, e
che altro non hanno fatto che foggiare un infinito numoro di ridicoli Dei,
prendendo per cose reali simboli degli
Orientali, e le loro allegorie, e parabole . ti. facile infatti avvedersi, che
Pale, la quale presiedeva alle feste rurali in Italia, e Pallade, che mentre
era la Dea della guerra, e delle arti, insegnava la convenevole cultura agli
Ateniesi, non sono che un soggetto medesimo, sotto due nomi diversi; quali per vengono entrambi dalle voci
semitiche, palai, e pillai, che significano, regolare i cittadini, e da
pillali, che vuol dire ordine pubblico. no che l'industria di farsi suoi gli
altrui ritrovamenti, mand a pi riprese, come tutti sanno, colonie in Italia, le
quali vi fecero pure lunga dimora. Queste colonie pertanto, riportarono nelle
nostre contrade, pi belle, e pi gentili quelle arti medesime, che ne avevano
prima trasportate, grossolane, e rozze alla terra natale, i loro predecessori.
Ora, siccome andrebbe grandemente errato il giudizio di colui, che vedendo un
italiano vestito alla parigina, o allinglese, volesse inferirne, che quella
foggia di vestimento sia invenzione italiana, cosi di quelli, che tutto vogliono attribuire ai
Greci, perch i monumenti che ci rimangono dei nostri antenati, sentono pi, o
meno del greco stile, e della greca maniera. N vale opporre, che mancandoci le
autorit degli antichi scrittori, onde fiancheggiarla, e provarla, fa duopo
rigettare una tale opinione. Imperocch, ove siamo privi di monumenti scritti,
che bastino a provare un assunto di questa specie, giuoco forza ricorrere al senso comune, e
farsi scudo del raziocinio ; i quali valgono m ultima conclusione pi di
qualunqu autorit degli scrittori, trattandosi dei non contemporanei. Ora questo
senso comune, e questo raziocnio, rafforzati da un gran numero di nomi, ( oltre
quelli dell alfabeto, e dei suoi elementi ), di fiumi, di montagne, di citt, di
provincie, di divinit, di eroi e simili, ci attestano altamente, e chiaramente
ci dicono, che dessi non possono esser venuti che dall Asia, perch sono
asiatici, e tutti ritrovano il loro significamento negli idiomi di quella parte
di mondo. Ed essendo questi medesimi nomi per la maggior parte assai pi antichi
di tutti i monumenti, e di tutte le storie che finqui si conoscano, non si pu
negare di ammettere, che se asiatici non furono i primissimi abitatori di
Italia, e per conseguenza dEtruria, tali per debbono essere stati
assolutamente, quelli che insegnarono agli Etruschi larte Ai scrivere, e ne
volsero glintelletti alla cultura delle arti necessarie alla vita, e delle
utili, e dilettevoli discipline. E perch non paia ai nan dotti in tali materie,
ed agli imperiti delle lingue orientali, che io mi tragga dalla propria Minerva
siffatte opinioni, cos contrarie alle gi invalse, ed approvate dal maggior
numero degli archeologi, che scrissero sull Etruria, e sugli Etruschi, necessario che io venga esponendo, le
opportune prove di quanto asserisco, ai miei lettori. Perloch, senza veruna
pretensione all' infallibilit delle mie asserzioni, eccomi pronto alla
dimostrazione delle medesime. E tralasciando di riferire in questo ragionamento
tutte le tradizioni, non mai interrotte dai tempii pi reconditi fino all et
nostra, le quali dicono essere stati gli antichi Etruschi nazione cultissirna,
e potentissima, mi ristringer a quella che cistruisce aver eglino attinti i
primi lumi della loro civilt, da una colonia, o emigrazione proveniente dalle
parti orientali, che furono la cuna del genere umano, e di ogni sapere, e non
gi dai Greci, che erano a quei tempi, se pure esstevano, del tutto incolti, e
selvaggi. Venendo pertanto all etimologia dei suddetti nomi, ( che non sempre da Etr. Mus. Chius. ^ libio, e Tolomeo,
dalbascuenze pits, equivalente a schiuma, perch situata, secondo Rutilio,
vicino al fiume Ausuro, e sull Arno, Quam cingunt geminis, Arnus, et Ausur
aquis. Orvieto, chiamato Herbanum da Plinio, prende il nome dalle celtiche voci
herd, e baun che vagliano terra alta. E di l scendendo verso Roma, incontrasi
non lontano dal Tevere il lago Vadimone, o alletrusca Vadimune, oggi lago di
Bassano, alle cui acque attribuisce lo stesso Plinio, fra le altre qualit, vis
qua fracta solidan* tur; la qual salutifera propriet significata dalla prima parte del suo nome,
chea vateded equivale in celtico ad utile,proficuo,e simili. Angiunge poi lo
scrittore medesimo che era quel lago riguardato come sacro, perch sotto l
immediata protezione di non so qual deit ; lo che viene espresso dalla seconda
parte del nome chei porta, cio, mund, o pi dolcemente mun che corrisponde
difesa, protezione, e tutela. Trovavasi poi al mezzod di tal lago Fescennio,
luogo celebre per le sue oscenit, e le quali sono indicate dal nome, essendo
gitisi appunto licenza, sfrenatezza, il SIGNIFICAMENTO di quello; e per ne
cantarono, Orazio Fescennina per hunc inventa licentia morena, e CATULLO, Ne
diu taceat procax Fescennina licentia; Oltre di che, il celtico wels-hein,
latinamente Fescennium, s interpetra bosco di Venere. Nomina Tito Livio, Fanum
Voltumnae, oggi Viterbo, e credesi comunemente che questa Voltumna fosse una
divinit. Difatti il Dempstero la reputa la prima fra tutte le etnische, e
Banier V annovera frale campestri. Ma da
credere che Voltumna, venga dalle due voci volt e tun, e per questo il Fano
prendesse il nome non gi dalla divinit, ivi adorata, ma dal luogo ov era posto,
poich significa colle percosso dal fulmine,o colle fulminato. Cosi pure, Auno,
famoso Ligure, ausiliare di Enea, quando venne a stabilirsi in Italia, e che
trovasi descritto nell'undecimo libro dellENEIDE, come paurosissimo nello
scontro colla valorosa Camilla, significa precisamente pauroso, timido in lngua
armorca, uno dei dialetti indo-scitici. E Cupavone, che and pure col suo
naviglio in soccorso di Enea, si traduce capitano di mare, come Taro,,f
interpetra gran fracasso, o che f gran fracasso, rovino, o danno, ed ognuno di
leggeri comprende, quanto ci si convenga ad un tal fiume romorosissimo, e
precipitoso. Iasio viene da iasesc, che vuol dire, longevo, antico, e ben
corrisponde allidea, che ce ne danno ipoeti, come Capi deriva da capasci, uomo
libero, traendosi da ca- pasc, libert. Laberinto procede da labiranta, che vuol
dire torre, palazzo; Trittolemo da triptolem, che vale lapertura dei solchi,
Celeo da celi, vaso, ordigno, masserizia, e per dice VIRGILIO (si veda), Virgea
preterea Celei, vilisque supellex. Palilie, ossia la festa deglistituti, e
delle leggi, derivada palili, c he significa lordine pubblico, o da peli], che
vale moderatore/Iella cosa pubblica, il primo in Isaia, Penati, voce che deriva da penisi!, luogo interno, o
intimo, e la cui radice penh, che vale
penetrare; tutte le quali significazioni convengono benissimo a quelle
familiari divinit degli antichi Romani. E Levana deit latina essa pure, la medesima che Lucina, la quale sostenta i
nati di fresco, e deriva da Jevanh, che vuol dir Luna. La Parca, non cosi detta a non parcendo, come pretendono i
Grammatici, e gli Etimologisti latini, ma bens da parech, che vale rottura,
perch tronca essa il filo della vita; come Cerere, da gheres, spiga matura, e
Cibele, da chebel partorire. Difatti quella prima la dea delle messi, e viene riguardata la
seconda come la madre di tutti gli Dei . Osservo il Passeri, che Venere, detta
Venus dai Latini, era parola sconosciuta ai Greci, i quali esprimono questa
pagana divinit, colle voci Sfpofarv, topo, Afroditi, o Afaodite, Kipris,
Kitereia. E fu per lungo tempo ignota anche ai Romani, come attesta Macrobio nel
primo libro dei Saturnali. Afferma poi Earrone che il notile di questa Dea, non
conoscevasi fra gli stessi Romani, n greco n latino, neppure sotto ire. Ed
aggiunge Pausatila nel suo primo libro, che era ignoto agli antichi Greci, e
che lo aveva trasportato fra loro Egeo dalla Fenicia, e dallisola di Cipro. Gli
Etruschi per conoscevano benissimo una tal Dea, eia chiamavano Vendra, come
rilevasi da un antico specchio mistico . E la sua origine sente d ebraico,
avvegnach, ben-thara vuol dire figlia del mare perch tbara significa umidit,
dal qual vocabolo fecero i Grecite, tharas figlio di Nettuno. Quindi furono
dette Tbarso quasi tutte le citt marittime, e tarsisc, il mare, il lido, un
porto. Dalla stessa voce ben, che si cangia spesso in ven, per le regioni a
tutti note, furono composti molti nomi di Dee, come quello della Bendit degli
Sciti, di Bentasicima figlia di Nettuno presso Filostrato, ed altri. N vennero
da una sola parte, e nomi, e riti, e costumanze asiatiche in Etruria, ed in
tutta Italia, ma per pi e diverse vie: peri oche non da un solo linguaggio
asiatico trar si debbono le spiegazioni d questi nomi, ma da pi, e diverse
lingue, e dialetti di quella famosa contrada. Quindi tutti i celtici, e tutta
la gran famiglia degl idiomi cos detti indo-scitici, possono esser messi
utilmente a contribuzione, come altra volta accennammo per la retta
intelligenza dell etrusco, e per interpelrare gli antichi monumenti del nostro
paese-.Dal che viene a dimostrarsi, che il dotto, ed acuto padre Rardetti, non
aveva poi tutti i torti, di che altri volle troppo leggermente aggravarlo. Ma
riprendiamo la nostra disamina. LIGVRIA, nome di quel tratto di paese, detto la
riviera di Genova, fu cosi detta da Liguria voce bascuenze,che vuol dir soave.
E si formarono probabilmente da questa, il verbo latino, ligurire, che
significa mangiare soavemente, o mangiare cose soavi, e il nome greco liguros
che vale anche soave. Pisa, cosi chiamata, o per la figura dell antico suo
porto, che si trarrebbe da pi* se,che vale in dialetto lidio porto lunato, o se
fu detta Pissa, come la chiamano Po - II NUDO idoletto in bronzo che in questa
Tav. si espone davanti e da tergo, nella grandezza medesima delloriginale, con
altri similissimi a questo, sparsi pe'musei, forma soggetto di mature, ma non
per anche fruttifere riflessioni degli archeologi, che se per un lato vi
ravvisano una gran somiglianza coi monumenti egiziani da far sospettare che
sian idoli venuti dEgitto in Etruria, atteso specialmente il costume e f
acconciatura anteriore e posteriore decapelli; dallaltra non concepiscono come
gli Etruschi abbian potuto ridursi a mendicare manifatture dEgitto,menti' erano
essi medesimi famigerati artefici; n la storia ci addita in conto veruno un
traffico simile tra le due s disgregate contrade. vero che Strabone veduti i lavori dambedue le
indicate nazioni, li giudic di un medesimo stile, simile a quello dei Greci
antichi ma par chei ci riferisse allo stile dellarte, e non al costume delle
figure . In qualunque modo peraltro si volesse risolvere lobiezione, qui non
sarebbe luogo opportuno di estendervi. Laltro bronzo che rappresenta una fiera
testa di lupo, serv probabilmente per ornato nel manubrio d un arme da taglio.
Ebbero gli antichi una singoiar cerimonia religiosa, alla quale davano il nome di
Jettisternio, consistente in un convito che si faceva nel tempio, o nel sacro
recinto, dove si apparecchiayano le mense ed i letti, perivi stendersi i devoti
che lautamente mangiavano in onor degli Dei, ma vi si preparavano ancora altre
mense ed altri letti, dove si deponevano le statue dei medesimi numi, aquali
porgevan vivande, come se fossero stati realmente Ior commensali =. dunque probabile che il presente rudere
antico facesse parte dun di queIetti che preparavansi per le statue, i quali si
potevano usare a tal uopo di qualunque grandezza. Lornato stesso di un seguito
di figure tutte ugualmente recombenti, con tazze in mano, come stavasi a mensa,
fan sospettare delbanaloga di rappresentanza colluso accennato del rudere, chdi
pietra arenaria, una terza parte maggiore del presente disegno. Lo stile a
parer mio si mostra imitativo piuttosto che ingenuo dun antichit non poco
lontana. gi noto all osservatore il nome
e luso di questo mobile, per le tavole, al cui proposito dissi che \non veri
foculi, ma figure di Monum. etr. ser. m,
p. 4 oi. a LIVIO. Laurent, de prond.et coena vet, c. zi, conviv. vet. c. 4 *,
il secondo in Giobbe. E Pamilie, festa che veniva dopo la raccolta, ed il cui
significato e 1 uso moderato della lingua, da dove s introdusse presso i Greci
il costume di fare esclamare e rivolgere al popolo le parole pi yWoias tamnete
glossas. cio, troncate le lingue, astenetevi dal parlare, derivansi da pa-mul,
la bocca circoncidere, o da pamylah, circoncisione della bocca. E siccome era
questa una ottima lezione morale per rendere gli uomini sociabili, e felici,
cos tutte le piccole societ dei congiunti, o daltre persone che vivono insieme,
furono dette fatniliae, e da noi famiglie. Camilla voce pretta etrusca, dicono Servio, e Festo,
e significa ministra degli Dei . Sia pur vero, ma in idioma orientale significa
un tal nome, ci che dissero i Latini serva a manu; o filia a rnanu, giacch cam
vaia mano, ed bill figliolanza, come osserv Eccardo al titolo 23 della Legge
Salica. E filia a manu, o serva a manu e una espressione convenientissima alle
giovinette, che metter dovevano le mani in cento cose, essendo destinate a
servire. Tarconte, autore secondo le favole di Tarquinia, fratello di Tirreno,
o disceso da lui, che sopraintese a dodici citt, il che non bagattella,f secondo la verit storica un
valoroso soldato, che avendo difesa la sua gente, venne denominato lo scudo 5
tale essendo ilsignificamenlo del gallico tarcon, o dellarmorico targad. E
finalmente, Tages, o Tagete, che narrano esser saltato fuori fanciullo, dalla
terra che sfavasi arando, che fu alla nazione etrusca il primo maestro
delVaruspicio, che il senatore Buonarroti lo ha creduto espresso nella tavola
45 fra le aggiunte al Dempstero, non pu venire che dalla voce asfcia, tag, la
quale significa giorno. E pare che gli Etruschi volessero fare intendere con
questa figura, o parabola, che i giorni, p come noi diremmo il tempo, aveva
loro insegnato l aruspicina, o l'arte di antiveder l avvenire. Avvegnach di
simile parlare figurato, sono ripiene le pagine degli scrittori sacri, e
profani. Dei quali baster nominar qui, tralasciando gli altri, David, Pindaro,
Tullio, e VIRGILIO. E siccome dice lo stesso Pindaro che le ore avevano
insegnato agli uomini molte delle antiche arti, cos poteva secondo gli
Etruschi, aver loro il giorno insegnato l aruspicina-, Imperocch scrive il
prelodato Tullio, che opinionutn commenta del etdies, naturae iudicia
confirmat; E Virgilio cant, Turne, quod optanti, divum permittere nemo Auderet,
rolvenda dies en attullit ultro. Domander ora ai dotti, se dopo la spiegazione
da me data a tanti nomi dei quali potrebbe estendersene il numero per
centinaia, e migliaia, sia possibile che una fortuita combinazione, possa
rendere cos ragionevolmente corrispondenti i loro significati, agli usi, ai
tempi, ai luoghi, ed alle circostanze degli oggetti per essi indicati. 4 va spossato di forze; e incontro a lui, come
narra Omero i Troiani e gli Achei si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe.
Il berretto asiatico, del quale il recombente
coperto in questa tavola, mostra pi manifestamente che altrove la sua
qualit di Troiano, e perci mi confermo nel crederlo Enea. Gli altri corpi che
vedonsi rovesciati a terra, fan fede che il fatto accade in un campo di
battaglia; e nel tempo stesso pi che bellezza, d merito al monumento quella
ricchezza di lavoro, che netempi dell' arte in decadenza preferivasi al bello,
che n il vero pregio. La ricchezza colla quale vedemmo decorata di scultura
l'urna cineraria in marmo, il cui disegno
stato presentato nella tavola antecedente, tre volte pi piccolo della di
lei grandezza, non potette appartenere che a persona qualificata e facoltosa.
Ci si verifica nell'osservarne il coperchio in questa tavola disegnato, sul
quale riposa un giovine riccamente vestito, decorato di onorifiche insegne,
quali sono principalmente lanello e la corona di alloro che ha in mano, il
torque che gli orna il cllo, ed un ricco balteo che dall' omero sinistro gli
scende al destro fianco. La corona che ha in capo non di semplice onore, ma gli spetta come
recombente a convito: posizione che viene affermata dalla tazza che ha in mano,
come usa chi sta a mensa. stato
ragionato dagli antichi di una guerra delle Amazzoni, la quale ha non poco del favoloso
3, come lo prova inclusive la diversit colla quale narrata, ma nella variet della favola v gran
concordia tra i mitologi per introdurvi i cavalli 4 . Or poich veri
combattimenti antichi a cavallo non si conoscono descritti dagli autori detempi
omerici, o poco dopo, cos non resta che quel delle Amazoni, o con gli Argonauti
5, o con gli Ateniesi 6, che incontrisi nei monumenti, come approvato tra le
rappresentanze dellantichit figurata. Dunque intendo di calcar le massime
consuete spiegando il presente bassorilievo per un Amazone equestre, la quale
combatte con un militare a piedi, sia pur costui un eroe degli Argonauti
seguaci di Ercole, o un Ateniese del seguito di Teseo. La Furia con face in
mano spesso introdotta nei combattimenti
anche dai tragici greci 7. Lurna cineraria in marmo originale misura quattro
volte questo disegno. La semplicit dello stile caratterizza questo bas- i
Iliad. a Inghirami Galleria omerica, Iliade Tav., Monumenti etr. Diodor. Sic.
Monum. etr. 7 Ivi, Ser, 1. p. 269, 3 i 6, 477
534 5 ^ 9 568 . 3 9 essi erano quei che si trovavano
entro le tombe di Chiusi, perch essendo di terra non cotta, potevan soltanto
servir per figura in qualche sacra cerimonia 1 2 . Ecco pertanto in questo
disegno uno de veri foculi, o thimiateri qualora questo braciere sia stato in
uso per cuocer vittime, percb di bronzo, e per ci capace a resistere all'
azione del fuoco, siccome anche i vasi e gli altri arnesi da cucina, che vi si
trovarono dentro. Anche la sua grandezza eh due terzi maggiore di questo
disegno, attesta della capacit dessere stato ado- prato. Lindefessa gentilesca
superstizione ci fa supporre, che non a caso fosse un tale utensile ornato dal
Capricorno, ripetuto nei quattro suoi angoli, mentre ogniun sa che quel celeste
segno fu oroscopo di fortuna, che tennero per loro impresa Cesare Augusto,
limperatore Carlo V, e Cosimo I Granduca di Toscana. Quell'animale vi sta
dunque in luogo del gallo che vedemmo nellaltro foculo gi rammentato. La forma
di questo foculo di terra nera e non cotta permette che se ne osservino distintamente
i vasi da cucina e da tavola ivi contenuti. Le replicate teste dariete ivi
affisse, nonlascian dubbio che il vaso non sia fatto espressamente per uso
sacro, ed allusivo a Mercurio; il quale presedeva alle libazioni, come il
mediatore delle preci che gli uomini porgevano ai numi 4. Oltredich ci noto, che alle anime, come anche ai numi
infernali, facevasi olocauso dun ariete di color nero; ed io vidi a questo
proposito vari bassi altari nel museo etrusco di Volterra, ornati di teste
dagnelli, come il foculo qui esaminato. In un bassorilievo trovato a Chiusi,
ove sembrommi di vedere il medesimo soggetto che nel presente, all'occasione
daverlo dovuto spiegare, scrissi quanto appresso. Quando Venere e Apollo ebber sottratto Enea
dalle furibonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immagin di
lasciar combattere a saziet i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea lidolo, 9
1 ombra di lui 6 . Questa poetica immagine del combattimento di due partiti per
un fantasma, fu cara oltremodo agli Etruschi, mentre ne vediamo la
rappresentanza in diversi dei lor cinerari, dove si osserva il simulacro dEnea
caduto a terra per la percossa del sasso gettatogli da Diomede, in atto di
cercare una qualche difesa nella trista situazione in cui si tro- 1 Ved. Tav.,
VIRGILIO, Aeneid, 1 . vi. v- 2 4 L Varr ap. Geli. 2 Inghirami, Im, e R. Palazzo
Pitti, p. 88. ! iu, c. 11. 3 Ved. Tav. 6 Ilomer Iliad. Monuin. etr: ser. n, p.
mostra in questa Tavola il disegno rappresentatovi, non potea meglio esprimere
in esso un tale avvenimento, poich dipinse Peleo qual destro giovine preparato
alle nozze, in atto di tenere stretta la ritrosa Teti, che quasi per coprirsi J volto col ve lo per lonta di
quell'atto. Peleo esegu ci per consiglio di Chirone divenuto il di lui suocero
con quelle nozze. A lui davanti Peleo conduce la sposa, quasi che gli
domandasse assenso della unione maritale, mentre il centauro collatto di
stender la mano dimostra lannuenza paterna dellimeneo. superfluo il sospettar chaltra favola sia
rappresentata in questa pittura fuor che quella di Peleo e Teti davanti a
Chirone, mentre lo attestano le iscrizioni che vi si leggono setie teaes kipos,
e quindi un nome proprio di Nicostrato collaggiunto consueto nikoztpatos kaaos.
Le figure qui riportate son alte la met di quelle che vedonsi nella pittura del
vaso originale, che ha fondo nero, con lettere dipinte in bianco appena
visibili. I vasi che han la forma come il presente sogliono avere altres tre
manichi, ed una sola fronte ornata a figure; questo a differenza degli altri dipinto da due parti, una delle quali descritta nella Tavola antecedente, f abra,
che dir si potrebbe la parte opposta del vaso, a causa della inferiorit della
esecuzione del disegno, la qui
delineata, ed il vaso tracciato sotto di essa
poco pi della decima parte delloriginale, in fondo nero con figure
rosse. 11 vecchio calvo che sta nel mezzo a due donne in atto di correre o di
ballare, tema comunissimo anche ad altri
vasi. Ma in uno di essi, per quanto appresi da S. E. il principe di Canino
esimio possessore e cogni- tore di tali pitture, uno di essi, io diceva,
manifesta con epigrafe il nome del vecchio Tindaro, dal che si dedurrebbe
essere una delle donne la figlia Elena danzante con una delle sue compagne nel
tempio di Diana, dove fu rapita da Teseo, e portata in Atene: tema che ora
mavvedo essere pi chiaramente espresso nel vaso che io inserii nellopera dei
Monumenti Etruschi, e che dissi allusivo al corso degli astri a, e che ora
maggiormente confermo per la relazione di quel ballo e di quel ratto con la
guerra dei Dioscuri onde riprender Elena, con altri simili tratti di quella
favola, i quali non significano in sostanza che un continuo levare e tramontare
degli astri 3, e delle combinazioni loro con la luna: nome che in greco porta
con poca variet anche Elena Selene da sto la risplendente, e aiUn la luna. La
figura di questa Tavola dipinta nella
grandezza medesima in una tazza di terra cotta con giallastro colore su fondo
nero, il cui aspetto ha tutti i segni del sati 1 Ser. v. Tav. g 8 . 2 Ivi, ser
v, p. 87, li 4, 4 Ivi, p. 567. sorilievo non distante dai buoni tempi dell
arte; e se la figura equestre comparisce alquanto piccola, fu condotto a s
ingrata licenza lo scultore nel volervi introdurre delle figure a piedi e a
cavallo protratte ad un'altezza medesima, e che tutte empissero il fondo sul
quale son collocate. Prima di coricarsi a mensa usarono glitaliani dei primi
tempi di Roma di spogliarsi de'propri abiti, e prendere un manto che dissero
veste cenatoria o sindone, colla quale in parte avvolgevansi e in parte potean
restare a nudo, per aver le braccia pi libere allazione di prendere il cibo,- e
cos coperti dieevansi dai latini semi-amidi, ma quelluso fu abbandonato e non
tardi, ond che dErodiano fu addotto come affettata imitazione delle antiche
statue Di tal costume par che serbi memoria la figura della Tavola presente che
giace sul coperchio,spettante allurna in marmo che antecedentemente abbiamo
veduta. Dell'iscrizione sar dato conto a suo luogo. Il vaso che qui si mostra
un terzo pi piccolo dell' originale, di
quesoliti di terra nera che si trovano a Chiusi, n potrassi mai supporre che
siano daltra fbbrica fuori della chiusina, poich oltre la terra nera e non
cotta che vi si adopra- va pi che in altre officine, hanno essi vasi certe forme,
una delle quali la presente, che
mostrano un carattere del tutto originale ed unico, s nelle sagome, s negli
ornati. Accenna Omero essere stata volont degli Dei,che Peleo togliesse Teti
per moglie, quantunque Dea; mentre quelleroe non avrebbe volontariamente
aspirato ad una unione s eminente. Apollodoro ne spiega pi minutamente il
successo, e dalla di lui narrazione par che abbia origine questa pittura. Era
fama che Giove unitosi con Teti, da cui rest incinta d'Achille, ne procurasse 1
imeneo posteriore con Peleo, quantunque mortale 3 . Quindi soggiunge
Apollodoro, che il centauro Chirone consigli Peleo ad impadronirsi della ninfa
divina con sagace destrezza, n lasciarla andare, per qualunque forma chella
avesse presa. La insidi difatti Peleo, e quantunque la Dea si trasformasse in
acqua, in fuoco, ed in bestia feroce, egli ritennela finch non ebbe ripresa la
di lei primiera forma di ninfa. Il pittore del vaso di cui si i Monum. Etr.
ser, i, p. 3^6. 3 Scol. ap. Heine
lliad.H-imer. lliad. Elr. Mas . Chius. Torti.
I. ragionamento y SUGLETRUSCHI Disputarono lungamente fr loro gli scrittoli,
come abbiamo accennalo, intorno all origine degletruschi, e fabbricarono su
questo soggetto tre sistemi diversi. Volevano, per esempio, alcuni che eglino
fossero un popolo uscito dalla Grecia, ed una colonia di Pelasghi, mentre
sostenevano altri che erano Lidii, e veni nano dall Asia, ed altri finalmente
affermavano essere i medesimi originarli di Italia. La quale ultima
opinione ragionevolissima, e noi la
crediamo la vera. I moderni poi hanno superato gli antichi nel numero delle
ipotesi, e dei sistemi-. Imperocch il Maffei,col Mazzocchi, ed il Guarnacci, li
fanno venire dalla Fenicia, il Buonarroti dall' Egitto, il Pelloutier, il
Bardetti, ed il Frerst, dai Celti. Li crede Humboldt I anello di comunicazione
fr i Latini, e gl Iben, laddove Niebuhr riguarda la Rezia come la primitiva lor
sede. Ed in fine il Mailer suo discepolo, adottando un termine medio, ammette
un popolo primitivo di Etruria, eh ei chiama Rase ni con Dionisio d
Alicarnasso, e sulla cui origine lascia la qm- stione indecisa, bench creda d
altronde, che questi Raseni si mescolassero coi Pelasghi, qua venuti colle loro
colonie di Lidia. Ora questa moltitudine dipotesi antiche-, e moderne, da altra
causa non possono crtamente procedere, che, oda troppa leggerezza, e
precipitazione nell esaminare i monumenti dei nostri padri, o da impremeditato
sistema in coloro, che ne presero a scrivere, o dal pi nocivo di tutti i
sistemi, V amore di parte. Per poco infatti che vi sifaccia attenzione, e si
vogliano mettere alla prova, non
difficile a chicchesia di accorgersi, che q.essuna di quelle iptesi, e
nessuno di quei sistemi, contiene elementi che bastino a diradare il buio che
involge le cose etnische, ed a spiegare, anche probabilmente i monumenti che ci
rimangono di quella illustre nazione. Scegliendo peraltro da ciascuna di quelle
ipotesi, e da ognuno di quei sistemi, ci che v di pi ragionevole, e di pi
giusto, e formandone un insieme, vi si trover, se il giudizio nostro non v
errato, quanto f di mestieri, per portar piena luce e spiegare con ogni
chiarezza, e senza replica, tutto quello checi rimane di etrusco. Stabiliremo
dunque frattanto, che furono glEtruschi un popolo particolare dItalia, indigeno
di questa bella penisola, che ebbe, com
naturale, una lingua sua propria; la quale non la. Stessa che la greca antica,, come
dimostrammo nel precedente ragionamento, e che anzi ne differisce mollissimo,
anche per sentimento del prelodato Mailer. Col quale aggiungeremo, a conferma
di quanta asseriamo, che inori>', dei loro ro: orecchie ircine, barba
prolissa,naso simo e coda di cavallo. L'otre vinaria ove stassi assiso pure suo speciale attributo. Liscrizione
letta come qui rappresentasi, poco giova ad intenderne il significato panaitios
iupos kacos. Non oso farvi emenda, mentre non avendo io veduto il monumento,
non posso n asserire, n porre in dubbio se questa sia la vera lezione. Quando
non vogliasi azzardare il supposto che la terza lettera dell ultima voce sia
nell originale un p, per cui avremmo due volte ripetuta la voce bello, come in
altri esempi si vede, potremmo almeno pensare ad una omissione dellasta che del
c ne dovea formare unir, e la voce significativa di pernicioso potrebbe
alludere al vino, quando n fatto abuso. N nieu dubbie si mostran le altre voci,
a meno che vogliansi leggere - tv -7 bifidi) : dfiUfVf: V13M : lllfttqfi : 04
:4fi0qfl4 : dfidfVf : liHblqfi : 43 #filflfiOmfiq ; invddfi : O4 > /in fio
Doppia epigrafe 4fi Sopra il coperchio filfin8dV3 Nell orlo del coperchio
Iffifliqa : ignqfiq : Jfi 1 -r fi sic om 131 : lantqfi : I O q fi 4 fiinvi-nai
: firmo filflfl031 6 * 46 il nome di quei nuovi coloni, e non quello dei
primitivi alitanti. Imperocch, trovandosi, prosegue lo stesso Mailer, nella
Tavole Euguhine, la parola Tursee, con quelle di Tuscom, e di Tuscer, impossibile di non conchiudere, che dalla
radice Tur si sono fot mali Tursicus, Turscus, e Tuscus, come dalla radice Qp,
derivaronsi Opscus, ed Oscus; Di maniera che Tuprvoi o Tv eP moi e Tusci, non
sono che le forme asiatiche, ed italiche di un solo, e medesimo nome Che del
resto, un argomento per noi fortissimo, atto a dimostrare oltremodo remota la
civilt degli Italioti, e singolarmente degli Etruschi, ricavasi pure da tutti
quegli antichi scrittori, i quali parlano della cosi detta Confederazione
etnisca residente a Fiesole, e da tutti quei Gronlogisti, che ne fissano lo
stabilimento a lobo anni prima dellera volgare ; dei quali vedasi, fra gli
altri, il Sg. de Long-Champs, nei suoi Fasti universali. Lo che ci fa credere
che gli abitanti d questa regione, avessero gi acquistale fino diallora, non
ordinarie nozioni di politica teoria. Ed infatti, bench la voracit di secoli, e
pi ancora la feroce ambizione, e la crudele prepotenza romana, ci abbiano
invidiate le storie etnische, ed anche la maggior parte dei monumenti di quel
popolo celebratissimo. Bench la vanit senza limiti dei Greci, sia venuta, per
giunta alla derrata, ad involgerne di puerili, e RIDICOLE FAVOLE, perfino il
nome, non che le azioni dei nostri antenati, per quella loro presunzione
stoltissima, di far credere che tutte le altre nazioni del mondo, non furono
nulla, in paragone di loro; esistono pure tuttavia in Etruria delle
costruzioni, che gli eruditi chiamano Ciclope, perch non hanno il carattere, n
fenicio, n egizio, e che sono per conseguenza indgene, le quali sfidano da
quattro mila anni a questa parte,glinsulti degli uomini e gli urti del tempo, e
stanno a conferma di quanto asserimmo qui sopra, circa la suaccennata civilt, e
straordinaria potenza, ed energia degli Etruschi . E tali sono, fra le altre,
le mura di Volterra, e di pi altre citt dell antica Etruria, le quali sono
formate di enormi macigni, senza alcun cemento, resi fermi soltanto dal proprio
peso- Mal epoca della colonizzazione, della quale parlammo di sopra, non si pu
fissare che per approssimazione. La quale peraltro cred il Mller, gi citato pi
volte, che coincida colla emigrazione dei popoli, e che fosse cagionala, e
prodotta da quella, e se la ragiona cosi- Gli Umbri, dice egli, e lo ripetono
pure i compilatori di Edimburgo, erano potenti nella contrada, di cui presero
possesso i nuovi coloni. I quali ebbero a sostenere lunghe, e sanguinose
guerre, prima di spossessarli delle trecento citt, che eglino occuparono, al
dire di Plinio lib. terzo, cap. decimo nono, nel paese che fu pi tardi chiamato
Etruria. E poi fuori di ogni dubbio che gli Etruschi si estesero dalla parte
del Mezzogiorno, fino alle sponde del Tevere, ed anche al di l nel Lazio, come
lo prova il nome di Tusculo, o Tusculano. E dietro le tradizioni popolari,
quello stesso Tarconte, al quale si attribuisce la fondazione delle dodici citt
di Etruria, condusse anche dodici colonie al di la degli Appennini, e vi gitl
le fondamenta di Dei, non sono quelli che s' incontrano presso gli Elleni, e
che trovatisi nelle dottrine dei Sacerdoti Etruschi, molti punti, affatto
diversi dalla greca teologia. E ripeteremo ci che altrove dicemmo, che la
sorte, cio, di questa nazione, pare che
quella di essere debitrice dei suoi primi progressi nella civilt, non ad
una trib greca, o mezza greca, siccome crede lo stesso Mailer, e con esso lui i
dotti compilatori della Rivista di Edimburgo ; ma bens ad una emigrazione
asiatica, pi antica dei greci medesimi come abbiamo assento, ed in parte ancora
provato nel precedente ragionamento. N punto esiteremo d affirmar qui, che la
lingua etnisca, o ella non fu mai scritta nella sua purit primitiva, e scevra
di ogni mescolamento di stranieri vocaboli, o se pure lo fu in lontanissima et,
non fino a noi pervenuto alcun monumento
scritto, il quale ce ne possa far fede. E ci sosteniamo con tutta franchezza,
perch quelli conosciutifinqui, sono tutti composti, senza veruna eccezione, di
un rnescuglio di voci, prese ad imprestito, per la maggior parte, da ognuno di
quegli antichissimi linguaggi, e dialetti, che nominammo nei ragionamenti gi
pubblicati in quest' opera stessa. Di che daremo una sicura prova in altro
discorso a questo solo scopo diretto. Sul proposito per dell' essere, o non essere
gli Etruschi una trib greca, o mezza greca,
molto curiosa la novelletta che vanno ripetendo, il prelodato Mller, e
con esso ancora i surriferiti Compilatori della Rivista edimburghese, ove
dicono che i toscani attribuivano eglino stessi, nelle loro nazionali leggende,
la propria civilt alla marittima citt di Tarquinia, e nominatamente a Tarconle.
I quali due nomi altro non sono, secondo essi, che due variazioni di Tirreni .
Ma questa una greca invenzione, ed anche
di moderna data, in confronto della remota cultura degli Etruschi, ed similissima a tante altre dello stesso
calibro, dai medesimi Greci accreditate, e spacciate per fatti, intorno
allorigine di tutte le pi celebri nazioni dellantichit . Ed aggiungono i
medesimi autori, che sbarcarono precisamente a Tarquinia, e col stabilironsi da
prima, quei terribili Pelasglii di Lidia, i quali portano seco le arti, e le
scienze, che avevano gi apprese o nella patria loro, o nei loro viaggi -,
credendo di poter cosi conciliare maggior fede al loro racconto circa la
primitiva civilt degli Etruschi. Al venir dunque di si fatti coloni, secondo
quell' eruditissimo prussiano, e quei dotti inglesi, vide per la prima volta
'questo barbaro pase, degli uomini coperti di bronzo, equipaggiarsi a suono di
tromba per la battaglia. Ud allora per la prima volta, l acuto squillo della
tibia lido-frigia, accompagnare i sagrifizii, e fu testimone della rapida corsa
delle galere a cinquanta remi, Siccome per la tradizione passando poi di bocca
in bocca, non conosceva pi limiti, cosi tuttala gloria del nome toscano, anche
quella che non apparteneva pr- priameiife ai coloid, si attacc a Tarconte
discepolo di Tagete, o d e ! tempo, come dicemmo nel precedente discorso,
riguardandolo quale autore di urler novella, e migliore, nella storia di
Etruria. Ed i popoli vicini, vale a dire, gli Umbri, ed i Latini ; diederq a
questa nazione, che incominci allora ad accrescersi, ed estndersi N credo che
allia torlo il MiMer, attribuendo alla preminenza di questi ultimi sul mare
inferiore, la mancanza delle colonie greche, sulla costa settentrionale della
Sicilia, ove al tempo di Tucidide, non eravi che Lnera. Il timore degltruschi,
chiuse per lungo tempo ai Greci, il passaggio dello stretto di Reggio- E non
avvenne che dopo V epoca in cui ebbero acquistata i Focesi una potenza navale,
che fu dato loro di esplorare entrambi i mari. Ma la rivalit non tard molto a
manifestarsi fr i due popoli, i quali crcarono d'impadronirsi dell isola di
Corsica . E gli Etruschi uniti ai Cartaginesi, disfecero i Focesi. Furono pero
meno fortunati nelle loro guerre marittime coi Borii di Guido e di Rodi che
avevano formalo uno stabilimento a Lipari. Finalmente, il popolo di Ciana in
Campania, avendo dichiarata la guerra ai Tirreni, chiam in suo soccorso Gerone tiranno
di Siracusa, che li disfece completamente, e liber, dice Pindaro nella prima
Ode pizia, la Grecia dalia schiavit. E difetti uno scudo di Bronzo trovato
nelle rovine di Olimpia, porta questa iscrizione = Gerone, figlio di Dimmene,
ed i Siracusani, hanno consacrato a Giove queste spoglie dei Tirreni vinti a
Clima. Ammesso pertanto che furono gli Etruschi un antichissimo popolo d Italia
originario dello stesso paese, conchiuderemo questo breve ragionamento, colle
riflessioni seguenti. L Che di necessit ebbero essi, linguaggio, usi, Leggi,
costumanze, arti, scienze, e religione loro particolari, e proprie, bench
dovessero i primi progressi nella civilt ad una emigrazione asiatica, in un
epoca quasi impossibile a stabilirsi con precisione. Il. Che per conseguenza,
fra le altre cose, che qui per brevit si tralasciano, i vasi dipinti di terra
cotta, come quelli neri, ed altri, di qualunqueforma, e grandezza, siano essi
aretini, o chiusini, o campani, sono genuinamenee etruschi, e non altro che
etruschi. Bench sia piaciuto agli Archeologi di chiamarli vasi greci, e pi
modernamente ancora italo-greci. Le quali denominazioni hanno dato loro quei
dotti, perch vi si scorgono, come pure nelle urne cinerarie, e nei sarcof agi,
disegnate e dipinte, o scolpite, a basso, e a gran rilievo, rappresentanze, o
storie e favole greche; ovvero che tali divennero dopo essere state prima
etnische, e perch vi si leggono parole greche, o che alle greche somigliano.
Come se non potessero essere nel mondo due diversi idiomi i quali abbiamo
alcuni vocaboli comuni ad entrambi. Conforme fu sagacemente osservato, dal
dotto, e perspicace sig. principe di Canino nel suo Museo Etrusco. Campani poi
faron detti, eziandio tali vasi, perch se ne fabbricavano . e se ne trovano
nella Campania, che fu pure colonia etnisca, come si dicono chiusini, ed
aretini, da Chiusi, e dArezzo, ove esisterono speciali fabbriche dei medesimi.
