GRICE ITALO A-Z C CO
Luigi Speranza -- Grice e Contri: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Napoleone di Hegel
– scuola di Cazzano di Tramgina – filosofia veronese – filosofia veneta --filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cazzano di Tramigna). Filosofo veronese.
Filosofo Veneto. Cazzano di Tramigna, Verona, Veneto. Grice: “I like Contri –
he reminds me of my days at Rossall! Of course Contri
is interested in Hegel – “a la ricerca del segreto sofisma di Hegel” – and
attempts to reveal it as Stirling never could! But Contri is also interested in
‘il bello’ – being an Italian! – The interesting thing is that he goes back to
Italy – Aquino! He has a good exploration on ‘verum’ in Aquino, too, which
reminds me of Bristol, Revisited!” Allievo di Zamboni, elabora una minuziosa
critica alla logica di Hegel di cui mise in rilievo le incongruenze
gnoseologiche e metodologiche che portano alla errata concezione hegeliana della
realtà come vita dell'idea. Rovesciando l'immanentismo hegeliano, scopre un
mondo di realtà sviluppando una concezione di filosofia della storia che denomina
“storiosofia”. Studia a Verona. Si laurea a Padova. Discepolo fervente di
Zamboni, di cui accolse e sostenne la dottrina della gnoseologia pura. In
alcune occasioni si descrisse come elaboratore in contemporanea al suo maestro
Zamboni di alcune teorie, collegate all’estetica ma non solo. Insegna a
Bologna. Zamboni fu espulso dall'Università Cattolica con la motivazione di
allontanamento dalla ortodossia tomistica e con accusa di non conformità al
Magistero della Dottrina Cattolica Romana. C. definì la posizione della
Cattolica con il termine da lui coniato di “archeo-scolastica”. La posizione
“archeo-scolastica” della Cattolica di Milano, di una conoscenza indimostrata,
a priori, dell’essere e degl’esseri era bersaglio di critiche da parte di
filosofi cristiani e non che la ritenevano inadeguata nell’ambito del pensiero
moderno. Contri sostenne che la dimostrazione della conoscenza dell’essere e
degl’esseri data dalla Gnoseologia Pura di Zamboni superava definitivamente
tali critiche e ridava certezza dimostrata della conoscenza e dell’esistenza di
Dio. Accusa di plagio Gemelli per aver pubblicato nella monografia Il mio
contributo alla filosofia neoscolastica (Milano) pagine già scritte da Mercier
e Wulf, senza indicare le citazioni. Gemelli diede le dimissioni da Rettore
della Università Cattolica ma rimase in carica. Insegna Bologna. Il prof.
Ferdinando Napoli, Generale dei Barnabiti, cultore di scienze naturali, venne
depennato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, allora presieduta dal
Gemelli. Venne dato ordine di non pubblicare articoli a firma di C.. Continuando
la difesa della dottrina di Zamboni, fondò la rivista quadrimestrale di
polemica e di dottrina neoscolastica “Criterion”. Il confronto con l’Università
Cattolica di Milano continuò negli anni successivi con relazioni a numerosi
congressi di cui C. da resoconto sulla rivista. Insegna a Ivrea. Sulla
rivista Criterion apparvero intanto i saggi del C. sui suoi studi hegeliani che
prelusero all'opera definitiva dLa Genesi fenomenologica della Logica
hegeliana. Partecipa attivamente agli organi culturali del fascismo. Sscrisse
su giornali quali Il Secolo Fascista, Quadrivio, Il Regime Fascista, Il
meridiano di Roma e La Crociata Italica. Contri si avvalse della tribuna
offerta da queste testate per promuovere i suoi studi filosofici e critica
filosoficamente l’ ebraismo di Spinoza, di Durkheim e di Bergson. Insegna a Milano
e tenne conferenze su studi hegeliani. Sorse una disputa con Zamboni in seguito
all'articolo Il campo della gnoseologia, il campo della storiosofia, in
risposta alla pubblicazione del Contri Dallo storicismo alla storiosofia. Prese
parte attiva a congressi tomistici internazionali e a congressi
rosminiani. Partecipa attivamente alla “Missione di Milano”, lanciata
dall’allora Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini. Come riconoscimenti
ai suoi studi conseguì alcuni premi fra i quali uno indetto dall'Angelicum sul
tema “Quid est veritas”, e una segnalazione all'Accademia dei Lincei per
l'opera: Punti di trascendenza nell'immanentismo hegeliano, Milano, LSU. Discepolo
e geniale continuatore di Zamboni. Così potrebbe definire la situazione
filosofica di oggi. Il mondo del pensiero, perduta la bussola non teologica
d'orientamento, è costituito da una miriade di metafisiche che cozzano le une
contro le altre tanto da definirsi che heghelianicamente come il divenire in
sè, che è puro fenomenismo. A tale fenomenismo corrispondono molteplici
fenomenologie. Per esempio quella di
Heidegger, afferma che il reale è un solo, una totalità onniafferrante
(Hegel direbbe begriff), tanto come essere quanto come niente. Anche Hidegger
poi tenta la via della salvezza ammettendo la realtà del mondo esterno come di
un che, che resiste al soggetto, ponendosi nel solco del pensiero di Zamboni.
In questo modo Hidegger tocca il problema che si volle e che si vuole eludere:
la realtà del mondo esterno. Esistono queste realtà, come la mia realtà, indipendentemente
dal pensarle? Per dare risposta a questo interrogativo cruciale, è necessaria
la gnoseologia pura. La gnoseologia secondo C., scoprì la risoluzione
definitiva del problema della certezza della conoscenza umana. Essa permise di
risolvere il problema dell'esistenza di Dio, riavvalorando criticamente le
cinque vie della dimostrazione Aquino. Sono meriti del metodo filosofico di
Zamboni il poter affermare la sostanzialità del mio “io” personale, la mia
realtà individua e dimostrare l'esistenza di Dio, trascendente, personale. Il
metodo zamboniano distingue gli elementi della conoscenza umana tra la
sensazione, che e sempre oggettiva, e lo stato d'animo e tra questi
"quello stato d'animo che è anche atto: l'attenzione". Ogno stato
d'animo e sempre soggettivo. La gnoseology riesce a cogliere la realtà del
proprio “io”, nei suoi atti e stati. Essi sono reali, perché immediatamente
presenti all'”io”, e se sono reali gli accidenti dell'io, perché essi sono modo
di essere dell'io, reale è l'io, come sostanza, cui essi ineriscono. Perciò
dall'immediata certezza della realtà degli accidenti di un ente si giunge alla
certezza della realtà sostanziale dell'io." La critica alla posizione
della neoscolastica di Gemelli, Olgiati e Masnovo sulla conoscenza indimostrata
dell'ente e la soluzione tramite la gnoseologia pura. Rispetto alla dimostrazione
della realtà dell'ente, si fonda così nell'esperienza immediata ed integrale il
concetto di essere e ‘esseri’ che non è più necessario assumere acriticamente,
come qualcosa di razionalmente immediato, pena l'impossibilità di una logica
razionale. L'assunzione acritica del concetto di essere ed esseri è propria del
neotomismo dell'Università Cattolica, che in un suo autore, Masnovo, perviene
alla sua massima teorizzazione nel "mio hic et nunc diveniente atto di
pensiero". Ma con questo l'essere e gli esseri è solo pensato e ammesso
acriticamente come pensiero, è un presupposto, mentre nella gnoseologia
zamboniana è il risultato di un processo di astrazione, che deriva da una
realtà immediatamente presente all'autocoscienza dell'io, che non ha la natura
del pensiero, non è pensiero essa stessa, ma qualcosa di diverso. Si può
pertanto uscire dalla formula logica della ragion sufficiente, che è sempre e
comunque razionalista e riduce al razionalismo anche il neotomismo. Nell'ambito
dell'esperienza immediata ed integrale si scopre invece non la ragion
sufficiente, ma la sufficienza ad esistere o no. E la fondazione ed il
ripensamento delle prove dell'esistenza di Dio, e in particolare della terza
via tomistica, diventano inoppugnabili. Nessuno più può dubitare dell'esistenza
del sufficiente ad esistere, che è Dio." Secondo Peretti la
fondazione gnoseologica della metafisica è il più grande merito di Zamboni.
L'ambiente filosofico dell'Università Cattolica non accetta la gnoseologia
zamboniana e fonda la metafisica sul concetto di ente, assunto acriticamente,
come un presupposto indimostrabile. Esso finì per identificarsi con l'ente di
ragione (ens rationis), non sfuggendo all'insidia hegeliana, che lo aveva
dialettizzato sia come essenza che come esistenza. La dialettica negativa di
Hegel produsse ben presto nella corrente neotomista di Milano (ma anche in
altre università cattoliche) i suoi effetti devastanti. Aveva messo in guardia
i neotomisti dalla fraus hegeliana, che si svela nell'antitesi (contra-posizione)
come negazione. Seguendo la metodologia gnoseologica, Contri affronta
Hegel, il "padre del fenomenismo" compiendo una minuziosa e
sistematica analisi della fenomenologia hegeliana. Dopo averle individuate ha
messo in rilievo le incongruenze gnoseologiche e perciò metodologiche che
sfocia nella concezione della realtà come vita dell'idea, presentandola come uno
svolgimento dialettico del ‘begriff’, come qualche cosa che non mai in sé, ma
diviene eternamente in sé e per sé. C. resa evidente questa impostazione, anima
del fenomenismo, e scoperta nella deficienza gnoseologica e pertanto
metodologica, derivata dall'impostazione razionalista ed empirista che al fondo
dello stesso criticismo, rovescia l'immanentismo hegeliano, che si gli scopre
non più come mondo di idee, ma di realtà, di cui ognuna è altro del suo altro,
in un ordito cosmologico, di cui la storia dell'uomo rappresenta l'essenza. Ed
ecco la storiosofia, che reclama, al posto dell'immanentismo
gnoseologicamente insostenibile, la trascendenza della trama di questo ordito,
che a questo punto in sé e per sé non può più essere spiegato (si ricordi che
l'anima della spiegazione hegeliana è la "negazione"!). Tale
trascendenza prova l'esistenza di un Dio trascendente, che ha concepito la
trama creando le realtà ordito di questa trama, di realtà in reciproca
relazione, in cui non c'è membro che sia fermo. In questo ordine si risolvono
in modo nuovo i rapporti tra le realtà, che per esempio tra l'anima e il corpo,
superando così gli scogli di una spinosa questione di eredità aristotelica, di
grande importanza anche oggi, in cui le realtà terrene e spirituali non trovano
la sintesi equilibratrice. La storiosofia rappresenta uno sviluppo del
metodo di Zamboni, considerandolo la via per rinnovare tutta la filosofia poiché
esso non è storicismo filosofico, non è naturalismo, è avanti positivistico,
non è speculazione, ma metodo appunto, (metodo) che da secoli la filosofia
europea ha cercato, perdendolo oggi nella disperazione del momento." Altri
saggi: “Il concetto aristotelico della verità in Aquino” (Torino, SEI);
“Gnoseologia” (Bologna, L.Cappelli); “Il concetto d’armonia” (Bologna); “Il
tomismo e il pensiero moderno secondo le recenti parole del Pontefice, Bologna,
Coop. tipografica Azzoguidi): “Del bello” (Firenze, Libreria Editrice
Fiorentina); “La filosofia scolastica in Italia nell' era presente” (Bologna,
Cuppini); “L’essere e gl’esseri” (Bologna, C. Galleri); Un confronto
istruttivo: Mercier, Gemelli, De Wulf ed altri ancora, Bologna, C. Galleri); “Pane
al pane: riassunto d'una situazione, Bologna, Costantino Gallera. “Neo-scolastici
e archeo-scolastici” (palaeo-scholastici) sulla rivista Italia letteraria; “Il
segreto sofisma di Hegel” (Bologna, La Grafolita), “Mussoliniana: il discorso
del duce” (Bologna, La Diana scolastica); “Gnoseologia pura di A. Hilckmann; Il
segreto di Hegel di S. Contri, Bologna, Stabilimento Tipografico Felsineo); “Hegel,
Ivrea, ed. Criterion); “La genesi fenomenologica della logica hegeliana” (Bologna,
ed.Criterion; Ambrogino o della neoscolastica, dialogo filosofico,
Bologna); “La soluzione del nodo centrale della filosofia della storia,
Bologna, Criterion); “Complementi di storiosofia, Bologna, Criterion); “Punti
di storiosofia, Bologna, Criterion; Lettera a S.S. Pio XII sulla filosofia
della storia, Bologna, Criterion; Il Reiner Begriff (=concetto puro) hegeliano
ed una recensione gesuitica, Bologna, Criterion; Dallo storicismo alla
storiosofia. Lettura prima, Verona, Albarelli; I tre chiasmi della storia del
pensiero filosofico. Inquadratura unitotale della controversia sulla
storiosofia, Milano, ed. Criterion); “Rosmini” (Domodossola, La cartografica C.
Antonioli); Ispirazione da dei” divina della S. Scrittura secondo
l'interpretazione storiosofica” (Milano, Criterion); “La sapienza di Salomone,
Milano, ed. Criterion; “La riforma della metafisica” (Milano, ed. Criterion); Filosofia
medioevale. Raggiungere la forma nuova, Fiera Letteraria; Punti di
trascendenza nell'immanentismo hegeliano, alla luce della momentalità
storiosofica” (Milano, Libreria Editrice Scientifico Universitaria); “Rosmini”
(Milano, Centro di cultura religiosa); “Posizioni dello spiritualismo
Cristiano: La dottrina della poieticita in un quadro rosminiano” (Domodossola,
Tip. La cartografica C. Antonioli); “Assiologia ed estetica”, Theorein; Posizione
dello spiritualismo cristiano. La dottrina della poieticità, in un quadro
rosminiano, Rivista rosminiana; Heidegger in una luce rosminiana: la favola di
Igino e il sentimento fondamentale, Domodossola, La cartografica); Missione di
Milano. Chiosa storico-filosofica, Ragguaglio); “Heidegger in una luce rosminiana,
Rivista rosminiana); La coscienza infelice nella filosofia hegeliana” (Palermo,
Manfredi); “Husserl edito e Husserl inedito” (Palermo, Manfredi); “Kierkegaard:
profeta laico dell'interiorità umana”; “Saggio di una poetica vichiana” (Milano,
Il ragguaglio librario); La fenomenologia dello spirito di G. Hegel, Rivista
rosminiana; L'unità del pensiero filosofico, Sapienza; Il pluralismo filosofico
nell'ambito di una concezione cristiana, Sapienza; In margine al centenario
dantesco, Sapienza; La negazione come principio metodologico di unificazione
speculativa, Theorein; Vita e pensiero di Hegel, Rivista rosminiana; Possibilità
di un accordo tra la dottrina rosminiana del sentimento fondamentale e le
concezioni moderne sull'inconscio, Rivista rosminiana; Morale e
religione nella Fenomenologia dello spirito di G. Hegel, Palermo); “Parallelo
tra Hegel e Rosmini, Palermo, Mori); “Metafisica e storia, Palermo, Mori); “Il
sofisma di Hegel” (Milano, Jaca book). “Il caso Contri”; “Gnoseologia”;
noseologia, storiosofia; Contri, Note mazziane; La propedeutica metafisica
hegeliana al problema del pensare e la lettura rosminiana di S. Contri, Contri
tra gnoseologia e storiosofia, Punti di trascendenza in S. Contri, in Sophia,
Crociata Italica, Fascismo e religione nella Repubblica di Salò, L'Estetica di
Benedetto Croce. Certi gestiscriveva la Vanni Rovighiche gli furono rimproverati
come acquiescenza al potere politico fascista (e furono ben pochi in confronto
a quelli di molti altri) furono dettati dalla preoccupazione di difendere la
sua Università dalla minaccia di chiusura da parte del potere politico,
minaccia tutt’altro che immaginaria. E forse fu il timore di fronte alle
obiezioni di un’altra autorità, quella ecclesiastica, che gli premeva ben più
di quella politica, a indurlo ad allontanare dall’Università un uomo di grande
ingegno e di purezza adamantina: Zamboni, un gesto che non può non essergli
rimproverato e che lasciò anche a noi allora studenti dell’amaro in bocca. Contri,
(Circa il volume di Croce 'La storia come pensiero e come azione. Siro Contri
Presidente dell' Istituto di Cultura Fascista. CONDOTTA POLITICO-MILITARE ESPRESSA
DAI FATTI UNIVERSALMENTE NOTI, I QUALI CELEBRANO COTANTO LA SINGOLARITÀ DI
BONAPARTE. Paralello degli uomini ipiù celebrati dalla Storia dei
Secoli. Non è del mio proposito il qui premettere alle azioni di NAPOLEONE
le cause che rivoluzionarono la Francia, e i fatti che a danno proprio, o
di altrui operarono i Francesi, poiché questi sono noti a tutti, o
se qualcuno' vi è, che non li sappia, da quelli stessi, che io
dirò, operati da Lui, meglio si rileverà la grandezza degli altri
distinguendosi troppo bene riunite in un solo quelle grandi
ia qualità, con le quali si va a riordinare, e regolare in
pace il cittadino, come in guerra a vincere e superare l'inimico.
Nè vi voleva di meno: conobbe BONAPARTE opportunamente, che non si ha la
pace, se non si fa la guerra, che non può tornare all'ordine il Francese,
se non è vittorioso, subito che la gloria di aver vinto altrui
richiama, per goder dei frutto, al dovere di vincere se stesso se non si
dipende? Col dipendere dagl'ordini di BONAPARTE nel campo di battaglia,
si volò dal Francese alla vittoria: che meraviglia, se all'un fatto
autorevole perciò riesci agevole inculcare con altri i doveri di
giustizia, nell'osservanza de' quali, rimesso l'ordine pubblico, si
passò ad unire a quelli di conquista i frutti preziosi della
pace. Troppo è singolare NAPOLEONE BONAPARTE nella storia dei
secoli. Quegli uomini che arrichirono di beni, che fornirono di
gloria la Patria, ed i regni, di cui erano signori, di cui
erano cittadini, con le loro imprese in guerra, con i loro consigli
in pace, daranno a me tutto quel meglio che ciascuno di essi
possedeva parzialmente, per provarlo riunito in BONAPARTE a riordinare
la Francia, a pacificare V Europa. Non si vuol qui osservare
l'ordine dei fatti, nei quali BONAPARTE si mostrò da prima grande
Capitano, ma presa sibbene l'epoca del Consolato tanto glorioso per Lui,
e dove Egli si mostrò grande politico, si faranno servire i fatti nell
9 uno, e nell'altro stato operati all'espressione di quella condotta, la
quale praticata da Lui solo, celebra veracemente la sua
Singolarità. Dirò pertanto, con tutto che io non ignori, che
Giulio Cesare fu l'uomo in Roma, il quale più d'ogni altr'uomo delle
storie antiche può dare a me una qualche simigliala di NAPOLEONE in
Francia, pure i fatti che me lo descrivono per grande, non sono quegli stessi
che ora mi dimostrano grandissimo BONAPARTE. 11 ritorno di GIULIO
CESARE dal Governo della Spagna non è simile a quello di BONAPARTE dopo V
occupazione dell' Egitto; Cesare trovò la Repubblica Romana divisa in due
fazioni, una di GNEO POMPEO, e l'altra di MARIO CRASSO. BONAPARTE trova la
Repubblica non divisa in fazioni, ma in tanto disordine e confusione, che più
non è divisibile, poiché l'eccesso dell'anarchia produce la serie indefinita
delle divisioni sempre rinascenti e rovinose; pure non altri vi fu,
se non che Egli, tanto potente, che la divise per trarla dalla sua
confusione. GIULIO CESARE vien pregato da ognuno dei due rivali a farsi
del suo partito, e Cesare si fa mediatore di pace. BONAPARTE
non pregato va da se a rimproverare d'ingiustizia, e di oppressione i
Governanti, e a nome del Popolo Francese ingiustamente oppresso
intima la loro destituzione. Giulio Cesare si fa pacificatore di
chi voleva la pace. BONAPARTE assicura la pace a fronte di coloro
che volevan la guerra. Giulio Cesare dee vincere con la persuasione due
nemici, che erano nel seno della Patria a promovere con la divisione l'interna
discordia. BONAPARTE dee vincere con la forza i nemici esterni della Francia, e
dee persuadere la Francia in disordine della necessità di un nuovo
ordine di cose per felicitarla. Giulio Cesare accetta l' incarico
di mediatore non per servire, ma per regnare; perchè coll'esser così fra
Crasso e Pompeo, ambidue li vedeva dipendenti da Lui; regna chi non
dipende, non dipende chi giudica, e quello che giudica si fa arbitro dei
due nemici: non voleva Cesare con la sua dipendenza rendere più
forte uno dei rivali, ma voleva col pretesto della sua mediazione
indebolire ambidue. Trattò la pace non per unirli fra di loro, ma per unirli a
se, non perchè fossero amici, ma perchè fossero disarmati.
BONAPARTE instruito dei disordini della Francia e delle sue perdite,
con eroica risoluzione veste il carattere di guerriero, di
pacificatore; si mostrò così al Consiglio dei Cinquecento, dove era
maggiore l'autorità, e dove erano tanti che volevano governare; non si
ritiene da dirli indegni di quest'ufficio, quando per due anni
avevano così male governata la Francia. Il rimprovero di un simile
delitto, la fermezza di chi rimprovera, ed il coraggio, avvilì e disperse
i delinquenti, (molto più di Trasibulo che cacciò d'Atene i trenta suoi
tiranni): si rimi* se allora BONAPARTE al voto del Popòlo Francese, che
lo acclamò Liberatore; ed assicurato di lealtà, annunziò il Consolato, e
la sua Costituzione. Fatta la pace fra Pompeo, e Crasso per opera di
Cesare, tutti due concorsero a farlo Console, e in tutto il tempo n
Consolato il di Lui Collega non comparve mai a palazzo. Si
vide BONAPARTE Primo Console, e gli altri due furono sempre con Lui nel
Consolato. Se fu solo Cesare a comandare fu con usurpazione.
Se ha BONAPARTE nel comando la primazia, glie la concede la
costituzione: Cesare non soffriva che gli applausi di buon governo
fossero attribuiti ad alcun altro che a Lui: per tal modo andava
avvezzando Roma al governo di un solo, e disponeva gli animi ad approvare
nel Consolato la Monarchia. BONAPARTE sebbene il primo
nel Consolato, ed il maggiore nella autorità; è però sempre insieme
con gli altri a governare; non sprezza l'opera altrui, non sfugge
l'altrui consiglio, e vuole che tutti abbiano parte al merito della sua bontà,
della sua aggiustatezza; non vuol cambiar governo nei momenti che tanto
si opera per stabilirlo; tutto quello che si fa, si fa per
conoscere, 3e il Francese può essere buon repubblicano: il grido
della libertà democratica non è un voto valevole per la esclusione della
monarchia; quantunque siansi veduti i Francesi eletrizzati andare
incontro alla morte per vendicare la libertà; si deve dar ciò alla
forza di quel barbaro terrore difuso per avvilimento universale con la
oppressione dell'innocente; sostenuto con la franchigia ed esaltazione
del malvagio per accrescere il numero dei terroristi; non già ad un maturo
consiglio, ad una risoluzione giudiziosa, unanime, universale, che però
il procedere di BONAPARTE fu assai prudente per richiamare all'ordine i
Francesi in rivoluzione, e metterli veracemente in libertà, col
costituire la forma di un buon governo. Cesare ha finito il
Consolato. BONAPARTE viene dichiarato a Vita Primo
Console. Cesare dopo il Consolato si elesse il Governo delle Gallie
dove andò con E-sercito, e fece guerra a molte nazioni. Vide pesare che
le fazioni lo potevano fare il primo della Repubblica, ma non
bastavano a farlo padrone, per cui era necessario un esercito: come
armarsi però senza scoprire il suo disegno? Ecco l'arte di Cesare;
si armò per servizio della Repubblica, la servì valorosamente per poterla
signoreggiare, la esaltò per poterla opprimere: nel regnare l'arte del
segreto non è tacere, ma consiste in rivelare una intenzione
verisimile che nasconda la vera, ma che non sia la principale: la
più fina simulazione del mondo consiste nel sapersi ben servire
della verità. BONAPARTE fu fatto Primo Console non dalle fazioni, ma dal
voto libero di una gran nazione: i meriti della guerra, e quelli
maggiori della pace precedettero la sua perpetuità nel Consolato; non
servì alla Francia per signoreggiarla, non la esaltò per opprimerla,
quando con averla levata da suoi disordini, e fatta amica di tutte
le nazioni 5 non cercò di escludere i tanti dall'onore di questa grand'opera,
i quali ora sono con Lui nel governo vigilantissimi per conservarla. Per
dare però una maggior rilevanza al paragone di BONAPARTE con Giulio
Cesare, mi farò a tracciar questi nè suoi principj per condurmi così a provar
meglio la singolarità dell'altro; e giusta la diversità di tante sue
virtuose azioni, mi farò pure a dir di quelli, i quali nei bei
secoli della Grecia, e di Roma onorarono la loro patria, perchè i più
valorosi nell' arte della guerra, i più sapienti nel governo dei popoli
tra coloro tutti, che il precedettero, scorrendo la vita de' medesimi,
dimostrerò, senza osservare l'ordine dei tempi, giacché non è ciò del mio
soggetto, riunite in BONAPARTE le grandi virtù di tutti quelli
celebratissimi nella storia delle nazioni. CeSare nella sua più fresca età
passò la prima volta a militare sotto Marco Minucio GermOj allora Pretore
in Asia., e mandato in Bitinia all'assedio di Mitiiene, la sola città che
ricusava sottomettersi ai Romani, si distinse tanto nella sua presa, che
meritò diverse corone civiche, le quali davansi a chi aveva salvata la vita ad
alcun cittadino romano. BONAPARTE che nel principio della
Rivoluzione Francese trovavasi in Parigi tutto intento a coltivare i
grandi suoi talenti nella scuola militare, e nella vera filosofia, fu
mandato all'assedio di Tolone Ufficiale in una compagnia d'artiglieri,, allora
di soli ventitre anni, ed ivi le prove del suo valore furono tanto
luminose e così sollecite, che i Rappresentanti del popolo ivi presenti, non
tardarono a promoverlo Generale di Brigata, nel qual posto più
d'ogn'altro suo pari si mostrò esperto nell'arte difficilissima di
condur i soldati alla vittoria; e singolarmente intrepido si rendette in
quei terribili momenti di assalto, sotto l'impeto del quale ebbe a tornar
Tolone in potere dei Repubblicani. Giulio Cesare fu accusato da L.
Vezio cavalier romano complice nella cospirazione di
Catilina. BONAPARTE fu accusato, e fatto arrestare a Nizza dal
Convenzionale Befroi come terrorista. Il terrore allora era diretto a
dominare sugli uomini per disordinarli, per perderli. La Congiura di
Catilina si volgeva a fare un dominatore di Roma per felicitarla. Il
Valore mostrato nell'armi da BONAPARTE mosse l'invidia di tanti ad accreditarne
l'accusazione. Fu accusato Giulio Cesare di troppa parzialità per
Lentulo, Gabinio, Cetego, Statilio capi dei congiurati. Questi per
salvar la vita ebbe bisogno di un CICERONE; fuggì gli occhi di tutti; si
rinserrò nella propria casa timoroso d'incontrare nuovamente il
risentimento dei Padri. BONAPARTE va da se a Parigi per fare delle
rimostranze al Comitato di salute pubblica contro una simigliante ingiustizia,
ha cuore di orare la propria causa in faccia a quel Tribunale istesso
eretto per distruggere gli innocenti; e non avendo più dove ricorrere per
denegata giustizia, chiede il permesso di ritirarsi a
Costantinopoli, perchè soverchiamente delicato, non vuol vivere a fronte
di un'accusa troppo ingiusta. Il patrocinio delle Vestali, l'amor
del Popolo tant'altre volte come in questa capriccioso, perchè
mosso dall'ingenita avversione al volere dei grandi, richiama Giulio
Cesare al suo uffizio. Affidato BONAPARTE al patrocinio più sicuro
della sua giustizia, attende da filosofo il momento propizio alla
sua gloria, poiché il Vendemiatore vide BONAPARTE col comando di un
corpo numeroso di linea tanto ben disposto, e regolato, trarre
dall'estremo periglio la Convenzione, e salvar Parigi dal furore di
un nuovo disordine, che urtando liberamente, poteva nelle sue rovine
aprire la tomba a tutti i Cittadini : un'operazione tanto salutare, li
procurò dei potenti amici, li meritò la pubblica ammirazione, la
riconoscenza nazionale; in questo giorno egli trionfò di tutti i cuori:
gli amici lo amavano teneramente, lo temevano grandemente gl'inimici : il
suo trionfo fu molto dissimile a quello di Mario, di Siila, di Cesare, e
di Pompeo; questi volevano, trionfando, signoreggiare, ed avvilire
tutti i Romani: BONAPARTE riponeva nella grandezza dei Francesi, e
nella maggiore loro felicità il suo trionfo, la sua gloria era di vincere.,
lasciando alla nazione di trionfare. La prima azione di questo
Giovine Guerriero fu quella di sostenere nella Patria i diritti
delle supreme podestà contro un forte partito dei suoi, il qual
voleva nella morte dei Governanti assicurare al disordine la sua
dominazione, che è quanto dire, a Lui viene affidata la grande
impresa di frenare, di avvilire gl'inimici interni della Patria, che
sono i più potenti, i più terribili, perchè i più sicuri di unire
alla forza aperta i funesti progressi di una domestica prodizione.
Per tutto questo era mal sicuro dell'istes^ ssl sua vita, perchè
Comandante di tanti altri armati troppo facili a cedere alla seduzione di
alcuni di quelli, coi quali oltre ad aver comune la patria, erano del
medesimo sangue, divisi soltanto di sentimento per la formazione di questo,
o dell'altro Governo pure BONAPARTE superiore ad ogni pericolo, va,
come si disse, condotto dal suo genio a farsi il terrore dei
sediziosi, il salvatore dei Governanti: molto più grande questa impresa di
quella di Petrejo contro Catilina, poiché questi comandava all'aperto a
piè dell'Alpi i suoi Armati, dove la cognizione del luogo, e la sua
ampiezza dava al Capitano in caso di perdita il piano per una
gloriosa ritirata. Quando per BONAPARTE il campo di battaglia era
Parigi; aveva pertanto comune con gl'inimici gFistessi ostacoli, i
medesimi pericoli, che anzi si facevano maggiori per Lui; perchè
doveva esser sempre nel sospetto, che quella immensa popolazione
rivoluzionata, inquieta per l'incertezza di un felice destino, potesse
fornire ad ogni momento di un maggior numero di soldati le legioni dei
ribelli: con tutto questo le sue disposizioni furono così giudiziose, il
suo coraggio tanto sorprendente, che con poco sangue sparso vinse
interamente la fazion nemica, e levò ad essa ogni speranza di risorgere, per
tornare contro di Lui a nuova pugna. Egli adunque, come Filopemene
mandato a guerreggiare contro gFistessi Greci suoi, non si disse per Lui
ventura il trionfar di loro, ma una soda virtù, mentre quelli, che
eguali han tutte le cose, non possono che per virtù primeggiare sugli altri, e
distinguersi più di loro. Se fu capace BON APARTE di trionfare
sugl'istessi suoi Francesi, e ciò non per se, ma per il solo bene dei
vinti, ragion voleva, che i Governanti ad una prova tanto singolare
d'amore, scegliesscio Lui Comandante in Capo dell'Armata d'Italia, siccome
gl'interpreti sicuri del voto universale dei Francesi, per aprire
cosi un nuovo campo di gloria ai suo valore, ed assicurare a loro il
bene della vittoria sugl'esterni nemici della
Francia. NAPOLEONE va senza ritardo al luogo, ^ove lo attende la
grandezza de' suoi destini; quivi essendo si mostra a tutti i suoi,
come Marc'Autonio mirabilissimo nella idea delle sue imprese, le
concepisce quali dovevano essere nella mente di un regnante; e più di Marc’Antonio
l'eseguisce con facilità, mentre questi mancava di una pronta
attività per una felice esecuzione. È dunque BONAPARTE, dove nasce
l'Appennino e mancan l'Alpi, fra strette gole ed inaccessibili dirupi, in
quei luoghi istessi praticati altra volta con bravura da un Flaminio, da un
Postumio celebratissimi Capitani di Roma; quivi egli è a fronte di
un inimico, che si avanza vittorioso da Voltri per battere Monteligino,
ultimo trinceramento repubblicano, di dove poi andar più oltre con
maggior speditezza, perchè minori gli ostacoli del luogo, ed arrivare una volta
a por piede sul terreno Francese, per risvegliare così, ed animare
il partito nemico delia libertà. Con tutto questo che pareva tanto
prossimo ad eseguirsi, BONAPARTE nelle concepite disposizioni guerresche, vede
sicura l'occupazione dell'Italia; e più oltre andando, non vede tanto
incerto l'approssimarsi alla Capitale dell'Alemagna: le grandi distanze,
gl'infiniti pericoli, che si frappongono, non lo distraggono un momento dal
porsi sulle mosse per dar principio all'opera, e giungere ad
occupare la grandezza del suo fine: i modi sono presti per vincere; in
caso di mancanza, sono pronti gli altri per trarre dalla sua difesa
gli utili di una grande vittoria. Sagace nella previdenza di tutte
le cose, passa con risolutezza dallo stato di difesa, a quello di offesa;
e mentre si occupava rinimico a vincere le resistenze del Capo di Brigata
Rampon, BONAPARTE, seguitato dai prodi Generali Berthier, e Massena,
dirige le truppe dei suo centro, e della sua sinistra sul fianco, e alle
spalle degli Alemanni. Questa manovra tanto difficile nel luogo., ed
eseguita sugl'occhi di un inimico vigilantissimo, preparò la memorabile
vittoria di Montenotte, e la decise; poiché simile ad Alessandro, e
a Pirro nella prestezza delle disposizioni, nell'impeto, e violenza del
conflitto, divise il corpo di Beaulieu dagli Austro-Sardi; e mentre
batteva un corpo, l'altro era tenuto a bada, e poi piombando su di
questo, ambedue furon vinti, disordinati, dispersi; la conseguenza di ciò
fu l'essersi reso padrone del Cairo, di Dego, e della posizione importantissima
di santa Margherita, per cui trovossi al di là delle cime dell'Alpi,
su i declivi, che guardano la bella Italia. La impresa non fu
strepitosa soltanto per essere stata eseguita nel breve
corso di quattro giorni, ma perchè opera di un Capitano di
soli ventisette anni, come Pompeo nell'Affrica contro Domizio della
Fazion Mariana, e Jarba Re de' Mori suo aleato, per cui questi ebbe da
Siila, allora Dittatore in Roma, il titolo di Grande. BONAPARTE però più grande
di Pompeo per aver superatigli ostacoli della natura in un con quelli
opposti dall'arte militare la più studiata, la più perfetta. A che
ricordarsi più con meraviglia del passaggio dell'Alpi fatto da Annibale?
sebben'egli partito dal Rodano con la sua armata di Numidi, e di
Spagnuoli per passar le Gole transalpine, e le Alpi* per nove
giorni di cammino fino alle sue vette combatter dovesse ad ogni passo i Galli
che in imboscata e con prodizione attraversavano, estremamente molesti,
la sua gita; e negli altri sei giorni impiegati nella discesa,
niuno essendovi più, che il molestasse, pure le nevi altissime, i
ghiacci, e le bufere rendessero tanto più malagevole, e pericoloso il suo
tragitto: ciò non pertanto più maraviglioso fu il salire, e il
discendere di BONAPARTE, quando in questo si deve aggiugnere il
dover vincere passo passo un inimico, che in un momento era pronto alla
difesa, e nell'altro prontissimo all'Offesa; per cui gli avvenne di
essere una qualche volta respinto; lo che sembrava, e ciò a tutti,
una volontaria ritirata, tant'era presto a riprendere il
combattimento con più veemenza, e risoluzione; come chi, per
accrescere il colpo contro le mura nemiche, par si discosti per
levar più alto l'ariete, e la mazza ferrata a far maggiore la
gravità del colpo, e più sollecita la sua distruzione: ed è per questo
che il General Augereau forza le Gole di Millesimo; Menard, e Joubert
discaccian l'inimico da tutte le posizioni di quei contorni; ma l'inimico
è sulle alture a riprenderne delle nuove, e più formidabili per cui i Francesi
in ogni ora sono chiamati a nuovi disastrosissimi conflitti essi vi
vanno non un movimento pronto, ben regolato e risoluto, in ogni luogo
perciò sormontano il potere dell'inimico. Dopo fatiche così eccedenti,, e
sì luminosi vantaggi più non si teme della vittoria; in fatti quando
sugl'albori del sesto dì della battaglia Beaulieu gli attacca, supera il
villaggio del Dego, respinge il general Massena per tre volte assalitore,
Victor, e Lannes per ordine di BONAPARTE piombano sulla sinistra
dell'inimico; ma l'inimico è più forte; le truppe repubblicane vacillano
per un istante; indi ritornano all'assalto; raddoppiano il
coraggio, e Dego è nuovamente in lor potere. Il piano delle operazioni dei
diversi corpi d'armata è troppo concorde perchè il risultato non lasci mai
d'essere utilissimo al loro avanzamento: i suoi capi sono sempre insieme a
combinare su d'un piano troppo attivo e giudizioso, mosso e regolato
dal capo supremo, che lo ideò, che lo compose. La valle pertanto di
Borimela, e quella del Tanaro sono aperte ai repubblicani; le
trincee di Montezimo, e di Ceva sono superate; passano questi il Tanaro,
e rinimico è in piena ritirata per la strada del Mondovì: sul far del
giorno i due eserciti sono a fronte l'uno dell'altro; comincia nel villaggio di
Vico la zuffa, Fiorella, e Dammartin attaccano con impeto il ridotto, che
cuopre il centro del nemico, questi abbandona il campo, passa la Stura, e
si pone fra Cuneo, e Cherasco entro un recinto bastionato; Massena si muove
contro, e rovescia le gran guardie nemiche. Dopo questa operazione i
Francesi si trovano vicino a Turino: il General Colli propone una sospension
d'armi; BONAPARTE vi acconsente con la condizione, che vengano a lui
rimesse Cuneo, e Tortona; il Re non sa non approvarlo, e BONAPARTE con
ciò dà alla sua armata in Italia una situazione sicura ed imponente, e
vede aperta senz'altri ostacoli la sua libera comunicazione con la
Francia. Ogni giorno pertanto crescono gli armati,, BONAPARTE gl'impiega
al passo del Pò nella grande battaglia di Lodi; con marce, e contromarce cuopre
air inimico i veri suoi movimenti, si fa strada tra l'Adda, e il
Ticino per dirigere la sua marcia sopra Milano, mentre Beaulieu
ingannato, si affaticava a fortificarsi tra il Ticino, e la Sesia.
Il resultato di queste felici operazioni non aveva in se tutto, che si voleva,
per andare senz'altro intoppo dritto dritto alla capitale della
Lombardia. Sono eccellenti le disposizioni del generale inimico per apporne dei
nuovi. Questi ritardarono la marcia, non l'impedirono', Beaulieu col suo corpo
d'armata dall'opposta parte dell'Adda guarda con numerosa
artiglieria l'estremità del ponte di Lodi, che lo cavalca per l'estensione di
cento tese; non volle tagliare il ponte, lusingandosi cosi di meglio
dirigere il fuoco alla distruzione di tanti nemici insieme strettamente riuniti
al suo passaggio. Il soldato francese, sotto un tanto Duce, conosce
il grande pericolo, ma troppo è animato a superarlo; vede che il
passo del ponte è angusto e micidiale, ma ad impadronirsene ve li sprona
l'onore, e gl'interessi della patria: la morte di alcuni aprirà il varco
a molti, si muoja, dicevan essi, purché si vinca. Quanti mai sono
che vogliono essere i primi, contenti di assicurare ai superstiti col
loro sangue gli utili d'una grande vittoria: il secondo hattaglione
de'carahinieri precede l'armata francese serrata in colonna: i prodi si
presentano sul ponte, il fuoco dell'inimico è tanto terribile e
continuato, che la testa della colonna stette in forse per alcuni momenti a
fronte di un sì alto pericolo, e se un solo istante di più s'indugiava,
tutto era perduto:Berthier, Massena, Cervoni, Duprat si precipitarono
alla testa delle truppe, e fissarono la fortuna ancor vacillante: l'inimico
nell'istante è rovesciato, l'Adda è aperta alla cavalleria, la vittoria è
definitivamente decisa. Più di Cesare glorioso BONAPARTE poiché
quello sostenne il ponte sul Aisne contro Galba, che con le sue forze
numerosissime tentava superarlo; quando l 'a i t ro acquistò il ponte di
Lodi contro gli Alemanni, che lo guardavano tanto forti: Noyon atterrita
apre le porte a Cesare. Milano festeggiante incontra BONAPARTE; in quello Noyon
teme il suo tiranno; in questo Milano ama il suo benefattore: Cesare vinceva
per far schiavi i vinti: BONAPARTE trionfa per farli liberi.
Dalle divisate azioni guerresche chi non vede riunito in BONAPARTE
il cova ^gio, l'operativa prontezza di Marcella; ìa circospezione, ed il
provedimento Fabio Massimo? Conobbe troppo be> bON APARTE la
importanza delle <e imprese; e potè dire molto avanti to quello,
che solo aveva pensato di . Si valse opportunamente dei suoi .ta^i
con non lasciarsi alle spalle altrui inimico: vinto uno dalle sue
armi, gli altri maravigliati, ed atterriti dalle sue vittorie
fecero delle proposizioni di pace, che furono accordate con i vantaggi
dovuti al vincitore; i quali però non portavano il vinto ad un odioso
avvilimento. Riunì BONAPARTE in queste operazioni la esecuzione dei
pensieri di Marcello in Siracusa; di Fabio Massimo nella capitale de'
Tarentini, popolazioni da loro debellate. Marcello per
trattato leva molti bel1 issimi simulacri, perchè servissero di ornamento
alla sua patria; la quale siuo allora non aveva, ne avuti, nè veduti
abbigliamenti cosi gentili ed isquisiti. Fabio Massimo trasse fuori denari e
ricchezze, lasciando ai Tarentini i loro numi sdegnati che eran di marmo.
Marcello fu applaudito dal popolo e condannato dagli uomini di
probità. Fabio Massimo fu celebrato da questi, e non curato dagli
altri. Siro Contri, «Il regime fascista». Nome compiuto: Siro Contri.
Contri. Keywords: il Napoleone di Hegel, del bello, il bello, assiologia,
poetica vichiana, Mussolini, discorso, duce, logica di Hegel, filosofia
dell’essere, l’essere e gli esseri, Hegel contraddetto, il bello, pulchrum,
archeo-scolastici, paleo-scolastici, Aquino, aristotele, il vero, l’errore di
Croce, l’equivoco di Croce, percezione del bello, l’armonia e il bello, del
storicismo alla storiosofia, storiosofia o filosofia della storia,
interpretazione dommatica di Aquino, la negazione di hegel, il concetto puro di
Hegel, la negazione come metodo in Hegel, nihilismo e negazione in Hegel,
l’errore di Hegel, il sofisma di Hegel, Gentile e il bello. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Contri” – The Swimming-Pool Library. Contri.
Luigi Speranza -- Grice e Corbellini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del darwinismo
politizzato – scuola di Cadeo – filosofia piacentina – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cadeo). Filosofo piacentino. Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Cadeo, Piacenza, Emilia-Romagna. Grice: “I like Corbellini; of course he has to defend science versus
what he calls – alla Popper? – ‘pseudoscenza’ in Italy, which he calls ‘il
paese della pseudoscenza’ – I thought that was Oxford!” I sui interessi riguardano
la grammatical del vivente, la storia della medicina e la bioetica. Insegna
Roma. Si laurea con “L’epistemologia evoluzionistica”.I suoi interessi di
studio hanno riguardato la storia e la filosofia della biologia
evoluzionistica, delle immunoscienze e delle neuroscienze, per includere poi
anche lo studio della storia della malaria e della malariologia in Italia,
delle ricadute della genetica molecolare, delle implicazioni dell’evoluzione e
l'evoluzione. L'approccio storico-epistemologico all'evoluzione trovato una
sintesi nella ricostruzione della storia delle idee di “salute” e malattia e
delle trasformazioni metodologiche a cui è andata incontro la ricerca delle
spiegazione causale della salute. La sua ricerca si è orientata anche verso
l'esame delle radici delle controversie bioetiche. Difende un'idea non
confessionale della bioetica, che ha radici filosofiche in uno scetticismo
morale radicale, naturalistico e non relativista (Bioetica per perplessi. Una
guida ragionata, Mondadori). Coltiva anche
un interesse per la percezione sociale e il ruolo della scienza nella costruzione
del valore civile. Sostiene che l'invenzione e l'espansione del metodo
scientifico hanno consentito e favorito l'evoluzione del libero mercato e della
stato di diritto, ovvero che la scienza ha funzionano come catalizzatore nella
costruzione e manutenzione dei valori critico-cognitivi e morali che rendono
possibile il funzionamento del sistema liberal-democratico. Altre opere: “Nel Paese della Pseudoscienza.
Perché i pregiudizi minacciano la nostra libertà” (Milano, Feltrinelli); “Cavie?
Sperimentazione e diritti animali” (Bologna, Il Mulino); “Tutta colpa del
cervello: un'introduzione alla neuro-etica” (Milano, Mondadori Università,;
Scienza, Torino, Bollati Boringhieri); “Dalla cura alla scienza” (Milano,
Encyclomedia Publishers); “Scienza, quindi democrazia, Torino, Einaudi); “Perché
gli scienziati non sono pericolosi” (Milano, Longanesi); “La razionalità
negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis), Torino,
Bollati Boringhieri, EBM); “Medicina basata sull'evoluzione” (Roma-Bari,
Laterza); “Bi(blio)etica” (Torino, Einaudi); “Breve storia delle idee di salute
e malattia” (Roma, Carocci); “La grammatica del vivente. Storia della biologia
e della medicina molecolare” (Roma-Bari, Laterza); “L'evoluzione del pensiero
immunologico” (Bollati Boringhieri, Torino). L’errore di Darwin. Introduzione;
Dall’etica medica alla bioetica; Il senso morale umano e le controversie
bioetiche; 3. Sperimentazione sull’uomo e consenso informato; Scelte di fine
vita; Scelte di inizio vita; Medicina genetica; Sperimentazione animale; Medicina
dei trapianti e definizione di morte; Etica della ricerca responsabile;
Medicina rigenerativa e staminali; Neuroetica; Etica ambientale e OGM; Etica
della comunicazione scientifica, della percezione della scienza e del «gender»;
Indice dei box; Indice analitico; Indice dei nomi. Come nota C. nella
prefazione all’edizione italiana del libro di Ru- bin, il tentativo di
applicare l’approccio evoluzionistico alla filosofia politica spesso rischia di
venire frainteso. Il fraintendimento più comune e pericoloso deriva dalla
mancata distinzione tra il darwinismo politicizzato e la politica darwiniana:
il primo è costituito, come è accaduto nel caso del “social darwinismo”, dall’nterpretazione
strumentale e priva di coerenza logica o di basi scientifiche delle idee
darwiniane per difendere qualche particolare ideologia politica»; la seconda,
invece, consiste nell’«uso delle conoscenze evoluzionistiche sulla natura umana
per meglio comprendere le origini delle preferenze politiche individuali, la
loro distribuzione sociale e le dissonanze tra gli adattamenti ancestrali e
l’ambiente attuale. Ridley si mostra ben consapevole del rischio di trasformare
la politi- ca darwiniana in ideologia. Questo, tuttavia, non gli impede di
avanzare alcuni suggerimenti di politica economica Cfr. Skyrms, The Evolution
of Social Contract, e Festa “Teoria dei giochi, metodo delle scienze sociali e
filosofia della politica”, Prefazione a de Jasay, Scelta, contratto, consenso).
Alcune immani tragedie che hanno segnato la storia degli ultimi due secoli
sembrano dovute, almeno in parte, all’ignoranza – e, talvolta, alla ne- gazione
– di alcune caratteristiche essenziali della natura umana. Per esempio, Ridley osserva
che Marx vagheggia un sistema sociale che avrebbe funzionato solo se fossimo
stati degli angeli, ed è fallito perché siamo invece degli animali. Singer, Una
sinistra dawiniana. Politica, evoluzione e CO0OPERAZIONE, Torino, Edizioni di
Comunità, Arnhart, Darwinian Conservatism, Exeter (UK), Imprint Academic,
Rubin, La politica secondo Darwin; Corbellini, “Politica darwiniana vs
darwinismo politicizzato”, prefazione a Rubin, La politica secondo Darwin; Ridley.Origini.Virtu.indd
Le origini della virtùsi vedano soprattutto gl’ultimi tre capitoli del saggio –
che gli sembrano compatibili con le nostre tendenze evolutive. La prospettiva
filosofico-politica che ne emerge è un libe- ralismo con tendenze anarchiche,
che non sarebbe inappropriato chiamare anarco-liberalismo. Tale prospettiva,
ispirata dalla grande fiducia di Ridley negl’ISTINTI CO-OPERATIVI e altruistici
degl’esseri umani, sfocia infatti nella difesa di un ordine politico-economico
nel quale il ruolo del gover- no e dell’intervento pubblico è ridotto ai minimi
termini: Recuperiamo la visione di Kropotkin, che immaginava un mondo di liberi
individui. Non sono così ingenuo da pensare che ciò possa accadere da un giorno
all’altro, o che qualche forma di governo non sia necessaria. Ma metto se-
riamente in dubbio la necessità di uno Stato che decide ogni minimo dettaglio
della nostra vita e si attacca come una gigantesca pulce alla schiena della
nazione. D’altra parte, Ridley si rende conto che, mentre le soluzioni
politico-economiche da lui favorite si accordano con alcune tendenze evolutive
umane, confliggono però con altre. Per esempio, egli osserva che certe
istituzioni economi- camente adeguate nella società moderna, come la proprietà
privata, possono entrare in tensione con le tendenze primi- tive
all’egualitarismo, alla redistribuzione e al rifiuto dell’accumulazione di
ricchezza. L’analisi dei conflitti tra le moderne istituzioni
politico-economiche e le nostre ten- denze primitive è uno degli argomenti
centrali del già citato libro di Rubin.Le “Imperfezioni umane” di Pani e C.
Covato Mailing Le “Imperfezioni umane” di Pani e C. Fornire un punto di vista
innovativo, cioè evoluzionistico, di tutto quello che riguarda la salute e le
disfunzioni comportamentali, e suggerire qualche punto di vista originale sul
perché nonostante le dissonanze evolutive, la condizione umana è globalmente
migliorata. È questo l’obiettivo del libro dal titolo “Imperfezioni umane.
Cervello e dissonanze evolutive: malattie e salute tra biologia e cultura”
(Rubbettino), scritto da Luca Pani e C., Roma, Centro studi americani a Via
Caetani. Dopo i saluti di Messa, direttore Centro studi americani,
interverranno alla presentazione moderata da Palmieri (Tg1) monsignor Leuzzi,
Vescovo ausiliare di Roma, Mingardi, direttore generale Istituto Leoni,
Ippolito, professore di storia della Filosofia a Roma. Negli ultimi vent’anni
una nuova ipotesi di lavoro si è fatta strada in ambito medico sanitario,
definita nel mondo anglosassone «evolutionary mismatch» (dissonanza
evoluzionistica) – raccontano gl’autori -. Questa teoria assume, in pratica,
che l’ambiente nel quale la nostra specie ha acquisito i suoi tratti adattativi
sia drammaticamente cambiato in un tempo troppo breve perché predisposizioni o
tratti genetici e fenotipici dell’organismo fossero in grado di adeguarsi, per
selezione naturale, alle novità”. Le conseguenze di queste dissonanze?
“Disfunzioni o disturbi o rischi che richiedono un approccio medico”. “Il
libro è diviso in tre parti – spiegano Pani e Corbellini – Si inizia con
un’illustrazione dei presupposti di qualunque strategia motivazionale, cioè dei
meccanismi che sono alla base del piacere e delle ricompense, e da cui deriva –
in ultima istanza – la possibilità di acquisire nuove conoscenze che consentono
di affrontare le incertezze psicologiche che si accompagnano a qualunque
comportamento esplorativo. La riflessione prosegue con esemplificazioni di
risposte comportamentali che in particolari (o mutate) condizioni si
manifestano come malattie. Il terzo capitolo è dedicato in modo specifico al
comportamento alimentare e discute l’esempio più eclatante di dissonanza
evoluzionistica: il mismatch metabolico. Gl’ultimi due capitoli affrontano una
serie d’imperfezioni e predisposizioni comportamentali umane che scaturiscono
da compromessi evolutivi, e che risultavano vantaggiose o meno nel contesto
dell’adattamento evolutivo, mentre i cambiamenti ambientali determinati
dall’evoluzione culturale hanno generato, a loro volta, ulteriori fenomeni
disadattativi”. Nel dettaglio gli autori descrivono le dissonanze create
dai nuovi contesti di vita per quanto riguarda cicli del sonno, accesso al
cibo, comunicazione, cooperazione ovvero isolamento sociale, oppure di
comportamenti più complessi come la rabbia aggressiva o l’altruismo; ma anche
le preferenze politiche o l’intelligenza. Negli ultimi capitoli del volume
emergono anche idee e ipotesi relative a scoperte cognitive e innovazioni che
hanno migliorato la condizione umana, o reso possibili cambiamenti comportamentali
incredibili.Il concetto di libero arbitrio implica che sussista nelle persone,
dato un certo grado di sviluppo cognitivo e morale, la capacità di decidere e
di agire, scegliendo tra diverse alternative disponibili, senza essere
condizionati da fattori fisici o biologici di qualunque genere. Si assume, in
altri termini, che le persone maturino una cosiddetta “agenticità”, cioè una
capacità di agire e decidere in un quadro di consapevolezza degli effetti
prodotti, che non è riducibile o spiegabile sulla base dei processi
neurobiologici che hanno luogo nel cervello e/o alle leggi fisiche che li
governano. Di libero arbitrio si può parlare, comunque, in molti modi e da
diverse prospettive: filosofica, metafisica, giuridica, psicologica, etc.
Nel corso dell’evoluzione della specie, abbiamo sviluppato strutture cerebrali
che ci fanno appunto credere di essere liberi e poter decidere in completa
autonomia, e su questa finzione abbiamo costruito il nostro straordinario
successo di animali sociali Negli ultimi decenni le neuroscienze
cognitive e comportamentali hanno profondamente messo in dubbio, con una
quantità crescente di prove, la visione classica di libero arbitrio, aprendo un
dibattito scientifico ancora in corso. Qual è la sua posizione
all’interno del dibattito? La mia posizione è che il libero arbitrio è
una credenza senza senso, come aveva spiegato bene, molto prima delle
neuroscienze, il filosofo Spinoza. Se ci fosse qualcosa come il libero
arbitrio, allora davvero potrebbe esserci qualsiasi cosa ci possiamo
immaginare. Tuttavia, è vero che,nel corso dell’evoluzione della
specie,abbiamo sviluppato strutture cerebrali che ci fanno appunto credere di
essere liberi e poter decidere in completa autonomia, e su questa finzione
abbiamo costruito il nostro straordinario successo di animali sociali. Il
libero arbitrio è un’illusione, ma un’illusione molto produttiva.
L’intuizione di ritenersi liberi, in un senso vago o indefinito, è una forma di
autoinganno, come tante altre che sono prodotte dalla nostra coscienza, che nel
tempo è stata socialmente addomesticata per inventare un altro autoinganno,
cioè un senso individuale di responsabilità, con tutte le conseguenze che ne
derivano anche per l’organizzazione di un ordine sociale efficiente sulla base
di un sistema di obblighi. Ovviamente questa strategia è modulata da
specifiche condizioni ecologiche e sociali, per cui in alcuni contesti questa
illusione si può espandere e diventare la base di sistemi anche molto
progrediti per qualità di vita, come quelli occidentali, mentre in altri
ambienti di vita sarà più adattativo che tale intuizione e illusione non maturi
neppure, o maturi in forme che sono funzionali a all’accettazione di un
comportamento consapevolmente eterodiretto. L’intuizione di
ritenersi liberi è una forma di autoinganno che nel tempo è stata socialmente
addomesticata per inventare un altro autoinganno, cioè un senso individuale di
responsabilità Quali sono i rapporti fra emozioni e pensiero razionale?
Con quali modalità le due componenti guidano il comportamento umano? In
che misura siamo (o possiamo essere) consapevoli di queste influenze? Non
è del tutto chiaro nei dettagli come interagiscano le strutture del cervello
che controllano le emozioni o le reazioni impulsive, e quelle che controllano
la pianificazione di azioni calcolate. Quello che si sa è che alcune
condizioni, come trovarsi di fronte un’altra persona preferibilmente con le
proprie stesse caratteristiche somatiche o un parente, induca l’inibizione di
un comportamento utilitaristico, cioè volto a massimizzare qualche beneficio in
generale a prescindere dai danni che si possono arrecare alle persone; ovvero
che induca un comportamento di accudimento o altruistico, di carattere
parentale o reciproco. Mentre situazioni contrarie all’ordine morale
appreso socialmente e attraverso l’educazione scatenano quasi automaticamente
reazioni di disgusto o qualche altra avversione emotiva (ad esempio, rabbia o
disprezzo). Se non ci sono di mezzo contatti fisici, o rapporti parentali
con altre persone, o impulsi emotivi avversi, le persone possono applicare un
calcolo razionale e quindi scegliere un’azione in base all’utilità percepita o
calcolata. Comunque esistono diverse teorie su come emozioni e ragione
entrano in gioco nelle scelte in generale, e in quelle morali in particolare.
Quello che si sta sottovalutando, penso, è il ruolo che le emozioni, che
mediano i valori morali, possono giocare nell’apprendimento di comportamenti,
che a loro volta retroagiscono sui valori, cioè che possono cambiare nel tempo
le predisposizioni delle persone nel rispondere a situazioni identiche o
diverse. In altre parole, le emozioni servono direttamente alla sopravvivenza
ed entrano in azione quando è minacciata l’omeostasi funzionale a qualche livello,
e quindi servono a premiare o punire i comportamenti appresi sulla base della
funzionalità che manifestano. Ma questi nuovi comportamenti possono far
scoprire nuovi valori, cioè trovare premianti strategie diverse da quelle
prevalenti nella società, e quindi modulare le emozioni originarie, evitando
che gli impulsi emotivi inducano risposte non calcolate e che potrebbero essere
deleterie. In fondo, dato che noi occidentali sul piano genetico siamo
praticamente uguali agli altri gruppi umani, qualcosa del genere potrebbe
spiegare come ci siamo affrancati moralmente e politicamente da schemi
decisionali tribali od oppressivi. Credits to Unsplash. Parliamo del
legame tra violenza ed evoluzione: qual è il ruolo ricoperto dall’aggressività
nell’evoluzione della specie, e quali sono le possibili determinanti genetiche
del comportamento aggressivo? L’aggressività, come la cooperazione,
è stata un fattore chiave per la sopravvivenza e l’evoluzione della nostra
specie. Come tutti i tratti, l’aggressività è polimorfica e quindi ci sono
persone geneticamente più predispostedi altre all’aggressività. È
verosimile che la selezione sociale abbia col tempo reso più vantaggiosi i geni
della cooperazione in alcuni contesti ecologici, e quindi favorito il processo
socio-culturale che nell’età moderna ha ridotto drammaticamente la violenza sul
pianeta, e soprattutto nel mondo che ha inventato la scienza e ha abbracciato
lo stato di diritto. I governi occidentali continuano giustamente la lotta
contro la criminalità e la violenza, ma nella storia del pianeta non c’è mai
stata così poca violenza e aggressività, non solo in occidente ma nel mondo in
generale, rispetto a oggi. Pinker ha dimostrato questo fatto in un
dettagliatissimo e acuto saggio, “Il declino della violenza”. Nella
storia del pianeta non c’è mai stata così poca violenza e aggressività, non
solo in occidente ma nel mondo in generale, rispetto a oggi E per quanto
riguarda la differenza di genere? Cosa sappiamo dei rapporti tra cervello
maschile, cervello femminile e comportamento aggressivo? Le differenze di
genere nel comportamento aggressivo esistono. Studiando complessivamente
l’aggressività di bambini e bambine si è visto che i due generi sono egualmente
aggressivi verbalmente, mentre i bambini lo sono di più fisicamente rispetto
alle bambine. Nel complesso i bambini sono più aggressivi delle bambine sul
piano dell’aggressione diretta. Mentre le bambine sono indirettamente
aggressive anche più dei bambini. Queste differenze, come altre, dipendono
verosimilmente da stimoli ormonali nel corso dello sviluppo e rispondono a
strategie adattative selettivamente vantaggiose nell’ambiente dell’evoluzione.
Il modo in cui maturano il cervello maschile e femminile dipende molto dai
contesti e si conoscono diversi fattori ambientali e culturali che influenzano,
ad esempio, la violenza a carico delle donne. Ci sono prove concrete del fatto
che il patriarcato e la sua istituzione giuridica sono fattori importanti per
la persistenza della violenza maschile ai danni delle donne, e del fatto che
ridurre il dominio maschile attraverso delle adeguate politiche sociali riduce
la violenza maschile e che la cooperazione tra donne riduce la violenza
maschile sia contro le donne sia contro altri uomini. Parliamo ora delle
differenze individuali nel controllo degli impulsi. Non ci sono moltissimi
dati, ma uno studio di qualche anno fa ha esaminato cosa avviene nel cervello
quando si fanno scelte impulsive, che svalutano una ricompensa ritardata,
ovvero come viene rappresentata dinamicamente nel cervello la svalutazione del ritardo
quando si sta aspettando e anticipando una ricompensapossibile che è stata
desiderata e scelta. La corteccia prefrontale ventromedialemanifesta uno
schema caratteristico di attività durante il periodo di ritardo nel ricevere la
ricompensa, oltre a esercitare un’attività modulatoria durante la scelta, che è
coerente con la codificazione del tempo durante il quale avviene una
svalutazione del valore soggettivo. Lostriato ventrale esibisce a sua volta uno
schema di attività simile, ma preferenzialmente negli individui impulsivi. Un
profilo contrastante di attività collegata al ritardo e alla scelta è stata
osservata nella corteccia prefrontale anteriore, ma selettivamente in persone
pazienti, cioè non impulsive. Quindi corteccia prefrontale ventromediale e
corteccia prefrontale anteriore esercitano – sebbene ciò sia ancora da chiarire
come – influenze modulatorie ma opposte rispetto all’attivazione dello striato
ventrale. Ovvero quell’esperimento ci dice che il comportamento impulsivo e
l’autocontrollo sono collegati a rappresentazioni neurali del valore di future
ricompense, non solo durante la scelta, ma anche nelle fasi di ritardo
post-scelta. Cosa può voler dire tutto questo per il nostro discorso? Mi
lasci citare ancora Spinoza, per il quale è «libera quella cosa che esiste e
agisce unicamente in virtù della necessità della sua natura». La vera libertà,
è autonomia e indipendenza, non arbitrio o scelta indeterminata. Quindi si è
tanto più liberi e non soggetti a impulsi, quanto più alcune strutture del
nostro cervello, altamente connesse e addestrate dall’esperienza, lo rendono
autonomo e meno soggetto o costrizioni esterne. Credits to
Unsplash.com Quali sono le possibili influenze delle disfunzioni cognitive e dei
fattori ambientali sulla capacità decisionale (anche ai fini dell’imputazione
penale)? Può condividere con noi qualche caso di studio? Casi di studio ce
ne sono diversi, ma quelli al momento più esemplari riguardano gli effetti
delle varianti alleliche del gene della mono-amin-ossidasi A, detto anche “gene
del guerriero”, in quanto collegato all’aggressività su basi osservazionali
mirate. In sostanza, le persone con la variante che produce meno mon-amino-ossidati
A. rispondono in modi più aggressivi e violenti, rispetto a chi esprime livelli
più alti. Il fatto interessante è che se queste persone predisposte
all’aggressività sono state allevate in ambienti accoglienti, esprimono
un’aggressività minore rispetto a omologhi genetici cresciuti in famiglie
disagiate. Anche dati sperimentali in ambito psicologico e di economia
comportamentale dimostrano che le aggressioni hanno luogo con maggiore
intensità e frequenza, quando provocate in un contesto sperimentale,
soprattutto in soggetti con una bassa attività di mono-amino-ossidati A. Gli studi sperimentali mostrano anche che il mono-amin-ossidati
A è meno associato con la comparsa dell’aggressione in una condizione di bassa
provocazione, ma predice più significativamente il comportamento aggressivo in
una situazione molto provocatoria. Esiste ormai una letteratura
sterminata anche sui casi di persone con anomalie morfologiche e funzionali
dell’amigdala che regolarmente esprimono un profilo sociopatico, ovvero che non
provano emozioni negative quando provocano sofferenze in altri individui. Si
conoscono inoltre casi di tumori cerebrali o lesioni neurologiche che alterano
la personalità individuale, e non poche persone hanno commesso crimini in
quanto un tumore cerebrale ha alterato le loro capacità decisionali. La memoria
del testimone: in particolare, come si accerta l’attendibilità della
testimonianza e quali sono i principali metodi di verifica? Il sistema
giudiziario si fonda sulla memoria: interrogatorio/confronto, testimonianze,
ricordo dei giurati al momento di discutere il verdetto. Ma la memoria umana è
falsata: il cervello non è una videocamera né un computer. Siamo suscettibili a
false memorie. Gli stati emotivi influenzano la qualità della memoria. La
nostra storia personale influenza il modo in cui ricordiamo. Gli psicologi e
gli esperti studiano soprattutto il problema della testimonianza oculare,
perché in ben tre casi su cinque le identificazioni si rivelano
sbagliate. Esistono diversi metodi di controllo/verifica e volti a ridurre
gli errori nelle testimonianze. Uno di questi analizza per esempio
l’accuratezzadella testimonianza oculare e delle modalità di interrogatorio del
testimone, per arrivare a una probabilità relativa al caso. Il
sistema giudiziario si fonda sulla memoria. Ma la memoria umana è falsata: il
cervello non è una videocamera né un computer. Siamo suscettibili a false
memorie. Esiste anche un diritto alla riservatezza per i nostri ricordi.
Nel senso che se io non intendo comunicare a qualcuno un ricordo, ho diritto a
tenerlo per me. Un giudice deve avere forti ragioni per forzare l’accesso alla
mia memoria, ed è comunque tenuto a rispettare i miei diritti fondamentali se
ci prova. Se davvero si riuscirà a costruire affidabili brain lie detector,
macchine della verità con accesso alle memorie cerebrali, si configurerà un
problema sul fronte di normare i limiti del diritto di un giudice far rilevare
impronte mnestiche del nostro cervello, i ai fini di un’indagine processuale.
Non tanto per la riservatezza del dato di interesse, cioè se un imputato o un
testimone mentono o dico la verità nel caso in specie, ma per il fatto che
quell’accesso può rendere noti dei fatti che non hanno rilevanza con l’indagine
e che potrebbero danneggiare la persona. Inoltre, alcuni farmaci e tecnologie
possono potenziare la memoria individuale. Ebbene, sarebbe lecito consentire a
o incentivare alcuni attori del procedimento giudiziario (giudici e giurati) a
potenziare le loro memorie ai fini di un più efficiente funzionamento del
sistema? La morale ha, o potrebbe avere, un fondamento biologico? La
morale ha un fondamento biologico. La morale serve a tenere insieme i gruppi
umani sociali, e ha creato le premesse sociobiologiche per l’affermarsi della
religiosità quale sistema di controllo incorporato nelle persone e alimentato
socialmente per garantire che i valori morali adattativi in società meno
complesse delle nostre siano mantenuti e trasmessi. In prospettiva: quali
sono a suo avviso i possibili intrecci tra acquisizioni neuroscientifiche e
diritto penale? Quale impatto potrebbero avere sugli attuali meccanismi di
attribuzione della responsabilità e di applicazione della pena? Su questo
punto la penso come chi ha detto che con l’arrivo delle neuroscienze, nel
diritto, cambia tutto e non cambia niente. Vale a dire che il concetto di
libero arbitrio e quello intuitivo di giustizia come retribuzione
(caratteristico del diritto naturale) sono destinati a essere abbandonati,
perché privi di basi teorico-fattuali. Mentre si potrebbe affermare un concetto
consequenzialista(utilitarista) della concezione della pena, più vicino al
diritto positivo. Il concetto di libero arbitrio e quello intuitivo
di giustizia come retribuzione (caratteristico del diritto naturale) sono
destinati a essere abbandonati, perché privi di basi teorico-fattuali In
Italia, come vengono accolte dalla magistratura le evidenze neuroscientifiche?
E a livello internazionale? L’Italia è all’avanguardia, se così si può
dire, nell’uso di prove neuroscientifiche in tribunale. Due sentenze in
particolare, Trieste e Como, riconobbero il ruolo causale di tratti
neurogenetici nel comportamento delittuoso, e di conseguenza attribuirono uno
sconto di pena. Le sentenze italiane sono state accolte con allarme in
diversi contesti internazionali. Ma c’è poco da fare: se queste conoscenze e
tecnologie acquisiranno una base sperimentalmente solida e consentiranno di
prevedere con buona attendibilità le predisposizioni a commettere reati, è
inevitabile che entreranno a far parte dello strumentario di lavoro dei
giudici. Tuttavia, esiste un’ambivalenza in Italia, come in altri paesi,
verso l’uso delle prove neuroscientifiche. Intanto in Italia non tutti i
giudici hanno ancora chiaro cosa sia una perizia neuroscientifica e ignorano
criteriepistemologicamente validi e formalmente definiti per scegliere periti
che apportino davvero prove scientifiche e controllate nel contesto di un
dibattimento processuale. Ciò sebbene la Cassazione abbia in sentenze recenti
fatto proprio lo Standard Daubert, che elenca regole di ammissibilità delle
prove nei processi statunitensi. Inoltre, si tratta comunque di definire
cosa implica una diminuita imputabilità per colui che commette un reato, in
quanto le sue azioni e decisioni dipendevano dal modo di funzionare del cervello
e dalla sua dotazione genetica. Questo individuo è meno libero di altri e
quindi anche meno responsabile, e quindi le sanzioni dovrebbero essere volte a
ridurre al minimo le probabilità di reiterazione del o dei reati. Il riferimento è al noto scritto di Greene, J. Cohen, For the law,
neuroscience changes nothing and everything, in Philos Trans R Soc Lond B Biol
Sci. Ricerca
Storia del pensiero evoluzionista aspetti storici dell'evoluzionismo Lingua
Segui Modifica Evoluzione CollapsedtreeLabels- simplified.svg Meccanismi e
processi Adattamento Deriva genetica Equilibri punteggiati Flusso genico
Mutazione Radiazione adattativa Selezione artificiale Selezione ecologica
Selezione naturale Selezione sessuale Speciazione Storia
dell'evoluzionismo Storia del pensiero evoluzionista Lamarckismo Charles Darwin
L'origine delle specie Neodarwinismo Saltazionismo Antievoluzionismo
Campi della Biologia evolutiva Biologia evolutiva dello sviluppo Cladistica
Evoluzione della vita Evoluzione molecolare Evoluzione degli insetti Evoluzione
dei vertebrati Evoluzione dei dinosauri Evoluzione degli uccelli Evoluzione dei
mammiferi Evoluzione dei cetacei Evoluzione dei primati Evoluzione umana
Filogenetica Genetica delle popolazioni Genetica ecologica Medicina
evoluzionistica Genomica della conservazione Portale Biologia La prima
traccia dell'idea di un'evoluzione biologicadegli esseri viventi è la teoria
sull'origine della vitaattribuita ad Anassimandro di Mileto. Gli animali ebbero
origine nell'acqua, dove erano tutti simili a pesci; con il tempo sono saliti
sulla terraferma dove, liberati dalle scaglie, hanno continuato a vivere. Tale
fu anche l'origine dell'uomo. Con l'avvento del Cristianesimo, e fino almeno
all'evo moderno, l'indagine scientifica fu dominata dall'impianto filosofico
essenzialista di derivazione aristotelica, nel quale la possibilità stessa
della conoscenza si fonda sulla fissità della specie; inoltre, l'evoluzione non
si armonizza con la Genesi e non trova collocazione in un sistema di
riferimento che considera le specie immutabili perché perfette, in quanto
create ex nihilo da Dio. Nel XVII secolo, col riaffiorare delle antiche
concezioni, la parola evoluzione cominciò ad essere utilizzata come riferimento
a un'ordinata sequenza di eventi, particolarmente quando un risultato si
trovava, in qualche modo, già dall'inizio contenuto all'interno di essa. La
storia naturale si sviluppò enormemente, mirando ad investigare e catalogare le
meraviglie dell'operato di Dio. Le scoperte effettuate dimostrarono
l'estinzione delle specie, che fu spiegata dalla teoria del catastrofismo di
Cuvier, secondo cui gli animali e le piante venivano periodicamente annientati
a causa di catastrofi naturali per poi essere rimpiazzate da nuove specie create
dal nulla. In contrapposizione ad essa, la teoria dell'Uniformitarismo di James
Hutton, del 1785, ipotizzava un graduale sviluppo della Terra, il cui aspetto
non era dovuto ad eventi catastrofici ma a un lento processo perpetuatosi
attraverso gli eoni. Darwin, nonno di Charles, avanza delle ipotesi sulla
discendenza comune affermando che gli organismi acquisivano "nuove
parti" in risposta a degli stimoli e che questi cambiamenti venivano
trasmessi alla loro discendenza; nel 1802 suggerì la selezione naturale.
Lamarck sviluppò una teoria simile (l'"ereditarietà dei caratteri
acquisiti"), la quale ipotizzava che tratti "necessari"
venissero ereditati col passaggio da una generazione alla successiva. Queste
teorie di trasmutazione furono sostenute in Gran Bretagna dai Radicali come
Robert Edmond Grant. In questo periodo l'opera di Malthus, Saggio sul principio
della popolazione, influenzò il libero pensiero mostrando come l'incremento
della popolazione mondiale fosse correlato a un eccesso nelle risorse disponibili.
Varie teorie furono proposte per riconciliare la Creazione biologica con le
nuove scoperte scientifiche, incluso l'attualismo di Charles Lyell secondo cui
ogni specie aveva un suo "centro di creazione" ed era progettata per
un particolare habitatil cui cambiamento portava inevitabilmente alla sua
estinzione. Charles Babbage ritenne che Dio avesse creato le leggi per un
programma divino che operava per la produzione delle specie e Owen seguì
Johannes Müller nel pensiero che la materia vivente avesse un'"energia
organizzativa", una forza vitale (Lebenskraft) che, dirigendo lo sviluppo
dei tessuti, determinava l'arco di vita degli individui e delle specie.
Antichità Greci Ipotesi secondo cui un tipo di animale, perfino l'essere umano,
potesse discendere da altri tipi di animali erano state formulate dai filosofi
greci Presocratici. Anassimandro di Mileto suppose che i primi animali
vivessero in acqua, durante una fase umida del passato della Terra, e che i
primi avi viventi a terra della razza umana dovevano essere nati in acqua, e
aver passato solo una parte della loro vita sulla terraferma. Intuì anche che
il primo umano della forma conosciuta oggi doveva essere stato il figlio di un
altro tipo di animale, perché l'uomo ha bisogno di un lungo periodo di
accudimento per raggiungere l'autonomia. Empedocle di GIRGENTI; intuì che
quello che noi chiamiamo nascita e morte degli animali sono solamente il
mischiarsi e il separarsi degli elementi che formano "l'infinita tribù
delle cose mortali". Più in particolare, i primi animali e le prime piante
erano simili alle parti divise che formano quelli che vediamo oggi, qualcuna
delle quali sopravvisse unendosi in differenti combinazioni, e poi mescolandosi
di nuovo, finché "tutto riuscì come se fosse stato fatto di proposito, lì
le creature sopravvissero, essendo accidentalmente composte in modo
corretto". Altri filosofi diventarono più importanti nel Medioevo, fra cui
Platone, Aristotele, ed esponenti della scuola stoica di filosofia, credevano che
le specie di tutte le cose, non solo viventi, fossero state stabilite da un
progetto divino. Epicuro dell’ORTO ha anticipato l'idea della selezione
naturale. Il filosofo romano e atomista LUCREZIO espone queste idee nel suo
poema De rerum natura (Sulla natura delle cose). Nel sistema Epicureo, si è
ipotizzato che molte specie siano state generate spontaneamente da Gea in
passato, ma che solo le forme più funzionali siano sopravvissute e abbiano avuto
progenie. Gli epicurei non sembrano aver anticipato l'intera teoria
dell'evoluzione come la conosciamo oggi, ma sembra che abbiamo postulato una
teoria abiogeneticaseparata per ciascuna specie, piuttosto che postulare un
singolo evento abiogenetico con la differenziazione delle specie a partire da
uno o più organismi progenitori originari. Cinesi Antichi pensatori
cinesi come Zhuang Zhou, un filosofo taoista, hanno espresso varie idee su come
le specie biologiche si siano diversificate. Secondo Joseph Needham, il Taoismo
nega esplicitamente la fissità delle specie biologiche, e filosofi taoisti
ipotizzano che le specie abbiano sviluppato diversi attributi in risposta ad
ambienti differenti. Il Taoismo insegna che gli esseri umani, la natura e il
cielo sono in uno stato di "trasformazione costante" noto come il
Tao, una visione della natura in contrasto con quella più statica tipica del
pensiero occidentale. Romani Il poema di Lucrezio De rerum natura
fornisce la migliore spiegazione superstite del pensiero dei filosofi epicurei
greci. Esso descrive lo sviluppo del cosmo, la Terra, gli esseri viventi, e la
società umana attraverso meccanismi puramente naturalistici, senza alcun
riferimento al coinvolgimento soprannaturale. De rerum natura potrebbe aver
influenzato le speculazioni cosmologiche ed evolutive di filosofi e scienziati
durante e dopo il Rinascimento. Il suo punto di vista è in forte contrasto con
le opinioni di filosofi romani della scuola stoica come CICERONE, Seneca, e PLINIO
il Vecchio che avevano una visione fortemente teleologica del mondo naturale
che ha influenzato la teologia cristiana. CICERONE riporta che la visione
peripatetica e stoica delle natura riguarda fondamentalmente il produrre vita
"capace di sopravvivere nel migliore dei modi", cosa data per
scontata tra l'élite ellenistica. Agostino. Agostino in un dipinto di Lippi In
linea con il precedente pensiero greco, il vescovo e teologo del IV secolo,
Agostino di Ippona, scrisse che la storia della creazione nel libro della
Genesi, non doveva essere letta troppo alla lettera. Nel suo libro De Genesi ad
litteram ("Sul significato letterale della Genesi"), ha dichiarato
che in alcuni casi le nuove creature potrebbero essersi originate attraverso la
"decomposizione" di precedenti forme di vita. Per Agostino — a
differenza di quelle che considerava le forme teologicamente perfette degli
angeli, il firmamento e l'anima umana — le "piante, uccelli e la vita
animale non sono perfetti… ma creati in uno stato di potenzialità". L'idea
di Agostino che le forme di vita siano state trasformate "lentamente nel
corso del tempo" ha spinto padre Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di
teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, a sostenere
che Agostino abbia suggerito una forma di evoluzione. Osborn scrisse in From
the Greeks to Darwin: "Se l'ortodossia di Agostino fosse rimasta una
dottrina della Chiesa, la scoperta dell'evoluzione sarebbe avvenuta molto prima
di quanto non abbia fatto, certamente nel corso del XVIII invece del XIX
secolo, e la controversia su questa verità della Natura non sarebbe mai sorta…
Chiaramente la creazione diretta o istantanea di animali e piante sembrava
essere insegnata dalla Genesi, Agostino lesse questo alla luce del nesso di
causalità primaria e il graduale sviluppo da imperfetto a perfetto spiegato da
Aristotele. Questo influente insegnante ha così tramandato ai suoi seguaci
pareri strettamente conformi alle vedute progressiste di questi teologi del
nostro tempo che hanno accettato la teoria evoluzione. In Storia della lotta
della scienza con la teologia nella cristianità (A History of the Warfare of
Science with Theology in Christendom), dove White scrisse sui tentativi di
Agostino di preservare l'antico approccio evolutivo alla creazione:
"Per secoli una dottrina largamente accettata era che l'acqua, la
sporcizia, e le carogne avevano ricevuto il potere dal Creatore per generare
vermi, insetti, e una moltitudine di piccoli animali; e questa dottrina era
stata accolta con particolare favore da Sant'Agostino e molti dei padri
fondatori, in quanto solleva l'Onnipotente dal creare, Adamo dal nominare, e
Noè dal vivere nell'arca con queste innumerevoli specie disprezzate. In De
Genesi contra Manichæos, Agostino dice: "Supporre che Dio creò l'uomo
dalla polvere con le mani è molto infantile… Dio non plasmò l'uomo con le mani
né soffiò su di lui con la gola e le labbra…" Agostino suggerisce in altri
lavori la sua teoria dello sviluppo degli insetti dalle carogne, e l'adozione
della vecchia teoria dell'evoluzione, mostrando che "alcuni animali molto
piccoli non possono essere stati creati nei giorni quinto e sesto, ma possono
essere stati originati in seguito dalla putrefazione della materia." Per
quanto riguarda l'agostiniana De Trinitate ("Sulla Trinità"), White
ha scritto che Agostino "…sviluppa finalmente l'idea che dietro la
creazione di esseri viventi c'è qualcosa di simile a un'evoluzione, di cui Dio
è l'autore ultimo, che opera attraverso le cause seconde; e, infine, sostiene
che alcune sostanze sono dotate da Dio del potere di produrre alcune classi di
piante e animali.. Una pagina del Kitāb al-Hayawān (libro degli animali) di
Al-Jāḥiẓ La filosofia islamica e la lotta per l'esistenzaModifica Anche se le
idee evolutive di greci e romani si estinsero in Europa dopo la caduta
dell'Impero romano d'Occidente, non furono abbandonate dai filosofi e
scienziati islamici. Nell'Epoca d'oro islamica, i filosofi esplorarono nuove
idee nel campo della storia naturale, quali la trasmutazione dal non vivente al
vivente: "dal minerale al vegetale, dalla pianta all'animale, e
dall'animale all'uomo. Nel mondo islamico medievale, lo studioso al-Jahiz(776
-868) scrisse un libro sugli animali nel IX secolo, dove descrive la catena
alimentare. Khaldun scrive il Muqaddimah in cui afferma che gli esseri umani si
sono sviluppati dal "mondo delle scimmie", in un processo attraverso
il quale "le specie diventano più numerose". Alcuni dei suoi
pensieri, secondo alcuni commentatori, anticipano la teoria biologica
dell'evoluzione. Nel primo capitolo si legge: "Il mondo con tutte le cose
in esso create ha un certo ordine e la sua solida costruzione mostra nessi tra
cause ed effetti, combinazioni fra alcune parti della creazione ed altre,
trasformazioni di alcune cose esistenti in altre, in uno straordinario reticolo
senza fine. Aquino in un dipinto di Carlo Crivelli Durante il Medioevo, la
cultura classica greca decadde in Occidente. Tuttavia, il contatto con il mondo
islamico, dove i manoscritti greci erano stati conservati e ampliati, ben
presto portò a un'ondata massiccia di traduzioni latine, che re-introdussero in
Europa le opere greche, nonché quelle del pensiero islamico. La maggior
parte dei teologi cristiani credeva che il mondo fosse progettato secondo una
gerarchia immutabile, la grande catena dell'essere o scala naturae, che
influenzò il pensiero della civiltà occidentale per secoli. Altri teologi erano
più aperti alla possibilità che il mondo si fosse sviluppato attraverso
processi naturali. AQUINO si spinse oltre il pensiero di Agostino nel sostenere
che i testi sacri come la Genesi non dovessero essere interpretati in modo
letterale, poiché ciò si poneva in conflitto con quello che i filosofi naturali
avevano imparato sul funzionamento del mondo naturale, e li vincolava dallo
scoprire nuove cose[non chiaro]. L'Aquinate pensava che l'autonomia della
natura fosse un segno della bontà di Dio, e che non vi era alcun conflitto tra
il concetto di un universo divinamente creato, e l'idea che l'universo si
potesse essere evoluto nel tempo attraverso meccanismi naturali.Tuttavia,
Tommaso contestava i sostenitori di Empedocle, che sostenevano che l'universo
avrebbe potuto svilupparsi anche senza un obiettivo di fondo. Rinascimento e
IlluminismoModifica Comparazione di uno scheletro umano con uno scheletro
di uccello ad opera di Belon La filosofia meccanica di Cartesio incoraggiò
l'uso della metafora dell'universo come macchina, un concetto che avrebbe
caratterizzato la rivoluzione scientifica. Alcuni naturalisti, come Benoît de
Maillet, produssero teorie che sostenevano che l'universo, la Terra, e la vita,
si erano sviluppati meccanicamente, senza una guida divina. Maupertuis virò
verso un'idea più materialista, scrivendo che le modifiche naturali si
verificano durante la riproduzione e si accumulano nel corso di molte
generazioni, producendo razze e specie nuove; una descrizione che ha anticipato
il concetto di selezione naturale. La parola evoluzione (dal latino evolutio,
"srotolare, svolgere") è stata inizialmente utilizzata in riferimento
allo sviluppo embrionale; il suo primo impiego in relazione allo sviluppo della
specie è venuto nel 1762, quando Charles Bonnet la ha utilizzata per il suo
concetto di "pre-formazione", in cui le donne portavano una forma in
miniatura di tutte le generazioni future. Il termine ha poi guadagnato
gradualmente il significato più generale di crescita o sviluppo progressivo.
Più tardi nel XVIII secolo, il filosofo francese Georges-Louis Leclerc, conte
di Buffon, uno dei più importanti naturalisti del tempo, ha suggerito che le
specie erano in realtà solo delle varietà ben delineate, prodotte dalle
modifiche, dovute a fattori ambientali, di un organismo originale. Ad esempio,
credeva che leoni, tigri, leopardi e gatti di casa potessero avere tutti un
antenato comune. Leclerc ha inoltre ipotizzato che le circa 200 specie di
mammiferi conosciute in quel periodo potessero essere derivate da solo 38 forme
animali originali. Le idee evolutive del conte erano però limitate; credeva che
ciascuna delle forme originali fossero sorte per generazione spontanea e che
ognuno fosse stata modellata da "muffe interne" che limitavano la
quantità di cambiamenti possibili. Le opere di Buffon, Histoire Naturelle e
Époques de la nature, contengono teorie ben sviluppate sull'origine
materialista della Terra; la sua messa in discussione della fissità della
specie è stata estremamente influente.[24] Un altro filosofo francese,
Denis Diderot, scrive che le cose viventi possono essere sorte per generazione
spontanea, e che le specie sono in uno stato di costante evoluzione attraverso
un processo in cui nuove forme di vita sorgono continuamente, e possono
sopravvivere o meno in base al caso; un'idea che può essere considerata
un'anticipazione parziale della teoria della selezione naturale. Burnett, Lord
di Monboddo, incluse nei suoi scritti, non solo il concetto che l'uomo era
disceso dai primati, ma anche che, in risposta all'ambiente, le creature
avevano trovato metodi di trasformare le loro caratteristiche in lunghi
intervalli di tempo. Il nonno di Darwin, Darwin, pubblicò Zoonomi, dove suggerì
che "tutti gli animali a sangue caldo sono sorti da un filamento
vivente".[26] Nel suo poema Tempio della Natura, Erasmus ha descritto il
progredire della vita dai minuscoli organismi viventi nel fango fino a giungere
alla biodiversità moderna. La nascita della teoria di Darwin All'Università di
Edimburgo, durante gli studi, Charles Darwin fu coinvolto direttamente negli
sviluppi della teoria evoluzionistica di Robert Edmund Grant, ispirata dalle
idee di Erasmus Darwin e Lamarck. In seguito, all'Università di Cambridge, i
suoi studi di teologia lo convinsero ad accettare le considerazioni di William
Paley sul "disegno" di un Creatore, mentre il suo interesse nella
storia naturale aumentò grazie al botanico John Stevens Henslow e al geologo
Adam Sedgwick, entrambi fermamente credenti in una creazione divina e
nell'antico uniformismo della terra. Durante il viaggio del Beagle, Darwin si
convinse della fondatezza dell'attualismo di Lyell e cercò di conciliare le varie
teorie creazionistiche con le prove che riuscì ad evidenziare. Al suo ritorno,
Richard Owen dimostrò che i fossili che Darwin aveva trovato, appartenevano a
specie estinte mostranti relazioni con delle specie viventi in alcune località.
Gould rivelò con sorpresa che gli uccelli completamente diversi ritrovati nelle
Isole Galápagos erano, in realtà, 13 specie diverse di fringuelli (conosciuti
ora, volgarmente in tutto il mondo, come i Fringuelli di Darwin). Schizzo
di un albero filogeneticodisegnato da Darwin negli appunti preparatori del suo
First Notebook on Transmutation of Species. Darwin medita sulla trasmutazionein
una serie di appunti segreti. Si occupò inoltre della selezione artificiale
delle razze domestiche, consultando William Yarrell e leggendo un opuscolo
scritto da un amico, Sebright, il quale commentava come "con un severo
inverno, o una scarsità di cibo, attraverso l'uccisione degli individui deboli
e malaticci, si avessero tutti i migliori effetti della più abile
selezione". Nel 1838, in uno zoo, vide per la prima volta una scimmia
antropomorfa: il bizzarro comportamento di un orango lo impressionò per la
somiglianza con quello di un "bambino dispettoso" e, dalla sua
esperienza sui nativi della Terra del Fuoco, lo portò a pensare che non ci
fosse poi un grande abisso tra gli uomini e gli animali, a dispetto della
dottrina teologica che considera solo la specie umana possedente
un'anima. Darwin comincia a leggere la sesta edizione del Saggio sul
principio della popolazione di Malthus, con la quale ricordò la dimostrazione
statistica secondo cui la popolazione umana, riproducendosi al di sopra dei
propri mezzi, competesse per la sopravvivenza. In questo periodo tentò di
applicare per primo questi principi alle specie animali. Darwin applicò nella
sua ricerca il pensiero liberista sulle leggi di Natura, considerando la pura
lotta per la vita priva di sostegni esterni. Dal dicembre 1838 intravide una
somiglianza tra il concetto della selezione artificiale e la Natura Malthusiana
che selezionava, attraverso il cambiamento, le varianti da eliminare, in modo
che ogni parte delle nuove strutture acquisite fosse pienamente pratica e
perfetta. L'origine delle specieModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: L'origine delle specie. La sintesi evolutiva
modernaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Neodarwinismo.Anassimandro di Mileto afferma che dall'acqua e dalla terra
riscaldate sarebbero nati dei pesci o degli animali molto simili a pesci; in
questi concrebbero gli uomini, e i feti vi rimasero rinchiusi fino alla
pubertà. Quando questi si spezzarono, allora finalmente ne uscirono uomini e
donne che potevano già nutrirsi." (Censorino, De die natali) Anassimandro dice
pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie." (Plutarco, Doxa) ^ Franco Volpi, Dizionario delle opere filosofiche,
Colin A. Ronan, The Shorter Science and Civilisation in China: An Abridgement
by Ronan of Needham's Original Text, Cambridge; New York, Cambridge, Miller
James, Daoism and Nature, su jamesmiller.ca Sedley, Lucretius, in Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Stanford, CA, Stanford, Bowler, The Earth
Encompassed: A History of the Environmental Sciences., in Norton History of
Science, New Yorki, Norton, CICERONE (si veda), De Natura Deorum.
Sant'Agostino, La genesi alla lettera. ^ Gill, Meredith J., Augustine in the
Italian Renaissance: Art and Philosophy from Petrarch to Michelangelo,
Cambridge; New York, Cambridge, Owen, Vatican buries the hatchet with Charles
Darwin, su Times, Bergoglio, "Teoria del Big Bang non contraddice la
creazione divina. Dio non è stato un mago", su huffingtonpost.it,
Huffington Post, Fairfield, From the Greeks to Darwin: An Outline of the
Development of the Evolution Idea, New York, Macmillan, Dickson White, Storia
della lotta della scienza con la teologia nella cristianità, edizione inglese:
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York, Londra, D. Appleton et Company, Gutenberg. ^ Ben Waggoner, Medieval and
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University of California Museum of Paleontology. Egerton, A History of the
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Explorations in African Political Thought: Identity, Community, Ethics, in New
Political Science Reader Series, New York, Routledge, Khaldūn: "Sixth
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for the Early History of Modern Science, 3ª ed., Nanaimo, British Columbia,
Liberal Studies Department, Vancouver Island University, Carrol, Creation,
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Belgium, Scientific Society of Brussels. ^ Tommaso d'Aquino, Commentario al
"De Anima". Bowler, Evolution: The History of an Idea, Berkeley, CA,
University of California Press, Pallen, The Rough Guide to Evolution, in Rough
Guides Reference Guides, Londra, Rough Guides, Larston, Evolution: The
Remarkable History of a Scientific Theory, New York, Modern Library, Henderson,
The Emperor's Kilt: The Two Secret Histories of Scotland, Edinburgh, Erasmus
Darwin, Zoonomia o Le leggi organiche della vita, Londra, Joseph Johnson,
Erasmus Darwin, Tempio della Natura, ossia L'origine della Società: Un poema
con note filosofiche, Londra, Joseph Johnson, Voci correlate Evoluzione
Creazionismo Dibattito fra creazionismo ed evoluzionismo Storia del pensiero
evoluzionista, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Modifica su
Wikidata Portale Biologia Portale Filosofia
Portale Storia L'origine delle specie saggio di divulgazione scentifica
di Charles Darwin Darwinismo teoria dell'evoluzione proposta da Charles
Darwin Evoluzionismo teista dottrina. In the few years
of the pre- Christian period that remained the teaching of Empedocles,
and of Epicurus as the mouthpiece of the y atomic theory, was revived by LUCREZIO
in his “De Rerum Natura.” Of that remarkable man but little is recorded,
and the record is untrustworthy. LUCREZIO died by his own hand, Jerome
says, but of this there is no proof. It is difficult, taking up LUCREZIO’s wonderful
poem, to resist the temptation to make copious extracts from it, since,
even through the vehicle of Munro's annotations, it is probably
little known to the Oxford pupil in Literae Humaniores in these evil days
of snippety philosophy. But the temptation must be resisted, save in
moderate degree. With the dignity which his high mission inspires, LUCREZIO
appeals to us in the threefold character of teacher, reformer, and poet. First,
by reason of the greatness of my argument, and because I set the
mind free from the close-drawn bonds of your Roman superstitions; and next
because, on so dark a theme, I compose such lucid verse, touching every point
with the grace of poesy. As a teacher, LUCREZIO expounds the doctrines of
The Garden (L’Orto) concerning life and nature. As a reformer, LUCREZIO attacks
the Roman superstitions. As a philosophical poet, LUCREZIO informs both the
atomic philosophy and its moral application with harmonious and beautiful verse
swayed by a fervour that is akin to religious emotion. Discussing at the
outset various theories of origins, and dismissing these, notably that which
asserts that things came from nothing for if so, any kind might be
born of anything, nothing would require seed," LUCREZIO proceeds to
expound the teaching of the atomists as to the constitution of things by
particles of matter ruled in their movements by unvarying laws. This
theory LUCREZIO works all round, explaining the processes by which the
atoms unite to carry on the birth, growth, and decay of things, the
variety of which is due to variety of form of the atoms and to
differences in modes of their combination; the combinations being
deter- mined by the affinities or properties of the atoms
themselves, " since it is absolutely decreed what each thing can and
what it cannot do by the conditions of Nature." Change is the law of
the universe;. what is, will perish, but only to reappear in another
form. Death is "the only immortal"; and it is that and
what may follow it which are the chief tormentors of men. " This
terror of the soul, therefore, and this darkness, must be dispelled, not
by the rays of the sun or the bright shafts of day, but by the
outward aspect and harmonious plan of Nature." LUCREZIO explains
that the soul, which he places in the centre of the breast, is also formed
of very minute atoms of heat, wind, calm air, and a finer essence, the
pro- portions of which determine the character of both men and
animals. It dies with the body, in support of which statement LUCREZIO
advances XVIII arguments, so determined is he to " deliver those who
through fear of death are all their lifetime subject to bondage. These themes
fill the first three books. In the fourth he grapples with the mental
problems of sensation and conception, and explains the origin
of belief in immortality as due to ghosts and appari- tions which
appear in dreams. " When sleep has prostrated the body, for no other
reason does the mind's intelligence wake, except because the very
same images provoke our minds which provoke them when we are awake, and
to such a degree that we seem without a doubt to perceive him whom life
has left, and death and earth gotten hold of. This Na- ture
constrains to come to pass because all the senses of the body are then
hampered and at rest throughout the limbs, and cannot refute the unreal by
real things." In the fifth book Lucretius deals with
origins — of the sun, the moon, the earth (which he held to be
flat, denying the existence of the antipodes); of life and its
development; and of civilization. In all this he excludes design,
explaining everything as pro- duced and maintained by natural agents,
"the masses, suddenly brought together, became the rudiments
of earth, sea, and heaven, and the race of living things." He
believed in the successive appearance of plants and animals, but in their
arising separately and di- rectly out of the earth, " under the influence
of rain and the heat of the sun," thus repeating the old
speculations of the emergence of life from slime, " wherefore the
earth with good title has gotten and keeps the name of mother." He
did not adopt Empedocles's theory of the " four roots of all
things," and he will have none of the monsters — ^the hippo-
griflFs, chimeras, and centaurs — ^which form a part of the scheme of
that philosopher. These, he says, ** have never existed," thus
showing himself far in advance of ages when unicorns, dragons, and
such-like fabled beasts were seriously believed to exist. In one respect,
more discerning than Aristotle, he accepts the doctrine of the survival
of the fittest as taught by the sage of GIRGENTI. For he argues that
since upon "the increase of some Nature set a ban, so that they
could not reach the coveted flower of age, nor find food, nor be united
in marriage," many races of living things have died out, and
been unable to beget and continue their breed." LUCREZIO speaks of GIRGENTI
in terms scarcely less exaggerated than those which he applied to
Epi- curus. The latter is " a god " who first found out
that plan of life which is now termed wisdom, and who by tried skill
rescued life from such great billows and such thick darkness and moored it in
so perfect a calm and in so brilliant a light, ... he cleared men's
breasts with truth-telling precepts, and fixed a limit to lust and fear,
and explained what was the chief good which we all strive to reach."
As to GIRGENTI," that great country (Sicily) seems to have
held within it nothing more glorious than this man, nothing more holy,
marvellous, and dear. The verses, too, of this godlike genius cry with
a loud voice, and make known his great discoveries, so that he
seems scarcely bom of a mortal stock." Continuing his speculations
on the development of living things, Lucretius strikes out in bolder
and l.^ original vein. The past history of man,
he says, lies in no heroic or golden age, but in one of struggle
out of savagery. Only when "children, by their coaxing ways, easily
broke down the proud temper of their fathers," did there arise the
family ties out of which the wider social bond has grown, and soft-
ening and civilizing agencies begin their fair offices. In his battle for
food and shelter, " man's first arms were hands, nails and teeth and
stones and boughs broken off from the forests, and flame and fire,
as soon as they had become known. Afterward the force of iron and
copper was discovered, and the use >^. ' of copper was known before
that of iron, as its nature is easier to work, and it is found in greater
quantity. With copper they would labour the soil of the earth and
stir up the billows of war. Then by slow steps the sword of iron gained
ground and the make of the copper sickle became a byword, and with
iron they began to plough through the earth's [soil, and the
struggles of wavering man were rendered equal." As to language,
" Nature impelled them to utter the various sounds of the tongue,
and use struck out the names of things." Thus does Lucretius point
the road along which physical and mental evolution have since
travelled, and make the whole story subordi- nate to the high purpose of
his poem in deliverance of the beings whose career he thus traces from
super- stition. Man " seeing the system of heaven and the
different seasons of the years could not find out by what causes this was
done, and sought refuge in handing over all things to the gods and
supposing all things to be guided by their nod." Then, in the
sixth and last book, the completion of which would seem to have been
arrested by his death, LUCREZIO explains the law of winds and storms, of
earth-quakes and volcanic outbursts, which men " foolishly lay to
the charge of the gods," who thereby make known their
anger. So, loath to suffer mute, We, peopling the void air,
Make Gods to whom to impute The ills we ought to bear ; With God
and Fate to rail at, suffering easily. And what a motley crowd of
gods they were on whose caprice or indifference he pours his vials
of anger and contempt! The tolerant pantheon of Rome gavie welcome
to any foreign deity with respectable credentials; to Cybele, the Great
Mother, imported in the' shape of a rough-hewn stone with pomp and
rejoicings from Phrygia 204 b. c; to Isis, welcomed from Egypt; to
Herakles, Demeter, As- klepios, and many another god from Greece.
But these are dismissed from a man's thought when the prayer or
sacrifice to them had been offered at the due season. They had less
influence on the Roman's life than the crowd of native godlings who
were thinly disguised fetiches, and who controlled every action of
the day. For the minor gods survive the changes in the pantheon of every
race. Of the Greek peasant of to-day Mr. Rennel Rodd testifies, in
his Custom and Lore of Modern Greece, that much as he would sliudder
at the accusation of any taint of paganism, the ruling of the fates is
more immediately real to him than divine omnipotence. Mr. Tozer confirms
this in his Highlands of Turkey. He says: " It is rather the minor
deities and those as- sociated with man's ordinary life that have
escaped the brunt of the storm, and returned to live in a dim
twilight of popular belief. In India, Lyall tells us that, " even the
supreme triad of Hindu allegory, which represents the almighty powers
of creation, preservation, and destruction, have long ceased to
preside actively over any such correspond- ing distribution of functions.
Like limited monarchs, they reign, but do not govern. They are superseded
by the ever-increasing crowd of godlings whose influence is personal and
special, as shown by Mr. Crooke in his instructive Introduction to
the Popular Religion and Folk-lore of Northern India. The old ROMAN
CATALOGUE of spiritual beings, abstractions as they were, who gfuarded
life in minute detail, is a long one. From the indigitamenta^ as
such lists are called, we learn that no less than forty- three were
concerned with the actions of a child. When the farmer asked Mother Earth
for a good harvest, the prayer would not avail unless he also
invoked " the spirit of breaking up the land and the spirit of
ploughing it crosswise; the spirit of furrow- ing and the spirit of
ploughing in the seed; and the spirit of harrowing; the spirit of weeding
and the spirit of reaping; the spirit of carrying com to the barn;
and the spirit of bringing it out again." The country, moreover,
swarmed with Chaldaean astrolo- gers and casters of nativities; with
Etruscan harus- pices full of " childish lightning-lore, who
foretold eve'tits from the entrails of sacrificed animals; while in
competition with these there was the State-supported college of augurs to
divine the will of the gods by the cries and direction of the flight of
birds. Well might the satirist of such a time say that the place was
so densely populated with gods as to leave hardly room for the
men." It will be seen that the justification for
including Lucretius among the Pioneers of Evolution lies in his two
signal and momentous contributions to the science of man; namely, the
primitive savagery of the human race, and the origin of the belief in
a soul and a. future life. Concerning the first, an- thropological
research, in its vast accumulation of materials during the last sixty
years, has done little more than fill in the outline which the insight
of LUCREZIO enabled him to sketch. As to the second, he anticipates,
well-nigh in detail, the ghost-theory of the origin of belief in spirits
generally which Her- bert Spencer and Dr. Tylor, following the lines
laid down by Hume and Turgot, have formulated and sustained by an
enormous mass of evidence. The credit thus due to Lucretius for the
original ideas in his majestic poem — Greek in con- ception and Roman in
execution — has been obscured in the general eclipse which that poem suf-
fered for centuries through its anti-theological spirit. Grinding at the
same philosophical mill, Aristotle, because of the theism assumed to be
involved in his " perfecting principle," was cited as " a
pillar of the faith" by the Fathers and Schoolmen; while
Lucre- tius, because of his denial of design, was “anathema
maranatha.” Only in these days, when the far-reach- ing effects of the
theory of evolution, supported by observation in every branch of inquiry,
are apparent, are the merits of Lucretius as an original seer, more
than as an expounder of the teachings of GIRGENTI and L’ORTO, made clear.
Standing well-nigh on the threshold of the Chris- tian era, we may
pause to ask what is the sum of the speculation into the causes and
nature of things which, begun in Ionia (with impulse more or less
slight from the East), by Thales, ceased, for many centuries, in the poem
of Lucretius, thus covering an active period of about five hundred years.
The caution not to see in these speculations more than an approximate
ap- proach to modern theories must be kept in mind. There is a
primary substance which abides amidst the general flux of things.
All modern research tends to show that the various combinations of
matter are formed of some prima ma- teria. But its ultimate nature
remains unknown. 2. Out of nothing comes nothing. Modern
science knows nothing of a beginnings and, moreover, holds it to be
unthinkable. In this it stands in direct opposition to the theological
dogma that God created the universe out of nothing; a dogma still
accepted by the majority of Protestants and binding on Roman Catholics.
For the doctrine of the Church of Rome thereon, as expressed in the Canons
of the Vatican Council, is as follows: " If any one confesses
not that the world and all things which are contained in it, both
spiritual and mental, have been, in their whole substance, produced by
God out of nothing; or shall say that God created, not by His free will
from all necessity, but by a necessity equal to the necessity
whereby He loves Himself, or shall deny that the world was made for the
glory of God: let him be anathemaJ' The primary substance is
indestructible. The modern doctrine of the Conservation of Energy
teaches that both matter and motion can neither be ere- ated nor
destroyed. The universe is made up of indivisible particles called
atoms, whose manifold combinations, ruled by unalterable affinities,
result in the variety of things. With modifications based on
chemical as well as mechanical changes among the atoms, this theory
of Leucippus and Democritus is confirmed. (But recent experiments
and discoveries show that reconstruction of chemical theories as to the
properties of the atom may happen.) Change is the law of things, and
is brought about by the play of opposing forces. Modern
science explains the changes in phenomena as due to the antagonism of
repelling and attracting modes of motion; when the latter overcome the
former, equilibrium will be reached, and the present state of
things will come to an end. 6. Water is a necessary condition of life.
Therefore life had its beginnings in water; a theory wholly
indorsed by modern biology, Life arose out of non-living
matter. Although modern biology leaves the origin of life as
an insoluble problem, it supports the theory of fundamental continuity
between the inorganic and the organic. Plants came before animals:
the higher organ- isms are of separate sex, and appeared subsequent
to the lower. Generally confirmed by modern biology, but with
qualification as to the undefined borderland between the lowest plants
and the lowest animals. And, of course, it recognises a continuity in the
order and succession of life which was not grasped by the
Greeks. Aristotle and others before him believed that some of the
higher forms sprang from slimy matter direct. 9. Adverse conditions
cause the extinction of some organisms, thus leaving room for those
better fitted. Herein lay the crude germ of the modern
doctrine of the survival of the fittest. Man was the last to appear, and
his primi- tive state was one of savagery. His first tools and
weapons were of stone; then, after the discovery of metals, of copper;
and, following that, of iron. His body and soul are alike compounded of
atoms, and the soul is extinguished at death. The science of
Prehistoric Archceology confirms the theory of man's slow passage from
barbarism to civili- zation; and the science of Comparative Psychology
de- clares that the evidence of his immortality is neither stronger
nor weaker than the evidence of the immortality of the lower animals. Such,
in very broad outline, is the legacy of sug- gestive theories bequeathed
by the Ionian school and its successors, theories which fell into the
rear when Athens became a centre of intellectual life in which
discussion passed from the physical to those ethical problems which lie
outside the range of this survey. Although Aristotle, by his prolonged
and careful observations, forms a conspicuous exception, the fact
abides that insight, rather than experiment, ruled Greek speculation, the fantastic
guesses of parts of which themselves evidence the survival of the
crude and falsei deas about earth and sky long prevailing. The more
wonderful is it, therefore, that so much therein points the way along
which inquiry travelled after its subsequent long arrest; and the more apparent
is it that nothing in science or art, and but little in theological
speculations, at least among us Westerns, can be understood without reference
to Greece. Approxi-Namb. Place. mate Speciality. Thales. Miletus.Cosmological
(Ionia).Ae Pri f Water.Substance Anaximender. the Boundless. Anaximenes.Air.
Pythagoras. Samos Numbers: the Ionian a Cosmos built coast). up of geometrical
figures or(Grote, Plato) generated out of number. Xenophanes. Colophon.
Founder of the (Ionia). Eleatic school. Heraditus. Ephesus Ionia Fire.
Empedocles. Agrigentum Fire, Air,Earth, (Sicily). And Water ruled by Love
and Strife. Anaxagoras. Clazomenae (Ionia). Nous. Leucippus Democritus. Abdera.
Formulators of the Atomic Thrace Theory Aristotle. Stagira
(Macedonia). Naturalist. i Epicurus. Samos. Expounder of the Atomic
Theory and Ethical Philosopher. LUCREZIO. Roma Interpreter of
Epicurus and EMPEDOCLE DI GIRGENTI: the first Anthropologist. Nome
compiuto: Gilberto Corbellini. Keywords: darwinismo politizzato, Dawkins’
selfish gene – read selfish gene – medicina in Roma antica -- evoluzione,
emergentismo, biologia filosofica, grammatical del vivente, cooperazione,
altruismo, razionalita, utilitarismo, darwinismo sociale, evolluzione,
filosofia dell’evoluzione, progresso ed evoluzione. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Corbellini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cordeschi:
la ragione conersazionale e l’implicatura conversazionale della logica della
guerra – scuola dell’Aquila –filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (L’Aquila).
Filosofo abruzzes. Filosofo italiano. L’Aquila, Abruzzo. Grice: “Cordeschi is
fine if you are into how we can model a pirot from an automaton – Descartes’s
old idea!” -- Roberto Cordeschi (L'Aquila) filosofo. Si laurea a Roma sotto Somenzi. Si appassiona
subito alla storia della cibernetica, di cui Somenzi fu tra i primi studiosi e
contributori in Italia. Con la co-supervisione di Radice discute una tesi sui
Teoremi di incompletezza di Gödel. Insegna a Morino, Avezzano, Torino, Roma, e
Saerno. Altre opere: “Turing” – homo mechanicus (Alan Mathison); “Turing’s homo
mechanicus” (Pisa: Edizioni della Normale); “La cibernetica in Italia” (Roma:
Scienze, Istituto della Enciclopedia Italiana); “Un padrino per l’Intelligenza
Artificiale. Sapere; “L’intelligenza meccanica”; Alfabeta; “Dalla cibernetica a
internet: etica e politica tra mondo reale e mondo virtuale; “Dal corpo bionico
al corpo sintetico. Roma: Carocci); “Somenzi. testimonianze. Mantova: Fondazione
Banca Agricola Mantovana); “Natura, machina, cervello e conoscenza”; “Autonomia
delle macchine: dalla cibernetica alla robotica bellica” (Roma: Armando);
“Rap-resentare il concetto: filosofia e modello computazionale”. Sistemi
Intelligenti, “Fare a meno delle metafore: il metodo sintetico e la scienza
cognitive” (Milano: Franco Angeli). Nuove prospettive nell’Intelligenza
Artificiale, XXI SecoloNorme e idee. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana
Treccani), “Quale coscienza artificiale? Sistemi intelligenti, “Adattamento” e
“selezione” nel mondo della natura” (Milano: Franco Angeli); “Computazionalismo
sotto attacco” (Padova: CLEUP); Premessa al Documento di Dartmouth, Sistemi
Intelligenti, “Psicologia, fisicalismo e Intelligenza Artificiale. Teorie e Modelli;
“Forme e strutture della comunicazione linguistica. Intersezioni. Filosofia
dell’intelligenza artificiale. In Floridi L., a cura di. Linee di ricerca,
SWIF. Una lezione per la scienza cognitiva. Sistemi Intelligenti, Funzionalismo
e modelli nella Scienza Cognitiva. Forum SWIF. C Vecchi problemi filosofici per
la nuova Intelligenza Artificiale. Networks. Rivista di Filosofia
dell’Intelligenza Artificiale e Scienze Cognitive, In ricordo di Vittorio
Somenzi Quaderno Filosofi e Classici SWIF; Intelligenza artificiale. Manuale
per le discipline della comunicazione. Roma: Carocci. L’intelligenza
Artificiale: la storia e le idee. Roma: Carocci); “Naturale e artificiale”
(Bari: Edizioni Laterza); La scoperta dell’artificiale. Psicologia, filosofia e
macchine intorno alla cibernetica, Milano-Bologna: Dunod-Zanichelli); “Pensiero
meccanico” e giochi dell’imitazione. Sistemi Intelligenti; Prospettive della
Logica e della Filosofia della scienza. Atti del Convegno SILFS. Pisa: ETS. I
modelli della vita mentale, oggi e domani. Giornale Italiano di Psicologia, Filosofia
della mente. Quaderni di Le Scienze, L’intelligenza artificiale. In: Bellone,
E., Mangione, C., a cura di. Geymonat L., Storia del pensiero scientifico. Il
Novecento, Milano: Garzanti); Somenzi, La
filosofia degl’automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino: Bollati
Boringhieri); Indagini meccanicistiche sulla mente: la cibernetica e
l’intelligenza artificiale. In: Somenzi, V., Cordeschi, R., a cura di. La
filosofia degl’automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino: Bollati
Boringhieri: Qualche problema per l’IA classica e connessionista. Lettera
matematica PRISTEM, Una macchina protoconnessionista. Pisa: ETS: Le radici
moderne del recupero scientifico della teologia. Nuova Civiltà Delle Macchine);
Scienza e filosofia della scienza; La mente nuova dell’imperatore. La mente, i
computer, le leggi della fisica. Milano. Wiener. In: Negri, A., a cura di.
Novecento Filosofico e Scientifico. Protagonisti, Milano: Marzorati, Turing.
In: Negri, A., a cura di. Novecento Filosofico e Scientifico.
Protagonisti, Milano: Marzorati: Significato
e creatività: un problema per l’intelligenza artificiale. L’Automa spirituale:
Menti, Cervelli e Computer, Cervello, mente e calcolatori: précis storico
dell’intelligenza artificiale. In: Corsi, P., a cura di. La fabbrica del
pensiero. Dall’arte della memoria alle neuroscienze, Milano: Electa: L’intelligenza
artificiale tra psicologia e filosofia. Nuova Civiltà delle Macchine, Mente,
linguaggio e realtà. Milano: Adelphi. Linguaggio mentalistico e modelli
meccanici della mente. Osservazioni sulla relazione di Boden. L’evoluzione dei
calcolatori e l’intelligenza artificiale. Manuscript; La psicologia
meccanicistica, Storia e critica della psicologia, La teoria dell’elaborazione
umana dell’informazione. Aspetti critici e problemi metodologici. Roma: Editori
Riuniti); Dal comportamentismo alla simulazione del comportamento. Storia e
Critica della Psicologia, I sillogismi di Lullo. Atti del Convegno
Internazionale di Storia della Logica. San Gimignano: Il duro lavoro del
concetto: il neoidealismo e la razionalità scientifica. Giornale critico della
Filosofia Italiana; La psicologia come scienza autonoma: Croce, De Sarlo e gli
“sperimentalisti”. Per un’analisi storica e critica della Psicologia, 2Dietro
una recensione crociana di Couturat. Quaderni di Matematica, Metodi per la
risoluzione dei problemi nell’intelligenza artificiale, Per un’analisi storica
e critica della psicologia, Manuscript. La psicologia tra scienze della natura
e scienze dello spirito: Croce e De Sarlo. In: Cimino G., Dazzi, a cura di. Gli
studi di psicologia in Italia: Aspetti teorici scientifici e ideologici,
Quaderni di storia critica della scienza. Nuova serie. 9, Pisa: Domus Galileana);
Una critica del naturalismo: note sulla concezione crociana delle scienze.
Critica marxista; Introduzione alla logica. Roma: Editori Riuniti. Predicati.
In: CIntroduzione alla logica. Roma: Editori Riuniti. Elementi di logica
matematica. Roma: Riuniti); Bilancio dell’empirismo contemporaneo. Scientia; La
filosofia di Leibniz: esposizione critica con un’appendice antologica. Roma:
Newton Compton Italiana); Filosofia e informazione. Padova: La Cultura;
Validità e reiezione nella logica aristotelica. Il problema della decisione.
Report: Storia della Filosofia Antica. Istituto di Filosofia, Roma. Manuscript.
In generale, nella implicatura robotica c’è la tendenza a ricorrere al
vocabolario delle rappresentazioni solo quando, per così dire, non se ne può
fare a meno, ovvero, più precisamente, quando si lascia il livello puramente
reattivo nel quale il lessico delle rappresentazioni sarebbe banale, per
passare a quello topologico e, a maggior ragione, a quello metrico o delle
mappe cognitive. Due robot puramente reattivi sono capaci di risolvere alcuni
compiti per i quali, nella ricerca su animali (la squarrel Toby di Grice), si
erano invocate rappresentazioni complesse come le mappe cognitive. Questi
stessi robot reattivi, man mano che si riducono le restrizioni sull’ambiente,
diventano sempre meno abili nell’affrontare quegli stessi compiti, che possono
essere risolti solo da agenti dotati di stati interni (attitudine psicologica)
ai quali essi riconoscono lo status di rappresentazioni. La massima sarebbe in
questi casi quella di esaminare tutti i modi possibili di spremere l’ultima
goccia di informazione dal livello reattivo prima di parlare dell’influenza
della rappresentazione, modello del mondo o mappa sul comportamento
intelligente. Circa la natura delle rappresentazioni, una volta ammesse, le
opinioni sono contrastanti, e riflettono la varietà dei punti di vista ormai
usuale in intelligenza artifiziale e intelligenza naturale, classica o nouvelle
che sia. Si può parlare di rappresentazione anche per i pattern connessionisti,
a patto di distinguere la relativa computazione. La rappresentazione e solo
simbolica, quale che sia la loro complessità, e un pattern connessionista, non
essendo considerato simbolico, non e una rappresentazione. Si parla di una
rappresentazione che possono essere di diversa complessità e accuratezza,
esplicita (spliegatura) o implicita (impiegatura), metrica o topologica,
centralizzata o distribuita. E in generale si parla di ra-presentazione
simbolica quando si è in presenza di un costrutto dotato di proprietà ritenuta
analoga a quella del segno. Ricorrenti valutazioni polemiche da parte di alcune
tendenze dell’IA nouvelle identificano nell’Ipotesi del Sistema Fisico di
Simboli il paradigma linguistico per eccellenza dell’IA classica. Tuttavia, un
confronto di qualche anno fa tra sostenitori e critici di questa ipotesi mostra
come questa interpretazione sia quanto meno opinabile. Sarebbe opportuno
tenerne conto, per evitare di porre in un modo troppo sbrigativo l’identificazione
tra simbolo e il concetto piu generale
di segno in IA classica e per affrontare senza pregiudizi i difficili problemi
che stanno alla base della costruzione di un modello di conversazione, tra i
quali quello della natura della rappresentazione. Mi riferisco
all’interpretazione in termini di un sistema di elaborazione simbolica
dell’informazione (dunque in termini di un sistema fisico materiale di simboli)
di sistemi tradizionalmente non considerati tali, come quelli proposti dai
teorici dell’azione situata. L’idea di simbolo che sta alla base di questa
ipotesi è che un simbolo è un pattern che denota, e la nozione di denotazione è
quella che dà al simbolo la sua capacità rappresentazionale. Il pattern puo
denotare altro pattern, sia interni al Si veda per una formulazione
particolarmente esplicita (Gallistel). Detto in breve, tali proprietà
riguardano, tra l’altro, la produttività, ovvero la capacità di generare e
capire un insieme illimitato di frasi, e la sistematicità, ovvero la capacità
di capire ad esempio tanto aRb quanto bRa. Fodor ne ha fatto la base per la sua
controversa ipotesi del “linguaggio del pensiero” Per una introduzione
all’argomento, si veda (Francesco). Per pattern si intende, come sarà più
chiaro nel seguito, una struttura fisica, biologica o inor- ganica, che può
essere oggetto di processi computazionali—codifica, decodifica, registrazione,
cancellazione, cambiamento, confronto—i quali occorrono in sistemi diversi, in
un calcolatore e nel sistema nervoso, anche se in quest’ultimo caso non
sappiamo nei dettagli come. Questa tesi provocò diverse reazioni (si vedano
Cognitive Science). Si noti che nelle intenzioni di Simon e Vera la tesi non
comporta che ogni pattern sia dotato di meccanismo sistema che esterni ad
esso (nel mondo reale), e anche stimoli sensoriali e azioni motorie. Processi
tanto biologici quanto inorganici possono essere simbolici in questo senso e,
dal punto di vista sostenuto da Simon e Vera, i relativi sistemi sono sempre
sistemi fisici di simboli, ma a diversi livelli di complessità. Per esempio,
nel caso più semplice che riguarda gli organismi, anche l’azione riflessa
(subcorticale) è un processo simbolico: la codifica di un simbolo provocata da
un ingresso sensoriale, poniamo la bruciatura di una mano, dà luogo alla
codifica di un simbolo motorio, con la conseguente rapida effettuazione
dell’azione, in questo caso il ritirare la mano. Più precisamente, l’idea è che
“il sistema nervoso non trasmette certo la bruciatura, ma ne comunica
l’occorrenza. Il simbolo che denota l’evento [la brucia- tura] viene trasmesso
al midollo spinale, che a sua volta trasmette un simbolo ai mu- scoli, i quali
esercitano la contrazione che consente di ritirare la mano.” Nel caso degli
artefatti, già il solito termostato è un sistema fisico di sim- boli, sebbene
particolarmente semplice: il suo livello di tensione è un simbolo che denota
uno stato del mondo esterno. Come ho ricordato, anche Brooks ha finito per
riconoscere alle rappresentazioni un loro ruolo nel comportamento dei suoi
robot, se non altro alle rappresentazioni “relati- ve al particolare compito
per il quale sono usate” (i “modelli parziali del mondo”), quali potrebbero
essere, a diversi livelli di complessità, quelle usate da agenti naturali come
Cataglyphis o da agenti artificiali come Toto o il solutore di labirinti sopra
ri- cordato. Simon e Vera considererebbero senz’altro agenti del genere come
sistemi fisici di simboli, dotati di un’attività rappresentazionale molto
sofisticata, anche se specializzata a un compito particolare. Ma essi includono
tra i sistemi fisici di simboli anche artefatti molto più semplici, come il
ricordato termostato, e agenti robotici pu- ramente reattivi o collocabili al
livello del taxon system (che, seguendo Prescott, era stato definito come una
catena di associazioni consistenti in coppie <stimolo, risponsa>).
Secondo i due autori, i primi robot alla Brooks sono (un tipo relativamente
sem- plice di) sistemi fisici di simboli: anche l’interazione senso-motoria
diretta di un agen- te con l’ambiente nella misura in cui dà luogo a un
comportamento coerente alle rego- larità dell’ambiente, non può essere
considerata se non come manipolazione simboli- ca. Ho ricordato sopra il
semplice comportamento reattivo di Allen, che tramite sonar evita ostacoli
presenti in un ambiente reale. In questo caso, i suoi ingressi sensoriali danno
luogo a un processo di codifica, e i costrutti in gioco (i simboli, secondo la
definizione sopra ricordata) che risultano da tale interazione sensoriale, e
poi motoria, dell’agente con l’ambiente sono rappresentazioni interne (degli
ostacoli esterni da evitare) in un senso non banale: l’informazione sensoriale
captata dal robot è converti- ta in simboli, i quali sono manipolati al fine di
determinare gli appropriati simboli motori che evocano o modificano un certo
comportamento. L’assenza di memoria in questo tipo di agente comporta che
l’azione sia eseguita senza una rappresentazione esplicita del piano e
dell’obiettivo che orienta l’azione stessa (senza pianificazione), ma non che
non ci sia attività rappresentazionale simbolica. Qual è la natura di questi
simboli, di queste rappresentazioni simboliche? denotazionale, cosa che
evidentemente renderebbe banale questa definizione di simbolo: ci sono pattern
che non denotano, tanto naturali quanto artificiali. Sulla sufficienza della
denotazione per caratterizzare la nozione di simbolo (come di rappresen- tazione)
si è molto discusso. Nel caso degli artefatti più semplici si tratta di
rappresentazioni analogiche che stabiliscono e mantengono la relazione
funzionale del sistema con l’ambiente. Questo, si è visto, è già vero per il
solito termostato. Nel caso di (come pure di certi sistemi connessionisti, o
che includono sistemi connessioni- sti), tali rappresentazioni (analogiche)
hanno carattere temporaneo (senza intervento di memoria) e distribuito (non
sono sottoposte a controllo centralizzato). In questi casi, una
rappresentazione certo imprecisa ma sufficientemente efficace è fornita da un
sonar sotto forma di un pattern interno fisico (un pattern di nodi della rete,
nel caso di un sistema connessionista): essa denota o rappresenta per il robot
un ostacolo o una certa curvatura di una parete o di un percorso. Una volta che
tale pattern venga comu- nicato a uno sterzo, esso determina l’angolo della
ruota sterzante del carrello del robot. Per quanto diversa a seconda dei casi,
è sempre presente un processo di codifica- elaborazione-decodifica non banale,
che stabilisce una ben precisa relazione funziona- le tra il sistema e
l’ambiente, e spiega il comportamento coerente dell’agente nell’interazione con
il mondo. Non parlare di rappresentazioni interne, e limitarsi a dire che un
agente “intrattiene certe relazioni causali con il mondo, non spiega come tali
relazioni vengano mantenute. E’ del tutto ragionevole sostenere che un agente
mantiene l’orientamento verso un oggetto tramite una relazione causale (Grice,
“La teoria causale della percezione”) con esso e che tale relazione è un
pattern di interazione, ma non ha senso pensare che tale pattern venga prodotto
per magia, senza un corrispondente cambiamento di stato rappresenta- zionale
dell’agente, ovvero che esso possa aver luogo senza una rappresentazione
interna fosse pur minima.” Rappresentazioni più complesse, che sono alla base
di un’attività non semplicemente percettiva diretta, sono presenti in altri
casi, quando entrano in gioco la me- moria, l’apprendimento, il riconoscimento
di oggetti e l’elaborazione di concetti, la formulazione esplicita di una mappa
o di piani alternativi, sotto forma di rappresentazioni off-line, e ancora. In
molte di queste attività “alte” intervengono rappresentazioni esplicite,
linguistiche e metriche, ma se si riconosce che la cognizione richiede questo
tipo di rappresentazioni, è difficile mettere in dubbio che tali attività non
condividono con attività più “basse” come la percezione, sulle quali esse
vengono elaborate, il meccanismo denotazionale, sia pure in una forma minimale.
A meno di restringere arbitrariamente la nozione di rappresentazione e di simbolo,
non c’è ragione di riservarla esclusivamente a pattern linguistici, o ai
costrutti della semantica denotazionale (variabili da vincolare ecc.). Penso si
possa sottoscrivere questa conclusione di Bechtel: “la nozione base [di
rappresentazione] è effettivamente minimale, tale da rende- re le
rappresentazioni più o meno ubique. Esse sono presenti in ogni sistema organiz-
zato che si è evoluto o è stato progettato in modo da coordinare il suo
comportamento con le caratteristiche dell’ambiente. Ci sono dunque rappresentazioni
nel regolatore, nei sistemi biochimici e nei sistemi cognitivi”. Il riferimento
di Bechtel al regolatore di Watt è polemico nei confronti di van Gelder, che ne
faceva il prototipo della sua concezione non computazionale e non simbolica
della co- gnizione. In realtà questo tipo di artefatti analogici (sistemi a
feedback negativo e servomecca- nismi) erano stati interpretati come sistemi
rappresentazionali già all’epoca della cibernetica, in primo luogo da Craik,
che ne aveva fatto la base per una “teoria simbolica del pensie- ro”, come egli
la chiamava, per la quale “il sistema nervoso è visto come una macchina
calcola- trice capace di costruire un modello o un parallelo della realtà”. Non
entriamo in questa sede sui diversi problemi relativi al contenuto delle Simon
e Vera distinguono il livello della modellizzazione simbolica da quello della
realizzazione fisica (sia biologica che inorganica) di un agente.
