GRICE ITALO A-Z C CE
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cesarini – filosofia italiana– Luigi Speranza (Genzano di
Roma). Filosofo italiano. Grice: “Cesarini was more of a
warrior than a philosopher, but I also fought in the North-Atlantic – in Italy,
war trumps philosophy! He wrote a philosophical story of the war of Velletri –
and liked to dress up as one of his ducal ancestors – a gentleman!” -- There
are many philosophers with the name Sforza Cesarini. Figlio del III duca
Lorenzo Sforza Cesarini. Convinto sostenitore del nuovo Regno d'Italia tanto da
nascondere le armi degli insorti nel suo palazzo. Per questo motivo, il papa
confisca tutte le sua proprietà che vennero loro restituite da Vittorio
Emanuele II dopo il suo ingresso a Roma, reso possibile dalla presa di Porta
Pia, accompagnato dallo stesso filosofo in veste di consigliere del re. Grice: “My mother loved him; but then every Englishman loved the Kingdom
of Italy, or rather, every Englishman hated the Pope!” – Grice: “Sforza
Cesarini should never be confused with the philosopher Cesarini Sforza: Sforza
Cesarini is under “C”; Cesarini Sforza, the jurisprudential philosopher, is
under “S”. IV
duca Sforza Cesarini. Francesco II Sforza Cesarini. Francesco Sforza Cesarini. Sforza Cesarini. Cesarini. Keywords: “Letters of my father, kingdom of
Italy, anti-Popish, Palazzo di Roma. Patria, patriotism, nazionalismo. Il
nuovo regno d’Italia, Vittorio Emanuele II, Porta Pia. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cesarini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Cesarotti: implicatura conversazionale e ragione
conversazionale – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Padova). Filosofo
padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Melchiorre
C. Busto di Melchiorre C., opera di Romano Petrelli precedente al 1847. Il
busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan, Campo
Santo Stefano, Venezia. Melchiorre C. (m. Padova) è stato un FILOSOFO,
scrittore, traduttore, linguista e poeta italiano. Figlio di Giovanni
(Zanne) - prima avvocato e poi funzionario pubblico[1] - e di Medea Bacuchi, C.
nacque nda una famiglia di antica origine nobile ma da tempo entrata nel ceto
civile. Studia nel seminario della sua città, dove ha come guida il
matematico Giuseppe Toaldo, di cui divenne amico.[1] Qui ottenne il titolo e il
privilegio di abate[1] - prese gli ordini minori senza diventare sacerdote[2]
-, e fu poi accolto come giovanissimo professore di retorica[1] e belle lettere
nei primi anni cinquanta del Settecento. Nel 1750 divenne membro
dell'Accademia dei Ricovrati. Lascia Padova per trasferirsi a Venezia come
precettore presso la famiglia Grimani, incarico che mantenne per otto anni.[1]
Qui entrò in contatto con le personalità più in vista nel mondo culturale come
Angelo Emo, i fratelli Gasparo e Carlo Gozzi, Carlo Goldoni e Angelo
Querini. Esordi e fama Pietro Longhi, Ritratto di Melchiorre C.,
precettore dei Grimani di San Luca, XVIII secolo. Maturò nell'ambiente
culturale veneziano l'esperienza che gli diede una fama europea, ovvero la
traduzione in italiano dei Canti di Ossian (Poems of Ossian), pubblicati tre
anni prima dallo scozzese James Macpherson;[1] a quest'opera dedicò oltre un
decennio, pubblicando una prima edizione incompleta nel 1763 e poi quella,
definitiva e completa, nel 1772. Pubblicò a Venezia un volume che
conteneva, oltre alle traduzioni di due tragedie di Voltaire (La morte di
Cesare e Maometto), due dissertazioni teoriche intitolate Ragionamento sopra il
diletto della Tragedia e Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
poetica, quest'ultimo poi ripudiato ed escluso dall'edizione definitiva delle
Opere (1808). L'edizione del 1762 presentava anche un Ragionamento sopra il
Cesare e un Ragionamento sopra il Maometto, a partire dai quali, probabilmente,
l'abate era giunto alla stesura del saggio di carattere generale[4] Era infine
incluso un componimento in giambi latini, Mercurius. De Poetis tragicis, opera
che, passando in rassegna la storia delle varie letterature, assegnava a
Voltaire la corona di miglior tragico. Nel 1768 venne nominato professore
di lingua greca ed ebraica presso l'Università di Padova,[1] cattedra che
mantenne fino al 1797 quando passò, sempre nella stessa università a quella di
belle lettere, ovvero di eloquenza. Appartengono a questo periodo le sue opere
più note: come traduttore dal greco (Demostene, Omero, cfr. infra), e dalle
lingue moderne (ancora l'Ossian, Gessner, Young), e come teorico dell'estetica
(Saggio sulla filosofia del gusto, 1784) e della lingua (Saggio sopra la lingua
italiana, 1785). Dopo aver ottenuto la cattedra presso lo Studio
patavino, i Riformatori dell'Università commissionarono a C. la traduzione di
opere greche. L'abate si applicò quindi alle versioni di Demostene, che videro
la luce in sei volumi tra il 1774 e il 1778, edite da Penada a Padova[5]. In
margine a questo lavoro C. scrisse numerosi testi critici, tra cui la Lettera
ai Riformatori (scritta nel 1775 ma, dato il suo carattere letterariamente
audace, pubblicata solo nel 1807 all'interno degli Opera omnia di C.) e una
lettera anteposta al sesto tomo del Demostene, dove, criticando le traduzioni
letterali, aveva modo di enunciare i difetti dell'oratoria demostenica[6],
tanto da comunicare la rinuncia, nel secondo testo citato, a tradurre ogni
singola orazione di Demostene. Di quelle non tradotte erano stati volti in
italiano i passi ritenuti meritevoli di lode[7]. Appena concluso il
lavoro su Demostene, C. presentò al magistrato degli studi un Piano sistematico
relativo allo spirito delle traduzioni e agli autori greci[8], in cui l'abate
denominava Corso ragionato di letteratura greca la progettata scelta
giudiziosa[9] di una serie di traduzioni dal greco. C. si proponeva di pescare
a piene mani nel vasto panorama degli autori greci e volgarizzare squarci
tratti dagli scritti politici, filosofici, dialogici e dalle epistole. Il
progetto rimase incompiuto, al punto che l'abate tradusse solo i testi di
argomento politico, apparsi nei due volumi del Corso ragionato di letteratura
greca (edito nel 1781 a Padova in due volumi). Il Piano ragionato di traduzioni
dal greco, redatto probabilmente nel 1778, rimase inedito fino al 1882 quando
fu pubblicato da Guido Mazzoni. Nel 1779 divenne segretario a vita della classe
di belle lettere del nuovo Istituto di scienze, lettere ed arti (che aveva
sostituito l'Accademia dei Ricovrati), assumendo di fatto il controllo
dell'istituzione.[1] Al principio degli anni ottanta molti discepoli si
erano ormai radunati attorno al maestro, in quella che fu una sorta di
famiglia. La fama di C. era diffusa a livello internazionale, come dimostra la
sua vasta corrispondenza con illustri intellettuali di tutta Europa e il
ricorso alla sua autorità in riviste e scritti stranieri. Di indole sedentaria,
l'abate non aveva mai lasciato la Repubblica di Venezia sino al 1783, quando
accettò l'invito a Roma dell'ambasciatore veneto Andrea Memmo. Nella città
capitolina fu nell'Accademia dell'Arcadia (nel 1777 era entrato a farne parte
con il nome arcadico di Meronte Larisseo) e frequentò il salotto della contessa
d'Albany. Conobbe inoltre Antonio Canova, il quale gli fece visitare la
basilica di San Pietro e i Musei Vaticani[11]. Rapporto con Alfieri
Vittorio Alfieri Nel giugno di quello stesso 1783, C. aveva incontrato a Padova
Vittorio Alfieri, che quell'anno dava alle stampe le sue prime dieci tragedie.
Alfieri, ammiratore della traduzione ossianica, cercava dall'abate lumi per
impossessarsi di uno stile tragico: le loro personalità, opposte sul piano
umano e artistico, si scontrarono inevitabilmente. Davanti a C. e alla sua
scuola Alfieri lesse La congiura de' Pazzi, tragedia lontanissima dal modello C.ano
fondato sulla ragione e sulla moderazione -, e il professore padovano la
criticò in una missiva che l'Astigiano negò di aver ricevuto. Due anni dopo la
loro contrapposizione artistica si espresse più chiaramente: C. scrisse una
lettera su Ottavia, Timoleone e Merope, cui il drammaturgo rispose[12]. A
questo punto calò il silenzio, rotto solo nel 1796 quando l'abate scrisse ad
Alfieri una lettera di presentazione per Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice
di un celebre salotto veneziano frequentato negli anni dallo stesso C. -,
missiva non immune da una vena di sarcasmo riscontrabile anche nella replica
dell'Astigiano. Il biografo ottocentesco Giuseppe Vedova affermò che una nota
presente nella Dissertazione sopra la tragedia cittadinesca dell'abate Pier
Antonio Meneghelli, pubblicata nel 1795, e apertamente ostile nei riguardi di
Alfieri, fosse opera di C., un'ipotesi tuttavia non dimostrabile[13].
Moderato impegno civile Da sempre sostenitore delle idee illuministe, C. fu
come molti spiazzato dall'esito violento della Rivoluzione francese. All'arrivo
delle truppe napoleoniche in Italia si schierò in favore di Bonaparte:[1] per
lui scrisse nel 1797 un sonetto encomiastico, e fece anche parte della
delegazione inviata ad accogliere il generale vittorioso. Entrò nella
Municipalità di Padova come membro aggiunto libero del Comitato di Pubblica
Istruzione. In questa veste scrisse nel 1797 l'Istruzione d'un cittadino a'
suoi fratelli meno istrutti, testo pensato per il popolo e decisamente lontano
dalle idee radicali dei rivoluzionari, nonostante appoggiasse la causa
democratica e fosse stato commissionato dal Comitato[14]. All'Istruzione fece
seguito Il patriotismo illuminato. Entrambi gli scritti apparvero a Padova, il
19 maggio e il 10 luglio rispettivamente, per i tipi di Pietro Brandolese. Nel
breve periodo della Municipalità destinata a terminare la sua avventura in
quello stesso anno contribuì anche al piano di riforma dell'Università[1] e
delle scuole, presto abortiti in ragione della mutata situazione politica. C.
fece pubblicare il suo contributo al piano di riforma dell'Università
nell'edizione completa delle sue opere, con il titolo Saggio sopra le instituzioni
scolastiche private e pubbliche, cui premise un Avviso degli editori redatto di
suo pugno. Privo di accese idee politiche, dopo il Trattato di
Campoformio (1797) sostenne gli austriaci, salvo tornare sui suoi passi al
ritorno dei napoleonici.[1] Ultimi anni Villa C. a Selvazzano
Dentro in provincia di Padova Nel 1803 si cimentò in una festa teatrale , l'Adria consolata, testo
composto in occasione del genetliaco di Francesco II d'Asburgo-Lorena, musicato
da Ferdinando Bertoni e messo in scena alla Fenice lo stesso anno[15]. A
Napoleone C. dedicò un discusso poema celebrativo, la Pronea (1807), duramente
commentato dal Foscolo: misera concezione, frasi grottesche, verseggiatura di
dramma per musica, e per giunta gran lezzo di adulazione, scrisse a
Niccolini. Si ritirò negli ultimi anni nella tranquillità della sua
villa[17] di Selvazzano,[1] da lungo tempo di proprietà della sua famiglia,
dove ospitò i discepoli e gli amici più cari tra i quali Giuseppe Barbieri,[1]
Ippolito Pindemonte, Isabella Teotochi Albrizzi, Giustina Renier Michiel,
Francesco Rizzo Patarol e forse anche Foscolo, e impiantò uno dei primi
giardini all'inglese in Italia. Nella sua casa di Padova (sita accanto alla
Basilica di Sant'Antonio, nell'attuale via C.) nel maggio 1805 ricevette la
visita di Madame de Staël che, di passaggio in Veneto al termine del suo lungo
tour italiano, sostò a Padova tre giorni per potersi intrattenere di cose
letterarie col C.. Morì il 4 novembre 1808. Le sue ossa e il suo
cenotafio furono posti nella Basilica di Sant'Antonio di Padova.[18]
Traduzioni letterarie Frontespizio della traduzione C.ana dell'Elegia
scritta in un cimitero campestre. C. è noto per la sua opera di traduttore di
Omero (pubblicò tra il 1786 e il 1794 una versione in prosa[1] e una in versi
dell'Iliade, per poi cimentarsi in un rifacimento in endecasillabi sciolti dal
titolo La morte di Ettore, 1795[19]); tradusse anche il Prometeo incatenato
eschileo, sette Odi di Pindaro (entrambi i lavori apparvero nel 1754), tre
tragedie di Voltaire, il Maometto (tradotto tra il 1755 e il 1758), La morte di
Cesare (1761) e la Semiramide (1771), la farsa in prosa Oracle (alla fine degli
anni Ottanta), di Saint-Foix, l'Elegia scritta in un cimitero campestre di Gray
(1772) nonché opere di Demostene, satire di Giovenale e scritti di altri
oratori greci (questi ultimi confluiti nel Corso ragionato di letteratura
greca, 1781-1784)[20]. Tuttavia la traduzione che gli diede una fama
europea gli capitò tra le mani quando Charles Sackville, esule britannico
incontrato a Venezia, gli fornì tutte le informazioni riguardanti l'attività di
James Macpherson intorno al mitico bardo Ossian[21]. Dei Poems of Ossian
pubblicati da Macpherson nel 1762-63, C. diede alle stampe una prima traduzione
parziale nel 1763, intitolata Poesie di Ossian cui fece seguito nel 1772 la
traduzione dell'intero corpus di canti. La sua versione, stilisticamente
innovativa e di grande suggestione letteraria, attrasse l'attenzione dei
letterati in Italia e Francia, suscitando numerosi imitatori. Fu per suo
tramite che Goethe entrò in contatto con l'Ossian; e lo stesso Napoleone
apprezzava l'opera al punto da portarla con sé anche in battaglia[22]. Nelle
Poesie di Ossian, C. riesce nell'intento di convertire tutti gli elementi e i
principi della nascente lirica incentrata sulla natura e sui sentimenti,
mantenendo una saldatura tra tradizione e nuovi temi poetici, di fatto dando il
la al Romanticismo italiano[21]. Scritti teorici Voltaire C.
licenzia in un unico volume il Ragionamento sopra il diletto della Tragedia e
il Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'Arte Poetica[3]. Con il
saggio sulla tragedia C. contesta le teorie di Dubos[23] e Fontenelle[24], e
modella il ragionamento su quello dell'opuscolo Of Tragedy[25] di Hume (1754),
pervenendo a conclusioni affatto personali. Per C., il cui modello di perfetta
tragedia si trova nel teatro illuminista di Voltaire, il diletto tragico deriva
dalla completa illusione che coglie lo spettatore, dapprima intorbidato dalle passioni , mosso dalla
pietà e oppresso dal dolore, poi, attraverso la ragione, spinto a trarre
insegnamenti morali e a vincere il terrore di subire un destino simile a quello
rappresentato dagli attori sul palcoscenico. C. concilia quindi l'estetica
sensistica e quella classicistico-razionalistica: l'emozione viene sublimata
dalla ragione, cosicché la tragedia veicola tramite le vicende inscenate un
messaggio istruttivo per lo spettatore e per la società[26]. Importanti
furono anche le sue riflessioni sulla lingua. Pubblicato dapprima nel 1785 con
il titolo di Saggio sopra la lingua italiana, poi mutato nell'edizione
definitiva (1800) in Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua
italiana, il trattato di C. costituisce una delle voci più autorevoli e
intelligenti del dibattito linguistico italiano del Settecento. Scritto in un
periodo di contatti linguistici con la Francia, il trattato affronta il tema
del prestito linguistico, teorizzando la possibilità che esso possa portare ad
un arricchimento della lingua, inserendosi nel dibattito sorto fra i
tradizionalisti impegnati a conservare la purezza della lingua e dei principi
letterari e i rinnovatori ansiosi di liberare la lingua dai modelli tipici
della Crusca. C. critica, nella prima parte, i pregiudizi vigenti sulla
purezza della lingua e tende ad evidenziarne il collegamento con la storia
della civiltà, poi nella seconda sezione distingue il genio grammaticale,
ovvero la norma linguistica immutabile, e il genio retorico, che essendo legato
alla contingenza può mutare. Infine, sostiene che i prestiti linguistici come i
francesismi si possano accettare nella lingua italiana, a condizione però che
essi non vadano in contrasto con le norme del genio grammaticale, ossia che
nella lingua di destinazione non sia già presente un termine equivalente.
L'edizione completa della sua opera, in 40 volumi in ottavo, iniziò ad uscire a
Pisa nel 1800 e fu completata per cura dell'allievo prediletto e successore
alla cattedra padovana, Barbieri. Intitolazioni Targa a C. sulla
facciata di Palazzo de Claricini a Padova, dove spirò Padova volle dedicargli
un'importante via cittadina e ricordarlo con la statua nr. 32 dello scultore
Bartolomeo Ferrari in Prato della Valle. Opere principali Elogio dell'abate
Giuseppe Olivi ed analisi delle sue opere con un saggio di poesie inedite del
medesimo, Padova 1796, per li fratelli Penada. Sulla tragedia e sulla poesia, a
cura di Fabio Finotti, Venezia, Marsilio Pronea. Componimento epico, testo
critico e commento a cura di Salvatore Puggioni, Padova, Esedra, 2016.
Note Del Negro 2015, 93-94. ^ E. Mattioda, Nota biografica, in M. C.,
Le poesie di Ossian, Roma, Salerno Il Cesare e il Maometto. Tragedie del Sig.
di Voltaire, trasportate in versi italiani con alcuni Ragionamenti del
traduttore, Venezia, Giambattista Pasquali Ranzini, Verso la poetica del
sublime, Ospedaletto 1998114 e ss.. ^ F. Lo Monaco, Il Demostene di C., in
Aspetti dell'opera e della fortuna di Melchiorre C. (a c. di G. Barbarisi e G.
Carnazzi), Milano 2002, vol. I, pp. 205-206. ^ F. Lo Monaco, cit. 208-210. ^ Il
traduttore a chi legge, in Opere di Demostene, trasportate dalla greca nella
favella italiana, e con varie annotazioni ed osservazioni illustrate dall'ab.
Melchior C., pubblico professore di lingua greca nell'Università di Padova e
socio della Reale Accademia di Mantova, Padova, Penada. ^ G. A. M[AGGI], Vita
di Melchior C., in Opere scelte di Melchior C., Milano, Società Tipografica de'
Classici Italiani, Benedetto, C. e gli oratori attici, in Aspetti dell'opera. Piano
ragionato di traduzioni dal greco, in Prose edite e inedite di Melchior C., a
c. di G. Mazzoni, Bologna, Zanichelli, 1882. ^ C. Chiancone, La scuola di C. e
gli esordi del giovane Foscolo, Pisa 2012 98 e ss.. ^ Ranzini, Verso la poetica
del sublime, cit., op. 161-165. ^ G. Vedova, Biografia degli scrittori
padovani, Padova, Minerva Ranzini, Verso la poetica del sublime, cit. 160 e
169n. ^ G. Santato, Studi alfieriani e altri studi settecenteschi, Modena 2014,
163. ^ G. Folena, C., Monti e il melodramma tra Sette e Ottocento, in
L'italiano in Europa, Torino 1983 333-334. ^ Epistolario, vol. II (Luglio
1804-Dicembre 1808), a cura di Carli, in Edizione Nazionale delle Opere di Ugo
Foscolo, Firenze, Le Monnier Fabris Genealogia Curiosità Villa C. Fabris a
Selvazzano Dentro, Padova, su fabris-genealogia.it. URL consultato il 3 aprile
2013 (archiviato dall'url originale il 30 aprile 2014). ^ Antonio Isnenghi,
Guida della Basilica di S. Antonio di Padova, Padova, 1857, 28. ^ La critica
tendeva a considerare la versione poetica come provvisoria, in vista
dell'edizione definitiva, ma Michele Mari ha mostrato che La morte di Ettore è
a tutti gli effetti un'opera a sé stante, e ha identificato così tre Iliadi C.ane;
M. Mari, Le tre Iliadi di Melchiorre C., in Giornale Storico della Letteratura
Italiana, CLXVII (1990) 321-395. ^ Vedere la Nota biografica di E. Mattioda, in
M. C., cit. XXX-XXXI. Le muse, Novara, De Agostini Thiesse, Anna-Marie,
La creation des identites nationales. Europe XVIII-XX siècle, Parigi, Éditions
du Seuil Nelle Réflexions critiques sur la poésie et la peinture (1719) aveva
sostenuto che il piacere tragico deriva dall'avversione umana per la noia e
l'inazione. ^ Secondo le Réflexions sur la poétique (1685) la tragedia diletta
perché lo spettatore sa che l'azione rappresentata non sta avvenendo realmente.
^ Contestando Fontenelle e Dubos, Hume asserì che la passione subordinata si
muta in quella dominante, costituita dal piacere. ^ Ranzini, Verso la poetica
del sublime, cit. 27-34. Bibliografia Gennaro Barbarisi e Giulio Carnazzi cur.,
Aspetti dell'opera e della fortuna di Melchiorre C., 2 volumi, Milano,
Cisalpino, Chiancone, La scuola di C. e gli esordi del giovane Foscolo, Pisa,
Edizioni ETS Daniele cur., Melchiorre C., Atti del convegno Padova 2008,
Padova, Esedra Negro cur., Clariores. Dizionario biografico dei docenti e degli
studenti dell'Università di Padova, Padova, Finotti cur., Melchiorre C. e le
trasformazioni del paesaggio europeo, Trieste, EUT, Folena, C., Monti e il
melodramma tra Sette e Ottocento, in L'italiano in Europa. Esperienze
linguistiche del Settecento, Torino, Einaudi, 1983 Gallo, C. da Padova a
Selvazzano, Padova, Provincia di Padova, Puggioni, C. e Mairan: sulle origini
della mitologia olimpica, in L’indagine e la rima. Scritti per Lorenzo
Braccesi, II, a cura di F. Raviola; con M. Bassani, A. De Biasi, E. Pastorio,
Roma, L’ERMA di Bretschneider, 2013 1135-1156. Paola Ranzini, Verso la poetica
del sublime: L'estetica tragica di Melchiorre C., Ospedaletto, Pacini,
Santato, Alfieri e C. e Il pensiero politico di Melchiorre C., in Studi
alfieriani e altri studi settecenteschi, Modena, Mucchi, Voci correlate Elogio
dell'abate Giuseppe Olivi C.,su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Mazzoni, C., Melchiorre, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana C., su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Giorgio Patrizi, C.,
Melchiorre, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 24, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1980. Modifica su Wikidata Melchiorre C., su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Melchiorre C., su accademiadellescienze.it,
Accademia delle Scienze di Torino. Opere di Melchiorre C., su Liber Liber.
Opere di Melchiorre C., su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Melchiorre C., su
Open Library, Internet Archive. Spartiti o libretti di Melchiorre C., su
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Nati a PadovaMorti a PadovaIlluministiSaggisti italiani del XVIII
secoloGrecisti italianiStudiosi di traduzioneTraduttori dal greco
anticoTraduttori dal greco all'italianoTraduttori dall'inglese
all'italianoTraduttori dal latinoPersone legate all'Accademia Roveretana degli
AgiatiProfessori dell'Università degli Studi di PadovaMembri dell'Accademia
delle Scienze di TorinoAbati e badesse italiani[altre] LINGUE E LETTERATURE
CAROCCI C. Linguistica e antropologia nell'età dei Lumi cur. Roggia Carocci Roma
Publié avec le soutien du Fonds national suisse de la recherche scientifique. C.. Filosofia, Linguistica e antropologia
nell'età dei Lumi Filosofia, Linguistica e antropologia del linguaggio. Il
discorso intorno alla lingua occupa una posizione cardinale nel dibattito
italiano. Come nota Simone, pochi momenti della storia della filosofia italiana
sono così costantemente animati dall’attenzione verso i fatti linguistici'.
Come in passato, le questioni linguistiche non smettono in questo periodo di
impegnare grammatici, filologi e letterati, ma in più vengono a occupare una
posizione del tutto inedita al centro del discorso filosofico, e lo fanno
secondo quella modalità di apertura e libera circolazione delle idee che è
tipica di un secolo in cui non si dà vera soluzione di continuità tra il
discorso specialistico e le mille forme più o meno apertamente divulgative di
cui si alimenta il dibattito pubblico. Il discorso sulle lingue diventa così
anche parte di un sentire comune all’Italia colta. In questo pervasivo
interesse per il linguaggio si possono isolare due direttrici maggiori,
concettualmente distinte benché di fatto largamente comunicanti. La prima
oppone orizzontalmente lingua a lingua, portando verso il grande tema
settecentesco della diversità e individualità, insomma del genio degli idiomi,
nonché verso una comparazione interlinguistica che viene sempre più integrando
nel proprio orizzonte lingue esotiche come le orientali, le amerindiane, le
africane. L'altra direttrice collega invece, verticalmente, le lingue (e il
linguaggio, inteso come facoltà umana) al pensiero e al mondo, portando verso
una teoria della conoscenza fortemente condizionata, quando non sostanziata,
dai segni linguistici. È probabilmente proprio in questo nesso organico tra
linguaggio e pensiero che si può cogliere una delle note più peculiari della
riflessione illuminista, che al SEGNO attribuisce non solo e non tanto la
funzione di trasmettere il pensiero, ma più ancora quella di plasmarlo, e di
permetterne il funzionamento. Le basi di questa interpretazione vengono poste
nell’ambito delle reazioni anticartesiane di fine Seicento e inizio Settecento:
l'empirismo lockiano in Inghilterra, le speculazioni di Wolff e Leibniz in
Germania, di Vico in Italia, di Condillac in Francia costituiscono altrettante
vie alla costruzione di un'epistemologia che vede nella elaborazione e nella
manipolazione dei SEGNO un tutt'uno con il pensiero, e un fondamento della
cognizione: nell’ANIMA umana (diversamente da quanto accade in quella divina)
le idee non possono fissarsi né essere manipolate altrimenti che per via
linguistica, ed è quindi il linguaggio ciò che più propriamente distingue gli
uomini dagli animali. Ne derivano almeno due corollari, che corrispondono anche
ad altrettanti robusti filoni della riflessione linguistica che attraversa il
secolo dei Lumi. In primo luogo, se il linguaggio gioca un ruolo attivo nel
pensiero, ne consegue che a diverse lingue si devono associare modi diversi di
pensare e sentire. La modalità di organizzazione e di strutturazione interna di
ogni singola lingua deve cioè ripercuotersi sul modo stesso in cui i suoi
parlanti si rappresentano il mondo e si rapportano a esso: nel genio della
lingua italiana si rispecchia il genio delle nazioni che le parlano. In secondo
luogo, se il linguaggio è l'indispensabile strumento attraverso cui si
costruisce la cognizione (e non invece la trascrizione di una RAZIONALITÀ data
4 priori -Grice, Speranza --, una volta per tutte), allora linguaggio e
pensiero devono avere una storia comune, e un' indagine sulla formazione del linguaggio
non può che essere a un tempo anche un'indagine sul progresso dell’ANIMA umana
e della sua emancipazione dal senso. Troviamo questi due indirizzi
emblematicamente al centro dei due celebri concorsi banditi dall'Accademia
delle scienze di Berlino, rispettivamente nel 1759 e nel 1771: il primo (per
cui fu premiato l’orientalista Johann David Michaelis) aveva appunto come
oggetto il tema dell'influenza reciproca delle idee sulla lingua e della lingua
sulle idee; il secondo (vincitore Herder), il tema dell'origine naturale delle
lingue. Più volte in passato si è fatto ricorso al termine e al concetto di
antropologia per descrivere la curvatura di questa riflessione sul linguaggio,
che vede nelle lingue altrettante finestre aperte sulla mente degli uomini e
dei [Su questi concorsi, cfr. le ricostruzioni di Cordula Neis (2003) e Avi
Lifschitz. Per quanto abbiano avuto grande risonanza e suscitato un vasto
dibattito, attirando la partecipazione di alcune delle intelligenze pià
qualificate del Continente, i concorsi rappresentano piü che altro due momenti
di sintesi rispetto a temi che erano all'ordine del giorno della filosofia del
linguaggio europea da svariati decenni, e avevano già conosciuto elaborazioni
influenti, tra cui quelle diversissime di Condillac e Rousseau, e quella più
appartata ma profondamente influente di VICO (si veda).] popoli che le
parlano’. Si tratta naturalmente di un’antropologia largamente speculativa,
tributaria del grande mito settecentesco della ricerca delle origini come
momento rivelatore dell’essenza delle cose; ma che interseca il suo percorso
con quello di un più vasto programma di rilettura del mondo antico, classico ed
ebraico, a sua volta aperto ai dati provenienti da lingue e culture lontane per
cercare l’antico nel remoto geografico, la filogenesi nella geografia. Non
altro che antropologica, del resto, può essere definita la stessa indagine
delle diversità di pensiero linguisticamente codificate nelle diverse comunità
umane. Ora, se si fa astrazione del caso di Vico, poderoso per ampiezza e
profondità di riflessione ma a lungo guardato con diffidenza in patria, questo
grande movimento europeo, che, con parole di GENSINI (si veda, guarda al
linguaggio come questione di generale rilevanza per la teoria della conoscenza
e non più solo come un affare interno all’ Zize dei letterati, arriva a
investire l’Italia piuttosto tardi, ovvero tra gli anni Settanta e Ottanta del
xvi secolo, quando vedono la luce in Italia quasi simultaneamente le opere sul
linguaggio di Beccaria, Soave, Ortes, Valdastri, C.. Nel giro della quindicina
d’anni compresi tra l’uscita delle Ricerche intorno alla natura dello stile di
Beccaria (peraltro già anticipate nel notevole Frammento sullo stile uscito sul
Caffè), e quella del Saggio sulla lingua italiana di C., questi autori
pubblicano libri che parlano in buona parte un linguaggio comune, basato sugli
sviluppi del pensiero di Locke, Condillac e almeno in parte Leibniz e dei loro
continuatori europei francesi e tedeschi*. Il senso di questo philosophic turn
si trova ben sintetizzato in una lezione pronunciata da C. nei primissimi anni
Settanta: se la lingua va considerata non solo l'interprete della mente, ma
direi quasi la sua educatrice e la sua artefice, non c’è affatto da stupirsi se
i più importanti filosofi della nostra epoca hanno reclamato a sé con migliori
auspici tutto intero lo studio delle lingue sfuggito dalle mani dei grammatici,
che come quei molesti e infecondi custodi delle bellezze asiatiche [sci/. gli
cunuchi] le avevano fino ai nostri tempi [Cfr. almeno Formigari, Ricken, Neis.
Cfr. Gensini. Le opere a cui si fa riferimento, oltre alle due citate, sono
rispettivamente F. Soave, Ricerche intorno all Istituzione naturale di una
societa e di una lingua, e all'influenza dell'una e dell'altra, su le umane
cognizioni, Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale (1774),
oltre all’edizione del Saggio filosofico di Loke; G. Ortes, Riflessioni sugli
oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane, per rapporto alle
lingue (1775); I. Valdastri, Corso teoretico di lingua e di logica italiana]
tenute rinchiuse in un carcere domestico, e dopo aver donato a tale studio
titolo e autorità di scienza, l'hanno a tal punto arricchito con le loro
riflessioni che ormai viene riconosciuto come una provincia rinomata tra le più
importanti del regno della metafisica’. Benché non destinate alla stampa,
queste parole assumono ai nostri occhi un sapore pressoché programmatico. Tra
gli autori citati sopra, in effetti, è senza dubbio C. quello il cui discorso
sul linguaggio ha raggiunto maggiore notorietà e diffusione, fino a incarnare
agli occhi degli storici, non meno che dei contemporanei e successori
immediati, la quintessenza stessa della via italiana alla filosofia delle
lingue nel Settecento. Su questo ruolo, magari solo parzialmente giustificato
sul piano strettamente documentario, ha inciso indubbiamente il prestigio di
una figura prolifica e letteralmente cardinale in molti campi del panorama
intellettuale italiano, non meno che il fatto che quel discorso, almeno nella
sua parte pubblica e più nota, si innestasse direttamente su quello che era da
secoli il dibattito nazionale per eccellenza, ovvero la questione della lingua.
L'impressione di una sorta di ruolo conclusivo e di sintesi di questa breve
stagione che le date citate sopra sembrerebbero assegnare al trattato di C. è
peraltro largamente fuorviante: non solo perché non è dato sapere fino a che
punto C. conoscesse le opere degli altri autori implicati in questa svolta (e
anche quando siamo sicuri che le conosceva, come è il caso di Beccaria, non è
affatto sicuro che ne abbia tratto stimoli fondamentali), ma soprattutto perché
l’elaborazione delle idee contenute nel Saggio, a cui resta affidata la sua
fama di linguista, risale nella sua parte propriamente filosofica a un
quindicennio prima, allorché, fresco ancora della fama procuratagli dalla
traduzione dell’ Ossian, gli era stata offerta la cattedra di Lingue antiche
presso lo Studio di Padova. I corsi e le lezioni universitarie scritti in
latino a partire dal 1769, e da cui è tratta la citazione sopra riportata, sono
rimasti pressoché inediti: solo una piccola selezione fu pubblicata postuma
dall’allievo Giuseppe Barbieri, alla periferia della monumentale edizione delle
Opere del Maestro‘. Integrare questi testi nel dossier C.ano significa da un
lato allargare di molto l’area su cui si esercita la riflessione linguistica
dell’abate padovano, ottenendo un quadro molto più attendibile dell'ampiezza e
della portata (ma anche dei limiti) della sua riflessione linguistica,
dall’altro s. M. C., De naturali linguarum explicatione, in C. (1810 59-60),
traduzione dal latino in C. (in corso di stampa, v, acr. 1). 6. Cfr. C. (1810).
aprire una finestra sulle modalità di penetrazione del dibattito linguistico
europeo nell’ Italia dei Lumi. C. conosceva almeno dai tempi del suo
apprendistato al Seminario di Padova le idee di Vico, Condillac e Locke (nonché
quelle di Leibniz, verosimilmente) attraverso la mediazione del suo mentore
Giuseppe Toaldo e di Antonio Conti; probabilmente aveva poi anche incontrato di
persona Condillac di passaggio a Venezia nell’aprile del 1765, e di sicuro ne
seguiva con interesse il lavoro, come risulta dalle lettere. A un'antropologia
vichiana aveva fatto ampio ricorso quando si era trattato di tradurre e
interpretare il mondo e il linguaggio pseudoarcaici dell’ Ossiaz*. Al momento
di salire in cattedra, è quindi proprio a quell’antropologia linguistica
dell’antico che si rivolge per dare al proprio insegnamento un indirizzo
moderno e filosofico; è su questo nucleo originario che vengono via via
integrate le numerose letture antiquarie ed erudite sull’ebraico e sulle
antiche lingue mediorientali, che lo porteranno a incontrare testi
fondamentali, come quelli di Charles de Brosses e del citato Johann David
Michaelis. Accanto alla ricostruzione filologica dei rapporti tra le lingue del
Medio Oriente e del Mediterraneo antichi, i temi al centro di queste lezioni
universitarie sono gli stessi che contemporaneamente animano il coevo dibattito
europeo: l’origine del linguaggio, la differenza tra lingue antiche e moderne,
labus des mots e il ruolo del linguaggio nella produzione degli errori di
pensiero, l’origine e il radicamento linguistico di istituzioni sociali e
culturali quali la mitologia, la religione, e in ultima analisi lo stesso
vivere associato. Si può tranquillamente dire che all’altezza della stesura del
Saggio, insomma, questi temi erano già stati elaborati e assimilati da tempo:
avevano un'estensione ben più ampia di quella che siamo soliti attribuire alla
riflessione dell’abate padovano, ed erano disponibili a essere almeno in parte
ripresi e rifusi in una trattazione sintetica e organica, orientata sulla
lingua italiana. L'occasione per questa rielaborazione viene dallo scioglimento
dell’Accademia della Crusca e dalla sua rifondazione all’interno dell’Accademia
fiorentina voluta da Pietro Leopoldo. Sarà questo evento a fornire a C. lo
stimolo per riprendere in mano e stringere in unità una serie di annotazioni
sulla lingua raccolte negli anni, dando loro la forma che oggi conosciamo e
presentandole via via sotto forma di relazioni all’ Accademia Patavina, di cui
era segretario, prima di dar loro 7. Cfr. Chiancone (2012, 56): a questo lavoro
(insieme a Roggia, 2014) rinvio anche per la questione dell’insegnamento
universitario di C., di cui si dirà più avanti. 8. Roggia (2013 147-91);
Battistini (2004). forma di trattato?. Si chiude così, sostanzialmente, il
ciclo della vera e propria linguistica C.ana: proprio nel momento in cui il
successo del Saggio consegna il suo autore al fuoco della polemica. Tutti i
saggi contenuti in questo volume, tranne uno, nascono dalle comunicazioni
tenute al convegno di studi Melchiorre C.. Linguistica e antropologia nell'età
dei Lumi, tenutosi all’ Università di Ginevra il 23-24 maggio 2018. Ai
contributi presentati a Ginevra si è aggiunto un saggio scritto per l'occasione
da Andrea Dardi. Oltre a collocarsi nel solco di una ricerca che chi scrive
porta avanti da alcuni anni, quell’incontro nasceva dalla constatazione che la
molta attenzione critica toccata all’abate padovano dai primi anni Duemila in
poi, con addirittura quattro convegni di studio espressamente a lui dedicati,
avesse lasciato fuori proprio il linguista'°. Ricomposti in unità, i contributi
vengono ora a disegnare una traiettoria unitaria, articolata in quattro parti,
secondo un percorso di progressivo avvicinamento o messa a fuoco, e di
altrettanto progressivo e speculare allontanamento. La prima sezione
(/#quadramento) ha appunto la funzione di disegnare uno sfondo alle tematiche
al centro del volume. Si apre con un’ampia messa a punto storiografica di
Giorgio Graffi, che a partire da una discussione delle diverse letture date
della linguistica sei-settecentesca dai primi del Novecento a oggi, discute la
collocazione di C., terminando con un affondo sull’interpretazione e le radici
di una delle sue formule più note, ovvero quella del doppio genio (retorico e
grammaticale) delle lingue. Subito dopo, Claudio Marazzini fa la storia della
fortuna critica di C. in ambito italiano, dalle vicende editoriali
ottocentesche della sua opera maggiore fino alle interpretazioni datene in anni
più prossimi a noi e alle ragioni di quella che è stata giudicata di volta in
volta l’attualità del pensiero C.ano. La seconda parte (Reti, relazioni)
declina in termini di rapporti di pensiero il tema della collocazione di C.
all’interno della rete intellettuale dell’ Europa del Settecento. Le linee
portanti del discorso coincidono con quelle che collegano l’abate ai maestri o
ai contemporanei che più ne hanno influenzato il pensiero: Leibniz e il
leibniziano de Brosses, 9. Si veda per questo la ricostruzione di Daniele
(2011b). 10. Rispettivamente a Gargnano del Garda, 4-6 ottobre 2001 (cfr.
Barbarisi, Carnazzi, 2002); Padova, 4-5 novembre 2008 (cfr. Daniele, zorra);
Padova, 6-7 febbraio 2009 (cfr. Finotti, 2010). Di un terzo convegno padovano
(Melchiorre C. e la cultura padovana e veneta tra Sette e Ottocento, Università
di Padova, 23-24 maggio 2008) non sono invece disponibili gli Arti. ma anche
Michaelis e Beauzée (nell’ampia sintesi di Stefano Gensini), Vico (nel saggio
di Andrea Battistini), Condillac (nel contributo di Franco Arato). La sezione è
tuttavia aperta da un intervento di Silvia Contarini dedicato al giovanile
Saggio sull'origine e i progressi dell’arte poetica, ovvero l'incunabolo,
ancora tutto orientato alla poetica, di questo initerrotto discorso
antropologico-linguistico sulle origini. Oltre a chiamare in causa un autore di
primo piano e piuttosto negletto dagli studi C.ani quale Helvétius, il
contributo ha il merito di portare in primo piano un legame, quello tra temi
linguistico-antropologici e temi estetici, che appare del tutto naturale per il
C. del Saggio, e di fatto trasversale alla sua riflessione linguistica. Il
discorso portato avanti in questa parte del volume va in realtà ben oltre le
figure di primissimo piano nominate sopra: com'è ben noto a chi lo studia, il
Settecento è un secolo in cui la capillarità e la rapidità della comunicazione
culturale rendono estremamente difficile ragionare in termini di filiazioni
dirette e di debiti di pensiero certificabili. Spesso formule e idee appaiono a
tal punto condivise tra autori diversi, e magari tra loro lontani, da far
talvolta pensare a una sorta di koinė intellettuale. È il problema
impeccabilmente affrontato dal contributo di Andrea Dardi che inaugura la terza
parte del libro (Questioni), quella in cui la vicinanza prospettica all'oggetto
si fa massima nell’esaminare alcuni aspetti specifici del pensiero linguistico C.ano.
Nel caso di Dardi si tratta del concetto di idea accessoria, fondamentale per
la semantica e per la stilistica settecentesche, la cui storia viene inseguita
dalla prima apparizione nella Logique di Port-Royal fin dentro al Saggio C.ano.
Porta invece su uno dei temi fondanti della filosofia del linguaggio
settecentesca il saggio di Francesca Dovetto, dedicato al rapporto
lingua-realtà e alla questione dell’arbitrarietà o iconicità dei segni: un tema
a cui C. conferisce una curvatura tutta personale, in stretta connessione con
quelli contigui del mutamento linguistico e dell’intrinseca storicità delle
lingue. A questi sono appunto riservati i due saggi successivi: il primo, di
chi scrive, è dedicato più latamente a rintracciare e a sistematizzare nei
limiti del possibile i numerosi spunti di riflessione intorno al mutamento
delle lingue che si affacciano nell’opera di C.; il secondo, di Daniele
Baglioni, concerne l’etimologia, uno dei fili rossi che collegano la prima
esperienza didattica dell’abate al trattato maggiore, dove la scienza
dell’origine e derivazione delle parole viene caricata di inedite valenze
retoriche e stilistiche. Con la terza e ultima parte, il discorso torna infine
ad allontanarsi da C., in una ricerca da un lato delle radici cinquecentesche
del suo pensiero, dall’altro di una sua possibile eredità primo ottocentesca,
riportando il discorso all’alveo italiano della questione della lingua. Nella
prima direzione, Alberto Roncaccia studia l’apporto del naturalismo linguistico
di Benedetto Varchi al Saggio sulla filosofia delle lingue, riportando
l’attenzione sulla necessità di una storicizzazione che non sia troppo
schiacciata sul Settecento. Più complesse da seguire sono le tracce
dell’eredità ottocentesca del pensiero C.ano. Se Marazzini nel suo contributo
mette in luce, attraverso i riscontri obiettivi delle edizioni e ristampe, una
fortuna non interrotta del Saggio lungo tutta la prima metà del secolo, è pur
vero che l’avvento del purismo prima e del manzonismo poi non hanno certo
contribuito a creare un ambiente favorevole all’attecchimento di un pensiero
così intimamente settecentesco come quello dell’abate padovano. Così l’analisi
di Sara Pacaccio si configura più che altro come un puntuale riscontro di come
il rapporto tra C. e Manzoni non possa che essere innanzitutto la misurazione
di una distanza: l’abate incarna precisamente quel modello di linguistica
(filosofica e francesizzante) e di impostazione della questione della lingua
(antifiorentina e italiana) che Manzoni identifica come il proprio principale
bersaglio polemico. Quanto a Leopardi, dal quale ci si poteva forse aspettare
una certa sintonia in nome di una comune radice empirista e settecentesca, il
saggio di Alessio Ricci mette in luce importanti differenze di impostazione su
temi cruciali: più che contestarlo come fa Manzoni, Leopardi semplicemente
sembra ignorare C., o almeno il C. linguista. Come si vede, non é sempre
un'apologia del pensiero C.ano quella che emerge da queste pagine: non solo
l'analisi della presenza di C. in Leopardi e Manzoni, di cui si è detto da
ultimo, lascia vedere più ombre che luci, ma contributi come quelli di Daniele
Baglioni e Andrea Battistini sono piuttosto fermi nel rilevare da un lato i
limiti di un'etimologia praticata senza il necessario supporto di un'attenzione
da grammatico ai fatti di lingua, dall'altro una perdita netta di penetrazione
e forza speculativa nel confronto con il pur fondamentale Vico. Questo, d'altra
parte, non toglie nulla al rilievo di un'esperienza che resta quanto di più
lontano dalla pura mediazione culturale, e che attraverso i saggi raccolti in
questo volume viene forse per la prima volta esplorata in tutta la sua apertura
e complessità. Ci viene restituito così un pezzo non secondario di storia della
linguistica italiana, che è poi anche un pezzo di storia intellettuale europea
in quell'eccezionale frangente in cui (per citare la plastica non meno che
celebre formula C.ana) l Europa intellettuale funzionò come una gran famiglia i
cui membri condividevano un patrimonio comune di ragionamento, facendo tra loro
un commercio di idee di cui niuno ha la proprietà, tutti l’uso. BARBARISI,
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Parte prima Inquadramento La linguistica del Settecento: problemi storiografici
-Graffi (Verona). La filosofia del linguaggio è stata oggetto di
interpretazioni contrastanti, dopo la pubblicazione di Cartesian Linguistics di
Chomsky. Nonostante lo studioso avesse dichiarato che my concern here is not
with the transmission of certain ideas and doctrines, but with their content
and, ultimately, their contemporary significance, è un dato di fatto che tale
testo sia stato recepito come un lavoro di storia della linguistica. Ad
esempio, Simone nota che, comunque sia, sta di fatto che il vero incipit
moderno degli studi sul pensiero linguistico seie settecentesco sta lì, e che
molte delle aree di studio ormai prese correntemente in considerazione in
quest'ambito sono state definite o per lo meno indicate in quel saggio. Questa
assunzione di Cartesian Linguistics come punto di riferimento da parte della
storiografia linguistica sul Seicento e il Settecento ha avuto alcuni effetti
negativi, di cui il responsabile non è ovviamente Chomsky. In molti casi,
infatti, la discussione si è concentrata soprattutto sulla sostenibilità o meno
delle sue tesi, più che sui contenuti effettivi della linguistica del periodo
in questione, con il risultato di far dimenticare, in larga parte, i lavori su
questo tema usciti nella prima parte del xx secolo, che conservano ancora un
notevole interesse e che può essere utile confrontare con quelli di mezzo
secolo dopo. Negli ultimi decenni, essendo ormai tramontata l’epoca degli
scontri tra chomskiani e antichomskiani, come H. Grice e Speranza, sono invece
usciti vari lavori che hanno fornito una valutazione più equilibrata della fase
di storia della linguistica che qui ci interessa. In questo contributo, vorrei
dunque tracciare una panoramica e un bilancio di alcuni studi sulla linguistica
del Settecento. Nel PAR. 2, discuterò il quadro suggerito da Cartesian
Linguistics assieme a quelli proposti in lavori ad esso esplicitamente
alternativi e, come vedremo, alternativi anche tra loro: mi riferisco a
Rosiello (1967), Aarsleff (1982) e Simone (1990). Mi dedicherò poi (PAR. 3) ad
alcuni studi risalenti alla prima metà del secolo scorso, ossia Brunot (1939),
Sahlin (1928), Harnois (1929) e Francois (1933), la cui impostazione e le cui
conclusioni confronterò con quelle dei lavori esaminati in precedenza.
Successivamente (PAR. 4), accennerò ad alcuni degli studi che ho definito più
equilibrati rispetto a quelli del PAR. 2: Pariente (1985), Formigari (2001),
Raby (2018). Infine (PAR. 5), mi occuperò di un aspetto del pensiero linguistico
del C. che è stato anch'esso oggetto di interpretazioni diverse, ossia la
distinzione tra genio grammaticale e genio rettorico introdotta nel Saggio
sulla filosofia delle lingue, che a mio parere presenta analogie non
trascurabili con alcune osservazioni in materia che si trovano nel grammatico
enciclopedista N. Beauzée. Di Cartesian Linguistics e della discussione
suscitata da quest'opera darò qui un resoconto sommario, rimandando, per
maggiori dettagli, a Graffi (2001; 2006). In sintesi, le tesi di Chomsky
sostenute in quell’opera possono essere così riassunte: con la Grammaire e la
Logique di Port-Royal ha inizio una tradizione di linguistica cartesiana che
prosegue con i grammatici collaboratori dell’ Encyclopédie (C. C. Du Marsais e
N. Beauzée) e giunge fino a Humboldt. Notiamo, per inciso, che Chomsky non cita
mai Condillac, né in Cartesian Linguistics né nel capitolo storico di Language
and Mind (Chomsky, 2006). Le radici della linguistica cartesiana si trovano,
secondo Chomsky, nella parte v del Discorso sul metodo, in cui Descartes
afferma che è il linguaggio, con le sue proprietà di creatività illimitata e
indipendenza dagli stimoli, a dimostrare che gli esseri umani differiscono
essenzialmente sia dagli animali che dalle macchine. Secondo Chomsky, le opere
dei Signori di Port-Royal e dei loro successori sviluppano questa prospettiva
presentando il linguaggio come una capacità universale della mente umana, la
cui funzione primaria è l’espressione del pensiero e non la comunicazione.
Linguistica illuminista di Rosiello (si veda) è in gran parte frutto di
ricerche precedenti all’uscita di Cartesian Linguistics: tuttavia, essendo
stato pubblicato poco dopo il libro di Chomsky, finì coll'essere considerato
sostanzialmente come una risposta a quest’ultimo (che, del resto, Rosiello
criticava nell’introduzione al proprio lavoro). Al contrario di Chomsky,
Rosiello non vede affatto una continuità tra i Signori di Port-Royal da un lato
e grammatici o filosofi come Du Marsais, Beauzée e Condillac dall’altro. Infatti,
anche se tanto i primi quanto i secondi usano l’espressione grammatica
generale, la loro concezione del linguaggio e della linguistica è opposta:
razionalista e deduttivista in Port-Royal, empirista nei linguisti detti da
Rosiello illuministi. Dal punto di vista teorico, le simpatie di Rosiello vanno
decisamente all’ impostazione empirista. Una posizione opposta sia a quella di
Chomsky che a quella di Rosiello (almeno per quanto riguarda la valutazione di
Port-Royal da parte di quest’ultimo) è sostenuta da Aarsleff, in vari saggi poi
raccolti in Aarsleff (1982). Aarsleff di fatto capovolge l’interpretazione della
linguistica di Port-Royal come razionalista, affermando che there is ample
proof that Port-Royal grammar and logic were accepted by Locke, who quoted them
often with approval (ivi, 4) e che Locke was very sympathetic to the Jansenists
of Port-Royal; he owned their works and read them (ivi, 104). Questa impostazione anticartesiana sarebbe poi
stata assunta anche dai linguisti enciclopedisti, come Du Marsais (Du Marsais
rejected innate ideas out of hand. To be a universal grammarian, it is enough
to be a rationalist, 106), e avrebbe raggiunto il suo culmine con Condillac. Nelle discussioni
linguistiche del Settecento, osserva Aarsleff (ivi, 107), Condillac is by all
odds the most important figure . Significantly, Descartes name is notably
absent from all discussions that specifically deal with language, though
references to the masters of Port-Royal and to Locke occur frequently. Aarsleff
si spinge fino a tracciare un parallelo tra la visione portorealista del
linguaggio come espressione del pensiero e le ipotesi avanzate da Condillac
sull’origine del linguaggio nel suo Essai sur l'origine des connoissances
humaines (Condillac, 1947): It is a fact that Condillac's Essai caused an
immediate revival of universal grammar without the slightest sense of conflict,
and the topic was at once completely fused with interest in the origin of
language that the term grammaire générale was soon used for both. This fusion
also reached all aspects of the subject matter of universal grammar; what the
latter did atemporally, the study of the origin of language did on the scale of
time, as a theoretical problem in development
the Port-Royal Grammar had assumed that some word classes, such as nouns
and verbs, were primary in relation to others. Pronouns, for instance, were
mere handy abbreviations or convenient substitutes for nouns. In the
terminology of the Port-Royal Grammar, they had been invented to fulfill that
function. Study of origin of language converted this question into that of
which parts of speech came first and how the others were introduced and formed
(Aarsleff). Secondo Aarsleff,
dunque, la linguistica di Port-Royal non è cartesiana e la tradizione della
grammatica generale da essa iniziata viene ripresa nel Settecento da Du Marsais
e Condillac (a Beauzée, Aarsleff dedica pochissimo spazio), che la inseriscono
nel quadro gnoseologico lockiano; questo spiega anche perché il termine
grammatica generale sia di uso costante presso tutti questi studiosi. Tratterd
in questo paragrafo anche il capitolo di Simone (1990) della Storia della
linguistica curata da Lepschy, nonostante sia abbastanza posteriore agli studi
di Chomsky, Rosiello e Aarsleff e, come si è visto supra, PAR. 1, contenga una
valutazione meno critica di Cartesian Linguistics: esso ha peró in comune con
questi altri lavori la tendenza a ricercare gli elementi di continuità o di
rottura nelle varie fasi del pensiero linguistico del Seicento e del
Settecento. Simone dà anzitutto una valutazione abbastanza riduttiva della
Grammaire di Port-Royal, che a suo parere rappresenta, in rapporto alla ricerca
dei suoi tempi, un'opera singolarmente isolata e intenzionalmente arretrata
(Simone, 1990, 336). Per quanto riguarda i grammatici dell Encyclopédie, Simone
afferma invece: Dal punto di vista dottrinale, la porzione linguistica dell
Encyclopédie è un tentativo di sintesi tra l'orientamento logicizzante della
classica grammatica generale francese e quello empiristico derivato da Locke
attraverso Condillac. Du Marsais (erroneamente catalogato, in molte occasioni,
come un grammatico generale) rappresenta molto nettamente questo secondo
atteggiamento . Dall'altro lato, peró, la sua concezione dell'ordine naturale
(come ordine logico spontaneo, che riflette i ritmi del pensiero e non affatica
la mente) lo colloca stretto contatto con la tradizione logicizzante. Non
diversa è la posizione di Beauzée, che oscilla tra una concezione dell’analisi
linguistica moderna e attenta ai fatti e una nostalgia logicizzante (ivi 381-2).
Per quanto riguarda invece Condillac, Simone sostiene che sviluppa una linea di
pensiero lockiana, ma per molti aspetti vicina a Vico, come ad esempio per
quanto riguarda il genio delle lingue (cfr. 370) e l’origine del linguaggio e
delle parti del discorso (ivi, 376). Tracciamo ora un confronto tra le
interpretazioni della linguistica del Sei-Settecento proposte dai quattro
studiosi di cui abbiamo parlato, in particolare per quanto riguarda la storia
del concetto di grammatica generale. Un solo punto è comune a tutti:
contrariamente a quanto sostenuto dalla storiografia linguistica fino alla metà
del Novecento (come vedremo anche infra, PAR. 3), la linguistica scientifica
non nasce all’inizio dell Ottocento con Bopp, ma le sue origini vanno
retrodatate almeno di un secolo e mezzo. Su tutti gli altri punti, invece, la
posizione di Chomsky è isolata: tanto Rosiello, quanto Aarsleff, quanto Simone
negano che si possa parlare di una linguistica cartesiana che procede,
sostanzialmente senza soluzione di continuità, dalla parte v del Discorso sul
metodo, attraverso Port-Royal, fino alla linguistica illuminista (e meno che
mai a Humboldt, possiamo aggiungere). Alla base di queste opposte
interpretazioni storiche sta certamente un contrasto teorico: Chomsky è
dichiaratamente razionalista (come si vede fin dal sottotitolo di Cartesian
Linguistics) ededuttivista gli altri tre studiosi sono empiristi e induttivisti
sia pure con motivazioni in parte differenti; ma, a parte questa comune base
teorica, le ricostruzioni proposte da Rosiello, Aarsleff e Simone si
contrappongono sotto vari punti di vista. Infatti, mentre Aarsleff sostiene che
c’è una continuità tra la grammatica di Port-Royal (di cui comunque nega il
carattere cartesiano) e la linguistica degli enciclopedisti e di Condillac, una
tale continuità é decisamente negata da Rosiello e da Simone, che peró danno
una valutazione diversa dei rapporti tra i vari linguisti del Settecento: per
Rosiello non c’è una differenza sostanziale tra Du Marsais e Beauzée, da un
lato, e Condillac dall'altro, mentre Simone trova nei primi due un
atteggiamento logicizzante assente invece nel secondo. I due studiosi italiani
danno inoltre una valutazione diversa delle origini del pensiero linguistico di
C.: Rosiello (1961, 97, nota 45), richiamandosi a un saggio di Carlo Calcaterra
(1946), condivide la tesi ivi esposta dell'assoluta dipendenza delle idee del
Cesarotti dal sensismo enciclopedistico con esclusione dell’ influenza
vichiana, influenza invece sostenuta da C. Trabalza ; Simone (1990, 380)
sostiene invece che il Saggio sulla filosofia delle lingue di C. si richiamava,
oltreché a Condillac e a de Brosses, anche a Vico. La linguistica del
Settecento nella storiografia della prima metà del secolo scorso Tra gli studi
della prima metà del Novecento dedicati alla linguistica settecentesca,
accenneró qui alle pagine di Cassirer (1964 81-99), al volume di Sahlin (1928),
a cui ha abbondantemente attinto anche Chomsky per Cartesian Linguistics, a
quello di Harnois (1929), nonché alle parti della monumentale Histoire de la
langue française di F. Brunot e collaboratori dedicate a questo argomento. Del
rapporto tra la tradizione della grammatica generale e i grammatici italiani
del Settecento si occupa in dettaglio Trabalza (1908), con alcune osservazioni
relative anche al C. che può essere interessante riprendere. Secondo Cassirer,
tanto le teorie linguistiche di impostazione razionalista quanto quelle di
impostazione empirista, nonostante le loro differenze di fondo, convergono su
un punto: la concezione del linguaggio come rappresentazione del pensiero. Ad
esse si contrappone la concezione di Vico e dei suoi eredi, che insiste invece
sull’origine emozionale del linguaggio. Il saggio di Herder sull’origine del
linguaggio rappresenta il punto di passaggio dalla concezione del linguaggio
come specchio del pensiero, propria dell’ Illuminismo, a quella, propria del
Romanticismo, del linguaggio come forma organica (cf. Cassirer, 1964, 97). Sahlin, com'è chiaro dal
suo titolo, si concentra invece sul ruolo di Du Marsais nella storia della
grammatica generale, della quale l'enciclopedista avrebbe rappresentato il
punto culminante, mentre dopo di lui la grammatica generale dégénérera au point
de n'étre guére autre chose que de vagues spéculations métaphysiques sur les
opérations de l'esprit, et son objet sera d'analyser la pensée par le moyen du
langage, plutót que d'analyser et d'expliquer les faits du langage (ivi, 4). Questa evoluzione negativa, a parere
dell'autrice, comincia già con Beauzée, per culminare con Condillac, Court de
Gébelin e Domergue (cfr. ivi 4-5). Le radici del pensiero di Du Marsais,
secondo Sahlin, si trovano in Descartes e Port-Royal ( Du Marsais reproduit
sans commentaire dans sa Logique les préceptes de Descartes et d'Arnauld , 15),
ma su di esse si sono innestati tanto l'empirismo di Locke quanto il
razionalismo di Leibniz (Entre Arnauld et Du Marsais se placent en effet deux
philosophes qui ont exercé une influence notable sur la grammaire générale
française, à savoir Leibniz et Locke, 17). L'origine portorealista della
grammatica generale appare incontestabile anche ad Harnois (la grammaire de
Port-Royal est à l'origine d'une période historique qui a son unité, comme le
sont toutes les grandes œuvres à influence prolongée, Harnois, 1929, 18), che
ne sottolinea anche il carattere cartesiano: De plus l'esprit de Port-Royal est
trés fortement imprégné de cartésianisme. Arnauld, Nicole, Lancelot sont résolument
rationalistes parce que cartésiens (ivi, 21). À differenza di Sahlin, Harnois non considera
l’opera di Beauzée e di Condillac come uno scivolamento della grammatica
generale verso una speculazione metafisica, ma, al contrario, come un
progressivo affrancamento della grammatica da un' impostazione logicizzante. Infatti, Beauzée segna un
très net progrès sur la Grammaire de Port-Royal parce qu’il considère à côté de
la science grammaticale un art grammatical (ivi 38-9) e Condillac se sépare de
Port-Royal lorsqu'il considère la pensée sous le point de vue de sa formation,
les idées sous le point de vue de leur acquisition. Cela est tout à fait
nouveau (ivi 30-1). Tanto Brunot quanto il suo collaboratore François non hanno
dubbi nel trovare le origini della grammatica generale (o filosofica) nel
cartesianismo di Port-Royal: Après une courte période, où la méthode de
Vaugelas régna seule, l'influence de Port-Royal commença à se faire sentir. Le
Cartésianisme entra dans la grammaire (Brunot, 1939, 57; cfr. François, 1933 900-1).
Per i due storici della lingua francese, però, questo avvento del cartesianismo
nella grammatica non rappresenta un progresso, ma un regresso: Bientòt toutes
les recherches tourneront de l'observation à la spéculation philosophique
déductive. L'école historique de Ménage et de Du Cange, vaincue, cédera à
l'école rationaliste. Ce cartésianisme linguistique a été certainement une
cause de retard pour le développement de la science (Brunot, 1939, 58). Anche
François, come Sahlin, sostiene che la dottrina di Du Marsais procède de celle
de Port-Royal, mais, fécondée par Leibnitz, elle la dépasse et la transforme.
La base de la science du langage et de l'étude des langues doit étre l'analyse
de la pensée (ivi 903-4), ma, al contrario della stessa Sahlin, ne dà una
valutazione sostanzialmente negativa, in quanto avec Du Marsais, la grammaire
générale s'enfonce toujours davantage dans l’abstraction > (ivi 902-3).
Un'analoga critica è rivolta a Beauzée, il quale, secondo François, néglige les
faits pour construire des systèmes, sauf à chercher ensuite la justification
des systémes dans les faits (ivi, 907). Anche l'opera di Condillac ostacola il
ritorno a un metodo corretto per lo studio delle lingue, che, nella visione di
Brunot e di Frangois, non puó che essere quello storico: Peut-être une nouvelle
méthode allait-elle finir par s'en dégager, qui raménerait aux saines
traditions de Du Cange et de Ménage. Mais Condillac parait, et du méme coup
raméne, et l'étude des origines, et la grammaire proprement dite, aux
traditions de Locke et de Port-Royal (ivi 940-1). In sintesi, si puó vedere come il carattere
cartesiano della grammatica generale non sia mai negato dagli studiosi di cui
ci occupiamo in questo paragrafo, anzi talvolta sia esplicitamente affermato (è
il caso di Brunot), accennando anche a un’influenza di Locke (François) e di
Leibniz (Sahlin, Frangois) sui suoi sviluppi. Allo stesso modo, mentre è
assunta una sostanziale continuità tra Port-Royal e la linguistica illuminista
(o enciclopedista), vengono anche sottolineate (soprattutto da Harnois) le
differenze e le innovazioni rispetto all'impostazione portorealista che si
trovano in Beauzée e soprattutto in Condillac. La ricostruzione della storia
della grammatica generale da parte degli studiosi della prima metà del
Novecento non presenta dunque grandi discordanze; il punto di contrasto sta
invece nel giudizio sulla grammatica generale stessa, che è negativo da parte
di Brunot, di Frangois e anche di Harnois, ma non di Sahlin. La differenza di
queste valutazioni è evidentemente dovuta al fatto di considerare l'approccio
storico alla linguistica come l'unico autenticamente scientifico conformemente
ai canoni impostisi nell’ Ottocento, con il trionfo della linguistica
storicocomparativa. Passiamo ora alla ricostruzione della storia della
grammatica italiana nel Settecento svolta da Trabalza. A suo parere, Port-Royal
e Vico rappresentano i punti di biforcazione tra grammatica empirica e
grammatica filosofica (cfr. Trabalza, 1908 367-8); entrambi, però, ebbero
scarso seguito in Italia (ivi, 377). Il giudizio di Trabalza sulla grammatica
filosofica è comunque negativo, il che è ovvio, data la sua impostazione
crociana; ma quello sui grammatici italiani del Settecento rispetto a quelli
francesi ben diverso e decisamente sconfortato: mentre in Francia si
perfezionava il disegno del signor di Portoreale, e venivano i Du Marsais, i
Beauzée, i Condillac, i Girard, noi ci facevamo compatire (ivi, 395); la
grammatica ragionata si propago ben presto nelle scuole, non escluse le prime
classi delle elementari, ma anche in uno stato di pronta, quasi immediata
degenerazione (ivi, 430). Tuttavia,
Trabalza non manca di sottolineare l'originalità del contributo di C., che
considera influenzato sia dai grammatici francesi che da Vico: Né VICO (si
veda) né Herder ebbero tra noi non dico la preminenza sulle dottrine logiche
dei francesi, ma un equivalente grado di efficacia, nonostante che un seguace
del Vico e dell’ Herder, il C., raccogliesse intorno al suo Saggio, che in
parte deriva dagli scritti loro, non lievi simpatie (ivi, 414). Il valore del
Saggio nella vera parte filosofica, nella quale certo s'ispiró ai pensatori
francesi, ma trasfuse un poco di quanto poté far proprio del pensiero
vichiano.LA LINGUISTICA: PROBLEMI STORIOGRAFICI Possiamo dunque concludere
questo paragrafo dicendo che l’esistenza di una linguistica cartesiana, se con
questo termine si vuole indicare una sostanziale continuità tra Port-Royal e i
linguisti del Settecento, è di fatto riconosciuta dalla storiografia
linguistica della prima metà del secolo scorso, che non oppone un deduttivismo
di Port-Royal a un induttivismo dei grammatici di epoca illuminista, come fa
Rosiello, né tantomeno associa la grammatica di Port-Royal a Locke invece che a
Cartesio, come fa Aarsleff. Sotto questo aspetto, studiosi come Sahlin e gli
altri di cui abbiamo parlato in questo paragrafo sembrano vicini alle posizioni
di Chomsky, ma sotto altri aspetti il quadro da loro delineato è molto più
articolato: le concezioni di Du Marsais, Beauzée e (soprattutto) Condillac
presentano differenze considerevoli sia tra loro che rispetto a quelle di
Port-Royal, che non possono essere trascurate e di cui è necessario rendere
conto. Per quanto riguarda poi C., rimane aperto il problema della possibile
influenza di Vico sul suo pensiero linguistico. 4 Continuità e differenziazioni
della grammatica generale: alcuni studi recenti Per poter valutare
correttamente gli sviluppi della grammatica generale nel Settecento, è necessario
allargare il nostro quadro di riferimento al secolo precedente, quando questa
espressione e questa nozione cominciano a diffondersi, soprattutto ad opera dei
Signori di Port-Royal. In particolare, è necessario porsi ancora il problema
dell'effettivo cartesianismo di questi studiosi e del loro rapporto con la
tradizione grammaticale precedente e successiva. A proposito della Grammaire di
Port-Royal, come si ricorderà, Aarsleff sostiene che è più vicina a Locke che a
Descartes, e Simone che si tratta di un’opera isolata e arretrata rispetto alla
ricerca del suo tempo. A mio parere, entrambe queste conclusioni non sono
accettabili, come mostra anche la ricerca storiografica più recente. L’impianto
fondamentalmente cartesiano della Grammaire e della Logique di Port-Royal è
stato rilevato, tra gli altri, da Pariente (1985), che osserva come molte delle
concezioni di Port-Royal abbiano precise corrispondenze nelle Meditazioni
metafisiche dello stesso Cartesio. Un esempio è quello dell’analisi
portorealista della proposizione incidente determinativa (nei nostri termini,
la frase relativa restrittiva): l’assimilation de l'incidente déterminative à
une affirmation, qui ne s'explique pas pour des raisons purement logiques, est
imposé à Arnauld par son adhésion au cartésianisme, et précisément par les
conclusions des Réponses données par Descartes à certaines des Objections qu'il
lui avait adressées (Pariente). Per quanto riguarda poi la pretesa arretratezza dei Signori di
Port-Royal, notiamo che le novità da loro introdotte rispetto alla tradizione
precedente sono numerose. Limitandomi a un semplice elenco, e rinviando per
maggiori dettagli a Graffi (2006 932-41), citerd le seguenti: 1.
l’identificazione esplicita della frase con il giudizio; 2. l'analisi del verbo
come la parola il cui uso principale è di significare l’affermazione ; 3. il
concetto di proposizione incidente , che di fatto equivale a quello di frase
dipendente relativa e completiva, fino a quel momento assente dalla grammatica.
Queste innovazioni, assieme ad altre, verranno riprese da tutti gli studiosi
che si collocano nella prospettiva di ricerca della grammatica generale: alcuni
di loro le correggeranno (è il caso, ad esempio, dell’analisi della frase in
soggetto, copula e predicato, ripresa tale e quale da Condillac, ma modificata
da Beauzée), ma nessuno potrà evitare di farvi riferimento. Come scrive Raby (2018, 8):
La lecture en série des grammaires générales produites en France entre 1660 et
le début du x1x* siècle convainc rapidement de la forte cohérence du programme
mis en œuvre, et du rôle matriciel joué par la Grammaire générale et raisonnée.
Esiste quindi una
continuità tra il modello portorealista, le cui basi cartesiane sono abbastanza
evidenti, e la tradizione grammaticale successiva: etichettare questa
continuità come linguistica cartesiana può essere discutibile (soprattutto se
si estende questa etichetta a Herder e a Humboldt, come fa Chomsky), ma negarla
mi pare impossibile. Come scrive ancora la Raby: Tous les auteurs de
grammaires générales admettent les deux postulats suivants: il existe une
faculté rationnelle universelle définie indépendamment de la structure des
objets du monde; la proposition, expression d'un contenu représentatif
résultant de l'opération mentale de jugement, est l'instrument permettant
d'appréhender de façon scientifique la diversité des langues (ivi, 49). Secondo Formigari, queste affinità concettuali
tra i vari studiosi per quanto riguarda il rapporto tra linguaggio e pensiero
hanno un'estensione ancora più vasta, essendo comuni tanto ai razionalisti che
agli empiristi: per tutto il Seicento e oltre, l'idea di una struttura profonda
comune a tutte le lingue è largamente condivisa anche dagli empiristi o
sensualisti, come Locke, Condillac e altri autori. Gli universali del
linguaggio sono intesi come risultato empirico della sostanziale uniformità
organica degli uomini e della conseguente uniformità di rappresentazioni
costituite sulla base di sensi e procedimenti mentali genericamente umani anche
se relativamente condizionati da tempi, luoghi e circostanze (Formigari, 2001, 149).
