GRICE ITALO A-Z C CR
Luigi
Speranza -- Grice e Crassicio: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. He moves to Rome where he works as a teacher before
joining the school of Quinto Sestio. Nome compiuto: Crassicio Pasicle.
Crassicio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Crassicio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Crasso: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. An orator and a politican. He takes a keen interest in philosophy and
at different times studies with Metodoro, Carmada, Clitomaco and Mnesarco. Nome
compiuto: Lucio Lucinio Crasso. Crasso. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Crasso,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cratippo: la ragione conversazionale al lizio di Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Lizio.
Friend of Cicerone. Tutor of Orazio and Bruto. Marco Tullio Cratippo. Crattipo.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cratippo,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Credaro: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del discorso al senato – scuola di Sondrio – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sondrio). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Sondrio, Lombardia. Grice: “I like
Credaro; it is as if he invented the universities! I especially love the way he
connects it all, in that uniquely Italian way, with the ‘assoluto’!” Si laurea a Pavia, dove fu convittore del
Collegio Ghislieri, divenne insegnante di liceo. Wi recò a Lipsia per
perfezionarsi nella psicologia filosofica sotto Wundt. Insegna a Pavia. Ministro
della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia nei governi Luzzatti e Giolitti IV
-- istituì il Liceo moderno. Relatore
nella presentazione della Legge che istitutiva dei Corsi di perfezionamento, o
più comunemente Scuole pedagogiche, di durata biennale, di preparazione per
l'esercizio all'ispettorato o per la direzione didattica delle scuole. Fu
l'ispiratore della legge Daneo-C., che stabiliva che lo stipendio dei maestri
delle scuole elementari fosse a carico del bilancio dello Stato, e non più dei
Comuni, contribuendo così in maniera determinante all'eliminazione
dell'analfabetismo in Italia. Prima di questa legge, infatti, i comuni di
campagna e quelli più poveri, specie nel Sud, non erano in grado di istituire e
mantenere scuole elementari e pertanto rendevano di fatto inapplicata la legge
Coppino sull'obbligo scolastico. Si
interessa attivamente dei problemi agricoli e forestali di Sondrio. Autore di
numerosi saggi, in particolare sui Kant e Herbart. Commissario Generale Civile della Venezia
Tridentina, ossia la suprema autorità del Trentino-Alto Adige che sta per essere
fannesso all'Italia. In tale veste tentò una politica particolarmente
conciliante verso la minoranza di lingua tedesca e rispettosa dell'ordinamento
amministrativo de-centrato della regione. In seguito, anche a causa delle
pressioni dei nazionalisti, la sua politica nei confronti della minoranza di
lingua tedesca si fece più intransigente. Testimonianza ne è la cosiddetta Lex
Corbino,elaborata da Credaro, sull'istituzione di scuole elementari nelle nuove
province che è considerata da una parte della storiografia strumento per
potenziare la presenza italiana soprattutto nel territorio misti-lingue della
regione a danno della minoranza tedesca. Ciononostante, sube l'assalto di una
squadra d'azione fascista che lo costrinse alle dimissioni per far luogo
all'insediamento di un prefetto di Trento. Termina quindi la sua carriera
politica in disparte rispetto al regime che si andava consolidando. Altre
opere: “Lo scetticismo degli platonisti (Roma, Terme Diocleziane); La libertà
di volere (Milano, Bernardoni); Herbart, Torino, Paravia), “Razionalismo
trascendente in Italia” Catania, Battiato); Wundt (Milano, Società Anonima
Editrice Dante Alighieri). Andrea Di Michele, L’italianizzazione imperfetta.
L’amministrazione pubblica dell’Alto Adige tra Italia liberale e fascismo,
Alessandria, Orso, Analfabetismo, Dizionario biografico degli italiani, Cr. un
italiano d'altri tempi articolo di Romano, Corriere della Sera, Sondrio. Se il nome di Carneade non è
completamente ignorato dalle persone colte, che non si occupano di storia della
filosofia, si deve alla parte giuridica del suo pensiero, la cui conoscenza è
tratta quasi interamente da pochi frammenti della famosa orazione (quasi-Trasimaco)
*contro* il concetto dello giusto tenuta a Roma frammenti conservati da
Lattanzio, il quale li ha presi dal trattato della repubblica di CICERONE.