E sul proposito del sig. principe di Canino, sono assai dispiacente di non aver
letto prima dora quel suo dotto e giudizioso lavoro, perch avendovi riscontrate
al- altre dodici citt. Lo che serve a trovare che l Etruria della valle del P,
fu colonnizzata dall' Etruria del Mezzogiorno. La medesima tradizione di dodici
colonie, viene ripetuta sul proposito dello stabilimento degli Etruschi in
Campania-, Ed il Miiller suppone che quelle colonie fossero realmente etnische,
contro, lopinione di Niebuhr suo maestro, il quale pensa che elleno fossero
fondate dai Pelasghi Tirreni, confusi cogli Etruschi, a cagione dellidentit del
nome. In ogni caso per, sembra allo stesso Miiller, che la popolazione etrusco
della Campania, non debba essere stata molto considerabile, perch vi prevalse
il dialetto Osco, e perch non si mai
trovata in tutto quel tratto di paese, una sola iscrizione veramente etnisca.
Laonde convien credere, prosegue egli, che quel fertilissimo paese, immerso nel
lusso, e nella mollezza, esercitasse la sua fatale influenza sugli Etruschi,
che vi si erano stabiliti, mentre furono obbligali ad abbandonare il possesso
delle ricche pianure di Capua ai Sanniti, col discesi dalle loro montagne. Io
non saprei qui sottoscrivermi allopinione del dotto archeologo prussiano,
sembrandomi troppo debole la ragione che egli adduce, per stabilire che fosse
piccolo il numero dei coloni Etruschi della Campania, quella cio del dialetto
Osco rimastovi dominante, poich potrebb essere ci avvenuto anche dall' avervi
quegli ospiti soggiornato per breve tempo, oppure da un riguardo che poterono
benissimo avere i Vincitori verso i vinti. Di che abbiamo avuto un esempio noi
stessi nelle nostre contrade al tempo dell Impero francese. E certamente gli
Etruschi, non erano cosi feroci, come i Romani, i quali ebbero linumanissimo
orgoglio di togliere perfino la lingua ai popoli che avevano linfortunio di cadere
sotto il loro giogo di ferro: ( checch ne cantino in contrario ifanatici loro
lodatori .) E se permesso di paragonare
le grandi cose alle piccole, quando sono dello stesso genere, dir in appoggio
della mia supposizione, che anche i Chinesi soggiogati gi da piti secoli dai
Tatari Mant- sciu, hanno conservato, e conservano tuttavia dominante il proprio
idioma, bench soggetti ad una dominazione straniera. Oltre di che, viene ad
accrescersi la forza del mio ragionamento, riflettendo che era ben facile, e
naturale il conservare nella Campania il linguaggio del paese, altro non
essendo il medesimo, che un dialetto della lingua Etnisca. Sembra poi cosa
provata, e da non controvertersi, che i Tirreni dopo il loro stabilimento in
Italia, esercitassero per lungo tempo la pirateria, e che si rendessero cos
famosi nelle pianure della Grecia, ma
peraltro assai difficile a decidersi, se una tale accusa debba
applicarsi a Tirreni del mare Egeo, oppure ai Tirreni Etruschi', I quali
possedendo dei buoni porti sui due mari, conservaronsi la dominazione delluno,
e dell' altro, e si resero formidabili, non solamente alle navi mercantili,
colle loro corsare, ma eziandio alle altre potenze, coi loro navali armamenti.
A molti sar nuovo ed inatteso questo singoiar monumento,- ma non a chi ha
scorsa la mia Opera su i Monumenti Etruschi ove alla ser. VI, e precisamente
alla Tavola G5 ne ho dati a luce due inediti, n finallora da nessun altro
mostrati, In seguito si videro esibiti ripetutamente nelle Opere del eh. dot.
Dorow. Io dissi di quelli, come pur di questo ripeto, esser vasi di terra nera,
al cui orifizio soprapposto per
coperchio un capo umano, ed a suo luogo spiegai come querecipienti dovean
simboleggiare il mondo, ed il capo sovrimpostovi la divinit che Io governa dall
alto decieli \ Ma poich questa specie di vasi trovasi nei sepolcri, cosi
potremo credere che i soprimposti capi rappresentino deit speciali, cosicch se
avr barba un di essi, come quello che pubblicai altra volta 3, si potr dire un
Bacco infernale, mentre nel presente monumento dov un capo imberbe, ed alcune protuberanze che
dan segno di petto femminile ravviseremo una Proserpina. Se il vaso qui esposto
avea ceneri umane, di che non posso giudicare dal solo disegno ch'io vedo di
questi monumenti chiusini, in quel caso direbbesi che le braccia, avvingendone
il recipiente, indicano il patrocinio che la divinit dovea prendere di quel
morto ritornato nel caos della materia mondiale. Dico tuttoci brevemente perch
in queste materie mi sono esteso altrove abbastanza. Qui aggiungo
l'osservazione che molti vasi uguali a questi, ma in pietre di varia specie
trovatisi nei sepolcri egiziani e in gran parte anche dipinti nei papiri, nelle
casse e nelle pareti delle tombe; e dai capi che hannovi soprapposti di forme
varie 4, si ravvisano per figure delle principali deit egiziane, Questo vaso in
terra nera due terzi pi piccolo dell
originale. tuttava non risoluta
questione se figure simili alla presente, cio che abbiano lunga barba, corona
in testa, abito lungo fino ai piedi un manto sugli omeri con vaso in mano, ed
attorniate da sermenti dedera o di vite,
questionabile, io diceva, se dir si debban figure di Bacco o d'un
qualche di lui sacerdote. altres cosa degna dosservazione che locchio qui
eseguito, non come dalla natura umana si mostra, poi disegnato precisamente come si vede nelle
figure de vasi di Grecia di Sicilia, e di tutta 1* Italia meridionale, ove
trattisi di pitture che affettino qualche arcaismo nel loro stile, e
specialmente ove le figure sono come qui di color nero sul fondo gialla- 1
Dorow, Voiage archeologique dans V a cienne xbtrurie avec xvi Planches. 1 Voi.
io 4 - P- 46, Paris. 1829. Notizie intorno ad alcuni Vasi. Etruschi Pesaro
Monumenti Etruschi, 1 2 > ser. v f p. 490 ser - Vi* Tav., p. 4 ^. 3 Ivi,
ser. vi, Tav. num. 1, 3 . ser. vi, tav. N4, num. 1, e P4. numm. 1, 2. cune
opinioni, che mi paiono le pi giuste, e ragionevoli in questa materia, e le
quali si accordano con quelle da me emesse nei precedenti ragionamenti, mi
sarei fatto un dovere di render nolo al Pubblico molto prima, quanta
sodisfazione io ni abbia di trovarmi d'accordo con un uomo di tanto ingegno e
di tanta dottrina . 0 Che si avvicina al delirio l'ostinarsi ancora a voler
credere opere greche i suindicati vasi, perle sopra esposte ragioni, e perch se
ne rinvennero alcuni persino nell' Attica, ed in altre parli della Grecia, i
quali sono peraltro in piccolissimo numero, in confronto a quelli discoperti in
Etruria, e nelle altre parti d'Italia. Ed una tal foggia di ragionare, simile a quella di chiunque osservando per T
Italia, o in Francia dei lavori di porcellana della China, e del Giappone,
pretendesse di stabilire, che quei lavori sono italici, o francesi, solo perch
si trovano in Francia, ed in Italia. IV.
Che non meno strano, per non dire
assurdo il pretendere di togliere agli Etruschi l onore di tali manifatture,
per farne dono ai Greci, perch s incontrano molti dei suddtti vasi che hanno
elegantissima forma, e sono disegnati pure, e dipinti con un gusto squisito.
Quasich gli Etruschi non avessero fatto che comparire sulla faccia del globo
terrestre, e ne fossero subito scomparsi. Oppure, avendovi dimorato per lunga
serie di secoli, lo che non hanno saputo negar loro neppure i pi furiosi
partigiani dei Greci, fossero stati poi forniti di tale, e tanta stupidit, da
non saper migliorare, ed anche condurre a perfezione, le loro invenzioni, come
fanno tutti i popoli del mondo Che non si vorr sostenre finalmnte, che le arti
non pvesser presso gli Etruschi, come presso tutte le incivilite nazioni, che
le coltivarono, diverse epoche, cio quella della primitiva rozzezza, qxiella
del miglioramento, e quella della perfezione, come quelle del decadimento, e
della successiva barbarie. N saprei addurre, per rivendicare questa usurpazione
fatta dagli archeologi ai nostri padri, pi bella prova, e pi convinciente
ragione d quella prodotta dallo stesso signor Principe di Canino, apag. ig
dellopera citata qui sopra. Cio, che i vasi dipinti non sono sicuramente greci
perch i Greci stessi non se ne sono vantati giammai. Ed ben gloriosa per gli Etruschi una tele
invenzione, conforme riflette pure il prelodalo scrittore, perch furono essi i
primi ad iscoprire colla meditazione, e colle pi profonde indagini, che per eternare
le tradizioni dei popoli, pi del marmo, e del bronzo, valevole Imile terra cotta, perch ella sola
passa a traverso alla fuga dei secoli senza alterazione veruna . jflniiia : 3 n
iq 3 or 248v8 in gran travertino che serviva di porta ad un sepolcro amq&o
: ofl janqoai Etr. Mus. Chiut. ha sulle spalle, e come questo riferir si debbe
allautunno l'accennai spiegando altri vasi chiusini analoghi a questo, LVI. Le
quattro tavv. sono impiegate a mostrare un bel monumento di pietra tofaceadella
figura dut) cubo, della grandezza due volte maggiore del disegno qui ripetuto,
e che mostra quattro lati scolpiti con figure a rilievo assai basso, come sono
gli altri monumenti di simil natura trovati a Chiusi. Io non saprei dire se ara
sia questa, oppure altare, o foculo, o base, o altr'oggetto qualunque, perch
non vedendone io che i disegni non posso da essi giudicarne con fondamento.
Esaminiamone le sculture che si vedono in quattro lati del cubo. fuori di dubbio che qui si tratta di riti
funebri, e d'ultimi uffici di piet resi ad un morto, che vedasi steso sul
feretro alla Tavola LUI. Il fanciulletto eh
in piedi presso a quel letto di morte ha un tale atteggiamento di
dolore, che non saprebbesi meglio immaginare dal pi sagace dei nostri artisti,
brattanto cinsegna che tenevasi per atto di duolo il porre le mani al capo.
Infatti nel quadro medesimo compariscono due altri astanti colle mani portate
al capo ugualmente, ma ben si ravvisa che l'atto suggerito pi da formalit che da quel vivo
dolore che esprime IL GIOVANETTO PROBABILMENTE FIGLIO DELLESTINTO, di cui qui
si rappresentano lesequie. Un simile atto, e da uomini similmente
abbigliati, pure nella pietra di memoria
perugina da me pubblicata *, ove rappresentasi ugualmente la funebre cerimonia
che praticasi all occasione di un morto. Espressiva parimente la prefica a capo al letto, in
sembianza di strapparsi per dolore i capelli, mentre uonio che al cadavere pi vicino, alza le mani probabilmente per
espressione pure di dolore, mista per di sorpresa. Una figura eh ultima nella
composizione, suona le tibie con certa bocchetta che legavasi agli orecchi o al
capo in giro. Un tal suono in occasione di funebre cerimonia non credo che
andasse esente da superstizione tuscanica, passata ai Romani ancora, mentre
credevasi di poter porre in fuga gli spettri coll'armonia della musica 1 2 3, e
cos allontanare quelle malie dalle quali avevano opinione che le anime
restassero consacrate alle deit infernali 4 : superstizione peraltro che manca
nel monumento perugino indicato. Dietro al tibicine alla Tavola LIV vediamo
quattro uomini armati di bastoni, che in mano di Etruschi non improbabile che siano augurali, ancorch non
Lettere di etnisca erudizione. e seguente Tav. xi. 2 Monumenti etruschi, ser.
vi, tav. Za, e Lanzi Della Scultura degli antichi e vari suoi stili Tav. v. 3
Ved. Luciano pitato dal Ma ilei nella sua memoria sulla religione dei Gentili
nel morire ; Osservazioni letter. Tom. 1, art. x. 4 Tacito, Annali 1 . 1. ap,
il Mafie! cit. p. 5i stro 1 2 . Una tale osservazione unitamente con altre pu
essere di non poco rilievo per indagare lorigine primitiva delluso di porre
siffatte stoviglie dentro i sepolcri. A chi ha buon gusto peri lavori di
metallo sar gradevole il conoscere la forma singolare e del tutto nuova non men
che bella di questo vasetto di bronzo, disegnato nella grandezza medesima
delloriginale. Apparentemente dovea contenere de liquidi, e perci lintelligente
artefice oper per modo che tutto vicorrispondesse lornato. Ecco l un uccello
aquatico sopra una pianta quadrifoglia palustre, il che serve di pomo al
coperchio: ecco l una conchiglia lacustre che serve di borchia a! manico : ecco
l infine i lunghi manichi formati in guisa di colli duccelli aquatici come del
becco loro nel quale han termine si rav visa. Il vaso di terra cotta di color
rosso che vedesi rappresentato nella parte superiore di questa LII Tavola, gi noto per la frequenza colla quale si trova
nelle collezioni di simili antichi oggetti. Par che i Gentili 1usassero per
lucerna; ed alternativamente colle lucerne trovasi difatti nei sepolcri, ma in
esso valutavano anche la forma di barca e di recipiente, alludendolo a certa
favola d'rcole eliebbe in dono del sole un vaso, col quale varc l'Oceano. Come
poi si applicasse al vaso qti esposto lindicata favola cosa inutile chio lo ripeta, dopo averne
sufficientemente parlato nell opera deMonumenti Etruschi % dove ne ho riportati
alcuni di varie forme. Liscrizione che
sul manico suole indicare il figulo, o la fabbrica figulinaria. Il Vaso
al disotto in questa medesima tavola di
que consueti chiusini di color nero s nella superficie che nellinterna sua
pasta. Questa qualit di vasi aver suole dei bassirilievi, che girano attorno
ripetendosi ogni quattro o sei figure, perch fatti colle stampe. Bisogna
convenire della gran somiglianza tra quella manifattura, e le cose egiziane.
Vedo nella prima figura femminile latto dalzare unuccello, cos nelle figure
egiziane dei calendari vediamo elevare per la testa, o calare al basso tenuti
per la coda animali, che indicano il sorgere o calare abaco dei segni zodiacali.
Delluomo che segue con bastone in mano io non saprei dir cosa che avesse
inoppugnabile sostegno. Ben potr dire che a lui segue la chimera colla doppia
testa di leone e di capra, chio mostrai altre volte 4 esser composto di segui
celesti. E poi chiaro il centauro qual cacciatore, che porta la preda appesa al
suo frassine che 1 Moni;memi etr. Ser. v. Tav. 2 Ser. li, p. 359, 36 i, 3 Ivi
ser. vi, Tav. E 4, F^. 4 Monurn. etr. ser. w, p. 38 a. Vogliamo credere che
nella statuetta in bronzo qui rappresentata di naturai grandezza sia da
riconoscersi una Minerva per 1 usbergo del quale vedesi armata? Del piccol
mostro pure uguale in grandezza alloriginale in bronzo, non fo parola, poich
probabilmente dagli editori di questopera ne saran pubblicati dei simili, chio
vidi vari anni indietro a Chiusi. Il vaso
desoliti che trovansi per tutta 1 Italia meridionale, con figure
giallastre in campo nero, la cui gola soltanto a una pittura che vedremo nella
tavola seguente, mentre monocromo, ed ha
tre manichi, d una forma essatta- mente ripetuta molte volte coi medesimi
accessori nei ricchi scavi di Canino, e daltre parti dItalia. Io non mi
persuado come il mito delle Amazoni combattenti, s ripetuto nei vasi fittili di
tutta lItalia, come si vede in questo, non abbia una qualche allusione
religiosa, come ho supposto trattando altre volte questo medesimo soggetto. Si
vedono in fatti sempre come qui le Amazoni a cavallo, ed i loro avversari
sempre a piedi, ed in positure di soccombenti al conflitto, colle ginocchia
piegate. Eppure se alle favole che trattano delle Amazoni dovessimo ricorrere
per Spiegarne il mito, noi le troveremmo sempre vinte o da Ercole, o da Teseo,
o dAchille Io non vedo in quel mito che 1allegora del contrasto e del dominio
del tempo in cui si trattiene il sole nei segni inferiori del zodiaco, ma
siccome troppo lungo sarebbe il mostrar qui di tale allegora lo sviluppo, cos
rimando chi legge ad altri miei scritti, ove trattai lungamente di questa
materia. Questa la pittura del vaso, la
cui forma vedemmo nella Tavola antecedente, e che vien riportata nella
grandezza di due terzi del suo originale. xxxi. /uif/mDajmjaa xxxii. jfliDnaD :
an/d-nit/i : Yfl xxxm. i/vjad anfl-uitfl'i ; or xxxiv. j/qnqai ; vJDfi : ofl,
V433 : J lf d Galleria Omerica Tom ii,Tav.VJlDfl : 31 : Vfl Veil. Mommi, etr.
agli articoli A magoni. abbiano la forma di lituo, come osservansi nel
monumonto perugino. Infatti ad essi spettava il presagire che lanima del
defonto fosse passata in luogo di riposo; di che se non troviamo prove di antichi
scrittori, certamente ne conosciamola pratica presso gli Etruschi, per mezzo
del pi volte citato monumento perugino, dove inclusive il vestiario di quegli
auguri muniti di lituo simile a quello
di costoro che qui hanno in mano le verghe, eh' io dissi augurali. Dopo gli
auguri vengono immediatamente nella Tavola LV le prefiche, donne prezzolate che
a suono di tibia cantavano lamenti, e piangevano la perdita del morto ed in
modo sconcio e forzato strappandosi le chiome e perquotendosi, mostravano
cordoglio di quella disgrazia. Quel che sia rappresentato nellaggregato di
figure della Tavola LVI non mi possibile
il dichiararlo n mi concesso d azzardare
quelle congetture che pu immaginare a suo grado ugualmente chi l'osserva.
tavola evie Questo bronzo in tutto uguale al suo originale fu anticamente uno
specchio dallopposta parte, come lo attesta lo specular pulimento che vi si
trova. Qui nel suo quasi insensibile concavo, invece di grafito ha soprapposta
una lamina cesellata a bassorilievo, e in fondo una cerneria, forse adattata
all'adesione del manico. lo vi ravviso Bacco, il quale ha sulle spalle una
face, che tale vedrehhesi qualora fosse intiero il monumento, poich ve ne sono
altri esempi 3 . Egli si appoggia ad un altro nume significativo della forza creatrice
dalla quale dipende Bacco il demiurgo artefice del mondo, che il trae dal
disordinato e tenebroso caos per virt concessagli dal creatore, e vi porta luce
con la sua face, non men che ordine armonico, indicato da quella ninfa che
precede i suoi passi, arpeggiando la lira: cosmogonica rappresentanza che in
cento guise ripetesi nei monumenti antichi, e della quale ebbi luogo di
trattare altrove 3, Sebben questa bella tazza sia di bronzo, pure se ne usavano
dagli antichi anche di terra cotta d ugual forma e lavoro, come si vedono in
Volterra nel museo del pubblico, ed in quello del Sig. Cinci. Il disegno qui
esposto soltanto un terzo minore del suo
originale. Il pezzo aggiunto lateralmente fa vedere lacconciatura di testa ch
dalla parte opposta del recipiente. i Fest. in sua voc. Lecil. Sat. xxn. Monum. etr. ser. vi, Tav. Y, n. i., ser. v,
p. 3 a,, ser. vi, Tav. Y, n. 1 . W'
Principe di Canino, ed altri gi se ne conoscevano, dissotterrati a diverse
epoche, ed in luoghi diversi ., Diodora Siculo poi descrive nel libro quinto,
dietro Possidonio le mense degli Etruschi imbandite due volte al giorno, le
loro drapperie ricamate, le loro coppe eli oro, e dargento, e le loro falangi
di schiavi. Al cui quadro aggiunge Ateneo nuovi tratti, e. mostrano chiaramente
le figure giacenti nei sarcofagi, che gli aggiunti di pmgues, ed obesi, dati
dai Romani per isclierno agli Etruschi, non erano suggeriti dalla malizia
nazionale soltanto. E Roma prese ad imprestito dall'Etruria i combattimenti dei
gladiatori, bench sembri che luso orribile dintrodurli nei conviti, e nei
banchetti, appartenga sopratutto agli Etruschi della Campania, e specialmente a
quelli di Capua. Altrbuisconsi per agli antichi Etruschi anche alcune
invenzioni nella musica, e singolarmente rapporto agli strumenti di essa, poich
non havvi autore, ch'io mi sappia, il quale pretenda che questa nazione abbia
discoperto qualche modo particolare di tale scienza, bench le venga accordata
in essa qualche celebrit, egualmente che nella plastica ; E non gi come piace
ai compilatori della rivista edimburghese, perch e Aino erano vicini ad un
popolo, il quale essendo estraneo ai Greci, era costretto ad imprestar loro
tuttoci che riguardava il miglioramento, o l'abbellimento della vita pubblica,
e privata, mentre avvenne appunto il contrario. Bench non si possa decidere
dietro alcun monumento storico, se dovessero gli Etruschi a se medesimi, oppure
al commercio che ebbero coi Greci, dopo che gi le arti erano giunte ad un certo
grado di perfezione fra loro, i successivi progressi, fatti dai medesimi nella
scultura, e nella statuaria, pur tuttavia ci che dicemmo in altro ragionamento
intrno allanteriorit degli uni, o degli altri, rende quest'ultima supposizione
molto probabile. Ma egli per certo, che
se questo rapporto esist per qualche tempo fra gli Etruschi, ed i Greci, non fu
mai d una grande intimit. Lo stile toscano nelle arti presenta sempre qualche
rassomiglianza con quello deoli Egiziani-, E le opere pi perfette di questa
nazione, hanno tutta quella durezza, e quella mancanza di vita, e di
espressione, che qualificano la scultura greca, anche prima che Fidia
accendesse la sua immaginazione alle descrizioni omeriche di Giove, e di
Minerva, e che avesse Prassitei e espresso col marmo l'ideale chegli si era
fatto della bellezza. Lo che prova essere stati i Greci i perfezionatori, e non
gl'inventori di quelle arti che si dicono belle ; E viepih si conferma che i
medesimi furono in antichissimi tempi i discepoli degli Etruschi. non gi i
maestri, come pretendono i nostri grecomani. Al contrario, in tutta quella
parte dell arie ove il meccanismo senza vero gemo pu mungere alla perfezione,
gli Etruschi non la cedono in verun modo ai Greci stessi, biella maggior loro
raffinatezza. Ed un poeta Ateniese riferito da Ateneo nel primo libro dei
Dipr.osqfisti, celebra le opere etnische in metallo, come le migliori m tal
genere ; Facendo egli probabilmente allusione alle coppe, alle lampade, ai
candela- QUALI FOSSERO LA VITA POLITICA, E DOMESTICA, LA RELIGIONE ED IL
GOVERNO DEGLI ETRUSCHI, E QUALI ARTI, EGLINO COLTIVASSERO PRINCIPALMENTE Ma chi
pensasse il pone sieroso tema, E 1 omero mortai che se ne cerca, Noi
hiasmerebbe, se sott esso trema. Caute Par. - -=-x jgj> 1\ on certamente agevole impresa quella di ritrarre
i costumi domstici di un popolo, che non ha trasmesso alla posterit veruna
immagine di se stesso nelle produzioni letterarie. E tali appunto sono gli
Etruschi, della cui prosperit nazionale pare che sia stata la primaria base l'agricoltura,
che veniva si ben favorita dal loro suolo, e dal loro clima, e che sembra avere
in ogni tempo fiorito in questo paese, quando i benefizii della natura non sono
stati distrutti da un cattivo governo, o da una assurda Legislazione, Tuttava
per, non ha mai goduto V Etruria centrale, come la Campania, di una spontanea
fertilit. Fu d'uopo ognora che spiegassero i suoi abitanti la loro industria, e
la loro destrezza, per adattare la cultura alle diverse qualit del terreno, che
s incontrano in questo paese, e per arrestare le mondazioni del P nelle
provinole che circondano l Adriatico, e che ne furono parte nei tempi antichi.
I primitivi costumi degli Etruschi erano semplicissimi, se vogliamo credere
alla storia, la quale ci dice che la conocchia di Tanaquilla fosse conservala
lungo tempo a Roma nel tempio di Sanco; E pare che un passaggio di Giovenale
nella satina sesia, ci mostri la stretta rassomiglianza che passava fra le virt
domestiche delle donne romane degli antichi tempi, e quelle delle donne
etnische. N ci dester maraviglia a chi sappia, che i primi abitatori d Roma,
non eccettuato il suo fondatore, non furono altro che Etruschi, della cui
energia, e del cui nazionale carattere, formano al parer mio una sufficiente
prova, le grandi loro conquiste, la loro destrezza, ed il loro coraggio nella
navigazione. Ma quando il commercio, e la conquista nelle parti meridionali
dItalia, ebbero condotto la ricchezza fra loro, gli Etruschi se ne
impossessarono collavidit di un popolo mezzo barbaro ed il lusso invece d
introdurre fra essi il raffinamento, e leleganza delle maniere, non vi port che
un vano splendore, ed un gusto disordinato per
sensuali piaceri, come rilevasi anche dalle pitture di alcuni vasi,
delti male a proposto italo-greci, dei quali ne ha discoperti un gran numero
nei suoi scavi il signor La forma del governo etrusco, ove riunivansi l
aristocrazia, ed il sacerdozio, imped efficacemente al genio di quella nazione,
di prendere lutto il suo naturale sviluppamelo. Imperocch ai Lucomoni, ossia
alla nobilt ereditaria, aveva rivelato Tagete, ed il tempo, gli usi religiosi,
che si dovevano osservare dal popolo, col potere di Applicarli nella maniera
che paresse loro la piti propria aperpetuare il loro monopolio esclusivo, e
tirannico-, E per rapporto poi al potere civile, formavano questi medesimi
Lucomoni il corpo governante di tutte le citt di Elruria. Nei primi tempi si
parla di re, non gi dell intiero paese, ma bens di stati separati, ed il cui
potereera senza dubbio limitatissimo da quello dell alta aristocrazia-, E
questi re senza potere, spariscono ben presto intieramente, come pi tardi nella
stona greca, e romana, Mentre che in Etruria, non sorge alcun ordine
corrispondente ai plebei, per rappresentare V elemento popolare della
Costituzione. E molto difficile di poter fissare con esattezza i privilegi del
gran corpo della Casta potente-, E Miiller inclina per l'opinione, e mi pare
eli abbia dato nel segno,che i coltivatori fossero i servi dei proprietarii del
suolo, come furono in tempi a noi piu vicini i Penasti in Tessaglia, e gl Iloti
a Sparta. cosa certa difatti, che
esistesse una classe simile in Etruria, ma non
per probabile eli ella comprendesse una gran parte della popolazione,
non essendovi altro argomento, al quale appoggiare questa, ipotesi
contrastabilissima, se non quello che i clienti di Roma fossero servi dei
Patrizn. Tuttavia per fuori di ogni
dubbio che l aristocrazia etrusco teneva gli ordini inferiori in una dipendenza
politica, e che per questo non pervenne quella nazione, al grado di potenza, a
cui avrebbe potuto giungere-, Ma la sua prosperit prova ad un tempo che non era
governata neppure affatto tirannicamente. Non sembra nemmeno che lagitasse lo
spirito della democrazia, fino al punto di risvegliar dei timori, ed eccitare
la severit della casta governante. Le insurrezioni di cui parlano gli storici,
sono attribuite espressamente agli schiavi. Era l'antica Etruria fertile di
grani, e particolarmente di quel farro che i Latini chiamarono far, ed anche
odor, la cui farina forniva il puls, che noi diremmo polenta, o polenda e che
era lordinario nutrimento degli abitanti di questa parte dItalia. Il ferro
delle sue miniere, e specialmente quello dell Isola d'Elba era celebre per la
sua purit-, E forniva pure la stessa isola anche del rame per le monete, e
perle opere di bronzo, tanto comuni fra gli Etruschi. poi molto probabile, anche secondo il
Miiller, che eglino facessero un commercio di ambra, che loro venisse dal
Settentrione. Il precitato Miiller, che
come abbiamo detto uno degli Scolari di Niebuhr, v discutendo con moli
acutezza nell opera sua, la natura dei rapporti che esisterono nei primi tempi
di Roma, e fra i Romani, e gli Etruschi. E si accorda col suo maestro a
preferire alla tradizione che fa di Servio Tullio unfiglio di schiavo I origine
etrusco di quel principe, menzionato dalli Imperatore Claudio nel suo discorso
sullammissione dei provinciali nel Senato, il cui testo fu discoperto nel
secolo decimo sesto in tan, ed ai tripodi, e simili, giacch
discopronsigiornalmnte alcune di tali opere egregiamente eseguite. Si spiega
per facilmente la differenza che incontrasi fra le opere degli Etruschi, e
quella dei Greci col carattere della religione dei due popoli. Imperocch la
religione dei Greci conti Univa potentemente al perfezionamento delle arti
plastiche, ove quella degli Etruschi, in ci che le appartiene in proprio, non
ha niente che risvegli, e che trasporti V immaginazione dell artista. Pare anzi
che ella favorisse efficacemente una opinione, che noi ritroviamo del pari
nella teologia dei popoli settentrionali, ed in quella deglIndii, ed questa: che gli Dei erano eglino stessi, come
pure il sistema, al quale presiedevano, gli effetti di un potere che non
iscorgevasi che a lunghi intervalli nella produzione degli esseri, e che
assorbiva tutto ci che aveva crealo, per crearlo di nuovo. I SIMBOLI di questo
potere erano gli Dii involuti della teologia etnisca, i cui nomi rimanevano
ignoti e non erano oggetto di un culto popolare, ma che Giove stesso consulta.
Gli Du consenti poi, che erano dodici, sei di ogni sesso, presiedevano alt
ordine delle cose esistenti, e ricevevano degli omaggi, e dei sagrifizii.
Manifestatasi la loro intervenzione negli affari umani, pi che in altra maniera
con presagi di grandi disgrazie, che dovevano essere allontanate con espiazioni
sanguinose, e crudeli. Ma se da un Iato pot la moralit guadagnare qualche cosa
dalla religione etrusco, che non corrispondeva in verun modo alla mitologia
ridente, ma licenziosa dei greci, la poesia e le arti dell altro, vi dovettero
indubitatamente scapitare non poco. Lo stesso difetto d immaginazione viva e
disinvolta caratterizzava la dottrina etrusco dell immortalit dellanima. Il
loro mondo sotterraneo, non era altroch un Tartaro senza Eliso. La
superstizione non form in nessuna parte del mondo, un sistema pi completo che
in Etrucia, senza eccettuarne neppure le Indie, e t Egitto Le regioni del cielo
erano divise, e suddivise in modo che ogni prodigio poteva avere la sua
spiegazione precsa. Ifenomeni dellatmosfera, il tuono soprattutto, ed i lampi, erano
osservati, e classati comma minutezza, che avrebbe potuto fornire oli elementi,
aduna vera scienza, se gli osservatorifossero stati veri filosofi, e non
Sacerdoti. Ma nel fatto t osservazione di quei fenomeni, non servi ad altro che
ad accrescere la servit della moltitudine, a quelli che reclamavano la
co'nuzion esclusiva dei mezzi coi quali potevano placarsi gli Dei sdegnati
contro il genere umano. Non necessario
di avvertire, che la filosofia nel senso greco di questaparola, vale a dire lo
studio libero delluomo della natura, e della provvidenza, era ignota agli
Etruschi, bench non si possano negar loro le cognizioni pratiche, col mezzo
delle quali eseguivano le belle opere d'Architettura, e di Idraulica, che
vengono ad essi attribuite dagli antichi scrittori, i quali parlano delle cose
etnische senza prevenzione veruna, e senza spirito di pare. Elv. Mas. Chius. Go
tavola. Quanto sia malagevole scioglier lenigma che nelle strane loro figure
chiudono le pietre incise in forma di scarabei, ben potrebbero dirlo e il
Caylus, e il DHan- carville, ed altri chiarissimi ed eruditissimi ingegni che
in vano vi si applicarono; e quantunque in gran parte non mostrino significato
nessuno che ragionevolmente si presti alle indagini dellerudito, pur taluni,
ancorch pochi, han contrassegni da non permettere che siano annoverati tra i
soggetti capricciosi insignificanti e per conseguenza inesplicabili. Nello
scarabeo di n. 1 ci guidano con qualche indizio 1 epigrafi, che sebbene sconce
come le figure alle quali si vedono applicate, pure danno adito a ragionarvi
sopra non senza qualche fondamento. Quantunque le lettere siano di forma
etrusca, pure nson disposte alluso inverso come scrivevano gli Etruschi, n
presentano voci che dirsi possano etnische, ma ritengono un misto di
paleografia, e glossologia, che partecipano dell'antico greco e dellantico
latino. Qualora non vi fosser lettere direbbesi che vi si vede Vulcano assiso
sulla sua pesante incudine in atto di ascoltar le preghiere della consorte sua
Venere a pr d'Enea, come ne d sospetto lo specchio femminile che tiene in mano,
la donna la libera di lei nudit. Che le
lettere esprimenti parole tronche vi si conformino lo congetturo dal potervi
leggere fex, quasi ephestus chera nome grecamente dato a Vulcano anche dagli
antichi Latini. Segue 1 altro bisillabo vev, che se crediamo sformata l'ultima
per una v, potremmo leggervi la voce Venus con poca difficolt. Ed in vero
quella barba, che in un modo s sconcio si volle accennare alluomo sedente, d
qualche idea del rozzo costume praticato dal marito di Ciprigna, che qui si
vede contro a lui con assai studiata, sebben antica maniera dacconciarsi la
testa per viepi sedurre il manto a compiacerla nell inchiesta delle armi pel
figlio Enea : soggetto non raro nella glittografia, dove lartefice Vulcano sempre assiso, e Venere che incontro a lui si
trattiene a pregarlo, sempre in piedi. Quando si voglia credere che la
composizione incisa in questo scarabeo num. 2 abbia un qualche significato allegorico,
e non sia stato fatto a solo oggetto di mostrare lo sgradevole assalto dato da
un leone ad un cinghiale, potremo credere che stiano i due animali a rammentare
due precipue situazioni del sole nel cielo, dalle quali ne avviene il calor
benefico dell'estate, e 1 importuno freddo nellinverno. Infatti il segno del Leone che domina in estate, e
che abbatte colla forza dei raggi solari quei mali che alla natura cagiona 1
ingrato e sterile, inverno significato dal porco, di che ho^scrittu molto nel
trattare dei Monumenti etruschi - vote eh bronzo a Lione ; Il quale pretende
che il vero suo nome fosse Mastarna, e che foss e compagno di un capo dicosi
detti Condottieri, o mercenarii toscani. Il fatto si che la voce etrusco Mastarna, vale
imbrattato, ossia di sordida origine,^ corrisponde cosi a quanta ne dice la
tradizione. Ma mentre JMebuhr si allontana intieramente dalla storia,
supponendo che Tarquinio il vecchio fosse uno di quei Latini pnschi da ha
immaginati, pensa il Mailer ehei fosse veramente etrusco, e che traesse il suo
nome da Tarquinia, ( e lo pensiamo noi pure,) il cui dominio estendevasi allora
dalla parte del mezzogiorno, fino alla citt di Roma, che erane anche dipendente
in quel tempo. I compilatoli della Rivista edimburghese non credono che questa
opinione sia basata s fondamenti abbastanza solidi, bench paia loro pi
probabile di quelle di lebuhr, per sostituirla ai racconti della storia comune
; E non sanno comprendere neppure, come dei fatti accompagnati da circostanze s
ben precisate, quali sono quelle dell'esistenza di Servio Tullio, e
deiTarquinii, del loro paese, e dello stato loro possano cangiarsi tutto ad un
tratto in un simbolo di etnisca supremazia. Lo che peraltro non dester nessuna
maraviglia a chiunque sia meglio di loro istrutto delle antichit etnische, e
conosca pi a fondo che essi non conoscono, luniversalit dello spinto simbolico
di quei remotissimi tempi. E comunque sia poi la cosa, checch si debba pensare
eh tali supposizioni, il fatto vero si
che Roma fu conquistata dagli Etruschi sotto la condotta eli Porsetto re
di Chiusi, come lo prov, sono gi molti anni, Beaufoit, disvelando gli
artifizii, sotto i quali avevano procuralo i Romani scrittori di nascondere
questo colpo umiliante. Oltre di che, furono, come abbiamo gi detto, anche i
fondatori, ed i primi abitatori di Roma, una truppa dibanditi toscani. Ma circa
ad un secolo dopo il regno di Porsena, vennero gli Etruschi umiliati essi pure
dai Celti, e da altre barbare genti, che si resero padrone di tutto ci che
eglino possedevano sulla riva meridionale del P fino a Bologna, e che
occuparono anche. Roma, bench temporanamente. I Romani per, vincitori dei
Galli, e cosi pi fonnidabih che mai, non tardarono molto a conquistare, e
colonizzare quella parte i truna, che si estendeva al mezzogiorno della selva
Ciminia; Ed anche laCam- pania eia caduta allora sotto il potere dei Sanniti, e
tutte le provinole etnische al settentrione deglApennin, erano rimaste sotto la
dominazione dei Galli. Tentarono indarno gli Etruschi, dopo la gran disfatta,
che ebbero presso il Lago Va di mone, oggi di Bussano, di chiamare in loro
soccorso i mercenarii Galli, poich furono battuti di nuovo, perch le loro
temporarie confederazioni, non poterono opporre una efficace resistenza, contro
la disciplina, che la vittoria aveva gi organizzata nelle armate romane; Eia
potenza di quel popolo celebre, e valoroso per s lunga serie di secoli, rimase
intieramente abbattuta,prima delle guerre di Pirro, e di Annibale. del cielo,
di che ho trattato in altre mie opere. Le colonne ed i vasi che son sepolcrali
rammentano le ceneri degli avi, presso i quali fu ucciso linfelice Laomedonte
assalito da Ercole nplia sua patria presso le lor ceneri. Questo disegno una quinta parte della grandezza che ha 1urna
di marmo. La rozzezza della scultura di questumetta in pietra tufacea che nel
suo originale soltanto doppia di questo
disegno, non permette ad ognuno di ravvisarvi il soggetto che a me sembra
esservi espresso. Imperocch io vi scorgo nella figura equestre unAmazone, di
che ho non lieve indizio nel berretto che le copre la fronte, e quindi in ogni
restante della composizione, che non differisce dalle gi esposte alle tavole.
Qui v'una circostanza che ne scopre sempre pi lallusione a soggetto ferale,
ed 1 albero significativo dombra, e
privazione di luce : luogo insomma dove passano i mortali dopo il periodo
vitale assegnato loro dalla natura in questa terra. Un pregio singolare di
questi bassirilievi di pietra tofacea in
qualche modo Tesser tutti chiusini, e duno stile che pu dirsi unico in questo
genere di antichissimi oggetti d'arte. Quel di Perugia chio riportai con
esattezza alla Tav. Z 2 della ser. VI deMonumenti etruschi, inferiore nellesecuzione forse per difetto
della cattiva sclta nella pietra eh' molto pi tenace di quella chiusina, e pi
assai porosa, ed a luoghi affatto spugnosa. Loriginale di questo che abbiamo
sottocchio non che per met maggiore del
suo disegno. Si vede assai chiaramente esservi rappresentata una processione religiosa.
La prima figura che ha semplice manto, e non veste lunga dunque un uomo che ha in mano una gran
foglia, dalla quale argomento esser questa una pompa sacra, mentre in tali riti
portavansi le foglie, e se ne danno persuadenti ragioni, chio esposi altrove 3
. Segue la figura di una donna che per essere assai danneggiata non se ne sa il
destino, Dopo una figura con bastone in
mano,molte delle quali vedemmo gi nelle tavole scorse. Ma siccome tien dalla
sinistra mano un uovo, cos potremo in qualche modo congetturare che la pompa
della quale quel seguace fa parte sia espiatoria, e perci analoga al defonto,
presso al quale quest ara stata trovata.
