GRICE ITALO A-Z C CON

 

Luigi Speranza -- Grice e Consoli – l’italiano come lingua universale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo catanese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Lingua nazionale della terra. Linguaggio mondiale. Ling du mond. Ling nazionel de le ter. Vox mondiel. Il latino lingua universala, Storia della letteratura latina. Catania. Santi Consoli Sindaco di Catania Durata mandato Predecessore Salvatore Di Stefano Giuffrida Successore Salvatore Di Stefano Giuffrida C. è stato un filosofo, storico, letterato e politico italiano. Filosofo, storico e letterato, C è insegnante di letteratura latina e filosofia romana a Catania. Divenne sindaco di Catania. Organizza l'«Esposizione agricola siciliana», che venne inaugurata da Vittorio Emanuele. Termina il suo mandato e torna ad occuparsi dell'insegnamento. Scrive anche alcuni saggi sulla storia della Sicilia. Pubblica numerose opere tra cui Italiensk grammatik til brug for norske og danske, Catania, Letteratura Norvegiana, Milano, De C. Plinii Caecilii Secundi rhetoricis studiis, Catania), L’autore del De origine et situ Germanorum, Roma; Brevi annotazioni critiche alle Satire di Persio, Roma, Il neo-logismo (deutero-esperanto) in Plinio il Giovane, Palermo, Sicilia gloriosa, Catania). Santi Correnti, La città semprerifiorente, Catania. Santo Daniele Spina, Andrea D’Amico Franz, commediografo e politico in Catania, Agorà. Opere su MLOL, Horizons Unlimited.Predecessore Sindaco di Catania Successore Salvatore Di Stefano Giuffrida Salvatore Di Stefano Giuffrida. Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici italiani del XX secolo Letterati italiani Politici italiani Sindaci di Catania [altre]. Ricerca Libri aiuta i lettori a scoprirci libri di tulio il mondo e conseiil c ad aulun ed edili in di ragg i ungere un pubblico più ampio, l'imi cffclluarc una ricerca sul Web nell'intero testo di questo libro da |.-.-;..-[! e. comi Jkj^àj, à?JL garbarti College li&rarg CONSTANTIUS FUND EstiblJshed by Professor E. A. Sofhoclbs of Harvard University for " the parchase of Greek ud ritiri books, (the utdenl elusici) or of Arabie hook», or of hooks illustratine or ex. soch Greek, Latin, or Arabie t ' Will) Jii^. .1.^.0.1,. !> I I V IL NEOLOGISMO NEGLI SCRITTI DI PLINIO IL GIOVANE Altre opere di C. ITALIENSK GRAMMATIK til "for-u.gr for IbTcrslce cgr Catania L esposte , secondo il metodo scientifico , agli alunni delle scuole secondarie classiche. Catania (E ALLO Siili) IL 1. N. Torino TJI Milano liettet*atat*a Ho^eQtena Milano. De C. Plinii Gaecilii Secanti RHRTORICIS STUDIIS. Catinae, 1897. L. 3 (esaurito). e IL NEOLOGISMO NEGLI SCRITTI DI PLINIO IL GIOVANE CONTRIBUTO AGLI STUDI SULLA LATINITÀ ARGENTEA Libero docente di letteratura e lingua latina nella R. Università di Catania PALERMO LIBRERIA ALB. REBER • r &/. X? & >RD CÓQ; Ql -VL-^./UOl-/W rfcLu-ó xu^x-oL (Catania, Via Maddem, n. 160) Tipografia editrice BARBACALLO & 8CUDERÌ , in Catania. MARGRETHE CONSOLI nata GLÒERSEN MIA DILETTA E VENERATA MOGLIE NEL III ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE Il ne faut point dédaigner les études qui ont pour objet d*écl«ircir méme tei ou tei petit point particulier de la langue d' un auteur. 0. RlEMANN. È noto che neiprimi tempi dell'impero romano, tanto per i inutamenti politici avvenuti quanto per il progresso lento, ma costante, del ' sermo plebeius' che tendeva a prevalere sul ' sermo urbanus ', la lingua letteraria era divenuta, a poco a poco, una lingua artificiale che ogni scrittore, non più vincolato dall'uso del linguaggio delle conversazioni colte, soleva per lo più plasmare da sé, secondo i suoi gusti e secondo i fini letterari che si era proposto di raggiungere. 1 Tale tendenza, che costituisce appunto uno dei caratteri precipui della latinità argentea, abbiamo potuto osservare in particol&r modo negli scritti che ancora ci rimangono di Plinio il giovane ; e, poiché dell' arte retorica di lui ci siamo occupati di proposito in» un nostro lavoro stampato di recente, 2 ora ci proponiamo dimettere in rilievo i neo 1 Cfr. O. Riemann, Études sur la langue et la grammaire de Tite-Live, Paris, Thorin, DeC Plinii Caecilii Secundi rhetoricis studiis, Cat'msLOy . cod. Vatic. ; F = cod. Florentin. già della bibl.- S. Marco 284 ; D = cod. Dresd. D 166 ; [R = cod. Riccard. 488]; p = -o :: o- I -- :Da quanto ci è dato argomentare , considerando i resti della letteratura romana pervenuti sino a noi, pare che Plinio il giovane sia ricorso per il primo ai temi degli aggettivi ' sinister ' e ' socialis per formare le due voci nuove ' siriisteritas ' e ' socialitas \ . l.° Il SIGNIFICATO di ' sinisteritas ' non si può disgiungere da quello delle voci ' stultitia ' e ' rusticitas ; e indica perciò « goffaggine , inettitudine » , l' antitesi , in somma, di ' dexteritas '. Se ne ha la conferma nei seguenti passi di Plinio : Quae tanta grauitas ? quae tanta sapientia ? quae immopigritia, adrogantia, sinisteritas ac potius amentia, in hoc totum diem inpendere, ut offendas, ut inimicum relinquas ad quem tamquam amicissimura ueneris ? ' Epist. VI 17, 3. ' Plerique autem, dum uerentur ne gratiae potentium nimium inpertire uideantur, sinisteritatis atque etiam raalignitatis famam consequuntur. ' Epist. IX 5, 2. 2.° L' altro sostantivo ' socialitas ' vale lo stesso di ' comitas ' = « affabilità , cortesia , socievolezza » : ce lo affermano i seguenti due luoghi di Plinio: ' Non remissionibus tuis eadem frequentia eademque illa soci a1 i t a s interest ? ' Pan. 49, 4. ' Primum est autem suo esse contentimi , deinde quos praecipue scias indigere sustentantem fouentemque orbe quodam socialitatis ambire. ' Epist. IX 30, 3. È nondimeno da notarsi che nelP ed. a leggesi ' societatis ' invece di ' socialitatis \ 6) Plinio, memore forse d'un ben noto precetto oraziano sulla ' callida iunctura ' di parole note, 1 formò per il primo , a quanto pare , mediante composizione, quattro nuovi sostantivi : ' cauaedium, sesquihora, duumuiratus, laudiceni. Cauaedium ' risulta dalla fusione intimadelle due voci cauum aedium ' , che> troviamo appunto usate in stretta dipendenza tra loro, ma separate (cioè: ' cauum aedium ' ), da Varrone, 2 Vitruvio 3 e Plinio il vecchio 4 ; e vale « cortile, corte » , quello spazio nel mezzo delle case romane, dove cadeva la. pioggia dal tettò. Si può. assomigliare il ' cauaedium ' all' ' inpluuium ' , voce usata da Cicerone e. da Livio 5 ; ma se ne differenzia in i Horat. Epist II 3, 47-48. Cfr. Cic. De oraL III 38, 154. Varr. De Un. Lat V 33, 161 e 162 (Spengel). 3 Vitrvv. De arch. VI 3, 1. 4 Plin. sen. Nat hist XIX 1 (6), 24; XVII 21 (35), 166. 5 Cic. In Verr. act see. I 23, 61; 56, 147. Liv. XLIII 13, 6. ciò che T i inpluuium ' solevasi costruire nelle case piccole, mentre il ' cauaedium ' era di maggiori dimensioni, adatto alle case più grandi. 1 Plinio il giovane scrisse : Est contra medias (se. porticus) cauaedi u m hilare '. Epist II 17, 5. E nello stesso passo si ripete la voce ' cauaedium ' : ' A tergo cauaedium'. 2.° La voce i sesqui ', irrigidita, servi , prima ancora dell' età augustea, a foggiare alcune voci composte. 2 Anche gli scrittori del primo secolo dell'impero usarono nuove voci composte col numerale ' sesqui \ 3 Dovette, per ciò, Plinio il giovane sentirsi quasi abilitato dai numerosi esempi, accolti nelP uso comune, a formare la voce ' sesquihora', che vale «un' ora e mezzo »: ' Egeram horis tribus et dimidia, supererat sesquihora'. Epist IV 9,9. 3.° Dal numero delle persone elette a cooperare per uno stesso ufficio, ne venne la denominazione di alcune magistrature romane, come p. es. ' triumuiratus, quin Vedi E. Guhl und W. Koner, Dos Leben der Grieehen und Rómer nach antiken Bildwerken dargestellt, 419. J. Overbeck, Pompe ji in seinen Gebàuden, Alterthùm. und Kunstwerken, I, 241. 2 Ne «iano d’esempio le seguenti : ' sesquialter, sesquilibra, sesquimensis, sesquimodius, sesquioctauus, sesquiopus, sesquipedalis, sesqui pes, sesqui plex (sescuplex), sesquitertius ', etc. : per le quali voci vedasi il Georges, Ausfuhrliehes lateinischdeuisches Handwòrterbuth, 7 a ediz., Leipzig, 1880, 2° voi., coli. 2363-2364. Per le seguenti voci composte con * sesqui ' si hanno soltanto esempi negli scritti del primo secolo dell'impero : 'sescuncia, sescuplus, sesquicullearis, sesquicyathus, sesquidigitalis, sesquidigitus, 8esquiiugerum, sesquiobolus, sesquiopera, sesquipedaneus, sesquiplaga ', etc. queuiratus ', etc. 1 Dello stesso modo troviamo in Plinio per la prima volta la voce ' duumuiratus ' :' ' Hunc Trebonius Ruflnus... in duumuiratu tollendum abolendumque curauit. ' Epist IV 22, 1. Ma certamente il sostantivo ' duumuiratus ' dovette essere accolto prima nell'uso comune dei contemporanei di Plinio e, fors'anche, nell'uso dell' età anteriore. 2 È noto, in fatti, che Cicerone accenna, in una sua orazione, all' ufficio dei ' duumuiri perduellionis ', 3 e Cesare a quello dei ' duumuiri municipiorum \ 4 Livio, inoltre, in più luoghi fa cenno dei ' duumuiri ', distinguendoli in a) ' duumuiri nauales o ' duumuiri nauales classis ornandae reflciendaeque causa ' (IX 30, 4; cfr. XL 18, 7 e 8); b) ' duumuiri sacrorum ' (III 10, 7) ovvero ' duumuiri sacris faciundis ' (V 13, 6; VI 37, 12) o ' sacris faciendis' (VI 5, 8); e) 'duumuiri ad aedem faciendam ' (VII 28, 5 ; cfr. XXII 33, 8) o i La voce ' seruatio * riappare, più tardi, nella Vulgata, E8dr. IV 8, 21-22; e in Cael. Avrbl. Celer. uel acut pass. Ili 4,45. « Cic. In Pis. 34, 84. Vare. Rer. rust II 1, 16. Cfr. Vlpian. in Big. XLVII 14, 1, §§ 2 e 4. Calustrat. in Big. Non teniamo conto della congettura del Gièrig che legge : ' abacta hospitum iumenta cerneres ', così lon-* tana dal testo quale è stato conservato dai codici, tranne il e, e dalle più antiche edizioni del Paneg. E, dall'ai-? tro canto, la congettura dell' Ernesti : ' abactus hospitum exercèretur ' o ' exercerentur ', attenendosi all'uso passivo del verbo i exercere ', lascia intatto il neologismo 1 abactus ', a cui si riferisce la nostra osservazione. 3.° Il nome ' praelusio ' si nota nel seguente passo di Plinio: 'Tu tamen aestima, quantum nos in ipsa pugna certaminis maneat, cuius quasi praelusio atque praecursio has contentiones excitauit '. Epist. VI 13, 6. Perciò * praelusio ' si equipara alla voce ' prolusio ', l che significa « preludio, prolusione, saggio ». 2 Alcuni vorrebbero sostituire nel passo citato dell'epistola pliniana a ' praelusio ' la voce i prolusio ', prima usata da Cicerone, per evitare, forse, d'attribuirsi a Plinio la novità del vocabolo ; ma si farebbe cosa inesatta, perchè alla sostituzione osta V unanime conferma della voce ' praelusio ', che vien data dai codici più autorevoli dell' epistolario di Plinio. 8 i Cic. De orai. II 80, 325; Diuinat in Caec. 14, 47. . 2 Nella tarda latinilà riappare la voce l praelusio ' : per es.: Evmen. Pro restaurandis scholis (Augustoduni) oratio, 2 : * Ibi armantur ingenia, hic proeliantur ; ibi p r a e 1 u s i o, hic pugna committitur ' (edit De la Baune, il quale nella nota a pag. 142, col. 2 a , sospetta: * praelusio forte prolusio'). Ambros. De exeidio urbis Hierosolymitanae III 8: 'Praelusio quaedam belli * ( Migne, Patrolog. curs., ser. I, toni. 15 , col. 2077 ) ; etc. Per altri esempi vedii lessici Forcellini - De Vit (tom. 4° [1868], col. 2 a ), e Georges (voi. 2° [J880J, col. 1658). > 3 Non è, forse, infondata la congettura che presume sostituire ' praeludit ' a * proludit ' nel passo vergiliano : ' Arbori^ Più per un ricordo omerico che per la simmetria della frase, pare che Plinio siasi indotto a formare, in antitesi a ' nutus ', il nome composto ' renutus ': ' Vide in quo me fastigio collocaris, cum mihi idem potestatis idemque regni dederis, quod Homerus Ioui optimo maxi mo nam ego quoque simili nutu ac renutu re spondere uoto tuo possum \ Epist I 7, 1-2. Talché ' renutus ', in opposizione a ' nutus ', vale lo stesso che ' recusatio ', cioè « far cenno di no, accennare di no , rifiutare ». l e) Plinio si avvalse anche di temi verbali per formare i due nuovi sostantivi : i unctorium ' e ' auocamentum '. * 1.° Nei bagni degli antichi Romani e' era , di solito , un luogo apposito dove i bagnanti si ungevano il corpo, dopo essersi lavati nelle vasche de' bagni. In tutte le opere degli scrittori latini , anteriori a Plinio, che sono giunte integre o a frammenti sino a noi, non c'è parola che serva ad indicare tale luogo di unzione. Primo ad indicarlo, valendosi della voce ' unctorium ', apparisce Plinio (Épist II 17, 11 ): e tuttavia pertanto tempo prima di lui si era fatto uso del luogo di unzione, sì necessario a complemento del bagno. Non sarebbe quindi improbabile che il nome ' unctorium ' fosse stato accolto nelP uso letterario in tempi anteriori a quelli di Plinio; tanto più che e Plauto e Cicerone avevano usato le voci obnixus trunco, uèntosque tacessi t | Ictibus, et sparsa ad pugnato i) r o 1 u d i t* barena ' (Ribbeck); il quale passo si nota identico in Georg. Ili 233-234 ed Aen. i Cfr, Hoic IL XVI 250. unctor, unctio, unctura ' l , derivate, come ' unctorium ', dal tema del verbo ' ungere ' o ' unguere \ 2.° Col suffisso -men-to- aggiunto al tema del verbo composto , 30. Qvintu,. //mi/, orat VI 3, 61. Martial.. Epigr. XIV 20 (Schneidewin. 19), 1; XI 58, 9. Cfr. Vlpian. in Dfg. XXXII 52, § 8 ; etc. In uo luogo di Varr. Rer. rust. I 48, 1 leggevasi un tempo la voce * theca' : 'ut grani t li e e a sit gluma et apex arista ': nella recente edi?. del Keil (Lips., Teubner, 1889, pag. 59) si legge: 'ut grani apex sit gluma et arista'. ellenismi, alcuni de' quali sono rappresentati da voci semplici, altri da voci composte. a) Alcuni de' grecismi dedotti da voci sempiici furono da Plinio latinizzati nella desinenza; altri conservarono la desinenza greca originaria. ad) Si presentano con la desinenza latinizzata : 1.° ' Baptisterium ', « bacino per bagnarsi e nuotare, bagno ». Se ne ha la conferma nei seguenti due luoghi di Plinio : Inde apodyterium balinei laxum et talare excipit cella frigidaria, in qua baptisterium amplum atque opacum \ Epist V 6 , 25. ' Inde balinei cella frigidaria spatiosa et effusa, cuius in contrariis parietibus duo baptisteria uelut eiecta sinuantur\ Epist. Nel passo che abbiamo citato per il secondo , la lezione del cod. D i duobus aptisteria ' differisce da quella comunemente accettata; ma si scorge evidente che l'amanuense fu tratto in errore da ciò che, essendo scritte neir esemplare tutte di seguito le due voci ' duo baptisteria ' in modo da formare ' duobaptisteria ', egli credette dividere il nesso in ' duob. aptisteria ', ritenendo la prima parte un' abbreviazione di * duobus \ Quanto al passo citato sopra per il primoj se si accoglie la lezione ' sphaeristerium ', che presentano lo stesso cod. D i Per gli scrittori ecclesiastici la voce ' baptisterium ' passò a significare il luogo in cui si amministra il sacramento del battesimo; ma in un luogo dell'epistola 2* del Iib. ir Apollinare Sidonio continuò a conservarne il significato pliniano: 4 Huic basiiicae appendix piscina forinsecus seu, si graecari mauis, baptisterium ab oriente connectitur ' (Migne , Pairolog. tur*., ser. I, tona. 58, col. 475). è l'ed. p, non resta menomata per nulla la nostra osservazione sulP ellenismo ' baptisterium ', che è conferà mato per neologismo pliniano dal luogo della Epist. II 17, 11. 2;° Nei seguenti passi del libro delle epistole di Plinio all'imperatore Traiano si legge per la prima volta il grecismo i buleuta % avente il significato di « senatore greco, consigliere »: ' Claudiopolitani ingens balineum defodiunt magis quam aediflcant, et quidem ex ea pecunia quam b u 1 e u t a e additi beneficio tuo aut iam obtuleruntob introitimi autnobis exigentibus conferunt\ Epist X 39 (48), 5. ' Superest ergo ut ipse dispicias, an in omnibus ciuitatibus certum aliquid omnes qui deinde b u 1 e u t a e legentur debeant prò introitu dare '. Epist. Adfirmabatur mihi in omni ciuitate plurimos .esse buleutas ex aliis ciuitatibus '. Epist X 114 (115), 3. 1 3.° ' Eranus ' significò propriamente « gradevole compagnia »; poi si disse ' eranus ' un' associazione privata in Grecia, avente lo scopo di assicurare ai suoi membri un appoggio nel caso che cadessero nella indigenza, ma a patto che il beneficato dovesse restituire all' associazione il soccorso in danaro ricevuto, ove la sua condizione economica si fosse migliorata. In conseguenza, valse poi a significare anche qualunque tassa o contribuzione o colletta imposta per venire in soccorso ai bisognosi. L'uso della voce buleuta si trova ripetuto presso Ael. Spartian. Seuer. 17, 2: * Alexandriuis ius buleutarum dedit * (Peter). Vedi i lessici Freund-Theil (tom. I [1855], pagina 368;. e Georges (voi. l.° [1879], col. 819). * Dell' ' eranus ' de' Cristiani trattò Flor. Tbrtvll. Apologet. Cicerone fa uso del vocabolo in esame, ma conservandolo tale e quale, con le stesse lettere greche * . Plinio lo latinizzò : ' Datum mihi libellum ad eranos pertinentem his litteris subieci'. Epist X 92 (93). Il vocabolo si trova anche latinizzato nella lettera di risposta dell'imperatore Traiano a Plinio, Epist. X 93 (94). Il Beroaldus fece bene a restituire nel passo di Plinio, sopra citato, la grafia legittima ' eranos ', invece della grafia ' heranos ' portata dall' ed. A. 4.° i Idyllium ' indica un genere ben noto di poesia pastorale: * Siue epigrammata siue i d y 1 1 i a siue eglogas siue , ut multi , poematia seu quod aliud uocare malueris licebit uoces '. Epist IV 14, 9. È da notarsi che la grafia della voce ' idyllium ' non è conservata costante nei codici e nelle più antiche edizioni di Plinio. Alla grafia ' idyllia ', che è presentata dai codd. M, V, e accettata dal Beroaldus, si avvicina la grafia ' edyllia ' dell' ed. p; perciocché è ben noto che nelle parole greche latinizzate il dittongo et davanti ad una vocale si rappresentò in latino tanto con e quanto con i : ma 1' uso prevalente dell' e è più antico, mentre nel primo secolo dell' impero il suono vocalico i rappresentò più spesso il dittongo greco che stiamo considerando. Da ' edyllia ' a ' edullia ', grafia accolta dall' ed. a, il passaggio era facile, stante che il suono vocalico greco o ebbe per primo suo rappresentante in latino Yu: aduers. gent. prò Christ, cap. 39 (Migne, Patrolog. cura., ser. I, tom. 1°, col. 468 e col. 470). i Cic. Epiai, ad Att. XII 5, 1. Cpiwqli II Neologismo puntano, cfr. ' cumba * e c cymba \ Solo per disaccortezza del copista si trova scritta nel cod. F la forma ' dullia ' invece di ' edullia ' : non vi si vorrà certo scorgere lina poco spiegabile aferesi. La grafia ' hedylia ' del cod. si deve attribuire all' uso inesatto del segno dell' aspirazione h ed alla riduzione abusiva del doppio suono liquido l, per la considerazione, forse, che in alcune parole era rimasta oscillante la scrittura latina tra F uso d' una sola o di due l, l Non si scorge chiaro per quale via siasi pervenuto a rappresentare ' idyllia ' con ' dugtia ' nel cod. /?. 5.° ' Poematium ' vale « breve componimento poetico, poemetto ». Veramente noi e' immaginiamo la forma del singolare ' poematium ', ma la parola ci viene presentata nella forma del plurale ' poematia ' tanto nel passo precedentemente citato della Epist IV 14, 9, in proposito del grecismo ' idyllium ', quanto nel passo seguente : ' Audiui recitantem Sentium Augurinum cum summa mea uoluptate, immo etiam admiratione. poematia appellai'. Epist IV 27, 1. 2 i Vedi la nostra Fonologia latina^ ediz. cit., n. 27, pp. 31-32. 2 La voce ' poematium ' si osserva, sempre nelle forme del plurale, in due luoghi degli Opuseula di Deg. Magn. Avson. : XVII, Cento nuptialis (verso la fine) : * Probissimo uiro Plinio in poematiis lasciuiam, in moribus constitisse censuram ' (Peiper); IX, De bissula: 'Poematia, quae in nlumnam moara luseram rudia et incohata ad do mestica e soiacium cantilenae ' (Peiper, pag. 114). Ma si deve avvertine che nel luogo citato per il primo, il cod. Laurent. 51 , 13 presenta la forma € poematis '; e in quello citato il secondo, nel cod. Tilianus o Leidensis Voss. lat. Q. 107 (prima Voss. lat 191) si preferisce la forma ' poema.ta \ Cosicché, ove si accolgano 35 Neil' ammettere ohe Plinio abbia introdotto il grecismo ' poematium ', ci siamo attenuti, tanto per il primo passo citato dell' Epist IV 14, 9 quanto per il secondo passo, ai codd. M, V. Ma la lezione ' poemata ' è ammessa , per tutti e due i passi pliniani sopra citati, dal cod. F e dall' ed, a. Anche la ed. p presenta per il passo dell' Epist IV 14, 9 la lezione ' poemata ' ; e dello stesso modo il cod. R presenta ' poemata ' per il passo cit. dell' Epist IV 27, 1. ' La lezione ' poematica ', presentata con notevole persistenza, in tutti e due i passi che abbiamo riportati sopra, dal cod, />, verrebbe a dare forma adiettiva al sostantivo 'poematia': e ci sarebbe sempre un neologismo di fonte greca, non usato da alcuno scrittore latino i cui scritti ci siano rimasti. Ma il lessico la ripudia, tuttoché la lezione ' poematica ' sia ammessa anche dalla ed. p nel passo dell' Epist. IV 27, 1. Avvertenza. Del diminutivo di fonte greca ' sipunculus ' ci siamo occupati sopra, a pag. 27. * Vb) Plinio conservò la desinenza greca nei seguenti tre grecismi, che egli per il primo introdusse nelP uso letterario latino : Buie SIGNIFICA consiglio, senato o collegio dei decurioni nelle città elleniche e in quelle città che le varianti presentate dai detti codici, non si può ammettere con oerte2za che Ausonio abbia continuato Fuso della voce » poematium \ 1 II Vallauri , che registra nel suo Lex. Latini Italique sermoni* tutti i neologismi pliniani, ommeite soltanto ' poematium \ 36 erano rette secondo le norme amministrative greche. Ne troviamo esempi nel libro delle epistole di Plinio a Traiano, nelle forme dell'accusativo e dell'ablativo del singolare: ' Qui uirilem togam sumunt uel nuptias faciunt uel ineunt magistratum uel opus publicum dedicane solent totam b u 1 e n atque etiam e plebe non exiguum numerum uocare '. Epist X 116 (117), 1. Vedi per altri esempi Epist. X 81 (85), 1; 110 (111), 1; 112 (113), 1. 2.° ' Lyristes ' significa « sonatore di lira », e osservasi per la prima volta nei segg. luoghi pliniani: Epist I 15, 2; IX 17, 3; 36, 4; 40, 2. l Quanto alla grafia sono concordi i codd., l'ed. p e le più antiche edizioni dell' epistolario pliniano : si eccettui il cod. M che, nel passo citato dell' Epist. IX 17, 3 presenta al nominativo ' lyristis ', come se ai tempi di Plinio il suono vocalico greco -q avesse avuto il valore dell' i. * 3.° i Phantasma ' significa « fantasma , spettro , visione , larva » : i Igitur perquam uelim scire , esse phantasmata et habere propriam figuram numenque aliquod putes, an inania et ùana ex metu nostro imaginem accipere '. Epist VII 27 , 1. Il Casaubonus credette sostituire a ' phantasmata ' la voce ' phasmata ', per evitare, forse, che si attribuisse a Plinio Pin ì Della voce ' lyristes ' si valse, di poi, Apollin. Sidon. Epist. Vili 11 (Migne, Patrolog. curs., ser. I, tona. 58, col. 605). 2 In proposito della pronunzia dell' ij, che Y Inama osserva essere stata oscillante fin dai tempi di Platone, leggasi la memoria d9l D* Ovidio, ' Di un luogo di Plato* ne addotto a prova dell' antichità dell' itacismo ', pubblicata negli « Atti della R. Accademia di scienze morali e politiche di Napoli o, voi. 24°, a. 1891, pagg. 217-237. 37 troduzione del neologismo ' phantasma ' nell'idioma latino, poiché la voce greca ' phasma ' era già nota come titolo di una commedia di Menandro, * e per F indicazione di un mimo. 2 Ma contro la sostituzione proposta dal Casaubonus sta F affermazione concorde dei codici e delle più antiche edizioni delle epistole di Plinio. E da notarsi che Plinio, benché avesse introdotto Fuso della voce ' phantasma ', pure nella stessa epist. 27 , lib. VII, invece di ripetere il nuovo grecismo , si avvalse delle voci latine rispondenti a * phantasma ' : ' efflgies ' {Epist VII 27, 8 ; III 5, 4) , che nella forma mediale ha il significato di «e distribuire ». Si oppone nondimeno al legame di discendenza tra il cit verbo greco e la voqe ' diamoerie ' il tramite attico e quello della koiné, per cui le voci elleniche si trasfusero nella lingua latina negli ultimi tempi della repubblica romana e nei primi secoli dell'impero; poiché si sarebbe dovuto ottenere nella trascrizione latina della voce greca, al caso genitivo del singolare, la forma * diamoerias o * diamoeras e non ' diamoeries ' o , secondo la ed. A, ' diamories \ La grafia ' diamones ', data dall' ed. a , non si saprebbe a quale voce greca riferirla; e perciò la si deve credere il risultamento di un' inavvertita spostatura di lettere della voce ' dianomes Cosi T interpreta il Lagergren Vedi il lessico Porcellini - De Vit, tom. 2, pag. 696, col. l.« L' osservazione fu accolta dal Vallauri a pag. 207, col. 1.% del Lexicon Latini Iialique ter/noni*. s II Dizionario Georges-Calonghi, che registra tutti gli ellenismi introdotti da Plinio, non nota ' dianome ' nò ' diamone ' mentre nelT Ausfuhrl. Handioòrterb. del Georges ò registrata la voce 'dianome', coL Procoeton VALE anticamera. Deinde uel cubiculum grande uel modica cenatio, quae plurimo sole, plurimo mari lucet ; post hanc cubiculum cum proc o e t o n e , altitudine aestiuum, munimentis hibernum \ Epist. II 17, 10. Per altri esempi vedi Epist. II 17, 10 e 23. Se è vero che Terenzio Varrone nel proemio del libro secondo Rerum t+usticarum usò la voce ^ i 1 Ma in non poche edizioni dei tre libri Rerum rustìcaram di Varrone la voce ' procoetona ' del proemio del libro 2 3 resta conservata con le lettere greche , come per es. nelt* edizione * cum notife Iosephi Scaligeri, Adriani Turnebr, Petri Vicfcorii et Antonii Augustinl ; Amstelodami, 1623', pag. 56; nell'adizione ohe sotto la denominazione Les agronome» latin» è compresa nella Collection Nisard, pag» 100, col. l a ; nell'edizione di ' Ioannes Gymnicus, Coloniae, 1536 \ pag. 96 ; eto. NelF edizione del Keil (Lipsia, Teubnér, 1889, pag. 70) si trova accolta la forma in lettere latine ' procoetona \ ma in nota si avverte che nei codici consultali dall' editore si legge invece ' procoeoona considerando in primo luogo gli aggettivi di fonte nominale, poi quelli di fonte verbale , indi gli aggettivi composti, e, in fine, gli aggettivi dedotti dal greco. A. Riconosciamo come d' immediata derivazione da nomi sostanti vi i seguenti cinque aggettivi: * orarius, bellatorius, castigatorius, praecursorius , sacerdotali^ ', quantunque, eccetto il primo, gli altri quattro si riferiscano a sostantivi aventi il loro fondamento in temi verbali. 1.° ' Orarius * deriva da ' ora *, « costa, spiaggia del mare », e perciò vale ad indicare la qualità di cosa appartenente alla costa, avente, per così dire, relazione con la spiaggia o lido; quindi ' oraria nauis ' o ' oraria nauicula ' significa « piccolo naviglio da costeggiare ». Plinio si valse dell'aggettivo ' orarius * nei seguenti due luoghi: l Nunc destino partim o r a r i i s nauibus partim uehiculis prouinciam petere \ Epist X 15 (26). * Rur sus, cum transissem in orarias nauiculas, Bithy niam intraui '. Epist. X 17A (28), 2. Il Keil, pur conservando nel testo pliniano la lezione comune ' orariis nauibus ' e ' orarias nauiculas * , avverte in nota , rispettivamente , ' fortasse onerariis ' e ' fortasse onerarias ' ; ma la congettura di lui non pare accettabile : nei due luoghi citati il testo pliniano non presenta nei codici variante alcuna. E, del resto , la sostituzione dell' aggettivo i oneraritts *, se vale a rimuovere da Plinio la menda d'avere introdotto un neologismo non necessario, non rende il testo migliore di quel che è in fatto, conservandosi il neologismo ' orarius \ 2.° Da ' bellator ', « battagliero, guerriero » , Plinio foggiò P aggettivo i bellatorius \ che applicò in traslato a ' stilus ' per indicare lo « stile polemico » , proprio delle dispute; ma, riconoscendo egli stesso l'arditezza del traslato, lo mitigò con l'aggiunzione della minorante ' quasi ' : ' Scio nunc tibi esse praecipuum studium orandi ; sed non ideo semper pugnacem hunc et quasi bellatorium stilum suaserim'. Epist. VII 9, 7. Se non che è da avvertire che nel luogo citato il cod. D e V ed. p presentano la lezione .' quasi bellorum stilum \ l 3.° Plinio dedusse 1' aggettivo * castigatorius ' dal nome i castigator ', per indicare qualità propria di chi castiga o corregge; e nell'esempio seguente unì appunto la qualità indicata da ' castigatorius ' col nome ' solacium ', a fin di significare quel conforto con cui ci si studia di consolare una persona afflitta, trovando da biasimare il dolore eccessivo che la opprime. Certo è ardito associare 1' epiteto i castigatorius ' con l' idea di conforto rappresentata da ' solacium '; e però l'autore, ad attenuare lo stridente contrasto , premise , come al solito, la parola ' quasi'. Il passo è il seguente : ' Proinde siquas ad eum de dolore tam iusto litteras mittes , i Ambi. Marceli*, usò anche , ma in senso proprio , l' aggettivo ' bellatorius ' : * Ideoque hoc ni mia cauendum , quod militem colsi nominis cum bellatoriis iumentis extinxit '. (Rer. gest. XXIII 5, 13. Gardthausen). Cfr. XXXI 2, 22. Si deve riconoscere pure il significato proprio di ( bellatorius ' nel seguente luogo dell'antica traduzione latina di Irbn. Deteet et euer*. falso cognomin. agnition. seu contro, haereses IV 34, 4: 'la tantum transmutationem fecit, ut gladios et lanceas b ella torias in aratra fabricauerit ipse ' (Migne, Patrolog. curi ser. Graeca et Orientai., toni. 5, col. 985). memento adhibere solacium, non quasi castigatori u m et nimis forte, sed molle et humanum '. Epist V 16, 10. « Notisi che nel luogo cit. il solo cod. M presenta la voce ' castigatorium ' : V ed. a dà la lez. ' castigatorum ', che si potrebbe intendere nel modo stesso che si è detto sopra intorno a ' bellorum ' sostituito a 4 bellatorium \ Tuttavia , come bene avverte il Gierig, 2 il genitivo plurale ' castigatorum ' non si adatterebbe con gli aggettivi che seguono ' forte, molle, humanum \ e nocerebbe all' efficacia della frase. 4.° Un altro aggettivo , formato , come i due precedenti, da temi di ' nomina agentis ', è ' praecursorius ', da ' praecursor ', e significa « preventivo, che precorre, che precede » : ma V arditezza dell' immagine è attenuata , come nei due neologismi precedenti , dalla pa^ rola premessa ' quasi ': ' Interim ne quid festinationi meae pereat, quod sum praesens petiturus hac quasi praecursoria epistula rogo \ Epist. IV 13, 2. Così il passo di Plinio si legge nei codd. Jf, V e nelP ed. p. La lezione ' praeciirsori ' data dal D deve essere considerata come grafìa monca , poiché il dativo singolare del nome ' praecursor ' non può coordinarsi con le altre parole del testo. 1 Apollinare Sidonio fece uso più acconcio dell'aggettivo ' castigatorius ', associandolo alia voce 'seueritas': Epist. IV 1 :,' Aetatulam nostrum, mobilem , teneram , crudam , modo castigatoria seueritate decoqueret , modo mandato* rum salubritate condirei ' (Migne, Patrolog. curs., ser. I, tom. 58, col. 508). * Gierig op. cit., tom. 1°, pag. 446, col. 2. a Consoli il Neologismi) puntano, 4 Altra volta Plinio, invece di valersi del nuovo aggettivo ' praecursorius \ foggiato per esprimere la precedenza * , usò la voce greca ' pròdromos \ che HA IL VALORE di «" precorrente, che corre innanzi» 8 : v. Epist IV 9, 23. Nel luogo cit. dell' Epist. IV 13, 2, alla voce ' praecursoria ' trovasi sostituita ' praeceptoria ' nel cod. F e nelFed. a. E il Gierig 3 avverte che neicodd. Vosslail., Oxon., Arhzen. , Hamburg. ( Lindenbrogìana excerpta) , Bongars. si legge pure * praeceptoria \ Per ispìegare quest' altro neologismo ( che ' praeceptorius \ supposta l'ammissione di esso in sostituzione di 'praecursorius', sarebbe sempre un aggettivo di formazione plinlanà , sul tipo dei precedenti aggettivi derivati da ' nomina agentis * in -tor) si ricorre do alcuni commentatori di Plinio al contenuto dell'epistola di cui Si tratta ; e poiché vi si parla di ' praeceptores ', se ne trae la conclusione che i praeceptoria epistula ' dovrebbe avere il significato di epistola concernente i precettori : interpretazione inesatta, perchè nel passo cit. della Epist IV 13,2 non si accenna atìcora al concetto di i praeceptores \ che viene in seguito , do * V agg. • praecursorius ' fii adoperato nello stesso significato da Amm. Marcell. Rer. gest. XXXI 3, 6; XV 1, £; **» e da Avrel. Cassiod. In psalt expos, p$a\m. XXXIX 8; Variar. Ili epist. 51 (Migne, Patrolog. cura., ser. I, tona. 70, col. 290 ; e totù. 09, col. 606). Vedi A. Corradi , In C. Plin. Caec. Seeundum obÈeruationes ad orationem uerborumque construetìonem et usimi pertinente*; Bergamo, frat. Cattaneo, 1889; pag. té. Vedi anche il lessico Forcellini-De Vit, tom. 4 (\%m), pag.78ì, col. l a e 2*. . « V. Aeschyl. SepL adii. Thtb. w. 80, 195, SophòA. Antig. v. 108. * Gierig op. cit., tom. 1°, pag. 339, col. 1.* 51 pò che se ne rende avvertito il lettore con le parole : ' prius accipe causas rogandi \ Vi si accenna, invece, alla fretta dell'autore ed a ciò che l'autore stesso avrebbe chiesto all' amico suo Tacito, se fosse stato in presenza di lui. Ma se si vuole accettare per genuina la lezione ' praeceptoria \ bisogna darle il valore lessicale di ' praecursoria ', ricorrendo al verbo ' praecipere ' ( donde ' praeceptor ' e ' praeceptorius '), il quale per Cesare, Livio, Lucrezio, Virgilio ed altri ebbe pure il significato di « prendere prima, anticipare, prevenire ».' 5.° Dalla voce composta ' sacerdos % il cui secondo elemento si riattacca al tema del verbo ' dare ', Plinio dedusse il nuovo aggettivo ' sacerdotalis ', che , in rispondenza alla sua origine, significa « spettante ai sacerdoti, sacerdotale » : * Proximis sacerdotalibus ludis productis in commissione pantomimis \ EpisL VII 24, 6. E per ' ludi sacerdotales ' si debbono intendere quelli che davano i sacerdoti al loro entrare in carica. 2 Qui è necessario avvertire che abbiamo conservato tra i neologismi pliniani la voce ' sacerdotalis ', non ostante che l'uso di tale aggettivo si sia notato 3 nella frase di Velleio Patercolo II 124, 4: 'Proxime a nobi i Caes. De b. e. Ili 31, 2.-Liv. IH 46, 7; XXX 8, 9; XXXVl 19, 9. Lvcret. De rer. nat VI 803 e 1048. Vero. Bel. Ili 98. Val. Flac. Argon. IV 341 (ma neir ed. aldina si legge 4 praeripiunt '). Stat. Theb. Vili 328; etc. * Sveton. io Ùiu.AuQUSt. 44 parla di Mudi pontificale*;*. * la fotti, nel Dizionario Georges-Calonghi, [Torino, 1896], col. 2396, si trova notato il vocabolo ( sacerdotalis ' con l'autorità di Plinio e di Velleio Patercolo. B lo stesso osservasi nelYAmf&hrL Handtoorterb. del Georges, voi, 2.° [J880], col. 2183. _ so lissimis ac sacerd-otalibus uiris desti nari praetoribus contigit ' (Halm) ; perciocché tanto nell'apografo di Bonifacio Amerbach , (il solo che ci resti della storia romana di Velleio ; che, cohie è noto , il codice Murbacensis , scoperto da Beato Renano verso il 1515, si è perduto) , quanto nella ' editto princeps ' di Basilea, 1520, la lezione accertata, è ' sacerdoti bus uiris ' : poi, per una congettura dello Scheffer si sostituì a ' sacerdotibus' Y aggettivo ' sacerdotatibus \ Dopo Plinio, si dilagò l'uso della voce ' sacerdotalis*, massimamente negli scritti ecclesiastici : ne abbiamo eziandio una conferma in diverse iscrizioni, in luoghi di Ammiano Marcellino e di Macrobio, ! in alcune costituzioni imperiali raccolte nel Codice Teodosiano, 2 etc. B. Plinio ricorse ai temi dèi verbi ' haesito ' e ' monstro ' per formare i due nuovi aggettivi i haesitabundus ' e ' monstrabilis '. l.° ' Haesitabundus ' ha il significato del participio presente ' haesitans ', che vale « esitante, dubbioso, confuso » : ' Expalluit notabiliter, quamuis palleat semper, et haesitabundus « interrogai^, non ut tibi nocerem, sed ut Modesto » '. EpisL I 5, 13. 2.° L'altro aggettivo verbale fc iiionstrabilis' è sinonimo di ' insignis, illustris % e significa « notevole, cospicuo, illustre, insigne, chiaro » : 'Est enim probitate i Amm. Marcell. Rer. gest. XXVlII 6, 10. Màcrob. Saturn. Ili 5,6. Vedi inoltre i lessici Forcellitii-De Vit (toni. 5 [1871], pag. 288, col. 2 a ), Freund-Theil (toro. 3 [ 1865 ], pp. 143-144), Georges (voi. 2° [1880], col. 2183). * Cod. Tkeodos. XII 1, 145; XII 5, 2; XVI 10, 20 (Haenei). morum, ingenii elegantia, operum uarietate monstrabilis'. Epist. VI 21, 3. ' C. I nuovi aggettivi composti, che appariscono per la prima volta negli scritti di Plinio, hanno la maggior parte per primo elemento componente la particella negativa ' in- : due soli sono formati con la particella 4 per- premessa, ed uno con la particella ' prò- \ a) È stato giustamente osservato che nella latinità argentea, per amor di vivezza nei contrasti, si preferiva formare l'antitesi di un aggettivo col premettere allo stesso la particella negativa 'in-', invece di accompagnare all' aggettivo V avverbio ' non ' o di ricorrere a eleganti circorìlocuzioni, come l'uso prescriveva neir età aurea della prosa latina. Plinio non si allontanò dal gusto prevalente ai tempi suoi, e, oltre all'accettare P uso di aggettivi in tal modo formati da scrittori suoi contemporanei, egli stesso ne formò altri sette, premettendo la particella negativa, 'in-' a due aggettivi semplici ed a cinque aggettivi composti. aa) 1.° L'aggetti vq ,299), * ob die sogenannten senteutiae Varronis Varronisches enthalten ist ganz unsìcher*. * Cic. Tusc. diap. Ili 34, 81 ; De legib.h 11, 32. Vero. Georg. IV 94; Aen. IX 548.- Stat. Theb. IX, 109.-Tac. Agr.9; Ann. XII 14; Hiat. 1.» ' Incongruens ' significa « inconseguente, incongruente, disconvenevole *. Plinio se ne valse nel seg. passo: ' Quibus sententi^ Caepionis placuit, sententiam Macri ut rigidam durjimque reprehendunt: quibus Macri, illam alterarli dis^olutam atque etiam in congruente ni uocant \ Epkt. IV 9, 19. l 2.° D3II0 stesso modo, per indicare ' qui non reueretur \ « chi ha poca stima, i' irriverente » , il nostro autore premise la par(,ic3lla negativa ' in- ' al partieir pio presente del verho ' re-uereor ', e die origine al neologismo * inreuerens', che si legge nel luogo se^ guente: ' Sum enim deprecatus ne quis ut inreue^ r e n t e m operis arguepet, quod recitaturus \ Epist. VIH 21, 3. 2 Non nuoce alla nostra osservazione sul neologismo pliniano ' inreuerens ' il considerare che nel cod, M si trova la lezione ' ut inreuerenti ', perchè la differenza del caso, importante senza dubbio per V ordine sintattico della frase, non contrasta al valore lessicale della parola. 1 A. Gell. Noci. AH. XII 5, 5 continuò V uso dell' aggettivo * iucou^ruens ' ; e Avhkl. Avgvst. De don, perseu. 22, 01 (M-~ gne, Patrolog. eurs., §gr, }, tom. 45, col. 1030; 1' accolse n$Ua forma del grado superlativo. Vedi per altri esempi presentati da Lattanzio il Georges, Ausfùhrl. Handwòrterb., voi. 2° (1880) coi. 133. * Aleute tracce della continuazione dell* uso dell'agg. ' tnre-* uerens ' troviamo in Ael. Spartian. Carae. 2, 5 (secondo il Peter); e particolarmente in Flou. Tertvll. De orai. 16; Ad nat. I 10; Aduers. Mare. II 14 (Migqe, Patrolog. cura., ser. I, tom. 1 , col. 1173,575; tom. 2, col. 302). Vedi altri esempi nei lassici ForcelUni-Da Vit (tom. 3 [1865], pag. 623, col. 2 J ), e George* (voi. 2' [1880], col. 381). Dàlia forma participiale ' ascensus \ premessa la particella negativa ' in- ', si è formato ' inascensus ', che vale « non prima salito, dove nessuno è salito », e perciò « inaccessibile ». Plinio se ne servì per il primo nel Pan. 65, 3: 'Inascensum illum superbiae principum locum terere\ Nel riferire il passo di Plinio abbiamo seguito la lezione presentata dai codd. d, e; poiché la lezione ' inaccensum ' del cod. d non pare che possa adattarsi, per contrasto di significato, alle seguenti. parole della frase citata : ' illum superbiae principum locum \ Non contrasterebbe al concetto di tutta la frase la congettura del Lipsius, per la quale si viene a sostituire al neologismo ' inascensum ' la voce ' inaccessum ', usata da Virgilio e da altri x ; ma sarebbe grave errore posporre la lezione genuina data da codici autorevoli, la quale non contrasta col senso dell' intera frase, ad una congettura, per quanto questa possa apparire più gradita all' interprete e sia proposta da un filologo insigne. 4.° Nel seguente periodo del Pan. 4,7:' Iam firmitas, iam proceritas corporis , iam honor capitis et dignitas oris, ad hoc aetatis i n d e f 1 e x a matur itas nec sine quodam munere dèum festinatis senectutis insignibus ad augendam maiestatem ornata caesaries, nonne longe lateque principem ostentant ? ' presentasi l'aggettivo nuovo ' indeflexus ', che risulta dall'unione della particella negativa ' in- ' con una forma participiale del 1 Vero. Aen. VII 11 : Vili 195. Senec. Herc. '[furens] 606.Sil. Ital. Pun. Ili 516. -Plin. sen. Nat. hist VI 28 (32), 144; XII 14(30), 52. Tac. Hist IV 50; e altrove. Poi Macrob. Saturn. V 17, 7 ; etc. Sì verbo ' de-flecto \ E però ' indeflexus ' significa « non piegato » ; e, riferendosi ad ' aetatis maturi tas ', assume il significato di « non indebolito » , non mai di « invariabile », come inesattamente qualcuno interpreta.? Il Beroaldus, forse per evitare il neologismo, ha sostituito nel testo di Plinio a ' indeflexa '. la voce ' inflexa ', senza avvertire che V uso ha determinato un valore non negativo alla particella ' in- '• preposta al verbo ' flectere '. E, di fatto , Ivvbkal. Sii i 1, & t Vlfiak in Din XXkVll 11, 4 Cfr. Porphyr. Hor.epist 1 20, IO, citato dui Georges ne\Y Amfùhrl Handworterb., voi. 2° (18S0), col. 1212. * Vedi Cic. De orai II 80, 325; Pro Cluent 21, 58; De legibtt* Il 7, 16; Epint ad Ali. IV 16a, 2; XVI 6, 4; etc. che consideriamo, si spiega con la forma mediale del verbo greco corrispondente. l 2.° Dal tema della voce ' uber ', passato par il tramite di * ubertas ' o di * ubertus \ * Plinio formò il verbo l ubertare ', avente il significato di « fecondare, fer* tìlizzare, rendere fecondo o abbondante » : * * Et caelo quidem ftumquam benigni tas tanta, ut omnes si nini ter-* ras u b e r t e t foaeatque \ Pan. 32 , 2. Tale è la lezione del cod. A ; ì codd. d, o, d presentano la lezione i uberet % che sì adatta anche bene al concetto che Fautore volle esprimere nel luogo citato del Panegi^ fico. Ma il verbo * uberare ' non può èssere considerato come un neologismo introdotto da Plinio , poiché Puso del Verbo 'uberar^' è stato accertato in Columella 4 ; ed è noto cbe Columbia fu contemporaneo 1 L* uso del verbo ' prooemiari ' fu accolto poi da Ivl. Victv Are rhet 15, (nella ed. Orelli delle opere di Cicerone [1833], voi. 5, parte 1", pag. 244); da Apollin. Sidon. Epìst. ad Ma* meri Claudian. (Migne, Patrolog. curs. t aer. I, tom. 53, còl 781). Vedi A. Corradi op. cit., pag. 35, nota. « L'aggettilo 'ubertus' ha per sé l'autorità di &.Oell. Noci. Att VI (VII) 14, 7. Non teniamo contò d*un passò di Solfilo fcl, & ' solo pla&ò u b e r t o q u e ', presentato dal òod* Aogetomom I, 4, 15, e dal feod. Sangallòns. 187, ma rifiutato dal Motnttisert òhe sì avvale deli* autorità di altri codici : il óod. Parisin» 68 te presenta invece : ' Pannonia solo planò uberiqufe '. • Riappare molto tardi il verbo * ubertare ' in Evmén. Ornilo*. aetio Cbnstànlino Aug. Mauienèium nomine, 9: ' Agros diuturno ardore sitiòntes expetitus uotis imber u b e r t a t ' • ( Mìgae» Pdtrótog. extra. , sar. I, toni. 8, col. 649). * Colvm. De re rtist. V 9, 11. Vedi atìcbe Pallad. De re rud. X! fòatòber) 8, 3. 64 -~ di Seneca il filosofo, è scrisse i suoi libri prima di Plinio il vecchio. * B. Di verbi nuovi, composti con preposizioni, Plinio ne presenta soltanto quattro : ' indecere, defreraere, interscribere, pertribuere '. Li considereremo successivamente come sono stati enunciati, secondo P ordine della lettera iniziale del verbo semplice. , -1.° Il verbo ' indecere _' significa « sconvenire* essere disdicevole, star male ». Non pare che Plinio sia stato il primo ad usarlo, tuttoché negli scritti di lui si osservi per la prima volta la forma verbale ' indecent \ In fatti, tanto la forma participiale ' indecens ', adoperata in senso di aggettivo, quanto la forma avverbiale 6 indecenter ' si trovano negli scritti dei contemporanei di Plinio. - Il passo pliniano che presenta il verbo ' indecere ' è il seg. ': ' Nam iuuenes confusa adhuc quaedam et quasi turbata non indecent'. Epist. Ili 1, 2. * I cQdd. M e V danno nel passo citato la lezione Mndicent', la quale non si adatta al concetto che informa 1 Thuffsl-Schwàbe, G. d. r. L. », a. 293, pag. 713, • Per la voce ' indecens ' v. Vitrvv. De arch. VII 5; Patron. Sai. 128, 3; Qvintil.- Imi orai. XI 3, 158; Martial. Epigr. II 11, 4; V 14, 7; XI 61, 13; Svlton. Diu. Claud. 30. Per Taw, 4 Indecenter' v. Qvintil. ìn$L orati 5, 64 ; Martial. Epigr. XII 22, 1 ; etc. ; e per la forma superi. * indecentiesime ': Qvintil. Imst. orai. Vili 3, 45. Cfr V Antibarb. del Krebs , y. 'indaoere'. * Osservasi il v rl>^ ' indecere * nel seguente luogo di A, G 4 bll. Noci. AtL VI (VII) 12, 2. ( Feininisque solis uestem longe late-. que diffu?am in dece re existimauervint ad ulnas cruraque aduersus oculos protegenda ' (ed. Hertz: ma sbcondo la ' lectio Gronouiana ' é da leggerti 4 decorarti * i a vece di ' indec^re '). 65 il periodo, e nemmeno corrisponde al verbo della proposizione seguente ' conueniunt '. È necessità, dunque, accogliere il neologismo ' indecent ' per non cadere in una dissonanza sintattica e in una stortura del senso del periodo. 2.° Il seguente luogo di Plinio, letto secondo il cod. M: ' Ego et modestius et constantius arbitratus immanissimum reum non communi temporum inuidia, sed proprio crimine urgere , cum iam satis primus ille impetus defremuisset et languidior in dies ira ad iustitiam redisset, .... mitto ad Anteiam ' etc. Epist IX 13, 4; ci ha dato argomento di notare tra i neologismi pliniani il verbo composto ' de-fremere % che vale « cessar di fremere »*. Ma la lezione ' deferuissèt \ presentata dal cod. D e dalle edd. p f a, e P equivalente lezione ' deferbuisset ', data dalle edd. prealdine del Laetus, del Beroaldus e del Catanaeus, non sono da trascurarsi , poiché il verbo ' deferuescere ' ( ' déferuere '), che significa « cessar di bollire, finir di fermentare », e, in senso traslato, « sbollire, quietarsi, calmarsi », si adatta meglio ad esprimere quello sbollimento d' ira, quella calma succeduta allo sdegno, che Plinio accenna in modo non dubbio con le frasi : ' primus ille impetus', ' languidior in dies ira', ' ad iustitiam redire', 2 i Ne vediamo continuato l'uso da Apollin. Sidon. Epp.l 5; IV 12; IX 9 (Migne, Patrolog. eurs., ser. I, tom. 58, coli. 455,518, 623 ). V. i lessici Freund-Theil (tom. 1° [1855], pag. 753) e Georges (voi. 1° [1879J, col 1860). 2 Nel Dizionario Georges-Calonghi non è notato il verbo 20. >•** Cfr. V 6, 21 e 6, 27. 2.° ' Cohors ', come termine tecnico militare:, valse a significare la decima parte di una legione , oonteaente tre ' manipuli ' o sei ' centuriae ' ;, si: ebbe anche il significato di « schiere ausiliarie » : ma in tutti e dite significati si riferì sempre ai soldati di fanteria- o pe* doni (' pedites '). Plinio riferì anche ' cohors ' alla cavalleria (' equites '), scrivendo: ' P. Accio Aquila, centurione e o h o r t i s sextae equestris'. Epist. X 106 (107). Ma nell& risposta dell' imperatore TrAittno st? li l Colvm. De re rust. X 362 ; XI 2, 30. renio (Epist X 107 (108): ' Libellum P. Aedi Aquilae, centurionis sextae equestris) , la voce ' cohortis ' è evitata , come ben si osserva nella ed. A: per una congettura del Beroaldus si legge la voce ' cohortis ' premessa alle parole ' sextae equestris ' nel testo della cit. epistola di Traiano. Donde s' indusse Plinio ad associare il concetto di ' cohors ' con quello di ' equites ' ? Probabilmente non dall'essere in quella sesta coorte commisti insieme cavalieri e pedoni , come suppone il Lagergren , riepilogando l'opinione del Forcellini l , (che militarmente ciò avrebbe prodotto una dannosa confusione), ma dalla necessità di dare un termine adatto ad una parte dell' i equitatus ' , ricorrendo , per somiglianza di ordinamento militare, ai nomi delle divisioni della fanteria. Cicerone aveva, però, ben chiaramente distinto 1' i equitatus' dalle 'cohortes'. 2 3.° ' Species ' nell' uso della latinità aurea ebbe o il significato attivo di « vedere, guardare », o quello passivo, di « aspetto, apparenza, figura, imagine ». Plinio se ne valse per significare « ipotesi, caso particolare », facendone un sinonimo di ' casus ' ; e con tale significato, trasmesso per tradizione, la voce ' species ' si conservò nel linguaggio dei giuristi. 3 Nei seguenti passi di Plinio abbiamo la conferma del nuovo significato del sostantivo ' species ' : ' Nam haec quoque species in 1 Lagergren, op. cit, pag. 74. Vedi il lessico ForcelliniDe Vit, tona. 2° (1861), pag. 264, col. l. a * Cic. Pro M. Marcello 2, 7 ; EpisL ad fam. XV 2, 7. 3 Vlfiàn. in Dig. cidit in cognitionem meam\ Epist. X 56 (64), 4. ' Mox ipso tractatu, ut fieri solet, diffundente se crimine plures s p e e i e s inciderunt \ Epist. X 96 (97), 4. Per quale tramite sia venuta la significazione di ' species ' adottata da Plinio, non può dirsi con certezza. Tuttavia F essersi indicato da Cicerone e da Varrone 1 con la voce ' species ' anche le « specie di un genere » ci dà una probabile spiegazione; poiché, essendo le specie come i casi particolari di un genere , si rendeva non difficile il passaggio dalla significazione di « specie » a quella di « caso ». 4.° La locuzione particolare ' uenia sit dicto *, usata tra parentesi, la quale corrisponde alF espressione italiana « sia permesso di dire, sia detto con permesso, mi si permetta di dirlo », è dovuta a Plinio : ' Vsque adhuc certe neminem ex iis quos eduxeram mecum (uenia sit dicto) ibi amisi. Epist V 6, 46. Dal passo citato si presume che Plinio abbia fatto uso della locuzione * uenia sit dicto ', per allontanare da sé r ira degli dei, che, secondo la credenza popolare romana, F avrebbe colpito , se egli immodestamente si fosse vantato. In un altro luogo per esprimere lo stesso concetto, in proposito di una convalescente da grave malattia, Plinio scrisse la frase ' inpune dixisse liceat' (Epist Vili 11, 2. 2 B. I nomi sostantivi di fonte verbale, che si ebbero da Plinio un significato nuovo, sono un ' nomen i Cic. Top. 7, 30 ; De ìnuent. I 27, 40. Varr. Rer. rust. Ili 3,3. s Lagergren, op. cit., pag. 75, 78 agenti» ' in rsor e quattro ' nomina actioois' in -Ho o l.° Il nome ' mensor ', dal verbo i metiri *, si ebbe da prima da Orazio il significato di « misuratore », in generale. 1 Poi Ovidio e Columella ne fecero un sinoniBM eli . ' deeempedator \ cioè « misuratore dei eampi, agrimensore ».* Plinio attribuì alla voce ', ehe Quintiliano adoperò al singolare* col significato di « annotazione^ nota » ; 4 ma Plinio, usandolo al plurale, attribuì ai vocabolo il significato di « osservar ùonì scritte al margine di un libro > : ' Nuno a te Mk brum urmmn cum adnotatioaibiis tuis expecto.' ìiptet; VK 30, & 3.° Il sostantivo ' excursio ', considerato come temniiie 1 HoaAT. Carnkn l. 28, % Cfr Mauxuiì, Epigr. X 17> & t Ovid. Metam. I 106. Col vm. V l. Cfr. per 'deeempedator* Cic. Philip. XIII 18,37. 3 V. in proposilo l'osservazione del Gbsner, cit, da A. Corradi, pagi 3& * Qvintil. Imi. orai X 7, 31. tecnico Al cose militari, valse ad indicare, fla dall' età aure^ cjell'idiopia Latino, la sortita da una città ( f eruptio ') *, la scorreria (• discursio milHaris ') 2 e la soarawucci$ (' prima incursio militaris 'X 3 Plinio per il pripjo attribuì al vocabolo il significato di qualsivoglia 4 qp#r$a, gita, scappata in paese »: ' An, ut solebas, Uttaglione rei farai liaris otoeundaei crebris excursiouibus a^acaris ? \ Epist. I 3, 2. Del resto , noa è estraneo fi tale accezione della voce ' excprsio ' V uso cjke in pi» Jpogttf Plinio stessa fece del verbo * excurrere \ dwde * excur^Q. \ per indicare de' viaggi intrapresi : ' Gnpa juiblicufp opus m,ea pecunia inchoaturus in Tuseos e,]fcuciirrUsera.' Epist III 4,2. 'Destino eròe», si tamen offlcii ratio permiserit, excurrere isto \ ffeist. JII 6, 6. ' Nunc uideor commodissime . po&K» in rem praesentem excurrere.' Epist X 8 (24), 3* 4 4.° Nel periodo della latinità aurea il nome ' ppaeeeptip ' significò « precetto , insegnamento * , e aocihe « preconcetto, pregiudizio ». 5 Plinio attribuì a ' praeceptio ' il significato di « prelevamento o prelevazione » di parte di un'eredità prima degli altri coeredi: 'Saturninas autem, qui nos reltquit taeredes, quadrantem rei publicae nostrae, deinde prò quadrante praeceptionem quadringentorum milium dedit'. Epist V 7,1. t Cabsl P* k a II 30, 1. « Cic. De prou. cons. 2,4; Pro * Deiói 8, 2& Liv. XXX VII 143. 3 Usl XXX 8, 4 ; 1 1, a XXX VII 18, 4. 4 II, giureconsulto Scovala conservò il significato pliniano di 'e;xpursp/ u^Dig. XXXIII 1, L3, in fine. 5 Cip. Pari orai. Con ciò Plinio si attenne più da vicino alla fonte della parola, che è il verbo ' praecipere '=« prendere innanzi, prendere prima »; talché, invece di dare un significato nuovo al nome ' praeceptio ', restituì allo stesso il valore lessicale originario che, a poco a poco, si era modificato nell'uso: tanto più che Plinio stesso usò il verbo ' praecipere ' nel significato di « ottenere prima, percepire innanzi , prelevare da un' eredità » , come osservasi in Epist, V 7, 1 ; X 75 (79), 2. Nella lingua dei giureconsulti romani la parola in esame conservò sempre il significato anzidetto; e. si diede appunto la qualità indicata dall' aggettivo ' praecipuus' a quella parte di eredità, prelevata, che non entrava nella divisione dell' asse ereditario; 1 mentre * praecipuum ' sostantivato aveva avuto presso Cicerone il significato di « preminenza, eccellenza, vantaggio ».* 5.° ' Praesumptio ' non fu voce accolta nella latinità aurea. 3 Plinio l' usò nel senso di « godimento prema 1 Vlpian.ìii Dig. XXXIII 4,2. Papinian. in Dig. XL 5,23, § 2; XXXI 75 e 76. Cfr. Apollin. Sidon. Epist. VI 12 (Migne, Patrolog. cur8. % ser. I, tona. 58, col. 560-561). Del resto, tale uso può considerarsi come una conseguenza del significato attribuito fin dai tempi antichi all' espressione ' pars praecipua ' o ' res praecipua'. Vedi Plavt. Rudens 188-189; Terent. Adelph. 258. * Cic. De finibus II 33, 110: 'Homini.... praecipui a natura nihil datum e3se diceraus ? ' 8 Leggevasi in un luogo di Cicerone, De diuinat. II 53, 108 : 'Praesumptio tamen.... non dabitur*. Ma in realtà i codd. Leidens. Voss. 84, Leidens. Voss. 86, Leidens. Heins. 118, Vin 189 dobon. 2Qjr danno concordemente ' praesensio ', invece di * praesumptio \ Il Pearcius vi sostituì, per mera congettura, la voce 81 turo, uso prematuro », facendone quasi un sinonimo della voce ' praeceptio \ Ma, nell' assegnare al nome ' praesumptio ' tale significato, Plinio si allontanò dall' uso che ne fecero i suoi contemporanei. Quintiliano , in fatti, P adoperò come termine di retorica, per indicare la figura ' prolepsis \ 1 D' altro canto , Seneca 2 e poi Giustino ed altri 3 attribuirono alla voce ' praesumptio ' il significato di « speranza, fiducia , aspettazione , opinione ». Plinio, invece, conservò alla voce il significato più vicino all' etimologia della stessa (' prae ' e 4 sumere '), cioè « uso o godimento anticipato » , equivalente perciò , come dicevamo sopra , a quello del nome ' praeceptio ', ma non facilmente assimilabile , come suppone il Lagergren 4 , al significato della voce ' anticipatio ', che per Cicerone vale « prenozione, prenotizia, idea anticipata ». 5 La conferma del significato pliniano del sostantivo ' praesumptio ' è data dai seguenti luoghi : ' Rerum ' adsumptio' : lo seguirono il Christ (nella 2. a ed. Orelliana, Turici, 1861; voi. 4, pag. 554), il Nobbo (Lips., 1850, pag. 1162, col. 2. a ) ed altri. i Qvintil. Inai. orai. IX 2, 16 ; 2, 18. 2 Senec. Episi. mor. XIX 8 (117), 6. Cfr. A. F. Rosengren , De elocut. L. Annaei Seneeae commentano; Upsaliae, Wahlstròm (senza data della pubblicazione, ma è, probabilmente, del 1849-1850), pag. 38. s Ivstin. Epit hist Phil III 4, 3. Spartian. Hadr. 2, 9. Si valsero anche della voce * praesumptio ', in significato simile, i giureconsulti Papin. in Dig. XLI 3, 44, § 4, e Vlpian. in Dig. XXIX 2, 30, § 4; XL 5, 24, § 8; XLIII 4, 3, § 3; etc. * Lagergren, op. cit., pag. 57. ' s Cic. De nat deor. I 16, 43; 17, 44. Consoli II Neologismo Pliniano, 6 82 quas adsequi cupias praesumptio ìpsa iucunda est'. Epist. IV 15, 11. ' Ego beatissimum esistitilo qui bonae mansuraeque famae praesumptioDe perfruitur certusque posteritatis curii futura gloria uiuit '. Epist. IX 3, 1. Il significato attribuito da Plinio al nome ' praesumptio ' si deve non al dotto arbitrio dì autorevole scrittore, ma all' efficacia che Bull* accezione di ; praesumptio ' esercitò, con molta probabilità, V uso che lo stesso Plinio fece del verbo ' praesumere ', accostando al significato primitivo di « prendere prima » anche i significati di « adempiere prima, porre prima, pregustare », che risultano dai segg. esempi: Epist. II 10, 6; III 1, 11; VI 10, 5; Vili, 11, 1; Pan. 79, 4. C. Quanto al significato dei grecismi ' cataracta , paedagogìum, sipo ', Plinio presenta delle novità che ' ne presso gli scrittori dell' età aurea, né presso i contemporanei di lui ci è dato osservare. I.° ' Cataracta ' o ' cataractes ' servì ad indicare, per antonomasia, le cascate o cateratte del Nilo. ■ Livio se ne valse per denotare le « saracinesche » alle porte delle fortezze. ! Plinio, invece, indica con ' cataracta ' o • cataractes ' la « chiavica o cateratta » che è nei fiumi por reggere il corso dell'acqua: 'Si nihil nobis loci i Vitrw. De arch. Vili >. Sknkc. Nat. quaest. IV 2, A. I'lin. sBN.'jVflt hit!. V 9 (IO), 54 e 59. * Liv. XXVII 28, 10 e 11. Cfc Vboet. Epit rei mil. IV 4. Lo slesso significato notasi in Plvtar. Anton. 76, 2 : cfr. anche dello stesso Plutarco Aratus 26, 1. 83 natura praestaret, expeditum tamen erat cataractis aquae cursum temperare. ' Epist X 61 (69), 4. l 2.° La latinità classica non si avvalse del grecismo 4 paedagogium ' 2 : cominciò a servirsene la latinità argentea. Svetonio con la frase ' ingenuorum paedagogia ' alluse alla sfrontata prostituzione e seduzione dei tempi di Nerone, se pure nel testo svetoniano non si voglia preferire alla lezione ' paedagogia ' l'altra lezione 6 proagogia. 3 Seneca e Plinio il vecchio indicarono con ' paedagogium ' , per metonimia , i fanciulli educati in un istituto, ossia la scolaresca. 4 Ma Plinio il giovane restituì a ' paedagogium ' il significato di luogo o istituto dove erano educati i fanciulli destinati ad impieghi o uffici superiori : ' Puer in paedagogio mixtus pluribus dormiebat. ' Epist VII 27, 13. L' etimologia mista greco-latina della pretesa voce ' paedagium ', la quale fu accolta dalla ed. p nel luogo cit. dell' epist. pliniana, potrebbe solo tentarsi per ispie-, gare una parola nuova che dai codici concordemente si attesti essere stata usata dal nostro autore, come, per es., la voce ' cryptoporticus ' ; ma si deve sempre rifiutare, quando con essa si voglia tentare V accettazione 1 Cfr. Rvtil. Nàmàt. Dered. suo I 481: ' Tum cataractarum claustris excluditur aequor * (Baehrens, Poetae Latin, min. voi. 5°, pag. 21 : ma nel cod. Vindobon. 277 (387; si accoglie la grafia ' catharactarum '). * Vedi per il significato della voce greca considerata: Demosth. Orai, de corona 258 (313, 10-12) ; Plvtar. Pomp. 6, 2. 3 Sveton. Nero 28. * Senec. Dial VII {De uita beata) 17, 2 ; Dial. IX (De tranquii animi) 1, 8; Epist mor. XX 6 (123), 7. Plin. sen. Nat hist XXXIII 12 (54), 152, 84 di una parola che non è accolta dai codici né registrata nei lessici, ma soltanto proposta come congettura d'interprete. Molto meno si può fare buon viso alla congettura del Lipsins ', che, movendo dal presupposto che ' paedagogium ' dovesse riferirsi soltanto alla riunione degli alunni, non mai al luogo della riunione, voleva sostituire la espressione ' puer e paedagogio ' alla lezione data dai codici ' puer in paedagogio '. 3." Il grecismo ' sipo ', che vale « corpo vuoto o cavo, sifone », penetrò nella lingua latina dopo 1' età di Cicerone -; e se ne valsero gli scrittori dell'età argentea per indicare « sifone , canale, pompa per alzar 1' acqua », oper termine di confronto a cosa somigliante 1 Ivsti Lipsi Ad Annales C. Taciti liber tommentarius, Parisiis, N. Buon, 1606; pag. 236, Ad librum XV Ann.: ' Vides ergo ubique paedagogia prò coetu et quasi collegio puerorum. prò loco non accipiò, ne epud Plinium quidem lib. VI] epist. « Puer io paedagogio mistus pluribus dormiebat ». rescriboque : « Puer e paedagogio >. intellegit enim puerum paedagogianum'. » Si è preteso riconoscere la parola 'siphone' iu un luigodi Lucilio, cit. da Cic, De flnibusll 8, 23; ma lalezkmu é incerisi Il cod. Palat., ora Vatic. 1513, presenta 'hirsizon'; l'altro cod Palat., ora Vatic. 1525, presenta 'hrysizou': gli altri codd. , come il More)., 1" Erlang. 38, il Vratisl. IV F 180 danno ' hirsiphon". Nella 1" ed. dell' Orelli, del 18;8, si legge ' hir sìpliovo '; e quasi consimile lez. ' fir siphoue' si osserva in quella del Medvig. L' Ernest! la trasformò a dirittura in ' si pitone ' ; ma 11 Bailer (2* ed. Orellian», Turici, 1861, voi. 4', pag. 103} la, restimi alta Torma 'hirsizon', data dal 1° cod. sopra cit. del secolo XI. A noi parrebbe meglio conservarsi la lez. del cod. Vatic. 1525, ' hrysizou ' p. ' hrysiazon ', part. pres. del verb') greco rhysiàio, Torse 'rhysizo. Ma, in tanta incertezza, nulla si può affermare che rispanda sicuramenle al vero. r 85 al sifone K Plinio se ne servì , attribuendo alla parola il significato di « tromba da incendio », e venne così a determinare in un caso particolare il significato generico di « tromba per acqua » : i Alioqui nullus usquam in publico sipo, nulla hama, nullum denique instrumentum ad incendia compescenda \ Epist. X 33 (42), 2. 2 Ma è probabile (e, nell'incertezza della conclusione, ci siamo indotti a notare la voce i sipo ' tra i neologismi di fonte pliniana) , che Plinio non sia stato il primo a designare con ' sipo ' la tromba da incendio ; perocché il retore Musa, citato da Seneca il retore 3 , con la frase 'caelo repluunt ', detta in proposito dei sifoni, accenna al significato in generale di tromba che schizzi l'acqua in modo che questa, ricadendo in forma di pioggia, sembri che ripiova dal cielo. 4 Sez. II. Altre parti del discorso. A. In due soli aggettivi ci è stato dato di osser 1 Senec. Nat. quaest. II 16. Colvm. De re rust. Ili 10; IX 14.-Plin. sen. Nat hist II 65 (66), 166; XXXII 10 (42;, 124. Ivvenal. Sai II 6, 310. * Anche Ulpiano accenna a ' siphones ' per gli incendi in Big. XXXIII 7, 12, § 18. 3 Senec. rhet. Controuers. X praef., 9. 4 Nel Dizionario Georges-Calonghi, v. * repluo ', col. 2341, e v. ' sipho ', col. 2500, si afferma ripetutamente, ma non sappiamo renderci convinti del motivo, che da Seneca il retore si attribuì alla voce ' sipho ' il significato di (1880), col. 2412, e riferita contemporaneamente tanto al significato eine Spritze, quanto al significato Feuerspritze. 86 vare che il significato attribuito ai medesimi da Plinio si allontana dal significato che si ebbero nell'uso dell' età anteriore e in quello dei contemporanei di Plinio stesso. Tali aggettivi sono : ' octogenarius ' e ' otiosus \ 1.° L' aggettivo ' octogenarius ' fu da Vitruvio e da Frontino adoperato a significare una misura. ' Plinio se ne valse per indicare « vecchio di ottanta anni, ottuagenario, ottogenario »: ' Femina splendide nata , nupta praetorio uiro, exheredata ab octogenario patre \ Epist VI 33, 2. 2.° L' aggettivo ' otiosus ', che significa propriamente « ozioso, inoperoso, disoccupato », ed equivale a ' uacuus muneribus ', soleva essere riferito anche a cose inanimate, p. es. a tempo, età 2 , discorso, 3 etc. A questo uso si accostò Plinio, scrivendo: 'Per hos dies libentissime otium meum in litteris conloco, quos alii otiosissimis occupationibus perdunt. ' Epist IX 6, 4. Ma nessuno prima di Plinio aveva riferito V epiteto di ' otiosae ' alle somme di danaro non date ad interesse, ' non occupatae ' : ' Pecuniae publicae, domine, prouidentia tua et ministerio nostro et iam exactae sunt et exiguntur; quae uereor ne otiosae iaceant. ' Epist. X 54 (62), 1. Anche il giureconsulto Scevola applicò alla ' pecunia ' non data ad usura la qualità di ' otiosa \ 4 i Vitrw. De areh. Vili 7 ('fistulae octogenariae';. Frontin. De aqu. urb. Rom. 58 : ' Fistola octogenaria diametri digitos X\ * Cic. Epist ad Q. fratr. Ili 8, 3 ; De seneci 14, 49. 3 Qvintil. Inst. orai Vili 2, 19; I ), 35. * Scabvol. in Dig. XXII 1, 13, § 1: « Pro pecunia otiosa usuras praestare debeat ' (Mommsen : ma nel cod, Florent. dei Digesta è scritto ' pecunia uitiosa '). Come si è già avvertito, Plinio fu parco d' innovazioni quanto ai verbi. Egli, in fatti, attribuì significato non noto agli scrittori dell' età anteriore , né , a quanto appare, accolto dai contemporanei, ai tre verbi * exseri bere, per colere, prosecare ', conservandoli sempre in senso proprio. l.° La latinità aurea presenta V uso di 'ex-scribere ' nel significato di « trascrivere, copiare », ed anche nei significato di « notare, registrare, mettere per iscritto ». 1 Plinio, invece, assegnò al verbo ' exseribere ' due signiAcati nuovi, 1' uno proprio e 1' altro figurato , che non troviamo negli scritti dei contemporanei di lui. Il significato proprio , di cui ora interessa intrattenerci , (che, al suo tempo, tratteremo del verbo ' exseribere ' in senso traslato) è: « dipingere, disegnare , rappresentare » : ' Herennius Seuerus, uir doctissimus, magni aestimat in bibliotheca sua ponere imagines municipum tuo rum petitque exseribendas pingendasque de legem '. Epist IV 28, -1. Donde tale significato ? È noto che ' scribere ' ebbe anche il significato di «e disegnare, dipingere ». 2 Plinio il vecchio, a determi^ nare meglio il lavoro di copiatura di una pittura, si valse del verbo ' transcribere \ 3 Appare probabile quindi che Plinio il giovane, attenendosi allo stesso ordine di concetti, meglio che della preposizione ' trans ' si sia servito della preposizione ' ex ', che esprime con maggiore esattezza l'idea di « trarre fuori, dedurre », e, pre l Cic. in Verr. aet. see. II 77, 189. Varr. Rer. rust. II 5, 18. * Cic. Tu8c. dìsp. V 39, 113. Catvll. Carm. 37, 10. 3 Plin. sen. Nat. hist XXV 2 (4), 8: * Veruna ot indura falla* est colori bus... multumqu 3 riamente significa « usatto, piccolo socco, calzare leggiero », che si soleva portare dalle donne e dai damerini effeminati. Ma poiché il socco era usato dagli attori comici per la rappresentazione della commedia, e quindi, per figura metonimia, venne a significare la commedia, così Plinio che, adoperando il linguaggio scenico , aveva chiamato una sua villa, presso al lago Lario, col nome ' comoedia ', ne indicò il sito basso, rasente il lido del lago, col diminutivo ' socculus \ Ecco il passo pliniano : ' Huius (lacus) in litore plures uillae meae, sed duae maxime ut delectant ita exercent. altera inposita saxis more Baiano lacum prospicit, altera aeque more Baiano lacum tangit, itaque illam tragoediam, hanc appellare comoediam soleo ; illam, quod quasi cothurnis , hanc , quod quasi s o e e u 1 i s sustinetur \ Epist IX 7, 2-3. La lezione ' oculis ' che, invece di ' socculis ', è data dal cod. D e dalle edd. p, a, non ci pare in alcun modo attendibile, prima di tutto perchè vien meno il parallelismo che l'autore vuol mettere in evidenza tra la villa chiamata ' tragoedia ' e quella che porta il nome di 6 comoedia ' ; in secondo luogo, perchè bisogna forzare il senso della frase per supporre omogeneità tra ' sustinetur cothurnis ' e ' sustinetur oculis \ Preferiamo, dunque, la lezione ' socculis ', che è presentata dal cod. IH e dalle edizioni prealdine. 97 10.? Dicevasi propriamente ' sportula ', diminutivo di i sporta ', quel canestrino di cibi, che si soleva dare dai patroni ai clienti, allorquando questi si recavano da loro per salutarli. In senso traslato, Plinio se ne valse per indicare quelle largizioni che per lo più da autori, di poco merito si solevano dare ai ' laudicene, per essere applauditi di continuo da questi durante la recitazione dei loro lavori letterari : ' Sequuntur auditores actoribus similes, conducti et redempti: manceps conuenitur: in media basilica tam palam sportulae . quam in triclinio dantur. ' Epist II 14, 4. . Pare che Quintiliano si sia accostato al concetto di Plinio con l'avvertire che è sconveniente per gli oratori ' inter moras laudationum ' il * respicere ad librarios suos,. ut sportulam dictare uideantur. ' l E da avvertirsi inoltre che il nome ' sportula ' fu anche usato, in senso traslato, dall' imperatore Claudio per indicare i « brevi giochi dati al popolo I sostantivi di fonte verbale, innovati nel loro senso traslato dal nostro autore , si possono ordinare così : a) ' nomina agentis ' formati col suffisso -tor ; b) ' nomina actionis ' col suffisso -tion ; e) sostantivi formati da temi di verbi per il tramite del tema del participio presente; d) sostantivi verbali aventi diverso suffisso. a) Non molto è da dirsi dei quattro ' nomina agentis ': i Qvintil. InsL orai. XI 3, 131. « Sveton. Diu. Claud. 21. Consoli li Neologismo puntano* 98 * * debitor, frenator, gestator, reductor, ' che nei loro significati in traslato presentano tracce d' innovazione. 1.° Il nome ' debitor' significò propriamente « chi deve una somma di danaro ad un suo creditore ». l Accolto in traslato, indicò « chi è obbligato , chi è tenuto a qualche cosa », la quale veniva espressamente enunciata, per es. * uitae , animae , uoti, etc. ' 2 Plinio accolse tale significato del nome ' debitor *, considerato in traslato, ma vi apportò la novità di adoperarlo assolutamente , cioè senza indicazione della cosa* per cui si restava obbligato : ' Cuius generis quae prima occasio tibi, conferas in eum rogo; habebis me, habebis ipsum gratissimum debitorem. ' Epist. Ili 2, 6. 2.° La voce ' frenator ' appare per la prima volta nella latinità argentea, e riferita sempre a cose materiali, per es. il giavellotto, 3 il cavallo. 4 Plinio lo riferì,, per traslato, ad argomenti morali : ' Contemptor ambitiónis et infìnitae potestatis domitor et frenator animus ipsa uetustate florescit. ' Pan. 55, 9. 3.° Quanto al nome ' gestator ', che significa « portatore per guadagno, facchino », ed è perciò sinonimo di ' baiulus ' p ' baiolus ', voce usata da Cicerone 5 , Plinio lo riferì a un delfino che portava sul dorso i figli : * Incredibile, tam uerum tamen quam priora, delphinum gestatorem collusoremque puerorum in i Cic. De off. II 22, 78. Senec. De bene/. VI 19, 5. Modestia in Dig. L 16, 108. 2 Ovid. Ex Pon. IV 1, 2; Triti. I 5, 10. Martin Epigr. IX 42, 8. 3 Val. Flac. Argon. VI 162. 4 Stat. Theb. I 27.. 5 Cic. De orai. II 10, 40 ; Parad. IL-, 2, 23. 99 terram quoque extrahi solitum harenisque siccatum, ubi incaluisset, in mare reuolui. ' Epist. IX 33, 8. 4.° Il nome ' reductor ', considerato in senso proprio, significa « riconduttore, chi riconduce » : e in tale skgniflcato T usò Livio. 1 Ma Plinio adoperò ' reductor '• nel senso traslato di « restauratore » : ' (Titinius Capito) colit studia, studiosos amat fouet prouehit, multorum qui aliqua conponunt portus sirius gremium , omnium exemplum, ipsarum denique litterarum iam senesceiitium reductor ac reformator. ' Epist. Vili 12, 1. 6) I. quattro ' nomina actionis ' : ' descensio , dispensalo , egestio , nutatio ', formati da temi verbali , presentano le seguenti innovazioni nel loro uso traslato. l.° ' Descensio ' indica propriamente « discesa, l'azione del discendere ». 2 Plinio ne preferì V uso metonimico per indicare i luoghi stessi nei quali si discende per mezzo di gradinir 'Frigidariae cellae conectitur media, cui sol benignissime praesto est; caldariae magis : pròminet enim. in hac tres descensio nes, duae in sole, tertia a sole longius, à luce non longius. * Epist V 6, 26. Talché, come bene avverte il Gierig , le ' deseensiones ' erano non le scale, ma ' lacus, in quos per gradua descendebatur. ' 3 i Liv. II 33, il. « Cic. De flnibus V 24, 70: ' Quem Tiberina descensio, festo ilio die, tanto gaudio ad feci t, quanto L. Paullum, cum regem Perseo captum adduceret, eodem flumine inuectio?' (Citiamo il passo di Cic. secondo il ood. Palat. (Vatic) 1525 e la ed. Cratandrina del 1528; che, invece di 'descensio', si legge ' dissensio ' nel cod. Morelian., e ' decursio ' nella prima ediz. dell' Orelli, 1828). 8 Giehig, op. cit., tom. 1°, pag. 409, col. l. a . 100 Che Plinio sia stato veramente il primo ad introdurre nella lingua letteraria tale uso metonimico della voce ' descensio ', c'induce a dubitare l'avvertenza del Nàgelsbach 1 , che soventi volte ad alcuni casi mancanti nella flessione dei nomi verbali in -us si suppliva coi corrispondenti casi dei nomi verbali in -io. Or , tanto in Irzio 2 quanto in Virgilio 3 , trovasi usato 'descensus' in senso metonimico di « via che discende » : e se, come nota opportunamente il Lagergren 4 , ai casi non usati della flessione di * descensus ' si dovette supplire coi corrispondenti casi della flessione di ' descensio ' , questo nome non poteva non avere il valore metonimico di ' descensus ' ; e quindi è assai probabile, sebbene non si abbia alcuna prova diretta in conferma, che il significato metonimico attribuito a 'descensio' sia anteriore all' età di Plinio. 2.° In dipendenza dal significato fondamentale proprio del verbo ' dispensare ', che vale « pesare esattamente, dividere o distribuire proporzionatamente », il sostantivo verbale * dispensatio ' si riferì a cose materiali, indicandone la distribuzione economica o l'amministra-zione o il maneggio, per es; ' dispensatio aerarii 5 , annonae '* etc. Plinio riferì la voce ' dispensatio % in senso traslato, anche a cose morali, scrivendo all'imperatore Traiano : * Iulius... Largus ex Ponto nondunr mihi uisus ac ne audi.tus quidem.... dispensationem i Naegelsbach, Lateinische Stilistik 3 , pag. 151 eg. « Hirt. De b. Gal. Vili 40, 4. 3 Vbrg. Aen. VI 126. 4 Lagergren, op. cit., pag. 56. 5 Cic. In Vatin. 15, 36. « Liv. X 11,9. Cfr. IV 12, 10. 10Ì quandam ' mihi erga te pietatis suae ministeriuniqùó mandauH. ' Epist. X 75 (79), 1. È probabile .che la via per giungere al significato pliniano della voce 4 dispensatio ' sia stata aperta dall' uso, accolto da Cicerone e poi da Livio , Seneca ed altri, del verbo 4 dispensare n riferito ad argomenti immateriali. l 3.° 4 Egestio ', sostantivo nato dal verbo 4 egerere '=» « portare fuori, condurre via », è voce che apparisce per la prima volta nella latinità argentea, col significato proprio di « trasporto », ed anche, particolarmente, di « egestione, evacuazione ».* Plinio, riferendolo per traslato ad 4 opes publicae', ne fece un sinonimo di 4 effusfo ' di danaro, voce già usata da Cicerone. 3 Il passo di Plinio è il seguente : ' Hoc tunc uotum senatus , hoc praecipuum gaudium populi, haec liberalitatis materia gratissima, si Pallantis facultates adiuuare publicarum opum egestione contingeret. ' Epist. Vili 6, 7. 4.