Questa orazione alla Trasimaco *contro* la coerenza del concetto dello giusto –
gius – giustiziato, juratum, giurato cf. Cicerone jusjuratum --, che fa epoca
nella storia della cultura del popolo romano, non deve essere considerata
solamente un episodio della vita di Carneade, una semplice millanteria del
facondo oratore, che volesse fare impressione sugli animi dei Romani; ma il suo
contenuto deve venire integrato colle altre vedute di Carneade per cercarne il
legame ed esaminarne il valore. A tale fine bisogna anche qui muovere dallo
stoicismo. L'orazione *contro* lo giurato (Cicerone – iusiuratum) giustiziato
ha qualche rapporto con esso? Si sa che tutti e tre i filosofi ambasciatori --
Carneade accademico, Diogene stoico e Critolao peripatetico -- durante il lungo
soggiorno a Roma, sia per invito avuto dalla cittadinanza, che in quel tempo
godeva la pice decorsa tra la battaglia di Pidna e la terza guerra punica, sia
di propria iniziativa, per desiderio di far mostra di tutta la potenza della
loro parola e della loro scienza filosofica, a beneficio eziandio della causa
che patrocinavano, aprirono un corso di conferenze (GELLIO, Noct. Att.; MACROBIO,
Saturn.). É probabile che tutti e tre filosofi – Carneade accademico, Critolao
peripatetico del liceo – e Diogene stoico -- abbiano scelto l'argomento delle
loro orazioni dalla filosofia pratica, come quella che interessa vivamente i
loro ospiti, tutti dati alle armi, agli affari, alla politica,
all'amministrazione; anzi e le cito supporre che ciascuno abbia esposte le idee
della sua scuola – l’accademia, il lizio, e il portico -- intorno al “giurato”
– Cicerone iusiuratum, il principio o imperativo più importante della vita
pubblica e privata. Il soggetto del giurato – Cicerone, iusiuratum – dove
soddisfare pienamente le esigenze e i desideri dell'uditorio, poichè i romani,
a ragione o a torto, si credeno gli uomini più giusti (giuratura, iusiuraturus)
e alla virtù del giurato (Cicerone iusiuratum) attribuivano la grandezza, alla
quale era pervenuta la propria patria. In questa ipotesi lo stoico Diogene, con
parola modesta e sobria, come attesta POLIBIO, che ebbe opportunità di
ascoltarlo, spiega ai Romani l'idealismo morale e il cosmo-politismo della sua
setta. L'anima di tutti gli uomini è uguale; e come tutte le cose uguali si
attraggono, cosi anche gli esseri razionali; per ciò l'istinto della società è
insito nella stessa ragione, la quale insegna a ciascuno di noi che esiste una
sola città, un solo stato, la grande società umana; ciascuno si sente parte
integrante di questo immenso organismo governato da una sola legge (ius) e da
un solo diritto, la retta ragione (ius). Questa legge (ius) conforme alla
natura si fa sentire in tutti, immutabile, sempiterna, divina; invita col
comando al dovere, col divieto allontana dalla frode. È suprema, assoluta; non
è lecito crearne altre contrarie, nè abrogarla totalmente o parzialmente; non
voto di popolo, non decreto di senato possono dispensare dall'ubbidirla;
nessuno ha bisogno d'interprete per comprenderla; è la medesima in Atene e in
Roma, oggi e domani e sempre; l'inventore e il promulgatore di essa è uno solo,
il maestro e il comandante di tutti, Dio. Chi non vi obbedisce, va contro la
natura e per questo fatto solo soffrirà tutte le pene. L'uomo pensa e opera moralmente
(mos: costume) solo in quanto conformasi a questa unica legge; e poichè questa
è la medesima in tutti gli uomini, tutti debbono tendere allo stesso scopo, al
bene universale. Il uomo non deve vivere per sè, ma per l'umanità; l'interesse
personale deve essere asso lutarnente subordinato a quello umano Cic., de fin.;
de rep.; Plut., de comm. notit.; Zeller). In questo stato politico ed etico
regna perfetta concordia ed armonia. Tutti i cittadini hanno vivo il sentimento
dell'ordine, coltivano la virtù e reprimono gli appetiti irrazionali, che sono
la causa dell’inimicizia e della guerra (bellum, polemos). Sono sottomessi alla
volontà divina, al fato, alla serie universale e interminabile delle cause e
degli effetti. I doveri fondamentali sono il giurato (iusiuratum), in qua
virtutis splendor est maximus, e la benevolenza e la beneficenza.Questedue
virtù sono le basi della società civile (CICERONE, de fin.). Intorno ad esse
Diogene puo parlare a lungo ai Romani, perchè nel Portico e stato soggetto di
molte dispute e di scritti. Il suo tutore Crisippo gli aveva insegnato in
proposito una dottrina propria. Tutti gli altri esseri sono nati per il bene
degli uomini e degli dei, due uomini per formare una popolazione, una società,
una comunanza, una communita, un comune; è inerente alla natura che tra l'uomo
e il genere umano, come tra parte e tutto, interceda un diritto naturale. Colui
che lo osserva è giusto (promuove il giurato – iusiurato); ingiusto chi lo
trasgredisce. Tra il diritto pubblico e quello privato non avvi opposizione (CICERONE,
de fin.). Un uomo non si trova in rapporti giuridici con una bestia, ma solo con
suo simile. Affinchè si realizzi il regno del giurato (iusiuratum) e della moralità
occorre che la perfetta ragione sia presente in tutti. La ragione invece si
trova solamente nel sapiente; si formarono quindi gli stati singoli, che
tengono divisa l'umanità. Come gli stati, così le istituzioni che li governano
sono effetto di errore e stoltezza: quali l’istituzione del matrimonio, l’istituzione
della famiglia, l’istituzione della proprietà, l’istituzione dela moneta, l’istituzione
del ribunale, l’istituzione del ginnasio (Diog. L.). Stato conforme alla natura
umana, con istituzioni veramente buone, non esiste. Edotto di questo idealismo
politico, puo sul Campidoglio il pretore romano A. ALBINO, uomo erudito e
versato nella lingua greca, dire per ischerzo volgendosi a Carneade. “A te,
Carneade, non sembra io sia un pretore, nè questa una città, nè in essa abitino
cittadini). A cui Carneade, che subito capisce di essere stato preso per il
collega del Portico. “A questo del Portico non sembra cosi.” I filosofi
ateniesi non lasciano di contendere neppure in paese straniero; o certo
Carneade e stato assai lieto di osservare che al senso pratico dei romani la
dottrina de' suoi avversari si presenta come assolutamente *ridicola*; e
tornato in patria, crede il fatto degno di essere raccontato a' suoi discepoli
(L'aneddoto è ricordato da Clitomaco. CICERONE, Ac.). Sogliono gli storici
narrarci che Carneade tenne a Roma *due* discorsi ispirati a scopo opposto. Il
primo giorno dimostra l'esistenza del diritto naturale e loda la giustizia (il
giurato – il iusiuratum – dike – cf. lex). Il secondo giorno sostenne tutto il
contrario; onde gridano all'immoralità, all’audacia e alla sfacciataggine del
filosofo, che non si vergognò di difendere contraddizione si anorme. Anche non
tenendo conto che, se si applicasse questo criterio, tutta la filosofia dei
accademici sarebbe un' immoralità, perchè il loro metodo e di difendere in ogni
quistione le soluziori opposte. Idue discorsi (tesi ed antitesi, positio e
contra-positio, posizione e contra-posizione), tenuti in giorni successivi,
abbiano un'unità perfetta (la sintesi, o com-posizione) e si propongano il
medesimo fine: mostrare la falsità della dottrina della tesi di Diogene intorno
al giurato; e siccome costoro in questa parte della filosofia, molto più che in
altre, sono dipendenti da Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da
questi. Leggiamo in LATTANZIO. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac
Platonem, IVSTITIAE patronos, prima illa disputatione collegit ea omnia, quae
pro IVSTITIA dicebantur, ut posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades,
quoniam erant infirma, quæ a philosophis adserebantur, sumsit audaciam
refellendi, quia refelli posse intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al
trove. Nec immerito extitit Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui
refelleret istorum (Platone e Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ
fundamentum stabile non habebat, everteret, non quia vituperandam esse
iustitiam sentiebat, sed ut illos defensores eius ostenderet nihil certi, nihil
firmi de iustitia disputare (Epit.). Di qui è evidente che la prima orazione
non era che un esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione,
un'esposizione delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare
nel vegnente giorno (CICERONE., de rep.); confutazione, la quale non ha per
iscopo di vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o
almeno la loro teoria dommatica – il domma. Non è la virtù del Portico, che
Carneade demole, ma il sapere. E caso a noi pervennero frammenti solamente
della seconda orazione. Questa sola offre una filosofia nuova, da una scossa
inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò eam disputationem, qua IVSTITIA
evertitur, apud CICERONE L. FURIO
recordatur (Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire
questo singolare discorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste
una giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso
esiste, le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone
o cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le
dolci e le amare. Invece, chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una grandissima
diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra il popolo romano
e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al Trastevere, da tempo a
tempo. I cretesi e gl’etoli reputano cosa onesta il brigantaggio. I lacedemoni
dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano toccare col giavellotto. Gl’ateniesi
soleno annunciare pubblicamente che loro appartene ogni terra che producesse
olive e biade. I barbari galli stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento
col lavoro, invece che colle armi. I romani vietano ai transalpini la
coltivazione dell'ulivo e della vite, per impedire la concorrenza ai loro
prodotti e dar a questi un valore più elevato. Gli semitici egiziani, che hanno
una storia di moltissimi secoli, adorano come divinità il bue e belve di ogni
genere. I semitici persiani, disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i
tempii, persuasi essere cosa illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione
tutto il mondo, fossero rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e
Alessandro manda ad esecuzione la guerra contro i greci per punire quei numi. I
Tauri, gli Egiziani, i barbari galli (“Norma”) e i Fenici credeno che
tornassero assai accetti alle loro deità il sacrifizio umano. Si dice: E dovere
dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum) ubbidire alla legge. Quale legge? A la
legge di ieri, o alla legge di oggi? A quelle fatte in questo lato del Tevere, o
nel Trastevere? Se una un imperativo o una legge suprema, universale, trascendente,
kantiana, costante s'impone alla coscienza dell’uomo, come pretende Diogene,
coteste variazioni non sarebbero possibili. Perciò non esiste un diritto
naturale, nè un uomo che per natura arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (IVS)
è una invenzione dell’uomo a scopo di utilità e didifesa; come prova anche il
fatto che non raramente la legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura
a questo sesso un particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’,
attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio
fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non
isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata
appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle
mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera,
per istinto di natura, gl’animali e le altre nazione come istrumenti della
propria conservazione e felicità (CICERONE., de rep.). La storia insegna che
ogni popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui,
ma unicamente ai proprii. Voi stessi o ROMANI, dice Carneade parlando a un SCIPIONE
Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a LELIO il saggio,
al letterato FURIO Filone, a SCEVOLA il futuro giureconsulto, all'erudito
SUPICIO Gallo, al grande oratore GALBA, al vecchio CATONE, l'implacabile nemico
di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti
ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale
Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla GIUSTIZIA.
Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agl’altri, ritornate alle
vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il criterio direttivo
della vostra vita non e il giurato
(iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara. Poichè voi, coll'intimare
la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie* sotto un pretesto di
legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per venuti al possesso di
tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse potuto produrre
negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della loro grandezza
politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi, che sono celebri
e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data dal pirata
catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare con una sola
fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro, infesti tutto il
mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa virtù somma e
perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la negazione del
giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata tra gli
uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese, naturalmente
a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio altrui, estendere
il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che acquista dei beni alla
patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma l'erario di denaro,
rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non solo il popolo e la
classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e incoraggiano a commettere
cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non manca neppure l'autorità
della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia, che invano si tentano di
nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno diritto di vita e di
morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono chiamarsire per volontà
divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per ischiatta, o per potenza, hanno
nelle mani l'amministrazione di una città, costituiscono una setta. Ma i membri
prendono il nome di “ottimato”. Se il popolo ha il sopravvento nel maneggio dei
pubblici affari, la forma di governo si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè
gli uomini si temono l'un l'altro, e una classe ha paura dell'altra, interviene
una specie di *patto* o contratto fra popolo e potenti e si costituisce una
forma mista di governo, dove la giustizia è un effetto non di natura o di
volontà, ma di debolezza. Ed è naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve
scegliere tra le seguenti condizioni: recare *in-giuria* e non riceverne; e
farne e riceverne; nè farne, nè riceverne, egli repute ottima la prima, perchè
soddisfa meglio i suoi istinti. Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza;
ultima e più infelice la condizione di chi sia costretto ad essere continuamente
in armi, sia perchè faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo
stato naturale dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la
guerra, la discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la
negazione del giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita
per effetto di debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo,
considera il giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che
l’istituzione del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi
avversari e dei filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si
acquista, non si allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre,
le vittorie; le quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la
distruzione di città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati
nei tempi, ne dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle
rapine i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità
nemiche, quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i
trionfi dei generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della
patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con
nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere senza
danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di risparmiare
tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a ciascuno il
suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non sminuire la
felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non ha mai
l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il popolo
attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto; bensì al
sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il ‘scitum’ i generali
di Roma hanno il soprannome di grandi. La violenza, la forza, la negazione
del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma per nascondere la
propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato (iusiuratum), il
popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando delle favole da
sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna un titolo di
nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli stati liberi
o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il comandare con
la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del giurato (iusiuratum).