Poco sappiamo di una tale superstizione, ma ci
noto che all'uovo, dedicandolo ad Ecate infernale, 1 Ingliirami, Monum.
etr. g 5, e Galleria Omerica Tom. n, tav. cxciv, p. j 54 * 2 Monumenti etr.
ser. v, p. 44 l 2 * 3 Ved. le tavole 11, lii, iv,, xxxvni, lui,, Lvi. LAmorino
qui espresso copia dun bronzo grande
quanto il suo originale, eh duna bellissima patina verde. Non saprei giudicare
dal solo disegno, che m sottocchio, qual ne sia lazione, e quale il significato
di essa, onde mi limito ad osservare che lacconciatura di testa, non meno che
lo stile assai molle, e s vistosamente lontano da quel rigido, che vedemmo nei
gi esaminati bassirilievi chiusini, mi fanno giudicare questidoletto per un
opera eccellente degli Etruschi, allorch sottoposti ai Romani praticaron le
arti netempi di Adriano. Leggendo lo storico Diodoro ho incontrato un
avvenimento drcole, che mi sembra molto analogo a quanto si rappresenta in
questo bassorilievo. Narra quello scrittore che tornato Ercole insieme cogli
Argonauti alle spiagge troiane, ove avea lasciati in deposito a Laomedonte la
vinta Esione ed i cavalli di Diomede, invia suo fratello Ifito, e Telamone a
riprendere il deposito affidato a quel re; ma il perfido ne ricusa la
restituzione, ed oltraggia i messaggi. Allora gli Argonauti muovono contro
Laomedonte e contro i Troiani suoi sudditi, e dopo un vivo combattimento
trionfano. Ercole sopra dogni altro fa prodigi di valore, ed uccide di sua
propria mano il re Laomedonte Tanto basti a ravvisar qui E avvenimento or
descritto. Ercole ha in mano la spada per uccidere il perfido Laomedonte che h.
gi ghermito pei capelli, n pu altrimenti evitare il colpo fatale di morte. La
pelle di leone che si annoda sul di lui torace lo manifestano per Ercole,
sebbene usi spada e non clava. Laomedonte altres fassi noto al berretto
asiatico proprio dei Frigi e Troiani in modo speciale, come ripetuti esempi ne
d nella Galleria omerica 3 . Il bastone pastorale gli posto in mano dall artista ad oggetto di
aumentarne la distinzione, come spettante alla famiglia di Dardano, eh io dissi
altrove 3 essere stata distinta per la sua occupazione di guardare gli armenti
de suoi antenati, non meno che per la singolare bellezza della quale furono
adorni i di lei componenti. Difatti qui Laomedonte si mostra bellissimo e
delicatissimo, in paragone del robusto Ercole, e dellaltro eroe eh degli
argonauti combattenti in quella occasione con Ercole. Le due Furie con face
rovesciata, ripetutissime nelle urne etnische, non hanno un positivo ed
intrinseco rapporto col fatto. L'altare serve soltanto di espressione per
mostrare che il paziente altro scampo non ha che reclamare la protezione Diod.
Sic. Bibl. hist. Galleria Omerica, Iliad-, Tav. le arche racchiudevano oggetti
sacri di mistica rappresentanza, non visibili ad ogni profano. Il vaso dipinto
con queste donne che staccano in giallastro su fondo nero, fu, credio,
venerando per gli oggetti contenuti nella cesta, piuttostoch per le donne che
la portano. Nellinterna e concava parte duna tazza di terra cotta vedesi
dipinto con fondo nero un sacrifizio, che mostra, credio latto del camillo, o
vittimario di cuocer le carni della vittima sul fuoco acceso nellara o foculo,
mentre il sacerdote che sembra di Bacco
pronto a farvi una libazione, versandovi parte della sacra bevanda.
Dalla bassezza di quellaltare, pare che latto religioso fosse diretto al culto
di Bacco stigio, che pregavasi perch fosse favorevole ai morti; come difatti la
tazza dov questa pittura fu posta come le altre in un sepolcro. invero assai singolare il bronzo num. 1 che
qui presentiamo in disegno nella dimensione del suo originale, come si pu
riscontrare nel privato e ricco museo del sig. capitano Sozzi di di Chiusi
dovesiste. Non del tutto nuovo per
altro; ed io vidi un idolo lungo due piedi e sottile nel museo di Volterra
tutto nudo, e colle braccia aderenti al corpo, senza nessun emblema. Il Gori
che lo illustr, gli dette nome di Lare domestico ridotto pi grande e piu
maestoso della specie umana, oppure un dei Lemuri che credevansi ministri del
Genio malo, ossivvero lo stesso Genio malo, che da Plutarco si dice esser
comparso a Bruto in aspetto pi grande di quel chesser suole lumana specie 4 .
lo crederei che pi convenientemente confermar si potesse esser questidolo
chiusino un Lare domestico, forse anche Lemure, pei lumi che ce ne d Plutarco,
giacch Tesser vestito e laver patera in mano tanto converrebbe ad un Lare,
quannto sconverrebbe ad un semplice Genio. Lo stesso Gori ha posti nella sua
collezione altridoletti che hanno la qualit speciale desser pi lunghi delle
dimensioni spettanti allumana specie, ma che lespositore per bizzaria dichiar
con nomi speciali =, senza darne sodisfacente ragione. I bronzi notati di numm.
2 e 3 sono le due estremit dun manubrio di qualche vaso usato probabilmente per
sacri riti, come lo mostra la testa dasino che ne compone la superior parte,
mentre si tien per ovvia la notizia che questo 1 Plutarc. de animi
tranquillitate, ap. Gori, Mus. Etrusc. Voi. i, Tab. cim, Voi. n, i. 2 Gct, Mus.
etr. Tom, tab. v. si attribuiva una virt espiatoria 1 . La figura virile ultima
non ha caratteristica veruna che la distingua. Da un lato, cred'io, di questo
cippo o ara che sia, v unauriga nell'atto di guidare il suo carro alla corsa :
istituzione antichissima rammentata inclusive da Omero % fra gli onori
compartiti da Achille allombra di Patroclo.Sorprender gli archeologi la novit
di questa lucerna fittile che porta effigiato un centauro colle ali non pi
veduto, chio sappia. Ma canger la sorpresa in persuasione, tostoch richiamer
alla memoria quanto dissi altrove rapporto alla composizione siderea di untai
mostro; di che ripeto qui soltanto qualche leggierissimo cenno. Dissi pertanto
che stando alle dottrine dIpparco, il Centauro si compone di un cacciatore, o
per meglio dire della costellazione che in antico aveva il semplice nome di un
dardo, e dellalato cavallo sidereo che dicesi Pegaso [citato da H. P. Grice]. E
poich questo rappresentasi per met soltanto nel davanti, cos inventarono di
aggregare il restante del cavallo, o sia la posterior parte al cacciatore
arciere. E siccome il Pegaso composto dal Centauro figurato con ali, cos non fuor di proposito il trovare in questo
arciere colla caccia in mano la posterior parte del cavallo Pegaso colle ali
che formano il distintivo del destriere abitatore del Parnaso. Il vaso
rappresentato in questa Tavola due terzi pi piccolo del suo originale di terra cotta di naturai colore, a
differenza daltro simile qui pure esposto alla Tav., eh' di terra nera. E poi singolare in questo il
veder le braccia staccate dal vaso e fermate con delle cuciture di fil di ferro
agli orecchi o manichi di esso vaso, e pare che abbiano tenuto qualche cosa
nelle mani che soglion esser traforate . Un indizio di barba rasata ce lo fanno
credere un Bacco. Per ogni restante si legga quanto dissi alla Tav. Fu costume
frequentissimo nei sacri riti del gentilesimo lintrodurvi le femmine canefore,
o cistofore ma specialmente in Etruria, e i monumenti ci mostrano come un tal
uso invalse qua nei tempi antichissimi, come Io mostra il famoso vaso dargento
di Chiusi da me riportato altrove. Quelle ceste, o picco- i Suid. in VOC.
Excctjjv. a Galleria Omerica Toni, n, lav. ccxvu # 3 Monumenti etr. ser. v^av.
lyii, p* 561. 4 Ivi, ser. ih, Ragionamento vii. SULLA VERA SITUAZIONE
TOPOGRAFICA DI V1TULON1A ANTICHISSIMA SEDE DELLIMPERO ETRUSCO. AffdS'vtffzoufft
yap y, 1 U : VI I q 3 : alflNS J/ttq A J : V1V :tfntnqf\ jmn/qo . jfjvm/dn nq/i R13D J/ilflllV Monutn. etr., sei:, u, p.
56. 2 Milli, Peintures
de Vases ani., Tom. 2 3, not. (6). 3 Monum. etr., ser. n, p. i52. 4 Ivi, p.
693, 713. Etr. Mus. Chius. Tarn. 1. 5 Ivi. Ved. la
spiegazione delle Tavole i, p. e ixxvui. 6 Ivi, tav. xlx, e sua spiegazione. 7
Euripide nelle Baccanti atto primo scena iv in principio. 9vono discorso anche
intorno alle sue terme, ed al suo anfiteatro, celebrandone le ime, e 1 altro.
Scrive La-Martiniere che le rovine d questa citt ritengono tuttava t antico
nome, e che si chiamano Vetulia,ree/ che concorda coll'Alberti, e si legge in
una nota del precitato Cluverio, che Vitulonia era situata fra Populonia, e la
torre d San Vincenzo, presso alle paludi caldane, ed il fiume Linceo, detto
oggi la Cornia. La quale opinione pare appoggiata da quel passo del sullo dato
PLINIO; ove nomina insieme Tarquiniesi,
i Tuscanes, i Vetuloniensi, i Veientani, i Visentini, ed i Volterrani,
cognominati etruschi, comegli si esprime. Molte altre citazioni, ed altre
notizie avrei potute raccogliere ed aggiunger qui, riguardanti la nostra
Vitulonia, ma le ho tralasciate per brevit, e penso che siano anche troppe le
gi addotte, per dimostrare quanta confusione, e quanta incertezza si riscontri
negli autori, ogni volta che ne fanno parola. Ad onta per di tanta confusione,
e di tanta incertezza degli scrittori antichi, e moderni intorno a Vitulonia,
per cui sembrato ad alcuni archeologi,
non solamente difficile ma eziandio impossibile di poterfissare, ove sorgesse
un giorno quella primitiva sede dell impero etrusco, quandi esso estendevasi a
tutta l Italia; io voglio non pertanto tentare in questo ragionamento di
stabilirlo. E voglio in questo tentativo mettere a profitto le belle, e ricche
scoperte di vasi etruschi, e di altre anticaglie, fatte dall'egregio signor
prncipe di Canino nelle sue terre di questo nome, e giovandomi ad un tempo dei
lumi sparsi da quel chiarissimo scrittore, illustrando gli uni, e le altre, e
per cui viene ora meritamente lodato in questa materia, come il pi benemerito
promotore della gloria dei nostri padri. Tralasciando pertanto di rintracciare,
lo che sarebbe ricerca inutile, e vana, se Vitulonia/bwe edificata da Tarconte,
come pretendono alcuni autori, o dal celeste Ogige, il quale come vuole non so
qual poeta, Itali Tuscas pelago descendit ad oras, dove torreggi Vitulonia, o
finalmente lo fosse dagli Etruschi, regnando su di essi, come piace ad altri
quello stesso Giano Velo che istitu, per quanto si dice, il culto di Vest, e le
Vestali nelle nostre contrade, diede il suo nome al Gianicolo, combatt per tre
anni coi Celtiberi, e finalmente li vinse, e li sottomise alla sua dominazione:
quello stesso infine, che consacr, giusta le tradizioni, una gran selva a Crono
nelle vicinanze appunto di Vitulonia, il cui nome potrebbesi interpetrare
stagno, od acqua incostante, passer in quella vece a determinarne subito la
topografica situazione. Circa la quale io credo che non possa rivocarsi in
dubbio, quanto il sullodato signor principe di Canino ne ha detto nel primo
volume del suo Museo etrusco, parlando in particolar modo della sua Necropoli;
E sono persuaso che ella sorgesse veramente nel luogo da lui supposto, e
descritto. Bifalti la prodigiosa quantit di vasi etruschi di sommo pregio, e di
somma bellezza, e nei quali sono rappresentate favole, o storie anteriori alla
fondazione di Ro- Crede Ermolao Barbaro, che Orbetello occupi ora il sito dov
era una volta Vilu- lonia, lo che non pu essere. E VAlberti scrive che ai suoi
tempi chiamavasi Veletta, o Vetulia, il luogo ove fu Vitulonia; laddove altri
sostengono, che altro in oggi ella non sia ch un luogo deserto, distante tre
miglia dal mare, fra Populonia, e Pisa. E nonmancano neppure di quelli che
confondono Populonia stessa con Vitulonia, bench fossero per localit, per et e
per potenza paranco, luna ben distinta dall' altra. Jf erudito Guarnacci poi,
dice di non poter determinare neppur egli, ove giacesse questa famosa, ed
antichissima citt, perch s conosce, secondo lui, solamente il nome della
medesima, ignorandosi per del tutto, a qual distanza precisa fosse ella situata
da Volterra, e dal mare Ma Annio da Viterbo nelle sue note agli Equivoci, di
Senofonte, afferma esservi un colle chiamato Vetuleto, e lo afferma con qualche
probabilit, per let sua, sul quale crede che fosse situata altre volte
Vitulonia. E pensa che dopo la rovina di questa, gli restasse un tal nome. Il
medesimo poi ne deriva letimologia del nome da due parole araniee, che
verrebbero a significare, capo di molte citt; ci che non sarebbe disconvenevole
a Vitulonia,- ed aggiungendo, quello che in molti altri scrittori si legge
paranco, che essa godeva il privilegio di ammettere i forestieri alla
cittadinanza volterrana, come ancora la privativa in et pi remota, di dare i
fasci, e le insegne reali, la qual cosa indica essere stata la medesima al
disopra di Votterr. Non di meno il chiarissimo Passeri nel suo trattato della
Numismatica etrusca ; la crede colonia dei Voltrrani, bench ci non possa essere
accaduto, se pure vogliamo ammettere che avvenisse in alcun tempo, se non dopo
la sua decadenza, e totale rovina, e dopo il successivo ingrandimento
dell'altra. Mentre quando eraVitulonia nel suo pieno splendore, e capo di
potente impero, ben ragionevole il
credere che succedesse tutto il contrario . Lo stesso Silio Italico, citato
disopra, chiam la nostra Vitulonia splendore della Meonia gente, alludendo
probabilmente a quei Lidii che si dicevano venuti a stabilirsi in Etruria, e
principalmente in quella regione-, e la disse ad un tempo inventrice dei Fasci,
delle scuri, dei Littori, della Sedia Curale, e della pretesta, come pure le
attribuisce il merito di avere adattata l'enea tromba agli usi guerrieri-,
cantando nell ottavo libro delle guerre puniche. Meoniosque decus Vetuionia
gentis, Bissenos hoec prima dedit precedere fasces, Et junxit totidem tacito
terrore secures: Et princeps Tyrio vestem prsetexuit Ostro; Hasc altas eboris
decoravit honore curuies, Heec eadem pugnas accendere protulit sere. Esistono
infatti antiche medaglie, riferite dal prelodato Passeri, ed anche dal
Guarnacci, coll epigrafe Vetiunia, e coll emblema della scure, o bipenne,
insegna dei Magistrati etruschi, e precisamente di quella citt. Ed alcuni gravi
scrittori mo- Messina, e fuori ancora dItalia per fiancheggiare le inaudite
millanterie di quei medesimi Greci, e loro forsennati seguaci, riprodurr qui
una opinione singolare, ma vera, e che mi pare che siastata sostenuta anche dal
Vico ; e dir che le Muse ebbero origine in Italia, nellinfanzia, per cosi dire,
del mondo. Ed aggiunger, che da questa bella penisola emigrando, pr quelle
vicissitudini, che modificano, e fanno cangiar di aspetto continuamente a tutte
le cose umane, passarono in Arcadia, colle prime colonie italiche di Plasghi
Tirreni, che erano indigeni di questo delizioso paese, favorito in ogni tempo
sopra di ogni altro dalla natura, per tutte le arti dilettevoli, e per tutti
gli ameni studi. Ed andarono ad invadere,
popolare la Grecia, e la Tracia, selvagge allora ed incolte, dove ebbero
poi nome, e culto per opera di Anfilone, di Lino, dEumolpo, e d Orfeo, ma vi si
erano condotte da prima coi sunnominati Pelasglii-Tirreni, pastori ad un tempo,
e poeti. Da dove ritornarono pi tardi in queste benedette contrade in compagnia
dEvandro, e non ne partirono mai pi-, ad onta di tutte le devastazioni e di
tutti i flagelli, che vi portarono gli stranieri, i quali ne fecero in tutte le
et il primo oggetto delle loro ambiziose conquiste . E persuaso come io sono,
che Vitulonia dettasse in remotissime et le sue leggi agli Italioti,
potentissimi allora sovra ogni altra nazione, da quei luoghi medesimi, nelle
cui vicinanze riscontrasi la grande necropoli, discoperta \dal signor principe
di Canino, come Roma le dett loro, e all universo, in altri tempi, dall alto
del Campidoglio, terminer questo mio ragionamento, ripetendo con VIRGILIO,
Purpureos spargain flores, animasque parentum His saltelli accumulem donis. M
non voglio per dar fine al medesimo, senza rivolgere brevi parole al signor
compilatore dal Ballettino archeologico di Roma, per pregarlo col dovuto
rispetto, a volersi compiacere di farmi comprendere cosa mai ha preteso di
dire, quando ha scrto del medesimo, con franchezza pi che cattedratica, Contribuiscono ad illustrare qualunque parte
delle antichit dell' Etruria le utilissime lettere d etnisca erudizione che si
pubblicano dal cavaliere Inghirami; siccome allo stesso tendono nel modo loro
particolare, le ingegnose conghietture del signor Principe di Canino, quelle di simil genere del professor
Euleriani, premesse ai fascicoli del Museo chiusino perch sebbene io confessi ingenuamente : che
mi rifugge t animo alt idea, che debba venire un Oltramontano ad insegnare a
noialtri Italiani, a conoscere le cose nostre, e quelle dei nostri padri, mi
sar tuttavia gratissimo di potergli rendere pubblica testimonianza di avere imparato
qualche cosa da lui, come non poche me ne insegnarono altre volte, e di vario
genere, Dempsteri, gli Acker- blad, gli
Zoega, che qui nomino a titolo ci onore, ed altri ancora che per brevit si
tralasciano. e 9 ma, e vi si osservano costumi anti-romani ancor essi, dal
medesimo dissotterrati nelle sue campagne della Cucumella, e Cannellocchio,
mostra ad evidenza, che tanta ricchezza di vasi dipinti, non poteva appartenere
che alla Necropoli di una citt grandissima ed opulentissima, e capo di
potentissimo impero. N i tre ponti dallo stesso discoperti sulla Fiora cosi l
uno all altro vicino, servir potevano ad altro che a mettere in comunicazione
fra loro le due parti di questa medesima citt ; E questa non poteva esser che V
itulonia, se ben si voglia riflettere alla sua localit, dietro quello che si
legge negli scrittori antichi, e moderni, bench alquanto oscuramente, intorno
alla situazione di quella metropoli. Che se qualche ultra-greco si ostinasse
ancora a sostenere il contrario, pregato
a considerare un poco meglio i monumenti dei nostri antichi, e singolarmente
quelli dissepolti nelle terre di Canino, ed anche a porre maggiore attenzione
quandi egli legge le opere degli antichi, e son di parere, scorger facilmente
timpossibilit di provare il suo assunto. In quanto poi al predicare la civilt
italica molto anteriore a quella della Grecia, noi non abbiamo fatto altro in
ultima, analisi, che riprodurre quanto era stato opinato nello scorso secolo
dai dottissimi archeologi, e filologi italiani, e stranieri, assai giudiziosi e
non greco-mani, Dempstero, Buonarroti, Maffei, Cori, Guarnacci, Bocliart,
Mazzocchi, Lami .Bourguet, ed altri ancora. E pi modernamente dalli
eruditissimo poliglotta Acherblad, dallillustre Marini, e dal celebre Visconti,
prodigio dingegno, e di dottrina, anche a giudizio dei pi dotti francesi. La
quale opinione, propagata da tutti i surriferiti grandi uomini, che trovasi
confermata nelle memorie dell'accademia delle iscrizioni di Parigi, e che messa in piena luce da quella mente
straordinaria di VICO (si veda), poi
quella stessa riprodotta, e commentata dal sullodato signor Principe di Canino,
nei varii articoli del precitato primo volume del suo Museo etrusco, dopo che
la riscontr comprovata dai Monumenti da lui discoperti, negli scavi fatti
eseguire nelle sue terre. N di poco momento
per me, onde viepi confermarmi in questa opinione che mi divenuta certezza, t autorii a del profondo
archeologo romano AMATI (si veda), uomo di somma perspicacia, e dottrina, e
nelle italiche antichit versatissimo, e che la sostiene egli pure. Che del
resto la iattanza impudentissima dei Greci,
dei grecomani, circa la civilt, e le arti italiche, non nuova in queste contrade, sapendo ogni
mediocre erudito, che per rintuzzarne soltanto la vanagloriosa ciarlataneria,
pose mano Catone a scrivere i suoi libri dlie origini, e si mostr grandemente
sdegnato, perche nessuno si fosse alzatOkprima di lui a rigettar loro in faccia
si nauseanti, e boriose pretensioni, e si grandi sciocchezze. Ora dunque,
animato dal medesimo amor patrio, e stimolato da eguale sdegno, per le tante
inezie che sf vanno ripetendo ogni giorno a piena bocca, dalli Alpi a Etr. Mus.
Chius. Torri. Quando Venere e Apollo sottrassero Enea, come inventa Omero alle
furibonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immagin di lasciar
combattere a saziet i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea lidolo, o
popolarmente parlando, l'ombra di lui. Questa poetica immagine del
combattimento dedue partiti per un vano fantasma fu cara oltremodo agli Etruschi,
mentre ne vediamo la rappresentanza in molti delor cinerari, un dequali eh in
marmo, fu da me inserito nella serie che ho data demonumenti omerici della
Iliade, similissimo a questo ch' di terra cotta due terzi soltanto maggiore del
presente disegno, mentre quel di marmo
due terzi maggiore di questo modellato in creta. Vi si vede pertanto il
simulacro dEnea caduto a terra per la percossa del sasso gettatogli da Diomede,
in atto di cercare una qualche difesa nella trista situazione in cui si trova,
spossato di forze. Intorno a lui si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe
Troiani ed Achei. Loriginale in terracotta era dipinto a vari colori, ma ora
svaniti. L iscrizione soltanto dipinta
in color di porpora, e rammenta, come sapremo a suo luogo, il nome del morto,
le cui ceneri chiudeva lurnetta. Un licenzioso stuolo di baccanti si offre allo
sguardo dell.osservatore della tav. presente, e ci avverte esser questa la
pittura dun vasetto ch rappresentato alla tavola e frattanto si verifica la
massima comunemente invalsa per esperienza, che tre quarti dei vasi fittili
dipinti hanno soggetti bacchici. Questo ha figure nere su fondo rosso ed il vasetto originale tre volte maggiore del
disegno dato alla tav. suddetta. La statuetta di Venere che orna quest' ago
crinale grande al pari del presente disegno
adattatissima a dar compimento ad un utensile di muliebre decoro. singolare il vedere nei Monumenti etruschi la
Venere quasi sempre coperta negligentemente in una sola gamba. Io vi ho spesso,
ravvisato il velo del quale son coperte agli occhi della nostra penetrazione
moltissime delle operazioni della natura: osservazione che dovette esser
propria specialmente degli Etruschi, i quali si magnificano come studiosi della
filosofia naturale. Proporrei ancora il sospetto che lago crinale fosse un
simbolo mistico, e per tal cagione posto nel i Iliade Tav. Non credasi per mai
da alcuno, che io ni" altlia la stolta pretensione di non essere
criticato, ch anzi mi reputer sempre ad onore ogni critica fatta a dovere, Ma
quando venga questa in mal tempo, e con peggior garbo, metter sotto gli occhi
di chi vorr leggermi, il seguente epigramma. Censura sapiens, et doctus
acutnine gaudet : Stultus at insano carpere dente solet. Ex tribus his titulis,
quem vis, tibi delige lector: Sic sapiens, doctus, stultus et esse potes. XLI.
VIDflDMU 4/mvfl4i flnoai ; qn-i XLEL
-.43 : F\\F{- 1/1-1 : 4 /Oq/ : i4 : 4/RttYf : intblq/d :m3iifl4 ; i n/qi :
43H3vi :.lamvfliflm: finn o ni asiaq'D : 4flim#4 : intn.q/a : xLvm. 4/aifn/qi3i lantqfl = ioqfiN ninni m Y 131 : 4An#isa
: ianq3i : no L. 1 nxnn\ M3f : laUfVf : flitifl Al disopra del coperciio. a
Siccome finisce il lembo del coperchio pare che abbiano continuata la parola al
di sopra del coperchio della stessa urna. I 74 (lutto nell'arte, mentre qui la
Furia infernale esce di sotto terra; come nel teatro. Se questuso non molto antico, non potremo reputare
antichissime neppure queste sculture ove tal uso imitato. Lurna due terzi pi grande del presente disegno. Il
soggetto di questo rozzo vasetto non che
un baccanale. Il vecchio barbato e nudo rappresentar dovrebbe un satiro, mentre
a centinaia s'incontrano i satiri nei vasi che trovansi nei sepolcri, e le lor
mosse costantemente bizzarre, come acche la lor nudit costante, non permettono
di separar questa virile figura dal coro satiresco di Bacco. Ma la rozzezza del
lavoro accompagnato da negligenza; fece dimenticare al pittore di aggiungere
alla sua figura la coda equina che a satiri non manca mai. La donna eh dalla faccia opposta del vasetto, non pu
essere per conseguenza che una baccante . I circoli che in buon numero si
vedono attorno alle due figure sono un enigma finora inesplicato. La grandezza
delle figure uguale a quella delluomo
barbato. La pittura giallastra in fondo
nero. I tre recipienti che occupano questa tavola son vasi con pitture in parte
nere e in parte giallastre, che si mostrano separatamente dai loro vasi, e che
vedremo in seguito coi respettivi loro richiami. Ma il vaso segnato di numero 2
ha soltanto una pittura a parte, laltra di minor conto si vede qui in
piccolo.Io vi ravviso due degli Efebi davanti al ginnasiarca, il quale ha verga
in mano insegno che istruisce e comanda. Tali erano gli esercizi del ginnasio,
dove la giovent sistruiva negli esercizi del corpo e dellanimo; e gran parte
delle pitture devasi han simil soggetto nella parte opposta ad altra, che aver
suole qualche rappresentanza mitologica o simbolica, come in questo vaso, dove
si vedr Ercole accolto dal centauro Eolo. Queste favole credio avevano un senso
misterioso, e la giovent sistruiva nelliutelligenza di quel senso non a tutti
palese, per cui ne vasi comparisce nel tempo medesimo listruttore e 1
istruzione che rnostravansi con quelle pitture. Questo, pare a me, ehesser
possa il momento in cui Ercole passando dal monte Foloe per andare a cercar del
cinghiale dEriinanto, trattenutosi dal centauro Folo figlio di Sileno e della
ninfa Mitra, fu ricevuto nel modo il pi ospitale che potevasi. Ercole ebbe
desiderio di bere del vino. Folo ne avea soltanto in un vaso ehera stato dato
da Bacco ai centauri in comune, e perci non ardiva daprirlo. Ma Ercole
incoraggillo a deporre ogni timore, ed apri egli stesso sepolcro dov' stato trovato . Dissi altrove difatti, che si
venerava in Roma l'ago crinale della Madre Idea custoditovi fra le cose fatali,
da cui facevasi dipendere la stabile conservazione dell'impero. Le oreficerie
degli Etruschi, di che presentiamo qui un saggio, esser sogliono di uno
squisito lavoro. I due pezzi superiori pare che siano stati usati a formare una
collana, poich di simili ornamenti vedonsi le belle collane scolpite al collo
delle matrone che si trovano giacenti sopra i coperchi delle urne 3 . Ci sia
detto per disinganno di coloro che trovando nella Grecia altri ornamenti
muliehri lavorati in oro con una perfezione e con un gusto simile a quei dei
nostri Etruschi, ne dedussero che di Grecia si facesse smercio in Italia di
tali bigotterie; ma poich la forma dei due pezzi superiori trovasi ripetuta
soltanto nelle sculture d'Elruria,e non in quelle di Grecia, cos non abbiamo
pruove che usassero tali ornamenti fuor dellEtruria, n che non si potessero
quivi anche eseguire. Tra le infinite bizzarrie che vennero in testa ai figuli
per variar le forme dei vasi, che servirono per ornar le ceneri dei sepolti,
questa che presentiamo qui non
certamente delle men singolari. Il suo nome suol essere d' un ciato
quando ha forma dun corno potorio; ma in figura di gamba non avendone io mai
incontrati, per quanto abbia veduti moltissimi vasi sepolcrali, non saprei
certamente quei che possa dirsene. La sua grandezza due volte maggiore di questo disegno. della solita terra nera di Chiusi, ed ha vernice
nera assai lucida che lo cuopre d'uu color solo. In generale questi eran vasi
da bere usati col rito, che dovevasi affatto votarne il recipiente, per cui non
era necessario di tener questi vasi in piedi, ma suolevano star discenti sulla
mensa. La tragica morte di Eteocle e Polinice
soggetto che fu caro agli antichi Toscani che lo elessero soventemente
per ornarne i loro sepolcri. Qualche mossa, qualche ornato,lo stile medesimo
della scultura, fan vedere che vi fu comunicazione tra la scuola di Volterra e
quella di Chiusi. Il costume della Furia eh'
fra i due moribondi pi che altro manifesta la probabilit di questa mia
opinione; come si riscontra dai paragoni che posson farsene 3. Altrove notai
parimente 1uso teatrale di far comparire, non gi dalle scene i soggetti
infernali, ma dal palco medesimo, quasi che sorgessero di sotto terra ^. Un tal
uso vedesi esattamente intro- Monum. etr., ser. li J 2 Ved. la Tavola. Monum.
etr., Tavv. II vasetto che primo si presenta in questa tavola di terra nera, uguale in tutto al disegno. Le
teste velate son cos ripetute nei vasi sepolcrali chiusini, che io non dubito
di confermare il gi detto, nel supposto che siano indicative di larve Ci vien
fatta peraltro notare 1 esattezza del lavoro, non meno che la perfetta
conservazione del monumento. Si osserva un anello d oro eh in propriet del sig. capitano Sozzi. Il
lavoro, per quanto mi si elicer finissimo e di grandezza in tutto eguale
alloriginale. stato, per tanto riportato
in doppia grandezza l'incavo che tien luogo di pietra anulare, perch meglio si
osservi lo stile elevato di quel lavoro. I due animali, il leone cio e la
sfinge potrebbero essere interpetrate pel passaggio del sole dal solstizio
estivo allautunno, mentre quel mostro con corpo di leone e testa e petto di
donna non altro pare che indichi, sennonch il sole che uscito dal segno del
Leone ardentissimo passa in quel della Vergine, ove comincia a perdere lestiva
sua forza, per cui si assomiglia a una femmina. La galante forma del vaso n. 1
non comune fra quelle usate dai Greci.
Limpasto della terra tutto nero, ed in
luogo di figure dipinte ha dei bassiri- lievi minutissimi, daquali, come da una
doppia fascia, circondata la pi larga
parte di esso . In una delle nominate fasce al n. 3 stanno assisi due uomini
con veste talare, in atto di voler dispensare delle corone, che ricevon coloro
i quali stanno in piedi. Sotto alla lorsedia
un uccello, che secondo le moderne interpe- trazioni dei geroglifici
egiziani, come dissi altrove ?, significa la casa dello sparviere, eh pur
simbolo della divinit; e in conseguenza la casa o regione del cielo, sul quale
stabilite si vedono le figure sedenti del nostro bassorilievo. Porgono esse
dunque delle corone ai guerrieri, in premio di aver combattuto. Le sfingi nei
sepolcri le ho sempre credute indizio del tempo nel quale passa il sole dai
segni dellemisfero superiore a quello inferiore 4, che dicevasi regno dei morti
5, e per tal memoria credo esser poste le sfingi nella fascia num. 4 - Nel
bassorii. n. 2 v un uomo sedente che ha in mano Io scettro, e ad esso
presentasi un individuo munito di lancia che probabilmente significa unanima
che passando ad altra vita domanda il premio delle eroiche sue virt' 6,
accennando non altro che il tempo di tal passaggio, come ho provato anche
altrove? in questOpera. 1 Monum. etruschi, ser. i } i, Ved. la spiegai, della
Tav. 3 Lettere di etnisca erudizione; Monum etr.; Lettere; Vedasi tutta la mia
lettera scritta al dottor Maggi nel Tom. delle lettere, Ved. la pag. 5i, e 52 .
;5 quel vaso dovera, come appunto si vede in questa pittura. I centauri tratti
col dallodore del vino vennero in folla alla cantina del centauro Folo, armati
di grosse pietre, un de quali qui
rappresentato in dietro ad Ercole in atto di scagliarliela ; e forse Anchio, o Agrio che furono uccisi da Ercole,
perch i primi ardirono dentrare in quella caverna 1 . Questa pittura con figure
giallastre inet del suo originale. In
questo bassorilievo ravviso Paride, il quale mentre viveva oscuro ed ignoto sul
monte Ida tra i pastori, scendeva talvolta alla citt di Troia, ove segnalavasi
in tutti i giuochi e combattimenti che vi si facevano, ed in essi riportava la
palma sopra ogni altro concorrente, inclusive sopra Ettore e su gli altri suoi
fratelli, che sdegnando d' esser vinti da un ignoto pastore meditarono di
assalirlo ed ucciderlo. Ma Paride allora si dette a conoscere per loro
fratello, e cosi fu salvo. Qui Paride
NUDO COME SI COMPETE AD UN ATLETA, ed ha lunga palma sugli omeri, qual
vincitore in competenza coi fratelli che invidiosi lo guardano, e meditano la
di lui perdita, istigati a tanto misfattto dalle Furie infernali che loro si fanno
dappresso. Il ginocchio che Paride tiene sullara significala protezione divina
ehegl implora da Venere, come ho detto altre volte a, e 1 ottiene; mentre Priamo suo padre, a cui si
pales, lo ristabil nel suo rango 3 . Il disegno
una terza parte delloriginale.Chi mai trovar potrebbe in questo vaso un
gusto greco? Anzi a rettamente parlare diremo esservi un fare eh' tutt'altro
che greco.Lornamento del piede partecipa delle scannellature che s frequenti
ravvisiamo nelle opere dell'Egitto. In ogni restante v' una originalit
singolare. I mostruosi animali a bassorilie* vo che ne ornano il corpo son
frequenti in questi vasi chiusini di terra nera, ed io li tengo sempre per
quelli animali caotici che ad oggetto di rammentare la pili antica delle
orientali cosmogonie ne ornarono i sepolcri, di che ragionai anche altrove L La
donna che serve d'apice a! coperchio del vaso, in quanto al disegno non molto dissimile da quelle dipinte in giro nel
vaso della Tav. LXXII, come ancora in riguardo al costume dellabbigliamento.
Questo dunque lantico etrusco stile, o l
imitazione di esso, come resulta dal paragone della indicata pittura pur
trovata in Chiusi, ma di stile totalmente greco. Or sio ripetessi qui pure,
come ho detto altrove 5, che i Greci lavorarono vasi in Etruria, e quindi anche
i nazionali ma in uno stile del tutto differente, non ne avrei forse in simili
esempi le prove? Diodor. Sicul. Nonn, Dionis. intit. lItalia avanti il dominio
deRomani Monum elruschi, ser.[i,p. /{Q 3 i 4 ^ 5, .Monum. etruschi ser. v, Tav.
lx. 3 Ved.le mie Osser.sopra i raonum.ant.uniti allop. droni perfino del tuono,
e del fulmine, i quali peri loro sorprendenti, e terribili effetti,
somministrarono in ogni tempo e in ogni dove abbondante materia alla
superstiziosa credulit dei popoli. Giammai per, n presso alcunaltra nazione,
ebbe la scienza tonilruale, efulguraria tanti cultori, come presso gli antichi
Etruschi, n mai se ne fece altrove uno studio cos costante, come nell Etruria
propriamente detta, e con successo cos, favorevole. Ma i sacerdoti etruschi,
dopo avere immaginata una scienza profonda, e difficile, sui tuoni e sui
fulmini, trovarono ancora il modo di renderla terribile e spaventevole al volgo
della loro nazione. Imperocch, stabilita la distinzione tra ifulmini di
consiglio quelli di autorit e di decreto, tra i postulatorii, i monitorii, i
confermatorii', gli ausiliarii, gli ospitalieri, ed i fallaci, i pestilenziali,
i micidiali i minacciami, ed i reali, e simili, ne fabbricarono ancora una
spece di Diario, ossia Rituale. Del quale, per darne una idea ai nostri
lettori, ne riporteremo qui uno squarcio, tradotto in italiano. Questo Rituale
adunque, o Diario tonitruale, e locale secondo la luna coni essi lo chiamavano,
fu tratto, per quanto ne dicono le tradizioni, parola per parola, da Publio
Nigidio Figlilo, dagli scritti sacri di Pagete ; Ed riportato da Lidio nel suo libro dei prodigi
al cap. xxvu, pag. 101, dell edizione fattane a Parigi,per cura di Carlo
Benedetto Tinse. Ecco in qual maniera si esprime il sullodato autore, al luogo
citato, su tal proposito . Se egli
manifesto che gli antichi sapienti etruschi prendessero in ogni
disciplina augurale per guida la luna, poich secondo il corso di quella
espongonsi qui appreso anche i segni tonitruali, e fulgorarli, rettamente far
chiunque si sceglier per duce in questa scienza le stazioni lunari, Laonde
quinci dal cancro, e quindi dal novilunio, istituiremo la diurna cognizione dei
tuoni, secondo i mesi lunari. Dalla quale passavano i Tusci, o sacerdoti
etruschi ad insegnare le osservazioni locali, anche intorno ai luoghi percossi
dal fulmine. E pare che il principale di tut fi i collegi di questi Tusci
risiedesse a Fiesole, leggendosi in Silio Italico Adfuit et sacris interpres
fulminis alis, Faesula Incominciando poi il Diario, o Rituale fulgurano, e
tonitruale etrusco, dal primo giorno lunare del mese di giugno, dice cosi. Se
tuoner nel'primo giorno della luna di giugno, vi sarei abbondanza di biade,
eccettuato l'orzo, ed i corpi umani saranno attaccati da perniciosi morbi ; E se
tuoner nl secondo, le donne partoriranno piu facilmente, ma peri ranno le
greggi, e vi sar abbondanza di pesci. Tuon and poi nel terzo sara il caldo
secchissimo per modo, che non solamente gli asciutti prodotti della terra,
resteranno inariditi, ma si abbruceranno ancora gli umidi e i verdi. Laddove se
tuoner nel quarto, laria sar talmente coperta, di nubi, e s piovosa, che le
biade periranno per la putrida umidit. Se tuoner nel quinto giorno, sar
dinfausto presagio alla campagna, e si turberanno tutti quelli, che presiedono
ai villaggi, ed ai piccoli castelli, e borghi ; Se nel RAGIONAMENTO Vili, E IX
SULLA SCIENZA TONITRUJLE, E FVLGURARIA DEGLETRUSCHI rpy.[xTcc re Fai $u oyav
?s7rovv;'7av ( oi Svpfavot ) sm' Aerer 9 stai ra 7repe tjv xepavvosxomav sar
to*vt&>v v.S'peomav e^et^yacavro. Diod. Sic. B^ovrat xaS' v7rvous ayyXwv
ics Xyot, Astrampsycb. de Sonili. interp. F_Ja superstizione, il pi funesto di
tutti i flagelli che affliggessero mai, in qualunque regione, ed in qualunque
et, umana specie, facendola gemere sotto
il giogo pi duro, e pi pesante di quanti ne seppero immaginare, e fabbricare,
la tirannide pi scaltra, e il despotismo pi sospettoso, mescolando ognora
profanamente, per meglio abbrutirla, ed opprimerla, il venerando nome di Dio,
alle loro malvagit le pi enormi, fu sempre, e presso tutti i popoli della
terra, il maraviglioso ordigno, e lefficace strumento, onde si valsero gli
astuti, ed i tristi, a danno dei semplici, e dei buoni, ed i potenti, glippocriti, per dominare i deboli, e farsi
giuoco dei creduli- Questa Furia pertanto, esecranda, e crudele, la peggiore di
quante ne racchiude nel suo seno lInferno, che ha percorso sotto varie
vestimenta, e con diverso aspetto, tutta la superficie della terra, quella che fece risuonare di strani ululati,
e di querule grida le selve di Marsiglia, pei riti sanguinari di Teuta, le
foreste di Norimberga, per quelli d'Irmensul le montagne della Scandinavia, per
placare l ira di Thor o la vendetta di Odino, e le pianure della Perside, onde
rendersi propizio Arimane; ed pure
quella medesima, che tinse di umano sangue le rive di Aulide, e della Tauride,
fece scorrer vermigli itessalonci torrenti, e quelli d Irlanda, accese gli
orrendi roghi di Lisbona, e di Spagna, desol le Americane contrade, e coperse
in una sola notte la Francia intiera, di spavento e d lutto. Questa Furia
spaventevole che prende tutte le forme, e che le varia poi in mille guise
secondo i climi diversi, ed atteggiandosi ancora nel percorrere in ogni
direzione la terra, secondo le differenti passioni, e la varia indole dei
popoli, ebbe anche presso gli antichi Etruschi, influenza grandissima, e
prepotente dominio. N avrebbe, potuto accadere diversamente in una nazione, ove
la casta sacerdotale, o i collegi dei Tusci, facevansi, come in Egitto, e nelle
Indie Orientali, una privativa dell istruzione, e di tutte le cognizioni
letterarie e scientifiche. Ora questa medesima Erinni,invadendo lantica
Etruria, e facendone in crto modo suo nido, signoreggi in singoiar guisa gli
spiriti dei nostri antenati, prevalendosi anche presso di loro, di tutti gli
strumenti opportuni al suo scopo. Laonde s impa- Etr. Mus . Chius. 11 ri 0 8o
o/o dal fulmine aneli essi, come facevano i loro maestri. Quindi allorch esso
partiva dall' Oriente, ed avendo toccato leggermente alcuno, ritornava da
quella parte, era questo il segno di una perfetta felicit . Non traevas
peraltro nessun augurio del fulmine, quandi esso altro non faceva che strepito.