° Il verbo 'nutare' fu gradito ai poeti dell'età augustea : a Cicerone nemmeno dispiacque farne uso nel senso traslato di « vacillare nel giudizio, essere incerto » 4 . Ciò non ostante, il sostantivo verbale 4 nutatio ' non pare che sia stato accolto dalla latinità . aurea. I contemporanei di Plinio V usarono in senso proprio di « barcollamento, vacillamento ». 5 Plinio, invece, Tado i Cic. De orai. I 3i, 142.-Liv. XXVII 50, 10; XXXVIII 47, 3. Sbnec. Dial. VI (Ad Mare, de eonsol) 11, 1 * Sveton. Diu. Claud.O. s Cic. Pro Rose. Am. 46, 134. 4 Cic. De nat. deor. I 43, 120,-Cfr. Tac. Hist. II 98; III 40; IV 52. 5 Srnkg Nat quaest. VI2, 6, Qvintil. ln*t. orai. però in senso figurato, riferendolo a ' res publica ', per indicare «decadenza, rovina dello Stato»: 'Cogi porro non poteras nisi periculo patriae et nutatione rei pùblicae. ' Pan. 5, 6. La nostra osservazione si poggia sulla premessa che, nel passo citato, la lezione ' nutatione ',' presentata dal Cuspinian. e dal cod. Liuineii, sia da preferirsi alla lezione * mutatione ', che è data concordemente dai codd. A } 6, o 9 d. • e) I due sostantivi verbali formati per il tramite del tema del participio presente sono 'audentia' e 'instantia'. 1.° Il nome ' audentia ' non fu accolto dalla latinità aurea. Nella latinità d' argento se ne fece uso per si' gnificare « arditezza, coraggio », in dipendenza dal significato del verbo ' audere ', da cui proveniva. ' Ma Plinio trasferì: il significato di 'audentia' all'uso delle parole, per indicare « ardimento -, audàcia nel dire »" : 'Si datur Homero et mollia uoeabulà et Graeca ad leuitatem uersus contrahere, extendere, inflectere, cur tibi similis audentia, praesertim non delicata sed necessaria, non detur ? ' Epist. Vili 4, 4. : 2.° Il sostantivo ' iftstantia ', conformemente al verbo ' instare ', da cui prende origine, significò « imminenza immediata ». 2 Plinio attribuì ài vocabolo, che adoperò in traslato, due significati : a) « veemenza del discorso »•* ' Habet quidem oratio et historia multa communia , sed plura diuersa in his ipsis quae communia uiden 1 Tac. Ann. XV 53; Germ. 31 e 34. Cfr. 'audentior' nei Deal de oratoribus, 14 (Halm ; ' ardentior * per il Bàhrens) e in Qvintil. Inst. orai. XII 10, 23. * Cig. De fato 12, 27. 103 # tur haec uel maxime ui amaritudine instanti e, illa tractu et suauitate atque etiam dùlcedine placet/ Epist V 8, 9-10. b) «diligenza, studio assiduo»: ' Quid est enim quod non aut illae occupationes inpedire aut haec instantia non possit efflcere ? ' Epist. IH 5, 18. Per il primo dei due significati predetti Quintiliano si era. già avvalso dell'avverbio ' instanter V d) Resta a parlare dei tre sostantivi verbali: ' iadtwcatus, motus, retinaculum \ l.° La voce i aduocatus ' nei tempi della Repubblica romana designò V uomo perito nella conoscènza del diritto, che veniva chiamato a dare i suoi coitigli in tòtano ad una questione giuridica da trattarsi dinanzi ai magistrati, e sosteneva poi co' suoi suggerimenti e fcftft la presenza una delle parti litiganti dinanzi ai wi&gl 1 strati stessi. 2 Neil' età imperiale * adiiocatufc ' tìivéhitè sinonimo di ' patronus causae ', cioè « difensore o pà* trocinatore; causidico, che assiste e conduce il pi*oc&&ò *. E di questo secondo significato di ' aduocatus ' Plinio^ al pari de' suoi contemporanei 3 , ci presenta àlquahtl esempi. 4 Ma Plinio stesso attribuì anche alla voce ' aduocatus ' un significato in traslato , riferendola non & 1 QtfitffriL. tnsì. orai. IX 4, 126: ' Vbicunque acriter erit, i nstànter, pugnaciter dicendunT (Bonnell;. « Cig. Pro Sul. 29, 81 ; Pro CluenL 40, 110; De orai il 74, 301 ; De off. I 10, 32; Epist. ad fam. VII 14, 1 ; etc. 'Aduocatus ' per « aiuto » in genere, v. Pro Caectaa 9, 20. 3 Qvintil. Inst. orai. XII 1, 13. Sveton. Dia. Claud. 15 e 33. Diàl. de oratoribus, 1. * Epist. cause ò liti o questioni giuridiche, ma alla ' abstinentia ' : ' Id uero deerat, ut cum Pallante auctoritate publica ageretur , Pallas rogaretur ut senatui cederet, ut illi superbissimae abstinentiae Caesar ipse aduocatus esset. ' Epist. Vili 6, 9. Quanto abbiamo osservato sul significato pliniano della voce ' aduocatus ', considerata in traslato , non sarebbe accettabile, se nel luogo citato, invece di ' Caesar ipse aduocatus esset', si leggesse, come si suòle comunemente: ' Caesar ipse patronus aduocaretur'. Così appunto è presentata la lezione dall' ed. a, con la ripetizione del pronome ' ipse ' dopo ' patronus ': ' Caesar ipse patronus ipse aduocaretur '. 2.° Dalla radice del verbo ' mouere ' col. suffisso -tu- si formò il nome ben noto ' motus ', che in traslato, óltre ali! indicare « il moto dèi sensi e 1' attività o energia dello spirito, la commozione dell'animo, la passione », servì a significare « i motivi, le cause, i moventi » di un dato divisamente. Plinio fu il primo ad adoperare la voce ' motus ' in tale significato: 'Audisti consilii mei motus'. Epist. Ili 4, 9. 3.° Il sostantivo i retinaculum ', non discostandosi dal significato proprio del verbo ' reti nere ', da cui deriva, servì ad indicare qualunque oggetto potesse servire a trattenere o a tener fermo; perciò, secondo i casi particolari , significò « cavezza \ gomena o fune 2 , briglia o redina 3 , vimini pieghevoli per legare le viti 4 », etc. Plinio per il primo attribuì un significato figurato alla i Horat, Sai I 5, 18. 2 Ovid. Metam. XIV 547; XV 696. 8 Vbrg. Georg. I 513. i Vbrg. Georg. I 265. 105 voce ' retinaculum ', per indicare « i legami o vincoli morali della vita » : ' Adfuit tamen deus uoto, cuius ille compos , ut iam securus liberque moriturus, multa illa uitae, sed minora r e t i n a e u 1 a abrupit.' Epist I 12, 8. Nella stessa epistola , § 4 /egli chiamò questi ' uitae retinacula', in modo più diretto , * preda uiuendi,' come li aveva detto, prima di lui, Plinio il vecchio ! ; ed al § 3, li disse * uiuendi causae '. C. I grecismi nei quali, considerati in senso traslato, si nota l'innovazione pliniana sono due: ' cratér * e ' xenium '. 1.° ' Crater ', « grande coppa, cratere, vaso da mescere », è un grecismo accolto nella lingua latina e latinizzato nella forma ' cratera*'. Passò al senso traslato per P uso particolare che ne fecero i poeti, per significare « voragine vulcanica V vaso per Polio » 3 , e anche una costellazione 4 , ete. Ma Plinio fu il primo, e forse il solo, ad usare il grecismo ' crater ' nel senso traslato di « conca o bacino d' acqua » : ' Fonticulus in hoc, in fonte crater'. Epist V 6, 23. 2.° ' Xenium ' rappresentava, secondo l'etimo greco 5 , il dono ospitale, fatto, cioè, agli ospiti o ai commen 1 Plin. sen. Nat hist. XXII 6 (7), 14: 'Addidere uiuendi pretia deliciae Juxusque * (Mayhofl). Tacito indica i ' uitae retinacula ' come 'pretia nasceadi' (Germ. 31; ma in più codici si legge * noscendi '). * Lvcrbt. De ter, nau VI 701. Ovid. Metam. V 424. Cfr. Plin. sen. Nat hist. II 106 (110), 237; III 8 (14), 88. » Verg. Aen. VI 225. Cfr. Martial. Epigr. XII 32, 12. 4 Ovid. Fast li 244. Cfr. Cic. De nat deor. II 44, 114 {Arati phaenom. 219). 5 Vedi Svidàs Lexic. Graee. et Lai, vol2°, col. 1032 (Bernhardy). Ì06 sali. E in tale significato, oltre gli esempi di Vitruvio, Marziale ed altri ', abbiamo l'esempio di Plinio stesso: ' Summo die abeuntibus nobis, tam diligens in Caesare humanitas, xenia sunt missa'. Epist. VI 31, 14. Ma Plinio assegnò inoltre al grecismo * xenia ' il significato triaslato di « dóni fatti a certe persone per ottenere da loro qualche favore », ed in particolare i doni che si facevano agli avvocati o causidici per patrocinare con maggiore impegno le cause: ' Quam me iuuat quod in causis agendis non modo pactione dono munere ùerum etiam x e n i i s semper abstinui ! ' Epist V 13 (14), 8. E, dopo P esempio di Plinio, si ampliò àncora di più il significato della voce ' xenium ', indicandosi con essa i doni che si offrivano dai provinciali ai proconsoli o ad altre autorità 2 . Sbz. ii. -^ Aggettati. Li distingueremo in aggettivi derivati da fonte nominale ed aggettivi formati con temi verbali. A. «-* 1.° L' aggettivo ' enodis ', formato dalla preposizione.' e' e dal tema del sostantivo 'nodus'» nel significato proprio vale « liscio , senza nodi ». In tale accezione 1' usò appunto Virgilio , che lo riferì quale attributo alla voce ' truncus \ 8 Plinio l'adoperò in senso traslato, riferendolo ad alcune poesie per indicarne la scorrevolezza e la facilità : ' Recitabat.. f erudit&m sane 1 Vitrvv. De afòh. VI 9. Martial. Epigr. XIII 3, ì-2 e 5-6. * Vlpiàì*. iti Dig. I 16, 6, § 3. i 'V'fcRG. Georg. Il 78 : ' Rursum e n o d e s trunci resecantur ' (Ribbeck). Cfr. Plin. sen, Nat hM, V 1, 14. ìot I luculentamque materiam. scripta elegia* erat fluentibus et teneris et e n o d i b u s , sublimibus etiam, ut poposcit locus. ' Epist Hamatus ' derivato da ' hamus ', in senso proprio significò «fornito d'amo»; e Cicerone l'usò in tale significato. l L' accezione in traslato dell' aggettivo * hamatus', per indicare cose che , insidiose come l'amo , si mettono in opera per ottenere vantaggi maggiori, si deve a Plinio, che lo riferì a ' munera ' con -P intendimento d' indicare quei doni che si fanno col fine sottinteso di ricavarne maggiori remunerazioni : i Hos ego uiscatis hamatisque muneribus non sua promere puto, sed aliena corripere '. Epist. IX 30, 2. Plinio dovette certamente venire all' uso traslatò di ' hamatus ', indottovi dal significato attribuito in traslato al nome 4 hamus ' da scrittori a lui anteriori e da scrittori contemporanei. 2 3.° ' Inamoenus ' appartiene a quella serie di aggettivi sì graditi alla latinità argentea, formati col premettere all' aggettivo la particella negativa i in- ' : significa P opposto di ' amoenus ', e perciò « spiacevole, sgraziato, disameno ». Ovidio se ne valse per indicare PAverno. 3 Plinio ne fece, per traslata, un attributo di certi lavori letterari « senza attrattiva, spiacevoli, inameni »: ' Oratiunculam unam alteram retractaui. quàhiquam id genus operis inamabile, inamoenum magisque laboribus ruris quam uoluptatibus simile '. Epist IX 10, 3. - . l Cic. Acad. priòr. II 38 121. * Huràt. Sai. II 5, 25. Martial. Epigr. V 18, 7; VI 63, 5. Vedi anche Plin. Pan. 43, 5. 3 Ovid. Metam. X 15. Cfr. Stat. Sii II 2, 3*3, Ì08 4.° L' aggettivo ' peracerbus ' vale lo. stesso di * acerbus ' con un rafforzamento indicato dalla particella preposta ' per'; significa perciò, in senso proprio, « molto aspro , molto acerbo » , come disse appunto Cicerone dell' uva immatura. ] Plinio adoperò in traslato V ag. gettivo ' peracerbus ' per significare un che di « doloroso , assai spiacevole » : '• Mihi quidem illud etiam peracerbum fuit, quod sunt alter alteri quid pararent indicati. ' Epist VI 5, 6. 5.° L'aggettivo ' saxeus ' propriamente significa « sasseo, di pietra ». Plinio attribuì a ' saxeus ' il significato di « insensibile », duro come di pietra, che non sente impressione di alcuna cosa bella : ' Ego Isaeum non disertissimum tantum uerum etiarn beatissimum iudico. quem tu nisi cognoscere concupiscis, saxeus ferreusque es .' Epist II 3, 7. Ma in ciò egli si avvicinò all' espressione di Ovidio : ' Mater ad auditas stupuit ceu s a x e a voces ' 2 ; nella quale l'epiteto ' saxea ' vale attonita per la meraviglia dolorosa, come se fosse divenuta di sasso. Forse, nel l'attribuire alla voce 'saxeus', in senso figurato, il significato anzidetto, Plinio ebbe presente la frase che si legge nel v. 258 del Prometti, uinctus di Eschilo. B. 1° e 2.° Tra gli aggettivi di fonte verbale, che si ebbero da Plinio un nuovo significato in traslàto, si annoverano 'adductus' e ' circumscriptus ': entrambi dotati della forma del comparativo. ' Adductus \ che propriamente significa « angusto , 1 Cic. De senect. 15, 53. * Ovid. Metom stretto », si ebbe in traslato vari significati , uno dei quali riferito in forma comparativa da Plinio air oratore, vale « più serrato, più breve nelF espressione »• Similmente ' circumscriptus ', che in senso proprio significa « circoscritto » , in senso traslato fu da Cicerone riferito alla frase, ali" ambitus uerborum M , mentre da Plinio fu riferito, anche in forma comparativa, all' oratore stesso per indicare la qualità della concisione, che fregia il discorso di lui. Eccone la conferma: ' In contionibus idem qui in orationibus est, pressior tamen et.circumscriptior et adductior'. Epist I 16, 4. 3.° Il significato proprio di ' incustoditus ' è « non custodito, senza guardie ». La latinità argentea attribuì a ' incustoditus ' due significati in traslato, uno considerato in passivo, ed è dovuto a Tacito ; P altro considerato in attivo,' ed è stato per la prima volta determinato da Plinio. Nel primo significato vale « inosservato », 2 o pure « non contegnoso, non celato » 3 . Nel traslato attivo, secondo l'accezione pliniana, * incustoditus ' significa « improvvido, incauto, imprevidente, senza precauzione » : ' Tuitus sum Iulium Bassum ut i ncustoditum nimis et incautum ita minime malum \ 4 Epist. VI 29, 10. 4.° Dal significato proprio che all'aggettivo ' inductus ' proveniva dalla sua qualità originaria di participio per 1 Cic. OraL 12, 38; cfr. 61, 204. * Tao. Ann. II 12; XV 55. 3 Tac. Ann. XII 4. * In proposito il Gierig, op. cit., tom. 2, pag. 91, col. 2% aggiunge il* commento: ' Puer enim, qui non custoditur, noglegens, remissus nimis esse solet ' . no fetta del verbo ' inducere ', Plinio, lo volse in traslato, e lo attribuì a ' sermo ' per indicare un linguaggio straniero : ' Inuidéo Graecis, quod illorum lingua seribere maluisti. neque enim coniectura eget, quid sermone patrio exprimere possis, cum hoc insiticio et i n d u ct o tam praeclara opera perfeceris \ Epist IV 3, 5, 6 Totam uillam oculis tuis subicere conamur , si nihil inductum et quasi deuium loquimur.' Epist V 6, 44. Cfr. Epist. Ili 18, 10. Nulla osta ad ammettere che Plinio si sia permesso di attribuire a ' inductus ', in senso traslato, il significato anzidetto, per aver tenuto presente che già Cicerone si era servito ad un fine consimile del verbo * inducereV 5.° Nel luogo testé citato della Epist. IV 3, 5, si osserva eziandio che Plinio per il primo adoperò in senso traslato l'aggettivo ' insiticius ' , derivato dal verbo i inserere ', a fin di significare il linguaggio importato dal di fuori, in antitesi alla lingua materna. La voce ' insiticius ' nel significato proprio di ,« innestato » era già stata accolta nella lingua letteraria, molto tempo prima di Plinio. 2 Sez. III. Verbi. I verbi ai quali, considerati in traslato, Plinio attribuì un significato nuovo, sono , eccetto uno, tutti composti ; e la ragione ne è manifesta, perchè nell'ampliare le funzioni del traslato ha molta efficacia la particella che forma il primo elemento della composizione. i Cic. Philip. XIII 19, 43. * Ne sia d'es. Varr. Rer. rasi. II 8, 1. Vedi in prcfposito la osservazione del.GESNER, riportala da A. Corradi, pag. 33. r Ili A. Esamineremo da prima i verbi composti che provengono da un tema semplice originariamente verbale , e poi i verbi composti nel cui tema si contiene un tema nominale. a) I vèrbi composti della prima serie saranno trattati secondo l'ordine alfabetico della lettera iniziale del tema verbale semplice. l. Q 11 verbo ' in-arescere ', come P incoativo 'arescere ', originariamente ' arere ', ebbe il significato proprio di « disseccarsi, inaridire » : e, oltre non pochi scrittori fioriti al tempo della latinità argentea, ne dà la conferma lo stesso Plinio : ' Buxus, qua parte defendltur tectis, abunde uiret; aperto caelo apertoque uento et quamquam longinqua aspergine maris inarescit'. Epist. II 17, 14. Ma Plinio attribuì anche al verbo ' inarescere ' il significato di « finire », riferito a oose immateriali : 'Sed quod cessat ex reditu frugalitate suppletur/ex qua uelut fonte liberalitas nostra decurrit : quae tamen ita temperanda est, ne nimia profusione inarescat. ' Epist. II 4, 3-4. La sola ed. p presenta, invece di ' inarescat', la pa^rola * marcescat ', che pare un' emendazione fatta dall' editore per fare rieritrareF espressione di Plinio nelP uso traslato del verbo ' marcescere ', che Livio e 0vidio riferirono alle voci ' desidia, otium V 2.° Il significato proprio del. verbo ' per-domare ', che vale « soggiogare, domare », si riferì costantemente ad esseri animati, come per es. ' uiri, 2 gentes,* canes, 4 l Liv. XXVIII 35, 2. Ovid. Ex Pon. II 9, 61. * Tibvl. II 1, 72. 8 Vell.' Paterc. Hist Rom. II 95, 2. Cfr. Liv. XL 41, 2. 4 Tibvl. I 2, 52. m « serpentes, tauri, l età; ovvero a regioni designate invece dei popoli che le abitano, per es. il ' Latium ', 2 la ' Britannia ', 3 una regione in generale. * Plinio applicò in traslato il verbo ' perdoniate ' al suolo che si coltiva : ' Tantis glaebis tenacissimum solum, cura primum pròsecatur, adsurgit , ut nono deraum sulco perdomet u r. ' Epist V 6, 10. Gli scrittori contemporanei avevano agevolato a Plinio la via per venire all'uso traslato del verbo ' perdonare', poiché lo avevano riferito, in generale, a cose inanimate. Così in Seneca si osserva la frase ' perdomare farinam ', che significa « dimenare la farina con l'acqua e farne una pasta » 5 ; e in Stazio, la frase 'perdomita Ceres ' 6 . Ma a Virgilio fu più gradita l'espressione figurata ' imperare aruis ' 7 per riferirla a chi ' exercet frequens tellurem '. 3.° Il significato proprio del verbo ' con-fodere ' fu « trapassare , trafiggere , ferire ». Plinio 1' adoperò in traslato per indicare quel segno fatto con una linea trasversale sulle parole d'uno scritto, che dovevano essere cancellate o emendate 8 : ' Expecto ut quaedarn ex hac epistula, ut illud « gubernacula gemunt » et « dis ma i Ovid. Heroid. 12, 163-164. « Liv. Vili 13, 8. 3 Tac. Hist. I 2. 4 Liv. XXVIII 12, 12. Martial. Epigr. IX 43, 8. 5 Senec. Episi. mor. XIV 2 (90;, 23. Stat. Theb. I 524 7 Vbrg. Georg. I 99. 8 Vedi in proposito di tale segno le *Notae XXIquae uersibus apponi consuerunt * (cod. Paris., 7530), ripubblicate dal Keil nella collezione dei Grammatici Latini, voi. VII, pagg. 533-536. 113 ris proximus », isdem notis quibus ea de quibus scribo confodias. ' Epist IX 26, 13. La differenza tra V accezione pliniana del verbo ' confodere ', considerato in senso traslato, e il significato che allo stesso verbo attribuì, anche in traslato, Tito Livio, sta in ciò che questi lo riferi ad argomento morale o giuridico, 1 mentre Plinio lo applicò ad indicare l'azione materiale del segnare i luoghi da emendare d'uno scritto. 2 4.° Da una composizione multipla risultò il verbo ' recom-ponere ', il cui significato proprio è « racconciare, mettere in ordine ». 3 Plinio indicò con ' recomponere * il concetto di « placare, calmare, acchetare , rappattumare » : ' Quo magis quosdam e numero nostro inprobaui, qui modo ad Celsum modo ad Nepotem, prout hic uel ille diceret, cupiditate audiendi cursitabant, et nunc quasi stimularent et accenderent, nunc quasi reconciliarent ac recomponerent, frequentius singulis , ambobus interdum propitium Caesarem.... precabantur. ' Epist VI 5, 5. È uopo avvertire che la lezione ' recomponerent % nel passo citato, è data' in modo approssimativo dal cod. flf, e che presenta la parola scritta in guisa incerta: ' re omponerent\ Invece il cod. D e le edizioni p, a danno la lezione ' reconciliarent componerentque ' : la quale , se venisse accettata, renderebbe inutile la nostra osservazione, poiché il verbo ' componere ' nel senso traslato di « acchetare, pacificare, riconciliare » era stato già usato, prima di Plinio , nelle frasi : ' componere bel * Liv. V il, 12. « Cfr. Cic. Epist adfam. IX 10, 1. Horat. Epist. II ,3, 446-447. 3 Ovid. Amor. I 7, 68. Consoli Il Neologismo puntano 8 - 114 lum, 1 componere controuersias,* componere lites, 1 componere seditiones ', 4 etc. 5.° Il verbo ' ad-radere ', nel suo significato proprio di « radere , accorciare , mozzare » , si rapporta alla barba, ai capelli e anche ai rami degli alberi. Plinio lo accolse in traslato per significare il concetto di 103 » 44 » 16 » 75 » 120 > 102 una ijuaiu si nana, uei u abactus^ Pan. 20, 4. acor 3 : VII 3, 5. actiuncula t : IX 15, 2. adductus 3 : I 16, 4. adnotatio 2 : VII 20, 2. adnotator x : Pan. 49, 6. adradere 3 : II 12, 1. adsistere aduocatus aposphragisma ,: X 74 Q6Ì. 3. baptisterium t : II 17, 11; V 6, 25. bellatorius buie! IH defremere ,: IX 13, 4. » 99 descensio 3 : V 6, 26. » 116 destringere 3 : Pan. 37, 2 (cfr. Ili 5, 14). > 45 dianome,:X 1 16(1 17),2. » 100 dispensatio 3 : X 75 (79), I. 73 districte , : IX 21, 4. 11 duurauiratus,: IV 22, 1. ecclesiali 10 (111),1. egestio 3 : Vili 6, 7. eiecta { : II 17, 11. electa t : III 5, 17. enodis 3 : V 17,2. eranus t : X 92 (93). excursio 2 : I 3, 2. exscribere 2 : IV 28, 1. exsoribere 3 : V 16, 9. exsecare 3 : II 12, 3. exultantius t : III 18, 10. Pag. 98 frenator 3 : Pan. gestator à » 55 » 109 » 64 52 haesitabundus t :1 5, 13. 15 haesitator^V 10(11), %. J07 hamatus ? : IX 30, 2. 40 heliocammus^II 17,20. 38 hetaeria , : X 34 (43), 1; 96 (97), 7. 68 historice t : II 5, 5. idyllium , : IV 14, 9. inamoenus 3 : IX 10, 3. inarescere^; li 4, 4. inascensus ,: Pan. 65,3. incongruensj: IV 9, 19. incustoditus 3 :VI 29 f 10. indecere t : II J 1, 2. Pag. 56 » 25 » 109 Pag. » » Pag. » » 53 58 55 71 110 102 66 54 119 40 61 91 indeflexus ,: Pan. 4, 7. indignatiuncula x : VI 17, 1. inductus 3 : III* 18, 10; IV 3, 5; V 6, 44. ingloriosi^: 1X26, 4. inperspicuus,: 1 20, 17. inreuerens,: Vili 21,3* inreuerenter^ il 14,2; VI 13, 2. insitici us 3 : IV 3, 5. instantia interscribere,:VII 9, 5. inturbàtus { : Pan. 64, 2. inumbrare 3 : Pan. 19,1, iselasticum , : X 118 (119), 1; 119 (120). iselasticus,:X 118(119) 1-2; 119 (120), iuba 3 : V 8, 10. 89 Latine , : VII 4, 9. 92 latitudo 3 : I Ì0, 5. 13 laudiceni t : II 14, 5. 120 lectkare 3 :VII 17, 4. 38 lyrica , : III 1, 7 ; VII 17, 3; IX 22, 2. 36 Jvristes , : I 15, 2; IX 17, 3; 36, 4; 40, 2. 78 mensor 2 : X I7B , 5; 18 (29), 3. 41 mesochorus t : II 14, 6. 28 mettila , : V 6, 35. 41 muniambij: VI 21,452 monstrabihs,: VI 21, 3. 68 mortifere t : III 16, 3. 104 motus . : III 4, 9. 9? muscufus % : V 8, 10. 181 Pag. 93 numeri 3 : III- 4, 5. » 101 nutatiog : Pan. octogenarius 9 :Vl 33,2. 27 offendiculuir^:IXll,l. 61 opisthographus L : III 5 17. 47 orarius , : X 15 (26) ; 17A (28), 2. 86 otiosus g: X 54 (62), 1. 83 paedagogium-, :VII 2.7, 13. 108 peracerbus 3 : VI 5, 6. 88 percolere 2 : V 6, 41. 58 pereopiosus ,: IX 31, 1. 59 perdecorus^ III 9, 28. Ili perdomare 3 : V 6, 10. 119 perseuerare 3 :VI20,19. 94 pertica , : Vili 2, 8. 66 pertribuere t : X 86B (18), 2. 36 phantasma »:VII 27, 1. 34 poematium , : IV 14 , 9; 27, 1. 79 praeceptio 2 : V 7, 1. 49 praecursorius.:IV 13,2. 21 praelusio f : VI 13, 6. 116 praesternere 3 : V8, 14; Pan. 31, 1. 80 praesumptio 2 1 IV 15, 11; IX 3, 1. 46 procoeton 4 : II 17, 10; 17, 23. 59 prominulus 4 : V 6, 15. 62 prooemiari t : II 3, 3. 88 prosecare 2 : V 6 , 10. 42 protopraxia l : X 108 (109), 1. 121 proxirae.,: I 10, 11; IV 29 1' V 7 4. 69 puellariter,: Vili 10,1. recomponere 3 : VI 5, 5. » 99 reductor s : Vili 12, 1. 71 redundanter ,: 120, 21. 118 reformare a : Pan. 53, 1. 18 reformator 1 :VHI 12, 1. 22 renutus t : I 7, 2. 117 resultare.* : VIII 4, 3; Pan. 73, 1. 104 retinaculum^: I 12, 8. » Pag. 51 » 122 Pag. 108 69 19 11 94 9 84 27 96 10 76 95 97 119 14 sacerdotalis ,:VII 24,6. salubriter 3 : I 24, 4; VI 30, 3. saxeus 3 : II 3, 7. scurriliter ,: IV 25, 3. seruatio.rX 120(121),1. sesquihora t : IV 9, 9. singultus 3 : IV 30, 6. sinisteritas x : VI 17, 3; IX 5, 2. sipo 2 : X 33 (42), 2. sipunculus t : V 6, 23; 6, 36. socculus 3 : IX 7, 3. social itas t : IX 30, 3; Pan. 49, 4. species o : X 56 (64), 4; 96 (97), 4. spoliarìum 3 : Pan. 36, 1. sportula 3 : II 14, 4. subsignare 3 : III 1, 12; X 4 (3), 4. subterraneum 4 :IV 11,9. 63 ubertare , : Pan. 32, 2. 77 ueria , : V 6, 46; Vili unctorium xenium zotheca zothecula Epist. Epist. Epist. Epist. Epist. ^»s& Epist. Epist. J^rtst Epist. Panegyr. L'AUTORE DEL LIBRO DE ONRAR BISI (ERMANOKYA RICERCHE CRITICHE Libero docente di letteratura e lingua latina nella R. Università di Catania DERE ROMA. Ermanno LoescHER & Co (Bretsehneider e Regenberg) Librai di S. M. la Regina d’Italia Catania, via Maddem MII Tipografia editrice BARBACALLO & SCUDERI, in Catania. Pad «TI AG -YC16 A RoBERTO DI CARCACI MIO ALUNNO NEGLI ANNI 1889 = 1894 Nel presente libro si compendiano i risultamenti di un lavoro paziente di ricerche, durato per più anni. Le conclusioni, alle quali siamo pervenuti, sembreranno a taluni molto ardite ; e, forse, non tutti coloro che degneranno il libro di una lettura attenta, stimeranno che si debbano fare a tali conclusioni « accoglienze oneste e liete ». Ma chiunque esamini il nostro libro con animo alieno da preconcetti, non potrà, pur dissentendo dalle conclusioni, disconoscere che le nostre indagini critiche sono state sempre obiettive e senza il disegno di far prevalere, ad ogni costo e in qualunque, modo, una tesi prestabilita. Delle osservazioni che ci saranno fatte, terremo il debito conto, ringraziando fin d’ ora i lettori benevoli. È opportuno, inoltre, avvertire che, quanto al testo di Tacito, abbiamo seguito l’ ediz. curata dal Halm ; e per la nat. Rist. di Plinio, l’ ediz. Jan-Mayhoff. Quanto al testo della Germ., abbiamo preferito attenerci alla recente ediz. di Ioannes Mueller (Wien u. Prag , F. Tempsky ; Leipzig, G. Freytag: 1900, ed. II maior). Citando di Tacito un intero capitolo o più parti d uno stesso capitolo, si è omesso di indicare il num. del rigo accanto al num. d’ ordine del capitolo. Degli autori che sono citati nel corso del libro , abbiamo conservato i testi tali quali si presentano nelle edd. consultate, senza variarne menomamente la grafia, ancorchè questa apparisca, talvolta, inesatta. TTI DT NR gi TÀ + + GND è + CHIND è + GHIND è + HD + è qu» 00: LL tt rit ‘rl eee e asi _ > _ «= ++ «mm è Malatano li sen a cut NA limiter sociali leva st E rc Dell’aureo libretto de origine et situ Germanorum 1, che indicheremo, come altri han fatto prima, con l’abbreviatura Germ., non trovasi fatta menzione nell’ antichità, sia perchè non se n’ebbe notizia dagli scrittori 1 Il tit. de origine et situ Germanorum è indicato per la prima volta dal Panormita, in una lettera dell’ aprile 1426 diretta al Guarini di Verona (vedi cod. Marciano XIV 221 f 95; cod. Classense 419, 8 f. 3: cit. dal SABBADINI, notizie storico-critiche di alcuni codici latini, in Studi italiani di filol. class. VII pp. 122-125), ed è confermato dai codd. Vatic. 1862 e Vatic. 1518. In una nota di Pier Candido Decembrio (cod. Ambros. R 88 sup. £. 112: vedi SABBADINI, il ms. hersfeldese delle opere minori di Tac., in Rio. di filol. e d' istruz. class. XXIX 262) leggesi il tit. de orig. et situ Germaniae, ripetuto dal cod. Neapol. Il cod. Leidens. dà: de origine situ moribus ac populis Germanorum : cf. WoELFFLIN, sum Titel der Germania des Tac., in Rhein. Mus. N. F. XLVIII 2, 312. CoNsoLI : L’ autore della Germania, 1 sad le cui opere sono pervenute sino a noi; sia perchè, sebbene ne avessero avuto notizia, essi credettero di mettere il libretto in non cale; sia anche perchè quanto potè essere scritto intorno allo stesso, non si conservò intatto dall’ azione del tempo. Quale di queste tre ipotesi risponda al vero o a questo più si avvicini, nello stato presente delle nostre cognizioni sull’ antichità classica, non può con certezza affermarsi. Nemmeno un cenno sull’autore della Germ. è pervenuto sino a noi; e tutto quello che ci è dato sapere in proposito si può soltanto dedurre dal contenuto della Germ. stessa 1. Nessun dubbio, però, si può avere sulla romanità del1’ autore, il quale, in tutto quanto scrive sui Germani, mostra che ha costantemente l’attenzione volta alle condizioni morali, politiche e militari di Roma, che talora gli son causa di vive inquietudini. Ma degli scrittori romani che trattarono delle relazioni, in pace e in guerra, dei Romani coi Germani, dopo quello che ne aveva scritto il ‘ summus auctorum diuus Iulius ?, ® ce ne sono parecchi, nel primo secolo dell’ impero. * Tito Livio a 4 Qualcuno, spingendo all’ estremo le conseguenze del silenzio degli antichi sul nome dell’a. della Germ., è giunto a negare l'autenticità del libro: vedi quel che scrive in proposito A. GeFFRoy, Rome et les barbares, étude sur la Germanie de Tacite, Paris 1874, pp. 55-56. 2? Germ. 28, ì. 3 Vedi W. ScHLEUSNER, quae ratio inter Taciti Germaniam ac ceteros primi saeculi libros Latinos,in quibus Germani tangantur, intercedere uideatur. Acc. loci quidam Amm. Marcellini. 1886. A. LUECKENBACH, de Germaniae quae uocatur Taciteae fontibus. Marb. 1891. A. GUDEMAN, the sources of the Germania of Tacitus, in Transactions and proceedings of the American philological association, 1909, vol. XXXI, pp. 93-111. aa veva già trattato dei Germani nel corso delle sue storie, scrivendo delle imprese di Giulio Cesare! e delle spedizioni di Druso. ? Dello stesso argomento si era certamente dovuto intrattenere l’imperatore Ottaviano Augusto, tanto nelle sue memorie, * quanto nell’elogio che egli scrisse per il figliastro Druso 4; e, dopo Ottaviano, anche Vipsanio Agrippa nella sua autobiografia *; Giulio Marato, liberto e biografo di Augusto $; e forse Cremuzio Cordo ne’ suoi libri de rebus Augusti ?: chè notevoli furono, durante l’ impero augusteo, i conflitti tra Romani e Germani. Di poi Velleio Patercolo, menzionata la disfatta di Varo, promise intrattenersi dei Germani. * Non potevasi escludere un cenno della poli l Vedi il principio dell’epit. del 1. CIV : ‘ prima pars libri situm Germaniae moresque continet ’. ? Epitomae dei Il. CKXXVII, CXXXVIII, CXXXIX e CXL. 8 Sveron. Aug. 85; Claud. 1. Cf. G. BERNHARDY, Grundriss d. r L.5 $ 46,261. TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L. 5 $ 220, 3,468. 4 Vedi l’ epit. ll CXL di Livio. Sveron. Claud. 1. Cass. Dion. r. Rom. LV 2, 2. 5 Intorno all'autobiografia di Agrippa vedi la menzione che ne fa Serv. comm. in Verg. georg. II 162,235, vol. 3°, fasc. 1°, rec. Th. 6 SveToN. Aug. 79. 7 Vedi SEN. dial. VI 1, 3; 22,4; 26,1 e 5. Tac. ann. IV 34 e 35. Cass. Dion. r. Rom. LVII 24, 1-4. Sveron. Tib. 61; Calig. 16. Neli’ ed. Bonnell di QvinTIL. X 1,04, vol. 2°,163 non si fa menzione di Cremuzio Cordo; e dove alcuni pretendono leggere ‘ nec immerito Cremutii libertas '’, lo Zumpt coi migliori codd. legge: ‘nec immerito remitti ( cod. Bamb ‘ rem uti ’ ) lib., dix. uel noc. * 8 VeLL. PaTERC. A. R. II 119 ‘“ordinem atrocissimae calamitatis , qua nulla post Crassi in Parthis damnum in externis gentibus grauior Romanis fuit, iustis uoluminibus ut alii, ita n 0 s conabimur exponere: nune summa deflenda est’ (Halm). di tica romana, quanto alle relazioni coi Germani, nelle autobiografie degli imperatori Tiberio ! e Claudio * ; e di proposito si dovette trattare delle lotte, sì varie e persistenti , contro i Germani negli scritti di Cornelio Lentulo Getulico, che fu a capo delle legioni della Germania superiore 3, e nei commentarii di Cn. Domizio Corbulone , che fu anche’ a capo degli eserciti romani in Germania e mosse guerra contro i ‘Chauci?. ' Nè può presumersi che le importanti vicende delle armi romane nella Germania siano state lasciate senza alcuna menzione nelle Ristoriae di Cornelio Bocco, Servilio Noniano, Cluvio Rufo *, Fabio Rustico e di altri istoriografi, ai quali pare che si debbano riferire le affermazioni generiche ‘ memorant , ‘ quidam opinantur ’, ‘ adhuc extare ’, che si notano nel cap. 3° della Germ. Storicamente è accertato che trattarono dei Germani e delle guerre germaniche Aufidio Basso e ©. Plinio Secondo. Il lavoro di Aufidio Basso aveva per titolo belli germanici libri", e probabilmente formava parte 1 Sveron. Tib. 61; Dom. 20. 2 Sen. lud. de m. Claud. 5, 4. PLIN. n. Ah. XII 17 (39), 78 Sveron. Claud. Al. 8 Cass. Dion. r. Rom. LIX 22, 5: cf. SveToNn. Galb. 6. Ma il Jahn (Pers.CXLII) ammette che Lentulo Getulico non abbia scritto propriamente una storia, sibbene un carme sulle spedizioni contro i Germani ed i Britanni. 4 Tac. ann. XI 18 e 20. 5 Il GIORDANI, studi sopra Tac., crede che si accenni a Cluvio Rufo nel celebre elogio di QvintIL. i. 0. X 1, 104 ‘superest adhue et exornat aetatis nostrae gloriam uir saeculorum memoria dignus’, cet. Vedi opere di P.G., pubblic. da A. Gussalli, vol. 12°, pag. 215; Milano, Sanvito, 1857, 6 QUvINTIL. i. 0. X ], 103. Vea d’un altro lavoro storico più ampio, scritto da lui stesso !. Plinio Secondo narrò in libri trentuno @ fine Aufidii Bassi la storia de’ suoi tempi, in continuazione di quella scritta da A. Basso ?, e perciò vi dovette includere la trattazione delle relazioni dell’ impero coi Germani: dovette in particolar modo trattare di tali relazioni nei due libri de vita Pomponii Secundi, il quale fu legato in Germania sotto Claudio, e, per la vittoria sui ‘Chatti’ devastatori; si ebbe lo onore del trionfo. Plinio scrisse inoltre venti libri bellorum Germaniàe! o Germanicorum bellorum î, nei quali trattò (ripetiamo le parole del nipote di lui, Plinio il giovane) ‘omnia quae cum Germanis gessimus bella”.6 La storia pliniana delle guerre germaniche si conservò in Germania sino al sec. XVII; poi sparve e non se n° ebbe più notizia: ma non si è perduta la speranza che il prezioso ms. si possa ritrovare, ? 1 TEUFFEL - ScHWABE, G. d. r. L.5 S 277, 2,664. CL R. NicoLa1, G. d. r. L. Magdeb. .1881, n. 107,616, ? PLIN.n. h,, praef. 20. PLIN. epist. III 5, 6: vedi anche V_ 8,5, 3 PLIN. epist. II 5, 3. Tac. ann. XII 27 e 28, 4 PLIN. epist. III 5,4. 5 Tac. ann. I 69,6. SyYMMACH. epist. IV 18 ad Protadium, 152: ‘ enitar, si fors uotum iuuet, etiam Plinii Secundi Germanica bella conquirere”. 6 PLIN. epist. III 5, 4. La frase di Plinio il giovane è ripetuta da Suetònio :' ‘bella’ omnia, quae unquam cum Germanis gesta sunt, XX uoluminibus comprehendit’: v. C. SveTon. TRANO. deperditorum librorum reliquiae, ed. Roth, 1882, 300. i © H. F. Massmann; Germ. des C. Corn. Tac., Quedlinburg u. Leipzig 1847,179, noja 6, riferisce un passo dei monumenta ME Sicchè non sarebbe fuor di luogo il supporre che quanto si contiene nel libretto de origine et situ Germanorum avesse potuto, per intiero o in parte, in una forma identica a quella con cui è pervenuto sino a noi o alla stessa somigliante, costituire, come un’introduzione geo-etnografica o in altro modo, parte integrante dei lavori storici sulla Germania di Aufidio Basso o di Plinio Secondo; e particolarmente di quest’ ultimo che, oltre al continuare l’opera di Basso, trattò più ampiamente e, con migliore e più esatta conoscenza dei fonti e dei fatti il tema delle guerre germaniche. Se non che ad ammettere ciò pare che contrastino alcuni luoghi notevoli del testo della Germ., poichè in essi, secondo quel che comunemente affermasi, si menzionano fatti posteriori alla morte di Plinio Secondo (a. 79 d. Cr.). Infatti, nelle parole ‘ac rursus inde pulsi ( sc. Germani) proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt” (Germ. 37, 26) si vuol vedere un’allusione al trionfo di Domiziano sui ‘Chatti?, a. 83 d. Cr.! Si pretende riconoscere nelle parole del cap. 42, 9 della Germ. ‘raro armis nostris, saepius pecunia iuuantur ’ (sc. Marcomani et Quadi), l’usanza invalsa sotto Domi Paderbornensia del FuEeRsTENBERG: ‘Plinii XX uwolumina de bellis Germanis... quae Conr. Gesnerus Augustae Vindelicorum, alii Tremoniae in Westphalia apud Casparum Swarzium patricium Tremoniensem exstitisse tradiderunt’. La nota del Massmann è ripetuta dal Geffroy, op. cit.,85, n. 3. 1 Sveron. Dom. 6 ‘de Catthis Dacisque post uaria proelia duplicem triumphum egit’. Cf. Dom. 13, in fine. Le monete in cui si dà a Domiziano il tit. di ‘Germanicus’ sono del principio dell'a. 84. Vedi EcKkHEL VI 378; 397: e MommsEN-DE RuGGIERO, le prov. rom. da Ces. a Dioclez., Roma, 1887; cap. IV, 139, e nota 1* nella stessa pag. 7 ziano di dar danaro ai capi dei barbari per tenerseli: ubbidienti e dar loro i mezzi di accrescere il numero dei partigiani dei Romani. ! Si scorge nel cap. 45 della Germ. un accenno intorno alle notizie sulle. regioni nordiche, pervenute a Roma dopo la spedizione di Giulio Agricola ?. Osservasi inoltre che l’annessione dei campi decumati, indicata nel cap. 29, 19 Germ. con le parole ‘mox limite acto promotisque praesidiis sinus imperii et pars prouinciae habentur (sc. agri decumates)’, si compì al tempo di Domiziano o di Traiano, 3 Si fa menzione nel cap. 33 Germ. dello sterminio dei ‘ Bructeri/, che vuolsi avvenuto verso l’ a. 100 d. Cr. Infine si. adduce come prova evidentissima che la Germ.. fu scritta e pubblicata verso la fine del secolo I d. Cr., il computo degli anni presentato nel cap. 37, 6 per, indicare la durata della lotta coi Germani: ‘sescentesimum et quadragesimum annum urbs nostra agebat, cum primum Cimbrorum audita sunt arma...... ex quo si ad alterum imperatoris Traiani consulatum computemus, ducenti ferme et decem anni colliguntur *. Consideriamo l’ uno dopo l’altro i ll. citati.. I. Germ. 37, 23 ‘ mox ingentes Gai Caesaris minae in ludibrium uersae. inde otium, donec occasione discordiae nostrae et ciuilium armorum expugnatis legio 1 Cass. Dion. r. Rom. LXVII 7, 3-4 (Xiphil.). 2 Tac. Agr. cc. 10, 12 e 33 in fine. 3 Così affermasi nei comm. alla Germ: di I. F. K. Dilthey (Braunschweig 1823,187 sg.), di Th, Kiessling (Lps. 1832, 119 sg.). di U. Zernial (Berl. 1890,60), di A. Pais (Torino 1890,49), di G. Marina (Romania e Germania ovvero il mondo germanico secondo le relazioni di Tac., Trieste 1892, 97), etc. RR era num hibernis etiam Gallias adfectauere; ac rursus inde pulsi proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt’. Nella lotta, dunque, contro i Germani, il passo cit. ci rappresenta successivamente i sgg. fatti : a) la spedizione poco seria di Caligola; d) la sospensione di qualsiasi spedizione militare sotto Claudio e Nerone; c) l'insurrezione dei ‘ Bataui ” guidati da Giulio Civile, la quale si estese anche alle Gallie ; d) un trionfo di nessuna importanza, sui barbari. Tale trionfo non può essere altro che soltanto quello di cui menò vanto Domiziano sui ‘ Chatti ’ ? A noi pare, invece, che l’ autore abbia voluto riferirsi ai vantaggi, di poca efficacia e poco duraturi, riportati dalle armi di Vespasiano sui ‘‘Bataui’ e sugli alleati di questi. Se, in vero, l’autore avesse voluto riferirsi al trionfo di Domiziano, non avrebbe certamente tralasciato di menomarne, in un modo qualsiasi, 1’ importanza, come appunto si legge nel de uita et moribus Iulii Agricolae * e in altri scritti che menzionano o fanno allusione alla vantata vittoria di Domiziano. * Si aggiunga che l’ autore, avendo mal animo contro Domiziano ; se per Caligola disse poco prima, notando il ridicolo delle imprese di lui contro 1 Tac. Agr. 39, 3 scrive di Domiziano: ‘inerat conscientia derisui fuisse nuper falsum e Germania triumphum, emptis per commercia, quorum habituset crines in captiuorum speciem formarentur. ’ ? PLIN. pan. 16, 3 ‘accipiet ergo aliquando Capitolium non mimicos currus nec falsae simulacra uictoriae, sed imperatorem ueram ac solidam gloriam reportantem ’ e. q. s. Cass. Dion. r. Rom. LXVII 4, 1. Oros. hist. adu. pag. VII 10, 3 e 4. Loda, invece, MARTIAL, ep.IX 6; e FRONTIN. sfrat. I 1, 8; 3, 10. II 3, 23; 11, 7. IV 3, 14 (ed. Gundermann) mostra di non dubitare menomamente dell’ importanza della spedizione di Domiziano, i. Gas i Germani : ‘ ingenies Gai Caesaris minae in ludibrium uersae ’, ! avrebbe scritto parole più gravi contro Domiziano , ove avesse voluto DIADIESI alla iattanza di EI imperatore. D’ altro canto, la frase ‘ proximis temporibus triumphati magis quam wicti sunt" non può riferirsi all’ onore trionfale concesso, nell’a. 50 «dd. Cr., a Pomponio Secondo che aveva sottomesso i ‘ Chatti ’ e liberato, dopo lunghi anni di cattività, alcuni dei soldati -di Varo, caduti prigionieri nella battaglia di Teutoburg ?; poichè l’ insurrezione dei ‘ Bataui ’, dilatata nelle Gallie, alla quale si accenna con le parole ‘ expugnatis legionum hibernis etiam Gallias adfectauere ’, * è posteriore di circa venti anni alla vittoria di Pomponio Secondo. E però le parole citate del testo della Germ. ‘ proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt’, non possono che riferirsi al tempo in cui Vespasiano riusciva a sedare l’ insurrezione batavica; e, sebbene intorno a ciò non sia dato d’ avere dirette notizie da Tacito, perchè le historiae di lui restano interrotte nel lib. V 26, appunto quando lo storico insigne si accingeva a trattare della fine dell’insurrezione di Civile,e della vittoria riportata dalla politica di Vespasiano sulle sedizioni germaniche, pure il trionfo di Vespasiano sui ‘ Bataui? e i loro alleati germanici è indicato chiaramente dalle parole ‘ uidimus sub diuo Vespasiano Velaedam diu apud plerosque numinis loco habitam ? (Germ. 8, 8). 1 Lo stesso apprezzamento notasi in Tac. Agr. 13,11. rist. IV 15, 9. Cf. A. RIESE,der Feldzug des Caligula an der Rhein, in Neue Heidelberger Jahrbicher, vol. VI, fasc. 2. i 2 Tac. ann. XII 28. 3 Vedi anche Tac. hist. IV 17 e V 26. 40 Veleda, vergine fatidica di nazione bructera, ebbe, come è noto, una parte principalissima, insieme col suo popolo e con altri popoli germanici, nel movimento insurrezionale sollevato da Civile. ! Essa fu, dunque, veduta a Roma, non pregiata nè tenuta in onore da Vespasiano, come fu poi onorata da Domiziano la vergine Ganna, che a lei succedette nell’ arte del vaticinio ?, ma prigioniera *, probabilmente incatenata presso al carro trionfale del vincitore. 4 Un’altra ragione c’induce ad ammettere che nel passo considerato della Germ, si tratti del trionfo di Vespasiano, verso l’a. 70 d. Cr, e non di quello arrogatosi, insieme col titolo di Germanico >, da Domiziano. I popoli che presero parte all’ insurrezione di Civile furono, anzi tutto , i ‘ Bataui”, ai quali si unirono i ‘ Canninefates’, i ‘ Frisii”, i ‘ Bructeri”, i ‘ Tencteri”, etc.0 Essi prevalsero da prima, mentre Roma era dilaniata dalle guerre civili tra i pretendenti all’ impero, tanto che ‘expugnatis legionum. hibernis etiam Gallias adfectauere ?. Perciò gl’insorti, di cui immediatamente dopo 1 Tac. hist. IV 61; 65. V 22; 24. 2 Cass. Dion. r. Rom. LXVII 5, 3 (Xiphil.). 3 STAT. silu. I 4, 89 sgg. ‘non uacat Arctoas acies, Rhenumque rebellem, | captiuaeque preces Veledae, et (quae maxima nuper | gloria) depositam Dacis pereuntibus arcem | pandere’. Vedi MommsEN-DE RucGIERO, op. cit., cap. IV, pp. 132 e 135. 4 U. Zernial, commentando la voce ‘ uidimus’ del |. c.,30, dice esplicitamente: « Wir haben gesehen, n. zu Rom, auch Tacitus selber, der sich des etwa im 15. Lebensjahre gesehenen Triumphes ueber die Bataver sehr wohl erinnern konnte ». 5 Sveron. Dom. 13. 6 Tac. hist. IV 15; 16; 21. Leida sì dice ‘ rursus inde pulsi’ e. q. s., altri non sono che gli stessi ‘ Bataui ed i loro alleati, che erano stati capitanati da Civile, e dei quali poi, stante il sopravvento delle armi di Ceriale, menò trionfo Vespasiano, L° imperatore Domiziano , invece, si vantò del trionfo sui ‘ Chatti’, non sui ‘ Bataui ’. È vero che, in origine , i ‘ Batani” furono ‘ Chattorum quondam populus et seditione domestica in eas sedes transgressus, in quibus pars Romani imperii fierent’ ( Germ. 29, 3); ! ma, al tempo dell’insurrezione di Civile, erano del tutto separati dai ‘ Chatti” : e questi non si trovavano uniti coi ‘Bataui’, già abbattuti da Vespasiano, quando Domiziano fece irruzione, al dire di Suetonio, ‘ sponte in Catthos ” ?. Non puossi, inoltre, non mettere in evidenza che, se l’autore della Germ. avesse voluto riferire le sue considerazioni d’ordine politico e militare a Domiziano, non si sarebbe valuto di un’allusione generica, spiegabile solo per chi scrive in tempi di oppressione e di tirannide. Si conviene comunemente che la Germ, sia stata: scritta e pubblicata verso il 98 d. Cr., allorchè ‘rara temporum felicitate’, come scrisse Tacito stesso, ‘ ubi sentire quae uelis et quae sentias dicere licet’ } 1° imperatore Nerva aveva riunito ‘res olim dissociabiles, principatum ac libertatem’, e l’ imperatore Traiano aveva accresciuto ‘ quotidie felicitatem temporum’; sicchè ‘ nec spem modo ac uotum securitas publica, sed 1 Vedi inoltre Tac. hist. IV 12, 6 ‘ Bataui, donec trans Rhenum agebant, pars Chattorum, seditione domestica pulsî extrema Gallicae orae uacua cultoribus..... occupauere ’, 2 Sveron. Dom. 6. 3 Tac. hist. 1 1, 19. n ia ipsius uoti fiduciam ac robur adsumpserit’!: e per tanto, sein un lavoro che si suppone scritto prima della Germ., cioè nel de vita et moribus Iulii Agricolae, lo autore, non più preoccupato delle ‘conseguenze della sua franchezza di linguaggio, chè i tempi di Domiziano erano finiti per sempre, dichiara, con frase forse eccessiva, falso il trionfo di questo imperatore sui (Germani *, qual motivo poteva avere l’autore della Germ. per indicare la stessa cosa con una timida e lontana allusione, mentre si godeva da tutti piena libertà ? In generale, poi, è da avvertirsi -che la frase più volte citata ‘triumphati magis quam uicti sunt ’, se indubitabilmente è detta per i ‘ Bataui” ed i loro alleati, nel pensiero dell’ autore si doveva eziandio estendere dalla bravura dei ‘Bataui’ all’indomabile fierezza dei Germani. Dello stesso modo Floro, riferendosi al breve gaudio delle vittorie di Druso in Germania, ne concludeva in generale : ‘ quippe Germani uicti magis quam | domiti erant ’?. II. Quanto ai ‘ Marcomani’ ed ai ‘ Quadi’ si avverte, nel. cap. 42 della Germ., che avevano avuto prima i loro re della nobile stirpe di Maroboduo e di Tudro, ma che poi avevano accolto re stranieri, il cui potere fondavasi sull’autorità di Roma : questi re, si conclude nel cap. cit., ‘ raro armis nostris, saepius pecunia iuuantur, nec minus ualent’. Chi siano stati i ‘ reges externi’ imposti da Roma ai ‘ Marcomani ’ ed ai ‘Quadi ’, non ci è dato saperlo, perchè i fonti fin qui noti 1 Tac. Agr. 3, 2-6; cf. 44, 15, ? Tac. Agr. 39, 4: cf. la nota precedente. 3 FLOoR, epit. II 30 (IV 12, 30), pag. 101, ed. Halm, non soccorrono per determinare ne’ suoi particolari il pensiero enunciato dall’autore !; e di conseguenza non ci è noto in che modo e in qual tempo gli imperatori romani li abbiano giovati con armi o con danaro. Ma è inesatto affermare che l’usanza di dare ai principi dei Germani armi o danaro, per acquistare dei partigiani e sostenere l’autorità dell’ impero sopra i barbari, sia cominciata sotto Domiziano *; poichè fin dal 47 d. Cr. l’imperatore Claudio aveva mandato Italico, nipote di Arminio, a regnare sui ‘ Cherusci”, ‘auctum pecunia, additis stipatoribus’*; e al tempo dell’ insurrezione di Civile, a. 70, si osservava: ‘Germanos.... non iuberi, non regi, sed cuncta ex libidine agere; pecuniamque ac dona, quis solis corrumpantur (sc. Germani), maiora apud Romanos”.* Di modo che il passo di Cassio Dione, nel quale si dà la notizia che Domiziano mandò a Decebalo danari e operai abili nei di ! Per i tempi posteriori a quelli in cui fu scritta la Germ. si noverano soltanto i re dei ‘Quadi’ Viduarius, a. 358 (Amm. Marc. r. g. XVII 12, 21) e Gabirius, a. 873 (id. XXIX 6,5. XXX, 5,3); edi principi dei ‘Quadi’ Araharius (id. XVII 12, 12-16), Vitrodorus e Agilimundus. A qualche commentatore della Germ. (cf. i comm alla Germ. del Dilthey,265; del Kiessling,151; del Pais, p: 64; etc.) è parso di scorgere nella frase ‘iam et externos patiuntur' una probabile allusione a Vamnio, di gente queda, imposto da Druso (a. 19) come re ai ‘Suebi’ (Tac. ann. II 63. XII 29): e ciò può ben darsi, ma l'accenno sarebbe sempre riferito ad un fatto anteriore al tempo in cui imperò Domiziano. 2 V. i comm. alla Germ. del Dilthey,265; del Kiessling, 151 sg.; del Pais,64; del Marina,132. 3 Tac. ann. XI 16, 6. 4 Tac hist. IV 76, 9. Lo stesso concetto notasi in HERODIAN. de Rom. imperatorum uita et rebus, VI 7. FI Pn versi mestieri sì in pace che in guerra, devesi coordinare ermeneuticamente coi ll. citati sopra, e concluderne che anche prima del 79 d. Cr. si era messa in atto dagli imperatori romani la politica dei sussidi di armi e danaro, verso i barbari. III. Nel cap. 45 della Germ. si leggono le sgg. notizie: ‘ trans Sitonas aliud mare, pigrum ac prope immotum, quo cingi cludique terrarum orbem hinc fides, quod extremus cadentis iam solis fulgor in ortum edurat, adeo clarus, ut sidera hebetet; sonum insuper emergentis audiri formasque equorum et radios capitis adspici persuasio adicit. illuc usque, si fama uera,tantum natura’.* Vuolsi che tali notizie siano pervenute dal libro de vita et moribus Iulii Agricolae, al cui autore furono riferite da Agricola stesso, reduce dalle guerre di Britannia, non prima dell’a. 85 d. Cr., cioè sei anni circa dopo la morte di Plinio Secondo. Infatti, quanto al ‘ mare pigrum ac prope immotum ’, leggesi nell’ Agr. 10, 18: ‘sed mare pigrum et graue remigantibus perhibent ne uentis quidem perinde attolli ?. Che ivi fosse il limite del mondo ‘ cludique terrarum orbem ’, riscontrasi in una frase del discorso di Agricola ai soldati: ‘nec inglorium fuerit in ipso terrarum ac naturae fine cecidisse’ (Agr. 33, 26). E il fenomeno che osservasi nelle regioni nordiche *, cioè : 1 Cass. Dion. r. Rom. LXVII 7, 3-4 (Xiphil.). 2 Secondo la recens. Halm e la recens. Io. Mueller. 3 Alcuni commentatori della Germ. (v.il comm. di U. Zernial, 87; e l’op. cit. del Marina,138 in fine e p.. 140 in principio, censurano l'autore di essa per aver confuso il nord della Britannia con la Scandinavia; ma la censura non è giusta, Masini Ae ‘ extremus cadentis iam solis fulgor in ortum edurat, adeo clarus, ut sidera hebetet’, è accennato nel cap. 12, 9 dell'Agr.: ‘ nox clara et extrema Britanniae parte breuis, ut finem atque initium lucis exiguo discrimine internoscas ?. La rispondenza che abbiamo riportata intera tra le notizie riferite nella Germ. e le notizie consimili che presenta il libro de v. et m. I Agricolae, non porta di conseguenza che l’autore dell’una abbia attinto alle notizie esposte nell’altro libro, ma dà argomento ad ammettere che tanto chi scrisse la Germ. quanto l’autore dell’Agr. attinsero le loro notizie agli stessi fonti, che per questo ultimo furono confermati dalla narrazione fatta da ‘Agricola, al ritorno dalla Britannia. E di tali fonti comuni alcuni sono pervenuti sino a noi, e rendono agevole il riconoscere che le notizie recate in principio del cap. 45 della Germ. erano già acquisite alla coltura generale, prima ancora della spedizione di Agricola in Britannia. Il celebre viaggiatore Pytheas (a. 330 circa a. Cr.) indica il mare che nella Germ. è detto ‘pigrum ac prope immotum ’, con la designazione ‘ pepegyia thàlassa ’.! Anch’egli dovette far menzione delle chiare notti estive delle regioni settentrionali, poichè osservò che nell’ estrema Thyle si alternavano nel corso dell’anno sei mesi senza notte e sei mesi senza giorno *. perchè il fenomeno della breve durata e della chiarezza delle notti estive osservasi ugualmente tanto nell’un paese quanto nell’ altro. Cf. Ven. Bepa, hist gentis Anglorum I 1, col. 1jin operum tomus tertius, Colon. Agrip. 1612. 1 STRAB, geogr. I 4, 2 (C. 63), ed. Meineke, v. 1°,82. ? Prin. n. A. II 75 (77), 187. AE Plinio, movendo dalla osservazione sulle chiare notti estive in Britannia, cerca dare una spiegazione del fenomeno notato da Pytheas : egli scrive ‘ aestate lucidae noctes haut dubitare permittunt, id quod cogit ratio credi, solstiti diebus accedente sole propius uerticem mundi angusto lucis ambitu subiecta terrae continuos dies habere senis mensibus, noctesque e ‘diuerso ad brumam r emoto ’.' A Plinio si deve anche la divulgazione della rotizia, che poi venne, probabilmente, confermata dalla relazione orale o scritta di Agricola, sul ‘mare pigrum ac p. i.’: egli lo dice ‘mare concretum ?, ed avverte che da alcuni era chiamato ‘ Cronium ’? e che, secondo Philemon, quella parte del mare che precedeva il ‘ Cronium ’, sino al promontorio ‘ Rusbeae ’,3 era detto dai Cimbri ‘Morimarusa ’, cioè .‘mortuum mare ?’.* Ma prima di Plinio si era già osservato da Seneca padre che ai confini del mondo era l’oceano, e dopo questo il nulla”: concetto che trovasi ripetuto in parte nella frase della Germ.:* illuc usque, si fama uera, tantum natura ’; alla quale risponde la frase dell’Agr.: ‘in ipso terrarum ac naturae fine ”. Resta la difficoltà dell’inciso ‘si fama uera”’, in cui parrebbe contenersi un accenno alle notizie sull’ alto 1 Prin. n. h. L’ osservazione è ripetuta. ? PLIn. n. A. Vsque ad promunturium Rusbeas': così nei codd. Leidens. (A), Riccard. (R), Paris. 6797 (d) e nelle edd. Detlefsen (Berol. 1866), L. Jan (Lips. 1870). ‘ Roudoas’ è dovuto a correzione di seconda mano nel cod. Leidens. Lips. 7 (F). Solino (coll. r. m. 19, 2, rec. Mommsen) lo trascrive ‘ad promunturium Rubeas”’ 4 PLIN. n. Ah. IV 13 (27), 95. 5 SEN. RHET. suas. I 1,2, ed. Kiessling. = If. nord, conosciute meglio a Roma ovvero positivamente confermate da Agricola dopo il suo ritorno dalla Britannia. Nei codd. leggesi veramente ‘et fama uera’, che non pochi dei moderni edd. della Germ. hanno ripresentato. La sostituzione della cong. ‘si’ all’ ‘et’ è dovuta ad una congettura del Grozio ; cosicchè se, per tale congettura, si può presumere che l’autore voglia presentare un suo dubbio, che valga a mettersi in contrasto con le voci ‘ persuasio ’ e ‘ fides ’, con le quali si annunziano certi fenomeni naturali, quali il rumore del sorgere del sole, le forme dei cavalli e dei raggi del capo del sole stesso, e lo splendore dei raggi solari persistente fin dopo il tramonto e tanto da oscurare le stelle; ogni dubbio si elimina con la lezione ‘et fama uera’, che dà per indubitato il limite del mondo in quel ‘mare pigrum’, con cui si cinge e si chiude lo orbe terrestre. Nè da tale conclusione è possibile allontanarsi, ammettendo col Dòderlein lo spostamento delle parole ‘et fama uera’ dopo ‘natura’, di modo che l’ intera frase suoni: ‘illuc usque tantum natura, et fama uera’. Il Ritter, invece di tentare di risolvere la questione, la tronca, chiudendo tra parentesi quadre tutta la frase ‘illuc usque, et fama uera, tantum natura ’.! A noi pare che si debba, anzi tutto, tener presente l’ avvertenza del Massmann: “libri impressi iungunt vera tantum natura’.* E, d’ altro canto, 0sservando che nel cod. Rom. della bibl. Angelica (Augustinorum) Q 5,12 manca la voce ‘usque’ e stanno 1 P. Cornelii Taciti opera recensuit FRANCISCvs RITTER, Lps. 1864,651. ? MASSMANN, Op. cit.,129, nota 23 ConsoLi : ZL’ autore della Germania. : cy LA accanto ‘illuc ‘ut’, e osservando inoltre che la particella ‘‘ut’ è data ‘anche, invece di ‘ et’, dal cod. Florent. della Laur. 73,20 e dal Vatic. 655, se ne deduce evidentemente che la frase della Germ. dovette sonare: ‘ illuc, ut fama, uera tantum natura’. ! E con lo scrivere ciò l’ autore non si propose affermare alcuna cosa sulla verità o me‘‘no delle notizie attinte per fama intorno all’ argomento studiato, ma soltanto mirò ad indicare con l’espressione ‘ut fama” un concetto di limitazione a quanto si soleva affermare rispetto ai termini del mondo (‘na‘tura ’ ); concetto consimile a quello significato prima, in rapporto allo splendore ed alle parvenze del sole, con le voci ‘fides? e ‘persuasio’. Del resto, ove non si vogliano accettare le varianti ‘ dei codd. sopra citati, si può sempre pervenire alla medesima conclusione, conservando la lez. ‘illuc usque, et fama, uera tantum natura’; che vale « la natura vera, ossia il mondo reale, ? si estende fin là soltanto: tale ne è anche la ‘fama ». Talchè l’inciso ‘et fama ’= ‘et fama haec est’ vale a mostrare che era general‘ mente noto che si estendevano sino a quel punto, non oltre, i limiti della ‘natura reale. IV. Per garentire i confini dell’impero dalle in.cursioni dei barbari, si cominciò a costruire, anche dalla 1 Il Nipperdey, leggendo ‘usque et fama, ultra tant. nat. ’, conviene, in parte, nello stesso concetto, togliere, cioè, a ‘ fa‘ma’ l’epiteto ‘‘uera’. 2 ‘“Verus’ non indica soltanto la qualità di ciò che si fonda sulla ‘verità, ma rappresenta anche la qualità di tutto ciò che ha per base la realtà o, per ripetere le parole del-GEoRGES, ausfihrl. Handiob, II 3093, « in der Wirklichkeit begrindet, *wirklich », PERS (3 pe parte del Reno, un ‘limes’ o via fortificata, per lo più munita di argini (‘aggeres ’) e di stazioni di guardia (‘praesidia’)', sotto l’impero di Tiberio ®: fu continuato e probabilmente portato a compimento sotto Adriano. L’autore della Germ. dà per il primo, anzi il solo, la notizia che gli ‘agri decumates ’, siti al sud-ovest della Germania, tra l’ alto Reno e le sorgenti «lel Danubio, e sui quali il fisco riscoteva, forse, un diritto di decima dai possessori, ‘ vennero incorporati all’ impero; onde, per la difesa del territorio annesso, il ‘limes’ insieme coi ‘ praesidia’ si portò innanzì, oltre il Reno; e però i campi decumati ‘ sinus imperii et pars prouinciae habentur ? (Germ. 29, 19). Quande si fece tale spostamento ? Alcuni dei commen 1 TH. MommsEn, der Begriff des Limes, in Westdeutsche Zeitschrift fiur Geschichte u. Kunst, a. XIII, fasc. 2°. Vedi inoltre MommsEN-DE RucGiIERO, op. cit., cap. IV,115, nota l. 2 Tac. ann. I 50, 3 ‘limitemque a Tiberio coeptum”’. II 7, 11 “et cuncta inter castellum Alisonem ac Rhenum nouis limitibus aggeribusque permunita’ (a. 16 d. Cr.). 8 Cf. SPARTIAN. Hadr. 12, 6; in scriptt. hist. Aug. I p. 14, ed. H. Peter. Nell'op. cit. MomMseNn-DE RuGGIERO, cap. IV, p. 142, si fa menzione di nuove costruzioni aggiunte ai ‘ limites’ sotto i regni di Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Notasi inoltre, in un discorso del console Velio (Vettio ?) Cornificio Gordiano (a. 275), che alla morte di Aureliano i Germani ruppero il ‘ limes’ transrenano ed invasero alcune forti e ricche città dell'impero: v. Vopisc. Tac. 3, 4, in scriptt. hist. Aug. XXVII p. 187, ed. P. 4 GEFFROY, Op. cit., p. 318 sg. Ma il Mommsen giustamente avverte che « nè è linguisticamente provato che ‘decumas’ possa significare obbligato alla decima, nè simili istituzioni son note nell'impero ». Vedi MommsEN-DE RucGIERO, op. cit., cap. IV, p. 141, nota 11, ELI tatori della Germ. si affrettano ad indicare il tempo di Domiziano o, in generale, verso la fine del I sec. ed il principio del II. ! Tale indicazione porterebbe di conseguenza che l’autore della Germ. avesse atteso a scrivere il suo lavoro sotto Domiziano o nei primi tempi dell’ impero di Traiano, in ogni caso dopo l’a. 79. Ciò pare a noi inesatto. Infatti, Domiziano se, per ingannare l’ opinione pubblica, aveva celebrato pseudo-trionfi sui Germani, non ignorava, d’altro canto, che per un mero caso (cioè, la piena del Reno) aveva superato la sedizione di L. Antonio, preside della Germania superiore, ? e che ai confini i suoi eserciti erano stati sopraffatti dai barbari; * talchè, piuttosto che estendere i confini dell'impero di là dal Reno, per annettere al suo dominio gli ‘ agri decumates’, avrebbe stimato gran ventura conservare i confini di prima, senza spingere in avanti il ‘limes’ ed i ‘ praesidia ’. È supponibile che si estendano i confini del dominio, allorquando ci sia la possibilità che i nemici vinti lascino agio di spostare le antiche linee di difegno SM nuove opere militari a garentia del territorio acquistatà sl ma quando i nemici sono vincitori e minacciosi, com@nsi può mai deliberare e attuare l'accrescimento del terytorio dello Stato ? Non vi ha nemmeno notizia cha setto Traiano siano stati inclusi dentro i confini dell'im € gli “agri decu 1 Vedi i comm. del Dilthey, p. 188; dello ernia, p. 60; del Pais, p. 49; del Marina, p. 97; etc. x 2 SvETON. Dom. 6 3 Oros. hist. adu. pag. VII 10, 3 e 4. Orosio &ità in proposito la storia, che or più non abbiamo, scritta da Cornelio Tacito sulle imprese di Domiziano. Cf. Tac. ann. XI 1 4 REI (RT mates’. Se Tacito avesse scritto qualcosa in proposito, narrando la storia degli imperi di Nerva e di Traiano, come egli aveva promesso di fare, riserbando il lavoro per gli anni senili,* certo gli storici posteriori che si valsero delle storie tacitiane, lo avrebbero in un modo qualsiasi ripetuto o, almeno, accennato. Si ha, invece, un’affermazione in contrario nel seg. luogo di Orosio: ‘mox Germaniam trans Rhenum in pristinum statum reduxit’? Avendo, per tanto, Traiano restituito le cose oltre il Reno allo stato pristino, l’illazione non è dubbia, che anche gli ‘ agri decumates’, siti di là dal Reno, dovettero ridursi, in conseguenza dei prosperi eventi delle armi imperiali, alla condizione anteriore, di essere, cioè, ‘sinus imperii et pars prouinciae’. Perciò non si può non inferirne che l’ annessione dei ‘ decumates ’ all'impero dovette compiersi prima del regno di Traiano, giacchè questi si restrinse a ridurre la ‘ Germaniam trans Rhenum in pristinum statum”. E poi, se è vero che Traiano, per un sentimento di vanità indegno di un prode e glorioso imperatore, avesse fatto scolpire il suo nome sui monumenti eretti per conservare la memoria di imprese da altri anteriormente compite, ‘non ut ueterum instaurator sed conditor’, tanto che ne avesse avuto il nomignolo ‘ herba parietina ’,* certo si dovrebbe restare perplessi, ove mai nei campi decumati o altrove si trovasse qualche memoria lapidea concernente l’annessione dei campi sopra menzionati, 1 Tac. hist. I 1, in fine. ? Oros. hist. adu. pag. VII 12, 2. 3 Amm. Marc. r. g. XXVII 3, 7. Cf. ex Sexto Aur. Victore de uita et moribus Rom. imperatorum epitome, Ven. 1586, f, 185, SSR sì dovrebbe; dicevamo, restar perplessi nell’ attribuire a Traiano:ciò che prima di lui si era fatto. Se, dunque, non si può non ammettere l’annessione dei campi decumati all’ impero, anteriore ai regni di Domiziano .e di Traiano, non è fuor di luogo il supporre che l’ abbiano attuata i due primi imperatori Flavi, e probabilmente (poichè è noto che sotto Tito l’impero godè di una perfetta tranquillità.) il solo Vespasiano, il quale, come avverte Tacito in un luogo citato da Orosio; riaperse le porte del tempio di Giano un anno dopo: che egli stesso le aveva chiuse ?, avendo portato a. compimento l’impresa contro i Giudei 8. V. Nel cap. 33 della Germ. narrasi che il territorio, posseduto un tempo dai ‘Bructeri ’, era stato occupato dai. ‘ Chamaui’ e dagli ‘ Angriuarii’, posciachè i ‘ Bructeri?” erano stati ‘ penitus excisi uicinarum consensu nationum, seu superbiae odio seu praedae dulcedine seu fauore quodam erga nos deorum’; e si ag 1 Oros. hist. adu. pag. VII 9, 13. 2 Oros. hist. adu. pag. VII 19, 4: ‘quas (se. Iani portas) utrum post Vespasianum et Titum aliquis clauserit, neminem scripsisse memini, cum tamen eas ab ipso Vespasiano post annum apertas Cornelius Tacitus prodat’ (ed. Zangemeister). 3 Oros. hist. adu. pag. VII 3, 8; 9, 9. Il Mommsen ammette che la fondazione della linea di confine, per la quale si comprese nell'impero la vallata del Neckar, sia stata opera dei Flavi; ma la giunta dubitativa « principalmente forse di Domiziano », messa li soltanto perchè, non essendosi nominato nella Germ. l'autore della linea di confine « è una prova che questi (l'autore) dovè. essere Domiziano », ci pare così priva di fondamento da non potersi accogliere come notizia conforme al vero. Vedi MomwmsEN-DE RucciERO, op. cit., cap. IV, p. 142 e nota 2 in d.* P. 142. 93 giunge che di essi ‘super sexaginta milia non armis: telisque' Romanis, sed quod magnificentius est, oblectationi oculisque ceciderunt’. Onde l’autore manda, come dice il Vannucci *, un « fiero e spaventoso grido» di gioia », esprimendo un « voto inumano »:: ‘ maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri,.at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam. hostium. discor= diam’. L’esterminio dei ‘ Bructeri’ si compì appunto, secondo l’ osservazione di qualche commentatore: della: Germ., verso l’ a. 100.* In tal modo, annunciandosi! nella Germ. fatti avvenuti verso il 100 d. Cr., il libro non potè essere scritto prima dell’ a. 79. Risponde al vero tale conclusione ? Noi sappiamo che i ‘ Bructeri’, come in’ generale tutte le altre genti di stirpe germanica, si mostrarono costantemente avversi ai Romani :? battuti prima dalle armi romane, ‘ cooperarono alla. distruzione:delle legioni di Varo;* molestarono, insieme: coi ‘Tubantes’ e gli ‘ Vsipetes ’, la ritirata di Germanico che aveva tratto orrenda vendetta dei ‘Marsi’ (a. 14 d. i C. Corn. Tacito, tutte le opere con note italiane compilate da A. VANNUCCI, Prato 1848, vol. IV, p. 274, in nota. 2 Vedi i comm. del Kiessling, p. 127; del. Marina, p. 105; etc. 8 Narra Suetonio (Tib. 19) che un Bructero commise un: attentato contro la vita di Tiberio: l'odio di nazione mutavasi in: odio contro le persone. 4 VeLL. PaTERC. A. R. II 105, 1. Cf. l'epit. L CXXXVIII di. T. Livio. 5 Vedi GEFFROY, Op. cit., p. 230. MommsEN-De RuGGIERO, Op. cit., cap. I, p. 44: cf. p. 52. Cf. anche A. Wixms, das Sehlachtfeld im Teutoburger Walde, in Neue Jahrbùcher fùr Philologie u. Paedag. CLIII p. I, fasc. 7; CLV p. I, fascec. 1, 26.3, ei) SR + gp Cr.)!; ma furono, poco dopo (a. 15), sconfitti da L. Stertinio, che tolse loro l’aquila della 19.* legione distrutta nella foresta di Teutoburg. ® E ancorchè, edotti dalla sventura e atterriti dalle armi imperiali, avessero opposto un rifiuto alle insistenti sollecitazioni degli ‘ Ampsiuarii ’, che li incitavano a partecipare alla guerra contro i Romani (a 58 d. Cr.) 3, pure non tralasciarono di unirsi con Giulio Civile, che aveva suscitato le fiamme dell’ insurrezione nella Germania e nella Gallia‘, e presero parte in diversi scontri contro i Romani. La vergine Veleda, che nell’ insurrezione di Civile seppe coi suoi vaticini accrescere l’ardore patrio degli insorti, mediante il fanatismo POMEIONA, era appunto di nazione bructera. ‘ L’insurrezione dei ‘ Bataui’ e degli altri popoli che con loro si erano levati in armi contro Roma, a poro a poco fu repressa, tra il 70 ed il 71 o 72 d. C. Nulla sappiamo della fine di Civile : forse ottenne di vivere in pace, sotto il dominio romano. Ma i compagni di lui, Classico e Tutor duci dei ‘Treueri’, e i fratelli Alpinio Montano e D. Alpinio personaggi autorevoli fra gli stessi ‘Treueri’, forse si salvarono con la fuga, i Tac. ann. I 51, 7. 2 Tac. ann. I 60, 10. Non sappiamo spiegarci perché nei loro comm. alla Germ. lo Zernial (p. 65), il Marina (p. 104), etc. vogliano indicare l'aquila della 212 legione, e il Dilthey (p. 198) l'aquila della 18°, quando le parole precise di Tac. sono: ‘interque caedem et praedam repperit (sc. L. Stertinius) undeuicensimae. legionis aquilam cum Varo amissam'. 3 Tac. ann. XIII, 56. 4 Tac. hist. IV 21, 11. 5 Tac. hist. IV 77, 2. V 18, 4. 6 Tac. hist. IV 61 e 65. _ di forse si uccisero ciascuno di propria mano '; Giulio Sabino, capo dei ‘Lingones ?’, fu mandato al supplizio ; ? e Veleda fu vista a Roma .dall’autore della Germ. *, e, come sopra si è detto ', prigioniera. Dopo il 71 o 72, i ‘ Bructeri’, vinti, dovettero sottomettersi alle condizioni imposte dai Romani vittoriosì : non avevano più per ispiratrice e guida la fatidica Veleda ‘numinis loco habita’; e della loro prostrazione morale e civile, non ancora rimarginate le ferite avute nell’ultima insurrezione batavica, non potevano non profittare i popoli vicini, emuli per armi, avidi di preda, bramosi di possedere le loro terre, e forse anche rivali per comune parentela. Fecero, difatti, lega a danno dei ‘Bructeri’, li assalirono, li sopraffecero, perchè li trovarono più deboli o impreparati; e più di sessanta mila ne trucidarono. I ‘Chamaui’ e gli ‘ Angriuarii ’, che probabilmente si ebbero 1 Tacito fa menzione di Giulio Classico in Aist. II 14. IV 55; 57; 59; 70; 79. V 19 sgg.;di Giulio Tutor in Aist. IV 55 ; 57; 59; 70; 72. V 19; 21;dei fratelli Alpinii in hist. III 35. IV 31 e 32. V 19. ? Cass. Dion. r. Rom. LXVI 16, 2 (Xiphil.). 3 Germ. 8,9. 4 Vedi la nota 3 a pag. 10. 5 Ammesso che, secondo Strabone (geogr. VII 1, 3 (C 291), p. 400 M.), vi fossero stati dei ‘ Bructeri minores”, e perciò la distinzione tra ‘B. maiores’ e ‘B. minores”, il Miillenhoff! conget= tura che i ‘Bructeri maiores’ e i ‘ Chamaui' siano stati lo stesso popolo. In tale ipotesi, i ‘ Bructeri' che si levarono in armi con Civile contro Roma, sarebbero stati i ‘B. minores '. Ammiano Marcellino (r. g. XVII 8, 5) narra che, molti anni dopo, nel 358, i ‘Chamaui’ furono, alla loro volta, sterminati dall'imperatore Giuliano, DE la parte precipua in tale guerra di sterminio, vennero ad occupare le terre dei vinti.! I ‘ Bructeri” superstiti all’immane strage, costretti a mutar sedi, restarono sempre un popolo per sè, senza confondersi con altre genti, ma si piegarono a sommissione verso l’autorità romana, tanto da sottomettersi, alcuni anni dopo, al re imposto loro da Vestricio Spurinna, legato della Germania inferiore .* Tale sommessione dovette avvenire verso l’a. 97, durante l’impero di Nerva'.3 Or, tra 1 Germ. 33, 2. Non risponde al vero l’asserzione di alcuni commentatori (v. per es. i comm. Pais p. 53, Marina p. 104, etc.) che l'autore della Germ. abbia esagerato nelle notizie date sullo sterminio dei ‘Bructeri’, poichè egli non dice soltanto ‘ Bructeris penitus excisis uicinarum consensu nationum ”, ma premette ‘ pulsis Bructeris’: talchè il popolo dei ‘ Bructeri’ non fu completamente annientato. Potrà, forse, dirsi esagerato il numero dei morti, ‘super sexaginta milia’; ma una statistica ufficiale dei caduti in battaglia, massime trattandosi di pugne tra popoli barbari, non era allora possibile. 2 PLIN. epist. Il 7, 2. 8 Così opina il Mommsen, nell' Index nominum cum rerum enarratione pubblicato in fine degli scritti di Plinio il giovane, recens. Keil, Lps. 1870, p. 429, 2* c. Arrogi la considerazione che, ammesso l'ordine cronologico nella disposizione delle epistole pliniane (cf Mommsen, aur Lebensgeschichte des jiingern Plinius, in Hermes III (1869) pp. 31-53), tuttochè contraddetto da Plinio stesso (episf. I 1, 1), le epistole del 2° lib., tra le quali si annovera quella cit. concernente Spurinna, furono scritte tra l'a. 97 e l'a. 100. Quando, però, il Mommsen afferma (vedi MommsEn - DE RucgiERO, op. cit., cap. IV, p. 135) : « questa catastrofe (la sottomissione dei ‘ Bataui’ e degli altri popoli insorti con Civile) e le ostilità coi vicini popoli fiaccarono la loro potenza (cioè, la potenza dei ‘ Bructeri’); sotto Nerone essi dovettero per forza accettare dai vicini stessi, appoggiati indirettamente dal legato romano, un re che non vo: SS, e il 71 o 72, anno in cui i ‘ Bructeri” insieme coi ‘Bataui’ soccombettero sotto le armi romane, ed il 97 passa circa un venticinquennio, nei primi anni del quale si compì la strage e l’espulsione dei ‘ Bructeri ’, colpiti dalla lega dei popoli vicini. Indichiamo i primi anni del venticinquenuio, perchè appare più rispondente al vero, in mancanza di qualsiasi documento in proposito, che lo sterminio dei ‘Bructeri’ si fosse compito appunto in un tempo più vicino al 71 o 72, quando questi erano prostrati dalla vittoria romana sui ‘Bataui’ edi loro alleati, anzichè più tardi, quando, ricostituitisi nelle nuove sedi, riannodarono relazioni di dipendenza con Roma, e si assoggettarono al re imposto dal legato romano. Non vi ha, del resto, alcun documento o alcuno accenno nelle storie antiche, che assegni l’a. 100 o altro anno anteriore o posteriore all’anno 100, all’avvenimento della distruzione dei ‘Bructeri’ ed all'immigrazione dei ‘ Chamaui ’ e degli ‘ Angriuarii’ nel territorio bructero ‘iuxta Tencteros?. Poche altre notizie restano intorno ai ‘Bructeri ?. Dopo i guai gravissimi inflitti loro dai popoli vicini, essi, come si è detto sopra, non si dispersero nè perdettero la loro nazionalità nè il nome nella storia.! Nella prima metà del sec. IV sono menzionati in due panegirici a Costantino ; ®? poi, nello stesso sec. IV e levano »; egli, se non c'inganniamo, non ha tenuto presente che la sommessione dei ‘Bructeri’ ad un re imposto dal legato Vestricio Spurinna avvenne sotto Nerva, non sotto Nerone. 41 Vedi LEDEBUR, das Land und Volk der Bructerer, Berl. 1827. 2 Incerti pan. Constantino Aug. dictus, 12. NAZARI pan. Constantino Aug. dictus, 18: in BAEHRENS, XI panegyrici Latini, VII e X, pp. 169, 227. cin B$ ‘nel V si trovano stretti in lega con quelli che erano stati nel I sec. i loro feroci persecutori, i ‘Chamaui ’ e gli ‘ Angriuarii’, e inoltre coi ‘Chatti’, gli ‘Ampsiuarii ’, i ‘ Sugambri ’, i ‘ Chasuarii ?!: formavano la potente confederazione dei Franchi.® Anche il ven. Beda fa menzione dei ‘Bructeri’, dicendoli ‘ Boruchtuarii ?.? VI. Il cap. 37 della Germ. presenta un importante computo di anni. Se dall’anno 640 di R., in cui per la prima volta si udì parlare delle invasioni cimbriche, sì giunge al secondo consolato di Traiano, ‘ ducenti 1 Vedi Jos. WoRMSTALL, ueber die Chamaver, Brukterer und Angrivarier, mit Rùcksicht auf den Ursprung der Franken und Sachsen. Neue Studien 2: Germania des Tacitus, Gymn.Progr. Miinster, 1888. Il Millenho£, cit. da U. Zernial, p. 65, opina che gli ‘Angriuarii’ (v. Tac. ann. II 8, 13; 19,7; 22, 6; 24, 15; 41,.8) e gli ‘ Ampsiuarii’ (v. Tac. ann. XHI 55, 1; 56, 4) formassero uno stesso popolo, poichè « Angrivarii ist der rein geographische Name der Anwohner der Weser oberhalb der Chauken oder spàteren Friesen, und Ampsivarii nur eine speziellere, wie es scheint, gleichfalls geographische Benennung fiir eine Abteilung des Volkes ». ? Il nome ‘Franci’, adoperato per significare in complesso più popoli, appare per la prima volta in una frase del panegirico d’ incerto autore a Costantino : ‘ terram Batauiam ..... a diuersis Francorum gentibus occupatam’ (ed. cit. Baehrens VII 5, p. 163). Ma nella Castori Romanorum cosmographi tabula quae dicitur Peutingeriana, segm. II, n. 2, in alto, si legge ‘ Chamavi. qui et Pranci” (1. Franci: la lett. c è corrosa nella parte superiore): v. Die Weltkarte des Castorius, genannt die Peutingersche Tafel: einleitender Text von Konrad Miller; Ravensburg, 1887. 3 Ven. BEDA, hist. gentis Anglorum V 10, col. 124, in operum tom. tertius, ed. cit. bh ferme et decem anni colliguntur’. È noto che Traiano fu la prima volta console nell’ a. 91; fu nominato ad un secondo consolato per il 98, nel quale anno, per la morte di Nerva, venne assunto all’ impero: perciò se ne conclude che la Germ. fu scritta in un tempo non anteriore al 98, se appunto di questo anno è fatta espressa menzione nel testo del libro. E tale conclusione si dovrebbe accettare, se non ostassero alcune considerazioni che non sono da omettersi. L’autore comincia il cap. 37 col menzionare che i Cimbri, un tempo sì potenti e di gran fama, si erano ridotti ad una ‘ parua ciuitas ’. Il nome dei Cimbri ! gli richiama alla mente le memorabili lotte che si erano combattute dai Romani contro i popoli germanici, a cominciar dal consolato di Cecilio Metello e Papirio Carbone, a. 641/113. E di qui un breve ‘ excursus ’ sulle vicende di tali lotte, che si ferma, come sopra abbiamo dimostrato, al trionfo sui ‘ Bataui ’ e sugli altri popoli insorti con essi, e che altri vorrebbe estendere sino al trionfo di Domiziano sui ‘ Chatti’ nell’ a. 83. Nessuno ? È notevole che nella Germ. non si fa alcun cenno dei Teutoni, che furono valorosi compagni dei Cimbri. Plinio tratta di loro nella n. A. IV 14 (28), 99. XXXV 4 (8), 25. XXXVII 2 (11), 35. Tacito li menziona insieme coi Cimbri in hist. IV 73, 12: v. anche VeLL. PATERC. A. R. II 8, 3; 12, 2 e 4. Pompon. MEL. chor. III 3, 32; 6, 54. Amm. Marc. r. g. XVII 1, 14. XXXI 5, 12. Oros. hist. adu. pag. V 16, 1. 9. 