GRICE ITALO A-Z C CON
Luigi Speranza -- Grice e Consoli –
l’italiano come lingua universale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo catanese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano.
Lingua nazionale della terra. Linguaggio mondiale. Ling du mond. Ling nazionel
de le ter. Vox mondiel. Il latino lingua universala, Storia della letteratura
latina. Catania. Santi Consoli Sindaco di Catania Durata mandato Predecessore
Salvatore Di Stefano Giuffrida Successore Salvatore Di Stefano Giuffrida C. è
stato un filosofo, storico, letterato e politico italiano. Filosofo, storico e
letterato, C è insegnante di letteratura latina e filosofia romana a Catania.
Divenne sindaco di Catania. Organizza l'«Esposizione agricola siciliana», che
venne inaugurata da Vittorio Emanuele. Termina il suo mandato e torna ad
occuparsi dell'insegnamento. Scrive anche alcuni saggi sulla storia della
Sicilia. Pubblica numerose opere tra cui Italiensk grammatik til brug for
norske og danske, Catania, Letteratura Norvegiana, Milano, De C. Plinii
Caecilii Secundi rhetoricis studiis, Catania), L’autore del De origine et situ
Germanorum, Roma; Brevi annotazioni critiche alle Satire di Persio, Roma, Il
neo-logismo (deutero-esperanto) in Plinio il Giovane, Palermo, Sicilia
gloriosa, Catania). Santi Correnti, La città semprerifiorente, Catania. Santo
Daniele Spina, Andrea D’Amico Franz, commediografo e politico in Catania,
Agorà. Opere su MLOL, Horizons Unlimited.Predecessore Sindaco di Catania
Successore Salvatore Di Stefano Giuffrida Salvatore Di Stefano Giuffrida.
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Categorie: Storici italiani del XX secolo Letterati italiani Politici italiani
Sindaci di Catania [altre]. Ricerca Libri aiuta i lettori a scoprirci libri di
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CONSTANTIUS FUND EstiblJshed by Professor E. A. Sofhoclbs of Harvard University
for " the parchase of Greek ud ritiri books, (the utdenl elusici) or of
Arabie hook», or of hooks illustratine or ex. soch Greek, Latin, or Arabie t '
Will) Jii^. .1.^.0.1,. !> I I V IL NEOLOGISMO NEGLI SCRITTI DI PLINIO IL
GIOVANE Altre opere di C. ITALIENSK GRAMMATIK til "for-u.gr for IbTcrslce
cgr Catania L esposte , secondo il metodo scientifico , agli alunni delle
scuole secondarie classiche. Catania (E ALLO Siili) IL 1. N. Torino TJI Milano
liettet*atat*a Ho^eQtena Milano. De C. Plinii Gaecilii Secanti RHRTORICIS
STUDIIS. Catinae, 1897. L. 3 (esaurito). e IL NEOLOGISMO NEGLI SCRITTI DI
PLINIO IL GIOVANE CONTRIBUTO AGLI STUDI SULLA LATINITÀ ARGENTEA Libero docente
di letteratura e lingua latina nella R. Università di Catania PALERMO LIBRERIA
ALB. REBER • r &/. X? & >RD CÓQ; Ql -VL-^./UOl-/W rfcLu-ó xu^x-oL
(Catania, Via Maddem, n. 160) Tipografia editrice BARBACALLO & 8CUDERÌ , in
Catania. MARGRETHE CONSOLI nata GLÒERSEN
MIA DILETTA E VENERATA MOGLIE NEL III ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE Il ne faut
point dédaigner les études qui ont pour objet d*écl«ircir méme tei ou tei petit
point particulier de la langue d' un auteur. 0. RlEMANN. È noto che neiprimi tempi dell'impero romano, tanto per i
inutamenti politici avvenuti quanto per il progresso lento, ma costante, del '
sermo plebeius' che tendeva a prevalere sul ' sermo urbanus ', la lingua
letteraria era divenuta, a poco a poco, una lingua artificiale che ogni
scrittore, non più vincolato dall'uso del linguaggio delle conversazioni colte,
soleva per lo più plasmare da sé, secondo i suoi gusti e secondo i fini
letterari che si era proposto di raggiungere. 1 Tale tendenza, che costituisce
appunto uno dei caratteri precipui della latinità argentea, abbiamo potuto
osservare in particol&r modo negli scritti che ancora ci rimangono di
Plinio il giovane ; e, poiché dell' arte retorica di lui ci siamo occupati di
proposito in» un nostro lavoro stampato di recente, 2 ora ci proponiamo
dimettere in rilievo i neo 1 Cfr. O. Riemann, Études sur la langue et la
grammaire de Tite-Live, Paris, Thorin, DeC Plinii Caecilii Secundi rhetoricis
studiis, Cat'msLOy . cod. Vatic. ; F = cod. Florentin. già della bibl.- S.
Marco 284 ; D = cod. Dresd. D 166 ; [R = cod. Riccard. 488]; p = -o :: o- I --
:Da quanto ci è dato argomentare , considerando i resti della letteratura
romana pervenuti sino a noi, pare che Plinio il giovane sia ricorso per il
primo ai temi degli aggettivi ' sinister ' e ' socialis per formare le due voci
nuove ' siriisteritas ' e ' socialitas \ . l.° Il SIGNIFICATO di ' sinisteritas
' non si può disgiungere da quello delle voci ' stultitia ' e ' rusticitas ; e
indica perciò « goffaggine , inettitudine » , l' antitesi , in somma, di '
dexteritas '. Se ne ha la conferma nei seguenti passi di Plinio : Quae tanta
grauitas ? quae tanta sapientia ? quae immopigritia, adrogantia, sinisteritas
ac potius amentia, in hoc totum diem inpendere, ut offendas, ut inimicum
relinquas ad quem tamquam amicissimura ueneris ? ' Epist. VI 17, 3. ' Plerique
autem, dum uerentur ne gratiae potentium nimium inpertire uideantur,
sinisteritatis atque etiam raalignitatis famam consequuntur. ' Epist. IX 5, 2.
2.° L' altro sostantivo ' socialitas ' vale lo stesso di ' comitas ' = «
affabilità , cortesia , socievolezza » : ce lo affermano i seguenti due luoghi
di Plinio: ' Non remissionibus tuis eadem frequentia eademque illa soci a1 i t
a s interest ? ' Pan. 49, 4. ' Primum est autem suo esse contentimi , deinde
quos praecipue scias indigere sustentantem fouentemque orbe quodam socialitatis
ambire. ' Epist. IX 30, 3. È nondimeno da notarsi che nelP ed. a leggesi '
societatis ' invece di ' socialitatis \ 6) Plinio, memore forse d'un ben noto
precetto oraziano sulla ' callida iunctura ' di parole note, 1 formò per il
primo , a quanto pare , mediante composizione, quattro nuovi sostantivi : '
cauaedium, sesquihora, duumuiratus, laudiceni. Cauaedium ' risulta dalla
fusione intimadelle due voci cauum aedium ' , che> troviamo appunto usate in
stretta dipendenza tra loro, ma separate (cioè: ' cauum aedium ' ), da Varrone,
2 Vitruvio 3 e Plinio il vecchio 4 ; e vale « cortile, corte » , quello spazio
nel mezzo delle case romane, dove cadeva la. pioggia dal tettò. Si può.
assomigliare il ' cauaedium ' all' ' inpluuium ' , voce usata da Cicerone e. da
Livio 5 ; ma se ne differenzia in i Horat. Epist II 3, 47-48. Cfr. Cic. De oraL
III 38, 154. Varr. De Un. Lat V 33, 161 e 162 (Spengel). 3 Vitrvv. De arch. VI
3, 1. 4 Plin. sen. Nat hist XIX 1 (6), 24; XVII
21 (35), 166. 5 Cic. In Verr. act see. I 23, 61; 56, 147. Liv. XLIII 13, 6. ciò che T i inpluuium ' solevasi costruire nelle case
piccole, mentre il ' cauaedium ' era di maggiori dimensioni, adatto alle case
più grandi. 1 Plinio il giovane scrisse : Est contra medias (se. porticus)
cauaedi u m hilare '. Epist II 17, 5. E nello stesso passo si ripete la voce '
cauaedium ' : ' A tergo cauaedium'. 2.° La voce i sesqui ', irrigidita, servi ,
prima ancora dell' età augustea, a foggiare alcune voci composte. 2 Anche gli
scrittori del primo secolo dell'impero usarono nuove voci composte col numerale
' sesqui \ 3 Dovette, per ciò, Plinio il giovane sentirsi quasi abilitato dai
numerosi esempi, accolti nelP uso comune, a formare la voce ' sesquihora', che
vale «un' ora e mezzo »: ' Egeram horis tribus et dimidia, supererat
sesquihora'. Epist IV 9,9. 3.° Dal numero delle persone elette a cooperare per
uno stesso ufficio, ne venne la denominazione di alcune magistrature romane,
come p. es. ' triumuiratus, quin Vedi E. Guhl und W. Koner, Dos Leben der
Grieehen und Rómer nach antiken Bildwerken dargestellt, 419. J. Overbeck, Pompe ji in seinen Gebàuden,
Alterthùm. und Kunstwerken, I, 241. 2 Ne «iano d’esempio le seguenti : '
sesquialter, sesquilibra, sesquimensis, sesquimodius, sesquioctauus,
sesquiopus, sesquipedalis, sesqui pes, sesqui plex (sescuplex), sesquitertius
', etc. : per le quali voci vedasi il Georges, Ausfuhrliehes lateinischdeuisches
Handwòrterbuth, 7 a ediz., Leipzig, 1880, 2° voi., coli. 2363-2364. Per le
seguenti voci composte con * sesqui ' si hanno soltanto esempi negli scritti
del primo secolo dell'impero : 'sescuncia, sescuplus, sesquicullearis,
sesquicyathus, sesquidigitalis, sesquidigitus, 8esquiiugerum, sesquiobolus,
sesquiopera, sesquipedaneus, sesquiplaga ', etc. queuiratus ', etc. 1 Dello
stesso modo troviamo in Plinio per la prima volta la voce ' duumuiratus ' :' '
Hunc Trebonius Ruflnus... in duumuiratu tollendum abolendumque curauit. ' Epist IV 22, 1. Ma certamente il sostantivo ' duumuiratus ' dovette
essere accolto prima nell'uso comune dei contemporanei di Plinio e, fors'anche,
nell'uso dell' età anteriore. 2 È noto, in fatti, che Cicerone accenna, in una
sua orazione, all' ufficio dei ' duumuiri perduellionis ', 3 e Cesare a quello
dei ' duumuiri municipiorum \ 4 Livio, inoltre, in più luoghi fa cenno dei '
duumuiri ', distinguendoli in a) ' duumuiri nauales o ' duumuiri nauales
classis ornandae reflciendaeque causa ' (IX 30, 4; cfr. XL 18, 7 e 8); b) '
duumuiri sacrorum ' (III 10, 7) ovvero ' duumuiri sacris faciundis ' (V 13, 6;
VI 37, 12) o ' sacris faciendis' (VI 5, 8); e) 'duumuiri ad aedem faciendam '
(VII 28, 5 ; cfr. XXII 33, 8) o i La voce ' seruatio * riappare, più tardi,
nella Vulgata, E8dr. IV 8, 21-22; e in Cael. Avrbl. Celer. uel acut pass. Ili
4,45. « Cic. In Pis. 34, 84. Vare.
Rer. rust II 1, 16. Cfr. Vlpian. in Big. XLVII 14,
1, §§ 2 e 4. Calustrat. in Big. Non teniamo conto della congettura del Gièrig
che legge : ' abacta hospitum iumenta cerneres ', così lon-* tana dal testo
quale è stato conservato dai codici, tranne il e, e dalle più antiche edizioni
del Paneg. E, dall'ai-? tro canto, la congettura dell' Ernesti : ' abactus
hospitum exercèretur ' o ' exercerentur ', attenendosi all'uso passivo del
verbo i exercere ', lascia intatto il neologismo 1 abactus ', a cui si
riferisce la nostra osservazione. 3.° Il nome ' praelusio ' si nota nel
seguente passo di Plinio: 'Tu tamen aestima, quantum nos in ipsa pugna
certaminis maneat, cuius quasi praelusio atque praecursio has contentiones
excitauit '. Epist. VI 13, 6. Perciò * praelusio ' si equipara alla voce '
prolusio ', l che significa « preludio, prolusione, saggio ». 2 Alcuni
vorrebbero sostituire nel passo citato dell'epistola pliniana a ' praelusio '
la voce i prolusio ', prima usata da Cicerone, per evitare, forse,
d'attribuirsi a Plinio la novità del vocabolo ; ma si farebbe cosa inesatta,
perchè alla sostituzione osta V unanime conferma della voce ' praelusio ', che
vien data dai codici più autorevoli dell' epistolario di Plinio. 8 i Cic. De
orai. II 80, 325; Diuinat in Caec. 14, 47. . 2 Nella tarda latinilà riappare la
voce l praelusio ' : per es.: Evmen. Pro restaurandis scholis (Augustoduni)
oratio, 2 : * Ibi armantur ingenia, hic proeliantur ; ibi p r a e 1 u s i o,
hic pugna committitur ' (edit De la Baune, il quale nella nota a pag. 142, col.
2 a , sospetta: * praelusio forte prolusio'). Ambros. De exeidio urbis
Hierosolymitanae III 8: 'Praelusio quaedam belli * ( Migne, Patrolog. curs.,
ser. I, toni. 15 , col. 2077 ) ; etc. Per altri esempi vedii lessici Forcellini
- De Vit (tom. 4° [1868], col. 2 a ), e Georges (voi. 2° [J880J, col. 1658).
> 3 Non è, forse, infondata la congettura che presume sostituire ' praeludit
' a * proludit ' nel passo vergiliano : ' Arbori^ Più per un ricordo omerico
che per la simmetria della frase, pare che Plinio siasi indotto a formare, in
antitesi a ' nutus ', il nome composto ' renutus ': ' Vide in quo me fastigio
collocaris, cum mihi idem potestatis idemque regni dederis, quod Homerus Ioui
optimo maxi mo nam ego quoque simili nutu ac renutu re spondere uoto tuo possum
\ Epist I 7, 1-2. Talché ' renutus ', in opposizione a ' nutus ', vale lo
stesso che ' recusatio ', cioè « far cenno di no, accennare di no , rifiutare
». l e) Plinio si avvalse anche di temi verbali per formare i due nuovi
sostantivi : i unctorium ' e ' auocamentum '. * 1.° Nei bagni degli antichi
Romani e' era , di solito , un luogo apposito dove i bagnanti si ungevano il
corpo, dopo essersi lavati nelle vasche de' bagni. In tutte le opere degli
scrittori latini , anteriori a Plinio, che sono giunte integre o a frammenti
sino a noi, non c'è parola che serva ad indicare tale luogo di unzione. Primo
ad indicarlo, valendosi della voce ' unctorium ', apparisce Plinio (Épist II
17, 11 ): e tuttavia pertanto tempo prima di lui si era fatto uso del luogo di
unzione, sì necessario a complemento del bagno. Non sarebbe quindi improbabile
che il nome ' unctorium ' fosse stato accolto nelP uso letterario in tempi
anteriori a quelli di Plinio; tanto più che e Plauto e Cicerone avevano usato
le voci obnixus trunco, uèntosque tacessi t | Ictibus, et sparsa ad pugnato i)
r o 1 u d i t* barena ' (Ribbeck); il quale passo si nota identico in Georg.
Ili 233-234 ed Aen. i Cfr, Hoic IL XVI 250. unctor, unctio, unctura ' l ,
derivate, come ' unctorium ', dal tema del verbo ' ungere ' o ' unguere \ 2.°
Col suffisso -men-to- aggiunto al tema del verbo composto , 30. Qvintu,. //mi/,
orat VI 3, 61. Martial.. Epigr. XIV 20 (Schneidewin. 19), 1; XI 58, 9. Cfr.
Vlpian. in Dfg. XXXII 52, § 8 ; etc. In uo luogo di Varr. Rer. rust. I 48, 1
leggevasi un tempo la voce * theca' : 'ut grani t li e e a sit gluma et apex
arista ': nella recente edi?. del Keil (Lips., Teubner, 1889, pag. 59) si
legge: 'ut grani apex sit gluma et arista'. ellenismi, alcuni de' quali sono
rappresentati da voci semplici, altri da voci composte. a) Alcuni de' grecismi
dedotti da voci sempiici furono da Plinio latinizzati nella desinenza; altri
conservarono la desinenza greca originaria. ad) Si presentano con la desinenza
latinizzata : 1.° ' Baptisterium ', « bacino per bagnarsi e nuotare, bagno ».
Se ne ha la conferma nei seguenti due luoghi di Plinio : Inde apodyterium
balinei laxum et talare excipit cella frigidaria, in qua baptisterium amplum
atque opacum \ Epist V 6 , 25. ' Inde balinei cella frigidaria spatiosa et
effusa, cuius in contrariis parietibus duo baptisteria uelut eiecta sinuantur\
Epist. Nel passo che abbiamo citato per il secondo , la lezione del cod. D i
duobus aptisteria ' differisce da quella comunemente accettata; ma si scorge
evidente che l'amanuense fu tratto in errore da ciò che, essendo scritte neir
esemplare tutte di seguito le due voci ' duo baptisteria ' in modo da formare '
duobaptisteria ', egli credette dividere il nesso in ' duob. aptisteria ',
ritenendo la prima parte un' abbreviazione di * duobus \ Quanto al passo citato
sopra per il primoj se si accoglie la lezione ' sphaeristerium ', che
presentano lo stesso cod. D i Per gli scrittori ecclesiastici la voce '
baptisterium ' passò a significare il luogo in cui si amministra il sacramento
del battesimo; ma in un luogo dell'epistola 2* del Iib. ir Apollinare Sidonio
continuò a conservarne il significato pliniano: 4 Huic basiiicae appendix
piscina forinsecus seu, si graecari mauis, baptisterium ab oriente connectitur
' (Migne , Pairolog. tur*., ser. I, tona. 58, col. 475). è l'ed. p, non resta
menomata per nulla la nostra osservazione sulP ellenismo ' baptisterium ', che
è conferà mato per neologismo pliniano dal luogo della Epist. II 17, 11. 2;°
Nei seguenti passi del libro delle epistole di Plinio all'imperatore Traiano si
legge per la prima volta il grecismo i buleuta % avente il significato di «
senatore greco, consigliere »: ' Claudiopolitani ingens balineum defodiunt
magis quam aediflcant, et quidem ex ea pecunia quam b u 1 e u t a e additi
beneficio tuo aut iam obtuleruntob introitimi autnobis exigentibus conferunt\
Epist X 39 (48), 5. ' Superest ergo ut ipse dispicias, an in omnibus
ciuitatibus certum aliquid omnes qui deinde b u 1 e u t a e legentur debeant
prò introitu dare '. Epist. Adfirmabatur mihi in omni ciuitate plurimos .esse
buleutas ex aliis ciuitatibus '. Epist X 114 (115), 3. 1 3.° ' Eranus '
significò propriamente « gradevole compagnia »; poi si disse ' eranus ' un'
associazione privata in Grecia, avente lo scopo di assicurare ai suoi membri un
appoggio nel caso che cadessero nella indigenza, ma a patto che il beneficato
dovesse restituire all' associazione il soccorso in danaro ricevuto, ove la sua
condizione economica si fosse migliorata. In conseguenza, valse poi a
significare anche qualunque tassa o contribuzione o colletta imposta per venire
in soccorso ai bisognosi. L'uso della voce buleuta si trova ripetuto presso
Ael. Spartian. Seuer. 17, 2: * Alexandriuis ius buleutarum dedit * (Peter).
Vedi i lessici Freund-Theil (tom. I [1855], pagina 368;. e Georges (voi. l.°
[1879], col. 819). * Dell' ' eranus ' de' Cristiani trattò Flor. Tbrtvll.
Apologet. Cicerone fa uso del vocabolo in esame, ma conservandolo tale e quale,
con le stesse lettere greche * . Plinio lo latinizzò : ' Datum mihi libellum ad
eranos pertinentem his litteris subieci'. Epist X 92 (93). Il vocabolo si trova
anche latinizzato nella lettera di risposta dell'imperatore Traiano a Plinio,
Epist. X 93 (94). Il Beroaldus fece bene a restituire nel passo di Plinio,
sopra citato, la grafia legittima ' eranos ', invece della grafia ' heranos '
portata dall' ed. A. 4.° i Idyllium ' indica un genere ben noto di poesia
pastorale: * Siue epigrammata siue i d y 1 1 i a siue eglogas siue , ut multi ,
poematia seu quod aliud uocare malueris licebit uoces '. Epist IV 14, 9. È da
notarsi che la grafia della voce ' idyllium ' non è conservata costante nei
codici e nelle più antiche edizioni di Plinio. Alla grafia ' idyllia ', che è
presentata dai codd. M, V, e accettata dal Beroaldus, si avvicina la grafia '
edyllia ' dell' ed. p; perciocché è ben noto che nelle parole greche
latinizzate il dittongo et davanti ad una vocale si rappresentò in latino tanto
con e quanto con i : ma 1' uso prevalente dell' e è più antico, mentre nel
primo secolo dell' impero il suono vocalico i rappresentò più spesso il
dittongo greco che stiamo considerando. Da ' edyllia ' a ' edullia ', grafia
accolta dall' ed. a, il passaggio era facile, stante che il suono vocalico
greco o ebbe per primo suo rappresentante in latino Yu: aduers. gent. prò
Christ, cap. 39 (Migne, Patrolog. cura., ser. I, tom. 1°, col. 468 e col. 470).
i Cic. Epiai, ad Att. XII 5, 1. Cpiwqli II Neologismo puntano, cfr. ' cumba * e
c cymba \ Solo per disaccortezza del copista si trova scritta nel cod. F la
forma ' dullia ' invece di ' edullia ' : non vi si vorrà certo scorgere lina
poco spiegabile aferesi. La grafia ' hedylia ' del cod. si deve attribuire all'
uso inesatto del segno dell' aspirazione h ed alla riduzione abusiva del doppio
suono liquido l, per la considerazione, forse, che in alcune parole era rimasta
oscillante la scrittura latina tra F uso d' una sola o di due l, l Non si
scorge chiaro per quale via siasi pervenuto a rappresentare ' idyllia ' con '
dugtia ' nel cod. /?. 5.° ' Poematium ' vale « breve componimento poetico,
poemetto ». Veramente noi e' immaginiamo la forma del singolare ' poematium ',
ma la parola ci viene presentata nella forma del plurale ' poematia ' tanto nel
passo precedentemente citato della Epist IV 14, 9, in proposito del grecismo '
idyllium ', quanto nel passo seguente : ' Audiui recitantem Sentium Augurinum
cum summa mea uoluptate, immo etiam admiratione. poematia appellai'. Epist IV
27, 1. 2 i Vedi la nostra Fonologia latina^ ediz. cit., n. 27, pp. 31-32. 2 La
voce ' poematium ' si osserva, sempre nelle forme del plurale, in due luoghi degli
Opuseula di Deg. Magn. Avson. : XVII, Cento nuptialis (verso la fine) : *
Probissimo uiro Plinio in poematiis lasciuiam, in moribus constitisse censuram
' (Peiper); IX, De bissula: 'Poematia, quae in nlumnam moara luseram rudia et
incohata ad do mestica e soiacium cantilenae ' (Peiper, pag. 114). Ma si deve
avvertine che nel luogo citato per il primo, il cod. Laurent. 51 , 13 presenta
la forma € poematis '; e in quello citato il secondo, nel cod. Tilianus o
Leidensis Voss. lat. Q. 107 (prima Voss. lat 191) si preferisce la forma '
poema.ta \ Cosicché, ove si accolgano 35 Neil' ammettere ohe Plinio abbia
introdotto il grecismo ' poematium ', ci siamo attenuti, tanto per il primo
passo citato dell' Epist IV 14, 9 quanto per il secondo passo, ai codd. M, V.
Ma la lezione ' poemata ' è ammessa , per tutti e due i passi pliniani sopra
citati, dal cod. F e dall' ed, a. Anche la ed. p presenta per il passo dell'
Epist IV 14, 9 la lezione ' poemata ' ; e dello stesso modo il cod. R presenta
' poemata ' per il passo cit. dell' Epist IV 27, 1. ' La lezione ' poematica ',
presentata con notevole persistenza, in tutti e due i passi che abbiamo
riportati sopra, dal cod, />, verrebbe a dare forma adiettiva al sostantivo
'poematia': e ci sarebbe sempre un neologismo di fonte greca, non usato da
alcuno scrittore latino i cui scritti ci siano rimasti. Ma il lessico la
ripudia, tuttoché la lezione ' poematica ' sia ammessa anche dalla ed. p nel
passo dell' Epist. IV 27, 1. Avvertenza. Del diminutivo di fonte greca ' sipunculus
' ci siamo occupati sopra, a pag. 27. * Vb) Plinio conservò la desinenza greca
nei seguenti tre grecismi, che egli per il primo introdusse nelP uso letterario
latino : Buie SIGNIFICA consiglio, senato o collegio dei decurioni nelle città
elleniche e in quelle città che le varianti presentate dai detti codici, non si
può ammettere con oerte2za che Ausonio abbia continuato Fuso della voce »
poematium \ 1 II Vallauri , che registra nel suo Lex. Latini Italique sermoni*
tutti i neologismi pliniani, ommeite soltanto ' poematium \ 36 erano rette
secondo le norme amministrative greche. Ne troviamo esempi nel libro delle
epistole di Plinio a Traiano, nelle forme dell'accusativo e dell'ablativo del
singolare: ' Qui uirilem togam sumunt uel nuptias faciunt uel ineunt
magistratum uel opus publicum dedicane solent totam b u 1 e n atque etiam e
plebe non exiguum numerum uocare '. Epist X 116 (117), 1. Vedi per altri esempi
Epist. X 81 (85), 1; 110 (111), 1; 112 (113), 1. 2.° ' Lyristes ' significa «
sonatore di lira », e osservasi per la prima volta nei segg. luoghi pliniani:
Epist I 15, 2; IX 17, 3; 36, 4; 40, 2. l Quanto alla grafia sono concordi i
codd., l'ed. p e le più antiche edizioni dell' epistolario pliniano : si
eccettui il cod. M che, nel passo citato dell' Epist. IX 17, 3 presenta al
nominativo ' lyristis ', come se ai tempi di Plinio il suono vocalico greco -q
avesse avuto il valore dell' i. * 3.° i Phantasma ' significa « fantasma ,
spettro , visione , larva » : i Igitur perquam uelim scire , esse phantasmata
et habere propriam figuram numenque aliquod putes, an inania et ùana ex metu
nostro imaginem accipere '. Epist VII 27 , 1. Il Casaubonus credette sostituire
a ' phantasmata ' la voce ' phasmata ', per evitare, forse, che si attribuisse
a Plinio Pin ì Della voce ' lyristes ' si valse, di poi, Apollin. Sidon. Epist.
Vili 11 (Migne, Patrolog. curs., ser. I, tona. 58, col. 605). 2 In proposito
della pronunzia dell' ij, che Y Inama osserva essere stata oscillante fin dai
tempi di Platone, leggasi la memoria d9l D* Ovidio, ' Di un luogo di Plato* ne
addotto a prova dell' antichità dell' itacismo ', pubblicata negli « Atti della
R. Accademia di scienze morali e politiche di Napoli o, voi. 24°, a. 1891,
pagg. 217-237. 37 troduzione del neologismo ' phantasma ' nell'idioma latino,
poiché la voce greca ' phasma ' era già nota come titolo di una commedia di
Menandro, * e per F indicazione di un mimo. 2 Ma contro la sostituzione
proposta dal Casaubonus sta F affermazione concorde dei codici e delle più
antiche edizioni delle epistole di Plinio. E da notarsi che Plinio, benché
avesse introdotto Fuso della voce ' phantasma ', pure nella stessa epist. 27 ,
lib. VII, invece di ripetere il nuovo grecismo , si avvalse delle voci latine
rispondenti a * phantasma ' : ' efflgies ' {Epist VII 27, 8 ; III 5, 4) , che
nella forma mediale ha il significato di «e distribuire ». Si oppone nondimeno
al legame di discendenza tra il cit verbo greco e la voqe ' diamoerie ' il
tramite attico e quello della koiné, per cui le voci elleniche si trasfusero
nella lingua latina negli ultimi tempi della repubblica romana e nei primi
secoli dell'impero; poiché si sarebbe dovuto ottenere nella trascrizione latina
della voce greca, al caso genitivo del singolare, la forma * diamoerias o *
diamoeras e non ' diamoeries ' o , secondo la ed. A, ' diamories \ La grafia '
diamones ', data dall' ed. a , non si saprebbe a quale voce greca riferirla; e
perciò la si deve credere il risultamento di un' inavvertita spostatura di
lettere della voce ' dianomes Cosi T interpreta il Lagergren Vedi il lessico
Porcellini - De Vit, tom. 2, pag. 696, col. l.« L' osservazione fu accolta dal
Vallauri a pag. 207, col. 1.% del Lexicon Latini Iialique ter/noni*. s II
Dizionario Georges-Calonghi, che registra tutti gli ellenismi introdotti da
Plinio, non nota ' dianome ' nò ' diamone ' mentre nelT Ausfuhrl. Handioòrterb.
del Georges ò registrata la voce 'dianome', coL Procoeton VALE anticamera.
Deinde uel cubiculum grande uel modica cenatio, quae plurimo sole, plurimo mari
lucet ; post hanc cubiculum cum proc o e t o n e , altitudine aestiuum,
munimentis hibernum \ Epist. II 17, 10. Per altri esempi vedi Epist. II 17, 10
e 23. Se è vero che Terenzio Varrone nel proemio del libro secondo Rerum
t+usticarum usò la voce ^ i 1 Ma in non poche edizioni dei tre libri Rerum
rustìcaram di Varrone la voce ' procoetona ' del proemio del libro 2 3 resta
conservata con le lettere greche , come per es. nelt* edizione * cum notife
Iosephi Scaligeri, Adriani Turnebr, Petri Vicfcorii et Antonii Augustinl ;
Amstelodami, 1623', pag. 56; nell'adizione ohe sotto la denominazione Les
agronome» latin» è compresa nella Collection Nisard, pag» 100, col. l a ;
nell'edizione di ' Ioannes Gymnicus, Coloniae, 1536 \ pag. 96 ; eto. NelF
edizione del Keil (Lipsia, Teubnér, 1889, pag. 70) si trova accolta la forma in
lettere latine ' procoetona \ ma in nota si avverte che nei codici consultali
dall' editore si legge invece ' procoeoona considerando in primo luogo gli
aggettivi di fonte nominale, poi quelli di fonte verbale , indi gli aggettivi
composti, e, in fine, gli aggettivi dedotti dal greco. A. Riconosciamo come d'
immediata derivazione da nomi sostanti vi i seguenti cinque aggettivi: *
orarius, bellatorius, castigatorius, praecursorius , sacerdotali^ ', quantunque,
eccetto il primo, gli altri quattro si riferiscano a sostantivi aventi il loro
fondamento in temi verbali. 1.° ' Orarius * deriva da ' ora *, « costa,
spiaggia del mare », e perciò vale ad indicare la qualità di cosa appartenente
alla costa, avente, per così dire, relazione con la spiaggia o lido; quindi '
oraria nauis ' o ' oraria nauicula ' significa « piccolo naviglio da
costeggiare ». Plinio si valse dell'aggettivo ' orarius * nei seguenti due
luoghi: l Nunc destino partim o r a r i i s nauibus partim uehiculis prouinciam
petere \ Epist X 15 (26). * Rur sus, cum transissem in
orarias nauiculas, Bithy niam intraui '. Epist. X
17A (28), 2. Il Keil, pur conservando nel testo pliniano la lezione comune '
orariis nauibus ' e ' orarias nauiculas * , avverte in nota , rispettivamente ,
' fortasse onerariis ' e ' fortasse onerarias ' ; ma la congettura di lui non
pare accettabile : nei due luoghi citati il testo pliniano non presenta nei
codici variante alcuna. E, del resto , la sostituzione dell' aggettivo i
oneraritts *, se vale a rimuovere da Plinio la menda d'avere introdotto un
neologismo non necessario, non rende il testo migliore di quel che è in fatto,
conservandosi il neologismo ' orarius \ 2.° Da ' bellator ', « battagliero,
guerriero » , Plinio foggiò P aggettivo i bellatorius \ che applicò in traslato
a ' stilus ' per indicare lo « stile polemico » , proprio delle dispute; ma,
riconoscendo egli stesso l'arditezza del traslato, lo mitigò con l'aggiunzione
della minorante ' quasi ' : ' Scio nunc tibi esse praecipuum studium orandi ;
sed non ideo semper pugnacem hunc et quasi bellatorium stilum suaserim'. Epist.
VII 9, 7. Se non che è da avvertire che nel luogo citato il cod. D e V ed. p
presentano la lezione .' quasi bellorum stilum \ l 3.° Plinio dedusse 1'
aggettivo * castigatorius ' dal nome i castigator ', per indicare qualità
propria di chi castiga o corregge; e nell'esempio seguente unì appunto la
qualità indicata da ' castigatorius ' col nome ' solacium ', a fin di
significare quel conforto con cui ci si studia di consolare una persona
afflitta, trovando da biasimare il dolore eccessivo che la opprime. Certo è
ardito associare 1' epiteto i castigatorius ' con l' idea di conforto
rappresentata da ' solacium '; e però l'autore, ad attenuare lo stridente
contrasto , premise , come al solito, la parola ' quasi'. Il passo è il
seguente : ' Proinde siquas ad eum de dolore tam iusto litteras mittes , i
Ambi. Marceli*, usò anche , ma in senso proprio , l' aggettivo ' bellatorius '
: * Ideoque hoc ni mia cauendum , quod militem colsi nominis cum bellatoriis
iumentis extinxit '. (Rer. gest. XXIII 5, 13. Gardthausen). Cfr. XXXI 2, 22. Si
deve riconoscere pure il significato proprio di ( bellatorius ' nel seguente
luogo dell'antica traduzione latina di Irbn. Deteet et euer*. falso cognomin.
agnition. seu contro, haereses IV 34, 4: 'la tantum transmutationem fecit, ut
gladios et lanceas b ella torias in aratra fabricauerit ipse ' (Migne,
Patrolog. curi ser. Graeca et Orientai., toni. 5, col. 985). memento adhibere
solacium, non quasi castigatori u m et nimis forte, sed molle et humanum '.
Epist V 16, 10. « Notisi che nel luogo cit. il solo cod. M presenta la voce '
castigatorium ' : V ed. a dà la lez. ' castigatorum ', che si potrebbe
intendere nel modo stesso che si è detto sopra intorno a ' bellorum '
sostituito a 4 bellatorium \ Tuttavia , come bene avverte il Gierig, 2 il
genitivo plurale ' castigatorum ' non si adatterebbe con gli aggettivi che
seguono ' forte, molle, humanum \ e nocerebbe all' efficacia della frase. 4.°
Un altro aggettivo , formato , come i due precedenti, da temi di ' nomina
agentis ', è ' praecursorius ', da ' praecursor ', e significa « preventivo,
che precorre, che precede » : ma V arditezza dell' immagine è attenuata , come
nei due neologismi precedenti , dalla pa^ rola premessa ' quasi ': ' Interim ne
quid festinationi meae pereat, quod sum praesens petiturus hac quasi
praecursoria epistula rogo \ Epist. IV 13, 2. Così il passo di Plinio si legge
nei codd. Jf, V e nelP ed. p. La lezione ' praeciirsori ' data dal D deve
essere considerata come grafìa monca , poiché il dativo singolare del nome '
praecursor ' non può coordinarsi con le altre parole del testo. 1 Apollinare
Sidonio fece uso più acconcio dell'aggettivo ' castigatorius ', associandolo
alia voce 'seueritas': Epist. IV 1 :,' Aetatulam nostrum, mobilem , teneram ,
crudam , modo castigatoria seueritate decoqueret , modo mandato* rum
salubritate condirei ' (Migne, Patrolog. curs., ser. I, tom. 58, col. 508). *
Gierig op. cit., tom. 1°, pag. 446, col. 2. a Consoli il Neologismi) puntano, 4
Altra volta Plinio, invece di valersi del nuovo aggettivo ' praecursorius \
foggiato per esprimere la precedenza * , usò la voce greca ' pròdromos \ che HA
IL VALORE di «" precorrente, che corre innanzi» 8 : v. Epist IV 9, 23. Nel
luogo cit. dell' Epist. IV 13, 2, alla voce ' praecursoria ' trovasi sostituita
' praeceptoria ' nel cod. F e nelFed. a. E il Gierig 3 avverte che neicodd.
Vosslail., Oxon., Arhzen. , Hamburg. ( Lindenbrogìana excerpta) , Bongars. si
legge pure * praeceptoria \ Per ispìegare quest' altro neologismo ( che '
praeceptorius \ supposta l'ammissione di esso in sostituzione di
'praecursorius', sarebbe sempre un aggettivo di formazione plinlanà , sul tipo
dei precedenti aggettivi derivati da ' nomina agentis * in -tor) si ricorre do
alcuni commentatori di Plinio al contenuto dell'epistola di cui Si tratta ; e
poiché vi si parla di ' praeceptores ', se ne trae la conclusione che i
praeceptoria epistula ' dovrebbe avere il significato di epistola concernente i
precettori : interpretazione inesatta, perchè nel passo cit. della Epist IV
13,2 non si accenna atìcora al concetto di i praeceptores \ che viene in
seguito , do * V agg. • praecursorius ' fii adoperato nello stesso significato
da Amm. Marcell. Rer. gest. XXXI 3, 6; XV 1, £; **» e da Avrel. Cassiod. In
psalt expos, p$a\m. XXXIX 8; Variar. Ili epist. 51 (Migne, Patrolog. cura.,
ser. I, tona. 70, col. 290 ; e totù. 09, col. 606). Vedi A. Corradi , In C.
Plin. Caec. Seeundum obÈeruationes ad orationem uerborumque construetìonem et
usimi pertinente*; Bergamo, frat. Cattaneo, 1889; pag. té. Vedi anche il
lessico Forcellini-De Vit, tom. 4 (\%m), pag.78ì, col. l a e 2*. . « V.
Aeschyl. SepL adii. Thtb. w. 80, 195, SophòA. Antig. v. 108. * Gierig op. cit.,
tom. 1°, pag. 339, col. 1.* 51 pò che se ne rende avvertito il lettore con le
parole : ' prius accipe causas rogandi \ Vi si accenna, invece, alla fretta
dell'autore ed a ciò che l'autore stesso avrebbe chiesto all' amico suo Tacito,
se fosse stato in presenza di lui. Ma se si vuole accettare per genuina la
lezione ' praeceptoria \ bisogna darle il valore lessicale di ' praecursoria ',
ricorrendo al verbo ' praecipere ' ( donde ' praeceptor ' e ' praeceptorius '),
il quale per Cesare, Livio, Lucrezio, Virgilio ed altri ebbe pure il
significato di « prendere prima, anticipare, prevenire ».' 5.° Dalla voce
composta ' sacerdos % il cui secondo elemento si riattacca al tema del verbo '
dare ', Plinio dedusse il nuovo aggettivo ' sacerdotalis ', che , in
rispondenza alla sua origine, significa « spettante ai sacerdoti, sacerdotale »
: * Proximis sacerdotalibus ludis productis in commissione pantomimis \ EpisL
VII 24, 6. E per ' ludi sacerdotales ' si debbono intendere quelli che davano i
sacerdoti al loro entrare in carica. 2 Qui è necessario avvertire che abbiamo
conservato tra i neologismi pliniani la voce ' sacerdotalis ', non ostante che
l'uso di tale aggettivo si sia notato 3 nella frase di Velleio Patercolo II
124, 4: 'Proxime a nobi i Caes. De b. e. Ili 31, 2.-Liv. IH 46, 7; XXX 8, 9; XXXVl 19, 9. Lvcret. De rer.
nat VI 803 e 1048. Vero. Bel. Ili 98. Val.
Flac. Argon. IV 341 (ma neir ed. aldina si legge 4 praeripiunt '). Stat. Theb.
Vili 328; etc. * Sveton. io Ùiu.AuQUSt. 44 parla di Mudi pontificale*;*. * la
fotti, nel Dizionario Georges-Calonghi, [Torino, 1896], col. 2396, si trova
notato il vocabolo ( sacerdotalis ' con l'autorità di Plinio e di Velleio
Patercolo. B lo stesso osservasi nelYAmf&hrL Handtoorterb. del Georges,
voi, 2.° [J880], col. 2183. _ so lissimis ac sacerd-otalibus uiris desti nari
praetoribus contigit ' (Halm) ; perciocché tanto nell'apografo di Bonifacio
Amerbach , (il solo che ci resti della storia romana di Velleio ; che, cohie è
noto , il codice Murbacensis , scoperto da Beato Renano verso il 1515, si è
perduto) , quanto nella ' editto princeps ' di Basilea, 1520, la lezione
accertata, è ' sacerdoti bus uiris ' : poi, per una congettura dello Scheffer
si sostituì a ' sacerdotibus' Y aggettivo ' sacerdotatibus \ Dopo Plinio, si
dilagò l'uso della voce ' sacerdotalis*, massimamente negli scritti
ecclesiastici : ne abbiamo eziandio una conferma in diverse iscrizioni, in
luoghi di Ammiano Marcellino e di Macrobio, ! in alcune costituzioni imperiali
raccolte nel Codice Teodosiano, 2 etc. B. Plinio ricorse ai temi dèi verbi '
haesito ' e ' monstro ' per formare i due nuovi aggettivi i haesitabundus ' e '
monstrabilis '. l.° ' Haesitabundus ' ha il significato del participio presente
' haesitans ', che vale « esitante, dubbioso, confuso » : ' Expalluit
notabiliter, quamuis palleat semper, et haesitabundus « interrogai^, non ut
tibi nocerem, sed ut Modesto » '. EpisL I 5, 13. 2.° L'altro aggettivo verbale
fc iiionstrabilis' è sinonimo di ' insignis, illustris % e significa « notevole,
cospicuo, illustre, insigne, chiaro » : 'Est enim probitate i Amm. Marcell.
Rer. gest. XXVlII 6, 10. Màcrob. Saturn. Ili 5,6. Vedi inoltre i lessici
Forcellitii-De Vit (toni. 5 [1871], pag. 288, col. 2 a
), Freund-Theil (toro. 3 [ 1865 ], pp. 143-144), Georges (voi. 2° [1880], col.
2183). * Cod. Tkeodos. XII 1, 145; XII 5, 2; XVI 10, 20
(Haenei). morum, ingenii elegantia, operum uarietate monstrabilis'. Epist. VI
21, 3. ' C. I nuovi aggettivi composti, che appariscono per la prima volta
negli scritti di Plinio, hanno la maggior parte per primo elemento componente
la particella negativa ' in- : due soli sono formati con la particella 4 per-
premessa, ed uno con la particella ' prò- \ a) È stato giustamente osservato
che nella latinità argentea, per amor di vivezza nei contrasti, si preferiva
formare l'antitesi di un aggettivo col premettere allo stesso la particella
negativa 'in-', invece di accompagnare all' aggettivo V avverbio ' non ' o di
ricorrere a eleganti circorìlocuzioni, come l'uso prescriveva neir età aurea
della prosa latina. Plinio non si allontanò dal gusto prevalente ai tempi suoi,
e, oltre all'accettare P uso di aggettivi in tal modo formati da scrittori suoi
contemporanei, egli stesso ne formò altri sette, premettendo la particella negativa,
'in-' a due aggettivi semplici ed a cinque aggettivi composti. aa) 1.°
L'aggetti vq ,299), * ob die sogenannten senteutiae Varronis Varronisches
enthalten ist ganz unsìcher*. * Cic. Tusc. diap. Ili 34, 81 ; De legib.h 11,
32. Vero. Georg. IV 94; Aen. IX 548.- Stat. Theb. IX, 109.-Tac. Agr.9; Ann. XII
14; Hiat. 1.» ' Incongruens ' significa « inconseguente, incongruente,
disconvenevole *. Plinio se ne valse nel seg. passo: ' Quibus sententi^
Caepionis placuit, sententiam Macri ut rigidam durjimque reprehendunt: quibus
Macri, illam alterarli dis^olutam atque etiam in congruente ni uocant \ Epkt.
IV 9, 19. l 2.° D3II0 stesso modo, per indicare ' qui non reueretur \ « chi ha
poca stima, i' irriverente » , il nostro autore premise la par(,ic3lla negativa
' in- ' al partieir pio presente del verho ' re-uereor ', e die origine al
neologismo * inreuerens', che si legge nel luogo se^ guente: ' Sum enim
deprecatus ne quis ut inreue^ r e n t e m operis arguepet, quod recitaturus \
Epist. VIH 21, 3. 2 Non nuoce alla nostra osservazione sul neologismo pliniano
' inreuerens ' il considerare che nel cod, M si trova la lezione ' ut
inreuerenti ', perchè la differenza del caso, importante senza dubbio per V
ordine sintattico della frase, non contrasta al valore lessicale della parola.
1 A. Gell. Noci. AH. XII 5, 5 continuò V uso dell' aggettivo * iucou^ruens ' ;
e Avhkl. Avgvst. De don, perseu. 22, 01 (M-~ gne, Patrolog. eurs., §gr, }, tom.
45, col. 1030; 1' accolse n$Ua forma del grado superlativo. Vedi per altri esempi
presentati da Lattanzio il Georges, Ausfùhrl. Handwòrterb., voi. 2° (1880) coi.
133. * Aleute tracce della continuazione dell* uso dell'agg. ' tnre-* uerens '
troviamo in Ael. Spartian. Carae. 2, 5 (secondo il Peter); e particolarmente in
Flou. Tertvll. De orai. 16; Ad nat. I 10; Aduers. Mare. II 14 (Migqe, Patrolog.
cura., ser. I, tom. 1 , col. 1173,575; tom. 2, col. 302). Vedi altri esempi nei
lassici ForcelUni-Da Vit (tom. 3 [1865], pag. 623, col. 2 J ), e George* (voi.
2' [1880], col. 381). Dàlia forma participiale ' ascensus \ premessa la
particella negativa ' in- ', si è formato ' inascensus ', che vale « non prima
salito, dove nessuno è salito », e perciò « inaccessibile ». Plinio se ne servì
per il primo nel Pan. 65, 3: 'Inascensum illum superbiae principum locum
terere\ Nel riferire il passo di Plinio abbiamo seguito la lezione presentata
dai codd. d, e; poiché la lezione ' inaccensum ' del cod. d non pare che possa
adattarsi, per contrasto di significato, alle seguenti. parole della frase
citata : ' illum superbiae principum locum \ Non contrasterebbe al concetto di
tutta la frase la congettura del Lipsius, per la quale si viene a sostituire al
neologismo ' inascensum ' la voce ' inaccessum ', usata da Virgilio e da altri
x ; ma sarebbe grave errore posporre la lezione genuina data da codici
autorevoli, la quale non contrasta col senso dell' intera frase, ad una
congettura, per quanto questa possa apparire più gradita all' interprete e sia
proposta da un filologo insigne. 4.° Nel seguente periodo del Pan. 4,7:' Iam
firmitas, iam proceritas corporis , iam honor capitis et dignitas oris, ad hoc
aetatis i n d e f 1 e x a matur itas nec sine quodam munere dèum festinatis
senectutis insignibus ad augendam maiestatem ornata caesaries, nonne longe
lateque principem ostentant ? ' presentasi l'aggettivo nuovo ' indeflexus ',
che risulta dall'unione della particella negativa ' in- ' con una forma
participiale del 1 Vero. Aen. VII 11 : Vili 195. Senec. Herc. '[furens] 606.Sil. Ital. Pun. Ili 516.
-Plin. sen. Nat. hist VI 28 (32), 144; XII 14(30), 52. Tac. Hist
IV 50; e altrove. Poi Macrob. Saturn. V 17, 7 ; etc. Sì verbo ' de-flecto \ E
però ' indeflexus ' significa « non piegato » ; e, riferendosi ad ' aetatis
maturi tas ', assume il significato di « non indebolito » , non mai di «
invariabile », come inesattamente qualcuno interpreta.? Il Beroaldus, forse per
evitare il neologismo, ha sostituito nel testo di Plinio a ' indeflexa '. la
voce ' inflexa ', senza avvertire che V uso ha determinato un valore non negativo
alla particella ' in- '• preposta al verbo ' flectere '. E, di fatto , Ivvbkal.
Sii i 1, & t Vlfiak in Din XXkVll 11, 4 Cfr. Porphyr. Hor.epist 1 20, IO,
citato dui Georges ne\Y Amfùhrl Handworterb., voi. 2° (18S0), col. 1212. * Vedi
Cic. De orai II 80, 325; Pro Cluent 21, 58; De legibtt* Il 7, 16; Epint ad Ali.
IV 16a, 2; XVI 6, 4; etc. che consideriamo, si spiega con la forma mediale del
verbo greco corrispondente. l 2.° Dal tema della voce ' uber ', passato par il
tramite di * ubertas ' o di * ubertus \ * Plinio formò il verbo l ubertare ',
avente il significato di « fecondare, fer* tìlizzare, rendere fecondo o
abbondante » : * * Et caelo quidem ftumquam benigni tas tanta, ut omnes si nini
ter-* ras u b e r t e t foaeatque \ Pan. 32 , 2. Tale è la lezione del cod. A ;
ì codd. d, o, d presentano la lezione i uberet % che sì adatta anche bene al
concetto che Fautore volle esprimere nel luogo citato del Panegi^ fico. Ma il
verbo * uberare ' non può èssere considerato come un neologismo introdotto da
Plinio , poiché Puso del Verbo 'uberar^' è stato accertato in Columella 4 ; ed
è noto cbe Columbia fu contemporaneo 1 L* uso del verbo ' prooemiari ' fu
accolto poi da Ivl. Victv Are rhet 15, (nella ed. Orelli delle opere di
Cicerone [1833], voi. 5, parte 1", pag. 244); da Apollin. Sidon. Epìst. ad
Ma* meri Claudian. (Migne, Patrolog. curs. t aer. I, tom. 53, còl 781). Vedi A.
Corradi op. cit., pag. 35, nota. « L'aggettilo 'ubertus' ha per sé l'autorità
di &.Oell. Noci. Att VI (VII) 14, 7. Non teniamo contò d*un passò di
Solfilo fcl, & ' solo pla&ò u b e r t o q u e ', presentato dal òod*
Aogetomom I, 4, 15, e dal feod. Sangallòns. 187, ma rifiutato dal Motnttisert
òhe sì avvale deli* autorità di altri codici : il óod. Parisin» 68 te presenta
invece : ' Pannonia solo planò uberiqufe '. • Riappare molto tardi il verbo *
ubertare ' in Evmén. Ornilo*. aetio Cbnstànlino Aug. Mauienèium nomine, 9: '
Agros diuturno ardore sitiòntes expetitus uotis imber u b e r t a t ' • (
Mìgae» Pdtrótog. extra. , sar. I, toni. 8, col. 649). * Colvm. De re rtist. V
9, 11. Vedi atìcbe Pallad. De re rud. X! fòatòber) 8, 3. 64 -~ di Seneca il
filosofo, è scrisse i suoi libri prima di Plinio il vecchio. * B. Di verbi
nuovi, composti con preposizioni, Plinio ne presenta soltanto quattro : ' indecere,
defreraere, interscribere, pertribuere '. Li considereremo successivamente come
sono stati enunciati, secondo P ordine della lettera iniziale del verbo
semplice. , -1.° Il verbo ' indecere _' significa « sconvenire* essere
disdicevole, star male ». Non pare che Plinio sia stato il primo ad usarlo,
tuttoché negli scritti di lui si osservi per la prima volta la forma verbale '
indecent \ In fatti, tanto la forma participiale ' indecens ', adoperata in
senso di aggettivo, quanto la forma avverbiale 6 indecenter ' si trovano negli
scritti dei contemporanei di Plinio. - Il passo pliniano che presenta il verbo
' indecere ' è il seg. ': ' Nam iuuenes confusa adhuc quaedam et quasi turbata
non indecent'. Epist. Ili 1, 2. * I cQdd. M e V danno nel passo citato la
lezione Mndicent', la quale non si adatta al concetto che informa 1
Thuffsl-Schwàbe, G. d. r. L. », a. 293, pag. 713, • Per la voce ' indecens ' v.
Vitrvv. De arch. VII 5; Patron. Sai. 128, 3; Qvintil.- Imi orai. XI 3, 158;
Martial. Epigr. II 11, 4; V 14, 7; XI 61, 13; Svlton. Diu. Claud. 30. Per Taw,
4 Indecenter' v. Qvintil. ìn$L orati 5, 64 ; Martial. Epigr. XII 22, 1 ; etc. ;
e per la forma superi. * indecentiesime ': Qvintil. Imst. orai. Vili 3, 45. Cfr
V Antibarb. del Krebs , y. 'indaoere'. * Osservasi il v rl>^ ' indecere *
nel seguente luogo di A, G 4 bll. Noci. AtL VI (VII) 12, 2. ( Feininisque solis
uestem longe late-. que diffu?am in dece re existimauervint ad ulnas cruraque
aduersus oculos protegenda ' (ed. Hertz: ma sbcondo la ' lectio Gronouiana ' é
da leggerti 4 decorarti * i a vece di ' indec^re '). 65 il periodo, e nemmeno
corrisponde al verbo della proposizione seguente ' conueniunt '. È necessità,
dunque, accogliere il neologismo ' indecent ' per non cadere in una dissonanza
sintattica e in una stortura del senso del periodo. 2.° Il seguente luogo di
Plinio, letto secondo il cod. M: ' Ego et modestius et constantius arbitratus
immanissimum reum non communi temporum inuidia, sed proprio crimine urgere ,
cum iam satis primus ille impetus defremuisset et languidior in dies ira ad
iustitiam redisset, .... mitto ad Anteiam ' etc. Epist IX 13, 4; ci ha dato
argomento di notare tra i neologismi pliniani il verbo composto ' de-fremere %
che vale « cessar di fremere »*. Ma la lezione ' deferuissèt \ presentata dal
cod. D e dalle edd. p f a, e P equivalente lezione ' deferbuisset ', data dalle
edd. prealdine del Laetus, del Beroaldus e del Catanaeus, non sono da
trascurarsi , poiché il verbo ' deferuescere ' ( ' déferuere '), che significa
« cessar di bollire, finir di fermentare », e, in senso traslato, « sbollire,
quietarsi, calmarsi », si adatta meglio ad esprimere quello sbollimento d' ira,
quella calma succeduta allo sdegno, che Plinio accenna in modo non dubbio con
le frasi : ' primus ille impetus', ' languidior in dies ira', ' ad iustitiam
redire', 2 i Ne vediamo continuato l'uso da Apollin. Sidon. Epp.l 5; IV 12; IX 9 (Migne, Patrolog.
eurs., ser. I, tom. 58, coli. 455,518, 623 ).
V. i lessici Freund-Theil (tom. 1° [1855], pag. 753) e Georges (voi. 1° [1879J,
col 1860). 2 Nel Dizionario Georges-Calonghi non è notato il verbo 20. >•**
Cfr. V 6, 21 e 6, 27. 2.° ' Cohors ', come termine tecnico militare:, valse a
significare la decima parte di una legione , oonteaente tre ' manipuli ' o sei
' centuriae ' ;, si: ebbe anche il significato di « schiere ausiliarie » : ma
in tutti e dite significati si riferì sempre ai soldati di fanteria- o pe* doni
(' pedites '). Plinio riferì anche ' cohors ' alla cavalleria (' equites '),
scrivendo: ' P. Accio Aquila, centurione e o h o r t i s sextae equestris'.
Epist. X 106 (107). Ma nell& risposta dell' imperatore TrAittno st? li l
Colvm. De re rust. X 362 ; XI 2, 30. renio (Epist X 107 (108): ' Libellum P.
Aedi Aquilae, centurionis sextae equestris) , la voce ' cohortis ' è evitata ,
come ben si osserva nella ed. A: per una congettura del Beroaldus si legge la
voce ' cohortis ' premessa alle parole ' sextae equestris ' nel testo della
cit. epistola di Traiano. Donde s' indusse Plinio ad associare il concetto di '
cohors ' con quello di ' equites ' ? Probabilmente non dall'essere in quella
sesta coorte commisti insieme cavalieri e pedoni , come suppone il Lagergren ,
riepilogando l'opinione del Forcellini l , (che militarmente ciò avrebbe
prodotto una dannosa confusione), ma dalla necessità di dare un termine adatto
ad una parte dell' i equitatus ' , ricorrendo , per somiglianza di ordinamento
militare, ai nomi delle divisioni della fanteria. Cicerone aveva, però, ben
chiaramente distinto 1' i equitatus' dalle 'cohortes'. 2 3.° ' Species ' nell'
uso della latinità aurea ebbe o il significato attivo di « vedere, guardare »,
o quello passivo, di « aspetto, apparenza, figura, imagine ». Plinio se ne
valse per significare « ipotesi, caso particolare », facendone un sinonimo di '
casus ' ; e con tale significato, trasmesso per tradizione, la voce ' species '
si conservò nel linguaggio dei giuristi. 3 Nei seguenti passi di Plinio abbiamo
la conferma del nuovo significato del sostantivo ' species ' : ' Nam haec
quoque species in 1 Lagergren, op. cit, pag. 74. Vedi il lessico ForcelliniDe
Vit, tona. 2° (1861), pag. 264, col. l. a * Cic. Pro M. Marcello 2, 7 ; EpisL
ad fam. XV 2, 7. 3 Vlfiàn. in Dig. cidit in cognitionem meam\ Epist. X 56 (64),
4. ' Mox ipso tractatu, ut fieri solet, diffundente se crimine plures s p e e i
e s inciderunt \ Epist. X 96 (97), 4. Per quale tramite sia venuta la
significazione di ' species ' adottata da Plinio, non può dirsi con certezza.
Tuttavia F essersi indicato da Cicerone e da Varrone 1 con la voce ' species '
anche le « specie di un genere » ci dà una probabile spiegazione; poiché,
essendo le specie come i casi particolari di un genere , si rendeva non
difficile il passaggio dalla significazione di « specie » a quella di « caso ».
4.° La locuzione particolare ' uenia sit dicto *, usata tra parentesi, la quale
corrisponde alF espressione italiana « sia permesso di dire, sia detto con
permesso, mi si permetta di dirlo », è dovuta a Plinio : ' Vsque adhuc certe
neminem ex iis quos eduxeram mecum (uenia sit dicto) ibi amisi. Epist V 6, 46.
Dal passo citato si presume che Plinio abbia fatto uso della locuzione * uenia
sit dicto ', per allontanare da sé r ira degli dei, che, secondo la credenza
popolare romana, F avrebbe colpito , se egli immodestamente si fosse vantato.
In un altro luogo per esprimere lo stesso concetto, in proposito di una
convalescente da grave malattia, Plinio scrisse la frase ' inpune dixisse
liceat' (Epist Vili 11, 2. 2 B. I nomi sostantivi di fonte verbale, che si
ebbero da Plinio un significato nuovo, sono un ' nomen i Cic. Top. 7, 30 ; De
ìnuent. I 27, 40. Varr. Rer. rust. Ili 3,3. s Lagergren, op. cit., pag. 75, 78
agenti» ' in rsor e quattro ' nomina actioois' in -Ho o l.° Il nome ' mensor ',
dal verbo i metiri *, si ebbe da prima da Orazio il significato di « misuratore
», in generale. 1 Poi Ovidio e Columella ne fecero un sinoniBM eli . '
deeempedator \ cioè « misuratore dei eampi, agrimensore ».* Plinio attribuì
alla voce ', ehe Quintiliano adoperò al singolare* col significato di «
annotazione^ nota » ; 4 ma Plinio, usandolo al plurale, attribuì ai vocabolo il
significato di « osservar ùonì scritte al margine di un libro > : ' Nuno a
te Mk brum urmmn cum adnotatioaibiis tuis expecto.' ìiptet; VK 30, & 3.° Il
sostantivo ' excursio ', considerato come temniiie 1 HoaAT. Carnkn l. 28, % Cfr
Mauxuiì, Epigr. X 17> & t Ovid. Metam. I 106. Col vm. V l. Cfr. per
'deeempedator* Cic. Philip. XIII 18,37. 3 V. in proposilo l'osservazione del
Gbsner, cit, da A. Corradi, pagi 3& * Qvintil. Imi. orai X 7, 31. tecnico
Al cose militari, valse ad indicare, fla dall' età aure^ cjell'idiopia Latino,
la sortita da una città ( f eruptio ') *, la scorreria (• discursio milHaris ')
2 e la soarawucci$ (' prima incursio militaris 'X 3 Plinio per il pripjo
attribuì al vocabolo il significato di qualsivoglia 4 qp#r$a, gita, scappata in
paese »: ' An, ut solebas, Uttaglione rei farai liaris otoeundaei crebris
excursiouibus a^acaris ? \ Epist. I 3, 2. Del resto , noa è estraneo fi tale
accezione della voce ' excprsio ' V uso cjke in pi» Jpogttf Plinio stessa fece
del verbo * excurrere \ dwde * excur^Q. \ per indicare de' viaggi intrapresi :
' Gnpa juiblicufp opus m,ea pecunia inchoaturus in Tuseos e,]fcuciirrUsera.'
Epist III 4,2. 'Destino eròe», si tamen offlcii ratio permiserit, excurrere
isto \ ffeist. JII 6, 6. ' Nunc uideor commodissime . po&K» in rem
praesentem excurrere.' Epist X 8 (24), 3* 4 4.° Nel periodo della latinità
aurea il nome ' ppaeeeptip ' significò « precetto , insegnamento * , e aocihe «
preconcetto, pregiudizio ». 5 Plinio attribuì a ' praeceptio ' il significato
di « prelevamento o prelevazione » di parte di un'eredità prima degli altri
coeredi: 'Saturninas autem, qui nos reltquit taeredes, quadrantem rei publicae
nostrae, deinde prò quadrante praeceptionem quadringentorum milium dedit'. Epist V 7,1. t Cabsl P* k a II 30, 1. « Cic. De
prou. cons. 2,4; Pro * Deiói 8, 2& Liv. XXX VII 143. 3 Usl
XXX 8, 4 ; 1 1, a XXX VII 18, 4. 4 II, giureconsulto Scovala conservò il
significato pliniano di 'e;xpursp/ u^Dig. XXXIII 1, L3, in fine. 5 Cip. Pari
orai. Con ciò Plinio si attenne più da vicino alla fonte della parola, che è il
verbo ' praecipere '=« prendere innanzi, prendere prima »; talché, invece di
dare un significato nuovo al nome ' praeceptio ', restituì allo stesso il
valore lessicale originario che, a poco a poco, si era modificato nell'uso: tanto
più che Plinio stesso usò il verbo ' praecipere ' nel significato di « ottenere
prima, percepire innanzi , prelevare da un' eredità » , come osservasi in
Epist, V 7, 1 ; X 75 (79), 2. Nella lingua dei giureconsulti romani la parola
in esame conservò sempre il significato anzidetto; e. si diede appunto la
qualità indicata dall' aggettivo ' praecipuus' a quella parte di eredità,
prelevata, che non entrava nella divisione dell' asse ereditario; 1 mentre *
praecipuum ' sostantivato aveva avuto presso Cicerone il significato di «
preminenza, eccellenza, vantaggio ».* 5.° ' Praesumptio ' non fu voce accolta
nella latinità aurea. 3 Plinio l' usò nel senso di « godimento prema 1
Vlpian.ìii Dig. XXXIII 4,2. Papinian. in Dig. XL 5,23, § 2; XXXI 75 e 76. Cfr.
Apollin. Sidon. Epist. VI 12 (Migne, Patrolog. cur8. % ser. I, tona. 58, col.
560-561). Del resto, tale uso può considerarsi come una conseguenza del
significato attribuito fin dai tempi antichi all' espressione ' pars praecipua
' o ' res praecipua'. Vedi Plavt. Rudens 188-189; Terent. Adelph. 258. * Cic.
De finibus II 33, 110: 'Homini.... praecipui a natura nihil datum e3se diceraus
? ' 8 Leggevasi in un luogo di Cicerone, De diuinat. II 53, 108 : 'Praesumptio
tamen.... non dabitur*. Ma in realtà i codd. Leidens. Voss. 84, Leidens. Voss.
86, Leidens. Heins. 118, Vin 189 dobon. 2Qjr danno concordemente ' praesensio
', invece di * praesumptio \ Il Pearcius vi sostituì, per mera congettura, la
voce 81 turo, uso prematuro », facendone quasi un sinonimo della voce ' praeceptio
\ Ma, nell' assegnare al nome ' praesumptio ' tale significato, Plinio si
allontanò dall' uso che ne fecero i suoi contemporanei. Quintiliano , in fatti,
P adoperò come termine di retorica, per indicare la figura ' prolepsis \ 1 D'
altro canto , Seneca 2 e poi Giustino ed altri 3 attribuirono alla voce '
praesumptio ' il significato di « speranza, fiducia , aspettazione , opinione
». Plinio, invece, conservò alla voce il significato più vicino all' etimologia
della stessa (' prae ' e 4 sumere '), cioè « uso o godimento anticipato » ,
equivalente perciò , come dicevamo sopra , a quello del nome ' praeceptio ', ma
non facilmente assimilabile , come suppone il Lagergren 4 , al significato
della voce ' anticipatio ', che per Cicerone vale « prenozione, prenotizia,
idea anticipata ». 5 La conferma del significato pliniano del sostantivo '
praesumptio ' è data dai seguenti luoghi : ' Rerum ' adsumptio' : lo seguirono
il Christ (nella 2. a ed. Orelliana, Turici, 1861; voi. 4, pag. 554), il Nobbo
(Lips., 1850, pag. 1162, col. 2. a ) ed altri. i Qvintil. Inai. orai. IX 2, 16
; 2, 18. 2 Senec. Episi. mor. XIX 8 (117), 6. Cfr. A. F. Rosengren , De elocut.
L. Annaei Seneeae commentano; Upsaliae, Wahlstròm (senza data della
pubblicazione, ma è, probabilmente, del 1849-1850), pag. 38. s Ivstin. Epit
hist Phil III 4, 3. Spartian. Hadr. 2, 9. Si valsero anche della voce *
praesumptio ', in significato simile, i giureconsulti Papin. in Dig. XLI 3, 44, § 4, e Vlpian. in Dig. XXIX 2, 30, §
4; XL 5, 24, § 8; XLIII 4, 3, § 3; etc. * Lagergren, op. cit., pag. 57. ' s
Cic. De nat deor. I 16, 43; 17, 44. Consoli II Neologismo Pliniano, 6
82 quas adsequi cupias praesumptio ìpsa iucunda est'. Epist. IV 15, 11. ' Ego
beatissimum esistitilo qui bonae mansuraeque famae praesumptioDe perfruitur
certusque posteritatis curii futura gloria uiuit '. Epist. IX 3, 1. Il
significato attribuito da Plinio al nome ' praesumptio ' si deve non al dotto
arbitrio dì autorevole scrittore, ma all' efficacia che Bull* accezione di ;
praesumptio ' esercitò, con molta probabilità, V uso che lo stesso Plinio fece
del verbo ' praesumere ', accostando al significato primitivo di « prendere
prima » anche i significati di « adempiere prima, porre prima, pregustare »,
che risultano dai segg. esempi: Epist. II 10, 6; III 1, 11; VI 10, 5; Vili, 11,
1; Pan. 79, 4. C. Quanto al significato dei grecismi ' cataracta , paedagogìum,
sipo ', Plinio presenta delle novità che ' ne presso gli scrittori dell' età
aurea, né presso i contemporanei di lui ci è dato osservare. I.° ' Cataracta '
o ' cataractes ' servì ad indicare, per antonomasia, le cascate o cateratte del
Nilo. ■ Livio se ne valse per denotare le « saracinesche » alle porte delle
fortezze. ! Plinio, invece, indica con ' cataracta ' o • cataractes ' la «
chiavica o cateratta » che è nei fiumi por reggere il corso dell'acqua: 'Si
nihil nobis loci i Vitrw. De arch. Vili >. Sknkc. Nat. quaest. IV 2, A.
I'lin. sBN.'jVflt hit!. V 9 (IO), 54 e 59. * Liv. XXVII 28, 10 e 11. Cfc Vboet.
Epit rei mil. IV 4. Lo slesso significato notasi in Plvtar. Anton. 76, 2 : cfr.
anche dello stesso Plutarco Aratus 26, 1. 83 natura praestaret, expeditum tamen erat
cataractis aquae cursum temperare. ' Epist X 61 (69), 4. l 2.° La latinità classica non si avvalse del grecismo 4 paedagogium ' 2 :
cominciò a servirsene la latinità argentea. Svetonio con la frase ' ingenuorum
paedagogia ' alluse alla sfrontata prostituzione e seduzione dei tempi di
Nerone, se pure nel testo svetoniano non si voglia preferire alla lezione '
paedagogia ' l'altra lezione 6 proagogia. 3 Seneca e Plinio il vecchio
indicarono con ' paedagogium ' , per metonimia , i fanciulli educati in un
istituto, ossia la scolaresca. 4 Ma Plinio il giovane restituì a ' paedagogium
' il significato di luogo o istituto dove erano educati i fanciulli destinati
ad impieghi o uffici superiori : ' Puer in paedagogio mixtus pluribus
dormiebat. ' Epist VII 27, 13. L' etimologia mista greco-latina della pretesa
voce ' paedagium ', la quale fu accolta dalla ed. p nel luogo cit. dell' epist.
pliniana, potrebbe solo tentarsi per ispie-, gare una parola nuova che dai
codici concordemente si attesti essere stata usata dal nostro autore, come, per
es., la voce ' cryptoporticus ' ; ma si deve sempre rifiutare, quando con essa
si voglia tentare V accettazione 1 Cfr. Rvtil. Nàmàt. Dered. suo I 481: ' Tum
cataractarum claustris excluditur aequor * (Baehrens, Poetae Latin, min. voi.
5°, pag. 21 : ma nel cod. Vindobon. 277 (387; si accoglie la grafia '
catharactarum '). * Vedi per il significato della voce greca considerata:
Demosth. Orai, de corona 258 (313, 10-12) ; Plvtar. Pomp. 6, 2. 3 Sveton. Nero
28. * Senec. Dial VII {De uita beata) 17, 2 ; Dial. IX (De tranquii animi) 1,
8; Epist mor. XX 6 (123), 7. Plin. sen. Nat hist XXXIII 12 (54), 152, 84 di una
parola che non è accolta dai codici né registrata nei lessici, ma soltanto
proposta come congettura d'interprete. Molto meno si può fare buon viso alla
congettura del Lipsins ', che, movendo dal presupposto che ' paedagogium '
dovesse riferirsi soltanto alla riunione degli alunni, non mai al luogo della
riunione, voleva sostituire la espressione ' puer e paedagogio ' alla lezione
data dai codici ' puer in paedagogio '. 3." Il grecismo ' sipo ', che vale
« corpo vuoto o cavo, sifone », penetrò nella lingua latina dopo 1' età di
Cicerone -; e se ne valsero gli scrittori dell'età argentea per indicare «
sifone , canale, pompa per alzar 1' acqua », oper termine di confronto a cosa
somigliante 1 Ivsti Lipsi Ad Annales C. Taciti liber tommentarius, Parisiis, N.
Buon, 1606; pag. 236, Ad librum XV Ann.: ' Vides ergo ubique paedagogia prò
coetu et quasi collegio puerorum. prò loco non accipiò, ne epud Plinium quidem
lib. VI] epist. « Puer io paedagogio mistus pluribus dormiebat ». rescriboque :
« Puer e paedagogio >. intellegit enim puerum paedagogianum'. » Si è preteso
riconoscere la parola 'siphone' iu un luigodi Lucilio, cit. da Cic, De
flnibusll 8, 23; ma lalezkmu é incerisi Il cod. Palat., ora Vatic. 1513,
presenta 'hirsizon'; l'altro cod Palat., ora Vatic. 1525, presenta 'hrysizou':
gli altri codd. , come il More)., 1" Erlang. 38, il Vratisl. IV F 180
danno ' hirsiphon". Nella 1" ed. dell' Orelli, del 18;8, si legge '
hir sìpliovo '; e quasi consimile lez. ' fir siphoue' si osserva in quella del
Medvig. L' Ernest! la trasformò a dirittura in ' si pitone ' ; ma 11 Bailer (2*
ed. Orellian», Turici, 1861, voi. 4', pag. 103} la, restimi alta Torma
'hirsizon', data dal 1° cod. sopra cit. del secolo XI. A noi parrebbe meglio
conservarsi la lez. del cod. Vatic. 1525, ' hrysizou ' p. ' hrysiazon ', part.
pres. del verb') greco rhysiàio, Torse 'rhysizo. Ma, in tanta incertezza, nulla
si può affermare che rispanda sicuramenle al vero. r 85 al sifone K Plinio se
ne servì , attribuendo alla parola il significato di « tromba da incendio », e
venne così a determinare in un caso particolare il significato generico di «
tromba per acqua » : i Alioqui nullus usquam in publico sipo, nulla hama,
nullum denique instrumentum ad incendia compescenda \ Epist. X 33 (42), 2. 2 Ma
è probabile (e, nell'incertezza della conclusione, ci siamo indotti a notare la
voce i sipo ' tra i neologismi di fonte pliniana) , che Plinio non sia stato il
primo a designare con ' sipo ' la tromba da incendio ; perocché il retore Musa,
citato da Seneca il retore 3 , con la frase 'caelo repluunt ', detta in
proposito dei sifoni, accenna al significato in generale di tromba che schizzi
l'acqua in modo che questa, ricadendo in forma di pioggia, sembri che ripiova
dal cielo. 4 Sez. II. Altre parti del discorso. A. In due soli aggettivi ci è
stato dato di osser 1 Senec. Nat. quaest. II 16. Colvm. De re rust. Ili 10; IX 14.-Plin. sen. Nat hist II 65 (66), 166; XXXII 10 (42;, 124. Ivvenal. Sai II 6, 310. *
Anche Ulpiano accenna a ' siphones ' per gli incendi in Big. XXXIII 7, 12, §
18. 3 Senec. rhet. Controuers. X praef., 9. 4 Nel Dizionario Georges-Calonghi,
v. * repluo ', col. 2341, e v. ' sipho ', col. 2500, si afferma ripetutamente,
ma non sappiamo renderci convinti del motivo, che da Seneca il retore si
attribuì alla voce ' sipho ' il significato di (1880), col. 2412, e riferita
contemporaneamente tanto al significato eine Spritze, quanto al significato
Feuerspritze. 86 vare che il significato attribuito ai medesimi da Plinio si
allontana dal significato che si ebbero nell'uso dell' età anteriore e in
quello dei contemporanei di Plinio stesso. Tali aggettivi sono : ' octogenarius
' e ' otiosus \ 1.° L' aggettivo ' octogenarius ' fu da Vitruvio e da Frontino
adoperato a significare una misura. ' Plinio se ne valse per indicare « vecchio
di ottanta anni, ottuagenario, ottogenario »: ' Femina splendide nata , nupta
praetorio uiro, exheredata ab octogenario patre \ Epist VI 33, 2. 2.° L'
aggettivo ' otiosus ', che significa propriamente « ozioso, inoperoso,
disoccupato », ed equivale a ' uacuus muneribus ', soleva essere riferito anche
a cose inanimate, p. es. a tempo, età 2 , discorso, 3 etc. A questo uso si
accostò Plinio, scrivendo: 'Per hos dies libentissime otium meum in litteris
conloco, quos alii otiosissimis occupationibus perdunt. ' Epist IX 6, 4. Ma
nessuno prima di Plinio aveva riferito V epiteto di ' otiosae ' alle somme di
danaro non date ad interesse, ' non occupatae ' : ' Pecuniae publicae, domine,
prouidentia tua et ministerio nostro et iam exactae sunt et exiguntur; quae
uereor ne otiosae iaceant. ' Epist. X 54 (62), 1. Anche il giureconsulto
Scevola applicò alla ' pecunia ' non data ad usura la qualità di ' otiosa \ 4 i
Vitrw. De areh. Vili 7 ('fistulae octogenariae';. Frontin. De aqu. urb. Rom. 58
: ' Fistola octogenaria diametri digitos X\ * Cic. Epist ad Q. fratr. Ili 8, 3
; De seneci 14, 49. 3 Qvintil. Inst. orai Vili 2, 19; I ), 35. * Scabvol. in
Dig. XXII 1, 13, § 1: « Pro pecunia otiosa usuras praestare debeat ' (Mommsen :
ma nel cod, Florent. dei Digesta è scritto ' pecunia uitiosa '). Come si è già
avvertito, Plinio fu parco d' innovazioni quanto ai verbi. Egli, in fatti,
attribuì significato non noto agli scrittori dell' età anteriore , né , a
quanto appare, accolto dai contemporanei, ai tre verbi * exseri bere, per
colere, prosecare ', conservandoli sempre in senso proprio. l.° La latinità
aurea presenta V uso di 'ex-scribere ' nel significato di « trascrivere,
copiare », ed anche nei significato di « notare, registrare, mettere per
iscritto ». 1 Plinio, invece, assegnò al verbo ' exseribere ' due signiAcati
nuovi, 1' uno proprio e 1' altro figurato , che non troviamo negli scritti dei
contemporanei di lui. Il significato proprio , di cui ora interessa
intrattenerci , (che, al suo tempo, tratteremo del verbo ' exseribere ' in
senso traslato) è: « dipingere, disegnare , rappresentare » : ' Herennius
Seuerus, uir doctissimus, magni aestimat in bibliotheca sua ponere imagines
municipum tuo rum petitque exseribendas pingendasque de legem '. Epist IV 28,
-1. Donde tale significato ? È noto che ' scribere ' ebbe anche il significato
di «e disegnare, dipingere ». 2 Plinio il vecchio, a determi^ nare meglio il
lavoro di copiatura di una pittura, si valse del verbo ' transcribere \ 3
Appare probabile quindi che Plinio il giovane, attenendosi allo stesso ordine
di concetti, meglio che della preposizione ' trans ' si sia servito della
preposizione ' ex ', che esprime con maggiore esattezza l'idea di « trarre
fuori, dedurre », e, pre l Cic. in Verr. aet. see. II 77, 189. Varr. Rer. rust. II 5, 18. * Cic.
Tu8c. dìsp. V 39, 113. Catvll. Carm. 37, 10. 3 Plin. sen. Nat. hist XXV 2 (4), 8: * Veruna ot indura falla* est colori bus...
multumqu 3 riamente significa « usatto, piccolo socco, calzare leggiero », che
si soleva portare dalle donne e dai damerini effeminati. Ma poiché il socco era
usato dagli attori comici per la rappresentazione della commedia, e quindi, per
figura metonimia, venne a significare la commedia, così Plinio che, adoperando
il linguaggio scenico , aveva chiamato una sua villa, presso al lago Lario, col
nome ' comoedia ', ne indicò il sito basso, rasente il lido del lago, col
diminutivo ' socculus \ Ecco il passo pliniano : ' Huius (lacus) in litore
plures uillae meae, sed duae maxime ut delectant ita exercent. altera inposita
saxis more Baiano lacum prospicit, altera aeque more Baiano lacum tangit,
itaque illam tragoediam, hanc appellare comoediam soleo ; illam, quod quasi
cothurnis , hanc , quod quasi s o e e u 1 i s sustinetur \ Epist IX 7, 2-3. La
lezione ' oculis ' che, invece di ' socculis ', è data dal cod. D e dalle edd.
p, a, non ci pare in alcun modo attendibile, prima di tutto perchè vien meno il
parallelismo che l'autore vuol mettere in evidenza tra la villa chiamata '
tragoedia ' e quella che porta il nome di 6 comoedia ' ; in secondo luogo,
perchè bisogna forzare il senso della frase per supporre omogeneità tra '
sustinetur cothurnis ' e ' sustinetur oculis \ Preferiamo, dunque, la lezione '
socculis ', che è presentata dal cod. IH e dalle edizioni prealdine. 97 10.?
Dicevasi propriamente ' sportula ', diminutivo di i sporta ', quel canestrino
di cibi, che si soleva dare dai patroni ai clienti, allorquando questi si
recavano da loro per salutarli. In senso traslato, Plinio se ne valse per indicare
quelle largizioni che per lo più da autori, di poco merito si solevano dare ai
' laudicene, per essere applauditi di continuo da questi durante la recitazione
dei loro lavori letterari : ' Sequuntur auditores actoribus similes, conducti
et redempti: manceps conuenitur: in media basilica tam palam sportulae . quam
in triclinio dantur. ' Epist II 14, 4. . Pare che Quintiliano si sia accostato
al concetto di Plinio con l'avvertire che è sconveniente per gli oratori '
inter moras laudationum ' il * respicere ad librarios suos,. ut sportulam
dictare uideantur. ' l E da avvertirsi inoltre che il nome ' sportula ' fu
anche usato, in senso traslato, dall' imperatore Claudio per indicare i « brevi
giochi dati al popolo I sostantivi di fonte verbale, innovati nel loro senso
traslato dal nostro autore , si possono ordinare così : a) ' nomina agentis '
formati col suffisso -tor ; b) ' nomina actionis ' col suffisso -tion ; e)
sostantivi formati da temi di verbi per il tramite del tema del participio
presente; d) sostantivi verbali aventi diverso suffisso. a) Non molto è da
dirsi dei quattro ' nomina agentis ': i Qvintil. InsL orai. XI 3, 131. «
Sveton. Diu. Claud. 21. Consoli li Neologismo puntano* 98 * * debitor,
frenator, gestator, reductor, ' che nei loro significati in traslato presentano
tracce d' innovazione. 1.° Il nome ' debitor' significò propriamente « chi deve
una somma di danaro ad un suo creditore ». l Accolto in traslato, indicò « chi
è obbligato , chi è tenuto a qualche cosa », la quale veniva espressamente enunciata,
per es. * uitae , animae , uoti, etc. ' 2 Plinio accolse tale significato del
nome ' debitor *, considerato in traslato, ma vi apportò la novità di
adoperarlo assolutamente , cioè senza indicazione della cosa* per cui si
restava obbligato : ' Cuius generis quae prima occasio tibi, conferas in eum
rogo; habebis me, habebis ipsum gratissimum debitorem. ' Epist. Ili 2, 6. 2.°
La voce ' frenator ' appare per la prima volta nella latinità argentea, e
riferita sempre a cose materiali, per es. il giavellotto, 3 il cavallo. 4
Plinio lo riferì,, per traslato, ad argomenti morali : ' Contemptor ambitiónis
et infìnitae potestatis domitor et frenator animus ipsa uetustate florescit. '
Pan. 55, 9. 3.° Quanto al nome ' gestator ', che significa « portatore per
guadagno, facchino », ed è perciò sinonimo di ' baiulus ' p ' baiolus ', voce
usata da Cicerone 5 , Plinio lo riferì a un delfino che portava sul dorso i
figli : * Incredibile, tam uerum tamen quam priora, delphinum gestatorem
collusoremque puerorum in i Cic. De off. II 22, 78. Senec. De bene/. VI 19, 5.
Modestia in Dig. L 16, 108. 2 Ovid. Ex Pon. IV 1, 2; Triti. I 5, 10. Martin
Epigr. IX 42, 8. 3 Val. Flac. Argon. VI 162. 4 Stat. Theb. I 27.. 5 Cic. De
orai. II 10, 40 ; Parad. IL-, 2, 23. 99 terram quoque extrahi solitum
harenisque siccatum, ubi incaluisset, in mare reuolui. ' Epist. IX 33, 8. 4.°
Il nome ' reductor ', considerato in senso proprio, significa « riconduttore,
chi riconduce » : e in tale skgniflcato T usò Livio. 1 Ma Plinio adoperò '
reductor '• nel senso traslato di « restauratore » : ' (Titinius Capito) colit
studia, studiosos amat fouet prouehit, multorum qui aliqua conponunt portus
sirius gremium , omnium exemplum, ipsarum denique litterarum iam senesceiitium
reductor ac reformator. ' Epist. Vili 12, 1. 6) I. quattro ' nomina actionis '
: ' descensio , dispensalo , egestio , nutatio ', formati da temi verbali ,
presentano le seguenti innovazioni nel loro uso traslato. l.° ' Descensio '
indica propriamente « discesa, l'azione del discendere ». 2 Plinio ne preferì V
uso metonimico per indicare i luoghi stessi nei quali si discende per mezzo di
gradinir 'Frigidariae cellae conectitur media, cui sol benignissime praesto
est; caldariae magis : pròminet enim. in hac tres descensio nes, duae in sole,
tertia a sole longius, à luce non longius. * Epist V 6, 26. Talché, come bene
avverte il Gierig , le ' deseensiones ' erano non le scale, ma ' lacus, in quos
per gradua descendebatur. ' 3 i Liv. II 33, il. « Cic. De flnibus V 24, 70: '
Quem Tiberina descensio, festo ilio die, tanto gaudio ad feci t, quanto L.
Paullum, cum regem Perseo captum adduceret, eodem flumine inuectio?' (Citiamo
il passo di Cic. secondo il ood. Palat. (Vatic) 1525 e la ed. Cratandrina del
1528; che, invece di 'descensio', si legge ' dissensio ' nel cod. Morelian., e
' decursio ' nella prima ediz. dell' Orelli, 1828). 8 Giehig, op. cit., tom.
1°, pag. 409, col. l. a . 100 Che Plinio sia stato veramente il primo ad
introdurre nella lingua letteraria tale uso metonimico della voce ' descensio
', c'induce a dubitare l'avvertenza del Nàgelsbach 1 , che soventi volte ad
alcuni casi mancanti nella flessione dei nomi verbali in -us si suppliva coi
corrispondenti casi dei nomi verbali in -io. Or , tanto in Irzio 2 quanto in
Virgilio 3 , trovasi usato 'descensus' in senso metonimico di « via che
discende » : e se, come nota opportunamente il Lagergren 4 , ai casi non usati
della flessione di * descensus ' si dovette supplire coi corrispondenti casi
della flessione di ' descensio ' , questo nome non poteva non avere il valore
metonimico di ' descensus ' ; e quindi è assai probabile, sebbene non si abbia
alcuna prova diretta in conferma, che il significato metonimico attribuito a
'descensio' sia anteriore all' età di Plinio. 2.° In dipendenza dal significato
fondamentale proprio del verbo ' dispensare ', che vale « pesare esattamente,
dividere o distribuire proporzionatamente », il sostantivo verbale *
dispensatio ' si riferì a cose materiali, indicandone la distribuzione
economica o l'amministra-zione o il maneggio, per es; ' dispensatio aerarii 5 ,
annonae '* etc. Plinio riferì la voce ' dispensatio % in senso traslato, anche
a cose morali, scrivendo all'imperatore Traiano : * Iulius... Largus ex Ponto nondunr mihi uisus ac ne audi.tus
quidem.... dispensationem i Naegelsbach, Lateinische Stilistik
3 , pag. 151 eg. « Hirt. De b. Gal. Vili 40, 4. 3 Vbrg. Aen. VI 126. 4 Lagergren, op. cit., pag. 56. 5 Cic. In
Vatin. 15, 36. « Liv. X 11,9. Cfr. IV 12, 10. 10Ì quandam ' mihi erga te pietatis suae ministeriuniqùó mandauH. '
Epist. X 75 (79), 1. È probabile .che la via per giungere al significato
pliniano della voce 4 dispensatio ' sia stata aperta dall' uso, accolto da
Cicerone e poi da Livio , Seneca ed altri, del verbo 4 dispensare n riferito ad
argomenti immateriali. l 3.° 4 Egestio ', sostantivo nato dal verbo 4 egerere
'=» « portare fuori, condurre via », è voce che apparisce per la prima volta
nella latinità argentea, col significato proprio di « trasporto », ed anche,
particolarmente, di « egestione, evacuazione ».* Plinio, riferendolo per
traslato ad 4 opes publicae', ne fece un sinonimo di 4 effusfo ' di danaro,
voce già usata da Cicerone. 3 Il passo di Plinio è il seguente : ' Hoc tunc
uotum senatus , hoc praecipuum gaudium populi, haec liberalitatis materia
gratissima, si Pallantis facultates adiuuare publicarum opum egestione
contingeret. ' Epist. Vili 6, 7. 4.° Il verbo 'nutare' fu gradito ai poeti
dell'età augustea : a Cicerone nemmeno dispiacque farne uso nel senso traslato
di « vacillare nel giudizio, essere incerto » 4 . Ciò non ostante, il
sostantivo verbale 4 nutatio ' non pare che sia stato accolto dalla latinità .
aurea. I contemporanei di Plinio V usarono in senso proprio di « barcollamento,
vacillamento ». 5 Plinio, invece, Tado i Cic. De orai. I 3i, 142.-Liv. XXVII
50, 10; XXXVIII 47, 3. Sbnec. Dial. VI (Ad Mare, de eonsol) 11, 1 * Sveton. Diu. Claud.O. s Cic. Pro Rose. Am. 46, 134. 4
Cic. De nat. deor. I 43, 120,-Cfr. Tac. Hist. II 98; III 40; IV 52. 5 Srnkg Nat
quaest. VI2, 6, Qvintil. ln*t. orai. però in senso figurato,
riferendolo a ' res publica ', per indicare «decadenza, rovina dello Stato»:
'Cogi porro non poteras nisi periculo patriae et nutatione rei pùblicae. ' Pan.