Quelli poi che sembravano promettere lene, o male, erano presi per contrassegni
della protezione, o della collera di Dio. Laonde V erano fulmini di cattivo
augurio, dei quali potevasi peraltro allontanare il presagio, come dipendeva
dalla volont degli uomini il procurarsi quello dei fulmini di augurio
favorevole, per mezzo di cerimonie religiose, e di offerte. Ve n erano poi
altri, di cui non era dato ai mortali di rimovere la minaccia, per via di
alcuna espiazione. Brasi introdotto pure fra i romani, come insegnavasi in
Etruria, che romoreg- giando il tuono dalla parte destra, annunziava sempre
qualche cosa di felice, e che era di funesto presagio allorchfacevasi sentire
dalla parte sinistra. I luoghi colpiti dal fulmine divenivano sacri anche pei
Romani, come tali divenivano per gli Etnischi, e non era pi permesso
d!impiegarli ad usi profani. J i s inalzavano allora degli altari al dio
Tonante, e gli Aruspici avevano cura di consacrarli col sagrifizio di una
pecora, dal cui nome venivano detti bidentali. Anche gli alberi fulminati
dovevano essere purificati, ed una certa classe di sacerdoti delti strufertarii
facevano in tale occorrenza un sacrifizio colla pasta cotta sotto la cenere. Se
dobbiamo prestar fede a P ausonia gli abitanti della citt di Seleucia adorano
il fulmine, che eglino riguardavano come la loro divinit suprema. Cantavano
inni in suo onore, ed il culto di esso era accompagnato da singolarissime
cerimonie. Ma da credersi che il fulmine
altro non fosse, se non se il simbolo di Giove, che adoravano quegli idolatri
come essendo il padrone degli Dei. Nella Mitologia sono i ciclopi che
fabbricano entro la fucina dellEtna i fulmini al padre degli Dei, e servivansi
per comporli, e temprarli delle seguenti materie. Mescolavano insieme i
terribili lampi, lo strepito spaventevole, le striscianti fiamm, lei collera di
Giove s ed il terrore degli uomini. Il fulmine per non era lattributo esclusivo
di Giove. Nellopera di Ralle intitolata Ricerche sul culto di Bacco, stampata a
Parigi, domo primo, si legge che Proserpina ingener Zagreo, cio Bacco, colla
testa ornata di corna, il quale da se solo, e senza veruno esterno aiuto, s
inalz al trono di suo padre, e tratt il fulmine colle mani ancora infantili. E
nella descrizione delle pietre incise del gabinetto Stoscliiano parla
Winkelmann di una corniola, rappresentante Bacco con diversi attributi, ed un
Satiro, ai piedi del quale vede si il fulmine. Anche Luciano, e Nonno
panopolita, come pure molti monumenti antichi anno il fulmine per attributo a
Bacco. Tutte le grandi divinit del paganesimo hanno due caratteri distinti:
Luna generale, ed era quello del primo principio, dotato della forza, e della
potenza universale, e laltro particolare, che ciascuna di quelle divinit
riceveva dalle funzio-, 7sesto s ingenerer un insetto nocino nelle mature
biade, e se nel settimo regneranno dei morbi, senza per che ne molano molti, e
le secche biade cresceranno, mentre sinaridiranno le umide e verdi. Tuonarldo
nel giorno ottavo sar annunzio di grandi piogge, e della morte del frumento,
nel nono significher che dovranno perire le greggi per l'incursione dei lupi, e
nel decimo che vi saranno frequenti morti, ma che tuttavia l'annata sar
fertile;Mentre se tuoner nelVundecimo, annunzier innocenti calori, e letizia
alla repubblica, e se nel duodecimo accadeva lo stesso Quando tuona nel giorno
decmotrzo, minaccia la rovina di un uomo prepotente, nel decimoquarto, indica
che laria sar eccessivamente calda, e non dimeno sar lieto il provento delle
biade, con gran comodit di pesci fluviali, ma i corpi cadranno in languore; E
se poi tuoner nel decimoquinto i volatili saranno affetti da incomodi nell
estate, e periranno le bestie natanti. Se nel decimo sesto giorno tuoner, non
solamente minaccia diminuzione dell'annona, ma anche guerra, e verr tolto
dimezzo un uomo floridissimo; Se tuoner nel dectmo settimo, vi saranno calori
grandissimi, e mortalit di topi, di talpe e di locuste i E non pertanto lanno
apporter abbondanza e stragi al popolo romano. Tuonando nel decimottavo,
minaccia calamit ai frutti, nel decimonono moriranno gli animali nocivi agli
stessi frutti, e nel ventesimo minaccia dissezioni al popolo romano. Quando
tuona nel ventunesimo giorno, indica penuria di vino, buon provento delie altre
raccolte, e gran copia di pesci, nel ventesimosecondo presagisce un calore
dannoso, e nel ventesimoterzo dichiara letizia, allontanamento di mali, e fine
di morti. E cos nel ventesimoquarto annunzia abbondanza di tutte le cose, e nel
ventesimo quinto significa che vi saranno guerre, e mali innumerevoli.
Finalmente se tuoner nel giorno vigesimo sesto, il freddo nuocer alle biade,
nel vigesimo settimo, i primati della repubblica avranno da temere di andare
incontro a perigli per parte dei soldati, nel vigesimottavo, sarcivvi libert di
biade, mentre tuonando nel vigesimonono, le cose della citt si troveranno in
migliore stalo, e nel trentesimo, vi saranno per breve spazio di tempo spesse
morti. E cos di tulli gli altri mesi. Allafine poi dellultimo mese, 5 viene
osservato, che Nigidio oiu- dico che questo Diario tonitruale, non fosse
generale, ma per la sola citt di Roma. N ci parra fuori di proposito, a
chiunque facciasi a riflettere che i sacerdoti etruschi, erano solili vendere a
caro prezzo la loro scienza, a tutti quelli che ambivano di farne acquisto, e
singolarmente ai Romani, che ebbero cominciamento da u na ciurma di banditi d
Etruria, e ne divennero poi gli emuli, quindi i nemici, e finalmente i padroni,
ed oppressori. Impararono per ben presto anche i Romani a fare la distinzione
fra i fulmini lanciati il giorno, e quelli che lo erano nella notte-, E
credevano che partissero i primi dalla mano di Giove, ed i secondi da quella di
Summanno, la qual dottrina tutta
etnisca. Dopo questa distinzione, non tardarono molto a trarre ogni sorta di
presa- m p. e. gl' Iotorti, i quali sono quelli che tracciano cadendo una linea
tortuosa, nei quali sono prima di tutto da ammirarsi,al dire di essi, la loro
natura, e la difficolt di contemplarli ; Ed aggiungevasi dai medesimi libri,
che non lutti producono i medesimi effetti, neppure quelli che vengono formati,
secondo loro, dall' aria, e dal concorso delle nubi. E vi si trovano pi altre
osservazioni di questa, e di altra specie, che sono pure riferite da Lidio a
pag. 171, cap. 44 Afferma anche Arduino
che i Tusci attribuivano a noveDei la facolt di scagliare i fulmini, e che ne
distinguevano undici specie diverse j E per viepi persuadersi che eglino
riguardavano come cosa di grande importanza la scienza dei fulmini, leggasi
anche Seneca, lib. 2. cap. 32, 33, e seguenti, delle questioni naturali, ov
egli descrive prolissamente tutta la lor dottrina, e tutta la loro scienza sui
fulmini, ed anche intorno alla divinazione per mezzo dei medesimi-. Lo che
tocca pure CICERONE (si veda) nel libro primo della divinazione. Censormo poi
al capitolo xi, pag. 69, De die natali, loda esso pure i libri rituali degli
Etruschi. I medesimi Etruschi avevano eziandio alcune singolari opinioni per
impedire che i fulmini cadessero in certi luoghi, piuttosto che in altri. E
cosi, leggiamo nei Geoponci, o scrittori delle cose rustiche, che sotterrando
in un campo la pelle di un ippopotamo, ivi non cadr il fulmine-, E nel lib. 8.,
cap. xi, soggiunto, con una sentenza di
Zoroastro affinch n i tuoni n i fulmini
facciano svanire i vini dopo di che si
prosegue cosi, Il ferro sovrapposto ai coperchi dei dogli, e delle botti,
allontana qualunque danno possano cagionare ai vini i fulmini, e i tuoni.
Osservazione la quale fa un poco ai calci colla buona fsica, ma ci non monta.
Cosi la spacciavano i Tusci ! Certuni poi vi sovrapponevano alcuni rami di
alloro, i quali dicevano essere giovevoli in ci, per contrariet di natura, e
qui avevano ragione. Nei suddetti libri sacri, e rituali dei Tusci,
incontratisi ancora altri nomi da ti ai fulmini, oltre quelli gi riferiti in
questo ragionamento. Imperocch altri ne chiamarono Fumidi, altri Candidi, altri
Irruenti, ed altri Presteri,' E ci dicevano essi di aver istituito, perch
producono diversi effetti. Quindi soggiungevano che gli Ardenti sono quelli che
si dicono Presteri, e quelli senza fuoco son chiamati Tifoni, laddove i pi
languidi son detti Enifie. Diconsi poi Egide quelli che noi diremmo Prefratti,
o rotti prima, i quali sono portati da un igneo globo Donde avviene che V etnisca tradizione, mette
le Egide intorno a Giove, quasi insinuando che laria la causa cosi della procella, come del
fulmine, e della concussione del tuono. Quando il fulmine romoreggiava fra il
giorno, e la notte, solevano chiamarlo I ROMANI fulmen prevorsum, e dietro glinsegnamenti
degli Etruschi attribuivanlo a Giove, ed a Summanno. Gli Scandinavi, ed i
Celti, abitanti delle parli settentrionali dEuropa, credevano che i rimbombi
dei tuoni fossero cagionati dai colpi di clava, coi cosa degna di osservazione il vedere che gli
Scandinavi, ed altri popoli del Settentrione facessero essi pure uno studio
particolare sui fulmini, sui baleni, e sui tuoni, e che avessero formato di ci
una scienza come glantichi Etruschi, giacche rAnnuani, alle quali l'aveva
ridotta il sistema del politeismo. Elleno ha per attributo il fulmine, sotto il
primo rapporto, ed ci che si ritrova
presso tutte le nazioni antiche. I libri degli Etruschi contenevano secondo
PLINIO (si veda), nove divinit che lanciavano i fulmini -,fEd attribuivano a
Marte quelli che producevano degl' incendii. Eravi a Milon in Egitto, un tempio
dedicato a Nettuno fulminante, per testimonianza di Ateneo, lib. 8. E Sidonio
Apollinare chiama lo stesso Nettuno Giove Tridentifero, in questi versi, Sacra
Tridentiferi lovis hic armenta profundo Pharnacis immergi! Genitor. Mentre
Stazio nel primo libro dell'Achilleide, lo chiama ii secondo Giove. Apollo
vienne spesso rappresentato, secondo Golzio, colle ale ed il fulmine j. E si
vede su molte medaglie romane colla testa coronata di lauro, ed il fulmine in
mano. Sofocle nellEdipo Tiranno, J, e PLINIO (si veda), lib. x, cap. 2. 0,
parlano pure di Marte fulminante, come si vede su diversi monumenti antichi.
Vulcano lanciava aneliesso il fulmine, secondo Virgilio, e Nonno nelle
Dionisiache, ed alcune medaglie dell isola di Samo, lo rappresentano cosi.
Vedesi poi il Dio Pane col fulmine, su due piccole figure romane in bronzo, e
ne parla Ateneo nell undecitno libro dei Dipnosofisti. Cibele si vede spesso
rappresentata col fulmine, e lo portavano pure Minerva, e Giunone. E
questultima era collocata a Cartagine sopra un lione, tenendo il fulmine sulla
destra, e lo scettro sulla sinistra-, Mentre della prima dice Virgilio: Ipsa
lovis rapidum jaculata e nubibiis ignem. Finalmente lanciava il fulmine lo
stesso Amore, E questo Amore Kspmvofofos, cio laudante il fulmine, scolpito sullo scudo di Alcibiade, secondo
lEpigramma dellAntologia greca. Molti poi sono i generi degli stessi fulmini.
Insegnavano i Tusci, e lo riferisce anche Plinio, che quelli i quali vengono
asciutti, non ardono, ma disperdono, e che gli umili non bruciano
mainfoscano.Quindi ne annoveravano un terzo genere,chiamato chiaro', i quali
sono di una natura veramente mirabile, imperocch asciugano, p. e. le botti,
piene di vino o di altro liquido, lasciandole intatte, e non iscorgendovisi
alcun vestigio per ove le abbiano vuotate . Di pi, loro, l'argento, ed il
bronzo, vengono da tali fulmini liquefatti entro gli scrigni o nei sacchetti,
ove suino riposti, senza arderli in verun modo, e neppure abbronzargli, ed
anche senza guastare il sigillo di cera col quale siano stati chiusi. Si
racconta che Marcia principessa romana fu colpita da uno di questi fulmini,
essendo gravida, il quale uccise il feto che ella portava, ed essa poi
sopravvisse senza verun altro incommodo; E narrasi ancora nel prodigi
Catilinarii del Municipio Pompeiano,che Marco Erennio Decurione fu percosso da
un fulmine in giorno perfettamente sereno. Oltre questi generi di fulmini, libri dei Tusci ne contenevano ancora altri,
come, Etr. Mai. Chius. trar nel cielo: opinioni uscite tutte quante dalle
dipinture allegoriche delle antiche rivoluzioni del nostro globo. I Brasiliani,
ad ogni scoppio di tuono, riguardano tremando il cielo, e sospirando ; E
credono che sia il loro Agnian, o lo spirito maligno, che minacci di
percuoterli. Almeno cosi ci assicura il viaggator Cereal. In Circassia, i
piartele tuona, escono gli abitanti dai villaggi, e dalla citt, e tutta la
giovent si mette, al dire di Tavernier nei suoi viaggi, a ballare, e cantare in
presenza dei vecchi. Le quali danze, e le quali cantilene, se non furono
funebri, o guerriere nel loro principio, bisogna dire che la gioia di quei
popoli sia fondata sull' idea che il tuono sia di un felice presagio. Idea
conforme ancor questa a quella dei Persi, e di un gran numero di popoli
antichi, quali credevano che il fulmine
rendesse sacro tuttocio che toccava-, E ci perch presso i Magi era il fuoco
temblma della Divinit, conforme si pu vedere eruditamente provato dal Signor La
[fide, nell opera da lui composta sulla religione dei Persiani, cap. primo. Presso
i sunnominati Circassi, un uomo ucciso dal fulmine giudicato avere ricevuto da Dio un gran
favore : E se il fulmine stesso
semplicemente caduto sulla sua casa, egli e tutta la sua famiglia sono
nutriti per un anno a spese del pubblico. opinione degli antichi idolatri, che
Giove punisse, non gi con volgari ga- stighi, ma bens fulminandoli, tutti gli
spergiuri. E per si legge in Aristofane, nh. w Si i z* tw-wtmSt ~ h cio Imperocch Giove scaglia questo fulmine veramente
mirabile, contro gli spergiuri . Ad onta per di queste popolari credenze, non
mancavano tuttava di quelli, che le schernivano, e se ne ridevano di tutti i
volgari timori . Difatti Luciano, nel Timone, riprendendo timprudenza di alcuni
uomini, che spergiuravano in dispregio dei Numi, subindic il timore del fulmine
dcen o che que sta specie di mortali, temono pi una lucerna spenta, che la
caduta di uri fulmine, e di esserne colpiti. s w cuy:. 5 T0= fawoo vale a dire: pertanto
alcuni di quelli che spergiurano, temerebbe piuttosto una lucerna spenta, che
Infiamma di quel fulmine domatore di tutte le cose. I Romani, che al dire di
Cicerone, presero auspicia et sacra ab Ltruscis, e secondo Valerio Massimo
derivarono tutti i semi della religione dall Etruria, e noi aggiungeremo
francamente, anche ogni demento di civilt, fecero passare un gran numero di
etruschi Numi a Roma . Quindi provano con buone ragioni, ed autorit . il
Dempstero, ed il Gori, che erano presso che infinite le divinit adorate dai
nostri maggiori, e che la pi gran parte presero domicilio in Roma. Laonde
chiameremo temerarie, e stolte le critiche mosse da alcuni Archeologi pi
moderni, contro quei te alla prima percossa che hanno dal fulmime, non
dispiacer ai nasini lettori il vedere mescle nessuno animale arso, o acceso dal te qui a confronto le
supersituom tomtrual, r7P f u l vararle desi Scandinavi, ed altri setten-
fulmine, se non e morto, e simili. ejiu 0 uiun 5 t j ], . t j /-.p trionali con
Quelle desi cinlichi Etruschi sui' Lasciando ora da parte quanto siano tali os
inori un / et servazioni consentanee alla buona fsica, 1 stesso proposito quali
il loro Dio Thor percuoteva Giganti. Il
qual linguaggio lo stesso che quello dei
moderni Persiani, i quali credono che le stelle cadenti siano colpi di fulmini,
che gli Angioli scagliano nelle altre regioni, contro i Demoni, che si forzano
di rieririo tonitruale di quelli, ha molta somiglian za col Diario fulgorale, e
tonitruale di questi. Si legge infatti in Olao Magno, lib. i, cap. 3i della sua
storia delle genti, e della natura delle cose settentriouali, cne i tuoni di
gennaio significano che i venti soffieranno con mag gior gagliardia del solito,
e che sorgeranno le biade pi dritte, e grandi. Quelli di febbraio annunziano
una grande mortalit e singolarmente di quelli che vivono nella delizia. E
quelli di Marzo indicano gagliardi venti, e che vi devessere gran fertilit in
quell anno, e straordinario strepito nei giudizii . Indicano i tuoni di aprile
che cadr una pioggia conveniente elle biade 9 e che la campagna sara abbondante
in tutto il corso dell'anno, mentre quelli di maggio significano tutto il
contrario, cio, penuria di biade, ed una formidabile carestia di tutte le cose.
Presagiscono poi quelli di giugno una piu abbondante fertilit, bench predi cono
al tempo stesso infermit spaventevoli. 1 tuoni di luglio annunziano abbondanza
di frumenti, ma distruzione di legumi 9 e di frutti . Predicono quelli di
agosto che gli uomini converseranno pacificamente fra toro 9 ma vi saranno
malattie pericolose 9 E quelli di settembre denotano fertilit in quelIalino,
nel quale per sovrastano guerra, sedizioni, e morti . 1 tuoni di ottobre sono
qualificati collepiteto di portentosi, perche indicano grandi tem peste in
mare, ed in terra ; quelli di novembre, bench raramente tuona in tal mese, promettono
fertilit nell'anno seguente. E quelli finalmente di dicembre significano
abbondanza di tutte le cose, ed una gioconda conversazione degli uomini fra
loro. Altre osservazioni dei settentrionali sui fulmini, sui lampi, e sui tuoni
portano quanto segue. Quando nellestate per esempio, tuona pi che non
lampeggia, significa dover soffiar venti da quella parte, e per lo contrario se
balena pi che non tuona, deve cader molta pioggia. Quando lampeggia essendo il
cielo sereno, vuol dire che vi saranno pioggie, e tuoni 9 e far un tempo da
inverno E tali cose poi saranno gravissime, ed atrocissime quando questi lampi,
e questi tuoni verranno da tutte le parti del cielo. Ma se balener soltanto
dalla parte ciV Aquilone indicher pioggia nel giorno seguente j E se i lampi
verranno dal punto preciso del Settentrione 9 soffieranno venti. Lampeggiando
dalla, parte di Austro, di Coro 9 o f avonio, essendo serena la notte,
significher che devono venir pioggie, e venti da quelle medesime parti.
Dicevano ancora i settentrionali, che i tuoni che scoppiano la mattina di
buonora annunziano venti e quelli che si sentono nel mezzogiorno predicono una
grossa pioggia . Aggiungevano poi essere imjjortantissimo il sapere da qua!
parte vengono i fulmini, e dove si dirigono. Imperocch sono crudelissimi quelli
che partendosi dal settentrione vanno verso l Occaso, e sono di ottima natura
quando ritornano finalmente a quelle parti dalle quali sono venuti, perche
quando vengono da quella parte del cielo dondebbero origine, e poi ritornano alla
medesima, presagiscono allora una somma felicit da quella parte di mondo 9
rimanendo per infelici tutte le altre. E finalmente altre curiose osservazioni
aggiungevano intorno a questarticolo, come, che la notte piu che il giorno
lampeggia senza tuoni, che la natura ha dato il privilegio al- l uomo di essere
rare volle ucciso dal fulmine, e che se questo accade talvolta, assai pi conveniente, e pietoso ufficio il
sotterrare quel morto, che il bruciarlo. Che te ferite dei fulmini sono pi
fredde che tutte le altre, che le bestie moiono istantaneamen- parla CICERONE
(si veda) nel primo della divinazione, n fa diuopo osservare il diverso
inalzarsi della fiamma, o lo scrosciar della medesima, n lo scoppiettar dell
incenso, delle quali cose scrisse, secondo Stazio, un tal Tiresia, famosissimo
augure etrusco. J\ occorre tampoco far menzione, per esaltare Tetnisca
sapienza, di ci che osserva fra gli altri Seneca, Uh. n, delle quistioni
naturali, circa l avere i medesimi fatta anche la distinzione tra i fulmini prodotti
nelle nubi, nell'aria, d onde scendevano
in terra, e quelli che prodotti nella terra slanciavansi in alto, e verso le
nubi medesime, giacch queste, e molte altre simili cose trovansi narrate, e
raccolte da vari autori. Ma non sono per da passarsi sotto silenzio alcune
memorie di PLINIO, ove narra distesamente in due capitoli, le opinioni degli
Etruschi, appoggiate ad una ragionevole fiolosofia, circa lessenza, o la
natura, e circa le diverse specie di fulmini da essi distinte. Conferma ivi
quel sapientissimo scrittore ci che abbiamo qui sopra accennato, che vengono
cio i fulmini, tanto dalle nubi, quanto dalla terra, ed assicura aneli esso,
che trovavansi negli scritti etruschi, nove, o pi probabilmente undici specie
di fulmini, delle quali Romani loro
figli, e discepoli, non ne avevano osservate, e mantenute che due. Il che viene
a confermare sempre piu il detto di Cicerone, che quei superbi conquistatori,
ed oppressori del mondo, ebbero dagli Etruschi non solamente lorigine, ed i
riti religiosi, tutti quanti ne usarono mai, ma eziandio la civilt. Egli
osserva pertanto particolarmente, la diversa natura, e diversi singolarissimi
effetti dei fulmini, che dal cielo provengono, e di quelli che dalla terra sono
prodotti-, ed avverte ad un tempo, che queste osservazioni furono trasportate,
e trascritte negli annali romani, aggiungendo inoltre che vi erano pure le
maniere ed i riti per chiamare i fulmini, ed impetrarli dal cielo, come fece
forse Porsernia, che con un fulmine cos ottenuto, ed accompagnato da un mostro
chiamato Volta, devast, come dicono, le campagne dei Volsinii. Ei dice di pi,
che in questa scienza era dottissimo Numa Pompilio, e che avendolo poco bene
imitato Tulio Ostilio, fu arso da un fulmine-, E che per questo fra i diversi
nomi che per l'etnisca disciplina furono dati a Giove, di Statore, di Tonante,
Feretrio, e simili, s'incontra pure quello di Elido, o Evocatore. E finalmente
che si prevedono in tal guisa le cose future, bench sia temerit il credere, che
si possa comandare alla natura, o sforzarla . Il medesimo autore osserva poi,
come il baleno sia piu veloce del fulmine, e del tuono, e come perci il fulmine
stesso debbasi prima vedere, che udire. Circa le qiiali osservazioni di Plinio
intorno alla scienza tonitruale, e fuigurari a deglEtruschi, vi sarebbero da
fare molte fisiche riflessioni, se l indole dell opera per la quale sono
scritti questi ragionamenti, lo comportasse. E sul proposito di questa scienza
etrusca, nella quale dice il sullodato Plinio essere stato peritissimo il re
ISuma, ascoltisi anche Ino Livio, lib.t, il quale lo chiama non solamente dotto
nelle arti peregrine, ma eziandio nella tetrica, e trista due dottissimi
scrittori; Colle quali critiche pretendono di negare, che per esempio, un tal
Nume, non abbia potuto aver culto in Etruria, perch si cede adorato net Lazio,
ed m Roma,; Avvegnach dovrebbe piuttosto aver luogo la congettura contraria,
come saviamente rifletteva il sapientissimo Guarnacci. Imperocch, dovrebbe
dedursi che se una tale divinit si vede adorata in Roma e nel Lazio, ben ragionevole il credere, che abbia prima
avuto culto in Etruria- quando si voglia riflettere, che una colonia etrusca
erano i Latini, e che lo stesso fondatore dell Eterna Citt, coi suoi primi abitanti,
non furono altro come anche altrove accennammo, che una banda di fuorusciti
Etruschi. c he se poi igrecomani, sottilizzando, ed ostinandosi ognora pi a
volere irrefragabili prove, e quasi ancora la fede di battesimo, come diceva il
prelodato Guarnac- ci, che un tale idolo, od un tal monumento qualunque, sia
veramente etrusco, e non greco, n romano ; Oltre che si pu risponder loro che
queste prove intrinseche, non le hanno dordinario neppure le cose veramente
greche, e romane, e che l'antiquaria iti genere si aggira sulle asserzioni
degli antichi autori, i quali ci hanno lasciato scritto, dove i vani Numi, e i
diversi riti abbiano avuto loriginario loro culto, Si pu ad essi aggiungere
ancora che ve una probabilit, la quale confina colla certezza, che dove un si
gran numero didoli, di vasi ed altri monumenti di ogni maniera, sono stati
trovati, siano stati pur lavorati. Ed essendo imedesimi stati dissotterrati
negli scavi etruschi, ed indicando una grandissima antichit, e mollo superiore
alla civilt greca, e romana,
irragionevole, ed assurdo il credere, che i soli Greci, e romani li
abbiano dappertutto disseminati. Ed anche a ci che dice il chiarissimo signor
Vermigliali, il qlude pretende (. E roga ime di Admeto e di Alceste) che i
monumenti italici pi sono antichi, e pi grecizzino, ed al contrario latineggino
maggiormente, quanto pi si avvicinano all epoca del dominio romano in Etruria,
come pure che glitali antichi spesso aspicassero, si pu rispondere cosa che sar
di scandalo agli Archeologi pedanti i quali non sanno, o non vogliono trarsi
fuori della traccia segnata dai loro predecessori abbiano essi fatto bene o
male. Ed questa :,o,m, ere l e
osservazioni del sullodato filologo perugino, perch la lingua greca figlia della vetustissima etnisca in quanto
alle sue radicali, bench ne differisca grandemente nelle inflesStoni, di Greci
sono scolari degli antichi Etruschi, ossiano Pelasghi Tirreni, indigeni d
Italia, i quali andarono in remotissima et a colonizzare, e popolare la Tracia
eia Grecia, come m altro ragionamento accennammo . In quanto poi alle
aspirazioni degl Itali antichi, procedono queste dallorientalismo, che ridonda
in ogni dove in Italia, e che vi fu introdotto in tempi da noi oltremodo
lontani da una colonia orientale, coi primi elementi della civilt, come pure
asserimmo nel quarto di ave Sti ragionamenti medesimi. Ma torniamo ai fulmini
ed ai tuoni. Non occorre citar qui i libri fatali degletruschi, ricordati da
Livio, hi. V, n i fulgorali, e gli aruspici, dei quali j3 Etr. Mus . Chius.
Tom. J, Chi mai oserebbe di qualificare lavvenimento qui espresso, non
vedendovisi che due militari pronti alle difese e alle offese, senza ravvisarvi
ne 1 inimico, ne oggetto veruno che sia motivo di questa loro disposizione al
combattimento? Ma siccome questa pittura
nel mezzo duna tazza, intorno alla quale sono altre figure giallastre,
come questa, in fondo nero, cos tenteremo di trarre da quellequalche argomento
a cognizione di questa. Un corpo esanime steso al suolo, presso cui stanno
alcuni combattenti che ne scacciano altri in costume diverso, mi richiama alla
mente lavvenimento del corpo di Patroclo, contrastato fra i Greci e i Troiani,e
finalmente ottenuto da quelli collespulsione di questi. Non vi sono
caratteristiche assolutamente variate tra combattenti e combattenti, a
dichiarar Greci gli uni, e Troiani gli altri,ma pure la totale nudit dei primi
li fa credere eroi,che la Grecia rappresentar suole in tal guisa 2 ;mentre gli
altri tre hanno in testa un berretto: uso asiatico e particolarmente dei Frigi
3 .Hanno essi pure nella clamide che indossano un segno d'abbigliamento, che
raramente onon mai trascurasi nelle figure asiatiche, per quanto io abbia nei
monumenti antichi osservato. L'uomo steso al suolo qual corpo morto, altres nudo del tutto, e inconseguenza
spettante ai Greci, cqme difatti era Patroclo il caro amico di Achille, che fu
ucciso in guerra da Ettore, secondo Omero l . Probabilmente anche i due
guerrieri dipinti nel mezzo della patera, e che vedemmo nella tavola
antecedente,son due Greci alla custodia e difesa del corpo di Patroclo, ch'
dipinto nel fregio della tazza medesima. Infatti essi vedonsi ARMATI, MA NUDI,
giusta il costume greco eroico, siccome dicemmo. Qui le figure son ridotte un
terzo pi piccole di quelle che vedonsi nella tazza originale, ove sono di color
giallastro in fondo nero. Qualora mi si conceda esser probabile la
interpetrazione dellantecedente rappresentanza della morte di PATROCLO, e del
contrasto tra i Greci e i Troiani, per ottenerne il cadavere, non mi sar negata
fiducia nella supposizione eh'io son per proporre, che in questa pittura, la
qual fa seguito allantecedente, vi siano espressi gli o- nori funebri che furon
resi dallamico Achille a quellestinto eroe, e particolari Galleria oraer.
Iliade, Voi. 11, Tavole cxcix, 3 loghirami, MoDum. etr. ser. 11, p. 45- cc,
cci, ccn. - a Plot., Vii. Alexand. I? disciplina de vecchi Sabini ( che erano
Etruschi ), di che non vi stata mai
veruna cosa piu incorrotta, e veneranda. E dicendo che lo stesso Numa era dotto
anche nei liti peregrini, si deve intender qui di quelli di Samotracia, che
erano i idrici, e tri- sti dei Pelasghi, Tirreni, Etruschi ancor essi, come
altrove dicemmo, e lo abbiamo ripetuto pocanzi; E che i Romani riguardavano
come peregrini, perch tali erano divenuti per loro, essendo in tempi da essi
lontani, passati dagli Etruschi ai Samotraci . La scienza dei quali riti possed
Porsenna, e molto prima di lui anche Dardano, il quale portossi in Samotracia
pel solo oggetto di conferire con quei sacerdoti, e per introdurre poi in Troia
una religione del tutto ponforme a quella dei suoi antenati, che era l Etnisca.
E si noti, che il medesimo Livio, e tutti gli antichi scrittori ci fanno sapere
che il pi volte nominalo Numa Pompilio fu religiosissimo, e propagatore in Roma
di ogni pia istituzione ; Ove non altro ei propag certamente, che riti
etruschi. Ed ecco una erudita chiacchierata sulla scienza tonitruale, e
fulguraria degli Etruschi. La quale potrebbesi ancora condurre pi a lungo, ed
arricchire di pi altre peregrine notizie su questa recondita disciplina, se non
fosse il gi detto pi che abbastanza pel nostro scopo. Ma come e quando mai, e
per quale sovrumana potenza, andarono a mancare queste, e tante altre
superstizioni, stabilite, ed inveterate nel mondo, radicatissime nei cuori
degli uomini, e venerate, e temute in tutte le regioni della terra aliar
conosciute? In qual modo cessarono i terrori e la paura, onde avevano saputo
gli antichi sacerdoti, di concerto sempre cui Despoti, invadere gli spiriti dei
mortali, tenuti ognora da essi, a bello studio nella cecit, nel timore e nella
pi profonda ignoranza con mille misteriose ambagi, e con mille disperate
minacce? Scomparvero tutte queste tenebre, e caddero tutti questi arcani e
portentosi ordigni, al comparire della luce Evangelica. Al comparire di quella
legge, t unica fra quante ne vide l'universo, che introducesse la vera libert,
e la vera eguaglianza fra gli uomini. Al comparire di quella legge in somma,
che mette, davanti a Dio, a livello del pi temuto tiranno, e del pi potente
monarca, anche il pi infimo del popolo. In urna di marmo LI. : flnoai ; qflj J3
: M : 43 un. fm \iflj : miai : janavi : armo LIV. : iaruv/Hflm ; f\nn o
Nellorlo dun vaso cinerario di terra cotta LV, mtvfl Jtiat v/rji 9 questo idoletto in piccolo, quello che dissi
esser l'altro, rappresentato pi in grande, e con alquanta variet nelle Tavole
XLIX, e LXVII di questa raccolta, essendo il presente di grandezza simile al
suo originale. Ma la di lui piccolezza, e 1 non esser vuoto, non permette che
si riconosca per un cinerario, sicch fu tenuto soltanto pel nume che riceve,
abbraccia e protegge gli estinti, che nati dalla materia terrestre tornano dopo
la morte in seno alla terra, o per meglio dire alla natura mondiale, della
quale Bacco era il nume tutelare. E poich mi si dice che piu d uno di tali
idoletti si trovarono in uno stesso sepolcro, da ci argomento che speciale fu
nel sepolto la venerazione pel nume da questa immagine rappresentato. Si vede
un fregio in bassorilievo che ricorre in giro in un vaso dei consueti chiusini
di terra nera, e non v differenza in misura tra loriginale e la copia. Il
significato mi sembra lo stesso dei precedenti lavori di simil genere. Vedo
ancor qui come altrove la Chimera, e credo che loggetto sostenuto in mano dagli
uomini sia, come nei calendari egiziani, lo Scorpione sidereo. Aoter di
passaggio a tal proposito che il famoso torso egiziano in basalto, che un tempo
fu del card. Borgia, pubblicato dal eh. Lenoir alla Tavola VI del forno [, num.
g si vede come qui una figura con Io Scorpione tenuto per la coda, e dietro a
se v parimente il leone con la coda che termina in un serpe, e con la Capra sul
dorso, n spiegasi differentemente che pei segni delle celesti costellazioni. Si
vuol peraltro che nella Capra sopra del Leone si ravvisi il trionfo del Capricorno
sopra il Leone, e probabilmente i due serpenti che nel nostro bassorilievo si
manifestano, saranno quei che dominano il cielo nel tempo dell'indicato
trionfo. A tal proposito, gli astronomi osservano, che mentre il Capricorno
comparisce al nostro Zenith, la Vergine si mostra sotto il segno dello
Scorpione, o del domicilio di Marte 3 : e difatti s nel monumento chiusino, che
nell'egiziano comparisce una figura che ha in mano uno scorpione, se non che
nell'egiziano si mostra femminile quella figura, che qui per la sua nudit, par
eh esser debba maschile, ma ci non si manifesta con sufficiente chiarezza. Che
i cavalli abbian luogo in simile rappresentanza relativamente ai Cavalli
siderei, gi me n espressi altrove abbastanza,, ove mostrai principalmente
essere il cavallo sidereo un paranatellone del levare eliaco dello Scorpione J
.Lettere di etnisca erudizione. 1 Lenoir, Nouvelle explic. des hieroglyphes a
ivi. Tom.i, p. io4- % mente il giuoco del pugilato col cesto, che Omero 1 *
pone il secondo tra gli spettacoli dati in onore di Patroclo nel di lui
funerale. Nei vasi, che negli annali dellistituto di corrispondenza
archeologica si dicono panatenaici, vedonsi a lato dei combattenti, col cesto
come qui, degli uomini coperti d'un manto con braccio scoperto, e dall'in-
terpetre attamente chiamati rabdofori 3, i quali assistendo a quel giuoco hanno
in mano una verga biforcata, similissima a questa dei presenti i . Le due
ultime nude figure una soccombente allaltra prevalente, ancorch senza cesti
alle mani, mostrano che i pittori aggiungevan talvolta delle figure e dei
gruppi a capriccio, ad oggetto d'empir lo spazio che doveasi dipingere. Se per
consultiamo i pi moderni sentimenti degli archeologi, troveremo-ammessa pure
lipotesi, che una figura umana stesa per terra presso alcuni combattenti,
ascrivere si debba, unicamente ad alcuno dei contrasti gimnici, senza ricorrere
al particolare avvenimento di Patroclo per isvilupparne il significato. Un
sacerdote di BACCO ed una Menade con dei vasi libatori formano il soggetto di
questa pittura, e son frequentissimi quanto altri mai nei vasi fittili dipinti,
onde potremo giustamente ripetere col Lanzi che di cento vasi tornati a luce,
novanta contengono soggetti bacchici.
singolare il tirso eh entrambe le figure sostengono, mentre ha
un'armilla che nei tirsi non comune, ma
nemmeno del tutto insolita, senza che per altro sintenda qual n'era l'oggetto.
Nelloscurit di questo soggetto non altro saprei ravvisarvi che il celebre greco
Capaneo estinto sotto le mura di Tebe. Altrove pure narrai come questi van-
tavasi che avrebbe presa Tebe, volesse Giove o non volesse, ma provocati gli
Dei con tali bestemmie, ne accadde che mentre il primo dava la scalata, Giove
non lasci compier limpresa, e con un fulmine Io precipit dalla scala e lo
uccise 6 . Or io noto che qui si vede una scala squarciata dal fulmine, un uomo
rovesciato che dallalto cade a terra, e dietro a lui le mura forse di Tebe,
dove stanno alla guardia militari tebani. Le altre figure si possono intendere
pel restante dellesercito, eh spaventato, e stramazzato a terra per lo spavento
del fulmine. L'urna in marmo cinque
volte maggiore di questo disegno. i Iliad. a Galleria omerica Iliade. 3 Voi. n,
p. 218. 4 Ivi, lav. xxi, io, 6. xxu, 8. 6. 5 Gerhard, Annali dellistituto di
corrispondenza ardi. Monumenti etr. ser. i, Tav., e altrove, mentre altri sono
come il presente eseguiti in forma di vasi con capricciosi ornamenti, rivestiti
per lo piu da fogliami, e con iscrizioni latine, come pur qui si legge,
indicando il nome di Lucio Aulo Carino. Io stesso nella mia dimora in Chiusi
vidi molti monumenti e rottami di essi, di stile greco e romano e bellissimi.