Nell’interazione con l’ambiente, un agente ha un’attività rappresentazionale
che è data dalle caratteri- stiche specifiche del suo apparato fisico di
codifica-elaborazione-decodifica di simboli. Si pensi ancora alla codifica,
molto approssimativa ma generalmente efficace, at- traverso sonar degli
ostacoli da parte di un robot reattivo, e alla relativa decodifica che si
conclude in un ben determinato movimento. La modellizzazione simbolica di
questa capacità non appare in linea di principio diversa da quella “alta” sopra
ricordata. L’idea è che tutti questi tipi o livelli di rappresentazioni, da
quelli legati alla percezio- ne a quelli più alti della “ricognizione”, possono
essere opportunamente modellizzati attraverso regole di produzione, come
livello di descrizione di un sistema fisico di simboli. Un robot basato
sull’architettura della sussunzione non fa eccezione. Ad esempio, il
funzionamento di un modulo reattivo al livello più basso dell’architettura, che
con- trolla la reazione di evitamento di ostacoli, potrebbe essere reso da
un’unica regola di produzione del tipo “se c’è un ostacolo rilevato attraverso
sonar e bussola allora fermati”. Questa possibilità sembra essere stata presa
in considerazione dallo stesso Brooks, che però la respingeva in questi
termini: “Un sistema di produzione standard in realtà è qualcosa di più [di un
robot behavior-based], perché ha una base di regole dalla quale se ne seleziona
una attraverso il confronto tra la precondizione di ogni regola e una certa
base di dati. Le precondizioni possono contenere variabili che de- vono essere
confrontate con costanti nella base di dati. I livelli dell’architettura della
sussunzione funzionano in parallelo e non ci sono variabili né c’è bisogno di
tale confronto. Piuttosto, vengono estratti aspetti del mondo, che evocano o
modificano direttamente certi comportamenti a quel livello. Tuttavia, se
distinguiamo il livello della realizzazione fisica da quello della sua
modellizzazione, quella che Brooks chiama l’estrazione degli “aspetti del
mondo” rilevanti per l’azione è descritta in modo adeguato da un opportuno
sistema di regole di produzione, e tramite tale sistema un certo comportamento
di una sua creatura può essere evocato o modificato nell’interazione con
l’ambiente. E questo modello (a regole di produzione) delle regolarità
comportamentali di diversi livelli dell’architettura della sussunzione può
essere implementata in un dispositivo che, grazie all’elevato grado di
parallelismo, presenta doti di adattività, robustezza e rispo- sta in tempo
reale paragonabili a quelle di un dispositivo behavior-based. In questo senso,
le regole di descrizione danno una modellizza- zione adeguata del comportamento
di un agente situato. Oltre alle risposte automatiche, che nel caso dell’azione
riflessa o “innata” e di quella reattiva possono essere rese attraverso un’unica
regola di produzione (qualcosa che corrisponda a una relazione comportamentista
S→R), esistono le azioni automa- rappresentazioni, al ruolo dell’utente degli
artefatti e alla natura della spiegazione cognitiva. L’articolo di Bechtel
contiene una disanima efficace di questi problemi, rispetto a posizioni diverse
come quella sostenuta da Clancey contro la tesi di Vera e Simon. In breve, le
regole di produzione hanno la forma “se... allora”, o CONDIZIONE → AZIONE. La
memoria a lungo termine di un sistema fisico di simboli è costituita da tali
regole: gli antecendenti CONDIZIONE permettono l’accesso ai dati in memoria,
codificati dai conseguenti AZIONE. tizzate a seguito dell’apprendimento,
quando cioè le regolarità relative a un certo comportamento sono state
memorizzate, o quelle che comportano una relazione “di- retta” con il mondo
tramite le affordance alla Gibson. Un esempio sono le risposte immediate che
fanno seguito a sollecitazioni improvvise o impreviste provenienti
dall’ambiente Ora i teorici dell’azione situata (e, come si è visto, i nuovi
robotici) insistono sul fatto che questi casi di interazione diretta con
l’ambiente si svolgono in tempo reale, senza cioè che sia possibile quella
presa di decisione, diciamo così, meditata che ri- chiede la manipolazione di
rappresentazioni e la pianificazione dell’azione. Si pensi all’esempio di
Winograd e Flores dell’automobilista che, guidando, affronta una curva a
sinistra. In primo luogo, secondo i due autori, non è necessario che egli
faccia continuamente riferimento a conoscenze codificate sotto forma di regole
di produzione—non è necessario riconoscere una strada per accorgersi che è
“percorribi- le” (la “percorribilità”, questa è la tesi, è colta nella
relazione diretta agente- ambiente). In secondo luogo, la decisione è presa
dall’agente, per così dire, senza pensarci (senza pensare di posizionare le
mani, di contrarre i muscoli, di girare lo sterzo in modo che le ruote vadano a
sinistra ecc.). Tutto ciò avviene automaticamente e immediatamente, dunque
senza applicare qualcosa come una successione di regole di produzione “se p, q”.
In conclusione, la tesi è che non è possibile modellizzare questo aspetto della
presa di decisione istantanea, o in tempo reale, attraverso un dispositivo che
comporta codifica-elaborazione-decodifica di simboli, dunque computazioni,
regole di produzione e così via. L’obiettivo della critica di Winograd e Flores
è la teoria della presa di decisione nello spazio del problema, con il quale ha
a che fare l’agente a razionalità limitata di Simon. Ora, se prendiamo sul
serio la teoria di Simon, va detto che alla base del carat- tere limitato della
razionalità dell’agente sta la complessità dell’ambiente non meno dei limiti
interni dell’agente stesso (limiti di memoria, di conoscenza della situazione
ecc.). Nel prendere la decisione, quest’ultimo, secondo la teoria di Simon, in
generale non è in grado di considerare, come spazio delle alternative
pertinenti, lo spazio di tutte le possibilità, ma solo una parte più o meno
piccola di esso, e questa selezione avviene sulla base delle sue conoscenze,
aspettative ed esperienze precedenti. Ora una presa di decisione istantanea, non
meno di una presa di decisione meditata, è condi- zionata da questi elementi, i
quali, una volta che abbiano indotto, poniamo attraverso l’apprendimento, la
formazione di schemi automatici di comportamento (di risposte motorie,
nell’esempio di sopra), finiscono per determinare l’esclusione immediata di
certe alternative possibili (come, nell’esempio della guida, innestare la
marcia indietro) a vantaggio di altre (come scalare marcia, frenare ecc.), e
tra queste altre quelle suggerite dalla conoscenza dell’ambiente stesso (fondo strada
bagnato ecc.) e dalle Le affordance, nella terminologia di Gibson sono
invarianti dell’ambiente che vengo- no “colte” (picked up) dall’agente
“direttamente” nella sua interazione con l’ambiente stesso, e “direttamente”
viene interpretato come: senza la mediazione di rappresentazioni e di computa-
zioni su esse. Un esempio sono i movimenti dell’agente in un ambiente nel quale
deve evitare oggetti o seguirne la sagomatura e così via: un po’ quello che
fanno i robot reattivi di cui ho parlato. L’esempio del termostato è ricorrente
in scienza cognitiva e in filosofia della mente dai tempi della cibernetica. E’
evidente che definire sistemi fisici di simboli artefatti di questo tipo (e del
tipo dei robot di Brooks, come vedremo) comporta rinunciare al requisito
dell’universalità per tali sistemi (sul quale si veda Newell). aspettative
pertinenti.17 Secondo le stesse parole di Simon “il solutore di problemi non
percepisce mai Dinge an sich, ma solo stimoli esterni filtrati attraverso i propri
pre- concetti” (Simon). Di norma, dunque, l’informazione considerata
dall’agente non è collocata in uno spazio bene ordinato di alternative,
generato dalla formulazione del problema: tale informazione è generalmente
incompleta, ma è pur sempre sostenuta dalla conoscenza della situazione da
parte dell’agente. La proposta è, dunque, che la modellizzazione a regole di
produzione di un’azione del genere, e in generale di una affordance, è un
simbolo che, via il sistema percettivo di codifica, raggiunge la memoria del
sistema per soddisfare la CONDIZIONE di una regola di produzione esplicita. In
questo modo, soddisfatta la CONDIZIONE, si attiva la regola, e la produzione
(la decodifica) del simbolo di AZIONE avvia la risposta motoria. Da questo
punto di vista, le affordance sono rappresentazioni di pattern del mondo
esterno, ma con una particolarità: quella di essere codificate in un modo
particolar- mente semplice. Nell’esempio di sopra, una volta che si sia
imparato a guidare, la regola è qualcosa come: “se la curva è a sinistra allora
gira a sinistra”.Questa regola rappresenta la situazione al livello funzionale
più alto nel quale la rappresentazione che entra in gioco è “minima”. Un
termine del genere, a proposito delle rappresentazioni, lo abbiamo visto usato
da Gallistel, ma per Simon e Vera il termine rimanda alla forma della regola
indicata, che può essere rapidamente applicata: in questo caso, cioè, non c’è
bisogno di evocare i livelli “bassi” o soggiacenti, quelli coinvolti con
l’analisi dettagliata dello spazio del problema e con l’applicazione delle
opportune strategie di soluzione, che comportano computazioni generalmente
complesse, sotto forma di successioni di regole di produzione. Questi livelli
intervengono nelle fasi dell’apprendimento (quando si impara come affrontare le
curve), e possono essere evocati dall’agente quando la situazione si fa
complicata (si pensi a una curva a raggio variabile, che rivela la complessità
dell’interazione codi- fica percettiva-decodifica motoria). E tanto un
apprendimento imperfetto quanto una carenza, per i più svariati motivi,
dell’informazione percettiva rilevante possono anche ostacolare l’accesso ai
livelli soggiacenti che potrebbero dare luogo alla risposta cor- retta (non
tutti coloro che hanno imparato a guidare riescono ad affrontare tutte le curve
con pieno successo in ogni situazione possibile). Insomma, in questa
interpretazione di Simon e Vera l’interazione in tempo reale dell’agente con
l’ambiente è data non dal fatto di essere non simbolica e di non poter essere
modellizzata mediante regole di produzione, ma dal fatto di non dover accede-
re, per dare la risposta corretta, alla complessità delle procedure di
elaborazione sim- bolica dei livelli soggiacenti a quello alto. E’ nell’attività
cognitiva ai livelli soggiacenti, allorché si elaborano piani e strategie di
soluzione di problemi, che viene evidenziata la consapevolezza dell’agente.
Simon e Vera ponevano infine un problema che riguarda i limiti degli approcci
reattivi, sul quale mi sono già soffermato, e che mi sembra condivisibile: “E’
tuttora dubbio se questo approccio behavior-based si possa estendere alla
soluzione di pro- blemi più complessi. Le rappresentazioni non centralizzate e
le azioni non pianificate possono funzionare bene nel caso di creature
insettoidi, ma possono risultare insuffi- cienti per la soluzione di problemi
più complessi. Certo, la formica di Simon non ha 17 Su questo tipo di
comportamento, che può essere visto in termini di “percezione attesa”, si veda bisogno
di una rappresentazione centralizzata e stabile del suo ambiente. Per tornare
al nido zigzagando essa non usa una rappresentazione della collocazione di
ciascun gra- nello di sabbia in relazione alla meta. Ma gli organismi superiori
sembrano lavo- rare su una rappresentazione del mondo più robusta, una
rappresentazione più complessa di quella di una formica, più stabile e tale da
poter essere manipolata per astrarre nuova informazione”. La successiva
evoluzione della robotica sembra confermare questa osservazione. Wikipedia
Ricerca Entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale Dichiarazione di
guerra dell'Italia verso gli alleati nella seconda guerra mondiale 1leftarrow
blue.svg Voce principale: Storia del Regno d'Italia. A seguito dell'attacco
tedesco contro la Polonia, il capo del governo Benito Mussolini, nonostante un
patto di alleanza con la Germania, dichiarò la non belligeranza italiana.
L'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale avvenne con una serie di atti
formali e diplomatici solo dopo nove mesi,, e fu annunciata da Mussolini stesso
con un celebre discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Durante i nove mesi di
incertezza operativa, il Duce, impressionato dalle folgoranti vittorie
tedesche, ma conscio della grave impreparazione militare italiana, restò a
lungo dubbioso fra diverse alternative, a volte contrastanti fra loro,
oscillando tra la fedeltà all'amicizia con Adolf Hitler, l'impulso a rinnegarne
la soffocante alleanza, la voglia di indipendenza tattica e strategica, il
desiderio di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere ago
della bilancia nello scacchiere della diplomazia europea. Mussolini annuncia
la dichiarazione di guerra dal balcone di Palazzo Venezia a Roma
AntefattiModifica Gli attriti con la Francia e l'avvicinamento alla
GermaniaModifica L'ambasciatore francese in Italia André François-Poncet.
Il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop incontra a Roma MUSSOLINI e il
ministro degli esteri italiano CIANO. Durante il colloquio, Ribbentrop parlò di
un possibile patto di alleanza fra Germania e Italia, argomentando che, forse
nel giro di tre o quattro anni, un confronto armato contro Francia e Regno
Unitosarebbe stato inevitabile. Alle molte domande di Mussolini, il ministro
degli esteri tedesco spiegò che esisteva un'alleanza fra inglesi e francesi, i
quali avrebbero cominciato insieme a riarmarsi, che esisteva un patto di
assistenza reciproca fra sovietici e francesi, che gli Stati Uniti d'America
non erano nelle condizioni di intromettersi in prima persona e che la Germania
era in ottimi rapporti con il Giappone, concludendo che «tutto il nostro
dinamismo può dirigersi contro le democrazie occidentali. Questa la ragione
fondamentale per cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso
tempestivo. Il Duce non sembrava convinto e iniziò a tergiversare, ma
Ribbentrop catturò la sua attenzione affermando che il mar Mediterraneo, nelle
intenzioni di Adolf Hitler, sarebbe stato posto sotto il totale dominio
italiano, aggiungendo che l'Italia aveva in passato dimostrato la sua amicizia
verso la Germania e che adesso era «la volta dell'Italia di profittare
dell'aiuto tedesco. L'obiettivo di Hitler, cogliendo l'importanza strategica di
avere Roma dalla propria parte, consisteva nel ridurre il numero dei potenziali
nemici in una futura guerra, scongiurando l'eventuale avvicinamento dell'Italia
a Francia e Regno Unito, il che avrebbe significato il ritorno al vecchio
schieramento della prima guerra mondiale e al blocco marittimo che aveva
contribuito a piegare l'Impero tedesco di Guglielmo II. L'incontro fra
Ribbentrop, MUSSOLINI e CIANO, però, si concluse con un momentaneo nulla di
fatto. Dopo la conferenza di Monaco del 1938 la Francia si era
riavvicinata all'Italia, inviando a Roma un suo ambasciatore nella persona di
André François-Poncet, e Mussolini ritenne di poter approfittare del periodo di
buoni rapporti per farle tre richieste riguardanti il mantenimento della
particolare condizione degli italiani in Tunisia, l'ottenimento di alcuni posti
nel consiglio di amministrazione della compagnia del Canale di Suez e un
arrangiamento relativo alla città di Gibuti, che era il terminale dell'unica
ferrovia esistente per Addis Abeba, all'epoca capitale dell'Africa Orientale
Italiana. Infatti, gli obiettivi del Duce non comprendevano la conquista di
territori europei. Il primo ministro inglese Chamberlain e il suo ministro
degli esteri, lord Halifax, si recarono a Parigi e ultimarono i dettagli per la
collaborazione militare tra Francia e Regno Unito, mentre i rapporti fra Italia
e Francia iniziavano a deteriorarsi. Il successivo 30 novembre, durante un
discorso alla Camera dei fasci e delle corporazioni, il ministro degli esteri
Ciano pronunciò un discorso durante il quale, accennando alle rivendicazioni
irredentistiche italiane, venne interrotto dalle acclamazioni Nizza!, Savoia!,
Corsica!, partite da una trentina di deputati. In quel momento, nella tribuna
diplomatica, assisteva alla seduta anche l'ambasciatore francese André
François-Poncet, arrivato a Roma da appena una settimana. Una manifestazione simile
si verificò il giorno stesso in piazza di Monte Citorio, dove un centinaio di
dimostranti esternò le stesse acclamazioni. Nonostante la parvenza di
spontaneità, si era trattato di iniziative organizzate da Ciano e da Achille
Starace, i quali, chiedendo molto di più delle tre richieste di Mussolini per
poi fingere di accontentarsi del poco ottenuto per via negoziale, avevano
inscenato le manifestazioni per impressionare François-Poncet, il quale infatti
avvisò immediatamente Parigi dell'accaduto.[8] Il governo francese gli ordinò
allora di chiedere spiegazioni e arrivò alla conclusione che, se la situazione
era quella, una futura guerra contro l'Italia sarebbe stata inevitabile. La
sera stessa, durante una seduta del Gran consiglio del fascismo, Mussolini
prese però le distanze da quanto accaduto in aula, dato che l'Italia aveva da
poco ripreso buone relazioni con la Francia e che la protesta era stata
intrapresa a sua insaputa. François-Poncet chiese a CIANO se le grida dei
deputati potevano rappresentare gli orientamenti della politica estera italiana
e se l'Italia riteneva ancora in vigore l'accordo franco-italiano. Ciano,
dissimulando la propria paternità su quanto accaduto, rispose che il Governo
non poteva assumersi la responsabilità delle affermazioni dei singoli, ma che
le riteneva un chiaro campanello d'allarme del sentire comune nazionale, e che
era auspicabile, secondo la sua opinione, una revisione dell'accordo. Di fronte a risposte così poco rassicuranti,
la Francia iniziò ad aspettarsi un attacco italiano. Tuttavia, lo stato d'animo
dei vertici militari d'oltralpe era improntato all'ottimismo: il generale Henri
Giraud affermò infatti che un eventuale conflitto sarebbe stato, per le truppe
francesi, «una semplice passeggiata nella pianura del Po», mentre altri
ufficiali parlavano di un'azione militare «facile come infilare un coltello nel
burro. Il primo ministro francese Édouard Daladier, irrigidendo la propria
posizione nei confronti dell'Italia, affermò che non avrebbe mai ceduto ad
alcuna pretesa straniera, facendo così sfumare anche la speranza di
accoglimento delle tre richieste del Duce su Tunisia, Suez e Gibuti. Lo Stato
Maggiore francese, fin dal 1931, aveva disposto dei piani per l'invasione
militare dell'Italia, ampliandoli dopo ma il generale Alphonse Georges fece
notare che nessuna azione sarebbe stata possibile contro l'Italia se, sulla
Francia, fosse pesata una minaccia tedesca. Mussolini decise di aderire al
patto italo-germanico, comunicando a Ribbentrop il proprio impegno. Secondo
Ciano, il Duce si convinse ad accettare la proposta tedesca a causa della
comprovata alleanza militare tra Francia e Regno Unito, dell'orientamento
ostile del governo francese nei confronti dell'Italia e dell'atteggiamento
ambiguo degli Stati Uniti d'America, che mantenevano una posizione defilata, ma
che sarebbero stati pronti a rifornire di armamenti Londra e Parigi. Il maresciallo
Pietro Badoglio, ribadendo la linea mussoliniana tracciata l'anno precedente,
riferì allo Stato Maggiore Generale il contenuto di un suo colloquio avuto con
il Duce due giorni prima, durante il quale «il Capo del Governo mi ha
dichiarato che, nelle rivendicazioni verso la Francia, non intende affatto
parlare di Corsica, Nizza e Savoia. Queste sono iniziative prese da singoli, le
quali non entrano nel suo piano di azione. Mi ha dichiarato, inoltre, che non
intende porre domande di cessioni territoriali alla Francia perché è convinto
che essa non ne può fare: quindi si metterebbe nella situazione o di ritirare
una eventuale richiesta (e ciò non sarebbe dignitoso) o di fare la guerra -- e
ciò non è nelle sue intenzioni. Gli sforzi sostenuti per la guerra d'Etiopia
del 1935-36 e per il supporto alla guerra civile spagnola del 1936-39avevano
comportato spese eccezionali per l'Italia, le quali, unite alla limitata
capacità produttiva dell'industria, alla lentezza del riarmo e alla scarsa
preparazione dell'esercito, spinsero il Duce ad annunciare al Gran consiglio
del fascismo, il 4 febbraio 1939, che il Paese non avrebbe potuto partecipare a
un nuovo conflitto. La firma del Patto d'AcciaioModifica Italia e
Germania, rappresentate rispettivamente dai ministri degli esteri Ciano e
Ribbentrop, concretizzarono la proposta tedesca dell'anno precedente e
firmarono a Berlino un'alleanza difensiva-offensiva, che Mussolini aveva
inizialmente pensato di battezzare Patto di Sangue, ma che poi aveva più
prudentemente chiamato Patto d'Acciaio. Il testo dell'accordo prevedeva che le
due parti contraenti fossero obbligate a fornirsi reciproco aiuto politico e
diplomatico in caso di situazioni internazionali che mettessero a rischio i
propri interessi vitali. Questo aiuto sarebbe stato esteso anche al piano
militare qualora si fosse scatenata una guerra. I due Paesi si impegnavano,
inoltre, a consultarsi permanentemente sulle questioni internazionali e, in
caso di conflitti, a non firmare eventuali trattati di pace separatamente.[16]
Pochi giorni prima, Ciano aveva incontrato Ribbentrop per chiarire alcuni punti
del trattato prima di firmarlo. In particolare la parte italiana, conscia della
propria impreparazione militare, voleva rassicurazioni sul fatto che i tedeschi
non avessero intenzione di iniziare a breve una nuova guerra europea. Il
ministro Ribbentrop tranquillizzò Ciano, dicendo che «la Germania è convinta
della necessità di un periodo di pace che dovrebbe essere non inferiore ai 4 o
5 anni» e che le divergenze con la Polonia per il controllo del Corridoio di
Danzica sarebbero state appianate «su una strada di conciliazione». Siccome la
rassicurazione di nessun conflitto armato per quattro o cinque anni faceva
arrivare al 1943 o al 1944e, quindi, coincideva con la previsione di Mussolini
del 4 febbraio 1939 di essere militarmente pronto per il 1943, il Duce diede il
suo assenso definitivo per la firma dell'alleanza. Vittorio Emanuele III,
nonostante la decisione di Mussolini, continuò a manifestare i propri sentimenti
antigermanici e il successivo 25 maggio, al ritorno di Ciano da Berlino,
commentò che «i tedeschi finché avran bisogno di noi saranno cortesi e magari
servili. Ma alla prima occasione, si riveleranno quei mascalzoni che sono». Dal
27 al 30 maggio il Duce fu impegnato nella stesura di un testo indirizzato ad
Hitler, successivamente passato alla storia come memoriale Cavallero dal nome
del generale che glielo consegnò ai primi di giugno, nel quale venivano
inserite alcune interpretazioni italiane del Patto da poco stipulato. Nello
specifico, Mussolini, nonostante ritenesse inevitabile una futura «guerra fra
le nazioni plutocratiche e quindi egoisticamente conservatrici e le nazioni
popolose e povere», ribadì che Italia e Germania avevano «bisogno di un periodo
di pace di durata non inferiore ai tre anni» allo scopo di completare la
propria preparazione militare, e che un eventuale sforzo bellico avrebbe potuto
avere successo. Ciano si recò al Berghof, vicino Berchtesgaden, per un
colloquio con Hitler. Quest'ultimo, parlando del Corridoio di Danzica,
prospettò un eventuale confronto armato circoscritto a Germania e Polonia
qualora Varsavia avesse rifiutato le trattative proposte dai tedeschi,
specificando che, in base alle informazioni in suo possesso, né Parigi né
Londra sarebbero intervenute. Inoltre, il Cancelliere tedesco accennò a delle
trattative segrete in corso con l'Unione Sovietica per un'alleanza. Ciano
ricordò che era stato definito, alla firma del Patto d'Acciaio, di far passare
alcuni anni prima di intraprendere azioni belliche, ma il Führer lo interruppe
dicendo che «li avrebbe attesi, secondo quanto era stato concordato. Ma le
provocazioni della Polonia e l'aggravarsi della situazione» avevano «reso
urgente l'azione tedesca. Azione però che non provocherà un conflitto generale.
Hitler chiede al Capo del Governo italiano di quali mezzi e di quali materie
prime avesse bisogno per riuscire a prendere parte a un'eventuale nuova guerra.
Nella speranza che il Paese ne fosse esonerato, il Duce rispose con una
lunghissima lista appositamente abnorme e impossibile da soddisfare, talmente
esagerata da essere definita da Galeazzo Ciano «tale da uccidere un toro. L'elenco
- soprannominato Lista del molibdeno a causa delle 600 tonnellate richieste di
questo materiale - comprendeva, fra petrolio, acciaio, piombo e numerosi altri
materiali, un totale di quasi diciassette milioni di tonnellate di rifornimenti
e specificava che, senza tali forniture da ricevere subito, l'Italia non
avrebbe potuto assolutamente partecipare a una nuova guerra. Il Führer,
nonostante il sospetto che Mussolini lo stesse ingannando, rispose dicendo che
comprendeva la precaria situazione italiana e che poteva inviare una piccola
parte del materiale, ma che gli era impossibile soddisfare per intero le
richieste nostrane. La Germania inviò alla Polonia un ultimatum per la cessione
del Corridoio di Danzica e la Polonia ordinò la mobilitazione generale. La
mattina del giorno successivo, nonostante la situazione fosse già disperata,
Mussolini si offrì come mediatore presso Hitler affinché la Polonia cedesse
pacificamente Danzica alla Germania, ma il ministro degli esteri inglese
Halifax rispose che tale soluzione era inaccettabile. Appresa la notizia, nel
pomeriggio dello stesso giorno il Duce propose allora a Francia e Regno Unito
una conferenza per il successivo 5 settembre, «con lo scopo di rivedere quelle
clausole del trattato di Versaglia che turbano la vita europea». Mussolini,
precedentemente, aveva già tentato di instradare la situazione nell'alveo di
una soluzione diplomatica. Ciano, nel suo diario, in più momenti annotò che il
Duce «è d'avviso che una coalizione di tutte le altre Potenze, noi compresi,
potrebbe frenare l'espansione germanica»; «Il Duce sottolinea la necessità di
una politica di pace»; «si potrebbe parlare col Führer di lanciare una proposta
di conferenza internazionale»; «Il Duce tiene molto a che io provi ai tedeschi
che lo scatenare una guerra adesso sarebbe una follia [...] Mussolini ha sempre
in mente l'idea di una conferenza internazionale. Il Duce raccomanda ancora
ch'io faccia presente ai tedeschi che bisogna evitare il conflitto con la
Polonia il Duce ha parlato con calore e senza riserve della necessità della
pace»;«Vedo nuovamente il Duce. Tentativo estremo: proporre a Francia e Inghilterra
una conferenza per il 5 settembre»; «facciamo cenno a Berlino della possibilità
di una conferenza». Durante la sera del 31 agosto, però, Mussolini venne
informato che Londra aveva tagliato le comunicazioni con l'Italia. La scelta
della non belligeranzaModifica Truppe tedesche, il 1º settembre 1939,
rimuovono una sbarra di confine tra Germania e Polonia All'alba del 1º
settembre le forze armate tedesche, utilizzando come casus belli l'incidente di
Gleiwitz, diedero inizio alla campagna di Polonia, varcandone il confine alla
volta di Varsavia. Mussolini, avendo firmato solo tre mesi prima l'alleanza con
il Reich, fu messo di fronte alla scelta se scendere o meno in campo a fianco
di Hitler. Ricevuta notizia dell'attacco tedesco e conscio dell'impreparazione
italiana, la mattina dello stesso giorno il Duce telefonò subito
all'ambasciatore italiano a Berlino, Bernardo Attolico, chiedendo che Hitler
gli mandasse un telegramma per sganciarlo dagli obblighi del Patto, in modo da
non passare per traditore agli occhi dell'opinione pubblica. Il Führer rispose
immediatamente, in modo molto cortese, accogliendo senza problemi la posizione
dell'Italia, dicendo che ringraziava Mussolini per l'appoggio morale e politico
e rassicurandolo sul fatto che non aspettava il sostegno militare italiano. Il
telegramma, però, probabilmente per punire la beffa italiana della Lista del
molibdeno, non venne pubblicato da alcun quotidiano del Reich e non venne
trasmesso alla radio, facendo successivamente nascere, nell'opinione pubblica
tedesca, una crescente ostilità nei confronti degli italiani, percepiti come
inaffidabili e traditori del Patto.[32] Galeazzo Ciano riferì che Mussolini,
avendo percepito questa crescente avversione, ancora il 10 marzo 1940 disse a
Ribbentrop di essere «molto riconoscente al Führer per il telegramma nel quale
questi ha dichiarato che non aveva bisogno dell'aiuto militare italiano per la
campagna contro la Polonia», ma che sarebbe stato meglio «se questo telegramma
fosse stato pubblicato anche in Germania». Non potendo scegliere la neutralità
per non tradire l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri
delle 15:00 del 1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione
di non belligeranza. La mancata consultazione dell'Italia da parte della
Germania prima dell'invasione della Polonia e prima della firma del patto
Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica,
comunque, secondo l'interpretazione italiana erano violazioni dei tedeschi
dell'obbligo di consultazione fra i due Paesi, previsto dal testo del Patto
d'Acciaio, consentendo perciò a Mussolini di dichiarare la non belligeranza
senza formalmente venir meno ai patti sottoscritti. Il 2 settembre
Mussolini ripropose l'idea di una conferenza internazionale: inaspettatamente,
Hitler rispose dichiarandosi disposto a fermare l'avanzata tedesca e a
intervenire in una conferenza di pace cui avrebbero partecipato Germania,
Italia, Francia, Regno Unito, Polonia e Unione Sovietica. Gli inglesi,
tuttavia, posero come condizione inderogabile che i tedeschi abbandonassero
immediatamente i territori polacchi occupati il giorno prima. Galeazzo Ciano
riportò nel suo diario che «non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a
Hitler, che lo respingerebbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò ad
Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, e infine telefono a Berlino che, salvo
avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L'ultima
luce di speranza si è spenta». Secondo lo storico Renzo De Felice: «Così, nelle
prime ore tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell'intransigenza inglese
forse più che su quelle dell'intransigenza tedesca, naufragò la navicella della
mediazione italiana». Il Regno Unito e Francia, in virtù di un trattato di
alleanza con la Polonia, dichiararono guerra alla Germania. L’ambasciatore
Attolico, facendo riferimento all'accordo fra Hitler e Mussolini per una non
immediata entrata in guerra dell'Italia e al telegramma di conferma di Hitler,
comunicò che nel Reich «le grandi masse popolari, ignare dell'accaduto,
cominciano già a dar segno di una crescente ostilità. Le parole tradimento e
spergiuro ricorrono con frequenza». A conferma dell'impreparazione italiana, il
Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra sondò il grado di
approntamento delle Forze Armate, ricevendo come risposta dagli Stati Maggiori
che, salvo imprevisti, la Regia Aeronautica sarebbe riuscita a ripianare
sufficientemente le proprie carenze entro la metà del 1942, la Regia Marina
alla fine del 1943 e il Regio Esercito alla fine del 1944. Inoltre l'economia
italiana risultava fortemente danneggiata dal blocco navale alle esportazioni
tedesche di carbone, imposto da Regno Unito e Francia e dall'applicazione del
diritto di angheria, il quale prevedeva che Londra e Parigi potessero non solo
attaccare il naviglio nemico, ma anche controllare il naviglio neutrale (o non
belligerante) e porre sotto sequestro merci e navi neutrali (o non
belligeranti) provenienti da una nazione nemica o dirette verso di essa.
Dall'agosto al dicembre 1939, infatti, gli inglesi fermarono a Gibilterra e a
Suez, con vari pretesti, 847 navi mercantili e passeggeri italiane (cifra poi
salita a 1.347 navi al 25 maggio 1940), rallentando fortemente i traffici di
qualsiasi merce nel Mar Mediterraneo, arrecando grave danno alla produttività
nazionale e peggiorando i rapporti fra Roma e Londra.[39] Durante
l'inverno il Regno Unito fece sapere di essere disposto a vendere carbone
all'Italia, ma ad un prezzo stabilito unilateralmente da Londra, senza garanzia
sulle tempistiche di consegna e a patto che l'Italia rifornisse di armamenti
pesanti Regno Unito e Francia. Siccome l'accettazione di una simile proposta
avrebbe comportato il crollo delle relazioni fra Italia e Germania e una sicura
reazione di Hitler, Galeazzo Ciano comunicò il rifiuto del governo italiano. La
cronica mancanza di carbone e di approvvigionamenti causata dal blocco navale
anglo-francese, però, minava fortemente la stabilità nazionale e rischiava di
portare il Paese all'asfissia economica. La Germania intervenne, rifornendo
l'Italia del carbone necessario e rendendola così ancora più dipendente da
Berlino, anche se la fornitura era molto rallentata perché, per aggirare il
blocco marittimo, doveva obbligatoriamente avvenire via rotaie dal passo del
Brennero. Per i generi di prima necessità, invece, l'Italia sopperì
parzialmente mediante l'estensione delle politiche autarchiche adottate ai
tempi della guerra d'Etiopia. Gli esorbitanti costi di gestione dell'Africa
Orientale Italiana, uniti ai suoi magri guadagni, stavano però rivelando che la
conquista dell'impero era stata più un aggravio che un beneficio per le casse
dello Stato. Per quanto riguarda le risorse umane, le truppe italiane
risultavano impreparate sotto ogni aspetto: nonostante le «otto milioni di
baionette» millantate da Mussolini, la stragrande maggioranza dei soldati
italiani non era motivata da alcun odio contro inglesi e francesi, non era
addestrata a impieghi specifici come l'assalto a opere fortificate o
l'aviotrasporto ed era cronica la mancanza di munizioni, mezzi motorizzati e
indumenti adatti. Il Duce, a conoscenza della crescente ostilità dei
tedeschi nei confronti degli italiani, aveva paura di una possibile ritorsione
di Hitler vincitore e si era posto il problema di quale sorte, in caso di
vittoria tedesca, il Führer avrebbe riservato all'Italia qualora questa si
fosse sottratta ai suoi doveri di alleata. Il generale Faldella, infatti,
testimoniò che «più si profilava l'eventualità della vittoria germanica, più
Mussolini temeva la vendetta di Hitler».Sulla situazione, poi, pesava la
questione dell'Alto Adige, una zona di territorio italiano popolata prevalentemente
da abitanti di lingua e cultura tedesca che, nonostante le rassicurazioni
sull'inviolabilità dei confini, Hitler avrebbe potuto sfruttare come casus
belli, nell'ottica pangermanista di unificare tutte le popolazioni di stirpe
germanica, per annettere quel territorio al Reich e per invadere militarmente
l'Italia settentrionale.[46]Addirittura, il Duce fu anche sfiorato dall'idea
che convenisse cambiare campo e schierarsi con gli anglo-francesi. Infatti,
alludendo alla scarsità delle riserve di carburante necessarie per la guerra,
commentò che, senza tali scorte, non sarebbe stato possibile impegnarsi «né col
gruppo A né col gruppo B», facendo perciò supporre che, almeno in linea
teorica, il Duce non escludeva a priori un ribaltamento delle alleanze.
Spaventato dalla situazione, diffidente nei confronti dei tedeschi e
preoccupato da una loro eventuale calata nella Penisola, il successivo 21
novembre Mussolini ordinò il prolungamento difensivo del Vallo Alpino del
Littorioanche sul confine con il Reich, nonostante l'alleanza fra Italia e
Germania, creando il Vallo Alpino in Alto Adige. La zona, massicciamente
fortificata a tempo di record, venne poi soprannominata dalla popolazione
locale "Linea non mi fido", con evidente riferimento ironico alla
Linea Sigfrido. Il problema della non belligeranzaModifica La bandiera da
guerra tedesca e la bandiera italiana sventolano insieme Gli esiti della
campagna di Polonia, contraddistinta da una serie di impressionanti e fulminee
vittorie dei tedeschi, contrastavano con la condizione di non belligeranza
italiana, mettendo implicitamente in risalto il fallimento della politica
militarista che Mussolini aveva condotto durante tutto il suo governo e dando
l'inaccettabile impressione che l'Italia potesse essere considerata, in sede
internazionale, come un Paese debole, ininfluente, secondario o codardo. Il
Duce era infatti convinto che, nonostante l'insufficienza militare nostrana,
l'Italia non avrebbe potuto astenersi dalla guerra. Secondo il cosiddetto
Promemoria segretissimo, infatti, l'Italia non poteva restare non belligerante
«senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al
livello di una Svizzera moltiplicata per dieci». Il problema, secondo
Mussolini, non consisteva nel decidere se il Paese avrebbe partecipato o no al
conflitto, «perché l'Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si
tratta soltanto di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo
possibile, compatibilmente con l'onore e la dignità, la nostra entrata in
guerra».[49] Nello stesso testo, il Duce tornò a riflettere sull'opportunità di
denunciare il Patto d'Acciaio e di schierarsi al fianco di Londra e Parigi,
concludendo però che si trattava di una strada non praticabile e che, anche «se
l'Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi,
essa non eviterebbe la guerra immediata colla Germania», ritenendo uno scontro
con il Reich un'eventualità più disastrosa di un conflitto contro Francia e
Regno Unito.[49] Nonostante ciò Mussolini stesso covava la speranza,
ormai flebile, di riuscire ancora a riportare la situazione nell'alveo delle
trattative diplomatiche, credendo possibile una sorta di ripetizione della
conferenza di Monaco del 1938. Per alcuni mesi il Duce restò infatti dubbioso
fra tre possibili alternative:[51] fungere da mediatore in una riconciliazione
per via negoziale fra tedeschi e anglo-francesi, in modo da ottenere da tutti
qualche sorta di ricompensa, oppure rischiare e scendere in guerra al fianco
della Germania (ma solo quando quest'ultima sarebbe stata a un passo dalla
vittoria finale), oppure condurre una sorta di guerra parallela a quella della
Germania, in piena autonomia da Hitler e con obiettivi limitati ed esclusivamente
italiani, che gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo dei vincitori e di
raccogliere qualche guadagno con il minimo sforzo, essendo costretto a
centellinare le poche risorse disponibili,[52] e senza perdere la
faccia.[53] Scartata la prima ipotesi, dal momento che le richieste di
trattative avanzate da Hitler erano state respinte, Mussolini si orientò allora
sulla seconda e sulla terza, in realtà strettamente interconnesse fra loro,
maturando questa convinzione almeno già dal 3 gennaio 1940, quando scrisse una
lettera al Führer per comunicargli che l'Italia avrebbe preso parte al
conflitto, ma solo nel momento che avrebbe ritenuto più favorevole:[54] non
troppo presto per evitare una guerra logorante, e non troppo tardi da arrivare
ormai a cose fatte.[55] Nella stessa lettera, però, nonostante l'impegno a
entrare in guerra, Mussolini dimostrò di nuovo la propria titubanza, suggerendo
contraddittoriamente a Hitler di trovare un accomodamento pacifico con Parigi e
Londra, in quanto «non è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli
alleati franco-inglesi senza sacrifici sproporzionati agli obiettivi». Dopo un
incontro con il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop, il Duce confermò
questa linea, come risulta dal contenuto di una sua telefonata con Claretta
Petacci intercettata dagli stenografi del Servizio Speciale Riservato.[N 2]
Nella telefonata, Mussolini parlò dell'eventuale entrata dell'Italia in guerra
come di un fatto ineludibile, senza però precisare come e quando. I dubbi sul
da farsiModifica Mussolini e Hitler. Mussolini e Hitler si incontrarono
per un colloquio al passo del Brennero. Secondo Galeazzo Ciano, l'obiettivo del
Duce era dissuadere il Führer dal proposito di iniziare un'offensiva terrestre
contro l'Europa occidentale. L'incontro, invece, finì in un lunghissimo
monologo del Cancelliere tedesco, con il Duce che a stento riuscì ad aprire
bocca. Fra marzo e aprile Hitler intensificò la sua pressione psicologica su
Mussolini, mentre il fronte antitedesco sembrava crollare in una serrata
sequenza di vittorie germaniche. Le Forze Armate del Reich, mettendo in atto
l'efficace tattica del Blitzkrieg, travolsero infatti la Danimarca, la
Norvegia, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, il Belgio e iniziarono l'attacco alla
Francia. I vertici militari italiani prevedevano, secondo il generale Paolo
Puntoni, la «liquidazione della Francia entro giugno e dell'Inghilterra entro
luglio». Le folgoranti vittorie tedesche, unite alle risposte tardive e
inefficaci di inglesi e francesi,[59]fecero rimanere gli italiani col fiato
sospeso, tutti più o meno consapevoli che dal conflitto sarebbero dipese le
sorti dell'Europa e dell'Italia, e causarono in Mussolini una serie di reazioni
contrastanti che, «con gli alti e bassi tipici del suo carattere», continuarono
ad accavallarsi, rendendolo incapace di prendere una decisione che sapeva di
dover prendere, ma alla quale cercava di sottrarsi. A chi gli chiedeva un
parere sull'eventualità che l'Italia restasse fuori dal conflitto, Mussolini,
riferendosi all'attacco tedesco in corso in quei mesi, rispondeva che: «se gli
inglesi e i francesi reggono il colpo ci faranno pagare non una, ma venti volte,
Etiopia, Spagna e Albania, ci faranno restituire tutto con gli interessi». Pio
invia un messaggio al Duce per convincerlo a restare fuori dal conflitto.
Ciano, riferendosi al messaggio, annotò sul suo diario che: «l'accoglienza di
Mussolini è stata fredda, scettica, sarcastica». Il re Vittorio Emanuele III,
accennando alla «macchina militare ancora debolissima», sconsigliò l'entrata in
guerra, raccomandando al Duce di rimanere nella posizione di non belligeranza
il più a lungo possibile. Contemporaneamente la diplomazia europea si impegnò
per evitare che Mussolini scendesse in campo al fianco della Germania: per
impreparata che fosse l'Italia, il suo apporto rischiava di essere decisivo per
piegare la resistenza francese e avrebbe potuto creare grosse difficoltà anche
al Regno Unito. Il 14 maggio, su insistenza francese, il presidente degli Stati
Uniti d'America Franklin Delano Rooseveltindirizzò al Duce un messaggio dai
toni concilianti, il quarto da gennaio, per dissuaderlo dall'entrare in guerra.
Due giorni dopo anche il primo ministro inglese Winston Churchill seguì
l'esempio, ma con un messaggio più intransigente, in cui avvertiva che il Regno
Unito non si sarebbe sottratto alla lotta, qualunque fosse stato l'esito della
battaglia sul continente. Il 26 maggio partì un quinto messaggio di Roosevelt
al Duce. Tutte le risposte di Mussolini confermarono che voleva rimanere fedele
all'alleanza con la Germania e agli "obblighi d'onore" che essa
comportava, ma privatamente non aveva ancora raggiunto la certezza sul da
farsi. Pur parlando continuamente di guerra con Galeazzo Ciano e con gli altri
suoi collaboratori,ed essendo profondamente colpito dai successi tedeschi,
almeno fino al 27-28 maggio (se si esclude un'improvvisa convocazione dei tre
sottosegretari militari la mattina del 10 maggio) non risulta che il numero dei
colloqui con i responsabili delle Forze Armate avesse avuto alcun incremento, e
nulla faceva presagire un intervento a breve. Mentre i francesi si aspettavano
un lento avanzare della fanteria tedesca attraverso il Belgio, o al massimo un
improbabile attacco frontale contro le fortificazioni della Linea Maginot,
circa 2.500 carri armati tedeschi penetrarono in Francia dopo aver attraversato
in modo fulmineo la foresta delle Ardenne, una regione collinare caratterizzata
da profonde vallate e da fitti arbusti che Parigi riteneva, fino a quel
momento, del tutto inadatta a essere attraversata da carri armati. Alla
sorpresa di un'azione tatticamente così brillante seguì il rapido e totale
collasso delle Forze Armate francesi, che fece nascere la convinzione, nei
vertici militari italiani, che il Regno Unito non sarebbe stato in grado di
fronteggiare da solo un attacco tedesco e che sarebbe stato costretto a
scendere a patti con Berlino e che gli Stati Uniti non avrebbero avuto la
volontà né il tempo utile di impegnarsi direttamente nel conflitto, dato che
non lo avevano fatto neanche per salvare la Francia e per servirsi di essa come
una testa di ponte sul continente europeo.[68] Inoltre, la maggioranza
dell'opinione pubblica statunitense era contraria alla guerra e Franklin Delano
Roosevelt, impegnato nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali,
non poteva non tenerne conto. Il direttore dell'OVRA, Guido Leto, dispose la
raccolta di indiscrezioni, informazioni riservate e intercettazioni telefoniche
per sondare i sentimenti degli italiani nei confronti della guerra, allo scopo
di creare uno spaccato il più aderente possibile alla realtà da sottoporre al
Duce, che chiedeva un quadro completo della situazione. Secondo tali relazioni,
«i nostri informatori segnalarono, prima sporadicamente, poi con maggiore frequenza
ed ampiezza, uno stato di timore - che andava diffondendosi rapidamente - che
la Germania fosse sul punto di riuscire a chiudere assai brillantemente e da
sola la tremenda partita e che, di conseguenza, noi - se pure ideologicamente
alleati - saremmo rimasti privi di ogni beneficio per quanto aveva tratto colle
nostre aspirazioni nazionali. Che, a causa della nostra prudenza - di cui
veniva attribuita la responsabilità a Mussolini - saremmo stati, forse, anche
puniti dal tedesco e che, quindi, se ancora in tempo, bisognava bruciare le
tappe ed entrare subito in guerra». Leto, inoltre, aggiunse che «pochissime
voci, e non certo di politicanti delle due parti avverse e con debolissimi echi
nel paese, si levarono ad ammonire sulle tremende incognite che la situazione
presentava». In questo clima, perciò, anche Mussolini si convinse che l'Italia
potesse «arrivare tardi», in quanto era opinione comune che il Regno Unito
avesse i giorni contati e che la conclusione della guerra fosse ormai prossima.
A nulla servirono le opposizioni del re e di Pietro Badoglio, motivate
dall'impreparazione del Regio Esercito e da un giudizio prudente sulle vittorie
tedesche in Francia. Il sovrano, inoltre, pose l'accento sull'importanza che
avrebbe potuto avere nel conflitto un eventuale intervento armato statunitense,
che sarebbe stato foriero di numerose incognite. Dello stesso avviso era anche
il principe ereditario Umberto di Savoia. Galeazzo Ciano scrisse nel suo
diario: «Vedo il Principe di Piemonte. È molto antitedesco e convinto della
necessità di rimanere neutrali. Scettico, impressionantemente scettico sulle
possibilità effettive dell'esercito nelle attuali condizioni, che giudica
pietose, di armamento». Secondo Mussolini, invece, le rapide vittorie
tedesche erano il presagio dell'imminente fine della guerra, per cui
l'insufficienza effettiva delle Forze Armate italiane assumeva ormai
un'importanza trascurabile. Accanto al suo timore che l'Italia non avrebbe
ricevuto alcun beneficio nella futura conferenza di pace qualora il conflitto
fosse terminato prima dell'intervento nostrano, nacque in Mussolini la convinzione che gli
fosse necessario «solo un pugno di morti» per potersi sedere al tavolo dei
vincitori e per avere diritto a reclamare parte dei guadagni, senza la
necessità di un esercito preparato e adeguatamente equipaggiato in una guerra
che, secondo l'opinione pubblica nella tarda primavera del 1940, sarebbe durata
ancora solo poche settimane e il cui destino era già scritto in favore della
Germania. L'entrata in guerra dell'ItaliaModifica Ultimi tentativi di
mediazioneModifica Il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt A
fine maggio, nei giorni in cui i tedeschi vincevano la battaglia di Dunkerque
contro gli anglo-francesi e il re del Belgio Leopoldo III firmava la resa del
proprio paese, il Duce si convinse che fosse arrivato il «momento più
favorevole» che attendeva da gennaio ed ebbe una decisiva virata verso
l'intervento: il 26 ricevette una lettera dal Führer che lo sollecitava a
intervenire e, contemporaneamente, un rapporto inviato a Roma dall'ambasciatore
italiano a Berlino Dino Alfieri, che era succeduto a Attolico, su un suo
colloquio con Hermann Göring. Quest'ultimo aveva suggerito all'Italia di
entrare in guerra quando i tedeschi avessero «liquidata la sacca
anglo-franco-belga», situazione che si stava verificando proprio in quei
giorni. Entrambi produssero nel dittatore una forte impressione, tanto che
Ciano annotò nel proprio diario che Mussolini «si propone di scrivere una
lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di
giugno». Ogni settimana, di fronte all'ampiezza della vittoria tedesca, poteva
essere quella decisiva per la fine della guerra e l'Italia, secondo Mussolini,
non poteva farsi trovare non in armi. Lo stesso giorno, in un estremo tentativo
di scongiurare la partecipazione italiana al conflitto, il primo ministro
inglese Winston Churchill aveva, previo accordo con il suo omologo francese
Paul Reynaud, inviato al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt
la bozza di un accordo, che quest'ultimo avrebbe dovuto successivamente
trasmettere al Duce. Secondo tale documento, conservato presso i National
Archives di Londra con il nome Suggested Approach to Signor Mussolini, Regno
Unito e Francia ipotizzavano la vittoria finale della Germania e chiedevano a
Mussolini di moderare le future richieste di Hitler. Nello specifico, secondo
questa proposta di accordo, Londra e Parigi promettevano di non aprire alcun
negoziato con Hitler qualora quest'ultimo non avesse ammesso il Duce,
nonostante la mancata partecipazione italiana al conflitto, alla futura
conferenza di pace in posizione uguale a quella dei belligeranti. Inoltre,
Churchill e Reynaud si impegnavano a non ostacolare le pretese italiane alla
fine della guerra (che principalmente consistevano, in quel momento,
nell'internazionalizzazione di Gibilterra, nella partecipazione italiana al
controllo del Canale di Sueze in acquisizioni territoriali nell'Africa
francese). Mussolini, però, in cambio avrebbe dovuto garantire di non aumentare
successivamente le proprie richieste, avrebbe dovuto salvaguardare Londra e
Parigi frenando le pretese di Hitler vincitore, avrebbe dovuto revocare la non
belligeranza e dichiarare la neutralitàitaliana e avrebbe dovuto mantenere tale
neutralità per tutta la durata del conflitto. Roosevelt si dichiarò
personalmente garante per il futuro rispetto di tale accordo. L'ambasciatore
degli Stati Uniti a Roma, Phillips, recò a Ciano la missiva, indirizzata a
Mussolini, con il testo dell'accordo. Lo stesso giorno il governo di Parigi,
per rendere la proposta di Roosevelt ancora più allettante, mediante
l'ambasciatore francese in ItaliaAndré François-Poncet fece sapere al Duce di
essere disponibile a trattare «sulla Tunisia e forse anche sull'Algeria». Secondo
lo storico Ciro Paoletti, «Roosevelt prometteva per un futuro incerto e
lontano. Sarebbe stato in grado di mantenere? E se per allora non fosse stato
più presidente? L'Italia aveva già avuto in passato, nel 1915 e negli anni seguenti,
delle notevoli promesse, poi non mantenute a Versailles nel 1919, come ci si
poteva fidare? Mussolini doveva scegliere fra le promesse a lunga scadenza,
fatte per di più da un presidente che di lì a sei mesi doveva presentarsi alla
rielezione, e le possibilità vicine, concrete, date da una Francia al collasso,
da un'Inghilterra allo stremo e dalla paura di cosa avrebbe potuto fargli
subito dopo la ormai certa vittoria in Francia - e assai prima di qualsiasi
intervento americano - una Germania trionfante». Secondo gli storici Emilio Gin
ed Eugenio Di Rienzo, inoltre, il Duce non avrebbe mai accettato di sedersi al
futuro tavolo delle trattative di pace, accanto a un Hitler trionfante, solo
"per concessione" degli Alleati, senza aver combattuto, in quanto la
sua figura in sede internazionale ne sarebbe uscita debolissima e la sua
autorità, paragonata a quella del Führer, sarebbe stata del tutto irrilevante. Ciano,
nel suo diario riportò infatti che Mussolini «se pacificamente potesse avere
anche il doppio di quanto reclama, rifiuterebbe». La risposta a Phillips,
infatti, fu negativa. Gli atti formali e l'annuncio pubblicoModifica La
folla, radunata di fronte a Palazzo Venezia, assiste al discorso sulla
dichiarazione di guerra dell'Italia a Francia e Gran Bretagna. Il Duce comunicò
a Badoglio la decisione di intervenire contro la Francia e, la mattina
successiva, si riunirono a Palazzo Venezia i quattro vertici delle Forze
Armate, Badoglio e i tre capi di Stato Maggiore (Graziani, Cavagnari e
Pricolo): in mezz'ora tutto fu definitivo. Mussolini comunicò ad Alfieri la sua
decisione e il 30 maggio annunciò ufficialmente a Hitler che l'Italia sarebbe
entrata in guerra mercoledì 5 giugno. Mesi prima, in realtà, il Duce aveva
ipotizzato un'entrata in guerra per la primavera 1941, data poi avvicinata al
settembre 1940 dopo la conquista tedesca di Norvegia e Danimarca e
ulteriormente accorciata dopo l'invasione della Francia, fatto che faceva
presagire un'ormai imminente fine del conflitto. Il 1º giugno il Führer
rispose, chiedendo di posticipare di qualche giorno l'intervento per non
costringere l'esercito tedesco a modificare i piani in corso di attuazione in
Francia. Il Duce si mostrò d'accordo, anche perché il rinvio gli permetteva di
completare gli ultimi preparativi. In un messaggio del 2 giugno, però,
l'ambasciatore tedesco a Roma Mackensen comunicò a Mussolini che la richiesta
di posticipare l'azione era stata ritirata e, anzi, la Germania avrebbe gradito
un anticipo. Il Duce, tramite il generale Ubaldo Soddu, chiese a Vittorio
Emanuele III che gli venisse ceduto il comando supremo delle forze armate che,
in base allo Statuto Albertino, era detenuto dal sovrano. Secondo Galeazzo
Ciano il re avrebbe opposto notevole resistenza, finendo con il concordare una
formula di compromesso: il comando supremo sarebbe rimasto in capo a Vittorio
Emanuele III, ma Mussolini lo avrebbe gestito in delega. Il 6 giugno il Duce,
scontento di questa soluzione e irritato dalla difesa del sovrano delle proprie
prerogative statutarie, sbottò: «Alla fine della guerra dirò a Hitler di far
fuori tutti questi assurdi anacronismi che sono le monarchie».[89] Volendo
evitare l'entrata in guerra venerdì 7 giugno, data che era stata
superstiziosamente considerata di cattivo auspicio, si giunse a lunedì 10
giugno. Galeazzo Ciano fece convocare per le 16:30 a Palazzo Chigi
l'ambasciatore francese André François-Poncet e, secondo la prassi diplomatica,
gli lesse la dichiarazione di guerra, il cui testo recitava: «Sua Maestà il Re
e Imperatore dichiara che l'Italia si considera in stato di guerra con la
Francia a partire da domani 11 giugno». Alle 16:45 dello stesso giorno venne
ricevuto da Ciano l'ambasciatore britannico Percy Loraine, che ascoltò la
lettura del testo: «Sua Maestà il Re e Imperatore dichiara che l'Italia si
considera in stato di guerra con la Gran Bretagna a partire da domani 11
giugno». Entrambi gli incontri si svolsero, secondo i diari di Galeazzo Ciano,
in un clima formale, ma di reciproca cortesia. L'ambasciatore francese avrebbe
detto che considerava la dichiarazione di guerra come un colpo di pugnale a un
uomo già a terra, ma che si aspettava una tale situazione già da due anni, dopo
la firma del Patto d'Acciaio fra Italia e Germania, e che comunque nutriva
stima personale per Ciano e non poteva considerare gli italiani come nemici. L'ambasciatore
inglese, invece, sempre secondo Ciano avrebbe partecipato all'incontro restando
imperturbabile, limitandosi a domandare educatamente se quella che stava
ricevendo dovesse essere considerata un preavviso o la vera e propria
dichiarazione di guerra. Preceduto dal vicesegretario del Partito Nazionale
Fascista Pietro Capoferri, che ordinò alla folla il saluto al Duce, alle 18:00
dello stesso giorno Mussolini, indossando l'uniforme da primo caporale d'onore
della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, di fronte alla folla
radunatasi in Piazza Venezia, annunciò, con un lungo discorso trasmesso anche
via radio nelle principali città italiane, che «l'ora delle decisioni
irrevocabili» era scoccata, mettendo al corrente il popolo italiano delle
avvenute dichiarazioni di guerra. Di seguito, l'incipit e explicit del
discorso: «Combattenti di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della
rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno
d'Albania. Ascoltate! Un'ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra
patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già
stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. La parola
d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed
accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare
finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al
mondo. Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo
coraggio, il tuo valore!». Le reazioni dell'opinione pubblicaModifica La
prima pagina de Il Popolo d'Italia dell'11 giugno 1940 La notizia fu accolta
con entusiasmo dai gruppi industriali italiani, che vedevano l'inizio del
conflitto come un'occasione per aumentare la produzione e la vendita di armi e
macchinari, e da una buona parte dei vertici fascisti, nonostante le più alte
personalità del regime avessero in precedenza espresso scetticismo
sull'intervento italiano e avessero abbracciato la linea di condotta tracciata
da Mussolini il 31 marzo 1940, che prevedeva di entrare in guerra il più tardi
possibile allo scopo di evitare un conflitto lungo e insopportabile per il
Paese. In ogni caso, fra le personalità che avevano espresso dubbi - se non
veri e propri atteggiamenti ostili - sull'intervento militare italiano, nessuna
palesò pubblicamente la propria opposizione al conflitto e sulla scrivania del
Capo del Governo non vennero recapitate lettere di dimissioni. La stampa
italiana, condizionata da censura e controllo imposti dal regime fascista,
diede la notizia con grande enfasi, utilizzando titoli a caratteri cubitali che
facevano uso entusiasta di citazioni del discorso e manifestavano completa
adesione alle decisioni prese: «Corriere della Sera: Folgorante annunzio del
Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Il Popolo d'Italia: POPOLO
ITALIANO CORRI ALLE ARMI! Il Resto del Carlino: Viva il Duce Fondatore
dell'Impero. GUERRA FASCISTA. L'Italia in armi contro Francia e Inghilterra. Il
Gazzettino: Il Duce chiama il popolo alle armi per spezzare le catene del Mare
nostro. L'Italia: I dadi sono gettati. L'ITALIA È IN GUERRA. La Stampa: Il Duce
ha parlato. La dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia.
Bertoldo: Londra non sarà piena di tedeschi, ma fra poco sarà piena di
italiani.» L'unica voce critica che si levò, oltre ai giornali
clandestini, fu quella de L'Osservatore Romano: «E il duce (abbagliato) salì
sul treno in corsa». Questo titolo fu accolto con grande disappunto dai vertici
italiani, tanto che Roberto Farinacci, segretario del partito fascista, in un
commento alla stampa affermò che: «La Chiesa è stata la costante nemica
dell'Italia». Il capo dell'OVRA, Guido Leto, prendendo atto della
reazione dell'opinione pubblica italiana, riferì che: «Come la polizia rilevò e
riferì il quasi unanime dissenso del paese verso un'avventura bellica, così
nella primavera del 1940 essa segnalò il rovesciamento della pubblica opinione
presa da un ossessionante timore di arrivare tardi. E nel primo e nel secondo tempo
operò come un termometro: non determinò, né influenzò, né menomamente alterò la
temperatura del paese, ma semplicemente la misurò». Hitler, venuto a conoscenza
dell'annuncio pubblico, inviò immediatamente due telegrammi di solidarietà e
ringraziamento, uno indirizzato a Mussolini e uno a Vittorio Emanuele III,
anche se, privatamente, espresse delusione per le scelte del Duce, in quanto
avrebbe preferito che l'Italia attaccasse a sorpresa Malta e altre importanti
posizioni strategiche inglesi anziché dichiarare guerra a una Francia già
sconfitta. In sede internazionale l'intervento italiano contro la Francia fu
visto come un gesto vile, al pari di una pugnalata alle spalle, in quanto
l'esercito francese era già stato messo in ginocchio dai tedeschi e il suo
comandante supremo, il generale Weygand, aveva già impartito ai comandanti
delle forze superstiti l'ordine di ritirarsi per mettere in salvo il maggior numero
possibile di unità. Il giudizio di Churchill sull'ingresso dell'Italia nel
conflitto bellico e sull'operato di Mussolini fu affidato al commento
pronunciato a Radio Londra: «Questa è la tragedia della storia italiana. E
questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e vergogna». Quando
venne raggiunto dalla notizia dell'intervento italiano contro un nemico ormai
sconfitto, il presidente degli Stati Uniti Roosevelt rilasciò a Charlottesville
una dura dichiarazione radiofonica: «In questo 10 giugno, la mano che teneva il
pugnale l'ha affondato nella schiena del suo vicino». Piani di
guerraModifica L'entrata in guerra fu la notizia principale su tutti i
quotidiani italiani. I preparativi bellici italiani erano stati delineati dallo
Stato Maggiore dell'esercito e prevedevano una condotta strettamente difensiva
sulle Alpi Occidentali ed eventuali azioni offensive (da iniziare solamente in
condizioni favorevoli) in Jugoslavia, Egitto, Somalia francese e Somalia
britannica. Si trattava di indicazioni di massima per la dislocazione delle
forze disponibili, non di piani operativi, per i quali veniva lasciata al Duce
piena libertà di improvvisazione. I vertici militari riconobbero
l'inadeguatezza del Paese ad affrontare una guerra ma, allo stesso tempo, non
presero posizione dinanzi all'intervento, ribadendo la loro totale fiducia in
Mussolini. L'approccio del Duce al conflitto appena iniziato dall'Italia si
concretizzò in direttive più o meno frammentarie, che egli indirizzava ai
vertici militari: furono formulate richieste di operazioni nei teatri più
disparati, mai trasformatesi in scelte precise e piani concreti. Venivano a
mancare, in questo quadro, una strategia complessiva e di ampio respiro,
obiettivi reali e un'organizzazione razionale della guerra. Ciò fu evidente fin
da subito, quando lo Stato Maggiore Generale notificò che: «A conferma di
quanto comunicato nella riunione dei Capi di Stato Maggiore tenuta il giorno 5
ripeto che l'idea precisa del Duce è la seguente: tenere contegno assolutamente
difensivo verso la Francia sia in terra che in aria. In mare: se si incontrano
forze francesi miste a forze inglesi, si considerino tutte forze nemiche da
attaccare; se si incontrano solo forze francesi, prendere norma dal loro
contegno e non essere i primi ad attaccare, a meno che ciò ponga in condizioni
sfavorevoli». In base a quest'ordine la Regia Aeronautica ordinò di non
effettuare alcuna azione offensiva, ma solo di compiere ricognizioni aeree
mantenendosi in territorio nazionale, e altrettanto fecero il Regio Esercito e
la Regia Marina, la quale non aveva intenzione di uscire dalle acque nazionali
salvo per il controllo del canale di Sicilia, ma senza garantire le
comunicazioni con la Libia. Come preannunciato nella corrispondenza con il
governo tedesco, dall'11 giugno le truppe italiane cominciarono le operazioni
militari al confine francese in vista della pianificata occupazione delle Alpi
occidentali ed effettuarono bombardamenti aerei, di carattere puramente
dimostrativo, su Porto Sudan, Aden e sulla base navale inglese di Malta. L'alto
comando delle operazioni venne affidato al generale Graziani, un ufficiale
esperto in guerre coloniali contro nemici inferiori per numero e per mezzi, che
non aveva mai avuto il comando su un fronte europeo e che non aveva alcuna familiarità con la
frontiera occidentale. I vertici militari italiani, costretti a centellinare le
poche risorse disponibili, decisero di muovere le truppe solo in concomitanza
con i movimenti dei tedeschi:[108]l'aggressione alla Francia avvenne infatti
solo quando la Germania l'aveva già praticamente sconfitta, poi ci fu un
periodo di inattività italiana contemporaneo all'inattività tedesca nell'estate
1940, poi le azioni italiane ripresero quando la Germania iniziò la
pianificazione dell'aggressione al Regno Unito. Secondo lo storico Ciro
Paoletti: «Ogni volta che i Tedeschi si muovevano poteva essere quella decisiva
per la fine vittoriosa del conflitto; e l'Italia doveva farsi trovare impegnata
quel tanto che bastasse a dire che anch'essa aveva combattuto lealmente e
godeva il diritto di sedersi al tavolo dei vincitori». L'atteggiamento
dell'Italia, che «entrava in guerra senza essere attaccata» né sapeva dove
attaccare, e che «addensava le truppe alla frontiera francese perché non aveva
altri obiettivi», venne sintetizzato dal generale Quirino Armellini con la
massima: «Intanto entriamo in guerra, poi si vedrà. Il Promemoria segretissimo
328 era una relazione, stilata da Mussolini, con destinatari Vittorio Emanuele
III, Galeazzo Ciano, Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Domenico Cavagnari,
Francesco Pricolo, Attilio Teruzzi, Ettore Muti e Ubaldo Soddu. cfr. Il «promemoria
segretissimo» relativo ai piani di guerra redatto da Benito Mussolini, su
larchivio. Il Servizio Speciale
Riservato era un organo, istituito ai tempi di Giovanni Giolitti, per tenere
sotto controllo le principali personalità del Paese. ^ Diversa, invece, la
versione su toni e parole data dall'ambasciatore francese: «E così, avete
aspettato di vederci in ginocchio, per accoltellarci alle spalle. Se fossi in
voi non ne sarei affatto orgoglioso», e Ciano avrebbe risposto, arrossendo:
«Mio caro Poncet, tutto questo durerà l'espace d'un matin. Ben presto ci
ritroveremo tutti davanti a un tavolo verde», riferendosi a un futuro tavolo
delle trattative al termine del conflitto. cfr. Niente pugnale alla schiena in
Internet Archive., in Il Tempo. Di seguito i testi dei due telegrammi, qui
fedelmente riportati secondo le fonti reperibili. cfr. La Dichiarazione di
Guerra di Mussolini, su storiaxxisecolo. Berlino, telegramma di Hitler al
Re La provvidenza ha voluto che noi fossimo costretti contro i nostri
stessi propositi a difendere la libertà e l'avvenire dei nostri popoli in
combattimento contro Inghilterra e Francia. In quest'ora storica nella quale i
nostri eserciti si uniscono in fedele fratellanza d'armi, sento il bisogno
d'inviare a Vostra Maestà i miei più cordiali saluti. Io sono della ferma
convinzione che la potente forza dell'ITALIA e della GERMANIA otterrà la
vittoria sui nostri nemici. I diritti di vita dei nostri due popoli saranno
quindi assicurati per tutti i tempi. Berlino, telegramma di Hitler a
Mussolini Duce, la decisione storica che Voi avete oggi proclamato mi ha
commosso profondamente. Tutto il popolo tedesco pensa in questo momento a Voi e
al vostro Paese. Le forze armate germaniche gioiscono di poter essere in lotta
al lato dei camerati italiani. Nel settembre dell'anno scorso i dirigenti
britannici dichiararono al Reich la guerra senza un motivo. Essi respinsero
ogni offerta di un regolamento pacifico. Anche la Vostra proposta di mediazione
si ebbe una risposta negativa. Il crescente sprezzo dei diritti nazionali
dell'ITALIA da parte dei dirigenti di Londra e di Parigi ha condotto noi, che
siamo stati sempre legati nel modo più stretto attraverso le nostre Rivoluzioni
e politicamente per mezzo dei trattati, a questa grande lotta per la libertà e
per l'avvenire dei nostri popoli. Fonti ^ Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Paoletti,
Acerbo, Paoletti, Paoletti, Le Moan, Ciano, Schiavon, Ciano, Ciano, Corpo di
Stato Maggiore, Candeloro, Paoletti, Paoletti, Ciano, Collotti, Ciano,
Paoletti, Bocca, Costa Bona, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano,
Ciano, Paoletti, Ciano, Bocca, De Felice, Ciano, Paoletti, Paoletti, Paoletti,
Candeloro, Ciano, Candeloro, Bocca, Candeloro, Faldella, Paoletti, Bottai,
Bernasconi e Muran, Rochat, Il «promemoria segretissimo» relativo ai piani di
guerra redatto da Benito Mussolini, su larchivio.com, Candeloro, Paoletti,
Rochat, Paoletti, Candeloro, Corrispondenza Mussolini – Hitler, su
digilander.libero.it. Speroni, Ciano, Candeloro, Felice, Costa Bona, Ciano,
Ciano, De Felice, De Felice, Vedovato, G., et Grandi. Grandi al Duce. Questo è
il momento di astenersi dalla guerra». Rivista di Studi Politici, Felice, De
Felice, Paoletti, Paoletti, Leto, Paoletti, Felice, Faldella, Speroni, Speroni,
Faldella, Badoglio, De la Sierra, De Felice, Il carteggio Churchill-Mussolini?
Una traccia nei National Archives di Londra, su nuovarivistastorica, Paoletti,
Ciano, Ciano, Felice, Carteggio Hitler Mussolini L'Archivio "storia -
history", su larchivio. Felice, Ciano, Lepre, Corpo di Stato Maggiore,
Niente pugnale alla schiena, in Il Tempo, Speroni, Felice, La Dichiarazione di
Guerra di Mussolini, su storiaxxisecolo, Pietrantonio,
L’Italia dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna, su abitarearoma, Santis,
Bocca, Fiori, Mussolini: il discorso che cambiò la storia d'Italia, in
Repubblica, Campagna di Francia, su storiaxxisecolo, Rochat, Rochat, Faldella,
Rochat, Cicchino. Il testo della dichiarazione di guerra, su larchivio.com, Bocca,
Faldella, Battistelli, I rapporti militari italo-tedeschi, Paoletti, Rochat, p.
248. ^ Rochat, Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione, Rocca San Casciano,
Cappelli, Grimaldi e Bozzetti, Il giorno della follia, Roma-Bari, Laterza,
1974, ISBN non esistente. Pietro Badoglio, L'Italia nella seconda guerra
mondiale, Milano, Mondadori, 1946, ISBN non esistente. Alessandro Bernasconi e
Giovanni Muran, Le fortificazioni del Vallo Alpino Littorio in Alto Adige,
Trento, Temi, Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista, Milano, Mondadori,
Bottai, Diario, a cura di Bruno Guerri, Milano, Rizzoli, Candeloro, Storia
dell'Italia moderna, Volume 10, Milano, Feltrinelli, Ciano, L'Europa verso la
catastrofe. La politica estera dell'Italia fascista, Verona, Mondadori, Ciano,
Diario, a cura di Felice, Milano, Rizzoli, Collotti ed Enrica Collotti Pischel,
La storia contemporanea attraverso i documenti, Bologna, Zanichelli, Corpo di
Stato Maggiore, Bollettini della guerra, Roma, Stato Maggiore R. Esercito,
Ufficio Propaganda, Corpo di Stato Maggiore, Verbali delle riunioni tenute dal
Capo di S.M. Generale, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico,
Costa Bona, Dalla guerra alla pace: Italia-Francia, Milano, Angeli, Felice,
Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Milano, Einaudi, Sierra, La guerra
navale nel Mediterraneo, Milano, Mursia, 1Santis, Lo spionaggio nella seconda
guerra mondiale, Firenze, Giunti, Faldella, L'Italia e la seconda guerra
mondiale, Bologna, Cappelli, Moal, La perception de la menace italienne par le
Quai d'Orsay à la veille de la Seconde Guerre Mondiale, intervento alle
«Journées d’études France et Italie en guerre. Bilan historiographique et enjeux mémoriels», Roma, Ecole Française, Lepre,
Mussolini l'italiano. Il duce nel mito e nella realtà, Milano, Mondadori,
Leto, OVRA-Fascismo e antifascismo, Rocca San Casciano, Cappelli, Paoletti,
Dalla non belligeranza alla guerra parallela, Roma, Commissione Italiana di
Storia Militare, Quartararo, Roma tra Londra e Berlino - La politica estera
fascista, Roma, Bonacci, Rochat, Le guerre italiane, Milano, Einaudi, Schiavon,
La perception de la menace italienne par l'État-Major français à la veille de
la Seconde Guerre Mondiale, intervento alle «Journées d'études France et Italie
en guerre. Bilan historiographique et enjeux mémoriels», Roma, Ecole
Française, Speroni, Umberto II. Il dramma segreto dell'ultimo re, Milano,
Bompiani, Voci correlate Battaglia delle Alpi Occidentali Lista del molibdeno
Occupazione italiana della Francia meridionale Storia del Regno d'Italia Italia
nella seconda guerra mondiale Altri progettiModifica Collabora a Wikisource
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Mussolini contiene il testo completo della dichiarazione di guerra dell'Italia
a Gran Bretagna e Francia Istituto Nazionale Luce. La dichiarazione di guerra
alla Francia e alla Gran Bretagna: il discorso di Mussolini, su
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modifica 23 giorni fa di Franz van Lanzee PAGINE CORRELATE Patto d'Acciaio
accordo di reciproco aiuto politico, diplomatico e militare tra i governi del
Regno d'Italia e della Germania nazista Lista del molibdeno richiesta
italiana di materiale bellico nella II guerra mondiale Memoriale Cavallero.
Nome compiuto: Roberto Cordeschi. Cordeschi. Keywords: la logica della guerra, la
guerra del fascismo, Croce, sperimentalismo italiano, mente, homo mechanicus,
Turing, Craik, artificiale e naturale, filosofia, rappresentare il concetto,
logica matematica, reiezione in Aristotele, predicate, significato,
communicazione, creativita, informazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cordeschi” – The Swimming-Pool Library. Cordeschi.
Luigi Speranza -- Grice e Corleo: all’isola
-- la ragione conversazionale – scuola di Salemi – filosofia trapanesi – filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salemi). Filosofo trapanese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Salemi,
Trapani, Sicilia. Grice: “Corleo is a genius --
His keyword is identity, the Hegelian type, and that’s why he attracted
Gentile’s attention! But my favourite is his excursus on language! He talks
like a veritable Griceian – about ‘intenzione’ and ‘pre-convezione’ – and the
spontaneous cry to seek attention, Romolo from Remo, say – He very much
elaborates on the subject and the predicate and the copula, and the other parts
of speech – But he retains an empiricist, evolutionary viewpoint with which I
wholly agree!” Studia
nel Seminario vescovile di Mazara del Vallo, laureandose a Palermo. Crea un
seminario di psicologia filosofica. Liberale, aderì alla rivoluzione siciliana.
Su saggio, “Progetto per una adeguata costituzione siciliana”. Durante la spedizione dei mille, fu nominato
da Garibaldi governatore di Salemi – Saggio: “Garibaldi e i Mille”. Saggio:
“Storia dell’enfiteusi dei terreni ecclesiastici in Sicilia”. Diviene conte di
Salemi. Altre opere: “Meditazioni
filosofiche”; “Il sistema della filosofia universale; ovvero, la filosofia
dell’identità”; “Per la filosofia morale”; “Lezioni di filosofia morale”. Dizionario
biografico degli italiani. La regola d'identità, dipendente dall’esperienza e
dal concetto appartene a qualunque specie di giudizio, giudizio affermativo (S
e P) o giudizio negativo -- S non e P --, giudizio condizionale -- Se p, q --, giudizio
tetico -- S e P -- giudizio ipotetico --
si p, q --, giudizio disgiuntivo -- p v q -- e via via. Poichè,ogni proposizione o
giudizio, semplice or complessa, debbe congiungere un predicate ad un soggetto --
S e P -- o negare un predicato ad un soggetto -- S non e P --, e ciò non può
farsi altrimenti che in forza della identità parziale o totale del predicato
stesso col soggetto, ovvero del contrario o contrapposto del predicato in caso
di giudizio negativo, sia cotesta identità assoluta, o sperimentale, sotto
condizione, problematica, o in forma disgiuntiva. Il raciocinio è un complesso
di giudizi che serve a scoprire una verità incognita per mezzo di una verità
nota, o a dimostrare il nesso ignoto tra due verità conosciute. Onde il
raciocinio deve esser fodato sulla medesima legge d'identità, che costituisce
l'essenza dei giudizi di cui è composto. Ogni passaggio da una verità ad
un'altra, da un giudizio ad un altro, è giustificato dalla connessione che deve
esistere tra loro. Se connessione non vi è, non si può dall'uno inferir
l'altro, non vi è passaggio legittimo o accettabile dal noto all'ignoto, e
molto meno si può scoprire il nesso incognito tra due veri conosciuti. Or,
questa stessa connessione non è che effetto d'identità. Parrà strano che la
connessione si debba risolvere anch'essa in identità; ma riflettendo con
attenzione, si scorge chiaro che in fondo è così, nè può essere altrimenti. Se
S è connesso con P, ciò non importa che S sia identico con P, ma importa invece
che ambidue sieno identici con S-P, cioè, che sieno parti integranti del tutto
S-P, di guisa che la loro connessione non *significa* o signa altro, che il
loro legame necessario per la formazione di quel tutto complesso proposizionale
– “S e P” -- onde se essi non fossero con nessi a comporre il tutto S-P, quel
tutto non sarebbe mai quello che è, non sarebbe identico alla somma delle parti
che lo costituiscono. Due o più giudizi, tra loro connessi, sono parti
integranti di un giudizio di maggiore estensione che tutti li abbraccia, ed è
identico con essi come il tutto è identico con la somma delle sue parti. Laonde
non può esser vero l'uno senza che sia vero l'altro, perocchè in diverso non
sarebbe vero quel giudizio maggiore che risulta dalla verità di tutti i giudizi
subalterni dai quali è costituito. Se, per cagion d'esempio, prendiamo ad
esaminare ogni teorema geometrico intorno alle proprietà del “triangolo” in
genere e delle varie sue specie, scorgiamo tosto che vi ha una continua connessione
tra cotesti teoremi, nè puo uno esser vero se non sieno veri tutti gli altri di
seguito; onde essi si dimo strano a vicenda. La ragione di ciò è semplicissima.
Essi non sono che le parti necessarie di un solo tutto, del concetto di triangolo
e delle sue specie subalterne, e tutti più o meno mediatamente in quel concetto
complessivo sono compresi. Pertanto non vi ha che un identico totale (talora
nemmeno avvertito ), il quale, per esser quello che è, ha bisogno che ciascuna
delle sue parti sia quella che è, e che tutte insieme concorrano con unità di
nesso a costituirlo, come le parti si debbon legare fra loro per unirsi nella
identità di un sol tutto. Metto una grande importanza in queste osservazioni
sul raziocinio e sulla connessione (consequenza logica) de' suoi membri; poichè
l'unica che sembrerebbe scappare dalla rigorosa legge della identità sarebbe la
connessione tra i giudizi diversi (premessa e conclusion), di cui consta un
ragionamento. Eppure, quella connessione non è altro che il frutto
dell'identità totale di un giudizio maggiore e più esteso, il quale abbraccia come
sue parti necessarie ogni giudizio subalterno; e quelli sono per l'appunto
connessi, perchè tutti in sieme formano un solo e identico giudizio di più
larga estensione. Nè fa d'uopo che nel ragionare si abbia presente quel giudizio
maggiore, nel quale si congiungono con identità totale i giudizi connessi. Esso
opera senza che il ragionatore lo sappia, poichè è virtù dell'identico totale
riunire per necessità le parti fra di lor, senza di cui egli non potrebbe esser
quello che è. Ciò sapendo, chi ragiona può benissimo salire dai veri connessi a
quel vero più ampio che tutti li abbraccia e nella sua unità totale li
identifica. Sarà questo un sistema più completo di ragionare, perocchè non ci
contenteremo di scorgere il nesso tra parecchi giudizi, di procedere per mezzo
di tal nesso alla scoperta di un giudizio novella e di dire che uno essendo
vero, tutti gli altri debbono pure esser veri; ma cercheremo ancora in qual
giudizio plenario e più esteso essi tutti vadano a connettersi per la identità
di unico comune risultato. In ciò consiste l'analiticita logica. Il raciocinio
analitico ercano la dimostrazione dei teoremi singoli o la risoluzione dei
singoli problemi nella proprietà, o nella funzioni e simili, che sono appunto i
giudizii più ampli e plenary, nei quali tutti quei singoli s'identificano come
parti di un sol tutto. Nella parte logica la connessione non è che l'identità
del tutto più ampio con le sue parti subalterne, senza il cui necessario legame
egli non risulterebbe quello che è. Il ragionamento è dimostrativo, quando
serve a chiarire il nesso tra verità e verità. Dimostrare niente altro è che
legare tra loro i giudizi come connessi, e la connessione pertanto vi è, perchè
i loro rispettivi subbietti, quand'anco non si sappia, si raggruppano in unico
e identico subbietto più esteso che tutti li abbraccia come tante sue parti:
onde vi ha passaggio, dalla identità parziale di un predicato P col suo
soggetto S, all'identità parziale dell'altro predicato P2 con l'altro suo soggetto
S2, e così di seguito; perocchè essi tutti costituiscono un solo subbietto più
esteso, che di tutti quei predicati si compone, e che perciò è identico con la
loro somma. Un subbietto subalterno non potrebbe concorrere alla costituzione
del subbietto totale, se non possedesse quel tale predicato e se gli altri
subalterni non possedessero quelli altri predicati; onde la connessione fra
tutti, se è vero l'uno, debbono esser veri gli altri, ed *implicitamente* deve
esser vero il giudizio totale, con cui tutti s'identificano. È inventivo e non
dimostrativo il raziocinio, quando, dalla verità che si conosce, si passa a
quella che s'ignora; ed anco in tal caso la ragion del passaggio è fondata
sulla connessione, e perciò sulla legge d'identità, in quanto che dalla
identità parziale che si conosce, si sospetta prima e poi si scopre la identità
totale. Per causa di alcuni punti d'identità o di parziali somiglianze tra un
fenomeno ed un altro, si concepisce la *possibile* identità dei loro elementi
in un sol tutto, e delle leggi che li governano. In questo caso vi ha l'*ipotesi*
o supposizione, che annunzia come *possibile* identico totale quello che
tuttora non è che un identico parziale. La conoscenza dei punti, della cui
identità bisogna ancora certificarsi, conduce a cercare la medesima identità
con quei mezzi, coi quali essa ordinariamente si osserva in altri simili. Ed
allora uno dei due, o si giunge all'accertamento della identità di tutti gli
elementi essenziali tra un fenomeno e l'altro, tra una legge e l'altra, e si ha
perciò l'identità totale, si ha la tesi o posizione; o non si giunge ad
accertarla per ostacoli presentemente insuperabili, di cui però dobbiamo
renderci conto, e si resta in tal caso nella identità parziale, nella ipotesi o
supposizione, pur sapendo quello che manca e perchè manchi, per poterla
trasformare in tesi o posizione quando che sia. Tanto il raziocinio
dimostrativo, quanto l'inventivo si valgono dell’esperienza concetto; poichè la
*testificazione* della identità parziale tra predicato e soggetto di ogni
giudizio, che compone un raziocinio, deve esser data dall’esperienza. Se è
composto di giudizi sperimentali, risulta pur esso sperimentale; e la
connessione dipende dalla loro parziale identità con un giudizio sperimentale
di ordine superiore, il quale talvolta nemmeno è conosciuto, ma vi si deve
giungere in forza di altre esperienze, come per lo più accade nel raziocinio
inventivo. Siccome pero il giudizio sperimentale e tale temporaneamente, cioè
fino a tanto che l'identità del predicato P col soggetto S sia solo testificata
dall'esperienza, perchè ancora tutti gli elementi di essa non sono conosciuti,
nè si ha l'identico concettuale che dovrebbe trasformare in concettuale il
giudizio em pirico, così i raziocinî sperimentali, o anco misti, potranno
divenire quando che sia raziocinî concettuali, fondati sull'identità assoluta
dei concetti, quando cioè l'esperienza, per la perfetta analisi e sintesi delle
parti col tutto, si eleva a concetto fisso ed assoluto con la conoscenza degli
elementi proporzionali che costituiscono l'identico totale.Vi ha dunque
passaggio dalle verità empiriche e dai ragionamenti empirici alle verità
assolute ed ai raziocinî concettuali, a misura che la scienza progredisce nel
conoscimento delle parti integranti che costituiscono i subbietti dei giudizi
sperimentali, ed a misura che essa discopre il nesso tra quei subbietti
parziali ed il subbietto più esteso che tutti l'identifica in un complesso
solo. È questo il doppio scopo finale dell’uomo: la cognizione concettuale e
necessaria dei fatti sperimentali per mezzo degli elementi proporzionali che li
costitui scono, e lo svolgimento dei concetti più complessi nei loro con cetti
subalterni, che sono del pari i loro elementi costitutivi. Pertanto l'essenza
del raziocinio non può essere collocata in una forma piuttosto che in un'altra;
essa consiste nel passaggio dalla identità totale alle identità sparziali che
la costituiscono, o dalle identità parziali alla totale per mezzo della
scoperta di quelle altre identità parziali che sono con loro connesse per
compiere l'identità totale. Bisogna dunque assi curarsi, per mezzo dei
concetti, della doppia identità delle parti e del tutto per avere ragionamenti
rigorosi; e non potendo giungervi per mezzo dei concetti, assicurarsene per
mezzo della esperienza. In questi due soli modi è possibile il raziocinio. Chi
cura soltanto la forma esteriore del ragionamento e ripone la logica nello
studio delle leggi della FORMA LOGICA, non prende di mira lo scopo vero del
raziocinio, che è l'accertamento della identità de' giudizi connessi col tutto
di cui sono parti; e perciò corre l'aringo di un VUOTO FORMALISMO alla Hilbert,
che non è mai garanzia sicura di esatti ragionamenti. Or, perchè mai i
subbietti di tali giudizi son dive nuti concettuali e perciò includono
necessariamente i loro pre. Tre sono state le più grandi logiche formali. La
prima e l’induzione primitiva: quella che argomenta dal particolare al
particolare per mezzo di un generale appoggiato ad altri particolari. La
seconda, quella che argomenta il generale dai particolari (necessario se i
particolari si presentano con caratteri di necessità, empirico se si presentano
soltanto come fatti di esperienza) per poter poi discendere dal generale ad
altri particolari: il sillogismo di Aristotele preceduto dalla classificazione
dei necessari e degli empirici, predicabili e predicamenti, che costituiscono
le sue categorie. Terza legge formale: la induzione di Bacone, e quella che
ascende dai particolari empirici ai generali pure empirici, adottata da ogni
naturalista sensista e positivista. Il sillogismo di Aristotele fu scompagnato
dalla sua precedente classificazione categorica per opera dei neoplatonici come
Porfirio e BOEZIO, che vollero così conciliare a forza Aristotele con Platone,
e poi per opera degli scolastici e dei moderni idealisti. Essi hanno adottato
la sola argomentazione dal generale al particolare ponendo il generale come
idea, che si afferma da sè per la sua evidenza e pei caratteri di necessità, di
universalità e di assolutezza che la distinguono, senza indurre le categorie dalla
classificazione dei fatti, come fa Aristotele. Niuna pero di queste argomentazioni
formali costituisce da sè un esatto ragionamento: esse sono o inutili allo
scoprimento del vero, o pericolose di errore, o tali almeno che non posson
menare al concetto scientifico e necessario, perchè non conducono al vero
identico totale. Difatti la induzione primitiva argomenta da un particolare
all'altro in forza d'identità parziali; e peggio, da un certo numero di
particolari, che si somigliano in taluni punti, argomenta il generale. Perchè
questa casa fuma, perciò si brucia! E perchè il legno delle nostre cucine
fumando si brucia, perciò: OGNI cosa che fuma si brucia! Da somiglianze o
identità parziali si vuole argomentare l'identità totale di un fatto con un
altro, o anche più, l'identità totale di tutti i fatti che parzialmente si assomigliano.
Il sillogismo dei neoplatonici e degli scolastici, conchiudendo dal generale al
particolare e ponendo il generale in virtù della luce dell'idea, non trova mai
verità nuove. Poichè, s'io dico, che il tutto é maggiore della parte, e percið
ne deduco che il libro dicati, mentre altri rimangono soltanto empirici e
perciò la identità tra predicato e subbietto dev'essere soltanto attestata dal
l'esperienza? Chi fa che taluni giudizi siano concettuali ed altri non? D'altra
parte, è poi sicuro che le idee che noi abbiamo siano tutte esatte, e non può
accadere che vi si contengano predicati che loro non appartengano veramente, in
modo che apparisca una identità necessaria tra predicato e subbietto, mentre
essa non è che l'effetto di una inclusione di predicato che veramente nel
concetto non deve entrare? Quanto alla formazione di un concetto si deve
notare, che essa avviene per opera di astrazione, la quale procede in due modi,
o spontaneamente, per effetto d'identica presentazione dei punti identici delle
percezioni e di separazione dei diversi, ovvero riflessivamente e
volontariamente, cioè per deve esser maggiore di ciascuna pagina, non affermo
in conclusione una verità nuova; ma dico due proposizioni, di cui l'una è tanto
vera e tanto evidente, quanto è vera ed evidente l'altra, nè vi è affatto
ragionamento. Se però il generale è posto in forza di un cumulo di esperienze o
di fatti (sia quanto si voglia lungo ed esteso quel cumulo) si corre pericolo
di errare; poichè allora dalla similitudine, o dalla identità par ziale che
hanno fra loro alcuni fatti, si vuol provare che tutti gli altri, i quali
abbiano identità parziali conformi, debbano somigliarli in tutto il resto. È
allora una induzione mascherata sotto le forme assolute di un sillogismo.
Poichè, una delle due: o il particolare, di cui si cerca, si ebbe già presente
nella formazione del generale, o il generale fu formato per gli altri particolari
simili, ma senza di lui. Nel primo caso, lungi che il particolare, di cui si
cerca, acquisti luce dal generale, è desso che con corre a formarle. Nel second,
si ha il solito vizio di argomentare da alcune identità parziali, tra un fatto
particolare e gli altri dello stesso genere, alla loro totale identità. Perchè
moltissimi esseri che hanno la figura umana hanno la ragione, percio qua lunque
selvaggio che presenta la figura umana, deve avere la ragione? La induzione
baconiana ha lo stesso difetto, perocchè non potendo raccogliere che un certo
numero di fatti particolari, grande quanto pur si voglia, da’ essi soli suo
generale, e poi ne argomenta agli altri casi particolari per ragione di
parziali somiglianze. Essa inoltre non perviene mai al necessario ed
all'assoluto, perchè non giunge alla identità concettuale del tutto cogli
elementi che lo costituiscono. Tutto al più, vi giunge come la categorizzazione
di Aristotele (che per lui deve precedere il sillogismo), cioè ritiene
l'assoluto ed il necessario nel generale, perchè i particolari si presentano
anch’essi con tali caratteri di necessità e di assolutezza. Il tutto è
necessariamente maggiore della parte, o è assolutamente identico alla somma
delle parti, perchè con tale necessità ed assolutezza nei fatti singoli il
tutto si presenta in tali rapporti con le sue parti. Non si perviene mai
all'identico, si rimane sempre nell'empirico, in tutte coteste forme di
ragionare. Come la necessità ed assolutezza dell'idea si accetta empiricamente,
perchè essa con tali caratteri si presenta alla coscienza, cosi nelle varie suddette
forme di ragionare si rimane pur sempre nel passaggio empirico da identità parziali
ad altre parziali, o peggio, ad altre total, senza assicurarne la totale
identità. rea analisi che l'uomo fa di proposito sui complessi ancora inde
composti delle percezioni, e sugli stessi primi astratti tuttavia
decomponibili. Seguendo sempre la regola dell'identico e del di verso, con la
quale si forma idee tipiche e concettuali delle parti più salienti delle
percezioni, e di quelle altre che, pur connettendosi con le percezioni stesse,
non potranno mai divenire oggetto immediato di percezione. Nasce da ciò un
doppio ordine di concetti ben distinti, cioè di quelli che si formano spontaneamente
e primitivamente per l'identica presentazione dei punti identici delle
percezioni e per la spontanea separazione dei diversi, e di quelli altri che da
sè non si offrono, ma è neces sario l'uomo se li procuri colla propria
riflessione e col proprio studio, cioè con l'applicazione della legge
dell'identità nelle analisi ulteriori, e se li trasmetta tradizionalmente per
non per derli. Nel primo caso, l'identico tipico del concetto si costituisce da
sè spontaneamente, e perciò il predicato si trova tosto incluso nel soggetto
concettuale di cui fa parte. Nel secondo, l'identico tipico del concetto
riflesso si costituisce mediante la voro mentale, e per lungo tempo, in
mancanza dell'idea, è d'uopo ricorrere all'esperienza, affinchè essa testifichi
l'identità del predi cato col soggetto, non potendo nel soggetto trovarsi il
predicato a prima fronte, sino a tanto che non sorga netta e chiara l'idea in
tutte le sue parti costitutive. Nei concetti spontanei e primitivi, formati
dalla identificazione tipica dei punti più chiaramente identici delle percezioni,
non può esservi pericolo di errore, logicamente parlando; poichè identicamente
si presenta e si presenterà sempre ciò che identicamente si presenta, e
diversamente il diverso. Onde i concetti fissi, fondati sulla identità logica,
e perciò as loluti e necessarî. All'incontro, le idee (concetti riflessi) ela
borate dall'uomo, ben vero con la stessa regola della identità, ma composte di
elementi ch'egli astrae da gruppi diversi e che egli poi mette insieme, possono
per avventura non es sere logicamente esatte; poichè per un momento si fallisca
o per disattenzione, o per precipitanza, o per pregiudizi, alla rigorosa regola
della identità nel condurre l'analisi riflessa, o nel mettere insieme gli
elementi astratti dai gruppi diversi, potrà uscirne un'idea monca ed imperfetta
nel primo caso, erronea nel secondo. E quel ch'è peggio, divenuta tipica tale
idea che contiene o non contiene il predicato, l'operazione del giudizio o del
raziocinio, che verrà a cercarlo in essa, riuscirà difettiva oppure erronea,
come difettosa o erronea era l'idea. Difettiva o erronea l'idea (cioè, mancante
di elementi necessari, o intrusi in essa elementi che non le convengono), sarà
sempre causa di errore nel giudizio ideale che su di essa si fonderà per legge
logica d'identità, e conseguentemente nel raziocinio. Nello stesso modo,
un'esperienza mal condotta o per difetto o per syista e confusione di una cosa
con un'altra, sarà fonte d'errore nel giudizio empirico, e quindi nel
ragionamento che da esso prenderà le mosse. Gl’errori di esperimento si
correggono con la ripetizione e col controllo di tutti quelli che se ne
occupano. Gl’errori però dell'idea debbonsi correggere con un buono ed accurato
esame ideologico, al quale debbono collaborare tutti gli studiosi delle
rispettive materie. Ma qual sarà la regola, con la quale si potrà fare l'esame
delle idee, o di quei concetti riflessi che l'uomo si è formati col proprio
lavoro, per conoscere se elementi vi man chino, o se vi siano intrusi degli elementi
che non possono en trarvi? La regola dell'esame non può essere che quella
stessa la quale deve presiedere alla loro formazione, cioè quella del
l'identità totale dell'idea con l'identità parziale dei singoli ele menti che
la costituiscono. L'idea deve essere decomposta nei suoi elementi, e deve
essere osservato se tra essi e l'idea vi sia perfetta e totale identità: così
soltanto potranno includersi quelli che difettano e potranno escludersi quelli
che non convengono; poichè nell'uno e nell'altro caso l'identico totale mostra
quello che gli manca, o quello che gli conviene, per essere quel che è. In tal
modo è possibile l'esame, e la rettificazione delle idee, occorrendo; ed in ciò
consiste un buon trattato d'Ideologia. La scuola empirica, duce il Locke, aveva
già compreso la necessità dell'esame delle idee, all'oggetto di non ammetterle
soltanto in forza dei loro caratteri este riori di evidenza, necessità,
universalità ed assolutezza, con cui s'impongono. La disposizione che si dà al
complesso de' giudizi ed ai ragionamenti, sia per esporre, sia per dimostrare,
sia per avviare alla ricerca, costituisce il metodo, il quale non può avero
altro scopo, che quello di condurre all'identico totale per mezzo di tutti i
suoi parziali, o ai parziali per la decomposizione del loro totale. Il metodo
sta ai ragionamenti, come il ragionamento sta ai giudizi: egli ha lo scopo di
fare un ragionamento com plessivo di tutti i ragionamenti subalterni mediante
la regola della doppia identità parziale e totale. Onde il vero metodo
scientifico è certamente analitico e sintetico insieme, man è l'ana lisi sola,
nè la sola sintesi, nè entrambe unite, potrebbero con durre a risultati
scientifici, se non avessero per rigorosa regola l'identità, e se non mirassero
al suo conseguimento finale in tutti i giudizi e raziocinî, sperimentali,
concettuali, o misti. Parlo del vero metodo scientifico; poichè per comunicare
alle masse i risultati della scienza, o per indurre in loro la persua sione
necessaria all'adempimento dei proprî doveri, una esatta analisi degli elementi
delle idee o dell'esperienze, ed una esatta loro sintesi, all'oggetto di
condurle a rigorosa identità totale, Perd essa voleva rimontare, senza alcuna
ragione nè possibilità di riuscita, alla ori gine cronologica delle idee.
Voleva inoltre, far provenire le idee dai sensi. Onde, in vece della vera
origine cronologica, ben difficile a trovarsi per le singole idee, diede spesso
supposizioni romanzesche sulla prima nascita delle medesime, e sopra tutto
delle idee morali, col preteso stato naturale e col contratto sociale. Tutte
quelle idee che non potè giustificare coi sensi, le rigetto, o le ammise alla
credenza pubblica come necessità indemostrabili della nostra natura. Onde i
posteriori idealisti, visto l'inte lice esito dell'esame, son tornati ad
ammettere le idee in virtù della loro evidenza e dei loro caratteri che
s'impongono alla nostra ragione, sia ritenendole verità prime indiscutibili ed
indispensabili ad ogni ragionare (scuola del senso comune); sia supponendole
forme assolute del pensiero quidquid
recipitur ad formam recipientis recipitur (scuola kantiana ); sia riputandole
innate e facienti parte del nostro intel letto, almeno in una prima idea fondamentale,
quella dell'essere (*scuola rosminiana*); sia ammettendole come frutto
d'interne azioni e reazioni dello spirito (scuola di Herbart); sia credendole
comunicazioni della mente medesima di Dio, intuizioni, tocchi misteriosi (*scuole
giobertiane*), o anche evoluzioni della stessa idea divina, assumente caratteri
di progressiva attuazione per la legge dialettica de contrari (scuola hegeliana
), attuazione dell'idea in forza di volontà preordinante e producente (scuola
di Schopenauher ), o attuazione inconscia (scuola di Hartmann ). Tutti
supposti, appoggiati a me tafore, a superficiali osservazioni, o a dogmi, per
dare una spiegazione dei caratteri delle idee senza volerle esaminare in sè
stesse, nei loro attuali elementi costitutivi, adducendo a prova della
impossibilità dello esame l'infelice risultato ottenuto dagli empirici, i quali
ebbero bensì il buon volere, ed anche la presunzione dell'esame, senza mai
averne studiato i mezzi convenienti non sono punto possibili, nè anche utili.
Laonde è d'uopo r correre ad esperienze ovvie, a idee evidenti e generalment
ammesse, per inferirne le bramate conseguenze. Or se è vero che percepire
distintamente, sintetizzare, analizzare, ricordare, astrarre, concettuare,
ideare, giudicare, connettere e ragionare, non sono altro che più o men
largamente identificare le parti ed il tutto, spontaneamente o riflessivamente,
in forma sperimentale o in forma tipica assoluta, se cid è vero, diviene pur
troppo evidente che, per potere scorgere l'identità più prontamente e con
maggiore chiarezza, sarebbero assai utili due cose. Primo, abbreviare e
ravvicinare tra loro con SEGNI le percezioni ed i loro elementi, le idee ed i
loro elementi. Secondo indicare con segni le successive operazioni che vengon
fatte spontaneamente o riflessivmente sui detti complessi e loro elementi.
L'algebra ed il *calcolo* per sè non sono scienza, ma sono potenti mezzi di
scienza, in quanto abbracciano e ravvicinano le idee e le operazioni su di esse
fatte rendendo più facile e più sicuro il colpo d'occhio su di loro per
scorgerne le identità e le differenze. Or, perchè non sarà possibile una logica
aritmetica o matematica per agevolare la conoscenza delle identità parziali e
totali, dalle quali dipende tutto l'eser cizio della intelligenza? Non vale il
dire che nell’aritmetica e la geometria si tratta di rapporti tra sole
quantità, e perciò e possibile un segno abbre viativi e le operazioni
identiche. Mentre invece nella logica generale si dovrebbero trattare molti
altri rapporti di QUALITà, che variano tra loro indefinitamente, e perciò
l'aritmetica non si potrebbe applicare alla logica. Non vale il dire questo;
poichè tutti i rapporti tra le QUANTITà hanno unico fondamento comune,
l'identità costante di ogni unità con sè stessa, in guisa che non possa
crescere nè decrescere in alcun modo, e che ogni unità valga quanto un'altra.
Onde il fondamento vero dell’aritmetica e dei loro processi è tutto nella
identità, come in generale il fondamento di tutte le operazioni
dell'intelletto; e la loro unica regola consiste nella IDENTIFICAZIONE. Non vi
ha dunque difficoltà vera contro la formazione di un'aritmetica logica; il cui scopo
non dev'essere altro che quello di fissare, abbreviare, e con un segno,
costante e certo, ravvicinare fra loro le idee ed i loro elementi, e le
operazioni che su di esse si fanno. Nella scelta del segno per tale oggetto, non
occorre far tutto a nuovo. Come nell'aritmetica, si posson prendere le lettere
alfabetiche per indicare i complessi della percezione e dell'idea, non che i
loro elementi, cioè le lettere maiuscole (A, B, C…) pei complessi, e le lettere
minuscole (a, b, c, …) per gli elementi, se fossero gli uni e gli altri
conosciuti e categorizzati. Se ancora non fossero conosciuti distintamente,
potrebbero adoperarsi i soli punti. Ogni segno dell’aritmetica, più, meno,
eguale, maggiore, minore, hanno posto nella logica o semiotica matematica o aritmetica.
Il dubbio ha un segno nella scrittura ordinaria, l’interrogativo – la
quesserzione --. Un segno pure abbiamo nella stessa scrittura per indicare un
seguito di cose simili, che corrisponde all' &. Soltanto resterebbero a stabilirsi
un segno per quell’operazione che nell'aritmetica e nel linguaggio ordinario
non esiste. Questo segno si riducono a distinguere lo stato spontaneo dal stato
riflesso, che sono i due stati del nostro animo, ed ambidue i detti stati dal
di fuori di essa. Per tale scopo descrivo due spazi, uno spazio inferiore e
l'altro spazio superiore, chiusi da tre linee parallele orizzontali. Il di
fuori è tutto quello ch'è al disotto dello spazio inferiore e lo spazio
superior. Lo spazio inferiore indica lo *spontaneo*. Lo spazio superiore indica
il *riflesso*. Indico con quadrati di linee, di punti, o di lettere, i
complessi e le loro parti, sia percepito, sia non percepito, o sia salito allo
stato di riflessione. Un punto e una lettera minuscola indicano i loro
elementi. Il punto indica che l’elemento non e conosciuto. La lettere indica
che l’elemento e conosciuto. Denoto il simile con due parallele verticali.
Rappresento l'identico con la convergenza di due linee in un angolo verticale.
Se l’identità non è completa, ma sol tanto parziale, una delle due linee sarà
più corta dell'altra, quasi per indicare la mancanza. Due quadrilateri che
convergono e si toccano con un lato rispettivo in un angolo vertical rappresentano
la sintesi dei punti identici. Se i due lati divergono, le quadrilateri rappresentano
l'analisi dei diversi. Indico il connesso con una serie di anelli di una
catena. Esprimo il negativo col segno 3 del meno sovrapposto a quello che
voglio negare, il non identico, il non simile, il non dubbio, ecc. $ 54. Ecco
così la serie dei segni principali: + più, meno, = uguale, <: maggiore; ‘>’: minore; ‘ll’
simile, 1 identico, ^ identico parziale,? dubbio, 000 connesso, (II) in
contatto, et etcetera, -1-- non simile, ^ non identico,?- non dubbio cioè
riflesso spontaneo, [ ] non percepito, I percepito in comcerto, plesso,
percepito distintamente senza categorizzazione di TAI parti, 71 percepito e
sintetizzato, !! percepito e analizzato, DU U IV / TAL sintesi ed analisi
spontanea e riflessa, |A| astratto com Ul Tala plessivo, Tala astratto con la
parte a. | A la S 55. Quando non occorre distinguere lo stato di spontaneità da
quello di riflessione, cioè quando si è nei concetti riflessi (idee), nei
giudizii e nei raziocinii nei quali non entrino l'esperienze e le percezioni, i
due spazî, che segnano lo spontaneo ed il riflesso, si trascurano. L'idea ed i
suoi elementi si rappresentano così ovvero al ovvero A:, ovvero secondo chè
sieno più o meno distinte e conosciute le sue parti elementari. Il giudizio ha
una delle due formole: 10 AA? Bİ, il concetto o la percezione A è identica a B?
A A? Bİ, non è identica certamente, oppure la risposta contraria: è iden tica
certamente, 1 -?-; 2º Aja?, l'elemento a fa parte dell'idea a _?. o della
percezione A? La risposta si dà col negare il dubbio (A) а h g bAt a b A. cde?
с a hg an. Or, dire che a fa parte di A è lo stesso che dire 1A | {4} +/ biali,
с de cioè l'elemento a è identico ad uno degli elementi di A, essendo OOO gli
altri elementi b c d e f g h. Il raziocinio in generale ha la formola della
connessione logica, cioè della connessione nello stato riflesso, che è
l'identità de’ suoi membri in un tutto mag giore, di cui sono parti; onde è
necessario che sieno veri i membri con reciproca connessione, affinchè sia vero
il loro tutto. Onde la formola del raziocinio in generale sarebbe: ^()()(). Con
le parentesi esprimo i membri di versi del raziocinio che fanno da premesse (e
possono essere parecchi) e quello che fa da conclusione, indicando la loro connessione
e l'identità di essi in un sol tutto più ampio con quel segno intermedio di
connessione riflessa e d'identità, che qui equivale al dunque. Il ragionamento
erroneo si esprimerebbe con l'identico non identico Â, con la contraddizione. $
56. Il raciocinio è o dimostrativo, o inventivo; ed in ogni caso esso passa
dalla identità parziale di una idea con un'altra, o di un esperimento con un
altro, alla identità totale (S 43). Onde la formola generale di ogni raziocinio
ne' suoi passaggi è i sempre questa: (a"B') (a000bcdefghh), a h g с de b h
g ovvero OOO d e (a), (^Bİ). Quanto a dire: A e B contengono a, sono
parzialmente identici. Come si farà per sapere se sieno totalmente identici?
Bisogna dalla parziale identità a riconoscere se pur vi sieno le altre parziali
identità b c d e f g h. Ciò si può sapere in due modi: o che vi sia connessione
tra a e tutti quegli altri, o che a li contenga. Bisogna accertare uno dei due,
o decomponendo i rispettivi concetti, o sperimentalmente. Accertato uno dei
due, o per connessione 000 che signa l’identità dei membri col loro tutto, o
per continenza che signa lo stesso (il tutto che contiene le parti), si ha
passaggio logico legittimo 000 al dunque, alla conclusione; e pongo il segno
d'identità 1 sul dunque, perchè ogni connessione di membri esprime la loro identità
col tutto che li contiene $57. Lo scopo di cotesti segni non deve esser quello
di sostituirli al linguaggio ordinario; poichè in tal caso ogni ragionamento
prenderebbe l'aspetto della matematica e del convenzionalismo di Poincare e il
formalism di Hilbert; onde sarebbero ben pochi coloro che avrebbero la forza di
mente e l'abitudine necessaria per condurre così i loro raziocinî. Io mi son
limitato nella mia semiotica (significa) universale a servirmene come mezzi di
reddiconto e di controllo, a ragionamenti finiti; poichè giova il riassumerli
con segni e presentare la forma logica della percezione, dell’idea e del
concetto, i loro rispettivi elementi, e le varie serie di operazioni su di loro
eseguite, per potere a colpo d'occhio discernere il cammino della identità in
tutti i giudizi e ragionamenti. Nella cennata mia opera ne ho fatto largo uso
in questo modo, nè domando per ora che sieno adoperati altrimenti. Qui pero, in
questo lavoro sintetico e riassuntivo del sistema, non renderebbero più facile
la comprensione delle idee, alla quale aspiro; onde io non me ne servirò,
lasciando che i leggitori di mente più ferma ne prendano esperimento nelle
singole dimostrazioni, alle quali già li ho applicati nella suddetta semiotica universale.
Sotto il generico vocabolo “parola” (cf. Grice, ‘to utter’) si può intendere
qualunque segno communicativo che serve a rappresentare una percezione o
un'idea o concetto. Pur nondimeno questa voce “parola” – cf. Grice “to utter”
-- nell'uso ordinario è ristretta a signare un suono articolato, con cui l’uomo
esprime e communica la pércezione o la idea o concetto ad altro uomo; e siccome
il suono articolato e stato legato ad altro segno, così la parola, oltre di esser
pronunziata (pro-nuntiatum), è anche scritta. Orche cosa è mai questa *communicazione*
da un'uomo all'altro? Questa communicazione propriamente è un mezzo di
suscitare nell’altro uomo, al quale si dirigge, una percezione o una idea o
concetto consimile a quelle che ha e che vuol *communicare* (o signare) colui
che ‘signa’. Perciò la communicazione consiste nel far sorgere nell’altro
quella stessa percezione o quella stessa idea. Ciò in due modi può succedere,
cioè: o mediante una convenzione, arbitrio, concordo, patto, sul segno, sia
volontariamente fatta, sia abitualmente seguita, cosicchè ogni segno per ragion
di associazione convenzionale desti una percezione o un'idea corrispondente; o
pure mediante una naturale (iconica, assoziativa) associazione o meglio
co-relazione che si stabilisce tra un segno e una percezione o idea o concetto,
cosicchè non abbisogni altro che imitare (proffere) appositamente questo segno
per suscitare nell’altro la percezione o idea o concetto naturalmente (iconico,
assoziativo) annessa o co-relata. È del primo modo – il modo di correlazione
convenzionale -- la maggior parte dei segni; poichè una convenzion prima
espressamente o tacitamente fatta, e l'uso che ciascun trova del sistema di
communicazione del suo popolo, fan sì che appena si manipula un determinato
segno, tosto si destino in coloro che ascoltano le percezioni e le idee
co-rispondenti. Sono del secondo modo ogni segno che per lo più imitano una
proprieta naturale, come la voce del cane (“Daddy wouldn’t buy me a bow-wow”),
il romore del vento, lo scorrer del fiume il rimbombo del tuono, della
esplosione, ed altri simili. Ancorchè l'uomo non sa per antecedente convenzione
il ‘signato’ di tale ‘segno,’ egli tosto si fa l'idea del ‘segnato’ che
s'indica, perchè la imitazione – iconicita, assoziativita – della proprieta
naturale sveglia la percezione socia. Sentendo “bac-buc” dei tedeschi, quantunque
non sa l'alemanno, mi debbo far tosto l'idea del vuotarsi di un vaso a bocca
stretta. In questa categoria va pure il vocativo “o”, perchè la pronunzia molto
spontanea di questa vocale fa volgere la persona verso il punto donde “o” vien
pronunziato: e quindi da per sè stesso il vocativo “o” serve a chiamare, perchè
ottiene spontaneamente questo effetto o risponsa nell’recipiente. Intanto il
segno, oltre che serve a mettere in communicazione due uomini fra loro ed a far
nascere in essi la ri-produzione (o trasferenza psicologica) di una percezione
e di una idea secondo la volontà del ‘signante,’ è al tresi utile ad un'uomo
solo, allorchè egli si racchiude in se stesso e si va rappresentando le cose
per meditarvi. Difatti è un'osservazione ben comune che noi parliamo dentro noi
stessi, allorquando pensiamo le diverse cose, e principalmente allor quando ci
rappresentiamo una idea astratta. La influenza del segno sull’astrazione
comincia ad esser guardata con attenzione quando i filosofi della scuola
sensista credettero che l'unica differenza tra l'uomo ed il bruto consistesse
nel segno communicativo. In verità è ben facile rilevare che senza gl'innumerevoli
segni articolati l’uomo non puo mai formarsi e ritenere l'immensa serie d'idee
astratte, e per dirla più esattamente, non puo egli nè sintetizzare ne
analizzare in sì gran copia, posciachè l’astrazione è figlia dei grandi
incrociamenti delle sintesi e delle analisi. Certamente i punti simili delle
percezioni rappresentandosi similmente si sintetizzano, ed i dissimili si
analizzano rappresentandosi dissimilmente. Ma se per ciascuno di quei punti simili
e dissimili non vi fosse un segno associato, non e mica possibile riprodurre e
ritenere la immensità delle similitudini e delle differenze che offrono da un
momento all’altro la percezione. Imperciocchè tra moltissimi punti simili, che
fra loro si differenziano in picciola cosa, sarebbe più fa eile la confusione,
anzichè la distinta rappresentazione di ciascun grado minimo di somiglianza e
di differenza per mezzo delle percezioni medesime. Al contrario, il segno
articolati e diversissimi d’altro segno articolato; e perciò attaccando un
segno a ciascuna di quelle minute sintesi ed analisi, si ha di già quanto basta
per poterle esattamente richiamare, senza poterle mai confondere un segno per
altro. Per esempio, quante gradazioni diverse non offre un colore solo, il
concetto di “bianco” (o “bianca”)? Or si potrebbero mai ritenere senza
confonderle tutte queste gradazioni? Ma l’uomo vi adatta un segno diverso per
signarle, e la confusione è evitata. Egli dice “bianco chiaro”, “bianco
sbiadito”, “bianco lordo”, “bianco latte”, ec. Vi sono poi delle parti di percezioni
che si isolano dal complesso mediante l’astrazione, e se non vi fosse un segno
per risvegliarne l'idea, non puo esser pensate giammai. Per esempio, l'idea o
il concetto astratto o generale o universale di “colore” – il nero non e un
colore; il bianco no e un colore --, siccome abbraccia ogni colore, con qual di
essi partitamente o complessivamente si puo rappresentare, se non vi fosse un
segno distinto (gaelico glas: verde o blu?) da tutti i co fori singoli per
richiamarla? Vi e pure un gruppo d'idee astratte che con maggior ragione han
bisogno di un segno per essere pensate, come la “gloria”, la “virtù”, l’
“onore”, il “dovere”, ec. Cosi anche e
il concetto meta-fisico dell’essere sopra-sensibile, Iddio, la sostanza, ec. É
in forza dell'unità del segno, che sorge l'unica idea astratta; poichè, se
vogliam provarci a idear (o mentare) la cosa senza segno alcuno,
particolarmente in una nozione astratta che non ra-presentano o signa un essere
reale, ma soli rapporti fra gli esseri, non sappiamo veramente come farcene
l'idea. Oltre a tutto ciò il segno ha una virtù speciale, che fa vedere il
legame di una idea coll’altra; perciocchè, messo un segno radicale o di radice
(“amare”), ogni variazione di desinenza e e ogni derivativo indica o signa,
come un gruppo che costituisce un'azione risultante venga variandosi in mille
modi: il che importa una sintesi mista all'analisi, perchè la radicale ferma
indica il punto fondamentale della somiglianza, mentre ogni desinenza e ogni
derivato fa vedere ogni categoria: quantita, qualita, relazione, modalita – per
citare la funzione kantiana della categoria d’Aristotele -- tempo, luogo. Questo
vantaggio non si puo altrimenti ottenere, che coll’articolazione del segno
sub-segmentale (prima e seconda articolazione), poichè rimanendo fermo un segno
come segno radicale sub-segmentale (articolazione prima e seconda) (“am-”), il
segno articolato (mutato della radice) indica la differenza (“amans”, “amatus”,
“amiamo” “ambi due amiemo”) fine a formare una proposizione compieta: il
mittente con il signans signa al recipient *che* il mittente crede che ama al recipiente.
Siegue da tutto ciò che il segno articolato ha un'influenza grandissima nella
operazione della sintesi, dell'analisi e dell'astrazione; e siccome senza del
segno articolato l'uomo non può nè giudicare (operare con una proposizione) nè
ragionare (inferire una proposizione d’altra), cosi il segno articolato ha
un'influenza suprema nel giudizio e la volizione e nel raziocinio (di giudizio
e di volizione). Infatti il sordo-muto ha un limite strettissimo nella sintesi,
nell’analisi e nell’astrazione; ed a
misura che si allarga in loro la sfera dei segni per mezzo della gesticolazione,
e più anche per mezzo di un sistema alternativo, il sordo-muto inoltransi
nell'astrazione, il suo giudizio, la sua volunta, ed il suo ragionamento – di
giudizio o di volonta -- divene più estesi e più esatti. Dopo che si disse che
l'uomo non puo mai dare origine al segno articolato o communicativo, la scuola
di Bonald si valse di questa stessa dottrina per fondarvi sopra l'edificio
della divina rivelazione, che dovette communicarsi al primo uomo coll'insegnamento
diretto del segno communicativo, e che dovette tradizionalmente discendere col
segno medesimo in tutta l'umana generazione, fino a che colla dispersion
babeliana delle lingue venne a guastarsi la forma genuina primitiva del segno
soppranaturale, praeternaturale rivelato, e varii innesti di origine umana si attaccarono
al primitivo tronco, cosicchè insiem col segno furono anche travisate le idee
della rivelazione prima. Questa stessa dottrina è stata abbracciata con molta
facilità da Gioberti, quantunque in tutt'altro alla scuola di Bonald egli non
appartenesse. Non entro in questa questione dal lato teologico (o genitoriale),
molto più che non veggo nella antica religione romana nessuna espressione che
alluda all'insegnamento primitivo del segno per mezzo di un dio. Veggo per
altro che le anzidette scuole han preso a dimostrare filosoficamente che l'uomo
da sè stesso non può dare origine al linguaggio, e con questa dimostrazione
negativa credono dare il più saldo appoggio alla necessità della primitiva
rivelazione della parola. Guarderò adunque le loro ragioni da questo stesso
lato filosofico, e porrò così il quesito: È egli vero che per poter ‘signare’
comunicativamente in qualunque guisa bisogna l’uso preventivo dell’astrazione,
e viceversa per potere astrarre bisogna l'uso antecedente del ‘signare
communicativo? Se ciò fosse vero, sarebbe questo un circolo vizioso (“a
Schifferian loop”), da cui non potrebbe mai uscire l'origine puramente umana
del ‘signare communicativamente’; e perciò, essendo un fatto che l'uomo signa
communicativamente, ed ammesso che egli sia stato *creato* da un dio (Prometeo),
re sterebbe come una ipotesi interamente consona alla divina bontà di Prometeo che
egli stesso gli abbia insegnato o signato a signare communicativamente fin
dalla origine o dalla genesi alle rivelazioni! Resterebbero cosi giustificati gli
argomenti della scuola teologica o genitoriale di Gioberti. Ma a me pare che,
posto a quel modo il quesito, la necessità del circolo vizioso venga tutta dal
non voler discendere nella minuta analisi di un tutto complessivo – un
complesso proposizionale --, e dal volere la spiegazione sintetica di un fatto
che costa d'innumerevoli elementi, senza volere esaminare come nascano gli
elementi medesimi, e come gradatamente si combinino fra loro per costituire il
fatto totale nel modo che oggi si presenta. Uno dei difetti delle scuole
dell'età nostra è questo precisamente, che i nodi voglionsi tagliare invece di
scioglierli; e cosi mi pare sia accaduto al problema che riguarda l'origine del
signare communicativamente. Infatti, se si domaada: l'uomo può esercitare
quella vastità di astrazione che attualmente esercita senza fare uso del
signare communicativamente? La risposta è facile: nol può: perchè il segno
communicativo, siccome testé abbiam veduto, influisce grandemente
nell'esercizio dell’astrazione. Parimente se si domanda: l'uomo può signare
communicativamente (con “o”) senza l’esercizio dell’astrazione? è anche facile
ugualmente la risposta che nol può: perchè la convenzione implica la conoscenza
dell'utilità del signare communicativamnte, ed implica nel tempo stesso
l'attaccamento di un'idea (“presta attenzione”) ad un segno articolato (“o”),
il che è un'effetto di astrazione. Ma il problema non è ben presentato col
porre le due anzidette domande; perocchè non si vuol sapere se l'esercizio
completo del signare communicativamente, qual'è attualmente, può stare senza
l’uso dell'astrazione, nè anche si vuol sapere se lo sviluppo immenso che ha
preso l’astrazione nelle molte successive generazioni del popolo italiano possa
mai stare senza l'uso del segno articulato. Invece il problema vero è quest'altro.
Vi può essere un atto di signare communicativamente primitivo, un primo uso di
un segno articolato (“o – o – o”), colla sola influenza di un'astrazione (o
articolazione) di primo grado, la quale per compiersi non ha bisogno dell'uso
del atto di signare communicativo. Quando due cose s’influiscono a vicenda, in
modo che non può crescer l’una senza che cresca l’altra, se si guardano *sinteticamente*
dopo un lunghissimo periodo di mutuo accrescimento, non pajono più naturalmente
spiegabili, e comparisce quella specie di circolo vizioso, di cui si parla
inpanzi, perchè lo sviluppo pieno del l’una suppone lo sviluppo pieno dell’altra,
ed amendue si suppongono talmente a vicenda, che non si sa più qual delle due
debba esser prima. Per isciogliere un problema di tal fatto bisogna
incominciare dal periodo o fase o stadio primo, cioè dal momento men complicato
e meno sviluppato. Allora soltanto si può scorgere la influenza mutua, e come
mano mano vengano accrescendosi l’una coll’altra. Qui trovo un’obbiezione ben
facile. Mi si dirà: avete voi elementi storici ben certi per poter determinare
qual sia stato il periodo primo dell’atto di signare communicamente in Romolo e
Remo. Anzi taluni credono trovare nell'etnografia una base sufficiente per
poter sostenere che il segno communicativo più antico e più elevato e più ricco
di forza plastica. Onde da quelli si crede che l’atto del signare
comunicativamente e andati mano mano deteriorando. Veramente, se debbo
esaminare il mio problema sull’appoggio del solo dato storicio non mi credo autorizzato a dare una soluzione
diffinitiva. Imperciocchè io non son’ uso a sciogliere un problema a posteriori,
e viceversa, so che la *ragione* necessaria delle cose governa la storia. Non
entro ad esaminare se l’uomo e creato adulto o no; o se, dimenticato il
primitivo atto del signare communicativamente, sia stata possibile la nascita
di un atto *nuovo* di signare communicativemente. Non entro in un esame
storico, dal quale la mia semiotica non puo sempre ricavare un risultato
filosoficamente rigoroso. Invece, domando se e possibile, senza precedente
arbitrio alcuno, stabilirsi una communicazione di un segnato tra due uomini per
mezzo di un segno (“o”) anche *involontariamente* (spontaneamente,
naturalemnte) adoperati, e, se trovata l'utilità pratica o prammatica di un
arbitrio mutuo di tal fatto. Si puo fare avvertitamente e per mutuo arbitrio ciò
che prima si è fatto *spontaneamente*. Posta così la questione, non ha bisogno
più della ricerca storica. Si attacca alla natura comune – la ragione -- di due
uomini – una diada conversazionale, Romolo e Remo, Niso ed Eurialo --,
quantunque anche la storia puo venire in conferma di ciò che la cosa deve essere
per natura sua propria – uomo animale razionale. Distingo due specie del genero
segno: ma non e necessario moltiplicare i sensi di ‘segno’ sine necessita.
Primo e un segno naturale, spontaneo, imitative, mimetico, iconico,
assoziativo. Secondo, e a posteriori altro segno – un segno devenuto segno dopo
un mutuo arbitrario. Or sebbene il mittente che usa un specimen particolare di
segno “o” che imita una proprieta naturale spontanea, il segno “o”, sieno per
sè stesso assai ristretto, pure ha questo di particolare. Senza bisogno di
arbitrio mutuo alcuno, e senza anchie aver lo scopo di *conimunicare*
(transfere il segnato) all’altro un qualunque segnato (sensum, percipito), puo
essere adoperati, e producono l’effetto della communicazione (communicato,
segnato) che non e primariamente nell' *intenzione* di nessuna delle due parti.
Nessuno più di un bambino italiano è da natura inclinato ad imitare (‘bow wow’)
i romori che sente o perceve. Non è necessario supporre che questa imitazione (‘bow
wow’) ha uno scopo, fine, volizione, o intenzione (volutum). Il bambino
italiano imita spontaneamente, e signa che e in relazione con un cane, è come
la ri-petizione naturale della cadenza che si esieguono non dall'uomo solo, ma
anche dai bruti. Comincio da questo caso semplicissimo, non perchè io creda che
l’atto del signare communicativamente sia nato in questo preciso modo, ma
quando si cerca la possibilità di una cosa, bisogna ricercarla tra le
possibilità più semplici e più comuni. Imperciocchè, pria che si dice che una
cosa non può essere, è mestieri osservare in quante maniere ben semplici ella
può avvenire. Or vediamo, allorchè un’uomo imita spontaneamente un suono
qualunque naturale (“o-o-o”), che cosa accade nell’altr’uomo che lo interpreta
(l’interprete). Il segno imitato per ragione di semplice associazione o
iconicita richiama naturalmente la percezione della causa che suole ordinariamente
emettere cotal segno. Per esempio, se un bạmbino italiano, senza la menoma
intenzione communicativa, e solo per il puro piacere imitare, esiegue il belato
(‘bah bah’) della sua pecora, chiunque lo sente si rappresenta in quel momento
l'animale che fa quel belạto. Senza *voler* o avere l’intenzione di communicare,
i. e. d’informare ad altro, vi è di già tutto quello – il principio razionale
-- che costituisee la communicazione e
la conversazionale. Un segno, a cui è attaccato una percezione, adoperato la
prima volta, ‘one-off’, spontaneamente, per caso, per imitazione, per qualunque
altra causa, desta la percezione socia, e senza arbitrio mutuo alcuno divien
segno della medesima causa (‘bah bah’ = pecora). Infatti, se il bambino italiano
che imitava poc' anzi il belato della sua pecora, non conosce punto il segno
articolato ‘pecora’, e se io voglio più tardi rinnovare in lui la percezione della
pecora, che altro dovrei se non che imitare il belato medesimo? Nè ciò dipende
da che io conosco l'utilità del segno. Giacchè potrei supporre all'inverso che
il bambino italiano il quale, imitando spontaneamente il belato della pecora
(“bah bah”), si accorse o da un segno (“bah bah”), o dallo sguardo ch’io do
alla pecora, che già mi feci ricordanza della pecora, più tardi il bambino stesso
potrebbe servirsi a ragion veduta di quel belato per riprodurre in me or di proposito
la stessa percezione. Immagino un’altro caso. Se alla vista (visum) di un
pericolo (leone) l'uomo (Eurialo) gitta un grido – “o-o-o” --, un suono
qualunque, quand’anche non sapesse che vi fossero altr’ uomo (Niso), dal che
potrebbe essere soccorso, il grido spontaneo che suole uscire per lo più
involontariamente, spontaneamente, naturalmente - sotto il dominio della paura o
pena, e se a quel grido si ve dessero accorrere altr’uomo, il quale, scorgendo
la posizione pericolosa, viene in aiuto, non sarebbe tosto quel grido spontaneo
“o-o-o” un segno della “chiamata” in aiuto, segno non devenuto da mutuo
arbitrio in principio, nia che per l’effetto ottenuto o la risponsa ottentua
divene base di un mutuo arbitrio in avvenire? Immagino anche un’altro caso più
semplice. Se un'uomo spontaneamente, e senza *intenzione* communicative alcuna,
signa “o-o-o”, il segno più facile ad articolare, e se altr’uomo (Remo, Niso) e
presente e sente o perceve che Romo ha profferito un specimen di un segno, che
cosa mai dovrà avvenire? Non si voltera verso colui che signa? Non è naturale
il rivolgersi verso il punto donde parte il segno? Ebbene, un'effetto si è
ottenuto. Questo segno profferito senza intento alcuno o intenzione
comunicativa alcuna richiama l’attenzione dell’altra parte della diada
conversazionale. Ciò che si è dapprima, one-off, ottenuto senza intento
communicativo o intenzione communicativa, può la seconda volta esser voluto *di
proposito*, voluntariamente, -- def. di verbum in Aquino -- per la utilità che
se n’è ricavata: ripetendosi dunque avvedutamente lo stesso segno, quello è
divenuto un vocativo naturale. E noi osservammo che appunto questa vocale “o” è
il vocative nella Roma di Remo (o tempora o mores) e nella Roma di oggi. L’arbitrio
mutuo o duale dunque non nasce dapprima a ragion veduta, ma nasce per mezzo di
un'effetto o risponsa, che un segno, EMESSO per accidente (“o”) o per
imitazione, consigue. Volendo di nuovo ottenere avvedutamente lo stesso effetto
o la stessa risponsa, non ci vuol’altro che ripetere un altro specimen del
stesso genero di segno (“o”). L’arbitrio mutuo dual è bello e fatto. Or quando
vi sono tante possibilità d'incominciare l'uso di un segno articolato e di dar
luogo spontaneamente a un arbitrio mutuo e duale, come si può dire in tuono
assoluto che sia impossibile l'uso del segno senza aver la preventiva conoscenza
della utilità del segno medesimo? Non dico che l’atto del signare
communicativamente nacque in questo o in quell’altro modo. Dico che vi sono
moltissime possibilità tutte *naturali*, nelle quali l'uomo può avvertire
l'utilità dell'uso di un segno articolato per l’effetto o la risponsa
spontanea, no intenzionata, che ne ottiene, e senza il bisogno di un preventivo
arbitrio duale. Basta questo per distruggere a rigor di logica le basi tutte di
quell'edificio che si vuol fondare sull’impossibilità assoluta che l’uomo signa
senza prima aver conosciuto l'uso e l'utilità dell segno. Ma invero il brutto
ebbero forse insegnato da Dio l'uso del atto di signare communicativamente, con
che communica (o transferre) il suo bisogni, la sua gioia, il suo pericolo, la
domanda del soccorso? Forse non vediamo fin dal loro nascere i varii animali
communicarsi per mezzo di un segno, per lo più *istintivo* -- che causa una
risponsa istintiva, i diversi loro stati? Non puo il brutto perfezionare il suo
atto di signare communicativamente, perchè non ha facoltà di sintetizzare e di
analizzare gli elementi della percezioni, e molto meno ha facoltà astrarre,
siccome vedremo a suo luogo. Ma la co-rispondenza o co-relazione dell’effetto o
stimolo, in esito al suo primo segno istintivo fa si che il brutto lo ripeta
volontariamente; e tutti conosciamo come un animale domnanda il cibo o la
libertà del movimento per mezzo di segni speciali, nel che dalla sua parte vi
ha una specie di “tacito” arbitrio duale (Androcle e il leone), perché l’effetto
ottenuto o la risponsa ottenuta una volta, per ragion di associazione o
co-relazione iconica istintiva associativa, fa appunto le veci di un arbitrio
duale. Se dunque questo segno inferiore è possibile nel bruto, il quale non
astragge, perchè lo stesso principio di spontaneo tacito arbitrio duale non è
possibile fra due uomini! Un uomo, che ha la piena capacità di astrarre, riconosce
più facilmente l'utilità dell’effetti ottenuto o della risponsa ottenuta
dall’altra parte della diada conversazionale, e si crea l'idea generica del
arbitrio duale del segno, dalla quale discende poi come conseguenza la
necessità di *variare*, fare piu ricco, illimitato, creativo, e di fine aperto,
in ragione di questo o quello bisogne, in ragion di questa o quella percezione,
o in ragione di questo o quello concetto astratta. Concepita una volta l’utilità
dell’uso del atto di signare communicativemente, del segno articolato (terza
articolazione), non ci vuol’altro che possedere in fatto la capacità di variare
e combinare *indefinitamente* in modo aperto e illimitato, l'articolazione e la
operazione di questo o quello segno primitivo, e l'uomo possiede già questa
capacità meravigliosa. L’uomo adunque può, da un certo numero di fatti
spontanei in cui il segno è riuscito a *stabilire* un arbitrio duale, elevarsi
all'idea astratta dell’arbitrio duale del segno, poichè da un fatto singole si
forma la sintesi, l'astrazione, e l'idea generica; e possedendo in fatto la
varietà indefinita, componibile, di questo o quello segno articulato primitivo,
è già nel caso di far da sè tutto il resto. Quantunque il segno che compone
l’atto del signare communicativo e per arbitrio muto, pure siccome debbono
*signare* una percezione (S e P), gli tre elementi delle medesime (S, e, P) ed
i concetti astratti, debbono quindi ritrarre le proprietà fondamentali
dell’uomo, cioè la relazione costanti che debbono avere fra ogni percezione, e
ogni operazione o combinazione. Perciò, sebbene e diverso il segno che si
adoperano ne' varii paese dell’Italia per signare il medesimo segnato, pure in
ogni dia-letto vi sono parti fisse del discorso o dell’orazione, vi è una
sintassi necessaria, vi sono in somma una relazione che e comuni a ogni segno.