Possiamo aggiungere che è molto difficile tracciare una chiara linea di
demarcazione tra razionalisti ed empiristi (o sensisti) anche per quanto
riguarda le analisi di determinate strutture grammaticali. Mi permetto di
ripetere, a questo proposito, quanto ho già scritto qualche anno fa: il
sensista Condillac assume la stessa posizione dei razionalisti di Port-Royal in
merito almeno a due problemi, ossia la concezione della proposizione
(identificata con il giudizio) e la sua analisi tripartita (in soggetto, copula
e predicato), mentre su quest’ultimo punto Beauzée (che è certamente più legato
di Condillac all’impostazione razionalista) accoglie le innovazioni di Du
Marsais, sostenendo che le parti costitutive della proposizione sono due, cioè
il soggetto e il predicato (Graffi, 2004, 48). Il fatto che questi filosofi e
grammatici adottino un quadro di riferimento comune non può però far
dimenticare le considerevoli differenze che esistono tra di loro, già rilevate,
nella prima metà del Novecento, da Sahlin e da altri, e in tempi più recenti da
Simone, ma trascurate da Chomsky (grazie anche al suo disinteressarsi di
Condillac). Ancora una volta, il recente lavoro della Raby ci sembra
particolarmente utile. La studiosa francese mette infatti bene in luce, tra
l'altro, il diverso modo in cui i Signori di Port-Royal, Beauzée e Condillac
concepiscono il rapporto tra linguaggio e pensiero: Dans les grammaires
générales de notre corpus, on peut identifier trois configurations des
relations entre grammaire et logique, exemplifiées respectivement par les
œuvres de Port-Royal, Beauzée et Condillac: logique et grammaire sont deux
disciplines parallèles, ordonnées et complémentaires: la logique décrit la
pensée que le langage exprime; la logique naturelle est le lieu d’interface
entre la pensée et son expression par le langage, ces trois éléments ayant
chacun leur autonomie relative; la pensée n'étant accessible que sous sa forme
linguistique, la grammaire est le fondement de la logique (Raby, 2018, 53). Spesso, queste differenti concezioni del
rapporto tra linguaggio e pensiero corrispondono a diverse interpretazioni
della stessa analisi di una data struttura grammaticale. Un caso tipico è
rappresentato dalla frase (o proposizione) semplice: come si è appena detto,
tanto i Signori di Port-Royal quanto Condillac la analizzano in tre elementi,
cioè soggetto, copula e predicato. Il fondamento concettuale delle due analisi
è però completamente diverso. Secondo la Grammaire di Port-Royal, la copula
asserisce l’inerenza di un'idea, il predicato, a un'altra idea, il soggetto: essere
è l'unico verbo autentico, perché la funzione specifica del verbo è quella di
asserire tale inerenza. Il linguaggio dunque, nella visione portorealista,
esprime il pensiero, come dice la Raby. A volte, questa espressione non è
perfetta: ciò avviene per la tendenza generale degli esseri umani ad abbreviare
le loro espressioni, come avviene quando si dice Pierre vit invece che Pierre
est vivant, fondendo cioè il verbo con il predicato (cfr. Arnauld, Lancelot,
1966, 96). Condillac invece inserisce l'analisi tripartita della frase nel
quadro della sua dottrina genetica del linguaggio, che si sviluppa gradualmente
dal primitivo langage d'action: in questo quadro, essere è il primo verbo a
manifestarsi, con un significato simile ad ‘avere delle sensazioni’, ‘avvertire’.
L'uso originario di essere è quindi alla prima persona singolare, in quanto
indica la sensazione individuale, immediata; più tardi, questo uso si estende
ad altri esseri, e il verbo prende allora anche la forma di terza persona;
infine, si aggiunge l’indicazione delle qualità di questi esseri, e si avranno
dunque frasi come i/ est homme, il est grand, il est petit ecc. (Condillac). In
sintesi, potremmo dire che la continuità della grammatica generale consiste, da
un lato, nel ricorso ai medesimi strumenti di analisi dei fenomeni
grammaticali, e, dall’altro, nell’assunzione di una relazione di
rappresentazione tra linguaggio e pensiero; le differenziazioni al suo interno
si riconducono invece al modo in cui questa relazione è interpretata. Una nozione
che, a mio avviso, illustra bene tanto la continuità della grammatica generale
quanto le differenti posizioni che si sono manifestate all'interno di questo
quadro concettuale nel secolo e mezzo circa della sua storia è quella, nelle
parole di C., di il genio della lingua. C. distingue tra il genio
grammaticale e il genio rettorico, nei
termini seguenti. Questo genio degl’italiani è biforme, e può distinguersi in
due, l'uno de’ quali può chiamarsi genio grammaticale, e l’altro rettorico: il
primo dipende dalla struttura meccanica degli elementi della lingua, e dalla
loro sintassi; l’altro dal sistema generale dell’idee e dei sentimenti che
predomina nelle diverse nazioni, e che per opera dei filosofi improntò la
lingua delle sue tracce. Del significato dei due tipi di genio sono state date
diverse interpretazioni, a volte anche da parte degli stessi studiosi. Ad
esempio Rosiello (1961), in un saggio che forse rimane la ricostruzione più
documentata della storia del sintagma genio della lingua, interpreta il genio
grammaticale come l’aspetto logico, simbolico, convenzionale, del linguaggio e
il genio retorico come il rapporto tra cultura e lingua, rapporto che si
risolve nella determinazione dello stile creativo e personale (Rosiello, 1961, 101).
In altre parole, i due concetti C.ani corrisponderebbero rispettivamente a ciò
che modernamente si suole definire aspetto strutturale e aspetto stilistico
della lingua (Rosiello, 1967, p.89). In Linguistica illuminista, tuttavia,
Rosiello propone un’altra interpretazione, ricorrendo all'opposizione di
Hjelmslev (1943) tra schema e uso del linguaggio, o a quella (in parte
equivalente) di Coseriu tra sistema e norma: il genio grammaticale di C.
corrisponderebbe dunque allo schema (o al sistema) e il genio retorico all'uso
(o alla norma). A mio parere, entrambe le interpretazioni di Rosiello devono
essere, almeno parzialmente, riviste; a questo fine, può essere utile
ripercorrere nuovamente la storia del sintagma genio della lingua rifacendoci
anche a qualche altro testo oltre a quelli esaminati dallo stesso Rosiello.
Rosiello (1961, 91), come più tardi Simone (2002, 416), fa risalire l’origine
del sintagma in questione a Port-Royal, in particolare al passo della Grammaire
ove si legge che il dépend du genie des Langues de se servir de l'une ou de
l'autre maniere. Et
ainsi nous voyons qu'en Latin on employe d'ordinaire le participe; Video canem
currentem; et en François le relatif: Je voy un chien qui court (Arnauld,
Lancelot, 1966, 70; il passo compare identico nella prima edizione del 1660). Genio delle lingue sarebbe dunque inteso
negativamente e riferito a quel settore particolare delle singole lingue che
non è riconducibile a un sistema logico generale, comune ai vari idiomi
(Rosiello, 1961, 91) o come una sorta di deposito degli oggetti che risultano
scomodi per la teoria del linguaggio (Simone). L'espressione ricorre però,
senza connotazioni negative, anche in una lettera di Leibniz a Oldenburg,
databile tra il 1673 e il 1674. È difficile stabilire se Leibniz mutuasse tale
espressione dalla Grammaire di Port-Royal, oppure se l'avesse coniata
autonomamente; quello che mi interessa notare è che il filosofo e matematico
tedesco la usa per riferirsi non alle lingue naturali, ma alla lingua perfetta
che cercava di costruire, cioè la characteristica universalis: Qui linguam hanc
discet, simul et discet Encyclopaediam, quae vera erit janua rerum. Quicumque
de aliquo argumento loqui aut scribere volet, huic ipse linguae genius non
tantum verba, sed et res suppeditabit (in Gerhardt, 1899 101-2). Dato che non
si può pensare che Leibniz volesse attribuire alla characteristica universalis
aspetti di deviazione dal sistema logico generale o che risultano scomodi per
la teoria del linguaggio, ritengo che con genio della lingua si volesse
riferire piuttosto a ciò che oggi chiameremmo la struttura della lingua. Più
tardi, soprattutto a partire da Condillac (cfr. Simone, 2002 4178), genio della
lingua (o, meglio, delle lingue) perde ogni connotazione negativa e comincia ad
avere una larga diffusione. Per Condillac (1947, ILI.XV.143, 98), chaque langue
exprime le caractère du peuple qui la parle: e in questo particolare carattere
consiste il suo genio. Condillac è più volte citato da C., che però gli
rimprovera, in proposito, di non avere fatto spiccare in tutto il suo lume la
sua solita aggiustatezza e sagacità , in quanto non ha distinto tra i due tipi
di genio, grammaticale e retorico (cfr. C. 1943, 113). Una distinzione simile
si trova invece nella voce Langue redatta da Beauzée per l Encyclopédie di
D'Alembert e Diderot. Di genio delle lingue aveva già parlato Girard (1747), il
quale affermava che ogni lingua ha il proprio genio, ma suddivideva le lingue
in tre tipi, cioè analoghe, traspositive e miste. Le prime sono quelle che
ordinairement suivent, dans leur construction, l’ordre naturel et la gradation
des idées (Girard, 1747 23-4), cioè collocano il soggetto prima del verbo, il
verbo prima degli avverbi ecc.; ne sono esempi il francese, l'italiano e lo
spagnolo. Le lingue del secondo tipo sono invece quelle che a volte cominciano
la frase con il complemento oggetto, a volte con il verbo, a volte con un
avverbio ecc., non seguendo que le feu de l'imagination ( ): ne sono esempi il latino e le lingue
slave. Le lingue miste sono un tipo intermedio tra i primi due: Girard cita
come esempi il greco e il tedesco, che hanno sia l'articolo (come il francese,
l'italiano o lo spagnolo, ma non il latino e le lingue slave) che le desinenze
di caso. La nozione di genio delle lingue diventa dunque la base per una
classificazione tipologica ante litteram (cr. Simone, 2002, 419).
Beauzée riprende la classificazione di Girard, con qualche modifica (mantenendo
cioé solo la distinzione tra lingue analoghe e traspositive e suddividendo
queste ultime in due sottotipi, libere e uniformi), ma riconduce anch'egli le
differenze interlinguistiche ai diversi tipi di genio: elles [le lingue]
admettent toutes, sur ces deux objets généraux, des différences qui tiennent au
génie des peuples qui les parlent, et qui sont elles-mêmes tout à la fois les
principaux caracteres du génie de ces langues, et les principales sources des
difficultés qu’il y a à traduire exactement de l’une en l’autre. Par rapport à
l’ordre analytique, il y a deux moyens par lesquels il peut être rendu sensible
dans l’énonciation vocale de la pensée. De-là la division la plus universelle
des langues en deux especes générales analogues et transpositives (Beauzée,
1765, 257). Poco dopo, perd, Beauzée parla di una seconda caratteristica
distintiva > del genio delle lingue: Pour ce qui concerne les différentes
especes de mots, une méme idée spécifique les caracterise dans toutes les
langues: mais, dans le détail des individus, on rencontre des différences qui
sont les suites nécessaires des circonstances où se sont trouvés les peuples
qui parlent ces langues; et ces différences constituent un second caractere
distinctif du génie des langues (ivi, 258). Beauzée non etichetta in modo
specifico né l’una né l’altra di queste caratteristiche distintive, ma con la
prima di esse si riferisce alle differenze sintattiche tra le lingue,
manifestate dall’ordine delle parole, mentre con la seconda sembra piuttosto
alludere alle differenze lessicali: Un premier point, en quoi elles different à
cet égard, c'est que certaines idées ne sont exprimées par aucun terme dans une
langue, quoiqu'elles ayent dans une autre des signes propres et trés
énergiques. Une seconde différence des langues, par rapport aux diverses especes
de mots, vient dela tournure propre de l'esprit national de chacune d'elles,
qui fait envisager diversement les mémes idées (ivi 258-9). In sintesi, potremmo dire che la prima
caratteristica del genio delle lingue riguarda la loro sintassi, o, se si preferisce,
la loro morfosintassi, mentre la seconda riguarda l'aspetto lessicale, pià
condizionato del primo dalle particolarità storiche ed etniche dei parlanti le
varie lingue. Questo secondo senso è forse quello in cui genio delle lingue era
inteso, almeno prevalentemente, da Condillac (cfr. anche Simone, 2002, 418).
Torniamo ora a C.. Non mi pare privo di significato il fatto che il nostro
autore, poche pagine prima di introdurre la distinzione tra genio grammaticale
e genio retorico, introduca quella tra due diversi tipi di costruzione: La
costruzione, rispetto all’ordine, è di due specie: diretta, e inversa; l’una si
attiene all’ordine analitico delle idee, l’altra al grado della loro
importanza, e dell’interesse che ne risente chi parla: la prima serve meglio
all’intelligenza, l’altra parla più vivamente all’affetto (C., 1943, 65).
L'erudito padovano non procede a una classificazione tipologica delle lingue
come quella tracciata da Girard o da Beauzée, ma il lessico da lui utilizzato è
molto vicino a quello dei due grammatici francesi: Beauzée (1765, 258) afferma
che le lingue analoghe sono celles dont la syntaxe est soumise à l’ordre
analytique, parce que la succession des mots dans le discours y suit la
gradation analytique des idées; e il feu de l’imagination di Girard ricorda
molto da vicino l’ affetto del C.. Naturalmente è presente in modo chiaro anche
il pensiero di Condillac, come quando il C. afferma, nelle righe che seguono
immediatamente il passo citato, che la sintassi inversa è figlia spontanea
della natura, la diretta è frutto della meditazione e dell’arte; tuttavia,
abbiamo visto come C. rimproverasse allo stesso Condillac di non aver distinto
i due tipi di genio, mentre questa distinzione si trova, di fatto, in Beauzée.
Per riassumere quanto esposto in questo paragrafo, direi dunque che genio della
lingua è utilizzato già da Leibniz per indicare quello che nei nostri termini
potremmo chiamare la struttura della lingua stessa, e assume un senso più
specifico di struttura morfosintattica in Girard. In Condillac, invece, tende
ad indicare piuttosto la componente lessicale delle lingue. Beauzée, infine,
attribuisce al genio delle lingue tanto la prima quanto la seconda di queste
caratteristiche, operando una distinzione che corrisponde in buona parte a
quella di C. tra genio grammaticale e genio retorico. Il primo dei due geni
corrisponde quindi all'aspetto morfosintattico, il secondo a quello lessicale,
delle varie lingue. Conclusioni e problemi aperti La conclusione è dunque che
la tradizione della grammatica generale da Port-Royal fino alla fine del
Settecento presenta tanto continuità quanto differenze. Le prime consistono
nelle analisi di vari fenomeni sintattici, primo tra tutti la struttura della
proposizione; le seconde nella concezione del rapporto linguaggio-pensiero, e
possono essere spiegate in base alle diverse posizioni gnoseologiche dei vari
studiosi, ad esempio, razionalisti nel caso di Beauzée, sensisti in quello di
Condillac (più difficile da determinare la posizione di Du Marsais). Questo
ricorso a uno stesso insieme di tecniche di analisi da parti di studiosi di
differente orientamento gnoseologico ed epistemologico non rappresenta un
unicum nella storia della linguistica. Casi del genere, infatti, si verificano
anche nell’ Ottocento: ad esempio, uno dei più decisi avversari dei
neogrammatici, cioè Schuchardt, riconosceva che le leggi fonetiche sind im
Grunde die Arbeitsregeln für die Etymologen, aggiungendo subito dopo che
keinesfalls eròffnen sie uns klare Einblicke in das Innere des Sprachlebens; es
sind keine der Sprache innewohnenden Gesetze (Schuchardt, 1928, 205). In
sintesi, direi che tutte le interpretazioni della linguistica del Settecento di
cui si è parlato nel PAR. 2, pur essendo, ciascuna nella sua prospettiva,
innovative e stimolanti, hanno come limite di fondo quello di non tenere conto
della coesistenza di tecniche condivise, da un lato, e di impostazioni
gnoseologiche diverse, dall’altro. Questo ha come conseguenza il presentare la
linguistica cartesiana come una linea di pensiero unica, che si arresta solo
agli inizi del XIX secolo, oppure, al contrario, l'opporre sotto ogni aspetto i
Signori di Port-Royal e i linguisti dell’epoca illuminista, quando invece i
secondi in molti casi si basano sulle analisi dei primi. Di conseguenza, mi
paiono più attendibili, dal punto di vista storiografico, le interpretazioni
recenti, di cui abbiamo trattato nel PAR. 4, e, sotto vari aspetti, anche
quelli risalenti ai primi decenni del secolo scorso (cfr. PAR. 3). Dell'altro
problema storiografico ricordato nel PAR. 2, ossia l'influsso del pensiero di
Vico su quello di C., di fatto escluso da Rosiello ma invece sostenuto da
Trabalza e più recentemente da Simone, non ho qui la possibilità neppure di
accennare una soluzione. Mi limito a osservare che, se la ricostruzione che
abbiamo tracciato nel PAR. 5 è corretta, le radici del concetto di genio delle
lingue in C., con la distinzione tra genio grammaticale e genio retorico,
potrebbero anche trovarsi soltanto nei linguisti illuministi francesi. Ma la
questione, è chiaro, richiede una trattazione più approfondita. AARSLEFF H. (1982),
From Locke to Saussure. Essays on the Study of Language and Intellectual
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TRABALZA C. (1908), Storia della grammatica italiana, Hoepli, Milano. C.
attuale e inattuale. Marazzini* Il titolo di questo intervento andrebbe
probabilmente precisato con un riferimento esplicito al solo C. linguista,
perché il mio discorso non toccherà la critica letteraria, la poesia, lo stile,
l’estetica, la filosofia del gusto e via dicendo. Ho sempre avuto in mente
soltanto il riferimento a un unico libro, cioè il Saggio sulla filosofia delle
lingue, che continuo a ritenere il più importante di C., quello destinato a
segnare in maniera indelebile, più di tutti gli altri, un campo di studi e di
ricerche nella storia della tradizione italiana. Ma questo giudizio riguarda
già il tema della vitalità o inattualità delle idee dell’autore, su cui torneremo
tra poco. Possiamo notare che al Saggio sulla filosofia delle lingue non è mai
mancata la fortuna editoriale, nemmeno nel periodo in cui C. ha goduto di
minore stima. Se consideriamo che l’edizione definitiva è quella del 1800,
nelle Opere complete, e che quasi immediatamente il clima culturale dell’Italia
cambiò per lo spirare del venticello del purismo, facendo scivolare C. nella
categoria dei lassisti, così come lo vedevano l’abate Velo e il conte Galeani
Napione, mentre prendeva piede l’opinione che avesse troppo concesso al
francesismo, dobbiamo tuttavia notare che persino nella prima metà
dell’Ottocento, quando è facile rintracciare critiche nei suoi confronti,
uscirono diverse nuove edizioni del Saggio sulla filosofia delle lingue. Nel
1801, o più verosimilmente nel 1802, abbiamo la stampa presso l'editore
padovano Pietro Brandolese, che riprende l'edizione 1800 di Pisa. Piemonte
Orientale. della Crusca. 1. La scheda del libro datato 1801 si ricava dal
catalogo dell’ Università degli studi di Napoli L'Orientale, e non compare
consultando direttamente OPAC-SBN. La scheda descrive così il libro: *Saggio
sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana dell'ab. C.
nuovamente illustrato da note e rischiaramenti apologetici aggiuntovi il Saggio
sulla filosofia del gusto all'Arcadia di Roma 5.
edizione In Padova: presso Pietro Brandolese, 1801 [8],
236 p.; 8°. Sul front.: A norma di quella fatta in Pisa l'Anno 1800. Però, tra
i libri della biblioteca di Google, questa v edizione del Saggio è riprodotta
solo con la data 1802, non 1801 (penso a un errore della scheda, visto che
quella di Google Nel 1820 abbiamo l’edizione milanese della Società Tipografica
dei Classici italiani, e nel 1821 quella dell'editore Silvestri’. Ci sono poi
diverse edizioni concentrate, cosa curiosa, nell’ Italia meridionale, a Napoli:
nel 1818 (ed. De Bonis), 1831 (dai Torchi del Tramater*), nel 1835, nel 18536.
Quella del 1853 è ora a sua volta digitalizzata, e quindi facilmente
raggiungibile, anche se l'esame del libro non aiuta per nulla, perché non vi si
trova nessuna indicazione, nessun commento, nessuna dichiarazione di interesse
o di condanna per il contenuto, ma soltanto il nudo testo. Senz'altro ebbe
scarsa circolazione. Una diminuzione dell' interesse per il Saggio sulla
filosofia delle lingue si ebbe nella seconda metà dell’ Ottocento, ma nel 1908
un segnale di interesse venne non da un editore che riproponesse il testo, ma
piuttosto dallo spazio assegnatogli in un'opera che tutt’ora resta
fondamentale, la Storia della grammatica italiana di Ciro Trabalza, che dedica
appunto un notevole spazio al C., interpretato in chiave fortemente e riduttivamente
vichiana. Nel 1931, Guido Mazzoni, nella voce dell Enciclopedia italiana, lo
collocava in uno snodo della questione della lingua, affermando che Dal Saggio
si puó dire che derivino, da un lato, la reazione del Cesari, dall'altra, la
guerra del Monti contro l'Accademia della Crusca. L'affermazione è
interessante, anche se forse non corrisponde pienamente alla verità storica,
perché Monti si ispirava in parte a C., ma non esplicitava mai chiaè una
riproduzione fotografica, per di più confermata da una scheda OPAC-sBN che
attesta il possesso del libro da parte di diverse biblioteche, tra cui la
Nazionale di Roma, che ha fornito l'esemplare digitalizzato da Google). 2.
L'ed. dei Classici italiani è attestata da una scheda del Polo Sebina del
Friuli Venezia Giulia, ed è così descritta: *Saggi sulla filosofia delle lingue
e del gusto / di Melchior Cesarotti; si aggiunge il Ragionamento sopra il
diletto della tragedia e la Lettera di un padovano al celebre signore abate
Denina. Milano: dalla Societa tipog. dei classici
italiani, 1820, 432 ps 23 cm Contiene: Saggio sulla filosofia delle lingue
applicato alla lingua italiana; Saggio sulla filosofia del gusto. Il libro è
anche nella biblioteca di Google, ma non consultabile (cioè bloccato). Si
consulta invece in Google libri un'analoga edizione digitalizzata della Società
tipografica dei classici italiani, ma con la data ben leggibile dell'anno
successivo: L'editore Silvestri, nella Biblioteca scelta di opere italiane
antiche e moderne , risulta da una scheda OPAC-SBN. 3. Anche questa é garantita
da una scheda OPAC-SBN. 4.E digitalizzata in Google, esemplare della Biblioteca
nazionale di Napoli. 5. Si vende nella libreria Strada Quercia: l'edizione è
attestata da una scheda OPACSBN. 6. Napoli, Pedone Lauriel. È attestata da una
scheda OPAC-SBN che rinvia anche all’esemplare, digitalizzato e visibile nella
biblioteca di Google, di proprietà della Biblioteca Giorgio Del Vecchio del
Dipartimento di scienze giuridiche, sezione di Filosofia del diritto dell’ Università
degli Studi di Roma La Sapienza. 7. Mazzoni (1931, 883). ramente questo legame.
Si pensi che Monti non cita mai C. nella dedica della Proposta al marchese
Trivulzio; quando C. è citato nel corso dell’opera, talora il suo nome si
accompagna a una presa di distanza: così, anche se è lodato proprio per la sua
avversione ai modi toscani, nel vol. 11, parte 11 della Proposta, nell’ Amor
patrio di Dante di Perticari, si dice che C., Baretti e Bettinelli, furono
eccessivamente sciolti, più di quanto non chiedeva il bisogno e l’onore del
bello stile*. L'indice dei nomi, nell’ Appendice alla Proposta, puntualmente
riprende questi due passi annotando che Il Perticari opina che fosse più sciolto
il suo dire che non richiede Ponore del bello stile?. Del resto, nell’
Agzotatore piemontese del 1838 (fascicolo 1, vol. vii), Michele Ponza avvisava,
dopo aver citato Cesarotti, che quell’autore si era saviamente scostato dalla
superstizione (quanto alla lingua e ai suoi modelli), ma si era poi fatto
incautamente troppo vicino alla licenza ^. Questa era in sostanza l'opinione
media sul C. attorno alla metà dell Ottocento. Torniamo tuttavia alle edizioni.
Una prima fortuna editoriale del Saggio sulla filosofia delle lingue si
concentra, cosa abbastanza curiosa, in anni difficili per la storia italiana: è
del 1943 la piccola ma importante edizione di Spongano; è del 1945 l'edizione
di Ortolani, nelle Opere scelte di C.. Di lì in poi le edizioni diventano
ancora più rilevanti: abbiamo le tre ristampe via via corrette di Puppo nelle
Discussioni linguistiche del Settecento della UTET (1957; 1966; 1970), nel 1969
quella presso Marzorati del solo Saggio e nel 1960 l’edizione di Bigi, nei
Classici Ricciardi. Tra l’altro, va segnalato l’interesse per le varianti del
Saggio sulla filosofia delle lingue, che non sono di grande peso, ma tuttavia
esistono, ed erano state ignorate da Puppo e da Spongano, ma furono registrate
da Ortolani e poi da Bigi. Potremmo ancora menzionare due edizioni più recenti,
anche se non mi pare abbiano importanza paragonabile a quelle che abbiamo
citato: ecco dunque la scelta del Saggio sulla filosofia delle lingue a cura di
Caliri, nel 1973, preso un piccolo editore di Reggio Calabria, e l'edizione di
Perolino, per le Edizioni Campus di Pescara, nel 2001, quest'ultima piuttosto
difficile da reperire, ma per fortuna facilmente consultabile, almeno
l'introduzione del curatore, che è stata collocata in academia.edu. Anche una
volta esaminata la fortuna editoriale di C., mi sembra si possa concordare sul
fatto che il recupero agli studi linguistici di questo 8. Perticari (1820, 438).
9. Monti (1826, 247). 10. Ponza (1838, 6). studioso deve fare riferimento
essenzialmente al fondamentale e notissimo intervento di Giovanni Nencioni,
Quicquid nostri praedecessores..., uscito del 1950, poi nel volume Di scritto e
di parlato (Nencioni, 1983). Questo è davvero un passaggio fondamentale, che
non riguarda soltanto C., in quanto nasce dalla proposta di una rivisitazione
complessiva della tradizione linguistica italiana, posta però in diretta
relazione con gli interessi della linguistica moderna. La rivisitazione di
Nencioni coinvolge altri autori, oltre a C.: nell’ordine in cui vengono
proposti da Nencioni (che non segue necessariamente l’ordine storico), sono
Nicolò Tommaseo, Dante del De vulgari eloquentia, poi il C. insieme a Beccaria,
quindi il Foscolo, Vico (citato, sì, ma alla svelta; torneremo su questo), poi
Manzoni e Leopardi. Nencioni andava alla ricerca, nel pensiero linguistico
italiano preascoliano, di elementi che fossero validi e vivi. L'etichetta era appunto
così, pensiero preascoliano senza far riferimento alla frattura tra linguistica
scientifica e prescientifica. Non linguistica empirica e linguistica moderna,
dunque. C. assumeva una funzione importante: era designato come vero e grande
iniziatore del nostro moderno pensiero linguistico (Nencioni, 1983, 7), una
definizione che gli assegnava tutto il merito necessario per una sua
rivalutazione. Come mai C. attirava su di sé tanta attenzione, per la vitalità
e validità del suo pensiero all’interno della tradizione linguistica italiana
che cominciava prima di Ascoli? Quattro erano gli elementi fondamentali,
secondo Nencioni: il riconoscimento da parte sua del dinamismo della lingua;
l’eliminazione di un pregiudizio grave qual era la gara delle lingue, cioè il
primato di una lingua sull’altra; la coscienza del carattere sempre elaborato
della lingua letteraria, e dunque della sua differenza rispetto alla lingua
parlata della comunicazione; in ultimo, la differenza tra forma esterna e forma
interna della lingua, con la piena valutazione della distinzione tra genio
grammaticale e genio retorico. Tutto questo conduceva al problema del lessico europeo,
cioè alla circolazione internazionale di parole significative per la formazione
della nuova società moderna (cfr. 17). Il recupero di C. alla modernità
richiedeva due passaggi, uno dichiarato e uno che invece rimaneva implicito.
Quello dichiarato era la sottrazione di C. al dibattito sulla questione della
lingua, e anzi, di fatto, la rimozione della questione stessa. Il salto di
qualità operato da Nencioni nella lettura di C. consisteva appunto nel
sottrarlo alla cornice, ritenuta limitante, della questione della lingua, e
questo era espressamente dichiarato. La stessa scelta ritornava laddove
Nencioni discuteva il concetto di europeismo, mettendo però in luce, alla fin
fine, anche un limite di Cesarotti, perché, proseguendo nella lettura del
Saggio sulla filosofia delle lingue, di fronte a certe dichiarazioni intese a
porre argine alle eccessive contaminazioni esterne, non si poteva non
riconoscere il profilarsi di una sorta di purismo moderato. Anziché essere
inteso come una forma di cautela, destinata a evitare gli accessi di altri
illuministi più radicali (si pensi ai milanesi del Caffè e alle loro
provocazioni), il purismo moderato veniva interpretato da Nencioni come uno
sviamento dal ben più rilevante europeismo iniziale. A quel punto, nella ricostruzione
di Nencioni, il tema dell’europeismo veniva sottratto a C., che non l’aveva
saputo condurre fino in fondo, e passava a Leopardi, perché Leopardi era il
linguista che aveva saputo andare dritto, senza esitazioni, verso l’europeismo.
Con Leopardi, l’europeismo si emancipava: il prestito lessicale poteva essere
accolto anche nel caso in cui la lingua possedesse già un equivalente della
parola forestiera. Questa la conclusione: alla fine pesava la superiorità
concettuale di Leopardi. I limiti di C. stavano dunque nel fatto che era
entrato all’interno della questione della lingua, l’aveva innovata, in parte
superata, ma non aveva avuto la volontà o la forza di rompere fino in fondo il
rapporto con i problemi che la tradizione del dibattito di matrice puristica
gli aveva offerto. L’altra parte della ricerca linguistica di C., che Nencioni
non nominava, era quella relativa alla teoria delle origini del linguaggio
attraverso i radicali primitivi: è il tema delle onomatopee, della formazione
del linguaggio, in sostanza tutta l’area del pensiero di C. che riporta verso
Condillac e molto di più verso de Brosses. Del resto Nencioni aveva citato Vico
alla svelta, come ho detto all’inizio. Evidentemente la lettura di Vico, e
anche la lettura di un C. che poteva essere giudicato come legato a Vico, non
interessava Nencioni. La sua rilettura aveva lo scopo di sottrarre totalmente
questi pensatori alla riverniciatura del pensiero idealistico italiano e della
filosofia di Croce. Si pensi, per comprendere questo tipo di rilettura
idealistica, al C. così come presentato da Trabalza nella già citata Storia
della grammatica italiana, dove si forniva una descrizione del suo sistema
abbastanza ricca e completa, ma squilibrata in chiave crociana, con una forte
insistenza sul ruolo della filosofia di Vico, pur se Trabalza dimostrava in
realtà di conoscere anche de Brosses. Questo è un punto fondamentale: il
vichismo e la teoria meccanica delle lingue di de Brosses venivano non solo
facilmente sovrapposte, ma anche scambiate nel loro reale peso e valore,
attribuendo un’ importanza eccessiva al Vico, e per contro un’ importanza
troppo scarsa a quella che è l’influenza ben più determinante della teoria
meccanica di de Brosses, che pure con la teoria di Vico ha qualche somiglianza.
Trabalza si era accorto della forte influenza delle teorie di de Brosses su C.,
ma la interpretava come una limitazione: il povero C., insomma, dopo aver
intuito vichianamente la distinzione tra memoria, rappresentazione e figure,
dopo essersi meritevolmente avvicinato all’espressività e alla irrazionalità,
era ricaduto malauguratamente (questa la lettura di Trabalza) nel meccanicismo
delle teorie d’oltralpe, proprio perché riponeva troppa fiducia in de Brosses.
Questa fiducia aveva guastato in gran parte il buono a cui si era
precedentemente avvicinato grazie a Vico. Fra l’altro, dava fastidio a Trabalza
che la dottrina delle parti del discorso non fosse considerata superflua da C.,
come era riuscito a dimostrare che era stata per Vico. Invece nomi, pronomi,
verbi, avverbi, preposizioni, congiunzioni, secondo C., erano presenti in ogni
lingua, e costituivano realmente la base della lingua universale. La grammatica
dunque non si dissolveva in uno pseudo-concetto, e C. appariva abbarbicato a
una teoria grammaticale anti-idealistica. Fra l’altro, quest attenzione alle
parti del discorso era l'unica ragione che giustificasse la presenza di C.
all’interno di una storia della grammatica italiana come quella di Trabalza,
considerando che il Saggio sulla filosofia delle lingue non è certamente una
grammatica, come del resto non lo è la Scienza nuova di Vico. Il passo che
svela meglio le intenzioni di Trabalza è quello in cui si cerca di dimostrare
che C., quando si orienta verso la grammatica generale, sbaglia strada, ma
quando va verso il genio retorico allora, solo allora, assume un punto di vista
nuovo. Commenta Trabalza: C. era sotto l’influenza del pensiero vichiano, o
almeno in comunicazione con le correnti sprigionate dall’attività del Vico, e
gli studi a’ quali si era dedicato lo avevan condotto a intravvedere, se non a
riconoscere, l’importanza della fantasia, la natura fantastica del linguaggio.
Mi sembra notevole non soltanto il fatto che si dia per certa l’ influenza del
pensiero di Vico, al di là dei richiami documentabili, e la si presupponga
attraverso una (supposta) comunicazione con le correnti spirituali sprigionate
dalla vitalità del pensiero di Vico, vitalità generica, ipotizzata come un atto
di fede. È facile dunque vedere come le attribuzioni di attualità e
inattualità, è quasi banale dirlo, possano mutare nel corso del tempo; ma
evidentemente l’attualità che ci interessa non è quella che poteva essere
veicolata nel momento della maggior diffusione del pensiero crociano. In ogni
modo questo interesse per l'origine delle lingue, che in prospet11. Trabalza
(1908, 425). tiva crociana aveva ancora colpito Trabalza quando aveva
presentato Cesarotti nella sua storia della grammatica, non si rintracciava più
in Nencioni, che non sfiorava l’argomento. Se questo modo di vedere duri
ancora, si può forse valutare già dal programma del nostro convegno, in cui non
soltanto la relazione di Graffi, ma anche le relazione di Gensini e di
Battistini, e anche quella di Baglioni sull’etimologia, riconducono al tema
dell’origine delle lingue e alle etimologie, per le quali C. adottava il
principio della simbologia fonica assunta attraverso le radici originarie, per
cui STindicava lo stare, il rimanere fermi, FLindicava il fluire e lo scorrere,
e così via. Messi da parte argomenti come questi, che forse potevano sembrare
di scarso peso e troppo legati all’erudizione settecentesca, e messa da parte
la questione della lingua, reputata la camicia di forza del pensiero
linguistico italiano, il perno attorno al quale gravitava la ricostruzione
storica di Nencioni era dunque la distinzione tra genio grammaticale e genio
retorico, che sembrava avere ben altre valenze interpretative, condivisibili
con la linguistica moderna. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, questo
argomento attirò anche l’attenzione di altri, per esempio di Luigi Rosiello,
nel libro Linguistica illuminista del 1967, dove C. viene menzionato proprio
per la distinzione tra genio grammaticale e genio retorico. Rosiello osserva
che la definizione di genio delle lingue di C. è di sorprendente modernità dopo
le esperienze fatte con la linguistica strutturale; Rosiello citava C.: Il
genio della lingua non può essere che il risultato del genio particolare di
tutte le sue parti *. C'é dunque un'attenzione dettata dall’attualità dello
strutturalismo, usato in questo caso per rileggere l’autore antico ed estrarne
la parte ritenuta più interessante. Il pensiero di Rosiello, si noti, non è
affatto identico a quello di Nencioni, da cui anzi prende le distanze. Rosiello
scrive che alcuni hanno creduto di vedere adombrata nella distinzione di genio
grammaticale e genio retorico quella humboltiana rispettivamente di forma
esterna e forma interna della lingua. Qui ricorre la citazione esplicita del
saggio di Nencioni, con la relativa critica: Ma questa interpretazione appare
contestabile, in quanto per il C. il genio grammaticale costituisce una vera e
propria struttura logica del materiale linguistico, mentre per Humboldt la
forma esterna è la materiale manifestazione fonetica dello schema
trascendentale a priori (forma interna) secondo il quale ogni 12. Rosiello
(1967, 87). 13. 88. popolo analizza e classifica la realtà; né tantomeno questo
concetto kantiano di forma interna può corrispondere al genio retorico che
rappresenta la variabilità delle condizioni storiche in cui la lingua viene a
contatto con la cultura. Mentre la distinzione di Humboldt implica l’adesione a
un particolare sistema filosofico, quella di C. si pone su un piano di
definizioni più tecniche, più empiriche, che possono essere assunte anche da
chi non condivide i presupposti della filosofia sensista'^. È una sorta di
dialogo con Nencioni. Si puó rilevare che anche Raffaele Simone, nel capitolo sulla
linguistica del Settecento, nell’ importante Storia della linguistica diretta
da Lepschy, si sofferma sul riferimento di Cesarotti al genio delle lingue, con
un rinvio molto esplicito a Condillac: la tematica del genio delle lingue è
sicuramente ripresa da Condillac (a cui del resto l'intero Saggio si ispira) ,
scrive Raffaele Simone*. Praticamente nella trattazione di Simone il Saggio
sulla filosofia delle lingue entra solo per la questione del genio. Alla
distinzione tra genio retorico e genio grammaticale aveva fatto riferimento
come a cosa attuale anche Puppo, segnalando che anche oggi, intesa con
discrezione, senza eccessiva rigidezza, potrebbe avere una sua validità: il
genio grammaticale potrebbe corrispondere agli aspetti strutturali della lingua,
e il genio *rettorico a quelli stilistici '*. La sottrazione del Saggio sulla
filosofia delle lingue al dibattito sulla questione della lingua operata da
Nencioni é stata dunque fondamentale, e direi che vi si poteva cogliere anche
una presa di distanza dall'edizione di Spongano, priva di introduzione ma
corredata da una breve postfazione, in cui non soltanto C. era collocato sulla
linea di pensiero di Vico come al tempo di Trabalza (e questo si
giustifica considerando la data d'uscita del lavoro, chiaramente più
influenzato dal pensiero crociano: l'interesse per l'origine del linguaggio è
ancora completamente interpretato nell'ottica vichiana), ma, soprattutto,
Spongano, nel definire il significato fondamentale del libro di C., lo
interpretava iz primis come un tentativo di risolvere la questione della nostra
lingua: per Spongano, le due linee di interpretazione erano ancora: 1. quella
crociana; 2. quella legata 14. Ivi 88-9. 15. Simone Puppo Cfr. Spongano (1943, 156):
Il proposito primitivo del C. era stato quello di risolvere un problema
particolare, la questione della nostra lingua, che in quell'epoca di
rinnovamento culturale si riaccendeva con nuovo ardore.alla questione della
lingua. Nencioni interpretava in modo radicalmente diverso, per portare C. su
di terreno differente. Veniamo ora proprio ai due temi che Nencioni, come
abbiamo detto, aveva lasciato da parte, e a cui guardava secondo me con scarsa
simpatia, cioè l’origine delle lingue e la questione della lingua. Il tema
dell’origine delle lingue era ben presente in Puppo, che aveva fatto ampio
riferimento non solo a Condillac, ma anche a de Brosses, e del resto il tema
non era sfuggito a Croce (puntualmente citato da Puppo'), che non aveva
trascurato il richiamo (non banale) alla dissertazione latina del 1765, De
naturali linguarum explicatione, in cui ricorrono alcuni elementi che si
ritrovano nel Saggio. Inoltre Puppo insisteva giustamente sul fatto che C.
molto di più ha tratto da Condillac e de Brosses che non dal Vico'?. Benché
Puppo fosse poi attirato in misura maggiore dagli effetti delle teorie di C.
sulla libertà degli scrittori, sulla loro possibilità di farsi moderni e di
innovare lo stile italiano, cioè alla fine propendesse per un’interpretazione
del Saggio al servizio della letteratura, l’attenzione per le teorie
linguistiche del Settecento era viva e meritoria, così come il medesimo
interesse era vivo nella ricostruzione di Vitale, nel classico manuale sulla
Questione della lingua, che consuona con Puppo nel giudicare secondario l'influsso
del pensiero vichiano, presente in C. tutt’al più come un pallido riflesso,
mentre era riconosciuta più significativa la presenza di Condillac e di de
Brosses. Non a caso, alle spalle del manuale sulla questione della lingua di
Vitale, c’era l’esperienza del Sommario elementare di una storia degli studi
linguistici romanzi, che elementare in realtà non è affatto, e in cui la storia
delle idee linguistiche europee era svolta in maniera accurata. Semmai ci si
potrebbe stupire che Vitale, una volta collocato C. nella sua sede naturale,
cioè nel quadro della questione della lingua, si trovasse a giudicare con
severità proprio l’innovativa soluzione pratica che C. aveva offerto
nell'ultimo libro del suo trattato, che si chiude, com'è noto, con la proposta
del Consiglio nazionale italico. Per Vitale, questa era la parte più fragile e
caduca del suo pensiero, perché non per via legislativa accademica, sia pur
nazionale, poteva rendersi viva e comune in tutti i gradi della nazione la
lingua italiana **. Si noti fra l’altro che vi è un legame tra l’attività del
18. Cfr. Puppo (1957, 59). 19. 20. Vitale (1978, 272). 21. Cfr. Vitale (1955 80-1),
con un cenno al precorrimento di Saussure e all’interpretazione di Nencioni.
22. Vitale. Consiglio nazionale e il tema delle etimologie e dei radicali
simbolici ricavati dalle pagine di de Brosses, perché uno dei compiti del
Consiglio avrebbe dovuto essere la realizzazione del vocabolario etimologico
ordinato non alfabeticamente, ma per radici. Quindi il tema dell’origine della
lingua si rifletteva immediatamente sui compiti lessicografici che C. avrebbe
voluto affidare a questo nuovo organismo nato sulle ceneri della Crusca. Non è
un caso che un avversario del Saggio di C., quale era il Galeani Napione, non
fosse solo ostile alla presunta propensione antinazionale e all'eccessiva
disponibilità per i francesismi, ma anche si schierasse contro quella che
definiva la tanto vana scienza delle etimologie, la quale trovò difensori
acerrimi in un secolo, che si vanta chiamarsi Filosofico. A me pare che tra i
temi di attualità che si dovrebbero rivendicare oggi al Saggio sulla filosofia
delle lingue, lasciata alle spalle l’interpretazione in chiave attualizzante di
marca strutturalista, ci dovrebbero essere proprio questi: le etimologie e il
Consiglio italico della lingua come nuova soluzione alla questione della
lingua, anche perché dalla teoria delle origini era tratta l’idea stessa della
natura del linguaggio, e il Consiglio italico aveva lo scopo di voltare pagina,
aprendo una nuova stagione degli studi linguistici italiani in cui la storia e
la ricchezza delle parlate italiane fornissero materia per una nuova
impostazione delle ricerche, al servizio di un ideale collettivo e nazionale.
L' indagine storica sulle radici è insomma per C. un passaggio fondamentale,
anche se ne parla ricorrendo a materiali di riporto; ma essa si congiunge
all'indicazione positiva per superare la questione della lingua mediante un’
istituzione culturale vera e propria. Nel Saggio sulla filosofia delle lingue
scorre una linfa vitale di natura politica che fa riferimento a temi di
attualità. Si pensi all’affrancamento dalle pastoie cruscanti dell’italiano
paragonato all’affrancamento dalla carta da bollo negli Stati americani in
rivolta contro la madrepatria^*. Non a caso il Consiglio nazionale della lingua
è rappresentativo delle varie regioni italiane, da cui dovrebbero affluire gli
intellettuali per collaborare alle nuove iniziative, ben diverse da quelle
della vecchia Crusca, a cominciare proprio dagli studi etimologici, che la
Crusca aveva lasciato da parte fin dal tempo di Ménage. Molto interessante è la
regolamentazione del Consiglio, pensata a seguito di eventi di attualità. Nel
1783 la Crusca era stata unificata nell Accademia fiorentina seconda. La prima
edizione del Saggio di C. è del 1785. Dunque C. proponeva una riforma 23.
Galeani Napione (1813, 197). 24. Cfr. C. (1800, 213). realistica, che poteva
essere presa sul serio. C. si rivolge alla nuova istituzione, a cui parla in
maniera esplicita, cosi come in maniera esplicita menziona Leopoldo di Lorena,
principe illuminato: Rigenerata [l'Accademia di Firenze, ormai non più Crusca]
al presente sotto un nome più adatto allo spirito ragionativo del secolo; posta
sotto gli auspici d’un Sovrano illuminato, che mira in tutto al vero e al
solido^. Mi pare anche interessante la modalità di selezione degli appartenenti
alla nuova accademia, perché il primo passo è lasciato all'Accademia
fiorentina, che deve scegliere persone di sua fiducia nelle varie città
italiane, almeno nelle principali. Questi poi indicheranno i membri di Consigli
provinciali, mai nomi dei consiglieri provinciali avrebbero dovuto essere
comunque approvati dai fiorentini, e i fiorentini stessi sarebbero stati
chiamati direttori del Consiglio italico per la lingua, mantenendone la
sovrintendenza. Il potere di Firenze restava dunque notevole, probabilmente
maggiore di quanto avrebbero gradito altri federalisti, ad esempio il Galeani
Napione. In compenso la valenza del nuovo organo era chiaramente nazionale,
perché i consigli provinciali sarebbero stati mallevadori all’Italia, con una
funzione nazionale mai prima immaginata da qualcuno in una forma così precisa.
La Repubblica delle lettere sembrava concretizzarsi in una istituzione regolata
e comune a tutti gli Stati della penisola. A me sembra che un simile organismo
sia da considerare come una singolare intuizione in quegli anni di forte
sommovimento politico. Quanto alle questioni relative alla formazione delle
lingue e ai radicali primitivi, cioè al tema ricavato da de Brosses e
trasportato fino ai dialetti italiani, esso si congiunge a una particolare
curiosità verso le lingue primitive, esplorate non alla maniera di Vico,
attraverso una speculazione ipotetica e astratta sulla base di notizie ricavate
da fonti antiche. Al posto di queste speculazioni antiquarie, C. tenta di
utilizzare qualche cosa di più per avere informazioni sulle vere popolazioni
primitive con cui i viaggiatorisono venuti a contatto. Mi ha sempre colpito la
serie di riferimenti presente nel Saggio, e già prima nel discorso De naturali
linguarum explicatione, ai viaggi di La Condamine e alle lingue degli indiani
d'America. Queste notizie, in realtà, non derivano da letture di prima mano, ma
sono riprese di sana pianta da de Brosses; tuttavia dimostrano una curiosità
nuova nel qua25. p.214. 26. 216. Per il termine nazionale, si veda in
particolare ivi 214-5. 27. dro italiano, degna del traduttore di Ossian. C.
cerca esempi nella realtà geograficamente lontana. Lo fa quando cita da de
Brosses i termini del linguaggio infantile usati in luoghi reconditi del mondo,
tratti dalla relazione del filosofo viaggiatore Signor de la Condamine, e da
quelle di varj dotti Missionari rapporto alle lingue d'America, e sopra tutto
dalla traduzione dell'Orazione Domenicale in tutte le lingue del mondo
pubblicata dal Chamberlain ^. I
riferimenti all'esotico ricorrono non di rado nel Saggio sulla filosofia delle
lingue: così il riferimento ai selvaggi d'America e alla povertà delle loro
lingue, alla diversità dei loro idiomi, dovuta all’isolamento, perché solo un
popolo aggregato forma una vera lingua; o quello agli americani che hanno
denominato il leone con l’appellativo di gatto grosso e malvagio:°, agli
ottentotti che non trovarono miglior modo di rappresentar il cavallo che
chiamandolo asino selvatico , dove il riferimento serve a illustrare il metodo
di denominazione con cui dapprima si cerca un termine che esprime somiglianza,
e poi gli si accosta un secondo termine che esprime differenza; o ancora il
riferimento, aggiunto nell’edizione 1800, attinto da Herder, alla lingua dei
Caraibi che si sdoppia per sesso, o quella degli uroni, che ha i verbi doppi,
uno per le cose inanimate, uno per quelle animate. La nostra curiosità verso
questi temi potrebbe essere ridimensionata se si insinuasse che si studia via
via quello che è rimasto in ombra, perché su quello che è già stato illuminato
resta assai meno da dire; ma può essere invece che le cose stiano ben
diversamente, e l'interesse per questi aspetti sia invece un reale cambiamento
di prospettiva, alla base del quale sta anche un recupero globale, totalmente
storicizzato, del pensiero degli autori del passato con cui ci si confronta,
nel quadro di un linguistica che non é la nostra, ma che aveva una sua
organicità, meno visibile se si estrapolano solamente temi ed elementi di
sapore moderno, magari evidenziati in forma di anticipazioni e precorrimenti.
Oserei dire che si è ormai affermato a livello internazionale uno status
diverso della storia della linguistica, con una miglior considerazione di
quello che è stato l’apporto delle teorie nello sviluppo intellettuale e culturale
europeo, prima ancora che italiano: Cesarotti ha assolto molto bene a questa
funzione, fornendo un significativo raccordo tra molte idee nate oltralpe e il
dibattito italiano sulla questione 28. 48, nota. 29. Ivi 16-7, nota d. 30. 46.
31. 32. Cfr. Ivi 87-8, nota o. della lingua, che
rimane tuttavia il terreno sul quale il suo libro deve essere collocato e
giudicato. C., Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua
italiana, in Opere dell abate Melchior C. padovano, vol. 1: Saggi sulla
filosofia delle lingue e del gusto, dalla tipografia della Società letteraria,
Pisa GALEANI NAPIONE G. F. (1813), 4/ Signor Abate Saverio Bettinelli, in Id.,
Dell’uso e dei pregi della lingua italiana. Libri tre, t. 1, presso Molini,
Landi e Comp, Firenze. MAZZONI, voce C., Melchiorre, in Enciclopedia italiana
di scienze, lettere ed arti, vol. 1x, Treccani, Roma, 883. MONTI V. (1826),
Appendice alla Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della
Crusca, Dall Imperial Regia stamperia, Milano.NENCIONI G. (1983), Di scritto e
di parlato. Discorsi linguistici, Zanichelli, Bologna. PERTICARI G. (1820),
Dell'amor patrio di Dante, in Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al
Vocabolario della Crusca, vol. 11, parte 11, Dall’ Imperial Regia stamperia,
Milano. PONZA M. (1838), Voci buone non registrate in alcuni dizionarii, in
Annotatore piemontese, 8/1, 6. PUPPO M. cur. (1957), Discussioni linguistiche
del Settecento, UTET, Torino. ROSIELLO, Linguistica illuminista, Il Mulino,
Bologna. SIMONE R. (1990), Seicento e Settecento, in G. C. Lepschy cur., Storia
della linguistica, vol. 11, Il Mulino, Bologna 313-95. SPONGANO R. (1943), Nota
a M. C., Saggio sulla filosofia delle lingue, a cura di R. Spongano, Sansoni,
Firenze 155-8. TRABALZA C. (1908), Storia della grammatica italiana, Hoepli,
Milano. VITALE M. (1955), Sommario elementare di una storia degli studi
linguistici romanzi, in A. Viscardi ef al. cur., Preistoria e storia degli
studi romanzi, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano-Varese, La questione della
lingua, nuova edizione, Palumbo, Palermo. Reti, relazioni Mito delle origini e
perfectibilité de l'esprit nel Ragionamento sopra l origine e i progressi
dell'arte poetica Contarini (Udine) Il carattere programmatico, se non
addirittura fondativo, del Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
poetica rispetto agli scritti di C. del medesimo periodo, come il Ragionamento
sopra il diletto della tragedia, emerge nitidamente nelle ultime pagine, dove
l’autore si passa in rassegna i sistemi teorici che lo hanno preceduto nell’
avviluppato labirinto della riflessione critica settecentesca: per citarne solo
i principali, si va dalle più prevedibili Réflexions critiques sur la poésie et
la peinture di Dubos (1719) all Essai sur le poème épique di Voltaire (1726), a
Les beaux arts réduits à un méme principe di Batteux (1746), alla dissertazione
del sig. Hume sopra la Regola del gusto (letta nella traduzione francese del
Merian'), fino al tutt'altro che scontato De l'Esprit di Helvétius, sulla cui
importanza si dovrà ritornare. Da quello che si può senza dubbio definire in
senso figurato un osservatorio filosofico-letterario sulla tradizione culturale
europea, C. scrive: Parmi ancora che manchi particolarmente all’ Italia,
un'opera più ampia, più metodica, più universale; in cui prescindendo
intieramente da qualunque esempio, autorità o stabilimento, si cerchino nello
spirito e nel cuore umano le prime tracce della poesia ed accompagnandole passo
passo colla scorta della ragione, senza mai perderla d’occhio, si facciano
scorrer le regole necessariamente dal loro primo fonte, distinguendo quelle che
sono essenziali e di natura da quelle che non sono che di riflesso e di
congruenza; ed esponendole con quel metodo con cui si sono scoperte, senza
imporre e preoccupar l’animo con definizioni, le quali senza premetterle
osservazioni non possono né formarsi né intendersi esattamente; in cui
s’insegni a distinguere e ad appreziare secondo il lor giusto valore le
bellezze universali e di natura dalle locali e particolari; in cui finalmente,
escludendo tutte le ridicole prevenzioni per antichi, moderni, nazionali e
stranieri, si esamini la religione, le leggi e 1. Si tratta di Sur les
passions, sur la tragédie et sur la règle du goût, Schneider, Amsterdam 1759. i
costumi di tutti i popoli cogniti e la influenza che debbono aver
necessariamente sopra la poesia, i pregiudizi ed i vantaggi che ne risultano, e
l’uso ragionevole che potrebbe farsene, e su quest’uso dei rispettivi costumi,
non sopra i costumi me-desimi, si fondi una ragionevole censura de’ principali
poeti, che diriga il genio e fissi il gusto per modo che in mezzo al conflitto
di tante varie opinioni e costumi, e nella immensa distanza di paesi e di
secoli, la perfetta poesia sia universalmente ed egualmente riconosciuta e
gustata, e quel ch’ella ha di straniero serva non a ributtar chi la legge, ma a
condirla di novità, e a renderla più istruttiva e più dilettevole?. C. si
spinge fino a delineare il piano preciso di quest'opera ancora da scrivere, che
nelle sue intenzioni dovrebbe portare a compimento la Storia filosofica della
poesia progettata da Antonio Conti. Concepito in due libri, e il primo libro in
due parti, il progetto di fondo appare per la verità assai più vicino alla
storia comparata dell’ Essai sur les Moeurs et l'Esprit des nations di
Voltaire, dove i fatti letterari vengono considerati in rapporto alle loro
condizioni antropologiche, anche se in questo caso l’analisi poetica riceve con
tutta evidenza un’attenzione maggiore da parte dell’autore, che così si esprime
riguardo al suo lavoro: Nella prima [parte] si supporrebbe che non esista
ancora né la poesia né l’arte poetica e prenderebbesi a rintracciare per quali
strade un ragionatore illuminato di qualsivoglia nazione avrebbe potuto
accorgersi della possibilità d’una tal arte, e come per quelle medesime
l’avrebbe perfezionata: ognuno si vedria nascere e crescere la poesia, per dir
così, tra le mani, e potrebbe assicurarsi della verità dei principi col testimonio
del proprio interno sentimento: nella seconda, prescindendo da qualunque fatto
istorico, si esaminerebbe colla pura ragione quali modificazioni debba ricever
la poesia da’ diversi sistemi religiosi, politici e morali de’ vari popoli. Il
secondo libro conterrebbe un'istoria ragionata della poesia di tutte le nazioni
ed un'analisi imparziale delle opere de’ più famosi poeti, la quale serviria di
esempio e di prova di fatto a quanto si fosse stabilito nel libro precedente
sopra i soli ragionamenti*. Tanto più se si considera che all’inizio degli anni
Sessanta C. è impegnato con grande successo a fare la sua parte di scrittore di
avanguardia’, sembrerebbe dunque lecito dare credito all'autore e considerare
il Ragzonamento non tanto uno scritto letterario d’occasione, quanto la solida
pre2. C. (2010b 138-9). 3. p.140. 4. s. Dionisotti (1988, 41). messa di un’opera
teorica di più vasto respiro su cui egli meditò a lungo, anche se molti anni
dopo decise di escludere il saggio dall’edizione completa delle Opere, considerandolo
un frutto alquanto immaturo del suo talento giovanile. La centralità del
Ragionamento nel pensiero di Cesarotti alla vigilia dell’ Ossian è peraltro
confermata dalla corrispondenza con Toaldo del 15 dicembre 1760, dove si allude
al progetto in questione, e più tardi anche da una lettera assai meno nota
indirizzata a Michael Rijkloff van Goens del 23 maggio 1767, che segna l’inizio
dello scambio epistolare con il filologo olandese, attratto proprio dalle
implicazioni filosofiche e antropologiche del Ragionamento, di cui aveva avuto
notizia da due gazzette: l'olandese Bibliotheek der Wetenschappen en Schoene
Kunsten e la tedesca Neue Bibliothek der Schone Wissenschaften. Scrive C.,
rallegrandosi dell’opportunità di intrattenere con il suo nuovo corrispondente
olandese un sodalizio intellettuale di natura letteraria e filosofica sui temi
che gli stanno a cuore: È qualche tempo ch'io medito di ridurre ad un sistema
più regolato tutte le dottrine poetiche, e di trattarle con un metodo, s' io
non m'inganno, del tutto nuovo. Le ragioni che m'indussero a pensar ciò, e
l’utilità che risultar potrebbe, a mio credere, da cotesto nuovo piano, io le
aveva già stese in un discorso Preliminare: ma trovandomi da varie cagioni
impedito dal por mano all’opera, pubblicai quel solo discorso col titolo di
Ragionamento intorno l'Origine e i Progressi dell’arte Poetica, dietro la
Traduzione di due Tragedie del Signor Di Voltaire, accompagnate da un altro
Ragionamento intorno al diletto della Tragedia. Cotesto discorso preliminare
sarà quello di cui parla la Gazzetta, la quale saprei volentieri qual fosse fra
le tante che escono, e che ne dicesse. Mi daró l'onore d'inviarle questo mio
libro, quando ella si compiacerà d'indicarmi il mezzo di farglielo giunger
sicuramente, giacché la Repubblica Veneta non ha verun ministro in Olanda.
Quanto poi all'opera stessa, benché distratto da giornaliere occupazioni, io
non la perdo di vista, e ci volgo tratto tratto il pensiero. Ma ella ben vede
che questa è opera di molto lavoro, e di vaste notizie che abbisognano di tempo
e di mezzi per esser raccolte e ordinate. Pressato dai molteplici impegni
letterari e accademici, C. dovette poi rinunciare a dare forma al saggio
teorico di cui van Goens, deluso dal6. Cosi la Nota degli Editori in calce alla
ristampa del Ragionamento sopra il diletto della tragedia pubblicato nel tomo
xx1x delle Opere di C. giustifica l'esclusione del Ragionamento sopra l'origine
e i progressi dell'arte poetica. 7. Cfr. la lettera del 23 maggio 1767 (che non
compare nell’ Epistolario approntato dal Barbieri), in Contarini (2011, 55).
Sul carteggio si veda anche Contarini (2016). la lunga attesa, gli chiedeva
ancora notizie alle soglie degli anni Settanta, prima che il carteggio fra i
due si interrompesse definitivamente. Ma cid non impedisce di ritrovare nel
Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poetica i lineamenti di un
progetto ambizioso, a cui C. si era rivolto, oltre che sull’esempio di
Voltaire, forse anche grazie alla suggestione di quanto aveva dichiarato
Helvétius alla fine del primo libro del De l’Esprit, quando aveva espresso la
necessità di una storia letteraria e culturale che avesse come termini di
riferimento da un lato le origini dell'umanità, e dall'altro l'état de
perfection où se trouvent maintenant les arts et les sciences, e con parole
simili a quelle di C. a van Goens aveva concluso quasi con rimpianto, dinanzi a
un compito tanto gravoso quanto necessario: L'on ferait, sur ce plan, un
nouveau systéme de chronologie, du moins assez ingénieux que ceux qu'on a donné
jusqu'à présent: mais l'exécution de ce plan demanderait beaucoup de finesse et
de sagacité d'esprit de la part de celui qui l’entreprenderait?. Il riferimento
a Helvétius, nominato in maniera esplicita da C. alla fine del Ragionamento e
curiosamente ignorato dalla maggior parte dei commentatori moderni, non é
casuale. Ma prima di affrontare il problema dei rapporti fra il testo di C. e
un libro radicale e a tutti gli effetti rivoluzionario come il De /'Esprit
(censurato dalla Sorbona al suo apparire nel 1758 e condannato anche dal
Parlamento di Parigi), che a quell'altezza lascia tracce signicative anche
nella riflessione di Pietro Verri e di Beccaria, è opportuno dire qualcosa sul
contesto del Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poetica, pià
volte oggetto di un'attenzione per cosi dire orientata da parte degli studiosi.
La mia impressione, confermata da alcune edizioni recenti, è che il
Ragionamento tenda a essere letto soprattutto come una sorta di avantesto dell’
Ossian, alla luce di quello che sarà il primitivismo del Tournant des Lumières,
in un’ottica vicina a quella di Herder e di Leopardi: una prospettiva che per
altro deve la sua persistente fortuna critica a un fatto letterario
incontrovertibile su cui forse non si è forse riflettuto abbastanza, ovvero la
ricezione goethiana dell’ Ossian dentro il sistema romanzesco del Werther,
consegnata poi all’ Ortis. Ma se si rimane alla lettera del testo e alle sue
implicazioni, a me sembra piuttosto che il termine privilegiato del discorso di
C. non sia tanto il tema fortunato delle origini nei termini del Discours sur
l'origine et l'inégalité parmi les hommes 8. Helvétius (1822, 449). 9. nota 1.
10. Cfr. l'introduzione di Finotti in C. (2010b 1-34). di Rousseau, che
alimenterà poi la vague del primitivismo ossianico, quanto il paradosso
illuministico della perfectibilité de l'esprit così come affiora in Condillac,
in Rousseau, in Voltaire e in Helvétius, per citare solo alcuni degli autori
più significativi da cui C. deriva il suo manifesto culturale all’inizio degli
anni Sessanta. Cercherò dunque di ripercorrere qui gli snodi principali del
Ragionamento ricollocandolo nella sua cornice originaria, all’interno del
dialogo implicito con l’antropologia dei Lumi, lasciandomi guidare, più che da
analogie di superficie, dalle indicazioni di metodo di studiosi come Jean
Starobinski e Georges Benrekassa, che invitano a rinvenire nei termini
linguistici e nei loro contesti di riferimento des choix discursifs
symptomatiques . Si può cominciare con l'osservare, per esempio, che le #0eurs
che danno il titolo al saggio di Voltaire e costituiscono anche l'orizzonte
ideologico entro cui si muove C. posseggono a quell'epoca un significato
sociale e politico che occorre tenere a mente, se si vuole afferrare la
complessità dei problemi e delle relazioni in gioco nel Ragionamento, le quali
portano sulla scienza dell'uomo e sui suoi rapporti con la realtà esterna, sia
storica che antropologica. Come ha osservato Benrekassa, fin dall'inizio del
Settecento l'ambito variegato dei costumi, puri o corrotti che siano,
rappresentano il luogo stesso delle passioni, dove si uniscono natura e morale,
ma il termine assume nel corso del secolo una più decisa sfumatura
antropologica che conduce a une forme de psychologie sociale, a une
problématique de l'homme comme être historique. Nel pensiero filosofico dei
Lumi, erede della tradizione cartesiana delle passioni, la nozione tradizionale
di sostanza pensante (l'anima) viene poco a poco sostituita da modelli
corporei, plus aptes à niveler la différence entre pensée pure et sensation (du
corps) , e in questo spazio di ridefinizione antropologica il termine moeurs
incontra quello altrettanto complesso di civilisation, che rappresenta la
versione dinamica, concreta e materiale, del più antico e statico civilité^. Il
termine moeurs, al pari di civilisation, ha del resto già in sé una
connotazione moralistica relativa alla decadenza dei costumi, derivata da una
visione antica della storia come corruzione, che si rinnova peró a contatto con
il dinamismo psicofisiologico di ispirazione lockiana. Nel suo libro capitale,
Jean Deprun ha spiegato bene come il sentimento di 11. Benrekassa Behrens
(2014, 139). 14. Cfr. su questo punto Starobinski (1989 11-60). privazione,
associato al movimento, segni nell'orizzonte dei Lumi l'inizio e la fine
dell'evoluzione umana: se all’inizio è l'urgenza dei bisogni fisici che spinge
l’uomo a progredire e a uscire da uno stato di soggezione, nello stadio più
avanzato della civiltà è di nuovo l’inquietudine, come rimedio alla noia e
desiderio di piaceri vivi, a dirigere le azioni degli uomini all’interno di un
universo culturale percepito sempre di più come artefatto, che, come
rileveranno poi con sempre maggiore frequenza gli {déologues, a fine secolo
lascia intravedere tutte le sue ombre. Già i philosophes mostrano però un
disagio crescente dinanzi a un’interpretazione univoca dell’idea di progresso,
e sia Voltaire che Rousseau, mentre considerano la libertà da ogni forma di
pregiudizio e di intolleranza la forma più compiuta di civiltà, non cessano di
lamentare, come del resto Helvétius, la decadenza delle lettere nelle società
più avanzate. A questa forma di paradosso, tipica del pensiero dei Lumi,
neppure C. sembra sottrarsi nel Ragionamento storico-critico sopra L Iliade di
Omero, dove troviamo una lunga citazione tratta da Arnaud che ripropone il
confronto probabilmente ispirato a Helvétius fra le
passioni sublimi degli antichi e le fantasie minute dei moderni, segno
rivelatore di una civiltà in declino: Se i costumi dei suoi eroi ti sembrano
grossolani, e barbari, pensa che tali erano i costumi del suo secolo, e che
egli aveva a dipingerli, non a riformarli. Inoltre se tu consideri che appunto
la semplicità e la ferocia de’ costumi del suo secolo è ciò a cui dobbiamo i
tocchi originali e forti de suoi ammirabili quadri; che tu vivi in un tempo nel
quale la politezza, il lusso, i bisogni moltiplicati all'eccesso hanno
pressoché cancellati tutti i grandi lineamenti della natura, in cui lo sdegno
non è che risentimenti, l'amor che galanteria, l'amicizia abitudine, il
coraggio timor dell’infamia; lungi dall’ascriver [1]a colpa a Omero di non aver
rappresentati i suoi Eroi coi nostri vestimenti, e colle nostre fisionomie, tu
sentirai la necessità di ricorrere alle di lui opere per apprendere a disegnar
le grandi e forti passioni, quelle passioni di cui le nostre anime abbandonate
a un'infinità, non dirò di desiderj, ma di piccole fantasie non potrebbero
presentarci il modello. Tuttavia bisogna osservare che l'ambivalenza implicita
nell’idea di progresso, che come si è visto non appartiene solo a Rousseau ed è
fatalmente destinata ad accentuarsi nel periodo rivoluzionario, risulta per la
verità piuttosto sfumata nel Ragionamento sopra l'origine e i progressi
dell'arte poetica, dove la decadenza della poesia sembra imputata non al
progresso in sé, quanto 15. Cfr. Deprun (1979). 16. C. (1802 222-3). alla
pratica sterile dell'imitazione dei modelli, sia antichi che moderni, che
allontanano il poeta dal centro emotivo della sua ispirazione, vale a dire
l’uomo stesso, considerato non tanto, o non solo, come espressione della
natura, ma più in generale come soggetto di un'esperienza, portatore dei valori
di una comunità storica e sociale. Prima della nascita dell'antropologia, a
fine Settecento, tutto ció che riguarda il sapere antropologico ed etnologico
si concentra infatti sulla storia, intesa come discorso sull'uomo e sulla
genesi e l'evoluzione delle società. Tale discorso è dunque al contempo lo
abbiamo visto nel passo di Helvétius citato poco fa récit
d'une génèse et philosophie d'un devenir . Sull'esempio dell’ Histoire
naturelle di Buffon, l'antropologia dei Lumi concorre a fare dell’ homme
civilisé il centro del suo interesse, e persino coloro che, come Rousseau e
Helvétius, deplorano la corruzione dei costumi delle età più avanzate, non cessano
di guardare comunque all'educazione come mezzo necessario di perfezionamento
morale e civile: proprio perché la storia è dotata di senso, l'uomo non puó
rimanere allo stato selvaggio senza soffrire di una mancanza essenziale che
deriva dalla sua stessa natura, la quale tende allo stato di civiltà come suo
fine naturale. Da questo punto di vista il Ragionamento non fa eccezione, e il
quadro delineato da C. si inscrive senza sforzo all'interno della riflessione
settecentesca qui riassunta per sommi capi, che sull'esempio lockiano vede nel
piacere e nel dolore i cardini di una storia naturale e culturale percepita
anzitutto in termini fisiologici, dentro le coordinate
geografico-antropologiche dell Histoire naturelle di Buffon. Come in Condillac,
in Voltaire, in Rousseau e in Helvétius, all’origine di ogni progresso umano
c'è la percezione, e poi l'idea sempre più definita, di una mancanza che da
concreta diviene astratta, dando l'avvio al processo storico e culturale delle
arti. Lo
ricorda già Fontenelle in uno dei testi cari a C., il saggio Sur la poésie:
toute invention humaine a sa première origine, ou dans un besoin actuellement
senti, ou dans quelque hasard heureux qui a découvert une utilité imprevue . E questa l’idea che presiede al frammento sui
primordi posto all’inizio del Ragionamento, debitore della scrittura per
immagini della Scienza nuova di Vico solo nell’esordio topico sulla dispersione
delle genti succeduta al diluvio, quando gli uomini abbandonati a se stessi, in
preda ai bisogni, lottando colla fame, col freddo, coi disagi, in perpetua
guerra con le fiere, non si distinguevano da esse che per la possibilità di 17.