14. Ma forse l’autore della Germ. si restrinse a menzionare i soli Cimbri, perché la guerra contro i Cimbri ed i Teutoni si indicò pure con la sola espressione ‘ bellum Cimbricum * (v. l’ epit. Ul. LXVII, LXVIII di T. Livio; ma in Floro epit. I 38 [III 3] ‘ bellum Cimbricum , Teutonicum ’); o forse anche- perché i Teutoni si reputavano un popolo celtico : cf. APPIAN. IV 1, 2, csf accenno vi è intorno agli avvenimenti che si succedettero sino all’ a. 98, che è il termine del computo dei 210 anni, fatto, per incidente, poco prima. E ciò diviene inspiegabile, se si considera che l’autore, avendo fissato per termine del computo degli anni di lotta coi Germani l’ a. 98, importante perchè appunto allora Traiano succedette al padre adottivo Nerva, non poteva passare sotto silenzio, tra le altre cose, il fatto che la autorità delle armi romane era a quel tempo in sì alto pregio da fare ottenere a Vestricio Spurinna, legato di Nerva, una vittoria incruenta sui ‘ Bructeri, ferocissima gens’ germanica, soltanto con la minaccia della guerra e col terrore !. Nè poteva tenere in non cale i buoni risultamenti dell’ abile direzione politica e militare di Traiano che, per assodare il dominio romano sul territorio dei ‘ Mattiaci ’ e per dar fine alle agitazioni delle tribù germaniche della regione centrale del Reno, causate dall’ imprudente scorreria di Domiziano, stette ancora per qualche tempo al comando degli eserciti sul Reno, prima di recarsi a Roma per assumervi il potere supremo. Pare, inoltre, che dissoni dalle lodi concordemente date dai contemporanei ai due imperatori Nerva e Traiano, e per il loro savio governo e per la rinnovata autorità delle armi romane, il fatto che l’autore della Germ., il quale doveva, giusta la premessa, estendere le sue considerazioni ed il suo rapido ‘ excursus’ sino al secondo consolato di Traiano, si è fermato, invece, alla desolante osservazione ‘ triumphati magis quam uicti sunt’; egli avrebbe dovuto avere sott'occhio gli avvenimenti che si compivano, sotto la 1 PLIN. epist. II 7, 2. BRL) pesi è stata nostra, e la Germania è vinta: ‘regno Arsacis acrior est Germanorum libertas ’. Oltre a ciò il tono retorico di tutta la frase fa dubitare di esservi stata un’ interpolazione. Precede e seguc al periodo notato una considerazione storica che in nulla è avvantaggiata dal periodo stesso, anzi resta da questo interrotta per dar luogo all’ espressione enfatica ‘ tam diu G. uincitur ’. Se si espungesse il periodo considerato, il pensiero dell’autore si mostrerebbe in gradato svolgimento, moverebbesi eguale a sè stesso e non interrotto sino alla conclusione ultima che, per quel certo pessimismo da cui è informata, nulla ha da fare con l’enfasi delle parole espunte. Nè vi è necessità di sostituire alla particella ‘tam ’, che nella proposizione seg. ‘ medio tam longi aeui spatio multa in uicem damna’ pare collocata in riscontro col ‘ tam’ della frase ‘ tam diu G. uincitur ’, la voce ‘ tamen’ che è data dal cod. Leid. (0) nella forma tam®! e, più chiaramente, nella forma completa tamen dal cod. Neapol. (c) ; perocchè, fatta 1’ espunzione, si regge sempre bene tutta la frase, che in origine dovette, secondo ogni probabilità, così esser letta : ‘ sescentesimum et quadragesimum annum urbs nostra agebat, cum primum Cimbrorum audita sunt arma, Caecilio Metello ac Papirio Carbone consulibus. medio tam longi aeui spatio multa in vicem damna’ e. q. s. A chi attribuirsi l’interpolazione, se interpolazione ci fu? Può ben darsi che la si debba attribuire a qualche antico grammatico , la cui glossa erudita sulla durata 1 Ma avverte il Massmann, op. cit., p. 110, nota 25, ‘ deleta abbreuiatura ‘, RARE; A delle guerre germaniche sia penetrata nel testo; può darsi anche che sia una giunta correttiva fatta da chi più tardi scrisse l’ apografo, sur un originale creduto mendoso !. Ma a noi pare di scorgere, nel testo stesso della frase che crediamo interpolata, l’ autore della possibile interpolazione. A nessuno sfugge l’enfasi della conclusione ‘ tam diu G. uincitur’; e la vittoria sulla Germania è intimamente connessa col secondo termine del computo fatto, cioè l’ ‘ alter imperatoris Traiani consulatus ’: dunque lo scopo della frase altro non poteva essere che quello di lodare l’imperatore Traiano, il cui secondo consolato aveva il merito altissimo di aver dato termine, secondo che credevasi verso la fine del sec. I, alla lotta contro i Germani , durata per più di due secoli. Chi tra gli scrittori romani vissuti in sul declinare del sec. I e nel principio del II largì più encomi agli imperatori Nerva e Traiano fu Plinio il giovane; tanto che uno dei moderni critici, che con ammirabile dottrina ha trattato della vita e dell’elocuzione di lui, non ha esitato a scrivere: ‘nemo quidem possit negare, Plinium in Panegyrico modum in nuirtutibus Traiani praedicandis transiisse (cf. pan. 30-82; 40; 57; 59-80), et tum in illa oratione tum in epistolis nonnullis (cf. epist. ud. Tr. imp. 10 (5), 2 [a. 98]; 8 (24), 1 [a. 101]; 31 (40), 1) ex Bithynia ad Traianum missis sententias inesse plenas immodicae adulationis ac paene 1 È nota la dichiarazione che leggesi nel cod. Leid. Perizon. della Germ., la quale è annoverata tra i ‘ libellos nuper adinuentos et in lucem relatos ab Enoc Asculano quamquam satis mendosos” ConsoLI: L’ autore della Germania. 3 IRE seruilis erga Traianum et Neruam reuerentiae !. Plinio, inoltre, diede in particolar modo evidenza al titolo di Germanico attribuito a Traiano *; fece menzione delle vittorie di lui nei paesi renani 3; e specialmente s’ intrattenne, con ampie lodi, del secondo consolato di Traiano ‘. L’a. 98 è per più ragioni anno notevole per Plinio: gli è conferita da Nerva e da Traiano l’importante carica di ‘ praefectus aerarii Saturni ’ 5; il suo amico e protettore Traiano è assunto all’impero, ed egli si affretta a scrivergli una breve epistola gratulatoria, esprimendo il voto: ‘ precor ergo ut tibi et per te generi bumano prospera omnia, id est digna saeculo tuo, contingant ’ $. Nell’a. 98, in fine, si reputarono dai Romani come finite, per l’ opera prudente di Traiano, le lotte bisecolari contro i Germani, con la sottomissione di questi. Non sarebbe perciò una congettura priva di fondamento l’ammettere che Plinio il giovane, rendendosi interprete de’ sentimenti suoi e de’ suoi contemporanei , sentimenti di soddisfazione e di gioia per i vantaggi apportati dagli avvenimenti dell’ a. 98 all’ impero romano, avesse inserito in una parte dell’opera dello zio, 4 J. P. LAGERGREN, de vita et elocutione C. Plinii Caecilii Secundi, Vpsaliae 1872, pp. 12-13; in Uysala universitets aarsskrift, 1871, V. ? PLIN. pan. 9, 2. 14, ). 3 PLIN. pan. 14, 1-5. 82, 4-5. PLIN. pan. 56, 3-7. Vedi Mommsen, sur Lebensgeschichte d. j. Plin. sopra cit.; e l'art. dello StoBBE nel Philologus XXVII, p. 641: donde la notizia riferita dal LAGERGREN, 0. c., p.4; e dal NicoLaI, G. d. r. L.,n. 115, p. 640. Cf. TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L, © n. 340, 1, p.849; ete. 6 PLIN. epist. ad Tr. imp. 1, 2. (SISI ini BB intitolata bellorum Germaniae uiginti ll. (la quale parte sarebbe probabilmente quella stessa pervenuta a noi col titolo de orig. et situ Germanorum) la frase sopra notata del cap. 37, a fin di computare la durata delle guerre germaniche sino all’a. 98, in cui, dopo sì lungo tempo, la Germania era stata completamente vinta. Nè certamente sarebbe stato intendimento di Plinio violare con una postilla, che ora appare interpolazione, il libro del dotto scrittore, il quale era a lui zio e padre adottivo affettuoso, ma rendere il libro delle guerre germaniche meglio rispondente ai tempi in cui cominciò a farsene la pubblicazione , cioè verso la fine del sec. I. Quante volte non occorre a noi, oggidi, nel pubblicare un libro di autore antico, di aggiungere delle note nelle quali si accenni, per completare o chiarire i concetti espressi nel testo, ad avvenimenti posteriori alla vita dello scrittore ? Ma al tempo dei Romani non avevasi il mezzo odierno di distinguere le postille e le note dal testo; talchè sovente queste penetrarono nel testo stesso , dal quale indistinte si riprodussero negli apografi scritti in tempi seriori; e da ciò il lavoro, non facile nè sempre sicuro ne’ suoi risultamenti, della critica moderna, di espungere dai testi classici tutto ciò che si considera come interpolato. Un altro argomento ci conferma nella nostra congettura. Plinio il giovane nell’epistola a Bebio Macro, nella quale espone in ordine cronologico i libri dello zio, nota tra questi : ‘ bellorum Germaniae uiginti, quibus omnia quae cum Germanis gessimus bella collegit ’. ! Evidentemente, poichè l’epistola fu scritta l’a. 101, come tutte 1 PLIN. epist. III 5, 4. 36 le altre contenute nel lib. 3°, con la frase ‘ omnia q. c. G. gessimus bella’, si allude a tutte le guerre combattute contro i Germani sino a quel tempo in cui credevasi comunemente che fossero finite per l’opera sagace di Traiano, cioè sino all’a. 98; e nella voce ‘ gessimus ’ si travede il pensiero che la narrazione storica di Plinio Secondo era stata prolungata dal nipote sino a comprendere tutte le guerre germaniche ; chè, se si fosse ristretta alle sole guerre combattute mentre era ancora in vita Plinio Secondo, ed avesse conservato lo scopo precipuo per cui era stata scritta, cioè salvare ‘ ab iniuria obliuionis’ la memoria di Druso Nerone, sarebbesi detto obiettivamente ‘ gesta sunt’: nella voce ‘ gessimus’ si scorge non difficilmente la persona di chi ha scritto l’epistola a Bebio Macro. In tale argomento soccorre l’autorità di Suetonio, il quale, scrivendo di Plinio Secondo : ‘ itaque bella omnia, quae unquam cum Germanis gesta sunt, XX uwoluminibus comprebendit ’,' da un canto ripete l’espressione di Plinio il giovane ‘omnia bella ?, e dall’ altro canto con 1° uso del verbo ‘ gesta sunt” dà evidenza al tempo sino a cui erano state narrate le guerre germaniche. Si aggiunga un’altra considerazione. Plinio Secondo nella pref. alla sua nat. Rist. serive : ‘ uos quidem omnes, patrem te fratremque (sc. Vespasianum, Titum, Domitianum), diximus opere iusto, temporum nostrorum historiam orsi a fine Aufidi Bassi. ubi sit ea quaeres ? iam pridem peracta sancitur, et alioquin statutum erat heredi (cioè al figlio adottivo, Plinio il giovane) mandare, ne quid ambitioni dedisse uita iu 1 V. pag. 5, nota é. GI dicaretur”’'. Era quindi proposito di lui, a fin di evitare la facile accusa di avere alterato il vero per mire ambiziose , affidare al figlio adottivo, che, giovinetto, molto aveva appreso dalla molteplice e copiosa dottrina del suo secondo padre, l’incarico di pubblicare, dopo la sua morte, i lavori storici che gli affidava, e forse anche di limare o farvi delle opportune giunte, per rendere la pubblicazione meglio adatta ai tempi in cui essa aveva luogo. Che vale, infatti, la frase ‘ peracta sancitur’ se non, come spiega Io. Harduinus, ‘ accuratius elimatur, castigatur ° ?*? Non poteva forse il figlio adottivo , valente letterato anch’ egli, prender parte a tale ‘ limae labor ’, dopo la morte dell’ autore, avendo l’obbligo di pubblicare i libri di lui? E, dal canto suo, Plinio il giovane aveva, quanto alla storia, una certa competenza, perchè aveva atteso agli studi storîci secondo l’ es. paterno, come egli stesso dichiarava : ‘ me uero a«l hoc studium (sc. historiae) impellit domesticum quoque exemplum 5. Gli antichi non può dirsi che siano stati molto serupolosi nel metter mano sui lavori altrui, per emendarli, 1 PLIN. n. A. praef. 20. Ma il Detlefsen (ed. Berl. 1866) accoglie la lez. ‘ per acta sancitum et alioqui ’. 2 Vedi C. Plin. Sec. hist. nat. Ul XXX VII quos interpretatione et notis illustrauit IoanNES HARDVINVS, Paris. 1741, t. I, p. 4, not. 7. Ma nelle ‘ notae et emend. ad 1. I', n. VI, p. 7, spiegandosi il perchè sia stata preferita nel testo la jez. ‘ peracta sarcitur’ invece di ‘ sancitur ’, si aggiunge: ‘ hoc est, reuocatur, retractatur, accuratius elimatur, ad polituram sarcitur; uti de araneae tela Plinius ipse loquitur’ (n. A. XI 24 (28), 84 ‘ ad polituram sarciens ’.) 8 PLIN. epist. V 8, 1 e 4. 38 massime quando questi non erano stati ancora pnbblicati. Che non si disse per le commedie di Terenzio, emendate e forse preparate da Scipione l’Africano e da C. Lelio ?! Anneo Cornuto lasciò forse intatte le satire dell'amico e discepolo suo Persio Flacco ? ?. È superfluo addurre altri esempi: ci basti rammentare che, se le mani di L. Vario e di Plozio Tucca si astennero dal profanare il poema lasciato incompleto da Virgilio, ciò avvenne per espresso ordine di Augusto, cui non era lecito disubbidire ?. VII. A niuno, poi, sfugge l’ osservazione che nella Germ. non si fa cenno dei rapporti di tregua e di guerra tra i Romani ed i Germani, dopo il regno di Vespasiano. Nulla si dice della venuta in Roma, verso l’ a. 85, di* Masyos, re dei ‘ Semnones ’, e di Ganna, vergine fatidica, che succedette a Veleda: entrambi furono accolti onorevolmente da Domiziano. Trascurasi di menzionare 1’ impresa di Domiziano contro i ‘ Chatti”; chè, come si è dimostrato sopra, non può indursi un’ allusione a tale impresa dalle ultime parole del cap. 37 ‘ proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt’. Omettesi di far menzione della spedizione di Vestricio Spurinna contro i ‘ Bructeri’, dopo la morte di Domi 4 Vedi Cic. ad Att. VII 3, 10. QvinTIL. è. 0. X 1, 99; ed un framm. del libro de poetis di Suetonio, ed. Roth 1882, p. 293, 5-6. 2 V. la vita A. Persii Flacci de commentario Probi Valeri sublata: il Roth la omise nella sua ed. dei framm. di Suetonio. 8 SERV. comm. in Verg. Aen. I: ‘ Augustus uero, ne tantum opus (sc. Aeneis) periret, Tuccam et Varium hac lege iussit emendare, ut superflua demerent, nihil adderent tamen’: vol. I, fasc. 1°, p. 2, ed, Th. dia ziano: ed altre omissioni potremmo aggiungere. Invece tutto ad un tratto si passa dalle notizie sopra avvenimenti occorsi durante il regno di Vespasiano al secondo consolato di Traiano ; e sì importante lacuna dà .nuovo argomento a sospettare interpolato il passo del cap. 37, del quale si è sopra a lungo discusso. Cosicchè, e per i molteplici argomenti che ci offre il testo della Germ., convenientemente interpretato, e per gli argomenti esterni sopra esposti, non puossi non riconoscere che nella Germ. non sono menzionati avvenimenti posteriori all’a. 79 d. Cr.; e però sorge spontaneo il dubbio che non Tacito, istoriografo fiorito alquanti anni dopo, ' ma Plinio Secondo (se è da non tenersi conto di Aufidio Basso, scrittore anch’egli di guerre germaniche) possa essere stato l’ autore della Germ. ; o meglio, che questa in principio abbia formato parte, come una digressione necessaria, dei venti libri bellorum Germaniae. Nè quarantasei capitoli (si direbbero meglio paragrafi) di un’introduzione o di una digressione, quanti se ne contano appunto nella Germ., si possono ritenere troppi per un lavoro storico che ha il ‘ suo svolgimento in venti libri; poichè è noto che la digressione sull’Africa è di non breve estensione nel d. Iug. di Sallustio; e similmente la digressione di Tacito sulla Britannia, nel libro de vita ef moribus Iulii 1 Il libro de wita et moribus Iulit Agricolae, primo, in ordine cronologico, dei lavori di Tacito, è dell'a. 98: diciamo primo, perchè pare ormai dimostrato che il dial. de oratoribus non sia lavoro di Tacito. Vedi L. VALMAGGI, nuovi appunti sulla critica recentissima del dialogo degli oratori, in Rio. di filol, e d'i. cl, a. XXX, fasc. 1°, p. 23. PRE (pn Agricolae, occupa non meno di sette capitoli; e l’altra digressione di Tacito stesso sulla Giudea si svolge in ben dodici capitoli sui ventisei cc. del lib. V delle Rist., il quale non ci è pervenuto completo. diri CAPITOLO SECONDO La Germania nella tradizione degli scrittori sino ai tempi del Rinascimento. Costantemente si è indicato Tacito quale autore della Germ., sin dal tempo in cui l’aureo libretto fu scoperto e rimesso in onore insieme con tanti altri tesori letterari dell’ antichità. Su quale fondamento si poggia tale indicazione ? L’ indagheremo nel presente capitolo. I. Tacito fu sempre considerato dagli scrittori posteriori, sia dell’ età antica sia del medio evo ', come ‘scriptor historiae Augustae ’ ?, o ‘ qui post Augustum usque ad mortem Domitiani uitas Caesarum triginta uoluminibus exarauit ’ 8, o semplicemente ‘ annalium scriptor ’‘, o con altra indicazione analoga; 1 Vedi EMMERICH CoRrNELIvs, quomodo Tacitus historiarum scriptor in hominum memoria uersatus sit usque ad renascentes literas saeculis XIV et XV; inaug. diss. Marpurgi Chatt. 1888. M. MANITIUS, Beitrtige sur Geschichte d. ròmischer Prosaiker in Mittelalter, II, in Philologus, N. F. I (1889), pp. 565-566. 2 Vopisc. Tac. 10,3; in scriptt. hist. Aug. XXVII p. 192, ed. P. 3 HreRoNYM. comm. in Zach. IIl 14, t. VI, coll. 913-914, ed. Vallars., Veron. 1736. 4 IoRDAN. de or. act. Get. 2, 29, p. 3, ed. A. Holder. È però probabile che Iordanis, citando con inesattezza ‘ Cornelius annalium seriptor ’, mentre ripete le notizie contenute nel libro de u. et m. Iul. Agric., cc. 10, 11, 12, riferisca osservazioni e notizie non attinte direttamente ai libri di Tacito. 5 Omettiamo l’ epiteto ‘sane ille mendacium loquacissimus ’, dato a Tacito da TERTVLL. apologet., cap. 16, pp. 47-48, Cantabrigiae 1686: le necessità della lotta rendevano talvolta ingiusti i primi apologisti del Cristianesimo. ii dI e in generale, anche quando non fu indicato, in forma di epiteto aggiunto al nome proprio, il genere letterario da Tacito coltivato, si citarono i luoghi degli annali o delle istorie, talvolta nominandosi Tacito autore, talvolta omettendosi il nome di lui. Il nome dell’autore non sempre è indicato nello stesso modo. Tertulliano ', Vopisco ?, San Girolamo *, Orosio 4, Apollinare Sidonio *, etc. lo nominano ‘ Cornelius Tacitus ’. Lo stesso nome ‘ Cornelius Tacitus” osservasi in uno scolio di Giovenale © e in un luogo degli annales Fuldenses di Rudolf, monaco di Fulda, il quale si valse della prima parte degli ann. di Tacito per la sua compilazione storica che va dall’ 838 all’ 863 ?; si nota an 1 TERTVLL. apologet. |. l1.: egli cita Tac Rist. V 3; 4; 9. ? Vopisc. Auretian. 2, 1. Tae. 10,3; in seriptt. hist. Aug. XXVI, XXVII, pp. 149,192, ed. P. Sul 1° luogo di Vopisco, che nota di menzogna Livio, Sallustio, Tacito e Trogo Pompeo, il Petrarca osserva: ‘notat ystoricos, immeriter puto, precipue (sic) primos duos’. Vedi P. pe NoLHac, Petrarque et l’humanisme d'aprés un essai de restitution de sa bibliothèque, Paris 1892, p. 258. 3 HiERoNYm. l. l. sopra, in nota 3, pag. 4l. 4 Oros. hist. adu. pag. I 5,1 (cf. Tac. hist. V 7). VII 3,7 (cita un luogo delle Aist. di Tac., forse del lib. VI o VII, non pervenuto a noi). VII 10, 4 (cita un luogo di Tac., che si è perduto: cf. Tac. hist. III 46. Cass. Dion. r. Rom. LXVII 6, 1; 7, 2; etc.). VII 19, 4 (la notizia che dà nel ]. c. non è in quel che ci resta dei libri di Tac.). VII 27, l (cf. Tac. Rist. V 3, sgg.). 5 APOLLIN. SIpon. carm. 23, 153 sg. ‘et qui pro ingenio fluente nulli, | Corneli Tacite, es tacendus ori’: ed. Luetjohann, in monum. Germ. hist., Berl. 1887, t. VIII, p. 253. 6 Schol. Iuuenal. V 14,101 ‘cuius (sc. Moysis) Cornelius etiam Tacitus meminit’: cf. Tac. hist. V 3. 7 Ann. Fuld. a. 852 ‘super amnem quem Cornelius Tacitus, 49-= che in un’ epistola di Pietro di Bluis! e (tralasciando di menzionare Frekulf, monaco di Fulda e poi vescovo di Lisieux, Giovanni di Salisbury, Vincenzo di Beauvais, i quali, come ormai è accertato, conobbero Tacito solo di nome ?) in un’ epistola e altri Il. degli scritti del Boccaccio 3, nel comentum super Dantis Aldigherij co scriptor rerum a Romanis in ea gente gestarum, Visurgim, moderni uero Wisaraha uocant’: in PERTZ, monum. Germ. hist. vol. I, p. 368. Vedi per le citazioni tacitiane negli annali di Fulda e nelle res gestae Saronicae di Widukind, monaco di Corwey, la diss. cit. del Cornelius, p. 38. 4 PETRI BLESENSIS Bathoniensis in Anglia archidiaconi opera omnia, Paris. 1667, epist. 101 ad R. archid. Nannet, p. 158, col. 2° ‘ profuit mihi frequenter inspicere...... Corn. Tacitum, Titum Liuium' e. q. s. Ma A. HorTis, studj sulle opere latine del Boccaccio con particolare riguardo alla storia della erudizione nel m. evo e alle letterature straniere, Trieste 1879, p. 425, dubita che « Pietro di Blois conoscesse più in là del nome di Tac. ». Consente in ciò F. RamorINO, Corn. Tac. nella st;ria della coltura, 2* ed., Milano 1898, p. 91, nota 38. Vedi la diss. c. del Cornelius, p. 41. ? Vedi HoRTIS, op. cit., p. 425, nota 3, e le monografie, ivi menzionate, di E. Grunauer sui fonti della storia di Frekulf, dello Schaarschmidt su Giov. di Salisbury, dello Schlosser su Vinc. Bellovacense. Il Petrarca non scrisse mai il nome di Tac., che tuttavia egli non poteva ignorare, poichè l’amico suo Guglielmo da Pastrengo ne aveva fatto cenno nel libro de orig. rer., f. 18: v. P. pE NoLHAC, op. cit., chap. VI, p. 266. 3 Boccaccio, epist. ad Nic. de Montefalcone : ‘ quaternum quem asportasti Corn.i Tac.i quaeso saltem mittas ': v. FR. CORAZZINI, le lettere edite e inedite di messer G. B. trad. e comm. con nuovi documenti, Firenze 1877. La lettera porta la data ‘ Neapoli XIII kal. februarii’, ed è del 1371: v. Gustav KoERTING, G. d. Litterat. Italiens im Zeitalter der Renaissance ; II (Boccaccio *s Leben u. Werke), Leipz. 1880, cap. I, pag. 47. Il Boc i d4 moediam di Benvenuto de Rambaldis da Imola !, nel liber Augustalis?, nello scritto de wiris claris di Domenico Bandini aretino ®, in una lettera del 1395 di Coluccio Salutati , 4 etc. .5- Anche del solo nome ‘ Ta caccio ripete il nome Cornelio Tacito altre due volte nel cap. IV, p. 201 e p. 253, del comento sopra la Commedia di D. A. iv. opere di m. G. B. cittadino fiorentino, con le annotazioni di A. M. Salvini, vol. V, Firenze 1724); ed una sola volta nel libro gen. deorum, INI 23, f. 28, ed. Parigi 1517. I detti luoghi del Bocce. si riferiscono ai luoghi di T'ac. ann. XV 57 e 60-65. hist. Il 2-3. 1 Comentum Inferni, c. IV, t. I, p. 152 ‘sicut patet apud Cor-° nelium Tacitum': ed. Jac. Phil. Lacaita, Florentiae 1887. Vedi per la citaz. tacitiana concernente Cleopatra (c. VI) le considerazioni del Ramorino, disc. c, p. 93, nota 43. ? Liber Aug.c.5 ‘de... Messalina scribit Cornelius Tacitus ’; in FREHER-STRUVE, rerum Germanicarum scriptores, t. II, p. 6. Ha dato evidenza alla citaz. il MANITIUS, Beitrige zur G. d. r. Pr. im Mittelalter sopra cit., p. 566. 3 Il Bandini scrive di Tacito: ‘ Cornelius Tacitus orator et hystoricus eloquentissimus’. Vedi l’ epistolario di CoLuccio SaLUTATI, edito da Fr. Novati, III p. 297, nota. 4 C. SALUTATI, epist. IX 9, vol. III, p. 76, ed. cit. 5 Ci fermiamo con le nostre citazioni alla fine del sec. XIV: non è necessario perciò ripetere le citazioni tacitiane che si notano negli scritti dei più autorevoli umanisti del sec. XV, quali Sicco Polenton, Poggio Bracciolini, Francesco Barbaro, Giov. Tortelli, Flavio Biondo, Lor. Valla, L. B. Alberti, card. Bessarione, etc. Vedi VoIGT-VALBUSA, il risorg. dell'antichità elass., Firenze 1888, v. I, pp. 250-257. R. SABBADINI, storia e critica di alcuni testi latini, in Museo it. di ant. class. ( Comparetti ), Firenza 1890, v. III, p. 339 sgg. In. notizie storico-critiche di alcuni codd. latini, in Studi ital. di filol. class., Firenze 1899, v. VII, pp. 119132. In. Za scuola e gli studi di Guarino Guarini veronese, Catania 1896, p. 101, e il doc. 16 a pp. 193-194. 45 citus’ si valsero Vopisco ! e Apollinare Sidonio ?: quest’ ultimo 1’ unì con ‘ Gaius ?.* Ma da altri si preferì l’ uso del solo nome “ Cornelius ’ ‘ : talora vi si aggiunse ‘ Gaius ?. 5 Non pochi citarono dei luoghi tacitiani senza però nominare l’ autore; così troviamo ripetuti, e talvolta quasi alla lettera, alcuni passi delle rist. e degli ann. di Ta 1 Vopisc. Prob. 2, 7;in scriptt hist Aug. XXVIII p. 202, ed. P. ‘non Sallustios, Liuios, Tacitos, Trogos atque omnes disertissimos imitarer”’. 2 APOLLIN. Sipon. epist. IV 22, 2. carm. II 192: ed. Luetjohaan, p. 73 e p. 178. 3 APOLLIN. Sipon. epist. IV 14, 1 ‘ Gaius Tacitus unus e maioribus tuis’, p. 65; ma nel cod. Paris. 9551 (F.del Luetj.) c' è ‘tacius corneli”. C£. col |. c. di Sidonio Tac. hist. V 26. 4 Oros. hist. adu. pag. I 10, 1 (cf. VII 34, 5); 10, 3 (cf. Tac. hist. V 3); 10, 5. VII 9, 7 (cf. Tac. hist. V 13. SveToN. deperditorum librorum reliquiae, ed. Roth, IX, p. 287). APOLLIN. SIpon. epist. IV 22, 2, ed. cit., pp. 72-73. Sehol. Iuuenal. I 2,99 (ef. Tac. hist. libb. 1, II). IORDAN., Op. c., 2, 29. Boccaccio, com. sopra la Comm. di D. A. pp. 202, 254, vol. e ed. cit. L. BRUNI, laudatio urbis Florentinae (cf. Tac. hist. I 1. KrrNER, laud, urb. FI. L. B., Livorno 1889, pp. 19, 30). Omettiamo di citare il chron. Cas. di Petrus, che nel catal. dei libri della badia di Montecassino annovera ‘ historiam Cornelii cum Omero (sîc)', perchè, come bene avverte A. Hortis, op. c., p. 425, n. 2, la riunione del nome Cornelio con quello di Omero farebbe pensare « piuttosto allo Pseudo-Cornelio Nipote ... ben noto per le sue attinenze con le istorie troiane di Ditti e Darete ». 5 APOLLIN. Sipon. epist. IV 22, 2 ‘ cum Gaius Cornelius Gaio Secundo (se. C. Plin. Caecil. Sec.) paria suasisset’; ed. c., p. 72: cf. PLIN. epist. V 8, TRE BENE gene cito, in Sulpicio Severo , ! Orosio, ? e nello scoli aste di Giovenale. ® Vi ha una frase di Cassiodorio, che pare desunta dalle storie di Tacito.‘ Anche il Boccaccio si valse, come abbiamo veduto, di Tacito , © talvolta senza 1 SvLP. SEv. chronica quae uulgo inscribuntur hist. sacra (in S. S. opera studio et lab. Hier. De Prato, t. II, Veron. 1754) II 28, p. ì59 (cf. Tac. ann. XV 37 in fine); II 29, pp. 160-161 (cf. Tac. ann. XV 40 e 44 in fine). È probabile che quanto scrive Sulp. Sev. ‘ de Hierosolymorum supremo die’ II 30, pp. 163166, sia stato preso da un luogo ora perduto del lib. V Aist. di Tac.: v. la nota 6* a p. 164, col. 1°, ed. c. ; e inoltre BERNAYS, de chronicis Sulpicii Seueri, p. 55 sgg. Per uno strano invertimento dell’ ordine logico, P. Hochart nel suo libro de l’ authenticité des ann. et des hist. de Tac., Paris 1890, pp. 200-201, scambia l’effetto con la causa, e ammette che il presunto falsificatore di Tac. abbia copiato da Sulpicio Severo quello che in realtà costui copiò da Tac. ? Oros. hist. adu. pag. VII 4, 11 (cf. Tac. ann. IV 62 e 63); 4, 17 (cf. Tac. ann. II 85 in fine). 3 Schol. Iuuenat. 1 5, 108 : cf. Tac. ann. XV 62. 4 Casson. war. XI 3i, p. 157, 2* col., in M. A. CassioporI 0pera omnia, ed. J. Garet.,, Ven. 1729, t.I: ‘more maiorum scuto supposito "; cf. Tac. /A'st. IV 15, 10 ‘inpositusque scuto more gentis ’. 5 Il Boccaccio ebbe conoscenza di Tac. ann. Il. XII-XVI e hist. ]l. IIT-]II, perchè se ne avvalse, senza menzionare i fonti, negli ultimi capitoli del libro de claris mulieribus, per narrare la vita di Epicharis la cortigiana (c. 91: cf. Tac. ann. XV 5157), di Pompeia Paolina, moglie di Seneca (c. 92: cf. Tac. ann. XV 60; 63; 64), di Poppea Sabina, amante e poi sposa di Nerone (c. 93: ct Tac arn. XIII 45 e 46. XIV 60-63. XV 23. XVI 6), di Triaria, moglie di L. Vitelliv fratello dell’ imperatore (c. 94: cf. Tac. Aist. II 63. III 77); e aggiungiamo anchela vita di Agrippina, madre di Nerone (c. 90: cf. Tac. ann. Il. XII-XIV), sebbene le notizie possano essere state prese da SvETon. Claud. 26. 29. 39. 43. 44. Ner.6. 9. 28. 34. 35. Vedi ScHUECK, Boccaccio's RESO ge nominarlo. ? II. Quanto alla Germ. non vi è, sino al sec. IX, scrittore alcuno che ne abbia fatto menzione.o ne abbia tratto vantaggio, ripetendo o imitando qualche luogo di essa. Si è preteso scorgere un accenno alla Germ. c. 45 ed al nome dell’ autore della stessa (Cornelio) in un’ epistola di Cassiodorio *, con la quale il re Teodorico ringrazia il popolo degli ‘ Haesti ? 3 per un dono di ambra. Nell’ ep. di Cassiodorio si legge : ‘ succina quae a uobis ... directa sunt, grato animo fuisse suscepta: quae ad uos oceani unda descendens, hanc leuissimam substantiam, sicut et uestrorum relatio continebat, ex lateinische Schriften, in Jahrbb. fiur Philol. u. Pidag. CX (1874), p. 170 sgg. A. HoRTIS, op.c., pp. 425-426. G. KOERTING, Op. c., VII, p. 393. P_ pE NoLHAC, op. c., chap. VI, pp. 266-267: e Boccace et Tacite, in Mélanges de l Ecole de Rome, t. XII, 1892. RAMORINO, disc. c., p. 92, nota 4l. 1 Dal novero degli scrittori che nell'età di mezzo si valsero di Tac., senza menzionarlo, dobbiamo escludere l’autore ignoto della vita Heinrici IV, vissuto nel sec XII, non ostante che il Cornelius vi trovi delle frasi, in cui sembrano riflettersi certe espressioni che si notano negli ann. di Tac.: v. MANITIUS, Beitr. cit. p. 566; RAMORINO, disc. c., p. 91, nota 40. E si deve altresi escludere dal novero Guglielmo di Malmesbury che, in un luogo dei gesta reg. Angl. c. 68, ed. Hardy, I 95, con la frase * incredibile quantum breui adoleverit’ pare che abbia voluto riprodurre la frase tacitiana, Gist. II 73, 1 ‘ uix credibile memoratu est quantum ... adoleuerit’; poichè la stessa frase leggesi in SaLL. Cat. 6, 2 ‘incredibile memoratu est quam facile coaluerint'; e ciò avvertiva sin dal 17-III-1390 il GaABOTTO, in un art. pubbl. nella Rio. di filol. e d’i. el. XIX (1891), pp. 397-308. 2 Cassion. uar. V 2, ed. c., t. I, p. 73. 3 ‘ Aestii ’, secondo il testo della Germ. 45, 8. 48 portat; sed unde ueniat, incognitum wos habere dixerunt, quam ante omnes homines patria uestra offerente suscipitis. haec quodam Cornelio scribente legitur in interioribus insulis oceani ex arboris succo defluens, unde et succinum dicitur, paulatim solis ardore coalescere. cum in maris fuerat delapsa confinio, aestu alternante purgata, uestris littoribus tradatur exposita.’ Or, il ‘ quidam Cornelius scribens’ non è, come affermano alcuni ,' Corn. Tacito, autore delle hist. e degli ann., ma ‘ Cornelius Bocchus ?. Il Peter nota, infatti, il l. cit. di Cassiodorio tra i frammenti delle storie di ‘ Cornelius Bocchus ’ ; * ed è noto che Plinio Secondosegna questo scrittore il quarto tra gli autori i cui scritti gli servirono di fonti per compilare il libro XXXVII della sua naturalis historia :3 e appunto nel libro XXXVII trattasi del sucino o ambra ,' 1 Vedi MASSsMAnN, op. c., pp. 158-159. TH Finck, Germ. herausgegeben u. erlàutert, Gòttingen 1857, p. 14, nota 2.GEFFROY, Op. c., p. 97. A: Pars, comm. cit, p. XIX. MARINA, Op. c., p. 4; 2. RAMORINO, disc. c., p. 31. etc. ? Historic. Rom. fragmenta, ed. Peter, Lps. 1833, p. 298, n.° 8,* Vedi Mommsen, introd. ai coll. r. m. di Solino, p. XVII. 3 PLIN. n. h. I ex auctoribus l. XXXVII. Si valse anche delle opere di Bocco per compilare i Il. XVI, XXXII e XXXIV; ma in questi u'timi due si cita solo ‘ B»echus', senza il nome * Cornelius. 4 PLIN. n. A. XXXVII 3 (11), 42 e 43. Le notizie sull'’ambra, date da Bocco e raccolie da Plinio, furono poi ripetute da SoLIN. coll. r. m. 20, 9 sgg. Vedi il comm. c. del DiLTHEY, pp. 290296; e WoLFGANG HELBIG, osseroazioni sopra il commercio dell’ ambra, in Atti d. Accad. d. Lincei, 1877 : inoltre v. le pp. 184-189 della dissertazione di ETTORE PAIS, intorno alle più antiche relazioni tra la Grecia e l'Italia, in Riv. di filol. e di. cl. XX (1892). Rea GEA e vi si esprime lo stesso concetto annunciato da Cassiodorio, con parole quasi consimili. Nè vale il dire che nelle voci ‘ legitur, insulis, ex arboris succo, solis ardore’ del 1. ce. di Cassiodorio si ripetono le voci del testo della Germ. c. 45 ‘legunt, legitur, sucum arborum, insulis, solis radiis’; poichè, oltre la ripetizione del concetto, vi ha maggiore analogia di forme tra il passo cit. di Cassiodorio ed il corrispondente luogo di Plinio Secondo, nel quale luogo si ripresentano, come sì è avvertito sopra, le notizie date da Cornelio Bocco. ! Nemmeno può ammettersi che Iordanis abbia avuto notizia della Germ.?® sol perchè nel c. 2 del de or. act. Get. sì trovano le due voci ‘inaccessam, aperuit?, che si osservano usate anche nel c. 1° della Germ., ma con tutt'altro intendimento e in due periodi interamente separati e indipendenti l’ uno dall’ altro *. 1 Cassiod. ‘in interioribus insulis oceani’; cf. Plin. n. A. XXXVII 3 (11), 42 ‘in insulis septentrionalis oceani’. Cassiod. ‘ex arboris succo defluens’; cf. Plin. ibid. ‘ defluente medulla pinei generis arboribus ’; e 43 ‘ arboris sucum esse’. Cassiod. ‘unde etsuccinum dicitur ’; cf Plin.ibid. 43 ‘ ob id sucinum appellantes’ (e Solin. 20, 9 ‘sucum esse arboris de nominis capessas qualitate ’). Cassiod. ‘ aestu alternante purgata, littoribus tradatur exposita ’; cf. Plin. ibid. 42 ‘ipse intumescens aestus rapuit ex insulis, certe in litora expellitur esse concreti maris purgamentum. Che Iordanis abbia avuto notizia della Germ. l' ammette il Massmann, op. c., p. 157. 3 IorpAN. de or. act. Get. 2, 5 p. 3, H. ‘quam diu siquidem armis inaccessa m (sc. Britanniam) Romanis Iulius Caesar proeliis, ad gloriam tantum quaesitis, aperuit’. Si confronti con Germ. 1, 3 ‘cetera Oceanus ambit...... nuper co CONSOLI : L’ autore della Germania. 4 i 50 E non solamente nella Germ. occorre il v. ‘ aperire ’ nel significato di « far conoscere, dar notizia », e perciò « rendere accessibile », perocchè con lo stesso significato appare in Livio !, Mela ?, Tacito 3, etc. Similmente non è attendibile il confronto del c. 3 del lib. di Iordanis col c. 40 della Germ., ‘nei quali cc. sono comuni le parole ‘est in Oceani insula’, non ordinate però in modo identico in entrambi. Poi è da notarsi che Iordanis cita, come fonte della sua designazione geografica, il secondo libro dell’opera di Tolomeo; nè, d’altro canto, è noto quale sia precisamente 1’ isola indicata nella Germ., nella quale era il luogo sacre alla dea ‘ Nerthus” o ‘Terra mater ’ £. Neppure il luogo del ven. Beda, che noi, trattando dei ‘ Bructeri ’, abbiamo riferito sopra (p. 28, nota 3), dà la certezza che questo scrittore, vissuto dal 674 al 735, ab gnitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti uertice ortus’ e. q. s. i 1 Liv. X 24, 5. XXXVI 17, 14. XLII 52, 14. 2 Pompon. Met. chor. III 6, 49. 8 Tac. Agr. 22, 1. hist. IV 64, 19. ann. II 70, 10. Vedi inoltre Lvcan. de b. c. IV 352. Var. FLAC. Arg. I 169. 4 ]l confronto è sostenuto anche dal Massmann, l. c. 5 IORDAN. 3, 4 p. 4, H. “est in Oceani arctoi salo posita insula magna, nomine Scandza ”. Germ. 40, 8 ‘ est in insula Oceani castum nemus ”. 6 Si discute ancora se sia Riigen, Fehmarn, Helgoland, Laaland, Bornholni, Seeland, la Scandinavia stessa , che gli antichi consideravano come isola. Il MicHELSEN, vorchristliche Kultusstatten (citato da U. Zernial, comm. p. 78, da A. Pais, comm. p. 61, e da G. Marina, op. c., p. 127) indica come più probabile Alsen.« mit dem heiligen Walde Hellewith und dem heiligen See Hellesò ». pe =. bia avuto notizia diretta della Germ. Si asserisce, è vero, che i nomi di popoli ‘ Fresones, Rugini, Boruchtuarii, Anglii’ egli non poteva ad altro fonte attingerli che alla Germ., perchè appunto nei cc. 34, 44 (43), 33, 40 della Germ. si tratta di essi !, Ma ciò è inesatto, perchè troviamo fatta menzione dei ‘ Frisii ’, che il Beda chiama ‘ Fresones *, in Plinio Secondo, Cassio Dione, nel panegyr. Constantio Caesari, oltrechè in Tacito. * Dei ‘ Rugii ’, detti dal Beda ‘ Rugini ?, si fa menzione nell’appendice excerpta Valesiana alle storie di Ammiano Marcellino ; inoltre in Iordanis, Procopio, Paolo diacono. ? Quanto ai ‘ Bructeri ’, che con lieve mutazione .il Beda chiama ‘ Boruchtuarii ’, è opportuno aggiungere che di loro si fa cenno non solamente da Velleio Patercolo, Plinio il giovane, Nazario e dall’autore del panegirico a Costantino Augusto, dei quali sopra si è tenuto discorso, ma anche da Strabone, Claudiano, Gregorio di Tours, etc. * Degli ‘Anglii’, che nel sec. V passarono nella Britannia, leggesi un cenno in Tolomeo 5; e lo stesso Beda spiega l’ etimologia del loro 1 Vedi MassMann, op. c., p. 159. 2 Pcin. n. A. IV 15 (29), 101: qualcuno legge anche la voce ‘ Frisii’ premessa a ‘gens tum fida’ in XXV 3 (6), 21. Cass. Dion. r. Rom. LIV 32. Incerti pan. Const. Caes. 9; in BAEHRENS, XII pan. Lat., V, p. 138. Tac. Agr. 28, 14. hist. IV 15, 12; 18, 26; 56, 15; 79,8. ann. I 60, 6.IV 72, 1; 74, 1. XI 19,3. XIII 54, 2. 3 Excerpta Vales. 10, 48 p. 292, 2° vol., ed. Gardthausen. IorDAN. de or. act. Get. 54,7 p. 64, H. PrRocoP. de db. Goth. II 14. PavL. pIac. de gest. Langobard. I 19, in rer. Ital. scriptt. del MURATORI, t. I, -pp. 415-416. Cf PTOLEM. geogr. II 11. 4 STRAB. geogr. VII 1, 3-4 (C. 290-292), pp. 398-401, ed. M. CLAVDIAN. de IV cons. Hon. 451. GRrEGOR. TvRENS. II 9. 5 ProLem. geoyr. II 11. Un antico trad, di Tolomeo li disse vi BO nome: ‘porro de Anglis, hoc est de illa patria quae Angulus (per altri, Anglia) dicitur.’ ! L'angolo sarebbe il territorio che si estende da Flensburg sino all’ Eider, a sud-ovest dello Schleswig. * III. Le prime e sicure tracce della Germ. appariscono nel sec. IX, in un libro intitolato franslatio S. Alexandri?, che fu cominciato da Rudolf, monaco del monastero di Fulda, nell’a. 863, e, per la morte di costui avvenuta nell’ 865, continuato e portato a fine da un altro monaco dello stesso monastero, Meginhard. Rudolf, trattando, nelle prime pagine del suo lavoro, dei costumi dei Sassoni, riproduce alla lettera diversi luoghi dei cc. 4, 9, 10, 11 della Germ., rendendone alcune espressioni più adatte al gusto letterario de’ suoi tempi; ma non nomina mai l’autore del libro. Valgano i sgg. confronti, nei quali sono trascritte in corsivo ‘ Sueui Angili, qui magis orientales sunt quam Longobardi '; Col. Agrip. 1584, p. 27, col. 1°. 1 Ven. BEDA, hist. gent. Angl. I 15, col. 11, t. III, ed. c. 2 Si noti eziandio che il ven. Beda dovette attingere le notizie sui ‘Saxones’, dei quali fa cenno nel l. c., non soltanto alla geogr. di Tolomeo, ma anche ad altri fonti, p. es. AMM. Marc. r. g. XXVI 4,5. XXVII 8, 5. XXVIII 2, 12; 5, 1e4. XXX 7, 8. PacaT. DREPAN. pan. Theodos. Aug. 5; in BAEHRENS, X// pan. Lat. XII, p. 275. Oros. hist. adu. pag. VII 25, 3; 32, 10. IORDAN. de or. act. Get. 36, p. 43, ed. H. 3 Pubbl. nei monum. Germ. historica, t. II, p. 675 sgg., ed. Pertz. 4 Il RITTER, Op. c., praef. p. XVI, n., dimostra evidente l’errore in cui incorsero il Massmano, op. c., p. 224 sgg. e il Haupt (comm. Germ.) di attribuire a Meginhard quella parte della transl. S. Alex, che era stata scritta da Rudolf, le parole e parti di parole della Germ. identicamente ripetute nella dransl. S. Alexandri: Rudolf: ‘nec facile ullis aliarum gentium... conubiis infecti, propriam et sinceram et tantum sui similem gentem facere conati sunt. unde habitus quoque... corporum...in tanto hominum numero, idem pene omnibus’: cf. Germ. 4, Rudolf: ‘marime Mercurium venerabantur, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare consueuerant. Deos suos neque templis includere neque ullae humani oris speciei adsimilare ex magnitudine... caelestium arbitrati sunt: lucos ae nemora consecrantes deorumque nominibus appellantes secretum illud sola reuerentia contemplabantur’: cf. Germ. 9. Rudolf: ‘auspicia et sortes quam maxime obseruabani : sortium consuetudo simplex erat. uirgam frugiferae arbori decisam in surculos amputabant eosque notis quibusdam discretos super candidam uestem temere ac fortuito spargebant. mox, sî publica consultatio fuit, sacerdos populi, sì priuata, ipse pater familias precatus deos coelumque suspiciens ter singulos tulit, sublatosque secundum inpressam ante notam interpretatus est. sî prohibuerunt, nulla de eadem re ipsa die consultatio : si permissum est, euentuum adhue fides exigebatur. auium uoces uolatusque interrogare proprium gentis illius erat; equorum quoque praesagia ac monitus experiri, hinnitusque ac fremitus obseruare; nec ulli auspicio maior fides, non solum apud plebem, sed etiam apud proceres habebatur. erat el alia obseruatio auspiciorum, qua grauium bellorum euentus explorare solebant: eius quippe gentis, cum qua bellandum fuit, captiuum quoquo modo interceptum cum electo popularium suorum, patriis quemque armis, committere et uictoriam huius uel illius pro iudicio habere ’: cf. Germ. 10. Rudolf: ‘quomodo autem certis diebus, cum aut inchoatur luna aut impletur, agendis rebus auspicatissimum initium crediderint...... praetereo ’: cf. Germ. 1l. Si osservano anche tracce della Germ.in più luoghi di Adamo di Brema, scrittore del sec. XI: in essi si PES gra fa menzione della ‘Sueonia” e dei ‘ Sueones ’;! ed è noto che in nessuno scritto, greco o latino, lasciatoci dall’antichità classica, e anteriore alla Germ. (c. 44), si fa parola dei ‘ Suiones ’, abitatori della penisola scandinava o della parte orientale di essa. ? Iordanis menziona la ‘ gens Suethans” e i ‘ Suethidi, cogniti in hac gente reliquis corpore eminentiores 7.3 Ma Adamo di Brema dovette ricavare dalla trans. S. Alex., non dalla Germ. direttamente, quelle poche frasi del suo lib. V, le quali sono consimili ad alcune frasi che si leggono nei ce. 4, 9, 10, 11 della Germ. Lo stesso può dirsi del chronicon Vraugiense del sec. XII, per quelle espressioni che paiono imitate dalla Germ. e, invece, furono desunte dalla stessa Zransl. S. Alex. 4 Il Cornelius, nel suo pregevole studio sulle vicende delle opere tacitiane nel medio evo, ha creduto affermare che in un luogo della vita Mathildis di Donizone (nel qual luogo si nota la facilità biasimevole, con cui i Germani ingaggiavano delle risse cruente, massime se eccitati da troppe bevande spiritose) si ripete l’ osservazione del c. 22 della Germ.: ‘crebrae, ut inter uinolentos, rixae raro conuiciis, saepius caede et uulneribus transiguntur ’. Ma il confronto appare inverisimile, perchè Donizone, piuttosto che riferirsi ad una cattiva usanza osservata dall’ autore della Germ., in 1 Descriptio insularum Aquilonis 21 (c. 230), in Micene, Patrolog. curs., t. CXLVI, col. 637; 27 (c. 235), col. 644; 26 (c. 234), col. 642. ? R. KEySER, Norges historie, Kristiania 1865, vol. I, p. 34 sg. 3 IORDAN. de or. act. Get. 3, 40; 3, 55, p.5 H. 4 V. il confronto dimostrativo fatto dal Massmann, op. c., Anhang tende dar notizia della facilità con cui a’ suoi tempi si veniva a risse sanguinose per causa dell’ubbriachezza. * Del resto, trattasi di un’ usanza, che osserviamo tutto dì nelle classi sociali che più difettano di coltura e si abbandonano al vizio dell’ ubbriachezza : molto più doveva ciò avvenire tra genti barbare, e nei tempi descritti da Donizone. * Dalle osservazioni premesse ci è dato concludere che, sino all’età del Rinascimento, sparutissime sono le tracce della Germ. nella tradizione degli scrittori: non mai Tacito venne indicato quale autore della Germ. 1 MANITIUS, Beitrige c., p. 566. RAMORINO, disc. c, pp. 91-92, nota 40. ? Tacito avvertiva: ‘nec facilem inter temulehtos consensum’ (Aist. I 26, 6) ‘ uinolentiam ac libidines, grata barbaris Il primo degli umanisti, che abbia fatto menzione della scoperta di un libro intitolato de origine et situ Germanorum, fu Antonio Beccadelli, detto il Panormita, il quale, in una lettera diretta al Guarini veronese, scriveva: ‘ compertus est Cor. Tacitus de origine et situ Germanorum. Item eiusdem liber de uita lulii Agricolae isque incipit: clarorum wirorum facta ceteraue. Quinetiam Sex. Iulii Frontonis liber de aquaeductibus qui in urbem Romam inducuntur; et est litteris aureis transcriptus. Item eiusdem Frontonis liber alter, qui in hunc modum iniciatur : cum omnis res ab imperatore delegata mentionem exrigat et cetera. Et inuentus est quidam dialogus de oratore et est, ut coniectamus, Cor. Taciti, atque is ita incipit: saepe ex me requirunt et cetera. Inter quos et liber Suetonii Tranquilli repertus de grammaticis et rbetoribus : huic initium est: grammatica Romae. Hi et innumerabiles alii qui in manibus uersantur, et praeterea alii fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt; ii uero omnes, qui ob hominum ignauiam in desuetudinem abierant ibique sunt, cuidam mihi coniunctissimo ii dimittentur propediem , ab illo autem ad me proxime et de repente; tu secundo proximus eris, qui renatos sane illustrissimos habiturus sis ’.! Alla lettera si assegna la data dell’ aprile 1426. Con la stessa lettera si può ben mettere in confronto una epistola scritta dal 1 Studi ital. di filol. class. VII, p. 125. E Poggio al Niccoli, in data del 3 novembre dell’anno precedente. ! Il Poggio gli annunziava : ‘ quidam monachus amicus meus ex quodam monasterio Germaniae, qui 0lim a nobis recessit, ad me misit litteras, quas nudius quartus accepi; per quas scribit se reperisse aliqua uolumina de nostris, quae permutare uellet cum Nowuella Ioannis Andreae, uel tum Speculo, tum Additionibus, et nomina librorum mittit interclusa .. Inter ea uolumina est Iulius Frontinus et aliqua opera Corn. Tac. nobis ignota. Videbis inuentarium, et quaeres illa uolumina legalia, si reperiri poterunt commodo’ pretio. Libri ponentur in Nurimberga, quo et deferri debent Speculum et Additiones, et exinde magna est facultas libros aduehendi. Vt uidebis per inuentarium, haec est particula quaedam, nam multi alii restant ; scribit enim in hunce modum: « sicuti mihi supplicastis de notando poetas, ut ex his eligeretis qui uobis placerent, inueni multos e quibus collegi aliquos, quos in cedula hac inclusa reperietis La lettera del Panormita e quella del Poggio convergono nella notizia della stessa scoperta, che il primo accenna con particolari minuti, mentre il secondo, tranne per le determinazioni concernenti Frontino e Tacito, si rimette all’ inventario; e convergono anche nella notizia, che nel luogo della scoperta degli autori mentovati abbondavano libri antichi, parte già in uso e parte ancora ignoti. ® La notizia al Poggio provenne dal mo 1 La data del 1425 è segnata nell’ ed. Tonelli dell’ epistol. del Poggio, Firenze 1832. ? Panorm.: “hi et innumerabiles alii quiin manibus uersantur, et praeterea alii fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt’. Pogg. :‘ haec est particula quaedam, nam multi haco che, appresso, è detto ‘ Hersfeldensis ° !; ma donde provenne la notizia al Panormita? quale inventario o nota di libri gli fudato di osservare, per indicare poi con tanta precisione il principio dell’ Agr., dei libri di Frontino, del dialogo de oratoribus e del libro di Suetonio de gramm. et rhetoribus? Egli fa cenno di un suo ‘ coniunctissimus ’, al quale sarebbero stati mandati i libri ‘ propediem ’, e da questo a lui ‘proxime et de repente ’. Perciò o il monaco hersfeldese, oltre all’avere iniziato delle trattative col Poggio, trattò anche dello scambio dei codd. del suo monastero coi libri che desiderava, con qualche umanista amico del Panormita; ovvero il Panormita attinse la notizia, che egli comunica al Guarini, direttamente dal Poggio, tanto più che allora egli era in sì buoni rapporti di amicizia col Poggio da mandargli, per mezzo del suo discepolo ed amico Giovanni Lamola, l’Ermafrodito, e ricevere da lui delle magnifiche lodi ® insieme con l’ avvertimento (non bene accolto) di scegliere argomenti più serii per i suoi carmi. alii restant ’; cf. epist. 1. lib. III, del 14 settembre 1426 :‘ quin etiam dedi operam, ut habeam inuentarium cuiusdam uetustissimi monasterii in Germania, ubi est ingens librorum copia’. Queste affermazioni dovettero provenire dalla frase ‘inueni multos’ e. q. s., che si legge in quella parte della lettera del monaco hersfeldese, che è ripetuta dal Poggio. 1 Poem epist. III 12 T. ‘ monachum illum ,Hersfeldensem ’. 2 Poggi epist. ll 40 T.: ‘ laudo igitur doctrinam tuam, iucunditatem carminis, iocos et sales; tibique gratias ago pro portiuncula mea, qui Latinas Musas, quae iamdiu nimium dormierunt, a somno excitas.’ L’ epistola presenta la data 3 aprile 1426, perciò è contemporanea, o forse di pochi giorni anteriore, a quella scritta dal Panormita al Guarini, Così non si può discompagnare la scoperta della Germ., indicata dal Panormita, dalle pratiche iniziate dal Poggio col monaco hersfeldese per aversi, insieme con altri codd., ‘ uolumen illud Corn. Taciti et aliorum, quibus caremus ’.! Son note, dall’ epistolario del Poggio, le vicende di tali pratiche; ® ma si ignora quali possano essere stati i risultamenti finali di esse. Si sa tuttavia con quale pertinacia insistessero i cercatori di opere classiche nell’ età del Rinascimento, e in ispecial modo il Poggio e il Niccoli; talchè non è improbabile che alla fine il monaco hersfeldese, dopo il vivo rimprovero che gli inflisse il Poggio e la minaccia di non ottenere nulla, venuto meno il favore del Poggio medesimo, quanto alla lite che a nome del suo monastero da più anni sosteneva dinanzi alla Curia, 3 si fosse indotto a portargli il cod. promesso. * Nè fa meraviglia che il Poggio, avuto il cod., ne abbia conservato assoluto silenzio nell’ interesse suo, sia a vantaggio dei 4 Poca epist. III 12 T. Il Voret (trad. VALBUSA, II 4, vol. I, P. 254) vorrebbe farla risalire alla scoperta fatta, nel 1422 in Germania, da Bartolomeo Capra, arcivescovo di Milano; e del parere del Voigt è il SABBADINI (v. Studi ital. di filolog. class. VII, p. 128 sg.). Ma danno motivo a dubitare di ciò) le osservazioni fatte dal Poggio, in riguardo a tale scoperta, nella lettera al Niccoli, del 10 giugno 1422 (epist. I 21). ? Pocair epist. III 12; 13; 14; 19; 29. 3 Pogcir epist. III 29 T. (26 febbr. 1429): ‘ monachus Hersfeldensis uenit absque libro; multumque est a me increpatus ob eam causam: asseuerauit se cito rediturum, nam litigat nomine monasterii, et portaturum librum. Rogauit me multa: dixi me nil facturum, risi librum haberemus; ideo spero ot illum nos habituros, quia eget fauore nostro”. 4 VOIGT-VALBUSA, op. c., II 4, vol. I, pp. 255-256. REN no suoi negozi librari, sia a causa delle vie tortuose e non sempre legittime allora seguite per venire in possesso di codd. preziosi. Egli stesso dichiara al Niccoli, in occasione che questi gli aveva prestato l’ esemplare allora noto di Tacito (oggi cod. Medic. II): ‘ Cornelium Tacitum, cum uenerit, obseruabo penes me occulte. Scie enim ommem illam cantilenam, et unde exierit, et per quem, et quis eum sibi uindicet, sed nil dubites, non exibit a me ne uerbo quidem.’ ! Nè osta il giudizio espresso dal Poggio, nella lettera del 17 maggio 1427, sull’ inventario portato dal monaco di Hersfeld,® cioè che questo inventario era ‘ plenum uerbis, re uacuum ’, e che nella parte del medesimo inventario, mandata al Niccoli, concernente Tacito ed altri scrittori, vi fossero ‘ res quaedam paruulae, non satis magno... aestimandae ’ ; onde egli era caduto ‘ ex maxima spe, quam conceperat ex uerbis suis.’ Perciocchè, se in realtà fosse stato di sì poca importanza e di sì minimo pregio il cod. promesso, per qual motivo avrebbe il Poggio tanto insistito per averne il possesso, come egli attesta nelle due lettere che scrisse poi al Niccoli, l’ una del 31 maggio 1427 e l’altra del 26 febbraio 1429? ® Anzi, nella prima delle due lettere citate, dichiara espressa mente di aver meglio che per altri. codd. provveduto ‘ al modo di aversi il ‘ uolumen ’ di Cornelio Tacito, ‘ quo maxime indigemus, id quidem imprimis est, quod uolo: 1 Poee epist. III 14 T. (27 settem. 1427). In conferma del silenzio che tenevasi sui risultamenti delle investigazioni e delle pratiche iniziate con mercatanti di codd. e con monasteri, v. l’epist. II 1. 2 Poca epist. III 12 T. 8 Pogeli epist. III 13; 29, in fine, T. POR; E quin mandaui isti monacho, ut uel ipse secum deferret, nam credit se rediturum brevi, uel per alium monachum curaret deferendum : alios (sc. libros) iussi portari Nurimbergam, hunc uero Romam proficisci recta uia, et ita se facturum recepit ’. Il Poggio aveva osservato, nell’ inventario presentatogli dal monaco hersfeldese, dei libri classici che erano ormai acquisiti alla repubblica letteraria ; e ne traeva argomento per mostrare l’ ignoranza del frate che, credendo nuovo per tutti quello che esso frate non sapeva, aveva infarcito l’ inventario di libri già noti, ‘qui sunt iidem (soggiunge il Poggio al Niccoli ') de quibus alias cognouisti’. Probabilmente il Poggio dovette vedere anche indicato nell’inventario del monaco hersfeldese quel tanto che già conoscevasi delle Rist. e degli ann. di Tacito, e che egli stesso aveva avuto occasione di leggere nell’esemplare, scritto ‘ litteris antiquis ’, che si apparteneva a Coluccio Salutati o ad altri, e poi si ebbe 1’ agio di osservare in un altro esemplare ( oggi cod. Medic. II ) , scritto ‘ litteris Longobardis ’, prestatogli dal Niccoli ? ed a questo restituito per mezzo di Bartolomeo de’ Bardi. * Perciò egli nutrì la speranza di venire presto in possesso anche di qualcuno dei primi libri degli annali, che forse nell’inventario erano adombrati con qualche indicazione diversa da quella data comunemente per il codice già noto; ovvero nella presunzione che il frate, ignorante di studi umanistici, non avesse saputo determinare con chiarezza il cod.posseduto, 1 Poco epist. III 12 T. ? Pogau epist. III 15 T. (21 ottobre 1427). 3 V. il poscritto della lettera del Poggio al Niccoli, in data del 5 giugno 1428 (III 17 T.) I e da ciòla possibilità che questo cod. per avventura contenesse altre parti non note dell’opera tacitiana; ovvero per qualsivoglia altra ragione che a noi non è dato investigare. In tal modo può avere una spiegazione plausibile l’insistenza del Poggio nel pretendere dal frate la consegna del ‘ uolumen Taciti ’, non ostante che prima, dato uno sguardo superficiale all’ inventario , fosse rimasto disingannato di quanto aveva sperato, e perciò avesse sì poco pregiato i libri indicati e avesse notato di trattarsi di ‘ res quaedam paruulae , non satis magno aestimandae’; chè, ‘si quid egregium fuisset ’, serive egli al Niccoli, ‘ aut dignum Minerua nostra, non solum scripsissem, sed ipse aduolassem, ut significarem ’.! Ed a rinnovellare le speranze venute meno nell’animo del Poggio avrà certamente contribuito il discorso fattogli da Niccolò da Treviri, uomo dotto ‘ et, ut uwidetur, minime uerbosus aut fallax ’, intorno ad un libro di Plinio sulle guerre germaniche. * In questo libro pliniano il Poggio dovette subodorare i primi libri degli annales, perchè, come bene avverte il Voigt, questi « non portavano più verun nome d’ autore »;? e però, mentre da un canto iniziava, sebbene con una certa dubbiezza, delle pratiche col Trevirese per aversi il cod. 1 Poggi epist. III 12 T. 2 Poca epist. III 12 T. (17 maggio 1427): ‘ de historia Plinii cum multa interrogarem Nicolaum hune Treuerensem, addidit ad ea quae mihi d.xerat, se habere uolumen historiarum Plinii satis magnum; tunc cum dicerem, uideretne esse /istoria naturalis, respondit se hunc quoque librum uidisse legisseque, sed non esse illum, de quo loqueretur; in hoc enim bella Germanica contineri '. 3 VoIGT-VALBUSA, Op. c., II 4, vol, I, p. 252. rm BI pliniano, ! dall’altro canto, per meglio riuscire nel suo intento, onorifico e al tempo stesso lucroso, è possibile che abbia sollecitato anche il monaco hersfeldese per lo stesso cod. pliniano, in cui, come si è detto, credeva di potere rinvenire i libri perduti degli ann.; ma di questa seconda pratica nulla scriveva in particolare al Niccoli, a cui soltanto prometteva, protestando la sua sincerità , di dire a suo tempo quanto potesse interessarlo ?. Le pratiche col Trevirese nel primo periodo non dovettero approdare a nulla, poichè costui, trattato malamente dalla Curia, se ne era allontanato sì malcontento da non volerne sentire più di libri o di altro; 3 onde il Poggio si propose di mandare qualcuno in Germania, che curasse di portargli i libri desiderati, 4 1 PocaIr epist. III 12 T.‘adhuc neque despero, neque confido uerbis suis (sc. Nicolai Treuerensis) litterae sunt a quodam socio suo, cui librorum mittendorum curam delegauit, se misisse libros Francofordiam, ut exinde Venetias deferrentur ’. Notisi quanto mistero in quei negoziati, forse per non suscitare i sospetti degli amministratori dei monasteri, dai quali venivano esportati, probabilmente per vie illecite, quei codd. preziosi. Era forse ad Augsburg o a Dortmund il luogo in cui conservavasi il cod, pliniano dei bella Germaniae (cf. MaAssMANN, Op. c., p. 179), ovvero nella stessa Frankfurt a/M? Hersfeld non è molto distante da questa città. 2 Pogcit epist. III 12 T. ‘ hie monachus eget pecunia: ingressus sum sermonem subueniendi sibi, dummodo ...... et nonnulla alia opera quae, quamuis ea. habeamus, tamen non sunt negligenda, dentur mihi pro his pecuniis haec tracto; nescio quid concludam: omnia tamen a me scies postea. 3 PogaIr epist. III 13 T. (31 maggio 1427): cf. epist. III 14 (27 settembre 1427). 4 Pool epist. III 13 T. ‘ ego solus uolui aliquem mittere in ns BA: n Ma dopo non guari Niccolò da Treviri riapparve nel movimento del commercio librario :! nessun vantaggio ebbe a ricavare il Poggio dal ritorno del Trevirese, in quanto al codice pliniano delle guerre germaniche e, fors° anche, in quanto ai libri di Tacito non ancora noti? Certo non viè documento, apparso fin oggi, che ci dia in proposito notizie precise. Ma il Voigt bene avverte non essere probabile che il Poggio ed il Niccoli vi avessero rinunziato, e « quel silenzio non sì spiegherebbe meno, se il codice fosse venuto in Italia per vie segrete ». ? Intorno ai risultamenti definitivi delle pratiche a lungo continuate tra il Poggio e il monaco hersfeldese, non è improbabile la congettura del Voigt, che e per le vive insistenze del Poggio stesso e per l’ efficacia indubitata del danaro mediceo, alla fine il codice (* uolumen illud Corn. Taciti et aliorum, quibus caremus’ ) sia stato portato a Roma o a Firenze; « diversamente, soggiunge il Voigt, quegli amici umanisti non si sarebbero dati più pace. Ma le vie difficili e tortuose, con cui si giunse ad averlo, spiegano abbastanza, perchè il libro sia stato tenuto nascosto per una intera generazione, dissimulandone il possesso, come quello delle due parti degli annali ».* Or, si conserva un cod. su cui si modellò la ‘ ed. princ. ’? stampata a Venezia, probabilmente da Vindelin da Spira, verso il 1469 o il Germaniam, qui curaret libros huc afferri: sed nolunt qui nolle possunt, et deberent uelle”. 1 PoccI epist. III 29 (26 febbraio di e IV 4 T. (27 dicembre 1428). 2 VoIGT-VALBUSA, Op. c., Il 4, vol. I, p. 252. 3 VoIGT-VALBUSA, Op. c., II 4, vol. I, p. 256. i È 1470: esso contiene gli. ultimi libri degli ann. uniti, mediante numerazione successiva, coi libri che restano delle Rist. ?, poi la Germ. e il dial. ; è il cod. Vindobonensis del sec. XV, di scrittura bella ma non accurata, che a Mattia Corvino, re di Ungheria, provenne, senza dubbio, da Firenze.? Il cod. Vindobon. porta la data del 1466, perciò è posteriore alla morte del Poggio‘: non putrebbe, per tanto, essere stato una copia, fatta con poca diligenza da qualcuno degli scribi del Poggio, sul cod. primitivo o sur un apografo, venuto a Roma o a Firenze, di provenienza hersfeldese? « Non è punto provato, avverte il Ramorino, che tutti i Taciti diffusisi nel 400 provenissero dal secondo Mediceo ».° Sicchè, se la nostra congettura, avvalorata dalle ricerche precedenti e non contrastata da alcun documento, è attendibile, non è forse da ammettersi che il frate hersfeldese, ottemperando alle pressanti richieste del Poggio, abbia aggiunto, 1 Seguo l'opinione del Massmann, op. c., p. 23, accolta dg Carlo Castellani, il quale, in una nota segnata sulla copertina dell'esemplare che conservasi nella bibl. V. E. di Roma, attribuisce la ‘ princeps’ a Vindelin da Spira. Vedi’ introd. all’ ed. delle opp. di Tac. fatta dal Jacob, 1885, vol. I, p. XXXV.. ? Ma delle hist. mancano gli ultimi tre capp. del lib. V, cioè 24, 25, 26 e circa metà del c. 23: si giunge sino alle parole ‘nauium magnitudine potiorem * (V 23), come nel cod. Vatic. 1863. 3 Il Massmann, il Michaelis ed altri edd. di Tac. fanno menzione del cod. Vindobon.: di proposito ne tratta il HimER, in Zeitschrift fur die bsterr. Gymn. 1878, p. 801. 4 Il Poggio mori il 30-X del 1459: v. i fonti di questa data nell’ opusc. di G. A. CESAREO, un bibliofilo del quattrocento, p. 5, 2.à eol., nota 2 (estratto dalla riv. Natura ed arte, a. I, 1891-92). 5 RAMORINO, disc. c., p. 96, nota 49. CONSOLI: L’ autore della Germania. 5 ASTRA ca Bi probabilmente in copia, al ‘ uolumen Corn. Taciti * una parte, l’introduzione forse, insomma quel che aveva potuto avere, del cod. pliniano delle guerre germaniche, nel quale il Poggio si aspettava di rintracciare i primi libri degli ann. tacitiani? Ne sarebbe così derivata, o per preconcetto del Poggio o per interessata annuenza del frate tedesco o di altri (non escluso Niccolò da Treviri) alle esigenti aspettative del Poggio, la intitolazione a Tacito di una parte dei Germanica bella di Plinio Secondo. Se, dunque, si ammette che fonte del cod. Vindobon. sia stato il cod. o l’apografo venuto dalla Germania per i lunghi e pertinaci maneggi del Poggio, e tenuto per qualche tempo accuratamente nascosto in Firenze, si spiega agevolmente il perchè fossero noti in Italia la Germ. e il dial. prima ancora che si avesse notizia dei codd. portati, sul declinare del 1455, da Enoch d’Ascoli.! 1 Nella bibl. di Cesena si conserva un ms. della Germ., che, secondo il cat. del Muccioli, appartiene forse al sec. XIV. Tale indicazione apparve inesatta al LEHNERDT (Enoche v. Ascoli und die Germania des T.s, in Hermes, vol. XXXIII, fasc. 3°, p. 504), perchè nel ms. è disegnato lo scudo e il nome di Malat[esta] N[ouellus], vicario apostolico di Cesena e fondatore di quella bibl., morto nel 1465. Veramente la data del sec. XIV è da reputarsi molto anteriore alla vera: ma non poteva il ms. essere stato copiato sur un cod. o un apografo anteriore alla divulgazione dei libri portati da Enoch in Italia? non era forse Malat. Novello in vita ed in grande autorità prima del 1455? Un altro ms, della Germ., più corretto del precedente, è incluso nel cod. segnato D IV 112, che si conserva nella bibl. Gambalunga di Rimini; porta la data del 1426, secondo il cat. del prof. Attilio Tambellini (v. G. MAZZATINTI, inventari dei mss. delle biblioteche d' Italia, Forlì 1892, vol. IL, p. 165, n.° 23), la 607 II. Per altra via, qualche tempo dopo, gli umanisti del ‘400 ebbero di nuovo notizia della Germ. : se ne ascrive il merito ad Enoch di Ascoli. ! Era questi un mediocre erudito, ? che aveva passato alcuni anni in Firenze, prima quale maestro dei figli di Cosimo de’ Medici, e poi con l’ ufficio di ripetitore nella famiglia de’ Bardi; indi insegnò belle lettere in Ascoli e in Perugia. Sia per rapporti personali che egli aveva col papa, sia per autorevoli lettere commendatizie concesse da Cosimo de’ Medici, a cui era stato prima raccomandato dal dotto Ambrogio Traversari, generale dell’ ordine dei Camaldolesi$ fu prescelto da Niccolò V per fare delle ricerche di codd., specialmente delle deche perdute di T. Livio, nelle biblioteche delle chiese quale data il LEHNERDT (I. c., p. 505) e R. RETZENSTEIN (zur Texrtgeschichte der Germania, in Philologus vol. LVII (n. s. XI), fasc. 2°, p. 367 sg.) ritardano giustamente sino al 1476; tanto più che chi scrisse l’apografo, certo Rainerius Maschius da Rimini, dichiara di averlo scritto allorchè ‘ dicebatur oratores imperatoris et regis Gallorum et aliorum ultramontanorum uenire ad oranlum Sixtum IIII pontificem'; perciò dopo il 1471, anno in cui fu assunto alla tiara Sisto IV della Rovere. 4 Per i funti delle notizie intorno ad Enoch d'Ascoli, v. ALFREDo REUMONT, aneddoti storico-letterari, in Archivio storico italiano, serie III, t. XX (1874), pp. 188-189. VOIGT-VALBUSA, OP. C., vol. II, pp. 192-194. 2 Si deve riconoscere un encomiv esagerato in quel che scrisse di lui Gius. LENTO, clarorum Asculanorum praeclara facinora, Romae 1622, p 37: ‘ Enochus, sapienti et altiore mente praeditus, omnem mouere lapidem, donec res (cioè, la scoperta di codd. antichi) prospere scilicet cesserit. quam ob rem non solum nutantes litteras Latinas confirmauit, uerum Graecam facundiam tuendo melius propagauit latius.' 3 A. TRAVERSARII epist., p. 335, ed. Mehus. 6R e dei chiostri dell’ Europa settentrionale. Enoch partì per il suo viaggio di esplorazioni letterarie nella primavera del 1451 : visitò l’ isola di Seeland, e di là scrisse una comunicazione a Leon Battista Alberti.! Poi non diede più notizie di sè,” salvo quelle accennate dal Poggio in una lettera, con la frase sarcastica: ‘ Enoch Esculanus, qui adeo diligens fuit, ut nihil iam biennio inuenerit dignum etiam indocti hominis lectione ’.8 Probabilmente, se si accoglie la testimonianza del Filelfo,* Enoch penetrò nella penisola scandinava. Non si ha alcuna notizia intorno alla via del ritorno: è possibile che abbia percorso, per fare ritorno in patria, la Germania e vi abbia fatto delle indagini per iscoprire dei codici. Si conserva ancora nell'archivio di Kònigsberg il breve, con cui Niccolò V raccomandava al gran maestro dell’ Ordine teutonico, Ludwig von Erlichshausen, il ‘ dilectum filium Enoch Esculanum qui diuersa loca et monasteria inquirat, si quis ex ipsis deperditis apud uos libris reperiretur ’.5 Ma non è provato da alcun 1 GrroL. MANCINI, vila di L. B. Alberti, Firenze i882, p. 328 sg. 2 Onde il Poggio ironicamente scriveva: ‘ ille enim Enoch adeo solers et diligens fuit, ut ne uerbum quidem ad me adhuc scripserit’; epist. X 17 T. (22 gennaio 1452 [1453]). 3 Poca epist. IX 12: la lettera non porta data; è probabile che sia stata scritta nel 1453. 4 Nella lettera del Filelfo a Callisto III, del 19 febbr. 1456, (epist. Ven. 1502) si legge: ‘is enim Enochus in Daciam (/. Daniam) usque profectus est, et, ut referunt aliqui, in Candauiam (. Scandinauiam) usque, quae quam longissime ultra reliquas omnes insulas, de quibus exstet memoria apud priscos rerum scriptores, posita est in mari oceano e regione Germaniae ad septentrionem ’. 5 VOIGT-VALBUSA, Op. c., V ©, vol, II, p. 193, lm documento, che Enoch sia stato in Hersfeld ed abbia fatto delle ricerche in qualche monastero di quella città. E, del resto, a qual fine visitare i monasteri di Hersfeld, per i quali egli avrebbe « senza dubbio ricevuto istruzioni esatte da Poggio »,' se il monaco tedesco, con cui ebbe a trattare il Poggio per il‘ uolumen illud Corn. Taciti et aliorum ’, era, è vero, « nativo di Hersfeld », ma « stava nel convento di Niirnberg, e andava e tornava spesso da Roma per interessi del monastero »,° cioè del monastero norimberghese ? In ogni caso, non sarebbe una congettura priva di fondamento, che Enoch, nel suo viaggio di ritorno, avesse visitato qualcuno dei monasteri di Nirnberg, secondo le possibili istruzioni dategli dal Poggio. Enoch ritornò a Roma sul declinare del 1455, 5 portando seco alcuni codici ; ma non vi trovò liete accoglienze, come egli sperava, perchè Niccolò V, suo protettore, era morto, e il nuovo papa Callisto III non mostravasi benevolo verso gli umanisti e le loro ricerche letterarie. Aggiungasi che gli eruditi, tanto a Roma quanto a Firenze, non mostravano benevolenza per lo Ascolano, poichè questi si era deciso a non concedere copia alcuna de’ suoi codd., prima che fosse stato. degnamente rimunerato delle sue fatiche. Scriveva, infatti, 1 Studi ital. di filol. class. vol. VII, p. 130. ? Studi ital. di filol. class. vol. VII, p. 128. 8 « Forse nel novembre », aggiunse VITTORIO Rossi nella nota: l'indole e gli studi di Giovanni di Cosimo de’ Medici, notizie e documenti; pubblicata nei Rendiconti della R. Accad. dei Lincei, classe di scienze morali, storiche e filologiche : es= tratto dal vol. II, fasc. 19, Roma 1893. A p. 34 sg., n. 4, lo dimostra ampiamente, A] Je Carlo de’ Medici, protonotario apostolico , al fratello Giovanni: « sì che vedete se volete gettare via tanti danari per cose, che la lingua latina può molto bene fare senza esse, che a dirvi l’oppenione di molti dotti uomini, che gli anno visti, da questi quattro infuori che sono segnati con questo segno x, tutto il resto non vale una frulla ».'! Ciò non ostante Carlo de’ Medici mandò al fratello, insieme con la lettera cit., l’inventario dei codd. portati da Enocb. Su questo inventario si deter-. minò meglio l’opinione punto benevola che i dotti fiorentini si erano formata per lo scopritore : di essa si rese interprete Vespasiano da Bisticci che, per ispiegare quel che tenevasi cattivo risultamento del viaggio fatto da Enoch per investigazioni letterarie , scriveva nella sua biografia del « maraviglioso grammatico » : « istimo che procedesse per non avere universale notizia di tutti gli scrittori, e quegli che erano e quegli che non si trovavano ». # Or, come mai si può conciliare tanta noncuranza , non diciamo dispregio , per i codd. scoperti dall’ Ascolano, se tra questi era compreso quel codice hersfeldese, o meglio norimberghese, per il cui possesso si era sì lungo tempo e con tanta persistenza affaticato il Poggio, d’ accordo col Niccoli ? Non è lecito forse da questa contraddizione argomentare che il cod., che si vuol dire hersfeldese, fosse probabilmente venuto prima in possesso del Poggio? 3 Sarebbesi questi mo 1 GAxE, carteggio I, p. 163 sg. Vitt. Rossi, opusc. c., II, p. 27. La lettera del Medici porta la data del 13 marzo 1456, st. com.; 1455, st. fior. ? VESPASIANO, vile d'uomini illustri del sec. XV, ed. Bartoli, p. 511. 8 Volet-VALBUSA, Op. c., V 5, vol, II, p. 194, nota 2: suppone si strato così indifferente per le scoperte di Enoch, e avrebbe con la sua indifferenza provocato quel giudizio sì freddo e altezzoso della scuola umanistica fiorentina, sulla quale’ valeva molto la sua grande autorità, se non avesse posseduto prima del ritorno di Enoch, avendolo in un modo qualsiasi ottenuto, un esemplare del cod. che per lunghi anni aveva così vivamente ambito ? III. Enoch, disingannato per la fredda accoglienza avuta e dai dotti umanisti e dai principi mecenati , si ritirò ad Ascoli, dove poco dopo mori. Quand’ egli si ricoverò nella sua città nativa, dovette portare seco i codici che, per la forte remunerazione che si aspettava di duecento o trecento fiorini, non aveva potuto trovare occasione di cedere ad alcuno; e che egli avesse. con sè i detti codici prima di morire, c’ induce ad ammetterlo una lettera del protonotario apostolico Carlo de’ Medici, del 10 dicembre 1457, nella quale questi serive al fratello Giovanni che, avuta notizia della morte di Enoch , sì era affrettato a scrivere a Stefano de’ Nardini, da Forlì, allora « governatore di tutta la Marca », per pregarlo di mandargli, se non gli originali, almeno le copie dei codici dell’ Ascolano. ! Non si ha alcuna notizia certa intorno alle persone che vennero in possesso dei codici portati da Enoch. Quando questi giunse a Roma, dopo la sua lunga peregrinazione per i paesi nordici, dovette certamente, oltre al presentare degli elenchi dei libri scoperti, permettere anche di osservare i libri stessi; ma non permise a nes che nell’ elenco di Enoch non fossero stati inclusi gli scritti di Tacito e di Suetonio. 1 Vitt. Rossi, opusc. c., VIII, p. 30. naz suno di trarne copia, prima che gli si fosse data una degna remunerazione per la scoperta fatta.! Perciò, finchè egli fu in vita, i codici che aveva scoperti rimasero in suo potere. Aveva tentato, è vero, confortato forse dalle esortazioni dell’ Aurispa *, di offrirli a re Alfonso; ma il risultamento delle nuove pratiche non dovette essere conforme ai desideri di Enoch. Non è però improbabile che, dopo la morte di Enoch, i codici di lui siano passati, mediante gli abili maneggi di Carlo de’ Medici e la cooperazione di Stefano de’ Nardini, nella biblioteca di Giovanni di Cosimo de’ Medici , e perciò a servizio degli umanisti fiorentini. Un’ allusione a ciò pare di 1 Carlo de’ Medici scriveva al fratello Giovanni, in data del 13 marzo 1456 (1455, st. fior.): « Lui (Enoch) per insino a qui non ha voluto farne copia a persona, imperò dice non vuole avere durate fatiche per altri, e non delibera darne copia alcuna, se prima da qualche grande maestro non è remunerato degnamente, ed ha oppenione d’averne almanco 200 o 300 fiorini ». GAYE, Op. c., I, p. 163. Vitt. Rossi, opuse. c., p. 27. Sino al dicembre 1457, quando già era ‘avvenuta la morte di Enoch, nè Carlo de’ Medici né il card. di Siena avevano potuto avere gli originali o le copie dei libri nuovi lasciati dal1 Ascolano : v. lett. VIII del 10 dicembre 1457, in Virt. Rossi, opusc. c., pp. 30-31. 2 V. la lettera dell’Aurispa al Panormita, del 28 agosto 1455, in SABBADINI, biogr. documentata di Giovanni Aurispa, Noto 1890, p. 128; e v. la chiusa di un’altra lettera dello stesso Aurispa al Panormita, del 13 dicembre 1455, pubblicata nel cit. libro del Sabbadini, p. 133. Ma la data della prima lettera deve essere portata un po’ più tardi, probabilmente al 1457, come han dimostrato con validi argomenti il CESAREO, opuse. c., I, p. 4, col. 12, e il Rossi, opusc. c., pp. 34-35, nota 4. A RES scorgere in una lettera scritta da Carlo de’ Medici, il 13 gennaio 1458. ! In qual modo pervenne ad averne notizia, e come si ebbe l’agio di farne l’apografo Gioviano Pontano, il quale viveva lontano dai circoli letterari di Roma e di Firenze? Nessun documento ci aiuta, per ora, a determinare una risposta precisa e certa al quesito proposto; e nulla c’ è da spigolare nè da congetturare dalle due note attribuite al Pontano, che si leggono nel cod. Leidens. Perizon. Ma è possibile che nuove ricerche sulle vicende di alcuni codici di fonte (come credesi) pontaniana , i quali si conservano nella biblioteca di Minchen, p. es. il cod. degli Argon. di Val. Flacco , ? e il cod. che contiene il libro Andreae Floci Florentini de Romanorum magistratibus ac sacerdotiis;* e nuove indagini negli archivi di Firenze e di Napoli chiariscano le relazioni che ebbe il Pontano con gli umanisti fiorentini, dai quali probabilmente si ebbe facoltà di prender copia dei codici d’ Enoch, che egli trovava ‘ mendosos et imperfectos.’ Ma le congetture concernenti le relazioni del Pontano con la scuola umanistica fiorentina non tolgono la pos 4 Nella cit. lettera del Medici (v. Rossi, opusc. c., IX, p. 31) si legge: « Per una vostra sono avisato come aveste la lettera mi scrisse m. Stephano de Nardinis supra quelli libri di Enoc; non ho poi altro, ma non dubitate che per essere il primo che gl’abbia,non v’àanno acostare uno denaro di più ». Il Rossi tuttavia resta in dubbio « se quei maneggi sortissero l’effetto desiderato » (pag. 39). 2 Nel cod. Lat. 802 (cod. Victorin. 123) leggesi appunto l' annotazione ‘emit Florentiae Iouianus ’. 3 Nel cod. Lat. 822 (cod. Victorin. 162) c'è la nota ‘ est Iouiani Pontani. Florentiae, MCCCCLXV III ', i sibilità, che egli sia venuto a conoscenza dei codici enochiani, per acquisto che abbia fatto degli stessi la corte di Napoli; sebbene, in tal caso, non ci sarebbe stato altro scopo per trarne copia, che quello di correggerne le mende numerose. Ma nessun documento nè indizio ci aiuta per affermare o congetturare ciò. Fatto certo è che il così detto cod. hersfeldese, quale fu portato da Enoch a Roma, non si conservò in nessuna biblioteca: era scritto su pagine divise in colonne, e per la Germ. presentava (se quanto afferma il Decembrio, è da riferirsi al cod. anzidetto !) la particolarità dell'uso della v. ‘inscientia ? nel cap. 16, 6, invece di ‘inscitia’; mentre, come è noto, nel sec. XV era invalsa generalmente l’ usanza di scrivere le pagine dei libri per intero, senza dividerle in colonne; e in> oltre, in nessun cod. della Germ., finora conservato, osservasi la v. ‘ inscientia ’ nel 1. c. ? IV. Quanto all’ elenco dei libri portati iu Italia da Enoch d’ Ascoli, non abbiamo testimonianze del tutto concordi nè complete. Bartolomeo Platina ne nota due: il de re coquinaria di Celio Apicio e il comm. ad Orazio di Porfirione.