La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano il sentiment *dis-interessato*.
Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi negazione del giurato
(iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque mezzo acquistata, tien
dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine della propria nazione non
sembra avvenimento naturale, come la morte di un individuo, pel quale questa
non solo è necessaria, ma talvolta anche desiderabile. L'estinzione della
patria era per essi in certo qual modo l'estinzione di tutto il mondo. Dato
questo concetto e un sentimento della gloria diverso e molto più intenso che
non sia in noi moderni, doveno in certa guisa parere *giustificati*
(giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum -- anche gli atti di violenza e di
frode, che avevano per I scopo la conservazione e la potenza del proprio stato;
o, per meglio dire, il popolo e gl'individui non hanno coscienza di un
principio o imperativo che governa la propria vita. Credeno, I ROMANI pei
primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece sommamente negano il
giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire questa opposizione tra
fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il giurato (iusiuratum) (CICERONE
(si veda), de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il ‘scitum’
dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente l'uomo che
sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede quello degli
altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e assai chiari
e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole vendere uno
schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli solo conosce
questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si, s'acquista fama di uomo onesto, perchè non inganna,
maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende affatto; se
no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma malvagio, perchè
inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro per oricalco, o
argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica al venditore lo
sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà pagare a
maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe vantaggio,
sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e tu il sai,
dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma accorto; se
parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si presenta la
contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto. Ma in
questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di vantaggi
più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice della
povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe più spiccato.
Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare, vede un altro più
debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che vale a sostenere
uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e si pone in salvo,
lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi furono sconfitti,
incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi al ferro dei
nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in sella, o si lasce
raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a qualunque costo. Ma
se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma stolto. Tale è il
giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo. Cosicchè il giure naturale, la giustizia
naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta
d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il
giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un
fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo --
principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere
quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi
una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il
difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi
opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso
schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e
viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo,
l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il
conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto
perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci
credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena, negando che fosse un
sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta che in questa ipotesi
il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono uno scaltro (Cic. de
leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della morale e del diritto è
l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la divinità, inclinazione che
ha radice nella natura, la quale sola offre la norma per distinguere il giurato
dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade, generatrice del diritto è
l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e altrettanta opinione, la
quale non deriva da un imperativo kantiano, o un principio naturale fisso, come
provano la loro varietà e il dissenso degli uomini (CICERONE (si veda), de leg.).
Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire un significato di
domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle premesse teoretiche della
sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato da Carneade in opposizione
all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina *precettiva*, alla Kant (il
sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un fatto psicologico e sociale –
come il principio cooperativo di Grice. Carneade non pare credere all'effetto
pratico della morale normativa e si limita ad analizzare il cuore dell’uomo, la
ragione pratica, saggezza, prudential, il quale, per la sua tendenza nativa, è
assai lontano dal realizzare il precetto dommatico stoico. Ma da filosofo prudente
s'astiene dal proporne del proprio precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che
si presenta all'osservazione quotidiana con tutti i caratteri della
verosimiglianza più alta e sforzano a credere o ad operare; ma nè costruisce una
teoria assoluta, ne formula un domma. iusiuro: swear to a binding formula. NA
Wundt/1/IV/D/XIII/1 Estate Wundt Zeitungsausschnitte 100. Geburtstag Wundt NA Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi
Credaro an Wilhelm Wundt Ricerca Sofistica Lingua Nota disambigua.svg
Disambiguazione – "Illuminismo greco" rimanda qui. Se stai cercando
il movimento culturale greco del XVIII secolo, vedi Nuovo illuminismo greco. La
sofistica (in greco σοφιστική τέχνη, sofistiké téchne) è stata una corrente
filosofica sviluppatasi nell'antica Grecia, ad Atene in particolare, a partire
dalla seconda metà del V secolo a.C., la quale, in polemica con la scuola
eleatica e avvalendosi del metodo dialettico di Zenone di Elea, pose al centro
della propria riflessione l'uomo e le problematiche relative alla morale e alla
vita sociale e politica. Non si trattò di una vera e propria scuola né di un
movimento omogeneo, ma fu estremamente variegata al suo interno: i suoi
esponenti (detti appunto sofisti), seppur accomunati dalla professione di
«maestro di virtù», si interessarono di vari ambiti del sapere, giungendo
ognuno a conclusioni differenti e a volte tra loro
contrastanti. L'Acropoli e l'agorà di Atene: qui fiorì la sofistica I
sofisti rinunciarono alla vastità delle congetture cosmologiche dei filosofi
naturalisti, concentrandosi sulla soggettività dell'uomo, sulla legittimità
delle opinioni e il valore dei fenomeni. L'approccio dei sofisti era quindi
orientato all'individualismo e al relativismo, alla critica dei valori
tradizionali, al razionalismo. I contemporanei avvertirono in queste posizioni
il rischio di derive ateistiche e di corruzione dei costumi. Certa storiografia
moderna ha invece evocato l'idea di un illuminismo greco. Etimologia.
Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός
(sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche
particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si
chiamarono «sofisti» quegli intellettuali che facevano professione di sapienza
e la insegnavano dietro compenso:[6] quest'ultimo fatto, che alla mentalità del
tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente.
Nell'antichità, il termine era spesso posto in antitesi con la parola
«filosofia», intesa come ricerca del sapere, che presuppone socraticamente il
fatto di non possedere alcun sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti,
interessati al successo e ai soldi, più che alla verità. Il termine mantiene
anche nel linguaggio corrente un carattere negativo: con «sofismi» si intendono
discorsi ingannevoli basati sulla semplice forza retorica delle argomentazioni.
La sofistica è stata rivalutata, e oggi è riconosciuta come un momento fondamentale
della filosofia antica. Contesto storico-culturale Magnifying glass icon
mgx2. Svg Lo stesso argomento in dettaglio: Pentecontaetiae Guerra del
Peloponneso. Veduta dell’Acropoli di Atene Lo sviluppo della sofistica ad
Atene è legato a un insieme di fattori culturali, economici e politico-sociali.
Con la sconfitta dei Persiani a Salamina le poleis greche affermarono la
propria autonomia, e la loro potenza si ampliò progressivamente nel corso dei
successivi cinquant'anni di pace (la cosiddetta Pentecontaetia). In
particolare, a primeggiare su tutte furono le città rivali, ovvero Sparta e
Atene: la prima espanse la propria influenza su quasi tutto il Peloponneso
attraverso un'ampia rete di alleanze, mentre Atene, membro di primo piano della
Lega delio-attica, con l'avvento di Pericle finì con l'assumerne il comando.
Con il potere politico ed economico crebbe però anche l'ostilità tra le due
città, e il desiderio di supremazia sull'intera Grecia portò al disastro della
Guerra del Peloponneso. Pericle Pericle, leader carismatico della
fazione democratica, governò Atene per circa un trentennio, portando la città
al suo massimo splendore. Egli fece trasferire il tesoro della Lega
delio-attica da Deload Atene, e trasformò il volto della città con un imponente
piano di riforma architettonica (simbolo del potere dell'epoca sono gli edifici
dell'Acropoli: il Partenone, l'Eretteo, i Propilei); inoltre, si
intensificarono i rapporti con le altre città, attraverso alleanze e scambi
commerciali. Fu proprio questo nuovo clima di pace a favorire l'affermarsi
della sofistica, poiché permise ai sofisti, «maestri di virtù» itineranti, di
spostarsi di città in città, seguendo le rotte commerciali. Visitando luoghi
con tradizioni e ordinamenti politici differenti, talvolta varcando addirittura
i confini dell'Ellade, essi iniziarono ad interrogarsi sul valore intrinseco
delle leggi e della morale, giungendo ad un sostanziale relativismo eticoche
riconosceva il valore delle norme morali solo in relazione alle usanze della città
in cui ci si trova ad operare: la stessa areté (virtù) da loro insegnata si
riduceva all'insieme delle norme e delle convenzioni riconosciute valide dai
cittadini, alle quali il retore si deve adeguare per avere successo e buona
fama. Tuttavia, bisogna considerare che non erano considerati “cittadini” le
donne, gli stranieri (meteci) e gli schiavi. L'età di Pericle fu dunque al
tempo stesso l'età dello splendore e della crisi della polis, poiché coincise
con la crisi dei valori tradizionali, di cui i sofisti furono protagonisti;
come scrive Untersteiner, la sofistica è «l'espressione naturale di una
coscienza nuova pronta ad avvertire quanto contraddittoria, e perciò tragica,
sia la realtà». Il primo interesse dei sofisti è la rottura con la tradizione
giuridica, sociale, culturale, religiosa, fatta di regole basate sulla forza
dell'autorità e del mito (e per questo motivo sono talvolta guardati come
"precursori dell'Illuminismo"), a cui veniva contrapposta una morale
flessibile, basata sulla retorica. D'altra parte, la stessa retorica che essi
insegnavano aveva un'enorme importanza per la vita civile nel regime
democratico dell'epoca, il quale riconosceva a tutti i cittadini l'uguaglianza
giuridica (isonomia) e la libertà di parola durante l'assemblea pubblica
(parresia). Il tramonto dell'aristocrazia segnò il tramonto di una
mentalità, di un'epoca con le sue aspirazioni eroiche. Le eroiche lotte
sostenute contro i Persiani, le nuove leggi e le nuove costituzioni crearono un
grande senso di fiducia in se stessi. Nel pensiero dei sofisti si rispecchiano
le esigenze delle àlacri classi borghesi, l'arrivismo degli uomini nuovi,
l'irriverenza verso le tradizioni sacre ed il beffardo disprezzo del passato,
le violente lotte fra città e città, la corsa sfrenata alle cariche politiche.