Duchet (1971, 8). 18. Fontenelle (1766, 270). diventar uomini. A ben vedere, ciò
che interessa C. non è tanto la pittura del mondo primitivo, quanto l’analisi
del passaggio graduale dalle grida della natura (un evidente calco
rousseuiano?°) alla creazione del linguaggio e quindi allo sviluppo dell’arte
poetica, anche se l’attenzione minuta che egli rivolge da subito ai processi
linguistici sembra indicare che l’incontro con il Traité de la formation
méchanique des langues, databile grazie agli studi di Enrico Roggia all’inizio
degli anni Settanta, era in qualche modo già annunciato. Possiamo immaginare
infatti che nella suggestiva fabrique des mots di de Brosses, l’abate avesse
modo di ritrovare quella ricostruzione precisa delle origini del linguaggio e
della peinture imitative, estesa de degrés en degrés, de nuance en nuance che non
poteva desumere da Condillac e da Voltaire. D’altro canto non è senza
significato, ai fini della ricezione di de Brosses, che l’orizzonte ideologico
del Traité de la formation méchanique des langues sia lo stesso dell’ Essai sur
les Moeurs e del Ragionamento, vale a dire la geografia antropologica dell’
Histoire naturelle di Buffon, e che lo stesso de Brosses abbia intrattenuto un
dialogo di un qualche interesse con Helvétius’*. Ma torniamo al discorso di C.
sull'origine e lo sviluppo del linguaggio, che già a un primo sguardo appare
fortemente debitore delle teorie di Condillac, di Rousseau e di Helvétius. Se
in un primo tempo gli organi informi ed irrigiditi degli uomini primitivi li
rendeano ben più atti a imitare gli ululati dei lupi e i ruggiti de’ leoni, che
il canto degli usignuoli, una volta acchetate le grida della natura coll’
invenzione delle arti più necessarie, stabilita qualche società, formato un
corpo di lingua , gli uomini, non più spinti dal bisogno ma dal piacere,
avranno fatta maggior attenzione al sibilo de’ zefiri, al gorgoglio de’
ruscelli, onde si saranno formata la prima idea d'un suono aggradevole*.
Nell'economia del Ragionamento il passaggio decisivo da un accozzamento di
suoni per cosi dire inanimati 19. C. (2010b, 106). Sull’ influenza di Vico
cfr. Battistini Le premier langage de l’homme, le langage le plus universel, le
plus énergique est le cris de la nature (Rousseau, 1755 50-1). 21. Sull'influenza di de Brosses rimando alle
considerazioni di Roggia nel volume degli Scritti sulle lingue antiche e sul
linguaggio di C. (in corso di stampa), che si aggiungono a un precedente
contributo dello stesso Roggia (2011 43-66). 22. De Brosses Come
scrive de Brosses (1765, xv): l'abondance des mots, la richesse d'expressions
nette et précises supposent dans la nation un esprit qui s'exerce depuis
long-tems, un grand progrès de connoissances et d'idées (Buffon, Hist. nat. t.
1, Disc. 1). 24. Cfr. Droixhe C.
(2010b, 106). all armonia imitatrice, la quale coll’espression degli affetti si
fa sovrana dei cuori? è dunque al contempo causa e conseguenza dello sviluppo
delle passioni: Quindi un amico, o piuttosto un amante desideroso di custodir
l’immagine dell’oggetto amato (come appunto dicesi aver fatto Dibutadi) si sarà
ingegnato di delineare i contorni con qualche rozzo strumento, il quale, dando
luogo successivamente ad altri più perfetti, avrà finalmente prodotta l’arte
maravigliosa di raddoppiar la natura. La ricostruzione mitica delle origini del
linguaggio sembra qui aver assimilato lo schema di fondo dell’ Essa sur
l'origine des connoissances humaines, dove Condillac aveva distinto fra suoni
accidentali, naturali e d’istituzione, indicando al contempo l’importanza della
memoria nel processo imitativo e poi creativo del linguaggio. Tuttavia non è
senza rilievo che C. insiste, sulla scorta di Rousseau, sul ruolo decisivo
delle passioni nel passaggio dai suoni sparsi alle parole: Il medesimo
sentimento di gioia il quale, come abbiam detto, espresse dalla bocca degli
uomini i suoni, avrà pure espresse alcune parole che disposte accidentalmente
in un certo ordine doveano piacevolmente colpirli: la voce ripercossa nelle
spelonche avrà risvegliata l’idea delle consonanze: dall’una e l’altra di
queste cose si saranno avveduti che le parole erano suscettibili di un'armonia
diversa da quella de’ suoni, e più di essa pregevole, poiché quella non parla
che agli orecchi, laddove questa parla di più allo spirito e al cuore. Ma il nesso
intertestuale più forte sembra costituito in questo caso dal capitolo del De
l'Esprit dedicato alle passions fortes, nel quale compare la stessa immagine
del Ragionamento a proposito della nascita dell’arte: Les passions sont dans le
moral ce que dans le physique est le mouvement: il crée, anéantit, conserve,
anime tout, et sans lui tout est mort: ce sont elles qui vivifient le monde
moral. C'est
l’avarice qui guide les vaisseaux à travers les déserts de l'Océan; l'orgueil
qui comble les vallons, aplanit les montagnes, s'ouvre des routes Quoi qu'en
disent les Moralistes, l'entendement humain doit beaucoup aux passions c'est
par leur activité que notre raison se perfectionne. Les Passions, à leur tour,
tirent leur origine de nos besoins; et leur progrés de nos connoissances
(Rousseau C. (2010b, 107). à travers les rochers. L'amour taille, dit-on, le
crayon du premier dessinateur. C'est donc aux passions fortes qu'on doit
l'invention et les merveilles de l'art; elles doivent donc étre regardées comme
le genre productif de l'esprit, et le ressort puissant qui porte les hommes aux
grandes actions. Il percorso a ritroso
sulle origini dell'arte delineato dal Ragionamento si conclude con l’immagine
eloquente del corpo della poesia , che rappresenta una prima elementare forma
di espressione in versi o in prosa, suscettibile di perfezionamento e di sviluppo
fuori di sé. Poiché infatti la facoltà poetica non può parlare del mondo senza
l’aiuto della Filosofia, un'arte che imita l'uomo e le cose non può
perfezionarsi se non colla perfetta conoscenza della natura delle cose. Questo
è anche il motivo per cui nei primi secoli, sprovvisti di tale conoscenza, lo
sviluppo dell’arte rimase abbandonato al caso e all’istinto medesimo che la
produsse. Spiega C. ricorrendo a un esempio che porta ancora una volta sul
terreno dell'antropologia comparata, nel segno di Lafitau*: Simili a
quell'Americano, quei rozzi poeti doveano servirsi di questa grand'arme da
fuoco come d'un legno, e scagliarlo senz'arte così alla cieca. Niun vincolo tra
l’idee, niuna delicatezza nei sentimenti, niuna scelta nelle parole, niun
disegno nel tutto, niuna proporzione nelle parti. La loro fantasia era come un
caos da cui scappava di tratto in tratto qualche scintilla di luce, che, a chi
avesse potuto accorgersene, serviva a rilevarne meglio la difformità. Dirozzati
poco a poco gli spiriti, cominciò a polirsi anche l’arte, la lingua acquistò
qualche regolarità, forza ed armonia; s’inventarono vari modi d’imitare; si
moltiplicarono le osservazioni. In queste felici disposizioni comparvero alcuni
spiriti particolari, i quali, congiungendo a tutto il Genio Poetico qualche
cognizione dell’uomo in generale, la scienza dei caratteri, usi, costumi de’
suoi nazionali, e la notizia d'altre arti, produssero una nuova specie di
Poesia, appresso la quale quella che dianzi piaceva, non era che un balbettar
di fanciulli o un farneticar di ammalati. Come si vede, l’elogio delle passioni
forti alla maniera di Helvétius non si traduce affatto in un sentimento di
nostalgia nei confronti dello stato di 30. Helvétius (1822, 459). 31. C. Sull’antropologia
e l’etnologia comparativa di Lafitau cfr. in particolare Duchet (1985) e
Blankaert (1985). 36. C. (2010b, 110). natura o in un elogio vichiano
dell’immaginazione metaforica dei primitivi, che appare anzi tanto vivida
quanto sconnessa e mal assestata .
Osserva inoltre C. riprendendo una similitudine che appartiene al repertorio di
Conti: Simile appunto ad un vetro colorato, o ad uno specchio mal costrutto, la
fantasia spoglia gli oggetti de’ loro colori naturali e li tinge de’ suoi; gli
altera, l’ingrandisce, gl’impicciolisce, gli difforma e trasforma in mille
diverse guise, ed alle volte, come in uno specchio cilindrico accade,
degl’informi e sconnessi abbozzi di oggetti e d’idee si crea una figura quando
regolare e quando mostruosa. Se poi la religione o l'ignoranza o la tradizion
popolare favorisce queste produzioni, esse prendono una tal forza che la fantasia
vi presta un'intera fede e vi si abbandona. La Ragion poetica del Gravina e le
Prose e poesie di Conti (fra cui l’ inedito trattato Dell imitazione,
pubblicato per sommi capi da Toaldo e da lui giudicato confusissimo ?) sono
senz'altro, come è stato più volte ribadito, all’origine della similitudine
d’autore. Nella Prefazione alle Prose e Poesie, Conti per esempio aveva scritto
a proposito dei procedimenti allegorici dei poeti antichi: Nell'antiche Poesie
non pertanto una cosa si legge, ed un’altra s' intende, in quella guisa,
appunto, che altro è ciò che talor si vede nelle figure colorite sovra una
carta rimirandole in sé, ed altro è ciò che si vede rimirandole ne’ riflessi di
un cilindro di liscio e terso metallo. I riflessi de’ raggi mostrano quei che debbe
farla mente allora che nelle pitture espresse dell'imitazione cerca il senso
nell'allegoria. Di quella comunemente si servirono i Poeti antichi per istruire
senza arroganza, per lodare senza affettazione, per accusare senza pericolo, e
per far le cose grandi e mirabili senza esporle alle irriverenze e a’
disprezzi*. Confrontando i due passi, non si puó tuttavia fare a meno di notare
come C. rovesci le argomentazioni vichiane di Conti, storicizzandole: la
similitudine originaria viene impiegata per illustrare la natura di un
immaginario nutrito di passioni smisurate e di pregiudizi religiosi, sul quale
Voltaire si era soffermato a lungo, dopo Fontenelle, nell’ Essai sur les
Moeurs. Se lo si guarda da questa prospettiva, allora, il Ragionamento 37. 108.
38. Ivi 108-9. 39. Così Toaldo nella prefazione al Trattato dell imitazione nel
secondo volume delle Prose e poesie (1756) che raccoglie gli inediti di Conti
(1739-56, 11, 109). 40. Conti (1739-56, 1, 14). sembra piuttosto offrire un
contributo al dibattito sulle favole antiche inaugurato dal saggio sull’
Origine des fables di Fontenelle (1684), che, mentre sottopone a verifica i
contenuti di un mito frutto di superstizione e di pregiudizio, finisce nello
stesso tempo per confermarne lungo tutto il Settecento la vitalità poetica, in
forza di un'energia creativa perduta per i moderni. Se l’esito più noto di
questo discorso culturale e letterario è riconoscibile nelle posizioni più
tarde di Schiller e di Leopardi sulla poesia sentimentale, il Ragionamento ci restituisce
l’interrogazione voltairiana circa i contenuti di verità del mito, dove la
battaglia contro gli errori degli antichi arriva alla fine a celebrare quasi
suo malgrado il potere intrinseco dell’illusione poetica. L'argomentazione è
scandita in tre tempi diversi e perfettamente distinti, nei quali assistiamo di
fatto a un progressivo riadattamento delle premesse iniziali: dal momento che
il maggiore pregiudizio è costituito dall’ ammasso indistinto di religione,
leggi, costumi opinioni, usanze e capricci ^ di cui la poesia si fa veicolo
nelle diverse epoche storiche, chi aspira alla gloria di poeta universale delle
nazioni e dei secoli, deve afferrarsi alle grandi e universali bellezze della
natura, e dell’altre servirsi solo come di un abbigliamento che non deformi, ma
rilevi i lineamenti di un volto *. Egli dovrà dunque dapprima esaminare la
massa indigesta degli usi ed opinioni popolari per poi purificarla, scegliendo
tra queste ultime quelle che confrontandosi più colla ragione, universale a tutti
gli uomini, possano più universalmente esser gustate 4. E poiché alla fine anche le più strane
costumanze non mancano di qualche principio ragionevole, il poeta dovrà far
sentire questo vivamente e nasconder con destrezza l’altre assurdità che
l’accompagnano; ingentilire e nobilitar finalmente anche i pregiudizi, e far sì
che si cangino in virtù +4. In tal modo, conosciuti i pregiudizi per quel che
sono, anche coloro che li disapprovano, incantati e commossi dalla magia
poetica, ringrazieranno quel felice errore che produsse in loro così ragionevol
diletto #. A ulteriore riprova di quella dialettica interna al pensiero dei
Lumi a cui si è già accennato, all’altro estremo del percorso cronologico
delineato nel Ragionamento C. colloca l’ imitazione servile delle epoche
moderne, quando gl’ingegni fecondi s’isteriliscono, sforzati dalla prevenzione
41. C. a veder coll’altrui fantasia, a sentire coll’altrui cuore*. Ai
pregiudizi derivati dall’ignoranza, tipici dei primordi, si contrappone così lo
sforzo, la languidezza e il gelo nell'anima, degli imitatori d’imitatori
moderni: snervati, scoloriti, contraffatti. Qui la riflessione teorica discende
sul terreno nazionale del dibattito sulla tradizione letteraria e i suoi
modelli, ed è significativo che su questo punto le considerazioni negative di C.
sul petrarchismo siano le stesse di un altro illuminista voltairiano
insofferente ai precetti di stile e di lingua, Giovanni Ludovico Bianconi, che
nelle cosiddette Lettere bavare, uscite a Lucca nel 1763, lamenta con toni
analoghi il peso di una tradizione illanguidita, priva di sostanza e di verità
intrinseca**. La denuncia dei pregiudizi degli antichi si rovescia dunque nella
rivendicazione di una poesia moderna per la quale significativamente C. si
appella a Bacone nel rivendicare una nuova forma di Libertas philosophandi
estesa alla letteratura: L'ultimo pregiudizio della Poesia, non minore degli
altri, viene dalle regole e dai precetti dell'arte. Osserva lo stesso Bacone,
colla sua solita perspicacia e solidità, che la scienza stessa poco o nulla
s'avanza; appunto come, dic'egli, quando le membra e i lineamenti tutti d'un
giovine hanno ricevuto troppo presto forma e compimento, il corpo non vuol più
crescere; così la scienza finché è sparsa in osservazioni ed aforismi puó
acquistare aumento e grandezza, ma circoscritta una volta, e rinchiusa dai
metodi, potrà pulirsi forse, e rendersi atta agli usi degli uomini, ma non
potrà più crescere e dilatarsi. E ciò accade tanto più, quando i maestri di
quella dottrina usano un tuono dogmatico, che impone all’intelletto senza
illuminarlo. Così la poetica facoltà sul fondamento di alcune poche
osservazioni ridotta troppo presto in arte, s’isterilirà ed incepperà da se
stessa, chiudendo l'adito alle osservazioni nuove, si toglierà il suo proprio
alimento. Più tardi, il Saggio sulla filosofia delle lingue tornerà su questo
punto decisivo, ribadendo con maggiore convinzione che se l’arte dei primordi è
figlia della povertà, del bisogno, del caso, quella dei moderni appare frutto
dell'abbondanza, della scelta, del lusso; se quella risulta dall’ impeto d’una
fantasia senza guida, questa è la baldanza dello spirito che sente le proprie
forze, mancando così di facilità5°. Ma all'altezza del Ragionamento, a C. preme
soprattutto affermare che la vera arte poetica 46. C. (2010b, 112). 47. C.
(2010b, 113). 48. Cfr. Bianconi (2006, 534). 49. C. (2010b, 120). so. C. (2001,
p.81). non deve i suoi strumenti ad alcuna cosa esterna, ella li trova tutti
nell’animo ove rinchiusa fermenta ?. Piuttosto che una difesa del genio, che
pure ha già a quest’altezza i suoi sostenitori convinti, l'immagine sembra una
riformulazione del precetto delfico caro al Settecento illuminista, che risuona
all’inizio dell’ Essai sur l'origine des connoissances humaines: Soit que nous
nous élevions, pour parler métaphoriquement, jusque dans les Cieux, soit que
nous descendions dans les abimes, nous ne sortons point de nous mêmes * e del
Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité: La plus utile et la
moins avancée de toutes les connoissances me paroît celle de l'homme et j’ose
dire que la seule inscription du temple de Delphes contenoit un précepte plus
important et plus difficile que tous les gros livres des moralistes*. E difatti subito dopo C. riporta l'esempio del
primo poeta, Omero, che aveva tolto le sue regole dall’osservazione della
natura 4 priori, ovvero dall'esame più o meno esatto dei rapporti eterni e
immutabili tra gli oggetti e l'uomo**, ma risultava totalmente privo di quello
spirito filosofico che trasforma la poesia nel sistema perfetto dell’arte. Già
Fontenelle aveva indicato nella combinaison nouvelle des pensées connues il
carattere peculiare della poesia dei moderni, in grado di cogliere le relazioni
astratte fra le cose, mentre quella degli antichi si fondava principalmente sul
senso elementare della vista, ma questa formula, che gode di una certa fortuna
in ambito illuministico arrivando fino al Leopardi dello Zibaldone, trova
ancora una volta in Helvétius uno dei suoi più lucidi divulgatori. Nel capitolo del De
l’Esprit dedicato ai processi della memoria, Helvétius definisce infatti l
esprit come la capacité d'assembler des idées nouvelles e osserva che l'artista
per essere tale deve employer la plus grande partie de son temps à
l'observation des rapports divers que les objets ont entre eux, et n'en
consommer que la moindre partie à placer des faits ou des idées dans la mémoire
*. A pensarci bene, la
parte centrale del Ragionamento contro un'arte sterile, soggetta al dispotismo
della tradizione e a favore di un'espressione moderna, vólta alla descrizione
intima dell'uomo e dei suoi rapporti con la realtà, potrebbe essere riassunta
tutta in questa definizione di Helvétius, 51. C. (2010b, 131). 52. Condillac
(1793, 1.1.1.1, 1). 53. Rousseau (1755, 4). 54. C. (2010b, 131). 55. 56.
Fontenelle (1766, 294). 57. Helvétius (1822, 414). destinata a essere ripetuta
più volte nel Tournant des Lumières. Ma vale la pena di ascoltare direttamente
la voce di C. in quello che è forse il punto più vicino allo Zibaldone di tutto
il Ragionamento, dove la vecchia metafora neoplatonica di Conti sulla catena
dell' Essere si piega a descrivere il processo infinito dei rapporti sensibili
fra le cose, che costituisce il serbatoio stesso di una poesia nella quale il
soggetto appare al centro di una rete sensibile di relazioni: Gli oggetti sono
infiniti: le loro parti, le loro configurazioni, le minute differenze che li
distinguono tra loro, le quali non debbono sfuggire all'occhio d'un buon
imitatore, sono innumerabili. Tutti questi oggetti hanno poi tra se stessi
infiniti rapporti. Ogni cosa è simile o dissimile ad un’altra; un’invisibil
catena lega insieme tutti i generi degli enti, e tutti gli enti di ciascun genere,
e li subordina l’uno all’altro. Ma nissun calcolo può giungere a rilevare tutti
i rapporti e le relazioni che questi oggetti hanno con l’uomo. Essi formano un
nuovo mondo intellettuale e sensibile, più vasto e più vario dell’universo
visibile. Che infinita varietà di pensieri, di ragionamenti, di giudizi sopra
la stessa cosa! Chi può sperar di comprendere col suo spirito tutte le
modificazioni possibili dei sentimenti e delle passioni? Da ciò risulta che la
natura può essere risguardata sotto infiniti punti di vista, ed egualmente bene
sotto questi tutti rappresentata; ma che contuttociò ognuno chevoglia imitarla,
per l impulso e '| moto delle forze esterne ed interne che agiscono in lui, è
costretto a non risguardarla, né per conseguenza a dipingerla, che sotto un tal
punto determinato, cioè sotto quello in cui ella gli si presenta, e con quei
colori che gli si presenta. Ma per tornare a Helvétius, è indubbio che nel
tessuto semantico del Ragionamento affiorino tracce sparse di una lettura non
occasionale delle sue pagine. Una delle più significative riguarda la
distinzione fra le virtù di pregiudizio, che in poesia seguono gli usi e dei
costumi del tempo, e le vere virtù, che rappresentano valori morali e civili
universali. Scrive poi l'autore del De l’Esprit a proposito della passione
anacronistica della vendetta, che egli assimila al bisogno e al pregiudizio dei
popoli primitivi: Les anciens élevaient des temples à la vengeance: cette
passion, mise aujourd’hui au nombre des vices, était alors comptée parmi les
vertus. Dans
un siècle trop guerrier pour n'être pas féroce, l'unique moyen d'enchainer la
colère, la fureur et la traison, était d’attacher le déshonner à l’oubli de
l’injure. La peinture de cette passion était donc trop analogue au besoin, au
préjugé des peuples anciens, 58. C. (2010b 111-2). pour n'y être pas considéré
avec plaisir. Mais dans les siècles où nous vivons il est évident qu'en
consultant pareillement notre intérêt, nous ne devons voir qu'avec indifférence
la peinture d'une passion qui, loin de maintenir la paix et l'harmonie dans la
société, n'y occasionerait que des désordres et des cruautés inutiles. Secondo Helvétius ogni epoca produce una
letteratura autonoma espressione dell’ esprit du siècle‘°, e di conseguenza
ogni mutamento nel governo o nei costumi deve necessariamente condurre a una
rivoluzione nel gusto. In tale contesto, che subordina per così dire l’estetica
all’antropologia culturale, il De /'Esprit elabora una particolare declinazione
dell’idea di interesse che sembra aver lasciato un segno duraturo anche nel
pensiero di C.. Benché il termine interesse appartenga di diritto all’orizzonte
ideologico dei Lumi (ne parla per esempio Jaucourt nell’articolo Tragédie dell
Encyclopédie), mi pare infatti di poter affermare che la sfera semantica morale
e civile di termini come intérêt e intéressant, che
Helvétius impiega nell’ampia disamina sulla tragedia nel capitolo XIV del De
l'Esprit citato più tardi nel Ragionamento storico-critico sopra l’Iliade, sia
la stessa che ritroviamo nel discorso di C.. Di là dall'ampiezza della
trattazione rispetto ad altre fonti coeve, il merito di Helvétius è senza
dubbio di essersi soffermato sulla categoria illuministica di interesse
collettivo estendendola al dominio dell’arte: è infatti all’interesse pubblico,
modificato nel corso dei secoli, che egli attribuisce la création et
l'anéantissement de certains genres d'idées et d'ouvrages *. A suo dire, la
fama stessa di alcune opere, di là dal tempo e dallo spazio, si spiega con il
fatto che esse sono plus vivement et plus généralement intéressants pour
l'humanité, ossia arrivano a esprimere valori universali indipendentemente dai
contesti culturali che li hanno ispirati. C. sembra aver assimilato la
sfumatura antropologica e temporale implicita nell'uso dei termini interesse e
interessante da parte di Helvétius, e se ne serve, si direbbe, in un'accezione
ancora piü rigorosa. Proprio in considerazione del carattere peculiare di ogni
letteratura (in senso storico, geografico e antropologico) l'autore del
Ragionamento critica infatti quei popoli che in vece di attendere a sviluppare
e coltivare germi [della pian59. Helvétius (1822 286-7). 60. 289. 61. Cfr. al
riguardo Contarini (2011b, 95). 62. Helvétius (1822, 295). 63. 300. ta poetica]
alla foggia del loro paese vanno a trapiantare nel proprio clima quella precisa
ch'è nata in quel clima straniero, di cui la crederanno un dono particolare,
trasformandola in un prodotto artificiale. Ma vediamo meglio il passo in cui
affiora il lessico di Helvétius, in una forma così connotata da non aver
bisogno di spiegazioni: La tragedia appresso i Greci non era che la
rappresentazione d’una tragedia fatale ed inevitabile, che inorridiva più che
interessasse. La superstizione per gli antichi fece sì che si escludessero dal
teatro molti altri soggetti più delicati, più interessanti, più istruttivi ed
atti a recare nuove spezie di diletto. L'Italia particolarmente non è ancora
ben rinvenuta né praticamente né teoricamente da questo error grossolano,
cosicché si durerà fatica a trovar quattro critici, di quei che si piccano di
buon gusto, che non si facessero scrupolo di dar il titolo di vere tragedie a
molte insigni produzioni di Cornelio o di Racine, e che non preferissero a un
Maometto la più difettosa d' Euripide. In altre parole, ciò che rende possibile
la sopravvivenza di una tragedia anacronistica, fonte di un diletto svaporato
non più naturale, è il pregiudizio dell’abitudine, grazie al quale pur
essendosi cangiato col tempo il sistema della Religione e del Governo, si
mantengono ancora per lungo spazio gli antichi modi e l’antico meraviglioso
poetico, appunto come in un governo, cangiati i costumi, si conservano
generalmente le leggi 55. Un esempio concreto al riguardo è fornito dal
Ragionamento sopra il Cesare del signor di Voltaire, uscito nel medesimo anno
del Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poetica, che ha anche
il merito di precisare meglio i termini del dialogo a distanza con i modelli
francesi. Dopo aver definito la morte di Cesare un fatto cosi grande, e cosi
interessante, che meritava bene d’essere il soggetto de’ migliori Tragici di
tutte le nazioni %7, C. si applica a una disamina sottile delle azioni di Bruto
nella tragedia di Voltaire, con il conflitto fra il dovere filiale e l’amore di
patria, tutta condotta sulla falsariga di quel confronto fra le passioni degli
antichi e quelle dei moderni che costituisce il tema di fondo del De / Esprit;
anche se poi, a differenza di Helvétius e in anticipo su quanto sosterranno più
tardi con ragioni diverse Chateaubriand e August-Wilhelm Schlegel, C. giunge
per questa via ad appellarsi alla verità rivelata del Cristianesimo per 64. C.
(2010b, 117). 65. 122; corsivo mio. 66. 118. 67. C. (20102, 167); corsivo mio.
CONTARINI prospettare, attraverso una serie di efficaci obiezioni al palinsesto
voltairiano‘, tutta l'inattualità delle passioni degli antichi nel sistema
morale dei moderni, dove la virtù romana di Bruto finisce per assumere i colori
del fanatismo di libertà: Ma se mi si replicasse che il Cristianesimo depurato
de’ tempi nostri, ci farebbe abbominare lo spettacolo d’un tal orrore commesso
per un zelo mal inteso di religione, e che a più forte ragione dee ributtarci
un simile eccesso nato dal fanatismo di libertà; che altro è non tradir la
patria per il padre, altro uccidere il padre per la patria, che quanto a Bruto
c’è qualche distanza fra un'espressione entusiastica e vaga, e l'esecuzione
d'un fatto di tal natura; che quand'anche ciò bastasse per suppor che l’avesse
eseguito, un tal sentimento ci farebbe detestare i suoi principi, e non ammirar
il suo coraggio (non distingendosi l’ Eroe dal frenetico, che per la ragion che
lo determina); che finalmente Bruto avrebbe fatto un'azione più che abbastanza
eroica, lasciando eseguir la congiura senza prendervi parte, e sostenendo poscia
i compagni colla sua autorità; se tutto ciò, dico, mi venisse replicato,
confesso con ingenuità, che mi troverei molto impacciato a risponder a un uomo
così insistente?. Vorrei concludere con due considerazioni di carattere
generale. La prima: il Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
poetica, più di altri testi teorici del periodo, presenta i lineamenti di una
poetica di ampio respiro, alla quale l’autore, a dispetto del rifiuto di
ripubblicarlo nella sua interezza, rimase per certi aspetti fedele, se è vero
che la seconda versione rivista del Ragionamento sopra il diletto della
tragedia, pubblicata nel 1806, ribadisce l’idea, nuovamente affinata in senso
etico-pedagogico, che il piacere estetico deve nascere dall’accordo del
risultato drammatico coll’ interesse e l'istruzione morale7°. La seconda: la
poetica antropologica elaborata alle soglie degli anni Sessanta sembra
destinata a trovare un'applicazione pratica sul doppio versante della
traduzione di Ossian e di Omero, intesa come adattamento o ri-creazione del
testo originale. Da questo punto di vista, anzi, la cornice storica sui costumi
e le credenze dei popoli antichi che precede le traduzioni di Ossian e di Omero
sembra avere proprio la funzione di indurre in primo luogo il lettore a 68. Si
tratta in questo caso di obiezioni di contenuto, rimaste in secondo piano
rispetto all'analisi degli elementi linguistico-stilistici, su cui si veda per
es. Matarrese (2002). 69. C. (2010b 173-4). 70. C. (1960, 38); corsivo mio. 71.
Cfr. Baldassarri (1983; 1990; 2011). Per gli aspetti più propriamente
metrico-stilistici cfr. Zucco (2002) e Roggia MITO DELLE ORIGINI E
PERFECTIBILITÉ DE L'ESPRIT considerare la distanza fra l’originale e l’opera
del traduttore, il quale, sedotto dall’energia poetica dei testi antichi, opera
però in una prospettiva diversa, che potremmo definire in senso moderno di
transfert culturale, poiché implica la dislocazione del contesto semantico
verso una nuova costruzione di senso. C. sembra esserne del resto perfettamente
consapevole, quando comunica al destinatario della sua opera che il progetto di
fornire una versione poetica del testo omerico gli si è cangiato tra le mani,
trasformandosi in una assoluta riforma , e che la libertà del traduttore è
andata ben oltre la prima intenzione di rinfrescarne il colorito lasciando
intatte le figure e la composizione quali uscirono dal pennello del primo
maestro 7. E nella Moralita dell Iliade Italiana, premessa alla riscrittura
della Morte di Ettore, precisa a scanso di equivoci: I lettori debbono però
aver presente che io non ho inteso di architettar di pianta una nuova Iliade,
ma di restaurar l’antica, conservandone quanto v'era di bello e degno a servir
d’esempio, togliendone il più difettoso, o travisandolo in modo che non offenda,
racconciandola infine nella struttura e nei fregi a quel modo che potria
supporsi che avrebbe fatto Omero stesso se fosse nato in questo secolo ch'è
quello dell'arte educata dalla ragione e dal gusto. Nutrita in origine del
pensiero settecentesco più avanzato, l'antropologia letteraria del traduttore
di Ossian e di Omero si presenta nel suo complesso come un percorso articolato,
che nel tempo obbedisce senz'altro a intenti e impulsi di diversa natura; e
tuttavia mi sembra di poter dire che i suoi postulati critici risultano più
comprensibili e coerenti nel confronto con l'ambivalenza produttiva che
costituisce la cifra interna della cultura dei Lumi. Da una prospettiva più
strettamente linguistica, inoltre, il richiamo a un simile orizzonte culturale
consente di spiegare meglio anche quel consapevole riavvicinamento all'antico
in senso più filosofico che filologico che, come ha osservato Roggia,
rappresenta l'apparente paradosso dell’ Ossian C.ano, dove l'intrinseca
poeticità dei linguaggi antichi viene posta al servizio di un'esigenza tutta
moderna, ossia la programmatica ricerca di alterità linguistica rispetto alla
prosa e alla ordinaria comunicazione referenziale 7. 72. Cfr. Espagne (2013). 73. C. (1802b 111-v).
74. C. (1806, xxx1). Cfr. al riguardo Favaro (2002) e Matarrese Roggia
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Barbarisi, G. Carnazzi cur., Aspetti dell’opera a della fortuna di Melchiorre C.,
vol. 1, Cisalpino, Bologna. 74 C. nei dibattiti linguistici del suo tempo di
Stefano Gensini* 1. Intorno alla riflessione teorica sul linguaggio e alle
indicazioni operative in tema di questione della lingua, proposte dal C. nella
sua lunga carriera di letterato e docente universitario, è invalso, fin dai
classici saggi di Giulio Marzot (1949), Giovanni Nencioni (1950) e Mario Puppo
(1956; 1966), un giudizio largamente condiviso, che riconosce all’abate
padovano un ruolo storicamente e culturalmente innovativo'. Collocate
cronologicamente (per riprendere la periodizzazione proposta dal Folena*) fra
l'età dei filosofi enciclopedici e quella che conduce alla declinazione
filosoficopolitica della tematica linguistica, riflessioni e idee
politico-linguistiche del nostro autore sembrano assolvere a una funzione di
mediazione fra le tradizionali istituzioni linguistiche e retoriche della
cultura italiana e le acquisizioni della filosofia del linguaggio dell’ Età dei
Lumi, diffusesi con una certa larghezza dal 1750 in poi, grazie all’accresciuta
convergenza europea del ceto intellettuale. Da una parte, dunque,
l'accoglimento e la discussione di temi teorici centrali nei dibattiti
francesi, inglesi e tedeschi del tempo (l'origine delle lingue, il rapporto
pensiero-linguaggio, l’intreccio fra le dinamiche linguistiche e le dinamiche
politiche ed economiche della società), con la conseguente liquidazione delle
vecchie ipoteche puristiche a favore di una matura teoresi della storicità del
linguaggio e del suo uso sociale; dall’altra la ricerca di una soluzione
equilibrata alla crisi dell’italiano, tale da consentire una saldatura fra
tradizione e innovazione, indirizzata al piano della lingua colta e scritta;
sono questi i due poli entro cui si sono mosse, dagli anni * Sapienza
Università di Roma. 1. Occorre preliminarmente dichiarare il debito che gli
studiosi del C. contraggono con due classiche sillogi: il volume ricciardiano
curato da Bigi (1960) e le Discussioni linguistiche del Settecento edite da
Puppo (1966), entrambe con ricca bibliografia. A esse si aggiungono le pagine
settecentesche e C.ane di Maurizio Vitale (1978). 2. Si veda il classico saggio
(risalente al 1965) sul rinnovamento linguistico del Settecento (ora in Folena
1983), da integrare con le precisazioni offerte in Folena (1986). 3. Rimando
per brevità a quanto ho scritto in proposito in Gensini GENSINI Cinquanta del
secolo scorso, l’analisi e la valutazione critica dell’esperienza C.ana. Grazie
soprattutto al Saggio sopra la lingua italiana del 1785, ripubblicato con poche
aggiunte nel 1800 (come primo volume dell’edizione pisana delle Opere) sotto
l'ambizioso titolo di Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua
italiana, al C. è stato dunque attribuito un ruolo di vero e proprio pioniere
nella storia del pensiero linguistico nazionale, che, sommandosi alla portata
innovativa del suo linguaggio poetico, soprattutto nella traduzione dell’
Ossiaz, e di concezioni estetiche intese a una complessa definizione della
soggettività dell’arte e del tipo di piacere a questa inerente*, fa della sua
operazione linguistica un essenziale tramite rispetto alle problematiche e alla
prassi scrittoria dell’epoca romantica. A distanza di diversi decenni, queste
valutazioni in ordine alla posizione storica della linguistica (e più in
generale della funzione culturale) C.ana sembrano ancora sostanzialmente
reggere. Certo, sia le acquisizioni documentarie (soprattutto quelle
biografiche, con particolare riguardo all’esperienza accademica dell’abate, al
suo concreto lavoro di professore nell’ Università di Padova?) sia la prospettiva
molto più ricca e affinata con cui siamo oggi in grado di guardare allo
sviluppo delle idee linguistiche, nell’Italia del pieno e ultimo Settecento e
altrove‘, consentono di articolare il giudizio, sfumandolo su diversi punti,
con una più chiara stratigrafia delle letture e degli assorbimenti
intellettuali (con alcuni osservati speciali, quali Vico e Leibniz), con un
occhio attento alla diffusione areale dei testi e delle influenze, con
isoglosse che conducono volta a volta da Napoli a Venezia e Padova, da Padova a
Parma, dai ducati a Parigi e alla 4. Va ricordato a questo proposito
soprattutto Bigi (1959), dal quale sono svolte in positivo le suggestioni
lontane di Croce e quelle, più vicine in termini cronologici, di Walter Binni.
s. Si vedano in particolare gli innovativi contributi di Roggia (2011; 2012;
2014). Per un aggiornato quadro biografico, cfr. Gallo (2008), mentre il
certosino lavoro di Chiancone (2012), dal quale si attende una revisione
complessiva dell'epistolario C.ano, illustra l'imponente sistema di relazioni
(corrispondenti, allievi, amici) al cui centro l'abate padovano seppe
collocarsi. Notevoli contributi critici su vari aspetti pertinenti al nostro
tema si trovano negli Atti del convegno C.ano del 2008 (Daniele, 2011). 6. Il
xvii secolo è stato ampiamente indagato, anche in riferimento all’ Italia,
dagli storici delle idee e delle filosofie linguistiche, cercando di superare
l'orizzonte, importante ma limitato all’ambito letterario, della questione
della lingua. Appartengono a questa fase critica lavori come collettivi come
Formigari (1984) e Formigari, Lo Piparo (1986), i volumi di Marazzini (1984),
Pennisi (1987), Vecchio (1990) e Formigari (1990), i miei contributi, in parte
raccolti in Gensini (1993), quelli di Lo Piparo, raccolti in Lo Piparo (2004) e
altri ancora. Il saggio di Tullio De Mauro (1980) servì da punto di riferimento
metodologico a molte di queste inchieste. 76 C. NEI DIBATTITI LINGUISTICI Francia e così via. Sicché, nell’insieme, può
sembrare che quella posizione un poco solitaria di iniziatore, solitamente
riconosciuta al C. linguista, vada ridimensionata a favore di un quadro più
ampio e mosso di idee e personalità, nel quale il rinnovamento delle teorie
linguistiche e delle proposte culturali si incarna in soggetti diversi, talora
in complicate intersezioni e correnti di idee, e le stesse operazioni di punta
svelano raccordi profondi con la tradizione precedente (nella quale spiccano
Gravina e Muratori). Ma se il bilancio perde qualcosa in termini di nettezza,
se il chiaroscuro subentra a zone di luce che sembravano ormai accertate, il
guadagno critico portato dalla nuova stagione di studi, particolarmente negli
ultimi dieci-quindici anni, sembra notevolissimo. Penso da una parte allo scavo
dell’epistolario, che promette di offrirci uno sguardo nuovo e affascinante sul
sistema di relazioni nazionali e internazionali al cui centro C. si mosse; e
dall’altra a quanto sta emergendo dalla restituzione dell’intero corpus degli
scritti linguistici dell’abate, inclusa la parte, rimasta inedita, del suo
indefesso lavoro di studioso delle lingue antiche, e fra l’altro di
quell’ebraico per lui così ostico. Un corpus che il lungo, paziente lavoro di
Enrico Roggia ora consente di datare con maggior sicurezza in tutte le sue
componenti, di indagare trasversalmente per centri d’interesse e temi, di veder
maturare nelle varie fasi di svolgimento della vita e del pensiero dell’autore.
A questa nuova fase della ricerca sulle idee linguistiche del C. si ispirano le
osservazioni qui raccolte. Dapprima faremo qualche considerazione cronologica e
tematica sull'emergere di problematiche filosoficolinguistiche, in Italia,
dagli anni Sessanta del Settecento in avanti. Affronteremo poi alcuni aspetti
interni della riflessione C.ana, cercando di dipanare almeno qualcuno dei tanti
nodi che la legano ai protagonisti della stagione dell’Illuminismo linguistico.
In particolare, fermeremo l’attenzione sulla sua concezione dello sviluppo
naturale delle lingue che, a nostro avviso, costituisce il perno intorno al quale
ruota la complessa struttura del Saggio, ricavandone qualche valutazione
conclusiva circa la posizione storica del nostro autore. 2. Un primo punto:
guardando attentamente il paesaggio editoriale italiano successivo al 1750 (una
data, che si può credo ragionevolmente assumere come
spartiacque per motivi sia storico-politici sia culturali) ci si rende conto
che la scelta C.ana di promuovere un approccio filosofico alla lingua e al
linguaggio (ben nota è, infatti, la sua propensione a una considerazione
filosofica non solo delle lingue, ma di tutti i contenuti della professione
letteraria) è assai meno isolata di quanto si potesse presumere in tempi ancora
relativamente recenti. Viene spontaneo alla mente, primo fra tutti, il nome di
Vico. Ma il caso della Scienza Nuova (3° ed. 1744) fa in certo modo storia a
sé: è tutto da dimostrare, infatti, che un’opera così complessa fosse vista dai
contemporanei anche o primariamente come l’esposizione di una teoria del
linguaggio ben più appariscenti dovevano apparire le
mitografie delle origini, la serie delle tre Età, l innovativa soluzione data
alla questione omerica; e comunque è solo a un buon tratto di distanza
dall’uscita a stampa del capolavoro che le implicazioni linguistiche del
vichismo si lasciano riconoscere, non allo stato puro peraltro, ma contaminate
(per dir così) dagli stimoli e spesso dal temario di autori ben altrimenti noti
e concettualmente accessibili. Si pensa in secondo luogo a pagine classiche
della questione della lingua come il Saggio sopra la lingua italiana
dell’Algarotti (1750), la Diceria del Baretti (1765) e la stessa, di poco
precedente Rinunzia avanti nodaro di Alessandro Verri (1764), per finire con le
bettinelliane Lettere inglesi (1766): ma se le consideriamo nel loro complesso,
ci accorgiamo che in queste opere il rinnovamento della prospettiva linguistica
è affidato essenzialmente alla critica dei retaggi del conservatorismo
cruscante e a un'istanza di apertura culturale verso la modernità, che si
esprime da una parte nell’accoglimento di parole e forme esprimenti i nuovi
contenuti e le nuove nozioni, dall’altra nella percezione delle ragioni
politiche e istituzionali che tengono l’Italia agganciata al suo passato: la
vera accademia è una capitale, aveva acutamente dichiarato Algarotti dall’alto
di una ormai consumata esperienza internazionale. Se invece da testi del
genere, obiettivamente innovativi rispetto alla stessa tematica muratoriana,
passiamo ad esempio alla Logica per gli giovanetti di Antonio Genovesi (1° ed.
napoletana 1766*), avvertiamo un significativo salto di prospettiva culturale e
di accenti. Emerge qui imperiosa la dimensione della profondità storica del
fenomeno linguistico, in quanto storia di uomini, nazioni, civiltà, promanante
dalla barbarie e tesa verso il futuro motivo vichiano e insieme condillachiano che
Genovesi elabora, 7. Sulla presenza del Vico in C., oltre al sempre prezioso
repertorio di Croce, Nicolini (1947), si rimanda a Battistini (2004 301-60), e
al saggio dello stesso Battistini in questo volume, Le origini del linguaggio
in Vico e C.. 8. Utilizzo la seconda edizione del 1769, stamperia Simoniana,
Napoli. Segnalo che le edizioni venete che ho potuto vedere (in particolare
quella ampiamente circolante di Bassano, per Remondini, Venezia 1784) sono
ridotte, e amputate proprio delle sezioni più interessanti a fini linguistici facendone
la base per un’analisi del funzionamento ordinario, sincronico delle lingue. Di
qui riferimenti importanti alla necessità nel nesso fra parola e pensiero, alla
fisiologica diversità dei processi conoscitivi umani, in relazione a diverse
condizioni climatiche, storiche e culturali, e di conseguenza all’impossibilità
di una traduzione senza residui da una lingua all’altra. Il nesso
clima-ambiente-lingua, ben radicato nella tradizione del xv secolo almeno da
Dubos in poi’, non era sfuggito ad Algarotti, rimanendo però confinato sullo
sfondo di una sorta di relativismo linguistico constatato ma non spiegato per
vie interne; laddove Genovesi, rielaborando la ben nota lezione di Locke
intorno all’abuso delle parole, fa discendere le asimmetrie linguistiche (e
quindi le cautele ch'esse impongono in sede ermeneutica, quando si tratti di
fronteggiare testi lontani da noi nel tempo e nello spazio) da un’analisi
ravvicinata dei processi cognitivi, in cui alla infinita varietà degli aspetti
del reale corrisponde il carattere contingente, e perciò aperto, non pienamente
controllabile, dei percorsi di conoscenza. Non è attraverso de Brosses che
l’abate napoletano giunge ad affermare quanto segue: Tutte le parole son di lor prima origine
figlie o della natura, o del caso, o del bisogno, o della comunicazione de?
popoli, o delle lingue antidiluviane (Genovesi, 1769, 43). Un’impostazione
dunque latamente epicurea del problema delle origini, vicina a quella degli
scritti linguistici di Leibniz e a certe tesi vichiane'5; sicché, risalendo il
corso del tempo, Genovesi identifica la funzione di permanente filtro dell’esperienza
svolta dal linguaggio, accedendo, in certi passi delle Lezioni di commercio, a
una visione schiettamente politica del ruolo che esso svolge
nell’organizzazione delle comunità umane: Chi dice un corpo politico, dice un
corpo di tubi comunicanti. Non v'è società, dove non v’è comunicazione.
Tagliate i canali di comunicazione, e avrete non un corpo associato, ma una
moltitudine di selvaggi sparsi, erranti senza leggi, senza capo, divoranti gli
uni gli altri. È un gran palazzo disciolto in minuti calcinacci (1765-67, II, 259).
9. L'ampio saggio di Mercier (1953) è ancora un’utilissima base per
approfondire questo tema. 10. Per la nozione di epicureismo linguistico
(riferita al modello proposto dal filosofo greco nella celebre Lettera a
Erodoto; cfr. testo e commento nell’aggiornata edizione di Verde: Epicuro 2010)
rimando a Gensini (1999) ed ora ai risultati di Avi Lifschitz (2012), che tocca
molti autori di nostra diretta pertinenza. Il recupero di Epicuro da parte di
Vico era già evidente a Cassirer (1923) e a Pagliaro. Per quanto riguarda
Leibniz, rimando a ciò che ho esposto in Gensini (2016 67-86); ivi anche un
capitolo sulla teoria delle differenze linguistiche in Vico. In Genovesi
l’interna politicità della visione vichiana del linguaggio trova non solo
riscontro, ma articolato sviluppo in termini sia gnoseologici sia
pedagogico-civili. Del resto, tutta la sua operazione culturale ruota intorno
al vero fine delle lettere e delle scienze (come s'intitola il famoso scritto
del 1753) incarnato da un ceto intellettuale che si sente organico a un
importante processo di ammodernamento economico e sociale, e che a tale
obiettivo piega l'organismo linguistico, sottratto pertanto a una visione
meramente grammaticale o retorica. Una diversa, ma equivalente istanza di
conversione filosofica dei temi tradizionali emerge nella riflessione sullo
stile di Cesare Beccaria, dapprima nel Frammento sullo stile pubblicato sulle
colonne del Caffè, poi nelle ampie e sistematiche Ricerche del 1770, di cui la
seconda e incompleta parte sarà pubblicata postuma solo nel 1809. È lo stesso
autore a spiegarci che il suo profilo di analista giuridico ed economico (non
si dimentichi che nel 1764 aveva pubblicato Dei delitti e delle pene, e che dal
1768 insegnava Scienze camerali nelle Scuole palatine di Milano) non è
contraddetto dagli interessi retorici, perché anche questi hanno a che fare con
la scienza dell’uomo, in quella parte che egli, interpretando un moderno
europeismo, chiama appunto psicologia. Su tale premessa, e con la scorta di
alcune letture chiave come l’ Essai di Condillac, il frammento sul gusto di
Montesquieu (che tanto fascino eserciterà anche sul Leopardi), la voce
Élocution di D'Alembert nella grande Encyclopédie, Beccaria si inoltra in una
rilettura della materia della retorica a partire dai contenuti semantici delle
parole, quanto è a dire dal gioco delle idee principali e delle idee accessorie
che s'intrecciano negli usi linguistici. Il punto di partenza, in chiave
diacronica, è la rispondenza dei mezzi linguistici alla dinamica sensibile,
organizzata intorno alla coppia piacere/dolore, e modulata dalla spinta del
bisogno, che guida le combinazioni sempre più complesse fra parole e idee a
misura che cresce la complessità dell’organismo sociale. Come già in Genovesi,
svariati, potenzialmente infiniti, sono i punti di vista da cui una stessa
esperienza può essere riguardata, e di conseguenza molteplici sono i percorsi
che l’associazione delle idee può prendere nell’uso (Beccaria, 1958, I, 214).
Lo stile va dunque indagato in relazione al modo in cui le idee accessorie
arricchiscono, integrano, diversificano l’idea principale, stabilendo un
contatto mutevole fra la mente del parlante/scrivente e quella
dell’ascoltatore/lettore. Si innesta qui, entro un’argomentazione non sem11.
Cfr. in proposito diversi saggi inclusi in Formigari e il sistematico lavoro di
Pennisi. pre facile da seguire, ma personale e profonda, una serie di
osservazioni assai acute su aspetti della comunicazione, letteraria e non,
certamente di grande interesse per chi, come Beccaria e i suoi amici,
partecipava da protagonista al rinnovamento della cultura lombarda e nazionale
del tempo. Tra queste, il nesso linguaggio-passioni, il difficile equilibrio
fra parlante e ascoltatore che deve attuarsi nella comunicazione dell’
entusiasmo, il fascino dei contrasti che spingono l’immaginazione verso il
massimo di sensazioni compossibili fra loro (ivi, 237), la dinamica
dell’effetto comico (ivi, 242), l’idea che il numero delle idee espresse
linguisticamente vada bilanciato con le capacità di assorbimento della mente di
chi ascolta, il funzionamento della metafora, agganciata al percorso della
civilizzazione umana, che col tempo perde il suo effetto originario e si
convenzionalizza, salvo rinnovarsi in altra forma senza mai risolversi in puro
orpello retorico. La concezione del Beccaria si assomma, a me pare, in un
principio di indeterminazione del significato delle parole (lo stile comincia
infatti là dove si esaurisce la necessità del senso principale e comincia il
flusso dei sensi accessori, perché la natura ci inonda di fasci di sensazioni
alla volta, presentandoci masse e non elementi) la cui portata teorica non è
stata, forse, ancora del tutto riconosciuta. È attraverso questo principio
ch'egli motiva la dinamica oscillatoria del significato, un tema corrispondente
nella sostanza a quello C.ano dei termini-cifra e dei terminifigura, e che
ritrova, per via non so se diretta o indiretta, l’idea leibniziana (e
anti-lockiana), che nel gioco fra dimensione appellativa (cioè generica) e
dimensione propria (cioè individuale, referenziale) dei nomi, il primato
cronologico spetti alla prima. Gli esempi finora fatti, di due intellettuali
istituzionalmente dediti a discipline economico-politiche che elaborano
importanti idee filosoficolinguistiche e filosofico-retoriche, illustra un tratto
caratteristico della riflessione italiana sul linguaggio nella seconda metà del
xv secolo: il 12. Così già nel Frammento sullo stile (Beccaria, 1958, I, 171) e
poi più ampiamente nelle Ricerche (ivi 253-5). 13. Cfr. 215. 14. Si veda, nell’
incompiuto capitolo xv1 dell'opera, il serrato confronto fra le parolenumero,
correlate a idee precise, costanti e determinate e le parole comuni, di senso
variabile secondo le disposizioni ele circostanze diverse di chi combinava il
segno, e della cosa a cui era apposto. 15. L'idea è chiaramente esposta nel 1
capitolo del 111 libro dei Nouveaux Essais sur l'entendement humain, usciti a
cura del Raspe nel 1765. È teoricamente possibile che Beccaria abbia avuto
accesso a quest'opera fondamentale. Sul Beccaria filosofo del linguaggio cfr. i
riferimenti contenuti in Formigari (1990, ad ind.) e Gensini (1993 181-91 e ad
ind.). suo nascere in qualche modo ai margini della professione letteraria,
incrociando competenze e temi che esulano dal suo orizzonte tradizionale.
Questo singolare gioco di sponda si ripete a proposito di altri autori, come ad
esempio Galiani, il cui trattatello Del dialetto napoletano integra un profilo
che si era precocemente imposto anche fuori d’Italia per lavori come il
saggio Della moneta (1751) apparentemente remoti da interessi di tipo
linguistico; e, soprattutto, come Gianmaria Ortes (si ricordi il suo trattato
Dell'economia nazionale, 1774) che dall’osservatorio veneziano e da posizioni
ideologicamente distanti dallo spirito riformatore di un Genovesi o un
Beccaria, pubblica quelle Riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi e
sulle cognizioni umane, per rapporto alle lingue che in altra sede mi sono
arrischiato a definire come il contributo filosofico-linguistico più originale
che l’Italia abbia dato in questo periodo storico. Non possiamo qui soffermarci
sul complesso caso ortesiano, ma sia consentito osservare come lo scrittore
veda nel linguaggio, e nelle lingue parlate nelle diverse nazioni, un accesso
privilegiato al mondo della conoscenza, alle diverse prospettive culturali e
morali da cui ciascun popolo guarda, rifrangendolo in forme profondamente
diverse, al sistema delle verità di ragione immanenti all’esperienza umana. È
un tema radicalmente storicistico (per riprendere l’etichetta che Puppo
applicava al C. già nel suo saggio del 1957) che però Ortes, diversamente da
Beccaria e Genovesi, non ricava tanto da una prospettiva genetica, risalente
con Vico e Condillac allo stato primitivo e immaginoso del genere umano, al suo
progressivo diversificarsi nel tempo, quanto da un approccio sincronico, vorrei
dire fenomenologico, alle modalità di apprendimento e interpretazione del reale
proprie dei diversi popoli. Ortes, come suo costume, non cita mai le sue fonti
ed è dunque solo in trasparenza che si riconoscono, fra i suoi strumenti di
lavoro, da una parte la dottrina dell’arbitrarietà del segno di John Locke e
dall’altra una sensibilità tutta leibniziana al pluralismo dei punti di vista
che si riflettono negli usi linguistici. (E l'influsso di Leibniz si spiega
senza difficoltà in un ambiente, come quello veneziano, dove la mediazione di
Conti aveva da tempo favorito la circolazione del pensiero del filosofo
tedesco.) Strumenti, dunque, ben diversi da quelli naturalistici, genericamente epicurei e
vichiano-condillachiani utilizzati dall'abate napoletano e dal
professore milanese, ma convergenti sia nel rigetto di una concezione
razionalista e universalista del linguaggio, sia nell'accoglimento della
differenza come carattere fondante 16. Cfr. Gensini (2015). A Ortes ha dedicato
attenzione per prima Lia Formigari (1990, ad ind., dell'esperienza linguistica.
Di qui, fra l'altro, un’attenzione alla problematicità della traduzione, ovvero
all’impossibilità di stabilire un sistema di equivalenze lessicali da lingua a
lingua, che è argomento ricorrente anche in Beccaria, come lo sarà ed è
ben noto nell'esperienza e nella teorizzazione di
Melchiorre C.. Accanto a queste voci di pensatori già, al loro tempo, noti ben
oltre i confini delle rispettive patrie, una rassegna degli autori impegnati
sul terreno filosofico-linguistico deve annoverare ancora, in area napoletana,
Diego Colao Agata, cui si deve, nel 1774, un Piano ovvero ricerche filosofiche
sulle lingue e, di lì a qualche anno, Francesco Antonio Astore, che nel 1783
diede fuori un'imponente Filosofia dell eloquenza in due volumi, un'opera
veramente cospicua, affollata di rimandi e citazioni da testi coevi francesi e
inglesi (oltre ai classici e agli italiani), che da sola illustra una capacità
non comune di interlocuzione sovranazionale. In entrambi i libri si avverte la
presenza di Vico e la mediazione di Genovesi (di cui l'Astore fu allievo
diretto), complementari nel consentire una declinazione genetico-storica del
problema linguistico. Sia l'uno sia l'altro autore affrontano preliminarmente
il problema dell'origine del linguaggio, che si sa quanto fosse attuale nel
dibattito europeo, dacché Rousseau, nel suo Discours sur l'origine et les
fondements de l'inégalité parmi les hommes (1754), si era soffermato sullo
stacco esistente fra lo stato di natura dell’uomo e l’avvento di una lingua
pienamente formata, e Beauzée (1765), nella voce Langue della Encyclopédie
(vol. 1x), aveva risolutamente sciolto l'enigma, riproponendo la tesi
dell'origine divina della parola, del resto condivisa da numerosi altri autori,
quali Süssmilch e qualche anno dopo Court de Gébelin. È
interessante osservare come Colao Agata e Astore si attengano invece alla tesi
dell’origine per cause naturali, facente capo per un verso alla già ricordata
tradizione epicureo-lucreziana (che annovera al suo interno anche Diodoro
Siculo e Vitruvio, secondo i quali le lingue quali oggi le conosciamo hanno
attraversato uno stato primitivo corrispondente alla fase barbarica
dell’umanità), per un altro a rami minoritari della tradizione cristiana quali
Gregorio Nisseno o, di recente, il grande biblista francese Richard Simon.
Interessante in par17. Si vedano in proposito Ortes ele osservazioni proposte
in Gensini. Un motivo analogo nel già citato cap. xv1 delle Ricerche (cfr.
Beccaria, 1958, I, 329). 18. Per notizie su questa figura appartata di studioso
e considerazioni storico-critiche intorno al suo libro cfr. la nota
introduttiva e gli apparati proposti da Arturo Martone nella sua riedizione del
Piano (Colao Agata, 1997). 19. Notizie e bibliografia sull'Astore in Martone
ticolare l’argomentazione del cattolico Astore che, riprendendo lo schema
vichiano della doppia origine, dapprima dichiara di voler combattere le false
teorie dei libertini in materia linguistica, poi di fatto ne accoglie tutta
intera la bibliografia e le soluzioni. Una vocazione naturalista, dunque,
sottende a un po’ tutta questa incipiente filosofia del linguaggio made in Italy,
cui non si sottrae neppure la singolare figura di Ildefonso Valdastri?°,
modenese, che ancor giovane e ambizioso letterato ducale, a soli ventitré anni
antepone un Discorso filosofico sulla metafisica delle lingue al suo Corso
teoretico di logica e lingua italiana (1783), un libro ragguardevole anche per
sede e impegno editoriale, che sarebbe credo riduttivo iscrivere sotto l’etichetta di un
razionalismo di maniera. Dopo il consueto appello alle Scritture e ad Adamo
divino onomatete, ecco Valdastri dichiarare la sua preferenza per una
spiegazione laica dell’origine del linguaggio, in cui sulla falsariga delle
consuete fonti classiche, mediate col langage d'action condillachiano, si fa
spazio a uno sfondodella storia umana, che si ripete nell’apprendimento
linguistico del bambino, dominato dalle passioni e dal bisogno di comunicare,
dove l’iniziale inopia linguae cede via via all'interiezione accompagnata dal
movimento, all'onomatopea che contraddice (spiega l'autore) l'arbitrarismo
linguistico di Locke, infine al processo combinatorio dell'analogia che
lentamente amplifica le risorse espressive. Su questa base Valdastri innesta
una quantità di considerazioni sull'indole delle diverse lingue, fra le quali
spiccano quelle inerenti la molteplice musica che le caratterizza, cioé la
qualità individuale del profilo fonico e della prosodia, e che nel loro insieme
insistono su un tipico refrain del pensiero italiano, quel principio di
relatività che si muove in senso inverso alle coeve istanze di universalità del
razionalismo francese. Istanze ben più appariscenti nel dibattito
internazionale, che trovano, un anno dopo l'uscita del Corso, pieno
dispiegamento nel Discours sur l'universalité de la langue frangaise (1784) di
André de Rivarol, tanto apprezzato, come si sa, da Federico 11 di Prussia. Ogni
nazione scrive dunque Valdastri offre
egualmente all'Osservatore Filosofo, e al volgare un carattere tutto proprio
nell'ordinaria forma, e condotta delle sue maniere, e costumi, che dipende
nella sua origine dal clima, e dalla forma di Governo, di Religione, di
Pregiudicj, e da altre cagioni, e che riceve talora un'improntz costante dal
fuoco delle guerre, dall'influenza delle civili rivoluzioni, e dall’entusiasmo
di libertà, di politico interesse, e d'onore. Deve dunque imprimere 20. L'unico
studio che io conosco in proposito è quello, risalente al 1999, di Battistini
(poi in Battistini. naturalmente nella lingua che parla, l’idea del carattere,
che la distingue, perché la parola è l'immagine de’ pensieri, o stati
dell'anima, come questi lo sono dell'anima stessa, e degli oggetti naturali.
Siccome tutti gli uomini non concepiscono le cose in un medesimo modo, ne
prendono per esse un interesse medesimo, così non ponno nemmeno parlare in
un'identica guisa, e spiegare una stessa maniera d'esserne occupati, ed affetti
(1783 36-7). Le istanze universalistiche di cui si diceva hanno invece un posto
nel lavoro critico del celebre padre Francesco Soave, figura fondamentale delle
politiche educative, fra Milano, Lugano e Parma, e figura che conviene non
trascurare in questa sede per le sue non poche opere di interesse
filosoficolinguistico. Al tema della possibilità e utilità di una lingua
artificiale, aspirante a facilitare la comunicazione dei popoli, Soave dedicó
nel 1774 quelle Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale che
avrebbero suscitato, in seguito, le critiche fattuali e di principio del
Leopardi. Ma il suo scritto-chiave sono le Ricerche intorno all'istituzione
naturale di una società e di una lingua, e all'influenza dell'una e dell'altra
su le umane cognizioni, presentate in latino al celebre concorso dell’Accademia
berlinese del 1769, in cui risultò vincitrice l’ Abhandlung über den Ursprung
der Sprache di Herder, e poi pubblicate in italiano nel 1770 come premessa a
una Grammatica ragionata della lingua italiana che è stata oggetto di
considerazione critica in tempi recenti. Nelle Ricerche Soave riprende con cura
un po’ tutti gli argomenti connessi alla spiegazione sensistica dell’origine
del linguaggio, utilizzando a man salva Condillac e il Traité debrossiano,
uscito nel 1765, e cercando una mediazione rispetto alla già ricordata riserva
del Rousseau, ch'egli aggira sfumando e graduando per quanto possibile l'
intervallo tra la fase primitiva e quella del linguaggio sviluppato. (Vi sono
anche cenni alle capacità conoscitive degli animali, ripresi dall’ Histoire
naturelle del Buffon, che non mi pare emergano in altre voci italiane del
tempo). Nella figura del Soave si riassumono, in certo modo, tutte le istanze
filosofico-linguistiche di questa fase storica, presentate senza slanci
originali, ma con una ricchezza d’informazione e una chiarezza espositiva che
certo molto giovò alla diffusione in Italia delle teorie gnoseologiche e
linguistiche dell’empirismo e del sensismo, che il padre somasco si premurò di
emendare dalle parti più pericolose dal punto di vista dottrinario. Importante
fra l’altro la sua traduzione dell’ Essay come Saggio filosofico su l'umano
intelletto di Locke, ch'egli conduce sull’ Abridgment di John Wynne (1696) e
correda 21. Su questi aspetti del pensiero di Soave, si vedano Neis (2002) e
Fornara (2004), che ha anche curato una riedizione del testo (Soave di ampie
note esplicative e informative, circa autori e testi che, anche per la scarsa
conoscenza della lingua inglese, avevano scarsa circolazione. 3. Se,
lasciandoci alle spalle il quadro di autori e opere richiamato nel PAR. 2,
torniamo adesso agli interventi del C. in materia linguistica, l’immagine da
cui muoviamo non è più quella del pioniere che si avventura in campi finora
ignoti alla cultura italiana, ma piuttosto quella di un pensatore che, mentre
partecipa a un movimento di letture e di elaborazione concettuale in pieno
svolgimento, in esso isola alcuni temi privilegiati e li connette a un discorso
complessivo sul linguaggio e le lingue, il cui terminale è risolutamente
individuato nello stato e nelle prospettive della lingua letteraria nazionale.
Proviamo ad indagare alcuni aspetti del suo lavoro di linguista che, malgrado
il grande avanzamento degli studi in anni recenti, ci sembrano ancora
suscettibili di approfondimento. Dagli inediti che Roggia ci sta facendo
conoscere (C., in corso di stampa), sappiamo come gli interessi storico e
teorico-linguistici del C. siano maturati nell’ambito dell’incarico ufficiale
di professore di Lingue antiche assunto all’ Università di Padova a partire
dall'estate del 1767. Per adempiere ai suoi compiti di docente di Lingua
ebraica, tra l’altro, C. fu costretto a inventarsi una competenza di ebraista
che non aveva e dovette barcamenarsi fra i problemi classici del dibattito del
tempo,quale ad esempio quello relativo alla supposta derivazione da tale lingua
di tutti gli idiomi del mondo conosciuto. Non mancavano davvero autori e opere
autorevoli e di larga circolazione in cuila tesi tradizionale, che Johann David
Michaelis nel 1762 dichiarava ormai superata, veniva invece ribadita con grande
forza. Il celebre Glossarium universale hebraicum di Louis Thomassin (1697) e
il Thrésor di Augustin Calmet, uscito anche in italiano, congiuntamente a
Venezia e Verona, nel 1741, sono esempi tipici di questo orientamento. Che C.
si muovesse con grande cautela su questo tema si capisce, data la sua
formazione in seminario e data la delicatezza dei suoi doveri istituzionali di
docente; ma di certo in direzione ben diversa andava il suo più importante
intervento teorico del periodo, quelle lezioni De zaturali linguarum
explicatione (attribuibili ai primi anni Settanta) che hanno giustamente
attirato l'attenzione degli studiosi recenti. Ricordiamo che le tesi sostenute
in queste lezioni furono ritenute ancora valide da C. all'altezza della sua
opera matura, il Saggio sopra la lingua italiana del 1785, dal momento che vi
fece confluire, esattamente nel secondo capitolo del 11 libro, una lunga
citazione tratta dalla prima di esse, assai impegnativa sotto il profilo
teorico. Ancora nell'edizione 1800 del Saggio, ormai reintitolato alla
filosofia delle lingue, C. non si stancherà di proporre in nota integrazioni
dedicate alla teoria della naturalità delle lingue ivi sostenuta. È noto come
lo stesso abate indicasse nell’ Essai sur / ‘origine des connoissances humaines
di Condillac (1746) e soprattutto nel Traité de la formation méchanique des
langues (1765) del presidente de Brosses le fonti privilegiate di questo
aspetto del suo pensiero; del resto, una lettura a confronto delle Acroases e
dei testi debrossiani consente di individuare a colpo d’occhio numerose
tangenze o in qualche e caso vere e proprie riprese puntuali. In linea di
massima, C. ammette una fase originaria caratterizzata dall’assenza di capacità
verbali, in cui la comunicazione avviene tramite un condillachiano (e in certo
modo anche vichiano) linguaggio d’azione, seguita da una lenta genesi delle
capacità fonico-acustiche: dapprima limitate all’espressione dei bisogni
immediati (fase interiettiva), e successivamente arricchite dalla fase
imitativa dell'onomatopea, destinata a espandersi in relazione al crescere dei
bisogni e delle conoscenze grazie al meccanismo dell’analogia, quest’ultima
operante inizialmente fra corpo fonico e elementi della realtà, poi all’interno
delle combinazioni fra le parole e delle corrispettive liaisons des idées. Al
netto di qualche adattamento personale, siamo in un’orbita ben nota, vicina fra
gli altri al saggio di Francesco Soave citato poc'anzi. C. arricchisce il
quadro con un interessante riferimento alle affinità fra uomo e animali, che
sembrano lasciar intravedere una possibile risalita di quest’ultime verso il
piano del linguaggio (ne aveva parlato in maniera suggestiva La Mettrie, in un
celebre passo dell’ Homme machine); ma subito dopo piega verso l’idea di una
congenita linguisticità degli esseri umani, attenuata tuttavia dal carattere
tutto e proprio naturale, cioè immanente, materiale, della scoperta della
parola. Vengono messe a confronto due schiere di pensatori: quelli che riducono
il linguaggio al mondo del caso e dell’arbitrio (e vi riconosciamo senza
difficoltà la lunga trafila dei convenzionalisti di scuola più o meno
ortodossamente aristotelica e scolastica); e quelli che fanno dipendere dalla
natura la lingua originaria (fra questi Platone, gli Stoici, Publio Nigidio),
fra i quali spicca il nome di Leibniz. Ora, Leibniz era una fonte riconosciuta
di de Brosses, ma c'è motivo di ritenere che C. potesse aver attinto
direttamente ai testi del filosofo tedesco in relazione al tema che ci
interessa. Il punto è importante perché è esattamente grazie a Leibniz che la
concezione che per brevità possiamo chiamare naturalista si sdoppia, si separa
dal naturali22. Per un’analisi dettagliata del De naturali linguarum
explicatione si rimanda a Roggia (2012). Per un quadro dei rapporti con le idee
debrossiane cfr. Nobile smo
essenzialista di Platone (residuato ad esempio nella concezione tedesca della
Grundrichtigkeit der Sprache, di Schottelius e altri) e assume i tratti di
fisicità e insieme storicità riflessi nelle nostre Acroases. Il Traité
méchanique esce nel 1765, pressoché contemporaneamente ai postumi Nouveaux
essais sur l'entendement humain, stesi da Leibniz ma poi non pubblicati essendo
nel frattempo venuto meno Locke, il suo grande interlocutore. Se una loro
conoscenza va (a quella data) probabilmente esclusa per de Brosses, la
cronologia non la esclude invece affatto per C., vista anche la notorietà e la
diffusione di testi e temi leibniziani nella cultura veneta del pieno
Settecento. Ma una fonte testuale ancor più probabile è a mio avviso la Brevis
designatio meditationum de originibus gentium, ductis potissimum ex indicio
linguarum, del 1710, pubblicata nel 1 volume dei Miscellanea Berolinensia
(quanto è a dire nella prima serie di quelle Memorie dell’Accademia delle
Scienze di Berlino che tanta circolazione godevano al tempo), e ripubblicata
nel rv volume dell’edizione Dutens delle opere (1768), anch'essa largamente
diffusa. A parte una gamma notevolissima di riferimenti al ruolo
dell’etimologia e ai riflessi linguistici delle migrazioni dei popoli, la
Designatio comprende una delle più limpide formulazioni della teoria
naturalista elaborata da Leibniz sulla base di Epicuro e del suo grande
interprete seicentesco, Pierre Gassendi: Neque vero ex instituto profectae, et
quasi lege conditae sunt linguae, sed naturali quodam impetu natae hominum,
sonos ad affectus motusque animi attemperantium. Artificiales linguas excipio
[Leibniz fa riferimento alle svariate lingue universali, completamente
convenzionali, divisate da Wilkins, Dalgarno e altri]. At in linguis paulatim
natis orta sunt vocabula per occasiones ex analogia vocis cum affectu, qui rei
sensum comitabatur: nec aliter Adamum nomina imposuisse crediderim (Leibniz).