* Degli stessi due libri fa menzione Vespasiano da Bisticci. 4 1 Vedi SABBADINI, il ms. hersfeldese etc., in Rio. di filol. e d’i. cl., a. XXIX (1901), p. 262. ? Soltanto il cod. della bibl. Angelica (‘ Augustinorum’ ) Q 5, 12 del 1466, e il cod. Kappianus (K del Massmann) presentano “iusticia’ invece di ‘ inscitia ”. 3 PLATYNAE de uitis max. pont. hist. periocunda, Venet. (Ph. Pincio Mantuano) 1511, fol. 150, 4 VESPASIANO, l. c. Par | pes Il Panormita apprese da Teodoro Gaza che tra le scoperte enochiane erano Apicio e un Caesaris iter;! e l’Aurispa, in una lettera del 13 dicembre 1455, diretta al Panormita, enumera: a) l’Apicio, cui chiama ‘ pauperem coquinarium ’, inferiore nell’arte culinaria alla sua cuoca; b) il Caesaris iter, che ‘ prosa oratione est, non uersu’; c) il commento di Porfirione, che a lui sembra ‘ magis aestimandus quam quicquam aliud ab ipso allatum ?.* Il ‘ quicquam aliud ’ della frase dell’Aurispa può tanto riferirsi ai due libri menzionati prima, Apicio e il Caesaris iter, quanto alle altre novità librarie recate da Enoch, le quali l’Aurispa non credeva degne di essere rammentate; chè non può supporsi che egli le ignorasse, se scriveva al Panormita: ‘eum qui codices hos inuenit et Romam perduxit ad uos mittam cum omnibus musis suis”. Carlo de’ Medici chiedeva a Stefano de’ Nardini che dei codici nuovi lasciati da Enoch, morto ad Ascoli, gli mandasse: « Appicius de re quoquinaria, Porfirione sopra Oratio, Suetonio de uiris illustribus, Itinerarium Augusti ».* Dovevano essere gli stessi quattro libri che avea contrassegnati nella lettera del 13 marzo 1456 a Giovanni de’ Medici; poichè il resto dei libri portati dall’Ascolano non valeva, secondo lui, « una frulla » ‘. 1 Nella lettera del Panormita all'Aurispa (v. SABBADINI, dbiogr. doc. di G. Aurispa, p. 133, n. 1) si legge: ‘ fac tecum deferas Apicium coquinarium et Caesaris « iter », nuperrime, ut refert Theodorus tuus nunciam meus, inuentos Romamque perductos ’. 2 La lettera dell'Aurispa è cit. a p. 72, nota 2.* 8 Di questo incarico dato al Nardini egli scrive al fratello Giovanni, nella lett. del 10 dicembre 1457: v. VITT. Rossi, opusc. c., VIII, pp. 30-31. 4 Vitt, Rossi, opusc, cit., II, p. 27. TR (; pere Talchè ai tre libri che già conosciamo per le testimonianze sopra indicate, bisogna aggiungere, secondo quel che scriveva Carlo de’ Medici, il libro di Suetonio de uiris illustribus (non de grammaticis et rhetoribus). Oltre questi quattro libri, null’ altro sappiamo degli altri libri portati da Enoch.' Nè a riempiere la lacuna può valere la testimonianza, testè data alla luce, di P. C. Decembrio; poichè questi non dice, nè lascia in alcun modo intendere, che i quattro libri segnati nella nota (Germ., Agr., dial. de oratoribus e Suetonio) si debbano comprendere tra le recenti scoperte di Enoch. L’a. 1455 a cui, nella nota del Decembrio, si accompagnano le parole ‘ Cornelii taciti liber reperitur Rome uisus ”, vale a indicare in qual tempo l’autore dello zibaldone ebbe notizia o vide i libri che nota nell’ elenco, non la data della scoperta di Enoch; chè, se intendimento di lui fosse stato accennare in un modo qualsiasi tale data, avrebbe certamente aggiunto qualche parolaanaloga a quelle che si osservano nella nota del cod. Leid. Perizon. ‘ nuper adinuentos et in lucem relatos ab Enoc Asculano ?. : Nulla, per tanto, osta ad ammettere che il Decembrio abbia potuto attingere le notizie che trascrive nel suo zibaldone a tutt’ altra fonte, che non a quella dei co 1 Appare inesatta l’asserzione, che nella lista di Carlo de' Medici sia notata la sola opera di Suetonio « certamente perchè essa nel cod. occupava il primo posto » (v. Studi ital. di filol. class. vol. VII, p. 130, nota 4); perocchè , argomentando da una nota di Pier Candido Decembrio (Riv. di filol. e d'’ i. cl., a. XXIX (1901), fasc. 2°, p. 268) l’opera di Suetonio occupava, invece, nel cod. l'ultimo posto. dici portati da Enoch! : probabilmente le avrà attinto al codice del monaco hersfeldese, in quanto che verso la metà del sec. XV questo cod. doveva essere già pervenuto tra le mani del Poggio. Il Decembrio, come è noto, sin dal 1450 era al servizio della Curia romana. Se, al contrario, si volesse ammettere che il Decembrio fosse stato uno dei primi, anzi risolutamente il primo ?, a vedere il così detto cod. hersfeldese delle opere minori di Tacito, portato in Italia da Enoch, si andrebbe incontro ad un’affermazione indubitata di Carlo de’ Medici, il quale scriveva al fratello: « a dirvi l’oppenione di molti dotti uomini, che gli Anno visti (cioè, i libri portati dall’Ascolano), da questi quattro infuori che sono segnati...., tutto il resto non vale una frulla » :3 e i quattro libri, l'abbiamo osservato sopra, erano Apicio, Porfirione, Suetonio e l’Itinerarium. Sarebbe stato mai possibile che i quattro libri segnati nella nota del Decembrio fossero stati giudicati per « una frulla » da quei dotti uomini, che costituivano, diremo così, il fiore della scuola umanistica romana nel sec. XV ? È da notarsi, inoltre, che il libro di Suetonio, accennato da P. C. Decembrio, ha per titolo de grammati 4 Si noti la differenza tra il tit. della Germ. segnato dal Decembrio (de origine et situ Germaniae) e quello scritto nel cod. Leid. Perizon. (de origine situ moribus ac populis Germanorum), attribuito al Pontano. Se il Decembrio e lo scrittore del cod. cit. avessero attinto la denominazione della Germ. alla stessa fonte, non avrebbero certamente mostrato alcuna discrepanza quanto al tit. del libro. ? Così opina il Sabbadini : v. Rio. di filol. e d’i. cl., a. XXIX (1901), p. 263. 3 Lett, cit. del 13-III 1456: v, Vitt. RossI, opusc, c., II, P. 27. nun E cis et rhetoribus, il quale non corrisponde al tit. de viris illustribus, che si legge nella lettera di Carlo de’ Medici. Egli è vero che il secondo tit. include in sè l’altro, come il genere contiene la specie; ma un titolo preciso, tutto proprio, doveva averselo il libro di Suetonio, portato dall’Ascolano. Nel cod. Leid. Perizon. è scritto: ‘ Caii Suetonii Tranquilli de wiris illustribus liber incipit. » de grammaticis ’; e in fine la nota: ‘ amplius repertum non est adhuc. desunt rhetores XI”. Certo, l’ indicazione del Decembrio risponde meglio al contenuto di quanto rimane del libro di Suetonio ; mentre l’ indicazione di Carlo de’ Medici si riferisce alle notizie che si avevano intorno ad un libro di Suetonio de wiris illustribus, del quale si era giovato S. Girolamo per scrivere le vite degli uomini illustri, dall'età degli apostoli sino a” suoi tempi.' E non pare perciò improbabile la congettura, che Enoch, per indicare nell’ inventario il libro di Suetonio, avesse usato il titolo de uiris illustribus, a fin di attirar meglio sui suoi codici 1’ attenzione dei dot ti; stante che allera era divulgata la leggenda, che Sicco Polenton (de’ Ricci), dopo essersi servito dell’ opera di Suetonio, per compilare il suo libro de scriptoribus linguae Latinae, 1’ avesse distrutto col proposito di togliere qualsiasi prova a chi si fosse avvisato di accusarlo di plagio.? In appoggio di tale congettura, vale molto la nota, attribuita al Pontano, che leggesi nel cod. Leid. Perizon: in essa, oltre l’ invettiva contro Sicco Polenton per la pretesa distruzio i HieroNnyM. epist. XLVII ad Desiderium, t. I, col. 209, Veron. 1734; prol. ad Dextrum praet. praef. in libr. de uiris illustribus, t. II (1735), col. 807. ? Vitm. Rossi, opusc. ne di quella parte del libro di Suetonio, ‘ quae est de oratoribus ac poetis’, si trae occasione di lamentare che Bartolomeo Fazio non avesse potuto, per l’ immatura morte (novembre 1457),' leggere lo scritto di Suetonio, mentre componeva il libro de uiris illustribus temporis sui. Di modo che, con l’ intitolare de wiris illustribus il libro di Suetonio, si volle indicare il contenuto del libro molto maggiore del vero, non tanto, forse, per trarre in inganno chi si fosse deciso a comprare il codice, quanto per avvicinare la scoperta di Enoch al libro compilato dal Polenton ed alle vite degli uomini illustri del Fazio. Non si può disconoscere che, se Enoch aveSse portato seco degli scritti di Tacito, così pregiati dai dotti umanisti del sec. XV, non avrebbe di certo tralasciato di dar loro evidenza, compilando 1’ elenco dei libri scoperti durante il suo viaggio nell’Europa settentrionale. Nè è ammissibile che alla diligenza d’ un cercatore di codici, scelto appunto per tali indagini da un pontefice di mente superiore e d’ illuminata liberalità, quale fu Niccolò V, fosse sfuggito il nome di Tacito, ove questo nome si fosse trovato scritto sul frontespizio di qualcuno dei codici o dei libri contenuti in uno stesso codice; nè l’intendimento di trarre vantaggio dal mettere in prima linea il nome di Suetonio poteva essere d’ ostacolo , che si scrivesse il nome di Tacito accanto o anche dopo quello di Suetonio, se in realtà il nome di Tacito si trovava in fronte a qualcuno dei libri portati da Enoch in Italia. L’ importanza di Tacito nei 1 ZENO, diss. Voss., Ven. 1752, p. 70 sg. 80 giudizi degli umanisti del sec. XV non era inferiore a quella attribuita a Suetonio. ! Molto meno attendibile ci sembra l’ avvertenza, che fu omessa la menzione del nome di Tacito nella lettera del Medici, 10 dicembre 1457, perchè questi vide solo al principio del codice il libro di Suetonio. ®? Appare, infatti, da un’ altra lettera di Carlo de’ Medici, con la data « Roma, 13 marzo » (1456 st. com., 1455 st. fior.),3 che egli ebbe sott’ occhio l’ inventario compilato da Enoch, non il codice, sul quale inventario contrassegnò quattro libri, i migliori secondo « l’oppenione di molti dotti uomini, che gli Anno visti ». E di più nella cit. lettera del*°10-XII 1457 non si fa elenco di codici, ma solamente di libri, e tra questi il de wiris illustribus di Suetonio occupa il terzo posto. Or, se Carlo de’ Medici vide 1’ inventario presentato da Enoch e non i codici, molto meno probabile appare la congettura, che egli abbia veduto « una semplice copia, affine al cod. Vaticano 4498, che reca tutte quattro le opere in que 1 Arrogi una considerazione: come si potrebbe conciliare la niuna menzione della Germ. nell'inventario delle scoperte dell’Ascolano, col fatto che per avidità di guadagno i cercatori e mercatanti di codici dicevano talvolta cose non vere o esageravano:quel che realmente si era scoperto? Valga d' es. il caso di Niccolò da Treviri: questi nell'inventario dei libri nuovi mandato al Poggio scrisse di avere presso di sè un ‘ uolumen in quo sunt XX comoediae Plauti' (v. Poca epist. III 29 T.); e poi, invece, ne portò sedici (v. PocaIt epist. IV 4 T.). ? Cosi appunto si legge in Studi ital. di filol. class. vol, VII, p. 130, nota 4; e Rio. di filol. e d'i. cl. a. XXIX (1901), fasc. 2, p. 264. E dello stesso avviso è anche il LEHNERDT, in Hermes, vol. XXXIII (1898), p. 501. 3 GAYE, Op. c., I, p. 163 sg. Vitt. Rossi, opuse. c., II, p. 27. ASI RS st’ ordine» Suetonio de grammaticis, Tacito Agricola, dialogus, Germania ».! Aggiungasi che nella nota dello zibaldone del Decembrio il libro di Suetonio occupa l’ultimo posto, e la Germ. ha il primo parsa: anteriore, perciò, all’Agr. e al dialogus.* Altre considerazioni c’ inducono ad ammettere come probabile che, tra i libri portati da Enoch in Italia, quelli attribuiti a Tacito mancassero dell’ indicazione del nome dell’ autore. Dalla lettera del Panormita al 1 Rio. di filol. e d’i. el. 1. c. Ma in realtà il cod. Vatic. 4498 contiene Suetonius de grammaticis et rhetoribus nel terzo posto: lo precedono Frontinus de aquaeduct. e Rufus de prouinciis. 2 Perciò appare, ora, infondato, alla luce dei documenti testé scoperti, il ragionamento del LEHNERDT |. c., p. 501: « dass in Carlos Briefe nur Suetonius, nicht aber die beiden Taciteischen Schriften genannt werden, findet leicht eine Erklàrung. Wir erfuhren schon aus einem frilheren Briefe, dass Enoche mit seinen Schàtzen sehr zuritckhaltend war; so lag auch den beiden Medici nicht der Codex selbst, sundern nur das Inventar Enoches vor, in dem, wie so hàufig, nur das erste Werk der Sammelbandschrift aufgefihrt war ». La spiegazione, invece, sarebbe tutta al contrario, perchè, secondo la nota dello zibaldone di Pier Candido Decembrio, la Germ. è il primo senitto del cod.; l’ultimo è il de gramm. et rhetoribus di Suetonio. y 3 Vitt. Rossi nell'opusc. c., p. 38, nota 1, scrive: « se poi Enoch non trascrisse il cod. da lui scoperto, ma portò questo stesso in Italia, può ben darsi gli sia sfuggito il nome di Tacito, che, come nel cod. Perizoniano, dovea leggersi in fronte al secondo opuscolo contenutovi, alla Germania, e non al primo, il dialogo de oratoribus ». Ma il MASsMann, op. c., p. 7, descrivendo îl cod. Leid. Perizon. XVIII C 21, osserva che il 1° opusc. porta nel fol. I il soprascritto di colore rosso ‘ CoRCONSOLI n L’ autore detta Germania, 6 cn a Guarini veronese, citata in principio del presente capitolo, apprendiamo che solo per congettura erasi attribuito a Tacito il dialogus. Nè alla notizia precisa data dal Panormita contrasta la nota del Decembrio, per la quale si vuole riconoscere per vero « indi scutibilmente che il dialogo portava il nome di Tacito »;! perocchè l’ affermazione del Decembrio devesi riferire allo stato del codice o di un apografo del codice, ventinove anni dopo che ne avea dato l’ annunzio il Panormita. Dopo tanti anni era possibile che il Decembrio avesse veduto e descritto qualche esemplare, proveniente forse dal cod. annunziato dal frate hersfeldese, nel quale esemplare la congettura del Panormita fosse stata accolta come notizia indubitata, e si fosse ascritta a Tacito la paternità del dial. Quanto all’ Agr. manca qualsiasi testimonianza, che il libretto formasse parte del cod. portato da Enoch. Il Decembrio lo nota soltanto nell’ elenco, senza indicare espressamente che l’Agr. era incluso nello stesso cod., insieme con la Germ., il dial. e il Suetonio, e ne teneva il secondo posto. Nè havvi alcun codice, in cui si presentino riunite insieme le tre così dette opere minori di Tacito e il de gramm. et rhetoribus di Suetonio, nell’ordine stesso della descrizione che ne fece il Decembrio. Alla mancanza di testimonio per l’Agr. non può supplire, come pare a noi, il cod. Vatic. 4498; * perchè, co NELII TACITI DIALO-/gus de oratoribus incipit’: e la stessa osservazione ci è stata confermata, in una cortese lettera del 4-X 1901, dal prefetto della biblioteca universitaria di Leida sig. S. G. de Vries, alla cui gentilezza ci siamo rivolti per avere delle notiziecerte sull'argomento. 1 Rio. di filol. e d’ i. cl., 1. c., p. 264. ? V. gli Studi ital. di filol. class. vol. VII, p. 130: si ammette me sopra si è in parte avvertito, ! in questo cod. non si contengono raccolte le sole quattro opere che si dicono costituire il cod. hersfeldese, portato da Enoch in Italia, e nemmeno nell’ ordine indicato dal Decembrio (G. A. d. S.), ma vi si contengono anche: 1° Frontinus de aquaeduct.; 2° Rufus de prouinctis ;.... 4° [ Pseudo-] Plinius de viris illustribus ;..... 8° M. Iunii Nypsi de mensuris ; 9° incerti de ponderibus ; 10° Senecae apokolokyntosîs ; 11° Censorinus de die natali. Di que= sti scritti alcuni, come p. es. il de aquaeduct. di Frontino,? erano già noti prima che il cod. dell’ Ascolano fosse stato portato in Italia. V. Resta la testimonianza che dicesi del Pontano, scritta sul cod. Leid. Perizon., la quale avrebbe un notevole valore, se prima si chiarissero, mediante la scoperta di nuovi documenti, le difficoltà presentate dal Voigt * e accolte dal Teuffel,' ma da altri respinte. * Egli è vero che Vittorio Rossi è pervenuto a dimostrare, con documenti che si conservano nell’ archivio fiorentino (Med. avanti il Princip.), essere conforme al vero l’attestazione pontaniana: ‘qui (sc. Bartholomaeus Facius) ne hos Suetonii illustres uiros uidere pos appunto che al difetto di testimonianza per l' Agricola debba supplire il cod. Vatic. 4498, 1 V. p. 81, nota 1l?. ? Poe epist. III 37. IV2e4T, 3 VoIGT-VALBUSA, Op. c., II 4, vol. I, p. 255 sg., nota 3. 4 TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L. 5, $ 334, 4, p. 835. 5 Vedi WuENSCH, de Tac. Germaniae codicibus Germanicis, Marburg 1893; e 4ur Texigeschichte der Germ., in Hermes vol. XXXII (1897), fasc, 1°, p. 57. dn set, mors immatura effecit. Paulo enim post eius mortem in lucem redierunt.’ Infatti, il Fazio morì nel 1457; e dalla lettera di Carlo de’ Medici, 13 genn. 1458, risulta che sino a quella data non si era potuta ottenere copia dei libri portati da Enoch. Rimangono però senza soddisfacente risposta altre obiezioni mosse dal Voigt. Resta sempre nell’ attestazione attribuita al Pontano una certa vacuità o mancanza d’ interesse, quanto alle notizie che vi si annunziano. Egli si duole che il Fazio sia stato sorpreso da morte immatura, sicchè non si sia trovato presente quando veniva alla luce l’opuscolo di Suetonio de wviris illustribus : la ragione di tale doglianza è evidentemente quella accennata sopra, che il Fazio se ne sarebbe potuto servire nel comporre il suo libro de viris illustribus temporis sui. Ma il Fazio in una lettera al card. Enea Silvio Piccolomini, scritta nei primi mesi del 1457,! gli dà la notizia: ‘ librum quem 1 La lettera, scritta da Napoli e senza data, fu pubblicata nella raccolta assai confusa delle epistole di Enea Silvio Piccolomini, contenuta in opera quae exrtant omnia di lui, Basil. 1571, p. 778, n. 233. Nella lett. si fa menzione, fra le altre cose, di alcune lettere di congratulazione, scritte precedentemente dallo stesso Fazio, per la promozione del Piccolomini al cardinalato ; e vi si fa cenno anche del terremoto di Napoli. Or, secondo il breve di Callisto III (‘ dat. Romae apud S. Petrum anno MCCCCLVI XV Kal. Ianuarii, pontificatus nostri anno II ’), riferito testualmente da Oporico RAYNALDO, in ann. ecel. el. D. Mansi, Lucae 1753, t. X, p. 99, la promozione del Piccolomini al cardinalato ebbe luogo il 18 dicem. 1456, Il terremoto che rovinò Napoli ed altre città del Regno avvenne « la domenica mattina a di 5 di dicembre (1456), a ore dieci e mezza », e si ripeté nei giorni seguenti (v. cron. di Bologna, in MURATORI, rer. It. scriptt. t. XVIII, cc. 722, 723; giornali napolitani dal 1266 al 1478, ibid. t. XXI, c. 1132: l’INFESSURA, nel diurio della città di Roma, ibid, t. III, SE de uiris illustribus scripsi, Regi dedicaui ac tradidi*; ed aggiunge: ‘ in quo opere, ut aliquando uidebis, si non quantum uirtutum tuarum magnitudo postularet, at quantum ingenii mei paruitas potuit, quantumcumque res ipsa passa est, tibi a me tributum cognosces.’ Cosicchè, se verso la fine del 1456 il Fazio portò a compimento e pubblicò il suo libro sulla vita degli uomini illustri, e ne fece un presente ad Alfonso d’ Aragona, re di Napoli, è evidente che a nulla gli sarebbe giovata, ancorchè egli fosse vissuto sino al principio del 1458, la divulgazione del libro suetoniano, avvenuta in quel tempo. Nella stessa annotazione del cod. Leid. Perizon. si accoglie con leggerezza, come notizia indubitata, il supposto plagio di Sicco Polenton e la distruzione di quella parte del libro di Suetonio, che trattava de oratoribus ac poetis. ! Resta un’ altra difficoltà. Secondo l’ annotazione del cod. Leid. Perizon., il libro de grammaticis et rhetoribus di Suetonio si divulgò poco dopo la morte del Fazio, anzi, per i dati contenuti nella lettera di Carlo de’ Medici, non prima del gennaio 1458. Un certo tem p. II, c. 1137, menziona il terremoto del 24 dicembre 1456). La lettera del Fazio è, per conseguenza, posteriore al dicembre 1456. Nella raccolta cit., p. 784, n. 251, è compresa una lett. del card, Piccolomini di risposta a quella del Fazio, con la data ‘ex urbe Roma die XXV Martii 1457,’ Si può, dunque, affermare che la lettera del Fazio dovette essere scritta tra la fine del dicem. 1456 e la metà del marzo 1457. 1 RIiTscHL, Parerga zu Plautus und Terena, Leipz. 1845, I p. 632. RoTH, C. Sueton. Tranq. quae supersunt omnia, Lps. 1882 ; praef., p. LI sg. ana po era, senza dubbio , necessario perchè i libri o le copie di essi, che Stefano de’ Nardini avea promesso , giungessero a Carlo de’ Medici, e da questo si mandassero al fratello Giovanni, in Firenze, il quale doveva essere il primo ad averli. ' Perciò la divulgazione dei libri portati da Enoch non poteva aver luogo prima che alcuni mesi fossero scorsi dopo il gennaio 1458. Intanto Enea Silvio Piccolomini è il primo a far menzione, sebbene in un modo poco esatto, del contenuto della Germ. nella grande epistola di risposta a Martino Meyer, cancelliere dell’ arcivescovo di Magonza ?. Il Meyer, con lettera in data del 31 agosto 1457, * si era congratulato col Piccolomini della promozione al cardinalato e nello stesso tempo , colta la propizia occasione, avevagli descritto le tristi condizioni fatte dalla Curia romana alla Germania, e l’aveva avvertito che ‘ nunc uero, quasi ex somno excitati, optimates nostri quibus remediis huic calamitati obuiam pergant cogitare coeperunt iugumque prorsus excutere et se in pristinam uindicare libertatem decreuerunt ’: sono i preludi della riforma religiosa. Il card. Piccolomini, che aveva già scritto su tale ar 1 Le precise parole scritte da Carlo de' Medici nella lett. cit. del 13 genn. 1458 (F IX, doc. 576) sono queste : « non dubitate che per essere il primo che gl'’abbia (i libri di Enoch), non v'énno a costare uno denaro di più ». ? L’epistola del card. Piccolomini è pubblicata col titolo de ritu, situ, moribus et conditione Germaniae descriptio, in opera quae extant omnia, ed. cit., pp. 1034-1086. 8 L' epistola del Meyer è pubblicata a p. 1035 delle opere di E. S. Piccolomini, ed. c.; ma, per evidente menda di stampa, porta la data erronea: ‘ex Hasthaffenburga pridie Calend, Septembris MCCCCVII ”, invece del MCCCCLVII, RT gomento al Meyer la lettera del dì 8 agosto 1457, ! tornò a scrivergli in proposito, per confutare le affermazioni di lui, altre tre lettere * ; e di ciò non contento, per dare, probabilmente, una maggiore pubblicità alle ragioni addutte in confutazione delle osservazioni del Meyer, si accinse a scrivergli una lunga epistola, che prima mandò, per averne l’ autorevole parere, ad Antonio card, di S. Crisogono, con lettera in data del 1° febbraio 1458. 3 Al Piccolomini premeva di ribattere le accuse che provenivano dalla Germania, per prepararsi i voti favorevoli nel prossimo conclave, che, difatti, lo elevò, dopo la morte di Callisto III, all’ onore della tiara; ed era importante per lui che tutti sapessero quel che egli ne pensasse intorno alle agitazioni tedesche contro la Curia di Roma. E però, per confutare gli ar© gomenti addotti dal Meyer (cui avverte ‘ nec dubitamus te perditum iri, nisi e schola erroris et officina ueneni retrahas pedem), arreca, tra le molte ragioni, i benefici fatti dalla Chiesa di Roma alla Germania, e fa un confronto tra i costumi degli antichi Germani , quali furono descritti da Cesare e Strabone, e la civiltà tedesca de’ suoi tempi; indi soggiugne (p. 1051): ‘ is igi 1 Epist. n°. 369, pp. 836-839, op. c. ? Una delle tre lettere, che è segnata nella raccolta cit. col n° 338, p. 822, porta la data ‘Romae XII Calend. Octobris a. MCCCCLVII ’. Un' altra, di n° 345, p. 827, ha la data ‘ex urbe, die uigesima Octobris’, senza indicazione dell’anno, che deve essere lo stesso 1457. La rimanente, segnata col n° 288, p. 801, non porta data, ma dal posto che occupa tra una epist. dell'11-IX 1457, e una del 3-X dello stesso anno, è probabile che sia stata scritta nella seconda metà del settembre 1457. 3 La lett. al card. di S. Crisogono è pubblicata a p. 1034, e precede immediatamente quella diretta al Meyer. =, tur fuit Germanorum status Strabonis tempore, quem usque ad Tiberium Caesarem uixisse constat. his ferociora de Germanis scribit Cornelius Tacitus, quem in Adriani tempore incurrisse perhibent. parum quidem ea tempestate a feritate brutorum maiorum tuorum uita distabat. erant enim plerumque pastores, syluarum incolae ac nemorum nec munitae his urbes erant, neque oppida muro cincta, non arces altis innixae montibus, non templa sectis structa lapidibus uisebantur. aberant hortorum ac uillarum delitiae, nulla uiridaria, “nulla tempe, nulla uineta colebantur: praebebant largos flumina potus; lacus et stagna inseruiebant lauacris et, si quas natura calentes produxerat, aquae. parum apud eos argentum, rarius aurum, margaritarum incognitus usus. nulla gemmarum pompa, nulla ex ostro uel serico uestimenta. nondum metallorum inuestigatae minerae; nondum. miseros in uiscera terrae mortales -truserat auri sitis: laudanda haec et nostris anteferenda moribus. at in hoc uiuendi ritu nulla fuit literarum cognitio, nulla legum disciplina, nulla bonarum artium studia. ipsa quoque religio barbara, inepta et, ut propriis utamur uocabulis , ferina ac brutalis. talis tua Germania fuit usque ad Adrianum Caesarem, quamuis iam ceterae orbis prouinciae excultae artibus ac mo‘ribus essent ’. Dovette, dunque, il Piccolomini aver notizia, sebbene alquanto imperfetta , della Germ. anteriormente al 1° febbraio 1458, che è la data segnata nella missiva al card. di S. Crisogono. E, se consideriamo attentamente il contenuto della lettera del Piccolomini al Meyer, in data 8 agosto 1457, appare non dubbio che egli ebbe notizia della Germ. prima di questa ultima data; poi ica chè nella lettera si contengono , riassunte senza indicazione di autori, osservazioni consimili a quelle che sui costumi dei Germani antichi sono ampiamente svolte nella grande epistola sopra cit. Leggesi, infatti, nella lettera: dell’ 8 agosto 1457 : ‘ namque si legamus uetusta tempora, inueniemus Germanos olim ritu uixisse barbaro, uestibus usos laceris; uenationi tantum et agrorum culturae dedisse operam, feroces quidem homines et belli appetentes , sed argenti prorsus inopes, quibus quippe nec uini usus erat. ipsaque Germania intra mare et Danubium rursusque intra Rhenum et Albim continebatur; nunc uero quantum transgressa sit suos limites, non ignoramus ?. e. q. s.! Perciò il Piccolomini dovette conoscere il contenuto della Germ. prima del1’ 8 agosto 1457, cioè circa sei mesi prima del tempo in cui, secondo la lettera di Carlo de’ Medici , del 13 gennaio 1458, si erano cominciati a divulgare i libri portati da Enoch; e, per tanto, appare non vera l’ annotazione del cod. Leid. Perizon., d’essere, cioè, la Germ. e gli altri opuscoli ‘ nuper adinuentos et in lucem re.latos ab Enoc Asculano ’, giacchè del contenuto della Germ. sì era avuta notizia prima che i libri portati da Enoch, in originale o in copia, fossero stati acquistati da Giovanni di Cosimo de’ Medici o da altri, e prima che se ne fosse cominciata la divulgazione. Ma per quale via sia pervenuto il Piccolomini ad avere in sue mani la Germ. non ci è dato, secondo i documenti del tempo scoperti sino ad oggi, determinarlo con certezza. Non è improbabile che il Piccolomini sia stato aiutato in tali indagini dal Poggio ? e 1 Epist. n.° 369, p. 838, ed cit. 2 Nella lettera del 4 gennaio 1457 il Poggio, congratula ndosi dal Panormita,! coi quali egli aveva relazioni di buona amicizia: ed è noto quanto ebbe a stentare il primo, nei lunghi e tediosi maneggi, per aversi il ms. del frate hersfeldese ; del secondo si sa che sin dal 1426 aveva dato notizie della Germ. nella lettera, citata sopra, al Guarini veronese. Il Lehnerdt però, per la soluzione del quesito, muove da una notizia che si legge nella lettera del 10 dicembre 1457 di Carlo de’ Medici al fratello Giovanni: « heri mandò per me il cardinale di Siena e domandomi se Enoch avesse lasanti (1. lasciati) libri alcuni nel banco nostro; dissigli che no. Lui mi domandava che via lui potessi tenere ad avere certi libri che lui aveva: io fe” col Piccolomini, per la promozione di lui al cardinalato, gli scriveva: ‘accedit ad consolationem meam et summam iocunditatem quod uir eloquentissimus (cioè il Piccolomini) optimisque artibus eruditus, fructum eloquentiae et doctrinae sit, quod perraro accidit, consecutus: in quo gloriari quodam modo mihi merito uideor posse nostri quondam ordinis uirum, hoc est eloquentiae studiis et dicendi exercitio praestantem, eo in statu esse collocatum, ut suae doctrinae aemulos extollere et eis praesidio atque ornamento esse possit'. Ed in un'altra lettera del 3 novembre (manca l'indicazione dell’anno, ma è, senza dubbio, del 1457) lo stesso Poggio profferiva i suoi servigi al card. Piccolomini, scrivendogli: ‘me penitus tuum esse ubique satisfaciendi cupidum, si qua in re mea tibi cura, studio, opere, diligentia opus esset.’ Le due lettere del Poggio sono comprese nell’ epistolario del Piccolomini, segnate l’una col n. 216, p. 771, l’altra col n. 295, p. 806: tra le due lettere è compresa la responsiva di ringraziamento del Piccolomini al Poggio, n. 293, p. 805. 1 Vedi la lettera del Piccolomini, allora ‘ episcopus Senensis ', ad Antonio Panormita, n. 407, p. 951 sg.; e la menzione del Panormita nell'epist. al Fazio, notata al n. 251, p. 784. PEN co (ROSS al giuoco del baloco. Di poi ho sentito che lui ha scritto ad Ascoli a certi sua amici; e pertanto vorria che voi medesimo scrivessi a m. Stefano che in singulari vostro servizio lui mi fessi avere o i libri di che io gli ò scritto overo la copia ».! Il Lehnerdt ne argomenta che il Piccolomini (denn niemand anders ist der betriebsame Cardinal von Siena) dovette attingere le notizie sulla Germania, annunziate nella lettera, a Martino Meyer, al ms. enochiano, di cui venne in possesso prima del Medici. ? Ma alla congettura del Lehnerdt si oppone il testo di un’altra lettera di Carlo de’ Medici, in data del 13 gennaio 1458, che sopra abbiamo riferito. Stefano de’ Nardini, sollecitato, oltre che da Carlo, anche da Giovanni de’ Medici, rispose dando promessa certa, che questi avrebbe avuto i libri di Enoch o le copie; e dovette aggiungere che lo stesso Giovanni de’ Medici li avrebbe avuti per il primo, poichè il fratello Carlo nella lettera su cennata soggiugne le sgg. parole, più volte da noi citate: « non ho poi altro, ma non dubitate che per essere il primo che gl’abbia non vanno a costare uno denaro di più. » 8 Or, se Giovanni de’ Medici doveva essere il primo ad aver i libri di Enoch, giusta l’ affermazione «di Carlo confortata dalla lettera di Stefano de’ Nardini, non è possibile che prima di lui il card. Piccolomini ne fosse venuto in possesso. E naturale poi che un certo tempo dovette trascorrere tra la lettera del 13 gennaio 1458 e la trasmissione dei libri di Enoch o di copie dei medesimi, che Gio 1 Vitt. Rossi, opusc. c., VIII, p. 31. 2 LEHNERDT, l. c., pp. 502, 504. 3 VITT. Rossi, opusc. c., IX, p. 31. vanni de’ Medici desiderava avere: così si giunge alla fine di gennaio od al principio di febbraio. Il Piccolomini, che non risulta essere stato il primo ad averli e leggerli, poteva averne avuto notizia, stante la difficoltà delle comunicazioni in quei tempi, verso la ‘metà o la fine di febbraio: dunque non era possibile che egli ne avesse avuto conoscenza prima «li scrivere la lunga lettera al Meyer; la quale lettera fu, senza dubbio, preparata e scritta nel gennaio 1458, poichè in data del 1° febbraio fu spedita per esame al card. di S. Crisogono. ! L’improbabilità che il Piccolomini avesse tratto vantaggio dai libri enochiani si rende ancor più evidente, se si bada alla conclusione cui siamo pervenuti poco prima, cioè, che per altra via il Piccolomini dovette aver notizia del contenuto della Germ., prima dell’8 agosto 1457. VI. Anche nella supposizione che la Germ. si fosse trovata unita coi libri portati da Enoch, essa non doveva presentare, come sopra sì è avvertito, il nome dell’autore, poichè non se ne fa cenno nell’inventario dei libri di recente scoperti. Il nome dell’autore dovette essere aggiunto dopo, quando si cominciò la divulgazione del libro, e si riconobbe che era identico a quello già 1 Nella lett. del Piccolomini al card. di S. Crisogono, p. 1034 ed. c., si legge: ‘ epistolam scribere institui et liber exiuit; quid dixi liber? libri exiuere. mittimus igitur ad tuum examen, ut uideas corrigasque, uel, si melius putes, igne consumas. tu solus es, cuius existimationem audiendam arbitror. ad te ergo ueluti ad fontem doctrinae uenio et ad ipsum iubar scientiarum, si condendum aut comburendum opus iudicaueris, obediam imperio tuo. si duxeris edendum, exibit liber intrepidus et nullius calumnias uerebitur, quando abs te probatus fuerit, quem omnes probant.' e. q. s. Pei 7, ME indicato dal Panormita nella lettera dell’ aprile 1426, diretta al Guarini. E per tal modo la Germ. fu annotata, ventinove anni dopo (1455), col nome di Tacito nello zibaldone di Pier Candido Decembrio. Cosicchè l’ indicazione di Tacito come autore della Germ. si riconnette, anche per il libro portato da Enoch, allo stesso fonte che abbiamo considerato sopra, trattando del codice del frate hersfeldese: la conclusione ne sarebbe la stessa. Per tale conclusione troverebbesi forse modo di coordinare l’ attestazione notata nel cod. Leid. Perizon. con le ricerche fatte anteriormente dal Poggio, e col fatto che il contenuto della Germ. era noto prima che si fossero divulgati in Italia i libri portati da Enoch; in quanto che il Pontano, che è detto autore dell’ attestazione, non deve aver letto il nome di Tacito in fronte alla Germ. che egli trascrisse, correggendone le mende, ma ve l’appose per le notizie avutene a Roma e a Firenze in quei circoli letterari, ai quali il libro era prima noto. Il vedersi, dunque, attribuita a Tacito la paternità della Germ. nei codici del sec. XV, che soli ci rimangono dell’ aureo libretto , resta sempre dovuto, come pare a noi, ad un presupposto del Poggio ed all’ annuenza non disinteressata del frate hersfeldese; se non sì vuole direttamente ammettere che tale attribuzione sì fondi sulla fede d’ un amanuense del sec. XV, fede, come bene avverte il Valmaggi in proposito del dialogo de oratoribus, che si ha da reputare dubbia « per lo meno, sino a tanto che altri documenti e prove sieno contro di lei ».! 1 L. VaLMaG6I, dial. degli oratori, Torino 1890; introduz., pagina XXXIX. Di Uno studio che avesse 1’ obietto di comparare la Germ. con gli scritti di Plinio Secondo, riuscirebbe certamente non poco utile a dare evidenza e conferma ai risultamenti delle indagini fatte nei precedenti capitoli. Ma un tale studio sarebbe, di necessità, incompleto, perchè gli scritti di Plinio, i quali si avvicinano, per analogia di argomento, alla Germ., cioè i venti libri Germanicorum bellorum, la vita di Pomponio Secondo e i libri di storia a fine Aufidii Bassi, non sono pervenuti sino a noi. Solo si può istituire il confronto tra la' Germ. e la nat. hist., determinando anzi tutto quali notizie, quali considerazioni, insomma quali concetti presentino in entrambe le opere considerate il carattere di comune origine; sì che se ne possa indurre che tanto l’una quanto l’altra debbano essere state manifestazioni, sebbene per obietti diversi, dei pensieri di una stessa mente. Seguiremo nelle nostre indagini l’ordine dei libri della nat. hist. * Restringiamo il confronto soltanto ai concetti o pensieri analoghi espressi nei due libri. Quanto al confronto lessicale, sintattico e stilistico tra la Germ. e la n. A. di Plinio, abbiamo prepa:ato un libro, che sarà pubblicato immediatamente dopo il presente lavoro, di cui può considerarsi opportuno complemento. Valga la stessa avvertenza per il capitolo sg., in cui la Germ. sarà comparata con gli scritti genuini di Tacito, = DE I. a) Una spedizione navale, capitanata da Druso, si mosse nel 742/12 dalle foci del Reno verso le regioni orientali, per fare delle scoperte ed estendere il dominio romano. Un’altra spedizione fu tentata ventotto anni dopo, nel 16 d. Cr., dal prode Germanico. Alla prima impresa si allude nella . A. II 67 (67), 167 ‘ septentrionalis uero oceanus maiore ex parte nauigatus est auspiciis diui Augusti Germaniam classe circumuecta ad Cimbrorum promunturium 7. Ad entrambe le imprese si riferisce la notizia, di cui nella Germ. 34, 6 ‘ipsum quin etiam Oceanum illa temptauimus ”.! b) Non è da omettersi che della strage di Crasso, menzionata nella Germ. 37, 15, si fa cenno nella n. A. II 56 (57), 147; e la notizia. si ripete in vari modi in V 24 (21), 86. VI 16 (18), 47: cf. XV 19 (21), 83. c) Nemmeno si deve tralasciare l’ osservazione, che il cenno sulla guerra cimbrica, fatto nella Germ. 37, 7, notasi anche nella n. A, II 57 (58), 148. * II. Nel lib. II della n. A. si osservano tre Il. di confronto. a) Dei ‘ Boi ’ Plinio dà notizia, indicando i luoghi, in Italia, in cui le loro centododici tribù furono distrutte, 1 Della prima spedizione si fece, più tardi, menzione da SveTon. Claud. 1; e da Cass. Dion. r. Rom. LIV 32,2. La seconda spedizione del 16 d. Cr. è lodata in versi da ALBINOv. PED. (v. PLM. ed. Baehrens, vol. VI, pp. 351-352: cf. SEN. suas. I 15, p. 10, ed. Kiessling); la narra Tac. ann. II 8; 23; 24. ? La notizia è poi, in diverse occasioni, ripetuta nella n. A. VII 22 (22), 86. VIII 40 (61), 143. XVI 32 (57), 132. XVII 1 (1), 2. XXII 6 (6), 11. XXVI 4 (9), 19, XXXIII 11 (53), 150. XXXVI 1 (1), 2; 25 (61), 185. ci GG i (n. h. Ill 15 (20), 116), e denotando, quali conseguenze delle loro scorrerie: in Italia, la fondazione di ‘ Laus Pompeia’ (III 17 (21), 124) e la distruzione di ‘ Melpum ? (III 17 (21), 125); indica anche i luoghi da loro abitati in Gallia (IV 18 (32), 107). Nella Germ. (28, 7. 42, 3) si denotano i luoghi occupati e poi abbandonati dai ‘ Boi” o ‘ Boii”, in Germania. b) Quanto agli ‘ Arauisci ’, che avevano le loro sedi nella Pannonia, sulla riva destra del Danubio, tra la Drava e la Sava, trovasi menzione nella Germ. 28, 10 e nella n. A. III 25 (28), 148: li nominò anche Tolomeo, indicando le loro sedi più a settentrione di quelle degli Scotdisci.* Vi è però una differenza nella grafia, chè nella n. A. è scritto ‘ Erauisci’, e nella Germ. ‘ Arauisci ’. Ma del nome usato da Tolomeo la lettera iniziale è A. Una simile differenza notasi nel nome ‘ Bastarnae ’, usato nella Germ. 46, 4, e ‘ Basternae ”, adoperato nella n. A. IV 14 (28), 100. ? 1 ProLEM. geogr. ll 16, 3. ? Ma si deve avvertire che la grafia ‘ Basternae' non è costante nella n. 4., come asserisce il GEORGES, ausfithrl. Handwb. I, c. 743; poichè in IV 12 (25),81 mutasi in ‘ Basternaei” e poi in VII 26 (27), 98 diviene all’abl. ‘ Bastrenis’, che nel cod. Riccard. (R. del Mayhoff) è ‘ bastenis ’, e nel cod. Leid. (F. del Mayh.) ‘ bostrenis’, Né i codd. della Germ. consentono tutti col Leid. Perizon. nel presentare nel |. c. ‘ Bastarnas ’: il cod. Vatic. VRB. 655 presenta ‘basternes ’, e con strana metatesi il Vindobon. ‘ bastranas’. Nemmeno la grafia accolta dal Leid. Perizon. può mettersi in relazione con quella che osservasi in Tac. ann. ll 65, 14, perché in questo la forma ‘ Bastarnas® è dovuta ad una congettura di Beato Renano: nel cod. è ‘ basternas’. Cf. cod. inscr. Lat. Il 2, p. 862. Ma in Strabone sempre ‘ Bastàrnai . Ri odi c) Soltanto nella Germ. 29, 17 (v. sopra, pp. 19-22) sì nominano i‘ decumates agri’. La n. A. II 4 (5), 32 fa solamente menzione di una ‘ decumanorum colonia ”. III. Il lib. IV della n. /. offre un buon numero di confronti con la Germ. a) All’ indicazione generica della Germ. 44, 20 ‘ Suionibus Sitonum gentes continuantur ’,! risponde quella più particolareggiata della 7. %. IV 11 (18), 41 ‘ circa Ponti litora Moriseni Sitonique Orphei uatis genitores optinent ’. Resta però la differenza dell’ordine flessivo tra ‘Sitones” e ‘ Sitoni ?. b) I gioghi dell’Abnoba, nella Selva nera, sono indicati, tanto nella n. %. IV 12 (24), 79 quanto nella Germ. 1, 9, come punto d’ origine del Danubio; anzi la retta grafia ‘ Abnoba ’, indicata dai codici della n. A. e quale venne accolta da Tolomeo,® fu di guida a Beato Renano per determinare, nel testo della Germ. 1. c., la forma esatta ‘ Abnobae ’ tra le varianti ‘ Arnobae ’ (cod. Vatic. 1862 e cod. Neapol.), ‘ Arbonae ’ (cod. Leid. e cod. Vatic. 1518), ‘ Arnibae ’ (cod. Arundel.). Due iscrizioni scoperte nello Schwarzwald hanno confermato la forma ‘ Abnoba. ?. c) È data dalla n. R. IV 12 (24), 79 la notizia, che 1 Omettiamo di citare per i ‘ Sitones ’ il 1. della Germ. 45, 1, perché nei codd. si Iegge ‘trans Suionas”’ (nel Leid. ‘Suiones’). Il MEISER ha sostituito ‘Sitonas ’; e la congettura di lui è stata accolta da U. Zernial, Io. Miiller, etc. Hanno conservato la lezione dei codd. il Dilthey, il Kiessling, il Finek, il Kritz, il Halm, il Ramorino, etc. ? ProLEM. yeogr. Il 11. ConsoLI: L’ autore della Germania. 7 osi OB ci il Danubio ‘ in Pontum uastis sex fluminibus euoluitur ’; ma'non è del tutto esatta, nè conforme al cenno che prima ne avevano fatto Ovidio, Strabone e Mela,! e dopo ripeterono Solino, Ammiano Marcellino, Isidoro. ? Nella Germ. si conferma la notizia data dalla n. h., salvochè, come spiegazione dell’esclusione di una settima foce del gran fiume, si soggiugne immediatamente ‘ septimum os paludibus hauritur?. Se nessun rapporto ci fosse stato nella composizione e nell’ intendimento della n. A. e della Germ., in questa sarebbesi detto esplicitamente in modo consimile a quanto scrisse Ammiano Marcellino, l. c.: ‘ amnis Danuuius s e p tem ostiis.... erumpit in mare septimum segnius et palustri specie nigrum ?. d) Nella Germ. 1, 2 i ‘Sarmatae ’ e i ‘ Daci ’*sono indicati come confinanti coi Germani. La n. A., oltre all’indicare il secondo nome dato dai Romani ai ‘ Daci *. (‘ Getae ’), e dai Greci ai ‘Sarmatae’ (‘Sauromatae ’), determina i luoghi da loro occupati (IV 12 (25), 80: cf. VI 34 (39), 219), e mostra che presso di loro era in uso il fafuaggio aggiunge che la Germania è confinante (‘contermina ’) con la Scizia (VIII 15 (15), 38). e) Uno dei confini dei luoghi abitati dai ‘Chatti’ e 1 OvI. trist. II 189. STRAB. geogr. VII 3, 15 (C. 305), vol. II, p. 419 ed. M. Pompon. Met. chor. II 1, 8. Confrontando il Danubio al Nilo, Mela dice che quello sbocca nel mare pontico ‘ totidem quot ille (sc. Nilus) ostiis’; e il Nilo, secondo afferma lo stesso Mela, chor. I 9, 51, ‘ septem in ora se scindens singulis tamen grandis euoluitur ’. ? SoLin. coll. r. m. 13, 1} p. 90, 12 ed. M. Amm, Marc. r. g. XXII 8, 44 e 45. Is. orig. XII 21, p. 1158. 3 DO dagli ‘Heluetii” è, secondo la Germ. 30, 5. 28, 6, il ‘ sallus Hercynius” o ‘ Hercynia silua’: la stessa selva è segnata nella n. %. IV 12 (25), 80 come confine della gente pannonica dei “Carnunti’. Plinio denota anche l’importanza della selva (IV 14 (28), 100), e avverte che in essa sono ‘ inuisitata genera-alitum’ (X 47 (67), 132) e una ‘roborum uastitas intacta aeuis et congenita mundo ’ (XVI 2 (2), 6). f) Nella Germ. 46, 4 si considera la voce ‘ Bastarnae ’ come un’altra denominazione del popolo dei ‘ Peucini ”. La n. h. determina prima i luoghi occupati dai ‘ Basternaei’! (IV 12 (25), 81); poi annovera i ‘Basternae’ accanto ai ‘Peucini’ (IV 14 (28), 100). * 9g) Dei mari nordici, coi quali confina a settentrione la terra dei Germani, è data nella Germ. 1,3 una notizia indeterminata: ‘cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum immensa spatia complectens’. Nella n. h. la stessa notizia è presentata con maggiore determinazione: IV 13 (27), 96 ‘ mons Seuo ibi inmensus nec Ripaeis iugis minor inmanem ad Cimbrorum usque promunturium efficit sinum, qui Codanus uocatur re 1 Per la differenza grafica del nome del popolo considerato, v. sopra, p. 96, nota 2°. 2 Nel |. c. della n. A. si legge: ‘quinta pars Peucini, Basternae supra dictis contermini Dacis’. Potrebbesi, tralasciato il segna d’interpunzione messovi dall’edit. Jan, considerare ‘ Basternae’ come apposizione di ‘Peucini’: così ne sarebbe confermata l'osservazione della Germ., che fa tutto un popolo dei ‘Bastarnae’ e dei ‘Peucini’. Del resto, in nessun altro l. della n. h. si tratta dei ‘Peucini’, come di un popolo a sè, differente dai ‘ Basternae”. Cf. StRAB. geogr. VII 3, 15 (C 305); 3, 17 (C 306), p. 419 sg., ed. M. ni 100 fertus insulis quarum clarissima est Scatinauia inconpertae magnitudinis ’. h) All’ osservazione che leggesi nella n. A. IV 14 (28), 98 ‘Germania .... nec tota percognita est’, rispondono le considerazioni con cui l’autore della Germ. dà termine al suo lavoro, tralasciando ‘ cetera iam fabulosa” e quel che egli trova ‘ut incompertum ?. i) Intorno alle schiatte germaniche degli ‘ Ingaeuones’ (Germ.) o ‘ Ingyaeones ” (n. h.), degli ‘ Herminones?’ (Germ.) o ‘ Hermiones” (n. Ah.) e degli ‘ Istacuones’ (Germ.) o ‘Istyaeones ’ (n. 4.) non è fatta menzione alcuna in iscritti anteriori o posteriori alla Germ. e alla n. X.! Sembra però che nella Germ. 2, 15 sg. la distinzione delle tre schiatte sopra mentovate sia stata fatta in dipendenza dai progenitori mitologici, figli di Manno. Segue, infatti, nello stesso cap. della Germ., una distinzione di popoli germanici fatta con criterio alieno dalla leggenda (‘eaque uera et antiqua nomina’), ma, come pare, per esemplificazione, cioè : ‘ Marsi °, Gambriuii, Suebi, Vandilii ”. La distinzione appare più precisa e completa nella n. h. IV 14 (28), 99 e 100: I ‘ Vandili” 3, II ‘Ingyae A Il Georges, ausfithri. Handwb. II, c. 216, registra Ingaevones, secondo la grafia accolta nel testo della Germ. (ma ‘Ingaenones’ nei codd. Vatic. VRB. 655, Laurent. LXXIII 20, Stotgard. IV 152, Venet. misc. XIV 1); registra Hermiones (I, c. 2813), secondo la grafia della n. A.; ma nonsi cura di notare gli ‘Istaeuones'. 2 Nella Germ. nulla si dice dei ‘Marsi’ oltre del cenno del c. 2, 17. Tacito ne fa menzione negli ann. I 50, 13; 56, 20. II 25, 4. 3 ‘Vandali’, nel cod, Paris ol ones’, III ‘Istyaeones °°, IV ‘ Peucini °.8 Tra i ‘ Vandili” si comprendono : a) i ‘ Burgodiones” ‘4; b) i ‘ Varinnae’ 5; c) i ‘Charini’; d) i ‘Gutones’: dei quali popoli due soltanto, cioè i ‘ Varinnae ’ e i ‘Gutones”, sono annoverati nella Germ. 40, 4. 44, l, forse con inesattezza, tra i ‘Suebi’; i due rimanenti, ‘Burgodiones’ e “‘Charini’, sono taciuti. Gli ‘Ingyaeones’ comprendono: a) i ‘ Cimbri’ ‘; b) i ‘Teutoni’% c)i ‘ Chauci’:3 la Germ. tace dei ‘ Teutoni ’. Sotto il nome degli ‘Istyaeones ’ sono notati i ‘Sicambri’ (‘ Sugambri’, per Strabone), dei quali non si fa alcuna menzione nella Germ. Si ascrivono agli ‘ Hermiones”: a) i ‘Suebi’; * 6) gli ‘ Hermunduri ’ !; c) i ‘Chatti ’ !!; d) i ‘ Cherusci ”. !2 I ‘ Peucini” (Basternae) sono espli 1 ‘Inguaeones’, ed. Detlef.; ‘Ingaeuones’, secondo la ‘1. uulg.’ e nell’ed. Sillig. ? ‘Istiaeones’, ed. Detlef, ; ‘Istaeuones’, secondo la ‘1. uulg.’ e nell’ed. Sillig. 3 Quanto ai ‘ Peucini’ cf. Germ. 46. 4 ‘Burgundiones’ nel cod. Paris. 6797 e nell'ed. Sillig. 5 ‘ Varine’ nel cod. Riccard.; ‘ Varini” secondo la ‘1. uulg.' e nell’ed. Sillig. : ‘ Varini’ anche nella Germ. 40, 4. 6 I ‘Cimbri’ non si devono confondere coi ‘Gambriuii’. Strabone, infatti, pone in elenco separatamente i ‘Gambriuii’ e i ‘Cimbri’: geogr. VII 1, 3 (C 291), p. 399, ed. M. 7 Cf. n. h. XXXV 4 (8), 25. XXXVII 2 (11), 35. 8 Intorno ai ‘ Chauci’ v. Germ. 35, 2. 36, 1. Cf. n. A. XVI 1 (1), 2; 1 (2), 5. 9 V. Germ. cc. 33-43; e inoltre 9, 4. Cf. n. h. IL 67 (67), 170. IV 12 (25), 81; 14 (28), 100. 10 V. Germ. Al, 4. 42, 1. ll Dei ‘Chatti’ si ha notizia in più Il. della Germ.: 29, 3. 30, 1, 4, 15. 31, 2 e I1. 32, l e 4, 35, 5. 36, 10 7. 38, 2. 12 V. Germ. 36, 1, 6, 8. 102 citamente annoverati tra le nazioni germaniche, eliminandosi così il dubbio annunziato uella Germ. 46, 2: ‘Germanis an Sarmatis adscribam dubito’. Or,. se i ‘Marsi’ edi ‘Gambriuii’, dei quali è fatta menzione nella Germ., sono da considerarsi in dipendenza dagli ‘Ingaeuones’!; e se tra gli ‘ Herminones” son da comprendersi .i ‘Suebi’ e, in subordinazione a questi, i ‘Vandilii?,*? (poichè i.’ Varini” ed i ‘ Gotones’, che nella n. A. si annoverano tra i ‘ Vandilii”, sono compresi dall’autore della Germ. tra i ‘Suebi ’), restano a rappresentare gli ‘Istaeuones’ le due nazioni dei ‘Sugambri’’ e dei ‘ Peucini’: il che, considerati principalmente i luoghi occupati da loro, non pare possibile. Vi sono, dunque, delle incertezze e delle notizie incomplete nella Germ., che la n. &. ha interamente chiarito o completato ; talchè, se si ammette che autore della Germ. sia quello stesso che scrisse la n. A., è evidente che questo lavoro dovette essere scritto dopo la Germ.: e in ciò sì avrebbe una indiretta conferma della notizia data da Plinio il giovane, che la opera bella Germaniae (della quale la Germ. potrebbesi, secondo quanto si è osservato sopra, considerare come la parte introduttiva) fu scritta prima della x. ’. j) Il fiume ‘ Albis’ è solamente indicato nella n. /. 1 Vedi Marina, op. c., p. 33. ? Vedi Dilthey, op. c., p. 249: « es wird dadurch sehr wahrscheinlich, dass die Vandalen selbst nur Ostliche Sueven waren ». 8 Plinio il giovane, presentando nell’epist. quinta del lib. III, $ 2, l'elenco dei libri scritti dallo zio, avverte : ‘ fungar indicis partibus atque etiam quo sint ordine scripti notum tibi faciam’. L' opera della Ge rmaniae è indicata nell’ elenco prima della n. }, 103 IV 14 (28), 100 come uno degli ‘ amnes clari’ che ‘in oceanum defluunt’. La Germ. 41, 9 presenta l’indicazione dell’ ‘ Albis’ con una certa enfasi : ‘ flumen inclutum et notum olim; nunc tantum auditur ’; ne denota prima l’ origine nel paese degli ‘ Hermunduri ’. k) La menzione dei ‘Frisii’ fatta, prima d’,\ogni altro scrittore, da Plinio nella n. A. IV 15 (29), 101, si osserva nella Germ. 34, 3. 35, 3, aggiunta la distinzione dei ‘Frisii’ in ‘maiores’ e ‘minores’; e all’espressione ‘ gens tum fida’, di cui si fa cenno nella n. h. XXV 3 (6), 21, alludendosi ai ‘Frisii’?, risponde l’osservazione di Tacito: ‘ natio Frisiorum .infensa aut male fida”. * l) Le notizie intorno ai popoli della prov. Belgica, ‘Neruii’, ‘Tungri ’, ‘ Treueri ’, ‘ Heluetii”, sono comuni alla n. h. ed alla Germ.; ma il semplice cenno fatto dalla prima‘, è più particolareggiato nella seconda, per i ‘Neruii’ e i “Treueri’, per i ‘Tungri’ (2, 20) e per gli ‘Heluetii” (28, 6). 1 Sarà certamente una menda di stampa il $ 110, invece del 101, segnato nella p. 119,.n. 1, delle prov. rom. del :MommsEn, trad. De RuagieRo, Roma 1887. ? Vedi Lup. JAN, scripturae discrepantia nel vol. IV dell’ ed. della n. h., p. XVII. 3 Tac. ann. XI 19,3. De’ ‘Frisii’ tratta anche Tacito in Agr. 28, 14. hist. IV 15, 12; 18, 26; 56, 15; 79, 8. ann. I 60, 6. IV 72, le; 73, 4; 74, 1. XI 19,3. XIII 54, 2, 9, 23. Per altre notizie sui ‘ Frisii” v. Cass. Dion. r. Rom. LIV 32, 2-3; PTOLEM. geogr. II 11; e il pan. d’incerto autore a Costanzo,.$ 9; in BAEHRENS, ZII pan. Lat., V, p. 138. 4 V. n. h. IV 17 (31), 106: cf. inoltre XII 1 ;(2), :5 per gli ‘ Heluetii’ ; e XXXI 2 (8), 12 per. la fonte di acqua ferruginosa presso i ‘ Tungri Similmente le brevi notizie che dà la n. A. IV: 17 (31), 106, concernenti i ‘ Nemetes”, i ‘ Triboci ?, i ‘ Vangiones’, gli “ Vbii” (‘ colonia Agrippinensis ’), i Bataui’, (con qualche particolare, per i ‘ Bataui?, in IV 15 (29), 101; e per gli ‘ Vbii”, in XVII 8 (4), 47), sì osservano nella Germ. 28, 19 sgg. e 29, 1 sgg. IV. Il ‘ Pontus Euxinus” è indicato nella Germ. 1, 10 con l’espressione ‘ Ponticum mare ’. Dello stesso mo‘ do è indicato nella n. R. V 27 (27), 97 ‘ hine Ponti cum, illinc Caspium et Hyrcanium ?. Osservasi prima la stessa espressione in Livio e Mela !. V. Nella descrizione generale dei popoli germanici, la Germ. 4,6 dà evidenza ai sgg. caratteri: ‘ truces et caerulei oculi , rutilae comae, magna corpora ’ e. q. s. Nella n. A. VI 22 (24), 88 si annunziano quasi con le stesse parole i caratteri di alcuni popoli dell’Asia: ‘ipsos uero excedere hominum magnitudinem, ru| tilis comis, caeruleis oculis , oris sono truci ’. Trovasi, inoltre, nella n. A. XXVIII 12 (51), 191 l’avvertenza, in proposito delle ‘ rutilae comae ’,sche ad arte si otteneva o si rendeva, se naturale, più evidente tale colore «lei capelli mediante l’ uso d’ un certo sapone gallico, adoperato in Germania più dagli uomini che dalle donne. VI. a) Cesare scriveva che la maggior parte degli antichi Germani si nutrivano di latte, cacio e carne. ? Nella Germ. 23, 3 si dà una notizia analoga a quella 1 Liv. XL 21, 2. Pompon. Met, chor. II 1, 5. Cf. Tac. ann. XIII 39, 2; e, per analogia, ‘os Ponticum”’ (ann. II 54, 4). 2 Cars. d. G. VI 22, 1: cf IV 1,8. data da Cesare quanto alla carne (‘recens fera ’), ma si restringe la notizia concernente i latticini, poichè si esclude il cacio dall’ ordinario vitto dei Germani, e si indica il solo ‘lac concretum ?, cioè latte rappreso o cagliato. La restrizione che notasi nella Germ. appare confermata e più chiaramente indicata nella n. R. XI 41 (96), 259: ‘ mirum barbaras gentes quae lacte uiuant ignorare aut spernere tot saeculis casei dotem, densantes id alioqui in acorem iucundum et pingue butyrum. spuma id est lacte concretior lentiorque quam quod serum uocatur. Il pensiero laudativo per i Germani, indicato dalla frase della Germ. 23, 3 ‘ cibi simplices, agrestia poma, recens fera aut lac concretum: sine apparatu, sine blandimentis expellunt famem”’ ha complemento nell'osservazione igienica notata, in generale, da Plinio: ‘ homini cibus utilissimus simplex, aceruatio saporum pestifera et condimento perniciosior’ (n. A. XI 53 (117), 282). VII. a) Quando si legge nella Germ. 9, 9 la parte notevole che avevano per il culto delle genti primitive le selve sacre: ‘lucos ac nemora consecrant deorumque nominibus appellant secretum illud, quod sola rewerentia uident’;! ricorre alla mente quel che osserva Plinio nella n. A. XII 1 (2), 3 ‘ haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant’. E un concetto simile aveva prima espresso Seneca *. 1 Cf. GERM, cc. 39, 40, 43. ? SEN. epist. IV 12 (41), Ad indicare le regioni del sud soggette a Roma, tanto nella Germ. quanto nella n. A. è adoperata l’espressione ‘orbis noster’: Germ. 2,6 ‘ Oceanus rarisab orbe nostro nauibus aditur?. n. A. XII 12 (26), 45 ‘in nostro .orbe proxime laudatur Syriacum (sc. nardum), mox Gallicum ’, e. q. s. * Inoltre, l’accenno sul balsamo nella Germ. 45, 25 ‘ Orientis secretis, ubi tura balsamaque sudantur ’, risponde alle notizie che, tra i primi, ne diede Plinio in diversi luoghi della n. %. ? VIII. Che l’espressione ‘ frugiferarum arborum impatiens ’, usata nella Germ. 5, 4, non debbasi intendere senza restrizione, non solo ci avvertono l’indicazione della maniera con cui si facevano certi sortilegi ( v. Germ. 10, 2 ‘ uirgam frugiferae arbori decisam in surculos “amputant ’) e l'avvertenza intorno ai mezzi di nutrizione degli antichi Germani (v. Germ. 23,3 ‘cibi simplices, agrestia poma ’), ma anche una notizia che osservasi nella n. &. XV 25 (30), 103, sulla presenza del ciliegio sulle rive del Reno, in tempi remoti. IX. a) La particolarità geografica della terra germanica, che è, in generale, ‘aut siluis horrida aut paludibus foeda ’ (Germ. 5, 2), ha una conferma, in par 1 Osservasi prima in VeLL. PATERC. h. R.I 2,3. Cf. Tac, Agr. 12, 9. 2 V. n. h. XII 25 (54), 111 sgg. XVI 32 (59), 135: cf. XIII 1 (2), 11. 13. 15. Vedi anche il nostro libro sui neologismi botanici nei carmi bucolici e georgici di Virgilio, Palermo 1901; LV, Pp. 103 sg. RES, () pg ticolare, nella descrizione che presenta Plinio (7. h. XVI 2 (2), 6) della selva ‘ Hercynia ?. ! b) Nella Germ. 17, 7 si osserva che i Germani ‘ detracta uelamina (sc. ferarum) spargunt maculis pellibusque beluarum, quasi exterior Oceanus atque ignotum mare gignit’; ma non è detto in che modo facessero i Germani per impadronirsi di tali belve marine. Possiamo argomentarlo da quel che si dice nella n. %. XVI 40 (76, 2), 203, in proposito dei predoni di mare: ‘singulis arboribus cauatis nauigant, quarum quaedam et XXX homines ferunt ’. c) L’uso druidico delle adunanze ‘ sexta luna, quae principia mensum annorumque his facit et saeculi post tricesimum annum” (n. A. XVI 44 (95), 250), osservasi esteso ad una consuetudine germanica, quella, cioè, di farsi le riunioni popolari ‘ cum aut inchoatur luna aut impletur ? (Germ. 11, 5). X. A integrare l’ osservazione che la terra germanica è ‘pecorum fecunda”’ (Germ. 5, 5), vale quello che nota Plinio sugli ottimi pascoli della Germania: ‘ nam quid laudatius Germaniae pabulis?’ (n. A. XVII 4 (3), 26). XI. a) Non appare una consuetudine particolare dei popoli germanici, che ‘ leuioribus delictis pro modo poena: equorum pecorumque numero conuicti multantur ? (Germ. 12, 7). La stessa consuetudine vigeva anche, secondo attesta Plinio, presso gli antichi Romani; 1 Cf. Pompon. Met. chor. III 3, 29 ‘ magna ex parte:siluis ac paludibus inuia ”. 108 perciocchè ‘ multatio quoque non nisi ouium boumque inpendio dicebatur’, e ‘cautum est, ne bouem prius quam ouem nominaret, qui indiceret multam’ (n. &. XVII 3 (3), 11). b) Quantunque l’ avena si fosse potuta usare per la preparazione della birra, non è da dirsi incompleta la notizia, che presso i Germani era in uso ‘ potui umor ex hordeo aut frumento, in quandam similitudinem uini corruptus’ (Germ. 23, 1); poichè, secondo la menzione che se ne legge nella n. 4., se ne avvalsero allora più per cibo che per la fermentazione della bevanda gradita: ‘ quippe cum Germaniae populi serant eam (sc. auenam) neque alia pulte uivant’ (n. %. XVIII 17 (44, 1), 149).! XII. a) Il vestiario delle donne germaniche non si distingueva da quello degli uomini, se non che le donne ‘ saepius lineis amictibus uelantur’ (Germ. 17, 10). La stessa notizia appare nella n. A. XIX 1 (2, 1), 8 ‘ uela texunt (sc. e lino) iam quidem et transrhenani hostes, nec pulchriorem aliam uestem eorum feminae nouere ’. b) La notizia data dalla n. A. XIX 1 (2, 1), 9, che in Germania facevasi il lavoro di tessitura in sotterranei : ‘in Germania autem defossae atque sub terra id opus (sc. lina texendi) agunt’, completa l’ indicazione dell’uso di quelle abitazioni sotterranee, che nella Germ. 16, 12 si dicono fatte per ‘suffuginm hiemi et receptaculum frugibus ?.* 1 Vedi, quanto ai diversi nomi con cui s' indicava la birra, n. h. XXII 25 (82), 164. 2 Pompon, MEL, chor. II 1, 10 dice lo stesso dei ‘Satarchae ’, In ciò che nella Germ. 46, 14 dicesi intorno al modo di vivere dei ‘Fenni’, ai quali era ‘ uictui herba, uestitui pelles, cubile humus”, pare di scorgere un caso particolare di quanto si considera, in generale, nella n. %. XXI 15 (50), 86, che vi sono delle ‘ herbae sponte nascentes, quibus pleraeque gentium utuntur in cibis”, ’ XIV. Dei ‘ Mattiaci’ la Germ. 29, 9 considera il popolo, sottomesso all'impero romano; la n. &. XXXI 2 (17), 20 ne menziona le fonti termali (oggi Wiesbaden). XV. La notizia data dalla Germ. 5, 18 sulla moneta antica (‘ serratos bigatosque ’), che era preferita dai Germani vicini alle province romane del Reno e del Danubio, negli scambi commerciali, è confermata, per quanto concerne i ‘ denarii bigati’, dalla n. %. XXXII 3 (13), 46: ‘ notae argenti fuere bigae atque quadrigae, inde bigati quadrigatique dicti °. XVI. L’ambra fu in origine un succo di vegetali: nella Germ. 45,22 se ne adduce la sg. ragione: ‘ quia terrena quaedam atque etiam uolucria animalia plerumque interlucent , quae implicata umore mox durescente materia cluduntur ’. Alla stessa conclusione si popolo del Chersoneso Taurico: ‘ob saeua hiemis admodum adsiduae, demersis in humum sedibus, specus aut suffossa habitant’ (Frick). 1 Sact. /ug. 18, 1 aveva prima avvertito che per i Getuli e i Libii ‘ cibus erat caro ferina atque humi pabulum uti pecoribus”, 110 perviene, per altra via, nella ». %., in cui sono addutte per prove l’opinione degli antichi e l’etimologia della parola ‘ sucinum ’ : XXXVII 3 (11), 43 ‘ arboris sucum esse etiam prisci nostri credidere, ob id sucinum appellantes ?. Nè vi è contraddizione se nella Germ. 45, 15 si afferma che gli ‘ Aestii ’, sulla spiaggia orientale del mare suebico, ‘ soli omnium sucinum.... inter uada atque in ipso litore legunt’, e che essi ‘ pretium (sc. sucini) mirantes accipiunt ’; mentre nella n. %. XXXVII 2 (11), 35 si ripete la notizia annunziata da Pytheas : ‘ Gutonibus Germaniae gente adcoli aestuarium Metonomon nomine......, ab hoc diei nauigatione abesse insulam Abalum , illo per uer fluctibus aduehi et esse concreti maris purgamentum, incolas pro ligno ad ignem uti eo (sc. sucino) proxumisque Teutonis uendere ?’. Gli ‘ Aestii’ avevano le loro sedi accanto a quelle dei ‘ Gutones ° o ‘ Gotones ’, sulle spiagge orientali del mare suebico (Baltico); era naturale, per ciò, che l’industria | dell’ambra , così bene avviata presso gli ‘ Aestii ’, si fosse estesa, come tra popoli vicini, e forse in dipendenza l’uno dall’altro, anche presso i ‘ Gotones ’; e da ciò la notizia registrata nella n. /%., la quale toglie quella rigidezza di apprezzamento , che traspare dalla frase ‘ soli omnium ’ della Germ., riferita agli‘ Aestii ?. È, inoltre, da considerare che, se i ‘ Gutones ” facevano il commercio dell’ ambra coi vicini ‘Teutoni ”, lo vendevano a loro ‘ pro ligno ad ignem ’’; e perciò nessuna contraddizione si può notare con quanto è detto nella n. 4., se gli ‘ Aestii” facevano delle meraviglie nel vedersi pagare un prezzo per il sucino, di cui si erano cominciate a fare delle ricerche presso di loro , 11 da che il lusso romano aveva dato a tale merce un valore notevole !. 1 Un’altra relazione tra la Germ. ei lavori di Plinio avverte U. Zernial, nel suo comm. alla Germ. 3, 15 pp. 22-23, cioè, che la frase ‘adhuc extare’, usata in proposito dei monumenti e tumoli con iscrizioni greche, che allora restavano nel confine della Germania e della Rezia, si deve riferire a notizie date da Plinio nei venti libri ‘ bellorum Germaniae. A rendere completo il nostro studio sulla Germ., ci pare opportuno mettere anche in confronto il contenuto di essa con le opere genuine di Tacito. Il confronto sarà ordinato come nel cap. precedente, restringendo il nostro esame ai soli concetti che presentino un qualche indizio di dipendenza o di corrispondenza tra loro. Ci atterremo, quanto alla disposizione della materia, all’ ordine delle opere di Tacito. I. a) Che le chiome bionde o rossicce e la corporatura grande formassero uno dei caratteri fisici della nazionalità germanica è fatto cenno nell’Agr. 11, 3 ‘ rutilae Caledoniam habitantium comae, magni artus Germanicam originem adseuerant ’: risponde alla descrizione che ne presenta la Germ. 4, 6 ‘rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum ualida ”. Seneca aveva anteriormente fatto menzione del ‘ rufus crinis et coactus in nodum apud, Germanos”.! Quanto alla frase dell’Agr.1. c.* magni artus Germanicam originem adseuerant ’, alla quale si riattacca l’osservazione intorno ai ‘ Bataui * (‘et forma conspicui , et est plerisque procera pueritia’ Mist. IV 14, 6: cf. V 18, 2) ed ai ‘ Cherusci ’ (‘ procera membra” ann. I 64, 7), risponde la considerazione generale intorno ai Germa * Per i limiti del confronto, vedi l’ avvertenza * a pag. 94. 1 Sen. dial. V 26, 3. 113 ni, che si legge nella Gem. 20, 1 ‘in hos artus, in hacc corpora, quae miramur, excrescunt ?. Cesare aveva prima avvertito che il suo esercito era stato invaso dal timore al sentire dai Galli e dai mercatanti la notizia ‘ ingenti magnitudine corporum Germanos, incredibili uirtute atque exercitatione in armis esse’ !; e Mela aveva anche osservato che i Germani erano ‘ immanes animis atque corporibus ?, perchè attendevano agli esercizi guerreschi ed erano afforzati dalla ‘adsuetudine laborum maxime frigoris ”. * b) Istituendo un confronto tra la fioridezza dei Galli nei tempi anteriori e la decadenza che essi mostrarono dopo, Tacito nell’ Agr. 11, 15 avverte: ‘ Gallos quoque in bellis floruisse accepimus; mox segnitia cum otio intrauit, amissa uirtute pariter ac libertate ’. Lo stesso concetto appare nella Germ. 28, 15, allorchè, per dare evidenza al carattere nazionale dei ‘ Treueri’ e dei ‘ Neruii ’, si dice che essi ‘ circa adfectationem Germanicae originis ultro ambitiosi sunt, tamquam per hanc gloriam sanguinis a similitudine et inertia Gallorum separentur ’. La superiorità dei Galli di un tempo è attestata nello stesso 1. della Germ. 28, 1 sull’autorità di Giulio Cesare, che aveva ciò indicato nel b. G. VI 24, 1. c) La discordia tra i nemici di Roma cooperò sempre a costituire la superiorità dei Romani ; onde la considerazione che leggesi nell’ Agr. 12, 4 ‘ nec aliud aduersus ualidissimas gentis pro nobis utilius quam quod in com 1 Cars. db. G. I 39, 1. ? Pompon. Met. chor. III 3, 26. CONSOLI : L’ autore della Germania. 8 lla mune non consulunt ’. Un pensiero analogosi manifesta nell’ augurio che 1° autore della Germ. fa a’ suoi concittadini, ‘quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam’ (Germ. 33, 9). Da ciò la politica, sì lodata, di Druso nelle relazioni coi Germani: egli ‘ haud lene decus quaesiuit inliciens Germanos ad discordias’ (ann. Il 62, 2).! d) Un apprezzamento punto benevolo per la spedizione di Caligola contro i Germani si legge tanto nell’ Agr. 13, 9 ‘ agitasse Gaium Caesarem de intranda Britannia satis constat, ni uelox ingenio mobili paenitentiae, et ingentes aduersus Germaniam conatus frustra fuissent ’; quanto nelle Rist. IV 15, 8, in cui si narra di un Canninefate, che ‘ multa hostilia ausus Gaianarum expeditionum ludibrium inpune spreuerat ’. Lo stesso apprezzamento era stato manifestato prima nella Germ. 37, 23 ‘*ingentes Gai Caesaris minae iu ludibrium uersae ?. e) La politica dei Romani solevasi avvalere di un mezzo più efficace delle armi, per vincere e tenere assoggettati i barbari, l’allettamento dei vizi. Nell’ Agr. 21, 10 sgg. sì deridono gli ignoranti che fanno consistere la civiltà nei ‘delenimenta uitiorum’, che sono 1 Claudio Mamertino ripeté lo stesso concetto, che le discordie intestine dei barbari erano la fortuna dell'impero: ‘ tantam esse imperii uestri felicitatem ut undique se barbarae nationes uicissim lacerent et excidant, alternis dimicationibus et insidiis clades suas duplicent et instaurent’ (Pan. genethl. Maxzimiano Aug. d., 16; in BAFHRENS, AZ/ pan. Lat. III, p. 113 sg.). 2 Severe sono anche le parole con cui Suetonio giudica l’impresa di Caligola contro i Germani (Calig. 43 e 45-47). Persio la deride (sat. 6, 43 sgg.). CÉ. Cass. Dion. r. Rom. invece strumenti di schiavitù. Similmente uno dei legati dei ‘Tencteri’ presso il ‘concilium Agrippinensium’ raccomandava, secondo racconta Tacito nelle hist. IV 64, 19: ‘instituta cultumque patrium resumite, abruptis uoluptatibus, quibus Romani plus aduersus subiectos quam armis ualent’. Lo stesso concetto è denotato nella Germ. 23, 6 ‘si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, hawd minus facile uitiis quam armis uincentur ”. f) L'esperienza della vita dimostra vera la sentenza che Tacito fa dire a Calgaco nell’ Agr. 30, 5: ‘ proelium atque arma, quae fortibus honesta, eadem etiam ignauis tutissima sunt’. Nella Germ. 36, 2 la si vede applicata per ispiegare la decadenza dei ‘ Cherusci ’, i quali ‘ mimiam ac marcentem diu pacem inlacessiti nutrierunt”; e l’autore, considerando che ‘id iucundius quam tutius fuit”, assurge ad un avvertimento d’ordine generale, che in nessun tempo è da trascurarsi dagli uomini di Stato: ‘inter inpotentes et ualidos falso quiescas ?. g) Nell’apostrofe di Tacito al suocero estinto, si legge: ‘ nosque domum tuam ab infirmo desiderio et muliebribus lamentis ad contemplationem uirtutum tuarum uoces, quas neque lugeri neque plangi fas est ’ (Agr. 46,3). La frase ‘ muliebribus lamentis’ richiama alla mente la sentenza della Germ. 27, 7 ‘ feminis lugere honestum est, uiris meminisse’. E probabilmente tutte e due le espressioni risalgono all’ ammonimento di Seneca: ‘ obliuisci quidem suorum ac memoriam cum corporibus efferre et effusissime flere, meminisse parcissime, inhumani animi est. hoc prudentem uirum non decet: meminisse perseueret, lugere desinat’.! Seneca, presso a morire, ripetè in parte lo stesso concetto, per confortare la consorte. La nazionalità degli ‘ Heluetii” è, secondo GIULIO (vedase) Cesare, gallica, poichè egli scrive di loro : ‘ Heluetii quogue reliquos Gallos uirtute praecedunt, quod. fere cotidianis Droga cum: Germanis contendunt’. 3 Dello stesso parere è Tacito che, considerando gli ‘ Heluetii’ quali erano divenuti a’ suoi tempi, avverte : ‘ Heluetii, Gallica gens olim armis uirisque, mox memoria nominis clara’ (Rist. I 67, 2). La medesima osservazione è confermata nella Germ. 28, 8, che considera tanto gli ‘ Falaotit ? quanto i ‘ Boii” come ‘ Gallica utraque gens ’ b) Era a nazionale dei Germani andare ala pugna coi corpi nudi a diciamo « ignudi »): lo indica Tacito nelle isf. II 22, 6 ‘cohortes Germanorum, cantu truci et more patrio nudis corporibus super umeros scuta quatientium ’. Prima di lui, ne aveva dato notizia Cesare, sebbene la sua osservazione non si restringesse ai soli usi guerreschi : ‘pellibus aut paruis renonum tegimentis utuntur, magna. corporis parte nuda ?.! E l’osservaziore di Cesare fu ripetuta nella Germ. rispetto ai combattimenti (‘ pedites et missilia spargunt.... atque in immensum uibrant, nudi aut sagulo leues Germ. 6,7), agli esercizi militari dei giovani (‘ nudi 1 SEN. epist. XVI 4 (99), 24. 2 Tac. ann. XV 63. 3 Cars. db. G. 1 1, 4. 4 CAESs. db. G. VI 21,5. Dice lo stesso dei ‘Suebi’ iunenes .... inter gladios se atque infestas frameas saltu iaciunt” Germ. 24, 2), e alla vita domestica (‘in omni domo nudi ac sordidi’ e. q. s. Germ. 20, 1: cf. 17, 2). Intorno alla provenienza dei ‘Bataui’ ed ai luoghi da loro occupati, ci informa Tacito nelle Rist. IV 12, 6 ‘Bataui, donec trans Rhenum agebant, pars Chattorum, :seditione domestica pulsi extrema Gallicae orae uacua cultoribus simulque insulam iuxta' sitam occupauere, quam mare Oceanus a fronte, Rhenus amnis tergum ac latera circumluit’. Della ‘insula Batauorum’ avevano già fatto menzione Cesare e Plinio Secondo. * Nella Germ. 29, 1 si legge: ‘ omnium harum gentium uirtute praecipui Bataui non multum ex ripa, sed insulam Rheni amnis colunt ’; e, quanto alla loro origine, immediatamente dopo si soggiugne : ‘ Chattorum quondam populus et seditione domestica in eas sedes transgressus, in quibus pars Romani imperii fierent ’. d) Narra Tacito (Rist. IV 14, 10) che Civile, in occasione di un banchetto tenuto in un bosco sacro, espose ai convitati la necessità d’insorgere in difesa dei loro diritti conculcati, contro il dominio romano. L’ usanza germanica di trattare affari, sì privati che pubblici , durante i conviti è menzionata, in generale, nella Germ. 22, 9 ‘ de reconciliandis inuicem inimicis et iungendis adfinitatibus et adsciscendis principibus, de pace denique ac bello plerumque in conuiuiis consultant : e la ragione ne è spiegata ‘tamquam nullo magis tempore 1 Secondo la congettura del Walch: nel cod. si legge ‘ iuuata sit an”. ? Cars. db. G. IV 10, 1. Prin. n. A. aut ad simplices cogitationes pateat animus aut ad magnas incalescat ”. e) La disposizione dei Germani per cunei, nelle battaglie, è menzionata nella Germ. 6, 20 ‘acies per cuneos componitur ?’. La conferma appare dal modo secondo cui furono disposti i ‘ Canninefates’,i ‘ Frisii”, i ‘ Bataui ’, etc. nei combattimenti, durante l’insurrezione di Civile (rist. IV 16. V 16), e dall’ordine del ‘ Bructerorum cuneus ” (Rist. V 18, 5).! Ma l’ ordinamento dei combattenti per cunei era stato prima accennato da Cesare *. Tacito ne fa pure menzione, descrivendo la battaglia di Bedriaco 3. f) Nello stesso lib. IV delle hisé. di Tacito, si nota che i ‘ Bataui ’ furono esenti dall'obbligo di pagare ai Romani i tributi: ‘ Batauos tributorum expertes (list. IV 17, 11); ed è confermato in un altro luogo : * sibi (sc. Batauis) non tributa sed uirtutem et uiros indici ’ (hist. V 25, 9: cf. IV 12, 10). Tale esenzione è notata anche nella Germ. 29, 6 ‘ (Bataui) nec tributis contemnuntur nec publicanus atterit ’, per la ragione che essi ‘ tantum in usum proeliorum sepositi, uelut tela atque arma, bellis reseruantur ?. g) Civile, nel determinare l’ ordine della battaglia, ‘matrem suam sororesque, simul omnium coniuges par 1 Cf. Tac. hist. IV 20, 11. La disposizione dei combattenti per cunei si continuò anche dopo presso i barbari: v. Amm. Marc. r. g. XXVII 2, 4. 2 Cars. d. G. VI 40, 2: altrove lo indicò con la voce ‘phalanx *; db. G. I 52, 4. 3 Tac. hist. II 42, ]1 ‘comminus eminus, cateruis et cuneis concurrebant': v. la nota al l. c. nel comm, del VALMAGGI, p. 78, Torino uosque liberos consistere a tergo iubet, hortamenta uictoriae uel pulsis pudorem ” (Rist. IV 18, 14): si soggiugne poco dopo ‘ uirorum cantu, feminarum ululatu sonuit acies’. Consimile ordine nei combattimenti a cui preparavansi i Germani, è indicato nella Germ. 7, 11 ‘in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri, unde uagitus infantium ’. Ma in tutti e due i Il. citati la notizia pare che sia provenuta da quanto avevano scritto prima Cesare sulle donne dei Germani nelle pugne combattute da Ariovisto !, e Strabone intorno alle donne dei Cimbri. ° h) L’ usanza dei Germani di portare nei combattimenti effigie di animali o altri simboli rappresentanti le loro divinità protettrici o qualche attributo delle stesse, è indicata da Tacito, Rist. IV 22, 12: ‘ depromptae siluis lucisque ferarum imagines, ut cuique genti inire proelium mos est ’. Nella Ger. 7, 8 si osserva la stessa consuetudine: ‘ effigiesque et signa quaedam detracta lucis in proelium ferunt ’*. Così, ad es., gli ‘ Aestii ’ portavano per simboli divini immagini di cinghiali (‘ insigne superstitionis formas aprorum gestant’ Germ. 1 Cars. db. G. I 51, 3. ? STRAB. geogr. VII 2, 3 (C 294), p. 404, ed. M. Vedi anche PLvT. C. Mar. 19, 8, p. 497, ed. Th, Doehner. FLor. epit. I 38, 16-17 (III 3), ed. Halm. 3 Tra le‘ effigies” erano notevoli il lupo e il serpente (Wadan), l’orso e il capro (Thunar), etc. ; tra i simboli o ‘ signa ’, la lancia (Wodan), il martello (Thunar), la spada (Tiu), etc. : v. F. G.BERGMANN, poémes islandais tirés de l' Edda de Scemund, Paris 1838, pp. 1-185, 243-259, 303-319; e le « notes explicatives » pp. 221 - 239, 292 300, 358 - 368; v. anche dello stesso Bergmann la fascination de Gulfi (Gylfa ginning), traité de mythologie scandinave, Strasbourg & Paris i Cimbri preferivano il toro di bronzo !. I Germani non rappresentavano in forma umana le loro divinità: ‘nec cohibere parietibus deos neque in ullam humani oris speciem adsimulare ex magnitudine caelestium arbitrantur? (Germ. 9, 7). i) Scoppiata l’ insurrezione di Civile, il danno maggiore fu recato dalle ostilità degli insorti contro gli ‘ Vbii’, ‘quod gens Germanicae originis eiurata patria Romanorum nomine ? Agrippinenses uocarentur (Rist. IV 28, 6). Dalla Germ. 28, 19 si apprende che ‘ ne Vbii quidem, quamquam Romana colonia esse meruerint ac libentius Agrippinenses conditoris sui nomine uocentur, origine erubescunt’; e da un luogo degli ann.'XII 27, 1-4 si ha la notizia più precisa, che ad istanza di Agrippina, moglie dell’imp. Claudio e madre di Nerone, si condusse una colonia romana nell’ ‘ oppidum Vbiorum’, onde il nome di ‘ Colonia Agrippina’ o solamente ‘ Agrippina’, ovvero ‘ Colonia’ che si ebbe dopo.* j) Quel che dice Tacito, isf. IV 61, 1, intorno allo adempimento di un voto di Civile, il quale ‘ post coepta aduersus Romanos arma propexum rutilatumque crinem 1 PLvr. C. Mar. 23, 6, p. 499, ed. c. ? ‘ Romanorum nomine’ è dovuto a congettura del Weissenborn. Nel cod. è ‘nom’. La lez. ‘ Romanorum nomen’, che il Gruter notò, è chiusa dal Halm, dal Ritter, dal Ramorino, etc. tra parentesi quadre. Altri preferiscono ‘ Romano nomine’, secondo la congettura del Lipsius. 