I sofisti Rosa, Protagora e Democrito I sofisti erano considerati maestri di
virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti. Per questo motivo essi
furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Platone e Aristotele,
ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura». Ironicamente, i
sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura
(paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma come
"metodo di formazione" di un individuo nell'ambito di un popolo o di
un contesto sociale. Essi riscossero successo soprattutto presso i ceti
altolocati. La figura del sofista, come persona che si guadagna da vivere
vendendo il proprio sapere, si pone come precursore dell'educatore e
dell'insegnante professionista. Argomento centrale del loro insegnamento è la
retorica: mediante il potere persuasivo della parola essi insegnavano la
morale, le leggi, le costituzioni politiche; il loro intento era di educare i
giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici e, per
essere tali, oltre ad una buona preparazione, bisognava anche essere
convincenti e saper padroneggiare le tecniche retoriche. I sofisti, a
differenza dei filosofi greci precedenti, non si interessano alla cosmologia e
alla ricerca dell'archèoriginario, ma si concentrano sulla vita umana,
diventando così i primi filosofi morali. Vengono distinte due generazioni di
sofisti: Sofisti della prima generazione: Protagora, Gorgia, Prodico e
Ippia Sofisti della seconda generazione: solitamente allievi dei primi, sono a
loro volta distinguibili in: Sofisti politici: Antifonte, Crizia, Trasimaco,
Licofrone, Callicle, Alcidamante, Polo, l'Anonimo di Giamblico Sofisti della
physis, si interessano del rapporto natura-uomo, spesso conducendo studi
naturalistici: Antifonte, (Ippia) Eristi, portano all'esasperazione il metodo
dialettico: Eutidemo e Dionisodoro, Eubulide di Mileto Altri: Seniade di
Corinto, forse l'anonimo autore dei Dissoi logoi Stando alle fonti, pare che
anche il filosofo Aristipposia stato un sofista prima di incontrare Socrate e
unirsi a lui; in particolare pare fosse allievo di Protagora e sappiamo per
certo che diede lezioni di eloquenza a pagamento. A questo proposito si
racconta un aneddoto: protagonisti sono Aristippo e il padre di un suo alunno,
il quale, contestando il prezzo troppo alto della retta annuale, gli avrebbe
detto: «Mille dracme? Ma io con mille dracme ci compro uno schiavo!», e
Aristippo avrebbe risposto: «E tu compralo questo schiavo, così ne avrai due in
casa, questo e tuo figlio!». A quanto pare Aristippo praticava tariffe
differenziate in base alle capacità degli allievi, così che se uno di questi
aveva la sfortuna di essere poco dotato la sua tariffa aumentava vertiginosamente,
mentre se al contrario era particolarmente brillante e intuitivo la tariffa
ammontava a poco più di 1 dracma, praticamente gratis. Caratteri generali
della sofistica Lo stesso argomento in dettaglio: Relativismo etico sofistico.
La sofistica, come detto, fu un movimento disomogeneo, e ogni sofista differiva
dagli altri per interessi e posizioni personali. Tuttavia, è possibile
riconoscere in questi autori alcuni caratteri comuni. Centralità
dell'uomo. I sofisti si interessarono prevalentemente di problematiche umane ed
antropologiche, tanto che gli studiosi parlano di antropocentrismo sofistico.
Essi approfondirono i temi legati alla vita dell'uomo, che venne analizzata
soprattutto dal punto di vista gnoseologico (ciò che l'uomo può conoscere e ciò
che non può conoscere), etico (ciò che è bene e ciò che è male) e politico (il
problema dello Stato e della giustizia). L'essere umano veniva considerato a
partire dalla sua condizione di individuo posto all'interno di una comunità,
caratterizzata da determinati valori culturali, morali, religiosi e via
dicendo. Essi insegnavano pertanto a osservare formalmente le leggi e le
tradizioni della polis, così da diventare cittadini rispettati e di successo –
quindi virtuosi. Rottura con la “fisiologia” presocratica. Come conseguenza del
punto precedente, i sofisti in genere trascurarono le discipline naturalistiche
e scientifiche, che invece erano state tenute in grande considerazione dai
filosofi precedenti. Per questa ragione alcuni studiosi hanno definito "cosmologica"
la filosofia precedente ed "umanistico" o "antropologico"
il pensiero sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per
certi versi limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide
(che, mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi
scientifici, tra cui matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale,
studioso dei testi ippocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia).
Relativismo ed empirismo. I sofisti concepivano la verità come una forma di
conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo
rapporto con l'esperienza. Non esiste un'unica verità, poiché essa si frantuma
in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative, finiscono
per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla pertanto di
relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli ambiti della
conoscenza, dall'etica alla politica, dalla religione alle scienze della
natura.Dialettica e retorica. Le tecniche dialettiche dell'argomentare (cioè
dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e del
confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell'antitesi, l'affermazione
contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone all'interno della
scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si affermarono e si
affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica essenziale e
influenzò profondamente la retorica, ponendo l'accento sull'aspetto persuasivo
dei discorsi, fino a scadere nell'eristica.Alla luce di tutto ciò, alcuni
studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una sorta di “illuminismo
greco” ante litteram, in quanto i miti e le credenze tradizionali vennero
criticati e sostituiti con nozioni razionali: in altre parole la sofistica
avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici di quel movimento
culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, l'Illuminismo appunto.