In primo luogo, siccome ogni percezione rappresenta un risultamento esteriore
ed e anch' esso del risultamento organico subbiettivo, perciò vi ha un fondo
comune in ogni percezione ed è l'azione risultante, che equivale alla somma di
ogni azione sostanziale aggregate insieme. L’azione sostantiva e la aggregazione
di questa o quella azione sostantiva, ecco ciò che è comune a ogni reale ed a
ogni percezione. Quindi in ogni atto del signare communicativamente debbe
esistere un segno addetto ad indicare l’azione risultante in tutta la loro
immensa varietà. Questo e il segno del “verbo” – Varrone, verbum, greco rheo
--, cioè il segno per eccellenza, per chè in verità, tutto quello che si può
rappresentare, ad azione sostanziale si riduce, e perciò il segno del verbo (la
copula) è il fondamento di ogni segno. Ogni proposizione si aggira intorno al
segno del verbo (il S e P), e se vuol farsene un'analisi, la mossa si dee
sempre prendere dal segno del verbo, perchè un segno che non e un verbo non puo
indicare, se non che un rapporto dell’azione risultante signata dal segno
verbo. Inoltre, per questo stesso che ogni azione *risultante* e non basica, e
composte della combinazione di questa o quella azione sostanziali intransitive
ed immutabili, è necessario che ogni verbo ha il loro fondamento in un solo
segno di verbo, e che quel segno del verbo e *intransitivo* (la copula e
intransitiva), siccome e questa o quella azione sostanziale, dalla che nasce
ogni azione risultante, la quale e ra-presentata dal resto della classe del
segno del verbo. Infatti abbiam notato già da molto tempo che in ogni atto di
signare communicavemente vi è un verbo sostantivo intransitivo, il verbo “essere”,
al quale si possono facilmente ridurre ogni altro verbo, decomponendoli in “copula
e predicato”. Io amo è lo stesso che io sono amante. Ed è notevole che ogni
segno di verbo chiamati attivo, o meglio transitivi, perchè denota un’azione
che passa dal soggetto all'oggetto, si sciolgono tutti in un segno di verbo fondamentale
che è intransitivo, o come i modisti dicono neutro – epiceno, mezza voce --,
cioè nè attivo nè passivo. Poichè ciò che è veramente transitivo é la forma del
risultato, ma ognuna delle azioni sostanziali componenti è intransitiva. La
sintesi e necessaria e l'analisi e necessaria, perchè una percezioni e
complessiva e costa di questo o quello elemento, che colla riproduzione,
sovrapponendosi gli uni agli altri, si sintetizzano nel punto simile e si
analizzano nel punto dissimile. Bisogna dunque che ogni segno indica un
composto o complesso proposizionale, e che ogni segno articulato composito e de-compo
nibili. Però, siccome gli elementi di ogni risultato e una azioni sostantiva,
perciò è necessario che ogni segno si puosciogliere in un segno solo che indica
l’azione sostantiva, non come occulta (sub-stantia), ma come realtà, cioè come
essere, onde il *nome* (nomen, onoma – nomen substantivum, nomen adjectivum) non
meno che il segno del verbo, si sciolgono tutti nell'essere, il quale è verbo e
nome allo stesso tempo, ed è appunto verbo sostantivo, perchè indica un’azione
che sta per sè stessa, e che non ha bisogno dell'altrui appoggio. Un nomine
addiettivo e ogni altro segno sin-categorematico che indica quantita, qualita,
relazione, o modalità o relazione, ra-presentano la composizione, il risultato,
la combinzione di questa o quella azione sostanziale, e perciò non e mai da sè
sole, ma ha bisogno di un segno di verbo o di un segno di nomine (S e P), su
cui debbono appoggiarsi. Conciossiachè in verità la consposizione e qualunque
suo modo di essere non può stare senza questo o quello componenti, anzi non è altro
che la somma medesima di questo o quello componento. Però, siccome la
composizione è una forma complessa, e come tale si distingue da cia scun
componente, quindi è che tutte le parole indicanti modd lità, quantità e relazi
ni, conie gli avverbii, le preposizioni, le congiunzioni, gli aggettivi, ec.
non sono riduttibili al solo verbo essere, nè al solo nume essere, a differenza
del segno del verbo e del segno del nome che ogni segno si reduce al verbo
sostantivo “essere”. Nel tempo stesso non possono sussistere per sè, ed han
continuo bisogno di questo o quello essere (il S, il P), perchè la composizione
non può stare senza di questo o quello singolo componento. Sotto tai riguardo
la differenza che passa tra ogni segno che indicano la quantita, la qualita, la
relazione, e la modalità dell’azione sostanziale e quella che indica l'azione
medesima, e quella stessa differenza che esiste tra il tutto e la collezione di
questa o quella parte che lo compone; imperocchè il segno del verbo, e
principalmente il verbo “essere”, nel quale ogni segno di verbo si sciolgono,
indica la collezione di questa o quella azione, mentrechè il segno del nome
aggettivo, il segno del avverbo (ad-verbium, come la particola “non”), la
preposzione (in latino, i casi), il signo di congiunzione (copulativa, e,
adversative, ma), ec. indica come questa o quella azione e disposte, e che
relazione ha fra loro, in ogni vario gruppo che compone. Siccome ogni gruppo di
azioni è un *risultato* che subisce questa o quella modificazione
(declinazione, congiuggazione) secondo i cangiamenti parziali del numero (singolare,
duale, plurale) e della posizione di questo o quello componento, cosi vi ha una
sintesi fondamentale in ogni parte simile che nel risultato e ferma, e vi ha una
continua analisi di ogni parte variabile ed accessoria. Per questa ragione e
necessario il segno radicale che esprimono la parte *sintetica* fondamentale, cioè,
il fondo permanente dell’azione: il radicale poi si va cangiando nella sua
desinenza (uomo, uomni, pater e familia, paterfamilias), o in suo articolo
definito (il – ille, la -- illa) o indefinito, “segna-caso”, ed ausiliare, per
indicare ogni variazione e accessorio che in torno a quel gruppo fondamentale
di questa o quella aziona si effettua. Il atto di signare monosillabica dei
cinesi supplisce a ciò coll’accozzare diverse sillabe, cioè diverse segni, di
cui ognuna esprime una idea, e tutte unite esprimono un complesso. Una idea
fissa si esprime con un signo fisso. Una segnato variabile si esprime con un
segno variantie. Sorge da ciò la necessità del segno derivativo, del segno
della desinenza e del segno del prefisso, infisso, e suffisso, come anche la
necessità di trasformare in maniera avverbiale un nome e un verbo, e di operare
ogni cangiamento di preposizione in verbo ed in nome, dell’aggettivo in
sostantivi e viceversa. Poichè, fissa la forma fondamentale, ogni mutamento di
forma debbe esprimersi con cangiarli secondo il bisogno e secondo la relazione
che vuolsi esprimere tra un gruppo di azioni ed un'altra. Finalmente vi ha
un'altra forma obbligata in ogni costruzioni del discorso, ed è quella del
giudizio, poichè ogni proposizione – in ogni modo – indicativo, imperative --
in giudizio o volizione si risolvono, e come si va da un giudizio all'altro per
mezzo di una connessione, così la proposizione prende forma concatenata e
compone un period (protasi, apodosis), e questo periodo s'incatena con quello
periodo e forman un discorso. Però è no ievole che l’operazione dell'analisi e l’operazione
della sintesi spontanea non puo altrimenti annunziarsi che sotto forma di “proposizione”,
cioè di giudizio o volizione; quantunque agli occhi perspicaci del filosofo
anche un segno solo, considerata nella sua radicale o nella sua derivazione,
indica benissimo l’operazione analitica che vi è dentro. La ragione, per cui
non si può annunziare ad altri, che sotto forma di giudizio, una completa operazione
di sintesi e di analisi, si è appunto questa, che quando si annunziano ad altri
cotali operazione di sintesi o analisi, vi è di già il concorso della
riflessione, e perciò non si annunzia altro che il risultato ultimo della
sintesi e dell'analisi riflessa, il qual risultato e il giudizio e la
volizione, ambe due con contenuto proposizionale. Onde si ha che nello singolo
signo si rappresenta le sintesi e le analisi spontaneamente fatte, e nel
complesso si rappresenta il risultato totale, che perciò appunto veste la forma
di giudizio o volizione con contenuto proposizionale. Da tutte queste osservazioni
emerge che il segno e la sua costruzione (sintassi) in ogni popolo – o paese
d’Italia -- debbe avere una forma fissa (semiotica agglutinativa) e una forme
variabile (semiotica componenziale), siccome il risultamento organico
subbiettivo ed il risultamento esteriori obbiettivo ha una forma fissa e una
forme variabile, poiché il segno debbe necessariamente prendere lo stesso
aspetto del segnato. In ogni segno possono riguardarsi due parti distinte, cioè
il segno e la costruzione del segno. Ogni segno è segno di una percezione, o di
una parte di percezione, o di un'idea o concetto (signato). La costruzione del
segno ra-presenta ogni relazione che ha questa o quella percezione, questa o
quella idea, questo o quello segnato. Onde il signo è lo specchio più sicuro
del grado delle conoscenze di un emittente del segno. Poiché la povertà o la
ricchezza del repertorio semiotico e di questa o quella forma di costruzione
indica quante percezioni, quante idee, esistano presso il medesimo emittente,
ed in quante maniere sa metterle in relazione
fra di loro. Però è notevole una cosa, che forse non è stata abbastanza
studiata sino al presente. C’e un segno (“colletivo”) che non esprime una
percezione sola o una idea sola, ma serve ad esprimerne più di una. Per sapere
se mai una di tale segno esprima una idea piuttosto che un'altra, fa d'uopo
stare attento alla *forma* del discorso, dall' insieme del medesimo, come anche
dalla forma della costruzione, si ricava ciò che precisamente si vuol signare
col segno che si adopera. Questo fatto è ben noto ai filosofi sensista; ma
forse la causa del fatto non è da loro cercata con rigore semiotico. Acciocchè un
segno sia adoperato a signare un segnato diverso d’altro segnato
(equivocazione), è necessario che il segno in origine appartenga ad un segnato
solo; poichè non è presumibile che siasi voluta fare un arbitrio dual anfi-bologico
(equivocazione – para-bologica – il rasaio di Occam), cioè un arbitrio duale di
usare un segno solo per rappresentare un segnato e altro segnato, appunto per
far nascere la dubbietà di sapere il segnato che propriamente vuolsi indicare.
Allorchè dunque si presenta un segnato nuovo, che perciò non ha ancora segno
proprio, il segnato stesso fa sperimentare il bisogno di trovare o inventare o
concevire un segno per indicarlo, ed in pari tempo il segnato (es. spirito) fa
svegliare l'idea socia di un segnato simile avente un segno proprio (spirare).
Allora l'uomo prende quel segno, e se ne serve per indicare il segnabile
novello ch' è ancora propriamente IN-segnato. Questo bisogno si sperimenta più
di tutto nell'esprimere una idee astratta (‘implicatura’), a cui mano mano un
emittente si eleva; e perciò si serve del segno che indica un segnato, quanto
più è possibile, somigliante a quella idea (im-piegare). Nasce cosi l'uso del
traslato: un segno, che propriamente è servito ad indicare una segnato (lo
spirare), è adoperata a signare un'altra (lo spirito) che solo ha con essa qualche
somiglianza. Il traslato di tal fatta e una necessità, perchè la presentazione
di un segnabile IN-signato conduce al bisogno di signarlo, e non potendo formarsi
sul momento un segno apposito per l'impossibilità di fare un pronto arbitrio
duale, si ricorre più prestamente al segno del segnato simile, lasciando pure
al resto del discorso l’incarico di mostrare la diversità e la novità del
signabile previamente IN-segnato, pel quale si adopera una segno. Ma oltre a
ciò vi ha pure una necessità di usare un segno da traslati o metaforicamente,
quantunque il signato che vuolsi esprimere ha segno suo proprio. L’esattezza
del segno appartiene sopra tutto a quel filosofo oxoniense che e avvezzo alla
precisione del segnato e del segnabile non segnato, e che valutano ciò che
propriamente esprima ciascuno dei segni, che essi adoperano per indicarle. Ma
il numero maggiore degli uomini non può mai aver fatto queste esatte
meditazioni, e molto meno può aver l'abitudine del linguaggio preciso. Inoltre
gli uomini, spinti dal momentaneo bisogno di communicare il segnato, e molto
più quando sono sotto il dominio delle passioni che maggiormente l'incalzano,
non han tempo a ricercare il segno che esattamente corrisponde al segnabile IN-segnato.
Allora succede un'effetto ch' è tutto proprio dell'associazione delle idee. Si
presenta un segnabile che non richiama prontamente alla memoria il suo segno,
ed invece richiama per ragion di similitudine un'altra percezione segnata che
ha pronto il segno. Allora l’emittente, senza metter tempo ir mezzo, si
approfitta di questo segno cognosciuto per indicare, non il segnato proprio, ma
un segnabile simile; e cosi si la un'altro genere di traslato, cioè il traslato
metaforico. L’interprete o recipiente e pur'essi obbligato da quel segno a
passare dal segnato simile non propria al segnato propri; e ciò, quando la
similitudine calza bene, riesce a proccurare una maggior persuasione, come pure
riesce a rappresentare lo stato di esaltamento dell'animo del emittente, quando
lo si vede correre rapidamente di segnato in segnato, senza aspettare la
corrispondenza esatta del segno, é con servirsi di un segno che indicano un
segnato simile. Quest'altro genere di trasláti è anch'esso una necessità,
perchè la maggioranza degli uomini non può sempre misurare il segno, e molto
meno lo può, quando è sotto l' ardore delle passioni, o nel momento di una
pubblica arringa, in cui il segno naturalmente si eleva colla metafora per l’imperioso
bisogno di esprimersi con qualunque segno si presenti più adatta. Con questi criterii
è ben facile giudicare, perchè vi sieno emittente di repertorio ricco ed
emittente di repertorio povero, perchè vi sieno emittente di repertorio riccho
e emittente di repertorio povere di forme, ed in qual rapporto stieno tra loro
l'abbondanza e la povertà degli uni e delle altre. Il emittente men civilizzato
e meno avvezz alla riflessione filosofica, avendo un minor numero di segnati, debbono
esseri poveri di segni; ed a misura che son poveri di sengi, più abbondano di
traslati, perocchè ad ogni nuovo sengabile che ai medesimi si presenta debbono
adattare per similitudine un segno. Queste emittente però diventa di un
repertorio ricchissime di forme, ed inclinano quasi sempre alle circonlocuzioni
(perifrasi) ed al figurato (metafora). Ciò è ben naturale, perché la forma
stessa del discorso deve dare a comprendere che el sengo non venga adoperata
nel uso suo ordinario, ma in un uso di somiglianza, in un uso figurato o
allegorico. Questo emittente si presta anche facilmente alla nascita di un
segno composto (bi-cicletta), perchè sentono il bisogno di accoppiare due segni
indicanti oggetti proprii, per segnare un segnabie che ha una somiglianza con
ambidue uniti insieme (portmanteau). Perciò questo emittente contiene un signo
radicale che si prestano ad inflessioni molto diverse, e per quanto son povere
di radice originaei, tanto son ricche di composti e derivati. Per ciò sogliono
chiamarsi il più anticho emittente. Non vuolsi confondere un ricco repertorio
delle forma con un ricco repertorio di segni, nè si deve credere che la
ricchezza delle forme sia indice della perfezione maggiore dell’emittente,
molto più quando non è congiunta a - ricchezza vera di signo. Al contrario, i
segni di più avanzati nella riflessione e nella civiltà hanno un più esteso
numero di vocaboli proprii, e fanno molto conto della purità e della proprietà
del segno: onde esse sono più aliene dalla sinonimia, scansano le figure, e
adoperano al bisogno strettissimo i traslati. Queste linyne si prestano meglio
all’esattezza scientifica, ma quanto sono rigorose, tanto son più fredde,
poichè non si confanno collo stato dell'uomo appassionato, il quale afferra
qualunque segno avente somiglianza col segnable che vuole signare. Un emittente
i di tal sorta non e nato con quella esattezza fin dalla loro origine; perciò
porta l' impronta di molte radicali, di molti decivativi e di traslati che
appartennero all'epoca più antica. Tutti questi però coll'andare del tempo
hanno acquistato segnati loro proprie; cosicché non si ha più l’idea di un
traslato o di una metafora in ciascun segno, ma vi si scorge un segnato tutto
proprio (By uttering ‘You’re the cream in my coffee’ I sign that you are my
pride and joy). Ciò prova che questo fenomeno e recente, e figli, anzichè padre.
L’emittente e ricchissimo nel repertorio di segni, ma molto povero nel
repertorio di forme poichè ogni segnato ha segno proprio che esattamente lo
segna, e perciò le relazioni delle proposizioni sono meno intralciate, son più
semplici, e sempre più si avvicinano alla forma fondamentale di ogni giudizio o
proposizione: soggetto copula e predicato. Un'altra osservazione debbesi pur
fare intorno a queste due specie di emittente. Quello che e più antico, più
abbondante di figure e di traslati, meno ricchi di segni che di forme, segna il
segnato per come si presenta in forza del l'associazione, e perciò nella loro
costruzione-riescono sempre più intralciati; cosicchè il soggetto dell'azione
sostanziale, l'azione sostanziale stessa, ed il suo oggetto, non van sempre in
ordine progressivo, ma per come si associano tumultuosamente un signato
coll’altro, cosi l'esprime: quindi la necessità di molti incisi e di molte
trasposizioni del signo. Al contrario, l’emittente più riflessivo, più
abbondanti di segni e men ricche di forme, abitua ad un'associazione d'idee più
ordinata, e perciò la proposizione conserva la fisonomia ordinaria del
giudizio, senza il tumulto d'idee bruscamente congiunte. Per questo un
emittente antico (Catone) non e più intelligibili a noi, se prima non mutiamo
la sua costruzione, da noi chiamata “indiretta”, in un’altra costruzione più
conforme all'ordine logico delle idee che diciamo “diretta” e che a noi è
divenuta più abituale. Se si interpreta an pezzo di Catone colla costruzione
stessa che ha nell'originale, non sarebbe mica intelligibile. Intanto si scorye
da ciò che al linguaggio appassionato ed oratorio, a quel linguaggio, che ha
bisogno di esprimere le idee per come si presentano nel tumulto delle passioni
o nel calore della perorazione, l’emittente antico e meglio adatto, e quella
stessa costruzione intralciata rileva vie maggiormente l'originalità e la
spontaneità dell'associazione delle idee. Al contrario, l’emittente nuovo si
presta meglio alle opere scientifiche, e per sostenersi nella poesia e
nell'oratoria ha bisogno di pensieri per sé stessi clevati, non potendo sperare
il loro effetto dalla varietà della forma e dallo stile figurato. Io non scendo
a particolari confronti tra stile e stile, poi che qui m'intrattengo dell'alta
semiotica generale. Lascio al non-filosofo lo applicare questo principio che nascono
dalla natura stessa del segno, dallo stato più o meno amplo delle idee e dal
corso delle loro associazioni. Solamente debbo notare che il migliore emittente
debbe esser quello, il quale accoppi i due diversi vantaggi, dello stile
figurato e dei traslati quando abbisognano, e della precisione rigorosa quando
è necessaria. L’emittente antico non puo riunire questi due vantaggi insieme,
se non che in un caso solo, quando cioè il popolo italiano è passato colla
medesima lingua dal primo periodo della spontaneità a quello della riflessione,
dall'epoca della poesia (mythos) a quello della filosofia (logos). Bisogna però
in tal caso che il popolo italiano mantenga i due registry in un solo sistema:
l'ordinario o basso ed il sublime o alto, il rigoroso ed il figurato. Questo
emittente e ricco di segni e di forme allo stesso tempo, ma pecca di molta
sinonimia, ed in generale offre un'esempio rilevante, che coloro, i quali
adoperano il rigistro esatto, non sa più riuscire nell'altro registro. Wikipedia
Ricerca Affezione Lingua Segui Modifica Il termine affezione (dal latino
affectio, sinonimo di affectus) nel linguaggio comune è usato nel significato
di "affetto", inteso come un sentimento di benevolenza verso il
prossimo, di intensità minore della passione. In filosofia il lemma
indica tutto ciò che avviene nell'animo determinandone una modificazione:
l'affezione è ogni «fenomeno passivo della coscienza», ossia la condizione in
cui si trova chiunque subisca un'azione o una modificazione[2]. AristoteleModifica
In Aristotele, in senso generico, l'affezione è ciò che si contrappone all' ἔργον,
(azione): il πάϑος, il "patire", una delle dieci categorie che si
possono predicare dell'essere. I sensi producono affezioni con i dati
sensibili, che provengono dagli oggetti esterni, sull'anima, che come una
tabula rasane viene impressa, dando luogo così all'inizio del processo
conoscitivo. L'affezione può anche riguardare un cambiamento di
stato, cioè «una modificazione o carattere sopravvenienti a una sostanza, come
l'essere musico o l'essere bianco per l'uomo» In senso più ampio, sempre
in Aristotele, poiché dagli oggetti esterni provengono quegli elementi che
provocano nell'anima modifiche non solo sensibili ma anche sentimentali come il
piacere, il dolore, il desiderio...ecc., le affezioni coincidono con le
"passioni" della sfera etica Quest'ultimo significato si ritrova
anche in Cicerone, che adotta affectionescome sinonimo di perturbatio animi o
concitatio animi. Anche Agostino d'Ippona usa i termini perturbationes,
affectus, affectiones come sinonimi di passiones. La funzione delle
affezioni. Nella storia del pensiero la funzione delle affezioni viene
considerata in tre diversi modi: con Platone e il platonismo, poiché il
comportamento buono si basa sulla conoscenza del vero, le affezioni sono
dannose perché influiscono negativamente sia sulla conoscenza che sul
comportamento morale. Su questa stessa linea di giudizio sono Cartesio,
Spinoza, Leibniz, e soprattutto Hegel, che fanno rientrare le affezioni — sia
per la conoscenza che per la moralità — nell'ambito della false o confuse idee.
Nella filosofia aristotelica e in quella epicurea le affezioni sono valide
nell'ambito conoscitivo, poiché i dati sensibili ricevuti passivamente dal
soggetto sono sempre veri, mentre falsi sono i nostri giudizi anticipatori
(prolessi) delle sensazioni vere e proprie. Le affezioni sono valutate
positivamente anche dal punto di vista morale, poiché non esiste uomo senza
passioni, quindi il problema non è quello di eliminarle ma di moderarle
(μετριοπάϑεια). Con lo stoicismo le affezioni sono ineliminabili dal punto di
vista del processo conoscitivo, mentre vanno messe da parte nei comportamenti
morali, che non devono essere compromessi dalle passioni. Il saggio è colui che
raggiunge l'apatia, l'indifferenza alle passioni. Kant Secondo Kant, per le
nostre intuizioni è indispensabile che il nostro animo sia "afflitto"
(affiziert, "affettato") dalle affezioni. Quella della ragione
sarebbe una falsa conoscenza senza le affezioni sensibili. Se invece noi
intendiamo le affezioni come passioni allora il loro ruolo è puramente
negativo: esse sono, non diversamente da quanto aveva inteso Cartesio, «cancri
della ragion pura pratica, per lo più inguaribili. Il concetto di
affezione tuttavia fa nascere nella dottrina kantiana un problema relativo alla
dicotomia fra fenomeno e cosa in sé. Se l'affezione è tale nel senso per cui i
sensi del soggetto vengono modificati dall'oggetto, poiché spazio e tempo sono
parte della nostra intuizione sensibile come "a priori", indipendenti
dall'esperienza, e il noumeno è per definizione inaccessibile ai sensi, dove
mai l'affezione fisicamente modificherà la nostra sensibilità? Kant per uscire
dalla difficoltà parla allora di affezione come il risultato di un rapporto
causale, intellettivo e non intuitivo sensibile, tra l'oggetto e il soggetto
percipiente. Le categorie senza intuizione sono vuote, ma l'intuizione empirica
senza le categorie non porta ad alcuna conoscenza. NoteModifica ^
Dizionario Treccani di filosofia alla voce corrispondente; Enciclopedia
Garzanti di Filosofia alla voce corrispondente Aristotele, De Anima,
Aristotele, Metaphisica, (in Sapere.it alla voce "Affezione") ^
Aristotele, Rhetorica, Cicerone, Tusculanae Agostino, De civitate Dei, La
passioni sono una "malattia" della razionalità. Sono utili per la
vita come l'istinto di sopravvivenza ma impediscono la serenità dell'uomo
razionale. (In Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti, Dizionario
Treccani di filosofia alla voce corrispondente ^ I. Kant, Critica della ragion
pura, Estetica trascendentale Cfr. I. Kant, id., Dialettica
trascendentale ^ I. Kant, Antropologia pragmatica Kant, Critica della Ragion
pura, Analitica trascendentale, 24 Voci correlateModifica Modo (filosofia) «affezione» Portale Filosofia. Intelletto
facoltà della mente di intendere e concepire Critica della ragion pura
libro del 1781 di Immanuel Kant Pensiero di Kant. Nome compiuto: Simone
Corleo. Keywords: filosofia morale, filosofia dell’identita, filosofia universale,
meditazione filosofica, logica, antropologia, sofologia, noologia, noetica-estetica
-- linguaggio ordinario, principio dell’identita, Aristotele, la sostanza,
l’universale ontologico, la categoria come universale ontologico, segno,
signare communicativamente, segnabile, sensibile – nihil est in intellectu quod
prius non fuerit in sensu -- segnato, emettente, repertorio di segni,
repertorio di forme, composizionalita, communicazione primitive, pre-arbitrio pre-convenzione,
pre-consenso mutuo, spontaneita, naturalita, associazione, iconicita, bah-bah,
peccora, conversazione adulto-bambino, il vocativo “o” emesso sense intent
communicative – signa naturalmente che e necessaria l’attenzione spontanea,
scenario ii. Romolo e Remo, Eurialo e Niso. Le parti dell’orazione, il verbo e
le categorie agruppatta in quattro funzione: quantita, qualita, relazione,
modalita. Il nome sostantivo, il nome addgietivo, il avverbo, le particelle, la
congiunzione, il vocative “o” – la forma del giudizio e la proposizione
semplice “S e P” – modelo filosofico dello svilupo del signare
communicativamente – dello spontaneo (arbitrio duale tacito) al arbitrio duale,
l’idea di un gesto come SEGNO di una affezione dell’animo – DUALISMO? Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Corleo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cornelio:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Giove, Ganimede,
e Prometeo – scuola di Rovito – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Rovito). Filosofo cosentino. Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Rovito, Cosenza, Calabria. Grice: “I love
Cornelio – he has a gift for titling his treatises: gyymnasma!” “My favourite of his gymnasmata is the one on what he calls the
‘generation’ of ‘man’ – in Roman, ‘homo’ is said to come from mud, humus – and
this is strange because Prometeo created man out of mud – In Rome, the more
Catholic your philosophy is, the more ‘Aquinate’, as it were, the less Hegelian
and Platonic – so trust an Italian philosopher to believe in the Graeco-Roman
myth of the ‘generation of man’ than the story of Adam’s spare rib, etc.!” Si forma alla
scuola cosentina sulle teorie anti-aristoteliche diTelesio, molto studiato nei
salotti. Studia a Roma, approfondendo e facendo proprie molte tesi galileiane.
Conobbe il naturalismo telesiano e campanelliano, di cui fu erede il suo tutore
Severino. Insegna a Napoli, portando la filosofia di Cartesio e di Gassendi.
Nel “Pro-gymnasmata physica” sono esposte la sua teoria filosofiche. Altre
opere: “Pro-gymnasmata physica”; “Epistola ad illustriss. marchionem Marcellum
Crescentium”; “De cognatione aëris et aquae”; “Epistola Ad Marcum Aurelium
Severinum”. Dizionario biografico degli italiani. Quæ in hoc volumine continentur
animalium conformatio ex inspectione er ex aque, ac terre expira ouorum percipi
facile patest tionibus ætheri permiftis
con animalium ex semine conformatio de stituitur scribitur aer ob vsum
respirationis recentari de animalium pars primigenia non iecur neque cor, neque
fanguis ter præter modum diſtraktus aut com animantes exſectis teftibus quandoque
preffus vite animalium et ignis con filios generant. fernationi inutilis antiquorum
varix de.rerum initijs opi aer nisi vaporibus aqueis permiſtus re niones
spiritioni inutilis apoplecticorum et ftrangulatorum aer infra aquam demerſus à
fuperftan mitis est exitus tis aqua pondere comprimitur Aqua frigore concreta
rarefcit, et in ma. Aeris in reſpiratione quis vſus. iorem molem ampliatur. aeris
per neceſitas tum ad vitam ani aqua quomodo in vapores foluatur malium tum ad
ignem conferuan in glaciem concreſcat dum Aqua fenfu iudice neque
contrahi,neque Aeris grauitas diftrahi potest Aeris color caeruleus onde aqua
triformis Arris, Aquarum pondus fub eifdem Aquis ineſſe non poteſtnotabilis
quanti demerſi curnon ſentiamus. tas aeris Akris compreffio,ea diſtractio nifi
æthere Archimedes ingenj doctrinæque prin admiſſo nequit explicari ceps Aeris
ex aqua generatio Ariſtoteles animaduertit in generatione Aztheris ſubſtantia
omnino admitten diuiparorum fieri.conceptus ouifor da Alibilis fuccusad cor
confluit Aristoteles ab attico platonico philo animalia amphibia cur sub aquis
distid fopho notatus si le ſine spiritu viuant Aristoteles cur priuationem
inter prin Animalia pulmonibus prædita cur niſi cipia numerauerit reſpiraverint
citiffimemoriuntur Aristotelis de loco fententia improba animalia, quæ
interclufo fpiritu fiiffa cantur dexterum cordis ventriculum, Ariſtotelis
principia diffentanea. pulmones babent multo fanguine Ariftotelis quàm galena doctrina
de ge refertos. neratione animalium fanior ar mes tur arteriæin vteros
prezrintinm perti mentuan mentes frequentiores, ampliores Calor omnis animalium
eflà Janguine fiunt Aiteris non moventur à ri pulſifica eiſ- calor nonnunquam
diſſimilis nature cor dem à corde communicata, fid ab im pore congregat pulfu
fanguinis Calore corpora non femperrarefiunt, Arteriæ omnes eoderntemporis
puncto Calore cur omnia diffoluantur, atque li. ab impulſu fanguinis mouentur,
tam queſcant que cordis proximefunt, quam quæ à Caloris naturaex Platone
explicatur corde longiſſimèabfunt. Cauernæ in quibushomines fuffocantur, arteriarum
venarumqueplexus, atque ignisextinguithi' implicatio ibi eße folet vbi fit
aliqua Chyli in ſanguinem mutatio quomodo ſecretio fiat. Aſtrologia
conieéturalis vanitas Cloylus ad inteſtina de aplies duobus li
quoribuspermiſcetur attractioni vulgo tributi motus re vera chylum ounem per
lacteas venas trana. pendent à circumpulſione refulſo prodideruntiuniorcs Auftifichs
ſuccusper membranas, a Chymix cognitio ad Thyſiologiam illis neruos in partes
diffunditur ſirandam perutilis Auftificus fuccus ab Arabibus obfer- chymici
magnam cladem galenicæ fa Uatus,fedperperam iudicatus. &tioni attulere cibaria
non eo quo ingeruntur ordine Ilis à fanguine in iecinore fecerni B permanentin
ventriculo tur cibi pars e ventriculo fiatim elabitur Bilis nõ eſt
fanguinisexcrementun antequam integra maſa confefta fue Bilis nutritiumfuccum
diluit, et fluxum reddit ciborum concoétionem auctores diuerſa Bilis vtilitas
rationeexplicant Brahaus illuftris Aftronomus à predi- cibus in ventriculo
quomodo conficia Etionibus aftrologicis abstinuit Bruni de mundanorum innumerabilitate cibus non
à folo calore conficitur sententia refellitur cibus in ventriculo fermentarur
Brunus voluminibus ſuis nugas inferuit. Cibus in ventriculo coctus non femper
albicat Cibus non detinetur in ventriculo donec Alidorum halituum magna vis in
totusfuerit confectus exterendis duris corporibus Cola piſcis cur amphibiorum
more diu Calor cæleftis est eiufdem nature, atque tule fub aquis viuere
potuerit elemenearis Conceptus omnes viviparorum ouifor culor innatus
eftmedicorum inane com mes ſunt Con rit. tur. с Copernicus ab Italis mundani
systematis FFelleus, Gʻaqueus humor cuit Condensatio, et rarefaétiofine
tenuiſſima quod ob defluxum bydrargyri inane ætheris fubftantia explicari non
po videtur teft F Elle nullum animal caret. notitiam arripuit quibus Copernicus
maximus astronomus prædi. chylus diluitur,iterato fæpius circuitu &tiones
aſtrologicas improbauit ad inteftina reuoluuntur cor motum non habet à cerebro,
fed inſe Fermentatio quid ſit ex Platone, ip, o cietur, cpalpitat Fermenti vis
à calore excitatur. ibid. Cordis motus fit ab balitibusin eiuſdem Firmicus
reprehenditur lofibras influentibus flamma cur fine pastu permanere ne Cordis
motus nõ excitatur àferuorefan queat guinis, vt Ariftoteli, Carteſio pla-
Flamma cur faſtigietur in conum, ibid. Fæmina ſubminiſtrat materiam omnem
Corpora je inuicem propellere poffunt, ex qua fætuscorporatur non autem
attrahere Fæminæ genitura non carent D Feminarumgenitura an aliquid conferat
Ifferentis inter conceptus ouip.rros, adgenerationem Fætus vita non pendet à
vita matris Dɔny Volumen de natura hominis fætus cum propria tum parentis vi ab
utero excluditur E Frigore nonnunquam diſſimilis nature Lectrum
quomodofeſtucasattrahat. corpora ſegregantur experimenta ludicra quatuor primum
Alenus ab Ariſtotele maximis de orbiculorum in aqua alternatim a rebus
diſſentit frendentium, defcendentium Galenus Platonis fententiam de circum secundum
orbiculorum in tubo dque pulſione non eſt affecutus pleno fuerfum deorſumque
recurrena Galeni experimentum de fistula in arte. - tium ad nutum eius, qui
tubi oftium riam immiſa oſtendit arterias ab im digito obturat pulſie fanguinis
moueri tertium orbiculorum in tubo retorto Galeni Secta cæpit deficere
aſcendentium defcendentium pro Galenice fattioni magna clades d chy paria tubi
inclinatione micis eſt illata quartum orbiculorum ex imo furfum galenice
medicine summa aſcendentium propter diſtractionein Galilæus de atomis, inani
aliter vidé aeris in eiſdem conclufi tur decernere, ac Democritus et Epi
Experimentum quo Verulamius probat curus aquam comprimipole eſt fallax Galileus
omnium primus physiologiam experimentum Torricelli de spario, com Geometria
iugauie Ga Gevens ifotelemaximisde Galilcus aſtronomicarum rerum peritif
Hippocratimulta tribuuntur, quecom. fimus improbauit aſtrologicas prædi mentitia
funt ctiones" Hobbes fententia de ſubſtantia inter al GALILEI (si veda) Carteſi
aliorumque iuniorum rem et aquam media. doctrina phyſicapræftantior quam homo à
teneris annisita potefl educari, antiquorum vt amphibiorum more ſub aquisdiu
Genituraquid,vnde prodeato tius viuat Genitura non fit in teftibus Homo incerto
gignitur fpatio Genitura in procreatione animalium ef- Hominis genitura non est
eiufdem ratio ficientis tantum caufa vim habet. nis cum femine ſtirpium Genitura
non eſt pars, feu materia con Hornunculorum generatio à Paracelſo fituendi
conceptus: propoſita commentitia eft Genituræ craffamentum oua, et conte
Humanusfætus recens formatusmaiu ptus minimè ingreditur Sculæ formica
magnitudinem vix fum Geniturepars, quæ efficiendi vim habet, perat oculorum
fugit aciem Geniture vis per occultum agit corpora quantumuis denfa penetrat Sanguinefecernere.
Ecinorisprecipuum munusest bilen Geometrie Paradoxa nonſemper plyſInanenihil
eft. cis diſquiſitionibus aptantur so Ingenia ad philofophandum idonea que
Glandulg cur maiores et frequentiores nam fint. in tenellis, et pinguibusanimalibus,
Initia rerum naturalium abftrufa. quam in ſenioribus, &macilentis, in omni motu
fit reciproca corporum dla translatio Glandule
fecernunt auctificum ſuccum Iuniores multa fulicius inuenere quam à reliquo
fanguine Priſci. 4 Glandularum vtilitas. ibid. K Græci curdoctrine ſudijs cæteris
natio nibuspræcelluerint probauit aftrologicas predi&tio Grauiora corpora
etiam à leuioribus ju. perftantibus premuntur L Grauitas quid L Ac quibus vis
feratur' ad mam H mas Hanimalium accuratiſſima. Aruei obſeruationes
degeneratione lacervberibus virorum, &virginum frequenti fuetu prolicitur Harueius
in obferuando diligētior, qaam Lace papillisrecens natorum extillans.. in
iudicando Hippocratis de calore Paradoxum. lac in ventriculo pueri coagulatur Hippocratesanimaduertitfetum
in man ' Latte columbs-nutriunt pullos ſuosprin tris vtero alimentum exfugere
mis diebus Laa nes Luuleirum venarum nonnulla cum me. Saraicis coniunguntur medicina
praua quadam conſuetudina Lamine complanatæ mutuo contactu co. hominibus
infimæfortis tractanda re hærentes cur niſi magno conatu diuelli linquitur
nequeant Medicina rationalis ſuper falſis hypothe. Lansbergius' excellens Aftronomus à fibus hactenus fuit ſuperstructa predi&
tionibus aſtrologicis abſtinuit. Medicina Græcorum continet inanes conie turas
et fallaces præceptiones, Lien per flexuojam arteriam craffioren fanguinem
excipit Medicina inconftantia, Seftarum va Lien craffiorē et impuriorem ſuccum
ex rietas. cibireliquisſecretum ſuſcipit Medicinam pauciffimi Romanorum fa
Lienis vtilitas, Arụctura Etitarunt Lumennon eft in rebus, fed fit in ipfo Membranarum vtilitas, dentis oculo Motus ad
fugam vacui vulgo relati pen Luminis naturaexplicatur dent à
circumpulſionefuperftantis ae. ris maseratica vis diſimilis elektrick: Mund for
printeriplexdifferentia mini. Men Maßarias iuniorum gloriæ infenſus Mundi magnitudo incomprehenſa. ibid. Materia
exqua fætus corporatur eſt al N bugineus lentor ſinailis ouorum albus Aturæ
ratio ex ipſa potiusrerum Mathematicæ diſciplinæ fummam inge paranda stü aciem
defiderant Naturalis historie cognitio ad Phyſiolo Mathematicarum disciplinarum
notabile giam malde necellaria incrementum O Medici latina verba
importunèeffutiunt, Bferuatio noua deforaminibus in vt imperitorum plaaſum
aucupen. interiorem pentriculi tunicam.: tur biantibus. Medici periculofus,
&ancipites morbo- obſeruatio noua de pensatorum ventri. rum curationes
inftituunt, culis. Medici perperam diuidunt partes in ſper. Obferuatio noua
lenti humoris in ventri maticas,atque fanguineas', culo exiſtentis Medici
rationales quam profitentur', Obſeruatio viarum, que nouum alimentū. ſcientiam
omnino ignorant ex ventricnli fundo excipient Medicis familiare eft mutuainter
fe ia. Oetimestris partus non minus pitalis Etare conuicia quam ſeptimeſtris
Medicorum improbitas Ouiformis conceptus in viviparis habet Medicorum inſcitia
reprehenditur, vcram ſeminis rationem Ouum gr Pusega Perguedus nouisobfervationibusfretus
R Frisvarijoeleis queriamlitar $ Strguis I i Ouum fæcundum b.abet rationem
femi- Ptolemai Copernici, &Brahei mundan nis in ouiparis Systematis pofitiones
manca im perfecte Ancreatis ductus vtilitas Pueri cur facilius mathematici effe
pof fant,quàm phyſici,aut politici. Paracelſus d plerifque propter obſcurita-
Pulli ex quo generatio defcribitur tem deſertus R opinion Erum natura vix alibi
quàm in li Pecquetus obferuationibus quæriſolita bematofin tribuit cordi, non
iecinori. Refpiratione cordis æſlum temperari fal sò creditum est Pestilentix
confideratio philosophandi ratio inſtituta à noftri fæ Anguis non eſt ſuceus
ſimplex, nec culi auctoribus laudatur. tamen continet quatuor decantatos
Philoſophia noftris temporibus in liber humores tatem vindicata eft Sanguis in
omne corpus per arterias dif Philosophia Cartesii quails funditur Ploilofophiæ
ftudium à pleriſque peruer- Sanguis per arterias in membra influen's titur
vitalitatem magis, quam nutrimen Philoſoplrorum in definiendis rerum ini. tum
infert tijs conſenſus sanguis non calore, motuue liquefcit, fed Phyſiologia
parum hactenus adoleuit permiftione tenaifimihalitus pbyſiologia plurimarum
rerum cognitio nem, et experientiam requirit Sanguis non fuapte natura
caliduseſt, Phyſiologia onde ordienda nec calorem accipit à corde, fed motu,
Phyſiologia poteft ex falfis hypotheſibus atque agitatione incalefcit veras
naturalium rerumaffectiones Sanguis non in iecinore, nec in corde, vel
concludere alio certo viſcere conficitur Phyſiologie obſcuritas onde proficifca.
Sanguinis duapartes altera viuifica tera auctifica Phyſiologiæ perfetta
cognitio cur defpe- Sanguinis natura admirabilis Eius randa potior pars aciem
fugit Phyſiologiam noftre etatis fcriptores Sanguinis motusà corde a præclaris
inuentis illuſtrarunt Sanguinis circulationem ab Harueio de Phyſiologiam nemo Geometriæ
ignarus fcriptam indicauerant,ante Pizulus Mis aſequitur Sarpa, &Anstress
Cefalpinus. Planetarum corpora ad ætheris liquidif- Sanguinem fal coire,
&denfere noir par ſui motum circumferripoflunt titur Plato materiam voluit
eſſe locum Sapientia illa quam in ætatibus habet ſe weêtus nostræ potius
cetati, quins pria e feq. tør. ſeis fcis temporibus debetur Vacuipropugnatores
corporis naturam à Semen animalium quidnam fit cx Aris tałtu determinant
Stotele P'ene lactea non deferuntomnem fuc Senfus non ea omnia percipit, qua in
na. cum alibilem jura exiſtunt Venis la &teis animantesquædam carere Senſu
quæcumquepercipiuntur falsò ta videntur lia iudicantur qualia videntur. ibid.
Venarum lymphaticarum progreffus, ego Soli nibilſimiliusquamflamma vſus leg.
Solem igneum esſe tactus et oculorum Vene meſaraica fuccum nutritium ex
teftimonio probat Cleanthes inteſtinis ad iecur Stelliole Encyclopedia Vens
meſaraicæ non ſunt deſtinate nú Stelliola nouitate verborum abſtruſe do. tricationi
inteftinorum et alui Etrina caliginem offudit Vene vmbilicales maiores
ampliorefque Stirpium ex ſemine propagatio compre funt coniugibusarterijs. 88
hendi facile poteſi Ventriculi,& inteftinorum motus Stoicis materia corpuseffe videtur Vermes in
iecinorè, liene,corde,pulmoni Sympathia Antipathiæ et Antiperiſia bus et cerebro
animaliū fis inania commenta Verulamius opes ætatemque inter expe rimenta
conſumpſit Elefius putauit poße ſpatiumma Vix quibus humores d corpore per
aluum gna vi conatuque pacuum fieri. expurgantur Vita hominis in continuata
fanguinis Telefiusveteresphilofophos, é precipuè. motione conſiſtit Ariſtotelem
exercuit Vitalis halitus in ſanguine existensquo Testes priuerfo corpori robur
conferunt. modo percipiatur Vitri denſitatem penetrat hydrargyrus Theologi
Hegyptü Deos omnes ex ouo prognatos eſetradiderunt Vniuerſum vnum indiuiduum,
atque im Tyndaridæ ex ouo editi mobile Torricelli Paradoxum geometricum Vrina
per quas vias in renes, &veficam profunditur. Acuum experimento Torricelli
Vvirjungiani ductus vtilitas Vacuum neque mouere corpora poteſt ne Enonis de
natura geniture fenten que ne moueantur inbibere Ztia. Wikipedia
Ricerca Ganimede (mitologia) personaggio della mitologia greca, figlio di Troo,
coppiere degli dei Lingua Segui Modifica Ganimede Ganymede eagle Chiaramonti
Inv1376.jpg Ganimede e l’aquila, Nome orig.Γανυμήδης Sessomaschio Luogo di
nascitaDardania Professionedio dell'amore omosessuale e principe dei Troiani
Ganimede (in greco antico: Γανυμήδης, Ganymḕdēs) è un personaggio della
mitologia greca. Fu un principe dei Troiani. Omero lo descrive come il più
bello di tutti i mortali del suo tempo. «La vicenda mitologica di
Ganimede servì da emblema significante per la natura dell'amore tra uomini, un
amore filosoficamente più elevato rispetto a quello rivolto alle donne: la
vicenda dell'aquila divina si assicurò così un posto d'onore tra i riferimenti artistici
al desiderio omoerotico[1].» In una versione del mito viene rapito da
Zeus in forma di aquila divina per poter servire come coppiere sull'Olimpo: la
storia che lo riguarda è stata un modello per il costume sociale della
pederastia greca, visto il rapporto, di natura anche erotica, istituzionalmente
accettato tra un uomo adulto e un ragazzo. La forma latina del nome era
Catamitus, da cui deriva il termine catamite, indicante un giovane che assume
il ruolo di partner sessuale passivo-ricettivo. Genealogia Figlio di Troo e
di Calliroe (o di Acallaride). Le varianti della sua ascendenza sono
molte, Marco Tullio Cicerone scrive che sia figlio di Laomedonte[7], Tzetzes
che sia figlio di Ilo[8], per Clemente Alessandrino è figlio di Dardano[9] e
secondo Igino suo padre fu Erittonio[10] oppure Assarco. Non risulta aver
avuto spose o progenie. Mitologia Bassorilievo di epoca romana
raffigurante l'aquila, GANIMEDE che indossa il suo berretto frigio e una terza
figura, forse il padre in lutto Il tema mitico fondante di Ganimede è
costituito dalla sua bellezza, di cui si invaghirono sia il re di CretaMinosse
sia Tantalo ed Eos, come infine il re degli dei Zeus, così come si racconta
nelle varie versioni della stessa leggenda. Nell'Iliade di Omero, Diomede
racconta che il Signore degli Dei, affascinato dalla sublime beltà
rappresentata dal ragazzo, lo volle rapire nei pressi di Troia in Frigia,
offrendo in cambio al padre una coppia di cavalli divini e un tralcio di vite
d'oro[12]: il padre si consolò pensando che suo figlio era ormai divenuto
immortale e sarebbe stato d'ora in avanti il coppiere degli Dei, una posizione
che era considerata di gran distinzione. Zeus per sottrarre Ganimede alla
vita terrena si sarebbe camuffato da enorme aquila; sotto tale aspetto si
avventò sul giovanetto mentre questi stava pascolando il suo gregge sulle
pendici del monte Ida, nelle vicinanze della città iliaca, se lo portò quindi
sull'Olimpo dove ne fece il suo amato. Per questo motivo nelle opere d'arte
antiche Ganimede è spesso raffigurato accanto a un'aquila, abbracciato a essa,
o in volo su di essa, e, in varie opere d'arte, è quindi raffigurato con la
coppa in mano. Walter Burkert ha trovato un precedente riguardante il
mito di Ganimede in un sigillo in lingua accadicaraffigurante l'eroe-re Etana
di Kish volare verso il cielo a cavalcioni proprio di un'aquila[13]. Da alcuni
viene anche associato con la genesi della sacra bevanda inebriante
dell'idromele, la cui origine tradizionale è proprio la terra di Frigia. Tutti
gli dei erano riempiti di gioia nel vedere il bel giovane in mezzo a loro, con
l'eccezione di Era; la consorte di Zeus considerava difatti Ganimede come un
rivale più che mai pericoloso nell'affetto del marito. Il padre degli Dei ha
successivamente messo Ganimede nel cielo come costellazione dell'Acquariola
quale è strettamente associata con quella dell'Aquila e da cui deriva il segno
zodiacale dell'Acquario. Busto di Ganimede, opera romana d'epoca
imperiale (Parigi, Museo del Louvre) Mito iniziatico Lo stesso argomento in
dettaglio: Pederastia § Origini iniziatiche. La coppia Zeus-Ganimede
costituisce il modello mitico del rapporto omoerotico tra maschio adulto e
giovinetto, relazione colorantesi spesso di un significato iniziatico (vedi la
pederastia cretese) in quanto finalizzata - anche attraverso il legame sessuale
- all'inserimento del giovane nella comunità dei maschi adulti. Questi amori
"paidici" di un adulto amante-erastès che rapiva simbolicamente un
giovinetto passivo-eromenos potevano venir praticati attraverso schemi rituali
imitanti i veri e propri rapporti matrimoniali e dove, in un luogo appartato,
avveniva la sua iniziazione sessuale. Zeus e Ganimede, rappresentando la
perfetta coppia di amanti maschili, sono stati come tali cantati dai poeti. Il
cosiddetto "tema di Ganimede" era adottato durante il simposio a
modello dell'amore efebico: se anche il Signore degli dei fu incapace di
resistere alle grazie di un fanciullo, come avrebbe potuto farlo un mortale e
poter rimanerne immune? Certamente nella mitologia greca si riscontra la grande
voglia di Zeus nel sedurre le Dee, ninfe, ecc.; per questo a volte si considera
il padre degli dei strettamente d'accordo all'eterosessualità. Filosofia Platone
rappresenta l'aspetto pederastico del mito attribuendo la sua origine a Creta e
ponendo, quindi, il rapimento sull'omonimo monte Ida dell'isola: la sua è una
critica dell'usanza della pederastia cretese che aveva oramai perduto quasi
completamente la sua funzione originaria, accusando quindi i Cretesi di essersi
inventati il mito di Zeus e Ganimede per giustificare i loro
comportamenti[17]. Nel dialogo platonico poi Socrate nega che il bel
giovane possa mai esser stato l'amante carnale del padre degli Dei,
proponendone, invece, un'interpretazione del tutto spirituale: Zeus avrebbe
amato l'anima e la mente o psiche del ragazzo, non certo il suo corpo. Il
neoplatonismo ci offre una rappresentazione mistica del rapimento di Ganimede;
esso sta a significare il rapimento dell'anima a Dio, e in questo senso è stato
usato, anche in opere d'arte funerarie e anche durante il Neoclassicismo, sia
nell'arte figurativa sia in letteratura. Si veda, per un esempio, il Ganymed di
Goethe. Mazza (attribuzione), Ratto di Ganimede (National Gallery, Londra)
PoesiaModifica In poesia Ganimede divenne un simbolo dell'attrazione e del
desiderio omosessuale rivolto verso la bellezza giovanile dell'adolescenza. La
leggenda fu menzionata per la prima volta da Teognide, poeta del VI secolo
a.C., anche se la tradizione potrebbe essere più antica; di essa parla anche il
poeta latino Publio Ovidio Nasone nella sua opera Le metamorfosi[20], poi
Publio Virgilio Marone nell'Eneide all'interno del proemio, Apuleio[21] e
infine anche Nonno di Panopoli nel suo poema epico intitolato Dionysiaca narrante
la vita e le gesta del dio Dioniso. Virgilio ritrae con pathos la scena
del rapimento: il ragazzo che lo accompagna tenta invano di trattenerlo con i
piedi sulla terra, mentre i suoi cani abbaiano inutilmente contro il cielo. I
cani fedeli che continuano a chiamarlo con latrati disperati anche dopo che il
loro padrone è sparito nell'alto dei cieli è un motivo frequente nelle
rappresentazioni visive e vi fa riferimento anche Stazio. Ma egli non è
sempre raffigurato come acquiescente: ne Le Argonautiche di Apollonio Rodio ad
esempio Ganimede risulta essere furibondo contro Eros per averlo truffato nel
gioco d'azzardo con gli astragali, Afrodite si trova così costretta a
rimproverare il figlio di barare come un principiante. Nell'opera Come vi
pare di William Shakespeare il personaggio di Rosalind si traveste da uomo
quando deve andare nella foresta di Arden, scegliendo il nome di Ganimede: ciò
ha portato ad approfondire lo studio del rapporto che si era creato tra
Rosalind e sua cugina Celia, il quale andava ben oltre la semplice amicizia,
avendo dei tratti molto simili all'amore, in questo caso omosessuale.
Statuina di Zeus-Aquila e Ganimede di epoca paleocristiana
AstronomiaModifica Per il rapporto esistente fra Giove e Ganimede, il maggiore
satellite naturale del pianeta Giove - il pianeta più grande del sistema solare
e per questo chiamato per omologia come la versione latina di Zeus, ovvero
Giove - è stato battezzato appunto Ganimede da Simon Marius. Gli è inoltre
stato dedicato l'asteroide, 1036 Ganymed. Nelle arti Nella scultura una
delle immagini più famose di Ganimede è il gruppo scultoreo di Leocare del IV
secolo a.C. (lo stesso a cui viene attribuito anche l'Apollo del Belvedere) e
tanto ammirato da Plinio il Vecchio: «Leocare realizza un'aquila che trattiene con
forza Ganimede; innalza il fanciullo piantandogli gli artigli nella sua veste.»
Questo particolare del rapimento tramite l'aquila è stato spesso elogiato anche
in seguito. Stratone di Sardi lo evoca in uno dei suoi epigrammi, così come fa
anche Marco Valerio Marziale. La leggenda di Ganimede ha ispirato anche
un gruppo in terracotta, probabilmente originario di Corinto e oggi conservato
nel Museo Archeologico di Olimpia: questo è uno dei pochi esempi di grande
scultura in terracotta, e una rappresentazione scultorea molto rara della
coppia in cui Zeus si mantiene in forma umana. Nella ceramica il tema di
Ganimede si ripete spesso, di solito raffigurato nei crateri, quei particolari
grandi vasi entro cui venivano mescolati acqua e vino durante i banchetti (o
simposi) che si svolgevano solo tra uomini, in cui gli ospiti gareggiavano in
immaginazione poetica e filosofica per celebrare i meriti dei loro rispettivi
eromenos. Tra i più famosi è incluso il craterea figure rosse che ritrae da un
lato Zeus in pieno esercizio, dall'altro Ganimede mentre sta giocando con un
grande cerchio, il simbolo della sua giovinezza: il ragazzo è completamente
nudo, così come vuole la tradizione antica sportiva di origine in parte
pederastica (vedi nudità atletica). Il ratto di Ganimede, di Sueur
Il Rinascimento ha visto riapparire innumerevoli rappresentazioni di questo
mito, con artisti quali Michelangelo Buonarroti, Benvenuto Cellini e Antonio
Allegri tra tutti. In questo periodo è anche uno dei temi con più forte
significato omoerotico, divenendo una sorta di icona gay ante litteram.
Quando il pittore-architetto Baldassarre Peruzziinclude un pannello riguardante
il rapimento di Ganimede in uno dei soffitti di Villa Farnesina a Roma, i
lunghi capelli biondi del ragazzo e l'aspetto effeminato contribuiscono a farlo
rendere identificabile a prima vista: si lascia difatti catturare verso l'alto
senza opporre la minima resistenza. Nel Ratto di Ganimede di Antonio
Allegri detto Il Correggio la sua figura e l'intera scena è più
contestualizzata intimamente. La versione del Ratto di Ganimede di Pieter Paul
Rubens ritrae invece un giovane uomo. Ma quando Rembrandt dipinse il suo Ratto
di Ganimede per un mecenate calvinista olandese, ecco che un'aquila scura porta
in alto un bambino paffuto in stile putto, che strilla e si fa la pipì addosso
per lo spavento. Ratto di Ganimede, di Gabbiani Gli esempi di
Ganimede nel XVIII secolo in Francia sono stati studiati da Worley. L'immagine
raffigurata era invariabilmente quella di un adolescente ingenuo accompagnato
da un'aquila, mentre gli aspetti più omoerotici della leggenda sono stati
raramente affrontati: in realtà, la storia è stata spesso
"eterosessualizzata". Inoltre, l'interpretazione del mito data dal
Neoplatonismo, così comune nel Rinascimento italiano, in cui lo stupro di
Ganimede ha rappresentato la salita alla condizione di perfezione spirituale,
sembrava non essere di alcun interesse per i filosofi e i mitografi
dell'Illuminismo. Jean-Baptiste Marie Pierre, Charles-Joseph Natoire,
Guillaume II Coustou, Pierre Julien, Jean-Baptiste Regnault e altri hanno
contribuito ad arricchire le immagini di Ganimede nell'arte francese. La
scultura che ritrae Ganimede e l'aquila di José Álvarez Cubero, eseguita a
Parigi, ha portato all'immediato riconoscimento dell'artista spagnolo come uno
degli scultori più importanti del suo tempo. L'artista Thorvaldsen, di
gran lunga il più notevole degli scultori danesi, ha scolpito una scultura
dedicata alla scena di Ganimede e l'aquila. Particolare di una
scultura, da un modello tardo ellenistico a sua volta derivato dall'ambito
figurativo greco del IV secolo a.C. Conservato al Museo archeologico nazionale
di Napoli. AltroModifica Nel linguaggio corrente il nome di Ganimede è passato
a indicare un bellimbusto, un damerino o anche un giovane amante
omosessuale. Pittore di Berlino, Ganimede gioca con il cerchio,
tenendo in mano un gallo, dono di corteggiamento di Zeus. Cratere attico a
figure rosse (Parigi, museo del Louvre). Ganimede e Zeus, e Apollo
e Ciparisso, illustrazione di due miti a carattere omosessuale per le
Metamorfosi di Ovidio (Venezia) Illustrazione gli Emblemata di
Alciati. Ganimede rappresenta allegoricamente l'anima che si
"rallegra" in Dio. Raffaello da Montelupo, Giove bacia
Ganimede (Ashmolean Museum,
Oxford) Cherubino Alberti, Copia rovesciata da originale di
Polidoro da Caravaggio, Giove bacia Ganimede. La borsa di denaro in mano al
giovane allude alla prostituzione, in spregio al mito pagano. Il
Ganimede di Antonio Canova "Ganimede" (1804), di José Álvarez
Cubero Ganimede abbevera l'Aquila divina, di Thorvaldsen Albero
genealogicoModifica AtlantePleioneScamandroIdea Elettra ZeusTeucro
DardanoBatea Erittonio Ilo Troo Calliroe EuridiceIlo AssarcoIeromnene
Ganimede Laomedonte Strimo (o "Leukyppe")TemisteCapi
PriamoEcubaAnchiseAfroditeLatino EttoreParideCreusaEneaLavinia AscanioSilvio
Silvius Enea Silvio Bruto di TroiaLatino Silvio Alba Atys Capys Capeto
Tiberino Silvio Agrippa Romolo Silvio Aventino Proca NumitoreAmulio MarteRea
Silvia ErsiliaRomolo Remo Età regia di RomaShe-wolf suckles Romulus and
Remus. Zanotti Il gay, dove si raccnta come è stata inventata l'identità
omosessuale Fazi Secondo l'AMHER ("The American Heritage Dictionary of the
English Language, catamite, Apollodoro, Biblioteca su theoi.com. Omero, Iliade
XX, 213 e seguenti, su theoi Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, su theoi. Dionigi
di Alicarnasso, Antichità romane su penelope.uchicago.edu. Cicerone, Tusculanae
disputationes, Tzetzes a Licofrone Clemente Alessandrino, su theoi.com. Igino,
Fabulae Igino, Fabulae Iliade, Burkert; Burkert fa purtuttavia notare che non
esiste un nesso diretto con l'iconografia. ^ Veckenstedt. ^ Guidorizzi, Il mito
greco Volume primo - Gli dèi Guidorizzi, Il mito greco Volume primo - Gli dèi
Platone, Leggi, Platone, Fedro, Platone, Simposio, Ovidio, Metamorfosi,
Apuleio, L'asino d'oro, Virgilio, Eneide, Stazio, Tebaide, 1.549. ^
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Survival of a Homoerotic Myth, in Art Bulletin, Chisholm, Alvarez, Don José, in
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Le Argonautiche. Apuleio, L'asino d'oro. Cicerone, De natura deorum. Diodoro
Siculo, Bibliotheca historica. Euripide, Ifigenia in Tauride. Nonno di Panopoli,
Dionisiache. Omero, Iliade. Omerico, Piccola Iliade. Ovidio, Le metamorfosi.
Pausania, Periegesi della Grecia. Pindaro, Olimpiche, 1821. Platone, Fedro.
Platone, Leggi. Platone, Simposio. Pseudo-Apollodoro, Biblioteca. Strabone,
Geografia. Teognide, Frammenti. Virgilio, Eneide. AA.VV., Suda. Christian
Wilhelm Allers, Giove rapisce Ganimede, Veckenstedt, Ganymedes, Libau, Saslow,
Ganymede in the Renaissance: Homosexuality in Art and Society, New Haven
(Connecticut), Yale, Burkert, The Orientalizing Revolution: Near Eastern
Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge (Massachusetts),
Harvard, Graves e Elisa Morpurgo, I miti greci, Milano, Longanesi, Carassiti,
Dizionario di mitologia greca e romana, Roma, Newton et Compton, Cerinotti,
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mitologia, Torino, UTET, Eva C. Keuls, The Reign of the Phallus. Sexual Politics in Ancient Athens, Berkeley, University of California
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indo-européens, coll. « Histoire », Parigi, Payot, Gély, Ganymède ou l'échanson.
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(a cura di), Il mito greco, 1 (Gli dèi), Particolare di Zeus accanto a
Ganimede, di Griepenkerl Voci correlateModifica Icona gay Mito di Etana
Omoerotismo Pederastia Re latini Re di Troia Temi LGBT nella mitologia The
Androphile Project, The myth of Zeus and Ganymede. (EN) Peter R.
Griffith, Visual arts: Gaymede. "Ganymed" (testo, in tedesco e
italiano). (EN) Circa 200 immagini di Ganimede nel Warburg Institute Iconographic
Database Internet Archive. Portale LGBT Portale Mitologia
greca Leda personaggio della mitologia
greca, figlia di Testio e moglie di Tindaro Estia dea greca del focolare,
della casa e della famiglia. Figlia di Crono e Rea Laomedonte re di Troia
nella mitologia greca, figlio di Ilo Wikipedia Il contenutoGrice: “It’s
best to represent Cornelio as representing Cartesio – yes, the Cartesio that
Ryle attacked! But Italy never had a Ryle, so that’s good!”. Nome
compiuto: Tommaso Cornelio. Cornelio. Keywords: Giove, Ganimede, e
Prometeo, pro-gymnasmaton, gymnasmaton, gymnasta, gymnasium, ginnasio,
ginnasiale, nudo romano, nudita romana, corpo nudo, snudare, atleta, atletismo,
lotta ginnastica, competizione ginnastica, implicatura ginnastica,
l’implicatura ginnastica di Socrate, Socrate al ginnasio, implicatura
ginnasiale, the eagle, Giove come aquila, aquila come impero romano, aquila
come impero nazi – le due aquile -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cornelio” –
The Swimming-Pool Library. Cornelio.
Luigi Speranza -- Grice e Cornello: la ragione
conversazionale – scuola di Sorento – filosofia sorrentina – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sorrento). Filosofo sorrentino. Filosofo campanese. Filosofo
italiano. Sorrento, Campania. Gabriele Tasso and his wife, Caterina, are
cousins.They come of the Bergamesque family dei Tassi del Cornello. The family, originally from
ALMENNO, can be traced with certainty to anOMODEO who established himself in
the Brembana valley known as’del Cornello.’ Nearby is Mount Tasso, which gets
its name from the yews (tassi) which cover the slopes. KEYWORD: DE’ TASSI DEL CORNELLO (feudo) – dai
Torreggiani di Milano – tasso: badger – skin carried by horses. O CORNETTO --A branch of YEW
originally appeared in the upp half oof the family crest The lower half is
occupiedby the figure of a badger (tasso). La
sua opera più importante è la Gerusalemme liberate, in cui vengono cantati gli
scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata, culminanti nella
presa cristiana di Gerusalemme. Ultimo dei tre figli di Bernardo TASSO,
letterato e cortigiano nato a Venezia, ma di antica nobiltà bergamasca, poi al
servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino del regno di
Napoli, compreso nella monarchia spagnola, e di Porzia de' Rossi,
nobildonna napoletana di origini toscane, pistoiesi da parte paterna e pisane
da parte materna. Di Sorrento e della «dolce terra natìa» il poeta conserverà
sempre un magnifico ricordo, rimpiangendo «... le piagge di Campagna
amene, pompa maggior de la natura, e i colli che vagheggia il Tirren fertili e
molli.» (Gerusalemme liberata) Quando C. era ancora bambino, il principe
di Salerno fu bandito dal regno e Bernardo seguì il suo protettore. All'età di
6 anni si recò in Sicilia e dalla fine del 1550 fu con la famiglia a Napoli,
dove lo seguì il precettore privato Giovanni d'Angeluzzo. Frequentò per due
anni la scuola dei Gesuiti appena istituita e conobbe Ettore Thesorieri con il
quale poi restò in corrispondenza epistolare. Ebbe un'educazione
cattolica e da giovane frequentò spesso il monastero benedettino di Cava de'
Tirreni (dove si trovava la tomba di Urbano II, il papa che aveva indetto la
prima crociata), e ricevette il sacramento dell'Eucaristia quando «non avea
anco forse i nov'anni», come scrisse egli stesso. Due anni dopo la sorella
Cornelia, che nel frattempo si era sposata con il nobile sorrentino Marzio
Sersale, rischiò di essere rapita durante un'incursione ottomana a Sorrento, e
questo rimase impresso nella sua memoria. Guidobaldo II Della
Rovere. Rimase a Napoli fino ai dieci anni, poi seguì il padre a Roma,
abbandonando con grande dolore la madre che fu costretta a rimanere nella città
partenopea perché i suoi fratelli «rifiutavano di sborsarle la dote». Nella
città pontificia fu Bernardo a educare privatamente il figlio, ed entrambi
subirono un grave trauma quando vennero a sapere della morte di Porzia,
probabilmente avvelenata dai fratelli per motivi d'interesse. La
situazione politica a Roma subì però uno sviluppo che preoccupò Bernardo: era
scoppiato un dissidio tra Filippo II e Paolo IV e gli spagnoli sembravano sul
punto di attaccare l'Urbe. Mandò allora Torquato a Bergamo presso Palazzo Tasso
e la Villa dei Tasso da alcuni parenti e si rifugiò presso la corte urbinate di
Guidobaldo II Della Rovere, dove fu raggiunto dal figlio pochi mesi dopo.
A Urbino C. studiò assieme a Rovere, figlio di Guidobaldo, e a Monte, poi
illustre matematico. In questo periodo ebbe maestri di assoluto livello quali
il poligrafo Girolamo Muzio, il poeta locale Galli e il matematico Federico
Commandino. Torquato passava a Urbino solo l'estate, dal momento che la corte
trascorreva l'inverno a Pesaro, dove Tasso entrò in contatto con il poeta
Bernardo Cappello e con Dionigi Atanagi, e scrisse il primo componimento a noi
noto: un sonetto in lode della corte. Bernardo si sposta intanto a
Venezia, indiscussa capitale dell'editoria, per occuparsi della pubblicazione
del suo Amadigi. Poco tempo dopo, quindi, anche il figlio cambiò una volta di
più città, stabilendosi in laguna. Sembra che proprio a Venezia, non ancora
sedicenne, abbia cominciato a mettere mano al poema sulla prima crociata e al
Rinaldo. Il Libro I del Gierusalemme (conservato dal Codice vaticano-urbinate
413) fu scritto dietro consiglio di Giovanni Maria Verdizzotti e Danese
Cataneo, due poeti mediocri che allora frequentava e che già avevano scorto nel
Tasso un talento straordinario. Si iscrisse per volere paterno alla
facoltà di legge dello Studio patavino, raccomandato a Sperone Speroni, la cui
casa frequentò più delle aule universitarie, affascinato dalla vastissima
cultura dell'autore della Canace. Tasso non amava la giurisprudenza, tanto che
attendeva più alla produzione poetica che allo studio del diritto. Così, dopo
il primo anno ottenne dal padre il consenso per frequentare i corsi di
filosofia ed eloquenza con illustri professori tra cui spicca il nome di Carlo
Sigonio. Quest'ultimo rimarrà un modello costante per le dissertazioni teoriche
tassesche futureprime fra tutte quelle dei Discorsi dell'arte poetica, in cui
si nota anche l'influsso dello Speronie lo avvicinò allo studio della Poetica
aristotelica. È in quest'epoca che si colloca il primo innamoramento del
ragazzo, già molto sensibile e sognatore. Il padre era stato introdotto nella
corte del cardinale Luigi d'Este, e nel settembre 1561 si era recato col figlio
a fare la conoscenza dei familiari del suo protettore. Conobbe nell'occasione
Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este, sorella di Luigi. Lucrezia,
quindicenne, era molto bella ed eccelleva nel canto, anche se era piuttosto
frivola. Avendo notato un interessamento della fanciulla, Tasso cominciò a
dedicarle rime petrarcheggianti, ma dovette presto essere ricondotto alla
realtà, poiché nel febbraio 1562 scoprì che la ragazza era promessa sposa al
conte Baldassarre Macchiavelli. Non si arrese, continuando a cantarla in
poesia, ma dopo le nozze si lasciò andare al risentimento e alla
delusione. Intanto, l'entourage cominciava ad avvedersi del talento
del Tassino (come veniva chiamato per essere distinto dal padre), e gli furono
commissionate delle rime per alcuni funerali. Confluendo in due raccolte,
furono le prime poesie pubblicate da Torquato. Ancora più notevoli erano
gli sforzi prodigati per il Rinaldo, composto in soli dieci mesi e dedicato a
Luigi d'Este. Il poema epico cavalleresco, incentrato sulle avventure del
cugino di Orlando, fu stampato a Venezia nel 1562 e contribuì a diffondere il
nome di Tasso, che aveva ancora soltanto diciotto anni. Il padre intanto
lo aveva messo nel 1561 al servizio del nobile Annibale Di Capua, e il duca
d'Urbino gli aveva procurato una borsa di studio di cinquanta scudi annui per
permettergli di continuare i corsi universitari. Dopo due anni a Padova, Tasso
proseguì gli studi all'Bologna, ma durante il secondo anno di permanenza nella
città felsinea, nel gennaio 1564, fu accusato di essere l'autore di un testo
che attaccava pesantemente, con una satira sferzante, alcuni studenti e
professori dello Studio. Espulso e privato della borsa di studio, fu costretto
a ritornare a Padova, dove poté beneficiare dell'ospitalità di Scipione
Gonzaga, che gli fornì il necessario per continuare il percorso di
formazione. Ritrovò tra i maestri Francesco Piccolomini e seguì le
lezioni di Federico Pendasio. In casa del principe Gonzaga era appena stata
istituita l'Accademia degli Eterei, ritrovo di seguaci dello Speroni che
miravano alla perfezione della forma, non senza scadere nell'artificiosità.
Tasso vi entrò assumendo il nome di Pentito e leggendovi molti componimenti,
tra cui quelli scritti per Lucrezia Bendidio e per una donna che la critica ha
per lungo tempo identificato in Laura Peperara. Secondo questa
versione Torquato conobbe Laura nell'estate del 1563, quando aveva raggiunto a
Mantova Bernardo, nel frattempo messosi al servizio del duca Guglielmo Gonzaga.
La delicatezza nei modi della giovane fece dimenticare presto al Nostro le
ancor fresche pene amorose per Lucrezia Bendidio. Lo spirito del Petrarca
rivisse allora nelle liriche del ragazzo nuovamente innamorato. L'anno dopo,
rivedendola, fu però deluso, e pur continuando a cantarla dovette ben presto
rassegnarsi al secondo scacco. Ricerche recenti hanno tuttavia collocato
la nascita della Peperara nel 1563, rendendo quindi impossibile che fosse lei
la seconda musa del Tasso. I due canzonieri amorosi andarono in parte a
finire tra le Rime degli Accademici Eterei, stampate a Padova nel 1567, assieme
ad alcune che scriverà nel primo anno ferrarese. Si legò anche
all'Accademia degli Infiammati. A Ferrara Torquato Tasso all'eta di
22 anni ritratto da Jacopo Bassano. Giunse a Ferrara in occasione del secondo
matrimonio (quello con Barbara d'Austria) del duca Alfonso II d'Este, al
servizio del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca, spesato di vitto e
alloggio, mentre dal 1572 sarà al servizio del duca stesso. I primi dieci
anni ferraresi furono il periodo più felice della vita di Tasso, in cui il
poeta visse apprezzato dalle dame e dai gentiluomini per le sue doti poetiche e
per l'eleganza mondana. Il cardinale lasciò al Nostro la possibilità di
attendere solamente all'attività poetica, e Tasso poté così continuare il poema
maggiore. Rapporti particolarmente intensi intercorsero con le due sorelle del
duca, Lucrezia e Leonora. La prima era uno spirito libero e incarnava ideali di
vivacità e vitalità, mentre la seconda, malata e fragile, fuggiva la vita
mondana e conduceva un'esistenza ritirata. Per quanto Tasso fosse attratto da
entrambe e per quanto si sia avallata l'ipotesi di una relazione amorosa con
Leonora, la critica tassesca ha concluso che non si andò al di là di forti
simpatie. La ricchezza culturale della corte estense costituì per lui un
importante stimolo; ebbe infatti modo di conoscere Battista Guarini, Giovan
Battista Pigna e altri intellettuali dell'epoca. In questo periodo riprese il
poema sulla prima crociata, dandogli il nome di Gottifredo. Nel 1566 i canti
erano già sei, e aumenteranno negli anni appresso. Nel 1568 diede alle
stampe le Considerazioni sopra tre canzoni diPigna, dove emerge la concezione
platonica e stilnovistica che il Tasso aveva dell'amore, con alcune note però
affatto peculiari, che lo portavano a ravvisare il divino in tutto ciò che è
bello, e a definire di matrice soprannaturale anche l'amore puramente fisico. I
concetti vennero ribaditi nelle cinquanta Conclusioni amorose pubblicate due
anni più tardi. Compose anche i quattro Discorsi dell'arte poetica e in
particolare sopra il poema eroico, anche se videro la luce solo nel 1587 a
Venezia, per i tipi di Licino. Nell'ottobre 1570 partì per la Francia al
seguito del cardinale e, temendo gli potesse accadere qualche disgrazia nel
lungo e pericoloso viaggio, volle dettare le proprie volontà all'amico Ercole
Rondinelli, richiedendo la pubblicazione dei sonetti amorosi e dei madrigali,
mentre precisava che «gli altri, o amorosi o in altra materia, c'ho fatti per
servizio di alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco», ad
eccezione di Or che l'aura mia dolce altrove spira. Per il Gottifredo
afferma di voler far conoscere «i sei ultimi canti, e de' due primi quelle
stanze che saranno giudicate men ree», il che prova che il numero dei canti era
salito almeno a otto. Intanto, sempre nel 1570, Lucrezia d'Este sposò
Francesco Maria II Della Rovere, compagno di studi di Torquato nel periodo
urbinate. Il soggiorno transalpino fu di sei mesi, ma, siccome Luigi
aveva messo a disposizione del poeta poco denaro, questi trascorse il periodo
francese sostanzialmente nell'ombra, con il solo onore di essere ricevuto da
Caterina de' Medici, la moglie di Enrico II. Di ritorno a Ferrara, il 12 aprile
1571 decise di lasciare il seguito del cardinale. Credeva incorrere in
miglior fortuna presso Ippolito II, e scese pertanto a Roma. Anche il cardinale
di villa d'Este però lo deluse, e Tasso decise di risalire la penisola,
facendosi ospitare qualche tempo da Lucrezia e Francesco a Urbino, prima di
entrare al servizio di Alfonso II. In questo periodo continuò ad
attendere al capolavoro, ma si diede anche al teatro, e scrisse l'Aminta,
celebre favola pastorale che rientrava nei gusti delle corti cinquecentesche.
Rappresentata con ogni probabilità all'isola di Belvedere, dov'era una delle
«delizie» estensi, ebbe un grande successo e fu richiesta anche da Lucrezia
d'Este a Urbino l'anno successivo. Nell'euforia del successo, scrive una tragedia,
Galealto re di Norvegia, ma la abbandona
all'inizio del secondo atto, salvo rimettervi mano molto più tardi
trasformandola nel Re Torrismondo. Il capolavoro e la revisione L'impegno
principale rimaneva comunque il poema epico, per il quale l'autore non aveva
ancora stabilito un titolo. Nel novembre '74 l'opera era quasi completa, visto
che «io aveva comincio quest'agosto l'ultimo canto», ma si deve aspettare per
avere l'annuncio del completamento del testo, quando in una lettera al
cardinale Giovan Girolamo Albano leggiamo: «Sappia dunque Vostra Signoria
illustrissima, che dopo una fastidiosa quartana sono ora per la Dio grazia
assai sano, e dopo lunghe vigilie ho condotto finalmente al fine il poema di
Goffredo». Completato quindi il poema maggiore, si apre il periodo della
nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro non gradito
all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità estrema (il concilio di Trento
si era concluso da soli dodici anni). Da una lettera emerge l'inquietudine del
poeta: «Qui va pur intorno questo benedetto romore de la proibizione d'infiniti
poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna di vero. Scipione Gonzaga Tasso
sottopose il testo al giudizio di cinque autorevoli personaggi romanigaranzia
di validi consigli concernenti l'estetica e la moralenevroticamente
insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma principalmente preoccupato,
come s'è visto, dalle questioni religiose. I cinque erano il maestro ed
erudito Speroni, il principe e cardinale Gonzaga, il cardinale Antoniano, il
poeta Bargeo e il grecista Nobili. Cndivise in parte i consigli degli
illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di stampo moralistico, ma
talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive quasi quotidiane che
mettono in luce un autore intimamente travagliato e continuamente bisognoso di
dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non trasgredire principi di
poetica né tanto meno di fede. Ossessivo nell'apportare modifiche al
testo, era continuamente combattuto e incerto sul da farsi, al punto che
nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a questao condotto finalmente
al fine il poema di Goffredo. Completato quindi il poema maggiore, si aprì per
Tasso il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro
non gradito all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità estrema (il
concilio di Trento si era concluso da soli dodici anni). Da una lettera emerge
l'inquietudine del poeta. Qui va pur intorno questo benedetto romore de la
proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna di vero.
Tasso sottopose il testo al giudizio di cinque autorevoli personaggi
romanigaranzia di validi consigli concernenti l'estetica e la
moralenevroticamente insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma principalmente
preoccupato, come s'è visto, dalle questioni religiose. I cinque erano il
maestro ed erudito Sperone Speroni, il principe e cardinale Scipione Gonzaga,
il cardinale Silvio Antoniano, il poeta Pier Angelio Bargeo e il grecista
Flaminio de' Nobili. Torquato condivise in parte i consigli degli
illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di stampo moralistico, ma
talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive quasi quotidiane che
mettono in luce un autore intimamente travagliato e continuamente bisognoso di
dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non trasgredire principi di
poetica né tanto meno di fede. Ossessivo nell'apportare modifiche al
testo, era continuamente combattuto e incerto sul da farsi, al punto che
nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a questa particolare
istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho
avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de' tempi presenti. E le giuro
che se le condizioni del mio stato non m'astringessero a questo, ch'io non
farei stampare il mio poema né così tosto, né per alcun anno, né forse in vita
mia; tanto dubito de la sua riuscita».[26] Nemmeno l'entusiastica ammirazione
di Lucrezia d'Este cui leggeva il poema ogni giorno «molte ore in secretis»[27],
né l'essere venuto a conoscenza del grande piacere con cui da più parti l'opera
veniva letta, poterono placare le sue angosce. Scrive “Allegoria”, con cui
rivisitava tutto il poema in chiave allegorica cercando di emanciparsi dalle
possibili accuse di immoralità. Ma non bastava: gli scrupoli di carattere
religioso assunsero la forma di vere e proprie manie di persecuzione. Per
mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana si sottopose
spontaneamente al giudizio dell'Inquisizione di Ferrara, ricevendo due sentenze
di assoluzione.[29] Barbara Sanseverino Disagi presso la corte
estense e fughe Due belle signore, giunte alla corte nel 1575 e protrattesi
presso il duca fino all'anno dopo, costituirono un intermezzo piacevoleforse
l'ultimoin mezzo a tante preoccupazioni. Per loro, la contessa di Sala Barbara
Sanseverino e la contessa di Scandiano Leonora Sanvitale, cantò gioiosamente in
alcune rime amorose, che, com'era accaduto per Lucrezia e Leonora d'Este,
obbediscono alle conventions de genre e non rivelano altro che una sincera
amicizia. Ma il Tasso si era stancato anche di Alfonso, e sognava diandare a
Firenze, presso la corte medicea. Non è chiaro perché volesse abbandonare
Ferrara, ma i motivi adducibili sono vari e variamente intriganti, e tutti
hanno in loro almeno una parte di verità. «Ch'io desideri sommamente di mutar
paese, e ch'io abbia intenzione di farlo, assai per se stesso può essere
manifesto, a chi considera le condizioni del mio stato», scrive a
Gonzaga. Le «condizioni del mio stato» possono avere una valenza
materiale: Tasso riceveva dal duca solo cinquantotto lire marchesane mensili,
che sommate alle centocinquanta percepite in qualità di lettore all'Università
(carica che ricopriva per i soli giorni festivi) danno una cifra sicuramente
bassa che a un poeta ormai affermato doveva parere stretta, anche solo per una
questione di dignità, senza voler pensare a motivazioni di pretta bramosia
L'espressione tassesca può assumere però anche una connotazione morale e psicologica:
si erano in effetti verificati alcuni episodi spiacevoli presso la corte
estense. Ha una lite con il cortigiano Ercole Fucci. Provocato, aveva rifilato
uno schiaffo al Fucci, che in risposta lo colpì più volte con un bastone.
Un servo aveva inoltre rivelato al Tasso che, durante una sua assenza, un altro
cortigiano, Ascanio Giraldini, aveva fatto forzare la porta della sua camera,
nel tentativo di appropriarsi di alcuni manoscritti. Tasso sarebbe anche
riuscito a rintracciare il magnano ottenendone una confessione, come risulta da
un'altra lettera al Gonzaga, in cui si ipotizzano altre trame ordite alle sue
spalle, anche se «io non me ne posso accertare».[33] A far precipitare il
rapporto con il duca e la corte furono però gli scrupoli religiosi del poeta.
Si autoaccusò presso l'Inquisizione ferrarese (dopo l'autoaccusa presso il
tribunale bolognese avvenuta due anni prima), attaccando inoltre influenti
personaggi di corte. Si cercò allora di far desistere il poeta dall'intenzione
di confermare le sue affermazioni negli interrogatori successivi, senza
risparmiargli punizioni corporali che non riuscirono afar cambiare idea al
Tasso, che si presentò altre due volte davanti all'inquisitore.[35] Le
accuseerano rivolte in particolare contro Montecatini, il segretario ducale.
Siccome Torquato voleva recarsi a deporre presso il Tribunale capitolino,
l'inquisitore ferrarese, conscio del fatto che una simile azione poteva mettere
a repentaglio i rapporti con la Santa Sede,vitali per casa d'Esteinformò immediatamente
il duca con una missiva del 7 giugno. Alfonso mise il poeta sotto sorveglianza,
e C., ritenendosi spiato da un servo, gli scagliò contro un coltello.
Il Castello Estense Tasso rimase nella prigione del Castello fino all'11
luglio, quando Alfonso lo fece liberare e lo accolse presso la villeggiatura di
Belriguardo, dove però rimase pochi giorni, venendo rimandato a Ferrara per
essere consegnato ai frati del convento di S. Francesco.[37] Il poeta
supplicò allora i cardinali dell'Inquisizione romana affinché lo sollevassero
da una situazione ormai insopportabile trovandogli una sistemazione nell'Urbe,
e nel contempo si lamentava con Scipione Gonzaga per il trattamento ricevuto,
ma pochi giorni dopo si ritrovò nuovamente nella prigione del Castello. Tentò
quindi un'altra via e chiese invano perdono al suo signore. E indubbiamente
provato dalle fatiche della Gerusalemme, e le lettere del periodo rivelano un
animo inquieto e agitato, spesso preoccupato di smentire chi voleva vedere in
lui i germi della pazzia. Le manie di persecuzione e l'instabilità si erano
impadronite di lui, ma fino a qual punto? Fino a qual punto invece certe
manifestazioni del poeta, che mantiene nelle missive una lucidità pressoché
completa, funsero da pretesto per emarginare un personaggio divenuto
pericoloso? Su questo punto i critici non sono mai riusciti a trovare un
accordo. Intanto la prigionia el Castello si prolungava, e non restava
che la fuga: nella notte si travestì da contadino e fuggì nei campi. Raggiunta
Bologna, proseguì fino a Sorrento, dove, ancora sotto mentite spoglie e
fisicamente distrutto, si recò dalla sorella, annunciandole la propria morte,
così da vedere la sua reazione, e svelandole la sua vera identità solo dopo
aver osservato la reazione realmente addolorata della donna. A Sorrento
rimase parecchi mesi ma, volendo riprendere parte alla vita di corte, fece
inviare da Cornelia una supplica al duca, in data 4 dicembre 1577, chiedendo di
essere riammesso alle sue dipendenze, in un testo che fu certamente dettato,
almeno in parte, dal poeta stesso: «La maggior colpa che io credo sia in lui, è
la poca sicurezza, che ha mostrata d'avere nella parola di V.A., e il molto
diffidarsi della sua benignità».[40] Così, nell'aprile 1578 ritornò a
Ferrara, ma, tempo tre mesi, era di nuovo in fuga; Mantova, Padova, Venezia.
Presa la via di Pesaro, da Cattolica mandò ad Alfonso una missiva in cui cerca
di spiegare i motivi dell'abbandono, che restano, anche nella testimonianza
diretta del Tasso, criptici: «ora me ne dono partito. per non consentire a
quello, a che non dee consentire uomo, che faccia alcuna professione d'onore, o
ch'abbia nell'animo alcuno spirito di nobiltà. Paura, instabilità? Quello
che è certo è che nello stesso mese le parole di Maffio Venierche lo aveva
incontrato a Veneziasembrano far perdere credibilità alle ipotesi di follia:
«sebbene si può dire che egli non sia di sano intelletto, scuopre tuttavia più
tosto segni di afflizione che pazzia». Anche gli scambi epistolari intrattenuti
con Francesco Maria Della Rovere paiono rivelare una personalità afflitta e
agitata più che folle. Il Leitmotiv, adesso più che mai, è il dolore. Il dolore
si fa allora poiesis, creazione. È proprio questo il periodo in cui vengono
composti i versi dell'incompiuta canzone Al Metauro, tra i più citati e famosi
dell'opera tassesca. Qui, in una rievocazione della propria vita sub specie
doloris[44], affiorano i ricordi delle proprie sofferenze e della morte dei
genitori. Il poeta è un esiliato, concretamente e metaforicamente, sin da
quando bambino dovette lasciare il luogo natìo: «In aspro esiglio e 'n
dura povertà crebbi in quei sì mesti errori; intempestivo senso ebbi a gli
affanni: ch'anzi stagion, matura l'acerbità de' casi e de' dolori in me rendé
l'acerbità degli anni» Intanto continuava a vagare. Percorse a piedi il
tratto che separa Urbino da Torino, ma non sarebbe riuscito a entrare
nella cittàera stato respinto dai doganieri perché in stato pietosose Angelo
Ingegneri, amico di Torquato da alcuni anni, non lo avesse riconosciuto e
aiutato a entrare. A Torino ricevette l'ospitalità del marchese Filippo d'Este,
genero del duca di Savoia, e godette di una certa tranquillità che gli permise
di comporre poesie e iniziare tre dialoghi, la Nobiltà, la Dignità e la
Precedenza. In seguito a nuovi pentimenti e nuove nostalgie della corte
ferrarese, il poeta si adoperò ancora una volta per il rientro nella città
ducale, facendo leva sulle intercessioni del cardinale Albano e di Maurizio
Cataneo, e infine riguadagnò la capitale estense, proprio mentre fervevano i
preparativi per le terze nozze di Alfonso, quelle con Margherita Gonzaga,
figlia del duca di Mantova Guglielmo. Fu ospitato da Luigi d'Este, ma
nessuno badava a lui: «Ora le fo sapere, che io qui ho trovato quelle difficoltà
che m'imaginava, non superate né dal favore di monsignor illustrissimo, né da
alcuna sorte d'umanità ch'io abbia saputo usare», scrisse a Maurizio Cataneo.
In una missiva al cardinale Albano, recante la data, Tasso chiede almeno gli si
faccia riottenere lo stipendio precedente.[47] A questo punto i fatti
precipitano: «Iersera l'altra si mandò il povero Tasso a Sant'Anna, per le
insolenti pazzie ch'avea fatte intorno alle donne del Signor Cornelio, e che
era poi venuto a fare con le Dame di Sua Altezza, quali, per quanto m'è stato
rifferto, furono così brutte e disoneste, che indussero il Signor Duca a quella
risoluzione».[48] Non è chiaro quando accadesse esattamente il fatto, si
oscilla tma è certo che in quest'ultima data il poeta fosse già stato recluso nella
prigione di Sant'Anna.[ Pare sicuro anche che le parole offensive pronunciate
in preda all'ira si siano indirizzate poi in modo esplicito allo stesso duca,
ed è probabile che si trattasse di gravi accuse (forse legate ancora una volta
alla vicenda dell'Inquisizione) che, fatte in pubblico, chiedevano una
risoluzione drastica. Il duca Alfonso II rinchiuse quindi Tasso
nell'Ospedale Sant'Anna, nella celebre cella detta poi "del Tasso",
dove rimase per sette anni. Qui, alle manie di persecuzione, si aggiunsero
tendenze autopunitive. Delacroix: Tasso all'ospedale di
Sant'Anna Nell'Ospedale veniva trattato alla stregua dei «forsennati»,
ricevendo poche razioni di cibo scadente, privato di ogni comodità materiale e
di ogni conforto spirituale, visto che il cappellano, «se ben io ne l'ho
pregato, non ha voluto mai o confessarmi o comunicarmi».[50] È vero che dopo
nove mesi ci fu un miglioramento del vitto, ma dovette trattarsi di ben poca
cosa, e i primi tre anni coincisero con una sorta di isolamento. Scrisse
comunque ininterrottamente a principi, prelati, signori e intellettuali
pregandoli di liberarlo e difendere la propria persona. Le suppliche erano
rivolte al solito Gonzaga, alla mai dimenticata Lucrezia d'Este, a Francesco
Panigarola (che sarebbe divenuto vescovo di Asti), a Ercole Tasso e molti
altri. I primi anni di reclusione non impedirono a Torquato di scrivere; anzi,
le tre canzoni del periodo rivelano una poesia essenziale, magistrale nella
gestione delle armonie, simbolo di un'ormai indiscussa maturità e
dimostrazione, una volta di più, di come le facoltà mentali del poeta fossero
ancora intatte. Ecco quindi A Lucrezia e Leonora, con la celebre invocazione
alle «figlie di Renata», in una nostalgico ricordo dei tempi sereni trascorsi a
corte, messo in contrasto con la durezza del tempo presente, ecco Ad Alfonso,
nuova supplica al duca che, rimasta inascoltata, diventò un inno Alla Pietà
nell'omonima canzone. Le condizioni mutarono con gli anni: gli fu
permesso di uscire qualche volta e di ricevere visite, il vitto migliorò
ulteriormente, mentre poté lasciare Sant'Anna più volte alla settimana,
«accompagnato da gentiluomini e qualche volta fu condotto anche a corte».[52]
Tuttavia il trattamento rimaneva molto duro e, a distanza di secoli, pare spropositato
se il motivo dovesse ridursi alla pazzia o a delle offese personali.
Certo, il Tasso soffriva di turbe psichiche. A questo proposito è illuminante
la lettera di aiuto che indirizzò il 28 giugno 1583 al celebre medico
forlivese Girolamo Mercuriale. Qui troviamo un elenco e una descrizione dei
mali che affliggono il poeta: «rodimento d'intestino, con un poco di flusso di
sangue; tintinni ne gli orecchi e ne la testa, imaginazione continua di varie
cose, e tutte spiacevoli: la qual mi perturba in modo ch'io non posso applicar
la mente a gli studi per un sestodecimo d'ora», fino alla sensazione che gli
oggetti inanimati si mettano a parlare. È da notare tuttavia come tutte queste
sofferenze non l'abbiano reso «inetto al comporre. Si può poi ammettere che «il
Tasso non fu semplicemente un melanconico, ma di tratto in tratto veniva
sorpreso da eccessi di mania, da riescire pericoloso a sé ed agli altri»[54],
ma, anche se questi squilibri dovessero essersi manifestati realmente, essi non
giustificano né la tesi della pazzia né la necessità di allontanare il Tasso
dalla corte per un periodo così lungo. Con buone probabilità, quindi, la
ragione principale deve essere riallacciata ancora una volta ai tentativi
tasseschi di ricorrere all'Inquisizione romana, e l'imprigionamento era il solo
modo per non compromettere il rapporto con lo Stato Pontificio. Dopo
l'edizione veneziana "pirata" e mutila di Celio Malespini, sempre
durante la prigionia, vennero pubblicatenel tentativo di porre rimedio alla
sciagurata operazionea Parma e Casalmaggiore, ancora senza il suo consenso, due
edizioni del poema iniziato all'età di quindici anni. Il titolo di Gerusalemme
liberata fu scelto dal curatore di queste ultime versioni, Angelo Ingegneri,
senza l'avallo dell'autore. L'opera ebbe un grande successo. Siccome
anche le stampe dell'Ingegneri presentavano delle imperfezioni e la Gerusalemme
era ormai di dominio pubblico, bisognava approntare la versione migliore
possibile, ma per far questo era necessaria l'autorizzazione e la
collaborazione del Tasso. Così, seppur riluttante, il poeta diede il proprio
consenso a Febo Bonnà, che diede alla luce la Gerusalemme liberata il 24 giugno
1581 a Ferrara, restituendola in modo ancora più preciso pochi mesi dopo.
Queste traversie editoriali addolorarono il Tasso, che avrebbe voluto mettere
mano al poema in modo da renderlo conforme alla propria volontà. All'amarezza
per le pubblicazioni seguì ben presto quella che gli fu causata dallapolemica
con la neonata Accademia della Crusca. La diatriba non fu scatenata, per la
verità, né dal poeta né dall'Accademia. La sua origine va ricercata nel
dialogo Il Carrafa, o vero della epica poesia, che il poeta capuano Camillo
Pellegrino stampò presso l'editore fiorentino Sermartelli. Nel dialogo Torquato
viene esaltato assieme alla sua opera, in quanto fautore di una poesia etica e
fedele ai dettami aristotelici, mentre l'Ariosto viene duramente condannato a
causa della leggerezza, delle fantasiose invenzioni e dell'eccessiva
dispersione che si possono riscontrare nell'Orlando Furioso. Il testo provocò
la reazione dell'Accademia, che rispose nel febbraio dell'anno seguente con la
Difesa dell'Orlando Furioso degli Accademici della Crusca, stroncando il Tasso
ed esaltando invece «il palagio perfettissimo di modello, magnificentissimo,
ricchissimo, e ornatissimo» che era il Furioso. La Difesa fu fondamentalmente
opera di Leonardo Salviati e di Bastiano de' Rossi. Tasso decise di scendere in
campo con l'Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata, edita a Ferrara dal
Licino il 20 luglio. Rivendicando la necessità di un'invenzione che si fondi
sulla storia, il poeta si opponeva alle opinioni dei paladini del volgare
fiorentino, e respingeva le accuse di un lessico intriso di barbarismi e poco
chiaro. La polemica continuò, visto che il Salviati replicò in settembre con la
Risposta all'Apologia di Torquato Tasso (testo noto anche come Infarinato
primo), cui seguirono un nuovo opuscolo di Pellegrino e un Discorso del Nostro,
dopo di chese si esclude un ulteriore scritto del Salviati, l'Infarinato
secondo per qualche tempo le acque si calmarono, ma la querelle tra ariosteschi
e tasseschi proseguì fino al secolo successivo, e fu una delle più infiammate
della storia della letteratura italiana. Durante la reclusione Tasso
scrisse principalmente discorsi e dialoghi. Fra i primi quello Della gelosia,
Dell'amor vicendevole tra 'l padre e 'l figliuolo, Della virtù eroica e della
carità, Della virtù femminile e donnesca, “Dell'arte del dialogo”; “Il
Secretario” cui si deve aggiungere il Discorso intorno alla sedizione nata nel
regno di Francia e il Trattato della Dignità, già iniziato a Torino, come si è
visto. Queste opere sviluppano tematiche morali, psicologiche o strettamente
religiose. La virtù cristiana è proclamata come superiore alla pur nobile virtù
eroica, si afferma la comune origine di amore e gelosia, si valutano i talenti
specifici della donna, il tutto arricchito dal racconto di esperienze personali
che giustificano l'opinione dell'autore. Vengono affrontate anche questioni
politiche, in special modo nel Secretario, diviso in due parti, la prima
dedicata a Cesare d'Este, la seconda ad Antonio Costantini. Qui, nella
descrizione del principe ideale, si enucleano alcune caratteristiche come la
clemenza (chiaro il riferimento alla propria condizione), l'esser filosofo, e
soprattutto «un gentiluomo a la cui fede ed al cui sapere si possono confidare
gli Stati e la vita e l'onor del principe». Più copiosa ancora fu la
composizione di dialoghi, scritti sotto il nume ideale di Platone, ma
paragonabili più obiettivamente a quelli del sedicesimo secolo. Quasi ogni
tematica morale viene sviscerata in una serie davvero lunga di opere più o meno
prolisse e più o meno felici. Tasso scrisse, nell'ordine, Il Forno, o vero
de la Nobiltà, il Gonzaga, o vero del Piacer onesto, in seguito rivisto e
stampato con il titolo Il Nifo, o vero del piacere; Il Messaggero. Qui immaginò
di interagire amichevolmente con il folletto da cui si credeva perseguitato
nella realtà. Questo dialogo ispirò la celebre operetta morale leopardiana
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare), con una seconda lezione.
Il padre di famiglia (ispirato a un gentiluomo che lo ospitò a Borgo Sesia
prima dell'arrivo a Torino); Il cavalier amante e la gentildonna amata (con
dedica a Giulio Mosti, giovane ammiratore del poeta); Romeo o vero del giuoco,
rivisto e dato alle stampe con titolo Il Gonzaga secondo, o vero del
giuoco; La Molza, o vero de l'Amore (prende spunto dalla conoscenza che il
Tasso fece della celebre poetessa Tarquinia Molza a Modena, dedicato a Marfisa
d'Este); Il Malpiglio, o vero della corte (con riferimento al gentiluomo
ferrarese Lorenzo Malpiglio); Il Malpiglio secondo o vero del fuggir la
moltitudine; Il Beltramo, overo de la Cortesia; Il Rangone, o vero de la Pace
(in risposta a uno scritto di Fabio Albergati); Il Ghirlinzone, o vero
l'Epitafio. Il Forestiero napolitano, o vero de la Gelosia; Il Cataneo, o vero
de gli Idoli, e, infine, La Cavalletta, o vero de la poesia toscana. In tutto
questo non aveva dimenticato l'opera principe, dimostrando di avere al riguardo
idee piuttosto lontane da quella che sarà la realizzazione finale. A Lorenzo
Malpiglio espose intenzioni sostanzialmente opposte agli interventi che avrebbe
apportato negli anni successivi: parla di portare la Liberata da venti a
ventiquattro canti (secondo l'idea originaria) e di accrescere il numero delle
stanze, tagliando anche dei passaggi ma con il risultato che «la diminuzione
sarà molto minor de l'accrescimento. Qualche segnale, magari anche dettato da
semplice interesse, lasciava intravedere un astio meno severo nei confronti del
Nostro. Prima della reclusione a
Comacchio era stata rappresentata una commedia tassesca alla presenza della
corte. Ora Virginia de' Medici voleva che il testo fosse perfezionato e
completato per essere interpretato durante i festeggiamenti del suo matrimonio
con Cesare d'Este. Tasso si mise al lavoro ed esaudì la richiesta. L'opera
fu poi pubblicata e ricevette il titolo “Gli intrichi d'amor” edal Perini, uno
degli attori dell'Accademia di Caprarola, che aveva messo in scena la commedia.
L'opera, ricolma di intrecci amorosi e di agnizioni secondo il costume
dell'epoca, è sofisticata e inverosimile, ma non mancano pagine vivaci ed episodi
ispirati all'Aminta. Vi si possono inoltre vedere alcuni elementi che
confluiranno nella commedia dell'arte: il personaggio del Napoletano, parlando
in dialetto e «profondendosi in spiritosaggini sbardellate», richiama alla
mente la futura maschera di Pulcinella. La critica è stata piuttosto concorde
nel ritenerla infelice, tutta una goffaggine pedantesca e superficiale, nel
giudizio di Francesco D'Ovidio. F. Pourbus: Vincenzo Gonzaga Dopo la prigionia:
le delusioni, le sofferenze, le peregrinazioni. Finì la prigionia. Venne
affidato a Vincenzo Gonzaga, che lo volle alla sua corte di Mantova. Nelle
intenzioni di Alfonso, Tasso doveva restare presso il figlio di Guglielmo
Gonzaga solo per un breve periodo, ma di fatto il poeta non tornò più a
Ferrara, e restò presso Vincenzo, in un ambiente in cui conobbe Ascanio de'
Mori da Ceno, diventandone amico. A Mantova ritrova qualche barlume di
tranquillità; riprese in mano il Galealto re di Norvegia, la tragedia che aveva
lasciato interrotta alla seconda scena del secondo attoe che aveva frattanto
avuto un'edizione nel 1582 -, e la trasformò nel Re Torrismondo, conglobando
nei primi due atti quanto aveva precedentemente scritto ma cambiando i nomi, e
procedendo alla stesura dei tre atti successivi in modo da arrivare ai cinque
canonici. Quando nell'agosto si recò a Bergamo, ritrovando amici e parenti, si
mise subito in azione per dare alle stampe la tragedia, e l'opera uscì, a cura
del Licino e per i tipi del Comin Ventura, con dedica a Vincenzo Gonzaga, nuovo
duca di Mantova. Si trattava comunque di una "libertà vigilata", e i
fatti lo dimostrano chiaramente. Dopo essere tornato a Mantova, deluso e
preoccupato di una possibile venuta di Alfonso, Tasso andò a Bologna e a
Roma senza chiedere al Gonzaga l'autorizzazione e questi, sotto la pressione
del duca di Ferrara, tentò in ogni modo di farlo tornare indietro. Antonio
Costantini, sedicente amico del poeta che metteva al primo posto l'ambizione e
l'obiettivo di essere tenuto in onore presso la corte mantovana, e Scipione Gonzaga
si mobilitarono, ma Torquato capì la situazione e rifiutò di ritornare,
rendendo impossibile qualsiasi mossa, dal momento che un intervento che lo
riportasse nel ducato mantovano con la forza non sarebbe mai stato tollerato
dal Pontefice. Il fatto che nessuno impedisse il viaggio a Bergamo mentre ci
fosse una mobilitazione generale per allontanare il poeta dall'Urbe rimane
comunque un segnale che pare ulteriormente ridimensionare il peso della
presunta follia di Torquato nelle preoccupazioni dei duchi del
settentrione. Il santuario di Loreto in un'incisione di Francisco de
Hollanda (prima meta del sec. XVI) Nel corso del tragitto Tasso passò da
Loreto, raccogliendosi in preghiera nel santuario e concependo quella canzone
«a la gloriosa Vergine» che può forse richiamare il Petrarca della Canzone alla
Vergine in qualche scelta lessicale, ma, in mezzo alla lode e alla supplica, è
tanto più intessuta di travaglio e sofferenza: «Vedi, che fra' peccati
egro rimango, qual destrier, che si volve nell'alta polve, e nel tenace
fango.» Torquato fu a Roma. L'irrequietudine era di nuovo alle stelle: le
lettere registrano le sue richieste di denaro e le lamentele per la propria
condizione di salute. Il poeta è ormai disilluso, e fa meno affidamento sulla
possibilità che gli altri lo aiutino. Come scrisse alla sorella in una lettera
del 14 novembre, gli uomini «non hanno voluto sanarmi, ma ammaliarmi. Tuttavia,
il Nostro è in preda al bisogno materiale e continua ad autoumiliarsi,
scrivendo versi encomiastici per Scipione Gonzaga, divenuto cardinale, senza
ottenere alcunché. Anche la speranza di essere ricevuto dal papa Sisto V viene
delusa, nonostante le lodi che Tasso rivolge al pontefice in varie poesie,
confluite assieme ad altre del periodo in un volumetto stampato a Venezia.
Vista l'inutilità del soggiorno romano, il peregrinante poeta pensò trovare
maggior fortuna nell'amata Napoli. Così, ritorna nella città vesuviana
fortemente intenzionato a risolvere a proprio favore le cause contro i parenti
per il recupero della dote paterna e di quella materna. Benché potesse contare
su amici e congiunti, e sulle conoscenze altolocate partenopee, tra cui i
Carafa (o Carrafa) di Nocera, i Gesualdo, i Caracciolo di Avellino, i Manso,
preferì accettare l'ospitalità di un convento di frati olivetani. Qui conobbe
l'amico più caro degli ultimi anni: Giovan Battista Manso, signore di Bisaccia
e primo entusiasta biografo dell'autore dopo la sua morte. Il clima
amichevole in cui fu accolto, la stima di amici e letterati, e il conforto di
una «bellissima città, la quale è quasi una medicina al mio dolore, riuscirono
a risollevare per un breve periodol'infelice animo tassiano. Per ringraziare i
monaci scrisse il poemetto, rimasto incompiuto, Monte Oliveto, in riferimento
al convento in cui sorgeva il complesso monastico che attualmente ospita la
caserma dei carabinieri (resta visitabile la chiesa Sant'Anna dei Lombardi).
L'operaun resoconto encomiastico delle principali tappe esistenziali e delle
principali virtù di Bernardo Tolomei, il fondatore della Congregazioneè
fortemente intessuta di spirito cristiano, in un severo richiamo ad una vita
sobria, lontana dalle vanità del mondo. Dedicata al cardinale Antonio Carafa,
si interrompe alla centoduesima ottava. Al pari del Re Torrismondo e di molta
parte dell'ultima produzione tassesca, il Monte Oliveto non ha goduto dei
favori della critica. Guido Mazzoni vi vide più una predica che un poema,
mentre Eugenio Donadoni utilizzò quasi le medesime parole che gli erano servite
per stroncare il Torrismondo (v. Re Torrismondo): questa è «l'opera non più di
un poeta, ma di un letterato, che cerca di dare forma e tono epico a una
convenzionale vita di santo».[78] Come per la tragedia nordica, la
rivalutazione è arrivata con l'analisi di Luigi Tonelli e di alcuni studiosi
più recenti. In ogni caso, anche questo periodo napoletano si rivelò
problematico per Tasso, a causa delle precarie condizioni di salute e delle
ristrettezze economiche, a cui si aggiunsero anche nuove polemiche letterarie e
religiose sulla Gerusalemme liberata. Spostatosi a Bisaccia, Tasso poté vivere
un periodo di maggiore tranquillità. Manso ricorda un episodio curioso: mentre
sedeva con l'amico davanti al fuoco, questi disse di vedere uno «Spirito, col
quale entrò in ragionamenti così grandi e meravigliosi per l'altissime cose in
essi contenute, e per un certo modo non usato di favellare, ch'io rimaso da
nuovo stupore sopra me inalzato, non ardiva interrompergli». Alla fine della
visione, Manso confessò di non aver visto nulla, ma il poeta gli si rivolse
sorridendo: «Assai più veduto hai tu, di quello che forse... E qui si
tacque».[79] Viste le rare manifestazioni allucinatorie di cui abbiamo notizia,
(si ricordino quelle che erano state descritte nel dialogo Il messaggero, in
cui è descritto uno spirito amoroso che appare a Tasso sotto la figura di un
giovanetto dagli occhi azzurri, simili a quelli che Omero alla dea d'Atene
attribuisce), la risposta del Nostro assume una valenza indubbiamente ambigua,
e non può escludersi che avesse voluto mettere alla prova il Manso per vedere
se anche lui lo avrebbe considerato un "folle". A dicembre era
di nuovo a Roma, dove giunse nella speranza di poter essere ospitato dal Papa
in Vaticano, confidando negli illusori pareri di alcuni amici.[80] Ad ospitare
Tasso fu invece Scipione Gonzaga, e il poeta si sentì di nuovo «più infelice
che mai». Ricominciava la routine: richieste d'aiuto a destra e a sinistra, con
l'obiettivo di ricevere i cento scudi che gli erano stati promessi per la
stampa delle sue opere: «vorrei in tutti i modi trovar questi cento ducati, per
dar principio a la stampa, avendo ferma opinione che di sì gran volume se ne
ritrarrebbero molto più», scrisse ad Antonio Costantini.[82] I destinatari
erano ancora una volta i più disparati: il principe di Molfetta, il Costantini,
il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga, gli editori. Il Nostro si umiliò per
l'ennesima volta anche con Alfonso, cui chiese nuovamente perdono, mentre al
Granduca di Toscana Ferdinando I domandò l'intercessione del cardinal Del
Monte, lo stesso che prenderà sotto la propria protezione Caravaggio. Tutte le
speranze, però, furono disattese. Al tempo stesso anche le missive ai
medici si rifecero intense. Tuttavia, in mezzo a tante delusioni e a tanto
affanno non venne meno la verve creativa: oltre ad aver raccolto le Rime in tre
volumi, e avervi scritto il commento, Tasso compose anche un poema pastorale
che riprende, anche se solo nel nome, alcuni personaggi dell'Aminta. È Il rogo
di Corinna, dedicato a Fabio Orsino. La prima pubblicazione dell'opera fu
postuma. Per quanto Grazioso Graziosi, agente del duca di Urbino, dicesse al
suo signore del modo eccellente in cui il Tasso era trattato presso il
cardinale Gonzaga, egli rilevava al contempo le infermità fisiche e mentali di
Torquato, che privavano la sua età «del maggior ingegno che abbian prodotto
molte delle passate. Tuttavia, è bene diffidare della prima quanto della
seconda affermazione. Se «il povero Signor Tasso è veramente degno di molta
pietà per le infelicità della sua fortuna»[85], come si legge in una missiva
del Graziosi di due settimane dopo, perché cacciare il poeta in malo modo,
mentre Scipione Gonzaga non era presente, e costringerlo a una nuova situazione
di bisogno? In aiuto del Tasso vennero ancora i monaci della Congregazione del
Tolomei, che lo ospitarono a Santa Maria Nuova degli Olivetani.[86] Gli
ultimi anni del Tasso, però, non conobbero pace duratura: le sofferenze
psichiche si acuirono nuovamente, certo per le nuove delusioni derivanti da
richieste di denaro non esaudite, dall'obbligo di piegarsi alla composizione di
poesie a pagamento, e il poeta fu costretto a farsi ricoverare nell'Ospedale
dei Pazzarelli, adiacente alla chiesa dei Santi Bartolomeo e
Alessandro dei Bergamaschi, la cui costruzione era appena stata ultimata.
Il dolore emerge in modo chiaro in una lettera inviata il primo dicembre 1589
ad Antonio Costantini, divenuto ormai suo confidente. Ritornò presso Scipione
Gonzaga, sempre lamentandosi per la scarsa considerazione in cui era tenuto e
sempre scrivendo della propria infelicità.[88] Tasso premeva, come già più
volte in passato, per essere accolto a Firenze dal Granduca di Toscana, e
accettò quindi con gioia l'invito di Ferdinando de' Medici. A Firenze giunse in
aprile, ospite prima dei fidati Olivetani, poi di ricchi e illustri cittadini
quali Pannucci e Gherardi. Alla tranquillità necessaria per rivedere la
Gerusalemme si aggiunsero anche relative soddisfazioni economiche (sempre
comunque in cambio di versi encomiastici): dal Granduca ricevette
centocinquanta scudi[89], da Giovanni III di Ventimiglia, marchese di Geraci,
sembrerebbe, duecento scudi.[90] Il motivo di gioia principale era
tuttavia un altro, era l'avvicinarsi dell'evento più ambito da chi si sentiva,
sopra ogni cosa, poeta: «Penso a la mia coronazione, la qual dovrebbe esser più
felice per me, che quella de' principi, perché non chiedo altra corona per
acquetarmi». Non ci fu nessuna incoronazione. C'è chi ha asserito che questa
lettera contenesse solo una bislacca speranza del Tasso, senza alcun legame con
la realtà.[92] Tuttavia, la sicurezza con cui l'evento viene ormai dato per
certo lascia pensare che le illusioni del Nostro avessero un fondamento, e non
fossero una pura chimera. Un nuovo evento lo indusse all'ennesimo
spostamento: papa Urbano VII era succeduto a Sisto V, incoraggiando il Tasso a
fare nuovamente affidamento sugli aiuti pontifici. C. scese così a Roma,
accolto dagli Olivetani di Santa Maria del Popolo. Giovanni Battista Castagna
morì tredici giorni dopo l'elezione, lasciando il posto a Gregorio XIV. Anche
questa volta le lettere del poeta registrano un amaro scacco: «Ho perduto tutti
gli appoggi; m'hanno abbandonato tutti gli amici, e tutte le promesse
ingannato», confidò, sempre più afflitto, a Niccolò degli Oddi. L'autore della
Gerusalemme è ogni giorno che passa più confuso, sballottato qua e là dagli
eventi come una barca in mezzo al mare. Tutto questo riflette la condizione
interiore di una persona disincantata ma al tempo stesso ancora ingenuamente
pronta a fidarsi delle fallaci promesse che giungono dal mondo intorno,
riflette un'instabilità ormai cronica. È vero che la fede andò radicandosi
sempre più in Tasso, ma il fatto che al duca di Mantova scrivesse di volersi
ritirare in un monastero e pochi giorni dopo accettasse il suo invito a tornare
a corte è l'evidente manifestazione di un'anima senza pace. Ritornato quindi
sul Mincio, accolto con tutti gli onori, poté dedicarsi totalmente al lavoro
letterario, e in particolare alla revisione del capolavoro. La missiva a
Maurizio Cataneo del 4 luglio ci informa del fatto che il poeta era già a buon
punto, e illustra le linee direttrici della propria opera correttrice: «sono al
fine del penultimo libro; e ne l'ultimo mi serviranno molte di quelle stanze
che si leggono nello stampeato. Desidero che la riputazione di questo mio
accresciuto ed illustrato e quasi riformato poema toglia il credito a l'altro,
datogli dalla pazzia de gli uomini più tosto che dal mio giudicio». Sono parole
che possono parere sciagurate, ma riflettono gli scrupoli religiosi sempre più
pressanti. Non si era comunque concentrato solo sul poema: aveva raccolto
le Rime in quattro volumi, e con l'editore veneziano Giolito parlava della
possibilità di stampare tutte le opere (esclusa la Gerusalemme) in sei libri. A
tutto questo va aggiunto un nuovo lavoro che aveva intrapreso, lasciandolo poi
incompiuto. La genealogia di Casa Gonzaga, con dedica a Vincenzo, si interruppe
dopo centodiciannove ottave, per essere pubblicato solo nel 1666, tra le Opere
non più stampate dell'edizione romana Dragondelli.[96] Il poemetto è
sicuramente trascurabile, fatto di una versificazione fredda, appesantita da
nozioni e nomi. Tra le fonti il ruolo principale è stato svolto da un regesto
di Cesare Campana, Arbori delle famiglie... e principalmente della Gonzaga,
uscito a Mantova l'anno prima, e dall'Historia sui temporis di Paolo Giovio,
accanto a cui va ricordata la tradizione orale legata alla battaglia del Taro.
La calma, tuttavia, era ormai un ricordo di gioventù, e ogni soggiorno
diventava insopportabile dopo un certo numero di mesi. Così, ridiscese la
penisola, con l'intenzione di raggiungere nuovamente Roma. Il viaggio fu
travagliato e appesantito dal fatto che Tasso si ammalò più volte durante il tragitto,
costretto a sostare in varie località, fra cui Firenze. Giunto nell'Urbe,
ricevette l'ospitalità di Cataneo. Poche settimane dopo era ancora in viaggio,
diretto a Napoli A questo punto,
inaspettatamente, ci fu spazio per qualche luce e qualche reale soddisfazione.
Il soggiorno napoletano non tradì, né per quanto riguarda l'accoglienza
ricevuta (fu ospitato dal principe di Conca Matteo di Capua e poi da Manso con
grandi onori e affetto), né sulle questioni letterarie, né su quelle relative
alla salute dell'artista. In effetti, in virtù della «purità dell'aria,
comincia a sentirsi meglio, e di conseguenza poté dedicarsi in modo più
proficuo alle proprie attività. In questi mesi completò la Conquistata, e,
sempre durante il soggiorno partenopeo, mise mano all'ultima opera
significativa, Le sette giornate del Mondo creato. Gli ultimi tre anni di vita
lo videro prevalentemente a Roma. L'elezione al soglio pontificio di Clemente
VIII lo fece venire nell'Urbe, e anche qui ebbe un trattamento decisamente migliore
rispetto alle recenti esperienze. Poté infatti alloggiare nel palazzo dei
nipoti del Papa, Pietro e CinzioAldobrandini, in procinto di diventare
cardinali. Cinzio sarà di fatto il vero mecenate dell'ultimo periodo. La
produzione letteraria ebbe nuovi sussulti, consacrandosi ormai quasi
esclusivamente agli argomenti sacri: compose i Discorsi del poema eroico e
altri Dialoghi, carmi latini e rime religiose. Addolorato per la morte di
Scipione Gonzaga, gli dedicò, nel marzo 1593, Le lagrime di Maria Vergine e Le
lagrime di Gesù Cristo.Tasso aveva intanto finito di rivedere il poema, e
sempre nel 1593 vide la luce a Roma, per i tipi di Guglielmo Facciotti, la
Gerusalemme conquistata. Esistono inoltre chiare testimonianze del fatto
che ci fosse l'intenzione di incoronare Tasso in Campidoglio, nonostante alcuni
studiosi si siano osti negarlo e a considerarla un'invenzione del poeta. È
veramente degno il Signor Torquato Tasso di esser celebrato in questi medesimi
tempi come raro per la sua poesia, ed è parimente degno della grandezza
dell'animo del Signor Cinzio Aldobrandini di erigergli una statua laureata, con
mill'altre cerimonie e specie, come dicono che tosto si vedrà, e dargli luogo
in Campidoglio fra le più degne ed antiche cerimonie [...]», rivela Matteo
Parisetti in una lettera ad Alfonso II, risalente all'agosto del Lo stesso
Tasso è esplicito al riguardo: «Qui in Roma mi voglion coronar di lauro»,
scrive al Granduca di Toscana il 20 dicembre 1594, «o d'altra foglia».
Sennonché, pur essendo ancora bisognoso di soldi e continuando a fare richiesta
per ottenerli, il poeta sentiva sempre più lontane le preoccupazioni del mondo,
e sempre meno si curava della vanità e dei successi terreni. La salute, dopo la
parentesi napoletana, andava aggravandosi nuovamente, e Torquato cominciava a
capire che la fine non era lontana. Per questo ritornò alle falde del Vesuvio,
per concludere rapidamente in proprio favore la questione legata all'eredità
materna: il risultato fu soddisfacente, acconsentendo il principe di Avellino a
versargli duecento ducati all'anno, ai quali vanno aggiunti cento ducati annui
che il Papa si risolverà a dargli a partire dal febbraio 1595. A Napoli
rimase dal giugno al novembre del 1594, alloggiato al monastero benedettino di
san Severino, sempre più votato alla vita monastica e attratto ancora dalla
letteratura agiografica. Fu probabilmente nei mesi trascorsi presso i
benedettini che Tasso abbozzò l'incompiuta Vita di San Benedetto. Alla fine
dell'anno ritornò a Roma. Cambiò città per l'ultima volta: la fine era
dietro l'angolo. Riconosciuta la definitiva infermità che gli rendeva ormai
impossibile scrivere e correggere, non sentì più che un ultimo bisogno,
tralasciando tutto il resto, il bisogno della «fuga dal mondo». Entra al monastero
di S. Onofrio, sul Gianicolo, senza più nemmeno curarsi del fatto che il Mondo
creato non era stato ancora rivisto. Tutto svaniva, di fronte all'importanza di
prepararsi al trapasso: «Che dirà il mio signor Antonio, quando udirà la morte
del suo Tasso? E per mio avviso non tarderà molto la novella, perch'io mi sento
al fine de la mia vita. Non è più tempo ch'io parli de la mia ostinata fortuna,
per non dire de l'ingratitudine del mondo». Tutto perdeva importanza, a fronte
della dolcezza della «conversazione di questi divoti padri», che cominciava «la
mia conversazione in cielo. Monumento in Sant'Onofrio Il 25 aprile,
all'«undecima ora». Tasso muore. E una morte serena, ricevuta con tutti i
conforti dei sacramenti.La morte del Tasso è stata accompagnata da
una particolar grazia di Dio benedetto, perché in questi ultimi giorni le
duplicate confessioni, le lagrime e insegnamenti spirituali pieni di pietà e di
giudizio, mostrarono che fosse affatto guarito dall'umor malinconico, e che
quasi uno spirito gli avesse accostato al naso l'ampolle del suo cervello.
Venne sepolto nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo. Presso il
monastero, accanto alla strada è ancora visibile la rampa della quercia, dove
si trova il tronco nero di una quercia secolare sostenuto da un sopporto
metallico. Secondo la tradizione locale si tratta della cosiddetta quercia del
Tasso, l'albero alla cui ombra il poeta spesso sedeva per riposarsi.
Albero genealogico Reinerius de Tassis Sconosciuta Omedeo Tasso ( Sconosciuta Ruggero
Tasso SconosciutaBenedetto Tasso SconosciutaPalazzo de Tassis Tonola de
Magnasco, Pasimo (o Paxio) de Tassis. SconosciutaPietro Tasso.
SconosciutaGiovanni Tasso Catalina de
Tassi Gabriel Tasso Porzia de RossiBernardo Tasso Torquato Tasso Opere Un
ritratto a Sorrento. Gerusalemme Scritto quando egli aveva solo 15 anni il
Gierusalemme rappresenta il primissimo tentativo di Tasso di maneggiare il
genere epico nonché il suo primo impegno letterario di rilievo. Se ne possiedono
soltanto centosedici stanze del canto I. Oltre a condividere con la Liberata
l'argomento (la prima Crociata), si notano pure alcune somiglianze tra il
proemio di questo esordio poetico giovanile e quello del capolavoro della
maturità. Rinaldo All'età di diciotto anni Tasso riprese la materia del
romanzo cavalleresco e pubblicò il Rinaldo, poema in ottave che narra in dodici
canti la giovinezza del paladino della tradizione carolingia e le sue imprese
di armi e di amori. Nella prefazione al poema Tasso dichiara di voler imitare
in parte gli "antichi" (Omero e Virgilio), in parte i
"moderni" (Ariosto). Si concentra però su un unico protagonista,
secondo le esigenze di unità proposte dall'aristotelismo. Si tratta di un'opera
tipicamente giovanile, ancora priva di originalità, ma compaiono già alcuni
temi e toni fondamentali che caratterizzeranno il Tasso maturo e formato
culturalmente. Rime Torquato Tasso compose un gran numero di poesie
liriche, lungo l'arco di tutta la sua vita. Le prime furono pubblicate col
titolo di Rime degli Accademici Eterei. Uscirono Rime e prose. Tasso lavorò
fino al 1593 ad un riordino complessivo dei testi, distinguendo rime amorose e
rime encomiastiche. Previde poi una terza sezione, dedicata alle rime religiose
e una quarta di rime per musica, ma non realizzò il progetto. Nelle Rime
amorose è ben riconoscibile l'influenza della poesia petrarchesca e della vasta
produzione petrarchistica del Quattrocento e Cinquecento; contemporaneamente,
però, il gusto per le preziosità linguistiche e l'intensa sensualità rivelano l'evoluzione
verso un linguaggio nuovo che maturerà nel Seicento. L'uso frequente di forme
metriche poco usate dai poeti precedenti, come il madrigale, e la raffinata
musicalità dei versi fecero sì che molti di essi fossero musicati da grandi
autori come Claudio Monteverdi e Gesualdo da Venosa. Più solenni e
classicheggianti le Rime encomiastiche, dedicate alle figure e alle famiglie
signorili che ebbero rilievo nella vita del poeta. Per la loro creazione si
ispira a Pindaro, Orazio e al celebre Monsignor della Casa. Fra tutte, la più
famosa è la Canzone al Metauro, intessuta di elementi autobiografici. Le
Rime religiose sono caratterizzate dal tono cupo e plumbeo, forse dovuto al
fatto che le scrisse negli ultimi anni di vita. Qui il poeta manifesta il desiderio
di sconfiggere l'ansia esistenziale e il tormentoso senso del peccato
attraverso la fede e l'espiazione. Discorsi dell'arte poetica Attorno
alla metà degli Anni Sessanta scrisse i quattro libri dei Discorsi dell'arte
poetica ed in particolare sopra il poema eroico, letti all'Accademia Ferrarese
e pubblicati molto più tardi, nel 1587, dal Licino. Il testo fornisce una
chiara visione della concezione tassesca del poema eroico, piuttosto distante
da quella ariostesca, che dava la prevalenza all'invenzione e all'intrattenimento
del pubblico. Perché possa essere giudicato di buon livello, deve basarsi
su un evento storico, da rielaborare in modo inedito. Infatti, «la novità del
poema non consiste principalmente in questo, cioè che la materia sia finta, e
non più udita; ma consiste nella novità del nodo e dello scioglimento della
favola. Al verosimile deve essere unito il meraviglioso, e Tasso trova l'unione
perfetta di queste due componenti nella religione cristiana. Intiera, l'opera
deve essere una, ossia prevedere l'unità d'azione, ma senza schemi rigidi: ci
può essere largo spazio per la varietà, e per la creazione di numerosi racconti
nel racconto, e in questo senso la Gerusalemme liberata costituisce una piena
realizzazione delle idee dell'autore. Lo stile, infine, deve adeguarsi alla
materia, e variare tra il sublime e il mediocre a seconda dei casi.
Aminta Magnifying glass icon mgx2.svg Aminta (Tasso). Le sofferenze di
Aminta, dipinto di Bartolomeo Cavarozzi «L'Aminta non è un dramma pastorale e
neppure un dramma. Sotto nomi pastorali e sotto forma drammatica è un poemetto
lirico, narrazione drammatizzata, anzi che vera rappresentazione, com'erano le
tragedie e le commedie e i così detti drammi pastorali in Italia … Essa è in
fondo una novella allargata a commedia, di quel carattere romanzesco che
dominava nell'immaginazione italiana, aggiuntavi la parte del buffone, che è il
Ruffo, la cui volgarità fa contrasto con la natura cavalleresca de' due
protagonisti, Virginia e il principe di Salerno. Gli avvenimenti più strani si
accavallano con magica rapidità, appena abbozzati, e quasi semplice occasione a
monologhi e capitoli, dove paion fuori i sentimenti dei personaggi misti alla
narrazione L'Aminta è un'azione fuori del teatro, narrata da testimoni o da
partecipi con le impressioni e le passioni in loro suscitate. L'interesse è
tutto nella narrazione sviluppata liricamente e intramessa di cori, il cui
concetto è l'apoteosi della vita pastorale e dell'amore: "s'ei piace, ei
lice". Il motivo è lirico, sviluppo di sentimenti idillici, anzi che di
caratteri e di avvenimenti. Abbondano descrizioni vivaci, soliloqui,
comparazioni, sentenze, movimenti appassionati. Vi penetra una mollezza
musicale, piena di grazia e delicatezza, che rende voluttuosa anche la lacrima.
Semplicità molta è nell'ordito, e anche nello stile, che senza perder di
eleganza guadagna di naturalezza, con una sprezzatura che pare negligenza ed è
artificio finissimo. Ed è perciò semplicità meccanica e manifatturata, che dà
un'apparenza pastorale a un mondo tutto vezzi e tutto concetti. È un mondo
raffinato, e la stessa semplicità è un raffinamento. A' contemporanei parve un
miracolo di perfezione, e certo non ci è opera d'arte così finamente
lavorata.» (De Sanctis) L'Aminta è una favola pastorale. Presenta un
prologo, 5 atti, un coro. Ogni canto si conclude a lieto fine. Ha
ispirato la composizione della favola pastorale Flori di Maddalena Campiglia
lodata dallo stesso Tasso. Sulle ali dell'entusiasmo per il successo
dell'Aminta Tasso incominciò una tragedia, Galealto re di Norvegia, che però
interruppe alla seconda scena del secondo atto. Il poeta la riprese e la
completò a Mantova, subito dopo la liberazione dall'Ospedale di Sant'Anna
cambiando però il titolo, diventato Re Torrismondo, e il nome del protagonista.