5, 6. La nostra osservazione si poggia sulla premessa che, nel passo citato, la
lezione ' nutatione ',' presentata dal Cuspinian. e dal cod. Liuineii, sia da
preferirsi alla lezione * mutatione ', che è data concordemente dai codd. A }
6, o 9 d. • e) I due sostantivi verbali formati per il tramite del tema del participio
presente sono 'audentia' e 'instantia'. 1.° Il nome ' audentia ' non fu accolto
dalla latinità aurea. Nella latinità d' argento se ne fece uso per si'
gnificare « arditezza, coraggio », in dipendenza dal significato del verbo '
audere ', da cui proveniva. ' Ma Plinio trasferì: il significato di 'audentia'
all'uso delle parole, per indicare « ardimento -, audàcia nel dire »" :
'Si datur Homero et mollia uoeabulà et Graeca ad leuitatem uersus contrahere,
extendere, inflectere, cur tibi similis audentia, praesertim non delicata sed
necessaria, non detur ? ' Epist. Vili 4, 4. : 2.° Il sostantivo ' iftstantia ',
conformemente al verbo ' instare ', da cui prende origine, significò «
imminenza immediata ». 2 Plinio attribuì ài vocabolo, che adoperò in traslato,
due significati : a) « veemenza del discorso »•* ' Habet quidem oratio et
historia multa communia , sed plura diuersa in his ipsis quae communia uiden 1
Tac. Ann. XV 53; Germ. 31 e 34. Cfr. 'audentior' nei Deal de oratoribus, 14
(Halm ; ' ardentior * per il Bàhrens) e in Qvintil. Inst. orai. XII 10, 23. *
Cig. De fato 12, 27. 103 # tur haec uel maxime ui amaritudine instanti e, illa
tractu et suauitate atque etiam dùlcedine placet/ Epist V 8, 9-10. b)
«diligenza, studio assiduo»: ' Quid est enim quod non aut illae occupationes
inpedire aut haec instantia non possit efflcere ? ' Epist. IH 5, 18. Per il
primo dei due significati predetti Quintiliano si era. già avvalso
dell'avverbio ' instanter V d) Resta a parlare dei tre sostantivi verbali: '
iadtwcatus, motus, retinaculum \ l.° La voce i aduocatus ' nei tempi della
Repubblica romana designò V uomo perito nella conoscènza del diritto, che
veniva chiamato a dare i suoi coitigli in tòtano ad una questione giuridica da
trattarsi dinanzi ai magistrati, e sosteneva poi co' suoi suggerimenti e fcftft
la presenza una delle parti litiganti dinanzi ai wi&gl 1 strati stessi. 2
Neil' età imperiale * adiiocatufc ' tìivéhitè sinonimo di ' patronus causae ',
cioè « difensore o pà* trocinatore; causidico, che assiste e conduce il
pi*oc&&ò *. E di questo secondo significato di ' aduocatus ' Plinio^ al
pari de' suoi contemporanei 3 , ci presenta àlquahtl esempi. 4 Ma Plinio stesso
attribuì anche alla voce ' aduocatus ' un significato in traslato , riferendola
non & 1 QtfitffriL. tnsì. orai. IX 4, 126: ' Vbicunque acriter erit, i
nstànter, pugnaciter dicendunT (Bonnell;. « Cig. Pro Sul. 29, 81 ; Pro CluenL
40, 110; De orai il 74, 301 ; De off. I 10, 32; Epist. ad fam. VII 14, 1 ; etc.
'Aduocatus ' per « aiuto » in genere, v. Pro Caectaa 9, 20. 3 Qvintil. Inst.
orai. XII 1, 13. Sveton. Dia. Claud. 15 e 33. Diàl. de oratoribus, 1. * Epist.
cause ò liti o questioni giuridiche, ma alla ' abstinentia ' : ' Id uero
deerat, ut cum Pallante auctoritate publica ageretur , Pallas rogaretur ut
senatui cederet, ut illi superbissimae abstinentiae Caesar ipse aduocatus
esset. ' Epist. Vili 6, 9. Quanto abbiamo osservato sul significato pliniano
della voce ' aduocatus ', considerata in traslato , non sarebbe accettabile, se
nel luogo citato, invece di ' Caesar ipse aduocatus esset', si leggesse, come
si suòle comunemente: ' Caesar ipse patronus aduocaretur'. Così appunto è
presentata la lezione dall' ed. a, con la ripetizione del pronome ' ipse ' dopo
' patronus ': ' Caesar ipse patronus ipse aduocaretur '. 2.° Dalla radice del
verbo ' mouere ' col. suffisso -tu- si formò il nome ben noto ' motus ', che in
traslato, óltre ali! indicare « il moto dèi sensi e 1' attività o energia dello
spirito, la commozione dell'animo, la passione », servì a significare « i
motivi, le cause, i moventi » di un dato divisamente. Plinio fu il primo ad
adoperare la voce ' motus ' in tale significato: 'Audisti consilii mei motus'.
Epist. Ili 4, 9. 3.° Il sostantivo i retinaculum ', non discostandosi dal
significato proprio del verbo ' reti nere ', da cui deriva, servì ad indicare
qualunque oggetto potesse servire a trattenere o a tener fermo; perciò, secondo
i casi particolari , significò « cavezza \ gomena o fune 2 , briglia o redina 3
, vimini pieghevoli per legare le viti 4 », etc. Plinio per il primo attribuì
un significato figurato alla i Horat, Sai I 5, 18. 2 Ovid. Metam. XIV 547; XV 696. 8 Vbrg. Georg.
I 513. i Vbrg. Georg. I 265. 105 voce '
retinaculum ', per indicare « i legami o vincoli morali della vita » : ' Adfuit
tamen deus uoto, cuius ille compos , ut iam securus liberque moriturus, multa
illa uitae, sed minora r e t i n a e u 1 a abrupit.' Epist I 12, 8. Nella stessa
epistola , § 4 /egli chiamò questi ' uitae retinacula', in modo più diretto , *
preda uiuendi,' come li aveva detto, prima di lui, Plinio il vecchio ! ; ed al
§ 3, li disse * uiuendi causae '. C. I grecismi nei quali, considerati in senso
traslato, si nota l'innovazione pliniana sono due: ' cratér * e ' xenium '. 1.°
' Crater ', « grande coppa, cratere, vaso da mescere », è un grecismo accolto
nella lingua latina e latinizzato nella forma ' cratera*'. Passò al senso
traslato per P uso particolare che ne fecero i poeti, per significare «
voragine vulcanica V vaso per Polio » 3 , e anche una costellazione 4 , ete. Ma
Plinio fu il primo, e forse il solo, ad usare il grecismo ' crater ' nel senso
traslato di « conca o bacino d' acqua » : ' Fonticulus in hoc, in fonte
crater'. Epist V 6, 23. 2.° ' Xenium ' rappresentava, secondo l'etimo greco 5 ,
il dono ospitale, fatto, cioè, agli ospiti o ai commen 1 Plin. sen. Nat hist.
XXII 6 (7), 14: 'Addidere uiuendi pretia deliciae Juxusque * (Mayhofl). Tacito
indica i ' uitae retinacula ' come 'pretia nasceadi' (Germ. 31; ma in più
codici si legge * noscendi '). * Lvcrbt. De ter, nau VI 701. Ovid. Metam. V
424. Cfr. Plin. sen. Nat hist. II 106 (110), 237; III 8 (14), 88. » Verg. Aen.
VI 225. Cfr. Martial. Epigr. XII 32, 12. 4 Ovid. Fast li 244. Cfr. Cic. De nat
deor. II 44, 114 {Arati phaenom. 219). 5 Vedi Svidàs Lexic. Graee. et Lai,
vol2°, col. 1032 (Bernhardy). Ì06 sali. E in tale significato, oltre gli esempi
di Vitruvio, Marziale ed altri ', abbiamo l'esempio di Plinio stesso: ' Summo
die abeuntibus nobis, tam diligens in Caesare humanitas, xenia sunt missa'.
Epist. VI 31, 14. Ma Plinio assegnò inoltre al grecismo * xenia ' il
significato triaslato di « dóni fatti a certe persone per ottenere da loro
qualche favore », ed in particolare i doni che si facevano agli avvocati o
causidici per patrocinare con maggiore impegno le cause: ' Quam me iuuat quod
in causis agendis non modo pactione dono munere ùerum etiam x e n i i s semper
abstinui ! ' Epist V 13 (14), 8. E, dopo P esempio di Plinio, si ampliò àncora
di più il significato della voce ' xenium ', indicandosi con essa i doni che si
offrivano dai provinciali ai proconsoli o ad altre autorità 2 . Sbz. ii. -^
Aggettati. Li distingueremo in aggettivi derivati da fonte nominale ed
aggettivi formati con temi verbali. A. «-* 1.° L' aggettivo ' enodis ', formato
dalla preposizione.' e' e dal tema del sostantivo 'nodus'» nel significato
proprio vale « liscio , senza nodi ». In tale accezione 1' usò appunto Virgilio
, che lo riferì quale attributo alla voce ' truncus \ 8 Plinio l'adoperò in
senso traslato, riferendolo ad alcune poesie per indicarne la scorrevolezza e
la facilità : ' Recitabat.. f erudit&m sane 1 Vitrvv. De afòh. VI 9.
Martial. Epigr. XIII 3, ì-2 e 5-6. * Vlpiàì*. iti Dig. I 16, 6, § 3. i 'V'fcRG.
Georg. Il 78 : ' Rursum e n o d e s trunci resecantur ' (Ribbeck). Cfr. Plin.
sen, Nat hM, V 1, 14. ìot I luculentamque materiam. scripta elegia* erat
fluentibus et teneris et e n o d i b u s , sublimibus etiam, ut poposcit locus.
' Epist Hamatus ' derivato da ' hamus ', in senso proprio significò «fornito
d'amo»; e Cicerone l'usò in tale significato. l L' accezione in traslato dell'
aggettivo * hamatus', per indicare cose che , insidiose come l'amo , si mettono
in opera per ottenere vantaggi maggiori, si deve a Plinio, che lo riferì a '
munera ' con -P intendimento d' indicare quei doni che si fanno col fine
sottinteso di ricavarne maggiori remunerazioni : i Hos ego uiscatis hamatisque
muneribus non sua promere puto, sed aliena corripere '. Epist. IX 30, 2. Plinio
dovette certamente venire all' uso traslatò di ' hamatus ', indottovi dal
significato attribuito in traslato al nome 4 hamus ' da scrittori a lui
anteriori e da scrittori contemporanei. 2 3.° ' Inamoenus ' appartiene a quella
serie di aggettivi sì graditi alla latinità argentea, formati col premettere all'
aggettivo la particella negativa i in- ' : significa P opposto di ' amoenus ',
e perciò « spiacevole, sgraziato, disameno ». Ovidio se ne valse per indicare
PAverno. 3 Plinio ne fece, per traslata, un attributo di certi lavori letterari
« senza attrattiva, spiacevoli, inameni »: ' Oratiunculam unam alteram
retractaui. quàhiquam id genus operis inamabile, inamoenum magisque laboribus
ruris quam uoluptatibus simile '. Epist IX 10, 3. - . l Cic. Acad. priòr. II 38 121. * Huràt. Sai. II 5,
25. Martial. Epigr. V 18, 7; VI 63, 5. Vedi anche Plin.
Pan. 43, 5. 3 Ovid. Metam. X 15. Cfr. Stat. Sii II 2, 3*3, Ì08 4.° L' aggettivo
' peracerbus ' vale lo. stesso di * acerbus ' con un rafforzamento indicato
dalla particella preposta ' per'; significa perciò, in senso proprio, « molto
aspro , molto acerbo » , come disse appunto Cicerone dell' uva immatura. ]
Plinio adoperò in traslato V ag. gettivo ' peracerbus ' per significare un che
di « doloroso , assai spiacevole » : '• Mihi quidem illud etiam peracerbum
fuit, quod sunt alter alteri quid pararent indicati. ' Epist VI 5, 6. 5.°
L'aggettivo ' saxeus ' propriamente significa « sasseo, di pietra ». Plinio
attribuì a ' saxeus ' il significato di « insensibile », duro come di pietra,
che non sente impressione di alcuna cosa bella : ' Ego Isaeum non disertissimum
tantum uerum etiarn beatissimum iudico. quem tu nisi cognoscere concupiscis,
saxeus ferreusque es .' Epist II 3, 7. Ma in ciò egli si avvicinò all'
espressione di Ovidio : ' Mater ad auditas stupuit ceu s a x e a voces ' 2 ;
nella quale l'epiteto ' saxea ' vale attonita per la meraviglia dolorosa, come
se fosse divenuta di sasso. Forse, nel l'attribuire alla voce 'saxeus', in
senso figurato, il significato anzidetto, Plinio ebbe presente la frase che si
legge nel v. 258 del Prometti, uinctus di Eschilo. B. 1° e 2.° Tra gli
aggettivi di fonte verbale, che si ebbero da Plinio un nuovo significato in
traslàto, si annoverano 'adductus' e ' circumscriptus ': entrambi dotati della
forma del comparativo. ' Adductus \ che propriamente significa « angusto , 1
Cic. De senect. 15, 53. * Ovid. Metom stretto », si ebbe in traslato vari
significati , uno dei quali riferito in forma comparativa da Plinio air
oratore, vale « più serrato, più breve nelF espressione »• Similmente ' circumscriptus
', che in senso proprio significa « circoscritto » , in senso traslato fu da
Cicerone riferito alla frase, ali" ambitus uerborum M , mentre da Plinio
fu riferito, anche in forma comparativa, all' oratore stesso per indicare la
qualità della concisione, che fregia il discorso di lui. Eccone la conferma: '
In contionibus idem qui in orationibus est, pressior tamen et.circumscriptior
et adductior'. Epist I 16, 4. 3.° Il significato proprio di ' incustoditus ' è
« non custodito, senza guardie ». La latinità argentea attribuì a '
incustoditus ' due significati in traslato, uno considerato in passivo, ed è
dovuto a Tacito ; P altro considerato in attivo,' ed è stato per la prima volta
determinato da Plinio. Nel primo significato vale « inosservato », 2 o pure «
non contegnoso, non celato » 3 . Nel traslato attivo, secondo l'accezione
pliniana, * incustoditus ' significa « improvvido, incauto, imprevidente, senza
precauzione » : ' Tuitus sum Iulium Bassum ut i ncustoditum nimis et incautum
ita minime malum \ 4 Epist. VI 29, 10. 4.° Dal significato proprio che
all'aggettivo ' inductus ' proveniva dalla sua qualità originaria di participio
per 1 Cic. OraL 12, 38; cfr. 61, 204. * Tao. Ann. II 12; XV 55. 3 Tac. Ann. XII
4. * In proposito il Gierig, op. cit., tom. 2, pag. 91, col. 2% aggiunge il*
commento: ' Puer enim, qui non custoditur, noglegens, remissus nimis esse solet
' . no fetta del verbo ' inducere ', Plinio, lo volse in traslato, e lo
attribuì a ' sermo ' per indicare un linguaggio straniero : ' Inuidéo Graecis,
quod illorum lingua seribere maluisti. neque enim coniectura eget, quid sermone
patrio exprimere possis, cum hoc insiticio et i n d u ct o tam praeclara opera
perfeceris \ Epist IV 3, 5, 6 Totam uillam oculis tuis subicere conamur , si
nihil inductum et quasi deuium loquimur.' Epist V 6, 44. Cfr. Epist. Ili 18,
10. Nulla osta ad ammettere che Plinio si sia permesso di attribuire a '
inductus ', in senso traslato, il significato anzidetto, per aver tenuto
presente che già Cicerone si era servito ad un fine consimile del verbo *
inducereV 5.° Nel luogo testé citato della Epist. IV 3, 5, si osserva eziandio
che Plinio per il primo adoperò in senso traslato l'aggettivo ' insiticius ' ,
derivato dal verbo i inserere ', a fin di significare il linguaggio importato
dal di fuori, in antitesi alla lingua materna. La voce ' insiticius ' nel
significato proprio di ,« innestato » era già stata accolta nella lingua
letteraria, molto tempo prima di Plinio. 2 Sez. III. Verbi. I verbi ai quali,
considerati in traslato, Plinio attribuì un significato nuovo, sono , eccetto
uno, tutti composti ; e la ragione ne è manifesta, perchè nell'ampliare le
funzioni del traslato ha molta efficacia la particella che forma il primo
elemento della composizione. i Cic. Philip. XIII 19, 43. * Ne sia d'es. Varr.
Rer. rasi. II 8, 1. Vedi in prcfposito la osservazione del.GESNER, riportala da
A. Corradi, pag. 33. r Ili A. Esamineremo da prima i verbi composti che
provengono da un tema semplice originariamente verbale , e poi i verbi composti
nel cui tema si contiene un tema nominale. a) I vèrbi composti della prima
serie saranno trattati secondo l'ordine alfabetico della lettera iniziale del
tema verbale semplice. l. Q 11 verbo ' in-arescere ', come P incoativo
'arescere ', originariamente ' arere ', ebbe il significato proprio di «
disseccarsi, inaridire » : e, oltre non pochi scrittori fioriti al tempo della
latinità argentea, ne dà la conferma lo stesso Plinio : ' Buxus, qua parte
defendltur tectis, abunde uiret; aperto caelo apertoque uento et quamquam
longinqua aspergine maris inarescit'. Epist. II 17, 14. Ma Plinio attribuì
anche al verbo ' inarescere ' il significato di « finire », riferito a oose
immateriali : 'Sed quod cessat ex reditu frugalitate suppletur/ex qua uelut
fonte liberalitas nostra decurrit : quae tamen ita temperanda est, ne nimia
profusione inarescat. ' Epist. II 4, 3-4. La sola ed. p presenta, invece di '
inarescat', la pa^rola * marcescat ', che pare un' emendazione fatta dall'
editore per fare rieritrareF espressione di Plinio nelP uso traslato del verbo
' marcescere ', che Livio e 0vidio riferirono alle voci ' desidia, otium V 2.°
Il significato proprio del. verbo ' per-domare ', che vale « soggiogare, domare
», si riferì costantemente ad esseri animati, come per es. ' uiri, 2 gentes,* canes, 4 l Liv. XXVIII 35, 2.
Ovid. Ex Pon. II 9, 61. * Tibvl. II 1, 72.
8 Vell.' Paterc. Hist Rom. II 95, 2. Cfr. Liv. XL 41, 2. 4 Tibvl. I 2, 52. m « serpentes, tauri, l età; ovvero a regioni
designate invece dei popoli che le abitano, per es. il ' Latium ', 2 la '
Britannia ', 3 una regione in generale. * Plinio applicò in traslato il verbo '
perdoniate ' al suolo che si coltiva : ' Tantis glaebis tenacissimum solum,
cura primum pròsecatur, adsurgit , ut nono deraum sulco perdomet u r. ' Epist V
6, 10. Gli scrittori contemporanei avevano agevolato a Plinio la via per venire
all'uso traslato del verbo ' perdonare', poiché lo avevano riferito, in
generale, a cose inanimate. Così in Seneca si osserva la frase ' perdomare
farinam ', che significa « dimenare la farina con l'acqua e farne una pasta » 5
; e in Stazio, la frase 'perdomita Ceres ' 6 . Ma a Virgilio fu più gradita
l'espressione figurata ' imperare aruis ' 7 per riferirla a chi ' exercet
frequens tellurem '. 3.° Il significato proprio del verbo ' con-fodere ' fu «
trapassare , trafiggere , ferire ». Plinio 1' adoperò in traslato per indicare
quel segno fatto con una linea trasversale sulle parole d'uno scritto, che
dovevano essere cancellate o emendate 8 : ' Expecto ut quaedarn ex hac
epistula, ut illud « gubernacula gemunt » et « dis ma i Ovid. Heroid. 12, 163-164. « Liv. Vili 13, 8. 3 Tac.
Hist. I 2. 4 Liv. XXVIII 12, 12. Martial. Epigr. IX 43, 8. 5 Senec. Episi. mor.
XIV 2 (90;, 23. Stat. Theb. I 524 7 Vbrg. Georg. I 99. 8 Vedi in proposito di tale segno le *Notae XXIquae uersibus apponi
consuerunt * (cod. Paris., 7530), ripubblicate dal Keil nella collezione dei
Grammatici Latini, voi. VII,
pagg. 533-536. 113 ris proximus », isdem notis quibus ea de quibus scribo
confodias. ' Epist IX 26, 13. La differenza tra V accezione
pliniana del verbo ' confodere ', considerato in senso traslato, e il
significato che allo stesso verbo attribuì, anche in traslato, Tito Livio, sta
in ciò che questi lo riferi ad argomento morale o giuridico, 1 mentre Plinio lo
applicò ad indicare l'azione materiale del segnare i luoghi da emendare d'uno
scritto. 2 4.° Da una composizione multipla risultò il verbo ' recom-ponere ',
il cui significato proprio è « racconciare, mettere in ordine ». 3 Plinio indicò
con ' recomponere * il concetto di « placare, calmare, acchetare , rappattumare
» : ' Quo magis quosdam e numero nostro inprobaui, qui modo ad Celsum modo ad
Nepotem, prout hic uel ille diceret, cupiditate audiendi cursitabant, et nunc
quasi stimularent et accenderent, nunc quasi reconciliarent ac recomponerent,
frequentius singulis , ambobus interdum propitium Caesarem.... precabantur. '
Epist VI 5, 5. È uopo avvertire che la lezione ' recomponerent % nel passo
citato, è data' in modo approssimativo dal cod. flf, e che presenta la parola
scritta in guisa incerta: ' re omponerent\ Invece il cod. D e le edizioni p, a
danno la lezione ' reconciliarent componerentque ' : la quale , se venisse
accettata, renderebbe inutile la nostra osservazione, poiché il verbo '
componere ' nel senso traslato di « acchetare, pacificare, riconciliare » era
stato già usato, prima di Plinio , nelle frasi : ' componere bel * Liv. V il, 12. « Cfr. Cic. Epist adfam. IX 10, 1.
Horat. Epist. II ,3, 446-447. 3 Ovid. Amor. I
7, 68. Consoli Il Neologismo puntano 8 - 114 lum, 1 componere controuersias,*
componere lites, 1 componere seditiones ', 4 etc. 5.° Il verbo ' ad-radere ',
nel suo significato proprio di « radere , accorciare , mozzare » , si rapporta
alla barba, ai capelli e anche ai rami degli alberi. Plinio lo accolse in
traslato per significare il concetto di 103 » 44 » 16 » 75 » 120 > 102 una
ijuaiu si nana, uei u abactus^ Pan. 20, 4. acor 3 : VII 3, 5. actiuncula t : IX
15, 2. adductus 3 : I 16, 4. adnotatio 2 : VII 20, 2. adnotator x : Pan. 49, 6.
adradere 3 : II 12, 1. adsistere aduocatus aposphragisma ,: X 74 Q6Ì. 3.
baptisterium t : II 17, 11; V 6, 25. bellatorius buie! IH defremere ,: IX 13,
4. » 99 descensio 3 : V 6, 26. » 116 destringere 3 : Pan. 37, 2 (cfr. Ili 5,
14). > 45 dianome,:X 1 16(1 17),2. » 100 dispensatio 3 : X 75 (79), I. 73
districte , : IX 21, 4. 11 duurauiratus,: IV 22, 1. ecclesiali 10 (111),1.
egestio 3 : Vili 6, 7. eiecta { : II 17, 11. electa t : III 5, 17. enodis 3 : V
17,2. eranus t : X 92 (93). excursio 2 : I 3, 2. exscribere 2 : IV 28, 1.
exsoribere 3 : V 16, 9. exsecare 3 : II 12, 3. exultantius t : III 18, 10. Pag.
98 frenator 3 : Pan. gestator à » 55 » 109 » 64 52 haesitabundus t :1 5, 13. 15
haesitator^V 10(11), %. J07 hamatus ? : IX 30, 2. 40 heliocammus^II 17,20. 38
hetaeria , : X 34 (43), 1; 96 (97), 7. 68 historice t : II 5, 5. idyllium , :
IV 14, 9. inamoenus 3 : IX 10, 3. inarescere^; li 4, 4. inascensus ,: Pan.
65,3. incongruensj: IV 9, 19. incustoditus 3 :VI 29 f 10. indecere t : II J 1, 2.
Pag. 56 » 25 » 109 Pag. » » Pag. » » 53 58 55 71 110 102 66 54 119 40 61 91
indeflexus ,: Pan. 4, 7. indignatiuncula x : VI 17, 1. inductus 3 : III* 18,
10; IV 3, 5; V 6, 44. ingloriosi^: 1X26, 4. inperspicuus,: 1 20, 17.
inreuerens,: Vili 21,3* inreuerenter^ il 14,2; VI 13, 2. insitici us 3 : IV 3,
5. instantia interscribere,:VII 9, 5. inturbàtus { : Pan. 64, 2. inumbrare 3 :
Pan. 19,1, iselasticum , : X 118 (119), 1; 119 (120). iselasticus,:X 118(119)
1-2; 119 (120), iuba 3 : V 8, 10. 89 Latine , : VII 4, 9. 92 latitudo 3 : I Ì0,
5. 13 laudiceni t : II 14, 5. 120 lectkare 3 :VII 17, 4. 38 lyrica , : III 1, 7
; VII 17, 3; IX 22, 2. 36 Jvristes , : I 15, 2; IX 17, 3; 36, 4; 40, 2. 78
mensor 2 : X I7B , 5; 18 (29), 3. 41 mesochorus t : II 14, 6. 28 mettila , : V
6, 35. 41 muniambij: VI 21,452 monstrabihs,: VI 21, 3. 68 mortifere t : III 16,
3. 104 motus . : III 4, 9. 9? muscufus % : V 8, 10. 181 Pag. 93 numeri 3 : III-
4, 5. » 101 nutatiog : Pan. octogenarius 9 :Vl 33,2. 27 offendiculuir^:IXll,l.
61 opisthographus L : III 5 17. 47 orarius , : X 15 (26) ; 17A (28), 2. 86
otiosus g: X 54 (62), 1. 83 paedagogium-, :VII 2.7, 13. 108 peracerbus 3 : VI
5, 6. 88 percolere 2 : V 6, 41. 58 pereopiosus ,: IX 31, 1. 59 perdecorus^ III
9, 28. Ili perdomare 3 : V 6, 10. 119 perseuerare 3 :VI20,19. 94 pertica , :
Vili 2, 8. 66 pertribuere t : X 86B (18), 2. 36 phantasma »:VII 27, 1. 34
poematium , : IV 14 , 9; 27, 1. 79 praeceptio 2 : V 7, 1. 49 praecursorius.:IV
13,2. 21 praelusio f : VI 13, 6. 116 praesternere 3 : V8, 14; Pan. 31, 1. 80
praesumptio 2 1 IV 15, 11; IX 3, 1. 46 procoeton 4 : II 17, 10; 17, 23. 59
prominulus 4 : V 6, 15. 62 prooemiari t : II 3, 3. 88 prosecare 2 : V 6 , 10.
42 protopraxia l : X 108 (109), 1. 121 proxirae.,: I 10, 11; IV 29 1' V 7 4. 69
puellariter,: Vili 10,1. recomponere 3 : VI 5, 5. » 99 reductor s : Vili 12, 1.
71 redundanter ,: 120, 21. 118 reformare a : Pan. 53, 1. 18 reformator 1 :VHI
12, 1. 22 renutus t : I 7, 2. 117 resultare.* : VIII 4, 3; Pan. 73, 1. 104
retinaculum^: I 12, 8. » Pag. 51 » 122 Pag. 108 69 19 11 94 9 84 27 96 10 76 95
97 119 14 sacerdotalis ,:VII 24,6. salubriter 3 : I 24, 4; VI 30, 3. saxeus 3 :
II 3, 7. scurriliter ,: IV 25, 3. seruatio.rX 120(121),1. sesquihora t : IV 9,
9. singultus 3 : IV 30, 6. sinisteritas x : VI 17, 3; IX 5, 2. sipo 2 : X 33
(42), 2. sipunculus t : V 6, 23; 6, 36. socculus 3 : IX 7, 3. social itas t :
IX 30, 3; Pan. 49, 4. species o : X 56 (64), 4; 96 (97), 4. spoliarìum 3 : Pan.
36, 1. sportula 3 : II 14, 4. subsignare 3 : III 1, 12; X 4 (3), 4.
subterraneum 4 :IV 11,9. 63 ubertare , : Pan. 32, 2. 77 ueria , : V 6, 46; Vili
unctorium xenium zotheca zothecula Epist. Epist. Epist. Epist. Epist. ^»s& Epist. Epist. J^rtst Epist. Panegyr. L'AUTORE DEL LIBRO DE ONRAR BISI (ERMANOKYA RICERCHE CRITICHE Libero
docente di letteratura e lingua latina nella R. Università di Catania DERE
ROMA. Ermanno LoescHER & Co (Bretsehneider e Regenberg) Librai di S. M. la
Regina d’Italia Catania, via Maddem MII Tipografia editrice BARBACALLO &
SCUDERI, in Catania. Pad «TI AG -YC16 A RoBERTO DI CARCACI MIO ALUNNO NEGLI
ANNI 1889 = 1894 Nel presente libro si compendiano i risultamenti di un lavoro
paziente di ricerche, durato per più anni. Le conclusioni, alle quali siamo
pervenuti, sembreranno a taluni molto ardite ; e, forse, non tutti coloro che
degneranno il libro di una lettura attenta, stimeranno che si debbano fare a
tali conclusioni « accoglienze oneste e liete ». Ma chiunque esamini il nostro
libro con animo alieno da preconcetti, non potrà, pur dissentendo dalle conclusioni,
disconoscere che le nostre indagini critiche sono state sempre obiettive e
senza il disegno di far prevalere, ad ogni costo e in qualunque, modo, una tesi
prestabilita. Delle osservazioni che ci saranno fatte, terremo il debito conto,
ringraziando fin d’ ora i lettori benevoli. È opportuno, inoltre, avvertire
che, quanto al testo di Tacito, abbiamo seguito l’ ediz. curata dal Halm ; e
per la nat. Rist. di Plinio, l’ ediz. Jan-Mayhoff. Quanto al testo della Germ.,
abbiamo preferito attenerci alla recente ediz. di Ioannes Mueller (Wien u. Prag
, F. Tempsky ; Leipzig, G. Freytag: 1900, ed. II maior). Citando di Tacito un
intero capitolo o più parti d uno stesso capitolo, si è omesso di indicare il
num. del rigo accanto al num. d’ ordine del capitolo. Degli autori che sono
citati nel corso del libro , abbiamo conservato i testi tali quali si
presentano nelle edd. consultate, senza variarne menomamente la grafia,
ancorchè questa apparisca, talvolta, inesatta. TTI DT NR gi TÀ + + GND è +
CHIND è + GHIND è + HD + è qu» 00: LL tt rit ‘rl eee e asi _ > _ «= ++ «mm è
Malatano li sen a cut NA limiter sociali leva st E rc Dell’aureo libretto de
origine et situ Germanorum 1, che indicheremo, come altri han fatto prima, con
l’abbreviatura Germ., non trovasi fatta menzione nell’ antichità, sia perchè
non se n’ebbe notizia dagli scrittori 1 Il tit. de origine et situ Germanorum è
indicato per la prima volta dal Panormita, in una lettera dell’ aprile 1426
diretta al Guarini di Verona (vedi cod. Marciano XIV 221 f 95; cod. Classense
419, 8 f. 3: cit. dal SABBADINI, notizie storico-critiche di alcuni codici
latini, in Studi italiani di filol. class. VII pp. 122-125), ed è confermato
dai codd. Vatic. 1862 e Vatic. 1518. In una nota di Pier Candido Decembrio
(cod. Ambros. R 88 sup. £. 112: vedi SABBADINI, il ms. hersfeldese delle opere
minori di Tac., in Rio. di filol. e d' istruz. class. XXIX 262) leggesi il tit.
de orig. et situ Germaniae, ripetuto dal cod. Neapol. Il cod. Leidens. dà: de
origine situ moribus ac populis Germanorum : cf. WoELFFLIN, sum Titel der
Germania des Tac., in Rhein. Mus. N. F. XLVIII 2, 312. CoNsoLI : L’ autore
della Germania, 1 sad le cui opere sono pervenute sino a noi; sia perchè,
sebbene ne avessero avuto notizia, essi credettero di mettere il libretto in
non cale; sia anche perchè quanto potè essere scritto intorno allo stesso, non
si conservò intatto dall’ azione del tempo. Quale di queste tre ipotesi
risponda al vero o a questo più si avvicini, nello stato presente delle nostre
cognizioni sull’ antichità classica, non può con certezza affermarsi. Nemmeno
un cenno sull’autore della Germ. è pervenuto sino a noi; e tutto quello che ci
è dato sapere in proposito si può soltanto dedurre dal contenuto della Germ.
stessa 1. Nessun dubbio, però, si può avere sulla romanità del1’ autore, il
quale, in tutto quanto scrive sui Germani, mostra che ha costantemente
l’attenzione volta alle condizioni morali, politiche e militari di Roma, che
talora gli son causa di vive inquietudini. Ma degli scrittori romani che
trattarono delle relazioni, in pace e in guerra, dei Romani coi Germani, dopo
quello che ne aveva scritto il ‘ summus auctorum diuus Iulius ?, ® ce ne sono
parecchi, nel primo secolo dell’ impero. * Tito Livio a 4 Qualcuno, spingendo
all’ estremo le conseguenze del silenzio degli antichi sul nome dell’a. della
Germ., è giunto a negare l'autenticità del libro: vedi quel che scrive in
proposito A. GeFFRoy, Rome et les barbares, étude sur la Germanie de Tacite,
Paris 1874, pp. 55-56. 2? Germ. 28, ì. 3 Vedi W. ScHLEUSNER, quae ratio inter
Taciti Germaniam ac ceteros primi saeculi libros Latinos,in quibus Germani
tangantur, intercedere uideatur. Acc. loci quidam Amm. Marcellini. 1886. A.
LUECKENBACH, de Germaniae quae uocatur Taciteae fontibus. Marb. 1891. A. GUDEMAN, the sources of the
Germania of Tacitus, in Transactions and proceedings of the American
philological association, 1909, vol. XXXI, pp.
93-111. aa veva già trattato dei Germani nel corso delle sue storie, scrivendo
delle imprese di Giulio Cesare! e delle spedizioni di Druso. ? Dello stesso
argomento si era certamente dovuto intrattenere l’imperatore Ottaviano Augusto,
tanto nelle sue memorie, * quanto nell’elogio che egli scrisse per il
figliastro Druso 4; e, dopo Ottaviano, anche Vipsanio Agrippa nella sua
autobiografia *; Giulio Marato, liberto e biografo di Augusto $; e forse
Cremuzio Cordo ne’ suoi libri de rebus Augusti ?: chè notevoli furono, durante
l’ impero augusteo, i conflitti tra Romani e Germani. Di poi Velleio Patercolo,
menzionata la disfatta di Varo, promise intrattenersi dei Germani. * Non
potevasi escludere un cenno della poli l Vedi il principio dell’epit. del 1.
CIV : ‘ prima pars libri situm Germaniae moresque continet ’. ? Epitomae dei
Il. CKXXVII, CXXXVIII, CXXXIX e CXL. 8 Sveron. Aug. 85; Claud. 1. Cf. G.
BERNHARDY, Grundriss d. r L.5 $ 46,261. TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L. 5 $ 220,
3,468. 4 Vedi l’ epit. ll CXL di Livio. Sveron. Claud. 1. Cass. Dion. r. Rom.
LV 2, 2. 5 Intorno all'autobiografia di Agrippa vedi la menzione che ne fa
Serv. comm. in Verg. georg. II
162,235, vol. 3°, fasc. 1°, rec. Th. 6 SveToN. Aug. 79. 7 Vedi SEN. dial. VI 1, 3; 22,4; 26,1 e 5. Tac. ann. IV 34 e 35. Cass. Dion. r. Rom. LVII
24, 1-4. Sveron. Tib. 61; Calig. 16. Neli’ ed. Bonnell di QvinTIL. X 1,04, vol.
2°,163 non si fa menzione di Cremuzio Cordo; e dove alcuni pretendono leggere ‘
nec immerito Cremutii libertas '’, lo Zumpt coi migliori codd. legge: ‘nec
immerito remitti ( cod. Bamb ‘ rem uti ’ ) lib., dix. uel noc. * 8 VeLL.
PaTERC. A. R. II 119 ‘“ordinem atrocissimae calamitatis , qua nulla post Crassi
in Parthis damnum in externis gentibus grauior Romanis fuit, iustis uoluminibus
ut alii, ita n 0 s conabimur exponere: nune summa deflenda est’ (Halm). di tica
romana, quanto alle relazioni coi Germani, nelle autobiografie degli imperatori
Tiberio ! e Claudio * ; e di proposito si dovette trattare delle lotte, sì
varie e persistenti , contro i Germani negli scritti di Cornelio Lentulo
Getulico, che fu a capo delle legioni della Germania superiore 3, e nei
commentarii di Cn. Domizio Corbulone , che fu anche’ a capo degli eserciti
romani in Germania e mosse guerra contro i ‘Chauci?. ' Nè può presumersi che le
importanti vicende delle armi romane nella Germania siano state lasciate senza
alcuna menzione nelle Ristoriae di Cornelio Bocco, Servilio Noniano, Cluvio
Rufo *, Fabio Rustico e di altri istoriografi, ai quali pare che si debbano
riferire le affermazioni generiche ‘ memorant , ‘ quidam opinantur ’, ‘ adhuc
extare ’, che si notano nel cap. 3° della Germ. Storicamente è accertato che
trattarono dei Germani e delle guerre germaniche Aufidio Basso e ©. Plinio
Secondo. Il lavoro di Aufidio Basso aveva per titolo belli germanici
libri", e probabilmente formava parte 1 Sveron. Tib. 61; Dom. 20. 2 Sen.
lud. de m. Claud. 5, 4. PLIN. n. Ah. XII 17 (39), 78 Sveron. Claud. Al. 8 Cass.
Dion. r. Rom. LIX 22, 5: cf. SveToNn. Galb. 6. Ma il Jahn (Pers.CXLII) ammette
che Lentulo Getulico non abbia scritto propriamente una storia, sibbene un
carme sulle spedizioni contro i Germani ed i Britanni. 4 Tac. ann. XI 18 e 20.
5 Il GIORDANI, studi sopra Tac., crede che si accenni a Cluvio Rufo nel celebre
elogio di QvintIL. i. 0. X 1, 104 ‘superest adhue et exornat aetatis nostrae gloriam uir
saeculorum memoria dignus’, cet. Vedi opere di
P.G., pubblic. da A. Gussalli, vol. 12°, pag. 215; Milano, Sanvito, 1857, 6
QUvINTIL. i. 0. X ], 103. Vea d’un altro lavoro storico più ampio, scritto da
lui stesso !. Plinio Secondo narrò in libri trentuno @ fine Aufidii Bassi la
storia de’ suoi tempi, in continuazione di quella scritta da A. Basso ?, e
perciò vi dovette includere la trattazione delle relazioni dell’ impero coi
Germani: dovette in particolar modo trattare di tali relazioni nei due libri de
vita Pomponii Secundi, il quale fu legato in Germania sotto Claudio, e, per la
vittoria sui ‘Chatti’ devastatori; si ebbe lo onore del trionfo. Plinio scrisse
inoltre venti libri bellorum Germaniàe! o Germanicorum bellorum î, nei quali
trattò (ripetiamo le parole del nipote di lui, Plinio il giovane) ‘omnia quae
cum Germanis gessimus bella”.6 La storia pliniana delle guerre germaniche si
conservò in Germania sino al sec. XVII; poi sparve e non se n° ebbe più
notizia: ma non si è perduta la speranza che il prezioso ms. si possa
ritrovare, ? 1 TEUFFEL - ScHWABE, G. d.
r. L.5 S 277, 2,664. CL R. NicoLa1, G. d. r. L. Magdeb. .1881, n. 107,616, ? PLIN.n. h,, praef. 20. PLIN. epist. III 5, 6: vedi
anche V_ 8,5, 3 PLIN. epist. II
5, 3. Tac. ann. XII 27 e 28, 4 PLIN. epist. III 5,4. 5 Tac. ann. I 69,6. SyYMMACH. epist. IV 18 ad Protadium, 152: ‘ enitar, si fors uotum
iuuet, etiam Plinii Secundi Germanica bella conquirere”. 6 PLIN. epist. III 5,
4. La frase di Plinio il giovane è ripetuta da Suetònio :' ‘bella’ omnia, quae
unquam cum Germanis gesta sunt, XX uoluminibus comprehendit’: v. C. SveTon.
TRANO. deperditorum librorum reliquiae, ed. Roth, 1882, 300. i © H. F.
Massmann; Germ. des C. Corn. Tac., Quedlinburg u. Leipzig 1847,179, noja 6,
riferisce un passo dei monumenta ME Sicchè non sarebbe fuor di luogo il
supporre che quanto si contiene nel libretto de origine et situ Germanorum
avesse potuto, per intiero o in parte, in una forma identica a quella con cui è
pervenuto sino a noi o alla stessa somigliante, costituire, come
un’introduzione geo-etnografica o in altro modo, parte integrante dei lavori
storici sulla Germania di Aufidio Basso o di Plinio Secondo; e particolarmente
di quest’ ultimo che, oltre al continuare l’opera di Basso, trattò più
ampiamente e, con migliore e più esatta conoscenza dei fonti e dei fatti il
tema delle guerre germaniche. Se non che ad ammettere ciò pare che contrastino
alcuni luoghi notevoli del testo della Germ., poichè in essi, secondo quel che
comunemente affermasi, si menzionano fatti posteriori alla morte di Plinio Secondo
(a. 79 d. Cr.). Infatti, nelle parole ‘ac rursus inde pulsi ( sc. Germani)
proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt” (Germ. 37, 26) si vuol
vedere un’allusione al trionfo di Domiziano sui ‘Chatti?, a. 83 d. Cr.! Si
pretende riconoscere nelle parole del cap. 42, 9 della Germ. ‘raro armis
nostris, saepius pecunia iuuantur ’ (sc. Marcomani et Quadi), l’usanza invalsa
sotto Domi Paderbornensia del FuEeRsTENBERG: ‘Plinii XX uwolumina de bellis
Germanis... quae Conr. Gesnerus Augustae Vindelicorum, alii Tremoniae in
Westphalia apud Casparum Swarzium patricium Tremoniensem exstitisse
tradiderunt’. La nota del Massmann è ripetuta dal Geffroy, op. cit.,85, n. 3. 1
Sveron. Dom. 6 ‘de Catthis Dacisque post uaria proelia duplicem triumphum
egit’. Cf. Dom. 13, in fine. Le monete in cui si dà a Domiziano il tit. di
‘Germanicus’ sono del principio dell'a. 84. Vedi EcKkHEL VI 378; 397: e
MommsEN-DE RuGGIERO, le prov. rom. da Ces. a Dioclez., Roma, 1887; cap. IV,
139, e nota 1* nella stessa pag. 7 ziano di dar danaro ai capi dei barbari per
tenerseli: ubbidienti e dar loro i mezzi di accrescere il numero dei partigiani
dei Romani. ! Si scorge nel cap. 45 della Germ. un accenno intorno alle notizie
sulle. regioni nordiche, pervenute a Roma dopo la spedizione di Giulio Agricola
?. Osservasi inoltre che l’annessione dei campi decumati, indicata nel cap. 29,
19 Germ. con le parole ‘mox limite acto promotisque praesidiis sinus imperii et
pars prouinciae habentur (sc. agri decumates)’, si compì al tempo di Domiziano
o di Traiano, 3 Si fa menzione nel cap. 33 Germ. dello sterminio dei ‘
Bructeri/, che vuolsi avvenuto verso l’ a. 100 d. Cr. Infine si. adduce come
prova evidentissima che la Germ.. fu scritta e pubblicata verso la fine del
secolo I d. Cr., il computo degli anni presentato nel cap. 37, 6 per, indicare
la durata della lotta coi Germani: ‘sescentesimum et quadragesimum annum urbs
nostra agebat, cum primum Cimbrorum audita sunt arma...... ex quo si ad alterum
imperatoris Traiani consulatum computemus, ducenti ferme et decem anni
colliguntur *. Consideriamo l’ uno dopo l’altro i ll. citati.. I. Germ. 37, 23
‘ mox ingentes Gai Caesaris minae in ludibrium uersae. inde otium, donec
occasione discordiae nostrae et ciuilium armorum expugnatis legio 1 Cass. Dion.
r. Rom. LXVII 7, 3-4 (Xiphil.). 2 Tac. Agr. cc. 10, 12 e 33 in fine. 3 Così
affermasi nei comm. alla Germ: di I. F. K. Dilthey (Braunschweig 1823,187 sg.),
di Th, Kiessling (Lps. 1832, 119 sg.). di U. Zernial (Berl. 1890,60), di A.
Pais (Torino 1890,49), di G. Marina (Romania e Germania ovvero il mondo
germanico secondo le relazioni di Tac., Trieste 1892, 97), etc. RR era num
hibernis etiam Gallias adfectauere; ac rursus inde pulsi proximis temporibus
triumphati magis quam uicti sunt’. Nella lotta, dunque, contro i Germani, il
passo cit. ci rappresenta successivamente i sgg. fatti : a) la spedizione poco
seria di Caligola; d) la sospensione di qualsiasi spedizione militare sotto
Claudio e Nerone; c) l'insurrezione dei ‘ Bataui ” guidati da Giulio Civile, la
quale si estese anche alle Gallie ; d) un trionfo di nessuna importanza, sui
barbari. Tale trionfo non può essere altro che soltanto quello di cui menò
vanto Domiziano sui ‘ Chatti ’ ? A noi pare, invece, che l’ autore abbia voluto
riferirsi ai vantaggi, di poca efficacia e poco duraturi, riportati dalle armi
di Vespasiano sui ‘‘Bataui’ e sugli alleati di questi. Se, in vero, l’autore
avesse voluto riferirsi al trionfo di Domiziano, non avrebbe certamente
tralasciato di menomarne, in un modo qualsiasi, 1’ importanza, come appunto si
legge nel de uita et moribus Iulii Agricolae * e in altri scritti che
menzionano o fanno allusione alla vantata vittoria di Domiziano. * Si aggiunga
che l’ autore, avendo mal animo contro Domiziano ; se per Caligola disse poco
prima, notando il ridicolo delle imprese di lui contro 1 Tac. Agr. 39, 3 scrive
di Domiziano: ‘inerat conscientia derisui fuisse nuper falsum e Germania
triumphum, emptis per commercia, quorum habituset crines in captiuorum speciem
formarentur. ’ ? PLIN. pan. 16, 3 ‘accipiet ergo aliquando Capitolium non
mimicos currus nec falsae simulacra uictoriae, sed imperatorem ueram ac solidam
gloriam reportantem ’ e. q. s. Cass. Dion. r. Rom. LXVII 4, 1. Oros. hist. adu.
pag. VII 10, 3 e 4. Loda, invece, MARTIAL, ep.IX 6; e FRONTIN. sfrat. I 1, 8;
3, 10. II 3, 23; 11, 7. IV 3, 14 (ed. Gundermann) mostra di non dubitare
menomamente dell’ importanza della spedizione di Domiziano, i. Gas i Germani :
‘ ingenies Gai Caesaris minae in ludibrium uersae ’, ! avrebbe scritto parole
più gravi contro Domiziano , ove avesse voluto DIADIESI alla iattanza di EI
imperatore. D’ altro canto, la frase ‘ proximis temporibus triumphati magis
quam wicti sunt" non può riferirsi all’ onore trionfale concesso, nell’a.
50 «dd. Cr., a Pomponio Secondo che aveva sottomesso i ‘ Chatti ’ e liberato,
dopo lunghi anni di cattività, alcuni dei soldati -di Varo, caduti prigionieri
nella battaglia di Teutoburg ?; poichè l’ insurrezione dei ‘ Bataui ’, dilatata
nelle Gallie, alla quale si accenna con le parole ‘ expugnatis legionum
hibernis etiam Gallias adfectauere ’, * è posteriore di circa venti anni alla
vittoria di Pomponio Secondo. E però le parole citate del testo della Germ. ‘
proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt’, non possono che riferirsi
al tempo in cui Vespasiano riusciva a sedare l’ insurrezione batavica; e,
sebbene intorno a ciò non sia dato d’ avere dirette notizie da Tacito, perchè
le historiae di lui restano interrotte nel lib. V 26, appunto quando lo storico
insigne si accingeva a trattare della fine dell’insurrezione di Civile,e della
vittoria riportata dalla politica di Vespasiano sulle sedizioni germaniche,
pure il trionfo di Vespasiano sui ‘ Bataui? e i loro alleati germanici è
indicato chiaramente dalle parole ‘ uidimus sub diuo Vespasiano Velaedam diu
apud plerosque numinis loco habitam ? (Germ. 8, 8). 1 Lo stesso apprezzamento
notasi in Tac. Agr. 13,11. rist. IV 15, 9. Cf. A. RIESE,der Feldzug des
Caligula an der Rhein, in Neue Heidelberger Jahrbicher, vol. VI, fasc. 2. i 2
Tac. ann. XII 28. 3 Vedi anche Tac. hist. IV 17 e V 26. 40 Veleda, vergine
fatidica di nazione bructera, ebbe, come è noto, una parte principalissima,
insieme col suo popolo e con altri popoli germanici, nel movimento
insurrezionale sollevato da Civile. ! Essa fu, dunque, veduta a Roma, non
pregiata nè tenuta in onore da Vespasiano, come fu poi onorata da Domiziano la
vergine Ganna, che a lei succedette nell’ arte del vaticinio ?, ma prigioniera
*, probabilmente incatenata presso al carro trionfale del vincitore. 4 Un’altra
ragione c’induce ad ammettere che nel passo considerato della Germ, si tratti
del trionfo di Vespasiano, verso l’a. 70 d. Cr, e non di quello arrogatosi,
insieme col titolo di Germanico >, da Domiziano. I popoli che presero parte all’
insurrezione di Civile furono, anzi tutto , i ‘ Bataui”, ai quali si unirono i
‘ Canninefates’, i ‘ Frisii”, i ‘ Bructeri”, i ‘ Tencteri”, etc.0 Essi
prevalsero da prima, mentre Roma era dilaniata dalle guerre civili tra i
pretendenti all’ impero, tanto che ‘expugnatis legionum. hibernis etiam Gallias
adfectauere ?. Perciò gl’insorti, di cui immediatamente dopo 1 Tac. hist. IV
61; 65. V 22; 24. 2 Cass. Dion. r. Rom. LXVII
5, 3 (Xiphil.). 3 STAT. silu. I 4, 89 sgg. ‘non uacat Arctoas acies, Rhenumque
rebellem, | captiuaeque preces Veledae, et (quae maxima nuper | gloria)
depositam Dacis pereuntibus arcem | pandere’. Vedi MommsEN-DE RucGIERO, op. cit., cap. IV, pp. 132 e 135. 4 U. Zernial,
commentando la voce ‘ uidimus’ del |. c.,30, dice esplicitamente: « Wir haben
gesehen, n. zu Rom, auch Tacitus selber, der sich des etwa im 15. Lebensjahre
gesehenen Triumphes ueber die Bataver sehr wohl erinnern konnte ». 5 Sveron.
Dom. 13. 6 Tac. hist. IV 15; 16; 21. Leida sì dice ‘ rursus inde pulsi’ e. q.
s., altri non sono che gli stessi ‘ Bataui ed i loro alleati, che erano stati
capitanati da Civile, e dei quali poi, stante il sopravvento delle armi di
Ceriale, menò trionfo Vespasiano, L° imperatore Domiziano , invece, si vantò
del trionfo sui ‘ Chatti’, non sui ‘ Bataui ’. È vero che, in origine , i ‘
Batani” furono ‘ Chattorum quondam populus et seditione domestica in eas sedes
transgressus, in quibus pars Romani imperii fierent’ ( Germ. 29, 3); ! ma, al
tempo dell’insurrezione di Civile, erano del tutto separati dai ‘ Chatti” : e
questi non si trovavano uniti coi ‘Bataui’, già abbattuti da Vespasiano, quando
Domiziano fece irruzione, al dire di Suetonio, ‘ sponte in Catthos ” ?. Non
puossi, inoltre, non mettere in evidenza che, se l’autore della Germ. avesse
voluto riferire le sue considerazioni d’ordine politico e militare a Domiziano,
non si sarebbe valuto di un’allusione generica, spiegabile solo per chi scrive
in tempi di oppressione e di tirannide. Si conviene comunemente che la Germ,
sia stata: scritta e pubblicata verso il 98 d. Cr., allorchè ‘rara temporum
felicitate’, come scrisse Tacito stesso, ‘ ubi sentire quae uelis et quae
sentias dicere licet’ } 1° imperatore Nerva aveva riunito ‘res olim
dissociabiles, principatum ac libertatem’, e l’ imperatore Traiano aveva
accresciuto ‘ quotidie felicitatem temporum’; sicchè ‘ nec spem modo ac uotum
securitas publica, sed 1 Vedi inoltre Tac. hist. IV 12, 6 ‘ Bataui, donec trans
Rhenum agebant, pars Chattorum, seditione domestica pulsî extrema Gallicae orae
uacua cultoribus..... occupauere ’, 2 Sveron. Dom. 6. 3 Tac. hist. 1 1, 19. n
ia ipsius uoti fiduciam ac robur adsumpserit’!: e per tanto, sein un lavoro che
si suppone scritto prima della Germ., cioè nel de vita et moribus Iulii
Agricolae, lo autore, non più preoccupato delle ‘conseguenze della sua
franchezza di linguaggio, chè i tempi di Domiziano erano finiti per sempre,
dichiara, con frase forse eccessiva, falso il trionfo di questo imperatore sui
(Germani *, qual motivo poteva avere l’autore della Germ. per indicare la
stessa cosa con una timida e lontana allusione, mentre si godeva da tutti piena
libertà ? In generale, poi, è da avvertirsi -che la frase più volte citata
‘triumphati magis quam uicti sunt ’, se indubitabilmente è detta per i ‘
Bataui” ed i loro alleati, nel pensiero dell’ autore si doveva eziandio
estendere dalla bravura dei ‘Bataui’ all’indomabile fierezza dei Germani. Dello
stesso modo Floro, riferendosi al breve gaudio delle vittorie di Druso in
Germania, ne concludeva in generale : ‘ quippe Germani uicti magis quam |
domiti erant ’?. II. Quanto ai ‘ Marcomani’ ed ai ‘ Quadi’ si avverte, nel.
cap. 42 della Germ., che avevano avuto prima i loro re della nobile stirpe di
Maroboduo e di Tudro, ma che poi avevano accolto re stranieri, il cui potere
fondavasi sull’autorità di Roma : questi re, si conclude nel cap. cit., ‘ raro
armis nostris, saepius pecunia iuuantur, nec minus ualent’. Chi siano stati i ‘
reges externi’ imposti da Roma ai ‘ Marcomani ’ ed ai ‘Quadi ’, non ci è dato
saperlo, perchè i fonti fin qui noti 1 Tac. Agr. 3, 2-6; cf. 44, 15, ? Tac.
Agr. 39, 4: cf. la nota precedente. 3 FLOoR, epit. II 30 (IV 12, 30), pag. 101,
ed. Halm, non soccorrono per determinare ne’ suoi particolari il pensiero
enunciato dall’autore !; e di conseguenza non ci è noto in che modo e in qual
tempo gli imperatori romani li abbiano giovati con armi o con danaro. Ma è
inesatto affermare che l’usanza di dare ai principi dei Germani armi o danaro,
per acquistare dei partigiani e sostenere l’autorità dell’ impero sopra i barbari,
sia cominciata sotto Domiziano *; poichè fin dal 47 d. Cr. l’imperatore Claudio
aveva mandato Italico, nipote di Arminio, a regnare sui ‘ Cherusci”, ‘auctum
pecunia, additis stipatoribus’*; e al tempo dell’ insurrezione di Civile, a.
70, si osservava: ‘Germanos.... non iuberi, non regi, sed cuncta ex libidine
agere; pecuniamque ac dona, quis solis corrumpantur (sc. Germani), maiora apud
Romanos”.* Di modo che il passo di Cassio Dione, nel quale si dà la notizia che
Domiziano mandò a Decebalo danari e operai abili nei di ! Per i tempi
posteriori a quelli in cui fu scritta la Germ. si noverano soltanto i re dei
‘Quadi’ Viduarius, a. 358 (Amm. Marc. r. g. XVII 12, 21) e Gabirius, a. 873
(id. XXIX 6,5. XXX, 5,3); edi principi dei ‘Quadi’ Araharius (id. XVII 12,
12-16), Vitrodorus e Agilimundus. A qualche commentatore della Germ. (cf. i
comm alla Germ. del Dilthey,265; del Kiessling,151; del Pais, p: 64; etc.) è
parso di scorgere nella frase ‘iam et externos patiuntur' una probabile
allusione a Vamnio, di gente queda, imposto da Druso (a. 19) come re ai ‘Suebi’
(Tac. ann. II 63. XII 29): e ciò può ben darsi, ma l'accenno sarebbe sempre
riferito ad un fatto anteriore al tempo in cui imperò Domiziano. 2 V. i comm.
alla Germ. del Dilthey,265; del Kiessling, 151 sg.; del Pais,64; del
Marina,132. 3 Tac. ann. XI 16, 6. 4 Tac hist. IV 76, 9. Lo stesso concetto
notasi in HERODIAN. de Rom. imperatorum uita et rebus, VI 7. FI Pn versi
mestieri sì in pace che in guerra, devesi coordinare ermeneuticamente coi ll.
citati sopra, e concluderne che anche prima del 79 d. Cr. si era messa in atto
dagli imperatori romani la politica dei sussidi di armi e danaro, verso i
barbari. III. Nel cap. 45 della Germ. si leggono le sgg. notizie: ‘ trans
Sitonas aliud mare, pigrum ac prope immotum, quo cingi cludique terrarum orbem
hinc fides, quod extremus cadentis iam solis fulgor in ortum edurat, adeo
clarus, ut sidera hebetet; sonum insuper emergentis audiri formasque equorum et
radios capitis adspici persuasio adicit. illuc usque, si fama uera,tantum
natura’.* Vuolsi che tali notizie siano pervenute dal libro de vita et moribus
Iulii Agricolae, al cui autore furono riferite da Agricola stesso, reduce dalle
guerre di Britannia, non prima dell’a. 85 d. Cr., cioè sei anni circa dopo la morte
di Plinio Secondo. Infatti, quanto al ‘ mare pigrum ac prope immotum ’, leggesi
nell’ Agr. 10, 18: ‘sed mare pigrum et graue remigantibus perhibent ne uentis
quidem perinde attolli ?. Che ivi fosse il limite del mondo ‘ cludique terrarum
orbem ’, riscontrasi in una frase del discorso di Agricola ai soldati: ‘nec
inglorium fuerit in ipso terrarum ac naturae fine cecidisse’ (Agr. 33, 26). E
il fenomeno che osservasi nelle regioni nordiche *, cioè : 1 Cass. Dion. r.
Rom. LXVII 7, 3-4 (Xiphil.). 2 Secondo la recens. Halm e la recens. Io.
Mueller. 3 Alcuni commentatori della Germ. (v.il comm. di U. Zernial, 87; e
l’op. cit. del Marina,138 in fine e p.. 140 in principio, censurano l'autore di
essa per aver confuso il nord della Britannia con la Scandinavia; ma la censura
non è giusta, Masini Ae ‘ extremus cadentis iam solis fulgor in ortum edurat,
adeo clarus, ut sidera hebetet’, è accennato nel cap. 12, 9 dell'Agr.: ‘ nox
clara et extrema Britanniae parte breuis, ut finem atque initium lucis exiguo
discrimine internoscas ?. La rispondenza che abbiamo riportata intera tra le
notizie riferite nella Germ. e le notizie consimili che presenta il libro de v.
et m. I Agricolae, non porta di conseguenza che l’autore dell’una abbia attinto
alle notizie esposte nell’altro libro, ma dà argomento ad ammettere che tanto
chi scrisse la Germ. quanto l’autore dell’Agr. attinsero le loro notizie agli
stessi fonti, che per questo ultimo furono confermati dalla narrazione fatta da
‘Agricola, al ritorno dalla Britannia. E di tali fonti comuni alcuni sono
pervenuti sino a noi, e rendono agevole il riconoscere che le notizie recate in
principio del cap. 45 della Germ. erano già acquisite alla coltura generale,
prima ancora della spedizione di Agricola in Britannia. Il celebre viaggiatore
Pytheas (a. 330 circa a. Cr.) indica il mare che nella Germ. è detto ‘pigrum ac
prope immotum ’, con la designazione ‘ pepegyia thàlassa ’.! Anch’egli dovette
far menzione delle chiare notti estive delle regioni settentrionali, poichè
osservò che nell’ estrema Thyle si alternavano nel corso dell’anno sei mesi
senza notte e sei mesi senza giorno *. perchè il fenomeno della breve durata e
della chiarezza delle notti estive osservasi ugualmente tanto nell’un paese
quanto nell’ altro. Cf. Ven. Bepa, hist gentis
Anglorum I 1, col. 1jin operum tomus tertius, Colon. Agrip. 1612. 1 STRAB, geogr. I 4, 2 (C. 63), ed. Meineke, v. 1°,82. ?
Prin. n. A. II 75 (77), 187. AE Plinio, movendo dalla osservazione sulle chiare
notti estive in Britannia, cerca dare una spiegazione del fenomeno notato da
Pytheas : egli scrive ‘ aestate lucidae noctes haut dubitare permittunt, id
quod cogit ratio credi, solstiti diebus accedente sole propius uerticem mundi
angusto lucis ambitu subiecta terrae continuos dies habere senis mensibus,
noctesque e ‘diuerso ad brumam r emoto ’.' A Plinio si deve anche la
divulgazione della rotizia, che poi venne, probabilmente, confermata dalla
relazione orale o scritta di Agricola, sul ‘mare pigrum ac p. i.’: egli lo dice
‘mare concretum ?, ed avverte che da alcuni era chiamato ‘ Cronium ’? e che,
secondo Philemon, quella parte del mare che precedeva il ‘ Cronium ’, sino al
promontorio ‘ Rusbeae ’,3 era detto dai Cimbri ‘Morimarusa ’, cioè .‘mortuum
mare ?’.* Ma prima di Plinio si era già osservato da Seneca padre che ai
confini del mondo era l’oceano, e dopo questo il nulla”: concetto che trovasi
ripetuto in parte nella frase della Germ.:* illuc usque, si fama uera, tantum
natura ’; alla quale risponde la frase dell’Agr.: ‘in ipso terrarum ac naturae
fine ”. Resta la difficoltà dell’inciso ‘si fama uera”’, in cui parrebbe
contenersi un accenno alle notizie sull’ alto 1 Prin. n. h. L’ osservazione è
ripetuta. ? PLIn. n. A. Vsque ad promunturium Rusbeas': così nei codd. Leidens.
(A), Riccard. (R), Paris. 6797 (d) e nelle edd. Detlefsen (Berol. 1866), L. Jan
(Lips. 1870). ‘ Roudoas’ è dovuto a correzione di seconda mano nel cod. Leidens. Lips. 7 (F). Solino (coll. r. m. 19,
2, rec. Mommsen) lo trascrive ‘ad promunturium Rubeas”’ 4 PLIN. n. Ah. IV 13
(27), 95. 5 SEN. RHET. suas. I 1,2, ed. Kiessling. = If. nord,
conosciute meglio a Roma ovvero positivamente confermate da Agricola dopo il
suo ritorno dalla Britannia. Nei codd. leggesi veramente ‘et fama uera’, che
non pochi dei moderni edd. della Germ. hanno ripresentato. La sostituzione
della cong. ‘si’ all’ ‘et’ è dovuta ad una congettura del Grozio ; cosicchè se,
per tale congettura, si può presumere che l’autore voglia presentare un suo
dubbio, che valga a mettersi in contrasto con le voci ‘ persuasio ’ e ‘ fides
’, con le quali si annunziano certi fenomeni naturali, quali il rumore del
sorgere del sole, le forme dei cavalli e dei raggi del capo del sole stesso, e
lo splendore dei raggi solari persistente fin dopo il tramonto e tanto da
oscurare le stelle; ogni dubbio si elimina con la lezione ‘et fama uera’, che
dà per indubitato il limite del mondo in quel ‘mare pigrum’, con cui si cinge e
si chiude lo orbe terrestre. Nè da tale conclusione è possibile allontanarsi,
ammettendo col Dòderlein lo spostamento delle parole ‘et fama uera’ dopo
‘natura’, di modo che l’ intera frase suoni: ‘illuc usque tantum natura, et
fama uera’. Il Ritter, invece di tentare di risolvere la questione, la tronca,
chiudendo tra parentesi quadre tutta la frase ‘illuc usque, et fama uera,
tantum natura ’.! A noi pare che si debba, anzi tutto, tener presente l’
avvertenza del Massmann: “libri impressi iungunt vera tantum natura’.* E, d’
altro canto, 0sservando che nel cod. Rom. della bibl. Angelica (Augustinorum) Q
5,12 manca la voce ‘usque’ e stanno 1 P. Cornelii Taciti opera recensuit
FRANCISCvs RITTER, Lps. 1864,651. ? MASSMANN, Op. cit.,129, nota 23 ConsoLi :
ZL’ autore della Germania. : cy LA accanto ‘illuc ‘ut’, e osservando inoltre
che la particella ‘‘ut’ è data ‘anche, invece di ‘ et’, dal cod. Florent. della
Laur. 73,20 e dal Vatic. 655, se ne deduce evidentemente che la frase della
Germ. dovette sonare: ‘ illuc, ut fama, uera tantum natura’. ! E con lo
scrivere ciò l’ autore non si propose affermare alcuna cosa sulla verità o me‘‘no
delle notizie attinte per fama intorno all’ argomento studiato, ma soltanto
mirò ad indicare con l’espressione ‘ut fama” un concetto di limitazione a
quanto si soleva affermare rispetto ai termini del mondo (‘na‘tura ’ );
concetto consimile a quello significato prima, in rapporto allo splendore ed
alle parvenze del sole, con le voci ‘fides? e ‘persuasio’. Del resto, ove non
si vogliano accettare le varianti ‘ dei codd. sopra citati, si può sempre
pervenire alla medesima conclusione, conservando la lez. ‘illuc usque, et fama,
uera tantum natura’; che vale « la natura vera, ossia il mondo reale, ? si
estende fin là soltanto: tale ne è anche la ‘fama ». Talchè l’inciso ‘et fama
’= ‘et fama haec est’ vale a mostrare che era general‘ mente noto che si estendevano
sino a quel punto, non oltre, i limiti della ‘natura reale. IV. Per garentire i
confini dell’impero dalle in.cursioni dei barbari, si cominciò a costruire,
anche dalla 1 Il Nipperdey, leggendo ‘usque et fama, ultra tant. nat. ’,
conviene, in parte, nello stesso concetto, togliere, cioè, a ‘ fa‘ma’ l’epiteto
‘‘uera’. 2 ‘“Verus’ non indica soltanto la qualità di ciò che si fonda sulla
‘verità, ma rappresenta anche la qualità di tutto ciò che ha per base la realtà
o, per ripetere le parole del-GEoRGES, ausfihrl. Handiob, II 3093, « in der
Wirklichkeit begrindet, *wirklich », PERS (3 pe parte del Reno, un ‘limes’ o
via fortificata, per lo più munita di argini (‘aggeres ’) e di stazioni di
guardia (‘praesidia’)', sotto l’impero di Tiberio ®: fu continuato e
probabilmente portato a compimento sotto Adriano. L’autore della Germ. dà per
il primo, anzi il solo, la notizia che gli ‘agri decumates ’, siti al sud-ovest
della Germania, tra l’ alto Reno e le sorgenti «lel Danubio, e sui quali il
fisco riscoteva, forse, un diritto di decima dai possessori, ‘ vennero
incorporati all’ impero; onde, per la difesa del territorio annesso, il ‘limes’
insieme coi ‘ praesidia’ si portò innanzì, oltre il Reno; e però i campi
decumati ‘ sinus imperii et pars prouinciae habentur ? (Germ. 29, 19). Quande
si fece tale spostamento ? Alcuni dei commen 1 TH. MommsEn, der Begriff des Limes, in
Westdeutsche Zeitschrift fiur Geschichte u. Kunst, a. XIII, fasc. 2°. Vedi inoltre MommsEN-DE RucGiIERO, op. cit., cap. IV,115, nota l. 2
Tac. ann. I 50, 3 ‘limitemque a Tiberio coeptum”’. II 7, 11 “et cuncta inter
castellum Alisonem ac Rhenum nouis limitibus aggeribusque permunita’ (a. 16 d.
Cr.). 8 Cf. SPARTIAN. Hadr. 12, 6;
in scriptt. hist. Aug. I p. 14, ed. H. Peter.
Nell'op. cit. MomMseNn-DE RuGGIERO, cap. IV, p. 142, si fa menzione di nuove
costruzioni aggiunte ai ‘ limites’ sotto i regni di Adriano, Antonino Pio e
Marco Aurelio. Notasi inoltre, in un discorso del console Velio (Vettio ?)
Cornificio Gordiano (a. 275), che alla morte di Aureliano i Germani ruppero il
‘ limes’ transrenano ed invasero alcune forti e ricche città dell'impero: v.
Vopisc. Tac. 3, 4, in scriptt. hist.
Aug. XXVII p. 187, ed. P. 4 GEFFROY, Op. cit., p. 318 sg. Ma il Mommsen giustamente avverte che « nè è linguisticamente provato che
‘decumas’ possa significare obbligato alla decima, nè simili istituzioni son
note nell'impero ». Vedi MommsEN-DE RucGIERO, op. cit., cap. IV, p. 141, nota
11, ELI tatori della Germ. si affrettano ad indicare il tempo di Domiziano o,
in generale, verso la fine del I sec. ed il principio del II. ! Tale
indicazione porterebbe di conseguenza che l’autore della Germ. avesse atteso a
scrivere il suo lavoro sotto Domiziano o nei primi tempi dell’ impero di
Traiano, in ogni caso dopo l’a. 79. Ciò pare a noi inesatto. Infatti, Domiziano
se, per ingannare l’ opinione pubblica, aveva celebrato pseudo-trionfi sui
Germani, non ignorava, d’altro canto, che per un mero caso (cioè, la piena del
Reno) aveva superato la sedizione di L. Antonio, preside della Germania
superiore, ? e che ai confini i suoi eserciti erano stati sopraffatti dai
barbari; * talchè, piuttosto che estendere i confini dell'impero di là dal
Reno, per annettere al suo dominio gli ‘ agri decumates’, avrebbe stimato gran
ventura conservare i confini di prima, senza spingere in avanti il ‘limes’ ed i
‘ praesidia ’. È supponibile che si estendano i confini del dominio,
allorquando ci sia la possibilità che i nemici vinti lascino agio di spostare
le antiche linee di difegno SM nuove opere militari a garentia del territorio
acquistatà sl ma quando i nemici sono vincitori e minacciosi, com@nsi può mai
deliberare e attuare l'accrescimento del terytorio dello Stato ? Non vi ha
nemmeno notizia cha setto Traiano siano stati inclusi dentro i confini dell'im
€ gli “agri decu 1 Vedi i comm. del Dilthey, p. 188; dello ernia, p. 60; del
Pais, p. 49; del Marina, p. 97; etc. x 2 SvETON. Dom. 6 3 Oros. hist. adu. pag.
VII 10, 3 e 4. Orosio &ità in proposito la storia, che or più non abbiamo,
scritta da Cornelio Tacito sulle imprese di Domiziano. Cf. Tac. ann. XI 1 4 REI
(RT mates’. Se Tacito avesse scritto qualcosa in proposito, narrando la storia
degli imperi di Nerva e di Traiano, come egli aveva promesso di fare,
riserbando il lavoro per gli anni senili,* certo gli storici posteriori che si
valsero delle storie tacitiane, lo avrebbero in un modo qualsiasi ripetuto o,
almeno, accennato. Si ha, invece, un’affermazione in contrario nel seg. luogo
di Orosio: ‘mox Germaniam trans Rhenum in pristinum statum reduxit’? Avendo,
per tanto, Traiano restituito le cose oltre il Reno allo stato pristino,
l’illazione non è dubbia, che anche gli ‘ agri decumates’, siti di là dal Reno,
dovettero ridursi, in conseguenza dei prosperi eventi delle armi imperiali,
alla condizione anteriore, di essere, cioè, ‘sinus imperii et pars prouinciae’.
Perciò non si può non inferirne che l’ annessione dei ‘ decumates ’ all'impero
dovette compiersi prima del regno di Traiano, giacchè questi si restrinse a
ridurre la ‘ Germaniam trans Rhenum in pristinum statum”. E poi, se è vero che
Traiano, per un sentimento di vanità indegno di un prode e glorioso imperatore,
avesse fatto scolpire il suo nome sui monumenti eretti per conservare la
memoria di imprese da altri anteriormente compite, ‘non ut ueterum instaurator
sed conditor’, tanto che ne avesse avuto il nomignolo ‘ herba parietina ’,*
certo si dovrebbe restare perplessi, ove mai nei campi decumati o altrove si
trovasse qualche memoria lapidea concernente l’annessione dei campi sopra
menzionati, 1 Tac. hist. I 1, in fine. ? Oros. hist. adu. pag. VII 12, 2. 3
Amm. Marc. r. g. XXVII 3, 7. Cf. ex Sexto Aur. Victore de uita et moribus Rom.
imperatorum epitome, Ven. 1586, f, 185, SSR sì dovrebbe; dicevamo, restar
perplessi nell’ attribuire a Traiano:ciò che prima di lui si era fatto. Se,
dunque, non si può non ammettere l’annessione dei campi decumati all’ impero,
anteriore ai regni di Domiziano .e di Traiano, non è fuor di luogo il supporre
che l’ abbiano attuata i due primi imperatori Flavi, e probabilmente (poichè è
noto che sotto Tito l’impero godè di una perfetta tranquillità.) il solo
Vespasiano, il quale, come avverte Tacito in un luogo citato da Orosio;
riaperse le porte del tempio di Giano un anno dopo: che egli stesso le aveva
chiuse ?, avendo portato a. compimento l’impresa contro i Giudei 8. V. Nel cap.
33 della Germ. narrasi che il territorio, posseduto un tempo dai ‘Bructeri ’,
era stato occupato dai. ‘ Chamaui’ e dagli ‘ Angriuarii’, posciachè i ‘
Bructeri?” erano stati ‘ penitus excisi uicinarum consensu nationum, seu
superbiae odio seu praedae dulcedine seu fauore quodam erga nos deorum’; e si
ag 1 Oros. hist. adu. pag. VII 9, 13. 2 Oros. hist. adu. pag. VII 19, 4: ‘quas
(se. Iani portas) utrum post Vespasianum et Titum aliquis clauserit, neminem
scripsisse memini, cum tamen eas ab ipso Vespasiano post annum apertas
Cornelius Tacitus prodat’ (ed. Zangemeister). 3 Oros. hist. adu. pag. VII 3, 8;
9, 9. Il Mommsen ammette che la fondazione della linea di confine, per la quale
si comprese nell'impero la vallata del Neckar, sia stata opera dei Flavi; ma la
giunta dubitativa « principalmente forse di Domiziano », messa li soltanto
perchè, non essendosi nominato nella Germ. l'autore della linea di confine « è
una prova che questi (l'autore) dovè. essere Domiziano », ci pare così priva di
fondamento da non potersi accogliere come notizia conforme al vero. Vedi
MomwmsEN-DE RucciERO, op. cit., cap. IV, p. 142 e nota 2 in d.* P. 142. 93
giunge che di essi ‘super sexaginta milia non armis: telisque' Romanis, sed
quod magnificentius est, oblectationi oculisque ceciderunt’. Onde l’autore
manda, come dice il Vannucci *, un « fiero e spaventoso grido» di gioia »,
esprimendo un « voto inumano »:: ‘ maneat, quaeso, duretque gentibus, si non
amor nostri,.at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam
praestare fortuna maius potest quam. hostium. discor= diam’. L’esterminio dei ‘
Bructeri’ si compì appunto, secondo l’ osservazione di qualche commentatore:
della: Germ., verso l’ a. 100.* In tal modo, annunciandosi! nella Germ. fatti
avvenuti verso il 100 d. Cr., il libro non potè essere scritto prima dell’ a.
79. Risponde al vero tale conclusione ? Noi sappiamo che i ‘ Bructeri’, come
in’ generale tutte le altre genti di stirpe germanica, si mostrarono
costantemente avversi ai Romani :? battuti prima dalle armi romane, ‘
cooperarono alla. distruzione:delle legioni di Varo;* molestarono, insieme: coi
‘Tubantes’ e gli ‘ Vsipetes ’, la ritirata di Germanico che aveva tratto
orrenda vendetta dei ‘Marsi’ (a. 14 d. i C. Corn. Tacito, tutte le opere con
note italiane compilate da A. VANNUCCI, Prato 1848, vol. IV, p. 274, in nota. 2
Vedi i comm. del Kiessling, p. 127; del. Marina, p. 105; etc. 8 Narra Suetonio
(Tib. 19) che un Bructero commise un: attentato contro la vita di Tiberio:
l'odio di nazione mutavasi in: odio contro le persone. 4 VeLL. PaTERC. A. R. II
105, 1. Cf. l'epit. L CXXXVIII di. T. Livio. 5 Vedi GEFFROY, Op. cit., p. 230.
MommsEN-De RuGGIERO, Op. cit., cap. I, p. 44: cf. p. 52. Cf. anche A. Wixms,
das Sehlachtfeld im Teutoburger Walde, in Neue Jahrbùcher fùr Philologie u.
Paedag. CLIII p. I, fasc. 7; CLV p. I, fascec. 1, 26.3, ei) SR + gp Cr.)!; ma
furono, poco dopo (a. 15), sconfitti da L. Stertinio, che tolse loro l’aquila
della 19.* legione distrutta nella foresta di Teutoburg. ® E ancorchè, edotti
dalla sventura e atterriti dalle armi imperiali, avessero opposto un rifiuto
alle insistenti sollecitazioni degli ‘ Ampsiuarii ’, che li incitavano a
partecipare alla guerra contro i Romani (a 58 d. Cr.) 3, pure non tralasciarono
di unirsi con Giulio Civile, che aveva suscitato le fiamme dell’ insurrezione
nella Germania e nella Gallia‘, e presero parte in diversi scontri contro i
Romani. La vergine Veleda, che nell’ insurrezione di Civile seppe coi suoi
vaticini accrescere l’ardore patrio degli insorti, mediante il fanatismo
POMEIONA, era appunto di nazione bructera. ‘ L’insurrezione dei ‘ Bataui’ e
degli altri popoli che con loro si erano levati in armi contro Roma, a poro a
poco fu repressa, tra il 70 ed il 71 o 72 d. C. Nulla sappiamo della fine di
Civile : forse ottenne di vivere in pace, sotto il dominio romano. Ma i
compagni di lui, Classico e Tutor duci dei ‘Treueri’, e i fratelli Alpinio
Montano e D. Alpinio personaggi autorevoli fra gli stessi ‘Treueri’, forse si
salvarono con la fuga, i Tac. ann. I 51, 7. 2 Tac. ann. I 60, 10. Non sappiamo
spiegarci perché nei loro comm. alla Germ. lo Zernial (p. 65), il Marina (p.
104), etc. vogliano indicare l'aquila della 212 legione, e il Dilthey (p. 198)
l'aquila della 18°, quando le parole precise di Tac. sono: ‘interque caedem et
praedam repperit (sc. L. Stertinius) undeuicensimae. legionis aquilam cum Varo
amissam'. 3 Tac. ann. XIII, 56. 4 Tac. hist. IV
21, 11. 5 Tac. hist. IV 77, 2. V 18, 4. 6 Tac. hist. IV 61 e 65. _ di forse si uccisero ciascuno di propria mano '; Giulio
Sabino, capo dei ‘Lingones ?’, fu mandato al supplizio ; ? e Veleda fu vista a
Roma .dall’autore della Germ. *, e, come sopra si è detto ', prigioniera. Dopo
il 71 o 72, i ‘ Bructeri’, vinti, dovettero sottomettersi alle condizioni
imposte dai Romani vittoriosì : non avevano più per ispiratrice e guida la
fatidica Veleda ‘numinis loco habita’; e della loro prostrazione morale e
civile, non ancora rimarginate le ferite avute nell’ultima insurrezione
batavica, non potevano non profittare i popoli vicini, emuli per armi, avidi di
preda, bramosi di possedere le loro terre, e forse anche rivali per comune
parentela. Fecero, difatti, lega a danno dei ‘Bructeri’, li assalirono, li
sopraffecero, perchè li trovarono più deboli o impreparati; e più di sessanta
mila ne trucidarono. I ‘Chamaui’ e gli ‘ Angriuarii ’, che probabilmente si
ebbero 1 Tacito fa menzione di Giulio Classico in Aist. II 14. IV 55; 57; 59;
70; 79. V 19 sgg.;di Giulio Tutor in Aist. IV 55 ; 57; 59; 70; 72. V 19; 21;dei
fratelli Alpinii in hist. III 35. IV 31 e 32. V 19. ? Cass. Dion. r. Rom. LXVI
16, 2 (Xiphil.). 3 Germ. 8,9. 4 Vedi la nota 3 a pag. 10. 5 Ammesso che,
secondo Strabone (geogr. VII 1, 3 (C 291), p. 400 M.), vi fossero stati dei ‘
Bructeri minores”, e perciò la distinzione tra ‘B. maiores’ e ‘B. minores”, il
Miillenhoff! conget= tura che i ‘Bructeri maiores’ e i ‘ Chamaui' siano stati
lo stesso popolo. In tale ipotesi, i ‘ Bructeri' che si levarono in armi con
Civile contro Roma, sarebbero stati i ‘B. minores '. Ammiano Marcellino (r. g.
XVII 8, 5) narra che, molti anni dopo, nel 358, i ‘Chamaui’ furono, alla loro
volta, sterminati dall'imperatore Giuliano, DE la parte precipua in tale guerra
di sterminio, vennero ad occupare le terre dei vinti.! I ‘ Bructeri” superstiti
all’immane strage, costretti a mutar sedi, restarono sempre un popolo per sè,
senza confondersi con altre genti, ma si piegarono a sommissione verso
l’autorità romana, tanto da sottomettersi, alcuni anni dopo, al re imposto loro
da Vestricio Spurinna, legato della Germania inferiore .* Tale sommessione
dovette avvenire verso l’a. 97, durante l’impero di Nerva'.3 Or, tra 1 Germ.
33, 2. Non risponde al vero l’asserzione di alcuni commentatori (v. per es. i
comm. Pais p. 53, Marina p. 104, etc.) che l'autore della Germ. abbia esagerato
nelle notizie date sullo sterminio dei ‘Bructeri’, poichè egli non dice
soltanto ‘ Bructeris penitus excisis uicinarum consensu nationum ”, ma premette
‘ pulsis Bructeris’: talchè il popolo dei ‘ Bructeri’ non fu completamente
annientato. Potrà, forse, dirsi esagerato il numero dei morti, ‘super sexaginta
milia’; ma una statistica ufficiale dei caduti in battaglia, massime
trattandosi di pugne tra popoli barbari, non era allora possibile. 2 PLIN.
epist. Il 7, 2. 8 Così opina il Mommsen, nell' Index nominum cum rerum
enarratione pubblicato in fine degli scritti di Plinio il giovane, recens.
Keil, Lps. 1870, p. 429, 2* c. Arrogi la considerazione che, ammesso l'ordine
cronologico nella disposizione delle epistole pliniane (cf Mommsen, aur
Lebensgeschichte des jiingern Plinius, in Hermes III (1869) pp. 31-53),
tuttochè contraddetto da Plinio stesso (episf. I 1, 1), le epistole del 2°
lib., tra le quali si annovera quella cit. concernente Spurinna, furono scritte
tra l'a. 97 e l'a. 100. Quando, però, il Mommsen afferma (vedi MommsEn - DE
RucgiERO, op. cit., cap. IV, p. 135) : « questa catastrofe (la sottomissione
dei ‘ Bataui’ e degli altri popoli insorti con Civile) e le ostilità coi vicini
popoli fiaccarono la loro potenza (cioè, la potenza dei ‘ Bructeri’); sotto
Nerone essi dovettero per forza accettare dai vicini stessi, appoggiati
indirettamente dal legato romano, un re che non vo: SS, e il 71 o 72, anno in
cui i ‘ Bructeri” insieme coi ‘Bataui’ soccombettero sotto le armi romane, ed
il 97 passa circa un venticinquennio, nei primi anni del quale si compì la
strage e l’espulsione dei ‘ Bructeri ’, colpiti dalla lega dei popoli vicini.
Indichiamo i primi anni del venticinquenuio, perchè appare più rispondente al
vero, in mancanza di qualsiasi documento in proposito, che lo sterminio dei
‘Bructeri’ si fosse compito appunto in un tempo più vicino al 71 o 72, quando
questi erano prostrati dalla vittoria romana sui ‘Bataui’ edi loro alleati,
anzichè più tardi, quando, ricostituitisi nelle nuove sedi, riannodarono
relazioni di dipendenza con Roma, e si assoggettarono al re imposto dal legato
romano. Non vi ha, del resto, alcun documento o alcuno accenno nelle storie
antiche, che assegni l’a. 100 o altro anno anteriore o posteriore all’anno 100,
all’avvenimento della distruzione dei ‘Bructeri’ ed all'immigrazione dei ‘
Chamaui ’ e degli ‘ Angriuarii’ nel territorio bructero ‘iuxta Tencteros?.
Poche altre notizie restano intorno ai ‘Bructeri ?. Dopo i guai gravissimi
inflitti loro dai popoli vicini, essi, come si è detto sopra, non si dispersero
nè perdettero la loro nazionalità nè il nome nella storia.! Nella prima metà
del sec. IV sono menzionati in due panegirici a Costantino ; ®? poi, nello
stesso sec. IV e levano »; egli, se non c'inganniamo, non ha tenuto presente
che la sommessione dei ‘Bructeri’ ad un re imposto dal legato Vestricio
Spurinna avvenne sotto Nerva, non sotto Nerone. 41 Vedi LEDEBUR, das Land und Volk der Bructerer, Berl. 1827. 2 Incerti
pan. Constantino Aug. dictus, 12. NAZARI pan. Constantino
Aug. dictus, 18: in BAEHRENS, XI panegyrici Latini, VII e X, pp. 169, 227. cin
B$ ‘nel V si trovano stretti in lega con quelli che erano stati nel I sec. i
loro feroci persecutori, i ‘Chamaui ’ e gli ‘ Angriuarii’, e inoltre coi
‘Chatti’, gli ‘Ampsiuarii ’, i ‘ Sugambri ’, i ‘ Chasuarii ?!: formavano la
potente confederazione dei Franchi.® Anche il ven. Beda fa menzione dei
‘Bructeri’, dicendoli ‘ Boruchtuarii ?.? VI. Il cap. 37 della Germ. presenta un
importante computo di anni. Se dall’anno 640 di R., in cui per la prima volta
si udì parlare delle invasioni cimbriche, sì giunge al secondo consolato di
Traiano, ‘ ducenti 1 Vedi Jos. WoRMSTALL,
ueber die Chamaver, Brukterer und Angrivarier, mit Rùcksicht auf den Ursprung
der Franken und Sachsen. Neue Studien 2:
Germania des Tacitus, Gymn.Progr. Miinster, 1888. Il Millenho£, cit. da U.
Zernial, p. 65, opina che gli ‘Angriuarii’ (v. Tac. ann. II 8, 13; 19,7; 22, 6;
24, 15; 41,.8) e gli ‘ Ampsiuarii’ (v. Tac. ann. XHI 55, 1; 56, 4) formassero
uno stesso popolo, poichè « Angrivarii ist der rein geographische Name der
Anwohner der Weser oberhalb der Chauken oder spàteren Friesen, und Ampsivarii
nur eine speziellere, wie es scheint, gleichfalls geographische Benennung fiir
eine Abteilung des Volkes ». ? Il nome ‘Franci’, adoperato per significare in
complesso più popoli, appare per la prima volta in una frase del panegirico d’
incerto autore a Costantino : ‘ terram Batauiam ..... a diuersis Francorum
gentibus occupatam’ (ed. cit. Baehrens VII 5, p. 163). Ma nella Castori
Romanorum cosmographi tabula quae dicitur Peutingeriana, segm. II, n. 2, in
alto, si legge ‘ Chamavi. qui et Pranci” (1. Franci: la lett. c è corrosa nella
parte superiore): v. Die Weltkarte des Castorius, genannt die Peutingersche
Tafel: einleitender Text von Konrad Miller; Ravensburg, 1887. 3 Ven. BEDA, hist. gentis Anglorum V 10, col.
124, in operum tom. tertius, ed. cit. bh ferme et decem anni colliguntur’. È noto che Traiano fu la prima volta console nell’ a. 91; fu nominato ad
un secondo consolato per il 98, nel quale anno, per la morte di Nerva, venne
assunto all’ impero: perciò se ne conclude che la Germ. fu scritta in un tempo
non anteriore al 98, se appunto di questo anno è fatta espressa menzione nel
testo del libro. E tale conclusione si dovrebbe accettare, se non ostassero
alcune considerazioni che non sono da omettersi. L’autore comincia il cap. 37
col menzionare che i Cimbri, un tempo sì potenti e di gran fama, si erano
ridotti ad una ‘ parua ciuitas ’. Il nome dei Cimbri ! gli richiama alla mente
le memorabili lotte che si erano combattute dai Romani contro i popoli
germanici, a cominciar dal consolato di Cecilio Metello e Papirio Carbone, a.
641/113. E di qui un breve ‘ excursus ’ sulle vicende di tali lotte, che si
ferma, come sopra abbiamo dimostrato, al trionfo sui ‘ Bataui ’ e sugli altri
popoli insorti con essi, e che altri vorrebbe estendere sino al trionfo di
Domiziano sui ‘ Chatti’ nell’ a. 83. Nessuno ? È notevole che nella Germ. non
si fa alcun cenno dei Teutoni, che furono valorosi compagni dei Cimbri. Plinio
tratta di loro nella n. A. IV 14 (28), 99. XXXV 4 (8), 25. XXXVII 2 (11), 35.
Tacito li menziona insieme coi Cimbri in hist. IV 73, 12: v. anche VeLL.
PATERC. A. R. II 8, 3; 12, 2 e 4. Pompon. MEL. chor. III 3, 32; 6, 54. Amm.
