GRICE ITALO A-Z C CI
Luigi Speranza -- Grice e Ciliberto:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del principe -- il
suo principato– scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese. filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I
like Cilberto; he philosophised on Machiavelli – in an interesting way:
confronting his ‘reason’ with the ‘irrational’; myself, I have not explored the
irrational, too much – but I suppose Strawson might implicate that everything I
say ON reason is an implicature on the irrational – Ciliberto uses the
vernacular for the ‘irratinal,’ to wit: pazzia!” – Uno dei massimi esperti del
pensiero di BRUNO (si veda). Si laurea a Firenze sotto GARIN (si veda)
con “MACHIAVELLO (si veda)”. “Lessico Intellettuale Europeo”. Insegna a
Trieste, Pisa. Istituto di Studi sul Rinascimento, Firenze. Presidente di I. R.
I. S. A. Associazione di Biblioteche Storico-Artistiche e Umanistiche di
Firenze. Lince. Al centro della sua filosofia sono tre problemi: il rinascimento
con speciale attenzione a Bruno e Machiavelli, la ‘tradizione’ no-analitica,
no-continntale, ma la ‘tradizione italiana’ (Gramsci, Croce, Gentile,
Cantimori, Garin); e la filosofia politica e in maniera specifica la crisi
della democrazia rappresentativa. Altre opere: “Il rinascimento. Storia
di un dibattito” (Firenze, La Nuova Italia); “Intellettuali e fascismo” (Bari,
De Donato); “Lessico di Bruno” (Roma, Edizioni dell'Ateneo et Bizzarri); “Come
lavora Gramsci. Varianti vichiane, Livorno); “Filosofia e politica nel
Novecento italiano. Da Labriola a «Società», Bari, De Donato); “La ruota del
tempo. Interpretazione di Bruno, Roma, Editori Riuniti); Bruno, Roma-Bari, Laterza);
Bruno, Roma-Bari, Laterza); “Umbra profunda” (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura);
“Implicatura in chiaroscuro” Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “Il
dialogo recitato” “Preliminari a una nuova edizione del Bruno volgare, Firenze,
Olschki); “La morte di Atteone”(Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “I
contrari”; “Disincanto e utopia nel Rinascimento” (Roma, Edizioni di Storia e
Letteratura); Il teatro della vita (Milano, Mondadori); Il laico Il libero dell'Italia
moderna, Roma-Bari, Laterza); Democrazia dispotica – etimologia di dispotismo –
(Roma-Bari, Laterza); Intellettuale nel Novecento, Roma-Bari, Laterza), Parola,
immagine, concetto (Edizioni della Normale, Pisa); Croce e Gentile La cultura
italiana e l'Europa, (direzione) Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani,.
Rinascimento, Pisa, Edizioni della Normale; Il nuovo Umanesimo, neo-classicismo,
neo-umanesimo, classicism, neo-classicismo come ironia (Roma-Bari, Laterza);
Pazzia e ragione (Roma-Bari, Laterza); Il sapiente furore (Collana gli Adelphi,
Milano, Adelphi) C., Lessico di BRUNO (si veda). Preludio a MACHIAVELLO
MACHIAVELLI (si veda) Mre a dh e im h ol Un TT ‘i 0 annunciato da
Imola dalle legioni
chiavelli ‘Tri T n J | d0n ° d ‘- Una Spada COn inciso U motto di Ma
’ 1 Cum parole non si mantengono li Stati. Ciò troncò gli
ndugi e determino senz altro la scelta del tema che oggi
sottopongo ? 0tre !, chi 7 an ?f l0 Commento dell’anno 1924 Il Principe
di MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda), al libro che io vorrei cHamare Vade
ZldlZtfìl U °™° dt g0 u m0 * Debbo inoltre ' P er debito di °nestà
Slfia ’ a . 8glU f? e ? e cbe ? uesto mio Wo ha una scarsa biblio-
ftreTdJI VCdra 3 r 8UÌt0 f H ° rilett ° attentame nte il Principe
loe7olnf Z P ? e dd 8rande S, e8r f tari °’ ma mi è mancat0 tem -
po e voionta per leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel
Ma chiavelli.Ho voluto mettere il minor numero possi- velh ^ mt0rmedlari
vecchl e nn °vi, italiani e stranieri, tra il Machia- dottrin, e’l^ non.8
uastare la di contatto diretta fra la sua dottrina e la mia vita vissuta,
fra le sue e le mie osservazioni di n0mmi, e f° Se ’ 3 SU f C k mia
pratica di governo. Quella che mi )t0,\ le Z 8e ™ no « f quindi una
fredda dissertazione scolastica irta di citaziom altrui, è piuttosto un
dramma, se può considerarsi come io credo, m un certo senso drammatico il
tentativo di gettare NorL d te^fo: abisso deUe genera2ioni ° ^
cveuti La domanda si pone: a quattro secoli di distanza che cosa
c’è an- cora di vivo nel Prmcipe? I consigli di MACHIAVELLI potrebbero
ave- * Da Gerarchia, I,i.
•>\fruzione del regime i. iniit
t|ualsiasi utilità anche per i reggitori degli Stati moderni? II tl.iic
del sistema politico del Principe è circoscritto all’epoca in >
111 1 11 scritto il saggio, quindi necessariamente limitato e in parte
> I.luco, o non è invece universale e attuale? Specialmente
attuale? I i inin tesi risponde a queste domande. Io affermo che la
dottrina • li MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda) è viva oggi piu di
quattro secoli fa, poiché se gli nnpctti esteriori della nostra vita sono
grandemente cangiati, non si h i(io vcrificate profonde varia^ioni nello
spirito degli individui e dei itopoli. ln politica è l’arte di governare
gli uomini, cioè di orientare, uti- li znre, educare le loro passioni, i
loro egoismi, i loro interessi in < nin di scopi d’ordine generale che
trascendono quasi sempre la i'iin individuale perché si proiettano nel
futuro, se questa è la poli- lioi, non v’è dubbio che l’elemento
fondamentale di essa arte, è l’iiomo. Di qui bisogna partire. Che cosa
sono gli uomini nel siste- inn politico di Machiavelli? Che cosa pensa
Machiavelli degli uominl? E egli ottimista o pessimista? E dicendo uomini
dobbiamo Inlcrpretare la parola nel senso ristretto degli uomini, cioè
degli Ilnliani che Machiavelli conosceva e pesava come suoi
contempora- nci o nel senso degli uomini al di là del tempo e dello
spazio o pcr dirla in gergo acquisito sotto la specie della eternità? Mi
pare ilic prima di procedere a un piu analitico esame del sistema di
po- lllica machiavellica, così come ci appare condensato nel
Principe, oecorra esattamente stabilire quale concetto avesse Machiavelli
degli uomini in genere e, forse, degli italiani in particolare. Orbene,
t|iicl che risulta manifesto, anche da una superficiale lettura del
Vrincipe, è l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della nntura
umana. Come tutti coloro che hanno avuto occasione di continuo e vasto
commercio coi propri simili, Machiavelli è uno Kpregiatore degli uomini e
ama presentarceli, come verrò fra poco documentando, nei loro aspetti piu
negativi e mortificanti. (,li uomini, secondo Machiavelli, sono
tristi, piu affezionati alle cose chc al loro stesso sangue, pronti a
cambiare sentimenti e passioni. Nel Principe, Machiavelli così si
esprime: perrché delli uomini si può dire questo generalmente: che siano
ingrati, volubili.imulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno e
mentre fai loro bene, ->uno tutti tuoi, offerenti il sangue, la roba,
la vita, i figlioli, come di sopra dissi,.piando el bisogno è discosto, ma
quando ti si appressa, e’ si rivoltano... E quel l>rincipe che si è
tutto fondato sulle parole loro, trovandosi nudo di altre prepa- rn/ioni,
rovina. Li uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia
mnnre, che uno che si faccia temere, perché l’Amore è tenuto da uno vincolo
di obbligo, il quale per essere li uomini tristi, da ogni occasione di
propria utilità (• rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena che
non abbandona mai. Per quanto concerne gli egoismi umani, trovo fra le
Carte varie quanto segue. Gli uomini si dolgono piu di un podere che sia
loro tolto, che di uno fratello o padre che fosse loro morto, perché la
morte si dimentica qualche volta, la roba mai. La ragione ò pronta;
perche ognuno sa che per la mutazione di uno stato, uno fratello non può
risuscitare, ma e’ può bene riavere il suo podere. E al capitolo terzo
dei Discorsi. Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile e
come ne è prenia di esempii ogni storia, è necessario a chi dispone una
Repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini essere
cattivi e che li abbiano sempre a usare la malignità dell’animo loro,
qualunque volta ne abbino libera occasione. Gli uomini non operano mai nulla
bene se non per necessità, ma dove la libertà abbonda e che vi può essere
licenzia si riempie subito ogni cosa di confusione e di
disordine. Le citazioni potrebbero continuare, ma non è necessario. I brani
riportati sono sufficienti per dimostrare cbe il giudizio negativo su-
gli uomini, non è incidentale, ma fondamentale nello spirito di Machiavelli. È
in tutte le sue opere. Rappresenta una meritata e sconsolata convinzione. Di
questo punto iniziale ed essenziale bisogna tener conto, per seguire
tutti i successivi sviluppi dei pensiero di Machiavelli. È anche evidente
che il Machiavelli, giudicando come giudicava gl’uomini, non si riferiva
soltanto a quelli del suo tempo, ai fiorentini ma agl’uomini senza limitazione
di spazio e di tempi tempo ne e passato, ma se mi fosse lecito giudicare i
miei simili e contemporanei, io non potrei in alcun modo attenuare
il giudizio di Machiavelli. Dovrei, forse, aggravarlo. Machiavelli non
si illude e non illude il Principe. L’antitesi fra Principe e POPOLO, fra
STATO e individuo è nel concetto di Machiavelli fatale. Quello che fu
chiamato utilitarismo, pragmatismo, cinismo machiavellico scaturisce
logicamente da questa posizione iniziale. La parola principe deve intendersi
come STATO. Nel concetto di Machiavelli il principe è lo stato. Mentre gl’individui
tendono, sospinti dai loro egoismi, all’atonismo sociale, LO STATO
rappresenta una organizzazione e una limitazione. L’individuo tende a evadere
continuamente. Tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a
non fare la guerra. Pochi sono coloro — eroi o santi [nelle parole di
Urmson – H. P. Grice] — che sacrificano il proprio io sull’altare dello STATO.
Tutti gl’altri sono in istato di rivolta potenziale contro LO STATO. Le
rivoluzioni hanno tentato di risolvere questo dissidio che è alla base di
ogni organizzazione sociale statale, facendo sorgere il potere come hii.i enianazione della libera volontà del POPOLO.
C’è una finzione.• tma illusione di piu. Prima di tutto IL POPOLO non è mai
definito. I una entità meramente astratta, come entità politica.
Non si sa iltivc cominci esattamente, né dove finisca. L’aggettivo di
sovrano applicato a popolo è una tragica burla. II POPOLO tutto al piu, DELEGA,
ma non può certo ESERCITARE SOVRANITÀ alcuna. I sistemi rapprenntativi appartengono
più alla meccanica che alla morale. Anche nei paesi dove questi meccanismi
sono in più alto uso da secoli e secoli, giungono ore solenni in cui non
si domanda piu nulla al POPOLO, perché si sente che la risposta sarebbe
fatale; gli si strappnno le corone cartacee della sovranità — buone per i tempi
normali — e gli si ordina senz’altro o di accettare una rivoluzione o una
pace o di marciare verso l’ignoto di una guerra. Al POPOLO non resta che
un monosillabo per affermare e obbedire. Voi vedete che la sovranità
elargita graziosamente al POPOLO gli viene sottratta nei momenti in cui
potrebbe sentirne il bisogno. Gli viene lasciata solo quando è innocua o è
reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria ainministrazione. Vi
immaginate voi una guerra proclamata per referendum? II referendum va benissimo
quando si tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la
fontana del villaggio. Ma quando gl’interessi supremi di un POPOLO sono in
giuoco, anche i governi ultra-democratici si guardano bene dal rimetterli al
giudizio del POPOLO stesso. V’è dunque immanente, anche nei regimi quali
ci sono stati confezionati dall’Enciclopedia — che pecca, attraverso
Rousseau, di un eccesso incommensurabile di ottimismo — il dissidio fra
forza organizzata dello STATO e il frammentarismo dei singoli e dei
gruppi. Regimi esclusivamente consensuali non sono mai esistiti, non
esistono, non esisteranno probabilmente mai. Ben prima del mio oramai
famoso articolo Forza e consenso, Machiavelli scrive nel Principe. Di qui
nacque che tutti i profeti armati vincono e li disarmati ruinarono. Perché
la natura dei popoli è varia ed è facile persuadere loro una cosa, ma è
difficile fermarli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato
in modo, che quando non credono piu si possa far credere loro per forza.
Moise, Ciro, Teseo, ROMOLO non avrebbero potuto fare osservare lungamente
le loro costituzioni, se fussino stati disarmati. IL SINGOLARE SAGGIO
SU MACHIAVELLI DI MUSSOLINI. PRELUDIO DI MUSSOLINI POI FORZA E CONSENSO +
NOTA DE SANCTIS POI UN ARTICOLO SU MACHIAVELLI DI FUSARO CON UN
ARTICOLO – Pellegrino. Mangieri ED INFINE ANCHE IL TESTO INTEGRALE DE IL
PRINCIPE PREMESSA: Nell'Europa dei secc. XVI e XVII è strettamente
connessa con alcuni nodi centrali della storia del pensiero politico. A parte
una serie di revisioni critiche dei giudizi tradizionali fatti da dotti fiorentini
nel periodo del granduca Leopoldo, un grosso contributo del movimento
riformatore e una rivalutazione del grande fiorentino, lo si deve a G.M.
Galanti, autore di un Elogio di MACHIAVELLI. Galanti fa propria
quell'interpretazione repubblicana di Machiavelli che già era stata consacrata
nell'articolo machiavelisme dell'Encyclopededie (scritto attribuito a Diderot)
e nel Contratto sociale di Rousseau (Fingendo di dare lezioni ai re, egli ne ha
date di importanti ai popoli. Il Principe di Machiavelli è il libro dei
repubblicani). Nè fu da meno il Foscolo con i suoi famosi versi in Dei
sepolcri. Contro questa interpretazione Vincenzo Cuoco, con trasparente
riferimento alle condizioni dell'Italia napoleonica, mise in luce il realismo
politico di Machiavelli, che aveva indicato in una monarchia o Stato forte,
l'unica prospettiva di superamento delle lotte tra i partiti. Fuori
dall'Italia, Fichte e Hegel interpretavano le tesi machiavelliche come risposta
a una particolare situazione storica e, al tempo stesso, vedevano nell'autore
del Principe un precursore dello stato etico che doveva godere di lunga fortuna
nello storicismo tedesco. In Italia nell'età risorgimentale
l'interpretazione continuò a oscillare tra la condanna dell'immoralità di
Machiavelli e la sua esaltazione come profeta della riscossa nazionale.
Il superamento di tali posizioni si possono considerare le pagine appassionate
di Sanctis (saggio che fra breve riporteremo qui integralmente - e che come
diremo più avanti fu poi molto (pretestuosamente) utile a Mussolini -
leggendolo capiremo perchè). A De Sanctis, Machiavelli appariva non solo
come il profeta dell'idea di nazione ma come fondatore dei tempi moderni, come
interprete lucido e impietoso della crisi degli istituti e delle concezioni
medievali, e autore di una rivoluzione copernicana nelle considerazioni
dell'uomo, che ha in terra la sua serietà, il suo scopo e i suoi mezzi. Poi
anche per Benedetto Croce scrisse che l'autore del Principe è lo scopritore
della politica come attività autonoma dello spirito. Entrammo poi
nel Ventennio fascista e qui una facile strumentalizzazione di Machiavelli e
del suo mito fu fatta da Mussolini che prima un suo articolo lo scrive su
Gerarchia, poi cura a prefazione (che chiama PRELUDIO) di una edizione del Principe,
adornandola opportunisticamente con il saggio - citato sopra – di Sanctis).
In queste pagine su MACHIAVELLI, è piuttosto singolare che per fornire una
comprensione al machiavellismo, andiamo a scomodare MUSSOLINI. Ma singolare non
lo è affatto, perchè riusciremo a capire meglio l'opera di Machiavelli ma anche
lo stesso Mussolini e il suo Fascismo. In queste tre paginette del preludio,
c'è tutto il Mussolini, e c'è anche tutta l'essenza del suo fascismo. Ovvero
l'idea di una educazione del POPOLO a un nuovo fascismo !! (prima ve ne sono
molti di fasci, creati dai socialisti violenti, che incitano a ribellarsi con i
vari scioperi i lavoratori e i contadini). Il curioso, raro e singolare
libretto che possediamo lo riportiamo integralmente, perchè all'interno
Mussolini fa alcune singolari affermazioni (tutte fascistiche) sulla dubbia
validità del potere esercitato dalla sovranità POPOLARE, e sulla stessa utopica
democrazia POPOLARE. Per Mussolini il Principe del suo tempo è LO STATO.
E LO STATO è il Principe, cioè - nei tempi moderni - che dopo aver preso il
potere doveva essere Lui e solo Lui. (Siamo lontani da quando prima come
anarchico poi come socialista - lui esalta il proletariato come futura classe
dominante, e fa l'apologia della rivoluzione violenta indicata dalla dottrina
di Hegel che presenta nella sua teoria la morte dello Stato. E nell'organizzare
gli scioperi, lui è un vero e proprio fascista socialista violento, così
chiamano fin dai primi fasci i socialisti violenti. ( ampie note di quei tempi sono
QUI in Togliatti E nel farli gli scioperi Mussolini, prima della 1ma G.M. anche
lui era un violento socialista, e anda più volte anche in galera come
sovversivo. Poi improvvisamente lui diventa inter-ventista nei confronti dei
suoi ex socialisti che come ANTI-inter-ventisti si opponeno a quella guerra che
diceno voluta dalla più becera borghesia con nessun vataggio per IL POPOLO
ANALFABETO chiamato SOLO A DARE IL SUO SANGUE. Segue la famosa rottura di
Mussolini con i suoi ex socialisti, uscendo dal giornale Avanti che dirige – ed
è poi perfino cacciato dal partito socialista. Poi durante e dopo la
guerra - soprattutto per come finisce il conflitto per l'Italia - lui va a
fondare i suoi fasci, cercando di riunire tutti gli scontenti, gli ex soldati,
i lavoratori e anche una certa nuova borghesia, che ora guardano a lui che mira
a un socialismo sociale e non a quell' eterno conflitto sviluppatisi fra operai
e industriali -- soprattutto nelle sciagurate Settimane Rosse. Dove o per i
loro scioperi, o per le serrate degli industriali, a pagare sono gl’operai
sempre più a spasso, ovviamente senza stipendi e a fare la fame. La
sovranità, al popolo - afferma Mussolini - gli viene lasciata tutto al più solo
quando è innocua -- es. quando deve scegliere il luogo dove collocare la
fontana del villaggio. Mentre quando gl’interessi supremi sono in gioco, anche
i governi ultra-democratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo.
La sovranità applicata al popolo é una loro tragica burla. Il popolo tutto al
più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. Mussolini inizia a
guardare proprio alla forza, che prima è usata dagl’inconcludenti socialisti,
proseguita poi in peggio anche dai nuovi comunisti. Ci vediamo in questo suo preludio
su Machivelli un opportunistico utilizzo di Mussolini del principe; e come
detto sopra, appoggiandosi pure al saggio Sanctis. Abbiamo detto
utilizzo, perchè Machiavelli è stato l'uomo che ha intuito una nuova forma di
filosofia umana che supera la concezione dell'individuo per inserirlo nella
collettività, nello STATO, il quale così diventa uno Stato etico. È evidente
quindi che in tal modo lo Stato non può che far appello alla rinuncia del
singolo individuo al proprio utile per l'utile generale dello stato, concezione
questa che viene a giustificare tutti i mezzi utili allo Stato stesso -- es.
usare la forza -- dando origine a quel
mito del machiavellismo che è stato via via da alcuni esaltato, mentre da altri
ritenuto infamante appunto per questo suo voler annullare la personalità del
singolo uomo. Insomma Mussolini fa del Principe il suo vademecum. Sbagliando
però. La sua storia è poi infatti molto diversa. Lui stesso - nel fidarsi
troppo di quella gente che lo circonda - finì molto male e sbaglia proprio sul POPOLO,
che alcune volte nella storia con la sua vituperata irrazionalità fa quello che
vuole. E suona dunque privo d’effetto quel volerci ricordare Mussolini una
massima di Machiavelli. Quando non credono più, bisogna ricorrere alla forza. È
questo sì l'espediente del suo Fascismo, forse fin dalla sua nascita, ma poi è
perdente. Perchè la sua forza inizia a farla con i suoi imbelli gerarchi e a
dire lui solo tante parole, parole, parole, seguite da riti, proclami,
dottrine, vangeli -- oltre...le pagliacciate di STARACES. Lui - in questo
Preludio - cita due frasi di Machiavelli, ma non ne sa coglierne l'essenza. Cum
parole non si mantengono li Stati. Quel Principe che si é tutto fondato sulle
parole, trovandosi nudo, rovina --- che profezia!!! E Mussolini nudo si ritrova
prima in quel famoso 25 luglio. Lui si aspetta una reazione al suo arresto. Ma
fu una realtà molto amara. Ma come, dice preoccupato, mi hanno abbandonato
anche i 150.000 arditi, di assoluta provata fede? Si, eccellenza, tutti uccel
di bosco - anzi i loro comandanti hanno telefonato a Badoglio mettendosi e
mettendoli a sua disposizione. Lo aveva abbandonato perfino suo genero: CIANO.
Ma poi - perso per strada anche gli altri amici, andò ancora peggio il 27
aprile del '45, quando il popolo (o una parte di esso, irrazionalmente) nel
fare quello che voleva lo appese a un distributore a Piazzale Loreto. Non
sono affatto abnormi e inutili tutti i comportamenti umani che non hanno una
razionalità.. E per fortuna che ogni tanto nella grande storia dell'umanità ci
sono anche queste contraddizioni. E sono del resto queste che ci distinguono
dagli animali e soprattutto dal capo branco che - illudendosi - li vorrebbe
guidare come belanti pecore. I meccanismi politico-sociali ed economici
realistici degli Uomini, non sono uguali a quelli delle formiche, perchè
altrimenti si vaneggia, e non si conoscono bene nè le formiche nè gli uomini.
L'individuo umano ha sempre rappresentato un costoso investimento di studio e
di cultura, ma giacchè è possibile al potente di turno disfarsi dell'enorme
vantaggio dell'istruzione e servirsi di altro materiale per organizzare lo
Stato delle formiche, questo dio che si crede onnipotente, si rende
responsabile di una degradazione della natura stessa dell'uomo e che se un
essere umano è condannato a svolgere le funzioni limitate della formica, non
soltanto cesserà di essere un uomo ma non sara' neppure una buona formica. E
ancora (non sempre nell'asservimento (l'azione), la retroazione è
controllabile). Questo non è il ragionamento di un filosofo, ma del Padre della
Cibernetica moderna (Teorie dell'informazione): Norbert Wiener - Mussolini
usa tante parole. Ma quale fortuna (Mussolini) se alle virtù oratorie avesse
accompagnato la civile prudenza machiavellica !!!. Ma non dimentichiamo anche
il grande Napoleone: qual fortuna per lui se alle virtù militari avesse
accompagnata la civil prudenza machiavellica Paradossalmente proprio su
Napoleone, Mussolini aveva dato un impietoso giudizio: lui fallì miseramente
perchè aveva creduto troppo negli uomini. Solo lui credeva di aver capito
gli uomini, credendolo suo il popolo: devono solo Credere, Obbedire, Combattere.
e Quando mancasse il consenso, c'è la forza...Per tutti i provvedimenti anche i
più duri che il Governo prenderà, metteremo i cittadini davanti a questo
dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli. (Disc.
Risposta al Ministero delle Finanze - S. e D.,
E pensare che un Mussolini più razionale aveva scritto un giorno Io
grande? Io forte? Io potente? basta un titolo su un giornale e ti ritrovi nella
polvere. A Piazzale Loreto andò peggio! Fu un cattivo profeta di se
stesso. * ecco qui sotto il preludio di Mussolini * subito dopo il
saggio di F. De Sanctis (datato ma ancora molto attuale) * seguono alcune note
sulla vita, le opere e il contesto storico di Machiavelli. Mussolini: Accadde che un giorno mi fu annunciato da
Imola - dalle legioni nere di Imola - il dono di una spada con inciso il motto
di Machiavelli Cum parole non si mantengono li Stati. Ciò troncò gli indugi e
determinò senz'altro la scelta del tema che oggi sottopongo ai vostri suffragi.
Potrei chiamarlo un Commento dell'anno 1924, al Principe di Machiavelli, al
libro che io vorrei chiamare: Vademecum per l'uomo di governo. Debbo inoltre,
per debito di onestà intellettuale, aggiungere che questo mio lavoro ha una
scarsa bibliografia, come si vedrà in seguito. Ho riletto attentamente il
Principe e il resto delle opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e
volontà per leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su
Machiavelli. Ho voluto mettere il minor numero possibile di intermediari vecchi
o nuovi, italiani e stranieri, tra il Machiavelli e me, per non guastare la
presa di contatto diretta fra la sua dottrina e la mia vita vissuta, fra le sue
e le mie osservazioni di uomini e cose, fra la sua e la mia pratica di
governo. Quella che mi onoro di leggervi non é quindi una fredda
dissertazione scolastica, irta di citazioni altrui, é piuttosto un dramma, se
può considerarsi, come io credo, in un certo senso drammatico il tentativo di
gettare il ponte dello spirito sull'abisso delle generazioni e degli eventi. Non
dirò nulla di nuovo. La domanda si pone: A quattro secoli di distanza che
cosa c'è ancora di vivo nel Principe? I consigli del Machiavelli potrebbero
avere una qualsiasi utilità anche per i reggitori degli Stati moderni? Il
valore del sistema politico del Principe é circoscritto all'epoca in cui fu
scritto il volume, quindi necessariamente limitato e in parte caduco, o non é
invece universale e attuale? Specialmente attuale? La mia tesi risponde a
queste domande. Io affermo che la dottrina di Machiavelli é viva oggi più di
quattro secoli fa, poiché se gli aspetti esteriori della nostra vita sono
grandemente cangiati, non si sono verificate profonde le variazioni nello
spirito degli individui e dei popoli. Se la politica é l'arte di
governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare, educare le loro passioni,
i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi d'ordine generale che
trascendono quasi sempre la vita individuale perché si proiettano nel futuro,
se questa è la politica, non v'è dubbio che l'elemento fondamentale di essa
arte, é l'uomo. Di qui bisogna partire. Che cosa sono gli uomini nel
sistema politico di Machiavelli? Che cosa pensa Machiavelli degli uomini? È
egli ottimista o pessimista? E dicendo uomini
dobbiamo interpretare la parola nel senso ristretto degli uomini, cioè
degli italiani che Machiavelli conosceva e pensava come suoi contemporanei o
nel senso degli uomini al di là del tempo e dello spazio o per dirla in gergo
acquisito sotto la specie della eternità ? Mi pare che prima di procedere
a un più analitico esame del sistema di politica machiavellica, così come ci
appare condensato nel Principe, occorra esattamente stabilire quale concetto
avesse Machiavelli degli uomini in genere e, forse, degli italiani in
particolare. Orbene, quel che risulta manifesto, anche da una
superficiale lettura del Principe, é l'acuto pessimismo del Machiavelli nei
confronti della natura umana. Come tutti coloro che hanno avuto occasione di
continuo e vasto commercio coi propri simili, Machiavelli é uno spregiatore
degli uomini e ama presentarceli - come verrò fra poco documentando - nei loro
aspetti più negativi e mortificanti. Gli uomini, secondo Machiavelli,
sono tristi, più affezionati alle cose che al loro stesso sangue, pronti a
cambiare sentimenti e passioni. Al Capitolo XVII del Principe, Machiavelli così
si esprime: Perchè delli uomini si può dire questo generalmente: che siano
ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno e
mentre fai loro bene, sono tutti tuoi, offerenti il sangue, la roba, la vita, i
figlioli, come di sopra dissi quando el bisogno é discosto, ma quando ti si
appressa, e' (essi) si rivoltano... E quel principe che si é tutto fondato
sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. Li uomini
hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia amare, che uno che si faccia
temere, perché l'Amore é tenuto da un vincolo di obbligo, il quale per essere
li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità é rotto, ma il timore é
tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. Per quanto concerne gli
egoismi umani, trovo fra le Carte varie, quanto segue: Gli uomini si dolgono
più di un podere che sia loro tolto, che di uno fratello o padre che fosse loro
morto, perché la morte si dimentica qualche volta, la roba mai. La ragione é
pronta, perché ognuno sa che per la mutazione di uno stato, uno fratello non
può risuscitare, ma e' (egli) può bene riavere il suo podere. E al
Capitolo III dei Discorsi: Come dimostrano tutti coloro che ragionano del
vivere civile e come ne é prenia di esempi ogni storia, é necessario a chi
dispone una Repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini
essere cattivi e che li abbino sempre a usare la malignità dell'animo loro,
qualunque volta ne abbino libera occasione... Gli uomini non operano mai nulla
bene se non per necessità, ma dove la libertà abbonda e che vi può essere
licenzia si riempie subito ogni cosa di confusioni e di disordine. Le citazioni
potrebbero continuare, ma !ion é necessario. I brani riportati sono sufficienti
per dimostrare che il giudizio negativo sugli uomini, non è incidentale, ma
fondamentale nello spirito di Machiavelli. È in tutte le sue opere. Rappresenta
una meritata e sconsolata convinzione. Di questo punto iniziale ed essenziale
bisogna tener conto, per seguire tutti i successivi sviluppi del pensiero di
Machiavelli. E' anche evidente che il Machiavelli, giudicando come
giudicava gli uomini, non si riferiva soltanto a quelli del suo tempo, ai
fiorentini, toscani, italiani che vissero a cavallo fra il XV e il XVI secolo,
ma agli uomini senza limitazione di spazio e di tempo. Di tempo ne é passato,
ma se mi fosse lecito giudicare i miei simili e contemporanei, io non potrei in
alcun modo attenuare il giudizio di Machiavelli. Dovrei, forse,
aggravarlo. Machiavelli non si illude e non illude il Principe. L'antitesi fra
Principe e popolo, fra Stato e individuo é nel concetto di Machiavelli fatale.
Quello che fu chiamato utilitarismo, pragmatismo, cinismo machiavellico scaturisce
logicamente da questa posizione iniziale. La parola Principe deve
intendersi come Stato. Nel concetto di Machiavelli il Principe é lo Stato.
Mentre gli individui tendono, sospinti dai loro egoismi, all'atonismo sociale,
lo Stato rappresenta una organizzazione e una limitazione. L'individuo tende a
evadere continuamente. Tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi,
a non fare la guerra. Pochi sono coloro -eroi o santi - che
sacrificano il proprio io sull'altare dello Stato. Tutti gli altri sono in
istato di rivolta potenziale contro lo Stato. Le Rivoluzioni dei secoli XVII
eXVIII hanno tentato di risolvere questo dissidio che é alla base di ogni
organizzazione sociale statale, facendo sorgere il potere come una emanazione
della libera volontà del popolo. C'é una finzione e una illusione di più.
Prima di tutto il popolo non fu mai definito. E' una entità meramente astratta,
come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca.
L'aggettivo di sovrano applicato al popolo é una tragica burla. Il popolo tutto
al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I
sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale. Anche
nei paesi dove questi meccanismi sono in più alto uso da secoli e secoli,
giungono ore solenni in cui non si domanda più nulla al popolo, perché si sente
che la risposta sarebbe fatale; gli si strappano le corone cartacce delle
sovranità - buone per i tempi normali - e gli si ordina senz'altro o di
accettare una Rivoluzione o una pace o di marciare verso l'ignoto di una
guerra. Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e
obbedire. Voi vedete che la sovranità elargita graziosamente al popolo gli
viene sottratta nei momenti in cui potrebbe sentirne il bisogno. Gli viene
lasciata solo quando è innocua o é reputata tale, cioè nei momenti diordinaria
amministrazione. Vi immaginate voi una guerra proclamata per
referendum? Il referendum va benissimo quando si tratta di scegliere il luogo
più acconcio per collocare la fontana del villaggio, ma quando gli interessi
supremi di un popolo sono in gioco, anche i governi ultrademocratici si
guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso. V'è dunque
immanente, anche nei regimi quali ci sono stati confezionati dalla Enciclopedia
- che peccava, attraverso Rousseau, di un eccesso incommensurabile di ottimismo
- il dissidio fra forza organizzata dello Stato e frammentarismo dei singoli e
dei gruppi. Regimi esclusivamente consensuali non sono mai esistiti, non
esistono, non esisteranno probabilmente mai. Ben prima del mio
ormai famoso articolo Forza e consenso (vedi subito sotto) Machiavelli scriveva
nel Principe, pagina 32: Di qui nacque che tutti i profeti armati vincono e li
disarmati ruinarono. Perché la natura dei popoli é varia ed é facile persuadere
loro una cosa, ma é difficile fermarli in quella persuasione. E però conviene
essere ordinato in modo, che quando non credono più, si possa far credere loro
per forza. Moise, Ciro, Teseo, Romolo non avrebbero potuto fare osservare
lungamente le loro costituzioni, se lussino (fossero) stati disarmati.
POCHI MESI PRIMA DI QUESTO ARTICOLO SU MACHIAVELLI E SEMPRE SU GERARCHIA
MUSSOLINI NEL '23 L'ARTICOLO FORZA E CONSENSO E MERITA DI LEGGERE ANCHE QUESTO
ACCENNO CHE LUI FA SU MACHIAVELLI Mussolini, da Gerarchia. Forza e
consenso. Certo liberalismo italiano, che si ritiene unico depositario degli
autentici, immortali principi, rassomiglia straordinariamente al socialismo
mezzo defunto, poiché anche esso, come quest'ultimo, crede di possedere
scientificamente una verità indiscutibile, buona per tutti i tempi, luoghi e
situazioni. Qui é l'assurdo. Il liberalismo non é l'ultima parola, non
rappresenta la definitiva formula, in tema di arte di governo. Non c'è in
quest'arte difficile e delicata, che lavora la piú refrattaria delle materie e
in stato di movimento, poiché lavora sui vivi e non sui morti; non c'è
nell'arte politica l'unità aristotelica del tempo, del luogo,
dell'azione. Gli uomini sono stati piú o meno fortunatamente
governati, in mille modi diversi. Il liberalismo é il portato e il metodo del
XIX secolo, che non é stupido, come opina Daudet, poiché non ci sono secoli
stupidi o secoli intelligenti, ma ci sono intelligenza e stupidità alternata,
in maggiori o minori proporzioni, in ogni secolo. Non é detto che il
liberalismo, metodo di governo, buono per il secolo XIX, per un secolo, cioè,
dominato da due fenomeni essenziali come lo sviluppo del capitalismo e
l'affermarsi del sentimento di nazionalità, debba necessariamente essere adatto
al secolo XX, che si annuncia già con caratteri assai diversi da quelli che
individuarono il secolo precedente. Il fatto vale piú del libro; l'esperienza
piú della dottrina. Ora le piú grandi esperienze del dopoguerra, quelle
che sono in stato di movimento sotto i nostri occhi, segnano la sconfitta del
liberalismo. In Russia e in Italia si é dimostrato che si può governare al di
fuori, al disopra e contro tutta la ideologia liberale. Il comunismo e il
fascismo sono al di fuori del liberalismo. Ma insomma, in che cosa
consiste questo liberalismo per il quale piú o meno obliquamente si infiammano
oggi tutti i nemici del fascismo? Significa il Liberalismo suffragio universale
e generi affini? Significa tenere aperta in permanenza la Camera, perché offra
l'indecente spettacolo che aveva sollevato la nausea generale? Significa in
nome della libertà lasciare ai pochi la libertà di uccidere la libertà di
tutti? Significa fare largo a coloro che dichiarano la loro ostilità allo
Stato e lavorano attivamente per demolirlo? E' questo il
liberalismo? Ebbene, se questo è il liberalismo, esso é una teoria e una
pratica di abiezione e di rovina. La libertà non é un fine; è un mezzo. Come
mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso
della forza. I signori liberali sono pregati di dirmi se mai nella storia vi fu
governo che si basasse esclusivamente sul consenso dei popoli e rinunciasse a
qualsiasi impiego della forza. Un governo siffatto non c'è mai stato, non ci
sarà mai. Il consenso é mutevole come le formazioni della sabbia in riva al
mare. Non ci può essere sempre. Né mai può essere totale. Nessun governo é mai
esistito che abbia reso felici tutti i suoi governati. Qualunque soluzione vi
accada di dare a qualsiasi problema, voi - e foste anche partecipi della
saggezza divina! - creerete inevitabilmente una categoria di malcontenti. Se
finora non c'è arrivata la geometria, la politica meno ancora é riuscita a
quadrare il circolo. Posto come assiomatico che qualsiasi provvedimento
di governo crea dei malcontenti, come eviterete che questo malcontento dilaghi
e costituisca un pericolo per la solidità dello Stato? Lo eviterete colla
forza. Coll'impiegare questa forza, inesorabilmente, quando si renda
necessario. Togliete a un Governo qualsiasi la forza - e si intende forza
fisica, forza armata - e lasciategli soltanto i suoi immortali principi, e quel
Governo sarà alla mercé del primo gruppo organizzato e deciso ad
abbatterlo. Ora il fascismo getta al macero queste teorie antivitali.