L'insegnamento Greuter, "Socrate e i suoi studenti", XVII
secolo. Nell'Atene era costume che i maestri tenessero lezione all'aperto, in
piazza o sotto i portici Con la comparsa dei sofisti nascono nuovi luoghi
deputati all'insegnamento: le case dei cittadini più ricchi, le palestre
pubbliche e le piazze, le quali includevano dei portici in cui i maestri
potevano passeggiare con i loro discepoli o sedere in banchi dove potevano
discutere. In genere, la scelta del luogo in cui tenere lezione era legata al
tipo di "sapienza" professata: Socrate, ad esempio, scelse la piazza
pubblica per mostrare la sua disponibilità verso tutti i cittadini e il
disinteresse per il denaro – e lo stesso faranno i cinici in epoca successiva –
mentre gli accademici, i peripatetici e gli stoici preferiranno luoghi
attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche. D'altra parte, va ricordato
ancora una volta che la sofistica non fu una scuola filosofica, bensì un
movimento caratterizzato da un ampio e variegato dibattito interno.
Capisaldi dell'insegnamento sofistico sono: L'insegnabilità della virtù:
essendo i sofisti "maestri di virtù", il loro insegnamento si basava
sulle strategie per conseguirla, con fini eminentemente utilitaristici; non
essendo infatti possibile conoscere il Bene in sé, l'educazione era volta a diffondere
i valori più convenienti alla vita civile dell'individuo. Per questo motivo,
essi si rivolsero non solo agli aristocratici, ma anche ai ceti emergenti che
aspiravano al successo.La retorica: i sofisti non furono degli scienziati,
poiché non limitavano il campo del loro sapere ad una disciplina specifica;
piuttosto, per loro era importante il metodo di comunicazione, e per
apprenderlo erano previsti due momenti, la dialettica e l'eristica: la prima
consiste nell'arte di saper argomentare, la seconda nel saper vincere in una
discussione. Il loro insegnamento abbracciava molte tematiche, e oltre alla
morale si occuparono di problemi di diritto, ponendo la questione
dell'esistenza o meno del diritto naturale (physis) e del suo rapporto col
diritto positivo (nomos).Per quanto riguarda le leggi e le norme i sofisti,
spostandosi di città in città, si accorsero che ogni cultura ha diverse regole
e leggi. Ciò fece sorgere in loro domande quali: Ci sono regole uguali
per tutti? In genere i sofisti propendono per il no, cioè per il relativismo
etico. Vi è una cultura superiore alle altre? Porre la domanda già equivale ad
una critica delle tradizioni e ad una propensione per il relativismo culturale.
La Seconda sofistica Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda sofistica.
L'imperatore ADRIANO, in veste greca, offre un sacrificio ad Apollo (Londra,
British Museum) Dopo il successo del V secolo a.C., nel secolo successivo la
sofistica vide un progressivo ridimensionamento della propria importanza,
soprattutto a causa delle già menzionate critiche rivolte ai sofisti dai
filosofi dell’ACCADEMIA e del LIZIO, e dalle loro scuole. Tuttavia, si assiste,
in piena età imperiale, ad una rinascita della sofistica, grazie a un movimento
filosofico-letterario definito da Filostrato Seconda sofistica[24] (detta anche
Nuova sofistica o Neosofistica, per differenziarla da quella antica).
Diversamente dalla sofistica del V secolo, però, la Seconda sofistica abbandona
i temi di interesse filosofico ed etico (come la divinità, la virtù e via dicendo),
per occuparsi esclusivamente di oratoriae retorica. La Nuova sofistica si
presenta così subito come un movimento di impronta essenzialmente letteraria,
orientato allo studio e all'esercizio dell'oratoria e ben distante dall'impegno
politico e culturale dei sofisti dell'età di Pericle. I nuovi sofisti mirano
all'affermazione personale e al successo pubblico, cercando (eccetto che in
rari casi) di ingraziarsi la simpatia e i favori dei potenti; la loro
produzione letteraria, improntata alla ricercatezza stilistica secondo lo stile
del cosiddetto asianesimo, spazia attraverso vari generi: dialoghi, trattati,
opere satiriche, novelle, fino a ben più leggere opere di intrattenimento,
brani in cui veniva ostentata la propria bravura retorica. Tra i vari autori
di lingua greca che rientrano in questo fenomeno letterario, i più importanti
sono: Dione Crisostomo («dalla bocca d'oro») ricoprì varie cariche
politiche e svolse la propria attività di retore e insegnante in Bitinia e a ROMA,
dove però è condannato all'esilio. Erode Attico, tra i più importanti e
rinomati, insegnante di retorica e amico dell'imperatore stoico Marco Aurelio
ANTONINO, ricoprì vari incarichi nell'amministrazione pubblica romana, tra cui
il consolato. Elio Aristide, allievo di Erode Attico, famoso soprattutto per le
opere di onirocritica e per la sua devozione al dio Asclepio; Luciano di
Samosata, uomo vicino alla famiglia imperiale romana -- dinastia degli Antonini
--, è autore di vari saggi sui più disparati argomenti, nonché modello di
purismo linguistico. Flavio Filostrato, membro di una famiglia di celebri
retori e sofisti, è tra i più potenti letterati alla corte dei Severi. La
Seconda sofistica perdura. Tratti tipici di questo movimento sono
rintracciabili in filosofi come Imerio, Libanio, Temistio e Sinesio, per
giungere infine alla Scuola di Gaza. La storiografia moderna considera
comunemente i sofisti come filosofi. Si veda a proposito: M. Untersteiner, Le
origini sociali della sofistica, appendice a: I sofisti, Milano Guthrie, The
Sophists, Cambridge Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Reale, Il pensiero
antico, Milano Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna. Più precisamente,
Untersteiner, riprendendo a sua volta Marrou e Levi, scrive: «Fu più volte
riconosciuto che nella sofistica non devesi scorgere una scuola filosofica
abbastanza uniforme e coerente, ma piuttosto sia meglio accogliere l'opinione
molto diffusa nell'antichità, “che considerava sofisti coloro che andavano da
una città all'altra della Grecia per insegnarvi pubblicamente la loro σοφία
dietro retribuzione. Il contenuto di questa sapienza variava secondo gli
insegnanti di essa; però (nemmeno Gorgia rappresenta un'eccezione) tutti i
sofisti professavano di essere maestri di ἀρετή (virtù), ossia dichiaravano
d'impartire ai loro discepoli un insegnamento rivolto a finalità insieme
individuali e sociali”» (I sofisti, Milano sofistica, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Il sostantivo σοφιστής deriva dal
verbo σοφίζειν (sophízein), che significa «rendere sapiente». Cfr. Guthrie, The
Sophists, Cambridge Per le varie accezioni del sostantivo si veda anche: L.