Marc. r. g. XVII 1, 14. XXXI 5, 12. Oros. hist. adu. pag. V 16, 1. 9. 14. Ma
forse l’autore della Germ. si restrinse a menzionare i soli Cimbri, perché la
guerra contro i Cimbri ed i Teutoni si indicò pure con la sola espressione ‘
bellum Cimbricum * (v. l’ epit. Ul. LXVII, LXVIII di T. Livio; ma in Floro
epit. I 38 [III 3] ‘ bellum Cimbricum , Teutonicum ’); o forse anche- perché i
Teutoni si reputavano un popolo celtico : cf. APPIAN. IV 1, 2, csf accenno vi è
intorno agli avvenimenti che si succedettero sino all’ a. 98, che è il termine
del computo dei 210 anni, fatto, per incidente, poco prima. E ciò diviene
inspiegabile, se si considera che l’autore, avendo fissato per termine del
computo degli anni di lotta coi Germani l’ a. 98, importante perchè appunto
allora Traiano succedette al padre adottivo Nerva, non poteva passare sotto
silenzio, tra le altre cose, il fatto che la autorità delle armi romane era a
quel tempo in sì alto pregio da fare ottenere a Vestricio Spurinna, legato di
Nerva, una vittoria incruenta sui ‘ Bructeri, ferocissima gens’ germanica,
soltanto con la minaccia della guerra e col terrore !. Nè poteva tenere in non
cale i buoni risultamenti dell’ abile direzione politica e militare di Traiano
che, per assodare il dominio romano sul territorio dei ‘ Mattiaci ’ e per dar
fine alle agitazioni delle tribù germaniche della regione centrale del Reno,
causate dall’ imprudente scorreria di Domiziano, stette ancora per qualche
tempo al comando degli eserciti sul Reno, prima di recarsi a Roma per assumervi
il potere supremo. Pare, inoltre, che dissoni dalle lodi concordemente date dai
contemporanei ai due imperatori Nerva e Traiano, e per il loro savio governo e
per la rinnovata autorità delle armi romane, il fatto che l’autore della Germ.,
il quale doveva, giusta la premessa, estendere le sue considerazioni ed il suo
rapido ‘ excursus’ sino al secondo consolato di Traiano, si è fermato, invece,
alla desolante osservazione ‘ triumphati magis quam uicti sunt’; egli avrebbe
dovuto avere sott'occhio gli avvenimenti che si compivano, sotto la 1 PLIN.
epist. II 7, 2. BRL) pesi è stata nostra, e la Germania è vinta: ‘regno Arsacis
acrior est Germanorum libertas ’. Oltre a ciò il tono retorico di tutta la
frase fa dubitare di esservi stata un’ interpolazione. Precede e seguc al
periodo notato una considerazione storica che in nulla è avvantaggiata dal
periodo stesso, anzi resta da questo interrotta per dar luogo all’ espressione
enfatica ‘ tam diu G. uincitur ’. Se si espungesse il periodo considerato, il
pensiero dell’autore si mostrerebbe in gradato svolgimento, moverebbesi eguale
a sè stesso e non interrotto sino alla conclusione ultima che, per quel certo
pessimismo da cui è informata, nulla ha da fare con l’enfasi delle parole
espunte. Nè vi è necessità di sostituire alla particella ‘tam ’, che nella
proposizione seg. ‘ medio tam longi aeui spatio multa in uicem damna’ pare
collocata in riscontro col ‘ tam’ della frase ‘ tam diu G. uincitur ’, la voce
‘ tamen’ che è data dal cod. Leid. (0) nella forma tam®! e, più chiaramente,
nella forma completa tamen dal cod. Neapol. (c) ; perocchè, fatta 1’
espunzione, si regge sempre bene tutta la frase, che in origine dovette,
secondo ogni probabilità, così esser letta : ‘ sescentesimum et quadragesimum
annum urbs nostra agebat, cum primum Cimbrorum audita sunt arma, Caecilio
Metello ac Papirio Carbone consulibus. medio tam longi aeui spatio multa in
vicem damna’ e. q. s. A chi attribuirsi l’interpolazione, se interpolazione ci
fu? Può ben darsi che la si debba attribuire a qualche antico grammatico , la
cui glossa erudita sulla durata 1 Ma avverte il Massmann, op. cit., p. 110,
nota 25, ‘ deleta abbreuiatura ‘, RARE; A delle guerre germaniche sia penetrata
nel testo; può darsi anche che sia una giunta correttiva fatta da chi più tardi
scrisse l’ apografo, sur un originale creduto mendoso !. Ma a noi pare di
scorgere, nel testo stesso della frase che crediamo interpolata, l’ autore
della possibile interpolazione. A nessuno sfugge l’enfasi della conclusione ‘
tam diu G. uincitur’; e la vittoria sulla Germania è intimamente connessa col
secondo termine del computo fatto, cioè l’ ‘ alter imperatoris Traiani
consulatus ’: dunque lo scopo della frase altro non poteva essere che quello di
lodare l’imperatore Traiano, il cui secondo consolato aveva il merito altissimo
di aver dato termine, secondo che credevasi verso la fine del sec. I, alla
lotta contro i Germani , durata per più di due secoli. Chi tra gli scrittori
romani vissuti in sul declinare del sec. I e nel principio del II largì più
encomi agli imperatori Nerva e Traiano fu Plinio il giovane; tanto che uno dei
moderni critici, che con ammirabile dottrina ha trattato della vita e
dell’elocuzione di lui, non ha esitato a scrivere: ‘nemo quidem possit negare,
Plinium in Panegyrico modum in nuirtutibus Traiani praedicandis transiisse (cf.
pan. 30-82; 40; 57; 59-80), et tum in illa oratione tum in epistolis nonnullis
(cf. epist. ud. Tr. imp. 10 (5), 2 [a. 98]; 8 (24), 1 [a. 101]; 31 (40), 1) ex
Bithynia ad Traianum missis sententias inesse plenas immodicae adulationis ac
paene 1 È nota la dichiarazione che leggesi nel cod. Leid. Perizon. della
Germ., la quale è annoverata tra i ‘ libellos nuper adinuentos et in lucem
relatos ab Enoc Asculano quamquam satis mendosos” ConsoLI: L’ autore della
Germania. 3 IRE seruilis erga Traianum et Neruam reuerentiae !. Plinio,
inoltre, diede in particolar modo evidenza al titolo di Germanico attribuito a
Traiano *; fece menzione delle vittorie di lui nei paesi renani 3; e
specialmente s’ intrattenne, con ampie lodi, del secondo consolato di Traiano
‘. L’a. 98 è per più ragioni anno notevole per Plinio: gli è conferita da Nerva
e da Traiano l’importante carica di ‘ praefectus aerarii Saturni ’ 5; il suo
amico e protettore Traiano è assunto all’impero, ed egli si affretta a
scrivergli una breve epistola gratulatoria, esprimendo il voto: ‘ precor ergo
ut tibi et per te generi bumano prospera omnia, id est digna saeculo tuo,
contingant ’ $. Nell’a. 98, in fine, si reputarono dai Romani come finite, per
l’ opera prudente di Traiano, le lotte bisecolari contro i Germani, con la
sottomissione di questi. Non sarebbe perciò una congettura priva di fondamento
l’ammettere che Plinio il giovane, rendendosi interprete de’ sentimenti suoi e
de’ suoi contemporanei , sentimenti di soddisfazione e di gioia per i vantaggi
apportati dagli avvenimenti dell’ a. 98 all’ impero romano, avesse inserito in
una parte dell’opera dello zio, 4 J. P. LAGERGREN, de vita et elocutione C.
Plinii Caecilii Secundi, Vpsaliae 1872, pp. 12-13; in Uysala universitets
aarsskrift, 1871, V. ? PLIN. pan. 9, 2. 14, ). 3 PLIN. pan. 14, 1-5. 82, 4-5.
PLIN. pan. 56, 3-7. Vedi Mommsen, sur Lebensgeschichte d. j. Plin. sopra cit.;
e l'art. dello StoBBE nel Philologus XXVII, p. 641: donde la notizia riferita
dal LAGERGREN, 0. c., p.4; e dal NicoLaI, G. d. r. L.,n. 115, p. 640. Cf. TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L, © n. 340, 1,
p.849; ete. 6 PLIN. epist. ad Tr. imp. 1, 2. (SISI ini BB intitolata bellorum Germaniae uiginti ll. (la quale parte
sarebbe probabilmente quella stessa pervenuta a noi col titolo de orig. et situ
Germanorum) la frase sopra notata del cap. 37, a fin di computare la durata
delle guerre germaniche sino all’a. 98, in cui, dopo sì lungo tempo, la
Germania era stata completamente vinta. Nè certamente sarebbe stato
intendimento di Plinio violare con una postilla, che ora appare interpolazione,
il libro del dotto scrittore, il quale era a lui zio e padre adottivo affettuoso,
ma rendere il libro delle guerre germaniche meglio rispondente ai tempi in cui
cominciò a farsene la pubblicazione , cioè verso la fine del sec. I. Quante
volte non occorre a noi, oggidi, nel pubblicare un libro di autore antico, di
aggiungere delle note nelle quali si accenni, per completare o chiarire i
concetti espressi nel testo, ad avvenimenti posteriori alla vita dello
scrittore ? Ma al tempo dei Romani non avevasi il mezzo odierno di distinguere
le postille e le note dal testo; talchè sovente queste penetrarono nel testo
stesso , dal quale indistinte si riprodussero negli apografi scritti in tempi
seriori; e da ciò il lavoro, non facile nè sempre sicuro ne’ suoi risultamenti,
della critica moderna, di espungere dai testi classici tutto ciò che si
considera come interpolato. Un altro argomento ci conferma nella nostra
congettura. Plinio il giovane nell’epistola a Bebio Macro, nella quale espone
in ordine cronologico i libri dello zio, nota tra questi : ‘ bellorum Germaniae
uiginti, quibus omnia quae cum Germanis gessimus bella collegit ’. !
Evidentemente, poichè l’epistola fu scritta l’a. 101, come tutte 1 PLIN. epist.
III 5, 4. 36 le altre contenute nel lib. 3°, con la frase ‘ omnia q. c. G.
gessimus bella’, si allude a tutte le guerre combattute contro i Germani sino a
quel tempo in cui credevasi comunemente che fossero finite per l’opera sagace
di Traiano, cioè sino all’a. 98; e nella voce ‘ gessimus ’ si travede il
pensiero che la narrazione storica di Plinio Secondo era stata prolungata dal
nipote sino a comprendere tutte le guerre germaniche ; chè, se si fosse
ristretta alle sole guerre combattute mentre era ancora in vita Plinio Secondo,
ed avesse conservato lo scopo precipuo per cui era stata scritta, cioè salvare
‘ ab iniuria obliuionis’ la memoria di Druso Nerone, sarebbesi detto
obiettivamente ‘ gesta sunt’: nella voce ‘ gessimus’ si scorge non
difficilmente la persona di chi ha scritto l’epistola a Bebio Macro. In tale
argomento soccorre l’autorità di Suetonio, il quale, scrivendo di Plinio
Secondo : ‘ itaque bella omnia, quae unquam cum Germanis gesta sunt, XX
uwoluminibus comprebendit ’,' da un canto ripete l’espressione di Plinio il
giovane ‘omnia bella ?, e dall’ altro canto con 1° uso del verbo ‘ gesta sunt”
dà evidenza al tempo sino a cui erano state narrate le guerre germaniche. Si
aggiunga un’altra considerazione. Plinio Secondo nella pref. alla sua nat.
Rist. serive : ‘ uos quidem omnes, patrem te fratremque (sc. Vespasianum,
Titum, Domitianum), diximus opere iusto, temporum nostrorum historiam orsi a
fine Aufidi Bassi. ubi sit ea quaeres ? iam pridem peracta sancitur, et
alioquin statutum erat heredi (cioè al figlio adottivo, Plinio il giovane)
mandare, ne quid ambitioni dedisse uita iu 1 V. pag. 5, nota é. GI
dicaretur”’'. Era quindi proposito di lui, a fin di evitare la facile accusa di
avere alterato il vero per mire ambiziose , affidare al figlio adottivo, che,
giovinetto, molto aveva appreso dalla molteplice e copiosa dottrina del suo
secondo padre, l’incarico di pubblicare, dopo la sua morte, i lavori storici
che gli affidava, e forse anche di limare o farvi delle opportune giunte, per
rendere la pubblicazione meglio adatta ai tempi in cui essa aveva luogo. Che
vale, infatti, la frase ‘ peracta sancitur’ se non, come spiega Io. Harduinus,
‘ accuratius elimatur, castigatur ° ?*? Non poteva forse il figlio adottivo ,
valente letterato anch’ egli, prender parte a tale ‘ limae labor ’, dopo la
morte dell’ autore, avendo l’obbligo di pubblicare i libri di lui? E, dal canto
suo, Plinio il giovane aveva, quanto alla storia, una certa competenza, perchè
aveva atteso agli studi storîci secondo l’ es. paterno, come egli stesso
dichiarava : ‘ me uero a«l hoc studium (sc. historiae) impellit domesticum
quoque exemplum 5. Gli antichi non può dirsi che siano stati molto serupolosi
nel metter mano sui lavori altrui, per emendarli, 1 PLIN. n. A. praef. 20. Ma
il Detlefsen (ed. Berl. 1866) accoglie la lez. ‘ per acta sancitum et alioqui
’. 2 Vedi C. Plin. Sec. hist. nat.
Ul XXX VII quos interpretatione et notis illustrauit IoanNES HARDVINVS, Paris. 1741, t. I, p. 4, not. 7. Ma nelle ‘ notae et emend. ad 1. I', n. VI, p.
7, spiegandosi il perchè sia stata preferita nel testo la jez. ‘ peracta
sarcitur’ invece di ‘ sancitur ’, si aggiunge: ‘ hoc est, reuocatur,
retractatur, accuratius elimatur, ad polituram sarcitur; uti de araneae tela
Plinius ipse loquitur’ (n. A. XI 24 (28), 84 ‘ ad polituram sarciens ’.) 8
PLIN. epist. V 8, 1 e 4. 38 massime quando questi non erano stati ancora
pnbblicati. Che non si disse per le commedie di Terenzio, emendate e forse
preparate da Scipione l’Africano e da C. Lelio ?! Anneo Cornuto lasciò forse
intatte le satire dell'amico e discepolo suo Persio Flacco ? ?. È superfluo
addurre altri esempi: ci basti rammentare che, se le mani di L. Vario e di
Plozio Tucca si astennero dal profanare il poema lasciato incompleto da
Virgilio, ciò avvenne per espresso ordine di Augusto, cui non era lecito
disubbidire ?. VII. A niuno, poi, sfugge l’ osservazione che nella Germ. non si
fa cenno dei rapporti di tregua e di guerra tra i Romani ed i Germani, dopo il
regno di Vespasiano. Nulla si dice della venuta in Roma, verso l’ a. 85, di*
Masyos, re dei ‘ Semnones ’, e di Ganna, vergine fatidica, che succedette a
Veleda: entrambi furono accolti onorevolmente da Domiziano. Trascurasi di
menzionare 1’ impresa di Domiziano contro i ‘ Chatti”; chè, come si è
dimostrato sopra, non può indursi un’ allusione a tale impresa dalle ultime
parole del cap. 37 ‘ proximis temporibus triumphati magis quam uicti sunt’.
Omettesi di far menzione della spedizione di Vestricio Spurinna contro i ‘
Bructeri’, dopo la morte di Domi 4 Vedi Cic. ad Att. VII 3, 10. QvinTIL. è. 0.
X 1, 99; ed un framm. del libro de poetis di Suetonio, ed. Roth 1882, p. 293,
5-6. 2 V. la vita A. Persii Flacci de commentario Probi Valeri sublata: il Roth
la omise nella sua ed. dei framm. di Suetonio. 8 SERV. comm. in Verg. Aen. I: ‘
Augustus uero, ne tantum opus (sc. Aeneis) periret, Tuccam et Varium hac lege
iussit emendare, ut superflua demerent, nihil adderent tamen’: vol. I, fasc.
1°, p. 2, ed, Th. dia ziano: ed altre omissioni potremmo aggiungere. Invece
tutto ad un tratto si passa dalle notizie sopra avvenimenti occorsi durante il
regno di Vespasiano al secondo consolato di Traiano ; e sì importante lacuna dà
.nuovo argomento a sospettare interpolato il passo del cap. 37, del quale si è
sopra a lungo discusso. Cosicchè, e per i molteplici argomenti che ci offre il
testo della Germ., convenientemente interpretato, e per gli argomenti esterni
sopra esposti, non puossi non riconoscere che nella Germ. non sono menzionati
avvenimenti posteriori all’a. 79 d. Cr.; e però sorge spontaneo il dubbio che
non Tacito, istoriografo fiorito alquanti anni dopo, ' ma Plinio Secondo (se è
da non tenersi conto di Aufidio Basso, scrittore anch’egli di guerre
germaniche) possa essere stato l’ autore della Germ. ; o meglio, che questa in
principio abbia formato parte, come una digressione necessaria, dei venti libri
bellorum Germaniae. Nè quarantasei capitoli (si direbbero meglio paragrafi) di
un’introduzione o di una digressione, quanti se ne contano appunto nella Germ.,
si possono ritenere troppi per un lavoro storico che ha il ‘ suo svolgimento in
venti libri; poichè è noto che la digressione sull’Africa è di non breve
estensione nel d. Iug. di Sallustio; e similmente la digressione di Tacito
sulla Britannia, nel libro de vita ef moribus Iulii 1 Il libro de wita et
moribus Iulit Agricolae, primo, in ordine cronologico, dei lavori di Tacito, è
dell'a. 98: diciamo primo, perchè pare ormai dimostrato che il dial. de
oratoribus non sia lavoro di Tacito. Vedi L. VALMAGGI, nuovi appunti sulla
critica recentissima del dialogo degli oratori, in Rio. di filol, e d'i. cl, a.
XXX, fasc. 1°, p. 23. PRE (pn Agricolae, occupa non meno di sette capitoli; e
l’altra digressione di Tacito stesso sulla Giudea si svolge in ben dodici
capitoli sui ventisei cc. del lib. V delle Rist., il quale non ci è pervenuto
completo. diri CAPITOLO SECONDO La Germania nella tradizione degli scrittori
sino ai tempi del Rinascimento. Costantemente si è indicato Tacito quale autore
della Germ., sin dal tempo in cui l’aureo libretto fu scoperto e rimesso in
onore insieme con tanti altri tesori letterari dell’ antichità. Su quale
fondamento si poggia tale indicazione ? L’ indagheremo nel presente capitolo.
I. Tacito fu sempre considerato dagli scrittori posteriori, sia dell’ età
antica sia del medio evo ', come ‘scriptor historiae Augustae ’ ?, o ‘ qui post
Augustum usque ad mortem Domitiani uitas Caesarum triginta uoluminibus exarauit
’ 8, o semplicemente ‘ annalium scriptor ’‘, o con altra indicazione analoga; 1
Vedi EMMERICH CoRrNELIvs, quomodo Tacitus historiarum scriptor in hominum
memoria uersatus sit usque ad renascentes literas saeculis XIV et XV; inaug.
diss. Marpurgi Chatt. 1888. M. MANITIUS, Beitrtige sur Geschichte d. ròmischer
Prosaiker in Mittelalter, II, in Philologus, N. F. I (1889), pp. 565-566. 2
Vopisc. Tac. 10,3; in scriptt. hist.
Aug. XXVII p. 192, ed. P. 3 HreRoNYM. comm. in Zach. IIl 14, t. VI, coll.
913-914, ed. Vallars., Veron. 1736. 4 IoRDAN. de or. act. Get. 2, 29, p. 3, ed.
A. Holder. È però probabile che Iordanis, citando con
inesattezza ‘ Cornelius annalium seriptor ’, mentre ripete le notizie contenute
nel libro de u. et m. Iul. Agric., cc. 10, 11, 12, riferisca osservazioni e
notizie non attinte direttamente ai libri di Tacito. 5 Omettiamo l’ epiteto
‘sane ille mendacium loquacissimus ’, dato a Tacito da TERTVLL. apologet., cap.
16, pp. 47-48, Cantabrigiae 1686: le necessità della lotta rendevano talvolta
ingiusti i primi apologisti del Cristianesimo. ii dI e in generale, anche
quando non fu indicato, in forma di epiteto aggiunto al nome proprio, il genere
letterario da Tacito coltivato, si citarono i luoghi degli annali o delle
istorie, talvolta nominandosi Tacito autore, talvolta omettendosi il nome di
lui. Il nome dell’autore non sempre è indicato nello stesso modo. Tertulliano
', Vopisco ?, San Girolamo *, Orosio 4, Apollinare Sidonio *, etc. lo nominano
‘ Cornelius Tacitus ’. Lo stesso nome ‘ Cornelius Tacitus” osservasi in uno
scolio di Giovenale © e in un luogo degli annales Fuldenses di Rudolf, monaco
di Fulda, il quale si valse della prima parte degli ann. di Tacito per la sua
compilazione storica che va dall’ 838 all’ 863 ?; si nota an 1 TERTVLL.
apologet. |. l1.: egli cita Tac Rist. V 3; 4; 9. ? Vopisc. Auretian. 2, 1. Tae.
10,3; in seriptt. hist. Aug. XXVI, XXVII, pp. 149,192, ed. P. Sul 1° luogo di
Vopisco, che nota di menzogna Livio, Sallustio, Tacito e Trogo Pompeo, il
Petrarca osserva: ‘notat ystoricos, immeriter puto, precipue (sic) primos
duos’. Vedi P. pe NoLHac, Petrarque et
l’humanisme d'aprés un essai de restitution de sa bibliothèque, Paris 1892, p.
258. 3 HiERoNYm. l. l. sopra, in nota 3, pag. 4l. 4 Oros.
hist. adu. pag. I 5,1 (cf. Tac. hist. V 7). VII 3,7 (cita un luogo delle Aist.
di Tac., forse del lib. VI o VII, non pervenuto a noi). VII 10, 4 (cita un
luogo di Tac., che si è perduto: cf. Tac. hist. III 46. Cass. Dion. r. Rom.
LXVII 6, 1; 7, 2; etc.). VII 19, 4 (la notizia che dà nel ]. c. non è in quel
che ci resta dei libri di Tac.). VII 27, l (cf. Tac. Rist. V 3, sgg.). 5 APOLLIN. SIpon. carm. 23, 153 sg. ‘et qui pro ingenio fluente nulli, | Corneli Tacite, es
tacendus ori’: ed. Luetjohann, in monum. Germ.
hist., Berl. 1887, t. VIII, p. 253. 6 Schol. Iuuenal. V 14,101 ‘cuius (sc.
Moysis) Cornelius etiam Tacitus meminit’: cf. Tac. hist. V 3. 7 Ann. Fuld. a. 852 ‘super amnem quem Cornelius Tacitus, 49-= che in
un’ epistola di Pietro di Bluis! e (tralasciando di menzionare Frekulf, monaco
di Fulda e poi vescovo di Lisieux, Giovanni di Salisbury, Vincenzo di Beauvais,
i quali, come ormai è accertato, conobbero Tacito solo di nome ?) in un’
epistola e altri Il. degli scritti del Boccaccio 3, nel comentum super Dantis
Aldigherij co scriptor rerum a Romanis in ea gente gestarum, Visurgim, moderni
uero Wisaraha uocant’: in PERTZ, monum. Germ. hist. vol. I, p. 368. Vedi per le
citazioni tacitiane negli annali di Fulda e nelle res gestae Saronicae di
Widukind, monaco di Corwey, la diss. cit. del Cornelius, p. 38. 4 PETRI
BLESENSIS Bathoniensis in Anglia archidiaconi opera omnia, Paris. 1667, epist.
101 ad R. archid. Nannet, p. 158, col. 2° ‘ profuit mihi frequenter
inspicere...... Corn. Tacitum, Titum Liuium' e. q. s. Ma A. HorTis, studj sulle
opere latine del Boccaccio con particolare riguardo alla storia della
erudizione nel m. evo e alle letterature straniere, Trieste 1879, p. 425,
dubita che « Pietro di Blois conoscesse più in là del nome di Tac. ». Consente
in ciò F. RamorINO, Corn. Tac. nella st;ria della coltura, 2* ed., Milano 1898,
p. 91, nota 38. Vedi la diss. c. del Cornelius, p. 41. ? Vedi HoRTIS, op. cit.,
p. 425, nota 3, e le monografie, ivi menzionate, di E. Grunauer sui fonti della
storia di Frekulf, dello Schaarschmidt su Giov. di Salisbury, dello Schlosser
su Vinc. Bellovacense. Il Petrarca non scrisse mai il nome di Tac., che
tuttavia egli non poteva ignorare, poichè l’amico suo Guglielmo da Pastrengo ne
aveva fatto cenno nel libro de orig. rer., f. 18: v. P. pE NoLHAC, op. cit.,
chap. VI, p. 266. 3 Boccaccio, epist. ad Nic. de Montefalcone : ‘ quaternum
quem asportasti Corn.i Tac.i quaeso saltem mittas ': v. FR. CORAZZINI, le
lettere edite e inedite di messer G. B. trad. e comm. con nuovi documenti,
Firenze 1877. La lettera porta la data ‘ Neapoli XIII kal. februarii’, ed è del
1371: v. Gustav KoERTING, G. d. Litterat. Italiens im Zeitalter der Renaissance ; II
(Boccaccio *s Leben u. Werke), Leipz. 1880, cap.
I, pag. 47. Il Boc i d4 moediam di Benvenuto de Rambaldis da Imola !, nel liber
Augustalis?, nello scritto de wiris claris di Domenico Bandini aretino ®, in
una lettera del 1395 di Coluccio Salutati , 4 etc. .5- Anche del solo nome ‘ Ta
caccio ripete il nome Cornelio Tacito altre due volte nel cap. IV, p. 201 e p.
253, del comento sopra la Commedia di D. A. iv. opere di m. G. B. cittadino
fiorentino, con le annotazioni di A. M. Salvini, vol. V, Firenze 1724); ed una
sola volta nel libro gen. deorum, INI 23, f. 28, ed. Parigi 1517. I detti
luoghi del Bocce. si riferiscono ai luoghi di T'ac. ann. XV 57 e 60-65. hist.
Il 2-3. 1 Comentum Inferni, c. IV, t. I, p. 152 ‘sicut patet apud Cor-° nelium
Tacitum': ed. Jac. Phil. Lacaita, Florentiae 1887. Vedi per la citaz. tacitiana
concernente Cleopatra (c. VI) le considerazioni del Ramorino, disc. c, p. 93,
nota 43. ? Liber Aug.c.5 ‘de... Messalina scribit Cornelius Tacitus ’; in
FREHER-STRUVE, rerum Germanicarum scriptores, t. II, p. 6. Ha dato evidenza
alla citaz. il MANITIUS, Beitrige zur G. d. r. Pr. im Mittelalter sopra cit.,
p. 566. 3 Il Bandini scrive di Tacito: ‘ Cornelius Tacitus orator et hystoricus
eloquentissimus’. Vedi l’ epistolario di CoLuccio SaLUTATI, edito da Fr.
Novati, III p. 297, nota. 4 C. SALUTATI, epist. IX 9, vol. III, p. 76, ed. cit.
5 Ci fermiamo con le nostre citazioni alla fine del sec. XIV: non è necessario
perciò ripetere le citazioni tacitiane che si notano negli scritti dei più
autorevoli umanisti del sec. XV, quali Sicco Polenton, Poggio Bracciolini, Francesco
Barbaro, Giov. Tortelli, Flavio Biondo, Lor. Valla, L. B. Alberti, card.
Bessarione, etc. Vedi VoIGT-VALBUSA, il risorg. dell'antichità elass., Firenze
1888, v. I, pp. 250-257. R. SABBADINI, storia e critica di alcuni testi latini,
in Museo it. di ant. class. ( Comparetti ), Firenza 1890, v. III, p. 339 sgg.
In. notizie storico-critiche di alcuni codd. latini, in Studi ital. di filol.
class., Firenze 1899, v. VII, pp. 119132. In. Za scuola e gli studi di Guarino
Guarini veronese, Catania 1896, p. 101, e il doc. 16 a pp. 193-194. 45 citus’
si valsero Vopisco ! e Apollinare Sidonio ?: quest’ ultimo 1’ unì con ‘ Gaius
?.* Ma da altri si preferì l’ uso del solo nome “ Cornelius ’ ‘ : talora vi si
aggiunse ‘ Gaius ?. 5 Non pochi citarono dei luoghi tacitiani senza però
nominare l’ autore; così troviamo ripetuti, e talvolta quasi alla lettera,
alcuni passi delle rist. e degli ann. di Ta 1 Vopisc. Prob. 2, 7;in scriptt
hist Aug. XXVIII p. 202, ed. P. ‘non Sallustios, Liuios, Tacitos, Trogos atque
omnes disertissimos imitarer”’. 2 APOLLIN. Sipon. epist. IV 22, 2. carm. II 192: ed. Luetjohaan, p. 73 e p. 178. 3
APOLLIN. Sipon. epist. IV 14, 1 ‘ Gaius Tacitus unus e
maioribus tuis’, p. 65; ma nel cod. Paris. 9551 (F.del Luetj.) c' è ‘tacius
corneli”. C£. col |. c. di Sidonio Tac. hist. V 26. 4 Oros. hist. adu. pag. I 10, 1 (cf. VII 34, 5); 10, 3 (cf. Tac.
hist. V 3); 10, 5. VII 9, 7 (cf. Tac. hist. V 13. SveToN. deperditorum librorum
reliquiae, ed. Roth, IX, p. 287). APOLLIN. SIpon. epist. IV 22, 2, ed. cit.,
pp. 72-73. Sehol. Iuuenal. I 2,99 (ef. Tac. hist.
libb. 1, II). IORDAN., Op. c., 2, 29. Boccaccio, com. sopra la Comm. di D. A.
pp. 202, 254, vol. e ed. cit. L. BRUNI, laudatio urbis Florentinae (cf. Tac.
hist. I 1. KrrNER, laud, urb. FI. L. B., Livorno 1889, pp. 19, 30). Omettiamo
di citare il chron. Cas. di Petrus, che nel catal. dei libri della badia di
Montecassino annovera ‘ historiam Cornelii cum Omero (sîc)', perchè, come bene
avverte A. Hortis, op. c., p. 425, n. 2, la riunione del nome Cornelio con quello
di Omero farebbe pensare « piuttosto allo Pseudo-Cornelio Nipote ... ben noto
per le sue attinenze con le istorie troiane di Ditti e Darete ». 5 APOLLIN.
Sipon. epist. IV 22, 2 ‘ cum Gaius Cornelius Gaio Secundo (se. C. Plin. Caecil.
Sec.) paria suasisset’; ed. c., p. 72: cf. PLIN. epist. V 8, TRE BENE gene
cito, in Sulpicio Severo , ! Orosio, ? e nello scoli aste di Giovenale. ® Vi ha
una frase di Cassiodorio, che pare desunta dalle storie di Tacito.‘ Anche il
Boccaccio si valse, come abbiamo veduto, di Tacito , © talvolta senza 1 SvLP.
SEv. chronica quae uulgo inscribuntur hist. sacra (in S. S. opera studio et
lab. Hier. De Prato, t. II, Veron.
1754) II 28, p. ì59 (cf. Tac. ann. XV 37 in fine);
II 29, pp. 160-161 (cf. Tac. ann. XV 40 e 44 in fine). È probabile che quanto
scrive Sulp. Sev. ‘ de Hierosolymorum supremo die’ II 30, pp. 163166, sia stato
preso da un luogo ora perduto del lib. V Aist. di Tac.: v. la nota 6* a p. 164,
col. 1°, ed. c. ; e inoltre BERNAYS, de chronicis Sulpicii Seueri, p. 55 sgg.
Per uno strano invertimento dell’ ordine logico, P. Hochart nel suo libro de l’
authenticité des ann. et des hist. de Tac., Paris 1890, pp. 200-201, scambia
l’effetto con la causa, e ammette che il presunto falsificatore di Tac. abbia
copiato da Sulpicio Severo quello che in realtà costui copiò da Tac. ? Oros. hist. adu. pag. VII 4, 11 (cf. Tac. ann.
IV 62 e 63); 4, 17 (cf. Tac. ann. II 85 in fine). 3 Schol. Iuuenat. 1 5, 108 : cf. Tac. ann. XV 62. 4 Casson. war. XI 3i,
p. 157, 2* col., in M. A. CassioporI 0pera omnia, ed. J. Garet.,, Ven. 1729,
t.I: ‘more maiorum scuto supposito "; cf. Tac. /A'st. IV 15, 10
‘inpositusque scuto more gentis ’. 5 Il Boccaccio ebbe conoscenza di Tac. ann.
Il. XII-XVI e hist. ]l. IIT-]II, perchè se ne avvalse, senza menzionare i
fonti, negli ultimi capitoli del libro de claris mulieribus, per narrare la
vita di Epicharis la cortigiana (c. 91: cf. Tac. ann. XV 5157), di Pompeia
Paolina, moglie di Seneca (c. 92: cf. Tac. ann. XV 60; 63; 64), di Poppea
Sabina, amante e poi sposa di Nerone (c. 93: ct Tac arn. XIII 45 e 46. XIV
60-63. XV 23. XVI 6), di Triaria, moglie di L. Vitelliv fratello dell’
imperatore (c. 94: cf. Tac. Aist. II 63. III 77); e aggiungiamo anchela vita di
Agrippina, madre di Nerone (c. 90: cf. Tac. ann. Il. XII-XIV), sebbene le
notizie possano essere state prese da SvETon. Claud. 26. 29. 39. 43. 44. Ner.6.
9. 28. 34. 35. Vedi ScHUECK, Boccaccio's RESO ge nominarlo. ? II. Quanto alla
Germ. non vi è, sino al sec. IX, scrittore alcuno che ne abbia fatto menzione.o
ne abbia tratto vantaggio, ripetendo o imitando qualche luogo di essa. Si è
preteso scorgere un accenno alla Germ. c. 45 ed al nome dell’ autore della
stessa (Cornelio) in un’ epistola di Cassiodorio *, con la quale il re
Teodorico ringrazia il popolo degli ‘ Haesti ? 3 per un dono di ambra. Nell’
ep. di Cassiodorio si legge : ‘ succina quae a uobis ... directa sunt, grato
animo fuisse suscepta: quae ad uos oceani unda descendens, hanc leuissimam
substantiam, sicut et uestrorum relatio continebat, ex lateinische Schriften,
in Jahrbb. fiur Philol. u. Pidag. CX (1874), p. 170 sgg. A. HoRTIS, op.c., pp. 425-426. G. KOERTING, Op.
c., VII, p. 393. P_ pE NoLHAC, op. c., chap. VI,
pp. 266-267: e Boccace et Tacite, in Mélanges de l Ecole de Rome, t. XII, 1892.
RAMORINO, disc. c., p. 92, nota 4l. 1 Dal novero
degli scrittori che nell'età di mezzo si valsero di Tac., senza menzionarlo,
dobbiamo escludere l’autore ignoto della vita Heinrici IV, vissuto nel sec XII,
non ostante che il Cornelius vi trovi delle frasi, in cui sembrano riflettersi
certe espressioni che si notano negli ann. di Tac.: v. MANITIUS, Beitr. cit. p.
566; RAMORINO, disc. c., p. 91, nota 40. E si deve altresi escludere dal novero
Guglielmo di Malmesbury che, in un luogo dei gesta reg. Angl. c. 68, ed. Hardy,
I 95, con la frase * incredibile quantum breui adoleverit’ pare che abbia
voluto riprodurre la frase tacitiana, Gist. II 73, 1 ‘ uix credibile memoratu
est quantum ... adoleuerit’; poichè la stessa frase leggesi in SaLL. Cat. 6, 2
‘incredibile memoratu est quam facile coaluerint'; e ciò avvertiva sin dal
17-III-1390 il GaABOTTO, in un art. pubbl. nella Rio. di filol. e d’i. el. XIX
(1891), pp. 397-308. 2 Cassion. uar. V 2, ed. c., t. I, p. 73. 3 ‘ Aestii ’,
secondo il testo della Germ. 45, 8. 48 portat; sed unde ueniat, incognitum wos
habere dixerunt, quam ante omnes homines patria uestra offerente suscipitis.
haec quodam Cornelio scribente legitur in interioribus insulis oceani ex
arboris succo defluens, unde et succinum dicitur, paulatim solis ardore
coalescere. cum in maris fuerat delapsa confinio, aestu alternante purgata,
uestris littoribus tradatur exposita.’ Or, il ‘ quidam Cornelius scribens’ non
è, come affermano alcuni ,' Corn. Tacito, autore delle hist. e degli ann., ma ‘
Cornelius Bocchus ?. Il Peter nota, infatti, il l. cit. di Cassiodorio tra i
frammenti delle storie di ‘ Cornelius Bocchus ’ ; * ed è noto che Plinio
Secondosegna questo scrittore il quarto tra gli autori i cui scritti gli
servirono di fonti per compilare il libro XXXVII della sua naturalis historia
:3 e appunto nel libro XXXVII trattasi del sucino o ambra ,' 1 Vedi MASSsMAnN,
op. c., pp. 158-159. TH Finck, Germ.
herausgegeben u. erlàutert, Gòttingen 1857, p. 14, nota 2.GEFFROY, Op. c., p.
97. A: Pars, comm. cit, p. XIX. MARINA, Op. c., p. 4; 2.
RAMORINO, disc. c., p. 31. etc. ? Historic. Rom. fragmenta, ed. Peter, Lps.
1833, p. 298, n.° 8,* Vedi Mommsen, introd. ai coll. r. m. di Solino, p. XVII.
3 PLIN. n. h. I ex auctoribus l. XXXVII. Si valse anche delle opere di Bocco
per compilare i Il. XVI, XXXII e XXXIV; ma in questi u'timi due si cita solo ‘
B»echus', senza il nome * Cornelius. 4 PLIN. n. A. XXXVII 3 (11), 42 e 43. Le
notizie sull'’ambra, date da Bocco e raccolie da Plinio, furono poi ripetute da
SoLIN. coll. r. m. 20, 9 sgg. Vedi il comm. c. del DiLTHEY, pp. 290296; e
WoLFGANG HELBIG, osseroazioni sopra il commercio dell’ ambra, in Atti d. Accad.
d. Lincei, 1877 : inoltre v. le pp. 184-189 della dissertazione di ETTORE PAIS,
intorno alle più antiche relazioni tra la Grecia e l'Italia, in Riv. di filol.
e di. cl. XX (1892). Rea GEA e vi si esprime lo stesso concetto annunciato da
Cassiodorio, con parole quasi consimili. Nè vale il dire che nelle voci ‘
legitur, insulis, ex arboris succo, solis ardore’ del 1. ce. di Cassiodorio si
ripetono le voci del testo della Germ. c. 45 ‘legunt, legitur, sucum arborum,
insulis, solis radiis’; poichè, oltre la ripetizione del concetto, vi ha
maggiore analogia di forme tra il passo cit. di Cassiodorio ed il
corrispondente luogo di Plinio Secondo, nel quale luogo si ripresentano, come
sì è avvertito sopra, le notizie date da Cornelio Bocco. ! Nemmeno può
ammettersi che Iordanis abbia avuto notizia della Germ.?® sol perchè nel c. 2
del de or. act. Get. sì trovano le due voci ‘inaccessam, aperuit?, che si
osservano usate anche nel c. 1° della Germ., ma con tutt'altro intendimento e
in due periodi interamente separati e indipendenti l’ uno dall’ altro *. 1 Cassiod. ‘in interioribus insulis oceani’;
cf. Plin. n. A. XXXVII 3 (11), 42 ‘in insulis septentrionalis oceani’. Cassiod.
‘ex arboris succo defluens’; cf. Plin. ibid. ‘ defluente medulla pinei generis
arboribus ’; e 43 ‘ arboris sucum esse’. Cassiod. ‘unde etsuccinum dicitur ’;
cf Plin.ibid. 43 ‘ ob id sucinum appellantes’ (e Solin. 20, 9 ‘sucum esse
arboris de nominis capessas qualitate ’). Cassiod. ‘ aestu alternante purgata,
littoribus tradatur exposita ’; cf. Plin. ibid. 42 ‘ipse intumescens aestus
rapuit ex insulis, certe in litora expellitur esse concreti maris purgamentum. Che Iordanis abbia avuto notizia della Germ. l' ammette il Massmann, op.
c., p. 157. 3 IorpAN. de or. act. Get. 2, 5
p. 3, H. ‘quam diu siquidem armis inaccessa m (sc. Britanniam) Romanis Iulius
Caesar proeliis, ad gloriam tantum quaesitis, aperuit’. Si confronti con Germ. 1, 3 ‘cetera Oceanus ambit...... nuper co CONSOLI
: L’ autore della Germania. 4 i 50 E non solamente nella Germ. occorre il v. ‘
aperire ’ nel significato di « far conoscere, dar notizia », e perciò « rendere
accessibile », perocchè con lo stesso significato appare in Livio !, Mela ?,
Tacito 3, etc. Similmente non è attendibile il confronto del c. 3 del lib. di
Iordanis col c. 40 della Germ., ‘nei quali cc. sono comuni le parole ‘est in
Oceani insula’, non ordinate però in modo identico in entrambi. Poi è da
notarsi che Iordanis cita, come fonte della sua designazione geografica, il
secondo libro dell’opera di Tolomeo; nè, d’altro canto, è noto quale sia
precisamente 1’ isola indicata nella Germ., nella quale era il luogo sacre alla
dea ‘ Nerthus” o ‘Terra mater ’ £. Neppure il luogo del ven. Beda, che noi,
trattando dei ‘ Bructeri ’, abbiamo riferito sopra (p. 28, nota 3), dà la
certezza che questo scrittore, vissuto dal 674 al 735, ab gnitis quibusdam
gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso
ac praecipiti uertice ortus’ e. q. s. i 1 Liv. X 24, 5. XXXVI 17, 14. XLII 52, 14. 2 Pompon. Met. chor. III 6, 49. 8
Tac. Agr. 22, 1. hist. IV 64, 19. ann. II 70, 10.
Vedi inoltre Lvcan. de b. c. IV 352. Var. FLAC. Arg. I 169. 4 ]l confronto è
sostenuto anche dal Massmann, l. c. 5 IORDAN. 3, 4 p. 4, H. “est in Oceani
arctoi salo posita insula magna, nomine Scandza ”. Germ. 40, 8 ‘ est in insula
Oceani castum nemus ”. 6 Si discute ancora se sia Riigen, Fehmarn, Helgoland,
Laaland, Bornholni, Seeland, la Scandinavia stessa , che gli antichi
consideravano come isola. Il MicHELSEN, vorchristliche Kultusstatten (citato da
U. Zernial, comm. p. 78, da A. Pais, comm. p. 61, e da G. Marina, op. c., p.
127) indica come più probabile Alsen.« mit dem heiligen Walde Hellewith und dem
heiligen See Hellesò ». pe =. bia avuto notizia diretta della Germ. Si
asserisce, è vero, che i nomi di popoli ‘ Fresones, Rugini, Boruchtuarii,
Anglii’ egli non poteva ad altro fonte attingerli che alla Germ., perchè
appunto nei cc. 34, 44 (43), 33, 40 della Germ. si tratta di essi !, Ma ciò è
inesatto, perchè troviamo fatta menzione dei ‘ Frisii ’, che il Beda chiama ‘
Fresones *, in Plinio Secondo, Cassio Dione, nel panegyr. Constantio Caesari,
oltrechè in Tacito. * Dei ‘ Rugii ’, detti dal Beda ‘ Rugini ?, si fa menzione
nell’appendice excerpta Valesiana alle storie di Ammiano Marcellino ; inoltre
in Iordanis, Procopio, Paolo diacono. ? Quanto ai ‘ Bructeri ’, che con lieve
mutazione .il Beda chiama ‘ Boruchtuarii ’, è opportuno aggiungere che di loro
si fa cenno non solamente da Velleio Patercolo, Plinio il giovane, Nazario e
dall’autore del panegirico a Costantino Augusto, dei quali sopra si è tenuto
discorso, ma anche da Strabone, Claudiano, Gregorio di Tours, etc. * Degli
‘Anglii’, che nel sec. V passarono nella Britannia, leggesi un cenno in Tolomeo
5; e lo stesso Beda spiega l’ etimologia del loro 1 Vedi MassMann, op. c., p.
159. 2 Pcin. n. A. IV 15 (29), 101: qualcuno legge anche la voce ‘ Frisii’
premessa a ‘gens tum fida’ in XXV 3 (6), 21. Cass. Dion. r. Rom. LIV 32. Incerti pan. Const. Caes. 9; in BAEHRENS, XII
pan. Lat., V, p. 138. Tac. Agr. 28, 14. hist. IV 15, 12; 18, 26; 56, 15; 79,8.
ann. I 60, 6.IV 72, 1; 74, 1. XI 19,3. XIII 54, 2. 3 Excerpta Vales. 10, 48 p.
292, 2° vol., ed. Gardthausen. IorDAN. de or. act. Get. 54,7 p. 64, H. PrRocoP.
de db. Goth. II 14. PavL. pIac. de gest. Langobard. I 19, in rer.
Ital. scriptt. del MURATORI, t. I, -pp. 415-416. Cf PTOLEM. geogr. II 11. 4
STRAB. geogr. VII 1, 3-4 (C. 290-292), pp. 398-401, ed. M. CLAVDIAN. de IV
cons. Hon. 451. GRrEGOR. TvRENS. II 9. 5 ProLem. geoyr. II 11. Un antico trad,
di Tolomeo li disse vi BO nome: ‘porro de Anglis, hoc est de illa patria quae
Angulus (per altri, Anglia) dicitur.’ ! L'angolo sarebbe il territorio che si
estende da Flensburg sino all’ Eider, a sud-ovest dello Schleswig. * III. Le
prime e sicure tracce della Germ. appariscono nel sec. IX, in un libro
intitolato franslatio S. Alexandri?, che fu cominciato da Rudolf, monaco del monastero
di Fulda, nell’a. 863, e, per la morte di costui avvenuta nell’ 865, continuato
e portato a fine da un altro monaco dello stesso monastero, Meginhard. Rudolf,
trattando, nelle prime pagine del suo lavoro, dei costumi dei Sassoni,
riproduce alla lettera diversi luoghi dei cc. 4, 9, 10, 11 della Germ.,
rendendone alcune espressioni più adatte al gusto letterario de’ suoi tempi; ma
non nomina mai l’autore del libro. Valgano i sgg. confronti, nei quali sono
trascritte in corsivo ‘ Sueui Angili, qui magis orientales sunt quam Longobardi
'; Col. Agrip. 1584, p. 27, col. 1°. 1 Ven. BEDA, hist. gent. Angl. I 15, col.
11, t. III, ed. c. 2 Si noti eziandio che il ven. Beda dovette attingere le
notizie sui ‘Saxones’, dei quali fa cenno nel l. c., non soltanto alla geogr.
di Tolomeo, ma anche ad altri fonti, p. es. AMM. Marc. r. g. XXVI 4,5. XXVII 8,
5. XXVIII 2, 12; 5, 1e4. XXX 7, 8. PacaT. DREPAN. pan. Theodos. Aug. 5; in BAEHRENS, X// pan. Lat. XII, p. 275.
Oros. hist. adu. pag. VII 25, 3; 32, 10. IORDAN. de or. act. Get. 36, p. 43,
ed. H. 3 Pubbl. nei monum. Germ. historica, t. II, p. 675 sgg., ed. Pertz. 4 Il RITTER, Op. c., praef. p. XVI, n., dimostra evidente l’errore
in cui incorsero il Massmano, op. c., p. 224 sgg. e il Haupt (comm. Germ.) di
attribuire a Meginhard quella parte della transl. S. Alex, che era stata
scritta da Rudolf, le parole e parti di parole della Germ. identicamente
ripetute nella dransl. S. Alexandri: Rudolf: ‘nec facile ullis aliarum
gentium... conubiis infecti, propriam et sinceram et tantum sui similem gentem
facere conati sunt. unde habitus quoque... corporum...in tanto hominum numero,
idem pene omnibus’: cf. Germ. 4, Rudolf: ‘marime Mercurium venerabantur, cui
certis diebus humanis quoque hostiis litare consueuerant. Deos suos neque
templis includere neque ullae humani oris speciei adsimilare ex magnitudine...
caelestium arbitrati sunt: lucos ae nemora consecrantes deorumque nominibus
appellantes secretum illud sola reuerentia contemplabantur’: cf. Germ. 9.
Rudolf: ‘auspicia et sortes quam maxime obseruabani : sortium consuetudo
simplex erat. uirgam frugiferae arbori decisam in surculos amputabant eosque
notis quibusdam discretos super candidam uestem temere ac fortuito spargebant.
mox, sî publica consultatio fuit, sacerdos populi, sì priuata, ipse pater
familias precatus deos coelumque suspiciens ter singulos tulit, sublatosque
secundum inpressam ante notam interpretatus est. sî prohibuerunt, nulla de
eadem re ipsa die consultatio : si permissum est, euentuum adhue fides exigebatur.
auium uoces uolatusque interrogare proprium gentis illius erat; equorum quoque
praesagia ac monitus experiri, hinnitusque ac fremitus obseruare; nec ulli
auspicio maior fides, non solum apud plebem, sed etiam apud proceres habebatur.
erat el alia obseruatio auspiciorum, qua grauium bellorum euentus explorare
solebant: eius quippe gentis, cum qua bellandum fuit, captiuum quoquo modo
interceptum cum electo popularium suorum, patriis quemque armis, committere et
uictoriam huius uel illius pro iudicio habere ’: cf. Germ. 10. Rudolf: ‘quomodo
autem certis diebus, cum aut inchoatur luna aut impletur, agendis rebus
auspicatissimum initium crediderint...... praetereo ’: cf. Germ. 1l. Si
osservano anche tracce della Germ.in più luoghi di Adamo di Brema, scrittore del
sec. XI: in essi si PES gra fa menzione della ‘Sueonia” e dei ‘ Sueones ’;! ed
è noto che in nessuno scritto, greco o latino, lasciatoci dall’antichità
classica, e anteriore alla Germ. (c. 44), si fa parola dei ‘ Suiones ’,
abitatori della penisola scandinava o della parte orientale di essa. ? Iordanis
menziona la ‘ gens Suethans” e i ‘ Suethidi, cogniti in hac gente reliquis
corpore eminentiores 7.3 Ma Adamo di Brema dovette ricavare dalla trans. S.
Alex., non dalla Germ. direttamente, quelle poche frasi del suo lib. V, le
quali sono consimili ad alcune frasi che si leggono nei ce. 4, 9, 10, 11 della
Germ. Lo stesso può dirsi del chronicon Vraugiense del sec. XII, per quelle
espressioni che paiono imitate dalla Germ. e, invece, furono desunte dalla stessa
Zransl. S. Alex. 4 Il Cornelius, nel suo pregevole studio sulle vicende delle
opere tacitiane nel medio evo, ha creduto affermare che in un luogo della vita
Mathildis di Donizone (nel qual luogo si nota la facilità biasimevole, con cui
i Germani ingaggiavano delle risse cruente, massime se eccitati da troppe
bevande spiritose) si ripete l’ osservazione del c. 22 della Germ.: ‘crebrae,
ut inter uinolentos, rixae raro conuiciis, saepius caede et uulneribus
transiguntur ’. Ma il confronto appare inverisimile, perchè Donizone, piuttosto
che riferirsi ad una cattiva usanza osservata dall’ autore della Germ., in 1
Descriptio insularum Aquilonis 21 (c. 230), in Micene, Patrolog. curs., t.
CXLVI, col. 637; 27 (c. 235), col. 644; 26 (c. 234), col. 642. ? R. KEySER, Norges historie, Kristiania 1865,
vol. I, p. 34 sg. 3 IORDAN. de or. act. Get. 3,
40; 3, 55, p.5 H. 4 V. il confronto dimostrativo fatto dal Massmann, op. c.,
Anhang tende dar notizia della facilità con cui a’ suoi tempi si veniva a risse
sanguinose per causa dell’ubbriachezza. * Del resto, trattasi di un’ usanza,
che osserviamo tutto dì nelle classi sociali che più difettano di coltura e si
abbandonano al vizio dell’ ubbriachezza : molto più doveva ciò avvenire tra
genti barbare, e nei tempi descritti da Donizone. * Dalle osservazioni premesse
ci è dato concludere che, sino all’età del Rinascimento, sparutissime sono le
tracce della Germ. nella tradizione degli scrittori: non mai Tacito venne
indicato quale autore della Germ. 1 MANITIUS, Beitrige c., p. 566. RAMORINO,
disc. c, pp. 91-92, nota 40. ? Tacito avvertiva: ‘nec facilem inter temulehtos
consensum’ (Aist. I 26, 6) ‘ uinolentiam ac libidines, grata barbaris Il primo
degli umanisti, che abbia fatto menzione della scoperta di un libro intitolato
de origine et situ Germanorum, fu Antonio Beccadelli, detto il Panormita, il
quale, in una lettera diretta al Guarini veronese, scriveva: ‘ compertus est
Cor. Tacitus de origine et situ Germanorum. Item eiusdem liber de uita lulii
Agricolae isque incipit: clarorum wirorum facta ceteraue. Quinetiam Sex. Iulii Frontonis liber de
aquaeductibus qui in urbem Romam inducuntur; et est litteris aureis
transcriptus. Item eiusdem Frontonis liber alter, qui in hunc modum iniciatur :
cum omnis res ab imperatore delegata mentionem exrigat et cetera. Et inuentus
est quidam dialogus de oratore et est, ut coniectamus, Cor. Taciti, atque is
ita incipit: saepe ex me requirunt et cetera. Inter quos et liber Suetonii
Tranquilli repertus de grammaticis et rbetoribus : huic initium est: grammatica
Romae. Hi et innumerabiles alii qui in manibus uersantur, et praeterea alii
fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt; ii uero omnes, qui ob
hominum ignauiam in desuetudinem abierant ibique sunt, cuidam mihi
coniunctissimo ii dimittentur propediem , ab illo autem ad me proxime et de
repente; tu secundo proximus eris, qui renatos sane illustrissimos habiturus
sis ’.! Alla lettera si assegna la data dell’ aprile 1426.
Con la stessa lettera si può ben mettere in confronto una epistola scritta dal
1 Studi ital. di filol. class. VII, p. 125. E Poggio al Niccoli, in data del 3
novembre dell’anno precedente. ! Il Poggio gli annunziava : ‘ quidam monachus
amicus meus ex quodam monasterio Germaniae, qui 0lim a nobis recessit, ad me
misit litteras, quas nudius quartus accepi; per quas scribit se reperisse
aliqua uolumina de nostris, quae permutare uellet cum Nowuella Ioannis Andreae,
uel tum Speculo, tum Additionibus, et nomina librorum mittit interclusa ..
Inter ea uolumina est Iulius Frontinus et aliqua opera Corn. Tac. nobis ignota.
Videbis inuentarium, et quaeres illa uolumina legalia, si reperiri poterunt
commodo’ pretio. Libri ponentur in Nurimberga,
quo et deferri debent Speculum et Additiones, et exinde magna est facultas
libros aduehendi. Vt uidebis per inuentarium, haec est particula
quaedam, nam multi alii restant ; scribit enim in hunce modum: « sicuti mihi
supplicastis de notando poetas, ut ex his eligeretis qui uobis placerent,
inueni multos e quibus collegi aliquos, quos in cedula hac inclusa reperietis
La lettera del Panormita e quella del Poggio convergono nella notizia della
stessa scoperta, che il primo accenna con particolari minuti, mentre il
secondo, tranne per le determinazioni concernenti Frontino e Tacito, si rimette
all’ inventario; e convergono anche nella notizia, che nel luogo della scoperta
degli autori mentovati abbondavano libri antichi, parte già in uso e parte
ancora ignoti. ® La notizia al Poggio provenne dal mo 1 La data del 1425 è
segnata nell’ ed. Tonelli dell’ epistol. del Poggio, Firenze 1832. ? Panorm.:
“hi et innumerabiles alii quiin manibus uersantur, et praeterea alii fortasse
qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt’. Pogg. :‘ haec est particula
quaedam, nam multi haco che, appresso, è detto ‘ Hersfeldensis ° !; ma donde
provenne la notizia al Panormita? quale inventario o nota di libri gli fudato
di osservare, per indicare poi con tanta precisione il principio dell’ Agr.,
dei libri di Frontino, del dialogo de oratoribus e del libro di Suetonio de
gramm. et rhetoribus? Egli fa cenno di un suo ‘ coniunctissimus ’, al quale
sarebbero stati mandati i libri ‘ propediem ’, e da questo a lui ‘proxime et de
repente ’. Perciò o il monaco hersfeldese, oltre all’avere iniziato delle
trattative col Poggio, trattò anche dello scambio dei codd. del suo monastero
coi libri che desiderava, con qualche umanista amico del Panormita; ovvero il
Panormita attinse la notizia, che egli comunica al Guarini, direttamente dal
Poggio, tanto più che allora egli era in sì buoni rapporti di amicizia col
Poggio da mandargli, per mezzo del suo discepolo ed amico Giovanni Lamola,
l’Ermafrodito, e ricevere da lui delle magnifiche lodi ® insieme con l’
avvertimento (non bene accolto) di scegliere argomenti più serii per i suoi
carmi. alii restant ’; cf. epist. 1. lib. III, del 14 settembre 1426 :‘ quin
etiam dedi operam, ut habeam inuentarium cuiusdam uetustissimi monasterii in
Germania, ubi est ingens librorum copia’. Queste affermazioni dovettero
provenire dalla frase ‘inueni multos’ e. q. s., che si legge in quella parte
della lettera del monaco hersfeldese, che è ripetuta dal Poggio. 1 Poem epist.
III 12 T. ‘ monachum illum ,Hersfeldensem ’. 2 Poggi epist. ll 40 T.: ‘ laudo
igitur doctrinam tuam, iucunditatem carminis, iocos et sales; tibique gratias
ago pro portiuncula mea, qui Latinas Musas, quae iamdiu nimium dormierunt, a
somno excitas.’ L’ epistola presenta la data 3 aprile 1426, perciò è
contemporanea, o forse di pochi giorni anteriore, a quella scritta dal
Panormita al Guarini, Così non si può discompagnare la scoperta della Germ.,
indicata dal Panormita, dalle pratiche iniziate dal Poggio col monaco
hersfeldese per aversi, insieme con altri codd., ‘ uolumen illud Corn. Taciti
et aliorum, quibus caremus ’.! Son note, dall’ epistolario del Poggio, le
vicende di tali pratiche; ® ma si ignora quali possano essere stati i
risultamenti finali di esse. Si sa tuttavia con quale pertinacia insistessero i
cercatori di opere classiche nell’ età del Rinascimento, e in ispecial modo il
Poggio e il Niccoli; talchè non è improbabile che alla fine il monaco
hersfeldese, dopo il vivo rimprovero che gli inflisse il Poggio e la minaccia
di non ottenere nulla, venuto meno il favore del Poggio medesimo, quanto alla
lite che a nome del suo monastero da più anni sosteneva dinanzi alla Curia, 3
si fosse indotto a portargli il cod. promesso. * Nè fa meraviglia che il
Poggio, avuto il cod., ne abbia conservato assoluto silenzio nell’ interesse
suo, sia a vantaggio dei 4 Poca epist. III 12 T. Il Voret (trad. VALBUSA, II 4,
vol. I, P. 254) vorrebbe farla risalire alla scoperta fatta, nel 1422 in
Germania, da Bartolomeo Capra, arcivescovo di Milano; e del parere del Voigt è
il SABBADINI (v. Studi ital. di filolog. class. VII, p. 128 sg.). Ma danno
motivo a dubitare di ciò) le osservazioni fatte dal Poggio, in riguardo a tale
scoperta, nella lettera al Niccoli, del 10 giugno 1422 (epist. I 21). ? Pocair
epist. III 12; 13; 14; 19; 29. 3 Pogcir epist. III 29 T. (26 febbr. 1429): ‘
monachus Hersfeldensis uenit absque libro; multumque est a me increpatus ob eam
causam: asseuerauit se cito rediturum, nam litigat nomine monasterii, et
portaturum librum. Rogauit me multa: dixi me nil facturum, risi librum
haberemus; ideo spero ot illum nos habituros, quia eget fauore nostro”. 4
VOIGT-VALBUSA, op. c., II 4, vol. I, pp. 255-256. REN no suoi negozi librari,
sia a causa delle vie tortuose e non sempre legittime allora seguite per venire
in possesso di codd. preziosi. Egli stesso dichiara al Niccoli, in occasione
che questi gli aveva prestato l’ esemplare allora noto di Tacito (oggi cod.
Medic. II): ‘ Cornelium Tacitum, cum uenerit, obseruabo penes me occulte. Scie
enim ommem illam cantilenam, et unde exierit, et per quem, et quis eum sibi
uindicet, sed nil dubites, non exibit a me ne uerbo quidem.’ ! Nè osta il
giudizio espresso dal Poggio, nella lettera del 17 maggio 1427, sull’
inventario portato dal monaco di Hersfeld,® cioè che questo inventario era ‘
plenum uerbis, re uacuum ’, e che nella parte del medesimo inventario, mandata al
Niccoli, concernente Tacito ed altri scrittori, vi fossero ‘ res quaedam
paruulae, non satis magno... aestimandae ’ ; onde egli era caduto ‘ ex maxima
spe, quam conceperat ex uerbis suis.’ Perciocchè, se in realtà fosse stato di
sì poca importanza e di sì minimo pregio il cod. promesso, per qual motivo
avrebbe il Poggio tanto insistito per averne il possesso, come egli attesta
nelle due lettere che scrisse poi al Niccoli, l’ una del 31 maggio 1427 e
l’altra del 26 febbraio 1429? ® Anzi, nella prima delle due lettere citate,
dichiara espressa mente di aver meglio che per altri. codd. provveduto ‘ al
modo di aversi il ‘ uolumen ’ di Cornelio Tacito, ‘ quo maxime indigemus, id
quidem imprimis est, quod uolo: 1 Poee epist. III 14 T. (27 settem. 1427). In
conferma del silenzio che tenevasi sui risultamenti delle investigazioni e
delle pratiche iniziate con mercatanti di codd. e con monasteri, v. l’epist. II
1. 2 Poca epist. III 12 T. 8 Pogeli epist. III 13; 29, in fine, T. POR; E quin
mandaui isti monacho, ut uel ipse secum deferret, nam credit se rediturum
brevi, uel per alium monachum curaret deferendum : alios (sc. libros) iussi
portari Nurimbergam, hunc uero Romam proficisci recta uia, et ita se facturum
recepit ’. Il Poggio aveva osservato, nell’ inventario presentatogli dal monaco
hersfeldese, dei libri classici che erano ormai acquisiti alla repubblica
letteraria ; e ne traeva argomento per mostrare l’ ignoranza del frate che,
credendo nuovo per tutti quello che esso frate non sapeva, aveva infarcito l’
inventario di libri già noti, ‘qui sunt iidem (soggiunge il Poggio al Niccoli
') de quibus alias cognouisti’. Probabilmente il Poggio dovette vedere anche
indicato nell’inventario del monaco hersfeldese quel tanto che già conoscevasi
delle Rist. e degli ann. di Tacito, e che egli stesso aveva avuto occasione di
leggere nell’esemplare, scritto ‘ litteris antiquis ’, che si apparteneva a
Coluccio Salutati o ad altri, e poi si ebbe 1’ agio di osservare in un altro
esemplare ( oggi cod. Medic. II ) , scritto ‘ litteris Longobardis ’,
prestatogli dal Niccoli ? ed a questo restituito per mezzo di Bartolomeo de’
Bardi. * Perciò egli nutrì la speranza di venire presto in possesso anche di
qualcuno dei primi libri degli annali, che forse nell’inventario erano adombrati
con qualche indicazione diversa da quella data comunemente per il codice già
noto; ovvero nella presunzione che il frate, ignorante di studi umanistici, non
avesse saputo determinare con chiarezza il cod.posseduto, 1 Poco epist. III 12
T. ? Pogau epist. III 15 T. (21 ottobre 1427). 3 V. il poscritto della lettera
del Poggio al Niccoli, in data del 5 giugno 1428 (III 17 T.) I e da ciòla
possibilità che questo cod. per avventura contenesse altre parti non note
dell’opera tacitiana; ovvero per qualsivoglia altra ragione che a noi non è
dato investigare. In tal modo può avere una spiegazione plausibile l’insistenza
del Poggio nel pretendere dal frate la consegna del ‘ uolumen Taciti ’, non
ostante che prima, dato uno sguardo superficiale all’ inventario , fosse
rimasto disingannato di quanto aveva sperato, e perciò avesse sì poco pregiato
i libri indicati e avesse notato di trattarsi di ‘ res quaedam paruulae , non
satis magno aestimandae’; chè, ‘si quid egregium fuisset ’, serive egli al
Niccoli, ‘ aut dignum Minerua nostra, non solum scripsissem, sed ipse
aduolassem, ut significarem ’.! Ed a rinnovellare le speranze venute meno
nell’animo del Poggio avrà certamente contribuito il discorso fattogli da
Niccolò da Treviri, uomo dotto ‘ et, ut uwidetur, minime uerbosus aut fallax ’,
intorno ad un libro di Plinio sulle guerre germaniche. * In questo libro
pliniano il Poggio dovette subodorare i primi libri degli annales, perchè, come
bene avverte il Voigt, questi « non portavano più verun nome d’ autore »;? e
però, mentre da un canto iniziava, sebbene con una certa dubbiezza, delle
pratiche col Trevirese per aversi il cod. 1 Poggi epist. III 12 T. 2 Poca
epist. III 12 T. (17 maggio 1427): ‘ de historia Plinii cum multa interrogarem
Nicolaum hune Treuerensem, addidit ad ea quae mihi d.xerat, se habere uolumen
historiarum Plinii satis magnum; tunc cum dicerem, uideretne esse /istoria
naturalis, respondit se hunc quoque librum uidisse legisseque, sed non esse
illum, de quo loqueretur; in hoc enim bella Germanica contineri '. 3
VoIGT-VALBUSA, Op. c., II 4, vol, I, p. 252. rm BI pliniano, ! dall’altro
canto, per meglio riuscire nel suo intento, onorifico e al tempo stesso
lucroso, è possibile che abbia sollecitato anche il monaco hersfeldese per lo
stesso cod. pliniano, in cui, come si è detto, credeva di potere rinvenire i
libri perduti degli ann.; ma di questa seconda pratica nulla scriveva in
particolare al Niccoli, a cui soltanto prometteva, protestando la sua sincerità
, di dire a suo tempo quanto potesse interessarlo ?. Le pratiche col Trevirese
nel primo periodo non dovettero approdare a nulla, poichè costui, trattato
malamente dalla Curia, se ne era allontanato sì malcontento da non volerne
sentire più di libri o di altro; 3 onde il Poggio si propose di mandare qualcuno
in Germania, che curasse di portargli i libri desiderati, 4 1 PocaIr epist. III 12 T.‘adhuc neque despero, neque confido
uerbis suis (sc. Nicolai Treuerensis) litterae sunt a quodam socio
suo, cui librorum mittendorum curam delegauit, se misisse libros Francofordiam,
ut exinde Venetias deferrentur ’. Notisi quanto mistero in quei negoziati,
forse per non suscitare i sospetti degli amministratori dei monasteri, dai
quali venivano esportati, probabilmente per vie illecite, quei codd. preziosi.
Era forse ad Augsburg o a Dortmund il luogo in cui conservavasi il cod,
pliniano dei bella Germaniae (cf. MaAssMANN, Op. c., p. 179), ovvero nella
stessa Frankfurt a/M? Hersfeld non è molto distante da questa città. 2 Pogcit
epist. III 12 T. ‘ hie monachus eget pecunia: ingressus sum sermonem
subueniendi sibi, dummodo ...... et nonnulla alia opera quae, quamuis ea.
habeamus, tamen non sunt negligenda, dentur mihi pro his pecuniis haec tracto;
nescio quid concludam: omnia tamen a me scies postea. 3 PogaIr epist. III 13 T.
(31 maggio 1427): cf. epist. III 14 (27 settembre 1427). 4 Pool epist. III 13
T. ‘ ego solus uolui aliquem mittere in ns BA: n Ma dopo non guari Niccolò da
Treviri riapparve nel movimento del commercio librario :! nessun vantaggio ebbe
a ricavare il Poggio dal ritorno del Trevirese, in quanto al codice pliniano
delle guerre germaniche e, fors° anche, in quanto ai libri di Tacito non ancora
noti? Certo non viè documento, apparso fin oggi, che ci dia in proposito
notizie precise. Ma il Voigt bene avverte non essere probabile che il Poggio ed
il Niccoli vi avessero rinunziato, e « quel silenzio non sì spiegherebbe meno,
se il codice fosse venuto in Italia per vie segrete ». ? Intorno ai
risultamenti definitivi delle pratiche a lungo continuate tra il Poggio e il
monaco hersfeldese, non è improbabile la congettura del Voigt, che e per le
vive insistenze del Poggio stesso e per l’ efficacia indubitata del danaro
mediceo, alla fine il codice (* uolumen illud Corn. Taciti et aliorum, quibus
caremus’ ) sia stato portato a Roma o a Firenze; « diversamente, soggiunge il
Voigt, quegli amici umanisti non si sarebbero dati più pace. Ma le vie
difficili e tortuose, con cui si giunse ad averlo, spiegano abbastanza, perchè
il libro sia stato tenuto nascosto per una intera generazione, dissimulandone
il possesso, come quello delle due parti degli annali ».* Or, si conserva un
cod. su cui si modellò la ‘ ed. princ. ’? stampata a Venezia, probabilmente da
Vindelin da Spira, verso il 1469 o il Germaniam, qui curaret libros huc afferri:
sed nolunt qui nolle possunt, et deberent uelle”. 1 PoccI epist. III 29 (26
febbraio di e IV 4 T. (27 dicembre 1428). 2 VoIGT-VALBUSA, Op. c., Il 4, vol.
I, p. 252. 3 VoIGT-VALBUSA, Op. c., II 4, vol. I, p. 256. i È 1470: esso
contiene gli. ultimi libri degli ann. uniti, mediante numerazione successiva,
coi libri che restano delle Rist. ?, poi la Germ. e il dial. ; è il cod.
Vindobonensis del sec. XV, di scrittura bella ma non accurata, che a Mattia
Corvino, re di Ungheria, provenne, senza dubbio, da Firenze.? Il cod. Vindobon.
porta la data del 1466, perciò è posteriore alla morte del Poggio‘: non
putrebbe, per tanto, essere stato una copia, fatta con poca diligenza da
qualcuno degli scribi del Poggio, sul cod. primitivo o sur un apografo, venuto a
Roma o a Firenze, di provenienza hersfeldese? « Non è punto provato, avverte il
Ramorino, che tutti i Taciti diffusisi nel 400 provenissero dal secondo Mediceo
».° Sicchè, se la nostra congettura, avvalorata dalle ricerche precedenti e non
contrastata da alcun documento, è attendibile, non è forse da ammettersi che il
frate hersfeldese, ottemperando alle pressanti richieste del Poggio, abbia
aggiunto, 1 Seguo l'opinione del Massmann, op. c., p. 23, accolta dg Carlo
Castellani, il quale, in una nota segnata sulla copertina dell'esemplare che
conservasi nella bibl. V. E. di Roma, attribuisce la ‘ princeps’ a Vindelin da
Spira. Vedi’ introd. all’ ed. delle opp. di Tac. fatta dal Jacob, 1885, vol. I,
p. XXXV.. ? Ma delle hist. mancano gli ultimi tre capp. del lib. V, cioè 24,
25, 26 e circa metà del c. 23: si giunge sino alle parole ‘nauium magnitudine
potiorem * (V 23), come nel cod. Vatic. 1863. 3 Il Massmann, il Michaelis ed
altri edd. di Tac. fanno menzione del cod. Vindobon.: di proposito ne tratta il
HimER, in Zeitschrift fur die bsterr. Gymn. 1878, p. 801. 4 Il Poggio mori il
30-X del 1459: v. i fonti di questa data nell’ opusc. di G. A. CESAREO, un
bibliofilo del quattrocento, p. 5, 2.à eol., nota 2 (estratto dalla riv. Natura
ed arte, a. I, 1891-92). 5 RAMORINO, disc. c., p. 96, nota 49. CONSOLI: L’
autore della Germania. 5 ASTRA ca Bi probabilmente in copia, al ‘ uolumen Corn.
Taciti * una parte, l’introduzione forse, insomma quel che aveva potuto avere,
del cod. pliniano delle guerre germaniche, nel quale il Poggio si aspettava di
rintracciare i primi libri degli ann. tacitiani? Ne sarebbe così derivata, o
per preconcetto del Poggio o per interessata annuenza del frate tedesco o di
altri (non escluso Niccolò da Treviri) alle esigenti aspettative del Poggio, la
intitolazione a Tacito di una parte dei Germanica bella di Plinio Secondo. Se,
dunque, si ammette che fonte del cod. Vindobon. sia stato il cod. o l’apografo
venuto dalla Germania per i lunghi e pertinaci maneggi del Poggio, e tenuto per
qualche tempo accuratamente nascosto in Firenze, si spiega agevolmente il
perchè fossero noti in Italia la Germ. e il dial. prima ancora che si avesse
notizia dei codd. portati, sul declinare del 1455, da Enoch d’Ascoli.! 1 Nella
bibl. di Cesena si conserva un ms. della Germ., che, secondo il cat. del
Muccioli, appartiene forse al sec. XIV. Tale indicazione apparve inesatta al
LEHNERDT (Enoche v. Ascoli und die Germania des T.s, in Hermes, vol. XXXIII,
fasc. 3°, p. 504), perchè nel ms. è disegnato lo scudo e il nome di Malat[esta]
N[ouellus], vicario apostolico di Cesena e fondatore di quella bibl., morto nel
1465. Veramente la data del sec. XIV è da reputarsi molto anteriore alla vera:
ma non poteva il ms. essere stato copiato sur un cod. o un apografo anteriore
alla divulgazione dei libri portati da Enoch in Italia? non era forse Malat.
Novello in vita ed in grande autorità prima del 1455? Un altro ms, della Germ.,
più corretto del precedente, è incluso nel cod. segnato D IV 112, che si
conserva nella bibl. Gambalunga di Rimini; porta la data del 1426, secondo il
cat. del prof. Attilio Tambellini (v. G. MAZZATINTI, inventari dei mss. delle
biblioteche d' Italia, Forlì 1892, vol. IL, p. 165, n.° 23), la 607 II. Per
altra via, qualche tempo dopo, gli umanisti del ‘400 ebbero di nuovo notizia
della Germ. : se ne ascrive il merito ad Enoch di Ascoli. ! Era questi un
mediocre erudito, ? che aveva passato alcuni anni in Firenze, prima quale
maestro dei figli di Cosimo de’ Medici, e poi con l’ ufficio di ripetitore
nella famiglia de’ Bardi; indi insegnò belle lettere in Ascoli e in Perugia.
Sia per rapporti personali che egli aveva col papa, sia per autorevoli lettere
commendatizie concesse da Cosimo de’ Medici, a cui era stato prima raccomandato
dal dotto Ambrogio Traversari, generale dell’ ordine dei Camaldolesi$ fu
prescelto da Niccolò V per fare delle ricerche di codd., specialmente delle
deche perdute di T. Livio, nelle biblioteche delle chiese quale data il
LEHNERDT (I. c., p. 505) e R. RETZENSTEIN (zur Texrtgeschichte der Germania, in
Philologus vol. LVII (n. s. XI), fasc. 2°, p. 367 sg.) ritardano giustamente
sino al 1476; tanto più che chi scrisse l’apografo, certo Rainerius Maschius da
Rimini, dichiara di averlo scritto allorchè ‘ dicebatur oratores imperatoris et
regis Gallorum et aliorum ultramontanorum uenire ad oranlum Sixtum IIII
pontificem'; perciò dopo il 1471, anno in cui fu assunto alla tiara Sisto IV
della Rovere. 4 Per i funti delle notizie intorno ad Enoch d'Ascoli, v. ALFREDo
REUMONT, aneddoti storico-letterari, in Archivio storico italiano, serie III,
t. XX (1874), pp. 188-189. VOIGT-VALBUSA, OP. C., vol. II, pp. 192-194. 2 Si
deve riconoscere un encomiv esagerato in quel che scrisse di lui Gius. LENTO,
clarorum Asculanorum praeclara facinora, Romae 1622, p 37: ‘ Enochus, sapienti
et altiore mente praeditus, omnem mouere lapidem, donec res (cioè, la scoperta
di codd. antichi) prospere scilicet cesserit. quam ob rem non solum nutantes
litteras Latinas confirmauit, uerum Graecam facundiam tuendo melius propagauit
latius.' 3 A. TRAVERSARII epist., p. 335, ed. Mehus. 6R e dei chiostri dell’
Europa settentrionale. Enoch partì per il suo viaggio di esplorazioni
letterarie nella primavera del 1451 : visitò l’ isola di Seeland, e di là
scrisse una comunicazione a Leon Battista Alberti.! Poi non diede più notizie
di sè,” salvo quelle accennate dal Poggio in una lettera, con la frase
sarcastica: ‘ Enoch Esculanus, qui adeo diligens fuit, ut nihil iam biennio
inuenerit dignum etiam indocti hominis lectione ’.8 Probabilmente, se si
accoglie la testimonianza del Filelfo,* Enoch penetrò nella penisola
scandinava. Non si ha alcuna notizia intorno alla via del ritorno: è possibile
che abbia percorso, per fare ritorno in patria, la Germania e vi abbia fatto
delle indagini per iscoprire dei codici. Si conserva ancora nell'archivio di
Kònigsberg il breve, con cui Niccolò V raccomandava al gran maestro dell’
Ordine teutonico, Ludwig von Erlichshausen, il ‘ dilectum filium Enoch
Esculanum qui diuersa loca et monasteria inquirat, si quis ex ipsis deperditis
apud uos libris reperiretur ’.5 Ma non è provato da alcun 1 GrroL. MANCINI,
vila di L. B. Alberti, Firenze i882, p. 328 sg. 2 Onde il Poggio ironicamente
scriveva: ‘ ille enim Enoch adeo solers et diligens fuit, ut ne uerbum quidem ad
me adhuc scripserit’; epist. X 17 T. (22 gennaio 1452 [1453]). 3 Poca epist. IX
12: la lettera non porta data; è probabile che sia stata scritta nel 1453. 4
Nella lettera del Filelfo a Callisto III, del 19 febbr. 1456, (epist. Ven. 1502) si legge: ‘is enim Enochus in Daciam
(/. Daniam) usque profectus est, et, ut referunt aliqui, in Candauiam (.
Scandinauiam) usque, quae quam longissime ultra reliquas omnes insulas, de
quibus exstet memoria apud priscos rerum scriptores, posita est in mari oceano
e regione Germaniae ad septentrionem ’. 5
VOIGT-VALBUSA, Op. c., V ©, vol, II, p. 193, lm documento, che Enoch sia stato
in Hersfeld ed abbia fatto delle ricerche in qualche monastero di quella città.
E, del resto, a qual fine visitare i monasteri di Hersfeld, per i quali egli
avrebbe « senza dubbio ricevuto istruzioni esatte da Poggio »,' se il monaco
tedesco, con cui ebbe a trattare il Poggio per il‘ uolumen illud Corn. Taciti
et aliorum ’, era, è vero, « nativo di Hersfeld », ma « stava nel convento di
Niirnberg, e andava e tornava spesso da Roma per interessi del monastero »,°
cioè del monastero norimberghese ? In ogni caso, non sarebbe una congettura
priva di fondamento, che Enoch, nel suo viaggio di ritorno, avesse visitato
qualcuno dei monasteri di Nirnberg, secondo le possibili istruzioni dategli dal
Poggio. Enoch ritornò a Roma sul declinare del 1455, 5 portando seco alcuni
codici ; ma non vi trovò liete accoglienze, come egli sperava, perchè Niccolò
V, suo protettore, era morto, e il nuovo papa Callisto III non mostravasi
benevolo verso gli umanisti e le loro ricerche letterarie. Aggiungasi che gli
eruditi, tanto a Roma quanto a Firenze, non mostravano benevolenza per lo
Ascolano, poichè questi si era deciso a non concedere copia alcuna de’ suoi
codd., prima che fosse stato. degnamente rimunerato delle sue fatiche.
Scriveva, infatti, 1 Studi ital. di filol. class. vol. VII, p. 130. ? Studi
ital. di filol. class. vol. VII, p. 128. 8 « Forse nel novembre », aggiunse
VITTORIO Rossi nella nota: l'indole e gli studi di Giovanni di Cosimo de’
Medici, notizie e documenti; pubblicata nei Rendiconti della R. Accad. dei
Lincei, classe di scienze morali, storiche e filologiche : es= tratto dal vol.
II, fasc. 19, Roma 1893. A p. 34 sg., n. 4, lo dimostra ampiamente, A] Je Carlo
de’ Medici, protonotario apostolico , al fratello Giovanni: « sì che vedete se
volete gettare via tanti danari per cose, che la lingua latina può molto bene
fare senza esse, che a dirvi l’oppenione di molti dotti uomini, che gli anno
visti, da questi quattro infuori che sono segnati con questo segno x, tutto il
resto non vale una frulla ».'! Ciò non ostante Carlo de’ Medici mandò al
fratello, insieme con la lettera cit., l’inventario dei codd. portati da Enocb.
Su questo inventario si deter-. minò meglio l’opinione punto benevola che i
dotti fiorentini si erano formata per lo scopritore : di essa si rese
interprete Vespasiano da Bisticci che, per ispiegare quel che tenevasi cattivo
risultamento del viaggio fatto da Enoch per investigazioni letterarie ,
scriveva nella sua biografia del « maraviglioso grammatico » : « istimo che
procedesse per non avere universale notizia di tutti gli scrittori, e quegli
che erano e quegli che non si trovavano ». # Or, come mai si può conciliare
tanta noncuranza , non diciamo dispregio , per i codd. scoperti dall’ Ascolano,
se tra questi era compreso quel codice hersfeldese, o meglio norimberghese, per
il cui possesso si era sì lungo tempo e con tanta persistenza affaticato il
Poggio, d’ accordo col Niccoli ? Non è lecito forse da questa contraddizione
argomentare che il cod., che si vuol dire hersfeldese, fosse probabilmente
venuto prima in possesso del Poggio? 3 Sarebbesi questi mo 1 GAxE, carteggio I,
p. 163 sg. Vitt. Rossi, opusc. c., II, p. 27. La lettera del Medici porta la
data del 13 marzo 1456, st. com.; 1455, st. fior. ? VESPASIANO, vile d'uomini
illustri del sec. XV, ed. Bartoli, p. 511. 8 Volet-VALBUSA, Op. c., V 5, vol,
II, p. 194, nota 2: suppone si strato così indifferente per le scoperte di
Enoch, e avrebbe con la sua indifferenza provocato quel giudizio sì freddo e
altezzoso della scuola umanistica fiorentina, sulla quale’ valeva molto la sua
grande autorità, se non avesse posseduto prima del ritorno di Enoch, avendolo
in un modo qualsiasi ottenuto, un esemplare del cod. che per lunghi anni aveva
così vivamente ambito ? III. Enoch, disingannato per la fredda accoglienza
avuta e dai dotti umanisti e dai principi mecenati , si ritirò ad Ascoli, dove
poco dopo mori. Quand’ egli si ricoverò nella sua città nativa, dovette portare
seco i codici che, per la forte remunerazione che si aspettava di duecento o
trecento fiorini, non aveva potuto trovare occasione di cedere ad alcuno; e che
egli avesse. con sè i detti codici prima di morire, c’ induce ad ammetterlo una
lettera del protonotario apostolico Carlo de’ Medici, del 10 dicembre 1457,
nella quale questi serive al fratello Giovanni che, avuta notizia della morte
di Enoch , sì era affrettato a scrivere a Stefano de’ Nardini, da Forlì, allora
« governatore di tutta la Marca », per pregarlo di mandargli, se non gli
originali, almeno le copie dei codici dell’ Ascolano. ! Non si ha alcuna
notizia certa intorno alle persone che vennero in possesso dei codici portati
da Enoch. Quando questi giunse a Roma, dopo la sua lunga peregrinazione per i
paesi nordici, dovette certamente, oltre al presentare degli elenchi dei libri
scoperti, permettere anche di osservare i libri stessi; ma non permise a nes
che nell’ elenco di Enoch non fossero stati inclusi gli scritti di Tacito e di
Suetonio. 1 Vitt. Rossi, opusc. c., VIII, p. 30. naz suno di trarne copia,
prima che gli si fosse data una degna remunerazione per la scoperta fatta.!
Perciò, finchè egli fu in vita, i codici che aveva scoperti rimasero in suo
potere. Aveva tentato, è vero, confortato forse dalle esortazioni dell’ Aurispa
*, di offrirli a re Alfonso; ma il risultamento delle nuove pratiche non
dovette essere conforme ai desideri di Enoch. Non è però improbabile che, dopo
la morte di Enoch, i codici di lui siano passati, mediante gli abili maneggi di
Carlo de’ Medici e la cooperazione di Stefano de’ Nardini, nella biblioteca di
Giovanni di Cosimo de’ Medici , e perciò a servizio degli umanisti fiorentini.
Un’ allusione a ciò pare di 1 Carlo de’ Medici scriveva al fratello Giovanni,
in data del 13 marzo 1456 (1455, st. fior.): « Lui (Enoch) per insino a qui non
ha voluto farne copia a persona, imperò dice non vuole avere durate fatiche per
altri, e non delibera darne copia alcuna, se prima da qualche grande maestro
non è remunerato degnamente, ed ha oppenione d’averne almanco 200 o 300 fiorini
». GAYE, Op. c., I, p. 163. Vitt. Rossi, opuse. c., p. 27. Sino al dicembre
1457, quando già era ‘avvenuta la morte di Enoch, nè Carlo de’ Medici né il
card. di Siena avevano potuto avere gli originali o le copie dei libri nuovi
lasciati dal1 Ascolano : v. lett. VIII del 10 dicembre 1457, in Virt. Rossi,
opusc. c., pp. 30-31. 2 V. la lettera dell’Aurispa al Panormita, del 28 agosto
1455, in SABBADINI, biogr. documentata di Giovanni Aurispa, Noto 1890, p. 128;
e v. la chiusa di un’altra lettera dello stesso Aurispa al Panormita, del 13
dicembre 1455, pubblicata nel cit. libro del Sabbadini, p. 133. Ma la data
della prima lettera deve essere portata un po’ più tardi, probabilmente al
1457, come han dimostrato con validi argomenti il CESAREO, opuse. c., I, p. 4,
col. 12, e il Rossi, opusc. c., pp. 34-35, nota 4. A RES scorgere in una
lettera scritta da Carlo de’ Medici, il 13 gennaio 1458. ! In qual modo
pervenne ad averne notizia, e come si ebbe l’agio di farne l’apografo Gioviano
Pontano, il quale viveva lontano dai circoli letterari di Roma e di Firenze?
Nessun documento ci aiuta, per ora, a determinare una risposta precisa e certa
al quesito proposto; e nulla c’ è da spigolare nè da congetturare dalle due
note attribuite al Pontano, che si leggono nel cod. Leidens. Perizon. Ma è
possibile che nuove ricerche sulle vicende di alcuni codici di fonte (come
credesi) pontaniana , i quali si conservano nella biblioteca di Minchen, p. es.
il cod. degli Argon. di Val. Flacco , ? e il cod. che contiene il libro Andreae
Floci Florentini de Romanorum magistratibus ac sacerdotiis;* e nuove indagini
negli archivi di Firenze e di Napoli chiariscano le relazioni che ebbe il
Pontano con gli umanisti fiorentini, dai quali probabilmente si ebbe facoltà di
prender copia dei codici d’ Enoch, che egli trovava ‘ mendosos et imperfectos.’
Ma le congetture concernenti le relazioni del Pontano con la scuola umanistica
fiorentina non tolgono la pos 4 Nella cit. lettera del Medici (v. Rossi, opusc.
c., IX, p. 31) si legge: « Per una vostra sono avisato come aveste la lettera
mi scrisse m. Stephano de Nardinis supra quelli libri di Enoc; non ho poi
altro, ma non dubitate che per essere il primo che gl’abbia,non v’àanno acostare
uno denaro di più ». Il Rossi tuttavia resta in dubbio « se quei maneggi
sortissero l’effetto desiderato » (pag. 39). 2 Nel cod. Lat. 802 (cod.
Victorin. 123) leggesi appunto l' annotazione ‘emit Florentiae Iouianus ’. 3
Nel cod. Lat. 822 (cod. Victorin. 162) c'è la nota ‘ est Iouiani Pontani.
Florentiae, MCCCCLXV III ', i sibilità, che egli sia venuto a conoscenza dei
codici enochiani, per acquisto che abbia fatto degli stessi la corte di Napoli;
sebbene, in tal caso, non ci sarebbe stato altro scopo per trarne copia, che
quello di correggerne le mende numerose. Ma nessun documento nè indizio ci
aiuta per affermare o congetturare ciò. Fatto certo è che il così detto cod.
hersfeldese, quale fu portato da Enoch a Roma, non si conservò in nessuna biblioteca:
era scritto su pagine divise in colonne, e per la Germ. presentava (se quanto
afferma il Decembrio, è da riferirsi al cod. anzidetto !) la particolarità
dell'uso della v. ‘inscientia ? nel cap. 16, 6, invece di ‘inscitia’; mentre,
come è noto, nel sec. XV era invalsa generalmente l’ usanza di scrivere le
pagine dei libri per intero, senza dividerle in colonne; e in> oltre, in
nessun cod. della Germ., finora conservato, osservasi la v. ‘ inscientia ’ nel
1. c. ? IV. Quanto all’ elenco dei libri portati iu Italia da Enoch d’ Ascoli,
non abbiamo testimonianze del tutto concordi nè complete. Bartolomeo Platina ne
nota due: il de re coquinaria di Celio Apicio e il comm. ad Orazio di
Porfirione.* Degli stessi due libri fa menzione Vespasiano da Bisticci. 4 1
Vedi SABBADINI, il ms. hersfeldese etc., in Rio. di filol. e d’i. cl., a. XXIX
(1901), p. 262. ? Soltanto il cod. della bibl. Angelica (‘ Augustinorum’ ) Q 5,
12 del 1466, e il cod. Kappianus (K del Massmann) presentano “iusticia’ invece
di ‘ inscitia ”. 3 PLATYNAE de uitis max. pont. hist. periocunda, Venet. (Ph.
Pincio Mantuano) 1511, fol. 150, 4 VESPASIANO, l. c. Par | pes Il Panormita
apprese da Teodoro Gaza che tra le scoperte enochiane erano Apicio e un
Caesaris iter;! e l’Aurispa, in una lettera del 13 dicembre 1455, diretta al
Panormita, enumera: a) l’Apicio, cui chiama ‘ pauperem coquinarium ’, inferiore
nell’arte culinaria alla sua cuoca; b) il Caesaris iter, che ‘ prosa oratione
est, non uersu’; c) il commento di Porfirione, che a lui sembra ‘ magis
aestimandus quam quicquam aliud ab ipso allatum ?.* Il ‘ quicquam aliud ’ della
frase dell’Aurispa può tanto riferirsi ai due libri menzionati prima, Apicio e
il Caesaris iter, quanto alle altre novità librarie recate da Enoch, le quali
l’Aurispa non credeva degne di essere rammentate; chè non può supporsi che egli
le ignorasse, se scriveva al Panormita: ‘eum qui codices hos inuenit et Romam
perduxit ad uos mittam cum omnibus musis suis”. Carlo de’ Medici chiedeva a
Stefano de’ Nardini che dei codici nuovi lasciati da Enoch, morto ad Ascoli,
gli mandasse: « Appicius de re quoquinaria, Porfirione sopra Oratio, Suetonio
de uiris illustribus, Itinerarium Augusti ».* Dovevano essere gli stessi
quattro libri che avea contrassegnati nella lettera del 13 marzo 1456 a
Giovanni de’ Medici; poichè il resto dei libri portati dall’Ascolano non
valeva, secondo lui, « una frulla » ‘. 1 Nella lettera del Panormita
all'Aurispa (v. SABBADINI, dbiogr. doc. di G. Aurispa, p. 133, n. 1) si legge:
‘ fac tecum deferas Apicium coquinarium et Caesaris « iter », nuperrime, ut
refert Theodorus tuus nunciam meus, inuentos Romamque perductos ’. 2 La lettera
dell'Aurispa è cit. a p. 72, nota 2.* 8 Di questo incarico dato al Nardini egli
scrive al fratello Giovanni, nella lett. del 10 dicembre 1457: v. VITT. Rossi,
opusc. c., VIII, pp. 30-31. 4 Vitt, Rossi, opusc, cit., II, p. 27. TR (; pere
Talchè ai tre libri che già conosciamo per le testimonianze sopra indicate,
bisogna aggiungere, secondo quel che scriveva Carlo de’ Medici, il libro di
Suetonio de uiris illustribus (non de grammaticis et rhetoribus). Oltre questi
quattro libri, null’ altro sappiamo degli altri libri portati da Enoch.' Nè a
riempiere la lacuna può valere la testimonianza, testè data alla luce, di P. C.