Quando un gruppo o un partito é al potere, esso ha l'obbligo di fortificarvisi
e di difendersi contro tutti. La verità palese oramai agli occhi di chiunque
non li abbia bendati dal dogmatismo, é che gli uomini sono forse stanchi di
libertà. Ne hanno fatto un'orgia. La libertà non é oggi piú la vergine
casta e severa per la quale combatterono e morirono le generazioni della prima
metà del secolo scorso. Per le giovinezze intrepide, inquiete ed aspre che si
affacciano al crepuscolo mattinale della nuova storia ci sono altre parole che
esercitano un fascino molto maggiore, e sono: ordine, gerarchia,
disciplina. Questo povero liberalismo italiano, che va gemendo e
battagliando per una piú grande libertà, è singolarmente in ritardo. È completamente
al di fuori di ogni comprensione e possibilità. Si parla di semi che
ritroveranno la primavera. Facezie! Certi semi muoiono sotto la coltre
invernale. Il fascismo, che non ha temuto di chiamarsi reazionario
quando molti dei liberali odierni erano proni davanti alla bestia trionfante,
non ha oggi ritegno alcuno di dichiararsi illiberale e antiliberale. Il
fascismo non cade vittima di certi trucchi dozzinali. Si sappia dunque,
una volta per tutte, che il fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è
già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul
corpo piú o meno decomposto della Dea Libertà. Benito Mussolini, da
Gerarchia. SAGGIO DI DESANCTIS CHE MUSSOLINI VOLLE INCLUDERE scrivendo la
nuova edizione de IL PRINCIPE Testo integrale originale (che è comunque un
ottimo saggio, proprio utile per capire il ns. passato) DE SANCTIS:
Dicesi che Machiavelli fosse in Roma quando, il 1515, uscì in luce l'Orlando
furioso. Lodò il poema, ma non celò il suo dispiacere di essere dimenticato
dall'Ariosto nella lunga lista, ch'egli stese nell'ultimo canto, dei poeti
italiani. Questi due grandi uomini, che dovevano rappresentare il secolo nella
sua doppia faccia, ancorchè contemporanei e conoscenti, sembrano ignoti l'uno
all'altro. Niccolò Machiavelli, ne' suoi tratti apparenti, è una fisionomia
essenzialmente fiorentina ed ha molta somiglianza con Lorenzo de' Medici. Era
un piacevolone, che se la spassava ben volentieri tra le confraternite e le
liete brigate, verseggiando e motteggiando, con quello spirito arguto e
beffardo che vede nel Boccaccio e nel Sacchetti e nel Pulce e in Lorenzo e nel
Berni. Poco agiato nei beni della fortuna, nel corso ordinario
delle cose sarebbe riuscito un letterato fra i tanti stipendiati a Roma o a
Firenze, e dello stesso stampo. Ma, caduti i Medici, restaurata la repubblica e
nominato segretario, ebbe parte principalissima nelle pubbliche faccende,
esercitò molte legazioni in Italia e fuori, acquistando esperienza degli uomini
e delle cose, e si affezionò alla repubblica, per la quale non gli parve molto
il sostenere le torture, poiché tornarono i Medici. In quegli uffici e in
quelle lotte si raffermò le sue tempra e si formò il suo spirito. Tolto alle
pubbliche faccende, nel suo ozio di San Casciano meditò sui fati dell'antica
Roma e sulle sorti di Firenze, anzi d'Italia. Ebbe chiarissimo il concetto che
l'Italia non potesse mentenere le sue indipendenza se non fosse unita, tutta o
gran parte, sotto un solo principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a
Firenze, volesse pigliare l'imprese. Sperò pure che volesse accettare i suoi
servigi e trarlo di ozio e di miserie. All'ultimo, poco e male adoperato
dei Medici, finì la vita tristemente, lasciando non altra eredità ai figliuoli
che il nome. Di lui fu scritto: Tanto nomini nullum par elogium. I suoi
Decennali, arida cronaca delle fatiche
d'Italia di dieci anni, scritte in quindici dì; i suoi otto capitoli dell'Asino
d'oro, sotto nome di bestie satira dei degeneri fiorentini; gli altri suoi
capitoli dell'Occasione, delle Fortuna, dell'Ingratitudine, dell'Ambizione; i
suoi canti carnascialeschi, alcune sue stanze, o serenate, o sonetti, o
canzoni, sono lavori letterari sui quali è impressa le fisionomia di quel
tempo: alcuni tra il licenzioso e il beffardo, altri allegorici o sentenziosi,
sempre aridi. Il verso rasenta le prose; il colorito è sobrio e spesso monco;
scarse e comuni sono le immagini. Ma in questo fondo comune e sgraziato
appaiono le vestigie di un nuovo essere, una profondità insolita di giudizio e
di osservazione. Manca l'immaginativa: sovrabbonda lo spirito. C è il critico:
non c è il poeta, non c è l'uomo nello stato di spontaneità che compone e
fantastica, come era Ludovico Ariosto. C è l'uomo che si osserva anche
soffrendo, e sentenzia sulle sorti sue e dell'universo con tranquillità
filosofica: il suo poetare è un discorrere: Io spero, e lo sperar cresce il
tormento; io piango, e il pianger ciba il lasso core; io rido, e il rider
mio non passa drento; io ardo, e l'arsion non par di fuore; io temo ciò
ch'io veggo e ciò ch'io sento; ogni cosa mi dà nuovo dolore: così
sperando piango, rido e ardo, e paura ho di ciò ch'i' odo o guardo. Tali
sono pure le sue osservazioni sul variare delle cose mondane nel capitolo della
Fortuna. Delle sue poesie cosa è rimasto? Qualche verso ingegnoso, come nei
Decennali: la voce d'un Cappon tra cento Galli,.....e qualche sentenza o
concetto profondo, come nel canto De' diavoli o de' romiti. Il suo capolavoro è
il capitolo dell'Occasione, massime la chiusa, che ti colpisce d'improvviso e
ti fa pensoso. Nel poeta si sente la scrittore del Principe e dei Discorsi.
Anche in prosa Machiavelli ebbe pretensioni letterarie, secondo le idee che
correvano in quella età. Talora si mette la giornea e boccacceggia, come nelle
sue prediche alle confraternite, nella descrizione della peste e ne' discorsi
che mette in bocca ai suoi personaggi storici. Vedi ad esempio il suo incontro
con una donna in chiesa al tempo della peste, dove abbondano i lenocini della
retorica e gli artifici dello stile; ciò che si chiamava eleganza. Ma nel
Principe, nei Discorsi, nelle lettere, nelle Relazioni, nei Dialoghi sulla
milizia, nelle Storie, Machiavelli scrive come gli viene, tutto inteso alle
cose, e con l'aria di chi reputi indegno della sua gravità correre appresso
alle parole e ai' periodi. Dove non pensò alla forma riuscì maestro della
forma. E senza cercarla trovò la prosa italiana. E' visibile in Niccolò
Machiavelli lo spirito incredulo e beffardo di Lorenzo, impresso sulla fronte
della borghesia italiana in quel tempo. E aver pure quel senso pratico, quella
intelligenza degli uomini e delle cose, che rese Lorenzo eminente fra i
principi, e che troviamo generalmente negli statisti italiani a Venezia, a
Firenze, a Roma, a Milano, a Napoli, quando viveva Ferdinando d'Aragona,
Alessandro sesto, Ludovico il moro, e gli ambasciatori veneziani scrivevano
ritratti così vivi e sagaci delle corti presso le quali dimoravano. C' era
l'arte: mancava la scienza. Lorenzo era l'artista: Machiavelli doveva essere il
critico. Firenze era ancora il cuore d'Italia: lì c' erano ancora i lineamenti
di un popolo, c' era l'immagine della patria. La libertà non voleva ancora
morire. L'idea ghibellina e guelfa era spenta, ma c' era invece l'idea
repubblicana alla romana, effetto della coltura classica, che, fortificata
dall'amore tradizionale del viver libero e dalle memorie gloriose del passato,
resisteva ai Medici. L'uso della libertà e le lotte politiche mantenevano salda
la tempra dell'animo, e rendevano possibile Savonarola, Capponi, Michelangelo,
Ferruccio e l'immortale resistenza agli eserciti papali-imperiali.
L'indipendenza e la gloria della patria e l'amore della libertà erano forze
morali, tra quella corruzione medicea rese ancora più acute e vivaci dal
contrasto. Machiavelli, per la sua coltura letteraria, per la vita licenziosa,
per lo spirito beffardo e motteggevole e comico, si lega al Boccaccio, a
Lorenzo e a tutta la nuova letteratura. Non crede a nessuna religione, e perciò
le accetta tutte, e, magnificando la morale in astratto, vi passa sopra nella
pratica della vita. Ma ha l'animo fortemente temprato e rinvigorito negli
uffici e nelle lotte politiche, aguzzato negli ozi ingrati e solitari. E la sua
coscienza non è vuota. C è lì dentro la libertà e l'indipendenza della patria.
Il suo ingegno superiore e pratico non gli consentiva le illusioni, e lo teneva
ne' limiti del possibile. E quando vide perduta la libertà, pensò
all'indipendenza e cercò negli stessi Medici lo strumento della salvezza.
Certo, anche questa era un'utopia o una illusione, un'ultima tavola alla quale
si afferra il misero nell'inevitabile naufragio; ma un'utopia che rivelava la
forza e la giovinezza della sua anima e la vivacità della sua fede.
Se Francesco Guicciardini vide più giusto e con più esatto sentimento
delle condizioni d'Italia, è che la sua coscienza era già vuota e petrificata.
L'immagine del Machiavelli è giunta ai posteri simpatica e circondata di una
aureola poetica per la forte tempra e la sincerità del patriottismo e
l'elevatezza del linguaggio, e per quella sua aria di virilità e di dignità fra
tanta folla di letterati venderecci. La sua influenza non fu pari al suo
merito. Era tenuto uomo di penna e di tavolino, come si direbbe oggi, più che
uomo di Stato e di azione. E la sua povertà, la vita scorretta, le abitudini
plebee e fuori della regola, come gli rimproverava il correttissimo
Guicciardini, non gli aumentavano reputazione. Consapevole della sua grandezza,
disprezzava quelle esteriorità delle forme e quei mezzi artificiali di farsi
via nel mondo, che sono sì familiari e sì facili ai mediocri. Ma la sua
influenza è stata grandissima nella posterità, e la sua fama si è ita sempre
ingrandendo tra gli odii degli uni e le glorificazioni degli altri. Il suo nome
è rimasto la bandiera intorno alla quale hanno battagliato le nuove
generazioni, nel loro contraddittorio movimento ora indietro ora innanzi. C è
un piccolo libro del Machiavelli, tradotto in tutte le lingue, il Principe, che
ha gettato nell'ombra le altre sue opere. L'autore è stato giudicato da questo
libro, e questo libro è stato giudicato non nel suo valore logico e
scientifico, ma nel suo valore morale. E hanno trovato che questo libro è un
codice della tirannia, fondato sulla turpe massima che il fine giustifica i
mezzi e il successo loda l'opera. E hanno chiamato machiavellismo questa
dottrina. Molte difese si sono fatte di questo libro, ingegnosissime,
attribuendosi all'autore questa o quella intenzione più o meno lodevole. Così
n'è uscita una discussione limitata e un Machiavelli rimpiccinito. Questa
critica non è che una pedanteria. Ed è anche una meschinità porre la grandezza
di quell'uomo nella sua utopia italica, oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire
tutta intera l'immagine, e cercarvi i fondamenti della sua grandezza. Niccolò
Machiavelli è innanzi tutto la coscienza chiara e seria di tutto quel
movimento, che, nella sua spontaneità, dal Petrarca e dal Boccaccio si stende
sino alla seconda metà del Cinquecento. In lui comincia veramente la prosa,
cioè a dire la coscienza e la riflessione della vita. Anche lui è in mezzo a
quel movimento, e vi piglia parte, ne ha le passioni e le tendenze. Ma, passato
il momento dell'azione, ridotto in solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio
e di Tacito, ha la forza di staccarsi dalla sua società e interrogarla: - Cosa
sei? dove vai? - L'Italia aveva ancora il suo orgoglio tradizionale, e
guardava l'Europa con l'occhio di Dante e del Petrarca, giudicando barbare
tutte le nazioni oltre le Alpi. Il suo modello era il mondo greco e romano, che
si studiava di assimilarsi. Sovrastava per coltura, per industrie, per
ricchezze, per opere d'arti e d'ingegno: teneva senza contrasto il primato
intellettivo in Europa. Grave fu lo sgomento negl'italiani quando
ebbero gli stranieri in casa; ma vi si abituarono e trescarono con quelli,
confidando di cacciarli via tutti con la superiorità dell'ingegno. Spettacolo
pieno di ammaestramento è vedere, tra lanzi, svizzeri, tedeschi e francesi e
spagnoli, l'alto e spensierato riso di letterati, artisti, latinisti,
novellieri e buffoni nelle eleganti corti italiane. Fin nei campi i sonettisti
assediavano i principi: Giovanni de' Medici cadeva tra i lazzi di Pietro
Aretino. Gli stranieri guardavano attoniti le meraviglie di Firenze, di
Venezia, di Roma e tanti miracoli dell'ingegno; e i loro principi regalavano e
corteggiavano i letterati, che con la stessa indifferenza celebravano Francesco
primo e Carlo quinto. L'Italia era inchinata e studiata dai suoi devastatori,
come la Grecia fu dai romani. Fra tanto fiore di civiltà e in tanta
apparenza di forza e di grandezza mise lo sguardo acuto Niccolò Machiavelli, e
vide la malattia dove altri vedevano la più prospera salute. Quello che oggi
diciamo decadenza egli disse
corruttela, e base di tutte le sue speculazioni fu questo fatto: la
corruttela della razza italiana, anzi latina, e la sanità della germanica. La
forma più grossolana di questa corruttela era la licenza de' costumi e del
linguaggio, massime nel clero: corruttela che già destò l'ira di Dante e di
Caterina, ed ora messa in mostra nei dipinti e negli scritti, penetrata in
tutte le classi della società e in tutte le forme della letteratura, divenuta
come una salsa piccante che dava sapore alla vita. La licenza, accompagnata
con l'empietà e l'incredulità, aveva a suo principal centro la corte romana,
protagonisti Alessandro sesto e Leone decimo. Fu la vista di quella corte che
infiammò le ire di Savonarola e stimolò alla separazione Lutero e i suoi
concittadini. Nondimeno il clero per abito tradizionale tuonava dal
pergamo contro quella licenza. Il Vangelo rimaneva sempre un ideale non
contrastato, salvo a non tenerne alcun conto nella vita pratica: il pensiero
non era più la parola, e la parola non era più l'azione; non c'era armonia
nella vita. In questa disarmonia era il principale motivo comico del Boccaccio
e degli altri scrittori di commedie, di novelle e di capitoli. Nessun italiano,
parlando in astratto, poteva trovar lodevole quella licenza, ai cui
allettamenti pur non sapeva resistere. Altra era la teoria, altra la pratica. E
nessuno poteva, non desiderare una riforma de' costumi, una restaurazione della
coscienza. Sentimenti e desideri vani, affogati nel rumore di quei baccanali.
Non c' era il tempo di piegarsi in sé, di considerare la vita seriamente. Pure
erano sentimenti e desideri che più tardi fruttificarono e agevolarono l'opera
del concilio di Trento e la reazione cattolica. Rifare il medioevo e
ottenere la riforma de' costumi e delle coscienze con una ristaurazione
religiosa e morale, era stato il concetto di Geronimo Savonarola, ripreso poi e
purgato nel concilio di Trento. Era il concetto più accessibile alle
moltitudini e più facile a presentarsi. I volghi cercano la medicina a' loro
mali nel passato. Machiavelli, pensoso e inquieto in mezzo a quel carnevale
italiano, giudicava quella corruttela da un punto di vista più alto. Essa era
non altro che lo stesso medio evo in putrefazione, morto già nella coscienza,
vivo ancora nelle forme e nelle istituzioni. E perciò, non che pensasse di
ricondurre indietro l'Italia e di restaurare. il medio evo, concorse alla sua
demolizione. L'altro mondo, la cavalleria, l'amore platonico sono i tre
concetti fondamentali, intorno ai quali si aggira la letteratura nel medio evo,
de' quali la nuova letteratura è la parodia più o meno consapevole. Anche
nella faccia del Machiavelli sorprendi un momento ironico quando parla del
medio evo, sopratutto allora che affetta maggior serietà. La misura del
linguaggio rende più terribili i suoi colpi. Nella sua opera demolitiva è
visibile la sua parentela col Boccaccio e col Magnifico. Il suo Belfegor è
della stessa razza dalla quale era uscito Astarotte. Ma la sua negazione non è
pura buffoneria, puro effetto comico, uscito da coscienza vuota. In quella
negazione c'è un'affermazione, un altro mondo sorto nella sua coscienza. E
perciò la sua negazione è seria ed eloquente. Papato e impero, guelfismo e
ghibellinismo, ordini feudali e comunali, tutte queste istituzioni sono
demolite nel suo spirito. E sono demolite, perchè nel suo spirito è sorto un
nuovo edificio sociale e politico. Le idee che generarono quelle
istituzioni sono morte, non hanno più efficacia di sorta sulla coscienza,
rimasta vuota. E in quest'ozio interno è la radice della corruttela italiana.
Questo popolo non si può rinnovare se non rifacendosi una coscienza. Ed è a
questo che attende Machiavelli. Con una mano distrugge, con l'altra edifica. Da
lui comincia, in mezzo alla negazione universale e vuota, la ricostruzione.
Non è possibile seguire la sua dottrina nel particolare. Basti qui accennare la
idea fondamentale. Il medio evo riposa sopra questa base: che il peccato è
attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale, e la virtù è negazione della
vita terrena e contemplazione dell'altra; che questa vita non è la realtà o la
verità, ma ombra e apparenza; e che la realtà è non quello che è, ma quello che
deve essere, e perciò il suo vero contenuto è l'altro mondo, l'inferno, il
purgatorio, il paradiso, il mondo conforme alla verità e alla giustizia. Da
questo concetto della vita, teologico-etico, uscì la Divina commedia e tutta la
letteratura del Duecento e del Trecento. Il simbolismo e lo scolasticismo
sono le forme naturali di questo concetto. La realtà terrena è simbolica:
Beatrice è un simbolo, l'amore è un simbolo. E l'uomo e la natura hanno la loro
spiegazione e la loro radice negli enti o nelle universali, forze estramondane,
che sono la maggiore del sillogismo, l'universale da cui esce il particolare.
Tutto questo, forma e concetto, era già dal Boccaccio in qua negato, caricato,
parodiato, materia di sollazzo e di passatempo: pura negazione nella sua forma
cinica e licenziosa, che aveva a base la glorificazione della carne o del
peccato, la voluttà, l'epicureismo, reazione all'ascetismo. Andavano insieme
teologi e astrologi e poeti, tutti visionari: conclusione geniale della
Maccaronea, ispirata al Folengo dal mondo della luna ariostesco. In teoria c'
era una piena indifferenza, e in pratica una piena licenza. Machiavelli vive in
questo mondo e vi partecipa. La stessa licenza nella vita e la stessa
indifferenza nella teoria. La sua coltura non è straordinaria: molti a quel
tempo avanzavano lui e l'Ariosto di dottrina e di erudizione. Di speculazioni
filosofiche sembra così digiuno come di enunciazioni scolastiche e teologiche.
E, a ogni modo, non se ne cura. Il suo spirito è tutto nella vita
pratica. Nelle scienze naturali non sembra sia molto avanti, quando
vediamo che in alcuni casi accenna all'influsso delle stelle. Battista Alberti
avea certo una coltura più vasta e più compiuta. Niccolò non è filosofo della
natura: è filosofo dell'uomo. Ma il suo ingegno oltrepassa l'argomento e
prepara Galileo. L'uomo, come Machiavelli lo concepisce, non ha la faccia estatica
e contemplativa del medio evo e non ha la faccia tranquilla e idillica del
Risorgimento. Ha la faccia moderna dell'uomo che opera e lavora intorno ad uno
scopo. Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra, secondo le sue
attitudini. La vita non è un giuoco d'immaginazione e non è contemplazione. Non
è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà, il suo scopo
e i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena, darle uno scopo,
rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, restituire l'uomo nella sua
serietà e nella sua attività : questo è lo spirito che aleggia in tutte le
opere del Machiavelli. E' negazione del medio evo, e insieme negazione del
Risorgimento. La contemplazione divina lo soddisfa così poco come la
contemplazione artistica. La coltura e l'arte gli paiono cose belle, non tali
però che debbano e possano costituire lo scopo della vita. Combatte
l'immaginazione come il nemico più pericoloso, e quel veder le cose in
immaginazione e non in realtà gli par proprio esser la malattia che si ha da
curare. Ripete ad ogni tratto che bisogna giudicar le cose come sono e non come
debbono essere. Quel dover essere, a cui tende il contenuto nel medio evo
e la forma nel Risorgimento, deve far luogo all' essere
o, com'egli dice, alla verità
effettuale. Subordinare il mondo dell'immaginazione, come religione e
come arte, al mondo reale, quale ci è posto dall'esperienza e
dall'osservazione: questa è la base del Machiavelli. Risecati tutti gli
elementi sopraumani e soprannaturali, pone a fondamento della vita la patria.
La missione dell'uomo su questa terra, il suo primo dovere è il patriottismo,
la gloria, la grandezza, la libertà della patria. Nel medio evo non c' era il
concetto di patria: c' era il concetto di fedeltà e di sudditanza. Gli uomini
nascevano tutti sudditi del papa e dell'imperatore, rappresentanti di Dio:
l'uno era lo spirito, l'altro il corpo della società. Intorno a questi due Soli
stavano gli astri minori: re, principi, duchi, baroni, a cui stavano di
contro in antagonismo naturale i comuni liberi. Ma la libertà era privilegio
papale e imperiale, e i comuni esistevano anch'essi per la grazia di Dio, e
perciò del papa o dell'imperatore, e spesso imploravano legati apostolici o
imperiali a tutela e pacificazione. Savonarola proclamò re di Firenze Gesù
Cristo, ben inteso lasciando a sè il diritto di rappresentarlo e interpretarlo.
E' un tratto che illumina tutte le idee di quel tempo. C'era ancora il
papa e c'era l'imperatore; ma l'opinione, sulla quale si fondava la loro potenza,
non c'era più nelle classi colte d'Italia. Il papa stesso e l'imperatore
avevano smesso l'antico linguaggio: il papa ingrandito di territorio, diminuito
di autorità; l'imperatore, debole e impacciato a casa. Di papato e d'impero, di
guelfi e ghibellini non si parlava in Italia che per riderne, a quel modo che
della cavalleria e di tutte le altre istituzioni. Di quel mondo rimanevano
avanzi, in Italia, il papa, i gentiluomini e gli avventurieri o mercenari. Il
Machiavelli vede nel papato temporale non solo un sistema di governo assurdo e
ignobile, ma il principale pericolo dell'Italia. Combatte il concetto di un
governo stretto, e tratta assai aspramente i gentiluomini, reminiscenze
feudali. E vede ne' mercenari o avventurieri la prima cagione della debolezza
italiana incontro allo straniero, e propone e svolge largamente il concetto di
una milizia nazionale. Nel papato temporale, nei gentiluomini, negli
avventurieri combatte gli ultimi vestigi del medio evo. La patria del
Machiavelli è naturalmente il Comune libero, libero per sua virtù e non per
grazia del papa e dell'imperatore, governo di tutti nell'interesse di tutti.
Ma, osservatore sagace, non gli può sfuggire il fenomeno storico de' grandi
Stati che si erano formati in Europa, e come il Comune era destinato anch'esso
a sparire con tutte le altre istituzioni del medio evo. Il suo Comune gli par
cosa troppo piccola e non possibile a durare davanti a quelle potenti
agglomerazioni delle stirpi, che si chiamavano Stati o Nazioni. Già
Lorenzo, mosso dallo stesso pensiero, avea tentato una grande lega italica, che
assicurasse l' equilibrio tra i vari Stati e la mutua difesa, e che
pure non riuscì ad impedire l'invasione di Carlo ottavo. Niccolò propone
addirittura la costituzione di un grande Stato italiano, che sia baluardo
d'Italia contro lo straniero. Il concetto di patria gli si allarga. Patria non
è solo il piccolo comune, ma è tutta la nazione. L'Italia nell'utopia dantesca
è il giardino dell'impero; nell'utopia del Machiavelli è la patria, nazione autonoma e
indipendente. La patria del Machiavelli è una divinità, superiore
anche alla moralità e alla legge. A quel modo che il Dio degli ascetici
assorbiva in sè l'individuo, e in nome di Dio gl'inquisitori bruciavano gli
eretici; per la patria tutto era lecito, e le azioni, che nella vita privata
sono delitti, diventavano magnanime nella vita pubblica. Ragion di Stato e
salute pubblica erano le formule volgari, nelle quali si esprimeva questo
diritto della patria, superiore ad ogni diritto. La divinità era scesa di cielo
in terra e si chiamava la patria, ed era
non meno terribile. La sua volontà e il suo interesse era suprema lex. Era
sempre l'individuo assorbito nell'essere collettivo. E quando questo essere
collettivo era assorbito a sua volta nella volontà di un solo o di pochi, avevi
la servitù. Libertà era la partecipazione più o meno larga de' cittadini
alla cosa pubblica. I dritti dell'uomo non entravano ancora nel codice della
libertà. L'uomo non era un essere autonomo e di fine a se stesso: era lo
strumento della patria o, ciò che è peggio, dello Stato: parola generica, sotto
la quale si comprendeva ogni specie di governo, anche il dispotico, fondato
sull'arbitrio di uno solo. PATRIA era dove tutti concorrevano più o
meno al governo e, se tutti ubbidivano, tutti comandavano: ciò dicevasi
repubblica. E dicevasi principato dove uno comandava e tutti ubbidivano. Ma,
repubblica o principato, patria o Stato, il concetto era sempre l'individuo
assorbito nella società o, come fu detto poi, l'onnipotenza dello Stato.
Queste idee sono enunciate dal Machiavelli non come da lui trovate e
analizzate, ma come già per lunga tradizione ammesse e fortificate dalla
coltura classica. C è lì dentro lo spirito dell'antica Roma, che con la sua
immagine di gloria e di libertà attirava tutte le immaginazioni, e si porgeva
alle menti modello non solo nell'arte e nella letteratura, ma ancora nello
Stato. La patria assorbe anche una religione. Uno Stato non può vivere senza
una religione. E se il Machiavelli si duole della corte romana, non è solo
perchè a difesa del suo dominio temporale è costretta a chiamar gli stranieri,
ma ancora perché coi suoi costumi disordinati e licenziosi ha diminuita nel
popolo l'autorità della religione. Ma egli vuole una religione di
Stato, che sia in mano del principe un mezzo di governo. Della religione si era
perduto il senso, ed era arte presso i letterati e istrumento politico negli
statisti. Anche la moralità gli piace, e loda la generosità, la clemenza,
l'osservanza della fede, la sincerità e le altre virtù, ma a patto che ne venga
bene alla patria; e se le incontra sulla sua via non come istrumenti ma come
ostacoli, li spezza. Leggi spesso lodi magnifiche della religione e delle altre
virtù de' buoni principi; ma c è un po' odore di rettorica, che spicca più in
quel fondo ignudo della sua prosa. Non è in lui e non è in nessuno de' suoi
contemporanei un sentimento religioso e morale schietto e semplice. Noi, che
vediamo le cose di lontano, troviamo in queste dottrine lo Stato laico, che si
emancipa dalla teocrazia e diviene a sua volta invadente. Ma allora la lotta
era ancor viva, e 'una esagerazione portava l'altra. Togliendo le esagerazioni,
ciò che esce dalla lotta è l'autonomia e l'indipendenza del potere civile, che
ha la sua legittimità in se stesso, sciolto ogni vincolo di vassallaggio e di
subordinazione a Roma. Nel Machiavelli non c è alcun vestigio di diritto
divino. Il fondamento delle repubbliche è vox populi, il consenso di tutti. E
il fondamento de' principati è la forza, o la conquista legittima assicurata
dal buon governo. Un po' di cielo e un po' di papa c'entra pure, ma come forze
atte a mantenere i popoli nell'ubbidienza e nell'osservanza delle leggi.
Stabilito il centro della vita in terra e attorno alla patria, al Machiavelli
non possono piacere le virtù monacali dell'umiltà e della pazienza, che
hanno disarmato il cielo ed effeminato
il mondo e che rendono l'uomo più atto a sopportare le ingiurie che a vendicarle. Agere et pati fortia romanum est. Il
cattolicesimo, male interpretato, rende l'uomo più atto a patire che a fare. Il
Machiavelli attribuisce a questa educazione ascetica e contemplativa la
fiacchezza del corpo e dell'animo, che rende gl'italiani inetti a cacciar via
gli stranieri e a fondare la libertà e l'indipendenza della patria. La
virtù è da lui intesa nel senso romano, e significa forza,
energia, che renda gli uomini atti ai grandi sacrifici e alle grandi
imprese. Non è che agl'italiani manchi il valore; anzi ne' singolari incontri
riescono spesso vittoriosì: manca l'educazione o la disciplina o, come egli
dice, i buoni ordini e le buone armi,
che fanno gagliardi e liberi i popoli. Alla virtù premio è la gloria.
Patria, virtù, gloria, sono le tre parole sacre, la triplice
base di questo mondo. Come gl'individui hanno la loro missione in terra, così
anche le nazioni. Gl'individui senza patria, senza virtù, senza gloria sono
atomi perduti, numerus fruges consumere nati. E parimente ci sono nazioni
oziose e vuote, che non lasciano alcun vestigio di sè nel mondo. Nazioni
storiche sono quelle che hanno adempiuto un ufficio nell'umanità o, come
dicevasi allora, nel genere umano, come
Assiria, Persia, Grecia e Roma. Ciò che rende grandi le nazioni è la virtù o la
tempra, gagliardia intellettuale e corporale, che forma il carattere o la forza
morale. Ma, come gl'individui, così le nazioni hanno la loro vecchiezza, quando
le idee che le hanno costituite s'indeboliscono nella coscienza e la tempra si
fiacca. E l'indirizzo del mondo fugge loro dalle mani e' passa ad altre
nazioni. Il mondo non è regolato da forze soprannaturali o casuali, ma dallo
spirito umano, che procede secondo le sue leggi organiche e perciò fatali. Il
fato storico non è la provvidenza e non è la fortuna, ma la forza delle cose, determinata dalle leggi
dello spirito e della na tura. Lo spirito è immutabile nelle sue facoltà ed
immortale nella sua produzione. Perciò la storia non è accozzamento di fatti
fortuiti o provvidenziali, ma concatenazione necessaria di cause e di effetti,
il risultato delle forze messe in moto dalle opinioni, dalle passioni e
dagl'interessi degli uomini. La politica o l'arte del governare ha per suo
campo non un mondo etico, determinato dalle leggi ideali della moralità, ma il
mondo reale, come si trova nel tal luogo e nel tal tempo. Governare è intendere
e regolare le forze che muovono il mondo. Uomo di Stato è colui che sa
calcolare e maneggiare queste forze e volgerle a' suoi fini. La grandezza
e la caduta delle nazioni non sono dunque accidenti o miracoli, ma sono effetti
necessari, che hanno le loro cause nella qualità delle forze che le muovono. E
quando queste forze sono in tutto logore, esse muoiono. E a governare, quelli
che stanno solo a fare i leoni, non se ne intendono. Ci vuole anche la volpe o
la prudenza, cioè l'intelligenza, il calcolo e il maneggio delle forze che
muovono gli Stati. Come gl'individui, così le nazioni hanno legami tra loro,
diritti e doveri. E come c è un diritto privato, così c è un diritto pubblico o
diritto delle genti, o, come dicesi oggi, diritto internazionale. Anche la
guerra ha le sue leggi. Le nazioni muoiono. Ma lo spirito umano non muore mai.
Eternamente giovane; passa da una nazione a un'altra, e continua secondo le sue
leggi organiche la storia del genere umano. C'è dunque non solo la storia di
questa o quella nazione, ma la storia del mondo, anch'essa fatale o logica,
determinata nel suo corso dalle leggi organiche dello spirito. La storia del
genere umano non è che la storia dello spirito o del pensiero. Di qui esce ciò
che poi fu detto filosofia della storia.
Di questa filosofia della storia e di un dritto delle genti non c è nel
Machiavelli che la semplice base scientifica, un punto di partenza segnato con
chiarezza e indicato a' suoi successori. Il suo campo chiuso è la politica e la
storia. Questi concetti non sono nuovi. I concetti filosofici, come i
poetici, suppongono una lunga elaborazione. Ci si vede qui dentro le
conseguenze naturali di quel grande movimento, sotto forme classiche realista,
ch'era in fondo l'emancipazione dell'uomo dagli elementi soprannaturali e
fantastici, e la conoscenza e il possesso di se stesso. E ai contemporanei non
parvero nuovi nè audaci, vedendo ivi formulato quello che in tutti era
sentimento vago. L'influenza del mondo pagano è visibile anche nel medio evo:
anche in Dante Roma è presente allo spirito. Ma lì è Roma provvidenziale e
imperiale, la Roma di Cesare; e qui è Roma repubblicana, e Cesare vi è
severamente giudicato. Dante chiama le gloriose imprese della repubblica miracoli della provvidenza, come preparazione
all'impero: dove per il Machiavelli non ci sono miracoli, o i miracoli sono i
buoni ordini; e se alcuna parte dà alla fortuna, la dà principalmente alla
virtù. Di lui è questo motto profondo: I
buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici
successi delle imprese. Il classicismo dunque era la semplice scorza, sotto
alla quale le due età inviluppavano le loro tendenze. Sotto al classicismo di
Dante c'è il misticismo, il ghibellinismo: la corteccia è c lassica, il
nocciolo è medievale. E sotto al classicismo del Machiavelli c' è lo spirito
moderno che ivi cerca e trova se stesso. Ammira Roma, quando biasima i suoi
tempi, dove non è cosa alcuna che gli
ricomperi di ogni estrema miseria, infamia vituperio, e non vi è osservanza di
religione, non di leggi e non di milizia, ma sono maculati di ogni ragione
bruttura. Crede con gli ordini e i costumi di Roma antica di poter
rifare quella grandezza e ritemprare i suoi tempi, e in molte proposte e in
molte sentenze senti le vestigia di quell'antica sapienza. Da Roma gli viene
anche la nobiltà dell'ispirazione e una certa elevatezza morale. Talora ti pare
un romano avvolto nel pallio, in quella sua gravità; ma guardalo bene, e ci
troverai il borghese del Risorgimento, con quel suo risolino equivoco.