Nellinterno d una tazza di terra verniciata in nero, si vedono queste due
figure di color giallastro; e sono, per quanto mi sembra, d'uno .stile
perfettamente simile a gran parte di quelle pitture monocromate dei vasi
italo-greci. Vi si rappresenta un suonatore con cetra e plettro, in atto di
attendere dalla Vittoria il premio del suo valore, e credo che ci alluda ai pregi
morali dellani- ma, che negli estinti son premiati nella vita futura; e perci
soggetti simili ed analoghi a questo si trovano frequentemente dipinti nei
monumenti che pone- vansi nei sepolcri, ma ora corrono altre opinioni. Se aver
vogliamo un esatto conto dogni figura eh in quest urna di marino, il cui
disegno qui un ottava parte del suo
originale, non saprei se potessimo riescirvi con plausibile disimpegno. Ma se
consideriamo che gli artisti obbligati a trattare nelle opere loro un qualche
mitologico soggetto, eran poi costretti ad ornarne tutto lo spazio del marmo
che formava il primario lato dellurna sepolcrale, ancorch il soggetto da loro
scelto non richiedesse tante figure, quante ne occorrevano ad ornare lo spazio
determinato, noi troveremo irreprensibile lo artista che abbonda in figure,
ancorch non richieste dal soggetto che tratta, come ne somministra un esempio
assai chiaro il bassorilievo di questa Tavola. Io vi ravviso Ulisse in atto di
adoprare il suo arco, il qual potea dalle sole sue mani esser teso, ed uccide i
proci di sua moglie Penelope, i quali dilapidavano le di lui sostanze. Egli ha
un berretto appuntato, eh la consueta
causia che lo distingue come famoso viaggiatore del mare . Sta con un ginocchio
sullara, mostrandosi protetto dai numi 3 nella difficile impresa desterminare
egli solo coll'aiuto del figlio Telemaco i tanti suoi nemici. La colonnetta
sulla quale solevansi tener degli idoli domestici, mostra chegli gi penetrato nell'interno della sua casa,
mentre le colonne doriche vedute nella parte opposta danno indizio che lo
avvenimento accade nella sua reggia. La forza chegli mostra di fare col braccio
destro per tendere un arco, fa ben ravvisare chei solo poteva piegarlo a forza.
i Inghirami, Monum. etr. % Ved. Monum. etr. Qui si mostra nuovamente un ago, o
spillo crinale in oro di un lavoro delicatissimo, considerando che nel suo capo
segnato num. 1, della misura stessa di questo disegno, vi il lavoro che portato in grande, si vede al
min. 2, il cui ornato di semplice
bizzarra. Il monumento di numero 3 si rende assai singolare, per essere una di
quelle solite fermezze che in luogo d esser di bronzo, come se ne trovano a
centinaia, doro, e rarissima. Si creduto da taluno che queste fermezze
servissero a chiudere il cadavere nel lenzuolo d amianto dove bruciavasi, ed in
tal guisa stata trovata ragionevole
l'indifferenza che tali fermezze siano in maggiore o minor numero in un
sepolcro; e se questo , noi reputeremo pi che altri opulente il morto presso al
quale stata trovata questa fermezza
doro. Il numero 4 similmente doro, e
credesi frammento d'una collana . II pregio di questo monumento consistendo
principalmente nella iscrizione dalla quale
circondato, cos attenderemo di conoscerne 1 interpetrazione per opera
del cultissimo Vermiglioli che unitamente alle altre del Museo chiusino, ce le
piepara per darcele tutte di seguito in quest opera stessa. I Centauri, che nel
calendario del gentilesimo, servirono a notare il tempo dautunno, in cui
celebravasi coi misteri la commemorazione dei morti -, hanno servito altres
d'ornamento adattato alle lor cassette cinerarie, come qui si vede, figurandovi
uno di tali mostri che avendo rapita una delle donne invitate alle nozze
dIppodamia la difende dai Lapiti, che vogliono rivendicarla. II disegno del
vaso che qui presentasi la met pi piccolo del suo originale in marmo statuario,
ci fa sicuri che in Chiusi, dove stato trovato, fiorirono due scuole assai
diverse di scultura; funa etnisca, 1 altra romana, giacche si trovano
recipienti eseguiti per luso medesimo di riporre ceneri di umani cadaveri, gli
uni in forma quadrangolare a modo di cassetta, con bassirilievi di figure e con
etiu- sche iscrizioni, come ne abbiamo fatti vedere in quest opera alle Tavole,
1 Inghiraroi, Mommi, etr. - Sa mai vha luogo allinterpetrazione di queste due
statuette di bronzo num, i e 2, i cui disegni sono grandi quanto i loro
originali, potrei avventurare che 1 una di a. i fosse dApollo laureato in
fronte e con tazza in mano, comesi vede altrove nei vasi dipinti 'rialtra n. 2.
diMercurio conpetasoin testa,sostenendo con la sinistra mano una sacca o
borsa,ch propria di questo nume, come tutelare del commercio. La corniola che
qui mostriamo al num. 3, ci fa istruiti quanto dagli antichi fosse apprezzato
il gruppo delle tre Grazie, che vediamo ripetuto in un modo medesimo in tanti
luoghi e in tanti tempi diversi. La dimensione della pietra misurata dall'ellisse num. Fu posto in
ridicolo il Gori celebre antiquario di cose etrusche, perch fatti disegnare una
quantit didoletti in bronzo che si conservano nella R- Galleria di Firenze i *
3, pretese dare a tutti loro un nome speciale, formandone una serie di etrusche
divinit senza rammentarsi che soggiogati gli Etruschi, signo reggiarono i
Romani in questo nostro paese, ove introdussero colle lor colonie artisti e
culti sacri tutti lor propri. Perch' io vada esente da simil taccia non mi
costringa l'osservatore a dare un nome allidoletto di bronzo che i sig."
editori del Museo chiusino han posto al num. , 2 della Tavola C, che nel
disegno trasmessomi per la incisione trovo notato esser della grandezza
medesima dell'originale come pure laltro di num. 3 . grave danno per la scienza
antiquaria che dai collettori di antichi monumenti non facciasi caso nessuno
della maniera come questi si trovano sotterrati, dal che non pochi lumi trar si
potrebbero per la storia dellarte, non men che dei riti sacri presso gli
antichi. N prova la figura che trovo disegnata al num. 3 di questa Tav., mentre
si scorge di un arcaico stile ben diverso da quello che spetta alla figura
superiore . Or se questi idoletti furon sepolti promiscuamente fra loro in un
sepolcro medesimo, potremo frale supposizioni lecite ammettere che la figura di
num. 3 sia eseguita ad imitazione dell antico stile, e contemporaneamente
all'altra modellata certamente quando nell'arte era noto uno stile assai pi
perfetto . Dopo varie mie riflessioni sul significato di queste donne che in
piccol bronzo trovansi frequenti negli scavi dEtruria, restai perplesso nelle
due i Tishbein, Pittare de Vasi antichi posseduti dal cav. Hamilton. Tom. i,
Tav. 8, 9 .Visconti, Museo Pio dementino, Tav. r. 3 Museum etr. exhiben insigne
veterum Etruscorum monumenta aereis tabulis cc, edita et illustrata .4 Maffei,
Osservazioni letter L uomo gi rovesciato per terra, che vedasi nel sinistro
Iato dellurna rispetto al riguardante, fa conoscere gi incorniciata la
carnificina dei proci. 11 giovine che vibra la bipenne sopra un armato pu
significar Telemaco, il quale si presta in aiuto del padre alla strage di quei
malvagi. La Furia infernale tra le colonne della reggia attamente manifesta il
terrore di s lugubre azione che scompiglia la casa reale dUlisse.I due
combattenti al sinistro fianco di quelleroe son figure, a mio credere,
arbitrariamente dall'artista introdotte ad empire un vuoto che restava senzesse
nel suo bassorilievo, come ho detto pocanzi, ed anche in occasione di spiegar
la Tavola. Mi sia permesso di rimettere ad altro miglior Edipo, chio non sono,
din- terpetrare qual fosse lintenzione degli antichi Gentili nel rappresentare
questo, come pure mill altri idoletti di bronzo, che trovansi nello scoprire
antichi sepolcri. Io posso dire soltanto essermi noto che innumerabili erano
glidoli dagli antichi tenuti nei larari come dissi pocanzi . Ma non so poi quel
che significhino gran parte di essi, come il presente, n per quali
superstizioni passassero nei sepolcri, qualora non sieno stati considerati che
per semplici bronzi atti a dissipare i maleficii 2 . LArpocrate fanciullo
inetto e silente, perch non compiutamente ben formato, significativo del sole
ibernale, il soggetto che in questa
piccola statuetta uguale al suo originale in bronzo si rappresenta. Fu
antichissimo in Egitto, e ne conserva nel fior di loto, che ha in capo, il
segnale, ma introdotto atempi deTo- lomei fra i Greci e fra i Romani formossene
una divinit pantea 3 con forme non altrimenti egiziane, fingendolo un Amore,
perch da questi nasce lo sviluppo della natura produttrice, per cui gli posero
in mano il corno dellabbondanza che attender dobbiamo dallo sviluppo del calor
solare, passato il tempo dinverno. Il vasetto di terra cotta parimente rappresentato di misura uguale al
suo originale, ed dipinto a figure nericcie
con fondo giallastro pendente al bianco, o piuttosto dun bianco abbagliato,
ed dun genere che gli archeologi
convengono di nominare maniera egiziana 4, s perch vi si vedono strane figure
sul gusto di quella nazione, e s ancora perch in Egitto si trovan similissimi a
questi. Ved. la Tavola uxi. a Monum. etr. 3 Iablonski Pantheon Aegyptior. lib.
u, cap. vi, Etr. Mus. Chius. Gerhard, Annali dell istituto di corrispondenza
archeologica voi. in, anno i 83 i, p. i4> *4 orecchi, piedi e coda di
cavallo, con busto virile: aggregato non comune in Smili fantastiche figure,
delle quali ebbi luogo di trattare estesamente altrove, dandole per simboli
autunnali II vaso che ha in mano quel mostro non che un emblema di pi per indicare la stagione
dautunno, allorquando sempiono tali olle di vino. La donna che gli dappresso
una Tiade seguace di Bacco. II perch poi la unione di queste due figure
significasse il passaggio della razza umana dalla vita rozza e disordinata,
alla virtuosa e civile per opera di Bacco e dei suoi misteri, argomento sul quale scrissi altrove
abbastanza per darne il conveniente sviluppo a . Delle due figure, che qui
sotto al num. 2 si vedono riportate nella misura di un quarto pi piccole
dell'originale, dipinte nella parte opposta di questo vaso, non saprei
indovinarne il significato, tranne il supposto d'unarmatura da un giovane
ottenuta nel passaggio all et virile i . Il disegno del vaso ridotto alla grandezza di un quarto del suo
originale, Questo mistico specchio non pu spiegarsi che mediante l'osservazione
di molti altri, nequali per ordinario si trovano insieme dei numi o eroi di
opposta natura o potenza. Spesso vi sono espressi Dioscuri, la cui consueta
combinazione fu da me assai esaminata in altre mie carte, ovio li mostrava in
sostanza 4 espressivi di due contrarie potenze, le quali concorrevano, secondo
i Gentili alla formazione e conservazione del mondo 5 . Qui pure Teti e Giunone perpetuamente nemiche fra
loro, di che ho pure altrove ragionato 6 . Che la donna seduta sulla pistrice
sia Teti lo mostra chiaro un frammento d una tazza etrusca, dove la figura
medesima ivi dipinta ne porta il nome scritto. Che la donna opposta sia Giunone
lo prova Io scettro che impugna. tavola cv. Il manico doppio di bronzo qui
espresso nella grandezza del suo originale num. 1 mostrasi attaccato da un lato
ad una testa femminile di nessuna significazione, e dall altra ad una maschera
scenica virile, nel che manifestasi quanto fossero vaghi gli Antichi di variare
ornamenti, giacch non altro che il capriccio pu a\erli dettati, come qui li
mostriamo, per ornarne un vaso di bronzo. Possiamo frattanto tener per sicuro
che gli artisti di Chiusi non furono di meno elevato genio degli ercolauesi
nelleseguir le opere loro metalliche. Del bronzo in figura di maschera di cui
vedu qui il disegno n. 2, nulla so dire ad istruzione di chi losserva. 4 Monumenti etr., ser. 11. 5
Plutatc. de Iside et Osir. in prineip. 6
Galleria omer. voi. 1, tav. xxxix. opinioni o di assegnar loro il nome di
Speranza o quel di Giunone, invocata dal femminil sesso in loro tutela. Ma chi
non sa che la Speranza, e la Fortuna, ossia la fiducia di migliorar sorte nel
mondo, era loggetto primario del culto gentilesco dItalia? 5 Il bassorilievo
della Tavola presente unurna di marmo
due terzi maggio- giore di questo disegno. Qui, a parer mio, si rappresentano i
due strettissimi amici Oreste e Pilade nel pericoloso momento dessere a Diana
immolati, per l'uso barbaro ordinato da Toante in Tauri, che li stranieri a
quel lido approdati dovevano essere immolati a Diana tutelare del luogo C f- v ; r. f- M 5 !,$ 1 C V 5 V V* . c se ?
n 11 a . Eg ri) ' Z > 'i:- ai
scritto, mi costringe a tenermi in assai ristretti limiti nel ragionarne, poich
i nientissimi sigg. T editori di quest'opera destinarono con savissima sceltala
illustrazione della parte epigrafica di tali monumenti al prof. Vermiglioli
espertissimo quanto altri mai di s difficile scienza. A sodisfar dunque
soltanto la sollecita curiosit di chi osserva il monumento qui esposto mi
permetto di accennar di volo, esser questo uno specchio mistico di quetanti che
trovatisi storiati nei sepolcri dEtruria, e solamente lisci in quei della
Magna-Greeia, ed in esso esservi quattro figure di deit cio la Parca, Apollo,
Venereletea o libitina, e Giunone; e presso le indicate persone i nomi loro
scritti in etrusco. /3DIVM moiran nome della Parca ripetuto in altri di questi
manubriati dischi 1 . V4-1/3 Aplun nome chiarissimo dApollo, ed altres ripetuto
io vari specchi etruschi 3 . HVT34 Letun Venere letea o libitinia, o
Proserpina, che il Gerhard ha cos bene illustrata per una Dea infernale, non
distinta per dalla luna 3, per cui credio qui si vede connessa in amplesso con
Apollo considerato come il sole. Ecco dunque per la prima volta incontrato
negli specchi mistici il nome di quella donna che s ripetutamente vi si vede
rappresentata, e che per Venere libitina azzardai nominarla tal volta anche
prima della presente ed importante scoperta 4. In fine AH 4/3 0 Talna eh nome
altres ripetuto nei mistici dischi, e che io sostenni con lungo ragionamento
esser significativo di Giunone 5 quantunque disgiunta dai consueti simboli di
questa Dea, mentre qui ha lo scettro che la fanno indubitatamente conoscere per
la regina degli Dei unitamente con Giove che nera il supremo loro imperante. Ma
una pi sodisfacente interpetrazione dell'etrusche parole qui riferite debbesi
attendere dallerudito Vermiglio]/', al quale, come io dissi disopra, destinata. In urna figulina i flit a a =
flnflo ) f\XF\Y\M LVH. AlAtlqAD : 1SUfflM : lOqfld In urna figulina lviii. CO
-A l#q vn : im : fURO M : VfflDt : r :
VA LX V-V# : VD flitmao i Monumenti etruschi s a -Gerhard, Venere Proserpina
illustrata, Nuora collezione dopuscoli e notizie di scenze, lettere ed arti,
pubb. dal cav. Fr. Inghirami, 4 Monum. etr. <a, , e Sol. laBaHBBsasaasa
XXXZ'/Z/. - A'/AZY.Y (IX XUI m ;_i lira vz. 7
LII fC) i Ouj/ IsUcAenni. eli/ T ,J\ T. L/A' 3TT J ^ JCZ/Z z,Jirv: T
z^rjrji-'. IXX3TT 'X tea T^reiir. ir**:-Jz-j:. amiBft'igwpcj &r. CJI. v ~
Grice e Musonio (Bolsena) G. MUSONIO RUFO C. Musonio Rufo esercita un forte
influsso sui contemporanei. Di famiglia equestre delletrusca Volsini (Bolsena)
suscita per la sua fama di filosofo linvidia di Nerone. C. MUSONIO RUFO segue
Rubellio Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando
Nerone lo condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto
in occasione della congiura di Pisone e confinato nellisola di Gyaros nelle
Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni parte.Verosimilmente
richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di Vitellio si une ad una ambasceria
del Senato presso Antonio Primo per perorare la causa della pace fra i suoi
soldati, ma senza successo.Quando VESPASIANO assunse il potere, C. Musonio Rufo
accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale delatore e falso testimonio
nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse dalla prima espulsione dei
filosofi da Roma, ma poi lo esili per la seconda volta ; per Tito, che gi lo
aveva conosciuto, lo richiam dopo la sua assunzione al trono. In seguito
mancano notizie su di lui, ma da una lettera di PLINIO (si veda) il Giovane
sembra che non fosse pi in vita. Non risulta che abbia composto e pubblicato
seritti, anzi sembra che si sia servito soltanto dellinsegnamento orale, del
quale, per, rimangono frammenti abbastanza numerosi. Essi comprendono : 19
brevi apoftegmi conservati da Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; 2 altri
apoftegmi e trattazioni filosofiche relaivamente ampie raccolti da Epitteto
nelsuo insegnamen- e trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; 3
esposizioni o lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte pi
estesa dei frammenti. verosimile che
provengano da uno scritto di quel Lucio che si
gi ricordato e che si deve ritenere la fonte pi importante dello Stobeo
; unaltra Epitteto, cio Arriano. Sembra
che un Pollione (probabilmente Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto
Adriano) abbia composto Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. giudicata falsa una lettera di Musonio a un
certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i frammenti di
Musonio e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o alla
dipendenza di questo da uno seritto di Lucio o alla derivazione di ambedue da
una fonte pi antica. Della forte azione di Musonio sui contemporanei sono prova
i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano (oltre al genero Artemidoro,
amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione di Prusa,
Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni romani, come
Rubellio Plauto, forse Borea Sorano e Minicio Fundano, Musonio si avvicina ai
cinici nellassegnare alla filosofia finalit radicalmente etico-pratiche,
accetta spunti dellascetismo neo-pitagorico, ma nel complesso dipende dallo
Stoicismo con influssi posidoniani. Nel sno insegnamento non trascur le
esercitazioni logiche e i frammenti toccano argomenti di fisica, ma ci che
vi detto degli Dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato : invece riporta allo
Stoicismo l'affermazione della necessit universale, che equivale alla teoria
del fato. Per l'interesse di Musonio si concentra sulla funzione pratica della
filosofia, che assolutamente necessaria
in quanto (secondo la tesi introdotta dai cinici nel I secolo a. C. e poi
generalmente accettata) gli uomini sono malati che richiedono una cura continua
la quale dev'essere prestata dalla filosofia, che perci necessaria a tutti, alle donne non meno che
agli uomini : essa per identificata alla
ricerca e alla realizzazione della virt, per conseguire la quale non vi necessit di molti discorsi, n di molte teorie
; inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore importanza dellinsegnamento o del
discorso. Siccome la natura ha posto in ogni uomo i germi della virt, se il
discepolo non stato corrotto, una breve
dimostrazione sufficiente per fargli
riconoscere i principi etici giusti. Ci che soprattutto importa che maestro e discepolo uniformino la loro
condotta ai propri principi. Si comprende che Musonio si interessasse in primo
luogo della formazione etica degli scolari. Nellinsieme, la morale di Musonio
si conforma alle dottrine tradizionali della sua scuola. Occorre distinguere ci
che e ci che non in nostro potere: ora da noi dipende soltanto
luso delle rappresentazioni, cio l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul
male, dalle quali determinata la giusta
valutazione delle cose e quindi l'intenzione quale atteggiamento interiore
della volont; in essa, se retta,
consiste la libert, la virt, la felicit. Tutto il resto non dipende da noi e
perci rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci allordine
necessario dell'universo e aecettare volentieri ci che arreca. Soltanto la
virt bene, soltanto la malvagit male e ogni altra cosa indifferente. Per, per rafforzare la volont,
Musonio riteneva necessario, oltre
l'insegnamento e lesercizio morale, anche lindurimento fisico, perch, essendo
il corpo uno strumento indispensabile dellanima, occorre rafforzare ambedue. In
generale raccomanda, avvicinandosi al Cinismo, la vita semplice e conforme alla
natura e accoglie dal Neo-Pitagorismo il divieto dei cibi carnei. Oltrepassando
le opinioni di molti stoici antichi, esige una vita morale severissima,
raccomanda il matrimonio, condanna la limitazione delle nascite e lesposizione
dei figli. Nell'insieme, i frammenti di Musonio rivelano unanima nobile e
retta, appassionata per il bene e guidata dal desiderio di educare gli spiriti,
ma a queste doti non corrisponde il valore scientifico degli insegnamenti,
perch i suoi pensieri sono molto mediocri e privi di originalit ; inoltre non
si pu trovare nelle sue parole lespressione di una visione della vita vi-
brante di dolore e di amore simile a quella di Seneca. aio Musonio Rufo. Gaio
Musonio Rufo (Volsinii) un filosofo
romano. Frammento di papiro (P. Harr. I 1, Col.), con parte di una diatribe.
Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. noto che nacque a Volsinii,
corrispondente all'odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere. Il pr-nomen
Gaio lo conosciamo solo attraverso Plinio il minore che ci fornisce anche
unaltra notizia su una sua figlia (presumibilmente chiamata Musonia, secondo
luso romano), sposata ad Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per
stima e affetto nei confronti del suocero. Sappiamo dalla voce Mousonios della
Suda che Musonio e figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua
famiglia, che era comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen Musonius
denotare la gens, e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come
forma latina di un gentilizio etrusco Musu, Muu-nia.. E capo a Roma di un
circolo o gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee
abbastanza tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a
Rubellio Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e
allontanato da Roma in via precauzionale da Nerone, Musonio lo segue in Asia.
Due anni dopo giunge l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio
ritorna a Roma, ma, in concomitanza della congiura di Pisone, e mandato in
esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros, inospitale e
rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrit morale e della sua
coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati da Tacito
nelle Storie. Dopo essere ritornato dallesilio, forse grazie a GALBA, con il
quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra civile seguita
alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo episodio
significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in pratica i
principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era teatro di
violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si impegna a
svolgere unimprobabile opera di pacificazione. Sera mescolato agli ambasciatori
Musonio Rufo, di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti dello
stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati con
le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ci fu
per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava chi
lavrebbe spinto via o lavrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei pi
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza. Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dellamico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea Peto. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte
del suo stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla
corrente stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava
contrario ad intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in
questo caso non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la
memoria dellamico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: Allora Musonio
Rufo attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Barea Sorano con una
falsa testimonianza. Evidentemente con quellaccusa si rinnovavano gli odii
delle delazioni. Ma laccusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di
Sorano e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando
contro Barea, ha tradito e violato lamicizia. Musonio porta avanti con tenacia
il suo impegno, che e coronato da successo. Fu deciso allora di ri-aprire il
processo tra Musonio Rufo e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani
di Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severit dei
magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era,
infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale.
Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto
aveva difeso, pi per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a
Publio, non ebbe n animo, n eloquenza sufficienti in quel frangente. Pi tardi
Musonio riusce a guadagnarsi la stima di VESPASIANO evitando la cacciata dei
filosofi. Ci e per un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto da
TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli
altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da DOMIZIANO, che fa
uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio
minore si apprende che egli non era pi in vita. Si proclama suo discendente il
poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario,
sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non
lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si
ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di
cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono intitolati:
Che non necessario fornire molte prove
per un problema Su chi nasce con un'inclinazione verso la virt Che anche le
donne dovrebbero studiare filosofia Se le figlie debbano ricevere la stessa
educazione dei figli maschi Se pi
efficace la teoria o la pratica Sul praticare la filosofia Che si dovrebbero
disprezzare le difficolt Che anche un principe deve studiare filosofia Che
l'esilio non un male Il filosofo
perseguir qualcuno per lesioni personali? Quali mezzi di sostentamento sono
appropriati per un filosofo? Sull'indulgenza sessuale Qual il fine principale del matrimonio. Il
matrimonio un ostacolo per la ricerca
della filosofia. Ogni bambino che nasce dovrebbe essere allevato. Bisogna
obbedire ai propri genitori in tutte le circostanze. Qual il miglior viatico per la vecchiaia? Sul cibo
Su vestiti e riparo Sugli arredi Sul taglio dei capelli. Lo stile delle
diatribe semplice. In genere viene posta
una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso
costruito in modo figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il
paragone con il medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa
caratteristica si adatta bene alla sua personalit e al suo tipo di
insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano, inoltre,
frammenti minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo
(in numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che
potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di
Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto lungo abbastanza da rappresentare la sintesi
di un intero discorso. C', poi, un aneddoto in Elio Aristide ed Epitteto ne
racconta una mezza dozzina (11, per la precisione). Restano, inoltre, due
epistole, concordemente ritenute spurie. Musonio rappresenta, con Epitteto, il
principe MarcAurelio Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti pi
significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi corrisponde
appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo tempo, per
altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero radicale e
profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente, cio
mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti. Il ruolo della
filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa pi utile, in
quanto ci persuade che n la vita, n la ricchezza, n il piacere sono un bene, e
che n la morte, n la povert, n il dolore sono un male; quindi questi ultimi non
sono da temere. La virt l'unico bene,
perch da sola ci impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra
che solo il filosofo si occupi di studio della virt. La persona che afferma di
studiare filosofia deve praticarla pi diligentemente di chi studia medicina o
qualche altra attivit, perch la filosofia
pi importante e pi difficile da comprendere di qualsiasi altra
occupazione. Questo perch, a differenza di altre abilit, le persone che
studiano filosofia sono state corrotte nella loro anima da vizi e abitudini
sconsiderate, imparando cose contrarie a ci che impareranno in filosofia. Ma il
filosofo non studia la virt soltanto come conoscenza teorica. Piuttosto,
Musonio insiste sul fatto che la pratica
pi importante della teoria, poich la pratica ci porta allazione in modo
pi efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti
a vivere senza errori e abbiano la capacit di essere virtuosi, non ci si pu
aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilit di vivere
virtuosamente viva senza errori pi di qualcuno che non un medico esperto, un musicista, studioso,
timoniere o atleta ci si poteva aspettare che praticassero quelle abilit senza
errori. In una delle sue diatribe, si racconta il consiglio che offr a un re in
visita, dicendogli che deve proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere
cosa buono o cattivo, utile o dannoso,
utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose proprio il compito del filosofo. Poich un re
deve anche sapere cos' la giustizia e prendere decisioni giuste, il principe
studia filosofia, anche per possedere autocontrollo, frugalit, modestia,
coraggio, saggezza, magnanimit, capacit di prevalere nel parlare sugli altri,
capacit di sopportare il dolore e deve essere privo di errori. La filosofia,
sosteneva Musonio, l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virt. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offr tutto ci che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re aderisse
ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poich l'essere umano fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli
entrambi, ma quest'ultima richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo
richiede labituarsi al freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsit di
cibo, a un letto duro, allastensione dai piaceri e alla sopportazione dei
dolori. Questo metodo rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende
idoneo ad ogni compito. Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile
sviluppando il coraggio attraverso la sopportazione delle difficolt e
rendendola autocontrollata astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto
che l'esilio, la povert, le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un
filosofo deve disprezzare tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere
picchiato, deriso o sputato come n dannoso n vergognoso e quindi non avrebbe
mai litigato contro nessuno per tali atti, secondo Musonio. L'opposizione di
Musonio alla vita lussuosa si estendeva alle sue opinioni sul sesso. Pensa che
gli uomini che vivono nel lusso desiderano un'ampia variet di esperienze
sessuali, sia legittime che illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva
che a volte gluomini licenziosi perseguono una serie di partner sessuali
maschili. A volte diventano insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili
e scelgono di perseguire coloro che sono difficili da ottenere. Musonio
condanna tutti questi atti sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli
atti sessuali finalizzati alla procreazione allinterno del matrimonio sono
giusti. Denuncia l'adulterio come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti
omosessuali un oltraggio contro natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto
dal piacere vergognoso vile nella sua
mancanza di autocontrollo. Musonio difende l'agricoltura come un'occupazione
adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o all'insegnamento
di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio sottolineano
l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha sottolineato che ci che
si mangia ha conseguenze significative. Crede che padroneggiare il proprio
appetito per il cibo e le bevande fosse la base dell'autocontrollo, una virt
vitale. Sostene che lo scopo del cibo
nutrire e rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere.
Digerire il cibo non ci d alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a
digerire il cibo supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. la digestione che nutre il corpo, non il
consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo scopo quando lo
digeriamo, non quando lo gustiamo. Musonio sostenne la sua convinzione che le
donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica degli uomini con i
seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso
potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione buona o cattiva, onorevole o vergognosa. In
secondo luogo, le donne hanno gli stessi sensi degli uomini: vista, udito,
olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi condividono le stesse parti del
corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto, le donne hanno un uguale
desiderio per la virt e una naturale affinit con essa. Le donne, non meno degli
uomini, sono per natura compiaciute delle azioni nobili e giuste e censurano il
loro contrario. Pertanto, concluse Musonio,
altrettanto appropriato che le donne studino filosofia, e quindi
considerino come vivere onorevolmente, quanto lo per gli uomini. Suda 1305: Figlio di Capitone, etrusco, della citt
di Volsinii; filosofo dialettico e stoico, vissuto ai tempi di Nerone,
conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri. Ci sono anche lettere che
sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad Apollonio. Naturalmente per
la sua schiettezza, le sue critiche e il suo eccesso di libert fu ucciso da
Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che portano il suo nome e anche le
lettere (tr. Andria). Epistole. Di origine etrusca: cfr. Filostrato, Vita di
Apollonio di Tiana, Cfr. M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca (DETR),
Dublino, Ipazia Books. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe. Storie.
Storie, Cassio Dione. Girolamo, Chronicon, Titus Musonium Rufum philosophum de
exilio revocat; Temistio (Orationi), inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e
Musonio. A. Cameron, Avienus or Avienius?, in "Zeitschrift fr Papyrologie
und Epigraphik". L'attribuzione
data nell'estratto XV Hense: sicuramente questo Lucio era un allievo di
Musonio, e uno specifico riferimento in cui Musonio parla da esule a un esule
rivela che anche Lucio partecip al bando del suo maestro. Per la datazione,
nella diatriba VIII (60, 5) Lucio riporta una conversazione di Musonio con un
re siriano e dice, tra parentesi, che c'erano ancora re in Siria a quel tempo,
vassalli dei romani. Dato che l'ultima dinastia di sovrani siriani fu
detronizzata nel 106 d.C., Lucio deve aver scritto qualche tempo dopo questa
data. nell'edizione Hense del 1905. Una delle due una lunga lettera scritta da Musonio a
Pancratide sul tema dell'educazione dei suoi figli (dell'edizione Hense).
Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto Un re dovrebbe voler ispirare
soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La maest caratteristica del re che incute timore
reverenziale, la crudelt di quello che ispira paura (in Stobeo). A differenza
del suo allievo Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, Musonio
sottolinea l'interdipendenza tra anima e corpo. Questa visione, del tutto
coerente con il panteismo stoico, non
estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; cfr. Nussbaum, The Incomplete
Feminism of Musonius Rufus, Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of
Reason. Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome, ed.
Nussbaum and Sihvola, Chicago, The University of Chicago Press. Bibliografia C.
Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hense, Lipsia, Teubner, Cora Lutz, Musonius
Rufus, the Roman Socrates, in Yale classical studies. Dillon, Musonius Rufus
and Education in the Good Life: A Model of Teaching and Living Virtue.
University Press of America. Renato Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in
Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt. Berlino, Walter de Gruyter, Cynthia
King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Ed, Irvine. Create Space. D., Musonio l'etrusco. La
filosofia come scienza di vita, Roma, Annulli. Musnio Rufo, Gaio, su
Treccani.it Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio,
in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gaio Musonio
Rufo, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Opere di Gaio Musonio Rufo, su
Open Library, Internet Archive. Stoicismo Portale Antica Roma Portale Biografie
Categorie: Filosofi romani Filosofi Romani Stoic i[altre]. Nome compiuto: Luciano
Dottarelli. Dottarelli. Keywords: limplicatura di Musonio, Musonio, Etruscan
influence on Roman philosophy, Why Roman philosophy is not Greco-Roman The Etrurian connection. Etrurian as antique Etrurian as exotic for Indo-European Aryan
Latins (Romans). Refs.: Luigi Speranza, Grice e Dottarelli The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Drimonte: la ragione conversazionale e la setta di Caulonia -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Caulonia). Filosofo italiano. A Pythagorean, according to Giamblico. Drimonte.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Drimonte,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Duni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della costume, o
sia, sistema di dritto [sic] universal – il diritto romano universalizzabile – scuola
di Matera – filosofia materese – filosofia basilicatese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Matera). Abstract. Grice: “When Quinto
prefaced his collection of essays on political philosophy for Warnock’s Oxford
readers, he lists Machiavelli’s Il Principe along with Hegel, Philosophie des
Rechts. In Rome, it is all about the rechts – which they call the ‘diritto.’ My
conversational maxims, then, become ‘legal’ in Kant’s conception – ‘act as if
you maxim may become a universal law.’ When Kant uses ‘law’ he is thinking
‘legally’!” -- Filosofo materese. Filosofo basilicatese. Filosofo italiano. Matera,
Basilicata. Grice: “I like Duni; but of course he errs, as Kant does – for how
can a ‘sitte’ a mere costume, become ‘universal’ – yet that’s the oxymoronic
title of his tract, ‘scienza dei costume, ovvero, diritto universale’. Figlio di Francesco, maestro di cappella della
cattedrale di Matera, e fratello dei compositori Egidio Romualdo ed Antonio,
nell'ambiente familiare impara la musica scrivendo anche alcune composizioni da
gravicembalo, pur se non seguì le orme dei fratelli maggiori in campo musicale,
e fu avviato agli studi religiosi nel Seminario della città di Matera. Si laurea
in Napoli. Torna a Matera dove aveva già intrapreso la pratica di avvocato
presso la Regia Udienza e dove, chiamato da Lanfranchi, fu insegnante presso il
Seminario; lo stesso Palazzo del Seminario divenne in seguito sede del Liceo
Classico di Matera, che fu a lui intitolato. Dopo la morte del padre, lascia
Matera trasferendosi dapprima a Napoli e successivamente a Roma. Presso l'Università degli Studi La Sapienza
fu docente di diritto canonico e di diritto civile, e pubblica un Commentarius
in cui esponeva la dottrina giuridica del codicillo, con una dedica a Benedetto
XIV che in seguito lo sostenne nella sua nomina alla cattedra universitaria; a
Roma entrò in contatto con le opere di Vico, del quale divenne un convinto
sostenitore. Eleggendo Vico a suo maestro, si propose di realizzare un
programma di diritto universale come fonte di tutte le leggi e costumi umani. Partendo
dalla sua formazione cattolica, crede in Dio creatore del mondo e suo
legislatore, e non distinse l'etica e la giurisprudenza considerandole
integrative in quanto tendenti allo stesso fine, cioè a dare il senso della
vita, e quindi facenti parte entrambe della filosofia. Nacque così il “Saggio sulla
giurisprudenza universale”; sua opera fondamentale, dedicato al promotore della
politica riformatrice del Regno meridionale, il ministro Tanucci. Il “Saggio”
indica esclusivamente nel vero il principio unitario delle conoscenze umane, a
cui ricondurre anche la fondazione delle scienze morali. Il bene o vero morale
(Cicerone e buono), che differisce dal vero metafisico perché comporta anche
l'elezione volontaria del vero conosciuto, si esprime come onestà e come
giustizia. La morale propone l'honestum, cioè il bene secondo coscienza, e
opera dall'interno, invece il diritto indica la via per andare al giusto,
regolando i rapporti tra gli individui o soggetti e quindi la vita sociale. Successivamente
al Saggio, scrisse un'opera sul rapporto tra filosofia e filologia nell'ambito
della storia di Roma, ed in seguito una Risposta ai dubbi proposti da Finetti
in cui polemizzava contro Finetti difendendo la memoria del Vico. Pubblica a
Napoli la “Scienza del costume o Sia sistema del diritto universale”, dedicata
a Antonelli, in cui prosegue l'opera iniziata con il Saggio. Opere: “De veteri
ac novo iure codicillorum commentaries; “Saggio sulla giurisprudenza
universale”; “Origine e progressi del cittadino e del governo civile di
Roma”; “Scienza del costume o sia sistema
del diritto universale”. LA A falſa comune opinione adotta ta co me
un'affioma dai Politici, che le So cieti Civili naſcono colla forma di Governo
Monarchico, diede occaſione non meno agli antichi, che moderni Scrittori della
Storias Romana di formare di queſta Nazione tutt ' altra idea di quella, che fu
realmente. I vo caboli di Re e di Regno appreſi nel ſenſo di quei tempi, in cui
viſſero gli Storici, quando già fioriva in Roma la Monarchia, gli traſportarono
a credere, che il Governo cominciaſſe fin dal tempo di Romolo colla, forma
Monarchica. Taluni peraltro convinti da’ fatti contrari della Storia furono
obbligati a confeflare che ne' primi tempi di Roma quantunque regnaffe la
Monarchia, pure.que Ita non poteſſe dirá alſoluta ma che folle accom
accompagnata, e mifta di Ariſtocrazia, ' é, Democrazia; ' e che in conſeguenza
i Patrizi inſieme co ' Plebej rappreſentaſsero qualche dritto nel Governo, di
cui peraltro la ſomma foſse preſso de' Re. L'Idea adunque che tam luni
Scrittori fecero del Governo di Roma fin dal fuo nafcere, fu di conſiderare
Romolo co'ſuoi Succeſsori o per veri Monarchi; o per Monarchi, che aveſsero
comunicato parte dell'amminiſtrazione ai due Ceti di Patrizi, e Plebej,
riputando i Patrizi e Senatori, come Ceto di Cittadini illuſtri ricchi e favj,
im piegati dai Re nelle cariche più gelofe del lo Stato, ed i Plebej per Ceto
anche di Cit tadini ma ignoranti e vili, che ſerviſsero per le faccende
ruſtiche, e per la guerra; e che aveſsero qualche parte anche ne' pubblici
affari. Venne, come diſi, tal falfa opinione fo ſtenuta da quel comune errore,
che tutte le Società Civili non poſsano altrimenti comin ciare, fe non con la
forma Monarchica, non fapendo eſli immaginare con qual altra for ma di Governo
poſsa mai unirli, e comporli B un > 7
un Ceto di famiglie a convivere tra loro, ed a formare un corpo. Imperciocchè,
dico no efli, non è poſſibile di concepire il prin cipio di tal unione,
ſenzachè qualcuno di eſſi, o per violenza, o per fraudolente ambizione induca
gli altri alla di lui foggezione e Si gnoria; tantoppiù che non ſi faprebbe in
al tra maniera immaginare, come i Padri di fa miglia, i quali prima di entrare
in Società Ci vile, facendo ſenza dubbio la figura di Mo narchi nella propria
famiglia, pofsano ſenza il mezzo della violenza, o dell'inganno, ab bandonare
la propria Signoria col foggettarfi al Governo Civile. Su queſta mal fondata,
opinione incontrandoſi nel fatto della Nazio ne Romana, in cui intefero parlare
di Re, e di Regno nel ſenſo appreſo di Monarca, e Monarchia non dubitarono
punto di defi nire il Governo fotto Romolo, e Tuoi fuccef fori per Monarchico.