La nozione di naturale non ha dunque a che fare con un presunto rispecchiamento
di una qualsiasi essenza delle cose (non è mimesis tés ousias, per dirla col
noto passo del Crazi/o), ma con un filtraggio, psicologico e fonicoacustico,
dell’esperienza conoscitiva umana, còlta nella sua fase aurorale. La
combinazione fra elementi psico-affettivi (affectus), innescati spontaneamente
(quodam impetu) dall’attrito con certe circostanze (per occasiones), e certe
voci, vincolate analogicamente, cioè iconicamente, a quegli affectus, sono per
Leibniz, e per i pensatori che a lui si riferiscono, il nocciolo originario delle
lingue storiche: quelle nate paulatim, gradatamente, dal bisogno, che pertanto
si contrappongono ai linguaggi arbitrari, governati dalla scelta consapevole e
volontaria, e dunque istituiti, il cui prototipo sono le lingue universali, da
Becher a Wilkins, da Kalmar al nostro Soave. Non a caso Leibniz usa a loro
proposito il sintagma ex instituto, ben noto traducente del kata synthéken del
De interpretatione di Aristotele, inteso scolasticamente nel senso di ‘per
convenzione. L'umanità primeva cui Leibniz si riferisce non è dunque una
umanità rischiarata dalla ragione, e neppure è un’umanità adamica, portatrice o
interprete della sapienza divina, ma un aggregato semiferino di individui
soggetti a forti passioni, che viene poche righe sotto descritto in termini di
rudis barbaries. Ora, questo implesso di elementi si ritrova perfettamente non
solo nel C. delle Acroases padovane (ove fra l’altro si prende apertamente
distanza, e sia pure con la consueta cautela della doppia origine del
linguaggio, dalla narrazione biblica), ma ancora nel Saggio della maturità,
dove la lingua incoata delle età remote
(dunque non una lingua originaria in assoluto, ma già avviata, derivata da una
fase che sfugge alla nostra umana possibilità di risalimento) è presentata nel
modo che segue: Pressato l’uomo dal bisogno immediato di fissar con un qualche
nome gli oggetti che lo interessano, e di farli conoscere agli altri con ugual
prontezza, e colla minima ambiguità, non potea nella sua rozzezza ajutarsi con
altri mezzi che con quei due di cui la natura gli avea fatto uso spontaneo: la
tendenza all’imitazione e le primitive disposizioni dell’organo vocale (C.,
1800 34-5). Quel che non si ritrova nella fonte leibniziana, ed è certamente
dovuto allo sviluppo che lo studio dei processi della fonazione aveva subito,
dal Discours physique de la parole del Cordemoy (1668) fino a de Brosses,
passando per la ricerca squisitamente tecnica di Dodart, Ferrein e altri, è la
descrizione delle modifiche e degli adattamenti che hanno luogo nel tratto
sopralaringeo nel corso dell’articolazione linguistica, producendo la serie
delle vocali e delle consonanti, diverse da lingua a lingua. Torna però,
debitamente 23. Segnalo che questi elementi tornano e trovano la loro
espressione più limpida e completa nella Epistolica de historia etymologica
dissertatio, purtroppo rimasta incompiuta e divenuta nota agli studiosi solo
negli anni Trenta del Novecento (se ne veda un'edizione semidiplomatica in
Gensini, 1991). 24. Le si veda in C. (1810). La medesima impostazione del
problema nel Ragionamento preliminare al Corso di letteratura greca (1781).
Nella versione finale, preparata per l’edizione delle opere complete (vol. xx),
l'attacco del testo suona così: La vita delle lingue non è immortale né
inalterabile niente più che quella dell’uomo che ne fa uso. Rozze dapprima e
selvagge, poetiche per necessità, ridondanti per indigenza, crescono colla
nazione (C., 1806, I). 26. Per i riflessi italiani di questo dibattito si veda
Dovetto fisicizzato e reinterpretato nello scenario psico-affettivo che
conosciamo, il principio, che Leibniz a sua volta deduceva dal Crazilo e dagli
Stoici, di una ‘forza’ (vis) intrinseca di certi suoni o combinazioni di suoni.
E il caso del nesso sf, lungamente ragionato da de Brosses, in cui sembra
implicita un'idea originaria di stabilità materiale, che tuttavia si complica e
spesso sfuma lungo la marcia irregolar dello spirito nell'associazione e
derivazion dell'idee (nota apposta all'ed. 1800; cfr. C., 1800, 41). Il
riferimento di Leibniz alle crebrae translationes dei valori originari, che
rende spesso irriconoscibile la derivazione lessicale, e inevitabilmente fa
dello studio etimologico una disciplina non esatta, ma solo conjecturalis,
echeggia nell'accenno del C. all’ immenso deviamento delle lingue dalla prima
origine, e l' infinito mescolamento e intralciamento delle medesime (ivi, 40,
nota). 4. La teoria dello sviluppo naturale delle lingue rappresenta credo che
questo punto debba essere ribadito una sorta di scelta di campo a favore di una
visione radicalmente storica del linguaggio e delle lingue. Di fronte a questo
passaggio si erano fermati, come abbiamo accennato piü su, un Beauzée e un
Rousseau, e anche si era fermato, anni dopo, Court de Gébelin nella sua
Histoire naturelle de la parole (1776): ammettere, come aveva fatto Leibniz,
uno sviluppo graduale delle lingue implicava una soluzione all'antinomia posta
da Rousseau fra stato originario e stato maturo delle stesse; al modo stesso in
cui se è consentita una proiezione sull'oggi
l'odierna concezione dell'origine gestuale del linguaggio, promossa da Michael
Corballis negli anni Novanta e in seguito confortata dalla teoria dei
neuroni-specchio, prova a dare una risposta al saltazionismo di Chomsky,
Tattersall e dei loro seguaci. Sarebbe dunque errato, anche da un punto di
vista generale, liquidare come meramente archeologica la digressione C.ana, il
cui senso filosofico, abbiam visto, era stato condiviso, anzi talora
anticipato, da altre voci della cultura italiana di medio Settecento. Bisogna
tuttavia ammettere, per evitare di forzare in modo improprio la posizione del C.,
che la teoria dello sviluppo naturale delle lingue subisce, nel quadro del
Saggio del 1785, una vera e propria torsione. E opportuno seguire con
attenzione il dipanarsi di due distinti momenti. 4.1. Il Saggio ha, com'è noto,
una struttura a imbuto, nel senso che parte da una problematica generalissima,
i cui temi pienamente giustificano la scelta della dizione filosofia delle
lingue per l’edizione definitiva del testo, per via via restringersi di oggetto
fino alla focalizzazione esclusiva (applicazione è il termine che C. usa) al
caso della lingua italiana nelle sue attuali contingenze storiche. Ora, quando
ci si riferisce alla coraggiosa concezione dell'uso esposta nella prima parte
del Saggio, con la sua lucidissima e fervida rivendicazione dei diritti degli
utenti di essa parlanti e scriventi storicamente determinati , con il suo rovesciamento del tradizionale
principio di autorità, viene spesso evocata, come fonte delle posizioni
cesarottiane, la dissertazione De l'influence des opinions sur le langage, et
du langage sur les opinions di Michaelis, che aveva vinto (nella sua versione
originale in tedesco) il concorso bandito nel 1759 dall’ Accademia delle scienze
di Berlino ed era stata poi tradotta in francese e divulgata in un’edizione
bremense del 1762. Indubbiamente nella dissertazione di Michaelis si incontrano
affermazioni, come la seguente, che per il loro contenuto antiautoritario non
possono non aver affascinato e influenzato il giacobinismo linguistico di fine
secolo: Le langage est un Etat Démocratique: le Citoyen savant n'est point
autorisé à abolir un usage recu avant qui’ il ait convaincu toute la nation que
cet usage est un abus (1762, 148). Ma, a parte il fatto che il Saggio si situa
cronologicamente prima che la parola democrazia acquisti, anche in Italia, il
senso eversivo che assunse in Francia e altrove dopo il 1789, e di cui lo
stesso C. ebbe modo di fruire nei suoi scritti patriottici, il nome di
Michaelis è ricordato, del resto opportunamente, solo a proposito delle
differenze semantiche delle lingue; e la sua influenza si riconosce evidente,
fra 11 e m parte del Saggio, soprattutto nelle zone in cui l'autore si diffonde
a spiegare in che modo la lingua debba far luogo alle innovazioni intellettuali
e come queste, inversamente, giovino all’arricchimento del capitale
linguistico: che sono temi tipicamente michaelisiani, formanti l'oggetto
medesimo della premiata dissertazione. D'altra parte, il capitolo iniziale del
Saggio fa soprattutto leva su una nozione di uso, che, nei suoi aspetti
generali, chiama alla tradizione francese, avviata da Vaugelas e perfezionata
da Beauzée nella voce Langue dell Encyclopédie, nella quale trova una vera e
propria codificazione, destinata a reggere per molti decenni ancora,
riflettendosi, a tacer d’altri, negli scritti linguistici di Alessandro
Manzoni: Tout est usage dans les langues; le materiel et la signification des
mots, l'analogie et l’anomalie des terminaisons, la servitude ou la liberté des
constructions, le purisme ou le barbarisme des ensembles. C’est une vérité sentie
par tous ceux qui ont parlé de l’usage; mais une vérité mal présentée, quand on
a dit que l’usage étoit le tyran des langues. L'usage n'est donc pas le tyran
des langues, il en est le législateur naturel, nécessaire, et exclusif; ses
décisions en font l'essence: et je dirois d’après cela, qu'une langue est la
totalité des usages propres à une nation pour exprimer les pensées par la voix
(Beauzée, 1765, 249). Tuttavia,
se si rileggono in sequenza i celebri *principi in negativo che scandiscono la
prima parte del Saggio, si osserva che ciascuno di essi viene giustificato non
in base a un astratto, per cosi dire atemporale dogma dell'uso, ma in base alla
teoria naturalista-gradualista che ben conosciamo. Essa smonta qualsiasi
ipotesi che vincoli il funzionamento delle lingue a un periodo, a un'autorità o
a un tipo di uso o, peggio, di qualità intrinseca, assunti come privilegiati o
inalterabili: 1t Niunalingua
originariamente non è né elegante né barbara, niuna non è pienamente e
assolutamente superiore ad un'altra: poiché tutte nascono allo stesso modo,
cominciano rozze e meschine, procedono con gli stessi metodi nella formazione e
propagazione dei vocaboli, tutte hanno imperfezioni e pregi dello stesso
genere, tutte servono ugualmente agli usi comuni della nazion che le parla; 2.
Niunalinguaé pura. Non solo non n'esiste attualmente alcuna di tale, ma non ne
fu mai, anzi non puó esserlo; poiché una lingua nella sua primitiva origine non
si forma che dall'accozzamento di varj idiomi, siccome un popolo non si forma
che dalla riunione di varie e disperse tribù; 3. Niuna lingua fu mai formata
sopra un piano precedente, ma tutte nacquero o daun istinto non regolato, o da
un accozzamento fortuito (C., 1800 10-2). Né manca la ripresa del motivo del
clima (settecentescamente inteso come 'ambiente geografico, con le sue
caratteristiche che impattano sulla costituzione fisica dei popoli), chiamato come in
tanta letteratura critica del tempo, fino a Montesquieu a
spiegare le differenze diatopiche degli idiomi: 8. Niuna lingua é parlata
uniformemente dalla nazione. Non solo qualunque differenza di clima suddivide
la lingua in varj dialetti, ma nella stessa città regna talora una sensibile
diversità di pronunzia e di modi (ivi, 17). La notorietà di questi passi ci
esime da più lunghe citazioni. Vi é dunque un rapporto di dipendenza
logico-storica fra l'origine naturale delle lingue, il loro processo lento e
complesso di sviluppo ed elaborazione culturale, e la possibilità stessa di
contribuire a un loro arricchimento. È in questa chiave di ricerca che il
moderato C. trova i suoi accenti piü chiari e sinceri circa la libertà che
caratterizza l'uso linguistico, e il libero consenso che, in barba a ogni
autorità esterna, sempre lo governa. Un passo della seconda parte del Saggio
(che passa in rassegna partitamente prima i tratti del parlato, poi quelli
dello scritto) riassume la tesi di fondo dell’autore: che le lingue non si
formarono sopra un piano concertato e ricevuto generalmente, ma
sull'accozzamento accidentale delle varie abitudini d'uomini liberamente
parlanti, abitudini che a poco a poco si andarono avvicinando e rassettando
alla meglio con un’analogia naturale, che non poté però mai togliere affatto le
irregolarità originarie introdotte dall’arbitrio e convalidate dall’uso (ivi, 90).
Affermazione che è l’ideale (e probabilmente anche la testuale) premessa
dell’attenzione del Manzoni giovane ai modi di dire irregolari della lingua
(1825-26), che sfuggono alle leggi della grammatica, come pure dell’amore del
Leopardi per quei dispetti alla grammatica universale (Leopardi, 1991, 1321 =
Zib. 2419, s maggio 1822) che formano a suo avviso il nucleo della libertà
linguistica e della bellezza dello stile. 4.2. Fin qui la parte generale,
filosoficamente intenzionata, del Saggio. Ma quando la teoria dello sviluppo
naturale delle lingue viene testualmente evocata, nella seconda parte di
questo, l’autore non mira tanto a una discussione filosofico-linguistica, ma a
un’operazione in ultima istanza retorica e stilistica. Una nota apposta alla
terza edizione del Saggio ci ricorda che quello della formazion meccanica delle
lingue non era l’oggetto del suo libro e che la teoria in questione era stata
ripresa sol per servirsene come di base alla sua teoria sulla bellezza dei
termini (C., 1800, 37, nota). E fin dalle prime righe del capitolo, in cui è
spiegato che la lingua scritta soggiace alla giurisdizione della filosofia,
dell’erudizione e del gusto, apprendiamo che la filosofia ci mostrerà in che
consista la vera bellezza ed aggiustatezza delle parole, e i veri bisogni della
lingua; l’erudizione facendoci risalire ai sensi primitivi dei termini, e
informandoci degli usi, costumi, circostanze che diedero occasione ai varj
vocaboli, ce ne farà sentir con precisione l'esatto valore, e l’aggiustatezza,
o la sconvenienza (ivi, 32). Ciò non esclude che questa parte dell'opera abbia
anche un interesse teorico ben nota è ad esempio la discussione intorno
al genio delle lingue, distinto nel doppio versante del genio logico (grosso
modo quel che oggi chiameremmo con Saussure e Coseriu il sistema della lingua)
e del genio retorico (questo cangiante storicamente e soggetto alle dinamiche
dell’uso e del gusto); e attenzione merita anche lo schierarsi del C. a favore
della primazia della costruzione inversa (sostenuta com'é noto da Condillac,
Batteux e Diderot), tipico antidoto contro il razionalismo linguistico che
vedeva nel presunto ordre naturel del francese l’indizio di una originaria
vocazione alla verità e alla chiarezza. Nell’ insieme, però, il suo accurato
studio delle valenze etimologiche delle parole, del modo in cui queste
acquistano o perdono vividezza nell'uso, delle mutevoli capacità mediate
dal gusto di rappresentare icasticamente gli oggetti, ha
la precisa finalità di promuovere un uso elevato della lingua, nella sua
varietà scritta e prevalentemente nella sua declinazione letteraria. Il che non
può in fondo sorprenderci, se è vero che la posta politica del discorso
cesarottiano mira al piano tradizionale della questione della lingua, a
un’esigenza di rinnovamento importante soprattutto per l'apertura, giustamente
apprezzata da tutti i critici, ai linguaggi delle scienze e delle tecniche e a
quelli che Leopardi avrebbe di li a poco chiamati europeismi , ma fatta valere entro precisi vincoli di
tipo diamesico e diafasico. A questo quadro fa riferimento la ripresa del
modello trissiniano della lingua nazionale, fondato sulla prospettiva di
apporti plurali e regionalmente decentrati all’erario comune dell'italiano,
filtrati e garantiti dall'autorità di una nuova accademia, un Consiglio
nazionale certamente più articolato per composizione e pià liberale per orientamenti
della vecchia Crusca, ma pur sempre un'accademia, bilicata cioé tra erudizione
e gusto, saldamente ancorata agli usi di una ristretta élite intellettuale. La
stessa idea di due distinti repertori lessicali, uno etimologico e uno
dell'uso, affacciata nell'ultima sezione del 1v libro, non si discosta da
questo orizzonte, anzi, nell'omaggio fatto al disegno debrossiano di un
repertorio archeologico della lingua, organizzato per radici, si da far
risaltare nel lessico in uso le prime fila d'una lingua naturale (ivi, 218),
resta un passo indietro rispetto allo stesso progetto leibniziano esposto nei
celebri Unvorgreifliche Gendaken betreffend die Ausübung und Verbesserung der
teutschen Sprache (1696-97). Leibniz aveva sagacemente ipotizzato di separare
il Glossarium, cioè il repertorio storico, dallo Sprach-brauch (ovvero dalla
lingua dell'uso sincronico), ed entrambi dalla Cornucopia, riservata alla
vastissima messe delle parole tecniche e scientifiche. Mentre l'archeologico si
avvicina al Glossarium (ma Leibniz, pure molto interessato al problema delle
radici, si era guardato di tirare in ballo il recupero di una quanto mai
improbabile lingua naturale), il secondo lessico previsto da C. non distingue
fra 27. Si veda il par. 277 del Traité in de Brosses uso comune e aree
settoriali della lingua, né sembra appassionarsi agli usi orali (cui pure era
tutt’altro che insensibile), dal momento che si rivolge solo a chi vuole
intendere e maneggiar la lingua scritta (C., 1800, 217). I Gedanken, editi nei
Collectanea etymologica usciti postumi nel 1717, erano stati ristampati,
addirittura corredati di una traduzione francese, nel 11 tomo del vi volume
dell’edizione Dutens, ma è possibile che C. (se pure li abbia letti) li abbia
ritenuti troppo settorialmente indirizzati alla problematica tedesca
(Considerations sur la culture et la perfection de la langue Allemande suona il
titolo in traduzione). Un ulteriore aspetto di rilievo del Saggio è la distinzione
fra terminifigure e termini-cifre, contraddistinti i primi dalla ricchezza e
varietà delle idee accessorie, laddove i secondi assumono un significato
proprio e determinato. Il tema viene indagato da C. sotto una prospettiva sia
funzionale sia diacronica. La prima ha antecedenti in testi classici della
tradizione logico-linguistica, quali la Logique di Port-Royal o la prefazione
di Leibniz alla sua edizione delle opere di Mario Nizolio (1670), che
distinguono la semantica fisiologicamente fluttuante dei verba da quella
convenuta e definita dei zerzzizi, indispensabili alle scienze e più in
generale al lessico intellettuale. Si ricorderà come Leopardi, già nelle note
zibaldoniane del 1820, rilancerà la distinzione sostenendo che le parole, nel
senso anzidetto, sono in qualche modo l'organo dell'immaginazione, intesa a
associazioni libere e imprevedibili fra dati sensibili e valori linguistici.
(La tematica dei termini, d'altra parte, sarà successivamente riarticolata da
Leopardi in riferimento sia al lessico tecnico della chimica, sia agli
europeismi, come analizzare sentimentale ecc., che in tutte le lingue
occidentali veicolano il medesimo significato). Leopardi cita come fonte le
Ricerche del Beccaria, nelle quali a onor del vero non si trova esattamente la
distinzione in questione, bensì piuttosto è dato risalto a quel gioco alterno
di sensi onde per dirla col nostro C. nella
lingua tutto é alternamente figura e cifra. L'abate padovano aveva anticipato
questa riflessione nelle osservazioni apposte alla sua traduzione della seconda
Filippica di Demostene’, suggerendo che i significati, come normalmente accade
nella trafila 28. Si vedano in particolare i capp. xr1-xii1 della prima parte,
in cui viene esposta la necessità della definitio nominis negli usi tecnici e
filosofici delle stesse. Cfr. Arnauld, Nicole (1969 149-64). 29. Cfr. Leopardi
(1991, 123 Zib. 109-10, 30 aprile 1820). 30. In questo
interessantissimo scritto, ideale tramite fra le lezioni padovane e il Saggio, C.
ribadisce l'idea della naturale mutevolezza delle lingue, dalla quale fa
discendere l'intenibilità di qualsiasi estrinseco principio di purezza o di
autorità; dà una lettura classica 95 STEFANO GENSINI naturale delle lingue,
sono spesso originariamente traslati, funzionano cioè come immagini, assumendo
successivamente la fisionomia di indizi, per ridursi infine a segni quando la
vaghezza iniziale si sia neutralizzata a favore di sensi abituali e, al limite,
convenzionati. Se l'assunto della originarietà dei traslati, e in primo luogo
della metafora, era al tempo di C. convinzione consolidata (basti pensare alla
Logica poetica di Vico) e confortata dalla tradizione classica (lo stesso
Leibniz amava ricordare quel passo in cui Quintiliano ammonisce che paene jam
quidquid loquimur figura est; Inst. or., IX, 3, 1), non era invece affatto
scontata l’idea di una indeterminata peregrinazione dei sensi da usi figurali a
usi cifrati e viceversa; ed è probabilmente giusto cogliere in ciò una
ulteriore conseguenza della teoria naturale che sappiamo, svolta da C. dal
punto di vista della inevitabile mutabilità delle lingue.s. C. ha dunque svolto
un ruolo fondamentale, anche se non lo ha svolto da solo, nella conversione del
pensiero linguistico italiano da un orizzonte solo retorico e letterario a un
orizzonte filosofico. Credo che una corretta storicizzazione della sua
esperienza, riportandola al centro di un più ampio coro di voci intenzionate a
ripensare il linguaggio in termini teorici, non ne implichi affatto un
ridimensionamento o una svalutazione, ma anzi favorisca l’apprezzamento della
complessità e sistematicità del suo approccio, volto a mediare fra piano
filosofico, piano retorico e piano politicolinguistico. Resta fuori dalla sua
teoria dell'uso non è un paradosso il momento tecnicamente
sociale della lingua, il punto cioè in cui le differenze riconosciute e
pacificamente ammesse in termini descrittivi possono farsi critiche sotto
l'urto di rivolgimenti sociali e politici di vasta portata. È questa la
stagione di pensiero anche linguistico aperta dall'Ottantanove, che non lascia
tracce significative in una teoria definita in pressoché tutti i suoi tratti
ben prima di quella data fatidica. È la stagione al di là della quale si
collocano Manzoni, Leopardi, il giovane Cattaneo, con un nuovo tipo di sguardo
linguistico rivolto alle contraddizioni riversate dalla nuova società
postrivoluzionaria sugli assetti della comunicazione. Riflettendo su questa
fase a venire non solo della storia, ma anche, in piccolo, della riflessione
linguistica, sembra assumere un senso premonitore la decisione finale del
vecchio Cesa(ciceroniana e vichiana) del fenomeno della metafora, collegata ai
bisogni di significazione di una comunità parlante ancora rozza e
linguisticamente povera; vede nell’esercizio di una dispiegata arbitrarietà il
punto d’arrivo (e non di partenza) della pratica comunicativa. Il testo,
risalente alla seconda metà degli anni Settanta, si legge nel xxvn volume delle
opere: cfr. C. rotti di intitolare alla filosofia delle lingue la sua maggiore
opera critica: un senso che richiama da più punti di vista (e forse
volutamente) una ormai lontana, ma quanto mai saggia, suggestione di Michaelis:
En général les langues mériteroient que la Philosophie leur consacràt une
science particulière; mais il faudroit bien se garder de rédiger cette science
en système, avant que l'expérience en eût recueilli les détails (Michaelis).
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linguaggio in Vico e in C. di Andrea Battistini* Il titolo di questo intervento
è stato pensato in modo da evitare di dover dare conto delle idee linguistiche
vichiane ereditate direttamente da C. e con l’intento di proporsi invece il più
semplice obiettivo di coglierne le affinità e le differenze, senza la pretesa
di stabilirne le derivazioni dall’uno all'altro. Non che C. non sia stato
influenzato dalla Scienza nuova: il suo maestro Giuseppe Toaldo lo aveva
iniziato per tempo alla lettura di quest'opera, di cui si hanno citazioni
esplicite e tracce diffuse già nelle note apposte alla prima edizione delle
Poesie di Ossian edite nel 1763. Scritte a poco più di trent'anni, esse
mostrano una ricezione precoce, destinata ad affievolirsi nel corso degli anni,
come si vede dalla soppressione di molte di quelle chiose nelle edizioni
successive. Nel frattempo le conoscenze linguistiche di C. si ampliavano sempre
più a latitudine europea, fino a comprendere sia opere di autori già noti a
Vico, come Bacone, Leclerc, Bochart, Selden, Huet, sia di altri più recenti,
come Condillac, Rousseau, de Brosses, Hume. Molte ipotesi e molte possibili
spiegazioni di come sia nato il linguaggio avevano estesa e condivisa
circolazione ed è molto spesso impossibile individuarne la paternità, che pure
esiste quasi sempre alle spalle di chi, nel Saggio sulla filosofia delle
lingue, in un Avvertimento scritto quasi certamente da C., ammetteva di non
aver detto cose del tutto nuove, assunto in un tal soggetto impossibile ad
eseguirsi, pregiandosi anzi d'aver seguito le tracce dei più celebri
ragionatori del secolo sulla parte filosofica delle lingue (C., 1969, 17).
ILingue mute e fonazione Standoall'eclettico C., spesso indulgente verso la
dossografia, l’idea, in sé tutt’altro che nuova, che l’origine dei nomi sia
motivata e avvenuta Bologna. BATTISTINI per natura, a cui egli crede, è
minoritaria rispetto a quella di coloro che ne sostengono una formazione del tutto
arbitraria e immotivata'. Attraverso un’analisi comparativa condotta sulle
lingue di molti popoli, egli giunge alla conclusione che se nazioni
assolutamente diverse tra loro per clima, costumi, religione ricorrono a uno
stesso tipo di nomenclatura, risulta chiaro che questa nomenclatura non l’hanno
presa da altrove se non dalla natura *. Certo è che, oltre a Condillac, a de
Brosses e a non pochi altri, anche Vico la pensava allo stesso modo, attraverso
un analogo metodo comparativo fondato sul principio euristico enunciato nella
Degnità X111, quello per cui idee uniformi nate appo intieri popoli tra
essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero?. Nel caso
specifico il motivo comune era in origine una lingua muta per cenni o corpi
ch'avessero naturali rapporti all'idee ch'essi volevan significare (SN44, 32).
La connessione tra i gesti e ció che essi vogliono designare sarebbe dunque
avvenuta per un legame naturale tra significante iconico e significato.
Addirittura per Vico la comunicazione avveniva senza nemmeno il gesto, ma
presentando direttamente gli oggetti che si volevano designare, secondo quanto
ricavava da un proverbiale aneddoto avente per protagonista il re sciita
Idantura (SN44, 99). Di queste parole, chiamate reali, da res, C. non fa
menzione, perché, da linguista, pur riconoscendo che ovviamente il linguaggio
dei cenni possa servire a comunicare, gli concede nella trattazione uno spazio
più contenuto, ritenendo che é sempre la voce l instrumentum praesentissimum ,
utile ad sensus tamen aperiendos, opemque poscendam (C, 69)*. Per Vico viceversa, che ragionava
da antropologo, la lingua della prima età degli déi era quasi tutta muta,
pochissima articolata (SN44, 446) e per questa maggiore indeterminazione
lasciava ampi spazi alla fantasia per creare i miti, termine questo da cui
deriverebbe appunto mutus (SN44, 401). L'interesse preminente di C. per la
comunicazione vocale spiega lo scarso rilievo che hanno in lui i geroglifici e
in generale la scrittura, 1. C. (1810 66-7). Per la frequenza dei riferimenti a
questo volume, d'ora in poi per indicarlo si adotterà la sigla C. 2.C, 130. Le
traduzioni in italiano sono tratte, quie in seguito, da C. (in corso di stampa)
e sono dovute al suo curatore Carlo Enrico Roggia, che ringrazio per avere
messo a disposizione il suo lavoro prima della stampa. 3. Vico (1999', 499).
Per la frequenza dei riferimenti alla Scienza nuova del 1744, d'ora in poi per
indicarla si adotterà la sigla sv44, seguita, anziché dal numero di pagina, dal
numero di capoverso, secondo la numerazione che ne fece Fausto Nicolini. 4.
Stesso concetto nel più tardo C. LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C.
sorta a suo dire molto più tardi del parlare’, e perciò meno considerata in
rapporto alla questione genetica del linguaggio, mentre Vico rimprovera i dotti
che stimarono cose separate l’origini delle lettere dall’origini delle lingue,
le quali erano per natura congionte (SN44, 429). Per lettere egli non intende
quelle dell’alfabeto, che presuppongono un linguaggio articolato e fonetico di
cui sono la trascrizione, ma tutti quei segni che per trasmettersi si fondano
sull’organo della vista anziché su quello dell’udito (Cantelli, 1986, 25). Per C.,
essendo più diretto il rapporto che intercorre tra i suoni vocali e i corpi
sonori diffusi in natura, questo nesso di carattere acustico risulta unico, preciso
e distinto in quanto più motivato, laddove la denominazione degli oggetti
visibili che non hanno veruna specie d'analogia con la voce stabilisce tra
parole e cose un rapporto vago, confuso, molteplice (C., 1969 33-4). Ora, è
vero che anche Vico, fedele alla sua ipotesi genetica che nega l'origine
convenzionale e riflessa del linguaggio, fa discendere le prime voci articolate
dotate di un qualche significato dall'imitazione dei suoni esistenti in natura,
attribuendo un'origine onomatopeica ai nomi delle prime divinità, ma poi il suo
discorso prende una direzione diversa. Cosi, mentre Vico indugia poco sulle
modalità di formazione dei suoni, accontentandosi, in linea con la tesi della
somma barbarie dei primi tempi dell'umanità, di far notare che l'istrumento
d'articolare le voci dei primi uomini era formato di fibbre assai dure (SN44,
462), incapaci di emettere non più che suoni monosillabici, C., se per un verso
condivide la tesi che gli organi informi, ed irrigiditi rendevano i primitivi
ben più atti ad imitare gli ululati dei lupi, e i ruggiti dei leoni, che il
canto degli usignoli, per un altro verso si sofferma in più occasioni, con
interessi fisiologici derivati dagli studi medici, sul ruolo e la
predisposizione degli organi che attendono alla fonazione?*, la cui differente
struttura da popolo a popolo é posta a fondamento degli esiti alloglotti di una
stessa parola in s. Cum scribendi arte, aliquanto serius quam par fuerat,
inventa. Verum enim vero multo prius loqui quam scribere (C, 145). 6. La priorità
della percezione uditiva era già rivendicata nei frammenti sull'etimologia,
dove si constatava che i primigenia verba e le organicae voces per aures, quae
lis unice sunt perviae, species oculis objectas in animum invehant (C). 7.
Questo Ragionamento, risalente al 1762, non fu ristampato nella parte delle
Opere curata dallo stesso C. perché considerato frutto ancora troppo immaturo.
Fu peró edito in C. (1813, dove la cit. è a 2), ossia in appendice alle Opere.
Modernamente lo si trova in C. (1960, dove la cit. è a 55). 8. C 29, 70; C.
(1969, 32) ecc. Una sorta di legge generale è che singulas linguas nihil esse
aliud quam varios singulorum populorum sentiendi atque intelligendi BATTISTINI
lingue diverse, come nel caso del greco, che rifiuta voci difficili da
pronunciare e, sostituendole con altre, le allontana dalle loro forme
originarie (C, 51). E addirittura dal punto di articolazione più o meno facile
da usare si può dedurre la maggiore o minore antichità di una voce. Per gli
uomini e le donne di nazionalità europea è più facile, per esempio, pronunciare
le bilabiali, lasciando intendere che parole dotate di questi fonemi possono
avere una più lontana origine, come C. deduce osservando le prime articolazioni
dei bambini (C., 1969, 35). Egli si serve dell’ontogenesi per proiettarla sulla
filogenesi, come quando, per dimostrare che nei primi uomini la percezione
delle cose precedette di molto la capacità di giudicarle, fa riferimento al
comportamento dei bambini, che si appagano nel sapere come si denomina un
oggetto, quasi che la sola conoscenza del significante equivalesse alla
comprensione del suo significato (C, 101). Talché in un altro suo scritto può
fissare l'equazione per cui primaevi homines infantes humani generis jure
censendi (C), esattamente come per Vico i primi uomini sono come fanciulli del
nascente gener umano (SN44, 4), sentendosi quindi autorizzato a estendere a
ogni passo il comportamento linguistico dei bambini a quello dei primordi
dell’umanità, in attuazione del canone gnoseologico che va a ritrovare i
principi del mondo civile, in quanto opera dell’uomo, dentro le modificazioni
della nostra medesima mente umana (SN44, 331). Ció che invece non ha una uguale
rilevanza ermeneutica sono per Vico i fattori climatici, tanto che in tutta la
Scienza nuova si accenna in un punto e di sfuggita che i popoli per la
diversità de’ climi han sortito tanti costumi diversi e che da questi sono nate
altrettante lingue (SN44, 445), e in un altro punto si segnala la differenza
tra le menti pigre dei nati nel freddo Settentrione e le aggiustate nature dei
viventi nella zona temperata (SN44, 1090-1), senza che peró che questo
principio abbia delle concrete applicazioni e verifiche. Il fatto è che Vico
non fece in tempo a conoscere il De l'esprit des lois, edito quattro anni dopo
la sua morte, nel quale Montesquieu poneva l'accento sull' influenza esercitata
dal clima sul carattere dei popoli, e non solo sui comportamenti ma anche sulla
loro morale, introducendo nella cultura europea un fattore che, anche per quanto
sosteneva la scuola dei fisiocratici, diventó quasi obbligatorio tenere
presente e citare ovunque. modos, pro diversa vocalium organorum structura
diverse expressos: quos ad modos certa aliqua ratione confingendos cum cocli
solique temperies (C. LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. Da parte sua C.
che, pur sancendo l’incontenibile diversità delle lingue, sembra
rammaricarsene, rimpiangendo illuministicamente la loro progressiva perdita di
unità, annovera tra le cause di cambiamento anche la caeli, solique diversitas
(C, 51), capace di conformare diversamente l'anatomia degli organi vocali,
rafforzando o indebolendo le loro fibre. E con una buona dose di psicologismo
si spinge ad affermare che la mobilitas et flexilitas è tra i popoli
settentrionali maggiore nella parte esterna della vocalis machina, mentre tra i
popoli meridionali l'elasticità connota di più la parte interna (C, 270). Su
questo abbrivo azzarda perfino a trovare un qualche legame tra la struttura
meccanica delle lingue condizionata dal clima e gli ingegni e costumi dei
popoli, in modo che la testura delle voci latine corrisponde bene alla forza
pacata dei romani e la sonorità della lingua spagnola rifletterebbe il
carattere supercilioso e la tumida gravità
di chi la parla, rispetto alla quale, mosso da un impulso
campanilistico, C. si sente autorizzato a lodare gli animi sinceri e la
mitissima umanità dei veneti, deducibile dalla loro parlata chiara, spedita,
carezzevole (C, 273). Non si deve peró credere che egli abbia una visione
rigidamente deterministica: la straordinaria ricchezza della letteratura greca,
per esempio, non va attribuita aeri caeloque, ma maturae syntaxeos
constitutioni, et analogiae origini (C, 8). Finché poi, nei Rischiaramenti
apologetici posti in appendice al Saggio sulla filosofia delle lingue, è lui il
primo a raccomandare di non attenersi a giudizi 4 priori fondati sopra
argomenti esterni, tra cui appunto quello del clima, alquanto men solido di
quel che può sembrar a prima vista (C., 1969, 131). Vico sicuramente vi si era
attenuto ancor meno perché molto più di C. mirava a cogliere, di là dalle
differenze storiche e climatiche contingenti, un dizionario mentale comune a
tutte le nazioni, affacciatosi fin dalla prima edizione della Scienza nuova e
poi sempre ribadito nelle seguenti. Banco di prova sono i proverbi, definiti
massime di sapienza volgare che, per quanto per tanti diversi aspetti
significate, sono l istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e
moderne, al punto che si può formar un vocabolario mentale comune a tutte le
lingue articolate diverse, morte e viventi (SN44, 161-2), in qualche modo
analogo e parallelo alla storia ideale eterna, la cui struttura profonda è una,
di là dai singoli corsi che fanno le nazioni. Momento privilegiato è quello
dell’origine della civiltà che coincide con l’origine della lingua, formatasi
ovunque negli stessi modi pur in climi diversi. L'antropologo e il linguista
Nel luogo più conosciuto della Scienza nuova si legge che il passaggio dalla
condizione ferina alla condizione umana avvenne al fragore del primo tuono e
del primo fulmine, due fenomeni i cui scoppi e boati furono scambiati perle
voci di una divinità violenta e tirannica che con quei suoni terrificanti
voleva impartire ordini ai bestioni, i quali a loro volta proiettarono su
quella fantasticata entità vivente la loro natura collerica e dispotica.
Simultaneamente sorse il linguaggio, di natura onomatopeica. Zeus infatti, nome
dato in greco al primo dio identificato con il cielo, è, con la spirante
alveolare sonora /z/, voce onomatopeica del fischio del fulmine (SN44, 447).
Tuttavia l’insistenza vichiana su quei primi uomini che alzarono gli occhi ed
avvertirono il cielo (SN44, 377) sembra anche sottintendere letimo del Cratilo
platonico (17, 398c), secondo cui 4ntropos significherebbe proprio ‘colui che
vede le cose e si rende conto di ciò che ha visto’. Nella sua ricostruzione
antropologica la vista, ancor più dell’udito e quindi della fonetica, è il
senso dominante, non solo perché è a fondamento delle differenze di classe tra
eroi e plebei, essendo i primi, a differenza dei secondi, più robusti e quindi
capaci di inerpicarsi sulle cime dei monti da cui osservare il cielo e
interpretare attraverso il volo degli uccelli la volontà degli dèi,
inaccessibili a chi non può trarre gli auspici’, ma anche perché la sua
indagine si fonda su fonti chiamate da Vico frantumi o rottami, il cui
significato è proporzionale all'ampiezza del termine filologia, avente per
oggetto di studio la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall'umano
arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti cosi
della pace come della guerra de’ popoli (SN44, 7). In verità anche per C. il
concetto di critica filologica ha un'accezione quanto mai inclusiva,
abbracciando la mitologia, la geografia, le arti, le opinioni, i costumi e le
usanze (C., 1809, 239). Sennonché nell'apparente identità della definizione si
celano impieghi e obiettivi profondamente diversi. Per Vico la filologia
fornisce il certo, da combinarsi con il vero della filosofia, a costituire una
simbiosi avente per fine la ricostruzione del sorgere del mondo civile e la
comprensione 9. Si considerino insieme $N44, 377 (pochi giganti, che dovetter
esser gli più robusti, dispersi per gli boschi posti sull'alture de’ monti) con
$N44, 25 (comandavano ciò che credevano volesser gli dèi con gli auspici, e 'n
conseguenza non ad altri soggetti ch'a Dio). della mentalità dei primi uomini.
Per C. invece tutto il lavoro della filologia, parimenti in collaborazione con
la filosofia, si deve proporre quest’unico fine, che dal cumulo di errori da
cui Panimo umano è assediato ne venga rimossa una parte, quale che sia *. Ne
consegue che per lui sono negative tutte le forme linguistiche che si
allontanano dai significati originari delle parole. Non per caso dedica una
serie di lezioni a De erroribus ex tropico genere locutionis ortis. Da una
parte i traslati possiedono indubbie qualità poetiche, grazie allo scambio
reciproco delle qualità del corpo e dell’animo e alla raffigurazione icastica
di singoli particolari in luogo di concetti astratti e remoti dai sensi (C, 152);
ma dall’altra non si può negare che il considerare cose analoghe in natura come
identiche nelle parole che le esprimono genera veri e propri vitia linguistici,
inevitabili quando ai primordi prevaleva l’uso della fantasia, che accorpa ciò
che è soltanto simile, ma che, con l’intervento del giudizio, che si preoccupa
di separare ciò che è diverso (C, 88), occorre emendare purgatis praeparatisque
rationali philosophia mentibus (C, 105). Ed è vivissimo il rimpianto che
foetibus linguae non ci fosse stata la filosofia a fungere da ostetrica , la
quale con il suo razionalismo avrebbe impedito che sorgessero biformes imagines
a turbare l’ intelligentiae officium (C,
86). Gli errori di pensiero dovuti a un'interpretazione sbagliata dei traslati
nel momento in cui vengono presi alla lettera sono denunciati da Cesarotti con
la massima durezza: si tratta di ineptiae, di mentis monstra, di cui nulla è
absurdius, dovute a vanissimae artes, per non dire di vecordia , opera di persone che
vehementissime insaniunt. Dinanzi ad accenti cosi virulenti non si deve
ignorare la componente retorica di questi testi, appartenenti al genere
didascalico, essendo quasi tutti orazioni, lezioni, conferenze, o, per
ricorrere a un termine dello stesso C., exercitationes. Occorre insomma tenere
conto della distinzione fatta dallo stesso autore in una sua Istruzione d'un
Cittadino, e il Patriottismo illuminato risalente alla stagione napoleonica,
nella quale distingue tra il linguaggio del filosofo che conversa liberamente
colle sue idee e quello dello scrittore onesto e avveduto, che costante nella
parte essenziale dei suoi sentimenti, li atteggia perd egli e configura nel
modo che meglio conviensi all'esigenza delle situazioni, e ai doveri di
cittadino e di suddito (Cesarotti, 1808, 233). Indossando la veste di scrittore
onesto e avveduto 10. Arbitror necessarium esse ut utraque [Philosophia simul
et eruditio] id omnem intendant operam, ut errorum cumulo quibus obsidetur
humanus animus quotacumque pars detrahatur (C, che si rivolge in primo luogo ai
giovani, deve calcare la mano sui rischi di incomprensione che si celano nei
fraintendimenti linguistici sorgenti quando entità di valore puramente segnico
sono proiettate sul piano della realtà, specie se investono la sfera del sacro,
nel qual caso l’errore diventa perniciosus, exitiosior, causa di impia
superstitio e di foedissimus cultus,
consistente tra l'altro nell'animismo, nel politeismo, nell’idolatria, nella
zoolatria, nell'ornitomanzia, nei casi in cui animali presi a simbolo di una
divinità sono essi stessi divinizzati. Di là dall'enfasi retorica dettata da
ragioni pedagogiche, il compito che C. assegna alla scienza e allo studio delle
origini del linguaggio, seguito poi nei suoi passaggi da quando esisteva un
rapporto di necessità tra res e verba a quando questo rapporto si perse
diventando arbitrario, consiste nel sapere che cosa sia stato a pervertire
[perverterit] le menti di uomini acutissimi al punto da far loro tributare una
fede religiosa a opinioni tanto assurde (C, 49). Anche Vico, naturalmente,
riconosce che i tropi e iz primis la metafora sono nati da un mancato uso
dell’intendimento (SN44, 402), ma, lungi dal parlarne in termini di errori,
vede in essi il processo originario della conoscenza umana, peculiare dei tempi
in cui l'assenza di razionalità impediva l'astrazione logica del concetto. Come
si è già ricordato, la civiltà stessa nacque, a ben guardare, con una metafora,
quando i bestioni, allo scoppio del primo tuono e all’apparizione del primo
fulmine, immaginarono che questi fenomeni naturali fossero la voce di una
divinità, intesa quale essere antropomorfo, con un translato che Quintiliano
avrebbe definito dall’inanimato all'animato (Inst. or., VIII, 6, 9-10). La memoria
e la fantasia, unite all’ingegno, fecero sì che, una volta creatosi un dio a
propria immagine e somiglianza, i primitivi ritenessero che tutto ciò che aveva
a che fare con il cielo (altri fenomeni atmosferici, moto delle stelle, voli
degli uccelli...) fosse il linguaggio con cui questo essere superiore
comunicava con loro. Incapaci di astrarre con un pensiero logico e attraverso
concetti razionali, i primitivi finirono per attribuire sempre allo stesso
ente, chiamato nella fattispecie Zeus, con voce onomatopeica, tutto ciò che era
di provenienza celeste. Vico si guarda bene dal giudicare questo processo di
identificazione definito universale fantastico secondo il metro dell’
universale intelligibile dei logici, a differenza di come sembra inclinare C.,
il quale scorge in quella identificazione una successiva fonte di errori. La
formula vichiana, considerata la chiave maestra della Scienza nuova (SN44, 34),
non é facile da condividere perché propriamente ha un connotato ossimorico, non
potendo ciò che è fantastico, in quanto legato alla soggettività, LE ORIGINI
DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. essere universale; ma in questo caso lo è,
perché tutti i fenomeni di una certa specie si spiegavano riportandoli sempre a
un unico individuo. La metafora quindi appare nelle età primitive un surrogato
dei concetti, una forma speciale di logica, detta da Vico poetica, che, non
potendo avere la stessa capacità di astrazione, si sviluppa sotto forma di
mito, giustificando la definizione vichiana di picciola favoletta (5144, 404).
Poiché la metafora era un prodotto della fantasia e non dell’intelletto e
annullava ogni senso della differenza, si potrebbe considerare la metafora dei
primitivi come una catacresi, nata per inopia di generi e di spezie (SN44,
832), giacché è assente quella consapevolezza di irriducibilità che in forma
tacita e implicita permane sempre nella coscienza di noi moderni, nel momento
stesso in cui sanzioniamo in forma esplicita la fusione di due o più
significati. Le catene di metafore che davano vita ai miti contenevano, spiega
Vico, sensi non già analoghi ma univoci (SN44). Per fare un esempio molto
chiaro: quando noi moderni diciamo quel tizio è Ercole, in realtà intendiamo
dire che è un Ercole, che è come Ercole, nel senso che è così forte da possedere
le caratteristiche del mitico Ercole, senza però, ovviamente, esserlo. Per i
primitivi invece il predicato collimava perfettamente col soggetto, in un'
identità assoluta. C. ha compreso benissimo la teoria vichiana dell'universale
fantastico quando spiega come i primi uomini rudi e selvaggi trasferirono,
ingannati dall'analogia, abitudini e affetti umani a entità inanimate e prive
di sensibilità (C, 71), in linea con quanto asserisce la Degnità 1, dove si
legge che l'uomo, per l'indiffinita natura della mente umana, ove questa si
rovesci nell’ignoranza, egli fa sé regola dell universo (SN44, 120). Quei
silvestres homines ac rudes sono obstupentes (C, 71), che sembra la traduzione
letterale dei bestioni vichiani, che sono tutti stupore (SN44, 1097). Non solo,
ma il passo mostra anche di condividere il processo linguistico e insieme
gnoseologico che, come in Vico, fa derivare l'universale fantastico
dall'antonomasia, allorché fattasi la mente più vigile e più sottile arriva
infine a pensare che nei singoli uomini forti c'è un qualche principio per cui
sono forti, e si costruisce un qualche archetipo da cui discendano tutte le
cose che solitamente vengono compiute dagli uomini valorosi, e sul cui modello
vengano comparati, come a una pietra di paragone, tutti gli uomini e le cose
forti (C, 108). Derivano di qui i miti delle fatiche di Ercole, dal momento che
si Herculis nomen fortibus quibusque viris addictum credimus, jam omnia quae de
BATTISTINI fortibus viris dicentur Herculi accident, et ex historia fabula
exsurget (C, 10). E se le sue imprese sono tante, impossibili a essere compiute
da un solo uomo, è per la natura aggregante e inclusiva dell’universale
fantastico, che sotto un solo nome raccoglie gesta di altri eroi, alcune vere,
altre inventate secondo la fama. È significativo che queste riflessioni,
derivate senza dubbio da Vico anche se non viene mai nominato in questo luogo,
si trovino nelle lezioni dedicate alle origini dell’eloquenza. A tacere dello
stesso principio ermeneutico, che esige da chi cerchi di conoscere l’intima
natura e l' indole di quella facoltà o arte a cui specialmente si è votato di
mettersi direttamente da subito a indagare e ricercare la sua origine più
remota (C, 99), parafrasi della Degnità
x1v (Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con
certe guise ), anche la tesi stessa, sorretta dall'idea che la poesia ha
preceduto la prosa e che quindi ogni discorso antico era poetico, coincide con
l'asserto vichiano che vuole i primi popoli per natura poeti (SN44, 1030). Non è un caso che la stessa
parafrasi di che cosa è l'universale fantastico e di come esso si forma
compare, questa volta con un esplicito rinvio agli alti e speculativi principi
di Vico, nel Ragionamento storicocritico che apre la doppia volgarizzazione, in
prosa e in poesia, dell’ //;ade. Qui C., per dare l'idea di cosa fosse la
favella mitologica, ch'era la lingua naturale dei popoli nell' infanzia della
società, si prova a tradurre una frase che con un moderno linguaggio del tutto
astratto e filosofico sarebbe la virtu non lascia invendicate le ingiurie dell
amicizia e che, presso i primi uomini, sarebbe diventata: Achille uccide Ettore
uccisor di Patroclo (C., 1809 19-20). Non c’è bisogno di riportare anche il
secondo esempio relativo a Ulisse quale universale fantastico della sapienza
per comprendere che se il modo di esprimersi di Omero era molto poetico, sul
piano linguistico le approssimazioni semantiche di queste locuzioni
mitologiche, nel momento in cui istintivamente abbelliscono il messaggio con la
fantasia di un racconto, al tempo stesso, nel ricorrere al concreto in luogo
dell’astratto, si allontanano dal loro referente concettuale. Si direbbe che C.
arretri alle forme originarie o primitive del linguaggio per proiettarle e
valutarle sul metro del più tardo modo razionale e logico di comunicare e per
denunciarne le insufficienze, mentre lo sforzo di Vico prende la direzione
opposta di ringiovanire e di rimbarbarire la propria mente moderna
disseppellendo in sé stesso i valori poietici, cioè creativi, che possono
scaturire dalle componenti sensuose e fantastiche, indebolite o, a dirla con il
suo stesso lessico metaforico, assiderate dall’imIIO perio razionalistico, ma
mai del tutto cancellate, e capaci di riemergere una volta che con un rito
catartico la mente si sia purificata dalle sottigliezze analitiche del
presente. Se l’azione di C. linguista consiste, per riprendere una volta di più
il lessico fisiologico ed espressivo del filosofo napoletano, nel purgare la
ragione appannata dai sensi fino a restituirle la sua nitidezza, Vico esige
invece d’immergere tutta la mente ne’ sensi (SN44, 821). Ciò non toglie che C.
comprenda bene le tesi della Scienza nuova e non solo le esponga correttamente,
ma anche ne arricchisca l'esemplificazione. E il caso degli apologhi, che Vico
chiama episodi, ossia racconti digressivi inseriti in un discorso, tipici di
una favella per somiglianze, immagini, comparazioni (SN44, 832), dovuta alla
grossezza delle menti eroiche, che non sapevano sceverare il proprio delle cose
che facesse al loro proposito (SN44, 457). Il loro autore più antico, Esopo, è
da lui considerato un altro universale fantastico, rappresentante della classe
sociale dei plebei sottomessi agli eroi, al quale sono attribuite favole aventi
quasi sempre per protagonisti animali significanti virtù o vizi morali (SN44,
424). Dal canto suo C. fa ancora di più e cita a riprova l'apologo risalente a
Fedro dellupo e dell'agnello, simboleggianti rispettivamente l'uomo prepotente
e quello remissivo (C, 109). Nelle sue lezioni sull’origine dell'eloquenza
questa procedura comunicativa pareva peró non dicenti commoda et audienti
molesta (C, 130), facendo al destinatario di questo tipo di messaggio l'effetto
di un uomo che ha fretta di arrivare in patria e concentrato sulla strada che
una guida non espertissima conduca intorno percorrendo lunghi giri e labirinti
inestricabili (C, 130). Vico non nega che questo linguaggio delle origini sia
dovuto alla somma povertà de’ parlari (SN44, 581), alla somma semplicità e
rozzezza delle menti (SN44, 522), e ai sentimenti vestiti di grandissime
passioni (SN44, 34), ma al tempo stesso riconosce che esso é comunque
sufficiente e pienamente adeguato a quei tempi dei primordi in quanto a quelle
menti corte basta arrecarsi un luogo dal somigliante per essere persuase, come
dimostra l'apologo di Menenio Agrippa, che fu sufficiente ad ammansire la plebe
in rivolta con la stessa efficacia argomentativa che nei tempi illuminati e
col11. Nell'autobiografia Vico denunzia i mali prodotti dall insegnamento della
logica negli anni dell'adolescenza perché il connesso metodo algebrico assidera
tutto il più rigoglioso delle indoli giovanili, lor accieca la fantasia, spossa
la memoria, infingardisce l’ingegno, rallenta l’intendimento (1999, 1, 17). 12.
Identiche, anche nellessico, le cause additate da C.: linguae inopiam, mentis
crassitiem, affectuum turbas tres potissimos esse statuimus poetici sermonis
fontes (C. ti è raggiunta dapprima con l’induzione socratica e poi con il
sillogismo aristotelico (SN44, 424). 3 La sintassi delle passioni La distanza
di tempo che separa C. da Vico (non si dimentichi che il padovano nasce
nell’anno in cui esce già la seconda edizione della Scienza nuova) consente al
primo di mettere a profitto un dibattito sulle origini del linguaggio che il
secondo non ha potuto conoscere, anche se ne ha anticipato alcuni temi. È il
caso della disputa sulle inversioni della frase, su cui all’incirca dalla metà
del Settecento in poi intervennero quasi tutti i maggiori intellettuali
francesi e alcuni degli italiani. Vico, pur essendo impegnato soprattutto a
studiare il lessico dei primitivi, non può ignorare nemmeno l ordine, ossia le
naturali cagioni della sintassi (SN44, 454). A questo proposito, insieme con le
perifrasi, i pleonasmi, le digressioni, considera tra le spie di una lingua
arcaica anche i torni (SN44, 458), un hapax, questo, che nell’accezione di
‘giri di frase’, ‘ordine inconsueto della frase, non è attestato nel
Vocabolario della Crusca e nemmeno nel Dizionario della lingua italiana di
Tommaseo e Bellini. La diversa disposizione che le parole ebbero nella parlata
dei primi uomini rispetto al moderno dettato deriva per Vico dal ritardo con
cui si formarono i verbi, l’ultima parte del discorso a nascere perché comporta
la cognizione del passato e del futuro, difficilissima da intendersi, sempre a
suo dire, perfino dai filosofi (SN44, 453). Non collega invece la pratica delle
inversioni, come fa C., all’urgere delle passioni, ovvero a istanze
impulsivo-espressive che in una frase porrebbero al primo posto le cose e i
concetti che maggiormente colpiscono dal punto di vista emotivo, secondo la
psicologia dei primi uomini. In Francia fu Batteux a sostenere che il vero
ordine naturale del linguaggio non è quello logico-grammaticale, come
ritenevano, tra i tanti, Du Marsais e Beauzée nell’ Encyclopédie,
rispettivamente nelle voci Construction, e Inversion e Langue, ma è quello
originario che dipende dall’ intéret suscitato dalla sfera passionale,
equivalente forse all’ attention di Condillac, C., come è stato dimostrato da
Antonio Viscardi (1947, 210), 13. Cfr. Batteux (1763; 1767). In italiano:
Batteux (1984), che trae da Batteux (1747-50) il corpus di dieci lettere
dedicate alla natura e alla struttura della frase oratoria e di quella poetica.
è a conoscenza di queste polemiche e, prima ancora che nel Saggio sulla
filosofia delle lingue, dove ribadisce il carattere remoto delle inversioni'4,
dedica spazio all’argomento nelle lezioni sull’origine dell’eloquenza, dove
distingue tra lingue analogae, che seguono l'ordine analitico delle idee, come
l'ebraico, l’italiano e il francese, e metatheticae aut transpositoriae (C, 121),
il cui ordine è imposto dalle passioni e seguono gli impulsi di una affectae
mentis (C, 125), una ‘mente turbata’ che antepone le parole che esprimono i
moti più intensi e veementi dell'animo. Per dirla in termini letterari, da una
parte è l’estetica del bello, dall’altra l’estetica del sublime. Vico, che non
poteva conoscere le teorie settecentesche sulle inversioni delle frasi, sapeva
però dal trattato Del Sublime (22, 1) che gli iperbati furono un effetto delle
passioni e quindi le avrebbe sicuramente annoverate tra le componenti delle
vere sentenze poetiche, che debbon essere sentimenti vestiti di grandissime
passioni (SN44, 34). Quanto a C., egli concede che l’alterazione dell’ordine
logico possa essere fonte di delectatio
poetica (C, 182), ma il suo razionalismo, convinto che le passioni siano
d’ostacolo all’intelligenza, gli fa concludere che, lungi dall’essere i primi
uomini dotati come Omero di innarrivabile facultà poetica come credeva Vico
(SN44, 806), era erronea la tesi di chi pensava che i primi poeti abbiano
espresso nelle loro opere una forma d’arte perfetta. E se proprio si deve
parlare di sublime, i loro saranno sublimia deliramenta (C, 185). Pur con
queste divergenze sostanziali, Vico e C. si trovano sullo stesso fronte, a cui
già erano appartenuti tra gli altri Epicuro e Lucrezio, che vede il linguaggio
umano derivato da suoni e da sequenze di origine puramente emotiva. Sia per
l’uno che per l’altro sono una volta di più le passioni a scatenare i gridi
interiettivi, ma anche a convertire la voce in canto. Nelle lezioni
sull’origine dell’eloquenza il fenomeno canoro è attribuito da Cesarotti all’
affectuum vis (C, 165), ma su questo punto era stato ancora più diffuso nel
commento a Ossian, dove si sancisce che il canto appresso i Celti era tutto e
che nulla si facea senza il canto, tanto che le loro istorie, la sacra memoria
de’ lor maggiori, gli esempi degli eroi, tutto era confidato alle canzoni dei
bardi (C., 1807, 266). È evidente la sintonia con Vico, che tuttavia si esprime
con molta più energia, considerando il canto il modo che i primi uomini avevano
per sfogare le grandi passioni, proprie di esseri andat'in uno stato ferino di
bestie mute; e 14. C. (1969, 59): la sintassi inversa è figlia spontanea della
natura. Le lingue antiche, provvedute di casi declinabili, preferirono l'
inversa e quindi ebbero il mezzo di presentar le idee più importanti nel punto
di vista il più luminoso. II3 che, per quest’istesso balordi, non si fussero
risentiti ch’a spinte di violentissime passioni (SN44, 230). Di qui C. avrà
ricavata l'analogia con coloro che ancora oggi danno nel canto essendo
sommamente addolorati e allegri (SN44, 229-30), amplificati in hominibus aut
gestiente laetitia ebriis, aut moerore impotenti ejulantibus (C, 165). Attento
come sempre alla diacronia, Vico osserva che dapprima si mandaroz fuori le
vocali cantando, come fanno i mutoli, poi le consonanti, come fanno gli
scilinguati, pur cantando (SN44, 461). C., sulla scia di de Brosses, riprodotto
al limite della citazione letterale, distingue tra i suoni semplici delle
vocali e i suoni figurati delle consonanti, e coerentemente indica nelle
interiezioni i prima et constantissima linguae germina (C, 69), che si
ottengono semplicemente con il restringimento e l'allargamento del tubo vocale
che modificano il passaggio dell'aria, mentre le consonanti, formatesi in una
seconda fase, comportano l'intervento di altri organi che danno forma al suono
articolandolo5. Anche per Vico le interiezioni sono voci articolate all'émpito
di passioni violente, che ’n tutte le lingue sono monosillabe e di poco
successive all'onomatopea. E peró meno conseguente di C., perché per lui la
prima interiezione, generata dall’ impressione suscitata dalla prima coscienza
dell'esistenza di una divinità, sarebbe in realtà formata da una consonante
bilabiale e da una vocale, ^pa! e che poi restò raddoppiata pape! |...], onde poi
nacque a Giove il titolo di padre degli uomini e degli dèi (SN44, 448). Fermo
restando che le etimologie fino alla fine del Settecento vivono una stagione
ancora prescientifica, in attesa della conoscenza approfondita del sanscrito e
della linguistica comparata di Franz Bopp, la verità é che Vico é ben poco
sensibile alla meccanica fonatoria cui C. dedica tante pagine, anche se rifiuta
categoricamente le miopi procedure linguistiche dei grammatici. 4 Storia delle
parole e storia dell'uomo Appena poco piü che ventenne C. entra in polemica
contro i pedanti e la continua fino al tardo Saggio sulla filosofia delle
lingue, in cui lamenta che soprattutto la scienza etimologica abbia avuto la
sorte infelice di rimanere uno studio meschino, sol fecondo di inezie finché si
stette fra le 15. Corso sulla lingua ebraica, lezione 20, in C. (in corso di
stampa, TV, mani dei puri grammatici, ma che ai nostri tempi maneggiato da
profondi eruditi ed insigni ragionatori, divenne fonte di utili e preziose
notizie (C., 1969, 74). L'esempio virtuoso che si fa è quello di Leibniz, ma si
poteva fare anche con pari diritto il nome di Vico, il quale fin da una sua
replica a certe critiche mossegli a proposito degli etimi presentati nel De
antiquissima Italorum sapientia avvertiva che l’origini, che io vo
investigando, non sono già quelle de grammatici, come gli altri ad altro
proposito finora han fatto 4. È pur vero che quelle derivazioni
intellettualistiche sarebbero poi state sovvertite nella Scienza nuova, ma non
c’è dubbio che anche queste si possono definire etimologie, non grammaticali ma
filosofiche, sull'abbrivo della stessa distinzione operata da C. nel De
triplici genere hominum qui linguarum studio dant operam. Secondo la sua
tipologia, per i filosofi le lingue sono lo specchio dell'origine delle idee e
dello sviluppo dell’ intelligenza. Al polo opposto, per i grammatici esse non
riescono a dire più di quello che si puó trovare in un dizionario. A
contrapporsi sono lo spirito vitale della filosofia e l'infruttuosità dei
grammatici. Come scrisse Arteaga recensendo il Corso ragionato di letteratura
greca, l'obiettivo raggiunto da C. combattendo una non opportuna opera
grammaticale o di sterile erudizione è stato un'opera di ragionamento, e di
gusto, fiancheggiata da buona critica. Quando insomma nel C.ano De linguarum
studii origine, progressu, vicibus, pretio si legge che le idee, una volta
istituite le parole, extemplo ipsae quoque exsuscitantur (C, 28), e che quindi
nelle lingue sono riflesse la religione, le arti, le scienze, i costumi, tanto
da potervisi ricavare la historia humanarum mentium (C, 30), vien fatto di
richiamarsi istintivamente alla Degnità LXIV della Scienza nuova, perla quale
l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose (SN44, 238). In
altri termini in ogni lingua sono racchiusi la cultura e il sapere del popolo che
la parla. Per questo C. esige dal linguista una formazione completa, aliena da
miopi specializzazioni e, guidato da una visione organicistica del sapere,
paragona chi si fissa su una singola disciplina a chi pensasse di mantenersi
sano curando soltanto una parte del proprio corpo, trascurando 16. Vico (1971, 149).
Anche nell'autobiografia si esprime il dispiacimento delle etimologie
grammatiche, che per reazione portò Vico a stabilire i princìpi di un
etimologico universale da dar l'origini a tutte le lingue morte e viventi
(Vico, 1999, I, 43). 17. C. (in corso di stampa). 18. Ne deriva che qui lingua
aliqua sponte careat, ei eodem tempore necessario carendum accuratis notionibus
eorum omnium quae nationi ea lingua utenti sint propria (C. 45). IIS tutte le altre (C, 2). L'affermazione si
trova in una prolusione universitaria, cioè nella stessa occasione cui Vico
affidò un identico asserto, quello di considerare manca et debilis institutio
litteraria quella di coloro che si gettano a capofitto in unam, certam ac
peculiarem disciplinam ^. È pur vero che l’enunciato è topico nell'ambito di
una tradizione umanistica, ma nel caso di Vico e di C. è tutt'altro che
convenzionale. Nella storia delle parole è per loro davvero racchiusa la storia
dell’uomo e l’etimologia filosofica costituisce l' itinerariam mentis tabulam.
Attraverso un'analisi a tutto campo l’etimologo diventa un philosophum nomine
per humanae mentis ideas peregrinantem, conferendo scientificità all’indagine
(C, 274). Per riprendere una distinzione di Vittore Pisani (1947, 12), si
potrebbe dire che ció che avvicina lo studio etimologico di Vico a quello di C.
é da una parte il rifiuto del procedimento descrittivo, che non richiede alcuno
sforzo semantico perché unisce un nome deverbale al suo verbo o un verbo al
nome da cui deriva, senza spostamenti semantici ma solo morfologici, e
dall'altra l'assunzione del procedimento denominativo, applicato a parole in
apparenza più opache, mirante all’ individuazione di un etimo originario da cui
la voce seriore ha perso nel tempo il contatto semantico. In un tardo frammento
di orazione steso a trent'anni dall'esordio sulla cattedra di letteratura
greca, C. distingue, attraverso l’ arte utilissima dell'etimologia , tre fasi
nella storia delle lingue: la blaesam infantiam, la fervidam adolescentiam e l’ effetum senium , cui corrispondono tre
stagioni della storia civile e della storia letteraria (C, 279). Non è chi non
veda, a questo punto, l'impianto del rv libro della Scienza nuova, nel quale
ció che mette più conto di rilevare non é la meccanicità del ritmo triadico ma
la tesi che a ogni fase tutte le manifestazioni della mente umana sono solidali
e interagenti in un condiviso Zeitgeist, in modo che, partendo dalla storia
delle parole, si possa fare una storia della mente e della cultura umana. E non
sono diversi dall'entusiasmo vichiano per le sue discoverte antropologiche gli
accenti trionfalistici con cui C. esalta i risultati conseguibili con
l'etimologica filosofica, capace di scorgere nella storia delle parole i
progressi della mente umana, il suo avanzare dal 19. De mente heroica, in Vico
(1999', 1, 376). 20. Fra gli infiniti rimandi possibili basti quello a Stefano
Guazzo (1993, 158), per il quale non vi è cosa che ci faccia più onore e ci
conservi più grati nelle buone compagnie che l'essere universali e l'aver la
manica piena di diverse mescolanze, mentre poco grati riescono perlopiü nelle
conversazioni quei che hanno posto tutto il loro studio in una sola
professione. concreto all’astratto, dal particolare al generale, dal materiale
allo spirituale, dai vocaboli naturali a quelli artificiosi, dai rustici a
quelli urbani (C, 275), lungo un itinerario parallelo a quello della Scienza
nuova che, prendendo a modello la lingua latina, segue la formazione dei nomi,
formati tutti monosillabi e progredienti dalla vita d'essi latini selvaggia,
per la contadinesca, infin alla prima civile (SN44, 452). Anche C. muove de
primigeniis illis, atque organicis vocibus monosyllaba articulatione
constantibus (C, 276) e, per quanto sia tema appena accennato, parrebbe che
anch'egli al pari di Vico pensasse a una sorta di dizionario mentale, da dar
l'origini a tutte le lingue articolate diverse (SN44, 145), ottenuto con
l'estrazione della raccolta di tutti i vocaboli originari, rinvenibili ubivis,
anche in lingue tra loro diversissime, ossia in ogni lingua storica, a conferma
dell'origine naturale del linguaggio, benché nuspiam usurpata . Si direbbe peró
che la coincidenza non fosse perfetta, perché per C. la prossimità delle radici
verbali avverrebbe et sono et sensu (C) e, a testimonianza della sua
propensione per la fonetica, dipenderebbe dalla conformazione degli organi
fonatori e dal punto di articolazione dei fonemi, per cui, con una buona
percentuale di psicologismo, le consonanti dentali sarebbero ovunque conformate
constantibus rebus et firmis, le gutturali hiantibus et laboriose excavatis, le
liquide fluidis, laevibus, volubilibus, e via dicendo (C, 72). Per Vico invece
il dizionario mentale comune a tutte le nazioni abbraccerebbe non tanto i
suoni, quanto i significati, pur negli identici processi onomatopeici. Per
esempio la prima divinità fu chiamata in latino Tous dal fragor del tuono, ma
in greco Zeus dal fischio del fulmine e nelle lingue orientali Ur, dalla potenza
del fuoco (sw44, 447). Vale in altri termini la considerazione che fu di Ernest
Renan (1875, p.138): un méme objet se présente aux sens sous mille faces, entre
lesquelles chaque famille de langues choisit à son gré celle qui lui parut
charactéristique. E il suo esempio
riguarda proprio la designazione onomatopeica del tuono. Un altro aspetto che
sembra in disaccordo è la provenienza degli eti21. In questo punto della
Scienza nuova del 1744 Vico rimanda al capitolo della princeps consacrato a un
lungo elenco di parole latine che, per essere tutte monosillabiche e di
contenuto contadinesco, dimostrerebbero, per significante e significato, il
loro carattere originario. 22. Prenons pour exemple le tonnerre.