Savonarola è una reminiscenza del medio evo, profeta e apostolo a modo dantesco;
Machiavelli in quella sua veste romana è vero borghese moderno, sceso dal
piedistallo, uguale tra uguali, che ti parla alla buona e al naturale. E' in
lui lo spirito ironico del Risorgimento con lineamenti molto precisi de' tempi
moderni. Il medio evo qui crolla in tutte le sue basi: religiosa, morale,
politica, intellettuale. E non è solo negazione vuota. E' affermazione, è il
verbo. Di contro a ciascuna negazione sorge un' affermazione. Non è la caduta
del mondo: è il suo rinnovamento. Dirimpetto alla teocrazia sorge l'autonomia e
l'indipendenza dello Stato. Tra l'impero e la città o il feudo, le due unità
politiche del medio evo, sorge un nuovo ente, la nazione, alla quale il
Machiavelli assegna i suoi caratteri distintivi; la razza, la lingua, la
storia, i confini. Tra le repubbliche e i principati spunta già una
specie di governo medio o misto, che riunisca i vantaggi delle une e degli
altri e assicuri a un tempo la libertà e la stabilità: governo che è un
presentimento dei nostri ordini costituzionali, e di cui il Machiavelli dà i
primi lineamenti nel suo progetto per la riforma degli ordini politici in
Firenze. E' tutto un nuovo mondo politico che appare. Si veda, fra l'altro,
dove il Machiavelli parla della formazione de' grandi Stati, e sopratutto della
Francia. Anche la base religiosa è mutata. Il Machiavelli vuole recisa dalla
religione ogni temporalità e, come Dante, combatte la confusione de' due
reggimenti, e fa una descrizione de' principati ecclesiastici, notabile per la
profondità dell'ironia. La religione, ricondotta nella sua sfera
spirituale, è da lui considerata, non meno che l'educazione e l'istruzione,
come strumento di grandezza nazionale. E' in fondo l'idea di una Chiesa
nazionale, dipendente dallo Stato e accomodata ai fini e agli interessi della
nazione. Altra è pure la base morale. Il fine etico del medio evo è la
santificazione dell'anima, e il mezzo è la mortificazione della carne. Il
Machiavelli, se biasima la licenza de' costumi invalsa al suo tempo, non è meno
severo verso l'educazione ascetica. La sua dea non è Rachele, ma è Lia : non è
la vita contemplativa, ma la vita attiva. E perciò la virtù è per lui la
vita attiva, vita di azione e in servizio della patria. I suoi santi sono più
simili agli eroi dell'antica Roma che agl'iscritti nel calendario romano. O,
per dir meglio, il nuovo tipo morale non è il santo, ma è il patriota. E si
rinnova pure la base intellettuale. Secondo il gergo di allora, il Machiavelli
non combatte la verità della fede, ma la lascia da parte, non se ne occupa, e,
quando vi s'incontra, ne parla con un'aria equivoca di rispetto. Risecata dal
suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale, vi mette a base
l'immutabilità e l'immortalità del pensiero o dello spirito umano, fattore
della storia. Questo è già tutta una rivoluzione. E' il famoso cogito, nel
quale s'inizia la scienza moderna. E' l'uomo emancipato dal mondo
soprannaturale e sopraumano, che, come lo Stato, proclama la sua autonomia e la
sua indipendenza e prende possesso del mondo. E si rinnova il metodo. Il
Machiavelli non riconosce verità a priori e princìpi astratti, e non riconosce
autorità di nessuno come criterio del vero. Di teologia e di filosofia e di
etica fa stima uguale: mondi d'immaginazione, fuori della realtà. La verità è
la cosa effettuale; e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata
con l'osservazione, lo studio intelligente dei fatti. Tutto il formolario
scolastico va giù. A quel vuoto meccanismo fondato sulle combinazioni astratte
dell'intelletto, incardinate nella pretesa esistenza degli universali,
sostituisce la forma ordinaria del parlare diritta e naturale. Le proposizioni
generali, le maggiori del sillogismo, sono capovolte, e compaiono
in ultimo come risultati di una esperienza illuminata dalla riflessione. In
luogo del sillogismo hai la serie, cioè a dire concatenazione di fatti, che
sono insieme causa ed effetto, come si vede in questo esempio: Avendo la città
di Firenze... perduta parte di terre del suo imperio, come Pisa e altre terre, fu
necessitata a fare guerra a coloro che le occupavano, e perché chi le occupava
era potente, ne seguiva che si spendeva molto nella guerra senza alcun
risultato: dallo spendere molto ne risultava molte imposte, imposte infinite,
insofferenze del popolo; e poichè questa guerra era amministrata da una
magistratura di dieci cittadini... la moltitudine cominciò ad arrabbiarsi con
loro come se fossero cagione e della guerra e delle spese di essa. Qui i fatti
sono schierati in modo che si appoggiano e si spiegano a vicenda: sono una
doppia serie, l'una complicata, che ti dà le cause vere, visibile solo all'uomo
intelligente; l'altra semplicissima, che ti dà la causa apparente e
superficiale, e che pure è quella che trascina ad opere inconsulte
l'universale, con una serietà ed una sicurezza che rende profondamente ironica
la conclusione. I fatti saltan fuori a quel modo stesso che si sviluppano nella
natura e nell'uomo : non vi senti alcuno artificio. Ma è un'apparenza. Essi
sono legati, subordinati, coordinati dalla riflessione, sì che ciascuno ha il
suo posto, ha il suo valore di causa e di effetto, ha il suo ufficio in tutta
la catena: il fatto non è solo fatto o accidente, ma è ragione, considerazione:
sotto la narrazione si cela l'argomentazione. Così l'autore ha potuto in poche
pagine condensare tutta la storia del medio evo e farne magnifico vestibulo
alla sua storia di Firenze. I suoi ragionamenti sono anche essi fatti
intellettuali, e perciò l'autore si contenta di enunciare e non dimostra
nulla. Sono fatti cavati dalla storia, dall'esperienza del mondo, da
un'acuta osservazione, e presentati con semplicità pari all'energia. Molti di
questi fatti intellettuali sono rimasti anche oggi popolari nella bocca di
tutti, com'è quel ritirare le cose ai
loro princìpi, o quell'ironia de'
profeti disarmati, o gli uomini
si stuccano del bene, e del male si affliggono, o gli uomini bisogna carezzarli o spegnerli.
Di queste sentenze o pensieri ce ne sono molte raccolte. E sono un intero
arsenale, dove hanno attinto gli scrittori, vestiti delle sue spoglie.
Come esempio di questi fatti intellettuali usciti da una mente elevata e
peregrina, ricordo la famosa dedica de' suoi Discorsi. Con la forma scolastica
rovina la forma letteraria, fondata sul periodo. Ne' lavori didascalici il
periodo era una forma sillogistica dissimulata, una proposizione corteggiata
dalla sua maggiore e dalle sue idee medie: ciò che dicevasi dimostrazione, se
la materia era intellettuale, o
descrizione, se la materia era di puri fatti. Machiavelli ti dà semplici
proposizioni, ripudiato ogni corteggio: non descrive e non dimostra; narra o
enuncia, e perciò non ha artificio di periodo. Non solo uccide la forma
letteraria, ma uccide la forma stessa come forma; e fa questo nel secolo della
forma, la sola divinità riconosciuta. Appunto perchè ha piena la
coscienza di un nuovo contenuto, per lui il contenuto è tutto e la forma è
nulla. O, per dire più corretto, la forma è essa medesima la cosa nella sua
verità effettuale, cioè nella sua esistenza intellettuale o materiale. Ciò che
a lui importa, non è che la cosa sia ragionevole o morale o bella, ma che la
sia. Il mondo è così e così; e si vuol pigliarlo com'è, ed è inutile cercare se
possa o debba essere altrimenti. La base della vita, e perciò del sapere, è
il Nosce te ipsum, la conoscenza del
mondo nella sua realtà. Il fantasticare, il dimostrare, il descrivere, il
moralizzare sono frutto d'intelletti collocati fuori della vita e abbandonati
all'immaginazione. Perciò il Machiavelli purga la sua prosa di ogni elemento
astratto, etico e poetico. Guardando il mondo con uno sguardo superiore, il suo
motto è: Nil admirari. Non si meraviglia
e non si appassiona, perchè comprende; come non dimostra e non descrive, perchè
vede e tocca. Investe la cosa direttamente, e fugge le perifrasi, le
circonlocuzioni, le amplificazioni, le argomentazioni, le frasi e le figure, i
periodi e gli ornamenti, come ostacoli e indugi alla visione. Sceglie la via
più breve, e perciò la diritta: non si distrae e non distrae. Ti dà
una serie stretta e rapida di proposizioni e di fatti, soppresse tutte le idee
medie, tutti gli accidenti e tutti gli episodi. Ha l'aria del pretore, che non
curat de minimis, di un uomo occupato in cose gravi, che non ha tempo nè voglia
di guardarsi attorno. Quella sua rapidità, quel suo condensare non è un
artificio, come talora è in Tacito e sempre è nel Davanzati; ma è naturale
chiarezza di visione, che gli rende inutili tutte quelle idee medie, di cui gli
spiriti mediocri hanno bisogno per giungere faticosamente ad una conseguenza,
ed è insieme pienezza di cose, che non gli fa sentire necessità di riempiere
gli spazi vuoti con belletti e impolpature, che tanto piacciono a' cervelli
oziosi. La sua semplicità talora è negligenza, la sua sobrietà talora è
magrezza: difetti delle sue qualità. E sono pedanti quelli che cercano il pel
nell'uovo, e gonfiano le gote in aria di pedagoghi, quando in quella divina
prosa trovino latinismi, slegature, scorrezioni e simili negligenze. La
prosa del Trecento manca di organismo, e perciò non ha ossatura, non interna
coesione vi abbonda l'affetto e l'immaginativa, vi scarseggia l'intelletto.
Nella prosa del Cinquecento hai l'apparenza, anzi l'affettazione dell'ossatura,
la cui espressione è il periodo. Ma l'ossatura non è che esteriore, e quel
lusso di congiunzioni e di membri e d'incisi mal dissimula il vuoto e la
dissoluzione interna. Il vuoto non è nell'intelletto, ma nella coscienza,
indifferente e scettica. Perciò il lavoro intellettivo è tutto al di fuori, frasche
e fiori. Gli argomenti più frivoli sono trattati con la stessa serietà degli
argomenti gravi, perchè la coscienza è indifferente ad ogni specie di
argomento, grave o frivolo. Ma la serietà è apparente, è tutta formale e perciò
retorica: l'animo vi rimane profondamente indifferente. Monsignor della Casa
scrive l'orazione a Carlo quinto con lo stesso animo che scrive il capitolo sul
forno: salvo che qui è nella sua natura e ti riesce cinico, lì è fuori della
sua natura e ti riesce falso. Il Galateo e il Cortigiano sono le due migliori
prose di quel tempo, come rappresentazione di una società pulita ed elegante,
tutta al di fuori, in mezzo alla quale vivevano il Casa e il Castiglione, e che
poneva la principale importanza della vita ne' costumi e ne' modi.
Anche l'intelletto, in quella sua virilità oziosa, poneva la principale
importanza della composizione ne' costumi e ne' modi ovvero nell'abito.
Quell'abbigliamento boccaccevole e ciceroniano divenne in breve convenzionale,
un meccanismo tutto d'imitazione, a cui l'intelletto stesso rimaneva estraneo.
I filosofi non avevano ancora smesse le loro forme scolastiche; i poeti
petrarcheggiavano; i prosatori usavano un genere bastardo, poetico e retorico,
con l'imitazione esteriore del Boccaccio: la malattia era una, la passività o
indifferenza dell'intelletto, del cuore, dell'immaginazione, cioè a dire di
tutta l'anima. C' era lo scrittore, non c' era l'uomo. E fin d'allora fu
considerato lo scrivere come un mestiere, consistente in un meccanismo che
dicevasi forma letteraria, nella piena
indifferenza dell'animo: divorzio compiuto tra l'uomo e lo scrittore.
Fra tanto infuriare di prose rettoriche e poetiche, comparve la prosa del
Machiavelli, presentimento della prosa moderna. Qui l'uomo è tutto, e non c è
lo scrittore, o c è solo in quanto uomo. Il Machiavelli sembra quasi ignori che
ci sia un'arte dello scrivere, ammessa generalmente e divenuta moda o
convenzione. Talora ci si prova e ci riesce maestro; ed è, quando vuol fare il
letterato, anche lui. L'uomo è in lui tutto. Quello che scrive è - una
produzione immediata del suo cervello, esce caldo caldo dal di dentro: cose e
impressioni, spesso condensate in una parola. Perché è un uomo che pensa e
sente, distrugge e crea, osserva e riflette, con lo spirito sempre attivo e
presente. Cerca la cosa, non il suo colore: pure la cosa vien fuori insieme con
le impressioni fatte nel suo cervello, perciò naturalmente colorita, traversata
d'ironia, di malinconia, di indignazione, di dignità, ma principalmente lei nella
sua chiarezza plastica. Quella prosa è chiara e piena come un marmo, ma un
marmo qua è là venato. E' la grande maniera di Dante che vive là dentro.
Parlando dei mutamenti introdotti dal medio evo nei nomi delle cose e
degli uomini, finisce così: Gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri,
Giovanni e Mattei diventarono. Qui non c è che il marmo, la cosa ignuda; ma
quante vene in questo marmo! Ci senti tutte le impressioni fatte da
quell'immagine nel suo cervello, l'ammirazione per quei Cesari e Pompei il
disprezzo per quei Pieri e Mattei, lo sdegno di quel mutamento; e lo vedi alla
scelta caratteristica dei nomi, al loro collocamento in contrasto come nemici,
e a quell'ultimo ed energico diventarono, che accenna a mutamenti non solo di
nomi ma di animi. Questa prosa, asciutta, precisa e concisa, tutta
pensiero e tutta cose, annunzia l'intelletto già adulto, emancipato da elementi
mistici, etici e poetici, e divenuto il supremo regolatore del mondo: la logica
o la forza delle cose, il fato moderno. Questo è in effetti il senso intimo del
mondo, come il Machiavelli lo concepisce. Lasciando da parte le sue origini, il
mondo è quello che è: un attrito di forze umane e naturali, dotate di leggi
proprie. Ciò che dicesi fato, non è altro che la logica, il risultato
necessario di queste forze, appetiti, istinti, passioni, opinioni, fantasie,
interessi, mosse e regolate da una forza superiore, lo spirito umano, il
pensiero, l'intelletto. Il Dio di Dante è l'amore, forza unitiva
dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza. Il Dio di Machiavelli è
l'intelletto, l'intelligenza e la regola delle forze mondane: il risultato è
scienza. - Bisogna amare - dice Dante. - Bisogna intendere - dice Machiavelli.
L'anima del mondo dantesco è il cuore, l'anima del mondo machiavellico è il
cervello. Quel mondo è essenzialmente mistico ed etico: questo è
essenzialmente umano e logico. La virtù muta il suo significato: non è
sentimento morale, ma è semplicemente forzao energia, la tempra dell'animo; e
Cesare Borgia è virtuoso perchè avea la forza di operare secondo logica, cioè
di accettare i mezzi quando aveva accettato lo scopo. Se l'anima del mondo è il
cervello, hai una prosa che è tutta e sola cervello. Ora possiamo
comprendere il Machiavelli nelle sue applicazioni. La storia di Firenze sotto
forma narrativa è una logica degli avvenimenti. Dino scrive col cuore commosso,
con l'immaginazione colpita: tutto gli par nuovo, tutto offende il suo senso
morale. Vi domina il sentimento etico, come in Dante, nel Mussato, in tutti i
trecentisti. Ma ciò che interessa il Machiavelli è la spiegazione de' fatti
nelle forze motrici degli uomini, e narra calmo e meditativo, a modo di
filosofo che ti dia l'interpretazione del mondo. I personaggi non sono còlti
nel caldo dell'affetto e nel tumulto dell'azione: non è una storia
drammatica. L'autore non è sulla scena nè dietro la scena, ma è nella sua
camera, e, mentre i fatti gli sfilano avanti, cerca afferrarne i motivi. La sua
apatia non è che preoccupazione di filosofo, inteso a spiegare e tutto raccolto
in questo lavoro intellettivo, non distratto da emozioni e impressioni. E'
l'apatia dell'ingegno superiore, che guarda con compassione a' moti convulsi e
nervosi delle passioni. Ne' Discorsi ci è maggior vita intellettuale.
L'intelletto si stacca da' fatti, e vi torna per attingervi lena e ispirazione.
I fatti sono il punto fermo intorno a cui gira. Narra breve, come chi ricordi
quello che tutti sanno ed ha fretta di uscirne. Ma, appena finito il racconto,
comincia il discorso. L'intelletto, come rinvigorito a quella fonte, se ne
spicca tutto pieno d'ispirazioni originali, sorpreso e contento insieme. Senti
lì il piacere di quell'esercizio intellettuale e di quella originalità, di quel
dir cose che a' volgari sembrano paradossi. Quei pensieri sono come una
schiera ben serrata, dove non penetra niente dal di fuori a turbarvi l'ordine.
Non è una mente agitata nel calore della produzione, tra quel flutto
d'immaginazioni e di emozioni che ti annunzia la fermentazione, come avviene talora
anche ai più grandi pensatori. E' l'intelletto pieno di gioventù e di
freschezza, tranquillo nella sua forza e in sospetto di tutto ciò che non è
lui. Digressioni, immagini, effetti, paragoni, giri viziosi, perplessità di
posizioni: tutto è bandito in queste serie disciplinate d'idee, mobili e
generative, venute fuori da un vigor d'analisi insolito e legate da una logica
inflessibile. Tutto è profondo, ed è così chiaro e semplice che ti pare
superficiale. Il fondamento dei' Discorsi è questo: che gli uomini non sanno essere nè in tutto buoni nè in
tutto tristi, e perciò non hanno tempra logica, non hanno virtù. Hanno
velleità, non hanno volontà. Immaginazioni, paure, speranze, vane cogitazioni,
superstizioni tolgono loro la risolutezza. Perciò stanno
volentieri in sull'ambiguo, e scelgono le vie di mezzo, e seguono le
apparenze. C è nello spirito umano uno stimolo o appetito insaziabile, che lo
tiene in continua opera e produce il progresso storico. Ond'è che gli uomini
non sono tranquilli e salgono di un'ambizione a un'altra, e prima si difendono
e poi offendono, e più uno ha, più desidera. Sicchè negli scopi gli uomini sono
infiniti, e ne' mezzi sono perplessi e incerti. Quello che degli individui, si
può dire anche dell'uomo collettivo, come famiglia o classe. Nella società non
c' è in fondo che due sole classi: degli
abbienti e de' non abbienti, de'
ricchi e de' poveri. E la storia non è se non l'eterna lotta tra chi ha e chi
non ha. Gli ordini politici sono mezzi di equilibrio tra le classi.
E sono liberi quando hanno a fondamento l'
equalità. Perciò libertà non può essere dove sono gentiluomini
o classi privilegiate. E' chiaro che una scienza o arte politica non è
possibile quando non abbia per base la conoscenza della materia su che si ha a
esercitare, cioè dell'uomo come individuo e come classe. Perciò una gran parte
di questi Discorsi sono ritratti sociali delle moltitudini o delle plebi, degli
ottimati o gentiluomini, de' principi, de' francesi, de' tedeschi, degli
spagnoli, d'individui e di popoli. Sono ritratti finissimi per originalità di
osservazione ed evidenza di esposizione, ne' quali vien fuori il carattere, cioè quelle forze che muovono
individui e popoli o classi ad operare così o così. Le sue osservazioni sono
frutto di una esperienza propria e immediata, e perciò freschissime e vive
anche oggi. Poiché il carattere umano ha questa base comune, che i
desidèri o appetiti sono infiniti, e debole ed esitante è la virtù di
conseguirli, hai sproporzione tra lo scopo e i mezzi; onde nascono le
oscillazioni e i disordini della storia. Perciò la scienza politica o l'arte di
condurre e governare gli uomini ha per base la precisione dello scopo e la
virtù de' mezzi; e in questa consonanza è quella energia intellettuale, che fa
grandi gli uomini e le nazioni. La logica governa il mondo. Questo punto di
vista logico, preponderante nella storia, comunica all'esposizione una calma
intellettuale piena di forza e di sicurezza, come di uomo che sa e vuole. Il
cuore dell'uomo s'ingrandisce col cervello. Più uno sa e più osa. Quando la
tempra è fiacca, di' pure che l'intelletto è oscuro. L'uomo allora non sa
quello che vuole, tirato in qua e in là dalla sua immaginazione e dalle sue
passioni, com'è proprio del volgo. Un'applicazione di questa implacabile logica
è il Principe. Machiavelli biasima i principi che per frode o per forza tolgono
la libertà ai popoli. Ma, avuto lo Stato, indica loro con quali mezzi debbano
mantenerlo. Lo scopo non è qui la difesa della patria, ma la conservazione del
principe: se non che il principe provvede a se stesso, provvedendo allo Stato.
L'interesse pubblico è il suo interesse. Libertà non può dare, ma può dare
buone leggi che assicurino l'onore, la vita, là sostanza de' cittadini. Deve
mirare a procacciarsi il favore e la grazia del popolo, tenendo in freno i
gentiluomini e gli uomini turbolenti. Governi i sudditi, non ammazzandoli, ma
studiandoli e comprendendoli: non ingannato da loro, ma ingannando loro. Come
stanno alle apparenze, il principe deve darsi tutte le buone apparenze, e, non
volendo essere, parere almeno religioso, buono, clemente, protettore delle arti
e degl'ingegni. Nè tema d'essere scoperto; perchè gli uomini sono naturalmente
semplici e creduli. Ciò che in loro ha più efficacia è la paura: perciò il
principe miri a farsi temere più che amare. Sopratutto eviti di rendersi odioso
o spregevole. Chi legge il trattato De regimine principum di Egidio Colonna, vi
troverà un magnifico mondo etico, senza alcun riscontro con la vita reale. Chi
legge questo Principe del Machiavelli, vi troverà un crudele mondo logico,
fondato sullo studio dell'uomo e della vita. L'uomo vi è, come natura,
sottoposto nella sua azione a leggi immutabili, non secondo criteri morali, ma
secondo criteri logici. Ciò che gli si deve domandare non è se quello che egli
fa sia buono o bello, ma se sia ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra i
mezzi e lo scopo. Il mondo non è governato dalla forza come forza, ma dalla
forza come intelligenza. L'Italia non ti poteva dare più un mondo divino
ed etico: ti dà un mondo logico. Ciò che era in lei ancora intatto era
l'intelletto; e il Machiavelli ti dà il mondo dell'intelletto, purgato dalle
passioni e dalle immaginazioni. Machiavelli bisogna giudicarlo da quest'alto
punto di vista. Ciò a cui mira è la serietà intellettuale, cioè la precisione
dello scopo, e la virtù di andarvi diritto senza guardare a destra e a manca e
lasciarsi indugiare o traviare da riguardi accessorii o estranei. La
chiarezza dell'intelletto, non intorbidito da elementi soprannaturali o
fantastici o sentimentali, è il suo ideale. E il suo eroe è il domatore
dell'uomo e della natura, colui che comprende e regola le forze naturali e
umane, e le fa suoi istrumenti. Lo scopo può essere lodevole o biasimevole; e
se è degno di biasimo, è lui il primo ad alzare la voce e protestare in nome
del genere umano.Vedasi il capitolo decimo, una delle proteste più eloquenti
che siano uscite da un gran cuore, Ma, posto lo scopo, la sua ammirazione è
senza misura per colui che ha voluto e saputo conseguirlo. La responsabilità
morale è nello scopo, non è nei mezzi. Quanto ai mezzi, la responsabilità è nel
non sapere o nel non volere, nell'ignoranza o nella fiacchezza. Ammette il
terribile; non ammette l'odioso o lo spregevole. L'odioso è il male fatto per
libidine o per passione o per fanatismo, senza scopo. Lo spregevole è la
debolezza della tempra, che non ti fa andare là dove l'intelletto ti dice che
pur bisogna andare. Quando Machiavelli scriveva queste cose,
l'Italia si trastullava nei romanzi e nelle novelle, con lo straniero in casa.
Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. La tempra era rotta.
Tutti volevano cacciare lo straniero, a tutti puzzava il barbaro dominio; ma
erano solo velleità. E si comprende come il Machiavelli miri
principalmente a ristorare la tempra, attaccando il male nella sua radice.
Senza tempra, moralità, religione, libertà, virtù sono frasi. Al contrario,
quando la tempra si rifà, si rifà tutto l'altro. E Machiavelli glorifica la
tempra anche del male. Innanzi a lui è più uomo Cesare Borgia, intelletto
chiaro e animo fermo, ancorachè destituito d'ogni senso morale, che il buon
Pier Soderini, cima di galantuomo, ma. anima sciocca, che per la sua incapacità
e la sua fiacchezza perdette la repubblica. Ma, se in Italia la tempra
era infiacchita, lo spirito era integro. Se da una parte Machiavelli poneva a
base della vita l'essere uomo, iniziando
letà virile della forza intelligente, d'altra parte il motivo principale comico
dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza
incoerente, cioè a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco,
com'era concepito in Italia, era ridicolo per questo: che si presentava
all'immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca, senza
serietà di scopo e di mezzi, la forza come forza, e tutta la forza nei fini più
seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgane, Mandricardo, Fracassa.
C' erano certo i fini cavallereschi, come la tutela delle donne, la difesa
degli oppressi; ma che parevano a quel pubblico intelligente e scettico comici
non altrimenti che quegli effetti straordinari di forza corporale. Si può dire,
di quei cavalieri foggiati dallo spirito italiano, quello che Doralice dicea a
Mandricardo, quando lo vedea intestato a fare per una spada e uno scudo quello
che aveva fatto per impossessarsi di lei: - Non fu amore che ti mosse: fu naturale ferità di core. - Lo
spirito italiano dunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un
giuoco disordinato di forze, e dall'altra gettava la base di una nuova età su
questo principio virile: che la forza è intelligenza, serietà di scopo e di
mezzi. Ciò che l'Italia distruggeva, ciò che creava, rivelava una potenza
intellettuale, che precorreva l'Europa di un secolo. Ma in Italia c'era
l'intelligenza e non c'era la forza. E si credeva con la superiorità
intellettuale di potere cacciar gli stranieri. Era una intelligenza adulta,
svegliatissima ma astratta, una logica formale nella piena indifferenza dello
scopo. Era la scienza per la scienza, come l'arte per l'arte. Nella coscienza
non c'era più uno scopo nè un contenuto. E quando la coscienza è vuota, il
cuore è freddo, e la tempra è fiacca, anche nella maggiore virilità
dell'intelletto. Il movimento dello spirito era stato assolutamente negativo e
comico. Agl'italiani era più facile ridere delle forze indisciplinate che
disciplinarsi, e più facile ridere degli stranieri che mandarli via. Il frizzo
era l'attestato della loro superiorità intellettuale e della loro decadenza
morale. Mancava non la forza fisica e non il coraggio che ne è la conseguenza,
ma la forza morale, che ci tenga stretti intorno ad una idea e risoluti a
vivere e a morire per quella. Machiavelli ebbe una coscienza chiarissima
di questa decadenza o, com'egli diceva, corruttela: Qui - scrive - è virtù
grande nelle membra, quando la non mancasse nei capi. Specchiatevi nei duelli e
nei congressi de' pochi, quanto gl'italiani siano superiori con le forze, con
la destrezza, con l'ingegno. Pure l'Italia era corrotta, perchè difettava di
forze morali, e perciò di un degno scopo che riempisse di sè la coscienza
nazionale. Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono
i danari nè le fortezze nè i soldati, ma le forze morali o, com'egli dice, il
patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione italiana la principal causa
era il pervertimento religioso. Abbiamo di lui queste memorabili parole, di cui
Lutero era il comento: La... religione, se nei principi della repubblica
cristiana si fusse mantenuta secondo che dal datore d'essa ne fu ordinato,
sarebbero gli Stati e le repubbliche più unite e più felici assai ch'elle non
sono. Nè si può fare altra maggiore congettura della declinazione d'essa,
quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana,
capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i
fondamenti suoi e vedesse l'uso presente quanto è diverso da quelli,
giudicherebbe esser propinquo senza dubbio o la rovina o il flagello. Certo, non
è ufficio grato dire dolorose verità al proprio paese, ma è un dovere di cui
l'illustre uomo sente tutta la grandezza: Chi nasce in Italia e in Grecia, e
non sia divenuto in Italia oltramontano e in Grecia turco, ha ragione di
biasimare i tempi suoi. Per lui è questo una sacra missione, un atto di
patriottismo. Il suo sguardo abbraccia tutta la storia del mondo. Vede tanta
gloria in Assiria, in Media, in Persia, in Grecia, in Italia e Roma. Celebra il
regno de' franchi, il regno de' turchi, quello del soldano, e le geste
della setta saracina, e le virtù de' popoli della Magna al tempo suo. Lo
spirito umano, immutabile e immortale, passa di gente in gente e vi mostra la
sua virtù. E quando getta l'occhio sull'Italia, il paragone lo strazia. Le sue
più belle pagine storiche sono dove narra la decadenza di Genova, di Venezia,
di altre città italiane, in tanto fiorire degli Stati europei. Non adulare il
suo paese, ma dirgli il vero, fargli sentire la propria decadenza, perchè ne
abbia vergogna e stimolo, descrivere la malattia e notare i rimedi, gli pare
ufficio di uomo dabbene. Questo sentimento del dovere dà alle sue parole una
grande elevatezza morale: Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora
regna non fussero più chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto. Ma,
essendo la cosa così manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire
manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi, acciocchè gli
animi de' giovani, che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi e
prepararsi ad imitar quelli... Perchè gli è ufficio d'uomo buono quel bene, che
per la malignità de' tempi e della fortuna tu non hai potuto operare,
insegnarlo ad altri, acciocchè, essendone molti capaci, alcuno di quelli più
amati dal cielo possa operarlo. Queste parole sono un monumento. Ci si sente
dentro lo spirito di Dante. Machiavelli tiene la sua promessa. Giudica con
severità uomini e cose. Del papato tutti sanno quello che ha scritto. Nè è più
indulgente verso i principi: Questi nostri principi, che erano stati molti anni
nel principato loro, per averlo dipoi perso non accusino la fortuna, ma
l'ignavia loro; perchè, non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possano
mutarsi... quando poi vennero i tempi avversi, pensarono a fuggirsi e non a
difendersi. Degli avventurieri De Sanctis scrive: Il fine della loro
virtù è stato che (Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da
Ferrando e vituperata dai svizzeri;... tanto che essi hanno condotta Italia
schiava e vituperata. Ne è meno severo verso i gentiluomini, avanzi feudali,
rimasti vivi ed eterni in questa maravigliosa pittura Gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi
vivono dei proventi delle loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna
cura o di coltivare o di alcun'altra necessaria fatica a vivere. Questi tali
sono perniciosi in ogni repubblica ed in ogni provincia : ma più perniciosi
sono quelli che, oltre alle predette fortune, comandano a castella ed hanno
sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti di uomini ne sono pieni il
regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in
quelle provincie non è mai stata alcuna repubblica nè alcuno vivere politico,
perchè tali generazioni d'uomini sono nemici di ogni civiltà. Degna di nota è
qui l'idea, tutta moderna, che il fine dell'uomo è il lavoro e che il maggior
nemico della civiltà è l'ozio: principio che ha gettato giù i conventi ed ha
rovinato dalla radice non solo il sistema ascetico o contemplativo, ma anche il
sistema feudale, fondato su questo fatto: che l'ozio dei pochi viveva del
lavoro dei molti. Un uomo, che con una sagacia pari alla franchezza nota tutte
le cause della decadenza italiana, poteva ben dire, accennando a Savonarola:
Ond'è che a Carlo, re di Francia, fu lecito pigliare Italia col gesso; e chi
diceva come di questo ne erano cagione i peccati nostri, diceva il vero; ma non
erano già quelli che credeva, ma questi ch'io ho narrati. Gli oziosi sono
fatalisti. Spiegano tutto con la fortuna o la sfortuna. Anche allora dei mali
d'Italia accusavano la mala sorte. Machiavelli scrive: La fortuna... dimostra
la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi rivolge i suoi
impeti dove sa che sono fatti gli argini e i ripari a tenerla. E se voi
considererete l'Italia, che è la sede di queste variazioni e quella che ha dato
loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun
riparo. Essendo l'Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un
redentore, un principe italiano, che, come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo, la
riordini, persuaso che a riordinare uno Stato si richieda l'opera di uno solo,
a governarlo l'opera di tutti. Ne' grandi pericoli i romani nominavano un
dittatore: nell'estremo della corruzione Machiavelli non vede altro scampo che
nella dittatura: Cercando un principe la gloria del mondo, dovrebbe desiderare
di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto, come Cesare, ma
per riordinarla, come Romolo. Di Cesare -scrive un giudizio originale rimasto
celebre: Nè sia alcuno che s'inganni per la gloria di Cesare, sentendo le
massime celebrate dagli scrittori; perchè questi che lo laudano sono corrotti
dalla fortuna sua e spauriti dalla lunghezza dell'imperio, il quale, reggendosi
sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori parlassero liberamente di
lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbero, veda
quello che dicono di Catilina. E tanto è più detestabile Cesare, quanto è più
da biasimare quello che ha fatto che quello che ha voluto fare un male. Vedasi
pure con quante laudi celebrano Bruto; talchè, non potendo biasimare quello per
la sua potenza, essi celebrano il nemico suo... E conoscerà allora benissimo
quanti obblighi Roma, Italia e il mondo abbia con Cesare. Machiavelli promette,
a chi prende lo Stato con la forza, non solo l'amnistia, ma la gloria, quando
sappia ordinarlo: Considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione, come
sono loro proposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte lì
rende gloriosi; l'altra li fa vivere in continue angustie, e dopo la morte
lasciare di sè una sempiterna infamia. Invoca egli dunque un qualche amato dal
cielo, che sani l'Italia dalle sue ferite, e ponga fine... a' sacchi di
Lombardia, alle espilazioni e taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di
quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite E' l'idea tradizionale del redentore o del
messia. Anche Dante invocava un messia politico, il veltro. Se non che,
il salvatore di Dante ghibellino era Arrigo di Lussemburgo, perchè la sua
Italia era il giardino dell'impero: dove il salvatore di Machiavelli doveva
essere un principe italiano, perchè la sua Italia era nazione autonoma, e tutto
ciò che era fuori di essa era straniero, barbaro, oltramontano. Chi vuol vedere
il progresso dello spirito italiano da Dante a Machiavelli, paragoni la mistica
e scolastica Monarchia dell'uno col Principe dell'altro, così moderno ne'
concetti e nella forma. L'idea del Machiavelli riuscì un'utopia, non meno
che l'idea di Dante. Ed oggi è facile assegnarne le ragioni. Patria, libertà,
Italia, buoni ordini, buone armi, erano parole per le moltitudini,
dove non era penetrato alcun raggio d'istruzione e di educazione. Le
classi colte, ritiratesi da lungo tempo nella vita privata, tra ozi idillici e
letterari, erano cosmopolite, animate dagli interessi generali dell'arte e
della scienza, che non hanno patria. Quell'Italia di letterati corteggiati e
cortigiani perdeva la sua indipendenza, e non aveva quasi aria di accorgersene.
Gli stranieri prima la spaventarono con la ferocia degli atti e dei modi; poi
la vinsero con le moine, inchinandola e celebrando la sua sapienza. E per
lungo tempo gl'italiani, perduta libertà e indipendenza, continuarono a
vantarsi, per bocca dei' loro poeti, signori del mondo e a ricordare le avite
glorie. Odio contro gli stranieri ce n' era, ed anche buona volontà di
liberarsene. Ma c'era così poca fibra, che di una redenzione italica non ci fu
neppure il tentativo. Nello stesso Machiavelli fu una idea, e non sappiamo che
abbia fatto altro di serio, per giungere alla sua attuazione, che di scrivere
un magnifico capitolo, in un linguaggio rettorico e poetico fuori del suo
solito, e che testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore che la calma
persuasione di un uomo politico. Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' di
traverso dai suoi desidèri. Il suo onore, come cittadino, è di avere avuto
queste illusioni. E la sua gloria, come pensatore, è di avere stabilito la sua
utopia sopra elementi veri e durevoli della società moderna e della nazione
italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale
egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verità del futuro.