Ma poichè i fatti ſteſſi della Storia realmente non s'uniformano all ' Idea di
una perfetta Monarchia, furono co ftretti ad ainiettere una Mon: irchia mitta
di Ariſtocrazia inſieme, e Democrazia. Tutte Tutte le ragioni politiche, che
ſogliono ads durſi dagli Scrittori nel pretendere, che le So cietà Civili non
poſſano altrimenti nafcere che colla forma Monarchica, fono a mio giu dizio
tanto lontane dal dimoſtrarla, che anzi provano tutto il contrario, cioè, che
la unione de' Padri di famiglia, nel comporre la Società Civile, debba
neceſsariamente pro durre forma di Governo Ariſtocratico, e non Monarchico;
poichè fe effi non fanno im maginare, come tali particolari Monarchi di
famiglia poſsano ſoggettarſi alla pubblica, Podeſtà ſenza frode o violenza di
qualcuno di loro, io al contrario non ſo concepire,.come tal violenza o frode
d' un ſolo por fa eſser valevole ad obbligare un Ceto in tiero di Padri di
famiglia avvezzi a ſignoreg. giare in caſa propria per ſoggettarſi al Mo narca,
Qualunque voglia figurarfi la frode o la violenza d'un folo, egli è chiaro che
tali mezzi non faprebbero indurgli a foffrire di buon animo un totale
cambiamento di con dizione, quanto, lo è il paſsare da quella, in cui
trovavanli di Signori aſsoluti, a queſta di B 2 fud E fudditi, trattandoſi di
cambiare condizione in tieramente oppofta; ed ognun fa, quanto rin.: creſce al
Signore il paſſare di fatto dallo ſta to di comandare a quello di ubbidire. Che
ſe mi diceffero, che ciò nafce dalla violenza, cui non ſi può reſiſtere, io gli
riſpondo, che nei naſcimenti delle Repubbliche la for za d'un ſolo non è, ne
può eſſere parago nabile alle forze unite di tanti Padri di fa miglia, quanti
converranno ä formare la So cietà. Sicchè tanto è fupporre, che la forza d'un
folo baſti per opprimere gli altri, quan to è dire, che molti non fiano in
grado di vincere la violenza d' un folo; ciò che o non è affatto poſſibile, o
almeno lo potrà eſſere in qualche caſo troppo raro, e ſtravagante; ma la
ſtravaganza e la rarità non può in durre un ſiſtema generale. Quindi il preten
dere, che le Società Civili debbano necella riamente cominciare colla forma di
Governo Monarchico, è lo ſteſso, che fupporre la violenza, o la frode d' un
folo maiſempre ſuperiore alla forza, ed alla deſtrezza di mol ti; e ciò non
baſta, perchè biſognerebbe an che > 1 che ſupporre, che al numero di molti
non fc gli preſenti mai occaſione favorevole per re fiftere, e liberarſi dall'
uſurpato potere di un ſolo; cioche realmente s’oppone ad ogni no ftra
immaginazione. Se poi vorranno fingere, che dopo la violenza, o frode uſata dal
Mo narca per ſoggettare gli altri, poffa ſeguire il compiacimento degli ſteſſi
ſoggetti, forſe perché il Monarca ſia dotato di virtù tali, che baſtino ad
innamorargli, oltreché une tal ſupporto non ſi può ammettere general, mente,
incontra il maſſimo oſtacolo di non poterſi concepire, come gli Uomini avvezzi
a dominare poſſano cosi preſto invogliarſi della condizione oppofta di ubbidire
per qualunque ammirazione di virtù nella perſona del Moia. narca. Ma poi non è
poſſibile il concepire nel Monarca virtù degna di ammirazione preſo co loro,
che naturalmente, non fanno ſpogliarli di fatto del proprio carattere di
dominare, ſenzaché entrino almeno a parte della pub blica amminiſtrazione; fe
pure non vogliamo fingerli per Uomini affatto ftolidi ed alieni dalla maſſima
delle Umane paſſioni. Qui Qui potrei co ' monumenti pervenutici de gli
antichiſsimi Popoli dimoſtrare col fatto l? inſuffiſtenza di un tal ſentimento
dei Politici col riconoſcere nelle origini delle Nazioni tutt altra forma di
Governo, che la Monar chica; e che laddove eſli ſuppongono, che la Monarchia
ſia ſtata la prima a forgere nel le Società Civili, fi troverà maiſempre l'ulti
tima a venire dopo l' Ariſtocrazia, e Demo- ' crazia; perché la naturalezza
delle Umane vicende è tale, che i Padri di Famiglia nel formare la Società
Civile dovendo decadere da quella podeſtà afloluta, che eſercitavano in Caſa,
cercheranno di cedere il meno che ſia poſſibile dell'antica Signoria; poichè
l'Uo mo per natura non fa mutarſi di fatto da, uno ſtato ad un altro
direttamente oppoſto al primo, e perciò quando trovali nella contin genza di
dover paſſare da una condizione ſuperiore all' inferiore, procura ſempre di
paſſarci per gradi, e non di ſalto. Quin di è, che fe vogliamo ragionare a
ſeconda, dell'idee Umane, dobbiam dire, che tali Pa dri di famiglia qualora li
vedranno obbligati dalla dalla neceſſitii di laſciare la Monarchia del ta loro
famiglia, ſebbene converranno vo lentieri in Società Civile per trovare mag
gior ſicurezza coll'erezione della poteſtà pub blica compoſta di forze unite, e
per confi gliare ai vantaggi, e comodi della vita; pu Te non ſi diſporranno mai
a cedere dell'anti ca poteſta, fe non quanto biſogna per reg gerſi il Corpo
Civile, e quanto meno liane poflibile di quella dominazione, che lafciano. Or
la forma di governo, che dovranno fce gliere, farà certamente l'Aristocratica,
come quella, in cui fi cede il meno dell'anticas Signoria, formandoſi una
Podeſtà pubblica che riſiede nondimeno preſſo gli iteſi mem bri, che la
compongono, e nel tempo ſtello col Governo Ariſtocratico ſieguono a ſignorega
giare ſul Volgo, e ſulla Plebe, che ſi ricovera ſotto la loro protezione. Che
ſe poi vorremo fare un' efatto giudizio, come coll' andar del tempo dall'una
forma di Governo ſi fuol para ſare all'altra, poſſiamo qul accennare breve.
mente, che ſtabilitaſi la Societ: Civile nella ſua origine colla forma
Ariſtocratica, che dee ellere 1 B 4 priva d'ogni dritto Civile i Indi
l'oppreſſo eſsere la prima a naſcere, gli Ottimati na turalmente faranno
traſportati dall’amor pro prio ad opprimere, e tirannizzare il Volgo, o ſia la
Plebe, che ricoverandoſi ſotto la lo ro protezione, per ſoſtentare la vita,
rimane Volgo creſciuto in numero, maſſime col mez zo della procreazione, pel
deſiderio iſpiratoci dalla Natura di fottrarci dall' altrui tirannia, cogli
ammutinamenti e ſedizioni cerca di li berarſene; e quindi avviene, che dall'
Ari ftocrazia ſi paſſa alla Democrazia. Finalmente il Popolo tutto reſo
partecipe del Governo, naturalmente ſi divide in fazioni, le quali agi tandoſi
continuamente tra loro, non trovano altro ſcampo per ſalvarſi dalle guerre
Civili, che di ricoverarſi ſotto la Monarchia. E que Ito ſembra il corſo
ordinario e naturale delle Origini e de' progreſſi delle Nazioni tutte uniforme
altresì alle memorie pervenuteci del le antichiſſime Nazioni. Ma per non
partirci dal noſtro argomento, ci conviene di fermarci ſull' eſame del Go verno
Civile di Roma. E ſulla prima fa duo po po di ſviluppare dalle tante incoerenze,
che troviamo nella Storia, quella prima forma di Governo, che venne iſtituita
ſotto Romolo nel naſcimento della Città Romána. Dicia ino adunque, che la prima
forma diGover no iſtituita fin dal tempo di Romolo tanto è lungi, che fofle
ftata Monarchica, o miſta di Monarchia, che anzi ſi riconoſce chiaramen te
Ariſtocratica delle più feverè, che mai li poſſa immaginare, come realmente lo
furono le Nazioni tutte nei loro forgimenti. E pri mieramente l'efferſi
attribuita a Romolo, e ſuoi Re fucceffori la Monarchia, nacque fo vratutto,
come diſli, dalla falſa intelligen-. za della voce Rex, col di cui nome vennero
chianati tutti quei, che da ROMOLO fino al la creazione de' DUE CONSOLI ANNALI hanno
la cura di presedere, e far da Capi del Senato regnante. La voce “rex” nei
tempi, in cui gli Storici, come LIVIO e Dionisio compilarono la STORIA ROMANA, e
certamente appresa in SENSO DI “mon-arca”, come temps, in cui fioriva. la monarchia
e con un tal supposto non ſapendo neppur eſi immagina. re re altra forma di
Governo nel naſcimento della Città Roinana, andarono a credere, che o in tutto,
o in parte regnaſſe la Monarchia. Ma ſe vogliamo inveſtigare la vera originaria
fignificazione della voce Rex, troveremo, ch'ella viene da reggere, e ſoſtenere,
e che propriamente dinotava un Capo e Dace del la Repubblica, e non un Monarca
di pode Atà aſſoluta. La ſtella eſpreſſione di rex tro viamo uſurpata in tutte
le altre Nazioni, di cui ci è pervenuta la Storia; ma il Governo del le
niedeſime non ſi può attribuire a Monar chia ſenza ſmentire i fatti medefimi,
dai quali ſcorgeſi, che tali Re altro realmente non era no, che Capi, e Duci
delle Repubbliche: per che inſieme colla perſona del Re troviamo i Senati, da
cui definivanfi gli affari pubblici dello Stato. Soleaſi per altro diſtinguere
l' incombenza dei Re in pace ed in Città da quella, che rappreſentavaſi in
guerra; poi che qualora erano in piegati a far da Capita ni Generali a
comandare l'eſercito, ſpiega vano certamente una podeſtà affoluta, come quella,
ch'è troppo necelaria nel Capitan Gen Generale per lo buon regolamento delle
fac cende militari. Trattaſi in guerra di porre in eſecuzione all'iſtante le
opere militari, le qua li non ſoffrono dilazione, e richieggono la più rigoroſa
ſegretezza per forprendere l'ini mico, ed in conſeguenza i Re in guerra per
natura dell'impiego medeſimo ſpiegavano po teſtà aſſoluta, perchè non giova di
eſercitarſi colla dipendenza dal volere degli altri, è maf fimamente de'
Cittadini, come lontani e che non poſſono eſſer preſenti alle diſpoſizioni mi
Jitari, e perciò non ci dee far maraviglia, fe per conſigliare al pubblico bene
fafi co ſtumato di concedere al Re, quando coman da in guerra, una poteſtà
indipendente e Monarchica. Ma di qualunque carattere ftata foſſe lae poteftà
dei Re in guerra, non dobbiamo con fonderla colla podeſtà da effi loro
praticata in pace e nel Governo Civile dello Stato. In fatti Tacito narrando i
coſtumi degli antichi Germani ci fa ſapere che prello tali antis chi Popoli ſi
diſtinguevano i Re propriamen te 1 te detti nel ſenſo di reggere la Repubblica
dai Capitani Generali; poichè i primi fi eleg gevano dal Ceto degli Ottimati e.
Signori, ed i ſecondi fi ſceglievano tra quei, che li erano reſi celebri pel
valore, ' I Re, dices egli, ſi eleggono dal Ceto de' Mobili, e per Capitani
Generali ſi ſcelgono i più celebri nel valore; Ma i Re non rappreſentano pode
fà libera ed illimitata (a ); quanto a dire che la qualità di Re preflo gli
antichiſſimi Germani non produceva poteſtà fuprema, e Monarchica, tuttoche
Tacito gli aveſſe at tribuito il nome di Rex. Dionisio parlando degli antichi
Re della Grecia fcrive, che i Re delle antiche Greche Nazioni, preffo di cui il
Principato era ereditario, o pure elettivo, governavano col conſiglio degli
Ottimati, come lo atteſtano Omero, e gli antichiſſimi Poeti. Nè quei tali
antichi Re eſercitavano il Prin cipato con poteſtà aſſoluta, come veggiamo a
tempi (a ) Tacit. de moribus Germanorum 9. VII. Reges ex nobilitate, duces ex
virtute fumunt. Nec Regi bus infinita, aut libera poteftas. DI ROMA. 29 tempi
noftri (a ). La voce Rex adunque nell' originaria ſignificazione Latina
dinotava une Capo di qualunque Ceto, o di Repubblica, e non un Monarca z e
queſto Capo qualora veniva deſtinato a comandare in guerra; al lora fpiegava la
poteſtà aſſoluta; Ma nei tem pi poſteriori, quando le Nazioni pervennero allo
ſtato di Monarchia fi ritenne la ſteffa voce “rex”, che paſsò a SIGNIFICARE il
Monarca, quan to a dire, che il nome di Rex attribuito a ROMOLO, ed agli altri
Re successori, non può eſſere un argomento per definire il Governo Monarchico
nel naſcimento della Città Romana. Parliamo ora ad esaminare i fatti narratici
dagli storici, dai quali unicamente dipende lo ſchiarimento di queſto articolo.
Dioniſio, il quale a differenza degli altri s'impegna a de (a ) Dioniſio Antiq.
Rom. lib. 2. Graecanici Reges çerte, qui haereditarium Principatum fumerent,
quolve Populus fibi ipfe praeficeret, confilium habebant ex OPTIMATIBVS ut
Homerus, et antiquitlimi quique Poetarum teftantur.. neque (ut fit in noſtro
feculo ) veteres illi Reges ex ſui tantum animi fententia poo feſtatem
exercebant. deſcriverci minutamente l'origine del Govere no Civile ſotto ROMOLO,
febbene non ſeppe, formare un' eſatto e coſtante giudizio della forma del
Governo, pure ci ſomminiſtra ba. ftanti lumi, onde poſſiamno ſcovrire il vero.
E ſulla prima introduce un allocuzione fatta da. Romolo ai ſuoi Compagni ſul
propoſito di doverſi ſtabilire una forma di Governo che foſſe più utile, e più
atta per tener lon tana la Città dalle fedizioni Civili, e per di fenderla
dagl' inſulti dei Popoli eſteri. E qui ci rappreſenta Romolo per Uomo ben
iltrutto ed erudito delle Nazioni Greche, e delle Barbare, delle forme del loro
Governo della difficoltà nello ſcegliere la migliore; indi gli conſiglia a
riflettere maturamente l' affare, affinchè poteſſero riſolvere, se piutto fto
voleano ubbidire a un ſolo, o pure a pochi, moſtrandoſi pronto e pieno di
moderazione a ſeguire il loro volere. Dopo una ſpe cio Dioniſio antiq. Rom.
lQuum autem diffi çilis fit earum (vitae uempe rationum ) electio, juf lit
ciofa allocuzione i compagni di Romolo te. nendo conſiglio tra loro, non
dubitarono di preſcegliere la forma del Goveno Regio in perſona dello ſteſſo
Romolo, non ſolamente perchè l' aveano ſperimentata la migliore per quanto l'aveano
inteſo approvare dai loro Maggiori, ma perchè giudicavano, che con una tal
forma di Governo ſi otteneffero i due maſimi vantaggi, cioè la libertà propria,
e · l' impero preſſo degli altri (a). Da un tal racconto ognun vede, che Dio.
nilio fit eos re per otium conſiderata dicere, NUM UNI RECTORI, AN PAUCIS
PARERE MALINT. Etenim, inquit, quamcumque Reipublicae formain in ftitueritis,
ad eam recipiendam paratus fum, nec principatu me indignum cxiſtimans, nec
detrcaans imperata facere. (a) Dioniſio loc.cit.Illi, communicato inter fe con
filio, reſponderunt in hunc moduin: nobis nova Reid publicae forma non eft opus;
nec a majoribus proba tam, et per manus traditam mutabimus, fed et pri fcorum
conlilium fequimur, quos non ſine inſigni prů. dentia illam Reipublicae formam
inſtituiſſe credimus, et praefenti fortuna contenti ſumus; cur enim illam in.
cuſemus, quum fub Regibus contingerint nobis bona, quae apud homines habentur
praecipua, LIBERTAS ET IMPERIUM IN ALIOS Haec eft noftra de Republica fententia
&c. niſio compoſe tali narrazioni piuttoſto allas maniera, com'egli avrebbe
penſato di fare, che con quella, che Romolo realmente ufaf ſe preſſo i lnoi
compagni'. E tralaſciando di riflettere le tante improprietà di ſimile allo
cuzione, in cui ci propone Romolo per Uo mo iſtrutto delle Barbare, e delle
Greche Na zioni, anzi delle varie forme del loro Gover no; quando al contrario,
come dimoſtraremo a fuo luogo, i Romani per molti ſecoli fu rono affatto
ſconoſciuti ed ignoti, mallime alle Greche Nazioni, ci giova quì di notare
quell'eſpreſſione, che il Governo Regio po tea loro conſervare il pregio della
libertà, il quale certamente non ſi può ottenere colla Mo narchia preſa nel ſuo
vero fenfo di podeſa d' un ſolo aſſoluta, ed arbitraria; poiché an che ſul
ſuppoſto d'un Monarca dotato della più retta politica ę ſaviezza, e di coſtumi
i più ſublimi ed innocenți, il Popolo non può godere altro pregio di libertà,
ſe non quello, che deriva dalla rettitudine dell'animno dalla ſaviezza del
Monarca medeſimo; mais non ſi può pretendere ſotto la Monarchia di 1 DI ROMA.
godere il dritto e la libertà di reſiſtere, ed oppora al di lui ſentimento e
comando; poiché la forma Monarchica, come tale, racchiude la fuprema poteſtà
preſſo di una folo; e tutto il reſto del popolo potrà fo lamente eſercitare
quell'autorità, che pia ce rà al Monarca di comunicargli; ficchè ſi conſidera
allora ' tale autorità come dipen dente e ſoggetta maiſempre al voler del
Monarca e non libera del popolo, che l' eſercita per comando del Principe. Ed
ecco che Dioniſio leffo finora ci propone il Gover no Regio non già in ſenſo di
Monarchia, ma di Capo e Duce d ' un ceto d' Uomi ni, che intendono d'eſser
membri del Go verno medeſimo, per eſſere anch'eſſi a par te della libertà di
comandare. Siegue indi Dioniſio a narrare la diviſione del Popolo in Tribù, e
Curie, inſieme colla egual partizione de' campi, e de' terreni tralle Curie; e
poi paſſando alla diviſione de' Ceti fatta in Padri e Plebe, nel riferire il
carat tere che i Patrizi doveano rappreſentare nella Repubblica, chiaramente ci
atteſta, Tomo II. С che che ai Patrizi apparteneva la cura dei Sacri,
l'eſercizio de' Magiftrati, l'amministrazione della Giuſtizia, ed il Governo
della Repubblica unitamente con ROMOLO. Ę poco dopo narran do l'erezione del
Senato dal Ceto de? Patrizj replica lo ſteſſo, cioè, che Romolo avendo ri dotto
le coſe in buon ordine, immediatamen-: te creò dal Ceto de' Patrizj i Senatori,
i quar. li doveſſero ſeco lui amminiſtrare la Repubbli. E queſta ' erezione di
Senato l'affomi glia alle Repubbliche delle antiche Nazioni Greche ſulla
teſtimonianza di Omero, e di altri Poeti Greci, che fanno menzione di fimi li
Senati regnanti, cui preſedeva il Re, il qua le per altro facea da Capo e Duce,
in ma niera $ Dionifo loc. cit. Romulus porro poftquam difcre vit potiores ab
inferioribus, mox legibus latis praefcri plit, quid utriſque faciendum effet:
ut Patricii facra curarent, Magiſtratus gererent, jus redderent,SECUM
REMPUBLICAM ADMINISTRARENT. Dioniſio loc. cit. Ceterum Romulus poftquam haec in
decentem ordinem redegit, confeftim decrevit Se fatores creare, ut ellent,
QUIBUS CUM ADMINI STRARET REMPUBLICAM. DI ' ROMA. 35 niera però, che il Governo
della Repubblica riſedelle prello il Senato compoſto degli Ot timati, come per
l'appunto furono i patrizi di Roma. Indi riferiſce le particolari in combenze
attribuite a Romolo, come Capo del Senato, cioè, che prello di lui eſſer do
veſſe la principal cura dei Sacrifizj e del le coſe Sacre: che doveſſe aver
cura delle Leggi e de' Coſtumi Patri; che ſi riſerbaf ſe il giudizio per gli
delitti più gravi, e de' minori ne giudicaſſero i Senatori; che foſſe di ſua
incombenza di convocare il Senato ed il Popolo tutto, colla prerogativa di
dover eſſere il primo a profferire il ſuo ſentimento, ma che le determinazioni
del Senato dovef ſero dipendere dalla pluralità dei fuffragi; e finalmente, che
poteſſe ſpiegare Poteſtà aſſo luta in guerra, Paſſando poi a ſpiegare, C 2 qua
Dioniſio it. Graecanici Reges certe > qui hereditarium Principatum fumerent,
quoſve populus fibi ipfe praeficeret, conlilium habebant ex Optimatibus, ut
Homerus et antiquiſſimi quique Poetarum teſtantur &c. Dioniſio loc.cit. His
conſtitutis, honorcs, et potefta tes in fingulos Ordines diſtribuit. Regi
quidem eximia mune DEL GOVERNO CIVILE quale eller doveſſe l'autorità del Senato,
fcri ve, che gli affari del Governo ſi doveſſero dal Re proporre al Senato,
preſo di cui non di meno doveſſe riſedere la potefta fuprema di decidere col
mezzo della pluralità dei ſuf fragj, ſoggiungnendo inoltre, che un tal fix
ſtema di Governo folle ftato appreſo dalla Repubblica dei Lacedemoni, (fempre
col falfo fuppofto, che Romolo in tali tempi aveſſe avuto cognizione de' Papoli
della Gre cia ) in cui i Re non erano Monarchi, nè Die {potici del Governo, ma
ſemplici Capi del Senato il quale fpiegava la fuprema pote ftate munera fuerunt
haec: Primum, ut Sacrificiorum, et re liquorum Sacrorum penes eum eflet
principatus, per quem çumque gereretur quidquid ad placandos Deos attinet;
deinde uit legum ac conſuetudinum Patriarum haberet cuſtodiam, omniſque Juris,
quod vel natura di&ar, vel pacta et tabula fanciunt curam ageret; utque de
graviſſimis delictis ipſe decerneret, leviora permitteret Senatoribus,
providendo interim, ne quid in judiciis pece caretur; utque Senatum cogeret,
Populum in concio nem vocaret, primus fententiam diceret, quod pluçi bus
placuiſſet, ratum haberet. Haec Regi attribuit mu nia, et practerea fummum in
bello Imperium, (be neppur ftà nell'amminiſtrazione della Repubblica. Da tutto
queſto racconto di Dioniſio non v'è chi pofſa negare, che Romolo non eb
l'ombra, della poteſtà Monarchica; poichè colla coſtituzione del Senato la
poteità ſuprema riſedeva preſſo il Senato medeſimo, e preſſo gli Ottimati; e
che tutto quello, che fu attribuito alla perſona del Re, conſiſte va nel fare
da Capo del Senato Regnante col la ſemplice prerogativa di poter proporre gli
affari, e di eſſere il primo tra i Senatori 2 profferire il ſuo fentimento; ma
che la poteſtà di determinargli riſedeſſe preſſo il Ceto dei Senatori, in
maniera che le determinazioni ſi coſtituivano colla pluralità de' Suffragj, a
cui il Re medeſimo dovea foggiacere; ciocchè non ſolamente eſclude ogni idea di
Monarchia, ma C3 ci Dioniſio loc. cit. Senatui vero dignitatem ac po teſtatem
hanc addidit, ut is s de quibus à Rege ad ipſum referretur, de his decerneret,
et ferret calculum, ita ut ſemper obtineret plurium ſententia. Id quoque a
Laconica Republica defumtuin eſt; Lacedaemonio, rum cnim Reges non erant fui
arbitrii, ut, quidquid vellent, facerent; fed penes Senatum erat tocà publi cæ
adminiftrationis poteftas. ro ci
manifeſta chiaramente una perfetta Ariſto crazia compoſta di Senatori, i quali
furono eletti dal Ceto nobile de’patrizj. Egli è ve che il re di Roma ſpiegava
la poteſtà aſſoluta ſoltanto in guerra; ma queſta, come dicemmo, non toglie, nè
s’ oppone alla for ma del Governo mero Ariſtocratico, perchè in tutte le
Ariſtocrazie troviamo tal poteſtà ſuprema nella perſona del Capitan Generale,
per la ragione di non poterſi altrimenti eſer citare con felice effetto il
comando del Du ce dell' Eſercito: E qui giova d' oſſervare, che ſebbene nelle
Ariſtocrazie il Capitan Generale faccia ufo di poteſtat aſſoluta in guer ra;
pure la dichiarazione della guerra, e tut to ciò, che appartiene al ſiſtema
generale di eſercitarla, dipende dal volere dello ſteſſo Se nato regnante,
quatito a dire, che tutta live poteſtà ſuprema del Capitan Generale ſi ridu ce
ad eſeguire gli ſteſſi ordini del Senato éd a riſolvere all'iſtante da ſe
medeſimo ciò che non ſoffre dilazione, e l'attendere l'ora colo del Senato
ſarebbe inutile e dannoſo Del rimanente la forma del Governo ſi diſtin gue
ITgue non già dall'uſo della poteſtă, che ſi eſercita in guerra, ma dalla
ragione delle pubbliche determinazioni, le quali, qualora dipendono dall'
arbitrio di quei pochi, che compongono il Senato, ci manifeſtano chiara mente
l'Ariſtocrazia, e non la Monarchia, anzi neppure un miſto dell'una è dell'altra;
perchè la coſtituzione d'un Capo del Senato, ſempreche tutte le pubbliche
determinazioni ſono riſerbate alla pluralità de' Suffragj dei Senatori s non ſi
può aſcrivere, che ad un più ordinato regolamento del Senato mede ſimo, come
avviene in tutti i Ceti di per fone, in cui vi ſia un Capo, il quale ſembra
effer neceſſario, affinchè ſia meglio regolato il Corpo intiero di quei, che lo
compongo ño; ma non già che la coſtituzione del Capo vaglia à mutare o alterare
in minima parte il fiftemå del Ceto medeſimo. So bene, che anche nelle Monarchie
fogliono eſſervi i Se nati, maſlime de Grandi dello Stato ma cali Senati ſono
di gran lunga diverſi da quello, che fu ſtabilito in Roma forto Romolo; poi chè
il Monarca talvolta ſuole commettere a C4 quals
0 qualche Geto di Perſoné la deliberazione de gli affari, o pubblici, o
privati; ma tali de liberazioni non oltrepaſſano i confini d'un mero configlio,
ſicchè rimane maiſempre al Monarca la facoltà di approvare, di repu diare la
deliberazione; quanto a dire, che la determinazione dipende maiſempre dall'
arbitrario fuo volere e non dai ſentimenti dei ſuoi Conſiglieri; ragion, per
cui nelle Mo narchie ſi trovano talvolta ſtabiliti tali Ceti di perſone, che
ſogliono aver nome di Con ſiglieri del Monarca. All'incontro il Senato di Roma
era compoſto di perſone, di cui ognu na ſpiegava uguale autorità a quella di Ro
molo per le pubbliche determinazioni, e queſta tal ſorta di Senato Regnante è
quel la propriamente, che coſtituiſce la vera forma di Governo Ariſtocratico.
Quindi pof ſiamo francamente affermare, che dove re gna la Poteſtà fuprema nel
Senato, ivi non vi può eſſere neppur l'ombra della Monar chia, ed al contrario
dove regna la Monar chia, ivi non può eſſervi Senato di poteftà ſuprema; perchè
l'una e l'altra forma di governo come verno non ſi diſtinguono in altro, ſe non
che nella Monarchia la poteſtà fuprema riſiede in un folo, e nell' Ariſtocrazia
in molti. Ma per eſſer meglio convinti d'una tal ve rità, ci conviene di
eſaminare con maggior diſtinzione quel Capo di Poteítà, che riguar da lo
ſtabilimento delle Leggi, il quale più d'ogni altro fa diſtinguere la Monarchia
dal? Ariſtocrazia, ſecondo che venga eſercitata da un ſolo, o da molti, è che
ſecondo il ſenti mento di tutti i Politici ſi conſidera la maſſima nell'
amminiſtrazione dello Stato. In fatti tra tutte le pubbliche deliberazioni la
più ſpecioſa ed importante è certamen te quella, che diceſi poteſtà Legislativa;
poi chè lo ſtabilimento delle Leggi, come quel lo, che più d'ogni altro
riguarda l'intereſſe e la pubblica tranquillità, è il punto più ge lofo, che
poſſa eſſervi nel regolamento del le Società Civili, e come tale ci manifeſta,
e ci fa diſtinguere ad un tratto la Monarchia dall'Ariſtocrazia. La ragione ſi
è, perchè pre ſcriver la Legge allo Stato altro non è, che obbligare e
ſoggettare tutti i particolari mes
membri del Corpo Civile alla cieca obbedien za di ciò, che la Legge
comanda; e perciò ñon li può riconoſcere poteſtà più ſublime di quella di poter
comandare la Legge. Or fen za biſogno di ſoggettarci ſu tale articolo ai
ſentimenti degli Storici; qualora ci riuſciſſe di dimoſtrare, che la Poteſtà
Legislativa di fat. to riſedeva non nella perſona di Romolo, ma preſſo l'Ordine
del Senato regnante, non ci rimarrà luogo da dubitare, che l'iſtituzio ne del
Governo folle di forma mera Ariſto craticào É qul fa d’uopò di ricorrere alla
narrazio ñê del Giureconfulto Pomponio nella Legge feconda de Origine juris į
ove impreſe con particolari cura à trattare dell'origine delle Leggi Romane ·
Ci fa egli ſapere, che ſul principio il Popolo Romano ſi regolava ſenzos leggi
certe e determinate; ma che tutto ſi go Bernava col mezzo della dutorità del Re.
A tal de Orig. Juris: Et quidem initio Ci vitatis noftrae Populus fine lege
cerca, fine jure certo pri A tal narrazione di Pomponio gl' Interpreti del
Dritto Civile, valutando aſſai più la di lui Autorità, che quella di Dioniſio
li dettero a credere che realmente il Governo iſtituito fotto Romolo folle
itato Monarchico, poichè (dicono eſli ) ſe ne primi principi della fonda zione
di Roma al dir di Pomponio non v'era no leggi ſtabilite, e determinate, ma
tutto li regolava collº autorità del Re, ne liegues neceſſariamente, che la
forma del Governo cominciare dalla Monarchia. Ma io non sò, come tali
Interpreti poſſano formare da quelle parole di Pomponio un tal giudizio, quando
dall' altre, che ſeguono, li dimoſtra il con trario. Indi (fiegue Pomponio )
eſſendoſi ing qualche maniera ingrandita la città, dicéſi, che lo ſtesſo Romolo
aveſſe diviſo il Popolo in trenta parti, chiumate CURIE a motivo, che allo
primum agere inſtituit, omniaque manu Regis guber nabantur. NellePandette
Fiorentine leggefi MAŇU A REGIBVS GVBERNABANTVR ma de ciocchè fregue, e dall'
eller direito il diſcorſo di Pomponio alla perfona di Romolo, dee fi piuttosto
abbracciare la lezio ne volgata, omniaque manu Regis gubernabantur. allora
Spediva gli affari della Repubblica coi ſentimenti, e colle determinazioni
delle medeſime Curie; ed in tal maniera promulgò egli alcune leggi dette
CVRIATE, come fecero altresì i Re ſuoi successori. Or fe folle vero, che Romolo
cominciaſſe a governare la Città colla fornia Monarchica, dovrebbe eſſer falſo,
che lo ſteſso Romolo indi ſtabiliſſe la Repubbli ca degli Ottimati, con
attribuire al Senato l' Autorità ſuprema di diſporre degli affari pub blici per
mezzo della pluralità de' Suffragi. Nè vale il ſupporre, che Romolo regolaſſe,
la Città coi ſentimenti delle CURIE di puro conſiglio, quafi che ſi riſerbaffe
l'arbitra rio volere di ſeguire, o di ripudiare tali fen timenti. Imperciocchè
lo ſtello Pomponio chia ramente s'eſprime, che gli affari ſi determi navano per
Sententias partium earum, che in buon (a ) Poftea au&a ad aliquem modum
Civitate ipfum Romulum traditur, Populum in triginta partes divififfe, quas
partes Curias appellavit, propterea quod tunc Reipublicae curam per Sententias
partium caruni expediebat; et ita leges quaſdam et ipfe Curiatas ad Populum
tulit. Tulerunt et fequentes Reges. buon latino non poſſono ſignificar
Configlio; ed oltracciò le Leggi ſi chiamarono Curiato non per altra ragione,
fe non perchè le de terminazioni venivano preſcritte co' ſentimens ti delle
ſteſse Curie, e non dall' arbitrario vo lere di Romolo. Egli è vero, che tali
Leggi coll'andar del tempo furono anche dette Regie a cagion che ſi proponevano
dai Re ne' Comizj Curiaci; ma poichè tutti gli Storici con vengono
nell'affermare, che gli affari li de terminavano dalSenato a relazione degli
ftelli Re, come Capi di quella adunanza, non ci dee far maraviglia, ſe le Leggi
ſi foſſero dette anche Regie; perchè venivano propoſte dal Capo del Senato, cui
ſi dette il nome di Re. Dunque fe vogliamo credere più a Pompó nio, che a
Dioniſio, pure ſiamo obbligati coll'autorità dello ſteſſo Pomponio di ammet
tere ne' tempi di Romolo l'Aristocrazia, u non la Monarchia; perché altrimenti
non ſi potrebbero comporre le prime colle ſeguen ti parole del Giureconſulto.
All'incontro egli farebbe coſa ridicola il ſupporre, che pri ma di ſtabilirſi
le leggi certę, Romolo governaſse da Monarca, e che poi iſtituiſſe l'
Ariſtocrazia; e quando anche potefle'aver luogo una tal fuppoſizione, non
dobbiamo at tenerci a quel che foſſe ſeguito, prima che ſi dalle una certa
forma al Goveșno, la quale non fi dee ripetere, fe non dal tempo, in cui la
Città preſe i ſuoi certi regolamenti. Ма,per meglio chiarirci di tal verità,
con „ viene di riflettere, che quella eſpreſione di Pomponio, cioè, che fu i
principi della cit tà non v'erano leggi certe, ma che tutto ve niva regolato
coll'autorità di Romola, non può ſignificare forma di governo monarchico, come
è itata appreſa dagl' Interpreti. E qut fa d 'uopó d'inveſtigare la vera
ſignifi çazione di quelle parole, Omniaque manu Regis gubernabantur. La voce
Manus, è vero, che per traslato • ſtata anche appreſa da' Latini in ſenſo di
poteftà (a); pure non hanno 1 I Latini
quandą apprefero la voce Manus in senſo di POTESTA', s' avvalſero di quelle
locuzioni IN MANU ESSE, HABERE, IN MANUM CON VE DI ROMA, 47 hanno mai detto
gubernare manu in ſenſo di governarc, colla poteſtà; nè mai trovaremg gubernare,
o regere, o altre fimili parole in ſieme colla voce manu, per ſignificare
poteſta nel governo, Molto meno può adattarſi alla voce manus la ſignificazione
di arbitrio, o la diſpotiſmo, come piacque ad altri Inter preti; perché un tal
difpotiſmo altro non è, che poteft fuprema, ed indipendente; ma comunque ſi
apprenda tal poteſtà, ſiamo pur troppo ſicuri, che nel linguaggio latino quel
gubernare many non ſi può apprendere in ſen ſo di poteft. In queſta eſpreſſione
adunque di Pomponio la voce manus deeſi riferire a tutt'altra intelligenza, che
a quella di po teſtà; e poichè tal voce è ſtata anche appre fa dai Latini in
ſenſo di forza, e di valore di corpo, o d'animo, come la troviamo in tan te
locuzioni (a), non poſſiamo fpiegare il detto VENIRE > DARE, MANU MITTERE
fimili. (a) Nel fenſo di FORZA, VALORE, E CO RAGGIO i Latini han detto MANUS
MILITARIS, MA detto di Pomponio, ſe non nel ſenſo d ' ef ferli in quelle prime
origini della Città re golati gli affari colla forza, col valore, e col la
guida di Romolo, come quegli, che tra quelle poche perſone, che ſi unirono ſeco
lui nella fondazione della Città, facea la fi gura di Capo e Duce. E queſta
intelligen za ci fa intendere altresì tutto il compleſſo del racconto di
Pomponio; poichè, dic'egli, che ne' principi il Popolo vilfe ſenza legge certa,
fine lege serta, fine jure certo; perché prima di ſtabilirſi moltitudine cale
di abitanti, che formafle un corpo abile a comporre una Società Civile, non
v'era biſogno di formare leggi e regolamenti pubblici, ma tutto re golavaſi con
quei medeſimi coſtumi, fecon do i quali erano ſtati educati quegli ſteſli, che
unironſi con Romolo; e perciò dice Pomponio, che ſi vivea ſenza Leggi certe,
perché MANUS ARMATA, MANUM CONSERERE, IN JICERE, INFERRE MANUM ALICUI REI
IMPONERE, MANU DOCERE, e fimili. E noz Italiani abbiamo ritenuta l'eſpreſione
di MANO RE GIA per hgnificare la forza legittima dello Stato di pronta, e
spedita eſecuzione. D'L ROMA.perchè allora la Legge era la voce mede ſima del
Capo dell'unione, il quale poteva occorrere ad ogni diſordine. Ma quando poi
crebbe la moltitudine degli Abitanti, allora biſognava di ſtabilire le Leggi,
non poten doli regolare un Corpo Civile colla fola voce parlante del Duce. In
fatti le Leggi certe e ſtabilite altro non ſono, che voci mute di chi governa;
e ſiccome per regolare i pic coli Corpi può baltare la voce parlante di chi gli
regge, cosi moltiplicataſi l'unione degli abitanti, e pervenuta al grado di
formarli un Corpo conſiderabile richiede neceſariamente lo ſtabilimento di
Leggi certe, le quali pre ſtino l'uffizio della voce medelima di quel Ceto,
preſso di cui riſiede la pubblica pote ftà. Ciò ſuppoſto, fino a tanto che
Roina ven ne abitata da piccol numero di perſone, la vo çe parlante di Romolo
baſtava per regolare gli affari; ma moltiplicatoſi il numero, fi do vette
venire alle determinazioni delle Leggi certe, non potendoſi altrimenti
ſoſtenere un Corpo Civile. Ma prima di ſtabilirfi tali Leg gi non poſſiamo
ſupporre, che Romolo co D man mandaffe coll'arbitrario fuo volere; perchè lo
Steffo Po mponio ci aficura, che quando ci fu biſogno di stabilire le Leggi
certe, furono queſte determinate colla pluralità de' fuffragi delle Curie, o
ſia del Senato; e poichè non è poſſibile l'immaginare, che il Governo per coså
breve tempo dipendeſse dal voler del Mo barca, e che immediatamente poi
paffalle nella poteſtà Ariſtocratica, perciò dobbiams conchiudere coll'
autorità dello ſteſſo Pompo nio, che fin dal principio la Città fu eretta colla
forma del Governo Arittocratico. Ne G può conoſcere altra divertità tra quel
tempo, in cui fi vivea ſenza Leggi certe, e quell' altro, che venne
immediatamente, in cui furo no ftabilite le Leggi, fe non che in quello la
poteſtà degl’ottimati ſpiegavafi colla voce parlante di Romolo, manu Regis,
laddove in quefto il Senato fpiegava la sua potestà colla voce muta delle
ſtabilite Leggi; ma l' uno e l' altro tempo riconobbe la medeſima forma, Aristocratica;
Quindi è ancora, che quelle locuzioni di Pomponio ſine Lege certa, fine's jure
certo, non si poſſono apprendere, come fecea fecero alcuni Interpreti, quaſiché
il regola mento in quel tenipo folle vario ed inco ftante, perché non ſi può
fingere ſocietà d’uomini, che vivano ſotto un yario fiftema di Regolamento, ma
ſi debbono riferire a quella intelligenza, che meritano, cioè che tutto veniva
preſcritto a voce ſecondo le opportu nità delle contingenze, che ſpiegavali col
mezzo di Romolo loro Capo; perché non v ' era biſogno ancora di ſtabilirſi
leggi certe, come figui poi colla moltiplicazione degli abitanti, Siegue
Pomponio a narrare, che eſéndoli diviſo il Popolo in trenta Curie, coi di cui
ſentimenti li determinavano gli affari, allo ra cominciaffero a ſtabilirli le.