Quelque bien détérminé que soi un pareil phénomène, il frappe diversement
l’homme, et peut être également dépeint ou comme un bruit sourd, ou comme un
craquement, ou comme une subite explosion de lumière, etc. De là une multitude d’appellations (Renan mi. C.
ne distingue un tipo intrinseco, di una parola derivante dalla lingua madre, e
un tipo estrinseco, quando è ricavata da una lingua straniera (C, 273). Anche
se su questa distinzione non si sofferma troppo, da una sua attestazione
sembrerebbe che, a eccezione della lingua greca, la cui amplitudo si deve verum
sibi unice et suis ipsa Scriptoribus, pleraeque aliae avessero tratto il
proprio sviluppo externis causis (C, 12). Vico, certo piü sensibile alle
scansioni temporali delle diverse epoche, dichiara che al principio tutte le
nazioni, per la loro fresca selvaggia origine, dappertutto vivevano sconosciute
alle loro medesime confinanti (SN44, 59). Solo in tempi molto più recenti,
quando fu inventata la navigazione e i popoli immaginarono la divinità di
Nettuno, l’ultima in ordine di tempo dei dodici dèi maggiori, si verificarono,
venendo a contatto tra loro, calchi e prestiti dall’esterno, quando ormai le
lingue di ciascuna nazione erano già formate. Ciò vale ancora di più e in modo
speciale, per ragioni di ortodossia religiosa, per la lingua degli ebrei, l’unica
per Vico a non avere conosciuto la degenerazione di tutte le altre seguìta al
peccato originale e alla confusione di Babele, da cui Dio ha preservato il
popolo eletto. Trovare corrispondenze tra l’ebraico e le altre lingue e credere
allo scambio di voci tra l’una e le altre significava al contrario metterle
sullo stesso piano. Evitando quindi ogni contatto con i popoli gentili, presso
i quali tutti furono sconosciuti (SN44, 54), si salvaguardava l’unicità della
storia e della lingua ebraica. Per questo Vico nell'ultima versione della
Scienza nuova cercò di eliminare ogni forma di uniformità che gli era sfuggita
nella princeps (Battistini, 2016) e, appellandosi anche al nesso tra sagro e
segreto, negò recisamente che fosse esistita alcuna comunanza di lingue (SN44,
95). Da questo punto di vista C. si pone meno scrupoli, trattando alla pari
esempi linguistici della Bibbia con quelli dei popoli pagani e pretendendo
perfino di ricorrere alla lingua etiopica, copta e araba per ricostruire le
etimologie dell’ebraico, di cui non sono per niente chiare le radici, le
origini, i significati genuini delle parole (C 44-5). 5 Prove prescientifiche
di etimologia Il criterio della nascita autoctona del linguaggio diventa
comunque, di là dal caso dell'ebraico, regola universale per Vico che, fedele
alla corrispondenza tra la storia delle parole e la storia della civiltà,
divenuta da nomade a stanziale con la coltivazione dei campi, rinviene in ogni
nazione un lessico dalle origini contadinesche (SN44, 404). Un altro suo
principio etimologico è che, poiché l'uomo fa sé regola dell'universo (sw,
120), in tutte le lingue la maggior parte dell’espressioni d’intorno a cose
inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli
umani sensi e dell'umane passioni (SN44, 405). Alcuni degli esempi di metafore
contadinesche dal carattere antropomorfo, come sitire agros, andar in amore le
piante, lagrimare gli orni, sono gli stessi recati da C. (rispettivamente
sitire herbam, vites in amorem capi, lacrimari arbores; C, 102), che peró li
menziona non come fonte di conoscenza di menti dotate di straordinaria
fantasia, ma come responsabili di errori in quanto generarono sistemi
filosofici fondati sull'animismo e la superstizione. Per la stessa ragione una
singola parola che oggi rappresenta un concetto astratto è stata preceduta
secondo Vico da una frase poetica formata dalla composizione dell'idee
particolari, come mi bolle il sangue nel cuore, diventata poi st0724chos in
greco, ira in latino e collera in italiano (SN44, 460). Analogamente per C. gli
antichi dissero ebullire sanguinem per irasci (C, 149). Nel tardo Saggio sulla
filosofia delle lingue, nonostante che segni per qualcuno un' involuzione più
che uno sviluppo (Bigi, 1959, 362), si nota, nell'elenco dei meriti ascrivibili
alla ricerca etimologica, un ampliamento del suo raggio d'azione, estesa dalla
possibilità di un retto giudizio del vero valore e del pregio intrinseco dei
vocaboli a un impiego antropologico di tipo vichiano, utile per la storia delle
idee, dei costumi, delle usanze (C., 1969, 114). Dagli esempi fatti perd si
vede che la distanza dalla Scienza nuova è ancora tanta, pur nell'affinità
delle voci prescelte. I loro etimi e le loro spiegazioni sono quasi sempre
presenti nei grammatici della classicità (Varrone, Festo, Nonio Marcello,
Servio...) ricuperati dall'erudizione secentesca^*, ma quello che importa sono
le opzioni scelte tra le tante ipotesi e soprattutto le motivazioni addotte.
Gli esempi che seguono illustrano la dialettica tra le proposte etimologiche
della tradizione e le posizioni assunte da Vico e da C.. 23. Centrata sui miti
agrari è la De Eumolpo et de Cerere fabula, interessante discorso C.ano di
forte influenza vichiana nel quale si stabilisce che i multivagos errores degli
abitanti dell'Attica furono fermati appunto dall’ agriculturae studium (C, 250).
L'espressione opportuno, gratoque pabulo corrisponde al sostentamento della
loro vita (SN44, 524) garantito dalle coltivazioni dei campi. 24. Basti pensare
al monumentale Erymologicon linguae latinae (1662) di Gerhard Johannes Voss,
per i cui rapporti con Vico si rinvia a Battistini (1975). II9 ANDREA
BATTISTINI Il modo di chiamare boves lucas gli elefanti, desunto da Nevio e da
Lucrezio, serve a C. per mostrare come il nome nasca dalla composizione di due
vocaboli, uno (boves) che designa la somiglianza, l'altro (/4cas) che indica la
differenza peculiare (C., 1969, 35). Vico invece deduce da quel modo di
indicare gli elefanti, risalente al tempo della guerra contro Pirro, che li
portò per la prima volta in Italia, un momento molto più tardo in cui si
introdusse in Roma il lusso di suppellettili d’avorio ricavato dalle zanne di
quegli animali, correggendo l’ errore di chi voleva quei manufatti lussuosi già
al tempo di Tarquinio Prisco, in cui invece i costumi erano molto più sobri.
Anche quando l’etimo è pienamente condiviso, le considerazioni di C. sono per
un verso più circoscritte e per un altro verso divaganti ed estrinseche. Per
lui come per Vico religio viene da religare, ‘legare’, ‘fissare’, e si connette
al timore della divinità; ma mentre il Saggio si limita a censurare Lucrezio
per essersi posto la missione di sciogliere gli uomini dai lacci della
superstizione, la Scienza nuova salda il termine al mito, ricordando quelle
catene con le quali Tizio e Prometeo eran incatenati sull’alte rupi (SN44,
503), designanti il timore degli dèi che li spinse ad abbandonare l’ erramento
ferino e a radicarsi su un territorio dove praticare la coltivazione dei campi.
Se si vuole, Vico possiede una fantasia più sciolta nell’inventare i nessi
semantici tra parola-madre e parola-figlia, ma nel farlo si sente autorizzato
dalla tesi che richiede nel moderno interprete di immedesimarsi nella logica
poetica dei primitivi. Così, se C. non trova veruna idea nella derivazione di
nuptiae dal velo di cui le spose si coprivano, trovando invece molto felice la
voce coniugium, Vico, che pure accoglie anche il riferimento al giogo (SN44,
513), trova una spiegazione anche per nubere, essendo il velo un segno della
vergogna che indusse le prime coppie a fare sesso al coverto nascostamente,
cioè a dire con pudicizia (SN44, 504). Un altro caso di opacità, considerato da
Cesarotti uno dei tanti esempi curiosi di omonimia immotivata dovuti ai vizi
della lingua, è la voce ius che vuol dire sia ‘legge’, sia ‘brodo’, il cui iato
semantico suscita la sua divertita ironia. Per Vico però non c'è niente di
strano se zs era insieme il diritto e °l grasso delle vittime ch'era dovuto a
Giove, che dapprima si disse Jous, donde poi derivarono i genitivi Jovis e
iuris (SN44, 433). Vico si trova a suo
agio quando deve colmare, come per la voce ius, degli 25. Gli etimi di religio,
nubere, ius sono rispettivamente in C. LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C.
spazi semantici molto divaricati, dove può esercitare il suo ingegno ai limiti
delle agudeze barocche, impensabili in C.. Il quale, dinanzi a urbanitas, si
compiace che per indicare la gentilezza, l’eleganza, il garbo i latini abbiano
tratto il lemma dal vivere in città, perché ci dinota che gli uomini, prima
semplici e rozzi nelle ville, ragunatisi nelle città acquistarono ad un tempo e
politezza e malizia (C., 1969, 41). Con
più congruenza Vico arretra alla parola originaria urbs, messa in relazione con
urbu, il legno curvo dell’aratro, il mezzo agricolo con cui si tracció il
perimetro delle prime mura delle città (sv44, 550). Talvolta, solo
eccezionalmente, può avvenire che il Saggio sia più ricco nelle accezioni, come
per il greco #0m0s, per il quale si crea una catena sincronica che accorpa nel
nome cinque diversi significati: pascolo, ripartimento, armonia, legge e
matrimonio, finendo per cogliere un trattato di ius naturale e civile racchiuso
in un termine (C., 1969, 43). Vico, che preferisce sempre muoversi sull’asse
diacronico, come si vede nelle etimologie verticali di lex (SN44, 240), nel
caso di #ômos vi concentra i significati di ‘legge’ e ‘pascolo’, in quanto la
voce significò la prima legge agraria concessa dagli eroi ai loro servi plebei
che si erano ribellati, talché gli eroi furono poi detti pastori de’ popoli
(SN44, 607) e i loro famoli ottennero il sostentamento in terreni assegnati lor
dagli eroi, il quale fu detto pasco (sN44, 1058). Dando per scontata l’assenza
di scientificità che accomuna tanto le analisi di Vico quanto quelle di C.,
l'esempio che più di ogni altro fa comprendere la differenza dei loro metodi
riguarda la voce acqua. Cesarotti è convinto che i nomi sono tanto più
appropriati quanto più attestano un vincolo naturale con la cosa designata o,
per dirla con le sue stesse parole, ritiene che saranno belli e pregevoli que’
vocaboli che colla natura e l’accozzamento de’ loro elementi rappresentano più
al vivo le qualità esterne degli oggetti che hanno una qualche analogia diretta
o indiretta coll’organo delle voci. Così acqua è da preferire a hydor per la
presenza di un’occlusiva palatale sorda, ossia di uno di quei suoni che si
diguazzano nella bocca, connotante lo sciabordio e l’agitarsi dell’acqua (C.,
1969, 37). Vico invece non bada alla possibile connessione fonosimbolica tra
significante e significato e al possibile pregio intrinseco di una voce, quanto
piuttosto alla motivazione del lemma e al gap semantico tra una parola e
l’altra, che egli cerca di colmare attraverso una spiegazione
miticoantropologica dalle implicazioni realmente religiose, socio-economiche e
politiche. Nel caso di acqua egli ne fa la parola-madre da cui deriva aquila.
Il nesso è avventuroso, ma coerente con le premesse ermeneutiche della Scienza
nuova, essendo l’acqua delle sorgenti perenni poste sulla cima dei monti
l’elemento vitale, e quindi sacro, presso cui si raccolsero e si insediarono le
prime comunità di uomini, sorte negli stessi luoghi rilevati in cui vivevano le
aquile, sinonimo di aquilegae, cercatrici d’acqua, animali ritenuti sacri a
Giove, perocché senza dubbio gli uccelli, de’ quali osservò gli auspici Romolo
per prender il luogo alla nuova città, divennero aquile e furon numi di tutti i
romani eserciti (SN44, 525). Le diverse riflessioni intorno alla parola acqua
assumono un valore paradigmatico nel catalizzare i diversi modi di concepire lo
studio delle lingue, la ricostruzione delle loro origini e gli obiettivi che
con essa si vogliono raggiungere. Per C. ciò che conta è la funzionalità della
lingua e la sua efficacia, valutata sul parametro di una chiarezza
ideologicamente illuministica, non importa se retta da un certo impressionismo
fonosimbolico. Vico, il cui pensiero antropologico-filosofico non è peraltro
senza influenza e lascia segni vistosi in C., punta piuttosto a ricavare dalle
parole la storia della civiltà e a comprendere il senso della logica poetica
dei primi uomini: due strategie diverse dello studio del linguaggio,
espressioni di due epoche e di due culture non omologabili, ma in qualche modo
complementari, tanto che forse le une non potrebbero esistere se non fossero
state precedute dalle altre. Riferimenti bibliografici ARTEAGA, recensione a M.
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Mondadori, Milano. VISCARDI A. (1947), Il problema della costruzione nelle
polemiche linguistiche del Settecento, in Paideia, 11, 4-5 193-214. 123 Tra
metafisica e filologia: C. e Condillac di Franco Arato* In uno dei suoi scritti
repubblicani, il Saggio sopra le istituzioni scolastiche private e pubbliche
(1797), C. raccomanda le pagine del, per altro criticato, Galeani Napione agli
studenti esordienti, mentre il proprio Saggio sulla filosofia delle lingue lo
dichiara scritto per un’età più matura
*: non possiamo dargli torto, è opera che richiede menti culturalmente e
civilmente allenate. Per il C. insegnante in seminario e all’università, e poi
per il cauto mediatore politico in età giacobina, il problema della lingua
appartiene all’educazione letteraria non meno che alla vita sociale. A
conclusione della terza delle lezioni inaugurali recitate all’ Università di
Padova sul tema arduo De naturali linguarum explicatione (che tradurremo, con
l’autore stesso, ‘lo sviluppo naturale delle lingue’), egli invitava alla
collaborazione tra filologi, magari comprensivi dei più umili grammatici (che
in effetti nella precedente De linguarum studii origine ai primi sono
assimilati), e metafisici: gli uni a studiare le lingue singolarmente, anato*
Università di Torino. 1. C. (1808, 20). 2. C. (18102 16-7): Hic mihi eos dari
pervelim, qui in grammatici atque adeo in philologi nomine bellissime nauseant,
atque ex hoc delicato fastidio elegantiores doctrinae laudem aucupantur; eosque
percontari cuperem, satis ne secum ipsi perpenderint quantae mentis fuerit,
lingua simul et eruditione deperdita, quarum alterutra sine altera cognosci
nequaquam potest, ex adumbrata linguae imagine scriptorum sententias, ex
sententiis scriptorum nationis consuetudines, leges, ritus, privatos et
publicos mores elicere, rursusque per eadem vestigia regressis consuetudines ad
sententias, sententias ad linguam perpetua inductione adhibere (E qui vorrei
proprio che mi si offrissero davanti quelli che affettano nausea al nome di
grammatico e perfino di filologo, e mossi da questa delicata ripugnanza vanno a
caccia della stima procurata da discipline più eleganti; a costoro vorrei
chiedere se abbiano bene valutato quanta intelligenza ci voleva, essendo andate
perdute insieme la lingua e la cultura, nessuna delle quali puó in alcun modo
essere conosciuta senza l'altra, per ricostruire dall'immagine vaga della
lingua i pensieri degli scrittori, dai pensieri degli scrittori ricavare le
consuetudini, le leggi, i riti, i costumi pubblici e privati delle nazioni, e
poi al contrario, rifacendo lo stesso cammino in senso inverso, usare le consuetudini
per capire i pensieri, i pensieri per capire la lingua in un continuo processo
di 124 TRA METAFISICA E FILOLOGIA: C. E CONDILLAC mizzando e individualizzando,
gli altri a guardarle comparativamente e sinteticamente, tanto da immaginare
una sorta di misuratore astratto ma esatto dell’intelligenza umana, il
frenometro, come suona il neologismo C.ano. Va da sé che si tratta di metafora
non corrispondente ad alcuna macchina, ma magari ideale parente (posso
almanaccare?) di qualche moderno search engine. Metafisici e filologi, scrive C.,
hanno un fine comune, che cioè dal cumulo di errori da cui l'animo umano è
assediato venga rimossa una parte, quale che sia [ut errorum cumulum quibus
obsidetur humanus animus quotacumcque pars detrahatur]?. Correggere gli errori
del pensiero che le lingue, imperfetto specchio, riproducono (o, circolarmente,
inducono): idea platonica, ma anche programma illuministico, già bandiera a
inizio Settecento del razionalismo di Leibniz, il quale pensó a una lingua
artificiale non solo per capriccio di matematico glottoteta, ma col fine
d'ottenere, addirittura, la pace universale (nobilmente s'ingannava). C'é
dunque sempre nel retore e classicista C. un proposito razionalistico; non peró
astratto: le violente semplificazioni, anche linguistiche, della rivoluzione
troveranno in lui un avversario, non un sostenitore. Non so se poi credesse
davvero che la Provvidenza in veste napoleonica potesse porre rimedio alle
sanguinose discordie, come scrisse nel poema encomiastico senile, l'infelicissima
Prozea (vi si trova l'incredibile: Perdona, Unico Eroe, posso adorarti /
Esaltarti non posso), che pure ha trovato un recente, competente editore*. Io
mi soffermo sul rapporto di C. con l'opera di quello che a ragione è stato
considerato il più influente dei sensisti francesi, Étienne Bonnot abate di
Condillac (figlio del visconte di Mably: Gabriel Bonnot de Mably, il pensatore
politico, è fratello di Étienne). Condillac fu molto noto da noi anche perché
visse a Parma tra il 1758 e il 1767, precettore d'eccezione del piccolo
principe Borbone, il futuro Ferdinando 1: tanto maestro sorti l'effetto
contrario, perché, è noto, non ne nacque un illuminista ma un bigotto. Non
sapremo forse mai come C., il poeta di Ossian, sia arrivato a sviluppare il suo
interesse filosofico non solo letterario per la
lingua, avvicinamento in Italia non comune all'epoca, a parte le remote
suggestioni vichiane (il biografo Giuseppe Barbieri allude genericamente alla
suggestione di un dibattito coltivato in Francia e in induzione: traduzione di
C. E. Roggia, in C., in corso di stampa, come nelle altre citazioni C.ane che
seguono). 3. C. Si veda C. (2016). ARATO Lamagna )*. Detonatore principale dei
suoi interessi fu probabilmente proprio il libro giovanile di Condillac, l’
Essai sur l'origine des connoissances humaines (in prima edizione nel 1746 e
successivamente rielaborato). Più difficile dire se poi il nostro scrittore
tenesse conto del trittico di trattati condillachiani sui sistemi, sulle
sensazioni (dove appare la famosa prosopopea della statua) e sugli animali
(1749-55); o infine del Cours per il Borbone (1775), segnatamente della
Grammaire, che ne è il volumetto d’esordio (a quest’ultimo testo in effetti C.
fa allusione). Hans Aarsleff (lo storico delle idee protagonista di una
polemica anti-chomskiana, che a suo tempo fece rumore) parlò d’una vera e
propria generazione di linguisti condillachiani usciti dalla lettura dell’
Essai‘: lo studioso danese, che non cita C., menziona Maupertuis, Rousseau,
Michaélis, Herder, Sulzer e altri minori, uomini d'età diverse (un po’ più
vecchi o un po’ più giovani del padovano) e appartenenti a differenti contesti
culturali. Su tutti l Essai fece l’effetto dirompente che la lettura dell Essay
on Human Understanding di Locke aveva fatto su Condillac stesso, e su molti
italiani (si pensi a Muratori). Le novità del pensiero linguistico di Condillac
si possono riassumere in tre punti: l'affermazione del valore cognitivo del
linguaggio, senza il quale il pensiero dell'uomo non si può dotare di raffinati
strumenti simbolici, che infatti mancano agli animali, privi di un linguaggio
articolato (in pratica, semplificando: pensiamo perché parliamo, anche se
l'inverso, in un circolo virtuoso difficilmente razionalizzabile, è ugualmente
vero); l'individuazione di una gerarchia evolutiva del linguaggio, dai gesti e
dai cris naturels all elaborazione di segni verbali artificiali e arbitrari,
secondo la progressione gesti-suoni-cifre-lettere (l’attitudine emotiva dei
primi parlanti si rifletterebbe tra l’altro nell’invenzione della poesia); la
distinzione tra il livello simbolico, comune a tutte le lingue colte, e il
genio delle singole lingue, in cui l’organizzazione semantica e sintattica non
ha minor importanza dei fattori sociali e climatici (l impatto del clima
sull'evoluzione della civiltà è una delle idee forti, si sa, del contemporaneo
Montesquieu). Questi capisaldi, che andremo via via particolareggiando,
conoscono in Condillac sviluppi e correzioni nel corso degli anni. s. Cfr.
Barbieri (1813, xC): L'argomento delle lingue coltivato in Francia e in Lamagna
con grande successo, e da sommi intelletti promosso a nobilissime destinazioni,
reclamava i suoi diritti anche in Italia, dove i grammatici lo tenevano
soggiogato alle loro arbitrarie giurisdizioni. 6. Aarsleff (1984, cap. IV). 7.
Si confronti per esempio questo passo di Condillac (1947a, 11.1.v.56 76-7): Le
climat n’a pas permis aux peuples froids et flegmatiques du Nord de conserver
les accens Lasciando per ora fuori le brevi praefationes in difesa della lingua
latina pronunciate al Seminario di Padova (che pur contengono spunti
interessanti: per esempio, contro il Bettinelli modernista delle Lettere
virgiliane, come ci ha ricordato Enrico Roggia)’, il primo impegnato scritto di
storia e teoria linguistica di C. che interessa è la già citata prolusione
padovana del 1769 De linguarum studii origine, progressu, vicibus pretio
('Dell'origine, progresso, vicende, valore dello studio delle lingue). Accanto
a elementi tradizionali, legati all'occasione oratoria (è l'esordio dalla
cattedra universitaria di Lingua greca ed ebraica), vi troviamo sicure tracce
di letture moderne, in particolare proprio da Condillac. Leggiamo nel paragrafo
v11 l'affermazione secondo cui non c’è ragione senza lingue [sine linguis
nullam esse rationem], infatti lo stesso Platone o Verulamio, privati della
facoltà di parlare, non mostrerebbero alcuna differenza, non solo nei
comportamenti esteriori della vita ma nell’intima condizione della mente,
rispetto a un qualche individuo stupido o con la testa di legno, per non dire a
un animale bruto; più precisamente, ragiona il padovano, una volta istituite le
lingue, il che vuol dire una volta accumulata l’amplissima congerie dei segni
artificiali, che prontamente riposti nella dispensa della memoria restano
costantemente con noi e si presentano immediatamente al nostro richiamo, anche
le stesse idee, che fin dall’infanzia abbiamo imparato ad associare a tali
segni [quas hujusmodi signis copulare ab infantia assuevimus], vengono
suscitate immediatamente e obbediscono alla parola; ecco dunque che nella
catena logica si possono richiamare tutte [le idee] dello stesso genere,
confrontarle tra loro, mescolarle ingegnosamente con molteplici distinzioni e
associazioni; collegare i giudizi usando come giunture le particelle, e con nozioni
che generano parole e parole che sempre dallo stesso punto generano nozioni
secondo un ordine determinato, intrecciare quelle mirabili catene di
ragionamenti destinate a stringere la verità [admirabiles illas ratiocinationum
catenas ad veritatem constringendam pertexere] ?. Tali affermazioni, espresse
in forma sintetica, dipendono da varie pagine dell' Essai di Condillac. Apriamo il libro del
francese: et la quantité que la nécessité avoit introduits dans la prosodie à
la naissance des langues. Quand ces barbares eurent inondé l'empire romain et
qu'ils en eurent conquis toute la partie occidentale, le latin, confondu avec
leurs idiomes perdit son caractère. Cfr. anche I.II.VIII.70. 8. Cfr. Roggia. 9.
C. (1810a 27-8). l'usage de ces signes [i segni linguistici, che ha appena
diviso in naturali, accidentali e arbitrari] étendit peu à peu l’exercice des
opérations de l’àme, et, à leur tour, celles-ci ayant plus d'exercice,
perfectionnèrent les signes et en rendirent l'usage plus familier. Notre
expérience prouve que ces deux choses s'aident mutuellement. Peraltro, ecco la
metafora della catena: raisonner c'est former des jugemens et les lier en
observant la dépendance où il sont les uns des autres . In forma didatticamente
efficace si puó riprendere la proposizione proverbiale contenuta nel Cours per
il principe di Parma (sappiamo da una lettera ad Angelo Mazza che C. almeno
tenne d'occhio quel libro): Les langues sont en proportion avec les idées,
comme cette petite chaise, sur laquelle vous vous asseyez, est en proportion
avec vous. En croissant vous aurez besoin d'un siége plus élevé, de méme les
hommes, en acquérant des connoissances, ont besoin d'une langue plus étendue ^;
poco sopra leggiamo (forse contro il Rousseau del secondo Discours, incapace di
misurare la progressione nella formazione delle lingue): Puisque les mots sont
les signes de nos idées, il faut que le systéme des langues soit formé sur
celui de ses connoissances. Les langues, par consequent, n'ont des mots de
différentes espéces, que parce que nos idées appartiennent à des classe
différentes; et elles n'ont des moyens pour lier les mots, que parce que nous
ne pensons qu'autant que nous lions nos idées ^ (c’è qui però, si noti, un
latente rovesciamento tra causa ed effetto). S'intende che il rapporto circolare tra lingua
e pensiero non é affatto facilmente definibile, perché è impossibile
individuare un primum logico-storico. E questione che sarà affrontata dal
pragmatismo ottocentesco, in particolare da Charles Sanders Peirce e dai suoi
seguaci semiologi del secolo seguente nella direzione della cosiddetta semiosi
illimitata (le idee si riferiscono a segni che si riferiscono a idee, che si
riferiscono a segni, ad infinitum). Per capire meglio quel circolo dovremo
ormai rivolgerci alle neuroscienze, che in effetti paiono aprire nuove strade
verso la comprensione delle funzioni del linguaggio: ma non è questo ovviamente
il nostro campo. 10. Condillac (19472, II.L.1.4, 61). 11. L.IV.I1.17, 45; cfr.
anche LILVIIL 70. 12. Si informó sui contenuti: Bramo sapere scriveva al Mazza il 9 dicembre 1775 [non 1765
come scritto erroneamente nel testo a stampa] se nel
Corso del Condillac c'entrino i Trattati già da lui dati alla luce intorno le
cognizioni umane, le sensazioni, i sistemi (C., 1815, 19). 13. Condillac TRA
METAFISICA E FILOLOGIA: C. E CONDILLAC Se apriamo l’altro scritto C.ano
giovanile, il De naturali linguarum explicatione, troviamo vari addentellati
condillachiani (anche se il nome del francese non è mai fatto esplicitamente:
apparirà solo nel Saggio). Per esempio, nella prima lezione le testimonianze
sulla lingua dei popoli precolombiani dell’ America meridionale, recate dal
viaggiatore francese Charles Marie de la Condamine, potrebbero derivare dall’
Essai condillachiano, L1V.1.4 (sulla presunta universalità delle onomatopee dei
lattanti, in silvestrium Americorum ore); ancora: nella seconda lezione è quasi
certamente di derivazione condillachiana il pensiero sul processo di
generalizzazione e astrazione che dall’oggetto singolo porta alla classe (lo
stelo diventa erba, la bestia bestiame ecc.)'. Ma c’è spazio anche, parrebbe,
per qualche dissenso. Nella terza lezione il padovano riferisce della gravis
philosophorum querela intorno ai vizi delle lingue, figlie non della ragione ma
d’un impeto privo di riflessione (inconsulti impetus 7): eco d’una generale
critica al razionalismo illuministico, e forse specificamente al Condillac
dell’ Essai, che lamentava: Ce qui accoutume notre esprit à cette inexactitude
[ha appena richiamato il modo umano di descrivere i fenomeni naturali] c’est la
manière dont nous nous formons au langage. Nous n'atteignons l'áge
de raison que long-temps après avoir contracté l'usage de la parole. Si l'on
excepte les mots destinés à faire connoître nos besoins, c'est ordinairement le
hasard qui nous a donné occasion d'entendre certains sons plutót que d'autres,
et qui a décidé des idées que nous leur avons attachées. Pour peu qu'en
réfléchissant sur les enfans que nous voyons, nous nous rappellions l'état par
où nous avons passé, nous reconnoîtrons qu'il n’y a rien de moins exact que
l'emploi que nous faisons ordinairement des mots. Ma € realistico questo programma di uscita
dall'infanzia del linguaggio? Come è stato osservato, C. sembra scettico sui
termini della cura, cioè sulla possibilità di recuperare un rapporto logico tra
parole e cose: linguam quidem generatim, et suae indolis vi, phantasiae magis
quam iudicio favere necesse est, cum iudicium in secernendis diversis, phantasia
et 15. Si
veda C. (1810b, 71) e Condillac (19472, 1.IV.1.4, 41). 16. C. (1810b, 81);
Condillac: quand les circostances firent remarquer [agli uomini] de nouveaux
objets, on chercha donc ce qu' ils avoient de commun avec ceux qui étoient
connus, on le mit dans la méme classe, et les mêmes noms servirent à désigner
les uns et les autres. 17.
C. (1810b, 85). 18. Condillac (19472, I1.1L1.4, 105). 19. Roggia lingua in vestigandis similibus occupetur?°
(è inevitabile che la lingua, in generale e in virtù della sua indole,
favorisca più la fantasia che il giudizio, dal momento che il giudizio si
occupa di separare ciò che è diverso, la fantasia e la lingua d’individuare ciò
che è simile). Ciò non significa, come abbiamo visto in apertura, che C. non
pensasse alla meta asintotica dell’esattezza del linguaggio: ma era un fine
perseguibile, non raggiungibile. Del resto, Condillac aveva scritto con
chiarezza: gli uomini s'intendono benissimo quando parlano di oggetti reali,
poi le astrazioni li portano a travedere. Eppure senza astrazione non c'è
ragione. Tra la Scilla del rapporto naturale di realtà e segno e la Cariddi
dell’arbitrio creatore, che porta alla scienza ma anche all’errore metafisico,
si misura il programma linguistico di C. sin dalle prolusioni universitarie. È
notevole (lo ha notato ancora Roggia)? che nella prima lezione De naturali
linguarum explicatione si trovi un attacco celato a Rousseau, definito
audacissimo ed eloquentissimo filosofo contemporaneo, ovvero Pirgopolinice
della letteratura, cioè iles gloriosus reo d'aver banalizzato le posizioni
condillachiane. Ecco
quanto si leggeva nel roussoviano Discours sur l'origine et les fondements de
l'inégalité parmi les hommes (1755): quant à moi, effrayé des difficultés qui
se multiplient, et convaincu de l’impossibilité presque démontrée que les
langues aient pu naítre et s'établir par des moyens purement humains, je laisse
à qui voudra l’entreprendre la discussion de ce difficile probléme, lequel a
été plus nécessaire, de la société déjà liée, à l'institution des langues, ou
des langues déjà inventées, à l'établissement de la société. Ma, ribatte C., da dove avrebbe avuto origine
una tale imitazione se non le si fosse manifestato il modello offerto dalla
natura? [si nullum exemplar ei ab natura propositum extitisset?]?*. Il
cattolico C. risveglia il deista Rousseau dal suo sogno metafisico: il
meccanismo naturale delle lingue non puó essere spiegato teologicamente con la
Rivelazione (in Rousseau, a dire il vero, solo paradossale extrema ratio), non
da un filosofo almeno. L'aporia roussoviana fu ben presente (lo noto di
passaggio) al nostro Leopardi, che molti anni dopo in un lungo passo dello
Zibaldone (1220. C.
(1810b, 89). 21. Cfr. Condillac (1947a, I1.1.1x.82, 83): La langue fut
long-tems sans avoir d'autres mots que les noms qu'on avoit donnés aux objets
sensibles tells que ceux d’arbre, fruit, eau, feu, et autres dont on avoit plus
souvent occasion de parler. 22. C. (in corso di stampa). 23. Rousseau (1971, 193). 24. C.Leopardi
2014 2948-62), s'interrogava, menzionando esplicitamente il filosofo ginevrino,
sulle circostanze della nascita dell’alfabeto e sul rapporto parole-idee: per
determinare gli elementi della voce umana articolata scriveva , l’unica lingua è l'alfabeto. Or questa
lingua non era trovata ancora, e niuna idea se ne aveva (ivi, 2950); si
domandava anche come sienosi potute avere idee chiare e distinte senza l’uso
delle parole, e come inventar le parole senza avere idee chiare e distinte (ivi
2957-8). Il Saggio del 1785, aggiornato nel 1800, sistematizza i vari spunti
qui menzionati. La forza di quel testo sta nella ricchezza dell’analisi,
scaturita da una lunga esperienza d'insegnamento delle lingue classiche, e
nella sintesi filosofica innestata infine su una discussione tipicamente
nostra, la polemica contro l’imbalsamazione classicistica dell’italiano,
polemica che risaliva almeno all’articolo di Alessandro Verri sul Caffè (la
Rinunzia al Vocabolario della Crusca, 1764, contenente il celebre è cosa
ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole). Tutto
quel che in un latino rigoroso, ma in definitiva tecnico, C. aveva distillato
per il pubblico ristretto delle aule universitarie è comunicato ora con
sintassi e lessico molto più spigliati nel Saggio (e quasi con allure francese,
sin dalla parola saggio, cioè essai). C. fa esplicitamente cinque volte il nome
di Condillac. Il passo di maggior interesse dal punto di vista teorico registra
insieme, in una lunga nota, le autorità di de Brosses e di Condillac, appaiati
a proposito della questione nodale, e controversa, della natura imitativa/
arbitraria del segno linguistico. Condillac aderì tardi, nella Grammatica
compresa nel Cours per il Borbone, alla teoria di de Brosses sulla formazione
meccanica delle lingue, teoria che in sostanza si sforza di spiegare in termini
naturalistici, secondo le leggi della cosiddetta fonosemantica (che molto più
tardi Saussure provò a demolire), l'origine di tuzte le parole. Non so se si
possa parlare di una vera e propria conversione di Condillac: in fondo, sia
nell’ Essai, sia nel Traité des animaux (dove c’è un excursus sul linguaggio
delle bestie) non era mai negata la prossimità, nel linguaggio primitivo, tra
necessità vitali ed espressione istintiva e onomatopeica. Qui C. sembra non
vedere alcuno iato tra quanto Condillac aveva scritto nell’ Essai e le
agguerrite, successive proposte etimologiche di de Brosses. 25. La bibliografia
su Leopardi linguista è ormai imponente: mi limito a rimandare qui a Gensini
(1984). 26. Su C. e de Brosses rimando al saggio di Stefano Gensini compreso in
questo volume, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo, nonché a Nobile. E
cosi scrive (dopo essersi autocitato, dalla prima lezione del De naturali
linguarum explicatione): Osserva sensatamente il Condillac che l’idea d’un
oggetto, trattone alcuno de’ più eminenti, non si sveglia o non si arresta
nella memoria se non è fissato da un segno, e tra questi niuno è più sicuro,
più distinto, più dipendente dal nostro arbitrio dei segni vocali; ma per
suscitar prontamente l’idea convien che il segno vocale abbia qualche rapporto
coll’oggetto stesso, e questo nel primo tempo non può esser altro che il suono.
Quindi fra gli oggetti fisici, i corpi sonori o quelli che hanno una qualità
relativa al suono furono denominati i primi. Suppongasi che l’oggetto che fissa
l’attenzion dell’uomo il quale s’inizia nella loquela sia il mare, ch'io adesso
chiamo A, ma ch'egli vorrebbe denominar, né sa come. Sente che questo coll’onde
manda un suono simile a B. Egli imita quel suono, e chiama appunto BA
quell’oggetto incognito. Così dicendo BA, la somiglianza del suono B, gli
sveglierà l’idea dell'oggetto A. Ma il mare ha un rapporto coi legni
marinareschi, non però in qualità di sonoro ma di navigabile. Il nostro uomo
vede un naviglio, e osserva il suo rapporto col mare, e avendo chiamato questo
BA, chiama il naviglio BARC. Così la nuova articolazione BARC derivata dal
suono primitivo BA serve a indicar un oggetto che ha bensì relazione col primo
A, ma non già col suono B che servi a denominarlo. Come si vede, C. avanza il
nome di Condillac* per introdurre in realtà una spiegazione etimologica (a dire
il vero, molto macchinosa) squisitamente 4 /a de Brosses. Ammette, è vero, che
tali catene etimologiche sfumino molte volte nell’ipotetico: potendo ciaschedun
oggetto derivato in grazia degli anzidetti rapporti diventar centro di molti, e
questi successivamente d’altri in infinito, ne segue che i vocaboli quanto più
si slontanano dal primo termine radicale, più vanno deviando dal significato di
esso, e procedono desultoriamente e trasversalmente d’idea in idea, in guisa
che non possono risalire alla prima se non se per un laberinto d’obliquità, di
cui è talora assai malagevole trovar il filo. Un pizzico di scetticismo e di
arbitrarismo legati alle prime letture condillachiane pare bilanciare il più
recente entusiasmo per il sistema meccanico 27. C. (1800 37-8, nota b).
28. Avrà avuto in mente questo passo dell Essai: L'attention que nous donnons à
une perception qui nous affecte actuellement, nous en rappelle le signe:
celui-ci en rappelle d’autres avec lesquels il a quelque rapport: ces derniers
réveillent les idées auxquelles il sont liés: ces idées retracent d’autres
signes ou d’autres idées, et ainsi successivement (Condillac, 1947a, LILIIL32, 18).
29. C. scoperto
leggendo de Brosses; e infatti poco sotto C. ribadisce la partizione tra
termini-figure e termini-cifre, i primi dedotti da qualche principio, e per
conseguenza soggetti ad esame e giudizio, i secondi affatto insignificanti e
arbitrari, e perciò non suscettibili di veruna qualificazione di lode o di
biasimo?°. Non è poi difficile ritrovare Condillac tra i ragionatori di questo
secolo, cui C. collettivamente allude, che difendono come naturale e istintivo,
non colto e artificioso, il fenomeno dell’inversione sintattica: Si è creduto
generalmente sino a questi giorni che la costruzione diretta fosse quella della
natura, quella dell’arte l’inversa: i ragionatori di questo secolo osservarono
sagacemente che la cosa è tutta all’opposto, e che la sintassi inversa è figlia
spontanea della natura, la diretta è frutto della meditazione e dell’arte, e nata
solo dall’impotenza di spiegar i nostri sentimenti coll’altra in un modo
pienamente e costantemente intelligibile. Si confronti l’ Essai di
Condillac, nel passo in cui si tende a sfatare il mito della costruzione
francese razionale diretta (sul tipo di
Alexandre a vaincu Darius opposta alla latina Darium vicit Alexander),
perchéen la prenant du côté des opérations de l’âme, on peut supposer que les
trois idées qui forment cette proposition se réveillent tout-à-la-fois dans
l'esprit de celui qui parle, ou qu'elles s'y réveillent successivement. Dans le
premier cas, il nya point d'ordre entres elles; dans le second, il peut varier,
parce qu'il est tout aussi naturel que les idées d’ Alexandre et de vaincre se
retracent à l'occasion de celle de Darius, comme il est naturel que celle de
Darius se retrace à l'occasion des deux autres. Quelle inversioni, aggiunge più
avanti il francese, font un tableau, perché riuniscono dans un seul mot les
circostances d’une action, en quelque sorte comme un peintre les réunit sur une
toile: si elles les offroient l’une après l'autre, ce ne seroit qu'un simple
récit. Tale tema era già
stato anticipato da C. in un’altra orazione inaugurale, sull’origine
dell’elo30. 45. 31. Lo aveva notato già Puppo. C.: è vero che poi non manca di
citare casi di inversione sintattica colti, come il petrarchesco di A// Italia,
E i cor, che indura e serra / Marte superbo e fero, / apri tu, Padre, e
intenerisci, e snoda. 33. Condillac ARATO quenza, De universae et praecipue
grecae eloquentiae originibus. Le lingue fornite di casi, antiche o moderne,
paiono piü espressive perché, chiosa C. con metafora diversa e complementare
rispetto a quella condillachiana, forniscono col periodo una specie di concerto
imitativo e graduato di suoni corrispondenti alla scala del sentimento; ció che
col sapiente uso della prolessi puó fare persino la lingua ch'é la più
schizzinosa fra le moderne, cioè la francese*. Le osservazioni sulla forma
espressivoimitativa del linguaggio conducono dunque senza soluzione di continuità
alle considerazioni d'ordine culturale, anzi antropologico, condensate nel
concetto, ben settecentesco, di genio della lingua. Il capitolo relativo al
relativismo linguistico è il più vulgato (spiega con un po’ di ironia il nostro
scrittore: questo [genio] è il nome che domina nella bocca di chiunque favella
di tali materie ), e forse anche il più controverso. Sottile è la distinzione
che C. introduce, a correzione o meglio integrazione di quanto scritto da
Condillac, tra genio grammaticale e genio retorico: [il genio della lingua] è
di due specie, vale a dire, grammaticale, e rettorico. Per mancanza di questa
distinzione, e di qualche altra, parmi che Condillac, trattando lo stesso
argomento, non abbia fatto spiccare in tutto il suo volume la sua solita
aggiustatezza e sagacità. Il genio della lingua, che dee riguardarsi come
propriamente inalterabile, è il grammaticale, poiché questo è annesso alla
natura intrinseca de’ suoi elementi. Ma il genio rettorico, derivando da
principi diversi, non può avere come l'altro una rigidezza immutabile. Esso è,
non v'ha dubbio, il risultato 35. Cfr. quanto dice nella terza lezione
sull’ordine emotivo e su quello logico-sintattico della frase: C. (1810c 174-5):
Pueros sane qui primitus non nisi interiore adigente stimulo in voces erumpunt,
quae tandem cumque iis vernacula lingua sit, metathetica semper syntaxi uti
videas, eosque Italice aeque ac Latine pomum velle se, non sese velle pomum
clamantes exaudias; quemadmodum per id tempus quo aut vocum ignoratione, aut
organorum imbecillitate sensa gesticulationibus exprimunt index appetentiae
gestus, in appetitam rem, non in personam appetentem, intenditur; a specchio
cfr. Condillac (19472, ILI.IX.84, 83): quand on commença à suppléer à l'action
par les moyens des sons articulés, le nom de la chose se présenta naturellement
le premier, comme étant le signe le plus familier. Cette manière de
s'énoncer étoit la plus commode pour celui qui parloit, et pour celui qui
écoutoit. Elle l'étoit pour le premier, parce qu'elle le faisoit commencer par
l'idée la plus facile à communiquer; elle l'étoit encore pour le second, parce
qu'en fixant son attention à l'objet dont on vouloit l’entretenir, elle le
préparoit à comprendre plus aisément un terme moins usité et dont la
signification ne devoit pas étre si sensible. Ainsi l'ordre plus naturel des
idées vouloit qu'on mît le régime avant le verbe: on disoit par exemple fruit
vouloir. 36. C. del modo
generale di concepire, di giudicar, di sentire che domina presso i vari popoli,
quindi il genio della lingua è propriamente l’espressione del genio nazionale.
I carattere d'una lingua, dice il Condillac, dura più a lungo dei costumi del
popolo, ma nel corso di questo ragionamento parmi d’aver mostrato abbastanza se
questa supposizione sia ben fondata o gratuita. Nello stesso passo cade in
bella evidenza il nome di Helvétius, a proposito del linguaggio proprio della
schiettezza repubblicana opposto alla
politezza lusinghiera obbligatoria nelle corti, con la chiosa: non appartiene
al mio assunto il diffondermi su questo articolo e sarebbe ormai vano il farlo,
dopo che Elvezio lo pose nella più profonda e trionfante evidenza. Accanto al
nome del più radicale alfiere del deismo francese (autore all’ Indice, che per
altro C. ebbe caro) c’è poi menzione di tutt’altro scrittore, l'ex gesuita
spagnolo, ma ormai italianizzato, Esteban Arteaga, il teorico della bellezza
ideale e storico del teatro musicale. Arteaga, annotando la Dissertazione sul
gusto tenuta dall’accademico mantovano, nipote di Bettinelli, Matteo Borsa,
s'era soffermato sulla necessità inevitabile delle alterazioni successive della
lingua 4°, introducendo un principio
dinamico e storico che è particolarmente caro a C. (si noti che qualche pointe
anti-italiana di Arteaga, che C. finge di non vedere, aveva destato il dispetto
di molti, a partire da Tiraboschi). La distinzione tra i due genii non è forse
un’obiezione decisiva, ma piuttosto una sottolineatura: perché 38. Ivi 163-5.
Il tema è trattato diffusamente in Condillac (19472, ILI.XV 98-104). 39. C. (1800, 65). Il
riferimento è (credo) a Helvétius, De l'esprit, terzo discorso: Si l'Italie fut
si féconde en orateurs, ce n’est pas, comme l'a soutenu la savante imbécillité
de quelques pédants de collège, que le sol de Rome fût plus propre que celui de
Lisbonne ou de Costantinople à produire de grands orateurs. Rome perdit au méme
instant son éloquence et sa liberté: cependant nul accident arrivé à la terre
n’avoit, sous les empereurs, changé le climat de Rome. À quoi donc attribuer la
disette d’orateurs, où se trouvèrent alors les Romains, si ce n’est à des
causes morales, c’est-à dire, aux changements arrivés dans la forme de leur
gouvernement? (Helvétius, 1758 461-2).
Sulla fortuna di Helvétius in Veneto: Piva (1971); specificamente su C., che
tra l'altro riecheggia il francese nel Saggio sul bello: pp. 243-4 e 430-7. 40.
C. (1800, 165). Si prenda in particolare questa affermazione dell'Arteaga (che
discute con Borsa dei neologismi e dei forestierismi): Le lingue sono in una
perpetua e inevitabil vicenda. Destinate nell'uomo ad esser l'organo della
sensitività di cui palesano esternamente gli effetti; della fantasia, di cui
manifestan le immagini; delle passioni, di cui esprimono i gradi, la mescolanza
e la forza; dell’intelletto, di cui rappresentano le relazioni e l’idee; esse
debbono necessariamente subire le metamorfosi di quelle facoltà, alle quali
servono di strumento, somiglianti appunto all’ago di un orologio, che nel
rivolgersi lentamente attorno al suo quadrante altro non fa, che seguitare
l’impulso di quelle ruote nascoste che ne regolano il movimento (Borsa, 1785 89-90).
135 FRANCO ARATO in più luoghi Condillac tocca il tema della mutabilità delle
lingue, e del legame profondo tra lingua e culture nazionali. È piuttosto
un'occasione storica quella che suggerisce a C., nell'edizione del 1800 del
Saggio, questa amara noticina aggiuntiva e correttiva: E tuttavia cangia un
popolo di filosofi umanissimi e di gentilissimi cortigiani in un gran club
d'eroi sanculottici, e al molle frasario del bon ton sostituisce i termini
originali e sublimi di terrorismo, guigliottina, settembrizzare, ec. ec., i
quali saranno un ornamento singolare nei glossari della lingua e della storia
politica*. Evidentemente i venti della storia erano stati capaci di modificare
in un lampo, e con sgomento generale, un'indole, una lingua, una civiltà:
davvero non c'era genio retorico che potesse salvare, e spiegare, le catastrofi
(o rivoluzioni) della storia. Non era forse mancato a suo tempo in
Condillac un po' di sciovinismo: nous n'avons commencé à écrire bien en latin
que quand nous avons été capables de le faire en français. D'ailleurs, ce
seroit bien peu connoître le génie des langues, que de s'imaginer qu'on put
faire passer tout d'un coup dans les plus grossières les avantages des plus
parfaites: ce ne peut être que l'ouvrage du tems *. Lingue grossolane? Lingue raffinate? Il nostro
odierno ecumenismo ci impedisce quasi un tal pensiero. Naturalmente la lingua
perfetta per molti, forse anche per Condillac, era il francese, e per i
francesi la crisi vera o presunta della cultura italiana risultava depositata
con evidenza anche nella lingua. Nei rischiaramenti apologetici apposti
all’edizione del Saggio C. torna su questo punto, prendendo di petto quella che
vichianamente si può chiamare la boria delle nazioni (e nella fattispecie anche
boria dei professori). A mo’ di elenco: la nausea di tanti grecisti per tutto
ciò che non era greco, i vilipendi dei latinisti alla lingua italiana, il
purismo persecutore degli infarinati, i panegirici ridicolmente trasmodati
della lingua francese, e gl'improperi fatti alla nostra dal Bouhours, le
ingiustizie fatte alla stessa dal Condillac, e le impertinenze d’alcuni nostri
folliculari e faccendieri di letteratura dette in onor della nostra lingua
contro la francese, e contro i più celebri scrittori di Francia. Queste sono le
gare che meritano il titolo di vanità pedantesche * (si noti il non
involontario francesismo: fo/liculaire vale, si sa, ‘giornalista da strapazzo).
Non nell’ Essai ma altrove troviamo le riserve di Condillac sulla vitalità
dell'italiano moderno. Per esempio, nel Discours di esordio 41. C. (1800, 165,
nota n). 42. Condillac C. all’Académie (22 dicembre 1768) dove, pur
riconoscendo il primato dell’Italia umanistica e rinascimentale, additava i
guai del cattivo gusto moderno (barocco), schivati, a suo dire, dal classicismo
cartesiano: Les génies à qui l'Italie doit la renaissance des lettres ont
d'autant plus de mérite, qu'ils ont eu à lutter contre les préjugés qui
faisoient durer les études du quinzième siècle; car l'Italie étoit tout-à-la-fois
le théâtre du bon goût et d’un goût dépravé, de la saine philosophie et du
jargon des sectes, de la raison qui s'éclaire par l'observation et de l'opinion
qui craint d'observer. Plus heureux que les italiens, parce que nous sommes
venus plus tard, notre langue s'est perfectionnée dans des circonstances plus
favorables: c'est dans le dix-septième siècle, lorsque les disputes sans
nombre, élevées dans le précédent, commençoient à cesser, ou que du moins on ne
les soutenoit plus avec le méme fanatisme. L'admiration pour les anciens étant
mieux raisonnée, et par conséquent moins exclusive, la langue françoise attira
l'attention des meilleurs esprits**. Allo scadere del secolo s'era ormai esaurita la polemica che a
inizio Settecento aveva imperversato, tra picche e ripicche, dentro e fuori
l'Arcadia, dentro e fuori le accademie di Francia e d'Italia: quella vecchia
logomachia a C. ormai poco importava. La contesa con la letteratura vicina,
attraente e concorrente, celava adesso veleni diversi. Nel già menzionato
Saggio sopra le istituzioni scolastiche C. prova a ragionare, dal cosmopolita
che era (anche se visse sempre in Italia), sulla contraddizione tra la
necessità di aprirsi alle lingue straniere e il pericolo, per lo scrittore, di
perdere la propria anima, il proprio genio: Sembra che quanto più si conosce
delle lingue altrui più s'acquisti di mezzi per aumentare e perfezionare la
propria; se non che le nazioni per indole, clima, instituti tra loro dissociate
e discordi hanno anche nella lingua un carattere più o meno disanalogo e perció
mal atto a formar insieme quell'unità ed armonia di lineamenti da cui dipende
la fisionomia nazionale d'una lingua; il rischio era allora, soprattutto peri
giovani, malavveduti e mal esperti, quello di formare un guazzabuglio di
linguaggio babelico. La lingua più celebre tra quelle d'Europa 5, che rischiava
d'adulterare l'italiana, non era nominata, ma ognuno sapeva essere il francese:
che deteneva, anche in termini politici, la forza imperialistica che oggi è
meritato appannaggio dell'inglese*s. Torniamo dunque al punto di partenza. Dal
Condillac, 44. Condillac. 45. C. (1808, pp53-4). 46. Sull'argomento, in termini
generali: Marazzini cronologicamente non cosi vicino (era morto nel 1780) ma
ancora incombente, il padovano aveva imparato molto in termini
filosofico-dialettici, ma aveva provato a emanciparsi dal modello, proponendo
una visione un po’ più dinamica della creatività linguistica. La maggior età
raggiunta risalta forse nel programma di riforma linguistica che C. esprime con
suggestiva parenesi rivolgendosi in una Lettera in qualche modo conclusiva
proprio al Galeani Napione: voi [italiani] non sarete più schiavi né dei
dizionari né dei grammatici, non sarete né antichisti né neologisti, né
francesisti né cruscanti; né imitatori servili né affettatori di stravaganze;
sarete voi; voglio dire italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale
d’una lingua libera e viva, e la improntano delle marche caratteristiche del
proprio individual sentimento #7. Un vecchio rimbrotto, una vecchia promessa,
sì, ma che vale (mi chiedo) anche per l’oggi? Riferimenti bibliografici
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Opere dell'abate Melchior C. padovano, vol. xxx1: De lingua et eloquentia
praecipue graeca acroases in Patavino Archigymnasio publice habitae, typis
Molini, Landi et Soc., Pisa.(1810b), De naturali linguarum explicatione, in
Opere dell'abate Melchior Cesarotti padovano, vol. xxx1: De lingua et
eloquentia praecipue graeca acroases in Patavino Archigymnasio publice habitae,
typis Molini, Landi et Soc., Pisa. 47. C. (1800 297-8).ID. (1810c), De
universae et praecipue grecae eloquentiae originibus, in Opere dell’abate
Melchior C. padovano, vol. xxx1: De lingua et eloquentia praecipue graeca
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Lingua nostra’, LXXV, 3-4 65-92. ROUSSEAU J.-J. (1971), Discours sur les
sciences et les arts. Discours sur l'origine de l'inégalité, édité par J.
Roger, Garnier-Flammarion, Paris. 139 Parte terza Questioni Per un commento al Saggio sulla
filosofia delle lingue: le idee accessorie di Andrea Dardi* Per poter
interpretare adeguatamente il Saggio sulla filosofia delle lingue di Melchiorre
C. (fatto salvo il giudizio ormai assodato sul rilievo letterario dell’opera,
che ne fa il capolavoro dell’autore e della prosa argomentativa del secolo),
per valutarne il grado di originalità, per evitare di trasporlo abusivamente in
parametri correnti, è necessario un preliminare lavoro di ambientazione
storica, a tutt'oggi appena avviato. Ambientazione nella linguistica
settecentesca, soprattutto francese, con le sue assunzioni filosofiche, che di
regola nel xv secolo significano sostituzione di principi astratti o di
ricostruzioni ideali alla concretezza delle ricerche storico-filologiche:. La
preoccupazione ontologica impediva allora di considerare il segno nella sua pura
funzionalità sincronica e faceva sì che il problema del segno si affacciasse
sempre in funzione glottogonica;, il che spiega la confusione o, se si vuole,
la fusione tra sincronia e diacronia, fra piano fenomenologico e profilo
genetico*. E un aspetto metodologicamente determinante del pensiero sensistico
che spiega, per esempio, il trattamento della motivazione, centrale nell'opera C.ana,
o quello del significato. Inoltre, nella discussione sei-settecentesca sulla
lingua, fatti propriamente linguistici e fatti retorici o stilistici
s'intrecciano spesso, inclinando verso una in* Università di Firenze. 1. E in
generale, come dice da par suo Nencioni (1983, 31) a proposito di C. e di
Leopardi, il pensiero, la sensibilità linguistica di quegli autori non son
riassumibili e quindi trasponibili nella nostra terminologia senza il pericolo
e direi la probabilità di falsarli. 2. Droixhe (1978, p. 149). Scrivendo nel
luglio 1780 a un perplesso Clementino Vannetti C. evocava il senso esquisito
della bellezza intrinseca dei termini, l’analisi filosofica del loro valore (C.,
1946, p. 287). 3.
Pagliaro (1957, p. 209). 4. I grammatici dell Encyclopédie n'établissent pas de
distinction méthodologique entre une linguistique synchronique et une
linguistique diachronique, giacché la diachronie est intégrée à la grammaire
descriptive synchronique (Swiggers, 1984
40-1); per C. cfr. Brioschi (2002), da cui è tratta (p. 544) la citazione
seguente. 143 ANDREA DARDI différenciation progressive entre les questions
rhétoriques et les questions de langue. Le tendenze generali della linguistica europea si complicano in
Italia per l’incombere della questione della lingua (aveva perfettamente
ragione Rosiello ad affermare che non si ebbe [nell'Italia del xvIn secolo]
un'elaborazione di teorie linguistiche totalmente autonoma dai temi posti dalla
questione della lingua 5), alla quale
non sfugge nemmeno il trattato C.ano, il cui scopo dichiarato è di fornire
criteri per migliorare, perfezionare, rettificare l'uso della lingua letteraria
d'Italia. La sua implicazione nelle maglie della secolare questione? ne
determina certe caratteristiche rispetto al contemporaneo dibattito europeo. Si
pensi, per limitarci a un esempio, alla discussione sull’uso, in cui C.
attinge, largamente citandolo?, a Marmontel, senza avvertire che l’usage, la
langue usuelle, che fa da sponda all’argomentazione di Marmontel, è il parlare
cronologicamente e sociologicamente circoscritto della corte, dont le langage
roule sur un petit nombre de mots, e del monde poli et superficiel, qui suit
l'exemple de la Cour'°, mentre l’uso invocato da C. manca di una determinazione
precisa. Va riconosciuta infine, anche se l'affermazione andrebbe motivata e
circostanziata, la debolezza del cóté filosofico del C., eclettico e
oscillante, approssimativo nella terminologia, scarsamente rigoroso. s. Siouffi
(2010, p. 315). 6. Rosiello (1965, p. 376). 7. C. (1785): alcune opinioni, che
impediscono costantemente il miglioramento della lingua medesima (p. 1); niuna
lingua è perfetta, ognuna non per tanto può migliorarsi (p. 7); condiscendere
all'uso, o rettificarlo; migliorar l'uso (p. 114); con che si reztifica l’uso,
e si perfeziona la lingua ecc. (corsivi nostri). 8. Il Saggio segna, secondo
Mazzoni (1887, p. 136), il terzo momento capitale della questione cominciata
con Dante. 9. Cfr. C. (1800 259-61). 10. Marmontel (1785, p. 19). 11. È difficile,
pur senza condividerlo pienamente, disconoscere il fondo di verità che sta nel
parere di Berengo: L'intensa familiarità col pensiero dei philosophes è stata
per lui [C.] un’esperienza di gusto che non si è convertita in adesione
interiore, né ha infuso nella sua opera una più vigorosa e combattiva vitalità;
giudizio che in sostanza riecheggia quello notissimo di Croce. L'adesione
assoluta di Nencioni (1983, p. 7) in un saggio famoso del 1950, Quicquid nostri
praedecessores.... Per una più piena valutazione della linguistica preascoliana
(Si risalga al C., vero e grande iniziatore del nostro moderno pensiero
linguistico, proprio in virtù del suo vasto ed organico speculare assurto alla
dignità di disciplina autonoma, indipendente sia dalla questione della lingua
che dalla filologia), si giustifica in particolare col riconoscimento del
decisivo merito C.ano nell'allargare all Europa l'orizzonte culturale italiano.
Non si dimentichino, sulle contraddizioni del Saggio, le affilate pagine del
Sentir messa di Manzoni (1990 244-6, 259). 144 PER UN COMMENTO AL SAGGIO SULLA
FILOSOFIA DELLE LINGUE Come contributo a un auspicato commento storico al
Saggio cesarottiano (di cui manca ancora un'edizione critica) ci occuperemo qui
di un fatto apparentemente secondario, di quelle che C. chiama idee accessorie
0 sensi accessori, cercando di precisarne la nozione e di ricostruirne la
genesi. Intanto ne trascriviamo tutte le occorrenze utili del Saggio,
numerandole progressivamente per comodità: i Rettorica è quella parte [della
lingua] che oltre all’istruir l’intelletto, colpisce l'immaginazione, né
contenta di ricordar l’idea principale, la dipinge, o la veste, o l’atteggia in
un modo più particolare o più vivo, o ne suscita contemporaneamente altre
d’accessorie,lequali oltre all oggetto indicato dinotano anche un qualche modo
interessante di percepirlo, o un grado di sensazione che comunica una spezie
d’oscillazione al cuore o allo spirito di chi ci ascolta (C., 1785, p. 21). 2.
I termini oltre il senso diretto ne hanno spesso un altro accessorio di favore
o disfavore, d'approvazione o di biasimo: questo secondo senso ora è
intrinseco, ed ora estraneo. Intrinseco quando risulta dalla derivazione
originaria del termine; estraneo quando le viene appiccato dall’uso o dal capriccio
degli ascoltanti. L'accessorio intrinseco non può cancellarsi se non si
cancella l'etimologia del vocabolo, ma l'estraneo può abolirsi, o quando il
vocabolo passa da una nazione all'altra, o anche nella nazione stessa col
progresso del tempo, e talora uno Scrittore riabilita l'onor d'un termine,
usandolo con desterità e collocandolo acconciamente. Il senso accessorio è
quello che distingue fra loro le voci sinonime, e la conoscenza di questo
doppio senso è una parte essenziale del Gusto. Dació si rileva l'estrema
difficoltà di giudicar adeguatamente delle opere scritte in una lingua morta o
straniera, riuscendo spesso impossibile di conoscer con precisione qual fosse
allora lo stato attuale e individual dei vocaboli, quale il senso accessorio
predominante, se i colori delle metafore fossero vivaci o sfumati, e se le voci
derivative conservassero l'impronta originaria, o se questa fosse già corrosa
dall'uso, e ridotta a segno indistinto (ivi, 44). 4. scemandosi la memoria
della prima origine la voce fronder non risvegliò più le stesseidee accessorie
che ne facevano il principal merito (ivi, 57). s. Gli altri [modi] son quelli
che dinotano un modo particolar di percepire o di sentire in chi parla, ed
insieme coll'idea principale risvegliano per mezzo della struttura l'idee
accessorie di delicatezza, d'ingegnosità, di rapidità, o simili altre che
l'accompagnano nello spirito del parlatore (ivi, 70). 6. Non è meno
desiderabile la duplicità dei termini nelle nozioni morali, al di cui vocabolo
è annessa dall’uso l’idea accessoria di lode o di biasimo, benché la cosa vi
sia per se stessa indifferente, né si accosti all’innocenza o alla colpa che
per l’oggetto, le misure, o le circostanze. La compiacenza deliziosa d’un uomo
onesto per le sue azioni virtuose non ha un titolo preciso che la distingua
dalla superbia; DARDI né la giustizia che un Socrate rende tranquillamente a se
stesso è segnata con un carattere proprio, e diverso dalla millanteria d’un
Trasone: quindi è facile al volgo e all’anime basse o maligne di dare ai
sentimenti nobili il color del difetto o del vizio. La voce voluptas dei Latini
screditò più del dovere la dottrina moral d’Epicuro: i vocaboli amor proprio,
interesse, lusso, usura, passione, presi costantemente in senso vizioso
generarono idee false, persecuzioni pericolose, declamazioni violente (ivi 812).
7. I Sinonimi sono assai minori di numero di quel che si pensa. Abbiamo
osservato di sopra che molte voci sinonime nell'idea principale son diverse
nella ccessoria, né possono usarsi indistintamente. Il conoscerne le differenze
è spesso opera di molta finezza e sagacità (ivi, 83). 8. Ma presso una nazione
che ha una Capitale, e una Corte, gli Scrittori sono men liberi, el'idee
accessorie trionfano delle principali (ivi 86-7). 9. Magl’Idiotismi Rettorici
essendo di natura diversa possono e debbono meritare qualche privilegio. Sono
essi configurazioni espressive, che accennano idee accessorie,atteggiano i
sentimenti, e ne rappresentano i diversi gradi, e il modo particolare con cui
ci affettano (ivi, 117). 10. Il Secondo Vocabolario [quello fornito solo del
necessario, per uso giornaliero di chi vuole intendere e maneggiare la lingua
scritta ] potrebbe ordinarsi, secondo il solito, per alfabeto: ma il fondo
attuale domanda d'esser migliorato in più guise. Vuolsi Notar nei vocaboli non
meno il senso accessorio che il principale (ivi 164-5). 11. No, non dee
credersi d’aver il vocabolo quando non si ha che un termine solo per un oggetto
di molte facce; non dee credersi d’aver nella nostra [lingua] un equivalente
della straniera, quando l’idea dell’una è più ristretta o più estesa; quando la
nostra non presenta che un’approssimazione, un’analogia vaga e generale, quando
coll'idea principale non si conserva l'accessoria, o quando l'uso fra noi ve ne
ammetta un’altra diversa, e talora opposta di lode o di biasimo, di nobiltà o
di bassezza (C., 1800 264-5). 12. Altro è quello [stile] che al presente sembra
aver fissato il gusto dell’ Europa. Ella è da qualche tempo avvezza ad esigere
che i sentimenti abbiano più sostanza che diffusione, che la sentenza sia
vibrata a guisa di strale da una energica brevità, che l’idea principale sia
fiancheggiata utilmente dalle accessorie (ivi, p.276). La nozione di idee
accessorie rappresenta una svolta capitale nella considerazione delle lingue e
nella formazione di una semantica. Per suo mezzo si scardina la corrispondenza
lingua-pensiero propria del razionalismo 12. Qualche altro esempio presente in
altre opere lo citeremo all'occorrenza. secentesco, s introducono la consapevolezza
che il contenuto logico non costituisce l’intero senso del segno e il
riconoscimento della stretta associazione, nella determinazione del senso, tra
processi cognitivi e risonanze affettive: il logicismo integrale della lingua
specchio del pensiero si rivela illusorio, una volta che l’evocatività
partecipi alla comunicazione allo stesso titolo della razionalità. La nozione,
che nasce in un contesto di idee chiaramente mentalistico e introspettivistico,
quale quello dei Signori di Porto Reale, si trova esposta per la prima volta'
nella Logique di PortRoyal (1662), dove i giansenisti Arnauld e Nicole,
riprendendo forse un'intuizione pascaliana5, osservano che il significato non
esaurisce l'impressione che le parole fanno nello spirito: les mots signifient
souvent plus qu'il ne semble il arrive souvent qu'un mot outre l'idée
principale que l'on regarde comme la signification propre de ce mot, excite
plusieurs autres idées qu'on peut appeller accessoires, ausquelles on ne prend
pas garde, quoique l'esprit en reçoive l'impression. Queste idee secondarie,
che non sempre arrivano al livello della coscienza'5, possono anche essere di
natura extralinguistica, contingenti e dipendenti dall'occasionalità del
contesto comunicativo (situazione, tono, gesto ecc.), ma quelquefois ces idées
accessoires sont attachées aux mots mêmes, parcequ elles s’excitent
ordinairement par tous ceux qui les prononcent, sono dans l'usage, cioè, diremmo oggi, sono fatti
di langue e non di parole. Esse aumentano la densità del segno, diversificando
i significati al punto che sareb13. De Mauro (1966 193-4). Si veda anche
François (1939), Donzé (1967 55-7), Scaglione (1972 196-7) e Dominicy (1984, 132),
il quale avverte che lo statuto teorico delle idee accessorie non è mai stato
fatto oggetto di uno studio specifico. 14. Non pare che l’idea sia anticipata
come vuole De Mauro, loc. cit. nella Grammaire générale et raisonnée di
Arnauld e Lancelot, in cui si parla sì di connotation come signification
confuse, ma a tutt'altro proposito: cfr. Arnauld, Nicole (1660 31-2); Droixhe
(1978, 356) osserva che il cartesianesimo mette in evidenza l’idea di
connotazione pour condamner ces zones obscures de la représentation, dont la
vocation est d’étre claire et distincte; cfr. anche Rosiello (1967 122-4). 15. Pascal (1866, 105):
Un même sens change selon les paroles qui l’expriment. Les sens reçoivent des
paroles leur dignité, au lieu de la leur donner. Cfr. Ricken (1978 32-4). 16. Ci sembra
particolarmente significativa, in un contesto cartesiano di totale chiarezza
comunicativa, l’idea che il linguaggio, insieme ai contenuti espliciti, possa
veicolare oscuri messaggi subliminali, idea che tornerà spesso nel corso del secolo.
Si
veda, oltre a alcuni passi che citeremo più avanti, Encyclopédie (17654, 312)
sv. horreur: Nous transportons tous cette horreur aux choses mêmes. L’ horreur
prise en ce sens, vient moins des objets sensibles, que des idées accessoires
qui sont réveillées sourdement en nous (nostro il corsivo dell’avverbio). 147
ANDREA DARDI be utile che i lessicografi les marquassent, et qu’ils
avertissent, par exemple, des mots qui sont injurieux, civils, aigres,
honnêtes, des-honnétes. Gli autori allargano il discorso, con un salto logico,
alle espressioni figurate, in quanto esse manifestano al tempo stesso il
messaggio e la passione dell’emittente (les figures expriment les mouvemens de
notre ame): C'est encore par là qu'on peut reconnoître la difference du stile
simple et du style figuré, et pourquoi les mémes pensées nous paroissent
beaucoup plus vives quand elles sont exprimées par une figure, que si elles
étoient renfermées dans des expressions toutes simples. Car cela vient de ce
que les expressions figurées signifient outre la chose principale, le mouvement
et la passion de celui qui parle, et impriment ainsi l'une et l'autre idée dans
l'esprit, au-lieu que l'expression simple ne marque que la verité toute nue. Nelle poche dense pagine dedicate da Arnauld e
Nicole alle idées accessoires sono già presenti alcuni dei temi che verranno
sviluppati nel secolo seguente. Resta per ora marginale, ma frutterà più
avanti, il motivo della storicità della connotazione, invocato a proposito del
fatto che i padri della Chiesa si sono serviti tranquillamente di vocaboli come
/upanar e meretrix, del che sarebbe assurdo accusarli, poiché è evidente qu'ils
n'étoient pas estimés honteux de leur temps, c'est-à-dire, que l'usage n'y
avoit pas joint cette idée d'effronterie qui les rend infames *. Viene invece
lasciato nel vago il diverso statuto dell’ idée principale, della signification
propre, e delle accessorie, che sembra istituire una gerarchia tra i componenti
del significato. 17. Parte 1 cap. XIV, in Arnauld, Nicole (1965 93-9). Non ci
occupiamo qui di un secondo tipo, del tutto diverso, di idee accessorie
esaminato nel cap. xv (pp. 99-102), per cui cfr. Donzé (1967 55-7). 18.
Arnauld, Nicole (1965, 99). 19. Rimando per questo a Auroux (1979 268 ss.) e a
Swiggers (1980). Si puó dire in generale che la teoria del significato nella
linguistica sei-settecentesca non faccia grandi progressi, forse proprio a
causa della confusione tra sincronia e diacronia di cui si diceva. Si vedano
per esempio Beauzée e Douchet nell'art. Grammaire dell Encyclopédie (1757 843-4),
i quali distinguono il sens fondamental (celui qui résulte de l'idée
fondamentale que l'usage a attachée originairement à la signification de chaque
mot), il sens spécifique (la categoria grammaticale) e il sens accidentel (le
modifiche della parola nell'ordine enunciativo), e le osservazioni di Auroux
(1973 41-9 e 76-7). Nell'art. Mot Beauzée cambia la terminologia ma non la
sostanza, chiamando signification objective il sens fondamental, mentre nella
signification formelle l'idea principale corrisponde al sens spécifique e le
idee accessorie costituiscono il sezs accidentel (Encyclopédie, 1765c, 761). Il
senso fondamentale, come si vede, rimane un dato inanalizzato. Ricollegandosi
alla Logique? ritorna più brevemente sull'argomento nel 1675 un'opera
fortunatissima uscita dallo stesso ambiente portorealista, la Rhétorique di
Bernard Lamy (1640-1715), che ne tratta fra les actions de notre âme: Il y a
des noms qui ont deux idées. Celle qu'on doit nommer l'idée principale
représente la chose qui est signifiée; l'autre, que nous pouvons nommer
accessoire, représente cette chose revétue de certaines circonstances. Lamy
spiega che le parole finiscono per contrarre stabilmente colorazioni
addizionali per quelli che Bally chiamerà effets par évocation, in quanto
evocano i contesti e gli ambienti in cui vengono usate abitualmente e in cui
perdono la loro innocenza originaria: avant la corruption universelle des
hommes, ou dans les temps qu’on vivait plus simplement, on avait plus de liberté
de nommer les choses par leur nom *. L’ évocation du milieu dei vocaboli è
individuata con precisione qualche anno più tardi da Houdar de la Motte
(1672-1731), che nel Discours 4 l'occasion des Macchabées (1730) scrive: Il y a
dans une même langue deux ordres differents de tours et d’expressions qui
caracterisent les grands et le peuple. Les uns exprimeront au fond la même
chose que les autres, sans emploïer précisement les mêmes termes; ainsi outre
l’idée principale qu'un tour ou qu'un mot présente, il réveille encore l'idée
accessoire de l'éducation et du rang de celui qui parle. Da allora la trattazione delle lingue non
prescinderà più, almeno nel dibattito francese settecentesco, dalla nozione di
idées accessoires, che arricchendosi e complicandosi, costituisce un operatore
efficace nel complexifier la structure signifiante du mot?*. L'orientalista e
teologo cartesiano Jean Pierre de Crousaz (1663-1750), nel Système de
reflexions (1712), osserva che la difficoltà di definire esattamente il significato
dei vocaboli è aggravata dal fatto che les mots servent à exprimer deux sortes
d’idées, les principales et les accessoires. L'idée principale c'est
l'idée de la chose même, c'est l'idée d'un certain fonds qui demeure toüjours
le méme nonobstant la varieté des circonstances qui l'accom20. Cfr. Ricken (1978 54-5). 21. Bally (1951 96
ss.). 22. Lamy (1998 90-1). L'edizione Timmermans riproduce la stampa
definitiva del 1715 con le varianti delle precedenti. La prima (1675) nel passo
citato non ha differenze sostanziali. 23. Houdar de la Motte (1730, 54). 24. Auroux (1973, 42).