Non è meraviglia che il Machiavelli, con tanta esperienza del mondo, con tanta
sagacia d'osservazione, abbia avuto illusioni, perchè nella sua natura c'è
entrato molto del poetico. Vedilo nell'osteria giocare con l'oste, con un
mugnaio, con due fornaciari a picca e a
trie trac : E... nascono mille contese e mille dispetti di parole
ingiuriose, e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti
nondimanco gridare da San Casciano. Questo non è che plebeo, ma diviene
profondamente poetico nel comento appostovi: Rinvolto in quella viltà, traggo
il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento
mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Vedilo tutto
solo per il bosco, con un Petrarca o con un Dante, libertineggiare con lo spirito, fantasticare, abbandonalo
alle onde dell'immaginazione: Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel
mio scrittoio; ed in sull'uscio mi spoglio quella vesta contadina piena di
fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito decentemente
entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto
amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui;
dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro
azioni, ed essi per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di
tempo alcuna noia, e dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi
sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro. Quel trasferirsi in loro, quel libertineggiare sono frasi energiche di uno spirito
contemplativo, estatico, entusiastico. C'è una parentela tra Dante e
Machiavelli. Ma è un Dante nato dopo Lorenzo de' Medici, nutrito dello spirito
del Boccaccio, che si beffa della divina
commedia e cerca la commedia in questo
mondo. Nella sua utopia è visibile una esaltazione dello spirito, poetica e
divinatrice. Ecco il principe leva la bandiera, grida : - Fuori i barbari! ---
a modo di Giulio. Il poeta è lì; assiste allo spettacolo della sua
immaginazione: Quali porte se gli serrerebbero? quali popoli gli negherebbero
l'ubbidienza? quale invidia se gli opporrebbe? quale italiano gli negherebbe
l'ossequio? E finisce co' versi del Petrarca Virtù contro al Furore
prenderà l'arme, e fia il combatter corto : chè l'antico valore negl'italici
cuor non è ancor morto. Ma furono brevi illusioni. C'era nel suo spirito la
bella immagine di un mondo morale e civile e di un popolo virtuoso e
disciplinato, ispirata dall'antica Roma: ciò che lo fa eloquente ne' suoi
biasimi e nelle sue lodi. Ma era un mondo poetico troppo disforme alla realtà,
ed egli medesimo è troppo lontano da quel tipo, troppo simile per molte parti
ai suoi contemporanei. Ond'è che la sua vera musa non è l'entusiasmo: è
l'ironia. La sua aria beffarda, congiunta con la sagacia dell'osservazione, lo
chiariscono uomo del Risorgimento. De' principi ecclesiastici scrive:
Costoro soli hanno Stati e non li difendono, hanno sudditi e non li governano,
e gli Stati per essere indifesi non sono loro tolti, e i sudditi per non essere
governati non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da loro... Essendo
quelli retti da cagione superiore, alla quale la mente umana non aggiugne,
lascerò il parlarne; perchè, essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe
ufficio d'uomo presuntuoso e temerario il discorrerne. In tanta riverenza di
parole, non è difficile sorprendere sulle labbra di chi scrive quel piglio
ironico che trovi nei contemporanei. Famosi sono i suoi ritratti per
l'originalità e vivacità dell' osservazione. Dei francesi e spagnuoli scrive:
Il francese ruberia con lo alito, per mangiarselo e mandarlo a male, e
goderselo con colui a chi lo ha rubato. Natura contraria alla spagnuola, che di
quello che ti ruba mai ne vedi niente. Da questo profondo ed originale talento
di osservazione, da questo spirito ironico uscì la Mandragola: l'alto riso nel
quale finirono le sue illusioni e i suoi disinganni. Dopo i primi
tentativi idillici, la commedia si era chiusa nelle forme di Plauto e di
Terenzio. L'Ariosto scriveva per la corte di Ferrara; il Cardinale di Bibbiena
scriveva per le corti di Urbino e di Roma. Vi si rappresentavano anche con
molta magnificenza traduzioni dal latino. Talora gli attori erano fanciulli. Fu
pur troppo nuova cosa - scrive il Castiglione - vedere vecchiettini lunghi un
palmo servare quella gravità, quelli gesti così severi, [simular] parassiti e
ciò che fece mai Menandro. Accompagnamento alla commedia era la musica, e
intermezzi o intromesse erano le moresche, balli mimici. Le decorazioni
magnifiche. Nella rappresentazione della Calandria in Urbino vedevi un
tempio... tanto ben finito - dice il Castiglione, - che... non saria possibile
a credere che fosse fatto in quattro mesi: tutto lavorato di stucco, con
istorie bellissime: finte le finestre d'alabastro: tutti gli architravi e le
cornici d'oro fino e azzurro oltramarino...: figure intorno tonde finte di
marmo...: colonnette lavorate... Da un de' capi era un arco trionfale... Era
finta di marmo, ma era pittura, la istoria delli tre Orazi, bellissima... In
cima dell'arco era una figura equestre bellissima, tutta tonda, armata, con un
bello atto, che feria con un'asta un nudo che gli era a' piedi. L'Italia
si vagheggiava colà in tutta la pompa delle sue arti: architettura, scultura,
pittura. Musiche bizzarre, tutte nascoste e in diversi luoghi. Quattro
intromesse, una moresca di Iasòn o Giasone, un carro di Venere, un carro di
Nettuno, un carro di Giunone. La prima intromessa è così descritta dal
Castiglione: La prima fu una moresca di Iasòn, il quale comparse nella scena da
un capo ballando, armato all'antica, bello, con la spada e una targa bellissima;
dall'altro furon visti in un tratto due tori, tanto simili al vero che alcuni
pensaron che fosser veri, che gittavano fuoco dalla bocca, ecc. A questi
s'accostò il buon Iasòn, e feceli arare, posto loro il giogo e l'aratro; e poi
seminò i denti del dracone: e nacquero appoco appoco, del palco, uomini armati
all'antica, tanto bene quanto credo io che si possa. E questi ballarono una
fiera moresca, per ammazzar Iasòn; e poi, quando furono all'entrare,
s'ammazzavano ad uno ad uno, ma non si vedeano morire. Dietro ad essi se
n'entrò Iasòn, e subito uscì col vello d'oro alle spalle, ballando
eccellentissimamente. E questo era il Moro, e questa fu la prima intromessa.
Finita la commedia nacque sul palco all'improvvisto un amorino, che dichiarò
con alcune stanze il significato delle intromesse. Poi s'udì una musica nascosa
di quattro viole, e poi quattro voci con le viole, che cantarono una stanza con
un bello aere di musica, quasi una orazione ad Amore; e così fu finita la
festa, con grande satisfazione e piacere di chi la vide;.....dice sempre il
Castiglione, l'autore del Cortigiano, che ci ebbe non piccola parte ad
ordinarla. Cosa era questa Calandria, nella cui rappresentazione Urbino e poi
Roma sfoggiarono tanto lusso ed eleganza? Il protagonista è Calandro, un
facsimile di Calandrino, il marito sciocco: motivo comico del Decamerone,
rimasto proverbiale in tutte le commedie e novelle. Non vi manca il negromante
o l'astrologo che vive a spese de' gonzi. L'intreccio nasce da un fratello e
una sorella similissimi di figura, che, vestiti or da uomo or da donna,
generano equivoci curiosissimi. Dov'è lo sciocco c' è anche il furbo, e il
furbo è Fessenio, licenzioso, arguto, cinico, che fa il mezzano al padrone, il
cui pedagogo ci perde le sue lezioni. Molto bella è una scena tra il pedagogo e
Fessenio: il pedagogo che moralizza, e Fessenio che gli dà la baia. Come
si vede, l'argomento è di Plauto e il pensiero è del Boccaccio. La tela è
antica, lo spirito è moderno. Assisti ad una rappresentazione di una delle più
ciniche novelle del Decamerone. Caratteri, costumi, lingua e stile, tutto è
vivo e fresco: ci senti la scuola fiorentina del Berni e del Lasca, l'alito di
Lorenzo de’MEDICI (si veda). E' uno sguardo allegro e superficiale gettato sul
mondo. I caratteri vi sono appena sbozzati; domina il caso e il capriccio; gli
accidenti più strani si addossano gli uni sugli altri, crudi, senza sviluppo,
più simili a' balli mimici delle intromesse che a vere e serie
rappresentazioni. Pare che quegli uomini non avessero tempo di pensare e non di
sentire, e che tutta la loro vita fosse esteriore, come la vita teatrale in
certi tempi è stata tutta nelle gole dei cantanti e nelle gambe delle
ballerine. Queste erano le commedie dette
d'intreccio, sullo stesso stampo delle novelle. A prima vista, ti pare
qualcosa di simile la Mandragola. Anche qui vi è grande varietà d'intreccio,
con accidenti i più comici e più strani. Ma niente è lasciato al caso.
Machiavelli concepisce la commedia come ha concepito la storia. Il suo mondo comico
è un gioco di forze, dotate ciascuna di qualità proprie, che debbono condurre
inevitabilmente al tale risultato. L'interesse è perciò tutto nei caratteri e
nel loro sviluppo. Il protagonista è il solito marito sciocco. Il suo
Calandrino o Calandro è il dottor Nicia, uomo istruito e che sa di latino,
gabbato facilmente da uomini, che hanno minor dottrina dì lui ma più pratica
del mondo. C è già qui un concetto assai più profondo che non in Calandro: si
sente il grande pensatore. L'obbiettivo dell'azione comica è la moglie,
virtuosissima e prudentissima donna, vera Lucrezia. E si tratta di vincerla non
con la forza, ma con l'astuzia. Gli antecedenti sono simili a quelli della
Lucrezia romana. Callimaco, come Sesto, sente vantar la sua bellezza, e lascia
Parigi e torna a Firenze sua patria, risoluto di farla sua. La tragedia romana
si trasforma nella commedia fiorentina. Il mondo è mutato e rimpiccinito,
Collatino è divenuto Nicia. Come Machiavelli ha potuto esercitare il suo
ingegno a scriver commedie? Scusatelo con questo: che s'ingegna con
questi van pensieri fare il suo tristo tempo più soave, perchè
altrove non ave dove voltare il viso; chè gli è stato interciso
mostrar con altre imprese altre virtue, non sendo premio alle fatiche
sue. Cattivi versi, ma strazianti. Il suo riso è frutto di malinconia. Mentre
Carlo ottavo correva Italia, Piero de' Medici e Federigo d'Aragona si
scrivevano i loro intrighi d'amore; il cardinale da Bibbiena, assassinato di amore, e il Bembo esalavano in
lettere i loro sospiri, e l'uno scrivea gli Asolanie l'altro la Calandria; e
Machiavelli parlava al deserto, ammonendo, consigliando; e non udito e non
curato, fece come gli altri: scrisse commedie, ed ebbe l'onore di far ridere molto
il papa e i cardinali. Callimaco, l'innamorato di Lucrezia, si associa
all'impresa Ligurio, un parassito che usava in casa Nicia. Lo sciocco è Nicia:
il furbo è Ligurio, l'amico di casa, come si direbbe oggi. Ligurio tiene le
fila in mano, e fa muovere tutti gli attori a suo gusto, perchè conosce il loro
carattere, ciò che li muove. Ligurio è un essere destituito d'ogni senso morale
e che per un buon boccone tradirebbe Cristo. Non ha bisogno di essere Jago,
perchè Nicia non è Otello. E' un volgare mariuolo, che con un po' più di
spirito farebbe ridere. Riesce odioso e spregevole, il peggior tipo di uomo che
abbia nel Principe concepito Machiavelli. Fessenio è più allegro e più
spiritoso, perciò più tollerabile. Ciò che muove Ligurio e gli aguzza lo
spirito è la pancia: finisce le sue geste in cantina. Ma questo suo lato comico
è appena indicato, e questa figura ti riesce volgare e fredda. Un altro
associato di Callimaco è il suo servo Siro. Costui ha poca parte, ma è assai
ben disegnato. Ode tutto, vede tutto, capisce tutto; ed ha aria di non udire,
non vedere e non capire: fa l'asino in mezzo ai' suoni. Ma questo lato comico è
poco sviluppato, e ti riesce anche lui freddo: ciò che non guasta nulla,
essendo una parte secondaria. Colui, che è dietro la scena e fa ballare i suoi
figurini, è Ligurio. E sembra che l'ambizione di questo furfante sia di
nascondere sè e mettere in vista tutto il suo mondo. Poco interessante per se
stesso, lo ammiri nella sua opera e perdi lui di vista. Callimaco è un
innamorato: per aver la sua bella farebbe monete false. La parte odiosa è
riversata sul capo di Ligurio. A lui le smanie e i deliri. Non è amore
petrarchesco e non è cinica volgarità: è vero amor naturale coi colori suoi,
rappresentato con una esagerazione e una bonomia che lo rende comico... Mi fo
di buon cuore, ma io ci sto poco su; perchè d'ogni parte mi assalta tanto desio
d'essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante dei piè al capo
tutto alterare : le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si
sbarba del petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi
abbarbagliano, il cervello mi gira. Ma queste sono figure secondarie.
L'interesse è tutto intorno al dottor Nicia, il marito sciocco, sì sciocco che
diviene istrumento inconsapevole dell'innamorato e lo conduce lui stesso al
letto nuziale. L'autore, molto sobrio intorno alle figure accessorie, concentra
il suo spirito comico attorno a costui e lo situa ne' modi più acconci a
metterlo in lume. La sua semplicità è accompagnata con tanta presunzione di
saviezza e con tanta sicurezza di condotta, che l'effetto comico se ne
accresce. E Ligurio non solo lo gabba, ma ci si spassa, e gli tiene sempre la
candela sul viso per farlo ben vedere agli spettatori. Nelle ultime scene c' è
una forza e originalità comica che ha pochi riscontri nel teatro antico e
moderno. Il difficile non era gabbare Nicia, ma persuadere Lucrezia. L'azione,
così comica per rispetto a Nicia, qui s'illumina di una luce fosca e ti rivela
inesplorate profondità. Gli strumenti adoperati a vincer Lucrezia sono il
confessore e la madre, la venalità dell'uno, l'ignoranza superstiziosa
dell'altra. E Machiavelli, non che voglia palliare, qui è terribilmente
ignudo: scopre senza pietà quel putridume. Sostrata, la madre, in poche
pennellate è ammirabilmente dipinta. E' una brava donna, ma di poco criterio, e
avvezza a pensare col cervello del suo confessore. Alle ragioni
della figliuola risponde: - Io non ti so
dir tante cose, figliuola mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà,
e farai quello che tu dipoi sarai consigliata da lui, da noi e da chi ti vuol
bene. - E non si parte mai di là: è la sua idea fissa, la sua sola idea: - Io t'ho detto e ridicoti che, se fra Timoteo
ti dice che non ci sia carico di coscienza, che tu lo faccia senza pensarvi. -
Il confessore sa perfettamente che madre è questa. -... E'... una bestia - dice
- e mi sarà un grande aiuto a condurla (Lucrezia) alle mie voglie.
Il carattere più interessante è fra Timoteo, precursore di Tartufo: meno
artificiale, anzi tutto naturale. Fa bottega della chiesa, della Madonna, del
purgatorio. Ma gli uomini non ci credono più, e la bottega redde poco. E lui
aguzza l'ingegno. Se la prende co' frati, che non sanno mantenere la
reputazione all'immagine miracolosa della Madonna: Io dissi il matutino, lessi
una Vita de' santi padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada ch'era spenta,
mutai il velo ad una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi
frati che la tengano pulita? E si meravigliano poi se la devozione manca... Oh
quanto poco cervello è in questi miei frati! Il suo primo ingresso sulla scena
è pieno di significato: colto sul fatto in un dialogo con una sua penitente:
pittura di costumi profonda della sua semplicità. Sta spesso in chiesa, perché
in chiesa vale più la sua mercanzia. E' di mediocre levatura, buono a uccellar
donne:...Madonna Lucrezia è savia e buona. Ma io la giungerò in su la bontà, e
tutte le donne hanno poco cervello; e come n'è una che sappia dire due parole,
e' se de predica; perché in terra di ciechi chi ha un occhio è signore. Conosce
bene i suoi polli: Le più caritative persone che ci siano son le donne, e le
più fastidiose. Chi le scaccia, fugge i fastidi e l'utile; chi le intrattiene,
ha l'utile e i fastidi insieme. Ed è il vero che non c è il miele senza le
mosche. Biascica paternostri e avemarie, e usa i modi e il linguaggio del
mestiere con la facilità indifferente e meccanica dell'abitudine. A Ligurio,
che, promettendo larga lemosina, gli richiede che procuri un aborto, risponde:
- Sia col nome di Dio, si faccia ciò che
volete, e per Dio e per carità sia fatta ogni cosa... Datemi... cotesti denari,
da poter cominciare a far qualche bene. - Parla spesso solo, e sì fa il
suo esame, e si dà l'assoluzione, sempre che gliene venga utile: Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da
ciascuno per diversi rispetti sono per trarre assai. La cosa conviene che sia
segreta, perchè l'importa così a loro dirla come a me. Sia come si voglia, io
non me ne pento. Se mostra inquietudine, è per paura che si sappia Dio sa ch'io
non pensava a ingiuriare persona: stavami nella mia cella, diceva il mio
officio, intratteneva i miei devoti. Mi capitò innanzi questo diavolo di
Ligurio, che mi fece intíngere il dito in un errore, donde io vi ho messo il
braccio e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi
conforto che, quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura. Questo
è l'uomo a cui la madre conduce la figliuola. Il frate impiega tutta la sua
industria a persuaderla, e non si fa coscienza di adoperarvi quel poco che sa
del Vangelo e della storia sacra: Io son contenta - conclude Lucrezia; - ma non
credo mai esser viva domattina. E il frate risponde: Non dubitare, figliuola
mia, io pregherò Dio per te, io dirò l'orazione dell'angiol Raffaello, che
t'accompagni. Andate in buon'ora, e preparatevi a questo misterio, chè si fa
sera. Rimanete in pace, padre - dice la madre; e la povera Lucrezia, che non è
ben persuasa, sospira Dio m'aiuti e la Nostra Donna ch'io non càpiti male. Quel
fatto il frate lo chiama un misterio, e
il mezzano è l' angiol Raffaello !
Queste cose movevano indignazione in Germania e provocavano la Riforma. In
Italia faceva invece ridere. E il primo a ridere era il papa. Quando un male
diviene così sparso dappertutto e così ordinario che se ne ride, è cancrena e
non vi è rimedio. Tutti ridevano. Ma il riso di tutti era buffoneria,
passatempo. Nel riso del Machiavelli c'è alcunchè di tristo e di serio, che
oltrepassa la caricatura e nuoce all'arte. Evidentemente, il poeta non piglia
confidenza con Timoteo, non lo situa come fa di Nicia, non ci si spassa, se ne
sta lontano, quasi abbia ribrezzo. Timoteo è anima secca, volgare e stupida,
senz'immaginazione e senza spirito: non è abbastanza idealizzato, ha colori
troppo crudi e cinici. Lo stile, nudo e naturale, ha aria più di discorso che
di dialogo. Senti meno il poeta che il critico, il grande osservatore e
ritrattista. Appunto perciò la Mandragola è una commedia che ha fatto il
suo tempo. E' troppo incorporata in quella società, in ciò ch'ella ha di più
reale e particolare. Quei sentimenti e quelle impressioni, che la ispirarono,
non li trovi oggi più. La depravazione del prete e la sua terribile influenza
sulla donna e sulla famiglia appare a noi un argomento pieno di sangue non
possiamo farne una commedia. Machiavelli stesso, che trova tanti lazzi nella
pittura di Nicia, qui perde il suo buon umore e la sua grazia, e mi assomiglia
piuttosto un anatomico che snuda le carni e mostra i nervi e i tendini.
Nella sua immaginazione non c'è il riso e non c'è l'indignazione al cospetto di
Timoteo: c'è quella spaventevole freddezza con la quale ritrae il principe o
l'avventuriero o il gentiluomo. Sono come animali strani, che, curioso
osservatore, egli analizza e descrive, quasi faccia uno studio, estraneo alle
emozioni e alle impressioni. La Mandragola è la base di tutta una nuova
letteratura. E' un mondo mobile e vivace, che ha varietà, sveltezza, curiosità,
come un mondo governato dal caso. Ma sotto queste apparenze frivole si
nascondono le più profonde combinazioni della vita interiore. L'impulso
dell'azione viene da forze spirituali, inevitabili come il fato. Basta
conoscere i personaggi per indovinare la fine. Il mondo è rappresentato come
una conseguenza, le cui premesse sono nello spirito o nel carattere, nelle
forze che lo movono. E chi meglio sa calcolarle, colui vince. Il
soprannaturale, il meraviglioso, il caso sono detronizzati. Succede il
carattere. Quello, che Machiavelli è nella storia e nella politica, è ancora
nell'arte. Si distinsero due specie di commedie : d'intrecci e di caratter.
Commedia d'intrecci fu detta dove l'interesse nasce dagli sviluppi dell'azione,
come erano tutte le commedie e novelle di quel tempo e anche tragedie. Si
cercava l'effetto nella stranezza e nella complicazione degli accidenti. Commedia di carattere fu detta dove l'azione è mezzo a mettere in
mostra un carattere. E sono definizioni viziose. Hai da una parte commedie
sbardellate per troppo cumulo d'intrighi, dall'altra commedie scarne per troppa
povertà d'azione. Machiavelli riunisce le due qualità. La sua commedia è una
vera e propria azione, vivacissima di movimenti e di situazioni, animata da
forze interiori, che ci stanno come forze o istrumenti e non come fini o
risultati. Il carattere è messo in vista vivo, come forza operante, non come
qualità astratta. Ciò che di più profondo ha il pensiero esce fuori sotto le
forme più allegre e più corpulente, fino della più volgare e cinica buffoneria,
come è il don Cuccù, e la palla di aloè. C'è lì tutto Machiavelli,
l'uomo che giocava all'osteria e l'uomo che meditava allo scrittoio. Di
ogni scrittore muore una parte. E anche del Machiavelli una parte è morta:
quella per la quale è venuto a triste celebrità. E' la sua parte più grossolana,
è la sua scoria quella che ordinariamente è tenuta parte sua vitale, così
vitale che è stata detta il machiavellismo. Anche oggi, quando uno
straniero vuol dire un complimento all'Italia, la chiama patria di Dante e di
Savonarola, e tace di Machiavelli. Noi stessi non osiamo chiamarci figli di
Machiavelli. Tra il grande uomo e noi c'è il machiavellismo. E' una
parola, ma una parola consacrata dal tempo, che parla all'immaginazione e ti
spaventa come fosse l'orco. Del Machiavelli è avvenuto quello che del Petrarca.
Si è chiamato petrarchismo quello che in
lui è un incidente ed è il tutto ne' suoi imitatori. E si è chiamato
machiavellismo quello che nella sua
dottrina è accessorio e relativo, e si è dimenticato quello che vi è di
assoluto e di permanente. Così è nato un Machiavelli di convenzione, veduto da
un lato solo e dal meno interessante. E' tempo di rintegrare l'immagine.
C'è nel Machiavelli una logica formale e c'è un contenuto. La sua logica
ha per base la serietà dello scopo, ciò ch'egli chiama virtù : Proporti uno scopo quando non puoi o
non vuoi conseguirlo, è da femmina. Essere uomo significa marciare allo scopo.
Ma nella loro marcia gli uomini errano spesso, perchè hanno l'intelletto e la
volontà intorbidata da fantasmi e da sentimenti, e giudicano secondo le
apparenze. Sono spiriti fiacchi e deboli quelli che stimano le cose come le
paiono e non come le sono, a quel modo che fa la plebe. Cacciar via
dunque tutte le vane apparenze e andare allo scopo con lucidità di mente e
fermezza di volontà, questo è essere un uomo, aver la stoffa d'uomo. Quest'uomo
può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo. Ciò è fuori
dell'argomento, è un altro aspetto dell'uomo. Ciò che riguarda Machiavelli è di
vedere se è un uomo: ciò che mira è rifare le radici alla pianta uomo, in declinazione. In questa sua logica
la virtù è il carattere o la tempra, e il vizio è l'incoerenza, la paura,
l'oscillazione. Si comprende che in questa generalità c'è lezioni per tutti,
per ibuoni e per i birbanti, e che lo stesso libro sembra agli uni il codice
dei tiranni e agli altri il codice degli uomini liberi. Ciò che vi
s'impara è di essere un uomo, come base di tutto il resto. Vi s'impara che la
storia, come la natura, non è regolata dal caso, ma da forze intelligenti e
calcolabili, fondate sulla concordanza dello scopo e de' mezzi; e che l'uomo,
come essere collettivo o individuo, non è degno di questo nome se non sia anche
esso una forza intelligente, coerenza di scopo e di mezzi. Da questa base esce
l'età virile del mondo, sottratta possibilmente all'influsso dell'immaginazione
e delle passioni, con uno scopo chiaro e serio e con mezzi precisi. Questo è il
concetto fondamentale, l'obbiettivo del Machiavelli. Ma non è principio
astratto e ozioso: c'è un contenuto, che abbiamo già delineato ne' tratti
essenziali. La serietà della vita terrestre col suo strumento, il lavoro;
col suo obbiettivo, la patria; col suo principio, l'eguaglianza e la libertà;
col suo vincolo morale, la nazione; col suo fattore, lo spirito o il pensiero
umano, immutabile ed immortale; col suo organismo, lo Stato, autonomo e
indipendente; con la disciplina delle forze; con l'equilibrio degl'interessi:
ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo del Machiavelli, a cui
è di corona la gloria, cioè l'approvazione del genere umano, ed è di base la
virtù o il carattere: altere et pati
fortia. Il fondamento scientifico di questo mondo è la cosa effettuale, come te
la porge l'esperienza e l'osservazione. L'immaginazione, il sentimento,
l'astrazione sono così perniciosi nella scienza come nella vita. Muore la
scolastica : nasce la scienza. Questo è il vero machiavellismo, vivo, anzi
giovane ancora. E' il programma del mondo moderno, sviluppato, corretto,
ampliato, più o meno realizzato. E sono grandi le nazioni che più vi si
avvicinano. Siano dunque alteri del nostro Machiavelli. Gloria a lui quando
crolla alcuna parte dell'antico edificio, e gloria a lui quando si fabbrica
alcuna parte del nuovo ! In questo momento che scrivo (1870), le campane
suonano a distesa e annunziano l'entrata degl'italiani a Roma. Il potere
temporale crolla, e si grida il viva
all'unità d'Italia. Sia gloria al Machiavelli ! Scrittore non solo
profondo, ma simpatico. Perchè nelle sue transazioni politiche discerni sempre
le sue vere inclinazioni. Antipapale, antifeudale, civile, moderno. E quando,
stretto dal suo scopo, propone certi mezzi, non di rado s'interrompe, protesta,
ha quasi aria di chiederti scusa e di dirti: - Guarda che siamo in tempi
corrotti; e se i mezzi son questi e il mondo è fatto così, la colpa non è
mia. Ciò che è morto del Machiavelli non e il sistema, è la sua
esagerazione. La sua patria mi rassomiglia troppo l'antica divinità, e assorbe
in sè religione, moralità, individualità. Il suo Stato
non è contento di essere esso autonomo, ma toglie l'autonomia a tutto il
rimanente. Ci sono i dritti dello Stato: mancano i dritti dell'uomo. La ragione di Stato ebbe le sue forche, come l'Inquisizione ebbe i
suoi roghi, e la salute pubblica le sue mannaie. Fu Stato di
guerra, e in quel furore di lotte religiose e politiche ebbe la sua culla
sanguinosa il mondo moderno. Dalla forza uscì la giustizia. Da quelle lotte
uscì la libertà di coscienza, l'indipendenza del potere civile e più tardi la
libertà e la nazionalità. E se chiamate machiavellismo quei mezzi, vogliate
chiamare machiavellismo quei fini. Ma i mezzi sono relativi e si trasformano,
sono la parte che muore: i fini rimangono eterni. Gloria del Machiavelli
è il suo programma; e non è sua colpa che l'intelletto gli abbia indicati de'
mezzi, i quali la storia posteriore dimostrò conformi alla logica del mondo. Fu
più facile il biasimarli che sceglierne altri. Dura lex, sed ita lex. Certo,
oggi il mondo è migliorato in questo aspetto. Certi mezzi non sarebbero più
tollerati e produrrebbero un effetto opposto a quello che se ne attendeva
Machiavelli: allontanerebbero dallo scopo. L'assassinio politico, il
tradimento, la frode, le sètte, le congiure sono mezzi che tendono a
scomparire. Presentiamo già tempi più umani e civili, dove non sono più
possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di Stato
e la salute pubblica. Sarà l'età dell'oro. Le nazioni saranno confederate, e
non ci sarà altra gara che d'industrie, di commerci e di studi. E' un bel
programma. E quantunque sembri un'utopia, non dispero. Ciò che lo spirito
concepisce, presto o tardi viene a maturità. Ho fede nel progresso e
nell'avvenire. Ma siamo ben lontani dal Machiavelli. E anche dai nostri tempi.
E non è con i criteri di un mondo nascosto ancora nelle ombre dell'avvenire che
possiamo giudicare e condannare Machiavelli. Anche oggi siamo costretti a dire:
- Crudele è la logica della storia; ma quella è. Nel machiavellismo c'è
una parte variabile nella qualità e nella quantità, relativa al tempo, al
luogo, allo stato della coltura, alle condizioni morali de' popoli. Questa
parte, che riguarda i mezzi, è molto mutata, e muterà in tutto, quando la
società sarà radicalmente rinnovata. Ma la teoria de' mezzi è assoluta ed
eterna, perchè fondata sulle qualità immutabili della natura umana. Il
principio, dal quale si sviluppa quella teoria, è questo: che i mezzi debbono
avere per base l'intelligenza e il calcolo delle forze che muovono gli uomini.
E' chiaro che in queste forze c'è l'assoluto e il relativo; e il torto del
Machiavelli, comunissimo a tutti i grandi pensatori, è di avere espresso in
modo assoluto tutto, anche ciò che è essenzialmente relativo e variabile.
Il machiavellismo, in ciò che ha di assoluto o di sostanziale, è l'uomo considerato
come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua natura i suoi
fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua grandezza e della sua
decadenza, come uomo e come società. Su questa base sorgono la storia, la
politica, e tutte le scienze sociali. Gli inizi della scienza sono ritratti,
discorsi, osservazioni di uomo che alla coltura classica unisca esperienza
grande e un intelletto chiaro e libero. Questo è il machiavellismo, come
scienza e come metodo. Ivi il pensiero moderno trova la sua base e il suo
linguaggio. Come contenuto, il machiavellismo sui rottami del medio evo abbozza
un mondo intenzionale, visibile tra le transazioni e i vacillamenti dell'uomo
politico: un mondo fondato sulla patria, sulla nazionalità, sulla libertà, sull'uguaglianza,
sul lavoro, sulla virilità e serietà dell'uomo. In letteratura, l'effetto
immediato del machiavellismo è la storia e la politica emancipate da elementi
fantastici, etici, sentimentali, e condotte in forma razionale; è il pensiero
volto agli studi positivi dell'uomo e della natura, messe da parte le
speculazioni teologiche e ontologiche; è il linguaggio purificato della scoria
scolastica e del meccanismo classico, e ridotto nella forma spedita e naturale
della conversazione e del discorso. E' l'ultimo e più maturo frutto del genio
toscano. Su questa via incontriamo prima Francesco Guicciardini, con tutti gli
scrittori politici della scuola fiorentina e veneta; poi GALILEI (si veda), con
la sua illustre coorte di naturalisti. GUICCIARDINI (si veda), di pochi anni
più giovane di Machiavelli e di BUONARROTI (si eda), già non sembra della
stessa generazione. Senti in lui il precursore di una generazione più fiacca e
più corrotta, della quale egli ha scritto il vangelo ne' suoi Ricordi. Ha le
stesse aspirazioni del Machiavelli. Odia i preti. Odia lo straniero. Vuole
l'Italia unita. Vuole anche la libertà, concepita a modo suo, con una immagine
di governo stretto e temperato, che si avvicina ai presenti ordini
costituzionali o misti. Ma sono semplici desidèri, e non metterebbe un dito a
realizzarli. Tre cose - scrive - desidero vedere innanzi alla mia morte;
ma dubito che io viva molto, da non vederne alcuna: uno vivere in una
repubblica bene ordinata nella città nostra; l'Italia liberata da tutti i barbari;
e liberato il mondo della tirannide di questi scellerati preti. Una libertà
bene ordinata, l'indipendenza e l'autonomia delle nazioni, l'affrancamento del
laicato: ecco il programma del Machiavelli, divenuto il testamento del
Guicciardini, e che oggi è ancora la bandiera di tutta la parte civile europea.
Si può credere che questi fossero i desidèri anche delle classi colte. Ma erano
amori platonici, senza influsso nella pratica della vita. Il ritratto di quella
società è il Guicciardini, che scrive: Conoscere
non è mettere in atto. Altro è desiderare, altro è fare. La teoria non è la
pratica. Pensa come vuoi, ma fai come ti torna. La regola della vita è l'interesse proprio, il tuo particulare. Il
Guicciardini biasima l'ambizione,
l'avarizia e la mollezza de' preti e il
dominio temporale ecclesiastico; ama Martino Lutero, per vedere ridurre questa caterva di scellerati ai tempi debiti,
a restare o senza vizi o senza autorità
; ma per il suo particulare è
necessitato amare la grandezza de' pontefici e servire ai preti e al dominio
temporale. Vuole emendata la religione in molte parti; ma non ci si
mescola, lui, non combatte con la
religione nè con le cose che pare che dipendono da Dio, perchè questo ha troppa
forza nella mente delli sciocchi. Ama la gloria e desidera di fare cose grandi
ed eccelse, ma a patto che non sia con suo danno o incomodità. Ama la patria,
e, se perisce, gliene duole, non per lei, perchè così ha a essere, ma per sè, nato in tempi di tanta infelicità. E' zelante
del ben pubblico, ma non s'ingolfa tanto
nello Stato da mettere in quello tutta
la sua fortuna. Vuole la libertà, ma, quando la sia perduta, non è bene fare
mutazioni, perchè mutano i visi delle
persone, non le cose, e non puoi fare fondamento sul popolo, e, quando la vada
male, ti tocca la vita spregiata del
fuoruscito. Miglior consiglio è portarsi in modo che quelli che governano non ti abbiano in sospetto e
neppure ti pongano fra' malcontenti. Quelli che altrimenti fanno sono
uomini leggeri. Molti, è vero, gridano libertà, ma
in quasi tutti prepondera il rispetto dell'interesse suo. Essendo il
mondo fatto così, devi pigliare il mondo com'è, e far in modo che non te ne
venga danno, anzi la maggiore comodità possibile. Così fanno gli uomini savi. La corruttela italiana era
appunto in questo: che la coscienza era vuota e mancava ogni degno scopo alla
vita. Machiavelli ti addita in fondo al cammino della vita terrestre la patria,
la nazione, la libertà. Non c'è più il cielo per lui, ma c'è ancora la
terra. Il Guicciardini ammette anche lui questi fini, come cose belle e
buone e desiderabili; ma li ammette sub conditione, a patto che sieno
conciliabili col tuo particulare, come
dice, cioè col tuo interesse personale. Non crede alla virtù, alla generosità,
al patriottismo, al sacrificio, al disinteresse. Ne' più prepondera l'interesse
proprio, e mette sè francamente tra questi più, che sono i savi ; gli altri li
chiama pazzi, come furono i fiorentini,
che vollero contro ogni ragione opporsi,
quando i savi di Firenze avrebbono
ceduto alla tempesta, e intende dell'assedio di Firenze, illustrato dall'eroica
resistenza di quei pazzi, tra' quali erano Michelangelo e Ferruccio.
Machiavelli combatte la corruttela italiana e non dispera del suo paese. Ha le
illusioni di un nobile cuore. Appartiene a quella generazione di patrioti
fiorentini, che in tanta rovina cercavano i rimedi, e non si rassegnavano, e
illustrarono l'Italia con la loro caduta. Nel Guicciardini compare una
generazione già rassegnata. Non ha illusioni. E perché non vede rimedio a
quella corruttela, vi si avvolge egli pure e ne fa la sua saviezza e la sua
aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a
regola della vita. Il Dio del Guicciardini è il suo particolare. Ed è un Dio
non meno assorbente che il Dio degli ascetici o lo Stato del Machiavelli. Tutti
gl'ideali scompaiono. Ogni vincolo religioso, morale, politico, che tiene
insieme un popolo, è spezzato. Non rimane sulla scena del mondo che
l'individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti. Questo non è più
corruzione, contro la quale si gridi: è saviezza, è dottrina predicata e
inculcata, è l'arte della vita. Il Guicciardini si crede più savio del
Machiavelli, perché non ha le sue illusioni. Quel venir fuori sempre con
l'antica Roma lo infastidisce, e rompe in questo motto sanguinoso: Quanto si
ingannano coloro che ad ogni parola allegano e' romani! Bisognerebbe avere una
città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello esemplo:
il quale a chi ha le qualità disproporzionali è tanto disproporzionato, quanto
sarebbe volere che uno asino facesse il corso di un cavallo. In questo
concetto della vita il Guicciardini è di così buona fede, che non sente rimorso
e non mostra la minima esitazione, e guarda con un'aria di superiorità
sprezzante gli uomini che fanno altrimenti. Il che avviene, a suo avviso, non
per virtù o altezza d'animo, ma per
debolezza di cervello, avendo offuscato lo spirito dalle apparenze, dalle
impressioni, dalle vane immaginazioni e dalle passioni. Ci si vede l'ultimo
risultato a cui giunge lo spirito italiano, già adulto e progredito, che caccia
via l'immaginazione e l'affetto e la fede, ed è tutto e solo cervello o, come
dice il Guicciardini, ingegno positivo.