3 Amm. Marc. r. g. XV 8, 19; 11, 7. XVI 3, 1. Ma Io, Harduinus, nel comm. alla n. A. di Plinio, vol. I, p. 225, nota 2?, crede che sia Agrippina la moglie di Germanico, perchè, come egli dice, ‘ ueluti mater castrorum procurabat ex eo tractu annonam militibus, qui merebant in exercitu mariti sui : quamobrem et laureato capite pingitur in achate Tiberiano ’, è patrata demum caede legionum deposuit’, appare nella Germ. 31, 3, riferito in ispecial modo ai ‘Chatti’: ‘ ut primum adoleuerint, crinem barbamque submittere, nec nisi hoste caeso exuere uotiuum obligatumque uirtuti oris habitum”.' Anche a Roma non fu, come pare, sconosciuta tale usanza, poichè Cesare, per dimostrare il suo affetto ai soldati, ‘ audita clade Tituriana barbam capillumque summiserit nec ante dempserit quam uindicasset ’. ? kh) Da uno dei legati dei ‘ Tencteri ’ si diceva: ‘quod contumeliosius est uiris ad arma natis, inermes ac prope nudi sub custode et pretio coiremus’ (Qist. IV 64, 8). Il portare le armi, e in qualunque occasione, stimavasi dai Germani un segno di valentia e di libertà. Ciò confermasi nella Germ. 13, 1 ‘ nihil autem neque publicae neque priuatae rei nisi armati agunt’; e si indica il modo con cui facevasi la dichiarazione d’idoneità a portare le armi. L’ osservazione si ripete nella Germ. 22, 5 ‘ad negotia nec minus saepe ad conuiuia procedunt armati’. Anche morto, il Germano aveva seco le sue armi (Germ. 27, 4). Tale usanza, del resto, non restringevasi ai soli Germani; Cesare la indica prevalente presso i Galli. 5 1 La stessa usanza presso i Sassoni, in tempi posteriori, è riferita da PAvL. pIAC. de gest. Langobard. III 7, p. 438, c. 2?. E nella storia di Norvegia è narrato il giuramento del re Harald Haarfager, di non tagliarsi i capelli nè di pettinarli prima d'avere spenti tutti i piccoli sovrani che tenevano divisa la patria sua: e dopo lotte accanite che durarono più di dieci anni, adempi quanto aveva giurato: v. R. KeysER, Norges historie, ed. c., vol. I, pp. 204-209. 2 SveTton. diu. Iul. 67. 3 Cas, d, G. V 56, 2: cf. VII 21, 1. 122 1) Un altro segno della piena libertà di cui godevano i Germani, e che, come del resto è nell’ordine naturale delle cose, trascendeva talora in dannosi eccessi, era quel che nota Tacito nelle Rist. IV 76,9: ‘ Germanos.... non iuberi, non regi, sed cuncta ex libidine agere’. E da ciò quella lentezza nelle deliberazioni delle assemblee, che era veramente un ‘ex libertate uitium’; poichè i Germani ‘ non simul nec ut iussi conueniunt, sed et alter et tertius dies cunctatione coèuntium absumitur’ (Germ. 11, 9). Presso i Galli, nota Cesare, l’abuso era punito; e al principio della guerra, quando tutti i giovani armati dovevano adunarsi in un dato luogo, chi di loro ‘nouissimus conuenit, in conspectu multitudinis omnibus cruciatibus affectus necatur ?.! m) Nel luogo testè cit. delle Rist. IV 76, 10 si soggiugne: ‘pecuniamque ac dona, quis solis corrumpantur (sc. Germani), maiora apud Romanos. Negli ann. XI ‘ 16, 7 è detto che l’imp. Claudio si avvaleva del danaro per tenere sotto la sua dipendenza il re dei ‘Cherusci’, Italico. Or, tanto nel primo quanto nel secondo dei ll. cc., scorgesi l'applicazione del mezzo che non di rado usavano i Romani, per meglio asservire il popolo germanico: onde la considerazione che leggesi nella Germ. 15, 12 ‘iam et pecuniam -accipere docuimus’ ;? e, in particolar modo, intorno ai re dei ‘ Marcomani’ e dei ‘Quadi’ si dice: raro armis nostris, 1 CaEs. db. G. V 56, 2. 2 È noto che, per danaro, la milizie germaniche marciarono contro gli stessi Germani: v. CAPITOLIN. M. Ant. philos. 21,7; in scriptt. hist. Aug., IV p. 66, ed. P., Mi | A saepius pecunia iuuantur, nec minus ualent’ (Germ. 42, 9). ! n) I Germani ammettevano che le donne di condizione elevata fossero le più sicure garentie e i migliori ostaggi, per ottenere l’ adempimento dei patti convenuti tra popolo e popolo o tra i partiti di una stessa gente. Un caso è rammentato da Tacito, Rist. IV 79, 1:‘orabant auxilium Agrippinenses offerebantque uxorem ac sororem Ciuilis et filiam Classici, relicta sibi pignora societatis’; la quale ‘ societas’ sappiamo che era stata già ‘ nobilissimis obsidum firmata’ (Rist. 1V 28, 2). La consuetudine era stata prima indicata nella Germ. 8, 5: ‘ efficacius obligentur animi ciuitatum, quibus inter obsides puellae quoque nobiles imperantur ”. Augusto aveva tentato di trarne vantaggio, chiedendo ad alcuni capi.di nazioni vinte, per tenerli in fede e soggezione, delle donne per ostaggio. * o) Per significare 1° approvazione delle proposte discusse nelle assemblee, i Galli solevano battere le armi: ‘conclamat omnis multitudo et suo more armis concrepat, quod facere in eo consuerunt, cuius orationem approbant ?. La stessa usanza notavasi presso i Germani : ‘ sin placuit, frameas concutiunt : honoratissimum adsensus genus est armis laudare’ (Germ. 11, 17). Tacito l’accenna nelle Rist. V_ 17, 13 ‘ sono armorum tripudiisque, ita illis (sc. Germanis) mos, adprobata sunt dicta ’. III. a) La considerazione sulla maniera di com1 V. pag. 12 sg. 2 SvETON. Aug. 21. 3 Cars, db. G. VII 21, 1, Cf. Liv. battere dei ‘Chatti’, che osserviamo negli ann. I 56, 16 ‘non auso hoste terga abeuntium lacessere, quod illi moris, quotiens astu magis quam per formidinem cessit ’, appare come un’applicazione al caso particolare dell’ osservazione fatta, in generale, sul carattere, dei Germani: ‘ cedere loco, dummodo rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur’ Germ. 6, 20. Simile usanza presso i‘ Cherusci’ è notata negli ann. II TIA b) Tacito narra che, dopo la disfatta di Varo, i Germani sacrificarono presso le are i vinti ‘tribunos ac primorum ordinum centuriones’ (ann. I 61, 13); e la stessa notizia sui sacrifici umani egli ripete, in proposito della vittoria degli ‘ Hermunduri”’ sui ‘Chatti”: ‘ uictores diuersam aciem Marti ac Mercurio sacrauere, quo uoto equi uiri, cuncta uiua occidioni dantur’ (ann. XIII 57, 10). Analoga osservazione era stata fatta nella Germ. 9, 1 ‘deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent ’; ma placavano Marte ‘concessis animalibus’. I‘ Semnones’ anch’essi ‘ caeso publice homine celebrant barbari ritus horrenda primordia’ (Germ. 39, 5); e con vittime umane si celebrava il culto della dea ‘Nerthus” o ‘Terra mater’ (Germ. 40, 19). Strabone aveva prima fatto menzione dell’orrendo rito dei sacrifici umani presso i Cimbri '; istituto religioso, del resto, comune a tanti altri popoli primitivi. Iordanis afferma che anche i Goti offrivano a Marte vittime umane; e 1 StRAB. geogr. VII 2, 3 (C 294), p, 404, ed. M. 2 IoRDAN. de or. act. Get. 5, p. 9, 23, ed. Holder: ‘ opinantes (se. Gothi) bellorum praesulem apte humani sanguinis effusione placandum. Procopio dice che l’orrendo rito si era continuato, per le divinazioni, presso i Franchi già convertiti al Cristianesimo. * c) All’ indicazione : ‘ certum iam alueo Rhenum ... Vsipi ac Tencteri accolunt’ (Germ. 32, 1), risponde la frase che si nota negli ann. II 6, 13 ‘ Rhenus uno alueo continuus’. Mela dà più chiara spiegazione, ed usa qualche parola che poi ripetè, sull'argomento stesso, lo autore della Germ.: ‘(Rbenus) mox diu solidus et certo alueo lapsus haud procul a mari huc et illuc dispergitur ?. ? d) Negli ann. II 12, 3 si fa menzione di una selva consacrata ad Ercole, luogo di convegno dei Germani. Anche di Ercole e dei canti guerreschi, con cui si celebrava quel ‘primus omnium uwirorum fortium’, si trova menzione nella Germ. 3, 1 sg.: cf. 9, 2. Evidentemente si allude al culto di Thor (Donar) che, per interpretazione romana, si era rassomigliato ad Ercole. Quanto, poi, all’espressione ‘siluam Herculi sacram?”, che si legge nel 1. c. degli ann., e al ‘ sacrum nemus ”, dove Civile riuniva i suoi (/Rist. IV 14, 10), si possono considerare come esempi della consuetudine indicata, in generale, nella Germ. 9, 9: ‘lucos ac nemora consecrant’. Dello stesso modo son da considerarsi come casi particolari della consuetudine, di cui è discorso nel presente paragrafo, la ‘silua auguriis patrum et prisca formidine sacra’, dove, nel tempo stabilito, si adunavano i ‘Semnones’ (Germ. 39, 3); il ‘castum nemus’ consacrato, in un’isola dell’ oceano, alla dea \ 1 ProcoP. de b. Goth. II 25. ? Pompon. Met. chor. Ill Nertbus’ (Germ. 40, 9); e quello ‘antiquae religionis lucus ’, presso i ‘ Nahanaruali” (Germ. 43, 14). ! e) Nel discorso pronunziato da Germanico ai suoi soldati si afferma: ‘non loricam Germano, non galeam, ne scuta quidem ferro neruoue firmata’ (ann. II 14, 10) : perciò scarsezza, se non totale mancanza, del ferro presso i Germani. Il medesimo concetto è annunziato nella Germ. 6, 1 ‘ne ferrum quidem superest, sicut ex genere telorum colligitur’; ma l’asserzione di Germanico, il quale nella foga oratoria negava a tutti i Germani la lorica e l’elmo, appare mitigata dall’ osservazione che si legge nella Germ. 6, 10 ‘paucis loricae, uix uni alteriue cassis aut galea’. Egli è vero che i ‘ Cotini” conoscevano la metallurgia del ferro (Germ. 43, 6), ma i ‘Cotini’” non erano stimati Germani: ‘Cotinos Gallica ... lingua coarguit non esse Germanos, et quod tributa patiuntur’ (Germ. 43, 3). Presso gli ‘ Aestii” era ‘rarus ferri, frequens fustium usus’ (Germ. 45, 12). Nella stessa orazione di Germanico si nota che i Germani usavano per scudi ‘uiminum textus uel tenuis et fucatas colore tabulas’ (ann. II 14, 12): lo stesso avvertesi in generale, intorno agli scudi dipinti, nella Germ. 6, 9 ‘scuta tantum lectissimis coloribus distinguunt ’. Soltanto gli ‘ Harii” avevano il costume di portare gli scudi tinti in nero, per atterrire i nemici durante i combattimenti notturni, presentando un certo ‘nouum ac uelut infernum adspectum’ (Germ. 43, 24), ? ì V. rag 105, per la rispondenza con la n. A. di Plinio. 2 Sull'uso degli scudi dipinti v. EvrIr. Phoen. 142, vol. II, p. 402, ed. Nauck. Cic. de or. II 66, 266. 127 f) Del clima della Germania si dice negli ann. II 24, 1 ‘truculeutia caeli praestat Germania’. E l’autore della Germ. si domanda: ‘(quis) Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit ?° (Germ. 2, 8). Seneca fa una osservazione consimile: ‘ perpetua illos (sc. Germanos) hiems, triste caelum premit, maligne solum sterile sustentat” e. q. s.! g) I soldati di Germanico, che sopraffatti dalla tempesta, sì erano dispersi, tornati poi nei quartieri, dopo lunga peregrinazione, narravano cose meravigliose, ‘uim turbinum et inauditas uolucres, monstra maris, ambiguas hominum et beluarum formas, uisa siue ex metu credita’ (ann. II 24, 18). Simili notizie favolose sono riferite nella Germ. 46, 25 intorno agli ‘ Hellusii ’ ed agli ‘“Etiones’: “ora hominum uultusque, corpora atque artus ferarum gerere’. Ma, mentre un che di ironico traspare dalla frase ‘siue ex metu credita’, nella Ger. si. osserva che tali racconti si tralasciano, perchè sfuggono ad un esame giudizioso : ‘ quod ego ut incompertum in medio relinquam’ (Germ. 46, 26). Ad una conclusione non dissimile era venuto prima Pomponio Mela, trattando degli ‘Oeonae’, degli ‘Hippopodes’ e dei ‘ Panuatii ”. * h) Alludendo ad un’età aurea degli ordinamenti sociali, in tempi antichissimi, Tacito osserva : ‘ uetustissimi mortalium, nulla adhuc mala libidine, sine probro, scelere eoque sine poena aut coercitionibus agebant’ 1 Sen. dial. | 4, 14. ? Pomp. Met. chor. Ill 6, 56. Cf. Plin. n. h. IT 108 (112), 246. IV 13 (27), 95 Sotin. coll. r. m. 19, 6-8, p. 105, ed. Mominsen. Avevstin. de civ. Dei XVI 8, vol. II, p. 135 sg., ed, Dombart. 128 (ann. III 26, 1). Simile concetto, ma col proposito di dare evidenza, mediante l’antitesi, alla decadenza morale dei Romani nell’età imperiale, è annunziato nella Germ. 19, 17 ‘plusque ibi boni mores uwalent quam alibi bonae leges ’. Al medesimo concetto avevano alluso Sallustio! e Orazio. * î) La pretensione vessatrice di Olennio, che imponeva ai ‘ Frisii’ di soddisfare il tributo di pelli di buoi con pelli di uri, offre a Tacito l’ occasione di osservare che ‘id aliis quoque nationibus arduum apud Germanos difficilius tolerabatur, quis ingentium beluarum feraces saltus, modica domi armenta sunt’ (ann. IV 72, 7). Analoga osservazione sui buoi della Germania, che erano più piccoli e meno belli de’ buoi degli altri paesi, si nota nella Germ. 5, 5 ‘ pecorum fecunda, sed plerumque improcera. ne armentis quidem suus honor aut gloria frontis’. Cesare l’ aveva anche osservato: ‘ sed, quae (sc. iumenta) sunt apud eos nata, parua atque deformia”.? j) Tacito narra che Nerone mandò in Britannia uno de’ suoi liberti, di nome ‘ Polyclitus ?, con l’incarico di rimettere la concordia tra il legato e il procuratore, e di rappacificare i barbari ribelli; ma il liberto ‘ hostibus inrisui fuit, apud quos flagrante etiam tum libertate nondum cognita libertinorum potentia erat; mirabanturque quod dux et exercitus tanti belli confector seruitiis oboedirent’ (ann. XIV 39, 7). La storia ci rammenta altri liberti potentissimi presso 1 SALL. Cat. 9, 1 “ius bonumque apud eos non legibus magis quam natura ualebat’. ? Hor. carm. III 24, 35 sg. 8 CAES. db. G. alcuni imperatori romani. E però, in antitesi a quella superiorità che si riconosceva, dai Germani non sottoposti a monarchi, ai soli uomini liberi, 1’ autore della Germ. osserva: ‘ liberti non multum supra seruos sunt, raro aliquod momentum in domo, numquam in ciuitate, exceptis dumtaxat iis gentibus, quae regnantur ? (Germ. 25, 8: cf. 44, in principio). k) Argomento trito era quello dei vantaggi di cui godeva l’ ‘ orbitas ’ di vecchi ricchi. ‘ Hereditatis spes ’, scriveva Cicerone, ‘ quid iniquitatis in seruiendo non suscipit? quem nutum locupletis orbi senis non obseruat ?’!. Orazio ne fa il tema della sat. quinta del lib. II (cf. anche episf. I 1, 79); e Seneca avverte: ‘in ciuitate nostra plus gratiae orbitas confert quam eripit ?. ? Allo stesso argomento si riferisce Tacito , scrivendo: ‘ satis pretii esse orbis quod multa securitate, nullis 0neribus gratiam honores cuneta prompta et obuia haberent ? (ann. XV 19, 7); e in altri luoghi adduce per esempi Calvia Crispinilla, ‘ magistra libidinum Neronis?, la quale fu ‘ potens pecunia et orbitate, quae bonis malisque temporibus iuxta ualent” (Risé. I 73, 8); e un tale Pompeo Silvano, che ‘ ualuit pecuniosa orbitate et senecta ’ (ann. XIII 52, 7). L’antitesi sì osserva nel 1 Cic. parad. V 2, 39. 2 Sen. dial. VI 19, 2; e degli scrittori che, dopo Plinio Secondo, s'intrattennero di tale argomento, v. PLIN. epist. IV 15, 3. IvvenaL. sat. IV 12,99 sgg. PETRON. sat. 1)6, p. 539. MARTIAL. epigr. IV 56, 1-6. Amm. Marc. r. g. XIV 6, 22. 3 Ma Domizio Balbo era stato ‘simul longa senecta, simul orbitate et pecunia insidiis obnoxius L’ autore della Germania le istituzioni tradizionali dei Germani, presso i quali ‘nec ulla orbitatis pretia’ (Germ. 20, 18). IV. In tutti i luoghi che nel presente capitolo abbiamo comparativamente esaminati, è agevole osservare che la somiglianza o identità di concetto proviene per lo più dai fonti comuni, donde i pensieri sono stati dedotti ; e, ove tali fonti comuni manchino ovvero non si riesca a determinarli, nulla vieta di ammettere che, essendo il tempo della composizione della Gem. anteriore a quello in cui furono scritte le opere di Tacito, questi, trattando ne’ suoi lavori storici di argomenti analoghi ad alcuni già svolti o menzionati nella Germ., si sia avvalso di considerazioni , uotizie, insomma di pensieri che erano stati espressi in questo ultimo libro. Nondimeno Tacito non si attenne sempre a tali concetti, chè talvolta di proposito se ne allontanò , o li modificò, o chiaramente li contraddisse. Valgano di conferma i sgg. esempi. a) Della notizia, data da Cesare, ! sull’ antica potenza dei Galli fa menzione la Germ. 28, 1, indicandone con lode somma il fonte: ‘ualidiores olim Gallorum res fuisse summus auctoram diuus Iulius tradit’. La medesima notizia appare nell’ Agr. 11, 15, ma senza indicazione del fonte autorevole: ‘Gallos quoque in bellis floruisse accepimus’. Anche in un altro luogo dell’ Agr., c. 10, si ripete, senza che se ne indichi il fonte, una notizia data da Cesare.* Soltanto, quando si riferiscono le imprese militari contro la Britannia, si fa 1 Cars, db. G. VI 24, 1. ? Cars. b. G. V 13, 1 sgg. Mo] 1Bl cenno di Cesare: ‘primus omnium Romanorum diuus Iulius cum exercitu Britanniam ingressus ’ (Agr. 13, 3). b) La lingua dei Britanni non era molto differente da quella gallica, perchè entrambe derivavano dallo stesso ceppo celtico: e su ciò è chiara l’ affermazione dell’ Agr. 11, 12. Ma con tale affermazione non si può conciliare quanto è detto nella Germ. 45, 9, cioè che gli ‘Aestii’, i quali abitavano sulle spiagge ad oriente del mare suebico, ed avevano costumanze e riti simili a quelli dei Suebi, adoperassero una ‘lingua Britannicae propior ”. c) La voce ‘Germania’ usata al plur. notasi nello Agr. 15, 13. 28, 1: cf. ann. I 46, 9; è evitata nella Germ., sebbene in questa si presenti non rara l’ occasione della sineddoche mediante l’uso del plur. invece del sing. ‘d) Del Norico, che è più volte nominato negli scritti di Tacito (ist. I 11, 9; 70, 16. ann. II 63, 3), non si fa menzione nel c. 1° della Germ., nel quale si descrivono i confini della Germania: appena, per incidenza, sì nota in un altro ]. che la terra germanica è ‘ uentosior qua Noricum ac Pannoniam aspicit’ (Germ. 5, 3); il che rende più evidente l’omissione fatta nel c. 1°. e) Col solo nome ‘Caesar’, Tacito indicò il dittatore Giulio Cesare (Rist. III 66, 16): più volte premise o aggiunse il titolo ‘ dictator” (/ist. III 68, 5. ann. I 8, 27. II 41, 3. IV 34,21. VI 16, 2. XI 25,9. XIII 3, 11. XIV 9, 6); una sola volta lo fece precedere dal prenome C. (ann. IV 43, 5). Nella frase della Germ. 37, 20 ‘ Varum trisque cum eo legiones etiam Caesari abstulerunt’, si indica col solo nome ‘Caesar’ l’imperatore Augusto. ! f) Facendo menzione della vergine fatidica Veleda, la cui autorità era divenuta grande dopochè ella aveva predetto la vittoria dei Germani e la distruzione delle legioni romane, Tacito accenna ad un antico costume presso i Germani, ‘quo plerasque feminarum fatidicas et augescente superstitione arbitrantur deas’ (list. IV 61, 10). Nella Germ. si spiega il fondamento di tale credenza: ‘inesse quin etiam sanctum aliquid et prouidum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt’ (Germ. 8, 6); ma si avverte che le donne fatidiche erano tenute ‘numinis loco’ e venerate ‘non adulatione nec tamquam facerent deas’. 9g) Per il ritorno degli ‘ Agrippinenses ’ in seno alla grande famiglia germanica, si rendono grazie ‘ communibus deis et praecipuo deorum Marti’ (Qisf. IV 64, 4). Nella Germ. 9, 1 si assevera, invece, che per i Germani il precipuo degli dei era Mercurio : ‘ deorum maxime Mercurium colunt ’. h) Nelle Rist. IV 73, 12 si fa menzione dei Teutoni accanto ai Cimbri; nella Germ. 37, benchè vi si tratti delle guerre cimbriche, si omette qualsiasi cenno intorno ai Teutoni. * i) Per l’autore degli ann. sono ‘clientes’ i compa 1 Negli ann. Augusto é detto una volta ‘Caesar Octauianus (XII 6, 14) ed un’altra ‘Caesar’ (I 2, 3), riferendosi però a tempi anteriori a quello in cui egli prese il nome di Augusto (a. 727 /27: cf. WEISSENBORN, de Titi Liuii uita et scriptis). La disfatta di Quintilio Varo avvenne nel settembre dell'a. 9 d. Cr., cioè 36 anni dopo che Ottaviano era stato insignito col titolo di Augusto, gni dei capi barbari, p. es. i ‘clientes’ di Segeste (amm. I 57, 13), di Inguiomero (ann. II 45, 4), di Vannio (ann. XII 30, 7); e che significhi ‘ clientela’ per Tacito si deduce dal l. degli ann. II 55,8. Nella Germ., invece, i compagni dei capi son detti, con voce più nobile e decorosa, ‘comites’ (Germ. 13,10, 12, 14, 14,7); ela loro riunione ‘ comitatus” (Ger.), non ‘ clientela”. j) Secondo la Germ. 4, 6, i Germani hanno ‘magna corpora et tantum ad impetum ualida’. Negli ann. II 14, 14 si restringe l’obietto di tale considerazione, poichè si nota che il corpo dei Germani è ‘uisu toruum et ad breuem impetum ualidum ’. i k) L’ autore della Germ. non saprebbe affermare ‘nullam Germaniae uenam argentum aurumue gignere: quis enim scrutatus est ?” (Germ. 5, 9). E nondimeno negli ann. XI 20, 11 è detto espressamente che nell’a. 47 d. Cr. Curzio Rufo ‘in agro Mattiaco recluserat specus quaerendis uenis argenti ’, tuttochè con poco profitto e per breve tempo. Se è assodato, da quanto narra Tacito negli ann. XIII 57, 2 sgg., che i Germani facevano uso del sale, non può evitarsi il contrasto con l’osservazione che leggesi nella Germ. 23, 4, cioè che i Germani si preparavano i cibi ‘ sine apparatu, sine blandimentis ?. Ed altri esempi omettiamo, per amore di brevità. Mende tipografiche . 28 mendacium 13 comunica 18 Seguo ll alle leggi mendaciorum comunicava Seguiamo alle I At/n^^'^ l^arbarli College Eibrarg FROM THE CONSTANTIUS FUND Established by Professor E. A. Sophoclbs of Harvard University for " the purchase of Greek and Latin books, (the andent classics) or of Arabie books, or of books illustrating or ex plaining sudi Greek, Latin, or Arabie books.»» (Will} La " GERMANIA " comparata CON LA ''^NATÌ^RAUGHfGTOmA ' DI RDIMIO e con le opere di Tacito Altre opere del Prof. Dott. Santi Consoli : Italiensk Crammatik til brug for Norske og Danske. Catania , 1884. L. 3. (in deposito presso E. Hauffs boghandel, Kristiania in Norvegia). Istituzioni di lingua latina esposte, secondo il metodo scientifico, agli alunni delle scuole secondarie classiche. Catania, F. Tropea Introduzione allo studio del D. N. Torino, F.lli Bocca Fonologia latina Milano, U. Hoepli Letteratura norvegiana, Milano, U. Hoepli De C. Piinii Caecllii Secundi rhetoricis studiis. Catinae, C. Galatola Il neologismo negli scritti di Plinio il giovane. Contributo agli studi sulla latinità argentea. Palermo, A. Reber Neologismi botanici nei carmi bucolici e georglci di Virgilio. Contributo agli studi sulla latinità dell'evo augusteo. Palermo, A. Reber L' autore del libro " De origine et situ Cermanorum " : ricerche critiche. Roma, Loescher LA GERMANIA COMPARATA COLLA NATVRALIS HISTORIA di Plinio e cosa le opere d.i rPaclto RICERCHE LESSIGRAFIGHE E SINTATTICHE lib. doc. di letteratura e lingua latina nella R. Università di Catania Loescher Bretaehneider e Regenberg Librai di S. M. la Regina d' Italia L-t l-l'iZ.i l \ (.Ji'ù i U ta.t ^ tCu>u Y^. (Catai^a^ via MaddemfD. Ttpoffrafia editrice BARBACALLO & 8CUDERI, in Catania. Alla memòria benedetta di mia madre E DI MIA MOGLIE . Il sagio che C. sommettealla benevola attenzione dei lettori ha il solo obietto di dare evidenza ad alcune osservazioni lessigrafiche e sintattiche, più degne di nota, che risultano dal confronto della Germania con la naturalis historia di Plinio e con le opere di Tacito. Si ommettono, per tanto, tutte le particolarità, concernenti la lessigrafla e la sintassi, che presentano gli scritti comparati, in quanto che tali particolarità o casi isolati sfuggono ad un'indagine comparativa. Nelle ricerche sulla genesi e lo svolgimento delle voci e locuzioni considerate, terremo presente l'uso che ne fecero i più autorevoli scrittori latini anteriori a Plinio Secondo ed a Cornelio Tacito, e quelli ad essi contemporanei. Eviteremo, per ciò, salvo in qualche caso raro, di seguire le vicende di una data espressione o di un dato costrutto sintattico nell'uso letterario dei tempi seriori. Sarà ommessa altresì l' indagine di quei significati delle voci esaminate , i quali , non essendo stati accolti nelle opere che sono obietto delle nostre ricerche, non sembrano di alcun vantaggio per la comparazione istituita. Al nostro compito è sufficiente indagare per quale tramite la voce, la frase, il costrutto che si esaminano , sì siano introdotti nelle opere messe in comparazione. Qualche osservazione critica appare, talvolta, nelle note; che, trattandosi di indagini comparative, è necessario, anzi tutto, essere certi dei termini del confronto ed aver notizia delle vie percorse dalla critica per fissarli. Quanto al testo di Tacito, ci siamo attenuti all' edizione curata dal Halm ; e, per il testo della naturalis historia di Plinio, abbiamo seguito l'ediz. Jan-Mayhoff*. Ci è parso opportuno seguire, quanto al testo della Germania, la recente ediz. curata da Io. Mueller ( ' editio maior, II emendata, Vindobonae, Pragae, Lipsiae, MDCCCC '). Nel citare i passi di un autore, abbiamo eoa vili servato invariata l'ortografia del testo, quale è presentata neir ed. di cui ci siamo serviti : e perciò occorre, qualche volta, leggere nello stesso paragrafo o nello stesso rigo l'identica parola scritta in più modi; p. es. ' adgnoscere ' e ' agnoscere ' , ' adgnatus ' e ' agnatus ' , ' caespes ' e ' cespes ', ' conlatio ' e ' coUatio ', ' inlacessitus ' e ' illacessitus ', ' inpatiens ' e ' impatiens ', ' inputare ' e ' imputare ', ' inrumpere ' e ' irrumpere ', etc. I passi di Tacito sono designati con la indicazione del rigo , dopo il numero che rappresenta il cap. ; e per maggiore chiarezza, a fin di agevolare le ricerche ed i confronti, si è indicato , ogni volta che sia apparso necessario, anche il num. del rigo nelle citazioni dei passi di altri scrittori. Ad evitare, però, troppo curaolo di numeri, si è ommessa, nel citare i luoghi di Plinio, r indicazione dei numeri che rappresentano i capitoli e le sezioni: il luogo che si cita è indit^ato soltanto col numero d'ordine del libro e col numero del paragrafo. Arrogi che , quante volte si è trascritto il testo di un luogo della naturalis historia, il numero rappresentante il libro è stato sempre espresso con segni romani ; allorché, invece, si è citato un luogo della detta opera per semplice confronto o richiamo, senza la trascrizione del testo, si è indicato (da pag. 33 in poi) anche il numero d' ordine del libro con sole cifre arabiche. Non pare superfluo, in fine, avvertire (tuttoché, del resto , si sia chiaramente detto e ripetuto nelle prefazioni dei nostri libri sui neologismi pliniani e sui neologismi botanici nei carmi bucolici e georgici di Virgilio) che la nostra affermazione sulla novità di un vocabolo o di un costrutto sintattico nelle opere messe in confronto, o sul significato nuovo di voci anteriormente note, il quale si osserva nelle dette opere, va sempre accolta in senso ristretto , cioè in relazione al materiale letterario latino pervenuto sino a noi. Certamente né Plinio né Tacito si sarebbero serviti di voci non note ai loro contemporanei , né a voci usate prima avrebbero assegnato tali significati nuovi da non essere compresi dai Tettori delle loro opere, A fin di determinare con la maggiore chiarezza che ci sia possibile le relazioni lessicali tra i due libri considerati, pare opportuno trattare prima delle voci e frasi più notevoli, che appariscono usate dagli scrittori anteriori alTetà di Plinio Secondo, con lo stesso valore lessicale che si nota nella Oerm. e nella nat. hist Sostantivi : 1/ * aduentus ' : Ge^^m. 2, 2 ^ aliarum gentium aduentibus '. n. h. XVII 242 ' Xerxis aduentu ' : cf. XV 52, XXIX 13. Plinio riferì ' aduentus ', oltreché a persone, anche ad animali: n. h. X 30 ' ad hirundinum aduentum '. XXV 90 * florent aduentu hirundinum ' ; e a cose diverse : v. n. h. II 142. XVIII 218. XXXII 59. C0N30U, La aermania comparata. 1 2 ~ etc. : egli perciò si attenne all'uso della voce ' aduenfcus ' accolto nella latinità arcaica e nella classica. ^ 2.° ' alea ' vale « giuoco di fortuna , di rischio 5> : Germ. 24, 6 ' aleam.. sobrii inter seria exercent '. n. h. XIV 140 ' quantum alea quaesierit tantum bibit '. Per indicare, in senso traslato, 4; dubbio, incertezza » , la V. 'alea' è accolta nella 7^. ft^ praef. 7 ' M. Tullius extra omnem ingeni aleam positus '. Tanto nell' uno quanto nell'altro significato, la v. considerata ha degli esempi in tutti gli stadi della latinità. ^ 3.° ' amplitudo ' : Germ. 26, 6 ' nec enim cum ubertate et amplitudine soli labore contendunt '. n. h. VI 119 ' stadiorum LXX amplitudine ': cf. X 52 ' in magnam amplitudinem crescit '. XIV 28 ' foliorum amplitudo atque duritia ' : v. inoltre etc. Nello stesso significato proprio di « ampiezza, grandezza, estensione grande » era stata già la voce ' amplitudo ' accolta nell' uso della latinità aurea. ^ 4.*^ ' annales ' : Germ. 2, Il ' celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriae et annali um genus est ' e. q. s. n. h. II 43 ' miraque humani ingeni peste sanguinem et caedes condere annalibus iuuat '. XXXIII 145 ' erubescant annales qui bellum ciuile illud 1 Vedi p. es. Pacvv. in Non. II p. 178 , 9 ed. Mere. ; p. 121 , a ed. Gerl.-Roth. Cic. de imp. Cn, Pomp, 5. 13. in Pis, 22, 51. p. Mil 19, 49. ad Ait XII 50. Tuse. Ili 14, 29. de nat d. \ 38, 105. NtìP. XI (Iph.) 2, 5. Sall. lug. 97, 4. etc. 2 Vedi Forcellini-De Vit, lex t. I, p. 189. Georges, ausfùhrl Handwb. I, e. 276. 3 Varr. r. r. II 4, 3. Cic in Verr. IV 49, 109. L'uso fu continuato anche da Tac. hisi. IV 22, 15. IdiaL de oraioribua 37,23}. 3 talibus uitiìs inputauere ' K Tale accezione di * annales ', per significare una narrazione storica in generale, rese possibile la confusione che Puso seriore fece di * historia ' e * annales ', malgrado le distinzioni d' ordine diverso fatte da Gelilo e Servio. ^ ò."" ' appellatio': Germ. 2, 17 * pluresque gentis appellationes '. ^ n. h. VII 59 ' se patris appellatione salutarent': v. anche II 116. XV 138. XXI 50. etc. Con lo stesso significato metonimico di « nome, denominazione, appellativo », oltreché con altri significati, la v. appellatio ' appare prima in Cicerone. * 6." * argumentum ' : Germ. 25, 12 ' apud ceteros impares libertini libertatis argumentum sunt. ' n, h. Il 111 ' haut dubio coniectatur argumento ': v. inoltre II 7; 8. III 86; 122. X 106; 107. XI 94 . XII 68. XV 12; 134. XXII 39. etc. Lo stesso significato di « argomento, segno , prova di fatto > , e talvolta « indizio » ha la V. ' argumentum ', oltre ad altri significati, presso gli scrittori anteriori. '^ 1 Cf. Tac. ann. II 88, 16. « Gfll. n, A. V 18 , 1-9. Sbrv. comm, in Verg. Aen. I 373, voi. I, fase. 1^, p. 125 sg. Th. Cf. Isid. orig. I 43, col. 856. 3 Non pare che sia degna di essere accolta la lezione congetturata da loh. Mueller : ^ plurisque gentes et appellationes '. Abbiamo preferito attenerci alla lezione data dai codd., rifiutando anche il * plurisque ' dato dal Ritter , Kritz , Haltn * , Zernial, Ramorino, etc : i codd. presentano * pluresque '. ^ Cic. de dom. s. 50, 129. ad AH, V 20, 4. Un altro es. leggesi in un I. di Tito Ampio, riferito da Sveton. diu. lui. 77, 2. Vedi anche Tag. ann. Ili 56, 5. 5 V. i numerosi ess. di Plauto, Lucrezio, Cicerone, Livio, etc nel lex. Forcbllini-De Vit, 1. 1, p. 383 e néiVausfiXhrl Handeob, del G^ORGKS, I, e. 528 sg. ~ 4 ~ 7.** ^ armentum ' : nella Germ. vale a significare in generale « branco di animali grossi domestici » : 21, 3 ^ luitur enim etiam homicidium certo armentorum ac pecorum numero '. Plinio l'adopera nella n. h. per denotare branco di cavalli (Vili 165) o di cinocefali (VII 31) di certi buoi della Frigia (XI 125) o di animali in generale (Vili 44. XI 263). Per i vari significati della V. * armentum ' si erano dati anteriormente degli ess. da Varrone, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, etc. ^ 8.** ' ars ' : Gemi. 24, 3 ' exercitatio artem parauit , ars decorem '. n. h. XVIII 197 ' artis quoque cuiusdam est aequaliter spargere (semen) ' : v. XI 81. XVIII 32. In Terenzio la v. * ars ' aveva di già assunto il significato particolare di « abilità, destrezza ». ^ 9.* ^ bigati ', antiche monete romane con l' impronta della biga : Germ, 5, 17 ' pecuniam probant ueterem et diu notam , serratos bigatosque '. n. h. XXXIII 46 ' notae argenti fuere bigae atque quadrigae , inde bigati quadrigatique dicti '. Livio l'usò anche con lo stesso significato. ^ 10. ** ^ cassis ', t. ' cassid- ' : Germ. 6, 10 ^ uix uni al 1 Varr. r. r. II 5, 7. Cic. Phil. Ili 12, 31. ad Att VII 7, 7. de r. p, II 35, 60. Verg. bue. 2, 23. 4, 22. 6, 45 e 59. georg. I 355; 483. II 144; 195; 201; 329. III 71; 129; 150; 155; 162; 352. IV 223; 3P5. Aen, I 185. Ili 220; 540. VII 486; 539. Vili 214; 360. XI 494. XII 688; 719. Hor. carm. I 31, 6. Ili 3, 41. ep. 1 8, 6. Ovid. mei. XV 84. fasi. II 277. « Tbr. Andr. 31 (I 1, 4). adeìph^ 742 (IV 7, 24). Cf. Tag. Agr. 36, 2. « Liv. XXIII 15, 15: ò adoperata col valore primitivo di aggettivo in XXXllI 23, 7. 5 terìue cassis aut galea '. ^ Con lo stesso significato (« elmo di metallo ») la v. ' cassis ' fu adoperata dagli scrittori anteriori. Nella n. h. si presenta col significato metonimico di guerra : XIII 23 ^ ista patrocinia quaerimus uitiis , ut per hoc ius sub casside unguenta sumantur '. 11.° ^ ciuitas ': l'espressione * Hermundurorum ciuitas \ che leggasi nella Qerm. 41, 3, si riannoda direttamente ad un* espressione consimile di Cesare. ^ A tale accezione della V. * ciuitas ' si ravvicina il passo della n. h, XXXI 12 ^ Tungri ciuitas Galliae ': cf. VII 200 ' regiam ciuitatera Aegyptii, popularem Attici post Theseum (se. inuenerunt) \ 12.** * colla tio ' ; Germ. 29, 6 ' exempti oneribus et collationibus '. n. h. XXXVII 10 ' Maecenatis rana per conlationes pecuniarum in magno terrore erat '. La v. ^ collatio ' vale per ciò « contributo, sussidio »; e con significato analogo era stata precedentemente usata da Livio. ^ Ma in un altro 1. della n. h. la v. considerata conserva il significato di « confronto, paragone », con cui era stata accolta da Cicerone e da altri: * XXXVII 126 * optimae sunt quae in conlatione aurum albicare quadam argenti facie cogunt '. 13.** ' color ' : appare nel significato proprio tanto nella Germ. 6, 9 * senta tantum lectissimis coloribus 1 La differenza tra * cassis ' e * galea ' è notata da Isid. orig. XVIII 14, e. 1272. « Gaes. 6. e. IV 3, 3 * Vbii, quorum fuit ciuitas ampia atque florens *. Cf. Tac. hist. I 54, 1 * ciuitas Liiigonum *. Agr. 17, 3 ' Brigantium e. ' 3 Liv. IV 60, 6. V 25, 5. etc. 4 CiG. Tuse \y 38, 83. de natd. ni 28,70. de diu. Il 17,38. etc. 6 distingiiiint ' ; quanto in più luoghi della n. h. : Viti 193. XI 148; 151; 225. XXXV 81; 82. etc. La v. ' color' era stata prima accolta nello stesso senso da Cicerone, Cesare e dai poeti dell' età augustea. ^ 14.*^ ' conciliura ': Germ. 12, 1 ' licet apud concilium accusare '. n. h. XXXV 59 ' Amphictyones , quod est publicum Graeciae concilium '. Con lo stesso significato dì « adunanza , concilio » , appare presso gli scrittori anteriori : ' riappare negli scritti di Tacito. * 15.° ' condicio ': il significato tradizionale della voce ' condicio ' è conservato tanto nella Germ. 24, 12 ^ seruos condicionis huius per commercia tradunt ' ; quanto nella n. h. Ili 91 ' Latinae condicionis '. IV 57 ' Aegina liberae condicionis' etc; ^ salvo che nella n. h. si estende anche a cose estranee alle condizioni civili degli uomini : v. XVIII 187. XXIV 158. 16.'' ' conditor ': Germ. 2, 12 ' Tuistonem deum terra editum et filium Mannum originem gentis conditoresque '. n. h. XVI 237 ' Tiburno conditore eorum ( se. 1 V. gli ess. addotti nel lex. Forcellini-Db Vit, t. II, p. 283; e UQÌV ausfùhrl. Handwb. dei Georges, I, e. 1199. « Il lex. Forgellini-Dk Vit, t II, p. 347, e V ausfùhrl Handwb. del Georges , I, e. 1301 sg. notano, per inesattezza , che Plinio abbia indicato con la v. ' concilium ' il fiore bianco della pianta * iasine '. Nel passo della n. h. XXII 82 il fiore della ' iasine ' è rappresentato (secondo i codd. Leid. Voss., Paris. Lat. 6796 e Riccard. di Firenze) dalla v. * concylium ', che V Urlichs ( Vindie. Plinian. , Erlangae 1866, v. II 484 ) emendò rettamente • conchylium ', quale è stata accolta nella recente ediz. Mayhoff : * concilium * fu presentato dalla * uulg. * sino all*ed. del Detlefóen, Beri. 1868, voi. III. 8 Tac. hi8t. IV 64, 2. 4 Cf. Tag. ann. I 16, 13. hist. II 72, 10. tiburtum) ' : v. Vili 61. XXII 5. etc. Nella n. h. si estende ancor più il significato di ^ conditor ' , riferendosi , secondo esempi offerti da scrittori precedenti , a città : V 86, VI 92 ; 113 ; 177. XVI 216. età ; ^ alle arti : praef. 26. XXXIV 89. XXXV 199. etc. ; ^ alla storia : V 9. VII 111. XXXVI 106. etc. ; '^ alle leggi t XVI 13; a scuole filosofiche: XXVI 11. etc. * concurrunt multae opiniones ' : cosi secondo i codd. ; neir ed. Fleckeisen si accoglie la congettura ' concurrunt multa eam opinionem *. Cic. p. Rose. Am. 15, 45. etc. 5 Plavt. Men. 756 ( V 2, 4 ). Cic. Tasc. V 15, 45. Caes. b. e. hi 84, 3. Liv. IX 16, 13. Se ne valse anche Tao. hist I 79, ^ •^ SS."" ^ propìnquìtas ' : Germ. 7, 10 ^ non casus nec fortuita conglobalo turmam aut cuneum facit, sed famìliae et propinquitates ' : in traslato, per indicare « parentela », la V. * propinquitas ' era stata prima usata da Cicerone, Cesare, Livio, etc. » Nella n. h. conserva il significato proprio : II 64 ' idemque motus alias maior alias minor centri propinquitate sentitur ' : v. II 74. Il SIGNIFICATO PROPRIO di propinquitas ' osservasi prima in Cicerone e Cesare. ^ 34.*^ * quies ' : n. h. XVI 70 ' lenis quies materiae \ ^ XVIII 231 ^ uentorum quiete ' : nello stesso significato di « calma, tranquillità » Cicerone e Virgilio avevano accolto la v. ' quies '. * Ma nella Germ. ingrata genti quies ', la v. considerata vale a indicare con 1 Cic. de fin. V 24, 69. Caes 6. G. II 4, 4. Liv. IV 4, 6. Cf. Tao. ann. XI 1, 11. È usata al sing e con lo stesso eignificato nei sgg. 11.: Cic. p. Quinci. 6, 26. p. Piane. 11, 27. Nep. X (Dion) 1, ?. XVn (Ages.) 1, 3. « Cic. de inu. rhei. I 26, 38. Phil III 6, 15. de off. Ili 11, 46. Caes. 6. G. li 20, 4. VI 30, 3. b. e. Il 16, 3. etc. 3 Cosi leggiamo secondo i codd., tranne il Paris. 6795 (E del Mayh.) e TÀrundel. del museo britannico di Londra, e secondo la ' lectio uulg. ' Neired. del Sillig. voi. Ili, Hamb. e Gotba 1853 , si afj^giunge ' est ' a ' quies '. Il Mayhoff , ed. Lps. 1892 , innova radicalmente la frase , e legge ' leuisque est ', che si avvicina , nel suono della pronunzia , alla lez. * lenis qui est ', presentata dai detti codd. E e Arundel. L* Urlichs ( Vindie. Plin.y 264; Erlang. 1866) si allontana di più dai codd.,, ammettendo la congettura * leui cuiu3 '. 4 Cic. de leg. agr. 11 2 , 5 in Caiil. IV 1,2; 4, 7. p, Cael. 17. 31>. p. r. Deiot 13, 38. ex libris aeadem. ineeriis tv. 4. de fin. I 14, 46. V 20, 55. Tuse. I 41, 97. de r. p. I 4, 8. IV 1, 5. etc. Vbrg. geory. particolarità la « quiete dopo la guerra », come osservasi in Sallustio. ^ 35.° ' receptaculum ': appare, nel senso di « ricovero, rifugio, ricetto », tanto nella Germ. 46, 20 ^ hoc senum receptaculum (se. ramorum nexus) ' ; quanto nella n. h. X 100 ^ perdices spina et frutice sic muniunt receptaculum ut centra feram abunde uallentur \^ E ciò è conforme air uso fattone prima da Cicerone , Cesare , Livio '. 3 Ma nella Germ. assume anche il significato di « deposito, magazzino » per viveri: 16, 11 ^ subter raneos specus sufTugium hiemi et receptaculum frugibus ': tale significato osservasi prima in Cicerone. ^ 36.** ' reuerentia ' : Germ. 29, 9 ' protulit enim magnitudo populi Romani ultra Rhenum ultraque ueteres terminos imperii reuerentiam '. n. h. XXXVI 66 ^ hac admiratione operis effectum est ut , cum oppidum id expugnaret Cambyses rex uentumque esset incendiis ad 1 Sall. Cai. 31, 1: cf. Cic. de imp, Cn. Pomp. 14, 40. Tacito si valse della v. 'quies* tanto ìq senso metonimico, per indicare « sogno, visione » (ann. I 65, 6: cf. Cic. acad. pr. II 16, 51. de diu. I 21, 43; 24, 48; 25, 53; 28, 58; 29, 61; 43, 96; 55, 126. II 60, 124; 61, 126; 66, 135; 70, 145; etc). quanto nel senso proprio di , è adope' rata nella Gemi. 36, 7 * tracti ruina Cheruscorum et L Fosi, contermina gens '; e nella n. h. XVII 245 ' Ne |, ronis principis ruina '. Si noti, però, la differenza : nella I Germ. , come in 11. consimili di Cicerone, Sallustio, Li S vio, Ovidio, etc. ^, la v. ' ruina' si riferisce alle con p dizioni di un popolo o di uno Stato; mentre nella n. h. - concerne le condizioni di singole persone : di che si i hanno ess. in Cicerone, Orazio, Ovidio, etc. ^ Plinio si valse anche della v. ' ruina ' in senso metonimico : n. h. ^ XXXIII 74 ' flumina ad lauandam hanc ruinam iugis montium obiter duxere ' : ^ cf. XXXIII 66 ^ in ruina ;; montium '. 40.* * saeculum ' : Germ, 19, 9 ' nec corrumpere et corrumpi saeculum uocatur \ Di tal valore metonimico di * saeculum ', per indicare i costumi dominanti in un 1 Cic p. SesL 2, 5. 51, 109. 57, 121. in Vatin. 8, 21. de proo, eons. 18, 43. p. Balb. 26, 58. ep. (adfam.) V 17, 1. Sall. Cai. 31, 9. Liv. XLV 26, 6. Ovid. mei. VII! 498. Vbll. Paterg. h. R II 91, 4. etc. li Gborges, ausfiXhrl Handiob.^ II, e. 2165 , attribuisce per inesattezza a Cicerone la frase sallustiana ' iocendium meum ruina («e. rei publicae) restinguam * (^Cat 31 , 9). La frase di Cicerone (p. Mur. 25, 51) é: * respondisset, si quod esset in suas fortunas Incendium excitatum, id se non aqua, sed ruina restincturum '. « Cic. in Catti I 6, 14. eum Sen. grat. egii 8, 18. de fin. I 6, 18: cf. de prou. eons, 0, 13. de dom. s. 36,96. Hor. earm. II 17, 9. Ovid. ex Pont I 4, 5. '^ In simil modo , riferendola a città distrutte , usarono la v. * ruina' Liv. IX 18, 7. XXI 14, 2. Vbll.Patbrc. h. R. II 19, 4; ed altri. 19 dato tempo ( i Tedeschi ciò desigaano con la voce « Zeitgeist ») si hanno ess. precedenti in Terenzio, Virgilio, Orazio, etc. ^; ma il tramite per cui dovette passare, per aversi il significato metonimico su cennato, notasi , senza dubbio » conservato neir uso fattone da Plinio nel sg. 1. della n. h. XXXVII 29 ' haec fuit suprema ultio saeculum suum punientis ( se. Neronis ) ' : V. XXXVII 19. 41.** ^ sagum ': è voce di origine celtica, usata nella Germ. ad indicare il saio o vestito dei Germani : 17 , 1 ^ tegumen omnibus sagum fibula aut, si desit, spina consertum '.^ Nella n. h. fu riferita al saio dei pastori : VIII 54 * pastoris Gaetulìae sago ' ; e ad un indumento dei Druidi: XVI 251. XXIX 52 : e ciò per analogia dell'uso fattone da Columella, che con la v. ^ sagum ' aveva indicato la veste dei contadini.^ Neil' uso classico * sagum ' si restrinse a dinotare il mantello dei soldati. ^ 42*'' ^ sata ' : in diretta provenienza dall' uso fattone da Virgilio, ^ in sostituzione della voce ' segetes ', os 1 Tbr. eun. 246 (Il 2, 15). Verg. georg. I 468. Aen. I 291. Hor. carm. III 6, 17. , che osservasi in Cicerone, ^ per il tramite dell' uso particolare fattone da Bruto. ^ 51.** * superstitio *: Germ. 39, 10 ^ eoque omnis superstitio respicit '. n. h. XXXI 95 ' superstitioni etiam sacrìsque ludaeis dicatum ' : v. inoltre VII 5. XXI 182. XXII 118. XXX 7. XXXVII 160. Si valsero prima della v. '^ superstitio ' Cicerone, Virgilio , Livio, Seneca , Columella, etc. ^ 52.** * temperantia ': Gerrn. 23, 5 ' aduersus sitira non eadem temperantia '. n. h. XXVIII 56 * multo utilissima est temperantia in cibis \ Col medesimo significato 1 CiG. de /Ia. I U, 37 *doIoris amo tic successlonem efficit udluptatis '. Ma in un fr. dell' esordio del libro Hortensius^ ri* ferito da Avqvstin. de uit ò. 26, io opp, t. I p. 308, Bened. , la V. 3. Tuse. Ili 29, 72. de nat. d. I 17, 45; 20, 55; 27, 77; 42, 117. II 24, 63; 28, 70 e 71. Ili 20, 52. de diu. I 4, 7. II 7, 19; 39, 83; 41, 85; 60, 126; 63, 129; 67, 136; 72, 148 e 149. de legihm I 11,32. II 16, 40; 18, 45. [Il fr. del 1. de legibus cit. da Serv. eomm. in Verg, Aen. VI 611, voi. II, p;ig. 85, in cui notasi la frase * auget superstitionem ', ò riferito dal Thilo al 1. cit. II 16, 40. Il Nobbe, pag. 1222, lo ascrive, invece, terzo tra i frammenti ' incertorum lib-orum de legibus']. Vedi inoltre Vero Aen. XII 817. Liv. XXVI 19, 4. SBN. ep. XX 5 (122), 16 (al quale I. si paragoni XV 3 (95J, 35). Colvm. de r. r. I 8 , p 326, 22. Cf. Tac. Agt. li. 11. hist. 11 4, 13. V 13, 2. ann. W dì «teiiiperahza, continenza, moderazione» la v. Uernperantia ' era stata accolta nell' uso degli scrittori anteriori. ' transfuga ': nel significato proprio , secondo f: l'uso accolto prima da Cicerone, Sallustio, Livio, etc. ^', si osserva nella Germ. 12, 3 ' proditores et transfugas arboribus suspendunt \ Attenendosi, invece, alla tradizione avente in prevalenza carattere poetico ^, Plinio si valse della v. * transfuga ' nel senso traslato: n. h. XXIX 17 ' solam hanc artium Graecarum (se. medicinam ).... Quiritium paucissimi attigere et ipsi statim ad Graecos transfugae '. 54.** ^ tributum ': nel significato proprio appare egualmente nella Germ. 43, 4 * Osos Pannonica lingua coarguit non esse Germanos, et quod tributa patiuatur '; e nella n. h. XXI 77 ' ceram ir\ tributa Romanis praestet': v. altresì VI 119. XII 112. etc. Del resto, la v. * tributum ', indicando cosa che ha tormentato i popoli in tutti i tempi, fu assai nota agli scrittori anteriori. ^ 55.° ' uilitas : Plinio se ne avvalse tanto nel senso r£ proprio di «poco prezzo, buon mercato», secondo gli r. 1 CiG. de or. II 60, 247. pari. or. 22, 76. ep. (ad fam.) I 9, 22. Tuae. Ili 8, 16. V 20, 57. de off. Ili 25,96; 33. 116. etc. Cf. Tac. ann. I 14, 4. 8 CiG. de dia. I 44, 100. Sall. lug. 54, 2. Liv. XXIV 30, 6. XXVII 17, 11. etc: cf. epit Z. LI. f 3 HoR. earm. III 16, 23. Lvgan. de b. e. Vili 335. l: •* Cic. m Verr. Il 53, 131; 55, 138. Ili 42, 100. p, Flaee. 9, 20. 19, 44. 32, 80. ep. (ad fam.) HI 7, 3. XV 4, 2. de off. W 21, 74; 22, 76. etc. Cabs. b. G. VI 13, 2. 6. e. HI 32, 2. Liv. IV 60, 4. XXIU 31, 1. etc. èss. presentati prima da Cicerone •: n. h. XVIII IS ' annonae uilitas incredibilis erat ': v. anche Vili 7. XIV 35; 50. XVIII 273. XXXIII 50. XXXV 47; quanto nel senso traslato di « poco valore, poca importanza »: fi. h. XX i ' nominum uilitate deceptus \ XXXVI 119 * quae uilitas animarum ista ': dello stesso modo II 26. XI 39. XIX 59. XXVI 43. XXXIV 2. A questo secondo significato, che si osserva in Plauto e in altri scrittori, ^ si avvicina 1' uso fattone nella Germ. 5, 11 * est uidere apud illos argentea uasa.... non in alia uilitate " quam quae humo flnguntur '. 1 Cic. in Verr. Ili 92, 215; 93, 216; 98, 227. de imp, Cn, Ponip. 15, 44. eum pop. graL egii 8, 18. de dom, s. 6, U e 15. 7, 16 de off. Ili 12, 52. « Plavt. eapt 230 (II 1, 37). Pbtron. sat. 118 Qvintil i. o.V 7, 23. etc. Cf, ' uilitatem uerbi * in Non. 12, p. 531, 2 ed. Mere; p. 363 a ed. Gerì, e Roth. 3 * Vllìtas ', nel 1. e. della Germ , non significa « vilipendio, spregio » ( « Geriogschaetzung », come commenta U. Zernial, o. e., p. 24), ma «poco valore, poco pregio»; sicché l'intera frase ' non in alia uilitate ' vale, secondo la giusta osservazione del Grbverus, Bemerkungen zu Taeiius' Germania, 01denb'urg 1850, p. 21, lo stesso che * eodem uili pretio*. La var. * utilitate *, presentata dai codd. Vatic. VRB. 655,- Rom. Àug. bìbl., Florent. Laurent. 73, 20, Viodobon., e sostenuta si vivamente dal Kritz, P. C. Tae. Germania, Beri. 1864, p. 42 sg, che accusa di * sententìa prorsus absurda ' la lez. ' uilitate ', probabilmente si deve a quella stessa inavvertenza dei copisti, per la quale nel 1. della n. h. XX 1 si legge nei codd. ' utilitate \ invece di 'uilitate ' che è lez. data dal solo cod. Paris. 6795, accolta dalla ' uulgata ', e ripetuta nella recente ed. del Mayhoff, voi. Ili, pag. 302, 14. ^ 26 II. Aggettivi : 1.^ * arcanus ': Germ. 40, 20 ^ arcanus bine terror '; n. h. XXIX 21 ' arcana praecepta ': cosi notasi usato da Cicerone, Virgilio, Ovidio, etc. ^ Ma nella n. h. è riferito anche, secondo V accezione di Plauto, ^ a persona : VII 178 ' petiit uti Pompeius a4 se ueniret aut aliquem ex arcanis mitteret ' ; per lo più è usato in funzione di sostantivo : n. h. Il 65. VII 150. XXV 7. XXVIII 129. XXX 9. La frase * arcana sacra ' osservasi in Orazio e Ovidio ^ prima che nella Germ. 18, 7 ^ hoc maximum uinculum, haec arcana sacra, hos coniugales deos arbitrantur '. 2.^ ^ argenteus ' : nel significato comune di « argenteo, fatto d' argento » * notasi nella Gerrn. 5, 12 ^ est uidere apud illos argentea uasa ' ; e nella n. h. XXXIIf 142 ' missa ab iis uasa argentea ^ non accepis$e ' : v. in 1 Cic. de fin. II 26, 85. Vl^rg Aen. IV 422. VI 72. Ovid mei. IX 516. etc. Cf. Tac. ann. II 54, 13. s Plavt. irin, 556 (li 4, 155): si può aggiungere il v. 518 (II 4. 117) in cui, secondo il commeuto del Cocchia, Torino 1886, p. 65, la V. * arcano ' ò agg. di cas>o dat., che concorda con ' tibi': ma nei lessici Forgbllini-De Vit., t. l, p. 361,é6B0ROES, I, e. 505, ò considerato come avverbio. 3 HoR. epocL 5, 52. Ovid meL X 436. Cf. ' fatorum sacra ' in Vero Aen. I 266. VII 123. * Tale significato osservasi in Liv. Andr. Odi9.tv. 5, in PLM ed Baehrens, voi. VI, p. 38. Varr. de l L. IX 40, 66, p. 216 Sp. Cic. in Verr, II 19, 47; 47, 115. IV 43, 93. V 54, 142. in Catil. I 9. 24. II 6, 13: cf. de nat d. III 12, 30; 34 84. etc. ^ Gli ' argentea uasa * sono prima menzionati da Cic. in Verr, IV 1, 1. Phil. II 29, 73. HoR. sai. II 7, 72 sg. etc. Plinio li disse anche ' uasa ex argento ' : n. h. XXXIII 139. oltre Vili 12. XXII 99. XXVIII 82; 126. XXIX 125. XXXIII 52; 53; 56; 151 ; 152. XXXIV 160. XXXV 4. XXXVII 105. etc. Nella n. h. valse apcbe a significare € ornato o ricoperto d'argento, inargentato » ' : XXXIII 53 ^ G. Àntonius ludos scaena argentea fecit ' : v. altresì XXXIII 144; 151. etc. ^ « argentino, del colore d'argento » : MI 90 ^ flt et candidus cometes argenteo crine ' : V. inoltre IV 31. XVI 76. XXIV 172. XXXVI 137. XXXVII 146; 147. etc. Ma nel passo della Oenn. 5, 20 ^ numerus argenteorum facilior usui est ' , assunse valore di sostantivo, come prima in Livio e poi in Vopisco, 3 per indicare certe monete d' argento , per le quali Plinio adopera le espressioni ' argenteus denarius ' (n. h. XIX 38. XXI 185) o ^ nummus argenteus ' (n. h. XXXIII 47). 3.* * ater ' : Germ. 43, 22 * atras ad proelia nootes legunt '. ^ n. h. II 79 * atram in obscuritatem ' . Nella n. h. osservasi inoltre r agg. ^ ater ' attribuito al colore: VI 190. XI 171 (cf. XVIII 4). XIII 98. XXX 16. XXXV 127; al sangue: Vili 49; alle nubi: XVIII 355; alle erbe: XVII 33 S; alla bile: XXI 176; alle ulcere: 1 Significato analogo si osserva io Cic. p. Mar. 19, 40. Liv. X 39, 13. etc. 2 Cosi in Cic. in Verr. IV 20, 42. Vbrg. Aen. Vili 655. Ovid. mei. Ili 407. eie. 3 Liv. XXX Vili 11, 8. Vopisc. Prob. 4, 5. Bonosus 15, 8 : v. seripit hist Aug. XXVIII e XXIX, voi. II, ed. Peter. 4 Cf. HoR. epod. 10, 9 ' atra nocte '. 5 Neired. Mayhoff deUa n. A., voi. Ili, p. 283, 6, leggesi per il passo XIX )26, secondo la congettura del Salmasio (PUnianae exereiiaiiones in Solini polghisiora^ Traiecti ad Rheo. 1689;, ' albae (ac. lactucaQ) ' , meotre ì codd. , eccetto il Paris. 10318 (Q del Mayh.), e la ' uulgata ' danno ' atrae '. XXtl 154; ad una qualità dì marmo: XXXVl 49. tn accezioni consimili notasi la v. ^ ater ' in Cicerone, 0razio, Ovidio, Seneca, etc. * 4.*" ^ caeruleus ' : Tespressione ' caerulei oculi ' si legge nella Germ. 4, 6 e nella n, h. Vili 74: in entrambe si scorge r imitazione della frase ciceroniana * caeruleos esse Neptuni {se. oculos) '. ^ Nella n. h. V epiteto * caeruleus ' è riferito , inoltre , a certi animali : Vili 141. IX 46. XXIX 86; a vegetali: XV 128. XXII 57. XXVII 105; a minerali: XXXVI 128. XXXVII 134; alle acque del Boristene nella stagione estiva: XXXI 56. I lessici abbondano di ess. sull'uso dell' agg. 'caeruleus' nell'età anteriore a quella pliniana. 5.** * equester ' : riferito a cavalleria, gente a cavallo, combattimento equestre , notasi , secondo gli ess. di scrittori precedenti, ^ nella Germ. 32 , 3 ' Tencteri.... equestris disciplinae arte praecellunt '; e nella n. ^. Vili 162' in libro de iaculatione equestri condito ': v. XXXIV 66. XXXV 129. XXXVII 111. etc; e per ' statua equestris ' V. XXXIV 19; 23; 28. etc. Notasi anche nella n. h. riferito all' ordine civile dei cavalieri, come in 11. simili di Cicerone, Nepote, Orazio, Livio, etc: * v. n. h. V 12. VI 181. VII 88; 177. IX 1 CiG. Phii II 16, 41. Tuse. V 39, 114. Hor. earm. II 16, 2. OviD. am. I 14, 9. met XV 41. Sen. ep. IV 2 (31), 5 Cf. Tac. hisL V 6, 19.. « Cic. de fiat d. I 30, 83. 3 Vedi Cic. in Verr, li 61, 150. PhiL IX 6, 13. de fin. II 34, 112. Caes. b, G. Ili 20, 3. Liv. Vili 7, 13. XXVII 1, 11 ; 42, 2. etc. 4 Cic. p. Piane. 35, 87. ad Q. />. I 2, 2, 6. de r. p. I 6, 10. Nep. XXV (Att.) 1, 1. HoR. sai. II 7, 53. Liv. V 7, 5. etc X solo. X 71; 141. XII 13. XVII 245. XIX 110. XXXIII 32; 34; 112. etc. dub, seì^m. XV p. 55, 2 ed. Beck. 6.** * feralis ' : Germ. 43, 22 * ipsaque formidine atque umbra feralis exercitus terrorem inferunt '. ^ n. h. XX 113 ^ defunctorum epulis feralibus ' : v. XVI 40. L'agg. * feralis', in senso traslato, è adoperato, come in Ovidio, Lucano, etc. 2, anche nella n. h. XVIII 237 ' Caesar et idus Mart. ferales sibi notauit scorpionis occasu ' : V. X 35. 7.^ ' ferax ' : Ge^'^m. 5,4' satìs ferax ( se. terra ). ' n. h. XV 100 ' minime feraces musti (se. acini) ' : v. XVII 105 ; 124. L' uso di ' ferax ' nel significato proprio , or con r ablativo or col genitivo , osservasi nei poeti deir età augustea, ^ 8.^ ' infamis ' : Germ. 12, 4 ' corpore infames caeno ac palude... mergunt ' : v. anche 14, 3. n. h. XXXIII 48 ' nec iam Quiritiu.m aliquis sed uniuerso nomine Romano infami rex Mithridates Aquilio duci capto aurum in OS infudit ' : v. IX 79. In Cicerone si notano numerosi esempi. ^ 9.^ ' infernus ' : usato nel significato generale di 1 Con significato simile osservasi V agg. * feralis * in Verg Aen, IV 462. VI 216. Ovid. irisL III 3, 81 ; 13, 21. etc. Cf. Tac. hisL I 37, 10. ann. II 31, 7. 2 Ovid. met IX 213. Lycan de b. e. II 260. Cf. Tac. hisi V 25, 15. ann. IV 64, 2. 3 Con Fablat : Verg. georg. II 222. Col genit. : Hor. epod. 5, 22. Ovid. met VII 470. Col genit. e con T ablat. : Ovid. am. U 16, 7. * Cic. p. Rose. Am. 35, 100. diu. in Caeeil 7, 24. in Verr. IV 9, 20. p. Font. Il, 34 /,. Cluent 47, 130. in Caiil. Il 4, 7. p. Cael 22, 55. in Pis. 22, 53. />. Seaur. 2, 8. FhiL XI 3, 7. de fin. U 4, 12. Cf. Tac, hist. II 56, 9. ann. I 73,7. VI 7, 6. XV 49, li. y 30 « inferiore, di èotto, basso » , osservasi nella n. h. II 128 * ille infernus (s(7. auster) ex imo mari spirat ' ; ^ e prima in Cicerone, Livio, Seneca, Lucano.^ Nella Germ. 43, 23 ^ nullo hostium sustinente nouum ac uelut infernum adspectùm ', è adoperato nel significato particolare di « infernale, d'averno », secondo gli ess. che ci è dato osservare precipuamente negli scritti poetici del tempo d' Augusto. ^ 10.^ * lineus ' : Qerm. 17, 10 ^ feminae saepius lineis amictibus uelantur \ n, h. XII 25 ^ uestes lineas faciunt folife \ XXIX 114 ' lineo panno ' : , 236. ara am. I 205. ^ 7 Cic. p. SesL 20, 46. de nat d. Il' 39, 100. Liv. I 4, 6. Cvrt. hist. A. M. IV 9 (38), J9. * multitudine pìscium fluitante ' : v. 15, 63. 16, 168. 37, 37. Nella Gemi, 17, 3 ' locupletìssimi ueste distinguuatur non fluitante ', è adoperato in traslato, secondo ess. consimili presentati da Catullo, Ovidio, etc. ^ 2.** ^ labans ' : 6r^r/n. 8, 1 * quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas '. n. h. XXXV 117 ' sunt in eius exemplaribus nobiles palustri accessu uillae, succoUatis sponsione mulieribus labantes, trepidis quae feruntur '. Conformi sono gli ess. che prima ne avevano dato Cicerone, Virgilio , Orazio , etc. ^ Pel significato proprio dell' agg. ' labans ', v. n. h, XXIV 119 * labantes dentesflrmant '. XXIX 37 ^ dentibus mire prosunt, etiam labantibus '. * 3.** ^ marcens ' : Germ. 36 , 1 ^ Cherusci nimiam ac marcentem diu pacem inlacessiti nutrierunt '. n. h. IX 147 ' alias marcenti similis et iactari se passa fluctu algae uice ', e. q. s. Ess. anteriori si notano in Orazio, Valerio Massimo, Seneca. ^ 4.** * auspicatus ' : Germ. 11, 5 ' agendis rebus hoc auspicatissimum initium credunt '. n. h. XIII 118 ^ nec auspicatior in Lesbo insula arbor '. XVI 75 ' comitantur et spina, nuptiarum facibus auspicatissima '. Nello stesso significato di « prospero, di buono augurio, iniziato sotto 1 Catvll. 64, 68. OviD. mei. XI 470. ars am. II 433 sg. Cf. Tac. hist III 27, 12. V 18, 3. « Cic. p. Mil 25, 68. Verg. Aen. IV 22. XII 223. Hor. carm. III 5, 45. etc. Cf. Tac. hist II 86, 8. ann. XIV 12, 21. 8 Vero. Aen, lì 463. 4 Hor. sat II 4, 58. Val. Max. f. et d. m, II 6, 3. Sen. ep. XIV l (89), 18. Cf. IvsTXN. epii. XXXIV 2, 7. auspici favorevoli » , era stato prima adoperato da Catullo , Velleio Patercolo, etc. ' Per la forma comparativa ' auspicatius ' con valore avverbiale, v. n. h. 3, 105. 7, 47. 5.'' ' contactus ': Gemi. 10, 13 ^ (equi) publico aluntur isdem nemoribus ac lucis, candidi et nullo mortali opere contacti '. Tale uso di ^ contactus ' in senso t'raslato osservasi prima in Livio, Properzio, Ovidio, Seneca. ^ In più luoghi della n, h. è accolto in senso proprio: v. 7, 17. 8, 78; 85. 9, 147; 183. 11, 193; 277. 18, 152. 28, 80. 29, 51. 34, 146. 36, 58. etc. 6.° ' effusus ': Germ. 30, 2 ' non ita effusis ac palustribus locis, ut ceterae ciuitates '. Dello stesso modo, per indicare luoghi estesi, vasti, fu usato da Orazio e Velleio Patercolo. ^ Nella n. h., oltre al conservare il significato proprio di « versato, sparso, etc. »: v. 4, 101. 6, 71. 8, 14; 161. 9, 102. 16, 2. 20, 90. 22, 145. 29, 50. etc, il quale significato osservasi prima in Cicerone, Virgilio, Livio ed altri ', passa in traslato ad indicare profusione, eccesso, esagerazione: III 42 ' Grai, genus in gloriam suam effusissimum ': v. 7, 94; eciòse J Catvll. 45,- 26. Vell. Paterc. h. R. II 79, 2. Cf. Qvintil. i. 0, X 1, 85. Col significato più generico di « inaugurato dopo presi gli auspici » apparo in Cic. p. Rab. perd. 4, II. Hor. carm. Ili 6, 10. 2 Liv. II 5, 2. IV 15, 8. VI 28, 6. XXI 48, 3. etc. Prof. I J, 2. OviD. epist ( her, ) 4 , 50. Irist III 4, 78. Sen. Phaedr. 714. Cf dial, de oraioribus 12, 8. 3 Hor. €p, I 11, 26. Vell. Paterc. A. R. Il 43, 1. 4 Cic. de diu. I 32, 69. Vero, georg. IV 288; 312; 337. Aen, VI 339; 686. X 893. Liv. I 4, 4. XXX 12, 1. etc. 37 condo gli ess. che ne avevano dato Cicerone, Nepole, etc. « 7.** ^ excìsus ': Germ. 33, 3 ^ pulsis Bructeris ac penitus excisis uicinarum consensu nationum '. Prima la V. * excisus '.era stata riferita non solo a popoli ed cserciti, ma anche a città, campi, regioni, etc. : ^ nella n. h. si attiene più strettamente al significato proprio e assume, talora, un significato pregnante: XXXIII 48 * caput eius {se. C. Gracchi) excisum '. ^ XXXIII 139 * anaglypta asperìtatemque exciso circa liniarum picturas quaerimus '. XXXVI 125 ' uias per montes excisas '. Ess. di tale accezione si osservano in Cicerone, Virgilio, Ovidio, etc. ^ 8.° ' infectus ': Germ. 4, 1 ' Germaniae populos nullis [aliis] aliarum nationum conubiis infectos '. n. h. XXX 8 ' infecto, quacumque commeauerant, mundo '. Lo stesso significato in traslato osservasi in Cicerone, Virgilio, Livio, Lucano, etc. ^ Nella n. h. appare anche usato nel significato proprio: VI 70 ' tinguntur sole po 1 Cic. p. Rose. Am. 24, 68. p. Cael. 6, 13. de nat. d. I 16 . 42. Nep. I (Milt.) 6, 2. Cf. Tac. hisL li 45, 11. ann. I 54, 8. « Cic. p. Sesi. 15, 35. in Pis. 40, 96. Cai m. 6, 18. Hor. carm. Ili 3, 67. Vell. Patbrc. h. R. Il 115, 2; 122, 2: aggiungiamo II 120, 3 Jelto secondo l'ed. prìnc. del 1520, che nell' apogp. Amerb. si legge ' occìsi exercitus ', invece di ' excisl exercitus '. Cf. Tac. hist II 38, 4. ann. XII 39, 9 3 Cosi nei codd. e nella * iiulgata', ma nel solo cod. Bamberg. e nelle edd Sillig., Jan e Mayhoff si legge * abscisum *. 4 Cic in Verr. Ili 50. 119 V 27, 68. Vero. Aen II 481. VI 42. OviD ex Pont. Ili 1, 96. V. inoltre Plin. n. h. 35, 94; 154. 5 Cic. ad A ti. I 13, 3. Vero. Aen. VI 742. Liv. XL 11,3. Lvcan. de b. e IV 736. Cf Tac. hi8t I 74, 1. ann. II 2, 7 ; 85, 13. 38 puli, ìam quidem infecti ': i v. inoltre 8, 197. 9, 18. 11, 31; 32; 154. 15, 87. 20, 25. 21, 26. 28, 83; 110. 32, 77. 35, 41. 37, 118. etc. Ess. precedenti di tale uso si notano in Virgilio, Properzio, Mela, etc. ^ 9.'' ^ ligatus ': Germ. 39, 7 ^ nemo nisi u inculo ligatus ingreditur '. n. h. IX 103 * breui nodo ligatis ': v. altresì 11, 255. 17, 115. 18, 261. Nello stesso significato proprio osservasi ' ligatus ' in Catullo, Ovidio, Seneca, Columella, Lucano. ^ 10.^ * monstratus ': Germ. 31, 11 ' iamque canent insignes et hostibus simul suisque monstrati '. n. h. XXII 44 ' hacherba dicitur sanatus, monstrata Perieli somnio a Minerua ' : v. 8, 182. Lo stesso uso di ^ monstratus ' notasi prima in Virgilio, Ovidio, Lucano ed altri. ^ 11.^ * nauigatus ': Germ. 34, 5 ^ ambìuntque immensos insuper lacus et Romanis classibus nauigatos '. n. h. XXXVI 104 ' urbe pensili subterque nauigata ': v. 6, 72. Un es. consimile si osserva in Mela: ' non nauigata maria transgressus est '; ^ es. fondato sull'uso del verbo ^ nauigare ' nelle forme passive, ^ in conseguen i Un concetto consimile, espresso anche col verbo * inflcere ', si nota in Sen. Oed. 122 sg. e Here. [OeQ 337. « Vero. Aen. V 413. VII 341. Prop. TU 11 ( 18 b ), i (23) Muell. PoMP. Mel. chor. III 6, 51 (cf. Cabs. b. G. V 14, 2). Vedi Tac. hi8t III 11, 1. 3 Catvll. 2, 13. OviD. mei. Ili 575 (cf. Liv. V 27, 9). Sen. Med. 742. CoLVM. de r. r. XI 2, p. 591, 23. Lvcan. de b, e. Vili 61. 4 Vbrg. georg. IV 549. Aen. IV 636 : cf. Aen, IV 483. Ovid. trést III 11, 53. Lvcan. de b. e. Vili 822. Cf. Tac. Agr. 13, 15. hi8i. I 88, 3. Ili 73, 14. 5 Pompon. Mei*, ehor. II 2, 26. 6 Vedi SBN. n. q. l\ 2, 22. Pun. n. h. 2, 167. 6, 175. -.89 «. 5Mi deiruso transitivo fattone prima da Cicerone, Virgilio, Ovidio, etc. » 12.** * publicatus ': Germ. 19, 7 * publicatae enim pudiciUae nulla uenia ': tale accezione in senso cattivo del part. * publicatus ' dipende dal significato con cui fu adoperato da Plauto il verbo * publicare '; - ma nella n. h. * publicatus ' assume il significato proprio di «pubblicato, reso pubblico »: XXXIII 17 ^ publicatis diebus fastis ' : » v. anche 29, 26. 35, 24. 13/ Si noti, in ultimo, ^ impatiens ', che è forma participiale con la negativa * in- ' premessa. È riferito, in traslato, a cose prive di vita tanto nella Germ. 5, 4 ' satis ferax (se. terra), frugiferarum arborum impatiens '- quanto nella n. h. XXXVI 199 ' est autem caloris inpatiens (se. uitrum) ' : v. 33, 162. 37, 26. Nella n. h. è riferito pure ad animali: v. 8, 28; 167. 10, 170. 23, 67. etc.; ed a piante: v. 14, 28. 16, 219. 18, 123. 19, 166. 21, 97. etc. Dell' estensione in traslato del significato di ^ impatiens ' si asservatto ess. anteriori in Ovidio, Curzio, etc.^ Quanto al reggimento di ' impatiens ', v. il cap. Ili, C, II, 3% *. IV. VerU : 1.° ^ absumere ' : Germ. il, 10 ^ sed et alter et tertius dies cunctatione coéuntium absumitur '. n. h. VI 103 * quia maior pars itineris conficitur noctibus propter » Ctó. de M' '1 34, use. Vbro. Aen. I 67. Ovid. mei, XV 50. « Plavt. Baeeh. S%3 (IV 8, 22). » Cf Vkl. Patbrc. h. R. Il 114, 2. * Ovid. ara am. II 60. C^rt. hiéi. A. M. ì\ 4 kìò), U. aestuus et statiuis dies absumuntur ' : cf. 5 , 58. 22 , 98. Nello stesso significato , riferito al concetto di tempo, era apparso prima in Cicerone, Livio, Ovidio, etc. ^ Nella n. h. , secondo gli ess. presentati dagli scrittori anteriori,^ appare anche ristretto al significato proprio : II 45 ^ quem (se. umorem) solis radii absumant ': V. inoltre 9, 119 ; 121. 28, 267. etc. ; e quanto alla forma passiva 'absumi ', v. 2, 184. 6, 91. 9, 153. 11, 128. 14, 33. 25, 57. 36, 131. etc. cf. 5, 56. 2.° ^ adfectare ' ; Germ. 37, 24 ' occasione discordiae nostrae et ciuilium armorum expugnatis legionum hibernis etiam Gallias adfectauere '. n. h. XXXIV 30 * Sp. Cassius, qui regnum adfectauerat ' : cf. 34, 15. Con lo stesso significato concernente l' ordine politico, appare in Sallustio, Velleio Patercolo, etc. ^ Nella n. h. si attiene anche, come osservasi negli scrittori precedenti, * ad UN SIGNIFICATO PIU GENERALE diligentiam superuacuis adfectare ': v. 7, 8. 17, 84. 22, 69. 25, 73. etc. 1 Cic. p. Quinci. 10, 34. Liv. XXII 49, 9. Ovid. irist IV 10, 114. Cf. Tac. Agr. 21, 1. ann, II 8, 9. « Plavt. Cure. 600 (V 2, 2). most 235 (I 3, 78). Ter. haut 458 (III 1, 49. Phorm. 834 (V 5, 6). Varr. r. r. IH 17, 6. CaTVLL. 64, 242. Vero. Aen. Ili 257. Hor. earm. II 14, 25. ep. I 15, 27. Liv. XXIV 47, 16. XXX! V 7, 4. Sen. de ben. VII 31, 5. 3 Sall. lug. 66y 1. />. hiat. I in Avgvstin. ciu. Dei III 17, p. 122, 19 ed. Dombart, v. I. Vell. Patbrg. h. R 1139,1. Cf. Tac. Agr. 7, 6. hiat I 23, 2. IV 17, 5 ; 66, 2. 4 Plavt. Baech. 377 (III 1, 10). Cic. p. Rose. Am. 48. 140. Seript. rhet. ad Her, IV 22, 30. Nep. XXV ( Att. ) 13, 5. Vero. georg. IV 562. Liv. I 46, 2. XXIV 22, 11. Ovid. am. Ili 8/51 (1. sospetto per R. Ehwald, praef., p. XII) ars am. Il 39. ex Pont IV 8, 59. Val. Max./, et d. m. Vili 7, ext. 1. Cvrt. hisL A.M. IV 7 (32), 31. Cf. QviNTiL. i. o. Ili 8, 61. -. 41 3.^ * adiigare * : Oerm, 24, 10 ^ quamuis ìiiuenìor, quamuis robustior adligari se ac uenire patitur \ n. h. XVI 239 * Argis elea etiaranum durare dicitur, ad quam Io in tauram mutatam Argus alligauerit' : v. altresì 12, 45. 16, 176. 17,211. 18, 241; 262; 267. 21, 166. 27, 101. 28, 93; 98. 31, 98. 32, 7; 113. etc. In tale significato era stato accolto da Catone, Cicerone, Virgilio, Seneca, etc. ^ Nella n. h. vale eziandio ad indicare, come osservasi in generale negli scritti di Seneca e Lucano, ^ un effetto di azione chimica concernente i colori : IX 134 ^ (bucinura) pelagio admodum alligatur ' . XXXII 66 ^ ita colorem alligans, ut elui postea non possit '. i."" ^ adsignare' : Germ. 13, 7 * insignis nobilitas aut magna patrum merita principis dignationem etiam adulescentulis adsignant '. n. /i. X 141 ^ quibus {se. auibus) rerum natura caelum adsignauerat '. Con lo stesso significato proprio di « assegnare » era stato usato da Cicerone , Orazio , Livio , Celso , Columella , etc, ^' Anche nel senso traslato di « attribuire , ascrivere » notasi nella Oerm. 14, 5 ^ sua quoque fortia facta gloriae eius adsignare praecipuum sacramentum est ' ; e nella n. h. VII 197 ' cui (se. Soli Oceani filio) Gellius medicinae quoque inuentionem ex metallis assignat '. i Cat. de a. e. 39, 1. Cic. in Verr. IV 42, 90. V28, 71. Tuse. Il 17, 39. Verg. Aen. I 169; cf. georg. IV 480; Aen. VI 439. Sen. dial. K 13, 6. Cf. dial. de oratoribus 13, 15. « Sen. ep. VI 3 (55), 2. Lvcan. de b. e. IX 527. 3 Cic. Phil II 17, 43. ad AH. III 19, 3. de r,p. II 20, 36. Hor ep. II 1, 8. Liv. V 7, 12; 22, 4. XXI 25, 3. XXXIX 19, 4. XLII 33, 6. Cbls. de med. Ili 18, p. 92. 3. Colvm. de r. r. XII 2, p. 622, 26. Cf. Tag. hist l 30, 19. XXV 26 ' iauentionem eius ( se. berbae ) Mercurio adsignat ' : di tale uso si hanno ess. anteriori. * 5.** ' adsimulare ' : Germ. 9, 7 ^ neque in uUam humani oris speciem adsimulare (se. deos) ex magnitudine caelestium arbitrantur \ Si notano in Cicerone, Lucrezio , Virgilio , etc. ^ ess. consimili , nei quali il verbo ' adsimulare ' è adoperato nel significato proprio di « assomigliare, fare qualcosa simile ad un'altra ». Nella n. h. appare particolarmente usato, come in molti ess. di scrittori anteriori, ^ nel senso di « simulare, fingere, prender sembianza » : Vili 106 ^ sermonera bumanum Inter pastorum stabula adsimulari {se. ab hyaenis) ' : V. inoltre 3, 43. 9, 10; 34; 113. 37, 179. etc. 6.° ^ ambiri ' : Germ. 17 , 17 ' qui non libidine , sed ob nobilitatem pluribus nuptiis ambiuntur '. n. h. XVII 266 ^ eontra urucas ambiri arbores singulas a muliere incitati mensis ' e. q. s.: v., oltre 1' es. cit. , 2, 80. 14, 11. 19, 60. 37, 203. L' espressione che notasi nel 1. e. « CiG. Bruì. 19, 74. in Verr. V 50 , 131. p. Rab. P09L 10 , 21. ad Q. fr. 14, 1. de fin. V 16, 44. de r. p. VI 15, 15: cf. ep. (adfam.) X 18, 2. Vbll. Patbrc. A. R. II 38, 6. Vedi pjr altri ess. sull'uso del v. * adsignare ' : n. h. 2, 23; 104. 15,65. 18, 64. 19, 50. 25, 60. 28, 33. 29, 2. etc. quanto alle forme dell'attivo; e per le forme del passivo: 18, 18. 22, 44. 24, 2. 25, 34 ; 87. etc. « Cxc. de inu. rhet I 28, 42. in Verr. II 77, 189. Lvgr. de r. n. II 914. Vbrg. Aen. XII 224. Cf. Tac. Agr. 10, 11. 3 Plavt. eiBt 96 ( I 1, 98 ). Epid. 195 (\\2, 11 ). mil. gì 792 (HI 1, 197). Poen. 599-600 (IH 2, 22 sg.). Stick. 84 (I 2, 27 J. Ter. Andr. 168 ( I 1, 141). haut. 888 (V 1, 15). eim. 461 (III 2, 8 ). Phorm. 128 (I 2, 78) ; 210 (I 4, 32^. Trag. ine. fr. 0. 3, io Cic. de off. Ili 26, 98. Cig. p. Cluent. 13, 36. p. CaeL 6, 14. de r. p. I 21, 34. Vbrg. Aen. X 639. Ovid. mei. XIV 656. etc. ^ 48 « della Germ. pigliò, probabilmente, le mosse dalla frase virgiliana ^ conubiis ambire Latinum \ ' 7.° * animaduertere ' : Germ. 7, 4 * neque animaduer* tere neque uincire, ne uerberare quidem nisì sacerdo* ti bus permìssum '. n. h. Vili 145 ^ cum animaduerteretur ex causa Neronis Germanici fili in Titium Sabinum et seruitia eius '. Lo stesso significato di « dannare a morte » presenta per eufemismo il verbo ^ animaduertere ' in Cicerone e Livio. ^ 8.** ' animare ' : Germ. 29, 13 ^ ipso adbuc terrae suae solo et caelo acrius animantur '. Uguale significato del verbo * animare ' (=« dotare d'un temperamento, preparare l'animo»), derivato dal tema della v. ^animus', appare prima in Plauto e Cicerone. ^ Nella n. h, * animare ' presenta il significato che si fonda sul tema della V. * anima ', cioè € dar la vita , vivificare , far vivo » : ^ VII 66 * tempore ipso animatur {se. semen) ': V. anche 10, 184 ; e per le forme del participio : 2, 155. 5, 44. 7, 1. 11, 77. 18, 4. 23, 83. etc. 9.^ * ascendere ' : Germ. 25 , 11 Mbi enim et super ingenuos et super nobiles ascendunt '. Con lo stesso significato e del medesimo modo costruito con ' super ' e Tace, il v. ^ ascendere ' era stato adoperato prima da 1 Verg. Aen. VII 333: v. Drabger, ueber Synt a. S*. d. Tae. «, p. 128. Cf. Tac. hi8t. IV 51, 6. 2 CiG. p. Cluent, 46, 128 : cf. p. Rose. Am. 47, 137. in Verr. I 33, 83. m Caiil. I 12, 30. p. Mil 26, 71. V. inoUre Liv. XXIV 14, 7; e et Tac. hisL I 46, 26; 68, 16; 85 , 3. IV 49, 26. Svbtqn. Aug. 15, 1. 3 Plavt. Men. 203 (I 3, 20). Cic. de diu. II 42, 89. ^ Tale significato si osserva ifi più 11. degli scrittori anteriori: Enn. ann. I fr. 59, ia PLM. voi. VI, p. 69, ed. Baehrens. Pagvv. irag. 91 (citato da Cic. de diu, I 57, 131). Cic. top. 18, 69. de Velleìo Patercolo. ^ La forma del passivo, secondo gli ess. precedenti di Cesare , Vitruvio, Properzio, Velleio Patercolo,- è pneferita nella n. h, XXXVI 88 ' portìcusque ascenduntur nonagenis gradibus ' ; ^ ma non è esclusa la forma attiva: IX 10 ^ ascendere eum nauigia nocturnis temporibus ' ; cf. 35, 59. 10.° ^ augurari ': Germ. 3, 4 ' futuraeque pugnae fortunam ipso cantu augurantur '. n, h. XVIII 225 ' ex occasu eius ( se. sideris ) de hieme augurantur quibus est cura insidiandi, negotiatores auari • : v. inoltre 6, 192. 10, 154. Accolto similmente in traslato e col significato generico di « profetizzare, predire », osservasi in Cicerone, Ovidio ed altri. * 11.° ' canore ' (con la penult. lunga) : Germ. 31, 11 ^ iamque canent insignes et hostibus simul suisque monstrati \^ Con un significato più ampio, a dinotare « es nat d, I 39, 110. de r. p. VI 15, 15. Lvcr. de r. n. V 145. Ovid. mei. IV 619. XIV 566. Colvm. de r. r. VI 36, p. 492, 17. Vili 5, p. 527, 20 e p. 528, JO. Scribon. Larg. conpos. 70, p. 29, 32; 95, p. 40, 26 ed. Helmreich. J Vell. Patbrc. a. R. II 53, 3. Nei deal, de oraioribus 7, 9 é preferito ' supra ' con 1* acc. Cicerone lascia V acc. semplice : p. Font. 1, 4. p, Cluent. 55, 150. p, Mur. 27, 55. de diu. I 28, 58. de off, li 18 , 62 ; ovvero T accompagna con la prep. * in ' : p. Cluent 40, HO. p. Sulla 2, 5. de dom. 8. 28 , 75. p. Mèi 35, 97. PhiL III 8, 20. de fin. Il 22, 74. Tusc. I 46, IH. Cai. m. 10, 34. Lael 23, 88. « Caes. b. e. I 79, 2. ViTRvv. de areh. Ili 4 (3) Pkop. V 3, 63. Vell. Paterc. h. R. il 53, 3. 8 Neil' ed. Jan 1. e, voi. V, p. 121, 15, e nell'ed. Maylnff, voi. V, p. 339, 6 si legge * descenduntur ', invece di * ascenduntur *. Si noti la frase * gradibus ascen Jere ' in Cic de fin. V 14, 40. 4 Cic. Tuse. I 40, 96. Ovid. mei. III 519. Cf. Tao. hisL I 50, 20. 5 Un che di simile notasi in Vero. Aen. V 416. 45 sere di color chiaro, biancheggiare », notasi nella n. h. XVIII 65 ' fortunalara Italiam frumento canere candido ' : ' ess. poetici di tale uso erano stati presentati da Virgilio, Ovidio, Silio Italico. ^ 12.*' ' cedere ' : Germ. 36, 7 ' Chattis uictoribus fortuna in sapientiam cessit'. n. h. XXIII 41 ' in prouerbium cessit sapientiam uino obumbrari '. XVIII 110 * in bonura cedit '. XXXV 91 ' cessit in gloriam artiflcis '. Analoghi ess. si notano in Virgilio , Livio , Curzio , etc. '^ Per altri usi del v. * cedere ', notati nella Germ. e nella n. h.y si osservano ess. negli scrittori precedenti. * IS.'' ^ eludere ' : Germ. 45, 22 ' terrena quaedam atque etiam uolucria animalia plerumque interlucent , quae implicata umóre mox durescente materia cluduntur '. w. h. latera cluduntur tabulis ' : v. inoltre 18, 330. 33, 25. Il verbo ^ eludere ' per ' clau 1 Cosi leggiamo secoDdo 1* ed. di Gelenio e il cod. Paris. 6795. II Detlefsen ed il Mayhoff sostitui?cono a * canere ' il v. * serere *, poggiandosi sur un* emendazioQe di seconda mano fatta nel cod. Vatic. 3861 ; ma in d^ cod. , come nei due codd. Pariss. 67U6, 6797 e nel Leid. si legge * carere *. Si potrebbe anche addurre per es. il 1. 17, 34, letto secondo Ted. Jan. 2 Vero, georg. II 13; 120. llf 325. etc. Ovid. met I \\0: fast, III 880. SiL. 1t. Pan. I 205. XIV 362. Cic. preferi la formi incoativa 'canescere*: Brut 2, 8 (òf. Qvintil. L o XI 1, 31). de legibus I 1, 1; la quale forma incoativa fu anche gradita a Plin. n. h. 7, 23. 17, 34 (letto secondo la * uulg.' e V ed. Mayhoff). 20, 262. 30, 134. 31, 106. 35, 186. 3 Vero. Aen. VII 636, Liv. VI 34, 2. Cvrt. hisi. A. M. Ili 6 (16), 18. Cf. Germ, 14, 15. 4 Cosi per Germ. 6, 20 * cedere loco *: cf. Nep. XI I (Chabr.) 1. 2. Liv. II 47, 3. Ili 63, 1; per n. h. 33, 59 e 35, 80; cf. Cic. de nai. d. II 61, 153. Cabs. 6. e. Il 6, 3. Ovip. met VI 207. 46 dere ' * è proprio della lingua popolare ; osservasi anche in alcuni scrittori anteriori all' età di Plinio. ^ 14.° ' cohibere ' : 6r^rm. 9, 7 ' nec cohibere parietibus deos ex magnitudine caelestium arbitrantur '. Lo stesso significato proprio presenta il v. ' cohibere ' nella ». h. 24, 6. 27, 93. 28, 61; 62. 29, 39; 49. 36, 29. etc; quale prima era stato usato da Plauto, Cicerone, Orazio, Ovidio, Celso, Curzio, etc. ^ 15.° ' commìgrare ' : Germ. 27, 11 ^ quae nationes e Germania in Gallias commigrauerint '. n. h. XXXV 135 ' captoque Perseo rege Athenas commigrauit ( se. Heraclides Macedo pictor) '. Lo stesso significato del v. ^ commigrare ' si osserva in Plauto, Cicerone, Livio, etc. ^ 1 Nei framm. cho ci restano degli otto libri c^uò. serm, di Plinio , si conserva costante la forma * claudere * : II e, p. 15, 7. II A, p. 19, 15, XV p. 55, 22 ed. Beck. 8 Varr. r. r. HI 3, 5. Scribon. Laro, eonpoa. 42 , secondo la ' ed. princ. Ruellii * (neired. Helmreìch p. 21, 8, Lps. 1887, sì legge ' ducenda ', invece di * cludeada ', conforme al cod; Laudan. eoncordato col testo di Marcello, edito dal Cornario). Lvcan. de h, e. Vili 59 (ma si legge * clausit * nei codd. Vossian. XIX e Bruxell. 5330). Sil. It. Pun. XV 652. Cf. Tac. hist. I 33, 7. [dial. de omioribus 30, 28]. In uni. di Cic. de nat d. II 39, 100 il Baiter legge ' cludit ' la v. * eludit ' data dai codd., che altri, p. es. Heind., Schoem., C. F. W. Mueller, leggono * alludit '. 