Leggi cere te, che furono perciò dette Curiate, come fecero altresi i Re fuoi
fucceffori: Et ita le ges quafdam cuo ipſe Curiatas ad Populam tri lit,
tulerunt eam fequcntes Reges: 1 qut gł Interpreţi del Dritto Romano per
ſoſtenere la sognata monarchia di Romolo caddero in tun'altro equivoco
nell'apprendere l'espressione di Pomponio di ferre legem ad populum in fente D2
d'ef d'eſſerſi comandate le leggi da Romolo, e dai Re fuoi fucceffori. E
febbene una tale interpretazione ſi oppone direttamente a cioc. chè lo ſteſſo
Pomponio riferiſce nelle parole antecedenti, cioè che il governo della Re
pubblica ſi amminiſtrava per mezzo de' fen timenti delle Curie: propterea quod
tuma Reipublicæ curam per ſententias earum partium expediebat; pure abbagliati
da quel guberna bantur manu Regis, ſi videro obbligati a rico noſcere nella
perſona di Romolo e degli al tri Re la poteſtà fuprema di comandare le leggi.
Siminaginarono dunque, che lo ſta bilimento delle Curie non toglieva al Re la
poteſtà Monarchica, poichè febbene il Sena to interveniva nelle deliberazioni
dello Stato, pure i ſentimenti delle Curie ſi debbono ri ferire piuttoſto a
ragion di conſiglio, e che in conſeguenza la poteſtà di comandare le Leggi
riſedeſſe preſſo di Romolo, e ſuoi Re ſucceſſori. Or (dicono eſli) ſe la
poteſtà di co mandare le Leggi, al dir di Pomponio, fpie gavaſi dal Re, ne
ſiegue, che la forma del Governo debbafi attribuire anzi a Monarchia, che, che
ad Ariſtocrazia. Ma io non só intendere con qual fondamento poſſano afcrivere
l'e ſpreſſione latina di ferre legem ad populum al fenſo di comandare, e
preſcrivere la legge, quando al contrario egli è coſa notiſlima pref fo i
Latini, che il ferre legem nella ſua vera intelligenza ſignifica ſemplicemente
il propor re la legge per determinarji, o ripudiarſi, e non il preſcriverla, e
comandarla; anzichè qualora dagli Scrittori Latini al ferre legem fi aggiligne
ad populum, ad plebem, e ſimili, non v'è eſempio, che foſſe ſtata mai tal lo
cuzione appreſa in ſenſo di comandare la leg ge al Popolo, alla Plebe, ma
ſempre nel ſen ſo di proporla, per determinarſi dal ceto del popolo o della plebe.
E quando la lega ge propoſta veniva coi fuffragi ſtabilita v preſcritta, allora
diceaſi lex juſſa, condita; ſic chè altro era il ferre, altro il jubere legem;
il ferre fignificava proporre, ed il jubere pro D 3 pria (a ) Vedi Briſſonio de
Formulis. il quale traſcrive i laoghi degli Scrittori Latini ſu sale articolo priamente
dinotava la determinazione, o sia le juffione della legge. Tra gli altri
Scrittori Latini ſono innumerabili i luoghi di Livio, in cui cgli îi avvale
dell' eſpreſsione di ferre legem, o pure rogationem, nel ſuo vero ſenſo di
propar re, e non già di comandare, e ſoprattutto quando riferiſce le
pretenſioni de' Tribuni del la Plebe, in cui fa uſo della voce ferre ine fenſo
ſempre di proporre o promuovere, e lis mili, e non mai di preſcrivere, o
comandare, perchè i Tribuoi della Plebe non aveano altra facoltà, fe non quella
di promuovere, e di eſporre le petizioni del Ceto plebeo, e non già di
comandarle. Ma per eller convinti di queſto vero ſenſo ſecondo l'originaria fua
fi gnificazione baſta un luogo folo di LIVIO (si veda), in eui eſpreſamente ſi
addita la differenza tra "! ferre, e jubere legem. Racconta egli, che
pell'anna 372. il Senato ordinà, che ſi fosſe pro poſto al Ceto plebeo la
deliberazione d' intimark la guerra a' Popoli di Veletri. I Patrizi co nofcendo
d' eſſerſi laſciata più volte impunitra la ribellione de' cittadini di Veletri,
decreta rono, che al più preſto che fosſe poſſibile, ſi pro poneffc SS ponefe,al Ceto plebeo l'affare d'
intimarye loro la guerra, e che propoftafi una tal delibera zione tutte le
Tribù conſentirono a coman dare', e determinare una tal guerra. E qui Livio
eſpreſſamente fi avvale della voce fer re, quando parla di proporſi l'affare al
Ceto plebeo, e della voce jubere, quando riferiſce la juffione della guerra
ſeguita coi fuifragj di tutte le Tribù (a ). Egli è vero, che l' eſpreſ Gone di
ferre legem é ſtata poi dai Latini tra ſportata anche a fignificare la
promulgazione della legge in quelle locuzioni Lata lex eft, e limili; ma
neppure "la trovaremo uſurpata in queſto ſenſo, quando ci ſi aggiugne ad
Populum, ad plebem c. perchè allora ritie ne l' originaria ſignificazione di
proporre, e non di promulgare (.b). Comunque però fi D4 ap LIVIO. Id Patres rati contemptu accidere, quod
Veliternis Civibus ſuis tamdiu impuni ' ta dete &tio effet, decreverunt, ut
primo quoque rem pore ad populum FERRETUR de bello cis indicen do...... Tum, ut
bellum JUBERENT, latum ad Populum eft; et nequidquam diffuadentibus Tribu nis
Plebis, omnes Tribus bellum JUSSERUNT. Tum ut bellum juberent, LATUM AD PO
PULUM EST. Livio loc. cit. apprenda, o in ſenſo di proporre, o di pro mulgare,
egli è fuor di dubbio, che non mai può ſignificare juffione è determinazione
della legge. Ciò ſuppoſto, per ritornare ora a Pomponio, ognun vede, che le di
lui parole: Et ito leges quaſdam et ipfe Curiatas ad populum tue lit; tulerunt
ex Sequentes Reges non pofſono apprenderli nel ſenſo, che Romolo, e gli altri
Re aveſſero preſcritte le leggi Curiate ſe non vogliamo tacciare il
Giureconſulto per ignorante del linguaggio latino, ma quel tu lit ad populum
deeſi riferire a quella facoltis che riſedeva ſoltanto preſso la perſona del Re,
di proporre gli affari pubblici in Senato, ed in conſeguenza le leggi, la di
cui juffio ne nondimeno dipendeva dal fuffragio delle Curie medesime per
fententias earum partium, e non dall'arbitrario volere del Re; e le leg gi fi
diſſero Curiate non per altra ragione, ſe non perché vennero preſcritte, e
comandate dalle Curie, e non dal volere del Re, quan tunque egli come. Capo del
Senato, e come riconoſciuto per lo più abile e favio trai Senapa " DI ROM
A 57 Senatori godeſſe la facoltà di proporre cioc chè gli ſembrava più
eſpediente per l'ottimo regolamento dello Stato; ma' una tal prero gativa fu
fpiegata' altresì dopo il diſcaccia-, mento de'Re dai Conſoli, dai Tribuni mili
tari di poteſtà Confolare, dai Ditcatori, e da altre Magiſtrature di ſublime
autorità, le quali tutte proponevano al Senato, alla Plebe, al Popolo tutto, le
determinazioni degli affari pub blici, e maſſime delle leggi; niuno però fin è
ſognato finora di aſcrivere la forma del Governo ſotto i consoli a Monarchia,
perchè la ragione di Capo d'un Popolo senza carattere di potestà assoluta non
può produrre monarchia, fe non vogliamo confondere ! idea del governo monarchico
coll'aristocratico e democratico. winno Conchiudiamo adunque. Gli Scrittori
chepiù degli altri ci narrano con qualche diſtinzione la forma del Governo
tenuta ſotto Romolo, fo no Dioniſio, e Pomponio. Il primo ci de fcrive
chiaramente la coſtituzione del Senato, dal di cui arbitrio dipendevano le
determina zioni degli affari e l'intiero regolamento dello dello Stato, ciocchè
eſclude di fatto ogniom bra diMonarchia in perfona di ROMOLO. Il fecondo non
ſolamente non fi oppone a quan to riferiſce Dioniſio, anziché ce lo conferma
più chiaramente, prima col riferirci, che nel naſcimento della Città non
v'erano leggi cer te e preſcritte, ma che tutto regolavaſi col conſiglio e
guida di Romolo, ed indi cot narrarci, che creſciuta in qualche maniera la
moltitudine degli abitanti, fu neceffario di venirli allo ſtabilimento delle
leggi certe. Quali leggi inſieme col reſto de' pubblici af fari, eſſendoſi
diviſo il Popolo in trenta Cu rie, furono preſcritte col fuffragio delle me
defime; ragion, per cui fi diſsero leggi Cum riate; e che finalmente la
prerogativa di Rom molo, come Capo del Senato, fi riduceaus alfa - facoltà di
proporre predo il Ceto de Se natori ciocchè gli ſembrava opportuno per
determinarli gli affari dal Senato medeſimo per ſententias carum partium. In
fomma, che Je leggi col reſto delle pubbliche determinazia -ai fi ſtabilivano
colla juſsione delle Curie, o fia del Senato, non si può negare per l'alt
torita DI ROM A.torità di Pomponio, di Dioniſio, di Livio, e di tutti gli
Storici, i quali concordemente combinano ſu tale articolo. Il determinarli gli
affari per ſententias delle ſteſſe. Curie e de Senatori, in buon latino non può
fignifica re pareri confultivi, ma juſsione per mezzo della pluralità de*
fuffragi. Quel tulit leges ad populum attribuito a Romolo, ed ai Re fuc celori,
altro non contiene, che la facoltà del Re nel proporle, e non già nel
comandarle, e prefcriverle. Dunque dai detti degli ſteffi Storici siamo
convinţi, che la forma del Gom verno iſtituita fatto Romolo non ebbe nep pur
l'ombra dellaMonarchia, perché doves vi è Senato, preffo di cui rilieda la
poteftà. ſuprema di decidere gli affari dello Stato, ivi non vi può regnare il
Monarca. E per ultimo troviamo nella Storia Civile di Romaun fatto
incontraſtabile, che di ſya natura ci dimoſtra, quanto foffe lontano dalla
Monarchia il Governo Civile iſtituito foto Romolo. Egli è troppo noto il dritto
di Pa tria poteſtà, che eſercitavaſi in Caſa dal Citta dino Romano ſulla ſua
famiglia ſenza limiti, @fen. 3 e fenza la minima dipendenza dal re, o dal
Senato. Non intendā io qui di quella potefta patria praticataſi nei tempi
poſteriori, e maf fime fotto gl’Imperatori, ma di quell'affolu to Impero Paterno
eſercitato fin dalla fonda zione di Roma, e che dai Decemviri fu tra-. ſcritto
nelle xir. Tavole, come riferiſce Dio-, niſio (a ). Era certamente la Patria
poteſtà di quel tempo fornita d'un aſſoluta dominazio ne ſulla ſua famiglia,
finanche verſo i pro prj. Figli, fovra di cui il ' Padre eſercitava dritti di
vera Monarchia, com'era l'effer di ſpotico della vita, e della morte loro (b),
eltre dell'arbitraria facoltà di poterli vende re, in manierachè dopo la terza
vendita i Fi gli di liberavano dal diſpotiſmo Paterno. Or queſto dritto Patrio,
che con vera efpref fione Antiq. Rom. lib. 2. Sull' autorità di Dioniſio gl'
Interpreti del dritco Romano compoſero quel capo di legge delle mit. Tavole con
quelle parole: ENDO LIBERIS JUSTIS VITAE NECIS VENUM, DANDIQUE POTE STAS EI
ESTO. SI PATER FILIVM TER VENVM DUIT, FILIUS A PATRE LIBER ESTO: altro capa
delle? fione da Valerio Massimo e da Quintiliano venne detto Patria Majeſtas,
fu eſerci tato dai Romani non ſolamente dal teropo della promulgazione delle
XII. Tavole, ma fin da’ pri ra, delle xir. Tavole riferito da Ulpiano. E
Dionifio loc. cit: Romanorum autem legislator (inc tende di ROMOLO) omuem ur
breviter dicam, pour teſtatem patri dedit in filium, idque toto vitae tem pore,
five in carcerem eum detrudere; five fla gris caedere, five vinctum ablegare ad
ruſtica ope five necare libeat, etiamli filius tractet Rempue. blicam, etiamfi
Magiftratus gefferit maximos, etiamſi fudii erga Rempublicam laudem fit
promeritus. Jux ta hanc certe legem illuſtres viri pro roftris favente plebe
concionantes in Senatus invidiam, fruenteſque aura populari, detracti e
ſuggeſto, abducti ſunt apa tribus, poenas daturi ex ipforum fententia; quos,
duin per forum ducerentur, nemo adftantium eripere poterat, non Conſul, non
Tribunus, non ipſa turba, cui tuin adulabantur, licet omnem poteſtatem ſua
minorem exi ftimans. Taceo, quot viri fortes necati Gnt. a patri bus &c....
Nec contentus hanc poteſtatem parentibus dediffe Legislator Romanus, permifit
etiam vendere fi lium.. Majorem largitus poteſtatem patri in filium, quam hero
in mancipiuin; lervus eniin ſemel venditus, deinde libertatem adeptus, in
poſterum fui juris eſt; fi lius vero a patre venditus, fi liber fieret, rurſum
fub ра tris poteftatem redigebatur; iterum quoque venunda tus, et liberaçus,
fervus patris crat tertiam demum yendiționem eximebatur e patris po teſtare et c.
Declamat., ut ante? poſt primi tempi di Roma, poichè Ulpiano afferma d'ellerli
introdotto moribus, cioè, non per legge ſcritta, ma per antichillimo coftu me
Patrio; Dioniſio (6) lo riferiſce ad una legge di Romolo; e Papiniano (c) l'
attri buiſce ad una legge Regia. Ma Ulpiino a mio giudizio l'indovina meglio di
tutti, coll' affermare d'eſerli tal dritto di Patrią poteſtå ricevuto per
coſtume; e la ragione ſi è, perchè una tal poteſtà diſpotica del Padre di
famiglia dobbiamo fupporla nata inſieme col la coſtituzione delle Famiglic
medefime, e prima che quefte conveniſſero a formare So cietà Civile, ſicchè
troyandofi tal coſtuine già introdotto nello Stato di famiglie, natu ralmente
fu conſervato e ritenuto dalle Fa miglie, che convennero con Romolo nella fon
dazione di Roma. In fatti tal coſtume trovali quaſi uniforme in tutte le
Nazioni ne'loro for gimenti per le chiare teſtimonianze degli an tichi (a) L.
8. de his, qui ſunt fui, vel alieni juris. (b ) Loc. cit. (c ) Collar. leg.
Mofaic. tit.). tichi Scrittori (a ). E
ſebbene Triboniano (b ) credette, che folle queſto dritto proprio de' Romani,
pure s'inganno, forſe dall' avere of fervato, che ne’tempi, in cui i Romani
eſer citarono queſto dritto con aſſoluta poteſtà, e. nel maſſimo ſuo rigore,
l'altre Nazioni l'avea. no già raddolcito con ridurlo a limiti più be. nigni ed
umani, come avvenne altresì presso gli itefli Romani, mallime fotto gl'Im
peradori, nella di cui età la poteità Patria decadde in buona parte dall'antico
fuo ri gore. Comunque sia, quanto al preſente ar gomento çi baſta di potere
afficu are colla tea ftimonianza di tanti Scrittori, che il Diſpo tilmo Patrio
fu eſercitato da'Romani fin dai primi tempi di Romolo. Qui cade in acconcio di
riflettere ciocche gli Storici ci narrano dell'accuſa d'Orazio per aver ucciſa
la Sorella in atto, che ritornava trion LIZIO Nicomache. Cesare, de bell. Gill.
Plutarco in Lucullo Giustiniane Novella Inf. trionfante per la vittoria contro
i curiazi. Dionisio fembrami', che racconti il fatto al ſai meglio di LIVIO (si
veda), allorchè cinarra l'accuſa, e'l giudizio d'Orazio, in cui non fa men
zioné né del Giudizio de' Duum viri, nè dell' appellazione propoſta da Orazio
al Popolo, che ſono le due circoſtanze che fi leggo no in Livio; ma
ſemplicemente ci rac conta, che füll'accuſa propoſta da taluni con tro Orazio
al Re Tullo, il Padre di Orazio, oltre di aver dichiarato di non meritare fuo
Figlio la minima pena, pretendeva, che un tal giudizio apparteneſſe
privativamente alla di lui cognizione, tractandoſi d'un fatto acca duto tra i
ſuoi figli, e che in confeguen za per dritto di poteſtà Patria dovea egli ef
fere il giudice di queſta Cauſa. Ma il Re per una parte credeva anch'egli di
doverli af fólann Dionis. Antiquit. Romanarum. Pater contra patrocinabatur
filio, acculans filiam, et negans eam dicendam cædem, fed poenam verius,
poftulabatque fibi de fuis malis permitçi Judicium ut qui ambo rum effet Pater.
2 • Í folvere ORAZIO (si veda) io
benemerenza della vittoria ed in conſiderazione dell'inſulto di parole fat to
dalla Sorella al Fratello in tempo, che aſpettava dà lei piùcche da ogni altro
lode, ed applauſo per un'opera egregia preſtata alla Pa tria; è molto più à
cagione, che il Padre preſſo di cui rifedevå fecondo i coſtumi di que' tempi
l'indipendente poteſtà di giudica re ſulle perſone de propri Figli fi era
dichia rato d'averlo già adoluto. Dall'altra parte il Re temeva il tumulto
Popolare eccitato dagli emuli, ed inimici d'ORAZIO. Tra tali dubbiezze pensò di
prendere l'eſpediente di rimettere la cognizione della Caufa al Popo lo, il
quale confermò il giudizio Paterno con affolvere l' accufato Orazio. Un tale
rac conto è molto più verifimile di quel; che ci narra Livio fúl giudizio de '
Duumviri, e dell' appellazione propoſta da Orazio al Popolo; poichè in que'
tempi l'Impero Paterno eras Tomo 11. E nel Dionis. Praeſertim patrc quoque
ipſum abfolvente, quem potiſſimum Filiae ultorem jus * natura fecerar: nel ſuo
miglior vigore; nè il Re fenza of fendere le leggi del Patrio Impero potea to
gliere il giudizio di queſta Cauſa dallauto gnizione del proprio Padre, e
tasferirlo ai Duumviri, e molto meno in ſimili Cauſe era permello al Popolo di
prenderne cognizio ne in pegiudizio del dritto Paterno. Ma la contingenza straordinaria
d ' eſſerſi mella, la Città in rivolta per queſto fatto, produſela neceflità di
ſedarſi il tumulto coll’eſpedien te politico di rimettere l'affare al giudizio
del Popolo, e l' Impero privato del Padre dovette cedere alla ragione della
pubblica tranquillità. E quindi intendiamo ancora la ragione, per cui Dioniſio
riferiſce, che que Ita fu la prima volta, in cui il Popolo preſe cognizione d '
un giudizio Capitale (a), non gia perchè prima di queſto tempo non aveſſe mai
il Senato giudicato di delitti capitali, come Pion. lor. cit. Populus autem
Romanus tum pri mum capitalis judicii potestatem nactus, comprobavit Patris sententiam
Juvenemque abſolvit a cac dis crimine, come ſe prima non foſſero mai accadute
con tingenze fimili o fe al Senato, che gode vala ſuprema poteſtà del Governo
folle mancata fino allora quella di poter giudica re di delitti Capitali; Ma
l'eſſere ſtata que. fta la prima volta, in cui eſercitoſli dal Po polo il
dritto di giudicare d ' un delitto capitale, deeſi riferire al fatto
particolare, di cui ſi trattava, cioè alla poteſtà di giudicare d'un Figlio di
Famiglia contro il ricevuto ca ſtume dell'impero paterno, a cui privativa mente
ne apparteneva la cognizione. Or per tornare al noſtro propoſito diciamo, che
fe que? Scrittori, i quali s'immaginarono, che Romolo infieme coi Re ſucceſſori
fpiegaro no carattere di Poteſtà Monarchica, aveſsero fat to oſſervazione
ſull'Impero Patrio, e familia re praticato da ’ Romani fin dalla fondazione
della città, ſi ſarebbero accorti dell' impof ſibilità di poterſi unire inſieme
Monarchia, Civile prello del Re, e Monarchia familiare preſſo i privati cittadini;
poichè chi dice Monarchia familiare prello de' privati Citta dini cfclude ogni
ombra di Monarchia preſſo E 2 il ma dello il Re; e la ragione ſi è, perchè fe i
Padri di famiglia ſenza la minima dipendenza non folamente del Capo del Senato
fteſſo Senato regnante erano gli aſſoluti Mo narchi dell'intiera loro famiglia,
ſia de ' figli, fia dei fervi, e famoli, come mai poſſiamo figurarci, che tali
Monarchi familiari foſſero nel tempo ſteſſo ſoggetti alla Monarchia Ci vile?
Chiamaſi Monarchia Civile quello fta TO, in cui tutto l'intero corpo civile in
tutte le ſue faccende pubbliche e private trovali ſoggetto all'autorità fuprema
d'un folo che comanda. Or chi non vede la manifeſta diſſonanza e contradizione
nel ſupporre il Ceto 'de' Cittadini fornito di po* teftà ſuprema, ed
indipendente nella fua fa miglia, é foggetto nel tenipo Ateſo al Mo narca? E
come mai poſſono fingerfi unite in ſieme poteſtà fuprema, e foggezzione? In
tutte le Società Civili, ove regna la Monar chia, non trovaremo mai poteftà
familiare in dipendente dal Monarca, perchè l'una eſclu de direttamente l'altra.
In fatti tali poteft:s private in perſona de' Cittadini non pollonio altri
altrimenti eſercitarſi, fe non in quelle società civili, che ſiano governate
colla formas Ariſtocratica perchè tal forma di Gover no ſolamente può
comportare diviſioni di po teſtà pubblica, e privata; pubblica preſso il Ceto
degli Ottimati e privata preſo le perſone particolari degli ſteſſi rappreſentan
ti della Repubblica, i quali ſpiegano la po teſtà pubblica, quando uniti
inſieme com pongono l'autorità regnante, e la privata, quando ſeparatamente
regolano gli affari para ticolari delle loro famiglie: Or quanto tal diviſione
di poteftà pubblica, e privata è comportabile call' Ariſtocrazia, altrettanto
fi oppone direttamente alla Monarchia veggiamo colla ſperienza, la quale coſtan
temente ci atteſta, che la Monarchia non mai ammette un tale impero paterno
nelle famiglie, come in fatti avvenne preſſo i Ro mani in tempo, che la
Repubblica cadde nella poteſtà aſſoluta del monarca. Ne poſliamo figurarci, che
la poteſtà fa niliare de’Romani foſſe ſtata in qualche ma niera ſubordinata
alla poteſtà pubblica; pero E 3 chè 9 come / E ché ſono troppo chiare le
teſtimonianze de gli Storici, come abbiam veduto, dalle quali Siamo a ſacurati,
che l'Impero Paterno de' Romani in que' tempi avea carattere di po teſtà
aſſoluta; ed indipendente; e quando al tro mancaffe il dritto vite e necis, e
di vendere i propri figli ci dimoſtra chiaramen te, che non potea eſſere un
dritto ſubordina to; poichè i dritti ſubordinati, e dipendenti riconoſcono
neceffariamente certi confini, ol tre de' quali non lice di eſercitarli; ma
qualo ra ſi tratta di dritto ſulla vita, ch' ċ l'ulti mo termine di ogni
poteſtà aſſoluta ſi poſſa uſare ſulle perſone, ceſsa ogni ſoſpetto di
ſubordinazione; ed oltracciò colle chiare teſtimonianze degli Storici ſiamo
convinti, che l'impero paterno di fatto è esercitato da’Romani senza la minima
dipendenza del la poteſtà pubblica. Dunque non abbiam cam po da fuggire da quel
dilemma, cioè, che o fi dee ammettere per punto di Storia certa, che quei Padri
di famiglia eſercitavano poteſtà fuprema in caſa, e non poſſiamo fingere
poteſtà Monarchica Civile; o fe vogliamo nega negare tal poteſtà familiare ai
Padri di fami glia, allora ci ſi chiude affatto la ſtrada di fapere la Storia
Civile di Roma; perchè fe voglianio mettere in dubbio i punti di Storia
confermatici concordemente da tutti gli Scrittori, non ſiamo più in grado di
dar fe de a tutto il reſto. Grice: “Unfortunately, Duni, being the elitist he
is, spends more time on the monarchy than the republic, and focuses on the
concept of ‘citizen.’Ricerca Imperativo categorico concetto della filosofia
kantiana L'imperativo categorico è il principio centrale nella filosofia morale
di Kant, così come dell'etica deontologica moderna, altrimenti chiamata legge
morale. Immanuel Kant Introdotto nella Fondazione della metafisica
dei costumi, potrebbe essere definito come lo standard della razionalità da cui
tutte le esigenze morali derivano. Secondo Kant, gl’esseri umani occupano
uno speciale posto nella creazione, nella quale la moralità può essere definita
come somma ultima dei comandamenti della ragione, o imperativi, da cui ciascun
uomo deriva tutte le altre obbligazioni e i doveri. Egli definì un imperativo
come una proposizione che dichiara una certa azione (o anche un'omissione)
essere necessaria. Mentre la massima è un principiosoggettivo, l'imperativo
categorico è invece un principio oggettivo; l'intenzione è poi il fondamento
intrinseco della massima. L'etica di Kant si riferisce a massime e ciò a cui
attribuisce grande importanza è l'intenzione. Un imperativo ipotetico
costringe all'azione in determinate circostanze: se io desidero dissetarmi devo
assolutamente bere qualcosa. Un imperativo categorico, d'altro canto,
denota un'assoluta e incondizionata richiesta: un "devi"
incondizionato, che dichiara la sua autorità in qualsiasi circostanza, entrambi
necessari e giustificati come un fine in sé stesso. È meglio nota nella sua prima
formulazione: "agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo
stesso, puoi volere che divenga una legge universale"ma esistono altre due
formulazioni dello stesso imperativo categorico: "agisci in modo da
trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre
anche come fine e mai semplicemente come mezzo." e "La volontà
non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere
considerata auto-legislatrice e solo a questo patto sottostà alla legge."[3]
Kant espresse estrema insoddisfazione per la cosiddetta filosofia popolare dei
suoi tempi, credendo che non avesse potuto mai superare il livello degli
imperativi ipotetici: una persona utilitarista direbbe che l'omicidio è
sbagliato perché non massimizza il bene per il maggior numero di persone, ma
questo è irrilevante per coloro i quali sono interessati solo nel massimizzare
risultati positivi solo per sé stessi. Conseguentemente Kant argomentò che
i sistemi di morale ipotetici non possono convincere all'azione morale o essere
visti come base per giudizi morali verso altri, perché gli imperativi sui quali
si basano si rifanno troppo pesantemente a considerazioni soggettive. Egli
presentò un sistema di morale deontologica basata sulle richieste degli
imperativi categorici come alternativa. Natura del concetto. Dal punto di
vista di Kant un atto morale è un atto che sarebbe giusto per qualsiasi tipo di
persona, in circostanze simili a quelle nelle quali un agente si trova nel
momento di eseguirlo. La facoltà che ci permette di prendere decisioni morali è
chiamata ragion pratica pura, che è in contrasto con la ragion pura (la
capacità di conoscere) e la semplice ragion pratica (che ci permette di
interagire con il mondo dell'esperienza). La guida alle azioni
determinate dall'imperativo ipotetico ha un uso strumentale: ci dice cosa sia
meglio raggiungere per i nostri obiettivi. Non ci dice, in ogni caso, niente
circa i fini che dovremmo scegliere. Kant, viceversa, considera il giusto
essere antecedente al buono come importanza assoluta; infatti sostiene che il
buono raggiunto ha una irrilevanza morale. La giusta moralità non può
essere determinata con riferimento a niente di empirico o sensuale; si può
determinare solo a priori, con ragion pratica pura. La ragione, separata
dall'esperienza empirica, può determinare il principio secondo il quale tutti
gli obiettivi possono essere determinati come morali. È questo principio
fondamentale della ragione morale che è conosciuto come imperativo
categorico. La ragion pratica pura, nel determinarlo, determina cosa
sarebbe necessario intraprendere senza riferimenti ai fattori contingenti
empirici. Questo è il senso in cui la meta etica di Kant è oggettivista piuttosto
che soggettivista. Le questioni morali sono determinate indipendentemente dal
riferimento al particolare soggetto che viene loro posto. È per il suo
essere determinata dalla ragion pratica pura, piuttosto che dal particolare
empirico o dai fattori sensoriali, che la moralità è universalmente valida.
Questa morale universale è considerata come un aspetto distintivo della
filosofia morale kantiana e ha avuto un grosso impatto sociale sui concetti
politicie legali dei diritti umani e dell'uguaglianza sociale. Libertà ed
autonomiaModifica Kant vide l'individuo umano come un essere razionale
autocosciente con una scelta di libertà impura. La facoltà di desiderare in
base a concetti, nella misura in cui il motivo determinante della sua azione va
individuato in lei stessa e non in un oggetto, si chiama facoltà di fare o di
non fare a piacimento. In quanto legata alla coscienza della capacità della sua
azione in vista della produzione dell'oggetto, essa si chiama arbitrio, mentre
se è priva di questo legame, il suo atto si chiama aspirazione. La facoltà di
desiderare, il cui motivo determinante interno, quindi anche il gradimento, è
da cercare nella ragione del soggetto, si chiama volontà. La volontà è quindi
la facoltà di desiderare considerata non tanto (come l'arbitrio) in rapporto
all'azione, quanto piuttosto in rapporto al motivo determinante dell'arbitrio
in vista dell'azione. Inoltre non ha di per sé in verità alcun motivo
determinante, ma, in quanto può determinare l'arbitrio, la volontà è piuttosto
la ragione pratica stessa. Nell'ambito della volontà può rientrare l'arbitrio,
ma anche la semplice aspirazione, in quanto la ragione può determinare la
facoltà di desiderare in generale. L'arbitrio che può essere determinato dalla
ragione pura, si chiama libero arbitrio. Quello che si lascia determinare
soltanto dall'inclinazione (impulso sensibile, stimulus), sarebbe arbitrio
animale (arbitrium brutum). Al contrario l'arbitrio umano è tale da venire sì
sollecitato dall'impulso, ma non determinato, e non è dunque puro di per sé
(prima di acquisire la prerogativa della ragione), ma può essere determinato ad
agire dalla volontà pura. Immanuel Kant, Die Metaphysik der Sitten,
Metafisica dei costumi, tr. it. cur. di Petrone, Milano, Bompiani)
Per poter considerare una volontà "libera", dobbiamo intenderla
capace di influenzare il potere causale senza essere essa stessa causata a fare
ciò. Ma l'idea dell'essere di un libero arbitrio "senza legge", vale
a dire un volere che agisce senza alcuna struttura causale, è incomprensibile.
Dunque, un libero arbitrio dovrebbe agire sotto leggi che esso dà a sé
stesso. Sebbene Kant ammise che non vi potesse essere alcun esempio
concepibile di esempio di libero arbitrio, perché un qualunque esempio ci
mostrerebbe solo come una volontà come ci appare come soggetto alle leggi
naturali — in ogni caso argomentò contro il determinismo. Propose che il
determinismo fosse inconsistente dal punto di vista logico: il determinista
afferma che A ha causato B, e B ha causato C, che A è la vera causa di C.
Applicato al caso della volontà umana, un determinista potrebbe discettare sul
fatto che la volontà non ha un potere causale perché qualcos'altro ha causato
la volontà di agire come ha fatto. Ma tale argomentazione semplicemente assume
cosa si era prefigurato di dimostrare; che la volontà umana non è parte della
catena causale. In secondo luogo Kant sottolinea che il libero arbitrio è
intrinsecamente inconoscibile. Poiché dunque anche una persona libera non
potrebbe avere la conoscenza della propria libertà, non possiamo usare le
nostre sconfitte per trovare una prova del fatto che la libertà esiste o
l'assenza di essa. Il mondo osservabile non potrebbe mai contenere un esempio
di libertà perché non mostrerebbe mai una 'volontà' come appare a "se
stessa", ma solo una 'volontà' che è soggetta alle leggi naturali imposte
su di essa. Ma alla nostra coscienza appariamo come liberi: dunque trasse le
conclusioni che per l'idea della libertà trascendentale questa sarebbe, libertà
come presupposto della domanda "cosa sarebbe necessario che io
faccia?". Questo è ciò che ci dà base sufficiente per definire la
responsabilità morale: il razionale e il potere dell'auto-realizzazione
dell'individuo, che egli chiama "autonomia morale": «la proprietà che
la volontà ha di essere una legge per essa stessa». Buona volontà, dovere
e l'imperativo categoricoModifica Dacché considerazioni dei dettagli fisici
dell'azione sono necessariamente legati alle preferenze soggettive di una
persona, e potrebbero essere attivate senza l'azione del volere razionale, Kant
concluse che le conseguenze che ci si attendeva di un atto sono esse stesse
neutrali moralmente, e quindi irrilevanti alle delibere morali. L'unica base
oggettiva per un valore morale dovrebbe essere la razionalità della buona
volontà, espressa in riconoscimento del dovere morale. Il dovere è la
necessità di agire in rispetto della legge dettata dall'imperativo categorico.
Poiché il suo valore morale non scaturisce dalle conseguenze di un atto, la
sorgente della sua moralità dovrebbe essere semmai la massima sotto la quale
l'atto è eseguito, senza rispettare tutti gli aspetti o le facoltà del desiderio.
Un atto può dunque avere un contenuto morale se, e solo se, è eseguito con
riguardo verso il senso di dovere morale; non è sufficiente che l'atto sia
consistente con il dovere, deve essere intrapreso in nome dell'adempimento del
dovere. NoteModifica ^ Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei
costumi, in Scritti morali, traduzione di Pietro Chiodi, Torino, UTET, Kant,
Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, traduzione di
Pietro Chiodi, UTET, Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti
morali, traduzione di Pietro Chiodi, UTET, Orlando L. Carpi, Il problema del
rapporto fra virtù e felicità nella filosofia morale di Immanuel Kant, Bologna,
Edizioni Studio Domenicano, Etica Imperativo ipotetico Imperativo categorico, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Imperativo categorico, in Catholic
Encyclopedia, Robert Appleton Company. Portale Filosofia: accedi alle voci di Filosofia.
Critica della ragion pratica testo filosofico di Immanuel Kant Imperativo
ipotetico termine Fondazione della metafisica dei costume. Nome compiuto:
Emanuele Duni. Duni. Keywords: costume, o sia sistema di dritto [sic]
universale, diritto universale – diritto
filosofico -- Vico, filologia, Roma, universalita – Cicerone e buono. Cicerone
e onesto – Cicerone dice la verita, il diritto romano universalisabile --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Duni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Duso:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Romolo e
compagnia – scuola di Treviso – filosofia trevisese – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Treviso).
Abstract. Grice:
“I was taught, at Corpus, by Hardie, if not earlier, at Clifton, that ‘man’ is
the ‘rational animal’. In fact, with Hardie, with spent a tutorial or two on
two sort of mutually exclusive claims by Aristotle – or ‘il Lizio,’ as the
Italians call him – that either man is the rational animal (zoon logikon), or
that man is the political animal (zoon politikon). I was so confused with this,
that I contrived a thesis that made them compatible. As I see it, and indeed as
Locke saw it in his reflections on Man, Person, and Parrot – Parrot is not a
rational animal, nor a political man. Man is. But with Locke, I distinguish
between a Man and a Person (homo and persona, in Etrurian). Rationality
features in both, but ‘differently distributed.’ Therefore, I conceived this
idea that while, IN MAN, rationality is merely an ACCIDENTAL property – since
‘is’ is neutral in any case in a statement like ‘man is a rational animal’ --,
IN A PERSON, rationality becomes an ESSENTIAL property. The next question is:
ill-will. Socrates said tht we err, morally, because we don’t know. In MY view,
a person is FREE to set his own ENDS or GOALS – and it may well be that some
other person conceives of this person P1 as of ‘ill-will’ – but it is a
characteristic of reason that it operates over pre-rational states – such as
self-deception or akrasia – and that a person must be deemed RATIONAL even if
the ends he sets for himself do not agree with ours! My colleague D. F. Pears
has gone further: In his “Motivated irrationality,” Pears claism that while
rationality is an essential property of a person, a person who is irrational
does not pose a conceptual paradox, as that of the white raven does!” -- Filosofo
trevisese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “While
Duso is right that Hegel makes constitution and freedom analytically connected,
the Romans didn’t! -- Grice: “My favourite Duso is his study of Hegel on
freedom and the constitution – but Duso, who could have drawn from ‘diritto
romano’ doesn’t!” Studioso dei
concetti della politica moderna e riconosciuto per i suoi interventi su
Althusius e sul giusnaturalismo. Studia a Padova. Si laurea con “Hegel
interprete di Platone” (cf. “L’influenza di Hegel su Platone”). Assistente di
Storia della filosofia e Professore di Storia della logica. Insegna a Padova.
Dirige un Gruppo di ricerca sui concetti politici. È stato membro della
redazione delle riviste "Il Centauro" e Laboratorio politico. Membro
della Direzione della rivista "Filosofia politica", membro fondatore
dell'associazione "Centro di ricerca sul lessico politico europeo",
insieme a Roberto Esposito, Alessandro Biral, Adone Brandalise, Nicola Matteucci
e altri. Fonda con alcuni colleghi il Centro Inter-Universitario di Ricerca sul
Lessico Politico e Giuridico Europeo (CIRLPGE), con sede presso l'Istituto suor
Orsola Benincasa a Napoli, di cui è Direttore. Ha tenuto corsi di Storia della
Filosofia politica, di Filosofia politica e di Analisi dei Linguaggi e dei
Concetti Politici a Padova. In occasione della sua ultima lezione
"ufficiale", gli allievi del gruppo di ricerca padovano sui concetti
politici hanno edito in suo onore il volume "Concordia discors”. Il 27 maggio
l'Universidad Nacional de San Martín gli conferisce la laurea honoris
causa per il suo lavoro accademico in quanto "costituisce un fondamento
teorico indispensabile per comprendere l'attualità" -- è tra i principali
fautori italiani di una riflessione sui concetti del politico, che si inserisce
nel solco della Begriffsgeschichte tedesca di Brunner, Conze, Koselleck. Nei
confronti di quest'ultima il gruppo padovano coordinato da D. ha elaborato una
originale linea di ricerca caratterizzata in modo duplice dalla filosofia: in
primo luogo in quanto i concetti che si affermano e si diffondono con la
Rivoluzione francese sono esamila loro genesi, che avviene nell'ambito delle
dottrine del ‘contratto’sociale e dei sistemi di ‘diritto’ naturale; ma
soprattutto perché filosofico è il movimento di pensiero di chi pratica una
storia concettuale consistente nell'interrogare e mettere in questione (nel
senso dell'elenchos socratico) il concetto (‘diritto’, ‘ius’, ‘uguaglianza’,
‘libertà’ ‘potere’ ‘democrazia’) che sono in genere ritenuti ovvii sia nel
dibattito intellettuale, sia nella lotta politica. La storia concettuale
consiste in questo modo nel comprendere la genesi, la logica e le aporie dei
fondamentali concetti politici. "Storia dei concetti"
(Begriffsgeschichte) compare per la prima volta nelle “Vorlesungen über die
Philosophie der Geschichte” diHegel. Stanti le caratteristiche di quel testo,
non si sa se ‘Begriffsgeschichte’ sia di conio hegeliano, o non piuttosto
frutto di interpolazione. Esso allude ad una delle tre modalità storiografiche
discusse da Hegel, ed in particolare alla "storia interpretativa" (“reflektierte
Geschichte”), che indirizza la storia generale o storia del mondo o storia
universale (“Weltgeschichte”) alla filosofia, da un punto di vista universale.