Decembrio; poichè questi non dice, nè lascia in alcun modo intendere, che i
quattro libri segnati nella nota (Germ., Agr., dial. de oratoribus e Suetonio)
si debbano comprendere tra le recenti scoperte di Enoch. L’a. 1455 a cui, nella
nota del Decembrio, si accompagnano le parole ‘ Cornelii taciti liber reperitur
Rome uisus ”, vale a indicare in qual tempo l’autore dello zibaldone ebbe
notizia o vide i libri che nota nell’ elenco, non la data della scoperta di
Enoch; chè, se intendimento di lui fosse stato accennare in un modo qualsiasi
tale data, avrebbe certamente aggiunto qualche parolaanaloga a quelle che si
osservano nella nota del cod. Leid. Perizon. ‘ nuper adinuentos et in lucem
relatos ab Enoc Asculano ?. : Nulla, per tanto, osta ad ammettere che il
Decembrio abbia potuto attingere le notizie che trascrive nel suo zibaldone a
tutt’ altra fonte, che non a quella dei co 1 Appare inesatta l’asserzione, che
nella lista di Carlo de' Medici sia notata la sola opera di Suetonio «
certamente perchè essa nel cod. occupava il primo posto » (v. Studi ital. di
filol. class. vol. VII, p. 130, nota 4); perocchè , argomentando da una nota di
Pier Candido Decembrio (Riv. di filol. e d'’ i. cl., a. XXIX (1901), fasc. 2°,
p. 268) l’opera di Suetonio occupava, invece, nel cod. l'ultimo posto. dici
portati da Enoch! : probabilmente le avrà attinto al codice del monaco
hersfeldese, in quanto che verso la metà del sec. XV questo cod. doveva essere
già pervenuto tra le mani del Poggio. Il Decembrio, come è noto, sin dal 1450
era al servizio della Curia romana. Se, al contrario, si volesse ammettere che
il Decembrio fosse stato uno dei primi, anzi risolutamente il primo ?, a vedere
il così detto cod. hersfeldese delle opere minori di Tacito, portato in Italia
da Enoch, si andrebbe incontro ad un’affermazione indubitata di Carlo de’
Medici, il quale scriveva al fratello: « a dirvi l’oppenione di molti dotti
uomini, che gli Anno visti (cioè, i libri portati dall’Ascolano), da questi
quattro infuori che sono segnati...., tutto il resto non vale una frulla » :3 e
i quattro libri, l'abbiamo osservato sopra, erano Apicio, Porfirione, Suetonio
e l’Itinerarium. Sarebbe stato mai possibile che i quattro libri segnati nella
nota del Decembrio fossero stati giudicati per « una frulla » da quei dotti uomini,
che costituivano, diremo così, il fiore della scuola umanistica romana nel sec.
XV ? È da notarsi, inoltre, che il libro di Suetonio, accennato da P. C.
Decembrio, ha per titolo de grammati 4 Si noti la differenza tra il tit. della
Germ. segnato dal Decembrio (de origine et situ Germaniae) e quello scritto nel
cod. Leid. Perizon. (de origine situ moribus ac populis Germanorum), attribuito
al Pontano. Se il Decembrio e lo scrittore del cod. cit. avessero attinto la
denominazione della Germ. alla stessa fonte, non avrebbero certamente mostrato
alcuna discrepanza quanto al tit. del libro. ? Così opina il Sabbadini : v.
Rio. di filol. e d’i. cl., a. XXIX (1901), p. 263. 3 Lett, cit. del 13-III
1456: v, Vitt. RossI, opusc, c., II, P. 27. nun E cis et rhetoribus, il quale
non corrisponde al tit. de viris illustribus, che si legge nella lettera di
Carlo de’ Medici. Egli è vero che il secondo tit. include in sè l’altro, come
il genere contiene la specie; ma un titolo preciso, tutto proprio, doveva
averselo il libro di Suetonio, portato dall’Ascolano. Nel cod. Leid. Perizon. è
scritto: ‘ Caii Suetonii Tranquilli de wiris illustribus liber incipit. » de
grammaticis ’; e in fine la nota: ‘ amplius repertum non est adhuc. desunt
rhetores XI”. Certo, l’ indicazione del Decembrio risponde meglio al contenuto
di quanto rimane del libro di Suetonio ; mentre l’ indicazione di Carlo de’
Medici si riferisce alle notizie che si avevano intorno ad un libro di Suetonio
de wiris illustribus, del quale si era giovato S. Girolamo per scrivere le vite
degli uomini illustri, dall'età degli apostoli sino a” suoi tempi.' E non pare
perciò improbabile la congettura, che Enoch, per indicare nell’ inventario il
libro di Suetonio, avesse usato il titolo de uiris illustribus, a fin di attirar
meglio sui suoi codici 1’ attenzione dei dot ti; stante che allera era
divulgata la leggenda, che Sicco Polenton (de’ Ricci), dopo essersi servito
dell’ opera di Suetonio, per compilare il suo libro de scriptoribus linguae
Latinae, 1’ avesse distrutto col proposito di togliere qualsiasi prova a chi si
fosse avvisato di accusarlo di plagio.? In appoggio di tale congettura, vale
molto la nota, attribuita al Pontano, che leggesi nel cod. Leid. Perizon: in
essa, oltre l’ invettiva contro Sicco Polenton per la pretesa distruzio i
HieroNnyM. epist. XLVII ad Desiderium, t. I, col. 209, Veron. 1734; prol. ad
Dextrum praet. praef. in libr. de uiris illustribus, t. II (1735), col. 807. ?
Vitm. Rossi, opusc. ne di quella parte del libro di Suetonio, ‘ quae est de oratoribus
ac poetis’, si trae occasione di lamentare che Bartolomeo Fazio non avesse
potuto, per l’ immatura morte (novembre 1457),' leggere lo scritto di Suetonio,
mentre componeva il libro de uiris illustribus temporis sui. Di modo che, con
l’ intitolare de wiris illustribus il libro di Suetonio, si volle indicare il
contenuto del libro molto maggiore del vero, non tanto, forse, per trarre in
inganno chi si fosse deciso a comprare il codice, quanto per avvicinare la
scoperta di Enoch al libro compilato dal Polenton ed alle vite degli uomini
illustri del Fazio. Non si può disconoscere che, se Enoch aveSse portato seco
degli scritti di Tacito, così pregiati dai dotti umanisti del sec. XV, non
avrebbe di certo tralasciato di dar loro evidenza, compilando 1’ elenco dei
libri scoperti durante il suo viaggio nell’Europa settentrionale. Nè è
ammissibile che alla diligenza d’ un cercatore di codici, scelto appunto per
tali indagini da un pontefice di mente superiore e d’ illuminata liberalità,
quale fu Niccolò V, fosse sfuggito il nome di Tacito, ove questo nome si fosse
trovato scritto sul frontespizio di qualcuno dei codici o dei libri contenuti
in uno stesso codice; nè l’intendimento di trarre vantaggio dal mettere in
prima linea il nome di Suetonio poteva essere d’ ostacolo , che si scrivesse il
nome di Tacito accanto o anche dopo quello di Suetonio, se in realtà il nome di
Tacito si trovava in fronte a qualcuno dei libri portati da Enoch in Italia. L’
importanza di Tacito nei 1 ZENO, diss. Voss., Ven. 1752, p. 70 sg. 80 giudizi
degli umanisti del sec. XV non era inferiore a quella attribuita a Suetonio. !
Molto meno attendibile ci sembra l’ avvertenza, che fu omessa la menzione del
nome di Tacito nella lettera del Medici, 10 dicembre 1457, perchè questi vide
solo al principio del codice il libro di Suetonio. ®? Appare, infatti, da un’
altra lettera di Carlo de’ Medici, con la data « Roma, 13 marzo » (1456 st.
com., 1455 st. fior.),3 che egli ebbe sott’ occhio l’ inventario compilato da
Enoch, non il codice, sul quale inventario contrassegnò quattro libri, i
migliori secondo « l’oppenione di molti dotti uomini, che gli Anno visti ». E
di più nella cit. lettera del*°10-XII 1457 non si fa elenco di codici, ma
solamente di libri, e tra questi il de wiris illustribus di Suetonio occupa il
terzo posto. Or, se Carlo de’ Medici vide 1’ inventario presentato da Enoch e
non i codici, molto meno probabile appare la congettura, che egli abbia veduto
« una semplice copia, affine al cod. Vaticano 4498, che reca tutte quattro le
opere in que 1 Arrogi una considerazione: come si potrebbe conciliare la niuna
menzione della Germ. nell'inventario delle scoperte dell’Ascolano, col fatto
che per avidità di guadagno i cercatori e mercatanti di codici dicevano
talvolta cose non vere o esageravano:quel che realmente si era scoperto? Valga
d' es. il caso di Niccolò da Treviri: questi nell'inventario dei libri nuovi
mandato al Poggio scrisse di avere presso di sè un ‘ uolumen in quo sunt XX
comoediae Plauti' (v. Poca epist. III 29 T.); e poi, invece, ne portò sedici
(v. PocaIt epist. IV 4 T.). ? Cosi appunto si legge in Studi ital. di filol.
class. vol, VII, p. 130, nota 4; e Rio. di filol. e d'i. cl. a. XXIX (1901),
fasc. 2, p. 264. E dello stesso avviso è anche il LEHNERDT, in Hermes, vol. XXXIII
(1898), p. 501. 3 GAYE, Op. c., I, p. 163 sg. Vitt. Rossi, opuse. c., II, p.
27. ASI RS st’ ordine» Suetonio de grammaticis, Tacito Agricola, dialogus,
Germania ».! Aggiungasi che nella nota dello zibaldone del Decembrio il libro
di Suetonio occupa l’ultimo posto, e la Germ. ha il primo parsa: anteriore,
perciò, all’Agr. e al dialogus.* Altre considerazioni c’ inducono ad ammettere
come probabile che, tra i libri portati da Enoch in Italia, quelli attribuiti a
Tacito mancassero dell’ indicazione del nome dell’ autore. Dalla lettera del
Panormita al 1 Rio. di filol. e d’i. el. 1. c. Ma in realtà il cod. Vatic. 4498
contiene Suetonius de grammaticis et rhetoribus nel terzo posto: lo precedono
Frontinus de aquaeduct. e Rufus de prouinciis. 2 Perciò appare, ora, infondato,
alla luce dei documenti testé scoperti, il ragionamento del LEHNERDT |. c., p.
501: « dass in Carlos Briefe nur Suetonius, nicht aber die beiden Taciteischen
Schriften genannt werden, findet leicht eine Erklàrung. Wir erfuhren schon aus
einem frilheren Briefe, dass Enoche mit seinen Schàtzen sehr zuritckhaltend
war; so lag auch den beiden Medici nicht der Codex selbst, sundern nur das
Inventar Enoches vor, in dem, wie so hàufig, nur das erste Werk der
Sammelbandschrift aufgefihrt war ». La spiegazione, invece, sarebbe tutta al
contrario, perchè, secondo la nota dello zibaldone di Pier Candido Decembrio,
la Germ. è il primo senitto del cod.; l’ultimo è il de gramm. et rhetoribus di
Suetonio. y 3 Vitt. Rossi nell'opusc. c., p. 38, nota 1, scrive: « se poi Enoch
non trascrisse il cod. da lui scoperto, ma portò questo stesso in Italia, può
ben darsi gli sia sfuggito il nome di Tacito, che, come nel cod. Perizoniano,
dovea leggersi in fronte al secondo opuscolo contenutovi, alla Germania, e non al
primo, il dialogo de oratoribus ». Ma il MASsMann, op. c., p. 7, descrivendo îl
cod. Leid. Perizon. XVIII C 21, osserva che il 1° opusc. porta nel fol. I il
soprascritto di colore rosso ‘ CoRCONSOLI n L’ autore detta Germania, 6 cn a
Guarini veronese, citata in principio del presente capitolo, apprendiamo che
solo per congettura erasi attribuito a Tacito il dialogus. Nè alla notizia
precisa data dal Panormita contrasta la nota del Decembrio, per la quale si
vuole riconoscere per vero « indi scutibilmente che il dialogo portava il nome
di Tacito »;! perocchè l’ affermazione del Decembrio devesi riferire allo stato
del codice o di un apografo del codice, ventinove anni dopo che ne avea dato l’
annunzio il Panormita. Dopo tanti anni era possibile che il Decembrio avesse
veduto e descritto qualche esemplare, proveniente forse dal cod. annunziato dal
frate hersfeldese, nel quale esemplare la congettura del Panormita fosse stata
accolta come notizia indubitata, e si fosse ascritta a Tacito la paternità del
dial. Quanto all’ Agr. manca qualsiasi testimonianza, che il libretto formasse
parte del cod. portato da Enoch. Il Decembrio lo nota soltanto nell’ elenco,
senza indicare espressamente che l’Agr. era incluso nello stesso cod., insieme
con la Germ., il dial. e il Suetonio, e ne teneva il secondo posto. Nè havvi
alcun codice, in cui si presentino riunite insieme le tre così dette opere
minori di Tacito e il de gramm. et rhetoribus di Suetonio, nell’ordine stesso
della descrizione che ne fece il Decembrio. Alla mancanza di testimonio per
l’Agr. non può supplire, come pare a noi, il cod. Vatic. 4498; * perchè, co
NELII TACITI DIALO-/gus de oratoribus incipit’: e la stessa osservazione ci è
stata confermata, in una cortese lettera del 4-X 1901, dal prefetto della
biblioteca universitaria di Leida sig. S. G. de Vries, alla cui gentilezza ci
siamo rivolti per avere delle notiziecerte sull'argomento. 1 Rio. di filol. e
d’ i. cl., 1. c., p. 264. ? V. gli Studi ital. di filol. class. vol. VII, p.
130: si ammette me sopra si è in parte avvertito, ! in questo cod. non si
contengono raccolte le sole quattro opere che si dicono costituire il cod.
hersfeldese, portato da Enoch in Italia, e nemmeno nell’ ordine indicato dal
Decembrio (G. A. d. S.), ma vi si contengono anche: 1° Frontinus de aquaeduct.;
2° Rufus de prouinctis ;.... 4° [ Pseudo-] Plinius de viris illustribus ;..... 8° M. Iunii Nypsi de
mensuris ; 9° incerti de ponderibus ; 10° Senecae apokolokyntosîs ; 11°
Censorinus de die natali. Di que= sti
scritti alcuni, come p. es. il de aquaeduct. di Frontino,? erano già noti prima
che il cod. dell’ Ascolano fosse stato portato in Italia. V. Resta la
testimonianza che dicesi del Pontano, scritta sul cod. Leid. Perizon., la quale
avrebbe un notevole valore, se prima si chiarissero, mediante la scoperta di
nuovi documenti, le difficoltà presentate dal Voigt * e accolte dal Teuffel,'
ma da altri respinte. * Egli è vero che Vittorio Rossi è pervenuto a
dimostrare, con documenti che si conservano nell’ archivio fiorentino (Med.
avanti il Princip.), essere conforme al vero l’attestazione pontaniana: ‘qui
(sc. Bartholomaeus Facius) ne hos Suetonii illustres uiros uidere pos appunto
che al difetto di testimonianza per l' Agricola debba supplire il cod. Vatic.
4498, 1 V. p. 81, nota 1l?. ? Poe epist. III 37. IV2e4T, 3 VoIGT-VALBUSA, Op.
c., II 4, vol. I, p. 255 sg., nota 3. 4 TEUFFEL-SCHWABE, G. d. r. L. 5, $ 334,
4, p. 835. 5 Vedi WuENSCH, de Tac. Germaniae codicibus Germanicis, Marburg
1893; e 4ur Texigeschichte der Germ., in Hermes vol. XXXII (1897), fasc, 1°, p.
57. dn set, mors immatura effecit. Paulo enim post eius mortem in lucem
redierunt.’ Infatti, il Fazio morì nel 1457; e dalla lettera di Carlo de’
Medici, 13 genn. 1458, risulta che sino a quella data non si era potuta
ottenere copia dei libri portati da Enoch. Rimangono però senza soddisfacente
risposta altre obiezioni mosse dal Voigt. Resta sempre nell’ attestazione
attribuita al Pontano una certa vacuità o mancanza d’ interesse, quanto alle
notizie che vi si annunziano. Egli si duole che il Fazio sia stato sorpreso da
morte immatura, sicchè non si sia trovato presente quando veniva alla luce
l’opuscolo di Suetonio de wviris illustribus : la ragione di tale doglianza è
evidentemente quella accennata sopra, che il Fazio se ne sarebbe potuto servire
nel comporre il suo libro de viris illustribus temporis sui. Ma il Fazio in una
lettera al card. Enea Silvio Piccolomini, scritta nei primi mesi del 1457,! gli
dà la notizia: ‘ librum quem 1 La lettera, scritta da Napoli e senza data, fu
pubblicata nella raccolta assai confusa delle epistole di Enea Silvio
Piccolomini, contenuta in opera quae exrtant omnia di lui, Basil. 1571, p. 778,
n. 233. Nella lett. si fa menzione, fra le altre cose, di alcune lettere di
congratulazione, scritte precedentemente dallo stesso Fazio, per la promozione
del Piccolomini al cardinalato ; e vi si fa cenno anche del terremoto di
Napoli. Or, secondo il breve di Callisto III (‘ dat. Romae apud S. Petrum anno
MCCCCLVI XV Kal. Ianuarii, pontificatus nostri anno II ’), riferito
testualmente da Oporico RAYNALDO, in ann. ecel. el. D. Mansi, Lucae 1753, t. X,
p. 99, la promozione del Piccolomini al cardinalato ebbe luogo il 18 dicem.
1456, Il terremoto che rovinò Napoli ed altre città del Regno avvenne « la
domenica mattina a di 5 di dicembre (1456), a ore dieci e mezza », e si ripeté
nei giorni seguenti (v. cron. di Bologna, in MURATORI, rer. It. scriptt. t.
XVIII, cc. 722, 723; giornali napolitani dal 1266 al 1478, ibid. t. XXI, c.
1132: l’INFESSURA, nel diurio della città di Roma, ibid, t. III, SE de uiris
illustribus scripsi, Regi dedicaui ac tradidi*; ed aggiunge: ‘ in quo opere, ut
aliquando uidebis, si non quantum uirtutum tuarum magnitudo postularet, at
quantum ingenii mei paruitas potuit, quantumcumque res ipsa passa est, tibi a
me tributum cognosces.’ Cosicchè, se verso la fine del 1456 il Fazio portò a
compimento e pubblicò il suo libro sulla vita degli uomini illustri, e ne fece
un presente ad Alfonso d’ Aragona, re di Napoli, è evidente che a nulla gli
sarebbe giovata, ancorchè egli fosse vissuto sino al principio del 1458, la
divulgazione del libro suetoniano, avvenuta in quel tempo. Nella stessa
annotazione del cod. Leid. Perizon. si accoglie con leggerezza, come notizia
indubitata, il supposto plagio di Sicco Polenton e la distruzione di quella
parte del libro di Suetonio, che trattava de oratoribus ac poetis. ! Resta un’
altra difficoltà. Secondo l’ annotazione del cod. Leid. Perizon., il libro de
grammaticis et rhetoribus di Suetonio si divulgò poco dopo la morte del Fazio,
anzi, per i dati contenuti nella lettera di Carlo de’ Medici, non prima del
gennaio 1458. Un certo tem p. II, c. 1137, menziona il terremoto del 24
dicembre 1456). La lettera del Fazio è, per conseguenza, posteriore al dicembre
1456. Nella raccolta cit., p. 784, n. 251, è compresa una lett. del card,
Piccolomini di risposta a quella del Fazio, con la data ‘ex urbe Roma die XXV
Martii 1457,’ Si può, dunque, affermare che la lettera del Fazio dovette essere
scritta tra la fine del dicem. 1456 e la metà del marzo 1457. 1 RIiTscHL,
Parerga zu Plautus und Terena, Leipz. 1845, I p. 632. RoTH, C. Sueton. Tranq.
quae supersunt omnia, Lps. 1882 ; praef., p. LI sg. ana po era, senza dubbio ,
necessario perchè i libri o le copie di essi, che Stefano de’ Nardini avea
promesso , giungessero a Carlo de’ Medici, e da questo si mandassero al
fratello Giovanni, in Firenze, il quale doveva essere il primo ad averli. '
Perciò la divulgazione dei libri portati da Enoch non poteva aver luogo prima
che alcuni mesi fossero scorsi dopo il gennaio 1458. Intanto Enea Silvio
Piccolomini è il primo a far menzione, sebbene in un modo poco esatto, del
contenuto della Germ. nella grande epistola di risposta a Martino Meyer,
cancelliere dell’ arcivescovo di Magonza ?. Il Meyer, con lettera in data del
31 agosto 1457, * si era congratulato col Piccolomini della promozione al
cardinalato e nello stesso tempo , colta la propizia occasione, avevagli
descritto le tristi condizioni fatte dalla Curia romana alla Germania, e l’aveva
avvertito che ‘ nunc uero, quasi ex somno excitati, optimates nostri quibus
remediis huic calamitati obuiam pergant cogitare coeperunt iugumque prorsus
excutere et se in pristinam uindicare libertatem decreuerunt ’: sono i preludi
della riforma religiosa. Il card. Piccolomini, che aveva già scritto su tale ar
1 Le precise parole scritte da Carlo de' Medici nella lett. cit. del 13 genn.
1458 (F IX, doc. 576) sono queste : « non dubitate che per essere il primo che
gl'’abbia (i libri di Enoch), non v'énno a costare uno denaro di più ». ?
L’epistola del card. Piccolomini è pubblicata col titolo de ritu, situ, moribus
et conditione Germaniae descriptio, in opera quae extant omnia, ed. cit., pp.
1034-1086. 8 L' epistola del Meyer è pubblicata a p. 1035 delle opere di E. S.
Piccolomini, ed. c.; ma, per evidente menda di stampa, porta la data erronea:
‘ex Hasthaffenburga pridie Calend, Septembris MCCCCVII ”, invece del MCCCCLVII,
RT gomento al Meyer la lettera del dì 8 agosto 1457, ! tornò a scrivergli in
proposito, per confutare le affermazioni di lui, altre tre lettere * ; e di ciò
non contento, per dare, probabilmente, una maggiore pubblicità alle ragioni
addutte in confutazione delle osservazioni del Meyer, si accinse a scrivergli
una lunga epistola, che prima mandò, per averne l’ autorevole parere, ad
Antonio card, di S. Crisogono, con lettera in data del 1° febbraio 1458. 3 Al
Piccolomini premeva di ribattere le accuse che provenivano dalla Germania, per
prepararsi i voti favorevoli nel prossimo conclave, che, difatti, lo elevò,
dopo la morte di Callisto III, all’ onore della tiara; ed era importante per
lui che tutti sapessero quel che egli ne pensasse intorno alle agitazioni
tedesche contro la Curia di Roma. E però, per confutare gli ar© gomenti addotti
dal Meyer (cui avverte ‘ nec dubitamus te perditum iri, nisi e schola erroris
et officina ueneni retrahas pedem), arreca, tra le molte ragioni, i benefici
fatti dalla Chiesa di Roma alla Germania, e fa un confronto tra i costumi degli
antichi Germani , quali furono descritti da Cesare e Strabone, e la civiltà
tedesca de’ suoi tempi; indi soggiugne (p. 1051): ‘ is igi 1 Epist. n°. 369,
pp. 836-839, op. c. ? Una delle tre lettere, che è segnata nella raccolta cit.
col n° 338, p. 822, porta la data ‘Romae XII Calend. Octobris a. MCCCCLVII ’.
Un' altra, di n° 345, p. 827, ha la data ‘ex urbe, die uigesima Octobris’,
senza indicazione dell’anno, che deve essere lo stesso 1457. La rimanente,
segnata col n° 288, p. 801, non porta data, ma dal posto che occupa tra una epist.
dell'11-IX 1457, e una del 3-X dello stesso anno, è probabile che sia stata
scritta nella seconda metà del settembre 1457. 3 La lett. al card. di S.
Crisogono è pubblicata a p. 1034, e precede immediatamente quella diretta al
Meyer. =, tur fuit Germanorum status Strabonis tempore, quem usque ad Tiberium
Caesarem uixisse constat. his ferociora de Germanis scribit Cornelius Tacitus,
quem in Adriani tempore incurrisse perhibent. parum quidem ea tempestate a
feritate brutorum maiorum tuorum uita distabat. erant enim plerumque pastores,
syluarum incolae ac nemorum nec munitae his urbes erant, neque oppida muro
cincta, non arces altis innixae montibus, non templa sectis structa lapidibus
uisebantur. aberant hortorum ac uillarum delitiae, nulla uiridaria, “nulla
tempe, nulla uineta colebantur: praebebant largos flumina potus; lacus et
stagna inseruiebant lauacris et, si quas natura calentes produxerat, aquae.
parum apud eos argentum, rarius aurum, margaritarum incognitus usus. nulla
gemmarum pompa, nulla ex ostro uel serico uestimenta. nondum metallorum
inuestigatae minerae; nondum. miseros in uiscera terrae mortales -truserat auri
sitis: laudanda haec et nostris anteferenda moribus. at in hoc uiuendi ritu
nulla fuit literarum cognitio, nulla legum disciplina, nulla bonarum artium
studia. ipsa quoque religio barbara, inepta et, ut propriis utamur uocabulis ,
ferina ac brutalis. talis tua Germania fuit usque ad Adrianum Caesarem, quamuis
iam ceterae orbis prouinciae excultae artibus ac mo‘ribus essent ’. Dovette, dunque,
il Piccolomini aver notizia, sebbene alquanto imperfetta , della Germ.
anteriormente al 1° febbraio 1458, che è la data segnata nella missiva al card.
di S. Crisogono. E, se consideriamo attentamente il contenuto della lettera del
Piccolomini al Meyer, in data 8 agosto 1457, appare non dubbio che egli ebbe
notizia della Germ. prima di questa ultima data; poi ica chè nella lettera si
contengono , riassunte senza indicazione di autori, osservazioni consimili a
quelle che sui costumi dei Germani antichi sono ampiamente svolte nella grande
epistola sopra cit. Leggesi, infatti, nella lettera: dell’ 8 agosto 1457 : ‘
namque si legamus uetusta tempora, inueniemus Germanos olim ritu uixisse
barbaro, uestibus usos laceris; uenationi tantum et agrorum culturae dedisse
operam, feroces quidem homines et belli appetentes , sed argenti prorsus
inopes, quibus quippe nec uini usus erat. ipsaque Germania intra mare et
Danubium rursusque intra Rhenum et Albim continebatur; nunc uero quantum
transgressa sit suos limites, non ignoramus ?. e. q. s.! Perciò il Piccolomini
dovette conoscere il contenuto della Germ. prima del1’ 8 agosto 1457, cioè
circa sei mesi prima del tempo in cui, secondo la lettera di Carlo de’ Medici ,
del 13 gennaio 1458, si erano cominciati a divulgare i libri portati da Enoch;
e, per tanto, appare non vera l’ annotazione del cod. Leid. Perizon., d’essere,
cioè, la Germ. e gli altri opuscoli ‘ nuper adinuentos et in lucem re.latos ab
Enoc Asculano ’, giacchè del contenuto della Germ. sì era avuta notizia prima
che i libri portati da Enoch, in originale o in copia, fossero stati acquistati
da Giovanni di Cosimo de’ Medici o da altri, e prima che se ne fosse cominciata
la divulgazione. Ma per quale via sia pervenuto il Piccolomini ad avere in sue
mani la Germ. non ci è dato, secondo i documenti del tempo scoperti sino ad
oggi, determinarlo con certezza. Non è improbabile che il Piccolomini sia stato
aiutato in tali indagini dal Poggio ? e 1 Epist. n.° 369, p. 838, ed cit. 2
Nella lettera del 4 gennaio 1457 il Poggio, congratula ndosi dal Panormita,!
coi quali egli aveva relazioni di buona amicizia: ed è noto quanto ebbe a
stentare il primo, nei lunghi e tediosi maneggi, per aversi il ms. del frate
hersfeldese ; del secondo si sa che sin dal 1426 aveva dato notizie della Germ.
nella lettera, citata sopra, al Guarini veronese. Il Lehnerdt però, per la
soluzione del quesito, muove da una notizia che si legge nella lettera del 10
dicembre 1457 di Carlo de’ Medici al fratello Giovanni: « heri mandò per me il
cardinale di Siena e domandomi se Enoch avesse lasanti (1. lasciati) libri
alcuni nel banco nostro; dissigli che no. Lui mi domandava che via lui potessi
tenere ad avere certi libri che lui aveva: io fe” col Piccolomini, per la
promozione di lui al cardinalato, gli scriveva: ‘accedit ad consolationem meam
et summam iocunditatem quod uir eloquentissimus (cioè il Piccolomini)
optimisque artibus eruditus, fructum eloquentiae et doctrinae sit, quod perraro
accidit, consecutus: in quo gloriari quodam modo mihi merito uideor posse
nostri quondam ordinis uirum, hoc est eloquentiae studiis et dicendi exercitio
praestantem, eo in statu esse collocatum, ut suae doctrinae aemulos extollere
et eis praesidio atque ornamento esse possit'. Ed in un'altra lettera del 3
novembre (manca l'indicazione dell’anno, ma è, senza dubbio, del 1457) lo
stesso Poggio profferiva i suoi servigi al card. Piccolomini, scrivendogli: ‘me
penitus tuum esse ubique satisfaciendi cupidum, si qua in re mea tibi cura,
studio, opere, diligentia opus esset.’ Le due lettere del Poggio sono comprese
nell’ epistolario del Piccolomini, segnate l’una col n. 216, p. 771, l’altra
col n. 295, p. 806: tra le due lettere è compresa la responsiva di
ringraziamento del Piccolomini al Poggio, n. 293, p. 805. 1 Vedi la lettera del
Piccolomini, allora ‘ episcopus Senensis ', ad Antonio Panormita, n. 407, p.
951 sg.; e la menzione del Panormita nell'epist. al Fazio, notata al n. 251, p.
784. PEN co (ROSS al giuoco del baloco. Di poi ho sentito che lui ha scritto ad
Ascoli a certi sua amici; e pertanto vorria che voi medesimo scrivessi a m.
Stefano che in singulari vostro servizio lui mi fessi avere o i libri di che io
gli ò scritto overo la copia ».! Il Lehnerdt ne argomenta che il Piccolomini
(denn niemand anders ist der betriebsame Cardinal von Siena) dovette attingere
le notizie sulla Germania, annunziate nella lettera, a Martino Meyer, al ms.
enochiano, di cui venne in possesso prima del Medici. ? Ma alla congettura del
Lehnerdt si oppone il testo di un’altra lettera di Carlo de’ Medici, in data
del 13 gennaio 1458, che sopra abbiamo riferito. Stefano de’ Nardini,
sollecitato, oltre che da Carlo, anche da Giovanni de’ Medici, rispose dando
promessa certa, che questi avrebbe avuto i libri di Enoch o le copie; e dovette
aggiungere che lo stesso Giovanni de’ Medici li avrebbe avuti per il primo,
poichè il fratello Carlo nella lettera su cennata soggiugne le sgg. parole, più
volte da noi citate: « non ho poi altro, ma non dubitate che per essere il
primo che gl’abbia non vanno a costare uno denaro di più. » 8 Or, se Giovanni
de’ Medici doveva essere il primo ad aver i libri di Enoch, giusta l’
affermazione «di Carlo confortata dalla lettera di Stefano de’ Nardini, non è
possibile che prima di lui il card. Piccolomini ne fosse venuto in possesso. E
naturale poi che un certo tempo dovette trascorrere tra la lettera del 13
gennaio 1458 e la trasmissione dei libri di Enoch o di copie dei medesimi, che
Gio 1 Vitt. Rossi, opusc. c., VIII, p. 31. 2 LEHNERDT, l. c., pp. 502, 504. 3
VITT. Rossi, opusc. c., IX, p. 31. vanni de’ Medici desiderava avere: così si
giunge alla fine di gennaio od al principio di febbraio. Il Piccolomini, che
non risulta essere stato il primo ad averli e leggerli, poteva averne avuto
notizia, stante la difficoltà delle comunicazioni in quei tempi, verso la ‘metà
o la fine di febbraio: dunque non era possibile che egli ne avesse avuto
conoscenza prima «li scrivere la lunga lettera al Meyer; la quale lettera fu,
senza dubbio, preparata e scritta nel gennaio 1458, poichè in data del 1°
febbraio fu spedita per esame al card. di S. Crisogono. ! L’improbabilità che
il Piccolomini avesse tratto vantaggio dai libri enochiani si rende ancor più
evidente, se si bada alla conclusione cui siamo pervenuti poco prima, cioè, che
per altra via il Piccolomini dovette aver notizia del contenuto della Germ.,
prima dell’8 agosto 1457. VI. Anche nella supposizione che la Germ. si fosse
trovata unita coi libri portati da Enoch, essa non doveva presentare, come
sopra sì è avvertito, il nome dell’autore, poichè non se ne fa cenno
nell’inventario dei libri di recente scoperti. Il nome dell’autore dovette
essere aggiunto dopo, quando si cominciò la divulgazione del libro, e si
riconobbe che era identico a quello già 1 Nella lett. del Piccolomini al card.
di S. Crisogono, p. 1034 ed. c., si legge: ‘ epistolam scribere institui et
liber exiuit; quid dixi liber? libri exiuere. mittimus igitur ad tuum examen,
ut uideas corrigasque, uel, si melius putes, igne consumas. tu solus es, cuius
existimationem audiendam arbitror. ad te ergo ueluti ad fontem doctrinae uenio
et ad ipsum iubar scientiarum, si condendum aut comburendum opus iudicaueris,
obediam imperio tuo. si duxeris edendum, exibit liber intrepidus et nullius
calumnias uerebitur, quando abs te probatus fuerit, quem omnes probant.' e. q.
s. Pei 7, ME indicato dal Panormita nella lettera dell’ aprile 1426, diretta al
Guarini. E per tal modo la Germ. fu annotata, ventinove anni dopo (1455), col
nome di Tacito nello zibaldone di Pier Candido Decembrio. Cosicchè l’
indicazione di Tacito come autore della Germ. si riconnette, anche per il libro
portato da Enoch, allo stesso fonte che abbiamo considerato sopra, trattando
del codice del frate hersfeldese: la conclusione ne sarebbe la stessa. Per tale
conclusione troverebbesi forse modo di coordinare l’ attestazione notata nel
cod. Leid. Perizon. con le ricerche fatte anteriormente dal Poggio, e col fatto
che il contenuto della Germ. era noto prima che si fossero divulgati in Italia
i libri portati da Enoch; in quanto che il Pontano, che è detto autore dell’
attestazione, non deve aver letto il nome di Tacito in fronte alla Germ. che
egli trascrisse, correggendone le mende, ma ve l’appose per le notizie avutene
a Roma e a Firenze in quei circoli letterari, ai quali il libro era prima noto.
Il vedersi, dunque, attribuita a Tacito la paternità della Germ. nei codici del
sec. XV, che soli ci rimangono dell’ aureo libretto , resta sempre dovuto, come
pare a noi, ad un presupposto del Poggio ed all’ annuenza non disinteressata
del frate hersfeldese; se non sì vuole direttamente ammettere che tale
attribuzione sì fondi sulla fede d’ un amanuense del sec. XV, fede, come bene
avverte il Valmaggi in proposito del dialogo de oratoribus, che si ha da
reputare dubbia « per lo meno, sino a tanto che altri documenti e prove sieno
contro di lei ».! 1 L. VaLMaG6I, dial. degli oratori, Torino 1890; introduz.,
pagina XXXIX. Di Uno studio che avesse 1’ obietto di comparare la Germ. con gli
scritti di Plinio Secondo, riuscirebbe certamente non poco utile a dare
evidenza e conferma ai risultamenti delle indagini fatte nei precedenti
capitoli. Ma un tale studio sarebbe, di necessità, incompleto, perchè gli
scritti di Plinio, i quali si avvicinano, per analogia di argomento, alla Germ.,
cioè i venti libri Germanicorum bellorum, la vita di Pomponio Secondo e i libri
di storia a fine Aufidii Bassi, non sono pervenuti sino a noi. Solo si può
istituire il confronto tra la' Germ. e la nat. hist., determinando anzi tutto
quali notizie, quali considerazioni, insomma quali concetti presentino in
entrambe le opere considerate il carattere di comune origine; sì che se ne
possa indurre che tanto l’una quanto l’altra debbano essere state
manifestazioni, sebbene per obietti diversi, dei pensieri di una stessa mente.
Seguiremo nelle nostre indagini l’ordine dei libri della nat. hist. *
Restringiamo il confronto soltanto ai concetti o pensieri analoghi espressi nei
due libri. Quanto al confronto lessicale, sintattico e stilistico tra la Germ.
e la n. A. di Plinio, abbiamo prepa:ato un libro, che sarà pubblicato
immediatamente dopo il presente lavoro, di cui può considerarsi opportuno
complemento. Valga la stessa avvertenza per il capitolo sg., in cui la Germ.
sarà comparata con gli scritti genuini di Tacito, = DE I. a) Una spedizione
navale, capitanata da Druso, si mosse nel 742/12 dalle foci del Reno verso le
regioni orientali, per fare delle scoperte ed estendere il dominio romano.
Un’altra spedizione fu tentata ventotto anni dopo, nel 16 d. Cr., dal prode
Germanico. Alla prima impresa si allude nella . A. II 67 (67), 167 ‘
septentrionalis uero oceanus maiore ex parte nauigatus est auspiciis diui
Augusti Germaniam classe circumuecta ad Cimbrorum promunturium 7. Ad entrambe
le imprese si riferisce la notizia, di cui nella Germ. 34, 6 ‘ipsum quin etiam
Oceanum illa temptauimus ”.! b) Non è da omettersi che della strage di Crasso,
menzionata nella Germ. 37, 15, si fa cenno nella n. A. II 56 (57), 147; e la
notizia. si ripete in vari modi in V 24 (21), 86. VI 16 (18), 47: cf. XV 19
(21), 83. c) Nemmeno si deve tralasciare l’ osservazione, che il cenno sulla
guerra cimbrica, fatto nella Germ. 37, 7, notasi anche nella n. A, II 57 (58),
148. * II. Nel lib. II della n. A. si osservano tre Il. di confronto. a) Dei ‘
Boi ’ Plinio dà notizia, indicando i luoghi, in Italia, in cui le loro
centododici tribù furono distrutte, 1 Della prima spedizione si fece, più
tardi, menzione da SveTon. Claud. 1; e da Cass. Dion. r. Rom. LIV 32,2. La
seconda spedizione del 16 d. Cr. è lodata in versi da ALBINOv. PED. (v. PLM. ed. Baehrens, vol. VI, pp.
351-352: cf. SEN. suas. I 15, p. 10, ed. Kiessling);
la narra Tac. ann. II 8; 23; 24. ? La notizia è poi, in diverse occasioni,
ripetuta nella n. A. VII 22 (22), 86. VIII 40 (61), 143. XVI 32 (57), 132. XVII
1 (1), 2. XXII 6 (6), 11. XXVI 4 (9), 19, XXXIII 11 (53), 150. XXXVI 1 (1), 2;
25 (61), 185. ci GG i (n. h. Ill 15 (20), 116), e denotando, quali conseguenze
delle loro scorrerie: in Italia, la fondazione di ‘ Laus Pompeia’ (III 17 (21),
124) e la distruzione di ‘ Melpum ? (III 17 (21), 125); indica anche i luoghi
da loro abitati in Gallia (IV 18 (32), 107). Nella Germ. (28, 7. 42, 3) si
denotano i luoghi occupati e poi abbandonati dai ‘ Boi” o ‘ Boii”, in Germania.
b) Quanto agli ‘ Arauisci ’, che avevano le loro sedi nella Pannonia, sulla
riva destra del Danubio, tra la Drava e la Sava, trovasi menzione nella Germ.
28, 10 e nella n. A. III 25 (28), 148: li nominò anche Tolomeo, indicando le
loro sedi più a settentrione di quelle degli Scotdisci.* Vi è però una
differenza nella grafia, chè nella n. A. è scritto ‘ Erauisci’, e nella Germ. ‘
Arauisci ’. Ma del nome usato da Tolomeo la lettera iniziale è A. Una simile
differenza notasi nel nome ‘ Bastarnae ’, usato nella Germ. 46, 4, e ‘
Basternae ”, adoperato nella n. A. IV 14 (28), 100. ? 1 ProLEM. geogr. ll 16,
3. ? Ma si deve avvertire che la grafia ‘ Basternae' non è costante nella n.
4., come asserisce il GEORGES, ausfithrl. Handwb. I, c. 743; poichè in IV 12
(25),81 mutasi in ‘ Basternaei” e poi in VII 26 (27), 98 diviene all’abl. ‘
Bastrenis’, che nel cod. Riccard. (R. del Mayhoff) è ‘ bastenis ’, e nel cod.
Leid. (F. del Mayh.) ‘ bostrenis’, Né i codd. della Germ. consentono tutti col
Leid. Perizon. nel presentare nel |. c. ‘ Bastarnas ’: il cod. Vatic. VRB. 655
presenta ‘basternes ’, e con strana metatesi il Vindobon. ‘ bastranas’. Nemmeno
la grafia accolta dal Leid. Perizon. può mettersi in relazione con quella che
osservasi in Tac. ann. ll 65, 14, perché in questo la forma ‘ Bastarnas® è
dovuta ad una congettura di Beato Renano: nel cod. è ‘ basternas’. Cf. cod.
inscr. Lat. Il 2, p. 862. Ma in Strabone sempre ‘ Bastàrnai . Ri odi c)
Soltanto nella Germ. 29, 17 (v. sopra, pp. 19-22) sì nominano i‘ decumates
agri’. La n. A. II 4 (5), 32 fa solamente menzione di una ‘ decumanorum colonia
”. III. Il lib. IV della n. /. offre un buon numero di confronti con la Germ.
a) All’ indicazione generica della Germ. 44, 20 ‘ Suionibus Sitonum gentes
continuantur ’,! risponde quella più particolareggiata della 7. %. IV 11 (18),
41 ‘ circa Ponti litora Moriseni Sitonique Orphei uatis genitores optinent ’.
Resta però la differenza dell’ordine flessivo tra ‘Sitones” e ‘ Sitoni ?. b) I
gioghi dell’Abnoba, nella Selva nera, sono indicati, tanto nella n. %. IV 12
(24), 79 quanto nella Germ. 1, 9, come punto d’ origine del Danubio; anzi la
retta grafia ‘ Abnoba ’, indicata dai codici della n. A. e quale venne accolta
da Tolomeo,® fu di guida a Beato Renano per determinare, nel testo della Germ.
1. c., la forma esatta ‘ Abnobae ’ tra le varianti ‘ Arnobae ’ (cod. Vatic.
1862 e cod. Neapol.), ‘ Arbonae ’ (cod. Leid. e cod. Vatic. 1518), ‘ Arnibae ’
(cod. Arundel.). Due iscrizioni scoperte nello Schwarzwald hanno confermato la
forma ‘ Abnoba. ?. c) È data dalla n. R. IV 12 (24), 79 la notizia, che 1
Omettiamo di citare per i ‘ Sitones ’ il 1. della Germ. 45, 1, perché nei codd.
si Iegge ‘trans Suionas”’ (nel Leid. ‘Suiones’). Il MEISER ha sostituito
‘Sitonas ’; e la congettura di lui è stata accolta da U. Zernial, Io. Miiller,
etc. Hanno conservato la lezione dei codd. il Dilthey, il Kiessling, il Finek,
il Kritz, il Halm, il Ramorino, etc. ? ProLEM. yeogr. Il 11. ConsoLI: L’ autore
della Germania. 7 osi OB ci il Danubio ‘ in Pontum uastis sex fluminibus euoluitur
’; ma'non è del tutto esatta, nè conforme al cenno che prima ne avevano fatto
Ovidio, Strabone e Mela,! e dopo ripeterono Solino, Ammiano Marcellino,
Isidoro. ? Nella Germ. si conferma la notizia data dalla n. h., salvochè, come
spiegazione dell’esclusione di una settima foce del gran fiume, si soggiugne
immediatamente ‘ septimum os paludibus hauritur?. Se nessun rapporto ci fosse
stato nella composizione e nell’ intendimento della n. A. e della Germ., in
questa sarebbesi detto esplicitamente in modo consimile a quanto scrisse
Ammiano Marcellino, l. c.: ‘ amnis Danuuius s e p tem ostiis.... erumpit in
mare septimum segnius et palustri specie nigrum ?. d) Nella Germ. 1, 2 i
‘Sarmatae ’ e i ‘ Daci ’*sono indicati come confinanti coi Germani. La n. A.,
oltre all’indicare il secondo nome dato dai Romani ai ‘ Daci *. (‘ Getae ’), e
dai Greci ai ‘Sarmatae’ (‘Sauromatae ’), determina i luoghi da loro occupati
(IV 12 (25), 80: cf. VI 34 (39), 219), e mostra che presso di loro era in uso
il fafuaggio aggiunge che la Germania è confinante (‘contermina ’) con la
Scizia (VIII 15 (15), 38). e) Uno dei confini dei luoghi abitati dai ‘Chatti’ e
1 OvI. trist. II 189. STRAB. geogr. VII 3, 15 (C. 305), vol. II, p. 419 ed. M.
Pompon. Met. chor. II 1, 8. Confrontando il Danubio al Nilo, Mela dice che
quello sbocca nel mare pontico ‘ totidem quot ille (sc. Nilus) ostiis’; e il
Nilo, secondo afferma lo stesso Mela, chor. I 9, 51, ‘ septem in ora se
scindens singulis tamen grandis euoluitur ’. ? SoLin. coll. r. m. 13, 1} p. 90,
12 ed. M. Amm, Marc. r. g. XXII 8,
44 e 45. Is. orig. XII 21, p. 1158. 3 DO dagli
‘Heluetii” è, secondo la Germ. 30, 5. 28, 6, il ‘ sallus Hercynius” o ‘
Hercynia silua’: la stessa selva è segnata nella n. %. IV 12 (25), 80 come
confine della gente pannonica dei “Carnunti’. Plinio denota anche l’importanza
della selva (IV 14 (28), 100), e avverte che in essa sono ‘ inuisitata
genera-alitum’ (X 47 (67), 132) e una ‘roborum uastitas intacta aeuis et
congenita mundo ’ (XVI 2 (2), 6). f) Nella Germ. 46, 4 si considera la voce ‘
Bastarnae ’ come un’altra denominazione del popolo dei ‘ Peucini ”. La n. h.
determina prima i luoghi occupati dai ‘ Basternaei’! (IV 12 (25), 81); poi
annovera i ‘Basternae’ accanto ai ‘Peucini’ (IV 14 (28), 100). * 9g) Dei mari
nordici, coi quali confina a settentrione la terra dei Germani, è data nella
Germ. 1,3 una notizia indeterminata: ‘cetera Oceanus ambit, latos sinus et
insularum immensa spatia complectens’. Nella n. h. la stessa notizia è
presentata con maggiore determinazione: IV 13 (27), 96 ‘ mons Seuo ibi inmensus
nec Ripaeis iugis minor inmanem ad Cimbrorum usque promunturium efficit sinum,
qui Codanus uocatur re 1 Per la differenza grafica del nome del popolo
considerato, v. sopra, p. 96, nota 2°. 2 Nel |. c. della n. A. si legge:
‘quinta pars Peucini, Basternae supra dictis contermini Dacis’. Potrebbesi,
tralasciato il segna d’interpunzione messovi dall’edit. Jan, considerare ‘
Basternae’ come apposizione di ‘Peucini’: così ne sarebbe confermata
l'osservazione della Germ., che fa tutto un popolo dei ‘Bastarnae’ e dei
‘Peucini’. Del resto, in nessun altro l. della n. h. si tratta dei ‘Peucini’,
come di un popolo a sè, differente dai ‘ Basternae”. Cf. StRAB. geogr. VII 3,
15 (C 305); 3, 17 (C 306), p. 419 sg., ed. M. ni 100 fertus insulis quarum
clarissima est Scatinauia inconpertae magnitudinis ’. h) All’ osservazione che
leggesi nella n. A. IV 14 (28), 98 ‘Germania .... nec tota percognita est’,
rispondono le considerazioni con cui l’autore della Germ. dà termine al suo
lavoro, tralasciando ‘ cetera iam fabulosa” e quel che egli trova ‘ut
incompertum ?. i) Intorno alle schiatte germaniche degli ‘ Ingaeuones’ (Germ.)
o ‘ Ingyaeones ” (n. h.), degli ‘ Herminones?’ (Germ.) o ‘ Hermiones” (n. Ah.)
e degli ‘ Istacuones’ (Germ.) o ‘Istyaeones ’ (n. 4.) non è fatta menzione
alcuna in iscritti anteriori o posteriori alla Germ. e alla n. X.! Sembra però
che nella Germ. 2, 15 sg. la distinzione delle tre schiatte sopra mentovate sia
stata fatta in dipendenza dai progenitori mitologici, figli di Manno. Segue,
infatti, nello stesso cap. della Germ., una distinzione di popoli germanici
fatta con criterio alieno dalla leggenda (‘eaque uera et antiqua nomina’), ma,
come pare, per esemplificazione, cioè : ‘ Marsi °, Gambriuii, Suebi, Vandilii
”. La distinzione appare più precisa e completa nella n. h. IV 14 (28), 99 e
100: I ‘ Vandili” 3, II ‘Ingyae A Il Georges, ausfithri. Handwb. II, c. 216,
registra Ingaevones, secondo la grafia accolta nel testo della Germ. (ma
‘Ingaenones’ nei codd. Vatic. VRB. 655, Laurent. LXXIII 20, Stotgard. IV 152,
Venet. misc. XIV 1); registra Hermiones (I, c. 2813), secondo la grafia della
n. A.; ma nonsi cura di notare gli ‘Istaeuones'. 2 Nella Germ. nulla si dice
dei ‘Marsi’ oltre del cenno del c. 2, 17. Tacito ne fa menzione negli ann. I
50, 13; 56, 20. II 25, 4. 3 ‘Vandali’, nel cod, Paris ol ones’, III ‘Istyaeones
°°, IV ‘ Peucini °.8 Tra i ‘ Vandili” si comprendono : a) i ‘ Burgodiones” ‘4;
b) i ‘ Varinnae’ 5; c) i ‘Charini’; d) i ‘Gutones’: dei quali popoli due soltanto,
cioè i ‘ Varinnae ’ e i ‘Gutones”, sono annoverati nella Germ. 40, 4. 44, l,
forse con inesattezza, tra i ‘Suebi’; i due rimanenti, ‘Burgodiones’ e
“‘Charini’, sono taciuti. Gli ‘Ingyaeones’ comprendono: a) i ‘ Cimbri’ ‘; b) i
‘Teutoni’% c)i ‘ Chauci’:3 la Germ. tace dei ‘ Teutoni ’. Sotto il nome degli
‘Istyaeones ’ sono notati i ‘Sicambri’ (‘ Sugambri’, per Strabone), dei quali
non si fa alcuna menzione nella Germ. Si ascrivono agli ‘ Hermiones”: a) i
‘Suebi’; * 6) gli ‘ Hermunduri ’ !; c) i ‘Chatti ’ !!; d) i ‘ Cherusci ”. !2 I
‘ Peucini” (Basternae) sono espli 1 ‘Inguaeones’, ed. Detlef.; ‘Ingaeuones’,
secondo la ‘1. uulg.’ e nell’ed. Sillig. ? ‘Istiaeones’, ed. Detlef, ;
‘Istaeuones’, secondo la ‘1. uulg.’ e nell’ed. Sillig. 3 Quanto ai ‘ Peucini’
cf. Germ. 46. 4 ‘Burgundiones’ nel cod. Paris. 6797 e nell'ed. Sillig. 5 ‘
Varine’ nel cod. Riccard.; ‘ Varini” secondo la ‘1. uulg.' e nell’ed. Sillig. :
‘ Varini’ anche nella Germ. 40, 4. 6 I ‘Cimbri’ non si devono confondere coi
‘Gambriuii’. Strabone, infatti, pone in elenco separatamente i ‘Gambriuii’ e i
‘Cimbri’: geogr. VII 1, 3 (C 291), p. 399, ed. M. 7 Cf. n. h. XXXV 4 (8), 25.
XXXVII 2 (11), 35. 8 Intorno ai ‘ Chauci’ v. Germ. 35, 2. 36, 1. Cf. n. A. XVI
1 (1), 2; 1 (2), 5. 9 V. Germ. cc. 33-43; e inoltre 9, 4. Cf. n. h. IL 67 (67),
170. IV 12 (25), 81; 14 (28), 100. 10 V. Germ. Al, 4. 42, 1. ll Dei ‘Chatti’ si
ha notizia in più Il. della Germ.: 29, 3. 30, 1, 4, 15. 31, 2 e I1. 32, l e 4,
35, 5. 36, 10 7. 38, 2. 12 V. Germ. 36, 1, 6, 8. 102 citamente annoverati tra
le nazioni germaniche, eliminandosi così il dubbio annunziato uella Germ. 46,
2: ‘Germanis an Sarmatis adscribam dubito’. Or,. se i ‘Marsi’ edi ‘Gambriuii’,
dei quali è fatta menzione nella Germ., sono da considerarsi in dipendenza dagli
‘Ingaeuones’!; e se tra gli ‘ Herminones” son da comprendersi .i ‘Suebi’ e, in
subordinazione a questi, i ‘Vandilii?,*? (poichè i.’ Varini” ed i ‘ Gotones’,
che nella n. A. si annoverano tra i ‘ Vandilii”, sono compresi dall’autore
della Germ. tra i ‘Suebi ’), restano a rappresentare gli ‘Istaeuones’ le due
nazioni dei ‘Sugambri’’ e dei ‘ Peucini’: il che, considerati principalmente i
luoghi occupati da loro, non pare possibile. Vi sono, dunque, delle incertezze
e delle notizie incomplete nella Germ., che la n. &. ha interamente
chiarito o completato ; talchè, se si ammette che autore della Germ. sia quello
stesso che scrisse la n. A., è evidente che questo lavoro dovette essere
scritto dopo la Germ.: e in ciò sì avrebbe una indiretta conferma della notizia
data da Plinio il giovane, che la opera bella Germaniae (della quale la Germ.
potrebbesi, secondo quanto si è osservato sopra, considerare come la parte
introduttiva) fu scritta prima della x. ’. j) Il fiume ‘ Albis’ è solamente
indicato nella n. /. 1 Vedi Marina, op. c., p. 33. ? Vedi Dilthey, op. c., p. 249: « es wird
dadurch sehr wahrscheinlich, dass die Vandalen selbst nur Ostliche Sueven waren
». 8 Plinio il giovane, presentando nell’epist. quinta
del lib. III, $ 2, l'elenco dei libri scritti dallo zio, avverte : ‘ fungar
indicis partibus atque etiam quo sint ordine scripti notum tibi faciam’. L'
opera della Ge rmaniae è indicata nell’ elenco prima della n. }, 103 IV 14
(28), 100 come uno degli ‘ amnes clari’ che ‘in oceanum defluunt’. La Germ. 41,
9 presenta l’indicazione dell’ ‘ Albis’ con una certa enfasi : ‘ flumen
inclutum et notum olim; nunc tantum auditur ’; ne denota prima l’ origine nel
paese degli ‘ Hermunduri ’. k) La menzione dei ‘Frisii’ fatta, prima d’,\ogni
altro scrittore, da Plinio nella n. A. IV 15 (29), 101, si osserva nella Germ.
34, 3. 35, 3, aggiunta la distinzione dei ‘Frisii’ in ‘maiores’ e ‘minores’; e
all’espressione ‘ gens tum fida’, di cui si fa cenno nella n. h. XXV 3 (6), 21,
alludendosi ai ‘Frisii’?, risponde l’osservazione di Tacito: ‘ natio Frisiorum
.infensa aut male fida”. * l) Le notizie intorno ai popoli della prov. Belgica,
‘Neruii’, ‘Tungri ’, ‘ Treueri ’, ‘ Heluetii”, sono comuni alla n. h. ed alla
Germ.; ma il semplice cenno fatto dalla prima‘, è più particolareggiato nella
seconda, per i ‘Neruii’ e i “Treueri’, per i ‘Tungri’ (2, 20) e per gli
‘Heluetii” (28, 6). 1 Sarà certamente una menda di stampa il $ 110, invece del
101, segnato nella p. 119,.n. 1, delle prov. rom. del :MommsEn, trad. De
RuagieRo, Roma 1887. ? Vedi Lup. JAN, scripturae discrepantia nel vol. IV dell’
ed. della n. h., p. XVII. 3 Tac. ann. XI 19,3. De’ ‘Frisii’ tratta anche Tacito
in Agr. 28, 14. hist. IV 15, 12; 18, 26; 56, 15; 79, 8. ann. I 60, 6. IV 72,
le; 73, 4; 74, 1. XI 19,3. XIII 54, 2, 9, 23. Per altre notizie sui ‘ Frisii”
v. Cass. Dion. r. Rom. LIV 32, 2-3; PTOLEM. geogr. II 11; e il pan. d’incerto
autore a Costanzo,.$ 9; in BAEHRENS, ZII pan. Lat., V, p. 138. 4 V. n. h. IV 17
(31), 106: cf. inoltre XII 1 ;(2), :5 per gli ‘ Heluetii’ ; e XXXI 2 (8), 12
per. la fonte di acqua ferruginosa presso i ‘ Tungri Similmente le brevi
notizie che dà la n. A. IV: 17 (31), 106, concernenti i ‘ Nemetes”, i ‘ Triboci
?, i ‘ Vangiones’, gli “ Vbii” (‘ colonia Agrippinensis ’), i Bataui’, (con
qualche particolare, per i ‘ Bataui?, in IV 15 (29), 101; e per gli ‘ Vbii”, in
XVII 8 (4), 47), sì osservano nella Germ. 28, 19 sgg. e 29, 1 sgg. IV. Il ‘ Pontus
Euxinus” è indicato nella Germ. 1, 10 con l’espressione ‘ Ponticum mare ’.
Dello stesso mo‘ do è indicato nella n. R. V 27 (27), 97 ‘ hine Ponti cum,
illinc Caspium et Hyrcanium ?. Osservasi prima la stessa espressione in Livio e
Mela !. V. Nella descrizione generale dei popoli germanici, la Germ. 4,6 dà
evidenza ai sgg. caratteri: ‘ truces et caerulei oculi , rutilae comae, magna
corpora ’ e. q. s. Nella n. A. VI 22 (24), 88 si annunziano quasi con le stesse
parole i caratteri di alcuni popoli dell’Asia: ‘ipsos uero excedere hominum
magnitudinem, ru| tilis comis, caeruleis oculis , oris sono truci ’. Trovasi,
inoltre, nella n. A. XXVIII 12 (51), 191 l’avvertenza, in proposito delle ‘
rutilae comae ’,sche ad arte si otteneva o si rendeva, se naturale, più evidente
tale colore «lei capelli mediante l’ uso d’ un certo sapone gallico, adoperato
in Germania più dagli uomini che dalle donne. VI. a) Cesare scriveva che la
maggior parte degli antichi Germani si nutrivano di latte, cacio e carne. ?
Nella Germ. 23, 3 si dà una notizia analoga a quella 1 Liv. XL 21, 2. Pompon.
Met, chor. II 1, 5. Cf. Tac. ann. XIII 39, 2; e, per analogia, ‘os Ponticum”’
(ann. II 54, 4). 2 Cars. d. G. VI 22, 1: cf IV 1,8. data da Cesare quanto alla
carne (‘recens fera ’), ma si restringe la notizia concernente i latticini,
poichè si esclude il cacio dall’ ordinario vitto dei Germani, e si indica il
solo ‘lac concretum ?, cioè latte rappreso o cagliato. La restrizione che
notasi nella Germ. appare confermata e più chiaramente indicata nella n. R. XI
41 (96), 259: ‘ mirum barbaras gentes quae lacte uiuant ignorare aut spernere
tot saeculis casei dotem, densantes id alioqui in acorem iucundum et pingue
butyrum. spuma id est lacte concretior lentiorque quam quod serum uocatur. Il
pensiero laudativo per i Germani, indicato dalla frase della Germ. 23, 3 ‘ cibi
simplices, agrestia poma, recens fera aut lac concretum: sine apparatu, sine
blandimentis expellunt famem”’ ha complemento nell'osservazione igienica
notata, in generale, da Plinio: ‘ homini cibus utilissimus simplex, aceruatio
saporum pestifera et condimento perniciosior’ (n. A. XI 53 (117), 282). VII. a)
Quando si legge nella Germ. 9, 9 la parte notevole che avevano per il culto
delle genti primitive le selve sacre: ‘lucos ac nemora consecrant deorumque
nominibus appellant secretum illud, quod sola rewerentia uident’;! ricorre alla
mente quel che osserva Plinio nella n. A. XII 1 (2), 3 ‘ haec fuere numinum
templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem
dicant’. E un concetto simile aveva prima espresso Seneca *. 1 Cf. GERM, cc.
39, 40, 43. ? SEN. epist. IV 12 (41), Ad indicare le regioni del sud soggette a
Roma, tanto nella Germ. quanto nella n. A. è adoperata l’espressione ‘orbis
noster’: Germ. 2,6 ‘ Oceanus rarisab orbe nostro nauibus aditur?. n. A. XII 12
(26), 45 ‘in nostro .orbe proxime laudatur Syriacum (sc. nardum), mox Gallicum
’, e. q. s. * Inoltre, l’accenno sul balsamo nella Germ. 45, 25 ‘ Orientis
secretis, ubi tura balsamaque sudantur ’, risponde alle notizie che, tra i
primi, ne diede Plinio in diversi luoghi della n. %. ? VIII. Che l’espressione
‘ frugiferarum arborum impatiens ’, usata nella Germ. 5, 4, non debbasi
intendere senza restrizione, non solo ci avvertono l’indicazione della maniera
con cui si facevano certi sortilegi ( v. Germ. 10, 2 ‘ uirgam frugiferae arbori
decisam in surculos “amputant ’) e l'avvertenza intorno ai mezzi di nutrizione
degli antichi Germani (v. Germ. 23,3 ‘cibi simplices, agrestia poma ’), ma
anche una notizia che osservasi nella n. &. XV 25 (30), 103, sulla presenza
del ciliegio sulle rive del Reno, in tempi remoti. IX. a) La particolarità
geografica della terra germanica, che è, in generale, ‘aut siluis horrida aut
paludibus foeda ’ (Germ. 5, 2), ha una conferma, in par 1 Osservasi prima in
VeLL. PATERC. h. R.I 2,3. Cf. Tac,
Agr. 12, 9. 2 V. n. h. XII 25 (54), 111 sgg. XVI 32 (59), 135: cf. XIII 1 (2), 11. 13. 15. Vedi anche il nostro libro
sui neologismi botanici nei carmi bucolici e georgici di Virgilio, Palermo
1901; LV, Pp. 103 sg. RES, () pg ticolare, nella descrizione che presenta
Plinio (7. h. XVI 2 (2), 6) della selva ‘ Hercynia ?. ! b) Nella Germ. 17, 7 si
osserva che i Germani ‘ detracta uelamina (sc. ferarum) spargunt maculis
pellibusque beluarum, quasi exterior Oceanus atque ignotum mare gignit’; ma non
è detto in che modo facessero i Germani per impadronirsi di tali belve marine.
Possiamo argomentarlo da quel che si dice nella n. %. XVI 40 (76, 2), 203, in
proposito dei predoni di mare: ‘singulis arboribus cauatis nauigant, quarum
quaedam et XXX homines ferunt ’. c) L’uso druidico delle adunanze ‘ sexta luna,
quae principia mensum annorumque his facit et saeculi post tricesimum annum”
(n. A. XVI 44 (95), 250), osservasi esteso ad una consuetudine germanica, quella,
cioè, di farsi le riunioni popolari ‘ cum aut inchoatur luna aut impletur ?
(Germ. 11, 5). X. A integrare l’ osservazione che la terra germanica è ‘pecorum
fecunda”’ (Germ. 5, 5), vale quello che nota Plinio sugli ottimi pascoli della
Germania: ‘ nam quid laudatius Germaniae pabulis?’ (n. A. XVII 4 (3), 26). XI.
a) Non appare una consuetudine particolare dei popoli germanici, che ‘
leuioribus delictis pro modo poena: equorum pecorumque numero conuicti
multantur ? (Germ. 12, 7). La stessa consuetudine vigeva anche, secondo attesta
Plinio, presso gli antichi Romani; 1 Cf. Pompon. Met. chor. III 3, 29 ‘ magna ex parte:siluis ac
paludibus inuia ”. 108 perciocchè ‘ multatio quoque non nisi ouium boumque
inpendio dicebatur’, e ‘cautum est, ne bouem prius quam ouem nominaret, qui
indiceret multam’ (n. &. XVII 3 (3), 11).
b) Quantunque l’ avena si fosse potuta usare per la preparazione della birra,
non è da dirsi incompleta la notizia, che presso i Germani era in uso ‘ potui
umor ex hordeo aut frumento, in quandam similitudinem uini corruptus’ (Germ.
23, 1); poichè, secondo la menzione che se ne legge nella n. 4., se ne
avvalsero allora più per cibo che per la fermentazione della bevanda gradita: ‘
quippe cum Germaniae populi serant eam (sc. auenam) neque alia pulte uivant’
(n. %. XVIII 17 (44, 1), 149).! XII. a) Il vestiario delle donne germaniche non
si distingueva da quello degli uomini, se non che le donne ‘ saepius lineis
amictibus uelantur’ (Germ. 17, 10). La stessa notizia appare nella n. A. XIX 1
(2, 1), 8 ‘ uela texunt (sc. e lino) iam quidem et transrhenani hostes, nec
pulchriorem aliam uestem eorum feminae nouere ’. b) La notizia data dalla n. A.
XIX 1 (2, 1), 9, che in Germania facevasi il lavoro di tessitura in sotterranei
: ‘in Germania autem defossae atque sub terra id opus (sc. lina texendi)
agunt’, completa l’ indicazione dell’uso di quelle abitazioni sotterranee, che
nella Germ. 16, 12 si dicono fatte per ‘suffuginm hiemi et receptaculum
frugibus ?.* 1 Vedi, quanto ai diversi nomi con cui s' indicava la birra, n. h.
XXII 25 (82), 164. 2 Pompon, MEL, chor. II 1, 10 dice lo stesso dei ‘Satarchae
’, In ciò che nella Germ. 46, 14 dicesi intorno al modo di vivere dei ‘Fenni’,
ai quali era ‘ uictui herba, uestitui pelles, cubile humus”, pare di scorgere
un caso particolare di quanto si considera, in generale, nella n. %. XXI 15
(50), 86, che vi sono delle ‘ herbae sponte nascentes, quibus pleraeque gentium
utuntur in cibis”, ’ XIV. Dei ‘ Mattiaci’ la Germ. 29, 9 considera il popolo,
sottomesso all'impero romano; la n. &. XXXI 2 (17), 20 ne menziona le fonti
termali (oggi Wiesbaden). XV. La notizia data dalla Germ. 5, 18 sulla moneta
antica (‘ serratos bigatosque ’), che era preferita dai Germani vicini alle
province romane del Reno e del Danubio, negli scambi commerciali, è confermata,
per quanto concerne i ‘ denarii bigati’, dalla n. %. XXXII 3 (13), 46: ‘ notae
argenti fuere bigae atque quadrigae, inde bigati quadrigatique dicti °. XVI.
L’ambra fu in origine un succo di vegetali: nella Germ. 45,22 se ne adduce la
sg. ragione: ‘ quia terrena quaedam atque etiam uolucria animalia plerumque
interlucent , quae implicata umore mox durescente materia cluduntur ’. Alla
stessa conclusione si popolo del Chersoneso Taurico: ‘ob saeua hiemis admodum
adsiduae, demersis in humum sedibus, specus aut suffossa habitant’ (Frick). 1
Sact. /ug. 18, 1 aveva prima avvertito che per i Getuli e i Libii ‘ cibus erat
caro ferina atque humi pabulum uti pecoribus”, 110 perviene, per altra via,
nella ». %., in cui sono addutte per prove l’opinione degli antichi e
l’etimologia della parola ‘ sucinum ’ : XXXVII 3 (11), 43 ‘ arboris sucum esse
etiam prisci nostri credidere, ob id sucinum appellantes ?. Nè vi è
contraddizione se nella Germ. 45, 15 si afferma che gli ‘ Aestii ’, sulla spiaggia
orientale del mare suebico, ‘ soli omnium sucinum.... inter uada atque in ipso
litore legunt’, e che essi ‘ pretium (sc. sucini) mirantes accipiunt ’; mentre
nella n. %. XXXVII 2 (11), 35 si ripete la notizia annunziata da Pytheas : ‘
Gutonibus Germaniae gente adcoli aestuarium Metonomon nomine......, ab hoc diei
nauigatione abesse insulam Abalum , illo per uer fluctibus aduehi et esse
concreti maris purgamentum, incolas pro ligno ad ignem uti eo (sc. sucino)
proxumisque Teutonis uendere ?’. Gli ‘ Aestii’ avevano le loro sedi accanto a
quelle dei ‘ Gutones ° o ‘ Gotones ’, sulle spiagge orientali del mare suebico
(Baltico); era naturale, per ciò, che l’industria | dell’ambra , così bene
avviata presso gli ‘ Aestii ’, si fosse estesa, come tra popoli vicini, e forse
in dipendenza l’uno dall’altro, anche presso i ‘ Gotones ’; e da ciò la notizia
registrata nella n. /%., la quale toglie quella rigidezza di apprezzamento ,
che traspare dalla frase ‘ soli omnium ’ della Germ., riferita agli‘ Aestii ?.
È, inoltre, da considerare che, se i ‘ Gutones ” facevano il commercio dell’
ambra coi vicini ‘Teutoni ”, lo vendevano a loro ‘ pro ligno ad ignem ’’; e
perciò nessuna contraddizione si può notare con quanto è detto nella n. 4., se
gli ‘ Aestii” facevano delle meraviglie nel vedersi pagare un prezzo per il
sucino, di cui si erano cominciate a fare delle ricerche presso di loro , 11 da
che il lusso romano aveva dato a tale merce un valore notevole !. 1 Un’altra
relazione tra la Germ. ei lavori di Plinio avverte U. Zernial, nel suo comm.
alla Germ. 3, 15 pp. 22-23, cioè, che la frase ‘adhuc extare’, usata in
proposito dei monumenti e tumoli con iscrizioni greche, che allora restavano
nel confine della Germania e della Rezia, si deve riferire a notizie date da
Plinio nei venti libri ‘ bellorum Germaniae. A rendere completo il nostro
studio sulla Germ., ci pare opportuno mettere anche in confronto il contenuto
di essa con le opere genuine di Tacito. Il confronto sarà ordinato come nel
cap. precedente, restringendo il nostro esame ai soli concetti che presentino
un qualche indizio di dipendenza o di corrispondenza tra loro. Ci atterremo,
quanto alla disposizione della materia, all’ ordine delle opere di Tacito. I.
a) Che le chiome bionde o rossicce e la corporatura grande formassero uno dei
caratteri fisici della nazionalità germanica è fatto cenno nell’Agr. 11, 3 ‘
rutilae Caledoniam habitantium comae, magni artus Germanicam originem
adseuerant ’: risponde alla descrizione che ne presenta la Germ. 4, 6 ‘rutilae
comae, magna corpora et tantum ad impetum ualida ”. Seneca aveva anteriormente
fatto menzione del ‘ rufus crinis et coactus in nodum apud, Germanos”.! Quanto
alla frase dell’Agr.1. c.* magni artus Germanicam originem adseuerant ’, alla
quale si riattacca l’osservazione intorno ai ‘ Bataui * (‘et forma conspicui ,
et est plerisque procera pueritia’ Mist. IV 14, 6: cf. V 18, 2) ed ai ‘
Cherusci ’ (‘ procera membra” ann. I 64, 7), risponde la considerazione
generale intorno ai Germa * Per i limiti del confronto, vedi l’ avvertenza * a
pag. 94. 1 Sen. dial. V 26, 3. 113 ni, che si legge nella Gem. 20, 1 ‘in hos
artus, in hacc corpora, quae miramur, excrescunt ?. Cesare aveva prima
avvertito che il suo esercito era stato invaso dal timore al sentire dai Galli
e dai mercatanti la notizia ‘ ingenti magnitudine corporum Germanos,
incredibili uirtute atque exercitatione in armis esse’ !; e Mela aveva anche
osservato che i Germani erano ‘ immanes animis atque corporibus ?, perchè
attendevano agli esercizi guerreschi ed erano afforzati dalla ‘adsuetudine
laborum maxime frigoris ”. * b) Istituendo un confronto tra la fioridezza dei
Galli nei tempi anteriori e la decadenza che essi mostrarono dopo, Tacito nell’
Agr. 11, 15 avverte: ‘ Gallos quoque in bellis floruisse accepimus; mox segnitia
cum otio intrauit, amissa uirtute pariter ac libertate ’. Lo stesso concetto
appare nella Germ. 28, 15, allorchè, per dare evidenza al carattere nazionale
dei ‘ Treueri’ e dei ‘ Neruii ’, si dice che essi ‘ circa adfectationem
Germanicae originis ultro ambitiosi sunt, tamquam per hanc gloriam sanguinis a
similitudine et inertia Gallorum separentur ’. La superiorità dei Galli di un
tempo è attestata nello stesso 1. della Germ. 28, 1 sull’autorità di Giulio
Cesare, che aveva ciò indicato nel b. G. VI 24, 1. c) La discordia tra i nemici
di Roma cooperò sempre a costituire la superiorità dei Romani ; onde la
considerazione che leggesi nell’ Agr. 12, 4 ‘ nec aliud aduersus ualidissimas
gentis pro nobis utilius quam quod in com 1 Cars. db. G. I 39, 1. ? Pompon.
Met. chor. III 3, 26. CONSOLI : L’ autore della Germania. 8 lla mune non
consulunt ’. Un pensiero analogosi manifesta nell’ augurio che 1° autore della
Germ. fa a’ suoi concittadini, ‘quando urgentibus imperii fatis nihil iam
praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam’ (Germ. 33, 9). Da ciò
la politica, sì lodata, di Druso nelle relazioni coi Germani: egli ‘ haud lene
decus quaesiuit inliciens Germanos ad discordias’ (ann. Il 62, 2).! d) Un
apprezzamento punto benevolo per la spedizione di Caligola contro i Germani si
legge tanto nell’ Agr. 13, 9 ‘ agitasse Gaium Caesarem de intranda Britannia
satis constat, ni uelox ingenio mobili paenitentiae, et ingentes aduersus
Germaniam conatus frustra fuissent ’; quanto nelle Rist. IV 15, 8, in cui si
narra di un Canninefate, che ‘ multa hostilia ausus Gaianarum expeditionum
ludibrium inpune spreuerat ’. Lo stesso apprezzamento era stato manifestato
prima nella Germ. 37, 23 ‘*ingentes Gai Caesaris minae iu ludibrium uersae ?.
e) La politica dei Romani solevasi avvalere di un mezzo più efficace delle
armi, per vincere e tenere assoggettati i barbari, l’allettamento dei vizi.
Nell’ Agr. 21, 10 sgg. sì deridono gli ignoranti che fanno consistere la
civiltà nei ‘delenimenta uitiorum’, che sono 1 Claudio Mamertino ripeté lo
stesso concetto, che le discordie intestine dei barbari erano la fortuna
dell'impero: ‘ tantam esse imperii uestri felicitatem ut undique se barbarae
nationes uicissim lacerent et excidant, alternis dimicationibus et insidiis
clades suas duplicent et instaurent’ (Pan. genethl. Maxzimiano Aug. d., 16; in
BAFHRENS, AZ/ pan. Lat. III, p. 113 sg.). 2 Severe sono anche le parole con cui
Suetonio giudica l’impresa di Caligola contro i Germani (Calig. 43 e 45-47).
Persio la deride (sat. 6, 43 sgg.). CÉ. Cass. Dion. r. Rom. invece strumenti di
schiavitù. Similmente uno dei legati dei ‘Tencteri’ presso il ‘concilium
Agrippinensium’ raccomandava, secondo racconta Tacito nelle hist. IV 64, 19:
‘instituta cultumque patrium resumite, abruptis uoluptatibus, quibus Romani
plus aduersus subiectos quam armis ualent’. Lo stesso concetto è denotato nella
Germ. 23, 6 ‘si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, hawd
minus facile uitiis quam armis uincentur ”. f) L'esperienza della vita dimostra
vera la sentenza che Tacito fa dire a Calgaco nell’ Agr. 30, 5: ‘ proelium
atque arma, quae fortibus honesta, eadem etiam ignauis tutissima sunt’. Nella
Germ. 36, 2 la si vede applicata per ispiegare la decadenza dei ‘ Cherusci ’, i
quali ‘ mimiam ac marcentem diu pacem inlacessiti nutrierunt”; e l’autore,
considerando che ‘id iucundius quam tutius fuit”, assurge ad un avvertimento
d’ordine generale, che in nessun tempo è da trascurarsi dagli uomini di Stato:
‘inter inpotentes et ualidos falso quiescas ?. g) Nell’apostrofe di Tacito al
suocero estinto, si legge: ‘ nosque domum tuam ab infirmo desiderio et
muliebribus lamentis ad contemplationem uirtutum tuarum uoces, quas neque
lugeri neque plangi fas est ’ (Agr. 46,3). La frase ‘ muliebribus lamentis’
richiama alla mente la sentenza della Germ. 27, 7 ‘ feminis lugere honestum
est, uiris meminisse’. E probabilmente tutte e due le espressioni risalgono
all’ ammonimento di Seneca: ‘ obliuisci quidem suorum ac memoriam cum
corporibus efferre et effusissime flere, meminisse parcissime, inhumani animi
est. hoc prudentem uirum non decet: meminisse perseueret, lugere desinat’.!
Seneca, presso a morire, ripetè in parte lo stesso concetto, per confortare la
consorte. La nazionalità degli ‘ Heluetii” è, secondo GIULIO (vedase) Cesare,
gallica, poichè egli scrive di loro : ‘ Heluetii quogue reliquos Gallos uirtute
praecedunt, quod. fere cotidianis Droga cum: Germanis contendunt’. 3 Dello
stesso parere è Tacito che, considerando gli ‘ Heluetii’ quali erano divenuti
a’ suoi tempi, avverte : ‘ Heluetii, Gallica gens olim armis uirisque, mox
memoria nominis clara’ (Rist. I 67, 2). La medesima osservazione è confermata
nella Germ. 28, 8, che considera tanto gli ‘ Falaotit ? quanto i ‘ Boii” come ‘
Gallica utraque gens ’ b) Era a nazionale dei Germani andare ala pugna coi
corpi nudi a diciamo « ignudi »): lo indica Tacito nelle isf. II 22, 6
‘cohortes Germanorum, cantu truci et more patrio nudis corporibus super umeros
scuta quatientium ’. Prima di lui, ne aveva dato notizia Cesare, sebbene la sua
osservazione non si restringesse ai soli usi guerreschi : ‘pellibus aut paruis
renonum tegimentis utuntur, magna. corporis parte nuda ?.! E l’osservaziore di
Cesare fu ripetuta nella Germ. rispetto ai combattimenti (‘ pedites et missilia
spargunt.... atque in immensum uibrant, nudi aut sagulo leues Germ. 6,7), agli
esercizi militari dei giovani (‘ nudi 1 SEN. epist. XVI 4 (99), 24. 2 Tac. ann. XV 63. 3 Cars. db.
G. 1 1, 4. 4 CAESs. db. G. VI 21,5. Dice lo stesso
dei ‘Suebi’ iunenes .... inter gladios se atque infestas frameas saltu iaciunt”
Germ. 24, 2), e alla vita domestica (‘in omni domo nudi ac sordidi’ e. q. s.
Germ. 20, 1: cf. 17, 2). Intorno alla provenienza dei ‘Bataui’ ed ai luoghi da
loro occupati, ci informa Tacito nelle Rist. IV 12, 6 ‘Bataui, donec trans
Rhenum agebant, pars Chattorum, :seditione domestica pulsi extrema Gallicae
orae uacua cultoribus simulque insulam iuxta' sitam occupauere, quam mare
Oceanus a fronte, Rhenus amnis tergum ac latera circumluit’. Della ‘insula Batauorum’
avevano già fatto menzione Cesare e Plinio Secondo. * Nella Germ. 29, 1 si
legge: ‘ omnium harum gentium uirtute praecipui Bataui non multum ex ripa, sed
insulam Rheni amnis colunt ’; e, quanto alla loro origine, immediatamente dopo
si soggiugne : ‘ Chattorum quondam populus et seditione domestica in eas sedes
transgressus, in quibus pars Romani imperii fierent ’. d) Narra Tacito (Rist.
IV 14, 10) che Civile, in occasione di un banchetto tenuto in un bosco sacro,
espose ai convitati la necessità d’insorgere in difesa dei loro diritti
conculcati, contro il dominio romano. L’ usanza germanica di trattare affari,
sì privati che pubblici , durante i conviti è menzionata, in generale, nella
Germ. 22, 9 ‘ de reconciliandis inuicem inimicis et iungendis adfinitatibus et
adsciscendis principibus, de pace denique ac bello plerumque in conuiuiis
consultant : e la ragione ne è spiegata ‘tamquam nullo magis tempore 1 Secondo
la congettura del Walch: nel cod. si legge ‘ iuuata sit an”. ? Cars. db. G. IV
10, 1. Prin. n. A. aut ad simplices cogitationes pateat animus aut ad magnas
incalescat ”. e) La disposizione dei Germani per cunei, nelle battaglie, è
menzionata nella Germ. 6, 20 ‘acies per cuneos componitur ?’. La conferma
appare dal modo secondo cui furono disposti i ‘ Canninefates’,i ‘ Frisii”, i ‘
Bataui ’, etc. nei combattimenti, durante l’insurrezione di Civile (rist. IV
16. V 16), e dall’ordine del ‘ Bructerorum cuneus ” (Rist. V 18, 5).! Ma l’
ordinamento dei combattenti per cunei era stato prima accennato da Cesare *.
Tacito ne fa pure menzione, descrivendo la battaglia di Bedriaco 3. f) Nello
stesso lib. IV delle hisé. di Tacito, si nota che i ‘ Bataui ’ furono esenti
dall'obbligo di pagare ai Romani i tributi: ‘ Batauos tributorum expertes
(list. IV 17, 11); ed è confermato in un altro luogo : * sibi (sc. Batauis) non
tributa sed uirtutem et uiros indici ’ (hist. V 25, 9: cf. IV 12, 10). Tale
esenzione è notata anche nella Germ. 29, 6 ‘ (Bataui) nec tributis contemnuntur
nec publicanus atterit ’, per la ragione che essi ‘ tantum in usum proeliorum
sepositi, uelut tela atque arma, bellis reseruantur ?. g) Civile, nel
determinare l’ ordine della battaglia, ‘matrem suam sororesque, simul omnium
coniuges par 1 Cf. Tac. hist. IV 20, 11. La disposizione dei combattenti per
cunei si continuò anche dopo presso i barbari: v. Amm. Marc. r. g. XXVII 2, 4.
2 Cars. d. G. VI 40, 2: altrove lo indicò con la voce ‘phalanx *; db. G. I 52,
4. 3 Tac. hist. II 42, ]1 ‘comminus eminus, cateruis et cuneis concurrebant':
v. la nota al l. c. nel comm, del VALMAGGI, p. 78, Torino uosque liberos
consistere a tergo iubet, hortamenta uictoriae uel pulsis pudorem ” (Rist. IV
18, 14): si soggiugne poco dopo ‘ uirorum cantu, feminarum ululatu sonuit
acies’. Consimile ordine nei combattimenti a cui preparavansi i Germani, è
indicato nella Germ. 7, 11 ‘in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri,
unde uagitus infantium ’. Ma in tutti e due i Il. citati la notizia pare che
sia provenuta da quanto avevano scritto prima Cesare sulle donne dei Germani
nelle pugne combattute da Ariovisto !, e Strabone intorno alle donne dei
Cimbri. ° h) L’ usanza dei Germani di portare nei combattimenti effigie di
animali o altri simboli rappresentanti le loro divinità protettrici o qualche
attributo delle stesse, è indicata da Tacito, Rist. IV 22, 12: ‘ depromptae siluis lucisque ferarum
imagines, ut cuique genti inire proelium mos est ’. Nella Ger. 7, 8 si osserva la stessa consuetudine: ‘ effigiesque et signa
quaedam detracta lucis in proelium ferunt ’*. Così, ad es., gli ‘ Aestii ’
portavano per simboli divini immagini di cinghiali (‘ insigne superstitionis
formas aprorum gestant’ Germ. 1 Cars. db. G. I 51, 3. ? STRAB. geogr. VII 2, 3
(C 294), p. 404, ed. M. Vedi anche PLvT. C. Mar. 19, 8, p. 497, ed. Th, Doehner.
FLor. epit. I 38, 16-17 (III 3), ed. Halm. 3 Tra le‘ effigies” erano notevoli
il lupo e il serpente (Wadan), l’orso e il capro (Thunar), etc. ; tra i simboli
o ‘ signa ’, la lancia (Wodan), il martello (Thunar), la spada (Tiu), etc. : v.
F. G.BERGMANN, poémes islandais tirés de l' Edda de Scemund, Paris 1838, pp.
1-185, 243-259, 303-319; e le « notes explicatives » pp. 221 - 239, 292 300,
358 - 368; v. anche dello stesso Bergmann la fascination de Gulfi (Gylfa
ginning), traité de mythologie scandinave, Strasbourg & Paris i Cimbri
preferivano il toro di bronzo !. I Germani non rappresentavano in forma umana
le loro divinità: ‘nec cohibere parietibus deos neque in ullam humani oris
speciem adsimulare ex magnitudine caelestium arbitrantur? (Germ. 9, 7). i)
Scoppiata l’ insurrezione di Civile, il danno maggiore fu recato dalle ostilità
degli insorti contro gli ‘ Vbii’, ‘quod gens Germanicae originis eiurata patria
Romanorum nomine ? Agrippinenses uocarentur (Rist. IV 28, 6). Dalla Germ. 28,
19 si apprende che ‘ ne Vbii quidem, quamquam Romana colonia esse meruerint ac
libentius Agrippinenses conditoris sui nomine uocentur, origine erubescunt’; e
da un luogo degli ann.'XII 27, 1-4 si ha la notizia più precisa, che ad istanza
di Agrippina, moglie dell’imp. Claudio e madre di Nerone, si condusse una
colonia romana nell’ ‘ oppidum Vbiorum’, onde il nome di ‘ Colonia Agrippina’ o
solamente ‘ Agrippina’, ovvero ‘ Colonia’ che si ebbe dopo.* j) Quel che dice
Tacito, isf. IV 61, 1, intorno allo adempimento di un voto di Civile, il quale
‘ post coepta aduersus Romanos arma propexum rutilatumque crinem 1 PLvr. C.