8 Plavt. mil gì 596 (III 1, 1). Cic. p. Casi 5, 11. de nat, d. II 13, 35. de fai 9, 19. Qat m. 15, 51. Script h. Afr^ 98, 2. Hor. earm. I 28, 2. Ili 4, 80; 14, 22. IV 6, 34. 8at II 4, 14. ep. II 1, 255. OviD. mei. XIV 224. Cels. de med. VIII 4, p. 314,7. Cvrt. hist. A. M. VI 2 (5), 11. X 3 (12), 6. 4 Plavt. eisi 177 (I 3, 29;, irin. 1084 (IV 3, 77>. Cic. ad Q. fr. II 3, 7. Liv. I 34, 1. XLI 8, 7. Ommettiamodi citare Ter. adelph. 649 ( IV 5, 15 ;, perché nel cod. Bemb. ( Vatic. 3226 ) si legge * migrarant' : negli altri codd, ' co mmlgrarunt '* ^ 47 16."* ' continuare ' ; con significato indicante spazio e in forma passiva mediale, si nota nella Germ. 44, 20 ' Suiontbus Sìtonum gentes continuantur ' : così in Cicerone. * Nella n. h. presentasi anche nella forma passiva e riferito al tempo: VI 220 * dies conti uuaren tur... noctesque per uices '. XVII 13 ' si plures ita continuentiir anni ' : cf. 10, 94. 11, 103; ma talora presentasi nelle forme delPattivo: XIV 145 * biduo duabusque noeti bus perpotationem continuasset '. XVII 233 ^ si post brumam continuauere XL diebus ' : ^ ef. 3, 101. 16, 100. 18, 362. 20, 35. 30, 60. 17.* ' emergere ' : Germ. 45 , 4 ' sonum insuper emergentis (se. solis ) audiri.... persuasio adicit '. n. h. II 58 ' amplior errantium stellarum quam lunae magnitudo colligitur, quando illae et a septenis interdum partibus emergant ' : v. 2, 100; 179. Del v. ' emergere * riferito al levar degli astri si notano altri ess. in Cicerone e Livio. ^ Nella n. h. appare, inoltre, nel significato proprio di « venir su, venire a galla >: XIII 109 ^- ad exorlus solis emergere extra aquam ac florem V Cic. de nut. d. I 20, 54 II 45, 117. * CdQsitnile accezione notasi ia Gic. Ta9e. II 17, 39. Hoa 9at. II 6, 108. OviD ex Pont I 2, 26. Cf. Tag. a/i/i. XVI 5, 10. 3 É mesatta V effefoiazione del Gboroes, ausfuhrL Hnndwb,^ If, e. 2240, rrpeiuta nel Z>«fio/i. Gborgbs-Calonghf, Torino 1896, e. 924, che a Plinio e Tacito si debba Festensione del significato del V. ' emergere * • vom Aufgang der Sonne und der Gestirne » ; poiché tale estensione si osserva prima in Cic de nat di. Il 44, 113 "^ut sese ostendens emorgit Scorpios alte* (ò trad. d* UQ' passo del carme di A^ato) ; e in Liv. XLIV 37 9 , 6 ; 3 (12), 12. 3 CiG. in Verr. IV 41, 88. Ovid. mei. IH 448. 4 CiG. de leg. agr. II 32, 87. de fln, IV 15, 40. Liv. XLII 55, 10, secondo Ted. Weissenborn, Lps. 1887: nell'ed. Weissenborn, Beri. "Weidmann 1876, si legge * speratus *, iavece di ' separalus erat*. 5 V. per gli ess. di autori anteriori i 11. citati nel Lex. Forcbllini-Db ViT, t. V, p. 453, e neWausfùhrl i/anrfeo6. del Georges, II, e. 2338. Cf. Tac. Agr. 31, 21. In Tacito inoltre il v. * se pcDere* APPARE USATO NEL SENSO DI « aljontaoare, relegare, spargere ' : Oerm. 17, 7 * eligunt feras et detracia uelamina spargunt maculis pellibusque beluarum ' : in senso traslato consimile era stato adoperato da Virgilio ; ^ e, riferito ad irradiazioni luminose, si nota, oltreché in Virgilio e Ovidio, ^ e nei contemporanei di Plinio,'^ anche nella n. h. XXXVII 181 * solis gemma candida est , ad speciem sideris in orbem fulgentis spargens radios '. Appare eziandio nella n. h. in senso traslato, per significare « aspergere , inumidire », secondo gli ess. anteriori di Virgilio e Orazio : * XIII 132 ' si semine, madidum aut , si desint imbres, satum spargitur ' ; ma nello stesso tempo vi è accolto col significato proprio : ^ IV 101 ' ( Rhenus ) ab occidente in amnem Mosam se spargit.' : v. 11, 123. 12, 42. 16, 141. 24, 178. etc. ; ovvero in senso pregn.: XXI 45 ' genera enim tractamus in species multas sese spargentia '. 49.° ' superesse ' : Germ, 6, 1 ^ ne ferrum quidem superest '. 26, 5 ' arua per annos mutant, et superest ager '. n. h. XVI 224 ' pinus, piceae, alni ad aquarum ductus in tubos cauantur ;, mirum in modum for tiores, si umor extra quoque supersit ' : cf. 25, 14. 34, 36. Terenzio e Cicerone avevano prima usato il v. * su liandire »: hisL I 10, 5 (secondo i'emend. dell' Acidalio) ; 13, 17; 46, U] 88, 1. II 33, 9. ann. Ili 12, 8. 1 Vbrg. bue. 2, 41. Aen. VII 191. « Verg. Aen. IV 584. XII 113. Ovid. met. XI 309. 8 SBN. Med. 74. Petron. sai. 22, p. 74, l. Sil. It. Pan. V 56. * Vero, georg. IV 229. Hor. earm. II 6, 23. 5 Dello stesso modo in Vjprg. Aen. II 98. Hor. mì II 5, 103. LvcAj?. de b. e. Ili 64. etc. Cf. Tao. hisL peresse ' nello stesso significato di « abbondare, ridondare ». ^ 50.** * triumpbare ' : Germ. 37, 26 * rursus inde pulsi proximis temporibus triumpbati magis quam uicti sunt'. ». /i. V 36 * omnia armis Romanis superata et a Cornelio Balbo triumphata \ V uso del v. ' triumpbare ' nelle forme personali del passivo appare per la prima volta nella poesia dell' età augustea : ^ Cicerone aveva soltanto adoperato come v. impersonale il passivo dell' intrans. * triumpbare '. ^ V. Avverbi : 1.° * aliquanto ', forma ablativale in funzione di avverbio: Germ. 5, 1 * terra etsi aliquanto * specie differt '. 1 Ter. Phorm. 69 (I 2, 19> 162 (I 3, 10;: nel l* ed. Fleckeìsen ò accolta la grafia ' super erat, super est *. Cic de or, II 25, 108. in Verr. a. pr. 4, 13. ep. (ad fam.) XIII 63, 2 de dia. I 52, 118. II 15, 35. Cf. Tag. Agr, 44, 5. 45, 23. hist I 51, 9; 83, 10. an/i. I 67, 7. XIV 54, 12. « Vbrg. georg. III 33. Aen. VI 836. Hor. earm. Ili 3, 43. Ovid. am. I 15, 26. fast. Ili 732. Cf. Tac. ann. XII 19, 10. 5 Cic. de off. II 8, 28. Dopo Cicerone, se ne valse Liv. III 63, ll.XLV 38,2. •* Ad * aliquanto ', dato nel 1. e della Germ. dai codd. ', tranne il Bamberg. (B del Massmann) che presenta ' aliquando ', TErnesti sostituisce 'aliquantum '; e il Halm, che nella 2.* ed. delle opp. di Tac. (Lps. 1871, voi. II, p. 194) aveva accolto senza alcuna esitazione * aliquanto ', nella 4.» (Lps. 1883, voi. II, p. 222) dubitò che si dovesse sostituire con 'aliquantutn \ e confortò il dubbio con la frase dell' Agr. 24, 9 ' haud m u 1turo a Britannia differunt*. Il Ramorino (Cora. Taciti opera quae supersunt, Milano 1893, voi. Il, p. 210) contrappone, in sostegno di 'aliquanto*, il 1. di Plin. n. h. XXXV 80 'quanto quid a quoque distare deberef: e Tosservazione di lui ò ripetuta da Io. Mueller, ed, e. , p. 6. n. h. XXXV 56 ^ eosque, qui monochromatis pinxerint.... aliquanto ante fuisse '.^ Nella n. h, la v. ' alìquaato ' si accompagna anche coi comparativi : V 3 * e uicino tractii aliquanto excelsiore '. XXI 27 * folio aliquanto altiore ' : se ne notano ess. precedenti in Plauto, Cicerone, Nepote, Sallustio e Livio. * 2.° * ceterum ' : è assunto in più funzioni : a) per riprendere il discorso interrotto da una digressione : Germ. 3, 9 ' ceterum et Vlixen quidam opinantur ' e. q. s. n. h. V 149 ' ceterum intus in Bithynia colonia Apamena ' e. q. s. : cf. 2, 30. ^ h) per significare quasi la stessa opposizione indicata da ' sed ', in principio di una frase: Germ. 2, 19 * ce 1 Un altro es. da addarsi sarebbe presentato dal 1. della n. h, XXXV 134 * et aliquanto praefertur Athenion ' ; cosi letto secondo i codd. Riccard., Paris. 6797 e Paris. 6801: il Jan, voi. V, p. 91, 26 ed il Mayhoff, voi. V, p. 278, 6, vi sostituiscono * aliquando '. Analoga costruzione della v. ^ aliquanto ' coi verbi osservasi in Cic. de inu. rhet II 51, 154. p. Quinci, 12 , 40. p. Rose. Ara. 45, 130. in Verr. Ili 17, 44. IV 39, 85; 63, 141. p. Caeein. 4, 11. in Cam. Ili 5, 11. p. Sull. 20 , 56. de dom. s. 23 , 59. 38, 102. p. Sest. 35, 75. in Vatin. 10, 25. ep. (ad fam.) IX 26, 4 de r. p. VI 9 (1), 9. de legibus II 26, 64. de off. I 23, 81. etc. « Plavt. aul 539 (III 6, 3). Epid. 380 (III 2, 44). Cic. p. Rose. Am. 2, 7. 9, 26. diu. in Caecil. 5, 18. 15, 48. in Verr. I 1, 2; 27, 70; 54, 140. II 1, 1. Ili 38, 87; 43, 102; 47, 113; 63, 148; 64, 150; 57, 131 ; 92, 214. IV 34, 76. de leg. agr. II 2, 3. p. Rabir. perd. 3, 8. de har. resp. 22, 47. p. Cael. 3, 7. aead. pr. II 29, 93. de fin. IV 3, 7 V 2, 4. Tuse. II 27, 6, e poi qualsiasi segno divinatorio o presagio in generale, passò a significare la ^ consecratio \ come nel 1. e. della Germ. S."" ^ intumescere ' : notasi in più 11. delle poesie di Ovidio, accolto in senso proprio ed in traslato; ^ di preferenza fu usato neir età postaugustea : Oerm. 3, 8 ' obiectis ad os scutis , quo plenior et grauior uox reperoussu intumescat'. n. Ti. II 196 'sine flatu intumescente fluetu subito': v. inoltre 2, 198; 217; 232. 6, 128. 18, 359. etc. ^ Quanto all' uso del v. ' intumescere' in senso proprio, v. n. h. 2,233. 8,85. 11, 179. 13, 124 14, 82. 17, 145. 20, 51. 21, 151. 22, 136. 23, 163. 28, 218; 242. 30, 38. etc. 1 Cia in Fallii. 10, 24 ' indicem in rostris , in ilio, io^uam augurato tempio ac loco conlocaris ' ed. C. F. W. Mu^ller. « Ovio. fast l 215. II 607. VI 700. ex Pont IV 14, 34. etc. 9 Id senso trasl. l'usarono pure Colvm. de r. r. 14, p. 318, 29. Tac. ann. I 38,5: cf. hist. Considerianoo ora quelle espressioni che, sebbene usate dagli scrittori anteriori, presentano nella Germ. e nella n. h.y come in altri scritti del primo secolo d. Cr., UN SIGNIFICATO [non SENSO – H. P. Grice] NUOVO. Sostantivi.blandimentum ' : fu adoperato al plur., secondo r accezione classica , nelle sgg. frasi pliniane : n. h. VII 71 ^ fortunae blandimenta poUicentur '. XXVI 14 * alia quoque blandimenta excogitabat '. Significò « cura assidua » in un 1. della n. h. XVII 98 * hoc blandimento inpetratis radicibus Inter poma ipsa et cacumina ' ; d' altro canto, valse, per estensione, ad indicare « leccornie, ghiottornie », facendosi sinonimo di ' condimentum ' : v. Germ. 23, 4 ' sine blandimentis expellunt famem '. Questo ultimo significato notasi in un 1. del sat. di Petronio. * 2.** ' meatus ' : Germ. 1, 10 ' donec in Ponticum mare sex meati bus erumpat '. n. h. IV 75 * angusto meatu inrumpit in terras ' : v. 5, 3. 16, 184. etc. ; e cf. 19 , 85. 22, 117. 28, 197. Nello stesso significato metonimico di « via, corso », la v. ' meatus ' fu accolta dagli scrittori del tempo di Plinio. ^ Ma, per significare moto, la V. ' meatus ' fu usata da scrittori anteriori ^ e da 1 Petron. bcU. 141, p. 665, 12 ' aliqua inueniemus blandimenta, quibus saporem mutemiis '. « Val. Flacg. Ar^on. Ili 403. Cf. Tag. ann. XIV 51, 4. 8 LvcR. de r. n. I 128. Verg. Aen. VI 849. Sil. It. Pan. XII 102. etc. 73 Plinio stesso: n. ft. X 1 1 1 * aues solae uario meatu feruntur et in terra et in aere ' ; v. inoltre: 6, 83. 9, 95. 11, 264. etc. II. Verbi : 1." ' firmare ' : Germ. 39, 2 ' fides antiquitatis religione flrmatur '. Con lo stesso significato in traslato , riferito a cose religiose, appare prima in un carme cit. da Cicerone e nei carmi di Virgilio. * Nella n. h.y oltre al presentare in più 11. il significato di « fermare, rassodare, rinforzare » : v. 10, 94. 17, 206; 212. 18, 47. 20, 212. 35, 182. etc, (il quale significato osservasi prima in Cicerone, Virgilio, Livio , Curzio , Columella ^) , si attiene , come si ha es. da Celso in poi , =^ ad argomenti di medicina: v. n. h. 14, 117. 21, 180. 24, 119. etc. 2." ^ imputare ' : apparve nella latinità dell' evo augusteo, col significato in traslato di « attribuire come colpa, imputare »: * uso continuato poi da Valerio Massimo , Seneca , Plinio Secondo , e indi da Quintiliano, 1 CiG. de dia, 1 47, 106 'sic aquilae clarum fìrmault luppiter omen '. Verg. Aen, II 691. XII 188: cf. XI 330. « Cic. Tuse. II 15, 36. Verg. geonj. Ili 209. Aen. HI 659. Liv. XXVII 13, 13. CVRT. hisL A. M. IV 9 (38), 18. IX 10 (41), 18 CoLVM. de r. r. VI 27, p. 486, 38. Cf. Tag. ann, IV 73, 7. 3 Cels. de med. Vili 7, p. 320, 5.. La frase * f. aluum solutam *, che il Georges, ausfiXhrL Handwb,^ I, e. 2572 , attribuisce a Celso, appartiene invece a Plinio: v. n h, XIV 117 * est centra Lycia (8C. uua) quae solutam ( se. aluum ) firmat *. La fra^^e genuina di Cels. de med. I 3, p. 20, 3 è la sg. : * aluum firmare is, cui fusa. * * OviD. episL {her.) 6, 102. mei. II 400. XV 470. Vedi Krebs -Sghmalz, aniib. I, p. 640. T4Tacito e altri. MI v. ' imputare ' fu aftche adoperato oell' età postclassica in senso traslato , per significare « ascrivere a merito, attribuire come merito »: Germ. 21, 15'gaudent muneribus, sed nec data imputant nec acceptis obiigantur '. n. h. Vili 60 ' ut facile appareret gratiam referre et nihil inuicem iuputare '. Lo stesso significato notasi in Seneca padre, Fedro, Seneca figlio, etc. ^ Assume anche nella n. h. il significato semplice di « assegnare, indicare »: XXIV 5 ' ulcerique paruo medicina a Rubro mari inputatur '. 3."* * prouocare ' : Oerm. 35, 9 * quieti secretique nulla prouocant bella '. n. h. XXXIII 4 ' didicit homo naturam prouocare': v. 6, 208. 19, 5. Con significato consimile si nota in Cicerone , Livio , Velleio Patercolo , Lucano, etc. ^ Plinio usò pure in traslato il v. ' prouocare ' : n. h. XVI 32 ^ omnes tamen has eiusf'sc. roboris) dotes ilex solo prouocat cocco ' : v. 9, 66. 35, 94; e cf. 21, 4: tale uso fu continuato da Quintiliano, Tacito, Plinio il giovane, Suetonio, etc. ^ 4.'' ' submittere ': nel significato di : VII 112 ' fasces litterarum ianuae submisit is cui se oriens occidensque submiserat ': v. 8, 3. 10, 132. 11, 260. etc. ; ^ quanto nel SENSO TRASLATO neque enim pudor , sed aemuli pretia summittunt. Avverbi. 1.** ^ adhuc ': Germ. 19, 10 ' melius quidem adhuc eae ciuitates, in quibus tantum uirgines nubunt. ' n. h. XVIII 24 * quandoquidem qui adhuc diligentius ea tractauere ' e. q. s. L' avv. ' adhuc ', usato per particella rinforzativa col comparativo, invece della v. 'etiam' preferita nel periodo aureo della lingua latina, appare nella latinità argentea. ^ È anche postclassico l' uso di i SBN. dial XI 17, 5. ep, XIX 5 (114), 21. Plin. episL VII 27, 14. SVBTON. din, lui. 67, 12. 2 Cosi in Liv. II 7, 7. XLV 7, 5. Ovid. fast. Ili 372. 5 Lteato in trasl., appare prima in Cic. diu. in Caeeil 15, 48. p. Piane. 10, 24. Vbrg. Aen. IV 414. XII 832. Liv. VI 6, 7. Ovid. epist (her) 4, 151. Sbn. de ben. V 3, 2. ep. VII 4 {66) y 6. XIV 4 (92), 2. * SBN. ep. V 9 (49;, 3. Qvintil. e. o. I 5, 22. II 15, 28 e 29. X 1, 99. SvBTON. Tib. 17, 1. Vedi Goblzer, grammatieae in Sul-pieium Seuerum obaeruaiionea. Par. 1883, pp. 92-93. L'es. apparentemente simile, ma in realtà diverso* di uà 1. di Celio in CiG. ep. (adfam.) Vili 7, 1 ' eo magia, quo adhuc feliciua rem gessìsti *, è ben chiarito neir antib. Krbbs-Schmalz , I, p. 87. et Hand, Turs. adhuc ', invece di ' praeterea ', nei segg. 11. Germ. 10, 9 ^ sin permissum, auspiciorum adhuc fldes exigitur. ' n. h. XXXIII 37 ' sunt adhuc aliquae non omittendae in auro diflferentiae '. ^ Notasi inoltre ' adhuc ' nella n. h. col valore di ' hactenus ' : XXXVII 27 ' magnitudo amplissima adhuc uisa nobis erat ' e. q. s. ; ^ e nella Germ. in sostituzione delle espressioni classiche ' tum ', ' etiam tum ', ' tum etiam ', etc. : ^ 28 , 5 ^ occuparet permutaretque sedes promiscuas adhuc et nulla regnorum potentia diuisas '. * 2.*" ' clementer ' : Germ. 1^ 8 * Danuuius molli et clementer edito mentis Abnobae iugo effusus '. Prevalse neir età argentea della lingua latina 1' uso di riferire ' clementer ' a luoghi : ^ Plinio lo riferi ad animali, e, trattando dell' addomesticamento degli elefanti , osservò: n. h. Vili 25 ' argumentum erat ramus homine porrigente clementer acceptus (se. ab elephante) '. ^ 3.° ' hodieque ' : Germ. 3, 12 ' quod (se. Asciburgium) in ripa Rheni situm hodieque incolitur '. n. h. Ili 124 ' Nouaria ex Vertamacoris, Vocontiorum hodieque pa 1 V. ess. consimili in Sbn. n. q. IV 8. Qvintil. i. o. 11 21, 6. 2 Per la differenza tra ' adhuc ' e * hactenus ' v. Ha.nd, Turs. IH pp. 4-14. Krebs-Schmalz, antib. I, p. 587 sg. Cocghca, sint lai. § 85, XII, p. 199. 3 Gandino, sint lai. I, es. 71, n. 3, p 120. II, es. 150, n. 4, p. 97. 4 Cf. Tao. Agr, 16, 24. 37, 1. hist I 10, 1 ; 47, 8. ann, I, 5 13; 48, 2; 59, 11. II 46, 8. IV 56, 8. XI 23, 9. etc: nei quali 11. la v. ' adhuc ' ò riferita ad un* azione passata. 5 CoLVM. de r. r. II 2, p. 332, 19. Sen. Oed, 281. SiL. It. Pun. I 274, Cf. Tac. hist III 52, 2. ann. XII 33, 8. XIII 38, 13. fi Cf. Gell. n. A. V 14, 12: vi si menziona il racconto di Apion Plistonlces intorno al leone di Androclo. go, (se. orla est) ' : v. inoltre 2, 150. 8, 176. 16, 10 ; 15. 18, 65. 30, 2; 13. 36, 189. etc. L'uso di ' hodieque ' nel significato delle espressioni classiche ' hodie quoque', ' etiam hodie ', o semplicemente ' hodie ', ^ si comincia ad osservare negli scritti della età postaugustea, alcuni dei quali anteriori alla Germ. od alla n. h. ^ D L' uso delle voci, delle quali si tratta nella presente sezione, apparisce tanto nella Gerani, e nella n. h,^ quanto negli scritti, a noi pervenuti, del V sec. d. Cr. : negli scritti anteriori non si osserva traccia alcuna di tali voci, I. Sostantivi : 1.^ ' adfectatio ' : Germ. 28, 15 ' Treueri et Neruii circa adfectationem Germanicae originis ultro ambitiosi sunt '. 3 n. h. XI 154 ' tanta est decoris adfectatio ut tin 1 Vedi Krebs-Schmalz, aniìb. I, p. 597. Gandino, sint lai. II, es. 150, D. 4, p. 97. Cocchia, sint lai. § 137, rZ, p. 305. « Vell. Paterc. h. R. I 4, e e 3. II 8, 3; 25, 4; 27, 5. Val. Max. f. ei d. m. Vili 15, 1. Sen. consultum Claudianum de iure honorum Gallis dando ( tav. di Lyon ) , col. Il, 12 : vedi Dessau, insertpi. Lai., voi I, Beri. 1892, p. 53. Sen. de clem. 1 10, 2 (ma nel cod Leid. suppl. 459 [Lips. 49] si accoglie la lez. * hodie '). n. q. I proL, 3. ep. XIV 2 c90), 16 ; 25 ; 33. Cf. Qvintil. i. o. X 1, 94. dial. de oraioribus 34, 37, secondo i codd. Vatic. 1518 e Farnes. : il Halm vi accolse la lez. * hodie quoque '. 3 II FiNCK ( Tao. Germ. erìàuleri, Gòttingeii 1857 , p. 227 ), il Kritz (op. e, p. 43) ed altri, valendosi della lez. presentata dai codd. Vatic. 1862 , Vatic. 2964, Leid. , Venet. , leggono * nulla affectatione animi' nel I. della Germ. 5, 19, dove gli altri codd. danno * offcciir De '. Quanto al I. sopra cih "della Germ 28, 78 giiantur oculi quoque '. XXXIV 6 * circa id multorum adfectatio furit '. Appare con lo stesso significato in Seneca, Tacito, Suetonio: ^ l'assumono in senso retorico Quintiliano e Io stesso Suetonio. ^ 2.** ^ boraicidium ' : Germ. 21, 3 ' luitur enira etiam homicidium certo armentorura ac pecorura nunaero '. n. h. XVIII 12 ' suspensumque Cereri necari iubebant grauius quam in homicidio conuictum '. Della v. * homicidium ', invece della v. classica ' caedes ', si valsero anche Seneca padre, Petronio, Quintiliano. ^ 3.° ' intellectus ' : Germ. 26, 10 ' hiems et uer et aestas intellectum ac uocabula habent '. Con lo stesso valore passivo, ad indicare « significato, senso, concetto » di qualche cosà, appare la v. ^ intellectus ' in Quintiliano. ^ Nella n. h, presenta il significato, in generale, di « sentimento, percezione, senso »: XI 174 ' intellectus saporum ceteris in prima lingua, homini et in palato '. 15, i codd. Monac, Rom. ( Aug. bib.l. ), Hummelian., Stotgard. presentano la lez. ' affectionem * : migliore ò la lez. ' adfectationem ', data dal cod. Leid. e da altri, poichò, come nota il Dilthey {Tae, Germ. libellus vollstaendiy erlàuiert, Braunschweig 1823, p. 176) « ' affectio ' ist jede die Seele aufregende Leidenscbaft, * affectatio * hiogegen das oft ins Laecherliche getriebene Streben nach einer Sacho Letzteres steht also hier (Germ, 28, 15) an seiner Stelle. » 1 Ben. ep. XIV 1 (89), 4. Tao hi8t I 80, 7. Svkton. TU. 9, 5. 2 QVINTIL. i. O. I 6, 40. SVBTON. Tiò. 70, 3. etc. 8 Sen. rhet. conirou. IV 7, p. 270 , l. Petron. sai. 137, p. 653, 16. QviNTiL. L o. III 10, 1. 4 QviNTiL. i. 0. I 1, 28. VII 9, 2. Vin 3, 44. eie. Il 1« es. e. dì Quintiliano é a torto attribuito a Seneca nell'aus/ì^/ir^. Handwb,^ II, e. 291, del Georges, e nel dizion. lat-it. GsoRaEs-CALONOiii, ed. oit, e. XI 280 * neque enim est intellectus ullus in odore uel sapore ' : v. 2, 149. 13, 35. 19, 171. 31, 87; 88. etc. : è riferito talvolta ad animali : X 108 ' columbis inest quidam et gloriae intellectus ' ; per altri ess. v. 8 , 1 ; 3; 48; 156; 159. 9, 148. 10, 33; 43; 51; 137. 28, 19. 29, 106. etc. 4.** * repercussus ' : Germ, 3, 8 ^ quo plenior et grauìor uox repercussu intumescat '. n. h. XXXVI 99 ' turres septem acceptas uoces numeroso repercussu multiplicant. ' In altri 11. della n. h. la v. ^ repercussus ' presenta significati che si diramano dal concetto comune del fenomeno di riflessione fisica : II 45 ^ in repercussu aquae '. V 35 * solis repercussu '. V 55 ^ etesiarum eo tempore ex aduerso flantium repercussum '. XII 86 * meridiani solis repercussus '. XVI 6 ^ occursantium inter se radicum repercussu '. XXXVII 22 * colorum repercussus ' : v. inoltre 10, 43. 11 , 148 ; 225. 31 , 45. 33, 128. 35, 97; 175. 37, 76; 104; 137; 165. etc. Altri scrittori del periodo postclassico si valsero della v. ^ repercussus '. ^ II. Verbi. 1.^ * excrescere ' : Germ. 20, 1 ' in omni domo nudi ac sordidi in hos artus, in haec corpora, quae miramur, excrescunt '. Lo stesso uso di ' excrescere ' si nota in Seneca. ^ Niella n. h. è, come nel de r. r\ di Colu 1 Vedi Plin. epist II 17, 17. Non è cit. eoa esattezza nel Lex, Forcellini-De ViT, t. V, p. 176 , e neWaunfuhrl. Handiob. del Georges, II, e. 2074, il passo di Flor. epit I 38 [III 3], 15, in cui legges': * ex splendore galearum aere repercusso quasi ardere caelom uideretur* (Halm). L* imitò Macrob. sat. I 7, 25. Vedi per rargomento le philologisehe Ahhandlungen di M. Hertz, Beri. 1888, p. 41. 2 CiG. p. Ro^e. Am, 22, 63. de fin. Ili 19, 62. V 14, 39. 8 Cabs. b. e. II! 92, 2. 4 Cf. Tac. Agr. 20, 7. 5 Liv. XXII 12, 7. XXXII 4, 4. Cf. Cic. de nat d. II 57, 144. 6 Pompon. Mbl. ehor, II 3, 34. Ili 1, 8 e 9 e 10 ; 8, 81. Plin. n. h IV 76. 84 etc. ,* anche nella Germ. 27, 6 ' lamenta ac lacrimas cito, dolorem et tristitiam tarde poniint '. Plinio adoperò la V. ' lamentum ' in traslato: n. h. X 155 ' lamenta circa piscinae stagna mergentibus se puUis natura duce '. S.** ' lasciuia ' : Germ. 24, 5 ' quamuis audacis lasciuiae pretium est uoluptas spectantium '. Con significati vicini a quello che si nota nel 1. e. della Germ. la v. ' lasciuia ' era stata accolta da Pacuvio, Cicerone, Lucrezio, Seneca. ^ Plinio , oltre all' adoperarla secondo l'uso comune (v. n. h. 5, 7. 9, 34. 18,364. etc), la rivolse, in traslato , a denotare quelli che a noi paiono capricci della natura : n. h. XI 123 ^ nec alibi maior naturae lasciuia '. XIV 15 ' est et illa naturae lasciuia ' : V. 8, 52. 26, 2. 36, 12. 9.° ^ nodus ' : Germ. 38, 5 ^ insigne gentis obliquare crinem nodoque substringere '. Ovidio aveva riferito ' nodus ' all'acconciatura dei capelli. ^ Similmente nella n. h. si adopera la v. ' nodus ' in senso proprio: XXVIII 63 ' uulnera nodo Herculis praeligare '; * ma vi è anche accolta in traslato, ora riferita ad argomenti zoo 1 Cic. in Pi8, 36, 89. p. Mil. 32, 86. Tuse. II 21,48. de legihus II 25, 64. Cai. m. 20, 73. Vero. Aen. IV G67.,Pergli ess. di Lucrezio e di Livio , V. i' ausfuhrl. Handwb . del Georges, II, e. 483. Cf. inoltre Tac. Agr, 29, 3. hist IV 45, 5. 8 Pacvv. in CiG. de diu. I 14, 24. Cic. de fin. II 20, 65. Lvcr. de r. n. V 1398. Sen. dial. XII 18, 5. Cf. Tac. hist. Ili 33 , 13. ann. XI 31, 14; 36, 12. 3 OviD. ars am. Ili 139. Lo ripetè, più tardi, Martial. epigr. V 37, 8. * Del * nodus Herculis ' o * Herculaneus * è fatta menzione da Sen. ep. XIII 2 (87), 38. Cf. Pavli exc. ex Uh, Pomp. Fesii^ voce • cingillo ', p. 44, 24 ed. Thewr. d. P. 85 logici: V. 11, 177; 217. 28, 99; » o botanici : v. 13, 52. 16, 158; 198, secondo ess. precedenti ; ^ ora ( e , come pare, per la prima volta) a minerali: v. 34, 136. 37, 55; 150; ovvero ad indicare tumori o indurimenti del corpo umano: v. 24, 21 ; 24. 30, 110: cf. 11, 216. 10.° ' potus ' : Gerani. 23, 1 * potui umor ex hordeo aut frumento '. n. h. XXII 164 ^ ex iisdem (se. frugibus) • fiunt et potus '. Altri ess. della v. ^ potus ' presenta la n. /^., tanto nel significato di bevanda, quanto in quello di « bere, tracannare », secondo l'accezione precedente di Cicerone, Celso, Curzio, etc. : ^ v. n. h, 8, 122 ; 162; 209. 9, 46. 10, 201. 11, 176; 283. 13, 25; 51. 14, 137; 149; 150. 16, 4. 21, 12. 23, 37. 26, 17. 28, 53; 55; 84; 197. 29, 26. 31, 33. 32, 34 ; 54 ; 57. 34 , 151. 36, 156. etc; * ma per la prima volta notasi nella n. h, nel significato di « escremento umano » : v. 9, 138. 17, 51. 11.° ' pubertas ': n. h. VII 76 ' uidimus eadem ferme omnia praeter pubertatem in Alio Corneli Taciti ' e. q. s. cf. 21, 170. Con lo stesso significato metonimico , per indicare il segno della pubertà, se ne valse Cicerone. ^ Ma la V. considerata assume il nuovo significato metonimico di 4c forza virile, virilità, facoltà di generare » nella Germ. 20, 6 * sera iuuenum uenus , coque inex ^ Cosi anche in Cabs. b. G. VI 27, 1. Vbrg. Aen. V 279. LvCAN. de h. e. VI 672. etc. * Ess. precedenti se ne osservano in Verg. bue, V 90. georg, II 76. Aen. VII 507. Vili 220. IX 743. XI 553. Liv. I 18, 7. Sen. de ben. VII 9, 2. Colvm. de arb. 3, p. 670, 5. « Cic. de diu. I 29, 60. Cels. de med. II 13, p. 56, 28. Cvrt. hi8i. A. M. VII 5 (21), 16. Cf. Tao. ann. XIII 16, 4. 4 Vedi Krbbs-Schmalz, antib., v. * polio und polus ', II, p. 308. 5 Cic. de naL d. II 33, 86. hausta pubertas': appare nella n. h.^ riferita, in traslato, alle piante : v. 23, 7. * Quanto a ^ pubertas ' in senso proprio, v. 25, 154. 12.° * raptus': valse da prima a significare « ratto, rapimento per amore » ; - nella n. h. fu usata anche per indicare « strappo mediante uno strumento , piallata »: XVI 225 ' pampinato semper orbe se uoluens ad incitatos runcinae raptus '. Nella Germ. si assunse nel significato della v. ^ rapina ', accolta dalla latinità classica, cioè « ladroneccio, rapina »: 35, 10 ^ nullis raptibus aut latrociniis populantur '. ^ 13.° ' sagitta ' : nel significato proprio di « freccia , dardo, strale, saetta », ^ osservasi nella Germ. 46, 15 ' solae in sagittis spes '; e nella n. h. VII 201 ^arcum et sagittam Scythen louis filium , alii sagittas Persen Persei filium inuenisse dicunt ': v. 11, 279. 16, 161. etc. Ma nella n. h. vale eziandio non solamente a indicare, secondo gli ess. di scrittori precedenti, una specie di sorcolo o magliuolo:^ v. 17, 156; e una costellazione : '^ v. 17, 131, 18, 309; 310; ma anche a designare (a quanto pare. 1 In un altro 1. della n. h. ò sostituita a ' pubertas ' la voce propria : 12, 131 'in prima lanugine '. 2 CiG. in Verr. IV 48, 107. Tuse. IV 33, 71. Ovid. fasi. IV 417. Sen. dial IV 9, 3. Plin. n. h. 34, 69. Cf. Tac. ann. VI 1, 15. 3 Lo stesso congiungimento di ' raptus * al plur. con * latrocinium ' o ' praeda ' si osserva in Tac. hi9t I 46, 13. ann, II 52, 4. 4 Vedi Cic. in Verr. IV 34, 74. Phil II 44, 112. aead. pr. II 28, 89. de fin, III 6, 22. Tuse. I 42, 101. II 7, 19. de nat d. I 36, 101. II 50, 126. etc. 5 CoLVM. de r. r. Ili 10, p. 384, 1-8 ; 17, p. 393, 9-10. 6 Cic. Arai phaen. cum Groti suppl. vers. 84 (325), pag. 369. Gbrman. Arai, phaen. v. 315, in PLM. voi. I, p. 166, ed. Baehrens. AviBN. Arat vv. 669, 689, 985, 1117, 1258 ed. Breysig. per ia prima volta) la pianta detta comunemente € lingua di serpente »: XXI 111 * idem (se. Mago) oiston adici t a Graecis uocari, quàm inter uluas sagittam appellamus '. ^ 14.** ' satisfactio ' : voce usata prima da Cicerone, Cesare, Sallustio per significare « discolpa, scusa ». ^ Nella Germ, conserva lo stesso significato, aggiuntovi il concetto della pena: 21, 3 ^ luitur enim etiam homicidium certo armentorum ac pecorum numero recipitque satisfactionem uniuersa domus '. Plinio la riferì agli animali e, trattando delle colombe , scrisse : n. h. X 104 * tunc plenum querela guttur saeuique rostro ictus,- mox in satisfactione exosculatio '. 15. "* ' sedes ' : in senso traslato, per indicare « soggiorno, stanza, dimora, paese, patria », secondo l'accezione classica, ^ appare nella Germ. 2, 3 ' classibus aduehebantur qui mutare sedes quaerebant ': v. 25 , 2. 30, 1. Plinio ne fece uso tanto in senso traslato, analogo al precedente: v. n. h. 2, 102. 11 , 138 ; 157. 22, 14. 33, 74. 36, 102 ; ^ quanto in senso metonimico : v. 22, 61; 143. 23, 75; 83. 26, 90 32, 104 : in questa se 1 * Oiston • legge nel 1. e. della n. h. Ose. Weise ; v. Jahrbb. del Fleckeisen, 1881, p. 512. 1 codd. Paris. 6795, Riccard., Leid. Voss. e Ted. Detlefsen (voL III, Beri. 1868) danno * pistana \ « CiG. ep. (ad fam.) VII 13, 1. Caes. 6. G. VI 9, 8. Salì.. Cat 35, 2. etc. 3 Cic. p. Cluent 61, 171. 66, 188. p. Mar, 39, 85. p. Sulla 6, 18. p. Areh, 4, 9. de proo, eons. 14, 34. p. Marcel. 9, 29. Caes. b. G. IV 4, 4. Sall. Cat 6, 1. Verg. Aen, XI 112. Ovid. mei. Ili 539. XV 22. etc. 4 Cf. Caes. 6. G. I 31, 14 ^ aliud domicilium , alias sedes... petant '. 88 conda accezione non pare che altri V abbia preceduto, le."* ' tristitia ' : nella Oerm. e nella n. h. è accolta nel significato proprio di « mestizia, tristezza », secondo l'uso che se ne era fatto dagli scrittori precedenti; ' Germ. 27, 7 ^ dolorem et tristitiam tarde ponunt '. ^ n. h, XXIV 24 ' inuenio potu modico tristitiam animi resolui': v. pure 21, 159. 23, 38. 25, 12. 35, 73. Plinio usò, inoltre, la v. ' tristitia ' in senso traslato, riferendola a cose inanimate : n. h, II 13 ' hic (se. sol) caeli tristitiam discutit '. XVIII 184 ' sarculatio induratam hiberno rigore soli tristitiam laxat temporibus uernis ': e in ciò egli seguì gli ess. analoghi presentati da Cicerone; 3 ma, probabilmente per il primo, appropriò la V. considerata ad animali : n. h. IX 34 ^ delphinorum similitudinem habent qui uocantur thursiones. distant et tristitia quadam adspectus ' : v. 11, 63 (per le api). 32, 60 (per le ostriche). Aggettivi: 1.° ' asper ': appare, usato in traslato, in un 1, della Germ, 2, 8 * Germaniam peteret , informem terris , asperam caelo ' : * nella n. h. è assunto , come in 11. di 1 CiG. de or. II 17, 72. eum sen. grai, egii 6, 13. Lvcgbivs, in Cic. ep. {ad fam.) V 14, 2. Sall. Cat 31, 1. Hor. carm. I 7, 18. OviD. mei. IX 397. Val. Max. / et d. m, 1 6, 12. II 6, 14. Sen. dial IX 15, 1. « Consimile frase * tristitiam poni ' si legge iti Ovid. ex Pont II 1, 10. 3 Cic. ad Ait. XII 40, 3. de nat d II 40, 102. de off, I 12, 37. * Vi ha analogia con Taso fattone da Ovid. me^. XI490. Vell. Patbrc. h. R. II 113, 3. 89 autori precedenti, » nel significato proprio: v. 3, 53. 6, 167. 17, 43 ; ed è anche riferito al senso del gusto : *^ V. 2, 222. 12, 27. 19, 111. 20, 97. 25, 159; e, probabilmente per la prima volta, al senso dell'odorato: XXVII 64 ^ radice longa, aequaliter crassa, odoris asperi '. ^ 2.** ' uoluntarius ' : adoperato in senso obiettivo, per indicare ciò che si compie per libera volontà, appare, come in Cicerone, Livio, Valerio Massimo, etc, ^ anche nella Qerm. 24, 9 ' uictus uoluntariam seruitutem adit '; e nella n. h. VI 66 ' uoluntaria semper morte uitam accenso prius rogo flnit ': v. 37, 3; e cf. 28, 113. Ma nella n. h. si estende alla designazione di fatti naturali: 1 Varr. r. r. II 5, 8. Cic. pari, or, 10, 36. Lvcr. de r. n. VI 1148. Vbrg. bue. X 49. georg. II 413. Liv. XXV 36, 5: cf XXXVH 16, 5. OviD. mei VI 76. 2 Cosi in Plavt. capi. 188 (I 2, 85); 496 (III 1, 37). Ter. hauL 458 (III 1, 49). Verg. georg IV 277. etc. 3 II Georges nel suo ausfùhrl. Handwb, I, e. 581, in conferma del riferimento deli'agg. * asper * ai sensi del gusto e dell' odorato, cita il 1. di Cic. de fin, II 12, 36 * quid iudicant sensus ? dulce amarum, lene asperum ', e. q. s. ; e la citazione si ripete nel dizion, laL-iL Georges-Calonghi, c. 250. Senza dubbio, r affermazione è esatta quanto al ' dulce amarum ' rife* rito al gusto; ma ci pare inesatto riferire il * lene asperum ' air odorato, perchè nei citati vocabolari, in conferma del riferimento di * asper * al senso dell' udito, si ripete , poco dopo , lo stesso 1. di Cic. ' lene asperum *, con V avvertenz% che ad * asper ' si contrappone * lenis ' : osservazione giusta questa ultima, in quanto che nel 1. e. di Cic. le antitesi sgg. * prope longe, stare mouere, quadratum rotundum ' non escludono che r antitesi * lene asperum * si possa riferire al senso dell' udito. 4 CiG. ep. iadfam.) VII 3, 3. Liv. XXVI -36, 8. XXVIII 7, 9. Val. Max. /. et d. m. I 8, 3. Cf. Tac. hisL II 45 , 3. [ deal, de oraiorihuB 41, 17]. pinguius (se. serpyllum) uoluntarium et caildidioribus foliis ramisque '. III. Verbi: 1.° * adgnoscere ' : Germ. 5, 15 ' formasque quasdam nostrae pecuniae adgnoscunt atque eligunt '. n. h. XXIX 19 ^ alienis oculis agnoscimus ' : v. 35, 89. Con tale significato il V. ' adgnoscere ' era stato usato prima * ; ma nella n. h. è riferito anche ad animali: IX 23* nomen Simonis omnes (se. delphini) miro modo agnoscunt '. 2.° ' colligere : Germ. 37, 8 ' ex quo si ad alterum imperatoris Traiani consulatum computemus , ducenti ferme et decem anni colliguntur '. n. h. XIII 85 * ad quos (se. consules) a regno Numae colliguntur anni DXXXV ': 2 cf. 6, 59; e, per la forma attiva, 2j 186. ^ Nella n. h. è riferito pure, tanto nella forma passiva quanto nella attiva, a misure di lunghezza: IV 87 ' ad OS Bospori CCLX M pass, longitudo coUigitur ' : 1 Cic. de fin. V 18, 49. Lael 27, 100. Caes. 6. e. H 6, 4. Vbrg. Aen. I 406. HI 82; 351. IV 23. Vili 155. X 843. XII 260. Ovu). fasi. V 590. Lycan, de h. e. II 193. Cf. Tag Agr. 32, 18. 8 II n.o DXXXV nel 1. e. della n. h, leggesi neir ed. Mayhoff, voi. II, p. 332, 18 ; e, in proposito del d.^ aura., non è nolata alcuna variante presentata dai cod J. Tuttavia il Georges, auifàhrl. Handùcb., J, e. 1185, e il Valmaggi, dmi. degli oratori eommenL Torino 1890, p. 66, T hanno mutato in DXXXXV: non sappiamo spiegarcene la ragione. 3 Cf. deal de oraioribus 17, 16 * centuna et uiginti anni ab interitu Ciceronis in hunc diem colliguntur*. È usato nella forma attiva in 24, 14 * cum praesertim centum et uiginti annos ab interitu Ciceronis in hunc diem [effici] ratio temporum collegerit ' : espunto 1' ' effici ' secondo la proposta del RoenBch, in Rev, de Vinsir. pubi, en Belg. 1865, p. 301. 91 V. 2, 245. 36 , 178. etc. XII 23 ' sexaginta passns pleraeque orbe colligant ' : v. 3, 132, 5, 136. 36, 77. etc. 3.° ^ eualescere ' : verbo usato da Virgilio , Orazio , Seneca, Lucano, etc. ^ fu da Plinio per la prima volta riferito a vegetali: n. h. XV 121 * quae (se. myrtus plebeia) postquam eualuit flauescente patricia ' : v. 16, 125. 17, 116. Nella Oerm. è usato tanto in senso proprio: 28, 4 * ut quaeque gens eualuerat'; quanto in traslato, per indicare la prevalenza di determinate voci neir uso comune : 2, 22 ^ ita nationis nomen, non gentis eualuisse paulatim lucrari ' : Germ. 24, 6 ^ aleam, quod mirere, sobri! inter seria exercent , tanta lucrandi perdendiue temeritate, ut ' e. q. s. Con lo stesso significato proprio il v. ^ lucrari ' fu adoperato da Cicerone e Orazio. ^ Nella n. h. acquista il significato particolare di « guadagnare mediante il risparmio » e perciò « risparmiare » : XVIII 68 ' quod {se. marina aqua subigi panem) plerique in maritimis locis faciunt occasione lucrandi salis '. Nello stesso senso pare che si debba intendere il V. ^ lucrari ' nel 1. della n. h. XXXIII 45 ^ ita res p. dìmidium lucrata est ', cioè lo Stato risparmiò la metà della spesa, accrescendo il valore di alcune monete, al tempo della seconda guerra punica. 5.** * obtendere ' : con la forma mediale assume, per la prima volta, nella Germ. e nella n. h. un signifl 1 Vero. Aen. VII 757. Hor ep. II 1, 201. Sen. ep. XV 2 (94) , 31. LvcAN. de b. e, I 505. IV 84. Cf. Qvintil. L o. II 8,5. X 2, 10. « Cf. Qvintil. l o. IX 3, 13. Tac. hist I 80, 8. ann XIV 58, 17. 3 Cic. in Verr, V 24, 61 ; 25, 62. p. Flaee. 14, 33. de off. II 24, 84. parad. 3, 1 (21). Hor. ep. II 3, 238. Quanto al senso trasl. del v. ' lucrari ', vedi Cic. in Verr. I 12, 33. Hor. earm. cato locale d' uso geografico, ed ìndica « estendersi dinanzi » : Germ. 35, 3 ^ Chaucorura gens omnium quas exposui gentium lateribus obtenditur , donec in Chattos usque sinuetur '. n. h. Y 77 ^ buie (se. Libano) par interueniente ualle mons aduersus Antilibaaus obtenditur '. * Nella n. h. presenta inoltre il significato , che notasi in Virgilio, ^ di « stendere dinanzi , porre dinanzi » : XI 153 ' omnibus membrana nitri modo tralucida obtenditur ' : v. 37, 100. e.*" ^occurrere': presentasi la prima volta con significato geografico nella Gerrn. e nella n. h.-/^ Germ, 33, 1 ' iuxta Tencteros Bructeri olim occurrebant ' n, h. Ili 95 ' quem locum occurrens Terinaeus stnus paninsulam efiìcit '. V 84 ' apud Elegeam occurrit ei {scEuphrati) Taurus mons': v. inoltre 6, 114; 128. etc. Presenta anche nella n. h, tanto il significato, in traslato, di « rimediare, essere d'aiuto », secondo gli ess. dati prima da Cicerone, Nepote, Valerio Massimo^ Persio: "* XVIII 189 ' constatque fertilitati non occurrere homines ' : v. 18, 332. 20, 225. 30, 107. 31, 118. 32, 1; 99. etc. ; quanto il significato di « presentarsi alla mente o alla vista, sovvenirsi y> quaesdonem occurrere uerisimile est omnium , qui haec noscant , cogitationi ' : cf. 24, 156. Questo ultimo significato os 1 Cf. Tao. Agr. 10, 7. « Vero, georg. 1 248 : cf. Aen. X 82. 3 A tale sigoiflcato dovette certamente pervenire per il tramite deir uso fattone da Liv. XXXVI 25 , 4 * in asperis locis silex paene inpenetrabilis ferro occurrebat*. Cf. Pompon. Mel. ehor. Ili 9, 89. Tag. Agr, 2, 9. 4 CiG. in Verr, IV 47, 105. p. CluenL 23, 63. Nep. XVI (Pel) 1, 1. Val. Max. f. et d. m. VIII 5, I. Pers. sai. 1, 62, 3, 64. 93 I servasi prima in Cicerone, Cesare, Orazio, Seneca, Cur ' zio, Columella, etc. * 7.° ^ periclitari ' : con valore intrans, pregn. di « arrischiare, essere intraprendente », appare la prima volta nella Gemi. 40, 1 ^ plurimis ac ualentissimis nationibus cincti (se. Langobardi) non per obsequium, sed proeliis ac periclitando tuti sunt ' ; cf. n. h. 18 , 302. In Cicerone e Cesare ^ ha il significato generico di ¥. fare esperimento, far prova ». In alcuni li. della n. h. conserva la qualità di v. intrans., ed è riferito , come in Celso, ^ ai pericoli causati da certi morbi : XXX 114 ' utilissima sunt in iis ulceribus, quae uermibus periclitentur '. XXXII 54 ^ cinis eorum ( se. cancrorum fluuiatilium) seruatus prodest pauore potus periclitantibus ex canis rabiosi morsu ': v. altresì 17, 217. 20, 165. 26, 112. etc. 8.** ^ praetexere ' : G^rm. 34, 4 ' utraeque nationes usque ad Oceanum Rheno praetexuntur '. n. h. VI 112 ' semper fuit Parthyaea in radicibus montium saepius dictorum qui omnes has gentes praetexunt '. Con significato consimile era stato prima adoperato da Virgilio. ^ Nella n. h. assume altresì , in traslato , il significato generico di « preporre, porre avanti »: XVIII 212 ' quos J Cic. de or. Il 24. 104. Ili 49, 191. p. Mil. 9, 25. Tuse. I 22, 51. Caes. b. G. VII 85, 2. Hor. sat. I 4, 136. Sen. deal. I 6, 4. CvRT. hisL A. M. Ili 8 t21), 21. Colvm. de r. r. Il 2, pag. 334, 34. Cf. Tac. ann. XIV 53, 22. « Cic. de off. III 18, 73. Caes. b. G. II 8, 1. 3 Cels. de med. Il 1, p. 30, 14. V 26, 24, p. 178, 37. eie. 4 Verg. bue. 7. 12. Aen. VI 5. Cf. Colvm. de r r. X 296, p579, 37. 94 (se. auctores) praetexuimus uolumini huic ': v. praef. 21. 16, 4. » 9.** ' rarescere ' : eoa l'accezione in traslato, per siguijfìcare « diminuire , divenire raro » , notasi la prima volta nella Germ. 30, 3 ' durant siquidem col les, paulatim rarescunt'.2 Nel significato proprio fu adoperato, dopo Lucrezio, Virgilio, Properzio, Columella,^^ da Plinio: n. h, XI 231 ' quadripedibus senectute (pili) crassescunt lanaeque rarescunt '. 10.° ' tolerare ' : Germ. 4, 8 ^ minimeque sitim aestumque tolerare '. n. h. XXVI 3 ' foediore multorum , qui perpeti medicinam tolerauerant , cicatrice quam morbo '. Lo stesso significato notasi in Terenzio, Cicerone, Sallustio, etc. ^ In un altro 1. la n. h. presenta il V. ' tolerare ' per il concetto di « mantenere , sostentare », secondo l'uso fattone da Cicerone, Cesare, Virgilio, Columella , etc. : ^ VII 135 ' plurimi iuuentam inopem in caliga militari tolerasse '. XXXIII 136 ^ (Ptolemaeum) octona milia equitum sua pecunia tole 1 Fu continuato tale uso da Plin. pan. 52, 1. s Si ripete , poi , nella stossa accezione da Amm. Marc. r. g. XXII 15, 25. XXVI 3, 1. 3 LvcR. de r. n. VI 513. Vero. Aen. IH 411. Prof. IV 14 (15), 33. CoLVM. de r. r. Ili 16, p. 392, 38. Cf. Sil. It. Pun. XVII 422. 4 Ter. hee. 478 (IH 5, 28). Cic. in Verr. Ili 87, 201. in Caiil. II 5, IC; 10, 23. ep. (ad fam.) VII 18, 1. ad Q. fr. I 1, 8, 25. de fin. IV 19, 52. Tuse. II 7, 18; 13, 30. V 26, 74; 37, 107. de din. II 1, 2. Caes. b. G. V 47, 2. Sall. Cai. 10,2. 20, 11. lug, 31, 11. Cf. Tac. hist n 56, 12. ann. Ili 3, 9. 5 Cic. p. Foni. 2, 13. Caes. b. G. VII 71, 4 Ccitato per inesattezza dal Georges, ausfiXhrl. Handwb. II, e. 2821, con le indicazioni 7, 41, 7). h. e. Ili 49, 2; 58, 4. Verg. Aen. Vili 409. Colvm. de r. r. Vili 17, p. 547, 19. Cf. Tac ann. II 24, 7. IV 40, 8. XV 45, 18 95 rauisse '. Ma vi si accoglie, per la prima volta , tanto nel significato di : Germ. 27, 9 ' haec in commune de omnium Germanorum origine ac moribus accepimus '. 38, 4 ' quamquam in commune Suebi uocentur ' : cf. 40, 6; altrove (5, 1. 6, 14) si preferisce l'espressione avverbiale equipollente ' in uniuersum '. n. h, XVII 9 ' quae ad cuncta arborum genera pertinent in commune de caelo terraque dicemus '. XXIII 36 ' reliqua in commune dicentur '. Di una sola voce osserviamo essersi fatto uso, perla prima volta, tanto nella Germ. quanto nella n.h.: è la v. ' glaesum ', d'origine germanica, adoperata particolarmente dai soldati per significare l'ambra: " Germ, 45, 15 * soli omnium sucinum, quod ipsi glaesum uocant, inter uada atque in ipso litore legunt '. n. h. XXXVII 42 ' certum estgigni in insulisseptentrionalis oceani et ab Germanis appellari glaesum, itaque et ab nostris ob id unam insularum Glaesariam appellatam '. Ma, come si osserva nel 1. e, la Genn. accoglie anche la v. ' sucinum ', che trovasi nella n. h. identificata con I' ' electron ' dei Greci : III 152 ' iuxta eas Electridas uocauere in quibus proueniret sucinum quod illi electrum appellant': v. 4,103.8,137. 37, 31; 33; 43-45; 204. e te. ^ J Tale uso deirespressione avv. * in commune * fu conlinuato da QviNTiL. L o. VII 1, 49. Tag. ann, XV 12, 17. « Plin. n. h. IV 97 * Glaesaria (se. insula) a sucino militiaa appellata, a barbaris Austerauia *. 3 Vedi il nostro libro sui Neologismi botanici nei earmi bu" coliei e georgiei di Virgilio, Palermo. Ad un buon numero delle relazioni lessicali si è data, di mano in mano, evidenza, mediante opportuni confronti e richiami indicati in fine delia maggior parte delle note che corredano le relazioni lessicali tra la Gemi. e la n. h. di Plinio. Restringiamo, ora, il nostro compito a dare evidenza ad alcune relazioni lessicali tra la Germ. e gli scritti di TACITO (vedasi), nelle quali non si scorge, salvo di rado e in modo indiretto, l' intermedio della n. H. Sostantivi: annus: Ge7^m. nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris \ Agr. 31, 5 ' ager atque annus in frumentum conteruntur '. Della V. ' annus ', adoperata per significare « il raccolto o provento, la produzione dell' annata », un primo accenno appare in Cicerone * : fu accolta da Properzio, e poi dai poeti e prosatori dell' età postaugustea. ^ Nella n. 1 Cic. in Verr, a. pr. 14, 40. « Prof. V 8, 14. Lvcan. de b. e. Ili 452. Stat. sii III 2, 22. Plin. pan. 29, 3. Consoli, La Germania comparala. T 98 h. la V. * annus ' conserva il significato temporale: v. 2, 13. 9, 162. 18, 211. 28,22. etc. ; e solo si può scorgere come un tramite per giungere al significato sopra notato nei sgg. 11. : XV 98 ^ fructus anno maturescit \ XVI 95 ' sunt tristes quaedam ( se. arbores ) quaeque non sentiant gaudia annorum \ 2.** * audentia': Germ. 31, 1 ' et aliis Germanorum populis usurpatum raro et priuata cuiusque audentia apud Chattos in consensum uertit ' e. q. s. 34, 10 ' nec defuit audentia Druso Germanico', ann. XV 53, 9 * ut quisque audentiae habuisset '. ' Audentia ' è voce della l^tiqità argentea : altri ess. se ne osservano in Quintiliano e Plinio il giovane. ^ Nella n. h. si notano soltanto le forme della flessione del participio ' audens '; V. 17, 222. 32, 53. 35, 61. etc. 3.** ^ copiae ' : consideriamo soltanto la forma del plur. : 6r^rm. 30, 13 ^ omne robur in pedi te, quem super arma ferramentis quoque et copiis onerant '. his£. Ili 15, 13 ' ut specie parandarum copiarum ciuili praeda milites inbuerentur. IV 22, 5 ' parum prouisum ut copiae in castra conueberentur ': V. Agr. 22, 9. Prima che nei 11. ce. la voce di forma plur. ^ copiae ', col significato di € provvisioni, provvigioni, viveri, alimenti », era apparsa in Cesare, Livio, Velleio Patercolo. ^ 4.** ' fortuna ' : Germ. 21, 9 ' prò fortuna quisque apparatis epulis excipit '. ann. II 33, 13 ' quaeque ad usum parentur nimium aliquid aut modicum nisi ex fortuna possidentis ': v. IV 23, 11. XIV 54, 9. La forma 1 QviNTiL. I. o. XII prooera. , 4. Plin. episL Vili 4, 4. « Vedi gli ess. citati dal Gboroes , ausfuhrl Handicb , I, e 1573: V. inoltre Plin. pan. sing. ' fortuna ', usata invece della forma plur. per indicare « ricchezze, beni di fortuna, averi, sostanze », osservasi accolta da Nepote, Orazio, Ovidio, poi da Quintiliano, ^ probabilmente per il tramite della frase ciceroniana : ^ cuius denique fortunae studia tum laudi et gratulationi tuae se non obtulerunt ? ' " Valgano per il confronto i sgg. 11. della n. h.i 11 118 ^ non erant malora praemia in multos dispersa fortunae magnitudine '. VII 130 * si uerum facere iudicium uolumus ac repudiata omni fortunae ambitione decernere , nerao mortalium est felix ' : ma è accolta la forma regolare del plur. in XXXVII 81 ' ille proscriptus fugiens hunc e fortunis omnibus anulum abstulit secum ', S."* ' pignora ' : consideriamo la sola forma del plur.:: Germ. 7, 11 * et in proximo pignora, unde feminarum ulula tus audiri, unde uagitus infantium ' : ann. XII 2, 3 ' baudquaquam nouercalibus odiis uisura Britannicum e^Octauiam, proxima suis pignora ': v. XV 36, 14; 57, 14. Agr. 38, 6. La forma plur. ^ pignora ' era stata accolta nella poesia dell'età augustea, '^ per significare figli, madri, mogli, insomma persone legate con intimi vincoli di parentela; donde la formola di ' obsecratio ' giudiziaria: ' per carissima pignora'; della quale fa menzione Quintiliano.* 6..'' ' suffugium ': Germ. 16, 11 ' solent et subterra 1 Nbp. XXV (Att.) 21, 1. HoR. ep, I 5, 12. Ovid. trist V 2, 57. QVINTIL. /. 0. VI 1, 50. « Cic. Phil. I le, 30. 3 Prof. V 11, 73. Ovid. meL III 134. XI 543. episL (her.) 6, 122. 12, 192. L'espressione * amoris pignora' di Liv. XXXIX 10, 1 ha un altro significato. * QviNTiL. I. 0. VI 1, 33. neos specus aperire suffugiura hiemi et receptacu lum frugibus \ 46, 17 * nec aliud infantibus ferarum imbriumque suffugium '. ann. IV 47, 7 ' sanguine barbarorum modico ob propinqua suffugia ' : v. Ili 74, 5. La V. ' suffugium ', propria della latinità argentea, * si osserva prima in Seneca e Curzio. ' Tacito se ne valse anche in genso traslato, ^ accostandosi all' es. che ne aveva presentato Quintiliano.* Aggiungiamo altri due aggettivi di forma neutra plur., assunti col valore di sostantivi : ^ I 7,** ^ ancipitia ' : Gemi. 14, 10 ' facilius inter ancipitia | clarescunt '. hisL III 40, 10 ' mox utrumque consilium aspernatus, quod inter ancipitia deterrimum est '. ^ ann. XI 26, 12 ' scelusque inter ancipitia probatum ueris mox pretiis aestimaret '. Tacito adoperò anche al sing. l'agg. ' anceps ' sostantivato: ann. I 36, 9 ' in ancipiti res publica '. IV 73, 16 ' ille dubia suorum re in anceps tractus '. Nella n. h. la v. ' anceps ' conserva la ftinzione di aggettivo: IV 10 ' ancìpiti nauium ambitu '. VII 149 ' ancipites morbi '. IX 152 ' periculum anceps \ XVII 191 ' anceps culpa '. XVIII 210 ' res anceps '. J Si ha però un es. nel carme pseudo-ovidiano * nux ', v. 1 19 * quid, nisi suffugium nimbos uitantibus essem *. 8 SBN. dial IH 11, 3. CvRT. hUt A. M. VII! 4 (14}, 7. 3 Tac ann, IV »56, 11. XIV 58, 12. 4 QviNTiL. I. o. IX 2, 78. 5 V. la monografia di Th. Panhoff, de neuiriui generis adieeiiuor. subsianiiuo usu ap. Tao. 1883. « F. RiTTBR, P. Corn. Tae. opp., Lps. 1864, p. 525, 20 espunge dal testo tacitiano le parole ' quod - est \ chiudendole tra parentesi quadre. 101 XXIII 31 ' ancipiti euentu \ XXV 16 * ratio inuentionis anceps ' : v. inoltre 10, 17. 22, 97. 23, 17 ; 20. 24, 75. 28, 21. 29, 1. etc. 8.** * missilia ' : Oerm. 6, 7 * pedites et missilia spargunt, pluraque singuli '. hist. IV 71, 24 *paulum morae in adscensu , dum missilia hostium praeuehuntur \ V 17, 14 ' saxis glandibusque et ceteris missilibus proelium incipitur '. L' uso di dare il valore di sostantivo all'agg. ' missilia ', per indicare, in generale, proiettili di guerra , come saette , pietre , etc. , appare prima in Virgilio e Livio ; ^ poi si usò con lo stesso significato anche nella forma del sing. ' missile ': - ne abbiamo un es. nel sg. 1. della n. h. XXVIII 33 ' ferunt difflciles partus statim solui, cum quis tectum, in quo sit grauida,^ transmiserit lapide uel missili ex iis, qui tria animalia singulis ictibus interfecerint '. Del resto , nella n. h. è preferito V uso di ' missilis ' come aggettivo : v. 8, 85; 125. 34, 138. etc. II. Aggettivi. Annoveriamo, per la loro funzione, tra gli aggettivi le sgg. forme participiali : 1.** ^ inlacessitus ' : Germ. 36, 1 * Cherusci nimiam ac marcentem diu pacem ini acessiti nutrierunt'. Agr. 20, 1 Vero. Aen. X 716. Liv. II 65, 4. VI 12, 9. IX 35, 5. XXVI 51, 4 XXXTV 39, 2. L'espressione * missilia fortunae ', che osservasi iu SBN. ep, IX 3 (74), 6, pare che abbia schiuso l'adito ad un nuovo significato della v. ' missilia ' (= « doni largiti al popolo »), che appare in Sveton. Aug. 98, 19. Ner. 11, 11. « Vedi LvcAN. de b. e. VII 485. Vbget. epit r. m. (ed. C. Lang) I 4, p. 9, 8; 14, p. 18, 6: in III 24, p. 117, 14 leggesi ' missibilia ', ma nel cod. Perizon. F 17 si nota ' missilia ' ; e ' missilia ' osservasi anche nel cod. Palai. 909, corretto da ' missibilia nulla ante Britanniae noua pars pari/&r illacessita transìerit '. Il part. sempl. ^ lacessitus ' notasi nella n. h. Vili 23 ' nec nisi lacessiti nocent '. 2.** ' intectus ', con la particella premessa Mn - ' di valore negativo: Germ. 17, 2 ^ cetera intecti totos dies iuxta focum atque ignem agunt '. hist Y 22, 12 ^ dux semisomnus ac prope intectus errore hostiura seruatur \ ann. II 59, 5 ^ pedibus intectis ': e nel senso traslato, per significare « aperto , schietto , fidente >, ann. IV 1, 12 * sibi uni incautum intectumque efflceret \ ' » 3.** ' promptus ' : Germ. 7, 2 ' duces exemplo potius quam imperio, si prompti , si conspicui , si ante aciem agant, admìratione praesunt '. ann, IV 17, 16 * neque aliud gliscentis discordiae remedium quam si unus alterne maxime prompti subuerterentur ': v. II 81, 7. IV 51, 16, XIV 40, 8. Con lo stesso significato di « coraggioso, audace, valoroso », appare la v. ' promptus ', nel grado superlativo, in hist. I 51, 24. II 25, 13. Ili 69, 13. IV 14, 9. Agr. 3, 12. Quanto all'agg. 'promptus' riferito a cose, V. n. h. 8, 129. 9, 112. 11, 24. 4.** ' reuerens ' : Germ. 34, 12 ' sanctiusque ac reuerentius uisum de actis deorum credere quam scir^ \ hist. I 17, 3. 'sermo erga patrem imperatoramque reuerens '. Lo stesso significato presenta la v. * reuerens ' in Properzio. ^ Cicerone conservò T usq psi^rticipiale di ' reuerens ' : * multa aduersa reuerens '. ^ Plinio vi a, anche nei sgg. 11. di Tacito: Agr. 34, 13 * transigite cum expeditionibus '. hist III 46, 14 * quod Cremonae interim transegimus '. Il tramite, per giungere al significato sopra notato, dovette essere il valore giuridico che si attribuì in principio al v. * transigere \ cioè « venire a patti , definire la pendenza con un amichevole accordo > , insomma concludere qualcosa di definitivo per dirimere le questioni. * 5.** * uocare ' : Germ. 14, 16 * nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris quam uocare hostem et uulnera mereri \ hist IV 80, 10 ' ncque ipse deerat adrogantia uocare offensas. ' ann. VI 34, 1 ' Oroden sociorum inopem auctus auxilio Pharasmanes uocare ad pugnam \ U equipollenza di ' uocare ' e * prouocare ' muove dalla frase virgiliana * uocare hostem. ' 2 IV. Avverbi : 1.*" * adductius ' : Germ. 44, 1 ' Gotones regnantur , 1 Cf., per r uso deUe forme passive di * transigere ', Cic. p. Quinci 5, 20. in Verr. a. pr. 10, 32. Tuse. IV 25, 55; e, quanto alle forme attive: p. Rose. Am. 39, 114. p. Cluent. 13^ 39. Phil. II 9, 21. etc. « Vbrg. georg. IV 76 * magnisquo uocant clamoribus hostem '. Sbrv. eomm. in Verg. georg. 1. L, voi. Ili, fase. 1*^, p. 326 Th., commenta: ' uocant hostem, prouocant '. Vedi 11 comm.del Heraeus a Tao. hist. IV 80, 10. 105 paulo iam adductius quam ceterae Germanorum gentes \ hist III 7, 4 ' Minucius lustus.... quia adductius quam ciuili bello imperitabat, subtractus militum irae ad Vespasianum missus est '. Nei due 11. citati il valore lessicale della v. ' adductius ' = « con maggior rigore, più severamente , con freno più stretto », si deve fare risalire alla frase di Cicerone ^ adducere habenas ', che è in contrapposto con V altra ' remittere habenas. ' ^ 2.*" L' espressione ^ haud perinde ', priva di valore comparativo, adempie una funzione brachilogica: Germ, 5, 10 ' possessione et usu haud perinde adficiuntur '. 34,2 ' aliaeque gentes haud perinde memoratae. ' ann, II 88, 16 ' Romanis haud perinde Celebris. ' IV 61 , 4 ' monimenta ingeni eius haud perinde retinentur. ' Alla negativa * haud ' talvolta sono sostituite altre voci negative : ' non, ^ ne-quidem, ^ nec '. ^ Per r espressione comparativa ' haud perinde quam ', invece della classica * h. p. atque ', v. hist. II 27, 1. Ili 58, 14. IV 49, 26. ann. II 1, 8; 5, 9. XIV 48, 7. XV 44, 18. Osservasi anche ^ nec perinde quam ' o ' neque p. q. ' in hist. II 39, 12. IV 72, 16. ann. XIII 21, 7. 3.** * longe ' può adempiere V ufficio di rinforzare il 1 Cic. Lael. 13, 45. 2 Tac. ann. II 63, 10. Cf. Plin. epéaé. I 8, 12. Sveton. Aug. 80, 6. Galb. 13, 1. deperdit librorum relL p. 294, 2, ed. Roth. 3 Tac. Agr. 10, 19 (secondo la congettura del Grozio: nei codd. * proinde '). Cf Sveton. Tib. 52, 3 sg. 4 Liv. IV 37, 6. - 106 comparativo, col significato di « molto » : * Germ. S, 3 ' quam (se. captiuitatem) longe impatientius feminarum suarum nomine timent'. ann, IV 40, 10 Monge acri US arsuras '. XII 2, 6 ' longeque rectius Lolliam induci '. Altri ess. ne erano apparsi in Virgilio, Fedro, Velleio Patercolo. ^ B È notevole che Tacito si valse in più luoghi de' suoi scritti di alcune espressioni o frasi che si osservano nella Germ. : daremo evidenza alle più importanti di esse, disponendone i confronti secondo l'ordine cronologico delle opere di Tacito. ^ I. Per il libro de uila et morihus lulii AgHcolae: 1.** Germ. 36, 4 ^ ubi m a n u a g i t u r '. Agr. 9, 6 * plura manu agens'. 1 L'uso classico deU'avv. Moage' si restringe a rinforzare il superlativo o ad accompagnare » per renderne più efficace la significazione, alcune voci particolari, quali * alius> aliter, diuer* sus, dissimiiis ', etc. ; e i verbi: ^abesse*, v. Cic. ep. (ad fatn) II 7, 1. ad AiL VI 3, 1 ;"* antecellere *, v. id. in Yert, IV 53, 118. p. Mxir, 13, 29; * anteponere *, v. id. de or. I 21, 98; * dissentire ', v. id. Lael. 9, 32; • praestare ', v. id* Brut. 64, 230 ; e simili. Quanto all'uso dell'avv. * longe ' col superlativo, v. inoltre Plin. n. A. 3, 5. 4, 66. 5, 70. 9, 131. 19, 146. 23, 92. 24, 125. etc. 2 Vero. Aen, IX 556 * longe raelior \ Vell. Paterg. h. R» II 74, 1 * 1. tumultuosiorem *. Phaedr. /a6. Ili 7, 6 *L fortior'. Cf. Pbtron, sat 9, p. 39, 1 ' 1. malore nisu '. 98, p. 465, 5 * 1. blaiidior '. 3 Nel confronto sarà incluso VAgr.^ tuttoché comunemente si ammetta che questo sia stato scritto prima della Germi le ra^ gioni sono state esposte a lungo nel nostro libro sopra citato, V autore del l * de origine et situ Germanorum ', Roma, 1902. 107 2.** Germ. 4, 4 ' unde habitus quoque corporum.... idem omnibus. Agr. \\^ 2 ' habitus corporum uarìi \ ' 3/ Gemi. 6, 14Mn uniuersum aestimanti plus penes peditem roboris '. Agr. 11,9 Mn uniuersum tamen a e stimanti Gallos uicinam insulam occupasse credibile est'. ^ 4.** Germ. 30, 13 ' orane r o b u r in p e d i t-e ': cf. 6, 14 ' plus penes peditem roboris '. Agr, 12, 1 M n pedite robur'. Livio preferi la frase ' lecta robora uirorum '. ^ 5.** Germ. 17, 6 ' ut quibus nuUus per commercia cultus '. 24, 12 ' seruos condicionis huius per commercia tradunt '. Agr. 28, 14^ per commercia uenumdatos '. 39, 4 * emptis per commercia'. 6.** Geì^m. 21, 12 * notum ignotumque quantum ad ius hospitis nemo disceruit '. Agr. 4:4^ 7 *quant u m a d gloriara, longissimum aeuum peregit '. Vedi inoltre hist V 10, 8. Della espressione * quantum ad ', sostituita alla comune ^ quod attinet ad ', si osserva prin^ft un es., non incensurabile, in Ovidio: lo agcolse, poi, Seneca. ^ Ma un termine dì passaggio tra le due 1 L' espressione ' habitus corporis ' fu , poi, ripetuta da Pliii. efii8t VI 16, 20 e da Svbton. deperdiL Ubrorum reli pagt ^9^ 12, e4 Ralh. Plin. n. h, U, 224 menziona i ^siqgulos anitpi habitus '. « Vedi il cap. Ili, C, III, 2^ 3 Liv. VII 7, 4: cf. Vili 10, 6. 2. 1. 4 OviD ars am. I 744 ' quantum ad Pirithoum \ Skn. ^^ XII 3 («5?, 14 ' quantum ad habitum mentis *. Un altro ea^ di Seneca è cit neWausfùhrl. Handwh. del GaoaeES, II, o. 19091. Vedi G. Leopardi , penneri di Daria filoso^ e di belln leUenklura » Firenze, suec. Le Mounier, 1898 ; voi. I, p. 256. locuzioni notasi nelle frasi dì Seneca il retore: ^ quantum ad meum stuporem attinet; quantum ad ius attinet '. ' II. Per le historiae : 1.° Germ. 25, 6 * occidere solent, non disciplina et seueritate, sed impetu et ira '. hist I 51 , 5 ' asper^fto militiam tolerauerant ingenio loci caelique et seueritate disciplinae'. La stessa frase , espressa in forma di endiadi come nella Germ,, appare prima in Cicerone e nel beli. Alex. ^ 2.** Germ. 3, 18 'ex ingenio suo quisque demat uel addat fldem '. hist. I 82 , 13 ' manipulatim adlocutl sunt ex suo quisque ingenio mi tius aut horridius '. Vi sì accosta la frase plìniana ; * uaria circa hoc opinio ex ingenio cuiusque'. "^ 3.° Germ. 13, 20 ' ipsa plerumque fama bella profi igant '. hist. II 4, 11 ' pr fi igauer at beli u m ludaeicum Vespasianus '. IV 73, 6 ' profligato bello '. La frase * proflìgare bellum ' risale a Cicerone e Livio: •* si rese d'estensione maggiore, sostituendosi a i Sen. rhet. eonirou. VII 1 (16-, 1, p. 298, 18. X 5 (34), 16, p. 509, 8, ed. e. Nella n. h. 25, 12 sì nota * in quantum *. s Cic. p. Cluent 46, 129 * magister ueleris disciplinae ac soueri tatis ' : cf. m Catil. I 5, 12. Script b, Alex. 48, 3 * mìlitarem disciplinam seueritatemque minuebant '. 65, 1 ' quae dissoluendae disciplinae seuor i t a t i s q u e essent ' (Kuebler). Cf. Liv. XXXIX 6, 5. 3 Plin. n. h. 8, 48: cf. 34, 57; e Liv. Ili 36, 1. 4 CiG. ep. dadfam.) Xll 30, 2. Liv. IX 29, 1 ; 37, 1. XXI 40, 11. XXXV 6, 3. XXXIX 38, 5. V. i commenti Orelli-Meiser, Heraeus, Valmaggi a Tag. hist. II 4. - 109 ' bellum ' gli aec. * aciem, classem, copias, hostem, iaimicos, proelium ', etc. ^ 4.° Germ. 3, 18 'ex ingenio suo quisque demat uel addat fidem'. hist II 50, 7 ' ita uolgatis traditisque demere fidem non ausim \ III 39, 3 ' a d d i d i t facinori fidem': v. ann. IV 9, 5. Si notano ess. delle locuzioni ' demere fidem ' e ' addere fidem ' in Livio e Ovidio : ^ in un 1. di Cicerone i due verbi ' addere ' e ' demere ' sono disposti in antitesi , come nel 1. e. della Oerm. ^ 5.*" Germ. 42, 8 ' sed u i s et p o t e n t i a regibus ex auctoritate Romana'. hisL III 11, 15 ' uni Antonio uisac potestas in utrumque exercitum fuit '. ** L' espressione * uis ac potestas ' del 1. e. delle hist si connette con la frase di Cicerone: ' u i m omnem deorum ac potestatem'. ^ 6.'' Germ. 36, 7 ' tracti ruina Cheruscorum et Fosi '. hist. III 29, 5 ' quae (se, ballista) ut ad praesens disiecit obruitque quos inciderat , ita pinnas ac summa i Plavt. mil. gL 230 (II 2, 75 . Cic. p. Rab. FosL 15, 42. Phil XIV 14, 37. Cabs. b. e. II 32, 11. Nep. XIV vDat.) 6, 8. Liv. Vili 8, 9. X 20, 14. XXVIII 2, li. SiL. It. Pun. XI 398. Tac. ann. XIV 36, 7. « Liv. II 24, 6. OviD. rem. am. 290. 8 Cic. aead- pr. II 16, 49. Vedi per altri e?s. di posizione in antitesi dei vv. * demere ' e ' addere * 1' ausfùhrl Handwb. del Georges, I, e. 1903. 4 u! Zbrnial, op. e, p. 81, aggiunge al confronto un 1. del dial. de oratoribus 19, 24 ' qui u i e t p o t e s t a t e , non iure aut legibus cognoscunt '. 5 Cic de nat d. III 36, 88. Cf. seripL rhet ad Her. I 5, 8 no ualli r u i n a sua t r a x: i t ' : ma nel 1. e. della Germ. ' mina ' ha significato metaforico. * 7.° Germ. 44, 1 1 ^ m u t a b i 1 e... hincuel illinc r e m i g i u m '. hist III 47, 18 ' pari utriraque prora et mutabili remigio, quando bine u e 1 illinc appellere indiscretum et innoxium est ' : v. anche ann. II 6, 7. 8.° Germ 24, 13 ' ut se quoque pudore uictoriae exsoluant '. hist III 61, 15 * p u d o r e proditionis cunctos exsoluerent'; arrogi ann, VI 44 , 20 ^pudore proditionis oranes e x s o 1 u i t '. ^ In simile accezione metaforica appare il v. ' exsoluere ' in Terenzio, Cicerone, Virgilio, Livio, etc.'* 1 Cf. la frase * tra bere ruinam' in Verg. Aen, II 465 ?g. ; 631. Vili 192. IX 712 sg. ^a costruito ^ proditur ' nella Germ. 8, 1 ' meraoriae pròdilur quasdam acies inclinatas iam et labantes a Sforni nis restitutas '. ^ Consideriamo le leggi sintattiche aventi per obtóÉto r uso dei casi. I. Accusativo : l.*' L' acc. di relazione, in dipendenza da un aig^tivo da un participio, osservasi nella Gemi. 17, 12 ' nudae brachia ac lacertos '; e nella n. h, XIII 29 ' uitilem sibi arborique indutis circulum '. Ess. consiirfli 1 Quanto alla costpuzione del v. * narratur ' con Tace, e Titifin., invece di * narra ntur * col nominativo e l'infin, per significare, come scrive G. Helmrbigh, c b e s t i m ra t e Angaba und M'itteilung, auch durch Schriftsteller, im Gegensatz zu vagem Gorùcht »: V. la recensione del l'bro del Wormstall, uebèr aie Chamaoer, Brukterer und Angrioarier ole, nel Jahreàbèrìcht ueber die Fortschritie der class. Alteri humswissensehaftyXVll (1889;, 2. Abtheilung, p. 255 (Jahresb. ueb. Tao.), « In altri 11. della n. A. ò preferita la f rma attiva * narrkht *: V. 2, 126 ; 236. 8, 35. 32, 75 etc. 3 OviD. mei. XV 311 sg. ' admotis Aihamanas aquis actiiàhdere Jignum | narratur *. 4 Un costrutto analogo osservasi in Liv. XXV 31,9 Val. Mix. /. ei d. m. II 6, 10. Cf. Caes. b. G. V 12 1. Tac. ann. Ili 65 , 9. [dial. de orato ribus 32, 27]. 136 si notano in Virgilio ^ ed altri poeti delPetli augustea: ne presenta anche la latinità argentea , i cui scrittori predilessero i costrutti poetici e di fonte greca. ^ 2.^ L'acc. ' cetera ' è assunto , talvolta , in funzione avverbiale: Germ. 17, 2 ' cetera intecti totos dies iuxta focum atque ignem agunt '. 29 , 12 ^ cetera similes Batauis '. 44, 20 ' cetera similes uno differunt '. n. h. Vili 40 ' tradunt in Paeonia feram quae bonasus uocetur equina iuba , cetera tauro similem '. XXII 133 ' est etiamnum aliud sesamoides , Anticyrae nasqens , quod ideo antiqui Anticyricon uocant, cetera simile erigerenti herbae '. La prosa latina aveva già accolto lo acc. ' cetera ' in funzione avverbiale, ^ ed anche prima r aveva accolto la poesia, che ne continuò V accezione neir età augustea. * 1 Verg. Aen, IV 558 sg. Non ó es. sicuro quello dell' Aen, I 320 ' nuda genu ', in cui ^ genu ' può essere accettato per ablativo. Per la stessa ragione il Draegkr, ueber Synt u. Si, d, Tac^y § 39, p. 19, riconosce es. noi sicuro di acc. di relazione il 1. degli ann. XVI 4, 11 * flexus genu '. 2 Vedi gli ess. in Màdvig, lai. Sprogl.'y § 203, a, Anm., p. 154. Cocchia, sint. lai., § 55, p. 1 17 sg. Valmaggi, comm. hist Tae. lib. 1, p. 134; lib. 11, p. 34. Cf. inoltre* Tag. hist IV 81, 9. ann. VI 9, 13. XV 64, 15. e te. 3 Cic. orai, 25, 83 (letto secondo il cod. Viteberg., / del Friedrich). Sall. lug, 19, 7; cf. hisL IV 9 (Kritz). Liv. I 35,6. Vell. Paterc. h. R,l\ 119, 4. Cf. Tac. Agr, 16, 10. ann, VI 15, 5; 42, 12. * Enn. ann, 1 fr. 32, in PLM. , voi. VI, p. 64, ed. Baehrens. Verg. Aen. Ili 594: IX 656: cf. Serv. eomm. in Aen. IX 653, p. 368, voi. 11, fase. 2.o Th. Hor. earm, IV 2, 60. ep, I 10, 2 e 50. Vedi Madvig, lat Sprogly § 203, a, p. 154. Cocchia, sint lai, , § 60, b, p. 131. IL Genitivo : ^ 1.^ Il genitivo parti ti vo trovasi in dipendenza dal relativo neutro * quod ', posposto, che funziona da soggetto della proposizione sg. : Germ. 15, 8 * conferre principibus uel a r m e n t o r u m uel f r u g u m quod prò honore acceptum etiam necessitatibus subuenit '. n. Ti. XXX 127 * feni Graeci quod III digitis capiatur '. Ess. anteriori si notano in Cesare e Livio. ^ Vi ha, però, chi nel 1. e. della Gemi.y facendo precedere al ' quod ' una virgola, trovi un costrutto ellittico, che nella sua interezza somigli ad un altro 1. della Germ. 18, 6 ' ipsa armo rum aliquid uiro adfert ', 3 simile al 1. della n. h. XXVII 130 / additur piperis aliquid et murrae '. Ma, se cosi fosse, avremmo una costruzione ellittica isolata , priva di base , se ne togli un ravvicinamento, del resto non improbabile, col passo degli ann. di Tacito XV 53, 8 ' iacentem et impeditum tribuni et centuriones et ceterorum , ut quisque audentiae habuisset, adcurrerent trucidarentque '. ^ 2.** Per l'uso del genitivo in dipendenza da un comparativo neutro plur., considerato come sostantivo, vi è rispondenza tra la Germ. 41, 1 'in secretiora Ger 1 Vedi U. Zernial, sei quaedam eap. ex genet usu Toc., Gòtt. 1864. « Caes. 6. G. Ili 16, 2. Liv. XXVIII 8, 9. Cf. Tac. hisL II 44, 20 3 U. Zernial, Germ. erkl p. 41. Cf. il comm. del Heraeus alle hisL di Tac. II 44. 4 Vedi CoNSTANs, étude s. L langue d. Tac, n.^ 81, p. 45. figli crede probabile che sì tratti di un costrutto ammesso dalla lingua popolare: non ne adduce però le ragioni. 138 maniae porrìgìtur ', ^ elsin.h. XVI 187 ' et sabuci interiora mire firma traduntur ' : cf. 6, 33. Se ne osserva qualche es. in Cicerone ^, a** Tra gli aggettivi che, tanto nella Germ. quanto nella n. h., hanno, talvolta, il loro complemento in una forma nominale di caso genitivo, si debbono annoverare i sgg. : a) ' fecundus ' : Germ. 5, 5 ' pecorum fecunda '. n. h. XXXIII 78 ^ nulla fecundior metallorum quoque erat tellus '. '^ Ma nella n. h, è ammessa anche la costruzione con r ablativo : XI 233 * numeroso fecunda parta '.* b) * impatiens ' : Germ. 5, 4 ' frugiferarum arborum impatiens '. ^ n. h.XXl 97 ' unum autem caulem rectum habet uetustatis inpatieutem '. ^ Questa costruzione appare la prima volta nella lingua poetica dell' età augustea; poi si estese alla lingua della prosa. ^ J Vedi Valmaggi, il geniiioo ipoiaitieo in Tae.\ in Boll, di ^lol class., a. IV, n.» 6, pp. 130-135. 2 Cic. ad AH. IV 3, 3. Cf. Tac. hist. II 22, 3. V 16, 5: nel secondo de' due 11. ce. il cod. dà la lez. * propiora fluminis Transrhenani tenuere ' ; il Nipperdey, il Halm, il Ritter e altri vi sostituiscono * flumìni '. 3 La costruzione col genit. notasi prima in Hor. carm. IH 6, 17. CoLVM. de r. r, IX 4, p. 552, 5 Cf. Tac. hist. I 11, 3. ann. VI 27, 16. XIV 13, 4 * V. ess. anteriori in Ovid. mei. Ili 31. X 220. Cf. Tac. hist. I 51, 26. Il 92, 6. IV 50, 22. ann. XIII 57, 2. 5 L'espressione * patiens frugum ', in antitesi a quella u^ata nella Germ. 1. e , osservasi in Tac. Agr. 12, 16. 6 V. altri ess. sopra, cap. I, A, 111, n.« 13, p. 39. 7 Vero. Aen. XI 639. Ovid. ars am. II 60. mei. VI 322. XIII 3. trist. V 2, 4. Vell. Paterc. /i. i? II 23, 1. Cvrt. hist. A. Ai. Ili 2 (5j, 17. IX 4 (15). 11. Cf. SiL. IT. Pan. Vili 4. Tao. hist. II 40, 11; 99, 7. ann. Il 64, 13. IV 3, 5; 72, 2. VI fó,8. XII 30, l. 139 e) * superstes ' : Germ. 6 , 24 * muHique «operdtites bellorum infamiam laqueo flnierunt '. n. h, VII 156 ' M. Perpennaet nuper L. Volusius Saturninus omnium... superstites fuere ' : v. 7, 134. Cicerone ne aveva dato r es.* Nella Qerm. si accoglie anche la costruzione di ' superstes ' col dativo, secondo gli ess. di scrittori precedenti : 2 14^ 3 * infame in omnem uitam ac probrosum superstitem principi suo ex acie recessisse '. 4.** Quanto al genitivo * moris ' col verbo * esse ' valgano i sgg. confronti: Germ. 13, 2 * arma sumere non ante cuiquam moris, quam ' e. q. s. 21, 13 ' abeunti, si quid poposcerit, concedere moris \ n. h. XIX 51 ' usque ad eum (se. Epicurum) moris non fuerat in oppidis habitari rura ' : v. 17, 66 ; 214. La locuzione * moris esse ' col soggiuntivo retto da * ut ' o con Tinflnito, era stata adoperata da Cicerone, Livio, Velleio Patercolo, Valerio Massimo, Seneca, etc. ; ^ poi, per il tramite di Tacito e di Plinio il giovane, * passò nell'uso 1 Cic. ad Q. fr. l 3, 1. Cf. Tac. Agr. 3, 13. ann. I 61, 14. Il 71, 11. Ili 4, 11. 8 Plavt. asin. 21 (I 1, 6). Ter. haut. 1030 (V 4, 7). Ovid. ara am. Ili 128. mei. XI 552. etc. Cf. Tac ann. V 8, 12. Nei sgg. 11. : Plavt. irin. 57 (I 2, 19); Cic. ep. {ad fam.) VI 2, 3; HoR. e. saee. 42, resta io dubbio se la v. ' superstes ' sia costruita col genit. o col dat., essendo forme dell' uno e dell' altro caso ì rispettivi complementi : ' uitae tuae, rei publicae, patriae '. 3 Cic. in Verr. I 26, 66. Liv. XXXVI 28, 4. Vell. Patbro. A. K lì 37, 5 ; 40, 3 Val. Max. /. et d. m. II 8 , 6. Sbn. disi. X 13, 8. 4 Tac. Agr. 33, 1. 39, 2 (Ietto secondo il cod. Vatic. 342(), A del Halm). 42, 19. hist I 15, 3. ann. I 56, 17 ; 80, 2. IV 39, 3. Plin. epi%t II 19, 8. Ili 21, 3. degli scrittori seriori, ^ invece della est ', preferita dalla latinità classica. ^ III. Dativo : ^ 1.° Il dat. di attribuzione trovasi, talvolta, sostituito al genitivo, in dipendenza da alcuni sostantivi: Germ, 16, 11 ' solent et subterraneos specus aperire , suf fugium hiemi ^ et receptaculum frugibus '. 44, 11 ' est apud illos et opibus honos '. n. h. XXXVI 198 ' maximus tamen honos in candido tralucentibus {se. uitris).-^ Il dativo di attribuzione osservasi , sebbene di rado, negli scritti anteriori al 1.'' secolo dell'impero : ^ dopo. 1 Cf. IvLiAN. ìq dig. HI 2, 1. Vlpian. in dig. XLVIII 19, 9. 2 Vedi Georges, ausfuhrl. Handwb. , II, e. 904. Nella n. h, si accoglie anche la locuzione classica ' mos est*: v. 4 , 33. 11 , 184. 19, 73. 25, 77. 28, 36. 29, 4. 33 , 11; 21. 34 , 16. Si nota * in more est * in 16, 13. 3 Vedi, quanto ali* uso del dat. la monografia di W. Knoess, de dat. fin. qui die. usa Tac. eornm., Vpsaliae 1878; e quella di A. CzYGZKiEWiGz, de dat. usu Taeit.y BroJy Hiemi ' ò la lez. data dai codJ. Il Reifferscheid ed il Halm congetturano * hiemis *; il Halra però dubita: * aa hieme? * Certo è che la costruzione di * suffugium * col genitivo osservasi in un altro 1. della Germ. 46, 18 * ferarum imbriumque suffugium * ; ed ò preferita da Qvintil. L o. IX 2, 78 * suffugia infirmitatis*; e da Tac aan. IV 66 , 11 * urguentium malopum suffugium •. 5 In Tac. Agr. 21, 9. hist. I 21, 6 * honor ' si accompagna col genitivo. Anche col genitivo sono costruiti ' rector* e * subsidia * nella n. h. 2, 12. 35, 102. 6 Caec. Stat. eom, rei. ll9(Ribbeck) * meae morti remedium *. Cic. de or. I 60, 255 * subsidiura... senectuti * ( ma nello stesso 1. * subsid. senectulis '). in Catll. II 5, 11 * huic..bello..ducem *. Catvll. 63, 15 * mihi comites *. Vero. Aen. V 111 * pretium uictoribus '. r uso si estese di più. * 2.° Nella Germ. e nella n, h. si accoglie T uso del ^ datiuus absolutus' : - Germ. 6, 14 * ìq uniuersurn a estimanti plus penes paditein roboris \ n. h. XVI 178 ' proxirneque aestimanti hoc uideantur esse, quod in interiore parte mundi papyrum ' : v. inoltre 15, 72. 16, 200; e cf. 36, 120. Costrutti analoghi sì notano in Cesare, Virgilio, Livio, Ovidio. '• 3.** Degli aggettivi che, tanto nella Germ. quanto nella » Vedi Tac. hisL 1 22, 11 ; 67 , 4 ; 88 , 5 ( ma ' minister ' col genit. in hisL II 99, 13: cf. Verg. Aen. XI 658). II 1 , 2. Ili 6, I. IV 19, 6; 22, 17; 61, 15 ( ma • pignus * col geoil. in hisL III 72, 4 ; 76, 4. V 8, 2. ann. I 3, 1 ; 22, 1 ; 24, 9; 56, 16. II 21, 13; 43, 27; 46, 23; 60, 18; 64, 18; 67, 12. Ili 14, 18; 40, 5 e 13. IV 60, 8; 67, 8. VI 20, 2 ; 36, 12 e 14; 37, 14. XI 8 , 4. XII 22, 10. XV 53, 5. etc. * Il Cocchia, sinL lai., § 73, IH, p. 159, lo chiama 'd«t. iudicantis '. Vedi Draeger, ueber Syni. u. Si, d. Tao. 3, § 50, p 24; e Valmaggi, comm hisi. Tac, lib. II, p.' 96 II Constans, étude 8. l lanyued Tac-y n.^ 91, p 51, nega C come lo Sghmalz, lat. Sf/ni. 426) che sia costruzione greca, e lo crede « un datif de rinterèt atlénué »: tuttavia, mentre egli ammette che nell'A/yr. II, 10 « le datif n'est pas douteux », per il 1. delUi Germ. 6, 14 dee « qu* il est trés probable »: n ^* 250, 2", p 114. 3 Caes b. e. Ili 80, 1. Verg. Aen. Vili 212. Liv.: cf. X 30, 4. Ovid. meL VI 656. VII 320. Cf. Tau Agr. 11, 10. hist II 50, 12. Ili 8, 6. IV 17, 16. V 11, 18: aggiungiamo Agr, 10, 12, conservandovi lì lez. * transgressis ', data dal cod. Vatic. 3429 (A del Halm). B Renano, seguito dal Halm ( e, nella ed. torinese deWAgr., 1886, p. 23, dal Decia) la mutò in * transgressa ': il Ritter, accogliendo la congettura del Busch, Tespunse. L'osservazione sul dat. assoluto resta ferma, ancorché si voglia accettare l'emendazione del Doederlein, che fa rientrare ' trans-^ gressis ' nella proposizione seg., dopo * sed *. 142 n. /i., reggono il dativo, ci sembrano degni di nota : aji> * diuersus ' : Germ, 46, 11 ' quae omnia diuersa Sarmatis sunt, in plaustro equoque uiuentibus '. n. h. XII 97 * pretia nulli diuersiora '. ^ Cicerone non evitò il costrutto col dat., " ma si avvalse anche di quello COR' r ablativo. ^ h).' auspicatissimus ' : Genn. 11, 5 ' agendis rebus hoc auspicatissimum initium credunt '. * n. h. XVI 75 * spina nuptiarum faci bus auspicatissima '. ^ 4.° Quanto ai verbi composti che sono usati col dat., ^ notiamo i sgg. : a) ' accedere ' : Gey^m. 4, 1 ' ipse eorum opinioni bus ^ accedo '. n. h. IX 17 ' nec me protinas huic opinioni eorum accedere haud dissimulo ' : v. inoltre 6, 213. 7, 146. 15, 14. 32, 143. 34, 8. 37, 101. etc. Ma ess., tuttoché non frequenti, ne avevano dato Ennio, Cicerone, Nepote, Orazio, Livio, Velleio Patercolo, Columella, etc. ^ 1 'Dtiiemus* è costruito col genit. in Tao. hist. IV 84,2. ann. XIV 19, 5. « Cic. de leg, agr. II 32, 87. Cf. Vbll. Paterg. h. R. II 75, 2. 3 Clc. Brut 90, 307. •* Vedi Draeger, ueber Syntu. SL d. Tao, 3 , § 206, B, b, p. 83. CoNSTANS, étude s l langue d, Tae. , n.** 95, 3, p. 54. 5 Vedi 60pra, cap. I, A, III, 4.", pag. 35. 6 Vedi Av Lehmann, de tteròf'8 compos. apud Sali, Caes., Tae. cum dat siruet, Breslau 1863. 7 II Meìser e il Halm sostituiscono * opinioni * ad *opinionibus' che ò lez. data dai codd.: ò una sostituzione che non fa venir meno 'a nostra osservazione: v. la nota 3, pag. 14. 8 Enn. ann. XIV fr 260, in PLM., voi. VI, p 95, ed. Baehrens (cf. Magrob $at VI 5, 10) Cic. ad Q. fr. I I, 1. ad Ait V 20, 3. Nbp I (Milt.) 4, 5. HoR. sai II 5, 71 sg. Liv. XXVI 50, 12. VEJ.L Patebc. h i?. I 8, 5 C0J.VM de r r III 21, p. 398, 8. Cf. -- 143 b) ' eximere ' : Oey*m. 29, 6 ' exerapti oneribus et collationibus '. n, h. XXX 51 ' canìnus (se. lien) si uiuenti exinaatur et in cibo sumatiir ', e. q. s. La costruzione col dat. era stata prima accolta da Plauto, Virgilio, Livio, Seneca, Curzio, etc. ' e) ' interuenire ': Germ. 40 , 7 ' interuenire rebus hominum '. n. h. XXI 68 * in Italia uiolis succedi t rosa, buie interuenit liliura ' : v. 18, 342. 33, 127. È costruzione classica, confermata dagli ess. di Cicerone. ^ 5.*" Il dat. appare usato per complemento di un verbo passivo air infinito o in un tempo finito semplice : ^ Germ. 16, 1 ' nuUas Germanorum populis urbes habitari satis notum est'. 