L'ambientazione è nordica: in essa sono frequenti le immagini di distese
boschive. In questo, il Tasso mostra la sua forte curiosità per le leggende
nordiche, come ad esempio mostra la lettura dell'Historia de gentibus
septentrionalibus di Olao Magno. L'editio princeps è quella bergamasca
del 1587; seguirono a ruota le edizioni di Mantova, Ferrara, Venezia e Torino,
ma poi ci fu un lungo silenzio. L'opera fu rappresentata per la prima volta
soltanto al Teatro Olimpico di Vicenza. Trama Torrismondo è intimamente
segnato dal conflitto tra amore e amicizia: il sovrano (d'una ignota regione
nordica, non di Norvegia) ama Alvida, che a causa di un debito passato
(Germondo aveva salvato la vita a Torrismondo) deve sposarsi con l'amico
Germondo, re di Svezia, regno nemico a quello di Alvida poiché Germondo stesso
era stato accusato di omicidio del fratello di Alvida. Germondo dunque non può
sposarsi con la donna amata poiché il padre di quest'ultima lo odia. Germondo
decide allora che Torrismondo per sdebitarsi avrebbe dovuto chiedere la mano di
Alvida e al momento delle nozze avrebbe dovuto scambiare la sposa. Ottenuta da
Torrismondo la mano di Alvida i due consumano l'amore. La storia prenderà
un'altra china quando Torrismondo scoprirà che la donna amata non è altri che
la sorella, la situazione culminerà nel suicidio dei due. Il Re Torrismondo è
molto importante perché anticipa le tragedie barocche, nelle quali si
riprendono alcune caratteristiche fondamentali delle tragedie senecane: la
meditatio mortis (il Memento mori) e il gusto dell'orrido. Nel Tasso, però, ciò
che compare fortemente e caratterizza le sue tragedie è il conflitto intimo che
dilania l'animo dei personaggi: l'uomo si sente intrappolato dal fato, poiché
impossibilitato all'agire, a modificare il corso degli eventi ormai già
predisposti. Tuttavia, la critica non si è espressa positivamente in
merito all'opera: Solerti ed Ovidio si sono mostrati ostili verso il
Torrismondo come lo erano stati nei confronti degli Intrichi d'amore, e severo
si è dimostrato anche Umberto Renda, che alla tragedia ha dedicato una
monografia. Ancora più duro il giudizio
di Eugenio Donadoni, che arrivò a parlare di «opera di un ex-poeta, non più di
un poeta, e nemmeno Giosuè Carducci, pur
apprezzando lo sforzo di unire elementi pagani e religiosi, classici ed
esotici, ha ritenuto il dramma degno dell'ingegno tassesco. Solo Tonelli fa
presente che superava pur sempre «la maggior parte delle tragedie
cinquecentesche e rivaleggiava con le migliori del tempo. Gerusalemme liberata
Gerusalemme liberata. Tasso con la sua Gerusalemme liberata La
Gerusalemme liberata è considerata il capolavoro di Tasso. Il poema tratta di
un avvenimento realmente accaduto, ossia la prima crociata. Tasso iniziò a
scrivere l'opera con il titolo di Gierusalemme durante il soggiorno a Venezia.
L'opera fu pubblicata integralmente con il titolo di Gerusalemme liberata. In
seguito alla pubblicazione del poema il poeta rimise mano all'opera e la
riscrisse eliminando tutte le scene amorose e accentuando il tono religioso ed
epico della trama. Cambiò anche il titolo in Gerusalemme conquistata. In realtà
la Conquistata fu immediatamente dimenticata e la redazione che continuò ad
avere grande successo e ad essere ristampata, in Italia e nei paesi stranieri,
fu la Liberata. Trama Goffredo di Buglione nel sesto anno di guerra
raduna i crociati, viene eletto comandante supremo e stringe d'assedio
Gerusalemme. Uno dei guerrieri musulmani decide di sfidare a duello il crociato
Tancredi. Chi vince il duello vince la guerra. Il duello però viene sospeso per
il sopraggiungere della notte e rinviato. I diavoli decidono di aiutare i
musulmani a vincere la guerra. Uno strumento di Satana è la maga Armida che con
uno stratagemma riesce a rinchiudere tutti i migliori eroi cristiani, tra cui
Tancredi, in un castello incantato. L'eroe Rinaldo per aver ucciso un altro
crociato che lo aveva offeso viene cacciato via dal campo. Il giorno del duello
arriva e poiché Tancredi è scomparso viene sostituito da un altro crociato
aiutato da un angelo. I diavoli aiutano il musulmano e trasformano il duello in
battaglia generale. I crociati sembrano perdere la guerra quando arrivano gli
eroi imprigionati liberati da Rinaldo che rovesciano la situazione e fanno
vincere la battaglia ai cristiani. Goffredo ordina ai suoi di costruire una
torre per dare l'assalto a Gerusalemme ma Argante e Clorinda (di cui Tancredi è
innamorato) la incendiano di notte. Clorinda non riesce a entrare nelle mura e
viene uccisa in duello proprio da colui che l'ama, Tancredi, che non l'aveva
riconosciuta. Tancredi è addolorato per aver ucciso la donna che amava e solo
l'apparizione in sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Il mago Ismeno
lancia un incantesimo sul bosco in modo che i crociati non possano ricostruire
la torre. L'unico in grado di spezzare l'incantesimo è Rinaldo, prigioniero
della maga Armida. Due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e
alla fine lo trovano e lo liberano. Rinaldo vince gli incantesimi della selva e
permette ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme. I Dialoghi La
stesura di prose dialogiche impegnò Tasso fin dal 1578, anno della composizione
del Forno overo de la Nobiltà. La dialogistica tassiana è stata da sempre
relegata al margine dalla critica: De Sanctis accenna soltanto al Minturo overo
della Bellezza, limitandosi ad asserire che Tasso da giovane fu “infetto dalla
peste filosofica”. Un giudizio a dir poco sminuente se si considera che il
poeta compose venticinque dialoghi (e questa è solo la cifra canonica; non si
fa riferimento, infatti, agli abbozzi e ai rimaneggiamenti) e vi pose il suo
impegno fino alla morte. Una valutazione più precisa è fornita da
Donadoni: lo studioso dedica un intero capitolo della sua monografia ai
Dialoghi indagandone trame, fonti e suggestioni. La prima edizione moderna
del corpus dialogico tassiano è quella di Guasti, il quale, però, non riuscendo
a reperire tutti i manoscritti dei Dialoghi si basa sui testimoni a stampa,
dando vita ad un’edizione, che presenta corruttele da far rabbrividire i
moderni filologi. Un grande passo in avanti nella fortuna dei Dialoghi è
rappresentato dall’edizione critica di Ezio Raimondi pubblicata nel 1958, di
capitale importanza per gli studiosi tassiani i quali, ancora oggi, continuano
a considerarla punto di riferimento. Raimondi considerò i Dialoghi tassiani
come opere postume, scegliendo la versione più attendibile fra manoscritti e
stampe in base alla loro storia individuale. Questo criterio non è stato
accettato da Stefano Prandi e Carlo Ossola, i quali hanno proposto un’edizione
storica dei Dialoghi che tenesse conto dei testi effettivamente circolanti
all’epoca dello scrittore. L’edizione in realtà non ha mai visto la luce e si è
fermata ad uno specimen che avrebbe dovuto anticipare una successiva edizione
completa. Negli ultimi anni gli studiosi della prosa tassiana sono
aumentati: si è posta attenzione al Tasso politico, con due edizioni commentate
della Risposta di Roma a Plutarco e al Tasso egittologo di cui si è occupato
Bruno Basile. Non mancano letture dei singoli dialoghi: Basile e Arnaldo Di
Benedetto si sono occupati del Padre di Famiglia (rispettivamente, Fonti
culturali e invenzione letteraria nel «Padre di famiglia» di Torquato Tasso; e
Torquato Tasso, «Il padre di famiglia»); Emilio Russo del Manso (Amore e
elezione nel "Manso" di Tasso), Massimo Rossi del Malpiglio Secondo e
del Rangone (Io come filosofo era stato dubbio. La retorica dei
"Dialoghi" di Tasso); Maiko Favaro, dopo la monografia di
Prandi/Ossola, ha offerto una puntuale lettura del Forno, premiata con il
premio Tasso (Le virtù del tiranno e le
passioni dell’eroe. Il “Forno overo de la Nobiltà” e la trattatistica sulla
virtù eroica); Angelo Chiarelli si è, invece, occupato del Malpiglio overo de
la corte (Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi di
aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana), preceduto dal contributo di Massimo Lucarelli sullo stesso argomento
(Il nuovo «Libro del Cortegiano»: una lettura del «Malpiglio» di C.) e del
Costante («Questa concordia è sempre nelle cose vere». Note per una
contestualizzazione de «Il Costante overo de la clemenza» di Tasso).
L'edizione critica di Raimondi fornisce il testo dei venticinque dialoghi
tassiani, con un'appendice che ci permette di conoscere i manoscritti
superstiti e le stampe. Questo il titolo dei vari dialoghi: Il Forno
overo de la Nobiltà; Il Beltramo overo de la cortesia; Il Forestiero Napoletano
overo de la gelosia; Il N. overo de la pietà; Il Nifo overo del piacere; Il
messaggiero; Il padre di famiglia; De la dignità; Il Gonzaga secondo overo del
giuoco; Dialogo; Il Rangone overo de la pace; Il Malpiglio overo de la corte;
Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine; La Cavalletta overo de la
poesia toscana; Il Gianluca overo de le maschere; Il Cataneo overo de gli
idoli; Il Ghirlinzone overo l'epitaffio; La Molza overo de l'amore; Il Costante
overo de la clemenza; Il Cataneo overo de le conclusioni amorose; Il Manso
overo de l'amicizia; Il Ficino overo de l'arte; Il Minturno overo de la
bellezza; Il Porzio overo de le virtù; Il Conte overo de le imprese. Le sette
giornate del mondo creato È un poema in endecasillabi sciolti, accanto ad altre
opere di contenuto religioso di impronta chiaramente controriformistica. Il
poema venne pubblicato postumo. Si fonda sul racconto biblico della creazione
ed è suddiviso in sette parti, corrispondenti come dice il titolo ai sette
giorni nei quali Dio creò il mondo, e presenta una continua esaltazione
della grandezza divina della quale la realtà terrena è un pallido
riflesso. Le lacrime di Maria Vergine e Le lacrime di Gesù Cristo Si
tratta, come nel caso de Le sette giornate del mondo creato, di due scritti
facenti parte delle cosiddette "opere devote" del Tasso. Nello
specifico, sono due poemetti in ottave che riprendono la tradizione della
"poesia delle lacrime", in voga nella seconda metà del Cinquecento,
appena qualche anno prima della morte. Influenze culturali Statua
di Tasso a Sorrento La figura del Tasso, anche per la sua pazzia, divenne
subito popolare. La lucidità delle opere scritte durante il periodo di
prigionia nell'Ospedale di Sant'Anna fece diffondere la leggenda secondo cui il
poeta non era veramente pazzo ma fu fatto passare per tale dal duca Alfonso che
voleva punirlo per aver avuto una relazione con sua sorella, imprigionandolo
(anche se, come si è visto, è assai più probabile che la vera ragione della
reclusione consistesse nell'autoaccusa del poeta di fronte al tribunale dell'Inquisizione).
Questa leggenda si diffuse rapidamente e rese particolarmente popolare la
figura del Tasso, fino a ispirare a Goethe il dramma C.. In età romantica
il poeta divenne il simbolo del conflitto individuo-società, del genio
incompreso e perseguitato da tutti coloro che non sono in grado di comprendere
il suo talento straordinario. In particolare Giacomo Leopardi, che quando si recò
a Roma il giorno venerdì 15 febbraio del 1823 pianse sul sepolcro del Poeta in
S. Onofrio (commentando in una lettera che quella esperienza era stata per lui
"il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma"), considerava
Torquato Tasso come un fratello spirituale, ricordandolo in numerosi passi dei
propri scritti (tra cui quello citato) e nel Dialogo di Torquato Tasso e del
suo Genio familiare (una delle Operette morali). Molta parte della poesia
recanatese è impregnata di stile tassesco: i notturni di alcuni canti, come La
sera del dì di festa o Canto notturno di un pastore errante dell'Asia,
richiamano quelli della Gerusalemme, mentre nella canzone Ad Angelo Mai
Leopardi crea una forte empatia con il «misero Torquato, spirito fraterno
«concepito come un alter ego. I due nomi femminili più celebri presenti nei
Canti, Silvia e Nerina, furono ripresi dall'Aminta. In generale,
l'attenzione si spostò dai personaggi della Liberata al dramma esistenziale
vissuto dal suo autore. Ferretti scrisse le parole del Torquato Tasso,
melodramma in tre atti musicato da Gaetano Donizetti e rappresentato per la
prima volta al Teatro Valle. Il "mito" conquistò anche Franz Liszt:
era quando l'apostolo del Romanticismo metteva in musica l'opera byroniana Il
lamento del Tasso, dando vita al poema sinfonico Tasso. Lamento e
Trionfo. Il poeta vicentino ottocentesco Jacopo Cabianca ha dedicato al
Tasso un poema in dodici canti intitolato appunto Il Torquato Tasso. Nei
primi anni del ventesimo secolo il compositore catanese Pietro Moro si
concentrò sugli ultimi momenti di vita del poeta con Ultime ore di Torquato Tasso,
carme in un atto sulle parole di Giovanni Prati (riviste per l'occasione da
Rojobe Fogo). Torquato Tasso nel cinema Torquato Tasso, regia di Luigi
Maggi, Torquato Tasso, regia di Roberto Danesi. Adattamenti cinematografici de
La Gerusalemme liberata Il primo regista a girare un film sull'opera fu Enrico
Guazzoni. Ne farà due remake; Gerusalemme liberata, di Enrico Guazzoni;
La Gerusalemme liberata, di E. Guazzoni); La Gerusalemme liberata, di Carlo
Ludovico Bragaglia; I due crociati, parodia di Giuseppe Orlandini con Franco e
Ciccio. Alitalia gli ha dedicato uno dei suoi Airbus, Laurea poetica nastrino
per uniforme ordinariaLaurea poetica (postuma) — Roma. Giovan Pietro
D'Alessandro, Vita di Torquato Tasso, ed. da C. Gigante, in «Giornale storico
della Letteratura Italiana», Giovan Battista Manso, Vita di Torquato Tasso, B.
Basile, Roma, Salerno Editrice, Pier Antonio Serassi, La vita di Torquato
Tasso, Bergamo, Stamp. Locatelli, 2 to. Solerti, Vita di C., Torino-Roma,
Loescher, Tonelli, C., Torino, Paravia, Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma,
Tariffi, Capitoli di storie letterarie Ettore Bonora, in Storia della
letteratura italiana, dir. E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, Marziano
Guglielminetti, in Storia della civiltà letteraria italiana, dir. G. Barberi
Squarotti, Torino, Pomba, Guido Baldassarri, in Storia generale della
letteratura italiana, N. Borsellino e W. Pedullà, V. L'età della Controriforma. Il tardo
Cinquecento, Milano, Motta,. Monografie: Francesco Falco, Dottrine filosofiche
di Torquato Tasso, Lucca, Serchio, 1895. Felice Vismara, L'animo di Torquato
Tasso rispecchiato ne' suoi scritti, Milano, Hoepli, Bianchini, Il pensiero
filosofico di Torquato Tasso, Verona, Drucker, A. Sainati, La lirica di
Torquato Tasso, Pisa, Nistri, E. Donadoni, C., Venezia, La Nuova Italia, Getto,
Interpretazione di C., Napoli, ESI, Mario Fubini, La poesia del Tasso, in Studi
sulla letteratura del Rinascimento, Firenze, La Nuova Italia, Walter Moretti,
Torquato Tasso, Roma-Bari, Laterza, Arnaldo Di Benedetto, Con e intorno a
Torquato Tasso, Napoli, Liguori, Franco Fortini, Dialoghi con T., Torino,
Bollati Boringhieri, «Nel mondo mutabile
e leggiero» Torquato Tasso e la cultura del suo tempo, Pasquale Sabbatino,
Dante Della Terza, Giuseppina Scognamiglio, Napoli, Edizioni Scientifiche
Italiane, Claudio Gigante, Tasso, Roma, Salerno, Aminta, Sozzi, in T. Tasso,
Opere, Torino, POMBA, Appendice alle opere in prosa, Solerti, Firenze,
Successori Le Monnier, Dialoghi, E. Raimondi, Firenze, Sansoni («Autori
classici e Documenti di lingua pubblicati dall'Accademia della Crusca»),
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(«Scrittori d'Italia»), Discorso della virtù feminile e donnesca, M.L. Doglio,
Palermo, Sellerio, Gerusalemme conquistata, L. Bonfigli, Bari, Laterza
(«Scrittori d'Italia»), Gerusalemme conquistata. Ms. Vind. Lat. 72 della
Biblioteca Nazionale di Napoli, C. Gigante, Alessandria, Edizioni dell'Orso,.
Gerusalemme liberata, L. Caretti, Milano, Mondadori («I Meridiani»). Giudicio
sovra la ‘Gerusalemme' riformata, C. Gigante, Roma, Salerno Editrice («Testi e
documenti di letteratura e di lingua», Il Gierusalemme, L. Caretti, Parma, Zara
(«Le parole ritrovate»), Il Monte Oliveto, Lagomarzini, in «Studi tassiani», Il
Re Torrismondo, V. Martignoni, Parma-[Milano], Guanda-Fondazione Pietro Bembo
(«Biblioteca di scrittori italiani»),
Intrichi d'amore, E. Malato, Roma, Salerno Editrice («Testi e documenti
di letteratura e di lingua», I), Le Lettere di T. T. disposte per ordine di tempo
ed illustrate da C. Guasti, Firenze, Le Monnier, Le prose diverse, C. Guasti, 2
voll., Firenze, Le Monnier, Le Rime, B. Basile,
Roma, Salerno Editrice, Le Rime, edizione critica su i manoscritti e le
antiche stampe A. Solerti, Bologna, Romagnoli-Dall'Acqua,Lettere poetiche, C.
Molinari, Parma-[Milano], Guanda-Fondazione Pietro Bembo («Biblioteca di
scrittori italiani»), Mondo creato, G. Petrocchi, Firenze, Le Monnier. Opere
minori in versi, A. Solerti, Bologna, Zanichelli, Prose, E. Mazzali,
Milano-Napoli, Ricciardi, Rinaldo, L. Bonfigli, Bari, Laterza («Scrittori
d'Italia»), 1936. Risposta di Roma a Plutarco, E. Russo, commento di E. Russo e
C. Gigante, Torino, RES, Teatro, M. Guglielminetti, Milano, Garzanti, Risposta
di Roma a Plutarco e Marginalia, Paola Volpe Cacciatore, Roma, ESL, Studi
critici Sulla vita di Tasso e sulla fortuna Arnaldo Di Benedetto, «La sua vita
stessa è una poesia»: sul mito romantico di Torquato Tasso, in Dal tramonto dei
Lumi al Romanticismo. Valutazioni, Modena, Mucchi, Doglio, Origini e icone del mito di Torquato
Tasso, Roma, Bulzoni, Anderson Magalhães, «Uno scrittore di cose secrete»: la
fortuna de Il Secretario di C. fra Italia e Francia, in «Il Segretario è come
un angelo». Trattati, raccolte epistolari, vite paradigmatiche, ovvero come
essere un buon segretario nel Rinascimento, Atti del XIV Convegno
Internazionale di Studio organizzato dal Gruppo di Studio sul Cinquecento
francese, Verona, Rosanna Gorris Camos, Fasano, Schena, Umberto Lorenzetti,
Cristina Belli Montanari, L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Tradizione e rinnovamento all'alba del Terzo Millennio, Fano Sulle Rime Arnaldo
Di Benedetto, Fra petrarchismo e Barocco: le «Rime» di Torquato Tasso, «A me
versato il mio dolor sia tutto», Lo sguardo di Armida (Un'icona della «Gerusalemme
liberata»), Per un anonimo in meno: l'autore del dialogo «Il Tasso», in Tra
Rinascimento e Barocco. Dal petrarchismo a Torquato Tasso, Firenze, Società
Editrice Fiorentina, Massimo Colella, «Parmi ne’ sogni di veder Diana».
Emersioni seleniche nelle Rime di Torquato Tasso, in «Griseldaonline»,
1Sull'«Aminta» Mario Fubini, L'«Aminta»: intermezzo alla tragedia della
«Liberata», in Studi sulla letteratura del Rinascimento, Accorsi, «Aminta»:
ritorno a Saturno, Soveria Mannelli, Rubbettino, Arnaldo Di Benedetto, Il
sorriso dell'«Aminta», in «Giornale storico della letteratura italiana»,
Arnaldo Di Benedetto, Tasso, Haller, Ungaretti, in «Studi tassiani», Sui
Dialoghi A. Benedetto, Torquato Tasso, «Il padre di famiglia», in L'«incipit» e
la tradizione letteraria italiana. Dal Trecento al tardo Cinquecento, Pasquale
Guaragnella e Stefania De Toma, Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia, Chiarelli,
«Questa concordia è sempre nelle cose vere». Note per una contestualizzazione
de «Il Costante overo de la clemenza» di Tasso, in «Filologia e Critica»,
Angelo Chiarelli, Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi
di aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana, in «La Rassegna della letteratura italiana», Raimondi Ezio, Il Problema Filologico e
Letterario dei Dialoghi di T. Tasso, in Rinascimento Inquieto, Einaudi, Torino.
Bozzola Sergio, «Questo quasi arringo del ragionare». La Tecnica dei «Dialoghi»
Tassiani, in «Italianistica, Rivista di Letteratura Italiana», Baldassarri Guido,
L’arte del dialogo in Torquato Tasso, in «Studi Tassiani», Guido Armellini e Adriano Colombo, Torquato
TassoL'uomo, in Letteratura italianaGuida storica: Dal Duecento al Cinquecento,
Zanichelli Editore, Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e
l'interpretazione, Palumbo, L. Tonelli, C., Torino); Lettere di Torquato Tasso
(Firenze, Le Monnier); L. Tonelli, G. Natali, Torquato Tasso, Roma, G. Natali,
cA. Solerti, Vita di Torquato Tasso, Torino. Altri pensano invece che queste
sperimentazioni risalgano al periodo patavino o addirittura a quello
bolognese. G. Natali, cit., Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e
l'interpretazione, Palumbo, G. Natali, cG. Natali, Tonelli, cit.68 G. Natali,
L. Tonelli, Durante, A. Martellotti, «Giovinetta Peregrina». La vera
storia di Laura Peperara e Torquato Tasso, Firenze, Olschki, W. Moretti, C., Roma-Bari Baldi, Giusso,
Razetti, Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, Milano:
Paravia, L. Tonelli, cil rapporto
amoroso è stato ipotizzato in particolare da Angelo de Gubernatis in T. Tasso,
Roma, Tipografia popolare, L. Tonelli, c Lettere, cit., I22 L. Tonelli, cit.89 L. Tonelli, Lettere, cit., I49 Secondo Doglio la data non è casuale e si
inserirebbe nella tradizione petrarchesca. Petrarca avrebbe infatti visto per
l'unica volta Laura, cfr. Doglio, Origini e icone del mito di C., Roma Lettere,
c Lettere, Lettere, Si tratta di
un'epistola al Gonzaga; Lettere, cit.,
L. Tonelli S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario, Milano,
Principato, L. Tonelli, Lettere, Si
trattava comunque di uno stipendio oggettivamente basso, che a una persona
comune avrebbe garantito a stento la sopravvivenza; L. Tonelli, cit.172 Lettere, L. Chiappini, Gli Estensi, Milano,
Dall'Oglio, A. Solerti, cA. Solerti, cit., II,
120-121 A. Solerti, L. Tonelli,
cit. G. B. Manso, Vita del Tasso, in Opere del Tasso, Firenze, M. Vattasso, Di
un gruppo sconosciuto di preziosi codici tasseschi, Torino, M. Vattasso, cA.
Solerti, L. Tonelli, c M. L. Doglio, I. De Bernardi, F. Lanza, G. Barbero,
Letteratura Italiana, 2, SEI, Torino,
Lettere, cit., I298 Lettere, cit.,
I299 A. Solerti, ccosì scrive al cardinale
Luigi un suo informatore L. Tonelli, Lettere, Tonelli, Solerti, Lettere, Guasti, Napoli, Rondinella, A. Corradi, Delle infermità di Torquato
Tasso, Regio Instituto Lombardo, Tonelli, M. L. Doglio, cit., 41 e ss.
Opere di Torquato Tasso, Firenze, Tartini e Franchi, L. Tonelli,
cInfarinato era il nome accademico assunto dal Salviati Tra parentesi sono indicate le date di
pubblicazione L. Tonelli, Opere, cit.,
Tra parentesi si indicano due date, quella di composizione e quella di
pubblicazione Lettere. La prima versione di quelli che saranno Gli
intrichi d'amore non ci è pervenuta L.
Tonelli, L. Tonelli, Ovidio, Saggi critici, Napoli, Morano, Non fu più tenero
il Solerti; L. Chiappini, c L. Tonelli, cit.
L.Tonelli, Solerti, cLettere, L.
Tonelli, cit., 266-267 Lettere, c L. Tonelli, Mazzoni, Del Monte
Oliveto e del Mondo creato di C., in Opere minori in versi di Torquato Tasso,
Bologna, Zanichelli, E. Donadoni, C.,
Firenze, Battistelli, G. B. Manso, Vita
di T. Tasso, in Opere di C., Firenze; Lettere, Così al Costantini;
Lettere, Lettere, L. Tonelli, Passo riportato in A. Solerti, A.
Solerti, L. Tonelli, Lettere, Lettere, cit.,Lettere, cit., Lettere, A niuno
sono più obligato che a Vostra Eccellenza, ed a niuno vorrei essere
maggiormente; perché è cosa da animo grato l'esser capace de le grazie e de gli
oblighi. Laonde non ho voluto più lungamente ricusare il secondo suo dono
di cento scudi, bench'io non abbia mostrato ancora alcuna gratitudine del
primo; ma la conservo ne l'animo, e ne le scritture: e ne l'uno sarà forse
eterna, e ne l'altre durerà tanto, quanto la memoria de le mie fatiche. Niuno de'
presenti o de' posteri saprà chi mi sia, che non sappia insieme quant'io sia
debitore a la cortesia di Vostra Eccellenza, ed a la sua liberalità; con la
quale supera tutti coloro che possono superar la fortuna." Così scrive il
Tasso al marchese Giovanni Ventimiglia da Firenze. Soltanto C. dedica al
marchese due composizioni encomiastiche, non portando però a compimento il
promessogli poema Tancredi normando.
Lettera a Scipione Gonzaga, Lettere. E. Rossi, Il Tasso in Campidoglio,
in Cultura, Lettere, cit., V6 L.
Tonelli, cit.278 Lettere, cit., V62 L. Tonelli, Cipolla, Le fonti storiche della
«Genealogia di Casa Gonzaga», in Opere minori in versi di Torquato Tasso,
cit., I
L. Tonelli, G. B. Manso, L.Tonelli, L. Tonelli, E. Rossi, c A. Solerti,
Lettere, cit., Lettere, cLettera ad Antonio Costantini, in Lettere, Lettera di
Maurizio Cataneo a Ercole Tasso; A. Solerti, cit., II363 Lettera di monsignor Quarenghi a Giovan
Battista Strozzi, A. Solerti, cAlmanach du gotha, de J.-H. de Randeck, Les plus
anciennes familles du monde: répertoire encyclopédique des 1.400 plus anciennes
familles du monde, encore existantes, originaires d'Europe, de Karl Hopf, Historisch-genealogischer
Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit, de A. M. H. J. Stokvis, Manuel
d'histoire: Les états de Europe et leurs colonies, de Pierantonio Serassi, La
vita de Torquato Tasso8. de Niccolò
Morelli di Gregorio, Della vita di Torquato Tasso, de Pierantonio Serassi, La
vita di Torquato Tasso10. (DE) de Karl
Hopf, Historisch-genealogischer Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit,
de Heinrich Léo Dochez, Histoire d'Italie pendant le Moyen-âge C., Discorsi
dell'arte poetica, I, 12 in Le prose diverse di Torquato Tasso (C. Guasti),
Firenze, Monnier, Discorsi dell'arte poetica, cit., I, 15 A. Solerti, F. D'Ovidio, Saggi critici,
Napoli, Morano, U. Renda, Il Torrismondo di Torquato Tasso e la tecnica tragica
nel Cinquecento, Teramo, E. Donadoni, G. Carducci, Il Torrismondo, testo
premesso all'ed. Solerti delle Opere minori in versi di Torquato Tasso, L.
Tonelli, C., Risposta di Roma a Plutarco, Res, Risposta di Roma a Plutarco e
marginalia | Edizioni di Storia e Letteratura, su storiaeletteratura. Angelo
Chiarelli, Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi di
aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana, in «La Rassegna della letteratura italiana». Questa concordia è
sempre nelle cose vere». Note per una contestualizzazione de «Il Costante overo
de la clemenza» di Tasso, in «Filologia e Critica», Sul muro esterno della
Chiesa di S. Onofrio, a Roma, una tavola con iscrizione tedesca ricorda il
soggiorno di Goethe e l'ispirazione che lo portò a scrivere il dramma, dopo
aver veduto la tomba del poeta custodita all'interno dell'edificio sacro Ad Angelo Mai, v. 124 Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria, Dal testo
alla storia dalla storia al testo, Milano, Paravia, Failla, Ante Musicam
Musica. C. nell'Ottocento musicale italiano, Acireale-Roma, Bonanno, Emersioni
seleniche nelle Rime di C. Colella | Griselda Online, su griseldaonline.
2Torquato Tasso, commedia goldoniana Tasso, dramma di Goethe, Torquato Tasso,
opera di Gaetano Donizetti Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare,
dalle Operette morali di Giacomo Leopardi Thurn und Taxis, ramo austriaco della
famiglia Tasso di Bergamo, fondatori delle prime poste europee Museo tassiano,
museo dedicato a Torquato Tasso Accademia dei Catenati Cella del Tasso, attuale
ubicazione a Ferrara. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Torquato Tasso, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Torquato Tasso, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. To Tasso, su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere di Torquato Tasso, su
Liber Liber. Opere di C., su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Torquato Tasso,. Opere Progetto Gutenberg.
Libri Vox. C., in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Spartiti o
libretti di Torquato Tasso, su International Music Score Library Project,
Project Petrucci Tasso, su Internet Movie Database, IMDb.com. Torquato Tasso Testi completi e cronologia
delle opere. Opere integrali in più volumi dalla collana digitalizzata
"Scrittori d'Italia" Laterza Opere di C., testi con concordanze,
lista delle parole e lista di frequenza Due segregazioni: il Cantico spirituale
di Giovanni della Croce e Il Re Torrismondo di C., su midesa). Opere di C.
colle controversie sulla Gerusalemme poste in migliore ordine, ricorrette
sull'edizione fiorentina, ed. illustrate dal professore Gio. Rosini, Pisa,
presso Niccolò Capurro, Le lettere di Torquato Tasso disposte per ordine di
tempo e illustrate da Cesare Giusti, 5 voll., Firenze, Felice Le Monnier, I
dialoghi, Cesare Guasti, Firenze, Felice Le Monnier, Le rime di Torquato Tasso.
Edizione critica su i manoscritti e le antiche stampe Angelo Solerti, Bologna,
presso Romagnoli-Dall'Acqua, Opere di C.. DELL'ARTE DEL DIALOGO. Voi mi
pregate, pad* molto reverendo, nelle vostre lettere, eh' io voglia darvi alcuno
ammaestramento: e i chiedete, se non m'inganno, dello scrivere i
dialoghi, perchè son quelle medesime nelle quali m'avvisate d' aver ricevuti
quelli della poesia toscana e della pace. E se propriamente ragionale, io
non posso compiacervi, perchè tanto a me disdioevol sarebbe la persona di
maestro, quanto a voi quella di scolare: né rifiutandola io temo di poterne
esser biasimato, come Giotto, perch'agli ricusò convenevole onore: io non
accetto ufficio non conveniente. Bla se volete onorarmi con questo nome, e
ammaestramento chiamate l' opinione» io la scriverò; perchè niuna cosa
debbo tenervi celata, la qual possa giovar agli altri, oppure a me stesso'; ed
allora stimerò buone le mie ragioni» che dal vostro giudicjo saran
confermate. E se -delle regola avviene quel che delie leggi : siccome
altre leggi hanno i Genovesi diverse da quelle oV Veneziani o de/
Ragusei, oasi potrebbero avere altri precetti nell'artificio del bene scrivere»
Ma io non gli voglio dar questo nome, nò voi gliele scrivete in fronte ;
perciocché io l'ho raccolte in un'operetta assai breve per assomigliar
alcuni dottori cortigiani, i quali' non potendo sostener persona così
grave, vestono di corto. E a' in questo abito potranno sensa fastidio
esser lette dagli amid ' e da parenti, non v' incresca di
leggere.Nell'imitazione o s'imitano l' azioni degli uomini o i
ragionamenti: e quantunque poche operazioni si facciano alla mutola, e
pochi discorsi senza operazione, almeno dell' intelletto, nondimeno assai
diverse giudico quelle da questi : e degli speculativi è proprio il discorrere,
siccome degli attivi l'operare. Due sàran dunque i primi generi
dell'imitazione: l'un dell'azione, nel quale son rassomigliati gli
operanti: l' altro delle parole, nel quale sono introdotti i ragionanti.
E. 1 primo genere si divide in altri, che sono la tragedia e la commedia,
ciascuna delle quali patisce alcune divisioni: e '1 secondo si può
divider parimente. Ed Aristide un de' più famosi Greci, i quali scrissero e
non parlarono, così parve che gli dividesse, dicendo che Platone avea
comicamente rappresentato Ippia, Prodico, Protagora, Gorgia, Eutedemo,
Bonisidoro, Agatone, Cinesia e gli altri: e ch'egli medesimo chiama le
sue leggi tragedia, e si confessa ottimo tragico. Ma tra' moderni v*è chi
gli divide altramente, facendone tre specie: l'una delle quali può
montare in palco, e si può nominare rappresentativa, perciocché in essa
vi siano persone introdotte a ragionare cioè in alto, com' è usanza
di farsi nelle commedie e nelle tragedie: e simil maniera è tenuta
da Platone nei suoi Ragionamenti, e da Luciano ne' suoi; ma un'altra
ce n' è, che non può montare in palco, perciocché conservando1'
autore la" sua persona, come isterico narra quel che disse il tale e
'1 cotale: e questi due ragionamenti si possono domandare istorici o
narrativi, e tali sono per- lo più quelli di Cicerone. E c'è ancora la
terza maniera ed è di quelli, che son mescolati della prima e della
seconda maniera, conservando l'autore la sua prima persona, e narrando
come istorio): e poi introducendo a favellar tyafiarix&s come s'usa
<fi far nelle tragedie e nelle commedie: e può e non montare in palco, cioè
non può montarvi, in quanto l' autore conserva la sua persona ed è come
1* istorico: e può montarvi in quanto s'introducono le persone
rappresentativamente a favellare: e Cicerone fece alcuni ragionamenti sì fatti.
E quantunque questa- divisione sia tolta dagli antichi e paia diversa
dall' altra, nondimeno l'intenzione forse è l'istessa; perchè la tragedia
si divide in quella che si dice tragedia propriamente, e nell'altra
nella qual parla il poeta: e tragedia sì fatta compose Omero. E questa
divistone perchè è fatta in due membri, è più perfetta; nondimeno i àiaIoghi
sono stati detti tragici e comici per similitudine, perchè le tragedie e le
commedie propriamente sono l'imitazione dell'azione; però tragici si
posson chiamar sopra tutti gli altri il Critone e 1 Fedone: Dell' un de'
quali Socrate condannato alla morte, ricusa di fuggirsene con gli amici:
nell'altro dopo lunga deputazione dell' immortalità dell'anima bee il veleno. E
comico è il convito nel quale Aristofane è impedito dal rutto nel
favellare; ed Alcibiade ubriaco si mescola fra i convitati. Ma il
Menesseno par misto di queste due specie: perciocché Socrate battuto
dalla maestra Aspasia è persona comica; ma lodando i morti ateniesi
innalza il dialogo all' altezza della tragedia. Pur questi medesimi
dialoghi non son vere tragedie, ovvero commedie; perchè nell' une e nelT
altre le quistioai e i ragionamenti son descritti per l'azione; ma ne'
dialoghi l'azione è quasi giunta de' ragionamenti : e 8' altri la
rimovesse, il dialogo non perderebbe la sua l'orma. Dunque in lui queste
differenze sono accidentali piuttosto che • altramente ; ma le proprie si
terranno dal ragionamento jslesso e da' problemi in lui contenuti, cioè
dalle cose ragionate, non sol dal modo di ragionare. Per eh' i
ragionamenti sono o di cose che appartengono alla contemplazione, oppur di
quelle che son convenevoli all' azione e negli uni sono i problemi
intenti all' elezione e alla fuga, negli altri quelli che riguardano la
scienza, e là verità; laonde alcuni dialoghi debbono esser detti civili e
costumati,, altri speculativi. E '1 soggetto degli uni e degli altri; o
sarà la quistione infinita, come se la virtù si possa insegnare; o la
finita che debba far Socrate condannato alla morte. E perciocché gran
parte de' platonici dialoghi sono speculativi e quasi in tutti la
quistione è infinita, non pare che lor si convenga la scena in modo
alcuno, né meno agli altri che son de' costumi, perchè son pieni d'
altissime speculazioni. Anzi piuttosto non si conviene ad alcun dialogo, se non
forse per rispetto dell'elocuzione, la quale alcuna volta pare istrionica,
siccome disse il Falereo, awengachè nella scena si rappresenti l'azione o
atto dal quale son denominate le favole e le rappresentazioni dramma-*
tiche. Ma nel dialogo principalmente s' imita il ^ragionamento il qual
non ha bisogno di palco: e quantunque vi fosse recitato qualche dialogo di
Platone, l'usanza fu ritrovata dopo lui senza necessità. Perchè se in
alcuni luoghi l'elocuzione pare accomodata all'istrione, come nell'Eridemo, può
leggersi dallo scrittore medesimo, ed aiutarsi colla pronuncia. Né egli
conviene ancora il verso, come hanno detto, mala prosa ; perciocché la
prosa è parlar conveniente allo speculativo e all' uomo civile, il qual ragioni
degli uffici e delle virtù. E i sillogismi, e l'induzioni, e gli entimemi
e gli esempi non potrebbono esser convenevolmente fatti in versi. E se
leggiamo alcun dialogo in versi, come è l'amicizia bandita di Ciro
predentissimo, non stimeremo lodevole per questa cagione, ma per al* tra:
e diremo, che il dialogo- sia imitazione di ragionamento scritto in prosa
senza rappresentazione per giovamento degli uomini civili e speculativi : e ne
porremo due specie, 1' una contemplativa, e Y altra costumata : e 1 soggetto
nella prima specie sarà la quistione infinita o la finita : e quale è la
invola nel poema, tale è nel dialogo la quistione : e dico la sua forma, e
quasi Y anima. Però se una è la favola, uno dovrebbe essere il soggetto,
del quale si propongono i problemi. E nel dialogo sono oltre di ciò T
altre parti, cioè la sentenza^ e '1 costume,* e Y elocuzione ; ma
trattiamo prima della prima. Dico adunque, che la quistione si forma
della dimanda e della risposta; e perchè 1 dimandare s'appartiene
particolarmente al dialettico, par, che lo scrivere il dialogo sia
impresa di lui : ma '1 dialettico non dee richieder più cose d' uno, oppur una
cosa di molti ; perchè se altri rispondesse non sarebbe una V affermitene
o la negazione: e non chiamo una cosa quella, ch'ha un nome solo se non
si fa una cosa di quelle: come l'uomo è animai con dne piedi e mansueto :
ma di tutte questo si fa una sola cosa ; ma dell' esser bianco e dell'essere
uomo e del camminare, come dice Aristotile, non se ne fa uno; però s' alcuno
affermasse qualche cosa, non sarebbe, una affermazione ; ma una voce, e
molte l' affermazioni. Se dunque l'interrogazione dialettica ò una dimanda
della risposta, ovvero della proposizione, ovvero dell'altra parto della
contradizione: e la proposizione è una parte della contradizione, a queste cose
non sarà una risposta, né una dimanda. Ma se al dimostrativo non s'
appartiene il dimandare, a lui non converrà di scriver dialogo. E par, che
Aristotile assai chiaramente faccia questa differenza nel primo delle
prime risoluzioni fra la proposizkm dimostrativa e la dialettica,
dicendo, che la dimostrativa prende l'altra parte della contradizione;
perciocché 'colui, il qual dimostra, non dimanda, ma piglia ; ma la
dialettica è dimanda della contradlzione. Nondimeno nel primo delle
posteriori egli dice, che s' è il medesimo l' interrogazione sillogistica e la
proposizione : e le proposizioni si fanno in ciascuna scienza, ancora si posson
fare le dimando. Laonde io raccolgo, che si posson fare i dialoghi
nell'aritmetica, nella geometria, nella musica e nell' astronomia e nella
morale e nella naturale e netta divina filosofia, e in tutte F arti e in
tutte le scienze si posson fu le richieste e conseguentemente i dialoghi.
E se oggi fossero in looe dell'arte del dialogo i dialoghi scritti da
Aristotile, non ce ne sarebbe perawentura dubbio alcuno. Ma leggendo quei
di Platone, i quali son pieni di proposizioni appartenenti a tutte le scienze,
potremo chiaramente conoscere lMstcsso. Nondimeno siccome il dimandare è
proprio al dialettico, così a lui si conviene il dialogo più; che a tutti
gl’altri. Laonde Aristotele nel capitolo seguente pare, che faccia
differenza fra le matematiche e ì dialoghi, dicendo, che se fosse impossibile
mostrar dal falso il vero, sarebbe
facile il risolvere, perchè, si convertirebbono di necessità. Ma si
convertono più quelle, che son nelle matematiche, perchè non ricevono alcuno
accidente, e in ciò son differenti da quelle, che son ne’ dialoghi. E dialoghi
chiama i parlari dialettici, i quali son composti della dimanda e della
risposta. Al dialetttico dunque converrà principalmente di scrivere il dialogo,
o a colui, che vuol rassomigliarsi. E'1 dialogo sarà imitazione d' una disputa
dialettica. Va perchè quattro sono i generi delle dispute, il dottrinale,
il dialettico, il tentativo e il contenzioso, l'altre dispute ancora si
possono imitare ne' dialoghi. E forse in quelli d'Aristotele sono tutte IV.
Ma in quelli di Platone si troverebbono similmente, perchè Socrate per via d'
ammaestramento e d'esortazione parla con Alcibiade, con Fedro e con
Fedone, e come dialettico disputa con Zenone, e con Parmenide;. e come
tale riprova Ippia, GORGIA, Trasimaco e gli altri sofisti e talora gli
tenta. Ma i sofisti son contenutosi, e vaghi di gloria, come appare nell'
Eutiemo, detto altramente il Litigioso. Nondimeno questi IV generi non
sono così partitamente distinti dagl’interpreti di Platone i quali
pongono tre mdftUre di dialoghi; l'una, nella quale Socrate esorta i
giovanetti; nell’altra riprova i sofisti; la terza è mescolata dell' una
e dell' altra, la qual senza dubbio è più soave per la mescolanza.
Ma chi volesse scriver dialoghi secondo la dottrina ó? Aristotele e
arricchir di questo ornamento le scuole peripatetiche, potrebbe scriverli
in tutte IV le maniere. Ma principalmente son lodevoli le due prime: la
dottrinale e la dialettica, l'artificio della quale consiste
principalmente nella dimanda usata con mollo artificio di Socrate ne’ libri
di Platone, come appare nel primo dialogo nel quale Socrate richiede ad
Ipparco quel, che sia la cupidigia del guadagno; e in tutti gli altri
simiglianlt, non eccettuando quelli, ne’ quali sotto la persona di forestiero
ateniese dà le nuove leggi d’una città: e 'n quelli di Senofonte ancora
con arte molto simile Socrate chiede a Critobulo se l'economia è
nome di scienza, come la medicina e l'architettura. E nel Tirreno
Simonide a Jerone, che differenza aia fra la vita reale e la privata: e
dalla risposta, eh' è fatta, prendono occasione d'insegnare. Ma da questo
artificio si dipartì M. Tullio, Il quale nelle partizioni oratorie pone
la dimanda in bocca, non di quel, eh' insegna, ma di colui, ch'impara.
Ed. egli medesimo ci dimostra la diversità fra i ROMANI in quelle parole
di CICERONE: figlinolo, tuo) dunque eh' io ti dimandi scambievolmente IN
LINGUA LATINA di quelle cose medesime, delle quali tu mi suoli
addomandare nella Greca ordinatamente? Laonde pare, che la dimanda, fatta dal
discepolo, 6ia derivata da CICERONE, e l' artificio sia proprio de’ROMANI,
il quale s’usò dal Possevino e da altri nella dottrina peripatetica,
perchè forse è più facile. Ma è non così lodevole, né fu, eh' io mi
ricordi, usata dagl’antichi. E per questa ragione M. Tullio nelle
Quistioni Tuscalane più s' avvicina all' arte de’ Greci ; perciocch' egli
comandava, che alcun de' suoi famigliari ponesse quello, che gli pareva,
ed egli contraddiceva alla conclusione in questo modo. Auditore. La
morte mi pare esser male. M. A quelli che son morti o a quelli eh' han da
morire P La quale è vecchia e Socratica ragione di disputar contra l'
altrui opinione. Tuttavolta il por la conclusione ha dello scolastico: e però
dice d'aver poste ne' V libri le scuole de' V giorni. Tanto potè l' amor della
filosofia in un vecchio senator romano, padre della patria, il qual
quistiona secondo il costume de' Greci forse per ingannar se stesso in
questo modo e consolarsi nella servitù. Ma non si dimenticò ne’ libri dell'
oratore di quel, eh' era convenevole a' romani Senatori; laonde CRASSO e MARC’ANTONIO
in altra maniera introduce a favellare. Ma fra tutti i dialoghi Greci,
lodevorrssimi sono que' di Platone; perciocché superano gl’altri d'arte,
di SOTTILITÀ, d'acume, e d'eleganza e di varietà di concetti e
d'ornamento di parole. E pel secando luogo son quei di Senofonte; e quei di LUCIANO
nel terso. Ma CICERONE è primo fra' LATINI, il quale volle forse
assomigliarsi a Platone: nondimeno nelle quistioni, e nelle dispute alcuna
volta è più simile agli oratori, che a' dialettici. Ma nel secondo luogo non so
che se gli avvicini, o chi possa paragonare a' Greci. E NELLA NOSTRA LINGUA coloro,
che hanno scritto dialoghi, per la maggior parte hanno seguita la maniera
meno artificiosa, nella quale dimanda quegli, che vuole imparare, non quel, che
riprova. E se alcuno s'è dipartito da questo modo di scrivere, merita
lode maggiore: e tanto basti della prima parie, che è la quistione. Ma
perchè il dialogo è imitazione del ragionamento, e il dialogo dialettico
imitazione della disputa, è necessario, che i ragionanti e i disputanti abbiano
qualche opinione delle cose disputate, e qualche costume, il qual si
manifesta alcuna volta nel disputare. Da quelli derivano l'altre due
parti nel dialogo, io dico la sentenza, e il costume: e lo scrittore del
dialogo deve imitarlo non altramente, che faccia il poeta ; perchè egli è
quasi mezzo fra il poeta e ri dialettico. E niun meglio l'imita, e
meglio l'espresse di Platone, che, descrive nella persona di Socrate il
costume d'un uomo dabbene, che ammaestra la gioventù, e risveglia gli
ingegni taidl e raffrena i precipitosi, e richiama gli erranti, e riprova
la falsità de' sofisti, e confonde l'insolenza e la vanità, amator del
giusto e del vero, magnanimo, non che. mansueto nel tollerar l'ingiurie,
intrepido nella guerra, costante nella morte. Ma in quella d'Ippia, e di GORGIA
DI LEONZIO, e d'Eutidemo, e degl’altri sì fatti si descrivono gl’avari, e
ambiziosi, e amatori di gloria, i quali non hanno vera scienza d'alcuna
cosa, ma parlano per opinione. In quella di Menoue e di Grifone descrive
il buon padre e il buon amico, e in quella d'Alcibiade, di Fedro, e di Carmide
i costumi de' nobili son descritti maravigliosamente. Oltra queste parti del
dialogo ci sono le digressioni, come nel poema gli episodj : e tale è quella d'
Eaco, e di Minos, e di Radamanto nel GORGIA, e quella di Teutdemone degl’Egizi
nel Fedro, d'Ero Panfilio ne' dialoghi della Repubblica. Ma perchè abbastanza
s'è ragionato del soggetto del dialogo, e della sentenza, e de' costumi
di coloro, che sono introdotti a favellare; resta, che parliamo
dell'ultima parte, la quale è l'elocuzione: e se crediamo ad Artemone,
che ricopiò l'epistole d'Aristotele, bisogna scriver col medesimo stilo
il dialogo e l'epìstola, perchè il dialogo è quasi una sua parte. Ma
Demetrio Falereo dice, che il dialogo è imitazione del ragionare
all'improvviso. Ma l'epistola si scrive, e si manda in dono in qualche
modo. Però dee esser fatta e polita con maggiore studio. Tultavolta nò
Platone, ne M. Tullio pare, che sempre avessero questa considerazione. Perchè
ne' dialoghi l'elocuzione dell'uno e dell'altro non è meno ornata, che quella
dell'epistole: e in tutti gli altr’ornamenti i dialoghi paiono superiori. E ciò
non par fatto senza molta ragione. Conciossiacosaché i dialoghi di
Platone e di M. Tullio sono imitazione de' migliori, e nell'imitazioni sì
fatte, le persone e le cose imitate debbono piuttosto accrescere che diminuire,
come ci insegna Demetrio medesimo, il qual vuole, che la magnificenza sia nelle
cose, se il parlare è del cielo o della terra. Oltre di ciò laddov/egli
parla od periodo ne fa tre generi : il primo isterico, il secondo
dialogico» il teno oratorio: e vuole, che ristorico sia nel meno dell'uno
e dell'altro, non molto ritondo, né molto rimesso: ma la forma
dell'oratorio sia contorta e circolare: e quella del dialogico più
semplice dell'istoria) in guisa che appena dimostri d' esser periodo. I
quali ammaestramenti sono stati meglio osservati da' Greci, che, da M.
Tullio, che imitò Platone solamente; perchè egli così nel periodo, come in
tiascun'-altra parte, ricercò la grandezza più dr Senofonte e degli
altri. Laonde usa le metafore pericolosamente in luogo delle Immagini,
che sono osate da Senofonte: e somiglia colui, 11 quale cammina in luogo,
dove è pericolo di Bdrucciolare, compiacendo a se medesimo, e avendo molto
ardire, siccome è proprio delle nature sublimi ; talché fu detto di lai, ch'egli
molto s'innalzava sovra il parlar pedestre: e che il suo parlare non era in
tutto, simile al verso, né in tutto simile alla prosa : e ch'egli usava
l'ingegno non altramente, che i re facciano la podestà: e insomma niun
ornamento di parole, niun color rettorico, ninn lume d'orazione par, che
sia rifiutato da Platone. Ma s’in alcuna parte del dialogo dobbiamo aver
risguardo agli avvertimenti di Demetrio, è in quella, nella qual si
disputa, perchè in lei si conviene la purità, e la simplicità
dell'elocuzione, e '1 soverchio ornamento par che impedisca gli
argomenti, e che rintuzzi, per così dire, l'acume, e la sottilità. Ma l'
altre parti debbono essere ornate con maggior diligenza : e dovendo lo
scrittore del dialogo assomigliare i poeti nell'espressione, e nel per le
cose innanzi agli occhi, Platone meglio di ciascuno ce le fa quasi
vedere, il qual nel Protagora parlando d'Ippocrate, che s' era arrossito,
essendo ancora di notte, soggiunge: Già appariva la luce, onde il color
pareva esser veduto e la chiarezza, die evidenza è chiamata dai Latini, nasce
dalla cura usata nel parlare, essersi ricordato, che Ippo- crate era da
lui veduto di notte. E nel medesimo dialogo leggiamo con maraviglioso
diletto, che l'eunuco portinaio, perchè i sofisti gli erano venuti a
noia, serra con ambe le mani la porta a Socrate e al com- pagno : e
appena l' apre, udendo, che non erano di loro. E ci piace il passeggiar di
Protagora e degli altri, che passeggiando con tanto or- dine ascoltavano
il ragionare : e ci par vedere lppia seder nel trono, e Prodico giacere
avviluppato. E con piacer incredibile leggiamo simil- mente che due
giovanetti appoggiati sovra il gomito descrivessero ccr-3!i, e altre
inclinazioni della sfera : e che Socrate pur col gomito, di- mandasse, di
chi ragionavano. Né con minor espressione ci pone in- nanzi agli occhi
Garmide e gli amici : e quasi veggiamo gli estremi, che sedevano da
questa parte e da quella, l'uno cadere e l'altro es- ser costretto a
levarsi. Ma sopra tutte le cose c'empie di compassione e di maraviglia il
venir di Garmide alla prigione innanzi al giorno, e l'aspettar, che si
destasse Socrate, condannato alla morte: e poi, che il medesimo raccolga
la gamba, la quale era stata legata, e grattandosi discorra del dolore e del
piacere, l'estremità de' quali son con- giunte insieme : e distendendosi,
e postosi a sedere sovra la lettiera dia principio a maggiore e più alta
contemplazione. E nel medesimo dialogo tempera il dolore, quando scherza
colle belle chiome di Fedone, le quali dovevano il giorno tagliarsi : e
nella descrizione parimente è maravi- glioso. E se leggiamo i
ragionamenti di Socrate sotto il platano, e quelli del forestiero
ateniese all'ombra degli alberi frondosi, mentre col La- cedemonio e col
Gandiano vanno all'antro di Giove, ci par di vedere, e ascoltare quello,
che leggiamo. Queste son le perfezioni di Platone, veramente
maravigliose: le quali, sebben saranno considerate, non ci rimarrà dubbio
alcuno, che lo scrittore del dialogo non sia imitatore, o quasi mezzo fra
il poeta e il dialettico. Àbbiam dunque, che IL DIALOGO sia imitazione di
ragionamento, fatto in prosa per giovamento de- gli uomini civili e
speculativi, per la qual cagione egli non ha bisogno di scena o di palco
: e che due sian le specie, l' una nel soggetto della quale sono i
problemi, che risguardano l'elezione e la fuga: l'altra speculativa, la
qual prende per subietto quistione, jche appartiene alla verità e alla
scienza; e nell'una e nell'altra non imita splamente la disputa, ma il
costume di coloro, che disputano, con elocuzioni in alcune parti piene di
ornamento, in altre di purità, come par, che si convenga alla materia. Tasso.
Tasso. Cornello. Keywords: l’arte del dialogo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Tasso”, “Grice e Cornello” – The Swimming-Pool Library. Cornello.
Luigi Speranza -- Grice e Cornificio: la ragoone conversazionae e la vera etimologia
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Autore di un’opera
etimologica in tre libri, composta fra il tempo di Cicerone e Ottaviano. Das Werk des C. Longus de
etymis deorum. a) Prise. GLK, C. in 1 de etymis deorum. Macr. C. etymorum libro
tertio. Cornificius in etymis: vgl. noch wo Anschlufs an die stoische
Philosophie (vgl. W. A. Baehrens, Hermes; K. Reinhardt, Kosmos und Sympathie,
München); Arnob., Festus, M. bemerkt bezüglich der Etymologie von Minerva: C. vero,
quod fingatur pingaturque minitans armis, eandem dictam putat. (nare);
(nuptiae); (oscillare); (Rediculus; s. Ed. Meyer, Herm. (lalassus). Der bloße Name Cornificius ohne
Glosse erscheint. Das diese Glossen aus dem Werk „de etymis deorum"
geflossen sind, vermuten R. Merkel. Ovids Fasten, Berlin.; Th.
Bergk, Kl. phil. Schr. Willers, De Verrio Flacco glossarum interprete disput.
crit., Halle. C. hat dann auch andere als Götteretymologien behandelt,
vermutlich wenn er von Kultusgebräuchen und Kultus-einrichtungen sprach.
Wahrscheinlich dürfen wir den gleichen Schriftsteller finden auch in dem C.
Longus bei Serv. Aen., wo es sich ebenfalls um Etymologien handelt: invenitur
tamen apud C. Longum lapydem et Icadium profectos a Creta in diversas regiones
venisse, lapydem ad Italiam, Icadium vero duce delphino ad montem Parnasum et a
duce Delphos cognominasse et in memoriam gentis, ex qua profectus erat,
subiacentes campos Crisaeos vel Cretaeos appellasse et aras constituisse. Dieser kann dann aber nicht identisch sein mit dem Dichter und Feldherrn
C. (Bergk.), der nie den Beinamen Longus
trug, den außerdem die Zeitverhältnisse unmöglich machen. Denn der Verfasser
der etymo'ogischen Schrift zitiert nach Macr.das Werk Ciceros de natura deorum,
das im J. 44 erschien, so das sie in den folgenden drei Jahren von dem stark
beschäftigten Statthalter Afrikas hätte geschrieben sein müssen. Benutzt hat
dann Verrius die Abhandlung 'de etymis deorum'. — J. Becker, C.Longus und C.
Gallus, Ztschr. für die Altertumsw. Wissowa, Realenz.; Funaioli 473. A stoic
wrote a book on etymology. Nome
compiuto: Cornificio Lungo. Cornificio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cornificio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cornuto: la ragione conversazionale a Roma antica -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). A slave in
Rome, he became one of the city’s leading intellectuals. A member of the porch.
The name Anneo points to a connection of some kind with the family of Seneca. He
taught rhetoric and philosophy, his pupils including Agathino, Petronio
Aristocrate, Lucano, and Persio. In his will, Persio left C. his books, which
he accepted, and his money, which he rejected. He was sent into exile by
Nerone. He wrote an influential commentary on Aristotle’s Categories. He argues
that the categories reflect divisions within language, rather than within
reality. In a different essay, the Epidrome, he surveys the myths and by means
of linguistic analysis and allegorical interpretation he seeks to extract what
he considers to be their true meaning. Nome compiuto: Lucio Anneo Cornuto
Cornuto. Cornuto. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice e Cornuto,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Corrado:
la ragione conversazionale e la dieta di
Crotone e la semiotica magica– scuola d’Oria – filosofia brindisese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Oria). Filosofo
brindisese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Oria, Brindisi, Puglia. Grice:
“I like Corrado; of course we have the beefsteak, the English do; but Corrado
philosophised on the near ‘cibo pitagorico’ a Crotone and produced a
philosophical cookbook for the noblemen!” --
Uomo di grande cultura, fu soprattutto grande gastronomo e uno dei
maggiori cuochi che si distinsero tra il '700 e l'800 nelle corti nobiliari di
Napoli, simbolo del suo tempo nella variegata realtà partenopea. E il primo
cuoco che mette per iscritto la "cucina mediterranea", il primo, a
valorizzare la grande cucina regionale italiana. Scrisse “Il cuoco
galante”, definito all'epoca un libro di alta cucina, testo richiesto in tutto
il mondo dalle principali autorità dell'epoca, e ristampato per ordini del
principe per ben 6 volte. Preparava elegantissimi banchetti in principio
alla corte di Don Michele Imperiali Principe di Francavilla presso il palazzo
Cellamare di Napoli, dove coordinava un piccolo esercito di maggiordomi,
domestici, volanti e paggi e preparava i pranzi o le cene con particolare
assortimento di vivande accoppiandole con tanta fantasia e particolari
accorgimenti architettonici ed artistici al fine di formare una coreografia
sontuosa e raffinata. Figlio di Domenico e di Maddalena Carbone. Rimasto
orfano per la morte del padre, ancora adolescente, divenne paggio alla corte di
Michele Imperiali che era Principe di Modena e Francavilla Fontana, Marchese di
Oria e Gentiluomo di camera di S.M. il Re delle due Sicilie, che lo condusse a
Napoli dove risedette per diversi anni. Appena maggiorenne, entrò a far parte
della Congregazione dei Padri Celestini nel convento di Oria. Dopo l'anno
di noviziato, fu chiamato dal Superiore Generale De Leo nella residenza
napoletana di San Piero in Maiella, dove si specializzò negli studi di filosofia.
Dallo stesso padre generale fu avviato, anche, allo studio delle scienze
naturali e dell'arte culinaria, per la quale divenne famoso. Non diventò mai
sacerdote per cui, dopo la soppressione degli ordini religiosi si stabilì a
Napoli, ove risedette per oltre cinquant'anni, insegnando la lingua francese ai
figli delle famiglie aristocratiche della città, pubblicando contemporaneamente
molte sue opere che gli diedero successo e notorietà. Per i molti impegni che
ebbe a Napoli, non tornò più ad Oria, anche se non mancarono momenti di
nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia e dalla sua città natale.
Il Principe di Francavilla gli attribuì la mansione di Capo dei Servizi di
Bocca -- antica mansione con cui veniva chiamato colui che era preposto a
sovrintendere alla cucina, alla preparazione delle vivande e all'organizzazione
dei banchett -- di Palazzo Cellamare,
sito sulla collina delle Mortelle prospiciente il golfo di Napoli e della
famiglia del Principe, poiché molti illustri personaggi di un certo livello e
rango, che venivano a Napoli, invitati a mensa poterono constatare la fama di
questa opulenta ospitalità più spagnolesca e tipicamente partenopea che era in
uso al tempo. Parlando del suo lavoro Vincenzo Corrado così si
esprimeva: «L'abbondanza, la varietà, la delicatezza delle vivande, la splendidezza
e la sontuosiotà delle tavole richiedevano una schiera di uomini d'arte, saggi
e probi. Questa mastodontica organizzazione, era guidata proprio da lui. Alle
sue dipendenze lavoravano un maestro di casa, un maestro di cucina ed un
maestro di scalco che aveva il compito di acquistare, di cucinare, di dissodare
e di trinciare ogni tipo di animale, mentre una schiera di cuochi, rispettando
la gerarchia allora in uso, lavorava secondo la propria specializzazione (oggi
le grandi cucine dei Ristoranti hanno i cuochi di rango): vi era il cuoco
friggitorie, quello per le insalate, il pasticciere, il bottigliere e il
ripostiere. Tutti questi erano aiutati da una serie di sguatteri e di serventi
che avevano il compito di girare intorno al tavolo per esibire lo spettacolo
fantasioso delle portate prima ancora di servirle. Tutta questa organizzazione
era coadiuvata da un piccolo esercito di maggiordomi, domestici, volanti e
paggi che interveniva non appena il servizio di cucina consegnava le
varie portate artisticamente decorate. C., a seconda degli ospiti del
Principe preparava i pranzi o le cene con particolare assortimento di vivande
accoppiandole con tanta fantasia e particolari accorgimenti architettonici ed
artistici al fine di formare una coreografia sontuosa e raffinata. Egli stesso
ci descrive queste splendide composizioni con pregevole gusto e raffinatezza,
lasciando, anche, delle visioni grafiche. Gli elementi decorativi della tavola
erano affidati al maestro ripostiere che usava gusto artistico e genialità:
grandi vasi in porcellana ricolmi di fiori variopinti, alzate di cristallo e
argento a tre o quattro piani colmi di dessert o frutta o fiori o ortaggi,
bianchi gruppi di porcellana raffiguranti scene arcadiche o bucoliche; puttini
d'argento; gabbiette dorate con piccoli uccellini cinguettanti; coppe di
cristallo di varie fogge in cui guizzavano pesciolini tra foglie di rose ed
altri fiori. Il centro veniva racchiuso da una cornice di frutta, di fiori
freschi e di ortaggi, secondo la stagione variante, disposti, intervallati da
piccole spalliere di agrumi in porcellana con ortolani nell'atto di
raccoglierli. La composizione era la sintesi di un artista di provata
esperienza, di raffinata fantasia e di vivace estro, capace di accoppiare tanti
svariati elementi fondendoli insieme a formare uno spettacolo di gran gusto e
di particolare gradevolezza. Il valore del tavolo di gala completato dal
vasellame, cristalleria e argenteria di grande pregio era inestimabile. Questo
senso artistico, anche, nell'arte culinaria C. lo aveva ereditato da un suo
antenato letterato di mestiere. Ma per quanto dotato di una cultura
autodidatta, di vivacità d'ingegno, di originalità e di una particolare
facilità nell'insegnamento, se non avesse avuto la fortuna di conoscere Don
Michele Imperiali, che ne coltivò le particolari doti incoraggiandolo a
scrivere della sua specifica arte per tramandarla ai posteri, probabilmente
sarebbe rimasto un ottimo organizzatore, un appassionato gastronomo, ma la sua
fama si sarebbe estinta con lui. Le opere “Il cuoco galante’. Il primo
libro vegetariano della nostra storia. il credenziere: colui che si prendeva
cura della credenza. L'opera fu sottoposta a ben 7 ristampe. Prodotta in 7500
copie, Dalla dedica si ricava il leitmotiv dello scritto nonché la filosofia in
cui credeva l'autore, che è di questo tenore: il “buon gusto nella tavola”
inteso come “sano pensare”. Di questo trattato di gastronomia, il successo fu
istantaneo e inaspettato, in quanto la precedente opera gastronomica, La lucerna
dei cortigiani, stampata presso Napoli e dedicata a Ferdinando II duca di
Toscana, non era riuscita ad attirare l'interesse del pubblico che la trascurò
ignorandola. Invece grande successo ottenne la prima edizione del
"Cuoco Galante" che si esaurì rapidamente, tanto che il Principe ne
ordinò una seconda edizione che ebbe eguale successo. Intanto Vincenzo Corrado
migliorò e ampliò il testo di questa opera e ne preparò una terza edizione.
La fama del libro superò i confini del Regno di Napoli e dell'Italia; infatti
dall'estero giunsero richieste da tutti quegli stranieri che avevano conosciuto
ed apprezzato il Corrado alla corte degli Imperiali, per cui si pervenne ad una
quarta edizione, seguita dalla quinta e infine la sesta pubblicata. Assolute
novità introdotte dall'autore erano allora la patata, il pomodoro, il caffè e
la cioccolata. Altre saggi: Incoraggiato dal successo del Cuoco Galante,
il Principe spinse l'autore a pubblicare nel un Credenziere del buon gusto, del
bello, del soave e del dilettevole per soddisfare gli uomini di sapere e di
gusto. Egli scrive e pubblica inoltre “Il cibo Pitagorico”, “Trattato sulle
patate”, “Manovre del cioccolato” e “Manovra del caffè”; “Trattato
sull'agricoltura e la pastorizia ed infine, “Poesie baccanali per commensali”.
-- è il faro della cucina moderna della nobiltà a cavallo del periodo della
rivoluzione francese. Egli privilegia i personaggi di rango in visita alla
mensa del principe con opulenta ospitalità. Orbene in questo contesto di sfarzo
godereccio, di lusso e di differenze sociali abissali, rimase fin abbagliato
dalla nobiltà, la gente ricca e potente, verso la quale nutre sempre sentimenti
di grande reverenza se non addirittura di venerazione. Proprio per riconoscenza
al Principe, dando alle stampe i suoi due libri, confessa. “Questi due libri
che del buon gusto trattano, con la guida e norma scrissi, e pur mercé la tua
generosità mandai alle stampe, e tu di propria mano ne *segnasti* il titolo “Il
Cuoco Galante” -- l'uno e “Il credenziere del buon gusto” l'altro, tutti e due
a te li porgo come frutto di un albero dalla mano piantato. Mio Scopo egli è di
richiamare alla memoria dei nobili uomini dei quali tu fosti la gloria
l'ornamento alla memoria e la lode. Ah? Ma qual Tu fosti non basterebbe di dire
di cento e mille lingue, per cui io stimo meglio il tacere e con il silenzio
benedire gli anni che ti fu appresso. L'organizzazione
dei magnifici banchetti e delle cene lussuose gli diedero l'appellativo di “il
cuoco galante”. La cosa straordinaria è che dietro gli scenari di un favoloso
pranzo o cena vi era una preparazione, quasi orchestrale della quale il
direttore era il filosofo. Alle sue dipendenze vi era una vera e propria
squadra di addetti alle cucine formata da precettori cuochi e servienti. La
presentazione estetica, oltre al gusto, acquista la sua importanza in cucina,
ed dedica grande spazio alle decorazioni e al modo di imbandire le tavole dei
banchetti. Nell'opera sono anche presentati i sorbetti, in vari gusti, ed il
caffè, che, a differenza dall'attuale espresso, veniva bollito in apposite caffettiere.
Precettori un precettore di alloggio e sistemazione posti per gli invitati, un
precettore di preparazione dei cibi, un precettore abile con utensili
domestici, che aveva la mansione di far provviste e comperare il necessario al
mercato per le mense, di dissodare e di affettare ogni tipo di carne o pesce.
Chef e Cuochi “Il cuoco friggitore”, il cuoco per le insalate, il pasticciere,
il bottigliere, il ripostiere. Serventi lavapiatti,
camerieri, maggiordomi, domestici, volteggianti e giullari che
intervenivano non appena il servizio di cucina consegnava le varie portate
artisticamente decorate. Non era solo una semplice cena, era un vero e
proprio spettacolo, fuori dall'immaginato. A volte comprendeva l'utilizzo di
100 persone per altrettanti o più invitati. I banchetti o le cene con
caratteristiche e assortimenti di piatti erano accoppiate con tanta inventiva e
particolari astuzie architettoniche ed eleganti al fine di plasmare una
scenografia sfarzosa e affinata. Egli stesso nelle sue opere e nei suoi
diari ci descrive queste splendide composizioni culinarie come opere d'arte,
quasi uno spreco consumarle. Bicchieri e coppe di cristallo, posate in argento
intagliate, tovaglie di pizzo fiorentino, buche e composizioni floreali, piatti
in porcellana di Capodimonte. Termini culinari "Il Cuoco Galante",
proprio nella terza edizione, alfine di una maggiore comprensione, spiega
alcuni termini "cucinarj" usati per la preparazione delle varie
pietanze, ne riportiamo un esempio: Bianchire: Far per poco bollire in
acqua quel che si vuole; Passare: Far soffriggere cosa in qualsiasi grasso;
Barda: Fetta di lardo; Inviluppare: Involgere cosa in quel che si dirà;
Arrossare: Ungere con uova sbattute cosa; Stagionare: Far ben soffrigere le
carni o altro; Piccare: Trapassar esteriormente con fini lardelli carne; Farsa:
Pastume di carne, uova, grasso ecc.; Farcire: Riempire cosa con la sarsa;
Adobare: Condire con sughi acidi, erbette, ed aromi; Bucché: Mazzetto d'erbe
aromatiche che si fa bollire nelle vivande; Salza: Brodo alterato con aromi,
con erbe, o con sughi acidi; Colì: Denso brodo estratto dalla sostanza delle carni;
Purè: Condimento che si estrae dai legumi, o d'altro; Sapore: La polpa della
frutta condita, e ridotta in un denso liquido; Entrées: Vivande di primo
servizio; Hors-dœuvres: Vivande di tramezzo a quelle di primo servizio;
Entremets: Vivande di secondo servizio; Rilevé: Vivande di muta alle zuppe, potaggi,
o d'altro. Pitagora nell’atto, che dalla
cattedra nella nostra italica scuola dettava sistemi, che riguardavano quanto
mai fosse fuori di esso lui, e di noi per pascere l’animo e l'intelletto, non
trascure di sistemare peranche ciò che meglio, e piu opportunamente al
nutrimento ed alla conservazione del meccanico nostro vivere conducesse. E però
dettando il canone o la legge, come dir si voglia, per la cucina delli suoi
mentati, non di *carni* di animali ei ditte quadrupedi, o volatili, o di pelei
imbandite vengano le mente di quanti han voglia di più lungamente, e più
lanamente vivere, ma soltanto di vegetabili erbe, di radici, di foglie, di
fiori. Ebbe cotesso filosofante la somma disgrazia di non essere da ogni
filosofo inteso, come sovente la savia donna stobeo sua moglie e espose li g
luf'J\ l&- r menti: e com’egli la tras-migrazione dell’anime avesse
ingegnata, così dalli silenziari scolari suoi, e da parecchi altri prevenuti da
quel di lui fatto sistema si divieta del cibo animalesco, e la preferizione del
solo cibo erbaceo furon pref nel sinistro senso di una supertiziosa venerazione,
cK egli aveffe per l’animale, nella macchina del quale l’anima dell’uomo dopo
la morte fojfcro tras-migrate. Ma ’ che chefané di ciò, egli è indubitata cosa,
che il cibo erbaceo fallo più confacenti all’verno, per cui vedef la più parte
dei Naturalifi a quella opinione indicimata, che l'uomo naturalmente non è
carnivoro. E se noi ponghiamo mente al parlare dell’antica filosofia, rilevaremo
con tutta chiarezza che le frutta della terra defluiate vennero al nutrimento
dell'uomo, e che sopra del pesce, dell’animale terrestre, e del volatile n eh
he lo fie[fio uomo soltanto il domini; Jlcchè l efifierfii poi dati alcuni
uomini ad alimentarsi di animali j'offe fiata una necessità di alcuni luoghi,
oppure un lusso! Non senza ragione quindi la italiana gente, ansi avvedutamente
oggi più che in altro tempo la legge pitagorica ha ripigliata ad oficrvare con
tutto impegno nella cucina del filosofo galante, e nelle mensa: e le nazioni
anche più culte, che da Italia sono lontane, han preso il gufo di dare al corpo
nutrimento più sano, gusiosso, e facile per mezzo dell’erba. Ed ecco perciò
tutta la scuola cucinaria pofia in movimento per inventar un nuovo modo a poter
preparare e condire l’erba per mezzo di altri fingili vegetabili, onde non
solamente grato al palato si renda il semplice pitagorico cibo, ma eziandio
pofia sioddisfarsii al lusso nell' imbandire laute Menfie da filmili
siempìicità compofie. E quesio è il fine della mia filosofia, difiefio, ed a
comune uso e utilità. Vero egli è, che non tutti li vegetabili dei quali ferie
preferìve qui la preparazione filano li più perfetti, e giovevoli ai nutrimento
nostro. Ma ciò ha dovuto farsi per accomodarsì af gufo comune, ed alla moda
presiente della tavola fu,di che qualunque Aristarco non avrà che opporre.
Nella mia filosofia volendosi imitare la filmile semplicittà della materia del
soggetto, con sempiice e chiaro discorso si da la pratica come ogni erba
italiana dando il suo proporzionato condimento con fughi di carne, con latte
Animali, e di fórni, con butirro, con olio, con uova, e con altr’erbe odorifere
e gusiofe debano preparar f. E intanto per a et tare, ad ogni articolo alcuna
cosa verrà premefi, che rifguarda la natura, e le virtù del vegetabile di cui
fe ne voglidn preparare la vivanda. E già qui fiegue in prima, la maniera di
far i brodi, i coli e le buri neceJTarj
pel condimento: ed in secondo luogo h nòta del vegetabile del quale nella mia
filosofia fe ne preferivo il modo di prepararli: avendo io in ciò fare
procurato di mettere in J'alvo anche il Injjo nell' imbandire con simili generi
una mensa di formalità e gala, e nel tempo Jìeffo di soddisfare il gusto
delicato dei nobili, e di provvedere alla conservazione dell’utterato. INDICE:
Velli Brodi, Coli, e Purè p. I Velli Coli a Velie Purè i tutta la c minarla
prepa- ragione de’ vegetabili, Lattuca, Spinaci, Cavolo Cappuccio, Selleri,
Zucca, Zucca lunga ia Delle Zucche Vernine ivi Cavai fiore Finocchi Iudivia
Cardoni Cavoli Torgi Carciofi Broccoli Boraggine Senape Cipolle ivi Rape
Ravanelli CicoriaPetronciane Pafiinacbe Pomidoro Cedriuoli Peparoli Pifelli
Sparaci Raperortzpli Velli Ceci Fave Faggioli 3^ De//** I-enfe 39 Funghi
Tartufi Erba per condiment, Maggiorana, Targone, Pimpinella, Santa Maria
Crefcione Origano Timo Acetofa Salvia Menta Cerfoglio Porcellana Bafiltco Ruta
Sambuco Rosmarino Tralci Vite Zafferano Anafi Cappari Scalogne Dettagli Rafano
o Ramolaccio Bettonica Idea dell'ufo delle frutta ivi. Grice: “My favourite chapter from ‘Il cuoco galante’ is the
philosophical one, on Pythagoras! I vitto pitagorico consiste l’erba fresca,
la radice, il fiore, la frutta, il seme, e tutto cid che dalla terra produce
per nostro nutrimento. Vien detto pittagorico poiche Pitagora, com’ è
tradizione, di questi prodotti della terra soltanto fece uso. Pitagora mangia
l’erba semplice e naturale, ma gli uomini de’ nostri di li vogliono conditi, e
manovrari; ed io nel voler conversare con distinzione dell’erba procuro
eseguire l’uno, e soddisfare l’altro, con escludere le carni, e di servirmi del
condimento, anche pitagorico, com'è il ſugo di carne, il lasase, le uova,
l’olio, ed il burirro per compiacere qualche particolar palato, servirmi pure
delle parti più delicate degli animali. Molte fonti filosofica
suggeriscono l'idea di un'origine mitica comune per la semiotica e la
filosofia: entrambe le pratiche, infatti, figurano come doni di Apollo e sono
a lui variamente collegate. Così, per esempio, Platone nel Simposio: "In
verità, Apollo scoprì l'arte del tiro con l'arco e la medicina e la
divinazione". È molto suggestivo, dal punto di vista semiotico, che le due
pratiche primordiali che inaugurano un sapere basato sui segni, siano avvertite
come originariamente collegate. E un effettivo stretto collegamento esse lo
trovano nella figura antichissima dello iatromantis, il
filosofo-cum-medico-indovino, che unisce in sé le facoltà di un veggente e la
capacità di curare le malattie. L'appellativo del filosofo come iatromantis è
riferito in prima istanza allo stesso dio Apollo; ma passa poi a una serie di
filosofi in vario modo legati al dio, che uniscono al dono della mantica e
della medicina, anche quello di effettuare delle purificazioni. Un elemento
fondamentale che caratterizza la figura dell filosofo iatromantis è la sua
capacità di usare una procedura diagnostica: trattandosi di un veggente, egli
è in grado di individuare la causa nascosta (il segnato) di una malattia (il
segnante), causa che è da attribuirsi sempre a un intervento sopra-naturale.
In epoca antichissima, la malattia è concepita infatti come miasma, come
contaminazione, dovuta a un contatto con un'entità divina o demonica. Si
tratta di una concezione (vale la pena sottolineado) che affonda le radici in
una religione italica pre-olimpica, animistica e demonica; cfr. Lanata;
Detienne; Dodds; Lloyd; Parker. Un'ampia panoramica sul movimento magico e
catartico era già stata fornita dagli studi del Rohde. Per questa ragione, c'è
bisogno di un filosofo-cum-medico-indovino, in grado di leggere i segni che gli
rendono accessibile il mondo delle forze oscure e sopra-naturali alle quali è
imputato il presente stato di contaminazione; in seguito alla sua diagnosi, il
filosofo-cum-iatromantis [those spots mean measles, black cloud means
rain] può indicare gli strumenti magici atti a purificare il miasma. Questa
concezione è ben iliustrata da una notizia di un filosofo della scuola
pitagorica a Crotona, Poliistore, che cita le "Memorie
pitagoriche"."L'aria, secondo i pitagorici, è piena di anime. Ed essi
le considerano demoni ed eroi e pensano che siano essi a inviare agli uomini
i sogni e i segni premonitori (semeia) e le malattie, e non solo agli uomini,
ma anche alle greggi e agli altri animali da pascolo. E a questi demoni ed
eroi sono dirette le cerimonie catartiche e apo-tropaiche e tutta la mantica e
i vaticini e tutto ciò che è di tal genere" (Diog. Laert., Vitae, D-K). Va
notato, di sfuggita, che il carattere italico molto arcaico della concezione
espressa dal brano è garantito dal riferimento al bestiame coinvolto nelle
stesse vicende della comunità umana. C'è la rappresentazione di una comunità
agricola in cui uomini e bestie formano una unità inscindibile (Cfr. Deticnne.
Sono presenti in questo passo tutti gli elementi di una semiologia SACRA e
magica abbinata a una filosofia esoterica e medicina magica. I demoni sono la
fonte delle malattie che affliggono gli uomini. Ma, contemporaneamente, sono
anche la fonte dell'informazione che concerne il mondo in-visibile o
in-perceptibile, in-sensibile, inviando agli uomini i segni (compreso quel
particolare tipo di segno che sono i sogni) dai quali si rende riconoscibile
l'origine della malattia. Del resto il circolo comunicativo si chiude
attraverso gli speciali segni che gli uomini sono chiamati a produrre: i riti
catartici e apo-tropaici. In particolare, le cerimonie apo-tropaiche sono
costituite dalla recita di epoidai, cioè di formule verbali incantatorie,
ritenute idonee a scongiurare il male. Si tratta di segni linguistici che da
una parte chiudono il circuito comunicativo con il sopra-naturale, dall'altra
sono efficaci, nel senso che intendono agire sul mondo e non rispecchiarlo.Grice:
“Oddly, my mother was keen on Mrs. Beeton, I’m keen on Signore Corrado!”
La cucina e la credenza, ad esami parlando, son sorelle gemelle, poichè
le due appartengono al buon gusto del cibo, e le due nacquero, cresceron, e
s’ingrandirono nello stesso temp, e nella nostra Italia che in altri luoghi,
sotto i fastosi e dominanti romani, e divennero tutte e due arti d’ingegno, di
piacere, e di utile; ed il cuoco ed il credenziere debbono esser d'accordo nel
loro, quantunque dissimile, lavoro. Della estesa ed elevata cucina se n’è
discorso abbastanza. Dico abbastanza ma non già al fine; e compimento, poichè
ciò accade quando non vi saranno più uomini al mondo. Ora vengo a trattare di
quanto la credenza include, e di quanto un credenziere dee esser fornito. E se nel
dar l’istruzione per la cucina pensai e scrissi da cuoco, ura collo stesso
metodo filosofo da credenziere. Come tale intendo ragionare al dilettante.
Procuro di aggiugnere quanto di bello, di buono, e di dilettevole mi ha potuto
suggerire la fantasia. Gradisci dunque, o cortese mentato, questa mia fatica, e
sappi, ch’io resto soprabondevolmente pagato col piacere di avervi servito.
Vivi felice. Nome compiuto: Vincenzo Corrado. Corrado. Keywords: la dieta di
Crotone, il cibo pitagorico, il concetto di conversazione galante, gala --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Corrado” – The
Swimming-Pool Library. Corrado.
Luigi
Speranza -- Grice e Corsano: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Roma. Il pensiero di Bruno nel suo svolgimento storico; a cura di Adele
Spedicati users.png Galatina, : Congedo, mas.png Materiale a stampa Lo trovi
qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui 2. : Il pensiero
di.. users.png Galatina, : Congedo, 1999 mas.png Materiale a stampa Lo
trovi qui: Univ. di Salerno Opac:Controlla la disponibilità qui 6. : Umanesimo
e rel... users.png Napoli, : Guida mas.png Materiale a stampa Lo
trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Bayle, Leibniz
e la ...CORSANO, Antonio users.png Milano : Signorelli, mas.png
Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la
disponibilità qui De la causa, princip...BRUNO, Giordano users.png
mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la
disponibilità qui G. B. Vico / Antoni...CORSANO, Antonio users.png
Napoli, : Libreria Scientifica, mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ.
di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Leibniz / Anton...users.png Bari,
: Laterza, mas.png Materiale a stampa Lo
trovi qui: Univ. di Salerno Opac:Controlla la disponibilità qui Giambattista
Vico / ... users.png Firenze, : Sansoni, stampa 1940 mas.png Materiale a
stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità
qui tutti checked_false.png Il pensiero educativo del Rinascimento
italiano / Antonio Corsano, Maria Ricciardi Ruocco users.png Firenze, :
La Nuova Italia mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac:
Controlla la disponibilità qui Il pensiero educativ... users.png Bari :
Laterza mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla
la disponibilità qui Il pensiero religios...CORSANO, Antonio
users.png Galatina, : Congedo, 2002?- rgrafbi.png Grafica Lo trovi qui:
Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Opere scelte /
Anton... users.png Bologna, : Cappelli- mas.png Materiale a stampa
Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Storia del
problema .. users.png Bari, : Laterza, mas.png Materiale a stampa
Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui U. Grozio :
l'umanis... users.png Bari, : Laterza, mas.png Materiale a stampa
Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Umanesimo e
religion... <18... 11 - 20 di 19 risultati tro. Nome compiuto: Antonio
Corsano. Corsano. Refs.: L. Speranza, “Grice e Corsano”, The Swimming-Pool
Library. Corsano.
Luigi Speranza -- Grice e Corsini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia in roma
antica – scuola di Fellicarolo – filosofia modenese – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Fellicarolo). Filosofo modenese. Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Fellicarolo, Modena, Emilia-Romagna. Grice: “I like Corsini; if we at Oxford had a sublime history as they do
in Italy, we surely would be philosophising about it! Corsini taught philosophy
at Pisa and spent most of his efforts in deciphering what the Romans felt
interesting about Greek philosophy!” Grice: “Corsini also explored the roots of
Roman philosophy from the earliest times – ab urbe condita,’ as the Italians
put it!” Studia
nel Collegio dei padri scolopi fananesi, dove in seguito entra quale novizio e si trasferì nel Noviziato di Firenze. Le
sue capacità lo portarono a diventare docente di filosofia a soli vent'anni presso
la stessa scuola. Si trasferì quindi a Pisa dove insegna. Eletto Superiore
Generale e dovette trasferirsi a Roma. I principali campi di studio ai
quali si applica furono: la filosofia, la cronologia, l'epigrafia, la filologia
e la numismatica ma si interessò anche di matematica, di logica, di fisica, di
idraulica, di didattica, di storia e di lettere antiche e moderne. Altre
opere: “Illustrazione relativa alle recensioni su De Minnisari e Dubia de
Minnisari pubblicate ne gli Acta Eruditorum; “Illustrazione relativa all'Epistola
ad Paulum M. Paciaudum, pubblicata negli Acta Eruditorum”; “Ragionamento
istorico sopra la Valdichiana” (Firenze); “Index notarum Graecarum quae in
aereis ac marmoreis Graecorum tabulis observantur” (Firenze); “De Minnisari
aliorumque Armeniae regum nummis et Arsacidarum epocha dissertation” (Firenze);
A. Fabbroni, Vitae Italorum..., Pisis E. de Tipaldo, Biografie degli italiani
illustri, X, Venezia); Dizionario
biografico degli italiani. Elogio di C. (con lettere di Fananese a Rondelli). Fanani
nianae, quod in ditione est oppidum Ducum provinciae Ateftinorum Fri, III. Non.
natus eft C. optimis quidem parentibus, honestissimaque familia, quippe quae
jamdiu civitate Mutinensi donata fuerat. Is ubi primum adolevit Sodalitatem
hominum Scholarum Piarum, quos praeceptores puer in patria habuerat, ingressus
est. Multa diligentia, multoque labore in humaniorum litterarum [cf. Grice,
Lit. Hum.], philosophiae ac theologiae studiis Florentiae se exercuit apud
suos; et cum omnes condiscipulos gloria anteiret, ab omnibus tamen in deliciis
habebatur. Erat enim bonitate suavitateque morum prope singulari; et cum
plurimuin faceret non solum in excolendis studiis, sed etiam in officiis
omnibus religiosi hominis obeundis, minimum tamen ipse de se loquebatur. Vix
ferre poterat Eduardus peripateticos quofadam horridos, durosque oratione et moribus,
quibuscum versari cogebatur; intelle xeratque jam falsos hujusmodi sapientiae
magistros de veritate jugulanda potius, quam de fendenda assidue certantes, philosophiam
artem fecisse subtiliter et laboriose infaniendi. Relictis igitur disputandi
spinis, ad Academiam se convertit, cujus ratio inquirendi verum libero
folutoque judicio, et fine ulla contentio ne et pertinacia non poterat non
magnope reprobari homini natura leniſſimo. Nec forum in philosophorum libris
corum dogmata, quae disputationibus huc et illuc trahuntur, ut ipse per se perpenderet,
inveſtigavit C., sed etiam philosophiae adminicula et an ſas, qualem Xenocrates
geometriam appellabat, in Euclide, Apollonio et Archimede quae sivit. Quo in itinere
felicem adeo habuit exitum, ut fervore quodam aetatis impulsus, břevi condere
potuerit libellum de circulo quadrando, quem ad Guidam Grandium mi fit. Novit
in eo Grandius eximium et admirabile adolescentis ingenium, eumdemque hortatus
est, ut pergeret porro in eo studio, quod ceteris et studiis et artibus
antecede ret, et in quo ipse futurus effet excellens. At C. praeſertim
trahebatur ad humaniores litteras, quibus a puero mirifice dedicus fuerat,
quaſque vel in sublimiorum disciplinarum occupationibus, ne obsoleſcerent,
legendo renovaverat. Itaque moleste tulit demandatam fibi a majoribus fuisse provinciam
tradendi publice FIRENZE philosophiam, quasi ad ea detru deretur, quae sui non
essent ingenii. Principio sequi coactus est Goudinium, cui brėvi substituit
Hamelium. Atque hos auctores sic interpretatus est, ut facile intelligeretur
non eſſe ex illorum doctorum numero, pud quos tantuin opinio praejudicata
poteſt, ut etiam fine ratione valeat auctoritas eo rum, quos ſequi ſe
profitentur. Poftremo ad ſcholae fuae utilitatem et ornamentum maxime pertinere
exiſtimavit, fi e multis, quae ſunt in philoſophia et gravia et utilia a
recentioribus praefertiin FILOSOFI tracta ta, quantum quoque modo videretur
deli geret, in quo adoleſcentes exerceret. Sa pienter etiam faciebat, quod
ipſos non ſolum quibus luminibus ab illa omnium laudanda rum artium
procreatrice Philoſophia petitis a mentem illuſtrare, fed etiam quibus virtuti
bus omnem vitam tueri deberent fedulo e rudiebat. Quare minime eſt mirandum fi
in tantam claritudinem brevi pervenerit, ut fuis et Florentinis vehementer
carus, quibuſdam vero hominibus nudari ſubfellia ſua, et cor nicum oculos
configi dolentibus eſſet invim diofifſimus. Fuerunt et nonnulli (tantum in
vidia, aut inſcitia potuit ) qui apud eos, quorum munus eſt providere, ne quid
er roris in religionem moreſque irrepat, Corſi nium accufarunt, multa illum
tradere, in exponendis praeſertim Gassendi et Cartesio ſententiis, a recta
religione abhorrentia. Stomachatus eft homo religiofiflimus, caftif fimuſque
obtrectatorum temeritatem. Hos ve ro ut falſae et iniquae inſimulationis publi
ce convinceret, utque ab omni metu diſci pulos fuos liberaret, ftatuit in lucem
profer re, quae in ſchola et domi iiſdem expoſue rat. Quod cum praeftitiffet,
id evenit, ut alteros reprehendiſſe poeniteret, alteri fe di diciſſe gauderent.
Inſcripfit opus: Inſtitutio nes philoſophicae ad ufum Scholarum Piarum, et illud
in quinque volumina diſtribuit si ma mum continet hiſtoriam philoſophiae et lo
gicam; ſecundum verfatur in indagandis prin cipiis, et tanquam feminibus unde
corpora funt orta et concreta, horumque proprieta tibus et qualitatibus; agit
tertium de cor poribus inanimatis, quae caelo, aere, ri et terra continentur;
examinat quartum animata corpora, multipliceſque eorum fpecies, et elementa
metaphyſicae tradit; quia tum denique morum doctrinam complectitur. Nec folum
in conficiendis his libris res no vas inveſtigavit C., fed etiam eas, quae funt
ab antiquis traditae, quarum cognitionem eo utiliorem putavit, quod faepe.
philoſophos nova proferre judicamus, cum pervetera proferant. Praeter quam quod
in ea erat opinione C., illi, fitum eſt veritatem invenire, fingulas nofcen das
effe diſciplinas, ut ex omnibus, quod probabile videri poſſit, eliciat,
praeſertim cum doceamur a ſapientiffimis viris, nullam fectam fuiffe tam deviam,
neque philoſopho rum quemquam tam delirantem, qui non vi derit aliquid ex vero.
Nec modo quid fibi probaretur, fed aliorum etiam fententias, et quid cui propo quid
in quamque ſententiam dici poſſet, pera fecutus eſt, quod ea modeſtia
praeſtitit, ut: non vincere maluiſſe, quam vinci oſtenderid. Hanc opinionum
varietatem ex fuis fone tibus fincere deductam, ut potentius in die fcipuloruin
animos influeret, non modo ora, vine diſpoſuit., ſed etiam claritate et nitore,
LATINO SERMONE illuſtravit. Praeclare enjin, CICERONE: mandare quemquam
litteris cogitationes fitas, qui eas nec difponere poffit, nec illuftra-: re,
nec delectationé. aliqua lectorem allicere, hominis est. intemperanter
abitentis otio et like cris. Sunt nonnulli qui in hiſce. Insitus, rionibus dum
pleniflimo ore laudant ima menſam prope eruditionis copiam,, politio remque
elegantiam, quibus ornantur, defide; rare videntur abditiorem 'reconditioremque
tractationem earum rerum, quae primum ii) phyſica tenent locum, quales ex. gr.
ſunt Trotus., Newtoniana' attractia, harumque lo ges, non tam.ut ceteros, quam
ut ſe ipſum, qui nunquam adduci potuit, ut Newtoni fententiae affentiretur,
convinceret. Sed ii meminiſſe debent quibus ſcripſerit:C., hribuſque temporibus
ſcripferit. Quoniam ve to plurima ſunt in phyfica, quae fine 'gea metriae ope
tractari non poffunt, hoc quo que adjumențum a fe afferri oportere diſci pulis
ſuis putavit. Itaque Philoſophicis Ma thematicas Institutiones adjecit, in
quibus fi ordinem excipias (initium enim facit a pro portionibus, quas nemo
ignorat difficillimam effe geometriae partem) cetera ſatis belle procedunt.
Neque multo poft retexuit hoe ipſum opus, in quo eo elaboravit attentius, quod
fperabat aditum fibi facturum ad mu nus tradendi mathematicas diſciplinas in LIZIO
Florentino. Acceptum illud cum plauſu fuit propter dilucidam brevitatem atque
ele gantiam, licet in eo acutiores peritioreſque geometrae pauca quaedam jure
ac merito teprehenderint. Praeſtantiam, quam conſe cutus fuerat C. in rebus
geometricis, yoluit ad hydroſtaticam transferre; cumque fedulo evolviffet quae
in ea facultate ſcris ptis mandaverant poft GALILEI (vide), BRUNI Torricellius,
Michelinius, Guglielminius, Grandius, alii. que pauci, in ſcenam prodire non
dubitavie fuftinens perſonam non modo conſiliarii et arbitri de dirigendis
avertendiſque aquis, ſed etiam ſcriptoris. Etenim ex ejus officina prow diit
liber, qui infcriptus eft: Ragionamenti intorno allo stato del Fiume Arno e
dell' acque della Valdinievole, quique editus fuit fum ptibus. Marchionis
Ferronii, cujus cauffam praeſertim defendebat. Spe dejectus Eduar dus
perveniendi in LIZIO Florentini docto rum numerum, qui praeter modum iis tem-.
poribus. creverat, animum ad Academiam Piſanam convertit, petiitque dari ſibi
va cuum eo tempore logicae interpretis locum. Celeriter quod optabat impetravit,
propte rea quod Joannes Gaſto Magnus Etruriae Dux eximiam illius ſcientiam in
omni re philo ſophica cognoverat. Vir non tam doctrina praeſtans, quam docendo
prudens (etenim quaedam etiam ars, eſt docendi ) magno erat emolumento
ſtudiofis adoleſcentibus, qui non uſitata frequentia fcholam illius celebrabant.
Cum vero de fchola in otium folitudinem que se conferret, tempus potiffimum
conſu mebat in augendis. perficiendiſque ſuis Phi lofophicis Institutionibus,
abſolvendoque, quod inſtituerat, opere de Practica Geometria. Ins ter haec
magna fuit amnis Arni inundatio,ut fi inundationes excipias, quae annis
acciderunt, nul lam unquam majorem fuiſſe conſtaret. Pere vaſerat opinio per
animos Florentinorum huic luctuofae calamitati cauſſam praefertim dediffe
Clanis aquas in Arnum deductas, et quae ad eaſdem moderandas aquas facta fue
rant opera. Hunc errorem ut eriperet Edu. ardus, utque perſuaderet eadem opera
fuiſſe utiliffima ac faluberrima, libro expoſuit qua lis fuiſſet, et quis eſſet
ſtatus Claniae val lis, quidque conſultum et actum ad fua uſque tempora, ut
peſti lentiſſima regio convaleſcere aliquando et fa nari poſſeti, utque
controverſiae inter finia timos Principes de dirigendis aquis ejuſdem regionis
tollerentur. Piſis erat C. con tubernium cum Alexandro Polito, qui hum maniores
litteras profitebatur, cujuſque vi tam ſupra explicavimus. Hominis Graecis et Latinis
litteris eruditiffimi exemplum et vo. ces, ſelectiſſimorumque librorum copia,
qua is abundabat, C. per fe jam flagran tem vehementiffime incenderunt ad eas
ar tes, quibus ab ineunte aetate deditus fuerrat, celebrandas. Sciebat Graece,
cujus ſermonis elementa juvenis Florentiae acce perat a ſodali ſuo Franciſco
Maria Baleſtrio, fed non luculenter. Itaque multo ſudore ac labore in arte
grammatica primum ſe exer euit, poftea Graeca multa convertit in LATINVM,
Graecorumque libros et eos pracſer tim, qui res geſtas et orationes ſcripſe
runt, utilitatem aliquam ad dicendum aucu- | pans, ftudiofiffime legebat. Cum
vero ei eſſet perſuaſum ingentes ac prope immenſos cam pos illi proponi, qui
eloquentiae ceterife que humanioribus litteris vacare cupit, acom mico hac de
re aliquando ſciſcitanti reſpon dit: percipiendam ei effe omnem antiquitatem,
cognoscendam hiſtoriam, omnium bonarum artium ſcriptores et doctores et legendos
et pervolu tandos, et exercitationis cauſa laudan.los, in terpretandos,
corrigendos, refellendos; diſputan dumque de omni re in contrarias partes, et quid
quid erit in quaque re, quod probabile videre poffit, eliciendum atque dicendum.
Hujuſmodi exercitationes, quas diu incluſas habuit, Core finius in veritatis
lucem tandem proferre ſe poffe putavit, cum Faſtos Atticos illustrandos
fuſcepiſſet; magnum ſane opus et prae clarum, quod omnem fere Athenienfium hi
ftoriam complecti debebat, cum qua philofophiae, omniumque laudatarum artium hi
ſtoria arctiſfime eſt conjuncta. Diviſit illud ipſum opus in partes duas,
quarum prio rem veluti apparatum Faftorum effe voluit, quod in illa fuſe
lateque ea exponerentur, quae commode in ipfis Faftis, ad quos ta men
pertinebant, 'exponi haud poffe vide bantur. Agit itaque de Archontum inſtitu
tione, numero, varietate, muneribus et re rie, de Archontico anno, atque ordine
men fium Athenienfium. Cum vero Archontigiis annus non in menſes ſolum, ſed in
Pryta nias etiam diviſus eſſet, ac Tribuum Athe nienfium fingulae aequali
temporis, annique parte Prytaniae munere fungerentur, de ie pſarum Tribuum ac
Prytaniarum numero, ordine ac ſerie, deque Atticae populis, ex quibus illae
conſtabant, eruditiſſime differit. Neque ab his ſeparandam putavit tractatio
nem de Athenienſium Senatu et Ecclefiis, dcque Proedrorum, ac Epiſtatum numero,
diſtinctione et officiis. Tranſit inde ad contexendam Archontum ſeriem
diſtinguens eponymos a pseudeponymis. Quam diſtinctionem licet nonnulli
agnoverint, nemo tamen exſtitit, qui Pſeudeponymorum Archontum feriem
illuftrandae Atticae hiſtoriae maxime neceffariam recenſere tentaverit. Agit de
mum de civilibus Graecarum gentium annis, ipfarumque menfibus, cyclis atque
periodo, cum antea declaraſſet tempus, verumque di em, quo varia Athenienſium
feſta peragi et redire confueverant. Id facere neceſſe fuit propterea quod
eadem fefta, veluti perſpi cuae certaeque temporis notae, rerum gefta rum
memoriaé ſaepiffimè a ſcriptoribus adji ciuntur. Haec quidem in priori operis
par te. In fecunda vero Fafti exponuntur a pri ma Olympiade, qua Coroebus
palman retus lit, uſque ad Olympiadein cccxvi. Causa fuit juſta C. praetereundi
antiquiora tempora, quod iſta laterent craſſis occultata tenebris, et circumfuſa
fabulis. Ne tamen primam Athenienfis imperii formam deſpice. re videretur (nam
Athenis initio Reges, inde perpetui Archontes, mox decennales, tandemque annui
imperarunt) qui Reges et Archontes perpetui, et qua aetate fuerint in
Prolegomenis perſecutus eft. Ceterum Fa. ftos fic contexuit C., ut nullum ad
nos pervenerit nomen Archontum, Olympioni čarum et Pythionicarum, nulla lex,
neque pax, neque bellum, neque caſus neque res illuſtris et memoranda populi
Athenien fis, quae in iis ſuo tempore non fit notata. Interdum etiam attigit
Spartanorum, Phoceli fium, Thebañoruin, aliorumque Graecorum gefta, conſilia,
pugnas, diſcrimina, quod ca maxime ſint Atticae hiſtoriae conjuncta. Graecos
vero philosophos, poetas, oratores, cete roſque tum pacis, tum inilitiae
artibus claros viros ita commemoravit, ut quibus Olympicis annis, et quo loco
in lucem fint editi, vitam que ' finierin't intelligi poffit. Atque haec o
Innia capitulatim ſunt dicta. Etenim nimis lon gus effem fi praecipua, et nova
vellem deſcri bere, quae in his Faftis continentur. Nihil poſuit in iis C. fine
locuplete auctori täte et teſte, aut faltem ſine probabili conje: ctura;
quodque difficillimum fuit, fcriptorum Graecoruin loca aut vitiata aut minime
intel lecta, aut mutilata'ſic reſtituit, illuſtravit, fupplevitque, ut dubitari
poffe videatur plus ne jis reddiderit luminis, quam ab iiſdem aco ceperit.
Neque minori perſpicientia Athe nienfium nummos vidit, ex quibus non pau. ca
quidem in rein ſuam hauſit; ſed multo plura e marmoreis monumentis fumpfit, ta
li modo dirimens controverſiam, quae ex fufcitata fuerat a ſummis viris
Spanhemio, et Gudio, nummis ne, an inſcriptionibus princeps locus dandus effet
in explicandis ri tibus, feſtis, Numinibus, ludis, magiſtrati bus, rebuſque
geſtis Athenienfium. Inter nobiliores inſcriptiones, quas refert Corfi nius, et
miro prorſus acumine atque eru ditione explicat, et interdum etiam fupplet, eft
Florentina quaedam apud Riccardios ile luſtrandis Athenienfium Tribubus maxime
idonea. Sed haec mirifice corrupta erat, au gebatque corruptelam collocatio.
Etenim cum ex tribus fragmentis conſtaret, imperi tus artifex fic illa in
pariete diſpoſuerat, ut media pars primae, finiſtra mediae, dextera vero omnium
poftremae partis locum Occu paret. Vidit haec mala Corſinius, qui 2 tutiſſime
indagabat omcia, iifque remedia goadhibuit. At puduit Joannem Lamium ſe non
adeo lynceum fuiffe, cum ufus effet sadem inſcriptione in ſuis ad Meurfium
Scholiis, et ex pudore orta eſt invidia. Ex quo intelligi poteſt quare is
debitas mun quam tribuerit laudes operi, quod omnium judicio longe multumque
ſuperat quidquid in hoc rerum Atticarum genere ſcripſerunt Sigonius, Scaliger,
Petavius, Petitus, Sponius, et vel ipfi Meurfius, et Dodwellus, quorum errorés
dum faepe corrigit C., et dum minime ab iis animadverſa pro fert, fatis
declarat iiſdem detrahere voluiffe Haerentem capiti multa cum laude coro nam.
Rumor erat ea parare Lamium, quibus fpe rabat hominibus fe probaturum, C. in
emendanda illuſtrandaque Riccardiana in fcriptione ſurripuiffe fibi fegetem et mate
riem gloriae ſuae. Porro Lamius poft edi tas Corſinii emendationes fupponere
cogita verat in locum impreſſae jam paginae in I. Meurſii operum volumine, quae
prae fe fe rebat inſcriptionem corruptam, aliam pagi nam, in qua emendatior
inſcriptio legebatur; C.: 1 bancque mutationem, omnibus occultari pof ſe
putaverat, quod Meurſii liber nondum efe ſet in vulgus editus. Non latuit certe
Core finium, in cujus manus pervenit etiam pria mum impreffa pagina, qua omnem
a fe prow pulſare poterat injuriam. Id ut audivit Lami mius aliam rationem
iniit perficiendi confi lii ſui. Dedit ad Angelum Bandiniun litte ras plenas
iracundiae ac minarum, ſpecie qui dem ut ea, quae jamdiu ſepoſuerat ad
Riccardianum marmor explanandum, aliquando proferret; re autem ipſa ut quae a C.
didicerat, perpaucis additis aut mutatis, le ctori aut occupato aut indiligenti
vendita Yet pro ſuis. Atque id utrumque ſcriptorem conferenti luce clarius eft.
Quare mirari ſa tis non poffum hominis frontem, qui furti C. infimulet in eo
loco, in quo ipfo cum re aliena, atque etiam cum telo eſt de prehenſus. Atque
haec an. v. ſunt geſta, cum Fafti Attici anno ſuperiori lu cem vidiſſent. Sed
tamen res defenſionem apud multitudinem potuit habere uſque ad cum annum, quo
Meurſii opera cum Lamii animadverſionibus vulgata funt fimul universa. Tum
enini primum jejuna illa marmoris interpretatio, quam ante annos xxII. Lamius
in l. operum volumen intulerat, lecta eft.: ad calcem vero ejus voluminis
ſecundae Aucto ris curae in eum lapidem, et quaſi retra Statio quaedam ante
dictorum edita eſt. Qua in mantiſſa bina extant indicia Corſinii cauffam mire
tuentia, alterum quod nihil hoc in loco proponatur, quod non ille in Faſtorum
libro occupaverit; alterum quod mantiſſae characteres ab ejuſdem voluminis
characteribus forma et figura longe abſunt, teſtanturque non niſi poſt annos
multos quam liber fuerat impreſſus, diſtractis jam aut obſoletis formis illis
prioribus, additam eſſe appendicem, de qua meminimus. Sed jam fatis multa de
homine meo quidem judicio paucis comparando, niſi regnum in litteris, quod FIRENZE
perdiu tenuit, malis inter dum artibus et clarorum virorum vexatione
confirmandum putaſſet. Quamvis in Fa. Hujus rei narrationen pluribus etiam
verbis exa pofitam vide in libello cujus eſt infcriptio: Paffatem po Autuntile,
quo in libcllo Si quis est qui dictum in se ir clemencius Exis. Atis Articis
elaborare C, maxime glorio fum fuerit, non minorem tamen laudem rea portavit ex
Agoniſticis Differtationibus, de qui bus Ludovicus Muratorius, intelligens
ſane. judex, dicere folebat, poſſe eas per ſe ſo las aeternum nomen Auctori
comparare. His Diſſertationibus oftendere voluit C., quo tempore Graeci
celebrare conſueverunt ludos Olympicos, Pythicos, Nemeaeos, et Iſthmiacos, quod
tempus eatenus fuerat vel incompertum, vel faltem obſcurum. In hoc autem non
mediocrem utilitatem chronolo giae et hiſtoriae ſe allaturum putavit, quod
iiſdem ludis fcriptores uterentur ad notanda deſignandaque rerum geſtarum
tempora. Ab Olympicis exordiens, qui ceteros fplendore et frequentia ſuperabant,
breviter cos percurrit, quos ab Hercule primum inſti tutos Trojano bello
deſiiſſe, moxque ab. Iphito reftitutos iterum intermiffos fuiffe fcriptores
narrant. Etenim illud caput eſſe videbatur, ut de Olympiade illa quaereret, qua
Coroe bus palmam accepit, et quae prima dicitur, omnes Exiflimayit ele, fit
exiſtimet Reſponſum, d.ctum effe, qu'a
lacris prior quod ab illa ceterarum Olympiadum ordo et feries incipiat. Hanc
celebratam fuiſſe putat an. periodi Julianae circiter folftitium aeſtivum, plenilunii tempo
re, qui mos ſemper manſit non folum anti quioribus, quibus civiles Graecorum
anni lunares erant, fed recentioribus etiam, qui bus ſolares anni a Romanis ad
Graecos tran. fierunt. Primus is erat anni menſis, in quem incidiffent
Olympici ludi. Quinque diebus eorum certamina abſolvebantur, inter quae curſus,
quo, uno certatum eſt ad Olympia dein uſque, primas tenebat. Neque. in Aelide
folum, fed et in aliis Graeciae ur bibus fumma cum populi frequentia ac faca.
crorum caeremonia Olympici celebraba ntur, donec v. ineunte reparatae falutis
faeculo, jidem cum Pyticis. ſublati fuerunt., Pyticos primum inftituit Apollo,
eofque jamdiu in-. termiffos, confecto. Criſſenfi bello, Olympiade. Amphictyones
revocarunt. Ii dem Olympicorum inſtar pentaéterici erant; neque ſecundis annis,
aut quartis, ut Petavius et Dodwellus, exiſtimarunt, ſed tertiis, hiſque
exeuntibus circa Elaphebalionis menfis finem, tum Delphis, tum in aliis
Graeciae urbibus peragi confueverunt, Proxime poft Pythia Olympiade ſcilicet
Lill. inſtaura ta fuerunt Nemea, quorum origo reperitur a ſeptem Argivis
ducibus, qui ad lenien dum defiderium pueruli Archemori a ſerpen te occiſi
funebres hoſcę agones ante Olympiadem primam prope Ne meaeum nemus inftituerunt.
At Nemeadem illam, ex qua veluti cardine ceterae infe quentes numerari
coeperunt, in annum Olympiadis LxxII. poft Marathoniam pu gnam incidiffe fatis
probabiliter Eduardus af firmat. Nemeades aeſtivae aliae, aliae hibere nae,
omnes vero trietericae fuerunt; eaeque alternis annis ita peragebantur, ut
hibernae quidem in medios ſecundos, aeſtivae vero in quartos ineuntes
Olympiadum annos in currerent. Cum Nemeis ludis quaedam erat Iſthmicis a Theſeo,
ut ferțur, conſtitutis fia militudo. Funebres erant ambo, ambo trie terici, et qui
utrolibet in certamine viciſſent apio coronabantur, Ithmici quoque alii em rant
aeſtivi, non tamen alii hiberni, ut qui dem Dodyellus putabat, fed verni brabantur
illi primis Olympiadum annis Hea catombeone menſe, hi Thargelione, exeun te
fere tertio Olympico anno. Sic definivit C. tempora quatuor illuſtrium Graea
ciae ludorum, patefaciens obſcura et ignota vel ipſis chronologiae luminibus
Scaligero Petavio, et Dodwello, quorum auctoritate abreptus ipfe in primo
Faſtorum Atticorum libro Pythiades ſecundis Olympicis annis cona cefferat.
Agoniſticis hiſce Differtationibus, veluti faftigium operis, idem adjecit
feriem Hieronicarum alphabetico, ut dicitur, ordi ne diſpoſitam, et Dodwelliana
longe ube riorem accuratioremque. Nam feptuaginta. ſupra centum vitores
recenſuit, qui Dod weilum prorſus fugerant; fonteſque indic cavit (in quo
Dodwelli diligentia ſaepiffi, me deſiderabatur ) unde uniuſcujufque vin ctoris
nomen, aud patria, aut aetas, aut tertaminis genus, quo viciffet, hauriebatur.
Hoc opus vehementer adeo Auctori fuo pro batum erat, ut vir modeftiffimus in eo
quo daininodo gloriari videretur. Etenim, ut At rico fcripfit CICERONE, fua
cuique Sponfa,fuus quiqua Quoniam autein tumuin his Agoniſticis
Diſſertationibus, tum in Faltis ſcribendis faepe uſus eſt C. ſubſidio
marmoreorum monumentorum, in quibus multae occurrunt notae, quarum neque fa
cilis, neque prompta fuit explicatio, fepara tum opus. a ſe expectare putavit
Graecarum antiquitatum ftudiofos, quo in opere non ſolum ex marmoreis, fed
etiam ex aereis Graecorum tabulis: varias eorum notas colli geret, haſque
explicaret atque illuſtraret. Quae dum animo verſaret, fcriptionique jam manum
admoviffet, ecce in lucem prodit Scipionis Maffeii liber de Graecorum figlis
l.z pidariis, in quo trecenta fere vocum com pendia ingeniofe: feliciterque
enodantur.. Cum
C. ab amico librum accepiſſet, ei epi ſtolam fcripfit (relata haec fuit in
volumen. diarii Litteratorum. Florentiae editi ) in qua ſummas tribuit Maffejo
laudes, quod primus ex omnibus materiem hanc ſeorſim tractandam füfceperit,,
magnam in illam con ferens.eruditionis copiam, et acre: prudenſ que judicium..
Non, propterea tamen: ſpar tam, quam fibi ſumpſerat, ille deſeruit, quia, ut
ait Auſonius, is crat campus, in quo alius alio plura invenire poteft, nemo om.
nia. Et plura certe C. invenit, cum
mille fere notas, aut numerorum vocum que compendia uno volumine colligere po
tuerit et explicare illo ſuo acutiffimo inge nio, cui inquirenti et contemplanti
omnia occurrere ſe ſeque oftendere videbantur. Ut vero delectatione aliqua
alliceret adoleſcen tes, quibus inſuavis fortaſſe et aſperior via deri poterat
ſiglarum inveſtigatio, poftquam multa eruditiſſime praefatus effet de notarum
origine, vi, utilitateque, opportune ſparſit in toto libro non pauca ad
hiftoriam, geos graphiam, chronologiam, ac mythologiam ſpectantia. Ex quibus
aliiſque diſciplinis ube riora etiam hauſit, ut ornaret dissertatio nes ſex,
quas, abſoluta univerſa notarum ſerie, confecit, ut eſſent operis corollarium.
Explicant illae inſignes quaſdam Chriſtianac et profanae antiquitatis
inſcriptiones, ficque explicant, ut facile exiſtimari queat, eum qui non
comprehenderit rerum plurimarum ſci entiam, quique judicio certo et ſubtili non
fit praeditus, in his antiquitatis ftudiis ſatis callide verſari et perite non
poſſe. Inſcriptit C. hoc ſuum opus: Norse Graecorum five vocum et numerorum
compendia, quae in gereis atque marmoreis Graecorum, tabulis obſer vantur,
dedicavitque Cardinali Quirinio, a quo pecuniam ad illud ipſum evulgandum dono
accepit. Etenim his temporibus haud illi magna res erat, quae vix fatis efle
vide batur ad vitam ſuſtentandam, neceſſarioſque. libros emendos. Praepoſitus dialecticae ſcholae, nihil aliud annui ſtipendii obtinuit nifi
octingentos denarios. Hoc eſia fatum videtur nobiliilimae. quidein diſcipli nae,
ut pote quae per omnes diſciplinas ma: nat ac funditur, ut qui illam
profitentur me: diocribus afficiantur praemiis. Vel ipſi Graeci, quamvis ellent
aequi liberalium artium aeftimatores, minam, eſſe voluerunt inerce dem Dialecticorum.
Coin.nodiori in ftatu res C. eſſe coeperunt cum traductus fuit ad metaphyſi cam
atque ethicam docendam. Tunc eniin ipfius ftipendium erat bis millenorum et am
plius denariorum, poſteaque illud ipſum ad quatuor. mille ducentos quinquaginta
uſque pervenit, cum proſperae. res multae confecutae fuiſſent. Satis
ſuperque id erat homi ni temperato ad vitam beatiſſimam; videba turque libi
ſuperare Craffum divitiis. Quan tum vero ſorte ſua contentụs, quantiſque a
moris vinculis Academiae Piſanae obftrictus effet, ex eo conjici poteſt, quod
mortuo Lu dovico Muratorio Mutinenfis Ducis bibliothe cae praefecto in illius
locum fuccedere recu favit, quamvis liberaliſſime ipfius Ducis ver bis
invitaretur. Quo cognito ab Emmanue le Comite Richecourtio, qui Franciſci I.
Cae faris nomine res Etruriae adminiſtrabat, ipſe fingularibus verbis ei
gratias agendas cenſuit, eidemque prolixe de ſua non modo, fed et Cae aris
voluntate pollicitus eſt. Id non potuit C. non fumme eſſe jucundum; utque viro
de fe et de Sodalitate ſua bene ſemper merito gratum fe oftenderet dedica vit
illi PLUTARCO opus de Placitis Philoſopho. tum a se LATINVM factum, vitaque
Scriptoris, fcholiis, et diſſertationibus ornatum. Causam ſuſcipiendae novae
interpretationis ei dem dederunt naevi quidam, quibus maçı lantur Budaei,
Xylandri, et Crụſerii honi num ceteroquin doctiſſimorum interpretationes;
ſuſceptam vero ita perfecit, ut ver bu pro verbo reddiderit, multaque etiam
attulerit de fuo, quae funt diverfo chara ctere notata, ne attenuata nimis
diligentia perſpicuitati officeret, et ne res ipfa omni LATINAE orationis
dignitate cultuque deſtitu ta ſordeſceret. In limine operis Plutarchi vi tam ex
illius aliorumque veterum ſcriptis a ſe diligentiſſime colletam, et feriem
philo ſophorum, quorum placita a Plutarcho pro feruntur, aetatemque, in qua
vixerunt, ex. poſuit. Singulis vero operis capitibus brevia adjecit commentaria,
quae aut mutilos et hiulcos Plutarchi locos ſupplent, aut de pravatos emendant,
aut obſcuros atque per plexos, opportune allatis aliorum philoſo phorum
ſententiis, illuſtrant. Siquando au tem longioris eſſe orationis putavit Corſi
nius lucem aliquam afferre rebus obſcuriſſi mis, cum non Heraclitus ſolum, ſed
et quiſ que fere antiquitatis philofophorum, quo rum ſententias coarctavit et peranguſte
re ferſit PLUTARCO, Exotélv8 cognomen me reatur, hujuſmodi illuſtrationes ad
finem li bri rejecit. Quo in loco voluit etiam recenfere illuſtriores
ſententias, quae propriae di cuntur recentiorum philoſophorum, cum ea rum tamen
manifeſta appareant veſtigia in Plutarchi libro, quod profecto ad veterum
gioriam amplificandam plurimum valet. Ta les ſunt attractionis leges, vireſque,
ut di cuntur, centripeta et centrifuga, Charteſiani vortices, lunae phaſes,
maculae, quod que haec fit terra multarum urbium et mone tium, converfio folis,
planetarum, fiderum que certa quadam celeritate ac periodo cir ca axes ſuos,
natura, coſtans motus, rever lioque cometarum, telluris motus, quodque ex eo
cauſſa ' maris aelus repetenda fit jegew’ewe explicatio, aliaque hujuſmodi mul
ta tum ad corporum, tum ad animi na turam pertinentia. Profecto nihil dulcius
erat Corfinio quam per abdita remotioris antiqui• tatis permeare, et inde nova
et inexpecta ta deferre, quae hominibus contemplanda bono in lumine exhiberet.
Nam, ut Ari ſtoteles inquit, fuo quiſque artifex ftudio atque opera impenſius
delectatur. Cum igi tur accepiffet ab Antonio Franciſco Gorio amiciſſimo ſuo
graphidem eximii cujųſdam anaglyphi, quod Romae viſitur in Aedibus Farneſianis,
non magnopere hortandus fuit, ut in illo exponendo elaboraret. Exhibet hoc
ſuperiori in parte Herculem cuin Eų. ropa, Hebe, Satyriſque quieri, voluptati
que poſt exantlatos labores indulgentem, in inferiori vero tripodem Apollini
ſacrum, Ar givae Junonis Sacerdotem, atque alatam Virginem, et Herculem demum
ipſum ſe ſe expiantem, ut purus ad Deorum conci lium afcenderet. Hinc et illinc
anaglyphum ornant binae columnae cum Graeca inſcrie ptione, quae multis verſuum
decadibus Her culis geſta commemorat: in ſupremo tan dein anaglyphi loco
octodecim hexametra car mina exculpta ſunt, quibus Herculis labores et certamina
declarantur. Praeclariſſimi hujus monumenti explicationem Eduardus libello quem
ad Scipionem Maffejum inſtituit, com plexus eſt; ex eoque judicari poteft, vehe
mens afiiduumque ftudium ipfi copiam eru ditionis dediſſe, naturam vero
tribuiſſe in genium ad conjiciendum divinandumque fa ctum. Et fane divinationis
cujuſdam vide illum potuiſſe laceras ac depravatas multorum verſuum lacinias
feliciſſime corri gere atque ſupplere. Magnae antiquitatis ar gumentum praebere
ſuſpicatus eſt Doricam dialectum, qua exarata eſt inſcriptio, ne- ! que ipfe
affirmare. dubitat opus paullo poſt Alexandri tempora', antequam Q. Flaminius
priſtinam Graecis libertatem redderet, perfe &um fuiſſe. Sed aliter alii
ſentiunt qui bus nunc plerique affentiri videntur. Hoc ipſo ferme tempore
Corſinius ejuſdem Gorii poſtulationibus Diſſertationes quatuor con ceſſit, quae
impreſſae funt ab illo in vi. vo lumine Symbolarum litterariarum. Extricat pri
ma epigraphen ſculptam in labro interiori cujuſdam crateris ahenei Mithridatis
Eupa toris, qui crater in muſeo Capitolino, Vide Winkelman, Monumenti antichi
inediti Trel. Prelim. Idem quaedam alia notat in quibus deceptum fuiſſe C.
arbitratur Sic interpretatur C. mire
involutam in. ſcriptionem: Regis Mithridatis Eupatoris Regni anno 54.
Eupatoriftts GYMNASII-- hoc eft civibus Eupatoriae, qui IN GYMNASIO certarunt --
ſenectutem conſeival, quod erat ad laudem vini, quo plenus crater vi &ori
con cedebatur. Alii aliter interpretanda extrema pracſertim inſcriptionis verba
exiſtimarunt, quorum fententiam plerique nunc fequuntur affervatur. Secunda
patefacit obſcuros igno ratoſque dies natalem et fupremum Plato nis, qua
occafione aliorum etiam virorum illuſtrium Archytae, Philolai, Iſocratis, Ly
fiae, Dionis, et Socratis aetates et tempora perſequitur. Explicat tertia
adverſam par tem numiſmatis Antonini Caeſaris, in qua Prometheus humanum corpus
ex luto fin gens, et Pallas capiti mentem, papilionis imagine expreſſam,
inſerens confpiciuntur. Curioſa ſunt quae excogitavit C., ut perſuaderet
hominibus morem repraeſentandi humanam mentem ſub papilionis imagine non ex
miris hujus volucris affectionibus et natura, non ex ipſa animi immortalitate,
circuitu, aut tranſmigratione, non ex Chal daicae, Graecaeque fapientiae
fontibus, non ex arcanis amoris myſteriis, fed ex fola ar tificum imperitia
profluxiſſe. Cum enim unum idemque nomen pſyches papilionem et ani nium
deſignet, rudis artifex, qui primus ani mum exprimendum ſuſcepit, non putavit
hu jus ideam poffe melius excitari, quam obje eta imagine illius rei, quacum is
commune nomen habet. Quarta Diſſertatio demum in eo verſatur, ut oftendat
mentitam et falfam effe LATINAM quamdam inſcriptionem, quae Piſis vilitur in
Scortianis aedibus. Summi labores, quos C. impendit in conficien dis, quos
retulimus, libris, magna compen ſati fuerunt gloria, ut unus e multis, qui
illuſtrandae Graecae praefertim antiquitati ſe ſe dederunt, excellere
judicaretur. Cujus de praeſtanti in hoc rerum genere doctrina tan ta etiam
judicia fecit Scipio Maffejus, quan ta de nullo; cujus teſtimonii auctoritas ma
xima reputari debet non folum quod ab hox mine prudentiſſimo proficifcitur, fed
etiam quia figulus invidens figulo, faber fabro, ut eſt Heſiodi dictum,
alterius laudi et gloriae | minime favere ſoleat. Ex mutua opinione doctrinae,
fimilitudineque ftudiorum orta eft inter cos jucundiffima amicitia, cujus tanta
vis fuit, ut C. aeſtate an.quamvis non bene valens, Veronam venerit aliquot
menſes commoraturus apud amicum. Quo tempore inter eos fuit familiariſſima
focietas, et communicatio ftudiorum. Dono accepit C. a Maffejo tercentum fere
Graecas inſcriptiones (has Chici1shullius collegerat, et fecundae Afiaticarum
antiquitatum parti reſervaverat ) ea conditio; ne, ut eas Latine redderet atque
illuſtraret, Satisfecit ille aliqua ex parte promiffo ſuo, cum anno inſequenti
edidiſſet eas inſcriptio. nes, quae ad Athenas ſpectabant; eaſdem que iterum
cum commentariis edidit quam driennio poft, ut eſſent ornamento quarto Faftorum
volumini. Nono menſe poftquam in Etruriam rediit C., moritur Alexander Politus,
quocum ille ita vixit, uit. quem pauci ferre poterant propter difficilli mam
naturam, hujus fine offenfione ad fum. mam fenectutem retinuerit benevolentiam.
Mortuo autem Polito neque inquirendum neque conſultandum fuit quis illi
ſucceſſor in Academia Piſana daretur, cum omnium oculi ftatim in C.conjecti
fuiſſent. Ita hic exeuntė poftquam octodecim fere annos philoſophiam tradidif
ſet, munus docendi humaniores litteras li bentiſſimo animo ſuſcepit. Initio
propoſuit fibi (nam muneris ratio, et adolefcentium utilitas ab eo poftulabant,
ut cum Graecis Latina conjungeret ) explanare Plutarchi parallelas ROMANORVM
vitas, ut inde occaſionem ſumeret utriuſque populi leges inter ſe conferendi.
Memoriter dicebat e ſuperiori loco, quod ad praeceptoris et ſcholae dignitatem
plurimum tum conferre putabatur; et quae tradebat inſignita e rant luminibus
ingenii, et conſperſa erudi tionis ſententiarumque flore. Genus dicen di erat quiétum et lene, purum et elegans, ut maxime teneret
eos qui audiebant, et non folum delectaret, fed etiam fine fatieta te
delectaret. Nulli diſcipulorum aditum ſermonem, congreſſumque fuum denegabat,
quin immo eos bis in hebdomada domum ſuam invitabat, ut in ftudiis exerceret ROMANORVM
ANTIQVITATVM. Domi etiam tradebat metaphyſicam, quo onere non placuit Academiae
Moderatoribus illum libe rare niſi quo
quidem tem pore Venetiis evulgavit ſuas Inſtitutiones Me taphyficas. In his
adornandis illud unum pro pofitum fibi fuit, ut in animis adoleſcentium rectas
de animae immortalitate, arbitrii li bertate, Dei exiſtentia, ceteriſque
naturalis theologiae dogmatibus notiones infereret, quibus in gravioribus aliis
diſciplinis veluti praeſidiis uti pofſent, quibuſque caverent a peſte quadam
hominum non tam religioni, quam reipublicae infeſta, quae rationem per vertendo
ubique venenatas opiniones diffe minare non veretur. Subaccuſent aliqui, fi
lubet, C., quod nimis, parcus fuerit in pertractandis quibuſdam rebus, quae in
ca, in qua nunc ſumus, luce ignorari mi nime poſſe videntur; omnes profecto uno
ore fateri debent tales effe hafce Inſtitutio nes, ut cupidi metaphyſicae
nullibi poffint refrigerari ſalubrius atque jucundius. Poftre mum hoc operum
fuit, quae C. Phi loſophiae dicavit, nifi dicere velimus, eti am cum minime
videretur tum maxime ila lum philofophari conſueviſſe, Quod declarant ejus
Latinae orationes ad Academicos Piſanos refertae Philoſophorum fententiis,
faluberri ma praecepta, quibus adoleſcentes ad omne officii munus inftruebat,
doctiflimoruin Philoſophorum familiaritates, quibus ſemper flo ruit, et ars
illa diſtinguendi vera a falſis, colligendi ſparſa, eaque inter ſe conferendi,
diligenter examinandi omnium rerum verbocum rumque pondera, nihilque afferendi
fine evi denti ratione, aut faltein probabili conjectu ra in qua arte quantum
inter omnes un Aus excelleret, praeſertim oftendebat, in vetuftatis monumenta
inquireret. Hujus inquiſitionis uber fane fructus fuit Diſſertatia illa de
Minniſari, aliorumque. Armeniae Regim nummis, Et. Arſacidarum epocha, quam idem
in lucem extulit. Difficulta tis maximae fuit oftendere Minniſari num mum, quem
praecipue illuſtrandum C. ſuſceperat, ad illum fpectare Maniſarum Armeniae et Meſopotamiae.