149 ANDREA DARDI pagnent. Mais outre cette idée principale un mot a la force
d’en reveiller d’autres, il renferme les circonstances qui accompagnent le
fonds, et il renferme aussi les sentimens dans lesquels celui qui parle a
regardé ce fonds et ces circonstances. In caso d’incertezza comunicativa si pud chiedere al parlante di
chiarire il senso delle sue espressioni e, quando si ha che fare con una lingua
vivente, si può ricorrere a dizionari e maestri. Mais quand on lit un
Livre ancien écrit dans une langue morte, il y a plus de façon à découvrir au
juste la force de ses termes, car les idées accessoires varient; dans une méme
langue et chez un méme peuple, la force des mots change avec le tems. Il faut
donc être sur ses gardes pour ne point prêter aux Auteurs, des pensées qu'ils
n'avoient pas, et sous prétexte que leurs expressions ressemblent aux nôtres,
on n'en peut pas d'abord conclurre qu'ils pensoient comme nous. Si l'on
n'interprete pas avec cette précaution les Auteurs, et si l'on suppose temerairement
que leurs expressions avoient autrefois la méme force précisément qu'elles ont
chez nous, on se remplira à tout coup de chimeres et l'on fera dire au plus
raisonnable des extravagances. È una notazione di considerevole rilievo, che
storicizza e relativizza la percezione moderna dei testi antichi e classici, a
cui è opportuno avvicinare un altro luogo dello stesso Crousaz, dove
l’instabilità del tono affettivo, asserita come un fatto generalmente ammesso
(on sait...), è vista come motore di cambio semantico: Tous les termes sont par
eux-mêmes des sons indifférens: Ils deviennent honnêtes, ou deshonnêtes, et on
peut les employer, ou l’on doit s’en abstenir, suivant les idées accessoires
qu'ils reveillent: Or on sait que les idées accessoires varient; Tels termes et
tels tours d'expressions qui, dans un tems, ne présentoient à l'esprit que des
idées vagues, et ne lui faisoient voir de certains sujets que comme en
éloignement, n'attiroient sur eux qu'une attention legere, ont acquis dans la
suite du tems, une force, qu'ils n'avoient pas d'abord, ils ont présenté un
plus grand nombre d'idées, ils ont frappé plus vivement l'imagination et ont
fait regarder ceux qui s'en servoient comme des personnes trés-peu scrupuleuses
sur le chapitre de l'honnéteté. 25. Crousaz. Su Crousaz si veda Pizzorusso
(1968 325-49). 26. Crousaz. Nell'edizione del 1725, intitolata La logique ou
système de reflexions... (L'Honoré et Chatelain, Amsterdam), 11 69-87, Crousaz
arricchisce la trattazione di numerosi esempi. 27. Crousaz (1733, 258); su questo passo ha
attirato l'attenzione Pizzorusso (1968, 337, nota). Cfr. ancora Crousaz (1715, 161),
in cui tra i pregi dell oratore si annoverano le style serré, et les termes
feconds en idées accessoires. Per chiarire l'allusione all’ honnêteté ISO Le
idee di Crousaz si ritrovano ne Les agrémens du langage del filosofo,
matematico e moralista Etienne-Simon de Gamaches (1672-1756). Dopo aver osservato che
lo stile mediocre richiede delle expressions qui n’ont aucune idée accessoire,
ny d'élevation, ny de bassesse attachée à leur signification propre, e pur
rilevando che les mêmes idées accessoires ne sont pas toûjours attachées aux
mêmes mots, Gamaches continua: Le style doit donc être sujet à des vicissitudes
continuelles; aussi n’a-t-il de caracy tere marqué que relativement à l'usage.
De-là vient l’incertitude de nos jugemens quand nous voulons prononcer sur la
maniere d'écrire de ceux qui nous ont precedé. Nous scavons ce qu'ils ont
pensé, mais nous ignorons quelles étoient les idées accessoires attachées de
leur tems aux expressions dont ils faisoient usage. Quando si leggono testi di autori più antichi
o classici è inevitabile dunque una sfasatura percettiva, al punto da insinuare
il sospetto che la tanto decantata semplicità degli antichi sia una illusione
ottica dei moderni: il loro stile, infatti, ci apparirà moins recherché del
nostro poiché le grazie della novità che ornavano il loro dettato ont dù
changer de caractere en passant jusqu'à nous; l'usage les a rendu communes et
familieres, et par là leur a fait perdre leur éclat, et les a dégradées. C'est apparemment à quoi
ne prennent point garde ceux qui font un merite aux anciens de cette simplicité
que nous remarquons dans leurs écrits. L'idea che, per l’instabilità dell'intonazione affettiva delle
parole, non sia possibile valutare pienamente l'effetto di una lingua morta,
con la convinzione che ne consegue che come dirà Houdar de la Motte il n'y
a que les langues vivantes qui puissent s'apprendre au point qu'il faut pour
juger en détail de l'élégance d'un auteur , diventerà un argomento topico dei
traduttori settecenteschi per suffragare le loro pesanti manipolazioni dei
testi classici. Tra le infinite testimonianze che si potrebbero citare valga
quella di Guillaume Dubois de Rochefort (1731-1788), che traducendo l’ Iliade
nel 1767 (ed. definitiva 1772) mise le mani avanti: si ricordi quanto abbiamo
detto sopra sull'uso nei padri della Chiesa di parole che significano azioni
infami o disoneste, e si veda Beauzée in Encyclopédie alla voce Mot: C'est sur
la distinction des idées principales et accessoires de la signification
objective, que porte la différence réelle des mots honnêtes et deshonnétes. 28.
Gamaches (1718 261-4). Cfr. qui sopra il passo n. 3 del C. e, più largamente, C.
(1785 44-5). Sul
Gamaches cfr. Pizzorusso (1968 351-99), Droixhe (1978 310-1). 29. Houdar de la
Motte, Réflexions sur la critique in Houdar de la Motte (2002 340-1). ISI Or je
n’entends pas par saisir l’esprit d’un auteur, embrasser avec l’idée principale
toutes les idées accessoires, qui sont de leur nature variables et mobiles.
Rien n’empéche que l’idée principale ne soit fidelement rendue; mais les idées
accessoires, étant mobiles et changeantes, sont à la disposition du Traducteur.
Croira-t-on qu Homere même n'ait pas été forcé, par la contrainte de la
versification, d'employer telle ou telle idée accessoire, dont, sans cette
contrainte, il ne se fût pas servi, ou qu'il eût remplacé par une autre
equivalente ?3° Un ulteriore progresso nell'analisi del significato si constata
con Girard, che affrontò in La justesse de la langue frangoise (1718), opera
rielaborata e più volte ristampata fin nel secolo seguente col titolo Synonymes
français, il problema teorico della sinonimia. Si può parlare argomenta Girard di
sinonimi in senso esteso e in senso stretto: nel primo les termes synonimes
presentent touts une méme idée principale; mais chacun d'eux y ajoûte neanmoins
quelques idées accessoires, qui diversifient la principale; ensorte qu'elle
paroisse dans ces différents mots, comme une méme couleur paroît sous diverses
nuances; in senso stretto dovrebbe trattarsi di vocaboli i cui significati
coincidono al punto qu'il n'y ait pas plus de choix à faire entre eux, pour le
sens, qu'entre les gouttes d'eau d'une méme source, pour le goüt. Girard si
occuperà dei primi, dei vocaboli qui passent pour synonimes, che expriment un
méme sens principal, diversifié seulement par des idées accessoires, propres et
particuliéres à chacun d'eux, e che hanno quindi significati diversi, parceque
la signification des mots ne consiste pas dans la seule idée principale qu'ils
présentent, mais dans toute l'étendue et dans la juste précision du sens qu'ils
expriment*. La conclusione di
Girard che sinonimi perfetti non 30. Rochefort (1772 46-47). Si potrebbero
citare a riscontro numerosi passi del C., tra cui una nota osservazione alla r1
Filippica di Demostene: noi non possiamo dar un fondato giudizio dell'esatto
valore dei vocaboli, e delle frasi d'una lingua morta, né dello stile de’ suoi
scrittori rispetto alla locuzione. Su questo articolo noi siamo ugualmente
soggetti a prender equivoco e nei termini proprj e nei figurati. I Greci e i
Latini consapevoli dello stemma genealogico delle parole, e del loro senso
primitivo, o accessorio, potevano scorger un'ombra d' immagine lontana,
un'allusione occulta, un cenno indiretto in molti e molti vocaboli che a noi
non presentano che un senso schietto ed ignudo, senza veruna bellezza
accessoria (C., 1807 158-9). Un lungo passo di Rochefort, in cui è compresa la
nostra citazione, è tradotto da C. Girard (1718 xxvir-xxx). Cfr. Droixhe (1978,
311). Niente di comparabile nei Sinonimi ed aggiunti italiani raccolti da Carlo
Costanzo Rabbi (Storti, Venezia 1733), nel quale la nozione di sinonimo non
suscita alcuna perplessità. Francesco Maria Colle, amico del C., riteneva che
la nozione di idee accessorie fosse da attribuire appunto al Girard: cfr. Colle
(1789, 373). esistono in alcuna lingua, ma ne esistono solo di apparenti, sarà
accolta si può dire senza opposizione dalla linguistica settecentesca francese:
basterà citare le note parole di Du Marsais: S'il y avoit des synonimes
parfaits, il y auroit deux langues dans une même langue. Quand on a trouvé le
signe exact d’une idée, on n'en cherche pas un autre *. Gl'italiani, attaccati a quella che era
considerata tradizionalmente una ricchezza della lingua e una preziosa risorsa
stilistica, saranno piü cauti. Anche per lo spregiudicato C. i sinonimi sono
assai minori di numero di quel che si pensa, ma tuttavia esistono: Quando i
sinonimi siano veramente tali in ogni senso, e non differiscano fuorché nel
materiale della parola, lo Scrittore giudizioso non si farà schiavo degli
esempj, o dell'uso più comune d'un qualche dialetto, ma fra due termini
ugualmente analoghi ad altri già ricevuti nella lingua, sceglierà quello che
colla sua struttura, o colla terminazione corrisponda meglio all'effetto che
vuol destarsi, e s'adatti al colore o all’ intonazione general dello stiles*.
Nell'ambito di una teoria generale della conoscenza e del linguaggio, il
filosofo sensista Condillac (1714-1780) muove nell' Essai sur l'origine des
connoissances humaines (1746) dalla considerazione tradizionale delle idées
accessoires come componenti semantici satellitari del vocabolo. Egli osserva che il
carattere dei popoli influisce necessariamente su quello delle lingue: Il est
naturel que les hommes toujours pressés par des besoins, et agités par quelque
passion, ne parlent pas des choses sans faire connoître l'intérêt qu'ils y
prennent. Il faut qu'ils attachent insensiblement aux mots des idées
accessoires qui marquent la manière dont ils sont affectés, et les jugemens
qu’ils portent. C'est une observation facile à faire; car il n'y a presque
personne dont les discours ne décelent enfin le vrai caractère, méme dans ces
momens où l'on apporte le plus de précaution à se cacher. Quand les Romains
jetterent les fondemens de leur Empire, ils ne connoissoient encore que les
Arts les plus nécessaires. Ils les estimerent d'autant plus qu'il étoit
également essentiel à chaque membre de la République de s'en occuper; et
l'ons'accoutuma de bonne heure à regarder du méme œil l'Agriculture et le
général qui la cultivoit. Par-là les termes de cet art s’approprièrent les
idées accessoires qui les ont annoblis. Ils les conserverent encore, quand la
République Romaine donnoit dans le plus grand luxe; parce que le caractére
d'une Langue, surtout s'il est 32. Du Marsais (1730, 285). 33. Cfr. il passo n.
7 citato supra, 146. 34. C. fixé par des
Ecrivains célebres, ne change pas aussi facilement que les mœurs d’un Peuple.
Chez nous les dispositions d'esprit ont été toutes différentes dès
l'établissement de la Monarchie. L'estime des Francs pour l'art Militaire,
auquel ils devoient un puissant empire, ne pouvoit que leur faire mépriser des
arts qu'ils n'étoient pas obligés de cultiver par eux-mêmes, et dont ils
abandonnoient le soin à des esclaves. Dés-lors les idées accessoires qu'on
attacha aux termes d'agriculture, durent être bien différentes de celles qu'ils
avoient dans la langue Latine. Alcune pagine più avanti conclude il capitolo
sul génie des langues in questi termini: Les signes sont arbitraires la première
fois qu’on les employe, c’est peut-être ce qui a fait croire qu'ils ne
sauroient avoir de caractère. Mais je demande s’il n'est pas naturel à chaque
nation de combiner ses idées selon le génie qui lui est propre; et de joindre à
un certain fonds d’idées principales différentes idées accessoires, selon
qu'elle est différemment affectée. Or ces combinaisons autorisées par un long
usage, sont proprement ce qui constitue le génie d'une Langue. Ma nel più tardo
Cours d'étude pour l'instruction du Prince de Parme l'espressione idées
accessoires designa qualcosa di completamente diverso. Non può essere questo il luogo per
approfondire l'indagine sull'evoluzione del pensiero condillachiano, ma
accenniamo soltanto che nella Grammaire, ricostruendo l'ideale formazione delle
lingue a partire dal primitivo langage d'action, Condillac afferma che la
decomposizione del pensiero si risolve inizialmente in poche elementari idées
principales, essenziali per la comunicazione, mentre le idee accessorie, ancora
estranee al livello verbale, sono espresse dagli sguardi, dalle attitudini, dai
movimenti (langage d'action): Les mots, en petit nombre, ne désignoient encore
que des idées principales; et la pensée n’achevoit de s’exprimer qu’autant que
le langage d'action, qui les accompagnoit, offroit les idées accessoires ?. In processo di tempo, per
poter esprimere sequenzialmente toutes les vues de l'esprit, si rese necessario
créer des mots pour les idées accessoires comme pour les idées principales; il
falloit apprendre à les employer d'une manière propre à développer une pensée,
et à la mon35. Condillac Condillac
giunse a Parma nel 1758 come educatore del principe Ferdinando. 38. Rimandiamo,
compendiosamente, a Droixhe (1978, passim), Sgard (1982), Aarsleff (1984 175-286).
39. Condillac trer successivement dans tous ses détails. Il falloit donc
déterminer l’ordre qu'ils devoient suivre dans le discours, et convenir des
variations qu'on leur feroit prendre pour en marquer plus sensiblement les
rapports +. È quanto s'indaga nell’ Art d'écrire, dove le idées accessoires
compongono la trama che collega le idee principali, afferiscono cioè alla
liaison des idées, garante della chiarezza della comunicazione: Les idées
accessoires doivent toujours lier les idées principales: elles sont comme la
trame qui, passant dans la chaîne, forme le tissu. Par conséquent, tout
accessoire qui ne sert point à la liaison des idées, est déplacé ou superflu
*'. La differenza
gerarchica che sussisteva tra idee principali e secondarie nella semantica del
vocabolo è ora convertita in gerarchia lessicale tra parole portatrici di idee
principali, prime in ordine di tempo (o meglio in ordine ideale) a formarsi, e
parole portatrici di idee accessorie, sviluppate più tardi dal langage
d'action. Un quadro esauriente del trattamento delle idées accessoires negli
enciclopedisti richiederebbe uno studio apposito, per cui ci limiteremo a due
grammairiens-philosophes, Du Marsais e Beauzée. Per l’anticartesiano Du Marsais
(1676-1756) le idées accessoires sono idee collegate ad altre idee da una
relazione che può essere naturale o accidentale, individuale: Il ya des idées
qu’on appelle accessoires. Une idée accessoire, est celle qui est
réveillée en nous à l’occasion d’une autre idée. Lorsque deux ou plusieurs
idées ont été excitées en nous dans le même temps, si dans la suite l’une des
deux est excitée, il est rare que l’autre ne le soit pas aussi; et c'est cette
dernière que l'on appelle accessoire??. È il fenomeno che Locke aveva chiamato associazione d’idee e di
cui aveva sottolineato i potenziali effetti negativi e addirittura patologici*,
radicalmente diverso e in certo senso opposto alla liaison des idées di
Condillac**. Nell'opera più nota di Du Marsais, Des tropes (1730), le idées
accessoires forniscono uno statuto teorico per la spiegazione dell'origine del
senso figu40. lvi, 92. 41. Condillac (1798b, 297). Cfr. Ricken (1969). 42. Du
Marsais (1769, p.36). Si veda anche la voce Construction dell Encyclopédie in
Du Marsais (1987 420, 435, 438). 43. Il capitolo relativo del Saggio sull 'intelletto umano (11,
xxxi) fu aggiunto nella quarta edizione (1700). Cfr. Gusdorf (1973 50-1). 44.
Condillac sottolinea che il legame delle idee (la liaison des idées) è
volontario, espressione della ragione e della riflessione, e quindi diverso
dall'involontaria associazione delle idee (Aarsleff DARDI rato, giacché l’idea
subalterna può sostituirsi efficacemente alla principale dando luogo all’espressione
figurata: La liaison qu'il y a entre les idées accessoires, je veux dire, entre
les idées qui ont raport les unes aux autres, est la source et le principe des
divers sens figurés que l'on done aux mots. Les objets qui font sur
nous des impressions, sont toujours acompagnés de diférentes circonstances qui
nous frapent, et par lesquelles nous désignons souvent, ou les objets mémes
qu'elles n'ont fait qu'acompagner, ou ceux dont elles nous réveillent le souvenir.
Le nom propre de l'idée accessoire est souvent plus présent à l'imagination que
le nom de l'idée principale, et souvent aussi ces idées accessoires, désignant
les objets avec plus de circonstances que ne feroient les noms propres de ces
objets, les peignent ou avec plus d'énergie, ou avec plus d'agrément. Le idee accessorie, insieme ad altre
componenti affettivo-emotive e stilistiche, sono annoverate da Du Marsais tra
le turbative della linearità analitica della costruzione, tema nevralgico, come
si sa, nella speculazione linguistica settecentesca:L'ordre successif des
rapports des mots n'est pas toujours exactement suivi dans l'exécution de la
parole. La
vivacité de l'imagination, l'empressement à faire connoître ce qu'on pense, le
concours des idées accessoires, l' harmonie, le nombre, le rythme, etc. font
souvent que l'on supprime des mots, dont on se contente d'énoncer les
corrélatifs. On interrompt l'ordre de l'analyse; on donne aux mots une place ou
une forme, qui au premier aspect ne paroit pas étre celle qu'on auroit dá leur
donner. Con idées accessoires
Beauzée, forse l'autore più attento alla semantica del segno, nell’
Encyclopédie designa due cose diverse. Nell'articolo Langue chiama idée
individuelle» del significato delle parole l'idée singuliere qui caracterise le
sens propre de chaque mot, et qui le distingue de tous les autres mots de la
méme espece»: dalla differenza delle idées accessoires di cui ogni idea
individuale è capace dipende la differenza delle parole della stessa specie
dette sinonimi: On sent bien que dans chaque idée individuelle, il faut
distinguer l'idée principale et l'idée accessoire: l'idée principale peut étre
commune à plusieurs mots de la méme espece, qui different alors par les idées
accessoires» 7. Si torna insomma, in termini 45. Du Marsais (1730, 25). 46. Du
Marsais. 47. Encyclopédie. Cfr. anche l'articolo Propriété nella versione non dissimili,
alla sinonimia di Girard, del resto ampiamente citato (e della cui opera
Beauzée curò una ristampa). Ma altrove Beauzée introduce quella che crediamo
una novità. All’articolo Formation? definita come la maniere de faire prendre à un
mot toutes les formes dont il est susceptible, pour lui faire exprimer toutes
les idées accessoires que l’on peut joindre à l’idée fondamentale qu’il
renferme dans sa signification» Beauzée considera la declinazione e la
coniugazione insieme con la derivazione e la composizione, in quanto tutte
contribuiscono allo scopo di modificare la base; a ogni coppia si associano due
tipi di idee accessorie. Nella derivazione e nella composizione l’idea
primitiva viene modificata da idee accessorie che, prises dans la chose même,
influent tellement sur celle qui leur sert en quelque sorte de base, qu'elles
en font une toute autre idée»: cosi cazere presenta l'azione dépouillée de
toute autre idée accessoire», mentre cantare, cantitare, canturire aggiungono
all'azione speciali modalità. Diverso il caso della declinazione e della
coniugazione, in cui, l'idea primitiva rimanendo la stessa, le idee accessorie
esprimono differenti rapporti nell'ordine dell'enunciazione (cano, canis, canit
ecc.). Da
questi due tipi di idee accessorie nascono due tipi di derivazione: l'une quel'on
peut appeller philosophique, parce qu'elle sert à l'expression des idées
accessoires propres à la nature de l'idée primitive, et que la nature des idées
est du ressort de la Philosophie; l'autre, que l'on peut nommer grammaticale,
parce qu'elle sert à l'expression des points de vile exigés par l'ordre de
l'énonciation, et que ces points de vûe sont du ressort de la Grammaire.
Nell'articolo Mot Beauzée arriva alla decomposizione del segno in monemi,
ciascuno dei quali aggiunge una determinazione grammaticale speciale (detta
anch'essa idea accessoria) alla radice, portatrice dell'idea principale: dell
Encyclopédie méthodique: La Propriété des mots consiste dans la signification
entière du mot, et comprend, avec l'idée principale, la collection de toutes les
idées accessoires que l'usage y a attachées» (Encyclopédie méthodique, 1786, 250).
48. L'argomento è sviluppato alla voce Synonyme nella più tarda redazione dell'
Encyclopédie méthodique, dove Beauzée sottolinea che il n'y a, dans aucune
langue cultivée, aucun mot si parfaitement synonyme d'un autre, qu'il n'en
diffère absolument par aucune idée accessoire, et qu'on puisse les prendre
indistinctement l'un pour l'autre en toute occasion: cfr. Encyclopédie
méthodique (1786, soprattutto pp. 480-1). 49. L'articolo, redatto da Beauzée in
collaborazione con Douchet, non è, commenta Swiggers (1984, 42), un exemple de
systematicité. so. Encyclopédie. Cfr. Swiggers DARDI dans amaveramus, la
syllabe 477 est le signe de l’attribut sous lequel existe le sujet; av indique
que le temps est prétérit; er marque que c'est un prétérit défini; zz finale
désigne qu'il est antérieur; us marque qu'il est de la premiere personne du
pluriel; y a-t-il cinq zzots dans amaveramus?? Sulla stessa linea la posizione
di un autore ben noto al C., il presidente de Brosses, cheseguendo la suite des
altérations successives que subissent les termes designa con idées accessoires
le virtualità semantiche insite nella radice (racine, générateur, idée simple
et primitive) e attualizzate nel discorso per mezzo di marche formali (formes
additionnelles), che, secondo il genio delle varie lingue, possono incrementare
la radice collocate al principio, nel mezzo, o, più generalmente, in fine di
parola: La dérivation, prise en général pour toute espece d’accroissement que
chaque terme primitif peut recevoir avant ou aprés la racine simple, rend cette
racine susceptible d'extension en cent manieres commodes et variées; au moyen
desquelles elle devient propre à exprimer tout d'un coup toutes sortes d'idées
accessoires, que l'esprit peut joindre au simple sens de la racine. L'homme a
briévement caractérisé son idée accessoire par un petit procédé dont il a rendu
l'uniformité habituelle toutes les fois qu'il est trouvé dans le méme cas, en
disant templo, viro, domino; legitis, facitis, dicitis. |...] Remarquez comment
dans un seul mot [capiebam] si chargé d'idées accessoires, tout est marqué;
chaque idée a son membre, et les formules analogiques sont par-tout conservées
sur le premier plan donné. Cap-ieba-m; Cap c'est l'action; ieba c'est le tems
de l'action; m c'est à la fois la personne qui agit, et le nombre marquant s'il
yauneou plusieurs personnes qui parlent, qui écoutent, ou qui ne parlent ni
n'écoutent*. Nella dissertazione
vincitrice del premio proposto dall'Accademia reale di scienze e belle lettere
di Prussia nel 1759 sul tema L'influence réciproque du langage sur les
opinions, et des opinions sur le langage, dissertazione subito? tradotta in
francese e ben nota al C., il teosi. Encyclopédie (1765c, 762). In Beauzée
(1767, 33) si parla di idées accessoires a tutt'altro proposito. 52. De Brosses. Invece
altrove images accessoires ha il significato usuale: quando si usano eufemismi
on joint à l'image simple, d'autres images accessoires qui partagent la pensée,
et la détournent de s'occuper à la consideration toute nüe de l'objet principal
(de Brosses, 1765, 11, 149). Inutile rilevare come l’etichetta di idées accessoires applicata
sopra concetti disparatissimi, non solo in autori diversi, ma nello stesso autore,
non conferisca alla chiarezza. 53. La traduzione completa, rivista dall'autore
e aumentata, è del 1762, ma un Précis 158 PER UN COMMENTO AL SAGGIO SULLA
FILOSOFIA DELLE LINGUE logo e orientalista tedesco Johann David Michaelis
(1717-1791) dedica addirittura alle idee accessorie un paragrafo, il quarto
della terza sezione (Idées et jugemens accessoires). Adottando una prospettiva
sociale (il linguaggio è una democrazia e ce sont les opinions du peuple et le
point de vûe sous lequel il envisage les objets, qui donnent la forme au
Langage‘*) e unendo due fatti linguistici distinti, motivazione e polisemia,
Michaelis avverte che le parole possono indurci in errore in due modi: I.
quando sono trasparenti, perché il primo nomenclatore può averle formate fondandosi
su un pregiudizio, che si perpetua attraverso il linguaggio (motivazione); 2.
in caso di polisemia, le idées accessoires operent souvent d’une maniere encore
plus secrette. Souvent
un mot a plusieurs significations; nous choisissons celle qui n’est point
applicable au sujet dont il s’agit, et par là nous sommes imperceptiblement
entraînés dans l'erreur. Segue l’esempio del supremo bene di Epicuro (ripreso dal
Cesarotti) che tradotto in latino con voluptas il présentoit une idée
accessoire d'une mollesse contraire à la vertu et à la valeurS. Michaelis mette
in guardia contro gli abus de mots indotti dalla vaghezza del significato e dai
rischi di fraintendimento insiti nelle idee accessorie, al punto che secondo
lui sarebbe un bene pour une langue d'avoir des noms indiférens, qui
n'expriment aucun jugement, et ne portent aucune idée accessoire dans l'esprit.
C'est
donc un bonheur d'avoir des termes moyens, et si j'ose ainsi dire parfaitement
impartiaux, qui n'emportent aucune idée secondaire ni de blâme ni de louange?*.
Non manca in Michaelis il riferimento alle traduzioni: Les idées accessoires se
font sur tout remarquer aux traducteurs par la peine qu’ils ont de trouver dans
leur langue des expressions équivalentes, soit qu'il en faille qui soient
accompagnées des mémes idées accessoires, soit qu'il en faille de parfaitement
indiférentes. Les bonnes traductions corrigent souvent ce défaut de la langue
en hazardant d'attacher aux mots de nouvelles significations, auxquelles le
lecteur s’accoutume peu à peu. du discours qui a remporté le prix fatto da
Merian apre il volume Dissertation. 54. Michaelis. 55. Ivi 42-3. Cfr. il passo n. 6 citato supra 145-6,
tratto da C. (1785, 82): La voce voluptas dei Latini screditó più del dovere la
dottrina moral d' Epicuro. 56. Michaelis (1762 41-2; anche pp. 98-9). 57. 99.
Su Michaelis cfr. Droixhe, Aarsleff. Interessanti anche le osservazioni
sull’evoluzione semantica dei vocaboli di un altro partecipante, rimasto
anonimo, al concorso prussiano, che si rifà all’associazione d’idee di Locke:
De grands Philosophes [in nota si cita Locke] ont montré comment les idées
s’associent dans notre esprit, en sorte que l’une réveille naturellement
l’autre. Si
l’opinion générale d’un peuple lie fortement dans tous les esprits deux idées,
le mot qui dans la langue de ce peuple désigne l’idée principale ne manquant
jamais de réveiller aussi l’accessoire, il sera le signe de ces deux idées; et
même si l’idée accessoire se trouve de nature à frapper vivement, elle
deviendra enfin principale, parce qu'elle acquerra une nouvelle force à chaque
fois que le mot sera prononcé jusqu'au point d'effacer entièrement celle qui
étoit d'abord la signification propre du mot; lequel changeant ainsi de valeur,
ou prenant un double sens, montre quelle union l'opinion avoit mis entre la
signification primitive, et la signification accessoire ou changée. Nelle celebri Lectures on rhetoric and belles
lettres (1783) di Hugh Blair (1718-1800), l’autore della dissertazione sui
poemi ossianeschi che Cesarotti tradusse e stampò nel suo Ossian, le
accessories ideas compaiono nel capitolo Origin and nature of figurative language
come motori di immagini metaforiche®. Nell'Italia settecentesca, per quanto ne
sappiamo, di idee accessorie non si parla nei trattatisti, almeno fino alla
seconda metà del secolo. Vi si riferisce il Bertola nelle sue traduzioni: nel
Discorso preliminare alla Scelta d'idili di Gessner (Mi ho prefissa la fedeltà.
Intendo per questa il non ommettere alcuna delle idee accessorie, il lasciarle
tutte al lor luogo)°°. Le idee accessorie consentono anche effetti di
chiaroscuro che sono componenti della grazia, quale il Bertola cercò di
definirla nel Saggio sopra la grazia (del 1786, ma con riprese posteriori): La
delicatezza, la cui base è la 58. Dissertation (1760, 8; cfr. anche pp.
23-4). 59. Blair (1787 354-5): By this means, every idea or object carries in
its train some other ideas, which may be considered as its accessories. These
accessories often strike the imagination more than the principal idea itself.
The imagination is more disposed to rest upon some of them; and therefore,
instead of using the proper name of the principal idea which it means to
expres, it employs, in its place, the name of the accessory or correspondent
idea; although the principal have a proper and well-known name of its own. Le Lectures del Blair furono tradotte da
Francesco Soave. 60. Bertola (1775, 76). Nell’ Idea della bella letteratura
alemanna, sempre a proposito di Gessner e quasi con le stesse parole: io m'ho
prefissa in particolar modo la fedeltà, per la quale intendo il non ommettere
alcuna delle idee accessorie, e il lasciarle, per quanto è permesso, tutte al
lor luogo (Bertola, 1784, 17). sensibilità più squisita, adombra ciascuna idea
e ciascun sentimento d’idee e di sentimenti accessori, ed è talvolta così
leggiera che poco manca che non isvanisca
^, In un trattatello dell'abate Giambattista Velo, più noto con il nom
de plume di Giovan Battista Garducci, sotto il quale incroció i ferri col
Cesarotti, le idee accessorie caratterizzano condillachianamente l'indole dei
popoli e il genio delle lingue: Ogni nazione seguendo il diverso impulso della
propria sensibilità combina, e modella le proprie idee a norma della sua
peculiar foggia d'immaginare: cioé ad un dato fondo di principali, e comuni
nozioni sovrappone differenti idee accessorie, le quali nascono dalle sue
particolari affezioni. Quindi è propriamente, che l'idioma da essa parlato
porta il conio, e l'impronta del suo genio, e carattere; perché la lingua non è
che l'immaginazione, ed il sentimento d'un popolo qualunque resi sensibili dai
segni vocali di convenzione. Il solo autore a porre le idee accessorie al
centro della sua estetica è Cesare Beccaria. Già nel Frammento sullo stile
pubblicato nel *Caffe del febbraio 1765 ne aveva messo in primo piano il rilievo
per l'elaborazione dello stile: Ogni discorso è composto d'idee principali e
d'idee accessorie; chiamo idee principali quelle che sono solamente necessarie,
acciocché dal loro paragone risultar possa la loro identità o diversità, cioé o
la verità o la falsità. Una dimostrazione di geometria é tutta composta d'idee
principali; chiamo idee accessorie quelle che ne aumentano la forza ed
accrescono l'impressione di chi legge. Ogni discorso non semplicemente
scientifico contiene più o meno di queste idee accessorie. La diversità dello
stile non puó consistere nella diversità delle idee principali, ma delle
accessorie, se per diversità di stile intendasi l'arte di esprimere in diversa
maniera la stessa cosa, cioè, per parlar con maggior precisione, l'arte di aggiungere
diverse idee alle idee principali: lo stile di Archimede in questo senso non
può essere diverso da quello di Newton. Qualche volta l’idea principale non è
espressa nel discorso, ma le idee accessorie la esprimono sufficientemente;
qualche volta l’idea principale essendo complicata e nel discorso espressa con
tutte o parte delle sue componenti, potendovi essere scelta in queste
circostanze, può esservi diversità di stile. Un'idea principale composta
enunciata colla sua parola corrispondente non forma stile; enunciata per mezzo
delle sue parti può ammettere stile, quando il raziocinio permetta la scelta
indifferentemente di queste parti. 61. Bertola (1960, 821; cfr. anche 818). 62.
Velo (1789 25-6). 65. Beccaria DARDI Nel solco del celebre abate di Condillac,
le idee principali costituiscono lo schema logico del discorso, le accessorie
lo arricchiscono e lo individualizzano, conferendogli fisionomia stilistica. Le
accessorie informate alla natura sono durevoli, quelle dipendenti dalla
variabilità delle opinioni passano e mutano: È meno la moltitudine che la
scelta delle idee accessorie, che forma la bellezza dello stile. Gli uomini si
rassomigliano tra di loro per la costanza delle passioni e sono differenti
assaissimo per la moltitudine degli usi e delle opinioni; le idee accessorie,
che dipendono da queste, sono di una bellezza passaggiera e variabile; le idee,
che dipendono da quelli, resistono di più al tempo trasformatore**. Il breve
scritto giornalistico trovò compiuto sviluppo nelle Ricerche intorno alla
natura dello stile (1770, prima parte sola pubblicata), opera unica nel
panorama italiano, aspramente giudicata dai sodali Pietro e Alessandro Verri.
Per Beccaria, in sostanza, lo stile consiste nelle idee o sentimenti accessori
che si aggiungono ai principali in ogni discorso. Tocca allo scrittore
individuare e selezionare le idee addizionali che devono rivestire l’ossatura
logico-argomentativa, idee da suscitare sia espressamente, sia per via
suggestiva, per ottenere il principio fondamentale di ogni stile, cioè il
massimo di sensazioni compossibili tra di loro. La casistica, ampia e
minuziosa, quanto spesso farraginosa e oscura, non ci permette di scendere in
particolari: la scelta delle idee subalterne (tra cui rientrano anchele figure
retoriche) deve soppesarne la qualità, la quantità, l'intensità, l'interesse,
l’ordine reciproco, le relazioni con le idee principali ecc., in modo da
suscitare, secondo la bella formula, una più densa, per dir così, atmosfera di
sensazioni, ma non densa al punto da soverchiare e frastornare il lettore. La
sagacia nella selezione garantisce, oltre l’efficacia, la durata dell’effetto
stilistico: infatti lo stile cangia di natura colla successione de’ tempi,
per64. 40.
Si può richiamare qui l'art. Convenance redatto da Marmontel in Supplement
(1776, p.586): Il y a dans les objets de la poésie et de l’éloquence des
beautés locales et des beautés universelles. Les beautés locales tiennent aux
opinions, aux mœurs, aux usages des différens peuples; les beautés universelles
répondent aux lois, au dessein, aux procédés de la nature, et sont
indépendantes de toute institution. 65. Cfr. Verri, lettera di Pietro del 20 ottobre 1770 (p. 29),
lettere di Alessandro del 17 e del 24 ottobre (pp. 31 e 39), lettere di Pietro
del 31 ottobre e del 6 aprile 1771: il libro sullo stile è morto sepellito; non
si ristampa e non se ne parla (pp. 41-2 e 175) ecc. 66. Beccaria (1984, 82).
67. 108. Cfr. pp. 119 e 129. 68. 121. 1ché l’impressione che fa negli animi non
è più la medesima, e ci par languido e triviale ciò che secoli fa era vivace e
sublime 9. Possiamo tornare ora al
Saggio C.ano, da cui siamo partiti. Come si vede, il C. si riallaccia a un
argomento ampiamente dibattuto soprattutto in Francia, del quale si dimostra
ben informato e dalle cui coordinate a parte l’analisi formale di Beauzée e di de
Brosses, estranea ai suoi interessi non si discosta. L'unica inflessione
divergente potrebbe risiedere in quella che Arnauld e Nicole, Lamy, Beauzée
ecc. nominano idée principale o individuelle del vocabolo, cioè il significato
logico, che nei francesi è sostanzialmente quello sincronico dell’ usage,
laddove non è chiaro se l’idea principale, o senso diretto, nel C. corrisponda
al significato dell’uso o a quello etimologico. Nell’auspicare che si
allestisca per la lingua italiana una raccolta di sinonimi come quella fatta
per la francese dal Girard, Cesarotti distingue i due significati, osservando
che affine di renderla preziosa ed utile, non solo ai Letterati, ma insieme
anche agli eruditi Filosofi, converrebbe aggiungere alle differenze dell’uso
quelle del loro senso primitivo ed intrinseco, seguendo i vestigj
dell'etimologia, e le loro trasmigrazioni successive, e rintracciando le
ragioni che finalmente ne determinarono il significato ad un'idea più che
all'altra; notizia ugualmente opportuna e a chi scrive a’ tempi nostri, e a chi
vuol giudicare fondatamente dell'opere di quei che scrissero7*. Ma nel proporre
al Consiglio italico la compilazione di un dizionario zznor, fornito solo del
necessario, per uso giornaliero di chi vuole intendere e maneggiare la lingua
scritta, C. ritiene che si debba cercare con diligenza Z/ senso primitivo, sia
generale sia proprio, talora diverso dall apparente, indi per ordine i
successivi, e dipendenti, indicando gli appicchi per cui si attengono tanto al
primo, quanto fra loro ; dove non si può fare a meno di chiedersi che cosa
intenda l’abate con significato apparente (quello dell’uso?). Lasciando
impregiudicata la questione, per il resto le idee accessorie sono suscitatrici
di sovratoni evocativo-emotivi^, che possono essere żin69. 128. 70. C. (1785,
pp83-4). 71. Ivi 163-5; corsivo nostro. 72. Le idee C.ane sul significato del
segno andrebbero analizzate accuratamente e sistematicamente, senza dimenticare
le acroases latine, che Carlo Enrico Roggia ha cominciato a indagare
egregiamente e a rimettere in circolo. 73. Comunicano infatti una spezie
d’oscillazione al cuore o allo spirito; si noti oscillazione nel senso di
‘emozione’, di cui i dizionari offrono esempi posteriori, ma 163 ANDREA DARDI
trinseci, quando risultano dalla derivazione originaria del termine (e si
perdono quando si oscura l'etimologia del vocabolo), o estrinseci, dipendenti
da circostanze contingenti, da allusioni, gusti, preferenze, e come tali
volatili, cangianti e in via di continua evoluzione (ricordiamo che i vocaboli
suscitatori d'idee accessorie non sono necessariamente, per usare la
terminologia C.ana, Zermini-figure oggi diremmo motivati : lusso, per esempio, non è tale). Tali valori
richiedono, per esser apprezzati, molta finezza e sagacità, servono a
distinguere i sinonimi, mettono alla tortura i traduttori, dal lato della
lingua di arrivo per la difficoltà di rivestire i concetti dell'originale
coloritura affettiva, dal lato della lingua di partenza, quando si traduca da
lingue morte, per l'impossibilità di conoscer con precisione qual fosse allora
lo stato attuale e individual dei vocaboli 7. Il formalismo della società
cortigiana fa si che là il modo di porgere prevalga sui contenuti (cfr. il
passo n. 8 citato supra, 146). Nel primo e nell'ultimo dei passi citati risuona
forse un'eco del trattato di Beccaria. Con lo scadere del secolo le idee
accessorie, prodotto del sensismo illuminista, si dissolvono nella temperie di
resacralisation du langage promossa dal romanticismo, tanto che fanno l’effetto
di un curioso fossile nel De la littérature (1800) di M.* de Staël, comparsa
nello stesso anno dell’edizione definitiva del Saggio C.ano, o nelle Vies de
Haydn, de Mozart et de Métastase di Stendhal*°. E tuttavia, la trasfusione
delle idee accessorie, tramite Beccaria, nell'opposizione leopardiana tra
parole e termini è segno che si trova già nelle Ricerche di Beccaria: cessa in
lui più presto quell’oscillazione della mente. 74. Si veda al passo n. 4 citato
supra, 145, l'opacizzazione di fronder, in séguito al cancellarsi della memoria
della prima origine. 75. Ma sarebbe un grave equivoco sovrapporre la
motivazione C.ana, che puó essere anche diacronica, alla nostra. 76. Esempio topico.
Occupandosi del lusso, Condillac (1795, 190) osserva che dans la première
acception du mot, est la méme chose qu’excés; et quand on l'emploie en ce sens,
on commence à s'entendre. Mais lorsque nous oublions cette première acception,
et que nous courons, pour ainsi dire, à une multitude d'idées accessoires, sans
nous arréter à aucune, nous ne savons plus ce que nous voulons dire. Del /uxe
(ce mot ne prévient ni pour ni contre la chose qu’il représente) si occupa
anche Michaelis (1762 98-9). 77. C. (1795, 227): era dunque necessario di presentar i
vocaboli Omerici nello stato lor naturale coll’ idee principali e accessorie
ch'essi racchiudono, onde i dotti leggendovi dentro potessero farci sopra le
loro riflessioni particolari, e trarne le conseguenze opportune. Cfr. 230; €
supra, nota 28. 78. Droixhe (1971, 29). 79. Staël. 80. Stendhal di una non
trascurabile continuità tra il pensiero tardo illuminista e quello del nuovo
secolo. Si legga, per concludere, l'annotazione del 30 aprile 1820 dello
Zibaldone: Le parole come osserva il Beccaria (tratt. dello stile) non
presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più quando meno
immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l’aver di queste parole. Le
voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto,
e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte
le parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla
letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di
termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole, perché
l'abbondanza di tutte due le cose non fa pregiudizio. Giacché sono cose ben
diverse la proprietà delle parole e la nudità o secchezza, e se quella dà
efficacia ed evidenza al discorso, questa non gli dà altro che aridità*.
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Cogliati, Milano. 169 La catena trasversale dei vocaboli tra oggetti e idee. C.
e la motivazione del segno di Francesca M. Dovetto* I C. nella storia delle
idee linguistiche Contrariamente al luogo comune che colloca la nascita della
scienza del linguaggio nel corso del xIx secolo, è ormai ben chiaro che di
nascita si può parlare soltanto dal punto di vista di una storia esclusivamente
accademica della disciplina, mentre una storia delle riflessioni sul linguaggio
e sulle lingue ha radici ben più profonde. Soprattutto sono profonde le radici
della cosiddetta scienza dei suoni (linguistici), praticata in più ambiti
disciplinari sin dall’antichità, e per più fini, sia teorici sia empirici. In
realtà non sempre abbiamo a che fare con annotazioni originali e con concreti
progressi del sapere scientifico; tuttavia, sia il reiterarsi dei saperi
consegnati alla tradizione grammaticale’, sia l'emergere, a volte, di
riflessioni autentiche e peculiari in questioni relative alle pratiche della
comunicazione, scritta o parlata, hanno ricadute non banali per la storia delle
riflessioni sul linguaggio. In questo quadro sono particolarmente interessanti
soprattutto quelle considerazioni che si sono focalizzate sulla voce in
generale e sulla qualità stessa dei suoni linguistici, con riferimento quindi
all'emissione sonora e alla produzione dei gesti articolatori; sul processo
della ricezione dei suoni, * Università degli Studi di Napoli Federico 11. 1.
Penso, in questo caso, alle tradizioni grammaticali tra Quattrocento e Seicento
e alle prime grammatiche delle lingue volgari (in Italia con la Grammatichetta
di Leon Battista Alberti del 1450 ca, in Spagna con la Gramdtica castellana di
Antonio de Nebrija del 1492, in Portogallo con la Grammatica da lingoagem
portuguesa di Fernando Oliveira del 1536 e in Francia con Le tretté de la
Grammere francoeze di Louis Meigret del 1550), tutte calate negli schemi
ereditati dalla tradizione grammaticale classica e orientate in senso normativo
(cfr. Varvaro, 1980 27-8). Si tratta di testi di importanza indiscutibile per
la storia delle rispettive lingue, il cui interesse nell’ambito di una storia
delle riflessioni sulla lingua viva e sulle dinamiche dell’uso, apparentemente
poco significativo, inizia a essere oggi opportunamente riconsiderato. 170 LA
CATENA TRASVERSALE DEI VOCABOLI TRA OGGETTI E IDEE nei cui confronti il
Settecento segna importanti traguardi? che apriranno la strada, molti anni più
tardi, all’attenzione non soltanto verso il locutore quanto anche verso il
ricevente; sulle implicazioni di queste scoperte da un punto di vista non solo
ontogenetico quanto anche filogenetico; sulla diversità degli idiomi in una
prospettiva semiotica che giunge a porre a confronto lingua scritta e lingua
parlata e a considerare soprattutto l’importanza dell’uso; sul dibattito,
vivace tra Settecento e Ottocento, che a fianco all'uso della parola, scritta o
parlata, riconosceva l'importanza anche dei gesti, e in particolare delle
lingue dei segni. Questa storia così diversamente ampliata e orientata, a
parere di chi scrive comunque cardinale nelle vicende del costituirsi della
scienza linguistica, non può quindi iniziare con la cattedra berlinese di
Sprachwissenschaft* ricoperta a partire dal 1821 dal padre della linguistica
Franz Bopp grazie all appoggio di Wilhelm von Humboldt, filosofo del linguaggio
e direttore, in seno al ministero degli Interni prussiano, della sezione della
cultura e istruzione, ma deve necessariamente iniziare molto prima. In modi
peculiari e diversi rispetto alla linguistica militante dell’ Ottocento, dedita
alla comparazione del vocalismo e consonantismo delle antiche lingue storiche
alla ricerca di un antecedente comune, impegnata a difendere il rigore delle
leggi fonetiche e, per alcuni, anche di quelle semantiche, l’attenzione ai
suoni linguistici precedente al paradigma della linguistica ottocentesca si
fonda piuttosto su un interesse genuino e filosofico per le basi naturali del
linguaggio, mostrando un’apertura non comune verso le fondamenta sociali e
civili dello strumento linguistico che giustificano i luoghi in cui 2.
Traguardi significativi del Settecento furono, ad esempio, l'identificazione
del cosiddetto meccanismo laringeo, e quindi del funzionamento delle pliche
(Ferrein, 1741) e la teoria dell'audizione di Domenico Cotugno (1761). Sui
progressi della medicina, e non solo, riguardo ai processi di produzione e
ricezione dei suoni linguistici mi permetto di rinviare a Dovetto (2017). 3.
Rinvio qui al testo, sempre fondamentale, di Gessinger (1994) e a Pennisi
(1994); cfr. anche Dovetto (1998; 1999), Battaner Moro, Dovetto (2013). Spunti
interessanti, più recenti, in Russo Cardona, Volterra (2007), Roccaforte,
Gulli, Volterra (2017) e Volterra et al. (2019). 4. La denominazione della
cattedra di linguistica presso la nuova Università di Berlino, creata da
Humboldt, ebbe nome in realtà Orientalische Literatur und allgemeine
Sprachkunde: al sorgere della nuova disciplina accademica anche la sua
denominazione rispecchia il difficile affrancarsi della scienza linguistica da
filologia, filosofia e studi più genericamente letterari (cfr. Morpurgo Davies,
1996 27-32). s. Non è un caso infatti che C., nel ripubblicare il suo Saggio,
ne mutasse il titolo originario (Saggio sopra la lingua italiana, 1785) proprio
in direzione di un approccio filosofico: Saggio sulla filosofia delle lingue
applicato alla lingua italiana (1801). 171 FRANCESCA M. DOVETTO queste stesse
riflessioni trovano collocazione: prevalentemente nell’opera di medici e
anatomopatologi, nelle pratiche dei rieducatori di sordi, dei maestri di canto,
di costruttori di macchine parlanti, con echi non trascurabili anche in opere
di grammatici, filosofi e letterati, raggiungendo a volte traguardi che la più
tarda fonetica accademica stenterà a superare o anche solo a pareggiare per
altre strade, apparentemente più rigorose e scientifiche‘. Questa stessa
storia, infine, come è stato affermato da Simone (1992), assume che vi sia una
relazione iconica (e anche analogica) tra forma e significato delle parole e
considera la sostanza fonica parte integrante del linguaggio: alla base della
lingua vi sarebbero cioè elementi primari, basici, che hanno qualcosa in comune
con le cose o con le circostanze che questi stessi elementi rappresentano.
Scrive Simone (ivi, 46), con riferimento al cosiddetto Principio della Sostanza
e dell’Iconicità, che c’è tra forma e significato una relazione iconica che, in
taluni casi, può anche essere analogica (vale a dire non discreta). D'altra
parte il Paradigma della sostanza, le cui tracce sono reperibili in tutto
l’arco della storia degli studi linguistici, non nega affatto l’arbitrarietà ma
la considera semplicemente come una sorta di iconicità degenere, che risulta
come conseguenza di uno spostamento dalla somiglianza tra forme, da una parte,
e tra significati e cose, dall'altra, strettamente dipendente, inoltre, dall'apparato
fisico degli utenti umani (Principio del Determinismo Fisico), in opposizione
quindi al Principio dell’Arbitrarietà che, come è noto, vedrà poi in Saussure e
nel concetto di arbitrarietà radicale la sua massima espressione’. Ebbene, a
questa storia appartiene anche Melchiorre C., il cui contributo a un dibattito
più maturo sul linguaggio, significativamente 6. È un dato ormai noto che la
distinzione tra suoni sordi e sonori (ovviamente conseguente alla corretta
comprensione del meccanismo laringeo), così come la scoperta della opposizione
tra suoni orali e nasali, fu pratica nota dapprima ai rieducatori dei sordi e
finanche ai grammatici e, solo più tardi, venne accolta nell’ambito scientifico
della linguistica e fonetica accademica (cfr. Maraschio, 1992, LX; Dovetto,
1998, 2014, 2017). 7. La struttura del linguaggio è in parte determinata
dall’apparato fisico dei suoi utenti umani, vale a dire da fattori come
percezione, struttura muscolare, memoria, facilità di produzione e di
interpretazione, consumo di energia, ecc. (Simone, 1992 47-8). 8. Il principio
dell'arbitrarietà, che ha la sua origine nella versione vulgata del pensiero
aristotelico (il linguaggio è strutturato su due livelli diversi, il suono e il
significato, tra i quali non c’è alcuna apprezzabile somiglianza. Il
significato non può essere previsto a partire dalla forma e viceversa), ha
registrato nel tempo due importanti integrazioni: quella lockiana relativa
all’indifferenza del linguaggio rispetto alla realtà, e quella saussuriana, più
importante e nota, della forma, data dalle differenze tra i suoni e dalle
differenze tra i significati (ivi 38-45). spostato sul terreno del sociale, è
forse meno noto; ma certamente anche l’opera dell’abate ha contribuito alla
costruzione di una pagina poco conosciuta, eppure importante, della storia dei
nostri studi linguistici?. Rispetto al paradigma settecentesco C., come è noto,
non rappresenta né un anticipatore né un ritardatario: del suo secolo è infatti
un perfetto rappresentante, così come è ben evidente la sua dipendenza dall'
Essai (1746) di Condillac e dal Traité di de Brosses, a sua volta ispiratore
della Grammaire di Condillac del 1775. A fondamento produttivo del linguaggio
de Brosses pone un istinto imitativo naturale, una sorta di imitazione/analogia
che sarà accolta da Condillac e recepita infine nel Saggio C.ano, in cui viene
difesa la lingua d’uso la cui bellezza intrinseca scaturisce appunto dal
rapporto tra oggetti e suoni e degli oggetti fra loro (cfr. C., 1960, 327). C.
si colloca inoltre nell’ambito della produzione tipicamente
secondo-settecentesca anche per quanto riguarda in particolare l'interesse per
l'origine del linguaggio quale tentativo per recuperare le potenzialità
conoscitive primordiali dell’uomo, a partire quindi dai primi parlanti, bambini
o selvaggi o altra categoria comunque idealmente collocata alle origini dello
sviluppo della vita associativa e linguistico-relazionale. Sulla scia di
Condillac, di Vico e di de Brosses, C. si occupa anche di etimologia, pur
trattandosi in realtà di una pratica etimologica (anzi, paraetimologica) che,
nell’opera C.ana risulta in un certo senso riassorbita nell’ambito della
riflessione sulla motivazione, grazie alla quale C., percorrendo una strada
metodologica che nulla ha a che fare con l’etimologia moderna, cerca piuttosto
di mettere in evidenza la relazione tra la forma delle parole e la realtà
fisica degli utenti e degli oggetti (referenti). D'altra parte è parimenti riconosciuto
che nella riflessione settecentesca l’obiettivo dell’antico discorso platonico
sull’etimologia, che tendeva a dimostrare piuttosto l’inattendibilità del
linguaggio come mezzo di conoscenza, viene invece ribaltato e utilizzato come
punto di riferimento teorico e come spinta propulsiva verso un’apertura forte
nei confronti delle componenti naturali del linguaggio. In accordo con essa C.
fonda una teoria del valore delle parole che si poggia significativamente sulla
lettura di de Brosses e attraverso la quale le parole vengono classificate in
due tipologie: quelle che hanno un rapporto naturale con le cose o con altre 9.
Benché in questo lavoro le citazioni dell’opera di C. siano tratte
dall’edizione Bigi (1960), resta fondamentale l'introduzione al Saggio, e
all'autore, da parte di Puppo parole (la catena trasversale, 321) e quelle
prive di questo rapporto (tipologia che a sua volta comprende sia i vocaboli
sorti per convenzione sia quelli prodotti da un istinto meccanico dell’apparato
fonatorio, come i vocaboli infantili per mamma? e papà). A partire da queste
basi C. fonda così una classificazione estetica delle parole, che parte dai
vocaboli che presentano un’analogia più diretta coll’organo della voce e che si
estende progressivamente fino a quei vocaboli che hanno invece discordanza col
suono dei corpi (ivi, 327). Si tratta, come ha giustamente commentato
Marazzini, di una teoria del fonosimbolismo genetico-psicologico che certamente
non può che essere agli antipodi della linguistica ottocentesca, ma bisogna
prendere atto di questo particolare sviluppo di una teoria, che, partendo da
concezioni strettamente materialistiche, approda a esiti di psicolinguistica.
In effetti la teoria del fonosimbolismo parte da molto lontano e solleva
riflessioni interessanti, proprio in quanto si intreccia strettamente con la
questione del rapporto che sussiste tra parole e cose, cruciale per ogni teoria
generale del linguaggio. In particolare C. aveva dietro di sé riferimenti
importanti: Vico e Condillac e, prima ancora di Condillac, de Brosses e
Michaelis, così come tutta una tradizione di studi che si era occupata (anche)
dell’origine del linguaggio e delle sue basi naturali, ma C. si inserisce in
questa corrente in modo originale e degno di nota. 2 Tipologie dei vocaboli
Nella parte 11 del Saggio, Dei principi che debbono guidar la ragione nel
giudicar della lingua scritta, nel perfezionarla e nel farne il miglior uso, C.
(1960, 319) pone attenzione alle diverse tipologie di vocaboli che compongono
una lingua. Pur ritenendo degna di riflessione soprattutto una sola tipologia
di vocaboli (termini-figure), in realtà sono due le classi nelle quali
Cesarotti suddivide i vocaboli: la classe dei vocaboli memorativi, ossia quelli
che ricordano l'oggetto e che C. chiama termini-cifre e la classe dei vocaboli
rappresentativi, ossia quelli che dipingono l’oggetto e che C. chiama
termini-figure ^. 10. Sulla dicotomia C.ana
cfr. Gensini (1993, 258) in cui si sottolinea il debito verso la teoria del
fondamento tropico del linguaggio elaborata da Du Marsais o verLa prima classe
di vocaboli (termini-cifre) secondo C. avrebbe un rapporto convenzionale con
l’idea, e a questo proposito l’abate introduce un interessante paragone con le
radici monosillabiche del cinese, che gli paiono appunto non iconiche o
analogiche, mentre la seconda classe di vocaboli (termini-figure) avrebbe
invece un rapporto direttamente o indirettamente naturale ( ) con l’idea.
Adogni modo, non essendo interessato alla prima classe, C. la liquida molto
velocemente: gli appare insignificante proprio in quanto, non essendo
trasparente, si sottrae di fatto a qualsiasi possibilità di qualificazione, che
sia di lode o di biasimo. Manca infatti la possibilità di trovare la relazione
iconica/analogica che è alla base dell'associazione tra voce e oggetto
designato, giacché questa associazione si sarebbe nel tempo oscurata, tanto che
i termini della prima classe abusivamente sogliono prendersi per radicali (C.,
1960, 326) in quanto radicali di altri termini, a loro volta derivati da
questi: come afferma C. non è possibile di conoscer al presente in veruna
lingua quali siano i vocaboli originari di questa classe [ossia della classe
dei termini-cifre] (5bid.). I termini-figure, invece, sarebbero dedotti da
qualche principio per cui, diversamente dai termini-cifre, possono essere
soggetti a esame e giudizio. Nella descrizione dello sviluppo natural della
lingua e le fonti universali dei vocaboli (ivi, 320) C. dedica una maggiore
attenzione proprio a questa seconda classe di vocaboli di cui tratta innanzi
tutto l’origine. Alla base della immensa famiglia di tutte le lingue
dell’universo, spiega C., vi sarebbe una lingua incoata, e in un certo senso
uniforme ( ) che l'uomo ritrova naturalmente in sé e, a partire da questa
lingua incoata, base comune di tutte le altre che della prima comunque
conservano tracce profonde e sensibili, l’uomo, pressato dal bisogno di
comunicare e dar nome agli oggetti, nella sua primordiale rozzezza sarebbe
ricorso ai due doni della natura di cui poteva disporre: la tendenza
all’imitazione e le primitive disposizioni dell’organo vocale ( ). Più in
generale, relativamente all’origine delle lingue, C. poneva due sole vie da lui
ritenute percorribili: per nascita o per derivazione (ivi, 307). Qualora le
lingue fossero tali per nascita, lo sarebbero state, come commenta C., per
semplice impulso di natura (żbid.): il riferiso certe voci dell Encyclopédie,
con particolare riferimento alle expressions figurées quale modo di rifarsi
alla teoria epicurea e lucreziana, e poi leibniziana e vichiana, della genesi
del linguaggio dall’ inopia dei mezzi espressivi, importante antidoto contro
ogni tentazione razionalistica di risolvere in forme lineari il rapporto
linguaggio-conoscenza ( ). 175 FRANCESCA
M. DOVETTO mento qui è chiaramente alle produzioni linguistiche spontanee di
fanciulli cresciuti in isolamento, lontani dall’ascolto di qualsiasi forma
verbale, secondo una sorta di modello evolutivo incrementale, narrato già
anticamente da Erodoto e che il Settecento aveva visto concretizzarsi più volte
nelle vicende degli enfants sauvages, i quali, benché cresciuti in condizioni
selvagge, avrebbero comunque sviluppato una qualche forma di linguaggio. A
questo stadio tuttavia, continua C., l'uomo sarebbe rozzo, l'istinto non
regolato, per cui questi primi idiomi non dovrebbero essere considerati pari a
una vera lingua, essendo palesemente disanaloghi e dissonanti (ivi, 308). Una
vera lingua sarebbe sorta soltanto nel momento in cui si fosse costituito un
vero e proprio popolo e non solo l’unione sporadica di pochi uomini isolati.
Più interessante risulta invece l’altra via, quella della derivazione per
accozzamento ( ). Questo interessante paradigma della derivazione per
accozzamento viene sottolineato più volte nel Saggio, ma in modi contraddittori
ed ambigui: dapprima il modello appare rigido, consistente in una sorta di
derivazione a Y, in cui da due lingue ne deriva una terza; tuttavia
successivamente lo stesso modello viene invece presentato come l'effetto dell’
accozzamento di vari idiomi ( ), mostrando quindi consapevolezza della maggiore
frequenza dei casi in cui una lingua si trasforma per effetto di spinte
molteplici e diverse (di varie e disperse tribù, ). Sullo sfondo resta degna di nota l’evidente
propensione di C. verso una visione dinamica della lingua, che l’abate
concepisce come naturalmente mossa, in perenne rinnovamento a partire dal
basso, convinzione che lo porta peraltro anche a sostenere l impossibilità di
una lingua pura, perfetta, inalterabile. Date queste premesse, la prima
operazione dell’uomo sulla lingua non può che essere stata, agli occhi
dell’abate, quella di cogliere e imitar il rapporto posto dalla natura fra il
suono di certi oggetti e quel della voce, e di dar agli oggetti stessi un nome
analogo al suono ch'essi tramandano (ivi, 320). È il metodo della onomatopea,
che ora viene a comprendere non più soltanto la relazione reciproca che si
instaura tra il suono degli oggetti e la voce analoga a quel suono, ma anche
quella che si stabilisce tra le proprietà esterne degli oggetti e le
articolazioni vocali. 11. Su queste vicende cfr. Itard e, indirettamente,
Pennisi. Di tali lingue C. afferma non so se esistano di queste lingue, ma so
che possono esistere, e in tal caso procederebbero con uno stesso metodo
naturale, salvo l’influenza diversa del vario clima (C.Il passo in cui C.
illustra questa prima operazione dell’uomo sulla lingua rivela tra l’altro
l'incapacità di cogliere la differenza tra suono e lettera. Si tratta dalla
prolusione latina De naturali linguarum explicatione: Nimirum inter litteras et
certas rerum proprietates, eas praecipue quae ad auditum ratione aliqua
referentur, arcanam analogiam natura statuit, quam sagax animus arriperet,
eaque ductus ad res ipsas esprimendas quamproxime accederet. Enimvero cum
litterae in pronunciando aliae aegre exploduntur, aliae elabuntur atque
effluunt; nonnullae abblandiuntur organo; nonnullae vehementius impingunt;
quaedam se caeteris facile agglomerant; recluctantur quaedam; cum sibilat haec,
illa frendit, altera glocitat; nonne propemodum clamitant esse se certissimas
notas analogis corporum proprietatibus exprimendis ab ipsa natura constitutas?
Itaque dentales litteras constantibus rebus et firmis; gutturales hiantibus et
laboriose excavatis; fluidis, laevibus, volubilibus liquidas, aspera ac rapidae
vehementiae caninam; anguineam sibilae celeritati notandae, natas et
conformatas verissime dixeris (ivi 320-1)5. In questo passo, dove vi è un
importante riferimento esplicito alla solidarietà analogica, appare per altri
versi un collegamento non banale con la tradizione italiana della ricerca
etimologica e con un modello di pratica etimologica consistente nella ricerca
di un legame, fonosimbolico, metaforico o anche solo di natura estetica, tra la
forma di una parola e aspetti peculiari della realtà. In sostanza un richiamo a
una lettura leggera del Cratilo platonico, piegato a modello. Nel testo C.ano
sono evidenti infatti le tracce del modello di classificazione dei suoni,
metaforica e fortemente impressionistica, che è alla 12. In conformità con la
tradizione grammaticale latina, la lettera (grafema) identifica ancora per
lungo tempo la minima et indivisibile parte de la voce articulata (Trissino,
1986, 91). Per una storia del termine lettera cfr. Abercrombie (1949); Droixhe
(1971); Loi Corvetto (1992). 13. E evidente che fra le lettere e determinate
proprietà delle cose, quelle principalmente che si riferiscono in qualche modo
all'udito, la natura ha stabilito una arcana analogia, tale da poter essere
avvertita dall'animo sagace, che da essa guidato giungesse ad esprimere le cose
stesse nel modo più aderente possibile. E in realtà, dato che alcune lettere,
quando sono pronunciate, vengono esplose a fatica, altre scivolano e scorrono;
altre accarezzano l'organo vocale; altre lo sforzano più energicamente; altre
si rifiutano; dato che una sibila, una digrigna, un'altra ancora chioccia; non
dichiarano quasi a gran voce di essere dei segni certissimi stabiliti dalla
stessa natura ad esprimere analoghe proprietà dei corpi? Cosi si potrebbe
affermare con piena verità che le dentali sono nate e conformate a denotare
cose salde e ferme; le gutturali, cose spalancate e laboriosamente scavate; le
liquide, cose fluide, lisce e volubili; la canina a esprimere una violenza
aspra e rapida; l'anguinea, una sibilante celerità (trad. di E. Bigi, in C.base
del lessico della fonetica dell’italiano tra il XVI e il xv secolo, nella quale
si ritrovano largamente impiegati termini che fanno riferimento alla forma di
parti del corpo, come ad esempio le labbra o la lingua (suoni rotondi,
schiacciati), o a proprietà della produzione sonora, come ad esempio la durata
dei suoni (suoni sfuggiti, riposati) ma anche a generiche qualità
estetico-culturali attribuite metaforicamente a un solo suono o a classi di
suoni (suoni grassi, delicati, piacevoli, ma anche suoni corrotti, rozzi,
poveri o morti, o addirittura suoni lunati ecc.). La classe dei suoni
lunati/cornuti chiarisce forse, in maniera esemplare, questo procedimento di
attribuzione associativa tra una qualità e una lettera-suono. Il termine lunato
si ritrova in Bembo (1960, 150) che, chiaramente influenzato da Dionigi di
Alicarnasso, definisce quasi lunato e cornuto il suono mezzano delle nasali zz
e 7, dove i due termini qualificativi del suono nasale traducono entrambi il
greco kepatoads, simile a corno. Si tratta del termine che Dionigi attribuiva
al suono delle nasali, dette appunto [fyoi] keparoadels (De compositione
verborum VI, 14, 19); tuttavia, mentre il termine utilizzato da Dionigi fa
riferimento al suono del corno, ossia dello strumento a fiato, Bembo sembra
piuttosto far riferimento, non soltanto all’impressione uditiva, quanto
soprattutto alla forma dell'oggetto (grafema), attribuita infatti anche alla
figura a falce dell’astro lunare, in cui egli probabilmente ravvisava qualche
analogia con la forma delle lettere. Non diversamente da questo modello di
classificazione, anche per Cesarotti i suoni-lettere traggono motivazione
dall’organo coinvolto nel gesto articolatorio (le dentali evocano ciò che è
saldo, le gutturali ciò che è profondo) o da un’associazione sinestetica (le
liquide vengono associate a ciò che è fluido, la serpiforme fricativa alveolare
alla velocità del sibilo), altre volte il solo nome ne svela la natura,
imitativa del suono (lalettera, metaforicamente detta canina, evoca il ringhio
del cane: cfr. C., 1960, p. 321). 3 La catena Da queste premesse C. trae una
sorta di estetica naturale dei vocaboli che dispone secondo una gerarchia, di
natura appunto estetica, ma che si 14. È comunque possibile, benché più
improbabile, che il termine fosse stato scelto anche in base alla sensazione
della fuoriuscita dell’aria sia dalla cavità orale, sia dalle cavità nasali (a
questo proposito si veda Pettenati, 1960). intreccia in modi originali con la
consapevolezza di attributi inalienabili delle lingue quali la variabilità, la
mobilità'5, così come le inevitabili irregolarità e difetti! ecc.: saranno belli
e pregevoli que’ vocaboli che colla natura e l'accozzamento de’ loro elementi
rappresentano più al vivo le qualità esterne degli oggetti che hanno una
qualche analogia diretta o indiretta coll’organo della voce: men belli o
difettosi saranno quelli che o non esprimono adeguatamente questa analogia, o
fanno una discordanza col suono dei corpi. Sotto questo aspetto sarà migliore
la voce stabilis dei Latini che il bebaeos [sic] dei Greci, flumen di potamos,
serpens di ophis, grus molto più bello di gheranos. Così l’acqua italiano e il
vague francese che si diguazzano nella bocca, avranno più pregio che hydor e
cyma; guerra, liscio, tromba saranno da preferirsi a bellum, glaber, tuba;
schiantare avrà quella bellezza espressiva che manca ad evellere e così d’altri
simili (C., 1960, 327). Queste affermazioni che fondano la gerarchia estetica e
fonosimbolica dei suoni risentono evidentemente dell’influsso di de Brosses (il
gruppo ST indica stabilità, FL scorrevolezza ecc.)*. Ma C. va oltre e coglie
anche un occulto rapporto tra certe qualità dell'animo e ’1 suono della voce
tale per cui, ad esempio, le vocali piene, le acconce consonanti e la
molteplicità delle sillabe renderebbero una nuova e più distinta bellezza a
vocaboli come orgoglioso, baldanzoso o anche tracotante, mentre l’esilità
vocale di vocaboli come umile, timido, stupido renderebbe perfettamente le
accennate meschinità dello spirito (Cesarotti, 1960, 327). D'altra parte
l'abate non ignora che, seppure a partire dai pochi germi iniziali, si giunge
infine, nel corso del tempo, alla selva immensa e intralciatissima delle lingue
su cui avrà agito la varia flessione e il vario grado d'impulso dei singoli
individui parlanti, ossia l’infinità variabilità individuale, la mescolanza dei
suoni (molto d’arbitrio nell’accozzamento, nell’ordine e nella temperatura
delle consonanti e delle vocali) nonché 15. C. fa cenno alla anarchia della
pronunzia (C., 1960, 311): ovunque, come
egli infatti osserva, regna diversità di pronunzia e di modi. La mutevolezza
della lingua, in ragione delle modificazioni che intervengono nel corso del
tempo, discende dalla libertà dei parlanti, dal loro libero consenso: la
nazione stessa, ossia il maggior numero dei parlanti, avrà sempre la facoltà di
modificare, accrescere e configurare la lingua a suo senno (ivi, 309). Pertanto
niuna lingua è inalterabile. Le cause dell’alterazione sono inevitabili e
necessarie. Per C. infatti niuna lingua è perfetta (ivi 309-10). 18. Marazzini
lo ha più volte sottolineato i mezzi della derivazione (gli affissi, ad
esempio, che nella classificazione C.ana rappresentano segni arbitrari, quindi
non motivati e non analizzabili), opacizzando le iniziali analogie (ivi, 326).