Perché l'ingegno sia positivo si richiede la
prudenza naturale, la
dottrina che dà le regole,
l' esperienza che dà gli esempli, e il naturale buono, tale cioè che stia al reale e
non abbia illusioni. E non basta. Si richiede anche la discrezione
o il discernimento, perché è
grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e
assolutamente e, per dire così, per regola, perché quasi tutte hanno
distinzione e eccezione, e queste distinzioni e eccezioni non si trovano
scritte in su' libri, ma bisogna le insegni la discrezione. Il vero libro della
vita è dunque il libro della discrezione,
a leggere il quale si richiede da natura
buono e perspicace occhio. La dottrina sola non basta, e non è bene stare al giudicio di quelli che scrivono, e
in ogni cosa volere vedere ognuno che scrive: così quello tempo che s'arebbe a
mettere in speculare, si consuma a leggere libri con stracchezza d'animo e di
corpo, in modo che l'ha quasi più similitudine a una fatica di facchini che di
dotti. L'uomo positivo vede il mondo diverso da quello che ai volgari
pare. Non crede agli astrologi, ai teologi, ai filosofi e a tutti quelli
che scrivono le cose sopra natura o che non si vedono e dicono mille pazzie : perchè in effetti gli uomini sono al buio
delle cose, e questa indagine ha servito e serve più a esercitare gli ingegni
che a trovare la verità. Questa base intellettuale è quella medesima del
Machiavelli: l'esperienza e l'osservazione, il fatto e lo speculare
o l'osservare. Nè altro è il sistema. Il Guicciardini nega tutto quello
che il Machiavelli nega, e in forma anche più recisa; e ammette quello che il
Machiavelli ammette. Ma è più logico e più conseguente. Poichè la base è il
mondo com'è, crede un illusione a volerlo riformare, e volergli dare le gambe
di cavallo quando esso le ha di asino; e lo piglia com'è, e vi si acconcia, e
ne fa la sua regola e il suo istrumento. Conoscere non è mettere in atto. Ciò
che è nella tua mente e nella tua coscienza non può essere di regola alla tua
vita. Vivere è conoscere il mondo e voltarlo a benefizio tuo. Tienti bene con
tutti, perchè gli uomini si riscontrano.
Stai con chi vince, perchè te ne viene
parte di lode e di premio. Abbi appetito della roba, perchè la ti dà
reputazione, e la povertà è spregiata. Sii schietto, perchè, quando sia il caso
di simulare, più facilmente acquisti fede. Sii stretto nello spendere,
perchè più onore ti fa uno ducato che tu
hai in borsa, che dieci che tu ne hai spesi. Studia di parer buono, perchè il buon nome vale più che molte ricchezze.
Non meritarti nome di sospettoso; ma, perchè più sono i cattivi che i
buoni, credi poco e fidati
poco. Questo è il succo dell'arte della vita seguita da' più, ancorchè con
qualche ipocrisia, come se ne vergognassero. Ma il Guicciardini ne fa un
codice, fondato sul divorzio tra l'uomo e la coscienza e sull'interesse
individuale. E' il codice di quella borghesia italiana, tranquilla, scettica,
intelligente, e positiva, succeduto ai codici d'amore e alle regole della
cavalleria. Ma il Guicciardini, con tutta la sua saggezza, trovò un altro più
saggio di lui, e, volendo usare Cosimo a benefizio suo, avvenne che fu lui
istrumento di Cosimo. Così finì la vita, come il Machiavelli, nella solitudine
e nell'abbandono. Ebbe anche lui le sue illusioni e i suoi disinganni, meno nobili,
meno degni della posterità, perchè si riferivano al suo particolare. Ritirato
nella sua villa d'Arcetri, il Guicciardini usò gli ozi a scrivere la Storia
d'Italia. Se guardiamo alla potenza intellettuale, è il lavoro più
importante che sia uscito da da mente italiana. Ciò che lo interessa non è la
scena, la parte teatrale o poetica, sulla quale facevano i loro esercizi
rettorici il Giovio, il Varchi, il Giambullari e gli altri storici. I fatti più
meravigliosi o commoventi sono da lui raccontati con una certa sprezzatura,
come di uomo che ne ha viste assai e non si maraviglia e non si commuove più di
nulla. Non ha simpatie o antipatie, non ha tenerezze e indignazioni, e neppure
ha programmi o preconcetti intorno ai risultati generali dei fatti e alle sorti
del suo paese. Il suo intelletto chiaro e tranquillo è chiuso in sè, e non vi
entra nulla dal di fuori che lo turbi o lo svii. E' l'intelletto positivo, con
quelle qualità che abbiamo notate e che in lui sono egregie: la prudenza
naturale, la dottrina, l'esperienza, il naturale buono e la discrezione.
Meravigliosa è soprattutto la sua discrezione nel non riconoscere
principi nè regole assolute, e giudicare caso per caso, guardando in ciascun
fatto la sua individualità, quel complesso di circostanze sue proprie, che lo
fanno esser quello e non un altro; dov'è la vera distinzione tra il pedante e
l'uomo d'ingegno. Con queste disposizioni, è naturale che lo interessa meno la
scena che il dietroscena, dove penetra con sicurezza il suo occhio perspicace.
Ha comune col Machiavelli il disprezzo della superficie, di ciò che si vede e
si dice il parere; e lo studio dell'essere, di ciò che è al di sotto e che non
si vede. Hai innanzi non la sola descrizione de' fatti, ma la loro genesi e la
loro preparazione: li vedi nascere e svilupparsi. I motivi più occulti e
vergognosi sono rivelati con la stessa calma di spirito che i motivi più
nobili. Ciò che l'interessa non è il carattere etico o morale di quelli, ma la
loro azione sui fatti. Il motivo determinante è l'interesse, ed è sagacissimo
nell'indagine non meno degl'interessi privati che degl'interessi detti
pubblici, e sono interessi di re e di corti. Ma gl'interessi hanno la
loro ipocrisia, e si nascondono sotto il manto di fini più nobili, come la
gloria, l'onore, la libertà, l'indipendenza: fini che escono in mezzo quando si
vuol cattivare i popoli o gli eserciti. Di che nasce, massime nelle concioni,
una specie di rettorica ad usum delphini, voglio dire ad uso dei volgari, che
non guardano nel fondo e si lasciano trarre alle belle apparenze. I popoli e
gli eserciti vi stanno come strumenti, e i veri e principali attori sono pochi
uomini, che li muovono con la violenza e con l'astuzia, e li usano ai fini
loro. Lo storico avea intenzioni letterarie. La sua prosa, massime nei
Ricordi, ha la precisione lapidaria di Machiavelli, con quella rapidità e
semplicità e perfetta evidenza che l'avvicina agli esempli più finiti della
prosa francese, senza che ne abbia i difetti. Lo stile e la lingua in questi
due scrittori giunge per vigore intellettuale ad un grado di perfezione che non
è stato più raggiunto. Ma GUICCIARDINI (si veda), di un giudizio così sano
nell'andamento de' fatti umani, aveva de' preconcetti in letteratura: opinioni
ammesse senza esame, solo perchè ammesse da tutti. Lo scrivere è per lui, come
per i letterati di quel tempo, la tradizione del parlare e del discorso
naturale in un certo meccanismo molto complicato e a lui faticoso, quasi vi
facesse allora per la prima volta le sue prove. Molti uomini mediocri,
quali il Casa e il Castiglione e il Salviati e lo Speroni, vi riescono con
minore difficoltà, come disciplinati ed educati a quella forma. La sua
chiarezza intellettuale e la sua rapida percezione è in visibile contrasto con
quei giri avviluppati e affannosi del suo periodo. Li diresti quasi artifici
diplomatici per inviluppare in quelle pieghe i suoi concetti e le sue
intenzioni, se non fosse manifesta la sua franchezza spinta sino al cinismo.
Sono artifici puramente letterari e rettorici. E sono rettorica le sue
circonlocuzioni, le sue descrizioni, le sue orazioni, le sue sentenze morali,
un certo calore d'immaginazione e di sentimento, una certa solennità di tuono.
Al di sotto di questi splendori artificiali trovi un mondo di una ossatura
solida e di un perfetto organismo, freddo come la logica ed esatto come la
meccanica, e che non è forse in fondo se non un corso di forze e d'interessi
seguiti nei loro più intimi recessi da un intelletto superiore. La Storia
d'Italia comincia con la calata di Carlo ottavo: finisce con la caduta di
Firenze. Appare in ultimo, come un funebre annunzio di tempi peggiori, Paolo
terzo, il papa della Inquisizione e del concilio di Trento. Questo periodo
storico si può chiamare la tragedia
italiana, perchè in questo spazio di tempo l'Italia dopo un vano dibattersi
passa in potestà dello straniero. Ma lo storico non ha pur sentore
dell'unità e del significato di questa tragedia; e il protagonista non è
l'Italia e non è il popolo italiano. La tragedia c'è, e sono le grandi calamità
che colpiscono gl'individui: le arcioni, le prede, gli stupri, tutti i mali
della guerra. Avvolto fra tanti
atrocissimi accidenti, sagacissimo a indagarne i più riposti motivi nel
carattere degli attori e nelle loro forze, l'insieme gli fugge. La
Riforma, la calata di Carlo, la lotta tra Carlo quinto e Francesco primo, la
trasformazione del papato, la caduta di Firenze, e l'Italia bilanciata di
Lorenzo divenuta un'Italia definitivamente smembrata e soggetta: questi fatti
generali preoccupano meno lo storico che l'assedio di Pisa e i più oscuri
pettegolezzi tra' principi. Sembra un naturalista, che studi e classifichi
erbe, piante e minerali, e indaghi la loro struttura interna e la loro
fisiologia, che li fa essere così o così. L'uomo vi appare come un essere
naturale, che operi così fatalmente come un animale, determinato all'azione da
passioni, opinioni, interessi, dalla sua natura o carattere, con la stessa
necessità che l'animale è determinato da' suoi istinti e qualunque essere
vivente dalle sue leggi costitutive. Considerando l'uomo a questo
modo, lo storico conserva quella calma dell'intelletto, quell'apatia e
indifferenza che ha un filosofo nella spiegazione de' fenomeni naturali.
Ferruccio e Malatesta gl'ispirano lo stesso interesse; anzi Malatesta è più
interessante, perchè la sua azione è meno spiegabile e attira più la sua
attenzione intellettuale. Di che si stacca questo concetto della storia: che
l'uomo, ancora che sembri nelle sue azioni libero, è determinato da motivi
interni o dal suo carattere, e si può calcolare quello che farà e come
riuscirà, quasi con quella sicurezza che si ha nella storia naturale. Perciò chi
perde ha sempre torto, dovendo recarne la causa a se stesso, che ha mal
calcolato le sue forze e quelle degli altri. Questa specie di fisica storica
non oltrepassa gl'individui, i quali ci appaiono qui come una specie di
macchinette, maravigliose, anzi miracolose alla plebe: a noi poco interessanti,
perchè sappiamo il segreto, conosciamo l'ingegno da cui escono quei miracoli, e
tutto il nostro interesse è concentrato nello studio dell'ingegno. Il
Machiavelli va più in là. Egli intravede una specie di fisica sociale, come si
direbbe oggi, un complesso di leggi che regolano non solo gli individui, ma la
società e il genere umano. Perciò patria, libertà, nazione, umanità, classi
sociali sono per lui fatti non meno interessanti che le passioni, gli
interessi, le opinioni, le forze che muovono gl'individui. E se vogliamo
trovare lo spirito o il significato di questa epoca, molto abbiamo da imparare
nelle sue opere. Indi è che, come carattere morale, il segretario
fiorentino ispira anche oggi vive simpatie in tutti gl'intelletti elevati, che
sanno mirare al di là della scorza nel fondo delle sue dottrine; e, come forza
intellettuale, unisce alla profonda analisi del Guicciardini una virtù
sintetica, una larghezza di vedute, che manca in quello. E' un punto di partenza
nella storia, destinato a svilupparsi. Francesco De Sanctis. Nel 1512 quando
ormai aveva più di quarant'anni (era nato a Firenze il 3 maggio 1469, da antica
e nobile famiglia) Niccolò Machiavelli veniva privato del suo ufficio e veniva
inviato al confino per un anno. Il provvedimento era abbastanza logico perchè
tutta l'attività diplomatica e politica di Machiavelli si era svolta al
servizio del regime repubblicano di Firenze e la sua continuazione non poteva
riuscire gradita ai Medici che rientravano nella loro città al seguito delle
vittoriose truppe spagnole. Machiavelli, dopo una giovinezza ( tra i grandi
scrittori italiani dedicata in parte agli studi e in parte agli svaghi, aveva
iniziato la sua attività pubblica nel maggio del 1498 (quando si era conclusa
col rogo l'avventura savonaroliana), ottenendo l'incarico di segretario della
seconda Cancelleria. Tale attività non aveva mai avuto un grande rilievo sul
piano della politica pratica, ma aveva permesso al segretario fiorentino di
acquistare esperienza diretta degli avvenimenti e dei rivolgimenti politici di
quegli anni tumultuosi che videro il crollo del sistema di stati italiani e
della nostra indipendenza e lo scontro, sul nostro territorio, delle due nuove
potenze europee, la Francia e la Spagna. E in Francia Machiavelli si recò
numerose volte, tanto da conoscere molto bene la struttura di questo stato e da
poter analizzare con precisione le ragioni della forza e del prestigio dei
Francesi e, insieme, le cause dei loro insuccessi. Ma non meno importanti
furono le esperienze che egli potè fare presso Cesare Borgia, l'inquieto
spregiudicato e ambizioso figlio naturale del papa Alessandro VI, che aspirava
alla creazione di un forte stato nell'Italia centrale e minacciava direttamente
e indirettamente Firenze. Presso il Valentino (così era chiamato il
Borgia) Machiavelli si recò due volte nel giugno e nell'ottobre del 1502 in
occasione della ribellione della Valle di Chiana contro il dominio fiorentino (
ribellione fomentata dal Valentino stesso ) e da tali legazioni potè trarre
argomento di ammirazione per l'energia, l'audacia, le capacità diplomatiche di
questo signore molto splendido e magnifico che diverrà poi quasi l'incarnazione
del suo principe. D'altra parte egli non fu solo testimone della fortuna del
Valentino, ma anche del crollo di tutte le sue ambizioni, perchè, dopo
l'improvvisa morte di Alessandro VI e il brevissimo pontificato di Pio III, fu
inviato dal governo fiorentino a Roma per seguire il conclave e potè assistere
all'elezione di Giulio II, nemico di Cesare Borgia e sua ultima ruina. In quella occasione, e in una
successiva legazione nel 1506, il Machiavelli potè anche rendersi conto del
temperamento del nuovo papa, dell'energia e del
furore che lo misero al centro
degli avvenimenti politici di quegli anni. Se si aggiunge che il 1507 il nostro
segretario si recò in Germania presso la corte imperiale ( rimanendovi per
oltre sei mesi ), che nel 1509 assistette alla resa di Pisa e soprattutto, alla
disfatta della maggiore potenza italiana, Venezia, e che, dal 1506 in poi,
negli intervalli fra una legazione e l'altra, fu incaricato di arruolare e
istruire un corpo di truppa cittadina, si vedrà quanto varia e complessa fosse
l'esperienza di Machiavelli. I problemi di fondo della politica europea
gli si erano così progressivamente chiariti: la necessità di uno stato unitario
moderno, la necessità di truppe non mercenarie, il dramma della divisione
italiana e della inettitudine della nostra classe dirigente. Questi problemi
egli era già venuto elaborando in una serie di scritti minori : Descrizione del
modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto
da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini; Del modo di trattare i
popoli della Valdichiana ribellati; Parole da dire sopra la provvisione del
denaio fatto in loco di pèroemio e di scusa; Discorso dell'ordinare lo stato di
Firenze in armi; Discorso sopra l'ordinanza e la milizia fiorentina; Ritratto
delle cose della Magna; Ritratto delle cose di Francia; il Decennale primo e il
Decennale secondo. E' del tutto comprensibile il cruccio del Machiavelli
vedendosi mettere da parte proprio nel momento in cui era giunto alla sua
completa maturità e poteva guardare le cose dall' alto di una ricchissima
esperienza. Ma i Medici furono inflessibili : in un primo tempo addirittura lo
imprigionarono ( e lo torturarono pure ), sospettando che avesse partecipato
alla congiura del Boscoli, poi lo tennero inoperoso per quasi otto anni, sino
al 1520, e infine gli assegnarono qualche incarico minore : di esprimere un
parere a riguardo della costituzione fiorentina ( e lui scrisse il Discorso
sopra il riformare lo stato di Firenze ), di narrare la storia della città ( di
qui le Istorie fiorentine ), di andare come ambasciatore presso la repubblica degli Zoccoli, cioè presso il
capitolo dei Frati minori di Carpi. Solo nel 1526 gli venne
affidato un incarico importante : quello di cancelliere dei Procuratori delle
mura, preposti alla difesa di Firenze. Ma i Medici vennero di nuovo scacciati e
Machiavelli, sospettato anche dal regime repubblicano, fu lasciato da parte.
Durante gli anni del suo ozio forzato, Machiavelli si ritira in una villa
presso San Casciano. Qui egli passava la giornata a caccia di uccelli, o nella
lettura dei poeti latini, o imbestialendosi nel giocare a tric-trac con l'oste,
il mugnaio, il beccaio, o infine standosene sulla porta dell'osteria e
scambiando impressioni e notizie coi passanti. Ma la sera si ritirava nel suo
studio e leggeva le antiche storie e interrogava gli antichi scrittori: e non
sento per quattro ore di tempo alcuna noia, dimentico ogni affanno, non temo la
povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro. E' dalle
meditazioni che ispira questa frequentazione con i vivi e con i morti, coi
passanti e i loro vari gusti e diverse fantasie e coi grandi uomini
dell'antichità, che nascono quasi d'un sol getto le grandi opere
machiavelliane: il Principe, i Discorsi sopra la prima Deca di LIVIO (si veda),
i dialoghi Dell'arte della guerra, la Vita di Castracani, La Mandragola.
Frequentazione con i vivi e con i morti, abbiamo detto. Ed è questo che fa
grande il Machiavelli, che gli permette di essere la coscienza più alta del
Rinascimento e di rappresentarlo nei suoi elementi dinamici, nel suo dramma
profondo, e non soltanto - come accadeva al Castiglione e al Bembo - nei suoi
elementi grandiosi ma statici. Il fatto, cioè, che egli sa stabilire, nello
stesso tempo, un contatto diretto col mondo classico e con le persone che lo
circondano. Per lui, rivolgersi all'antico non significa evadere dal presente.
Anzi. I problemi che affronta Machiavelli non sono mai problemi astratti (anche
quando sembra che lo siano ), non sono mai problemi che si pongono sul piano
delle categorie universali (moralità, utilità, politicità, e così via), ma sono
problemi collegati alla valutazione e alla soluzione di una situazione
storico-politica concreta, quella dell'Italia nei primi decenni del sec. XVI
Per questo non è la scoperta della categoria dell'utile diversa e distinta
dalla categoria della morale l'elemento caratterizzante del pensiero
machiavelliano: Non già che il problema dell'autonomia della politica, rispetto
alla morale, non sia stato effettivamente da lui posto. Basterebbe pensare al
capitolo del principe dedicato a coloro che per scelleranza sono venuti al
Principato con gli esempi di Agatocle e di Oliverotto da Fermo, all'esaltazione
del Valentino - ammirato nella sua abilità politica indipendentemente dai suoi
delitti - o al capitolo XVIII della stessa opera dove si pone il problema se i
principi debbano mantenere gli impegni presi. E se parlando di Agatocle il
Machiavelli sembrava ancora oscillare non sentendosela di identificare la virtù
- sia pure nella particolare accezione in cui egli usava questo termine di
energia e capacità - con le scelleratezze di Agatocle e di altri, qui egli non
manifesta più dubbi. La politica ha alcune leggi che non coincidono
sempre con con quella della morale: essere buono può sovente procurare la ruina
di un principe, al contrario, mancare di parola, ingannare, assassinare spesso
può salvare uno stato. Di qui l'accusa di immoralità che gli venne presto
rivolta, e la formula del fine che giustifica i mezzi che gli viene attribuita.
In realtà Machiavelli si limita a costatare scientificamente le due sfere
diverse in cui agiscono politica e morale. Si rende conto con chiarezza
dell'autonomia di una rispetto all'altra, non ne individua il punto di
congiunzione. Ma il secondo problema non lo interessava: la realtà effettuale
italiana non suggeriva certo un discorso sulla morale. Per questo l'interesse
del Principe si accentra tutto, invece, sulla figura del principe nuovo come la
sola che possa sciogliere positivamente la complessa trama della crisi
italiana: anzi fra l' elogio del Valentino e la condanna di Cesare.
Contraddizioni inesistenti se si considera che Il principe poneva soprattutto
il problema della creazione di uno stato nuovo nella situazione italiana di
quel periodo e i Discorsi pongono soprattutto il problema del mantenimento
dello stato, dei suoi ordinamenti migliori. Per la stessa ragione nei Discorsi
al popolo si dà un posto che non ha mai nel Principe, fino all'affermazione che
il popolo é più prudente, più stabile e
di migliore giudizio che un principe e
che se i principi sono superiori a'
popoli nello ordinare le leggi, formare vite civili, ordinare statuti ed ordini
nuovi, i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose ordinate. Così
Machiavelli può arrivare a una stupefacente scoperta che sembra preludere alle
concezioni politiche moderne : che cioè le lotte fra patrizi e plebei non
indebolirono Roma, ma le permisero di raggiungere ordinamenti sempre più
perfetti. Insomma nei Discorsi l' argomentazione é più distesa e distaccata e
può, quindi, abbracciare un campo più vasto anche se meno omogeneo. Così
Machiavelli può riprendere il discorso sulla religione non tanto considerandola
uno strumento del potere costituito, quanto un costume morale che regola i
rapporti civili fra i cittadini come individui privati e, di conseguenza, rende
più ordinati e stabiliti i rapporti fra il cittadino e lo stato. Può riprendere
anche il discorso sulle milizie e sulla necessità di uno stato di ampliarsi,
ripudiando in questo modo definitivamente il concetto di città - stato e
sostenendo la necessità di uno stato con una larga base territoriale. Tale
collegamento alle cose e il carattere di ricerca della sua speculazione si
rivelano pienamente nella prosa e nello
stile stesso del segretario fiorentino, in questo tipo nuovo e liberale di
prosa in cui la sintassi é già consapevole della sua libertà ed
individualità e il ragionamento a piramide degli scolastici cede il posto al ragionamento a catena della prosa scientifica moderna. Il lettore
ha costantemente l' impressione di assistere e di essere chiamato a partecipare
a un laborioso processo di ricerca, irto di dubbi e di contraddizioni. La
prosa del Machiavelli non assomiglia mai a quella del maestro che squaderna
agli occhi del proprio allievo una verità della quale egli solo era in possesso
; essa piuttosto sollecita a provoca il lettore, cui si rivolge, di frequente,
con un tu perentorio e aggressivo, a farsi compagno e
sodale del suo autore, lo immedesima nei dubbi e nelle incertezze di questo. In
tal senso la prosa di MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda) é eminentemente
moderna. E quando d' improvviso il periodare serrato e incalzante del
segretario fiorentino s' impenna e si apre in una di quelle rappresentazioni o
formule condensate e chiarissime che sono tipiche della sua opera, il lettore
ha la sensazione di assistere al germinare di un' intuizione nuova preparata e
resa possibile da un lungo e penoso lavoro intellettuale, si sente partecipe
della gioia della scoperta e, al tempo stesso, stupito della semplicità
rivoluzionario della medesima. Insomma Machiavelli ha di fronte a sè una realtà
mortificante, la ruina d' Italia, nelle
sue istituzioni comunali o signorili, nei costumi dei suoi principi, nell'
avvilimento del popolo. Di qui il pessimismo della sua intelligenza, quel
contemplare distaccato e disgustare un mondo sordido e canagliesco, impastato
di bassi appetiti, di astuzie meschine, di stupidità e di ingordigia che sta al
fondo della Mandragola, il capolavoro del teatro del '500. Egli, però, ha
compreso l' importanza delle grandi formazioni di stati unitari verificatisi in
Europa, sa che in questa direzione si muove la storia e il progresso ed é
consapevole che il grande patrimonio della civiltà italiana potrebbe esprimere
il principe capace di imprimere un suggello su quella materia informe e
corrotta. Machiavelli non è un puro teorico, inteso a costruire
freddamente una teoria politica per così dire
in laboratorio : le sue concezioni scaturiscono dal rapporto diretto con
la realtà storica, in cui egli é impegnato in prima persona grazie agli
incarichi che ricopre nella Repubblica fiorentina, e mirano a loro volta ad
incidere in quella realtà, modificandola secondo determinate prospettive. Il
suo pensiero si presenta così come una stretta fusione di teoria e prassi : la
teoria nasce dalla prassi e tende a risolversi in essa. Alla base di tutta la
riflessione di Machiavelli vi é la coscienza lucida e sofferta della crisi che
l' Italia contemporanea sta attraversando : una crisi politica, in quanto l'
Italia non presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le
maggiori potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati regionali e
cittadini deboli e instabili ; crisi militare, in quanto si fonda ancora su
milizie mercenarie e compagnie di ventura, anzichè su eserciti cittadini, che soli possono garantire la
fedeltà, l' ubbidienza, la serietà di impegno ; ma anche crisi morale, perchè
sono scomparsi, o comunque si sono molto affievoliti, tutti quei valori che
danno fondamento saldo ad un vivere civile, e che per Machiavelli sono
rappresentati esemplarmente dall' antica Roma, l' amore per la patria, il senso
civico, lo spirito di sacrificio e lo slancio eroico, l' orgoglio e il senso
dell' onore, e sono stati sostituiti da un atteggiamento scettico e
rinunciatario, che induce ad abbandonarsi fatalisticamente al capriccio
mutevole della fortuna, senza reagire e senza lottare. Perciò, come hanno
dimostrato le guerre che si sono succedute dopo la calata dei Francesi, gli
Stati italiani sono prossimi a perdere la loro indipendenza politica e a
divenire satelliti delle potenze europee che si stanno disputando il territorio
della penisola. Per Machiavelli l' unica via d' uscita da una così
straordinaria gravità de' tempi é un principe dalla straordinaria virtù
capace di organizzare le energie che potenzialmente ancora sussistono nelle
genti italiane e di costruire una compagine statale abbastanza forte da
contrastare le mire espansionistiche degli Stati vicini. A questo obiettivo
storicamente concreto é indirizzata tutta le teorizzazione politica di
Machiavelli, la quale perciò si riempie del calore passionale e dello slancio
di chi partecipa con fervore ad un momento decisivo della storia del proprio
paese. Ignorare queste radici pratiche immediate del pensiero machiavelliano
porterebbe a travisarne completamente il senso. Tuttavia quel pensiero non
resta limitato a quel campo così contingente, poichè altrimenti non avrebbe la
forza di sollecitare ancora tanto interesse : partendo da quella situazione
particolare, cercando di dare una risposta immediata ed efficace a quei
problemi di traumatica urgenza, Machiavelli elabora una teoria che aspira ad
avere una portata universale, a fondarsi su leggi valide in tutti i tempi e
tutti i luoghi. Le radici pratiche immediate danno al suo pensiero quel calore,
quella passione che lo rendono affascinante e che conferiscono alle sue opere
uno straordinario valore letterario, ma poi la sua speculazione assume anche la
fisionomia di una vera teoria scientifica. Concordemente Machiavelli é
stato definito come il fondatore della moderna scienza politica: innanzitutto
egli determina nettamente il campo di questa scienza, distinguendolo da quello
di altre discipline che si occupano ugualmente dell' agire dell' uomo, come l'
etica. Machiavelli, poi, rivendica vigorosamente l' autonomia del campo dell'
azione politica : essa possiede delle proprie leggi specifiche, e l' agire
degli uomini di Stato va studiato e valutato in base a tali leggi : occorre
cioè, nell' analisi dell' operato di un principe, valutare esclusivamente se
esso ha saputo raggiungere i fini che devono essere propri della politica,
rafforzare e mantenere lo Stato, garantire il bene dei cittadini. Ogni altro
criterio, se il sovrano sia stato giusto e mite o violento e crudele, se sia
stato fedele o abbia mancato alla parola data, non é pertinente alla
valutazione politica del suo operato. E' una teoria di sconvolgente novità,
veramente rivoluzionaria nel contesto della cultura occidentale.
Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che avviene realmente nella
politica, non di delineare degli Stati ideali
che non si sono mai visti essere in vero. Proclama infatti di voler
andar dietro alla verità effettuale della cosa anzichè all'immaginazione di
essa, proprio perchè non gli interessa mettere insieme una bella costruzione
teorica, ma scrivere un' opera utile a
chi la intenda, fornire uno strumento concettuale di immediata applicabilità
alla politica reale e di sicura efficacia. Oltre al campo autonomo su cui
applica la nuova scienza, Machiavelli ne delinea chiaramente il metodo. Esso ha
il suo principio fondamentale nell' aderenza alla verità effettuale: proprio perchè vuole agire
sulla realtà ne deve tener conto e quindi per ogni sua costruzione teorica
parte sempre dall' indagine sulla realtà concreta, empiricamente verificabile,
mai da assiomi universali e astratti. Solo mettendo insieme tutte le varie
esperienze si può poi giungere a costruire principi generali. L' esperienza per
Machiavelli può essere di due tipi : quella diretta, ricavata dalla
partecipazione personale alle vicende presenti, e quella ricavata dalla lettura
degli autori antichi. Machiavelli le definisce ( nella dedica del
Principe ) rispettivamente esperienza
delle cose moderne e lezione delle antique. In realtà si tratta
solo apparentemente di due forme diverse perchè studiare il comportamento di un
politico contemporaneo o di uno vissuto cento anni fa é la stessa cosa, cambia
solo il veicolo della trasmissione dei dati, dell' informazione su cui lavorare,
ma il contenuto é lo stesso. Alla base di questo modo di accostarsi alla storia
vi é una concezione tipicamente naturalistica : Machiavelli é convinto che l'
uomo sia un fenomeno naturale al pari di altri e che quindi i suoi
comportamenti non variino nel tempo, come non variano il corso del sole e delle
stelle. Per questo ha fiducia nel fatto che, studiando il comportamento
umano attraverso le fonti storiche o l' esperienza diretta, si possa arrivare a
formulare delle vere e proprie leggi di validità universale. Proprio per questo
la sua storia é costellata di esempi tratti dalla storia antica : essi sono la
prova che il comportamento umano non varia e che quindi l' agire degli antichi
può essere di modello. Per lui gl’uomini
camminano sempre per vie battute da altri, perciò propone il principio
tipicamente rinascimentale dell' imitazione : Machiavelli nota che ai suoi
tempi l' imitazione degli antichi é pratica costante nelle arti figurative,
nella medicina, nel diritto e depreca quindi che lo stesso non avvenga nella
politica. Da questa visione naturalistica scaturisce la fiducia di
Machiavelli in una teoria razionale dell' agire politico, che sappia
individuare le leggi a cui i fatti politici rispondono necessariamente e quindi
sappia suggerire le sicure linee di condotta statistica. Il punto di partenza
per la formulazione di tali leggi é una visione crudamente pessimistica dell'
uomo come essere morale : l' uomo agli occhi di Machiavelli é malvagio : non ne
teorizza filosoficamente le cause, non indaga se lo sia per natura o in
conseguenza ad una colpa originariamente commessa, ma si limita a constatare
empiricamente gli effetti della sua malvagità sulla realtà. Gli uomini
sono ingrati, volubili, simulatori e
dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno e dimenticano più facilmente l' uccisione del
padre che la perdita del patrimonio : la molla che li spinge é l' interesse
materiale e non sono i valori sentimentali disinteressati e nobili. Tra tanti
uomini malvagi il principe non deve nè può
fare in tutte le parti la professione di buono perchè andrebbe incontro alla rovina : deve
anche sapere essere non buono laddove lo richiedano le necessità dello
Stato. Il vero politico agli occhi di Machiavelli deve essere un centauro,
ossia un essere metà uomo e metà animale, deve cioè essere umano o feroce come
una bestia a seconda delle situazioni. Tuttavia Machiavelli sa bene
come il venir meno alla parola data o l' uccidere spietatamente i nemici per un
principe siano cose ripugnanti moralmente : tuttavia se il principe eticamente
é malvagio in politica diventa buono, perchè uccide per difendere lo Stato e le
sue istituzioni ; allo stesso modo i buoni moralmente sarebbero cattivi politicamente perchè non uccidendo e non
compiendo azioni malvagie lascerebbe perire lo Stato. Machiavelli quindi non é
il fondatore di una nuova morale, anzi, moralmente parlando é un
tradizionalista e considera cattivo chi uccide o non mantiene la parola data ;
egli semplicemente individua un ordine di giudizi autonomi che si regolano su
altri criteri, non il bene o il male, ma l' utile o il danno politico. E'
interessante notare che Machiavelli distingue tra principi e tiranni : principe
é chi usa metodi riprovevoli a fin di bene, in favore dello Stato ; tiranno, invece,
é chi li usa senza che ci sia necessità. E' solo lo Stato che può costituire un
rimedio alla malvagità dell' uomo, al suo egoismo che disgregherebbe ogni
comunità in un caos di spinte individualiste contrapposte le une alle altre.