Regem, de quo Dio Caffius in libro ROMANAE HISTORIAE mentionem fecit, et Arſacidarum
epocham uon in Parthiae. folum, fed etiam in: Arme niae regum nummis inſcriptam
fuiffe, eam. que ab anno Urbis conditae Dxxv. initium duxiſſe. Antea quidem
doctiſſimorum viro rum Uſſerii, Petavii, Noriſii, Spanhemii, Vaillantii, et Froelichij
fententia fuerat, ſe rius. Arſacidarum imperium incepiſſe, adver ſus quam
ſententiam C. ita pugnavit, ut veritas non minus quam modeſtia eluxe rit.
Quoniam vero in antiquitatis ftudio multae res inter fe ita nexae et jugatae
funt, ut, inventa una, aliae, quae prius latebant, ſe ſe contemplandas
offerant, ean ob rem Corfinius in Minniſari regis num mo explicando varia
ſcriptorum loca corri gere et ſupplere, verum Darii genus expo nere, Tiridatem
alterum, Arfamem, aliof que Armeniae Reges Vaillantio prorſus in cognitos
proferre potuit. Res in hac Differ tatione contentae, non fine laude oppugnatae
fuerunt a Jeſuitis Froelichio et Zacharia, reſponditque ad ea, quae objecta
fuerunt, ſine iracundia C.. Eteniin veritatis unice amans alios a fe diffentire
haud ini quo ferebat animo, ſemperque deteſtatus eſt eos, qui ſuis ſententiis
quaſi addicti et con. fecrati etiam ea, quae plane probare non poſſent,
conſtantiae, non veritatis cauſſa de. fenderent. Propugnationem quoque Corſinii
libello (*) ſuſcepit ejus convictor et fodalis Huic titulus eſt. Lettere
critiche di un Pafton r Arcade ad un Accademico Erruſco nelle quali ſi ſciola
gono le difficoltà fane contro un'opera del Reverendiſſia mo Padre Corſini nel
Tom. IX. della Storia leveraria of lialia &e, in Pisa in Carolus
Antoniolius, qui quidem non me. diocria adjumenta illi praebuit, cum pluri mum
valeret in omni genere ftudiorum quae ipſe excolebat. Magni quoque Acade miae
fuit Antoniolii opera in Graecis littea ris tradendis toto illo ſexennio, quo C.,
coactus capeſſere, ſummum Sodalitatis fuae magiſtratum, bona Principis cum ve
nia, et fine ulla ſtipendiorum jactura Piſis abfuit. Hic Romam venit menſe.
ardens. defiderio indicia veteris memoriae, quibus mirabiliter urbs. illa abun
dat (quacumque enim quis ingreditur in aliquam hiſtoriam veftigium ponit )
cogno ſcendi. Sed raro ei poteſtas dabatur huic ſuo. deſiderio, fatisfaciendi,
cum podagrae dolori bus ſaepiſſime vexaretur, et munus ſuum diligentiſſime
exequi vellet. Quanta vero pru dentia ac dexteritate fuerit in tractandis ne.
gotiis, quanta aequitate in conſtituendis, temperandiſque, ſi res pofcebat,
conſtitutis jam legibus, quanta humanitate erga omnes, quantaque vigilantia ac
providentia in con fulendo rebus. praeſentibus, praecavendoque futuras, fatis
praedicari non poteft. Cum autem nihil ſine aliorum conſilio agere ei mos eſſet,
et facilitate ſumma uteretur in füos adjutores procuratoreſque, inde norza
nulli materiem ſumpſerunt falſae criminatio nis, quod ad aliorum magis quam ad
ſuun arbitrium res Familiae adminiftraret. Omnino totum fe tradidit Sodalitati,
to tamque fic rexit, ut oblitus commodorum ſuorum omnibus proſpexerit. Non eſt
credi bile quanto animi dolore angeretur, fi ali quis ſuorum in crimen
vocabatur. Horrebar enim homo innocentiſſimus vel ipfam pecca ti ſuſpicionem.
Sed non propterea fontibus iraſcebatur, hofque clementia magis atque
manſuetudine, quam animadverſione et ca ftigatione ad frugem revocare ſtudebat.
Cum vero feveritatem, fine qua reſpublica adıni niftrari non poteſt, adhibere
cogebatur, similis, ut praeclare admonet CICERONE, legum erat, quae ad
puniendum non iracundia, fed aequitate ducuntur. In his occupationi bus muneris
ſui, ne plane ceſſäre a fcriben do videretur, extare voluit explicationem
đuarum Graecarum inſcriptionum, quae mus ſeum ornant Bernardi Nanii Veneti
Senatoris. quam feliciter id praeftiterit, perſcrutata prius litterarum
priſcarum, quibus illae con fcriptae ſunt, forma atque vi, facile judica bunt
ii, qui ſunt harum deliciarum amato Tes. Tentaverat eamdem rem Franciſcus Za
nettus, ſed longiſſime aberravit a vero ejus interpretatio. Ipſe C. cum Anconae
effet ineunte eoque prae ſente cum multis aliis detecta fuiſſent atque agnita
corpora Sanctorum Cyriaci, Marcelli ni et Liberii, quos ſingulari obfequio ea
dem civitas venerațur, incitatus fuit, ut ali quid laboris impertiret illorum
Sanctorum illuſtrandae hiſtoriae, definiendoque praeſer tim tempori, quo
tranſata eorumdem cor pora fuerunt in eum, ubi nunc jacent, lo cum, et quo
Anconae coli coeperunt. Haec C., edito commentariolo, accidiffe - ftendit
exeunte faeculo et ex ipfis an tiquitatis monumentis quibus ſententiam ſuam
confirmavit, quatuor Anconitanorum Epiſcoporum nomina in lucem protulit, quaç
uſque ad id tempus fuerant incognita, Per pauca in hoc commentariolo attigit de
S, Liberio, quod ejus hiſtoriam involutam tenebris et fabulis exiſtimabat, Mox
cum ei aliquid luminis affulfiſſet, et monumentorum ope, et mirabili illa ſua
conjiciendi arte pa tefacere potuit Liberium fuiſſe unum ex fo ciis S.
Gaudentii Abfarenſis Epiſcopi, qui circiter an. MxXxx. Anconam venit, fo
litariam vitam acturus in ſuburbano mona ſterio Portus Novi. Harum rerum
inventio multis laudibus. celebrata fuit a Scriptoribus annalium Camaldulenſium:
pergrata quo que fuit. Benedicto XIV. pro ejus. fingulari ftudio in Anconitanam
Ecclefiam. Hic cum ſaepe ad congreffum colloquiumque ſuum invitaret Eduardum,
quod ejus ſummum in genium, fuaviffimos. mores, atque eximiam probitatem et nofſet
et diligeret, ſaepe quo que ipſum hortabatur,, ut ea pergeret man dare litteris,
quae abdita Chriſtianae anti quitatis patefacerent. Sed fuerunt juftae ca uffae
quare. C. amantiffimis. Pontificis M. conſiliis minime obtemperavit; et quid
quid fubciſivorum temporum incurrebat, quae perire non patiebatur, libentiffime
concedebat ſuis priſtinis ftudiis. Ruſticabar cum eo in Tuſculano, quando
epiſtolam ſcripſit ad Paullum Mariam Paciaudium, in qua plura de Gotarzis
eximio nummo, ejuſque, Bar danis, et Artabani Parthiae Regum hiſtoria
perſecutus eſt, et pro jure noftrae amicitiae ab ipſo poftulabam, ut in otio,
quod raro da batur, et peroptato illi dabatur, ceffaret a libris et a ftilo.
Verum cuin is eſſet ut fi ne his ftudiis vitam inſuavem duceret, di cere
folebat hujuſmodi ſcriptiones non pre mere, ſed relaxare animum. Et relaxatione
certę aliqua ille indigebat, cui grave adeo erat, quod multi appetunt, ceteros
regendi munus, ut onus Aetna majus ſibi ſụſtinere videretur. Poterat quidein
illi eſſe lovaniens to recordatio multorum benefactorum, inas ter quae maximum
illud reputari debet quod eo ſexennio, quo ad Sodalitatis gum. bernaculum ſedit,
viginti domus, five cole legia conſtituta sunt. Interim advenit tem pus, quo
magiſtratu fe abdicare, et extre mos auctoritatis fuae fructus capere debe bat
in provehendo digno viro, qui fibi fuc cederet. Verum minime illi: contigit, ut funt ancipites variique casus comitiorum,
quem optabat, exitus. Peractis comitiis, fine mora rediit ad Academiam Piſanam
et ad il lamºquietam in rerum contemplatione et co gnitione maxime poſitam
degendae vitae rae tionem, qua qui frueretur, negabat ei aliquid deeffe ad
beatė vivenduin. Liber de Praefe. ctis Urbis ei erat in manibus; Graecas in
fcriptiones in Aſia repertas, quas, ut ſupra retulimus, a Scipione Maffejo dono
accepe rat, quafque jampridem Latinas fecerat, co pioſis commentariis
explicabat; aderat diſci pulis ſuis; veniebat frequens in Academiam, afferebat
res multum et diu cogitatas, facie batque fibi audientiam hominis erudita, com
pta et mitis oratio. Idem efflagitatu et coae tu amicorum inftituta. hoc
tempore opera abrupit, ut explicationem lucubraret cujuf dam nummi recens in
Auſtria reperti, in quo erat nomen et imago Sulpiciae Dryan tillae Auguſtae.
Conjecit ille feminam hanc libertam fuiſſe, libertatémque accepiffe a Sul picio
quodam, ab eoque in Sulpiciam ģen tem receptam; nupfiffe demum Carinó fcea
leftiffimo Imperatori. Haec porro incerta. Illud unuin ſine ulla dubitatione
colligi pof fe videtur ex nummi fabrica, characterum forma, feminaeque ornatu,
illum ipſum num mum cuſum fuiſſe inter Elagabali et Diocle tiani imperium,
proptereaque Dryantillam ad aliquem Imperatorum, qui illo intervallo re
gnarunt, pertinere. Neque his contentus Edu ardus voluit etiam excutere
hiſtoricorum et rei nummariae interpretum mire inter fe dif ſidentes opiniones
de Aureliani ac Vaballa thi imperio atque aetate, ac poftremo ſuam ſententiam
proferre. Fuit haec, Aurelianum exeunte Julio, vel ineunte Auguſto imperium
ſuſcepiſſe, eaque multis et gravibus confirmatur argumentis. Ad ex vero
diluenda, quae contra dici poterant ex illorum ſententia, qui praeſertim niti
vide bantur lege quadam data a Claudio VII. Kal. Novembris Antiochiano et Orfito
Con ſulibus, ut ſerius Aurelianum inchoaffe im perium perſuaderent, diſtinguit
Conſules or dinarios a ſuffectis. Hac autem conſtabilita diſtinctione, quae
maxime apta erat non fo lum ad id, quod requirebat, ſed etiam ad expediendos
alios, quos vel ipſe Scaliger in diffolubiles in Chronologia exiſtimaverat now
dos, concludit eamdem legem editam fuiffe anno quando An tiochianus et Orfitus
ſuffecti Conſules erant, minime vero anno cclxx. iiſdem Confuli bus ordinariis.
Nec minor difficultas erat o ſtendere, qui fieri potuerit, ut Aurelianus ad
vil. Imperii annum perveniffe dicatur, et explicare locum Euſebii, qui tradit
in ejuſdem tempora incidiffe in. Antiochenam Synodum: exploratnm eft enim hanc
Sya nodum anno cclxix. incoeptam et abſolutam fuiſſe. Feliciter haec praeftitit
Corſi nius, cum probaſſet Aurelianum anno et ultra antequam a legionibus poft
mortem Claudii Imperator fieret, ab ipfo Claudio deſtinatum ſibi fuiſſe
ſucceſſoreni, adeoque ampla poteſtate donatum ut ab hoc tema pore nonnulli ejus
Imperii initium ſumere potuerint. Quae vero de Vaballatho diſream ruit C. haec
ferme ſunt. Illum Ze nobia procreavit ex Athena priori viro, ejuf demque nomine
ab uſque dum Claudius in Gothicum bellum uni ce intentus vixit, Orientis
imperium te H4 ut nuit. Ex quo factum eſt, ut quae hoc tem pore cuſa funt
Vaballathi numiſmata, Impe. satorem Caefarem Auguftum illum nominent. Poftquam
vero ille deſciviſſet a matre, Aureliano adhaereret, huic quidem conjun octus
in nummis repraefentari voluit, minime vero paludamento, radiata corona,
fplendi doque Augufti nomine decoratus, ſolo Im peratoris contentus. Praetereo
alia multa Scitu digniſſima in hac Diſſertatione conten ta, ne, cum nimis
longus in recenfendis ſcriptis operibus fuerim, videar oblitus con ſuetudinis
et inſtituti mei. Hujus libelli (cil ra liberatus C. totus in eo fuit, ut ab
Solveret ſeriem Praefectorum Urbis ab Urbe con dita ad annum afque five a Chri
fto nato DC. Etenim poſteriora tempora mi nime inquirenda putavit, quibus,
penitus fere exſtincto Urbanae Praefecturae fplendo re ac dignitate, nonniſi
tenue nomen, ac leviſſima priſtinae majeſtatis umbra ſuperfuit; ex quo fiebat,
ut nihil inde lucis facra et profana ſperare poffet hiſtoria, cum contra
uberrimam fplendidiffimamque utraque acci. peret ex veterum Praefectorum ferie,
horumque aetate rite conſtituta. Ut vero non utilitate ſolum, ſed etiam
jucunditate lecto res invitaret C., operi varia opportu ne admifcuit, quae
marmora et ſcriptores, quorum teftimoniis ubique fere utitur, cor rigunt et illuſtrant,
interpretumque falſas opiniones atque errores emendant. Non ego ſum neſcius
multos anteceſſiſſe Corſinium in hujuſmodi pertractando argumento; ex qui bus
omnibus, ac praefertim Jacobo Gotho fredo ac Tillemontio plurima in rem ſuam
tranftulit. Sed ii exiguis finibus operam fuam continuerunt, fi unum excipias
Feli cem Contelorium, qui contextam a Panvi. nio Praefectorum ſeriem ad annum
uſque traduxit. Tale tamen non fuit Contelorii opus, quin eadem de re aliquid
politius, copiofius, perfectiuſque proferri a C. potuerit. Et protuliffe certe
ipſum oportet, cum magna fuorum laborum prac conia ab intelligentibus viris
reportaverit. Mi rari hi tantummodo viſi ſunt quod aut is in gnoraverit hac
ipſa in re plurimum quoque elaboraſſe Almeloveenium, aut quod hujus fcripta
conſulere praetermiſerit. Id profecto et praeſtitiſfet abundantius et copiofius
pro poſitae fibi rei ſatisfacere potuiſſet, neque poftea ventofiffimi homines
triftem fuftinuif fent notam calumniatorum, qui nullo in pre tio ob pauca
quaedam a C. praetermif ſa hujus opus habendum inflatis buccis clamitarunt. Ne
hi verbofis fibi famam ad quirerent ſtrophis vel apud imperitam mul titudinem,
factum eſt diligentia Cajetani Mari nii, qui librum Bononiae edidit, quo non
folum eorum obftitit injuriis, verum etiam nova a ſe inſcriptionum ope detecta
Praefectorum Urbis nomina in lucem protulit. Sed ad C. revertor, qui dum fine
intermiſſione obſequebatur ftudiis ſuis et adoleſcentium utilitati, oblitus
vide batur fe jam fenem factum (quando enim typis mandavit librum de Praefectis
Urbanis ſexageſimum primum aetatis annum agebat ) et infirma aegraque
valetudine effe. Sed ac Hujus eſt inſcriptio: Difefa per la ſerie de' Pree
fetti di Roma del Ch. P. Corfini contro la cenſura farie. le nelle offervazioni
ſul Giornale Piſano, in cui le della Serie si suppliſce anche in affai luoghi e
le emenda. In Bon logna e AQUINO (si veda) in 4. Vide Pilanas Ephcm meridcs eidit
miſerabilis caſus, qui repente ipſi onga nem ſpem non folum litteris, ſed etiam
na: turae vivendi praecidit. Erat haec conſuetu. do Academiae Piſanae, ut qui
humaniores lite teras profitebantur, Kalendis Novembris, quo tempore inftaurari
ftudia folebant, LATINAM om rationem haberent ad vehementius inflamman
dam cupidam doctrinarum juventutem. Di cebat eo ipſo die Eduardus (vertebat
tunc annus tertius fupra fexageſimum hujus fae tuli ) de viris, qui et ſcriptis
editis, in ventiſque rebus in Academia maxime florue runt, eaque erat oratio,
ut nunquam is di xiſſe melius judicaretur. Cum eo pervenirſet, ut exultaret in
immenſo GALILEI (si veda) laudum campo, repente apoplexis ipſum perculit, ac
ſemivivum reliquit. Dolore hujus caſus o ſtenſum eft quantum ille Academiae
eſſet ac ceptus. Aegre domum deductus, ibi quatri duo cum morte conflictatus
eſt. Quinto die, multis adhibitis remediis, levari coepit, ac praeter ſpem
paullatim convaluit. Ut arden ter deſideraret priſtinas recuperare vires,
efficiebat ille fuus ſingularis amor in Aca demiam, cui majus ſe non poſſe
munus afferre videbat, quam fi inſtitutum juſſu Prin cipis biennio fere ante
opus de ejuſdem Academiae ortu, progreſſu ac vicibus ad umbilicum perduceret.
Plurima collegerat at que vulgaverat ad hanc hiſtoriam pertinen tia vir
diligentiſſimus Stephanus Maria Fa bruccius Juris civilis in eadem Academia do
ctor, quae quidem ampla et bella materies effe poterant ad novum aedificandum
opus. Hoc igitur ſubſidio inſtructus Eduardus, ala cer ſe ſe ad rem accinxit.
Et primo quidem ILLUSTRIVM ITALICORVM GYMNASIORVM ori ginem ſubtexuit,
diſſerenfque quatuor prio ribus capitibus de prima GYMNASII PISANIi institutione,
neque ab xi. neque a xiv. Chris fti faeculo, ut multi ſcripſerunt, fed ab ine
unte XIII. vel exeunte xii. illam repeten dam effe exiſtimavit. Ex hoc tempore
ad annum uſque, quo anno Fa bruccius contendit coepiſſe Academiam Piſa nam,
hanc fi nullam dicere nolumus, mi nimain certe fuiſſe oportet. Conſecutae des
inceps yices multae, ut ipſa modo langues ſcere, modo ad interitum properare,
vires vitamque modo recuperare, ac faepe etiam veluti extorris ſedem mutare
viſa fuerit, Quae omnia octo conſeqılentibus capitibus perſecutus eft Eduardus.
Cum vero Acade miae res, imperante Coſmo I. ceteriſque.non solum Mediceis, sed
etiam Lotharingis Principibus, feliciflime proceſſiſſent, quibus ab his
beneficiis, ſplendore atque gloria aucta, quibuſque gubernata legibus
consuetudinibusque, variis interdum pro temporum varietate, exposuit in
quatuordecim capitibus, quo rum nonnulla adumbrata magis quam de fçripta
videntur. Haec omnia primam ope ris partem conficere debebant, cum refer vafſet
alteram, quam tamen minime attigit, Doctorum vitis. Dum haec scripta legebam
videbatur mihi pofſe ab Auctore defiderari major rerum copia, magiſque apta ac
preſ fa oratio. Inest quidem in omnibus C. scriptis luxuries quaedam, quae, ut
in herbis ruſtici ſolent, depaſcenda erat; quod fi eft vitium in omni oratione,
maximum tamen eſt in hiſtoria, in qua pura et illu fțris brevitas expetitur.
Eodem tempore, quo Eduardus in Academiae historiam incumbebat, ne plane superioris
aetatis Audia de servisse videretur, epistolam fcripfit ad ami cum et collegam
fuum Franciſcum Albi zium, in qua de Auſonii Burdigalensi consulatu egit,
Desperaverant vel ipsi chronologiae Patres Panvinius et Pagius, computationem
quamdam annorum ah. Auſonio factam in e pigrammate, ad Proculum, in quo, ab Urbe
condita ad consulatum suum annos enumeravit, conciliari posse, cum Varroniana epocha,
ideoque, novam excogitarunt epocham XIII. annis Varroniana pofte riorem, qua
non solum Ausonium, sed etiam Arnobium usos fuisse scripserunt. Horum aliorumque
Auſonii interpretum errorem ut corrigeret Eduardus, probare debuit. Auſonium
non Romanum, modo, fed et Bur digalenſem geffiffe consulatum, et Romanorum et Burdigalenfium
Consulum fastos conscripsisse. Qua distinctione constabilita, facile fuit
oftendere eumdem Aufonium in ea pigrammate, quod ad Heſperium filium ini fit
cum Romanis faſtis, de Romano, a ſe ges: ſto consulatu, in epigrammate autem
illo, quod est ad Proculum, de patrio, municipali, quinquennali (etenim in
municipis omnibus majores magiſtratus quinquennales eſſe ſolebant) de
Burdigalenſi nimirum con. ſulatu locutum fuisse. Hanc epistolam secuata est
altera ad Joannem Chrysostomum Trom. bellium Canonicum Regularem, in qua do
nummo quodam ab Athenienſibus Livia Augustae dicato, illiuſque aetate
differens, feminam illam non ſupremis tabulis, ſed matrimonii jure a marito
nomen Auguſtae accepiſſe pluribus monumentis comprobat. Quae quidem aliaque ex
abditiſſima antiqui. tate deprompta, quae fparfit C. in hac epiſtola, ut
jucunda lectoribus, ita iif dem plena moeroris fore arbitror, quae in extrema
pagina ejuſdem epifolae Trombel lius adnotavit. Scribit enim ille: Dum extre
mam hujus epiſtolae partem edimus, monemur, eodem fere tempore, quo Brixiae
egregius Maza zuchellius, inclytum Corfinium noftrum Pisis apoplexi repente
ereptum. Eheu litterae aflicłae ! o amicos incomparabiles ! o annum vere calami
10fum et peffimum ! Dies, quo illum apople xis iterum invafit, fuit v. ante poft
quem caſum tribus ferme diebus vixit fine ſenſu, Sepultanta tus eft in Aede S.
Euphraſiae totius Acade miae luctu, quae hanc calamitatem acerbif fime doluit,
doletque adhuc reminiſcens ſe orbatam homine, in quo plurimae erant lit terae
eaeque interiores, divinum ingenium, ac induſtria fumma; fruebatur vero nominis
celebritate, ut hac fola muneris fui fplendorem tueri potuiſſet. Atque haec vi
tae decorabat dignitas et integritas. Quan tả gravitas mixta comitati in yultu
et moribus ! quantum pondus in verbis ! ut nihil inconſideratum exibat ex ore !
quam diligen ter inquirebat in fè ſe, atque ipſe ſe ſe ob Servabat I Oinnino
tantus erat in ipso ordo, conſtantia, et moderatio dictorum omnium atque
factorum, ut probitatem et religio nem prae se ferret, et ad omne virtutis de
cits natus videretur. Quidquid come loquens, et omnia dulcia dicens mirabiliter
ad se diligendum omnium ani mos alliciebat; si vero in familiari sermo ne a
quopiam dissentiret, contentiones disputationesque vitabat, quod non tam na
turae quam virtutis erat. Etenim iracun diae aculeos aliquando sentiebat, sed
hos perpetuus cupiditatum domitor frangebat, pla neque occultabat. Secum ipse
vivens animi triftitiam frequenter patiebatur, praeſertim si contemplaretur
misera, in quae incidimus, tempora, quibus corrumpere, et corrumpi saeculum
vocatur. Quod vero nonnulli per verſe adeo abuterentur philofophia, ac prae
ſertim metaphyſica, ut ea animos a religio ne avocarent, tanto illum
perfundebat horrore, ut vehementer poenitere eum non nunquam videretur
industriae suae, quam in erudienda juventute ad recentiorum philoſo phorum
dogmata inſumpſerat. Quae quidem poenitentia injurioſa mihi videtur; omnium
artium parenti philosophiae, quasi ejus culpa, quae deflebat mala C., accidif
ſent. Etenim ſunt unicuique ſcientiae: certi fines ac termini ab omnium rerum
modera tore Deo constituti, quos qui tranfilit, nae ille devius in praecipitem locum
ruat necese est. Sed ad C. revertor, de cujus laudibus non eft tacendum ſummae
illum bonitati ingenuitatique ſummam dexterita tem, ſi oportuiſſet, conjűxisse.
Liberalis minimeque cupidus pecuniae hanc facile a se extorqueri patiebatur.
Virorum litteris illus ftrium amicitias ftudiofillime coluit, amavitque in
primis Trombellium et Paciaudium, quo rum mentionem fupra fecimus, quorumque
conſuetudinis magnum cepit fructum eo prae sertim tempore, quo Romae fuit.
Dolui in pſum combufliffe, quas ab amicis accipere solebat, epistolas, quia
ſciebam in iis erudita multa contineri: eae quidem mihi non me diocri subsidio
futurae fuiſſent huic explican dae vitae. De qua fatis erit dictum, fi hoc unum
addam, eumdem ineditas reliquiffe bi nas Dissertationes de S. Petro Igneo, et B.
Joanne delle Celle; librum de civitatibus, quarum mentio sit in graecis nummis,
ſex que Latinas orationes habitas in Academia Piſana, ex quibus lenitas ejus
fine nervis cognoſci potest. Opere: “Instıutiones philosophicae, ac
Mathemaricae ad ufum Scholarum Piarum: Florentiae typis Paperini, continens
physicam generalem, continens libros de coelo Es mundo, continens tractarum de
anima, E metaphysicam continens ethicam
vel moralem continens institutiones mathematicas Editae iterum fucrunt hae
institutiones in V. mos diſtributae Bononiac ex ty pograghia Laclii a Vulpe cum
hoc titulo Cl. Reg: Scholarum Piarum, et in Pisana Academia Philosophiae
Professoris Institutiones Philosophicae ad un fum scholarum Piarum edirio
altera auctior et emendarior; Ragionamenti intorno allo fato del fiume Arno, dell
acque della Valdinievole, In Colania appresso Heng Werergroot, in 4. “Elementi
di Matiemasica, ne' quali sono con migliori ardine e nikovo metodo dimostrare
le più nobili e necesaria proposizioni di Euclide, Apollonio, e Archimede, Ch.
Reg. delle Scuole Pie: in Firenze. nella Stamperia di S. A. R. per li Tartini,
e Frasa ahi in 8. Hace elementa mathematica edita secundo fuerunt Year I 2 1
netiis apud Antonium Perlinum, in qua edie tione quaedam mutata ſunt,
emendatufque error, quo cao ptus fuerat Auctor, dum in priori editione exposuit
propoíitionem XXXV Venetae huic editioni a djc&us est ejusdem Auctoris liber
della Geometria Pranica; Ragionamento Istorico Sopra la Valdichiana, in cui si
descrive la antica e presente suo stato” (Firenze, Moucke); “Faſii Anici in
quibus Archonium Athenienfium sea ries, Philosophorum, aliorumque illustrium
Virorum deras arque praecipua Acicae historiae capita per Olympicos annos
disposita describuntur, novisque observationibus illustrantur: ACl. Reg. Scholarum Piarum in Pisana Academia Philosophiae Professore, Florentiae,
ex typographia. Giovannelli
ad insigne Palmae in Platea S. Eliſabeth. ex Imperiali typographia Cl. Reg. Scholarum
Piarum in Acadeo mia Pisana Philosophiae Profeſoris Differtationes. Agonisticae,
quibus Olympiorum, Phychiorum, Nemeurum, ale que Isthmorum lempus inquiriiur ac
demonftrarur: Aco redit Hieronicarum catalogus eduis longe uberior Es accurarior.
Florenciae ex typographia Imperiali. In cxtrema pagina hujus libri öxhibetur
integra feries menfium Macedonicorum, Atticorum, et Romanorum ad de mondirandun
veruna corum ficum ac connexionem; quam ſeriem hoc quoque in loco nos exponemus,
quia rem gratam antiquitatis ſtudioſis facturos arbitramur. Series enim a C. contexta
differt nonnullis in nienſibus ab ca quam Scaliger, Uſterius, Petavius, Dodwellus,
aliique descripferunt, i Macedonici Atrici Romani Lous Gorpiaeus Hyperbercraeus
Dlus Apellaeus Audynaeus Peritius Dystrus Xanthicus Artemisius Daiſius Panemus
Hecatombeeon Meragirnion Boedromion Pyanepſion Maemacterion Pofideon Gamelion
Anthefterion Elaphebolion Murychion Thargelion Scirrhophorion Julius Augustus
September October November December Januarius Februarius Marrius Aprilis Majus
Junius Lettere intorno al saggio di Maffei intitolato: Graecorum Siglae
lapidariae. Extat del Giornale de’ Letterati pubblicaro in Firenze notae graecorum,
five vocum Ex numerorum compen dia, quae in aereis atque marmoreis Graecoruin
rabulis ob. fervantur. Collegii, recenſuit, explicavit, eaſdemque cabu las
opportune riluftravia C. Cl. Reg. Scholas) rum Piarum in academik Piſina
Philoſophiae Profesor. Accedunt Differtationes ſex, quibus marmora quaedam rum facra
cum profana exponuntur ac emendantur. Florentine Tographio Imperiali in fol. Plutarchi de Placitis Philofophorum libri V. Larine reddidit, recenſuir,
adnotationibus, variantibus lectionibus, diferrationibus illuſtravit C. Cl.
Reg. Schoe laruan Piarum in Pisana Acad. Philosophia Professor Flo. seniige ex
Imp. Typographio, Disertationes quibus antiqua quaedam insignia moc sumente
illuſtrantur. Vide eas, Symbolarara litercriarum Antonii Francisci Gorii. Herculis
quies et expiatio in eximio Farnesiano mere more expresa: in fol. Inscriptiones
Articae nunc primum ex Cl. Maffeii Schea dis in lucem editae latina
interpretatione brevibusque observationibus illuſtratae Cler. Regul. Schole sunr Puarum in Academia Pisana Philosophiae Professore.
Florenciae ansio ex typographio Jo. Pauli Giovannel li in 4. Solecta ex
Graeciae Scriptoribus in usum ſtudiosae Juvent. sutis, Florentiae ex Imperiali
rypographio ir 8. Inſtitutiones Metaphyſicae in ufus Academicos auctore Eduardo
Corfi:n0 Clericorum Regularium Scholarum Piaruz in Academia Pifana.
Philoſophiae Profeſore. Vesieriis ex Typographia Balleoniana in 12 C. Cl. Reg.
Scholarum Piarum in Accodemia Pisana humaniorum litterarum Profeſſoris de Minni
fari aliorumque Armeniac Regum nummis, et Arſacidarum Epocha Differtario
Liburni typis Antonii Santini et Sociorum in 4. Spiegazione di due antichiſſime
inſcriçroni Greche indie ricare al Reverendiffimo Padre Anton Franceſco
Vezzofi, Prepoſto Generale de Cherici Regolari, Lettore nella Seo pienza Romana,
ed Eſaminatore de' Vefcovi da Edoardo Corfini Ch. Reg. delle Scuole Pie. In
Roma, nella Stamperia di Giovanni Zempel; Relazione dello scuoprimento e
ricognizione fatta in Ancona dei Sacri Corpi di S. Ciriaco, Marcellino, e Lia
berio Proiettori della Circà; e Riflefroni ſopra la translazione, ed il culto di
queſte Sanci. In Roma, nellu Stamperia di Zempel in 4. Eduardi Corfini Cler.
Regul. Scholarum Piarum, En in Academia Piſana humaniorum literarum Profeffuris
Dis Seseario, in qua dubia adverſus Minniſari Regis nummum, et novam
Arſacidarum epocham a Cl. Erasmo Froelichio s. J. proposita diluuntur. Romae ex
typographio Palla dis in 4. C. Cler. Regul. Scholarum Piarum et in Academia Pisana
humaniorum lirerarum Profeſoris ad Cles riflimam virum Paulum Mariam Paciaudium
Epiſtola, ir qua Gotarzis Parthiae Regis nummus hactenus ineditos expli Catur,
et plura Parthicae hiſtoriae capita illustrantur. Romae, in Typographio Palladis. Excudebant Nicolaus et Marcus Palearini ir
4.Cl. Reg. Scholarum Piarum in Pifar:& Academia humaniorum
litterarum Profeſoris Epiftolae rres, quibus Sulpiciae. Dryantillae, Aureliani ac Vaballathi Avea guſtorum nummi explicantur et illuſtrantur.
Liburni apud Jo. Paullus Fanthechiam ad fignum Verit. in 4. Series Praefeciorum
Urbis ab Urbe condira ad annum uſque sive a Chriſto naro DC. collegit, rem
cenſuit, illuſtravir Eduardus Corſinus Cler. Reg. Scholarum Piarum in Academia
Piſana humaniorum liuerarum Professor Pisis excudebar Joh. Paulus Giovane
nelius Academiae Pifunae Typographus cum Sociis in 4. Notizie Iſtoriche
intorno a S. Liberio ſepolto e venera 10 nella Cattedrale della città di Ancona
all' Eminentiffimo Signor Cardinale Acciajuoli Veſcovo di detta città. In Are
cona nella Sramperia Bellelli in 4. Cl.
Reg. Scholarum Piarum, in Academia Piſana humaniorum litterarum Profeſoris
Epiſtola de Burdigalenfi Aufonii Confulatu. Piſis Exe cudehar Joh. Paulus
Giovannellius Academiae Pifanae inyo pographus cum Sociis in 4. Clericor.
Regular. Scholarum Pia rum Ex- generalis, et in Pifana Univerſitare Primarii
Les coris ed Joannem Chryſostomum Trombellium canonicorum Regularium
Congregationis S. Salvatoris Ex-generalem et S. Salvatoris Bononiae Abbatem
Epistola, Bunoniae, ex typographia Longhi
in 4; Disertazione sopra S. Pietro Ignes, sopra il B. Giovanni delle Celle; De
Civitatibus, quarum mentio sit in Graecis nummis, Pars I. Historiae Academiae
Pisenae, Latinae Orationes VI, Ad Academicos Pisanes; Les Storcien.s et leur
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(tr. it. Divinazione e razionalità, Einaudi, Torino VIANO Studi sulla logica di
Aristotele: l'orizzonte linguistico della logica aristotelica Rivista critica
di storia della filosofia La dialettica di Aristotele Rivista di filosofia La
dialettica stoica Rivista di filosofia VOLLI, U. 1979 La retorica delle stelle,
L'Espresso Strumenti, Roma WALD Le rapport entre signum et denotatum, dans la
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Edoardo Corsini. Silvestro Corsini. Corsini. Keywords: Romolo e Remo, segni
naturali, segni artificiale, i segni, il segno di Romolo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Corsini” – The Swimming-Pool Library. Corsini.
Luigi Speranza -- Grice e Cortese: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del segno naturale -- del
principio del significato – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. e alpinista.
Grice: “I love Cortese; first he wrote on Frege, whose
views on ‘aber’ are very much like mine on ‘but’! – But then he also wrote on
‘irony,’ alla Socrates – as per Kierkegaard’s example, “He’s a fine fellow!
=> He’s a scouncrel --, and most ‘theoretically,’ as the Italians put it –
on the ‘principle of meaning’ – significato – which had me thinking – I very
freely speak of the principle of conversational helpfulness, but somehow,
principle of ‘signification’ sounds obtuse! Signification seems too natural to
require a principle! If helpfulness and benevolence are evolutionary traits,
they are certainly NOT ‘instituted’ as principles, even if they are
requirements for trust and the ‘institution of decisions’!” “I am anything but
a contractualist, and principle has to be taken with a pinch of salt!” If I
speak of a rational constraint, the idea of a principle evaporates: it’s conversation
as rational cooperation – as I put it – as different from and stronger than
‘conversation as mere cooperation’ – but this slogan frees us from a commitment
to the existence of a ‘principle’ to which we might want later to provide with
some sort of ‘psycho-logical’ validation!” Di una famiglia
originaria di Sant’Angelo Lodigiano. Si laurea a Trieste e Milano sotto
Bontadini e Noce. Insegna a Trieste. Studia Kierkegaard, Gioberti. Italianismi
in Kierkegaard. Altre opere: “Kirkegaardiana” (Milano); “Esistenzialismo e fenomenologia”
SEI, Torino); “Protologia e temporalità, Gregoriana, Roma); “Kierkegaard”
(Milan); “Del principio di creazione o del significato” Liviana, Padova, Kierkegaard”
(La scuola, Brescia); “Ironia” (Marietti, Genova); La Creazione: Un'apologia
accidentale della filosofia” (Marietti, Genova); “Il negozio del sapone,
Liviana, Padova); “Enten-Eller ([Victor Eremita” (Adelphi, Milano); “L'attrice”
(Antilia, Treviso); “Un discorso edificante” (Marietti, Genova); Il naturale e
il sovra-naturale (Padova); Ermeneutica” (Lint, Trieste), “Il responsabile” –
“Eden” – “Introduzione all’introduzione” del Gioberti – “Frege: signare il
concetto”; “Liberalismo”Meteorologia branca delle scienze dell'atmosfera Lingua
Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento
meteorologia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.
La meteorologia[1] (dal greco μετεωρολογία, letteralmente "studio dei
fenomeni celesti"[2]) è il ramo delle scienze dell'atmosfera e della Terra
che studia i fenomeni fisici che avvengono nell'atmosfera terrestre
(troposfera) e responsabili del tempo atmosferico. Cumulonembo
calvus, nube convettiva in atmosfera StoriaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svg Storia della meteorologia. Rappresentazione di venti e
meteorologia in una tavola degli Acta Eruditorum del 1716 Il termine deriva dal
greco μετεωρολογία, meteōrología, da μετέωρος metéōros, "elevato" e
λέγω légō, "parlo", quindi "discorso razionale intorno agli
oggetti alti": la parola μετέωρος ha un'etimologiaincerta, forse derivato
dal termine metá in italiano ‘’oltre’’ e ourea ovvero il termine arcaico greco
per ‘’montagne’’ quindi Oltre i Monti [3], o forse da μετά metá "con,
dopo" e αἴρω áirō "alzo".[4] Dopo le prime intuizioni dei greci
si è dovuto attendere fino alla seconda metà del XX secolo quando, con l'arrivo
dei calcolatori elettronici, l'uomo ha avuto la possibilità di eseguire in un
tempo ragionevole le tante operazioni di calcolo che caratterizzano
l'elaborazione a mezzo di un modello meteorologico. Gli oggetti che cadono dal
cielo più frequentemente sul nostro pianeta sono le idrometeore, vale a dire
particelle costituite da acquanella sua forma liquida (pioggia) o solida (neve,
cristalli di ghiaccio, grandine o neve tonda). DescrizioneModifica
Circolazione generale dell'atmosfera Ciclone extratropicale Fronte
caldo Fronte freddo Fronte occluso In particolare lo studio
dell'atmosfera è lo studio sia sperimentale dei suoi parametri fondamentali
(temperatura dell'aria, umidità atmosferica, pressione atmosferica, radiazione
solare, vento), attraverso l'uso di osservazioni e misurazioni dirette e
indirette a mezzo di stazioni meteorologiche, palloni, sonde, razzi e satelliti
meteorologici equipaggiati della necessaria strumentazione, sia teorico,
facente cioè uso dell'astrazione propria del linguaggio della fisica matematica
per la quantificazione delle leggi fisiche o processi (appartenenti alla fisica
dell'atmosfera) che intercorrono tra essi. I due approcci confluiscono
nel risultato finale ovvero l'ideazione, l'implementazione e l'inizializzazione
di modelli matematici in grado di ottenere una previsione o prognosi a breve
scadenza dei vari fenomeni atmosferici (nubi, perturbazioni, vento,
precipitazioni tramite i cosiddetti modelli meteorologici) su un dato
territorio (previsione del tempo). Tempo meteorologico e climaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tempo
meteorologico, Clima e Variabilità meteorologica. Obiettivo della meteorologia
è quello di misurare direttamente i parametri fisici atmosferici istantanei e
cercare di fornire previsioni su determinati eventi atmosferici futuri,
studiando dunque i fenomeni di breve durata che caratterizzano il tempo
meteorologico; la raccolta di dati sul lungo periodo è utile invece a livello
climatologico studiando l'andamento medio del tempo atmosferico di una regione
in un certo lasso temporale: mentre il tempo atmosferico è definito come
l'insieme delle condizioni atmosferiche in un certo istante temporale su un
dato territorio, il clima invece è l'insieme delle condizioni meteorologiche
medie di un territorio su di un arco temporale di almeno 30 anni, come
stabilito dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM): talune analisi che
si riferiscono in primis all'ambito meteorologico non possono dunque essere
estese all'ambito climatologico essendo questo una media statistica sul lungo
periodo, oggetto di studio di quella scienza affine che è appunto la
climatologia; quindi mentre la meteorologia ha come finalità ultime la
comprensione dei fenomeni atmosferici a breve scadenza con relativa previsione,
la climatologia studia invece i processi dinamici che modificano le condizioni
atmosferiche medie a lunga scadenza, come ad es. i cambiamenti climatici.
Principali fenomeni meteorologiciModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Fisica dell'atmosfera. L'atmosfera terrestre è
un gigantesco sistema termo-fluidodinamico, accoppiato con il sistema oceanico,
la biosfera e la criosfera, e mosso da una sorgente di energia termica sotto
forma di radiazioni che è il Sole. La natura dinamica e intrinsecamente caotica
o turbolenta dell'atmosfera si esplica attraverso la circolazione generale
dell'atmosfera e una serie innumerevole di fenomeni atmosferici che
quotidianamente osserviamo. Gran parte di questi fenomeni possono essere
inclusi in tre grandi categorie di processi: i processi di
redistribuzione del calore, sia in verticale attraverso il trasferimento
radiativo e convettivo, sia in orizzontale (a piccola, media e larga scala)
attraverso i venti e la circolazione generale dell'atmosfera. i processi
atmosferici coinvolti nel ciclo dell'acqua, innescati a loro volta dai processi
radiativi, quali evaporazione, condensazione, nubi, precipitazioni e i fenomeni
perturbativi ad essi associati (a piccola, media e larga scala) quali fronti
meteorologici, cicloni extratropicali, cicloni tropicali, temporali, rovesci,
tornado ecc. i processi legati all'elettricità atmosferica, come i fulmini. Le
prime due categorie di processi sono intimamente connesse giacché evaporazione,
condensazione e formazioni cicloniche contribuiscono anch'esse al trasporto
dell'energia nel sistema sia in verticale che in orizzontale e allo stesso
tempo da essi innescati. I vari fenomeni meteorologici sono classificati
all'interno della cosiddetta scala dei moti atmosferici a seconda delle
dimensioni del territorio, del tipo di analisi richiesta e dell'intervallo
temporale di interesse in cui essi insistono.
StrumentazioniModifica Strumentazione di una stazione meteorologica
Satellite meteorologico(Meteosat) Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Stazione meteorologica. L'uomo ha anche costruito nuovi
strumenti per osservare le varie interazioni; i seguenti strumenti sono stati
approvati dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), e molti di essi
vengono utilizzati in ogni stazione meteorologicamondiale: radiometri
e scatterometri localizzati su satelliti meteorologici misurano l'energia
elettromagnetica reirradiata dal pianeta verso lo spazio esterno, fornendo
quindi un'immagine dello stato dell'atmosfera e della presenza di nuvole
termometri (es. a minima e massima), per la misurazione della temperatura;
igrometri, per la misurazione dell'umidità; psicrometri, per la misurazione
dell'umidità; termoigrometri, per la registrazione della temperatura e
dell'umidità; pluviometri/pluviografi, per la misurazione delle quantità di
pioggia; nivometri, per la misurazione dell'accumulo di neve al suolo;
anemometri, per la misurazione della forza e della direzione dei venti;
trasmissometri, per la misurazione della visibilità; palloni sonda per
radiosondaggi: attraversano verticalmente l'atmosfera per ottenere profili
verticali di pressione, temperatura, umidità e vento (sono per ora la
principale fonte di dati per i modelli meteorologici); boe galleggianti e navi
meteorologiche, per l'osservazione delle condizioni meteorologiche in mare
aperto; radar meteorologici. Irradiano energia elettromagnetica e ricavano
informazioni sull'atmosfera analizzando le caratteristiche del segnale da essa
riflesso. Sono utilizzati per individuare eventi di precipitazione, stimarne
l'entità e prevederne l'evoluzione a breve termine (nowcasting), e in alcuni
casi per sondare la struttura interna delle nubi. Possono essere installati a
terra o su satellite; satelliti meteorologici, cioè satelliti che ruotano
attorno alla terra per inviare al suolo immagini del movimento delle nubi e le
mappe della temperatura. I satelliti si dividono in geostazionari e a orbita
polare. Si possono visualizzare le immagini dei satelliti su molti siti web.
Previsioni meteorologiche Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Previsione meteorologica. Manica a vento, uno dei simboli
della Meteorologia Immagine del NOAA Carta meteorologica di
previsione a 500 hp Le previsioni meteorologiche si ottengono solitamente dalla
seguente procedura: osservazione e misurazione delle variabili
atmosferiche (es. velocità e direzione del vento, temperatura dell'aria,
umidità, pressione); trascrizione, studio ed elaborazione dei dati rilevati su
carte sinottiche o assimilando i dati attraverso modelli matematici che girano
su calcolatori numerici, dove in quest'ultimo caso, viene prodotta la
situazione meteorologica di un determinato momento, chiamata analisi; prognosi
futura a partire dalle carte sinottiche oppure facendo evolvere la condizione
iniziale tramite uso dei modelli matematici meteorologici (previsione). Ambiti
di studioModifica All'interno della disciplina vi sono vari ambiti di
studio: la meteorologia sinottica che studia in maniera qualitativa e
quantitativa l'evoluzione delle condizioni atmosferiche di vaste porzioni
dell'atmosfera stessa (superiori ai 1000 km) tramite l'uso di carte meteo,
nozioni empiriche, metodo delle analogie ecc. la meteorologia dinamica che,
partendo dalle equazioni di base della fluidodinamica, cerca di spiegare
formazione e sviluppo dei fenomeni osservati (detta anche meteorologia fisica o
teorica). la meteorologia numerica, si occupa di definire e affinare i modelli
numerici di previsione meteorologica la meteorologia satellitare, che si avvale
delle analisi di telerilevamento atmosferico e quindi dei relativi dati
trasmessi a terra dai satelliti meteorologicicome ad esempio i satelliti
Meteosat. la radarmeteorologia che si avvale dei dati raccolti dai radar
meteorologici dislocati sul territorio per affrontare la previsione meteo a
brevissima scadenza (nowcasting). la meteorologia aeronautica, che si occupa
principalmente dei fenomeni rilevanti per la navigazione aerea; la meteorologia
spaziale che si occupa del cosiddetto tempo meteorologico spaziale in alta
atmosfera; la meteorologia ambientale che studia pollini e dinamica degli
inquinanti in atmosfera; l'agrometeorologia che studia le relazioni tra tempo
atmosferico e agricoltura[5]; Meteorologi famosiModifica Edmondo Bernacca
Andrea Baroni Plinio Rovesti Guido Caroselli Mario Giuliacci Guido Guidi Paolo
Sottocorona Paolo Corazzon Luca Mercalli Andrea Giuliacci Daniele Izzo
NoteModifica ^ Anche se spesso viene usata, la grafia metereologia non è
corretta, come dimostra l'etimologia greca; cfr. anche l'abbreviazione meteo. ^
meteorologìa in Vocabolario, su Treccani Con la stessa etimologia delle antiche
divinità della cosmogonia greca Ouranos (Cieli) e Ourea (Montagne) ^ Franco
Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher, Mariani Clima e
agricoltura Rivista I tempi della terra su itempidellaterra.org. Navarra, Le
previsioni del tempo, Il Saggiatore,
Agrometeorologia Atmosfera Anticiclone Avvezione Barometro Carta
meteorologica Circolazione atmosferica Formula ipsometrica Fisica
dell'atmosfera Igrometro Isobara (meteorologia) Isoterma (meteorologia)
Grandine Ghiaccio Geopotenziale Legge della persistenza Legge della
compensazione Meteorognostica Nube Neve Pressione atmosferica Precipitazione
(meteorologia) Promontorio di alta pressione Riscaldamento stratosferico Storia
della meteorologia Stazione meteorologica Saccatura Satellite meteorologico
Strato limite Teoria del caos Temperatura Termometro Tempo (meteorologia)
Umidità Variabilità meteorologica Vortice polare Altri progettiModifica
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Meteorologia, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Modifica su
Wikidata ( EN ) Meteorologia, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Da questa sezione sono stati rimossi e reinseriti
ripetutamente alcuni link vietati. Organizzazioni nazionaliModifica Meteo
Aeronautica Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare AMPRO Associazione
Meteo Professionisti Organizzazioni internazionali World Meteorological
Organization Organizzazione Meteorologica Mondiale (EN) European Centre for
Medium-Range Weather Forecasts Centro europeo per le previsioni meteo a medio
termine (EN) Eumetnet Raggruppamento di 29 servizi meteo nazionali europei (EN)
Eumetsat Organizzazione europea per i satelliti meteorologici European
Meteological Society Portale Meteorologia: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di meteorologia Ultima modifica 3 mesi fa di Pav03 Storia della
meteorologia Meteorologo Previsione meteorologica Wikipedia Il contenutoGrice:
Can a sign have a different meaning for utterer and recipient? – If so, why do
we keep calling communication – signare seems to be still good enough! Nome
compiuto: Alessandro Cortese. Cortese. Keywords: del principio del significato,
Kierkegaard, soap, sapone, actress, attrice, edifying discourse, discorso
edificante, naturale/sopra-naturale/preter-naturale, Paul Carus, hyperphysical.
Those spots means she has the devil inside her. Praeter-natural implicatura,
supra-natural implicature, non-natural implicature, natural implicature. “Del
significato”, ironia socratica, sapone, Savona, signare il concetto,
sovrannaturale, liberalismo, il responsabile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cortese” – The Swimming-Pool Library. Cortese.
Luigi Speranza -- Grice e Corvaglia:
la ragione conversazionale, il
pessimismo e l’implicatura di Tantalo – scuola di Melissano – filosofia leccese
– filosofia pugliese-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Melissano).
Filosofo leccesse. Filosofo pugliese. Filosofo
italiano. Melissano, Lecce, Puglia. Grice: “I love Corvaglia – or corvus in
diluvio, as he called himself! – a very Italian philosopher and thus interested
in the history of Italian philosophy, especially Vannini – the fact that he
wrote plays on philosophical subjects – La casa di Seneca – helps!” Opera nel campo della filosofia del rinascimento.
Tra gli studi filosofico-scientifici si distinguono per vastità e profondità i
volumi Le opere di Vanini e le loro fonti, e Vanini Edizioni e plagi, risposta
polemica condotta contro le veementi critiche ricevute Porzio. Pubblica
il romanzo Finibusterre, trasfigurazione quasi sacra della sua amata terra e
del popolo del Basso Salento, ch'egli incitava con ogni mezzo, anche se spesso
travisato e intralciato e persino calunniato a crescere, per migliorare
materialmente e moralmente. Il romanzo fu ben accolto dalla critica. Benedetto
Croce, a cui Corvaglia lo aveva dedicato, rimarcò "lo sfondo storico
rappresentato in modo assai vigoroso" e il "trattamento dei caratteri
e degli effetti". Con maggiore puntualità Annibale Pastore (già suo professore
all'Torino) gli confidava di sentire emergere nella sua mente, attraverso
figure e temi del romanzo, ricordi sepolti, "struggente malinconia",
un mondo molto simile a quello del Manzoni, "anch'esso celato alla
superficie, soffuso d'ironia-limite", e tuttavia turbato da altri
affascinanti caratteri, quali: "il sorprendente realismo, la perfetta
armonia, l'effusione poetica, l'occhio acuto e sicuro, che scruta l'animo umano
fin nelle più remote pieghe". Si dedica totalmente alla filosofia
del Rinascimento, animato dal bisogno di trarre alla luce obliterate sorgive e percorrendo il movimento spesso alquanto
sconosciuto della filosofia, che dal Rinascimento risale fino al Medio
Evo. S'apre nella sua vita uno spiraglio di fiducia verso gli uomini
impegnati, e si prestadoverosamente secondo la sua fede politica all'attività
politica, accogliendo e votandosi alla cultura mazziniana, cui rimane Fedele..
È di questo periodo la pubblicazione, tra l'altro, dei Quaderni Mazziniani: “Noi
Mazziniani”, “Mazzini ed il Partito di Azione”, “L'Acherontico retaggio”, “Il
Partito Repubblicano italiano”, il discorso Ai giovani, la conferenza (edita da
Laterza) su Giuseppe Mazzini. Dopo la proclamazione della Repubblica, però,
si allontana da ogni azione politica, ritenendola del tutto estranea e lontana
dall'ideale da lui vagheggiato e sperato. Si trasferisce a Roma, nell'ambiente
culturale a lui più consono, ritornando agli studi tra i suoi libri, dove
soltanto sente di vivere senza alcun compromesso, in assoluta libertà. Cascata
di S.M. di Leuca. Scaligero, un saggio di "speleologia". Saggio su Cardano.
Su iniziativa del comune di Melissano, è stato avviato un "Biennio di
Studio su Corvaglia", al fine di approfondirne e divulgarne la conoscenza.
Alla realizzazione del progetto collaborano, come protagonisti, anche
l'Amministrazione Provinciale di Lecce, l'Università degli Studi del Salento e
l'Istituto Comprensivo Statale di Melissano, che chiuderanno il biennio dei
lavori, organizzando un Convegno su Corvaglia", al fine di dibattere
argomenti di particolare interesse presenti nella sua opera. A tale riguardo si
sta già operando non solo sul piano della ricerca specialistica e accademica,
ma anche sulla promozione d'iniziative, che coinvolgano biblioteche e settori
culturali degli enti locali, creando opportunità per sviluppare in maniera
articolata e organica la ricognizione e la valorizzazione del patrimonio
culturale salentino in generale e melissanese in particolare, lasciato in
eredità da Corvaglia. La casa di Seneca- Commedia di L. Corvaglia. Altre
opere: “La casa di Seneca” (Tipografia Fratelli Carra, Matino (Lecce); “Rondini
(dedicata "Al mio povero innocente Nova, fuggevole visione di un
Infinito", che avvampa e dilegua in vicenda amara di avventi senza
natale"; Tipografia Fratelli Carra, Matino (Lecce); “Tantalo” Tipografia
Fratelli Carra, Matino (Lecce), Santa Teresa e Aldonzo (L. Cappelli Editore,
Bologna); Rondini- Commedia; “Romanzo Finibusterre, Editrice Dante Alighieri,
Milano); “Le fonti della filosofia di Vanini” (Anphitheatrum Aeternae
Providentiae, Società Dante Alighieri, Milano); “Introduzione semi-seria dialogata
per il lettore Vanini” (Edizioni e plagi, Tipografia Carra di Casarano); “Ricognizione
delle opere di G.C. Vanini, in "Giornale Critico della Filosofia
Italiana”; La poetica di Scaligero nella sua genesi e nel suo sviluppo, in
"Giornale Critico della Filosofia Italiana", Quaderni Mazziniani; “Noi
Mazziniani” Tipografica di Matino (Lecce), “Mazzini e il partito d' azione
(critica), Tipografica di Matino (Lecce), “ L'acherontico retaggio (con
l'elogio della vita comune), Tipografica di Matino (Lecce), Quaderni Mazziniani
n° 4. Il partito repubblicano italiano, Tipografica di Matino (Lecce). Discorso
tenuto a Lecce nel Teatro Paisiello. Giuseppe Mazzini, Discorso commemorativo
tenuto a Lecce nel Teatro Apollo, Laterza, Bari,"Rinascenza salentina",
Un Paese del Sud. Melissano. Storia e tradizioni popolari, Tipografia di
Matino. Meridionalista e Polemista, La Poetica di Giulio Cesare Scaligero nella
sua genesi e nel suo sviluppo, Musicaos Editore, Sulla Poetica di G.C. Scaligero.
Convegno sy Corvaglia. Il pensiero politico di Corvaglia. Popolo Sacralità
Religiosità. Wikipedia Ricerca Tantalo personaggio della mitologia greca,
figlio di Zeus, legato al famoso supplizio Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi
Tantalo (disambigua). Tàntalo Tantalus by J.Heintz the Elder, jpg Tantalo Nome
orig.Τάνταλος SessoMaschio Luogo di nascitaLidia ProfessioneRe di Lidia Tàntalo
(Τάνταλος) è un personaggio della mitologia greca. Re di Lidia (o della
Frigia) che per i suoi numerosi peccati fu punito dagli dei e gettato nel
Tartaro, la sua punizione è divenuta una figura retorica con cui si indica una
persona che desidera qualcosa che non può raggiungere. EtimologiaModifica
Secondo Platone, accordandosi alla radice greca τλα-/τλη- del verbo greco τλάω
(che significa "soffrire"), il nome Tantalo deriverebbe da
talànatos(infelicissimo) Genealogia Modifica Figlio di Zeus o di Tmolo[4] e
della ninfa Pluto sposò la ninfa Dione[2] (figlia di Atlante) o Eurinassa (figlia
di Pattolo) o Euritemiste (figlia di Xanto) o Clizia (figlia di Anfidamante) e fu padre di Pelope,
Brotea, Niobe e Dascilo[10]. MitologiaModifica Tantalo visse presso il
monte Sipylos in Anatolia, dove fondò la città di Tantalis[11]. Il
banchetto di Tantalo I misfattiModifica Tantalo, che grazie alle sue origini
era ben voluto dagli dei si rese responsabile di diverse offese nei loro
confronti e violò le regole della xenia cercando di rapire Ganimede, rubando
dell'ambrosia che in seguito distribuì ai suoi sudditi ed organizzando il furto
di un cane d'oro creato da Efesto e posto a guardia di un tempio di Zeus a
Creta (di tale furto l'artefice materiale fu Pandareo ma Tantalo giurò il falso
ad Hermes, inviato dagli dei proprio per recuperare l'animale; secondo un'altra
versione il cane era in realtà Rea trasformata in quel modo da Efesto).
Il re infine organizzò un banchetto a cui invitò gli dei stessi e, per mettere
alla prova la loro onniscienza, uccise suo figlio Pelope e lo fece servire come
pasto: Demetra, disperata per la perdita della figlia Persefone, non si accorse
di nulla e consumò parte di una spalla del ragazzo, ma gli altri dei notarono
immediatamente l'atrocità e gettarono i pezzi di Pelope in un
calderone[13]. Il supplizioModifica Il supplizio di Tantalo Gli dei
punirono Tantalo gettandolo negli inferi[12] e condannandolo ad avere per
sempre una fame e una sete impossibili da placare schiacciato dal peso di un masso, legato ad un
albero da frutto e immerso fino al collo in un lago d'acqua dolce: appena prova
ad abbeverarsi il lago si prosciuga e non appena prova a prendere un frutto i
rami si allontanano o un colpo di vento li fa volare lontano. Il sepolcro
di Tantalo sorgeva sul monte Sipylos ma gli onori gli furono pagati ad Argo, la
cui tradizione locale sosteneva anche di possedere le sue ossa[3]. Miti
successiviModifica I mitografi successivi cercarono in tutti i modi di
discolpare gli dei da un possibile atto di cannibalismo stravolgendo in tutto
la storia di Tantalo: secondo tale versione, infatti, egli era un sacerdote che
rivelò ogni segreto ai non iniziati, al che colpirono suo figlio con una
malattia orrenda. I chirurghi di allora, con varie operazioni, riuscirono a
ricostruire il corpo originale anche se di lì in poi esso portò innumerevoli
cicatrici. Filosofia Il mito di Tantalo venne successivamente ripreso dal
filosofo Arthur Schopenhauer nella sua opera più nota, Il mondo come volontà e
rappresentazione, come esempio della eterna insoddisfazione dell'uomo per cui
"contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci
insoddisfatti; la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito mentre
l'appagamento è breve e misurato con spilorceria". Curiosità. Il
furto dell'ambrosia a vantaggio degli esseri umani lo accomuna a Prometeo, ma
in questa veste il suo mito si trasforma da peccatore a benefattore. Tantalo,
alla stregua di Licaone, era uno dei re originali a cui era concesso, con il
favore degli dei, di condividerne la mensa: il suo gesto viene visto come un
atto di separazione fra divinità e umanità, che verrà poi ripreso da molti
altri miti come nel caso di Achille. Il supplizio di Tantalo viene citato anche
da Primo Levi in Se questo è un uomo nella frase: "Si sentono i dormienti
respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e
dimenano le mascelle. Sognano di mangiare (...). È un sogno spietato, chi ha
creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo." Oriana Fallaci, in Se il sole
muore, cita il mito di Tantalo dal momento che nella missione Apollo
11l'astronauta Michael Collins sarà costretto ad avvicinarsi alla Luna senza
avere la risposta a: "Com'è la Luna? Assomiglia alla Terra? È più bella?
Più brutta? Che effetto fa camminarci?". La tortura di Tantalo viene
ripresa anche da Thomas Mann in La montagna incantata. Un personaggio
dell'opera, la signora Stohr, riferendosi al prolungarsi indefinito delle
prescrizioni per le cure, afferma: «[omissis] Dio buono si è sempre allo stesso
punto, lo sa anche lei. Si fanno due passi avanti e tre indietro... Quando uno
ha fatto cinque mesi, arriva il vecchio e gliene rifila altri sei. Ah, è la
tortura di Tantalo. Si spinge, si spinge e quando si crede d'essere in
cima...». È evidente la confusione che la signora, avvezza alle gaffes, fa tra
Tantalo e Sisifo. L'interlocutore, il sarcastico e dotto umanista Settembrini,
risponde sul punto: «Oh, brava e generosa! Finalmente concede al povero Tantalo
un diversivo. Per variare gli fa spingere il famoso pietrone! È un atto di vera
bontà! [omissis]». Ne La valle dell'Eden John Steinbeck fa dire a Kate:
"Chi era quello che non riusciva a bere da un setaccio? Tantalo?".
Tantalo appare come sostituto di Chirone nel secondo libro della Saga di Percy
Jackson Il mare dei mostri. Il tantalio, elemento chimico di numero atomico 73,
prende il nome da Tantalo, e si trova sotto il niobio, il cui nome deriva
proprio da sua figlia Niobe. Platone, Cratilo, Igino, Fabulae Pausania il
Periegeta, Periegesi della Grecia, su theoi Scholia ad Euripide, Oreste Tzetzes
a Licofrone,Scholia ad Euripide, Oreste, Pausania il Periegeta, Periegesi della
Grecia, III, 22.4, su theoi Igino, Fabulae Apollodoro, Biblioteca, III, 5.6, su
theoi.com. il Scolio ad Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Plinio il Vecchio
Naturalis historia, Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, su theoi Pindaro,
Olimpiche, 1.60 ff, su perseus.tufts Euripide, Oreste Liberale, Metamorfosi Apollodoro, Biblioteca,
Epitome II, 1, su theoi Tzetze, a Licofrone Pindaro, Olimpiche, 1, 59-63.
BibliografiaModifica Fonti primarie Esiodo, Teogonia Pausania, Pindaro,
Olimpica III, 41 Igino, Fabulae Graves, I miti greci, Milano, Longanesi Cerinotti,
Miti greci e di roma antica, Prato, Giunti, Ferrari, Dizionario di mitologia,
Litopres, UTET, Carassiti, Dizionario di mitologia classica, Roma, Newton,
Prometeo Issione Tizio Sisifo Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Tantalo
Collegamenti esterniModifica Tantalo, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Carlo Gallavotti,
TANTALO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Tantalo,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. La storia di Tantalo,
su haidukpress.Portale Mitologia greca: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di mitologia greca Ultima modifica 3 giorni fa di Nicola Gotti Enomao
re di Pisa nella mitologia greca, figlio di Ares Clitennestra personaggio
della mitologia greca, moglie di Agamennone e amante di Egisto Minia re e
fondatore di Orcomeno in Beozia nella mitologia greca Wikipedia Il
contenutoAlles Wollen entspringt aus Bedürfniß, also aus Mangel, also aus
Leiden. Diesem macht die Erfüllung ein Ende; jedoch gegen einen Wunsch, der
erfüllt wird, bleiben wenigstens zehn versagt: ferner, das Begehren dauert
lange, die Forderungen gehen ins Unendliche; die Erfüllung ist kurz und
kärglich bemessen. Sogar aber ist die endliche Befriedigung selbst nur
scheinbar : der erfüllte Wunsch macht gleich einem neuen Platz : jener ist ein
erkannter, dieser ein noch unerkannter Irrthum. Dauernde, nicht mehr weichende
Befriedigung kann kein erlangtes Objekt des Wollens geben: sondern es gleicht
immer nur dem Almosen, das dem Bettler zugeworfen, sein Leben heute fristet, um
seine Quaal auf Morgen zu verlängern. – Darum nun, solange unser Bewußtseyn von
unserm Willen erfüllt ist, solange wir dem Drange der Wünsche, mit seinem
steten Hoffen und Fürchten, hin- gegeben sind, solange wir Subjekt des Wollens
sind, wird uns nimmermehr dauerndes Glück, noch Ruhe. Ob wir jagen, oder
fliehn, Unheil fürchten, oder nach Genuß streben, ist im Wesentlichen einerlei:
die Sorge für den stets fordernden Willen, gleichviel in welcher Gestalt, erfüllt
und bewegt fortdauernd das Bewußtseyn; ohne Ruhe aber ist durchaus kein wahres
Wohlseyn möglich. So liegt das Subjekt des Wollens beständig auf dem drehenden
Rade des Ixion, schöpft immer im Siebe der Danaiden, ist der ewig schmachtende
Tantalus. Nome compiuto: Luigi Corvaglia. Corvaglia. Keywords: Tantalo,
Schopenhauer, Sisifo, assurdo, Camus, tragico. Refs.: Vanini, Bordon, poetica,
Mazzini, Pomponazzi, Cardano --. Luigi Speranza, “Grice e Corvaglia” – The
Swimming-Pool Library. Corvaglia.
Luigi
Speranza -- Grice e Corvino: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Imbevuto di
discorsi socratici, insigne per le sue attività politiche e militari, scrittore
e protettore di poeti. C. studia in Atene con Orazio e poi coltivò
l’eloquenza, la grammatica, la poesia. C. e incluso nelle liste di
proserizione perchè avversario di Cesare, ma salva la vita. C. combattò
con Bruto e Cassio a Filippi, poi si unì ad Marc'Antonio.In seguito, C. strinse
rapporti con Ottaviano. C. e console, combattè ad Azio ed ebbe comandi in
Oriente. Per una vittoria sugl'Aquitani, C. consegue il trionfo.C. rimase
però sempre fedele alle antiche convinzioni politiche, e perciò, dopo sei
giorni dalla nomina, abbandona l’ufficio di praefectus urbis. C. e curator
aquarum. A nome del Senato, C. salutò Augusto "pater
patriae."Corvino fu capo di un circolo filosofico al quale appartennero
Tibullo e Ligsdamo.C. scrive carmi bucolici e orazioni. Come oratore, C. e
molto lodato da Tacito e Quintiliano.C. compose un’opera storica, probabilmente
di memorie.Alcuni hanno rilevato influssi dell’Epicureismo, altri di Posidonio,
nel lungo frammento che ci rimane di un poema sulla caccia
("Cynegetica") composto da Grattio, vissuto al tempo di Augusto.Ma
abbiamo elementi troppo scarsi per determinare le direttive del suo
pensiero. Del poeta Linceo (probabilmente questo era uno pseudonimo),
Properzio, suo amico e rivale in amore, dice che attingeva la sua sapienza ai
libri socratici e che avrebbe potuto trattare del corso delle cose, del sistema
del mondo e di problemi, escatologici e naturali. Nome compiuto: Marco Valerio
Mesalla Corvino. Corvino. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Corvino,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranz -- Grice e Cosi:
l’implicatura conversazionale del cuore -- accordo – cuori -- l’accordo – scuola
di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza -- (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I
love Cosi; my favourite of his philosophical essays on justice is the one on
‘l’accordo,’ for this is what my principle of conversational helpfulness or
co-operation is all about!” Giovanni
Cosi. Si laurea a Firenze. Insegna a Firenza, Sassari, Siena. Altre opere: “La
liberazione artificiale: l’uomo e il diritto di fronte a la droga” (Milano: Giuffrè);
"Religiosità e teoria critica" (Giuffre); "Secolarizzazione e
ri-sacralizzazioni" (Giuffre); "Il sacro e giusto: itinerario di
archetipologia” (FrancoAngeli). Dopo aver compiuto ricerche sull'espressione
del dissenso in forma non rivoluzionaria negli ordinamenti liberal-democratici,
pubblica per la Giuffrè Editore il volume "Saggio sulla disobbedienza
civile"; "Il traviato”, “il filosofo traviato: il filosofo come
gentiluomo (Giuntina); “La obbedienza
civile, la disobbedienza civile: il consenso, il dissenso, la aristocracia, la
plutocracia, la democrazia, la repubblica (Milano: Giuffrè). Il giurista
perduto: avvocati e identità professionale” (Giuntina), “Logos e dialettica”
(Giappichelli, Torino); “Il filosofo risponsabile” (Giappichelli,Torino); “Lo
spazio della mediazione, -- il terzo escluso – chi media nella diada? (Giuffrè).
“Invece di giudicare” (Giuffrè); “Il spazio della mediazione nel conflitto
della diada conversazionale” (Giappichelli Torino); “Legge, Diritto, Giustizia”
(Giappichelli, Torino). “Giudicare, o Fare giustizia. – vendetta – il concetto
filosofico” (Giuffré Editore, Milano). La liberazione artificiale: l'uomo e il
diritto di fronte alla droga, Giuffrè, Milano; Saggio sulla disobbedienza
civile: storia e critica del dissenso in democrazia, Giuffrè, Milano; Il
giurista perduto: avvocati e identità professionale, Giuntina, Firenze; Il
sacro e il giusto: itinerari di archetipologia giuridica, Franco Angeli,
Milano; Il Logos del diritto, Giappichelli, Torino; La responsabilità del
giurista: etica e professione legale, Giappichelli, Torino; Società, diritto,
culture: introduzione all'esperienza giuridica, dispense di Sociologia del
Diritto, Firenze); La professione legale tra patologia e prevenzione: materiali
di etica professionale, dispense di Sociologia del Diritto, Firenze; Per una
politica del diritto del fenomeno droga: problemi e prospettive", Archivio
Giuridico; Il diritto e la droga" e "Per una comprensione culturale
dell'uso di droghe", Testimonianze; "Religiosità e Teoria Critica: la
teologia negativa di Max Horkheimer", Rivista di Filosofia Neo-scolastica, "Secolarizzazione
e risacralizzazioni: le sopravalutazioni post-illuministiche
dell'immanentismo", in L. Lombardi Vallauri - G. Dilcher, Cristianesimo,
secolarizzazione e diritto moderno, Giuffrè - Nomos Verlag, Milano - Baden-Baden);
"Sulla 'naturalità' dei diritti civili", Testimonianze;
"L'Uno o i Molti? Il 'nuovo politeismo' di Miller e Hillman",
Testimonianze; "Ordine e dissenso. La disobbedienza civile nella società
liberale", Jus; "Iniziazione e tossicomania: intorno a un libro di
Luigi Zoja", Testimonianze; "Le aporie del pacifismo: critica della
pace come ideologia", Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto;
"L'immagine sofferente della legge", L'Immaginale; "Diritto e
morale in tema di aborto", Testimonianze; "Professionalità e personalità:
riflessioni sul ruolo dell'avvocato nella società", Sociologia del
Diritto; "L'avvocato e il suo cliente: appunti storici e sociologici sulla
professione legale", Materiali per una storia della cultura giuridica;
"La coscienza, gli dei, la legge", Rivista Internazionale di
Filosofia del Diritto; "Il diritto del mondo I", Anima;
"Un anniversario dimenticato: Il Bill
e la sua eredità", Sociologia del Diritto; "Vecchio e nuovo
nelle crisi di identità degli avvocati", in Storia del diritto e teoria
politica, Annali della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di
Macerata; "Verso il paese di Inanna", Anima;"Avvocato o
giurista?", comunicazione al VI Convegno nazionale di studio dell'Unione
Giuristi Cattolici Italiani, Firenze, Iustitia, "Tutela del mondo e
normatività naturale", in L. Lombardi Vallauri (ed.), Il meritevole di
tutela, Giuffrè, Milano); "Tutela del mondo e strumenti giuridici",
Testimonianze; "La professione legale tra etica e deontologia", Etica
degli Affari e delle professione; "Diritto e realizzazione:
un'introduzione alla fenomenologia del logos giuridico", Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto; "La legge e le origini della
coscienza", Per la filosofia; "Naturalità del diritto e
universali giuridici", Rivista Internazionale di Filosofia del
Diritto,"Naturalità del diritto e universali giuridici", in F.
D'AGOSTINO (ed.), Pluralità delle culture e universalità dei diritti,
Giappichelli, Torino); "Etica secondo il ruolo", Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto; "Purezza e olocausto:
un'interpretazione psicologico-culturale", Per la Filosofia;
"Logos giuridico e archetipi normativi", in L. LOMBARDI VALLAURI, Logos
dell'essere, Logos della norma, Adriatica, Bari); “Giustizia senza giudizio.
Limiti del diritto e tecniche di mediazione”, in F. MOLINARI e A. AMOROSO,
Teoria e pratica della mediazione, FrancoAngeli, Milano); “Le forme
dell’informale”, comunicazione al Congresso Nazionale della Società di
Filosofia Giuridica e Politica, Trieste, Ora in Giustizia e procedure, Atti del
suddetto Convegno, Giuffrè, Milano); “L’idea di professione”, Dirigenti Scuola,
“Controllare la professione”, Dirigenti Scuola, “Professione, patologia e
prevenzione”, Dirigenti Scuola. Ricerca Cuore organo muscolare, centro motore
dell'apparato circolatorio. disambigua.svg Disambiguazione. Se stai cercando
altri significati, vedi Cuore (disambigua). Il cuore è un organo muscolare, che
costituisce il centro motore dell'apparato circolatorio e propulsore del sangue
e della linfa in diversi organismi animali, compresi gli esseri umani, nei
quali è formato da un particolare tessuto, il miocardio ed è rivestito da una
membrana, il pericardio. natomia del cuore umano EmbriologiaModifica Può
originare da un abbozzo mesodermico ventrale, come negli anfibi, nella parte
rostrale del celoma, oppure da due abbozzi pari, come nei mammiferi, che poi si
uniscono medialmente. In entrambi i casi il primo abbozzo cardiaco è compreso
nel mesentere ventrale che in seguito si dividerà in mesocardio dorsale e
ventrale; successivamente entrambi spariranno per far spazio al tubo cardiaco
che permane nella cavità pericardica, separatasi dalla cavità addominale per lo
sviluppo di un setto trasverso. In questa fase il cuore, che si trova
lungo il decorso del vaso sanguifero mediano nella regione subfaringea, non ha
ancora né valvole né altre suddivisioni: è rappresentato da un tubo con due
pareti, una muscolare più esterna, miocardio, e una endoteliale più interna,
endocardio. Anatomia comparataModifica Nei vertebrati l'apparato
circolatorio presenta una complessità crescente dai pesci ai mammiferi, le
modifiche che ha subito nel corso dell'evoluzione sono in relazione allo
sviluppo di un apparato respiratorio[1]sempre più efficiente. Nei pesci
il cuore è costituito da un solo atrio, che raccoglie il sangue povero di
ossigeno proveniente da tutto il corpo, e un solo ventricolo, che raccoglie il
sangue proveniente dall'atrio: esistono però un seno venoso nel punto di arrivo
delle vene e un bulbo arterioso all'inizio delle arterie, quindi le camere sono
in realtà quattro. Le camere nel cuore dei pesci La circolazione in questi
animali è definita semplice perché il sangue compie un intero ciclo passando
una sola volta per il cuore, da dove raggiunge le branchieper essere ossigenato
così da arrivare ai tessutitrasportato dalle arterie. Dopo aver ceduto alle
cellule l'ossigeno e aver prelevato il diossido di carbonio e i prodotti di
rifiuto, il sangue torna verso l'atrio per mezzo delle vene. A questo punto
torna nel ventricolo e da qui alle branchie: a questo punto il ciclo
ricomincia. Nei vertebrati terrestri, mammiferi e uccelli, vi è una
circolazione doppia (polmonare e sistemica), nella quale il sangue, nel corso
di un ciclo completo, passa due volte per il cuore. Negli anfibi e nella
maggior parte dei rettili il cuore ha due atri, ma un solo ventricolo così che
i due tipi di sangue finiscono nell'unico ventricolo, qui si rimescolano
parzialmente e riducono la quantità di ossigeno destinata ai tessuti; insieme
all'aorta, alle arterie e vene polmonari esiste un’arteria pulmo-cutanea che
porta il sangue alla pelle, dove il sangue circolante si ossigena.[1]
Cuore dei varani Anatomia: RVH= atrio destro; LVH= atrio sinistro; KK=
circolazione sistemica; LK= circolazione polmonare; SAK= valvole del setto
atrioventricolare; CP= cavità polmonare. Sistole: Frecce blu=
sangue venoso, Frecce rosse= sangue arterioso Diastole: Frecce blu=
sangue venoso, Frecce rosse= sangue arterioso Solo nei coccodrilli i
ventricoli sono separati, mentre l'aorta e l'arteria polmonare sono collegate
dal forame di Panizza. Per ricapitolare i diversi tipi di circolazione,
potremmo così riassumere[2]: Nei pesci la circolazione è semplice, è
unidirezionale e ha un solo ventricolo; Negli anfibi e nei rettili è doppia e
incompleta; Nei mammiferi e uccelli è doppia e completa, vi sono due ventricoli
completamente separati Anatomia umanaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Cuore umano. La posizione del cuore all'interno
del torace umano Negli esseri umani è posto al centro della cavità toracica,
precisamente nel mediastino in posizione anteroinferiore fra le due regioni
pleuropolmonari, dietro lo sterno e le cartilagini costali, che lo proteggono
come uno scudo, davanti alla colonna vertebrale, da cui è separato dall'esofago
e dall'aorta, e appoggiato sul diaframma, che lo separa dai visceri
sottostanti. Il cuore ha la forma di un tronco di conoad asse obliquo rispetto
al piano sagittale: la sua base maggiore guarda in alto, indietro e a destra,
mentre l'apice è rivolto in basso, in avanti e a sinistra;[4] pesa nell'adulto
all'incirca 250-300 g, misurando 12-13 cm in lunghezza, 9-10 cm in larghezza e
circa 6 cm di spessore (si sottolinea che questi dati variano con età, sesso e
costituzione fisica). Battito del cuore di un uomo a 61 bpm Fisiologia Il cuore
si contrae e si rilascia secondo il ciclo cardiaco. Il cuore è costituito
dalle cellule del miocardio, tipicamente striate, che si occupano della
contrazione e dalle cellule auto ritmiche non contrattili, da cui origina lo
stimolo di contrazione. Le cellule auto ritmiche possiedono la capacità di auto
depolarizzarsi, grazie all'apertura canali del sodio (detti fun), che spostano
il potenziale di membrana verso valori più positivi, consentendo l'apertura dei
canali del calcio. L'ingresso di calcio nella cellula è prolungato e porta il
potenziale a stabilizzarsi su valori positivi per qualche millisecondo,
generando un plateau. Il segnale termina grazie all'apertura dei canali del
potassio, che riportano il potenziale di membrana a valori negativi e
consentono ai canali funny di aprirsi nuovamente. La contrazione del miocardio
inizia grazie all'ingresso del calcio nella cellula, che provoca la fuoriuscita
di altro calcio dal reticolo sarcoplasmatico e quindi la contrazione. Il
cuore nelle culture umane. Nell'antichità classica (anche per il filosofo e
scienziato Aristotele) il cuore era ritenuto sede della memoria. Il verbo
ricordare deriva infatti dal verbo latino recordari e questo dal sostantivo cŏr
(genitivocŏrdis), cuore (come sede della memoria) col suffissore- di movimento
all'incontrario: quindi, propriamente, rimettere nel cuore (= nella memoria). Ancora
oggi l'espressione "a memoria" si traduce par coeur in francese, by
heart in inglese e de cor in portoghese ("coeur", "heart" e
"cor" significano "cuore"). Particolarmente cruento
era il sacrificio del cuore nel mondo azteco. Gli Aztechi prendevano un cuore,
estratto ancora palpitante dalle vittime sacrificali umane, e lo offrivano agli
dei. Apparato respiratorio nei vertebrati, su sapere La circolazione dei
vertebrati, su hischool.weebly. Fiocca, Testut e Latarjet, Dizionario
etimologico della lingua italiana, di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, ed.
Zanichelli. Léo Testut e André Latarjet, Miologia-Angiologia, in Trattato di
anatomia umana. Anatomia descrittiva e microscopica – Organogenesi, Torino,
UTET, Fiocca et al., Fondamenti di anatomia e fisiologia umana, 2ª ed., Napoli,
Sorbona, cuore, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Cuore, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata ( EN ) Opere riguardanti Cuore, su Open
Library, Internet Archive.Cuore, in Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Portale Anatomia Portale
Biologia Portale Medicina di
Lorenzo Longo Arteria vasi sanguigni che trasportano il sangue dalla periferia
del cuore al corpo Cuore umano organo muscolare cavo Apparato
circolatorio insieme degli organi deputati al trasporto di fluidi diversi –
come il sangue e, in un'accezione più generale, la linfa – che hanno il compito
di apportare alle cellule gli elementi necessari al loro sostentamento. Grice: “Italians are afraid of the ‘sacro’ because since the fall of the
Roman Empire, it means the evil Pope! – unless otherwise stated by people like
Evola, etc.” – Grice: “Hart should have spent more time analysing the
implicatures of ‘disobey,’ as Cosi does -- to realise how wrong his theory is!”
Grice: “Austin, who taught morals at Oxford, should have examined, as Cosi
does, what we mean by ‘responsible philosopher’ before opening his mouth!” – Grice:
“My idea of helpfulness does not quite include that of ‘mediation’ but it
should – the space of mediation in the conflict in the conversational dyad! I
owe this to Cosi.” Grice: “I decided to use ‘judicative’ versus ‘volitive’
after Cosi. – His ‘giudicare’ is a gem!” – Nome compiuto: Giovanni Cosi. Keywords:
l’accordo, il secolare/il sacro; profane/sacro – secolare; archetipo, il
filosofo come gentiluomo, l’obbediente, il disobbediente, il consensus, il
disensus, to obey, conflitto, mediazione, diritto (right), giure, giurato –
legatum, vendetta, giudicare, fare giustizia, vendetta conversazionale, natura,
naturalita, non-naturale, legge naturale gius naturale, giusnaturalismo,
fenomenologia del giurato; normato naturale? Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cosi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cosmacini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del consenso e la compassione – sinestesia e simpatia – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like
Cosmacini; for one he wrote on THREE areas of my concern: ‘cuore’, as when we
say that two conversationalists reach an ‘accord’! – on ‘empatia’ – a
Hellenism, and most importantly, on ‘compassione,’ which is at the root of my
principle of conversational benevolence. -- Giorgio Cosmacini (Milano), filosofo.
Studia
a Milano e Pavia.la “convenzione della mutua” o INAM(Istituto nazionale per
l'assicurazione contro le malattie) e apre un ambulatorio mutualistico Fare
bene il mestiere di “medico della mutua” non significa gestire un certo numero
di “mutuanti”; voleva inoltre dire aver cura di una comunità di persone,
ciascuna delle quali con esigenze proprie. raggiungendo in quel periodo circa
trecento mutuanti. Quando i suoi mutuanti erano circa millecinquecento, decise
di realizzare un suo sogno: la libera docenza. è autore di numerose opere
d'argomento filosofico-medico. Altre opere: la mutua, medico della mutua,
mutuante, mutuanti, ambulatorio mutualistico. “Scienza medica e giacobinismo in
Italia: l'impresa politico-culturale di Rasori (Collana La società, Milano,
Franco Angeli); Röntgen. Il "fotografo dell'invisibile", lo
scienziato che scoprì i raggi x, Collana Biografie, Milano, Rizzoli); “Gemelli.
Il Machiavelli di Dio, Collana Biografie, Milano, Rizzoli); “Storia della
medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. Gius.
Laterza et Figli); “Medicina e Sanità in Italia nel Ventesimo secolo. Dalla
'Spagnola' alla 2ª Guerra Mondiale, Roma, Laterza); “La medicina e la sua
storia. Da Carlo V al Re Sole, Collana Osservatorio italiano, Milano, Rizzoli);
“Una dinastia di medici. La saga dei Cavacciuti-Moruzzi, Collana Saggi italiani,
Milano, Rizzoli); Storia della medicina e della Sanità nell'Italia contemporanea,
Roma-Bari, Laterza, G. C. Cristina Cenedella, I vecchi e la cura. Storia del
Pio Albergo Trivulzio, Roma-Bari, Laterza); “La qualità del tuo medico. Per una
filosofia della medicina, Roma-Bari, Laterza); “Medici nella storia d'Italia,
Roma-Bari, Laterza, L'arte lunga. Storia della medicina dall'antichità a oggi,
Roma-Bari, Laterza); “Il medico ciarlatano. Vita inimitabile di un europeo del
Seicento, Laterza); “Ciarlataneria e medicina. Cure, maschere, ciarle, Milano, Cortina,
La Ca' Granda dei milanesi. Storia dell'Ospedale Maggiore, Roma-Bari, Laterza);
“Il mestiere di medico. Storia di una professione, Collana Scienze e Idee, Milano,
Raffaello Cortina); “Introduzione alla medicina, Roma-Bari, Laterza, Biografia
della Ca' Granda. Uomini e idee dell'Ospedale Maggiore di Milano, Laterza, Medicina
e mondo ebraico. Dalla Bibbia al secolo dei ghetti, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza, Il male del secolo. Per una storia del cancro, Roma-Bari,
Laterza); “La stagione di una fine, Terziaria); “Il medico giacobino. La vita e
i tempi di Rasori, Collana Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “Salute e bioetica,
Torino, Einaudi, G. C. Satolli, Lettera a un medico sulla cura degli uomini,
Roma, Laterza, La vita nelle mani. Storia della chirurgia, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza, Una vita qualunque, viennepierre edizioni, Il medico
materialista. Vita e pensiero di Jakob Moleschott, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza «La mia baracca». Storia della fondazione Don Gnocchi,
Presentazione del Cardinale Dionigi Tettamanzi, Laterza); “La peste bianca.
Milano e la lotta antitubercolare, Milano, Franco Angeli); “L'arte lunga.
Storia della medicina dall'antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza); “Il romanzo
di un medico, viennepierre edizioni, L'Islam a La Thuile nel Medioevo. Un
«tuillèn» alla terza crociata: andata, ritorno, morte misteriosa, KC Edizioni, Le
spade di Damocle. Paure e malattie nella storia, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza); “La religiosità della medicina. Dall'antichità a oggi,
Collana Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “L'anello di Asclepio. L'età
dell'oro”; “La peste, passato e presente, Milano, Editrice San Raffaele); “La
medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base” (Collana
Scienze e Idee, Milano, Raffaello Cortina); “Il medico saltimbanco. Vita e
avventure di Buonafede Vitali, giramondo instancabile, chimico di talento,
istrione di buona creanza” (Roma-Bari, Laterza); “Prima lezione di medicina,
Collana Universale.Prime lezioni, Roma-Bari, Laterza); “Il medico e il
cardinale, Milano, Editrice San Raffaele); “Testamento biologico. Idee ed esperienze
per una morte giusta” (Bologna, Il Mulino); “Politica per amore” (Milano,
Franco Angeli); “Guerra e medicina. Dall'antichità a oggi, Collana Storia e
Società, Roma-Bari, Laterza); “Compassione” (Bologna, Il Mulino); “La scomparsa
del dottore. Storia e cronaca di un'estinzione, Milano, Raffaello Cortina); “Camillo
De Lellis. Il santo dei malati, Roma-Bari, Laterza); “Il medico delle mummie.
Vita e avventure di Bozzi Granville, Collana Percorsi, Roma-Bari, Laterza); “Como,
il lago, la montagna, NodoLibri); “Tanatologia della vita e stetoscopio.
Bichat, Laënnec e la "nascita della clinica", AlboVersorio,. Medicina
e rivoluzione. La rivoluzione francese della medicina e il nostro tempo” (Collana
Scienza e Idee, Milano, Raffaello Cortina); “Un triennio cruciale. Como, il
lago, la montagna, NodoLibri); “La forza dell'idea. Medici socialisti e
compagni di strada a Milano. L'Ornitorinco,
Per una scienza medica non neutrale. Tre maestri della medicina tra
Ottocento e Novecento, L'Ornitorinco, Medicina Narrata, Sedizioni); “Galeno e il
galenismo. Scienza e idee della salute” (Milano, Franco Angeli); “La chimica
della vita” -- e microscopio. Pasteur e la microbiologia, AlboVersorio); “Per
una scienza medica non neutrale. Tre maestri della medicina in Italia fra
Ottocento e Novecento, L'Ornitorinco); “Il tempo della cura. Malati, medici,
medicine, NodoLibri); “Elogio della Materia” -- Per una storia ideologica della
medicina, Edra edizioni); “L'Infinito di Leopardi. Un impossibile congedo” (Sedizioni,.
Memorie dal lago e ricordi dal confine. Como, il lago, la montagna,
NodoLibri, Salute e medicina a Milano.
Sette secoli all'avanguardia, L'Ornitorinco); “La medicina dei papi, Collana
Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “Medici e medicina durante il fascismo”
(Pantarei); “Il viaggio di un ragazzo attraverso il fascismo, Pantarei); Historia
cordis, Ass. Beretta,. Curatele Dizionario di storia della salute, G.
Cosmacini, Giuseppe Gaudenzi, Roberto Satolli, Collana Saggi, Torino,
Einaudi. “mutua gratia” - Practicis
nostris, Muri LAPIDES, sine inscriptione, apud nus, gadinca, vel Hnoc. Non
liquet, “don mutual” – mutual gift -- Chartain Chartul. Hygenum de Limitibus constituendis. inquit Somnerus. (Mutinæ carnes, in Con
thesaur. S. Germ. Prat. fol. 12. rº.: Dicta. mutuum, Exactio nomine mului, Charta
suet. MSS. Eccl. Colon. e Bibl. Eccl. Atre- Ysabellis exhibuit dicto
thesaurario quasdam Rogerii 1. Reg. Sicil. ann. apud Mu bat, eædem quæ vervecinæ.
Vide Multo, litteras mutuæ gratiæ dudum confectas inter ralor. tom. 6. col.
Nulla angaria, par I mutio, id est, Patuus. Vocabul. dictam Ysabellam et
prædictum defunctum angaria, echioma, gabella,Muruum, extorsio utriusque Juris.
dum vivebat, et constante legitimo matrimo- jaciatur, imponatur. Chron.
Parmense ad mutis, Truncus, stirps. Pactum inter nio inter ipsos. aapud eumdem
Humb. dalph. et episc. Gratianopol. ann. “mutuare”, Mutuum, seu exactionem ec
impositum fuit per commune Parma in Reg:. Chartoph. reg.: nomine mutui
impositam solvere. Vide unum mutuum octo millium librarum impe recte tendendo
ad pedem cujusdam margassii mutuum. rialium per episcopatum, et quinque millium
seu claperii in quo margassio seu cleppe. Mutuatim, pro mutuo, in Vita Anti-
per civitatem. Et mutuum clericis fuit im rio sunt duæ mutes arborum. dii
Archiep. Bisonticensis cap. 5: Bene- positum duo millium librarum, etc. Chron.
Åwwvíz, in Gloss. Græc. Lat. dictionis ergo dono mutuatim dato, etc. Mutin.:
Tria Mu [Mirac. S. Bernhardi Episc. tom. 5. Julii (mutuatio, pro mutatio, in
Consuet. tua extorsit.] Historia Cortusiorum lib. 3. p.112, Eoque quippiam
petere volente, MSS. Auscior. art. 3: Fiat autem mutua cap. 14, Teutonici
cruciabant Paduanos verbis in ore reclusis, subito mulus effectus tio consulum
annuatim in festo S. Joan. *mutuis* el daciis. Infra: *mutual* imposuit et est;
qui a plerisque tentatus, an videlicet Baptistæ. datias. Lib. 7. cap. 1:
V'exabantur Muluis astu Muritatem simularet, et tandem certa ex Ital. Mutola,
Muta. Oc- et daliis. Albertinus Mussalus lib. 12. de loquendi impotentia
comprobatur. Occurrit currit in Vita B. Justinæ de Aretio n. 9. Reb. gest.
Italic. pag. 86: Communes da præterea toin. 2.Sanctorum Apr.], Idem quod
Expeditatus, riæ, exactionesque et Mutua publica el priMuronagium. Vide in
Charta Forestæ cap. 9. forte pro múti- vata etc. Charta R. Abbatis Monasterii
Ka Mullo. latus. Locum vide in Mastinus. roffensis in Pictonib. . ex (Ovis,
Massiliensibus Mous, Nudus, glaber. Regesto Philippi Pulcri Regis Franc. Tabu
tonfede. Charta ann. 1390: Quilibet Mu- Gloss. Lat. Græc. MSS. Sangerman. larii
Regii n. 11: Non recipiemus ibi Mu tofeda solvat xvi. denarios. * Castigat. in
utrumque Glossar. forte tuum, nisi gratis mutuare voluerint habitan
Lugdunensibus, Feye. Vide supra Menlulosus, ead'ns, ex Vulc. tes. Ita in
Liberlatib. Novæ Bastidæ in Oc Lex Ripuar. lit. 6o. S 4: Si citania ann. in
alio Regesto ejusdem xudovicv, Malum colo- autem ibidem infra terminationem
aliqua in- Regis ann. n. 16. Vide Credentia, neum. Supplem. Antiquarii et
Gloss. MSS. dicia sua arte, vel butinæ,aut Lat. Græc. Sangerm. Aliud itidem
Gloss.: extiterint, ad sacramentum non admittatur, mutuum coactum* exactio, quæ
a Mutonium, Tepábeuo, Additio. etc. Ubi mutuli, videntur esse aggeres ter-
dominis in urgentibus negotiis suis ac ne 1., quos Motes nostri vocant: aut
forte cessitatibus fiebat super subditos, vassallos, equilatus, quod sic
describit Jovius Hist. lapides ii quosMuros vocant Agrimensores,ac tenentes cum
restitutionis conditione ac lib. 14: Mutpharachæ admirabili virtute i. sine
inscriptione, vice terminorum po- pollicitatione: a qua quidem exactione
præstantes, toto orbe conquisiti, ea condi- siti. Vide Bonna 2. exempta
pleraque oppida, quibus concessæ tione militant, ut quos velint Deos, impune KF
Errat Cangius, si fides Eccardo, libertates, leguntur. Charla libertatum
colant, præsentique tantum Imperatori ope- in Notis ad Legem citatam, quam ad
cal- Aquarum Mortuarum ann. 1246: Omnes ram navent. Hæc post Carolum de Aquino
cem Legis Salicæ edidit. Mútuli enim sunt habitatores loci illius sint liberi
et immunes in Lex. milit. machinaliones clandestinæ, vel seditiones ab omnibus
questis, talliis, et toltis, et clam excitatæ, a veteri German.Meulen, tuo
coucto, et omni ademptu coacto. Con capitis tegumentum, quod monachi cap. |
clandestine agere, unde Meutmacher, Fla- suetudines Monspelienses MSS.: paronem
vocabant. Gall. Christ. tom. 4. bellum seditionis, Gall. Mutin.
Hæc vir Toltam nec quistam, vel Mutuum coactum, col uti. Mutrellis 782:
Statuimus in dormitorio, quod liceat fratribus eruditus; quæ tameninmeam fidem
reci. vel aliquam exactionem coactam non habet;. Vide Mitræ.
necunquam habuit dominus Montispessulani I Vide Morth. I Gall. Mouton. in
hominibus Montispessulani. Eædem ver *, ut supra Muramen. Charta ann. exArchivis Massil.:
naculæ, totas inquistas, ni prest forsat, o Terrear.villæ de Busseul ex Cod.
reg. Item super co quod petebantdicti parerii alcuna action destrecha, etc.
Libertates fol. 47. vº.: Item unum Pariziensem Mut -I quartam partem Murunorum,
astorium et concessæ oppidis Castelli Amorosi et Va CANGII CLOSS. – T. IV. 2. Feda 2.
pere nolim. etc. lentiæ, in diæcesiAginnepsi, ab Edwardo I Eodem significatu,
De S. 6: L. FURPANIO L. Lib. PuILOSTORGO Mr. I. Rege Angliæ
ex Regesto Constabulariæ Juvenate Episc. tom. 1. Maii pag. 399: ROBRECHARIO VIX
ann. LIJTI. Purpuria L. Burdegalensis fol. : Nec recipiemus Episcopus
Narniensis ex suo palatio, ialari L. OLYMPUSA PECIT. in ibi Muruum, nisi
gratis nobis mutuare velint reste indutus, racheto et Muzzeta. Vide Inscript.
Vide Martin Lex. in habitantes. Eadem habent libertales Rio. Mozzetta.
hac voce. magi in Arvernis. vocatur letri rudoris in. Fantasia, miratores. Pa
Mutuum VIOLENTUM, in Charta liberta- quietudo terrena. Ita Apuleius de Muudo.
pias. tum Jasseropis, apud Guicheponum in A Græco nimium púxw, Mugio, reboo. Vide
Ma Histor. Bressensi Roga coacta, in I Piscis
genus, qui alius zer. Charta Ludovici Comitis Blesensis et Cla- videtur ab eo
quem Spelmannus piscem. in Statutis Mon romontens. ann. 1197. pro Creduliensi
viridem vocat. Computus ann. 1425. apud tis Regal. fol. 318: Debeat solvere
emptori villa: Omnes homines Credulio marentes Kennett. in Antiquit. Ambrosden.
pag. gabellæ piscium, solidos quatuor pro quoli taliam mihi debentes, el eorum
hæredes, a 575: Et in 111. copulis viridis piscis... Et bet rubo piscium, et
intelligatur detracta talia, ablatione, impruntato et Roga coacta inxv.
copulisde Myllewellminorissortisx: Myrta et cestis ac funibus. de cælero
penitus quilos et immunes esse sol. vi. d. et in xx. Myllewell majoris sortis Eadem notione, usurpant Cat concedo. Exslat
Statutum Philippi VI. Re- Xit, sol. (* Vide Mulsellus.] lius Aurelianus,
Celsus, et Apicius. Vide gis Frane. 3. Febr. ann. 1343. quo vMoniales, ex Anglo
-Sa- Murta. in posterum fieri ullum Mutuum coactum xop. myn'e'cen'e, vel minicene,
hodie Graviter, com super subditos suos: quod scilicet paulo Anglis Minneken et
minnekenlasse. Copeil. posite ambulare. Chron. Ditm. Mersburz. anie exegisse
docet Diploma anni 1342. Ænbamiense in Anglia: l'episc. tom. 10. Collect.
Histor. Frane. pag. 28. Junii, sed et Philippum Pulerum Re- Episcopi et abbates,
monachi et Mynecenæ, 131: Henricus Dei gratia res inclytus à se. gem aliud ann.
1309. in 12. Regesto Char- canonici et nonne, natoribus duodecim vallatus,
quorum ser tophyl. Reg. Ch. 15. et in 36. Regest. apud Ausonium in rasi barba,alii
prolixa Mystace incedebant Ch. 48. lemmate Epigrammatis. Cantharus po- cum
buculis, etc. Laudatum Philippi VI. Statutum torius Scaligero, qui a similitudine
muris I Sacerdotum præposi frustra quæsitum in Regestis publicis testa- et
barbæ, quæ in conum desinit, Myobar- tus; titulus honorarius Archiep. Toletani,
tur D. de Lauriere tom. 2. Ordinat. Reg. bum voce ibrida dietum existimat.
Turne- ex Hierolex. Macri. Franc. prg. 234. Undeexistimat D. Cangium bus vero
Advers. lib. 3. cap. 19. putat ver- lapsum memoria art. 4. et 5. Statuti ejusd.
| bum compositum mure et barbo, quod |, Mysteriorum per. Regis . non3.
Febr.spectasse, mensuram, liquidorum sescunciam penitus, vel princeps. Prudent.
Peristeph. 2. quo vetat Philippus Rex in posterum a dentem sonat, ut sit
tamquam muris cya- 349: Bene est, quod ipse ex omnibus My subditis suis exigi
equos, currus, ele. nisi thus. Quidam le; emendat
Lil. Gyraldus Epist, *mutuum violatum*
Exactio nomine xobarbaru, quod non placet. Vide Cupe. Zachariæ PP. ann.748.
tom. 1. Rer. Mo *mutui*, quæ a subditis exigitur. Charta rum in
Harpocrate pag. 78. gunt. pag. 255, Officium, sacra Li mutuum violatum, velmessionem
bajuli vel turgia. Pelagius Episcop. Ovetensis in Fer servientum. [ Leg.
Violentum ut, supra.) ctum... Si autem Myocepha aur ypopius fuerit,dinando Rege
Hispan.: Tunc Alfonsus Rez mutuum ebraldum. Charta Henrici Co- post inunctionem
ligabis oculos aut linteo in velociter Romam nuntios misi ad Papam mitis
Portugalliæ tom. 3. Monarchiæ Lusi- aqua infuso frigida, aut spongia in ipsa
Aldebrandum cognomento septimus Grego tanæ p.282, Non introducam *mutuum* aqua
infusa. rius. Ideo hoc fecit, quia Romanum Vyste Ebraldum Colimbriam. 9piratici
genus arium habere voluit in omni Regno. Infra: mutuum,
stipendium datum in ante-, ut placet Tur Confirmarit itaque Romanum Mysterium
in cessum. Lit. ann. 1408. tom. 9. Ordinat. nebo lib. 3. Adversar. cap. 1.
nomen omne regnum Regis Adefonsi æra 1113. (Chr. reg. Franc.: Ordinamus adepti.
Melius Scaliger, a forma qevūves, 1088. ) per senescallos, receptores,
thesaurarios,... hoc est, angusta et oblonga, dictum ira- Missæ sacrifi tum
nobilibus quam innobilibus, cum ex dit. cium. Acta S. Gratil. tom. 3. Aug. pag.
parte nostra mandati fuerint ut ad guerras Hist. Franc. Sfortiæ ad ann. col. 2:
Indutus est (Gratilianus) ve nostras accedant, *mutuum* fieri priusquam apud
Murator. tom. 31. Script.
Ital.col.stimentis a. Wikipedia Ricerca Sinestesia (psicologia) fenomeno
sensoriale/percettivo Lingua Segui Modifica Avvertenza Le informazioni
riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I
contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico:
leggi le avvertenze. La sinestesia è un fenomeno sensoriale/percettivo, che indica
una "contaminazione" dei sensi nella percezione. Il fenomeno
neurologico della sinestesia si realizza quando stimolazioni provenienti da una
via sensoriale o cognitiva inducono a delle esperienze, automatiche e
involontarie, in un secondo percorso sensoriale o cognitivo.[2]
Possibile visione dei mesi dell'anno da parte di una persona soggetta al
fenomeno della Sinestesia Descrizione generale del fenomenoModifica Con il
termine "sinestesia" si fa riferimento a quelle situazioni in cui una
stimolazione uditiva, olfattiva, tattile o visiva è percepita come due eventi
sensoriali distinti ma conviventi.[1] Nella sua forma più blanda è
presente in molti individui, spesso dovuta al fatto che i nostri sensi, pur
essendo autonomi, non agiscono in maniera del tutto distaccata dagli
altri. Più indicativo di un'effettiva presenza di sinestesia è il caso in
cui il percepire uno stimolo (come ad esempio il suono) provoca una reazione
netta e propria di un altro senso (ad esempio la vista). Per "forma
pura" si intende la sinestesia che si manifesta automaticamente come
fenomeno percettivo e non cognitivo. Il fenomeno è involontario, ma una
maggiore attenzione prestata dal soggetto può evocarlo con maggiore
consapevolezza, al punto che il sinestesico puro, vedendo i suoni e sentendo i
colori, può riuscire a trarre vantaggio da queste contaminazioni sensoriali; un
compositore che sfruttava questa sua capacità fu Olivier Messiaen, così come il
pittore Vasilij Vasil'evič Kandinskij, che affermava di poter sentire la voce dei
colori, che per lui erano suoni, entità vive e lo spiega bene nel suo libro Lo
spirituale nell’arte. Un altro sinestesico fu il pittore e musicista lituano,
Mikalojus Konstantinas Čiurlionis. Il compositore russo Aleksandr Nikolaevič
Skrjabin era particolarmente interessato agli effetti psicologici sul pubblico
quando sperimentavano suoni e colori contemporaneamente. La sua teoria era che
quando si percepiva il colore giusto con il suono corretto, si creava "un
potente risonatore psicologico per l'ascoltatore". La sua opera
sinestetica più famosa, che viene eseguita ancora oggi, è Prometeo: il poema
del fuoco [1]. Ma la lista degli artisti sinestesici è molto lunga, infatti le
ultime ricerche affermano che il fenomeno sinestesico interessi il 4% della
popolazione e di questo 4% la maggior parte sono artisti. Un'altra
caratteristica della sinestesia è poi che si presenta a volte nelle persone
mancine, o in concomitanza con altre caratteristiche come l'allochiria
(confusione della mano destra con la sinistra), scarso senso dell'orientamento,
dislessia, deficit dell'attenzione e, raramente, autismo. Spesso la
contaminazione sensoriale avviene a direzione unica: ad esempio, se vedo una
nota musicale come un colore, non è detto che vedendo quel colore la mia mente
evochi quella nota. Questa è una delle caratteristiche della sinestesia
percettiva, l'unidirezionalità. Secondo lo storico Angelo Paratico il mancino
Leonardo Da Vinci era affetto da sinestesia.[3] Esperienze di tipo
sinestetico possono essere indotte in maniera artificiale, mediante l'uso di
sostanze allucinogene, sostanze stupefacenti come l'LSD, esperienze di
deprivazione sensoriale, meditazione, ed in alcuni tipi di malattie che
colpiscono la corteccia cerebrale. Questo tipo di sinestesia è detta
pseudosinestesia, in quanto è indotta o non presente dalla nascita. La
sinestesia acquisita sembra riguardare solo le forme di sinestesia percettiva,
e non sono stati documentati casi di sinestesia concettuale acquisita. Le
persone che hanno esperienze sinestesiche nella "forma pura" sono un
numero relativamente ridotto. Studi recenti hanno mostrato una certa
variabilità: 1 ogni 2000 1 ogni 200 Queste esperienze sono quotidiane ed
iniziano sin dall'infanzia. Molti sinestesici si sorprendono scoprendo che
questa esperienza non è provata da tutte le persone. L'esperienza
sinestetica è composta da due elementi: L'evento induttore (inducer).
L'evento concorrente (concurrent). Per esempio, può accadere che un sinestesico
descriva il suono (inducer) del proprio bambino che piange come un colore
giallo sgradevole (concurrent). La relazione tra un inducer e un concurrent è
sistematica, nel senso che a ogni inducer corrisponde un preciso
concurrent. Grossenbacher et Lovelace, distinguono due tipi di sinestesia
a seconda che l'inducer sia percettivoo concettuale. Sinestesia
percettiva: l'inducer è uno stimolo percettivo (per es. la vista di lettere
produce anche la vista di colori "collegati"). Sinestesia
concettuale: i concurrent sono prodotti dal pensare a un particolare concetto
(per es: numero, mese dell'anno, posizione nello spazio). Si utilizza
intensivamente la sinestesia anche nella terminologia utilizzata nella
degustazione o nell'analisi sensoriale. Basi genetiche della
sinestesia Purtroppo con le competenze scientifiche attuali non è possibile
identificare singoli loci genici che determinino con certezza questo fenomeno
neurocognitivo. Il fenomeno è più probabilmente dovuto a un complesso
meccanismo neurale e non a singole proteine codificate da parti di genoma. In
ogni caso interessanti esperimenti di neuroimaging paiono confermare tale
fenomeno. Sinestesia: grafema-coloreModificaRamachandran e i suoi collaboratori
hanno notato che la forma più comune di sinestesia è quella grafema(lettera,
numero) - colore e infatti i rispettivi centri cerebrali sono molto vicini tra
loro. Tecniche di neuroimmagini (es. risonanza magnetica funzionale) hanno
permesso di individuare il "centro del colore" (es. Zeki et Marini,
Brain), l'area V4 nel giro fusiforme. L'area dei grafemi è stata
anch'essa individuata nel giro fusiforme, in particolare nell'emisfero sinistro
vicino all'area V4. L'area si attiva sia in seguito alla presentazione di
lettere sia in seguito alla presentazione di numeri. L'ipotesi di
Ramachandran è che ci sia una attivazione congiunta. La presentazione di un
grafema fa attivare l'area dei grafemi, che fa attivare contemporaneamente anche
l'area del colore, anche senza la presenza di uno stimolo. Questo è dovuto ad
un eccesso di connessioni tra le due aree, non presente in tutte le
persone. Le connessioni che si hanno alla nascita sono un numero
superiore di quello che si trovano in un cervello adulto. Quello che avviene
nei primi mesi di vita è un processo definito pruning (potatura, sfoltimento)
delle connessioni cerebrali. L'ipotesi di Ramachandran è che le connessioni tra
area del colore e area dei grafemi, che normalmente subiscono un processo di
pruning, rimangono invece intatte nei sinestesici. Probabilmente per una
mutazione genetica che fa fallire il processo di pruning. Esisteranno delle
regole che in seguito all'esperienza permetteranno di sviluppare connessioni
particolari tra area dei grafemi e area del colore. Questo spiegherebbe perché
ad un grafema viene sempre associato un certo colore. Ramachandran
ipotizza che l'attivazione del giro fusiforme non implichi un arrivo alla
coscienza delle informazioni. Perché sia possibile essere consapevoli
dell'informazione percepita si dovranno attivare altre aree superiori.
Tuttavia, Grossenbacher sostiene che la sinestesia non sia dovuta alla presenza
di un numero maggiore di connessioni neurali (le quali non sarebbero presenti
nei non sinestesici); infatti, secondo lo studioso tale fenomeno percettivo è
imputabile al fatto che, nel cervello dei sinestesici, alcune connessioni
neurali risultano ancora attive, mentre non vengono più "utilizzate"
in chi non sperimenta tale modo di percepire. Questo spiegherebbe il motivo per
cui chi assume droghe psicoattive sia in grado di esperire una condizione di
"pseudo-sinestesia", circoscritta esclusivamente al limite temporale
in cui tali sostanze dispieghino il loro effetto, per poi tornare a non percepire
sinestesicamente una volta terminato quest'ultimo. Secondo Grossenbacher è
molto improbabile, infatti, che si siano create nuove connessioni neurali
durante l'assunzione di tali droghe; piuttosto, risulta più probabile che
vengano percorse "strade" neurali solitamente
"disattive". Influenza dell'attenzione sulla percezioneModifica
Esperimento di Ramachandran e Hubbard: caso della figura gerarchica (un 5
composto da tanti 3), se ai soggetti veniva chiesto di fare attenzione a
livello globale vedevano il colore rosso, se invece dovevano dirigere la loro
attenzione a livello locale (3) vedevano verde. Questo esperimento porta
a concludere che l'attenzione influenza il manifestarsi del fenomeno
sinestesico. Sinestesici projector Nel caso di grafema-colore, il colore è visto
come una pellicola che ricopre il numero completamente. Un sinestesico testato
da Dixon, riferiva di provare un'esperienza irritante se il numero era di un
colore incongruente con quello del fotismo (l'effetto della sua sinestesia). Se
per esempio il numero 5 gli evocava il colore rosso, ma in realtà era scritto
con il giallo. Sinestesici associatorModifica Sempre nel caso di
grafema-colore, il colore appare nella mente, e non sopra il numero. In genere,
i sinestesici associator riferiscono che l'esperienza di vedere un numero con
un colore non congruente con quello del fotismo, non è un'esperienza per nulla
disturbante. La percezione del colore "reale" del numero è
un'esperienza molto più intensa del fotismo, per un sinestesico associator.
I sinestesici projector sembrano una minoranza rispetto ai sinestesici
associator (11 su 100, tra quelli intervistati da Dixon e collaboratori).
Tra i maggiori studiosi della sinestesia percettiva, Richard Cytowic,
Ramachandran, E. Hubbard, Sean Day, Bulat Galeyev, Irina Vaneckina.
Rapporto con i canali del calcioModifica Studiando nel moscerino della frutta
un gene coinvolto nell'elaborazione del dolore, alcuni ricercatori hanno creato
il primo modello della sinestesia. Con la tecnica dell'interferenza a RNA hanno
isolato 600 geni quali candidati a interessare possibili geni del dolore. Il
primo ad essere analizzato più in dettaglio è stato quello che codifichi parte
di un canale del calcio noto come α2δ3. Questi canali che regolano il passaggio
di Ca2+ attraverso la membrana cellulare sono fondamentali per l'eccitabilità
elettrica dei neuroni. Con questi canali interferiscono diversi
antidolorifici. Nei topi carenti di α2δ3 si è dimostrato che questo gene
controlli la sensibilità al dolore provocato dal calore sia nella Drosophila
sia nei mammiferi. Indagini condotte con la MRI hanno anche rivelato che α2δ3
partecipi all'elaborazione del dolore termico a livello cerebrale. In assenza
di α2δ3 il segnale del dolore a genesi termica arriva al talamo, ma poi non
prosegue verso i suoi centri corticali superiori. Le immagini di fMRI mostrano
piuttosto un'attivazione crociata delle aree corticali per la visione,
l'olfatto e l'udito. Questa sinestesia si osserva anche quando lo stimolo
doloroso sia di natura tattile. Emozioni colorate | Le Scienze, su
lescienze.espresso.repubblica.it. ^ Harrison, John E.; Simon Baron-Cohen
(1996). Synaesthesia: classic and contemporary readings.
Oxford: Blackwell Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy, Lascar
Publishing, lascarpublishing.com/Leonardo in Internet Archive. ^ Baron- Cohen,
Ramachandran et Hubbard, Neurocognitive mechanism of synesthesia" Edward
M. Hubbard1 and V.S. Ramachandran, Neurocognitive mechanism of synesthesia, su
cell.com, November 3, 2005. URL consultato il libero. ^ percezione e
idee, la sinestesia | PsycHomer, su psychomer. Le Scienze: Non provo dolore, ma ne sento l'odore e ascolto le note
BibliografiaModifica Córdoba M.J. de, Hubbard E.M., Riccò D., Day S.A., III
Congreso Internacional de Sinestesia, Ciencia y Arte, Parque de las Ciencias de
Granada, Ediciones Fundación Internacional Artecittà, Edición Digital
interactiva, Imprenta del Carmen. Granada. Córdoba M.J. de, Riccò D. (et al.),
Sinestesia. Los fundamentos teóricos, artísticos y científicos, Ediciones
Fundación Internacional Artecittà, Granada. Cytowic, R.E.,
Synesthesia: A Union of The Senses, second edition, MIT Press, Cambridge,
Cytowic, R.E., The Man Who Tasted Shapes, Cambridge, MIT Press, Massachusetts,
Marks L.E., The Unity of the Senses. Interrelations among the modalities,
Academic Press, New York Riccò, Sinestesie per il design. Le interazioni
sensoriali nell'epoca dei multimedia, Etas, Milano, Riccò D., Sentire il
design. Sinestesie nel progetto di comunicazione, Carocci, Roma, 2Tornitore T.,
Storia delle sinestesie. Le origini dell'audizione colorata, Genova, 1986.
Tornitore T., Scambi di sensi. Preistoria delle sinestesie, Centro Scientifico
Torinese, Torino, Voci correlate Takete e Maluma Sinestesia tattile-speculare. «sinestesia»
Udire i colori, gustare le forme, su lescienze.espresso.repubblica.it, Le
Scienze. TED Talk: "I listen to color" Portale Psicologia: accedi
alle voci di che trattano di psicologia Qualia aspetti qualitativi delle
esperienze coscienti Locus ceruleus Sinestesia tattile-speculare raro
fenomeno sensoriale/percettivo Wikipedia Il contenutoGrice: “The grammar
of ‘mutuality’ can be extraordinarily complicated. But I’m sure Schiffer’s ‘A and B mutually know that p’ doesn’t make
sense as an analysandum.” Grice: “You can trade (L mutate both ways) or
exchange *information* -- The grammar is: A and B are in love – implicated:
‘mutual’ -- A and B are friends –
implicated: mutual. Dickens, who never attended Oxford, would never catch the
subtlety of his biggest solecism, “Our mutual friend”! – Grice: “But I’m
surprised from Schiffer, who did attend the varsity!” – Nome compiuto: Giorgio
Cosmacini. Cosmacini.
Keywords: compassione, salute, mens sana in corpore sano, storia della
medicina, Foucault, l’anello di Asclepio, la medicina nella Roma antica,
giacobinismo, fascismo, giacobinismo in Italia, medici fascisti, medicina
fascista, la medicina non e una scienza, tanatologia, bio-chemica, la chemical
della vita, bio-chemistry –Grice on life, the philosophy of life, cooperation
and compassion. Imperativo conversazionale, compassione
conversazionale, imperative della mutualita conversazionale – mutualita
conversazionale – imperative of conversational mutuality, mutuality, mutual,
the depth grammar of mutuality – Grice against Schiffer – Grice scared by
‘mutual knowledge’ – and using it in scare quotes (“Such monsters as Schiffer’s
‘mutual knowledge’ have been proposed to replace my regress when there’s
nothing wrong with stopping it elsewise!” Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Cosmacini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cosmi: all’isola-- la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale dei discorsi: corsi e ricorsi -- metodo dei principi generali
del discorso – scuola di Casteltermini – filosofia girgentina – filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Casteltermini). Filosofo girgentino. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Casteltermini,
Gigenti, Sicilia. Grice: “I love Cosmi – for one he uses the very exact phrase
I do, ‘the general principles of discourse,’ and he also finds them to have a
rational (‘razionale’) basis – they involve those desiderata for helpful
communication, a co-operative principle – concerning most constraints I refer
to: the necessity to avoid superfluity (supperfluita) and to maximize clarity
(chiarezza) – so that’s genial!” – Grice: “Cosmi actually has two treatise, a
more theoretical one, “General principles of discourse,” and an applied tract,
“Metodo’ – of the “general principles of discourse’ – he had already elaborated
on all the figures of rhetoric, so he knew what he was talking about and where
he was leading --.” Grice: “The fact that he like me also loved Locke – and
perhaps was more of a ‘sensista’ than I am, makes him great, too!” Fu
un'imponente filosofo, no italiano, ma siciliano (Grice: “Sicily is not
considered part of the ‘peninsola italiana’). Formatosi nel Seminario dei
Chierici di Agrigento, ricopre la carica di rettore a Catania. Riceve dal re Ferdinando
l'incarico di redigere il piano regolatore della filosofia siciliana. Da un
rilevante contributo all'innovazione del illuministimo. Fu un grande filosofo,
il primo e il più geniale del regno meridionale e uno dei primi e più geniali
del Settecento italiano. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Principi
generali del discorso, e della ortografia italiana ad uso delle regie scuole
normali di Sicilia by C., edition published in Italian and held by 2 WorldCat
member libraries worldwide. E primo forne il D2 Cosmi. Questo e un aureo
libretto dei "Principi generali del discorso" – i. e. un principio
comune a ogni discorso. Questo affinchè il filosofo a una nozione direttrice,
non superflue. In questo trattato invano cercheresti quella immensa farragine
di precetti disordinati, e quelle infinite minuterie non necessarie, con cui si
sostitoleva confondere e stancare la prattica conversazionale del giovanetto.
Si spone un solo principio generale e fondamentale, sintetizzato nell'antico ma
verissimo motto: precetto uno. Il resto e uso. Questa mia preziosa filosofia è
un sapientissimo essamine pel filosofo che vuole adoperare il "metodo
conversazionale." Quivi si ricorda dapprimà quanto in occasione di
filosofare sulla maniera di dare la prima istruzione conversazionale al
ragazzo, in caso la necessita. Si ricorda come puo potè attuare la mia
prammatica conversazionale, mettendo in esecuzione un maniobra chiara, spedita,
uniforme per ogni topico conversazionale adattata alla maniera del civil
conversare -- è cosa necessaria il sapere la semantica e le implicature
conversazionale del volgare linguaggio. Il pirincipio della conversazionale e
un principio di chiarezza (perspicuita) -- e un principio di aggiustatezza
(approprio_ -- e un principio di mezzana eleganza (stilo estetico), e un
principio senza oscurità, e un principio con univoci e senza cattive equivoci
(un buon aequi-voce e accettable)– sensa non sunt multiplicanda praeter
necessitatem --, e un principio senza superfluità (economia dello sforzo
conversazionale, fortitudine conversazionale, candore conversazionale -- e un
principio senza barbarismi -- imperciochè la perfezione e efficenza del volgare
linguaggio guidato dalla semantica formale e il segno del reale. E vuole che al
giovane si da un principio generale e fondamentale -- e un principio generale
della conversazione, esposto con metodo ragionabile e calculable e con
chiarezza. Un solo principio o imperativo categorico, un principio di efficenza
communicative -- un principio soggetto il meno che si può all'eccezione o la
violazione involuntaria si non a la splotazione retorica -- e un principio
stesso ben capito e ben esercitato, chi forma il corpo di ogni parte
della filosofia. Ebbe un giorno a scrivere di CICERONE, che questo ingegno
eminente prende a gradi la sua maturità e si perfezionava coll’uso, colla
riflessione e col maneggio dei grandi affair. Or quello che osservo su
Cicerone, intervenne proprio me medesimo, i cui Elementi di filologia, non
prometto continuazione; ma osservazioni su l'uso dei Principj del Discorso, e
qualche riflessione su i primi pensieri, da cui era partito nell'immaginar il
mio metodo, gli somministrarono la materia di un secondo, e anche di un terzo
volume di preziose nozioni di metodica prammatica. Il secondo volume e come il primo, è diviso in due parti.
La prima parte ha per titolo, “PRINCIPJ GENERALI DEL DISCORSO applicati alla
lingua volgare”, per la quale avverto che, sebbene nelle parti già pubblicate
dei “Principj generalie del discorso” siesi detto ciò che basta per
l'istruzione della prima età; la sperienza mi ha fatto conoscere, che,
volendosi col metodo intrapreso tirare innanzi il cammino, per la piena
intelligenza, 1 C., Elem. di filol. ecc.,
Elem. di filol, ital. e latina, tomo II, Palermo; pag. III
ed imitazione dei classici principalmente italiani, era necessario ad
entrare in qualche più esteso rischiarimento, *non per multiplicare
l’imperativo conversazionale, ma per agevolarne l'uso, senza di cui inutili
sempre la massima conversazionale universalisable si rimarranno. Dietro di che,
in cinque paragrafi, filosofo, con la solita competenza, “Del Pronome in
generale”, “Del Pro-nome ed dell’Articolo”; “Del pronomi e del verbo che ne
dipendono; Della Preposizione, detta “segnacasi”, e “Della Costruzione
irregolare”. I quali cinque paragrafi, con la giunta delle prime due parti dei
PRINCIPJ GENERALI DEL DISCORSO --
PRINCIPIO GENERALE DEL DISCORSO -- già stampati a riprese. Egli fece riunire in
separato volumetto per uso degli scolari 3 Io non mi stancherei, dirò
col Blasi, di riportare varie altre
sentenze, che oggi pajono roba fresca, e pure da presso a un secolo il nostro
l'aveva annunziato con tanta chiarezza da farla scorgere anco ai ciechi; ed è
per tanto che riferisco qualche altro criterio, che dovrebbe aver nell'animo e
nella coscienza ognuno, che si dà all'educazione specialmente elementare:
Invece di sorprendere, cosi il C., l'età fanciullesca coll' apparenza
dottrinale di parole incognite, ingegnerassi il maestro a far vedere, che ciò
che s'insegna di nuovo, è presso a poco quanto sapeva il fanciullo o quanto
avrebbe potuto agevolmente sapere con un poco di riflessione 5. Anzi che
ad un giuoco di memoria desiderava che lo studio fosse diretto allo sviluppo dell'intendimento;
inculcava lo studio dell' aritmetica fatto a norma delle regole predette, e
indi tornava a ribadire che: Per mantenere sempre desta l'attività nella
mente degli allievi, è di somma importanza il non sgomentarli giammai
coll'apparenza di gravi difficoltà nelle operazioni che loro si propongono;
anzi colla frequenza degli esempi il far loro osservare, che avrebbero da se
sciolto le domande, se avessero fatto riflessione alle cose sa pute 6. E
poi seguiva cosi: Che se alle volte occorrerà di dovere insegnare delle
cose difficili, allora il maestro procurerà di scemare la difficoltà colla
curiosità della ricerca, perchè il piacere della scoverta l'incoraggisca al
tedio dell'operazione. Ma qualora la curiosità non è infiammata, il fanciullo
non sente altro che la fatica, e la fatica sola da se ributta 7. Poi
chiedeva a se stesso: É necessario il rappresentare al naturale lo stato
presente della educazione ncstra letteraria? Lo farò con coraggio. Si è
caricata la nostra memoria; perciò è rimasto senza energia e senza originalità
l'intelletto. La nostra filosofia, in vece C., Metodo dei principj
generali del Discorso, Palermo, Metodo cit., BLABI, Note storiche di G. A. De C.;
Palermo, Cosmi, Metodo ecc., d'essere l'arte di pensare, è stata l'arte di
parlare di ciò che non s'intende; la nostra rettɔrica, l'arte di csaggerare con
parole, e di parlare a controsen 30. Gran servigio, gran servigio, ridico, si
presta al pubblico da chi indirizza per la strada regia del sipere la presente
gioventù, da chi coltiva la loro ragione e il loro cuore. Era tempo
oramai di aprirsi a tutti la strada alla coltura delle scienze e delle arti; di
venire nella comune estimazione le cognizioni realmente utili all'umanità, di
siudiarsi la Natura nei suoi varj regni e nel suo vero prospetto. Era già il
tempo ce la pubblica e la privata utilità fossero rico 103ciute ch.n: la misar
di calcolare l'importanza delle cognizioni; che la Religione s'impari nella sua
storia, nei suoi Dogmi, nella sua Morale, mi senza il pru:ito della
costroversia; che nelle lingue doite si cerchi il gusto, ma senza pedanteria;
che le matematiche, e l'analisi ci servano di guida nelle cognizioni astratte;
che nelle scienze naturali si cerchino i mezzi per accrescere, o conservare la
sanità dei nostri corpi, o per influire ne la ricchezza nazionale, coltivando e
migliorando i prodotti dell'arte e della natura; e che finalmente la volgare e
popolare lingua, vero termometro della coltura nazionale, si perfezioni; che
non pud perfezionarsi, senza che si eserciti la ragione nello stesso tempo
'. [ocr errors] IV. A questa stupenda Direzione pei maestri, il De
Cosmi unì la prima parte dei Principj Generali del Discor30, che già aveva
stampato a solo sin. dal 1790; cui fece seguire ora dalla parte secondo, che
delle proposizioni, dei verbi, dei pronomi, delle congiunzioni s'intertiene,
chiudendola con alcune regole primarie ad illustrazione delle altre, messe in
fine della prima parte; e terminando l'aureo librettino con un capitolo sulla
Scelta dei libri necessari allo studio della lingua italiana; dove vuole che
siano preferiti i libri del Trecento; additando per libro di prima lettura il
Fiore di virtù o il Volgarizzamento dei Gradi di S. Girolamo, 'od anche gli
Ammaestra. minti degli antichi di frate Bartolomeo da San Concordio; e per la
seconda classe, il Trattato del Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini
5. A sintesi di tutto il libretto il De Cosmi conchiude così: Ciò
che i maestri debbono inculcar continuamente alle tenere orecchie degli scolari
sarà la necessità delle regole e dell'uso; perchè l'uso e le regole sono i veri
arbitri di ogni lingua. Nulla contro le regole, nissuna parola fuori
dell'uso", Questo pregevole volumetto incontrò l'applauso di tutti i
letterati; e un di essi, che si volle occultare sotto le iniziali 0. G. R. P.,
ne fece una bellissima ed estesa rivista nelle Notizie Letterarie di Cesena Cosmi,
Metodo ecc. L'articolo dell' O. G. R. P. venne riprodotto da Angelo nelle
Memorie per servire alla Storia letteraria di Sicilia; Ms. della Biblioteca
Comunale C.. Discorso concetto filosofico Un discorso è una modalità di
comunicazionelinguistica mediante cui si parla o scrive. La definizione del
termine varia a seconda dei campi di applicazione (antropologia, etnografia,
cultura, letteratura, filosofia, ecc.).
In semantica e analisi del discorso è una generalizzazione del concetto
di comunicazione all'interno di tutti i contesti. Nel campo dei codici è la
totalità del linguaggio utilizzato (vocabolario) in un determinato settore di
pratica sociale o ricerca intellettuale (es: discorso giuridico, discorso
religioso, discorso medico, ecc.). Michel Foucault ha definito il discorso come
"un ensemble de séquences de signes" (un insieme di sequenze di
segni).[1] Per quanto riguarda il campo delle scienze sociali e delle scienze
umanistiche, il termine ha rilevanza riguardo a un pensiero che si può
esprimere mediante il linguaggio. Il
discorso si differenzia dall'enunciato e dalla dichiarazione. Il discorso,
infatti, può rappresentare la manifestazione di un pensiero individuale
relativamente o meno a un determinato argomento; la dichiarazione invece
consiste in un atto ufficiale di solito è preparato e coinvolto in
documentazioni. Con il termine discorso
si identifica anche l'esposizione pronunciata in pubblico relativamente a un
argomento o materia (discorso inaugurale, discorso commemorativo, ecc.). Foucault, L'archéologie du savoir, Parigi,
Gallimard, 1969, p. 141. Voci correlateModifica Parti del discorso Parresia
Discorso diretto Discorso indiretto Frase Autore Dialettica Retorica Monologo
Dialogo «discorso» Portale Antropologia Portale Filosofia Portale Linguistica Portale Sociologia Pregiudizio
Strutturalismo (filosofia) movimento filosofico
Le parole e le cose Libro di Michel Foucault. Grice: “I call it ‘principle’ not ‘principles’ – or at least I did in my
first William James lecture: ‘some general principle of discourse’ – I later
found out that Aristotle is right: ‘arkhe’ is best used in the singular!.Grice:
“So MY principle is ‘be cooperative’ – principle of conversational helpfulness
--. Maxims are not as important as
‘principle’ is – as Kant would agree!”. Nome compiuto: Giovanni Agostino De
Cosmi. Giovanni Cosmi. R Cosmi. Cosmi. Keywords: metodo dei principi generali
del discorso, discorso, discursus, principle versus principle – principio,
principii -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cosmi” – The Swimming-Pool Library. Cosmi.