39, 13 * centum pagi iis habitantur '. ^ n. h. II 247 ' quem (se. Eratosthenen) cunctis QviNTiL. L 0. IX 4, 2. Tac. hist. I 34, 2 ; 57, 7 ; 59, 8 ; 70, 4. II 33, 1 ; 58, I. etc. 1 Plavt. mere, 127 (l 2, 17). Vero. Aen. IX 447. Liv. Vili 35, 5. Sen. de ben. VI 9, 1. Cvrt. hist A. M. VII l (l), 6. È dubbio se si tratti di dativo o di ablativo nei ?gg. 11. : Hor. carm. II 2, 18. ep. I 5, 18. Liv. V 15, 3. VI 41, 2. XXVIII 39, 18. XLV 31. 12. CvRT. hist A. M. VI 3 (7», 3; 11 (43., 24. Quanto alla costiuzione col dat., cf. Qvintil. i. o. X 1, 74. Tao. ann. I 48 , 7; 64, 9. IV 35, 4. XII 56, 17. XIV 48, 9; 64. 2 (ma con Tablai. retto da * e ' in Agr. 3, 14}: vedi ilcomm. del Nipperdey ad ann. XiV 64. Per la condizione postclassica del v. 'eximere' col dat. nella prosa latina, v. Krebs-Schmalz, antib. I, p. 497. 2 Cic. de or. II 3, 14. ad Q. fr. l 2, 1,2. de fin. I 19, 63. Cf. Liv. I 6, 4 ; 48, 1. XXIII 18, 6. Ovid. met XI 708. Tac. hist IV 85, li. 3 II dat. usato col part. perf. e coi tempi composti di un verbo passivo è un costrutto più frequente, anche nei tempi della latinità aurea. Vedi Cocchia, sint lat , § 73, V, p 160. ^ Nei codd. si legge ' pagis habitantur*: noi ci atteniamo all' enoendazione del Brolier, * pagi iis habitaniur ' , accolta dal Ma^sroenn, dal Riiler,d8l Halm, dal Kritz, dal Finck, etc La. 144 probari uideo * : v. 3, 9; 54. 16, 249. 36, 12. etc. Cicerone se n' era avvalso, sebbene di rado, massime con r intendimento di significare un'azione vantaggiosa all' autore di essa. ^ IV. Ablativo: 1.** All'accusativo predicativo trovasi sostituito l'ablativo ' loco ' col genitivo : Ge?^m. 8, 9 * Velaedam diu apud plerosque numinis loco habitam '. n. h. Vili 173 ' est in annalibus nostris peperisse saepe (se. mulas), uerum prodigii loco habitum '. La sostituzione è riferita anche al nominativo : n. h. XXXIII 46 ' hic nummus {se. uictoriatus) ex lUyrico aduectus mercis loco habebatur': cf. 11, 191. Cicerone, Cesare e Bruto avevano dato i primi ess. di tale uso sintattico. ^' 2.° L'ablativo di luogo appare privo della prep. ' in ' nei sgg. 11. della Germ.: 10, 13 Msdem nemoribus.ac lucis'. 37, 3 * utraque ripa'. 40, 18 ^ secreto làcu abluitur '. etc. Lo stesso osservasi nella n. h. II 168 ' siue ea {se. palus Maeotica) illius oceani sinus est...., siue congettura deir Ernest!, ^ pagis habitaot ' , fu seguita dal Dilthey, dallo Zernial, da Io. Mueller, etc. Il Kiessiing riproduce la lez. dei codd ,* quamquam nibil', egli soggiunge, op. e, p. 143, ' adhuc ex scriptoribus Latinis afferri potuit, quod hunc huius uerbì usum confirmaret*. 1 Cic. pari. or. 5, 15 m Verr. V 45, 118. ad AH. 1 19, 4. Tuse. V 24, 68. de off. Ili 9, 38. Cai. m. 11, 38. Cf. Tag. Agr. 10, 7. hi9i. I 11, 9; 27, 9; 35, 8. II 80, 21 ann I 11, 11; 17, 23. II 57, 18. XII 1, 9; 9, 8 etc. « Cic. de inu. rhei. II 49, 144. de dom. s 14, 36. ep. (ad fam.) VII 3, 6. Caes. ò. G. vi 13, 1. Brvt. in Cic. ep. ad Brut I 17, 5. Cf Tac. hisi. II 91, 2. IV 26, 7. ann. XIII 58, 4. Vedi Cocchia, ami. laL, § 12, V, e, p. 18. 145 angusto discreti situ restagnatio \ Vili 99 ' hiberno situ membrana corporis obducta ' : y. 6, 74. 10, 62. 19, 48. 25 , 63. etc. * Nella Germ. si accoglie anche 1' uso della prep. ' in ', quando con 1' ablat. di luogo si accompagni il pron. * idem ', p. e. 12, 10 * in isdem conciliis ', che sintatticamente risponde al 1. e. sopra, 10, 13 ' isdem nemoribus '. Similmente nella n. h, 2, 205; 219 osservasi 1' espressione ' in eodena loco '. ^ Così nella Germ. 36, 1 si legge ' in latere Chaucorum ' : costrutto accolto nella n. h. 3, 22. 9, 50. 35, 22. etc. , ma rifiutato in 2, 73; 168. 4, 40; 110. 5, 72; 74. 6, 191. 24, 160. etc. ^ 3.** Gli aggettivi ' ferax ' e ' ingens ' sono usati nella Germ. con un complemento di relazione in ablativo : a) Germ. 5, 4 ' satis ferax ' : al contrario n. h. XV 100 ' qui {se. acini) minime feraces musti '. Il costrutto 1 Potremmo aggiungere n. h. XXXVII 19 * exposìta occuparent iheatrum peculiare trans Tiberim h o r t ì s ' secoado la lez. data dai codd. e dalla * uulgata ', accolla neir ed. Harduin, II, p. 767, 9, ma rifiutata dal cod. Banberg. e dalle edd. Jan (vo^ V, p. 145, 38) e Mayhoff (voi. V, p. 388, 10}, che ammettono ' in hortis •. Cf. Tao. hisL I 64, 17. II 1, 13; 43, I ; 50, 9 ; 62, 2; 66, 4. III 22, 15; 38, 3; 61, 5. V 5, 21. ann. I 61, 12; 65, 20. Ili 38, 10. IV 43, 9. XlV 61, 3. etc. 2 Negli scritti di Tac. si preferisce, in tal caso, respingere la prep. * in •; valgano d'es. hisL I 55, 10. II 45, 12. Ili 13, 16; 72, 17. IV 53, 4. ann. I 31, 12. II 24, 11. XIV 44, 12. etc. Vedi la monografia di F. Schneider, quaesL de obi. usu Tao., I, Lìgniciae 1882. 3 Tac. accolse tale costrutto in ann. III 74, 10; lo rifiutò in ann. XV 38, 17. Per V uso classico dell* ablat. di luogo senza la prep. * in ', v. Cocchia, sinL lai., § 78, I, p. 178 sgg. Consoli, La Germania comparata. 10 146 col complemento in ablat. è dato da Virgilio; ^ m&. il costrutto col genitivo è presentato da Orazio , Livio , Ovidio , e seguito da Valerio Fiacco , Tacito , etc. ^ : d' onde quella incertezza d' uso, che si osserva in Plinio il giovane, ^ salvo che si voglia attribuire quella che può parere incertezza, a difTerenza di significazione, secondo che propria o in traslato, della v. ' ferax '. b) Genn. 37, 2 * parua nunc ciuitas, sed gloria ingeas ' : cf. n. h. 23, 75. Il costrutto di ' ingens ' con r ablat. era stato adoperato da Virgilio : * Sallustio preferì, invece, il costrutto col genitivo. ^ D Le osservazioni che seguono si restringono a determinare le relazioni sintattiche concernenti 1' uso dei modi: quello che e' è da dire in rapporto all' uso dei tempi, sarà trattato in dipendenza dall' uso dei modi del verbo. 1 Vero, georg. II 222 * illa ferax oleosi ' (Ribb.) , o maglio ' oleo est \ secondo la lez. preseatata dai codd. Palat. e Rom., confermata da Nonio Marcello (p. 500, 23 ed. Mere; p. 341, 6 ed. Gerlach-Roth) e da Arusiano (VII 473 K). « HoR. e. aaee. 19. epod. 5, 22. Liv. IX 16, 19. Ovid. mei. VII 470: cf. am. II 16, 7. Val. Flagg. Argon. VI 102. Tac. ann. IV 72, 9. etc. 3 Plin. episi. IV 15, 8 * ferax... bonis artibus *. II 17, 15 * arborum .. ferax *. Vedi Draegbr, hist Synt, § 206, 3, p. 441 sg. ueber Synt u. Si. d. Tac. 3, § 71, a, p. 33. 4 Vero. Aen. XI 124; 041. Cf. Stat. sii. I 4, 71 sg. Tac. hisL I 53, 2; 61, 1. II 81, 3. ann. XI 10, 12. XV 53, 7. 5 Sall. hisi. III 10, ed. Kritz. Cf. Tac. hist IV 66, 17. ann. I 6% 4. 147 I. Indicatwo: 1.** L' indicativo retto da * dum ' conservasi anche nelle proposizioni subordinate che si trovino in dipendènza da altre subordinate: Oerm. 12, 5 ' diuersitas supplicii illuc respicit, tamquam scolerà estendi oporteat , dum puniuntur, flagitia abscondi '. Lo stesso si osserva nella n. h. XXVII 42 * uolneribus sanandis tanta praestantia est, ut carnes quoque, dum cocuntur, conglutinet addita '. ^ Cicerone ne aveva dato qualche raro es., seguito poi da Livio e da altri scrittori. ^ 2."* Risponde all' uso sintattico più corretto * prout ' con r indicativo : Germ. 3, 6 ^ prout sonuit [acies '. n. h. XII 121 ' prout quaeque res fuìt \ XXXI 58 * prout res exiget ': v. 10, 180. ^ Ma in Plinio si amplia l'uso di ' prout ', talché questo occorre anche col soggiuntivo: V. n. h. 2, 152. 5, 51. 28, 17. 29, 30. 33, 164. ^ 1 Si accompagna anche col soggiuntivo nella n. h. XXVIII 1 70 * carnesque uesci eas et, dum coquantur, oculos uaporari iis praecipiunt '. « Cic. p. Cluent 32, 89. de fin. V 19 , 50. Liv. XXIV 19, 3. CvRT. hi8i. A, M. VII 1 (3), 18; 8 (34), 14. etc. Cf. Tao. héat. I 33, 6. Ili 38, 22; 70, 12. V 17, 6. ann. II 81 , 9. XIII 15 , 24. XIV 58, 15. XV 45, 16; 59, 13. Idial de oraioribus 32, 34J. Vedi Draeger, ueher Synt a. SL d. Tao. », § 168, p. 68. Cocchia, 8int lai, § 173, IH, a, p. 417. Frigell, epileg. ad T, Liuii Cosi Cic. in Verr. II 34, 83. ad AH. XI 6, 7. Caes. 6. e. Ili 61, 3. Liv. XXXVIII 40, 14; 50, 5. Cf. Qvintil. i. o. I 7, 2. VII 2, 57. Tac. hisL I 51, 17. Il 10, 9. ann. XII 58, 9. idial de oraiorihm 31, 20]. 4 Vedi SBN. ep. XII 3 (85), 11. Tac. hist I 48, 20; 59, 5 ; 62, 15. ann. XII 6, 15. XIII 8, 12. Vedi inoltre Valmaggi , eomm. hist Tae. I, p. 22. 148 3.** La cong. causale ^ quaQdo ' è ordinata con l'indicativo: Germ. 33, 8 ' duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui , quando... nihii iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam '. n. h. XVIII 126 ^quando alius usus praestantior ab iis non est': v. 17, 13; 16. 21, 1. 34, 57. etc. Numerosi sono gli ess, di tale costrutto presso gli scrittori anteriori. ^ Nella n. h, trovasi anche la cong. ' quando ' ordinata col soggiuntivo : XVII 27 ' neque fluminìbus adgesta semper laudabilis, quando senescant ^ sata quaedam aqua ' : v. 10, 58. dub. semi. XIII, p. 44, 14 sg., ed. Beck. Lo stesso costrutto col soggiuntivo si osserva in Livio e, poi, in Tacito. ^ 4.** L'espressione ' ut qui ' con l' indicativo si nota nella Qerm. 22, 2 * lauantur saepius calida, ut apud quos plurimum hiems occupat': cf. n. h, 30, 10. Nella n. h. si accoglie ' ut qui ' col soggiuntivo : XXXI 83 ^ quercus optima, ut quae per se ci nere sincero uim salis reddat ' : v. 18, 134. 36, 120. ^ Certo è che nel mi 1 Plavt. cist 116 (I 1, 118). Ter. adelph. 287 (II 4, 23;. Cic top. 5, 26. de fin. V 23, 67. Tuse, IV 15, 34. Sall. lug. 102, 9. Vero. Aen. X 366. Hor. sai. II 5, 9; 7, 5. Liv. XXXIX 51, 9. Cf. SiL. IT. Pun. XIII 768. Tag. hi$i. I 87, 1 ; 90, 10. ann. I 44, 12. Vedi Cocchia, Bini, lai., § 169, VI, avv. 2, 6, p. 407. * La lez. * senescant ' nel 1. e. della n. /i. ò presentata dai codd. e confermata dal Mayhoff, voi. Ili, p. 72 , 14 : nella ed. Sillig. (v. Ili, Hamb. e Gotha, 1853) si legge 'senescunt'. 3 Liv. Ili 52, 10. Tac. hisi li 34, 4. IH 8, 13. ann. IV 64, 10. XII 6, 2. 4 Agli ess. dedotti dalla n. A. si può aggiungere 31, 31, ove si voglia accogliere la lez. * ut quae *, che ò presentata dai codd. Paris. 6795 e Riccard.», e accettata dalla ' uulg. * e dalle edd. Harduin. II, p. 551, 6; Mayhoff, voi. V, p. 12, 9: il Jan, voi IV, p. 266, 2 la rifiuta. 149 -^ giior tempo della lingua latina si diede la preferenza al soggiuntivo; ^ e qualche es. contrario che osservavasi in Cicerone, è stato convenientemente emendato dagli editori moderni. ^ Negli scritti di Tacito appare costantemente la costruzione col soggiuntivo. ^ II. Soggiuntivo : 1.** Osservasi, talvolta, il presente del soggiuntivo retto da ' donec ', per indicare una circostanza reale o un'azione che si suole ripetere per abito: Germ. a) 1, 10 ' donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat '. 35, 5 * donec in Chattos usque sinuetur '. h) 20, 5 ' donec aetas separet ingenuos, uirtus adgnoscat '. 31, 10 * donec se caede hostis absoluat ': v. inoltre 31, 16. 40, 16. Ai 11. ce. della Germ. si possono confrontare i sgg. > Cic. Phil XI 12, 30. Caes. 6. G. IV 23, 5. Livio accoglie tanto la costruzione con 1* indicativo : V 25, 9 ; quanto quella col soggiuntivo. Vedi Riemann, op. e , § 115, n. 3, p. 291. Cocchia sint lai, § 160, III, ò, p. 372 sg. s Cosi, p. es, in Cic. ad. AH. IV 16, 6 leggevasi prima • ut qui iam intellegebamus * (v. ed. Nobbe, p. 847) ; ora si legge * quod iam i. * (v. ed. Alb. Sad. Wesenberg, par. Ili, voi. II, p. 148, 10, in cui il 1. e. ò trasportato in IV 17 (18), 3). Parimente ad Ali. Il 24, 4, nel passo ' utpote qui nihil contemnere soleinus, (V. ed. Nobbe, p. 834), si ò sostituito 'soleamus' nella cit. ed. Wesenberg, voi. cit., p. 85, 20. 3 Tac. hist III 25, 4. ann. II 10, 12. IV 62, 6. etc. : perciò il Prammer sostituisce nel testo della Germ. 22, 3 ad ^ occupat ' la forma del soggiuntivo ^ occupet *. Il Halm , al contrario, estende r accezione dell* indicativo dal 1. e. anche al 1. della Germ, 17, 6, supplendo il v. «eat* nella frase ellittica * ut quibus nullus per commercia cultus ' : v. Germ ed. Halm, Lps 1883, p. 231, nota. -150 della n. h.: IX 133 * donec spei satis fiat, uritur liquor \ XVIII 103 ' postea operiuntur in uasis, doaec acescant ': e similmente 30, 86. 34, 122. etc. Se ne erano dati degli ess. prima da Orazio, Livio, Curzio ed altri. ^ Ma nella Germ. 37, 24. 45, 19 la v. ' donec ' si accompagna, secondo l'uso sintattico comune, con V indicativo. 2.** La deviazione sintattica di ' quamquam ' col soggiuntivo appare prevalènte nella Germ.j poiché per otto volte che tale voce è adoperata, in due (5, 13. 17, 14) si nota al principio di una proposizione principale, in funzione , come osserva il Draeger, ^ di avverbio ; ^ in un 1. (4, 5) non è seguita da un verbo di modo finito; in quattro 11. (28, 20. 29, 15. 35, 3. 38, 4) regge il presente il perfetto del soggiuntivo : in un 1. (46, 3) si accompagna col presente indicativo. Dello stesso modo osservasi nella n. h. la v. ' quamquam ' col verbo all' indicativo (16, 161 ; 204 ; 206. etc.) o al soggiuntivo (18, 125 : cf. dub. serm. II i, p. 20, 13 , ed. Beck ) : si osserva anche ' quamquam ' coi participi: v. 15, 52. 18, 265. 19, 50. 25, 87. 26, 21. 30, 13. etc. ; e con gli aggettivi: V. 15, 52. 29, 1. 30, 13. etc; talvolta si riferisce ad un verbo sottinteso : v. 3, 55. 8, 120. 16, 151. 34, 62: cf. dub. serm. II e^ p. 14, 27, ed. Beck. Or, la deviazione sintattica di ' quamquam ' col soggiuntivo, la quale è notata di preferenza nell'età impe 1 HoR. ep, I 18, 63 sg. II 3, 155. Liv. XXI 10, 3. XL 8, 18. CvRT. hisL A M IV 7 (31), 22. Cf Qvintil. L a XI 3,53. Tac. hist II 1, 8. Ili 47, 17. V 6, 21. anr^, II 6, 16. etc. Vedi RiBìfAKK, op. e, p. 297, n. 1. 2 Drabgbr, ueber Synt u. Si. d. Tacs, § 201, p. 81. 3 C£ Tac. ann. XII 65, 12. Idial de oratoribua 2B, 9^ 33^ Ili. riale , appunto perchè allora , per etócàcia dèi ^rlafé del volgo, sì cominciò a far confusione tra le funzióni del modo indicativo e quelle del soggiuntivOj mostrasi anche nell' età aurea della prosa latina , ma solo nel caso che il pensiero che s' intende esprimere richieda, indipendentemente dalla presenza di ' quamquam ', raso del soggiuntivo nella proposizione; come, p. es., per indicare possibilità o condizione : * talvolta, e ciò bófte avverte il Rieraann, 2 pare che la deviazione si debba attribuire ad errore di copisti. 3.** Il soggiuntivo nelle proposizioni relative , tanto consecutive quanto finali, è d'uso ordinario nel latino: Gef^m. 29, 4 ' in eas sedes transgressus, in quibus pars Romani imperii flerent '. 32, 2 * quique terminus esse sufflciat '. 35, 8 ^ quique magnitudi nem suam malit iustitia tueri \ n, h. XXXIII 84 ' remedium abluere idlatum et spargere eos, quibus mederi uelis ': v. 34, 122; 134. etc. ^ 4. Per il tramite della frase pliniana, n. h. XXXVI 113 ' cuius nescio an aedilitas maxime prostrauerit mores \ modellata sulla frase di Cicerone, de fin. V 3, 7 ^ quem... haud scio an recte dixerim principénl ', dò 1 Varr. in Gbll. n. A. XIV 8, 2. Cic. de or. II 1, 1. Ili 7, 27; 26, 101. p. Piane. 22, 53. de fin. Ili 21, 70 (v. comm. Madvig). Tuse. I 45, 109. V 30, 85 (v. comm. Kuehner). de legibus IH 8, 18. Nep. XXV (Att) 13, 6. Sall lug. 3, 2. 83, 1. Cf. Verg. Aen. VI 394. Liv. XXXVI 34, 6. Tao. Agr. 3, 1. 13, 5. hist. I 9, U. II 20, 5. Idial de oraioribus 34, 14]. « RlEMANN, op. e, § 126, p. 300 sg. V. iaoltre Cocchia, slni. lai, § 181, III, p. 444. Georges, ausfuhrl. Handwb., II, e. 1906. 8 Per la conferma con ess. di Cic. v. Cocchia, séni, lai, § 160, I e II, p. 366 sgg. Cf. Tag. Agr. 34, 12. hf'ai. I 15, 18. IV 8Ì^ 3. ann. I U, 9; XV 47, 6. etc. 152 vette, probabilmeQte, penetrare nella elocuzione della Germ. e di altri scritti dell' età argentea ^ V uso del perfetto soggiuntivo potenziale nelle proposizioni subordinate: Germ. 2, 5 ' immensus ultra utque sic d i x er i m aduersus Oceanus raris ab orbe nostro nani bus adi tur '. Infinito : 1.° Dell' infinito descrittivo si hanno ess. nella n. h. : V. 14, 6. 28, 146. etc. ^ Nella Germ. V infinito descrittivo giunge a penetrare nelle proposizioni relative improprie. 7, 11 ' et in proximo pignora, unde feminarum ululatus a u d i r i , unde uagitus infantium '. ^ Sallustio aveva ammesso l' infinito descrittivo nelle proposizioni comincianti col pronome relativo; * e l' es. di lui fu in più luoghi continuato da Tacito. ^ 1 Vedi QviNTiL. i. o. V 13, 2. Tao. Agr. 3, 13. ann, XIV 53, 13. Idial. de oraioribus 34, 8. 40, 19J. Plin. episL II 5, 6. pan 42, 3. 2 Si notino gli ess. analoghi di Vbrg. georg. I 200 (cf. Aen, II 169). Aen. IV 422. VII 15. 3 Cf. Tag hist. IV 80, 13. ann. VI 19, 12. Alcuni annotatori e editori della Germ. non hanno accolto la forma ' audiri ' nel 1. e, perché, come scrive il Kritz, op. e, p. 47, * infinitiuus historicus ut iam per se h. 1. ferri nequit, ita multo minus ex relatiua particula aptus esse potest ' ; ed hanno mutato * audiri * in * auditur ' ( Kritz ), ' audiunt ' (Madvig), * audias ' (Woelfflin), * audiant ' (Hirschfelder), * est audire * (Schuetz e Maehly): il Heraeus ha aggiunto * possit ' dopo * infantium *; il Ritter ha espunto * audiri '. 4 Sall. lug. 70, 5 * litteras mittit, in quis mollitiam socor diamque uiri accusare, testari deos ' e. q. s. 5 Tac. hist I 52, 16; 81, 4. Ili 63, 13. IV 84, 3. Vedi P. 153 2.** Tra i verbi che nella Germ. si accompagnano con r infinito, invece di reggere, secondo l'uso più comune per alcuni di essi, il soggiuntivo con * ut ' o * ne ', notiamo i sgg. : ' coarguere, consentire, obsistere, persuadere , quaerere, suflìcere '. Ommettiamo di trattare dei vv. ' coarguere, ' obsistere, *• sufflcere ', ^ perchè non ci è dato trovarne adatto riscontro né nella n. h. né negli scritti di Tacito : è probabile, però, V analogia di costrutto tra ' obsistere ' con l' infinito e ^prohibere ', che Plinio usò pure con V infinito. * Crbusny, de U8U inf. hiat ap. Tao. ; in Méaeel philol. liòellus, Bresiau 1863. * Il V. 'coarguere' costruito con TinfiiL appare, oltre che nella Germ, 43, 4, anche in Qvintil. L o. IV 2, 4 e in un 1. del 6. Alex, 68, 1, che sia letto, però^ come è presentato dai codd., cioè col v. ' coarguisset * dopo T infinito * recipere *, e non come leggesi ora neir ed. B. Kuebler. Lps. 1896, p. 43, 26, col V. * coarguisset * mutato di posto. * Il V. * obsistere * con l' infìn. si nota nella Germ. 34, 11 * obstitit Oceanus in se simul atque in Herculem ìnquiri '. Presso gli altri scrittori si accompagna col soggiuntivo retto da ' ne ' o * quo minus ' ; p. es. Plavt. miì. gì 333 ( II 3, 62 ). Cic. in Verr. V 2, 5. ad AH, VII 2, 3. de nai, d, II 13, 35. Nbp. I (MilL) 3, 5. etc. •* * Suflìcere * con V infin. è costrutto poetico , dato da Vero. Aen. V 21 sg. , e ripetuto nella Germ, 32, 2 * quique terminus esse suflìciat *. Plinio Secondo preferi accompagnarlo col gerundio dativo: v. n. A. 13, 79. 18, 249. 36» 57; o col gerundio accusativo retto da 'ad *: v. n. h, 24, 147. Plinio il giovane lo associò con * ut* o 'ne* e il soggiuntivo: v. epist IX 21, 3; 33, 11. 4 Plin. n. h, XXII 90 * Cleemporus nigro prohibet uesci ut morbos facìente '. Cf. Tag. hist, I 62, 13. ann,\ 69, 3. Vedi Madvio, lai, SprogU § 344 e § 350 Anm. 3, pp. 239, 244. Cocchia, 9ini, lai, , § 168, I, avv. 6, p. 391. -184 a) La oastruzione del v. ^ consentire ' con V infinito sì nota nella Oerm. 34, 9 * in claritatem eius referre consensimus \ Nella n. h. si ha tanto la costruzione con r infinito : XVII 80 ^ Graeci auctores consentiunt non altìores quìno semipede esse debere': v. 18, 312; quanto la costruzione con * ut ' e il soggiuntivo : XIV 64 * Tiberius Caesar dicebat consensisse medicos ut nobilitatem Surrentino (se. nino) darent \ La costruzione con r infinito non fu estranea a Cicerone e Quintiliano ; ^ ma nemmeno fu trascurata quella con * ut ' e il soggiuntivo. 2 h) Il V. ' persuadere ' è usato con V infinito nella Germ. 14, 16 * nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris '. La n. h. presenta * persuadere ' tanto con l' infinito : XXIII 40 ^ at nos e diuerso fumi amaritudine uetustatem indui persuasum habemus ' ; quanto con * ut ' e il soggiuntivo : XXXVII 88 * persuasimus deinde Indis, ut ipsì quoque iis gauderent '. ' e) La costruzione del v. * quaerere ' con l' infinito, nel senso di « ad oprarsi , cercare , tendere », appare gradita ai poeti: * osservasi nella Oerm. 2, 3 * classi i Cia de leg. agr. I 5, 15. Phil. II 7, 17. IV 3, 7. Qvintil. L e. Ili 7, 28. IX 1, 17. etc. Cf. Tao. ann. VI 28, 7. « Vedi Liv. XXX 24, II. ' Per la dìffereuza neiriuK) classico tra ' persuadere ' eoi ^ggìuotivo cetto da * ut ' o senza, vedi Cocchia, sint tei, g 163, X, avv. 1, a ed e, p. 380. * LvcR. de r. n. I 103, Vbrg. Aen, IV 6Sl. Hor. eai^m. ì 16, 26. OviD. am. I 8, 51. episi, (her.) 12, 176. irèst V 4, 7. Phabdr. fab^. m proL 25. IV 9, 2. ete. ^ 166 bus aduebebantur qui mutare secles qui^rebant * ^ * e nella n. h. Y 54 ^ Inter occursantis scopulos noB floere inmenso fragore quaerit sed ruere '. Vili 214 * potia» simum e monte aliquo in alium transilire quaerens*. Non è certo cbe un costrutto consimile sia stato fpi^ ma adoperato da Cicerone. Participio: 1." ^ Velut ' è usato con un participio, iaveoedi ìmm proposizione retta da * uelut si ' : Oerm, 7, 7 * uelut deo imperante', n. h. X 47 ' uelut ideo tela iigiiAta cruribus suis intellegentes '. In Livio tal^ uso notasi più di frequente. ^ Z."" Participio perfetto aoristico : Germ. 40, 11 * is adesse penetrali deam intellegit uectamque bubus feminis multa cum ueneratione prosequitur '. n. h. XXXVII 54 * nunc gemmarurn confessa gea^ra dicemus ab laudatissimis orsi': v. inoltre Zy 44, 5, 54. 1 U. Zernial, commentando il 1. e. della Germ. p. 19, %vv^.rte: « quaerebant e. inf. bei Tao. nur hier >. t In un 1. di Cic. de inu. rhet II 26, 77 s? legge : ^ quaerat tamen aliquam defensionem, et facti inutilitatem aut turpitudinem cum indignatione ppoferre '. Ma i codd. Herbipolit. {H) il Paris. 7774 A (P) e il Sangall. (5) ommettoùo T infln. * proferre', che il Friedrich (Lps. 1893, par. I, voi. J,p. 201, 16-17) chiude tra parentesi quadre. Ammessa, per tanto, V Interpolazione del V. ' proferre*, si avverte nell'an^eò. Krbbs-Sghmalz, II, p. 395, che il costrutto di cui ò discorso « ist nicht nachzuahmen » ; e il Georges, ausjuhrl Handtob. , lì, e. 1896 , citando in proposito la hisi Synt III 301 der Draeger, nota che in questa è da cancellarsi Tes. di Cic. de ina. rhet , 1. e. 3 Liv. I 14, 8; 29, 4; 31, 3; 53, 5. Il 12, 13. XXV 39, 4. etc. Cf. Tao. hi8t. IV 70, 5; 71, 7. 11, 22; 187; 217. 16, 163. 30, 1. 34, 63. 36, 54. etc. L'uso del participio perfetto aoristico si nota prima in Cicerone, Cesare ed altri. ^ 3.** Participio futuro attivo nelle funzioni di una proposizione subordinata : Germ. 3,1* Herculem memorant, primumque omnium uirorum fortium i t u r i in proelia canunt '. n. h. XXXV 92 ' Apelles inchoauerat et aliam Venerem Coi, superaturus etiara illam suam priorem ' : v. inoltre 7, 143. 16, 10. 17, 9; 173. 25, 22. 26, 117. 29, 19; 29. 34, 36. 36, 119. 37, 20. etc. L' uso sintattico di cui si è fatta menzione, fu evitato nella latinità aurea, ^ e, come è noto, cominciò a prevalere da Livio in poi. ^ 1 CiG. p. Mur. 30, 63. Gaes. ò. G. II 7, 1. V 7, 3. VII 32, 1. etc. Quanto ai confronti con 11. di Tac, v. Draeger , ueber, Synt u. St d. Tac. 3 , § 209 , p. 84. Vedi anche Madvig , lai. Sprogl, § 382, 6, p. 263. Cocchia, aint lai. , § 128, 6, IV, avv. 1.% p. 282. Ramorino, i eomm, de b. G. ili. pp. 68, 156. 2 Vedi Madvig, lai. Sprogl, § 377, Anm. 5, p. 260 sg. GandiNO, 8ini. laty I, es. 4, n. 3, p. 6 sg. 3 Cf. Tac Agr. 31, 2. hist. I 27, 17. II 53, 7. ann. 128, 1; 31, 4; 36, 5; 45, 8; 46, 7. II 17, 4. etc. Quanto ai numerosi ess. che presenta Tito Livio, v. Guethling, de T. Liuii orai, diì^puiatio^ LiegQitz 1872, cap. II, p.5 sgg. Kuehnast, die Hauptpunkte d. lioianischen Synt, Beri. 1872, p. 267 sgg. Vedi anche la monografìa di F. Helm, quaesL synt. de pariie. usa Tac. Veli. Sali , Lps. 1879 ; e la monografia di S, Lichotinsky , suir uso del participio in Tac, Kiew 1891. Relazioni sintattiche tra la Qermania e le opere di Tacito. Le più notevoli relazioni sintattiche tra la Germ, e gli scritti di Tacito sono state rese evidenti, mediante appositi confronti segnati nelle note, nel cap. precedente, in cui si sono trattate le relazioni sintattiche tra la Germ. e la n. h, di Plinio : nel presente capitolo ci restringiamo, per evitare inutili ripetizioni , a notare quelle poche relazioni sintattiche tra la Germ. e le opere di Tacito, per le quali non siamo riusciti a trovare nella n. h. dei termini sicuri di confronto. L Quanto agli usi particolari di alcune parti del discorso, notiamo : 1.** iPpron. Mpse ', in funzione appositiva al soggetto, trovasi unito con un part. perf. passivo costrutto assolutamente, par supplire alla mancanza del part. perf. attivo : Germ, 37 , 15 ' quid enira aliud nobis quam caedem Crassi , amisso et ipse Pacoro, infra Ventidium deiectus Oriens obiecerit? '. Agr. 25, 21*diuiso et ipse in tris partes e x e r e i t u incessit': cf ann. XIV 26, 2. Analoghi costrutti presenta Livio nelle frasi : ' causa ipse prò se dieta, quindecim milibus aeris damnatur '. ' dimissis et ipse * adticis nauibus .... nauigare Aegyptum pergit '. ' È 1 Liv. IV 44, 10. XLV JO, 2: cf. XXX VIU 47, 7. Vedi Naegels3ACH, lai. Siy § 97, 2, 6, p. 262 sg. possibile che tale uso del pron. * ipse ' sia stato introdotto dopo l'uso analogo fatto da Sallustio del pronome * quisque \ * 2.** La particella comparativa ' quam ' è adoperata, talvolta, con V ellissi dell'avverbio corrispondente * potius ' ; Germ. 6, 20 * cedere loco, dummodo rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur'. hist. Ili 70, '6 * ctir enim e rostris fratris domura quam Auen Untim et penates uxoris petisset ? ' : v. inoltre hist IV 5B, 6; 83, 20. ann. I 58, 6. IH 17, 16; 32, 9. V 6, 10. Xin &y 16. XIV 61, 22. etc. L'ellissi di ' potius ' not»sA pure in Plauto, Nepote, etc. ^ 3.*^ Quo modo ' è usato ad esprimere paragone, coalpe *ut*: Germ. 41,2 *quo modo paulo ante Rhenura, aie ttunc Danuuium sequar '. Agr. 34 , 6 ' quo modo eiiutts saltusque penetrantibus fortissimum quodque animal centra mere, pauida et inertia ipso agrainis sono p^Ilebantur, sic acerrimi Britannorum ìam pridem ceciderunt '. ann. IV 70, 14 ' quo modo delubra^et altafìa, sic carcerem recludant ' : v. ann. IV 35, 7. XVI 31, 8; 32, 14. [dial. de oratoripus 36, 35]. Quanto alla rispondenza * quo modo - ita ', \*. hist. IV 8, 19; 1 SAll. lug, 18, 3 ' multis sibi quisque itnperium petentibus \ Pel Bignificato di ' et ipse ' in casi aualoghi, v. la monografia di J. Prammer , ' et ipse ' bei Tae. ; iù Zisehrf. f. d, oesierr. Gymn, 1881, 500; e il comm. del Valmaggi a Tae. hist I 42, J, p. 69 ; Il 33, 17, p. 62. * Plavt. rud. 1114 (IV 4, 70). Afe/i. 726 (V 1, 26). Nep. XIV (|)at.) 8, 1 ' statuii congredi quam ' cet. , secondo 1* ed. Halm ; ina accolta la congettura del Fleckeisen ' statim maluit con»gnodi^V si rendei non adatta la nostra citaxióne^ Cf. Val. Flagg. Argon. VII 428. 169 64, 18; 74, 9. ann. XIV 54, 5. XV 21,5. XVI 16, 11.» Anche in Cicerone, oltre al significare domanda o ammirazione, osservasi V espressione ' quo modo ' adoperata in correlazione con ' sic ', di rado * ita '. '^ 4.'' La prep. ' ex ' talvolta è usata con significato modale : Germ. 7, 1 * reges ex nobilitate, duces ex uirtute sumunt ' : v. 3, 18. Agr. 40, 10 ' siue uerum istud, giue ex ingenio principis fictum ac compositum est '. hist. I 27, 16 * animum ex eaentu sumpturi ' : v. inoltre hist. 1 82, 14. II 85, 18. ann. 1 58, 4. Ili 69, 7. IV 64, 5. VI 11, 16. XllI 9, 4; 46, 19. XV 72, 3. etc. Di tale uso della prep. ^ ex ' si notano numerosi ess« presso gli scrittori precedenti. ^ 5.** La prep. * per ' ha valore modale neir espressione ' per otiura ': Germ. 15, 1 ' non multum uenatibus, plus per otium transigunt \ ann. I 31, 12 ' isdem ae^ stiuis in finibus Vbiorum habebantur per otium aufc leuia munia Notevoli ess. ne avevano 1 V. il comm. del Heraeus a Tao. hist III 77. * Cic. de leg. agr. II 1, 3. aead. pr. II 12, 38 ; 47, 146. de fin. Ili 20, 67. Tùse. I 38, 91. Ili 17, 37. IV 13, 28. V 7, 18. de legibua I 12,33. de off. I 38, 136. É inesatta, per ciò, raffermazioue delio Zernial , op. e. , p. 80 , che è « * quo modo ' =: ' ut ' im VergleìchuDgssatze wie Agr. 34, 6; bei Cic. nur in dar Frage ». 3 Tbr. haut 203 a 2, 29;. Varr. de l. L. VI 7, 64, p. 96, 12 Sp. CiG. de ina. rhei. II 45, 132. p. Quinci. S, 30 e 31. dia. in, Caeeil. r», 19. ep. (ad fam.) II 7, 3 ; 13, 4. XII 4, 2. XIII 56, 3. de fin. II 11, 34. etc. Liv. I 23, 7; 40, 6. V 14,2. XLII 23, 6; 25» 11; 30, 6, Vedi Drabgèr , hist Sini, § 287 , 2 e 6, p. 592 sgg. ; u^er Synt u. St d. Tae. 3, § 96, p. 41. ^ et A. G^RBBR, nonn» de usu praepQ8.ap. ITac, Glueckstadt 1871. 160 dato prima Cicerone e Livio. * 6.^ La rispondenza' siue -seii ', che si osserva nella Germ. 34, 8 ' siue adiit Hercules, seu quidquid ubique magnificum est, in claritatem eius referre consensimus ' ; e negli ann. XIV 59 , 1 ' siue nullam opem prouidebat inermis atque exul , seu taedio ambiguae spei ' : V. XII 8, 1 ; 26, 8 ; fu prima applicata da Virgilio: ^ e dal modo di applicazione il Woelfflin ne dedusse che € dieso Variation flndet sich nur bei ungleich gebauten Saetzen oder Satzteilen, » ^ II. Due osservazioni si debbono aggiungere quanto all'uso dei casi. * l.'' Il V. * inuidere ' costruito con l'ablativo di cosa: Germ. 33, 5 * ne spectaculo quidera proelii inuidere (se. nobis) '. ^ ann. I 22, 9 * ne hostes quidem sepultura 1 Cic. de inu. rhet I 3, 4. Liv. Il 39, 11. IV 58, 12. VI 27 , 7. XXI 28, 4; 33, 10; 55, 1. XXVII 2. 9; 46, 10. XLIV 38, 10. etc V. la monografia di F. G. Hensell, de praepos. * per ' usu Tao, Maìb. 1876. « Vbrg. Aen, IX 680. Vedi Manil. asiron. I 132-135. Caes b. G, I 23, 3 ed aJtH presentano la relazione invertita * seu siue ', che osservasi anche in Tac. ann. I 11, 9 * seu natura siue adsuetudine '. Nella n. h. di Piiaio notasi la rispondenza ' siue uel ': XVII 223 ' siue fungum placet dici uel patellam '. 8 Woelfflin, 1. cit. dallo Zbrnial, op. e, p. 67. 4 Vedi la monografia di R. Seelisgh, de easuum obi ap. Val. Max. usu Liu. et Taeiiei gen. rat. hab., Monasterii 1872. 5 Alcuni commentatori della Germ. dichiarano che * spectaculo ' nel 1. e. è dativo, come in Tac. ann. XIII 53, 12 ; e XV 63, 10 : V. Zbrnial, op. e, p. 66. Pais, op, e, p. 53. Ma anche nel 1. degli ann. XV 63, 10 la frase * non inuidebo exemplo * presenta, secondo afferma il Draeqer, ueber Synt. u. St. d, Tae.^, § 64, p. 29, l'ablativo * exemplo \ • 161 inuìdent '. Quintiliano avverte in proposito : ^ si antiquum sermonem nostro comparemus, paene iarn quidquid loquimur figura est : ut « hac re inuidere » non , ut ueteres et Cicero praecipue, « hanc rem »'. ^ Il costrutto considerato ha la conferma in alcuni 11. di Livio e di Lucano. ^ 2.° L'agg. * ferox ' con un complemento dì relazione in ablativo: Germ. 32, 9 ' prout ferox bello et melior *. Agr. 27, 1 ^ cuius conscienlia ac fama ferox exercìtus '. hisL I 51, 2 ' ferox praeda gloriaque exercitus': vedi inoltre hisL III 77, 21. IV 28, 12. V 15, 13. ann. 1 3, 20. Conformi sono gli ess. presentati da Cicerone, Sallustio, Orazio, etc. ^ Ma in altri 11. di Tacito V agg. ' ferox ' si accompagna col genitivo, * come in Ovidio; ^ oppure con la prep. ' aduersus ' e l'accusativo. ^ III. Per quanto concerne V uso dei modi e dei tempi del verbo, si deve osservare : I.v la costruzione del v. ' merere ' con V infinito : Germ. 28, 20 * (Vbii) quamquam Romana colonia esse » QviNTiL. i. o. IX 3, 1. Vedi Cic rase. Ili 9, 20. Hor. sai. 1 6, 49 sg, « Liv. Il 40, 11. LvcAN. de b. e, VII 798. Ct Plin. n, h. 35, 92. Cicerone accompagna ' inuìdeo * con V ablativo di cosa retto dalla prep. 'in * ; v. de or. II 56, 228. p. Flacc. 29, 70. Vedi Madvig, lai. Sprogl; e il coram. del Cocchia a Liv. II 40, 11; Torino 1888, p. 130 sg. 3 Cia in Vatin. 2, 4. Sall Cai, 43, 4. Hor. earm. I 32, 6. 4 Tao. hist I 35. 6. ann, I 32, 11. IV 12, 7. 5 OviD. mei, VIII 613. 6 Tac. hisL III 69, 26. Notisi il costrutto col dativo in Liv. VII 40, 8. Consoli, La Germania comparata. U . 162 mèruerint '. ann. XV 67, 7 * diim amari meruiisti ': v. *XIV 48, 14: tale costrutto fu accolto da Ovidio, Fedro, ètc; ^ mentre Cicerone ed altri, attenendosi all'uso plautiriOj'diedero la preferenza al costrutto con ' ut ' o ^ ne ' e il soggiuntivo. ^ 2.** il participio perfetto neutro usato al singolare come sostantivo, in funzione di soggetto della proposizione : Germ. 31, 1 ^ et aliis Gèrmanorum populis usurpatum raro et priuata cuiusque audenlia àpiid Chattos in consensum uertit , ut primura adoléuerint , ìc'rihem barbamque submittere'. hist I 51,23 'accessit catlide u o 1 g a t u ni , temere e r e d i t u m , decumari iegiones et promptissimum quemque centurionum dimitti '. ann. Ili 22, 3 ' adiciebantur adulteria, ùerieiia q u a e s i t u m q u e per Chaldaeós in doirium Caeàaris ' : à V. ann. Ili 9, 12. XV 58, 7. ** Tale sostantiva 1 OviD. in'sL V 11, 10. ex Pont IH 2, 20. Phaedr /dò. ìli 11, 7. Val. Flacc. Argon. I 519. V 223. Cf. Qvintil. /. o. X 1, 72 2 Plavt. Baceh. 1184 (V 2, 65). capt. 422 (II 3. 62; secondo V ed. comm. dal Cocchia). Epfd. 712 (V 2, 47). Men. 217 (I 3, 34). Sdcfì. 24-26 il 1, 21-26;. Teii. Andr. 281 (I 5, 46). hee. 760 (V l, 34). Cic de or, I 54. 232. ep.' (ad farà.) XÌV 6. de fin. li 22, 74. de net. d. I 24, 67. (cf. in Ver\ IV 60, 135). Ckiss.'b. G. VII 17, 5. Liv. VII 21, 6. Plin. /i. /i. 35, 8. Vedi KuEBS-ScHMALz, antìb., II, p. 70. 3 II CoNSTANS ammétte da prima che nel 1. e. degli ann IH 22, 3 ci" sia Tuso del participio perf. passivo neutro comò soggetto della proposizione {éiude s l. languì d. Tac. , n.° 246, p. 112); poi riconosce nello stesso pariìcipio perfetto una proposizione infinitiva e non più una sostantivaz-one do! participio (op. e, n.o 282, 12.^ p. 136): è una inesattézza dovuta a distrazione. 4 Nel citare l'es. ann. XV 58, 7 ci siamo attenuti alla * 1. ù'ulg. ': 'Taelatum erga coniuratos *. Nel cod. Med. &i legge •latatum'» 163 isione del participio perf. neutro, che manca di ess. in Cesare e Sallustio, presentasi come un costrutto sporadico in Cicerone; frequente, invece, in Livio. ' Avvertenza, Nella Germ. non osservasi alcuno esempio del perfetto soggiuntivo di conseguenza, dipendente ^a un tempo storico: tale costrutto notasi, al contrario, più volte negli scritti di Tacito. -che per il Haase diviene * non celatus tantum *, per il Halm * clam actum *, e per il Ritter ' laeta tum nerba '. Il Ramorino sospetta * iactatum erga coniuratos osculum. Cic. parL or. 33, 114. Liv.. XXVIII 26, 7. (cf. XXVII 45, 4). etc. Vedi DRA.EGER, ueber Synl. u. Si. d. Tae, 3, § 211, p. 86. RieMANN, op. e, § 22, p. 104 sgg. « Vedi Madvig, lat Sprogl, § 337, Anm. 2, p. 235. DRAEGEa, hi8t. Synt,, § 133, p. 241 sgg.; ueber Synt u. SL d, Tae, 3, § 182, p. 74. CoNSTANs, étude s. l langue de Tac. ANNOTAZIONI CRITICHE AIiIiE satire II MI e IV di Persio ^>4>^sK-V ROMA ERMANNO LOESCHER & C.'> (Bretschneider e Regenherg) Librai di 8. M. la Regina d'Italia 1905 Prezzo L. l. m i 'à^. SAiT'rx coM'sorii HS^a, Btevi Annotazioni Critiche alle satire II III e IV di Persio Roma Ermanno Loescher & C''. (Bretschneidei e Regenberg) Librai di S. M.la Regina d' Italia 1905, S\ pp, z8. Af. BREVI ANNOTAZIONI CRITICHE HLiLi^ satire II MI e IV di Persio ROMA ERMANNO LOESCHER & C:^ (Bretschneider e R^gimherg) Librai di S. M, In Reggina d* Italift IpW. \d3.T H»*v«?ti CdUgi Utwy Gìh ef Mmri* H. Morgan Jan. l Idia Proprietà letteraria dell' autore (Catania^ via Maddem, lu 160) Tipogr&iia editrice Homa dei Fratelli Per rotta, in Catania, 'imn^^'' cuy » -cg jAQO/N g» . -co^oor g» Nel cod. Moatepessulano (P) il Buecheler lesse indeciso ' patru,. ' ; più chiaramente V Owen vi lesse * patruuin ' , che, por correzione sovra pposta, osservasi, come sopra si è detto, nel Monacense M 67. A ine pare che si debba restituire nel testo di Persio la lezione ' patmuni ' presentata dal P. In fatto, tra i voti immorali che si fanno alla divinità il poeta include quello per primo, che si erediti preato dallo zio ; ma la crudezza di tale voto, che muoia presto il parente per ereditare i beni di lui, si vuole occultare con la finzione del decoro della famiglia, in modo che non si chieda ^ o si ebuUiat patruus ', ^ espressione troppo dura e volgare^ ancorché si accompagni tosto con. l' espressione vanagloriosa ' praeclarum funus ! ' ; nemmeno si chieda ' o si ebulliat patrui praeclarum funus ', frase meno cruda ^ senza dubbio , della precedente , ma che spiace perchè è sempre il funerale dello zio, che ardentemente si desidera : si chieda, invece, alladivinitàcheun ' praeclarum funus ', quando che siaj * ebulliat ' cioè dia evidenza ai meriti civili, alle qualità morali , alla distinzione della nobiltà e delle ricchezze , magnifichì insomma il nome autorevole del parente. Cosi non si avrà V impudenza di cliiedere a Giove la morte dello zio , ma con un certo eufemiemo si manifesterà il desiderio che un funerale splendido illustri, quando che sia, il nome e il casato dello zìo^ e in tal modo il desiderio della morte del congiunto appare subordinato o, dico meglio, con ipocrisia mascherato dal voto, certamente lodevole, che sia splendidamente illustrato il nome della famiglia, sebbene in circostanza luttuosa. Del resto, il V, ^ obullirc 'j usato transitivamente, ebbe sempre, anche nella In tal caso accanto ad ^ ebulliat * si dovrebbe sottintendere la voce ^ animam \ la quale, invece^ appare espressa nelle frasi : * animam ebulliit ' di Seneca, lud, de mori, Claudii 4, 2 e di Petronio, sat cap. 42 p, 189, 2; * animam ebulUui* dello e tesso Petronio, sat cap. 62 p. 313, 1 : per Ja prima volta Persio sarebbesi privato, senza ragione, di apporre V uùQ, * animam ' al v. ^ tsbuHire ' ? latinità classi cdj il sìgniricato di ^ ìactare^ ostentare^ praedicare '; od lina conferma ci è dato osservarlfty come ebbi a scrivere nelle annotazioni critiche al testo di Persio p. tì3^ nota 1, in un luogo delle Tuìsc. di Cic* III 18^ 42 ' tj^ui si uirfcntes ebollire 'uolent et sapientiaa cet, ' Restituendo^ adunque, nel testo dì Persio la voce * patrnuni ^ non solo ai farà atto dì debito omaggio all' autorità del cod, Jpf uìa, tra il contrasto dei codd. e delle edd.j si verrà a determinare la lez, in modo meglio rispondente al pensiero che il poeta volle significare nei versi 10 e segg. SaL li 52, Tutti i codd. di Perno, che finora sono stati collazionati o soltanto consultati , danno costantemente per il v. 52 la voce ^ incussaqne ^; lo stesso osservasi ncù codd, degli e^rcerpta^ noi quali è contenuto il y. citato* Un solo cod. di Persio fa eccezione ed è il P che presenta ' incusasque ' ; la coiTcttura ' incusaaquo * che notasi nello stesao, è di seconda mano, T^a Ica. ^ ineussaquo ^ fu dal Jahn (ed Ma la spiegazione data dallo scoliaste fu disapprovata anche dall' Achaintre (ed. Par. 1812 p. 57). A me pare che si debba preferire la lez. ^ laeto ' non solo perchè ha per fondamento V autorità del cod. P. , ^ ma eziandio perchè è nell' ordine naturale delle cose che , al riceversi un ricco dono,- il cuore per la grande gioia o , come dice una ^ La vecchia interpretazione dello scoliaste fu confermata dal Beniley, m Hor, carm. II 19 , 6 con le parole * pect. laeu . s. sinistra parte pectoris, ubi cor salit et sudor erumpere solet ' ; e dal Koenig * cor in laetitiam pronum in sinistra pectoris parte lacrumas tibi excutiat ipso gaudio ' : e a' nostri giorni è stata ripetuta dal prof. Geyza Nómethy nel comm. alle satire di Pers. edito a Budapest nel 1903 p. 143. Alla medesima attenendosi tradussero il Monti « il cor nel lato manco >; il Wagner * aus der linken Brust » ; il Kayser * unter der linken Brust » ; il Weber « zur linken Brust » ; il Binder « links aus der Brust » ; il Duentzer « die Brust dir zur Linken » ; il Hemphill « drops beneath your left breast». Sfuggi la questione il Fuelleborn (ed. Wien 1794 p. 61) , che tradusse « wie schlaegt vor uebergrosser Freude dir | das Herz empor ! Schweiss rollt von deiner Wange, | und Freudenthraenen stroemen dir herab » : e la sfuggirono anche i due traduttori francesi di Persio, F. Duboys - Lamolignière (ed. Par.: « je vois le trouble de vos sens, | et votre coeur s' épuise en longs remercfmens » ) e Vict. Develay (ed. Par. 1897 p. 1G2: « tu te pàmerais de joie et ton coeur bondirait d' allégresse ». 2 La postilla marginale * uel leuo * (sic) del cod. P. è dovuta ad un correttore antichissimo il quale, negli emendamenti apportati alle lezioni genuine del cod. P, dovette aver presente qualche esemplare della recensione Sabiniana. ^loBsa del cod, Ottoburano , ^ ^ prac g:amlio esliìlaratuiu ' sì sprema in gocce dentro il petto , che non può non sentir la letìzia di cni eanlta il cuore. Né C' 6 ripetizione di concetto dieendoBi ^ pectore laeto ' accanto a * laetari praetrcpidum ' ^ poiché in questa ultima ea press ione è indicata soltanto una condizione o tendenza dell' animo commosso per il dono ricevuto, mentre con ^ pectore laeto ' si esprime quel che ne consegue in realtà per effetto dell' offerta dei doni. All' accoglimento della lez- * laeto ' nemmeno osta la vicinanza delle due voci * laeto ' * laetari \ in quanto che è noto che ai Romani non riuBci sgradita la prossimità di parole provenienti da una stessa radice, ^ Leggo^ per ciò^ col Pithou : I . 38i^ siano chiari e * V.^ Alattliias ^illober, eim^ neiw Handschrift der nf'chs Satìrm dfx A. Pers. FI , Augsburg 18tì^2 p, 24, col. l^ 2 VJ per es. * omnibus ]aetitiis laetam. ' Cic. df fin. Il 4^ IB ; * Ime purgati one purgatus erifc ' Cat. de a. e. 157, Vò ' gauisurum gfiudia ' Ter. Andr. 9Gi (V 5, B) ; * qvianfca gaudia. ... gattdeat CatuU. 61, llìi-116; * gaudi um gauderemuis * Cnel. ap- Cìc. fuìn. Vili 2, 1: cf. BiòL Toh, 11, 21 *cum gaudio magno gauiai sunt ' ; lùan. 3, 29 * gaudio gaudet ' ; eoe. veridici e d'efficacia maggiore quanto alla previsione del futuro, più esplicitamente egli soggiunge : « per somnia enim siue insomnia intellegit praemonstratas curationes ac ^^py-nalo^c; ». Ma il Plum bene avverte che all' interpretazione del Casaubon osta « ipsa series orationis , cura in praecedente commate non de corpore curando agitur , sed de re struenda , quae potius ad Mercurium quam ad Aesculapiura pertinet ». Ne ci si parli di sogni incatarrati o non incatarrati, da inferirne, come pensò il Turnèbe, che « pituita purgatissima » valga « maxime carentia pituita », o, come scrisse Eilhard Lubin, « omni pituita uacua et carentia, id est nera, certa, non nana et temeraria »; perocché possono bensì gli uomini essere oppressi dalla ^ pituita ' o malore catarrale, ma non i loro sogni. Lo scoliaste di Pers. 2, 57 indica chiaramente in che consista la ' pituita * ( ^ purgatio cerebri uel morbus gallinarum ' ), ma ne conclude che gli uomini gravati da essa ^ non bona somnia uideant '; sicché egli associa ' pituita ' con ' homines ', non con ^ somnia ' : e sulP avviamento dello scoliaste i commentatori moderni di Persio parlano degli uomini che ^ pituita stomachi grauantur ' (ved. Némethy op. e. p. 147 ; e cfr. Hor. sat. II 2, 75 sg.), ma evitano di congiungere in istretto legame ^ somnia ' con ' pituita '. Questo però non dovette essere il pensiero di Persio che mise in istretta relazione ' somnia ' con ' pituita ' ; e per tanto V epiteto ' purgatissima \ al quale si attengono tutte le edd. delle satire di Persio, perchè confermato da quasi tutti i codd. , non può rappresentarci la tradizione sincera di ciò che scrisse il poeta e si lesse dagli antichi sino al tempo della recensione di Tryfoniano Sabino e forse anche dopo. Per buona fortuna il cod. P, col quale concorda in questo luogo il cod. Trevirens. del sec. IX/X, rappresenta la lezione più sicura e genuina ' purgantissima ', la quale vedesi penetrare anche nelle letture del medio evo , come ce ne fa fede il vestigio ' purgantis ' presentato dal cod. B àe\V opus pì'osodiacum di Micene , verso 300 , in cui si cita appunto il veraci di Peri, 2, 57. * Or ^ con V epiteto purgantissima tutta^ a mio parare, si rende chiaro, tanto lo stretto legame eli ' somuìa ' con ^ pituita \ ostuIantea oracula per somnani '; ed è noto^ come osservava Ci e* nelle Tnsv. IV lOj 23 che ^ cum aanguis corruptus est a ut pituita redmidat aut bilis^ in corpo re morbi aegrotatlnneaque nascuntur '. Sat. II 71:5. Codici j editori e imitatori di Persio non sono di accordo sulla forma definitiva con cui debba essere fissata la voce * animxis ^ nel V. 73. La tradizione man user itta che muove dalla recensione Sabiniana afterma la lez, ^ animo \ che si osserva nei codd* A Eh sopra citati j - nei tre codd. del sec. XI Laurentianpi. LXVIII 2% Paris, no. S049j Paria, no. ^^:?72; nel Monacens, e. B del sec. XII e nel fìerolineus. no. 2 del see, XII o XIII; nel Bernens* no. 648 del scc. XIII; nei due codd. del sec. XIV Paris, no. 8050 e Rehdigeran. I; nei cinque codd. del sec. XV Berolinenss. no. *-)H e no. .-^9 , Monacenss. no. 260 e no. \y2ij^ Kehdigeran, II; ^ nel cod, Berolinens, no, 9 del aec. XVI e nel * V'^edi i Carmina Ct^nluìeiìsm p, ù^O^ moinun. Germ^ hùtt^ poeL Lat ii^ui Caroìini tom. IH ex recens, Lud. Traobe, BeroU 1B96. ^ Si scoree anche ' animo ' nella lez. ^ animimo ^ presentata dnl cod. B di fonte oabmìana ^ I due codd, della biblioteca Jiehdigerana , Turio in pergamena del sec. XIV e l'altro cartaceo del sec. XV, furono collazionati dallo TzRchirner in servizio dell' ed, del KauthaJ : della collazione usufruì il Jahn per la ' ed. maior ' del 1843. 1' Erlangens. anch' esso di data recente. La tradizione degli imitatori di Persio, che si prolungò per tutto il medio evo, si attenne alla lez. ' animi ' , la quale, in fatti, si legge nelle citazioni di Lattanzio (diu.instit. II 4 p. 126 1. 1 Lut. Paris. 1748), dello scoliaste di Stazio (Theb. II 247 p. 81 Par. 1618), di Giovanni di Salisbury (poi. V 16 p. 319 Lugd. Bat. 1639) e del Petrarca (epist. de rebus fam. VI 1 p. 309 voi. I ed. Fracassetti, Firenze 1859); e si legge nei codd. degli excerpta Paris. 7647, Paris. 17903 e Vatic. Reg. 1428 (deflorationes Persii), e nei rimanenti codd. di Persio, finora noti, eccetto il cod. P ed il Monacens. no. 83 del sec. XII, i quali danno ' animos '. Nemmeno gli editori di Persio, antichi e moderni, sono concordi sulla scelta : alcuni preferiscono la lez. ' animo ' , ^ altri la lez. ' animi ' ; ^ nessuno ha scelto la lez. ' animos ' , la quale credo che debba essere restituita nel testo, perchè è genuina e meglio adatta al contesto della frase in cui è collocata. Che sia genuina, non alterata dalla recensione Sabiniana, ce ne affida V autorità del cod. P che la presenta ; che si adatti meglio alla frase risulta dalle segg. considerazioni. Il pensiero dell' autore intorno agli elementi costitutivi della santità dei costumi e della perfezione morale è evidente: col ^ compositum ius fasque ' ha voluto significare, anzi tutto, V elemento estemo e formale, ossia l'elemento giuridico-religioso, il più importante per le funzioni dell' organismo sociale róma i Vi le edd. Casaub. 1647 p. 8; Schrevel. 1648 p. 573 e 1664 p. 542 Wetsten. (1684) p. 50 ; Prateus 1699 p. 335 ; Walth. 1765 p. 28 ; Bipontina del 1785 p. 11 ; Passow 1808 p. 13 e 1809 I p. 24 ; Weber 1826 p. 11; Hauthal 1837 p. 22; Jahn 1843 p. 28, 1851 p. 15, 1868 p. 21 ; Jahn -Buecheler 1893 p. 22; Owen (Oxford, senza data e senza pag. nam.); Némethy 19C6 p. 27 ; ecc. « VM e edd. Monti p. 638; Achaintre 1812 p. 61; Casaub. 1889 (Duebner) p. XXV ; Duentzer 1844 p. 32 ; Hermann 1879 p. 7 ; Bucoiarelli 1888 p. 51; Kamorino 1905 p. 37; ecc. 11 Hermann aggiunge (praef, ed. Lps. 1879 p. XIV) che * genetiuum tuebuntur etiam * uerba animi > luuen. I 4, 91 ': cf. dello stesso Hermann lect. Pera., Marb. 1 842 III p. 12» p«^lt* - 15 ilo, con ^ anim. sanctosque recessus mentis ' V eleùietito psichico o intimo ; e con 1' ' incoctura generoso pectus honesto ' V elemento etico dipendente dalla legge morale universale. Or, ciò che è enunciato nel v. 73 si presenta costituito di due parti, di cui la prima è ' compositum ius fasque ', la seconda ^ anim. sanctosque recessus mentis \ Nessun dubbio che la prima parte sia bimembre, cioè: a) ^ compositum ius '; b) ^ et fas ': perchè si conservi la disposizione simmetrica della frase, è necessario che anche la seconda parte sia pure formata di due elementi coordinati; e se uno di questi elementi è ' sanctosque recessus mentis ', V altro non può non essere costituito dall' idea espressa mediante la voce ^ animus '.' La quale , coordinandosi , quanto alla declinazione, nello stesso caso in cui sono espressi i ' sanctos recessus mentis ', come prima il ^ compositum ius fasque % deve essere nella forma dell' acc. 'animos', non del genit. 'animi' né dell' abl. ' animo ', che se, rispetto alla sintassi, possono tollerarsi, per quel che spetta alla disposizione simmetrica della frase ed all'espressione del concetto, non sono, a mio parere, sostenibili. ^ Del resto , 1' avvicinamento di ' animus' con ' mens ', che potrebbe parere una espressione sovrabbondante, per la prossimità di significato delle due voci considerate , non era per i Romani cosa insolita. Plauto scrisse (trin. 454 [II 4, 53]): ' satin tu's sanus mentis aut animi tui '; ^ e Cicerone (Cat. m. 11, 36): ' nec nero corpori solum subueniendum est, sed menti atque animo multo magis'; e Virgilio (Aen. VI 11 sg.): ' magnam cui mentem animumque | Delius inspirat uates ' ; e Orazio (epist. I 14, 8 sg.) : ' istuc mens animusque | fert '; e Stazio (silu. Per tal motivo gli edd. sono stati costretti a metterà il gen. ' animi ' o V abl. ' animo ' in dipendenza da ^ fasque ', disquilibrando cosi tutta la frase e confondendo quanto si attiene ai sentimenti deir animo con le esteriorità del formalismo religioso: cf. Servio, camm. in Verg. georg, I 269, p. 193 , voi. Ili Th. * ad religionem fas, ad homlnes iura pertinent. ' 2 Neil' ed. Ck>ccbia , Torino 1886 p. 69, 4 è scritto: * satin tu sanu's m. a. a. t. '9g,) : ' et te iara fecerat ilH [ men^ aniinusque patroni * : altri ess, per brevità cimmetto. Leggo, per tanto, i w. 73-74 della sat. II di Persio ; * composi tuta ìus fasqae, anitnos sanctosqua recessus mentiS} et in eoe tutu generoso pdctua honesto \ Bai, II T:). Dalla recensione 8abiniana dovette prendere le mosse la lez, * adiiioueani ' che ^W editori di Persio, quasi tuttij ^ fissarono nel V* 75 della sat. II : e se noi cod. B^ di tonte, conte si è dettOj Habiniana , appare ^ adinoucani \ la quale lez, riappare circa cinque secoli dopo^ nel cod, Rebdigeran, I, ciò si deve , giusta la nota avvertenza del Criisiusj - al fatto che nei coddantichi non si distinzione chiaramente le forme del verbo ^admoucù^ da quelle del verbo ^admoneo \ La lez. *adnìoneani' trovasi semplificata in Mnoueani' nei codd. del sec. XI Pariss, nobenhavn) no* 2028, Monacens. no. Ìì80; nel cod. Ebneriano del sec* XI/XII, collazionato dal Hermann; nel Bernens. no. 048 del sec. XIIT, nel Paris, no. 80p")0 dfd sec. XIV: e sono variazioni dovixtc a deviazioni di copista negligfontc u troppo dotto le forme ' uoueam ' del cod. Bernens. no. f-ì98 del sec* X, * moneas ' del cod. Paris» no. 8055 del sec. XI e *admoueas' del cod. Einsiedlens. no. i\2% del sec* XV. Anteriore alla recensione Sabiniana dovette essere la lez. ' admoueant ', di cui ci dà una preziosa testimonianza il cod. ' Dico n quaìi tutti > ^ perchè ho letto * advnouoant ' soltant3 nelle due edd. 1048 e 1GG4 delio Sdire veli us e uell* e^l. preparata dal Wetstenius. * Crusius , in Sueton. dia. Clmtd. 39^ (ir cf, K F. C. Wunderlich j in TiòulL IV Ij 189 Cpaneg. Mesmllat^) F^ * confermata , molto tempo dopo ^ dal cod. BeroliOp no, 49 del sec, XVI j e, nella forma semplificata ' moucant \ dal cod, Monacens, M 67 del sec* XV* La lez, del P si adatta meglio alla frase esaminata, poiché, disponendone in modo diretto le parole , bì ha ^ cedo ut admoiieant (se. homines) templi^ haec i. e. composìtum ìua fasqne, anim. sanct. ree. ment. ^ et incoct, gen* p ect. hon.j et farro litabo \ Sicché il pensiero dell' autore sarebbe: lascia che gli uomini ai accostino al tempio, avendo nell'animo i nobili sentimenti dì giustizia, di pietà, di onestà ecc., ed allora anch' io farò un sacrificio semplice e gradito di farro. Le parole ' conipositum Ìu3 fasque cet* * sono usate nel 1. cit. con la funzione sintattica di coniplcm* oggetto di * admoueant ', e la sintesi delle stesse si compendia nel pron, * haec 'ì e però non si deve distìnguere con forte interpunzione la fine del v, 74 dal principio del v. 75, dove il prou, ' liaec ' serve , come ho detto , di riepìlogo ai due versi precedenti : * basta la vìrgola, leggendosi così il testo: ' e. i. f., a. s. r. | m.^ et Ìp g, p, honesto, | haec cedo ut admoueant tempi is, et farre litabo ', II Buecheler riconosce che il /* dà ' admoueant * , ma, quasi petf confortare con la tastimoniaaza del F la le^. ^ adnioueam \ che egli ha scelta^ soggiunge che le due lettere finali nt rassomigliano alla m; ras^ somiglianza che non osservò , e perciò non ne prese nota , V Owen , il qnale^ dopo il Buecheler, riesaminò e collazionò il cod. F. Perciò segnarono inopportunamente il punto fermo dopo * honesto * il Waltbard, il Monti, il Passo w, il Casaubon (ed. Duebner, 1839), il Jahn (edd. 1851 e 1368), il Hermann, il Bucoìarelli, ecc. ; il punto interrogativo il Casaub. (od. 1647), lo Scbrevel.^ il Wetsten*, 1^ ed, Biponfc. , V A^ chaintre^ il Kamorino, ecc.; il punto interrogativo insieme con V ammirativo il Hauthal; il segno dì due punti il Prateus , il Weber , il Bue^ cheler (III ed. del 1B93), l'Owen, il NémethVj ecc. La virgola dopo la V. ' houesto ' fa segnata dal Jahn neir ed. del 1843 e dal Duentzer nell'ed. 1644. Gongoli, BreiJÌ aimot crit alle satin II, Iti e IV di Fersw, À Sat. Ili 23. La tradizione manoscritta, sia quella che muove dalla recensione Sabiniana ed ha i suoi più autorevoli rappresentanti nei codd. A B, sia quella che proviene da una recensione anteriore alla Sabiniana ed è rappresentata dal cod, P, dà concordemente per il V. 23 della sat. III la lez. ^ udura et molle lutum est': presentano anche ^ est ' il cod. reg. Londinens. e due codd. del sec. XV, cioè il Monacens. M 67 ed il Basileens. F. III. 6. Quante edd. di Persio ho avuto sott' occhio, sino alle tre più recenti, cioè Ted. inglese delPOwen, Ted. ungherese del Némethy e Ped. italiana del Ramorino, presentano costantemente, invece di *'est', la lez. ^es', la quale si osserva in alcune imitazioni della frase di Persio fatte nel medio evo, come p, es. in quello che scrissero Hildeberto, vescovo Cenomanense, nella mordi, philos. quaest. I n. 40 col. 1037 B t. CLXXI ed. Migne, e Giovanni di Salisbury nel polìcrat, lib. VII cap. 19 p, 484 ed, Lugd. Bat. 1639. Ma Pietro di Blois, che cita lo stesso luogo di Persio jxqW epist, LXXIV ad G. archidiaconum p. Ili col. 1* ed. Sim. Piget, Par. 1667, ommette il verbo, scrivendo ^ udum et molle lutum nunc nunc properandus, cet. '; e da tale ommissione è facile argomentare che egli abbia letto ' est ' nel testo di Persio , forma verbale più agevole a sottintendersi che non ' es '. La stessa ommissione notasi nel cod. Berolinens. no. 2 del sec. XII o XIII, che presenta ' lutum nunc es properandus ' ; sicché con ' lutum ' si chiude la prima proposizione e, cominciando con ^ nunc ' la seconda , non si può prescindere dallo accompagnare ^ es ' con ^ properandus ' anziché con ^ lutum '. Credo, per tanto, che si debba restituire nel testo di Persio la lez. presentata dai codd. PAB e da altri codd. di minore autorità, leggendosi nel 1. e. ' udum et molle lutum est ' come una considerazione in generale , che fa il censore , introdotto nel discorso dall' autore, sul tempo più opportuno per ottenere il maggior profitto dall' educazione e dall' istruzione. Poi lo stesso interlocutore, volgendosi al giovane neghittoso, lo ammonisce , come passando dalla considerazione generale al caso particolare di lui : ' nunc nunc properandus es ' ; ed insistendo neir immagine tratta dalP arte del vasellaio , soggiunge : ^ et acri fingendus es sine fine rota \ Cosi si viene a dare alle voci ' udum et molle ' una funzione predicativa di ' lutum ' {' lutum est udum et molle '), come se dicesse: la creta è umida e morbida e adatta ad essere maneggiata dal vasellaio. Quale necessità di rivolgersi all' adolescente per fare una considerazione generale e impersonale, che la creta è pronta ? E opportuno, invece, il rivolgere la parola al giovane per esortarlo a educarsi ed istruirsi , essendone in tempo. L' imbarazzo degli edd. dovette essere, se mal non mi appongo, quell'incontro di ^ udum et molle lutum est ' con le due forme participiali di gen. maschile ^ properandus ' e ^ fingendus '; e però s'indussero a fare di ^ udum et molle ' un attributo di ' lutum ' , costituendo ' tu ' soggetto sottinteso anche della proposizione che deve conservare un carattere objettivo di concetto generico e indipendente dalle condizioni degli interlocutori. Ma la difficoltà si elimina agevolmente fissando da prima una forte punteggiatura dopo ^ est ' , perchè resti nettamente determinato il concetto generale dell' età più adatta all' educazione intellettuale e morale; e poi, sulla traccia della lez. ' nunc es properandus ' presentata dal cod. Berolinens. no. 2 sopra citato , scrivendo properandu's e fingendu's. Sai. Ili 60. La lez. ' dirigis ', accolta dal maggior numero dei codd. e degli edd. di Persio, piglia le mosse dalla recensione Sabiniana e fondasi sui due codd. A B, Il correttore antichissimo del cod. P, il quale dovette avere a guida pelle sue emendazioni un esemplare di fonte Sabiniana, accetta anch' egli la lez. dirigis . Un’emendazione di seconda mano fatta sul cod. A muta dirigis in derigis, lezione approvata e accolta dai recenti edd. di Persio, Buecheler (Beri), Owen, Némethy. Il cod. P presenta, invece, In lez. dì modo soggiuntivo dirìgas, la quale, sebbene trascurata da tutti gli edd.j a me pare che debba essere restituita nel testo di Persio, in quanto clie vale a denotare la possibilità che ci sia qualche cosa verso cui si diriga l’arco, dello stesso modo come più sotto è detto securus quo pes ferat Maj perchè bene si adatti il v. dirigas in dipendenza dalla frase est aliquid, è necessario, per rispondenza simmetrica delle parti nello stesso periodo sintattico, che il verbo precedente tendis posto anch'esso in una relativa subordinata, si muti in tendas. Cosicché j ove si voglia fare lieta accoglienza alla lez. presentata dal cod, Pf è necessario che il verso citato sìa lotto : ^ est alìquìd quo tend&s et ìd quod dirlgas arcani \ JSat, III 93. Nulla avrei da osservare sulla legittimità della fonna chiusa di part. futuro ^ loturo ', che loggesi in quasi tutte le edd, di Persio nel v, cit., ne della forma aperta lauturo ^, la quale fu accolta dal Hauthat (ed. Lps.) : ^ questa ultima è presentata dai codd. del sec. XI Paris, no. 8049; Paris, no. 8272, Monaeens. F//, Monaceus, no. 330; da altri due codd. Monacensi del sec. XII , cioè Ìl cod. e. 3 e quello contenuto nel cod. segnato Kr/89. a ; e dal cod. Guelferbyt. Aug, 29. 12 del sec. XIII. La forma chiusa ^ loturo ' risale ad un' emendazione di seconda mano fatta al cod. A. , poiché tanto questo i[uantQ il cod. B hanno ^ locu}>o ' , in cui il Buecheler credette scorgere ' locnro '; ed osservasi anche nel cod. XXXVII 19 della bibl. Laurenzianaj del ecc. XI, esaminato di recente dal Kamorino. Leggesi * laturo ' nel cod. P e noi due codd. del sec, XI Paris, no, 8048 e Bemcns, no. 327: nel cod. mutilo Bernens. si legge ^ laturo ' con la lettera ù sopra- Egli però non ne addusse le ragioni nelle Anmerkufìgen ^sur drUten iSatirej scritta all' a ; e perciò la lez. si ricongiungerebbe con V emendazione antica segnata da seconda mano nel cod. A. Ma, se le forme ^ lauturo ' e ' loturo ' non sono da rifiutarsi , si può dichiarare senz' altro come inaccettabile la forma ' laturo ', scritta prima, come pare probabile, ^ luturo ' nel cod. P ? Io credo che no ; perciocché , se accanto al v. ^ lauere ' fu accolto nella lingua il v. ^ lauare ' , la forma del supino preclassica e classica ^ fu sempre ^ lauatum ' , come la forma classica del part. perfetto fu sempre ^ lautus '. Non e' è dubbio che dal tema del supino classico ' lauatum ' sia nato il part. futuro ' lauaturus ' , che si osserva in Ovid. fast. Ili 12 ^ sacra lauaturas mane petebat aquas ' : e da ' lauaturus ' , per il tramite normale laaturus, ebbe origine per contrazione la forma ' laturus ' , di cui il cod. P ed altri codd. sopra notati ci danno conferma. Non sarebbe, dunque, contrario alle leggi fonetiche dell'idioma latino l'accogliere nel testo di Persio la lez. ^ laturo ', che ha per fondamento l' autorità del cod. P : e della presente annotazione vorranno tener conto, mi auguro, i lessigrafi della lingua latina. Sat. Ili 97. Il cod. P dà ^ sepellitur istas ' per il v. 97 della sat. Ili: nei codd. ^ JS si legge ^ sepeliit urestas', che gli edd. tutti di Persio hanno interpretato ' sepeli: tu restas ' , aggiunto o non il punto interrogativo in fine. Per ispiegare la frase ^ tu restas ' , alcuni commentatori di Persio ricorrono al sottinteso ' mihi sepeliendus ' ; ^ altri equiparano ^ tu restas ' a ' uiuis adhuc et uiuis , ut mihi grauia praecipias ' ^ ovvero a ' tu A Vedi Terent. hautt. ; Hor. sat 1 3, 137. * Il Némethy, ed. cit. p. 200, a conferma delle voci da sottintendersi ^ mihi sepeliendus ' adduce il confronto con Hor. sat l 9, 28 : ' omnes conposui. felices! nunc ego resto '. 3 Vi V ed. del Prateus, Lond. iiiìlii adlmc tutor restaa ': altri ancora, come Tommaso Farnal)io itA.) , interpretano ' tu cout(?m[)tnr pliiloi^opliorum r4 p. 557 t, e dal Wetsteu. p. l>5 &. ^ V* i luoghi Gitati delle edd, SchreveL e Wetsten. J Forse per tal motivo, o non per nuovo e più diligente esame del cod. , il Jabn s^ indusse it scrivere nelle note critiche delU sua ed. 4 ' sepsi i tur istas ' C, che iìqIP ei. IBJl p* 20 aveva scritto * seppelHtur istag ' C. ^ La ragione metrica rifiuta altresì Del Inogo commentato la formu. * sepe.lil ' j morfologicamente corretta, che dmmo due codd. del sec. X, cioè il Bernens, no. 257 ed il Leìdoiis. no. 7H; due codd. del se&. XI, ossia il Bernens. no, ^J2T ed il Paria. 8070; il Behdigerdu. II del sec. XVj e inoltre il cod. reg. Londinens , la cui collazioaej fatta dal Bentley, fu pubblicata nel Chtìisk. Jouni, Il cod. Beroens, del sec. XIII, che presenta ' sepeliui * , om mette di couseguenza il ' tu ' a fin d' evitare che un piede deir esametro dattilico sia di tre sillabe lunghe. Debbo notare che vi è incertezza intorno alla parola in esame, citata da Nonio Marcello. L' ed. Aldina Vea, dà ' riisitatis *; T ed.dicativo di ^ risito ' la seconda pers. sing. dovrebbe essere stata, secondo la flessione normale, *risitas, da cui, per sincope della i breve della penultima sillaba, gradita forse nel linguaggio familiare, sarebbe nata ' ristas ' = « ridi spesso, ridi di frequente ». E però nel v. cit. di Persio ben si adatta ' tu ristas ?' per significare il pensiero del giovane avido di piaceri anche presso a morire, il quale al monitore risponde : " non essermi come un tutore ; da più tempo V ho fatto seppellire „ : e, quasi accorgendosi d' un sorriso ironico sulle labbra dell' interlocutore che lo vede morente per intemperanza, gli chiede : « tu ne rid i spesso ? » Talché il monitore, annoiato di tanta persistenza nel male, gli risponde : ^ perge, tacebo '. Concludendo, io son d' opinione che si debba rendere anche per il V. 97 il dovuto omaggio al cod. P, leggendo : ' iam pridem hunc sepeli. tu ristas ? * ' perge, tacebo '. Sai. Ili 107. Gli edd. di Persio leggono, tutti concordemente, il v. su indicato : ^ tange, miser, uenas et pone in pectore dextram ' . Non nego che si possa leggere bene cosi il v. di Persio ; ma il cod. P invece di ' dextram ' presenta ^ dextra ' : non si può in alcun modo far posto a tale lez. ? I concetti espressi nel verso sono due, ben distinti V uno dall' altro : a) tocca i polsi ; b) metti la destra sul petto : il complem. oggetto del primo verbo ^ tange ' è ' uenas ' ; del secondo verbo ^ pone ' è ^ dextram ' . Nulla però vieta che si possa intendere che i polsi si tocchino con la destra ; né e' è nulla che vieti che la destra, dopo aver tastati i luniana Antv. risitant * (e cosi è citata nel Ipssìco Forcellini-De Vit la 2^. ed. Merceriana Par. risitantis '. Carrio lesse * risitantes ', donde la congettura del Bothe ' missitantes % gradita al Georges, ausfUhrl. Handtvb, II col : al Vossio piacque congetturare ' usitant '. polsi, si poggi sul petto dell* ammalato. Può^ quindi^ il primo concetto mettersi in istretto legame col secondo mediante il aervizio comune della mano deatra j come se T autore dicesse: ^ Ungej mìser, uenas dextra ot pone («e, eam) in pectore \ E ciò può ben risultare dal verso considerato, leggendolo : tange, miser^ uenaa (et pooe in pectore) dexfcra ^ , Cosi nulla vieta che si dia posto alla lez. * dextra ' del cod. P\ sebbene da quello inciso ' et pone in pectore ' derivi , uè convengo anch' io^ un che di stenta to^ cUe^ del rcsto^ non sarebbe alieno dallo stile di Persio e di altri poeti satirici latini. SaL IV 9. Son d- opinione che nel cit. y, 9 si debba restituire il pron, ' il] ut % nella fonna appunto che è presentata dal cod» P, e la restituzione debba farai in tutti e due i luoghi^ nei quali ivi è adoperato; ^ cosicché il v, di Persio sia da leggersi: hoo puta non ìustum est^ illat male, recti ub illut ^ . Né osta all' accoglimento di ^ illnt ^ la singolarità della forma con la desinenza in -tj che non è rara , come a prima vista potrebbe parere* In fatto^ come è notOj altri ess, di ^ illut ' ci porgono i coddp Plautini ^ uetus ' o Vatìcanno (B) e ^ decurtatus ^ del se e» XI (C) al presente di nuovo in Heidelberg ; il cod. Tereuziano Bembin. o Vatican, del sec. IV/A-^ (A) ; il palinsesto torinese del sec. IV/V (orazione dì Cic. prò Tuli.) ; il palinsesto Vatican. Reg. 2077 del sec. ^ Avverto^ in nota, che nel 2^* dei due IL indicati sostituiscono * istud ' al pron. dimostrativo che ivi è adoperato quattro codd. del sec, XI^ cioè i Monacenss, Ffl e no. 330 ed i Pari ss. no- 8048 e no* 8070 ; tre codd. del sec. XII, che sono il Monacens. no. 83, il Paris. 8246, il Berolinena, no. 2; ed altri codd, più recenti. contenente le Verrin. di Cic. ; il cod. Vatican. - Basilio . H 25 del sec. IX, in cui si contengono le Philipp, di Cic. ; ^ il cod. Paris. 5764 del s. XI/XII, che contiene i comm. de 6. ciu. di Cesare; il palinsesto veronese del sec. V delle institutiones di Gaio ; ecc. ^ Altri ess. presenta il Corpus inscr. Lat. : . ecc. Sat. Tanto il cod. P quanto i codd. A B danno concordemente ' potis est ' per il v. 13 : la stessa lez. si ripete nel florilegio contenuto nel cod. Monacens. no. 4423 del sec. XV. Una correzione di seconda mano fatta sul cod. A sostituisce ' potis es ' ; e questa lez. osservasi nel cod. Laurenziano 19 del sec. XI e, sotto cancellatura, nel cod. Paris, no. 8272 del medesimo sec. ^ Gli edd. di Persio hanno tutti accettato V emen- dazione del correttore del cod. A, scrivendo il v. di Persio : et potis es nigrum uitio praefigere theta '. Io credo che si debba ritornare alla lez. dei codd. P A B, restituendo nel testo di Persio V espressione ' potis est ' : e mi conferma in questa opinione, anzi tutto, il fatto che i dotti del medio evo lessero ^ potis est ' nel verso citato , come ne fanno fede Isidoro (sec. VI -VII) * e Giovanni di Salisbury; ^ e in secondo luogo una ragione ermeneutica. Al gio- A Vi Mai, class, auct t. II pp. 7 e 810. Il Neue (Formenlehre der lateinischen Sprache, III Auflage von C. Wagener, Beri. Calvary) nelP elenco degli ess. sopra menzionati trascura la lez. del cod. P di Persio. ^ Non si può tener conto della lez. , evidentemente errata , * potis e nigrum ' , che presenta il cod. Paris, no. 8048 del sec. XI. 4 Isidorus, on'g. I 23, 1 col. 837, 18 : * et potis est nigrum uitio prae- figere tbeta '. 5 Ioannes Saresberiensis , policrat VI 18 p. 371, 36, ed. Io. Maire ^ Lugd. Bat.: et potis est nigrum uitiis praefigere theta '. vnìm aiiibizinso, ^il qua lo * inveii ìum e è rerum prudentia Meìùi I ante pìlos neiut ' , il saggio pn^cettore dico : ^ scia etenim iu-^ ttum geuiina suspendere [unee | ancipiti^ librac '5 e tosto 90"^*i giunge : ^ rectuui diseeniis ' ; e di taile discernimento fa, quanta air obietto, tre ipotesi: a) ubi inter curmi aubit ' (^c. roc*' tuiuj , cioè, couie spiega il prof. Geyza Németh^j etiam tuTii, cum difficìlo est rectum a non recto discern^ra * ; ò) ^ nel cuui fa Hit pedo regula uaro ' , perehn il ^ aumnium iua ' è non di rad^ì ^ aumina iniurjfi \ donde la necossità di mitigare U ri- gore delle leggi eoi principi dell'equità; e) ^ et potis est Jii- gi'Uin uitio praefigere tlieta % ossia la possibilità, in generale^ di punire ì colpevoli. Questa terza ipotesi v in istretto legame, logieo e sintattico, con la precedente; e su il poeta ha preferito avvalersi generalmente de IT espressione ^ uel cum fnllit \ non potevasi, tanto per V unità di concetto quanto per la diretta di- pendenza di ^ potis ,.. ' dalla stessa espressione ' nel cum ' eli e regge il ' fallìt * precedente, non poteviisi^ dicevo^ venire al verbo di feconda pers. es ' , ma era da con servarsi, per V ob- biettività (mi si conceda V uso, qui necessario, della voce nuo- va) della considerazione generale, la stessa terza pers. che si V notata tanto in 'fallii ' quanto in * subit \ 1 jCggo , d un q ne, coi miglio r i co dfl . di Pc r sio e sccond o la tra - dizione conservata dai dntti nell'etìi di mezzo; et potis est nigrum uitio praefigere thefca, Jn tutte le edd. di Persio si leggr; ' ingetntfc ^ hoc bene sìt ' tunicatum ciirn stile mordens cae|)e ^ , Kémethy, op, eìt. p* 21% Ma il cod. P dà ' mordes ' invece di ^ mordens ' ; e , tutto- ché il correttore antichissimo vi abbia apposto V emciidazioiui ' mordens ' , fondata sulla recensione Sabiniana , io non credo che la lez. genuina del P si possa senz' altro rifiutare. Tutti i commentatori spiegano il passo cit. che V autore ci voglia pre- sentare un tristo avaro , il quale , mordendo una cipolla con sale, mormori soddisfatto ' hoc bene sit '. Secondo la lez, del cod. P appare, invece, che l'avaro non si congratuli soltanto con sé stesso del vilissimo cibo che mangia, ma ne faccia quasi un'esortazione a chi conversi con lui, sulla bontà dei cibi frugali, di poca o nessuna spesa; onde il verso dovrebbe leggersi: * ingemit « hoc bene, si tunicatum cum sale mordes caepe » ' . E in tal modo si rende necessario mutare ^ sit ' ì\\ ^ si ' ; ma con ciò io non credo che si venga a forzare la parchi per coordinarla con la lez. del P ^ mordes ' , poiché a me pare di essere nel vero ammettendo che la t finale di ^ sit ' sia dovuta air efficacia della pronunzia dejla lettera iniziale della voce seg. ^ tunicatum ' : e non é improbabile che chi scrisse il P abbia trovato, nelP esemplare da cui traeva V apografo, il nesso ^ situnicatum ' e V abbia diviso, senza ben riflettere al mordes seg. , in sit tunicatum '. Laonde non credo di essere in fallo riconoscendo per vero che Tryfoniano Sabino, quando i^i accinse ad emendare il testo di Persio, siasi trovato , recensendo il v., dinanzi alla difficoltà del ' sit ' coordinato con mordes e che abbia opinato di superarla lasciando ' sit ' e correggendo ^ mordes ' in ^ mordens ' , che poi si ripetè nei codd. che ebbero a fondamento la recensione di lui. D'altro canto, non sarebbe sintatticamente inesatto se ai lasciasse coesistere il ^ sit ' col ^ mordes ' , leggendo : ingemit « hon (bene sit !) tunicatum cum sale mordes caepe t; ma spiace quell' indicazione di un fatto come realmente avve- mitoj mediante il ^ inordos ' di modo indicativo, laddove s' intenda t* eprime re un invito o consiglio o sollecitazione a man- g"iare cipolle con sale. La restituzione della lez. presentata dal P, con la sostila- aion© della voce ^ si ' al v. * sit \ ha questo di vantaggio sulla lez. coin un eniente segui taj che, oltre al dare maggiore evidenza alla tìgura delP avaro che predica agli altri la bontà dei cibi tiomplici y naturali e di poco o nessun costo ^ ha il merito di evitare il cumolo dei due participi ' metuena ' e ^ niordens ' (o incidens come è scritto nel cod, Paris, no. 8050 dell' a. 1321} e di conservare meglio la simmetria della frase. Sat- IV 51. La lez. * est ' invece di ' es ' nel v. 51 è data tanto dal cod- P quanto dai codd, di fonte tSabiniana A B; e si osserva ripetuta nel cod* Paris, no, 80oO scr. nel sec. XTV e nel cod. Basileens. f\ III. 6 dtjl sec, XV, Olì edd, tutti l'hanno rifiu- tata, ma a torto ^ ed hanno ammesso la lez. * es ' che appare la prima volta in nn^ emendazione di seconda mano notata nel cod, A e si ripete nel cod. Laurenziano XXXVII 19 del sec. XL Dico eh a gli edd. l'hanno rifiutata a torto ^ perche il pensiero dell' autore non è di consigliare il rifiuto dì ciò che una perso uà non èj ma il disdegno per tutto quello che in real- tà non t% cioè il disdegno per lo vane apjiarenze e per le cose che non hanno valore alcuno: insomuia, il contenuto del consi- glio che da 1' autore ha un* estensione objettiva maggiore chn non resti espressa col verbo in seconda persoua * es \ Io cre- do, per tanto ^ che si debba ritornare alla lez, presentata dai codd, pili autorevoli, leggendo il verso su indicato di Pera io: respue quod non estj tolUt sua muoera cerdo K\in opere del Prof. Dott. Santi CirasDli : IIuIIòitkIc sninimntlk Ul brng for Koriitke og Danske, Catania , 1BB4. L. 3. (in Oì?itu presso E. Ilaul'fs boghantlel, Krif>tiauìaj in Norvegia). MHit/Aoiil di Ihii^nm kitmti espoF^te, fieeondo il mefcoLlo scientìfico , agli al u imi dille scuole secondarie olaasicho. Ci^taaia^ F, Tropea, 18BT« L. :i, 50 (esaurito), Iiitrodii/ioue il Ilo studio del l>. K. — Torino^ Fratelli Bocca, ItiSH. L. Ci (esaurito). Fotioloiriu lutimu — 2'' ediz. riveduta e migliorata. — Milano, U. Hoepli. im-2. L. 1, 50. Lettera! lira no r ventatiMilano^ U. Hoepli De Cp Ffìiiiì CiiceilH 8ceiiiidl rlietorick s^tudll^, Catiuae , C. Galatola , 18^7, L 3 (esaurito). Il neoloferismo iioflì Berltti di Plinio lì giovane. Contributo agli studi sulla Uitiiiit^'i ar^outeti. ^ Palermo, A. Reber^ 1900. L. 3. Neidosrìsnii 1)otiimei nei earinì biieoUei e g^jorgricl di Yì Icilio, Contributo agli ytudl sulla latlcitfi dell' evo augusteo» Palermo , A* ftebor . Té* tt Ilio re ilei libro De origine et sitn (Teruiauorum ,| ; ricercke critiche, Jtioma, E. Loeseher & a-, . L. . Li Germauia, comparata con la Natni'alis lilstoria, di Plinio e eoli lo opero di Tnelto: ricerche lessigrafiche e sìutiitticbe. E orna, E. Loe^cher & C", 19(Xl L a ^^otc eritieiic e liìbilogi^Uciie di lettemtura latina^ puutata. I. Catania^ Barba gai lo Lt Scuderi A« Pernii FI aeei saturartim libtr ; recensuit, adnotatione critica instruxit, te stimolila usque ad saeculum XV addidlt Santi Consoli. Editio maior. llomae, apud Hermannurn Loescher et socium. Note eritlelio e bibUoj^i'atìclie di lettemtuni latina, puntata II. Catania, Fratelli Perrotta, MM, L 1, A. Pei-sil Flacei satnrariini Hbcr ; recensuit Santi Consoli. Editio miaor. EomaOi apud Hermann uni Loescher et socium, 19CM. L. 1, Di prossima pubblicasiione : Le fonti delie satire di Persio. Up Bf«v! afinm^lonE (critiche alle Set ì. Nome compiuto: Santi Consoli. S. Consoli. Consoli. Keywords: deutero-esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Consoli.” Consoli.