Mar. 23, 6, p. 499, ed. c. ? ‘ Romanorum nomine’ è dovuto a congettura del
Weissenborn. Nel cod. è ‘nom’. La lez. ‘ Romanorum nomen’, che il Gruter notò, è
chiusa dal Halm, dal Ritter, dal Ramorino, etc. tra parentesi quadre. Altri
preferiscono ‘ Romano nomine’, secondo la congettura del Lipsius. 3 Amm. Marc.
r. g. XV 8, 19; 11, 7. XVI 3, 1. Ma Io, Harduinus, nel comm. alla n. A. di
Plinio, vol. I, p. 225, nota 2?, crede che sia Agrippina la moglie di
Germanico, perchè, come egli dice, ‘ ueluti mater castrorum procurabat ex eo
tractu annonam militibus, qui merebant in exercitu mariti sui : quamobrem et
laureato capite pingitur in achate Tiberiano ’, è patrata demum caede legionum
deposuit’, appare nella Germ. 31, 3, riferito in ispecial modo ai ‘Chatti’: ‘
ut primum adoleuerint, crinem barbamque submittere, nec nisi hoste caeso exuere
uotiuum obligatumque uirtuti oris habitum”.' Anche a Roma non fu, come pare, sconosciuta
tale usanza, poichè Cesare, per dimostrare il suo affetto ai soldati, ‘ audita
clade Tituriana barbam capillumque summiserit nec ante dempserit quam
uindicasset ’. ? kh) Da uno dei legati dei ‘ Tencteri ’ si diceva: ‘quod
contumeliosius est uiris ad arma natis, inermes ac prope nudi sub custode et
pretio coiremus’ (Qist. IV 64, 8). Il portare le armi, e in qualunque
occasione, stimavasi dai Germani un segno di valentia e di libertà. Ciò
confermasi nella Germ. 13, 1 ‘ nihil autem neque publicae neque priuatae rei
nisi armati agunt’; e si indica il modo con cui facevasi la dichiarazione
d’idoneità a portare le armi. L’ osservazione si ripete nella Germ. 22, 5 ‘ad
negotia nec minus saepe ad conuiuia procedunt armati’. Anche morto, il Germano
aveva seco le sue armi (Germ. 27, 4). Tale usanza, del resto, non restringevasi
ai soli Germani; Cesare la indica prevalente presso i Galli. 5 1 La stessa
usanza presso i Sassoni, in tempi posteriori, è riferita da PAvL. pIAC. de
gest. Langobard. III 7, p. 438, c. 2?. E nella storia di Norvegia è narrato il
giuramento del re Harald Haarfager, di non tagliarsi i capelli nè di pettinarli
prima d'avere spenti tutti i piccoli sovrani che tenevano divisa la patria sua:
e dopo lotte accanite che durarono più di dieci anni, adempi quanto aveva
giurato: v. R. KeysER, Norges historie, ed. c., vol. I, pp. 204-209. 2 SveTton.
diu. Iul. 67. 3 Cas, d, G. V 56, 2: cf. VII 21, 1. 122 1) Un altro segno della
piena libertà di cui godevano i Germani, e che, come del resto è nell’ordine
naturale delle cose, trascendeva talora in dannosi eccessi, era quel che nota
Tacito nelle Rist. IV 76,9: ‘ Germanos.... non iuberi, non regi, sed cuncta ex
libidine agere’. E da ciò quella lentezza nelle deliberazioni delle assemblee,
che era veramente un ‘ex libertate uitium’; poichè i Germani ‘ non simul nec ut
iussi conueniunt, sed et alter et tertius dies cunctatione coèuntium absumitur’
(Germ. 11, 9). Presso i Galli, nota Cesare, l’abuso era punito; e al principio
della guerra, quando tutti i giovani armati dovevano adunarsi in un dato luogo,
chi di loro ‘nouissimus conuenit, in conspectu multitudinis omnibus cruciatibus
affectus necatur ?.! m) Nel luogo testè cit. delle Rist. IV 76, 10 si
soggiugne: ‘pecuniamque ac dona, quis solis corrumpantur (sc. Germani), maiora
apud Romanos. Negli ann. XI ‘ 16, 7 è detto che l’imp. Claudio si avvaleva del
danaro per tenere sotto la sua dipendenza il re dei ‘Cherusci’, Italico. Or,
tanto nel primo quanto nel secondo dei ll. cc., scorgesi l'applicazione del
mezzo che non di rado usavano i Romani, per meglio asservire il popolo
germanico: onde la considerazione che leggesi nella Germ. 15, 12 ‘iam et
pecuniam -accipere docuimus’ ;? e, in particolar modo, intorno ai re dei ‘
Marcomani’ e dei ‘Quadi’ si dice: raro armis nostris, 1 CaEs. db. G. V 56, 2. 2
È noto che, per danaro, la milizie germaniche marciarono contro gli stessi
Germani: v. CAPITOLIN. M. Ant. philos. 21,7; in
scriptt. hist. Aug., IV p. 66, ed. P., Mi | A
saepius pecunia iuuantur, nec minus ualent’ (Germ. 42, 9). ! n) I Germani
ammettevano che le donne di condizione elevata fossero le più sicure garentie e
i migliori ostaggi, per ottenere l’ adempimento dei patti convenuti tra popolo
e popolo o tra i partiti di una stessa gente. Un caso è rammentato da Tacito,
Rist. IV 79, 1:‘orabant auxilium Agrippinenses offerebantque uxorem ac sororem
Ciuilis et filiam Classici, relicta sibi pignora societatis’; la quale ‘
societas’ sappiamo che era stata già ‘ nobilissimis obsidum firmata’ (Rist. 1V
28, 2). La consuetudine era stata prima indicata nella Germ. 8, 5: ‘ efficacius
obligentur animi ciuitatum, quibus inter obsides puellae quoque nobiles
imperantur ”. Augusto aveva tentato di trarne vantaggio, chiedendo ad alcuni
capi.di nazioni vinte, per tenerli in fede e soggezione, delle donne per
ostaggio. * o) Per significare 1° approvazione delle proposte discusse nelle
assemblee, i Galli solevano battere le armi: ‘conclamat omnis multitudo et suo
more armis concrepat, quod facere in eo consuerunt, cuius orationem approbant
?. La stessa usanza notavasi presso i Germani : ‘ sin placuit, frameas
concutiunt : honoratissimum adsensus genus est armis laudare’ (Germ. 11, 17).
Tacito l’accenna nelle Rist. V_ 17, 13 ‘ sono armorum tripudiisque, ita illis
(sc. Germanis) mos, adprobata sunt dicta ’. III. a) La considerazione sulla
maniera di com1 V. pag. 12 sg. 2 SvETON. Aug. 21. 3 Cars, db. G. VII 21, 1, Cf.
Liv. battere dei ‘Chatti’, che osserviamo negli ann. I 56, 16 ‘non auso hoste
terga abeuntium lacessere, quod illi moris, quotiens astu magis quam per
formidinem cessit ’, appare come un’applicazione al caso particolare dell’
osservazione fatta, in generale, sul carattere, dei Germani: ‘ cedere loco,
dummodo rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur’ Germ. 6, 20. Simile
usanza presso i‘ Cherusci’ è notata negli ann. II TIA b) Tacito narra che, dopo
la disfatta di Varo, i Germani sacrificarono presso le are i vinti ‘tribunos ac
primorum ordinum centuriones’ (ann. I 61, 13); e la stessa notizia sui
sacrifici umani egli ripete, in proposito della vittoria degli ‘ Hermunduri”’
sui ‘Chatti”: ‘ uictores diuersam aciem Marti ac Mercurio sacrauere, quo uoto
equi uiri, cuncta uiua occidioni dantur’ (ann. XIII 57, 10). Analoga
osservazione era stata fatta nella Germ. 9, 1 ‘deorum maxime Mercurium colunt,
cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent ’; ma placavano
Marte ‘concessis animalibus’. I‘ Semnones’ anch’essi ‘ caeso publice homine
celebrant barbari ritus horrenda primordia’ (Germ. 39, 5); e con vittime umane
si celebrava il culto della dea ‘Nerthus” o ‘Terra mater’ (Germ. 40, 19).
Strabone aveva prima fatto menzione dell’orrendo rito dei sacrifici umani
presso i Cimbri '; istituto religioso, del resto, comune a tanti altri popoli
primitivi. Iordanis afferma che anche i Goti offrivano a Marte vittime umane; e
1 StRAB. geogr. VII 2, 3 (C 294), p, 404,
ed. M. 2 IoRDAN. de or. act. Get. 5, p. 9, 23, ed. Holder: ‘ opinantes (se. Gothi) bellorum
praesulem apte humani sanguinis effusione placandum. Procopio dice che l’orrendo rito si era continuato, per le divinazioni,
presso i Franchi già convertiti al Cristianesimo. * c) All’ indicazione : ‘
certum iam alueo Rhenum ... Vsipi ac Tencteri accolunt’ (Germ. 32, 1), risponde
la frase che si nota negli ann. II 6, 13 ‘ Rhenus uno alueo continuus’. Mela dà
più chiara spiegazione, ed usa qualche parola che poi ripetè, sull'argomento
stesso, lo autore della Germ.: ‘(Rbenus) mox diu solidus et certo alueo lapsus
haud procul a mari huc et illuc dispergitur ?. ? d) Negli ann. II 12, 3 si fa
menzione di una selva consacrata ad Ercole, luogo di convegno dei Germani.
Anche di Ercole e dei canti guerreschi, con cui si celebrava quel ‘primus
omnium uwirorum fortium’, si trova menzione nella Germ. 3, 1 sg.: cf. 9, 2.
Evidentemente si allude al culto di Thor (Donar) che, per interpretazione
romana, si era rassomigliato ad Ercole. Quanto, poi, all’espressione ‘siluam
Herculi sacram?”, che si legge nel 1. c. degli ann., e al ‘ sacrum nemus ”,
dove Civile riuniva i suoi (/Rist. IV 14, 10), si possono considerare come
esempi della consuetudine indicata, in generale, nella Germ. 9, 9: ‘lucos ac
nemora consecrant’. Dello stesso modo son da considerarsi come casi particolari
della consuetudine, di cui è discorso nel presente paragrafo, la ‘silua auguriis
patrum et prisca formidine sacra’, dove, nel tempo stabilito, si adunavano i
‘Semnones’ (Germ. 39, 3); il ‘castum nemus’ consacrato, in un’isola dell’
oceano, alla dea \ 1 ProcoP. de b. Goth. II 25. ? Pompon. Met. chor. Ill
Nertbus’ (Germ. 40, 9); e quello ‘antiquae religionis lucus ’, presso i ‘
Nahanaruali” (Germ. 43, 14). ! e) Nel discorso pronunziato da Germanico ai suoi
soldati si afferma: ‘non loricam Germano, non galeam, ne scuta quidem ferro
neruoue firmata’ (ann. II 14, 10) : perciò scarsezza, se non totale mancanza,
del ferro presso i Germani. Il medesimo concetto è annunziato nella Germ. 6, 1
‘ne ferrum quidem superest, sicut ex genere telorum colligitur’; ma
l’asserzione di Germanico, il quale nella foga oratoria negava a tutti i
Germani la lorica e l’elmo, appare mitigata dall’ osservazione che si legge
nella Germ. 6, 10 ‘paucis loricae, uix uni alteriue cassis aut galea’. Egli è
vero che i ‘ Cotini” conoscevano la metallurgia del ferro (Germ. 43, 6), ma i
‘Cotini’” non erano stimati Germani: ‘Cotinos Gallica ... lingua coarguit non
esse Germanos, et quod tributa patiuntur’ (Germ. 43, 3). Presso gli ‘ Aestii”
era ‘rarus ferri, frequens fustium usus’ (Germ. 45, 12). Nella stessa orazione
di Germanico si nota che i Germani usavano per scudi ‘uiminum textus uel tenuis
et fucatas colore tabulas’ (ann. II 14, 12): lo stesso avvertesi in generale,
intorno agli scudi dipinti, nella Germ. 6, 9 ‘scuta tantum lectissimis
coloribus distinguunt ’. Soltanto gli ‘ Harii” avevano il costume di portare gli
scudi tinti in nero, per atterrire i nemici durante i combattimenti notturni,
presentando un certo ‘nouum ac uelut infernum adspectum’ (Germ. 43, 24), ? ì V.
rag 105, per la rispondenza con la n. A. di Plinio. 2 Sull'uso degli scudi
dipinti v. EvrIr. Phoen. 142, vol. II, p. 402, ed. Nauck. Cic. de or. II 66,
266. 127 f) Del clima della Germania si dice negli ann. II 24, 1 ‘truculeutia
caeli praestat Germania’. E l’autore della Germ. si domanda: ‘(quis) Germaniam
peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si
patria sit ?° (Germ. 2, 8). Seneca fa una osservazione consimile: ‘ perpetua
illos (sc. Germanos) hiems, triste caelum premit, maligne solum sterile
sustentat” e. q. s.! g) I soldati di Germanico, che sopraffatti dalla tempesta,
sì erano dispersi, tornati poi nei quartieri, dopo lunga peregrinazione,
narravano cose meravigliose, ‘uim turbinum et inauditas uolucres, monstra
maris, ambiguas hominum et beluarum formas, uisa siue ex metu credita’ (ann. II
24, 18). Simili notizie favolose sono riferite nella Germ. 46, 25 intorno agli
‘ Hellusii ’ ed agli ‘“Etiones’: “ora hominum uultusque, corpora atque artus
ferarum gerere’. Ma, mentre un che di ironico traspare dalla frase ‘siue ex
metu credita’, nella Ger. si. osserva che tali racconti si tralasciano, perchè
sfuggono ad un esame giudizioso : ‘ quod ego ut incompertum in medio relinquam’
(Germ. 46, 26). Ad una conclusione non dissimile era venuto prima Pomponio
Mela, trattando degli ‘Oeonae’, degli ‘Hippopodes’ e dei ‘ Panuatii ”. * h)
Alludendo ad un’età aurea degli ordinamenti sociali, in tempi antichissimi,
Tacito osserva : ‘ uetustissimi mortalium, nulla adhuc mala libidine, sine
probro, scelere eoque sine poena aut coercitionibus agebant’ 1 Sen. dial. | 4, 14. ? Pomp. Met. chor. Ill 6, 56. Cf.
Plin. n. h. IT 108 (112), 246. IV 13 (27), 95 Sotin. coll. r. m. 19, 6-8, p.
105, ed. Mominsen. Avevstin. de civ. Dei XVI 8, vol. II, p.
135 sg., ed, Dombart. 128 (ann. III 26, 1). Simile concetto, ma col proposito
di dare evidenza, mediante l’antitesi, alla decadenza morale dei Romani
nell’età imperiale, è annunziato nella Germ. 19, 17 ‘plusque ibi boni mores
uwalent quam alibi bonae leges ’. Al medesimo concetto avevano alluso
Sallustio! e Orazio. * î) La pretensione vessatrice di Olennio, che imponeva ai
‘ Frisii’ di soddisfare il tributo di pelli di buoi con pelli di uri, offre a
Tacito l’ occasione di osservare che ‘id aliis quoque nationibus arduum apud
Germanos difficilius tolerabatur, quis ingentium beluarum feraces saltus,
modica domi armenta sunt’ (ann. IV 72, 7). Analoga osservazione sui buoi della
Germania, che erano più piccoli e meno belli de’ buoi degli altri paesi, si
nota nella Germ. 5, 5 ‘ pecorum fecunda, sed plerumque improcera. ne armentis
quidem suus honor aut gloria frontis’. Cesare l’ aveva anche osservato: ‘ sed,
quae (sc. iumenta) sunt apud eos nata, parua atque deformia”.? j) Tacito narra
che Nerone mandò in Britannia uno de’ suoi liberti, di nome ‘ Polyclitus ?, con
l’incarico di rimettere la concordia tra il legato e il procuratore, e di
rappacificare i barbari ribelli; ma il liberto ‘ hostibus inrisui fuit, apud
quos flagrante etiam tum libertate nondum cognita libertinorum potentia erat;
mirabanturque quod dux et exercitus tanti belli confector seruitiis oboedirent’
(ann. XIV 39, 7). La storia ci rammenta altri liberti potentissimi presso 1
SALL. Cat. 9, 1 “ius bonumque apud eos non legibus magis quam natura ualebat’.
? Hor. carm. III 24, 35 sg. 8 CAES. db. G. alcuni imperatori romani. E però, in
antitesi a quella superiorità che si riconosceva, dai Germani non sottoposti a
monarchi, ai soli uomini liberi, 1’ autore della Germ. osserva: ‘ liberti non
multum supra seruos sunt, raro aliquod momentum in domo, numquam in ciuitate,
exceptis dumtaxat iis gentibus, quae regnantur ? (Germ. 25, 8: cf. 44, in
principio). k) Argomento trito era quello dei vantaggi di cui godeva l’ ‘
orbitas ’ di vecchi ricchi. ‘ Hereditatis spes ’, scriveva Cicerone, ‘ quid
iniquitatis in seruiendo non suscipit? quem nutum locupletis orbi senis non
obseruat ?’!. Orazio ne fa il tema della sat. quinta del lib. II (cf. anche
episf. I 1, 79); e Seneca avverte: ‘in ciuitate nostra plus gratiae orbitas
confert quam eripit ?. ? Allo stesso argomento si riferisce Tacito , scrivendo:
‘ satis pretii esse orbis quod multa securitate, nullis 0neribus gratiam
honores cuneta prompta et obuia haberent ? (ann. XV 19, 7); e in altri luoghi
adduce per esempi Calvia Crispinilla, ‘ magistra libidinum Neronis?, la quale
fu ‘ potens pecunia et orbitate, quae bonis malisque temporibus iuxta ualent”
(Risé. I 73, 8); e un tale Pompeo Silvano, che ‘ ualuit pecuniosa orbitate et
senecta ’ (ann. XIII 52, 7). L’antitesi sì osserva nel 1 Cic. parad. V 2, 39. 2
Sen. dial. VI 19, 2; e degli scrittori che, dopo Plinio Secondo, s'intrattennero
di tale argomento, v. PLIN. epist. IV 15, 3. IvvenaL. sat. IV 12,99 sgg.
PETRON. sat. 1)6, p. 539. MARTIAL. epigr. IV 56, 1-6. Amm. Marc. r. g. XIV 6,
22. 3 Ma Domizio Balbo era stato ‘simul longa senecta, simul orbitate et
pecunia insidiis obnoxius L’ autore della Germania le istituzioni tradizionali
dei Germani, presso i quali ‘nec ulla orbitatis pretia’ (Germ. 20, 18). IV. In
tutti i luoghi che nel presente capitolo abbiamo comparativamente esaminati, è
agevole osservare che la somiglianza o identità di concetto proviene per lo più
dai fonti comuni, donde i pensieri sono stati dedotti ; e, ove tali fonti
comuni manchino ovvero non si riesca a determinarli, nulla vieta di ammettere
che, essendo il tempo della composizione della Gem. anteriore a quello in cui
furono scritte le opere di Tacito, questi, trattando ne’ suoi lavori storici di
argomenti analoghi ad alcuni già svolti o menzionati nella Germ., si sia
avvalso di considerazioni , uotizie, insomma di pensieri che erano stati
espressi in questo ultimo libro. Nondimeno Tacito non si attenne sempre a tali
concetti, chè talvolta di proposito se ne allontanò , o li modificò, o
chiaramente li contraddisse. Valgano di conferma i sgg. esempi. a) Della
notizia, data da Cesare, ! sull’ antica potenza dei Galli fa menzione la Germ.
28, 1, indicandone con lode somma il fonte: ‘ualidiores olim Gallorum res
fuisse summus auctoram diuus Iulius tradit’. La medesima notizia appare nell’
Agr. 11, 15, ma senza indicazione del fonte autorevole: ‘Gallos quoque in
bellis floruisse accepimus’. Anche in un altro luogo dell’ Agr., c. 10, si
ripete, senza che se ne indichi il fonte, una notizia data da Cesare.*
Soltanto, quando si riferiscono le imprese militari contro la Britannia, si fa
1 Cars, db. G. VI 24, 1. ? Cars. b. G. V 13, 1 sgg. Mo] 1Bl cenno di Cesare:
‘primus omnium Romanorum diuus Iulius cum exercitu Britanniam ingressus ’ (Agr.
13, 3). b) La lingua dei Britanni non era molto differente da quella gallica,
perchè entrambe derivavano dallo stesso ceppo celtico: e su ciò è chiara l’
affermazione dell’ Agr. 11, 12. Ma con tale affermazione non si può conciliare
quanto è detto nella Germ. 45, 9, cioè che gli ‘Aestii’, i quali abitavano
sulle spiagge ad oriente del mare suebico, ed avevano costumanze e riti simili
a quelli dei Suebi, adoperassero una ‘lingua Britannicae propior ”. c) La voce
‘Germania’ usata al plur. notasi nello Agr. 15, 13. 28, 1: cf. ann. I 46, 9; è
evitata nella Germ., sebbene in questa si presenti non rara l’ occasione della
sineddoche mediante l’uso del plur. invece del sing. ‘d) Del Norico, che è più
volte nominato negli scritti di Tacito (ist. I 11, 9; 70, 16. ann. II 63, 3),
non si fa menzione nel c. 1° della Germ., nel quale si descrivono i confini
della Germania: appena, per incidenza, sì nota in un altro ]. che la terra
germanica è ‘ uentosior qua Noricum ac Pannoniam aspicit’ (Germ. 5, 3); il che
rende più evidente l’omissione fatta nel c. 1°. e) Col solo nome ‘Caesar’,
Tacito indicò il dittatore Giulio Cesare (Rist. III 66, 16): più volte premise
o aggiunse il titolo ‘ dictator” (/ist. III 68, 5. ann. I 8, 27. II 41, 3. IV
34,21. VI 16, 2. XI 25,9. XIII 3, 11. XIV 9, 6); una sola volta lo fece
precedere dal prenome C. (ann. IV 43, 5). Nella frase della Germ. 37, 20 ‘
Varum trisque cum eo legiones etiam Caesari abstulerunt’, si indica col solo
nome ‘Caesar’ l’imperatore Augusto. ! f) Facendo menzione della vergine
fatidica Veleda, la cui autorità era divenuta grande dopochè ella aveva
predetto la vittoria dei Germani e la distruzione delle legioni romane, Tacito
accenna ad un antico costume presso i Germani, ‘quo plerasque feminarum
fatidicas et augescente superstitione arbitrantur deas’ (list. IV 61, 10).
Nella Germ. si spiega il fondamento di tale credenza: ‘inesse quin etiam sanctum
aliquid et prouidum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa
neglegunt’ (Germ. 8, 6); ma si avverte che le donne fatidiche erano tenute
‘numinis loco’ e venerate ‘non adulatione nec tamquam facerent deas’. 9g) Per
il ritorno degli ‘ Agrippinenses ’ in seno alla grande famiglia germanica, si
rendono grazie ‘ communibus deis et praecipuo deorum Marti’ (Qisf. IV 64, 4).
Nella Germ. 9, 1 si assevera, invece, che per i Germani il precipuo degli dei
era Mercurio : ‘ deorum maxime Mercurium colunt ’. h) Nelle Rist. IV 73, 12 si
fa menzione dei Teutoni accanto ai Cimbri; nella Germ. 37, benchè vi si tratti
delle guerre cimbriche, si omette qualsiasi cenno intorno ai Teutoni. * i) Per
l’autore degli ann. sono ‘clientes’ i compa 1 Negli ann. Augusto é detto una
volta ‘Caesar Octauianus (XII 6, 14) ed un’altra ‘Caesar’ (I 2, 3), riferendosi
però a tempi anteriori a quello in cui egli prese il nome di Augusto (a. 727
/27: cf. WEISSENBORN, de Titi Liuii uita et scriptis). La disfatta di Quintilio
Varo avvenne nel settembre dell'a. 9 d. Cr., cioè 36 anni dopo che Ottaviano
era stato insignito col titolo di Augusto, gni dei capi barbari, p. es. i
‘clientes’ di Segeste (amm. I 57, 13), di Inguiomero (ann. II 45, 4), di Vannio
(ann. XII 30, 7); e che significhi ‘ clientela’ per Tacito si deduce dal l.
degli ann. II 55,8. Nella Germ., invece, i compagni dei capi son detti, con
voce più nobile e decorosa, ‘comites’ (Germ. 13,10, 12, 14, 14,7); ela loro
riunione ‘ comitatus” (Ger.), non ‘ clientela”. j) Secondo la Germ. 4, 6, i
Germani hanno ‘magna corpora et tantum ad impetum ualida’. Negli ann. II 14, 14
si restringe l’obietto di tale considerazione, poichè si nota che il corpo dei
Germani è ‘uisu toruum et ad breuem impetum ualidum ’. i k) L’ autore della
Germ. non saprebbe affermare ‘nullam Germaniae uenam argentum aurumue gignere:
quis enim scrutatus est ?” (Germ. 5, 9). E nondimeno negli ann. XI 20, 11 è
detto espressamente che nell’a. 47 d. Cr. Curzio Rufo ‘in agro Mattiaco
recluserat specus quaerendis uenis argenti ’, tuttochè con poco profitto e per
breve tempo. Se è assodato, da quanto narra Tacito negli ann. XIII 57, 2 sgg.,
che i Germani facevano uso del sale, non può evitarsi il contrasto con
l’osservazione che leggesi nella Germ. 23, 4, cioè che i Germani si preparavano
i cibi ‘ sine apparatu, sine blandimentis ?. Ed altri esempi omettiamo, per
amore di brevità. Mende tipografiche . 28 mendacium 13 comunica 18 Seguo ll alle leggi mendaciorum comunicava
Seguiamo alle I At/n^^'^ l^arbarli College Eibrarg FROM THE CONSTANTIUS FUND
Established by Professor E. A. Sophoclbs of Harvard University for " the
purchase of Greek and Latin books, (the andent classics) or of Arabie books, or
of books illustrating or ex plaining sudi Greek, Latin, or Arabie books.»» (Will} La " GERMANIA " comparata CON LA ''^NATÌ^RAUGHfGTOmA '
DI RDIMIO e con le opere di Tacito Altre opere del Prof. Dott. Santi Consoli :
Italiensk Crammatik til brug for Norske og Danske. Catania , 1884. L. 3. (in
deposito presso E. Hauffs boghandel, Kristiania in Norvegia). Istituzioni di
lingua latina esposte, secondo il metodo scientifico, agli alunni delle scuole
secondarie classiche. Catania, F. Tropea Introduzione allo studio del D. N.
Torino, F.lli Bocca Fonologia latina Milano, U. Hoepli Letteratura norvegiana,
Milano, U. Hoepli De C. Piinii Caecllii Secundi rhetoricis studiis. Catinae, C.
Galatola Il neologismo negli scritti di Plinio il giovane. Contributo agli
studi sulla latinità argentea. Palermo, A. Reber Neologismi botanici nei carmi
bucolici e georglci di Virgilio. Contributo agli studi sulla latinità dell'evo
augusteo. Palermo, A. Reber L' autore del libro " De origine et situ
Cermanorum " : ricerche critiche. Roma, Loescher LA GERMANIA COMPARATA
COLLA NATVRALIS HISTORIA di Plinio e cosa le opere d.i rPaclto RICERCHE
LESSIGRAFIGHE E SINTATTICHE lib. doc. di letteratura e lingua latina nella R.
Università di Catania Loescher Bretaehneider e Regenberg Librai di S. M. la
Regina d' Italia L-t l-l'iZ.i l \ (.Ji'ù i U ta.t ^ tCu>u Y^. (Catai^a^ via
MaddemfD. Ttpoffrafia editrice BARBACALLO & 8CUDERI, in Catania. Alla
memòria benedetta di mia madre E DI MIA MOGLIE . Il sagio che C. sommettealla
benevola attenzione dei lettori ha il solo obietto di dare evidenza ad alcune
osservazioni lessigrafiche e sintattiche, più degne di nota, che risultano dal
confronto della Germania con la naturalis historia di Plinio e con le opere di
Tacito. Si ommettono, per tanto, tutte le particolarità, concernenti la
lessigrafla e la sintassi, che presentano gli scritti comparati, in quanto che
tali particolarità o casi isolati sfuggono ad un'indagine comparativa. Nelle
ricerche sulla genesi e lo svolgimento delle voci e locuzioni considerate,
terremo presente l'uso che ne fecero i più autorevoli scrittori latini
anteriori a Plinio Secondo ed a Cornelio Tacito, e quelli ad essi
contemporanei. Eviteremo, per ciò, salvo in qualche caso raro, di seguire le
vicende di una data espressione o di un dato costrutto sintattico nell'uso
letterario dei tempi seriori. Sarà ommessa altresì l' indagine di quei
significati delle voci esaminate , i quali , non essendo stati accolti nelle
opere che sono obietto delle nostre ricerche, non sembrano di alcun vantaggio
per la comparazione istituita. Al nostro compito è sufficiente indagare per quale
tramite la voce, la frase, il costrutto che si esaminano , sì siano introdotti
nelle opere messe in comparazione. Qualche osservazione critica appare,
talvolta, nelle note; che, trattandosi di indagini comparative, è necessario,
anzi tutto, essere certi dei termini del confronto ed aver notizia delle vie
percorse dalla critica per fissarli. Quanto al testo di Tacito, ci siamo
attenuti all' edizione curata dal Halm ; e, per il testo della naturalis
historia di Plinio, abbiamo seguito l'ediz. Jan-Mayhoff*. Ci è parso opportuno
seguire, quanto al testo della Germania, la recente ediz. curata da Io. Mueller
( ' editio maior, II emendata, Vindobonae, Pragae, Lipsiae, MDCCCC '). Nel
citare i passi di un autore, abbiamo eoa vili servato invariata l'ortografia
del testo, quale è presentata neir ed. di cui ci siamo serviti : e perciò
occorre, qualche volta, leggere nello stesso paragrafo o nello stesso rigo
l'identica parola scritta in più modi; p. es. ' adgnoscere ' e ' agnoscere ' ,
' adgnatus ' e ' agnatus ' , ' caespes ' e ' cespes ', ' conlatio ' e ' coUatio
', ' inlacessitus ' e ' illacessitus ', ' inpatiens ' e ' impatiens ', '
inputare ' e ' imputare ', ' inrumpere ' e ' irrumpere ', etc. I passi di
Tacito sono designati con la indicazione del rigo , dopo il numero che
rappresenta il cap. ; e per maggiore chiarezza, a fin di agevolare le ricerche
ed i confronti, si è indicato , ogni volta che sia apparso necessario, anche il
num. del rigo nelle citazioni dei passi di altri scrittori. Ad evitare, però,
troppo curaolo di numeri, si è ommessa, nel citare i luoghi di Plinio, r
indicazione dei numeri che rappresentano i capitoli e le sezioni: il luogo che
si cita è indit^ato soltanto col numero d'ordine del libro e col numero del
paragrafo. Arrogi che , quante volte si è trascritto il testo di un luogo della
naturalis historia, il numero rappresentante il libro è stato sempre espresso
con segni romani ; allorché, invece, si è citato un luogo della detta opera per
semplice confronto o richiamo, senza la trascrizione del testo, si è indicato
(da pag. 33 in poi) anche il numero d' ordine del libro con sole cifre
arabiche. Non pare superfluo, in fine, avvertire (tuttoché, del resto , si sia
chiaramente detto e ripetuto nelle prefazioni dei nostri libri sui neologismi pliniani
e sui neologismi botanici nei carmi bucolici e georgici di Virgilio) che la
nostra affermazione sulla novità di un vocabolo o di un costrutto sintattico
nelle opere messe in confronto, o sul significato nuovo di voci anteriormente
note, il quale si osserva nelle dette opere, va sempre accolta in senso
ristretto , cioè in relazione al materiale letterario latino pervenuto sino a
noi. Certamente né Plinio né Tacito si sarebbero serviti di voci non note ai
loro contemporanei , né a voci usate prima avrebbero assegnato tali significati
nuovi da non essere compresi dai Tettori delle loro opere, A fin di determinare
con la maggiore chiarezza che ci sia possibile le relazioni lessicali tra i due
libri considerati, pare opportuno trattare prima delle voci e frasi più
notevoli, che appariscono usate dagli scrittori anteriori alTetà di Plinio
Secondo, con lo stesso valore lessicale che si nota nella Oerm. e nella nat.
hist Sostantivi : 1/ * aduentus ' : Ge^^m. 2, 2 ^ aliarum gentium aduentibus '.
n. h. XVII 242 ' Xerxis aduentu ' : cf. XV 52, XXIX 13. Plinio riferì '
aduentus ', oltreché a persone, anche ad animali: n. h. X 30 ' ad hirundinum
aduentum '. XXV 90 * florent aduentu hirundinum ' ; e a cose diverse : v. n. h.
II 142. XVIII 218. XXXII 59. C0N30U, La aermania comparata. 1 2 ~ etc. : egli
perciò si attenne all'uso della voce ' aduenfcus ' accolto nella latinità
arcaica e nella classica. ^ 2.° ' alea ' vale « giuoco di fortuna , di rischio
5> : Germ. 24, 6 ' aleam.. sobrii inter seria exercent '. n. h. XIV 140 '
quantum alea quaesierit tantum bibit '. Per indicare, in senso traslato, 4;
dubbio, incertezza » , la V. 'alea' è accolta nella 7^. ft^ praef. 7 ' M.
Tullius extra omnem ingeni aleam positus '. Tanto nell' uno quanto nell'altro
significato, la v. considerata ha degli esempi in tutti gli stadi della
latinità. ^ 3.° ' amplitudo ' : Germ. 26, 6 ' nec enim cum ubertate et
amplitudine soli labore contendunt '. n. h. VI 119 ' stadiorum LXX amplitudine
': cf. X 52 ' in magnam amplitudinem crescit '. XIV 28 ' foliorum amplitudo
atque duritia ' : v. inoltre etc. Nello stesso significato proprio di «
ampiezza, grandezza, estensione grande » era stata già la voce ' amplitudo '
accolta nell' uso della latinità aurea. ^ 4.*^ ' annales ' : Germ. 2, Il ' celebrant carminibus antiquis, quod
unum apud illos memoriae et annali um genus est ' e. q. s. n. h. II 43 '
miraque humani ingeni peste sanguinem et caedes condere annalibus iuuat '. XXXIII 145 ' erubescant annales qui bellum ciuile illud 1 Vedi p. es.
Pacvv. in Non. II p. 178 , 9 ed. Mere. ; p. 121 , a ed. Gerl.-Roth. Cic. de
imp. Cn, Pomp, 5. 13. in Pis, 22, 51. p. Mil 19, 49. ad Ait XII 50. Tuse. Ili
14, 29. de nat d. \ 38, 105. NtìP. XI (Iph.) 2, 5. Sall. lug. 97, 4. etc. 2
Vedi Forcellini-De Vit, lex t. I, p. 189. Georges, ausfùhrl Handwb. I, e. 276. 3 Varr. r. r. II 4, 3. Cic in Verr. IV 49, 109. L'uso fu continuato anche da Tac. hisi. IV 22, 15. IdiaL de
oraioribua 37,23}. 3 talibus uitiìs inputauere ' K Tale accezione di * annales
', per significare una narrazione storica in generale, rese possibile la
confusione che Puso seriore fece di * historia ' e * annales ', malgrado le
distinzioni d' ordine diverso fatte da Gelilo e Servio. ^ ò."" '
appellatio': Germ. 2, 17 * pluresque gentis appellationes '. ^ n. h. VII 59 '
se patris appellatione salutarent': v. anche II 116. XV 138. XXI 50. etc. Con
lo stesso significato metonimico di « nome, denominazione, appellativo »,
oltreché con altri significati, la v. appellatio ' appare prima in Cicerone. *
6." * argumentum ' : Germ. 25, 12 ' apud ceteros impares libertini
libertatis argumentum sunt. ' n, h. Il 111 ' haut dubio coniectatur argumento
': v. inoltre II 7; 8. III 86; 122. X 106; 107. XI 94 . XII 68. XV 12; 134.
XXII 39. etc. Lo stesso significato di « argomento, segno , prova di fatto >
, e talvolta « indizio » ha la V. ' argumentum ', oltre ad altri significati,
presso gli scrittori anteriori. '^ 1
Cf. Tac. ann. II 88, 16. « Gfll. n, A. V 18 , 1-9. Sbrv. comm, in Verg. Aen. I 373, voi. I, fase. 1^, p. 125 sg. Th. Cf. Isid. orig. I 43, col. 856. 3
Non pare che sia degna di essere accolta la lezione congetturata da loh.
Mueller : ^ plurisque gentes et appellationes '. Abbiamo preferito attenerci
alla lezione data dai codd., rifiutando anche il * plurisque ' dato dal Ritter
, Kritz , Haltn * , Zernial, Ramorino, etc : i codd. presentano * pluresque '.
^ Cic. de dom. s. 50, 129. ad AH, V 20, 4. Un altro es. leggesi in un I. di
Tito Ampio, riferito da Sveton. diu. lui. 77, 2. Vedi anche Tag. ann. Ili 56,
5. 5 V. i numerosi ess. di Plauto, Lucrezio, Cicerone, Livio, etc nel lex.
Forcbllini-De Vit, 1. 1, p. 383 e néiVausfiXhrl Handeob, del G^ORGKS, I, e. 528
sg. ~ 4 ~ 7.** ^ armentum ' : nella Germ. vale a significare in generale «
branco di animali grossi domestici » : 21, 3 ^ luitur enim etiam homicidium
certo armentorum ac pecorum numero '. Plinio l'adopera nella n. h. per denotare
branco di cavalli (Vili 165) o di cinocefali (VII 31) di certi buoi della
Frigia (XI 125) o di animali in generale (Vili 44. XI 263). Per i vari
significati della V. * armentum ' si erano dati anteriormente degli ess. da
Varrone, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, etc. ^ 8.** ' ars ' : Gemi. 24, 3 ' exercitatio artem
parauit , ars decorem '. n. h. XVIII 197 ' artis quoque cuiusdam est aequaliter
spargere (semen) ' : v. XI 81. XVIII 32. In
Terenzio la v. * ars ' aveva di già assunto il significato particolare di «
abilità, destrezza ». ^ 9.* ^ bigati ', antiche monete romane con l' impronta
della biga : Germ, 5, 17 ' pecuniam probant ueterem et diu notam , serratos
bigatosque '. n. h. XXXIII 46 ' notae argenti fuere bigae atque quadrigae ,
inde bigati quadrigatique dicti '. Livio l'usò anche con lo stesso significato.
^ 10. ** ^ cassis ', t. ' cassid- ' : Germ. 6, 10 ^ uix uni al 1 Varr. r. r. II
5, 7. Cic. Phil. Ili 12, 31. ad Att
VII 7, 7. de r. p, II 35, 60. Verg. bue. 2,
23. 4, 22. 6, 45 e 59. georg. I 355; 483. II 144; 195; 201; 329. III 71; 129;
150; 155; 162; 352. IV 223; 3P5. Aen, I 185. Ili 220; 540. VII 486; 539. Vili
214; 360. XI 494. XII 688; 719. Hor. carm. I 31, 6. Ili 3, 41. ep. 1 8, 6.
Ovid. mei. XV 84. fasi. II 277. « Tbr. Andr. 31 (I 1, 4). adeìph^ 742 (IV 7,
24). Cf. Tag. Agr. 36, 2. « Liv. XXIII 15, 15: ò adoperata col valore primitivo
di aggettivo in XXXllI 23, 7. 5 terìue cassis aut galea '. ^ Con lo stesso
significato (« elmo di metallo ») la v. ' cassis ' fu adoperata dagli scrittori
anteriori. Nella n. h. si presenta col significato metonimico di guerra : XIII
23 ^ ista patrocinia quaerimus uitiis , ut per hoc ius sub casside unguenta
sumantur '. 11.° ^ ciuitas ': l'espressione * Hermundurorum ciuitas \ che
leggasi nella Qerm. 41, 3, si riannoda direttamente ad un* espressione
consimile di Cesare. ^ A tale accezione della V. * ciuitas ' si ravvicina il
passo della n. h, XXXI 12 ^ Tungri ciuitas Galliae ': cf. VII 200 ' regiam
ciuitatera Aegyptii, popularem Attici post Theseum (se. inuenerunt) \ 12.** *
colla tio ' ; Germ. 29, 6 ' exempti oneribus et collationibus '. n. h. XXXVII
10 ' Maecenatis rana per conlationes pecuniarum in magno terrore erat '. La v.
^ collatio ' vale per ciò « contributo, sussidio »; e con significato analogo
era stata precedentemente usata da Livio. ^ Ma in un altro 1. della n. h. la v.
considerata conserva il significato di « confronto, paragone », con cui era
stata accolta da Cicerone e da altri: * XXXVII 126 * optimae sunt quae in
conlatione aurum albicare quadam argenti facie cogunt '. 13.** ' color ' :
appare nel significato proprio tanto nella Germ. 6, 9 * senta tantum
lectissimis coloribus 1 La differenza tra * cassis ' e * galea ' è notata da
Isid. orig. XVIII 14, e. 1272. « Gaes. 6.
e. IV 3, 3 * Vbii, quorum fuit ciuitas ampia atque florens *. Cf. Tac. hist. I 54, 1 * ciuitas Liiigonum *.
Agr. 17, 3 ' Brigantium e. ' 3 Liv. IV 60, 6. V 25, 5. etc. 4 CiG. Tuse \y 38,
83. de natd. ni 28,70. de diu. Il 17,38. etc. 6 distingiiiint ' ; quanto in più
luoghi della n. h. : Viti 193. XI 148; 151;
225. XXXV 81; 82. etc. La v. ' color' era stata prima accolta nello stesso
senso da Cicerone, Cesare e dai poeti dell' età augustea. ^ 14.*^ ' conciliura
': Germ. 12, 1 ' licet apud concilium accusare '. n. h. XXXV 59 ' Amphictyones
, quod est publicum Graeciae concilium '. Con lo stesso significato dì «
adunanza , concilio » , appare presso gli scrittori anteriori : ' riappare
negli scritti di Tacito. * 15.° ' condicio ': il significato tradizionale della
voce ' condicio ' è conservato tanto nella Germ. 24, 12 ^ seruos condicionis
huius per commercia tradunt ' ; quanto nella n. h. Ili 91 ' Latinae condicionis
'. IV 57 ' Aegina liberae condicionis' etc; ^ salvo che nella n. h. si estende
anche a cose estranee alle condizioni civili degli uomini : v. XVIII 187. XXIV
158. 16.'' ' conditor ': Germ. 2, 12 ' Tuistonem deum terra editum et filium
Mannum originem gentis conditoresque '. n. h. XVI 237 ' Tiburno conditore eorum
( se. 1 V. gli ess. addotti nel lex. Forcellini-Db Vit, t. II, p. 283; e UQÌV
ausfùhrl. Handwb. dei Georges, I, e. 1199. « Il lex. Forgellini-Dk Vit, t II,
p. 347, e V ausfùhrl Handwb. del Georges , I, e. 1301 sg. notano, per
inesattezza , che Plinio abbia indicato con la v. ' concilium ' il fiore bianco
della pianta * iasine '. Nel passo della n. h. XXII 82 il fiore della ' iasine
' è rappresentato (secondo i codd. Leid. Voss., Paris. Lat. 6796 e Riccard. di
Firenze) dalla v. * concylium ', che V Urlichs ( Vindie. Plinian. , Erlangae
1866, v. II 484 ) emendò rettamente • conchylium ', quale è stata accolta nella
recente ediz. Mayhoff : * concilium * fu presentato dalla * uulg. * sino
all*ed. del Detlefóen, Beri. 1868, voi. III. 8 Tac. hi8t. IV 64, 2. 4 Cf. Tag.
ann. I 16, 13. hist. II 72, 10. tiburtum) ' : v. Vili 61. XXII 5. etc. Nella n.
h. si estende ancor più il significato di ^ conditor ' , riferendosi , secondo
esempi offerti da scrittori precedenti , a città : V 86, VI 92 ; 113 ; 177. XVI
216. età ; ^ alle arti : praef. 26. XXXIV 89. XXXV 199. etc. ; ^ alla storia :
V 9. VII 111. XXXVI 106. etc. ; '^ alle leggi t XVI 13; a scuole filosofiche:
XXVI 11. etc. * concurrunt multae opiniones ' : cosi secondo i codd. ; neir ed.
Fleckeisen si accoglie la congettura ' concurrunt multa eam opinionem *. Cic. p. Rose. Am. 15, 45. etc. 5 Plavt. Men.
756 ( V 2, 4 ). Cic. Tasc. V 15, 45. Caes.
b. e. hi 84, 3. Liv. IX 16, 13. Se ne valse anche Tao. hist I 79, ^ •^
SS."" ^ propìnquìtas ' : Germ. 7, 10 ^ non casus nec fortuita
conglobalo turmam aut cuneum facit, sed famìliae et propinquitates ' : in
traslato, per indicare « parentela », la V. * propinquitas ' era stata prima
usata da Cicerone, Cesare, Livio, etc. » Nella n. h. conserva il significato
proprio : II 64 ' idemque motus alias maior alias minor centri propinquitate
sentitur ' : v. II 74. Il SIGNIFICATO PROPRIO di propinquitas ' osservasi prima
in Cicerone e Cesare. ^ 34.*^ * quies ' : n. h. XVI 70 ' lenis quies materiae \
^ XVIII 231 ^ uentorum quiete ' : nello stesso significato di « calma,
tranquillità » Cicerone e Virgilio avevano accolto la v. ' quies '. * Ma nella
Germ. ingrata genti quies ', la v. considerata vale a indicare con 1 Cic. de
fin. V 24, 69. Caes 6. G. II 4,
4. Liv. IV 4, 6. Cf. Tao. ann. XI 1, 11. È usata al
sing e con lo stesso eignificato nei sgg. 11.: Cic. p. Quinci. 6, 26. p. Piane. 11, 27. Nep. X (Dion) 1, ?. XVn
(Ages.) 1, 3. « Cic. de inu. rhei. I 26, 38. Phil
III 6, 15. de off. Ili 11, 46. Caes. 6. G. li 20, 4. VI 30, 3. b. e. Il 16, 3.
etc. 3 Cosi leggiamo secondo i codd., tranne il Paris. 6795 (E del Mayh.) e
TÀrundel. del museo britannico di Londra, e secondo la ' lectio uulg. ' Neired.
del Sillig. voi. Ili, Hamb. e Gotba 1853 , si afj^giunge ' est ' a ' quies '.
Il Mayhoff , ed. Lps. 1892 , innova radicalmente la frase , e legge ' leuisque
est ', che si avvicina , nel suono della pronunzia , alla lez. * lenis qui est
', presentata dai detti codd. E e Arundel. L* Urlichs ( Vindie. Plin.y 264;
Erlang. 1866) si allontana di più dai codd.,, ammettendo la congettura * leui
cuiu3 '. 4 Cic. de leg. agr. 11 2 , 5 in Caiil. IV 1,2; 4, 7. p, Cael. 17.
31>. p. r. Deiot 13, 38. ex libris aeadem. ineeriis tv. 4. de fin. I 14, 46.
V 20, 55. Tuse. I 41, 97. de r. p. I 4, 8. IV 1, 5. etc. Vbrg. geory.
particolarità la « quiete dopo la guerra », come osservasi in Sallustio. ^ 35.°
' receptaculum ': appare, nel senso di « ricovero, rifugio, ricetto », tanto
nella Germ. 46, 20 ^ hoc senum receptaculum (se. ramorum nexus) ' ; quanto
nella n. h. X 100 ^ perdices spina et frutice sic muniunt receptaculum ut
centra feram abunde uallentur \^ E ciò è conforme air uso fattone prima da
Cicerone , Cesare , Livio '. 3 Ma nella Germ. assume anche il significato di «
deposito, magazzino » per viveri: 16, 11 ^ subter raneos specus sufTugium hiemi
et receptaculum frugibus ': tale significato osservasi prima in Cicerone. ^
36.** ' reuerentia ' : Germ. 29, 9 ' protulit enim magnitudo populi Romani
ultra Rhenum ultraque ueteres terminos imperii reuerentiam '. n. h. XXXVI 66 ^
hac admiratione operis effectum est ut , cum oppidum id expugnaret Cambyses rex
uentumque esset incendiis ad 1 Sall. Cai. 31, 1: cf. Cic. de imp, Cn. Pomp. 14,
40. Tacito si valse della v. 'quies* tanto ìq senso metonimico, per indicare «
sogno, visione » (ann. I 65, 6: cf. Cic. acad. pr. II 16, 51. de diu. I 21, 43;
24, 48; 25, 53; 28, 58; 29, 61; 43, 96; 55, 126. II 60, 124; 61, 126; 66, 135;
70, 145; etc). quanto nel senso proprio di , è adope' rata nella Gemi. 36, 7 *
tracti ruina Cheruscorum et L Fosi, contermina gens '; e nella n. h. XVII 245 '
Ne |, ronis principis ruina '. Si noti, però, la differenza : nella I Germ. ,
come in 11. consimili di Cicerone, Sallustio, Li S vio, Ovidio, etc. ^, la v. '
ruina' si riferisce alle con p dizioni di un popolo o di uno Stato; mentre
nella n. h. - concerne le condizioni di singole persone : di che si i hanno
ess. in Cicerone, Orazio, Ovidio, etc. ^ Plinio si valse anche della v. ' ruina
' in senso metonimico : n. h. ^ XXXIII 74 ' flumina ad lauandam hanc ruinam
iugis montium obiter duxere ' : ^ cf. XXXIII 66 ^ in ruina ;; montium '. 40.* *
saeculum ' : Germ, 19, 9 ' nec corrumpere et corrumpi saeculum uocatur \ Di tal
valore metonimico di * saeculum ', per indicare i costumi dominanti in un 1 Cic
p. SesL 2, 5. 51, 109. 57, 121. in Vatin.
8, 21. de proo, eons. 18, 43. p. Balb. 26, 58. ep. (adfam.) V 17, 1. Sall. Cai.
31, 9. Liv. XLV 26, 6. Ovid. mei. VII! 498. Vbll. Paterg. h. R II 91, 4. etc.
li Gborges, ausfiXhrl Handiob.^ II, e. 2165 ,
attribuisce per inesattezza a Cicerone la frase sallustiana ' iocendium meum
ruina («e. rei publicae) restinguam * (^Cat 31 , 9). La frase di Cicerone (p.
Mur. 25, 51) é: * respondisset, si quod esset in suas fortunas Incendium
excitatum, id se non aqua, sed ruina restincturum '. « Cic. in Catti I 6, 14.
eum Sen. grat. egii 8, 18. de fin. I 6, 18: cf. de prou. eons, 0, 13. de dom. s. 36,96. Hor. earm. II 17, 9. Ovid. ex Pont I 4, 5. '^ In simil modo , riferendola a città
distrutte , usarono la v. * ruina' Liv. IX 18, 7. XXI 14, 2. Vbll.Patbrc. h. R.
II 19, 4; ed altri. 19 dato tempo ( i Tedeschi ciò desigaano con la voce «
Zeitgeist ») si hanno ess. precedenti in Terenzio, Virgilio, Orazio, etc. ^; ma
il tramite per cui dovette passare, per aversi il significato metonimico su
cennato, notasi , senza dubbio » conservato neir uso fattone da Plinio nel sg.
1. della n. h. XXXVII 29 ' haec fuit suprema ultio saeculum suum punientis (
se. Neronis ) ' : V. XXXVII 19. 41.** ^ sagum ': è voce di origine celtica,
usata nella Germ. ad indicare il saio o vestito dei Germani : 17 , 1 ^ tegumen
omnibus sagum fibula aut, si desit, spina consertum '.^ Nella n. h. fu riferita
al saio dei pastori : VIII 54 * pastoris Gaetulìae sago ' ; e ad un indumento
dei Druidi: XVI 251. XXIX 52 : e ciò per analogia dell'uso fattone da
Columella, che con la v. ^ sagum ' aveva indicato la veste dei contadini.^
Neil' uso classico * sagum ' si restrinse a dinotare il mantello dei soldati. ^
42*'' ^ sata ' : in diretta provenienza dall' uso fattone da Virgilio, ^ in sostituzione
della voce ' segetes ', os 1 Tbr. eun. 246 (Il 2, 15). Verg. georg. I 468. Aen.
I 291. Hor. carm. III 6, 17. , che osservasi in Cicerone, ^ per il tramite
dell' uso particolare fattone da Bruto. ^ 51.** * superstitio *: Germ. 39, 10 ^
eoque omnis superstitio respicit '. n. h. XXXI 95 ' superstitioni etiam
sacrìsque ludaeis dicatum ' : v. inoltre VII 5. XXI 182. XXII 118. XXX 7.
XXXVII 160. Si valsero prima della v. '^ superstitio ' Cicerone, Virgilio ,
Livio, Seneca , Columella, etc. ^ 52.** * temperantia ': Gerrn. 23, 5 '
aduersus sitira non eadem temperantia '. n. h. XXVIII 56 * multo utilissima est
temperantia in cibis \ Col medesimo significato 1 CiG. de /Ia. I U, 37 *doIoris
amo tic successlonem efficit udluptatis '. Ma in un fr. dell' esordio del libro
Hortensius^ ri* ferito da Avqvstin. de uit ò. 26, io opp, t. I p. 308, Bened. ,
la V. 3. Tuse. Ili 29, 72. de nat. d. I 17, 45; 20, 55; 27, 77; 42, 117. II 24,
63; 28, 70 e 71. Ili 20, 52. de diu. I 4, 7. II 7, 19; 39, 83; 41, 85; 60, 126;
63, 129; 67, 136; 72, 148 e 149. de legihm I 11,32. II 16, 40; 18, 45. [Il fr.
del 1. de legibus cit. da Serv. eomm. in Verg, Aen. VI 611, voi. II, p;ig. 85,
in cui notasi la frase * auget superstitionem ', ò riferito dal Thilo al 1.
cit. II 16, 40. Il Nobbe, pag. 1222, lo ascrive, invece, terzo tra i frammenti
' incertorum lib-orum de legibus']. Vedi inoltre Vero Aen. XII 817. Liv. XXVI
19, 4. SBN. ep. XX 5 (122), 16 (al quale I. si paragoni XV 3 (95J, 35). Colvm.
de r. r. I 8 , p 326, 22. Cf. Tac. Agt. li. 11. hist. 11 4, 13. V 13, 2. ann. W
dì «teiiiperahza, continenza, moderazione» la v. Uernperantia ' era stata
accolta nell' uso degli scrittori anteriori. ' transfuga ': nel significato
proprio , secondo f: l'uso accolto prima da Cicerone, Sallustio, Livio, etc.
^', si osserva nella Germ. 12, 3 ' proditores et transfugas arboribus
suspendunt \ Attenendosi, invece, alla tradizione avente in prevalenza
carattere poetico ^, Plinio si valse della v. * transfuga ' nel senso traslato:
n. h. XXIX 17 ' solam hanc artium Graecarum (se. medicinam ).... Quiritium
paucissimi attigere et ipsi statim ad Graecos transfugae '. 54.** ^ tributum ':
nel significato proprio appare egualmente nella Germ. 43, 4 * Osos Pannonica
lingua coarguit non esse Germanos, et quod tributa patiuatur '; e nella n. h.
XXI 77 ' ceram ir\ tributa Romanis praestet': v. altresì VI 119. XII 112. etc.
Del resto, la v. * tributum ', indicando cosa che ha tormentato i popoli in
tutti i tempi, fu assai nota agli scrittori anteriori. ^ 55.° ' uilitas : Plinio
se ne avvalse tanto nel senso r£ proprio di «poco prezzo, buon mercato»,
secondo gli r. 1 CiG. de or. II 60, 247. pari. or. 22, 76. ep. (ad fam.) I 9,
22. Tuae. Ili 8, 16. V 20, 57. de off. Ili 25,96; 33. 116. etc. Cf. Tac. ann. I 14, 4. 8 CiG. de
dia. I 44, 100. Sall. lug. 54, 2. Liv. XXIV 30, 6. XXVII 17, 11. etc: cf. epit
Z. LI. f 3 HoR. earm. III 16,
23. Lvgan. de b. e. Vili 335. l: •* Cic. m Verr. Il 53, 131; 55, 138. Ili 42, 100. p, Flaee. 9, 20. 19, 44. 32, 80. ep.
(ad fam.) HI 7, 3. XV 4, 2. de off. W 21, 74; 22, 76. etc. Cabs. b. G. VI 13, 2. 6. e. HI 32, 2. Liv. IV 60,
4. XXIU 31, 1. etc. èss. presentati prima da Cicerone
•: n. h. XVIII IS ' annonae uilitas incredibilis erat ': v. anche Vili 7. XIV
35; 50. XVIII 273. XXXIII 50. XXXV 47; quanto nel senso traslato di « poco
valore, poca importanza »: fi. h. XX i ' nominum uilitate deceptus \ XXXVI 119
* quae uilitas animarum ista ': dello stesso modo II 26. XI 39. XIX 59. XXVI
43. XXXIV 2. A questo secondo significato, che si osserva in Plauto e in altri
scrittori, ^ si avvicina 1' uso fattone nella Germ. 5, 11 * est uidere apud
illos argentea uasa.... non in alia uilitate " quam quae humo flnguntur '.
1 Cic. in Verr. Ili 92, 215; 93, 216; 98, 227. de imp, Cn, Ponip. 15, 44. eum
pop. graL egii 8, 18. de dom, s. 6, U e 15. 7, 16 de off. Ili 12, 52. « Plavt.
eapt 230 (II 1, 37). Pbtron. sat. 118 Qvintil i. o.V 7, 23. etc. Cf, '
uilitatem uerbi * in Non. 12, p. 531, 2 ed. Mere; p. 363 a ed. Gerì, e Roth. 3
* Vllìtas ', nel 1. e. della Germ , non significa « vilipendio, spregio » ( «
Geriogschaetzung », come commenta U. Zernial, o. e., p. 24), ma «poco valore,
poco pregio»; sicché l'intera frase ' non in alia uilitate ' vale, secondo la
giusta osservazione del Grbverus, Bemerkungen zu Taeiius' Germania, 01denb'urg
1850, p. 21, lo stesso che * eodem uili pretio*. La var. * utilitate *,
presentata dai codd. Vatic. VRB. 655,- Rom. Àug. bìbl., Florent. Laurent. 73,
20, Viodobon., e sostenuta si vivamente dal Kritz, P. C. Tae. Germania, Beri.
1864, p. 42 sg, che accusa di * sententìa prorsus absurda ' la lez. ' uilitate
', probabilmente si deve a quella stessa inavvertenza dei copisti, per la quale
nel 1. della n. h. XX 1 si legge nei codd. ' utilitate \ invece di 'uilitate '
che è lez. data dal solo cod. Paris. 6795, accolta dalla ' uulgata ', e
ripetuta nella recente ed. del Mayhoff, voi. Ili, pag. 302, 14. ^ 26 II.
Aggettivi : 1.^ * arcanus ': Germ. 40, 20 ^ arcanus bine terror '; n. h. XXIX
21 ' arcana praecepta ': cosi notasi usato da Cicerone, Virgilio, Ovidio, etc.
^ Ma nella n. h. è riferito anche, secondo V accezione di Plauto, ^ a persona :
VII 178 ' petiit uti Pompeius a4 se ueniret aut aliquem ex arcanis mitteret ' ;
per lo più è usato in funzione di sostantivo : n. h. Il 65. VII 150. XXV 7.
XXVIII 129. XXX 9. La frase * arcana sacra ' osservasi in Orazio e Ovidio ^
prima che nella Germ. 18, 7 ^ hoc maximum uinculum, haec arcana sacra, hos
coniugales deos arbitrantur '. 2.^ ^ argenteus ' : nel significato comune di «
argenteo, fatto d' argento » * notasi nella Gerrn. 5, 12 ^ est uidere apud
illos argentea uasa ' ; e nella n. h. XXXIIf 142 ' missa ab iis uasa argentea ^
non accepis$e ' : v. in 1 Cic. de fin. II 26, 85. Vl^rg Aen. IV 422. VI 72. Ovid mei. IX 516. etc. Cf. Tac. ann.
II 54, 13. s Plavt. irin, 556 (li 4, 155): si può
aggiungere il v. 518 (II 4. 117) in cui, secondo il commeuto del Cocchia,
Torino 1886, p. 65, la V. * arcano ' ò agg. di cas>o dat., che concorda con
' tibi': ma nei lessici Forgbllini-De Vit., t. l, p. 361,é6B0ROES, I, e. 505, ò
considerato come avverbio. 3 HoR. epocL 5, 52. Ovid meL X 436. Cf. ' fatorum
sacra ' in Vero Aen. I 266. VII 123. * Tale significato osservasi in Liv. Andr.
Odi9.tv. 5, in PLM ed Baehrens, voi. VI, p. 38. Varr. de l L. IX 40, 66, p. 216
Sp. Cic. in Verr, II 19, 47; 47, 115. IV 43, 93. V 54, 142. in Catil. I 9. 24.
II 6, 13: cf. de nat d. III 12, 30; 34 84. etc. ^ Gli ' argentea uasa * sono
prima menzionati da Cic. in Verr, IV 1, 1. Phil. II 29, 73. HoR. sai. II 7, 72
sg. etc. Plinio li disse anche ' uasa ex argento ' : n. h. XXXIII 139. oltre
Vili 12. XXII 99. XXVIII 82; 126. XXIX 125. XXXIII 52; 53; 56; 151 ; 152. XXXIV
160. XXXV 4. XXXVII 105. etc. Nella n. h. valse apcbe a significare € ornato o
ricoperto d'argento, inargentato » ' : XXXIII 53 ^ G. Àntonius ludos scaena
argentea fecit ' : v. altresì XXXIII 144; 151. etc. ^ « argentino, del colore
d'argento » : MI 90 ^ flt et candidus cometes argenteo crine ' : V. inoltre IV
31. XVI 76. XXIV 172. XXXVI 137. XXXVII 146; 147. etc. Ma nel passo della Oenn.
5, 20 ^ numerus argenteorum facilior usui est ' , assunse valore di sostantivo,
come prima in Livio e poi in Vopisco, 3 per indicare certe monete d' argento ,
per le quali Plinio adopera le espressioni ' argenteus denarius ' (n. h. XIX
38. XXI 185) o ^ nummus argenteus '
(n. h. XXXIII 47). 3.* * ater ' : Germ. 43, 22 * atras ad proelia nootes legunt
'. ^ n. h. II 79 * atram in obscuritatem ' . Nella n.
h. osservasi inoltre r agg. ^ ater ' attribuito al colore: VI 190. XI 171 (cf.
XVIII 4). XIII 98. XXX 16. XXXV 127; al sangue: Vili 49; alle nubi: XVIII 355;
alle erbe: XVII 33 S; alla bile: XXI 176; alle ulcere: 1 Significato analogo si
osserva io Cic. p. Mar. 19, 40. Liv. X 39, 13. etc. 2 Cosi in Cic. in Verr. IV
20, 42. Vbrg. Aen. Vili 655. Ovid. mei. Ili 407. eie. 3 Liv. XXX Vili 11, 8.
Vopisc. Prob. 4, 5. Bonosus 15, 8 : v. seripit
hist Aug. XXVIII e XXIX, voi. II, ed. Peter. 4 Cf. HoR. epod. 10, 9 ' atra
nocte '. 5 Neired. Mayhoff deUa n. A., voi.
Ili, p. 283, 6, leggesi per il passo XIX )26, secondo la congettura del
Salmasio (PUnianae exereiiaiiones in Solini polghisiora^ Traiecti ad Rheo.
1689;, ' albae (ac. lactucaQ) ' , meotre ì codd. , eccetto il Paris. 10318 (Q
del Mayh.), e la ' uulgata ' danno ' atrae '. XXtl 154; ad una qualità dì
marmo: XXXVl 49. tn accezioni consimili notasi la v. ^ ater ' in Cicerone,
0razio, Ovidio, Seneca, etc. * 4.*" ^ caeruleus ' : Tespressione '
caerulei oculi ' si legge nella Germ. 4, 6 e nella n, h. Vili 74: in entrambe
si scorge r imitazione della frase ciceroniana * caeruleos esse Neptuni {se.
oculos) '. ^ Nella n. h. V epiteto * caeruleus ' è riferito , inoltre , a certi
animali : Vili 141. IX 46. XXIX 86; a vegetali: XV 128. XXII 57. XXVII 105; a
minerali: XXXVI 128. XXXVII 134; alle acque del Boristene nella stagione estiva:
XXXI 56. I lessici abbondano di ess. sull'uso dell' agg. 'caeruleus' nell'età
anteriore a quella pliniana. 5.** * equester ' : riferito a cavalleria, gente a
cavallo, combattimento equestre , notasi , secondo gli ess. di scrittori
precedenti, ^ nella Germ. 32 , 3 ' Tencteri.... equestris disciplinae arte
praecellunt '; e nella n. ^. Vili 162' in libro de iaculatione equestri condito
': v. XXXIV 66. XXXV 129. XXXVII 111. etc; e per ' statua equestris ' V. XXXIV
19; 23; 28. etc. Notasi anche nella n. h. riferito all' ordine civile dei
cavalieri, come in 11. simili di Cicerone, Nepote, Orazio, Livio, etc: * v. n.
h. V 12. VI 181. VII 88; 177. IX 1
CiG. Phii II 16, 41. Tuse. V 39, 114. Hor. earm. II 16, 2. OviD. am. I 14, 9.
met XV 41. Sen. ep. IV 2 (31), 5 Cf. Tac. hisL V 6, 19.. « Cic. de fiat d. I 30, 83. 3 Vedi Cic. in Verr, li 61, 150. PhiL IX 6, 13. de fin. II 34, 112. Caes. b, G.
Ili 20, 3. Liv. Vili 7, 13. XXVII 1, 11 ;
42, 2. etc. 4 Cic. p. Piane. 35, 87. ad Q. />. I 2, 2, 6. de r. p. I 6, 10.
Nep. XXV (Att.) 1, 1. HoR. sai. II 7, 53. Liv. V 7, 5. etc X solo. X 71; 141.
XII 13. XVII 245. XIX 110. XXXIII 32; 34; 112. etc. dub, seì^m. XV p. 55, 2 ed.
Beck. 6.** * feralis ' : Germ. 43, 22 * ipsaque formidine atque umbra feralis
exercitus terrorem inferunt '. ^ n. h. XX 113 ^ defunctorum epulis feralibus '
: v. XVI 40. L'agg. * feralis', in senso traslato, è adoperato, come in Ovidio,
Lucano, etc. 2, anche nella n. h. XVIII 237 ' Caesar et idus Mart. ferales sibi
notauit scorpionis occasu ' : V. X 35. 7.^ ' ferax ' : Ge^'^m. 5,4' satìs ferax
( se. terra ). ' n. h. XV 100 ' minime feraces musti (se. acini) ' : v. XVII
105 ; 124. L' uso di ' ferax ' nel significato proprio , or con r ablativo or
col genitivo , osservasi nei poeti deir età augustea, ^ 8.^ ' infamis ' : Germ.
12, 4 ' corpore infames caeno ac palude... mergunt ' : v. anche 14, 3. n. h.
XXXIII 48 ' nec iam Quiritiu.m aliquis sed uniuerso nomine Romano infami rex
Mithridates Aquilio duci capto aurum in OS infudit ' : v. IX 79. In Cicerone si
notano numerosi esempi. ^ 9.^ ' infernus ' : usato nel significato generale di
1 Con significato simile osservasi V agg. * feralis * in Verg Aen, IV 462. VI
216. Ovid. irisL III 3, 81 ; 13, 21. etc. Cf. Tac. hisL I 37, 10. ann. II 31, 7. 2 Ovid. met IX 213. Lycan de b. e.
II 260. Cf. Tac. hisi V 25, 15. ann. IV 64, 2. 3 Con Fablat : Verg. georg. II
222. Col genit. : Hor. epod. 5, 22. Ovid. met VII 470. Col genit. e con T
ablat. : Ovid. am. U 16, 7. * Cic. p. Rose. Am. 35, 100. diu. in Caeeil 7, 24.
in Verr. IV 9, 20. p. Font. Il, 34 /,. Cluent 47, 130. in Caiil. Il 4, 7. p. Cael 22, 55. in Pis. 22,
53. />. Seaur. 2, 8. FhiL XI 3, 7. de fin. U 4, 12. Cf. Tac, hist. II 56, 9. ann. I 73,7. VI 7, 6. XV 49, li. y 30 «
inferiore, di èotto, basso » , osservasi nella n. h. II 128 * ille infernus
(s(7. auster) ex imo mari spirat ' ; ^ e prima in Cicerone, Livio, Seneca,
Lucano.^ Nella Germ. 43, 23 ^ nullo hostium sustinente nouum ac uelut infernum
adspectùm ', è adoperato nel significato particolare di « infernale, d'averno
», secondo gli ess. che ci è dato osservare precipuamente negli scritti poetici
del tempo d' Augusto. ^ 10.^ * lineus ' : Qerm. 17, 10 ^ feminae saepius lineis
amictibus uelantur \ n, h. XII 25 ^ uestes lineas faciunt folife \ XXIX 114 '
lineo panno ' : , 236. ara am. I 205. ^ 7 Cic. p. SesL 20, 46. de nat d. Il' 39, 100. Liv. I 4, 6. Cvrt.
hist. A. M. IV 9 (38), J9. * multitudine pìscium fluitante
' : v. 15, 63. 16, 168. 37, 37. Nella Gemi, 17, 3 ' locupletìssimi ueste
distinguuatur non fluitante ', è adoperato in traslato, secondo ess. consimili
presentati da Catullo, Ovidio, etc. ^ 2.** ^ labans ' : 6r^r/n. 8, 1 * quasdam
acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas '. n. h. XXXV 117 ' sunt
in eius exemplaribus nobiles palustri accessu uillae, succoUatis sponsione
mulieribus labantes, trepidis quae feruntur '. Conformi sono gli ess. che prima
ne avevano dato Cicerone, Virgilio , Orazio , etc. ^ Pel significato proprio
dell' agg. ' labans ', v. n. h, XXIV 119 * labantes dentesflrmant '. XXIX 37 ^
dentibus mire prosunt, etiam labantibus '. * 3.** ^ marcens ' : Germ. 36 , 1 ^
Cherusci nimiam ac marcentem diu pacem inlacessiti nutrierunt '. n. h. IX 147 '
alias marcenti similis et iactari se passa fluctu algae uice ', e. q. s. Ess.
anteriori si notano in Orazio, Valerio Massimo, Seneca. ^ 4.** * auspicatus ' : Germ. 11, 5 ' agendis
rebus hoc auspicatissimum initium credunt '. n. h. XIII 118 ^ nec auspicatior
in Lesbo insula arbor '. XVI 75 '
comitantur et spina, nuptiarum facibus auspicatissima '. Nello stesso
significato di « prospero, di buono augurio, iniziato sotto 1 Catvll. 64, 68. OviD. mei. XI 470. ars am. II 433 sg.
Cf. Tac. hist III 27, 12. V 18, 3. « Cic. p. Mil 25, 68. Verg. Aen. IV 22. XII 223. Hor. carm. III
5, 45. etc. Cf. Tac. hist II 86, 8. ann. XIV 12, 21. 8 Vero. Aen, lì 463. 4 Hor. sat II 4, 58. Val. Max. f. et d. m, II 6,
3. Sen. ep. XIV l (89), 18. Cf. IvsTXN. epii. XXXIV 2,
7. auspici favorevoli » , era stato prima adoperato da Catullo , Velleio
Patercolo, etc. ' Per la forma comparativa ' auspicatius ' con valore
avverbiale, v. n. h. 3, 105. 7, 47. 5.'' ' contactus ': Gemi. 10, 13 ^ (equi)
publico aluntur isdem nemoribus ac lucis, candidi et nullo mortali opere
contacti '. Tale uso di ^ contactus ' in senso t'raslato osservasi prima in
Livio, Properzio, Ovidio, Seneca. ^ In più luoghi della n, h. è accolto in
senso proprio: v. 7, 17. 8, 78; 85. 9, 147; 183. 11, 193; 277. 18, 152. 28, 80. 29, 51. 34, 146.
36, 58. etc. 6.° ' effusus ': Germ. 30, 2 ' non ita effusis ac palustribus locis,
ut ceterae ciuitates '. Dello stesso modo, per
indicare luoghi estesi, vasti, fu usato da Orazio e Velleio Patercolo. ^ Nella
n. h., oltre al conservare il significato proprio di « versato, sparso, etc. »:
v. 4, 101. 6, 71. 8, 14; 161. 9, 102. 16, 2. 20, 90. 22, 145. 29, 50. etc, il
quale significato osservasi prima in Cicerone, Virgilio, Livio ed altri ',
passa in traslato ad indicare profusione, eccesso, esagerazione: III 42 ' Grai,
genus in gloriam suam effusissimum ': v. 7, 94; eciòse J Catvll. 45,- 26. Vell.
Paterc. h. R. II 79, 2. Cf. Qvintil. i. 0, X 1, 85. Col significato più
generico di « inaugurato dopo presi gli auspici » apparo in Cic. p. Rab. perd.
4, II. Hor. carm. Ili 6, 10. 2 Liv. II 5, 2. IV 15, 8. VI 28, 6. XXI 48, 3.
etc. Prof. I J, 2. OviD. epist (
her, ) 4 , 50. Irist III 4, 78. Sen. Phaedr. 714. Cf dial, de oraioribus 12, 8. 3 Hor. €p, I 11, 26. Vell. Paterc. A.
R. Il 43, 1. 4 Cic. de diu. I 32, 69. Vero, georg. IV 288; 312; 337. Aen, VI
339; 686. X 893. Liv. I 4, 4. XXX 12, 1. etc. 37 condo gli ess. che ne avevano
dato Cicerone, Nepole, etc. « 7.** ^ excìsus ': Germ. 33, 3 ^ pulsis Bructeris
ac penitus excisis uicinarum consensu nationum '. Prima la V. * excisus '.era
stata riferita non solo a popoli ed cserciti, ma anche a città, campi, regioni,
etc. : ^ nella n. h. si attiene più strettamente al significato proprio e
assume, talora, un significato pregnante: XXXIII 48 * caput eius {se. C.
Gracchi) excisum '. ^ XXXIII 139 * anaglypta asperìtatemque exciso circa
liniarum picturas quaerimus '. XXXVI 125 ' uias per montes excisas '. Ess. di
tale accezione si osservano in Cicerone, Virgilio, Ovidio, etc. ^ 8.° '
infectus ': Germ. 4, 1 ' Germaniae populos nullis [aliis] aliarum nationum
conubiis infectos '. n. h. XXX 8 ' infecto, quacumque commeauerant, mundo '. Lo
stesso significato in traslato osservasi in Cicerone, Virgilio, Livio, Lucano,
etc. ^ Nella n. h. appare anche usato nel significato proprio: VI 70 '
tinguntur sole po 1 Cic. p. Rose. Am. 24, 68. p. Cael. 6, 13. de nat. d. I 16 .
42. Nep. I (Milt.) 6, 2. Cf. Tac. hisL li 45, 11. ann. I 54, 8. « Cic. p. Sesi.
15, 35. in Pis. 40, 96. Cai m. 6, 18. Hor. carm. Ili 3, 67. Vell. Patbrc. h. R.
Il 115, 2; 122, 2: aggiungiamo II 120, 3 Jelto secondo l'ed. prìnc. del 1520,
che nell' apogp. Amerb. si legge ' occìsi exercitus ', invece di ' excisl
exercitus '. Cf. Tac. hist II 38, 4. ann. XII 39, 9 3 Cosi nei codd. e nella *
iiulgata', ma nel solo cod. Bamberg. e nelle edd Sillig., Jan e Mayhoff si
legge * abscisum *. 4 Cic in Verr. Ili 50. 119 V 27, 68. Vero. Aen II 481. VI
42. OviD ex Pont. Ili 1, 96. V. inoltre Plin. n. h. 35, 94; 154. 5 Cic. ad A
ti. I 13, 3. Vero. Aen. VI 742. Liv. XL 11,3. Lvcan. de b. e IV 736. Cf Tac.
hi8t I 74, 1. ann. II 2, 7 ; 85, 13. 38 puli, ìam quidem infecti ': i v.
inoltre 8, 197. 9, 18. 11, 31; 32; 154. 15, 87. 20, 25. 21, 26. 28, 83; 110.
32, 77. 35, 41. 37, 118. etc. Ess. precedenti di tale uso si notano in
Virgilio, Properzio, Mela, etc. ^ 9.'' ^ ligatus ': Germ. 39, 7 ^ nemo nisi u inculo ligatus ingreditur '.
n. h. IX 103 * breui nodo ligatis ': v. altresì 11, 255. 17, 115. 18, 261. Nello stesso significato proprio osservasi ' ligatus '
in Catullo, Ovidio, Seneca, Columella, Lucano. ^ 10.^ * monstratus ': Germ. 31, 11 ' iamque
canent insignes et hostibus simul suisque monstrati '. n. h. XXII 44 ' hacherba
dicitur sanatus, monstrata Perieli somnio a Minerua ' : v. 8, 182. Lo stesso uso di ^ monstratus ' notasi prima in Virgilio, Ovidio, Lucano
ed altri. ^ 11.^ * nauigatus ': Germ. 34,
5 ^ ambìuntque immensos insuper lacus et Romanis classibus nauigatos '. n. h.
XXXVI 104 ' urbe pensili subterque nauigata ': v. 6, 72. Un es. consimile si osserva in Mela: ' non nauigata maria transgressus
est '; ^ es. fondato sull'uso del verbo ^ nauigare ' nelle forme passive, ^ in
conseguen i Un concetto consimile, espresso anche col verbo * inflcere ', si
nota in Sen. Oed. 122 sg. e Here. [OeQ 337. « Vero. Aen. V 413. VII 341. Prop.
TU 11 ( 18 b ), i (23) Muell. PoMP.
Mel. chor. III 6, 51 (cf. Cabs. b. G. V 14, 2). Vedi Tac. hi8t III 11, 1. 3
Catvll. 2, 13. OviD. mei. Ili 575 (cf. Liv. V 27, 9). Sen. Med. 742. CoLVM. de
r. r. XI 2, p. 591, 23. Lvcan.
de b, e. Vili 61. 4 Vbrg. georg. IV 549. Aen. IV 636 : cf. Aen, IV 483. Ovid. trést III 11, 53. Lvcan. de b. e. Vili 822.
Cf. Tac. Agr. 13, 15. hi8i. I 88, 3. Ili 73,
14. 5 Pompon. Mei*, ehor. II 2, 26. 6 Vedi SBN. n. q. l\ 2, 22. Pun. n. h. 2,
167. 6, 175. -.89 «. 5Mi deiruso transitivo fattone prima da Cicerone,
Virgilio, Ovidio, etc. » 12.** * publicatus ': Germ. 19, 7 * publicatae enim
pudiciUae nulla uenia ': tale accezione in senso cattivo del part. * publicatus
' dipende dal significato con cui fu adoperato da Plauto il verbo * publicare
'; - ma nella n. h. * publicatus ' assume il significato proprio di
«pubblicato, reso pubblico »: XXXIII 17 ^ publicatis diebus fastis ' : » v.
anche 29, 26. 35, 24. 13/ Si noti, in ultimo, ^ impatiens ', che è forma
participiale con la negativa * in- ' premessa. È riferito, in traslato, a cose
prive di vita tanto nella Germ. 5, 4 ' satis ferax (se. terra), frugiferarum
arborum impatiens '- quanto nella n. h. XXXVI 199 ' est autem caloris inpatiens
(se. uitrum) ' : v. 33, 162. 37, 26. Nella n. h. è riferito pure ad animali: v.
8, 28; 167. 10, 170. 23, 67. etc.; ed a piante: v. 14, 28. 16, 219. 18, 123.
19, 166. 21, 97. etc. Dell' estensione in traslato del significato di ^
impatiens ' si asservatto ess. anteriori in Ovidio, Curzio, etc.^ Quanto al
reggimento di ' impatiens ', v. il cap. Ili, C, II, 3% *. IV. VerU : 1.° ^
absumere ' : Germ. il, 10 ^ sed et alter et tertius dies cunctatione coéuntium
absumitur '. n. h. VI 103 * quia maior pars itineris conficitur noctibus
propter » Ctó. de M' '1 34, use. Vbro. Aen. I 67. Ovid. mei, XV 50. « Plavt. Baeeh. S%3 (IV 8, 22). » Cf
Vkl. Patbrc. h. R. Il 114, 2. * Ovid. ara am. II 60. C^rt. hiéi. A. M. ì\ 4 kìò), U. aestuus et
statiuis dies absumuntur ' : cf. 5 , 58. 22 , 98.
Nello stesso significato , riferito al concetto di tempo, era apparso prima in
Cicerone, Livio, Ovidio, etc. ^ Nella n. h. , secondo gli ess. presentati dagli
scrittori anteriori,^ appare anche ristretto al significato proprio : II 45 ^
quem (se. umorem) solis radii absumant ': V. inoltre 9, 119 ; 121. 28, 267.
etc. ; e quanto alla forma passiva 'absumi ', v. 2, 184. 6, 91. 9, 153. 11, 128.
14, 33. 25, 57. 36, 131. etc. cf. 5, 56. 2.° ^ adfectare ' ; Germ. 37, 24 '
occasione discordiae nostrae et ciuilium armorum expugnatis legionum hibernis
etiam Gallias adfectauere '. n. h. XXXIV 30 * Sp. Cassius, qui regnum
adfectauerat ' : cf. 34, 15. Con lo stesso significato concernente l' ordine
politico, appare in Sallustio, Velleio Patercolo, etc. ^ Nella n. h. si attiene
anche, come osservasi negli scrittori precedenti, * ad UN SIGNIFICATO PIU
GENERALE diligentiam superuacuis adfectare ': v. 7, 8. 17, 84. 22, 69. 25, 73.
etc. 1 Cic. p. Quinci. 10, 34. Liv. XXII 49, 9. Ovid. irist IV 10, 114. Cf.
Tac. Agr. 21, 1. ann, II 8, 9. «
Plavt. Cure. 600 (V 2, 2). most 235 (I 3, 78). Ter. haut 458 (III 1, 49. Phorm.
834 (V 5, 6). Varr. r. r. IH 17, 6. CaTVLL. 64, 242. Vero. Aen.
Ili 257. Hor. earm. II 14, 25. ep. I 15, 27. Liv. XXIV 47, 16. XXX! V 7, 4.
Sen. de ben. VII 31, 5. 3 Sall. lug. 66y 1. />. hiat. I in Avgvstin. ciu.
Dei III 17, p. 122, 19 ed. Dombart, v. I. Vell. Patbrg. h. R 1139,1. Cf. Tac. Agr.
7, 6. hiat I 23, 2. IV 17, 5 ; 66, 2. 4 Plavt. Baech. 377 (III 1, 10). Cic. p. Rose. Am. 48. 140. Seript. rhet. ad Her,
IV 22, 30. Nep. XXV ( Att. ) 13, 5. Vero. georg. IV 562. Liv. I 46, 2. XXIV 22,
11. Ovid. am. Ili 8/51 (1. sospetto per R. Ehwald, praef., p. XII)
ars am. Il 39. ex Pont IV 8, 59. Val.
Max./, et d. m. Vili 7, ext. 1. Cvrt.
hisL A.M. IV 7 (32), 31. Cf. QviNTiL. i. o. Ili 8, 61. -. 41 3.^ * adiigare * :
Oerm, 24, 10 ^ quamuis ìiiuenìor, quamuis robustior adligari se ac uenire
patitur \ n. h. XVI 239 * Argis elea etiaranum durare dicitur, ad quam Io in
tauram mutatam Argus alligauerit' : v. altresì 12, 45. 16, 176. 17,211. 18, 241; 262; 267. 21, 166. 27, 101. 28, 93; 98. 31, 98.
32, 7; 113. etc. In tale significato era stato accolto da Catone, Cicerone,
Virgilio, Seneca, etc. ^ Nella n. h. vale eziandio ad indicare, come osservasi
in generale negli scritti di Seneca e Lucano, ^ un effetto di azione chimica
concernente i colori : IX 134 ^ (bucinura) pelagio admodum alligatur ' . XXXII
66 ^ ita colorem alligans, ut elui postea non possit '. i."" ^
adsignare' : Germ. 13, 7 * insignis nobilitas aut magna patrum merita principis
dignationem etiam adulescentulis adsignant '. n. /i. X 141 ^ quibus {se.
auibus) rerum natura caelum adsignauerat '. Con lo stesso significato proprio
di « assegnare » era stato usato da Cicerone , Orazio , Livio , Celso ,
Columella , etc, ^' Anche nel senso traslato di « attribuire , ascrivere »
notasi nella Oerm. 14, 5 ^ sua quoque fortia facta gloriae eius adsignare
praecipuum sacramentum est ' ; e nella n. h. VII 197 ' cui (se. Soli Oceani
filio) Gellius medicinae quoque inuentionem ex metallis assignat '. i Cat. de
a. e. 39, 1. Cic. in Verr. IV 42, 90. V28, 71. Tuse. Il 17, 39. Verg. Aen. I
169; cf. georg. IV 480; Aen. VI 439. Sen. dial. K 13, 6. Cf. dial. de
oratoribus 13, 15. « Sen. ep. VI 3 (55), 2. Lvcan. de b. e. IX 527. 3 Cic. Phil
II 17, 43. ad AH. III 19, 3. de r,p. II 20, 36. Hor ep. II 1, 8. Liv. V 7, 12;
22, 4. XXI 25, 3. XXXIX 19, 4. XLII 33, 6. Cbls. de med. Ili 18, p. 92. 3.
Colvm. de r. r. XII 2, p. 622, 26. Cf. Tag. hist l 30, 19. XXV 26 ' iauentionem
eius ( se. berbae ) Mercurio adsignat ' : di tale uso si hanno ess. anteriori.
* 5.** ' adsimulare ' : Germ. 9, 7 ^ neque in uUam humani oris speciem adsimulare
(se. deos) ex magnitudine caelestium arbitrantur \ Si notano in Cicerone,
Lucrezio , Virgilio , etc. ^ ess. consimili , nei quali il verbo ' adsimulare '
è adoperato nel significato proprio di « assomigliare, fare qualcosa simile ad
un'altra ». Nella n. h. appare particolarmente usato, come in molti ess. di
scrittori anteriori, ^ nel senso di « simulare, fingere, prender sembianza » :
Vili 106 ^ sermonera bumanum Inter pastorum stabula adsimulari {se. ab hyaenis)
' : V. inoltre 3, 43. 9, 10; 34; 113. 37, 179. etc. 6.° ^ ambiri ' : Germ. 17 ,
17 ' qui non libidine , sed ob nobilitatem pluribus nuptiis ambiuntur '. n. h.
XVII 266 ^ eontra urucas ambiri arbores singulas a muliere incitati mensis ' e.
q. s.: v., oltre 1' es. cit. , 2, 80. 14, 11. 19, 60. 37, 203. L' espressione
che notasi nel 1. e. « CiG. Bruì. 19, 74. in Verr. V 50 , 131. p. Rab. P09L 10
, 21. ad Q. fr. 14, 1. de fin. V 16, 44. de r. p. VI 15, 15: cf. ep. (adfam.) X
18, 2. Vbll. Patbrc. A. R. II 38, 6. Vedi pjr altri ess. sull'uso del v. * adsignare
' : n. h. 2, 23; 104. 15,65. 18, 64. 19, 50. 25, 60. 28, 33. 29, 2. etc. quanto
alle forme dell'attivo; e per le forme del passivo: 18, 18. 22, 44. 24, 2. 25, 34 ; 87. etc. « Cxc. de inu.
rhet I 28, 42. in Verr. II 77, 189. Lvgr. de r. n. II 914. Vbrg. Aen. XII 224.
Cf. Tac. Agr. 10, 11. 3 Plavt. eiBt 96 ( I 1, 98 ). Epid. 195 (\\2, 11 ). mil.
gì 792 (HI 1, 197). Poen. 599-600 (IH 2, 22
sg.). Stick. 84 (I 2, 27 J. Ter. Andr. 168 ( I 1, 141). haut. 888 (V 1, 15).
eim. 461 (III 2, 8 ). Phorm. 128 (I 2, 78) ; 210 (I 4, 32^. Trag. ine. fr. 0.
3, io Cic. de off. Ili 26, 98. Cig. p. Cluent. 13, 36. p. CaeL 6, 14. de r. p.
I 21, 34. Vbrg. Aen. X 639. Ovid. mei. XIV 656. etc. ^ 48 «
della Germ. pigliò, probabilmente, le mosse dalla frase virgiliana ^ conubiis
ambire Latinum \ ' 7.° * animaduertere ' : Germ. 7, 4 * neque animaduer* tere
neque uincire, ne uerberare quidem nisì sacerdo* ti bus permìssum '. n. h. Vili
145 ^ cum animaduerteretur ex causa Neronis Germanici fili in Titium Sabinum et
seruitia eius '. Lo stesso significato di « dannare a morte » presenta per
eufemismo il verbo ^ animaduertere ' in Cicerone e Livio. ^ 8.** ' animare ' :
Germ. 29, 13 ^ ipso adbuc terrae suae solo et caelo acrius animantur '. Uguale
significato del verbo * animare ' (=« dotare d'un temperamento, preparare
l'animo»), derivato dal tema della v. ^animus', appare prima in Plauto e
Cicerone. ^ Nella n. h, * animare ' presenta il significato che si fonda sul
tema della V. * anima ', cioè € dar la vita , vivificare , far vivo » : ^ VII
66 * tempore ipso animatur {se. semen) ': V. anche 10, 184 ; e per le forme del
participio : 2, 155. 5, 44.
7, 1. 11, 77. 18, 4. 23, 83. etc. 9.^ * ascendere ' : Germ. 25 , 11 Mbi enim et
super ingenuos et super nobiles ascendunt '. Con lo stesso significato e del medesimo modo costruito con ' super ' e
Tace, il v. ^ ascendere ' era stato adoperato prima da 1 Verg. Aen. VII 333: v. Drabger, ueber Synt a. S*. d. Tae.
«, p. 128. Cf. Tac. hi8t. IV 51, 6. 2 CiG. p. Cluent, 46, 128 : cf. p. Rose.
Am. 47, 137. in Verr. I 33, 83. m Caiil. I 12, 30. p. Mil 26, 71. V. inoUre
Liv. XXIV 14, 7; e et Tac. hisL I 46, 26; 68, 16; 85 , 3. IV 49, 26. Svbtqn.
Aug. 15, 1. 3 Plavt. Men. 203 (I 3, 20). Cic. de
diu. II 42, 89. ^ Tale significato si osserva ifi più 11. degli scrittori
anteriori: Enn. ann. I fr. 59, ia PLM. voi. VI, p. 69, ed. Baehrens. Pagvv.
irag. 91 (citato da Cic. de diu, I 57, 131). Cic. top. 18, 69. de Velleìo
Patercolo. ^ La forma del passivo, secondo gli ess. precedenti di Cesare ,
Vitruvio, Properzio, Velleio Patercolo,- è pneferita nella n. h, XXXVI 88 '
portìcusque ascenduntur nonagenis gradibus ' ; ^ ma non è esclusa la forma
attiva: IX 10 ^ ascendere eum nauigia nocturnis temporibus ' ; cf. 35, 59. 10.°
^ augurari ': Germ. 3, 4 ' futuraeque pugnae fortunam ipso cantu augurantur '.
n, h. XVIII 225 ' ex occasu eius ( se. sideris ) de hieme augurantur quibus est
cura insidiandi, negotiatores auari • : v. inoltre 6, 192. 10, 154. Accolto
similmente in traslato e col significato generico di « profetizzare, predire »,
osservasi in Cicerone, Ovidio ed altri. * 11.° ' canore ' (con la penult.
lunga) : Germ. 31, 11 ^ iamque canent insignes et hostibus simul suisque
monstrati \^ Con un significato più ampio, a dinotare « es nat d, I 39, 110. de
r. p. VI 15, 15. Lvcr. de r. n. V 145. Ovid. mei. IV 619. XIV 566. Colvm. de r.
r. VI 36, p. 492, 17. Vili 5, p. 527, 20 e p. 528, JO. Scribon. Larg. conpos. 70, p. 29, 32; 95, p.
40, 26 ed. Helmreich. J Vell. Patbrc. a. R. II 53, 3. Nei deal, de oraioribus 7, 9 é preferito ' supra ' con 1* acc. Cicerone
lascia V acc. semplice : p. Font. 1, 4. p, Cluent. 55, 150. p, Mur. 27, 55. de
diu. I 28, 58. de off, li 18 , 62 ; ovvero T accompagna con la prep. * in ' :
p. Cluent 40, HO. p. Sulla 2, 5. de dom. 8. 28 , 75. p. Mèi 35, 97. PhiL III 8, 20. de fin. Il 22, 74. Tusc. I 46,
IH. Cai. m. 10, 34. Lael 23, 88. « Caes. b. e. I
79, 2. ViTRvv. de areh. Ili 4 (3) Pkop. V 3, 63. Vell. Paterc. h. R. il 53, 3.