Quest'uso della “Begriffsgeschichte” resta senza seguito. La tradizione
storico-concettuale evolve invece, tra il XVIII secolo ed il XIX, nell'alveo della
lessicografia filosofica. Nella
riflessione di Duso, la filosofia politica da una parte coincide con il lavoro
critico della storia concettuale, e dall'altra tende, sulla base delle aporie
emerse, a trovare linee di orientamento per un nuovo pensiero della politica.
In tal modo viene messa in questione la modalità generalmente accettata di
pensare la politica, che ha la sua radice nello sviluppo teorico che va dalla
nascita della sovranità sulla base del concetto di ‘libertà’ ai concetti
fondamentali delle nostre costituzioni democratiche, in particolare ‘sovranità
del popolo’ e ‘rappresentanza politica’. Il lavoro critico sul concetto ha
perciò una sua ricaduta nella messa in questione del dispositivo formale sia
della ‘democrazia rappresentativa’ che della ‘democrazia diretta’, e nel
tentativo di pensare la politica mediante nuove categorie. Altre opere: “Hegel e Platone, Padova; Contraddizione
e dialettica nella formazione in Fichte, Argalìa, Urbino; Weber: razionalità e
politica Arsenale, Venezia; La politica oltre lo Stato: Carl Schmitt Arsenale,
Venezia; Il contratto nella politica (Il Mulino, Bologna); Filosofia politica e
pratica del pensiero: Eric Voegelin, Leo Strauss e Hannah Arendt”
(FrancoAngeli, Milano); “Il potere. Per la storia della filosofia politica
modernaCarocci, Roma (disponibile su cirlpge); “La logica del potere. Storia
concettuale come filosofia politica” (Laterza, Roma-Bari (Polimetrica, Monza (disponibile su cirlpge); “La libertà nella
filosofia classica tedesca. Politica e filosofia tra Kant, Fichte, Schelling e
Hegel (ed. con G. Rametta), Milano, FrancoAngeli); “La rappresentanza politica:
genesi e crisi del concetto, Franco Angeli Milano, cirlpge)(Duncker et Humblot,
Berlin, 2006 (disponibile su cirlpge); “Oltre la democrazia. Un itinerario
attraverso i classici” (Carocci, Roma); Sui concetti giuridici e politici della
costituzione dell'Europa (ed. con S. Chignola), FrancoAngeli, Milano, Polimetrica,
Monza; Ripensare la costituzione. La
questione della pluralità, (ed. con M. Bertolissi e Antonino Scalone),
Polimetrica, Monza, (disponibile su cirlpge) Storia dei concetti e filosofia
politica, (con Sandro Chignola), FrancoAngeli, Milano; Come pensare il
federalismo? Nuove categorie e trasformazioni costituzionali (ed. con A.
Scalone), Polimetrica, Monza
(disponibile su cirlpge). Santander, Il concetto di ‘libertà’ e
costituzione repubblicana nella filosofia politica di Kant, Polimetrica,
Monza, (disponibile su cirlpge)
Ripensare la rappresentanza alla luce della teologia politica, in «Quaderni
fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», (centropgm.unifi) Libertà
e costituzione in Hegel” (FrancoAngeli, Milano,
Parti o partiti? Sul partito politico nella democrazia rappresentativa,
in «Filosofia politica» cirlpge); “Buon governo e agire politico dei governati:
un nuovo modo di pensare la democrazia? (A proposito di Rosanvallon, Le bon
gouvernement), in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno»,
centropgm.unifi. libri scaricabili
gratuitamente in formato dal sito del Centro Interuniversitario di Ricerca sul
Lessico Politico e Giuridico Europeo. Nello stesso sito sono disponibili
inoltre altri saggi dello stesso autore.
Carl Schmitt Georg Wilhelm Friedrich Hegel Johann Gottlieb Fichte
Roberto Esposito Alessandro Biral Adone Brandalise Gianfranco Miglio. CIRLPGE:
Sito Ufficiale.Ricerca Romolo primo leggendario Re di Roma Lingua Segui
Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri
significati, vedi Romolo (disambigua). Romolo Brogi, Carlo - n. 8226 - Certosa
di Pavia - Medaglione sullo zoccolo della facciata.jpg Romolo e suo fratello
Remo da un fregio del XV secolo, Certosa di Pavia. 1° Re di Roma In carica Predecessorecarica
creata SuccessoreNuma Pompilio NascitaAlba Longa, 24 marzo del 771 a.C. MorteRoma,
il 5[5] o il 7 luglio del 716 a.C.[2] Casa realedi Alba Longa DinastiaRe
latino-sabini Padre Marte MadreRea Silvia ConsorteErsilia[8] Figli Prima e
Avilio Romolo (in latino: Romulus, in greco antico: Ῥωμύλος, Rōmýlos; Alba
Longa, – Roma]), gemello di Remo, è il nome della figura leggendaria a cui la
tradizione annalisticaattribuiva la fondazione di Roma e delle sue principali
istituzioni politiche, nonché il ruolo di primo re della città e l'origine del
toponimo. La sua storicità è oggetto di dibattito da parte degli studiosi
dall'inizio del XIX secolo, così come l'inizio della tradizione letteraria
sulla sua figura. Di origini latine-Sabine, figlio - a seguito di un
rapporto estorto con la forza - del dio Marte e di Rea Silvia,[7]figlia di
Numitore, re di Alba Longa,[1] secondo la tradizione fondò Roma tracciandone il
confine sacro,[7] il pomerio, il 21 aprile 753 a.C..[10] In tale occasione
uccise il fratello gemello Remo, reo di aver varcato in armi il sacro confine
[10]: tale fratricidio è stato sovente evocato come segno violento della
necessaria unicità del potere regale. Una volta costruita la città sul colle
Palatino, egli invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a
unirsi a lui con la promessa del diritto d'asilo. Così facendo Romolo popolò
cinque dei sette colli di Roma, rapendo poi le donne ai vicini Sabini della
città di Cures, così da dare delle mogli ai suoi uomini. Ciò provocò una guerra
tra i due popoli, che alla fine si risolse con una pace con i Sabini che
poterono insediarsi sul vicino colle del Quirinale con il loro re, Tito Tazio,
che condivise con Romolo il potere per cinque anni. Romolo divise il popolo tra
coloro che potevano combattere e coloro che non potevano farlo. Scelse 100 tra
i più nobili cittadini per formare il Senato, tanto che i loro discendenti
andranno a costituire l'élite nobiliare della Repubblica. Romolo istituì anche
i comizi curiati, a cui spettava il compito di ratificare, tra le altre cose,
le leggi. Romolo condusse, quindi, diverse guerre di conquista. A lui risale la
divisione della popolazione patrizia nelle 3 tribù di Tities, Ramnes e Luceres
- a loro volta suddivise in dieci curie ciascuna - le quali dovevano in caso di
pericolo fornire all'esercito romano un contingente militare costituito da
cento fanti e dieci cavalieri, per un totale complessivo di 3 000 fanti e 300
cavalieri. Dopo aver regnato per poco più di 37 anni, Romolo, secondo la
leggenda, fu rapito in cielo durante una tempesta. Secondo i suoi stessi
desideri, una volta morto fu divinizzato nella figura di Quirino, dio sabino
venerato sul Quirinale. Leggenda Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Romolo e Remo. Origini familiariModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Enea, Alba Longa, Rea
Silvia e Marte (divinità). Secondo la leggenda Romolo e Remo erano figli di
Marte e di Rea Silvia, sacerdotessa vestale figlia del re di Alba Longa,
Numitore, diretto discendente di Enea.[4] Romolo era quindi per parte materna
di stirpe reale albana. Plutarco racconta che un certo Lucio Taruzio,
matematico, astrologo ed amico di Marco Terenzio Varrone (l'autore del De
lingua Latina), aveva calcolato il giorno esatto in cui i due gemelli furono
concepiti (24 giugno del 772 a.C.) e nacquero (24 marzo del 771
a.C.).[1][16] Dopo la fuga da Troia, Enea giunge nel Lazio e viene
accolto dal re Latino, che gli fa conoscere sua figlia Lavinia. Enea se ne
innamora, ma la fanciulla era già promessa a Turno, re dei Rutuli.[4] Il padre
di Lavinia ascolta le intenzioni di Enea ma temendo una vendetta da parte di
Turno si oppone ai suoi desideri. La disputa per la mano della fanciulla
diventa una guerra, a cui partecipano le varie popolazioni italiche, compresi
Etruschi e Volsci; Enea si allea con le popolazioni di origine greca stanziate
nella città di Pallante sul Palatino, regno dell'arcade Evandro e di suo figlio
Pallante. La guerra è molto sanguinosa (subito muore Pallante ucciso da Turno),
e per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno dovrà
risolversi in un combattimento tra i due "comandanti" e pretendenti.
Enea ha il sopravvento, sposa Lavinia e fonda la città di Lavinium (l'odierna
Pratica di Mare).[4]Ben diversa la versione di Livio nei capitoli 1 e 2 del I
libro della sua "Ab Urbe Condita" (il titolo è traducibile dal latino
con "dalla Fondazione di Roma"). I Troiani nel loro peregrinare
arrivano nell'agro Laurente e dopo uno scontro Enea addiviene a un patto
d'alleanza con il re Latino e ne sposa la figlia, Lavinia, e fonda la città di
Lavinio dal nome della moglie. Dal loro matrimonio nasce Ascanio.[4] Turno, re
dei Rutuli, a cui era stata promessa in sposa Lavinia, dichiara guerra ai
Latini, come si chiamano le genti del luogo dopo il patto. I Latini hanno la
meglio ma Enea muore combattendo. Infanzia ed adolescenzaModifica
Romolo e Remo allattati dalla Lupa dipinto di Rubens, ca.1616, Roma, Musei
capitolini La lupa, Romolo e Remo, nella monetazione romana del II secolo
a.C.. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Lupercale. Dopo trent'anni, Ascanio (detto anche Iulo) fonda una nuova città,
Alba Longa,[18] sulla quale regnano i suoi discendenti. Molto tempo dopo il
figlio e legittimo erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato
dal fratello Amulio,[18] che ne costringe la figlia Rea Silvia a diventare
vestale e a fare quindi voto di castità.[4][19] Tuttavia il dio Marte
s'invaghisce della fanciulla e la rende madre di due gemelli, Romolo e
Remo.[20] Il re Amulio ordina l'uccisione dei gemelli, ma il servo incaricato
di eseguire l'assassinio non ne trova il coraggio e li abbandona alla corrente
del fiume Tevere. La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena
sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio in un luogo
chiamato Cermalus,[22] dove si trovava il fico ruminale.[6] Qui i due vengono
trovati e allevati da una lupa (probabilmente una prostituta, all'epoca
chiamata anche lupa, di cui si ritrova oggi traccia nella parola lupanare) e da
un picchio (animale sacro per i Latini) che li protegge, entrambi animali sacri
ad Ares.[23] Li trova poi il pastore Faustolo (porcaro di Amulio) che insieme
alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli. Una volta divenuti adulti
e conosciuta la propria origine, Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa,
uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore. Fondazione di
RomaModifica Roma attorno all'anno della sua fondazione, nel 753 a.C.
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fondazione di
Roma, Roma quadrata, Roma antica e Septimontium. Romolo e Remo, non volendo
abitare ad Alba Longa senza potervi regnare almeno fino a quando fosse stato in
vita il nonno materno, ottengono il permesso di andare a fondare una nuova
città, nel luogo dove erano cresciuti. Romolo vuole chiamarla Roma ed
edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remoria e fondarla
sull'Aventino. È lo stesso Livio che riferisce le due più accreditate versioni
dei fatti: «Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non
poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano
quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il
nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per
interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il
primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo.[27] Dal momento che a
Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato
annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro
contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla
priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque
una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo,
colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale
Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena
erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al
colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così,
d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo
Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome
del suo fondatore.» (Livio, Garzanti, trad. Reverdito) Regno Rex (Roma
antica) e Lex regia. Plutarco narra che una volta seppellito il fratello Remo,
morto nello scontro che precedette la fondazione della città, Romolo fece
venire dall'Etruria esperti di leggi e testi sacri che gli spiegassero ogni
aspetto del rituale da attuare. Fu scavata una fossa circolare attorno al
Comizio e deposte offerte votive per ottenere il favore degli Dei. Romolo però
aveva bisogno di più abitanti per popolare la nuova città, e così accolse
pastori latini ed etruschi, alcuni anche d'oltre mare, Frigi affluiti sotto la
guida del suo avo Enea, oltre ad Arcadi arrivati sotto quella di Evandro. Dopo
la fondazione Romolo riunì uomini errabondi, indicò loro come luogo di asilo il
territorio compreso tra la sommità del Palatino e il Campidoglio e dichiarò
cittadini tutti coloro dei vicini villaggi che si rifugiassero lì. (Strabone,
Geografia) Ogni abitante portò una piccola zolla di terreno e la gettò,
mischiata alle altre, nella fossa chiamata mundus, che costituiva proprio il
centro della città. Fu poi tracciato il solco primigenius tutto intorno alla
città, i cui confini ne rappresentavano il pomerium, racchiuso all'interno
delle mura "sacre. Quindi Romolo chiese al popolo quale forma di governo
volesse per la città appena fondata, e questo rispose che avrebbe accettato
Romolo come proprio re. Ma Romolo accettò la nomina solo dopo aver preso gli
auspici favorevoli del volere degli dei, che si manifestò con un lampo che
balenò da sinistra verso destra. Dal ratto delle Sabine alle guerre di
conquista nel Latium vetus Lo stesso argomento in dettaglio: Storia delle campagne
dell'esercito romano in età regia e Latium vetus. Romolo, divenuto unico re di
Roma, decise per prima cosa di fortificare la nuova città, offrendo sacrifici
agli dèi secondo il rito albano e dei Greci in onore di Ercole, così com'erano
stati istituiti da Evandro; successivamente dotò la città del suo primo sistema
di leggi e si circondò di 12 littori. Con il tempo Roma andò ingrandendosi,
tanto da apparire secondo Livio "così potente da poter rivaleggiare
militarmente con qualunque popolo dei dintorni". Erano le donne che
scarseggiavano.Questa grandezza era destinata a durare una sola generazione se
i Romani non avessero trovato sufficienti mogli con cui procreare nuovi figli
per la città, nonostante Romolo avesse proibito di esporre tutti i figli maschi
e la prima tra le figlie, tranne che fossero nati con delle malformazioni. Romolo
su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare
trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni.
All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte
provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro
successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere.»
(Livio, Ab Urbe condita libri) L'intercessione delle Sabine, olio su tela
di Jacques-Louis David, 1795-1798, Parigi, Musée du Louvre. La gioventù romana
non la prese di buon grado, tanto che la soluzione che andò prospettandosi fu
quella di usare la forza. Romolo, infatti, decise di dissimulare il proprio
risentimento e di allestire dei giochi solenni in onore di Nettuno equestre,
che chiama Consualia (secondo Floro erano dei ludi equestri) e che si
celebravano ancora al tempo di Strabone.[4] Quindi ordinò ai suoi di invitare
allo spettacolo i popoli vicini: dai Ceninensi, agli Antemnati, Crustumini e
Sabini, questi ultimi stanziati sul vicino colle Quirinale. L'obiettivo era
quello di compiere un gigantesco rapimento delle loro donne proprio nel mezzo
dello spettacolo. Arrivò moltissima gente, con figli e consorti, anche per il
desiderio di vedere la città nuova. Quando arrivò il momento stabilito dello
spettacolo e tutti erano concentrati sui giochi, come stabilito, scoppiò un
tumulto ed i giovani romani si misero a correre per rapire le ragazze. Molte
cadevano nelle mani del primo che incontravano. Quelle più belle erano
destinate ai senatori più importanti. Livio, Ab Urbe condita libri) Terminato
lo spettacolo i genitori delle fanciulle scapparono, accusando i Romani di aver
violato il patto di ospitalità. Romolo riuscì a placare gli animi delle
fanciulle e, con l'andare del tempo, sembra che l'ira delle ragazze andò
affievolendosi grazie alle attenzioni ed alla passione con cui i Romani le
trattarono nei giorni successivi. Anche Romolo trovò moglie tra queste
fanciulle, il cui nome era Ersilia. Da lei il fondatore della città, ebbe una
figlia, di nome Prima ed un figlio, di nome Avilio.Tutto ciò diede origine ad
una serie di guerre successive. Dei popoli che avevano subito l'affronto furono
i soli Ceninensi ad invadere i territori romani, ma furono battuti dalle
schiere ordinate dei Romani. Il comandante nemico, un certo Acrone fu ucciso in
duello dallo stesso Romolo, che ne spogliò il cadavere e offrì gli spolia opima
a Giove Feretrio, fondando sul Campidoglio il primo tempio romano. Eliminato il
comandante nemico, Romolo si diresse contro la loro città che cadde al primo
assalto, trasferendone, poi, la cittadinanza a Roma e conferendole pari diritti
a quelli dei Romani. Gli stessi Fasti trionfali celebrano per l'anno 752/751
a.C.: «Romolo, figlio di Marte, re, trionfò sul popolo dei Ceninensi, calende
di marzo. (Fasti trionfali, 2 anni dalla fondazione di RomaFasti Triumphales:
Roman Triumphs.) Tale evento era, invece, avvenuto secondo Plutarco, basandosi
su quanto raccontato a sua volta da Fabio Pittore, solo tre mesi dopo la
fondazione di Roma (nel luglio del 753 a.C.). Dopo la vittoria sui Ceninensi fu
la volta degli Antemnati. La loro città fu presa d'assalto ed occupata,
portando Romolo a celebrare una seconda ovatio. Ancora i Fasti trionfali
ricordano sempre per l'anno.: Romolo, figlio di Marte, re, trionfò per la
seconda volta sugli abitanti di Antemnae(Antemnates).» (Fasti trionfali,
2 anni dalla fondazione di RomaFasti Triumphales : Roman Triumphs.) Rimaneva
solo la città dei Crustumini, la cui resistenza durò ancora meno dei loro
alleati. Portate a termine le operazioni militari, il nuovo re di Roma dispose
che venissero inviati nei nuovi territori conquistati alcuni coloni, i quali
andarono a popolare soprattutto la città di Crustumerium, che, rispetto alle
altre, possedeva terreni più fertili. Contemporaneamente molte persone dei
popoli sottomessi, in particolar modo i genitori ed i parenti delle donne
rapite, vennero a stabilirsi a Roma. Il Latium vetus con le città elencate
in questo capitolo di Caenina, Antemnae, Crustumerium, Medullia, Fidenae e
Veio. L'ultimo attacco portato a Roma fu quello dei Sabini del Quirinale, nel
corso del quale si racconta della vergine vestale, Tarpeia, figlia del
comandante della rocca Spurio Tarpeio, la quale fu corrotta con dell'oro (i
bracciali che vedeva rilucere alle braccia dei Sabini) da Tito Tazio e fece
entrare nella cittadella fortificata sul Campidoglio un drappello di armati con
l'inganno. L'occupazione dei Sabini della rocca, portò i due eserciti a
schierarsi ai piedi dei due colli (Palatino e Campidoglio), dove più tardi
sarebbe sorto il Foro romano, mentre i capi di entrambi gli schieramenti
incitavano i propri soldati alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio
Ostilio per i Romani. Quest'ultimo cadde nel corso della battaglia che poco
dopo si scatenò, costringendo le schiere romane a ripiegare presso la vecchia
porta del Palatino. Romolo, invocando Giove e promettendo allo stesso in caso
di vittoria un tempio a lui dedicato (nel Foro romano), si lanciò nel mezzo
della battaglia riuscendo a contrattaccare e ad avere la meglio sulle schiere
nemiche. Fu in questo momento che le donne sabine, che erano state rapite in
precedenza dai Romani, si lanciarono in mezzo alla battaglia per dividere i
contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti [i
Romani] e dall'altra i padri [i Sabini]. Li pregavano di non commettere un
crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di
evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito,
figli per gli uni e nipoti per altri. Livio, Ab Urbe condita libri) Là mentre
stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo
incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei
Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in
mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i
mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio. Alcune avevano tra le
braccia i loro piccoli... e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia
ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e
lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo. Plutarco, Vita di Romolo) Con
questo gesto entrambi gli schieramenti si fermarono e decisero di collaborare,
stipulando un trattato di pace, varando l'unione tra i due popoli con comunanza
di potere e cittadinanza, associando i due regni (quello di Romolo e Tito
Tazio), lasciando che la città dove ora era trasferito tutto il potere
decisionale continuasse a chiamarsi Roma, anche se tutti i Romani furono
chiamati Curiti (in ricordo della patria natia di Tito Tazio, che era Cures)
per venire incontro ai Sabini. Contemporaneamente il vicino lago nei pressi
dell'attuale Foro romano, fu chiamato in ricordo di quella battaglia e del
comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus Curtius, mentre il
luogo in cui si conclusero gli accordi tra le due popolazioni, fu chiamato
Comitium, che deriva da comire per esprimere l'azione di incontrarsi. Qualche
anno dopo Tazio fu ucciso a Lavinium e Romolo, che non reagì al fatto con
alcuna azione militare, rimase unico regnante della città.Successivamente
Romolo riuscì prima a conquistare Medullia, poi a battere Fidenae installandovi
2.500 coloni, a farsi amici ed alleati i prisci Latini, a battere gli abitanti
di Cameria (sedici anni dopo la fondazione) ed infine sconfiggere la potente
città etrusca di Veio, sottraendole i territori dei Septem pagi (ad ovest
dell'isola Tiberina) e delle Saline, in cambio di una tregua della durata di
cento anni. Questa fu l'ultima guerra combattuta da Romolo. Istituzioni Romolo,
uccisore di Acrone, porta le sue spoglie al tempio di Giove dipinto d’Ingres. Lo
stesso argomento in dettaglio: Lex regia, Senato romano, Gentes originarie,
Tribù (storia romana) ed Esercito romano. Al regno di Romolo si attribuiscono i
primi ordinamenti romani. Sembra, infatti, che per prima cosa organizzò
l'esercito, sulla base della popolazione adatta alle armi. Successivamente
istituì un'assemblea, formata da 100 Patres, mentre i loro discendenti furono
chiamati patrizi, a cui diede il nome nella sua globalità di Senato (Senatus da
senex per la loro anzianità). A lui si attribuisce l'istituzione del diritto di
asilo, a quanti erano stati banditi o fuggivano dalle città vicine; la
circostanza si può ricollegare all'esigenza di popolare la città. Gli si
attribuisce anche il fenomeno del patronato dei patrizi nei confronti dei
plebei che gli facevano da garanti e protettori in cambio di favori conosciuto
anche con il termine clientela. Livio racconta che in seguito alla pace
stipulata con i Sabini di Tazio (con il quale regna in assoluta armonia, fino a
quando quest'ultimo non è assassinato a Lavinio cinque anni dopo l'inizio del
loro regno congiunto), essendo raddoppiata la popolazione, non solo sibieletti
altri 100 Patres tra i Sabini, e raddoppiati gli effettivi dell'esercito (ora
composto da 6 000 fanti e 600 cavalieri), ma divise anche l'intero popolo in
tre tribù: i Ramnes, i Titiesed i Luceres, a loro volta suddivisi in dieci
curie ciascuna, attribuendo ad esse i nomi di trenta donne. Plutarco racconta
che i due re, Romolo e Tazio, non tennero un consiglio comune tra loro, ma
ognuno deliberava prima separatamente con i propri 100 Patres, e poi si
radunavano tutti insieme in uno stesso luogo per deliberare. Plutarco racconta
che Romolo, inorgoglitosi dei successi conseguiti contro tutte le popolazioni
limitrofe alla città di Roma, con grande arroganza abbandonò la precedente
tendenza democratica, per sposare un modello di monarchia assoluta, opprimente
ed intollerabile. Egli indossava un mantello purpureo e una toga bordata di
porpora, dava udienza su di un trono, attorniato da alcuni giovani, chiamati
celeres (una forma di guardia del corpo reale da lui creata), ed era preceduto
da alcuni littori, che respingevano la folla con dei bastoni a difesa del rex. In
effetti si tratterebbe di un'istituzione già presente nelle città etrusche,
dalla quali fu probabilmente ripresa ed introdotta in Roma in epoca
storica. Si racconta, inoltre, che, quando il nonno Numitore morì, a Romolo
spettasse il governo della città di Alba Longa, ma egli preferì affidarne
l'amministrazione al popolo, attraverso un suo magistrato che eleggeva
annualmente, e così insegnò anche ai cittadini più potenti di Roma a desiderare
di vivere in una città senza un rex, autonoma. Infatti a Roma, da quando Romolo
aveva mutato il suo atteggiamento da democratico a dispotico, i cosiddetti
patrizi, pur partecipando alla vita pubblica, portavano solo un
"titolo" onorifico ed un prestigio apparente, riunendosi in Senato
più per abitudine che per esprimere un parere. Di fatto tutti si limitavano ad
obbedire agli ordini di Romolo, avendo un unico privilegio: quello di essere
informati per primi sulle decisioni de re, rispetto alla moltitudine. Plutarco
aggiunge che Romolo coprì di ridicolo il Senato, distribuendo personalmente ai
soldati la terra conquistata in guerra e restituendo gli ostaggi ai Veienti,
senza aver preventivamente consultato ed ottenuto l'assenso da parte dei
senatori. Prime forme di diritto privato romano Lo stesso argomento in
dettaglio: Diritto romano. A Romolo si fa tradizionalmente risalire
l'introduzione della proprietà terriera privata a Roma, con l'atto, legato alla
fondazione della città, di attribuire ad ogni gens un heredium di terra, che
sarebbe poi passato in proprietà agli eredi. Romolo stabilì anche una legge
secondo la quale una moglie non potesse lasciare il marito. Al contrario la
donna poteva essere ripudiata se tentava di avvelenare i figli, di sostituire
le chiavi di casa o in caso di adulterio. Nel caso in cui fosse stata ripudiata
per altri motivi, il marito era tenuto a versarle una quota del suo patrimonio
e ad offrirne una seconda al tempio di Demetra. Chi ripudiava la propria moglie
era, infine, tenuto a sacrificare agli dei Inferi.Curioso che Romolo non
stabilì alcuna pena contro i parricidi, ma definì parricidio tutte le forme di
omicidio, come se il parricidio fosse un delitto impossibile da compiersi.
Festività e riti sacri Lo stesso argomento in dettaglio: Religione romana, Festività
romane e Mitologia romana. Sabini e Romani, una volta uniti sotto Tazio e
Romolo, parteciparono alle rispettive feste e riti sacri, senza eliminare
nessuno di quelli che ciascun popolo aveva fino a quel momento celebrato
singolarmente. Al contrario ne istituirono di nuovi, come i Matronalia, i
Carmentalia ed i Lupercali.Romolo decise di accogliere i rituali dedicati ad
Ercole, unico tra i riti non romani da lui accettati,e sempre a lui (o al suo
successore, Numa Pompilio) è inoltre attribuita l'istituzione del culto del
fuoco, con la creazione delle vergini sacre a sua custodia, chiamate
Vestali.Calendario romuleo Lostesso argomento in dettaglio: Calendario romano.
La tradizione afferma che Romolo avrebbe istituito per primo il Calendario
romano (un calendario lunare con inizio alla luna piena di marzo, costituito da
10 mesi - 6 mesi di 30 giorni e 4 mesi di 31 giorni, per un totale di 304
giorni; i restanti 61 giorni di inverno non venivano assegnati ad alcun mese).
Va altresì segnalato che altri storici come Eutropio, sostengono possa essere
stato il suo successore Numa Pompilio. Questo fu un argomento molto dibattuto
dagli storici del tempo (da Livio a Dionigi d'Alicarnasso o Plutarco) poiché
alcuni di loro affermavano trattarsi di un calendario piuttosto disordinato,
dove i mesi variavano da 20 giorni a 35 giorni. Morte, sepoltura e
deificazioneModifica Dopo trentotto anni di regno, secondo la tradizione
(all'età di cinquantaquattro anni), Romolo venne assunto in cielo durante una
tempesta ed un'eclissi, avvolto da una nube, mentre passava in rassegna
l'esercito e parlava alle truppe vicino alla Palus Caprae in Campo Marzio. L'improvvisa
scomparsa del loro fondatore fece sì che i Romani lo proclamassero dio (con il
nome di Quirino, in onore del quale fu edificato un tempio sul colle, chiamato
in seguito Quirinale), figlio di un dio (Marte), re e pater (padre) di Roma. Ancora
ai tempi di Plutarco si celebravano molti riti nel giorno della sua
scomparsa. Sembra anche che, per dare maggiore credibilità all'accaduto,
la tradizione racconta che riapparve al suo vecchio compagno albano Proculo
Giulio, il più antico personaggio noto appartenente alla gens
Iulia. Stamattina o Quiriti, verso l'alba, Romolo, padre di questa città,
è improvvisamente sceso dal cielo e apparso davanti ai miei occhi. Va e
annuncia ai Romani che il volere degli Dei è che la mia Roma diventi la
capitale del mondo. Che essi diventino pratici nell'arte militare e tramandino
ai loro figli che nessuna potenza sulla Terra può resistere alle armi romane.
LIVIO (si veda), Ab Urbe condita libri) L'evidente somiglianza delle
tradizioni, ha indotto alcuni storici a ritenere che questo racconto abbia
ispirato quello relativo alla risurrezione di Gesù. Nella probabile realtà
storica, invece, il primo re di Roma sarebbe morto assassinato dai Patres
durante una seduta del consiglio regio al Volcanal (ovvero il tempio di Efesto
nel Foro romano). Si racconta infatti che, a causa delle continue limitazioni
che aveva posto al Senato, organo divenuto più che altro di facciata ad una
forma di monarchia sempre più "assoluta", soprattutto dopo la morte
di Tito Tazio, caddero sui suoi membri sospetti e calunnie. Il suo corpo
sarebbe stato poi simbolicamente smembrato dai senatori, "a causa del suo
carattere troppo duro" e le sue parti (divise tra gli stessi membri del
Senato) sepolte nelle varie aree componenti il territorio della città.
Dietro la leggenda: la realtà storico-archeologicaModifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Populi albensese Gentes
originarie. La reale esistenza di Romolo è stata lungamente discussa, ma
secondo lo storico Theodor Mommsen sarebbe comprovata dalla presenza tra le
gentes originarie di Roma (di cui parla Livio) della gens Romilia, nota da
iscrizioni, che è stata identificata con il clan familiare dei discendenti di
Romolo, e che diede anche il proprio nome ad una delle più antiche Tribù
territoriali. Se ne ha conferma da una glossa di Festo (la 331 nell'epitome di
Paolo Diacono, edita da Lindsay), che riporta appunto l'esistenza di una tribù
Romulia. Altri autori ritengono sia una creazione artificiale, fantasiosa
quella di Romolo, pur riconoscendo nella stessa figura "leggendaria"
la sintesi di elementi topografici, politici e religiosi realmente accaduti, a
partire dalla tribù dei Romili oltre alla figura di Remo, identificabile con
l'antico centro di Remuria nei pressi della Roma quadrata(sull'Aventino). Secondo
il linguista Carlo de Simone, i nomi di Roma e Romolo sarebbero collegati ed
entrambi deriverebbero da un termine ricostruito in ruma, al quale la
tradizione romana assegnava il significato di "mammella". Il termine
sarebbe di origine etrusca, perché non ne è stato trovato l'etimo indo-europeo
(e l'unica lingua non-indoeuropea della zona è appunto l'etrusco. Il termine
entra come prestito nel latino arcaico e avrebbe dato origine al toponimo Ruma
(più tardi Roma) e ad un prenome Rume (in latino divenuto Romus), dal quale
sarebbe derivato il gentilizio etrusco Rumelena, divenuto in latino Romilius.
Il Villar, invece, sostiene che il nome Romafosse, molto probabilmente, il nome
preindoeuropeo del Tevere trasferito alla città che esso bagnava, come accadeva
frequentemente a quel tempo. Secondo altre ipotesi (sempre più smentite dalle
campagne archeologiche), i più antichi dei re di Roma sarebbero figure
principalmente simboliche (in particolare sembrano complementari i primi due, Romolo
e Numa Pompilio, che avrebbero introdotto le massime istituzioni
politico-militari e religiose dello stato). La reale esistenza della
figura di Romolo come effettivo fondatore, primo legislatore e re-sacerdote, è
stata rivalutata dall'archeologo Andrea Carandini, sulla base di moderni scavi
condotti alle pendici del Palatino, che avrebbero portato al rinvenimento
dell'area corrispondente alla vera Regia di Romolo, nonché dell'antico
tracciato del pomerio. Ivi sono stati rinvenuti reperti fittili, resti di una
palizzata e di un muro in tufo (derubricato come «muro di Romolo») databili con
certezza, circostanza che darebbe conferma anche dell'esattezza cronologica
delle fonti storiografiche latine sull'epoca della fondazione di Roma e della
consistenza del suo rito di fondazione. Inoltre, sulla base di una fonte
letteraria, la scoperta del sito del lapis niger fu associata all'ipotesi di un possibile sito
della tomba di Romolo o di un arcaico luogo di culto a lui dedicato. A
possibile conferma di quanto sopra, nella zona sottostante alla scalinata di
accesso alla Curia è stato rinvenuto un cenotafio ipogeo databile al VI secolo
a.c. dedicato al suo culto, contenente un sarcofago della lunghezza di circa m
1,50, che alcuni studiosi hanno ipotizzato possa essere stata la sua tomba,
mentre altri hanno escluso tale possibilità. Va osservato tuttavia che la
lunghezza del sarcofago, (corrispondente in modo abbastanza preciso alla
statura media degli uomini di quell'epoca) farebbe pensare ad una funzione di inumazione
di un corpo integro, non delle sue parti. Antenati Genitori Nonni Bisnonni Dio
Giove Dio Saturno Dea Opi Dio Marte Dea Giunone Dio Saturno Dea Opi Romolo Numitore
Proca Rea Silvia Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, Eutropio, Breviarium ab
Urbe condita, Floro, Epitoma de Livio bellorum omnium annorum DCC, Strabone,
Geografia, Plutarco, Vita di Romolo,
Livio, Ab Urbe condita libri, Floro, Epitoma de Livio bellorum omnium annorum
DCC, Livio, Ab Urbe condita libri, Marcone, Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di Romolo, Strabone,
Geografia, Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di Romolo Livio, Ab
Urbe condita libri, Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC,
Plutarco, Vita di Romolo. Sia Livio (Ab Urbe condita libri), sia Ovidio (I
Fasti) narrano di una migrazione dalla città greca di Argo, guidata da Evandro
^ a b Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita
di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Floro, Epitoma de Livio bellorum omnium
annorum DCC, Varrone, De lingua latina, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco,
Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Floro, Epitoma de Livio bellorum
omnium annorum DCC, Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC,
Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, Floro, Epitoma de
Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita di Romolo, Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane,
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Livio, Ab Urbe condita libri, Livio,
Ab Urbe condita libri, Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum
DCC, I, 1.10. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, Dionigi di Alicarnasso, Antichità
romane, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Floro, Epitoma de
Livio bellorum omnium annorum DCC, Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita
di Romolo, AE Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco,
Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Dionigi di Alicarnasso, Floro,
Epitoma de Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita di Romolo, Floro,
Epitoma de Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita di Romolo, Livio,
Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Floro,
Epitoma de Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita di Romolo,
Plutarco, Vita di Romolo, Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di
Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Carandini, Tito
Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di
Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium
annorum DCC, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vite
parallele, Vita di Romolo, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Plutarco,
Vite parallele, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di
Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Varrone, De re rustica, Plutarco, Vita di
Romolo, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di
Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Plutarco, Vita di Romolo, Livio, Plutarco,
Vita di Romolo, Dionigi di Alicarnasso, Eutropio, Breviarium ab Urbe condita. Plutarco,
Vita di Romolo. O è ucciso. Appiano di Alessandria, Storia romana (Appiano),
Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco, Vita di
Romolo, Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco,
Vita di Romolo, Floro, Epitoma de Livio bellorum omnium annorum DCC, Plutarco,
Vita di Romolo, Livio, Ab Urbe condita libri, Plutarco, Vita di Romolo; Guerri,
Antistoria degli italiani, Milano, Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane,
Plutarco, Vita di Romolo, Paul. Fest.: Romulia tribus dicta, quod ex eo agro
censebantur, quem Romulus ceperat ex Veientibus. Plutarco, Vita di Romolo, Piganiol,
Simone. "Considerazioni sul nome di Romolo". In Carandini, Carafa
(cur.), "Palatium e Sacra via" I. Bollettino di Archeologia,
Gentilizio Rumelna attestato dall'iscrizione sull'architrave della tomba 35
della Necropoli del Crocifisso del Tufo, a Orvieto. Iscrizione: Mi Velthurus
Rumelnas. Villar Carandini, Marcone, Marcone, Il "sepolcro di Romolo"
scoperto nel Foro Romano, su storicang.it. Foro romano, Russo: "L'ipogeo
scoperto non è la tomba di Romolo", su rainews.it, Appiano, Historia
Romana (Ῥωμαϊκά), libri III e IV (Versione in inglese disponibile qui). Diodoro
Siculo, Bibliotheca historica. Testo originale Dionigi di Alicarnasso,
Antichità romane. Eutropio, Breviarium historiae romanae (testo latino). Fasti
triumphales. (Testo in latino: AE Versione in inglesei). Floro, Epitoma de
Livio bellorum omnium annorum DCC (testo latino), Liber I. (Versione in
inglese). Livio, Ab Urbe condita libri (testo latino); Periochae (testo latino)
Wikisource-logo.svg. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (testo latino).
Plutarco, Romolo. Strabone, Geografia Γεωγραφικά (Versione in inglesei).
Varrone, De lingua Latina. Fonti storiografiche moderne, Storia Einaudi dei
Greci e dei Romani, Roma in Italia, Milano, Einaudi, Briquel, Romulus jumeau et
roi. Realite d'une legende, Les Belles Lettres, Paris, Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle
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Tazio, Mondadori, Milano, Carandini, Roma il primo giorno, Roma-Bari, Laterza,
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Bari, Edipuglia, Matyszak, Chronicle of the roman republic: the rulers of
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antica, Firenze, Sansoni, Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma,
Milano, Rusconi, Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano, Il Saggiatore, Scullard,
Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli, Villar, Gli indoeuropei e le origini
dell'Europa, Il Mulino, Romolo e Remo Fondazione di Roma Gentes originarie Gens
Romilia Rex (storia romana) Età regia di Roma lex regia Flamini Romolo Portale
Antica Roma Portale Biografie Portale Mitologia Età
regia di Roma periodo monarchico della città di Roma, Battaglia del lago Curzio
Storia delle campagne dell'esercito romano in età regia storia delle campagne
dell'esercito romano. Grice: “I consider myself, like Rawls, a contractualist – my steps
towards a quasi-contractualism, are formulated elsewhere.” Grice: “I should not
be confused with Grice – a FULL-BLOWN contractualist!” Grice: “’May’ only has
one sense – it may rain, you may run. Credibility and desirability modalities
are not Fregeian senses! ‘may’ is aequi-vocal. In Latin it is more obvious,
since there is only ‘possum’ for ‘I may’. ‘Can’ is of course a solecism!”. Nome compiuto: Giuseppe
Duso. Bepi Duso. Keywords: Plato-Hegel, Aristotle-Kant – Plathegel, Ariskant –
zoon politikon – contratto sociale – democrazia – repubblica – il primo
contrattualista cita Aristotele – Contratto nel diritto romano – aporia della
rappresentazione – concetto di politica, concetto di soveranita – concetto di
potere – io posso – concetto di liberta – la filosofia politica italiana –
l’influenza di Fichte nell’idealismo rivoluzionario del risorgimento --. Regime
di governo – storia del concetto – aporia del concetto -- Welsh philosopher Geoffrey Russell Grice,
modalita, verbo modale, verbo servile, verbo aussiliare, puo, posso, possiamo.
Modalita aletica o doxastica (posso passarti la sale) e deontica (puoi ma non
puoi – you can but you may not --. Contract, pact, compact. Foundations of morality –
contract in ethics, meta-ethics, politics, meta-politics. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Duso: zoon politikon” –
The Swimming-Pool Library.
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