Luigi Speranza -- Grice e Cosottini:
la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale di MELOPEA – scuola di Figline Valdarno – filosofia fiorentina
– filosofia toscana -- filosofia italiana –Luigi Speranza (Figline
Valdarno). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Figline
Valdarno, Firenze, Toscana. Grice: “Cosotini considers
‘Home, sweet home,’ in terms of linearity – surely Miss X can ‘improve’ on the
score! Especially if she did visit Payne’s little cottage by the sea – in Easthampton,
and shed a tear!”. Si laurea a Firenze con “Fenomenologia”. Fonda GRIM,
Gruppo per la Reserccia dell’Improvisazione Musicale. GRICE Gruppo por la
research dell’Improvisazione conversazione espressiva. Insegna Improvvisazione
Musicale. Le Fanfole, canzoni composte su testi del poemetto meta-semantico di
Fosco Maraini Gnosi delle Fanfole. Linearità e
Nonlinearita in semiotica – sintagma lineare, sintagma soprasegmentale – the
volume of a sound – a ‘natural’ expression of pain – the higher the volume, the
higher the pine --. Grice on stress, intonation and implicature. I KNOW it. I
KNOW it (you don’t have to tell me). SMITH paid the bill. Due
conversazionaliste si muovono pacatamente per le loro vie, variando direzioni e
anche versi, ascoltandosi sempre, ma con dialoghi liberi e mai serrati. “La
musica dei matti” creazione dialogica di suoni del tutto libera e interamente
legata all'istante, tale da produrre mozzione conversazionale dallo sviluppo verticale.
Improvvisare la verità. Il concetto di ‘improvvisare’ improvissato – cf. English
‘improved’. Improvisation – improvised. Musica e Filosofia. Realizza la
partitura grafica Dettagliper tre esecutori, che consiste di una mappa e
ottantuno carte con segni grafici codificati (la mappa e le carte sono i
“veicoli” e il modo in cui si legge la grafia genera molteplici possibilità di
implicature. “wordless novel”. I suoi studi si concentrano sulla filosofia
della musica e sull’improvvisazione musicale, scrivendo numerosi saggi per
riviste specializzate come Musica Domani, Perspectives of New Music, Aisthesis,
Musicheria e la rivista online De Musica. Inoltre pubblica un saggio sul silenzio e
sulle sue potenzialità performative. Metodologia dell'Improvvisazione Musicale.
Tra Linearità e Nonlinearità, un libro di metodologia dell’improvvisazione
musicale nel quale Cosottini teorizza la dicotomia tra Linearità e Nonlineairtà
come strumento per l’analisi dell’improvvisazione musicale. Non-linearita
EDT, il silenzio in contesto non lineare, Filosofia della Musica.
Non-linearità. Metodi non lineari. EDT
Non linearità. EDT Ascolto creativo e scrittura creativa di un’improvvisazione
musicale. Metodologia dell’improvvisazione musicale. Tra Linearità e
Nonlinearità Edizioni ETS, L’estetica dell’improvvisazione tra suono e silenzio
in Musica Domani, improvisation-research-center--musica-e-filosofia. Do You
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significati, vedi Palazzo Bardi (disambigua). Palazzo Bardi Palazzo
busini-bardi 11.JPG Esterno del Palazzo Bardi Localizzazione StatoItalia Italia
RegioneToscana LocalitàFirenze Indirizzovia de' Benci 5 Coordinate 43°46′02.99″N
11°15′32.75″E Informazioni generali CondizioniIn uso CostruzioneXV secolo
Realizzazione Committentebanchieri Busini Il palazzo Bardi o
Busini-Bardi-Serzelli si trova in via de' Benci 5 a Firenze.
Palazzo Bardi, il cortile attribuito a Brunelleschi StoriaModifica Fu
costruito su preesistenze negli anni Trenta del XV secolo per conto della
famiglia di banchieri Busini, su disegno forse di Filippo Brunelleschi: è
quindi evidente la sua grande importanza nel testimoniare, circa quindici anni
prima della costruzione di palazzo Medicidi via Larga ad opera di Michelozzo,
il definirsi della tipologia del palazzo rinascimentale, con cortile centrale,
in un momento di significativa crescita urbana promossa dai ceti dirigenti del
tempo. Giovanni de' Bardi (della linea di Gualtiero, non di quella di
Piero, esiliata nel 1343) acquistò il palazzo nel 1482: la famiglia già nel
secolo precedente aveva significative proprietà di là dal ponte. Agnolo de'
Bardi, nipote di Giovanni, fece fare dei lavori di ammodernamenti al palazzo,
forse con il concorso di Giuliano da Maiano, ma non ne venne modificato
l'assetto generale. Furono chiuse le grandi aperture sul fronte che davano
accesso a vari locali adibiti a botteghe (una successione di fornici è ancora
apprezzabile su via Malenchini e due permangono su via de' Vagellai). Da
sottolineare come i lavori, pur giungendo ad esiti formalmente diversi, si
sviluppassero in parallelo con quelli dell'antistante palazzo Corsi, ugualmente
volti a convertire la più antica struttura medievale in un palazzo adeguato
alla nuova concezione rinascimentale. Preesistenze sul lato sud in
via Malenchini Verso la fine del XVI secolo, come ricorda una lapide sulla
facciata, si riuniva in questo palazzo una comitivadi letterati, artisti e
musicisti, conosciuta sotto il nome di Camerata fiorentina di casa Bardi,
istituita dapprima allo scopo di risuscitare l'antico teatro greco e che più
tardi si occupò del melodramma teatrale, tanto che qui si eseguì per la prima
volta il canto dantesco del conte Ugolino, messo in musica da Vincenzo Galilei
e si eseguirono le Nuove Musiche di Giulio Caccini. Più tardi la Camerata
divenne Accademia, trasferendosi nell'odierno palazzo Corsi-Tornabuoni in via
Tornabuoni. Il palazzo fu abitato dai Bardi fino all'estinzione del ramo
familiare a inizio dell'Ottocento, per poi passare ai Bardi Serzelli, che
l'hanno abitato fino al 1954, anno della morte del conte Alberto.
Successivamente affittato alla Provincia di Firenze, è stato da questa scelto
negli anni settanta per ospitare il III Liceo Scientifico statale. Ha subito il
rifacimento degli intonaci sul fronte di via Malenchini. A partire dal 1990
circa, oramai liberato dalla presenza della scuola e acquistato da una società
immobiliare, è stato interessato da un complesso cantiere finalizzato al
recupero della fabbrica e alla suddivisione in appartamenti dei grandi ambienti
interni, conclusosi nel 2007. Il palazzo appare nell'elenco redatto nel
1901 dalla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, quale edificio
monumentale da considerare patrimonio artistico nazionale, ed è sottoposto a
vincolo architettonico. Descrizione Esterno La semplice facciata,
sviluppata sui canonici tre piani e graffita con una finta muratura a conci
rinnovata nel 1885 (al tempo della proprietà di Ferdinando Bardi, comunque da
considerare sostanzialmente fedele alle preesistenze), quindi restaurata e
integrata nell'ambito del recente intervento, presenta ai lati due scudi con le
armi, oramai consunte ma ancora ben leggibili, della famiglia Busini (d'azzurro,
a tre fasce increspate d'oro, e alla banda attraversante di rosso, caricata di
tre rosed'argento). Da segnalare sul fronte anche la lapide che ricorda come,
in questo palazzo, Giovanni Bardi conte di Vernio avesse riunito a Camerata
fiorentina di casa Bardi, in seno alla quale nacque il melodramma. IN
QUESTA CASA DEI BARDI VISSE GIOVANNI CONTE DI VERNIO CHE AL VALOR MILITARE
MOSTRATO NEGLI ASSEDI DI SIENA E DI MALTA CONGIUNSE LO STUDIO DELLE SCIENZE E
L'AMOR DELLE LETTERE COLTIVÒ LA POESIA E LA MUSICA E ACCOLSE E FU L'ANIMA DI
QUELLA CELEBRE CAMERATA LA QUALE INTESA A RIPORTARE L'ARTE MUSICALE IMBARBARITA
DALLE STRANEZZE FIAMMINGHE ALLA SUBLIMITÀ DELLA MELOPEA DI CUI SCRISSERO GLI
STORICI DELL'ANTICA CIVILTÀ APRÌ LA VIA GIÀ CHIUSA DA SECOLI AL RECITATIVO
CANTATO E ALLA MELODIA E CON LA RIFORMA DEL MELODRAMMA FU LA CUNA DELL'ARTE
MODERNA. Palazzo busini-bardi, targa camerata dei bardi. JPG Stemma Bardi
sul cancello d'ingresso Di rilievo l'androne, chiuso sul fondo da una elegante
cancellata (presumibilmente databile al Settecento) con sulla rosta l'arme dei
Bardi (d'oro, alla banda di losanghe accollate di rosso) accostata da due
aquile. Le fasce marcapiano aggettanti sono ornate da volute di fiori, primo
esempio di "stile nuovo" fiorentino. Semplici finestre centinate si
allineano su otto assi. all'esterno si trova murato anche un piccolo
tabernacolo con un affresco scarsamente leggibile con la Madonna in gloria
adorata da una monaca. L'elemento più interessante è il bel cortile
centrale porticato sui quattro lati, progettato forse dal Brunelleschi,
probabilmente il primo cortile privato signorile a Firenze (dopo i cortili
pubblici del Palazzo del Bargello e di Palazzo Vecchio): a pianta quadrata,
presenta arcate a tutto sesto con colonne con capitelli corinzi che scandiscono
lo spazio. I volumi sono scanditi ad altezza doppia rispetto al modulo usato
spesso successivamente del cubo sormontato da semisfera: qui l'altezza delle
colonne è doppia rispetto all'intercolumnio (a differenza per esempio del
loggiato dello Spedale degli Innocenti) e, pur mantenendo dimensioni armoniche,
presenta un maggior slancio. Tipicamente brunelleschiana è anche la
disposizione delle porte che si aprono sul cortile. "Si osservi
anche il sonoro androne d'ingresso, con volte a crociera su capitelli pensili
strettamente analoghi a quelli del palazzo di Niccolò da Uzzano; o lo splendido
episodio dei capitelli delle colonne del cortile stesso, che presentano un
singolare episodio di protocorinzio appunto brunelleschiano, cui non a caso
rispondono i capitelli del cortile della casa di Apollonio Lapi, posta in via
del Corso 13, egualmente attribuita all'esordio professionale di Filippo: per
la qual cosa piacerebbe datare pure il prezioso testo architettonico
protobrunelleschiano di palazzo Bardi (Morolli). All'interno molte stanze
presentano dei soffitti in legno risalenti all'epoca di Agnolo de' Bardi, che
li fece uniformare. BibliografiaModifica Tabernacolo Emilio Burci,
Guida artistica della città di Firenze, riveduta e annotata da Pietro Fanfani,
Firenze, Tipografia Cenniniana; Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione
Generale delle Antichità e Belle Arti), Elenco degli Edifizi Monumentali in
Italia, Roma, Tipografia ditta Ludovico Cecchini; Ross, Florentine Palace and
their stories, with many illustrations by Adelaide Marchi, London, Dent; Schiaparelli,
La casa fiorentina e i suoi arredi, Firenze, Sansoni, Limburger, Die Gebäude
von Florenz: Architekten, Strassen und Plätze in alphabetischen Verzeichnissen,
Lipsia, F.A. Brockhaus, Bertarelli, Italia Centrale, II, Firenze, Siena,
Perugia, Assisi, Milano, Touring Club Italiano; Garneri, Firenze e dintorni: in
giro con un artista. Guida ricordo pratica storica critica, Torino et alt.,
Paravia; Bertarelli, Firenze e dintorni, Milano, Touring Club Italiano; Allodoli,
Arturo Jahn Rusconi, Firenze e dintorni, Roma, Istituto Poligrafico e Libreria
dello Stato, Barfucci, Giornate fiorentine. La città, la collina, i pellegrini
stranieri, Firenze, Vallecchi; Thiem, Christel Thiem, Toskanische
Fassaden-Dekoration in Sgraffito und Fresko, München, Bruckmann, Limburger, Le
costruzioni di Firenze, traduzione, aggiornamenti bibliografici e storici a
cura di Mazzino Fossi, Firenze, Soprintendenza ai Monumenti di Firenze,
Biblioteca della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio
per le province di Firenze Pistoia e Prato); Bucci, Palazzi di Firenze, fotografie di
Raffaello Bencini, 4 voll., Firenze, Vallecchi, Quartiere di Santa Croce; Quartiere
della SS. Annunziata; Quartiere di S. Maria Novella, Quartiere di Santo
Spirirto; Lisci, I palazzi di Firenze nella storia e nell’arte, Firenze, Giunti
et Barbèra, Fanelli, Firenze architettura e città: atlante -- Firenze,
Vallecchi, Touring Club Italiano, Firenze e dintorni, Milano, Touring Editore; Salvagnini,
La guerra degli sporti, in "Granducato", Bargellini, Ennio Guarnieri,
Le strade di Firenze, Firenze, Bonechi, Il Monumento e il suo doppio: Firenze,
a cura di Marco Dezzi Bardeschi, Firenze, Fratelli Alinari; Firenze. Guida di
Architettura, a cura del Comune di Firenze e della Facoltà di Architettura
dell’Università di Firenze, coordinamento editoriale di Domenico Cardini,
progetto editoriale e fotografie di Lorenzo Cappellini, Torino, Umberto
Allemandi; MOROLLI, Vannucci, Splendidi palazzi di Firenze, con scritti di
Janet Ross e Antonio Fredianelli, Firenze, Le Lettere; Zucconi, Firenze. Guida
all’architettura, con un saggio di Pietro Ruschi, Verona, Arsenale; Cesati, Le
strade di Firenze. Storia, aneddoti, arte, segreti e curiosità della città più
affascinante del mondo attraverso vie, piazze e canti, 2 voll., Roma, Newton et
Compton editori; Touring Club Italiano, Firenze e provincia, Milano, Touring, Pecchioli,
‘Florentia Picta’. Le facciate dipinte e graffite dal XV al XX secolo,
fotografie di Antonio Quattrone, Firenze, Centro Di; Paolini, Case e palazzi
nel quartiere di Santa Croce a Firenze, Firenze, Paideia; Paolini, Lungo le
mura del secondo cerchio. Case e palazzi di via de’ Benci, Quaderni del
Servizio Educativo della Soprintendenza BAPSAE per le province di Firenze
Pistoia e Prato n. 25, Firenze, Polistampa; Paolini, Architetture fiorentine.
Case e palazzi nel quartiere di Santa Croce, Firenze, Paideia, Palazzo Bardi; Paolini,
scheda nel Repertorio delle architetture civili di Firenze di Palazzo
Spinelli(testi concessi in GFDL). Una pagina sulla conservazione del palazzo,
su limen. Portale Architettura Portale Firenze Ultima
modifica 2 anni fa di Omega Bot Palazzo Malenchini Alberti Palazzo Bardi-Tempi
Palazzo de' Benci Edificio a Firenze, Italia. Nome
compiuto: Mirio Cosottini. Cossotini. Grice: “I am sure that a suprasegmental
or non-linear segment adds to what a conversationalist means – he means THAT
Smith did not pay the bill, and that somebody else did” – By stressing on LOVE
he means that he likes her AND that he loves her.” Keywords: melopea, prosodia,
Hjelmslev, Hockett, fonema, tratto sopra-segmentale, stress – Grice’s examples:
“Smith kicked the cat” – “Smith didn’t pay the bill. Nowell did.” “Smith didn’t
pay the bill”. “I knew it” “I love her” -- segno, nonlinearita, codice,
soprasegmento. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Cosottini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Costa: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interno e l’esterno
– l’internalizzazione-l’esternalizzazione -- uomini fuori di sé– scuola di
Torre del Greco – filosofia napoletana – filosofia campanese --filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torre del Greco). Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Torre del Greco, Napoli, Campania. Grice: “I love Costa; if I have to chose three of my favourite essays of
his, those would be, “Le passioni,” “L’uomo fuori di se: l’esternalissazione’
and above all, his sublime, “l’estetica della communicazione,’ which is what my
philosophy is all about!” -- Mario Costa
(Torre del Greco), filosofo. È conosciuto, in particolare, per aver
studiato le conseguenze, nell’arte e nell’estetica, delle nuove tecnologie,
introducendo nel dibattito filosofico una nuova prospettiva teorica, attraverso
concetti come "estetica della comunicazione", "sublime
tecnologico", "blocco comunicante", "estetica del
flusso". Professore a Salerno e, come professore incaricato di
Metodologia e storia della critica letteraria e di Etica ed estetica della
comunicazione, ha contemporaneamente insegnato per molti anni nelle Università
degli Studi di Napoli "L'Orientale" e di Nizza (Sophia-Antipolis). A Salerno
ha fondato e diretto, daArtmedia, Laboratorio permanente dedicato al rapporto
tra tecno-scienza, filosofia ed estetica, organizzando su queste tematiche
decine di iniziative di studio, mostre e convegni internazionali. L'estetica
dei media ha ottenuto il Premio Nazionale Fabbri. Pubblicato una trentina di libri; alcuni di
essi e numerosi suoi saggi sono tradotti e pubblicati in Europa e in
America. Il suo lavoro teorico si è svolto in due momenti successivi ed ha
seguito due fondamentali direzioni di ricerca: l'interpretazione socio-politica
e filosofica delle avanguardie artistiche, e l'elaborazione di una filosofia
della tecnica costruita soprattutto attraverso l'analisi dei cambiamenti che la
nuova situazione tecno-antropologica ha indotto nell'arte e
nell'estetico. Per quanto riguarda la prima delle due direzioni indicate,
ha fornito un complesso di interpretazioni filosofiche ed estetiche di numerosi
movimenti dell'avanguardia artistica e letteraria. Momenti di particolare
rilievo in questo ambito di ricerca possono essere considerati i suoi lavori su
Duchamp e sulle funzioni della moderna critica d'arte, nonché i suoi studi sul
"lettrismo" e sullo "schematismo", movimenti artistici di
grande importanza, anche estetologica, ma, all'epoca, pressoché ignoti in
Italia. Per quanto riguarda la seconda delle direzioni indicate, il suo
pensiero si è a sua volta sviluppato secondo due assi fondamentali: uno
riguardante le conseguenze sociali ed etiche della comunicazione tecnologica,
riassunte soprattutto nel libro La televisione e le passioni che analizza gli
effetti disgreganti e distruttivi della televisione, e poi nel più recente La
disumanizzazione tecnologica, e l'altro, dominante rispetto al primo,
consistente in un ripensamento del senso che l'"estetico" e
l'"artistico" vanno assumendo nella fase attuale delle nuove
tecnologie elettro-elettroniche e digitali della scrittura, dell'immagine,
della spazialità, del suono e della comunicazione, ciò che lo ha condotto ad
una radicale ed originale reimpostazione teoretica di tutto il campo
investigato. Negli ultimi suoi lavori (Ontologia dei media, e Dopo la tecnica)
la prospettiva teoretica si è andata ulteriormente approfondendo dando luogo ad
una compiuta filosofia dei media e della tecnica in quanto tale. Alcune opere
rappresentative L'estetica dei media può considerarsi, per i contenuti trattati
e per la inedita metodologia di indagine instaurata e seguita, un libro che
apre un nuovo campo di ricerca, prima del tutto ignorato ed inesplorato dalle
discipline estetologiche, quello appunto della "estetica dei media",
da non confondere, ad esempio, con l'estetica della fotografia o con quella del
cinema, alle quali ha comunque dedicato altri suoi importanti lavori. Il libro
in questione segue ai diversi contributi teorici relativi all'estetica della
comunicazione le cui identificazione, nominazione e formulazione teorica
risalgono, e che è ora rappresentata, nella sola Italia, da numerose Cattedre e
indirizzi universitari. Il sublime tecnologico è considerato il lavoro più noto
e più innovativo di tutta la sua produzione teorica; è in esso che,
considerando le conseguenze indotte nel campo dell'arte e dell'estetico dalla
nuova situazione tecno-antropologica, si parla dell'oltrepassamento della
dimensione dell'arte e delle categorie ad essa connesse, nella direzione di una
nuova forma di sublime, quella appunto del sublime tecnologico, con tutto
quello che questo concetto implica e comporta. La nozione del sublime
tecnologico è stata diffusamente accolta e seguita sul piano internazionale
della teoria estetica ed ha sollecitato un incalcolabile numero di
sperimentazioni da parte di artisti di tutto il mondo. Arte contemporanea ed
estetica del flusso traccia le linee di una nuova estetica e della
sperimentazione artistica che da essa può scaturire. Si tratta da una parte di
un violento e argomentato pamphlet contro l'arte contemporanea, ritenuta “una
congerie più o meno sgradevole di nullità mercantili”, e dall'altra della
tematizzazione ed elaborazione del concetto di “flusso estetico tecnologico”,
considerato come ultima e residua possibilità di sperimentazione per gli
artisti e come chiave per comprendere alcuni aspetti dell'ontologia
contemporanea. Dopo la tecnica ripercorre la storia delle varie epoche della
tecnica sottolineandone la discontinuità e la capacità di agire configurando,
ogni volta in maniera diversa, l'organizzazione antropologica di chi da esse è
abitato. Sulla base di questi presupposti, si mostra come la tecnica, una volta
connessa e dipendente dai bisogni umani, si va rendendo incondizionatamente
autonoma forzando l'uomo a vivere dentro di essa, ad appartenerle e a favorire
il suo sviluppo. Altre saggi: “Arte come soprastruttura”, Napoli, CIDED, Teoria
e Sociologia dell'arte, Napoli, Guida Editori, Sulle funzioni della critica
d'arte e una messa a punto a proposito di Marcel Duchamp, Napoli, M.Ricciardi
Editore, Il ‘lettrismo' di Isidore Isou. Creatività e Soggetto nell'avanguardia
artistica parigina posteriore, Roma, Carucci Editore, Le immagini, la folla e
il resto. Il dominio dell'immagine nella società contemporanea, Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane, Il sublime tecnologico, Salerno, Edisud, L'estetica dei
media. Tecnologie e produzione artistica, Lecce, Capone Editore, Il
‘lettrismo'. Storia e Senso di un'avanguardia, Napoli, Morra, La televisione e
le passioni, Napoli, A.Guida, 1Lo ‘schematismo'. Avanguardia e psicologia,
Napoli, Morra, Lo ‘schématisme parisien'.Tra post-informale ed estetica della
comunicazione, Fondazione Ghirardi, Piazzola sul Brenta (Padova), Sentimento
del sublime e strategie del simbolico, Salerno, Edisud, Della fotografia senza
soggetto. Per una teoria dell'oggetto tecnologico, Genova/Milano, Co.&
Nolan, Il sublime tecnologico. Piccolo trattato di estetica della tecnologia,
Roma, Castelvecchi, Tecnologie e costruzione del testo, Napoli, L'Orientale, L'estetica
dei media. Avanguardie e tecnologia, Roma, Castelvecchi, L'estetica della
comunicazione. Come il medium ha polverizzato il messaggio. Sull'uso estetico
della simultaneità a distanza, Roma, Castelvecchi, Dall'estetica dell'ornamento
alla computerart, Napoli, Tempo Lungo, Internet e globalizzazione estetica,
Napoli, Tempo Lungo, New Technologies, Artmedia-Museo del Sannio, oDimenticare
l'arte. Nuovi orientamenti nella teoria e nella sperimentazione estetica,
Milano, Franco Angeli, L'oggetto estetico e la critica, Salerno, Edisud, La
disumanizzazione tecnologica. Il destino dell'arte nell'epoca delle nuove
tecnologie, Milano, C. et Nolan, Della fotografia senza soggetto. Per una
teoria dell'oggetto estetico tecnologico, Milano, C. et Nolan, Arte
contemporanea ed estetica del flusso, Vercelli, Mercurio, Ontologia dei media, Milano, Post media books, Dopo la tecnica. Dal chopper alle similcose, Napoli,
Liguori. Il lavoro teorico di C. teso, tra l'altro, a definire la nuova epoca
dell'estetico connessa alle neo-tecnologie elettro-elettroniche e digitali, e a
fare in modo che questa si andasse ben configurando e definendo, si è, per ciò
stesso, sempre accompagnato ad un'intensa attività di promozione
estetico-culturale: agli inizi degli anni ottanta organizza a Napoli, col
supporto della RAI-TV, una grande esposizione di videoarte (Differenzavideo); per
sollecitare una riflessione sugli effetti estetico-antropologici indotti dalle
tecnologie della comunicazione, co-organizza (conPerniola) presso l'Salerno, il
Convegno Estetica e antropologia i cui Atti sono, in parte, pubblicati sulla
Rivista di estetica di Torino, necrea, con l'artista Forest, il movimento
internazionale dell'Estetica della comunicazione che presenta in vari contesti (Electra di Popper, al Centre Pompidou a La
Revue parlée di Gautier, ialla Sorbonne, al Séminaire de Philosophie de l'art
di Revault D'Allonnes); dà luogo al primo evento/rassegna di estetica della
comunicazione (L'immaginario tecnologico, Benevento, Museo del Sannio);
concepisce e dirige, presso l'Salerno, Artmedia, Convegno Internazionale di
Estetica dei Media e della Comunicazione; organizza presso l'Salerno un
Convegno Internazionale su estetica e tecnologia; organizza presso la stessa
Università il Convegno "Il suono da lontano". Eventi sonori e
tecnologie della comunicazione"; realizza, per la RAI-TV (Dipartimento
Scuola e Educazione) la trasmissione televisiva in tre puntate: Un'estetica per
i media; fa svolgere, presso la settecentesca Villa Bruno (S.GiorgioNapoli)
Technettronica. Laboratorio di Estetica dei Media e della Comunicazione;
presenta per la prima volta in Italia presso l'Salerno due videoplays di Samuel
Beckett; fonda e dirige, la Rivista Multilingue Epipháneia. Ricerca estetica e
tecnologie, fonda e dirige, presso le Edizioni Tempo Lungo di Napoli, Vertici,
una «Collana di Estetica e Poetiche» aperta alle questioni estetologiche
connesse ai nuovi media (testi di Piselli, Cauquelin, Adorno, C., Solulard,
Dorfles); co-organizza a Parigi la
Edizione di Artmedia; co-organizza presso l'Salerno il Convegno Internazionale
Tecnologie e forme nell'arte e nella scienza; organizza presso il Museo del
Sannio di Benevento la Mostra New Technologies (Roy Ascott, Maurizio Bolognini,
Forest, Kriesche, Mitropoulos); norganizza presso l'Salerno la IX Edizione di
Artmedia; nco-organizza a Parigi la X Edizione di Artmedia; norganizza presso
l'Salerno un seminario conclusivo di Artmedia dal titolo "L'oggetto estetico
dell'avvenire". Sulle funzioni della critica d'arte e una messa a punto a
proposito di Marcel Duchamp, Napoli, Ricciardi, C., L'oggetto estetico e la critica,
Edisud, Salerno. C., Il 'lettrismo' di Isou. Creatività e Soggetto
nell'avanguardia artistica parigina, Carucci Editore, Roma,Il 'lettrismo'.
Storia e Senso di un'avanguardia, Morra, Napoli, Si veda anche Signe, forme,
schéma, ornement, in "Schéma et schématisation", L'estetica dei
media. Avanguardie e tecnologia, Castelvecchi, Roma, C.Il sublime tecnologico.
Piccolo trattato di estetica della tecnologia, Castelvecchi, Roma, Arte
contemporanea ed estetica del flusso, Mercurio, Vercelli. Inoltre: Technology,
Artistic Production and the "Aesthetics of communication", in
"Leonardo", Tecnologie e costruzione del testo, L'Orientale, Napoli, Reti
e destino della scrittura. Sulla diffusione e la rilevanza del suo pensiero, si
vedano tra gli altri: Bootz, The thesis of Benjamin and C., in Bootz, Baldwin,
Regards Croisés, West Virginia, Abruzzese, Il compiersi della pubblicità dal
manifesto metropolitano ai linguaggi elettronici del presente: pretesti, testi
e questioni, in Lattuada, Nuove tendenze ed esperienze nella comunicazione e
nell'estetico, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane. Kerckhove, L'estetica
dei media e la sensibilità spaziale. Riflessioni su un libro di C., in
"Mass Media",Frank Popper, L'art à l'âge électronique, Paris, Hazan, C.,
professore di estetica, in MCmicrocomputer, Roma, Pluricom. esternalismo/internalismo.
– La nozione di esternalismo (externalism), usata in contrapposizione a quella
di internalismo (internalism), si è sviluppata principalmente in merito ai
dibattiti sulla filosofia della mente e sull’epistemologia ed è attualmente al
centro del dibattito filosofico sulla giustificazione epistemica,
sull’epistemologia sociale, sul ruolo dell’ambiente e dell’esterno negli stati
mentali, nei processi cognitivi e nei processi linguistici e comunicativi; si
parla di e./i. anche in filosofia morale. Nell’e. una conoscenza si considera
giustificata se è causata da processi affidabili derivati dall’esperienza
esterna; diversamente, nella prospettiva internalista, una credenza viene
considerata vera se fondata su esperienze interne al soggetto (per es. il
cogitocartesiano), riconducendo la conoscenza, anche sensibile, del mondo
esterno all’appercezione di stati di coscienza (Kornblith, Epistemology:
internalism and externalism; Bonjour, E. Sosa, Epistemic justification:
internalism vs. externalism, foundations vs virtues). Nella filosofia della
mente, gli stati mentali vengono ricondotti, in prospettiva esternalista, a
connessioni causali con l’ambiente esterno; in chiave internalista, a processi
e fattori interni alla mente. Nella teoria della motivazione morale si parla di
i. allorché si ritiene che vi sia una connessione necessaria fra considerazioni
morali e motivazione, costitutiva della considerazione morale stessa; si parla
invece di e. quando si ritiene che tale connessione si fondi su fattori
concomitanti contingenti. Con l’argomento della ‘Terra gemella’ (twin Earth),
il filosofo Hilary Putnam ha sostenuto che una differenza di estensione, ossia
dell’insieme degli individui cui si applica un concetto o un predicato, è anche
una differenza di significato; questo per dimostrare che i significati non sono
enti mentali, ossia che la medesima parola applicata a due enti diversi (anche
se non apparentemente tali) cambia di significato, benché averne o meno
cognizione dipenda dalla competenza semantica dei parlanti in merito
all’oggetto designato (The meaning of ‘meaning’, Gunderson, ed.,Language, mind
and knowledge). A partire dalle tesi dell’e. semantico (in filosofia del
linguaggio si privilegia la coppia di termini esternismo/internismo) il
dibattito si è esteso alle filosofie della mente e alle scienze cognitive,
indagando se il soggetto cognitivo sia circoscrivibile al cervello e al sistema
nervoso, o se la mente e il mentale includano anche fattori ambientali, sia
fisici sia sociali, ricalibrando i confini fra mente, corpo, ambiente. Nel
dibattito filosofico ha avuto rilievo anche la tesi della ‘mente estesa’ di Clark
e Chalmers (Chalmers, The extended mind, in Analysis; Clark, Supersizing the
mind: embodiment, action, and cognitive extension, ), che riconosce il ruolo
dei fattori extracorporei e ambientali nel costituirsi della mente, ma riguardo
agli aspetti cognitivi non fenomenici (non coscienti). Superando
contrapposizioni troppo rigide fra le due posizioni, nelle tesi esternaliste
più recenti si tende a riconoscere non unicamente la dipendenza causale
dall’esterno del mentale, ma a vedere l’origine del mentale nell’interazione
causale ambiente-corpo-cervello, ciascuno influente nei processi cognitivi e
mentali. In ambito sia semantico sia fenomenico si è differenziato l’e. dall’i.
in base alla possibilità di ‘individuare’ uno stato mentale ritenendo di poter
ricorrere, o meno, a fattori esterni (Wilson, Boundaries of the mind. The
individual in the fragile sciences: cognition). Più recentemente si è teso
invece a privilegiare l’aspetto della realizzazione fisica. Si parla, in tal
senso, di e. del veicolo o anche procedurali, spostando il punto di messa a
fuoco dall’identificazione del contenuto dello stato mentale (intenzionale o
fenomenico) alla natura del sistema di realizzazione fisica di tale stato
(Amoretti, La mente fuori dal corpo. Prospettive esternaliste in relazione al
mentale). Entro l’approccio incentrato sul veicolo e sulla realizzazione fisica
sono state elaborate posizioni differenziate, principalmente riguardo alla
possibilità di comprendervi o meno elementi fenomenici, ossia legati agli stati
cognitivi coscienti.Grice: “Costa uses words in ways we don’t allow at Oxford:
a sign by which nobody signs; and so on. Nome compiuto: Mario Costa. Keywords: – uomini fuori di sé, blocco comunicante, communicazione sine
contenuto, communicazione fatica, semiotica, estetica della comunicazione,
significante sine significato – segno sine segnato – autoreferenzialita –
asemanticita – sintassi – retorica – codice – intenzione communicative, medio,
messaggio, recursivita, self-reference, meta-linguaggio – linguaggio come
metalinguaggio -- - Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Costa” – The Swimming-Pool
Library. Costa.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Costa: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della sinestesia conversazionale – scuola di Ravenna –
filosofia ravennese -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Ravenna).
Filosofo ravennese. Filosofo emiliano. Filosofo
Italiano. Ravenna, Emilia-Romagna. Grice: “My favourite keyword for Costa is
‘contrassegnare’!” – Grice: ““I love Costa; for one, he improves on Locke; on
the composition of ideas and how to ‘countersignal’ them with ‘vocaboli
precisi’ – I explored that a little in my ‘Prejudices and Predilections,’ when
I attack minimalism and extensionalism, and provide a way which is meant to
resemble Locke’s way of words, or rather Locke’s way of ‘complex’ words, or
‘composite’ (Costa’s ‘comporre’) out of ‘simple’ ones – as in Quine’s worn-out
‘bachelor’ unmarried male that I play with with Strawson in “In defense of a dogma.”
In this respect, it is interesting to see that Costa also wrote on ‘ellocution’
and ‘sintesi’ versus ‘analisi’!” Figlio di Domenico e Lucrezia Ricciarelli,
studia a Ravenna e Padova. Insegna a Treviso e Bologna, a Villa Costa, Bologna
-- è costretto a riparare a Corfù perché sospettato di essere affiliato alla
Carboneria. Può rientrare a Bologna. Altre opere: “I trattati della elocuzione
e del modo di esprimere l’idea e di segnarla con una espressione precisa a fine
di ben ragionare” – Colla profferenza, “Fa fredo,” C. segna che fa freddo. Il
trattato filosofico della sintesi e dell'analisi; i quattro sermoni dell'arte
poetica, un commento alla Divina Commedia, la Vita di Dante, il Dizionario
della lingua italiana, poesie (Laocoonte), lettere e traduzioni. Letterato neo-classico e dunque tipicamente
italiano e anti-romantico, ammira i corregionali Monti e Giordani e sostenitore
del purismo e del “sensismo” lucreziano in filosofia. Nella lettera a Ranalli
di introduzione al Della sintesi e dell'analisi così riassume le sue concezioni
filosofiche. È necessario, per togliere la infinita confusione che è nelle
scienze ideologiche, di dare all’espressione un determinato valore. Sostengo
che questo non si può ottenere, come crede Locke, colla de-finizione (horismos)
(la quale e una scomposizioni di una idea o di piu idee), se prima la idea non
sia stata ben composta. Sostengo che questa non si puo compor bene, se prima
non si conosce quale ne sieno gli elementi semplici – soggetto e predicato, il
S e P -- Sostengo che un elemento semplice e una reminiscenza relative a una
sensazione, e che la idea si compone di almenno due di sì fatti elementi – il S
e P – la proposizione, ‘segno che p’ -- e del sentimento del rapporto di una
reminiscenza e dell’altra, cioè dei proposizione – nel indicativo o imperative –
il giudizio – il giudicato – e la volizione – il volute. Da ciò conséguita che
l'esperienza (se l'esperienza vale ciò che si sente mediante l'attenzione) è il
fondamento della scienza umana. I kantisti ed altri filosofi distinguono una
idea in una idea soggettiva e in una idea oggettiva, ed attribuiscono
un'origine a posteriori e sintetico alla una ed un'origine a priori e analitico
all’ltra. Questa distinzione può esser buona, ma non è buona l'ammettere che abbiano
origini di natura diversa: a posteriori/sintetico, dal senso – e a
priori/analitico – dall’intelleto – nihil est in intellectus quod prior non
fuerit in sensu. Ogni idea ha un stesso
origine. e questo si fa palese per un solo esempio. Da una idea soggettiva puo
nascere sue proposizioni. Una
proposizione: "La reminiscenza S1 e la reminicenza S2 sono in me”. Altra
proposizione: “La reminiscenza S si associa con la reminiscenza P”. Qual è
l'origine dell’idea dalla quale deriva sì fatta proposizione? Il sentimento.
Dire che la reminiscenza del color di rosa è in me, è dire che sento che è in
me, e dico: “Vedo una macchia rosa”. Così direte dell'altra proposizione.
Dall’idea oggettiva puo nascere una proposizione e altra proposizione. Il corpo
pesa. La rosa manda odore. Da che nasce la proposizione? Dal sentimento (senso).
Perciocché dire che questo corpo pesa è lo stesso che dire che sento il peso di
questo corpo; giu-dico, ovvero, sento che la cagione (causante, causans) della
mia sensazione tattile del senso del tattoo è in questo corpo. Così dire che la
rose manda odore è lo stesso che dire che sento l'odore della rosa, giu-dico,
ovvero, sento che l'odore dela rosa ha una delle cagioni in cose fuori, cioè
che non sono in me. Fra una idea soggettiva e una idea oggettiva non vi è altra
differenza, se non che nella che si suppone oggetiva sento che la cagione (causans) è nella nostra
persona. Nell’idea che si suppone oggetiva sento che la cagione (causans) è in
me (o noi entrambi – nella diada --), nell’idea soggetiva nella cosa (il
reale). fuori. Ma come sentiamo noi che vi sia una cosa (il reale) fuori?
Questo è il gran problema dagl'ideologi non ancora solute. Ma l'ignoranza in
che siamo non dà facoltà legittima alla scuola trascendentali di concludere che
il giudizio dell’idea soggetiva non dipende dal sentire. Il giudicio è un
sentimento, cioè, un rapporto sentito fra una sensazione e altre sensazione,
una reminicenza (il S) e altra reminiscenza (il P); ché se tale non fosse,
nessuno potrebbe dire che l'idea che abiamo di una rosa p.e. ha la sue cagioni
fuori di noi entrambi, perciocché una sì fatta proposizione suppone che l'uomo
che proferisce questa proposizione o explicatura (spiegato) abbia o la
sensazione S e la sensazione P, o le reminiscenza S e la reminiscenza P in
relazione alla sensazione prodotte dalla rosa, e l'idea del sentente. Voi
vedete chiaramente, che nell'uno e nell'altro degli addotti esempii la modificazione
che chiamamo ‘idea,’ e il sentimento dei loro rapporti sono nella nostre anime
ambidue, e che quindi si esprimono falsamente coloro, che dicono che sentiamo
il corpo fuori di noi. Dovrebbero dire, strettamente, che sentiamo che la
cagione (causans) del nostro sentire (sentito) non è in noi entrambe. Coi
fondamenti da me posti si può stabilire una dottrina, se il buon desiderio non
mi acceca, per la quale vadano a terra le opinioni di coloro che disprezzano il
sensismo, e che con odiosa espressione la chiamano dottrina de' “sensuali”. Con
che danno a divedere, che essi mattamente opinano che il materiale organo del
senso (i cinque organi, i cinque sensi) senta e percepisca, senza accorgersi
che se gli occhi (visum) e le orecchie (auditum) e il naso (odore) sentissero
ciascuno separatamente, non potrebbe giammai nascere giudizio alcuno circa la
qualità della sensazione di natura
diversa. L’uomo non potrebbe mai dire che l’odore della rosa mi diletta più del
colore della rosa, e così via discorrendo. Il sentimento di un solo centro,
nostre anime ambidue: e nostre anima ambidue senteno in sé mesima, e non fuori
di sé. Puo parere che questa dottrina del sensismo sia la stessa che quella
dell'idealista irlandese Bercleio; ma essa è diversa, poiché ammette che oltre
la idea vi sieno fuori dell'uomo la cagione (causans) di essa idea. Di questa
cagione (causans) – il reale, il noumeno -- noi conosciamo l'esistenza, e nulla
più. Che cosa e un corpo in se stesso? A questa interrogazione non si può
rispondere se non dicendo che e ignota la cagione della nostra sensazione
condivisa. Sappiamo che esiste, sappiamo che si modifica, e tutto ciò sappiamo,
perché fa della mutazione nell'animo nostro ambedue o nell’anima nostra ambedue.
Dal che si deduce ciò che dianzi vi dissi, che ogni idea ha per loro due primitivi
elementi (il S e P) la sensazione, la reminiscenza, il sentimento che e nelle
nostre anime ambidue, e non fuori di lei. Così la pensa il filosofo chiamato
per beffa dal cattolico romano col nome di sensualista e di materialista.
Materialista a buona ragione si puo chiamare i nostri avversario, o almeno
materialista per metà, giacché ammette che il sentimento del corpo
percepiscano, e giudichino relativamente alla qualità del reale, della cosa
esterna. Leggete le lettere filosofiche di Galluppi stampate non è guari in
Firenze. In Galluppi troverete chiaramente esposte la dottrine sensista, quelle
di Hume circa la cagione, e segnatamente quelle di Kant. Se dalle mie teoriche
si possono ricavare gli argomenti validi a confutare le opinioni del filosofo
trascendentale, o di coloro, che oggi si danno il nome di eclettico – come ha
tempo Cicerone --, io vi prego di compilare alcune note, o vogliam dire
corollarii, pei quali si vegga manifesta la falsità di alcuni principii del
irlandese Bercleio, del scozzese Reid e del scozzese-tedesco Kant, la filosofia
dei quali è fonte della massima parte della moderne follia (Della Sintesi e
dell'Analisi, ed. Liber Liber / Fara Editore). Altre opere: “Alighieri”; “Della
elocuzione” Fara editore, S. Arcangelo di Romagna); “Della sintesi e
dell'analisi” (Giovanni Battista Borghi e Melchiorre Missirini); “La divina
commedia, con le note di Paolo Costa, e gli argomenti dell'Ab.G. Borghi. Adorna
de 500 vignette” (Giovanni Battista Niccolini e Giuseppe Bezzuoli, Firenze, Stabilimento
artistico Fabris,Claudio Chiancone, La scuola di Cesarotti e gli esordi del
giovane Foscolo, Pisa, Edizioni ETS (sulla formazione padovana del Costa, e sulla
sua amicizia giovanile col Foscolo) Filippo Mordani, Vite di ravegnani
illustri, Ravenna, Stampe de' Roveri. Dizionario biografico degli italiani. Una
delle facoltà, onde l'uomo è tanto superiore alle bestie, si è la favella
[fabula – da ‘fa’, speak – cf. fama], mercè della quale i primi uomini non solo
si strinsero in comunanza civile, ed ordinarono la legge ed il governo; ma a
fare più beata e gloriosa la vita crebbero le scienze e le arti, ed ispirarono
con queste l'odio al vizio ed al falso; l'amore della virtù, del vero, del
bello; e i fatti e i nomi degni di memoria ai tardi secoli tramandarono. E qual
cosa è più utile ai privati, ed alla repubblica e più degna e di maggiore
onore, che l'arte di gentilmenle parlare? Per questa ci è aperta la via alla
dignità, alla fortune ed alla fama; per questa le città si mantene ordinata e
pacifica; per questa sono animati i
guerrieri – come Niso ed Eurialo --, encomiato un principio; per questa con più
degni modi si loda e si prega il supremo autore elle cose, e pura e viva si
mantiene nel cuor degli uomini la religione. Laonde, se desiderate onore o
giovamento a voi stessi ed alla Italia, ardentemente volgete l'animo a questo
nobilissimo studio del parlare o discorsare civile. Che se vi fu dolce fatica
l'interpretare e l'imitare gli antichi filosofi romani, non meno dolce vi e il
venire meco investigando il magistero, che è nelle opere loro; imperciocchè,
essendo la favella [la lingua, il parlare] istrumento col quale si commovono e
si traggono gli animi degli uomini, uopo è di volgere sovente la considerazione
alle proprietà dell'intelletto e del cuore umano; il che, pel naturale
desiderio, che abbi mo di conoscere noi stessi, è dilettevolissimo. Mettiamoci dunque
volentieri a quest'opera; e per cominciare con ordine, poniam subitomente al
fine, che si propone chi scrive, perocche non sarà poi difficile temperare ed
ordinare secondo quello il modo del favellare. La favella – nella diada
conversazionale -- intende a *manifestare* (cfr. Vitters) ad altro un pensiero
e un affetto proprio con soddisfazione dell’altro. Ad ottenere questo FINE,
sono necessarie due codizioni. Prima: che la elocuzione sia chiarà – Grice:
“imperative of conversational clarity). Seconda condizione: che l’elocuzione
sia ornata convenevolmente. Parliamo tosto della chiarezza conversazionale, che
poco appresso diremo dell' ornament. La chiarezza da due cose procede. Prima:
dalla qualità dell’espresione, che si pone in uso. Secondo: dalla collocazione –
cum-locatio, syn-taxis -- loro. Prima diciamo della qualità dell’espressione,
L’espressione, che e un *segno* [cf. Grice: Words are not signs] di una idea,
fa perfettamente l'ufficio suo ogni qual volta sia ben determinata, cioè
appropriata a ciascuna idea singolare per nodo, che non possa a verun' altra appartenere.
Per meglio iutendere in che consista la natura loro, bisogna considerare che
ogni idea e composta – il S e P -; e che alcune, differendo da altre in pochi
elementi, abbisognano di segno particolare, per apparire distinte.
Quell’espressione che la distingue dicesi “proprio”. Vaglia un esempio. L'idea
di ‘frutto’ ha per suoi elementi le idee delle qualità comuni a ogni frutto;
l'idea di “melagrana,” oltre i detti elementi, comprende le idee delle qualità
particolari della melagrana: perciò è che, se chiameremo frutto la melagrana,
quando è mestieri distinguerla, non parleremo con proprietà. (cf. Lawrence:
What is that? E un fiore). Ho qui recato il materiale esempio di un errore, in
che è diſficile di cadere, affinché si vegga chiaramente non essere molto
dissimile da questo l'errore di coloro, che d'altre cose ragionando usano i
vocaboli generali (fiore) per ignoranza' de'particolari (tulipano). Tanto
sconvenevol cosa si repula l 'usare una espressione impropria, dice il Casa,
che si hanno per non costumali coloro, i quali, non dan dosene gran pensiero,
pare che amino di essere frantesi, e nulla curino il fastidio di chi si sforza
d'intenderli: all'incontro coloro, i quali usano l’espressione propria,
mostrano di essere civili, essendo solleciti di alleviare altrui la fatica [cf.
Grice, prinzipio di economia dello sforzo razionale], poichè pare che mercè
della espressione proprie le cose si mostrino, non coll’espressione, ma con
esso il dito. I poeti, che sono lodali per la evidenza, onde le cose ci pongono
dinanzi agli occhi ci somministrano
esempi del modo assai proprio. Giovi recarne qui alcuno a schiarimenlo di
quanto abbiamo detto: Come d'un tizzo verde, ch'arso sia dall'un de capi che
dall'altro geme, e cigola per vento, che va via. È qui da notare come
l’espressione “tizzo” e l’espressione “cigola” meglio ci rappresentano la cosa,
che arde, e l'effetto del fuoco, di quello che se Alighieri avesse detto: un
ramo verde fa romore per vento che va via, essendo questa SIGNIFICAZIONE alta a
denotare altra idea non simili in tutto a quella che si voleva esprimere. Cosi
Petrarca disse propriamente: raffigurato alle fattezze conte, piuttosto che
dire alla persona; e Alighieri: levando i moncherin per Ľaria fosca, in vece di
dire, levando le braccia tronche. Qui si vede come l’espressione “fattezza” e l’espressione
“moncherino” sieno meglio usati per essere espressione di SIGNIFICAZIONE
SINGOLARE. Se la proprietà [cf. be as informative as is required – avoid
ambiguity] è si necessaria a SIGNIFICARE la cosa che cade sotto i sensi, quanto
maggiormente nol sarà ella, quando si vogliono esprimere le idee intellettuali
e le morali, che se non fossero determinata in virtù dell’espressione, o svanirebbero
dalla mente nostra, o vi starebbero disordinate e mal ferme? A quel modo che
dalla precisione delle cifre dell'aritmetica dipende la esattezza de’ calcoli,
cosi dalla proprietà dell’espressione dipende quella delle idee e de'
ragionamenti in qualsivoglia delle scienze astratte; e quindi ottima è quella
sentenza del filosofo: consistere il sommo dell'arte di ragionare nel l'uso di
un discorso bene ordinata. Anche Piccolomini ha detto della sua parafrasi di
Aristotele, che la base e il fondamento della elocuzione si ha da stimar che
sia la purità, la netlezza e candidezza – cf. Grice, the imperative of
conversational candour -- di quel discorso, nella quale l'uom parla. Ad
acquistare l'abito di discurrire con proprietà tre cose si richieggono.
Prima, il saper bene dividere le idee
fino ai primi loro elementi. Secondo, il conoscere l'etimologia
dell’espressione (etimo: il vero), per quanto è possibile. Terzo, il rendersi
famigliari le opere degli antichi filosofi romani, ne'quali è dovizia di voci
pure e di modi assai propri. Chi non ha uso delle delle cose è spesso costretto
di adoperare le noiose circonlocuzioni in luogo di un solo vocabolo o di una
breve sentenza, e di abusare de sinonimi. Si dice “sinonimo” l’espressione di una
medesima sigoificazione, o quelli, che rappresentando le stesse idee
principali, differiscono in qualche accessoria. Della prima generazione sono i
seguenti: fine e finimenio; abbadia e badia; consenso e consentimenlo e simili.
Aliri ne trov po nella formazione de' tempi, e de'partecipii, come rendei e
rendetli; visto e veduto; parso e paruto; ma colali sinonimi non sono in gran
numero. La più parle è di quelli che differiscono per aumento, o diſelto di
qualche idea accessoria. Cavallo, corridore, destriero, palafreno, poledro,
rozza, sono espressioni istituite a significare il medesimo animale; ma ognuna
differisce dall'altra. “Cavallo” denola la qualità della specie; “corridore” la
particolarità d'esser veloce; “destriero” ricorda l'uso di menare il cavallo a
mano destra; “palafreno” quello di frenarlo colla mano; “poledro” la qualità
dell'essere giovane; “rozza” quella dell'essere vecchio e disadalto. Le voci
unico e solo sembrano per avventura la stessa cosa; ma il Petrarca disse la sua
donna essere “unica e sola” (one and only), volendo significare che nessun'altra
è nella schiera di Laura, e che nessuna può esserle dala in compagnia. Incontra
alle volte, che le parole istituile a significare un'idea stessa differiscono
per la virtù, che haono di richiainarne alla mente alcun'altra più o men nobile,
o per cagione del suono o vobile o rimesso, o per cagione dell'uso, che di
quella suol esser fatlo in umile o in illustre componimento. Tali sono, a
cagione d'esempio, i vocaboli “adesso” ed “ora”, che significano ‘il momento
presente’, ma “adesso” non sarebbe ricevuto in nobile componimento; dal che si
vede che sebbene ei denoli il punto presente del tempo, come fa l'altro, pure
trae in sua compagnia alcune idee, che il fanno parere di bassa condizione. É
dunque da por wenle che l’espressione, che si dice sinonimo, non sempre ci
rappresentano stesso complesso d'idee; e quindi può intervenire, che ingannali
dall'apparenza, alcuna votla siamo lralli ad usarli impropriamenle. È da
avvertire per ultimo, che ogni espressione antiquale, cioè quelle, che pel consenso
universale de’ filosofi sono stale abolite, non hanno più luogo tra le voci
proprie. Si uilmente sono improprie ogni espressione dei dialelli parlicolari,
e l’espressione forastiera, che dall'uso de' wigliori filosofi non hanno avuto
la cile tadinanza. Le quali tutte non sarebbero bene intese dall'intera Italia;
e perciò denuo essere, da chi desidera di discurrire chiaramente, a lullo
polere schivale. Questo basli aver dello della proprietà, che è la prima cosa,
che si richiede a render chiara le elocuzione. Direino poi a suo luogo come il
trasporlare con altra legge di proprietà l’espressione dal significato proprio
all'improprio giovi maravigliosamente alla chiarezza. In virtù dell’espressione
esprimiamo i nostri giudizii, e collegando insieme il giudizio espresso
formiamo i raziocioii, i quali verranno chiari alla menle altrui, qualvolta
sieno osservate le leggi, di che ora faremo parola; ma prima si vuole
avvertire, cha talora il discorso può es sere ordinato secondo le leggi, per le
quali ' riesce chiaro, ma non avere poi quella forza, quella virtù e quella
eſficacia, che avrebbe, se si disponessero le parole diversamente senza però
offendere le delle leggi. A suo luogo direno della disposizione (sintassi)
delle parole, che agagiunge efficacia al discorso. Ora è a dire solo tanto di
quella, che lo fa chiaro. Ogni giudizio espresso dicesi proposizione. Nel
ragionamento, il quale di nolle proposizioni si compone, alcuna vene ba, che
viene modificata dalle altre. Quella, che è modificata, dicesi principale, le
allre suballerne (o minore). Vaglia a ben distinguerle il seguente esempio del
Casa. Menire i nostri nobili cittadini gli agi e le morbidezze e i privuli loro
comodi abbracciano e stringono, l'impera lore, non dormendo nè riposandu, mu
travagliando e fabbricando, ha la sua fierezza e la sua forza accresciuta.
L'imperatore ha la sua fierezza e la sua forza accresciuta è la proposizione (premessa)
principale (maiore), le altre, che lei modificano, sono le subaltern (premessa
minore). La proposizio ne principale, a somiglianza della principale figura in
un dipinto, dee fra tutte le subalterne campeggiare e risplendere; per ciò è
che vuolsi evitare la frequenza di queste ultime, le quali, allorchè fossero
troppe, invece di raflorzare la principale o premessa maiore, siccome è loro
officio, verrebbero ad indebolirla. Questa si è la prima avvertenza, che circa
le proposizioni subalterne aver dee colui che discurre; indi si prenderà cura
di ben' collocarle. Prima che veniamo a dire quale sia la buona collocazione
loro, è necessario di osservare, che le delle proposizioni subalterne si distin
guono in espresse ed in implicite. Diconsi espresse quelle, nelle quali tutte
le parli loro sono manifeste, come nella seguente: ľuomo è ragionevole. Diconsi
implicite quando il giudizio che si esprime, e significati dall nome addiettivo
o dal nome sustantivo con preposizione o dall’avverbio, come nelle seguenti.
L’uomo GIUSTO è lodato. Pilade ama Oreste. CON. I romani amarono GRANDEMENTE la
patria. Quando si dice “l'uomo giusto” si viene ad affermare che ad esso si
appartiene la giustizia, che è quanto dire giudichiamo che egli è giusto. Si
dica il medesimo delle altre due proposizioni. Ama con FEDE GRANDEMENTE, La
proposizione IMPLICITA (entimema, implicatura) serve a significar del giudizio,
che per abilo la mente umana FEDE amarono suol fare rapidamente; perciò è che
non si denno usare in vece di quelle la proposizione espressa, SPLICITA
(splicatura), perciocchè impedirebbero la spedi tezza dell' intelletto di
nostro compagno conversazionale. Si dovranno ancora nello scegliere la
proposizione implicita (implicatura, impiegato) schivare le inutili, cioè
quelle, che risveglierebbero le idee, che in virtù del solo sustantivo o del
solo verbo possono essere richiamate a mente, e scegliere quelle, che meglio
qualificano il significato. Sarebbe, a cagione d ' esempio, vano (redundante) e
noioso l'aggiunto di “bianca” alla “neve” (salvo se il caso richiedesse di far
conoscere parti colarmente questa qualità), essendo che l’espressione “neve”
trae seco, senz'altro aiulo, la idea di ‘bianco’ (cf. ‘atleta’ ‘longo’).
Rispello alla collocazione della proposiziona suballerna, sia ella implicite o
espresse, la regola (massima, imperativo) si mostra di per sé: imperciocchè, essendo
intese a denotare alcuna qualità del signato o da' sustantivo o da' verbo o da'
participio, deve chiaramente apparire a quali di queste parti dell'orazione (l’otto
parti dell’orazione – partes orationis) vogliono appartenere; e perciò fa
mestieri collocarle in luogo tale, che mai non venga dubbio se sia poste a
modificare piuttosto l'uno, che l' altro o verbo o participio o sustantivo.
Quao do a ciò si manca nasce perplessità (“misleading, but true) come nel
seguente luogo di Boccaccio. E comechè Aligheri aver questo libretto fallo
nell'età più matura si vergognasse. Qui può sembrare che il libretto sia stato
falto nell' età più matura; che se avesse dello: comechè egli aver futto questo
libretto si vergognasse nell'età più matura, la proposizione sarebbe stata
chiarissima. Alcuna perplessità è ancora in quest'a tro di Passavanti: Leggesi,
ed è scritto dal venerabile dottor Beda, che negli anni domini ottocento sei un
uomo passò di questa vila in Inghilterra. Comechè non sia per cadere nel
pensiero di alcuno che colui, che si parle di questa vita, possa andare in
Inghilterra, nulladimeno, per quella collocazione di parole, la mente di chi legge
resla alcun poco sospesa. Molte TRASPOSIZIONE – Grice: William Blake: love that
told cannot be, love that never told can be --, che si biasimano nella lingua
italiana, sono spesso con venevoli NALLE LINGUA LATINA, perchè, nella lingua
romana, il nome aggettivo, che per le desinenze diverse nei generi, nei numeri
e nei casi si accordano col nome sustantivo, rade volte LASCIANO DUBBIO a cui
vogliano appartenere, e rade volte i casi obliqui si confondono col caso retto,
comunque nella proposizione sieno collocati. Bellissimo è in latino il seguente
luogo di CRASSO, riportato da CICERONE. HÆC TIBI EST EXCIDENDA LINGVA QVA VEL
EVVLSA SPIRITV IPSO LIBIDINEM TVAM LIBERTAS MEA REFVTABIT. Tenendo l'ordine di
queste parole nella lingua italiana si produce falsità nella sentenza. Sconvolgendolo
si perde tutta l'efficacia. Se dico. Questa lingua li è d'uopo recidere: recisa
questa, col fiato stesso la tua sfrenatezza la libertà mia reprimerà’ – Appare che
LA SFRENATEZZA reprima LA LIBERTÀ. Se, per
lo contrario, dico. La libertà mia reprimerà la tua sfrenatezza, toglieremo
alla sentenza molto della sua forza – devuta a una disobbedenza intenzionale
della massima conversazionale d’evitare l’ambiguità. Vedremo a suo luogo la
ragione, per cui la diversa collocazione di una espressione semplice rafforza o
snerva l'espressione complessa. Ora ci basta osservare, poichè cade in acconcio,
che le varie lingue -- parlando ora della sola facoltà, che hanno di PERMUTARE
IL LUGO ALLE PAROLE – “love that never told can be”/”love that told can never
be” -- luttochè sieno alle a qua. Junque
specie di componimento, nol sono ad esprimere uno stesso concetto nella stessa
FORMA – massima conversazinale della forma, non del contenuto --; perciò è che
quando si trasportano le scritture da una favella ad un'altra non dove
l'espositore darsi briga di ritrarre espressione per espressione. Avendo rispetto
al genio della lingua, cerca di produrre per altro convepevol modo nell’animo
di nostro compagno conversazionale gl’effetto che l’espressione in lui operano.
Per fuggire le equivocazioni [cf. Grice, avoid ambiguity] giov ancora badare
ne' verbi alla prima voce dell'imperfetto dell'indicativo – “amava” -- la quale
è simile alla terza, dicendosi “amava” +> “io amava”; “amava” +> “colui amava” – cf. latino: ‘amaba’/’amabaT’
--. Perciò a distinguerle è sovente bisogno di preineltere all’espressione ‘AMAVA’
– latino: AMABA/AMABAT -- il nome o il pronome. Giova spesso alla CHIAREZZA, e
segnatamente nell’espressione complessa o composita, il ben distinguere le
persone e le cose, delle quali si parla (il topico). E perciò sta bene talvolta
il *ripetere* il nome sostantivo per non confondere l’una coll'altra. Imperciocchè,
i pronomi e i relativi sogliono spesso essere cagione di equivoco – confusione
– cf. avoid ambiguity, be perspicuous [sic], the imperative of conversational
clarity. E questo interviene specialmente, quando nella proposizione
antecedente sono più nomi sustantivi di un medesimo genere e numero, che si
possono accordare coi relativi delle susseguenti. Perciò, conviene tal volta o
giovarsi di un sinonimo onde porre in luogo di alcun nome mascolino un
femminino. O inulare il numero del più in quello del meno. O viceversa. Può ancora
geverarsi PERPLESSITÀ nell'usare il possessivo “suo” e “suoi,” invece de
relativo lei, lui e loro; e perciò alle volle è necessario adoperar questo per
quello, come nel caso seguente. “MAI DA SÈ PARTIR NOL POTÈ, INFINO A LANTO CHE
EGLI [CIMONE] NON L’EBBE FINO ALLA CASA *DI LEI* ACCOMPAGNATA” (Boccaccio). Se Boccaccio avesse detto: “fino
alla casa SUA accompagnata”, si sarebbe potuto credere essere QUELLA DI CIMONE!
Per far maniſesta (esplicita, chiarissima) la connessione de'ragionamenti sono
assai opportune le particelle copulative (“e” – He went to bed and took off his
trousers” (Urmson); avversative (“ma” – Lei e povera, ma onesta – Frege,
FARBUNG), illative (“se” – se p, q – FILONE, DIODORO, CRISIPPO) e somiglianti –
e disgiuntiva (“o” – “Lei sta alla cucina o alla stanza di dormire”). Molli
fra' filosofi italiani, ad imitazione de’ filosofi francesi, sogliono scrivere
a piccoli membri, senza congiungerli insieme colle particelle, e in ciò sono da
biasimare, iaperciocchè costringono la mente o l’animo di nostro compagno
conversazionale a passare “di salto” da una proposizione all'altra senza dargli
occasione di scorgere subitamente le attenenze (pertinenza, relevanza – cf.
Grice, category of relation – be relevant – a ‘platitude’ -- Strawson) loro. JILL: JACK IS AN ENGLISHMAN; HE IS, THEREFORE, BRAVE” – deduzione,
induzione, adduzione? --. Affinchè si vegga manifestamente quanto la
mancanza de' legamenti tolga di chiarezza al discorso, leverò dal seguente
luogo di PASSAVANTI le particelle che ne conneltono le parti. Qualunque persona
sogna, pensi se il suo sogno corrisponde all’affezione sua, a quella che più ta
sprona. Se vede che si, non a. spetti che al sogno suo debba altro seguitare.
Quel sogno non è cagione alla quale debba altro effetto seguitare; è l'effetto
dell'affezione della persona. Tale sogno oseservare, cioè considerare donde
proceda, non è in sè male: è l'effetto di naturale cagione. Facciamo congiunti
questi membri colla particella “e”, la particella “imperciocchè”, la particella
“ma” e vedremo il discorso apparire più chiaro (“She was poor and she was
honest”). Qualunque persona sogna, pensi se il suo sogno corrisponde
all’affezione sua, a quella, che più lu sprona. *E* se vede che si, non aspetti
che al sogno suo debba altro seguilare; *imperciocchè* quel sogno non è
cagione, alla quale debba altro effetto seguitare; *ma* è l'effetto del
l'affezione della persona; e tale sogno osservare, cioè considerare donde
proceda, non è in sè male: imperciocchè è l'effetto di natural cagione.” Questi
pochi avvertimenti basteranno, se io non erro, a render cauti i conversatori che
desiderano di conversare chiaramente. Tralascio le wolle cose che i filosofi
hanno ragionato in torno la proposizione, poichè mi pare che, qual volta siasi
imparato a distinguere la proposizione principale (premessa maiore) dalle proposizione
subalterna (premessa minore), e siasi conosciuto che la virtù di queste si è di
modificare le parti dell'altra, non faccia mestieri di *molto sottile* ragionamento
a sapere in che modo elle si debbono collocare nella orazione o espressione
complessa; perciò senza più entro a parlare dell' ornamento. La perſezione
dell'arte del conversare nella LINGUA LATINA, secondo CICERONE, consiste
nell'esporre chiaramente, or nataniente e convenevolmente le cose o il topico,
che a trattare imprendiamo. Di quella chiarezza e di quell'ornamento e decoro –
CANDORE --, che dall’invenzione e disposizione della materia procede, si ragiona
nella rettorica – G. N. LEECH: “H. P. GRICE’S CONVERSATIONAL RHETORIC”. Accade qui di parlare delle suddette tre
qualità solamente rispetto al modo di significare (modus significandi) il
concetto ritrovati. Avendo abbastanza detto della prima, diremo ora delle altre
due, che fanno il discorso – la mozione, mossa, o moto, conversazionale --
accetto a nostro compagno conversazionale. Grice: “I’m not
surprised that the Italians start the cataloguing of the maxims of
conversations by the MANNER, rather than the CONTENT!” -- Prima di tutto si
vuole osservare che la proprietà delle voci e l'ordinata (cf. Grice, be
orderly) composizione loro generano gran parte della BELLEZZA DEL DISCORSO –
Grice: “My maxims aim at rational cooperation, they are not moral or aesthetic
in purpose.”. Imperciocchè
fanno sì, che esso sia inteso senza fatica, che è quanto dire con qualche sorta
di piacere. Ma questo non basta; chè nessuno per verità loda il conversatore
solamente perchè si fa intendere dal suo compagno conversazionale; ma lo
biasima e sprezza, s'ei fa altrimenti. Chi è dunque che faccia meravigliare gl’uomini
e tragga a sua voglia le volontà loro? Chi è applaudito e chi è venerato più
che more tale? Colui che NEL CONVERSARE è distinto, COPIOSO – ma non *troppo*
copioso --, splendido, armonioso, e che queste qualità, onde si forma
l'ornamento, congiunge al decoro – CANDOR – veracita e sincerita. Que' che
conversa co'rispetti, che la qualità delle materia e del compagno
conversazionale richiede, solo merita lode: che qualsivoglia ornamento DISGIUNTO
DAL DECORO diviene sconcezza e deformità. Molto leggiadre ed efficaci sono le
voci proprie, che per cagione del loro suono hanno somiglianza col significato,
o quelle che ne ricordano qualche particolare qualità. E espressione, che
ricorda il significato per somiglianza di suono le seguenti: “belato”;
“ruggito”; “soffio”; “nitrito”; “boato”; “rimbombo”; “tonfo”, e molte al tre,
che per alcuni furono sono termini figure, a differenza di quelle, che, non
avendo soosiglianza veruna col significato, sono delle termini memorativi o
cifre. Fra i termini figure voglionsi annoverare, oltre le voci che abbiamo
teste accennat, quelle che o provengono da altr’espressione, che è segno di
cosa somigliante al signficato che si vuol esprimere o communicare (cf. Grice
on the circularity of analyising ‘signare’ e ‘communicare’), o ricordano
l'origine o gl’usi del significato. L’espressione “spirito” è bella per certa
tal qual somiglianza, che il significato, cioè l’immateriale sostanza, sembra
avere col fialo o con qualsivoglia altra sottil materia, che SPIRI
(onomatopoeia) e preferibile a ‘animo’. Belle similmente e l’espressione
“moneta” e l’espressione “pecunia”. la prima delle quali, venendo da “moneo”, significa
che il metallo ed il conio ammoniscono la gente circa il valore di essa moneta.
La seconda, venendo da “pecus”, ricorda l'origine del denaro, che fu sostituito
ai buoi ed alle pecore, antica inisura delle cose mercatabili. Ho qui posti
questi due esempi ancora perchè si vegga quanto giovi alcuna volta
l'investigare l’etimologia. Concorrono co' termini propri e co' termini figure
a far bella la mozione conversazionale le parole nobili, qualvolta sieno
convenevolmente adoperate. Accade delle parole, dice Pallavicini, che
comunemente accade degli uomini nel civil conversare. Questi acquistano
ripulazione o vilipendio dalla qualità delle persone colle quali usano
farnigliarmente; e le parole dalla qualità delle persone da cui sono sovente
proſerite; e ciò interviene perchè tutti hanno per fermo, che i personaggi
illustri e gl’uomini letterati sieno ESPERTI A CONVERSARE *con legge*, e che la
plebe allo incontro parli e cianci barbaramente. Avviene da ciò che alcune
voci, che significano cose vili o laide [‘the --- bishop fell from the – stairs
– profanity – Grice], sono tuttavia tenute per nobilissime. All 'opposito altre
ve a'ba, che, nobili cose significando, in grave componimento non sarebbero
lodate. Della prima spezie sono in Italia l’espressione “lordo”; “lezzo”;
“tube”; “piaga”, ed altre, che nelle più nobili conversazione sogliono essere
usate. Dall'altro canto, l’espressione “papa”, siccome osserva il lodato cardinale
Pallavicini, la quale nobilissimo personaggio rappresenta, non sarebbe ricevuta
in grave componimento poetico. In tre schiere vengono separate da Pallavicini
le parole rispetto la maggiore o minore nobiltà loro. Nella prima si collocano
quelle, che dal conversatore in nobile conversazione e usata a significare un
concetto grande ed il lustre. Vocaboli di questa specie non si potranno senza AFFETAZIONE
adoperare in tenue argomento, o in famigliare discorso. Che se alcuno
famigliarmente usa l’espressione “pugna” in vece di “battaglia”; “luci” in vece
di “occhi”; “accento” o “nota” in vece di “parola”, certo è che moverebbe a
riso il compagno conversazionale. La seconda schiera è di quella espressione,
che vanno egualmente per le bocche degl’uomini ragguardevoli e del popolo, e
che si possono senza biasimo usare in ogni occorrenza. La terza poi è di
quelle, che sono avvilite nella bocca della plebe, come e l’espressione
“pancia”; “budella”; “corala” e simili, le quali possono essere opportune in
una conversazione intesa ad avvilire alcuna cosa, come e la mossa, noto, o mozione
conversazionale ‘satirica’. Anche le espressione antiche, qualvolta elle hanno convenevole
forma e non sieno passate ad altro significato [non multiplicare sensi piu di
la necessita], vagliono à nobilitare la conversazione. Ma si richiede somma
cautela in co lui che a vila le richiama, poichè una espressione antiquata,
ollrechè spesso portano seco oscurità [cf. Grice, ‘avoid obscurity of
expression, procrastinate obfuscation, be perspicuous [sic]], ‘avoid
unnecessary proliity [sic]’], più spesso fanno l'orazione ricercata e deforme.
E chi oggi potrebbe, senza indurre a riso il compagno conversazionale,
l’espressione “beninanza”; “bellore”; “dolzore”; “piota”, “spingare” ed altre
simili d’usare. Ora diremo della metafora (“You are the cream in my coffee), la
quale, usata opportunamente, è lume e vaghezza della orazione. Prima è a sapere
che gl’uomini selvaggi per essere scarsi di cognizioni mancarono
dell’espressione, e che volendo eglino significare alcuna cosa non ancora
significata, fanno uso naturalmente di quella espressione gia usata, la quale e
inventata a contras-segnare *altra* cosa somigliante in qualche parte all'idea
novella (“You are LIKE the cream in my coffee”). Occorrendo loro, per esempio,
di significare alcun uomo crudele, il chiamarono “tigre” per la somiglianza
dell'indole di colal bestia con quella dell'uomo crudele. Cosi dissero assetate
le campagne asciulle, “volpe” 1'uomo astuto (“sly as a fox” – he is a fox),
“capo del monte” la cima – ‘top of the heap’ ‘New York, New York’ -- e “piè” del
monte la falda di quello. Per gl’addotti esempi si vede questo trasporlamento (meta-bole,
transferenza, trans-latio) di una expression da un significato propio e vero ad
un significato impropio e falso (“You are the cream”) altro non essere che una
similitudine ristretta in una espressione (“You are like the cream –
simplifcata a “You are the cream”); imperciocchè la seguente similitudine
spiegata. La comparazione vera “Costui è crudele COME una tigre” si restringe, per
brevita, in questa forma metaforica falsa. “Costui è una tigre”. È dunque la
metafora una abbreviata similitudine [an elliptical simile], che si fa recando
una espressione dal significato proprio al signficato improprio: e perciò da
Aristotele è detta imposizione del nome d'altri. Siccome la metaſora e da
principio usata per *necessità*, potrà parere ad alcuno che crescendo il numero
delle idee determinate e della espressione propria, la metafora divenga
pressochè inutile – o una figura di retorica --; ma non accade cosi: perocchè,
sebbene fra le conversatori civili e culle non sia tanto necessaria quanto fra
le selvagge e rozze, pure la metafora è e sempre luce e VAGHEZZA della
conversazione per virtù e forza di quelle sue qualità. La metafora presenta
spesso all'animo più chiaramente ogni sorta di concetti, poichè, veslendo di
forma *sensibile* una idea non-sensibile, o intelleltuale (nihil est in
intellectu quod prior non fuerit in sensu), ce le pone davanli agli cinque
sensi. Vuole Alighieri significare che non è meraviglia se per la le nuità
della nostra fantasia non possiamo per venire ad imaginare le cose, che
Alighieri desidera narrare del Cielo; e questo con una metafora dicendo. E se
le fantasie nostre son basse a tant'altezza non è maraviglia. Per tal modo il
concetto, che era tutto non-sensibile e intelettuale, divenne sensibile e per
conseguente più chiaro (cfr. Grice, ‘be perspicuous [sic] – the imperative of
conversational clarity] e più popolare. E se taluno volendo dire che gl’uomini
bugiardi saono talvolta infingersi e comporre gl’atti e le parole a modo di
parer verilieri, dice che la menzogna prende talvolta il manto della verità,
non significherebbe egli il suo concetto assai vivamente. (He said that she was the cream in her coffee, By uttering ‘You’re the
cream in my coffee” U signs – explicitly – THAT the addressee is the cream in
the utterer’s coffee. Fra tutte le metafore poi e più efficace quella
metafora che si cava da una qualità sensibile, corporea, materiale, che si
mostra a le cinque sensi, e forse la ragione si è questa. Alla reminiscenza
della qualità di un corpo, la quale ci vengono all'animo per i cinque sensi,
più tenacemente si associano le idee, che di essi ci vengono per gli altri
sentimenti; quindi è che ogni qualvolta ci riduciamo a memoria una della
qualità sensibile (in questo caso visibile) del reale (un oggetto) quasi tutte
le altre appartenenti a quello pur si risvegliano, e vivamente ed intero lo ci
pongono dinanzi agli “occhi” dell'intelletto. Laonde se belle sono le metafore
– parola dolce. che si cávano dalla qualità, da cui sono affetto: l'odorato
(secondo senso dell’odore), il tatto (terzo senso del tatto), l'udito (quarto
senso dell’audizione) e il gustato (quinto senso del gusto), come queste: odore
di santità – odore santo, durezza di cuore – duro cuore, ruggir di venti, vento
ruggente -- dolcezza di parole; parola dolce -- più bella, per che più viva si
presenta all'animo, entrando quasi per gli cinque organi de’cinque sensi, sono
le seguenti. Splende la gloria (visum). Folgoreggiano gli scudi. Ridono i prali
(udito). Si rasserena la fronte; l’anima è oscurata per tristezza. Piacquero ad
Aristotele sommamente quella metafora, che ci rappresenta (re-praesentatum,
rappresentato) la cosa in mozzo, e principalmente quando la metafora
attribuisce a una in-animato una operazione di un animato.Tali sono queste di
Omero. Le saette di volar desiose; inorridisce il mare. Anche VIRGILIO,
parlando di una satta entrata nel petto di una vergine, dice. Harsit
virgineumque alle bibit hasta cruorem. Si dalla metafora ci pone la cosa
vivamente quasi innanzi agl’organi dei cinque sensi, e per la “novità” o vita
(no morte) loro ci fanno maravigliare. La metafora, siccome dice Aristotele,
partorisce dottrina, facendo conoscere fra le idee alcuna attenenza dianzi non
osservata. Quale attenenza scorgesi tosto fra un manto e la nobillà della
prosapia? Certamente nessuna: pure veggasi come Alighieri ce la fa scorgere. O poca
nostra nobiltà di sangue, ben tu se'manto, che tosto raccorce, sì che se non
s'appondi die in die lo tempo ya d'intorno co' la for Coine un bello e ricco
manto adorna la persona di colui che sen veste, così adorna l'animo d' alcuni
uomini quell'onore che ricevono pei pregi degli avi loro, e che chiamasi nobiltà:
ma, se per virtù novella non si rinfranca, ei viene di giorno in giorno
scemando. Questi pensieri il divino poeta ci reca alla mente colla nuova
similitudine, e ci dilella e ci illumina. Vale eziandio la metafora a muovere
con maggior forza l’affeto, perciocchè, laddove alcuna volta parole proprie
astretti a recare alla mente di nostro compagno conversazionale le idee una
dopo l'altra, la metafora, rappresentandole tutte ad un tempo, assale l’animo
con veemenza. Basti un solo esempio di PETRARCA, il quale rivolto alla morte
così le dice: con saremmo me dove lasci sconsolato e cieco, poscia che il dolce
ed amoroso e piano lume degli occhi miei non è più meco? Quali e quanli
pensieri si destano nella mente all’espessione “cieco” e la frase/espressione
frasale “lume degli ochi miei”! Ma circa l'uso della metaſora nell’aſſetto si
vuole por menle che ella non mostra il
lavoro e la fatica dell’intelletto, perocchè non è verisimile che colui, che ha
l'animo perturbato, si perda a far cerca d'ingegnosi concetti e figure
retoriche. È ancora pregio della metafora di coprire con velo di modestia e di
gentilezza il segnato, che espressa con un termino *proprio* (e non un termino
figura como e la metafora) sarebbero odioso o turpo. Ecco un bell’esempio di Passavanti.
La innata concupiscenza, che nella s vecchia carne e nell'ossa aride era addor meniata,
si cominciò a svegliare: la favilla, quasi spenta si raccese in fiamma; e le
frigide membra, che come morte si giacevano in prima, si risentirono con
oltraggioso orgoglio. E VIRGILIO dice. O luce magis dilecta sorori, Sola ne perpetua
moerens curpere juventa? Nec dulces natos, Veneris nec praemia noris? Questo e
i principale vantaggio della metaſora, onde sovente viene preferita al termino
proprio. Diremo ora dei vizii che talvolta elle possono avere. Se bella e la
metafora che fa scorgere una maniſesta somiglianza tra due segnati (‘you’ ‘the
cream in my coffee’), da che si toglie il vocabolo e l'altra, a cui si reca,
chiaro è che deformi saravno quelle, che tengono ji paragone di rose o polla e
poco somiglianti, e che sono male acconcie al proposto dne (“a woman without a
man is a fish without a bicycle”). Nessuna somiglianza si vede fra le cose
paragonale nella seguente metafora di MARINI. Folendo egli lodare un maestro,
che formara bellissimi esempi da scrivere, esalta la penna di lui, dicendo
ch'ella deve essere divina: Perchè una penna sela, Benchè s'alzi per sè pronto
e sicura, Se divina non è tanto non rola. E qual somiglianza è mai tra il
relare e lo scrivere? E tolta da peca somiglianza quella metafora che volendo
segnare una cosa piccola prende da una cosa grande l'imagine, e al contrario. Mariai
assomiglia le lacrime della sua douna a'lesori dell'Oriente, e Tertulliano il
diluvio universale al bucato. Erro similmente colui che dice a suo amante. Son
gli occhi resiri archiòugiati a ruote, Ele ciglia inarcale archi turcheschi. È
bellissina la metafora che Poliziano tolse al Boccaccio. E le biade ondeggiar
come fa il mare. Sarebbe difettosa quest’altra. E tremolare il mar come le
biade. Viziose come le sopraddeile sono la più parte delle metafore usate dagli
scrittori del secolo XVII, e soprattutto dai poeti, i quali sriscerarano i
monti per estrarne i metalli, face vano sudare i fuochi, ed avvelenavano l'obolio
colp inchiostro. Parmi inutile cosa l'estendermi in questa materia, essendochè
il nostro secolo, sebbene incorra in altri vizii, di così falle baie si mostra
nemico. Della metafora e l’analogia che e alquanto dura, ė da sapere che puo
essere mollificata per certa maniera di dire, quali sarebbero: quasi – per dir
cosi e che alcune ve nha, che sono state ammollite dall'uso, come la seguente:
Fabbro del bel parlare. Ė da biasimare ancora la metafora, che la sorvenire il
nostro compagno conversazionale di qualche bruttura, o di cosa rile, o che disconvenga
alla gravità della trattata materia o topico. Perciò meritamente Casa
rimprovera ALIGHIERI per essere talvolta caduto in questo difeilo, siccome
quando disse. L'allo fato di Dio sarebbe rotto se Lete si passasse, e lal
vivanda fosse gustala senza alcuno scollo di pentinento. E altrove. E vedervi,
se avessi avuto di tal tigna brama, colui poteri ec. Questa e una imagine
plebea e sconvenienti alla gravità del subbietto. Cosi merita biasimo
Pallavicini, comechè sia maestro sommo nel l'arte dello stile conversazionale,
quando disse, che il cardinal Bentivoglio aveca saputo illustrar la porpora
coll' inchiostro, e quando per accennare la qualità, ond'è costituita
l'eleganza della elocuzione, dice: saputi distintamente quali ingredienti
compongono quesla salsa, cioè l'eleganza; i quali modi sono da biasimare,
essendochè nel primo esempio li vedi dinanzi agli occhi la porpora brullala
d'inchiostro, e nell’altro t’infastidisce l'abbietta voce che sa di cucina.
Similmente non paiono degni di lode coloro, che sogliono usare per vezzo della
conversazione un idiotismo, e segnatamente quello, che ha origine da certa
anticha costumanze dimenticata oggidi. Non merita lode Davanzali quando volendo
dire: o nulla o lullo: disse: o asso o sette. Questo proverbio, oltre chè si è
di vilissima condizione, è tolto da un giuoco, che potrebbe essere sconosciuto
a molli. E proverbio, del quale non si sa l'origine, il seguente; e perciò
freddo od oscuro: Maria per Ravenna, invece di cercar la cosa dove ella non e.
Bastino questi pochi proverbi per moltissimi, che qui si po ebbero recare, e
de' quali vanno in traccia alcuni mal accorti conversatori, onde parere versali
nella lingua antica. Aucora è biasimevole alcune volte la metaſora, che si
deriva dalle materie filosofiche; imperciocchè, se il fine, pel quale il
conversatore usa di quella, si è di rendere più chiaro e più vivo i concetto,
questo non si potrà ottenere traendo la similitudine da cose poco nole o malagevoli
ad intendere, come a la metafisica, che spesso, ond'essere chiarita, hanno
bisogno delle similitudini tolle dalle cose materiali; ma di rado somministrano
imagini, che vagliano a cercar recar luce alle prose ed alle poesie. Pure in questi
tempi sono alcuni conversatori, i quali hanno per vezzo l'usare siffatta
metafora, avvisando d'illustrarne la sua mozzione conversazionale, e di mo
strarsi intendente e sottile; ma va grandemente errato, perciocchè non
solamente appor tano ombra ed oscurità (‘avoid obscurity of expression, be
clear) alla sentenza, ma danno segno di affettazione che è vizio sopra tutti
spiacevole. si è dello di sopra che la metafora diletta, non solamenle perchè
ci pone dinanzi agli oc ebi in forma quasi sensibile un pensiero astratto, ma
ancora perchè ci porge ammaestramento col farci apprendere fra le idee alcuna
attenenze prima non osservata; dal che si deduce che il conversatore, i quali
vogliono recar maraviglia, de guardarsi dall' usare una metafora troppo
comunale, come quelle, che, a somiglianza della monete passata per molle mani,
sono rimase senza vaghezza. Non ogni metafora poi, comechè sia ben derivata, potrà
convenire ad ogni conversazione. Poichè tra le metafore ve n'ha delle più o
meno illustri, converrà avvertire che il grado della nobiltà loro non
disconvenga alla qualità del componimenlo. Similmente nel formare la metafora
si vuole avere riguardo al pensare della gente nella cui lingua si conversa. La
diversità de'luoghi e de' climi fa che gli uomini abbiano diversi i costumi e
le usanze, e perciò diverse ancora le idee e le significazioni di esse.
Impercioc chè, traendo ciascuna gente le similitudini dalle cose, che più
spesso le sono dinanzi agli occhi, incontra che alcun popolo deriva una
metafora da una cosa campestre, lal altro da una cosa marittima, tal altro dal
combinercio o dalle arti, secondo suo silo e costume. Il rigore o la benignità
del clima poi è spesso cagione che l'umana imaginativa sia più vivace in un
luogo e meno altrove; e quindi è che una metafora naturalissime nel Trastevere
appaia ardila e strana nel Tevere. Anche l’essere le geoli più o meno civili
cambia la natura della metafora; perciocchè dove sono leggi meno buone, ivi è
più ignoranza del vero; e dove è più ignoranza del vero è più amore del
verisimil; il che torna il medesimo, ove è minor virtù intelleltiva, ivi abbonda
la forza della fantasia. Cadono perciò in gravissimo errore coloro, che,
imilando il volgarizzamento di Ossian falio da Cesarolli, sperano di venire in
fama di sommi poeli toglieodo sempre la metafora da'venti e dalle tempeste, dai
torrenti, dalle nebbie e dalle nuvole. Paiono a costoro inaravigliose
squisitezze e delizie i seguenti, e simili modi: sparger lagrime di bellà - i
figli dell'acaciaro il tempestoso figlio della guerra siede sul brando
distruzione di eroi dar. deggiano gli sguardi rotola la morle - urlano i
torrenti. Cotale metaſora, che per avventura e naturale a'popoli selvaggi, sono
in Italia ridevoli e sciocche fantasie. Alla diversa indole delle genti debbe
anche por mente chi dall' una lingua all'allra trasporla i versi e le prose, se
non vuole produrre nell'animo di nostro compagno conversazionale effetto
contrario a quello che l'autore straniero o forastiero o del Trastevere
produsse in coloro, ai quali volse le sue parole. Affiuché si vegga
manifestamente che non lutte lete. metafore convengono a tulti i popoli,
recherò qui alcuni esempi che a questo proposito Tagliazucchi toglie dalla
lingua latina. Bella metafora si è questa presso Virgilio: classique im millit
habenas; deformità sarebbe tradu re in italiano: melte le briglie alla flolla.
Così per segnare il pane corrotto dall'acqua dice lo stesso poeta. Cererem
corruptam undis; mal si tradurrebbe: Cerere corrolla dall'onde. Orazio disse.
lene caput aquae sacrae; e si tradurrebbe malissimo in italiano: il dolce capo
dell'acqua sacra. Per segnare il liero sdegno d'Achille dice: gravem sioma chum
Pelidae; e malissimo si tradurrebbe: il grave stomaco del Pelide. Moltssime
altre metaſore potrei qui recare, che sono proprie solamente della lingua
latina; ma chi ha cognizione della lingua latina conoscerà di per sè la verità
di quello che io dico, ed argomenterà quanto debbono differire nella metafora
la lingua italiana e quelle de'popoli da noi disgiunli e per costume e per
clima, se tanto differiscono l'italiana e latina con islrelto vincolo di
parentela congiunte. Una regola o massima o omperativo da osservarsi nell'uso
della metafora si è di non aminassarle nella conversazione, ma collocarvele
parcamente e di guisa, che paiano, come dice Cicerone, esserci venule
volonterosamente, e non per forza nė per invadere il luogo altrui. È da
avvertire in secondo luogo, che la metafora o non si dee congiungere con altra
metafora o con voci proprie di maniera, che fra queste e quella si scorga
opposizione maniſesta. Se per esempio avrai detto che Scipione è un fulmine di
guerra, non dirai tosto che egli trioníò in Campidoglio. Se paragonerai eloquenza
ad un torrente, non le attribuirai poco appresso la qualità del fuoco, ma avrai
cura che la metafora sia sempre collegata (e no mista) colle idee prossime di
guise, che nostro compagno conversazionale non trovi mai contrarietà ne' tuo
concetto. In questo difetto caddero anche alcuni autori eccellenti, come Petrarca
nel Sonetto XXXII, dove, cominciando dal dire metaforicamente, ch' egli ordisce
una tela, prosegue: ſ ' farò forse un mio lavor si doppio fra lo stil
de'moderni e il sermon prisco, Che (paventosamente a dirlo ardisco) Infino a
Roma ne udirai lo scoppio. Ma non così egli fece nel Sonetto che comincia Passa
la nave mia colma d'obblio, chè in esso avendo preso ad assomigliare gli
amorosi affanni suoi alla nave, da questa imagine non si diparte sino alla
fine. Non intendo io però di affermare coll’esempio di questa allegoria, che in
breve discorso non possano star bene insieme più metafore di natura diversa; ma
di avveitire che assai disconviene il trapassare da una similitudine ad
un'altra inconsideratamente e quasi per salto. Giova moltissimo talvolta a
render chiare e naturali quella metafora, che per se medesime sarebbero ardite
e spiacenti, il preparare per convenevole modo l'animo di nostro compagno
conversazionale. Se taluno volendo dire che gli uomini per mal esempio altrui caggiono
in errore, dicesse caggiono nella “fossa” della falsa opinione, use rebbe
certamente ardita e spiacevole metafora: nulladimeno ella diviene bellissima,
qualvolta per le cose antecedenti ne siamo disposti. Va. glia l'esempio di
Alighieri. Dopo aver ricordata la nota sentenza se il cieco al cieco sarà guida
cadranno ambedue nella fossa prosegue: i ciechi soprannominati, che sono quasi
infiniti, con la mano in sula spalla a questi mentitori sono caduti nella fossa
della falsa opinione. Cosi l’ardita metafora divenla parte di una vaghissima
dipintura, che viene quasi per gli occhi alla mente, ed ivi s'imprime e
lungamente rimane. Sono certi scrittori, i quali riducono le idee astratte a
termini più astratti (obscurus per obscurius) di quello che si converrebbe
cercand a tulto potere di al lontanarle da' sensi: indi a questi loro soltilis
simi concelti uniscono molte metafore repugnanti fra loro, il che fa che la
mente di nostro compagno conversazionale tra questi estremi e tra questi
contrari confusa nulla comprenda, come si può di leggeri conoscere nel seguente
esempio tolto da un libro moderno: A giudizio dei savi scorgesi palesement, che
nelle vedute su blimi della gran madre anche l'emulazione, principio
avvedutamente inserito nella costituzione dell'uom, ' concorrer deve a scuotere
ed a sferzare l'industria, on de riguardo allo sviluppamento di questa [Oh
quanta confusione ed oscurità in tanta pompa di parole! Pare che il
conversatore volesse dire, che i savi conobbero che la natura ha posto nel
cuore dell' uomo il desiderio d'emulare gli altri; e che da questo procede
l'industri; ma accoppiando i vocaboli principio e costituzione, che sono segni
d'idee molto astratte, colla melaforica voce “inserire” ha composto un enigma;
perciocchè nessuno polrà imaginare chiaramente siffallo innesto. Più strana poi
diviene la metafor, quando l'astratto segnato dalla espressione “principio” si
fa a scuolere ed a sferzare l'ind stria falla inopportunamente persona per
trasformarsi losto in altra cosa, che si sviluppa a guisa di una malassa. In
questa forma la metafora, che e vaghezza e luce della favella, diviene tenebre
alla mente e vano suono (flatus vocis) agli orecchi. Conciossiache L’INTENZIONE
del conversatore non sia solamente di render chiaro il concetto, ma di farlo
talvolta dilettevole e maraviglioso, interviene che alcuni, per recare altrui
dilelto e maraviglia, si fango a derivare dalla metafora certe loro
conseguenze, come se in quella non già una simililudine si contenessa, ma come
se la cosa a cui si reca il nome novello, veramente si trasformasse nella cosa,
donde esso nome si toglie. Di questa specie di concetti si presero diletto i
prosatori ed i poeti del secolo decimo settimo, forse per desiderio di avanzare
gli scrittori delle altre elà, ed in fastidirono tutti i sani intellelli. Basti
di ques 1 [Atti dell' Costitulo pazionale. era sti vizi un solo esempio. Ugone
Grozio, per mostrare che non a dolere la morte di Giovanna d'Arco, dopo aver
lodate nel principio di un epigramma le virtù di lei, sog giunse: Necfas est de
morte queri, namque ignea tota aut numquam, aut solo debuit igne mori. Con
l’espressione “fuoco”, imposta a cagione di similitudine, viene il conversatore
a trasformare la misera vergine in vero fuoco materiale; e quindi trae la
strana conseguenza, che ella mai non dovesse morire, o morire nel fuoco.
Similmente si è frivolo modo e sciocco il derivare la metafora dalla
somiglianza ed uguaglianza de'noni imposti a cose diverse, ALLUDENDO all' una
di esse mentre si fa mostra di ſavellare dell'allra. In questo difetto incorse
anche il primo de'nostri poeti lirici quando, piangendo la sua donna, parla del
lauro, ed allude freddamente al nome di lei, come nella canzone, che comincia, Alla
dolce ombra delle belle fronde ed in molti altri luoghi si può vedere. Essendosi
fin qui parlato de' pregi e de'vizi delle metafore, cadrebbe in acconcio il
ragionare degli altri traslati di parole e di concetto e della figura: ma, perciocchè
queste cose sono state definite e largamente dichiarate da tutti i retlorici,
stimo che qui basti il ricordare che siffatte maniera di favellare non e bella,
se non in quanto vengono dal conversatore opportunamente adoperate. Per lo
stesso fine, che la metafora si propone, cioè di rendere più vivo il concetto,
melte bene talvolta il trasportare l’espressione a un segnato improprio o
nominando invece del tutto la parte (metonimia), o invece della cosa la materia,
ond'ella è composta, o il genere per la specie o il plurale pel singolare
(majestic plural – We are not amused), e viceversa. Si può cadere in difetto
usando questo traslato, che fu chiamato “sinedoche”, ogni qualvolla l'imagine
della cosa, da cui si prende l’espressione, non sia bene associata alle idee,
che si vo gliono svegliare in altrui, non sia atta a fare impressione nell'animo
più che le altre ide, che vanno in sua compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò
un solo esempio. Si dirà con maggior efficacia: fuggono per ſalto mare le vele,
di quello ch: fuggono per l'alto mare le prore; poichè l’imagine delle vele
gonfiate dal vento, come quella, che maggiormente percuote la vista di colui,
che mira la nave in alto, più strettamente d'ogni altra idea si associa
all'idea del fuggire: in altro caso però tornerà meglio chiamar la nave o poppa
o carena, cioè quando l'azione, che essa fa, o la passione, che riceve, meno
con venga alla vela che alle altre parti. Veggasi come ne ua Virgilio: vela
dabant laeti. Submersas obrue puppes si nomida ancora talvolla la causa per
l’effetto, o questo per quella: il contenente pel contenuto: il possessore per
la cosa posseduta: la virtù ed il vizio invece dell'uomo virtuoso e del vizioso:
il segno per il segnato ed il contrario; e questa figura, che dicesi “metonimia”,
giova per le delle ragioni, essa pure adoperala opportunamente, a dare evidenza
alla elocuzione. Ma di questi traslati e di quelli di concetto, che consistono
in sentenze da intendersi a contra-senso (ironia), tanto se ne parla, come già
dissi, in tutte le scuole, che qui, facendo la definizione dell'”allegoria”,
dell'”ironia” e di altri simili traslali, avvertirò solamente che questi
saranno diſellosi se verranno a collocarsi nella conversazione senza essere
mossi dagli affetti. Anche rispetto a quelle forme, che sovente adoperiamo per
rendere più efficaci i pensieri, e che si chiama con ispecial nome figura,
ricorderò che alcune ve n'ha, come l’ “interrogazione” e l’ “apostrophe”, che
nascono dall'affetto, ed alcune altre dall'ingegno, come l'”antitesi”
(contrapposizione) e la distribuzione; e che perciò vuolsi avvertire di non far
uso di queste seconde ne'luoghi, ove si possa credere che colui, che favella,
abbia l'animo perturbato. Ma nessuno avvertimento, per ' vero dire, è giovevole
a chi non sente nell'animo la forza degli affetti. Il più delle figure, come
detto è di sopra, muovono dalla passione, e, se dall'ingegno vengo. no cercal,
riescono fredde e di nessuna virtù: perciò è che male s'imparano da' rettorici.
Con più figure favella la rivendugliola, secondo il detto di un illustre
scrittore, contrattando sua merce, che il retſorico in suo studiato serino ne: tanto
egli è vero che procedono più dalla natura che dall'arte. Questo vogliamo che
ci basli aver dello così alla grossa delle figure. Dappoichè abbiamo detto in
che consista la proprietà dell’espressione e della metafore, e come queste e
quelle si debbano collegare per rendere chiaro ed accelto la mozzione
conversazionale a nostro compagno conversazionale, e fatto alcun cenno de'
traslati e delle figure, vérreio a dire, seguitando le dottrine di Palavicini,
degli elementi, onde è costituita la “eleganza” (cf. Grice, ‘aesthetic
maxims’), senza della quale ogni altro ornamento quasi vano riuscirebbe. L’espressione
“eleganza”deriva dal verbo “eligere” ed è usata a segnare quella certa tersezza
e gentilezza, per la quale una mozzione conversazionale non solamente viene ad
essere scevro da ogni errore, ma in ogni sua parte ornato di qualità che da
tutto ciò che ha del plebeo si allontana. Diciamo delle parti, delle quali ella
si compone, che sono quattro. La prima e la brevità (Grice, ‘be brief – avoid
unnecessary prolixity [sic].” La seconda e l'osservanza delle regole
morfosintattiche. Terzo, la civilita o l'urbanità. Quarta, la varietà
(non-detachability). Sebbene la chiarezza (conversational clarity, be
perspicuous [sic]) spesso si ottenga col l'ampio e largo mozzione
conversazionale, pure talvolta colla brevità si rende il pensiero più lucido e
più penetranti (Brevity is the soul of wit). Le parole, dice Seneca, vogliono
essere sparse a guisa della semenza, la quale comechè sia poca, molto
fruttifica. La sovrabbondanza (over-informativeness) delle parole all'incontro
empie le orecchie di vano suono (flatus vocis) e lascia vuote le menti. Perciò
è da guardare non solo che nostro compagno conversazionale non sia distratto da
una vana proposizione subaltern (premessa minore), ma che non sieno affetti più
da un segno che dall’idea segnata. Saranno perciò utili a togliere questo
inconveniente ed acconce a rendere elegante l'elocuzione quella espressione,
che somigliante alla moneta d'oro equivale al valore di più altre, come le
seguenti: disamare, disvolere, rileggere, ed altre molte, e con queste i diminutivi,
gli accrescitivi, i vezzeggiativi, i peggiorativi, de' quali abbonda la nostra
lingua. Vi sono ancora molti modi, che abbreviano la mozzione conversazione, e
questi consistono nel tralasciare o il verbo o il pronome o la particella o l’affissi,
che racchiusi nella diretta favella puo essere SOTTINTESO. (Implicatura). Basta
qui recarne alcuni ad esempio. Se io grido ho di che dammi bere quo ha di belle
cose onde fosti et cui figliuolo andovui il cielo imbianca - vergognando tacque
a baldanza del signore il baltè иот da faccende non se da ciò vedi cui do
mangiare il mio, ed altri moltissimi somiglianti modi, coi quali si ottiene
questa importantissima parle della eleganza, onde rice. ve nerbo l'orazione,
Avend’io delto che la brevità costituisce gran parte della eleganza, non intesi
di affermare che agli scrillori non sia lecito di esporre le cose
particolarizzando; chè questa anzi è l'arte colla quale si produce l'evidenza;
ma volli avvertire chi brama dilettare altrui colle proprie scritture, di ben
ponderare quali sieno le particolarità, che hanno virtù di far luminoso il
concetto, e di tralasciar quelle, che l'offuscano e pongono l’altrui mente in falica.
Secondo, dobbiamo eziandio osservare la regola morfosintattica, cioè quelle
leggi che la volontà de’ primi favellalori e l'uso di coloro, che vennero dopo,
banno imposto alla lingua italiana. Comechè il trascurarle non induca sempre
oscurità (avoid obscurity of expression) pure importa moltissimo che sieno
osservata, poichè ogni elocuzione irregolare apparisce plebea (un solecismo). E
perciò grande si è la stoltezza di coloro, che vando cercando negli autori
antichi i costrutti contro grammatica, e quelli come pellegrine eleganze
pongono nelle scritture: dal che ottengono effetto contrario al buon desiderio:
per ciocchè o portano oscurità nella sentenza, o in fastidiscono i lettori
facendo ridere gli uomini di lettere, non ignari che quelle strane forme sono
la più parte errori, o di amanuensi o di stampatori o di autori plebei,
de'quali non fu piccol numero anche nel bel secolo dell'oro (errata). Terzo, siccome
sono molli' vocaboli, secondo che è dello, i quali usati già da ' buoni
scrittori han no acquistata certa nobiltà e fanno nobile il conversare, così
pure sono molli modi, i quali, avendo in sè certa gentilezza, il fanno elegante,
e non essendo propri degli stranieri, gli danno quel paliyo colore, e direi
quasi fisonomia, per cui ciascuna favella da ogni allra si distingue. In che
precisamente sia riposta que sta vaghezza, che si chiama civilita o “urbanità”,
si è difficile dichiarare; e perciò assal meglio che con parole, si può
mostrare cogli esempi. Porrò qui dunque alcuni modi volgari, ed al fianco di
essi i moderni urbani o civile. Ciò che loro venisse in grado. A chicsa non
usava giammai. Seppegli reo. Ciò che loro piacesse. Non era solita di andare in
chiesa. Gli parve cosa calli va. Fece rivivere. Il prese per marito. “Era il
giorno in cui” -- Egli domandò al servo certa cosa. Ben io mi ricordo. A vila
recò. Il prese a marito. “Era il giorno che” – “Egli domandò il servo di certa
cosa” -- Ben mi ricorda, o ben mi torna a mente. Vicino di quell'isola.
Non-Upper: Viveva a modo di bestia. “Vicino a quell'isola” Upper: “Viveva come
una bestia” Moltissime sono le forme somiglianti a que ste, le quali, sebbene
non vadano per la bocca de ' comunali scrittori, pure sono chiare e naturali, e
per cerla loro indicibile gentilezza recano diletto. Vogliono però essere
parcamenle adoperate, perocchè in troppa copia ſarebbero il discorso ricercato;
e questo difetto dobbia mo schivare anche a pericolo di parere negligenti. La
negligenza è mancanza di virtù (salvo quando e falsa – nulla piu difficile che
falsare la negligenza), che rende meno lodevole il discorso, ma non meno
credibile: e l'affettazione è deforme vizio, che al dicitore toglie autorità e
fede. Modo più sconcio si è quello di coloro, i quali, per vaghezza di parere
eleganti ed SUO esperti della PATRIA LINGUA – LINGUA PATRIA -- patria lingua,
compongono prose con parole e modi fuor d'uso, e costruzioni contorte alla
boccaccesca; e della stessa guisa fanno versi oscuri e senza grazia e senza per
bo, e si argomentano poi di avere imitato Aligheri o Petrarca. Ma che altro per
verità fanno costoro, se non se muovere a sdegno i buoni ingegni, e dare
occasione al volgo di ridersi di quei pochi, che studiano a’libri antichi? Un'altra
generazione di scrillori (e questa è dei più ), alzato il segno dell'anarchia,
gridando che l’USO è l'ARBITRO della lingua (Wittgenstein), si fa beffe di ogni
gentilezza e di ogni proprietà: guida per entro l'idioma nativo parole e forme
forestiere, e il guasta sì, che non gli lascia di se non la sola terminazione
delle voci. Cosi due sette di contraria opinione vorrebbero partire la
repubblica letteraria. L'una tiinida e superstiziosa restringe la lingua a que'
termini, in cui stette nel trecento: l'altra licenziosa ed arrogante vuole che
ogni ar gine si rompa sì, che le purissime fonti del civil conversare si
facciano torbide e limacciose. Affinchè appaia manifesto il torlo di questi se
diziosi, dirò che cosa sia lingua; e dalla sua definizione trarrò alcune
conseguenze. La serie de' segni e dei modi vocali instituiti a rappre sentare
ogni generazione di pensieri, o, per meglio dire, ad esprimerc tulle quante le
idee, ond’è formata la scienza di una patria, è ciò che dicesi lingua (come
l’italiano dal latino, o il pidgin e il creole che e il francese). Da questa
definizione si deduce che nè una sola città nè un'età sola può essere autrice e
signora della lingua italiana – Roma e la citta della lingua romana; ma che è
forza che alla formazione di questa abbia avuto parte la nazione intera, cioè
tutti gli uomini congiunti di luogo e di costumi, che hanno idee proprie da
manifestare; e che a scernere il fiore dalla crusca abbiano dato e diano opera
gl'illustri scrittori. E così avvenne di vero nella formazione e nell'incremento
di questo, che Alighieri chiamò, ironicamente, il volgare d'Italia, poichè,
come dice BEMPO, e un siciliano e un Pugliese e un Toscano e e un Marchegiano e
un romagnolo e un lombardo e un veneto vi posero mano. Tutte le parole dunque
per tal guisa formate, che vagliono ad esprimere con chiarezza i pensieri,
potranno essere con lode usate, sieno elle an tiche o moderne; chè le moderne
ancora deb bono essere benignamente accolle, quando sie no necessarie a segnare
una idea novella. Quella facoltà, che fu conceduta agli antichi, non si può
togliere ai presenti uomini; perciocchè, se non si possono prescrivere limiti
all'umano sapere, nè meno alla quantità dei segni delle idee si potrà
prescrivere (quark, querk). Per la qual cosa ſu e sarà sempre lecito a'
sapienti, qualvolla la necessità il richiegga, l'inventare una nuova
espressione (“Deutero-Esperanto”) e un nuovo modo. Questa risposta è alla selta
dei superstiziosi. Ora ai libertini (Bennett – meaning-liberalismo –
libertinismo semiotico – Locke – liberty) brevemente diremo che la lingua
italica non è la lingua del volgo, ma, come è delto, si è quella, che gli
illustri scrittori di ogni secolo hanno ricevuta per buona, e che perciò quando
si dice che appo l'uso è la signoria, la ragione e la regola del parlare, non
si vuol dire l'uso del volgo, ma de' buoni scrittori. I più antichi die dero
vita e forma alla lingua romana, ed i posleri loro la arricchirono e la potranno
arricchire, non senza grande biasimo potranno toglierle l’essere suo. Siccome
ad ogni mazione è spe ma ciale la fisonomia e certa foggia di vestire, cosi e
speciale al idio-letto le voci ed i modi propri e figurati, i quali hanno attenenza
co'diversi costumi delle diverse genti; e perciò coloro, i quali vogliono
introdurre licenziosamente nell'idioma nativo espressione e modi forestieri –
implicate, non impiegato -- operano “contro ragione”, e, mentre ambiscono di essere tenuti uomini liberi
e filosofi, fanno mostra d'obbrobriosa ignoranza. Non si lascino dunque
sopraffare i gio vanelli da quei beffardi filosofastri, che con trassegnano per
derisione col nome di purista chi studia scrivere italianamente; ma alla co
storo petulanza coll'autorità di CICERONE ri spondano arditamente che colui, il
quale la patria favella vilipende e deforma, non solo non è oratore, non è
poela, ma non è uomo (CICERONE, de orat.). Quarta e ultima, se le parole
fossero sempre composte ugualmente, non sarebbero graziose a chi ascolla o
legge; e perciò un altro elemento della eleganza si è la variet. Il discorso può
ricevere varietà da sei luogh, che ad uno ad uno ver remo a dichiarare
brevemente, seguitando Pallavicini. Accade tante volte di dover nominare replicatamente
la cosa medesima, e ciò produce noia agli orecchi, i quali sopra tutti i sentimenti
del corpo sono vaghi di varietà; onde per isfuggire la ripetizione delle voci
sono molto giovevole il sinonimo, quando la piccola differenza, che è in essi,
non tolga al discorso laproprietà necessaria; per non peccare contro la quale
sarà mestieri aver considerazione, co me allrove si è detto, al vero
intendimento de vocaboli. Se, a cagion d'esempio, dovendo si cambiare
l’espressione “fanciullo”, si prendesse l’espressione “infante”, si osserverà
che questa, venendo dal verbo fari, segna non parlante, e che perciò non può strettamente
essere sempre sostituita a quella di “fanciullo”. Il secondo dai sei luogo
della varietà sta nel ra presentare una cosa pe' suoi effetti congiunti, come,
a cagion d'esempio, se poeticamente dicessimo; il sole velava i pesci, per dire
era il fine dell'inverno: al germogliare delle piante, per dire al tornare
della primavera. Con somma grazia e novità Aligheri rappresentò la sera pe'
suoi effetti dicendo: Era già l'ora, che volge il desio a' naviganti, e
inlenerisce il core lo di, che han detto a' dolci amici addio; E che lo nuovo
peregrin d'amore punge, se ode squilla di lontano, Che par il giorno pianger,
che si muore. Questo fonte di varietà è abbondantissimo, e possiamo vederne un
esempio in Bernardo Tasso, che in cento modi segna il sorgere del giorno. Nel
rappresentare le cose pe' suoi effetti porrai cura che questi non destino al
cun pensiero sordido od abbietlo, e che nel le scritture famigliari la
congiunzione loro coll'oggetto sia mollo nola, sicchè non paia puplo ricercata.
Il terzo luogo dai sei modi sono le definizioni o epiteto o apposizione delle
cose, o sia le brevi descrizioni loro, le quali si possono prendere invece
delle cose stesse, o que ste indicare per alcuna loro speciale proprietà; come
chi per nominare Giove dicesse il padre degli uomini e degli Dei, o per dire la
fortuna, Colei, che a suo senno gi infimi innalza ed i sovrani deprime. Il
quarto luogo dai sei modo si è l'uso promiscuo del signato attivo, medio, o
passivo da un verbio Potrai dire: Raffaele colori questa tavola, ovvero, da
Raffaele fu colorita questa tavola; e secon do che chiederà il bisogno, userai o
questo o quello segno. Il quinto luogo dai sei luoghi è la qualita (categoria
d’Aristotelel'uso negativo (o infinito – privazione) invece dell’affirmativo o
positivo; come chi sosliluisse alla proposizione positiva o affirmative
seguente, ma con signato negativo: Il sole si oscurò, quest' altra proposizione
splicitamente negative, per mezzo dell’adverbo di negazione, “non”: Il sole non
isplendette”. Il sesto luogo dai se luoghi e la metafora (you’re the cream in
my coffee), per la quale si può maravigliosamente variare il discorso, ora volgendo
in “senso” (segnato, strettamente) metaforico – Sensi non sunt multiplicanda
praeter necessitatem – uso metaforico -- un concetto allre volle espresso con
termini propri: ora usando una metafora tolta o dal genere o dalla specie o da
cose animate o da cose inanimate: ora quelle, che si presentano ai sensi: ora
le altre, che si riferiscono agli altri sentimenti del corpo. Ornamento, dal
quale l'elocuzione riceve molta gravità, e la sentenza. La sentenza o dogma o
assioma o principio o adagio o gnomico o proverbo (“Methinks the lady doth
protest too much” what the eye no longer sees the heart no longer grieves for”)
si è verità morale ed universale, segnata con la brevità, che all'intelletto
sia lieve il comprenderla ed il ritenerla. Tali sono le seguenti. Ipsa quidem
virlus sibimet pulcherri. ma ncrces. Quidquid erit, superanda omnis for tuna
ferendo est. La mala ineple non ha mai allegrezza di pace. Proprio de'tiranni è
il temere. La buona coscienza è sempre sicura. Avvegnachè la sentenze sia più
accomodata a quella conversazione che tratta di materie gravi, nulladimeno
possono adornare molte altre specie di componimenti, e perfino le lettere
famigliari, se ivi con moderazione sieno adoperate. Dico che sieno adoperate
con moderazione, perchè il soverchio uso delle sentenze, anche nelle materie
più gravi, è indizio che lo scrittore vuol ostentare sapienza, e perciò il fa
parere affettato. In cotal vizio cadde ro molli scrittori del secol nostro, i
quali me ritamente furono tacciali di “filosofismo” di Borsa, che in una sua dissertazione ra giopò
del presente gusto degl'italiani. Scon venevolissimo è l'abuso e talvolta anche
l'uso della sentenza pe' discorsi, che trattano di cose mediocri o umili. Ma
che diremo poi росо senno di coloro, che guidano in teatro i servied altre persone
rozze ed agresli a parlamentare ed a spular tondo, come se dal pergamo
predicassero? Questo è modo tanto sconcio, che il volgo slesso ne rimane
infastidito, on d'è qui da passare con silenzio. È da lodarsi segnatamente
nelle opere morali o politiche l'elocuzione, che a quando a quando sia ornata,
ma non tessuta di sentenze, la copia soverchia delle quali, stanca i lettori
invece di sollevarli, come si può sperimentare leggendo le opere morali di
Seneca. Lo scrittore dal quale più che da ogni altro si apprende a fare buon
uso della sentenza, è Cicerone, nelle cui filosofia mai non pare che quelle
sieno condotte nel discorso a pompa, ina sempre vi nascono naturalmenle per
recar luce e diletto. Diciamo alcuna cosa anche del concetto, onde viene grazia
o piacevolezza ai componimenti. Concetto propriamente si dice una certa
proposizione, che per essere nuove ed espresso con brevi parole recano altrui
diletto e maraviglia e scuoprono il sottile ingegno di chi le dice. Ve n'ha di
due maniere. La prima è dei delti gravi, l'altra dei ridevoli, che con proprio
nome si chiama una facezia. Gli uni e gli altri nascono da’ medesimi luo ghi, e
differiscono, secondo Cicerone, solamente in questo: che i gravi si traggono da
cose oneste; i ridevoli da cose deformi o alcun poco turpi: ma pare veramente
che a far ri devole un dello, sia necessario, il più delle 1 volle, che esso
comprenda in sè alcune idee discrepanti congiunte insieme di maniera, che la
congiunzione loro ben si convenga con una terza idea. Ciò sia chiaro per un
esempio. Un buon ingegno de' nostri tempi fcce incidere in rame la figura di un
vecchio venerabile con lunga barba, vestito alla francese, ornato di frangie e
di feltucce e tutto cascante di vezzi, e sotto vi pose queste parole. Traduzione
d' Omero di M. C. Tultii ne fecero le risa grandi. Se il ridicolo di questa
figura consistesse nel solo accoppiamento dell'imagine dell'uomo antico e grave
con quella de' giovani leziosi, ci ſarebbe ridere anche l'imagine di una sirena,
che è composta di due contrarie nature; lo che per verità non accade, ed
accadrebbe solamente qualora si dicesse che la bella donna, che termina in
pesce, figura delle folli poesie ricordate da Orazio nella Poetica. Pare dunque
manifesto che il ridicolo di sì falta deformità si generi dalla convenienza che
è tra esse e la cosa, cui si vogliono assomigliare. Per ciò s'intende quanto
diriltamente Castiglione dichiari che si ride di quelle cose, che hanno in sè
disconvenienza, e par che slieno male senza però slar male. Affinchè prima di
tutto si vegga che da’ luoghi, donde si cava la grave sentenza, si possono ancora
cavare i molli da ridere, re cherò l'esempio, che ne dà Castiglione. Lodando un
uom liberale, che fa comuni cogli amici le cose proprie, si polrà dire, che ciò
ch'egli ha, non è suo: il medesimo si può dire per biasimo di chi abbia rubato,
o con male arti acquistato quello che tiene. Di un buon servo fedele si suol
dire: non vi ha cosa che a lui sia chiusa e sigillata: e que sto similmente si
dirà di un servo malvagio destro a rubare. Le maniere de concelli ingegnosi
sono pres sochè infinile, e di moltissime ha ragionalo Cicerone nel terzo libro
dell'Oratore, ma noi toccheremo qui solamenle alcune principali. Cicerone
distingue primieramente le maniere graziose, che consistono nelle parole, da
quelle che stanno nella cosa, o che si esprimono col parlare continuato. Egli
dice che consistono nella cosa quelle (sieno gravi o piacevoli ), che mulale le
parole non cessano di generare maraviglia o riso: tali sono le narrazioni
verisimili, e fatte secondo il costume e le varie condizioni degli uomini, e di
queste molte ve n'ha nel Decamerone di Boccaccio. Una seconda consiste nella
imitazione de’ costumi altrui fatta per modo di parlare continuato, come quella
che fece Crasso, il quale in una sua orazione contraffacendo un uom supplichevole
con queste parole, per la tua nobiltà, per la tua famiglia, ne imitò cosi bene
la voce e gli alti, che mosse la gente a ridere; e proseguendo, per le statue,
distese il braccio, ed accompagnò la voce con geslo e con imitazione si naturale,
che le risa scoppiarono maggiori. Queste sono le due maniere, che consistono
nella cosa, e che si esprimono col parlar continuato. Quelle che maggiormente
si attengono alla materia che qui si tratta sono le maniere di que'concetti, la
grazia de quali sta nella parola. Recbiamone esempi. Alcuni molli graziosi si generano
in virtù della metafora. Avendo Lodovico Sforza duca di Milano eletta per sua
impresa una spazzetta, con che voleva segare se essere disposto a cacciare dall'Italia
gli oltremontani, domanda alcuni ambasciatori fiorentini, che loro ne paresse.
Quelli risposero. Bene ce ne pare, salvochè molle volle avviene che chi spazza
tira la polvere sopra di sè. Più grazioso ė il motto, quando ad alcuno, che
metaforicamente abbia parlato, si risponde cosa inaspettata continuando la metafora
stessa. Tale si fu detto il Cosimo de' Medici, il quale a' Fiorentini
ſuoruscili, che gli mandarono a dire che la gallina cova, rispose. Male potrà
covare fuori del nido. Anche il paragonare cose vili e piccole a cose grandi è
spesso cagione di ridere, come in questi versi del Berni: E prima, iodanzi
tutto, è da sapere che l’orinale è a quel modo tondo, Acciocchè possa più cose
tenere, E falto proprio come è falto il mondo. Dobbiamo in questa maniera della
facezia guardarci dal fare sovvenire il compagno conversazionale di cose laide
e stomachevoli, affiochè la piacevolezza non degeneri in buffoneria: lo che
sovente accade a coloro, che non sono piacevoli per naturale disposizione. Molti
molti ridevoli si formano per via di iperbole [“Every nice girl loves a
sailor”] accrescendo o diminuendo alcuna cosa. Diminui ed accrebbe a un tempo
le cose Cicerone parlando giocosamente di suo fratello, che essendo di piccola
slatura aveva cinto il fianco di una spada' smisurata. Chi ha, disse, cosi legato
mio fratello a quella spada? Dall’equivoco procede spesso i motti freddi ed
insulsi, ma spesse volte ancora gli arguli. Argulo parmi il seguente in biasimo
di una donna, che fosse di molli. Ella è donna d'assai: il qual molio potrebbe
ancora essere usato per lodare alcuna femmina prudente e buona. Molla venustà è
in que’ delli, che invece di esprimere due cose ne esprimono una sola, per la
quale l'altra s'intende (IMPLICATURA, SOTTITESSO). Assai leggiadro è questo in cui si favella di un'amazzone dormiente,
recato ad un esempio da Demetrio Falereo: in terra aveva posto l'arco, piena
era la faretr, e sotto il capo aveva lo scud: il cinto esse non isciolgono mai.
Similmente è grazioso il nominare con buone parole le cose non buone, come fece
lo Scipione, secondo che narra M. Tullio, con quel centurione, che non si era
trovato al conflitto di Paolo Emilio contro Annibale. Il centurione scusasi di
sua negligenza col dire. Io sono rimasto agli alloggiamenti per farli sicuri; perchè,
o Scipione, vuoi dunque tormi la civiltà? Cui rispose Scipione. Perchè non amo
gl;uomini troppo diligenti. Sono assai argute quelle risposte, per le quali si
DEDUCE da una medesima cosa il contrario di quello che altri deduceva. Appio
Claudio dice a Scipione. Lo maraviglio che un uomo ďalto affare, quale tu sei,
ignori il nome di tante persone. Non maravigliare, rispose Scipione, perocchè
io non sono mai 69 blato sollecito d’imparare a conoscer molti, ma a far si,
che molti conoscano me. Per egual modo Parnone rispose a colui che chiamava
sapientissimo il tempo: Di pari dunque potrai chiamarlo “ignorantissimo”, perchè
col tempo tutte le cose si dimenticano. Il concetto della risposta
conversazionale può essere grazioso solamente perchè racchiude alcun
insegnamento non aspettato da colui che fa la domanda. Fu chiesto ad uno spartano,
perchè si facesse crescere la barba, e quegli rispose. Acciocchè mirando in
essa i peli canuli io non faccia cosa, che all età mia disconvenga. Hauno
grazia similmente alcuni detti, perchè mollo convengono al costume della
persona, alla quale si attribuiscono. Essendo un colal uomo beone caduto
inſermo, era assai mole stalo dalla sete. I medici a piè del suo letto
parlavano tra loro del modo di trargli quella molestia, quando l'infermo disse:
Ponsate di grazia, o signori, a togliermi di dosso la febbre, e del cacciar via
la sete lasciate la briga a me solo. loducono a ridere anche que’ detti, che
procedono da sciocchezza o goffezz, finta o vera che ella sia. Tali sono le due
seguenti terzine di Berni: lo ho sentito dir che Mecenale Diede un fanciullo a
VIRGILIO Marone, che per martel voleva farsi frate; E questo fece per
compassione, ch'egli ebbe di quel povero cristiano, Che non si desse alla
disperazione. si può similmente cavare il ridicolo dalle parole composte di
nuov, che esprimono al cuna deformità del corpo, o dell'animo, come furono
queste usate dal Boccaccio: picchia. pello; madonna poco.fila; lava-ceci; bacia
santi. Si falte maniere, che direi quasi deſormità della lingua, poichè
dall'uso si allonta pano, essendo convenienti alla cosa segnata stanno bene, e
perciò inducono a ridere e han lode di graziose; ma se poi in forza dell'uso
divengono proprie, perdono, a somiglianza delle vecchie metafore, alquanto
della grazia primiera. Osserva Demetrio Falereo che la grazia del detto proviene
alcuna volla dall'ordine solamente, quando una cosa posta nel fine produce un
effetto, che posta nel mezzo o nel principio nol produrrebbe, o il produrrebbe
minore. Egli reca l'esempio seguente di Senofoole, che, parlando dei doni dali
da Ciro a certo Siennesi, disse. Gli donò un cavallo, una vesle, una collana, e
che i suoi campi non fossero guasti. L'ullimo dono è quello dove sta la grazia,
parendo cosa nuova, che si donasse a siennesi ciò che egli possedeva: se quel
dono fosse stalo collocato prima degli altri non avrebbe avuto grazia alcuna.
Bello pel medesimo artificio ci pare un detto di Benedetto XIV. Accomiatandosi
da lui due personaggi di religione luterana, egli avvisa di benedirli e di
ammonirli. Era di vero assai agevol cosa il fare che egli no ricevessero con
grato animo quell'atto di amore paterno: ma il venerabile vecchio ollenne il
buon effetto parlando così. Figliuoli, la benedizio ne de vecchi è acceita a
tutte le genti; il Signore v'illumini. Ingegnosissimo si è que sto detto per
l'ordine suo maraviglioso. Colla prima affeltuosa parola, “Figliuolo,” il papa
procacciasi la benevolenza del compagno conversazionale. Nella sentenza, la
benedizione de’vecchi è accetta a tulle le genti, chiude la prova della con
venevolezza di ciò ch'egli vuol fare. In quel l'io io vi benedico, trae la
conseguenza delle promesse. Nella precazione poi ripiglia la dignità di
pontefice, che accortamente aveva quasi deposta da principio e solto cortesi pa
role nasconde il documento, che a lui si ad dice di porgere a chi è fuori della
chiesa romana. Questo ci basti d'aver ragionato pei delli graziosi e piacevol,
chè il voler parlare di tulle le maniere loro o semplici o miste sarebbe
officio di chi volesse trattare solamente di questa materia: e diciamo con
maggior brevità de’ concetli sublimi. Alcuni haimo chiamato sublime
qualsivoglia concetto, coi nulla manchi di grazia e di perfezione; ina qui si
vuol prendere la parola nel segnato, in che viene usata da ' più de' moderni
reltorici e perciò così detiniamo i concetto sublime. Concetto sublime si
dicono quelli, che rappresentano con brevi parole l'idea di alcuna potenza o
forza straordinaria, per la quale chi ode resla compreso di alla maraviglia.
Tali sono i seguenti. Giove nel primo libro dell'Iliade promette a Teli di
vendicare Achill, e dopo il conforto delle sue parole i neri Sopraccigli
inchinò: sull immortale Capo del sire le divine chiome Ondeggiaro, e tremonne
il vasto Olimpo. Questo concetto, il quale ci fa maravigliare della potenza di
Giove, cesserebbe di essere sublime se con lunghezza di parole fosse segnato:
perchè quella lunghezza sarebbe contraria alla rapidità dell'alto divino e farebbe
che il pensiero del poeta non venisse improvviso alla mente di nostro compagno
conversazionale, che è quanto dire non generasse maraviglia. Sublime è ancora
quel luogo di T. LIVIO nella allocuzione di Annibale a Scipione. Ego Annibal
pelo pacem, poichè la parola Annibal reca al pensiero la virtù, le imprese, la
fero cia di quel capitano. Medesigiamente si fa maniſesta una straordinaria
fortezza di animo ne'due luoghi seguenti. Seneca, nella Medea, fa dire alla
nudrice: Abiere Colchi: conjugis nulla est fides, Nihilque superest opibus e
tantis tibi. Medea risponde: Medea superesto Corneille, ad imitazione di Senec:
Nerine: Dans un si grand revers que vous reste- t- il? Med. Moi. In luogo del
nome di Medea il poeta francese pose il pronone, ed ottenne effetto maraviglioso
e colla brevità e con quella cotal pienezza di suono, che è nella voce “moi”.
Il poeta latino col nome di Medea desta nel compagno conversazionale la memoria
della potenza, della sapienza e della magnanimità di quella maga. Divisata così
la natura de' motti graziosi e piacevoli e de' sublimi, e restando a dire al
cuna cosa dell'uso, che se ne può fare, ripe teremo ciò, che già detto abbiamo
delle sentenze, cioè che lo scrittore si guardi dal fare troppo uso de'
concetti ingegnosi e graziosi e de' sublimi, poichè non è cosa tanto contraria
alla grazia e alla grandezza, quanto l'artificio manifesto e l'affettazione. Le
grazie si dipinsero ignude appunto per insegnare che elle sono nemiche di tutto
che non è ingenuo e naturale. La grandezza similmente non va mai disgiunta
dalla semplicità, e piccole appaiono sempre quelle cose, che sono piene
d'ornamenti; imperciocchè la mente soffermandosi in ciascun d'essi riceve molle
e divise imaginet le in luogo di quella imagine sola, che ci rappresenta la
cosa continuata ed una. Male adoperano coloro che non avendo rispetto alla
materia, di che favellano, nè alle persone ne alla modestia nè alla gravità
conveniente allo scrittore, colgono tutte le occasioni, che loro porgono o le
cose o le parole, per trar materia di motleggiare; perocchè invece di mo strare
acutezza d'ingegno appaiono loquaci ed insulsi. Che dovrà dirsi poi di que, che
abusano dell'ingegno per empiere le scritture di freddi e falsi concelti, di
riboboli, di bislicci e d'indovinelli? di que', che tengono per finis sime
arguzie le allusioni delle parole, che erano la delizia del Marino e de' suoi
seguaci? Diremo che nali non sono per ricreare gli ani mi e sollevarli dalla
fatica, e per indur ſesta e riso, ma per noia, fastidio e sfinimento di chi è
costretto di udirli. Se il discorso si fa strada all’animo per gli orecchi, è
necessario che egli sia accompagnato dall' armonia, della quale niuna cosa ha
maggior forza negli uomini. L'armonia ci dispone al pianto e all'ira, e ci
rallegra e ci placa; e lulle le genti, avvegnachè barbare, sono tocche dalla
dolcezza di lei; laonde gran de mancamento sarebbe, se lo scrittore ad ac
crescere efficacia alle sue parole non se ne valesse. Dalla greca voce d.gpótely
(armosin), che segna connettere, è derivata la voce “armonia”. I maestri di
musica insegnano, che essa consiste nell'accordo di più voci sonanti nel
medesimo punto; ma coloro, che parlano del l'arte retorica e della poelica,
presero questa parola quasi nel significato, che i maestri di musica prendono
quella di melodia, come si vede aver fatto Aristotele, che usò in questa
significazione ora la voce melos, ora la voce armonia. La melodia consiste
nella altenenza, che hanno rispettivamente i gradi successivi di un suono nel
salire dal grave all'acut: e noi direino che rispetto al discorso l'armo nia
sta nell'altenenze delle lettere o delle sil labe o delle parole, che si
succedono con quel la certa legge che si affà alla natura dell'or gano
dell'udito. L'armonia, di che parliamo, è di due maniere, semplice o imitative.