Per quel che riguarda il rapporto con la religione, a Machiavelli non interessa
nella sua prospettiva concettuale, come contenuto di verità, nè tanto meno
nella sua dimensione spirituale, come garanzia di salvezza, ma solo ed
esclusivamente come instrumentum regni,
ossia come strumento di governo. La religione, in quanto fede in certi principi
comuni, obbliga i cittadini a rispettarsi reciprocamente e a mantenere la
parola data : questa era la funzione che la religione rivestiva già ai tempi
degli antichi Romani, secondo Machiavelli. Tuttavia nei Discorsi Machiavelli
muove anche un biasimo alla religione, accusandola di essere spesso stata
colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati, di far sì che essi
svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo. La forma di governo
che meglio compendia in sè l' idea di Stato per Machiavelli é quella
repubblicana, che argina e disciplina le forze anarchiche dell' uomo. Il
principato é per Machiavelli una forma d' eccezione e transitoria,
indispensabile solo in certi momenti, come quello che l' Italia sta vivendo ai
suoi tempi, per costruire uno Stato sufficientemente saldo. La forma
repubblicana é la migliore perchè non si fonda su un solo uomo, ma ha
istituzioni stabili e durature. Dall' esilio dell' Albergaccio,
Machiavelli annunciava all' amico Vettori di aver composto un opuscolo de principatibus, in cui si
trattava che cosa é principato, di quale
spetie sono, come e' si mantengono, perchè e' si perdono. L' indicazione fissa
il momento in cui l' opera può dirsi compiuta, ma lascia aperti altri problemi
di datazione : in quale periodo sia stata composta, se sia stata scritta
unitariamente o in fasi diverse e soprattutto quali siano i rapporti che legano
ai Discorsi sopra la prima deca di LIVIO (si veda). Oggi gli studiosi tendono a
collocare la composizione in una stesura di getto, mentre si ritiene che
posteriormente sia stata scritta la dedica a Lorenzo de' MEDICI (si veda) e
probabilmente anche il capitolo finale che, nel suo carattere di appassionata
esortazione a liberare l' Italia dai
barbari, sembra staccarsi dal tono lucidamente argomentativo del resto
del trattato. Per quanto riguarda i rapporti con I Discorsi si é pensato che la
stesura di tale opera sia iniziata precedentemente e sia stata interrotta nel
luglio per far posto alla composizione del trattatello, che rispondeva a
bisogni di maggiore urgenza, agganciandosi direttamente ai problemi attuali
della situazione italiana. Il principe é un' operetta molto breve, scritta
in forma concisa e incalzante, ma densissima di pensiero. Si articola in 26
capitoli, di lunghezza variabile, che recano dei titoli in latino come è usanza
dell' epoca. La materia é divisa in diverse sezioni. Esamina i vari tipi di
principato e mirano a individuare i mezzi che consentono di conquistarlo e di
mantenerlo, conferendogli forza e stabilità. Machiavelli distingue tra
principati ereditari ( a cui é dedicato il capitolo II ) e nuovi ; questi
ultimi a loro volta possono essere misti, aggiunti come membri allo Stato
ereditario di un principe o del tutto nuovi; a loro volta questi possono essere
conquistati con la virtù e con armi proprie, oppure basandosi sulla fortuna e
su armi altrui ( capitolo VII, in cui si propone come esempio il duca Valentino
). Tratta di coloro che giungono al principato attraverso scelleratezze, e qui
Machiavelli distingue tra la crudeltà
bene e male usata : la prima é
quella impiegata solo per stati di assoluta necessità e che si converte nella
maggiore utilità possibile per i sudditi ; male usata invece é quella che
cresce con il tempo anzichè cessare ed é compiuta per l' esclusivo vantaggio
del tiranno. Machiavelli affronta il principato civile, in cui cioè il principe riceve potere
dai cittadini stessi ; nel X si esamina come si debbano misurare le forze dei
principati e nell' XI si tratta dei principati ecclesiastici, in cui il potere
é detenuto dall' autorità religiosa, come nel caso dello Stato della Chiesa. I
capitoli XII - XIV sono dedicati al problema delle milizie : Machiavelli
giudica negativamente l' uso degli eserciti mercenari ( cosa che per altro
aveva fatto già Petrarca ), abituale nell' Italia del tempo, perchè essi
combattendo solo per denaro sono infidi e pertanto costituiscono una delle
cause principali della debolezza degli Stati italiani e delle pesanti sconfitte
subite nelle recenti guerre ; di conseguenza, per lui, la forza di uno Stato
consiste soprattutto nel poter contare su armi proprie, su un esercito composto
dagli stessi cittadini in armi, che combattano per difendere i loro averi e la
loro vita stessa. Machiavelli tratta dei modi di comportarsi del principe con i
sudditi e con gli amici. E' questa la parte in cui il rovesciamento degli
schemi della trattatistica precedente é più radicale e polemico, in cui
Machiavelli, anzichè esibire il catalogo delle virtù morali che sarebbero
auspicabili in un principe va dietro alla
verità effettuale della cosa :
poichè gli uomini sono malvagi, avidi, mancatori della fede e violenti, il
principe che é costretto ad agire tra loro non può seguire in tutto le leggi
morali, ma deve imparare anche ad essere
non buono, dove le circostanze lo esigano ; deve guardare al fine, che é
vincere e mantenere lo Stato: i mezzi se vincerà saranno sempre considerati
onorevoli. Sono questi i capitoli che hanno immediatamente suscitato più
scalpore, ed hanno attirato per secoli su Machiavelli l' esecrazione e la
condanna. Il capitolo XXIV esamina le cause per cui i principi italiani, nella
crisi (il crollo della libertà italiana ) hanno perso i loro Stati. La causa
per lo scrittore é essenzialmente l'
ignavia dei principi, che nei
tempi quieti non hanno saputo prevedere la tempesta che si preparava ( solo
Savonarola aveva avuto l' intuizione ) e porvi i necessari ripari. Di qui
scaturisce naturalmente l' argomento, il rapporto tra virtù e fortuna, cioè la
capacità, che deve essere propria del politico, di porre argini alle variazioni
della fortuna, paragonata a un fiume in piena che quando straripa allaga le
campagne e devasta i raccolti e gli abitati. L' ultimo capitolo é, come
accennato, un' appassionata esortazione ad un principe nuovo, accorto ed
energico, che sappia porsi a capo del popolo italiano e liberare l' Italia dai
barbari. (il testo sopra è di F. - visitate il suo sito di filosofia ).filosofico. Pellegrino.
Mangieri IL PENSIERO POLITICO DI MACHIAVELLI OPPURE SE L'AVETE GIA
LETTA ANDIAMO ALLORA DIRETTAMENTE ALL'OPERA INTEGRALE IL
PRINCIPE. STORIOLOGIA. Grice: When I created Deutero-Esperanto, I felt like the
principato senza il principe! Nome compiuto: Michele Ciliberto. Keywords: il
principe, intelletuale fascista, lessico, lessico di Bruno, lessico di grice,
lessico filosofico europeo, umbra profunda, implicatura in chiaroscuro, i
contrari, il laico, il libero, despotismo, immagine e concetto, parola,
immagine, e concetto, il pazzo, il ragionato, istituto su studi sul
rinascimento, la tradizione italiana, la tradizione filosofica italiana,
democrazia rappresentativa, concetto di rappresentazione, Grice e Ciliberto
sulla rappresentazione. Il primo ministro britannico ripresenta suoi
costituenti. Il barone della camera alta del parlamento, parlamento ed
implicamento, il team di cricket rippresenta Inghilterra: fa per Inghilterra
quello che Inghilterra non puo fare: gioccare cricket. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Ciliberto” – The Swimming-Pool Library. Ciliberto.
Luigi
Speranza -- Grice e Cilone: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). According to
Giamblico. C. seeks to join the circle of Pythagoras. He is rejected because
Pythagoras sees in him a tendency to violence and tyranny. In response, C. leads
the people of Crotone in a campaign against the sect -- as a result of which
Pythagoras has to decamp to Metaponto. “At least he left with his judgment
vindicated – Pythagoras did.” Archita said. Cilone. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cilone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cimatti:
l’implicatura conversazinale del pooh-pooh and other products -- il
non-naturale -- fondamenti naturali della comunicazione – scuola di Roma –
filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“I like Cimatti – for one, he develops a biological semiotics, and he takes
seriously the issue that man IS an animal -- -- and has thus philosophised on
animality!” Si
laureato sotto Mauro con “La communicazion animale” -- Insegna ad Arcavacata di
Rende. Altre opere: “Linguaggio ed esperienza visive” (Rende, Centro Editoriale
e Librario); “La scimmia che si parla. Linguaggio, autocoscienza e libertà
nell'animale umano” (Bollati Boringhieri); “Nel segno del cerchio. L'ontologia
semiotica di Giorgio Prodi, Manifestolibri La mente silenziosa. Come pensano
gli animali non umani” (Editori Riuniti); “Mente e linguaggio negli animali.
Introduzione alla zoosemiotica cognitiva” (Carocci); Il senso della mente. Per
una critica del cognitivismo” (Bollati Boringhieri); “Mente, segno e vita.
Elementi di filosofia per Scienze della comunicazione,Carocci); “Il volto e la
parola. Per una psicologia dell'apparenza, Quodlibet, Il possibile ed il reale. Il sacro dopo la
morte di Dio” (Codice Edizioni); Bollettino Filosofico. Linguaggio ed emozioni”
(Aracne); Lingue, corpo, pensiero: le ricerche contemporanee” (Carocci); Naturalmente
comunisti. Politica, linguaggio ed economia” (Bruno Mondadori); “La vita che
verrà. Biopolitica per Homo sapiens,, ombre corte, Filosofia della
psicoanalisi. Un'introduzione in ventuno passi” (Quodlibet); Filosofia
dell'animalità (Laterza); “Corpo, linguaggio e psicoanalisi” (Quodlibet); “A
come Animale: voci per un bestiario dei sentimenti” (Bompiani); “Il taglio” “Linguaggio
e pulsione di morte, Quodlibet);
Filosofia del linguaggio: storia, autore, concetto” (Carocci); “Psicoanimot,
La psicoanalisi e l'animalità” (Graphe); “Lo sguardi animale” (Mimesis); “Per
una filosofia del reale” (Bollati Boringhieri); “La vita estrinseca”; “Dopo il
linguaggio” (Orthotes, Salerno); “Abbecedario del reale” (Quodlibet, Macerata);
“La fabbrica del ricordo (Il Mulino). Il linguaggio degli animali Del resto,
l'opposizione convenzionalelnaturale6 permet te di distinguere anche tra il
linguaggio umano e i suoni emessi dagli animali, questi ultimi essendo, per
altro, ugualmente vocali e interpretabili. Già la nozione di "voce"
(phone) presenta alcune interessanti particolarità. Nel “De anima” si dice che
un suono può essere definito una "voce" quando è emesso da un essere
animato ed è dotato di significato -- semantikos. Ora, un suono emesso da un
animale non umano, per quanto definito psophos (''rumore" – cf. gemito,
riso, pianto), ha tutta via le due precedenti caratteristiche. Ciò che li
distingue dalla voce emessa da un uomo sono due fattori: non è “convenzionale” --
e di conseguenza non può essere né simbolo né nome -- ma è "per na
tura" (De int.); ed è “a-grammatos”, cioè "inarticolabile" o
"non combinabile" (Pot.). La nozione di combinabilità, del resto,
come mostra Morpurgo-Tagliabue, è al centro stesso del carattere di semanticità
del linguaggio umano, i cui suoni semplici -- adiafretoi,
"invisibili" -- possono articolarsi in unità più grandi dotate di
significato. L’animale non umano, invece, emette solo un suono indivisibile, ma
non combinabili (Pot). Si possono illustrare riassuntivamente i caratteri del
linguaggio umano in contrapposizione al suono emesso dall’animale non umano,
attraverso il seguente schema: linguaggio umano - per convenzione - elementi
indivisibili combinabili e elementi divisibili - lettere - elementi dotati di
significato - simboli - nomi suoni degli animali - per natura - elementi
indivisibili non combinabili - non lettere - elementi che rivelano (d- loflsl)
qualcosa - non simboli - non nomi. Si deve rilevare, tra l'altro, che la
semanticità del suono emesso dall’animale non umano è espresse dal verbo
dlofìsi (''rivelano", De int.), fatto che conferma l'idea che per
Aristotele, quando non sia in gioco la convenzione, come nel caso del suono da
un animale, torna di nuovo in primo piano il carattere SEMIOTICO – SEMANTICO d'una
espressione. Il suono dell’animale è SINTOMO che rivela la loro causa. IDel
resto, l'opposizione convenzionale/naturale permette di distinguere anche tra
il linguaggio umano e il suono (vox, Grice’s ‘sound’, ‘groan’) emesso dall’animale,
questo ultimo essendo, per altro, ugualmente vocale (vox, vocatum, ‘sound’ –
the characterization of a product, groan) e interpretabile. Già la nozione di
"voce" (phone, vox – cf. Grice’s ‘sound’ ‘characterisation of a
product’, groan) presenta alcune interessanti particolarità. Nel “De anima” si
dice che un suono – cf. il ‘sound’ di Grice – ‘I shall use utterance to include
the characterization of a product (e.g. a sound)] può essere definito una
"voce" [phone, vox] quando: (i) sia emesso da un essere animato
(II); (ii) sia dotato di significato (semantikos) (Il, 420 b, 29-33). Ora, un
suono emesso da un animale, per quanto definito psophos (''rumore"), ha
tuttavia le due precedenti caratteristiche. Ciò che li distingue dalls voce
emesse dagli uomini sono due fattori: (i) il suono no e convenzionale (e di
conseguenza non puo essere né simbolo né nome), ma è "per natura" phusei
(De int., 16 a, 26-30); (ii) e ‘a-grammatos,’ cioè "in-articolabili"
o "non combinabili" (Poet.). La nozione di "combinabilità",
del resto, come mostra Morpurgo-Tagliabue (33 e sgg.), è al centro stesso del
carattere di semanticità del linguaggio umano, il cui suono (‘sound’) semplice
(“a-diafretos”, ‘in-divisibile’) puo articolarsi in unità più grandi dotate di
significato. L’animale, invece, emette solo un suono (Grice’s ‘sound’) in-divisibili,
ma non combinabili (Poet.). Si possono illustrare riassuntivamente i caratteri
di una lingua come il inglese linguaggio umano in contrapposizione al
repertorio di suoni emessi da un animali, attraverso uno schema. Lnguaggio
umano, e. g. Deutero-Esperanto: I. per convenzione, or decisione. II. Formato
di questo o quello elemento in-divisibile ma combinabile e questo o quello elemento
divisibili – fonema, lettere (cfr. Grice: utterer’s meaning, sentence-meaning,
word-meaning – below the word – meaning), di questo o quello elemento dotato di
significato - simbolo – nome. Questo o quello suono di questo o quello animale:
I. per natura. II. Elemento in-divisibili MA non combinabili - non lettere – elemento
che rivela o manifesta (deloflsl) qualcosa - non simbolo - non nome. Si deve
rilevare, tra l'altro, che la semanticità di un suono emessi da un animali è
espressa dal verbo delofìsi (''rivelare", De int., 16 a, 28), fatto che
conferma l'idea che per Aristotele, quando non sia in gioco la convenzione o la
decisione razionale (Deutero-Esperanto), come nel caso del repertorio
comunicativo di un animale, torna di nuovo in primo piano il carattere
semiotico d'una espressione. Il suono (voce, rumore) di un animale e un sintomo
o effeto che rivela naturalmente la sua causa – una affettazione dell’anima. The Bow-Wow Theory. According to the bow-bow theory theory, language
began when our ancestors started imitating the natural sounds around them. The
first speech was onomatopoeic—marked by echoic words such as moo, meow, splash,
cuckoo, and bang. What's wrong with this theory? Relatively
few words are onomatopoeic, and these words vary from one language to another.
For instance, a dog's bark is heard as au au in Brazil, ham ham in Albania, and
wang, wang in China. In addition, many onomatopoeic words are of recent origin,
and not all are derived from natural sounds. The Ding-Dong
Theory The ding-dong theory, favoured by Plato and Pythagoras, maintains
that speech arose in response to the essential qualities of objects in the
environment. The original sounds people made were supposedly in harmony with
the world around them. What's wrong with this theory? Apart from
some rare instances of sound symbolism, there is no persuasive evidence, in any
language, of an innate connection between sound and meaning. The La-La
Theory The Danish linguist Jespersen put forward the la-la theory. He suggests
that language may have developed from sounds associated with love, play, and
(especially) song. What's wrong with this theory? As Crystal notes
in "How Language Works" (Penguin, 2005), this theory still fails to
account for the gap between the emotional and the rational aspects of speech
expression. The pooh-pooh theory holds that speech begins with an interjection
– a spontaneous cry or GROAN of (naturally meaning) pain ("Ouch!"),
surprise ("Oh!"), and other emotions ("Yabba dabba
do!"). What's wrong with this theory? No language contains
very many interjections, and, Crystal points out, "the clicks, intakes of
breath, and other noises which are used in this way bear little relationship to
the vowels and consonants found in phonology." The Yo-He-Ho
Theory According to the yo-he-ho theory, language evolves from the grunt,
the groan, and a snort evoked by heavy physical labour. What's wrong with
this theory? Though this notion may account for some of the
rhythmic features of the language, it doesn't go very far in explaining where
words come from. Wikipedia Ricerca Origine del linguaggio umano come,
dove, quando e perché è nato il linguaggio Lingua Segui Modifica L'origine del
linguaggio umano è un argomento che ha attratto una considerevole attenzione
nel corso della storia dell'uomo. L'uso della lingua è uno dei tratti più
cospicui che distingue l'Homo sapiens da altre specie. A differenza della
scrittura, l'oralità non lascia tracce evidenti della sua natura o della sua
stessa esistenza, perciò, i linguisti devono ricorrere a metodi indiretti per
decifrare le sue origini. Secondo la Genesi, la grande varietà di
lingue umane si originò dalla Torre di Babele con la confusione delle lingue
(immagine dalla Bibbia illustrata di Gustave Doré). I linguisti si trovano
d'accordo che non ci sono lingue primitive esistenti, e che tutte le
popolazioni umane moderne usano lingue di simile complessità[senza fonte].
Mentre le lingue esistenti si differenziano nei termini della grandezza e dei
temi del proprio lessico, tutte possiedono la grammatica e la sintassi
necessarie, e possono inventare, tradurre e prendere in prestito il vocabolario
necessario per esprimere l'intera gamma dei concetti che i parlanti vogliono
esprimere. Tutti gli esseri umani possiedono abilità linguistiche simili e
relative strutture biologiche preposte innate, ma nessun bambino nasce con una
predisposizione biologica ad imparare una data lingua invece di
un'altra[3]. Le lingue umane potrebbero essere emerse con la
transizione al comportamento umano moderno circa 164 000 anni fa (Paleolitico
superiore). Una supposizione comune è che il comportamento umano moderno e
l'emergere della lingua siano coincisi e fossero dipendenti l'uno dall'altro,
mentre altri spostano indietro nel tempo lo sviluppo della lingua a circa 200
000 anni fa, al momento in cui apparvero le prime forme di Homo sapiens arcaico
(Paleolitico medio), o addirittura al Paleolitico inferiore, a circa 500 000
anni fa. Tale questione dipende dal punto di vista sulle abilità comunicative
dell'Homo neanderthalensis. In tutti i casi, è necessario presumere un lungo
stadio di pre-lingua, tra le forme di comunicazione dei primati superiori e la lingua
umana completamente sviluppata. L’origine del linguaggio negli studi di
Schelling e GrimmModifica Il problema dell’origine del linguaggio fu una
tematica fondamentale del Romanticismo. Schelling (filosofo dell’idealismo) e
J. Grimm (glottologo, grammatico e autore di fiabe insieme al fratello) sono
due autori che hanno due posizioni differenti sull’origine del linguaggio.
Schelling, nel suo testo, parla di tre ipotesi fondamentali: Ipotesi
teologica, secondo la quale il linguaggio ha origine divina e viene tramandato
di generazione in generazione. Ipotesi istinto-naturalistica, secondo la quale
il linguaggio ha avuto origine grazie all’istinto, che è una qualità innata
dell’uomo. Ipotesi secondo la quale l’uomo ha imparato a parlare progressivamente:
partendo, cioè, dall’urlo e dai gesti, l’uomo è andato a mano a mano costruendo
il linguaggio. Il testo di Schelling rimane però indefinito, non arriva cioè ad
una conclusione. Il testo di Grimm[5] è stato scritto in contrapposizione al
testo di Schelling: egli parte nell’analizzare l’ipotesi teologica,
suddividendola in due sottoipotesi, una secondo cui il linguaggio è stato
creato insieme alla creazione dell’uomo ed una quella secondo la quale il
linguaggio è successivo alla creazione dell’uomo. Entrambe fanno comunque
giungere alla conclusione che la lingua appartiene solo alla specie umana e che
il linguaggio sia una conquista dell’uomo. La lingua è una conseguenza del
pensiero ed inizia nei bambini insieme ad esso[6]. Inoltre, Grimm analizza il
linguaggio nella sua evoluzione, suddividendolo in tre stadi: il primo stadio è
quello delle prime produzioni vocali, formate da una sillaba. Nel secondo
stadio vi è il passaggio dai monosillabi a parole composte da più sillabe e la
composizione del linguaggio non è più causale, ma ha un ordine sintattico, si è
in grado di esprimere pensieri ordinati e ben connessi. Il linguaggio, nel
terzo stadio, migliora sempre di più e si possono esprimere liberamente i
propri pensieri[7]. Grimm conclude affermando la grande complessità del tema
riguardo all’origine del linguaggio e riconosce che il linguaggio è una
proprietà fondamentale dell’uomo strettamente connessa con il pensiero.
Parola e linguaModifica I linguisti fanno distinzione tra il parlare, il
discorso e la lingua. Il parlare comporta la produzione di suoni dall'apparato
fonatorio. I volatili parlanti, come alcuni pappagalli, sono capaci di imitare
parole umane. Ad ogni modo, quest'abilità di imitare i suoni umani è molto
diversa dall'acquisizione di una sintassi. D'altro canto, i sordi generalmente
non usano il discorso parlato, ma sono in grado di comunicare usando la lingua
dei segni, che viene considerata una lingua moderna, complessa e pienamente
sviluppata. Ciò implica che l'evoluzione delle lingue umane moderne richiede
sia lo sviluppo dell'apparato anatomico per produrre foni sia specifici
mutamenti neurologici necessari a sostenere la lingua stessa.
Comunicazione animaleModifica Sebbene tutti gli animali usino una qualche forma
di comunicazione, i ricercatori generalmente non classificano questa
comunicazione come una lingua. Ad ogni modo, il sistema di comunicazione di
alcune specie animali condivide alcune caratteristiche con le lingue umane. I
delfini, ad esempio, sono in grado di comunicare come gli esseri umani,
chiamandosi per nome. Linguaggi dei primatiModifica Non si sa molto a proposito
della comunicazione tra i primati superiori nell'ambiente naturale. La
struttura anatomica della loro laringe non permette alle scimmie, come ai
bambini, di produrre la maggior parte dei suoni di cui sono capaci gli esseri
umani. In cattività è stata insegnata alle scimmie una rudimentale lingua dei
segni e l'uso dei lessigrammi — cioè simboli astratti corrispondenti a una
parola del vocabolario - e l'uso delle tastiere. Alcune scimmie, come Kanzi,
sono riuscite ad imparare ed usare correttamente centinaia di
lessigrammi. Le aree di Broca e di Wernicke nel cervello dei primati sono
responsabili del controllo dei muscoli della faccia, della lingua, della bocca
e della laringe, così come di riconoscere i suoni. I primati sono noti per le
loro "grida vocali", che vengono generate dai circuiti neurali
presenti nella corteccia cerebrale e nel sistema limbico. Nell'ambiente
naturale, la comunicazione tra le scimmie Chlorocebus è stata la più
studiata[9]. Esse sono note per la produzione di dieci differenti
vocalizzazioni. Molte di queste vengono utilizzate per avvertire gli altri
membri del gruppo di predatori in avvicinamento ed includono un "grido del
leopardo", un "grido del serpente" ed un "grido
dell'aquila". Ogni allarme mette in moto una diversa strategia difensiva.
Gli scienziati sono stati in grado di ottenere risposte prevedibili dalle
scimmie usando altoparlanti e suoni pre-registrati. Le altre vocalizzazioni
vengono probabilmente usate per l'identificazione. Se un cucciolo di scimmia
grida, la madre si gira verso di lui, ma le altre scimmie si girano verso la
madre per osservare quel che essa fa[10]. Antichi ominidiModifica C'è una
speculazione considerevole sulle capacità linguistiche degli antichi ominidi.
Alcuni studiosi ritengono che l'avvento della postura eretta, circa 3,5 milioni
di anni fa, abbia apportato importanti cambiamenti al cranio umano, formando un
tratto vocale più a forma di L. La forma di tale tratto ed una laringe
relativamente bassa nel collo sono requisiti necessari per produrre molti dei
suoni che si producono nelle lingue umane, soprattutto le vocali. Altri
studiosi invece credono che, basandosi sulla posizione della laringe, neanche i
neanderthaliani avessero l'anatomia necessaria a produrre l'intera gamma di
suoni delle lingue dell'Homo sapiens. Un altro punto di vista considera invece
irrilevante l'abbassamento della laringe per lo sviluppo della parola. Una
proto-lingua assoluta, così come definita dal linguista Derek Bickerton, è una
forma di comunicazione primitiva, a cui manca: una sintassi pienamente
sviluppata; tempo, aspetto, verbi ausiliari, ecc.; un vocabolario chiuso (cioè
non lessicale). In breve, si tratterebbe di uno stadio nell'evoluzione del
linguaggio intermedio tra il linguaggio dei primati superiori e le lingue umane
moderne pienamente sviluppate. Le caratteristiche anatomiche come il
tratto vocale a forma di L erano in continua evoluzione, piuttosto che apparire
improvvisamente[13]. Anche se i primi ominidi utilizzavano una rozza tecnologia
basata sulla pietra, era già più avanzata di quella degli scimpanzé e dei
gorilla. Da ciò si deduce che probabilmente gli esseri umani possedessero già
una forma di comunicazione più sviluppata degli altri primati. Neanderthaliani La
scoperta nel 2007 di un osso ioide di un neanderthaliano ha suggerito l'idea
che i neanderthaliani potessero essere anatomicamente capaci di produrre suoni
simili a quelli moderni umani e altri studi indicano che 400 000 anni fa il
canale ipoglosso degli ominidi aveva raggiunto la dimensione di quello degli
umani moderni. Il canale ipoglosso trasmette i segnali nervosi al cervello e si
ritiene che la sua dimensione rifletta la capacità di parlare. Gli ominidi che
vivevano prima di 300 000 anni fa avevano canali ipoglossi simili più a quelli
di uno scimpanzé che a quelli umani. Comunque, anche se i neanderthaliani
fossero stati in grado di parlare, Richard G. Klein nel 2004 espresse il dubbio
che potessero possedere una lingua complessa come le nostre. Lo studioso basò
il suo dubbio sui resti fossili di esseri umani ed i loro attrezzi di pietra.
Per 2 milioni di anni dopo la comparsa dell'Homo habilis, la tecnologia degli
attrezzi in pietra cambiò molto poco. Klein, che ha lavorato intensamente sugli
antichi attrezzi in pietra, descrive l'attrezzatura degli antichi esseri umani
come impossibile da separare in categorie basate sulla loro funzione ed afferma
che i neanderthaliani sembravano avere uno scarso interesse per la forma finale
dei propri attrezzi. Klein sostiene che il cervello dei neanderthaliani
probabilmente non aveva raggiunto la complessità necessaria per una lingua
articolata, anche se l'apparato fisico per la produzione dei fonemi era già ben
sviluppato. La questione sul livello di sofisticatezza culturale e tecnologica
dei neanderthaliani rimane tutt'oggi controversa. Homo sapiens. I primi
esseri umani anatomicamente di tipo moderno apparvero per la prima volta nei
reperti fossili di 195 000 anni fa in Etiopia. Nonostante fossero
anatomicamente di stampo moderno, però, i ritrovamenti archeologici disponibili
non indicano che si comportassero diversamente dagli ominidi che li avevano
preceduti. Essi utilizzavano gli stessi attrezzi in pietra grezza e cacciavano
meno efficientemente degli esseri umani che li avrebbero seguiti[20]. Ad ogni
modo, all'incirca da 164 000 anni fa nell'Africa meridionale, ci sono prove di
un comportamento più sofisticato e, da quel momento, si ritiene si sia
sviluppato il comportamento moderno[20]. A quel punto, una vita di tipo
costiero e lo sviluppo dell'attrezzatura associata rimanda evidentemente ad un
consumo di molluschi. Questo stile di vita può essere dovuto a pressioni
climatiche, conseguenti a condizioni di glaciazione. Gli attrezzi in pietra del
periodo mostrano caratteristiche regolari che furono riprodotte o duplicate con
più precisione. In seguito, apparvero anche attrezzi fatti di materiale osseo e
corna. Questi artefatti possono essere facilmente suddivisi in base alla
funzione, come punte per scalfire, attrezzi di incisione, coltelli e attrezzi
per trapanare e forare[18]. Insegnare alla prole o ad altri membri del proprio
gruppo come produrre tali strumenti dettagliati sarebbe stato difficile senza
l'aiuto della lingua. Il passo più grande nell'evoluzione del linguaggio
fu probabilmente il passaggio da una comunicazione primitiva di tipo pidgin ad
un linguaggio di tipo creolo, con la grammatica e la sintassi di una lingua
moderna[9]. Molti studiosi ritengono che questo passaggio può essere stato
compiuto solamente insieme ad alcuni cambiamenti biologici nel cervello, come
una mutazione. È stato ipotizzato che un gene come il FOXP2 potrebbe aver
subito una mutazione che permise agli esseri umani di comunicare. Le prove
suggeriscono che questo cambiamento ebbe luogo in un punto imprecisato
dell'Africa orientale, all'incirca dai 100 000 ai 50 000 anni fa, cosa che
apportò cambiamenti significativi nei resti fossili[9]. Non è ancora chiaro se
le lingue si svilupparono gradualmente in migliaia di anni o apparvero
relativamente all'improvviso. Le aree di Broca e di Wernicke apparvero
anche nel cervello umano, la prima coinvolta in scopi cognitivi e percettivi,
la seconda collegata alle abilità linguistiche. Gli stessi percorsi neurali ed
il sistema limbico degli altri primati controllano i suoni non verbali anche
negli esseri umani (risata, pianto, ecc.), cosa che suggerisce che il centro
del linguaggio umano sia una modifica dei percorsi neurali comune a "tutti"
i primati. Questa modifica e le abilità per la comunicazione linguistica
sembrano essere uniche degli esseri umani e ciò implica che l'insieme degli
organi per il linguaggio parlato si sia sviluppato dopo che il ramo evolutivo
umano si è separato da quello degli altri primati. In tal modo, il linguaggio
parlato è una modificazione della laringe unica degli esseri umani.
Secondo la teoria dell'origine "Out of Africa" ("Uscendo
dall'Africa" o "Dall'Africa verso il mondo"), circa 50 000 anni
fa[22] un gruppo di esseri umani lasciò l'Africa e procedette nella
colonizzazione del resto del mondo, inclusa l'Australia e le Americhe, che non
erano mai state popolate dagli ominidi che le avevano precedute. Alcuni
scienziati[23] ritengono che l'Homo sapiens non abbandonò l'Africa prima di
allora, perché non aveva ancora acquisito le cognizioni moderne ed il
linguaggio parlato e, perciò, non aveva le abilità, nonché il numero di persone
sufficienti a migrare. Ad ogni modo, dato il fatto che l'Homo erectus riuscì a
lasciare il continente molto prima (senza un utilizzo diffuso delle lingua,
attrezzi sofisticati né un'anatomia moderna), le ragioni per cui gli esseri
umani anatomicamente moderni rimasero in Africa probabilmente ebbe maggiormente
a che fare con le condizioni climatiche. MonogenesiModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua primigenia. La
teoria dell'origine monogenetica è l'ipotesi per cui ci sarebbe stata una
singola protolingua (la "lingua primigenia" o protolingua mondiale) dalla
quale si sarebbero poi distinte tutte le lingue parlate dagli esseri umani.
Tutta la popolazione umana, dagli aborigeni australiani ai fuegini, possiede
delle lingue. Questo include popoli, come gli aborigeni tasmaniani o gli
andamanesi, che sono rimasti isolati dagli altri popoli per anche 40 000 anni.
Così, l'ipotesi dell'origine poligenetica comporterebbe che le lingue moderne
si siano evolute indipendentemente su tutti i continenti, un'ipotesi
considerata non plausibile dai sostenitori della monogenesi. Tutti gli
esseri umani odierni discendono da una Eva mitocondriale, una donna che si
ritiene vivesse in Africa circa 150 000 anni fa. Ciò ha sollevato la
possibilità che la lingua primigenia possa essere datata approssimativamente a
quel periodo[26]. Ci sono anche teorie su un effetto a collo di bottiglia sulla
popolazione umana, soprattutto la teoria della catastrofe di Toba, la quale
ipotizza che la popolazione umana ad un certo punto, circa 70 000 anni fa, si
sia ridotta a 15 000 o 2 000 individui[27]. Se ciò avvenne realmente, un tale
effetto a collo di bottiglia sarebbe un eccellente candidato per il momento
della protolingua mondiale, anche se ciò non implica che sia anche il momento
in cui sia emerso il linguaggio parlato come capacità. Alcuni sostenitori
di tale ipotesi, come Merritt Ruhlen, hanno tentato di ricostruire la lingua
primigenia. Ad ogni modo, la maggior parte dei linguisti rifiutano questi
tentativi ed i metodi utilizzati (come la comparazione lessicale di massa) per
varie ragioni. Scenari dell'evoluzione della linguaModifica Teoria dei
gestiModifica La teoria dei gesti afferma che il linguaggio umano parlato si
sia sviluppato dai gesti che venivano usati per la semplice
comunicazione. Due tipi di prove sostengono questa teoria. Il
linguaggio dei gesti e quello vocale dipendono da sistemi neurali simili. Le
regioni della corteccia cerebrale che sono responsabili dei movimenti della
bocca e di quelli delle mani si trovano a stretto contatto. I primati usano
gesti o simboli per una forma primitiva di comunicazione, ed alcuni di questi
gesti assomigliano a quelli umani, come la "posizione di richiesta",
con le mani allungate in fuori, che gli esseri umani hanno in comune con gli
scimpanzé.[30] La ricerca ha trovato un considerevole supporto per l'idea che
il linguaggio verbale e quello dei segni dipendano da strutture neurali simili.
Pazienti che usano la lingua dei segni e che hanno sofferto di una lesione
all'emisfero cerebrale sinistro, hanno dimostrato gli stessi disordini linguistici
nella lingua dei segni dei pazienti capaci di parlare.[31] Altri ricercatori
hanno rilevato che la stessa regione sinistra del cervello è attiva sia durante
la produzione di una lingua dei segni, sia durante l'uso di un linguaggio
vocale o scritto. La questione più importante per la teoria dei gesti è per
quale motivo ci fu un passaggio allo strumento vocale. Ci sono tre possibili
spiegazioni: I primi esseri umani cominciarono ad utilizzare sempre più
strumenti, che tenevano loro le mani occupate, senza poterle usare per
gesticolare. La gesticolazione richiede che gli individui si debbano vedere tra
di loro. Ci sono molte situazioni in cui gli individui hanno bisogno di
comunicare senza contatto visivo, ad esempio quando un predatore si avvicina a
qualcuno che è su un albero a raccogliere frutta. Il bisogno di cooperare
effettivamente con gli altri per sopravvivere. Un comando dato da un leader di
una tribù di 'trovare' 'pietre' per 'respingere' 'lupi' avrebbe creato un
gruppo di lavoro e una risposta più potente e coordinata. Gli esseri umani
utilizzano ancora i gesti manuali e facciali quando parlano, specialmente
quando le persone che comunicano non usano la stessa lingua.[33] I sordomuti
usano lingue composte interamente da segni e gesti. Pidgin e
creoliModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Lingua creola e Pidgin. Un pidgin è una lingua semplificata che si sviluppa
come mezzo di comunicazione tra due o più gruppi che non parlano la medesima
lingua, in situazioni come il commercio, il cui vocabolario è generalmente
derivato dalle lingue dei vari gruppi. Il modo in cui i pidgin si sviluppano è
d'interesse per comprendere le origini del linguaggio verbale umano. I pidgin
sono lingue significativamente semplificate, con una grammatica rudimentale ed
un vocabolario ristretto. Nei primi stadi del loro sviluppo i pidgin consistono
soprattutto di nomi, verbi ed aggettivi, senza articoli e verbi ausiliari e con
pochissime preposizioni e congiunzioni. La grammatica consiste di parole senza
ordine fisso e senza desinenze di declinazione. Se questi contatti tra i gruppi
si mantengono saldi per lunghi periodi di tempo, i pidgin possono diventare
pian piano sempre più complessi attraverso le generazioni. Se i bambini di una
generazione adottano il pidgin come lingua madre, questa diventa una lingua
creola, che si fissa e acquisisce una grammatica più complessa, con una
fonetica fissa, una sintassi, una morfologia. La sintassi e la morfologia di
tali lingue presentano a volte delle innovazioni locali che non derivano dalle
lingue da cui sono nate. Gli studi sulle lingue creole del mondo hanno
dimostrato che possiedono somiglianze evidenti nella grammatica e si sono
sviluppate uniformemente dai pidgin in una singola generazione. Queste
somiglianze sono evidenti quando le lingue creole non condividono alcuna lingua
originale. Inoltre le lingue creole hanno delle somiglianze anche se si sono
sviluppate isolatamente rispetto alle altre. Le somiglianze sintattiche
includono l'ordine delle parole Soggetto Verbo Oggetto. Anche se una lingua
creola nasce da lingue con ordini delle parole differenti, sviluppa spesso un
ordine SVO. Le lingue creole tendono ad avere modelli di uso simili per gli
articoli determinativi ed indeterminativi e regole di movimento simili per le
strutture frasali anche quando le lingue-genitori non le hanno.[9]
Grammatica universaleModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento
in dettaglio: Grammatica universale. Dato che i bambini sono largamente responsabili
della creolizzazione di un pidgin, studiosi come Derek Bickerton e Noam Chomsky
hanno concluso che gli esseri umani nascono con una grammatica universalegià
inclusa nei loro cervelli. Questa grammatica universale consiste di un'ampia
gamma di modelli grammaticali che includono tutti i sistemi grammaticali di
tutte le lingue del mondo. Le impostazioni di base di questa grammatica
universale sono rappresentate dalle somiglianze evidenti nelle lingue creole.