8 Neil' ed. Jan 1. e, voi. V, p. 121, 15, e nell'ed. Maylnff, voi. V, p. 339, 6
si legge * descenduntur ', invece di * ascenduntur *. Si noti la frase *
gradibus ascen Jere ' in Cic de fin. V 14, 40. 4 Cic. Tuse. I 40, 96. Ovid.
mei. III 519. Cf. Tao. hisL I 50, 20. 5 Un che di simile notasi in Vero. Aen. V
416. 45 sere di color chiaro, biancheggiare », notasi nella n. h. XVIII 65 '
fortunalara Italiam frumento canere candido ' : ' ess. poetici di tale uso
erano stati presentati da Virgilio, Ovidio, Silio Italico. ^ 12.*' ' cedere ' :
Germ. 36, 7 ' Chattis uictoribus fortuna in sapientiam cessit'. n. h. XXIII 41
' in prouerbium cessit sapientiam uino obumbrari '. XVIII 110 * in bonura cedit
'. XXXV 91 ' cessit in gloriam artiflcis '. Analoghi ess. si notano in Virgilio
, Livio , Curzio , etc. '^ Per altri usi del v. * cedere ', notati nella Germ.
e nella n. h.y si osservano ess. negli scrittori precedenti. * IS.'' ^ eludere
' : Germ. 45, 22 ' terrena quaedam atque etiam uolucria animalia plerumque
interlucent , quae implicata umóre mox durescente materia cluduntur '. w. h.
latera cluduntur tabulis ' : v. inoltre 18, 330. 33, 25. Il verbo ^ eludere '
per ' clau 1 Cosi leggiamo secoDdo 1* ed. di Gelenio e il cod. Paris. 6795. II
Detlefsen ed il Mayhoff sostitui?cono a * canere ' il v. * serere *,
poggiandosi sur un* emendazioQe di seconda mano fatta nel cod. Vatic. 3861 ; ma
in d^ cod. , come nei due codd. Pariss. 67U6, 6797 e nel Leid. si legge *
carere *. Si potrebbe anche addurre per es. il 1. 17, 34, letto secondo Ted.
Jan. 2 Vero, georg. II 13; 120. llf 325. etc. Ovid. met I \\0: fast, III 880.
SiL. 1t. Pan. I 205. XIV 362. Cic. preferi la formi incoativa 'canescere*: Brut
2, 8 (òf. Qvintil. L o XI 1, 31). de legibus I 1, 1; la quale forma incoativa
fu anche gradita a Plin. n. h. 7, 23. 17, 34 (letto secondo la * uulg.' e V ed.
Mayhoff). 20, 262. 30, 134. 31, 106. 35, 186. 3 Vero. Aen. VII 636, Liv. VI 34,
2. Cvrt. hisi. A. M. Ili 6 (16), 18. Cf. Germ, 14, 15. 4 Cosi per Germ. 6, 20 *
cedere loco *: cf. Nep. XI I (Chabr.) 1. 2. Liv. II 47, 3. Ili 63, 1; per n. h.
33, 59 e 35, 80; cf. Cic. de nai. d. II 61, 153. Cabs. 6. e. Il 6, 3. Ovip. met
VI 207. 46 dere ' * è proprio della lingua popolare ; osservasi anche in alcuni
scrittori anteriori all' età di Plinio. ^ 14.° ' cohibere ' : 6r^rm. 9, 7 ' nec
cohibere parietibus deos ex magnitudine caelestium arbitrantur '. Lo stesso
significato proprio presenta il v. ' cohibere ' nella ». h. 24, 6. 27, 93. 28,
61; 62. 29, 39; 49. 36, 29. etc; quale prima era stato usato da Plauto,
Cicerone, Orazio, Ovidio, Celso, Curzio, etc. ^ 15.° ' commìgrare ' : Germ. 27,
11 ^ quae nationes e Germania in Gallias commigrauerint '. n. h. XXXV 135 '
captoque Perseo rege Athenas commigrauit ( se. Heraclides Macedo pictor) '. Lo
stesso significato del v. ^ commigrare ' si osserva in Plauto, Cicerone, Livio,
etc. ^ 1 Nei framm. cho ci restano degli otto libri c^uò. serm, di Plinio , si
conserva costante la forma * claudere * : II e, p. 15, 7. II A, p. 19, 15, XV
p. 55, 22 ed. Beck. 8 Varr. r. r. HI 3, 5. Scribon. Laro, eonpoa. 42 , secondo
la ' ed. princ. Ruellii * (neired. Helmreìch p. 21, 8, Lps. 1887, sì legge '
ducenda ', invece di * cludeada ', conforme al cod; Laudan. eoncordato col
testo di Marcello, edito dal Cornario). Lvcan. de h, e. Vili 59 (ma si legge *
clausit * nei codd. Vossian. XIX e Bruxell.
5330). Sil. It. Pun. XV 652. Cf. Tac. hist. I 33, 7. [dial. de omioribus 30, 28]. In uni. di Cic. de nat d. II 39,
100 il Baiter legge ' cludit ' la v. * eludit ' data dai codd., che altri, p.
es. Heind., Schoem., C. F. W.
Mueller, leggono * alludit '. 8 Plavt. mil gì 596 (III 1, 1). Cic. p. Casi 5,
11. de nat, d. II 13, 35. de fai 9, 19. Qat m. 15, 51. Script h. Afr^ 98, 2. Hor. earm. I 28, 2. Ili 4, 80; 14,
22. IV 6, 34. 8at II 4, 14. ep. II 1, 255. OviD. mei. XIV 224. Cels. de med. VIII 4, p. 314,7. Cvrt. hist. A. M. VI 2 (5), 11. X 3 (12), 6. 4 Plavt.
eisi 177 (I 3, 29;, irin. 1084 (IV 3, 77>. Cic. ad Q. fr. II 3, 7. Liv. I
34, 1. XLI 8, 7. Ommettiamodi citare Ter. adelph. 649 ( IV 5, 15 ;, perché nel
cod. Bemb. ( Vatic. 3226 ) si legge * migrarant' : negli altri codd, ' co
mmlgrarunt '* ^ 47 16."* ' continuare ' ; con significato indicante spazio
e in forma passiva mediale, si nota nella Germ. 44, 20 ' Suiontbus Sìtonum
gentes continuantur ' : così in Cicerone. * Nella n. h. presentasi anche nella
forma passiva e riferito al tempo: VI 220 * dies conti uuaren tur... noctesque
per uices '. XVII 13 ' si plures ita continuentiir anni ' : cf. 10, 94. 11,
103; ma talora presentasi nelle forme delPattivo: XIV 145 * biduo duabusque
noeti bus perpotationem continuasset '. XVII 233 ^ si post brumam continuauere
XL diebus ' : ^ ef. 3, 101. 16, 100. 18, 362. 20, 35. 30, 60. 17.* ' emergere '
: Germ. 45 , 4 ' sonum insuper emergentis (se. solis ) audiri.... persuasio
adicit '. n. h. II 58 ' amplior errantium stellarum quam lunae magnitudo
colligitur, quando illae et a septenis interdum partibus emergant ' : v. 2,
100; 179. Del v. ' emergere * riferito al levar degli astri si notano altri
ess. in Cicerone e Livio. ^ Nella n. h. appare, inoltre, nel significato
proprio di « venir su, venire a galla >: XIII 109 ^- ad exorlus solis
emergere extra aquam ac florem V Cic. de nut. d. I 20, 54 II 45, 117. *
CdQsitnile accezione notasi ia Gic. Ta9e. II 17, 39. Hoa 9at. II 6, 108. OviD
ex Pont I 2, 26. Cf. Tag. a/i/i. XVI 5, 10. 3 É mesatta V effefoiazione del
Gboroes, ausfuhrL Hnndwb,^ If, e. 2240, rrpeiuta nel Z>«fio/i.
Gborgbs-Calonghf, Torino 1896, e. 924, che a Plinio e Tacito si debba
Festensione del significato del V. ' emergere * • vom Aufgang der Sonne und der
Gestirne » ; poiché tale estensione si osserva prima in Cic de nat di. Il 44,
113 "^ut sese ostendens emorgit Scorpios alte* (ò trad. d* UQ' passo del
carme di A^ato) ; e in Liv. XLIV
37 9 , 6 ; 3 (12), 12. 3 CiG. in Verr. IV 41, 88. Ovid. mei. IH 448. 4 CiG. de
leg. agr. II 32, 87. de fln, IV 15, 40. Liv. XLII 55, 10, secondo Ted.
Weissenborn, Lps. 1887: nell'ed. Weissenborn, Beri. "Weidmann 1876, si legge * speratus *, iavece di ' separalus erat*.
5 V. per gli ess. di autori anteriori i 11. citati nel Lex. Forcbllini-Db ViT,
t. V, p. 453, e neWausfùhrl i/anrfeo6. del Georges, II, e. 2338. Cf. Tac. Agr.
31, 21. In Tacito inoltre il v. * se pcDere* APPARE USATO NEL SENSO DI « aljontaoare,
relegare, spargere ' : Oerm. 17, 7 * eligunt feras et detracia uelamina
spargunt maculis pellibusque beluarum ' : in senso traslato consimile era stato
adoperato da Virgilio ; ^ e, riferito ad irradiazioni luminose, si nota,
oltreché in Virgilio e Ovidio, ^ e nei contemporanei di Plinio,'^ anche nella
n. h. XXXVII 181 * solis gemma candida est , ad speciem sideris in orbem
fulgentis spargens radios '. Appare eziandio nella n. h. in senso traslato, per
significare « aspergere , inumidire », secondo gli ess. anteriori di Virgilio e
Orazio : * XIII 132 ' si semine, madidum aut , si desint imbres, satum
spargitur ' ; ma nello stesso tempo vi è accolto col significato proprio : ^ IV
101 ' ( Rhenus ) ab occidente in amnem Mosam se spargit.' : v. 11, 123. 12, 42.
16, 141. 24, 178. etc. ; ovvero in senso pregn.: XXI 45 ' genera enim tractamus
in species multas sese spargentia '. 49.° ' superesse ' : Germ, 6, 1 ^ ne
ferrum quidem superest '. 26, 5 ' arua per annos mutant, et superest ager '. n.
h. XVI 224 ' pinus, piceae, alni ad aquarum ductus in tubos cauantur ;, mirum
in modum for tiores, si umor extra quoque supersit ' : cf. 25, 14. 34, 36.
Terenzio e Cicerone avevano prima usato il v. * su liandire »: hisL I 10, 5
(secondo i'emend. dell' Acidalio) ; 13, 17; 46, U] 88, 1. II 33, 9. ann. Ili
12, 8. 1 Vbrg. bue. 2, 41. Aen. VII 191. « Verg. Aen. IV 584. XII 113. Ovid. met. XI 309. 8 SBN. Med. 74.
Petron. sai. 22, p. 74, l. Sil. It. Pan. V 56. *
Vero, georg. IV 229. Hor. earm. II 6, 23. 5 Dello stesso modo in Vjprg. Aen. II 98. Hor. mì II 5, 103. LvcAj?. de b. e.
Ili 64. etc. Cf. Tao. hisL peresse ' nello stesso significato di
« abbondare, ridondare ». ^ 50.** * triumpbare ' : Germ. 37, 26 * rursus inde
pulsi proximis temporibus triumpbati magis quam uicti sunt'. ». /i. V 36 *
omnia armis Romanis superata et a Cornelio Balbo triumphata \ V uso del v. '
triumpbare ' nelle forme personali del passivo appare per la prima volta nella
poesia dell' età augustea : ^ Cicerone aveva soltanto adoperato come v.
impersonale il passivo dell' intrans. * triumpbare '. ^ V. Avverbi : 1.° *
aliquanto ', forma ablativale in funzione di avverbio: Germ. 5, 1 * terra etsi
aliquanto * specie differt '. 1 Ter. Phorm. 69 (I 2, 19> 162 (I 3, 10;: nel
l* ed. Fleckeìsen ò accolta la grafia ' super erat, super est *. Cic de or, II 25, 108. in Verr. a. pr. 4, 13.
ep. (ad fam.) XIII 63, 2 de dia. I 52, 118. II 15, 35. Cf. Tag. Agr, 44, 5. 45,
23. hist I 51, 9; 83, 10. an/i. I 67, 7. XIV 54, 12. « Vbrg. georg. III 33.
Aen. VI 836. Hor. earm. Ili 3, 43. Ovid. am. I 15, 26. fast. Ili 732. Cf. Tac.
ann. XII 19, 10. 5 Cic. de off. II 8, 28. Dopo
Cicerone, se ne valse Liv. III 63, ll.XLV 38,2. •* Ad * aliquanto ', dato nel
1. e della Germ. dai codd. ', tranne il Bamberg. (B del Massmann) che presenta
' aliquando ', TErnesti sostituisce 'aliquantum '; e il Halm, che nella 2.* ed.
delle opp. di Tac. (Lps. 1871, voi. II, p. 194) aveva accolto senza alcuna
esitazione * aliquanto ', nella 4.» (Lps. 1883, voi. II, p. 222) dubitò che si
dovesse sostituire con 'aliquantutn \ e confortò il dubbio con la frase dell'
Agr. 24, 9 ' haud m u 1turo a Britannia differunt*. Il Ramorino (Cora. Taciti
opera quae supersunt, Milano 1893, voi. Il, p. 210) contrappone, in sostegno di
'aliquanto*, il 1. di Plin. n. h. XXXV 80 'quanto quid a quoque distare
deberef: e Tosservazione di lui ò ripetuta da Io. Mueller, ed, e. , p. 6. n. h. XXXV 56 ^ eosque,
qui monochromatis pinxerint.... aliquanto ante
fuisse '.^ Nella n. h, la v. ' alìquaato ' si accompagna anche coi comparativi
: V 3 * e uicino tractii aliquanto excelsiore '. XXI 27 * folio aliquanto
altiore ' : se ne notano ess. precedenti in Plauto, Cicerone, Nepote, Sallustio
e Livio. * 2.° * ceterum ' : è assunto in più funzioni : a) per riprendere il
discorso interrotto da una digressione : Germ. 3, 9 ' ceterum et Vlixen quidam
opinantur ' e. q. s. n. h. V 149 ' ceterum intus in Bithynia colonia Apamena '
e. q. s. : cf. 2, 30. ^ h) per significare quasi la stessa opposizione indicata
da ' sed ', in principio di una frase: Germ. 2, 19 * ce 1 Un altro es. da
addarsi sarebbe presentato dal 1. della n. h, XXXV 134 * et aliquanto
praefertur Athenion ' ; cosi letto secondo i codd. Riccard., Paris. 6797 e
Paris. 6801: il Jan, voi. V, p. 91, 26 ed il Mayhoff, voi. V, p. 278, 6, vi
sostituiscono * aliquando '. Analoga costruzione della v. ^ aliquanto ' coi
verbi osservasi in Cic. de inu. rhet II 51, 154. p. Quinci, 12 , 40. p. Rose.
Ara. 45, 130. in Verr. Ili 17, 44. IV 39, 85; 63, 141. p. Caeein. 4, 11. in
Cam. Ili 5, 11. p. Sull. 20 , 56. de dom. s. 23 , 59. 38, 102. p. Sest. 35, 75.
in Vatin. 10, 25. ep. (ad fam.) IX 26, 4 de r. p. VI 9 (1), 9. de legibus II
26, 64. de off. I 23, 81. etc. « Plavt. aul 539 (III 6, 3). Epid. 380 (III 2, 44). Cic. p. Rose. Am. 2, 7.
9, 26. diu. in Caecil. 5, 18. 15, 48. in Verr. I 1, 2; 27, 70; 54, 140. II 1, 1. Ili 38, 87; 43, 102; 47, 113; 63, 148;
64, 150; 57, 131 ; 92, 214. IV 34, 76. de leg. agr. II 2, 3. p. Rabir. perd. 3,
8. de har. resp. 22, 47. p. Cael. 3, 7. aead. pr. II 29, 93. de fin. IV 3, 7 V
2, 4. Tuse. II 27, 6, e poi qualsiasi segno divinatorio o presagio in generale,
passò a significare la ^ consecratio \ come nel 1. e. della Germ.
S."" ^ intumescere ' : notasi in più 11. delle poesie di Ovidio,
accolto in senso proprio ed in traslato; ^ di preferenza fu usato neir età
postaugustea : Oerm. 3, 8 ' obiectis ad os scutis , quo plenior et grauior uox
reperoussu intumescat'. n. Ti. II 196 'sine flatu intumescente fluetu subito':
v. inoltre 2, 198; 217; 232. 6, 128. 18, 359. etc. ^ Quanto all' uso del v. '
intumescere' in senso proprio, v. n. h. 2,233. 8,85. 11, 179. 13, 124 14, 82.
17, 145. 20, 51. 21, 151. 22, 136. 23, 163. 28, 218; 242. 30, 38. etc. 1 Cia in
Fallii. 10, 24 ' indicem in rostris , in ilio, io^uam augurato tempio ac loco
conlocaris ' ed. C. F. W. Mu^ller. « Ovio. fast l 215. II 607. VI 700. ex Pont
IV 14, 34. etc. 9 Id senso trasl. l'usarono pure Colvm. de r. r. 14, p. 318,
29. Tac. ann. I 38,5: cf. hist. Considerianoo ora quelle espressioni che,
sebbene usate dagli scrittori anteriori, presentano nella Germ. e nella n. h.y
come in altri scritti del primo secolo d. Cr., UN SIGNIFICATO [non SENSO – H.
P. Grice] NUOVO. Sostantivi.blandimentum ' : fu adoperato al plur., secondo r
accezione classica , nelle sgg. frasi pliniane : n. h. VII 71 ^ fortunae
blandimenta poUicentur '. XXVI 14 * alia quoque blandimenta excogitabat '.
Significò « cura assidua » in un 1. della n. h. XVII 98 * hoc blandimento
inpetratis radicibus Inter poma ipsa et cacumina ' ; d' altro canto, valse, per
estensione, ad indicare « leccornie, ghiottornie », facendosi sinonimo di '
condimentum ' : v. Germ. 23, 4 ' sine blandimentis expellunt famem '. Questo
ultimo significato notasi in un 1. del sat. di Petronio. * 2.** ' meatus ' : Germ. 1, 10 ' donec in
Ponticum mare sex meati bus erumpat '. n. h. IV 75 * angusto meatu inrumpit in
terras ' : v. 5, 3. 16, 184. etc. ; e cf. 19 ,
85. 22, 117. 28, 197. Nello stesso significato metonimico di « via, corso », la
v. ' meatus ' fu accolta dagli scrittori del tempo di Plinio. ^ Ma, per
significare moto, la V. ' meatus ' fu usata da scrittori anteriori ^ e da 1
Petron. bcU. 141, p. 665, 12 ' aliqua inueniemus blandimenta, quibus saporem
mutemiis '. « Val. Flacg. Ar^on. Ili
403. Cf. Tag. ann. XIV 51, 4. 8 LvcR. de r. n. I 128. Verg. Aen. VI 849. Sil. It. Pan. XII 102. etc. 73 Plinio stesso: n. ft. X
1 1 1 * aues solae uario meatu feruntur et in terra et in aere ' ; v. inoltre:
6, 83. 9, 95. 11, 264. etc. II. Verbi
: 1." ' firmare ' : Germ. 39, 2 ' fides antiquitatis religione flrmatur '.
Con lo stesso significato in traslato , riferito a
cose religiose, appare prima in un carme cit. da Cicerone e nei carmi di
Virgilio. * Nella n. h.y oltre al presentare in più 11. il significato di «
fermare, rassodare, rinforzare » : v. 10, 94. 17, 206; 212. 18, 47. 20, 212.
35, 182. etc, (il quale significato osservasi prima in Cicerone, Virgilio,
Livio , Curzio , Columella ^) , si attiene , come si ha es. da Celso in poi ,
=^ ad argomenti di medicina: v. n. h. 14, 117. 21, 180. 24, 119. etc. 2."
^ imputare ' : apparve nella latinità dell' evo augusteo, col significato in
traslato di « attribuire come colpa, imputare »: * uso continuato poi da
Valerio Massimo , Seneca , Plinio Secondo , e indi da Quintiliano, 1 CiG. de
dia, 1 47, 106 'sic aquilae clarum fìrmault luppiter omen '. Verg. Aen, II 691. XII 188: cf. XI 330. « Cic.
Tuse. II 15, 36. Verg. geonj. Ili 209. Aen. HI
659. Liv. XXVII 13, 13. CVRT. hisL A. M. IV 9 (38), 18. IX 10 (41), 18 CoLVM.
de r. r. VI 27, p. 486, 38. Cf. Tag. ann, IV 73, 7. 3 Cels. de med. Vili 7, p.
320, 5.. La frase * f. aluum solutam *, che il Georges, ausfiXhrL Handwb,^ I,
e. 2572 , attribuisce a Celso, appartiene invece a Plinio: v. n h, XIV 117 *
est centra Lycia (8C. uua) quae solutam ( se. aluum ) firmat *. La fra^^e genuina
di Cels. de med. I 3, p. 20, 3 è la sg. : * aluum firmare is, cui fusa. * *
OviD. episL {her.) 6, 102. mei. II 400. XV 470. Vedi Krebs -Sghmalz, aniib. I,
p. 640. T4Tacito e altri. MI v. ' imputare ' fu aftche adoperato oell' età
postclassica in senso traslato , per significare « ascrivere a merito,
attribuire come merito »: Germ. 21, 15'gaudent muneribus, sed nec data imputant
nec acceptis obiigantur '. n. h. Vili 60 ' ut facile appareret gratiam referre
et nihil inuicem iuputare '. Lo stesso significato notasi in Seneca padre,
Fedro, Seneca figlio, etc. ^ Assume anche nella n. h. il significato semplice
di « assegnare, indicare »: XXIV 5 ' ulcerique paruo medicina a Rubro mari
inputatur '. 3."* * prouocare ' : Oerm. 35, 9 * quieti secretique nulla
prouocant bella '. n. h. XXXIII 4 ' didicit homo naturam prouocare': v. 6, 208.
19, 5. Con significato consimile si nota in Cicerone , Livio , Velleio
Patercolo , Lucano, etc. ^ Plinio usò pure in traslato il v. ' prouocare ' : n.
h. XVI 32 ^ omnes tamen has eiusf'sc. roboris) dotes ilex solo prouocat cocco '
: v. 9, 66. 35, 94; e cf. 21, 4: tale uso fu continuato da Quintiliano, Tacito,
Plinio il giovane, Suetonio, etc. ^ 4.'' ' submittere ': nel significato di :
VII 112 ' fasces litterarum ianuae submisit is cui se oriens occidensque
submiserat ': v. 8, 3. 10, 132. 11, 260. etc. ; ^ quanto nel SENSO TRASLATO
neque enim pudor , sed aemuli pretia summittunt. Avverbi. 1.** ^ adhuc ': Germ.
19, 10 ' melius quidem adhuc eae ciuitates, in quibus tantum uirgines nubunt. '
n. h. XVIII 24 * quandoquidem qui adhuc diligentius ea tractauere ' e. q. s. L'
avv. ' adhuc ', usato per particella rinforzativa col comparativo, invece della
v. 'etiam' preferita nel periodo aureo della lingua latina, appare nella
latinità argentea. ^ È anche postclassico l' uso di i SBN. dial XI 17, 5. ep,
XIX 5 (114), 21. Plin. episL VII 27, 14. SVBTON. din, lui. 67, 12. 2 Cosi in
Liv. II 7, 7. XLV 7, 5. Ovid. fast. Ili 372. 5 Lteato in trasl., appare prima
in Cic. diu. in Caeeil 15, 48. p. Piane. 10, 24. Vbrg. Aen. IV 414. XII 832. Liv. VI 6, 7. Ovid. epist (her) 4,
151. Sbn. de ben. V 3, 2. ep. VII 4 {66) y 6. XIV 4 (92), 2. * SBN. ep. V 9
(49;, 3. Qvintil. e. o. I 5, 22. II 15, 28 e 29.
X 1, 99. SvBTON. Tib. 17, 1. Vedi Goblzer, grammatieae in Sul-pieium Seuerum
obaeruaiionea. Par. 1883, pp. 92-93. L'es. apparentemente simile, ma in realtà
diverso* di uà 1. di Celio in CiG. ep. (adfam.) Vili 7, 1 ' eo magia, quo adhuc
feliciua rem gessìsti *, è ben chiarito neir antib. Krbbs-Schmalz , I, p. 87.
et Hand, Turs. adhuc ', invece di ' praeterea ', nei segg. 11. Germ. 10, 9 ^
sin permissum, auspiciorum adhuc fldes exigitur. ' n. h. XXXIII 37 ' sunt adhuc
aliquae non omittendae in auro diflferentiae '. ^ Notasi inoltre ' adhuc '
nella n. h. col valore di ' hactenus ' : XXXVII 27 ' magnitudo amplissima adhuc
uisa nobis erat ' e. q. s. ; ^ e nella Germ. in sostituzione delle espressioni
classiche ' tum ', ' etiam tum ', ' tum etiam ', etc. : ^ 28 , 5 ^ occuparet
permutaretque sedes promiscuas adhuc et nulla regnorum potentia diuisas '. *
2.*" ' clementer ' : Germ. 1^ 8 * Danuuius molli et clementer edito mentis
Abnobae iugo effusus '. Prevalse neir età argentea della lingua latina 1' uso
di riferire ' clementer ' a luoghi : ^ Plinio lo riferi ad animali, e,
trattando dell' addomesticamento degli elefanti , osservò: n. h. Vili 25 '
argumentum erat ramus homine porrigente clementer acceptus (se. ab elephante)
'. ^ 3.° ' hodieque ' : Germ. 3, 12 ' quod (se. Asciburgium) in ripa Rheni
situm hodieque incolitur '. n. h. Ili 124 ' Nouaria ex Vertamacoris,
Vocontiorum hodieque pa 1 V. ess. consimili in Sbn. n. q. IV 8. Qvintil. i. o.
11 21, 6. 2 Per la differenza tra ' adhuc ' e * hactenus ' v. Ha.nd, Turs. IH
pp. 4-14. Krebs-Schmalz, antib. I, p. 587 sg. Cocghca, sint lai. § 85, XII, p. 199. 3 Gandino, sint lai. I, es.
71, n. 3, p 120. II, es. 150, n. 4, p. 97. 4 Cf. Tao. Agr, 16, 24. 37, 1. hist I 10, 1 ; 47, 8. ann, I, 5 13; 48, 2;
59, 11. II 46, 8. IV 56, 8. XI 23, 9. etc: nei quali 11. la v. ' adhuc ' ò
riferita ad un* azione passata. 5
CoLVM. de r. r. II 2, p. 332, 19. Sen. Oed, 281. SiL. It. Pun. I 274, Cf. Tac. hist III 52, 2. ann. XII 33, 8. XIII 38, 13. fi Cf. Gell.
n. A. V 14, 12: vi si menziona il racconto di Apion Plistonlces intorno al
leone di Androclo. go, (se. orla est) ' : v. inoltre 2, 150. 8, 176. 16, 10 ;
15. 18, 65. 30, 2; 13. 36, 189. etc. L'uso di ' hodieque ' nel significato
delle espressioni classiche ' hodie quoque', ' etiam hodie ', o semplicemente '
hodie ', ^ si comincia ad osservare negli scritti della età postaugustea,
alcuni dei quali anteriori alla Germ. od alla n. h. ^ D L' uso delle voci,
delle quali si tratta nella presente sezione, apparisce tanto nella Gerani, e
nella n. h,^ quanto negli scritti, a noi pervenuti, del V sec. d. Cr. : negli
scritti anteriori non si osserva traccia alcuna di tali voci, I. Sostantivi :
1.^ ' adfectatio ' : Germ. 28, 15 ' Treueri et Neruii circa adfectationem
Germanicae originis ultro ambitiosi sunt '. 3 n. h. XI 154 ' tanta est decoris
adfectatio ut tin 1 Vedi Krebs-Schmalz, aniìb. I, p. 597. Gandino, sint lai.
II, es. 150, D. 4, p. 97. Cocchia, sint lai. § 137, rZ, p. 305. « Vell. Paterc.
h. R. I 4, e e 3. II 8, 3; 25, 4; 27, 5. Val. Max. f. ei d. m. Vili 15, 1. Sen.
consultum Claudianum de iure honorum Gallis dando ( tav. di Lyon ) , col. Il,
12 : vedi Dessau, insertpi. Lai., voi I, Beri. 1892, p. 53. Sen. de clem. 1 10,
2 (ma nel cod Leid. suppl. 459 [Lips. 49] si accoglie la lez. * hodie '). n. q.
I proL, 3. ep. XIV 2 c90), 16 ; 25 ; 33. Cf. Qvintil. i. o. X 1, 94. dial. de
oraioribus 34, 37, secondo i codd. Vatic. 1518 e Farnes. : il Halm vi accolse
la lez. * hodie quoque '. 3 II FiNCK ( Tao. Germ. erìàuleri, Gòttingeii 1857 ,
p. 227 ), il Kritz (op. e, p. 43) ed altri, valendosi della lez. presentata dai
codd. Vatic. 1862 , Vatic. 2964, Leid. , Venet. , leggono * nulla affectatione
animi' nel I. della Germ. 5, 19, dove gli altri codd. danno * offcciir De '.
Quanto al I. sopra cih "della Germ 28, 78 giiantur oculi quoque '. XXXIV 6
* circa id multorum adfectatio furit '. Appare con lo stesso significato in
Seneca, Tacito, Suetonio: ^ l'assumono in senso retorico Quintiliano e Io
stesso Suetonio. ^ 2.** ^ boraicidium ' : Germ. 21, 3 ' luitur enira etiam
homicidium certo armentorura ac pecorura nunaero '. n. h. XVIII 12 '
suspensumque Cereri necari iubebant grauius quam in homicidio conuictum '.
Della v. * homicidium ', invece della v. classica ' caedes ', si valsero anche
Seneca padre, Petronio, Quintiliano. ^ 3.° ' intellectus ' : Germ. 26, 10 ' hiems et uer et aestas intellectum
ac uocabula habent '. Con lo stesso valore
passivo, ad indicare « significato, senso, concetto » di qualche cosà, appare
la v. ^ intellectus ' in Quintiliano. ^ Nella n. h, presenta il significato, in
generale, di « sentimento, percezione, senso »: XI 174 ' intellectus saporum
ceteris in prima lingua, homini et in palato '. 15, i codd. Monac, Rom. ( Aug.
bib.l. ), Hummelian., Stotgard. presentano la lez. ' affectionem * : migliore ò
la lez. ' adfectationem ', data dal cod. Leid. e da altri, poichò, come nota il
Dilthey {Tae, Germ. libellus vollstaendiy erlàuiert, Braunschweig 1823, p. 176)
« ' affectio ' ist jede die Seele aufregende Leidenscbaft, * affectatio *
hiogegen das oft ins Laecherliche getriebene Streben nach einer Sacho Letzteres
steht also hier (Germ, 28, 15) an seiner Stelle. » 1 Ben. ep. XIV 1 (89), 4.
Tao hi8t I 80, 7. Svkton. TU. 9, 5. 2 QVINTIL. i. O. I 6, 40. SVBTON. Tiò. 70, 3. etc. 8 Sen. rhet. conirou. IV
7, p. 270 , l. Petron. sai. 137, p. 653, 16. QviNTiL. L o. III 10, 1. 4 QviNTiL. i. 0. I 1, 28. VII 9, 2. Vin 3, 44.
eie. Il 1« es. e. dì Quintiliano é a torto attribuito a Seneca nell'aus/ì^/ir^.
Handwb,^ II, e. 291, del Georges, e nel dizion. lat-it. GsoRaEs-CALONOiii, ed. oit, e. XI 280 * neque
enim est intellectus ullus in odore uel sapore ' : v. 2, 149. 13, 35. 19, 171. 31, 87; 88. etc. : è riferito talvolta ad animali : X
108 ' columbis inest quidam et gloriae intellectus ' ; per altri ess. v. 8 , 1
; 3; 48; 156; 159. 9, 148. 10, 33; 43; 51; 137. 28, 19. 29, 106. etc. 4.** *
repercussus ' : Germ, 3, 8 ^ quo plenior et grauìor uox repercussu intumescat
'. n. h. XXXVI 99 ' turres septem acceptas uoces numeroso repercussu
multiplicant. ' In altri 11. della n. h. la v. ^ repercussus ' presenta
significati che si diramano dal concetto comune del fenomeno di riflessione
fisica : II 45 ^ in repercussu aquae '. V 35 * solis repercussu '. V 55 ^
etesiarum eo tempore ex aduerso flantium repercussum '. XII 86 * meridiani
solis repercussus '. XVI 6 ^ occursantium inter se radicum repercussu '. XXXVII
22 * colorum repercussus ' : v. inoltre 10, 43. 11 , 148 ; 225. 31 , 45. 33,
128. 35, 97; 175. 37, 76; 104; 137; 165. etc. Altri scrittori del periodo
postclassico si valsero della v. ^ repercussus '. ^ II. Verbi. 1.^ * excrescere
' : Germ. 20, 1 ' in omni domo nudi ac sordidi in hos artus, in haec corpora,
quae miramur, excrescunt '. Lo stesso uso di ' excrescere ' si nota in Seneca.
^ Niella n. h. è, come nel de r. r\ di Colu 1 Vedi Plin. epist II 17, 17. Non è
cit. eoa esattezza nel Lex, Forcellini-De ViT, t. V, p. 176 , e neWaunfuhrl.
Handiob. del Georges, II, e. 2074, il passo di Flor. epit I 38 [III 3], 15, in
cui legges': * ex splendore galearum aere repercusso quasi ardere caelom
uideretur* (Halm). L* imitò Macrob. sat. I 7, 25. Vedi per rargomento le
philologisehe Ahhandlungen di M. Hertz, Beri. 1888, p. 41. 2 CiG. p. Ro^e. Am, 22, 63. de fin. Ili 19, 62. V
14, 39. 8 Cabs. b. e. II! 92, 2. 4 Cf. Tac. Agr. 20, 7. 5 Liv. XXII 12, 7.
XXXII 4, 4. Cf. Cic. de nat d. II 57, 144. 6 Pompon. Mbl. ehor, II 3, 34. Ili 1, 8 e 9 e 10 ; 8, 81. Plin. n. h IV
76. 84 etc. ,* anche nella Germ. 27, 6 ' lamenta ac lacrimas cito, dolorem et
tristitiam tarde poniint '. Plinio adoperò la V. ' lamentum ' in traslato: n.
h. X 155 ' lamenta circa piscinae stagna mergentibus se puUis natura duce '.
S.** ' lasciuia ' : Germ. 24, 5 ' quamuis audacis lasciuiae pretium est
uoluptas spectantium '. Con significati vicini a quello che si nota nel 1. e.
della Germ. la v. ' lasciuia ' era stata accolta da Pacuvio, Cicerone,
Lucrezio, Seneca. ^ Plinio , oltre all' adoperarla secondo l'uso comune (v. n.
h. 5, 7. 9, 34. 18,364. etc), la rivolse, in traslato , a denotare quelli che a
noi paiono capricci della natura : n. h. XI 123 ^ nec alibi maior naturae lasciuia
'. XIV 15 ' est et illa naturae
lasciuia ' : V. 8, 52. 26, 2. 36, 12. 9.° ^ nodus ' : Germ. 38, 5 ^ insigne
gentis obliquare crinem nodoque substringere '. Ovidio aveva riferito ' nodus ' all'acconciatura dei capelli. ^
Similmente nella n. h. si adopera la v. ' nodus ' in senso proprio: XXVIII 63 '
uulnera nodo Herculis praeligare '; * ma vi è anche accolta in traslato, ora
riferita ad argomenti zoo 1 Cic. in Pi8, 36, 89. p. Mil. 32, 86. Tuse. II
21,48. de legihus II 25, 64. Cai. m. 20, 73. Vero. Aen. IV G67.,Pergli ess. di
Lucrezio e di Livio , V. i' ausfuhrl. Handwb . del Georges, II, e. 483. Cf. inoltre Tac. Agr, 29, 3. hist IV
45, 5. 8 Pacvv. in CiG. de diu. I 14,
24. Cic. de fin. II 20, 65. Lvcr. de r. n. V 1398. Sen. dial. XII 18, 5. Cf. Tac. hist. Ili 33 ,
13. ann. XI 31, 14; 36, 12. 3 OviD. ars am. Ili 139. Lo ripetè, più tardi, Martial. epigr. V 37, 8. * Del * nodus
Herculis ' o * Herculaneus * è fatta menzione da Sen. ep. XIII 2 (87), 38. Cf.
Pavli exc. ex Uh, Pomp. Fesii^ voce • cingillo ', p. 44, 24 ed. Thewr. d. P. 85
logici: V. 11, 177; 217. 28, 99; » o botanici : v. 13, 52. 16, 158; 198,
secondo ess. precedenti ; ^ ora ( e , come pare, per la prima volta) a
minerali: v. 34, 136. 37, 55; 150; ovvero ad indicare tumori o indurimenti del
corpo umano: v. 24, 21 ; 24. 30, 110: cf. 11, 216. 10.° ' potus ' : Gerani. 23, 1 * potui umor ex
hordeo aut frumento '. n. h. XXII 164 ^ ex iisdem (se. frugibus) • fiunt et
potus '. Altri ess. della v. ^ potus ' presenta la n. /^.,
tanto nel significato di bevanda, quanto in quello di « bere, tracannare »,
secondo l'accezione precedente di Cicerone, Celso, Curzio, etc. : ^ v. n. h, 8,
122 ; 162; 209. 9, 46. 10, 201. 11, 176; 283. 13, 25; 51. 14, 137; 149; 150.
16, 4. 21, 12. 23, 37. 26, 17. 28, 53; 55; 84; 197. 29, 26. 31, 33. 32, 34 ; 54
; 57. 34 , 151. 36, 156. etc; * ma per la prima volta notasi nella n. h, nel
significato di « escremento umano » : v. 9, 138. 17, 51. 11.° ' pubertas ': n.
h. VII 76 ' uidimus eadem ferme omnia praeter pubertatem in Alio Corneli Taciti
' e. q. s. cf. 21, 170. Con lo stesso significato metonimico , per indicare il
segno della pubertà, se ne valse Cicerone. ^ Ma la V. considerata assume il
nuovo significato metonimico di 4c forza virile, virilità, facoltà di generare
» nella Germ. 20, 6 * sera iuuenum uenus , coque inex ^ Cosi anche in Cabs. b.
G. VI 27, 1. Vbrg. Aen. V 279. LvCAN. de h. e. VI 672. etc. * Ess. precedenti
se ne osservano in Verg. bue, V 90. georg, II 76. Aen. VII 507. Vili 220. IX
743. XI 553. Liv. I 18, 7. Sen. de ben. VII 9, 2. Colvm. de arb. 3, p. 670, 5. « Cic. de diu. I 29, 60. Cels. de
med. II 13, p. 56, 28. Cvrt.
hi8i. A. M. VII 5 (21), 16. Cf. Tao. ann. XIII 16, 4. 4 Vedi Krbbs-Schmalz, antib., v. * polio und polus ', II, p.
308. 5 Cic. de naL d. II 33, 86. hausta pubertas': appare nella n. h.^
riferita, in traslato, alle piante : v. 23, 7. * Quanto a ^ pubertas ' in senso
proprio, v. 25, 154. 12.° * raptus': valse da prima a significare « ratto,
rapimento per amore » ; - nella n. h. fu usata anche per indicare « strappo
mediante uno strumento , piallata »: XVI 225 ' pampinato semper orbe se uoluens
ad incitatos runcinae raptus '. Nella Germ. si assunse nel significato della v.
^ rapina ', accolta dalla latinità classica, cioè « ladroneccio, rapina »: 35,
10 ^ nullis raptibus aut latrociniis populantur '. ^ 13.° ' sagitta ' : nel
significato proprio di « freccia , dardo, strale, saetta », ^ osservasi nella
Germ. 46, 15 ' solae in sagittis spes '; e nella n. h. VII 201 ^arcum et
sagittam Scythen louis filium , alii sagittas Persen Persei filium inuenisse
dicunt ': v. 11, 279. 16, 161. etc. Ma nella n. h. vale eziandio non solamente
a indicare, secondo gli ess. di scrittori precedenti, una specie di sorcolo o
magliuolo:^ v. 17, 156; e una costellazione : '^ v. 17, 131, 18, 309; 310; ma
anche a designare (a quanto pare. 1 In un altro 1. della n. h. ò sostituita a '
pubertas ' la voce propria : 12, 131 'in prima lanugine '. 2 CiG. in Verr. IV 48, 107. Tuse. IV 33, 71.
Ovid. fasi. IV 417. Sen. dial IV 9, 3. Plin. n.
h. 34, 69. Cf. Tac. ann. VI 1, 15. 3 Lo stesso congiungimento di ' raptus * al
plur. con * latrocinium ' o ' praeda ' si osserva in Tac. hi9t I 46, 13. ann,
II 52, 4. 4 Vedi Cic. in Verr. IV 34, 74. Phil II 44, 112. aead. pr. II 28, 89.
de fin, III 6, 22. Tuse. I 42, 101. II 7, 19. de nat d. I 36, 101. II 50, 126. etc. 5 CoLVM. de r. r. Ili 10, p.
384, 1-8 ; 17, p. 393, 9-10. 6 Cic. Arai phaen. cum Groti suppl. vers. 84
(325), pag. 369. Gbrman. Arai, phaen. v. 315, in PLM. voi. I, p. 166, ed. Baehrens. AviBN. Arat vv. 669, 689, 985, 1117, 1258 ed.
Breysig. per ia prima volta) la pianta detta comunemente € lingua di serpente
»: XXI 111 * idem (se. Mago) oiston adici t a Graecis uocari, quàm inter uluas
sagittam appellamus '. ^ 14.** ' satisfactio ' : voce usata prima da Cicerone,
Cesare, Sallustio per significare « discolpa, scusa ». ^ Nella Germ, conserva
lo stesso significato, aggiuntovi il concetto della pena: 21, 3 ^ luitur enim
etiam homicidium certo armentorum ac pecorum numero recipitque satisfactionem
uniuersa domus '. Plinio la riferì agli animali e, trattando delle colombe ,
scrisse : n. h. X 104 * tunc plenum querela guttur saeuique rostro ictus,- mox
in satisfactione exosculatio '. 15. "* ' sedes ' : in senso traslato, per
indicare « soggiorno, stanza, dimora, paese, patria », secondo l'accezione
classica, ^ appare nella Germ. 2, 3 ' classibus aduehebantur qui mutare sedes
quaerebant ': v. 25 , 2. 30, 1. Plinio ne fece uso tanto in senso traslato,
analogo al precedente: v. n. h. 2, 102. 11 , 138 ; 157. 22, 14. 33, 74. 36, 102
; ^ quanto in senso metonimico : v. 22, 61; 143. 23, 75; 83. 26, 90 32, 104 :
in questa se 1 * Oiston • legge nel 1. e. della n. h. Ose. Weise ; v. Jahrbb.
del Fleckeisen, 1881, p. 512. 1 codd. Paris. 6795, Riccard., Leid. Voss. e Ted.
Detlefsen (voL III, Beri. 1868) danno * pistana \ « CiG. ep. (ad fam.) VII 13,
1. Caes. 6. G. VI 9, 8. Salì.. Cat 35, 2. etc. 3 Cic. p. Cluent 61, 171. 66,
188. p. Mar, 39, 85. p. Sulla 6, 18. p. Areh, 4, 9. de proo, eons. 14, 34. p. Marcel. 9, 29. Caes. b. G. IV 4, 4.
Sall. Cat 6, 1. Verg. Aen, XI 112. Ovid. mei. Ili
539. XV 22. etc. 4 Cf. Caes. 6. G. I 31, 14 ^ aliud domicilium , alias sedes...
petant '. 88 conda accezione non pare che altri V abbia preceduto, le."* '
tristitia ' : nella Oerm. e nella n. h. è accolta nel significato proprio di «
mestizia, tristezza », secondo l'uso che se ne era fatto dagli scrittori
precedenti; ' Germ. 27, 7 ^ dolorem et tristitiam tarde ponunt '. ^ n. h, XXIV
24 ' inuenio potu modico tristitiam animi resolui': v. pure 21, 159. 23, 38.
25, 12. 35, 73. Plinio usò, inoltre, la v. ' tristitia ' in senso traslato,
riferendola a cose inanimate : n. h, II 13 ' hic (se. sol) caeli tristitiam
discutit '. XVIII 184 ' sarculatio induratam hiberno rigore soli tristitiam
laxat temporibus uernis ': e in ciò egli seguì gli ess. analoghi presentati da
Cicerone; 3 ma, probabilmente per il primo, appropriò la V. considerata ad
animali : n. h. IX 34 ^ delphinorum similitudinem habent qui uocantur thursiones.
distant et tristitia quadam adspectus ' : v. 11, 63 (per le api). 32, 60 (per
le ostriche). Aggettivi: 1.° ' asper ': appare, usato in traslato, in un 1,
della Germ, 2, 8 * Germaniam peteret , informem terris , asperam caelo ' : *
nella n. h. è assunto , come in 11. di 1 CiG. de or. II 17, 72. eum sen. grai, egii 6, 13.
Lvcgbivs, in Cic. ep. {ad fam.) V 14, 2. Sall. Cat 31, 1. Hor. carm. I 7, 18.
OviD. mei. IX 397. Val. Max. / et d. m, 1 6, 12. II 6, 14. Sen. dial IX 15, 1. « Consimile frase * tristitiam poni ' si
legge iti Ovid. ex Pont II 1, 10. 3 Cic. ad Ait. XII 40, 3. de nat d II 40, 102. de off, I 12, 37. * Vi ha analogia con Taso fattone da Ovid. me^. XI490. Vell. Patbrc. h.
R. II 113, 3. 89 autori precedenti, » nel significato proprio: v. 3, 53. 6,
167. 17, 43 ; ed è anche riferito al senso del gusto : *^ V. 2, 222. 12, 27.
19, 111. 20, 97. 25, 159; e, probabilmente per la prima volta, al senso
dell'odorato: XXVII 64 ^ radice longa, aequaliter crassa, odoris asperi '. ^
2.** ' uoluntarius ' : adoperato in senso obiettivo, per indicare ciò che si
compie per libera volontà, appare, come in Cicerone, Livio, Valerio Massimo,
etc, ^ anche nella Qerm. 24, 9 ' uictus uoluntariam seruitutem adit '; e nella
n. h. VI 66 ' uoluntaria semper morte uitam accenso prius rogo flnit ': v. 37,
3; e cf. 28, 113. Ma nella n. h. si estende alla designazione di fatti
naturali: 1 Varr. r. r. II 5, 8. Cic. pari, or, 10, 36. Lvcr. de r. n. VI 1148.
Vbrg. bue. X 49. georg. II 413. Liv.
XXV 36, 5: cf XXXVH 16, 5. OviD. mei VI 76. 2 Cosi in Plavt. capi. 188 (I 2, 85); 496 (III 1, 37). Ter. hauL 458 (III
1, 49). Verg. georg IV 277. etc. 3 II Georges nel suo ausfùhrl. Handwb, I, e.
581, in conferma del riferimento deli'agg. * asper * ai sensi del gusto e dell'
odorato, cita il 1. di Cic. de fin, II 12, 36 * quid iudicant sensus ? dulce
amarum, lene asperum ', e. q. s. ; e la citazione si ripete nel dizion, laL-iL
Georges-Calonghi, c. 250. Senza dubbio, r affermazione è esatta quanto al '
dulce amarum ' rife* rito al gusto; ma ci pare inesatto riferire il * lene
asperum ' air odorato, perchè nei citati vocabolari, in conferma del
riferimento di * asper * al senso dell' udito, si ripete , poco dopo , lo
stesso 1. di Cic. ' lene asperum *, con V avvertenz% che ad * asper ' si contrappone
* lenis ' : osservazione giusta questa ultima, in quanto che nel 1. e. di Cic.
le antitesi sgg. * prope longe, stare mouere, quadratum rotundum ' non
escludono che r antitesi * lene asperum * si possa riferire al senso dell'
udito. 4 CiG. ep. iadfam.) VII 3,
3. Liv. XXVI -36, 8. XXVIII 7, 9. Val. Max. /. et d. m. I 8, 3. Cf. Tac. hisL
II 45 , 3. [ deal, de oraiorihuB 41, 17].
pinguius (se. serpyllum) uoluntarium et caildidioribus foliis ramisque '. III.
Verbi: 1.° * adgnoscere ' : Germ. 5, 15 ' formasque quasdam nostrae pecuniae
adgnoscunt atque eligunt '. n. h. XXIX 19 ^ alienis oculis agnoscimus ' : v.
35, 89. Con tale significato il V. ' adgnoscere ' era stato
usato prima * ; ma nella n. h. è riferito anche ad animali: IX 23* nomen
Simonis omnes (se. delphini) miro modo agnoscunt '. 2.° ' colligere : Germ. 37,
8 ' ex quo si ad alterum imperatoris Traiani consulatum computemus , ducenti
ferme et decem anni colliguntur '. n. h. XIII 85 * ad quos (se. consules) a
regno Numae colliguntur anni DXXXV ': 2 cf. 6, 59; e, per la forma attiva, 2j
186. ^ Nella n. h. è riferito pure, tanto nella forma passiva quanto nella
attiva, a misure di lunghezza: IV 87 ' ad OS Bospori CCLX M pass, longitudo
coUigitur ' : 1 Cic. de fin. V 18, 49. Lael 27, 100. Caes. 6. e. H 6, 4. Vbrg.
Aen. I 406. HI 82; 351. IV 23. Vili 155. X 843. XII 260. Ovu). fasi. V 590.
Lycan, de h. e. II 193. Cf. Tag Agr. 32, 18. 8 II n.o DXXXV nel 1. e. della n.
h, leggesi neir ed. Mayhoff, voi. II, p. 332, 18 ; e, in proposito del d.^
aura., non è nolata alcuna variante presentata dai cod J. Tuttavia il Georges,
auifàhrl. Handùcb., J, e. 1185, e il Valmaggi, dmi. degli oratori eommenL
Torino 1890, p. 66, T hanno mutato in DXXXXV: non sappiamo spiegarcene la
ragione. 3 Cf. deal de oraioribus 17, 16 * centuna et uiginti anni ab interitu
Ciceronis in hunc diem colliguntur*. È usato nella forma attiva in 24, 14 * cum
praesertim centum et uiginti annos ab interitu Ciceronis in hunc diem [effici]
ratio temporum collegerit ' : espunto 1' ' effici ' secondo la proposta del
RoenBch, in Rev, de Vinsir. pubi, en Belg. 1865, p. 301. 91 V. 2, 245. 36 , 178. etc. XII 23 ' sexaginta
passns pleraeque orbe colligant ' : v. 3, 132, 5, 136. 36, 77. etc. 3.° ^ eualescere ' : verbo usato da Virgilio , Orazio ,
Seneca, Lucano, etc. ^ fu da Plinio per la prima volta riferito a vegetali: n.
h. XV 121 * quae (se. myrtus plebeia) postquam eualuit flauescente patricia ' :
v. 16, 125. 17, 116. Nella Oerm. è usato tanto in senso proprio: 28, 4 * ut
quaeque gens eualuerat'; quanto in traslato, per indicare la prevalenza di
determinate voci neir uso comune : 2, 22 ^ ita nationis nomen, non gentis
eualuisse paulatim lucrari ' : Germ. 24, 6 ^ aleam, quod mirere, sobri! inter
seria exercent , tanta lucrandi perdendiue temeritate, ut ' e. q. s. Con lo
stesso significato proprio il v. ^ lucrari ' fu adoperato da Cicerone e Orazio.
^ Nella n. h. acquista il significato particolare di « guadagnare mediante il
risparmio » e perciò « risparmiare » : XVIII 68 ' quod {se. marina aqua subigi panem)
plerique in maritimis locis faciunt occasione lucrandi salis '. Nello stesso
senso pare che si debba intendere il V. ^ lucrari ' nel 1. della n. h. XXXIII
45 ^ ita res p. dìmidium lucrata est ', cioè lo Stato risparmiò la metà della
spesa, accrescendo il valore di alcune monete, al tempo della seconda guerra
punica. 5.** * obtendere ' : con la forma mediale assume, per la prima volta,
nella Germ. e nella n. h. un signifl 1 Vero. Aen. VII 757. Hor ep. II 1, 201. Sen. ep. XV 2 (94)
, 31. LvcAN. de b. e, I 505. IV 84. Cf. Qvintil. L o. II 8,5. X 2, 10. « Cf.
Qvintil. l o. IX 3, 13. Tac. hist I 80, 8. ann XIV 58, 17. 3 Cic. in Verr, V
24, 61 ; 25, 62. p. Flaee. 14, 33. de off. II 24, 84. parad. 3, 1 (21). Hor. ep. II 3, 238. Quanto al senso trasl. del v. ' lucrari ',
vedi Cic. in Verr. I 12, 33. Hor. earm. cato locale d' uso geografico, ed
ìndica « estendersi dinanzi » : Germ. 35, 3 ^ Chaucorura gens omnium quas
exposui gentium lateribus obtenditur , donec in Chattos usque sinuetur '. n. h.
Y 77 ^ buie (se. Libano) par interueniente ualle mons aduersus Antilibaaus
obtenditur '. * Nella n. h. presenta inoltre il significato , che notasi in
Virgilio, ^ di « stendere dinanzi , porre dinanzi » : XI 153 ' omnibus membrana
nitri modo tralucida obtenditur ' : v. 37, 100. e.*" ^occurrere':
presentasi la prima volta con significato geografico nella Gerrn. e nella n.
h.-/^ Germ, 33, 1 ' iuxta Tencteros Bructeri olim occurrebant ' n, h. Ili 95 '
quem locum occurrens Terinaeus stnus paninsulam efiìcit '. V 84 ' apud Elegeam occurrit ei {scEuphrati)
Taurus mons': v. inoltre 6, 114; 128. etc. Presenta anche nella n. h, tanto il significato, in traslato, di «
rimediare, essere d'aiuto », secondo gli ess. dati prima da Cicerone, Nepote,
Valerio Massimo^ Persio: "* XVIII 189 ' constatque fertilitati non
occurrere homines ' : v. 18, 332. 20, 225. 30, 107. 31, 118. 32, 1; 99. etc. ;
quanto il significato di « presentarsi alla mente o alla vista, sovvenirsi
y> quaesdonem occurrere uerisimile est omnium , qui haec noscant ,
cogitationi ' : cf. 24, 156. Questo ultimo significato os 1 Cf. Tao. Agr. 10,
7. « Vero, georg. 1 248 : cf. Aen. X 82. 3 A tale sigoiflcato dovette
certamente pervenire per il tramite deir uso fattone da Liv. XXXVI 25 , 4 * in
asperis locis silex paene inpenetrabilis ferro occurrebat*. Cf. Pompon. Mel.
ehor. Ili 9, 89. Tag. Agr, 2, 9. 4 CiG. in
Verr, IV 47, 105. p. CluenL 23, 63. Nep. XVI (Pel) 1, 1. Val. Max. f. et d. m. VIII 5, I. Pers. sai. 1,
62, 3, 64. 93 I servasi prima in Cicerone, Cesare, Orazio,
Seneca, Cur ' zio, Columella, etc. * 7.° ^ periclitari ' : con valore intrans,
pregn. di « arrischiare, essere intraprendente », appare la prima volta nella
Gemi. 40, 1 ^ plurimis ac ualentissimis nationibus cincti (se. Langobardi) non
per obsequium, sed proeliis ac periclitando tuti sunt ' ; cf. n. h. 18 , 302.
In Cicerone e Cesare ^ ha il significato generico di ¥. fare esperimento, far
prova ». In alcuni li. della n. h. conserva la qualità di v. intrans., ed è
riferito , come in Celso, ^ ai pericoli causati da certi morbi : XXX 114 '
utilissima sunt in iis ulceribus, quae uermibus periclitentur '. XXXII 54 ^
cinis eorum ( se. cancrorum fluuiatilium) seruatus prodest pauore potus
periclitantibus ex canis rabiosi morsu ': v. altresì 17, 217. 20, 165. 26, 112.
etc. 8.** ^ praetexere ' : G^rm. 34, 4 ' utraeque nationes usque ad Oceanum
Rheno praetexuntur '. n. h. VI 112 ' semper fuit Parthyaea in radicibus montium
saepius dictorum qui omnes has gentes praetexunt '. Con significato consimile
era stato prima adoperato da Virgilio. ^ Nella n. h. assume altresì , in
traslato , il significato generico di « preporre, porre avanti »: XVIII 212 '
quos J Cic. de or. Il 24. 104. Ili 49, 191. p. Mil. 9, 25. Tuse. I 22, 51.
Caes. b. G. VII 85, 2. Hor. sat. I 4, 136. Sen.
deal. I 6, 4. CvRT. hisL A. M. Ili 8 t21), 21. Colvm. de r. r. Il 2, pag. 334, 34. Cf. Tac. ann.
XIV 53, 22. « Cic. de off. III 18, 73. Caes. b. G. II 8, 1. 3 Cels. de med. Il
1, p. 30, 14. V 26, 24, p. 178, 37. eie. 4
Verg. bue. 7. 12. Aen. VI 5. Cf. Colvm. de r r. X 296, p579, 37. 94 (se. auctores) praetexuimus uolumini huic ': v. praef. 21. 16, 4. »
9.** ' rarescere ' : eoa l'accezione in traslato, per siguijfìcare « diminuire
, divenire raro » , notasi la prima volta nella Germ. 30, 3 ' durant siquidem
col les, paulatim rarescunt'.2 Nel significato proprio fu adoperato, dopo
Lucrezio, Virgilio, Properzio, Columella,^^ da Plinio: n. h, XI 231 '
quadripedibus senectute (pili) crassescunt lanaeque rarescunt '. 10.° '
tolerare ' : Germ. 4, 8 ^ minimeque sitim aestumque tolerare '. n. h. XXVI 3 '
foediore multorum , qui perpeti medicinam tolerauerant , cicatrice quam morbo
'. Lo stesso significato notasi in Terenzio, Cicerone, Sallustio, etc. ^ In un
altro 1. la n. h. presenta il V. ' tolerare ' per il concetto di « mantenere ,
sostentare », secondo l'uso fattone da Cicerone, Cesare, Virgilio, Columella ,
etc. : ^ VII 135 ' plurimi iuuentam inopem in caliga militari tolerasse '.
XXXIII 136 ^ (Ptolemaeum) octona milia equitum sua pecunia tole 1 Fu continuato
tale uso da Plin. pan. 52, 1. s Si ripete , poi , nella stossa accezione da
Amm. Marc. r. g. XXII 15, 25. XXVI 3, 1. 3 LvcR. de r. n. VI 513. Vero. Aen. IH 411. Prof. IV 14 (15), 33. CoLVM. de r. r.
Ili 16, p. 392, 38. Cf. Sil. It. Pun. XVII 422.
4 Ter. hee. 478 (IH 5, 28). Cic. in Verr. Ili 87, 201. in Caiil. II 5, IC; 10,
23. ep. (ad fam.) VII 18, 1. ad Q. fr. I 1, 8, 25. de fin. IV 19, 52. Tuse. II
7, 18; 13, 30. V 26, 74; 37, 107. de din. II 1, 2. Caes. b. G. V 47, 2. Sall.
Cai. 10,2. 20, 11. lug, 31, 11. Cf. Tac. hist n 56, 12. ann. Ili 3, 9. 5 Cic.
p. Foni. 2, 13. Caes. b. G. VII 71, 4 Ccitato per inesattezza dal Georges,
ausfiXhrl. Handwb. II, e. 2821, con le indicazioni 7, 41, 7). h. e. Ili 49, 2;
58, 4. Verg. Aen. Vili 409. Colvm. de r. r. Vili
17, p. 547, 19. Cf. Tac ann. II 24, 7. IV 40,
8. XV 45, 18 95 rauisse '. Ma vi si accoglie, per la prima volta , tanto nel
significato di : Germ. 27, 9 ' haec in commune de omnium Germanorum origine ac
moribus accepimus '. 38, 4 ' quamquam in commune Suebi uocentur ' : cf. 40, 6;
altrove (5, 1. 6, 14) si preferisce l'espressione avverbiale equipollente ' in
uniuersum '. n. h, XVII 9 ' quae ad cuncta arborum genera pertinent in commune
de caelo terraque dicemus '. XXIII 36 ' reliqua in commune dicentur '. Di una
sola voce osserviamo essersi fatto uso, perla prima volta, tanto nella Germ.
quanto nella n.h.: è la v. ' glaesum ', d'origine germanica, adoperata
particolarmente dai soldati per significare l'ambra: " Germ, 45, 15 * soli
omnium sucinum, quod ipsi glaesum uocant, inter uada atque in ipso litore
legunt '. n. h. XXXVII 42 ' certum estgigni in insulisseptentrionalis oceani et
ab Germanis appellari glaesum, itaque et ab nostris ob id unam insularum
Glaesariam appellatam '. Ma, come si osserva nel 1. e, la Genn. accoglie anche
la v. ' sucinum ', che trovasi nella n. h. identificata con I' ' electron ' dei
Greci : III 152 ' iuxta eas Electridas uocauere in quibus proueniret sucinum
quod illi electrum appellant': v. 4,103.8,137. 37, 31; 33; 43-45; 204. e te. ^
J Tale uso deirespressione avv. * in commune * fu conlinuato da QviNTiL. L o.
VII 1, 49. Tag. ann, XV 12, 17. « Plin. n. h. IV 97 * Glaesaria (se. insula) a
sucino militiaa appellata, a barbaris Austerauia *. 3 Vedi il nostro libro sui
Neologismi botanici nei earmi bu" coliei e georgiei di Virgilio, Palermo.
Ad un buon numero delle relazioni lessicali si è data, di mano in mano,
evidenza, mediante opportuni confronti e richiami indicati in fine delia
maggior parte delle note che corredano le relazioni lessicali tra la Gemi. e la
n. h. di Plinio. Restringiamo, ora, il nostro compito a dare evidenza ad alcune
relazioni lessicali tra la Germ. e gli scritti di TACITO (vedasi), nelle quali
non si scorge, salvo di rado e in modo indiretto, l' intermedio della n. H.
Sostantivi: annus: Ge7^m. nec arare terram aut exspectare annum tam facile
persuaseris \ Agr. 31, 5 ' ager atque annus in frumentum conteruntur '. Della
V. ' annus ', adoperata per significare « il raccolto o provento, la produzione
dell' annata », un primo accenno appare in Cicerone * : fu accolta da
Properzio, e poi dai poeti e prosatori dell' età postaugustea. ^ Nella n. 1
Cic. in Verr, a. pr. 14, 40. « Prof. V 8, 14. Lvcan. de b. e. Ili 452. Stat.
sii III 2, 22. Plin. pan. 29, 3. Consoli, La Germania comparala. T 98 h. la V.
* annus ' conserva il significato temporale: v. 2, 13. 9, 162. 18, 211. 28,22.
etc. ; e solo si può scorgere come un tramite per giungere al significato sopra
notato nei sgg. 11. : XV 98 ^ fructus anno maturescit \ XVI 95 ' sunt tristes
quaedam ( se. arbores ) quaeque non sentiant gaudia annorum \ 2.** * audentia':
Germ. 31, 1 ' et aliis Germanorum populis usurpatum raro et priuata cuiusque
audentia apud Chattos in consensum uertit ' e. q. s. 34, 10 ' nec defuit
audentia Druso Germanico', ann. XV 53, 9 * ut quisque audentiae habuisset '. '
Audentia ' è voce della l^tiqità argentea : altri ess. se ne osservano in
Quintiliano e Plinio il giovane. ^ Nella n. h. si notano soltanto le forme
della flessione del participio ' audens '; V. 17, 222. 32, 53. 35, 61. etc.
3.** ^ copiae ' : consideriamo soltanto la forma del plur. : 6r^rm. 30, 13 ^
omne robur in pedi te, quem super arma ferramentis quoque et copiis onerant '.
his£. Ili 15, 13 ' ut specie parandarum copiarum ciuili praeda milites
inbuerentur. IV 22, 5 ' parum prouisum ut copiae in castra conueberentur ': V.
Agr. 22, 9. Prima che nei 11. ce. la voce di forma plur. ^ copiae ', col
significato di € provvisioni, provvigioni, viveri, alimenti », era apparsa in
Cesare, Livio, Velleio Patercolo. ^ 4.** ' fortuna ' : Germ. 21, 9 ' prò
fortuna quisque apparatis epulis excipit '. ann. II 33, 13 ' quaeque ad usum
parentur nimium aliquid aut modicum nisi ex fortuna possidentis ': v. IV 23,
11. XIV 54, 9. La forma 1 QviNTiL. I. o. XII prooera. , 4. Plin. episL Vili 4,
4. « Vedi gli ess. citati dal Gboroes , ausfuhrl Handicb , I, e 1573: V.
inoltre Plin. pan. sing. ' fortuna ', usata invece della forma plur. per
indicare « ricchezze, beni di fortuna, averi, sostanze », osservasi accolta da
Nepote, Orazio, Ovidio, poi da Quintiliano, ^ probabilmente per il tramite
della frase ciceroniana : ^ cuius denique fortunae studia tum laudi et
gratulationi tuae se non obtulerunt ? ' " Valgano per il confronto i sgg.
11. della n. h.i 11 118 ^ non erant malora praemia in multos dispersa fortunae
magnitudine '. VII 130 * si uerum facere iudicium uolumus ac repudiata omni
fortunae ambitione decernere , nerao mortalium est felix ' : ma è accolta la
forma regolare del plur. in XXXVII 81 ' ille proscriptus fugiens hunc e fortunis
omnibus anulum abstulit secum ', S."* ' pignora ' : consideriamo la sola
forma del plur.:: Germ. 7, 11 * et in proximo pignora, unde feminarum ulula tus
audiri, unde uagitus infantium ' : ann. XII 2, 3 ' baudquaquam nouercalibus
odiis uisura Britannicum e^Octauiam, proxima suis pignora ': v. XV 36, 14; 57,
14. Agr. 38, 6. La forma plur. ^ pignora ' era stata accolta nella poesia
dell'età augustea, '^ per significare figli, madri, mogli, insomma persone
legate con intimi vincoli di parentela; donde la formola di ' obsecratio '
giudiziaria: ' per carissima pignora'; della quale fa menzione Quintiliano.* 6..'' ' suffugium ': Germ. 16, 11 ' solent et
subterra 1 Nbp. XXV (Att.) 21, 1. HoR. ep, I 5, 12. Ovid. trist V 2,
57. QVINTIL. /. 0. VI 1, 50. « Cic. Phil. I le, 30. 3 Prof. V 11, 73. Ovid. meL
III 134. XI 543. episL (her.) 6, 122. 12, 192. L'espressione * amoris pignora'
di Liv. XXXIX 10, 1 ha un altro significato. * QviNTiL. I. 0. VI 1, 33. neos
specus aperire suffugiura hiemi et receptacu lum frugibus \ 46, 17 * nec aliud
infantibus ferarum imbriumque suffugium '. ann. IV 47, 7 ' sanguine barbarorum
modico ob propinqua suffugia ' : v. Ili 74, 5. La V. ' suffugium ', propria
della latinità argentea, * si osserva prima in Seneca e Curzio. ' Tacito se ne
valse anche in genso traslato, ^ accostandosi all' es. che ne aveva presentato
Quintiliano.* Aggiungiamo altri due aggettivi di forma neutra plur., assunti
col valore di sostantivi : ^ I 7,** ^ ancipitia ' : Gemi. 14, 10 ' facilius
inter ancipitia | clarescunt '. hisL III 40, 10 ' mox utrumque consilium
aspernatus, quod inter ancipitia deterrimum est '. ^ ann. XI 26, 12 ' scelusque
inter ancipitia probatum ueris mox pretiis aestimaret '. Tacito adoperò anche
al sing. l'agg. ' anceps ' sostantivato: ann. I 36, 9 ' in ancipiti res publica
'. IV 73, 16 ' ille dubia suorum re in anceps tractus '. Nella n. h. la v. '
anceps ' conserva la ftinzione di aggettivo: IV 10 ' ancìpiti nauium ambitu '.
VII 149 ' ancipites morbi '. IX 152 ' periculum anceps \ XVII 191 ' anceps culpa
'. XVIII 210 ' res anceps '. J Si ha però un es. nel carme pseudo-ovidiano *
nux ', v. 1 19 * quid, nisi suffugium nimbos uitantibus essem *. 8 SBN. dial IH
11, 3. CvRT. hUt A. M. VII! 4 (14}, 7. 3 Tac ann, IV »56, 11. XIV 58, 12. 4
QviNTiL. I. o. IX 2, 78. 5 V. la monografia di Th. Panhoff, de neuiriui generis
adieeiiuor. subsianiiuo usu ap. Tao. 1883. « F. RiTTBR, P. Corn. Tae. opp.,
Lps. 1864, p. 525, 20 espunge dal testo tacitiano le parole ' quod - est \
chiudendole tra parentesi quadre. 101 XXIII 31 ' ancipiti euentu \ XXV 16 * ratio inuentionis anceps ' : v.
inoltre 10, 17. 22, 97. 23, 17 ; 20. 24, 75. 28, 21. 29, 1. etc. 8.** *
missilia ' : Oerm. 6, 7 * pedites et missilia spargunt, pluraque singuli '.
hist. IV 71, 24 *paulum morae in adscensu , dum missilia hostium praeuehuntur \
V 17, 14 ' saxis glandibusque et ceteris missilibus proelium incipitur '. L'
uso di dare il valore di sostantivo all'agg. ' missilia ', per indicare, in generale, proiettili di guerra , come
saette , pietre , etc. , appare prima in Virgilio e Livio ; ^ poi si usò con lo
stesso significato anche nella forma del sing. ' missile ': - ne abbiamo un es.
nel sg. 1. della n. h. XXVIII 33 ' ferunt difflciles partus statim solui, cum
quis tectum, in quo sit grauida,^ transmiserit lapide uel missili ex iis, qui
tria animalia singulis ictibus interfecerint '. Del resto , nella n. h. è
preferito V uso di ' missilis ' come aggettivo : v. 8, 85; 125. 34, 138. etc.
II. Aggettivi. Annoveriamo, per la loro funzione, tra gli aggettivi le sgg. forme
participiali : 1.** ^ inlacessitus ' : Germ. 36, 1 * Cherusci nimiam ac
marcentem diu pacem ini acessiti nutrierunt'. Agr. 20, 1 Vero. Aen. X 716. Liv.
II 65, 4. VI 12, 9. IX 35, 5. XXVI 51, 4 XXXTV 39, 2. L'espressione * missilia
fortunae ', che osservasi iu SBN. ep, IX 3 (74), 6, pare che abbia schiuso
l'adito ad un nuovo significato della v. ' missilia ' (= « doni largiti al
popolo »), che appare in Sveton. Aug. 98, 19. Ner. 11, 11. « Vedi LvcAN. de b.
e. VII 485. Vbget. epit r. m. (ed. C. Lang) I 4, p. 9, 8; 14, p. 18, 6: in III
24, p. 117, 14 leggesi ' missibilia ', ma nel cod. Perizon. F 17 si nota '
missilia ' ; e ' missilia ' osservasi anche nel cod. Palai. 909, corretto da '
missibilia nulla ante Britanniae noua pars pari/&r illacessita transìerit
'. Il part. sempl. ^ lacessitus ' notasi nella n. h. Vili 23 ' nec nisi
lacessiti nocent '. 2.** ' intectus ', con la particella premessa Mn - ' di
valore negativo: Germ. 17, 2 ^ cetera intecti totos dies iuxta focum atque
ignem agunt '. hist Y 22, 12 ^ dux semisomnus ac prope intectus errore hostiura
seruatur \ ann. II 59, 5 ^ pedibus intectis ': e nel senso traslato, per
significare « aperto , schietto , fidente >, ann. IV 1, 12 * sibi uni
incautum intectumque efflceret \ ' » 3.** ' promptus ' : Germ. 7, 2 ' duces
exemplo potius quam imperio, si prompti , si conspicui , si ante aciem agant,
admìratione praesunt '. ann, IV 17, 16 * neque aliud gliscentis discordiae
remedium quam si unus alterne maxime prompti subuerterentur ': v. II 81, 7. IV
51, 16, XIV 40, 8. Con lo stesso significato di « coraggioso, audace, valoroso
», appare la v. ' promptus ', nel grado superlativo, in hist. I 51, 24. II 25,
13. Ili 69, 13. IV 14, 9. Agr. 3, 12. Quanto all'agg. 'promptus' riferito a
cose, V. n. h. 8, 129. 9, 112. 11, 24. 4.** ' reuerens ' : Germ. 34, 12 '
sanctiusque ac reuerentius uisum de actis deorum credere quam scir^ \ hist. I
17, 3. 'sermo erga patrem imperatoramque reuerens '. Lo stesso significato
presenta la v. * reuerens ' in Properzio. ^ Cicerone conservò T usq
psi^rticipiale di ' reuerens ' : * multa aduersa reuerens '. ^ Plinio vi a,
anche nei sgg. 11. di Tacito: Agr. 34, 13 * transigite cum expeditionibus '.
hist III 46, 14 * quod Cremonae interim transegimus '. Il tramite, per giungere
al significato sopra notato, dovette essere il valore giuridico che si attribuì
in principio al v. * transigere \ cioè « venire a patti , definire la pendenza
con un amichevole accordo > , insomma concludere qualcosa di definitivo per
dirimere le questioni. * 5.** * uocare ' : Germ. 14, 16 * nec arare terram aut
exspectare annum tam facile persuaseris quam uocare hostem et uulnera mereri \
hist IV 80, 10 ' ncque ipse deerat adrogantia uocare offensas. ' ann. VI 34, 1
' Oroden sociorum inopem auctus auxilio Pharasmanes uocare ad pugnam \ U
equipollenza di ' uocare ' e * prouocare ' muove dalla frase virgiliana *
uocare hostem. ' 2 IV. Avverbi : 1.*" * adductius ' : Germ. 44, 1 '
Gotones regnantur , 1 Cf., per r uso deUe forme passive di * transigere ', Cic.
p. Quinci 5, 20. in Verr. a. pr. 10, 32. Tuse. IV 25, 55; e, quanto alle forme
attive: p. Rose. Am. 39, 114. p. Cluent. 13^ 39. Phil. II 9, 21. etc. « Vbrg. georg. IV 76 * magnisquo uocant
clamoribus hostem '. Sbrv. eomm. in Verg. georg. 1. L, voi. Ili, fase. 1*^, p. 326 Th., commenta: ' uocant hostem,
prouocant '. Vedi 11 comm.del Heraeus a Tao. hist. IV 80, 10. 105 paulo iam
adductius quam ceterae Germanorum gentes \ hist III 7, 4 ' Minucius lustus....
quia adductius quam ciuili bello imperitabat, subtractus militum irae ad
Vespasianum missus est '. Nei due 11. citati il valore lessicale della v. '
adductius ' = « con maggior rigore, più severamente , con freno più stretto »,
si deve fare risalire alla frase di Cicerone ^ adducere habenas ', che è in
contrapposto con V altra ' remittere habenas. ' ^ 2.*" L' espressione ^
haud perinde ', priva di valore comparativo, adempie una funzione brachilogica:
Germ, 5, 10 ' possessione et usu haud perinde adficiuntur '. 34,2 ' aliaeque gentes haud perinde memoratae. '
ann, II 88, 16 ' Romanis haud perinde Celebris. ' IV 61 , 4 ' monimenta ingeni eius haud perinde retinentur. ' Alla
negativa * haud ' talvolta sono sostituite altre voci negative : ' non, ^
ne-quidem, ^ nec '. ^ Per r espressione comparativa ' haud perinde quam ',
invece della classica * h. p. atque ', v. hist. II 27, 1. Ili 58, 14. IV 49,
26. ann. II 1, 8; 5, 9. XIV 48, 7. XV 44, 18. Osservasi anche ^ nec perinde
quam ' o ' neque p. q. ' in hist. II 39, 12. IV 72, 16. ann. XIII 21, 7. 3.** *
longe ' può adempiere V ufficio di rinforzare il 1 Cic. Lael. 13, 45. 2 Tac.
ann. II 63, 10. Cf. Plin. epéaé. I 8, 12. Sveton. Aug. 80, 6. Galb. 13, 1.
deperdit librorum relL p. 294, 2, ed. Roth. 3 Tac. Agr. 10, 19 (secondo la
congettura del Grozio: nei codd. * proinde '). Cf Sveton. Tib. 52, 3 sg. 4 Liv.
IV 37, 6. - 106 comparativo, col significato di « molto » : * Germ. S, 3 ' quam (se. captiuitatem) longe
impatientius feminarum suarum nomine timent'. ann, IV 40, 10 Monge acri US
arsuras '. XII 2, 6 ' longeque rectius Lolliam induci '. Altri
ess. ne erano apparsi in Virgilio, Fedro, Velleio Patercolo. ^ B È notevole che
Tacito si valse in più luoghi de' suoi scritti di alcune espressioni o frasi
che si osservano nella Germ. : daremo evidenza alle più importanti di esse,
disponendone i confronti secondo l'ordine cronologico delle opere di Tacito. ^
I. Per il libro de uila et morihus lulii AgHcolae: 1.** Germ. 36, 4 ^ ubi m a n
u a g i t u r '. Agr. 9, 6 * plura manu agens'. 1 L'uso classico deU'avv.
Moage' si restringe a rinforzare il superlativo o ad accompagnare » per
renderne più efficace la significazione, alcune voci particolari, quali *
alius> aliter, diuer* sus, dissimiiis ', etc. ; e i verbi: ^abesse*, v. Cic.
ep. (ad fatn) II 7, 1. ad AiL VI 3, 1 ;"* antecellere *, v. id. in Yert,
IV 53, 118. p. Mxir, 13, 29; * anteponere *, v. id. de or. I 21, 98; *
dissentire ', v. id. Lael. 9, 32; • praestare ', v. id* Brut. 64, 230 ; e
simili. Quanto all'uso dell'avv. * longe ' col superlativo, v. inoltre Plin. n.
A. 3, 5. 4, 66. 5, 70. 9, 131. 19, 146. 23, 92. 24, 125. etc. 2 Vero. Aen, IX
556 * longe raelior \ Vell. Paterg. h. R» II 74, 1 * 1. tumultuosiorem *.
Phaedr. /a6. Ili 7, 6 *L fortior'. Cf. Pbtron, sat 9, p. 39, 1 ' 1. malore nisu
'. 98, p. 465, 5 * 1. blaiidior '. 3 Nel confronto sarà incluso VAgr.^ tuttoché
comunemente si ammetta che questo sia stato scritto prima della Germi le ra^
gioni sono state esposte a lungo nel nostro libro sopra citato, V autore del l
* de origine et situ Germanorum ', Roma, 1902. 107 2.** Germ. 4, 4 ' unde
habitus quoque corporum.... idem omnibus. Agr. \\^ 2 ' habitus corporum uarìi \
' 3/ Gemi. 6, 14Mn uniuersum aestimanti plus penes peditem roboris '. Agr. 11,9
Mn uniuersum tamen a e stimanti Gallos uicinam insulam occupasse credibile
est'. ^ 4.** Germ. 30, 13 ' orane r o b u r in p e d i t-e ': cf. 6, 14 ' plus
penes peditem roboris '. Agr, 12, 1 M n pedite robur'. Livio preferi la frase '
lecta robora uirorum '. ^ 5.** Germ. 17, 6 ' ut quibus nuUus per commercia
cultus '. 24, 12 ' seruos condicionis huius per commercia tradunt '. Agr. 28,
14^ per commercia uenumdatos '. 39, 4 * emptis per commercia'. 6.** Geì^m. 21,
12 * notum ignotumque quantum ad ius hospitis nemo disceruit '. Agr. 4:4^ 7
*quant u m a d gloriara, longissimum aeuum peregit '. Vedi inoltre hist V 10,
8. Della espressione * quantum ad ', sostituita alla comune ^ quod attinet ad
', si osserva prin^ft un es., non incensurabile, in Ovidio: lo agcolse, poi,
Seneca. ^ Ma un termine dì passaggio tra le due 1 L' espressione ' habitus
corporis ' fu , poi, ripetuta da Pliii. efii8t VI 16, 20 e da Svbton. deperdiL
Ubrorum reli pagt ^9^ 12, e4 Ralh. Plin. n. h, U, 224 menziona i ^siqgulos anitpi habitus '. « Vedi il cap. Ili, C, III, 2^ 3 Liv. VII 7, 4: cf. Vili 10, 6. 2. 1. 4
OviD ars am. I 744 ' quantum ad Pirithoum \ Skn. ^^ XII 3 («5?, 14 ' quantum ad
habitum mentis *. Un altro ea^ di Seneca è cit neWausfùhrl. Handwh. del
GaoaeES, II, o. 19091. Vedi G. Leopardi , penneri di Daria filoso^ e di belln
leUenklura » Firenze, suec. Le Mounier, 1898 ; voi. I, p. 256. locuzioni notasi
nelle frasi dì Seneca il retore: ^ quantum ad meum stuporem attinet; quantum ad
ius attinet '. ' II. Per le historiae : 1.° Germ. 25, 6 * occidere solent, non
disciplina et seueritate, sed impetu et ira '. hist I 51 , 5 ' asper^fto
militiam tolerauerant ingenio loci caelique et seueritate disciplinae'. La
stessa frase , espressa in forma di endiadi come nella Germ,, appare prima in
Cicerone e nel beli. Alex. ^ 2.** Germ. 3, 18 'ex ingenio suo quisque demat uel
addat fldem '. hist. I 82 , 13 ' manipulatim adlocutl sunt ex suo quisque
ingenio mi tius aut horridius '. Vi sì accosta la frase plìniana ; * uaria
circa hoc opinio ex ingenio cuiusque'. "^ 3.° Germ. 13, 20 ' ipsa
plerumque fama bella profi igant '. hist. II 4, 11 ' pr fi igauer at beli u m
ludaeicum Vespasianus '. IV 73, 6 ' profligato bello '. La frase * proflìgare
bellum ' risale a Cicerone e Livio: •* si rese d'estensione maggiore,
sostituendosi a i Sen. rhet. eonirou. VII 1 (16-, 1, p. 298, 18. X 5 (34), 16,
p. 509, 8, ed. e. Nella n. h. 25, 12 sì nota * in quantum *. s Cic. p. Cluent
46, 129 * magister ueleris disciplinae ac soueri tatis ' : cf. m Catil. I 5,
12. Script b, Alex. 48, 3 * mìlitarem disciplinam seueritatemque minuebant '.
65, 1 ' quae dissoluendae disciplinae seuor i t a t i s q u e essent '
(Kuebler). Cf. Liv. XXXIX 6, 5. 3 Plin. n. h. 8, 48: cf. 34, 57; e Liv. Ili 36,
1. 4 CiG. ep. dadfam.) Xll 30, 2. Liv. IX 29, 1 ; 37, 1. XXI 40, 11. XXXV 6, 3.
XXXIX 38, 5. V. i commenti Orelli-Meiser, Heraeus, Valmaggi a Tag. hist. II 4.
- 109 ' bellum ' gli aec. * aciem, classem, copias, hostem, iaimicos, proelium
', etc. ^ 4.° Germ. 3, 18 'ex ingenio suo quisque demat uel addat fidem'. hist
II 50, 7 ' ita uolgatis traditisque demere fidem non ausim \ III 39, 3 ' a d d
i d i t facinori fidem': v. ann. IV 9, 5. Si notano ess. delle locuzioni '
demere fidem ' e ' addere fidem ' in Livio e Ovidio : ^ in un 1. di Cicerone i
due verbi ' addere ' e ' demere ' sono disposti in antitesi , come nel 1. e.
della Oerm. ^ 5.*" Germ. 42, 8 ' sed u i s et p o t e n t i a regibus ex
auctoritate Romana'. hisL III 11, 15 ' uni Antonio uisac potestas in utrumque
exercitum fuit '. ** L' espressione * uis ac potestas ' del 1. e. delle hist si
connette con la frase di Cicerone: ' u i m omnem deorum ac potestatem'. ^ 6.''
Germ. 36, 7 ' tracti ruina Cheruscorum et Fosi '. hist. III 29, 5 ' quae (se,
ballista) ut ad praesens disiecit obruitque quos inciderat , ita pinnas ac
summa i Plavt. mil. gL 230 (II 2, 75 . Cic. p. Rab. FosL 15, 42. Phil XIV 14,
37. Cabs. b. e. II 32, 11. Nep. XIV vDat.) 6, 8. Liv. Vili 8, 9. X 20, 14.
XXVIII 2, li. SiL. It. Pun. XI 398. Tac. ann. XIV 36, 7. « Liv. II 24, 6. OviD. rem. am. 290. 8 Cic. aead- pr. II 16,
49. Vedi per altri e?s. di posizione in antitesi dei vv.
* demere ' e ' addere * 1' ausfùhrl Handwb. del Georges, I, e. 1903. 4 u!
Zbrnial, op. e, p. 81, aggiunge al confronto un 1. del dial. de oratoribus 19,
24 ' qui u i e t p o t e s t a t e , non iure aut legibus cognoscunt '. 5 Cic de nat d. III 36, 88. Cf. seripL rhet ad
Her. I 5, 8 no ualli r u i n a sua t r a x: i t ' : ma
nel 1. e. della Germ. ' mina ' ha significato metaforico. * 7.° Germ. 44, 1 1 ^
m u t a b i 1 e... hincuel illinc r e m i g i u m '. hist III 47, 18 ' pari
utriraque prora et mutabili remigio, quando bine u e 1 illinc appellere
indiscretum et innoxium est ' : v. anche ann. II 6, 7. 8.° Germ 24, 13 ' ut se
quoque pudore uictoriae exsoluant '. hist III 61, 15 * p u d o r e proditionis
cunctos exsoluerent'; arrogi ann, VI 44 , 20 ^pudore proditionis oranes e x s o
1 u i t '. ^ In simile accezione metaforica appare il v. ' exsoluere ' in
Terenzio, Cicerone, Virgilio, Livio, etc.'* 1 Cf. la frase * tra bere ruinam'
in Verg. Aen, II 465 ?g. ; 631. Vili 192. IX 712 sg. ^a costruito ^ proditur '
nella Germ. 8, 1 ' meraoriae pròdilur quasdam acies inclinatas iam et labantes
a Sforni nis restitutas '. ^ Consideriamo le leggi sintattiche aventi per
obtóÉto r uso dei casi. I. Accusativo : l.*' L' acc. di relazione, in
dipendenza da un aig^tivo da un participio, osservasi nella Gemi. 17, 12 '
nudae brachia ac lacertos '; e nella n. h, XIII 29 ' uitilem sibi arborique
indutis circulum '. Ess. consiirfli 1 Quanto alla costpuzione del v. * narratur
' con Tace, e Titifin., invece di * narra ntur * col nominativo e l'infin, per
significare, come scrive G. Helmrbigh, c b e s t i m ra t e Angaba und
M'itteilung, auch durch Schriftsteller, im Gegensatz zu vagem Gorùcht »: V. la
recensione del l'bro del Wormstall, uebèr aie Chamaoer, Brukterer und
Angrioarier ole, nel Jahreàbèrìcht ueber die Fortschritie der class. Alteri
humswissensehaftyXVll (1889;, 2. Abtheilung, p. 255 (Jahresb. ueb. Tao.), « In
altri 11. della n. A. ò preferita la f rma attiva * narrkht *: V. 2, 126 ; 236.
8, 35. 32, 75 etc. 3 OviD. mei. XV 311 sg. ' admotis Aihamanas aquis
actiiàhdere Jignum | narratur *. 4 Un costrutto analogo osservasi in Liv. XXV 31,9 Val. Mix. /. ei d. m. II 6, 10. Cf.
Caes. b. G. V 12 1. Tac. ann. Ili 65 , 9.
[dial. de orato ribus 32, 27]. 136 si notano in Virgilio ^ ed altri poeti
delPetli augustea: ne presenta anche la latinità argentea , i cui scrittori
predilessero i costrutti poetici e di fonte greca. ^ 2.^ L'acc. ' cetera ' è
assunto , talvolta , in funzione avverbiale: Germ. 17, 2 ' cetera intecti totos
dies iuxta focum atque ignem agunt '. 29 , 12 ^ cetera similes Batauis '. 44,
20 ' cetera similes uno differunt '. n. h. Vili 40 ' tradunt in Paeonia feram
quae bonasus uocetur equina iuba , cetera tauro similem '. XXII 133 ' est
etiamnum aliud sesamoides , Anticyrae nasqens , quod ideo antiqui Anticyricon
uocant, cetera simile erigerenti herbae '. La prosa latina aveva già accolto lo
acc. ' cetera ' in funzione avverbiale, ^ ed anche prima r aveva accolto la
poesia, che ne continuò V accezione neir età augustea. * 1 Verg. Aen, IV 558
sg. Non ó es. sicuro quello dell' Aen, I 320 ' nuda genu ', in cui ^ genu ' può
essere accettato per ablativo. Per la stessa ragione il Draegkr, ueber Synt u.
Si, d, Tac^y § 39, p. 19, riconosce es. noi sicuro di acc. di relazione il 1. degli
ann. XVI 4, 11 * flexus genu '. 2 Vedi gli ess. in Màdvig, lai. Sprogl.'y §
203, a, Anm., p. 154. Cocchia, sint. lai., § 55, p. 1 17 sg. Valmaggi, comm.
hist Tae. lib. 1, p. 134; lib. 11, p. 34. Cf. inoltre* Tag. hist IV 81, 9. ann.
VI 9, 13. XV 64, 15. e te. 3 Cic. orai, 25, 83 (letto secondo il cod.
Viteberg., / del Friedrich). Sall.
lug, 19, 7; cf. hisL IV 9 (Kritz). Liv. I 35,6. Vell. Paterc. h. R,l\ 119, 4. Cf. Tac. Agr, 16, 10. ann, VI 15, 5; 42, 12. * Enn. ann, 1 fr. 32, in
PLM. , voi. VI, p. 64, ed. Baehrens. Verg. Aen. Ili 594: IX 656: cf. Serv.
eomm. in Aen. IX 653, p. 368, voi. 11, fase. 2.o Th. Hor. earm, IV 2, 60. ep, I
10, 2 e 50. Vedi Madvig, lat Sprogly § 203, a, p. 154. Cocchia, sint lai, , §
60, b, p. 131. IL Genitivo : ^ 1.^ Il genitivo parti ti vo trovasi in
dipendenza dal relativo neutro * quod ', posposto, che funziona da soggetto
della proposizione sg. : Germ. 15, 8 * conferre principibus uel a r m e n t o r
u m uel f r u g u m quod prò honore acceptum etiam necessitatibus subuenit '.
n. Ti. XXX 127 * feni Graeci quod III digitis capiatur '. Ess. anteriori si
notano in Cesare e Livio. ^ Vi ha, però, chi nel 1. e. della Gemi.y facendo
precedere al ' quod ' una virgola, trovi un costrutto ellittico, che nella sua
interezza somigli ad un altro 1. della Germ. 18, 6 ' ipsa armo rum aliquid uiro
adfert ', 3 simile al 1. della n. h. XXVII 130 / additur piperis aliquid et
murrae '. Ma, se cosi fosse, avremmo una costruzione ellittica isolata , priva
di base , se ne togli un ravvicinamento, del resto non improbabile, col passo
degli ann. di Tacito XV 53, 8 ' iacentem et impeditum tribuni et centuriones et
ceterorum , ut quisque audentiae habuisset, adcurrerent trucidarentque '. ^
2.** Per l'uso del genitivo in dipendenza da un comparativo neutro plur.,
considerato come sostantivo, vi è rispondenza tra la Germ. 41, 1 'in secretiora
Ger 1 Vedi U. Zernial, sei quaedam eap. ex genet usu Toc., Gòtt. 1864. « Caes. 6. G. Ili 16, 2. Liv. XXVIII 8, 9. Cf.