L’una ba per fine soltanto la dileltazio ne degli orecchi, l'altra, oltre la
dilettazione degli orecchi, la imitazione del suono e dei movimenti delle cose
inanimate e delle animate, e quella degli umani affetti: colle quali imitazioni
inaggiormente ella si rende accetta all'intelletto e gli animi sigrioreggia. La
dilettazione degli orecchi si ottiene con parole costrutte e disposte in modo
analogo, come è dello, alla natura dell'organo del l'udito e fuggendo tutte le
voci e tutti gli accozzamenli di esse, che producono sensazio ne spiacevole.
L'imitazione poi si fa adope. rando e componendo suoni o gravi o acuti o inolli
o robusti, secondo che meglio si affanno a ciò che si vuole imitare. Diciamo
alcuna cosa più largamente e dell' una e dell'altra armonia, l’armonia semplice
e l’armonia composita o imitativa. Le parole, le quali, come tutti sanno, si
compongono di vocali e di consonanti, sono più o meno armoniche, secondo che le
lettere delle due specie suddelte si trovano disposte con certa proporzione. Le
vocali fanno dolce il vocabolo le consonanti robusto. Ma le troppe vocali, che
si succedono, producono quel suono spiacevole, che si dice iato; le troppe
consonanti fanno le parole aspre e diſficili a pronunciare: così l'incontro
delle sillabe somiglianti produce la cacofonia, Circa le parole non molto
armoniche, ma approvate dall' uso, diremo chę elle non si banno a rigettare; ma
si deve aver cura di collocarle in guisa, che il loro suono disarmonico serva
al l'armonia di tutto il discorso. Anzi sono da commendare quelle lingue che
ricche si trovano di vocaboli diversi di suono, i quali, giunti insieme con
bell'arte, sogliono rendere maravigliosa l'armonia del conversare. Sebbene,
circa l'arte del collocare le parole con armonia, non possa darsi maestro
infuori dell' orecchio avvezzo alla lettura de' classici scrittori, pure non
sarà del tutto vano il dire più particolarmente alcuna cosa delle parti, onde
l'armonia si coropone. E prima di tutto è a sapere che l’altenenza tra le
lettere, le sillabe e le parole, dalle quali risulta l'armonia, sono di due
ragioni: cioè altenenze di tempo, poichè si pronunciano o in tempi uguali o
disuguali; e attenenza di suono, poichè ogni sillaba differisce dall'altra per
aculezza e gravità e per più o meno di dolcezza o di asprezza. Diciamo prima
delle attenenze di tempo. Pie chiamamo I LATINI quella certa quantità di
sillabe, che pronunciandosi in tempi eguali, si potevano misurare colla battuta
del piede nel modo che oggi ancora fanno i suonatori. E, poichè si
pronunciavano più o meno sillabe (attesa la varia conformazione delle parole)
in ispazi uguali di tempo, avvenne che lunghe si dissero quelle che occupavano
la maggior parte del tempo misurato dalla battuta, e brevi le altre, che
occupavano la parte minore. “Coelum”, per esempio, si compone di due sillabe e
si pronuncia in ugual tempo che ful-mi-na, che è di tre: perciò coelum è un
piede di due lunghe, e ſulmina è un pie de di una lunga e di due brevi. I piedi
sono di molte specie, e ciascuna ha il suo nome. Ve n'ha de' semplici di due
sillabe, che sono o due brevi o due lunghe, una breve e una lunga, o una lunga
e una breve: ve n'ha di tre sillabe, che per la varia combinazione delle brevi
e delle lunghe risultano di otto specie: ve n'ha finalmente più di cento specie
dei composti, cioè formali dall' unione di due piedi semplici.
Dall'indelernipala quantità di piedi disposti con legge analoga alla natura
dell'organo del l'udito umano, la qual legge si sente nell'anima e definire non
si può, nasce il numero; e similmeple dall ' unione determinata di varii piedi,
i versi, che sono molle maniere, se condo la qualità de' piedi, onde sono
composti. Dalla varia qualità e quantità de’ versi nascono poi le differenti
specie del metro. A rendere armonioso il verso si congiunge al pu nero il
suono, che, siccome abbiamo accennato, si genera dalla proporzione, con che
sono di sposte le consonanti e le vocali. Da ciò nasce che, sebbene talvolta i
versi abbiano il medesimo número, non hanno il medesimo suono, ma variano nella
loro armonia maravigliosamente: per la qual cosa interviene che dalla unione di
molti versi che abbiano il medesimo numero, come a cagion d'esempio, di
esametri, si possono generare molle ed assai varie armo pie: la diversa upione
di queste armonie di cesi, “ritmo”. Come nella poesia dal ipovimento di molti versi
upili nasce il ritmo poetico, così da quello di minuti membri d' indeterminala
mi sura nasce quello della prosa, il quale pure è di varie sorla, siccome
avremo occasione di osservare in appresso. Ora veniamo a dire del l'armonia
della favella italiana. Gl’italiani non hanno determinata la quantità nelle
sillabe, come si vede aver fatto i latini, per la qual cosa nemmeno i piedi
hanno potuto determinare. Alcuni letterali del sesto decimo secolo, fra' quali
il Caro, tentarono di rinnovare fra noi i versi esametri ed i pentametri, ma
quanto poco (per la in sufficienza della lingua nostra) al buon volere
rispondesse l'effett, apparirà dai seguenti versi di Claudio Tolomei, i quali,
se non sono molto aiutati dall'arte del recitante, non possono ricevere
soavità. Ecco il chiaro rio, pien eccolo d'acque soavi, Ecco di verdi erbe
carca la terra ride. Scacciano gli alni i soli co' le frondi e co'ra (mi
coprendo; Spiraci con dolce fato auretta vaga. A noi servono invece di piedi le
sillabe é gli accenti, e quindi è che da un determinato numero di sillabe e da
una determinata positura di accenti nasce il numero, onde si generano molte
specie di versi. Omettendo le di spute de'rettorici e le loro opinioni circa
questa materia, faremo qui alcun cenno solamente rispetto agli accenti. Le
parole sono di una o più sillabe: se di una soltanto, l'accento è su quella,
come in tu, me, no, si: se di più o egli è nell'ullima, come in mori, o nella
pri 79 ma, come in tempo, o nella penullima come in andarono, o prima di essa,
come in concedea glisi. L’indicati accento si dice “acuto”, perchè alzano la
pronuncia: dove questi non sono, si trova il “grave”, che l'abbassano. Gli
acuto e il grave alzando ed abbassando
il discorso, por tano seco certa proporzione di tempo, e perciò tengono fra noi
il luogo de' piedi Jalini, e formano varie specie di versi, che, secondo, la
quantità delle sillabe, si dicono o pentasillabi o senarii o seltenarii o
ottonarii o novenarii o decasillabi o endecasillabi. Dalle varie unioni di questi
nascono i diversi metri. E il ritmo nasce nel modo, che si è detto parlando
della lingua latina, e circa il verso e circa la prosa. Non si contenta l'animo
upano dell'armonia, onde è ricreato solamente l'orecchio, ma gran demente si
piace di que' suoni, che più vivamenle ci pougono innanzi il segnato; e questo
specialmente egli ricerca nella poesia, la quale o avendo, o mostrando di avere
per suo principal fine il diletto, dee apparire più d'ogni altro discorso
ordinala, e splendida: sarà quindi utile cosa l'investigare quale sia la virtù
imitativa delle parole. Questa e l’armonia imitativa. Dalla mescolanza delle
lettere liquide e delle vocali risulta infinita varietà di vocaboli dell’imitazione
delle grida, de’suoni, de’romori e de’movimenti, e chi, porrà mente alla nostra
lingua troverà, secondo che osserva BEMPO, voci sciolle, languide, dense,
aride, morbide, riserrate, tarde, mutole, rolle, impedite, scorrevoli e
strepitanti. Perciò è che variando la composizione di questi suoni si potranno
ordinare.e versi e ritmi, che ogni grido o romore o movimento vagliano ad imi.
tare. Jofinili esempi bellissimi di si ſalta imi. tazione sono nella Divina
Commedia: ma basti qui la sola descrizione dello strepito, che ALIGHIERI udi
nell'Inferno: Quivi' sospiri, pianti, ed alti guai risonavan per l'äer senza
stelle, Perch'io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole
di dolore, accenti d'ira, voci alte ' e fioche, e suon di man con elle facevano
un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell'aria senza tempo tinta, Come
l'arena, quando il turbo spira. Del medesimo genere sono i seguenti versi del
Poliziano. Di stormir, d'abbaiar cresce il romore: Di fischi e bussi tutto il
bosco suon: Del rimbombar de' corni il ciel rintrona. Con tal romor, qualor
l'äer discorda, Di Giove il foco d'alta nube piomba: Con tal tumulto, onde la
gente assorda, dall'alte cataratte il nil rimbomba. Con tal orror del latin
sangue ingorda Sonò Megera la tartarea tromba.Il Parioi ci fece sentir il
guaire di una ca goolina, e il risponder dell' eco in questi bellissimi vers.
Aita, aita, Parea dicesse; e dall'arcate volte a lei l'impielosita eco rispose.
Siccome il succedersi delle parole ora va lento or celere, è manifesto che
questo, che si può chiamare movimento del discorso, ba somiglianza coi
movimenti delle cose, e che per ciò aver dee virtù d'imitare le azioni loro.
Recherò qui per maniera d'esempio alcuni luo ghi cavali da' poeti. Odesi il
furore e l'impeto del vento in questi versi di Dante: Non altrimenti fatto che
d'un vento Impetüoso per gli avversi ardori, Che fier la selva senza alcuu
rallento, E i rami schianta, abbatte, e porta i fiori; Dinanzi polveroso va
superbo, E fa fuggir le belve ed i pastori. Mirabilmente Virgilio descrisse il
tumullo dei venti all'uscire della grotta di Eolo: Qua data porta ruunt et
terras turbine per flant. Incubuere mari, totumque a sedibus imis Una Eurusque,
Notusque ruunt, creber que procellis Africus, et vaslos volvunt ad sidera flu
clus. Insequitur clamorque virum, stridorque rudentum. Fra i versi che
esprimono la caduta de corpi sono bellissimi i seguenti: E caddi come corpo
morto cade; il qual verso è cadente, come il corpo che cade. Insequitur
praeruplus aquae mons. In queste parole di Virgilio si sente il piom bare
dell'acqua precipitosa: ed eccellentemente fece sentire il medesimo suono il
Caro: E d' acque un monte intanto Venne come dal cielo a cader giù. In virtù di
quest'altro verso dello stesso Caro, una nave sparisce in un subito, e si sente
il romor dell'acqua che l'inghiotte: Calossi gorgogliando e s'aſfondò. Lo
stesso con una sola parola lunga e scor revole dipinse il procedere del carro
di Net tuno: Poscia sovra il suo carro d'ogni intorno Scorrendo lievemente,
ovunque apparve Agguagliò il mare e lo ripose in calma. Nelle seguenti parole
di Virgilio quasi sen tiamo a stramazzare il bue; Procumbit humi bos.
Dell’armonia che imita gli affetti col suono, Onde conoscere per qual modo gli
affelli vengano imitati dall'armonia, uopo è d'inve sligare quali altenenze
essi abbiano col suono e quali col namero. In quanto alle altenenze si ponga
mente che ad ogni sorta di affetli risponde un particolar molo del l'organo
vocale, per cui si formano voci di verse secondo la diversità de' medesimi
affetli; all'allegrezza risponde il riso, alla mestizia il pianto; ed il riso
ed il pianto si manifestano con suono al tutto diverso: così presso tutte le
geoli la subita maraviglia è significata dal l'esclamazione ah, ovvero oh; il
lamento dall' eh, o dall’ahi; e la paura dall'uh. Que ste voci, che da
principio sono elfelti naturali delle aſſezioni dell'animo, diventano poi,
merce dell'esperienza, segni di quelle: per la qual cosa interviene che i
vocaboli composti di ma, niera, che facciano mollo sentire il suono di quelle
leltere, che alle predette voci primitive si assomigliano, avranno virtù
d'imitare o questa o quella affezione. Le parole, che s'in, nalzano per la a o
per l'o, che sono lettere di largo suono, saranno acconce ad esprimere
l'allegrezza e gli affetti nobili ed alli: quelle, che declinano per la é e per
l'i, che sono lettere di molle suono, saranno convenienti alla malinconia ed
agli umili e miti affetti. [ Omnis enim motus
animi suum quemdam a natura habet vullum, et sonum et gesium (CICERONE, de
Orat. ). quelle,
che si abbassano nell' u potranno e sprimere le cose paurose e le perturbazioni
dell'animo, che ne procedono. Questa particolare virtù delle parole viene poi
rafforzata dalle attenenze, che le passioni hanno col numero. Volgendo la
considerazione alle varie passioni, si potrà conoscere che l' uomo'nell'ira è
fatto impetuoso, frettoloso nell'allegrezza, lento nella mestizia, svarialo
nell' amore, immobile nella paura. Quindi av. viene che la musica non solamente
si giova delle note gravi o delle acute, ma delle rapi de e delle tarde
modulazioni a risvegliare ogni sorta d'affetto. A somiglianza di quest' arte
maravigliosa, anche la naturale favella, il suono ed il numero adoperando,
innalza o abbassa gli accenli, rallenta od accelera il corso delle parole,
secondo la natura degli affetti, che di esprimere intende. Con quest' arte
medesima l'accorto scrittore compone i ritmi diversi secondo la tenuità o la
gravità della materia, e secondo le qualità della persona che parla. Ma di
questo avremo altrove occasione di favellare. Ora in confer. mazione di quanto
abbiamo detto intorno gli affetti, recheremo alcuni esempi. Come la lettera a
innalzi il verso e lieto il faccia, si può conoscere da quel solo verso del PETRARCA:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono; il qual verso sarebbe rimesso se
dicesse: O voi, che udite in dolci rime il suono; sostituendo 1'i alla a.
Veggasi come Dante seppe significare uno stesso concetto con due diverse
armonie, che rispondono a due diversi affelti. Il conte Ugo lino sdegnalo, e
Francesca d' Arimino dolente dicono all’ALIGHIERIdi esser presti a rispon dere
alla sua domanda. Ma lo sdegnato dice con suono aspro e terribile: Parlare e
lagrimar vedrai insieme; e quella mesta con dolcissimo e tenue suono: Farò come
colui che piange e dice. Maravigliosamente esprime Dante con voci aspre lo
sdegno: E disse, taci, maladelto lupo, Consuma dentro le con la tua rabbia. La
velocità de' pensieri, che procedono dal l'aſſello, apparisce in questo esempio
dello stesso poeta: Dunque che è, perchè perchè ristai? Perchè tanta viltà nel
core allelte? Perchè ardire e franchezza non bai? Un verso, che esprime luogo
pauroso e cupo, si è questo: 10 venni in loco d'ogni luce mulo. Dove si vede
che se Dante, in vece di muto, avesse delto privo, il verso non avrebbe messo
nell'animo quel sentimento d'orrore. La e, che è lettera di suono lento, basso
ed oscuro, rende sommamente imitativi i se gucnti versi: Buio d'inferno e di
notte privata D'ogni pianeta solto pover cielo Quant' esser può di nuvol
tenebrata. In virtù di somiglianli armonie producono gli scriltori que'
maravigliosi effetti, che la più parte degli uomini sentono nell'animo, ene
ignorano il magistero. Di queslo cercai mani. festare la natura, non già perchè
io pensi che colui che scrive debba avere di continuo alle mani la regola; chè
anzi ho sempre creduto la dolcezza e proprietà del suono, al pari d'ogni allra
vaghezza poetica ed oratoria, nascere spontaneamente; ma questo volli fare,
perchè stimai che l'investigar le occulte ragioni del. l'arte aiuti l '
intelletto a dirittamente giudi carne, e quindi a formare quell'interior senso
si necessario a comporre lodevolmente, e quel l'abito, che prendono gli orecchi
alla lettura de'ben giudicati esemplari. Nulladimeno per compiacere agli
orecchi non si vuol mai turbare quell'ordine delle parole, in virtù del quale
diventa chiara l'elocuzione. Se per esprimere qualsisia o movimento o suono od
affello coll'armonia, o per formare un pe riodo numeroso e grave ci faremo
oscuri, nes suna lode al certo ce ne verrà. Nè solamente dobbiam sempre conciliare
l'ordine domandato dagli orecchi con l'ordine sopraddello, ma spesso ancora con
quello, che rende più evi. denti o più efficaci i concetti, del quale ora ci
rimane a parlare, siccome di sopra abbiamo promesso. Parliemo della
collocazione dell’espressione, per la quale si rende ‘efficace’ la mozzione
conversazionale. È manifesto che in ciascun periodo le pa role o le
proposizioni si possono, senza to gliere la chiarezza, alcuna volta posporre o
anteporre l'una all'altra in più maniere; ma è da por mente che, fra le molte
possibili permutazioni, poche sono quelle che meritino di essere lodate, e che
spesso una solamente si è l'ottima. Ho udito dire da molti che il più delle
volte l'ordine migliore delle parole nella proposizione si è l'ordine diretto,
e que sto in verità nell'italiana favella è spesso da preferirsi all'inverso,
segnatamente nei die scorsi didascalici o in quelli ove non si ma nifesta alcun
affetto; ma certo egli è che l'or. dine diretto (prescindendo dai mancamenti
che aver può rispello all'armonia) è alcuna volla degno di biasimo, siccome
freddo ed inefficace. A quale legge dunque dovremo ubbidire, ol. tre a quella
già stabilita circa la chiarezza e l'armonia, nel collocare le parole e le
propo. sizioni a fine di rendere più vive le descri zioni e più efficace
l'espressione degli affetti? La filosofia ci mostra che le idee tornano alla
mente associate in quell' ordine, che vennero all' anima per l'impressione
delle cose ester 88ne, o in quello, che si genera in virtù della forza
particolare di ciascuna idea, essendo che le più vivaci, o quelle che
maggiormente si attengono a' nostri bisogni, si risvegliano pri ma dell'altre;
e questo mostrandoci, ella ne insegna che, se vogliamo fedelmente ritrarre
nelle menli altrui cio che abbiamo veduto o imaginiamo di vedere, v ciò, che
sentiamo, ci è duopo di formare la catena delle parole se. condo quella delle
nostre idee, per quanto il comporta il genio della lingua. Questa verità
verremo ora con alcuni esempi mostrando, Si osservi primieramente nel seguente
esem pio, tolto dall'Ariosto, come nella descrizione delle cose, che non sono
in moto, sieno poste innanzi all'animo dell'ascoltalore quelle idee, che prima
farebbero impressione ne' sensi del riguardante, e poscia succedano a mano a
mano le altre secondo loro qualità e silo: La stanza quadra e spazïosa pare Una
devola e venerabil chiesa, Che su colonne alabastrine e rare Con bella
architellura era sospesa. Sorgea nel mezzo un ben locato altare, Che avea
d'innanzi una lampada accesa, E quella di splendente e chiaro ſoco Rendea gran
lume all'uno e all'altro loco. La prima impressione, che riceverebbero gli
occhi di chi mirasse un somigliante luogo, sa rebbe certamente la forma e
l'ampiezza di esso, e tosto occorrerebbe alla ' mente la cosa alla quale
somiglia, cioè la devota e venerabil chiesa: indi l'allenzione del riguardante
si indirizzerebbe alle parti del luogo più appari scenti, le colonne
alabastrine e rare: queste chiamano il pensiere a fermarsi alcun poco sulle
qualità dell'architellura, indi alle parli. più minute, cioè all'altare, alla
lampada, alla luce, che si spande d'intorno. Quanto giovi disporre le parole
nell'ordine, in che le idee sono naturalmente impresse nei sensi dalle
successive modificazioni delle ester ne cose, si può conoscere da questo
esempio di Virgilio, il quale, volendo rappresentare all'imaginazione nostra il
greco Sinone trallo al cospetto di Priamo, si esprime cosi: Namque ut conspectu
in medio turbatus, inermis Constitit, atque oculis Phrygia agmina circumspexit.
La collocazione di queste parole è secondo l' ordine, nel quale avrebbero
proceduto le sensazioni di colui, che avesse veduto cogli occhi propri sinone,
e che l'imagine di quella vista si riducesse a memoria. La prima cosa, che gli
verrebbe all'animo, sarebbe il luogo ov'era condotto Sipone, conspectu in
medio; indi la persona di lui colle sue più distinte qualità, turbatus, inermis;
poi l'azione, constitit; poi la parte del' vollo, che subito chiama a sè
l'altenzione del riguardante, co Die quella, che è indizio dello stato dell'ani
ma, oculis; poi le cose, sopra le quali gli occhi si volsero, Phrygia agmina;
infine l'ultima e lenla azione degli occhi dipinta colla tarda parola
circumspesil. go Un altro esempio dello stesso VIRGILIO dimo. slrerà come sieno
poste nel proprio luogo pro posizioni e parole. Ecce autem gemini a Tenedo
tranquilla per alla (Horresco referens ) immensis orbibus (angues Incumbunt
pelago, pariterque ad litora tendunt: Pectora quorum inter fluctus arrecta,
jubacque Sanguineae exsuperant undas: pars cae lera pontum Pone legit,
sinualque immensa volumine lerga. Fit Sonitus, spumante salo, jamque arva
tenebant; Ardentesque oculos suffecti sanguine et igni, Sibila lambebant
linguis vibrantibus ora. و Colui che fosse presente al descritto caso,
osserverebbe primamente di lontano due cose indistinte venir del luogo che gli
fosse al co spetto, gemini a Tenedo; indi le acque per le quali nuotassero,
tranquilla per alta; al l'avvicinarsi di quelle due indistinte cose, egli
comiocerebbe a distinguere il loro divincolare; poi ecco che le due cose, che
da prima indi stinte si mostravano, si vedrebbe essere due serpenti, angues, i
quali più s'accostano e più li vedi, e più discerni l'azione loro; prima del
gittarsi sul mare, poi del girarsi al lido, incumbunt pelago, pariterque ad
litora lendunt; ed a mano a mano più visibili la. cendosi le qualità de'
serpenti, si vedrebbero i pelti erti sui flutti ed alte le creste sangui. gne,
e il rimanente de'corpi con grandi volute nuolare, pectora quorum ec.
Finalmente udi rebbe il suono dell' acque, e ne vedrebbe le spume. Pervenuti al
lido i serpenli, discerne rebbe i loro occhi ardenli e sanguigni, ne
ascollerebbe i fischi, e vedrebbe a vibrare le lingue, fit sonitus ec. Per
l'addotto esempio maniſestamente si vede che nel collocare le parole secondo la
catena di quelle sole idee, che verrebbero al. l'animo di chi il descritto caso
avesse veduto, sta l'arte di rendere evidenti le descrizioni: di qualità che
all'uditore sia avviso non di udir raccontare ma di vedere cogli occhi pro pri.
Nel rappresentare colle parole le sole idee che vengono naturalmente all'animo
di chi mira le cose, e di chi è mosso dagli affetti, consiste l'arte del
particolareggiare: chi tra passasse Test limite cadrebbe nella prolissi tà, e
nella minutezza, la quale rende stucche voli que' poeti che eccessivamente
particola reggiando si pensano di produrre l'evidenza. Siccome poi le cose
hanno più o meno di forza sull'animo nostro a misura che più o meno vagliano a
concitare l'amore o l'odio, o a mettere timore; così interviene talvolta, che
esse al tornar che fanno alla mente tengono quell'ordine, che è secondo i gradi
della ri. spettiva loro forza. Perciò è che qualvolta le idee in virtù delle
parole sieno ordinate con formemente a siffatta legge, il discorso è caldo e
passionato; e freddo e di nessun efletto se l'ordine delle parole discorda da
quello delle idee. Nel libro IX dell'ENEIDE veggendo Niso l'amico EURIALO già presso
ad esser morto dai Rutuli, cosi esclama: Me me (adsum qui feci), in me conver:
tite ferrum, O Rutuli, mea fraus onnis: nihil iste nec, ausus, Nec potuit:
coelum hoc, et conscia si dera testor. Volendo il poeta esprimere le veemenza
della passione di NISO, soppresse il verbo interficile, e pose innanzi alle
altre la voce me quarto caso, poichè la prima idea, che viene all'animo del
giovanetlo, si è quella della propria persona, che egli vuole sacrificare per
l'amico suo; poi vengono le altre parole ordinata Diente seguitando la della
legge. Similipente PETRARCA: E i cor, che indura e serra Marle superbo e fero,
Apri tu, padre, inlenerisci e spoda. Se invece egli avesse dello: Apri tu,
padre, intenerisci e snoda I cor, che indura e serra Marte superbo e ſero,
l'elocuzione sarebbe riuscita fredda, perciocchè la prima imagine che si
presenta al commosso animo del poeta, sono i cuori, i quali egli con quelle
prime parole quasi pone innanzi a Dio, affinchè si piaccia d'intenerirli.
Accade alcuna volta che lo scrittore vuole accrescere vigore alla propria
sentenza, e in questo caso non dee disporre le sue parole a modo, che
all'uditore paia di aver inteso tutto al prinio detto, ma far sì, che le idee
vengano all' animo di lui crescendo gradatamente, come nel seguente esempio: Tu
se' buono, santo, divino. E in quest'altro del Boccaccio: Ri. prenderannomi,
morderannomi, lacereran nomi costoro. Similmente metterà bene il collocare l'ay
verbio dopo il verbo e l'addiettivo dopo il sustantivo, qualvolla sieno posti
nel discorso alfine di accrescergli vigore. Perciò è che me. glio si dirà: io
ti amerò sempre, che io sempre ti amerò: è facile il sentire come questa
seconda collocazione riesca fredda. Molli preclari ingegni, e Ira questi il
Caro, hanno biasimato il Boccaccio, perchè troppo frequentemente pone il verbo
alla fine del pe riodo; e per verità l'hanno biasimato a ragio ne; perchè non
solo con ciò si toglie al di. scorso la varietà, ma anche perchè il più delle
volle si viene a turbare la naturale associa zione delle idee. Alla quale
associazione se porrà mente lo scrittore troverà sempre molivo onde approvare o
disapprovare l'ordine che egli avrà posto nelle sue parole. Lunga opera sarebbe
il trattare qui minutamente questa materia e il prescrivere le regole
applicabili a tutti i casi particolari; queste si possono age volmente dedurre
dalla regola generale, che abbiamo assegnata, e perciò stimiamo che qui 94
basti fare qualche altra osservazione intorno ad alcuni luoghi, ne'quali il
verbo è posto in ultimo. Avendo il principe Tancredi, presso il Boccaccio,
rimproverato Ghismonda di avere eletto per suo amatore Guiscardo di nazione
vile, e non uomo dicevole alla nobiltà di lei, così ella, rinfacciandogli il
fatto rimprovero, gli dice: in che non taccorgi che non il mio pec cato, ma
quello della fortuna riprendi. Qui chiaro si vede che se Ghismonda avesse dello:
non taccorgi che non riprendi il mio pec cato, ma quello della fortuna, avrebbe
par. lalo freddamente. Il figliuolo di Perolla, in LIVIO, sdegnato che il padre suo gli abbia
inpedito di uccidere Annibale, si volge alla patria dicendo: O PATRIA FERRVM
QVO PRO TE ARMATVS HANC ARCEM DEFENDERE COLEBAM HODIE MINIME PARCENS QUANDO
PATER EXTORQVE ACCIPE. Ne'due citati luoghi son poste innanzi le idee, che
prima si presentano all'animo passionato di colui che favella, e in ullimo è il
verbo, che apporta luce alla MENTE SOSPESA dell'ascoltatore. Se T. LIVIO avesse
detto: O Patrin, accipe ferrum ec., oltrechè avrebbe parlalo fuori del modo
naturale di colui che ha l'animo commosso, avrebbe ancora mancato di
quell'arte, che l'attenzione altrui si procaccia: imperciocchè qualvolta egli
ci porge innanzi il ferro, col quale il giovane vuole difendere ostinatamente
la rocca, subito la mente sta attendendo impazientemente che cosa esser debba
di quel ferro; e, poiché ode la risoluzione di esso giovane, resla preso da
subita maraviglia e ne riceve diletto. Nel collocare le parole secondo la
catena delle idee, si vuol porre grande cura di conciliare quest'ordine con
quello che è richiesto dall'orecchio e dal genio della lingua, al quale non si
può contrariare. Qualvolta lo scrittore ciò pervenga ad ottenere, sembra che le
sue parole siensi di persé poste al luogo loro, e che chiunque avesse voluto
dire la stessa cosa l'avrebbe detta a quel modo. Questa si è quella facilità,
che molti avvisano di poter conseguire, ma spesso invano a ciò si affaticano e
sudano. Parliamo del carattere del discorso. Avendovi posti innanzitulli gl’elemenli,
onde si compongono accade ora di ragionare più parlicolarmente delle leggi
della CONVENEVOLEZZA, o sia del DECORO. Come dalla mescolanza de'sette colori
fatta con legge si genera la varietà e la vaghezza nella imagine delle cose dal
pittore imitate, cosi dalla mescolanza degl’elementi predetti, similmente fatta
con legge, nasce la varietà e la venustà della conversazione. Colui che si
facesse ad accozzare e ad ammassare alla rinfusa parole nobili, modi urbani,
mela fore, traslali, igure, sentenze, ec., verrebbe certamente a comporre di
buona materia as sai deforme Perſella riuscirà posizione, allorchè le parole e
i modi e l'armonia e le figure verranno e ben divisale le une con le altre e
lulle insieme, SECONDO I FINI che lo scrillore si propone, secondo la materia
della quale savella, secondo la condizione sua e di coloro che l'odono, secondo
i luoghi in cui parla; chè in queste tutte cose consiste IL DECORO. Dal decoro
nasce la leggiadria, che risplende nelle più belle opere dell'arle, e senza di
esso nessuna cosa al mondo è pregevole. Conciossiachè poi varii sono I FINI speciali,
che lo scrittore si propone, varii i subbielli, di che può ragionare, varie le
umane condizioni e le circostanze, conseguita che varii pur sieno i generi e le
specie de' conponimenti per loro proprio carattere distinti. Il qual carattere,
per le cose delle di sopra, definiremo nel modo seguente: Il carattere del
discorso si è la contemperanza degli ele nepli, da ' quali risultano la CHIAREZZA
e l'ornamento, fatta secondo la legge del decoro. E perciocchè la principal
legge del decoro si è quella, che riguarda IL FINE CHE CI PROPONIAMO QUANDO
ALTRUI MANFESTIAMO I NOSTRI CONCETTIi, a questo volgeremo tosto la nostra
considerazione. Chi scrive intende o a convincere o ä PERSSUADERE o dilettare altrui. Secondo questi tre fini
nasceno tre generi di scrivere o tre caratteri si diversi, che vogliono essere
di stigli e particolarmente considerati; cioè il filosofico, il PERSUASIVO, il
poetico. Di questi diremo prima alcuna cosa in generale, indine accenneremo le
specie. In quanto al carattere del discorso filosofico, Ufficio de'flosofi si è
il mostrare altrui la verità, e perciò le loro scritture intendono a fare che
il lettore od ascoltatore non sola. menle venga di buona voglia nella sentenza
a lui esposta, ma che sia costretto anche suo malgrado a vevirvi, che è quanto
dire ch'egli rimanga convinto. Se pertanto ci verrà fallo di scuoprire quella
virtù del linguaggio, per la quale si genera il convincimento, ci saranno
subito manifeste le qualità, onde il carallere filosofico si distingue dagli
altri. Il convincimento si genera nell'animo o qual volta per via de' sensi
percepiamo l’ATTENENZA ſra alcune qualità, e in questo caso diciamo esser
convinti dal fatto, o qualvolta ci vien posta innanzi una serie di proposizioni
insieme collegate e procedenti da una o da più altre conformi a'falli, le quali
si chiamano principii; ed in questo secondo caso diciamo di essere CONVINTI CON
EVIDENZA DI RAGIONE. A costringere l’animo con questa evidenza intendono i
filosofi, ed a tal fine son loro necessarii i vocaboli di singolare
significazione ed i modi precisi; imperciocchè se nella catena delle
proposizioni che formano il ragionamento, una sola vi fosse di perplesso
significato, o che accrescesse o menomasse di un solo elemento iniportante
alcuna idea, si mulerebbero le attenenze delle dette proposizioni, dal che
procederebbe l'errore, come accade nelle operazioni aritmeliche, qualvolta, no
solo numero si ponga iu luogo di un altro, Se agli uomini venisse dalo (che Dio
volesse) di ordinare la lingua italiana a modo che dalle percezioni delle
qualità semplici delle cose fino alle più complesse idee d'ogni maniera non
fosse vocabolo di mal fer ma significazione, non sarebbe malagevole il
ragionare dirittamente in qualsivoglia altra Ina teria, come si ragiona nella
matemalica; inn perciocchè in virtù de'segni ben determinali si verrebbe al
conoscimento delle attenenze delle idee complesse grado per grado fino ai loro
principii; e per tal forma ciascuno potrebbe sempre rendersi certo della
enunciata verità. Da tutto ciò si raccoglie che nella precisione delle parole e
dei modi sta la virtù di convincere; e che perciò essa precisione esser dee la
prerogativa dello scrivere filosofico. L'uso della metafora pertantoe delle
figure può divenire larghissima fonte d'errori, per ciocchè è facile che
l'animo umano ingannato dalle similitudini, di che si formano le metafore, e
commosso dagli artificii travegga, e quindi si faccia a comporre le nozioni,
non secondo la natura delle cose, ma secondo le apparenze e la capricciosa
indole della fantasia. Il sistema del Malebranche, ch'ebbe tanti se.guaci e
disputatori (per lacere di molli altri ) procede da una similitudine. E si
dovrà dunque nello scrivere insegnali vo schivare ogni metafora ed ogni figura,
e renderlo secco e ruvido, come quello de'ma temalici? V'hanno certamente
alcune malerie (e tale è per avventura la ideologia ), le quali richieggono un
linguaggio pressochè simile a quello della geometria o dell'algebra; ma non è
perciò che le altre parti della filosofia, ed anche talvolta la stessa austera
scienza delle idee, non dimandino ornamento sobrio e ve recondo. Niuna materia
filosofica vuol essere molto mollo fregiala, acciocchè il verisimile, in forza
degli artifizii oratorii, non venga ad invadere. il luogo del vero, nė paia che
il filosofo voglia invescare e prendere altrui: nulladimeno è necessario che a
quando a quando l'intelletto del leggitore, affaticato dal lungo ragionare,
trovi riposo, e venga alleltato, senza che la esposta verità rimanga oscurala.
Perciò il filosofo collo schivare le parole barbare, rance, oscure e
disarmoniche toglie ogni ruvidezza al suo discorso, e gli da grazia e
leggiadria convenevole co' modi urbani e gentili, colle vereconde metafore
scelte a maggiore schiarimento di quanto per le parole ben determinate e
espresso; colla BREVOTÀ e colla varietà de'modi, con alcune naturali figure,
quale sarebbe l'interrogazione, e specialmente coll’armonia facile e piana, e
con tutti gli allri modi naturali alla temperata favella. Questo carattere
filosofico e si ben divisato da CICERONE, che io stimo convenevole cosa di
recare le sue parole temperata e famigliare è l'orazione de’ filosofi: non è
composta di modi popolari; non è legata a cerle regole d'armonia, ma discorre
liberamente. Niente sa d'iralo, niente d'invidioso, niente di inirabile, niente
di astuto. Casla, vereconda, quasi pudica vergine, onde piuttosto ragionamento
che orazione può nominarsi. Parliamo del discorso di carattere PERSUASIVO o PROTETTICO [Grice –
‘protreptic’]. Poichè abbiamo dato contrassegno del carattere filosofico, veniamo
a fare il medesimo della mozzione conversazionale persuasiva. “Persuadere” (“to
influence and being influenced”) segna propriamente far credere altrui alcuna
cosa; dal che manifesto apparisce essere grande la differenza tra il “convincimento”
e la “persuasion”. Perchè siamo CONVINTI è forza che conosciamo ogni
proposizione che compone un ragionamento fino alla prima percezione, dalle
quali dipende il principio fondamentale di quello. Perchè siamo “PERSUASI” basta
che il ragionare abbia per fondamento o l'opinione o l'apparenza o l'autorità
(non come l’intende Courmayeur). Molti dicono, a cagion d' esempio, di essere “PERSUASI”
che il sole si giri intorno la terra, ed altri che la terra si volga intorno al
proprio asse. Gl’uni prestano fede all'apparenza, gli allri al detto degl’uomini
sapienti. Ma di quello che credono non sanno porgere altrui vera dimostrazione.
Da questo esempio, e da infiniti altri, si può vedere che la PERSUASINE non è
sempre generata dal conoscimento – o sceinza, ma credenza -- di ogni
proposizioe che si richieggono nella
dimostrazione, e che per conseguente a trarre le volontà, ed a tenere le menti
del più degl’uomini, non importa semipre il dimostrare sollilmente alla maniera
del filosofo, ma giova di far uso di qualsi voglia verisimile principio: di
comporre imaginazioni che abbiano faccia di verità: di adoperare figure che,
perlurbando l'aninmo di nostro compagno conversazionale, conformino i pensieri
di lui secondo la nostra volontà di guisa, che, se egli sia per venire nella
nostra sentenza, precipitosamente vi corra. Ma tutte queste cose si vogliono
adoperare a modo, che il discorso abbia sempre apparenza di vera dimostrazione;
perciocchè l’uditore di qualsivoglia condizione sempre domanda al conversatore
che sia loro mostra la verità. Converrà quindi dedurre il discorso, per natural
guisa e chiaramente, e da esso rimovere ogni proposizione ed ogni artificio,
nel quale apparisca alcuna ombra di falsità. Primo ufficio del conversatore si
è il provare la sua proposizione nella divisata maniera. Secondo, il dilettare.
Terzo, il commovere; accorgimento si richiede nelle prove; sobrieta dell’ornamento
che intendono al diletto; veemenza nel concitare l’affeto. Con queste arti si perviene a trionfare ed a
governare la volontà di nostro compagno conversazionale. Per le cose dette si
conosce che il conversatore, comechè dice di voler dare esatta dimostrazione di
quanto afferma, questo non fa sempr: del che si può aver prova nella disputa,
che fa in contraddilorin, per le quali talvolta appaiono vere due sentenze, una
delle quali, essendo opposta all'altra, deve di necessità esser ſalsa
(reduction ad absurdum, introduduzione della negazione). Non è dunque l'arte
della conversazione veramente l'arte di dimostrare (prendendo questa parola
nello stretto segnato del filosofo) ma, come la define Dionigi d'Alicarnasso, “l'arte
di farsi credere”. Ma qui potrà per avventura sembrare che, avendo io nel sopra
indicato modo divisata la natura di una mozzione conversazionale persuasiva, de
abbia fat 10 un'arte d'inganno. Chi però cosi pensasse а porterebbe opinione falsissima;
perciocchè non si ſa inganno agl’uomini adoperando a bene quell'arte, che sola
si conſà all'indole della più parte di essi. Pochi sono coloro, che possono
essere falli capaci della verità per via di sollile ed esatto ragionamento;
anzi avviene il più delle volte che, sembrando molti falsissimo il vero e piacesse
a Dio che così non fosse), è forz, per guadagnare l'opinione foro, venire ad
alcuna utile verità per le strade del verisimile; e questo non è certo
ingannare, ma giovare la umana famiglia. Vero ufficio dei conversatori si è l '
usare l'eloquenza non ad inganno, ma per indurre gl’uomini a fuggire il vizio,
a seguitare la virtù e la verità; per metter fine alle conlese, per sedare i
tumulti, per sollevare l'autorità della legge contro il volere di coloro, che
il privato bene antepongono a quello della repubblica: che se alcuni malvagi
intellelli abusano di tutte le arti civili, dovremo per questo sbandirle da
Roma e ricondurre gli uomini a viver di ghiaude? Finalmente e la mozzion
conversazionale di carattere poetico, come in Heidegger. La poesia fou dai
ROMANI inventata per proprio diletto, e poscia dagli autori della vila civile
ad ammaestramento di esso popolo adoperala. Piacque ad aleuni a solo ricreamen
to dell'animo usarla, ma i più nobili poeti sotto il velame delle favole, delle
imitazioni e dei mirabili concetti pascosero la dottrina, e con locuzione
accesa nella fantasia e con soavi armonie si aprirono la strada alle menli
volgari, le quali all'insegnamento dei filosofi sarebbero stale ritrose. Per lo
che niuno può dubitare che chiunque si dispone a fare una mozzione
conversazionale poetica non debba cercare di piacere alla più parte degli
uomini. Questo fece ad imagine degli antichi il nostro Alighieri, la cui divina
Commedia leggevano anche le persone d'umile condizione, e ne traevano documenti
a ben vivere. Questo ſecero l'Ariosto e il Tasso, e cosi dee fare chiunque ha
vaghezza di essere salutato un autore di una mozzione conversazionale poetica. Se
dunque investigheremo quali sieno quei modi che dilettano il più degli uomini,
e quali sieno que' che li noiano, giungeremo a conoscere quali convengano e
quali disconvengano al carattere della mozzione conversazionale poetica. E
primieramente e palese che le espressione apportano diletto e colla materiale
struttura loro e colla qualità delle idea, che recano alla mente; perciò è che
l'essere del carattere poetico dall'una e dall'altra di queste cose dovrà
generarsi. Una delle qualità necessarie alla mozzione conversazionale poetica
sarà dunque la più squisita armonia, onde siano dilettati i sensi ed appagato
l'intelletto in virtù della imitazione. Dell'armonia abbiamo dello abbastanza,
perchè passeremo tosto a dire della natura delle idee dilettevoli. Il diletto
si genera negli animi da ciò che, dolcemente i sensi movendo, fa operare la
mente senza tenerla in fatica: e perciò è che le imagini dei corpi diversi e
tulte quelle cose e que’ concetti, che hanno virtù di risvegliare gli affetti,
ci recano maraviglioso piacere e le idee astratte all'incontro non lo ci
recano, perciocchè, se non sono mollo complesse, fanno lieve impressione
nell’animo; se molto complesse, abbisognano di molta attenzione, e perciò
affaticano la mente. Proprii, saranno dunque del carattere poetico i vocaboli e
i modi acconci a svegliare ad un tempo la rimembranza di molte sensazioni
dilettevoli ed a concitare le varie passioni ed a rendere sensibili coll'aiuto
delle similitudini tolte dalle cose corporee i più sottili concetti della
mente. Cogli aggiunti opportunamente scelti vengono segnata la passione o l’azione,
e gli usi delle cose e le qualità loro proprie, le quali in virtù dei soli nomi
sustantivi non verrebbero all'animo di nostro compagno conversazionale, o ci
verrebbero debolmente; perciò al poeta conviene l'adoperare essi aggiunti più
frequentemente che all'oralore, quale dipinge meno parli colarmente le cose,
siccoine colui che non ha per fine principale il diletto. Colla metafora si dà
corpo a una nozione astratta, coi tropi si pone dinanzi agli occhi della mente
quella sola parte o qualità dell'obbietlo, che prima si presenterebbe al senso
di colui che cogli occhi del corpo il mirasse. Adoperando i predetti modi, si
perviene a dare a’ concetti intellettuali forma sensibile guisa, che nostro
compagno conversazionale, direi quasi, non più per segni percepisce le cose, ma
le vede, e con mano le tocca. Affincho palesemente si vegga questa prerogativa,
che sopra tutt e rende il carattere poetico distinto dagli altri, recherò ad
esempio alcuni concetti intellettuali, convertendoli in forma sensibile. Tutti
i viventi muoiono. La sede del romano impero fu da Costantino trasferitu a Bisanzio
Il popolo facilmente mula consiglio. Quello ch' ei fece dai tempi di Romolo,
sino a quello dei Tarquinii. Quello concetto si dice intellettuale, siccome
quelli che si denno giudicare secondo il segnato proprio di ciascuna parola;
sensibili saranno, qualvolla sieno espressi di maniera che giudicare si debbano
secondo l'apparenza o la similitudine, siccome divengono i predelti Trasformandoli
nel modo seguente. La morte batte egualmente alle capanne de poveri ed a’
palagi de’ re. Posciachè Costantin lo quila volse contro il corso del ciel, che
la seguiu Dietro quel grande, che Lavinia Wolse. Infida è ľaura popolare. E
guel cliei fe' dal mal delle Sabine Al do Tor di Lucrezia. Queste finzioni che
assai di lettano, e perchè contengono manifeste similitudini e perchè racchiudono
veri intellettuali concetti, sono talmente proprie della mozzione
conversazionale poetica, ch'elle sarebbero sconvenevoli nei discorsi, che non hanno
per fine primario il diletto. Come queste poi si addicano più a cerle specie,
che a certe altre, vedrenio a suo Juogo. Ora bastea di avere in genere contra-segnata
la natura del carattere poetico, onde apparisca che tengono mala strada coloro,
i quali cercando "fama tra i poeti fanno pompa ne’loro versi di dottrina e
di soltile ingegno, ed espongono i loro pensieri con ordine troppo minuto e
distinto. I concetti che si cavano dall’intrinseco della filosofia, recanó seco
molta oscurità e difficoltà, specialmente quando vengono segnato co' vocaboli e
commodi loro proprii, e perciò sono contrarii al diletto, che è il fine del
poet, o, come altri vuole, il mezzo necessario ad indurre il giovamento. E
quando si dice che il poeta dev'essere filosofo, non si vuol dire che a modo
dei filosofi debba scegliere, ordinare e segnare il concetto, ma che egli usi
molto di filosofia nello scegliere le materie più utili agli uomini, e nel dare
a quelle e forma e veste conveniente alla natura di ciascuna. Che se talvolta egli
vorrà togliere alcun concetto dalla filosofia, lo toglierà dalla superficie e
non dal profondo seno di lei, in quel modo, che ha fatto il Petrarca, qualvolta
si è giovato della filosofia di Platone, come si vede nel seguente esempio. Per
le cose mortali, che son scala al fattor chi ben le stima, D'una in altra
sembianza potea levarsi all'alta cagion prima. E in altri luoghi moltissimi si
vede con qual arle e cautela dalla flosofia nella poesia egli abbia trasportati
i concetti, gli abbia temperati ed ornati, sicchè non hanno nè ruvidezza alcuna
nè oscurità, ma naturalezza, novità, e magnificenza, che sono qualità popolari,
che è quanto a dire poetiche. C’e una e altra specia del discourse di carattere
filosofico. Le materie, intorno le quali cade l'insegnamento, sono: la
matematica, la fisica, la metafisica, la morale, la politica, l'arte oratoria e
la poetica, le arti liberali e le meccaniche, e tutte le conoscenze che da
queste principali procedono, ciascuna delle quali essendo più o meno astratta,
richiede o maggiore o minore soltigliezza d'ingegno e forza di attenzione in
chi le consider: per la qual cosa interviene che dovendo i conversatori usar
parole e modi con venevoli alla natura di ciascuna delle dette materie, ne risultano
diverse specie di caratteri insegnativi più o meno austeri. Rispelto poi alle
persone, cui vuolsi mostrare la verità, giova osservare che elle sono di due
maniere. Alcune letterale ed alcune mezzanamente istruite. Alle prime, che sono
avvezze al ragionamento, si converrà stretto sermone: più diffuso alle altre,
le quali hanno bisogno che le cose sieno esposte loro per minuto, ed anche
talvolta per via di similitudini e di esempi chiarile. Per tal cagione il
discorso filosofico prende spesso alcuna delle forme del persuasivo, senza mai
perdere però la precisione, che forma l'essenziale sua proprietà. Di tal sorta
sono molte mozzione conversazionale indirizzati all'insegnamento de' giovani, e
i dialoghi e le epistole filosofiche, le quali vengono usate affinchè certe
materie depongano alquanto della nativa loro austerità, ed allin cbè i
conversatori affaticati trovino riposo nelle digressioni e in altre parti
accessorie. C’e una e altra specia di discourse di carattere pesuasivo o
protrettico. Se al mondo fossero uomini dirittamente sapienti e perfettamente
savi, sicchè astuzia e lusinga di oratore non potessero negli animi loro, vana
riuscirebbe l'arte del persuadere, perciocchè tutti richiederebbero di essere
convinti con precisa e poco adorna favella: ma Blo non sono quaggiù nel mondo
cose perfette, e perciò è che, sebbene tutti gli uomini avvisando di poter
essere condotti alla verità per via di vera dimostrazione, sdegnino i manifesti
artificii; pure non v'ha alcuno, che vaglia a resistere alla seduzione di
astuta eloquenza; dal che si ricava che l'arte del persuadere si può adoperare
con ogni sorta di persone; po pendo menle però che quanto maggiore negli ascoltanti
è l'aculezza dell'intelletto e la sapienza, altrellanto esser deve la cura
nell'ora tore di occultare l’artificio. Dovranno dunqne i modi del discorso
persuasivo tanto più avvicinarsi a quelli del filosofico, quanto piu le
persone, cui si favella, sono sapienti ed arcorte; ed all'incontro tanto più
dovranno lingersi, direi quasi, del COLORE (Farbung) poetico, quanto nel conversatore
è minore l'altitudine ad argo nentare sottilmente: e la ragione di questo si è
che, a misura che negli uomini manca l'acı fezza dello intelletto, cresce la
forza della fan. tasia, dell'opinione e delle passioni. Ma no è perciò che,
anche favellando a sì falte persone, debba l'oratore ornare il discorso
d'imagini fantastiche a modo che esso perda le apparenze della buona
dimostrazione; essendo che' il popolo stesso, il qual pure, come è detto,
presume di sapere ragionare sottilmente, sde gna quella orazione che gli par
vuota di ragioni. Dovrà dunque il discorso persuasivo aver sempre l'aspetto di
vera dimostrazione; ma colale aspetto poi sarà diverso, secondo la maggiore o
minor perspicacia delle persone, che si vogliono persuadere, le quali si
possono dividere in tre schiere. La prima è degli uomini letterati: la seconda
degli uomini che banno convenevole discrezione di mente: la terza del popolo
basso. Per le quali tre schiere tre specie di carattere PERSUASIVO procedono.
La prima partecipa alquanto delle qualità del genere filosofico: la terza di
quelle del poelico: la seconda è stile medio e media fra le due. Della prima
specie e l’allegazione, che l’avvocato pronuncia al cospetto de' giudici; della
seconda i discorsi morali, la storia, l’elogio, ed altre opere intese a
persuadere circa il giusto e l'onesto le persone discrete; della terza la
predica e la allocuzione e il parlamento, che si fanno al popolo ed a; soldati.
Siccome poi varia si è la condizione delle persone che favellano, e varie le
cose di cui si può favellare, interviene che secondo queste e quelle verrà il
carattere PERSUASIVO a dividersi in altre specie: e perciocchè le per le cose
si possono considerare di tre ragioni, cioè di nobili, di mezzane e di umili,
piacque a' retorici di restringere sotto tre soli nomi i molli membri del
carallere persuasivo, e questi sono: il sublime, il temperato ed il tenue. Che
a ciascuna di queste specie si addicano e voci e modi particolari, è facile
comprendere e chi non vede che al discorso rivolto a celebrare le lodi di un
eroe o di un sapiente si convengono maniere diverse da quelle, che sarebbero
accomodate a descrivere o a lodare l’amenità della villa? Che la lettera
famigliare intenla a persuadere qualsivoglia verità ad alcuno, dev'e di natura
diversa dall' orazione che tralla della cosa medesima? Paren sone e I 2 domi
che qui non sia bisogno di allargarsi troppo in parole, una sola cosa ricorderò,
cioè, che von solamente si addicano a cfascuna spe. cie particolari maniere, ma
ancora particolare collocazione di parole e particolare armonia. Imperciocchè
l'animo di chi favella, essendo secondo i varii casi o tranquillo o perturbato,
o elevato o umiliato, non è dubbio che, nel seguitare questi diversi affetti,
variamente si devono ordinare le idee, e colle idee le paro le, e che
similmente dee variare l'armonia, se vero è ch'ella soglia naturalmente,
qualvolta favelliamo, accompagnare i moti dell'animo, Oltre di che vuolsi
considerare che que' che parlano alla moltitudine, o scrivono cose da
proferirsi ad alla voce, sogliono muoverla e modularla con diverso andamento da
quello che userebbe colui, il quale famigliarmente ragionasse e tranquillamente
in angusto loco alcun fatto narrasse; e perciò il ritmo di que ste due specie
di favellare è fatto diverso dalla necessità di pronunciare a modo, che le
nostre parole sieno ascoltate volentieri, e quan do in luogo pubblico di gravi
negozii a molti parliamo, e quando in camera a pochi di qual sivoglia materia.
Quale sia poi quella deter minala armonia, che in ciascun caso convenga,
insegnare uon si può. Qui basti l'avvertimento, chè l’esempio de classici
scrittori assai meglio ne può ammaestrare. Penso che sia convenevole cosa il
collocare fra le specie del carattere persuasivo anche quello che si addice
alla istoria; e ciò per le seguenti ni. Uſlicio dell'istorico si è di produrre
coll'insegnamenlo la prudenza civile e militare, il che si ottiene col porre
innanzi all ' animo del lettore i fatti importanti e le cagioni e gli effelli
di quelli. Al qual line, è mestieri di descrivere avvenimenti d'ogni ma piera e
particolari e generali, assalti, uccisioni, incendii, battaglie, saccheggi,
trattazioni, páci congiure, delilli e
virtù; di palesare nelle concioni poste in bocca ai re, ai magistrati, ai
capilani, i gravi consigli e i documenti della politica; di esprimere i
caratteri delle passioni, e di usare le più luminose sentenze. Le quali tulle
cose vogliono essere significate con modi che varino secondo il variare della
maleria. Comechè uguale a sè medesimo sia sempre il carattere della storia,
cioè grave, siccome si addice a chi le gravi cose racconta, certo egli è che
secondo la differenza degli avvenimenti dovrà variare nel sostenersi e nello innalzarsi,
ed apparire nelle concioni più alto ed eſti cace, nelle descrizioni più ameno
ed ordinato, e spesso più veemenle nella persona degli uo mini ivi introdolli a
parlare, ma sempre temperato in quella dello scrittore, che da ogni parteggiare
dee mostrarsi lontano. Non può dunque convenire al caraltere storico nè
l'autorità filosofica, la quale sarebbe contraria alle malerie, nè la poetica
pompa, che torrebbe fede alla narrazione; perciò é forza che gli sieno proprie
le prerogative generali del ca. rattere persuasivo, dal quale differisce sola
mente per le qualità speciali di sopra accennale. C’e una e altra specia del
discourse di carattere poetico. Se ſu bisogno dividere in alcune specie il
carattere persuasivo a cagione della maggiore o minore altitudine delle menti
umane a di scerncre la verità, ciò non occorrerà circa il carallere poetico;
imperciocchè tanto gli uo. mini di sottile ingegno, quanto quelli, in cui la fantasia
prevale all'intelletto, hanno tulli dinanzi al poela una medesima disposizione.
Se il popolo porge orecchio alle finzioni noe. tiche, quasi come a cose vere, i
sapienti le riguardano come simboli della verità e quasi come leggiadri sogni
della filosofia, e in questo loro dolce ricreamento sdegnano ogni austerilà e
fino l'apparenza delle faticose forme filoso. fiche. Perciò è palese che il
poeta rivolge sem. pre le parole ad vomini, i quali, sieno di qual sivoglia
condizione, amano che la mente loro şia condotta ad operare senza fatica. Da
que. sto si ricava che ogni specie di carattere poe tico dovrà avere sempre la
prerogativa di schivare, come dicemmo di sopra, le idee che tengono in falica
l'intelletto, e rappresentare quelle, che vestile di forme sensibili, eserci.
citano la imaginativa. Non sarà dunque diviso in ispecie questo genere per
rispelto della diversità degl'intel letti, ma della condizione del poeta o
delle persone che introduce a parlare, e delle varie cose, che ei ſa subbietto
del canto. Ma, prima di entrare in questo proposito, parni che sia da togliere
una falsa opinione circa la natura della poesia. Sono alcuni i quali avvisano
che 115 ma il l'essenza di lei consista nel metro, e fra que sti è il
Melaslasio, il quale nella sua esposi zione della Poetica d'Aristotele sostiene
che la lavella metrica, per essere l'istrumenlo con che l'imitazione si fa, ne
forma l'essenza. Ma io domanderei voleplieri a coloro che cosi la pensano, qual
nome vorrebbono dare all’ENEIDE tradolla in favella sciolta dal metro? Le daranno
per avventura nome di prosa? L’espressione “prosa” altro non segna che discorso
senza metro, e per ciò verranno a dire solamente che quell'illustre racconto è
fatto sce. mo di quella sola qualità, di che grandemente si diletta l'orecchio,
ma non già di tutte le altre, che stabiliscono la natura dei discorsi composti
a fine di diletto. Dal che appare manifesto che un altro general nome è bisogno
per distinguere i discorsi composti per dilettare. E quale è a ciò più
accomodalo vocabolo che quello di poesia? L’espressione “poeta”, secondo sua
origine, significa facilore o vogliam dire fabbricatore; e perciò poesia sonerà
lo stesso che fabbricazione o finzione, e tali sono di necessità quasi tutti i
discorsi, che si compongono a fine di dilellare, essendo che il nudo vero non è
dilettevole sempre e in ogni sua parle: perciò Varchi dice nell'Erco laro, che
il verso non è quello che faccia principalmente il poeta; e che Boccaccio
talvolla più poeta si mostra in una delle sue Novelle, che in tutta la Teseide.
Ed Orazio afferma che a distinguere la poesia da ciò che essa non è, basta
disgiungerne le membra, cioè loglierle il metro, e allora si vede
manifestamente che il carattere non le si toglie. Conchiudiamo pertanto, che il
metro induce diſſerenza di specie ma non determina la natura del genere; e
stabiliamo che a tutti i discorsi che
hanno per fine il dilettare con metro o senza, si conviene il nome di “poesia”.
Ora veniamo alle specie. Talvolta il
poeta rappresenta la persona d'uomo, che cantando, dice laudi degli Dei e degli
Eroi; talvolta quella, ch'esprime i moti dell'allegrezza, dell'affanno o dell’amore,
o solamente gli scherzevoli con cetli. Le poesie di questa maniera solevano
dagli antichi essere cantate sulla “lira,” e perciò presero il pome di “lirica”,
e tuttora il conservano. Varie essendo le passioni e le cose che esprimere si
possono dal conversatore lirico, interviene che ancora il canto si divide in
varie specie, che tutte poi si riducono a tre, come nel carattere persuasivo:
cioè al sublime, al mediocre ed al tenue. Ciascuno di questi canti ha qualità
sue proprie. Magnificenza e gravità di mod, di sentenze e di arinonia, e splendore
d'illustri parole e di concetti fantastici convengono a chi celebra le laudi
degli Dei e degli Eroi, ed esprime alte e generose passioni: più tenui maniere
e parole e più soave armonia a chi esprime gli affelli meno gravi e canta di
subbielli meno nobili: quegli poi, che dice i mili affetti o gli scherzi o le
umili cose, avrà nelle sue parole piacevolezza e semplicità da ogni fasto
lontana, ed armonia soave e varia, ma sempre tenue. Alla detta varietà
d'armonie, mirabilmente poi servono i metri, alcuni de' quali portano
secofl'umiltà, altri la mediocrità, altri l'allezza dell'armonia. Sono molti
esempi di questa varietà in Petrarca, Si ponga mente ai modi, al metro, al
ritmo delle due canzoni d'amore, una delle quali comincia, Chiure, fresche e
dolci ucque; e l'altra, Di pensiero in pensier, di monte in monte; e si vedrà
la prima essere in tutte le sue parti piena di soavità, di gentilezza e di grazia,
e l'allra di robustezza e di gravità. Talvolta il poeta narra gl ' illustri
ſalli; tal volla i mediocri; e talvolta i piacevoli: indi si generano i poemi
epici, i romanzi, i poemi burleschi e le novelle. Talvolta poi introduce a
parlare o le persone illustri o le mediocri o le umili, e quindi provengono le
tragedie, le commedie, le egloghe pastorali e le pisca torie. Ognuna di queste
specie, siccome è pa lese, ha modi ed armonia convenevole alla maleria ed alla
condizione delle persone. Perciò è che il poeta, specialmente nella tragedia,
nella commedia e nell' egloga, ove se medesimo nasconde introducendo altri a
par lare, dee rendere alquanto umili i modi, l'ar monia di guisa, che lo
spettatore, ascollando le tragiche persone o le coniche, abbia a dire: così
parlerebbero gli uomini di questa o di quella condizione, se loro naturale
favella fos sero i versi. Giovi questo generale avverli mento, perciocchè non
si possono mostrare i certi limili, fra i quali dee slarsi ciascuna spe 118 rie.
Tutte hanno nell'intero loro corpo faltezze particolari, alle quali colui che
ben vede di stintamente le raffigura: pure a quando a quando or questa or
quella viene a parteci. pare dell ' altrui colore di guisa, che l'epico nelle
forti passioni innalza le parole e i modi al pari del cantore degl'inni; e il
più sublime lirico parra alcuna volla, siccome fa l'epico. Lo stesso interviene
delle allre specie, fra le quali per fino la commedia talora si leva a
gareggiare colla Tragedia, e la tragedia al dire l'Orazio, spesso, si duole con
sermone pe destre. Nelle opere dell'arle, siccome in quelle dels la nalura, si
scorge infinita diversilà, ma per questa spesso non è tolto che moltissimi indi
vidui della medesima specie, sebbene molto dissimili, non sieno egualmente
belli e prege voli. Questo vedesi manifestamente per le la vole colorite da'
celebri dipinlori, de'quali uno essendo il fine, cioè quello dell'imitare la
bella natura, non in tutti una apparisce la sembianza del loro dipingere.
Raffaello, Correggio, Domenichino, Caraccio, Tiziano e Paolo, i quali cerlo non
mancano nelle regole invaria bili dell'arte, sono fra loro assai differenti.
Tutti mostrano invenzione lodevole e lodevole composizione, belle forme, ben
disposto colo. rito e conveniente a ciascuna cosa: tutti esprimono i costumi e
gli affelli, ma ciascuno d'essi ſa delle predette e di altre virtù una cotale
mislura, che siamo condolti a dire che nessu. 1 Til no di loro ha la maniera
dell'altro, comechè Tulli sieno eccellenti. Questa, che i pillori chia mano
maniera, è similmente comune a' filosofi, agli oratori, agli storici ed
a'poeli. Quanti scriltori sono tenuli meritevoli di pari commendazione, sebbene
tale fra loro sia la diſſerenza, che spesso ciascuno solamente a sè me, desinio
ed a nessun altro assomiglia? La rinsposizione dell'ingegno e delle affezioni
dela l'animo, che in ciascun uomo è diversa, è cagione che le dette maniere sieno
di numero pressochè infinito. Alcuno de' famosi scriitori ha il pregio della
perspicuità, alcuno della eleganza, allri della grazia, altri dell'aculezza.
Questi è grave e maestoso: quegli delicato e molle: chi è breve e robusto: chi
copioso, chi úrbano e chi veemente: ma tali poi sono tutti, che, se alcuno di
noi desiderasse di ottener gloria di ottimo scrillore, sarebbe incerto a quale
di loro volesse essere somigliante. L'accennata maniera particolare, per la
quale ciascuno scrittore è distinto dagli altri, si è quella che gli antichi
chiamarono “stile” (cf. Tannen, Conversational style), prendendo questa voce
dall'istrumento che per iscrivere adoperavano. La stessa parola “stile”, presa
più largamente che non fanno i filosofi, segna comunemente il carattere in
genere o in ispecie: ma è palese che, filosoficamente parlando, si è bene d'usarla
nel senso leste dichiarato. Ond'è che assai propriamente diremo in generale,
carattere filosofico, caruilere persuasivo o poetico; ed in ispecie carattere
oralorio, lirico, epico, tragico, sublime, medi cre e tenue: e stile di
Demostene, di CICERONE, di Ortensio, di Omero, di VIRGILIO: percioc chè nei
primi fu il solo carattere persuasivo, negli altri il poelico; ma in ciascuno
ebbe una particolare maniera, che modificando il carattere, l’essere suo non
gli tolse. E chi volesse invesligare le cagioni da che proceda colale maniera,
che stile si appella, vedrebbe ch'elle sono le qualità dell'intellello, della
fantasia di ciascuno scrillore, e le qualità degli affetti, a cui egli ha l'
animo disposto: laonde volendo dare alcuna definizione dello stile, paroi che far
si potesse nel modo seguente. Lo stile si è il carattere modificato secondo le
qualità dell'intellelto, della fantasia e degli affelli dello scrittore. Parliamo
sommeramente del modo di acquistare la qualita necessaria a conversare
civilmente. Ora che abbiamo poluto conoscere che cosa sia lo stile, non sarà
indarno l'investigare co me si possa acquistare forza, grazia e vaghezza nello
scrivere; e che è quanto dire come si possa formare lo stile convenevole e
pulito. Se lo stile si genera per la qualilà dell ' in tellelto, della fantasia
e degli affetti dello scrit tore, vera cosa è che, a formarlo convenevole e
pulito, bisognerà rendere perfette le mento vate tre cagioni il più che si può.
L'uomo nasce fornilo dell'intelletto, cioè della facollâ di sentire, di
percepire, di alten. dere, di paragonare, di giudicare, di astrarre, di
ricordarsi, di imaginare, ma d'uopo è che queste lacollà vengano poscia diriltamente
usate ed esercitale, onde sia generala quella virtù pressochè divina, che si
appella la ragione, la quale consiste nell'abito di. paragonare in sieme i
sentimenti distinti dell'anima e le idee, di derivar dai falli pariicolari le
nozioni gene. rali; di anteporre o posporre le une alle altre, di congiungerie
o di separarle, secondo la con venienza o disconvenienza loro, e secondo i loro
gradi di più o di meno. A formare que sl’abito, sarà bisogno di studiare le
opere de' filosoti, che trattano soltilmente delle cose na lurali, delle
proprietà dell'intelletto e del cuore umano; di apprendere l ' istoria, senza
la co gnizion della quale, al dire di Cicerone, l'uo mo si rimane sempre
fanciullo; di osservare la nalura, di pralicare fra le diverse condi. zioni
degli uomini, e di operare ne privati negozii e ne' pubblici. Ad arriccbire
l'imagi. nativa, la quale è l'abito di recare all'animo la reminiscenza delle
qualità sensibili che più ci muovono e dilellano; di congiugnere insie me con
verisimiglianza quelle, che sono di. sgiunte in nalura, e di significare per
siinili tudine delle cose corporee i concelli astralli, non solo metterà bene
di leggere gl'inventori di nuove e vaghe fantasie, ina di por menle a tutto ciò
che ai sensi porge diletlo, sia nelle azioni degli uomini e degli anigali sia
nel l’esteriore aspelto e movimento delle cose inanimate; e soprattullo gioverà
di ben con siderare le somiglianze che fanno fra loro le cose di qualsivoglia
genere e specie; chè que sto si è il fonte, dal quale si derivano le vuo ve e
maravigliose metafore. Di molla ulilità sarà poi all'intellelto ed
all'immaginativa lo sludio de' precelli dell'arte oratoria e della poetica, i
quali, essendo il compendio di quanto ove i filosofi hanno osservato intorno le
cagioni, onde piacciono e dispiacciono le opere degli scrillori, apportano
quella luce, che un uomo solo nel breve spazio della vila studierebbe indarno
di procacciarsi colla sola virtù del proprio ingegno. Vuolsi però sull'osservanza
de'precelli avvertire ciò che nell'arle poetica osserva Zanotti; cioè che le
cagioni del piacere e del dispiacere trovate da’ filosofi, essendo cagioni
universali ed indeterminale, mostrano bensi i luoghi, non vogliono che si
ecceda o si manchi, ma non prescrivono poi a qual segno si debba giugnere o
rimanere, per non ecce dere o non mancare; ond' è che, a fare buon uso del
precello, è bisogno di quella discre. zione, che si acquista con lungo sludio e
fatica. Rispetto agli affelli, io mi penso che, sel) bene sieno da natura, pure
a conciliarli in al trui grande aiuto si possa trarre dall'arte. Se l'amore,
l'odio, l'ira, la mansuetudine, la misericordia ed allre affezioni dell'animo
na. scono da cagioni determinale, come per eseni. pio l'amore da bellezza e da
virtù, l’odio da male qualità del corpo o dell'animo altrui, non v'ha dubbio
che gli aſſelti medesimi si deb bono in chi legge risvegliare per virtù della
viva' rappresentazione di quelle cagioni: dal che si raccoglie che lo
scrittore, considerando le varie disposizioni degli uomini passionali, e le
cagioni, per le quali la passione si genera, avrà materia onde gli animi
perlurbare. Cosi per aiuto dell'arte verrà ad operare in altrui quell'eſello, che
imperſellamente avrebbe operalo mercè della sola naturale sua disposi. zione.
Da quanto è dello apparisce che la scienza avvalora l'intellelto e
l'immaginativa, ed aiuta a muovere gli affetti, e che perciò ella si è il fonte
dello scrivere rettamente. La scienza poi è generala negli umani intellelli da
due cagioni: queste sono: la naturale disposizione delle organo corporale e
l'azione delle cose esterne sopra di esso; sì falte ca. gioni sono di necessità
diverse in ciascuno; perocchè non è da credere che si possano tro vare due
corpi nella stessa maniera conforma li; ed è poi certamente impossibile che uno
riceva dalle cose esterne nell'animo le mede sime impressioni che un altro. Per
la qual cosa avviene che diversa in ciascuno si generi la scienza, e quindi
diversa la forza dell'in gegno e dell'imaginaliya, diversa la qualilà degli
affetti, e per conseguente anche lo stile, che da queste procede, deve riuscire
diverso. Dal che si vede che imprendono opera dispe rala coloro, che si affaticano
ad imitare lo stile d'altri. E alcuni pur sono che andando passo passo sull'
orme di ALIGHIERI, del Petrarca o del Boccaccio, avvisano alla costoro gloria
di per venire; ma le opere loro per verità, in fuori di un poco di pulita
buccia, niun sugo hanno. Che cosa dovremo dunque apprendere dagli scrittori?
Rispondo che si vuole apprendere la lingua e i modi acconci ad esprimere chia
ramente, ornatamente e convenevolmente i no stri concelli. Da questo scrillore
ci sludieremo di procacciare una cosa, da quello un'altra, a seguileremo sempre
la nostra natura, secondo l'esempio di Dante, il quale lasciò scritto di sè: lo
mi son un che, quando amore spira, nolo, ed a quel modo che delta dentro, vo
significando. Che se allrove disse a VIRGILIO: Tu se' lo mio maestro e lo mio
autore, Tu se' solo colui, da cui io loisi Lo bello stile, che mi ha fallo
onore, non intese già d'avere tolto al maestro la ma niera propria di quel
poeta, ma sibbene la qualità, onde il carattere poetico é differente dal
filosofico e dal persuasivo. E chi è che pon senta la differenza che è dallo
stile di Dante a quello di Virgilio? Rimane per ultimo a dire degli autori, che
coloro che amano di scrivere nell'italiana favella, devono scegliere a maestri.
Nulla dirò dello studio della lingua greca e della latina, perciocchè essendo
notissimo che nell'una e nell'altra scrissero coloro, che insegnarono a tutto
il mondo, e che questa nostra da quelle procede, ciascuno conosce di per sé
quanta ulilità trarre se ne possa. Mi ristringerò dunque a fare alcuna parola
de' solo il conversatore italiano, che agli altri si devono preporre. E prima è
a sapere che nel secolo XIV alcuni prosatori ed alcuni poeti diedero al volgar
nostro tanta proprietà e grazia, che nessuno ha poi polulo eguagliarli: che nel
secolo XV questo volgare ſu quasi abbandonalo per soverchio amore della lingua
latina e per pusillanimità degli uomini d’Italia: che nel secolo XVI ſu dal
Fortunio e dal Bembo ridollo a regole deter. minate; e da molti ſu nobilmente
adoperato in varii generi di scritture: che nel secolo XVII fu da talupo
acconciamente impiegato ed ar ricchito di voci perlinenti alle scienze, fu da
alcun altro scrillo con eleganza, ma venne da moltissimi in parte corrotto e
rivolto in vanilà di falsi concelli: che nel XVIII finalmente ſu da pochi bene
usato, e da moltissimi con pa role e modi forestieri vituperato. Tale essendo
stata la fortuna di questa bellissima lingua, chi potrà dubitare che oggi non
sia a noi sa lutevole il consiglio, che ci porgono gli uomini sapienli, cioè
quello di studiare agli antichi esemplari? Se nel buon secolo della lingua la
lina si stimava essere opera di gran probllo ai giovani il molto leggere gli
antichi scrittori del Lazio, quanto maggiormente non si dee credere che lo
studiare i nostri sia per giovare a noi, che viviamo in un secolo, ove gl'ita
liani, pressoché tutti, più delle cose forestiere che delle proprie
dilettandosi, scrivono sì, che punto non pare alle loro scritture che sieno
stali allevati in Italia? Verissimo si ė (anche parlando delle arti) quello che
dicono i politi ci, cioè che qualvolta le cose sieno pervenule a corruzione,
bisogna richiamarle ai loro principii. Questa sentenza dovrebbe essere dinanzi
all'animo di tutti coloro, che amano il profitto de' giovani nelle lettere
umane; pure sono al cuni cbe, deridendo coloro che studiano i lesti della
lingua, dicono essere sciocchezza il darsi tanto pensiero delle parole ogni
qualvolta si 1centisti, abbia cura dei concelli; come se il recare alla mente
altrui i nostri concelli non dipenda dalla virtù di ben accoviodate parole.
Colali persone, avendo posla loro usanza o ne' soli domestici negozii o in
alcuna scienza o arte, nè mai data opera allo studio della lingua, vilipendono
ciò che non conoscono, e perciò, non avendo au. torità, non meritano alcuna
risposta. Tutti gli uomini di mente discreta non si maraviglie ranno, se qui
vengono consigliati i giovanetti a studiare prima nelle opere de’ trecentisti,
ne’ quali è dovizia di vocaboli proprii e di forme gentili, e chiarezza e
semplicità e urba nità e maravigliosa dolcezza, ed a riserbare agli anni loro
più maturi lo studio dei cinque che scrissero eloquentemenle di cose gravi e
magnifiche. Ma per avventura alcuno dirà: non dobbia. ino noi essere intesi
dagli uomini del nostro secolo e cercare di piacer loro seguendo l'usanza?
Perchè dunque vorremo che la gioventù studii ancora quelle opere, ove si
trovano, ol tre le voci ed i modi, che sono fuor d'uso, e barbarismi e
pleonasmi e solecismi ed equivocazioni, e talvolta negligenza e stranezza nel
costrutti? Perchè non vorremo consigliarla piullosto a leggere i soli scrillori
del cinquecento, i quali seguitando le regole grammati. cali dettate dal
Fortunio e da Bembo, non solo scrissero correttamente, ma trattarono eloquen
temente di varie ed importanti materie? A queste obbiezioni risponderemo che si
dee se guire l'usanza, del buon conversatore, l'usanza del volgo; che non si
vuole negare che in molle opere del trecento non si trovino ma non fra la copia
delle maniere proprie, nobili e graziose, varii difelli; ma che per questo non
ci rimarremo da consigliare la gioventù di avere sempre caro sopra tutti quel
secolo beato, e di leggere per tempo i suoi eccellenti scrittori, poichè ci
teniamo certi che quanto è difficile il rendersi famigliari e domestiche le
maniere native e gentili, altrettanto è facile di perdere l’abito di peccare
contro la grammatica e contro l’uso. La predetta virtù non si può acquistare se
non con lungo esercizio: il diſello si può togliere assai agevolmente dopo lo
studio della grammatica, e dopoche per la filosofia e per la erudizione ci
verrà dato di ben conoscere il valore delle parole e di ben distinguere la
lingua nobile dalla plebea, e le maniere, che per vecchiezza ban no perduta la
grazia e la forza pativa, da quel le che sono ancora belle ed efficaci. Quanto
allo studio de'cinquecentisti, non du bitiamo che ei sia per essere ulilissimo,
essen do che molli eccellenti scrittori di quel tempo adoperarono la lingua,
che appresero da Alighieri, da Boccacio, da Petrarca e dagli altri tre centisti,
emulando mirabilmente i romani in molli generi di scrilture: ma teniamo per
ſermo che convenga alla gioventù di avvezzarsi al candore ed alla semplicità
del trecento prima di cercare lo splendore, la ma gnificenza, la copia e
l'altezza de' pensieri nei cinquecentisti. Perciocché lulti coloro, che sfor
zano di parere magnifici e splendidi primaché dalla filosofia sieno ſalli
ricchi di cognizioni, fanno l'orazione loro bella nella buccia, una
nell'intrinseco vana e puerile. Non potendo i giovanelli esprimere con verila
se non quei pensieri e quegli allelli, che sono proprii del la tenera età,
troveranno assai comodale al bisogno le parole ed i modi usati da'trecentisti,
la più parte de'quali, come que' che vissero nell'infanzia dell'italico sapere,
scrissero di tenui materie. Verrà poi quel tempo maturo, in che a'giovani farà
mestiero di alzare a'gravi concelli lo stile, ed allora apprenderanno da
Guicciardini gravità e nerbo; dal Segretario fiorentino sobrietà ed evidenza;
dal Carocopia, efficacia e gentilezza; da Casa splendore e magnificenza; da GALILEI
ordine e precisione; d’Ariosto e da Tasso i pregi lulli, ond' ė divina la
poesia. Ma allo studio di quesli e degli altri molli, che fecero glorioso il
secolo di papa Leone, non avranno l'animo ben di. sposto se non coloro, cui
prima sarà piaciuto di allingere ai puri fonti del trecento, da'quali
derivarono i sopraddetli abbondantissimi fiumi. Questo, o Giovani, è quanto ho
stimato op portuno di porvi dinanzi per indirizzarvi nel cammino delle lettere,
alle quali inolti vanno per vie distorte e per lo contrario. Vi ho mo strato
quali sieno gli elementi dell’ELOCUZIONE; come nel contemperarli secondo le
leggi del decoro si loronino i varii caratteri; e final. mente come lo stile
proceda da naturale di sposizione e come col sapere si perfezioni. Darò fine
coll'avvertirvi, se vero è che la scienza e l'esempio fanno l'arte, è vero
altresì che arte senza uso poco giova: onde, se dallo stile cercate onore, vi
sarà bisogno di neditare mollo, di leggere molto e di scrivere mollissimo. Ricerca
Sinestesia (figura retorica) Questa voce sull'argomento retorica è solo un
abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni La sinestesia (dal
greco syn, 'insieme', e aisthánomai, 'percepisco') è una figura retorica, in
particolare un tipo di metafora ("metafora sinestetica"), che prevede
l'accostamento di 2 parole appartenenti a due sfere sensoriali diverse. Ha
largo uso in poesia ed in genere nella versificazione: «L'odorino
amaro» (Giovanni Pascoli, Novembre.) «Voci di tenebra azzurra.»
(Pascoli, La mia sera.) «Venivano soffi di lampi.» (Pascoli, L'assiuolo.)
«Urlo nero» (Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici.) Tra le
canzoni, si può citare Il sogno di Maria di Fabrizio De André: «Quando mi
chiese: "Conosci l'estate?" io per un giorno per un momento, corsi a
vedere il colore del vento.» È usata anche nella lingua di tutti i giorni
("colori caldi", "giallo squillante" ecc.) e quindi anche
in prosa. NoteModifica ^ Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di
stilistica, Milano, Arnoldo Mondadori Wikizionario contiene il lemma di
dizionario «sinestesia» Portale Linguistica: accedi alle voci che
trattano di Linguistica Ultima modifica 2 mesi fa di Nima Tayebian, Enfasi
Sinestesia pagina di disambiguazione di un progetto Wikimedia Analogia
(retorica) Figura retorica Wikipedia Il contenutoWikipedia Ricerca
Sinestesia (psicologia) fenomeno sensoriale/percettivo Lingua Segui Modifica
Avvertenza Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non
essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono
il parere medico: leggi le avvertenze. La sinestesia è un fenomeno
sensoriale/percettivo, che indica una "contaminazione" dei sensi
nella percezione. Il fenomeno neurologico della sinestesia si realizza quando
stimolazioni provenienti da una via sensoriale o cognitiva inducono a delle
esperienze, automatiche e involontarie, in un secondo percorso sensoriale o
cognitivo. Possibile visione dei mesi dell'anno da parte di una
persona soggetta al fenomeno della Sinestesia Descrizione generale del
fenomenoModifica Con il termine "sinestesia" si fa riferimento a
quelle situazioni in cui una stimolazione uditiva, olfattiva, tattile o visiva è
percepita come due eventi sensoriali distinti ma conviventi. Nella sua forma
più blanda è presente in molti individui, spesso dovuta al fatto che i nostri
sensi, pur essendo autonomi, non agiscono in maniera del tutto distaccata dagli
altri. Più indicativo di un'effettiva presenza di sinestesia è il caso in
cui il percepire uno stimolo (come ad esempio il suono) provoca una reazione
netta e propria di un altro senso (ad esempio la vista). Per "forma
pura" si intende la sinestesia che si manifesta automaticamente come
fenomeno percettivo e non cognitivo. Il fenomeno è involontario, ma una
maggiore attenzione prestata dal soggetto può evocarlo con maggiore
consapevolezza, al punto che il sinestesico puro, vedendo i suoni e sentendo i
colori, può riuscire a trarre vantaggio da queste contaminazioni sensoriali; un
compositore che sfruttava questa sua capacità fu Messiaen, così come il pittore
Kandinskij, che affermava di poter sentire la voce dei colori, che per lui
erano suoni, entità vive e lo spiega bene nel suo libro Lo spirituale
nell’arte. Un altro sinestesico fu il pittore e musicista lituano, Mikalojus
Konstantinas Čiurlionis. Il compositore russo Skrjabin era particolarmente
interessato agli effetti psicologici sul pubblico quando sperimentavano suoni e
colori contemporaneamente. La sua teoria era che quando si percepiva il colore
giusto con il suono corretto, si creava "un potente risonatore psicologico
per l'ascoltatore". La sua opera sinestetica più famosa, che viene
eseguita ancora oggi, è Prometeo: il poema del fuoco. Ma la lista degli artisti
sinestesici è molto lunga, infatti le ultime ricerche affermano che il fenomeno
sinestesico interessi il 4% della popolazione e di questo 4% la maggior parte
sono artisti. Un'altra caratteristica della sinestesia è poi che si presenta a
volte nelle persone mancine, o in concomitanza con altre caratteristiche come
l'allochiria (confusione della mano destra con la sinistra), scarso senso
dell'orientamento, dislessia, deficit dell'attenzione e, raramente, autismo.
Spesso la contaminazione sensoriale avviene a direzione unica: ad esempio, se
vedo una nota musicale come un colore, non è detto che vedendo quel colore la
mia mente evochi quella nota. Questa è una delle caratteristiche della
sinestesia percettiva, l'unidirezionalità. Secondo lo storico Angelo Paratico
il mancino Leonardo Da Vinci era affetto da sinestesia. Esperienze di tipo
sinestetico possono essere indotte in maniera artificiale, mediante l'uso di
sostanze allucinogene, sostanze stupefacenti come l'LSD, esperienze di
deprivazione sensoriale, meditazione, ed in alcuni tipi di malattie che
colpiscono la corteccia cerebrale. Questo tipo di sinestesia è detta
pseudosinestesia, in quanto è indotta o non presente dalla nascita. La
sinestesia acquisita sembra riguardare solo le forme di sinestesia percettiva,
e non sono stati documentati casi di sinestesia concettuale acquisita. Le
persone che hanno esperienze sinestesiche nella "forma pura" sono un
numero relativamente ridotto. Studi recenti hanno mostrato una certa
variabilità: 1 ogni 2000 1 ogni 200 Queste esperienze sono quotidiane ed
iniziano sin dall'infanzia. Molti sinestesici si sorprendono scoprendo che
questa esperienza non è provata da tutte le persone. L'esperienza
sinestetica è composta da due elementi: L'evento induttore (inducer).
L'evento concorrente (concurrent). Per esempio, può accadere che un sinestesico
descriva il suono (inducer) del proprio bambino che piange come un colore
giallo sgradevole (concurrent). La relazione tra un inducer e un concurrent è
sistematica, nel senso che a ogni inducer corrisponde un preciso
concurrent. Grossenbacher et Lovelace (2001), distinguono due tipi di
sinestesia a seconda che l'inducer sia percettivoo concettuale.
Sinestesia percettiva: l'inducer è uno stimolo percettivo (per es. la vista di
lettere produce anche la vista di colori "collegati"). Sinestesia
concettuale: i concurrent sono prodotti dal pensare a un particolare concetto
(per es: numero, mese dell'anno, posizione nello spazio). Si utilizza intensivamente
la sinestesia anche nella terminologia utilizzata nella degustazione o
nell'analisi sensoriale. Basi genetiche della sinestesiaModifica
Purtroppo con le competenze scientifiche attuali non è possibile identificare
singoli loci genici che determinino con certezza questo fenomeno
neurocognitivo. Il fenomeno è più probabilmente dovuto a un complesso
meccanismo neurale e non a singole proteine codificate da parti di genoma. In
ogni caso interessanti esperimenti di neuroimaging paiono confermare tale
fenomeno. Sinestesia: grafema-coloreModifica Ramachandran e i suoi
collaboratori hanno notato che la forma più comune di sinestesia è quella
grafema(lettera, numero) - colore e infatti i rispettivi centri cerebrali sono
molto vicini tra loro. Tecniche di neuroimmagini (es. risonanza magnetica
funzionale) hanno permesso di individuare il "centro del colore" (es.
Zeki et Marini, Brain), l'area V4 nel giro fusiforme. L'area dei grafemi
è stata anch'essa individuata nel giro fusiforme, in particolare nell'emisfero
sinistro vicino all'area V4. L'area si attiva sia in seguito alla presentazione
di lettere sia in seguito alla presentazione di numeri. L'ipotesi di
Ramachandran è che ci sia una attivazione congiunta. La presentazione di un
grafema fa attivare l'area dei grafemi, che fa attivare contemporaneamente
anche l'area del colore, anche senza la presenza di uno stimolo. Questo è
dovuto ad un eccesso di connessioni tra le due aree, non presente in tutte le
persone. Le connessioni che si hanno alla nascita sono un numero
superiore di quello che si trovano in un cervello adulto. Quello che avviene
nei primi mesi di vita è un processo definito pruning (potatura, sfoltimento)
delle connessioni cerebrali. L'ipotesi di Ramachandran è che le connessioni tra
area del colore e area dei grafemi, che normalmente subiscono un processo di
pruning, rimangono invece intatte nei sinestesici. Probabilmente per una
mutazione genetica che fa fallire il processo di pruning. Esisteranno delle
regole che in seguito all'esperienza permetteranno di sviluppare connessioni
particolari tra area dei grafemi e area del colore. Questo spiegherebbe perché
ad un grafema viene sempre associato un certo colore. Ramachandran
ipotizza che l'attivazione del giro fusiforme non implichi un arrivo alla
coscienza delle informazioni. Perché sia possibile essere consapevoli
dell'informazione percepita si dovranno attivare altre aree superiori.
Tuttavia, Grossenbacher sostiene che la sinestesia non sia dovuta alla presenza
di un numero maggiore di connessioni neurali (le quali non sarebbero presenti
nei non sinestesici); infatti, secondo lo studioso tale fenomeno percettivo è
imputabile al fatto che, nel cervello dei sinestesici, alcune connessioni
neurali risultano ancora attive, mentre non vengono più "utilizzate"
in chi non sperimenta tale modo di percepire. Questo spiegherebbe il motivo per
cui chi assume droghe psicoattive sia in grado di esperire una condizione di
"pseudo-sinestesia", circoscritta esclusivamente al limite temporale
in cui tali sostanze dispieghino il loro effetto, per poi tornare a non
percepire sinestesicamente una volta terminato quest'ultimo. Secondo
Grossenbacher è molto improbabile, infatti, che si siano create nuove
connessioni neurali durante l'assunzione di tali droghe; piuttosto, risulta più
probabile che vengano percorse "strade" neurali solitamente
"disattive". Influenza dell'attenzione sulla percezioneModifica
Esperimento di Ramachandran e Hubbard: caso della figura gerarchica (un 5
composto da tanti 3), se ai soggetti veniva chiesto di fare attenzione a
livello globale vedevano il colore rosso, se invece dovevano dirigere la loro
attenzione a livello locale vedevano verde. Questo esperimento porta a
concludere che l'attenzione influenza il manifestarsi del fenomeno
sinestesico. Sinestesici projector Nel caso di grafema-colore, il colore
è visto come una pellicola che ricopre il numero completamente. Un sinestesico
testato da Dixon, riferiva di provare un'esperienza irritante se il numero era
di un colore incongruente con quello del fotismo (l'effetto della sua
sinestesia). Se per esempio il numero 5 gli evocava il colore rosso, ma in
realtà era scritto con il giallo. Sinestesici associator Sempre nel caso
di grafema-colore, il colore appare nella mente, e non sopra il numero. In
genere, i sinestesici associator riferiscono che l'esperienza di vedere un
numero con un colore non congruente con quello del fotismo, non è un'esperienza
per nulla disturbante. La percezione del colore "reale" del numero è un'esperienza
molto più intensa del fotismo, per un sinestesico associator. I
sinestesici projector sembrano una minoranza rispetto ai sinestesici associator
(11 su 100, tra quelli intervistati da Dixon e collaboratori). Tra i
maggiori studiosi della sinestesia percettiva, Richard Cytowic, Ramachandran,
E. Hubbard, Sean Day, Bulat Galeyev, Irina Vaneckina. Rapporto con i
canali del calcioModifica Studiando nel moscerino della frutta un gene
coinvolto nell'elaborazione del dolore, alcuni ricercatori hanno creato il
primo modello della sinestesia. Con la tecnica dell'interferenza a RNA hanno
isolato 600 geni quali candidati a interessare possibili geni del dolore. Il
primo ad essere analizzato più in dettaglio è stato quello che codifichi parte
di un canale del calcio noto come alfa 2 delta 3 (α2δ3). Questi canali che
regolano il passaggio di Ca2+ attraverso la membrana cellulare sono
fondamentali per l'eccitabilità elettrica dei neuroni. Con questi canali
interferiscono diversi antidolorifici. Nei topi carenti di α2δ3 si è dimostrato
che questo gene controlli la sensibilità al dolore provocato dal calore sia
nella Drosophila sia nei mammiferi. Indagini condotte con la MRI hanno anche
rivelato che α2δ3 partecipi all'elaborazione del dolore termico a livello
cerebrale. In assenza di α2δ3 il segnale del dolore a genesi termica arriva al
talamo, ma poi non prosegue verso i suoi centri corticali superiori. Le
immagini di fMRI mostrano piuttosto un'attivazione crociata delle aree
corticali per la visione, l'olfatto e l'udito. Questa sinestesia si osserva
anche quando lo stimolo doloroso sia di natura tattile. Emozioni colorate | Le
Scienze, su lescienze.espresso.repubblica.it. ^ Harrison, John E.; Simon
Baron-Cohen Synaesthesia: classic and contemporary readings. Oxford: Blackwell Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy,
Lascar Publishing, lascarpublishing.com/Leonardo in Internet Archive. ^ Baron-
Cohen Ramachandran et Hubbard, Neurocognitive mechanism of synesthesia" Hubbard1
and Ramachandran, Neurocognitive mechanism of synesthesia, su cell.com il libero. ^ percezione e idee, la sinestesia
| PsycHomer, su psychomer.it Le Scienze:
Non provo dolore, ma ne sento l'odore e ascolto le note Córdoba M.J. de,
Hubbard E.M., Riccò D., Day S.A., III Congreso Internacional de Sinestesia,
Ciencia y Arte, Parque de las Ciencias de Granada, Ediciones Fundación
Internacional Artecittà, Edición Digital interactiva, Imprenta del Carmen. Granada Córdoba M.J. de, Riccò D. (et al.), Sinestesia. Los fundamentos
teóricos, artísticos y científicos, Ediciones Fundación Internacional
Artecittà, Granada Cytowic, R.E., Synesthesia: A Union of The Senses, second
edition, MIT Press, Cambridge, Cytowic, R.E., The Man Who Tasted Shapes,
Cambridge, MIT Press, Massachusetts, Marks L.E., The Unity of the Senses. Interrelations among the modalities, Academic Press, New York, Riccò D.,
Sinestesie per il design. Le interazioni sensoriali nell'epoca dei
multimedia, Etas, Milano, Riccò D., Sentire il design. Sinestesie nel progetto
di comunicazione, Carocci, Roma, Tornitore T., Storia delle sinestesie. Le
origini dell'audizione colorata, Genova, 1986. Tornitore T., Scambi di sensi.
Preistoria delle sinestesie, Centro Scientifico Torinese, Torino, Voci
correlate Takete e Maluma Sinestesia tattile-speculare Altri progettiModifica
Collabora a Wikizionario Wikizionario contiene il lemma di dizionario
«sinestesia» Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini
o altri file su sinestesia Collegamenti esterniModifica Udire i colori, gustare
le forme, su lescienze.espresso.repubblica.it, Le Scienze. TED Talk: "I
listen to color" Portale Psicologia. Qualia aspetti qualitativi delle
esperienze coscienti Locus ceruleus Sinestesia tattile-speculare raro
fenomeno sensoriale/percettivo Wikipedia IlWikipedia Ricerca Sinestesia
(film) film diretto da Bernasconi Sinestesia Lingua originale italiano Paese di
produzione Svizzera Durata 91 min Rapporto1:1.85 Generedrammatico RegiaErik
Bernasconi SceneggiaturaErik Bernasconi ProduttoreVilli Hermann, Imagofilm
Lugano e RSI FotografiaPietro Zuercher MontaggioClaudio Cormio Effetti
specialiFlavio Scarponi, Oltremondo studio Lugano MusicheZeno Gabaglio,
Christian Gilardi ScenografiaFabrizio Nicora CostumiLaura Pennisi Interpreti e
personaggi Alessio Boni: Alan Giorgia Würth: Francoise Melanie Winiger: Michela
Leonardo Nigro: Igor Teco Celio: Padre di Francoise Bindu De Stoppani: Maide
Roberta Fossile: Cathrine Igor Horvat: Martin Federico Caprara: Uomo strano Eva
Allenbach: Segretaria Massimiliano Zampetti: Infermiere Daniele Bernardi:
Fisioterapista Alessandro Otupacca: Proprietario ristorante Sinestesia è un
film del 2010 scritto e diretto da Erik Bernasconi, prodotto da Villi Hermann e
coprodotto da Giulia Fretta per la RSI. I protagonisti sono Alessio Boni,
Melanie Winiger, Würth e Nigro. È stato nominato ai Quartz per la miglior
sceneggiatura, per la miglior attrice (Melanie Winiger) e per la miglior
attrice esordiente (Giorgia Wurth). La pellicola è uscita nelle sale ticinesi. Trama
Il film racconta due momenti della vita di quattro giovani adulti confrontati
con le prove del destino. Alan, sua moglie Françoise, la sua amante Michela, il
suo migliore amico Igor, vivono le sfaccettature del quotidiano dopo un
incidente che costringe Alan su una sedia a rotelle. Per questo la narrazione
si compone, con una struttura circolare, in quattro capitoli: uno per
personaggio, ognuno ispirato a un genere cinematografico. Sono quattro momenti
di una stessa storia, che esplorano le emozioni dei personaggi da quattro
angolature diverse. La trama si basa in larga parte sull'osservazione di fatti
realmente accaduti e affronta con accenti diversi (thriller psicologico,
commedia, dramma…) i temi dell'amicizia, dell'amore, dell'infedeltà e della
disabilità. ProduzioneModifica L'idea del film è partita nel dicembre
2006, con la lettura di un trafiletto in un quotidiano. Poi nell'estate del 2007
il regista e sceneggiatore Erik Bernasconi ha vinto un concorso indetto dal
Dipartimento della Cultura del Cantone Ticino e dalla RSI per progetti di
scrittura di film. Così Erik Bernasconi inizia a collaborare con il produttore
Villi Hermann, della Imagofilm, e parte la stesura della sceneggiatura.
AmbientazioneModifica Il film è stato girato quasi interamente nella Svizzera
italiana, a parte alcune scene girate a Lucerna e Ginevra. Le riprese hanno
avuto luogo nella primavera e nell'estate del 2009. RiconoscimentiModifica
2010 - Premio del cinema svizzero Candidatura al premio Quartz per la miglior
sceneggiatura Collegamenti esterniModifica ( EN ) Sinestesia, su Internet Movie
Database, IMDb.com. Sinestesia, su Rotten Tomatoes, Flixster Inc. Sinestesia,
su FilmAffinity. Portale Televisione: accedi alle voci di Wikipedia
che trattano di televisione di Botcrux
Melanie Winiger modella e attrice svizzera Erik Bernasconi regista e
sceneggiatore svizzero Zeno Gabaglio Grice: “It may be said that my transcendental
Kantian approach to cooperative rational conversation is a response to Costa’s
totally empiricist (or ‘sensista’ as he prefers) invocations of ‘chiarezza’ (my
imperative of conversational clarity), and brevita, eleganza, and all the
categories that inform the maxims. Nome compiuto: Paolo Costa. Keywords: la
teoria sensista della communicazione – senso – consenso – aesthesis –
synaesthesia --– idea dei chi proferisce la proposizione “Me diletta l’odore di
questa rosa piu del colore”, cooperiamo, e la risponsa di nostre anime e
“Contrariamente, a me mi diletta il colore di questa rosa piu dell’odore” -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Costa” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Costantino: la ragione conversazionale a Roma – la scuola
di Naissus – i romani della Dardania -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. Naissus, parte dell’Impero Romano, oggi, Nis, nella Serbia, capostipite
della dinastia costantiniana: Cloro Costanzo, romano d’origine illirica e
nativo della Dardania. Madrelingua: latina unicamente. Costantino I. Costantino
I Cesare e poi Augusto dell'Impero romano Testa dell'acrolito monumentale di
Costantino (Musei Capitolini) Nome originale: Flavius Valerius C. Regno
Cognomina ex virtute: Pius Felix Invictus Maximus Victor Triumphator Germanicus
maximus IV Sarmaticus maximus III Gothicus maximus II Dacicus maximus
Adiabenicus Arabicus maximus Armeniacus maximus Britannicus maximus Medicus
maximus Persicus maximus Nascita Naissus
Morte Nicomedia Sepoltura Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli
Predecessore Costanzo Cloro (per parte dei territori di competenza
amministrati) e Flavio Severo (per la carica di Cesare d'Occidente) Successore Costantino
II (cesare) Costanzo II Costante I (cesare dal 333) Dalmazio (cesare dal 335)
Coniuge Minervina Fausta Figli Crispo Costantina Costantino II Costanzo II Costante
I Elena Dinastia Costantiniana Padre Costanzo Cloro Madre Elena Flavio Valerio
Constantino (Constantino I) Moneta di Costantino con la rappresentazione del
monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale Nascita Naissus Morte Nicomedia Cause
della morte naturali Luogo di sepoltura Chiesa dei Santi Apostoli a
Costantinopoli Religione cristianesimo convertito dal paganesimo Dati militari
Paese servitor Impero romano Forza armata Esercito romano Grado Augusto
Comandanti Costanzo Cloro e Massimiano Guerre Guerra civile romana Campagne
germanico-sarmatiche di Costantino Invasioni barbariche del IV secolo Campagne
siriano-mesopotamiche di Sapore II Battaglie Battaglia di Verona
Battaglia di Torino Battaglia di Ponte Milvio Battaglia di Cibalae Battaglia di
Mardia Battaglia dell'Ellesponto Assedio di Bisanzio (324) Battaglia di
Adrianopoli Battaglia di Crisopoli Nemici storici Massenzio e Licinio
Comandante di Esercito romano voci di militari presenti su Wikipedia Manuale
San Costantino I Raffigurazione di san Costantino nella basilica di Santa Sofia
a Istanbul. L'imperatore, che la Chiesa ortodossa ha definito «Simile agli
Apostoli», proclamandolo santo, è raffigurato nell'atto di dedicare la
basilica. Imperatore Nascita Naissus Morte Nicomedia Venerato da Chiesa
cristiana ortodossa Santuario principale Chiesa dei Santi Apostoli Ricorrenza
21 maggio Manuale Battaglie di Costantino I nella guerra civile. Flavio Valerio
Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Vincitore, Costantino
il Grande e Costantino I (in latino: Flavius Valerius Aurelius Constantinus;
iΚωνσταντῖνος ὁ Μέγας?, Konstantînos o Mégas; Naissus, Nicomedia), è un
filosofo italiano. Costantino è una delle figure più importanti dell'impero
romano, che riforma largamente e nel quale permise e favorì la diffusione del
cristianesimo. Tra i suoi interventi più significativi, la riorganizzazione
dell'amministrazione e dell'esercito, la creazione di una nuova capitale a
oriente, Costantinopoli, e la promulgazione dell'Editto di Milano sulla libertà
religiosa. La Chiesa ortodossa e le Chiese di rito orientale lo venerano
come santo, presente nel loro calendario liturgico, col titolo di Eguale agli
apostoli; mentre il suo nome non è presente nel Martirologio Romano, il catalogo
ufficiale dei santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica. Le fonti primarie
sulla vita di Costantino e sulle relative vicende da imperatore devono essere
prese con la dovuta cautela. La principale fonte contemporanea è costituita da
Eusebio di Cesarea, autore di una Storia Ecclesiastica che non manca di esaltare
la gloria e la nobiltà di Costantino in quanto imperatore, a cui fa seguito una
Vita di Costantino che ne costituisce una vera e propria agiografia. Anche
Lattanzio, nel suo De mortibus persecutorum, delinea in modo netto la
distinzione fra il pio Costantino e il perverso Diocleziano (Salona).
Distinzione forse non del tutto disinteressata, visto che Lattanzio, nato in
Nordafrica da famiglia pagana e convertitosi al cristianesimo, dove fuggire
precipitosamente da Nicomedia, sede imperiale di Diocleziano, all'alba
dell'ultima persecuzione contro i Cristiani. La stessa cautela deve valere per
la Storia Nuova di Zosimo. Infine, l'appendice alla storia di Ottato di Milevi
sullo scisma donatista racchiude alcune lettere che C. invia ai cristiani del
Nordafrica e che, se autentiche, potrebbero rivelare alcuni tratti del pensiero
dell'imperatore riguardo alla questione. Albero genealogico della
dinastia costantiniana che ha in COSTANZO CLORO (si veda) il vero capostipite.
Costantino nacque a Naissus (odierna Niš, in Serbia), un modesto centro situato
nella provincia romana della Mesia Superiore, figlio di COSTANZO CLORO (si
veda), militare e politico romano di origini illiriche e nativo della Dardania.
Costantino e di madrelingua latina e, ha sempre difficoltà nel padroneggiare il
greco, tanto da doversi avvalere d'interpreti con locutori ellenofoni. Si
conosce pochissimo della sua gioventù. Perfino la sua data di nascita è incerta.
Forse è proprio durante l'adolescenza che gli è affibbiato il soprannome
dispregiativo “Trachala,” da interpretare nel senso di "viscido come una
lumaca". Nominato Prefetto del pretorio delle Gallie (cioè comandante
militare) e in base al sistema della Tetrarchia voluta da Diocleziano, nominato
Cesare dall'Augusto di Occidente, Massimiano, di cui sposa la figliastra
Teodora. Costantino e affidato all'Augusto d'Oriente, Diocleziano, ed educato a
Nicomedia presso la corte dell'imperatore, sotto il quale comincia la carriera
militare: fu tribunus ordinis primi e con questo grado fu al seguito dello
stesso Diocleziano nel suo viaggio in Egitto. Successivamente partecipò
attivamente alla campagna contro i Sasanidi condotta da Galerio per poi tornare
a servizio di Diocleziano con il quale lascia definitivamente l'Egitto
attraversando la Palestina. Combatté ancora tra le file dell'esercito di
Galerio sul confine danubiano, ove si distinse nelle guerre contro i Sarmati. Diocleziano
abdicò a favore del proprio Cesare Galerio e lo stesso fa Massimiano in
Occidente, a favore di Costanzo Cloro. Galerio nomina proprio Cesare il nipote
Massimino Daia e impone a Costanzo, con il sostegno di Diocleziano, come nuovo
Cesare Flavio Severo, un ufficiale di alto rango che aveva militato tra le file
dello stesso Galerio.E in questo frangente che Costantino raggiunse il padre in
Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e
propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per
garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne
militari nell'isola.Circa un anno dopo, Costanzo Cloro morì nei pressi di
Eburacum, l'odierna York. Qui l'esercito, guidato dal generale germanico Croco
(di origine alamanna), proclama C. nuovo Augusto d'Occidente, mettendo a
repentaglio il meccanismo della tetrarchia, ideato da Diocleziano proprio per
porre termine all'uso ormai consolidato degli eserciti di proclamare di propria
iniziativa gli imperatori. Per tale ragione Galerio, che al tempo era l'unico
Augusto legittimo rimasto in carica, e inizialmente scettico nel riconoscere
l'investitura di Costantino, tuttavia alla fine si convinse a cooptarlo nel
collegio imperiale ma con il rango di Cesare, promuovendo invece come nuovo
Augusto d'Occidente Flavio Severo. Costantino da parte sua accettò la decisione
di Galerio e, per dimostrare come riconoscesse l'autorità di Severo quale nuovo
superiore in grado, cede a quest'ultimo il controllo della diocesi Iberica,
mentre a lui sarebbe rimasto il governo delle Gallie e della Britannia. La
sofferta nomina di C. a Cesare, per quanto gestita e riassorbita nei quadri
della tetrarchia, aveva mostrato la debolezza del sistema di successione per
cooptazione creato da Diocleziano. Infatti Massenzio, figlio dell'Augusto
emerito Massimiano, scontento di essere stato tagliato fuori da qualsiasi
posizione di potere, si fece acclamare imperatore a Roma con l'appoggio dei
pretoriani, dell'aristocrazia senatoria e della plebe urbana. Galerio per
l'occasione decise di agire senza indugi e con durezza, ordinando a Severo, che
risiedeva a Milano, di marciare verso Roma per sedare la rivolta ma, giunto in
prossimità della città, le truppe al suo comando disertarono poiché venute a
conoscenza che Massimiano, per il quale avevano militato prima della sua
abdicazione, si era schierato a sostegno del figlio. Severo, fatto prigioniero,
fu poi ucciso.Galerio allora tenta di organizzare in prima persona una
spedizione in Italia, ma non ottenne alcun risultato e fu costretto a ritirarsi
nell'Illirico. Durante questi eventi, Costantino e impegnato sul confine renano
a combattere con successo i Franchi e si era mantenuto neutrale nella disputa
tra Galerio e Massenzio. Massimiano cerca dunque di farselo alleato e, per
attirarlo alla sua causa, lo raggiunse a Treviri, offrendogli in sposa la
figlia Fausta e il titolo di Augusto. Costantino accettò l'offerta di alleanza
e, dopo essere convolato a nozze, si fa proclamare Augusto sul finire
dell'anno. Tornato a Roma, Massimiano entra in urto con Massenzio, al potere
del quale non voleva più essere subordinato e, costretto a fuggire dalla città
poiché le truppe erano rimaste leali al figlio, fu riaccolto alla corte di
Costantino in Gallia. Galerio, nel tentativo di porre rimedio alla crisi
istituzionale creatasi, convoca a Carnuntum un convegno al quale presero parte,
oltre a lui, anche Massimiano e, soprattutto, Diocleziano. In questa
circostanza e creato Augusto Liciniano Licinio, un commilitone di Galerio,
mentre Costantino fu degradato nuovamente a Cesare e Massimiano dovette
deporre, questa volta definitivamente, le vesti imperiali per una seconda
volta. Contestualmente Massenzio fu dichiarato hostis publicus («nemico
pubblico»). Tornato deprivato di ogni potere, Massimiano inizia a tramare
contro Costantino. Approfittando dell'assenza del genero, impegnato a sedare
una sollevazione dei Franchi, il vecchio Erculio si proclamò per la terza volta
imperatore e, assunto il comando della truppe stanziate a Marsiglia, si arroccò
nella città.[49] Costantino, tornato in fretta dal confine renano, la pose
d'assedio ma, ancor prima che iniziassero le ostilità, i soldati all'interno
della città si arresero e consegnarono Massimiano, a cui fu però risparmiata la
vita.[50] Agli inizi del 310, dopo un ennesimo complotto ordito da Massimiano e
sventato questa volta dalla figlia Fausta, Costantino ordinò la messa a morte
del suocero e successivamente, attorno alla metà dell'anno, decise di
riappropriarsi del titolo di Augusto che gli era stato tolto a Carnuntum,
ottenendo stavolta il consenso di Galerio. Alla morte di Galerio nel 311,
Costantino si alleò con Licinio, mentre Massenzio con Massimino Daia.
Costantino, ormai sospettoso nei confronti di Massenzio, riunito un grande
esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani,
popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta
dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90 000 fanti e 8 000 cavalieri.[53]
Lungo la strada, Costantino lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le
porte, mentre assediò e distrusse quante si opposero alla sua avanzata. Egli,
dopo aver battuto due volte Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona,
lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio,[54] presso i Saxa
Rubra sulla via Flaminia, alle porte di Roma. Con la morte di Massenzio, tutta
l'Italia passa sotto il controllo di C. Durante questa campagna sarebbe
avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla
scritta In hoc signo vinces che avvicina C. al cristianesimo. Secondo Eusebio
di Cesarea questa apparizione avrebbe avuto luogo proprio nei pressi di Torino.
Ebbe dalla moglie Fausta Costantina. Augusto d'Occidente Schema della
battaglia avvenuta presso Adrianopoli, dove C., seppure in inferiorità
numerica, prevalse su Licinio, il quale lasciò sul campo secondo Zosimo ben
34.000 armati. Massimino Daia veniva sconfitto da Licinio e si dava la
morte. Entrando in Nicomedia Licinio emanò un rescritto (impropriamente detto
editto di Milano dal luogo dove era stato concordato con Costantino), con cui a
nome di entrambi gli augusti rimasti veniva riconosciuta anche in Oriente la
libertà di culto per tutte le religioni, ponendo fine ufficialmente alle
persecuzioni contro i cristiani, l'ultima delle quali, cominciata da
Diocleziano tra il 303 e il 304, si era conclusa nel 311 su ordine di Galerio,
prossimo a morire. Il testo del decreto recita: Cum feliciter tam
ego [quam] C. Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum
convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam
pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus
hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus
divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus
liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid
<est> divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate
nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere» Noi,
dunque C. Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a
Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e
sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere
in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità
affinché sia consentito ai galilei e a tutti gli altri la libertà di seguire la
religione che ciascuno crede, affinché il divino, qualunque essa sia, a noi e a
tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. -- Lattanzio, De mortibus
persecutorum, capitolo XLVIII) Nella prosecuzione il rescritto ordina
l'immediata restituzione ai galilei di tutti i luoghi di culto e di ogni altra
proprietà delle chiese. Costantino e Licinio, che ne aveva sposato la
sorella Costanza, entrarono una prima volta in conflitto (in seguito alla riappacificazione l'Illirico
passò a Costantino). In seguito alla sconfitta di Licinio, che si arrese dopo
le battaglie di Adrianopoli e di Crisopoli e venne successivamente ucciso, Costantino
rimase l'unico augusto al potere. Questo periodo cominciò con una serie di
uccisioni, a partire da quella del suo antico rivale Licinio. L'anno seguente
Costantino fa uccidere a Pola il figlio primogenito Crispo, figlio di
Minervina, per una presunta relazione con Fausta e inoltre Liciniano, figlio
della sorella Costanza e di Licinio. Quindi anche la moglie Fausta venne uccisa
soffocata o annegata nel bagno termale, riscaldato oltre la temperatura
normale. La leggenda vuole che Crispo sia stato eliminato in seguito all'accusa
di Fausta di averla insidiata, e quindi anche lei venne giustiziata quando
Costantino riconosce l'innocenza del figlio. Forse erano entrambi vittime di
falsi delatori o lei volle assicurarsi l'eliminazione dei rivali dei propri
figli come successori di Costantino. Il rimorso di C. e grande, secondo quanto
riporta ne “I Cesari” il suo polemico successore, il principe Giuliano. Si
erano iniziati i lavori per la costruzione della nuova capitale Nuova Roma sul
sito dell'antica Bisanzio, fornendola di un senato e di uffici pubblici simili
a quelli di Roma. Il luogo venne scelto come capitale nper le sue
eccezionali qualità difensive e per la vicinanza ai minacciati confini
orientali e ai danubiani. Inoltre, particolare non secondario, consentiva a
Costantino di sottrarsi all'influenza invadente, arrogante e irritante degl’aristocratici
presenti nel Senato romano, che tra l'altro erano della religione dell’antica
Roma. Nova Roma e inaugurata e prese presto il nome di “Costantinopoli”. Rispetto
alla vecchia città, la nuova era quattro volte più vasta: dove c'era un'antica
porta Costantino pose un foro circolare, inoltre spostò le sue mura più a
occidente di 15 stadi. La città (oggi Istanbul) resterà poi fino al 1453
capitale dell'Impero romano d’oriente. Diocesi (impero romano) e
Prefettura del pretorio. Riprendendo la divisione della riforma tetrarchica
dioclezianea che prevedeva due Augusti e due Cesari, l'Impero venne ridisegnato
e suddiviso in quattro prefetture, tutte facenti capo a un unico Imperatore: delle
Gallie, comprendente la Gallia transalpina, la Spagna e la Britannia; d'Italia, comprendente l'Italia, la Sicilia,
Sardegna e Corsica, e l'Africa dalle Sirti alla Mauretania Caesariensis; d'Oriente,
comprendente tutte le province orientali con l'eccezione delle isole di Lemno,
Imbro e Samotracia, l'Egitto e la pentapoli di Libia, oltre alla Tracia e la
Mesia inferiore; d'Illirico, comprendente le province balcaniche, vale a dire
dalla Macedonia, alla Tessaglia, a Creta all'Ellade, ai due Epiri, all'Illiria,
a Dacia, Triballia e Mesia superiore, oltre alle Pannonie sino alla Valeria. All'interno
di queste prefetture mantenne rigidamente separati il potere civile e politico,
da quello militare: la giurisdizione civile e giudiziaria era affidata a un
prefetto del pretorio, cui erano subordinati i vicari delle diocesi e i
governatori delle province. I prefetti furono, quindi, privati in parte del
potere militare,[65] lasciando loro ancora compiti di logistica militare,[66] e
diventarono amministratori delle grandi prefetture in cui era diviso l'impero.
Essi svolgevano le seguenti funzioni:[67] la suprema amministrazione
della giustizia e delle finanze (sostenendo anche le spese militari[68]).
l'applicazione e, in alcuni casi, la modifica degli editti generali. controllo
dei governatori delle province, i quali in caso di negligenza o corruzione
venivano destituiti e/o puniti. Inoltre il tribunale del prefetto poteva
giudicare ogni questione importante, civile o penale, e la sua sentenza era considerata
definitiva, al punto che neanche gli imperatori osavano lamentarsi della
sentenza del prefetto. Costantino poi controbilanciava l'importanza e la
potenza dei prefetti del pretorio con la breve durata della carica. Ogni
prefettura, divisa in tredici diocesi, di cui una (Oriente) era governata da un
Conte d'Oriente, un'altra (Egitto) da un Prefetto Augusteo, e le altre undici
da altrettanti Vicari o sottoprefetti, i quali sottostavano all'autorità del
prefetto del pretorio.[69] Ogni diocesi era ulteriormente suddivisa in
province. L'apparato burocratico venne snellito e suddiviso tra gli
affari della corte, affidati a quattro alti dignitari, e gli affari dello
Stato, affidati a tre alti funzionari: costoro, insieme con i prefetti urbani
componevano il Concistorium principis o Sacrum concistorium ("Consiglio
del principe" o "Sacro collegio"). I quattro dignitari che
regolavano le attività della corte erano: il comes rerum privatarum
("ministro degli affari privati"), che si occupava di gestire il
patrimonio privato dell'imperatore[70], il praepositus sacri cubiculi
("preposito del sacro cubicolo"), una sorta di gran ciambellano che
si occupava della vita della corte imperiale e da cui dipendevano cortigiani e
schiavi, due comites domesticorum ("ministro dei domestici"),
responsabili l'uno del personale che svolgeva il proprio servizio a piedi e
l'altro del personale a cavallo e della guardia imperiale. I tre alti
funzionari a cui competeva l'amministrazione dello Stato erano: il
magister officiorum ("maestro degli uffici"), un cancellerie che si
occupava dell'amministrazione interna e delle relazioni esterne, il quaestor
sacri palatii ("questore del sacro palazzo"), con competenza in
materia di leggi e di giustizia, che dirigeva inoltre il "Consiglio del
principe", il comes sacrarum largitionum ("ministro delle sacre
elargizioni"), che si occupava delle materie finanziarie statali. La
politica amministrativa di Costantino è controversa e in particolare è stata
aspramente criticata dallo storico illuminista Edward Gibbon, autore di Storia
del declino e della caduta dell'Impero romano (opera composta tra il 1776 e il
1788), che dà di Costantino un giudizio estremamente negativo. Per Gibbon al
tempo di Costantino: si istituì un poderoso sistema burocratico, coniando
cariche sconosciute in antecedenza (magnifico, illustre, conte, duca, ecc.),
tali da creare un controllo vessatorio e di spionaggio su tutte le province; i
pretoriani erano in numero spropositato ed erano di origine armena, con corazze
di argento e d'oro; la capitale trasferita da Roma a Costantinopoli (depredando
importanti opere di Fidia e altri scultori della Grecia classica) accentuò
l'emarginazione del Senato romano; la tassazione esorbitante finì per spopolare
anche una delle regioni (Campania) più produttive dell'Italia; si accentuò,
inoltre, la disgregazione dell'esercito romano, sia con la nomina di barbari al
massimo comando militare, sia con la penalizzazione economica dei soldati che
salvaguardavano il confine (limes) dalle invasioni. Complessivamente, per
Gibbon, neppure Caligola o Nerone fecero più danni all'impero di
Costantino. Politica estera e frontiere Lo stesso argomento in
dettaglio: Campagne germanico-sarmatiche di Costantino, Limes romano, Diga del
Diavolo e Brazda lui Novac (limes). Le frontiere romane settentrionali e
orientali al tempo di Costantino, con i territori acquisiti nel corso del
trentennio di campagne militari. La mappa qui sopra rappresenta anche il mondo
romano poco dopo la morte di Costantino, con i territori "spartiti"
tra i suoi tre figli (Costante I, Costantino II e Costanzo II) e i due nipoti
(Dalmazio e Annibaliano) Già ai tempi in cui era stato Cesare in Occidente,
attorno agli anni 306-310,[71] Costantino ottenne grandi successi militari su
Alemanni e Franchi, di cui si dice riuscì a catturare i loro re, dati in pasto
alle belve durante i giochi gladiatorii. Divenuto unico augusto in Occidente
nel 313 respinse una nuova invasione di Franchi in Gallia. Dopo una prima crisi
con Licinio, al termine della quale i due augusti trovarono un nuovo equilibrio
strategico nel 317, ottenne nuovi successi contro le genti barbare lungo il
Danubio. Egli, infatti, batté sia i Sarmati Iazigi sia i Goti. Avendo ottenuto
da Licinio anche l'Illirico, Costantino non solo respinse numerose incursioni
di Sarmati Iazigi e Goti, ma potrebbe aver dato inizio alla costruzione di due
nuovi tratti di limes: il primo nella pianura ungherese chiamato diga del
Diavolo, formato da una serie di terrapieni che da Aquincum collegavano il
fiume Tibisco, per poi piegare verso sud e collegare il fiume Mureș, percorrere
il Banato fino al Danubio all'altezza di Viminacium; il secondo nella Romania
meridionale chiamato Brazda lui Novac, che correva parallelo a nord del basso
corso del Danubio, da Drobeta alla pianura della Valacchia orientale fin quasi
al fiume Siret.[74] Divenuto unico augusto nel 324, affidò ai figli la
difesa dell'Occidente contro Franchi e Alamanni (contro i quali ottenne nuovi
successi e il titolo di Alamannicus maximus, insieme con Costantino) mentre lui
stesso combatteva sul confine danubiano i Goti) e i Sarmati). Divise l'impero
tra i figli assegnando a Costantino II Gallia, Spagna e Britannia, a Costanzo
II le province asiatiche, l'Oriente e l'Egitto e a Costante I l'Italia,
l'Illirico e le province africane. Alla sua morte nel 337 si preparava ad
affrontare in Oriente i Persiani. Costantino nei suoi oltre trent'anni di
regno aveva aspirato a riconquistare, non solo tutti i territori appartenuti
all'Impero di Traiano, ma soprattutto a diventare il protettore di tutti i
Cristiani anche oltre le frontiere imperiali. Egli, infatti, costrinse molte
delle popolazioni barbariche sottomesse a nord del Danubio, a sottoscrivere
clausole religiose dopo averle battute più e più volte, come nel caso dei
Sarmati e dei Goti. Identica sorte sarebbe toccata al regno d'Armenia e ai
Persiani se non fosse morto. Esercito Riforma costantiniana dell'esercito
romano. Mappa della ex-Dacia romana con il suo complesso sistema di
fortificazioni e difesa. In grigio la cosiddetta diga del Diavolo e a destra
(in verde) il Brazda lui Novac, di epoca costantiniana. Le prime vere modifiche
apportate da Costantino nella nuova organizzazione dell'esercito romano, furono
effettuate subito dopo la vittoriosa battaglia di Ponte Milvio contro il rivale
Massenzio nel 312. Egli infatti sciolse definitivamente la guardia pretoriana e
il reparto di cavalleria degli equites singulares e fece smantellare l'accampamento
del Viminale. Il posto dei pretoriani fu sostituito dalla nuova formazione
delle schole palatine, le quali ebbero lunga vita poi a Bisanzio ormai legate
alla persona dell'imperatore e destinate a seguirlo nei suoi spostamenti, e non
più alla Capitale. Una nuova serie di riforme furono poi portate a termine una
volta divenuto unico Augusto, subito dopo la sconfitta definitiva di Licinio
nel 324. La guida dell'esercito fu sottratta ai prefetti del pretorio, e ora
affidata a: il magister peditum (per la fanteria) e il magister equitum (per la
cavalleria). I due titoli potevano tuttavia essere riuniti in una sola persona,
tanto che in questo caso la denominazione della carica si trasformava magister
peditum et equitum o magister utriusque militiae[80] (carica istituita verso la
fine del regno, con due funzionari praesentalis). I gradi più bassi della nuova
gerarchia militare prevedevano, oltre ai soliti centurioni e tribuni, anche i
cosiddetti duces,[65] i quali avevano il comando territoriale di specifici tratti
di frontiera provinciale, a cui erano affidate truppe di limitanei. C.,
inoltre, sempre secondo Zosimo, rimosse dalle frontiere la maggior parte dei
soldati e li insediò nelle città (si tratta della creazione dei cosiddetti
comitatensi): «città che non avevano bisogno di protezione, privò del
soccorso quelle minacciate dai barbari [lungo le frontiere] e procurò alle
città tranquille il danno generato dalla soldataglia, per questi motivi molte
città risultano deserte. Lasciò anche che i soldati rammollissero, frequentando
i teatri, e abbandonandosi alla vita dissoluta.» (Zosimo, Storia
nuova) Nell'evoluzione successiva il generale in campo svolse sempre più
le funzioni di una sorta di ministro della guerra, mentre vennero create le
cariche del magister equitum praesentalis e del magister peditum praesentalis
ai quali veniva affidato il comando effettivo sul campo. Costantino
introdusse una riforma monetaria, necessaria anche per fare fronte alla
scarsità di monete d'oro. Venne, quindi, introdotto il solidus d'oro, con un
peso di 4,54 g pari a 1/72 di libbra, cioè più leggero (anche se più largo e
sottile) dell'aureo, che in quel momento valeva 1/60 di libbra. Si ritornò
inoltre al sistema bimetallico di Augusto coniando la siliqua d'argento, di
2,27 g pari a 1/144 di libbra: il miliarense, con un valore doppio della
siliqua, aveva quindi lo stesso peso del solidus. Per quanto riguarda i bronzi,
il follis, ormai fortemente svalutato, venne sostituito da una moneta di 3 g,
detto nummus centonionalis, cioè 1/100 di siliqua. Fu una riforma
duratura, tanto che il peso aureo del solido introdotto con la riforma di
Costantino rimase invariato per secoli anche durante l'impero bizantino. Ma a
livello sociale le conseguenze furono catastrofiche: tutti coloro che non
avevano accesso alla nuova moneta d'oro, infatti, dovettero subire le
conseguenze dell'inflazione, a causa di una svalutazione rispetto al solidus
delle altre monete d'argento e di rame, che non erano più protette dallo Stato.
Il risultato fu una insuperabile spaccatura tra una minoranza privilegiata di
ricchi e la massa dei poveri. Morte e successione Albero
genealogico della dinastia costantiniana: i discendenti di Costantino.
Costantino morì il non molto lontano da
Nicomedia (in località Achyrona), mentre preparava una campagna militare contro
i Sasanidi. La sua salma fu portata a Costantinopoli e sepolta in un sarcofago
nella Chiesa dei Santi Apostoli. C. preferì non nominare un unico erede,
ma dividere il potere tra i suoi tre figli cesari Costante I, Costantino II e
Costanzo II e due nipoti Dalmazio e Annibaliano. Costanzo, che era impegnato in
Mesopotamia settentrionale a supervisionare la costruzione delle fortificazioni
frontaliere,[86] si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e
presenziò alle cerimonie funebri del padre: con questo gesto rafforzò i suoi
diritti come successore e ottenne il sostegno dell'esercito, componente
fondamentale della politica di Costantino. Si ebbe un eccidio, per mano
dell'esercito, dei membri maschili della dinastia costantiniana e di altri
esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di Costantino e due
suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo)
furono risparmiati. Le motivazioni dietro questa strage non sono chiare:
secondo Eutropio Costanzo non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di
opporvisi e condonò gli assassini; Zosimo invece afferma che Costanzo fu
l'organizzatore dell'eccidio. Nel settembre dello stesso anno i tre cesari
rimasti (Dalmazio e Annibaliano furono vittime della purga) si riunirono a
Sirmio in Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori
dall'esercito e si spartirono l'Impero: Costanzo si vide riconosciuta la
sovranità sull'Oriente, Costante sull'Illirico e Costantino II sulla parte più
occidentale (Gallie, Hispania e Britannia). La divisione del potere tra i tre
fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di rovesciare
Costante, e Costanzo guadagnò i Balcani; nel 350 Costante fu rovesciato dall'usurpatore
Magnenzio, e Costanzo divenne unico imperatore. Icona ortodossa bulgara
con l'imperatore e la madre Elena e la "vera croce". Il comportamento
costantiniano in tema di culto uffiziale ha dato spazio a molte controversie
fra i filosofi -- controversie particolarmente aspre quando essi hanno preteso
di valutare non solo il comportamento pubblico, ma le sue convinzioni
interiori. In alternativa all'opinione tradizionale, secondo cui Costantino si
sarebbe convertito al cristianesimo poco prima della battaglia di Ponte Milvio,
è stata, invece, asserita la sua costante adesione al CULTO SOLARE, mettendo in
dubbio perfino il battesimo in punto di morte. Secondo altri filosofi,
poi, il culto uffiziale e per Costantino un puro e semplice instrumentum regni.