Queste impostazioni di base vengono annullate dai bambini durante il processo
di acquisizione della lingua per adattarsi alla lingua locale. Quando i bambini
imparano una lingua, dapprima apprendono le caratteristiche più simile a quelle
creole, e poi quelle che entrano in conflitto con la grammatica creola.[9]
Un'altra questione che viene spesso citata come supporto per la grammatica
universale è il recente sviluppo della lingua dei segni nicaraguense. Il
governo del Nicaragua dette inizio al primo sforzo diffuso del paese per
educare i bambini sordomuti. Prima di ciò non esisteva una comunità sordomuta
nel paese. Un centro d'educazione speciale stabilì un programma inizialmente
seguito da 50 bambini sordomuti. Questo centro non aveva accesso alle strutture
di insegnamento di una delle lingue dei segni usate nel mondo; perciò non
veniva insegnato ai bambini nessun linguaggio. Il programma linguistico invece
enfatizzava lo spagnolo parlato e la lettura delle labbra, nonché l'uso di
segni da parte dell'insegnante che assomigliassero alle parole dell'alfabeto.
Il programma ebbe uno scarso successo e la maggior parte degli studenti non
riuscirono a comprendere il concetto delle parole spagnole. I primi bambini
arrivarono al centro con pochissimi gesti sviluppati in precedenza all'interno
delle proprie famiglie. Ad ogni modo, quando i bambini vennero messi insieme
per la prima volta cominciarono a costruire una forma di comunicazione usando i
vari segni di ogni bambino. Più bambini si aggiungevano più la lingua diventava
complessa. Gli insegnanti dei bambini, che avevano avuto uno scarso successo
nel comunicare con i propri studenti, guardavano meravigliati i bambini che
riuscivano a comunicare tra di loro. In seguito il governo nicaraguense
sollecitò l'aiuto di Judy Kegl, un'esperta della lingua dei segni alla
Northeastern University. Quando Kegl ed altri ricercatori cominciarono ad
analizzare la lingua, notarono che i bambini più giovani avevano preso le forme
pidgin dai bambini più vecchi e le avevano portate ad un alto livello di
complessità, con un accordo verbale e altre convenzione della grammatica. Approccio
sinergico La Azerbaijan Linguistic School ritiene che il meccanismo per la
nascita del linguaggio umano moderno, sofisticato e complicato, sia identico al
meccanismo evolutivo della scrittura. Lo sviluppo della scrittura ha
vissuto differenti fasi: Fase I: Grafema = frase (scrittura pittografica)
Fase II: Grafema = parola o sintagma (scrittura ideografica) Fase III: Grafema
= sillabario (scrittura sillabica) Fase IV: Grafema = suono (scrittura
fonetica) Allo stesso modo una lingua avrebbe passato stadi simili: Fase
I: Fonema = frase (linguaggio pittografico) Fase II: Fonema = parola o sintagma
(linguaggio ideografico) Fase III: fonema = sillabario (linguaggio sillabico)
Fase IV: fonema = suono (linguaggio fonetico) Vale a shout, qualche grido,
all'inizio sostituiva l'intera frase, quindi soltanto una parte della frase, e
poi la parte della parola. Storia La ricerca delle origini della lingua ha una
lunga storia, come testimonia anche la mitologia classica. Storia della
ricercaModifica Verso la fine del XVIII secolo od agli inizi del XIX gli
studiosi europei ritenevano che le lingue del mondo riflettessero i vari stadi
dello sviluppo da una lingua primitiva a quelle più avanzate, culminando nella
famiglia indoeuropea, ritenuta la più avanzata. La linguistica moderna non
nacque prima del tardo XVIII secolo e le tesi romantiche di Johann Gottfried Herdere
di Johann Christoph Adelung rimasero molto influenti. La questione delle
origini della lingua si dimostrò inaccessibile agli approcci metodici, e nel
1866 la Società Linguistica di Parigi vietò clamorosamente le discussioni
sull'origine della lingua, ritenendola un problema irrisolvibile. Un approccio
sistematico alla linguistica storica divenne possibile solamente con
l'approccio neogrammaticale di Karl Brugmann ed altri a partire dal 1890, ma
l'interesse degli studiosi per la questione riprese gradualmente piede a
partire dal 1950, con idee come la grammatica universale, la comparazione
lessicale di massa e la glottocronologia. L'"origine della lingua"
come materia a sé stante emerse dagli studi di neurolinguistica,
psicolinguistica e di evoluzione umana in generale. La bibliografia linguistica
introdusse l'"origine della lingua" come un capitolo separato nel
1988, come un argomento minore dalla psicolinguistica, mentre istituti di
ricerca di evoluzione linguistica emersero solo negli anni novanta.
Esperimenti storiciModifica La storia ha un vario numero di aneddoti su persone
che tentarono di scoprire le origini della lingua per esperimento. Il primo
tentativo viene riportato da Erodoto, che racconta che il faraone Psammetichus
(probabilmente Psametek) fece crescere due bambini da pastori sordomuti,
volendo vedere alla fine quale lingua avrebbero parlato senza influenze. Quando
i bambini furono portati di fronte a lui, uno di essi disse qualcosa che al
faraone suonò come bekos, la parola frigia per pane. Perciò Psammetichus
concluse che il frigio fosse la prima lingua. Si racconta che anche il re
Giacomo V di Scozia tentò un esperimento simile, e questi bambini avrebbero
infine parlato ebraico. Anche il monarca medievale Federico II ed Akbar, un
imperatore indiano del XVI secolo, tentarono un esperimento simile ma i bambini
utilizzati alla fine non parlarono e morirono. Nella religione e nella
mitologiaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Lingua sapienziale. Le religioni ed i miti etnici spesso danno delle
spiegazioni per le origini e lo sviluppo del linguaggio verbale. La maggior
parte delle mitologie non ritengono l'uomo inventore della lingua, ma credono
in una lingua divina, antecedente a quelle umane. Lingue mistico-magiche usate
per comunicare con gli animalio gli spiriti, come la lingua degli uccelli, sono
pure state analogamente ricercate, ed erano di particolare interesse durante il
Rinascimento, per la loro capacità di penetrare l'essenza della realtà tramite
un'apprensione immediata di natura intuitiva anziché discorsiva. Uno dei
migliori esempi nella cultura occidentale è il passaggio della Genesi nella
Bibbia riguardo alla Torre di Babele. Questo passaggio, comune a tutte le fedi
abramiche, racconta di come Dio punì gli uomini per aver costruito la torre,
confondendo la loro lingua e creandone di nuove (Genesi). Un gruppo di
persone dell'isola di Hao, in Polinesiaracconta una storia molto simile a
quella della torre di Babele, parlando di un dio che, "in preda alla
rabbia scacciò via i costruttori, distrusse l'edificio e cambiò la loro lingua,
così che parlassero differenti lingue". Primitive
languages, su Language Miniatures. Pinker, The Language Instinct: How the Mind
Creates Language, New York, Harper Perennial Modern Classics, The Handbook of
Linguistics, eds. Aronoff et JRees-Miller. Oxford: Blackwell. Vorbemerkungen zu
der Frage über den Ursprung der Sprache (Premesse alla questione sull'origine
del linguaggio), in: Schelling, Werke (a cura di. M. Schröter), 4.
Ergänzungsband (volume supplementare), Monaco; Über den ursprung der
Sprache", ristampato in: J. Grimm, Kleinere Schriften, Vol. 1, Berlino; Grimm,
F.W.J. Schelling, Sull'origine del linguaggio, Milano, Marinotti, Grimm, F.W.J.
Schelling, Sull'origine del linguaggio, Milano, Marinotti, Dolphins 'Have Their
Own Names', su BBC News;Diamond, The Third Chimpanzee: The Evolution and Future
of the Human Animal, New York, Harper Perennial, Wade, Nicholas, Nigerian
Monkeys Drop Hints on Language Origin, su nytimes.com, The New York Times,
Fitch, W. Tecumseh, The Evolution of Speech: A Comparative Review isrl.uiuc.edu;Ohala,
The irrelevance of the lowered larynx in modern man for the development of
speech Archiviato il 29 giugno 2011 in Internet Archive.. In Evolution of
Language - Paris conference, Internet Archive. Olson, Mapping Human History,
Houghton Mifflin Books, 2Ogni adattamento prodotto dall'evoluzione è utile solo
nel presente, e non in futuro indefinito. Così l'anatomica
vocale ed i circuiti neurali necessari per la produzione dei suoni delle lingue
non possono essersi evoluti per qualcosa che ancora non esisteva ^ Merritt
Ruhlen, Origin of Language, Earlier human ancestors, such as Homo habilis and
Homo erectus, would likely have possessed less developed forms of language,
forms intermediate between the rudimentary communicative systems of, say,
chimpanzees and modern human languages ^ Jungers, William L. et. al.,
Hypoglossal Canal Size in Living Hominoids and the Evolution of Human Speech,
in Human Biology, DeGusta, David et. al., Hypoglossal Canal Size and Hominid
Speech, in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States
of America, Hypoglossal canal size has previously been used to date the origin
of human-like speech capabilities to at least 400,000 years ago and to assign
modern human vocal abilities to Neandertals. These conclusions are based on the
hypothesis that the size of the hypoglossal canal is indicative of speech
capabilities. ^ Johansson, Sverker, Constraining the Time When Language Evolved
( PDF ), in Evolution of Language: Sixth International Conference, Rome, Hyoid
bones are very rare as fossils, as they are not attached to the rest of the
skeleton, but one Neanderthal hyoid has been found (Arensburg), very similar to
the hyoid of modern Homo sapiens, leading to the conclusion that Neanderthals
had a vocal tract similar to ours (Houghton; Bo¨e, Maeda, et Heim, Klarreich,
Erica, Biography of Richard G. Klein, in Proceedings of the National Academy of
Sciences of the United States of America, Klein, Richard G., Three Distinct
Human Populations, su Biological and Behavioral Origins of Modern Humans,
Access Excellence @ The National Health Museum; Schwarz, J. uwnews.org uwnews
Risorse e informazione; Internet Archive. ^ Lewis Wolpert, Six impossible
things before breakfast, The evolutionary origins of belief; Minkel, J. R.,
Skulls Add to "Out of Africa" Theory of Human Origins: Pattern of
skull variation bolsters the case that humans took over from earlier species,
su sciam.com, Scientific American; Klein, Richard, Three Distinct Populations,
su accessexcellence. You've had modern humans or people who look pretty modern
in Africa by 100,000 to 130,000 years ago and that's the fossil evidence behind
the recent "Out of Africa" hypothesis, but that they only spread from
Africa about 50,000 years ago. What took so long? Why that long lag, 80,000
years? ^ Wade, Nicholas, Early Voices: The Leap to Language, The New York
Times, Sverker, Johansson, Origins of Language - Constraints on Hypotheses su
arthist.lu. Ruhlen, Merritt, Language Origins, su findarticles.com, National
Forum; Whitehouse, David, When Humans Faced Extinction, su news.bbc.co.uk, BBC
News; Rosenfelder, Mark, Deriving Proto-World with Tools You Probably Have at
Home, su Zompist; Salmons, 'Global Etymology' as Pre-Copernican Linguistics, in
California IPA: lɪŋ gwɪs tɪk Notes, Program in Linguistics, California State
University, Premack, David et Premack, Ann James. The Mind of an Ape, Kimura,
Doreen, Neuromotor Mechanisms in Human Communication, Oxford, Newman, A. J., et
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Language Processing, in Nature Neuroscience; Kolb, Bryan, and Ian Q. Whishaw,
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Bang ^ Mammadov J.M.: Origine della lingua. p.160-172 ^ Azerbaijan Linguistic
School: The origin of language ^ Maryanne Wolf,Proust e il calamaro.Storia e
scienza del cervello che legge, trad. di Stefano Galli, Vita e Pensiero, 2009,
Milano, Re: Did hitler experiment with babies ^ Linguistics 201: First Language
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Ed. by Leonid Grinin, Victor C. de Munck, and Andrey Korotayev. Moscow,
KomKniga/URSS, Vajda, The Origin of Language, su pandora. FBM de Waal, Pollick
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pilgrimage to the dawn of life, Londra, Weidenfeld et Nicolson, Grimm, F.W.J.
Schelling, Sull'origine del linguaggio, Milano, Marinotti, Lingua (linguistica)
Linguaggio Oralità Tradizione orale Teoria bau-bau Language and Social
Organization, su evolution-of-man.info. PAGINE CORRELATE Grammatica universale Teoria
linguistica che postula che i principi della grammatica siano condivisi da
tutte le lingue, e siano innati per tutti gli esseri umani.
Rilessificazione Origine africana dell'Homo sapiens Wikipedia Il Grice: “I
share a lot with Cimatti; we both believe that there’s a semiotic continuity,
and more important that it’s psi-transmission that matters: a pirot perceives
that the a is b, and communicates that the a is b to another pirot, who
perceives the communicatum, ‘the a is b’ and comes to think that the other
pirot thinks that the a is b – I use ‘think’ as dummy. ‘accept’ may do, to
cover willing, since it’s willing that’s basic, though! Nome compiuto: Felice
Cimatti. Keywords: fondamenti naturali della comunicazione, homo sapiens,
storia innaturale, non-naturale, unnatural – non-natural, naturalization, animale,
bestia, linguaggio, segno, vita, zoo-semiotica, prodi, corpo, codice, mente,
cognitivismo, comunicazione, animale, soglia semiotica, mentalismo, storia
innaturale, comunicazione giovenile, fundamenti naturali della comunicazione,
percezione e comunicazione, comunicazione come percezione trasferita,
psi-transfer. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cimatti” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Cincio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Firenze). A philosopher of the Porch. Cincio.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cincio,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cinna: il portico a Roma -- il tutore del principe – filosofia italiana (Roma). A member of the Porch and tutor to Antonino. The emperor claims to have
learned from C. the value of friendship, children, and praise. Nome
compiuto: Cinna Catulo. Cinna. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Cinna,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cione: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corporazionismo -- Dedalo
ed Icaro – l’idea corporativa come interpretazione della storia – scuola di
Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I
love Cione; my favourite is “The age of Daedalus – which reminds me of
Gilbert’s statuette and the Italian model who posed for him – the story of a
failure!” Grice: “But Cione philosophised on various other subjects as well,
such as Leibniz, and of course, Croce – in his case, first-hand knowledge! –
and mysticism, and Mussolini, and the rest of them – He thinks there is a
Neapolitan dialectic, and really is in love with his environs – his study of
‘romantic Naples’ reminds me of my rules of conversational etiquette! –
especially the illustrations involving gentleman-lady interaction!” Di tendenze
socialiste, e in un primo momento anti-fasciste, studia sotto Croce.
Perseguitato della prima ora dal fascismo, viene rinchiuso nel campo di
Colfiorito di Foligno e poi mandato al confino a Montemurro. Attratto dal nuovo
indirizzo espresso dal Manifesto di Verona, aderisce alla Repubblica Sociale
Italiana. Chiede e ottiene il consenso di Mussolini (il quale si rende
esplicitamente concorde) per la costituzione di una formazione politica
indipendente dal Partito Fascista Repubblicano, denominata in un primo momento
Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista e, in seguito, Partito Repubblicano
Socialista Italiano. A tale formazione politica, su suggerimento dello stesso
Mussolini, sarà concessa anche la pubblicazione di un quotidiano L'Italia del
Popolo. Il Duce però non aveva nessuna fiducia né nell'uomo né nell'impresa,
tanto che durante una conversazione con l'ambasciatore Rudolf Rahn preoccupato
per una possibile apertura "a sinistra" del capo del fascismo ebbe a
dichiarare: Per ingannare i nostri
avversari ho lasciato, non appena ho pensato che il nuovo fascismo in Italia
fosse abbastanza forte, che alcune contro-correnti dicessero la loro, tra
l’altro ho permesso che si formasse un gruppo di opposizione sotto la guida di
C. Non ha una gran testa, e non avrà successo. Ma la gente che ora sta cercando
di crearsi un alibi si raccoglierà intorno a lui e quindi sarà perduta per il comitato
di liberazione che è molto più pericoloso. Salvatosi dalle epurazioni
partigiane nel dopoguerra, si costruirà una carriera politica nell’Italia repubblicana.
Milita nel Fronte dell'Uomo Qualunque. Successivamente, quando il partito di
Giannini si sciolse, entra nel Movimento Sociale Italiano e venne eletto
consigliere e poi assessore della giunta di Achille Lauro. Si candida al Senato
con la lista della fiamma nel colleggio di Afragola ma non fu eletto. Deluso
dai missini, adiere alla democrazia cristiana, senza però svolgere una
militanza attiva nel partito. Negli ultimi anni di vita cercò di conciliare il
messaggio di papa Giovanni XXIII con le aperture di Nikita Kruscev oltre la
cortina di ferro. Altre opere: “Valdés: la sua vita e il suo pensiero religioso
con una completa della sua opere e degli
scritti intorno a lui” (Laterza editore); “Sanctis, Ed. Giuseppe Principato); “L'opera
filosofica, coautore Franco Laterza, Laterza editore); “Napoli romantica”
(Gruppo Editoriale Domus); “L'estetica di Sanctis” (Pennetti Casoni Editore);
“Da Sanctis al Novecento” (Garzanti); “Nazionalismo sociale” “l'idea
corporativa come interpretazione della storia” (Achille Celli Editore); “Napoli
e Malaparte” (Editore Pellerano-Del Gaudio); “Storia della repubblica sociale
italiana” (Ed. Latinità); “Croce, coll. "I Marmi", Longanesi);
“Crociana” (Fratelli Bocca); “Sanctis” (Montanino); “Questa Europa” (M. Mele);
“Fascino del mondo arabo: dal Marocco alla Persia, Cappelli Editore); “Croce”
(Loganesi); “Fede e ragione nella storia: filosofia della religione e storia
degli ideali religiosi dell'Occidente” (Cappelli Editore); “La Cina d'oggi,
Filippine, Formosa, Giappone” (Ceschina); “Leibniz” (Libreria scientifica
editrice); “Narrativa del Novecento, Istituto editoriale del Mezzogiorno); “L’eta
di Dedalo”; “Un viaggio elettorale, Bompiani). Dizionario Biografico degli
Italiani. Un ex allievo di Croce negli ultimi mesi di Salò crea un
"partito contro" su suggerimento del ministro dell'Educazione Biggini
di Silvio Bertoldi. Per ultimi ma non meno importante ricordiamo anche
l’esperienza della rivista La Verità diretta da Nicolò Bombacci, tra i
fondatori del partito comunista e in seguito avvicinatosi al Fascismo, pur con
posizioni indipendenti tendenti al socialismo nazionale, e dove ne sarà
portavoce anche nella successiva esperienza di Salò assieme ad altre
personalità come Giuseppe Solaro ed Edmondo Cione, e la magistrale figura del
poeta americano Ezra Pound, il quale giudicò positivamente il modello politico
ed economico dello stesso Fascismo. Home Cultura Cultura (di
G.Parlato). Perché leggere “Storia della Rsi” di C. By Redazione 4
anni Ago Il sigillo della Repubblica Sociale ItalianaIl sigillo della
Repubblica Sociale Italiana Sarà forse una caratteristica tipicamente italiana,
ma da noi persino le guerre civili lasciano molto, moltissimo spazio alle
mediazioni e ai tentativi di compromesso. Vi furono diversi tentativi, tutti
falliti, di dare alla guerra fratricida un altro esito, meno sanguinoso, più
indirizzato verso un passaggio “indolore” dei poteri dalla Rsi al movimento
partigiano e, infine, al Regno. Si trattò di operazioni sotterranee molto
complesse, spesso contraddittorie, che si fondavano su un equivoco: la
possibilità che una parte del movimento partigiano (i socialisti, e neppure
tutti) potessero staccarsi dalla opprimente pressione delle Brigate Garibaldi
gestite dal Pci e realizzare una soluzione pacifica di passaggio dei poteri nel
Nord Italia in nome di un socialismo che avrebbe dovuto riunire tutti, da
Mussolini a Nenni. Protagonisti di questo tentativo, un po’ nobile, un
po’ ingenuo, un po’ velleitario furono diversi personaggi di ambo le parti: da
parte fascista, i ministri della Rsi Carlo Alberto Biggini e Piero Pisenti, i
sindacalisti Manunta e Dinale, il capo della polizia di Salò Renzo Montagna, il
capo della Decima Junio Valerio Borghese, più altri minori; da parte
socialista, Bonfantini,Vigorelli, Silvestri, Zocchi e soprattutto Andreoni,
autore di un confuso ed equivoco tentativo di “collaborazione militare ma non
politica” (!!) tra fascisti di Salò e socialisti di sinistra contrari alla
egemonia comunista nel Cln. Punto di raccordo di molti di questi fiumi
sotterranei è C., filosofo, collaboratore di Croce, antifascista liberale,
confinato politico, il quale alla vigilia della guerra civile decide di puntare
sulla riconciliazione degl’italiani. Un progetto ambizioso, non sempre
sorretto da una vera lucidità politica, che comunque portò a tre risultati
importanti, nel crepuscolo della Rsi: in primo luogo, C. riuscì a catalizzare
attorno a sé un gruppo di fascisti e di antifascisti che opera per il passaggio
indolore dei poteri. In secondo luogo, riusce ad avere la fiducia di Mussolini
che gli finanzia un quotidiano, “L’Italia del Popolo”. Infine riusce a
costituire un movimento politico di opposizione in Repubblica Sociale, il
Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista che doveva essere il primo
segnale verso la liberalizzazione dei partiti in Rsi. Naturalmente ciò
avvenne con l’approvazione dei fascisti “moderati”, come Borsani, Agazio
e Pettinato, e con la violenta opposizione degli intransigenti, come Pavolini,
Mezzasoma ed Almirante. La dettagliata storia di queste più o meno
sottili trame, di questi tentativi è il filo conduttore del volume di C., STORIA
DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (Altergraf). Si tratta di una storia che, tra
le prime, ricostruisce le vicende della Rsi e il suo valore è soprattutto
questo. Il mondo variegato e talvolta contraddittorio di quelli che
cercarono di costruire dei ponti tra
fascismo e antifascismo è complesso ma, in genere, comprendefascisti di
sinistra -- più moderati e aperti al pluralismo -- e socialisti -- insofferenti
al peso del Pci. Che qui ci si trovi al cospetto di un liberale è senza dubbio
un elemento di novità. Perché un liberale e, pur con tutti i distinguo,
crociano accetta di sostenere i punti di Verona, la socializzazione, l’ultimo
fascismo mussoliniano, rivoluzionario, socialista e anticapitalista? Si tratta
effettivamente di un problema non da poco che può essere spiegato solo con il
costante richiamo alla CONCORDIA nazionale.
Una concordia che non è però soltanto un moto dell’animo, ma che si sostanzia
di un elemento a nostro avviso centrale: la necessità del superamento
dell’antitesi fascismo – antifascismo, considerando C. il fascismo un elemento
essenziale nella storia italiana, del quale è indispensabile tenere conto -- non
per esaltarlo ma piuttosto per proseguire nel cammino della comunità nazionale
senza parentesi e senza demonizzazioni. L’errore dell’antifascismo, per C., è
quello di ritenere di potere cancellare il periodo fascista dalla storia
italiana e soprattutto di potere non considerare con attenzione le
soluzioni che il fascismo, pur in un quadro autoritario, individua allo scopo
di contribuire a fare ritrovare unità e concordia nella società italiana. In
questo senso l’esperienza corporativa, che C. intese sempre in senso
produttivistico piuttosto che in termini rivoluzionari, può essere interessante
da recuperare in una chiave pluralistica. Più complessa la risoluzione
dell’altro problema che lo assilla e che, in qualche modo, è correlato con la
ricerca della concordia: il persistere, nella dinamica politica italiana, della
categoria del nemico assoluto da abbattere. Essendo più FILOSOFO che storico, C.
non si rende conto che l’Italia dopo la prima guerra mondiale non è più quella
precedente. Il pretendere che le contrapposizioni, giunte fino alla guerra
civile, si componessero con un semplice richiamo alla concordia, dimostra quello
che acutamente aveva colto Artieri, e che cioè C. pensava e scriveva come se
vivesse nell’Italia di Giolitti e di Scarfoglio. In questa sua incapacità
di leggere fino in fondo la lezione della storia si trova la inattualità
politica del saggio di C. sulla Rsi, ma
anche il fascino dell’impolitico, di chi cioè preferisce manifestare le proprie
convinzioni anche se esse non sono più in grado di produrre effetti
politici. La sua originalità risiede anche in un ultimo aspetto. Se è
vero che in Italia il filosofo tende a correre verso il carro del vincitore,
la storia di C. è quella di un filosofo che pur provenendo dalla parte dei
futuri vincitori, volle stare dalla parte dei perdenti per cercare, senza
riuscirci, di rendere meno dura la vendetta finale. C. compiuti i suoi
studi prima presso il consolato germanico, poi presso il Liceo-ginnasio
Vittorio Emanuele II, si iscrive al collegio militare della Nunziatella. C.,
sottoposto a una severa educazione familiare e a una altrettanto severa
disciplina scolastica, manifesta idealmente i primi segni di ribellione
rivolgendo precocemente il suo interesse verso la filosofia e allontanandosi
dall'ambiente autoritario della Nunziatella. Grazie a Secolo comincia a
frequentare la casa di Croce, del quale divenne allievo, accettandone in pieno
le idee e gli insegnamenti. Un saggio suo, pubblicato a Napoli e
intitolata "Il dramma religioso dello spirito moderno e la
Rinascenza", in cui prende posizione contro Gentile, gli procura violente
critiche da parte dei fascisti. La frequentazione di casa Croce non gli impedì
tuttavia, di collaborare con alcuni giornali e periodici del regime. Consegue
la laurea e concorsa a un posto di ordinatore di biblioteche e ne ottenne
l'incarico presso la Biblioteca di Venezia, poi trasferito presso la Biblioteca
di Firenze. A questi anni risalgono i suoi rapporti epistolari con alcuni
esponenti dell'opposizione liberale come Sforza, Vinciguerra, Casati ed altri. A
causa dell'intercettazione di una sua lettera, il cui contenuto era stato male
interpretato, C. è arrestato dalla polizia e internato nel campo di
concentramento di Colfiorito presso Foligno, e in seguito confinato a
Montemurro Lucano. Revisa le sue idee antifasciste e decide di abbandonare le
posizioni liberali. Eento non meno significativo nella vita di C. è la rottura
dei suoi rapporti con Croce, a causa della revoca da parte di Croce della
compilazione di un volume celebrativo, che C. aveva preparato sull'opera e sul
filosofo. Il volume è poi pubblicato dalla casa editrice Laterza di Bari
con il titolo "Croce". Dopo l'internamento e il confino,
ritornato in libertà, C. è in servizio come bibliotecario presso la Biblioteca
Braidense di Milano. Collabora alla rivista diretta da Chabod
"Popoli", dell'Istituto per gli studi di politica. Ottenne la libera
docenza di storia della filosofia. Tra i suoi saggi, il volume edito a Milano e
intitolato "Croce", la cui polemica prefazione era stata pubblicata
anticipatamente sul Corriere della Sera, procura a C. numerosi consensi anche
da parte di MUSSOLINI, che C. incontra personalmente grazie alla mediazione
dell'allora Ministro della Cultura Biggini. Cione fonda, col consenso di
Mussolini, il "Raggruppamento nazionale repubblicano socialista" e il
giornale "L'Italia del Popolo" che, sollevando l'ostilità dell'ala
fascista più estrema, dopo soli 12 numeri è sospeso a causa di una polemica con
l'Associazione dei mutilati. Soggetto all'epurazione alla fine della seconda
guerra mondiale, C. è reintegrato nel suo posto di professore di filosofia a Napoli.
Entra nel Movimento Sociale Italiano e fonda la rivista "Nazionalismo
popolare". Eletto consigliere e poi assessore allo Stato civile della
Giunta di Napoli, che ha alla sua testa Lauro. Dopo essersi candidato al Senato
come esponente del M.S.I. senza riuscire eletto, entra nelle file della
Democrazia Cristiana. Collabora con numerose riviste filosofiche e con diverse
testate giornalistiche, quali il "Roma" di Napoli, il
"Tempo" di Roma, la "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari. Tra
le opere a stampa ricordiamo la "Bibliografia Crociana" -- nella
quale sono riportate sistematicamente e cronologicamente le opere DI Croce e le
opere SU Croce --; "Sanctis e i suoi tempi” -- vincitrice del Premio
Napoli --, e due volumi di resoconti di viaggi, "Quest'Europa" e
"Fascino del mondo arabo", pubblicate la prima a Napoli e la seconda
a Bologna. In esse l'autore sembra esprimere il senso finale che, personalmente
attribuiva all'esistenza umana. Muore a Napoli. Fra le sue ultime volontà vi fu
quella di donare all'Archivio di Stato di Napoli il suo archivio personale,
affinché esso non andasse disperso e perché fosse messo a disposizione degli
studiosi. documentazione collegata. C. fonti Incarnato, in Dizionario biografico
degli italiani. Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia, Torino, Bollati
Boringhieri. C., Incarnato - Dizionario Biografico degli Italiani’ Condividi Pubblicità
C. Nato a Napoli da Stefano, avvocato di origine pugliese inurbatosi di recente
e artefice della sua fortuna, comincia a studiare presso il consolato
germanico, poi al liceo ginnasio "Vittorio Emanuele II", per
iscriversi infine alla Scuola militare della Nunziatella. L'accurata istruzione
integrò la severa educazione familiare tesa a salvaguardare una dignità ed un
decoro con fatica raggiunti e difficili da mantenere in una città come Napoli
in permanente e gravissima crisi economica. Alla Nunziatella si tende a
sviluppare l'attitudine al comando ponendo l'accento sull'educazione fisica
intesa come coercizione e disciplina. Le aspirazioni di C. ne sono frustrate
accentuandone le tendenze al ribellismo, tipiche di tanti meridionali e
l'indirizzo precoce agli STUDI FILOSOFICI nella ricerca di un'identità
ristretta al piano culturale, dati gl’ostacoli frapposti dall'ambiente
circostante ad altre vie di sviluppo più organiche e meno unilaterali. Le
stesse riserve verso l'autoritarismo ed il culto delle gerarchie che provocano
la rottura con l'ambiente della Nunziatella, da cui uscirà, lo allontanarono da
un'adesione piena al fascismo. Introdotto in casa CROCE (si veda) da
Secolo, ne accetta pienamente le idee, attirandosi col suo saggio, “Il dramma
religioso dello spirito moderno e la Rinascenza,” Napoli, di cui già manda una
parte a CROCE (si veda), in cui prese posizione contro GENTILE (si veda), gli
attacchi violenti dei coetanei fascisti. Lo difende Marzio che gl’apre le porte
del Meridiano di Roma ne gl’evita guai peggiori. Sono gli anni del consenso al
regime. La pregiudiziale antifascista e la frequenza di casa CROCE (si veda)
non impedirono a C., come ad altri, la collaborazione a giornali o periodici
del regime, ormai tanto forte da poter controllare e tollerare la fronda
liberale. L'assidua presenza in casa Croce lo gratifica e sembra soddisfarlo
pienamente. I numerosi saggi su SANCTIS (si veda), culminati nella
biografia, la continuazione dei lavori sulla Rinascenza e la Riforma sfociati
nel lavoro su Valdés e infine le ricerche sulla vita culturale di Napoli
rivelano tutti l'impronta di CROCE (si veda). Tuttavia si può cogliere una
costante della filosofia del C., la tendenza alla mediazione, non tanto
espressione di debole sincretismo, quanto costante rifiuto di ogni estremismo,
che gli fa preferire il sereno misticismo di Valdés ai rigori di Calvino ed il
tentativo di mediazione della cultura umanistica col vecchio mondo della Chiesa
e della cultura medioevale alla rottura drammatica della Riforma. 16 un
equilibrio raggiunto a fatica, non scevro di contraddizioni, presenti
soprattutto negli studi su Napoli. La ricerca appassionata e puntuale sulla
vita napoletana (Napoli romantica, Milano) non puo non approdare alla
constatazione del suo carattere provinciale. Le masse vi appaiono coine
comparse di secondo piano, quasi bozzetti a completamento di un disegno il cui
protagonista è lo sviluppo culturale. Scarsi i riferimenti al ciclo economico
europeo, non propriamente favorevole a Napoli, il malessere napoletano
interpretato come un'incapacità tutta locale di liberarsi dai languori e dalle
malinconie romantiche di origine più spirituale che socioeconomica. La
mediazione, eterno mito del C., riemerge con l'esortazione all'unione dei
giusti per la salvezza e lo sviluppo. Tale gli è già apparso il messaggio
dell'ultimo De Sanctis, di cui, a conclusione di numerosi saggi e la
pubblicazione (Milano) del famoso Viaggioelettorale, traccia una biogr. C. si
laurea in FILOSOFIA. Le fortune familiari registrano un tracollo che lo spinse
a concorrere ad un posto di ordinatore nelle biblioteche, un ruolo subalterno
per il quale non vienne ancora richiesta l'iscrizione al partito fascista. Ètrasferito
alla Nazionale di Firenze, sempre mantenendo ed ampliando i contatti con
l'opposizione liberale al fascismo; corrisponde con SFORZA (si veda) ed aveva
rapporti di amicizia e scambi epistolari con Vinciguerra, Rosselli, Casati,
Ramat, Russo ed altri, anche se spesso si aveva la sensazione che fosse
frequentato più perché allievo ed intimo di casa Croce che per i suoi meriti
intrinseci. L’adesione al sistema crociano è del resto indiscussa. Malgrado una
tendenza all'accentuazione dei valori individuali emergente dagli studi su
Berdjaev (di cui lo colpe durevolmente la critica al marxismo), su Valdès e dal
taglio stesso degli studi su SANCTIS (si veda), l'emancipazione non è così
consapevole come tenta ad affermare in seguito. L’intercettazione di una
lettera da parte della polizia, che ne interpreta malamente il contenuto,
provoca il suo internamento nel campo di concentramento di Colfiorito di
Foligno, i cui rigori sono mitigati dal confino a Montemurro Lucano. Qui matura
la sua crisi politica e la rottura col CROCE (si veda). La convivenza con
oppositori socialisti, anarchici e comunisti ha su di lui un effetto
contraddittorio. Il contatto con uomini che, non solo si opponeno al fascismo
sino alle ultime conseguenze, ma che non disdegnano nei loro programmi di far
uso degli stessi mezzi coercitivi del fascismo, sia pure per fini ad esso antitetici,
lo induce alla revisione e all'abbandono, dell'anti-fascismo. La
compilazione di un volume celebrativo di CROCE (si veda), una laboriosa ricerca
degli studi sul filosofo dallo stesso prima affidatagli e poi toltagli, sancì
la rottura definitiva con questo, anche se un compromesso rende possibile la
pubblicazione, L'OPERA FILOSOFICA, storica e letteraria di CROCE (si veda),
Bari, dopo strascichi giudiziari. Risolto il dissidio col fascismo, torna
nelle biblioteche, stavolta alla Braidense di Milano. Collabora alla rivista
Popoli dell'Istituto per gli studi di politica, diretta da Chabod. Consegue la
libera docenza in storia della filosofia; è professore di ruolo di storia e
filosofia nei licei, ed ottenne, sia pure non a pieni voti, un giudizio di
maturità in un concorso, poi annullato, a professore di storia della filosofia
a Napoli. Consegue la libera docenza in storia moderna. L'armistizio lo
colge a Roma in contatto col movimento "L'unione nazionale" di
Martini, anti-fascista di tendenze moderate e conciliatrici. Il movimento venne
poi stroncato in seguito all'arresto dello stesso Martini, il quale finisce
trucidato alle Fosse Ardeatine. C. ritorna a Milano con un giudizio negativo
sull'anti-fascismo del quale coglie solo gli atteggiamenti scomposti di una
fazione politica che per spirito di parte sembra gioire dalla disfatta. A
Milano stampa il suo CROCE (si veda). Il momento ed il luogo della pubblicazione,
cui venne data ampia risonanza con l'anticipata apparizione della polemica
prefazione di C. sulle colonne del Corriere della sera, nella Milano della
ormai condannata Repubblica di Salò, gli offrirono la soddisfazione di una
momentanea popolarità. Mussolini mostra d'apprezzarne l'opera e, con la
mediazione di Biggini, ministro della Cultura, s'incontra con C., libero
docente all'università di Milano, proprio in virtù dei suoi precedenti di
antifascista. In una lettera a Biggini C. Scrive. Il Duce ha scelto il momento
buono per parlare il linguaggio della conciliazione sconfessando così quello
della minaccia e dell'intimidazione usate da molti gerarchi e gerarchetti. Gl’anti-fascisti
hanno dubbi perché temono di avere a che fare con un movimento di copertura a
sinistra del fascismo. Il Duce si deve liberare del passato e puntare sulla
vecchia fama di socialista. La gente odia la Muti ed ha fatto buona impressione
l'eliminaziene della banda Koch, una polizia costituita da masnadieri"
(Archivio di Stato di Napoli, Carte Cione, 73). Sembra che Mussolini mirasse a
servirsi del C. per attenuare e confondere i rancori degli antifascisti.