 

Luigi Speranza -- Grice e Conte: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sacrificio – scuola di Pavia – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pavia). Filosofo paviano. Filosofo Lombardo. Filosofo Italiano.  Pavia, Lombardia. Grice: “Must say I love Conte – he  has almost the same talent for linguistic coinage that I do! In Italy ‘filosofia del diritto’ is much more respectable a discipline that it is at Oxford! But Conte managed to keep it philosophically interesting for the philosopher’s philosopher that I am!” “Conte proves that moral philosophy is at the heart of philosopohy qua-uni-virtue – for the critique of reason must include the buletic – and that’s all that Conte dedicates his philosophy too! Into the bargain, he expands into concepts like sacrifice, punishment, ‘fiducia’ (my principle of conversational trust), and so much more!” “He plays with language the way only Heidegger did in German and I in English!” Grice: “Conte is what I – and Italians – would call a ‘Griceian conversationali pragmaticist.’” Studia a Pavia e Padova. Si laurea a Torino sotto Bobbio con “Ius naturale.” Insegna a Pavia. Si occupa della semiotica del performativo deontico o buletico, la regola eidetico-costitutive, validità buletica – desirabilita -- deontica, modo imperativo, prammatica conversazionale – alla Grice. In che cosa consiste quell’’impero’, dal quale il modo imperativo prende il nome. Altre opere: “Interpretazione analogica. Pavia, Tipografia del Libro, “Ius ed ordine” (Torino, Giappichelli). Primi argomenti per una critica del normativismo. Pavia, Tipografia del Libro, Ricerca d'un paradosso deontico” (Pavia, Tipografia del Libro); Nove studi sul linguaggio normativo. Torino, Giappichelli); Filosofia del linguaggio normativo. I. Studi; Torino, Giappichelli, Filosofia del linguaggio normativo. II. Studi; Con una nota di Bobbio. Torino, Giappichelli); Imperativo ed ordine. Studi Torino, Giappichelli); Filosofia del linguaggio normativo. III. Studi, Torino, Giappichelli); Filosofia del diritto” (Milano, Cortina); Ricerche di Filosofia del diritto” Torino, Giappichelli); “Res ex nomine” (Napoli, Editoriale Scientifica); “Sociologia filosofica del diritto. Torino, Giappichelli); “Adelaster. Il nome del vero” (Milano, LED). È inventore del genere da lui chiamato "eido-gramma" ed autore di numerosi eidogrammi, solo parzialmente éditi:  Nella parola. Osnago, Pulcino elefante, Kenningar. Bari, Adriatica. "Per una critica della ragione deontica" (introduzione alla Filosofia del linguaggio normativo).  Pragmatica. Filosofia del diritto Logica deontica Ontologia Performativo (atto verbale) Pragmatica Semiotica Semantica.To undertake to set forth with any definiteness the  ‘religious’ – or eschatological -- ideas of ''a Roman philosopher'' – FILOSOFO ROMANO -- would be an  extremely difficult task.Those, ideas would differ  with the individual and the sect, being determined or varied by a  number of considerations and influences — by locality,  education, and temperament. SILIO would not hold  the views of SEIO. We may speak of the state religion – colto officiale -- of ROMA, as  distinct from various other ‘religions’ tolerated and  practised in different parts, but it is  scarcely possible to define the contents of that  ‘state religion’ – il SACERDOCIO. There are certain special priests  and priestly bodies who see to it that certain rites  and ceremonies are performed scrupulously in a  prescribed manner and on prescribed dates. But these  are officers of the state – LO STATO ROMANO -- whose knowledge and  functions are confined to the ritual observances with  which they have to deal. They are not persons  trained in a system of ‘theology’, nor are they  preachers of a code of doctrines or morals. They have no "cure of souls," and belong to no church. They  have no credo and no Bible or corresponding authority to which to refer. Though most well-informed  persons will know the prominent  deities in the calendar — such as IOVE or MARTE, or QUIRINO -- perhaps scarcely any one but an encyclopaedist or antiquarian could have named one-half of  the total. It is not merely that the deities on the  list are so numerous. There are other reasons for  ignorance or vagueness. In the first place, the line  between the operations of one deity and those of another is often too fine to draw, and deities originally  more or less distinct come to be confused or identified. Secondly, it is often hard, if not impossible, to  make up one's mind whether a so-called deity — such  as SPES — is supposed to have  a real existence, or whether it is simply the personification of an abstract quality. Thirdly, divinities fall out of fashion, and to a  large extent out of memory, while new ones come, or were  coming, into vogue.  The state possesses its old-established calendar of days sacred to a number of deities, and its code of  ritual to be performed in their honour. There are ancient prescriptions as to what certain priests should  wear, what they should do or avoid in their priestly  character, what victims — ox, sheep, or pig — they  should sacrifice, what instruments they should use for  the purpose, and in what formula of words they  should pray in particular connections. There is a  standing commission, with the PONTIFICE MASSIMO at this date that excellent religious authority, the emperor — at its head, to safeguard the state  religion, to see that its requirements are carried out,  and that no one ventures to commit an outrage  towards it. But the state will not tell you  with any precision that you must believe in just so  many deities and no others. It would not tell  you precisely what notions to entertain concerning  those deities whom it does officially recognise. The state  dictates no theological doctrine; neither does it dictate  any moral doctrine beyond those which you would  find in the secular law. It reserves the right to  prevent the introduction of a foreign divinity  if it finds sufficient cause; but so long as the  temples, the rites and ceremonies, the cardinal moral  axioms of the Roman ''religion,'' and the basic  principles of Roman society are respected, the state  practises no sort of inquisition into your beliefs or  non-beliefs, and in no way interferes with your  particular selection of favourite deities. Poly-theism in an advanced commimity is always  tolerant, because it is necessarily always indefinite. What it does not readily endure is an organised attack  upon the entire system, whether openly avowed or  manifestly implied. Even undisguised unbelief in  any deity at all it is often willing to tolerate, so long  as the unbelief is rather A MATTER OF PHILOSOPHICAL DIALECTICS than  anything else, and makes no attempt at a crusade.  When a state so disposed is found to interfere with a  novel religion, it will generally be easy to perceive  that the jealousy is not on behalf of the deities nor  of a creed, but on behalf of the community in its political, economic, or social aspect. Let us endeavour to realise  as best we can the religious situation among the  Roman population.  Though we are not here directly concerned with  the steps by which the Roman religion had come to  be what it was, we can scarcely hope to understand  the position without some comprehension of that  development. The Romans are a CONSERVATIVE people, and many of the peculiarities of their worship  are due to the retention of old forms which had lost  such spirit as they once possessed. In the infant days of the nation there had been no such things as gods in human shape, or in recognisable  shape at all. There were only ''powers" or "influences'' superior to mankind, by whose aid or concurrence man must work out his existence. The early  Romans and such Italian tribes - as they became  blended with were, as they still are, EXTREMELEY SUPERSTITIOUS. In a pre-scientific age they, like other  peoples, are at a loss to understand what produces  a thunder or a lightning, rain, the fertility or failure of  crops, the changes of the seasons, the flow or cessation  of springs and streams, the intoxication or exhilaration proceeding from wine, and a multitude of other  phenomena. Fire is a perplexing thing; so is  wind. The woods are full of mysterious sounds and  movements. They could comprehend neither birth  nor death, nor the fructification of plants. The  consequence is a feeling that these things are due to some unseen agency; and the attempt is made to  bring those powers into some sort of relation with  mankind, either by the compulsion of magical operations and magical formulae, or by sacrifices and offerings of propitiation, or by promises. A superhuman  power might be placed under a spell, or placated with  food and drink, or persuaded by a vow. Such  "powers" were exceedingly numerous. Greatest of  all, and recognised equally by all, was the power  working in the sky with the thunder and the rain.  Its presence was everywhere alike, and its bperations  most palpable at every season. Countless others were  concerned with particular localities or with particular  functions. Every wood, if not every tree, and also  every fountain, was controlled by some such higher  'power'; every manifestation or operation of nature  came from such an 'influence.'' There was no kind of  action or undertaking, no new stage of life or change  of condition, which did not depend for help or hin-  drance upon a similar power. At first "the ''powers"  bore no distinctive names, and were conceived in no  definite shapes. They were not yet gods. The  human being who sought to work upon them to  favour him could only do, say, and offer such things  as he thought likely to move them. But in process of  time it became inevitable that these superhuman  agencies should be referred to under some sort of  title, and the title literally expressed the conception.  Hence a multitude of names. Not only was there  the ever-prominent Jupiter or sky-father " ; there  was a veritable multitude^ of powers with provinces great and small. Among the larger conceptions the  power concerned with the sowing of seed was Saturn,  that with the growth of crops was Ceres, that with  the blazing of fire was Vesta. Among the smaller,  the power which taught a babe to eat was Edulia,  that which attended the bringing home of a bride was  Domiduca. The ability to speak or to walk was  supposed to be imparted by separate agencies named  accordingly. Flowers depended on Flora and fruits  on Pomona.   But to assign a name is a great step towards  creating a ''power'' into a ''god,'' and such agencies  began to take shape in the mind of those who named  them. This was the second stage. Jupiter, Ceres,  Satmn, and almost all the rest became "gods." The  powers in the woodlands — a Silvanus or Faunus —  became embodied, like the more modem gnomes and  kobbolds. Once imagine a shape, and the tendency  is to give it visible form in an image "like unto man,*'  and to honour it with an abode — a temple or shrine.  The earliest Romans known to us erected no images  or temples, but they were not long in creating them.  Particularly rapid was the reducing of a god to  human form when they came into close contact with  the Etruscans and the Greeks. For all the important  deities poetry and art combined to evolve an  appropriate bodily form, which gradually became  conventional, so that the ordinary notion of a Jupiter,  a Juno, a Mercury, or a Ceres was approximately that  which had been gathered from the statue thus  developed. This trouble was not taken with all the most ancient divinities. Many of the old rural and  local deities, and many of those with quite minor  provinces, were left vague and unrealised. They  were represented in no temples and by no statues. Natiu'ally as the Roman state grew from a set of  neighbouring farms into a great city, and from a small  settlement into a vast empire, the little local gods fell  into the background. The deities which concerned  the state, and to which it erected temples, were those  with the more far-reaching operations — such as the gods identified with the sky and its thunders, with  war, with fertility, with the sea, with the hearth-fire  of all Rome. The rest might well be left to localities  or to domestic worship.   From the early days of Rome there existed a  calendar for festivals to certain divinities important  to the little growing town, and a code of ceremonies  to be performed in their honour, and of formulae of  prayer to be offered to them. The later Romans, in  their characteristic conservatism, adhered to those  festivals, to that ritual, and to those formulae, even  when some of the deities had ceased to be of appreci-  able account, and when neither the meaning of the  ritual nor the sense of the old words was any longer  imderstood by the very priests who used them.   Reflect a moment on this situation. First, we  have a number of deities of the first rank, housed in  temples, embodied in statues, and recognised in all  the Roman world; next a number of minor divinities  whose operations and worship may be remotely rural  or otherwise local, and whose functions are by no  means always distinguishable from those of the  greater gods; then a series of more or less un-  intelligible ceremonials carried out by ancient rule  in honoiu" of divinities often practically forgotten ;  outside these a number of vague powers presiding  over small domestic and other actions; finally, a  peculiar Roman tendency — in keeping with the last  — to erect into divinities, and to symbolise in statues  housed in temples, all manner of abstract qualities and states, such as Hope, Harmony, Peace, Wealth,  Health, Fame, and Youth.   Reflect agam that, when the Romans, as they  spread, came into contact with Greeks, Egyptians, or  other foreigners, they met with deities whose provinces  were necessarily often identical with or closely akin      Fio. . — A Sacrifice.     to their own. Then remember that there is no  church and no official document to define the complete  list of Roman gods. Does it not follow, as a matter  of course, on the one hand, that the importation of  new gods was an easy matter, and on the other, that  no individual Roman could draw the line as to the  number of even the old-established deities in whom  he should or should not believe? The guardians of the public reUgion were satisfied  if the due rites were paid by the state to those deities,  on those. dates, and precisely in that manner, which  happened to be prescribed in the official religious  books. For the rest they left matters to the  individual.   So much it has been necessary to say in order to  account for existing attitudes. We must use the  plural, since the attitude of the state officials is but  one of several, and, inasmuch as the state officials  themselves were not a theological caste but only  secular servants of the community administering  the regulations for external worship as laid down in  the records, it often happened that their official  attitude had nothing to do with their individual  beliefs. Often they did not know or care whether  there was a real religious efficacy in the acts which  they performed ; sometimes all that they knew was  that they were doing what the state required to be  done properly by some one.   Cicero quotes a dictum of a Pontifex Maximus  that there was one religion of the poet, another of  the philosopher, and another of the statesman. This  is true, but it is hardly adequate. We must at least  add that of the common people. A well-known  statement of more modern birth puts the case — rather  too strongly — that at our period all religions were  regarded by the people as equally true, by the phi-  losopher as equally false and by the statesman as  equally useful. We may begin with the ordinary  people of whatever station, who were not poets nor thinkers nor magistrates. It is an error to  suppose that such Romans of the first eentiu'y were  either atheistic or indifferent to religion. Their fault  was rather that they were too superstitious, ready to  believe too much rather than too Uttle, but to beUeve  without relating their beUef to conduct. They did  not question the existence of the traditional gods,  nor the characters attributed to them; they were  ready to perform their dues of worship and to make  their due offerings, but all this had no bearing  upon their own morality. They believed with the  terror of the superstitious in omens and portents, and  in rites of expiation and purification to avert the  threatened evil. They were alarmed by thunder and  lightning, earthquakes, bad dreams, ravens seen on  the wrong side of the road, and other evil tokens.  They commonly accepted the existence of maUgn  spirits, including ghosts. They were prepared to  believe that on occasion a statue had bled or turned  round on its base; that an ox had spoken in  human language; or that there had been a rain of  blood. There were doubtless exceptions, and super-  stition was less dire and oppressive than once it  was. More than fifty years before our date Cicero  had said that even old women no longer shuddered  at the terrors of an underworld, and fifty years  after it the satirist asserts the same of children.  But both writers are speaking somewhat hyper-  bolically. Doubtless it had been wondered how  two augurs could look at each other without a  smile, but there is nothing to show that even a minority of augurs were acutely conscious of any-  thing to smile at.   In the multiplicity of deities the ordinary people  were prepared to accept as many more as you chose  to offer them, especially if the worship attaching to  them contained mystic or orgiastic ceremonies. By  this date the populace had become exceedingly mixed,  especially in the capital, and the cool hard-headed  Roman stock had been largely replaced or leavened  by foreign elements, especially from the East. The  official worship of the state was formal and frigid ; it  offered nothing to the emotions or the hopes. Many  among the people felt an instinct for something more  sacramental, and especially attractive was any form  of worship which promised a continued existence,  and probably a happier existence, after death. Even  the mere mysteriousness of a form of worship had its  allurements. Hence a tendency to Judaism, still  more to the Egyptian worship of Isis and Osiris.  The latter made many proselytes, particularly among  the women, and contained ideas which are by no  means ignoble but to our modern minds far more  truly ''religious'' than anything to be found in the  native Roman cults. To pass through purification,  to practise asceticism, to feel that there was a life  beyond the grave apportioned to your deserts, to go  through an impressive form of worship held every  day, and to have the emotion^-thus worked upon —  all this supplied something to the moral nature which  was lacking in the chill sacrifices and prayers to  Jupiter and the other national divinities. In vain had the authorities, in their doubt as to the moral  effects, tried on several occasions to suppress this  foreign worship; it always revived, and it now held  its established place both in the imperial city and in the provinces, particularly near the sea, for it was  especially a sailors' religion. Rome, like Pompeii,  had its temple of Isis and her daily celebrations.  There was, however, no necessary conflict between  this worship and the oflScial religion. It was quite  possible to accept Isis while accepting Jupiter. Nor, though this particular cult has required mention,  must it be taken as belonging to more than a section  of the Roman population. Most Romans would look  upon it and other deviations with acquiescence, some  with contempt, and perhaps some with a shake of the  head, while themselves satisfied with an indifferent  conformity to the more estabUshed customs of the  state.   Setting aside the devotees of the mystic, the more  ordinary point of view was that between Romans and  the established gods of Rome there is an understanding.  The gods will support Rome so long as Rome pays to  them their dues of formal recognition. Their ritual  must not be neglected by the authorities; it is not  necessary for an individual member of the community  to concern himself further in the matter. The  state, through its appointed ministers, will make the  necessary sacrifices and say the necessary words;  the citizen need not put in an appearance or take  any part. He will not do or say anything dis-  respectful towards the deities in question, and he will  enjoy the festivals belonging to them. If remarkable  portents and disasters occur, he will agree that there  is something wrong in the behavioiu* of the state,  and that there must be some public purification or  other placation of the gods. If the state orders such  a proceeding, he will perform whatever may be his  share in it. So far he is loyal to the ''religion of  the state.''   In his private capacity he has his own wants,  fears, and hopes. He therefore betakes himself to whatever divinity he considers most likely to help  him; he makes his own prayers and vows an offering  if his request is granted. Reduced to plain commercial  language his ordinary attitude is — no success, no  payment. A cardinal difference between the religion  of the Romans and our own is to be seen in the nature  of their prayers. They always ask for some definite  advantage — prosperity, safety, health, or the like.  They never pray for a clean heart or for some moral  improvement. Of more importance than the man's  moral condition will be his scrupulous observance  of the right external practices. Unlike the Greek,  he will cover his head when he prays. He will raise  his hand to his lips before the statue, or, if he is  appealing to the celestial deities, he will stretch his  palms upwards above his head ; if to the infernal  powers, he will hold them downwards. These are  the things that matter.   At home, if he belongs to the better type of  representative citizen, our Roman has his household  shrine and his household divinities, whom he never  neglects. If he is very pious, he may pray to them  every morning, or at least before every enterprise.  In any case he will remember them with a small  offering when he dines. There are the ''gods of the  stores" — his ''penates'' — certain deities whom he  has selected as guardians of his belongings, and who  have their little images by the hearth in the  kitchen. There is the household ''protector," or  more commonly there are two, who may be painted  under the form of Ughtly-stepping youths in a little niche or shrine above a small altar. To these  he will offer fruits, flowers, incense, and cakes.  And there is the ''Genius'' of the master of the  house, who is also painted on the wall, or who  may be represented by his own portrait bust or by  the pictxu-e of a snake. That "Genius" means the  power presiding over his vitality and health and well-  being. If he is an artisan and belongs to a guild, he  will pay special worship to the patron god or goddess  of that, guild — to Vesta, if he is a baker, to Minerva,  if he is a fuller. Out of doors he will find a street  shrine in the wall at a crossing, pertaining to the  tutelary god of what may be called his ''parish,'' and  this he will not neglect. Like all other orthodox  Romans he will not undertake any new enterprise —  betrothal, marriage, journey, or important business —  without ascertaining that the auspices are favourable.   In a general way he has a notion that the gods  are displeased at certain forms of crime, and that  they approve of justice and the carrying out of  compacts. The gods overlook the state, because the  state engages them so to do, and therefore to break  the laws of the state is to anger the gods of the state.  But this is rather subtle for the common man, and  there is generally no understood immediate relation  between these gods and his moral conduct, unless he has  sworn an oath by one or other of them. The purpose  of calling a god to witness is to bring upon a perjurer  the anger of the offended deity. But he entertains  no such conception as the modem one of "sin" or of  "remorse for sin." "Sin" is either a breach of the secular law or breach of a contract with a deity,  and ''remorse'' is but fear of or regret for the  consequences.   His morality is determined by the laws of the state,  family discipUne, and social custom. For that reason  his vices on the positive side will mostly be those of  his appetites, and on the negative side a want of  charity and compassion. He may be guiltless of lying  and stealing, murder and violence; he may be honest  and law-abiding ; but there .is nothing to make him  temperate, continent, or gentle. His avowed code is  duty,' and duty is defined by law and tradition.   If this is the religious condition of the conunon-  place man or woman — a blend of superstition,  formalism, and tolerance — it is by no means that of  the educated thinker. Such persons were for the  most part freethinkers. Many of them, finding no  better guide to conduct, conform to the "religion" of  the state without any real belief in its gods or  attaching any importance to its ceremonies. They  do not feel called upon to propagate any other views,  and they probably think the current notions are at  least as good fqr the ignorant as any others. If they  are poets, like Horace or Lucan, they will dress up  the mythology, mostly from Greek models, and write  fluently about Jupiter and Juno, Venus and Mercury,  either attributing to them the recognised characters  and legends, or varying them so as to make them  more picturesque and interesting — perhaps even improving them — but all the time believing no more in the stories they are telling^ or in the deities them-  selves,* than Tennyson need have beUeved in King  Arthur and Guinevere. The gods are good poetic  material and are sure to afford popular, or at least in-  offensive, reading. The poets doubtless do something  to hiunanise and beautify the popular conception of  a deity, but they seldom deUberately set out with any  such purpose. If the educated are not poets, but  pubUc men of affairs, they may beUeve just as Uttle,  and yet regard the established cult of the gods as an  excellent discipline for the vulgar and the best known  means of upholding the national principle of ''duty.''  If they are philosophers they may not, and the  Epicureans in reality do not, beUeve in the gods at all  — certainly not as they are generally conceived — and  will openly discuss in speech and in writing the ques-  tion of their existence or non-existence, and of their  character and nature if they do exist. They will  endeavour to substitute for the barren formalism of  rites and ceremonies, or the inconsistent or incomplete  traditional morality of duty, another set of principles  as a sounder guide to life and conduct. Some are  monotheists, some are simply in doubt. Says Nero's  own tutor, Seneca, ''Do you want to propitiate the  gods? Then be good. The true worshipper of the  gods is he who acts like them." "Better," remarks  Plutarch, "not believe in a God at all than cringe  before a god who is worse than the worst of men."  In the actual worship of images none of them believe.  One conspicuous writer of the time says : "To look for  a form and shape to a god, I consider to be a mark of human feebleness of mind." Concerning the schools  of thought and in particular the tenets of those Stoics  and Epicureans whom St. Paul met at Athens, and  whom he could meet in educated circles all over the  Roman Empire, we shall have to speak in a following  chapter, when sununing up the intellectual and moral  condition of the time. Meanwhile it should be under-  stood that, though a profound or anything approaching a professional study of philosophy was discouraged  among the true Romans — more than once the profes-  sional philosophers were banished from the capital —  there were few cultivated persons who did not to  some extent dabble in it, and even go so far as  to profess an adherence to one school or another.  None of these men believed in the "Roman religion"  as administered by the state, although many of  them were administering it themselves. The same  man could one day freely discuss the gods in con-  versation or a treatise, and the next he might be  clad in priestly garb and officially seeing that the  rites of sacrifice were being religiously carried out in  terms of the books, or that the auspices were being  properly taken.   It does not, however, follow at all that because  poet or public man cared nothing for the pantheon  and all its mythology, he was therefore without his  superstitions. He might still tremble at signs and  portents, at comets, at dreams, and at the un-  propitious behaviom* of birds and beasts. He might  believe in astrology and resort to its professors, called  the ''Chaldaeans." On the other hand he might  laugh at such things. It was all a matter of tempera-  ment. It certainly was not every man who dared to  act like one of the Roman admirals. When it was  reported that the omens were unpropitious to an  inuninent battle because the sacred chickens ''would  not eat," he ordered them to be thrown into the sea  so that at least they might drink. The freethinkers  were in advance of their times. "Science" in the  modern sense hardly existed, and until phenomena  are explained it is hard to avoid a perplexity or  astonishment which is equivalent to superstition.     Consider now these various states of mind — that  of the people, ready to add almost any deity to the  large and vague number aheady recognised ; that of  the poet, who finds the deities such useful literary  material ; that of the magistrate or public man, who,  without enthusiasm or necessary belief, regards  reUgion as a thing useful to society; and that  of the philosopher, who thinks all the current re-  Ugious conceptions unsound, if not absurd, and  morally almost useless.   Manifestly a society so composed will be one of  unusual tolerance. The Romans had no disposition  to force their religion on the subject provinces of the  empire. Their religion was the Roman religion; the  rehgion of the Greeks might be left Greek, the Jewish  religion Jewish, and the Egyptian religion Egyptian.  Any nation had a right to the religion of its fathers.  Nay, the Jews had such peculiar notions about a  Sabbath day and other matters that a Jew was exempted from the military service which would  have compelled him to break his national laws. All  religions were permitted, so long as they were national  religions. Also all religious views were permitted to  the individual, so long as they were not considered  dangerous to the empire or imperial rule, or so long as  they threatened no appreciable harm to the social  order. If a Jew came to Rome and practised Judaism,  well and good. It was, in the eyes of the Romans, a  narrow-minded and uncharitable religion, marked by  many strange and absurd practices and superstitions,  but if a misguided oriental people liked to indulge in  it, well and good. Even if a Roman became a  proselyte to Judaism, well and good, so long as he did  not flout the official reUgion of his own country. If  the Egyptians chose to worship cats, ibises, and  crocodiles, that was theii^ affair, so long as they let  other people alone. In Gaul, it is true, the emperor  Claudius, predecessor of Nero, had put down the Druids.  Earlier still the Druids had already been interfered  with ; but that was because the Druids — those weird  old white-sheeted men with their long beards and  strange magic — are performing human sacrifices —  burning men alive in wicker frames — and such  conduct was not pnly contrary to the secular law of  Rome, but even to natural law. And when Claudius  finally suppressed them, or drove the remnant out of  Gaul into Britain, it was not simply because they  worshipped non-Roman gods and performed non-  Roman rites, but because they were, as they had  always notoriously been, a dangerous political influence interfering with the proper canying out of  the Roman government.   And when we come to Christianity it must be  remarked that, so long as that nascent religion was  regarded as merely a variety of Judaism, it was actu-  ally protected by the Roman power, and owes no  little of its original progress to the fact. In the  Acts of the Apostles it is always from the Roman  governor that St. Paul receives, not only the fairest,  but the most courteous treatment. It is the Jews  who persecute him and work up difficulties against  him, because to them he is a renegade and is weaning  away their people. To the philosophers at Athens he  appears as the preacher of a new philosophy, and  they think him a "smatterer" in such subjects. To  the Roman he is a man charged by a certain com-  munity with being dangerous to social order, to wit,  causing factious disturbances and profaning the  temple; and since he refuses to let the local author-  ities judge his case, and has exercised his citizen  privilege by appealing to Caesar, to Caesar he is  sent. And, when a prisoner in somewhat free  custody at Rome, note that he is permitted to speak  ''with all freedom,'' and that in the first instance he  is acquitted.   True, but the fact remains that Nero bimit  Christians in his gardens after the great fire of Rome,  and that certain later emperors are found punishing  Christians merely for avowing themselves such. Why  was Christianity thus singled out? It was not  through what can be reasonably called ''religious intolerance/' for, as has been said, the Romans did  not seek to force Roman religion on other peoples,  nor did they make any inquisition into the beUefs of  Romans themselves. The reasons for singling out  Christianity for special treatment are obvious enough.  The question is not whether the reasons were sound,  whether the Romans properly understood or tried to  understand, whether they could be as wise before the  event as we are after it, but whether the motive was  what we should call a religious" one. To allow  Epicureans to deny the existence of gods at all, and  to make scornful concessions to the peculiar tenets of  Jews, could not be the action of a people which was  bigoted. If there was bigotry and intolerance, it was  political or social bigotry and intolerance, not reUgious.  To prevent any possible misconception let the present  writer say here that he considers the principles of  Christianity, as laid down by its Founder and as spread  by St. Paul, to have been the most humanizing and  civilising influence ever brought to bear upon society.  But that is not the point. The early Christians were  treated as they were, not because they held non-  Roman views, but because they held anti-Roman  views ; not because they did not believe in Jupiter  and Venus, but because they refused to let any one  else believe in them; not because they threatened to  weaken Roman faith, but because they threatened to  weaken and even to wreck the whole fabric of Roman  society ; not because they were known to be heretics,  but because they were supposed to be disloyal; not  because they converted men, but because they appeared to convert them into dangerous characters.  As it has been put, the Christians were regarded as  the ''Nihilists" of the period. We are apt to judge  the Romans from the standpoint of Christianity  dominant and understood; it is fairer to judge them  from the standpoint of a dominant pagan empire  looking on at a strange new phenomenon altogether  misunderstood and often deliberately misrepresented.  Moreover — and the point is worth more attention  than it commonly receives — we have only to read the  Epistles to the Corinthians, to perceive that the early  Christian gatherings were by no means always such  meek, pure, and model assemblages as they are almost  always assumed to have been. Some of the members,  for instance, quarrelled and ''were drunken.". There  were evidently many unworthy members of the new  communion, and of course there were also many  manifestations of insulting bigotry on their part. The  class of society to which the Christians belonged was  closely associated in the Roman mind with the rabble and the slave, if not with criminals. What the pagan  observer saw in the new religion was "a pestilent superstition," "hatred of the human race," "a malevolent  superstition." He thought its practices to be connected  with magic. The intransigeant Christian refused to  take the customary oath in the law courts, and there-  fore appeared to menace a trustworthy administration  of the law. He took no interest in the affairs of the  empire, but talked of another king and his coming  kingdom, and he appeared to be an enemy to the  Roman power. He held what appeared to be secret meetings, although the empire rigidly suppressed all  secret societies. He weakened the martial spirit of  the soldier. He divided f amiUes — the basis of Roman  society— against themselves. He was a socialist  leveller. He threatened with ruin all the trades  connected with either the established worship — as  amongst the silversmiths at Ephesus — or with the  luxuries and amusements of Ufe. Those amusements  in circus or amphitheatre he hated, and therefore  appeared misanthropic. He not only stood aloof  from the religious observances of the state and the  household, but treated them with contempt or  abhorrence.   Moreover, at this date, he refused to acknowledge  the one great symbol of the imperial authority. This was the statue of the emperor. When that statue  was set up in every town it was not understood by  any intelligent man that the emperor was actually a  god, or that, when incense was burnt before the statue,  it was being burned to the emperor himself as deity.  But just as every householder had his attendant  Genius'' — the power determining his vital functions  and well-being — which was often represented as a  bust with the man's own features, so the statue of  the Augustus, ''His Highness," represented the Genius  of that Head of the State, and the offering of incense  was meant as an appeal to the Genius to keep the  emperor and the imperial power ''in health and  wealth long to live." The man who refused to make  such an offering was necessarily considered to be ill-  disposed to the majesty and welfare of the Head of the State, and therefore of the state itself. The Roman  attitude towards the early Christians was partly that  of a modern government towards Nihilists, and partly  that of a generation or two ago to a blend of extreme  Radical with extreme atheist. We are not here concerned with the whole story of  the persecution of the Christians, but only with the  situation at and immediately after the date we have  chosen. It is at least quite cer ain that when Nero  burned the Christians in the year 64 he was treating  them, not as the adherents of a religion, but as social  criminals or nuisances. How far his notions of  Christianity may have been influenced by Poppaea  we do not know. At least he believed he was  pleasing the populace.  Grice: “Conte quotes from Aristotle’s Soph. El. On the ‘homonimia’ of deon’ – “sometimes for the good, but sometimes for the bad.” Conte distinguishes between semantic ambiguity – surely ‘must’ or the imperative mode does not have TWO senses – and ambivalenza prammatica. Since Aristotle is refusing to use Frege’s idea of ‘Sinn’, and keep referring to ‘semeion’ (Latin segnare) rather, we may well conclude that Aristotle is just Greek Grice. Conte does not dwell much on the imperative mode. Modo imperativo is qualified. Modo is qualified as being modo verbale – the mode of the verb impero. But then the future in French has a ‘valore imperativo.’ Conte is more interested in the ‘must.’ But surely his quoting from Philippa Foot and his joint work with von Wright into Kant’s hypo versus cate is very Griceian! On top, Conte has a taste for local historical analysis and has discovered some gems in some jurisprudential philosophers of his ‘paese’!”  Nome compiuto: Amedeo Giovanni Conte. Keywords: il sacrificio, the sorry story of deontic logic, fondatore della logica deontica al Ghislieri di Pavia, il giuridico, giudicare, giuridicare, impiego, employ (as noun), employ-ment, empiegamento, Conte e Wright – Wright cited by Grice, alethic --. Wright on change cited by Grice in “Actions and Events”, Mario Casotti, Volere, Grice, Volere --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Conte” – The Swimming-Pool Library. Conte.

 

Luigi Speranza -- Grice e Contestabile: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di BRVNO al rogo – scuola di Teano – filosofia casertese – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Teano). Filosofo casertese. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Teano, Caserta, Campania. Grice: “I love Contestabile; I love a philosopher with a sense of humour! At Oxford, it has become increasingly difficult to laugh at people’s surnames! But ‘grice’ means ‘pig,’ in Norwegian! – Anyway, Contestabile contests a revisionist account of Bruno’s life – “surely he wasn’t a coward – I know because of his links with the Campanella whom my family supported in his fight against the furriners!” Cacciato con una telefonata» Intervista di Dino Martirano, Corriere della sera. Con il Psi non ho ricoperto grandi incarichi ma ho avuto l'onore di essere stato amico di Craxi. Mi mancherà la politica ma non è una tragedia. Torno ai miei studi, alla filosofia medioevale. Mi mancheranno certi momenti. Io, che ero stato nel Psi fin quando la procura della Repubblica lo ha sciolto, ricordo bene i mesi trascorsi al ministero della Giustizia: col ministro Biondi fummo i protagonisti del tentativo fallito, però generoso, di riportare la giustizia sui binari della normalità. Sciolto il partito [Psi], chi si è fatto maomettano, chi ebreo, chi cattolico. Però sempre socialisti siamo rimasti. Avvocato e politico italiano Sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia Presidente Berlusconi Predecessore Sorice Successore Mirone Vicepresidente del Senato della Repubblica Presidente Mancino Senatore della Repubblica Italiana Legislature Gruppo parlamentare Forza Italia Circoscrizione Lombardia Collegio Cinisello Balsamo, Vigevano Incarichi parlamentari Sottosegretario di Stato per la grazia e giustizia Sito istituzionale Dati generali Partito politico FI Titolo di studio Laurea in giurisprudenza Professione avvocato. Avvocato e politico italiano. Laureato in giurisprudenza, esercita la professione di avvocato. Entra in politica iscrivendosi al Partito Socialista Italiano (partito a cui è appartenuto fino agli eventi che hanno travolto tale formazione politica)[1]. In seguito aderisce a Forza Italia, affermando che in tale movimento politico l'area socialista era ben accolta e rappresentata. Viene eletto senatore ed è rieletto anche nelle due successive legislature. Vicepresidente del Senato. Incarichi parlamentariModifica Ha fatto parte delle seguenti commissioni parlamentari: Affari costituzionali e giustizia; Difesa. Membro, inoltre, della giunta per le elezioni e immunità parlamentari. Sottosegretario di StatoModifica È stato sottosegretario di Stato per la Grazia e giustizia nel primo governo di Silvio Berlusconi. Tutti i figli e i figliastri del garofano. su qn.quotidiano.net. Adnkronos - Psi: C. a De Michelis, noi stiamo bene in FI ^ Senato - XIII legislatura Voci correlate Modifica Governo Berlusconi I Partito Socialista Italiano C., su Senato.it - legislatura, Parlamento italiano. C., su Senato.it - XIII legislatura, Parlamento italiano. Domenico Contestabile, su Senato.it - legislatura, Parlamento italiano. Biografie Portale Biografie Politica Portale Politica Socialismo Portale Socialismo. PAGINE CORRELATE Fabrizio Cicchitto politico italiano Maceratini politico e avvocato italiano Scamarcio politico italiano Altre saggi: Bruno: una revisione contestata” – La storia della filosofia è continua revisione, e non mi scandalizzo per il revisionismo bruniano. Mi sembra però che questi non colga nel segno. La vita diBruno, dalla fuga da S. Domenico Maggiore a Napoli fino al rogo di Campo dei Fiori a Roma, è di singolare coerenza. È una vita “contro”. L’accusa implicita di opportunismo mi sembra perciò singolare. E’ vero che, durante il processo, ritratta molte sue tesi, e avrebbe avuto salva la vita se continua in questo atteggiamento. Alla fine però si stanca, e scolge lucidamente di morire. È opportunista chi cerca solo di salvare la pelle, e poi decide di morire perché ritiene che il suoi giudice ha esagerato? In quanto alla tesi sul Bruno spia elisabettiana, essa non è provata, anzi è smentita dalla comparazione tra la grafia di Bruno e quella dei biglietti di spionaggio. Infine, la tesi a proposito della relazione tra Campanella e Bruno non mi ha mai convinto. Campanella (la sua rivolta e finanziata dalla nobile famiglia C., come ricorda Firpo nel suo ottimo saggio sul processo a Campanella) vuole poi un regime “comunista”? A leggere “La città del sole” non si direbbe. (CA ui i) e iui Mia ba, VA dai ‘agi LS it Il EGR Ln i \ LA va Di = | Pome Rm Te ti n. i Li I e Aa Kt Hlirpogt] lb pi n 9 ha So Rif [a E Ji > a ILLE di pe LIS ia Giordano Bruno DRAMMA MILANO Tipografia Commercial n als dtt, TORIO EMANUELE, Carnevale.{Resta sapore PERSONAGGI BRUNO (si veda) Sig. G. SALASSA LORENZO (figlio naturale di GIORDANO BRUNO, «dot- tato:da).. ... ». > A.D'ANDRADE ROMANO DEI LOMBARDI «+. > F. MIGLIARA LEANDRO giovine patrizio. S.ra ANGIOLETTI LAURA figlia di ROMANO. >» A. Busi IL GRANDE INQUISITORE . Sig. SALVARANI ROCCO LILLE DAMIANI ANDREA. Ni agN° UNGUARDIANO) che nonparlano N. N. UN OsTE .. Ni Ni Giovani e Nobili Veneziani, Servi di Romano, Gondolieri, Seguaci di Bruno, Soldati, In- quisitori, Si Servi del S. Uffizio, Frati e Popolo. L'azione del 1.° e 2.° Atto è in Veni quella del:3.° e 4.° Atto in Re ber a pieni Sofee bi; pece SUIT ZIA PIAZZA IN VENEZIA, Un’Osteria e alcune seggiole. In fondo un canale praticabile, che traversa la scena. Sul canale un ponte, che mette in un viottolo, sull'angolo del quale sorge a destra, un magnifico Palazzo illumi minato a festa, prospiciente sul Canale. .Un in- gresso laterale, illuminato da faci fisse ai muri, con- ducedal viottolo nel Palazzo. La porta principale verso . il Canale è aperta; durante la scena seguente, visi vedono approdare gondole, dalle quali scendono persone ragguardevoli, che, ricevute dai servi, entrano nel Palazzo. Sera. i TI, GIOVANI e NOBILI VENEZIANI, parte ‘in abiti fanta- stici con mezza maschera al volto, e parte in abiti comuni, vengono da sinistra, traversano il ponte, e dalla strada entrano nel Palazzo. LEANDRO, ROCCO ed altri Giovani vanno e vengono ferman- dosi sulla Piazza, cantando e ridendo, Poi LQ- RENZO e LAURA. Leandro (accompagnandosi colla ghitarra) A te, Venezia bella, adorata, A te, mia sposa, la serenata. HEVVPETIAIAMITEREZI LIA VITE RENTAL rara rr ovinantosinezineneisevazize vecio sinioneee IVTIPRErTA:Itr rara rirevenaatos aes szereris cva:i0e vice vi’ veve’ ’avurecovio sr 0uIvI vare ri [tti STA Hocco (Volgendosi all’osteria) Leandro, scuotiti! Le mura adori?... Vieni ove brillano Divini amori, Ove donzelle Cotanto belle Potrai mirar. Coro dei nobili Al convito n’andiam! alla festa! Leandro Prima di venir alla gran festa Distruggere io vo’ un'idea funesta! Oste, su via porgetemi Vino di Cipro; a questo petto ardente Occorre del più vecchio e più potente. Vivan le belle Danzanti; volano. Gli occhi fiammeggiano Più che le stelle; Ne’ Joro vortici Mi ruban Vanima.... sui Crudo gioir! «__°’Più non mi muovo Suolo dolcissimo, ir belt r__Frrrrrr n - a-rt-rvreorosoeeriovoe nueva zeranen sonia mise eeerarmierereriiovnieteacivoteote0ie Nido mio nuovo! Muoio in tue braccia... Santo delir! | A te, Venezia bella, adorata, A te, mia sposa, la serenata, Coro AI Convito! n’andiam alla festa. (S'appressano in una gondola LAURA e LORENZO) Eaurna Sul mare immenso più non impera Nè sulla terra che la circonda.Venezia, è fango la tua bandiera! Lutto e non feste! Pianga e s’ asconda. Core (con alto di cu iosità) E un amante e la sua Della Che passeggiano alla luna; Laura sembra la sua stella, Ma egli fa poca fortuna. Seguiam tutti i vaghi amanti, E vediam, se pur n’ è dato, In fra i suoni, i balli e i canti Di trovar l’innamorato. È Lorenzo di Giordano, Che fuggì dal sacro tempio ; lì Lorenzo... il vil, l’insano Che ne porge un triste esempio. Lorenzo (con ira) . È rivolta a me l’offesa? L’alma freme, batte il core! - Già suonaron l’ultim’ ore; - E voi tutti io sfiderò. Laura E rivolta a te I’effesa; rato L’alma freme, batte il core!... Già suonaron l'ultim’ ore Io con te li sfiderò. (LORENZO furente si scaglia contro ROCCO, e gli toglie la spada. Gli altri NOBILI sguainano. le proprie e si schierano în fondo) SCENA II. Detti, ROMANO dei LOMBARDI entra frettoloso dalla casa di destra, seguito da servi con torce accese, Bomano Chi grida? Chi chiama? Qual chiasso villano? Non son cîttadini, ma plebe briaca ! Lorenzo, tu?... Il ferro in mano hai snudato?.... Parla! Che avvenne! Sei pazzo ?... Ti placa! Laura (atterrita alla vista del padre) Che mai dirà Al Genitor?... pa Voce non ha, Non ha più cor. Lorenzo (con timore) Che mai dirò AI Genitor?... Voce non ho, Non ho più cor. Leandro (con circospezione) Il segno di croce facciamoci... e andiam via! Quel vecchio è uno sgherro dell’ Inquisizione. Partiamo, fuggiamo... La belva più ria, E un angelo a petto di questo demòne. Romane (ai Nobili) Non chiedo ragioni di vostra contesa, Fra tenebre nacque... in tenebre resti; E calmi la notte col sonno gli. ardori Di giovani folli, di stolti furori.... Partite! Or è cauto lontani restar. Coro di Nobili (infimoriti da Romano). Fuggiam dal feroce Vegliardo Romano : Col fiato ne ammorba Il truce, l’insano; nea Qui tutto è sospetto.... Amici, fuggìam. 1 NOBILI, it CORO, LEANDRO e LAURA sì riti- rano pel ponte ed entrano nel Palazzo. L’OSTE ha chiuso ed è scomparso durante la rissa, ROMANO fa un cenno ai Servi di allontanarsi. SCENA III. ROMANO e LORENZO Romano Vengo, tu il sai, da Roma; e il Santo Re e Pontefice armava il braccio mio. ‘Or sotto il ferreo terribil manto Della suprema Città di Dio L’ Inquisizione veneta sta; E a Roma solo ubbidirà. Dell’ eresia le vampe infeste Soffocherò . tutte le teste D’ un colpo all’ idra io troncherò. Lorenzo Fu il Campanella scoperto e preso? Romano Libero ei 8° agita... Ma il gran sovrano De’ rei, che Italia e il mondo ha acceso Contro la Chiesa santa, è Giordano. Presso i suoi complici quì ascoso stà! Lorenzo Odio quel uomo tanto... tel giuro. Romano Non basta odiarlo: questo io non curo; Tu quì arrestarlo ora dovrai: (Musica da ballo neil’interno del Palazzo) In fra le maschere lo scoprirai, Ed il porrat nelle mie man. Lorenzo Si chiede un atto di traditor?... Romano Queste ai novizi prove si dan. Lorenzo Tradir ricuso; son uom d’onor. Romano (con sdegno) A me tu, folle, devi? RANA RARA pinete Lorenzo Obbedienza ! Homano Ed alia Chiesa! Trema... . Lorenzo (soffocando il furore) Obbedienza! Romano Dunque ?... Lorenzo (con sottomissione) Giordano io scoprirò! Eomano (ricomponendosi) Tuci giovanili e schictti Modi ti gioveran, se manca il senno Di età maggior, Tuo sguardo onestà; ispira, K assai tua voce ad ascoltarti attira. Per la grand’ opra non sarai solo, D’altri miei fidi 1’ aiuto avrai; Pronto a miei cenni sempre sarai, Uno per ‘tutti sia il mio voler. Lorenzo (con dolore) L’iniqua trama ahi mi colpisce! La terra, il cielo pur n’ hanno orror!... Vile è colui, ch’ altri tradisce, Nè v' ha pietade pel traditor. ERomano (imperioso) Come voglio, sia fatto. Or d’ altro; è m'’ odi. Dal dì che ardenti e improvidi Sguardi su Laura hai posti, Travolto dalla subita Cicca passion tu fosti; N | Una rea febbre 1° agita Tutte le membra o siolto, E vedo nel tuo volto Il fuoco del delir. Bada! io ti scruto, o giovine, E leggo il tuo desire; Guai se tal fiamma ignobile Io non vedrò svanire. Tu sogni; ma chi vigila l'e per tuo ben consiglia; Dimentica mia figlia, O trema del tuo ardir. (parte da sinistra mentre sì volge ancora con fiero sguardo su LORENZO). Lorenzo (con dolore): SO Solo alfin... solo quì sono... Piangere, impallidir, tremar t’è dato sa Povero cor! Ma dannate in eterno ei Son mie lacrime in lor foco d'inferno. Ci i . . 0 cielo, perchè l’aere Fa A ._ ©. Spargi de’ tuoi profumi? CRT a O terra perchè il giubilo. SA Delle tue stelle assumi? © nare: A me negata è l'estasi. da D’ ogni dolcezza umana, No: ae d'ogni gioia lè vana (ale EZIO Larva, che fugge ognor; TERIOS L’ amor che è riso d’ angioli, 0; Di Nel povero mio cor. i Strazio divien di dèmone, WA Delirio agitator. pr | Amar non posso... 0° AARON] eta P, ‘L'odio mi restag» SS CE ao ag Son stretto a questa to; LR 1 sur aRatalità. EI _: Vò di te vincere. | Con santo zelo, .. Servir vo’ il Cielo... E questa l’ ultima. Mia volontà. (parte con fretta per il ponte). ‘ Cala la Vela. arnie, onere ge oi SALA NEL PALAZZO LOREDANO Una splendida sala da Ballo nel Palazzo di Lore- dano a Venezia, con colonnato per modo che si possa figurare l’accesso in altre sale. Illuminazione splen- didissima. SCENA L Coro degl’Invitati ($ acc incanto dell’ebbre sale! Che ballo immenso! Sarà immortale. Quest’ è la reggia della letizia; Il, paradiso. d’ ogni. delizia. Deh! non fuggire, tempo; t’ arresta; Bearsi al lungo delir giocondo Della fatata splendida festa Tutto in. Venezia vorrebbe il mondo. {Gl’invitati s'allontanano in varie parti) SCENA ILL BRUNO entra con cautela e colla maschera in mano, poi gli amici. drrezadzanzecezanconca n ionici oc. c0100 dna enricicondiizeotentoro neo dan'ontooarcrroniòolo /Tasos signor cecanzara anee Giordano Quì ognun danza e delira Spensierato e demente. E niun ragiona, E senno e cuore ha niuno. x tutto quì è in periglio, ove il Leone Alato di San Marco Prostrato dalla Santa Inquisizione Ai piè, scordò il ruggito Di cui tremò per secoli ogni lito (volgendosi in fondo) Ecco gli amici: ma assai lenti e scarsi. Alcuni dei Primi Luce! Giordano Giustizia a tutti! E Primi E verità! Alcuni dei Secondi [venendo oltre) Luce ! Giordano Giustizia a tutti E Secondi E libertà! Giordano Grazie diletti ! Sian pochi i detti; Molta l’opra. A ingannar V'astuta Corio Dei biechi Inquisitori Ho scelto queste sale Di Loredano. È pronto ognuno ? Coro Ognuno! Giordano L’ ardir pari del vero alla grandezza? Ed uniti? Coro Siam tuoi, Giordano Bruno! Giordano e Coro Nel popol vero s’ incominci 1’ opra: S° illumini! Bugiarda è la parola Di Roma e il suo Re, che Dio si noma, Sull’ alma i Papi vogliono l’ impero Per posseder la terra; E coi libri e col braccio tt Viva facciasi ovunque eterna guerra Allo spirito, al verbo, a ogni menzogna, Con che farci suoi schiavi Roma agogna SCENA III. DETTI e LAURA che entra anelante dalla sinistra colla maschera in mano. Enura Signor, fuggite! Giordano Io? no! non fuggo. Coro (insospettito) Fuggiamo.... È pazzo! (fuggono da va»ie aio Giordano (con ira) Vili! Tu hai fede? (a Laura) ERaunna (sempre ancelante) Gran Dio! In queste sale Circondavi un estremo ‘ Periglio. Per voi tremo... Fuggite per pietà. IIIEEZZZERETET TEZIEXIZZELUPPEE PE CETO CE TI CE CES CECI ICI IA CIT ALIZICI AZIO LETO EI Va besasnza rea dI gra rirvarai tion Giordano (simulando) Fuggir?... Da chi fuggire? Laura Da tutti! I delatori, Cui fia virtù tradire, Vi cercano là fuori... Son mille a me ben noti, Fierissimi e devoti Al sacro Tribunal. Giordano (sorpreso) Mi conoscete? Eguana A Padova Vi scorsi il«dì che ardito Nel fiume vi gettaste, E un fanciullin tornaste Vivo al materno sen. L’ Inquisizion seguiavi Co’ mille sgherri suoi Per arrestarvi; e voi Tra il popolo festante Poteste in un istante Securo allor fuggir. Giordano (simulando la calma) Bruno era quegli, che allor miraste! Io non lo sono!... Mal giudicaste, i Laura (sorpresa) Credetti... ho divinato! © ; Voi siete il gran filosofo. Giordano Oh certo s’ è ingannato Il vostro giovin cor. Laura Perdonate se un lembo alzo del velo, Che a me vasconde... (solleva: dl velo) Io v' ho scoperto!... siete... Celarvi non potete... Giordano E chi son io? Laura Giordano Bruno, cittadin di Nola! Durante quest’ultimo colloquio, LORENZO entra da destra, LEANDRO da sinistra; si fermano in - fondo, e, non veduti funno alto di attenzione). “erimmiberarisisaorizeoeee Mi nisi bro aravrariszazazezea ripa paio : Lorenza ngi Ho. in mani, alfin 1, dai i ‘Ch’ ha Italia avvelenato; ‘Salvo da Ini mille: anime! a Il mondo mi sia. EH 9 Leandro (LormNZO | con simulata ironia) % TAL il salverài, mia “tnamo, | ) È quegli'il gran? ; Filosofo) di Il celebre Giordanb. VESTA Dal Tribunal del Dèmoni Ù 401 1 PR. E O ARNO E ‘J RARE. | Baura (| ‘801 ‘presa vi ala PISAE) | dia 39 DS IDE Lorenzo! dui GicoL.. (a o pi di te-che mai sarà? F a iI Gietiala (con dolore) Fui tradito !..-Oh cerudoltà So IV I Santo phrto) Tana ‘in Cactpnse deg Di palpiti, di ladina, Tempo,non è, mio cuore; .: .Salvarlo, fat Miracoli. DERE eo -0t devo ame l'amore. OL DI Giordano © La luce tua mi sfolgora, Fanciulla, nel pensiero; Se il mio profeta! Libero Trionferà il mio vero. poi fissando LORENZO Quel volto! V° è 1’ immagine Impressa di Teresa... Misto è quel volto... e annunziami La gioia ed il dolor! (Prendendo per mano LORENZO) Giovane, dimmi: sei tu di Roma? La tua favella mel dice... Parla! Dimmi: tua madre come sì noma? Teresa forse? Lorenzo Teresa?... Sì! In fondo appare ROMANO con SERVI e SOLDATI poi vengono gl’Invitati). Giordano L’ inquisizione! Oh quale orror! (a Lorenzo) E tu con essa? Ah traditor! o Io a te la vita diedi... e la morte - Tu, iniquo, appresti al Genitor!... A te l’ inferno schiuda le porte... Sii maledetto, vil delator. fekresrey=neoan0enencastec pregsoneeaossog @zorrorerovrse ereeeericrone cer csvpirtetronertpariosonnen contiene nanenene Lorenzo Tu... padre mio? Che mai feci io!... Padre, perdonami _Se pur ancora ‘ Merto pietà. GU INVITATI che riappariscono da destra e sinistra e detti. GI Envitati e Leandro La festa è orrenda! Fuggiamo tutti; Qual tradimenti! > > Keco distrutti --- Degl’ innocenti Gli almi piacer. HEomano Grazie, o Ciel! Nelle mie mani Or Giordane io vedo tratto! Roma esulti...! Il suo desìo Finalmente è soddisfatto. Lerenzo Orrenda infamia! Tu il. padre mio?... Ah me infelice! Che mai fec? io! Padre, perdonami... O Ciel, pietà! ERA EeIOrtitiezast:nuvo cene cen vinariesazyaza cc uPONPPA PESSANO MT RI Laura (a BRUNO) Delle amarezze il calice Berrò con te, Giordano; Già in seno il duolo squarciami Il core a brano a brano; Peno per te, pel figlio Mio primo e solo amor. Leandro Oh come ovunque penetra La santa Inquisizione ! Come sarà terribile La sua imputazione ! In lui perdiamo un figlio, Che della patria è onor. Giordano (4 LAURA) Ah no! Laura, non piangere... Giordano ha l’alma forte ! Pel Vero è pronto a vincere Il duolo pur di morte! Dio deh! ritorna il figlio A Laura e al Genitor, Lorenzo Sento nel seno piovermi D'un aspro duol le stille!... Il padre... oh! il padre scorgere ab 0); Temon le mie pupille! Com'è infelice un figlio Ribelle al genitor ! Romano Entro mi serpe un fremito, Che mi sconvolge il core, Veggendo quest’ eretico Di scismi banditore, Che, della Chiesa*figlio, Divenne traditor! Leandro Tu piangi?... Incauto, a Lui {affida Pel suo perdono; ma l’alma infida Nel suo rimorso gran pena avrà. Coro (a LORENZO) Che piangi?... Ognuno vile ti grida; Se’ un traditor; se’ un parricida! Nè Dio, nè il mondo n’avran pietà. (I SOLDATI circondano GIORDANO e cala la tela/. IITTTTAAEIAIII RA CORTI Affo Cerzo IN ROMA Sala nel palazzo dell’Inquisizione. In fondo, nel mezzo della parete una cortina nera che chiudela scena, A sinistra una finestra aperta con ferriata. In fondo un tavolo coperto con un tappeto nero, a cui siedono il grande INQUISITORE e DUE SCRIVANI; ai lati siedono gl’INQUISITORI, e, di fronte, BRUNO, R0MANO e LORENZO, Porte a destra e a sinistra. SCENA I. Romano {> iordano! Voi siete’ D’innanzi ai vostri giudici, al supremo Tribunal della terra! E qui dovete, Smésso l’antico stile, Risponder vero, obbediente, umile. “cà ra G. Inquisitore Vostro nome è Giordan Bruno? Giordano Di Nola. mrantsiorizea nano AMDI ATTI ANI ANAZANAZA NZ RATTI TIT IATA TERI ri prenpaniananan ananarenaenzana G. Inquisitore Vi conosciamo! Voi correste in terre D’eretici; lè in Praga, in Francoforte. ‘ E predicaste spesso agl’ infedeli La santissima Chiesa dileggiando Di Roma, tutti i novator germani Esaltando. D’ Iddio 1’ essenza in false Forme sponeste; come v’ inspirava Mal talento. D’ Iddio la legge in pubblici E in segreti convegni commentaste; Le coscienze fùr guaste. Giordano Mentite! Solo io dissi agli uomini Il mondo ha una visiera Di antiche, immense tenebre ; Cerchi la luce vera. Dio vuol che l’uomo spinga L’acuta sua pupilla Fin dove in cielo brilla L’eterno suo splendor. Coro d’Inquisitori D’ anime felle Empia utopia! Il tuo, ribelle, Un Dio non è. Non ha che larve - Tua fantasia; .0 et gi ver disparve ; “Se in eresia ft fo i AI fuoco, ‘al fuoco: © Sia condannato! 1 “REP carcer. poco, s ra ! tal OmpIO, egli de (Si apre la cortina’ dalla’ quale ‘escono pina DTA io GRANDE INQUISITORE, quindi ROMANO, poi gli SCRIVANI, ‘gi ISQUISITORI, ed sea pIoR-SSf DANÒ accompagnato, dalle GUARDIE. : Gala la cortina e solo LORENZO rimane în ‘scend), DÒ dt e Laura 01,3 (LAURA entra dalla' sinisird e presi itasi) di LORENZO | in atto supplichevole). SÉ Roe dia eor ATI v Rat Laura! moi (HI dÉ tia Koi i È et Loréiizo i «105 si vo MREPSRI RATA GIL Lorenzo Di ea DO Ur PA Ale 2 i sd Met: la "I Che vuoi tut ot Raid) fai I nSetdi o SERRA 2 Senti la ToRe.e. un uomo Rico tu soi. “ rE: Lorenzo Tinura! Da me che brami? Sento straziarmi il cuore... Laura Ah! tu il padre salvar déi, Se una belva ancor non sei. Lorenzo Tact Laura! Il ver dicesti È mio padre! Io lo sentìa Quando'.il labbro suo: terribile. Me colpevole maledia. È mio padre! Ancor lo sento AI perenne! e fier tormento.‘ ©’ Che m’ opprime e strazia il cor. Laura | Pietà del misero. Tuo genitor. Lorenzo L’accento tuo terribile E un dardo al traditor. ebic Laura Lorenzo. it i #1) Ma shananorazi scenza sanacenencacaee cena sane oeanconeesccnionaaceaeae@ce0cui0reò’npsQa”ncceinci’’’ ne Agp ipmpasrssssso Lorenzo Nol posso! Laura Va da me lungi, o perfido, Se nieghi al genitor Salvar la vita. E sorga il dì terribile Che ognuno, o traditor, Ti nieghi aita. Lorenzo Taci!.... e che far poss’ io? Laura Aiutarmi a salvarlo; tu lo puoi! ‘Ei fugga da quell’ orrida Fossa in serena terra, Ove su lui degli uomini Taccia sì cruda guerra. Ove un demén carnefice Non trovi nell’ amico, Nel figlio, un traditor; Ove il sovran suo spirito Onnipotente e pio Possa inalzarsi libero Di tutti al Padre, a Dio; E riabbracciar qui un figlio, Che traviò pentito, Stringendolo al suo cor. . pra, im masasena nanasasesc’poossoncostor09posporooscoesaesose® Lorenzo Quell’ardire, che in volto a te brilla, La speranza, la fede m' ispira: E una sacra, divina favilla Della fiamma, che tarde nel cor. Raura e Lorenzo (assieme) Con te nutro la credula speme, Che a giustizia il trionfo sorrida; Siamo uniti per vincere insieme Od insieme da forti morir. (partono). Muta la scena. Carcere di BRUNO con porte in fondo: dentro vedesi un giaciglio di pietra, una seg- giola ed un tavolo su cuì arde una lampada. A sinistra una scala da cui si accede agli Uftizii del- l’ Inquisizione. Giordane (seduto sul giaciglio) «Ecco, o Roma, l’eretico In questo tetro carcere rinchiuso ! Del sangue suo dissetinsi I tuoi Inquisitori Ebbri di gioia in lor ciechi furori! (Gleaso Sul rabido rogo dall’empio innalzato La fiamma divampa sanguigna e stridente, Ma in mezzo all'incendio securà possente Del martire invitto la voce s’ udrà. Il rogo non strugge la libera idea; Ma, eterna fenice risorge o sfavilla; Del vasto creato nel verbo s'inslilla Te dense tenebre del mondo a fugar. In mano ai carnefici chi, miser, mi trasse, Tu fosti, mio figlio; tu sli maledetto ' 9 Ma no maledirti, + ma no, nol poss’io: La morte è un trionfo per me, figlio mio! SCENA IV. LORENZO apre con furia la porta del fondo che mette nel carcere; indi entra anche LAURA. Entrambi «$0NO Raealii in domino nero come i servi del- V’ Inquisizione. Lorenzo (di piedi di BRUNO) Padre mio! Tuo figlio... Giordano Non sogno! Lorenzo Si, son io, ch’ hai maledetto ; Ma figlio tuo! Ripeti un altra volta La tua maledizione i Coll’ accento d’ un padre, ed al mio cuore Più cara suonerà di quel che fora Del sacerdote la benedizione ; Ah! lasciami morir a pieid tuoi. TIrCItIVISIÀ poorrcensersantisaazuztt=veSnII=TIERERA TATE conuaca riv ertaziori (apusa ra rara zar sara ra bist enaneronesane ‘Giordano Felice è un tal momento! A me t’ adusse Iddio; Ora tu sei redento! M’ abbraccia, o figlio mio. Lorenzo Padro' i] mio cuore un balsamo Nella tua voce trova! Col tuo perdon risorgere Mi sembra a vita nuova. Laura Redento il figlio, accoglierlo Ben può il paterno core; Quale inattesa grazia !.., Disparve ogni terrore. Mutti (inginocchiandosi) Gran Dio, che fra le angoscie Apri a quest’ alma il riso, E mesci ai loro spasimi In terra un paradiso. A te, che i santi vincoli Riannodi di natura, Salga da queste mura L’ inno de’ nostri cor. Giordano (STO ER Dal fondo del cor mio 2/0 SARA Grazie a te sien, gran Dio! a Pi E | re k » à, s ER wr: DETTI, e ROMANO, che presentasi in cima della >° dente. Fissa collo sguardo LORENZO, indi scende rapidamente. Lo seguono il GUARDIANO Retles va x carceri e i SERVI del S. UHEIZIO: - da si ‘Romano < È Come tu qui?... La figlia ancor Di vedo, ea Oh mio furore ' eco 3 F : x Laura e Lorenzo 00 o O qual terror! > ua | » Romano È ‘ Giiordano..- Questa ou fatale a me una figlia nn dio Spa ma a te la vita. (LEANDRO, il GUARDIANO delle carceri ei SERVI. del S. UFFIZIO mascherati ed armati si ap- d pressano). Lg i VEL 7 Pi AE Li unisoseorevrespropeosovo Romano (a BRUNO) Trencar ti voglio, qual vile stelo; Delle tue carni la terra e il Cielo Io colle fiamme consolerò. Lorenzo Ed io fidato m’ ero a tal jena ? Tutto l’inferno qui si scatena, E cielo e terra han di te orror. Laura e Leandro Sublime martire! La tua gran vita Tronca in un lampo tra l’infinita Gioia... Qual strazio sento nel cor! Giordano Del mio carnefice sul volto scritto Sta col livore il suo delitto; Solo dal Cielo giustizia avrò. Romano (a° Soldati) Innanzi al Tribunal condotto sia. Coro (Servi e Soldati) S'innalza un turbine Di guai novelli. Su de’ fratelli Tratti in error. E l’empio eretico < «N° è lavcagionez 9:13 <L Maledizione Sul corruttor! Al rogo ignifico ‘ Condotto Sia. © Chi l’eresia Tra noi portò. Legge inviolabile Il turbolento A tal tormento Già condannò. RIC FROCIO RA ATONTAITA Atto Quarto Gran sala nel Palazzo dell’Inquisizione in Roma. Nel fondo una Galleria apertà sostenuta da colonne, fra ile quali: si, aprono grandi fin:stre che lasciano tra- vedere le cupole e i colli di Roma. Porta: a de- stra e a sinistra. Nelmazzo un tavolo con quattro candelabri. Siedono al tavolo il grande INQUI- SITORE, ROMANO e ) UE SCRIVANI. DUE SERVI «ai. lati, quindi gl’ INQUISITORI, i SCENA I. Coro d'Inquisitori || |) eo nembo dall’aere piove Lupa ' Di Giordano su:l’empia cervice! "Non v'ha niun che l’appelli infelice, Non v'ha cor che si muova a pietà. Pronto è il rogo, la fiamma divampa... E pur essa la vittima è pronta ! AI gran Nome Cristiano quest’onta. Or. dal fuoco purgata sarà. } SCENA II, Giordano (appressandosi). O sommo Inquisitor! Giunta è l'estrema Ora, che me a gran prova. al rogo. appella! G. Inquisitore (alle guardie) Fuor della porta vigilate ! (le guardie e i servi partono) O Bruno Di Nola! Quest’ è 1’ ora che vi chiama Alla prova del fuoco.... a morte.... 0 a vita Lieta d'ogni uom nel mondo! E a voi concesso Ciò e’ ha nessuno fu giammai; la scelta Fra la vita e la morte! Scegliete. E in, vostre man la vostra sorte! Giordano (Mi tentan!) Che si vuol da ms? Parlate. G. Inquisitore Qui in faccia a tutti, dichiararvi figlio Della Romana Chiesa ora e in eterno E vi doniam la vita; rimarrete Prigion; ma al figlio libertà darete! Giordano. Dèmone tentator! Nol vò.... nol posso! G. Inquisitore (qa RomaANO)] Perduto! Udiste ?... La sentenza è data! (Parte coi servi, Le guardie circondano GIORDANO e partono. Romano (in preda a soffocato sdegno). Cieco sirumento io sono all’empie voglie Di costoro! Ubbidir sempre... e frattanto Spezzare di mia figlia il vergin core, Serbando la mia vita al lutto e al pianto! O Laura, tu l’adori D’averno il rio Filosofo, Che con l'accento magico Tuo cuor conquise già. Or ei morrà sul rogo!... Ma temo per mia figlia. Dal duol trafitta, all’empio Vicina ella cadrà!... Senza la figlia, il padre Più viver non potrà. To l’adoro! In lei Tiposi Ogni speme ed ogni alta; La mia luce, la mia vita Con la sua si spegnerà. Volgi, o Dio su me, su lei Un tuo sguardo protettor, E la figlia, che perdei Deh! ridona al genitor. (ROMANO parte da sinistra e nell'uscire si. moontra con LAURA). Laura (apprdssandosi ‘a ROMANO) Ah! padre caro, mi benedici! Quel divin spirto, che t’empie il core, Io pur lo sento! Odio i nemici Di quel gran ùomo;-che' giùsto muore. Ma tu, che. il puoi, deh! tu lo salva;; Se Do, «con Lui io morirò. : (Romano La rea fiamma, che in cor ti VE Per chi scuote de’ Papi l’impero, Sulla fronte il delitto’ ti Stampa Che tu svolgi nel cupo pensiero... “Salvo tu vuoi Giordano ? Iniqua ! Nol sperar... tu Il chiedi > invano. i (parte) Laura (con disperazione) Più di salvarlo non v' ha speranza! L’ ala nel tempo batte spietata! Ah! la fatale ora 8° avanza. i Con te Giordano io morirò. ( prende il veleno) A morte infame traggono. ; L’ apostolo del vero; Ma dal suo rogo. pallida; | La fiamma sorgerà. Che sovra. il cieco popolo... La luce porterà; COLERE Nè più potrassi spegnere Quel fuoco che foriero Sarà di libertà. | Coro frecta judicate filù hominum Laura Quai voci ascolto! Lugubre E questo il canto estremo, Ch’ ora al supplizio adduce- L’apostolo del Ver. Coro Recta judicate fili hominum Laura Con te Giordano! Morir voglio! Al gaudio tuo volar desio. SCENA Ve {LORENZO e LEANDRO col corteo funebre s’inol- trano nella scena. GIORDANO Tifo, le guardie si fa avanti nel mezzo). Giordano. Gran Dio! la vittima. Tu vedi pronta Il rogo a scendere \a 1 1 Per la tua, fe; CERRI TERA ee L'ira de’ perfidi, Ovunque. conta, Oggi terribile Piombò su di me. Coro Etenim in corde iniquilates operamini; Injustitias manus vestrae concinnant. Lorenzo. Si squarcino le tenebre Or dell’uman pensiero, E torni vivo a splendere Il sol di verità, Che strugga alla tirannide L’ atroce maestà, E’ incenerisca i fulmini Del mistico nocchiero Nella futura età.. Giordano e Leandro Da’ rei carnefici Il rogo ardente Pel nuovo martire E posto là; Ma la giustizia Di Dio clemente Le braccia schiudere A Lui vorrà. BRUNO circondato ddlle guardie parte col corteo. Leandro, Cero (partendo) In terra injustitias manus. vestrae concinnant. (LORENZO s’appressa a LAURA, che si troverd, vicina. a ROMANO), i Lorenzo (con disperazione) O Padre, addio. Per me l’estrema Ora fatale suonata è già? Guarda tuo figlio, che più non trema Nel vendicare la verità. A me di Laura l’amor fu tolto : Perchè un mistero buio sognai... Ah! padre, credilo, tutto: ignorai; Solo or la luce scorgo del Ver. ER omamno Lorenzo! Lorenzo [trattosi dall’ abito uu pugnale, si ferisce. Laura! Laura (riavendosi avvicinasi a LORENZO) Al gaudio Ei vola. Romane (sorreggendo LORENZO) Serbate a quanti spasimi E il povero mio cor? o aaravai -ercerecote e meriei ve oraconcorsoee «n - peacee -LilsSTFri= pone rete na dor e. Lorenzo È tardi, o padre, il piangere... . Anche Lorenzo... muor! (gli cadde ai piedi). Romano. /Odesi “una campana a lenti rintocchi; avvicinandosi a LAURA e sorreggendola/ Orribil pena mi strazia il core... Un disumano fui genitore...! Non v’ha infelice al par di me! Laura (presso LORENZO) Lieta è quest’ ora... della mia vita... Bel paradiso la via... m’ addita Giordano.... Io volo... In ciel... con tel (Da una finestra vedonsi le fiamme del rogo, ed un urlo di popolo annunzia la fine dello spettacolo. Cala la tela], op de nia - oe vr 2A SN DI LESANIA AL TR I RRIA Ji ) _ DE sa NI Ao AME Ta0 “Si 1 iL VPI, | ati Lion "Ul ci Li TR PSR = Hi (i dI - Un pi Hi 3 i si f VI % Y, ILA } 4 ” ; A Yy 4 Pi f f lo L É } 1} Ì ; A A. Nome compiuto: Domenico Contestabile. Keywords: BRVNO, nobilita italiana, la famiglia Contestabile financia la rivolta di Campanella -- filosofia medioevale, Bruno, il melodramma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Contestabile” – The Swimming-Pool Library.

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