In alto nella gerarchia vi saranno allora quei vocaboli di cui più evidenti
saranno le analogie, dirette o indirette, col suono degli oggetti e ai quali
viene dedicato ampio spazio nella parte 11 del Saggio: saran più belli i
termini che si traggono dalla causa, dall’effetto, dalla forma, dal fine,
dall’uso, dalla connessione prossima, e quelli ancora più che obbligandoci ad
una leggera attenzione ci fanno con un picciolo esercizio di spirito scoprire
una verità: men pregevoli saranno quei che si deducono dalla materia,
dall'autore, dalla causa occasionale, dal paese: difettosi alfine quei che
derivano da una particolarità accidentale e indifferente, da una circostanza
momentanea, da un appicco soverchiamente lontano, da una opinione falsa, da una
qualità comune e generica (ivi, 329; corsivo mio). E così, seppure il vanto
andrà a vocaboli che presentano una verità in una immagine (come la greca voce
psiche, farfalla, applicata all'anima, ), in seguito ai fenomeni di
trasmigrazione e metamorfosi alla quale questi ultimi sono inevitabilmente
sottoposti nel corso del tempo, tutto nella lingua non potrà che essere
alternativamente figura e cifra (ivi, 336). I vocaboli infatti invecchiano,
asserisce C., per la rivoluzione dell’idee, per il reciproco commercio dei
popoli, ma anche per sazievolezza dell’uso, così come per capricciosa vaghezza
di novità, facendo sì che le lingue mutino infine nel valore, nel color,
nell'effetto (;bid.); da qui anche la necessità di apertura verso termini
nuovi, nuove derivazioni e metafore che possano restituire freschezza e
colorito alla lingua. Sempre nell’ambito di una teoria naturale della
significazione, Cesarotti osserva come in realtà gli oggetti privi di analogie
con la voce si aggancino in una catena con il vocabolo primigenio formato dal
suono generatore, che è come l’ultimo anello a cui si connettono lateralmente
quinci la catena degli oggetti, quindi l’altra dei vocaboli analoghi (ivi, 322).
Questa nuova relazione tra suoni e oggetti, che non è più immediata ma
derivata, rende meno sensibile il rapporto tra vocaboli e oggetti. Inoltre,
mentre il suono della voce ha una corrispondenza perfetta con la sua sostanza
fonica (corpo sonoro), il rapporto tra il vocabolo e l’oggetto designato è
molto più ambiguo e confuso in quanto i corpi/oggetti hanno molti aspetti, tali
per cui l'ascoltatore non può aver mezzo di conoscere in che si faccia
consistere cotesta relazione. Interessante, a questo proposito, il riferimento
al ricevente/ascoltatore e al ruolo attivo che quest’ultimo deve
necessariamente svolgere nell’ambito dello scambio comunicativo. In ombra, ma
neanche troppo, vi è già il ricorso all’uniformismo, che tanto peso avrà nella
linguistica dell’ Ottocento: ne risulterà che chi ascolta o non verrà
facilmente ad intendere qual sia la sostanza indicata con quel vocabolo, o
sostituirà volentieri le idee proprie a quelle degli altri, supponendo che chi
parla intenda con quel termine d’indicar lo stesso rapporto da cui egli fu
maggiormente colpito (ivi, 323). D'altra parte, giacché le derivazioni delle
idee devono essere in numero significativamente maggiore rispetto alle
derivazioni vocali, una sola articolazione comprenderà sotto di sé molte e
varie significazioni d’oggetti derivati per diverse strade dal primo: ne segue
che i vocaboli, quanto più si slontanano dal primo termine radicale, più vanno
deviando dal significato di esso, e procedono desultoriamente e trasversalmente
d’idea in idea, in guisa che non possono risalire alla prima se non per laberinto
d’obliquità, di cui è talora assai malagevole trovar il filo. A partire da tali
assunti, si dischiude, da parte C.ana, anche un’attenzione singolare per il
tema della mutevolezza, ambiguità e plasticità dei vocaboli, riassunta nella
significativa affermazione secondo cui tutto nella lingua è alternativamente
figura e cifra. 4 Conclusione Nella complessa architettura C.ana relativa alla
natura del segno, inizialmente assunto come un precipitato di un’originaria
capacità designativa analogica rispetto all'oggetto, si prefigura quindi un
distacco dalla primor19. L'uniformismo o uniformitarianismo è quel principio,
sviluppato inizialmente nell'ambito delle scienze naturali, che garantisce, in
base all'osservazione del presente, la possibilità di comprendere il passato in
virtù della corrispondenza, alle stesse cause, degli stessi effetti. Da qui
discende l'assunto dell'unità psichica dell'uomo, secondo cui gli stessi
processi psicologici governano, e hanno governato nel passato, le dinamiche
linguistiche, garanzia, conseguentemente, della validità del ricorso alle leggi
fonetiche e all'analogia per l'interpretazione dei fenomeni del cambiamento
linguistico, su cui si fonda gran parte della linguistica ottocentesca (cfr.
PutzuDOVETTO diale visione ingenua di questo rapporto e, allo stesso tempo, una
apertura verso un'originale considerazione delle capacità analogico-associative
del pensiero, riflesse nella catena trasversale in grado di unire idee e
oggetti. Come giustamente afferma Roggia (C., in corso di stampa, 2): solol'uso
dei segni e in particolare dei segni convenzionali (ossia arbitrari) permette
alla mente di fermare le idee e di gestirle a proprio piacimento, componendole
e scomponendole, associandole in catene analogiche o discorsive. Ne consegue
l'importanza di disporre (per il tramite dell'analogia, che per C. rappresenta
già a questa altezza il vero principio razionale operante nelle lingue) di un
repertorio di segni convenzionali adeguatamente ricco e ordinato, e di una
sintassi sviluppata, affinché la ragione possa spiegare compiutamente le
proprie facoltà conoscitive. E grazie a questo vero principio razionale che le
catene associative analogiche vengono quindi a costituirsi, cosicché la
motivazione del segno, a partire dalla sua origine naturale nell'onomatopea, si
apre infine a posizioni moderatamente convenzionaliste. Riferimenti
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linguistico di Carlo Enrico Roggia Il mutamento linguistico è uno dei grandi
temi del pensiero C.ano, non è anzi esagerato affermare che ne è una sorta di
cardine: di fatto tutti i filoni lungo i quali si è mosso il lavoro dell’abate
professore nell’arco di oltre trent'anni presuppongono o implicano una
concezione intrinsecamente dinamica del linguaggio. Basti l’esempio di tre temi
scelti tra i più riconoscibilmente C.ani, ossia il rapporto lingua-norma
vissuto fin dagli anni giovanili in chiave antipuristica, l'interesse per
l'etimologia, e la speculazione intorno all’origine e prima evoluzione delle
lingue intesa come scavo nella condizione della mente primitiva e nella sua
lenta evoluzione verso la ragione. È sintomatica, in questo senso, anche la
scelta dell’esergo oraziano del Saggio sulla filosofia delle lingue, se scopo
degli eserghi è di suggerire possibili chiavi di lettura di un’opera: Ut silvae
foliis pronos mutantur in annos, prima cadunt, ita verborum vetus interit
actas, et iuvenum ritu florent modo nata vigentque'. Le parole invecchiano e
muoiono per lasciare spazio a parole nuove: la lingua muta incessantemente
anche restando uguale a sé stessa. Ma la metafora vegetale, qui legata al ciclo
delle stagioni, è di per sé metamorfica, e come vedremo è tra le più amate dal
Nostro quando si tratta di parlare dei fatti di lingua. Con tutto questo, non
si può certo pensare di trovare nelle pagine di C. una vera e propria teoria
del mutamento linguistico; semmai quello che c’è è piuttosto una costellazione
di riflessioni ricorrenti, in par1. Orazio, Ars Poetica, 60-64: assente nella
prima edizione, l'esergo viene inserito in vista dell'edizione del 1800. Più
sotto Orazio dice Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque / quae nunc
sunt in honore vocabula, si volet usus, / quem penes arbitrium est et ius et
norma loquendi. 185 CARLO ENRICO ROGGIA te originali in parte no, dislocate in
vari testi intorno al come e al perché le lingue mutano. Queste riflessioni,
che rispecchiano nella loro varietà le sfaccettature di un fenomeno complesso
se mai altri, pur non arrivando a comporre un sistema possiedono tuttavia una
loro indubbia coerenza, addensandosi lungo alcune linee di forza che meritano
di essere portate ad evidenza. Certo, proiettare su un ideale piano sincronico
riflessioni legate a momenti e contesti diversi è un’operazione sempre
insidiosa, dei cui potenziali limiti è bene essere consapevoli; d’altra parte a
incoraggiare nel caso specifico una tale operazione sarà anche la particolare
natura della cronologia C.ana, che vede i testi rilevanti concentrarsi in due
periodi ben identificabili: il primo è dato dagli anni dei primissimi corsi
universitari (1769-72), il secondo dalla stesura del Saggio sulla lingua
italiana (1785), con elementi di forte continuità tra i due e con riprese
dirette che giustificano largamente un discorso unitario. Vale innanzitutto la
pena di fare una premessa generale: se nella tradizione razionalistica il
mutamento delle lingue rappresenta uno spettro concettuale, come è stato detto,
o almeno un ingombro teorico, nel paradigma empirista associabile al tema
dell’origine del linguaggio, largamente dominante nella linguistica
secondo-settecentesca il mutamento rappresenta piuttosto la condizione naturale
delle lingue, concepite come organismi intrinsecamente storici’. L'essere in
movimento, il modificarsi come caratteristica coessenziale alle lingue,
rappresenta per questo approccio un dato di partenza, inscritto in certo modo
nelle sue stesse premesse teoriche. Così è infatti anche per C., il quale
tuttavia prima di arrivare ad affinare le proprie idee intorno alla filogenesi
linguistica, aveva già da tempo incrociato il problema del mutamento
linguistico lungo un’altra direttrice, che sarà proverbialmente sua fino agli
anni della vecchiaia. Tra le carte inedite contenute nel manoscritto 3565 della
Biblioteca Riccardiana di Firenze, che custodisce numerosi testi didattici di
Cesarotti*, si trova una praefatio pronunciata al Seminario vescovile di Padova
verosimilmente intorno all’anno 1757, ossia verso la fine del suo periodo di
insegnamento. Il tema è quello del rapporto lingua-norma, il primo dei tre
citati in apertura: si tratta più esattamente della possibilità di perfezionare
2. Per questa prospettiva, cfr. Roggia. Sulle modalità e i tempi della
scrittura del Saggio si veda Daniele (2011). 3. La citazione tra virgolette è
di Simone (1990, 335; cfr. anche 329). Per il paradigma dell’origine del
linguaggio il riferimento è ovviamente ad Aarsleff (1984), Rosiello (1976). 4.
Su cui cfr. Gallo (2008), Roggia (2014). 186 SPUNTI PER UNA TEORIA DEL
MUTAMENTO LINGUISTICO e modificare una lingua proverbialmente fissa e
grammaticale, oltre che venerabile, come la latina. È lecito, in sostanza,
coniare nuovi vocaboli latini, ampliando un patrimonio lessicale lasciatoci in
eredità dagli scrittori classici? Non solo è lecito, risponde provocatoriamente
C., ma è anzi necessario, perché solo mutando la lingua può adattarsi al mutare
del mondo, alla continua creazione di nuovi designanda, e di nuovi esseri nozionali,
come li chiama altrove: affermo con grande sicurezza che non solo i vocaboli di
Virgilio e Tullio, ma neanche quelli di Omero e Platone e degli altri greci, se
avessero parlato latino, avrebbero potuto in alcun modo esserci sufficienti.
Lascio da parte la religione completamente mutata, i regni abbattuti, lo
stabilirsi di nuovi imperi, la fondazione di nuove leggi, l'introduzione di
nuove consuetudini, l invenzione di nuove arti, la scoperta di un nuovo mondo.
Non è infatti solo questione di registrare linguisticamente gli inevitabili
mutamenti 4 parte obiecti, ossia nel mondo. Anche se non fosse cambiato nulla
dell’antico stato di cose, i contemporanei che volessero servirsi del latino
sentirebbero ugualmente la necessità di coniare nuovi vocaboli: Dal momento
infatti che le parole sono state inventate unicamente allo scopo di esprimere i
nostri pensieri e le nostre sensazioni, e che presso i filosofi risulta per
certo che né gli uomini percepiscono le cose esattamente allo stesso modo, né
elaborano su di esse lo stesso giudizio, né hanno nei loro riguardi le stesse
affezioni, non volere che usiamo altre parole se non quelle dei romani è
evidentemente lo stesso che pretendere che guardiamo le cose non coi nostri
bensì coi loro occhi’. L'affermazione mostra già a questa altezza una piena
coscienza del fatto che una lingua non è né una nomenclatura né uno specchio
delle cose, come in una certa tradizione di ascendenza aristotelica, ma
piuttosto uno specchio dell’intelletto, e di un modo individuale e collettivo
di rapportarsi alle cose: è un punto che ha importanti conseguenze e su cui
bisognerà tornare in chiusura di saggio. È chiaro, ad ogni modo, che già a
questa altezza il mutamento delle lingue appare non solo una necessità
ineluttabile, nel senso di una forza naturale a cui non ha molto senso opporsi,
ma anche una necessità virs. Cito dalla traduzione inclusa in Roggia (2016, 280),
contributo a cui rinvio per una presentazione del testo e una discussione dei
contenuti. Il testo è ripreso anche in Cesarotti (in corso di stampa, I,
2). ROGGIA tuosa, senza la quale il
linguaggio stesso perderebbe ogni presa sul mondo, e non potrebbe funzionare
efficacemente come strumento comunicativo. Il cambiamento linguistico è come si
vede guardato dal suo lato creativo, ossia come libertà di innovare: l
impostazione data al problema del rapporto lingua-norma è insomma fin dagli
anni Cinquanta irriducibilmente antipuristica, ed è notevole che queste
argomentazioni vengano applicate al latino, lingua pretesa morta ma invece
pienamente viva nella coscienza di C. come lingua transglottica dell’ Europa
dei dotti‘. Siamo insomma di fronte a un elemento fondativo del pensiero
linguistico di C., assorbito fin dalla sua prima educazione e ispirato a una
visione fondamentalmente progressiva e modernista della lingua, così come in
generale dei fatti culturali e artistici. Altri assi o filoni del pensiero C.ano
direttamente implicati col tema del mutamento linguistico si legano invece a
importanti esperienze biografiche successive, tra cui la traduzione dell’
Ossian, e soprattutto la nomina, nel 1769 a 37 anni, alla cattedra di Lingue
antiche (greco ed ebraico) dell’ Università di Padova. Poco o nulla esperto di
ebraico, C. si dà allo studio, cercando di leggere quanto riesce a procurarsi e
accorgendosi presto di essere entrato in un ginepraio: non diventerà mai un
ebraista, ma in compenso entrerà in contatto con autori e temi decisivi per la
formazione di un suo vero e proprio pensiero linguistico. Data da questo
momento l’interesse per il tema dell’origine del linguaggio citato in apertura:
centrale nel dibattito europeo coevo, e in chiaro collegamento con
l’intitolazione della cattedra di Lingue antiche. Ma c’è anche dell’altro: le
prime lezioni sull’ebraico, pronunciate verosimilmente nel 1770-71, inedite e
trasmesse dalle carte manoscritte di Firenze e Vicenza, includono un’ampia
sezione dedicata a una definizione dei contorni del proprio campo disciplinare
(l'ebraico), in cui C. si impegna in una articolata storia linguistica della
Palestina dall'arrivo di Abramo fino alle invasioni arabe del vII secolo. Per
quanto fondate su notizie di seconda mano, sono pagine non prive di fascino nel
loro raccontare una vicenda tormentata di endemica instabilità, in cui in una
stessa area, relativamente circoscritta, le lingue si succedono, nascono,
muoiono, si contaminano reciprocamente, si dividono in dialetti, i quali a loro
volta assurgono al rango di lingue: tutte le forme del movimento e della
contaminazione linguistica vi sono in qualche modo contempla6. Su questa
funzione del latino in età moderna, cfr. l'importante sintesi di Waquet (2004).
7. Rinvio per questo alla mia introduzione a C. (in corso di stampa). te‘. Non
c’è in queste pagine vera teoresi: si tratta piuttosto di un esercizio di ciò
che oggi chiameremmo storia linguistica esterna, acceso a tratti da
affermazioni di respiro più generale. Ma è un esercizio animato da un senso vivo
e a tratti pressoché eracliteo della continuità e preterintenzionalità del
cambiamento linguistico: I singoli dialetti crescono al livello di lingue, le
singole lingue si perdono in dialetti, dalla mescolanza di più dialetti o di
più lingue se ne forma una terza: queste sono le vicissitudini certe e
necessarie delle lingue, e non esiste alcun punto individuabile che rappresenti
la morte di una lingua, l’inizio di un’altra. C'è in questo una quotidiana
discesa, una modificazione quotidiana per gradi tanto taciti e indistinguibili
da non poter essere apprezzata se non su lunghe distanze. Proprio come nella
vita tu riconosci di essere diventato vecchio ma non ti senti affatto
invecchiare, così nel misurare la distanza percorsa dalle lingue crederai
facilmente di essere nello stesso posto: ti guardi indietro, e ti accorgi di
essere stato condotto lontano’. Oltre che suggestiva, l'affermazione è anche
teoricamente interessante per il collegamento che istituisce tra nascita o
morte di una lingua e articolazione delle lingue in dialetti, altro tema di
fondo, continuamente riemergente, della linguistica C.ana. È infine ancora in
questo stesso ambito, quello dei corsi sull’ebraico, e in questo stesso giro
d’anni, che si fissa l’interesse per l'etimologia, prima del tutto estraneo
all'orizzonte C.ano: Pultimo dei tre ambiti citati in apertura come
direttamente collegati al tema del mutamento linguistico. Tutti questi filoni
sono destinati a convergere nella sintesi del Saggio sulla lingua italiana del
1785. Esaurita questa premessa, si può tornare a riconsiderare da vicino quella
costellazione di osservazioni di cui parlavo all’inizio. Per mettere ordine 8.
Un resoconto del contenuto di queste carte in Roggia (20142 78-9), a cui rinvio
anche per una descrizione dei manoscritti (il Riccardiano già citato, e il
manoscritto 1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza). 9. Corso sulla lingua
ebraica, lezione 12: Dialecti singulae in linguas excrescunt, linguae singulae in
dialectos abeunt, ex pluribus dialectis aut linguis conflatur tertia: hae
certae ac necessariae linguarum vices: at nullum certum in tempore punctum est
quod alteri linguae sit obitus, ortus alteri. Quotidianus hic est descensus,
quotidiana inclinatio, ita indiscretis ac tacitis gradibus, ut ea non facile
nisi ex magnorum intervallorum comparatione aestimetur. Nempe ut in vita senem
te factum agnoscas, senescentem minime sentias; ita in emetiendo linguarum
stadio in eodem te loco positum facile existimes, respexeris? jam te longe
abductum mirere (ms. 3565 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, c. 1171).
10. Sull'etimologia in C. si vedano, in questo volume, i saggi di Daniele
Baglioni, L'etimologia nel pensiero linguistico di C., e Andrea Battistini, Le
origini del linguaggio in Vico e in C..
nella materia, procederò per punti e per progressive delimitazioni di
campo, partendo da una prima e fondamentale: nelle pagine seguenti verrà
lasciata da parte la prospettiva filogenetica, quella cioè che concerne
l’origine del linguaggio e il suo sviluppo attraverso le epoche della grande
storia umana (un tema già trattato altrove in questo volume), e si tenterà piuttosto
di mettere a fuoco la dimensione più ordinaria, se si vuole, del mutamento
linguistico, quella che opera sulla media o breve durata e afferisce alla
normale fisiologia della vita delle singole lingue. I Mutamento per contatto e
mutamento endogeno Per C., non troppo diversamente che per noi, le lingue
mutano o per contatto con altre lingue o per l’azione di spinte interne. I temi
del contatto interlinguistico e del prestito (in particolare lessicale)
assumono nel Saggio una forte e ben nota implicazione militante; sono invece
trattati con finalità più pianamente espositive all’interno della sezione
etimologica del già citato Corso sulla lingua ebraica del 1770. L'attenzione si
focalizza in questo testo sul fatto che nel passaggio da una lingua a un’altra
le parole vanno incontro ad alterazioni e adattamenti a ogni livello. In primo
luogo a livello fonico: è in questo caso l’abitudine articolatoria a creare tra
le infinite possibili modulazioni dell’organo vocale alcune configurazioni
preferenziali, specifiche a ogni lingua, verso cui vengono attratte le
articolazioni vicine della parola straniera: con la facilità nel movimento
degli organi si rafforza l'abitudine, con l'abitudine la facilità; di qui nelle
trasmigrazioni dei vocaboli le articolazioni straniere che il più delle volte
fanno spazio a quelle consuete e familiari . A livello morfologico è invece il
meccanismo dell’analogia, il più potente mezzo di strutturazione interna delle
lingue, a determinare un’assimilazione del forestierismo alla lingua d’arrivo:
su suo suggerimento, infatti, avviene che le voci adottive o accolgano le
terminazioni proprie della lingua in cui si introducono rigettando le loro
originarie, o le aggiungano alle primitive, conservando queste ultime: questo
evidentemente 11. Corso sulla lingua ebraica, lezione 21 (C., in corso di
stampa, IV, 2): rientrano in questa casistica anche gli adattamenti puristici,
ad esempio le assimilazioni deliberate dei nomi propri stranieri. La
trattazione del tema è molto analitica in queste pagine del Corso, contemplando
diverse forme di alterazione interlinguistica, che tengono conto ad esempio
anche del passaggio attraverso il mezzo scritto. affinché l’aspetto della
lingua popolare si mostri per quanto possibile omogeneo e coerente con sé
stesso, e la struttura grammaticale del discorso proceda più uniforme. A
livello semantico, infine, l'assimilazione può prendere la forma
dell’accostamento paraetimologico, quando la parola importata presenti casuali
affinità nel significante con parole già appartenenti al lessico della lingua
d'arrivo. In queste osservazioni, occasionate come detto da un discorso
sulletimologia, la prospettiva di C. è sempre quella di chi guarda al mutamento
delle singole parole, non del sistema: il sistema è visto piuttosto come una
sorta di costante rispetto alla variabile rappresentata dalla forma delle
parole che vi prendono posto. C’è comunque spazio almeno per una osservazione
di portata generale, la cui importanza sarà evidente più avanti: tanto
l'adattamento fono-morfologico che l'appropriazione semantica non sono altro
che reazioni sistemiche a una situazione di potenziale irrelatezza, ossia di
integrale arbitrarietà, del nuovo segno nella lingua d’arrivo. La parola nuova
è un corpo estraneo, e l’adattamento a ciascuno dei tre livelli permette di
ricondurla al tessuto di relazioni paradigmatiche che costituiscono la lingua,
riassorbendone così l'alterità. Questo meccanismo generale, che opera a tutela
dell’integrità e della stabilità dei sistemi linguistici rappresenta anche,
come vedremo, un potente motore del mutamento semantico interno alle lingue
stesse. Più interessante (e più pertinente al nostro discorso) è tuttavia
l’altro versante del problema: quello che riguarda appunto il mutamento
endogeno, ossia prodotto da forze interne alla lingua. Questa idea della forza
interna rientra fra i connotati più tipici del discorso C.ano, ed è veicolata
per lo più attraverso quelle metafore di ambito vegetale di cui già si è detto
in apertura. L’esergo oraziano lì citato va in questa direzione, ma ciò che più
è caratteristico è in generale l’impiego di un sistema me12. 13. Un
caso che riguarda il passaggio dal latino alle lingue romanze (dunque solo in
parte qualificabile come extralinguistico) è quello del passaggio pileatus >
Pilatus discusso da Baglioni. Ma il meccanismo di gran lunga più utilizzato da C.
nelle sue ricostruzioni etimologiche è l'acquisizione di un espressione
straniera sotto forma di un nome proprio. C. se ne serve ampiamente per
collegare la mitologia e l’onomastica greca a presunte fonti fenicie ed
ebraiche: cfr. le lezioni De Eumolpo et de Cereris fabula, in C. (in corso di
stampa, vin), e le lezioni 23-25 del Corso sulla lingua ebraica presenti nel
manoscritto 1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza (cc. 100-9: cfr.
Roggia, 20144 79, 92). I9I ROGGIA taforico diverso e coerente che si sviluppa
intorno all’idea centrale di una ‘forza vegetativa’ (vis vegetabilis): una
sorta di interna energia vitale che spinge le lingue a produrre continuamente
nuovi germogli e nuovi rami, ossia fuori di metafora nuove forme linguistiche.
Di una facoltà vitale e generativa della lingua parla anche il Saggio (C.,
1960, 314), e la metafora ricorre poi in varie occasioni. Viene ad esempio
applicata alla creazione di locuzioni metaforiche, che sono i rampolli di quel
germe che è in una lingua ogni nuovo vocabolo (ivi, 383), e alle derivazioni
affissali'+: Le parole portano seco i loro germi indestruttibili, atti a
propagar la lor famiglia. Qual forza legittima può impedirne la fecondità?
Sempre un verbo potrà generare i suoi verbali, sempre da un adiettivo potrà
dedursi il sostantivo astratto, o dalla sostanza generale il nome adiettivo che
ne partecipa (ivi, 373); finalmente i segni arbitrari della derivazione
prefissi, inseriti o posposti modificano i vocaboli nati dallo stesso fonte in
cento guise diverse: dal che appunto deriva che pochi germi della medesima
specie propagano coll'andar del tempo /a selva immensa ed intralciatissima
delle lingue (ivi, 326). Ma, come accade anche in altri casi, ciò che nel
trattato del 178$ trova una sistemazione orientata all’italiano era già nelle
lezioni universitarie di dieci-quindici anni prima, riferito alle lingue
antiche oppure presentato in chiave più generale. Mi limito a un solo esempio
tratto da un breve frammento sull’etimologia, pubblicato postumo da Barbieri
nel volume XXXI delle Opere di C. col titolo De ethymologia et radicibus
verborun: Non c’è dubbio che se uno si mettesse a spogliare le parole di ogni
lingua di tutti i prolungamenti e le aggiunte, vedrebbe che null’altro gli
rimane se non queste radici organiche, che evidentemente sono i germi naturali
delle lingue, indelebili e fecondi al pari dei germi delle cose: dotate di una
forza vegetativa, le vedrebbe un po’ alla volta crescere, fino a propagarsi in
una selva lussureggiante e disordinata (C., in corso di stampa, Ix, 3). Come si
vede, la metafora si applica tanto all’ordinaria amministrazione dei neologismi
quanto alla filogenesi, e rende conto tanto del crescere 14. Miei, qui e in
seguito tranne dove diversamente specificato, tutti i corsivi. Is. C. (18 IO, 276):
il frammento non é datato, ma rinvia per contenuti e approccio al nucleo del
Corso sulla lingua ebraica più volte citato.di una lingua su sé stessa quanto
del moltiplicarsi delle lingue da radici comuni. L'esempio consente tra l'altro
anche di intravedere il verosimile nucleo originario di questo sistema
metaforico nel concetto leibniziano di radice‘, Qualunque ne sia l’origine, la
proiezione di questo campo metaforico sull’oggetto-lingua ha ad ogni modo
alcune conseguenze interessanti: ad esempio viene ad attribuire per via
implicita al mutamento linguistico alcune caratteristiche rilevanti, quali
l’incoercibilità (non si può impedire a una pianta di crescere, né di gettare i
suoi germogli) e la naturalità, con in più una valutazione assiologica di segno
globalmente positivo, legata all’intrinseca positività di concetti quali vita,
vitalità, generazione. 2 Mutamento del popolo e mutamento dei dotti Ma posto
che il mutamento è un processo linguistico naturale e inevitabile, chi ne è
fattivamente responsabile? Cade qui una seconda coppia dicotomica,
lapidariamente introdotta da C. all’inizio del Saggio: Niuna lingua è
inalterabile. Le cause dell’alterazione sono inevitabili e necessarie. Ma la
lingua si altera in due modi, dal popolo, e dagli scrittori. La prima
alterazione cadendo sulla pronunzia, sulle desinenze, sulla sintassi, tende
lentamente a discioglierla, o agevola una rivoluzione violenta: quella degli
scrittori cade piuttosto sullo stile che sulla lingua, di cui se altera i
colori, ne conserva però la forma, fors'anche a perpetuità (C., 1960, 310). Nel
Saggio, che muove pur sempre da una esigenza normativa, é questione soltanto
dei mutamenti del secondo tipo, quelli cioé che hanno la prerogativa di non
modificare strutturalmente la lingua. Per trovare maggiore attenzione ai
mutamenti del primo tipo, popolari e potenzialmente degenerativi, bisogna di
nuovo rifarsi alle lezioni universitarie, che anche in questo caso offrono il
punto di partenza alla sintesi del trattato. Le stesse lezioni del Corso sulla
lingua ebraica chiamate in causa sopra contengono infatti indicazioni
interessanti, che in parte riaffiorano nel Saggio, anche su questi meccanismi
di degenerazione e sulle ragioni che li legano in particolare al popolo: 16. Su
cui cfr. Gensini (1995 35 ss.); su C. e Leibniz, si veda in questo volume il
contributo dello stesso Gensini, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo.
ROGGIA questi stessi inconvenienti che toccano i vocaboli nelle loro
peregrinazioni vengono moltiplicati e ingranditi smisuratamente a causa della
pronuncia corrotta e dell’ignoranza del volgo.. Non si deve facilmente sperare
che raggiunga nella pronuncia il valore esatto delle lettere chi non è abituato
a leggerle bene. Tra gli uomini ignari di scrittura è incerta la valutazione
delle lettere, incerti i segni, né facili da distinguere o giudicare, qualora
le singole lettere non siano state assegnate a classi definite di organi, e
distinte con un esame accurato sia da quelle diverse che da quelle affini.
Inoltre ogni passione, soprattutto quelle improvvise e scomposte quali sogliono
essere quelle del volgo, è impaziente di indugio e di esitazione. L'uomo
colpito da una passione non vede l’ora di esporre immediatamente, e se
possibile tutto d’un fiato, i sentimenti dell’animo. La pronuncia tumultuosa e
rapida si fa ostacolo a sé stessa: una parola incalza l’altra, le lettere sono
urtate, invertite e stravolte, le espressioni malamente rovinate, elise,
slogate, serrate insieme, amputate del capo o dei piedi; un accenno di
linguaggio passa per lingua, compendi o mostri verbali per parole. Vedendo che
questo avviene quotidianamente nelle voci indigene, cosa dobbiamo credere che
avvenga nelle forestiere? (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 21) Sebbene ci
si trovi all’interno di un discorso sul prestito interlinguistico, a essere
chiamati in causa sono qui meccanismi di portata generale (infatti operano
anche quotidianamente nelle voci indigene); è inoltre chiaramente attiva una
sorta di pregiudiziale elitaristica, dell’epoca prima che dell’autore, che
induce a vedere questi meccanismi nei termini negativi di una corruzione della
pronuncia. Questa corruzione si dovrebbe a sua volta al convergere di due
fattori: l'ignoranza (o più esattamente la mancata alfabetizzazione) e la
passionalità, entrambe prerogative popolari. Questo tipo di movimento dal
basso, benché obbedisca a motivazioni articolatorie elementari, appare
fatalmente irrazionale e capriccioso: siamo lontani dall’intuire la possibile
esistenza di regolarità (non si dice di leggi) nel mutamento fonetico. È
interessante ad ogni modo il riconoscimento della funzione di freno svolta
dall’alfabetizzazione nel tenere a bada il mutamento, almeno a livello
fonologico e morfologico. 17. Non è improbabile che C. abbia in mente qui la
pronuncia dei dialetti, vista in qualche modo come deformante rispetto alla
lingua (nel Saggio si parla in effetti dei vari dialetti come di modi di una
stessa lingua). Una conferma potrebbe venire da un'osservazione che cade nella
parte tagliata della citazione e che sembra andare in questo senso: Vediamo che
presso ciascun popolo si incontra nella vita comune un duplice dialetto: da una
parte quello degli ottimati, dall’altra quello del popolino (di nuovo con
preciso eco nel Saggio: I colti, i nobili hanno anche senza volerlo un dialetto
diverso da quello del volgo, C. Mutamento grammaticale e mutamento retorico È
importante sottolineare che è all’uso popolare che vengono espressamente
collegati i mutamenti traumatici, oggi diremmo strutturali, delle lingue:
quelli che ne alterano l’identità, fino al limite a condurle a morte, quando
l’erosione fonica arriva a intaccare in modo grave gli elementi su cui poggia
la loro architettura morfosintattica. Questa circostanza permette di istituire
un collegamento con un’altra coppia antinomica, che fa capo alla celebre
distinzione tra genio grammaticale e genio retorico delle lingue, ovvero tra un
principium individuationis strutturale e grammaticale, legato alla morfologia e
alla sintassi, e un’identità retorica o stilistica. Il passo è tra i più noti:
Il genio della lingua, che dee riguardarsi come propriamente inalterabile, è il
grammaticale, poichè questo è annesso alla natura intrinseca de’ suoi elementi.
L'essenza materiale d’una lingua dipende dalle desinenze e dalla sintassi;. Il
carattere rettorico di tutte le lingue è progressivamente e necessariamente
alterabile. Si può forse ritardarlo, non impedirlo. Questi cangiamenti essendo
in ogni tempo proporzionali ai bisogni dello spirito nazionale nelle date
epoche, non possono mai tornare a discapito della lingua, se non qualora la
nazione ricada nella vera barbarie, ch’è l'ignoranza (C., 1960 393-8). Questa
coppia concettuale fa la sua comparsa piuttosto tardi, in una lettera a
Clementino Vannetti del 1780, prima comunque del suo impiego nel Saggio. Il suo
interesse, per noi, sta soprattutto in ciò che dal passo appena citato si può
ricavare per via di inferenza, ossia che alle due forme di genio della lingua
corrisponde una doppia possibilità di mutamento: esiste cioè un mutamento
retorico, in certo senso più superficiale e tale da non alterare |’ essenza
materiale della lingua, e ne esiste uno più profondo, che tocca invece proprio
la morfologia e la sintassi, ovvero la grammatica di una lingua. Il fatto che
questa seconda possibilità venga esclusa da C. quando dice che il genio
grammaticale dee guardarsi come propriamente inalterabile dipende dalla
prospettiva in ultima analisi normativa che 18. C. (1811 64-5): la lettera, non
datata, è compresa tra due del Vannetti rispettivamente del 17 giugno e del 30
agosto 1780. Cfr. sul tema Rosiello (1967), Simone (1990); in questo volume, i
contributi di Graffi, La linguistica del Settecento: Problemi storiografici;
Gensini, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo; Marazzini, C. attuale e
inattuale. guida l'argomentazione del Saggio: l'ingiunzione ha per così dire un
valore deontico, non epistemico. L'altro mutamento, quello retorico, è invece
quello che C. vedeva operare nell’ Europa contemporanea, sotto forma di una
impercettibile tendenza delle lingue europee a ravvicinarsi, e a profittar
delle altrui ricchezze, tale che senza il genio grammaticale, da cui solo si
forma la linea di divisione insormontabile fra l'una e l’altra, diverrebbero a
poco a poco una sola: un fenomeno ovviamente tutto dall’alto, appannaggio e
responsabilità dalle élites colte e plurilingui del continente, che dalla
specola della particolare situazione italiana potevano ancora apparire come i
veri arbitri dei destini linguistici. 4 Dei tre o quattro modi di propagare i
vocaboli Tra i mutamenti linguistici che zon alterano il genio grammaticale
della lingua, ma che ne permettono invece una crescita organica, C. riserva
un’attenzione particolare ai procedimenti di derivazione lessicale: il
principale mezzo endogeno a disposizione delle lingue per svilupparsi
mantenendo salde sia la propria identità sia la propria presa sul mondo. Nel
Saggio C. individua quattro tipi diversi di procedimenti di derivazione,
associando ciascuno a una specifica operazione cognitiva: Quattro sono le
operazioni dello spirito sopra i vocaboli rispetto a questo rapporto: la
traslazione, la composizione, l'apposizione, la derivazione. Se un oggetto
nuovo, benché di diversa spezie, mostrava una somiglianza o un’analogia
fortemente sensibile col primo, si connotava questo rapporto accomunando lo
stesso nome ad ambi gli oggetti. Se una sostanza sembrava partecipar di due
altre, se ne formava il nome coll’accoppiamento dei due rispettivi vocaboli. Se
il nomenclatore osservava nel tempo stesso ciò che in un oggetto v'era di
somigliante, e ciò che di proprio, si apponevano l’uno all’altro separatamente
due termini, il primo dei quali mostrava la somiglianza, il secondo la
differenza caratteristica: così i Romani chiamarono gli elefanti buoi Lucani.
Se finalmente una sostanza, o un’idea aveva una qualche spezie di dipendenza o
di connessione con un'altra già nota, s'indicava coll’inflettere e modificare
in varie guise il vocabolo già destinato a dinotar la sostanza a cui la nuova
per qualche punto attenevasi (C., 1960, 324). Di nuovo si trova che il trattato
dipende dalle lezioni degli anni Settanta. Nel ciclo De naturali linguarum
explicatione, pronunciato nel corso, le operazioni individuate erano più
economicamente tre: L identita |...], la derivazione, la composizione sono i
tre strumenti ovunque impiegati per propagare la progenie delle espressioni'*. C.
sta di nuovo ragionando filogeneticamente: sta cioè isolando i meccanismi
linguistico-cognitivi che governano la crescita lessicale di un'ipotetica
lingua umana dei primordi; ma il discorso lascia emergere chiaramente che
questi meccanismi sono intesi come naturali e universalmente validi. Le tre
operazioni menzionate nella seconda citazione corrispondono grosso modo
rispettivamente ai traslati o ai tropi (identitas, o traslazione: la stessa
parola è utilizzata per riferirsi a realtà diverse ma legate da rapporti di
analogia o di contiguità), ai derivati ottenibili per aggiunta di quelli che
oggi chiameremmo affissi e infissi (derivatio, o derivazione), e alle parole
composte (compositio, scissa nel Saggio in composizione e apposizione). Come si
è già visto (supra, 192), è proprio a questo tipo di procedimenti che si
applicano in particolare le metafore vegetali care a C.: essi sono precisamente
il prodotto delle spinte endogene insite in ogni lingua. 5 Il ciclo dei
traslati Con un'ulteriore, e ultima, restrizione di campo, l'attenzione si
concentrerà infine sul primo di questi tre (o quattro) procedimenti derivativi,
ovvero quella che C. chiama identitas o traslazione, e che è direttamente
coinvolta in una delle formule teoricamente più ragguardevoli del Saggio, anche
se data pressoché ez passant. L'affermazione è questa: I vocaboli soggiacciono
ad una successiva e perpetua metamorfosi di propri in traslati, di traslati in
propri; nella qual trasmigrazione so d’aver mostrato in altro luogo, che
passano per tre stati: d'immagine, d’indizio, e di segno; secondo che la
metafora o conserva la sua freschezza e vivacità, o sfiorisce a poco a poco, o
viene 19. Su questo ciclo di lezioni e sul suo rapporto col Saggio, cfr. Roggia
(2011). L'origine è in de Brosses, come riconosciuto già da Marazzini (1999, 143).
20. Cfr. C. (in corso di stampa, V, acr. II); C.. I corsivi sono originali. in
tutto a logorarsi, ed a spegnersi. Così nella lingua tutto è alternamente
figura e cifra (C., 1960 335-6). Ancora una volta è possibile seguire la
nascita e la progressione di questa idea fin dagli anni Settanta, in
particolare dal già citato ciclo De naturali linguarum explicatione, dove
possiamo trovarne il primo nucleo generativo, anche lì in un’osservazione di
transizione: Infine, come nella prima formazione dei nomi è aperto alla mente
il transito dal senso proprio delle parole al simbolico, così è facile il
regresso dal simbolico al proprio quando quel primo modo di vedere la cosa, che
è il nodo della traslazione, sia stato dimenticato oppure soffocato e coperto
da altri più evidenti (C., in corso di stampa, v, acr. III). Questa stessa
osservazione, sviluppata peró in tutta la sua ampiezza, la si ritrova poi nelle
Annotazioni alla prima Filippica incluse nel sesto e ultimo tomo delle Opere di
Demostene (1778), in cui viene anche spiegato più diffusamente a cosa
corrispondano gli stadi di immagine, indizio, segno. È da qui che C. la
riprenderà per darle la forma più scorciata e apodittica che abbiamo letto nel
Saggio: Tutte le parole sono soggette a una doppia e successiva metamorfosi;
colla prima di proprie fansi traslate, coll'altra di traslate tornano proprie.
Ora venendo allo stile, e prendendo le parole dal punto in cui cominciano a
farsi traslate sino a quello in cui ripigliano l’antica forma di proprie, dirò
che ogni metafora passa successivamente per tre stati: d'immagine, d’ indizio,
di segno. Nel primo stato il traslato, pregno, per dir cosi, dell'oggetto da
cui è preso, lo trasporta vivo e figurato sull’altro, e colpisce l’animo di chi
ascolta colla forza della novità, e colla sorpresa di scorger il medesimo nel
diverso. Nello stato d’indizj le metafore non rappresentano più l’oggetto
primitivo pieno e distinto, ma l’accennano soltanto, o lo 21. Su questo passo
ha attirato l’attenzione Gensini (1987, 70, e si veda anche il suo intervento
in questo volume). 22. C. (1810 89-90). Il tema si ritrova ben delineato anche
in un passo del già citato frammento De multiplici usu derivationum, dove
dell’etimologista-filosofo si dice che prende consapevolezza di come la mente
risalga dal particolare al generale, per poi dalla sommità di quest’ultimo
ridiscendere nuovamente al particolare; di come segni e imprima le idee
metafisiche e morali con l'impronta delle cose materiali; di come fabbrichi i
vocaboli traslati dai propri, per poi di nuovo convertire i traslati in propri
(C., in corso di stampa, IX, 3.2; C., 1810, 277). Si vedano, su questo aspetto
della teoria C.ana, anche in questo volume le osservazioni di Sara Pacaccio, C.
e Manzoni tra filosofia delle lingue e linguistica. mostrano di lontano e in
iscorcio con tracce meno sensibili, e tinte più modeste e men vive. Giunte
finalmente le metafore allo stato di segno, diventano come cifre indifferenti e
arbitrarie, destinate a ricordar un'idea convenzionale (Cesarotti, 1807 152-6,
corsivi originali). Il meccanismo merita di essere spiegato più diffusamente.
Alla base c’è l’azione combinata di due potenti forze cognitive della
psicologia sensista, ovvero l’assuefazione e l’oblio. Sia nel Saggio che nei
testi degli anni Settanta C. sostiene l’idea debrossiana secondo cui tutti i
segni sono almeno originariamente motivati: per tutti esiste cioè quella che C.
chiama una ragion sufficiente che determina la loro forma fonica o grafica. Ma
questa motivazione tende a logorarsi con l’uso e con l’abitudine, fino a
perdersi totalmente: i vocaboli, originariamente figure, tendono così
incessantemente e inesorabilmente a scivolare verso la condizione inerte di
cifre, ossia di segni arbitrari, che risvegliano un'idea per via di un legame
puramente convenzionale. Soggette a quest’unica forza tutte le lingue
scivolerebbero quindi in tempi relativamente rapidi verso una condizione di
totale arbitrarietà: sennonché a riscattare i segni da questa condizione
interviene un movimento opposto, innescato dalla percezione di un rapporto, di
una relazione inedita, o percepita come tale, tra la cosa designata dal
termine-cifra e un altro specifico referente. Traslato per indicare il nuovo
designandum, il segno smette di essere gratuito, torna ad avere una motivazione,
ossia una ragion sufficiente: che non risiede tuttavia in un rapporto diretto
parola-cosa (come nelle onomatopee primarie e secondarie da cui ha avuto
origine il linguaggio), ma piuttosto in un rapporto mediato, per cui l’analogia
tra parole corrisponde, riflettendola, a un’analogia tra cose. La lingua fissa
e rende percettibile, appunto attraverso l’identità dei segni, questa analogia
stabilita dalla mente. Prendiamo un esempio C.ano (ma a dire il vero già
debrossiano): la parola psyché per indicare l’anima ha in greco uno statuto di
figura, è cioè un segno motivato. Non perché nella forma fonica o grafica di
psyché ci sia qualcosa che possa direttamente evocare il concetto di ‘anima’,
ma perché la stessa parola indica primariamente in greco la farfalla. L'uso
traslato (identitas) obbliga a vedere il referente ‘anima’ da un'ottica che ne
enfatizzi le proprietà condivise con il referente ‘farfalla’: ad esempio la
mobilità, la 23. Sulla remota origine baconiana della distinzione, cfr.
Perolino (2001, 173, nota 34): ma contano indubbiamente per C. gli antecedenti
francesi più prossimi, soprattutto Condillac e de Brosses. 199 CARLO ENRICO
ROGGIA capacità di salire verso l'alto, e così via. Questa condivisione di
proprietà fornisce una motivazione al termine psyché nel senso di ‘anima’, e
questa motivazione dura almeno finché si mantiene viva la coscienza del
significato primitivo del termine: i due stati, ovvero l’inerzia delle cifre e
l'animazione delle figure, sono necessari l’uno all’altro, e non possono quindi
che coesistere nella lingua. Non c’è dubbio che le premesse di questa
intuizione si diano già tutte nel pensiero della prima metà del secolo, e
risiedano nell’apprezzamento del valore cognitivo della metafora e nel suo
costituire il nucleo generativo stesso della lingua. L’idea che questo
meccanismo generativo non caratterizzi solo l’origine ma si rinnovi nella vita
quotidiana delle lingue potrà magari essere implicito nell’impostazione
vichiana, ed è forse rintracciabile anche in de Brosses: tuttavia la curvatura
e l'evidenza che C. gli dà corrisponde a una di quelle linee di forza del suo
pensiero di cui si diceva all’inizio. La sua argomentazione viene a dirci, in
pratica, che la lingua stessa è nel suo insieme un corpo interamente metaforico
e metonimico in stati diversi di attivazione, e in una condizione perpetua di
instabilità: un disequilibrio che produce una incessante deriva del senso,
alimentando il mutamento linguistico. 6 Il fantasma della motivazione Ora, ciò
che produce questa particolare forma di instabilità può essere descritto nei
termini di un sistematico, incoercibile rilancio verso la motivazione del
segno: un rifiuto istintivo di rassegnarsi all’inerzia delle cifre arbitrarie.
È una spinta connaturata all'uomo, che C. osserva anche altrove, ad esempio
nelle ricostruzioni semantiche o nelle paraetimologie intorno a cui costruisce
non poche delle sue lezioni. L'uomo è un essere curioso, che non rinuncia ad
andare in cerca di una ragione nelle parole, ossia di qualcosa che collegando
direttamente o indirettamente al mondo la loro forma, la spieghi; e pur di
trovarla è disposto all'occorrenza a inventarsela, 24. Questo il passo del De
naturali linguarum explicatione: L'animastessa per gli ebrei e i latini fu lo
spirito su cui si fonda la vita, per i Greci molto più ingegnosamente psyché,
ossia farfalla, che l'anima ricorda molto sia per il muoversi irrequieto e
sussultorio delle idee, sia per la facoltà di sfuggire volando con leggerezza
dal carcere che la avvolge verso una vita migliore (C., in corso di stampa, V, acr. II; 1810, 83).
L’esempio (tratto da de Brosses) sarà a sua volta ripreso nel Saggio (C.).
SPUNTI PER UNA TEORIA DEL MUTAMENTO LINGUISTICO forzando i dati e creando
relazioni che non esistono nella realtà, e abusando così del linguaggio: le
parole hanno sempre dischiuso agli uomini curiosi e inesperti una fonte
ricchissima di errori. E certamente è inevitabile che la lingua, in generale e
in virtù della sua indole, favorisca più la fantasia che il giudizio, dal
momento che il giudizio si occupa di separare ciò che è diverso, la fantasia e
la lingua di individuare ciò che è simile. C. esprime qui una visione della
lingua tutta all’insegna di un vichiano ingenium, la facoltà di collegare ciò
che è lontano, almeno in questo caso contro il suo maestro Condillac, per il
quale toute langue est une méthode analytique. L'uomo è un essere curioso o,
detto altrimenti, è un essere causale: restio a rassegnarsi al valore puramente
arbitrario, e quindi inerte, dei segni convenzionali. E si può osservare, in
chiusura, un ultimo, interessante corollario di questo principio fondamentale. C.
ritiene che la conoscenza non sia altro che la corrispondenza esatta tra le
nostre idee, fissate dal linguaggio, e il mondo. Lo dice apertamente nel
Saggio: Tutto è legato nell'universo, e tutto lo è bene o male nel nostro
spirito. L'esatta corrispondenza fra l’idea e l’oggetto costituisce la verità,
la corrispondenza esatta fra il legame delle idee nostre col legame naturale
degli esseri forma la scienza > (C., 1960, 321)? Ma da quanto detto sopra
discende che non si dà mai un momento in cui il linguaggio sia propriamente uno
specchio del mondo: il linguaggio (lo si diceva già all’inizio) è tutt'al più
lo specchio di un modo di concepire il mondo, uno specchio dell’intelletto. Se
dunque da un lato ogni nuovo rapporto di motivazione che si attiva nella lingua
si basa sulla nuova percezione di un rapporto esistente tra cose distinte,
dall’altro i possibili modi di mettere in relazione cose distinte sono infiniti:
Ma dal momento che una cosa può essere ricondotta a un’altra per genere,
effetto, causa, materia, uso, fine, conformazione esterna, natura intrinseca, e
insomma per seicento ragioni, con il vocabolo si esprime certamente una qualche
analogia, ma per Giove! indefinita e vaga, non basata su un punto di congruenza
reciproca sufficientemente sicuro e distinto. Quando sento denominare 25. De
naturali linguarum explicatione; C. (in corso di stampa, v, acr. 111); C..
Ancora recuperando una identica formulazione del De naturali linguarum
explicatione (C., 1810, 78); cfr. Roggia anima quella forza grazie a cui
pensiamo, il nome stesso basta a indicarmi che tra questa e un soffio
intercorre qualche affinità; ma non mi lascia presagire se questa affinità sia
collocata nel fatto che l’anima mantiene e alimenta quest’aria che dà la vita e
che si respira, o nel fatto che è presente al corpo rimanendo invisibile, al
modo dell’aria, o infine che quella forza stessa è formata e sussiste di un
soffio leggerissimo e sottilissimo. La conseguenza è evidente. L'accendersi e
spegnersi nella lingua di relazioni semantiche (ossia di traslati), il
parallelo e corrispondente istituirsi e obliterarsi di relazioni intellettuali
tra cose sono entrambi movimenti potenzialmente inesauribili e di fatto
infiniti: non possono mai arrivare a un termine, e la deriva semantica delle
lingue non può di conseguenza mai avere fine. L'irrequietezza del linguaggio è
insomma tutt’uno con l'irrequietezza cognitiva dell’uomo posto di fronte all’inesauribile,
prismatica complessità del mondo. Riferimenti bibliografici AARSLEFF H. (1984),
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della poesia e delle arti nel secondo Settecento, Ricciardi, Milano-Napoli 304-456.
27. De naturali linguarum explicatione: C. (in corso di stampa, v, acr. 111);
Cesarotti (1810, 89). Ma l'idea si trova già compiutamente formulata nel
Ragionamento sopra l'origine e i diletti dell'arte poetica del 1762, benché
assuma lì una curvatura piuttosto estetica che direttamente linguistica: cfr. C.
(2010 111-2). Il passo, assai notevole, è commentato in questo volume nel
saggio di Silvia Contarini (Mizo delle origini e perfectibilité de l'esprit nel
Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell’arte poetica), che rinvia a
Helvétius. (2010), Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
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L'impero di un segno (XVI-XX secolo), Feltrinelli, Milano. 204 L'etimologia nel
pensiero linguistico di C. di Daniele Baglioni* I C. e l'etimologia Nella
rivalutazione del pensiero linguistico di C., iniziata negli anni Cinquanta del
secolo scorso grazie soprattutto a Nencioni e sostanzialmente mai interrottasi
fino a oggi, come dimostra questo stesso volume, la riflessione sull'etimologia
ha avuto una parte del tutto trascurabile, o meglio nessuna parte. Ció si deve
senz'altro alla maggiore attualità delle considerazioni C.ane in fatto di
sincronia, in particolare alle sue ben note applicazioni alla questione della
lingua e al rapporto tra l' italiano e le altre lingue europee, mentre la
riflessione sulla diacronia, come ha notato Nobile (2007, 508), a causa
dell'ardita teoria materialistica sulle origini iconiche del segno, stridente
con l’abbicci della linguistica novecentesca, non ha mancato di suscitare
imbarazzi proprio in chi intendesse accreditare l'immagine di un C.
contemporaneo . Ma la responsabilità è anche di C. stesso, che a differenza dei
suoi modelli italiani (Vico) e stranieri (Leibniz, Michaelis, soprattutto de
Brosses) assegna all'etimologia un ruolo chiaramente ancillare, trattandone solo
qualora la ritenga funzionale all'illustrazione di una tesi generale sul
linguaggio e mostrandosi invece poco interessato alle sue specificità. A
provarlo puó bastare un dato banale eppure indicativo, ossia le occorrenze
della parola etimologia nel Saggio sulla filosofia delle lingue, che sono solo
sei (più una di scienza etimologica), a fronte delle più di settanta nel
modello dichiarato del Saggio per la sezione diacronica, cioè il Traité sur la
formation méchanique des langues et des principes physiques de l'étymologie di
de Brosses (1765), che reca étymologie persino nel titolo. Il fatto è che
l'etimologia nell’accezione che se ne dà oggi in linguistica, vale a dire, con
Zamboni (1976, 1), la ricerca dei rapporti formali
e semantici che legano una parola con un'altra unità che
la precede stori* Università Ca’ Foscari Venezia. 205 DANIELE BAGLIONI camente
e da cui quella deriva, esercita su C. ben poco fascino: è quella che l’abate
padovano chiama, sulla scorta di Vico (Battistini, 2004, 331), l’etimologia dei
puri grammatici, studio meschino e fecondo di inezie, come scrive nella parte
111 del Saggio, diventato fonte di utili e preziose notizie solo da quando ai
nostri tempi è stato maneggiato da profondi eruditi ed insigni ragionatori, fra
i quali un posto di tutto rilievo spetta al gran Leibnizio (C., 1960, 371).
Delle due linee di pensiero individuate da Simone per il Settecento, insomma,
una alta, votata specialmente ad elaborazioni globali, filosofiche e
speculative, e una bassa costituita da analisi concrete, dirette principalmente
all insegnamento, da collezioni o affastellamenti di dati, da raccolte di
etimologie spesso azzardate, da complicate ipotesi sull’origine e la parentela
delle lingue (Simone, 1990, 322), C. appartiene integralmente alla prima, così
come Vico, mentre i suoi modelli stranieri, in particolare Leibniz e de
Brosses, partecipano in egual misura tanto all’una quanto all’altra linea. Per C.,
infatti, la ricerca etimologica, ossia il risalire ai sensi primitivi dei
termini informando degli usi, costumi, circostanze che diedero occasione ai
vari vocaboli, pertiene all’erudizione, come si legge in apertura alla parte 11
del Saggio: il suo interesse non è dunque in sé, ma nel contributo che può dare
alla filosofia e al gusto, giacché, facendo sentir con precisione l'esatto
valore e l'aggiustatezza o la sconvenienza
dei vari vocaboli, concorre da un lato a determinare in che consista la
vera bellezza ed aggiustatezza delle parole, e i veri bisogni della lingua, che
è compito della filosofia, dall'altro a stabilire quando e come vogliasi
condiscendere all’uso o rettificarlo, in qual modo possano conciliarsi i
diritti della ragione e quelli dell’orecchio, e quali siano i limiti che
dividono la saggia libertà dalla sfrenata licenza, che sono invece appannaggio
del gusto (C.). A una tale collocazione dell’etimologia all'interno della
filosofia delle lingue C. perviene gradualmente, solo una volta assimilati i
modelli di riferimento e non senza ripensamenti, come si ricava dalle lezioni
padovane di argomento linguistico, oggi disponibili grazie all’edizione
commentata di Roggia (C., in corso di stampa). In questo saggio s’intende
allora provare a ripercorrere le varie fasi della riflessione C.ana
sull'etimologia, dalle lezioni al Saggio: una riflessione che, come vedremo, si
sviluppa non tanto relativamente all importanza della ricerca etimologica, che
rimarrà sempre marginale, quanto intorno alla funzionalizzazione filosofica ed
estetica dei suoi risultati, pienamente raggiunta e, come
si è appena visto, programmaticamente dichiarata nel
Saggio. L'ETIMOLOGIA NEL PENSIERO LINGUISTICO DI C. 2 Le Acroases etimologiche
del corso sulla lingua ebraica Per quel che ne sappiamo, la prima trattazione
sistematica dell’etimologia, intesa lato sensu come studio dell’evoluzione non
solo delle parole, ma dei sistemi linguistici nella loro interezza, risale
all'anno accademico 1770-71, quando nell’Ateneo di Padova C. tenne un corso
sulla Lingua ebraica, il secondo della sua docenza universitaria e l’unico che
ebbe mai modo di dedicare a questa lingua, che peraltro per sua stessa
ammissione conosceva poco'. Del corso fu pubblicata postuma la prolusione De
hebraicae linguae studio dall'allievo Giuseppe Barbieri (C., 1810). Le lezioni
invece non furono mai date alle stampe, ma una parte cospicua ci è rimasta in
tradizione manoscritta, nel codice 3565 della Biblioteca Riccardiana di Firenze
(Gallo, 2008) e nel codice 1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza. Roggia
(2014) ha pazientemente ricomposto il ciclo, pur frammentario, delle lezioni,
ed è stato così in grado di ricostruirne la successione dei temi affrontati,
che prende le mosse da un’ampia storia linguistica del popolo ebraico per
approdare alla lingua fenicia, venendo infine a comprendere l’intera famiglia
delle lingue semitiche, in una rassegna non solo linguistica, ma anche
storico-archeologica e antiquaria. La trattazione dell’etimologia, a cui sono
dedicate le Acroases dalla 20 alla 22, tutte contenute nel solo manoscritto
vicentino, serve da collegamento tra le lezioni sull’ebraico, che costituiscono
da sole i quattro quinti del corso, e quelle sul fenicio e le altre lingue
semitiche: l'occasione per l' excursus teorico è dato dalla discussione della
tesi fenicista di Samuel Bochart, che aveva sostenuto che molta parte della
mitologia greca potesse essere ricondotta a fonti ebraiche, tramite la
mediazione, non solo culturale ma anche linguistica, dei Fenici?. L'etimologia,
allora, si presenta come lo strumento più adatto a mostrare che, secondo quanto
già anticipato nella prolusione, la maggior parte dei miti greci è derivata
dall’ignoranza della lingua fenicia e delle altre affini (plerasque Graecorum
fabulas ab Phoenicii idiomatis, caeterorumque affinium ignoratione fluxisse,
Acroasis 20). 1. In una lettera al filologo olandese Michael Rijkoffvan Goens,
non datata, ma attribuibile al dicembre 1767 0, al più tardi, al gennaio 1768,
visto che la risposta di van Goens è dell'8 febbraio 1768, l'abate padovano
confessa di essere assai leggermente iniziato nei venerabili e nojosi misteri
della lingua santa e di avere intrapreso di fresco questo studio più in vista
del mio stabilimento che del mio genio (C.).
Su Bochart e la tesi fenicista formulata nella Geographia sacra seu
Phaleg et Canaan (Caen 1646), cfr. Droixhe (1978 38-9). 207 DANIELE BAGLIONI
Come mostra bene Roggia nel suo commento, le tre lezioni attingono
abbondantemente al Traité di de Brosses, di cui testimoniano la più antica
ricezione in Italia (il Traité era stato pubblicato solo quattro anni prima).
La dipendenza dall’ipotesto debrossiano è talmente stretta che in molti passi
le Acroases di C. appaiono più simili a una traduzione, sia pur libera, che non
a un riuso critico della fonte. Si prenda il caso, per esempio, della premessa
sull’utilità dell'etimologia, che occorre nella prima delle Acroases
etimologiche: dato che ci sono moltissimi che respingono del tutto come incerto
e futile qualsiasi studio etimologico, vuoi perché sono stranieri rispetto
all’arte stessa, vuoi perché non comprendono affatto le molteplici opportunità
che essa offre, vuoi infine perché l’infausta e inesperta audacia di alcuni ha
reso sospetta ogni applicazione di questo tipo, mi sembra di dovermi
preoccupare prima di ogni altra cosa, riprendendo l'argomento più in
profondità, che i principi su cui quest arte si regge siano esposti in modo non
superficiale, per evitare appunto che un’arte ottima debba soffrire per
l’impopolarità degli artefici, e affinché noi, insieme ai principali filologi
che ci siamo preposti come guide, se pure otterremo meno spesso la lode per una
congettura certa, possiamo andare tuttavia assolti dall’accusa di arbitrio e di
avventatezza (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 20). L'apologia degli studi
etimologici è un #0pos della linguistica del Settecento, necessaria a prevenire
lo scetticismo di chi, come Maupertuis e Voltaire, aveva apertamente criticato
i labili fondamenti della scuola etimologica francese, in particolare di
Ménage: come tale, la si ritrova non solo in de Brosses, ma anche nella
Dissertation sur les principes de l'étymologie di Falconet (1745),
nell’articolo Encyclopédie di Diderot e in altri scritti di argomento affine
(Nobile, 2005, LXXXIX). Tuttavia, la dipendenza diretta di C. da de Brosses
appare palese a livello sia lessicale sia, più in generale, della struttura
argomentativa: il binomio C.ano incertum ac nugatorium riferito a omne
Etymologicum studium traduce alla lettera gli aggettivi incertain e inutile dei
paragrafi 8 e 9 del Traité (de 3. suntque permulti qui omne Etymologicum
studium quasi incertum ac nugatorium plane aversentur, seu quod in arte ipsa
sint hospites, seu quod multiplices eiusdem opportunitates nequaquam
pervideant, seu demum quod inepta atque inauspicata nonnullorum audacia omnem
huiusmodi sollertiam in suspicionem induxerit, illud mihi ante omnia curandum
video, ut altius repetita re principia quibus ars regitur non perfunctorie
explicentur, ne scilicet arti perbonae artificum invidia sit laborandum atque
ut nos cum primariis Philologis quos nobis duces proposuimus si minus aliquando
certae coniecturae laudem assequimur, tamen ab licentiae ac temeritatis crimine
liberemur. Brosses; quanto poi all'argomentazione, le cause della diffidenza
verso 1’ ars etymologica da parte dei suoi detrattori, ossia l’ ignoranza (seu quod
in arte ipsa sint hospites) e la superficialità con cui è considerata (seu quod
multiplices ciusdem opportunitates nequaquam pervideant), sono le medesime
additate da de Brosses (ivi, 32), che aveva invocato l’ ignorance e la faute
d'y avoir réfléchi. Non stupisce pertanto che anche la progressione degli
argomenti trattati segua l’ordine con cui le materie si succedono nel Traité:
prima la natura dei suoni e le loro differenze, oggetto dell’ Acroasis 20 (e a
cui è dedicata buona parte del 1 tomo del Traité); poi, nell’ Acroasis, i
principi del mutamento linguistico, attribuito soprattutto al passaggio di
parole da una lingua all'altra, come nel capitolo x del 11 tomo del Traité,
intitolato De la Dérivation, et de ses effets (de Brosses); infine, le regole
generali dell’arte etimologica, oggetto dell’ Acroasis 22, che sia
nell’esposizione teorica sia nell'ampio corredo di esempi ricalca fedelmente il
capitolo Xv Des Principes et des Régles critiques de l'Art étymologique del 11
tomo del Traité. C. si limita a compendiare l’assai più ampia e dettagliata
trattazione di de Brosses e ad addomesticarla al suo pubblico padovano,
introducendo qua e là esempi tratti dal panorama dialettale italoromanzo, come
la gorgia fiorentina tra gli accentus peculiari e inimitabili di ciascun popolo
(Florentini [verba] in infimum gutturem cum adspiratione detrudunt) e le
fricative interdentali che, benché estranee agli Itali e ai caeteri Europaei,
eccezion fatta per gli Angli e per gli antichi Greci, tamen apud nostros
rusticanos homines receptos videas *. Nel tentativo di sintesi di una materia
tanto articolata e complessa, peró, C. non si dimostra sempre attento a
preservare la limpidezza dell'esposizione di de Brosses, con il risultato che
brachiologie, fraintendimenti e persino travisamenti sono all'ordine del giorno
e rendono nel complesso le Acroases pasticciate e poco perspicue. C., per
esempio, elimina la minuziosa classificazione dei suoni delle lingue che occupa
per intero il 111 capitolo del 1 tomo del Traité (de Brosses) e sostituisce
alla terminologia tecnica di de Brosses (guztural, palatial ecc.) le lettere
dell'alfabeto greco, usate metalinguisticamente non solo per i suoni, ma anche
per le corrispondenti lettere degli altri alfabeti. L'inadeguatezza di questa
soluzione emerge con evidenza in un passo dell’ Acroasis 21, dove C., seguen4.