Il C., sfruttando le tendenze "liberali" favorite da MUSSOLINI (si
veda) dopo il discorso alla brigata Resega, fondò, col suo consenso, il
Raggruppamento nazionale repubblicano socialista, col motto "Repubblica e
socializzazione" ed un organo di stampa dalla testata mazziniana
L'Italiadel popolo. Al movimento non erano estranee connivenze e
strumentalizzazioúi come il rilascio di alcuni dirigenti democristiani, operato
a fini puramente propagandistici. Si attirò così l'ostilità violenta dell'ala
estremista del fascismo ormai troppo compromessa. Spinelli, direttore dell'Ente
italiano audizioni radiofoniche gli nega la pubblicità per il giornale,
considerando il suo un tentativo di conciliazione sul piano dell'antifascismo.
Una polemica con l'Associazione dei mutilati provocò l'assalto all'Italiadel
popolo e la sua chiusura dopo appena dodici fascicoli, che riprese, ancora per
un numero, le pubblicazioni il 24 aprile, un giorno prima della
Liberazione. Il C. dovette sottostare ai rigori dell'epurazione,
rivelatisi per sua stessa ammissione meno duri del previsto. Venne reintegrato
al posto di professore e riammesso nel servizio universitario a Napoli. I
numerosi attacchi ne stimolarono il temperamento di polemista che si esercitava
con virulenza a vari livelli. I sarcasmi sul Merlo giallo di A. Giannini, e nei
giornali locali ("6 e 22" e il Monsignor Perelli)offrono un quadro
comico ed esasperato di troppi disinvolti opportunismi. Sulle colonne del
Brancaleone e del Meridiano v'è un'appassionata difesa della sua azione al
tempo della Repubblica sociale che lo spingeva a scriverne la storia (Storia
della Repubblica sociale italiana, Caserta). C. pubblicato a Roma La
filosofia della personalità ove la polemica anti-crociana si stemperava in una
graduale adesione a valori tradizionali e nel recupero del cattolicesimo cui
approderà, salutato con soddisfazione, ma non con convinzione, dagli organi
ecclesiastici. Del resto non rinunciava alle premesse storiciste e restava a
mezza via tra l'adesione mistica al cristianesimo ed un'accettazione piena del
neotomismo. I numerosi lavori filosofici sono le tappe di questo processo
(Dall'idealismo al cristianesimo, Napoli 1960, Fede e ragione nella storia,
Bologna 1963, ristampa dell'opera sul Valdés, Napoli 1963, e Leibniz, ibid.
1964). Collaborò alla rivista di C. Ottaviano Sophia, aRassegna ea
Palaestra, tenne corsi di filosofia all'università di Napoli; abbandonato
l'insegnamento nei licei, prestò servizio presso la Direzione generale
dell'istruzione media non statale. Aderì alle illusioni provocate in tanti
dalla protesta dell'"Uomo qualunque" ma ne uscì per contrasti con G. Giannini.
Entrò nel Movimento sociale italiano con una posizione personale espressa con
la sua rivista Nazionalismo popolare fondata nel'1951; precedentemente aveva
collaborato agli organi ufficiali del partito con articoli su Rivolta ideale
epoi sul Secolo d'Italia. Rimproverava al gruppo dirigente
l'esasperazione del nazionalismo e della gerarchia e l'abbandono delle tendenze
socializzatrici dell'ultimo Mussolini. Sospetto ai superstiti uommi di Salò,
malgrado i suoi sforzi, non entrò mai nella direzione nazionale dei
partito. Sull'onda dello spostamento a destra, espressione soprattutto
dei disagio del Sud, venne eletto prima consigliere e poi assessore allo Stato
civile della giunta di Napoli capeggiata da A. Lauro. Nel 1953 si presentò
candidato al Senato, senza essere eletto. Ormai deluso dei Movimento sociale
aderì alla Democrazia cristiana, ove però non svolse una milizia attiva, pur
collaborando nel 1960 a Europa sociale di S. Riccio. Nel 1953aveva
iniziato la collaborazione al Roma (Napoli) di Lauro, cui si, aggiunge quella
più sporadica al Tempo (Roma)di Angiolillo e alla Gazzetta del Mezzogiorno
(Bari). Si accese di speranza per il contenuto sociale del messaggio di
Giovanni XXIII e per le speranze suscitate dal mito di Chruščëv, di cui
guardava con simpatia l'esperimento (Aldi là della cortina, Napoli 1962).
Intanto portò a termine la Bibliografia crociana (Roma-Milano 1956) e riprese
gli studi su F. De Sanctis e i suoi tempi (Napoli) per cui ottenne il premio
Napoli nel 1961.Ancora una miscellanea di saggi sul concetto di estetica (L'età
di Dedalo, ibid. 1960)affianca la rievocazione di personaggi e momenti della
vita meridionale del Paradiso dei diavoli, Milano 1949, Il suoconcetto finale
dell'esistenza si può cogliere in due volumi di impressioni di viaggi,
Quest'Europa (Napoli [1958])e Fascino del mondo arabo (Bologna 1962). Il
C. morì a Napoli. Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Napoli, Carte C. (finora
sono stati parzialmente riordinati 102, fasci); F. Penati, Metodo storicoe
ricostruz. storicistica..., in Cronache della FACOLTÀ DI FILOSOFIA dell'Istituto
magistero di Napoli; A. Manno, Dall'idealismo al cristianesimo, in Studi
francescani; F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino Battaglia,
Storia della Resist. ital., Torino Capanna, Di una polemica Croce-C., in Il
Ponte; E. Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, Roma Bocca,
Storia dell'Italia partigiana. Settembre 1943-Maggio 1945, Bari La Repubblica
di Mussolini, Bari Sulla bibliografia Fascista
Molti sarebbero i lavori di carattere descrittivo meritevoli di essere
ricordati i quali espongono e commentano l’azione del fascismo in tutti i
campi. Ottima la Bibliografia del Fascismo, pubblicata a cura
della Confederazione Nazionale Professionisti ed Artisti, Poma Qui
ricordiamo le pubblicazioni riassuntive e quelle in Occasione del
decennale: La civiltà fascista, con introduzione di B. Mussolini, a cura
di G. L. Pomba, Torino 1928 (complesso di 35 studi dei vari aspetti ed
attività del Fascismo, con saggio bibliografia fascista a cura di Màdaro); Il
Libro (Vitaha; nel decennale della Vittoria, Milano; Mussolini e il suo
Fascismo, cur. Gutkind, con introduzione di Mussolini, Heidelberg;
Firenze. Studi vari : Opere e leggi del Regime Fascista, Roma; Mussolini
e il Fascismo, Roma; Dottrina e Politica Fascista, Venezia, 1930 (scritti
vari). Lo Stato Mussoliniano e le realizzazioni del Fascismo nella
Nazione, pubblicato a cura della
Rassegna Italiana Politica Letteraria », Roma. Il Bilancio dello Stato e
la Finanza Fascista a tutto Vanno Vili. A cura del Ministero delle
Finanze, Roma, Polig. dello Stato, 1931. Questo studio è aggiornato a
tutto l’esercizio con la seguente pubblicazione annuale a cura dello
stesso Ministero: Il Bilancio e il Conto Generale del Patrimonio dello
Stato per l’esercizio finanziario 19... ecc. Per la storia finanziaria
fascista si vegga : De Stefani A. La Restaurazione finanziaria. Bologna,
Zanichelli; Volpi di Misurata: Finanza Fascista, Roma, Libreria del
Littorio; Gangemi: La politica economica e finanziaria del Governo fascista nel
periodo dei pieni poteri, Bologna, Zanichelli Gangemi La politica finanziaria
del Governo Fascista, Palermo, Sandron, 1929; Gangemi L.: Le Società
Anonime miste, Firenze, La Nuova Italia
». Opere Pubbliche (pubblicazione a cura del Ministero dei Lavori
Pubblici). Roma, 1934. La Nuova Italia (F Oltremare (pubblicazione a cura del
Ministero delle Colonie, con prefazione di Mussolini). Mondadori, Milano.
Nei riguardi della difficile questione meridionale, si vegga l’esauriente
volume di Zincali G. : Liberalismo e Fascismo nel mezzogiorno
d’Italia, Milano, Treves, 1933. Fra le pubblicazioni straniere
quelle tedesche sono le più ricche e meglio informate. Le
opere e gli scritti dei seguenti autori sono più conosciuti in Italia come
quelli che meglio compresero il Fascismo e la sua organizzazione
economica, e cioè: Andreae W.; Beckerath (von) E.; Bernhard L.; Eberlein
G.; Ermarth F.; Eschmann E. W.; Heinrich W.; Heller H.; Leibholz G.;
Leinert M.; Mannhardt J. W.; Mehlis €.; Reupke H.; Vochting F.; (per i
particolari bibliografici si vegga: Bibliografia del Fascismo, Voi. 1., a
cura della C. N. P. A., Roma). Si vegga inoltre: Beckerath (von) E.:
Wirtschaftsverfassung des Faschismus; Singer (von) K. : Die
geistesgeschichtliche Bedeutung des italienischen Faschismus, entrambi
pubblicati in Festgabe fùr Werner
Sombart », lierauegegeben von Arthur Spiethoff, Munchen; ed anche: Die
fascistische JCirtschaft - Problema und Tatsachen, herausgegeben von G.
Dobbert, Berlin, Hobbing,(è una raccolta di studi dovuti ad italiani, tedeschi
e svizzeri). Bibliografia essenziale sulle interpretazioni
dell’azione economica corporativa Per una rassegna delle
interpretazioni dell’azione economica corporativa si veggano i nostri :
Lineamenti di politica economica corporativa. Catania, Studio Editoriale
Moderno Sono ivi ricordati i contributi più notevoli, teorici e
descrittivi, nel campo dell’azione economica corporativa. Si vegga pure il
nostro studio : Homo Oeconomicus » e
Stato Corporativo in : Giornale degli Economisti Riportiamo qui la
bibliografia essenziale dei contributi italiani allo studio dell’economia
corporativa, tralasciando di segnalare gli studi, numerosi, di carattere
polemico e giornalistico, ma privi di consapevolezza scientifica e,
spesso, deformatori della stessa realtà politica corporativa : Alberti L’
Homo Oeconomicus di H. P. Grice e l’esperienza fascista in Giornale degli
economisti; Arias G. : L’Economia Nazionale corporativa, Roma, Libreria del
Littorio, 1929, idem. idem. Economia Corporativa, Firenze, Poligrafica
Universitaria, 1932; Amoroso L. e De’ Stefani A. : Scritti cit. ; Arena C. :
Scritti, cit. ; Benini R. ; Scritti cit. : Breglia A. : Cenni di teoria
della politica economica, in
Giornale degli Economisti ». Febbraio 1934 (Classifica le varie
politiche economiche. Carattere di quella corporativa: autogoverni
economici particolari, con il compito di emanare misure rispondenti, nei
rami particolari, alla politica economica generale emanante dal governo economico
centrale. Le corporazioni sarebbero gli autogoverni economici
particolari). Bruguier G. : A proposito di interventi statali, in Archivio di
studi corporativi, Pisa; Borgatta G. : Prefazione al nostro volume av. cit. :
Lineamenti di politica economica corporativa; Carli F. : Teoria generale della
economia politica nazionale, Milano, Hoepli; e dello stesso: Le crisi
economiche delV ordinamento corporativo della produzione, in Atti del II Convegno di studi sindacali
corporativi», Ferrara; Chessa: Caratteri e forme delT attività economica,
in Rivista di Politica economica. (Secondo questo autore J economia
corporativa non è altro che un’ economia di complessi economici, che dev’
essere studiata nella sua realta concreta, prescindendo da erronee
identificazioni dell individuo con la società e di questa con lo
Stato). Dello stesso autore: Vecchio e nuovo corporativismo economico in
Saggi di Storia e Teoria economica, in onore di Prato, Torino. In questo
studio l’autore conclude che il corporativismo italiano pur traendo alcuni suoi
elementi dalle teorie enunciate dal Genovesi, dal Bastiat e dal List si
differenzia da queste in quanto che inquadra le sue idee in una
concezione piu larga, che non tiene solo conto degli interessi dei
singoli, ma anche di tutta la collettività nazionale, che per essere
sempre più aderente ai bisogni ed agli interessi della Nazione, viene
organizzata gerarchicamente dallo Stato); Degli Espinosa A.: La forma e
la sostanza della economia corporativa, Firenze Poligrafica Universitaria; Del
Vecchio G.: Teoremi economici deW ordinamento corporativo.
Comunicazione alla XIX riunione della Società pel Progresso della
Scienza», riassunta in Lo Stato; Einaudi
L. : Trincee economiche e corporativismo in
La Riforma Sociale; e dello stesso: Corporazione aperta in La
Riforma Sociale ». Fanno M. scritto cit.; Fasiani M.: Contributo alla
teoria delVuomo corporativo, in
Studi sassaresi; Ferri C. E.: L’ordinamento corporativo dal punto di
vista economico, Padova, CEDAM,; Fovel M.: Economia e
corporativismo, Ferrara, S.A.T.E. e dello stesso: La rendita e il Regime
Fascista, Milano, Ediz. dei Problemi del
Lavoro; Politica economica ed economia corporativa, Ediz. Diritto del lavoro;
Camera corporativa e redditi di gruppo, S.A.T.E. Ferrara; Fossati A.: Premesse
per lo studio di ima economia e di una pplitica economica corporativa, in
: Rivista di Politica Economica.
Ritiene questo A. che tanto la politica economica corporativa,
quanto l’attività corporativa come condotta ipotetica degli individui dei
gruppi animati di una coscienza corporativa sono teorizzabili: il secondo per
definizione, e in tanti modi quanti significati vogliano attribuirsi alla
coscienza corporativa (all’autore parendo il più adatto perchè conforme
alle direttive del Regime quello che ha a base 1 interesse della Nazione,
ossia il massimo be¬nessere individuale compatibile col benessere della
Nazione); ed il primo, quando le norme abbiano sufficiente chiarezza
(univocità) e costanza da consentire una costruzione logica di
conseguenze possibili. Purché non si mescolino precetti e teoremi, e peggio,
non si confondano gli uni con gli altri, è perfettamente legittimo
fare della economia corporativa una
economia » astratta, trovare il nocciolo razionale del concreto
empirico). Gobbi U. : Il procedimento sperimentale della economia
corporativa, Giornale degli economisti;
Galli Corso di economìa politica, Firenze, Poligrafico Universitario, e
dello stesso: Corso sulle imprese industriali, Firenze, Poligrafico
Universitario; Jannaccone P.: La scienza economica e Vinteresse nazionale
(Discorso tenuto all’inaugurazione dell’anno accademico della R. Università di
Torino), e dello stesso : Scienza, critica e realtà economica, in La Riforma Sociale »; Lanzillo A.: Studi di
economia applicata, Padova, Cedam, e dello stesso A.: Il contenuto dell’
economia corporativa, in Rivista Bancaria », novembre 1928, ed Economia
corporativa e politica economica, in
Giornale degli Economisti »; Lo Stato come fattore di produzione,
in Rivista Bancaria » (Lo Stato
come inserzione di volontà nell’ attività economical. Anche Ettore
Lolini, a parte la sua antipatia per la scienza economica tradizionale e
la notevole incomprensione degli economisti ortodossi i quali riescono
interessanti a seguire non come simpatizzanti delle idee lierali o di altre
tendenze, ma come scienziati dell’economia, riconosce che per dare un carattere
di socialità, che concili l’interesse privato con quello sociale o
nazionale, alla economia privata, non è necessario giungere alla totale abolizione
dell’economia privata ed alla identificazione dell’ economia
pubblica, come ha fatto Spirito, il quale col porre erroneamente al
centro dell attività economica umana la produzione e non lo scambio non
ha visto che nello scambio si ha la sintesi dell’ interesse individuale e
dell’interesse sociale, perchè nello scambio, mentre l’interesse è
individuale, il risultato è sociale. Per eliminare del tutto, come
vorrebbe Spirito, il carattere individualistico dei valori economici ed il
movente egoistico dei fatti economici e identificare F iniziativa economica
privata coll’ iniziativa economica pubblica o statale, bisognerebbe
trasformare la psicologia umana, abolire la personalità economica umana e con
essa tutte le diff erenze di bisogni, di desideri e di gusti che esistono
ed esisteranno sempre fra gli uomini, differenze che costituiscono la
base dello scambio e la molla del progresso economico e che nessun
sistema di economia socialista è mai riuscito a sopprimere. Il
porre a fondamento dell’economia corporativa la produzione e quindi
l’organizzazione e la gestione economica della produzione invece dello scambio,
inteso nel senso della ripartizione del prodotto di ogni grande
ciclo produttivo fra tutti i fattori della produzione mediante l’accordo
contrattuale dei prezzi del lavoro, del capitale, della direzione tecnica
e dell’opera degli intermediari, porta a delle conseguenze pratiche
fondamentali per la definizione dei fini e delle funzioni della
Corporazione. Nel primo caso, infatti, si dovrebbe giungere alla
Corporazione organo di gestione economica col passaggio di tutta l’iniziativa
economica privata alla Corporazione e con la conseguente trasformazione di
tutta l’economia privata in economia pubblica. Nel secondo caso, invece, la
Corporazione non assumerà la direzione della gestione economica della
produzione, ma avrà la funzione economico-sociale di eliminare il classismo o
particolarismo economico, di impedire che uno o più fattori della produzione si
facciano la parte del leone nei confronti con gli altri fattori e di
adeguare l’andamento dei prezzi al produttore con quello dei prezzi al
consumatore. Cfr. di questo A.: Il problema fondamentale dell’economia
corporativa, CRITICA FASCISTA; Masci F.: scritti cit. e: Saggi critici di
teoria e metodologia economica, Catania (Sono raccolti con lievi
modificazioni gli scritti citati ed altri saggi); Paoni C.: A proposito
di un tentativo di teoria pura del corporativismo, in FIAMMA ITALA e dello stesso: Strumenti teorici di
corporativismo, in Giornale degli economisti», (in questi scritti
il Pagni critica a fondo la costruzione teorica corporativa di Fovel. Contro
questi si schiera anche Bruguier nel saggio sopra citato ed anche noi nei
nostri scritti av. cit. Contra anche Arias ed altri); Sensini G.:
L’equazione dell’equilibrio economico nei regimi corporativisti, Lo
Stato; Serpieri A.: Lo Stato e Veconomia, in Educazione Fascista », e, dello
stesso: Economia corporativa e agricoltura, in
Atti del II Convegno di studi sindacali e corporativi», Ferrara; SPIRITO
(si veda), La critica dell’economia liberale, Milano, Treves, dello
stesso: I fondamenti dell’ economia corporativa, Milano, Treves, e
Capitalismo e corporativismo, Firenze, Sansoni. L’interesse
suscitato degli scritti filosofici di questo A. sono dovuti a ragioni di
carattere esclusivamente polemico. Nulla di nuovo ha espresso il giovane
filosofo. Nella critica all’economia liberale, infatti non fa che
ripetere, con sintesi brillante, quanto è stato detto dai seguaci della
scuola storica tedesca e dagli istituzionalisti americani contro la economia
liberale. È confusa la scienza economica con la praxis dei governi
liberali e demoliberali. Nella critica al capitalismo non fa che
ripetere, in linea essenziale, quanto il Sombart ha espresso nella sua
opera monumentale sul capitalismo e quanto altri economisti contemporanei
hanno scritto contro il sistema capitalistico, e che l’A. si guarda
bene dal ricordare. Nè è fatta alcuna discriminazione, fra
capitalismo e capitalismo, senza, per es., ricordare che m Italla 11
capitalismo è, appena, al suo inizio. Nei tentativi di costruzione
teorica del corporativismo fascista tiene conto, in particolare delle
dichiarazioni della << Carta del Lavoro» che rincalzano la propria
tesi per Ja quale vede la soluzione corporativa n clini entità
assoluta tra Stato ed individuo che riecheggia Hegel e Marx. Nulla di
nuovo nemmeno nella costruzione teorica la quale e apparsa a sfondo
social-comunista per l’ammissione della corporazione come proprietaria.
Propugna, inoltre, 1 A. il partecipazionismo operaio, altro espediente
vecchio e già discusso ampiamente nei tempi passati. Ma, con buona
volontà, si può Scorgere nel sistema di Spinto anche un liberalismo
assoluto per cui dopo aver letto gli scritti di questo A. del
corporativismo si riuscirà a capire meno di prima. E non m tenrnamo quii
su altri grossolani errori espressi dall A. nel campo delle realizzazioni
pratiche corporative, come per es. su quelle in cui consiglia per il
nostro Paese una industrializzazione ad oltranza, la emissione di
prestiti esteri, una politica commerciale che sara forse realizzata
nell’anno 2000, ecc (Tutte queste idee sono espresse nel voi.:
Capitalismo e Corporativismo, Sansoni, Firenze. Contra a Spirito, si
vegga: Arias, cit., Jannaccone, cit., Lanzillo, cit., Moretti, appresso
cit.. Vinci, appresso citato, ed i seguenti scritti: Croce B.: L’economia
filosofata e attualizzata, in Critica; Galli R. : SulF identità delV
individuo con lo Stato in La Vita Italiana; (jANGEMI L. : Individuo
e Stato nella concezione corporatina, m Atti del Secondo Convegno di Studi
Sindacali e Corporativi, Ferrara; Brucculeri A.: L economia corporativa, in La
Civiltà Cattolica», e Crisi e capitalismo, nella stessa rivista, etc.
Cesarini-Sforza in un lucido scritto: Individuo e Stato nelle
Corporazioni ( Archivio di Studi Corpora .V'iV-’i) mostra come la
formula dell identità è chiarissima nel pensiero dei socialisti e
dei liberali. L’individualismo moltiplicando le sue forze non rinuncia ad
essere sè stesso. Il grande significato del Corporativismo è la
disciplina economica nazionale. Con il Corporativismo si passa dal
soggettivismo all’oggettivismo. Alla organizzazione professionale è
affidata, sopratutto la oggettivazione delle scelte economiche. Il
nuovo modello della realtà economica non potrà non essere anch’eseo,
naturalistico e deterministico: non c’è scienza senza determinismo.
Caratteristica delle concezioni dello Spirito è l’ottimismo. (Per es. nello
Stato Corporativo non vi saranno più disoccupati!). La nostra
divergenza ideale con l’economia degl idealisti non va assolutamente confusa
con le invettive di quei messeri interessati ad un intervento che oggi
chiedono e ieri respingevano, nè con le interpretazioni di coloro che
hanno gli occhi sulla nuca! Ricordiamo ancora: Moretti V.: I principii
della Scienza Economica e l’economia corporativa (Rivista di
Politica Economica», marzo-aprile 1934). Il M. rifiuta 1 identificazione fra
Stato e Individuo. Integrando ® correggendo le opinioni di Arias e Fovel
considera l’economia corporativa come una economia non
euclidea. Papi U. : Un principio teorico deW economia corporativa, in Giornale degli Economisti, e più
diffusamente in Lezioni di Economia Generale e Corporativa», Gedam,
Padova. (Il P. ritiene che il sistema corporativo si possa
considerare come lo strumento capace di assicurare le imprese contro i
(risdhi extra-economici (guerre, crisi, scioperi, etc.). Rossi L. :
Economia e Finanza, cit. (Chiarifica il concetto di concorrenza e mostra
i caratteri della teoria dell’equilibrio economico generale.
L’ordinamento corporativo traduce nel diritto positivo un complesso
di norme di diritto naturale, che presiedono al fenomeno sociale della
ricchezza. Ne risulta un diritto corporativo, definizione giuridica della
libertà economica c e sottopone 1 arbitrio del singolo alla regola; e
la figura dell’uomo corporativo si risolve nell’uomo economico libero.
L’economia corporativa importa la penetrazione nell’organismo produttivo di un
sistema organico, razionale di politica economica. L’economia corporativa
risolve il contrasto fra l’essere e il dover essere della vita economica.
Dover essere: razionalità (teoria economica pura), eticità (politica
economica). Le forze direttrici corporative devono fornire al dinamismo
economico il volano regolatore). Vinci F. : Il corporativismo e la
scienza economica (Rivista Italiana di Statistica» etc.. Questo A.,
conscio delle interdipendenze fra i vari fattori di produzione e fra le varie
imprese e delle condizioni di concorrenza mondiale, ha dimostrato che
la disciplina unitaria e
l’autodecisione, ove conducesse fino ala determinazione delle produzioni
e dei consumi, esorbiterebbe largamente dalle attribuzioni dell’uria o
dell’altra Corporazione investirebbe i rapporti reciproci, non solo fra
due o tre, ma fra tutte le Corporazioni, imponendo al Consiglio Nazionale delle
Corporazioni un continuo, pericoloso compito di revisione e di
conciliazione in base a valutazioni complicatissime, a criteri di difficile
determinazione oggettiva ». Sulla Finanza Corporativa. Si
espressero anni addietro a favore del contingente : Griziotti, Finanza di
guerra e riforma tributaria, in La Riforma Sociale. Contro il
contingente: Einaudi, Principii di Scienza delle Finanze, Torino. Ed oggi, a
favore del contingente (citiamo gli scritti più seri): Benini, loco
cit. ; Montemurri G. : Per una finanza corporativa, in Echi e Commenti, e dello stesso : Ordinamento
corporativo e ordinamento tributario, in
Atti del II Convegno di Studi Sindacali e Corporativi », Ferrara;
Bonanno: L’extra-individualismo nelle entrate del bilancio dello Stato,
Dir. e prat. trib., e dello stesso: Lo Stato corporativo e la sua
finanza, in Diritto del Lavoro; Uckmar : Ordinamento Corporativo e
ordinamento tributario, Relazione al I
Convegno nazionale di Studi Corporativi», Roma, 1930, e dello stesso:
Verso una revisione corporativa della pubblica finanza, in Diritto del Lavoro », Roma; Riforme
tributarie e Stato corporativo, in « Diritto del Lavoro», Roma; Finanza
corporativa, in Diritto e Pratica Tributaria. Roma, ed infine, sempre
dello stesso: Ordinamento corporativo e ordinamento tributario, in « Atti
del II Convegno di Studi Sindacali e Corporativi, Ferrara. I ra questi autori
la corrente radicale trova favorevoli Benini, Bonanno e Montemurri.
Uckmar ritiene che la finanza sia individualista e perciò la vorrebbe riformata
in un senso meno individualista, ma nei suoi studi esprime delle proposte
che trova consenziente tutti coloro, fra i quali lo scrivente, che
riconoscono doversi inserire nell’ordinamento corporativo anche la finanza allo
scopo di raggiungere quei fini che gli conferiscono caratteri
fascisti. Sono contro D’Alessio, in un suo articolo: Evasione
fiscale e riforma tributaria («Augustea»), e Genco («Comunicazione al II
Convegno di Studi Sindacali e Corporativi », Ferrara) i quali vorrebbero
arrivare all’abolizione o per lo meno alla riduzione degli organi
finanziari statali ed alla loro sostituzione con le Corporazioni!
Uckmar, contingentista moderato, riconosce che il potere imposizionale
tributario spetta allo Stato. Quest’autore quindi può inscriversi fra i fautori
di una finanza coordinata all’ordinamento corporativo, ma è lontano dalle
Improvvisate e rivoluzionarie trasformazioni. La finanza oltre a
presentare un contenuto politico, riveste un contenuto tecnico con il quale male
si accorda la improvvisazione degli innovatori. Ai quali rimarrà la
soddistazione di essere considerati rivoluzionari al cento per cento,
mentre agli altri rimarrà la soddisfazione di non avere incoraggiato i
salti nel buio che in materia finanziaria si scontano amaramente dalla Nazione,
e perciò si ritengono solleciti dell’interesse nazionale e cioè non
meno rivoluzionari dei loro colleghi che manifestano i ce piu radicali.
Il tempo sarà giudice sereno fra tanto contendere. Ricordiamo i seguenti
scritti fra i tanti che accolgono, con moderazione, una riforma
tributaria in ™° m A a C °p 1 ^gamzzazione corporativa: Garino CaProblemi
di Finanza, Torino, Giappichelli; Scandali: E.: Imposizione tributaria e Stato
Corporativo in « Echi e Commenti, e dello TTr- A r-,ane r e
in «Giustizia tributaria», giugno 1929; Gangemi L rinanza
Corporativa, in « Rivista di Politica Economi Stato C e dell ° stesso: La
finanza nello Stato Corporativo, in « Commercio », Roma, e
S“,° £ r” cernii in
«Rivista di Politica Economica (e una carica a fondo contro la
funzione graduale, ransitona e limitata del contingente come è propugnata
da Montemurri e dal Cardelli il quale ultimo ha espresso la sua tesi
nella Rivista «Il Commercio» f, 7 iarzo \ a f, rlIe)i Toselli Colonna:
Teoria e problemi della- economia finanziaria corporativa, Alessandria
Colombani (è questa una diligente rassegna dei problemi corporativi della
finanza). Infine, si segnala 1 eccellente studio del Borgatta: Le
funzioni WaC “ f ’ in Lo Stato e CEDAM L Tfmi {XeZ ' W ' t
SCÌCnZa delle fi nanze ’ Padova, CEDAM) non sembra opportuno affidare
all’Associazione Sindacale la ripartizione degli oneri tributari a gin
associati. Le associazioni sindacali, probabilmente « non sarebbero neppure
molto disposte ad assumersi tali compiti, ohe spesso non sarebbero
neppure in grado di svolgere efficientemente data la limitatezza e
l’inadeguatezza dei mezzi che hanno a propria disposizione, anche a
prescindere dal giusto timore dei dirigenti di potersi creare m tal modo
animosità lesive di quella compattezza dell’Associazione Fascista, che
costituisce uno dei suoi requisiti più essenziali in relazione ai
fini propostisi dal nostro legislatore». Un chiarimento sulla tesi
riformista del Benini. La ritorma propugnata da questo autore (studio
cit.), per quanto riguarda l’imposizione diretta, è vasta e coraggiosa:
due tipi di imposte dirette, proporzionali, l’una sul reddito totale di
famiglia, l’altra sul patrimonio-. Senza dubbio, la scienza
finanziaria ed il procèsso evolutivo della legislazione fiscale degli
Stati moderni pongono in evidenza i tributi globali e personali
come il fondamento di un corretto sistema di imposizione diretta in luogo
delle imposte reali imperfette e causa di sperequazioni gravi ed inevitabili.
Il nostro sistema attuale è fondato appunto sui tributi reali, integrati
da una imposta personale, la complementare, che con i procedimenti
fatti approvare dal Ministro Jung presenta una struttura che le consente di
assolvere agli importanti suoi compiti. Ma, appunto perchè la riforma
proposta dal Benini muterebbe radicalmente, ab imis, il nostro sistema
d’imposizione diretta, sono necessari, per giungere ad essa, lunghi e
ponderati studi sulla entità, sulla composizione, sulla distribuzione e
sul raggruppamento dei redditi, sulla organizzazione tecnica della nuova
amministrazione; sopra tutto occorre, per concepire ed attuare una
riforma così vasta e complessa che le condizioni del1 economia nazionale e
della pubblica finanza entrino in un periodo di sufficiente tranquillità
e stabilità. Tutte cose queste di cui il Benini è consapevole.
Un posto a parte tiene il Griziotti il quale fra le due opposte
opinioni che esiste una finanza corporativa oppure il contrario che questa non
esiste sostiene una terza e differente che trova riscontro nei
seguenti scritti: La trasformazione delle finanze pubbliche nello
Stato Corporativo fascista, in « Il Diritto del Lavoro »); Idee generali sulla
trasformazione del nostro sistema tributario, esposte al Primo Convegno
di Studi Corporativi a Roma, in « Bollettino del Consi. glio Prov.
dell’Economia di Pavia; Le finanze pubbliche e l’ordinamento corporativo,
in « Economia. Il Griziotti, se non erriamo, desidera un sistema di
imposte congegnate in modo da rispettare le esigenze della produzione.
Vuole un sistema tecnico e razionale che sodisfi anche i criteri della
giustizia nella ripartizione dei carichi pubblici. Rico Gangemi, Dottrina
Fasciata ed economia. nosce che l’opera del primo periodo della finanza
fascista ha tenuto conto delle esigenze della produzione. Queste idee
evidentemente indicano nel Grìzìotti un fautore della finanza
corporativa. Dove il nostro non ci trova consenzienti è nei dettagli
(ammortamento delle imposte, tassazione esclusiva delle rendite e dei
sopraredditi, ecc.). Ma su questo sarebbe lungo il discorso.
Secondo un distinto allievo del Griziotti, il Pugliese (La Finanza
e i suoi compiti extra-fiscali negli Stati Moderni, Padova, GEDAM) «
Nello Stato Corporativo l’economia continua a basarsi fondamentalmente
sulla iniziativa privata dei capitalisti, nè alcuno dei principi che
reggono l’economia capitalista viene apriosticamente ripudiato: ma vi si
aggiunge un elemento che è quello del controllo sociale che, sulla
iniziativa privata e sul suo svolgersi, viene attuato dallo Stato. Nello
Stato corporativo anche la politica finanziaria deve necessariamente seguire le
direttive, che non coincidono nè con quelle del sistema
liberale-capitalista (benché ad esse siano assai più vicine) nè con
quelle del sistema collettivista. Essendo l’imposta uno dei
principali strumenti di cui lo Stato
qualora rispetti il principio della proprietà privata si può valere, per
intervenire nel campo dell’economia, individuale, è logico che ad essa faccia
più largo ricorso uno Stato, che ha per principio l’intervento, ogni
qualvolta l’interesse nazionale lo richieda. E essenziale rilevare
che nel sistema corporativo, mutano fondamentalmente i modi dell’azione
statale: mentre nel sistema liberale-capitalista lo Stato si propone fini
di benessere e prosperità, che vengono attuati mediante la protezione di
tutte quelle forze individuali che si dimostrano utili a tale intento, lo
Stato corporativo, oltre a proseguire per tale via i propri fini, si fa
esso stesso agente diretto e primario per l’attuazione degli scopi suddetti,
non solo proteggendo e favorendo le forze utili' ai propri fini, ma
facendosi iniziatore dei provvedimenti atti ai dirigere le forze
individuali all’obbiettivo prefisso. Non possiamo chiudere questa nota
senza ricordare il contributo che, anche in questo campo ha dato
Pantaleoni col suo scritto: Finanza fascista, in « Politica, scritto che
i nuovatori sistematici ed i creatori di schemi astratti farebbero bene a leggere
ed a meditare se veramente sono, come si ritengono, difensori
dell’interesse nazionale. Capitoli della storia: “Mussolini ed il
fascismo” p. 1; “La respnsabilita della guerra ed il “tradimento militare”; “La
preparazione del colpo di Stato”, “L’antifascismo del Governo Badoglio e la
capitolazione”; “La liberazione di Mussolini”; “La proclamazione della
Repubblica Sociale”, “Il Manifesto di Verona”, “In lotta per la difesa
dell’onore italiano”, “La lotta per la difesa del patrimonio nazionale
italiano”, “La politica di conciliazione nazionale;” “Conati di revision in
senso liberale della tendenza autoritaria e per la instaurazione della
legalita”; “Il processo di Verona e quello degli Ammiragli”; “La politica
sociale, dindacale ed economica”; “Il regno d’Italia”, “I comitati di
liberazione”, “La guerra partigiana”, “Il Ragrgruppamento Nazionale
Repubblicano Socialista”, “La catastrophe militare”; “L’instruzione dei
‘sanguinari’.” – Tra Croce e Mussolini, contributo a ”Gentile” – “Nazionalismo
Sociale” – contribute alla rivista La Verita (fascista). “Nazionalismo
Sociale”: L’idea corporative come INTERPRETAZIONE della storia – con una
conclusion politica di Augusto de Marsanich, Achille Celli Editore. Nome
compiuto: Domenico Edmondo Cione. Keywords: ICARO, l’idea corporativa,
corporativismo, storia del nazionalismo sociale, icaro, la caduta d’icaro,
icaro caduto, dedalo e la civilta greco-romana, corporativa, principio
corporativo, principio cooperativo, corpotivismo, corporatismo, corporativismo,
ideale corporativo, conservativo come corporativo, ugo spirito, “pocca testa”. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Cione” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Citrone: il cinargo a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). A member of the Cinargo and a friend of Giuliano. Chytron.
Citrone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Citrone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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