Burckhardt afferma: «Nel caso di un uomo geniale, al quale l'ambizione e la
sete di dominio non concedono un'ora di tregua, non si può parlare del sacro
consapevole -- un uomo simile è essenzialmente a-religioso, e lo sarebbe anche
se egli immaginasse di far parte integrante di una comunità religiosa. Secondo
altri filosofi ancora, poi, occorre distinguere fra convinzioni private e
comportamento pubblico, vincolato dalla necessità di conservare il consenso
delle proprie truppe e dei propri sudditi, qualunque ne fosse l'orientamento
religioso. Da questo punto di vista è utile distinguere fra il comportamento di
Costantino antecedente e quello successivo alla battaglia di Crisopoli, grazie
alla quale consegue il dominio assoluto sull'impero. Dopo questo, si trova
comunque d'accordo molti studiosi di quell'epoca. Tra costoro, Veyne sostiene
con sicurezza l'autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con
Bury, che la sua rivoluzione e forse l'atto più audace mai compiuto da un
autocrate in spregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi. E ciò in
considerazione del fatto che la popolazione che segue il culto dei galilei e
circa il 8% del totale nel principato di Costantino.Veyne ha inoltre proposto
un'interessante teoria per tentare di spiegare in modo razionale il fenomeno
leggendario della visione che potrebbe aver spinto Costantino a una conversione
solo apparentemente improvvisa. Veyne ipotizza che un sogno abbia potuto avere
azione catalitica su un terreno psicologico predisposto da esperienze e
suggestioni vissute precedentemente. È comunque fuori di dubbio la sincerità
costantiniana nella ricerca dell'unità e concordia del culto, la cui necessità
deriva da un preciso disegno politico che considera l'unità del mondo
condizione indispensabile alla stabilità della potenza imperiale. Costantino
infatti interpreta in questo senso l'antico tema, caro alla Roma sul principato
della “pax deorum”, nel senso che la forza del principato non deriva
semplicemente dalle azioni di un principe illuminato, da una saggia
amministrazione e dall'efficienza di un ben strutturato e disciplinato
esercito, ma direttamente dalla benevolenza del divino. Mentre però, nella
religione della Roma antica, vi era un rapporto DIRETTO tra il potere del
principe e il divino, il principe non puo ignorare istituzioni che, tramite i
suoi vescovi, adita la fonte divina del potere. Costantino non puo fare a meno
di essere co-involto nelle lotte teologiche. Su una tale base ideologica,
questa ricerca dell'unità e della concordia comporta quindi anche interventi
molto duri nei confronti di coloro che il principe considera eretici, che sono
trattati duramente, dei pagani. I conflitti teologici si trovarono dunque ad
avere una ricaduta politica, mentre d'altra parte le sorti interne del
principato sono sempre più dipendenti dai risultati delle lotte teologiche. Gli
stessi vescovi, infatti, sollecitavano continuamente l'intervento del principe
per la corretta applicazione delle decisioni dei concili, per la convocazione
dei sinodi e anche per la definizione di controversie teologiche. Ogni successo
di una fazione comportava la deposizione e l'esilio dei capi della fazione
opposta, con i metodi tipici della lotta politica. La religione della Roma
Antica si era fortemente trasformata: sulla spinta della insicurezza dei tempi
e dell'influsso dei culti di origine orientale, le sue caratteristiche
pubbliche e ritualistiche hanno sempre più perso di significato di fronte a una
più intensa e personale spiritualità. Si era andato diffondendo un sincretismo
venato di mono-teismo (il colto solare di un divino unico, il re sole
identificato con Giove -- e si tendeva a vedere nelle immagini degli dei
tradizionali – altri che Giove -- l'espressione di un unico essere divino:
Giove. Una forma politica a questa aspirazione sincretistica e data
dall'imperatore Aureliano con l'istituzione del culto ufficiale del Sole
Invitto con elementi del mitraismo e di altri culti solari di origine
orientale. Il culto e diffuso nell'esercito, soprattutto nell'occidente, e a
esso non furono estranei né Costanzo Cloro, il padre di Costantino, né
Costantino stesso. Costantino e certamente il primo a comprendere l'importanza
della religione per rafforzare la coesione culturale e politica dell'impero
romano. Fa vietare il concubinato dei mariti, mentre fu reso più
difficile il ripudio, antenato del divorzio. La domenica e elevata a giorno
festivo pubblico. Lo Stato inizia a finanziare il clero pubblico e la
costruzione di nuove edificii o fu l'imperatore a farle erigere personalmente,
ad esempio a Roma (Antica basilica di Pietro nel monte Vaticano), ma
especialmente fuora di Roma: a Betlemme
(Basilica della Natività), Gerusalemme (Basilica del Santo Sepolcro) e
Costantinopoli (Chiesa dei Santi Apostoli). In un decreto concesse che su
richiesta di una sola delle parti contendenti, le cause civili potessero essere
giudicate innanzi ai vescovi. Fu concesso agli ecclesiastici l'esonero dagli
oneri municipali. Moneta di Costantino, con una rappresentazione del Sol
Invictus e l'iscrizione SOLI INVICTO COMITI, "al Sole Invitto
compagno" Moneta di Costantino con la rappresentazione del
monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale Le monete coniate da Costantino
forniscono indirettamente notizie sull'atteggiamento pubblico di Costantino
verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di principe, alcune
emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al
Genio del Popolo Romano» ("Gen Pop Romani"), provenienti specialmente
dalla zecca di Londinium (Londra). Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di
Ponte Milvio le zecche orientali (Alessandria, Antiochia, Cyzicus, Nicomedia,
ecc.) continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore» (Iovi
conservatori). Nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali (Arles,
Londra, Lione, Augusta Treverorum, Pavia, ecc) continuarono a coniare monete
dedicate «al Sole invitto compagno» e, nel caso della zecca di Pavia, anche «a
Marte salvatore» (Marti Conservatori) e «a Marte Protettore della Patria»
(Marti Patri Conservatori). L'attributo «compagno» riferito al Sole, che
manca in monete analoghe di precedenti imperatori, è singolare e occorre
chiedersene il significato. Normalmente viene interpretato come «al compagno
(di Costantino), il Sole Invitto»; indicherebbe quindi una indiretta
deificazione dell'imperatore stesso. Il vero significato, però, potrebbe anche
essere completamente diverso. Nell'età imperiale, infatti, la parola latina
comes, oltre che «compagno» indicava un funzionario imperiale e perciò da essa
è derivato il titolo nobiliare «conte». Alle orecchie dei galilei, quindi,
questa strana legenda poteva ricordare che il sole non era un dio, ma una
potenza subordinata alla divinità suprema. A sua volta l'imperatore si presenta
come l'autorità suprema in terra allo stesso modo come il sole lo era in cielo;
autorità, però, entrambe subordinate. Questa interpretazione è confermata
dall'emissione (durante la prima guerra
civile contro Licinio), la cui legenda recita: SOLI INVIC COM DN (soli invicto
comiti domini), che potrebbe essere tradotto come «al sole invitto compagno del
signore», ma che sembra più logico tradurre «al sole invitto, ministro del
Signore». La maggior parte delle zecche sia in oriente sia in occidente
passarono a emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la
legenda «Liete vittorie al principe perpetuo» (Victoriae laetae prin. perp.).Da
quell'anno dalle monete bronzee di Costantino iniziano a sparire gli dei
tradizionali, come Elio, Marte, Giove, sostituiti dall'immagine solitaria
dell'imperatore, che volge gli occhi verso l'alto, ad un divino generico, che
può essere interpretata come Giove. La monetazione aurea invece mantiene ancora
a lungo gli dei tradizionali, forse perché rivolta ai patrizi e a persone di
rango elevato, ancora legate alla religione tradizionale Le monete con
simboli dei galilei o supposti tali sono rare e costituiscono solo circa l'1%
delle tipologie conosciute. La zecca di Pavia (Ticinum) conia un medaglione
d'argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l'elmo piumato
dell'imperatore. Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il
labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo
appunto di Licinio,[99] e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia
le immagini del sole invitto sia la corona radiata, altro simbolo apollineo e
solare. Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione
ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in
alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato
tra l'imperatore e la divinità. L'ambiguitas constantiniana Quanto sopra
osservato a proposito delle monete di Costantino, cioè la volontà imperiale di
presentarsi come un prediletto dal cielo, senza, però, mettere in chiaro quale
fosse la divinità, può essere rilevato in molti altri aspetti dell'impero di
Costantino. Il ruolo determinante giocato da Costantino nell'ambito della
chiesa cristiana (ad esempio tramite la convocazione di concili e il
presiederne i lavori) non deve oscurare il fatto che Costantino svolse funzioni
analoghe nell'ambito di altri culti. Egli infatti mantenne la carica di
pontefice massimo della religione pagana; carica che era stata di tutti gli
imperatori romani a partire da Augusto. Lo stesso fecero i suoi successori
cristiani fino al 375. Anche la battaglia di Ponte Milvio, con cui nel
312 Costantino sconfisse Massenzio, diede origine a leggende discordanti, che,
però, potrebbero risalire tutte a Costantino, sempre attento a presentarsi come
prescelto dal divino, qualunque essa fosse. Per queste leggende si veda la voce
in hoc signo vinces. In questo senso si spiegano sia l'editto imperiale di
tolleranza o l'editto di Milano del 313 (conferma rafforzata di un editto di
Galerio del 30 aprile 311), sia l'iscrizione sull'arco di Costantino: entrambi citano
una generica "divinità", che poteva dunque essere identificata sia
con il Dio cristiano, sia con il dio solare. L'ambiguità dell'Editto di Milano,
però, è ovvia, dato che esso fu proclamato da Licinio. Costantino persegue
probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell'impero, nel
quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Vi fu una grande
confusione da parte degli osservatori esterni del cristianesimo che portò molti
ad identificare i cristiani come adoratori del sole. Molto prima che Eliogabalo
e i suoi successori diffondessero a Roma il culto siriaco del Sol invictus,
molti romani ritenevano che i cristiani adorassero il sole: «Gli
adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide
chiamano se stessi Vicari di Cristo» (Adriano) «…molti ritengono
che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo
rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla
gioia» (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio
animae) Questa confusione era senz'altro favorita dal fatto che Gesù era
risorto nel primo giorno della settimana, quello dedicato al sole, e perciò i
cristiani avevano l'abitudine di festeggiare proprio in quel giorno (oggi
chiamato domenica): «Nel giorno detto del Sole si radunano in uno stesso
luogo tutti coloro che abitano nelle città o in campagna, si leggono le memorie
degli apostoli o le scritture dei profeti, per quanto il tempo lo consenta;
poi, quando il lettore ha terminato, il presidente istruisce a parole ed esorta
all'imitazione di quei buoni esempi. Poi ci alziamo tutti e preghiamo e, come
detto poco prima, quando le preghiere hanno termine, viene portato pane, vino e
acqua, e il presidente offre preghiere e ringraziamenti, secondo la sua
capacità, e il popolo dà il suo assenso, dicendo Amen. Poi viene la
distribuzione e la partecipazione a ciò che è stato dato con azioni di grazie,
e a coloro che sono assenti viene portata una parte dai diaconi. Coloro che
possono, e vogliono, danno quanto ritengono possa servire: la colletta è
depositata al presidente, che la usa per gli orfani e le vedove e per quelli
che, per malattia o altre cause, sono in necessità, e per quelli che sono in
catene e per gli stranieri che abitano presso di noi, in breve per tutti quelli
che ne hanno bisogno.» (Giustino) Questa scelta liturgica era
inevitabile. Il giorno del sole, infatti, non solo era proprio il primo della
settimana, quello in cui Gesù era risorto, ma anche aveva una valenza metaforica
teologicamente e scritturalmente corretta. L'abitudine di chiamare tale giorno
"giorno del Signore" (dies dominica, da cui, appunto il nome
domenica) compare per la prima volta alla fine del primo secolo (Apocalisse 1,
10[100]) e poco dopo nella didaché, prima cioè che il culto del Sol Invictus
prendesse piede. Anche la decisione di celebrare la nascita di Cristo in
coincidenza col solstizio d'inverno ha dato origine a molte controversie, dato
che le date di nascita di Gesù fornite dai Vangeli sono imprecise e di
difficile interpretazione. Le prime notizie di feste cristiane per celebrare la
nascita di Cristo risalgono circa all'anno 200. Clemente Alessandrino riporta
diverse date festeggiate in Egitto, che sembrano coincidere con l'Epifania o
col periodo pasquale (cfr. Data di nascita di Gesù). Nel 204 circa, invece,
Ippolito di Roma propone il 25 dicembre (e la correttezza storica di tale
scelta sembrerebbe essere stata approssimativamente confermata da recenti
scoperte). La decisione delle autorità romane, tuttavia, di uniformare la data
delle celebrazioni proprio il 25 dicembre potrebbe essere stata stabilita in
buona parte per motivi "politici" in modo da congiungersi e
sovrapporsi alle feste pagane dei Saturnali e del Sol invictus. La
confusione delle date liturgiche fra i culti continuò per un certo periodo,
anche perché ovviamente l'editto di Tessalonica, che proibiva i culti diversi
dal cristianesimo, non determinò la conversione immediata dei pagani. Ancora
ottanta anni dopo, nel 460, il papa Leone I sconsolato scriveva: «È così
tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare
nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si
volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro
fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene
ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza
di ossequio a questo culto degli dei.» (Papa Leone I, 7° sermone tenuto
nel Natale del 460 - XXVII-4) La sovrapposizione fra culto solare e culto
cristiano ha dato origine a molte controversie, tanto che alcuni hanno
sostenuto che il cristianesimo sia stato pesantemente influenzato dal mitraismo
e dal culto del Sol invictus o addirittura trovi in essi la sua radice vera.
Questa ipotesi si forma durante il Rinascimento, ma si è diffusa negli ultimi
decenni del XX secolo, tanto da essere considerata (se non accettata) perfino
negli ambienti più progressisti delle chiese cristiane. Un esempio di questa
ipotesi ce lo fornisce il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi che, alla fine del
XII secolo, scrive: «Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la
nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di
festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i
dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa
festività, decisero in concilio che la "vera" Natività doveva essere
proclamata in quel giorno.» (Jacob Bar-Salibi) Anche l'allora
cardinale Joseph Ratzinger (poi papa Benedetto XVI) parla della
cristianizzazione della festa antico romana dedicata al sole e agli dei che lo
rappresentavano. È introdotta la settimana di sette giorni e fu decretato come
giorno di riposo il dies Solis (il "giorno del Sole", che corrisponde
alla nostra domenica). (LA) «Imperator Constantinus.Omnes iudices
urbanaeque plebes et artium officia cunctarum venerabili die solis quiescant.
ruri tamen positi agrorum culturae libere licenterque inserviant, quoniam
frequenter evenit, ut non alio aptius die frumenta sulcis aut vineae scrobibus
commendentur, ne occasione momenti pereat commoditas caelesti provisione
concessa. * Const. A. Helpidio. * <a 321 PP. V NON. MART. CRISPO II ET
CONSTANTINO II CONSS. Nel venerabile giorno del Sole, si riposino i magistrati
e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i negozi. Nelle campagne,
però, la gente sia libera legalmente di continuare il proprio lavoro, perché
spesso capita che non si possa rimandare la mietitura del grano o la cura delle
vigne; sia così, per timore che negando il momento giusto per tali lavori, vada
perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo.» (Codice
giustinianeo) Benché dopo la sconfitta di Licinio il cristianesimo di
Costantino trovi sempre più conferme pubbliche, occorre non dimenticare che:
«Mentre egli e sua madre abbelliscono la Palestina e le grandi città
dell'impero di sfarzosissime chiese, nella nuova Costantinopoli egli fa
costruire anche dei templi pagani. Due di questi, quello della Madre degli dèi
e quello dei Dioscuri, possono essere stati semplici edifici decorativi
destinati a contenere le statue collocatevi come opere d'arte, ma il tempio e
la statua di Tyche, personificazione divinizzata della città, dovevano essere
oggetto di un vero e proprio culto». Probabilmente il progetto politico di
Costantino di tollerare il Cristianesimo, se non frutto di una conversione
personale autentica, nacque dalla presa d'atto del fallimento della
persecuzione contro i cristiani scatenata da Diocleziano. La sconfitta così
clamorosa di Diocleziano aveva dovuto persuadere Costantino che l'Impero aveva
bisogno di una nuova base morale che la religione tradizionale era incapace di
offrirgli. Bisognava, quindi, trasformare la forza potenzialmente disgregante
delle comunità cristiane, dotate di grandi capacità organizzative oltre che di
grande entusiasmo, in una forza di coesione per l'Impero. Questo è il senso
profondo della svolta costantiniana, che finì per chiudere la fase movimentista
del cristianesimo trascendente e aprire quella del cristianesimo politicamente
trionfante. I cristiani furono inseriti sempre di più nei gangli vitali del
potere imperiale. Inoltre, alla Chiesa cristiana, già alimentata cospicuamente
dal flusso delle contribuzioni spontanee dei fedeli, furono concesse numerose
esenzioni e privilegi fiscali, moltiplicandone la ricchezza. Dopo l'esercito,
la Chiesa cristiana grazie a Costantino stava diventando il secondo pilastro
dell'Impero. La leggenda della donazione costantiniana Secondo una tarda
leggenda medievale, Costantino, dopo la battaglia di Ponte Milvio, fece dono a
papa Silvestro I (convinto di essere stato da lui guarito dalla lebbra), dello
splendido Palazzo Laterano (di proprietà della moglie Fausta), consegnando così
al papa romano la città di Roma e dando avvio, con quell'atto di devoluzione,
al potere temporale dei papi, ma la cosiddetta Donazione di C. (nota in latino
come "Constitutum Constantini", ossia "decisione",
"delibera", "editto") è un documento apocrifo conservato in
copia nelle Decretali dello Pseudo-Isidoro e, come interpolazione, in alcuni
manoscritti del Decretum di Graziano (XII secolo). Nel 1440 il filologo
italiano Lorenzo Valla dimostrò in modo inequivocabile come il documento fosse
un falso. Colonna di Costantino I a Costantinopoli. Sotto di essa
l'imperatore avrebbe posto amuleti pagani e reliquie cristiane a protezione
della città La leggenda della donazione quindi probabilmente voleva dare un
fondatore illustre, il primo imperatore cristiano, al successivo disegno
politico di imporre il Cristianesimo come unica religione ufficiale dell'impero
romano. Tale sviluppo però ebbe luogo solo a partire dall'epoca tarda, con
Graziano e Teodosio quindi verso la fine del IV secolo (391). Dopo la caduta
dell'Impero d'occidente, nel 476, la "donazione" divenne la base
giuridica del Papato per legittimare il proprio potere temporale sulla città di
Roma e la sua indipendenza dall'imperatore. La conversione Costantino
mantenne il titolo di Pontifex Maximus che gli spettava come imperatore e
condusse una politica di mediazione tra i vari culti dell'Impero e anche tra le
diverse correnti del nascente Cristianesimo. Riceve il battesimo
cristiano solo IN PUNTO DI MORTE, per mano di un suo consigliere, il vescovo
ariano Eusebio di Nicomedia.[109] Alcuni storici, però, ritengono che questo
racconto possa essere stato tramandato per motivi politico-religiosi e
propagandistici.[110]. Va detto che il battesimo ricevuto sul letto di morte da
catecumeno era un'usanza del tempo, quando non essendo stato ancora
riconosciuto il sacramento della confessione si preferiva annullare tutti i
propri peccati prima della morte, che avveniva così in albis. Senza
escludere l'utilità politica attesa da Costantino dall'alleanza con la Chiesa
cattolica, alcuni documenti risalenti al periodo dell'Editto di Milano
rivelerebbero un avvicinamento dell'imperatore al cristianesimo ben più marcato
di quanto descritto da parte della storiografia, in una lettera del 314-315 di
Costantino a Elafio, suo vicario imperiale in Africa, si rivolgeva infatti
circa lo scisma donatista con queste parole[111]: «… non sarò mai soddisfatto
né mi aspetterò prosperità e felicità dal potere misericordioso
dell'Onnipotente fino a quando non sentirò che tutti gli uomini offrono al
Santissimo la retta adorazione della religione cattolica in una comune
fratellanza…» solo dieci anni più tardi scriveva a Sapore II re di Persia
con medesimi accenti[112]: «…Io sarò soddisfatto solo quando vedrò che tutti
pregheranno, con fraterna concordia d'intenti, nell'autentico culto della
Chiesa universale…» ciò farebbe pensare che il battesimo venne
amministrato in punto di morte a Nicomedia solo come termine di un lungo
processo di conversione che non fu estraneo a contaminazioni con ambienti
dell'arianesimo, nella cui fede fu battezzato. Tali contaminazioni gli
costarono la mancata canonizzazione cattolica (per la Chiesa cattolica,
coerentemente, la santificazione spetta solo a coloro che sono stati battezzati
secondo le norme cattoliche) e gli concessero l'inserimento ufficiale solo tra
i santi ortodossi; accadde diversamente per la madre Elena, che si commemora il
18 di agosto, il cui battesimo fu invece celebrato in osservanza di tale
liturgia. Fu dunque l'adesione all'arianesimo negli ultimi anni della sua vita,
quelli successivi alla partenza per la nuova Costantinopoli, a indurre la
Chiesa di Roma a prenderne le distanze; ciò avvenne attraverso la riscrittura
agiografica della vita, da parte di papa Silvestro così come descritta negli Actus
Silvestri. Non è altresì da escludere che sulla conversione di Costantino
abbiano influito in modo determinante gli eventi succedutisi dagli inizi del IV
secolo con la constatazione del fallimento delle persecuzioni del 303 e
l'editto di Galerio del 311 che tentava di far rientrare la religione cristiana
nell'alveo di tutte le altre religioni ammesse nell'impero, che tradiva il
timore dell'universalismo del cristianesimo che metteva a rischio le
istituzioni romane basate sulle differenze etniche. Dal papiro di Londra
numero 878, che contiene una parte di un editto del 324, e da un'attenta
riconsiderazione storica pare che Costantino fosse animato da "un
effettivo accostamento al sentimento cristiano". Che sia stato per
convinzione personale o per calcolo politico, Costantino appoggiò comunque la
religione cristiana soprattutto dopo l'eliminazione di Licinio nel 324,
costruendo basiliche a Roma, Gerusalemme e nella stessa Costantinopoli; conferì
alle chiese il diritto di ricevere beni in eredità e quelle maggiori furono
dotate di vaste proprietà; diede ai vescovi vari privilegi e poteri giudiziari,
quali quello di essere giudicati da loro pari ponendo le basi al principio
relativo al vescovo di Roma del prima sedes a nemine iudicatur; concesse gli
episcopalis audientia. Fu in epoca costantiniana inoltre, una volta
identificata la Chiesa secondo la definizione paolina di Corpus Mysticum e
ritenuta capace di ricevere donazioni ed eredità, che ebbe luogo il concetto,
prima sconosciuto nella legislazione romana, di persona giuridica nella
successiva legislazione. Il riformatore cristiano Lo stesso
argomento in dettaglio: Concilio di Nicea I. L'icona di San Costantino
nel Castello di Lari (Toscana), opera realizzata per i 1700 anni dell'editto di
Milano La politica di Costantino mirava a creare una base salda per il potere
imperiale sull'assioma che c'era un unico vero dio, una sola fede e quindi un
unico legittimo imperatore. Nella stessa religione cristiana per questo motivo
era dunque importantissima l'unità: Costantino fu promotore, pur non essendo
battezzato, di diversi concili, per risolvere le questioni teologiche che
dividevano la Chiesa. In tali concili presenziò come pontifex maximus dei
romani o "vescovo di quanti sono fuori della chiesa". Il primo
fu quello convocato ad Arelate (primo concilio di Arles), in Francia nel 314,
che confermò una sentenza emessa da una commissione di vescovi a Roma, che
aveva condannato l'eresia donatista, intransigente nei confronti di tutti i cristiani
che si erano piegati alla persecuzione dioclezianea: in particolare si trattava
del rifiuto di riconoscere come vescovo di Cartagine Cipriano, il quale era
stato consacrato da un vescovo che aveva consegnato i libri sacri. Ancora
nel 325, convocò a Nicea il primo concilio ecumenico, che lui stesso inaugurò,
per risolvere la questione dell'eresia ariana: Ario, un prete alessandrino
sosteneva che il Figlio non era della stessa "sostanza" del padre, ma
il concilio ne condannò le tesi, proclamando l'omousia, ossia la medesima
natura del Padre e del Figlio. Il concilio di Tiro del 335 condannerà tuttavia
Atanasio, vescovo di Alessandria, il più accanito oppositore di Ario,
soprattutto a causa delle accuse politiche che gli vennero rivolte.
L'imperatore fece costruire numerose chiese cristiane, tra cui le basiliche del
Santo Sepolcro a Gerusalemme, la basilica di Mamre e la basilica della Natività
a Betlemme. A Roma eleva la basilica del Laterano e la prima basilica di San
Pietro. Per la sua sepoltura decise di non farsi seppellire nel mausoleo dove
era già la madre a Roma, ma si fece costruire un mausoleo a Costantinopoli
vicino o all'interno della chiesa dei Santi Apostoli, tra le reliquie di questi
ultimi, che cercò di radunare. Eusebio di Cesarea narra che Costantino fu munifico
e ornò gli edifici di oro, marmi, colonne, e splendidi arredi. Purtroppo
nessuna delle basiliche originali di Costantino si è conservata fino ai giorni
nostri, salvo pochi resti di fondazioni. In tutto l'impero, i templi pagani,
salvo poche eccezioni, non vennero riconvertiti in chiese, ma abbandonati,
perché inadatti al nuovo culto che richiedeva la presenza di numerosi fedeli
all'interno. I culti pagani invece si svolgevano all'aperto, con la cella del
tempio riservata al dio. Vi fu quindi la riconversione ad uso religioso di un
particolare tipo di edificio romano, la basilica civile. Culto Anche se
divenuto cristiano, alla morte Costantino venne divinizzato (divus), per
decreto del senato, con la cerimonia pagana dell'apoteosi, come era consuetudine
per gli imperatori romani. Costantino, nonostante avesse iniziato a costruire
un grandioso mausoleo di famiglia a Roma, lo lasciò a sua madre (il cd.
Mausoleo di Elena) e volle essere sepolto a Costantinopoli, nella Chiesa dei
Santi Apostoli, divenendo così il primo imperatore a essere sepolto in una
chiesa cristiana. Costantino è considerato santo dalla Chiesa ortodossa,
che secondo il Sinassario Costantinopolitano lo celebra assieme alla madre
Elena. La santità di Costantino non è riconosciuta dalla Chiesa cattolica
(infatti non è riportato nel Martirologio Romano), che tuttavia celebra sua
madre[117] il 18 agosto. A livello locale il culto di san Costantino è
comunque autorizzato anche nelle chiese di rito romano-latino. In Sardegna, per
esempio, la festa del santo (nella tradizione religiosa sarda) ricorre il 7
luglio. Il 23 aprile invece, viene festeggiato a Siamaggiore, in provincia di
Oristano, l'unico paese dell'isola in cui Costantino Magno Imperatore ne è
anche il patrono. Nell'isola esistono due santuari principali dedicati
all'imperatore: uno si trova a Sedilo, nel centro geografico dell'isola, in
provincia di Oristano, dove il 6 e 7 luglio di ogni anno si corre l'Ardia, una
sfrenata e spettacolare corsa a cavallo di origine bizantina che rievoca la
vittoria del 312 a Ponte Milvio; l'altro è a Pozzomaggiore, in provincia di
Sassari. Altre attestazioni minori si hanno in vari luoghi della Sicilia;
l'ultimo sabato di luglio, a Capri Leone, paese in provincia di Messina, si
festeggia la festività in suo onore, dove per devozione paesana egli è divenuto
Santo Patrono. Suggestiva la processione serale, con il simulacro di Costantino
Imperatore portato a spalla dai fedeli. Titolatura imperiale Lo
stesso argomento in dettaglio: Monetazione tetrarchica e Monetazione di
Costantino e dei Costantinidi. Titolatura imperialeNumero di volteDatazione
evento Tribunicia potestas33 volte: la prima volta il 25 luglio del 306, la
seconda il 10 dicembre del 306, la terza nel settembre del 307, la quarta il 10
dicembre del 307 e poi annualmente ogni 10 dicembre fino al 337 (anno in cui
non assunse l'iterazione perché premorì). Consolato. Salutatio imperatoria: la
prima quando è proclamato Caesar, poi
rinnovata ogni anno. Titoli vittoriosi Germanicus maximus; Sarmaticus maximus);
Gothicus maximus); Dacicus maximus; Adiabenicus; Arabicus maximus; Armeniacus
maximus; Britannicus maximus; Medicus maximus; Persicus maximus. Altri titoli Caesar,
Filius Augustorum e augustus; Pius, Felix, Pontifex Maximus; Invictus, Pater
Patriae, Proconsul; Maximus; Victor (in sostituzione di Invictus); Triumphator
(titolo aggiunto tra il 328 ed il 332). Località italiane in cui è attestato il
culto a San Costantino imperatore Calabria Calabria, Provincia di Vibo
Valentia, San Costantino Calabro Calabria, Provincia di Vibo Valentia,
Briatico, San Costantino di Briatico (frazione) Lucania Basilicata,
Provincia di Potenza, San Costantino Albanese Basilicata, Provincia di Potenza,
Rivello, San Costantino (frazione) Sardegna Sardegna, Provincia di
Oristano, Siamaggiore, Parrocchiale di San Costantino Magno Imperatore
Sardegna, Provincia di Oristano, Sedilo, Santuario di Santu Antinu Sardegna,
Provincia di Sassari, Pozzomaggiore, Chiesa di San Costantino (Pozzomaggiore)
Toscana Toscana, Provincia di Pisa, Casciana Terme Lari, Castello dei
Vicari a Lari Toscana, Provincia di Pisa, Casciana Terme Lari, Santuario di San
Martino in Petraja a Casciana Terme Trentino-Alto Adige Trentino-Alto
Adige, comune di Fiè allo Sciliar, frazione di San Costantino/St. Konstantin,
Chiesa di San Costantino Trentino-Alto Adige, comune di Naz-Sciaves, frazione
di Raas, Chiesa dei Santi Egidio e Costantino Note ^ Costantino si attribuì il
titolo Invictus dopo la propria autoproclamazione ad Augusto, nella seconda
metà del 310. Si veda nel merito Thomas Grünewald, Constantinus Maximus
Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung,
Stoccarda 1990, pp. 46-61. Il senato di Roma gli accordò questo titolo
dopo la vittoria su Massenzio. Si veda Lattanzio, De mortibus persecutorum Costantino
adottò il titolo Victor in sostituzione di Invictus nel 324, dopo la vittoria
definitiva su Licinio. Si veda nel merito Thomas Grünewald, Constantinus
Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung,
Stoccarda 1990, pp. 134-144. Costantino adottò il titolo Triumphator al
tempo delle campagne gotiche sul confine danubiano. Si veda nel merito Thomas
Grünewald, Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der
zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda 1990, pp. 147-150. Timothy
Barnes, The victories of Constantine, in Zeitschrift fur Papyrologie und
Epigraphik 20, 1976, pp.149-155. CIL. CIL Iscrizione databile al
319 sulla quale troviamo diversi titoli vittoriosi: «Imperatori Caesari Flavio
Constantino Maximo Pio Felici Invicto Augusto pontifici maximo, Germanico
maximo III, Sarmatico maximo Britannico maximo, Arabico maximo, Medico maximo,
Armenico maximo, Gothico maximo, tribunicia potestate XIIII, imperatori XIII,
consuli IIII patri patriae, proconsuli, Flavius Terentianus vir perfectissimus
praeses provinciae Mauretaniae Sitifensis numini maiestatique eius semper
dicatissimus.» (CIL VIII, 8412 (p 1916)) ^ Y.Le Bohec, Armi e
guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma; Scarre,
Chronicle of the roman emperors, New York. Eusebio di Cesarea, Historia
ecclesiastica; Malalas, Cronografia; IL Alg-1, (Africa proconsularis,
Tenoukla): Dddominis nnnostris Flavio Valerio Constantino Germanico Sarmatico
Persico et Galerio Maximino Sarmatico Germanico Persico et Galerio Valerio
Invicto Pio Felici Augusto XI. ^ Il giorno e il mese sono largamente accettati,
mentre l'anno è talvolta anticipato al 271 o ritardato al 275 o anche molto più
tardi (ad esempio "ca. 280" secondo l'Enciclopedia Europea della
Garzanti. Fonti WEB citano addirittura il 289.). Il suo biografo ufficiale, Eusebio
di Cesarea, dice soltanto che la sua vita fu approssimativamente lunga il
doppio del suo regno, cioè circa 62-63 anni. Purtroppo Eusebio dichiara che il
suo regno durò 32 anni (e non 31), in quanto contava come interi anche gli
spezzoni incompleti dell'anno di nascita e di morte; ciò ha indotto in errore
alcuni storici, che anticipano di due anni la sua nascita. Nel merito si veda
inoltre Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, pp. 39-42.
Sesto Aurelio Vittore, De Caesaribus, 41.16; Sofronio Eusebio Girolamo,
Cronaca; Eutropio, Breviarium historiae romanae, X, 8.2; Annales Valesiani, VI,
35; Orosio, Historiae adversos paganos; Chronicon paschale, p.532, 7-21;
Teofane Confessore, Chronographia A.M. 5828 (testo latino); Michele siriaco,
Cronaca, VII, 3. ^ Il titolo imperiale ufficiale era IMPERATOR CAESAR FLAVIVS
CONSTANTINVS PIVS FELIX INVICTVS AVGVSTVS; dopo il 312 aggiunse MAXIMVS
("il grande") e sostituì INVICTVS con VICTOR, in quanto INVICTVS
ricordava il culto del Sol Invictus. ^ Costantino I, in
Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei santi, santiebeati.it. ^ Origo
Constantini Imperatoris Barnes, Constantine and Eusebius; Elliott, Christianity
of Constantine, 17; Odahl, 15; Pohlsander, "Constantine I"; Southern,
Odahl, Constantine and the Christian empire, London, Routledge, Gabucci,
Ancient Rome : art, architecture and history, Los Angeles, CA, J. Paul Getty
Museum, Barnes, Constantine and Eusebius; Lenski, "Reign of
Constantine" (CC); Odahl, Drijvers, J.W. Helena Augusta: The Mother of
Constantine the Great and the Legend of Her finding the True Cross (Leiden,
1991) 9, 15–17. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 3; Barnes, New Empire,
39–40; Elliott, Christianity of Constantine, 17; Lenski, "Reign of
Constantine" (CC); Odahl, 16; Pohlsander, Emperor Constantine, 14. ^
Eleanor H. Tejirian e Reeva Spector Simon, Conflict, conquest, and conversion
two thousand years of Christian missions in the Middle East, New York, Columbia;
Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine. ^ Epitome de Caesaribus,
41.16 ^ Come convincentemente dimostrato in A. Alflödi, Constantinus...
proverbio vulgari Trachala... nominatus, in BHAC (Bonn). Nel merito si veda
anche V. Neri, Le fonti della vita di Costantino nell'Epitome de Caesaribus, in
Rivista storica dell'antichità XVII-XVIII/1987-88, Bologna; Lattanzio, De
mortibus persecutorum, Costantino I, Oratio ad sanctorum coetum Eusebio di
Cesarea, Vita di Costantino Origo Constantini Imperatoris 2, 3. Tra il 299 ed
il 307 i Tetrarchi iterano il titolo Sarmatico massimo per quattro volte e ciò
ben testimonia l'intenso sforzo bellico profuso contro tale popolazione
barbara. Si veda Barnes, Constantine. Dynasty, Religion and Power in the Later
Roman Empire, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum; Eutropio Lattanzio, De mortibus
persecutorum; Zosimo, Origo Constantini Imperatoris 2,4; Zonara Epitome de
Caesaribus, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 25, 1-5 ^ Moreau, Lactance. De
la mort des persécuteurs, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 26, 1-3; Zosimo
Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum,
Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Barnes, Constantine. Dynasty, Religion and Power in the Later Roman Empire, p. 71. ^
Pasqualini, Massimiano Herculius. Per un'interpretazione della figura e
dell'opera, p. 87. ^ Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De
Mortibus Persecutoru; Zosimo, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Sulle
deliberazioni di Carnuntum si veda Roberto, Diocleziano, Lattanzio, De Mortibus
Persecutorum, 29, 3. ^ Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De
Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum; Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Zosimo,
Storia nuova, Eutropio, Breviarium historiae romanae, Barnes, C. and Eusebius Nella
pianura tra Rivoli e Pianezza: Vittorio Messori e Giovanni Cazzullo, Il Mistero
di Torino, Milano, Mondadori, Zosimo, Storia nuova, II, 26. ^ Zosimo, Storia
nuova, II, 28. Zosimo, Storia nuova, Battesimo di Costantino, su treccani
Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, Zosimo, Storia nuova,
II, 30. Zosimo, Storia nuova, Zosimo, Storia nuova, II, 33.2.
Zosimo, Storia nuova, II, 33.3. ^ Ammiano Marcellino, Storie; Gibbon
(Saunders), Zosimo, Storia nuova, Gibbon (Saunders), Per la traduzione di
"comes" con "ministro" si interpreti: Ita etiam qui sacri
Palatii ministeriis ac officiis praeficiebantur, eorumdem ministeriorum ac
officiorum Comites dicti, ut ex infra observandis constat., cfr. Du Cange,
Baroni, Cronologia della storia romana, Eutropio, Breviarium historiae romanae,
Zosimo, Storia nuova, Maxfield, L'Europa continentale, Baroni, Cronologia della
storia romana; Flavio Claudio Giuliano, De Caesaribus, 329c. ^ C.R.Whittaker,
Frontiers of the Roman empire. A social ad economic study, Baltimora et London,
1Zosimo, Storia nuova, Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano
alla caduta dell'impero, Roma, Lido, De magistratibus; Zosimo, Storia nuova,
Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero,
Roma, Zosimo, Storia nuova, Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza,
Einaudi, Più tardi, nel 358, il vescovo Macedonio fece traslare il sarcofago
imperiale nell'attiguo mausoleo del martyrium di S. Acacio. ^ Chronicon
paschale, Bury, Chronicon paschale; Passio Artemii; Zonara, L'epitome delle
storie, In particolare furono uccisi i
fratellastri di Costantino I, Giulio Costanzo, Nepoziano e Dalmazio, alcuni
loro figli, come Dalmazio Cesare e Annibaliano, e alcuni funzionari, come
Optato e Ablabio. ^ Eutropio, Breviarium historiae romanae, X, 9. ^ Zosimo,
Storia nuova, ii.40. ^ Burckhardt, Costantino il Grande e i suoi tempi, tr.it.
Longanesi Ad esempio, Clemente, titolare della cattedra di storia romana
all'università di Firenze, autore di una Guida alla storia romana; Fraschetti,
docente di storia economica e sociale del mondo antico presso la Sapienza di
Roma, autore de La conversione. Da Roma pagana a Roma cristiana; Arnaldo
Marcone docente di Storia romana all'università di Udine, autore di Pagano e
cristiano. Vita e morte di Costantino; Robin Lane Fox, docente di Storia antica
presso il College di Oxford, autore di Pagani e cristiani; e molti altri
titolati studiosi del mondo antico, come Andrea Alfoldi, Franchi de' Cavalieri,
Baynes, Sordi, Bringmann. Veyne, Quando l'Europa è diventata cristiana,
Collezione Storica Garzanti, Milano, Filoramo, La croce e il potere, Mondadori,
Milano; Horst, Costantino il grande, Milano Il ripudio nel tardo Impero: una
costituzione di Teodosio II, su jus.vitaepensiero.it. Dal Gesù storico al
Cristo della fede: la svolta costantiniana, su homolaicus.com. Costantino e la
legislazione antiereticale. La costruzione della figura dell'eretico Notizie in
inglese sulle monete di C. in bronzo con simboli cristiani Apocalisse su La
Parola La Sacra Bibbia in italiano in Internet. La nascita di Gesù è avvenuta
secondo i vangeli circa quindici mesi dopo l'annuncio a Zaccaria della nascita
del Battista. La collocazione di questo evento nell'ultima settimana di
settembre, in accordo con la tradizione cristiana, è compatibile con le notizie
oggi disponibili sul turno di servizio sacerdotale al tempio della classe
sacerdotale di Abia, alla quale apparteneva Zaccaria. Cfr. Data di nascita di
Gesù ^ da Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Yale,
Ramsay MacMullen, La scelta del 25 dicembre per celebrare il Natale cristiano:
dal dies natalis del Sol invictus, espressione del culto solare di Emesa e del
dio Mitra, alla celebrazione del Cristo, “sole che sorge”, su gliscritti.it. Burckhardt
Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi; Ruffolo, Quando
l'Italia era una superpotenza, Einaudi, nella sua opera De falso credita et
ementita Constantini donatione ^ Sozomeno, Historia Ecclesiastica, II,34;
Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, IV,61–63; Socrate Scolastico, Historia
Ecclesiastica; Cirro, Historia Ecclesiastica, GIRLAMO (si veda), Chronicon.
Barbero, Costantino il Vincitore, Salerno, Epistula Constantini ad Aelafium,
CSEL; Carile in L'imperatore e la Chiesa. Dalla tolleranza alla supremazia
della religione cristiana (380), alle contese per la cattolicità delle chiese;
Enciclopedia Costantiniana, Treccani Gli Actus Silvestri sono menzionati la
prima volta nel Decretum Gelasianum, documento attribuito a papa Gelasio I,
come affermato in: Marilena Amerise, Il battesimo di Costantino il Grande.
Storia di una scomoda eredità (Hermes Einzelschriften, 95), Franz Steiner
Verlag, München; Wilhelm Pohlkamp n Internet Archive. aveva identificato nei
manoscritti una versione più antica, e una versione più recente. Carile in
L'imperatore e la Chiesa cit. ^ Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli,
L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976, pag 112. ^
Alberto Perlasca, Il concetto di bene ecclesiastico. Anche se si pensa che la
madre di C. propendesse più per la religione ebraica, tanto da restare delusa
alla notizia della conversione al cristianesimo del figlio (Giorgio Ruffolo,
Quando l'Italia era una superpotenza). Scarre, Grünewald, Constantinus
Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung,
Stoccarda; Galerio attribuì questo titolo a C. e Massimino Daia subito dopo il
convegno di Carnuntum, sostituendolo a quello di cesare. Si veda nel merito Stefan, Un rang impérial nouveau à l’époque de la
quatrième Tétrarchie: Filius Augustorum. Première partie. Inscriptions
révisées: problèmes de titulature impériale et de chronologie, in Antiquité
Tardive; Costantino si attribuì il titolo invictus, e con ogni probabilità
anche quello di Pater Patriae insieme alla carica di Proconsul, dopo la propria
auto-proclamazione ad OTTAVIANO (si veda). Si veda nel merito Thomas Grünewald,
Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen
Überlieferung, Stoccarda; Costantino adottò il titolo Victor in sostituzione di
Invictus dopo la vittoria definitiva su Licinio. Si veda nel merito Thomas
Grünewald, Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der
zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda; Ammiano Marcellino, Historiae (testo
a fronte in inglese). Vittore, De Caesaribus (versione latina) Consolaria
costantinopolitana. Chronicon paschale. Costantino I, Oratio ad sanctorum
coetum. Epitome de Caesaribus (versione latina). Eusebio di Cesarea, Vita di
Costantino (latino); Storia ecclesiastica (traduzione inglese). Eutropio,
Breviarium historiae romanae (testo latino), IX-X . Giordane, De origine
actibusque Getarum; Vedi qui testo latino. Girolamo, Cronaca, versione francese
QUI. Lattanzio, De mortibus persecutorum; latino. Origo Constantini
Imperatoris; Vedi qui testo latino e traduzione in inglese. Orosio, Historiarum
adversus paganos libri Vedi qui testo latino. Notitia dignitatum, Notitia
dignitatum (latino) . Panegyrici latini, testo latino. Socrate Scolastico, Storia
ecclesiastica, I. Sozomeno, Historia Ecclesiastica, I. Teodoreto di Cirro,
Historia Ecclesiastica, I. Teofane Confessore, Chronographia (testo latino) .
Zonara, L'epitome delle storie, Vedi qui testo latino. Zosimo, Storia nuova,
traduzione inglese, QUI. Studi Andreas Alföldi, Costantino tra paganesimo e
cristianesimo, Laterza, Roma-Bari; Barbero, Costantino il Vincitore, Salerno
Editrice, Roma, Barnes, The victories of Constantine, in Zeitschrift für
Papyrologie und Epigraphik Timothy Barnes, Constantine and Eusebius, Cambridge,
MA Harvard; Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, Harvard,
Barnes, Constantine. Dynasty, Religion and Power in the Later Roman Empire,
Wiley Blackwell, Malden - Oxford, Bandinelli e Torelli, L'arte dell'antichità
classica. Etruria-Roma, UTET, Torino, Burckhardt, Costantino il Grande e i suoi
tempi, tr.it. Longanesi, Milano, Carpiceci e Marco Carpiceci, Come Costantin
chiese Silvestro d'entro Siratti - Costantino il grande, San Silvestro e la
nascita delle prime grandi basiliche cristiane, Edizioni Kappa, Roma
Chastagnol, L'accentrarsi del sistema: la tetrarchia e Costantino, Storia di
Roma, Einaudi, Torino, Storia Einaudi dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE,
Milano; Cuneo, La legislazione di Costantino II, Costanzo II e Costante; Giuffrè,
Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, Milano, Donati e Gentili, Costantino il
Grande: la civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente, Silvana Editoriale,
Cinisello Balsamo, Fraschetti, La conversione: da Roma pagana a Roma cristiana,
Laterza, Bari; Grünewald, Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda
in der zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda Eberhard Horst, C. il Grande,
Milano, Bompiani, Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica: da Diocleziano alla
caduta dell'impero, Carocci, Roma, Marcone, Pagano e cristiano: vita e mito di
Costantino, Laterza, Roma-Bari, Maxfield, L'Europa continentale, in Il mondo di
Roma imperiale. La formazione, Laterza, Roma-Bari, Mazzarino, L'Impero romano,
tre vol., Laterza, Bari; riediz. e successive rist.; Moreau, Lactance. De la
mort des persécuteurs, Parigi Percivaldi, Fu vero Editto? C. e il Cristianesimo
tra storia e leggenda, Ancora Editrice, Milano, Pasqualini, Massimiano
Herculius. Per un'interpretazione della figura e dell'opera. Roma, Rentetzi,
Costantino, Elena e la vera croce. Modelli iconografici nell'arte bizantina,
Studi Ecumenici. - Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino - Pontificia
Università Antonianum, archive
isevenezia.it/it/ pubblicazioni/ pubblicazioni_dell_ise /rivista_
di_studi ecumenici/ Roberto, Diocleziano, Roma Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza, Einaudi, Torino, The paradigmatic value of the depiction of
Constantine in the homonymous arch in the formation of the Christ in Throne's
iconography web.archive.org
/web/.ni.rs/ byzantium/ english.php (Paper presented to the Nis
and Byzantium Symposium”, Nis), Nis, Scarre, Chronicle of the roman emperors,
Pat Southern, The Roman Empire: from Severus to Constantine, Londra, Stefan, Un
rang impérial nouveau à l’époque de la quatrième Tétrarchie: Filius Augustorum.
Première partie. Inscriptions révisées: problèmes de
titulature impériale et de chronologie, in Antiquité Tardive Costantino e le
sfide del cristianesimo. Tracce per una difficile ricerca, a cura
di Tanzarella - Adamiak, Il pozzo di Giacobbe, Trapani. Whittaker, Frontiers of
the Roman empire. A social ad economic study, London, L'editto di Milano e il
tempo della tolleranza. Costantino, Mostra di Palazzo Reale a Milano, mostra a
cura di Paolo Biscottini e Gemma Sena Chiesa, catalogo a cura di Gemma Sena
Chiesa, Ed. Mondadori Electa, Milano. Filmografia Costantino il Grande, regia
di Lionello De Felice, con Cornel Wilde, Belinda Lee e Massimo Serato. Voci
correlate Aeroporto C. il Grande Niš (Serbia) Antica basilica di San Pietro in
Vaticano Ardia Arco di Costantino Arco di Malborghetto Arte costantiniana
Basilica della Natività Basilica del Santo Sepolcro Basilica Palatina di
Costantino (ad Augusta Treverorum, oggi Treviri) Basilica di Massenzio (a Roma)
Basilica di San Giovanni in Laterano Basilica di San Paolo fuori le mura
Cesaropapismo Colonna di Costantino Monumento a Costantino Imperatore Donazione
di Costantino Flavia Giulia Elena In hoc signo vinces Monogramma di Cristo
Statua colossale di Costantino I Terme di Costantino Ponte di Costantino
(Danubio) Costantino I imperatore, detto il Grande, su Treccani– Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Alberto Olivetti, COSTANTINO I
imperatore, detto il Grande, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Costantino I detto il Grande, in Dizionario di
storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, MacGillivray Nicol e J.F.
Matthews, Constantine I, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica,
Inc. Costantino I, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Costantino I, in
Diccionario biográfico español, Real Academia de la Historia. Opere di
Costantino I, su digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale
Amedeo Avogadro. Modifica su Wikidata Opere di Costantino I, su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Costantino I, su Open Library, Internet
Archive. C. I, su Goodreads. Costantino I, in Catholic Encyclopedia, Robert
Appleton Company. C. I, su Santi, beati e testimoni, santiebeati.it. The Roman
Law Library by Professor Yves Lassard and Alexandr Koptev, su
web.upmf-grenoble. Monete emesse da Costantino I, su wildwinds.com. Sito
dedicato alle monete di Costantino in bronzo, su constantine the great coins. Predecessore
Imperatore romano Successore Costanzo Cloro (con Galerio) Costantino IIVDM
Imperatori romani e relative linee di successione VDM Diocleziano Portale
Antica Roma Portale Biografie Portale Bisanzio
Portale Cristianesimo Categorie: Imperatori romani Santi romani Nati a
Naissus Morti a Nicomedia Costantino I Dinastia costantiniana Santi per
nomeStoria antica del cristianesimo Personalità del cristianesimo ortodosso Personaggi
citati nella Divina Commedia (Inferno) Personaggi citati nella Divina Commedia
(Paradiso) Santi della Chiesa ortodossa[altre]. Nome compiuto: Costantino. Keywords:
implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Costantino.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Costanzi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore e la morte
– scuola di Pozzuolo Umbro -- filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pozzuolo
Umbro). Filosofo italiano.
Pozzuolo Umbro, Castiglione del Lago, Perugia, Umbria. Grice: “I like Costanzi;
possibly my favourite of his essays is the one on ‘amore’ and ‘morte’ – eros and
Thanatos for the Oxonian!” Si
laurea a Bologna. Ensegna a Bologna. Altre opere: “Pensiero ed essere”
(Perrella, Roma); “Varisco: l’uno e i molti” (Perrella, Roma); “Noluntas” (Perrella,
Roma); “Schopenhauer” (Roma); “L'asceta moderno” – L’asceta -- Arte e storia,
Roma; Spinoza, Universitas, Roma); “Il sentito in Platone” -- Arte e storia,
Roma); “L'ascetica di Heidegger” Arte e storia, Roma); “L'ascesi di coscienza e
l'argomento d’Aosta”, Arte e storia, Roma); “Meditazioni inattuali sull'essere
e il senso della vita” Arte e storia, Roma); “La terrenità edenica del
Cristianesimo e la contaminazione spiritualistica” (Patron, Bologna); “La donna
angelicata e il senso della femminilità nel Cristianesimo” (Patron, Bologna); “La
filosofia pura, Alfa, Bologna); “Il senso della storia, Alfa, Bologna); “Sul
prologo di Zarathustra (Nietzsche e Schopenhauer) con trad. dello stesso
Prologo, in Ethica; “L'etica nelle sue condizioni necessarie, Ed.ni di Ethica,
Bologna); “L'estetica pia, Patron, Bologna); “L'ora della filosofia, R. Patron,
Bologna); “L'uomo come disgrazia e Dio come fortuna” (Alfa, Bologna; “La critica disvelatrice” (Ed.ne dell'Istituto
di Filosofia dell'Bologna, Bologna); “Amore e morte” (L. Parma, Bologna); “La singolarità
della diada: compimento di un itinerario senza vie” (Cooperativa libraria universitaria
editrice, Bologna); “L'equivoco della filosofia cristiana e il cristianesimo-filosofia”
(Clueb, Bologna; e ragioni della miscredenza e quelle cristiane della fede,
Clueb, Bologna); “La fede sapiente e il Cristo storico” (Sala francescana di
cultura Antonio Giorgi, Assisi); “La rivelazione filosofica” (Sala francescana
di culturaAntonio Giorgi, Assisii); Il Cristianesimo: filosofia come tradizione
di realtà” (Sala francescana di cultura, Assisi); “Breviloquio della sera” (Sala
francescana di culturaAntonio Giorgi, Assisi); “L’immagine sacra” (Sala francescana
di cultura, Assisi); “L'identità del Lumen publicum nelle privatezze di Anselmo
e Tommaso” (Il Cristianesimo-filosofia, Le Lettere, Roma); Opere, E. Mirri e M.
Moschini, Bompiani, Milano). Sgarbi torna a Tuoro per presentare l'opera omnia
del filosofo Teodorico Moretti-Costanzi, "Umbria Left. Il filosofo imagliato dal Sessantotto,
"il Giornale"Dizionario Biografico degli Italiani. Wikipedia
Ricerca Al di là del principio di piacere saggio di Sigmund Freud Lingua
Segui Al di là del principio di piacere
Titolo originaleJenseitsdes Lustprinzips Freud Jenseits des Lustprinzips. djvu
Autore Freud Genere Saggio Sottogenere Psicoanalisi Lingua originale tedesco Al
di là del principio di piacere (tedesco: Jenseits des Lustprinzips) è un saggio
di Sigmund Freud incentrato sui temi dell'Eros e del Thanatos, ovvero
rispettivamente la "pulsione di vita" e la "pulsione di
morte" (Todestrieb[e]). Giuditta II di Klimt,, Venezia,
Galleria internazionale d'arte moderna. Achille sorregge Pentesilea dopo averla
colpita a morte, una delle leggende fiorite sull'episodio vuole che l'eroe se
ne innamori proprio in questo momento. Bassorilievo dal tempio di Afrodite a Afrodisia
Il dualismo di EmpedocleModifica Freud formula il conflitto psicologico in
termini dualistici fin dai suoi primi scritti, ma è solo in questo testo che
egli presenta un simile conflitto mediante concetti desunti dal pensiero di
Empedocle, il quale parla d'un dissidio cosmico fra i princìpi o forze di Amore
(o Amicizia) e Odio (o Discordia). Empedocle di Agrigento si presenta come
una figura fra le più eminenti e singolari della storia della civiltà greca. Il
nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle che si avvicina
talmente alla dottrina psicoanalitica delle pulsioni, da indurci nella
tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche se non fosse
per un'unica differenza: quella del filosofo greco è una fantasia cosmica, la
nostra aspira più modestamente a una validità biologica. I due principi
fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e neikos(discordia, odio)
– sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle
nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione.» Il nome di Eros deriva da
quello della divinità greca dell'amore, e «tende a creare organizzazioni della
realtà sempre più complesse o armonizzate, [mentre] Thanatos tende a far
tornare il vivente a una forma d'esistenza inorganica. Queste sono pulsioni.
Eros rappresenta per Freud la pulsione alla vita, mentre Thanatos quella della
distruzione. Qualora l'autodistruzione diventasse oggetto di malattia però
Thanatos diviene il nome del conflitto che si crea tra energia negativa
(autodistruzione) e positiva (la rabbia del Thanatos viene utilizzata per
distruggere la malattia stessa).» Freud riscontra anche in un altro filosofo,
questa volta contemporaneo, un'anticipazione della sua scoperta: "E ora le
pulsioni nelle quali crediamo si dividono in due gruppi: quelle erotiche, che
vogliono convogliare la sostanza vivente in unità sempre più grandi, e le
pulsioni di morte, che si oppongono a questa tendenza e riconducono ciò che è
vivente allo stato inorganico. Dall'azione congiunta e opposta di entrambe
scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la morte. Forse
scrollerete le spalle: 'Questa non è scienza della natura, è filosofia, la
filosofia di Schopenhauer'. E perché mai, Signore e Signori, un audace
pensatore non dovrebbe aver intuito ciò che una spassionata, faticosa e
dettagliata ricerca è in grado di convalidare? Thanatos non compare negli
scritti di Freud, ma egli, a quanto riferisce Jones, l'avrebbe talvolta usato
nella conversazione. L'uso nel linguaggio psicoanalitico è probabilmente dovuto
a Federn.» Sabina Spielrein e Barbara LowM= Su esplicita influenza di Sabina
Nikolaevna Špil'rejn, citata in nota nel libro, per Freud Thanatos segnala il
desiderio di concludere la sofferenza della vita e tornare al riposo, alla
tomba. Concetto che non deve essere confuso con quello di destrudo, vale a dire
con l'energia della distruzione (che si oppone alla libido). Thanatos è
il principio di costanza,accennato fin dal capitolo sette de L'interpretazione
dei sogni e che adesso, sotto l'influsso del pensiero di Schopenhauer, diventa
identico al principio del Nirvana proposto da Low: le eccitazioni della mente,
del cervello, dell'"apparato psichico" non vengono più solo
sgomberate, tenute costanti al più basso livello possibile, bensì estinte,
eliminate sino al grado zero della realtà inanimata. La coazione a
ripetereModifica Nel testo del '20 Freud sostiene che «nella vita psichica
esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere
dal principio di piacere.» Sulla falsariga del motto errare humanum est,
perseverare autem diabolicum, essa viene definita per quattro volte
«demoniaca»: Vi sono individui che nella loro vita ripetono sempre, senza
correggersi, le medesime reazioni a loro danno, o che sembrano addirittura
perseguitati da un destino inesorabile, mentre un più attento esame rivela che
essi stessi si creano inconsapevolmente con le loro mani questo destino. In tal
caso attribuiamo alla coazione a ripetere un carattere "demoniaco". La
coazione a ripetere è riscontrabile anche nella nevrosi traumatica dei reduci
della prima guerra mondialeoppure di chi tende a rivivere o reinterpretare gli
eventi più violenti. Freud collocò la coazione a ripetere fra i sintomi
della nevrosi: si ripete il sintomo nevrotico invece di ricordare, si ripete
per non ricordare, con quello che Freud chiama «l'eterno ritorno dell'uguale. Per
la relazione tra pulsione e coazione a ripetere, Freud notò che le coazioni
tendono come la pulsione a una ripetizione assoluta e atemporale, mai
definitivamente appagata, e che tendono a sparire quando un fatto viene
riportato a conoscenza del paziente. Dalla rimozione di una pulsione (a
muoversi ovvero a ricordare un fatto doloroso o traumatico), la coazione a
ripetere trae l'energia per imporsi sulla volontà cosciente dell'Io. La
coazione a ripetere diventa il punto di partenza della terapia psicoanalitica.
Occorre ricordare per non ripetere gli errori del passato, gli stessi dubbi e
conflitti per tutta la vita, in amore, in amicizia, nel lavoro. Freud
rileva questa coazione anche nelle circostanze più ordinarie e naturali,
persino nel gioco dei bambini come quello con il rocchetto usato dal suo
piccolo nipote di diciotto mesi. Il bimbo, lanciando il rocchetto lontano da
sé, simboleggia la perdita della madre e, ritraendo il rocchetto a sé,
rappresenta il ritorno della madre. Imparerebbe così a padroneggiare l'assenza
materna attraverso un duplice movimento, che è sempre seguito dalla
vocalizzazione di un "oooo..." (ted. fort, «via!»), quando il
rocchetto è lontano, e da un "da" (ted. da, «Eccolo!»), quando il
rocchetto è di nuovo vicino. Dopo l'esposizione d'una serie di ipotesi (in
particolare l'idea che ogni individuo ripete le esperienze traumatiche per
riprendere il controllo e limitarne l'effetto dopo il fatto), Freud considera
l'esistenza di un essenziale desiderio o pulsione di morte, riferendosi al
bisogno intrinseco di morire che ha ogni essere vivente. Gli organismi, secondo
quest'idea, tendono a tornare a uno stato preorganico, inanimato – ma vogliono
farlo in un modo personale, intimo. In definitiva, «sembrerebbe proprio che il
principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte. A questo
punto sorgono innumerevoli altri quesiti cui non siamo in grado attualmente di
dare una risposta. Dobbiamo aver pazienza e attendere che si presentino nuovi
strumenti e nuove occasioni di ricerca. E dobbiamo esser disposti altresì ad
abbandonare una strada che abbiamo seguito per un certo periodo se essa, a
quanto pare, non porta a nulla di buono. Solo quei credenti che pretendono che
la scienza sostituisca il catechismo a cui hanno rinunciato se la prenderanno
con il ricercatore che sviluppa o addirittura muta le proprie opinioni. Implicazioni
Modifica Uno psicoanalista con competenze pure di antropologia filosofica come
Sciacchitano sostiene che «la vera psic[o]analisi fu il frutto tardivo
dell'attività teoretica di Freud. Bisogna aspettare la svolta degli anni Venti,
con l'invenzione della pulsione di morte, per parlare di vera e propria
psicoanalisi. Essa comincia con la rinuncia alle pretese e alle finalità
mediche della psicoterapia. Il nuovo modello freudiano individuava nello
psichico un nucleo patogeno fisso, qualcosa che non si scarica mai, ma continua
a ripetersi identicamente a se stesso e insensatamente, cioè fuori da ogni
intenzionalità soggettivistica e contro ogni teleologia vitalistica. Ce n'era
abbastanza per far crollare ogni illusione terapeutica. Parecchi allievi a
questo punto abbandonarono il maestro che toglieva avvenire, come si dice
terreno sotto i piedi, alle loro illusioni umanitarie». Freud non cambierà più
idea. Ciò significa che il fondatore della psicoanalisi asserirà la sostanziale
"inguaribilità'" del disagio psichico per lo stesso arco di tempo, un
ventennio, in cui egli precedentemente aveva affermato l'esatto contrario. Reich,
in La funzione dell'orgasmo e Analisi del carattere, propose una propria
ipotesi di confutazione alla teoria della pulsione di morte. La
madre morta, Egon Schiele, Vienna, Leopold Museum. Nell'arte: Schiele Schiele
sa che tutto ciò che vive è anche morto, porta in sé il suo esistenziale
compimento, fin dall'istante del concepimento, come attesta il funesto dipinto:
La madre morta, in cui il grembo appare come un lugubre mantello, un involucro
mortuario che racchiude il Sein zum Tode [Essere-per-la-morte] del nascituro,
ne circoscrive la parabola esistenziale.» (Vozza) Agonia, Schiele,
Monaco di Baviera, Neue Pinakothek. Madre con i due bambini, Vienna,
Österreichische Galerie Belvedere. «Schiele introduce un evento di grande
rilievo nell'iconografia della malinconia e della vanitas, operandone una
trasfigurazione tragica: l'uomo non [...] medita più sulla morte raffigurata in
un teschio posto nel suo studiolo come altro da sé, ma assume sul proprio volto
l'icona funebre, diventa morte incarnata, esibita nel gesto d'esistere, nel
godimento del sesso e nella prostrazione della sofferenza. Nessuna iconoclastìa
sopravvive nel gesto pittorico di Schiele: si pensi all'Agonia, sacra
rappresentazione di stupefacente intensità cromatica, allegoria del dolore
immedicabile, emblema di una eterna e impietosa Passione, sublime omaggio a
quell'incomparabile maestro di sofferenza che è stato Grünewald.» (Marco
Vozza) «La Madre con i due bambini esibisce un volto già visibilmente
cadaverico, mentre un infante osserva sgomento il deliquio orizzontale del
fratellino. Nessuno meglio di Schiele ha saputo render visibile quella che
l'analitica esistenziale ha chiamato Geworfenheit, l'indifeso essere gettati in
un mondo ostile. Insieme a lui soltanto Kokoschka, in seguito Dubuffet e
Bacon.» (Marco Vozza) Quadro che Sabina Nikolaevna Špil'rejn sceglie come
modello rappresentativo del connubio Eros-Thanatos nel film biografico Prendimi
l'anima (Roberto Faenza): Perché Giuditta uccide Oloferne, estratto dal film su
YouTube (vedi screenshot). Freud, Al di là del principio di piacere(1920), in
Opere di Freud L'Io e l'Es e altri scritti; Torino, Bollati Boringhieri, . Ed.
paperback Freud, Analisi terminabile e interminabile, in OSF L'uomo Mosè e la
religione monoteistica e altri scritti, Torino, Bollati Boringhieri; Ed.
paperbackGalimberti, Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Torino; Freud
Introduzione alla psicoanalisi, Edizioni Boringhieri; Jones, Vita e opere di
Freud: L'ultima fase, Milano, Garzanti, Laplanche, Jean-Bertrand Pontalis, a
cura di Luciano Mecacci e Cyhthia Puca, Enciclopedia della psicoanalisi,
Bari-Roma, Laterza, voce Thanatos, The language of psycho-analysis, Karnac,
Paperbacks, books.google.it. ^ Sigmund Freud, Al di là del principio del
piacere; Freud, Freud. Freud; Mugnani, Analisi del testo di S. Freud: "Il
problema economico del masochismo". Pasqua, Al di là del principio di
piacere: sul principio di Piacere e la Coscienza; Laplanche, Jean Bertrand
Pontalis, voce Principio di piacere. su books.google.it. Freud; Laplanche,
Pontalis, op. cit., voce Coazione a ripetere. Anteprima disponibile; Google
Libri. ^ Sigmund Freud; Cf. anche Il perturbante, OSF; Freud Introduzione alla
psicoanalisi,Boringhieri Freud, Al di là del principio di piacere, Torino,
Bollati Boringhieri, Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere; Freud,
op. cit. Sciacchitano, Il demone del godimento, Godimento e desiderio, aut aut,
Vozza, Il senso della fine nell'arte contemporanea, in L'Apocalisse nella
storia, Humanitas, Vozza Vozza, ibidem. Voci correlateModifica Psicoanalisi
Empedocle Eros (filosofia) Eros Il disagio della civiltà Libido Destrudo Morte
Sabina Nikolaevna Špil'rejn Tanato; Edizioni e traduzioni di Al di là del
principio di piacere, su Open Library, Internet Archive. Edizioni e traduzioni
di Al di là del principio di piacere, su Progetto Gutenberg. Laplanche,
Pontalis, The language of psycho-analysis, Karnac, Thanatos, Nirvana Principle,
e Compulsion to Repeat, Portale Letteratura Portale Psicologia
Nikolaevna Špil'rejn psicoanalista russa Differimento Resistenza
(psicologia) ciò che negli atti e nel discorso, si oppone all'accesso dei
contenuti inconsci alla coscienza. Nome compiuto: Teodorico Moretti Costanzi.
Keywords: amore e morte, l’essere, il sentito, ascesi (verbo?), Zarathustra, il
singolo della diada, l’uno e i molti, nolere, nolitum, volitum, amore/morte,
eros/tanatos, immagine sacra, imaginatum, essere, un essere, due esseri, le due
esseri entrambi – rivelazione – la rivelazione filosofica – a new discourse on
metaphysics: from genesis to revelations – un nuovo discorso di metafisica: del
genesi alle rivelazione. – Zarathustra e cristita -- nollere in Schopenhauer --. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Costanzi” – The Swimming-Pool Library. Costanzi
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Courmayeur: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Hegel in
Italia – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Grice: “The most interesting thing about
Courmayeur’s philosophy is that he is a count; unlike Locke, or the
common-or-garden English Oxonian philosopher who doesn’t have a dime, this one
has, as the Italians say, ‘all the money in the world’! That helps with
philosophy! His forte is moral philosophy AND HEGEL, which proves that Hegel
becomes the taste of aristocrats and not just dons like Bosanquet!” - Dall'antica
famiglia valdostana dei Passerin d'Entrèves et Courmayeur. Ottenuta la maturità classica al Massimo
d'Azeglio di Torino, si laurea con Solari con “Hegel” (Torino, Gobetti). Studia
sotto Ruffini e Einaudi la filosofia politica del medio evo e il concetto di costituzione.
Insegna a Torino. Fu capitano di complemento degli Alpini e membro del CLN, dal
quale venne nominato, primo prefetto di Aosta. Fu all'origine dello statuto
della regione autonoma Valle d'Aosta.
Fra le sue opere più note, Il concetto dello stato, è considerata da
molti la sintesi del suo pensiero storico-filosofico. Oltre che filosofo del diritto e storico del
pensiero politico, viene considerato il fondatore della filosofia politica
italiana come disciplina a sé stante, finalmente distinta dalla filosofia dello
stato. Paradossalmente ciò avviene proprio col saggio, “Il concetto dello
stato”. Ben diversamente dall'ordinamento tematico della “Staatslehre” come
pure dall'ordinamento cronologico per filosofi in uso nella filosofia politica,
ordina la filosofia politica secondo uno schema concettuale schiettamente
filosofico: "il concetto di forza – forzare ", "il concetto di
potere" (il verbo ‘potere’); "il concetto di autorità – auctoritas
--". Il concetto di faccia dello stato, secondo una scala di qualificazione
crescente. Il concetto di "forza" (il forzare) e qualificato di un
imperativo, un mando o commando efficace. Il concetto di "potere"
(potere del giurato) contiene il concetto di forza (il forzare – come un mando
o imperativo efficace), ma organizzato in una istituzione e qualificato dal
‘giurato’. Finalmente la terza faccia, il concetto di "autorità" come
contenendo la second faccia del potere del giurato, qualificato da una concetto
di legge variable: la promozione del giurato, la promozione del bene comune (la
res publica), o la promozione della piccolo patria. Altre opere: Il concetto
dello stato (Torino: Giappichelli); “La Valle d'Aosta, Bologna: Boni); “La
filosofia della politica, Torino: POMBA); “Filosofia politica nel medio evo
italiano” (Torino: G. Giappichelli); “La filosofia politica d’Alighieri”
(Einaudi, Torino); “Morale, diritto ed economia, Pavia: Libreria Internazionale
F.lli Treves); “Morale, Roma: Athenaeum); “Appunti di storia delle dottrine
politiche: la filosofia politica medioevale, Torino: Giappichelli); “Il concetto dello stato in Zwingli", in
Filosofia del diritto, Roma); La teoria del diritto e della politica in
Inghilterra all'inizio dell'età moderna, Torino: Istituto giuridico della R.
Università); “Obbedienza e resistenza” (Roma/Ivrea, Edizioni di Comunità). La
piccola patria, Milano: Franco Angeli); Obbligazione Politica, Pensa
Multimedia. Dizionario biografico degli
italiani. Biblioteca civica Passerin d'Entrèves. Ricerca Patria Lingua Nota disambigua.svg
Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Patria (disambigua).
La Patria (dal latino = la terra dei padri) è il concetto di nazione e paese,
natio interiorizzato e idealizzato. L'Altare della Patria a Roma.
Descrizione La patria è un topos prettamente letterario (concetto ricorrente)
che è possibile ritrovare in tantissimi temi trattati e argomentati nelle
scienze umane, con particolare frequenza nell'area umanistica.
BibliografiaModifica Vincenzo Cappelletti, Patria e Stato nel Risorgimento, in
«Il Veltro», Finotti, Italia. L’invenzione della patria, Milano, Bompiani,
Ceccarelli, Patria. Da patria a nazione, in Guido Pescosolido e Giuseppe
Bedeschi (a cura di), Dizionario di storia, vol. 3, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana “Giovanni Treccani”, «patria» Collegamenti esterniModifica patria, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
patria, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Thesaurus
Portale Antropologia Portale Politica Portale Storia
Popolo insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con
uno Stato Statista personaggio politico deputato a governare e regolare
gli affari di Stato Sciovinismo forma fanatica ed esasperata di
nazionalismo o patriottismo. Grice: “It’s only natural that Courmayeur had such an
intricate concept of ‘state’ – he was born in a minority, like Russell, who was
born in a place which some called England, some called Wales. The situation is
so borderline that it reminded me of my ancestors, the Ingvaeonic – and see all
the problem the Frisians are having in Germany! Now they do recognise the
‘anglo-frisiche’ – but hardly allow them to vote!” “It is not clear how the
collectivity has any bearing on the third state of ‘state’ – the ‘auctoritas’ –
but then perhaps ‘auctoritas’ is the wrong concept, since it just means
‘author’ – Courmayeur is making the point that all authority is legitimate authority.
“You have no authority” means ‘you have
no legitimate power’ – and you have no power, means you have no legal
force, and you have no force means you cannot command!” As Courmayeur would
say: it’s all different in valaestan, the vernacular of Aosta, which hardly has
the same status as Italian (since giuridically Aosta belongs to Italy) or
French (since French is the official language, along with Italian). But don’t
ask that imperialist Crystal for an answer!” Nome compiuto : Alexandre
Passerin d'Entrèves et Courmayeur. Alessandro Passerin d’Entrèves et
Courmayeur. Courmayeur. Keywords: Hegel
in Italia, piccola patria, il concetto dello stato, filosofia politica versus
staatslehre, prima faccia: il forzare come imperativo efficace; seconda faccia:
il potere come il forzare organizzato in una istituzione e qualificato dal
giurato; la terza e ultima faccia: l’autorita, come il potere qualificator da
una legge centrata in un concetto ideale variabile: il giurato, il bene comune
(res publica), la piccola patria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Courmayeur” – The Swimming-Pool Library. Courtmayeur.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cotroneo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della VIRTÙ – [andreia]
– scuola di Campo Calabro – scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Campo
Calabro). Filosofo italiano. Campo Calabro, Reggio Calabria, Calabria. Si
laurea Messina sotto Volpe con “L’implicatura di Kierkegaard”. Ensegna a
Messina. “Scritti”. “Lo storicismo di Cotroneo”. Altre opere: “Bodin teorico
della storia” (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane); “Croce e l'Illuminismo”
(Napoli, Giannini); “I trattatisti dell'arte storica” (Napoli, Giannini);
“Storicismo antico e moderno” (Roma, Bulzoni); “Rareta e storia” (Napoli,
Guida); “Societa chiusa, società aperta” (Messina, Armando Siciliano Editore);
“La ragione della libertà” (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane); “Trittico
siciliano: Scinà, Castiglia, Menza” (Roma, Cadmo); “Momenti della filosofia
italiana” (Napoli, Morano); “Questione post-crociane” (Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane); “Tra filosofia e politica” (Soveria Mannelli,
Rubbettino); “Le idee del tempo. L'etica. La bioetica. I diritti. La pace,
Soveria Mannelli, Rubbettino); “Un viandante della complessità. Morin filosofo
a Messina, Annamaria Anselmo, Messina, Armando Siciliano Editore); “Croce e
altri ancora, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Etica ed economica” (Messina,
Armando Siciliano Editore); “La virtù” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Croce
filosofo italiano, Firenze, Le Lettere); “Illuminismo, Napoli, La scuola di Pitagora);
“Libertà” (Napoli, La scuola di Pitagora); “Storia della filosofia, Napoli, La
scuola di Pitagora); “Positivismo, Napoli, La scuola di Pitagora); “Filosofia
della storia, Napoli, La scuola di Pitagora); “Rinascimento, Napoli, La scuola
di Pitagora); “Aristotele e Perelman, Retorica vecchia e nuova” introduzione
(Napoli, Il Tripode); La retorica di Aristotele, retorica antica, Perelman, Itinerari
dell'idealismo italiano, Napoli, Giannini, Raffaello Franchini, Teoria della
pre-visione” (Messina, Armando Siciliano Editore, Croce, La religione della
libertà. Antologia degli scritti politici, Soveria Mannelli, Rubbettino, Il
diritto alla filosofia, Atti del Seminario di studi su Franchini” (Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Croce filosofo, Atti del Convegno di studi, Napoli-Messina”
(Soveria Mannelli, Rubbettino); La Fenomenologia dello spirito” (Napoli,
Bibliopolis); Cavour, Discorsi su Stato e Chiesa” (Soveria Mannelli, Rubbettino,
Letteratura critica Giovanni Reale, Girolamo Cotroneo, in Dario Antiseri e
Silvano Tagliagambe, Storia della filosofia, Milano, Bompiani, Lo storicismo di
Cotroneo, Soveria Mannelli, Rubbettino, Giuseppe Giordano, Tra Storia della
Filosofia e Liberalismo, in Bollettino della Società Filosofica Italiana, Roma,
Carocci, Giordano, Rivista di storia della filosofia, Milano, Franco Angeli, C.,
in Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ricerca Virtù disposizione
d'animo volta al bene Lingua Segui Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione
– Se stai cercando altri significati, vedi Virtù (disambigua). La virtù (dal
latino virtus; in greco ἀρετή aretè) è una disposizione d'animo volta al bene,
che consiste nella capacità di una persona di eccellere in qualcosa, di
compiere un certo atto in maniera ottimale, o di essere o agire in un modo
ritenuto perfetto secondo un punto di vista morale, religioso, o anche sociale
in base a alla cultura di riferimento. Il significato di virtù ha
risentito di quello di bene, un concetto che assume significati diversi a
seconda delle modifiche intervenute nel corso delle varie situazioni storiche e
sociali. Concezione questa non condivisa dalle dottrine che ne negano il
relativismoconnesso e che intendono la virtù come l'assunzione di valori,
intesi come assoluti, immutabili nel tempo. La parola latina virtus, che
significa letteralmente "virilità", dal latino vir "uomo"
(nel senso specifico di "maschio" e contrapposto alla donna) si
riferisce ad esempio alla forza fisica e a valori guerreschi maschili, come ad
esempio il coraggio. Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità
di eccellenza morale sia per l'uomo sia per la donna e il termine è riferito
comunemente anche a un qualche tratto caratteriale considerato da alcuni
positivo. Personificazione della virtù nella Biblioteca di Celso.
La virtù nella filosofia occidentale anticaModifica Il concetto
grecoModifica Niccolò Machiavelli Nella visione della vita secondo la
filosofia anticagreca, la concezione dell'aretè non era connessa all'azione per
il conseguimento del bene, bensì indicava semplicemente una forza d'animo, un
vigore morale e anche fisico. Essa coincide con la realizzazione dell'essenza
innata della persona, sia sul piano dell'aspetto fisico, il lavoro, il
comportamento e gli interessi intellettuali. Questa concezione di virtù
contiene l'eccellenza degli eroi omerici, quella degli statisti Ateniesi, o
quella descritta nel Menone di Platone ovvero la capacità di ben governare. In
questo senso il coraggio, la moderazione e la giustizia erano virtù
morali. Tale sarà, ad esempio, il senso nella concezione rinascimentale
sulla politica in Niccolò Machiavelli che vorrà distinguere l'aretè del
principe moderno, come la capacità di opporsi alla "fortuna" e di
modificare le circostanze ai propri fini di potere e con lo scopo principale
del mantenimento dello stato (senza tener conto del giudizio morale sui mezzi
impiegati), dalla virtus cristiana del sovrano medioevale che governa per
grazia di Dio a cui deve rispondere per la giustificazione della sua azione
politica, diretta anche a difendere i buoni e proteggere i deboli dalla
malvagità. Nel Principe nessuna considerazione morale né religiosa dovrà
ostacolare la sua azione spregiudicata e forte, frutto della sua
"aretè", tesa a mettere ordine là dov'è il caos della politica
italiana. Non diversamente, nella visione di Nietzsche la virtù consisterà
nella "volontà di potenza" in opposizione alla "morale degli
schiavi" nata dallo spirito di risentimento del Cristianesimo nei
confronti degli uomini superiori. Le virtùModifica Platone
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Etica Socrate e Platone. La concezione della virtù
nel pensiero greco antico costituisce il fulcro centrale dell'etica e delle sue
trasformazioni nel corso del tempo. Così in Platone le virtù
corrispondono al controllo della parte razionale dell'anima sulle passioni. Ne
La Repubblica verranno indicate per la prima volta le quattro virtù, che da
Sant'Ambrogio in poi verranno chiamate "cardinali", vale a dire
principali: la temperanza, intesa come moderazione dei desideri che, se
eccessivi, sfociano nella sregolatezza; il coraggio o forza d'animo necessaria
per mettere in atto i comportamenti virtuosi; la saggezza o
"prudenza", variamente intesa dalla speculazione antica seguente, che
costituisce, come controllo delle passioni, la base di tutte le altre virtù; la
giustizia è quella che realizza l'accordo armonico e l'equilibrio di tutte le
altre virtù presenti nell'uomo virtuoso e nello stato perfetto. Le virtù
secondo Aristotele Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Aristotele L'Etica. Aristotele Mentre Platone parlava
genericamente di saggezza per l'esercizio della virtù, Aristotele la distingue
invece dalla "sapienza". La saggezza, o "prudenza", è una
"virtù dianoetica", propria cioè della razionalità comune a tutti che
ispira la condotta umana permettendo il giusto esercizio delle "virtù
etiche", quelle cioè che riguardano l'azione concreta. Tra le virtù
dianoetiche che presiedono alla conoscenza (intelletto, scienza, sapienza) o
alla attività tecniche (arte), la saggezza è propria di colui che, pur non
essendo filosofo, è in grado di operare virtuosamente. Se si dovesse acquisire
la sapienza filosofica per praticare le virtù etiche questo comporterebbe che
solo chi ha raggiunto l'età matura, divenendo filosofo, potrebbe essere
virtuoso mentre con la saggezza, grado inferiore della sapienza, anche i
giovani possono praticare quelle virtù etiche che permetteranno l'acquisto
delle virtù dianoetiche. La saggezza insomma permette una vita virtuosa,
premessa e condizione della sapienza filosofica, intesa come "stile di
vita" slegato da ogni finalità pratica, e che pur rappresentando
l'inclinazione naturale di tutti gli uomini solo i filosofi realizzano a pieno
poiché «Se in verità l'intelletto è qualcosa di divino in confronto
all'uomo, anche la vita secondo esso è divina in confronto alla vita
umana.» Virtù eticheVirtù dianoetiche Giustizia Coraggio Temperanza
Liberalità Magnificenza Magnanimità Mansuetudine Virtù calcolative Arte
Prudenza Virtù scientifiche Sapienza Scienza Intelligenza La saggezza può esser
fatta conseguire ai giovani tramite l'educazione che i saggi, o quelli ritenuti
tali dalla collettività, impartiranno anche con l'esempio concreto della loro
condotta. Da questi modelli il giovane apprenderà che le virtù etiche
consistono nella capacità di comportarsi secondo il "giusto mezzo"
tra i vizi ai quali si contrappongono (ad esempio il coraggio è l'atteggiamento
mediano da preferire tra la viltà e la temerarietà), sino a conseguire con
l'abitudine un abito spontaneamente virtuoso: infatti «La virtù è una
disposizione abitudinaria riguardante la scelta, e consiste in una medietà in
relazione a noi, determinata secondo un criterio, e precisamente il criterio in
base al quale la determinerebbe l'uomo saggio. Medietà tra due vizi, quello per
eccesso e quello per difetto» In medio stat virtus è il detto della
filosofia scolastica che traduce il concetto greco di mesotes. La virtù
secondo gli stoiciModifica Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento
in dettaglio: Stoicismo Etica. La saggezza, ossia la capacità di operare con
prudenza, è al centro della morale epicurea e stoicama, mentre per gli epicurei
la virtù si consegue attraverso un calcolo razionale dei piaceri stabilendo quali
di essi siano veramente necessari e naturali, per gli stoici invece il
comportamento virtuoso, risultato del conseguimento dell'"apatia",
cioè della liberazione ascetica dalle passioni, è di per sé portatore di
felicità. Per coloro che non riescono a condurre la loro vita secondo saggezza
lo stoicismo indicherà delle regole di condotta che insegneranno a operare
secondo ciò che è più "conveniente" od opportuno tenendosi sempre
lontano dagli eccessi delle passioni. La morale stoica ispirerà quella
dei filosofi come Cartesio, che rivaluterà tra le passioni quella della
"magnanimità", considerata virtù somma, e Spinoza che afferma che «il
primo e unico fondamento della virtù, ossia della retta maniera di vivere, è di
cercare il proprio utile» intendendo per "utile" solo ciò che
«conduce l'uomo a maggior perfezione» infatti «gli uomini che ricercano il
proprio utile sotto la guida della ragione non appetiscono per sé niente che
non desiderino gli altri uomini, e perciò essi sono giusti, fedeli, onesti» e
per ciò stesso la virtù è premio a sé stessa come portatrice di una vita serena
condotta secondo la razionalità. Le virtù secondo il cristianesimo Il
fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio Nel pensiero
cristiano oltre le virtù umane è possibile l'esercizio di quelle
soprannaturali: le virtù teologali di fede, speranza e carità che in qualche
modo dovranno conciliarsi con quelle dell'etica antica. San Tommaso
conserverà la validità delle virtù "cardinali" aristoteliche ma
considerandole inferiori a quelle teologali mentre Agostino riteneva false le
virtù umane dei pagani che mascherano sotto il nome di virtù quello che in
realtà è l'esercizio di vizi "splendidi", ma pur sempre negativi in
quanto causati dall'orgoglio e dalla ricerca dell'effimera gloria umana.
L'unica grande virtù è la carità, l'amore di Dio il cui esercizio, per quanto
essi facciano, non dipende dagli uomini ma dalla volontà divina che lo infonde
negli spiriti eletti, cioè dalla infusione nell'uomo della indispensabile
grazia divina. Concezione questa che riaffiorerà con la Riforma protestante e
nel Giansenismo. Inoltre uno dei nove cori delle gerarchie angeliche,
viene denominato Virtù ed indica secondo lo Pseudo-Dionigi il coro angelico
preposto a dispensare la grazia divina. La virtù nel pensiero moderno Nella
filosofia dell'età moderna la concezione della virtù oscilla tra quella che la
considera come l'esercizio di un controllo delle passioni a cui rinunciare e
quella che invece la ritiene rientrare nell'ambito di un comportamento
istintivo e naturale dell'uomo. Alla prima interpretazione si associano le dottrine
della corrente libertina da Bayle a Mandeville che ironizzano sulla effettiva
possibilità per gl’uomini dell'esercizio delle virtù che se anzi fossero
attuate provocherebbero la disgregazione della società. Il vizio è tanto
necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a
mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e
gloriosa. Si è sempre parlato ipocritamente di virtù, osservano i libertini, le
quali in realtà sono la mascheratura dei propri vizi come ben appare nella
contrapposizione tra le ostentate "pubbliche virtù" e i nascosti
"vizi privati". La virtù come sacrificio del singolo cittadino a
vantaggio della patria di tutti, è anche nella concezione politica di
Montesquieu che riporta questo comportamento civile ai regimi repubblicani
mentre in quelli monarchici prevale l'orgoglio e in quelli dispotici la
paura. Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury Nell'etica inglese
la virtù è intesa, in opposizione alle dottrine sull'"egoismo" di
Thomas Hobbes, come atteggiamento impulsivo naturale determinato dal sentimento
morale della benevolenza (Shaftesbury e Francis Hutcheson) che spinge l'uomo a
operare senza badare alla riprovazione morale dell'opinione pubblica, al
terrore di una punizione futura o all'intervento delle autorità, istituite come
incentivi alla bontà. L'azione virtuosa dell'uomo è invece ispirata dalla voce
della coscienza e dall'amore di Dio. Solo questi due fattori spingono l'uomo
verso la perfetta armonia, per il suo stesso bene e per quello dell'universo.
Lo stesso istinto alla virtù secondo David Hume e Adam Smith è quello della
simpatia. Le nostre sensazioni nelle relazioni con gli altri (e le azioni sono
valutabili moralmente in rapporto ad altri uomini), non possono essere ridotte
a una dimensione esclusivamente egoistica: ciò che noi proviamo è condizionato
sempre da ciò che provano gli altri in conseguenza delle nostre azioni.»
(David Hume, Trattato sulla natura umana, Libro terzo, Parte terza, sez.
prima-terza) «Per scoprire la vera origine della morale, e quella dell'amore e
dell'odio che deriva dalle qualità morali, dobbiamo considerare nuovamente la
natura e la forza della simpatia. Gli animi degli uomini sono simili nei loro
sentimenti o nelle loro operazioni, né esiste un sentimento che si produca in
una persona di cui non partecipino, in qualche grado, tutte le altre. Questa
disposizione naturale e spontanea dell'uomo all'esercizio della virtù troverà
espressione nel deismo e in seguito costituirà il nucleo della teoria romantica
dell'"anima bella" di Schiller. La virtù come sforzo. Kant Una
ripresa della concezione della virtù come repressione delle passioni umane è
nella filosofia morale di Kant che distingue una "dottrina della
virtù" dalla "dottrina del diritto". Nel diritto l'uomo si
sottomette alla legge per rispettarne la formalità esteriore senza considerare
il motivo della sua azione ma solo perché così prescrive la norma, mentre nella
morale ci si vuole comportare secondo il dettato morale indipendentemente da
qualsiasi motivo e conseguenza della propria azione: si realizza così la virtù
come soggezione della volontà all'"imperativo categorico". La
vetta, opera simbolista di Saccaggi, che esprime i concetti romantici di
Streben (sforzo) e Sehnuct (struggimento), ossia l'anelito dell'uomo verso un
ideale che si rivela sempre più arduo ed elevato. L'imperativo categorico,
ossia la virtù, implica che l'uomo debba compiere uno sforzo (Streben),
combattendo le inclinazioni sensibili e le passioni, nel conformare la sua
volontà a ciò che l'imperativo comanda, mentre pensare che questo possa
avvenire spontaneamente significa confondere la debolezza umana con ciò che è
proprio della santità che appartiene solo a Dio che non ha nessun dovere nei
confronti della legge morale. Ciò che prescrive la morale è identico sia per
gli uomini sia per la divinità, ma questa, poiché non ha niente che possa
ostacolarla nell'osservanza della legge morale, non ha neppure virtù. Questa
visione della virtù assimilerebbe il pensiero kantiano allo stoicismo che Kant
invece rifiuta laddove questo connette all'esercizio della virtù la felicità.
Certo l'uomo nella sua costituzione sensibile ha bisogno della felicità ma
nulla garantisce che egli possa raggiungerla. Un'esigenza di giustizia vuole
poi che l'uomo abbia una felicità bilanciata al suo comportamento virtuoso ma
poiché questo non accadrà mai nel nostro mondo terreno, egli allora postulerà
l'esistenza di un'anima immortale a cui un Dio giusto assicuri la giusta
felicità. L'etica kantiana, tradotta da Fichte e Schelling nella tensione
verso un ideale infinito a cui l'Io cerca progressivamente di conformare il
non-io, pur non raggiungendolo mai definitivamente, sarà invece messa in
discussione da Hegel, il quale vi vedrà l'espressione di un tipico
soggettivismo delle "virtù private" contrapposto a quella
"eticità" antica, ancora valida nel suo tempo, da apprezzare perché
rivolta alla collettività dove si realizza il bene tramite la famiglia, la
società civile e lo Stato.[Le virtù secondo il BuddhismoModifica Il Buddhismo
sostiene la conciliabilità tra saggezza e virtù come un desiderabile obiettivo
per l'uomo buono che ci ricorda l'antica concezione socraticaispirata a
quell'intellettualismo etico secondo cui il l'uomo fa il male perché ignora
cosa sia il bene. Le virtù nel Buddhismo sono il continuo applicare, come
regole di autodisciplina nella vita quotidiana, dei Tre rifugi o dei Cinque
precetti che consistono nello 1. Astenersi dall'uccidere o danneggiare
qualunque creatura vivente 2. Astenersi dal prendere ciò che non ci è stato
dato 3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile 4. Astenersi da un
linguaggio falso o offensivo 5. Astenersi dall'assumere bevande alcoliche e
droghe Vivendo in questo modo si incoraggiano la disciplina e la sensibilità
necessarie per chi voglia coltivare la meditazione, che è il secondo aspetto
del sentiero. La virtù nella filosofia cinese La virtù (traduzione di
"de" 德) è un concetto importante anche nelle filosofie
cinesi come il confucianesimo e il taoismo. Le virtù cinesi comprendono
l'umanità, lo xiao (solitamente tradotta come pietà filiale) e zhong (lealtà).
Un valore importante, contenuto nella gran parte del pensiero cinese, è che lo
stato sociale di ciascuno debba essere determinato dall'insieme delle sue virtù
manifeste, e non da un qualunque privilegio di nascita. Nei suoi Analecta,
Confucio parla della pratica che conduce alla perfetta virtù. Le virtù
confuciane si sviluppano in due rami: il ren e il li; il ren può essere tradotto
come benevolenza, amore disinteressato, e l'uomo la può raggiungere praticando
cinque virtù: magnanimità, rispetto, scrupolosità, gentilezza e sincerità.
Confucio afferma che queste virtù devono essere praticate verso il li, che è la
parte pratica della virtù confuciana. Il li consiste in cinque canali
relazionali: marito/moglie, genitore/figlio, amico/amico, giovane/anziano,
suddito/sovrano. Romanus Cessario, Le virtù, Editoriale Jaca, Ancient
Ethical Theory (Stanford Encyclopedia of Philosophy) Ferroni, Machiavelli, o
Dell'incertezza: la politica come arte del rimedio, Donzelli Editore, Platone,
Repubblica o sulla giustizia. Testo greco a fronte, a cura di Vitali,
Feltrinelli, Aristotele, Etica Nicomachea, Aristotele, Etica Nicomachea,
Kambouchner, L'Hommes des passions. Commentaires sur Descartes, Paris, Albin
Michel, BODEI (si veda) Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità:
filosofia e uso politico, Feltrinelli, Eth. V, prop. 41 Eth. IV, prop. Gregorio
di Nissa, De beatitudinibus, oratio 1: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger (Leiden
L'elenco è dedotto dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Rivestiti
della corazza della fede e della carità avendo come elmo la speranza» (1Ts 5,8)
Kostko, Beatitudine e vita cristiana nella Summa theologiae di S. Tommaso
d'Aquino, Edizioni Studio Domenicano, I vizi capitali considerati come gli
opposti delle virtù nella concezione cristiana sono superbia, avarizia,
lussuria, gola, ira, invidia e accidia (in Domenico Galvano, Catechismo della
diocesi di Nizza1) Mondin, Etica e politica, Edizioni Studio Domenicano,
Mandeville, La favola delle api ^ L'espressione si ritrova nell'operetta di
Bernard de Mandeville pubblicata anonima con il titolo The Grumbling Hive, or
Knaves Turn'd Honest (Ronzio di arnie, o Furfanti divenuti onesti), ristampata
con l'aggiunta del sottotitolo Vizi privati e pubbliche virtù e infine con il
titolo Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits (La favola delle
api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù) Grande Antologia Filosofica,
Marzorati, Milano, Kant, Metafisica dei costumi Galli e Aa.Vv., Saccaggi: un
poliedrico pittore internazionale su gabbantichita.com, Studio d'Arte e
Restauro Gabbantichità. Nell'opera, intitolata anche La regina dei ghiacci,
l'atteggiamento passionale e implorante dell'uomo si contrappone alla gelida
irraggiungibilità della donna, allegoria della Montagna-Natura. Fraisopi, Adamo
sulla sponda del Rubicone: analogia e dimensione speculativa in Kant, Armando,
Pasquale Fernando Giuliani Mazzei, Kant e Hegel: un confronto critico, Guida; Hua,
Buddhismo: Une breve introduzione, Dharma Realm Buddhist Association, Pavolini,
Buddismo, Hoepli, Chiesa Cattolica,
Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, New Catholic
Encyclopedia, Catholic University of America, Natoli, Dizionario dei vizi e
delle virtù, Feltrinelli UE Scheler, Per la riabilitazione della virtù. Aquino,
Le virtù. Quaestiones de virtutibus, I e V, Testo latino a fronte, Milano,
Bompiani, Paideia Bushidō Moralità Etica Bontà Teoria dei valori Giustizia
sociale Pietà (teologia) Sette peccati capitali Virtù cardinali Virtù teologali
Timè. virtù virtù, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Virtù Virtù (altra versione),
su Enciclopedia Britannica.Virtù, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton
Company. Modifica su
Wikidata The Four Virtues, su thefourvirtues.com. The Virtues Project, su
metamind. Virtue Science.com. Portale
Filosofia Portale Religione. Etica ramo della filosofia Etica
Nicomachea opera di Aristotele Virtù dianoetiche ed etiche. Nome
compiuto: Girolamo Cotroneo. Cotroneo. Keywords: VIRTÙ, retorica, retorica di Aristotele, retorica nuova, retorica
moderna, Perelman, rareta e storia, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cotroneo” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
Grice e Cotta: la ragione conversazionale all’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He appears as a character in De natura deorum by Cicerone. There he
presents the points of view of the Accademia. However, he spends some time in
exile and almost certainly studies the doctrine of the Porch and that of the
Garden as well. Nome compiuto: Gaio Aurelio Cotta. Cotta.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cotta,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cotta: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia del diritto romano
– filosofia fiorentina – filosofia toscana-- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Firenze).
Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Grice: “My favourite
explorations by Cotta are three: ‘per che violenza?” – “dalla guerra alla pace:
un itinerario filosofico” and a secondary-literature study on ‘i concordati’
--- which is MY philosophy. You see, Plato thought that
the soul resided in the brain – cool as he was – but Aristotle corrected him:
it resides in the HEART – Cicero loved that and coined ‘cum-cor’ – i.e.
something like my cum-operare: your hearts convene!” -- Grice: “I would say
Cotta is Italy’s H. L. A. Hart, with a bonus – he wrote on essentialism,
deontic logic, and from war to peace!” Figlio di Alberto,
studioso di scienze forestali, e Maria Nicolis di Robilant. Da parte di madre è
discendente diretto di Eulero. Studia a Firenze presso l'istituto dei barnabiti
La Querce. Si laurea a Firenze. Chiamato alle armi con il grado di
sottotenente, il giorno dell'annuncio dell'armistizio, è in Friuli. Scioltosi
l'esercito, scende in barca lungo l'Adriatico per raggiungere l'Italia non
ancora occupata dai tedeschi. Ammalatosi di malaria, dopo svariate traversie
decide di raggiungere il Piemonte, dove partecipa alla guerra di resistenza
come comandante di una brigata partigiana nella VII Divisione Autonoma
"Monferrato". È tra i primi ad entrare a Torino nei giorni della
liberazione. Per la sua partecipazione alla guerra partigiana gli vengono
attribuite la Medaglia di bronzo al valor militare e la Croce di guerra. Dopo
gli studi sul pensiero politico dell'Illuminismo i suoi interessi si sono
incentrati sulla filosofia giusnaturalistica, che è stato in grado di fondere
con elementi della fenomenologia. Autore di saggi sulla visione politica di
Montesquieu, Filangieri, Aquino ed Agostino, dedicandosi in seguito a
riflessioni teoriche sul diritto e sulla politica. Insegna a Torino, Perugia,
Trieste, Trento, Firenze, Roma, e Teramo. Fu tra i componenti del comitato
promotore del referendum abrogativo della legge sul divorzio. Altre opere: “La
società; “Il concetto di ‘legge’ in Filangieri” (Torino, Giappichelli); “Il
concetto di ‘legge’ in Aquino” (Torino, Giappichelli). “Il concetto di Roma
come città in Agostino”; “Filosofia e politica nell'opera di Rousseau”; “La
sfida tecnologica”; “L'uomo tolemaico” – la ferita narcissista di Galileo – “Quale
Resistenza?, Perché la violenza; “Il normato: tra il giurato e l’obbligato”; “Il
diritto nell'esistenza. Linee di ontofenomenologia giuridica”; “Dalla guerra
alla pace”; “l’uomo, la persona, il diritto umano”; “Il pensiero politico di Montesquieu,
Bari, Laterza); “L’inter-soggetivo giurato”; “I limiti della politica, “Il
sistema di valori e il diritto”; Perché il diritto Quid ius?” (Brescia, La
Scuola). Stante la concessione chirografata dall'ex re Umberto II, C. puo
fregiarsi del titulo nobiliare di “conte”, sia pure del tutto informalmente
stante l'instaurazione dell'ordinamento repubblicano e la XIV disposizione
finale e transitoria della Costituzione. Diritto romano ordinamento giuridico
della civiltà romana Lingua Segui Modifica Con diritto romano si indica
l'insieme delle norme che hanno costituito l'ordinamento giuridico romano per
circa tredici secoli, dalla data convenzionale della Fondazione di Roma fino
alla fine dell'Impero di Giustiniano (565 d.C.). Infatti, tre anni dopo la
morte di Giustiniano l'Italia fu invasa dai Longobardi: l'impero d'Occidente si
dissolse definitivamente e Bisanzio, formalmente imperiale e romana, si
allontanò sempre più dall'eredità dell'antica Roma e della sua civiltà (anche giuridica). Il
Corpus Iuris Civilis in una stampa, che raggruppava l'insieme di tutte le leggi
romane contemporanee e precedenti alla sua compilazione, avvenuta sotto
Giustiniano I «Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere,
suum cuique tribuere. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente,
non danneggiare nessuno, dare a ciascuno il suo.» (Eneo Domizio Ulpiano
Libro secondo delle Regole dal Digesto 1.1.10 principio [1]) L'importanza
storica del diritto romano si riflette ancora oggi in una lista di termini
legali latini. Infatti, dopo la dissoluzione dell'Impero romano d'Occidente, il
Codice giustinianeo rimase in effetti nell'Impero romano d'Oriente, conosciuto
come Impero bizantino. Il linguaggio legale in Oriente fu il greco. Il
diritto romano definisce un sistema legale applicato nella maggior parte
dell'Europa occidentale fino alla fine del XVIII secolo. In Germania, il
diritto romano venne utilizzato più a lungo sotto il Sacro Romano Impero. Il
diritto romano servì inoltre come base per la pratica legale attraverso
l'Europa occidentale continentale, così come nella maggior parte delle colonie
delle nazioni europee, inclusa l'America latina e pure l'Etiopia. Il sistema
inglese e nord americano della common law venne influenzato anche dal diritto
romano, in particolare nel loro glossario giuridico latineggiante. Anche la
parte orientale dell'Europa venne influenzata dalla giurisprudenza del Corpus
Iuris Civilis, specialmente nei paesi come la Romania medievale che creò un
nuovo sistema, un mix del diritto romano e locale. L'Europa orientale fu
inoltre influenzata dal diritto medievale bizantino. Il diritto romano
viene diviso approssimativamente in tre o cinque differenti stadi evolutivi. Dalla
fondazione di Roma alle leggi delle XII Tavole. Magnifying glass icon mgx2.svg Storia del
diritto romano, Ius Quiritium e Mos maiorum. La prima fase, detta del diritto
arcaico o quiritario, comprende il periodo che ha inizio con la fondazione di
Roma e giunge alle Leggi delle XII tavole. In questo periodo, il diritto
privato, compreso il diritto civile romano era applicato solo ai cittadini
romani, ed era legato alla religione. Si trattava di una forma giuridica non
sviluppata, quindi non contenente gli attributi di formalismo rigoroso, simbolismo
e conservatorismo. Il giurista Sesto Pomponio disse: "All'inizio della
nostra città, le persone iniziarono le loro prime attività senza alcun diritto
scritto, e senza alcuna regola fissa: tutte le cose erano governate
dispoticamente dai re". Si ritiene che il diritto romano sia radicato
nella mitologia etrusca, con un'enfatizzazione dei rituali. Diritto
repubblicano fino alla seconda guerra punica. Magnifying glass icon mgx2.svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Leggi delle XII tavole, Leges Liciniae Sextiae,
Lex Canuleia, Lex Hortensia e Lex Aquilia. L'inizio del secondo periodo
coincide con il primo testo di diritto: le leggi delle XII tavole. Il tribuno
della plebe, Gaio Terentillo Arsa, propose che le leggi fossero scritte, per
evitare che i magistrati potessero applicarle in modo arbitrario.Dopo otto anni
di scontri politici, i plebei riuscirono a convincere i patrizia inviare
un'ambasceria ad Atene, per copiare le leggi di Solone; essi inviarono poi
altre delegazioni ad altre città greche per ottenerne il consenso. Secondo
quanto ci racconta Livio, furono scelti dieci cittadini romani per mettere per
iscritto le leggi. Mentre stavano eseguendo questo lavoro, gli vennero
attribuiti poteri politici supremi, detti imperium, mentre il potere dei
normali magistrativenne ridotto. I decemviri produssero le leggi su dieci
tavole, dette tabulae, ma lasciarono insoddisfatti i plebei. Un nuovo
decemvirato, si racconta, aggiunse due ulteriori tavole. La nuova legge delle XII
tavole venne ora approvata dall'assemblea popolare. Gli studiosi moderni
tendono a non dar credito alla precisione degli storici romani. Non credono in
genere che un secondo decemvirato abbia mai avuto luogo. Il decemvirato si
ritiene abbia incluso i punti più controversi del diritto consuetudinario, e di
aver assunto le funzioni principali a Roma. Inoltre, la questione sulla
influenza greca trovata nel diritto romano arcaico è ancora molto discussa.
Molti studiosi ritengono improbabile che i patrizi abbiano inviato una
delegazione ufficiale in Grecia, come gli storici romani credevano. Invece, gli
studiosi suggeriscono che i Romani abbiano acquisito leggi dalle città greche
della Magna Grecia, serbatoio principale dal mondo romano a quello greco. Il
testo originale delle XII tavole non si è conservato, anche perché furono
distrutte durante il sacco di Roma da parte dei Galli. I frammenti
sopravvissuti mostrano che non si trattava di un codice del diritto in senso
moderno. Non forniva infatti un sistema completo e coerente di tutte le norme
applicabili o nel dare soluzioni giuridiche per tutti i casi possibili.
Piuttosto, le tabelle contenevano disposizioni specifiche volte a modificare
l'allora esistente diritto consuetudinario, anche se le disposizioni erano
valide per tutti i settori del diritto, dove la parte più ampia era dedicata al
diritto privato e alla procedura civile. In seguito le leggi delle dodici
tavole vennero integrate da una serie di nuove leggi come: la Lex
Canuleia, che ammetteva il matrimonio (ius connubii) tra patrizi e plebei; le
Leges Licinae Sextiae che prevedevano restrizioni sui terreni pubblici (ager
publicus), dove almeno uno dei due consoli doveva essere plebeo; la Lex Ogulnia
dove i plebei ottennero l'accesso alle cariche sacerdotali; la Lex Hortensia
dove i verdetti delle assemblee plebee (plebiscita) ora riguardavano tutte le
persone; la Lex Aquilia, che poteva essere considerata come la fonte del
moderno diritto civile. Tuttavia, il contributo più importante di Roma alla
cultura giuridica europea non fu la promulgazione di leggi ben elaborate, ma
l'emergere di una classe di professionisti giuristi e della giurisprudenza.
Questo venne realizzato applicando in modo graduale e con metodo scientifico la
filosofia al soggetto del diritto, tema che i greci stessi mai trattarono come
una scienza. Tradizionalmente, le origini della giurisprudenza romana
sono collegate a Gneo Flavio, il quale sembra abbia pubblicato una serie di
"modi di dire" contenenti il linguaggio giuridico da utilizzare in
tribunale per intraprendere un'azione legale. Prima di Flavio, queste formule
sembra fossero segrete e note solo ai sacerdoti. La loro pubblicazione rese
così possibile, anche per chi non ricopriva cariche sacerdotali, di esplorare
il significato di questi testi di legge. Il periodo che successe dopo la
fine della seconda guerra punica fino all'avvento del principato, corrisponde
storicamente al periodo del diritto chiamato pre-classico. Questo periodo
coincise con una produzione da parte dei giuristi di un grande numero di trattati,
soprattutto a partire dal II secolo a.C. Tra i più famosi giuristi del periodo
repubblicano si ricordano, Quinto Mucio Scevolaautore di un voluminoso trattato
su tutti gli aspetti del diritto romano, che ebbe grande influenza nelle epoche
successive, e Servio Sulpicio Rufo, amico di Marco Tullio Cicerone. E benché
Roma avesse sviluppato un sistema del diritto molto evoluto, oltre a una
raffinata cultura legale, la Repubblica romanavenne rimpiazzata dal
principato. In questo periodo possiamo notare lo sviluppo di leggi più
flessibili per soddisfare le esigenze del momento. In aggiunta al vecchio e
formale ius civile venne creata una nuova classe giuridica: lo ius honorarium,
che può essere definita come "la legge introdotta dai magistrati che avevano
il diritto di promulgare editti al fine di sostenere, integrare o correggere la
giurisprudenza esistente. Con questa nuova legge il vecchio formalismo venne
abbandonato per i più flessibili principi dello ius gentium.
L'adattamento del diritto alle nuove esigenze fu dedicata alla pratica
giuridica dei magistrati, e soprattutto riguardante i pretori. Un pretore non
era un legislatore e non poteva tecnicamente creare una nuova legge quando
emetteva i suoi editti. I risultati delle sue sentenze godevano di tutela
giuridica[19] ed erano in effetti spesso fonte di nuove norme giuridiche. Il
successore del precedente pretore non era vincolato dalle disposizioni del suo
predecessore; comunque doveva rifarsi alle norme contenute negli editti del suo
predecessore che si dimostrassero utili. In questo modo si generò un modo
costante di operare da un punto di vista giuridico, editto per editto. Così,
nel corso del tempo, parallelamente al diritto civile, che andava integrandosi
e correggendosi, emerse un nuovo corpo di leggi pretorie. In realtà, la legge
pretoria venne così definita dal celebre giurista romano Papiniano. Ius
praetorium est quod praetores introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel
corrigendi iuris civilis gratia propter utilitatem publicam. Il diritto
pretorio è una legge introdotta da pretori per integrare o correggere il
diritto civile per il bene pubblico.» Alla fine, il diritto civile e il
diritto pretorio si fusero nel Corpus Iuris Civilis. I primi
duecentocinquant'anni da Augusto, fino alla morte dell'imperatore Alessandro
Severo corrispondono al cosiddetto "periodo classico". Questo momento
storico rappresentò per il diritto e la giurisprudenza romana il momento più
elevato dell'intera storia romana. I successi letterari e le pratiche dei
giuristi di questo periodo hanno dato una forma unica al diritto romano.
I giuristi lavorarono in diverse direzioni, dando pareri legali: su richiesta
delle parti private; ai magistrati a cui era affidata l'amministrazione della
giustizia, soprattutto i pretori; nella redazione degli editti dei pretori,
quando veniva annunciato pubblicamente l'inizio del loro mandato, su come
avrebbero gestito le loro funzioni, oltre alle formule, in base alle quali
vennero condotti procedimenti specifici. Alcuni giuristi vennero incaricati di
occuparsi di prestigiosi uffici giudiziari e amministrativi. I giuristi
produssero, inoltre, tutta una serie di commentari legali e trattati. Attorno
al 130 il giurista Salvio Giuliano redasse un modello standard di come doveva
essere redatto un editto di un pretore, che poi venne utilizzato da tutti i
pretori da quel momento in poi. Questo editto conteneva dettagliate descrizioni
di tutti i casi, nei quali il pretore avrebbe potuto compiere un'azione legale
e una difesa. L'editto standard funzionava come un codice di legge completa,
anche se formalmente non aveva forza di legge. Esso indicava i requisiti
giuridici per un'azione legale di successo. L'editto divenne pertanto la base
per numerosi commentari giuridici da parte dei giuristi classici di epoca tarda
come, Giulio Paolo e Eneo Domizio Ulpiano. I nuovi concetti e istituti
giuridici elaborati dai giuristi di epoca pre-classica e classica sono troppo
numerosi da menzionare qui. Seguono quindi alcuni esempi: i giuristi
romani separarono chiaramente l'utilizzo di una cosa (proprietà) nel diritto
legale, dalla possibilità di utilizzare e manipolare la cosa (possesso).
Elaborarono anche la distinzione tra contratto e colpa come fonti delle
obbligazioni legali. I contratti standard (di vendita, di lavoro, locazione,
appalto di servizi) furono regolati nei più importanti codici continentali e le
caratteristiche di ciascuno di questi contratti furono sviluppate nella
giurisprudenza romana. Il giurista classico Gaio creò un sistema di diritto
privato basato sulla divisione materiale di personae (persone), res (cose) e
actiones (azioni legali). Questo sistema fu usato per molti secoli successivi:
basterebbe ricordare i Commentaries on the Laws of England di Blackstone, gli
atti francesi del Codice Napoleonicooppure il codice civile tedesco
(Bürgerliches Gesetzbuch). L'ultimo periodo è quello denominato post-classico,
iniziato con la morte di Alessandro Severo
e segnò la fine del principato, dilaniato dalle guerre civiliper la
porpora imperiale e dalle continue invasioni dei barbari del nord e delle
armate persiane. Terminò, quindi, con il regno di Giustiniano. In questo
periodo le condizioni per il fiorire di una cultura giuridica raffinata
divennero meno favorevoli. La situazione politica ed economica generale si era
andata deteriorando, da quando gli imperatori romaniavevano assunto un
controllo più diretto di tutti gli aspetti della vita politica. Il sistema
politico del principato, che aveva mantenuto alcune caratteristiche della
costituzione repubblicana, cominciarono a trasformarsi nella monarchia
assolutadel dominato. L'esistenza di una giurisprudenza e di giuristi che
considerassero il diritto come una scienza, non come mero strumento per
raggiungere gli obiettivi politici stabiliti dal monarca assoluto, non si
adattarono al nuovo ordine di cose. La produzione letteraria cessò quasi di
esistere. Pochi furono i giuristi conosciuti dopo la metà del III secolo.
Tuttavia, mentre la maggior parte della giurisprudenza del diritto classico
finì per essere ignorata e, infine, dimenticata in Occidente, in Oriente prese
piede una fondamentale attività di codificazione delle leggi classiche e della
giurisprudenza e di armonizzazione con le leggi successive, soprattutto grazie
all'opera di Giustiniano I, che avrebbe costituito la base del diritto
medievale. Eredità del diritto romano In Oriente Edizione del Digesta,
parte del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano I. Quando la centralità
dell'Impero romano venne spostata a est della Grecia, apparvero nella
legislazione ufficiale romana molti concetti legali di origine greca. Questa
influenza risulta visibile perfino nel diritto privato inerente ai rapporti tra
persone e alla famiglia, che tradizionalmente faceva parte del diritto che
subiva minori cambiamenti. Per esempio Costantino I cominciò a porre delle
restrizioni all'antico concetto romano di patria potestas, il potere detenuto
dal padre nei confronti della famiglia e dei suoi discendenti, riconoscendo che
le persone in potestate, i discendenti, potevano avere diritti di proprietà.
Egli apparentemente fece delle concessioni al concetto molto più severo di
autorità paterna del diritto greco-ellenistico. Il Codex Theodosianus è una
codificazione delle leggi di Costantino. Gli imperatori successivi andarono
perfino oltre, fino a quando Giustiniano I decretò che un fanciullo in
potestate potesse diventare proprietario di tutto ciò che avesse acquistato,
con esclusione di quanto veniva acquistato da suo padre. L'opera giuridica di
Giustiniano, particolarmente il Corpus Iuris Civilis, continuò a costituire la
base della pratica legale dell'Impero bizantino. Leone III Isaurico emise un
nuovo codice, denominato Ecloga. Gli imperatori Basilio I il Macedone e Leone
VI il Saggiocommissionarono la traduzione in greco del Codice e del Digesto,
parti del codice di Giustiniano, conosciuta con il nome di Basilica. Il diritto
romano preservato nel corpus legislativo di Giustiniano e nella
Basilicarimasero la base della giurisprudenza greca e nelle corti della Chiesa
ortodossa perfino dopo la fine dell'Impero bizantino e la conquista dei Turchi,
formando così la base per gran parte del Fetha Negest, che rimase in essere in
Etiopia. Reintroduzione in Occidente Lo stesso argomento in dettaglio: Regni
romano-barbarici, Diritto barbarico e Diritto medievale. In seguito alle
invasioni barbariche, come fonte principale del diritto, il diritto romano
scomparve in gran parte dell'Europa occidentale. L’imperatore d'Oriente
Giustiniano I promulgò il Corpus iuris civilis che in futuro sarebbe diventato
la base per la reintroduzione del Diritto romano nell'Occidente. Nel Corpus,
Giustiniano fece confluire tutte le antiche leggi di Roma cercando di armonizzarle
con le nuove che nel frattempo erano state promulgate. Il Codice di Giustiniano
fu applicato nei territori italiani sottoposti all'autorità di Bisanzio, ma le
seguenti invasioni barbariche le cancellarono dall'Occidente, riducendo il
diritto romano a mero diritto comune. In seguito, l'insistenza degli imperatori
romano-germanici di proclamarsi diretti successori dell'Impero romano, in
particolare della Dinastia ottoniana di Sassonia favorì, anche grazie alle
università, la reintroduzione del Diritto romano in Occidente, andando a
rimpiazzare le tradizioni giuridiche degli invasori germanici. Nel Regno di
Sicilia il diritto romano fu reintrodotto per volontà dell'imperatore Federico
II con le due assise di Capua e Messina. Il diritto romano venne riscoperto e
dominò la pratica legale di molti paesi europei. Un sistema giuridico, in cui
il diritto romano venne mescolato con elementi di Diritto canonico e di costume
germanico, soprattutto con il diritto feudale, divenne comune in tutta l'Europa
continentale e conosciuto come lo ius commune, termine che viene indicato nei
sistemi giuridici anglosassoni come civil law. Diritto romano e tutela dei
monumenti La protezione delle opere pubbliche e delle principali opere d'arte
come anche, più in generale, dell'intera consistenza cittadina era disciplinata
da un insieme organico di statuti, leggi, costituzioni e provvedimenti
risalenti già alla prima età repubblicana. Nell'epoca classica si creò una
nuova serie di cariche pubbliche che sovrintesero alla tutela di settori sempre
più specifici, regolando e inserendo in un sistema altamente efficiente una
realtà in precedenza già presente, seppur in forma embrionale, anche nel mondo
greco. Le tracce di come un tanto imponente sistema si sia trasmesso sino
ai giorni nostri, influenzando la nascita delle prime moderne forme di
protezione dei monumenti pubblici, sono fin troppo evidenti. Si pensi, per
esempio, all'istituzione dei magistri aedificiorum et stratarum voluti, nella
Roma da papa Martino V. Diritto romano oggi Oggi, il diritto romano non è più
applicato nella giurisprudenza moderna, anche se negli ordinamenti giuridici di
alcuni Stati come il Sudafrica e San Marinoalcune parti si basano ancora sullo
ius commune. Tuttavia, anche se la giurisprudenza si basa su un codice, si
applicano molte regole derivanti dal diritto romano: nessun codice ha
completamente rotto i collegamenti con la tradizione romana. Piuttosto, le
disposizioni del diritto romano sono state create su misura in un sistema più
coerente, espresso nella lingua nazionale di molti Stati. Per questa ragione,
la conoscenza del diritto romano è indispensabile per capire i sistemi
giuridici contemporanei. Il diritto romano risulta spesso un argomento obbligatorio
per gli studenti di legge nelle varie giurisdizioni di diritto civile.
Come passo fondamentale verso l'unificazione del diritto privato negli Stati
membri dell'Unione europea, viene così adottato il vecchio Ius Commune, che era
la base comune della pratica legale in tutto il mondo, permettendo poi molte
varianti locali, ed è sentito da molti come un modello basilare.
Divisioni interne al diritto romanoModifica Il diritto romano si suddivide
in: ius Quiritium (deriva da "Quirites", sinonimo di
"Romani"), costituito da un insieme di consuetudini ancestrali, non
scritte, talmente remote che i Romani stessi non ne conoscevano l'origine.
Riguardava gli ambiti di diritto di famiglia, matrimonio, patria potestas e
proprietà privata, e non comprendeva le obbligazioni, che in età arcaica non
esistevano. Costituisce il nucleo più arcaico del ius civile. ius civile, era
l'insieme delle norme che regolano i rapporti tra i cives romani, considerato
nell'ottica romana come orgogliosa prerogativa dei cittadini di Roma. Di esso
il giurista romano Papiniano dà la seguente definizione tramandataci dal
Digesto giustinianeo: Ius autem civile est quod ex legibus, plebis scitis,
senatus consultis, decretis principum, auctoritate prudentium venit. Il ius
civile è il diritto che promana dalle leggi, dai plebisciti, dai
senatoconsulti, dai decreti degli imperatori e dai responsi dei
giurisperiti.» (Digesto) ius gentium, l'insieme di tutti gli istituti che
trovano tutela, oltre che nell'ordinamento statuale romano, anche presso altri
popoli. ius naturale, la lezione stoica proficuamente accolta da Cicerone, si
trasfuse nella coscienza giuridica romana. I giureconsulti, però, non essendo
filosofi, ne trassero scarsi e rozzi ammaestramenti, interpretando la natura come
atavico istinto comune anche agli esseri irrazionali. Ciò accadde
specificamente nella definizione che ne diede Ulpiano, allorché stabilisce che
"Il diritto naturale è quello che la natura ha insegnato a tutti gli
esseri animati. [Da esso] derivano l'unione del maschio e della femmina, che
noi chiamiamo matrimonio, la procreazione e l'allevamento dei figli. Vediamo
infatti che anche gli altri animali, perfino quelli selvaggi, conoscono e
praticano questo diritto. Questo passo di Ulpiano sarà inserito nel Digesto
giustinianeo e insieme con l'intero Corpus iuris civilis costituirà oggetto di
studio per le scuole giuridiche medievali. Gaio propende per una bipartizione
del diritto, cioè che il diritto si divida in ius civile, creazione artificiale
della civitas, e in ius gentium o ius naturale, diritto comune ai popoli e che
trova la sua ragion d'essere nella naturalis ratio, cioè in una ragione
naturale, dunque ritenuto anche eticamente migliore poiché ispirato dalla
natura: in questa visione la schiavitù è considerata come una situazione
naturale già predisposta dalla stessa natura; Ulpiano propende per una
tripartizione del diritto; come Gaio, pensa che lo ius civile sia creazione
artificiale, ma va oltre affermando che il ius gentium riguarda un regolamento per
i soli uomini, mentre lo ius naturale sarebbe quello di tutte le creature
viventi: in questo caso la condizione di schiavo viene vista come una
condizione predisposta dal diritto e non riconducibile alla condizione naturale
dell'uomo. ius honorarium (o ius praetorium), che riguarda le situazioni di
diritto o di fatto che, pur non trovando tutela nelle norme dello ius civile,
sono state regolamentate dall'attività giurisdizionale dei magistrati dotati di
iurisdictio. Lo stesso Papiniano, nel medesimo brano in cui definisce il ius
civile, racchiude il concetto di ius honorarium, che egli chiama ius
praetorium, nelle seguenti parole. Ius praetorium est quod praetores
introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel corrigendi gratia propter utilitatem
publicam; quod et honorarium dicitur ab honore praetorum. Il ius pretorium è il
diritto introdotto dai praetores al fine di aiutare, aggiungere, emendare lo
ius civileper la pubblica utilità; ciò che viene anche chiamato
honorariumdall'onore dei pretori.» Ius legitimum, il cui nome deriva da
lex è il diritto prodotto in sede assembleare attraverso la votazione e
approvazione di una legge comiziale; lo ius legitimum ha particolare vita in
età repubblicana e fiorisce particolarmente con Augusto per poi scomparire dopo
la sua morte e la trasformazione dello Stato in impero; con il venir meno delle
assemblee a favore del duopolio Senato-imperatore e del successivo monopolio
imperiale del potere la lex perde il suo carattere di comizialità e viene a
identificarsi con la definizione di norme da parte dell'imperatore stesso,
nella forma della "costituzione imperiale". Da questo momento lo ius
legitimum si estingue, confluendo nello ius civile. Durante la repubblica le
principali assemblee produttrici di ius legitimum erano i comitia centuriata e
i concilia plebis, in minore parte le altre assemblee. Eneo Domizio Ulpiano,
Digesto principio. Ad esempio stare decisis, culpa in contrahendoo in pacta
sunt servanda. In Germania, Art. BGB. Valacchia, Moldova e alcune altre
province medievali. Secondo Francisci (Sintesi storica del diritto romano) la
prima fase, denominata del diritto "primitivo", iniziava con la
fondazione di Roma e terminava con la fine della seconda guerra punica. Biondi,
Istituzioni di diritto romano, Ius civile Quiritium. Come ad esempio la pratica
rituale della mancipatio, una forma di vendita. "Roman
Law", in Catholic Encyclopedia, Appleton Company, New York. Jenő Szmodis,
The Reality of the Law From the Etruscan Religion to the Postmodern Theories of
Law, Kairosz, Budapest, Olga Tellegen-Couperus, A Short History of Roman Law,
Livio, Ab Urbe condita libri. Decemviri legibus scribundis. Pudentes,
sing. prudens, o jurisprudentes. Pietro De Francisci, Sintesi storica del
diritto romano. Invece Biondi lo accorpa in un unico periodo con il precedente
e lo chiama "repubblicano". Berger,
Encyclopedic Dictionary of Roman Law, in The American Philosophical Society. Magistratuum edicta. Actionem dare. Edictum traslatitium. Francisci, Sintesi
storica del diritto romano, Tellegen-Couperus et Tellegen-Couper, A Short
History of Roman Law. Ecloga | Byzantine law Britannica, su britannica. Cardini e
Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia. "È
questo il famoso Corpus iuris civilis, nel quale Giustiniano dettò le sue nuove
leggi preoccupandosi però di armonizzarle coerentemente con quelle antiche.
Tale monumento alla sapienza giuridica di Roma sarebbe stato alla base della
rinascita degli studi giuridici e delle istituzioni politiche della stessa
Europa; e costituisce ancora oggi il fondamento sul quale si appoggiano i
sistemi giuridici di gran parte dei paesi del mondo. Cardini e Montesano,
Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, "La pretesa di
questi re di atteggiarsi a imperatori romani non fu priva di risultati anche
importanti: essa fu ad esempio uno dei motivi per cui, a partire dalla metà del
XII secolo, il diritto romano rientrò nell'Europa occidentale e -anche grazie
al lavoro che fu allora espletato nelle università- s'impose come nuovo diritto
sostituendosi in tutto o in massima parte alle precedenti tradizioni giuridiche
ereditate dai germani delle invasioni." Cardini e Marina Montesano, Storia
Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, "Introdusse il diritto
romano, fondò l'Università di Napoli per disporre di un ceto di funzionari
fedeli istruiti all'interno dei confini (altrimenti i suoi sudditi avrebbero
dovuto andare fino a Bologna per studiare) e favorì lo "Studio"
medico di Salerno. Incluse tutte le proprietà private. Campanelli, L'antefatto:
leggi e norme di tutela nel diritto romano, "‘ANAΓKH", I curatores
viarum, operum publicorum, rei publicae, statuarum, ecc. ^ Platone, nel VI
capitolo delle Leggi, cita un tipo particolare di magistrati chiamati astynomi,
storicamente documentati (cfr. Die Astynomenischrift, Atene) dediti alla cura e
alla riparazione dei luoghi pubblici. Con la bolla Etsi in cunctarum. Che per
gli Stoici era permeata dalla ragione divina. Fassò: «Digesto, Fassò. La
ricostruzione dell'intero sistema di diritto romano è basata sul ritrovamento
di fonti giuridiche e storiche più o meno complete. Di seguito, un elenco, certamente
non esaustivom delle principali fonti di
produzione del diritto romano che ci sono pervenute: OTTAVIANO (si veda),
Res gestae divi Augusti, opera divisa in tabulæ, CICERONE (si veda) De legibus,
Codice Ermogeniano. Codice Teodosiano; il contraltare alla codificazione giustinianea,
in sedici libri densi di diritto e innovazioni strutturali, tra cui il Liber
Legum Novellarum Imperatoris Theodosi. Constitvtiones Sirmondianae: raccolta di
16 costituzioni imperiali, che disciplinano materie ecclesiastiche; presero il
nome dal primo loro editore, il gesuita Sirmond. Emanate non furono tutte
accolte nel Codice teodosiano, in appendice al quale sono pubblicate da
Mommsen. Corpus Inscriptionum Latinarum. Decretum Gelasianum, fonte di diritto
canonico più che di diritto romano (da The Latin Library); editto di Costantino
e Licinio; l'Editto di Teodorico, diviso in articoli, è un codice territoriale,
cioè contene disposizioni valide sia per i romani che per gl’ostrogoti.
Ciascuno degli articoli è ricavato da un testo delle leges o degli iura,
soprattutto dai codices, dalle Sententiæ di Paolo ecc. Vi sono anche alcune
norme nuove, di incerta origine: non si sa se di origine ostrogota oppure
derivate dalla pratica. Fontes Iuris Romani Ante-iustiniani in usum scholarum,
divise in libri (sulle Leges, sugli Auctores, e sui Negotia). Fragmenta
Vaticana, frammenti di un'ampia compilazione privata di costituzioni imperiali
e di passi desunti dalle opere di Papiniano, Ulpiano e Paolo. Il palinsesto è
scoperto da Mai nella Biblioteca Vaticana. Le costituzioni imperiali ivi
riportate sono varie. Giustiniano I, Corpus iuris civilis, composto da
Imperatoris Iustiniani Institutiones, (versione latina) -logo.svg; opera
didattica in 4 libri destinata a coloro che studiavano il diritto; Domini
Nostri Sacratissimi Principis Iustiniani Iuris Enucleati Ex Omni Vetere Iure
Collecti Digestorum seu Pandectarum (o Pandectae), antologia in libri di
frammenti estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più
eminenti giuristi della storia di Roma, testo latino; Domini Nostri
Sacratissimi Principis Iustiniani Codex, testo latino: raccolta di costituzioni
imperiali d’ADRIANO (si veda) allo stesso Giustiniano; Novellæ Constitutiones: costituzioni
emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Codex. Istituzioni di Gaio
(Gai Institutionum). Leggi delle XII tavole (Duodecim Tabularum Leges). Lex
Romana Burgundionum, scritta all'inizio del VI secolo, è articolata in titoli e la si attribuisce a Gundobado, re
dei Burgundi, Gallia Orientale. È destinata ai soli sudditi romani del regno
dei Burgundi. Sententiae Pauli: i cinque titoli delle Sententiae receptae Pavlo
tributæ e i libri delle Pavli sententiarvm interpretatio. Senatus consultum de
Bacchanalibus; Ulpiano, Titvli ex corpore Ulpiani: opera piuttosto elementare,
destinata soprattutto all'insegnamento del diritto, contenuta in un manoscritto
della Biblioteca Vaticana. Secondo la dottrina prevalente, si tratta di una
compilazione post-classica, con molta probabilità dell'epoca di Diocleziano o
Costantino di passi rimaneggiati e rielaborati tratti da opere di Ulpiano).
Storiografia moderna; Annunziata, Temi e problemi della giurisprudenza
severiana. Annotazioni su Tertulliano e Menandro, Scientifica, Napoli, Ruiz,
Storia del diritto romano, Jovene, Ruiz, Istituzioni di diritto romano, Jovene,
Biondi, Istituzioni di diritto romano, Ed. Giuffré, Milano Burdese, Manuale di
Diritto Privato Romano, Utet giuridica, Burdese, Manuale di Diritto Pubblico
Romano, Utet giuridica, Costabile, Storia del diritto pubblico romano, Iriti,
Francisci, Sintesi storica del diritto romano, Roma Marzo, Istituzioni di
diritto romano, Giuffrè, Milano, Marzo, Manuale elementare di diritto romano,
Utet, Torino Marrone, Istituzioni di
diritto romano, Palumbo, Sanfilippo. Istituzioni di diritto romano, Rubbettino,
Schiavone, Ius: l'invenzione del diritto in Occidente, Torino, Einaudi, 2
International roman law moot court Diritto latino romano, diritto, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Diritto
romano, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Diritto romano,
su Enciclopedia Britannica, Corpus Iuris Civilis: Lion, Hugues de la Porte, Corpus
iuris civilis, su the latin library. The Roman Law Library (Lassard, Koptev)
Dizionario Storico del Diritto Romano Simone Diritto e Storia del Diritto
Romano, Vervaart, Rechtshistorieː A gateway to legal history - Roman Law, su
rechtshistorie. Fonti di diritto romano, su ancientrome (in russo). Portale
Antica Roma Portale Diritto Portale Roma Portale Storia
Corpus iuris civilis raccolta di materiale giurisprudenziale, voluta
dall'imperatore d'Oriente Giustiniano I Digesto Compilazione di frammenti
derivanti da opere di giuristi romani voluta da Giustiniano I. Basilika. Nome
compiuto: Il conte Sergio Cotta. Keywords: l’inter-soggetivo, il giurato, il
normato. La prima ferita narcissista, Filangieri, giurato, l’uomo galileano, l’obbligato,
il normato, Latin ‘normare’ – not recognized in Dizionario etimologico – il
giurato d’entrambi – il concordato d’entrambi – fenomenologia – Roma citta –
polis, politea, res publica – pubblico e privato -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cotta” – The Swimming-Pool Library. Cotta.
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