Rocci, Dizionario Greco Italiano, Firenze Kerferd, I sofisti, trad. it.,
Bologna Sofista» in origine indicava generalmente una personalità ritenuta
sapiente, e fu utilizzata per riferirsi anche a poeti come Omero ed
Esiodo. DK. La rivalutazione della
sofistica come corrente filosofica iniziò a opera di Hegel e Nietzsche. Oggi ai
sofisti è riconosciuto lo statusnon solo di filosofi morali ma anche di
teoreti. Cfr. G.B. Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Untersteiner, I
sofisti, Milano Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Untersteiner, I sofisti,
Milano Faggin, Storia della filosofia, volume primo, Principato editore,
Milano, Così li definisce Socrate in: Senofonte, Memorabili Jaeger, Paideia,
trad. it., Firenze Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze Kerferd, I sofisti,
trad. it., Bologna Diogene Laerzio Plutarco, De liberis educandis Untersteiner,
I sofisti, Milano Questo è l'argomento su cui verte il Teetetoplatonico, nel
quale si analizza la dottrina protagorea dell’homo mensura (Cfr. DK 80A1).
Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Tra i cittadini ateniesi abbienti che
patrocinarono l'attività dei sofisti, il più famoso è senz'altro Callia, che
compare come personaggio nel Protagora di Platone (è in casa sua che avviene il
dialogo e sono ospitati Protagora, Prodico e Ippia). ^ M. Untersteiner, I
sofisti, Milano Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Jaeger, Paideia, trad.
it., Firenze Illuminanti al riguardo sono le affermazioni di Antifonte (DK) e
quelle contenute nei cosiddetti Dissoi logoi (DK Filostrato, Vite dei sofisti I
Corno, Letteratura greca, Milano Corno, Letteratura greca, Milano Edizioni dei frammentiModifica I frammenti e
le testimonianze sui sofisti sono raccolti in Die Fragmente der Vorsokratiker,
a cura di Hermann Diels e Walther Kranz. In traduzione italiana sono
consultabili: I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G.
Giannantoni, Roma-Bari: Laterza 1979. I presocratici. Prima traduzione
integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di
Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani,
2006. I sofisti. Testimonianze e frammenti, a cura di M. Untersteiner e A.M.
Battegazore, Firenze: La Nuova Italia, Milano: Bompianim con introduzione di REALE
(si veda)). I sofisti, cur. Bonazzi, pref. di F. Trabattoni, Milano: BUR,
Abbagnano, Giovanni Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, Volume A,
Tomo 1, Paravia Bruno Mondadori, Torino Mauro Bonazzi, I sofisti, Roma:
Carocci, Guthrie, The Sophists, Cambridge: Cambridge, Kerferd, I sofisti, trad.
it., Bologna: Mulino, Parente, Sofistica e democrazia antica, Firenze: Sansoni,
Jaeger, Paideia. La formazione dell'uomo greco, Firenze, La nuova Italia (nuova
edizione con un'introduzione di REALE (si veda), Bompiani: Milano. Marrou,
Storia dell'educazione nell'antichità, Roma: Studium, Levi, Storia delle
Sofistica, Napoli, Morano, 1966. E. Paci, Storia del pensiero presocratico,
Roma: Edizioni Radio Italiana, Plebe, Breve storia della retorica antica, Bari:
Laterza, Reale, Il pensiero antico, Milano: Vita e Pensiero, Schreiber,
Aristotle on false reasoning: language and the world in the Sophistical
refutations, State University of New York Press, Untersteiner, I sofisti,
Milano: Mondadori Antropocentrismo Demagogia Dissoi logoi (Sofistica) Eristica
Presocratici Relativismo culturale Relativismo etico sofistico Retorica Seconda
sofistica Sofisma. «sofista» Sofistica, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Taylor e Mi-Kyoung Lee, The Sophists, su Stanford
Encyclopedia of Philosophy. George Duke, The Sophists
(Ancient Greek), su Internet Encyclopedia of Philosophy. Portale Antica
Grecia Portale Filosofia. Protagora retore e filosofo greco
antico Eristica arte della contesa verbale Dissoi logoi opera
filosofica. Luigi Credaro. Keywords: i sofisti, il giurato, iusiuratum,
Carneade, il secondo discorso, contro Democrito, ragione pratica (saggezza),
ragione teorica, a philosopher in political linguistics: German minority,
Italian majority in Trento. Il prefetto di Trento. Lingua tedesca, lingua
italiana, ordinamento amministrativode-centrato, Wundt, Kant, razionalismo
trascendente, Herbart, scetticismo, accademia, prima accademia, seconda
accademia, terza accademia, liberta di
volere, freewill, volere libero, ambiascata ateniense a roma, influenza
dell’academia nell’elite romana – l’accademia come perfezionamento per la dirigenza
romana, Wundt, positivismo, suggestione, i primordii del kantismo in Italia,
Hegel vacuo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Credaro” – The Swimming-Pool
Librrary. Credaro.
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