Tac. hisL II 44, 20 3 U. Zernial, Germ. erkl p. 41. Cf. il comm. del Heraeus alle hisL di Tac. II 44. 4 Vedi CoNSTANs, étude
s. L langue d. Tac, n.^ 81, p. 45. figli crede probabile che sì tratti di un
costrutto ammesso dalla lingua popolare: non ne adduce però le ragioni. 138
maniae porrìgìtur ', ^ elsin.h. XVI 187 ' et sabuci interiora mire firma
traduntur ' : cf. 6, 33. Se ne osserva qualche es. in Cicerone ^, a** Tra gli
aggettivi che, tanto nella Germ. quanto nella n. h., hanno, talvolta, il loro
complemento in una forma nominale di caso genitivo, si debbono annoverare i
sgg. : a) ' fecundus ' : Germ. 5, 5 ' pecorum fecunda '. n. h. XXXIII 78 ^
nulla fecundior metallorum quoque erat tellus '. '^ Ma nella n. h, è ammessa
anche la costruzione con r ablativo : XI 233 * numeroso fecunda parta '.* b) * impatiens
' : Germ. 5, 4 ' frugiferarum arborum impatiens '. ^ n. h.XXl 97 ' unum autem
caulem rectum habet uetustatis inpatieutem '. ^ Questa costruzione appare la
prima volta nella lingua poetica dell' età augustea; poi si estese alla lingua
della prosa. ^ J Vedi Valmaggi, il geniiioo ipoiaitieo in Tae.\ in Boll, di
^lol class., a. IV, n.» 6, pp. 130-135. 2 Cic. ad AH. IV 3, 3. Cf. Tac. hist.
II 22, 3. V 16, 5: nel secondo de' due 11. ce. il cod. dà la lez. * propiora
fluminis Transrhenani tenuere ' ; il Nipperdey, il Halm, il Ritter e altri vi
sostituiscono * flumìni '. 3 La costruzione col genit. notasi prima in Hor.
carm. IH 6, 17. CoLVM. de r. r, IX 4, p.
552, 5 Cf. Tac. hist. I 11, 3. ann. VI 27, 16. XIV
13, 4 * V. ess. anteriori in Ovid. mei. Ili 31. X 220. Cf. Tac. hist. I 51, 26.
Il 92, 6. IV 50, 22. ann. XIII 57, 2. 5 L'espressione * patiens frugum ', in
antitesi a quella u^ata nella Germ. 1. e , osservasi in Tac. Agr. 12, 16. 6 V.
altri ess. sopra, cap. I, A, 111, n.« 13, p. 39. 7 Vero. Aen. XI 639. Ovid. ars am. II 60. mei. VI 322. XIII
3. trist. V 2, 4. Vell. Paterc. /i. i? II 23, 1. Cvrt. hist. A. Ai. Ili 2 (5j,
17. IX 4 (15). 11. Cf. SiL. IT. Pan. Vili 4. Tao. hist. II 40, 11; 99, 7. ann.
Il 64, 13. IV 3, 5; 72, 2. VI fó,8. XII 30, l. 139 e) * superstes ' : Germ. 6 ,
24 * muHique «operdtites bellorum infamiam laqueo flnierunt '. n. h, VII 156 '
M. Perpennaet nuper L. Volusius Saturninus omnium... superstites fuere ' : v.
7, 134. Cicerone ne aveva dato r es.* Nella Qerm. si
accoglie anche la costruzione di ' superstes ' col dativo, secondo gli ess. di
scrittori precedenti : 2 14^ 3 * infame in omnem uitam ac probrosum superstitem
principi suo ex acie recessisse '. 4.** Quanto al genitivo * moris ' col verbo
* esse ' valgano i sgg. confronti: Germ. 13, 2 * arma sumere non ante cuiquam
moris, quam ' e. q. s. 21, 13 ' abeunti, si quid poposcerit, concedere moris \
n. h. XIX 51 ' usque ad eum (se. Epicurum) moris non fuerat in oppidis habitari
rura ' : v. 17, 66 ; 214. La locuzione * moris esse ' col soggiuntivo retto da
* ut ' o con Tinflnito, era stata adoperata da Cicerone, Livio, Velleio
Patercolo, Valerio Massimo, Seneca, etc. ; ^ poi, per il tramite di Tacito e di
Plinio il giovane, * passò nell'uso 1 Cic. ad Q. fr. l 3, 1. Cf. Tac. Agr. 3,
13. ann. I 61, 14. Il 71, 11. Ili 4, 11. 8 Plavt. asin. 21 (I 1, 6). Ter. haut.
1030 (V 4, 7). Ovid. ara am. Ili 128. mei. XI 552. etc. Cf. Tac ann. V 8, 12.
Nei sgg. 11. : Plavt. irin. 57 (I 2, 19); Cic. ep. {ad fam.) VI 2, 3; HoR. e.
saee. 42, resta io dubbio se la v. ' superstes ' sia costruita col genit. o col
dat., essendo forme dell' uno e dell' altro caso ì rispettivi complementi : '
uitae tuae, rei publicae, patriae '. 3 Cic. in Verr. I 26, 66. Liv. XXXVI 28,
4. Vell. Patbro. A. K lì 37, 5 ; 40, 3 Val. Max. /. et d. m. II 8 , 6. Sbn.
disi. X 13, 8. 4 Tac. Agr. 33, 1. 39, 2 (Ietto secondo il cod. Vatic. 342(), A
del Halm). 42, 19. hist I 15, 3. ann. I 56, 17 ; 80, 2. IV 39, 3. Plin. epi%t
II 19, 8. Ili 21, 3. degli scrittori seriori, ^ invece della est ', preferita
dalla latinità classica. ^ III. Dativo : ^ 1.° Il dat. di attribuzione trovasi,
talvolta, sostituito al genitivo, in dipendenza da alcuni sostantivi: Germ, 16,
11 ' solent et subterraneos specus aperire , suf fugium hiemi ^ et receptaculum
frugibus '. 44, 11 ' est apud illos et opibus honos '. n. h. XXXVI 198 '
maximus tamen honos in candido tralucentibus {se. uitris).-^ Il dativo di
attribuzione osservasi , sebbene di rado, negli scritti anteriori al 1.''
secolo dell'impero : ^ dopo. 1
Cf. IvLiAN. ìq dig. HI 2, 1. Vlpian. in dig. XLVIII 19, 9. 2 Vedi Georges,
ausfuhrl. Handwb. , II, e. 904. Nella n. h, si accoglie anche
la locuzione classica ' mos est*: v. 4 , 33. 11 , 184. 19, 73. 25, 77. 28, 36.
29, 4. 33 , 11; 21. 34 , 16. Si nota * in more est * in 16, 13. 3 Vedi, quanto
ali* uso del dat. la monografia di W. Knoess, de dat. fin. qui die. usa Tac.
eornm., Vpsaliae 1878; e quella di A. CzYGZKiEWiGz, de dat. usu Taeit.y BroJy
Hiemi ' ò la lez. data dai codJ. Il Reifferscheid ed il Halm congetturano *
hiemis *; il Halra però dubita: * aa hieme? * Certo è che la costruzione di *
suffugium * col genitivo osservasi in un altro 1. della Germ. 46, 18 * ferarum
imbriumque suffugium * ; ed ò preferita da Qvintil. L o. IX 2, 78 * suffugia
infirmitatis*; e da Tac aan. IV 66 , 11 * urguentium malopum suffugium •. 5 In
Tac. Agr. 21, 9. hist. I 21, 6 * honor ' si accompagna col genitivo. Anche col
genitivo sono costruiti ' rector* e * subsidia * nella n. h. 2, 12. 35, 102. 6 Caec. Stat. eom, rei. ll9(Ribbeck)
* meae morti remedium *. Cic. de or. I 60, 255
* subsidiura... senectuti * ( ma nello stesso 1. * subsid. senectulis '). in
Catll. II 5, 11 * huic..bello..ducem *. Catvll. 63, 15 * mihi comites *. Vero.
Aen. V 111 * pretium uictoribus '. r uso si estese di più. * 2.° Nella Germ. e
nella n, h. si accoglie T uso del ^ datiuus absolutus' : - Germ. 6, 14 * ìq
uniuersurn a estimanti plus penes paditein roboris \ n. h. XVI 178 '
proxirneque aestimanti hoc uideantur esse, quod in interiore parte mundi
papyrum ' : v. inoltre 15, 72. 16, 200; e cf. 36, 120. Costrutti analoghi sì
notano in Cesare, Virgilio, Livio, Ovidio. '• 3.** Degli aggettivi che, tanto
nella Germ. quanto nella » Vedi Tac. hisL 1 22, 11 ; 67 , 4 ; 88 , 5 ( ma '
minister ' col genit. in hisL II 99, 13: cf. Verg. Aen. XI 658). II 1 , 2. Ili
6, I. IV 19, 6; 22, 17; 61, 15 ( ma • pignus * col geoil. in hisL III 72, 4 ;
76, 4. V 8, 2. ann. I 3, 1 ; 22, 1 ; 24, 9; 56, 16. II 21, 13; 43, 27; 46, 23;
60, 18; 64, 18; 67, 12. Ili 14, 18; 40, 5 e 13. IV 60, 8; 67, 8. VI 20, 2 ; 36,
12 e 14; 37, 14. XI 8 , 4. XII 22, 10. XV 53, 5. etc. * Il Cocchia, sinL lai.,
§ 73, IH, p. 159, lo chiama 'd«t. iudicantis '. Vedi Draeger, ueber Syni. u.
Si, d. Tao. 3, § 50, p 24; e Valmaggi, comm hisi. Tac, lib. II, p.' 96 II Constans,
étude 8. l lanyued Tac-y n.^ 91, p 51, nega C come lo Sghmalz, lat. Sf/ni. 426)
che sia costruzione greca, e lo crede « un datif de rinterèt atlénué »:
tuttavia, mentre egli ammette che nell'A/yr. II, 10 « le datif n'est pas douteux », per il 1.
delUi Germ. 6, 14 dee « qu* il est trés probable »: n ^* 250, 2", p 114. 3 Caes b. e. Ili 80, 1. Verg. Aen. Vili 212. Liv.: cf. X 30, 4. Ovid. meL VI 656. VII 320. Cf. Tau Agr. 11,
10. hist II 50, 12. Ili 8, 6. IV 17, 16. V 11,
18: aggiungiamo Agr, 10, 12, conservandovi lì lez. * transgressis ', data dal
cod. Vatic. 3429 (A del Halm). B Renano, seguito dal Halm ( e, nella ed.
torinese deWAgr., 1886, p. 23, dal Decia) la mutò in * transgressa ': il
Ritter, accogliendo la congettura del Busch, Tespunse. L'osservazione sul dat.
assoluto resta ferma, ancorché si voglia accettare l'emendazione del
Doederlein, che fa rientrare ' trans-^ gressis ' nella proposizione seg., dopo
* sed *. 142 n. /i., reggono il dativo, ci sembrano degni di nota : aji> *
diuersus ' : Germ, 46, 11 ' quae omnia diuersa Sarmatis sunt, in plaustro
equoque uiuentibus '. n. h. XII 97 * pretia nulli diuersiora '. ^ Cicerone non
evitò il costrutto col dat., " ma si avvalse anche di quello COR' r ablativo.
^ h).' auspicatissimus ' : Genn. 11, 5 ' agendis rebus hoc auspicatissimum
initium credunt '. * n. h. XVI 75 * spina nuptiarum faci bus auspicatissima '.
^ 4.° Quanto ai verbi composti che sono usati col dat., ^ notiamo i sgg. : a) '
accedere ' : Gey^m. 4, 1 ' ipse eorum opinioni bus ^ accedo '. n. h. IX 17 '
nec me protinas huic opinioni eorum accedere haud dissimulo ' : v. inoltre 6,
213. 7, 146. 15, 14. 32, 143. 34, 8. 37, 101. etc. Ma ess., tuttoché non
frequenti, ne avevano dato Ennio, Cicerone, Nepote, Orazio, Livio, Velleio
Patercolo, Columella, etc. ^ 1 'Dtiiemus* è costruito col genit. in Tao. hist.
IV 84,2. ann. XIV 19, 5. « Cic. de leg, agr.
II 32, 87. Cf. Vbll. Paterg. h. R. II 75, 2. 3 Clc. Brut 90, 307. •* Vedi
Draeger, ueber Syntu. SL d. Tao, 3 , § 206, B, b, p. 83. CoNSTANS, étude s l
langue d, Tae. , n.** 95, 3, p. 54. 5 Vedi 60pra, cap. I, A, III, 4.",
pag. 35. 6 Vedi Av Lehmann, de tteròf'8 compos. apud Sali, Caes., Tae. cum dat
siruet, Breslau 1863. 7 II Meìser e il Halm
sostituiscono * opinioni * ad *opinionibus' che ò lez. data dai codd.: ò una
sostituzione che non fa venir meno 'a nostra osservazione: v. la nota 3, pag.
14. 8 Enn. ann. XIV fr 260, in PLM., voi. VI, p 95, ed. Baehrens (cf. Magrob
$at VI 5, 10) Cic. ad Q. fr. I I, 1. ad Ait V 20, 3. Nbp I (Milt.) 4, 5. HoR.
sai II 5, 71 sg. Liv. XXVI 50, 12. VEJ.L Patebc. h i?. I 8, 5 C0J.VM de r r III
21, p. 398, 8. Cf. -- 143 b) ' eximere ' : Oey*m. 29, 6 ' exerapti oneribus et
collationibus '. n, h. XXX 51 ' canìnus (se. lien) si uiuenti exinaatur et in
cibo sumatiir ', e. q. s. La costruzione col dat. era stata prima accolta da
Plauto, Virgilio, Livio, Seneca, Curzio, etc. ' e) ' interuenire ': Germ. 40 ,
7 ' interuenire rebus hominum '. n. h. XXI 68 * in Italia uiolis succedi t
rosa, buie interuenit liliura ' : v. 18, 342. 33, 127. È costruzione classica,
confermata dagli ess. di Cicerone. ^ 5.*" Il dat. appare usato per
complemento di un verbo passivo air infinito o in un tempo finito semplice : ^
Germ. 16, 1 ' nuUas Germanorum populis urbes habitari satis notum est'. 39, 13
* centum pagi iis habitantur '. ^ n. h. II 247 ' quem (se. Eratosthenen) cunctis QviNTiL. L 0. IX 4, 2. Tac. hist. I 34, 2 ; 57, 7 ; 59, 8 ;
70, 4. II 33, 1 ; 58, I. etc. 1 Plavt. mere, 127 (l 2, 17). Vero. Aen. IX 447. Liv. Vili 35, 5. Sen. de ben. VI 9, 1. Cvrt. hist A.
M. VII l (l), 6. È dubbio se si tratti di dativo o di ablativo nei ?gg. 11. :
Hor. carm. II 2, 18. ep. I 5, 18. Liv. V 15, 3. VI 41, 2. XXVIII 39, 18. XLV
31. 12. CvRT. hist A. M. VI 3 (7», 3; 11 (43., 24. Quanto alla costiuzione col
dat., cf. Qvintil. i. o. X 1, 74. Tao. ann. I 48 , 7; 64, 9. IV 35, 4. XII 56,
17. XIV 48, 9; 64. 2 (ma con Tablai. retto da * e ' in Agr. 3, 14}: vedi
ilcomm. del Nipperdey ad ann. XiV 64. Per la condizione postclassica del v.
'eximere' col dat. nella prosa latina, v. Krebs-Schmalz, antib. I, p. 497. 2 Cic. de or. II 3, 14. ad Q. fr. l 2,
1,2. de fin. I 19, 63. Cf. Liv. I 6, 4 ; 48, 1. XXIII 18, 6.
Ovid. met XI 708. Tac. hist IV 85, li. 3 II dat. usato col part. perf. e coi
tempi composti di un verbo passivo è un costrutto più frequente, anche nei
tempi della latinità aurea. Vedi Cocchia, sint lat , § 73, V, p 160. ^ Nei
codd. si legge ' pagis habitantur*: noi ci atteniamo all' enoendazione del
Brolier, * pagi iis habitaniur ' , accolta dal Ma^sroenn, dal Riiler,d8l Halm,
dal Kritz, dal Finck, etc La. 144 probari uideo * : v. 3, 9; 54. 16, 249. 36,
12. etc. Cicerone se n' era avvalso, sebbene di rado, massime con r
intendimento di significare un'azione vantaggiosa all' autore di essa. ^ IV.
Ablativo: 1.** All'accusativo predicativo trovasi sostituito l'ablativo ' loco
' col genitivo : Ge?^m. 8, 9 * Velaedam diu apud plerosque numinis loco habitam
'. n. h. Vili 173 ' est in annalibus nostris peperisse saepe (se. mulas), uerum
prodigii loco habitum '. La sostituzione è riferita anche al nominativo : n. h.
XXXIII 46 ' hic nummus {se. uictoriatus) ex lUyrico aduectus mercis loco
habebatur': cf. 11, 191. Cicerone, Cesare e Bruto avevano dato i primi ess. di
tale uso sintattico. ^' 2.° L'ablativo di luogo appare privo della prep. ' in '
nei sgg. 11. della Germ.: 10, 13 Msdem nemoribus.ac lucis'. 37, 3 * utraque
ripa'. 40, 18 ^ secreto làcu abluitur '. etc. Lo stesso osservasi nella n. h.
II 168 ' siue ea {se. palus Maeotica) illius oceani sinus est...., siue
congettura deir Ernest!, ^ pagis habitaot ' , fu seguita dal Dilthey, dallo
Zernial, da Io. Mueller, etc. Il Kiessiing riproduce la lez. dei codd ,*
quamquam nibil', egli soggiunge, op. e, p. 143, ' adhuc ex scriptoribus Latinis
afferri potuit, quod hunc huius uerbì usum confirmaret*. 1 Cic. pari. or. 5, 15
m Verr. V 45, 118. ad AH. 1 19, 4. Tuse. V 24, 68. de off. Ili 9, 38. Cai. m.
11, 38. Cf. Tag. Agr. 10, 7. hi9i. I 11, 9; 27, 9; 35, 8. II 80, 21 ann I 11,
11; 17, 23. II 57, 18. XII 1, 9; 9, 8 etc. « Cic. de inu. rhei. II 49, 144. de dom. s 14, 36. ep. (ad fam.) VII 3,
6. Caes. ò. G. vi 13, 1. Brvt. in Cic. ep. ad Brut I 17, 5. Cf Tac. hisi. II 91, 2. IV 26, 7. ann. XIII 58, 4. Vedi Cocchia, ami.
laL, § 12, V, e, p. 18. 145 angusto discreti situ restagnatio \ Vili 99 '
hiberno situ membrana corporis obducta ' : y. 6, 74. 10, 62. 19, 48. 25 , 63.
etc. * Nella Germ. si accoglie anche 1' uso della prep. ' in ', quando con 1'
ablat. di luogo si accompagni il pron. * idem ', p. e. 12, 10 * in isdem
conciliis ', che sintatticamente risponde al 1. e. sopra, 10, 13 ' isdem
nemoribus '. Similmente nella n. h, 2, 205; 219 osservasi 1' espressione ' in
eodena loco '. ^ Così nella Germ. 36, 1 si legge ' in latere Chaucorum ' : costrutto
accolto nella n. h. 3, 22. 9, 50. 35, 22. etc. , ma rifiutato in 2, 73; 168. 4,
40; 110. 5, 72; 74. 6, 191. 24, 160. etc. ^ 3.** Gli aggettivi ' ferax ' e '
ingens ' sono usati nella Germ. con un complemento di relazione in ablativo :
a) Germ. 5, 4 ' satis ferax ' : al contrario n. h. XV 100 ' qui {se. acini)
minime feraces musti '. Il costrutto 1 Potremmo aggiungere n. h. XXXVII 19 *
exposìta occuparent iheatrum peculiare trans Tiberim h o r t ì s ' secoado la
lez. data dai codd. e dalla * uulgata ', accolla neir ed. Harduin, II, p. 767,
9, ma rifiutata dal cod. Banberg. e dalle edd. Jan (vo^ V, p. 145, 38) e
Mayhoff (voi. V, p. 388, 10}, che ammettono ' in hortis •. Cf. Tao. hisL I 64,
17. II 1, 13; 43, I ; 50, 9 ; 62, 2; 66, 4. III 22, 15; 38, 3; 61, 5. V 5, 21.
ann. I 61, 12; 65, 20. Ili 38, 10. IV 43, 9. XlV 61, 3. etc. 2 Negli scritti di
Tac. si preferisce, in tal caso, respingere la prep. * in •; valgano d'es. hisL
I 55, 10. II 45, 12. Ili 13, 16; 72, 17. IV 53, 4. ann. I 31, 12. II 24, 11. XIV
44, 12. etc. Vedi la monografia di F. Schneider, quaesL de obi. usu Tao., I,
Lìgniciae 1882. 3 Tac. accolse tale costrutto in ann. III 74, 10; lo rifiutò in
ann. XV 38, 17. Per V uso classico dell* ablat. di luogo senza la prep. * in ',
v. Cocchia, sinL lai., § 78, I, p. 178 sgg. Consoli, La Germania comparata. 10
146 col complemento in ablat. è dato da Virgilio; ^ m&. il costrutto col
genitivo è presentato da Orazio , Livio , Ovidio , e seguito da Valerio Fiacco
, Tacito , etc. ^ : d' onde quella incertezza d' uso, che si osserva in Plinio
il giovane, ^ salvo che si voglia attribuire quella che può parere incertezza,
a difTerenza di significazione, secondo che propria o in traslato, della v. '
ferax '. b) Genn. 37, 2 * parua nunc ciuitas, sed gloria ingeas ' : cf. n. h.
23, 75. Il costrutto di ' ingens ' con r ablat. era stato adoperato da Virgilio
: * Sallustio preferì, invece, il costrutto col genitivo. ^ D Le osservazioni
che seguono si restringono a determinare le relazioni sintattiche concernenti
1' uso dei modi: quello che e' è da dire in rapporto all' uso dei tempi, sarà
trattato in dipendenza dall' uso dei modi del verbo. 1 Vero, georg. II 222 *
illa ferax oleosi ' (Ribb.) , o maglio ' oleo est \ secondo la lez. preseatata
dai codd. Palat. e Rom., confermata da Nonio Marcello (p. 500, 23 ed. Mere; p.
341, 6 ed. Gerlach-Roth) e da Arusiano (VII 473 K). « HoR. e. aaee. 19. epod. 5, 22. Liv. IX 16, 19. Ovid. mei.
VII 470: cf. am. II 16, 7. Val. Flagg. Argon. VI 102. Tac. ann. IV 72, 9. etc.
3 Plin. episi. IV 15, 8 * ferax... bonis artibus *. II 17, 15 * arborum ..
ferax *. Vedi Draegbr, hist Synt, § 206, 3, p. 441 sg. ueber Synt u. Si. d.
Tac. 3, § 71, a, p. 33. 4 Vero. Aen. XI 124; 041.
Cf. Stat. sii. I 4, 71 sg. Tac. hisL I 53, 2; 61, 1. II 81, 3. ann. XI 10, 12. XV 53, 7. 5 Sall.
hisi. III 10, ed. Kritz. Cf. Tac. hist IV 66, 17. ann. I 6% 4. 147 I. Indicatwo: 1.** L' indicativo retto da * dum ' conservasi
anche nelle proposizioni subordinate che si trovino in dipendènza da altre
subordinate: Oerm. 12, 5 ' diuersitas supplicii illuc respicit, tamquam scolerà
estendi oporteat , dum puniuntur, flagitia abscondi '. Lo stesso si osserva
nella n. h. XXVII 42 * uolneribus sanandis tanta praestantia est, ut carnes
quoque, dum cocuntur, conglutinet addita '. ^ Cicerone ne aveva dato qualche
raro es., seguito poi da Livio e da altri scrittori. ^ 2."* Risponde all'
uso sintattico più corretto * prout ' con r indicativo : Germ. 3, 6 ^ prout
sonuit [acies '. n. h. XII 121 ' prout quaeque res fuìt \ XXXI 58 * prout res exiget
': v. 10, 180. ^ Ma in Plinio si amplia l'uso di ' prout ', talché questo
occorre anche col soggiuntivo: V. n. h. 2, 152. 5, 51. 28, 17. 29, 30. 33, 164.
^ 1 Si accompagna anche col soggiuntivo nella n. h. XXVIII 1 70 * carnesque
uesci eas et, dum coquantur, oculos uaporari iis praecipiunt '. « Cic. p. Cluent 32, 89. de fin. V 19 , 50. Liv.
XXIV 19, 3. CvRT. hi8i. A, M. VII 1 (3), 18; 8 (34),
14. etc. Cf. Tao. héat. I 33, 6. Ili 38, 22; 70, 12. V 17, 6. ann. II 81 , 9.
XIII 15 , 24. XIV 58, 15. XV 45, 16; 59, 13. Idial de oraioribus 32, 34J. Vedi
Draeger, ueher Synt a. SL d. Tao. », § 168, p. 68. Cocchia, 8int lai, § 173,
IH, a, p. 417. Frigell, epileg. ad T, Liuii Cosi Cic. in Verr. II 34, 83. ad
AH. XI 6, 7. Caes. 6. e. Ili 61, 3. Liv. XXXVIII 40, 14; 50, 5. Cf. Qvintil. i.
o. I 7, 2. VII 2, 57. Tac. hisL I 51, 17. Il 10, 9. ann. XII 58, 9. idial de
oraiorihm 31, 20]. 4 Vedi SBN. ep. XII 3 (85), 11. Tac. hist I 48, 20; 59, 5 ;
62, 15. ann. XII 6, 15. XIII 8, 12. Vedi inoltre Valmaggi , eomm. hist Tae. I,
p. 22. 148 3.** La cong. causale ^ quaQdo ' è ordinata con l'indicativo: Germ.
33, 8 ' duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui , quando...
nihii iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam '. n. h. XVIII
126 ^quando alius usus praestantior ab iis non est': v. 17, 13; 16. 21, 1. 34,
57. etc. Numerosi sono gli ess, di tale costrutto presso gli scrittori
anteriori. ^ Nella n. h, trovasi anche la cong. ' quando ' ordinata col
soggiuntivo : XVII 27 ' neque fluminìbus adgesta semper laudabilis, quando
senescant ^ sata quaedam aqua ' : v. 10, 58. dub. semi. XIII, p. 44, 14 sg.,
ed. Beck. Lo stesso costrutto col soggiuntivo si osserva in Livio e, poi, in
Tacito. ^ 4.** L'espressione ' ut qui ' con l' indicativo si nota nella Qerm.
22, 2 * lauantur saepius calida, ut apud quos plurimum hiems occupat': cf. n.
h, 30, 10. Nella n. h. si accoglie ' ut qui ' col soggiuntivo : XXXI 83 ^
quercus optima, ut quae per se ci nere sincero uim salis reddat ' : v. 18, 134.
36, 120. ^ Certo è che nel mi 1 Plavt. cist 116 (I 1, 118). Ter. adelph. 287 (II 4, 23;. Cic top. 5, 26. de fin. V 23,
67. Tuse, IV 15, 34. Sall. lug. 102, 9. Vero. Aen. X 366. Hor. sai. II 5, 9; 7,
5. Liv. XXXIX 51, 9. Cf. SiL. IT. Pun. XIII 768.
Tag. hi$i. I 87, 1 ; 90, 10. ann. I 44, 12. Vedi Cocchia, Bini, lai., § 169,
VI, avv. 2, 6, p. 407. * La lez. * senescant ' nel 1. e. della n. /i. ò
presentata dai codd. e confermata dal Mayhoff, voi. Ili, p. 72 , 14 : nella ed.
Sillig. (v. Ili, Hamb. e Gotha, 1853) si legge 'senescunt'. 3 Liv. Ili 52, 10.
Tac. hisi li 34, 4. IH 8, 13. ann. IV 64, 10. XII 6, 2. 4 Agli ess. dedotti
dalla n. A. si può aggiungere 31, 31, ove si voglia accogliere la lez. * ut
quae *, che ò presentata dai codd. Paris. 6795 e Riccard.», e accettata dalla '
uulg. * e dalle edd. Harduin. II, p. 551, 6; Mayhoff, voi. V, p. 12, 9: il Jan,
voi IV, p. 266, 2 la rifiuta. 149 -^ giior tempo della lingua latina si diede
la preferenza al soggiuntivo; ^ e qualche es. contrario che osservavasi in
Cicerone, è stato convenientemente emendato dagli editori moderni. ^ Negli
scritti di Tacito appare costantemente la costruzione col soggiuntivo. ^ II.
Soggiuntivo : 1.** Osservasi, talvolta, il presente del soggiuntivo retto da '
donec ', per indicare una circostanza reale o un'azione che si suole ripetere
per abito: Germ. a) 1, 10 ' donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat '. 35,
5 * donec in Chattos usque sinuetur '. h) 20, 5 ' donec aetas separet ingenuos,
uirtus adgnoscat '. 31, 10 * donec se caede hostis absoluat ': v. inoltre 31,
16. 40, 16. Ai 11. ce. della Germ. si possono confrontare i sgg. > Cic. Phil
XI 12, 30. Caes. 6. G. IV 23, 5. Livio accoglie tanto la costruzione con 1*
indicativo : V 25, 9 ; quanto quella col soggiuntivo. Vedi Riemann, op. e , §
115, n. 3, p. 291. Cocchia sint lai, § 160, III, ò, p. 372 sg. s Cosi, p. es,
in Cic. ad. AH. IV 16, 6 leggevasi prima • ut qui iam intellegebamus * (v. ed.
Nobbe, p. 847) ; ora si legge * quod iam i. * (v. ed. Alb. Sad. Wesenberg, par.
Ili, voi. II, p. 148, 10, in cui il 1. e. ò trasportato in IV 17 (18), 3).
Parimente ad Ali. Il 24, 4, nel passo ' utpote qui nihil contemnere soleinus,
(V. ed. Nobbe, p. 834), si ò sostituito 'soleamus' nella cit. ed. Wesenberg,
voi. cit., p. 85, 20. 3 Tac. hist III 25, 4. ann. II 10, 12. IV 62, 6. etc. :
perciò il Prammer sostituisce nel testo della Germ. 22, 3 ad ^ occupat ' la
forma del soggiuntivo ^ occupet *. Il Halm , al contrario, estende r accezione
dell* indicativo dal 1. e. anche al 1. della Germ, 17, 6, supplendo il v. «eat*
nella frase ellittica * ut quibus nullus per commercia cultus ' : v. Germ ed.
Halm, Lps 1883, p. 231, nota. -150 della n. h.: IX 133 * donec spei satis fiat,
uritur liquor \ XVIII 103 ' postea operiuntur in uasis, doaec acescant ': e
similmente 30, 86. 34, 122. etc. Se ne erano dati degli ess. prima da Orazio,
Livio, Curzio ed altri. ^ Ma nella Germ. 37, 24. 45, 19 la v. ' donec ' si
accompagna, secondo l'uso sintattico comune, con V indicativo. 2.** La
deviazione sintattica di ' quamquam ' col soggiuntivo appare prevalènte nella
Germ.j poiché per otto volte che tale voce è adoperata, in due (5, 13. 17, 14)
si nota al principio di una proposizione principale, in funzione , come osserva
il Draeger, ^ di avverbio ; ^ in un 1. (4, 5) non è seguita da un verbo di modo
finito; in quattro 11. (28, 20. 29, 15. 35, 3. 38, 4) regge il presente il
perfetto del soggiuntivo : in un 1. (46, 3) si accompagna col presente
indicativo. Dello stesso modo osservasi nella n. h. la v. ' quamquam ' col
verbo all' indicativo (16, 161 ; 204 ; 206. etc.) o al soggiuntivo (18, 125 :
cf. dub. serm. II i, p. 20, 13 , ed. Beck ) : si osserva anche ' quamquam ' coi
participi: v. 15, 52. 18, 265. 19, 50. 25, 87. 26, 21. 30, 13. etc. ; e con gli
aggettivi: V. 15, 52. 29, 1. 30, 13. etc; talvolta si riferisce ad un verbo
sottinteso : v. 3, 55. 8, 120. 16, 151. 34, 62: cf. dub. serm. II e^ p. 14, 27,
ed. Beck. Or, la deviazione sintattica di ' quamquam ' col soggiuntivo, la
quale è notata di preferenza nell'età impe 1 HoR. ep, I 18, 63 sg. II 3, 155. Liv. XXI 10, 3. XL 8, 18. CvRT.
hisL A M IV 7 (31), 22. Cf Qvintil. L a XI 3,53. Tac. hist II 1, 8. Ili 47, 17. V 6, 21. anr^, II 6, 16. etc.
Vedi RiBìfAKK, op. e, p. 297, n. 1. 2 Drabgbr, ueber
Synt u. Si. d. Tacs, § 201, p. 81. 3 C£ Tac. ann. XII 65, 12. Idial de
oratoribua 2B, 9^ 33^ Ili. riale , appunto perchè allora , per etócàcia dèi
^rlafé del volgo, sì cominciò a far confusione tra le funzióni del modo
indicativo e quelle del soggiuntivOj mostrasi anche nell' età aurea della prosa
latina , ma solo nel caso che il pensiero che s' intende esprimere richieda,
indipendentemente dalla presenza di ' quamquam ', raso del soggiuntivo nella
proposizione; come, p. es., per indicare possibilità o condizione : * talvolta,
e ciò bófte avverte il Rieraann, 2 pare che la deviazione si debba attribuire
ad errore di copisti. 3.** Il soggiuntivo nelle proposizioni relative , tanto
consecutive quanto finali, è d'uso ordinario nel latino: Gef^m. 29, 4 ' in eas
sedes transgressus, in quibus pars Romani imperii flerent '. 32, 2 * quique
terminus esse sufflciat '. 35, 8 ^ quique magnitudi nem suam malit iustitia
tueri \ n, h. XXXIII 84 ' remedium abluere idlatum et spargere eos, quibus
mederi uelis ': v. 34, 122; 134. etc. ^ 4. Per il tramite della frase pliniana,
n. h. XXXVI 113 ' cuius nescio an aedilitas maxime prostrauerit mores \
modellata sulla frase di Cicerone, de fin. V 3, 7 ^ quem... haud scio an recte dixerim principénl ', dò 1 Varr. in
Gbll. n. A. XIV 8, 2. Cic. de or. II 1, 1. Ili 7,
27; 26, 101. p. Piane. 22, 53. de fin. Ili 21, 70 (v. comm. Madvig). Tuse. I
45, 109. V 30, 85 (v. comm. Kuehner). de
legibus IH 8, 18. Nep. XXV (Att) 13, 6. Sall lug.
3, 2. 83, 1. Cf. Verg. Aen. VI 394. Liv. XXXVI 34, 6. Tao. Agr. 3, 1. 13, 5.
hist. I 9, U. II 20, 5. Idial de oraioribus 34, 14]. « RlEMANN, op. e, § 126,
p. 300 sg. V. iaoltre Cocchia, slni. lai, § 181, III, p. 444. Georges,
ausfuhrl. Handwb., II, e. 1906. 8 Per la conferma con ess. di Cic. v. Cocchia,
séni, lai, § 160, I e II, p. 366 sgg. Cf. Tag. Agr. 34, 12. hf'ai. I 15, 18. IV
8Ì^ 3. ann. I U, 9; XV 47, 6. etc. 152 vette, probabilmeQte, penetrare nella
elocuzione della Germ. e di altri scritti dell' età argentea ^ V uso del
perfetto soggiuntivo potenziale nelle proposizioni subordinate: Germ. 2, 5 '
immensus ultra utque sic d i x er i m aduersus Oceanus raris ab orbe nostro
nani bus adi tur '. Infinito : 1.° Dell' infinito descrittivo si hanno ess.
nella n. h. : V. 14, 6. 28, 146. etc. ^ Nella Germ. V infinito descrittivo
giunge a penetrare nelle proposizioni relative improprie. 7, 11 ' et in proximo
pignora, unde feminarum ululatus a u d i r i , unde uagitus infantium '. ^
Sallustio aveva ammesso l' infinito descrittivo nelle proposizioni comincianti
col pronome relativo; * e l' es. di lui fu in più luoghi continuato da Tacito.
^ 1 Vedi QviNTiL. i. o. V 13, 2. Tao. Agr. 3, 13. ann, XIV 53, 13. Idial. de
oraioribus 34, 8. 40, 19J. Plin. episL II 5, 6. pan 42, 3. 2 Si notino gli ess.
analoghi di Vbrg. georg. I 200 (cf. Aen, II 169).
Aen. IV 422. VII 15. 3 Cf. Tag hist. IV 80, 13.
ann. VI 19, 12. Alcuni annotatori e editori della Germ. non hanno accolto la
forma ' audiri ' nel 1. e, perché, come scrive il Kritz, op. e, p. 47, *
infinitiuus historicus ut iam per se h. 1. ferri nequit, ita multo minus ex
relatiua particula aptus esse potest ' ; ed hanno mutato * audiri * in *
auditur ' ( Kritz ), ' audiunt ' (Madvig), * audias ' (Woelfflin), * audiant '
(Hirschfelder), * est audire * (Schuetz e Maehly): il Heraeus ha aggiunto *
possit ' dopo * infantium *; il Ritter ha espunto * audiri '. 4 Sall. lug. 70,
5 * litteras mittit, in quis mollitiam socor diamque uiri accusare, testari
deos ' e. q. s. 5 Tac. hist I 52, 16; 81, 4. Ili 63, 13. IV 84, 3. Vedi P. 153
2.** Tra i verbi che nella Germ. si accompagnano con r infinito, invece di
reggere, secondo l'uso più comune per alcuni di essi, il soggiuntivo con * ut '
o * ne ', notiamo i sgg. : ' coarguere, consentire, obsistere, persuadere ,
quaerere, suflìcere '. Ommettiamo di trattare dei vv. ' coarguere, ' obsistere,
*• sufflcere ', ^ perchè non ci è dato trovarne adatto riscontro né nella n. h.
né negli scritti di Tacito : è probabile, però, V analogia di costrutto tra '
obsistere ' con l' infinito e ^prohibere ', che Plinio usò pure con V infinito.
* Crbusny, de U8U inf. hiat ap. Tao. ; in Méaeel philol. liòellus, Bresiau
1863. * Il V. 'coarguere' costruito con TinfiiL appare, oltre che nella Germ,
43, 4, anche in Qvintil. L o. IV 2, 4 e in un 1. del 6. Alex, 68, 1, che sia
letto, però^ come è presentato dai codd., cioè col v. ' coarguisset * dopo T
infinito * recipere *, e non come leggesi ora neir ed. B. Kuebler. Lps. 1896,
p. 43, 26, col V. * coarguisset * mutato di posto. * Il V. * obsistere * con l'
infìn. si nota nella Germ. 34, 11 * obstitit Oceanus in se simul atque in Herculem
ìnquiri '. Presso gli altri scrittori si accompagna col soggiuntivo retto da '
ne ' o * quo minus ' ; p. es. Plavt. miì. gì 333 ( II 3, 62 ). Cic. in Verr. V
2, 5. ad AH, VII 2, 3. de nai, d, II 13, 35. Nbp. I (MilL) 3, 5. etc. •* *
Suflìcere * con V infin. è costrutto poetico , dato da Vero. Aen. V 21 sg. , e
ripetuto nella Germ, 32, 2 * quique terminus esse suflìciat *. Plinio Secondo
preferi accompagnarlo col gerundio dativo: v. n. A. 13, 79. 18, 249. 36» 57; o
col gerundio accusativo retto da 'ad *: v. n. h, 24, 147. Plinio il giovane lo
associò con * ut* o 'ne* e il soggiuntivo: v. epist IX 21, 3; 33, 11. 4 Plin.
n. h, XXII 90 * Cleemporus nigro prohibet uesci ut morbos facìente '. Cf. Tag.
hist, I 62, 13. ann,\ 69, 3. Vedi Madvio, lai, SprogU § 344 e § 350 Anm. 3, pp.
239, 244. Cocchia, 9ini, lai, , § 168, I, avv. 6, p. 391. -184 a) La
oastruzione del v. ^ consentire ' con V infinito sì nota nella Oerm. 34, 9 * in
claritatem eius referre consensimus \ Nella n. h. si ha tanto la costruzione
con r infinito : XVII 80 ^ Graeci auctores consentiunt non altìores quìno
semipede esse debere': v. 18, 312; quanto la costruzione con * ut ' e il
soggiuntivo : XIV 64 * Tiberius Caesar dicebat consensisse medicos ut
nobilitatem Surrentino (se. nino) darent \ La costruzione con r infinito non fu
estranea a Cicerone e Quintiliano ; ^ ma nemmeno fu trascurata quella con * ut
' e il soggiuntivo. 2 h) Il V. ' persuadere ' è usato con V infinito nella
Germ. 14, 16 * nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris '.
La n. h. presenta * persuadere ' tanto con l' infinito : XXIII 40 ^ at nos e
diuerso fumi amaritudine uetustatem indui persuasum habemus ' ; quanto con * ut
' e il soggiuntivo : XXXVII 88 * persuasimus deinde Indis, ut ipsì quoque iis
gauderent '. ' e) La costruzione del v. * quaerere ' con l' infinito, nel senso
di « ad oprarsi , cercare , tendere », appare gradita ai poeti: * osservasi
nella Oerm. 2, 3 * classi i Cia de leg. agr. I 5, 15. Phil. II 7, 17. IV 3, 7.
Qvintil. L e. Ili 7, 28. IX 1, 17. etc. Cf. Tao. ann. VI 28, 7. « Vedi Liv. XXX
24, II. ' Per la dìffereuza neiriuK) classico tra ' persuadere ' eoi ^ggìuotivo
cetto da * ut ' o senza, vedi Cocchia, sint tei, g 163, X, avv. 1, a ed e, p.
380. * LvcR. de r. n. I 103, Vbrg.
Aen, IV 6Sl. Hor. eai^m. ì 16, 26. OviD. am. I 8, 51. episi, (her.) 12, 176. irèst V 4, 7. Phabdr. fab^. m
proL 25. IV 9, 2. ete. ^ 166 bus aduebebantur qui mutare secles qui^rebant * ^
* e nella n. h. Y 54 ^ Inter occursantis scopulos noB floere inmenso fragore
quaerit sed ruere '. Vili 214 * potia» simum e
monte aliquo in alium transilire quaerens*. Non è certo cbe un costrutto
consimile sia stato fpi^ ma adoperato da Cicerone. Participio: 1." ^ Velut
' è usato con un participio, iaveoedi ìmm proposizione retta da * uelut si ' :
Oerm, 7, 7 * uelut deo imperante', n. h. X 47 ' uelut ideo tela iigiiAta
cruribus suis intellegentes '. In Livio tal^ uso notasi più di frequente. ^
Z."" Participio perfetto aoristico : Germ. 40, 11 * is adesse
penetrali deam intellegit uectamque bubus feminis multa cum ueneratione
prosequitur '. n. h. XXXVII 54 * nunc gemmarurn confessa gea^ra dicemus ab
laudatissimis orsi': v. inoltre Zy 44, 5, 54. 1 U. Zernial, commentando il 1.
e. della Germ. p. 19, %vv^.rte: « quaerebant e. inf. bei Tao. nur hier >. t
In un 1. di Cic. de inu. rhet II 26, 77 s? legge : ^ quaerat tamen aliquam
defensionem, et facti inutilitatem aut turpitudinem cum indignatione ppoferre
'. Ma i codd. Herbipolit. {H) il Paris. 7774 A (P) e il Sangall. (5) ommettoùo
T infln. * proferre', che il Friedrich (Lps. 1893, par. I, voi. J,p. 201,
16-17) chiude tra parentesi quadre. Ammessa, per tanto, V Interpolazione del V.
' proferre*, si avverte nell'an^eò. Krbbs-Sghmalz, II, p. 395, che il costrutto
di cui ò discorso « ist nicht nachzuahmen » ; e il Georges, ausjuhrl Handtob. ,
lì, e. 1896 , citando in proposito la hisi Synt III 301 der Draeger, nota che
in questa è da cancellarsi Tes. di Cic. de ina. rhet , 1. e. 3 Liv. I 14, 8;
29, 4; 31, 3; 53, 5. Il 12, 13. XXV 39, 4. etc. Cf. Tao. hi8t. IV 70, 5; 71, 7.
11, 22; 187; 217. 16, 163. 30, 1. 34, 63. 36, 54. etc. L'uso del participio
perfetto aoristico si nota prima in Cicerone, Cesare ed altri. ^ 3.**
Participio futuro attivo nelle funzioni di una proposizione subordinata : Germ.
3,1* Herculem memorant, primumque omnium uirorum fortium i t u r i in proelia
canunt '. n. h. XXXV 92 ' Apelles inchoauerat et aliam Venerem Coi, superaturus
etiara illam suam priorem ' : v. inoltre 7, 143. 16, 10. 17, 9; 173. 25, 22.
26, 117. 29, 19; 29. 34, 36. 36, 119. 37, 20. etc. L' uso sintattico di cui si
è fatta menzione, fu evitato nella latinità aurea, ^ e, come è noto, cominciò a
prevalere da Livio in poi. ^ 1 CiG. p. Mur. 30, 63. Gaes. ò. G. II 7, 1. V 7, 3. VII 32, 1. etc. Quanto ai confronti con 11. di Tac, v. Draeger , ueber, Synt u. St d.
Tac. 3 , § 209 , p. 84. Vedi anche Madvig , lai. Sprogl, § 382, 6, p. 263.
Cocchia, aint lai. , § 128, 6, IV, avv. 1.% p. 282. Ramorino, i eomm, de b. G.
ili. pp. 68, 156. 2 Vedi Madvig, lai. Sprogl, § 377, Anm. 5, p. 260 sg.
GandiNO, 8ini. laty I, es. 4, n. 3, p. 6 sg. 3 Cf. Tac Agr. 31, 2. hist. I 27,
17. II 53, 7. ann. 128, 1; 31, 4; 36, 5; 45, 8; 46, 7. II 17, 4. etc. Quanto ai
numerosi ess. che presenta Tito Livio, v. Guethling, de T. Liuii orai,
diì^puiatio^ LiegQitz 1872, cap. II, p.5 sgg. Kuehnast, die Hauptpunkte d.
lioianischen Synt, Beri. 1872, p. 267 sgg. Vedi anche la monografìa di F. Helm,
quaesL synt. de pariie. usa Tac. Veli. Sali , Lps. 1879 ; e la monografia di S,
Lichotinsky , suir uso del participio in Tac, Kiew 1891. Relazioni sintattiche
tra la Qermania e le opere di Tacito. Le più notevoli relazioni sintattiche tra
la Germ, e gli scritti di Tacito sono state rese evidenti, mediante appositi
confronti segnati nelle note, nel cap. precedente, in cui si sono trattate le
relazioni sintattiche tra la Germ. e la n. h, di Plinio : nel presente capitolo
ci restringiamo, per evitare inutili ripetizioni , a notare quelle poche
relazioni sintattiche tra la Germ. e le opere di Tacito, per le quali non siamo
riusciti a trovare nella n. h. dei termini sicuri di confronto. L Quanto agli
usi particolari di alcune parti del discorso, notiamo : 1.** iPpron. Mpse ', in
funzione appositiva al soggetto, trovasi unito con un part. perf. passivo
costrutto assolutamente, par supplire alla mancanza del part. perf. attivo :
Germ, 37 , 15 ' quid enira aliud nobis quam caedem Crassi , amisso et ipse
Pacoro, infra Ventidium deiectus Oriens obiecerit? '. Agr. 25, 21*diuiso et
ipse in tris partes e x e r e i t u incessit': cf ann. XIV 26, 2. Analoghi
costrutti presenta Livio nelle frasi : ' causa ipse prò se dieta, quindecim
milibus aeris damnatur '. ' dimissis et ipse * adticis nauibus .... nauigare Aegyptum pergit '. ' È 1 Liv. IV 44, 10. XLV JO, 2: cf. XXX VIU 47, 7. Vedi Naegels3ACH,
lai. Siy § 97, 2, 6, p. 262 sg. possibile che tale uso del pron. * ipse ' sia
stato introdotto dopo l'uso analogo fatto da Sallustio del pronome * quisque \
* 2.** La particella comparativa ' quam ' è adoperata, talvolta, con V ellissi
dell'avverbio corrispondente * potius ' ; Germ. 6, 20 * cedere loco, dummodo
rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur'. hist. Ili 70, '6 * ctir enim e rostris fratris domura
quam Auen Untim et penates uxoris petisset ? ' : v. inoltre hist IV 5B, 6; 83, 20. ann. I 58, 6. IH 17, 16; 32, 9. V
6, 10. Xin &y 16. XIV 61, 22. etc. L'ellissi di ' potius ' not»sA pure in
Plauto, Nepote, etc. ^ 3.*^ Quo modo ' è usato ad esprimere paragone, coalpe
*ut*: Germ. 41,2 *quo modo paulo ante Rhenura, aie ttunc Danuuium sequar '.
Agr. 34 , 6 ' quo modo eiiutts saltusque penetrantibus fortissimum quodque
animal centra mere, pauida et inertia ipso agrainis sono p^Ilebantur, sic
acerrimi Britannorum ìam pridem ceciderunt '. ann. IV 70, 14 ' quo modo
delubra^et altafìa, sic carcerem recludant ' : v. ann. IV 35, 7. XVI 31, 8; 32,
14. [dial. de oratoripus 36, 35]. Quanto alla rispondenza * quo modo - ita ',
\*. hist. IV 8, 19; 1 SAll. lug, 18, 3 ' multis sibi quisque itnperium
petentibus \ Pel Bignificato di ' et ipse ' in casi aualoghi, v. la monografia
di J. Prammer , ' et ipse ' bei Tae. ; iù Zisehrf. f. d, oesierr. Gymn, 1881,
500; e il comm. del Valmaggi a Tae. hist I 42, J, p. 69 ; Il 33, 17, p. 62. *
Plavt. rud. 1114 (IV 4, 70). Afe/i. 726 (V 1, 26). Nep. XIV (|)at.) 8, 1 '
statuii congredi quam ' cet. , secondo 1* ed. Halm ; ina accolta la congettura
del Fleckeisen ' statim maluit con»gnodi^V si rendei non adatta la nostra
citaxióne^ Cf. Val. Flagg. Argon. VII 428. 169 64, 18; 74, 9. ann. XIV 54, 5.
XV 21,5. XVI 16, 11.» Anche in Cicerone, oltre al significare domanda o
ammirazione, osservasi V espressione ' quo modo ' adoperata in correlazione con
' sic ', di rado * ita '. '^ 4.'' La prep. ' ex ' talvolta è usata con
significato modale : Germ. 7, 1 * reges ex nobilitate, duces ex uirtute sumunt
' : v. 3, 18. Agr. 40, 10 ' siue uerum istud, giue ex ingenio principis fictum
ac compositum est '. hist. I 27, 16 * animum ex eaentu sumpturi ' : v. inoltre
hist. 1 82, 14. II 85, 18. ann. 1 58, 4. Ili 69, 7. IV 64, 5. VI 11, 16. XllI
9, 4; 46, 19. XV 72, 3. etc. Di tale uso della prep. ^ ex ' si notano numerosi
ess« presso gli scrittori precedenti. ^ 5.** La prep. * per ' ha valore modale
neir espressione ' per otiura ': Germ. 15, 1 ' non multum uenatibus, plus per
otium transigunt \ ann. I 31, 12 ' isdem ae^ stiuis in finibus Vbiorum
habebantur per otium aufc leuia munia Notevoli ess. ne avevano 1 V. il comm.
del Heraeus a Tao. hist III 77. * Cic. de leg. agr. II 1, 3. aead. pr. II 12, 38 ; 47, 146. de fin. Ili 20, 67. Tùse. I 38, 91. Ili 17, 37. IV 13, 28. V 7, 18. de legibua I
12,33. de off. I 38, 136. É inesatta, per ciò, raffermazioue delio Zernial ,
op. e. , p. 80 , che è « * quo modo ' =: ' ut ' im VergleìchuDgssatze wie Agr.
34, 6; bei Cic. nur in dar Frage ». 3 Tbr. haut 203 a 2, 29;. Varr. de l. L. VI 7, 64, p. 96, 12 Sp. CiG. de
ina. rhei. II 45, 132. p. Quinci. S, 30 e 31. dia. in, Caeeil.
r», 19. ep. (ad fam.) II 7, 3 ; 13, 4. XII
4, 2. XIII 56, 3. de fin. II 11, 34. etc. Liv. I 23, 7; 40, 6. V 14,2. XLII 23,
6; 25» 11; 30, 6, Vedi Drabgèr , hist Sini, § 287 , 2 e 6, p. 592 sgg. ; u^er
Synt u. St d. Tae. 3, § 96, p. 41. ^ et A. G^RBBR, nonn» de usu praepQ8.ap.
ITac, Glueckstadt 1871. 160 dato prima Cicerone e
Livio. * 6.^ La rispondenza' siue -seii ', che si osserva nella Germ. 34, 8 '
siue adiit Hercules, seu quidquid ubique magnificum est, in claritatem eius
referre consensimus ' ; e negli ann. XIV 59 , 1 ' siue nullam opem prouidebat
inermis atque exul , seu taedio ambiguae spei ' : V. XII 8, 1 ; 26, 8 ; fu
prima applicata da Virgilio: ^ e dal modo di applicazione il Woelfflin ne
dedusse che € dieso Variation flndet sich nur bei ungleich gebauten Saetzen
oder Satzteilen, » ^ II. Due osservazioni si debbono aggiungere quanto all'uso
dei casi. * l.'' Il V. * inuidere ' costruito con l'ablativo di cosa: Germ. 33,
5 * ne spectaculo quidera proelii inuidere (se. nobis) '. ^ ann. I 22, 9 * ne hostes quidem sepultura 1
Cic. de inu. rhet I 3, 4. Liv. Il 39, 11.
IV 58, 12. VI 27 , 7. XXI 28, 4; 33, 10; 55, 1. XXVII 2. 9; 46, 10. XLIV 38,
10. etc V. la monografia di F. G. Hensell, de praepos. * per ' usu Tao, Maìb.
1876. « Vbrg. Aen, IX 680. Vedi Manil. asiron. I 132-135. Caes b. G, I 23, 3 ed
aJtH presentano la relazione invertita * seu siue ', che osservasi anche in
Tac. ann. I 11, 9 * seu natura siue adsuetudine '. Nella n. h. di Piiaio notasi
la rispondenza ' siue uel ': XVII 223 ' siue fungum placet dici uel patellam '.
8 Woelfflin, 1. cit. dallo Zbrnial, op. e, p. 67. 4 Vedi la monografia di R. Seelisgh,
de easuum obi ap. Val. Max. usu Liu. et Taeiiei
gen. rat. hab., Monasterii 1872. 5 Alcuni
commentatori della Germ. dichiarano che * spectaculo ' nel 1. e. è dativo, come
in Tac. ann. XIII 53, 12 ; e XV 63, 10 : V. Zbrnial, op. e, p. 66. Pais, op, e,
p. 53. Ma anche nel 1. degli ann. XV 63, 10 la frase * non inuidebo exemplo *
presenta, secondo afferma il Draeqer, ueber Synt. u. St. d, Tae.^, § 64, p. 29,
l'ablativo * exemplo \ • 161 inuìdent '. Quintiliano avverte in proposito : ^
si antiquum sermonem nostro comparemus, paene iarn quidquid loquimur figura est
: ut « hac re inuidere » non , ut ueteres et Cicero praecipue, « hanc rem »'. ^
Il costrutto considerato ha la conferma in alcuni 11. di Livio e di Lucano. ^
2.° L'agg. * ferox ' con un complemento dì relazione in ablativo: Germ. 32, 9 '
prout ferox bello et melior *. Agr. 27, 1 ^ cuius conscienlia ac fama ferox
exercìtus '. hisL I 51, 2 ' ferox praeda gloriaque exercitus': vedi inoltre
hisL III 77, 21. IV 28, 12. V 15, 13. ann. 1 3, 20. Conformi sono gli ess.
presentati da Cicerone, Sallustio, Orazio, etc. ^ Ma in altri 11. di Tacito V
agg. ' ferox ' si accompagna col genitivo, * come in Ovidio; ^ oppure con la
prep. ' aduersus ' e l'accusativo. ^ III. Per quanto concerne V uso dei modi e
dei tempi del verbo, si deve osservare : I.v la costruzione del v. ' merere '
con V infinito : Germ. 28, 20 * (Vbii) quamquam Romana colonia esse » QviNTiL.
i. o. IX 3, 1. Vedi Cic rase. Ili 9, 20. Hor. sai. 1 6, 49 sg, « Liv. Il 40,
11. LvcAN. de b. e, VII 798. Ct Plin. n, h. 35, 92. Cicerone accompagna '
inuìdeo * con V ablativo di cosa retto dalla prep. 'in * ; v. de or. II 56,
228. p. Flacc. 29, 70. Vedi Madvig, lai. Sprogl; e il coram. del Cocchia a Liv.
II 40, 11; Torino 1888, p. 130 sg. 3 Cia in Vatin. 2, 4. Sall Cai, 43, 4. Hor.
earm. I 32, 6. 4 Tao. hist I 35.
6. ann, I 32, 11. IV 12, 7. 5 OviD. mei, VIII 613. 6 Tac. hisL III 69, 26. Notisi il costrutto col dativo in Liv. VII 40, 8.
Consoli, La Germania comparata. U . 162 mèruerint '. ann. XV 67, 7 * diim amari
meruiisti ': v. *XIV 48, 14: tale costrutto fu accolto da Ovidio, Fedro, ètc; ^
mentre Cicerone ed altri, attenendosi all'uso plautiriOj'diedero la preferenza
al costrutto con ' ut ' o ^ ne ' e il soggiuntivo. ^ 2.** il participio
perfetto neutro usato al singolare come sostantivo, in funzione di soggetto
della proposizione : Germ. 31, 1 ^ et aliis Gèrmanorum populis usurpatum raro
et priuata cuiusque audenlia àpiid Chattos in consensum uertit , ut primura
adoléuerint , ìc'rihem barbamque submittere'. hist I 51,23 'accessit catlide u
o 1 g a t u ni , temere e r e d i t u m , decumari iegiones et promptissimum
quemque centurionum dimitti '. ann. Ili 22, 3 ' adiciebantur adulteria,
ùerieiia q u a e s i t u m q u e per Chaldaeós in doirium Caeàaris ' : à V.
ann. Ili 9, 12. XV 58, 7. ** Tale sostantiva 1 OviD. in'sL V 11, 10. ex Pont IH
2, 20. Phaedr /dò. ìli 11, 7. Val. Flacc. Argon. I 519. V 223. Cf. Qvintil. /.
o. X 1, 72 2 Plavt. Baceh. 1184 (V 2, 65). capt. 422 (II 3. 62; secondo V ed.
comm. dal Cocchia). Epfd. 712 (V 2, 47). Men. 217 (I 3, 34). Sdcfì. 24-26 il 1,
21-26;. Teii. Andr. 281 (I 5, 46). hee. 760 (V l, 34). Cic de or, I 54. 232.
ep.' (ad farà.) XÌV 6. de fin. li 22, 74. de net. d. I 24, 67. (cf. in Ver\ IV
60, 135). Ckiss.'b. G. VII 17, 5. Liv. VII 21, 6. Plin. /i. /i. 35, 8. Vedi
KuEBS-ScHMALz, antìb., II, p. 70. 3 II CoNSTANS ammétte da prima che nel 1. e.
degli ann IH 22, 3 ci" sia Tuso del participio perf. passivo neutro comò
soggetto della proposizione {éiude s l. languì d. Tac. , n.° 246, p. 112); poi
riconosce nello stesso pariìcipio perfetto una proposizione infinitiva e non
più una sostantivaz-one do! participio (op. e, n.o 282, 12.^ p. 136): è una
inesattézza dovuta a distrazione. 4 Nel citare l'es. ann. XV 58, 7 ci siamo attenuti
alla * 1. ù'ulg. ': 'Taelatum erga coniuratos *. Nel cod. Med. &i legge
•latatum'» 163 isione del participio perf. neutro, che manca di ess. in Cesare
e Sallustio, presentasi come un costrutto sporadico in Cicerone; frequente,
invece, in Livio. ' Avvertenza, Nella Germ. non osservasi alcuno esempio del
perfetto soggiuntivo di conseguenza, dipendente ^a un tempo storico: tale
costrutto notasi, al contrario, più volte negli scritti di Tacito. -che per il
Haase diviene * non celatus tantum *, per il Halm * clam actum *, e per il
Ritter ' laeta tum nerba '. Il Ramorino sospetta * iactatum erga coniuratos
osculum. Cic. parL or. 33, 114. Liv.. XXVIII 26, 7. (cf. XXVII 45, 4). etc.
Vedi DRA.EGER, ueber Synl. u. Si. d. Tae, 3, § 211, p. 86. RieMANN, op. e, §
22, p. 104 sgg. « Vedi Madvig, lat Sprogl, § 337, Anm. 2, p. 235. DRAEGEa,
hi8t. Synt,, § 133, p. 241 sgg.; ueber Synt u. SL d, Tae, 3, § 182, p. 74.
CoNSTANs, étude s. l langue de Tac. ANNOTAZIONI CRITICHE AIiIiE satire II MI e
IV di Persio ^>4>^sK-V ROMA ERMANNO LOESCHER & C.'> (Bretschneider
e Regenherg) Librai di 8. M. la Regina d'Italia 1905 Prezzo L. l. m i 'à^.
SAiT'rx coM'sorii HS^a, Btevi Annotazioni Critiche alle satire II III e IV di
Persio Roma Ermanno Loescher & C''. (Bretschneidei e Regenberg) Librai di
S. M.la Regina d' Italia 1905, S\ pp, z8. Af. BREVI ANNOTAZIONI CRITICHE HLiLi^
satire II MI e IV di Persio ROMA ERMANNO LOESCHER & C:^ (Bretschneider e
R^gimherg) Librai di S. M, In Reggina d* Italift IpW. \d3.T H»*v«?ti CdUgi Utwy
Gìh ef Mmri* H. Morgan Jan. l Idia Proprietà letteraria dell' autore (Catania^
via Maddem, lu 160) Tipogr&iia editrice Homa dei Fratelli Per rotta, in
Catania, 'imn^^'' cuy » -cg jAQO/N g» . -co^oor g» Nel cod. Moatepessulano (P)
il Buecheler lesse indeciso ' patru,. ' ; più chiaramente V Owen vi lesse *
patruuin ' , che, por correzione sovra pposta, osservasi, come sopra si è
detto, nel Monacense M 67. A ine pare che si debba restituire nel testo di
Persio la lezione ' patmuni ' presentata dal P. In fatto, tra i voti immorali che
si fanno alla divinità il poeta include quello per primo, che si erediti preato
dallo zio ; ma la crudezza di tale voto, che muoia presto il parente per
ereditare i beni di lui, si vuole occultare con la finzione del decoro della
famiglia, in modo che non si chieda ^ o si ebuUiat patruus ', ^ espressione
troppo dura e volgare^ ancorché si accompagni tosto con. l' espressione
vanagloriosa ' praeclarum funus ! ' ; nemmeno si chieda ' o si ebulliat patrui
praeclarum funus ', frase meno cruda ^ senza dubbio , della precedente , ma che
spiace perchè è sempre il funerale dello zio, che ardentemente si desidera : si
chieda, invece, alladivinitàcheun ' praeclarum funus ', quando che siaj *
ebulliat ' cioè dia evidenza ai meriti civili, alle qualità morali , alla
distinzione della nobiltà e delle ricchezze , magnifichì insomma il nome
autorevole del parente. Cosi non si avrà V impudenza di cliiedere a Giove la
morte dello zio , ma con un certo eufemiemo si manifesterà il desiderio che un
funerale splendido illustri, quando che sia, il nome e il casato dello zìo^ e
in tal modo il desiderio della morte del congiunto appare subordinato o, dico
meglio, con ipocrisia mascherato dal voto, certamente lodevole, che sia
splendidamente illustrato il nome della famiglia, sebbene in circostanza
luttuosa. Del resto, il V, ^ obullirc 'j usato transitivamente, ebbe sempre,
anche nella In tal caso accanto ad ^ ebulliat * si dovrebbe sottintendere la
voce ^ animam \ la quale, invece^ appare espressa nelle frasi : * animam
ebulliit ' di Seneca, lud, de mori, Claudii 4, 2 e di Petronio, sat cap. 42 p,
189, 2; * animam ebulUui* dello e tesso Petronio, sat cap. 62 p. 313, 1 : per
Ja prima volta Persio sarebbesi privato, senza ragione, di apporre V uùQ, *
animam ' al v. ^ tsbuHire ' ? latinità classi cdj il sìgniricato di ^ ìactare^
ostentare^ praedicare '; od lina conferma ci è dato osservarlfty come ebbi a
scrivere nelle annotazioni critiche al testo di Persio p. tì3^ nota 1, in un
luogo delle Tuìsc. di Cic* III 18^ 42 ' tj^ui si uirfcntes ebollire 'uolent et
sapientiaa cet, ' Restituendo^ adunque, nel testo dì Persio la voce * patrnuni
^ non solo ai farà atto dì debito omaggio all' autorità del cod, Jpf uìa, tra
il contrasto dei codd. e delle edd.j si verrà a determinare la lez, in modo
meglio rispondente al pensiero che il poeta volle significare nei versi 10 e
segg. SaL li 52, Tutti i codd. di Perno, che finora sono stati collazionati o
soltanto consultati , danno costantemente per il v. 52 la voce ^ incussaqne ^;
lo stesso osservasi ncù codd, degli e^rcerpta^ noi quali è contenuto il y.
citato* Un solo cod. di Persio fa eccezione ed è il P che presenta ' incusasque
' ; la coiTcttura ' incusaaquo * che notasi nello stesao, è di seconda mano,
T^a Ica. ^ ineussaquo ^ fu dal Jahn (ed Ma la spiegazione data dallo scoliaste
fu disapprovata anche dall' Achaintre (ed. Par. 1812 p. 57). A me pare che si
debba preferire la lez. ^ laeto ' non solo perchè ha per fondamento V autorità
del cod. P. , ^ ma eziandio perchè è nell' ordine naturale delle cose che , al
riceversi un ricco dono,- il cuore per la grande gioia o , come dice una ^ La
vecchia interpretazione dello scoliaste fu confermata dal Beniley, m Hor, carm.
II 19 , 6 con le parole * pect. laeu . s. sinistra parte pectoris, ubi cor
salit et sudor erumpere solet ' ; e dal Koenig * cor in laetitiam pronum in
sinistra pectoris parte lacrumas tibi excutiat ipso gaudio ' : e a' nostri
giorni è stata ripetuta dal prof. Geyza Nómethy nel comm. alle satire di Pers.
edito a Budapest nel 1903 p. 143. Alla medesima attenendosi tradussero il Monti
« il cor nel lato manco >; il Wagner * aus der linken Brust » ; il Kayser *
unter der linken Brust » ; il Weber « zur linken Brust » ; il Binder « links
aus der Brust » ; il Duentzer « die Brust dir zur Linken » ; il Hemphill «
drops beneath your left breast». Sfuggi la questione il Fuelleborn (ed. Wien
1794 p. 61) , che tradusse « wie schlaegt vor uebergrosser Freude dir | das
Herz empor ! Schweiss rollt von deiner Wange, | und Freudenthraenen stroemen
dir herab » : e la sfuggirono anche i due traduttori francesi di Persio, F.
Duboys - Lamolignière (ed. Par.: « je vois le trouble de vos sens, | et votre coeur s' épuise en
longs remercfmens » ) e Vict. Develay (ed. Par. 1897 p. 1G2: « tu te pàmerais
de joie et ton coeur bondirait d' allégresse ». 2 La postilla marginale * uel leuo * (sic) del cod. P. è dovuta ad un
correttore antichissimo il quale, negli emendamenti apportati alle lezioni
genuine del cod. P, dovette aver presente qualche esemplare della recensione Sabiniana.
^loBsa del cod, Ottoburano , ^ ^ prac g:amlio esliìlaratuiu ' sì sprema in
gocce dentro il petto , che non può non sentir la letìzia di cni eanlta il
cuore. Né C' 6 ripetizione di concetto dieendoBi ^ pectore laeto ' accanto a *
laetari praetrcpidum ' ^ poiché in questa ultima ea press ione è indicata
soltanto una condizione o tendenza dell' animo commosso per il dono ricevuto,
mentre con ^ pectore laeto ' si esprime quel che ne consegue in realtà per
effetto dell' offerta dei doni. All' accoglimento della lez- * laeto ' nemmeno
osta la vicinanza delle due voci * laeto ' * laetari \ in quanto che è noto che
ai Romani non riuBci sgradita la prossimità di parole provenienti da una stessa
radice, ^ Leggo^ per ciò^ col Pithou : I . 38i^ siano chiari e * V.^ Alattliias
^illober, eim^ neiw Handschrift der nf'chs Satìrm dfx A. Pers. FI , Augsburg
18tì^2 p, 24, col. l^ 2 VJ per es. * omnibus ]aetitiis laetam. ' Cic. df fin.
Il 4^ IB ; * Ime purgati one purgatus erifc ' Cat. de a. e. 157, Vò ' gauisurum
gfiudia ' Ter. Andr. 9Gi (V 5, B) ; * qvianfca gaudia. ... gattdeat CatuU. 61,
llìi-116; * gaudi um gauderemuis * Cnel. ap- Cìc. fuìn. Vili 2, 1: cf. BiòL
Toh, 11, 21 *cum gaudio magno gauiai sunt ' ; lùan. 3, 29 * gaudio gaudet ' ;
eoe. veridici e d'efficacia maggiore quanto alla previsione del futuro, più
esplicitamente egli soggiunge : « per somnia enim siue insomnia intellegit
praemonstratas curationes ac ^^py-nalo^c; ». Ma il Plum bene avverte che all'
interpretazione del Casaubon osta « ipsa series orationis , cura in praecedente
commate non de corpore curando agitur , sed de re struenda , quae potius ad
Mercurium quam ad Aesculapiura pertinet ». Ne ci si parli di sogni incatarrati
o non incatarrati, da inferirne, come pensò il Turnèbe, che « pituita purgatissima
» valga « maxime carentia pituita », o, come scrisse Eilhard Lubin, « omni
pituita uacua et carentia, id est nera, certa, non nana et temeraria »;
perocché possono bensì gli uomini essere oppressi dalla ^ pituita ' o malore
catarrale, ma non i loro sogni. Lo scoliaste di Pers. 2, 57 indica chiaramente
in che consista la ' pituita * ( ^ purgatio cerebri uel morbus gallinarum ' ),
ma ne conclude che gli uomini gravati da essa ^ non bona somnia uideant ';
sicché egli associa ' pituita ' con ' homines ', non con ^ somnia ' : e sulP
avviamento dello scoliaste i commentatori moderni di Persio parlano degli
uomini che ^ pituita stomachi grauantur ' (ved. Némethy op. e. p. 147 ; e cfr.
Hor. sat. II 2, 75 sg.), ma evitano di congiungere in istretto legame ^ somnia
' con ' pituita '. Questo però non dovette essere il pensiero di Persio che
mise in istretta relazione ' somnia ' con ' pituita ' ; e per tanto V epiteto '
purgatissima \ al quale si attengono tutte le edd. delle satire di Persio,
perchè confermato da quasi tutti i codd. , non può rappresentarci la tradizione
sincera di ciò che scrisse il poeta e si lesse dagli antichi sino al tempo
della recensione di Tryfoniano Sabino e forse anche dopo. Per buona fortuna il
cod. P, col quale concorda in questo luogo il cod. Trevirens. del sec. IX/X,
rappresenta la lezione più sicura e genuina ' purgantissima ', la quale vedesi
penetrare anche nelle letture del medio evo , come ce ne fa fede il vestigio '
purgantis ' presentato dal cod. B àe\V opus pì'osodiacum di Micene , verso 300
, in cui si cita appunto il veraci di Peri, 2, 57. * Or ^ con V epiteto
purgantissima tutta^ a mio parare, si rende chiaro, tanto lo stretto legame eli
' somuìa ' con ^ pituita \ ostuIantea oracula per somnani '; ed è noto^ come
osservava Ci e* nelle Tnsv. IV lOj 23 che ^ cum aanguis corruptus est a ut
pituita redmidat aut bilis^ in corpo re morbi aegrotatlnneaque nascuntur '.
Sat. II 71:5. Codici j editori e imitatori di Persio non sono di accordo sulla
forma definitiva con cui debba essere fissata la voce * animxis ^ nel V. 73. La
tradizione man user itta che muove dalla recensione Sabiniana afterma la lez, ^
animo \ che si osserva nei codd* A Eh sopra citati j - nei tre codd. del sec.
XI Laurentianpi. LXVIII 2% Paris, no. S049j Paria, no. ^^:?72; nel Monacens, e.
B del sec. XII e nel fìerolineus. no. 2 del see, XII o XIII; nel Bernens* no.
648 del scc. XIII; nei due codd. del sec. XIV Paris, no. 8050 e Rehdigeran. I;
nei cinque codd. del sec. XV Berolinenss. no. *-)H e no. .-^9 , Monacenss. no.
260 e no. \y2ij^ Kehdigeran, II; ^ nel cod, Berolinens, no, 9 del aec. XVI e
nel * V'^edi i Carmina Ct^nluìeiìsm p, ù^O^ moinun. Germ^ hùtt^ poeL Lat ii^ui
Caroìini tom. IH ex recens, Lud. Traobe, BeroU 1B96. ^ Si scoree anche ' animo
' nella lez. ^ animimo ^ presentata dnl cod. B di fonte oabmìana ^ I due codd,
della biblioteca Jiehdigerana , Turio in pergamena del sec. XIV e l'altro
cartaceo del sec. XV, furono collazionati dallo TzRchirner in servizio dell'
ed, del KauthaJ : della collazione usufruì il Jahn per la ' ed. maior ' del
1843. 1' Erlangens. anch' esso di data recente. La tradizione degli imitatori
di Persio, che si prolungò per tutto il medio evo, si attenne alla lez. ' animi
' , la quale, in fatti, si legge nelle citazioni di Lattanzio (diu.instit. II 4
p. 126 1. 1 Lut. Paris. 1748), dello scoliaste di Stazio (Theb. II 247 p. 81
Par. 1618), di Giovanni di Salisbury (poi. V 16 p. 319 Lugd. Bat. 1639) e del Petrarca
(epist. de rebus fam. VI 1 p. 309 voi. I ed.
Fracassetti, Firenze 1859); e si legge nei codd. degli excerpta Paris. 7647,
Paris. 17903 e Vatic. Reg. 1428 (deflorationes Persii), e nei rimanenti codd.
di Persio, finora noti, eccetto il cod. P ed il Monacens. no. 83 del sec. XII,
i quali danno ' animos '. Nemmeno gli editori di Persio, antichi e moderni,
sono concordi sulla scelta : alcuni preferiscono la lez. ' animo ' , ^ altri la
lez. ' animi ' ; ^ nessuno ha scelto la lez. ' animos ' , la quale credo che
debba essere restituita nel testo, perchè è genuina e meglio adatta al contesto
della frase in cui è collocata. Che sia genuina, non alterata dalla recensione
Sabiniana, ce ne affida V autorità del cod. P che la presenta ; che si adatti
meglio alla frase risulta dalle segg. considerazioni. Il pensiero dell' autore
intorno agli elementi costitutivi della santità dei costumi e della perfezione
morale è evidente: col ^ compositum ius fasque ' ha voluto significare, anzi
tutto, V elemento estemo e formale, ossia l'elemento giuridico-religioso, il
più importante per le funzioni dell' organismo sociale róma i Vi le edd. Casaub. 1647 p. 8; Schrevel. 1648 p. 573 e
1664 p. 542 Wetsten. (1684) p. 50 ; Prateus 1699 p. 335 ; Walth. 1765 p. 28 ;
Bipontina del 1785 p. 11 ; Passow 1808 p. 13 e 1809 I p. 24 ; Weber 1826 p. 11;
Hauthal 1837 p. 22; Jahn 1843 p. 28, 1851 p. 15, 1868 p. 21 ; Jahn -Buecheler
1893 p. 22; Owen (Oxford, senza data e senza pag. nam.); Némethy 19C6 p. 27 ;
ecc. « VM e edd. Monti p. 638; Achaintre 1812 p. 61;
Casaub. 1889 (Duebner) p. XXV ; Duentzer 1844 p. 32 ; Hermann 1879 p. 7 ;
Bucoiarelli 1888 p. 51; Kamorino 1905 p. 37; ecc. 11 Hermann aggiunge (praef,
ed. Lps. 1879 p. XIV) che * genetiuum tuebuntur etiam * uerba animi > luuen.
I 4, 91 ': cf. dello stesso Hermann lect. Pera., Marb. 1 842 III p. 12» p«^lt*
- 15 ilo, con ^ anim. sanctosque recessus mentis ' V eleùietito psichico o
intimo ; e con 1' ' incoctura generoso pectus honesto ' V elemento etico
dipendente dalla legge morale universale. Or, ciò che è enunciato nel v. 73 si
presenta costituito di due parti, di cui la prima è ' compositum ius fasque ',
la seconda ^ anim. sanctosque recessus mentis \ Nessun dubbio che la prima
parte sia bimembre, cioè: a) ^ compositum ius '; b) ^ et fas ': perchè si
conservi la disposizione simmetrica della frase, è necessario che anche la
seconda parte sia pure formata di due elementi coordinati; e se uno di questi
elementi è ' sanctosque recessus mentis ', V altro non può non essere
costituito dall' idea espressa mediante la voce ^ animus '.' La quale ,
coordinandosi , quanto alla declinazione, nello stesso caso in cui sono
espressi i ' sanctos recessus mentis ', come prima il ^ compositum ius fasque %
deve essere nella forma dell' acc. 'animos', non del genit. 'animi' né dell'
abl. ' animo ', che se, rispetto alla sintassi, possono tollerarsi, per quel
che spetta alla disposizione simmetrica della frase ed all'espressione del
concetto, non sono, a mio parere, sostenibili. ^ Del resto , 1' avvicinamento
di ' animus' con ' mens ', che potrebbe parere una espressione sovrabbondante,
per la prossimità di significato delle due voci considerate , non era per i
Romani cosa insolita. Plauto scrisse (trin. 454 [II 4, 53]): ' satin tu's sanus
mentis aut animi tui '; ^ e Cicerone (Cat. m. 11, 36): ' nec nero corpori solum
subueniendum est, sed menti atque animo multo magis'; e Virgilio (Aen. VI 11
sg.): ' magnam cui mentem animumque | Delius inspirat uates ' ; e Orazio
(epist. I 14, 8 sg.) : ' istuc mens animusque | fert '; e Stazio (silu. Per tal
motivo gli edd. sono stati costretti a metterà il gen. ' animi ' o V abl. '
animo ' in dipendenza da ^ fasque ', disquilibrando cosi tutta la frase e
confondendo quanto si attiene ai sentimenti deir animo con le esteriorità del
formalismo religioso: cf. Servio, camm. in Verg. georg, I 269, p. 193 , voi. Ili Th. * ad religionem fas, ad homlnes iura
pertinent. ' 2 Neil' ed. Ck>ccbia ,
Torino 1886 p. 69, 4 è scritto: * satin tu sanu's m. a. a. t. '9g,) : ' et te
iara fecerat ilH [ men^ aniinusque patroni * : altri ess, per brevità cimmetto.
Leggo, per tanto, i w. 73-74 della sat. II di Persio ; * composi tuta ìus
fasqae, anitnos sanctosqua recessus mentiS} et in eoe tutu generoso pdctua
honesto \ Bai, II T:). Dalla recensione 8abiniana dovette prendere le mosse la
lez, * adiiioueani ' che ^W editori di Persio, quasi tuttij ^ fissarono nel V*
75 della sat. II : e se noi cod. B^ di tonte, conte si è dettOj Habiniana ,
appare ^ adinoucani \ la quale lez, riappare circa cinque secoli dopo^ nel cod,
Rebdigeran, I, ciò si deve , giusta la nota avvertenza del Criisiusj - al fatto
che nei coddantichi non si distinzione chiaramente le forme del verbo ^admoucù^
da quelle del verbo ^admoneo \ La lez. *adnìoneani' trovasi semplificata in
Mnoueani' nei codd. del sec. XI Pariss, nobenhavn) no* 2028, Monacens. no.
Ìì80; nel cod. Ebneriano del sec* XI/XII, collazionato dal Hermann; nel
Bernens. no. 048 del sec. XIIT, nel Paris, no. 80p")0 dfd sec. XIV: e sono
variazioni dovixtc a deviazioni di copista negligfontc u troppo dotto le forme
' uoueam ' del cod. Bernens.
no. f-ì98 del sec* X, * moneas ' del cod. Paris» no. 8055 del sec. XI e *admoueas' del cod. Einsiedlens. no. i\2%
del sec* XV. Anteriore alla recensione Sabiniana dovette essere la lez. '
admoueant ', di cui ci dà una preziosa testimonianza il cod. ' Dico n quaìi
tutti > ^ perchè ho letto * advnouoant ' soltant3 nelle due edd. 1048 e 1GG4
delio Sdire veli us e uell* e^l. preparata dal Wetstenius. * Crusius , in Sueton. dia. Clmtd. 39^ (ir cf,
K F. C. Wunderlich j in TiòulL IV Ij 189 Cpaneg. Mesmllat^) F^ * confermata , molto tempo dopo ^ dal cod. BeroliOp no, 49
del sec, XVI j e, nella forma semplificata ' moucant \ dal cod, Monacens, M 67
del sec* XV* La lez, del P si adatta meglio alla frase esaminata, poiché,
disponendone in modo diretto le parole , bì ha ^ cedo ut admoiieant (se.
homines) templi^ haec i. e. composìtum ìua fasqne, anim. sanct. ree. ment. ^ et
incoct, gen* p ect. hon.j et farro litabo \ Sicché il pensiero dell' autore
sarebbe: lascia che gli uomini ai accostino al tempio, avendo nell'animo i
nobili sentimenti dì giustizia, di pietà, di onestà ecc., ed allora anch' io
farò un sacrificio semplice e gradito di farro. Le parole ' conipositum Ìu3
fasque cet* * sono usate nel 1. cit. con la funzione sintattica di coniplcm*
oggetto di * admoueant ', e la sintesi delle stesse si compendia nel pron, *
haec 'ì e però non si deve distìnguere con forte interpunzione la fine del v,
74 dal principio del v. 75, dove il prou, ' liaec ' serve , come ho detto , di
riepìlogo ai due versi precedenti : * basta la vìrgola, leggendosi così il
testo: ' e. i. f., a. s. r. | m.^ et Ìp g, p, honesto, | haec cedo ut admoueant
tempi is, et farre litabo ', II Buecheler riconosce che il /* dà ' admoueant *
, ma, quasi petf confortare con la tastimoniaaza del F la le^. ^ adnioueam \
che egli ha scelta^ soggiunge che le due lettere finali nt rassomigliano alla
m; ras^ somiglianza che non osservò , e perciò non ne prese nota , V Owen , il
qnale^ dopo il Buecheler, riesaminò e collazionò il cod. F. Perciò segnarono
inopportunamente il punto fermo dopo * honesto * il Waltbard, il Monti, il
Passo w, il Casaubon (ed. Duebner, 1839), il Jahn (edd. 1851 e 1368), il
Hermann, il Bucoìarelli, ecc. ; il punto interrogativo il Casaub. (od. 1647),
lo Scbrevel.^ il Wetsten*, 1^ ed, Biponfc. , V A^ chaintre^ il Kamorino, ecc.;
il punto interrogativo insieme con V ammirativo il Hauthal; il segno dì due
punti il Prateus , il Weber , il Bue^ cheler (III ed. del 1B93), l'Owen, il
NémethVj ecc. La virgola dopo la V. ' houesto ' fa segnata dal Jahn neir ed.
del 1843 e dal Duentzer nell'ed. 1644. Gongoli, BreiJÌ aimot crit alle satin
II, Iti e IV di Fersw, À Sat. Ili 23. La tradizione manoscritta, sia quella che
muove dalla recensione Sabiniana ed ha i suoi più autorevoli rappresentanti nei
codd. A B, sia quella che proviene da una recensione anteriore alla Sabiniana
ed è rappresentata dal cod, P, dà concordemente per il V. 23 della sat. III la
lez. ^ udura et molle lutum est': presentano anche ^ est ' il cod. reg.
Londinens. e due codd. del sec. XV, cioè il Monacens. M 67 ed il Basileens. F.
III. 6. Quante edd. di Persio ho avuto sott' occhio, sino alle tre più recenti,
cioè Ted. inglese delPOwen, Ted. ungherese del Némethy e Ped. italiana del
Ramorino, presentano costantemente, invece di *'est', la lez. ^es', la quale si
osserva in alcune imitazioni della frase di Persio fatte nel medio evo, come p,
es. in quello che scrissero Hildeberto, vescovo Cenomanense, nella mordi,
philos. quaest. I n. 40 col. 1037 B t. CLXXI ed. Migne, e Giovanni di Salisbury
nel polìcrat, lib. VII cap. 19 p, 484 ed, Lugd. Bat. 1639. Ma Pietro di Blois,
che cita lo stesso luogo di Persio jxqW epist, LXXIV ad G. archidiaconum p. Ili
col. 1* ed. Sim. Piget, Par. 1667, ommette
il verbo, scrivendo ^ udum et molle lutum nunc nunc properandus, cet. '; e da tale ommissione è facile argomentare che egli abbia letto ' est '
nel testo di Persio , forma verbale più agevole a sottintendersi che non ' es
'. La stessa ommissione notasi nel cod. Berolinens. no. 2 del sec. XII o XIII,
che presenta ' lutum nunc es properandus ' ; sicché con ' lutum ' si chiude la
prima proposizione e, cominciando con ^ nunc ' la seconda , non si può
prescindere dallo accompagnare ^ es ' con ^ properandus ' anziché con ^ lutum
'. Credo, per tanto, che si debba restituire nel testo di Persio la lez.
presentata dai codd. PAB e da altri codd. di minore autorità, leggendosi nel 1.
e. ' udum et molle lutum est ' come una considerazione in generale , che fa il
censore , introdotto nel discorso dall' autore, sul tempo più opportuno per ottenere
il maggior profitto dall' educazione e dall' istruzione. Poi lo stesso
interlocutore, volgendosi al giovane neghittoso, lo ammonisce , come passando
dalla considerazione generale al caso particolare di lui : ' nunc nunc
properandus es ' ; ed insistendo neir immagine tratta dalP arte del vasellaio ,
soggiunge : ^ et acri fingendus es sine fine rota \ Cosi si viene a dare alle
voci ' udum et molle ' una funzione predicativa di ' lutum ' {' lutum est udum
et molle '), come se dicesse: la creta è umida e morbida e adatta ad essere
maneggiata dal vasellaio. Quale necessità di rivolgersi all' adolescente per
fare una considerazione generale e impersonale, che la creta è pronta ? E
opportuno, invece, il rivolgere la parola al giovane per esortarlo a educarsi ed
istruirsi , essendone in tempo. L' imbarazzo degli edd. dovette essere, se mal
non mi appongo, quell'incontro di ^ udum et molle lutum est ' con le due forme
participiali di gen. maschile ^ properandus ' e ^ fingendus '; e però
s'indussero a fare di ^ udum et molle ' un attributo di ' lutum ' , costituendo
' tu ' soggetto sottinteso anche della proposizione che deve conservare un
carattere objettivo di concetto generico e indipendente dalle condizioni degli
interlocutori. Ma la difficoltà si elimina agevolmente fissando da prima una
forte punteggiatura dopo ^ est ' , perchè resti nettamente determinato il
concetto generale dell' età più adatta all' educazione intellettuale e morale;
e poi, sulla traccia della lez. ' nunc es properandus ' presentata dal cod.
Berolinens. no. 2 sopra citato , scrivendo properandu's e fingendu's. Sai. Ili
60. La lez. ' dirigis ', accolta dal maggior numero dei codd. e degli edd. di
Persio, piglia le mosse dalla recensione Sabiniana e fondasi sui due codd. A B,
Il correttore antichissimo del cod. P, il quale dovette avere a guida pelle sue
emendazioni un esemplare di fonte Sabiniana, accetta anch' egli la lez. dirigis
. Un’emendazione di seconda mano fatta sul cod. A muta dirigis in derigis,
lezione approvata e accolta dai recenti edd. di Persio, Buecheler (Beri), Owen,
Némethy. Il cod. P presenta, invece, In lez. dì modo soggiuntivo dirìgas, la
quale, sebbene trascurata da tutti gli edd.j a me pare che debba essere
restituita nel testo di Persio, in quanto clie vale a denotare la possibilità
che ci sia qualche cosa verso cui si diriga l’arco, dello stesso modo come più
sotto è detto securus quo pes ferat Maj perchè bene si adatti il v. dirigas in
dipendenza dalla frase est aliquid, è necessario, per rispondenza simmetrica
delle parti nello stesso periodo sintattico, che il verbo precedente tendis
posto anch'esso in una relativa subordinata, si muti in tendas. Cosicché j ove
si voglia fare lieta accoglienza alla lez. presentata dal cod, Pf è necessario
che il verso citato sìa lotto : ^ est alìquìd quo tend&s et ìd quod dirlgas
arcani \ JSat, III 93. Nulla avrei da osservare sulla legittimità della fonna
chiusa di part. futuro ^ loturo ', che loggesi in quasi tutte le edd, di Persio
nel v, cit., ne della forma aperta lauturo ^, la quale fu accolta dal Hauthat
(ed. Lps.) : ^ questa ultima è presentata dai codd. del sec. XI Paris, no.
8049; Paris, no. 8272, Monaeens. F//, Monaceus, no. 330; da altri due codd.
Monacensi del sec. XII , cioè Ìl cod. e. 3 e quello contenuto nel cod. segnato
Kr/89. a ; e dal cod. Guelferbyt. Aug, 29. 12 del sec. XIII. La forma chiusa ^
loturo ' risale ad un' emendazione di seconda mano fatta al cod. A. , poiché
tanto questo i[uantQ il cod. B hanno ^ locu}>o ' , in cui il Buecheler
credette scorgere ' locnro '; ed osservasi anche nel cod. XXXVII 19 della bibl.
Laurenzianaj del ecc. XI, esaminato di recente dal Kamorino. Leggesi * laturo '
nel cod. P e noi due codd. del sec, XI Paris, no, 8048 e Bemcns, no. 327: nel
cod. mutilo Bernens. si legge ^ laturo ' con la lettera ù sopra- Egli però non
ne addusse le ragioni nelle Anmerkufìgen ^sur drUten iSatirej scritta all' a ;
e perciò la lez. si ricongiungerebbe con V emendazione antica segnata da
seconda mano nel cod. A. Ma, se le forme ^ lauturo ' e ' loturo ' non sono da
rifiutarsi , si può dichiarare senz' altro come inaccettabile la forma ' laturo
', scritta prima, come pare probabile, ^ luturo ' nel cod. P ? Io credo che no
; perciocché , se accanto al v. ^ lauere ' fu accolto nella lingua il v. ^
lauare ' , la forma del supino preclassica e classica ^ fu sempre ^ lauatum ' ,
come la forma classica del part. perfetto fu sempre ^ lautus '. Non e' è dubbio
che dal tema del supino classico ' lauatum ' sia nato il part. futuro '
lauaturus ' , che si osserva in Ovid. fast. Ili 12 ^ sacra lauaturas mane
petebat aquas ' : e da ' lauaturus ' , per il tramite normale laaturus, ebbe
origine per contrazione la forma ' laturus ' , di cui il cod. P ed altri codd.
sopra notati ci danno conferma. Non sarebbe, dunque, contrario alle leggi
fonetiche dell'idioma latino l'accogliere nel testo di Persio la lez. ^ laturo
', che ha per fondamento l' autorità del cod. P : e della presente annotazione
vorranno tener conto, mi auguro, i lessigrafi della lingua latina. Sat. Ili 97.
Il cod. P dà ^ sepellitur istas ' per il v. 97 della sat. Ili: nei codd. ^ JS
si legge ^ sepeliit urestas', che gli edd. tutti di Persio hanno interpretato '
sepeli: tu restas ' , aggiunto o non il punto interrogativo in fine. Per
ispiegare la frase ^ tu restas ' , alcuni commentatori di Persio ricorrono al
sottinteso ' mihi sepeliendus ' ; ^ altri equiparano ^ tu restas ' a ' uiuis
adhuc et uiuis , ut mihi grauia praecipias ' ^ ovvero a ' tu A Vedi Terent.
hautt. ; Hor. sat 1 3, 137. * Il Némethy, ed. cit. p. 200, a conferma delle
voci da sottintendersi ^ mihi sepeliendus ' adduce il confronto con Hor. sat l
9, 28 : ' omnes conposui. felices! nunc ego resto '. 3 Vi V ed. del Prateus,
Lond. iiiìlii adlmc tutor restaa ': altri ancora, come Tommaso Farnal)io itA.) ,
interpretano ' tu cout(?m[)tnr pliiloi^opliorum r4 p. 557 t, e dal Wetsteu. p.
l>5 &. ^ V* i luoghi Gitati delle edd, SchreveL e Wetsten. J Forse per
tal motivo, o non per nuovo e più diligente esame del cod. , il Jabn s^ indusse
it scrivere nelle note critiche delU sua ed. 4 ' sepsi i tur istas ' C, che
iìqIP ei. IBJl p* 20 aveva scritto * seppelHtur istag ' C. ^ La ragione metrica
rifiuta altresì Del Inogo commentato la formu. * sepe.lil ' j morfologicamente
corretta, che dmmo due codd. del sec. X, cioè il Bernens, no. 257 ed il
Leìdoiis. no. 7H; due codd. del se&. XI, ossia il Bernens. no, ^J2T ed il
Paria. 8070; il Behdigerdu. II del sec. XVj e inoltre il cod. reg. Londinens ,
la cui collazioaej fatta dal Bentley, fu pubblicata nel Chtìisk. Jouni, Il cod.
Beroens, del sec. XIII, che presenta ' sepeliui * , om mette di couseguenza il
' tu ' a fin d' evitare che un piede deir esametro dattilico sia di tre sillabe
lunghe. Debbo notare che vi è incertezza intorno alla parola in esame, citata
da Nonio Marcello. L' ed. Aldina Vea, dà ' riisitatis *; T ed.dicativo di ^
risito ' la seconda pers. sing. dovrebbe essere stata, secondo la flessione
normale, *risitas, da cui, per sincope della i breve della penultima sillaba,
gradita forse nel linguaggio familiare, sarebbe nata ' ristas ' = « ridi
spesso, ridi di frequente ». E però nel v. cit. di Persio ben si adatta ' tu
ristas ?' per significare il pensiero del giovane avido di piaceri anche presso
a morire, il quale al monitore risponde : " non essermi come un tutore ;
da più tempo V ho fatto seppellire „ : e, quasi accorgendosi d' un sorriso
ironico sulle labbra dell' interlocutore che lo vede morente per intemperanza,
gli chiede : « tu ne rid i spesso ? » Talché il monitore, annoiato di tanta
persistenza nel male, gli risponde : ^ perge, tacebo '. Concludendo, io son d'
opinione che si debba rendere anche per il V. 97 il dovuto omaggio al cod. P,
leggendo : ' iam pridem hunc sepeli. tu ristas ? * ' perge, tacebo '. Sai. Ili
107. Gli edd. di Persio leggono, tutti concordemente, il v. su indicato : ^
tange, miser, uenas et pone in pectore dextram ' . Non nego che si possa
leggere bene cosi il v. di Persio ; ma il cod. P invece di ' dextram ' presenta
^ dextra ' : non si può in alcun modo far posto a tale lez. ? I concetti
espressi nel verso sono due, ben distinti V uno dall' altro : a) tocca i polsi
; b) metti la destra sul petto : il complem. oggetto del primo verbo ^ tange '
è ' uenas ' ; del secondo verbo ^ pone ' è ^ dextram ' . Nulla però vieta che
si possa intendere che i polsi si tocchino con la destra ; né e' è nulla che
vieti che la destra, dopo aver tastati i luniana Antv. risitant * (e cosi è
citata nel Ipssìco Forcellini-De Vit la 2^. ed. Merceriana Par. risitantis '.
Carrio lesse * risitantes ', donde la congettura del Bothe ' missitantes %
gradita al Georges, ausfUhrl. Handtvb, II col : al Vossio piacque congetturare
' usitant '. polsi, si poggi sul petto dell* ammalato. Può^ quindi^ il primo
concetto mettersi in istretto legame col secondo mediante il aervizio comune
della mano deatra j come se T autore dicesse: ^ Ungej mìser, uenas dextra ot
pone («e, eam) in pectore \ E ciò può ben risultare dal verso considerato,
leggendolo : tange, miser^ uenaa (et pooe in pectore) dexfcra ^ , Cosi nulla
vieta che si dia posto alla lez. * dextra ' del cod. P\ sebbene da quello
inciso ' et pone in pectore ' derivi , uè convengo anch' io^ un che di stenta
to^ cUe^ del rcsto^ non sarebbe alieno dallo stile di Persio e di altri poeti
satirici latini. SaL IV 9. Son d- opinione che nel cit. y, 9 si debba
restituire il pron, ' il] ut % nella fonna appunto che è presentata dal cod» P,
e la restituzione debba farai in tutti e due i luoghi^ nei quali ivi è
adoperato; ^ cosicché il v, di Persio sia da leggersi: hoo puta non ìustum est^
illat male, recti ub illut ^ . Né osta all' accoglimento di ^ illnt ^ la
singolarità della forma con la desinenza in -tj che non è rara , come a prima
vista potrebbe parere* In fatto^ come è notOj altri ess, di ^ illut ' ci
porgono i coddp Plautini ^ uetus ' o Vatìcanno (B) e ^ decurtatus ^ del se e»
XI (C) al presente di nuovo in Heidelberg ; il cod. Tereuziano Bembin. o
Vatican, del sec. IV/A-^ (A) ; il palinsesto torinese del sec. IV/V (orazione
dì Cic. prò Tuli.) ; il palinsesto Vatican. Reg. 2077 del sec. ^ Avverto^ in
nota, che nel 2^* dei due IL indicati sostituiscono * istud ' al pron.
dimostrativo che ivi è adoperato quattro codd. del sec, XI^ cioè i Monacenss,
Ffl e no. 330 ed i Pari ss. no- 8048 e no* 8070 ; tre codd. del sec. XII, che
sono il Monacens. no. 83, il Paris. 8246, il Berolinena, no. 2; ed altri codd,
più recenti. contenente le Verrin. di Cic. ; il cod. Vatican. - Basilio . H 25
del sec. IX, in cui si contengono le Philipp, di Cic. ; ^ il cod. Paris. 5764
del s. XI/XII, che contiene i comm. de 6. ciu. di Cesare; il palinsesto
veronese del sec. V delle institutiones di Gaio ; ecc. ^ Altri ess. presenta il
Corpus inscr. Lat. : . ecc. Sat. Tanto il cod. P quanto i codd. A B danno
concordemente ' potis est ' per il v. 13 : la stessa lez. si ripete nel
florilegio contenuto nel cod. Monacens. no. 4423 del sec. XV. Una correzione di
seconda mano fatta sul cod. A sostituisce ' potis es ' ; e questa lez.
osservasi nel cod. Laurenziano 19 del sec. XI e, sotto cancellatura, nel cod.
Paris, no. 8272 del medesimo sec. ^ Gli edd. di Persio hanno tutti accettato V
emen- dazione del correttore del cod. A, scrivendo il v. di Persio : et potis
es nigrum uitio praefigere theta '. Io credo che si debba ritornare alla lez.
dei codd. P A B, restituendo nel testo di Persio V espressione ' potis est ' :
e mi conferma in questa opinione, anzi tutto, il fatto che i dotti del medio
evo lessero ^ potis est ' nel verso citato , come ne fanno fede Isidoro (sec.
VI -VII) * e Giovanni di Salisbury; ^ e in secondo luogo una ragione
ermeneutica. Al gio- A Vi Mai, class, auct t. II pp. 7 e 810. Il Neue (Formenlehre der lateinischen Sprache,
III Auflage von C. Wagener, Beri. Calvary) nelP
elenco degli ess. sopra menzionati trascura la lez. del cod. P di Persio. ^ Non
si può tener conto della lez. , evidentemente errata , * potis e nigrum ' , che
presenta il cod. Paris, no. 8048 del sec. XI. 4 Isidorus, on'g. I 23, 1 col.
837, 18 : * et potis est nigrum uitio prae- figere tbeta '. 5 Ioannes
Saresberiensis , policrat VI 18 p. 371, 36, ed. Io. Maire ^ Lugd. Bat.: et
potis est nigrum uitiis praefigere theta '. vnìm aiiibizinso, ^il qua lo *
inveii ìum e è rerum prudentia Meìùi I ante pìlos neiut ' , il saggio
pn^cettore dico : ^ scia etenim iu-^ ttum geuiina suspendere [unee | ancipiti^
librac '5 e tosto 90"^*i giunge : ^ rectuui diseeniis ' ; e di taile
discernimento fa, quanta air obietto, tre ipotesi: a) ubi inter curmi aubit '
(^c. roc*' tuiuj , cioè, couie spiega il prof. Geyza Németh^j etiam tuTii, cum
difficìlo est rectum a non recto discern^ra * ; ò) ^ nel cuui fa Hit pedo
regula uaro ' , perehn il ^ aumnium iua ' è non di rad^ì ^ aumina iniurjfi \
donde la necossità di mitigare U ri- gore delle leggi eoi principi dell'equità;
e) ^ et potis est Jii- gi'Uin uitio praefigere tlieta % ossia la possibilità,
in generale^ di punire ì colpevoli. Questa terza ipotesi v in istretto legame,
logieo e sintattico, con la precedente; e su il poeta ha preferito avvalersi
generalmente de IT espressione ^ uel cum fnllit \ non potevasi, tanto per V
unità di concetto quanto per la diretta di- pendenza di ^ potis ,.. ' dalla
stessa espressione ' nel cum ' eli e regge il ' fallìt * precedente, non
poteviisi^ dicevo^ venire al verbo di feconda pers. es ' , ma era da con
servarsi, per V ob- biettività (mi si conceda V uso, qui necessario, della voce
nuo- va) della considerazione generale, la stessa terza pers. che si V notata
tanto in 'fallii ' quanto in * subit \ 1 jCggo , d un q ne, coi miglio r i co
dfl . di Pc r sio e sccond o la tra - dizione conservata dai dntti nell'etìi di
mezzo; et potis est nigrum uitio praefigere thefca, Jn tutte le edd. di Persio
si leggr; ' ingetntfc ^ hoc bene sìt ' tunicatum ciirn stile mordens cae|)e ^ ,
Kémethy, op, eìt. p* 21% Ma il cod. P dà ' mordes ' invece di ^ mordens ' ; e ,
tutto- ché il correttore antichissimo vi abbia apposto V emciidazioiui '
mordens ' , fondata sulla recensione Sabiniana , io non credo che la lez.
genuina del P si possa senz' altro rifiutare. Tutti i commentatori spiegano il
passo cit. che V autore ci voglia pre- sentare un tristo avaro , il quale ,
mordendo una cipolla con sale, mormori soddisfatto ' hoc bene sit '. Secondo la
lez, del cod. P appare, invece, che l'avaro non si congratuli soltanto con sé
stesso del vilissimo cibo che mangia, ma ne faccia quasi un'esortazione a chi
conversi con lui, sulla bontà dei cibi frugali, di poca o nessuna spesa; onde
il verso dovrebbe leggersi: * ingemit « hoc bene, si tunicatum cum sale mordes
caepe » ' . E in tal modo si rende necessario mutare ^ sit ' ì\\ ^ si ' ; ma
con ciò io non credo che si venga a forzare la parchi per coordinarla con la
lez. del P ^ mordes ' , poiché a me pare di essere nel vero ammettendo che la t
finale di ^ sit ' sia dovuta air efficacia della pronunzia dejla lettera iniziale
della voce seg. ^ tunicatum ' : e non é improbabile che chi scrisse il P abbia
trovato, nelP esemplare da cui traeva V apografo, il nesso ^ situnicatum ' e V
abbia diviso, senza ben riflettere al mordes seg. , in sit tunicatum '. Laonde
non credo di essere in fallo riconoscendo per vero che Tryfoniano Sabino,
quando i^i accinse ad emendare il testo di Persio, siasi trovato , recensendo
il v., dinanzi alla difficoltà del ' sit ' coordinato con mordes e che abbia
opinato di superarla lasciando ' sit ' e correggendo ^ mordes ' in ^ mordens '
, che poi si ripetè nei codd. che ebbero a fondamento la recensione di lui.
D'altro canto, non sarebbe sintatticamente inesatto se ai lasciasse coesistere
il ^ sit ' col ^ mordes ' , leggendo : ingemit « hon (bene sit !) tunicatum cum
sale mordes caepe t; ma spiace quell' indicazione di un fatto come realmente
avve- mitoj mediante il ^ inordos ' di modo indicativo, laddove s' intenda t*
eprime re un invito o consiglio o sollecitazione a man- g"iare cipolle con
sale. La restituzione della lez. presentata dal P, con la sostila- aion© della
voce ^ si ' al v. * sit \ ha questo di vantaggio sulla lez. coin un eniente
segui taj che, oltre al dare maggiore evidenza alla tìgura delP avaro che
predica agli altri la bontà dei cibi tiomplici y naturali e di poco o nessun
costo ^ ha il merito di evitare il cumolo dei due participi ' metuena ' e ^
niordens ' (o incidens come è scritto nel cod, Paris, no. 8050 dell' a. 1321} e
di conservare meglio la simmetria della frase. Sat- IV 51. La lez. * est '
invece di ' es ' nel v. 51 è data tanto dal cod- P quanto dai codd, di fonte
tSabiniana A B; e si osserva ripetuta nel cod* Paris, no, 80oO scr. nel sec.
XTV e nel cod. Basileens. f\ III. 6 dtjl sec, XV, Olì edd, tutti l'hanno rifiu-
tata, ma a torto ^ ed hanno ammesso la lez. * es ' che appare la prima volta in
nn^ emendazione di seconda mano notata nel cod, A e si ripete nel cod.
Laurenziano XXXVII 19 del sec. XL Dico eh a gli edd. l'hanno rifiutata a torto
^ perche il pensiero dell' autore non è di consigliare il rifiuto dì ciò che
una perso uà non èj ma il disdegno per tutto quello che in real- tà non t% cioè
il disdegno per lo vane apjiarenze e per le cose che non hanno valore alcuno:
insomuia, il contenuto del consi- glio che da 1' autore ha un* estensione
objettiva maggiore chn non resti espressa col verbo in seconda persoua * es \
Io cre- do, per tanto ^ che si debba ritornare alla lez, presentata dai codd,
pili autorevoli, leggendo il verso su indicato di Pera io: respue quod non estj
tolUt sua muoera cerdo K\in opere del Prof. Dott. Santi CirasDli : IIuIIòitkIc
sninimntlk Ul brng for Koriitke og Danske, Catania , 1BB4. L. 3. (in Oì?itu
presso E. Ilaul'fs boghantlel, Krif>tiauìaj in Norvegia). MHit/Aoiil di
Ihii^nm kitmti espoF^te, fieeondo il mefcoLlo scientìfico , agli al u imi dille
scuole secondarie olaasicho. Ci^taaia^ F, Tropea, 18BT« L. :i, 50 (esaurito),
Iiitrodii/ioue il Ilo studio del l>. K. — Torino^ Fratelli Bocca, ItiSH. L.
Ci (esaurito). Fotioloiriu lutimu — 2'' ediz. riveduta e migliorata. — Milano,
U. Hoepli. im-2. L. 1, 50. Lettera! lira no r ventatiMilano^ U. Hoepli De Cp
Ffìiiiì CiiceilH 8ceiiiidl rlietorick s^tudll^, Catiuae , C. Galatola , 18^7, L
3 (esaurito). Il neoloferismo iioflì Berltti di Plinio lì giovane. Contributo
agli studi sulla Uitiiiit^'i ar^outeti. ^ Palermo, A. Reber^ 1900. L. 3.
Neidosrìsnii 1)otiimei nei earinì biieoUei e g^jorgricl di Yì Icilio,
Contributo agli ytudl sulla latlcitfi dell' evo augusteo» Palermo , A* ftebor .
Té* tt Ilio re ilei libro De origine et sitn (Teruiauorum ,| ; ricercke
critiche, Jtioma, E. Loeseher & a-, . L. . Li Germauia, comparata con la
Natni'alis lilstoria, di Plinio e eoli lo opero di Tnelto: ricerche
lessigrafiche e sìutiitticbe. E orna, E. Loe^cher & C", 19(Xl L a
^^otc eritieiic e liìbilogi^Uciie di lettemtura latina^ puutata. I. Catania^
Barba gai lo Lt Scuderi A« Pernii FI aeei saturartim libtr ; recensuit,
adnotatione critica instruxit, te stimolila usque ad saeculum XV addidlt Santi
Consoli. Editio maior. llomae, apud Hermannurn Loescher et socium. Note
eritlelio e bibUoj^i'atìclie di lettemtuni latina, puntata II. Catania,
Fratelli Perrotta, MM, L 1, A. Pei-sil Flacei satnrariini Hbcr ; recensuit
Santi Consoli. Editio miaor. EomaOi apud Hermann uni Loescher et socium, 19CM.
L. 1, Di prossima pubblicasiione : Le fonti delie satire di Persio. Up Bf«v!
afinm^lonE (critiche alle Set ì. Nome compiuto: Santi Consoli. S. Consoli.
Consoli. Keywords: deutero-esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Consoli.”
Consoli.
Luigi Speranza -- Grice e Conte: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sacrificio – scuola
di Pavia – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pavia).
Filosofo paviano. Filosofo Lombardo. Filosofo Italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “Must say I love Conte – he
has almost the same talent for linguistic coinage that I do! In Italy ‘filosofia del diritto’ is much more respectable a discipline
that it is at Oxford! But Conte managed to keep it philosophically interesting
for the philosopher’s philosopher that I am!” “Conte proves that moral
philosophy is at the heart of philosopohy qua-uni-virtue – for the critique of
reason must include the buletic – and that’s all that Conte dedicates his
philosophy too! Into the bargain, he expands into concepts like sacrifice,
punishment, ‘fiducia’ (my principle of conversational trust), and so much
more!” “He plays with language the way only Heidegger did in German and I in
English!” Grice: “Conte is what I – and Italians – would call a ‘Griceian
conversationali pragmaticist.’” Studia a
Pavia e Padova. Si laurea a Torino sotto Bobbio con “Ius naturale.” Insegna a
Pavia. Si occupa della semiotica del performativo deontico o buletico, la
regola eidetico-costitutive, validità buletica – desirabilita -- deontica, modo
imperativo, prammatica conversazionale – alla Grice. In che cosa consiste
quell’’impero’, dal quale il modo imperativo prende il nome. Altre opere: “Interpretazione
analogica. Pavia, Tipografia del Libro, “Ius ed ordine” (Torino, Giappichelli).
Primi argomenti per una critica del normativismo. Pavia, Tipografia del Libro,
Ricerca d'un paradosso deontico” (Pavia, Tipografia del Libro); Nove studi sul
linguaggio normativo. Torino, Giappichelli); Filosofia del linguaggio
normativo. I. Studi; Torino, Giappichelli, Filosofia del linguaggio normativo.
II. Studi; Con una nota di Bobbio. Torino, Giappichelli); Imperativo ed ordine.
Studi Torino, Giappichelli); Filosofia del linguaggio normativo. III. Studi,
Torino, Giappichelli); Filosofia del diritto” (Milano, Cortina); Ricerche di
Filosofia del diritto” Torino, Giappichelli); “Res ex nomine” (Napoli,
Editoriale Scientifica); “Sociologia filosofica del diritto. Torino,
Giappichelli); “Adelaster. Il nome del vero” (Milano, LED). È inventore del
genere da lui chiamato "eido-gramma" ed autore di numerosi
eidogrammi, solo parzialmente éditi:
Nella parola. Osnago, Pulcino elefante, Kenningar. Bari, Adriatica. "Per
una critica della ragione deontica" (introduzione alla Filosofia del
linguaggio normativo). Pragmatica. Filosofia del diritto Logica deontica Ontologia Performativo
(atto verbale) Pragmatica Semiotica Semantica.To undertake to set forth with
any definiteness the ‘religious’ – or eschatological -- ideas of ''a
Roman philosopher'' – FILOSOFO ROMANO -- would be an extremely difficult
task.Those, ideas would differ with the individual and the sect, being
determined or varied by a number of considerations and influences — by
locality, education, and temperament. SILIO would not hold the
views of SEIO. We may speak of the state religion – colto officiale -- of ROMA,
as distinct from various other ‘religions’ tolerated and practised
in different parts, but it is scarcely possible to define the contents of
that ‘state religion’ – il SACERDOCIO. There are certain special
priests and priestly bodies who see to it that certain rites and
ceremonies are performed scrupulously in a prescribed manner and on
prescribed dates. But these are officers of the state – LO STATO ROMANO
-- whose knowledge and functions are confined to the ritual observances
with which they have to deal. They are not persons trained in a
system of ‘theology’, nor are they preachers of a code of doctrines or
morals. They have no "cure of souls," and belong to no church. They
have no credo and no Bible or corresponding authority to which to refer.
Though most well-informed persons will know the prominent deities
in the calendar — such as IOVE or MARTE, or QUIRINO -- perhaps scarcely any one
but an encyclopaedist or antiquarian could have named one-half of the
total. It is not merely that the deities on the list are so numerous.
There are other reasons for ignorance or vagueness. In the first place,
the line between the operations of one deity and those of another is
often too fine to draw, and deities originally more or less distinct come
to be confused or identified. Secondly, it is often hard, if not
impossible, to make up one's mind whether a so-called deity — such
as SPES — is supposed to have a real existence, or whether it is simply
the personification of an abstract quality. Thirdly, divinities fall out of
fashion, and to a large extent out of memory, while new ones come, or
were coming, into vogue. The state possesses its old-established
calendar of days sacred to a number of deities, and its code of ritual to
be performed in their honour. There are ancient prescriptions as to what
certain priests should wear, what they should do or avoid in their
priestly character, what victims — ox, sheep, or pig — they should
sacrifice, what instruments they should use for the purpose, and in what
formula of words they should pray in particular connections. There is
a standing commission, with the PONTIFICE MASSIMO at this date that
excellent religious authority, the emperor — at its head, to safeguard the
state religion, to see that its requirements are carried out, and
that no one ventures to commit an outrage towards it. But the state will
not tell you with any precision that you must believe in just so
many deities and no others. It would not tell you precisely what notions
to entertain concerning those deities whom it does officially recognise.
The state dictates no theological doctrine; neither does it dictate
any moral doctrine beyond those which you would find in the secular law.
It reserves the right to prevent the introduction of a foreign divinity
if it finds sufficient cause; but so long as the temples, the rites and
ceremonies, the cardinal moral axioms of the Roman ''religion,'' and the
basic principles of Roman society are respected, the state practises
no sort of inquisition into your beliefs or non-beliefs, and in no way
interferes with your particular selection of favourite deities. Poly-theism
in an advanced commimity is always tolerant, because it is necessarily
always indefinite. What it does not readily endure is an organised
attack upon the entire system, whether openly avowed or manifestly
implied. Even undisguised unbelief in any deity at all it is often
willing to tolerate, so long as the unbelief is rather A MATTER OF
PHILOSOPHICAL DIALECTICS than anything else, and makes no attempt at a
crusade. When a state so disposed is found to interfere with a
novel religion, it will generally be easy to perceive that the jealousy
is not on behalf of the deities nor of a creed, but on behalf of the
community in its political, economic, or social aspect. Let us endeavour
to realise as best we can the religious situation among the Roman
population. Though we are not here directly concerned with the
steps by which the Roman religion had come to be what it was, we can
scarcely hope to understand the position without some comprehension of
that development. The Romans are a CONSERVATIVE people, and many of the
peculiarities of their worship are due to the retention of old forms
which had lost such spirit as they once possessed. In the infant
days of the nation there had been no such things as gods in human shape,
or in recognisable shape at all. There were only ''powers" or
"influences'' superior to mankind, by whose aid or concurrence man must
work out his existence. The early Romans and such Italian tribes - as
they became blended with were, as they still are, EXTREMELEY
SUPERSTITIOUS. In a pre-scientific age they, like other peoples, are at a
loss to understand what produces a thunder or a lightning, rain, the
fertility or failure of crops, the changes of the seasons, the flow or
cessation of springs and streams, the intoxication or exhilaration
proceeding from wine, and a multitude of other phenomena. Fire is a
perplexing thing; so is wind. The woods are full of mysterious sounds
and movements. They could comprehend neither birth nor death, nor
the fructification of plants. The consequence is a feeling that these
things are due to some unseen agency; and the attempt is made to
bring those powers into some sort of relation with mankind, either by the
compulsion of magical operations and magical formulae, or by sacrifices and
offerings of propitiation, or by promises. A superhuman power might be
placed under a spell, or placated with food and drink, or persuaded by a
vow. Such "powers" were exceedingly numerous. Greatest of
all, and recognised equally by all, was the power working in the sky with
the thunder and the rain. Its presence was everywhere alike, and its
bperations most palpable at every season. Countless others were
concerned with particular localities or with particular functions. Every
wood, if not every tree, and also every fountain, was controlled by some
such higher 'power'; every manifestation or operation of nature
came from such an 'influence.'' There was no kind of action or
undertaking, no new stage of life or change of condition, which did not
depend for help or hin- drance upon a similar power. At first "the
''powers" bore no distinctive names, and were conceived in no
definite shapes. They were not yet gods. The human being who sought to
work upon them to favour him could only do, say, and offer such
things as he thought likely to move them. But in process of time it
became inevitable that these superhuman agencies should be referred to
under some sort of title, and the title literally expressed the
conception. Hence a multitude of names. Not only was there the
ever-prominent Jupiter or sky-father " ; there was a veritable
multitude^ of powers with provinces great and small. Among the larger
conceptions the power concerned with the sowing of seed was Saturn,
that with the growth of crops was Ceres, that with the blazing of fire
was Vesta. Among the smaller, the power which taught a babe to eat was
Edulia, that which attended the bringing home of a bride was
Domiduca. The ability to speak or to walk was supposed to be imparted by
separate agencies named accordingly. Flowers depended on Flora and
fruits on Pomona. But to assign a name is a great step
towards creating a ''power'' into a ''god,'' and such agencies
began to take shape in the mind of those who named them. This was the
second stage. Jupiter, Ceres, Satmn, and almost all the rest became
"gods." The powers in the woodlands — a Silvanus or Faunus
— became embodied, like the more modem gnomes and kobbolds. Once
imagine a shape, and the tendency is to give it visible form in an image
"like unto man,*' and to honour it with an abode — a temple or
shrine. The earliest Romans known to us erected no images or
temples, but they were not long in creating them. Particularly rapid was
the reducing of a god to human form when they came into close contact
with the Etruscans and the Greeks. For all the important deities
poetry and art combined to evolve an appropriate bodily form, which
gradually became conventional, so that the ordinary notion of a
Jupiter, a Juno, a Mercury, or a Ceres was approximately that which
had been gathered from the statue thus developed. This trouble was not
taken with all the most ancient divinities. Many of the old rural and
local deities, and many of those with quite minor provinces, were left
vague and unrealised. They were represented in no temples and by no
statues. Natiu'ally as the Roman state grew from a set of neighbouring farms
into a great city, and from a small settlement into a vast empire, the
little local gods fell into the background. The deities which
concerned the state, and to which it erected temples, were those
with the more far-reaching operations — such as the gods identified with
the sky and its thunders, with war, with fertility, with the sea, with
the hearth-fire of all Rome. The rest might well be left to
localities or to domestic worship. From the early days of
Rome there existed a calendar for festivals to certain divinities
important to the little growing town, and a code of ceremonies to
be performed in their honour, and of formulae of prayer to be offered to
them. The later Romans, in their characteristic conservatism, adhered to
those festivals, to that ritual, and to those formulae, even when
some of the deities had ceased to be of appreci- able account, and when
neither the meaning of the ritual nor the sense of the old words was any
longer imderstood by the very priests who used them. Reflect
a moment on this situation. First, we have a number of deities of the
first rank, housed in temples, embodied in statues, and recognised in
all the Roman world; next a number of minor divinities whose operations
and worship may be remotely rural or otherwise local, and whose functions
are by no means always distinguishable from those of the greater
gods; then a series of more or less un- intelligible ceremonials carried
out by ancient rule in honoiu" of divinities often practically forgotten
; outside these a number of vague powers presiding over small
domestic and other actions; finally, a peculiar Roman tendency — in
keeping with the last — to erect into divinities, and to symbolise in
statues housed in temples, all manner of abstract qualities and
states, such as Hope, Harmony, Peace, Wealth, Health, Fame, and
Youth. Reflect agam that, when the Romans, as they spread,
came into contact with Greeks, Egyptians, or other foreigners, they met
with deities whose provinces were necessarily often identical with or
closely akin Fio. . — A Sacrifice. to
their own. Then remember that there is no church and no official document
to define the complete list of Roman gods. Does it not follow, as a
matter of course, on the one hand, that the importation of new gods
was an easy matter, and on the other, that no individual Roman could draw
the line as to the number of even the old-established deities in
whom he should or should not believe? The guardians of the public
reUgion were satisfied if the due rites were paid by the state to those
deities, on those. dates, and precisely in that manner, which
happened to be prescribed in the official religious books. For the rest
they left matters to the individual. So much it has been
necessary to say in order to account for existing attitudes. We must use
the plural, since the attitude of the state officials is but one of
several, and, inasmuch as the state officials themselves were not a
theological caste but only secular servants of the community
administering the regulations for external worship as laid down in
the records, it often happened that their official attitude had nothing
to do with their individual beliefs. Often they did not know or care
whether there was a real religious efficacy in the acts which they
performed ; sometimes all that they knew was that they were doing what
the state required to be done properly by some one. Cicero
quotes a dictum of a Pontifex Maximus that there was one religion of the
poet, another of the philosopher, and another of the statesman.
This is true, but it is hardly adequate. We must at least add that
of the common people. A well-known statement of more modern birth puts
the case — rather too strongly — that at our period all religions
were regarded by the people as equally true, by the phi- losopher
as equally false and by the statesman as equally useful. We may begin
with the ordinary people of whatever station, who were not poets nor
thinkers nor magistrates. It is an error to suppose that such Romans of
the first eentiu'y were either atheistic or indifferent to religion.
Their fault was rather that they were too superstitious, ready to
believe too much rather than too Uttle, but to beUeve without relating
their beUef to conduct. They did not question the existence of the
traditional gods, nor the characters attributed to them; they were
ready to perform their dues of worship and to make their due offerings,
but all this had no bearing upon their own morality. They believed with
the terror of the superstitious in omens and portents, and in rites
of expiation and purification to avert the threatened evil. They were
alarmed by thunder and lightning, earthquakes, bad dreams, ravens seen
on the wrong side of the road, and other evil tokens. They commonly
accepted the existence of maUgn spirits, including ghosts. They were
prepared to believe that on occasion a statue had bled or turned
round on its base; that an ox had spoken in human language; or that there
had been a rain of blood. There were doubtless exceptions, and
super- stition was less dire and oppressive than once it was. More
than fifty years before our date Cicero had said that even old women no
longer shuddered at the terrors of an underworld, and fifty years
after it the satirist asserts the same of children. But both writers are
speaking somewhat hyper- bolically. Doubtless it had been wondered
how two augurs could look at each other without a smile, but there
is nothing to show that even a minority of augurs were acutely conscious
of any- thing to smile at. In the multiplicity of deities the
ordinary people were prepared to accept as many more as you chose
to offer them, especially if the worship attaching to them contained
mystic or orgiastic ceremonies. By this date the populace had become
exceedingly mixed, especially in the capital, and the cool
hard-headed Roman stock had been largely replaced or leavened by
foreign elements, especially from the East. The official worship of the
state was formal and frigid ; it offered nothing to the emotions or the
hopes. Many among the people felt an instinct for something more
sacramental, and especially attractive was any form of worship which
promised a continued existence, and probably a happier existence, after
death. Even the mere mysteriousness of a form of worship had its
allurements. Hence a tendency to Judaism, still more to the Egyptian
worship of Isis and Osiris. The latter made many proselytes, particularly
among the women, and contained ideas which are by no means ignoble
but to our modern minds far more truly ''religious'' than anything to be
found in the native Roman cults. To pass through purification, to
practise asceticism, to feel that there was a life beyond the grave
apportioned to your deserts, to go through an impressive form of worship
held every day, and to have the emotion^-thus worked upon — all
this supplied something to the moral nature which was lacking in the
chill sacrifices and prayers to Jupiter and the other national
divinities. In vain had the authorities, in their doubt as to the moral
effects, tried on several occasions to suppress this foreign worship; it
always revived, and it now held its established place both in the
imperial city and in the provinces, particularly near the sea, for it
was especially a sailors' religion. Rome, like Pompeii, had its
temple of Isis and her daily celebrations. There was, however, no
necessary conflict between this worship and the oflScial religion. It was
quite possible to accept Isis while accepting Jupiter. Nor, though this
particular cult has required mention, must it be taken as belonging to
more than a section of the Roman population. Most Romans would look
upon it and other deviations with acquiescence, some with contempt, and
perhaps some with a shake of the head, while themselves satisfied with an
indifferent conformity to the more estabUshed customs of the
state. Setting aside the devotees of the mystic, the more
ordinary point of view was that between Romans and the established gods
of Rome there is an understanding. The gods will support Rome so long as
Rome pays to them their dues of formal recognition. Their ritual
must not be neglected by the authorities; it is not necessary for an
individual member of the community to concern himself further in the
matter. The state, through its appointed ministers, will make the
necessary sacrifices and say the necessary words; the citizen need not
put in an appearance or take any part. He will not do or say anything
dis- respectful towards the deities in question, and he will enjoy
the festivals belonging to them. If remarkable portents and disasters
occur, he will agree that there is something wrong in the behavioiu* of
the state, and that there must be some public purification or other
placation of the gods. If the state orders such a proceeding, he will
perform whatever may be his share in it. So far he is loyal to the
''religion of the state.'' In his private capacity he has his
own wants, fears, and hopes. He therefore betakes himself
to whatever divinity he considers most likely to help him; he makes
his own prayers and vows an offering if his request is granted. Reduced
to plain commercial language his ordinary attitude is — no success,
no payment. A cardinal difference between the religion of the
Romans and our own is to be seen in the nature of their prayers. They
always ask for some definite advantage — prosperity, safety, health, or
the like. They never pray for a clean heart or for some moral
improvement. Of more importance than the man's moral condition will be
his scrupulous observance of the right external practices. Unlike the
Greek, he will cover his head when he prays. He will raise his hand
to his lips before the statue, or, if he is appealing to the celestial
deities, he will stretch his palms upwards above his head ; if to the
infernal powers, he will hold them downwards. These are the things
that matter. At home, if he belongs to the better type of
representative citizen, our Roman has his household shrine and his
household divinities, whom he never neglects. If he is very pious, he may
pray to them every morning, or at least before every enterprise. In
any case he will remember them with a small offering when he dines. There
are the ''gods of the stores" — his ''penates'' — certain deities
whom he has selected as guardians of his belongings, and who have
their little images by the hearth in the kitchen. There is the household
''protector," or more commonly there are two, who may be
painted under the form of Ughtly-stepping youths in a little niche
or shrine above a small altar. To these he will offer fruits, flowers,
incense, and cakes. And there is the ''Genius'' of the master of
the house, who is also painted on the wall, or who may be
represented by his own portrait bust or by the pictxu-e of a snake. That
"Genius" means the power presiding over his vitality and health
and well- being. If he is an artisan and belongs to a guild, he
will pay special worship to the patron god or goddess of that, guild — to
Vesta, if he is a baker, to Minerva, if he is a fuller. Out of doors he
will find a street shrine in the wall at a crossing, pertaining to
the tutelary god of what may be called his ''parish,'' and this he
will not neglect. Like all other orthodox Romans he will not undertake
any new enterprise — betrothal, marriage, journey, or important business
— without ascertaining that the auspices are favourable. In a
general way he has a notion that the gods are displeased at certain forms
of crime, and that they approve of justice and the carrying out of
compacts. The gods overlook the state, because the state engages them so
to do, and therefore to break the laws of the state is to anger the gods
of the state. But this is rather subtle for the common man, and
there is generally no understood immediate relation between these gods
and his moral conduct, unless he has sworn an oath by one or other of
them. The purpose of calling a god to witness is to bring upon a
perjurer the anger of the offended deity. But he entertains no such
conception as the modem one of "sin" or of "remorse for
sin." "Sin" is either a breach of the secular law or breach
of a contract with a deity, and ''remorse'' is but fear of or regret for
the consequences. His morality is determined by the laws of
the state, family discipUne, and social custom. For that reason his
vices on the positive side will mostly be those of his appetites, and on
the negative side a want of charity and compassion. He may be guiltless
of lying and stealing, murder and violence; he may be honest and
law-abiding ; but there .is nothing to make him temperate, continent, or
gentle. His avowed code is duty,' and duty is defined by law and
tradition. If this is the religious condition of the conunon-
place man or woman — a blend of superstition, formalism, and tolerance —
it is by no means that of the educated thinker. Such persons were for
the most part freethinkers. Many of them, finding no better guide
to conduct, conform to the "religion" of the state without any
real belief in its gods or attaching any importance to its ceremonies.
They do not feel called upon to propagate any other views, and they
probably think the current notions are at least as good fqr the ignorant
as any others. If they are poets, like Horace or Lucan, they will dress
up the mythology, mostly from Greek models, and write fluently
about Jupiter and Juno, Venus and Mercury, either attributing to them the
recognised characters and legends, or varying them so as to make
them more picturesque and interesting — perhaps even improving them — but
all the time believing no more in the stories they are telling^ or in the
deities them- selves,* than Tennyson need have beUeved in King
Arthur and Guinevere. The gods are good poetic material and are sure to
afford popular, or at least in- offensive, reading. The poets doubtless
do something to hiunanise and beautify the popular conception of a
deity, but they seldom deUberately set out with any such purpose. If the
educated are not poets, but pubUc men of affairs, they may beUeve just as
Uttle, and yet regard the established cult of the gods as an
excellent discipline for the vulgar and the best known means of upholding
the national principle of ''duty.'' If they are philosophers they may
not, and the Epicureans in reality do not, beUeve in the gods at
all — certainly not as they are generally conceived — and will
openly discuss in speech and in writing the ques- tion of their existence
or non-existence, and of their character and nature if they do exist.
They will endeavour to substitute for the barren formalism of rites
and ceremonies, or the inconsistent or incomplete traditional morality of
duty, another set of principles as a sounder guide to life and conduct.
Some are monotheists, some are simply in doubt. Says Nero's own
tutor, Seneca, ''Do you want to propitiate the gods? Then be good. The
true worshipper of the gods is he who acts like them."
"Better," remarks Plutarch, "not believe in a God at all
than cringe before a god who is worse than the worst of men."
In the actual worship of images none of them believe. One conspicuous
writer of the time says : "To look for a form and shape to a god, I
consider to be a mark of human feebleness of mind." Concerning the
schools of thought and in particular the tenets of those Stoics and
Epicureans whom St. Paul met at Athens, and whom he could meet in
educated circles all over the Roman Empire, we shall have to speak in a
following chapter, when sununing up the intellectual and moral
condition of the time. Meanwhile it should be under- stood that, though a
profound or anything approaching a professional study of philosophy was
discouraged among the true Romans — more than once the profes-
sional philosophers were banished from the capital — there were few
cultivated persons who did not to some extent dabble in it, and even go
so far as to profess an adherence to one school or another. None of
these men believed in the "Roman religion" as administered by
the state, although many of them were administering it themselves. The
same man could one day freely discuss the gods in con- versation or
a treatise, and the next he might be clad in priestly garb and officially
seeing that the rites of sacrifice were being religiously carried out
in terms of the books, or that the auspices were being properly
taken. It does not, however, follow at all that because poet
or public man cared nothing for the pantheon and all its mythology, he
was therefore without his superstitions. He might still tremble at signs
and portents, at comets, at dreams, and at the un- propitious
behaviom* of birds and beasts. He might believe in astrology and resort
to its professors, called the ''Chaldaeans." On the other hand he
might laugh at such things. It was all a
matter of tempera- ment. It certainly was not every man who dared
to act like one of the Roman admirals. When it was reported that
the omens were unpropitious to an inuninent battle because the sacred
chickens ''would not eat," he ordered them to be thrown into the
sea so that at least they might drink. The freethinkers were in
advance of their times. "Science" in the modern sense hardly
existed, and until phenomena are explained it is hard to avoid a
perplexity or astonishment which is equivalent to superstition.
Consider now these various states of mind — that of the
people, ready to add almost any deity to the large and vague number
aheady recognised ; that of the poet, who finds the deities such useful
literary material ; that of the magistrate or public man, who,
without enthusiasm or necessary belief, regards reUgion as a thing useful
to society; and that of the philosopher, who thinks all the current
re- Ugious conceptions unsound, if not absurd, and morally almost
useless. Manifestly a society so composed will be one of
unusual tolerance. The Romans had no disposition to force their religion
on the subject provinces of the empire. Their religion was the Roman
religion; the rehgion of the Greeks might be left Greek, the Jewish
religion Jewish, and the Egyptian religion Egyptian. Any nation had a
right to the religion of its fathers. Nay, the Jews had such peculiar
notions about a Sabbath day and other matters that a Jew
was exempted from the military service which would have compelled
him to break his national laws. All religions were permitted, so long as they
were national religions. Also all religious views were permitted to
the individual, so long as they were not considered dangerous to the
empire or imperial rule, or so long as they threatened no appreciable
harm to the social order. If a Jew came to Rome and practised
Judaism, well and good. It was, in the eyes of the Romans, a
narrow-minded and uncharitable religion, marked by many strange and
absurd practices and superstitions, but if a misguided oriental people
liked to indulge in it, well and good. Even if a Roman became a
proselyte to Judaism, well and good, so long as he did not flout the
official reUgion of his own country. If the Egyptians chose to worship
cats, ibises, and crocodiles, that was theii^ affair, so long as they
let other people alone. In Gaul, it is true, the emperor Claudius,
predecessor of Nero, had put down the Druids. Earlier still the Druids
had already been interfered with ; but that was because the Druids —
those weird old white-sheeted men with their long beards and
strange magic — are performing human sacrifices — burning men alive in
wicker frames — and such conduct was not pnly contrary to the secular law
of Rome, but even to natural law. And when Claudius finally
suppressed them, or drove the remnant out of Gaul into Britain, it was
not simply because they worshipped non-Roman gods and performed
non- Roman rites, but because they were, as they had always
notoriously been, a dangerous political influence interfering with the proper canying
out of the Roman government. And when we come to Christianity
it must be remarked that, so long as that nascent religion was
regarded as merely a variety of Judaism, it was actu- ally protected by
the Roman power, and owes no little of its original progress to the fact.
In the Acts of the Apostles it is always from the Roman governor
that St. Paul receives, not only the fairest, but the most courteous
treatment. It is the Jews who persecute him and work up difficulties
against him, because to them he is a renegade and is weaning away
their people. To the philosophers at Athens he appears as the preacher of
a new philosophy, and they think him a "smatterer" in such
subjects. To the Roman he is a man charged by a certain com- munity
with being dangerous to social order, to wit, causing factious
disturbances and profaning the temple; and since he refuses to let the
local author- ities judge his case, and has exercised his citizen
privilege by appealing to Caesar, to Caesar he is sent. And, when a
prisoner in somewhat free custody at Rome, note that he is permitted to
speak ''with all freedom,'' and that in the first instance he is
acquitted. True, but the fact remains that Nero bimit
Christians in his gardens after the great fire of Rome, and that certain
later emperors are found punishing Christians merely for avowing
themselves such. Why was Christianity thus singled out? It was not
through what can be reasonably called ''religious intolerance/' for, as
has been said, the Romans did not seek to force Roman religion on other
peoples, nor did they make any inquisition into the beUefs of
Romans themselves. The reasons for singling out Christianity for special
treatment are obvious enough. The question is not whether the reasons
were sound, whether the Romans properly understood or tried to
understand, whether they could be as wise before the event as we are
after it, but whether the motive was what we should call a
religious" one. To allow Epicureans to deny the existence of gods at
all, and to make scornful concessions to the peculiar tenets of
Jews, could not be the action of a people which was bigoted. If there was
bigotry and intolerance, it was political or social bigotry and
intolerance, not reUgious. To prevent any possible misconception let the
present writer say here that he considers the principles of
Christianity, as laid down by its Founder and as spread by St. Paul, to
have been the most humanizing and civilising influence ever brought to
bear upon society. But that is not the point. The early Christians
were treated as they were, not because they held non- Roman views,
but because they held anti-Roman views ; not because they did not believe
in Jupiter and Venus, but because they refused to let any one else
believe in them; not because they threatened to weaken Roman faith, but
because they threatened to weaken and even to wreck the whole fabric of
Roman society ; not because they were known to be heretics, but
because they were supposed to be disloyal; not because they converted
men, but because they appeared to convert them into dangerous
characters. As it has been put, the Christians were regarded as the
''Nihilists" of the period. We are apt to judge the Romans from the
standpoint of Christianity dominant and understood; it is fairer to judge
them from the standpoint of a dominant pagan empire looking on at a
strange new phenomenon altogether misunderstood and often deliberately
misrepresented. Moreover — and the point is worth more attention
than it commonly receives — we have only to read the Epistles to the
Corinthians, to perceive that the early Christian gatherings were by no
means always such meek, pure, and model assemblages as they are
almost always assumed to have been. Some of the members, for
instance, quarrelled and ''were drunken.". There were evidently many
unworthy members of the new communion, and of course there were also
many manifestations of insulting bigotry on their part. The class
of society to which the Christians belonged was closely associated in the
Roman mind with the rabble and the slave, if not with criminals. What the
pagan observer saw in the new religion was "a pestilent superstition,"
"hatred of the human race," "a malevolent
superstition." He thought its practices to be connected with magic.
The intransigeant Christian refused to take the customary oath in the law
courts, and there- fore appeared to menace a trustworthy
administration of the law. He took no interest in the affairs of
the empire, but talked of another king and his coming kingdom, and
he appeared to be an enemy to the Roman power. He held what appeared to
be secret meetings, although the empire rigidly suppressed all
secret societies. He weakened the martial spirit of the soldier. He
divided f amiUes — the basis of Roman society— against themselves. He was
a socialist leveller. He threatened with ruin all the trades
connected with either the established worship — as amongst the
silversmiths at Ephesus — or with the luxuries and amusements of Ufe.
Those amusements in circus or amphitheatre he hated, and therefore
appeared misanthropic. He not only stood aloof from the religious
observances of the state and the household, but treated them with contempt
or abhorrence. Moreover, at this date, he refused to
acknowledge the one great symbol of the imperial authority. This was
the statue of the emperor. When that statue was set up in every town it
was not understood by any intelligent man that the emperor was actually
a god, or that, when incense was burnt before the statue, it was
being burned to the emperor himself as deity. But just as every
householder had his attendant Genius'' — the power determining his vital
functions and well-being — which was often represented as a bust
with the man's own features, so the statue of the Augustus, ''His
Highness," represented the Genius of that Head of the State, and the
offering of incense was meant as an appeal to the Genius to keep
the emperor and the imperial power ''in health and wealth long to
live." The man who refused to make such an offering was necessarily
considered to be ill- disposed to the majesty and welfare of the Head of
the State, and therefore of the state itself. The Roman attitude
towards the early Christians was partly that of a modern government
towards Nihilists, and partly that of a generation or two ago to a blend
of extreme Radical with extreme atheist. We are not here concerned
with the whole story of the persecution of the Christians, but only with
the situation at and immediately after the date we have chosen. It
is at least quite cer ain that when Nero burned the Christians in the
year 64 he was treating them, not as the adherents of a religion, but as
social criminals or nuisances. How far his notions of Christianity
may have been influenced by Poppaea we do not know. At least he believed
he was pleasing the populace. Grice: “Conte quotes from Aristotle’s
Soph. El. On the ‘homonimia’ of deon’ – “sometimes for the good, but sometimes
for the bad.” Conte distinguishes between semantic ambiguity – surely ‘must’ or
the imperative mode does not have TWO senses – and ambivalenza prammatica.
Since Aristotle is refusing to use Frege’s idea of ‘Sinn’, and keep referring
to ‘semeion’ (Latin segnare) rather, we may well conclude that Aristotle is
just Greek Grice. Conte does not dwell much on the imperative mode. Modo
imperativo is qualified. Modo is qualified as being modo verbale – the mode of
the verb impero. But then the future in French has a ‘valore imperativo.’ Conte
is more interested in the ‘must.’ But surely his quoting from Philippa Foot and
his joint work with von Wright into Kant’s hypo versus cate is very Griceian! On
top, Conte has a taste for local historical analysis and has discovered some
gems in some jurisprudential philosophers of his ‘paese’!” Nome compiuto: Amedeo Giovanni Conte.
Keywords: il sacrificio, the sorry story of deontic logic, fondatore della
logica deontica al Ghislieri di Pavia, il giuridico, giudicare, giuridicare,
impiego, employ (as noun), employ-ment, empiegamento, Conte e Wright – Wright
cited by Grice, alethic --. Wright on change cited by
Grice in “Actions and Events”, Mario Casotti, Volere, Grice, Volere --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Conte” – The Swimming-Pool Library. Conte.
Luigi Speranza -- Grice e Contestabile:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di BRVNO al rogo – scuola
di Teano – filosofia casertese – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Teano). Filosofo casertese. Filosofo campanese. Filosofo
italiano. Teano, Caserta, Campania. Grice: “I love Contestabile; I love a
philosopher with a sense of humour! At Oxford, it has
become increasingly difficult to laugh at people’s surnames! But ‘grice’ means
‘pig,’ in Norwegian! – Anyway, Contestabile contests a revisionist account of
Bruno’s life – “surely he wasn’t a coward – I know because of his links with
the Campanella whom my family supported in his fight against the furriners!” Cacciato
con una telefonata» Intervista di Dino Martirano, Corriere della sera. Con il
Psi non ho ricoperto grandi incarichi ma ho avuto l'onore di essere stato amico
di Craxi. Mi mancherà la politica ma non è una tragedia. Torno ai miei studi,
alla filosofia medioevale. Mi mancheranno certi momenti. Io, che ero stato nel
Psi fin quando la procura della Repubblica lo ha sciolto, ricordo bene i mesi
trascorsi al ministero della Giustizia: col ministro Biondi fummo i
protagonisti del tentativo fallito, però generoso, di riportare la giustizia
sui binari della normalità. Sciolto il partito [Psi], chi si è fatto
maomettano, chi ebreo, chi cattolico. Però sempre socialisti siamo rimasti.
Avvocato e politico italiano Sottosegretario di Stato del Ministero della
Giustizia Presidente Berlusconi Predecessore Sorice Successore Mirone
Vicepresidente del Senato della Repubblica Presidente Mancino Senatore della
Repubblica Italiana Legislature Gruppo parlamentare Forza Italia Circoscrizione
Lombardia Collegio Cinisello Balsamo, Vigevano Incarichi parlamentari
Sottosegretario di Stato per la grazia e giustizia Sito istituzionale Dati
generali Partito politico FI Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione avvocato. Avvocato e politico italiano. Laureato in giurisprudenza,
esercita la professione di avvocato. Entra in politica iscrivendosi al Partito
Socialista Italiano (partito a cui è appartenuto fino agli eventi che hanno
travolto tale formazione politica)[1]. In seguito aderisce a Forza Italia,
affermando che in tale movimento politico l'area socialista era ben accolta e
rappresentata. Viene eletto senatore ed è rieletto anche nelle due successive
legislature. Vicepresidente del Senato. Incarichi parlamentariModifica Ha fatto
parte delle seguenti commissioni parlamentari: Affari costituzionali e
giustizia; Difesa. Membro, inoltre, della giunta per le elezioni e immunità
parlamentari. Sottosegretario di StatoModifica È stato sottosegretario di Stato
per la Grazia e giustizia nel primo governo di Silvio Berlusconi. Tutti i figli
e i figliastri del garofano. su qn.quotidiano.net. Adnkronos - Psi: C. a De
Michelis, noi stiamo bene in FI ^ Senato - XIII legislatura Voci correlate
Modifica Governo Berlusconi I Partito Socialista Italiano C., su Senato.it -
legislatura, Parlamento italiano. C., su Senato.it - XIII legislatura,
Parlamento italiano. Domenico Contestabile, su Senato.it - legislatura,
Parlamento italiano. Biografie Portale Biografie Politica Portale Politica
Socialismo Portale Socialismo. PAGINE CORRELATE Fabrizio Cicchitto politico
italiano Maceratini politico e avvocato italiano Scamarcio politico italiano
Altre saggi: Bruno: una revisione contestata” – La storia della filosofia è
continua revisione, e non mi scandalizzo per il revisionismo bruniano. Mi
sembra però che questi non colga nel segno. La vita diBruno, dalla fuga da S.
Domenico Maggiore a Napoli fino al rogo di Campo dei Fiori a Roma, è di
singolare coerenza. È una vita “contro”. L’accusa implicita di opportunismo mi
sembra perciò singolare. E’ vero che, durante il processo, ritratta molte sue
tesi, e avrebbe avuto salva la vita se continua in questo atteggiamento. Alla
fine però si stanca, e scolge lucidamente di morire. È opportunista chi cerca
solo di salvare la pelle, e poi decide di morire perché ritiene che il suoi
giudice ha esagerato? In quanto alla tesi sul Bruno spia elisabettiana, essa
non è provata, anzi è smentita dalla comparazione tra la grafia di Bruno e
quella dei biglietti di spionaggio. Infine, la tesi a proposito della relazione
tra Campanella e Bruno non mi ha mai convinto. Campanella (la sua rivolta e
finanziata dalla nobile famiglia C., come ricorda Firpo nel suo ottimo saggio
sul processo a Campanella) vuole poi un regime “comunista”? A leggere “La città
del sole” non si direbbe. (CA ui i) e iui Mia ba, VA dai ‘agi LS it Il EGR Ln i
\ LA va Di = | Pome Rm Te ti n. i Li I e Aa Kt Hlirpogt] lb pi n 9 ha So Rif [a
E Ji > a ILLE di pe LIS ia Giordano Bruno DRAMMA MILANO Tipografia
Commercial n als dtt, TORIO EMANUELE, Carnevale.{Resta sapore PERSONAGGI BRUNO
(si veda) Sig. G. SALASSA LORENZO (figlio naturale di GIORDANO BRUNO, «dot-
tato:da).. ... ». > A.D'ANDRADE ROMANO DEI LOMBARDI «+. > F. MIGLIARA
LEANDRO giovine patrizio. S.ra ANGIOLETTI LAURA figlia di ROMANO. >» A. Busi
IL GRANDE INQUISITORE . Sig. SALVARANI ROCCO LILLE DAMIANI ANDREA. Ni agN°
UNGUARDIANO) che nonparlano N. N. UN OsTE .. Ni Ni Giovani e Nobili Veneziani,
Servi di Romano, Gondolieri, Seguaci di Bruno, Soldati, In- quisitori, Si Servi
del S. Uffizio, Frati e Popolo. L'azione del 1.° e 2.° Atto è in Veni quella
del:3.° e 4.° Atto in Re ber a pieni Sofee bi; pece SUIT ZIA PIAZZA IN VENEZIA,
Un’Osteria e alcune seggiole. In fondo un canale praticabile, che traversa la
scena. Sul canale un ponte, che mette in un viottolo, sull'angolo del quale
sorge a destra, un magnifico Palazzo illumi minato a festa, prospiciente sul
Canale. .Un in- gresso laterale, illuminato da faci fisse ai muri, con- ducedal
viottolo nel Palazzo. La porta principale verso . il Canale è aperta; durante
la scena seguente, visi vedono approdare gondole, dalle quali scendono persone
ragguardevoli, che, ricevute dai servi, entrano nel Palazzo. Sera. i TI,
GIOVANI e NOBILI VENEZIANI, parte ‘in abiti fanta- stici con mezza maschera al
volto, e parte in abiti comuni, vengono da sinistra, traversano il ponte, e
dalla strada entrano nel Palazzo. LEANDRO, ROCCO ed altri Giovani vanno e
vengono ferman- dosi sulla Piazza, cantando e ridendo, Poi LQ- RENZO e LAURA.
Leandro (accompagnandosi colla ghitarra) A te, Venezia bella, adorata, A te,
mia sposa, la serenata. HEVVPETIAIAMITEREZI LIA VITE RENTAL rara rr
ovinantosinezineneisevazize vecio sinioneee IVTIPRErTA:Itr rara rirevenaatos
aes szereris cva:i0e vice vi’ veve’ ’avurecovio sr 0uIvI vare ri [tti STA Hocco
(Volgendosi all’osteria) Leandro, scuotiti! Le mura adori?... Vieni ove
brillano Divini amori, Ove donzelle Cotanto belle Potrai mirar. Coro dei nobili
Al convito n’andiam! alla festa! Leandro Prima di venir alla gran festa
Distruggere io vo’ un'idea funesta! Oste, su via porgetemi Vino di Cipro; a
questo petto ardente Occorre del più vecchio e più potente. Vivan le belle
Danzanti; volano. Gli occhi fiammeggiano Più che le stelle; Ne’ Joro vortici Mi
ruban Vanima.... sui Crudo gioir! «__°’Più non mi muovo Suolo dolcissimo, ir
belt r__Frrrrrr n - a-rt-rvreorosoeeriovoe nueva zeranen sonia mise
eeerarmierereriiovnieteacivoteote0ie Nido mio nuovo! Muoio in tue braccia...
Santo delir! | A te, Venezia bella, adorata, A te, mia sposa, la serenata, Coro
AI Convito! n’andiam alla festa. (S'appressano in una gondola LAURA e LORENZO)
Eaurna Sul mare immenso più non impera Nè sulla terra che la circonda.Venezia,
è fango la tua bandiera! Lutto e non feste! Pianga e s’ asconda. Core (con alto
di cu iosità) E un amante e la sua Della Che passeggiano alla luna; Laura
sembra la sua stella, Ma egli fa poca fortuna. Seguiam tutti i vaghi amanti, E
vediam, se pur n’ è dato, In fra i suoni, i balli e i canti Di trovar
l’innamorato. È Lorenzo di Giordano, Che fuggì dal sacro tempio ; lì Lorenzo...
il vil, l’insano Che ne porge un triste esempio. Lorenzo (con ira) . È rivolta
a me l’offesa? L’alma freme, batte il core! - Già suonaron l’ultim’ ore; - E
voi tutti io sfiderò. Laura E rivolta a te I’effesa; rato L’alma freme, batte
il core!... Già suonaron l'ultim’ ore Io con te li sfiderò. (LORENZO furente si
scaglia contro ROCCO, e gli toglie la spada. Gli altri NOBILI sguainano. le
proprie e si schierano în fondo) SCENA II. Detti, ROMANO dei LOMBARDI entra
frettoloso dalla casa di destra, seguito da servi con torce accese, Bomano Chi
grida? Chi chiama? Qual chiasso villano? Non son cîttadini, ma plebe briaca !
Lorenzo, tu?... Il ferro in mano hai snudato?.... Parla! Che avvenne! Sei pazzo
?... Ti placa! Laura (atterrita alla vista del padre) Che mai dirà Al
Genitor?... pa Voce non ha, Non ha più cor. Lorenzo (con timore) Che mai dirò
AI Genitor?... Voce non ho, Non ho più cor. Leandro (con circospezione) Il
segno di croce facciamoci... e andiam via! Quel vecchio è uno sgherro dell’
Inquisizione. Partiamo, fuggiamo... La belva più ria, E un angelo a petto di
questo demòne. Romane (ai Nobili) Non chiedo ragioni di vostra contesa, Fra
tenebre nacque... in tenebre resti; E calmi la notte col sonno gli. ardori Di
giovani folli, di stolti furori.... Partite! Or è cauto lontani restar. Coro di
Nobili (infimoriti da Romano). Fuggiam dal feroce Vegliardo Romano : Col fiato
ne ammorba Il truce, l’insano; nea Qui tutto è sospetto.... Amici, fuggìam. 1
NOBILI, it CORO, LEANDRO e LAURA sì riti- rano pel ponte ed entrano nel
Palazzo. L’OSTE ha chiuso ed è scomparso durante la rissa, ROMANO fa un cenno
ai Servi di allontanarsi. SCENA III. ROMANO e LORENZO Romano Vengo, tu il sai,
da Roma; e il Santo Re e Pontefice armava il braccio mio. ‘Or sotto il ferreo
terribil manto Della suprema Città di Dio L’ Inquisizione veneta sta; E a Roma
solo ubbidirà. Dell’ eresia le vampe infeste Soffocherò . tutte le teste D’ un
colpo all’ idra io troncherò. Lorenzo Fu il Campanella scoperto e preso? Romano
Libero ei 8° agita... Ma il gran sovrano De’ rei, che Italia e il mondo ha
acceso Contro la Chiesa santa, è Giordano. Presso i suoi complici quì ascoso
stà! Lorenzo Odio quel uomo tanto... tel giuro. Romano Non basta odiarlo:
questo io non curo; Tu quì arrestarlo ora dovrai: (Musica da ballo neil’interno
del Palazzo) In fra le maschere lo scoprirai, Ed il porrat nelle mie man.
Lorenzo Si chiede un atto di traditor?... Romano Queste ai novizi prove si dan.
Lorenzo Tradir ricuso; son uom d’onor. Romano (con sdegno) A me tu, folle,
devi? RANA RARA pinete Lorenzo Obbedienza ! Homano Ed alia Chiesa! Trema... .
Lorenzo (soffocando il furore) Obbedienza! Romano Dunque ?... Lorenzo (con
sottomissione) Giordano io scoprirò! Eomano (ricomponendosi) Tuci giovanili e
schictti Modi ti gioveran, se manca il senno Di età maggior, Tuo sguardo
onestà; ispira, K assai tua voce ad ascoltarti attira. Per la grand’ opra non
sarai solo, D’altri miei fidi 1’ aiuto avrai; Pronto a miei cenni sempre sarai,
Uno per ‘tutti sia il mio voler. Lorenzo (con dolore) L’iniqua trama ahi mi
colpisce! La terra, il cielo pur n’ hanno orror!... Vile è colui, ch’ altri
tradisce, Nè v' ha pietade pel traditor. ERomano (imperioso) Come voglio, sia
fatto. Or d’ altro; è m'’ odi. Dal dì che ardenti e improvidi Sguardi su Laura
hai posti, Travolto dalla subita Cicca passion tu fosti; N | Una rea febbre 1°
agita Tutte le membra o siolto, E vedo nel tuo volto Il fuoco del delir. Bada!
io ti scruto, o giovine, E leggo il tuo desire; Guai se tal fiamma ignobile Io
non vedrò svanire. Tu sogni; ma chi vigila l'e per tuo ben consiglia; Dimentica
mia figlia, O trema del tuo ardir. (parte da sinistra mentre sì volge ancora
con fiero sguardo su LORENZO). Lorenzo (con dolore): SO Solo alfin... solo quì
sono... Piangere, impallidir, tremar t’è dato sa Povero cor! Ma dannate in
eterno ei Son mie lacrime in lor foco d'inferno. Ci i . . 0 cielo, perchè
l’aere Fa A ._ ©. Spargi de’ tuoi profumi? CRT a O terra perchè il giubilo. SA
Delle tue stelle assumi? © nare: A me negata è l'estasi. da D’ ogni dolcezza
umana, No: ae d'ogni gioia lè vana (ale EZIO Larva, che fugge ognor; TERIOS L’
amor che è riso d’ angioli, 0; Di Nel povero mio cor. i Strazio divien di
dèmone, WA Delirio agitator. pr | Amar non posso... 0° AARON] eta P, ‘L'odio mi
restag» SS CE ao ag Son stretto a questa to; LR 1 sur aRatalità. EI _: Vò di te
vincere. | Con santo zelo, .. Servir vo’ il Cielo... E questa l’ ultima. Mia
volontà. (parte con fretta per il ponte). ‘ Cala la Vela. arnie, onere ge oi
SALA NEL PALAZZO LOREDANO Una splendida sala da Ballo nel Palazzo di Lore- dano
a Venezia, con colonnato per modo che si possa figurare l’accesso in altre
sale. Illuminazione splen- didissima. SCENA L Coro degl’Invitati ($ acc incanto
dell’ebbre sale! Che ballo immenso! Sarà immortale. Quest’ è la reggia della
letizia; Il, paradiso. d’ ogni. delizia. Deh! non fuggire, tempo; t’ arresta;
Bearsi al lungo delir giocondo Della fatata splendida festa Tutto in. Venezia
vorrebbe il mondo. {Gl’invitati s'allontanano in varie parti) SCENA ILL BRUNO
entra con cautela e colla maschera in mano, poi gli amici.
drrezadzanzecezanconca n ionici oc. c0100 dna enricicondiizeotentoro neo
dan'ontooarcrroniòolo /Tasos signor cecanzara anee Giordano Quì ognun danza e
delira Spensierato e demente. E niun ragiona, E senno e cuore ha niuno. x tutto
quì è in periglio, ove il Leone Alato di San Marco Prostrato dalla Santa
Inquisizione Ai piè, scordò il ruggito Di cui tremò per secoli ogni lito
(volgendosi in fondo) Ecco gli amici: ma assai lenti e scarsi. Alcuni dei Primi
Luce! Giordano Giustizia a tutti! E Primi E verità! Alcuni dei Secondi [venendo
oltre) Luce ! Giordano Giustizia a tutti E Secondi E libertà! Giordano Grazie diletti
! Sian pochi i detti; Molta l’opra. A ingannar V'astuta Corio Dei biechi
Inquisitori Ho scelto queste sale Di Loredano. È pronto ognuno ? Coro Ognuno!
Giordano L’ ardir pari del vero alla grandezza? Ed uniti? Coro Siam tuoi,
Giordano Bruno! Giordano e Coro Nel popol vero s’ incominci 1’ opra: S°
illumini! Bugiarda è la parola Di Roma e il suo Re, che Dio si noma, Sull’ alma
i Papi vogliono l’ impero Per posseder la terra; E coi libri e col braccio tt
Viva facciasi ovunque eterna guerra Allo spirito, al verbo, a ogni menzogna,
Con che farci suoi schiavi Roma agogna SCENA III. DETTI e LAURA che entra
anelante dalla sinistra colla maschera in mano. Enura Signor, fuggite! Giordano
Io? no! non fuggo. Coro (insospettito) Fuggiamo.... È pazzo! (fuggono da va»ie
aio Giordano (con ira) Vili! Tu hai fede? (a Laura) ERaunna (sempre ancelante)
Gran Dio! In queste sale Circondavi un estremo ‘ Periglio. Per voi tremo...
Fuggite per pietà. IIIEEZZZERETET TEZIEXIZZELUPPEE PE CETO CE TI CE CES CECI
ICI IA CIT ALIZICI AZIO LETO EI Va besasnza rea dI gra rirvarai tion Giordano
(simulando) Fuggir?... Da chi fuggire? Laura Da tutti! I delatori, Cui fia
virtù tradire, Vi cercano là fuori... Son mille a me ben noti, Fierissimi e
devoti Al sacro Tribunal. Giordano (sorpreso) Mi conoscete? Eguana A Padova Vi
scorsi il«dì che ardito Nel fiume vi gettaste, E un fanciullin tornaste Vivo al
materno sen. L’ Inquisizion seguiavi Co’ mille sgherri suoi Per arrestarvi; e
voi Tra il popolo festante Poteste in un istante Securo allor fuggir. Giordano
(simulando la calma) Bruno era quegli, che allor miraste! Io non lo sono!...
Mal giudicaste, i Laura (sorpresa) Credetti... ho divinato! © ; Voi siete il
gran filosofo. Giordano Oh certo s’ è ingannato Il vostro giovin cor. Laura
Perdonate se un lembo alzo del velo, Che a me vasconde... (solleva: dl velo) Io
v' ho scoperto!... siete... Celarvi non potete... Giordano E chi son io? Laura
Giordano Bruno, cittadin di Nola! Durante quest’ultimo colloquio, LORENZO entra
da destra, LEANDRO da sinistra; si fermano in - fondo, e, non veduti funno alto
di attenzione). “erimmiberarisisaorizeoeee Mi nisi bro aravrariszazazezea ripa
paio : Lorenza ngi Ho. in mani, alfin 1, dai i ‘Ch’ ha Italia avvelenato;
‘Salvo da Ini mille: anime! a Il mondo mi sia. EH 9 Leandro (LormNZO | con
simulata ironia) % TAL il salverài, mia “tnamo, | ) È quegli'il gran? ;
Filosofo) di Il celebre Giordanb. VESTA Dal Tribunal del Dèmoni Ù 401 1 PR. E O
ARNO E ‘J RARE. | Baura (| ‘801 ‘presa vi ala PISAE) | dia 39 DS IDE Lorenzo!
dui GicoL.. (a o pi di te-che mai sarà? F a iI Gietiala (con dolore) Fui
tradito !..-Oh cerudoltà So IV I Santo phrto) Tana ‘in Cactpnse deg Di palpiti,
di ladina, Tempo,non è, mio cuore; .: .Salvarlo, fat Miracoli. DERE eo -0t devo
ame l'amore. OL DI Giordano © La luce tua mi sfolgora, Fanciulla, nel pensiero;
Se il mio profeta! Libero Trionferà il mio vero. poi fissando LORENZO Quel
volto! V° è 1’ immagine Impressa di Teresa... Misto è quel volto... e
annunziami La gioia ed il dolor! (Prendendo per mano LORENZO) Giovane, dimmi:
sei tu di Roma? La tua favella mel dice... Parla! Dimmi: tua madre come sì
noma? Teresa forse? Lorenzo Teresa?... Sì! In fondo appare ROMANO con SERVI e
SOLDATI poi vengono gl’Invitati). Giordano L’ inquisizione! Oh quale orror! (a
Lorenzo) E tu con essa? Ah traditor! o Io a te la vita diedi... e la morte -
Tu, iniquo, appresti al Genitor!... A te l’ inferno schiuda le porte... Sii
maledetto, vil delator. fekresrey=neoan0enencastec pregsoneeaossog
@zorrorerovrse ereeeericrone cer csvpirtetronertpariosonnen contiene nanenene
Lorenzo Tu... padre mio? Che mai feci io!... Padre, perdonami _Se pur ancora ‘
Merto pietà. GU INVITATI che riappariscono da destra e sinistra e detti. GI
Envitati e Leandro La festa è orrenda! Fuggiamo tutti; Qual tradimenti! >
> Keco distrutti --- Degl’ innocenti Gli almi piacer. HEomano Grazie, o
Ciel! Nelle mie mani Or Giordane io vedo tratto! Roma esulti...! Il suo desìo
Finalmente è soddisfatto. Lerenzo Orrenda infamia! Tu il. padre mio?... Ah me
infelice! Che mai fec? io! Padre, perdonami... O Ciel, pietà! ERA
EeIOrtitiezast:nuvo cene cen vinariesazyaza cc uPONPPA PESSANO MT RI Laura (a
BRUNO) Delle amarezze il calice Berrò con te, Giordano; Già in seno il duolo
squarciami Il core a brano a brano; Peno per te, pel figlio Mio primo e solo
amor. Leandro Oh come ovunque penetra La santa Inquisizione ! Come sarà
terribile La sua imputazione ! In lui perdiamo un figlio, Che della patria è
onor. Giordano (4 LAURA) Ah no! Laura, non piangere... Giordano ha l’alma forte
! Pel Vero è pronto a vincere Il duolo pur di morte! Dio deh! ritorna il figlio
A Laura e al Genitor, Lorenzo Sento nel seno piovermi D'un aspro duol le
stille!... Il padre... oh! il padre scorgere ab 0); Temon le mie pupille! Com'è
infelice un figlio Ribelle al genitor ! Romano Entro mi serpe un fremito, Che
mi sconvolge il core, Veggendo quest’ eretico Di scismi banditore, Che, della
Chiesa*figlio, Divenne traditor! Leandro Tu piangi?... Incauto, a Lui {affida
Pel suo perdono; ma l’alma infida Nel suo rimorso gran pena avrà. Coro (a
LORENZO) Che piangi?... Ognuno vile ti grida; Se’ un traditor; se’ un
parricida! Nè Dio, nè il mondo n’avran pietà. (I SOLDATI circondano GIORDANO e
cala la tela/. IITTTTAAEIAIII RA CORTI Affo Cerzo IN ROMA Sala nel palazzo dell’Inquisizione.
In fondo, nel mezzo della parete una cortina nera che chiudela scena, A
sinistra una finestra aperta con ferriata. In fondo un tavolo coperto con un
tappeto nero, a cui siedono il grande INQUISITORE e DUE SCRIVANI; ai lati
siedono gl’INQUISITORI, e, di fronte, BRUNO, R0MANO e LORENZO, Porte a destra e
a sinistra. SCENA I. Romano {> iordano! Voi siete’ D’innanzi ai vostri
giudici, al supremo Tribunal della terra! E qui dovete, Smésso l’antico stile,
Risponder vero, obbediente, umile. “cà ra G. Inquisitore Vostro nome è Giordan
Bruno? Giordano Di Nola. mrantsiorizea nano AMDI ATTI ANI ANAZANAZA NZ RATTI
TIT IATA TERI ri prenpaniananan ananarenaenzana G. Inquisitore Vi conosciamo!
Voi correste in terre D’eretici; lè in Praga, in Francoforte. ‘ E predicaste
spesso agl’ infedeli La santissima Chiesa dileggiando Di Roma, tutti i novator
germani Esaltando. D’ Iddio 1’ essenza in false Forme sponeste; come v’
inspirava Mal talento. D’ Iddio la legge in pubblici E in segreti convegni
commentaste; Le coscienze fùr guaste. Giordano Mentite! Solo io dissi agli
uomini Il mondo ha una visiera Di antiche, immense tenebre ; Cerchi la luce
vera. Dio vuol che l’uomo spinga L’acuta sua pupilla Fin dove in cielo brilla
L’eterno suo splendor. Coro d’Inquisitori D’ anime felle Empia utopia! Il tuo,
ribelle, Un Dio non è. Non ha che larve - Tua fantasia; .0 et gi ver disparve ;
“Se in eresia ft fo i AI fuoco, ‘al fuoco: © Sia condannato! 1 “REP carcer.
poco, s ra ! tal OmpIO, egli de (Si apre la cortina’ dalla’ quale ‘escono pina
DTA io GRANDE INQUISITORE, quindi ROMANO, poi gli SCRIVANI, ‘gi ISQUISITORI, ed
sea pIoR-SSf DANÒ accompagnato, dalle GUARDIE. : Gala la cortina e solo LORENZO
rimane în ‘scend), DÒ dt e Laura 01,3 (LAURA entra dalla' sinisird e presi
itasi) di LORENZO | in atto supplichevole). SÉ Roe dia eor ATI v Rat Laura! moi
(HI dÉ tia Koi i È et Loréiizo i «105 si vo MREPSRI RATA GIL Lorenzo Di ea DO
Ur PA Ale 2 i sd Met: la "I Che vuoi tut ot Raid) fai I nSetdi o SERRA 2
Senti la ToRe.e. un uomo Rico tu soi. “ rE: Lorenzo Tinura! Da me che brami?
Sento straziarmi il cuore... Laura Ah! tu il padre salvar déi, Se una belva
ancor non sei. Lorenzo Tact Laura! Il ver dicesti È mio padre! Io lo sentìa
Quando'.il labbro suo: terribile. Me colpevole maledia. È mio padre! Ancor lo
sento AI perenne! e fier tormento.‘ ©’ Che m’ opprime e strazia il cor. Laura |
Pietà del misero. Tuo genitor. Lorenzo L’accento tuo terribile E un dardo al
traditor. ebic Laura Lorenzo. it i #1) Ma shananorazi scenza sanacenencacaee
cena sane oeanconeesccnionaaceaeae@ce0cui0reò’npsQa”ncceinci’’’ ne Agp
ipmpasrssssso Lorenzo Nol posso! Laura Va da me lungi, o perfido, Se nieghi al
genitor Salvar la vita. E sorga il dì terribile Che ognuno, o traditor, Ti
nieghi aita. Lorenzo Taci!.... e che far poss’ io? Laura Aiutarmi a salvarlo;
tu lo puoi! ‘Ei fugga da quell’ orrida Fossa in serena terra, Ove su lui degli
uomini Taccia sì cruda guerra. Ove un demén carnefice Non trovi nell’ amico,
Nel figlio, un traditor; Ove il sovran suo spirito Onnipotente e pio Possa
inalzarsi libero Di tutti al Padre, a Dio; E riabbracciar qui un figlio, Che
traviò pentito, Stringendolo al suo cor. . pra, im masasena
nanasasesc’poossoncostor09posporooscoesaesose® Lorenzo Quell’ardire, che in
volto a te brilla, La speranza, la fede m' ispira: E una sacra, divina favilla
Della fiamma, che tarde nel cor. Raura e Lorenzo (assieme) Con te nutro la
credula speme, Che a giustizia il trionfo sorrida; Siamo uniti per vincere
insieme Od insieme da forti morir. (partono). Muta la scena. Carcere di BRUNO
con porte in fondo: dentro vedesi un giaciglio di pietra, una seg- giola ed un
tavolo su cuì arde una lampada. A sinistra una scala da cui si accede agli
Uftizii del- l’ Inquisizione. Giordane (seduto sul giaciglio) «Ecco, o Roma, l’eretico
In questo tetro carcere rinchiuso ! Del sangue suo dissetinsi I tuoi
Inquisitori Ebbri di gioia in lor ciechi furori! (Gleaso Sul rabido rogo
dall’empio innalzato La fiamma divampa sanguigna e stridente, Ma in mezzo
all'incendio securà possente Del martire invitto la voce s’ udrà. Il rogo non
strugge la libera idea; Ma, eterna fenice risorge o sfavilla; Del vasto creato
nel verbo s'inslilla Te dense tenebre del mondo a fugar. In mano ai carnefici
chi, miser, mi trasse, Tu fosti, mio figlio; tu sli maledetto ' 9 Ma no
maledirti, + ma no, nol poss’io: La morte è un trionfo per me, figlio mio!
SCENA IV. LORENZO apre con furia la porta del fondo che mette nel carcere; indi
entra anche LAURA. Entrambi «$0NO Raealii in domino nero come i servi del- V’ Inquisizione.
Lorenzo (di piedi di BRUNO) Padre mio! Tuo figlio... Giordano Non sogno!
Lorenzo Si, son io, ch’ hai maledetto ; Ma figlio tuo! Ripeti un altra volta La
tua maledizione i Coll’ accento d’ un padre, ed al mio cuore Più cara suonerà
di quel che fora Del sacerdote la benedizione ; Ah! lasciami morir a pieid
tuoi. TIrCItIVISIÀ poorrcensersantisaazuztt=veSnII=TIERERA TATE conuaca riv
ertaziori (apusa ra rara zar sara ra bist enaneronesane ‘Giordano Felice è un
tal momento! A me t’ adusse Iddio; Ora tu sei redento! M’ abbraccia, o figlio
mio. Lorenzo Padro' i] mio cuore un balsamo Nella tua voce trova! Col tuo
perdon risorgere Mi sembra a vita nuova. Laura Redento il figlio, accoglierlo
Ben può il paterno core; Quale inattesa grazia !.., Disparve ogni terrore.
Mutti (inginocchiandosi) Gran Dio, che fra le angoscie Apri a quest’ alma il
riso, E mesci ai loro spasimi In terra un paradiso. A te, che i santi vincoli
Riannodi di natura, Salga da queste mura L’ inno de’ nostri cor. Giordano (STO
ER Dal fondo del cor mio 2/0 SARA Grazie a te sien, gran Dio! a Pi E | re k »
à, s ER wr: DETTI, e ROMANO, che presentasi in cima della >° dente. Fissa
collo sguardo LORENZO, indi scende rapidamente. Lo seguono il GUARDIANO Retles
va x carceri e i SERVI del S. UHEIZIO: - da si ‘Romano < È Come tu qui?...
La figlia ancor Di vedo, ea Oh mio furore ' eco 3 F : x Laura e Lorenzo 00 o O
qual terror! > ua | » Romano È ‘ Giiordano..- Questa ou fatale a me una
figlia nn dio Spa ma a te la vita. (LEANDRO, il GUARDIANO delle carceri ei
SERVI. del S. UFFIZIO mascherati ed armati si ap- d pressano). Lg i VEL 7 Pi AE
Li unisoseorevrespropeosovo Romano (a BRUNO) Trencar ti voglio, qual vile
stelo; Delle tue carni la terra e il Cielo Io colle fiamme consolerò. Lorenzo
Ed io fidato m’ ero a tal jena ? Tutto l’inferno qui si scatena, E cielo e
terra han di te orror. Laura e Leandro Sublime martire! La tua gran vita Tronca
in un lampo tra l’infinita Gioia... Qual strazio sento nel cor! Giordano Del
mio carnefice sul volto scritto Sta col livore il suo delitto; Solo dal Cielo
giustizia avrò. Romano (a° Soldati) Innanzi al Tribunal condotto sia. Coro
(Servi e Soldati) S'innalza un turbine Di guai novelli. Su de’ fratelli Tratti
in error. E l’empio eretico < «N° è lavcagionez 9:13 <L Maledizione Sul
corruttor! Al rogo ignifico ‘ Condotto Sia. © Chi l’eresia Tra noi portò. Legge
inviolabile Il turbolento A tal tormento Già condannò. RIC FROCIO RA ATONTAITA
Atto Quarto Gran sala nel Palazzo dell’Inquisizione in Roma. Nel fondo una
Galleria apertà sostenuta da colonne, fra ile quali: si, aprono grandi fin:stre
che lasciano tra- vedere le cupole e i colli di Roma. Porta: a de- stra e a
sinistra. Nelmazzo un tavolo con quattro candelabri. Siedono al tavolo il
grande INQUI- SITORE, ROMANO e ) UE SCRIVANI. DUE SERVI «ai. lati, quindi gl’
INQUISITORI, i SCENA I. Coro d'Inquisitori || |) eo nembo dall’aere piove Lupa
' Di Giordano su:l’empia cervice! "Non v'ha niun che l’appelli infelice,
Non v'ha cor che si muova a pietà. Pronto è il rogo, la fiamma divampa... E pur
essa la vittima è pronta ! AI gran Nome Cristiano quest’onta. Or. dal fuoco
purgata sarà. } SCENA II, Giordano (appressandosi). O sommo Inquisitor! Giunta
è l'estrema Ora, che me a gran prova. al rogo. appella! G. Inquisitore (alle
guardie) Fuor della porta vigilate ! (le guardie e i servi partono) O Bruno Di
Nola! Quest’ è 1’ ora che vi chiama Alla prova del fuoco.... a morte.... 0 a
vita Lieta d'ogni uom nel mondo! E a voi concesso Ciò e’ ha nessuno fu giammai;
la scelta Fra la vita e la morte! Scegliete. E in, vostre man la vostra sorte!
Giordano (Mi tentan!) Che si vuol da ms? Parlate. G. Inquisitore Qui in faccia
a tutti, dichiararvi figlio Della Romana Chiesa ora e in eterno E vi doniam la
vita; rimarrete Prigion; ma al figlio libertà darete! Giordano. Dèmone
tentator! Nol vò.... nol posso! G. Inquisitore (qa RomaANO)] Perduto! Udiste
?... La sentenza è data! (Parte coi servi, Le guardie circondano GIORDANO e
partono. Romano (in preda a soffocato sdegno). Cieco sirumento io sono
all’empie voglie Di costoro! Ubbidir sempre... e frattanto Spezzare di mia
figlia il vergin core, Serbando la mia vita al lutto e al pianto! O Laura, tu
l’adori D’averno il rio Filosofo, Che con l'accento magico Tuo cuor conquise
già. Or ei morrà sul rogo!... Ma temo per mia figlia. Dal duol trafitta,
all’empio Vicina ella cadrà!... Senza la figlia, il padre Più viver non potrà.
To l’adoro! In lei Tiposi Ogni speme ed ogni alta; La mia luce, la mia vita Con
la sua si spegnerà. Volgi, o Dio su me, su lei Un tuo sguardo protettor, E la
figlia, che perdei Deh! ridona al genitor. (ROMANO parte da sinistra e
nell'uscire si. moontra con LAURA). Laura (apprdssandosi ‘a ROMANO) Ah! padre
caro, mi benedici! Quel divin spirto, che t’empie il core, Io pur lo sento!
Odio i nemici Di quel gran ùomo;-che' giùsto muore. Ma tu, che. il puoi, deh!
tu lo salva;; Se Do, «con Lui io morirò. : (Romano La rea fiamma, che in cor ti
VE Per chi scuote de’ Papi l’impero, Sulla fronte il delitto’ ti Stampa Che tu
svolgi nel cupo pensiero... “Salvo tu vuoi Giordano ? Iniqua ! Nol sperar... tu
Il chiedi > invano. i (parte) Laura (con disperazione) Più di salvarlo non
v' ha speranza! L’ ala nel tempo batte spietata! Ah! la fatale ora 8° avanza. i
Con te Giordano io morirò. ( prende il veleno) A morte infame traggono. ; L’
apostolo del vero; Ma dal suo rogo. pallida; | La fiamma sorgerà. Che sovra. il
cieco popolo... La luce porterà; COLERE Nè più potrassi spegnere Quel fuoco che
foriero Sarà di libertà. | Coro frecta judicate filù hominum Laura Quai voci
ascolto! Lugubre E questo il canto estremo, Ch’ ora al supplizio adduce-
L’apostolo del Ver. Coro Recta judicate fili hominum Laura Con te Giordano!
Morir voglio! Al gaudio tuo volar desio. SCENA Ve {LORENZO e LEANDRO col corteo
funebre s’inol- trano nella scena. GIORDANO Tifo, le guardie si fa avanti nel
mezzo). Giordano. Gran Dio! la vittima. Tu vedi pronta Il rogo a scendere \a 1
1 Per la tua, fe; CERRI TERA ee L'ira de’ perfidi, Ovunque. conta, Oggi
terribile Piombò su di me. Coro Etenim in corde iniquilates operamini;
Injustitias manus vestrae concinnant. Lorenzo. Si squarcino le tenebre Or
dell’uman pensiero, E torni vivo a splendere Il sol di verità, Che strugga alla
tirannide L’ atroce maestà, E’ incenerisca i fulmini Del mistico nocchiero
Nella futura età.. Giordano e Leandro Da’ rei carnefici Il rogo ardente Pel
nuovo martire E posto là; Ma la giustizia Di Dio clemente Le braccia schiudere
A Lui vorrà. BRUNO circondato ddlle guardie parte col corteo. Leandro, Cero
(partendo) In terra injustitias manus. vestrae concinnant. (LORENZO s’appressa
a LAURA, che si troverd, vicina. a ROMANO), i Lorenzo (con disperazione) O
Padre, addio. Per me l’estrema Ora fatale suonata è già? Guarda tuo figlio, che
più non trema Nel vendicare la verità. A me di Laura l’amor fu tolto : Perchè
un mistero buio sognai... Ah! padre, credilo, tutto: ignorai; Solo or la luce
scorgo del Ver. ER omamno Lorenzo! Lorenzo [trattosi dall’ abito uu pugnale, si
ferisce. Laura! Laura (riavendosi avvicinasi a LORENZO) Al gaudio Ei vola. Romane
(sorreggendo LORENZO) Serbate a quanti spasimi E il povero mio cor? o aaravai
-ercerecote e meriei ve oraconcorsoee «n - peacee -LilsSTFri= pone rete na dor
e. Lorenzo È tardi, o padre, il piangere... . Anche Lorenzo... muor! (gli cadde
ai piedi). Romano. /Odesi “una campana a lenti rintocchi; avvicinandosi a LAURA
e sorreggendola/ Orribil pena mi strazia il core... Un disumano fui
genitore...! Non v’ha infelice al par di me! Laura (presso LORENZO) Lieta è
quest’ ora... della mia vita... Bel paradiso la via... m’ addita Giordano....
Io volo... In ciel... con tel (Da una finestra vedonsi le fiamme del rogo, ed
un urlo di popolo annunzia la fine dello spettacolo. Cala la tela], op de nia -
oe vr 2A SN DI LESANIA AL TR I RRIA Ji ) _ DE sa NI Ao AME Ta0 “Si 1 iL VPI, |
ati Lion "Ul ci Li TR PSR = Hi (i dI - Un pi Hi 3 i si f VI % Y, ILA } 4 ”
; A Yy 4 Pi f f lo L É } 1} Ì ; A A. Nome compiuto: Domenico Contestabile.
Keywords: BRVNO, nobilita italiana, la famiglia Contestabile financia la
rivolta di Campanella -- filosofia medioevale, Bruno, il melodramma. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Contestabile” – The Swimming-Pool Library.
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