Il riferimento è alle interdentali dei dialetti veneti rurali, del tipo di
['Oinkwe] per ‘cinque’, e costituisce molto probabilmente la più antica
attestazione del fenomeno, per la cui descrizione si rimanda a Rohlfs (1966-69,
par. 152); Tuttle do de Brosses, annovera tra i fattori del mutamento
linguistico la ‘pronuncia corrotta dalla forza dell’abitudine’ (corrupta vox
assuetudine alta, che corrisponde nel Traité a prononciation défectueuse à
laquelle l'habitude les [scil les consonnes] rend sujèttes, de Brosses). Il
concetto generale è enunciato chiaramente, ma quando C. riprende da de Brosses
anche l’esempio, ossia l’assibilazione in francese degli esiti di CJ e TJ
latini (in parole come prononciation e collation) e, sempre in francese, la
palatalizzazione di G latina davanti a vocale anteriore e quella di altri nessi
in [3] (come in vendanger da VINDEMIARE), il dettato diventa oltremodo oscuro e
confuso, tanto che se non si avesse l’ipotesto di de Brosses non si riuscirebbe
in nessun modo a risalire ai fenomeni a cui si allude: Parmi nous plusieurs
consonnes introduisent aussi des altérations de ce genre par la prononciation
défectueuse à laquelle l'habitude les rend sujèttes. A tout moment lecetle
sont à notre oreille le son de l’s. L'analogie veut qu'on écrive prononciation
et collation; l'usage défectueux fait entendre prononsiasion et collasion. Le
méme usage souvent adoucit l’s et y fait entendre un z: par-là le z se trouve
substitué au tà qui il n'a nul rapport d’organe, parce-qu'on a substitué l’s au
£. Au lieu de ratio on écrit raison et on prononce raizon. Au lieu du son
organique et guttural qui est propre au g on lui donne la plüpart du tems le
son palatial de lj. On
dit vendanger au lieu de vendemjare ou vindemiare ( ). Cosi la voce a poco a
poco corrottasi, nutrita dall'abitudine e ormai non più sanabile, prende
vigore, destinata a corrompersi di nuovo tante volte quante viene trasferita da
un popolo a un altro. In seguito a questo cattivo modo di pronunciare, secondo
quanto testimoniano i più assennati tra i francesi, vediamo avvenire presso
questo popolo che non solo nelle parole native ma nelle latine e nelle
straniere tutte, si usi parlando, in luogo di Zeta, uno Jota consonantico, e un
Gamma anteposto alle vocali Epsilon e Jota; in luogo di Sigma un Kappa e un Tau
davanti alle stesse vocali (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 21)*. Una
simile confusione si riscontra anche, nell’ Acroasis 22, nell illustrazione
della trafila che dal latino COMMEATUS porta all'italiano congedo attraverso il
francese congé: C., come de Brosses, ritiene erroneamente che congé sia a sua
volta un antico prestito dall'italiano; ma mentre de Brosses, al s. Ita sensim
corrupta vox assuetudine alta, nec iam amplius medelam passa invalescere,
toties corrumpenda iterum quoties ab una gente ad aliam traducitur. Ex ea prava
pronunciandi ratione saniorum Gallorum testimonio videmus factum, ut apud
Gallos non modo in nativis vocabulis sed Latinis atque exteris omnibus Iota
consonum et Gamma vocalibus Epsilon ac Iota praepositum pro fra, Cappa et Tau
ante easdem pro Sigma in colloquendo usurpetur. netto dell’errore, ripercorre
con grande chiarezza le fasi evolutive supposte (da MEARE, per derivazione interna
al latino, COMMEATUS; da COMMEATUS, per variazione dell’ inflection labiale,
l'italiano antico combiato; infine da combiato, con spirantizzazione
dell’approssimante nel passaggio dall’italiano al francese, congé), C. riduce
il tutto assai più vagamente al pronunciationis vitium dei francesi, mettendo
sullo stesso piano il presunto adattamento dell’approssimante italo-romanza
Jota, articolata quasi fta (cioè [3]), e la notazione di [3] con Gamma (cioè
con ), quest’ultimo un mero fatto grafico evidentemente estraneo all’evoluzione
fonologica della parola: Du verbe meare le latin fait commeatus: l italien
varie l’inflexion labiale et fait combiato; que le françois prononce combjato,
et en fait son mot congé, ou la R{acine] meare est fort difficile à reconnoître
(de Brosses). Che la parola italiana cozgedo presa dai francesi derivasse in
origine da commeatus uno non lo sospetterebbe a prima vista: ma è facile da
riconoscere per chi tenga presente la pronuncia francese. Da commeatus,
sostituendo l’Epsilon con uno Jota, gli italiani formarono commiato: questo in
un primo momento é passato da noi ai francesi, ma per un vizio di pronuncia la
vocale Jota è stata da loro convertita in una consonante. Avendo essi, poi,
questo ulteriore vizio, di articolare regolarmente lo Jota consonantico quasi
come uno Zeta, pronunciano conj’, omettendo la terminazione latina; infine,
sviati da una terza abitudine di pronuncia errata per cui in luogo di Zeta
impiegano zo [sci/. ‘così, analogamente’ ] Gamma davanti a Epsilon non meno che
Jota consonantico, ciò che pronunciano cozjé si può vedere scritto congé: da
cui congedo degli italiani (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 22)‘. Il
divario tra la limpida trattazione di de Brosses e l’impacciata epitome di C.
diventa ancora più evidente quando si viene alla comparazione interlinguistica,
in cui de Brosses è maestro, mentre C., poco incline alla riflessione
grammaticale e allo studio delle lingue esotiche, arranca. Emblematico è un
primo, disastroso tentativo interromanzo, nel quale l’abate si lancia nell’
Acroasis 21, senza nessun appiglio nel Traité: 6. Italicum verbum congedo ab
Gallis sumptum ex Latino commeatus manasse primitus non quisque continuo
existimet. At id ci perspectu facile, qui Gallicam pronunciandi rationem
teneat. Commiato Itali ex commeatu, jota pro Epsilon subiecto fecere; id primum
a nobis ad Gallos transiit; sed pronunciationis vitio, vocalis ab iis jota in
consonam versa. Cum vero id insuper peccent, ut Jota consonum, quasi {fra
constanter efferant, hinc Latina terminatione abiecta conj’ pronunciant,
postremo tertia peccandi assuetudine abducti, qua 1à Gamma ante Epsilon non
minus, quam Jota consono pro {ta utuntur, quod cozjé ab iis dictum, congé
scriptum videas, ex quo Congedo ab Italis factum . ZII Nelle voci latine che
cominciano con una doppia consonante, delle quali la seconda sia un Lambda, gli
spagnoli convertono anche la prima, qualunque fosse, in un altro Lambda, e
pronunciano lluvia per pluvia, llave per clave. Gli italiani, al contrario,
mantenendo la prima muta, rigettando la liquida e inserendo uno Jota, levigano
in qualche modo l'espressione, e da pluvia ottengono piova. I portoghesi,
invece, stabiliscono di non privilegiare in queste parole una delle due
consonanti, e inseriscono brutalmente al loro posto la gutturale più aspra Chi,
talché pluvia, trasformata in chuva, si allontana moltissimo dall'origine
latina (ivi, acr. 21). L'esempio scelto da C. é facile e didatticamente
spendibile anche oggi in un corso di linguistica romanza per matricole: si muove
dal latino pluv(i)a, voce panromanza, e si confrontano gli esiti del nesso
iniziale nei succedanei spagnolo, italiano e portoghese. Solo che
l'illustrazione di Cesarotti è irreparabilmente viziata dalla già osservata
difficoltà di distinguere tra fonemi e grafemi e anche dall’ignoranza del
valore fonetico delle diverse grafie romanze. Ne consegue che la risoluzione
del nesso in una laterale palatale nello spagnolo //uvia viene presentata alla
stregua di una geminazione di elle ( Hispani primam etiam quaecumque ea fuerit
in alterum Lamda convertunt) e, ancor più incredibilmente, l’esito in fricativa
postalveolare del portoghese chuva viene descritto come un violento
inasprimento gutturale (Lusitani vero asperiorem gutturalem Chi in earum locum
violenter inferunt), rivelando cosi che, per C., la consonante iniziale
corrispondeva a una fricativa velare [x], secondo il valore di ch in tedesco. È
chiaro che, con queste premesse, anche gli esempi tratti da de Brosses sono
passibili di più di un fraintendimento, specie quando C. si avventura ad
adattarli alle proprie esigenze didattiche. E il caso del confronto, ancora
nell’ Acroasis 21, tra i popoli orientali (Eoae gentes) e i popoli occidentali
( Occiduae [gentes] ), in cui C. riformula e integra una frase del capitolo x
del 11 tomo del Traité, dove perd a essere comparati sono i peuples plus
septentrionaux con gli altri popoli: Les
peuples plus septentrionaux siflent également, soit du nez, soit des levres. Je viens de donner des
exemples de l'addition du siflement nazal: en voici de l'addi7. In Latinis vocibus quae a duplici consona
incipiunt, quarum posterior Lamda sit, Hispani primam etiam quaecumque ea
fuerit in alterum Lamda convertunt, et //uvia pro pluvia, //ave pro clave
pronunciant. Itali contra servata priore muta, reiecta liquida et iota
interiecto dictionem quodammodo laevigant, et ex pluvia piova faciunt. Lusitani
vero in iis vocibus utraque consona valere iussa, asperiorem gutturalem Chi in
earum locum violenter inferunt ut pluvia in chuva conversa ab Latina origine
longissime abscedat. 212 L'ETIMOLOGIA NEL PENSIERO LINGUISTICO DI C. tion du
siflement labial; &otepog vesper, otvoc [sic] vinum, čëpyov work, bwp
water, etc. (de Brosses, IL, 164). Dato che i popoli orientali amano più
comunemente le aspirazioni, quelli occidentali i suoni sibilanti, si può vedere
come i latini antepongano volentieri ai vocaboli aspirati dei greci lettere
sibilanti nasali o labiali: da hex, hepta, hypò, bypér dei greci è stato fatto
sex, septem, sub, supra dai latini; ciò che per i greci è Pésperos, hestia,
hésthema, per i latini è vesper, vesta, vestis; le nasali o le labiali
corrispondono così alternatamente agli spiriti aspri dei greci. Le lettere
gutturali si prestano a essere elise, e tanto più facilmente quanto più si
avvicinano alla base della gola, parte estrema dell’organo vocale. Gli antichi
inglesi mutavano il gutturale Kappa con uno spirito gutturale, e pronunciavano
home al posto di comu: con lo stesso spirito proprio della gola gli spagnoli
sono soliti mutare lo spirito labiale Phi nelle parole latine, e li si può
sentir pronunciare hembra per femina, huigo per foco, huir per fugere. Era
comune presso i caldei e i siri premettere alle voci straniere inizianti per
Sigma implicato a un’altra consonante un qualche punto vocale, to [scil. ‘come,
ad esempio’ ] l’ Aleph aggiunto: i caldei talvolta un’ Alfa, per lo più uno
Jota, i siri un Epsilon. I francesi, imitando in questo i siri, scrivono
abitualmente eschole per schola, estude per studio, esperer per sperare,
estomach per stomacho, anche se per una consuetudine diffusa presso di loro in
alcune di queste voci lo stesso Sigma svanisce nella pronuncia (C., in corso di
stampa, Iv, 2, acr. 21). De Brosses aveva contrapposto da un lato il greco,
dall'altro il latino e l’inglese, lingue più settentrionali, osservando che, lì
dove il greco manca di una consonante iniziale (in realtà solo grafematicamente
perché, tranne che nel caso di oivo, la vocale iniziale presenta lo spirito
aspro), il latino e l'inglese aggiungono una sibilante (siflement du nez)
oppure una labiale (siflement des levres ), per esempio in vesper, vinum, work
e water rispetto al greco Éomepos, olvoc, £pyov e ddwp. Si tratta di un
classico esempio per 8. Cum Eoae gentes aspirationibus,
Occiduae sibilis frequentius gaudeant, videas Latinos aspiratis Graecorum
vocabulis sibilas narium aut labiorum litteras libenter praeponere: ab
Graecorum ££, Erttà, m6, dép, sex, septem, sub, supra ab Latinis factum; quod
Graecis Éoepoc, éotia, ÉoOnua, id vesper, vesta, vestis Latinis est; ita nares
aut labra asperis Graecorum spiritibus alternis respondent. Gutturales litterae
elidi promptae idque eo facilius quo magis ad infimum gutturem, extremam
vocalis organi partem accedunt. Veteres Angli gutturalem Kappa gutturali
mutabant spiritu, et home pro comu efferebant: eodem spiritu gutturi proprio
Hispani labialem spiritum Phy in Latinis vocibus mutare assolent, ab iisque
hembra pro foemina, pro foco huigo, huir pro fugere usurpari inaudias. Usitatum
apud Chaldaeos ac Syros ut peregrinis vocibus ab Sigma alteri consonae implexo
incipientibus vocale aliquod punctum T@ aleph subiectum prefigant, Chaldaei
quidem aliquando alpha, plerunque iota, Syri epsilon. Galli in eo Syros imitati
pro schola eschole, estude pro studio, pro sperare esperer, estomach pro
stomacho scriptitant, licet in nonnullis eiusmodi vocibus Sigma ipsum recepta
apud eos consuetudine in pronunciando evanescat. dirla con Marazzini (2002, 250) di
paleocomparativismo settecentesco, che individua correttamente una
corrispondenza regolare di suono tra lingue imparentate (di lì a poco si
sarebbe detto indogermaniche), anche se scambia la conservazione della labiale
originaria in latino e nel germanico per un’innovazione di queste lingue
rispetto al greco. C. deve aver ritenuto più funzionale alle proprie lezioni lo
spostamento dell’asse geografico da nord-sud a est-ovest, così da estendere il
confronto alle lingue semitiche, come in effetti avviene alla fine del passo.
Ma in questo modo confonde corrispondenze etimologiche reali, come quella del
greco &£, &rvà, dm, drèp con il latino sex, septem, sub, supra e quella
del greco Éomepos, gota, &00nua con il latino vesper, vesta, vestis, con
corrispondenze accidentali che si devono a sviluppi poligenetici interni alle
singole lingue, quali la genesi della fricativa glottidale sorda nell’inglese
home (da una precedente velare) e nello spagnolo antico hembra e huir (da una
precedente labiodentale), oppure la prostesi vocalica nel francese antico
eschole, estude, esperer, estomach e lo stesso fenomeno in ebraico e in siriaco
(cfr. ebr. ezróa' (in quanto connessa
con la radice trilittera del verbo essere in ebraico). Si spinge quindi a
osservare che sarebbe altamente desiderabile che Dio presso tutti i popoli
avesse sortito il nome da’ suoi attributi metafisici, non esitando a proporre
lui stesso denominazioni alternative, come l Eterno, l Infinito, lo
Stante-per-sé, la Causa-prima, le quali, per il fatto di essere titoli
coessenziali a Dio e incomunicabili, non prestano il fianco a pericolose
interpretazioni politeistiche, come invece fanno le denominazioni fondate sulla
forza, sulla grandezza e sulla potenza. Nell’esempio che si è fatto l’ebraico è
almeno in parte risparmiato dalla diagnosi di perfettibilità. Ma in quello che
chiude lo stesso paragrafo x1 non è esente da critiche nemmeno la lingua delle
Scritture: Le voci terra e mare al presente sono puri segni indifferenti; ma se
dovesse darsi il nome al primo di questi elementi, sarebbe meglio il chiamarla
feconda o tuttomadre, come la denomina Eschilo, di quello che salda, o rotonda,
o anche arida, come si dice in ebraico: nome che non poteva esser buono se non
col rapporto alle acque del caos da cui era dianzi ingombrata, o a quelle del
diluvio da cui usciva: così il mare sarebbe meglio detto navigabile, o
abbraccia-terra, che sale, come lo chiamarono i Greci e i Latini. Per C.
l'ebraico ybbasäh, una delle parole per ‘terra’ indicante nello specifico la
terra asciutta (conformemente alla radice y-b-$ ‘seccare, asciu- gare’), è un
nome che non poteva esser buono se non col rapporto alle acque del caos da cui
[la terra] era dianzi ingombrata, o a quelle del diluvio a cui usciva»'°. Una
denominazione migliore, invece, è quella poetica di 16. Per la verità il
termine compare solo nel racconto della Creazione (Genesi), quando Dio separa
la terra asciutta (yabbasab) dalle acque e dà alla prima il nome di ‘terra’
(eres), mentre nell'episodio dell’arca di Noè s' incontrano altre parole (eres,
dämäh) e, specificamente per la ‘terra asciutta’, häräbäh (Genesi 7,22). C.
potrebbe far riferimento tanto a yabbäsäh quanto a barabah, includendo le due
voci in un unico tipo motivazionale, oppure essere stato tratto in inganno da
y4054) in Genesi 8,14 (yabsáb ba ares ‘asciutta [era] la terra’), omografo di
yabbasab, che però è una forma verbale. tutto-madre datale da Eschilo nel
Prometeo incatenato (v. 90: Tauuñrwp TE yi», ‘terra madre di tutto’).
Analogamente, ma questa volta con riguardo alle lingue classiche, i nomi di
&Ac e di sal, possibili denominazioni del ‘mare’ in greco e latino, colgono
dell’oggetto una qualità accidentale, mentre il mare sarebbe meglio detto
navigabile, o abbraccia-terra», quest’ultima una kenning di coniazione C.ana
che ricorda nella forma i composti dell’ Ossian (Della Corte, 1997). 4
L'etimologia fra rettorica e filosofia grammaticale Circa trent'anni fa, nel
suo volume su Storia e coscienza della lingua in Italia dall’umanesimo al
romanticismo, Claudio Marazzini osservava come la teoria sulla bellezza dei
termini di C. fosse stata ignorata dagli studiosi e sospettava che ciò si
dovesse al fatto che questa teoria (a differenza di altre, contenute nel Saggio
C.ano) appartiene ad un orizzonte epistemologico caratteristico del sec. XVIII,
e non può essere paragonata ai risultati della linguistica moderna (Marazzini). La teoria, però, non dovette
godere di grande fortuna nemmeno all’epoca di Cesarotti, se è vero che labate
Andrés, fra i primi entusiasti critici del Saggio sopra la lingua italiana,
aveva ciò nondimeno espresso delle riserve proprio sui tanti esempi
d’etimologia e di omonimie, che possono sembrar soverchi, mentre a suo avviso
un loro sfoltimento avrebbe lasciato spazio alle più necessarie investigazioni
dello stile (cit. da C., 1960, 426). Nell Avvertimento degli editori in
appendice alla terza edizione del Saggio, probabilmente scritto da C. stesso e
comunque da lui approvato, ad Andrés si ribatte orgogliosamente che
l’etimologia nell'aspetto in cui la riguarda l’autore apparteneva direttamente
al di lui soggetto e che all’incontro le teorie dello stile non potevano averci
luogo che occasionalmente, non essendo questa un’opera di rettorica, ma di
filosofia grammaticale considerata ne’ suoi rapporti colla rettorica (ivi, 427).
È dunque all’interfaccia di filosofia e retorica, diremmo oggi di linguistica
generale e stilistica, che C. colloca l’etimologia: una collocazione che, come
si è visto, non ha precedenti nella trattatistica italiana e francese prima di C.
anche se lì ha le sue premesse e che
non verrà riproposta in quella a lui successiva. Un unicum quindi, che la
distanza dal corso che avrebbe preso la linguistica otto e novecentesca rende
oggi non sempre facile da comprendere, ma non per questo meno interessante e
affascinante, e che grazie all’edizione delle lezioni padovane possiamo ora
apprezzare fin dalla sua preistoria. Riferimenti bibliografici BATTISTINI A., I
Vico vesuviano di Melchiorre C., in Id., Vico tra antichi e moderni, Il Mulino,
Bologna 301-60. BECCARIA C. (1770), Ricerche intorno alla natura dello stile,
appresso Giuseppe Galeazzi Reg. Stampatore, Milano. C. M. (1810), De lingua et
eloquentia praecipue graeca acroases in Patavino Archigymnasio publice habitae,
in Opere dell'abate Melchior C. padovano, typis Molini, Landi et Soc.,
Florentiae.(1811-13), Dell epistolario di Melchiorre C., tt. 1-vI, in Opere
dell abate Melchior C. padovano, voll. xxxv-xL, presso Molini, Landi e comp.,
Firenze Saggio sulla filosofia delle lingue, in E. Bigi cur., Dal Muratori al C.,
t. IV: Critici e storici della poesia e delle arti nel secondo Settecento,
Ricciardi, Milano-Napoli (in corso di stampa), Scritti sulle lingue antiche e
sul linguaggio, a cura di C. E. Roggia, Accademia della Crusca, Firenze.
DALMONTE R., SPAMPINATO F. (2008), I] nuovo in musica: estetiche, tecnologie,
linguaggi, Atti del convegno (Trento, 18-20 gennaio 2008), Libreria musicale
italiana, Lucca. DCECH
= J. Corominas, J. A. Pascual, Diccionario critico etimologico castellano e
hispánico, 6 voll., Gredos, Madrid 1980. DE BROSSES CH., Traité de la formation
méchaniques des langues et des principes physiques de l'étymologie, chez
Saillant, Vincent et Desaint, Paris. DELLA CORTEI, Gli aggettivi composti nel C. traduttore di
Ossian, in Studi di lessicografia italiana, XIV 283-346. DROIXHE D. (1978), La
linguistique et l'appel de l’histoire (1600-1800). Rationalisme et révolutions
positivistes, Droz, Genève. DU MARSAIS C. CH., Des tropes ou des diférens sens
dans lesquels on peut prendre un même mot dans une même langue, chez la Veuve
de Jean-Baptiste Brocas, Paris. GALLO v., Gli autografi C.ani della Biblioteca Riccardiana di
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L'etimologia, Zanichelli, Bologna. Radici, eredità Tra la lingua italiana e le
lingue: C. e l Ercolano di Benedetto Varchi di Alberto Roncaccia* Mettere a
confronto la riflessione linguistica di C. con i dibattiti cinquecenteschi
potrebbe sembrare un’operazione antieconomica e forse non molto rilevante:
antieconomica, perché i riferimenti teorici decisivi per C. sono quelli a lui
più vicini, come de Brosses e Condillac; non molto rilevante, in quanto
semplice parallelismo di posizioni anticlassicistiche che fanno perno,
cronologicamente, sulla prima edizione del Vocabolario della Crusca. Il
parallelismo tra antibembismo e antipurismo, conducibile dai suoi gradi più
moderati ai più estremi, fornisce allo sguardo dell’osservatore una ampliata
profondità di campo sulla questione della lingua e permette di riconsiderare
istanze cinquecentesche minoritarie rispetto all’affermazione del classicismo
volgare arcaizzante. Osservando il Saggio sulla filosofia delle lingue in
questa chiave cinquecentesca, alcuni rimandi puntuali su cui è utile
soffermarsi sono quelli all Ercolano di Benedetto Varchi’. Si tratta di pochi
riferimenti espliciti, di cui perdipiù un paio in negativo. Eppure, in C., il
richiamo a Varchi suggerisce una lettura attenta dell Ercolano e,
probabilmente, una prospettiva privilegiata per interpretare l'insieme dei
dibattiti teorici e grammaticali cinquecenteschi. Tale potenzialità del dialogo
varchiano è stata messa in evidenza, ai nostri giorni, da Paolo Trovato, che
gli riconosce il carattere di vera e propria summa? linguistica, e da Claudio, Losanna.
Si utilizza l'edizione Sorella (Varchi, 1995). 2. Uno riguarda la raccolta di
frasi proverbiali che divengono insipidi enigmi (11, 5) e l'altro la presa di
posizione in favore delle Prose di Bembo per poter assicurare a Firenze la
proprietà della lingua Scrive Paolo Trovato nella presentazione all'edizione
critica curata da Antonio Sorella: nonostante il suo carattere di summa delle
discussioni linguistiche e, in parte, almeno stilistiche e retoriche del
Cinquecento, il dialogo è per tanti motivi, dalla mole allo stile alla
mancanza di edizioni recenti più citato che letto anche tra gli addetti ai
lavori (Varchi RONCACCIA Marazzini, che coglie in Varchi un approccio prossimo
a quello di una linguistica generale ante litteram>*. La sistematicità
analitica che impronta il dialogo varchiano sembra aver attirato l’attenzione
di C. nonché alimentato la sua stessa riflessione linguistica. Ci proponiamo
quindi di verificare le possibili concordanze concettuali e teoriche. Pur
rivendicando l'appartenenza a un’epoca nuova, caratterizzata da una rivoluzione
nel sistema intellettuale, secondo l'esigenza, condivisa con molti suoi
contemporanei, di porsi in discontinuità rispetto alla cultura del passato e
alle sue sopravvivenze nel purismo cruscante, Cesarotti stabilisce un esplicito
legame con il settore della riflessione linguistica cinquecentesca che aveva
riconosciuto le ragioni dell’uso parlato e dei mutamenti linguistici. Il
riferimento più significativo a Varchi è presente all’inizio della parte 1v del
Saggio, cioè della sezione finale in cui si propone un moderno e avveduto piano
di governo della lingua italiana attraverso la creazione di un Consiglio
nazionale e la realizzazione di nuovi vocabolari. Tale focalizzazione
incipitale dà a Varchi una posizione eccezionalmente marcata. È difficile
trovare nel Saggio un altro autore cui siano concessi una tale menzione
elogiativa e un tale valore dispositivo. Scrive C.: Egregiamente disse il
Varchi che l’inondazione dei popoli settentrionali produsse due grandissimi
beni all Italia: la repubblica di Venezia e la lingua toscana‘. C. si riferisce
al Quesito v dell’ Ercolano dove Varchi, in realtà, non dice lingua toscana ma
volgare e, nell’indicare i due beni, pone 8 8 P prima il volgare e poi Venezia.
Scrive Varchi (corsivo mio): Fra tante miserie e calamità, quante dalle cose
dette potete immaginare voi più tosto che raccontare io, di tanti mali, danni e
sterminii quanti sofferse sì lunga4. Marazzini (1993, 154). s. Scrive C.: Ma la
rivoluzione accaduta nel sistema intellettuale dopo la metà del secolo
diciassettesimo ebbe una nuova e più sensibile influenza anche sulla lingua.
Firenze meritò d’esser chiamata per doppio titolo l’Atene d’Italia. Quindi le
scienze, lo spirito filosofico e il francesismo furono le tre cagioni che
riunite alterarono non poco l'idee comuni in fatto di lingua. Le discipline
fecero sentire al vivo il bisogno incessante di nuovi termini, lo spirito di
ragionamento volle separare anche in tal materia i diritti della ragione da
quei dell’autorità, mostrò la vergogna di sacrificar l’idea al vocabolo, e
insegnò a distinguere il pregio reale della lingua dal convenzionale e arbitrario
(C.). C. TRA LA LINGUA ITALIANA E LE LINGUE mente in quegli infelicissimi tempi
la povera Italia, ze nacquero due beni, la lingua volgare e la città di
Vinegia, republica veramente di perpetua vita e d’eterne lodi degnissima?. Il
discorso si sviluppa poi nel Quesito vr, dove il volgare viene definito come
lingua nuova in sé e, in questo senso, per quanto prodotto da drammatiche
vicende storiche, è considerato un nuovo bene. Notiamo che Varchi, quando
applica alle lingue il termine di corruzione, lo usa nel suo senso più tecnico,
di provenienza aristotelica, precisando che un processo di corruzione ne
implica anche uno di generazione, con l’esito di far nascere una cosa in sé
nuova. Tale argomentazione, come ricorda Antonio Sorella, era già stata applicata
al volgare da Claudio Tolomei nel Cesazo e da Giambattista Gelli nei Dialoghi.
Per Varchi non si tratta però solo di affermare puntualmente l'autonomia e la
dignità del volgare rispetto al latino, bensì di evidenziare un'idea guida
della propria riflessione teorica sulla lingua. Dopo aver storicizzato e
ridimensionato come voce equivoca '° la nozione di lingua barbara, per questo
esclusa dalle categorie usate nella divisione e dichiarazione delle lingue
proposta nel Quesito 111, l’autore dell’ Ercolano può capovolgere il punto di
vista tradizionale nei confronti dei diluvii delle nazioni oltramontane. Già
per Varchi, come poi per C., non esistono lingue intrinsecamente barbare, ma
ogni lingua è tuttavia costitutivamente barbara nel proprio stadio originario.
Se l'idea del volgare come lingua nuova è 7. Varchi (1995, 667). 8. Scrive
Varchi: ora voi havete a sapere che la corruzzione d’una cosa è (come ne
insegna Aristotile) la generazione d’un’altra; e come la generazione non è
altro che un trapassamento dal non essere all’essere, così la corruzzione, come
suo contrario, altro non è che uno trapasso o vero passaggio dall’essere al non
essere. Dunque se la latina si corroppe, ella venne a mancare d’essere, e
perché nessuna corruzzione può trovarsi senza generazione, benché Scoto pare
che senta altramente, la volgare venne ad acquistare l'essere; di che segue che
la volgare, la quale è viva, non sia una medesima colla latina, la qual è
spenta, ma una da sé (Varchi La nozione di lingua barbara è utilizzabile per
lingue che si trovano ad uno stadio ancora non sviluppato e che quindi non
possono essere scritte e di conseguenza non hanno scrittori: comprendo le
lingue barbare sotto quelle che sono non articolate e non nobili (ivi, 650). già presente nelle Prose di Bembo, la novità
varchiana, ben recepita da C. quando ne cita la nozione di beni, sta nel porre
l'accento sul progresso storico e sull’arricchimento ininterrotto della lingua.
Varchi, come è noto, supera definitivamente la teoria della catastrofe, sia
biblica che storica, e adotta un atteggiamento decisamente postumanistico
quando rinuncia a evocare il topos del sentimento di perdita nei confronti del
latino. La legittimità storica e qualitativa del volgare è ormai acquisita e,
quindi, a differenza di quanto avveniva ad esempio per Alberti, non c’è più
bisogno di nobilitarne l’uso attraverso calchi lessicali e sintattici
latineggianti intesi a ritrovare l’eredità del glorioso passato. Il mutamento
linguistico può quindi produrre un bene, una ricchezza da spendere guardando
soprattutto al futuro. Tale nozione positiva di mutamento linguistico determina
l’attribuzione di una funzione conoscitiva fondamentale e prioritaria allo
studio della lingua parlata. Anche per questo aspetto, attraverso la
prospettiva del Saggio C.ano, il Varchi teorico risulta attualizzato in chiave
antiarcaizzante. Si tratta di una lettura possibile, diversa da quella che ne
fecero i contemporanei, in particolare Salviati, per i quali furono decisive
l’opzione per il fiorentinismo e la linea di continuità con la proposta
bembiana. La difficile conciliabilità del Varchi teorico con il naturalismo
linguistico bembiano, così come traspare dalla prospettiva di lettura C.ana,
risulta d’altra parte storicamente fondata anche per noi oggi. Basti notare
come nell’ Ercolano il Varchi omodiegetico riprenda con regolarità il proprio
interlocutore per ricordargli che si sta discutendo in primo luogo del
favellare e che proprio dall’uso parlato è necessario partire per ragionare su
cosa sia una lingua. Tale impostazione, possiamo aggiungere, è debitrice della
riflessione aristotelica sul linguaggio. La scrittura viene dopo, accessoriamente,
perché alle origini tutte le lingue, anche la greca e la latina, erano solo
parlate. Lo statuto di lingua che un singolo idioma può acquisire non è quindi
determinato dalla scrittura. Ecco le parole esatte di Varchi: 13. Prose, 1, 7
(Bembo, 2001, 15): essendo la Romana lingua et quelle de Barbari tra se
lontanissime; essi a poco a poco della nostra hora une ora altre voci, et
queste troncamente et imperfettamente pigliando, et noi apprendendo similmente
delle loro, se ne formasse in processo di tempo, et nascessene una nuova. 14.
Al di là delle circostanze legate all’obiettivo di ristabilire il primato
linguistico di Firenze, è l’aristotelismo linguistico di Varchi a risultare
incompatibile con il platonismo bembiano. Per questo, pur difendendolo, Varchi
di fatto tradisce Bembo applicando in sede teorica il principio di priorità del
parlato. Come scrive Marazzini: La correzione del bembismo operata da Varchi
vanificava dunque l’austero rigore delle Prose di Bembo, per le quali la lingua
era creata solo dai grandi scrittori (Marazzini Lo scrivere non è della
sostanza delle lingue, ma cosa accidentale, perché la propria e vera natura
delle lingue è che si favellino, e non che si scrivano; e qualunche lingua si
favellasse, ancora che non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo; e se fusse
altramente, le lingue inarticolate non sarebbono lingue, come elle sono. Lo
scrivere fu trovato non dalla natura, ma dall’arte, non per necessità, ma per
commodità; conciosia cosa che favellare non si può, se non a coloro che sono
presenti, e nel tempo presente solamente; dove lo scrivere si distende e a’
lontani, e nel tempo avvenire; e anco a un sordo si può utilmente scrivere, ma
non già favellare: dico de’ sordi non da natura, ma per accidente; e se le
lettere fussono necessarie, la diffinizione della lingua approvata di sopra da
voi, sarebbe manchevole e imperfetta, e conseguentemente non buona, e ne
seguirebbe che così lo scrivere fusse naturale all'huomo, come è il parlare; la
qual cosa è falsissima. È utile ricordare che la precisazione sui sordi, con la
distinzione dei sordi dalla nascita da quelli per accidente, rimanda alla
tradizione aristotelica del De sensu et sensibilibus, opera molto nota e
commentata nel Medioevo, dove si indica l'importanza dell'aspetto uditivo del
linguaggio, indispensabile per la crescita intellettiva e per lo sviluppo delle
facoltà di rappresentazione simbolica che consentono di rappresentare
mentalmente e linguisticamente nozioni che rinviano anche a cose non presenti.
L'apporto della facoltà di rappresentazione simbolica nella crescita
intellettiva umana è decisivo anche nella concezione linguistica di C. che,
come osserva Roggia, ne trova riscontro diretto in Condillac. Su una base
teorica sostanzialmente aristotelica, dove sono messe in evidenza anche le
condizioni fisiologiche di udibilità del parlare, Varchi postula quindi
l'originaria e costitutiva parità di ogni lingua naturale. Ogni lingua, spiega
Varchi, è originariamente volgare: Tutte le lingue, le quali naturalmente si
favellano, in qualunche luogo si favellino, sono volgari, e la greca e la
latina altresi, mentre che si favellarono, furono volgari; ma come sono diversi
i vulgi che favellano, cosi sono diverse le lingue che sono favellate®. 15.
Varchi (1995 640-1). 16. De Sensu et Sensibilibus, 4362-4492. L’opera è citata
da Dante nel Convivio (Cv 11 IX 6; Cv II IX 10). Si veda la voce De sensu et
sensato, curata da Enrico Berti, in Enciclopedia dantesca (1970). 17. De sensu
457a 12, e passim. 18. Roggia Varchi La prioritaria pertinenza teorica della
lingua parlata, cosi come viene formulata da Varchi, può essere confrontata con
le asserzioni ordinative del discorso C.ano sulla lingua. Varchi, avendo
sottolineato l’originaria parità delle lingue, afferma la necessità costitutiva
della variazione diatopica e diacronica, per poi trattare di quella diastratica
e diafasica. Se ora osserviamo le otto proposizioni iniziali del Saggio C.ano,
tutte anaforicamente introdotte da una negazione (Niuna lingua), la prossimità
con le formulazioni di Varchi si può cogliere in due brevi passaggi, uno nel
corpo del testo e uno in nota. Dopo l’ottava proposizione, dedicata alle
varietà diatopiche della lingua, cioè ai dialetti, accennando anche alle
varietà diastratiche e ai gerghi tecnici, iniziando il paragrafo 11, C. si
chiede se il predominio d'un dialetto giovi o nuoccia maggiormente alla lingua
?°. Concluso tale approfondimento dell’ottava proposizione, il paragrafo MI si
apre con la formulazione di uno schema di approccio analogo a quello di Varchi.
Scrive C.: La maggior parte di ciò che s’è detto finora riguarda la lingua
parlata: passeremo ora a ragionar della scritta . La seconda precisazione che
ci interessa è contenuta nella prima delle note d’autore che corredano il
Saggio e riguarda il principio per cui tutte le lingue nascono allo stesso
modo. È l’esordio della nota, dove si dice che Le lingue o nascono o derivano,?
che ci suggerisce un’ulteriore analogia con la prima grande partizione delle
lingue fatta da Varchi. Con la formulazione varchiana, C. condivide anche la
modalità geometricamente disgiuntiva e la qualità della distinzione da cui si
diramano i successivi sottoinsiemi. La prima proposizione varchiana del Quesito
111 recita: Delle lingue, alcune sono nate in quel luogo proprio nel quale elle
si favellano, e queste chiamaremo originali, e alcune non vi sono nate, ma vi
sono state portate d'altronde, e queste chiamaremo zon original. C., nella nota
che ci interessa, prosegue spiegando come le lingue native abbiano all’origine
un semplice impulso di natura, lo stesso che si potrebbe ritrovare in due o più
fanciulli d'ambedue i sessi cresciuti in 20. C. Varchi una selva 5. Tolta la settecentesca variabile
del clima, evocata subito dopo, anche l'esempio dei fanciulli collocati in
un’ipotetica condizione selvaggia è presente in Varchi. L’eventualità di uno
stato di natura privo di sollecitazioni linguistiche svolge nell’ Ercolano la
funzione di un caso limite, definito prima dell’avvio dello svolgimento vero e
proprio dei Quesiti: CONTE. E se s’allevassero più fanciulli insieme in quella
maniera, senza che sentissero mai voce humana, favellarebbono eglino in qualche
idioma? VARCHI. Qui bisognerebbe essere piuttosto indovino che altro; pure, io
per me credo che eglino favellerebbono, formando da sé stessi un linguaggio
nuovo, col quale s'intenderebbono fra loro medesimi. Pur con la dovuta
prudenza, questi riscontri stabiliscono una prima sorprendente concordanza tra
la riflessione teorica e l’impianto sistematico di C. e Varchi, invitandoci a
individuare altri luoghi dell’ Ercolano che possano far pensare ad una
specifica attenzione di C. verso Varchi. Tornando quindi al rilievo che C.
concede a Varchi al principio della parte 1v, possiamo chiederci se tale
riferimento non svolga nel Saggio una funzione ordinativa a livello
macrotestuale. Nell'economia del Saggio, il riferimento a Varchi segna il
passaggio all’applicazione italiana dei principi generali di filosofia delle
lingue descritti e dimostrati nelle parti che precedono. È questa la parte che
determina l’estensione del titolo dell’opera: Saggio sulla filosofia delle
lingue applicato alla lingua italiana. Essa è composta di sedici paragrafi che
possiamo separare in due blocchi argomentativi: fino al paragrafo xI, sono
ripercorse le contrastate vicende della lingua e dell’eloquenza italiana, dalle
origini fino all’affermazione di quella che C. chiama l’autorità legislativa
della Crusca; poi, dal paragrafo x11, è descritta la situazione dell'epoca
contemporanea, fatta iniziare grosso modo dalla metà del xv secolo e posta in
discontinuità con la precedente. Il paragrafo XII, contrassegnato da un
incipitale ma enfatico-avversativo, inizia così: Mala rivoluzione accaduta nel
sistema intellettuale dopo la metà del secolo diciassettesimo ebbe una nuova e
più sensibile influenza anche sulla lingua. 25. C. (1960, 307). 26. Varchi
(1995, 549). 27. C. (1960, 415). 28. 416. Si giunge qui alla parte più
propositiva e militante del Saggio. Nei paragrafi immediatamente precedenti C.
svolge le proprie argomentazioni riconoscendone la continuità rispetto a quella
parte della riflessione linguistica cinquecentesca che si era opposta alla
cristallizzazione classicistica della linea Bembo-Salviati-Crusca. Preferendo a
questo punto richiamarsi a Trissino, C. riorienta in chiave italiana la
proposta di Varchi in favore dell’uso colto del fiorentino parlato. La nozione
varchiana di uso colto, possiamo dire, è mantenuta e riadattata modernamente. C.,
come si è accennato, sembra impreciso dicendo che per Varchi le invasioni dei
popoli oltramontani hanno portato il beneficio della nascita della lingua
toscana. In primo luogo, perché Varchi in quel caso parla di lingua volgare,
riferendosi quindi a un fenomeno più generale e, in secondo luogo, perché
l’autore dell’ Ercolano vuole arrivare ad affermare il primato qualitativo
della lingua fiorentina e insiste quindi sull’inopportunità di denominazioni
come lingua italiana o lingua toscana??. C., pur riconoscendo la legittimità
storica di un primato qualitativo, preferisce però la denominazione di idioma
toscano e osserva che all’interno delle variabili diatopiche appartenenti a
un’unica nazione il prestigio di una di queste è un'evenienza legata al
costituirsi di una tradizione letteraria: Se però niun dialetto particolare è
così perfetto che possa scambiarsi per lingua, àvvene però alcuno presso ogni
nazione che più degli altri s'accosta alla perfezione. Il fiorentino, quindi,
resta per C. un dialetto particolare da collocare all’interno del più versatile
idioma toscano, cui va riconosciuto tale primato: Sarebbe ingiusto e insensato
chi non riconoscesse in Italia l’idioma toscano per più corretto ed elegante, e
degnissimo del primato sopra d’ogni altro; quindi lo scriver esattamente e
nobilmente è pei Toscani un'attenzione, per noi uno studio. Il passaggio logico
all’affermazione del primato toscano, come si vede, richiede a questo punto lo
spostamento dell’attenzione verso la lingua scritta. 29. Scrive Varchi: la
lingua della quale ragioniamo, si dee chiamare fiorentina, e non toscana o
italiana (Varchi, 1995, 932). 30. C. (1960, 402). 31. 402-3. 238 TRA LA LINGUA
ITALIANA E LE LINGUE È quindi la storia dell’italiano letterario lo
scriver esattamente e nobilmente a essere ripercorsa nella parte Iv. È tale
comune tradizione dell'uso scritto che C. intende denominare italiana. Egli
quindi condivide i presupposti teorici di Varchi ma, diciamo pure ovviamente,
se ne distanzia rispetto all'esito operativo legato all'affermazione del
fiorentino e del suo predominio. Riconosce invece le ragioni di quanti, come
Trissino, Castiglione e Muzio, avevano sostenuto la denominazione italiana
(corsivo mio): Avvedutamente perció i sopraccitati ragionatori, benché
conoscessero l'eccellenza dei tre che nobilitarono superiormente il dialetto
fiorentino, contrastarono peró al dialetto stesso un titolo che avrebbegli
conferito un dominio esclusivo, e dando alla lingua la denominazione
d’italiana, conservarono ad essa e a tutti i suoi colti scrittori i diritti
d'una giudiziosa libertà. Le ragioni da loro usate furono a un di presso le
stesse che noi abbiamo, s'io non erro, poste in miglior lume e piantate sopra
una base più solida. L'autore, quindi, dichiara esplicitamente e attualizza il
legame della propria riflessione con una specifica tradizione dei dibattiti
cinquecenteschi. In tale chiave va visto anche l’apprezzamento espresso nei
confronti del De vulgari eloquentia, di cui è riconosciuta l’autenticità
attraverso il riferimento esplicito all'edizione di Corbinelli*. La negazione
dell’autenticità del DVE era stata dettata, per C., da una presa di posizione
faziosa che non trovava altro modo di opporsi ad argomenti solidissimi: Del
resto l’autorità e le ragioni di Dante erano di tal peso, che i Fiorentini più
appassionati credettero miglior partito il negar a dirittura l’autenticità di
quest’opera supponendola gratuitamente una impostura del Trissino stesso; ma secondo
il giudizio dei ragionatori che vennero appresso, tutto prova e niente
smentisce il vero autor di quel libro, degno in ogni senso di Dante. Al DVE si
collega spontaneamente la linea propositiva italiana, in opposto a quella
bembiana del fiorentinismo arcaizzante e alla sua successiva codificazione
puristica: 32. 405. 33. Ad avvalorare
altamente la sua ipotesi, diede il Trissino alla luce opportunamente la
traduzione dell'opera di Dante, Della volgare eloquenza, pubblicata poscia nel
suo latino originale dal Corbinelli ( ). 34. 407. 239 ALBERTO RONCACCIA Con ciò
Dante venne a rispondere anticipatamente all’obbiezione del Bembo, che questa
specie di lingua non si parla in veruna città, poiché la lingua scritta
servendo, come abbiamo osservato altrove, ad usi diversi, non è necessario che
sia precisamente la stessa colla parlata, come non lo fu forse mai presso verun
popolo, né lo è nemmeno tra i Fiorentini medesimi, bastando che sia intesa
comunemente dalla nazione. Né tampoco farebbe obietto il dire che tutta la
nazione non intende perfettamente la detta lingua, poiché nemmeno i dialetti
stessi vernacoli sono intesi in ogni loro parte da tutte le classi del popolo.
L’importanza teorica del DVE, pur senza riconoscerne la paternità dantesca, era
in realtà stata ammessa anche da Varchi. Nella prima parte dell’ Ercolano,
infatti, la discussione sulla possibilità che il DVE sia di Dante resta ancora
parzialmente aperta. Lo mostra il fatto che l’interlocutore interno ne domandi
di nuovo alla fine del dialogo, durante lo svolgimento del Quesito x e ultimo,
e ottenga solo a quel punto una risposta inequivocabilmente negativa.
Nonostante tale presa di posizione, in qualche modo dovuta, Varchi non
sminuisce le argomentazioni del trattato, di cui in sostanza rileva le note
contraddizioni con altri passi danteschi, ma anzi dichiara di averlo letto più
volte diligentemente *. Come osserva Marazzini, componendo l’ Ercolano, Varchi
guarda contemporaneamente alle Prose di Bembo e al DVE, cioè a due modelli di
riferimento molto difficili da conciliare. 35. 406. 36. CONTE. Ditemi, vi
prego, innanzi che più oltra passiate, se voi credete che quell'opera
De/l'eloquenza volgare sia di Dante, o no. VARCHI. Io non posso non
compiacervi, e però sappiate che dall’uno de’ lati il titolo del libro, la
promessa che fa Dante nel Convito e non meno la testimonianza del Boccaccio, e
molte cose che dentro vi sono, le quali pare che tengano non so che di quello
di Dante, come è dolersi del suo esilio e biasimar Firenze lodandola, mi fanno
credere che egli sia suo; ma, dall’altro canto, havendolo io letto più volte
diligentemente, mi son risoluto meco medesimo che se pure quel libro è di
Dante, che egli non fusse composto da lui. CONTE. Voi favellate enigmi; come
può egli essere di Dante, se non fu composto da lui? varcHI. Che so io?
potrebbelo haver compro, trovato, o essergli stato donato; ma, per uscire de’
sofismi, i quali io ho in odio peggiormente che le serpi, il mio gergo vuol dir
questo, che se quel libro fu composto da Dante, egli non fu composto né con
quella dottrina, né con quel giudizio che egli compose l'altre cose e
massimamente i versi (Varchi, 1995, 555); corsivo mio. 37. CONTE. Dante
primieramente la chiama spesse fiate italiana o italica, sì nel Convivio e sì
massimamente nel libro Della volgare eloquenza. VARCHI Quanto all’autorità del
libro De volgari eloquio, già s'è detto quell’opera non essere di Dante, sì
perché sarebbe molte volte contrario a sé stesso, come s’è veduto, e sì perché
tale opera è indegna di tanto huomo (Varchi, 1995 961-3). 38. Cfr. supra, nota
36. 39. Come scrive Marazzini: La rilettura di Bembo condotta da Varchi, però,
alla fine risultò un vero tradimento delle premesse del classicismo volgare. L’
Ercolano è una Della contraddizione tra le argomentazioni teoriche di Varchi e
la sua difesa della fiorentinità ristretta alle mura di Firenze C. è
consapevole, e gli è chiaro come nell’ Ercolano si combatta a tutta possa per
la sentenza del Bembo*. Questo però non sembra incidere sul fatto che C.
osservi molto dei dibattiti cinquecenteschi attraverso la lente dell’ Ercolano.
Un dato marginale e proprio per questo significativo sembra confermarlo: nel
Saggio, riferendosi a Castelvetro, C. resta molto sommario e non si discosta da
quanto ne dice Varchi nel suo dialogo; non mostra di avere accesso diretto ai
suoi scritti e, molto evidentemente, gli restano sconosciute le Giunte alle
Prose del Bembo, di cui esisteva l'edizione napoletana del 1714*. Quanto
osservato fin qui, ci induce a ipotizzare che l’Ercolano occupasse una posizione
di rilievo nella biblioteca di C. e che il significato del riferimento a Varchi
nell'esordio della parte rv del Saggio vada oltre la semplice circostanza
retorica. Può quindi essere utile riassumere schematicamente alcuni snodi
teorici su cui i due autori prendono posizione in maniera affine: necessità di fondare sul favellare la
filosofia del linguaggio e di tener conto della specificità degli strumenti e
dei meccanismi fonetico-articolatori. Riferimento comune è certamente la
riflessione aristotelica che definisce cosa sia, per l’uomo, phone. Per Varchi,
a tale proposito, ricordiamo il Quesito 1 dell’ Ercolano: qualunche lingua si
favellasse, ancora che non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo. Lo
scrivere fu trovato non dalla natura, ma dall'arte, non per necessità, ma per
commodità; necessità di conciliare la coesistenza della
referenzialità di tipo naturale sorta di conciliazione tra le idee di Bembo sul
primato degli scrittori e l'autorità della lingua popolare toscana. Il rapporto
tra l Ercolano le Prose della volgar lingua è dunque decisivo, ma a mio
giudizio non lo è di meno il rapporto con il De vulgari eloquentia. Varchi
stesso, nella sostanza, segue l'impianto del De vulgari eloquentia (di cui non
condivideva certamente le idee), dall'impostazione propriamente filosofica, dal
fatto cioè che il tema della lingua volgare fosse stato trattato a partire dai
fondamenti di una teoria del linguaggio e dai principi di una classificazione
delle lingue, tanto è vero che l’ Ercolano cerca di seguire la stessa strada,
contrapponendo però a Dante un ideale linguistico completamente diverso
(Marazzini C. Le Prose di M. Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar
lingua unite insieme con le Giunte di Lodovico Castelvetro, 1-11,
Raillard-Mosca, Napoli 1714. 42. Varchi (1995, 640). Come precisa ancora
Varchi: Le lingue, come lingue, non
hanno bisogno di chi le scriva; e così gli scrittori sono quegli che fanno non
le lingue semplicemente, ma le lingue nobili; RONCACCIA con quella
convenzionale dei nomi. Varchi, nel Quesito VII, non prende posizione ma
registra l'opposizione canonica tra naturalismo platonico e convenzionalismo
aristotelico. Prevale in Varchi, come in C., l’idea ancora aristotelica di
considerare come propria e caratteristica del linguaggio umano la funzione
simbolica con cui vengono rappresentati i concetti della mente. La funzione
affettiva che risponde alle sollecitazioni sensoriali delle cose non distanzia
l’uomo dagli animali. Come ha mostrato Roggia, la questione è molto presente in
C.. Nell’ottica di mediare, sulla scia di de Brosses, tra l'arbitrarismo di
riferimento lockiano e l’iconismo rappresentato dalle posizioni di Leibniz e
del secondo Condillac, egli finisce per approdare ad una posizione di fatto
conciliatoria. Leggendo Varchi, che distingueva due meccanismi all’origine
della formazione delle parole e della nascita delle lingue, l'analogia e
l'etimologia**, C. poteva trovare un tentativo di mediazione dell’apparente
antitesi. L'analogia, spiega Varchi, costituisce un meccanismo di formazione
accidentale, legato alla materia fonica delle parole, l'etimologia è invece un
meccanismo essenziale , legato al significato e quindi al legame referenziale
originario tra cose e parole. Varchi precisa, inoltre, che all'etimologia,
Platone, perché teneva che i nomi fossero naturali, ne fece gran caso, mentre
Aristotele, il quale diceva che i nomi non erano dalla natura, ma a placito,
cioè dall'arbitrio degli uomini, se ne rideva. Varchi si astiene dal prendere
posizione tra i due filosofi, osservando che in alcune cose si potrebbono tal
volta concordare, ma in alcune altre non mai 5; necessità, quindi,
dell'etimologia e dell'analogia come strumenti di analisi concreta dei
meccanismi di mutamento linguistico. Se Varchi rinuncia a prendere posizione di
fronte all'aporia teorica che oppone iconismo e arbitrarismo, a livello
pratico, per studiare i mutamenti linguistici attestati, si sbilancia verso
Aristotele: io credo che, se le lingue s’havessono a far di nuovo e non
nascessero piü tosto a caso che altramente, che Platone harebbe ragione; ma
perché la bisogna non va sempre così, io credo che Aristotele per la maggior
parte dica vero; e se non vogliamo ingannare noi medesimi, l'etimologie sono
spesse volte più tosto ridicole che vere ^. 43. Roggia. Scrive Varchi: Queste
due cagioni, analogia et etimologia, delle quali la prima è, come s'é veduto,
venendo ella dalla materia, accidentale, e la seconda, venendo ella dalla
forma, essenziale, furono anticamente da molti e con molte ragioni approvate
(Varchi, Quindi, sulla possibilità di reperire corrette etimologie, Varchi
resta molto più scettico di C., il quale invece si affida proficuamente
all’insegnamento di de Brosses; necessità di adottare un approccio descrittivo
nei confronti delle variazioni diatopiche e diacroniche in dipendenza
dell’importanza attribuita alla nozione di uso anche a valenza normativa. Preso
atto del continuum storico dei mutamenti linguistici, sia Varchi sia C.
riconoscono la funzione innovativa di tali mutamenti e il loro merito
generativo nei momenti di crisi, di caos, di incertezza grammaticale dei
parlanti; necessità di prestare attenzione alle
variazioni diastratiche e di fare riferimento ad un parlante colto. Come è
noto, appartiene a Varchi la distinzione tra non-idioti e letterati. C. sembra
riprenderla distinguendo i colti dai dotti. Nel Saggio, come si vede al
paragrafo 16 della parte 11, distingue tra i testi destinati all’intelligenza
del maggior numero e quelli scritti dai dotti per rivolgersi a destinatari di
pari dottrina. Analogamente, al paragrafo 2 della parte 111, ancor più
esplicitamente distingue i ragionatori dai semidotti; necessità
dell’accoglimento di apporti linguistici esterni (forestierismi, dialettismi
ecc.) e del processo di normalizzazione morfologica per aumentare la ricchezza
della lingua. Varchi scrive: l’oppenione mia è stata sempre che le lingue non
si debbiano restrignere ma rallargare +°. A governare la convergenza teorica non
operativa, si è detto dei punti ora indicati è probabilmente
un’implicita e comune nozione di parlante. Né Varchi né C. ricorrono all’idea
di un parlante ideale, dotato di una grammatica perfetta (per entrambi, si è
visto, la perfezione nel parlare e in un idioma parlato non può esistere), e
neppure propriamente a quella di un parlante medio, che resterebbe
un’approssimazione limitativa. L'idea soggiacente risulta piuttosto quella di
una fascia, di una collettività di parlanti empirici, storicamente determinati,
che condividono sia le interazioni concrete sia il processo di produzione del
consenso linguistico e culturale. Il vantaggio di tale modello, necessario per
tener conto della centralità 47. Si veda, in proposito, Marazzini (1989, 34,
nota 38). 48. Varchi (1995, 560). Possiamo ricordare anche quanto Varchi
osserva sull'accoglimento di parole forestiere: anzi havete a sapere che se una
lingua havesse la maggior parte de’ suoi vocaboli tutti d'un'altra lingua, e
gli havesse manifestamente tolti da lei, non per questo seguirebbe che ella non
fusse e non si dovesse chiamare una lingua propria e da sé, solo che ella da
alcun popolo naturalmente si favellasse; e se ciò che io dico vero non fusse,
la lingua latina, non latina, ma greca sarebbe, e greca, non latina chiamare si
doverrebbe (ivi, 700). dei mutamenti linguistici, permette a Varchi e a C. di
collocare sullo stesso piano l’atto di espressione del parlante e quello di
progressiva comprensione da parte del suo interlocutore. È quest’ultimo che
percepisce, convalidandolo progressivamente, il grado di correttezza
grammaticale del discorso e, insieme, giudica la convenienza delle scelte
diafasiche operate da colui che parla. Tali scelte, giustificate
nell’interazione concreta, possono anche contemplare usi volutamente incongrui,
ma non per questo impertinenti, rispetto al modello grammaticale comune, come
nel caso di un discorso ironico, oppure affettato, ma anche nel caso di scelte
di pronunzia più o meno sorvegliata. Lasciato da parte il giudizio binario di
tipo normativo, si applica piuttosto un più sfumato giudizio di convenienza e
di gusto, esercitabile paritariamente da ogni singolo parlante e da ogni
singolo interlocutore. Per Varchi, a questo proposito, possiamo rileggere
quanto si osserva nel Quesito I, Che cosa sia lingua, dove le scelte espressive
che determinano il consenso qualitativo dei parlanti colti implicano un
giudizio condiviso sulla padronanza dei registri e del lessico utilizzati. È da
condannare l’uso di parole corrette ma peregrine, al punto da sembrare turche
(corsivo mio): Quanto al fine del favellare non ha dubbio che basta l’intendere
e essere inteso, ma non basta già quanto al favellare correttamente e
leggiadramente in una lingua, che è quello che hora si cerca; per non dir nulla
che quella o quelle parole potrebbeno esser tali che voi non l’intendereste,
come se fussero turche o d’altra lingua non conosciuta da voi; onde così il
parlare, come l’ascoltare, verrebbero a essere indarno*. Per C., in modo non
dissimile, il parlare convenientemente, cioè nella maniera più acconcia, si
realizza nelle scelte libere dell’ individuo, giudicate in atto dal suo
interlocutore (ciascuno) e dal libero consen49. Scrive Varchi: e ardirei di
dire che non pure tutte le città hanno diversa pronunzia l’una da l’altra, ma
ancora tutte le castella; anzi, chi volesse sottilmente considerare, come tutti
gli huomini hanno nello scrivere differente mano l’uno da l’altro, così hanno
ancora differente pronunzia nel favellare; nè perciò vorrei che voi credeste
che tutte le diversità delle pronunzie dimostrassero necessariamente ed
arguissono diversità di lingua, ma quelle sole, che sono tanto varie da alcuna
altra che ciascuno che l’ode conosce manifestamente la diversità; delle quali
cose certe e stabili regole dare non si possono, ma bisogna lasciarle in gran
parte alla discretione de’ giudiziosi, nella quale elle consistono per lo più
so della comunità dei suoi pari che può accoglierle, attivamente o
passivamente, oppure rifiutarle: il libero consenso del maggior numero presuppone
in ciaschedun individuo la libertà di servirsi di quel termine o di quella
frase che gli sembra più acconcia, onde ciascuno possa paragonarla con altre, e
quindi sceglierla o rigettarla, cosicché il giudice della sua legittimità non
può mai esser un particolare che decida ex cathedra sopra canoni arbitrari, e
nieghi a quel termine la cittadinanza, ma bensì la maggior parte della nazione
che coll’usarlo o rigettarlo, o negligerlo ne mostri l'approvazione o °l
dissenso. E siccome nella lingua parlata (giacché ora non si favella se non di
questa) il maggior numero dei parlanti quello che autorizza un vocabolo, cosi
nella scritta una voce o una frase nuova non puó essere condannata 4 priori
sulle leggi arbitrarie e convenzionali dei grammatici, ma sull'accoglienza che
vien fatta ad esse in capo a qualche tempo dal maggior numero degli scrittori,
intendendo sempre quelli che hanno orecchio, sentimento e giudizio proprio, non
di quelli che sono inceppati dalle prevenzioni d'una illegittima autorità. La
ricognizione qui proposta, che rileva alcuni snodi teorici affini nella
riflessione linguistica di Varchi e di C., puó in questa sede concludersi
ricordando che per entrambi gli autori la teoria linguistica non è separata da
quella estetica. Il favellare, per la sua materialità fonica e articolatoria,
implica un sistema di possibilità combinatorie, e quindi di scelte, che incide
sulla possibilità di suscitare delle sensazioni nella trasmissione delle
rappresentazioni mentali. Lo si vede in Varchi quando, nel Quesito 1x, osserva
che il ripercotimento d'aria puó essere modulato per realizzare al meglio il
fine di ciascuna lingua, che è quello di palesare i concetti dell'animo *.
Cesarotti, a sua volta, applica le teorie di de Brosses, come ha mostrato
Roggia, e quindi distingue tra termini-cifre e termini-figure (11, 6). Grazie a
questa distinzione, mette l’accento sulle suggestioni espressive provocate dai
termini-figure per la loro capacità di attivare dei suoni-simboli strettamente
dipendenti dalla rappresentazione mentale analogica che i parlanti, a certe
condizioni, riescono a condividere. Scrive C.: 51. C. Utile citare più
estesamente: Il fine di ciascuna lingua è palesare i concetti dell'animo;
dunque quella lingua sarà migliore la quale più agevolmente i concetti
dell’animo paleserà, e quella più agevolmente potrà ciò fare la quale harà
maggiore abbondanza di parole e di maniere di favellare, intendendo per parole
non solamente i nomi e i verbi, ma tutte l’altre parti dell’orazione. Dunque la
bontà d’una lingua consiste nell’abbondanza delle parole, e de modi del
favellare (Varchi, 1995, 826). 53. Roggia RONCACCIA Per un'arcana armonia havvi
un occulto rapporto tra certe qualità dell'animo e '1 suon della voce. La
riflessione dirigendo l’istinto coglie quest'affinità, e la rappresenta per
mezzo della combinazion delle lettere, il che porge ai vocaboli una nuova e più
distinta bellezza*. Viene così riconfermata, anche a livello estetico, sempre
secondo il principio legislatore dell’uso e del consenso, l’idea di continuità
tra lingua parlata e lingua scritta, tra discorso quotidiano, prosa e poesia.
Il principio regolatore dell’uso, tipico delle posizioni antipuristiche
settecentesche, viene riaffermato con decisione da C. nel seguente famoso
passaggio: L'uso, qualunque siasi, fa legge quando sia universale, e comune
agli scrittori ed al popolo, né, ove sia tale, può mai riputarsi vizioso,
poiché finalmente il consenso generale è l’autore e °l legislator delle lingue.
Di contenuto sostanzialmente identico, ci piace notare, è l’asserzione
varchiana dove, per i termini chiave di ragione e di uso, sembra di trovarsi a
leggere un trattato settecentesco: basti per hora di sapere ch'in tutte l'altre
cose deve sempre prevalere e vincere la ragione, eccetto che nelle lingue,
nelle quali, quando l’uso è contrario alla ragione o la ragione all’uso, non la
ragione, ma l’uso è quello che precedere e attendere si deve, La modernità del
pensiero linguistico di C., misurabile nell'attenzione prestata ai fenomeni
materiali di articolazione e di mutazione che si manifestano nella lingua in
atto, va colta in continuità, come vuole l’autore stesso, con la linea non
arcaizzante della riflessione linguistica cinquecentesca, mediata, a quanto
possiamo vedere, dalla riflessione teorica di Benedetto Varchi. Riferimenti
bibliografici BEMBO (2001), Prose della volgar lingua. L'editio princeps del
1525 riscontrata con l'autografo latino 3210, edizione critica a cura di C.
Vela, CLUEB, Bologna. C. M. (1960), Saggio sulla filosofia delle lingua
applicato alla lingua ita54. C. Varchi TRA LA LINGUA ITALIANA E LE LINGUE
liana, in E. Bigi cur., Dal Muratori al C., t. IV: Critici e storici della
poesia e delle arti nel secondo Settecento, Ricciardi, Milano-Napoli 304-434.
MARAZZINI C. (1989), Storia e coscienza della lingua in Italia dall’umanesimo
al romanticismo, Rosemberg et Sellier, Torino.(1993), I secondo Cinquecento e
il Seicento, Il Mulino, Bologna.(2013), Da Dante alle lingue del Web. Otto
secoli di dibattiti sull’italiano, nuova edizione, Carocci, Roma, Breve storia
della questione della lingua, Carocci, Roma. ROGGIA C. E. De naturali linguarum
explicatione: sulla preistoria del Saggio sulla filosofia delle lingue, in A.
Daniele cur., Melchiorre Cesarotti, Atti del convegno (Padova, 4-5 novembre
2008), Esedra, Padova. VARCHI B. (1995), L’Hercolano, edizione critica a cura
di A. Sorella, presentazione di Trovato, Libreria dell’ Università editrice,
Pescara. 247 C. e Manzoni tra filosofia delle lingue e linguistica di Pacaccio
Come sottolineava Luca Danzi in un contributo per il convegno Aspetti
dell'opera e della fortuna di Melchiorre C.', le tracce di C. nell’opera
manzoniana sono piuttosto esigue e riguardano pressoché esclusivamente il
lavoro del linguista. Se si eccettua, infatti, una lettera al Mustoxidi, datata
al 1? febbraio 1805, in cui Manzoni difende il Téseo del Monti, adducendo
appunto l’autorità di C., quale sanissimo giudice di siffatte questioni, il
rapporto tra i due si legge solo accostando gli Scritti linguistici e il Saggio
sulla filosofia delle lingue, di cui Manzoni lesse e postilló l'edizione
milanese del 1821. Negli Scritti linguistici i riferimenti a C. sono sporadici
e generalmente brevissimi: lo troviamo appena menzionato in due appunti
preparatori a due diverse redazioni del trattato Della lingua italiana, la
prima e la quarta, e più diffusamente nel Sentir messa. Per il momento mi
limito a dire che si tratta in ogni caso di rilievi critici; e d’altra parte le
teorie linguistiche di C. e quella di Manzoni si collocano su crinali opposti
rispetto alla considerazione della lingua, benché entrambi diano spazio alla
filosofia linguistica dell’ idéologie. Tuttavia, in questo contributo mi
piacerebbe concentrarmi non solo sulle divergenze di fondo, ma anche su qualche
elemento di convergenza che mi è parso di poter individuare. La distanza è
l’elemento più vistoso e caratterizzante, e credo sia chiarificatore sceglierla
come punto di partenza. Per meglio misurarla varrà la pena di cominciare da
Manzoni e dalla sua linguistica generale. L’operazione non è eludibile, perché
Manzoni ha avuto una sorte singolare: da un lato si è detto forse fin troppo
della sua soluzione alla questione della lingua; dall’altro, gli aspetti più
innovativi e interessanti della sua lingui* Università di Friburgo (CH). 1.
Danzi C. E MANZONI TRA FILOSOFIA DELLE LINGUE E LINGUISTICA stica generale sono
ancora in buona parte misconosciuti. In questa strana fortuna il peso minore va
forse attribuito alla tardiva diffusione dei trattati incompiuti, il cui nucleo
centrale fu pubblicato dal Bonghi circa dieci anni dopo la morte di Manzoni;
certamente ha giocato un ruolo importante il giudizio critico dato dall’Ascoli,
ma forse l’elemento determinante è stato che la parte più consistente della
riflessione manzoniana è maturata al di fuori del contesto della questione
della lingua così come era concepita in Italia. In quel contesto si collocano
soprattutto gli scritti editi, che anche per questo hanno avuto maggiore
fortuna critica. Spesso il fatto che Manzoni guardasse alla grammatica generale
e non alla nascente glottologia e alla grammatica storica è stato interpretato
come il più vistoso segno di arretratezza della sua riflessione linguistica, ma
per quella strada egli giunge a risultati di sorprendente modernità; e d’altra
parte, nella generale rivalutazione della linguistica cosiddetta prescientifica
è ormai acclarato quanto quella filosofia sia stata importante per linguisti
come Whitney e Bréal, che tanta influenza ebbero sul pensiero di Saussure, e la
validità di certi aspetti metodologici è stata riconosciuta dallo stesso
Chomsky. Vari elementi della linguistica manzoniana maturano in quest’alveo, ma
ne sceglierò due, centrali in Manzoni e funzionali nella comparazione con C.:
la scoperta della convenzionalità e arbitrarietà di tutti gli elementi della
lingua, che è il vero fondamento del principio dell’uso, e, ad esso collegato,
l'interesse per la sintassi. Manzoni pone l’uso come convenzionalità fin dai
primi trattati, ma inizialmente non riesce ad applicare il principio in modo
coerente e sistematico; lo troviamo pienamente elaborato e operante nella terza
redazione del Della lingua italiana (che segue immediatamente l'interruzione
del Sentir messa), anche se la più chiara definizione si trova nella quinta redazione
dello stesso trattato: E qui siamo condotti a riconoscere, di mezzo e al di là
d’alcune differenze secondarie, un'identità importantissima, anzi essenziale,
tra i vocaboli e le regole grammaticali. Sono ugualmente mezzi di
significazione o, in altri termini, sono segni ugualmente. E, del resto, una
cosa facile a riconoscersi anche dal semplice bon senso, che, non essendo il
linguaggio altro che significazione, tutti i suoi mezzi immediati non possono
esser altro che segni. E da questa natura de’ segni, comune alle regole
grammaticali e ai vocaboli, si potrebbe già concludere legittimamente che
quelle sono anch'esse arbitrarie tutte quante, nè più nè meno di questi. 2.
Manzoni PACACCIO Già Sebastiano Vecchio, nel saggio Manzoni linguista e
semiologo, del 2001, rilevava come la dichiarazione dell’arbitrarietà e
convenzionalità delle regole grammaticali fosse un’acquisizione nuova per la
linguistica europea. Chiaramente Manzoni vi giunge per gradi e per intuizioni
progressivæ, Il punto di partenza, come è noto, è quello dello scrittore in
cerca di lingua, che parallelamente alla ricerca lessicale documentata dai
postillati, è costretto a riflettere sulla sintassi, alla ricerca di una lingua
adatta ai suoi personaggi meccanici. Non a caso, il primo abbozzo di trattato
linguistico che ci resta di Manzoni, bruciato il cosiddetto Libro d'avanzo,
sono i Modi di dire irregolari, che si incentrano sulla giustificazione alcuni
modi sintattici presenti nell’uso, ma rigettati nelle grammatiche: il
nominativo assoluto (ovvero il nominativus pendens dei latini), l'infinito
indipendente e la ridondanza pronominale. Quando Manzoni cominciò questo
trattato, la sintassi era un argomento praticamente ignorato dalle grammatiche
italiane e in generale estraneo ai dibattiti linguistici, che vertevano
principalmente su questioni lessicografiche, mentre era centrale nella
tradizione francese a partire dalla prima Grammaire générale et raisonnée di
Port-Royal; e la prospettiva ragionativa era divenuta uno dei capisaldi
dell’idéologie, al punto che l’idea di grammatica in Francia all’inizio dell’
Ottocento si identificava di fatto con quella di grammatica generale. Un
tentativo di mediazione tra le due tradizioni era stato tentato da Francesco
Soave, con la Gramatica ragionata della lingua italiana, la cui prima edizione
è del 1771; ma, come sottolinea Simone Fornara sulla scorta di Marazzini (e un
analogo giudizio negativo è già del Trabalza*), benché si presentasse
innovativa per alcuni aspetti, come la classificazione delle proposizioni
dipendenti, l’opera non era stata capace di conciliare la parte logica con
quella normativa, a causa di una scissione interna tra la volontà di ragionare
sulla grammatica e la scelta di affidarsi a un impianto normativo aridamente
schematico e di stampo tradizionale. E questo carattere resta anche
nell’edizione del 1822, quella citata da Manzoni negli Scritti linguistici: ad
esempio, pur destinando esplicitamente una sezione del trattato allasintassi,
Soave dedica ad essa 31 pagine su 160, indugiando soprattutto in una
descrizione dei tipi di costruzione figurata (con un taglio interessato 3. Per
una ricostruzione più estesa della riflessione manzoniana sull'argomento rinvio
a Pacaccio (2017) e in particolare alle pp. 79-91.4. Trabalza (1908, 408). s.
Fornara (2004, 251), che fa riferimento a Marazzini agli aspetti retorici più
che sintattici) e sulle sfumature di significato di una serie di parole. Nei
Modi di dire irregolari, dunque, inizialmente Manzoni si propone di trasferire
la prospettiva della grammatica francese in Italia, concentrandosi sulla
sintassi irregolare. Quest’operazione lo induce, però, a rilevare le prime
contraddizioni nei suoi modelli e a innescare, attraverso la considerazione del
rapporto tra regole ed eccezioni, una riflessione più ampia e fondativa.
Manzoni si accorge che, benché dichiarasse separati il piano del pensiero e il
piano dell’espressione, la grammatica generale francese continuava a
considerarle legate su base analogica e che per dimostrare l’arbitrarietà e la
convenzionalità di tutti gli elementi della lingua (e quindi che il piano
dell’espressione, diremmo il significante, è completamente determinato
dall’uso), bisognava recidere quel legame. La parte preponderante della
trattatistica inedita ha questo scopo e non si rivolge ai sistemi italiani: se
le prime due redazioni del trattato Della lingua italiana danno ancora spazio
alla confutazione del sistema del Cesari e nel Sentir messa troviamo la critica
alla proposta del Monti, a partire già dalla terza redazione del trattato i riferimenti
al dibattito italiano praticamente scompaiono. Saranno poi recuperati negli
editi, che non potevano fare a meno di collocarsi in quel dibattito.
Parallelamente, il discorso manzoniano si distanzia anche in modo graduale da
una considerazione filosofica delle lingue, per fondarsi invece
sull'osservazione dei fenomeni e concentrarsi su temi più propriamente
linguistici. Questa trasformazione progressiva è testimoniata dalle strategie
che Manzoni sceglie per portare avanti la sua critica alle grammatiche
generali. La prima sviluppa il tema settecentesco (fondamentale in C.), della
questione dell'origine del linguaggio, attaccando Condillac e Locke; ma questo
filone, che raggiunge la sua massima estensione nella terza redazione del
trattato Della lingua italiana si riduce drasticamente nelle successive, fino a
limitarsi a poco più di un accenno nella quinta redazione, dove viene liquidato
come un problema non pertinente: Manzoni riconduce la questione dell’origine
del linguaggio a quella dell’origine dell’uomo e le definisce questioni
importantissime, ma tanto estranee, quanto superiori alla nostra, la quale non
riguarda che de’ fatti riconoscibili per mezzo dell'esperienza 5. Mentre ridimensiona questa prima linea
argomentativa, Manzoni ne 6. Manzoni. avvia una seconda, che mira a dimostrare
come la classificazione delle parti dell’orazione offerta dalle grammatiche
generali non sia effettivamente basata su criteri funzionali, ma riproponga
nella sostanza la partizione descrittiva e normativa della grammatica
tradizionale. Questa seconda linea argomentativa si espande soprattutto nella
quarta redazione del Della lingua italiana, ma si trasforma gradualmente nel
passaggio alla quinta redazione, concentrandosi nel confutare la divisione
delle parti del discorso nelle due categorie tradizionali di declinabili e
indeclinabili. Ciò che Manzoni contesta è l’essenzialità della divisione, ossia
la sua necessità, che gli ideologi facevano discendere direttamente dalle forme
del pensiero e che consideravano valida e operante in tutte le lingue. Il
percorso conduce, appunto, alla dichiarazione della convenzionalità e
arbitrarietà di tutti gli elementi della lingua, di cui abbiamo già detto, che
porta anche a considerare permeabili lessico e grammatica e a ipotizzare una
grammatica totalmente descrittiva e mai valutativa, in cui avrebbero dovuto
trovare posto tutti i modi espressivi presenti nella lingua, probabilmente
differenziati in base al registro (scritto, parlato, colloquiale), secondo la
sensibilità più volte dimostrata da Manzoni nella scrittura creativa e
confermata dalle osservazioni di carattere grammaticale sparse nei trattati.
Discendono da questo concetto di convenzionalità linguistica tutti gli altri
assunti che portano alla scelta del fiorentino parlato colto. In estrema
sintesi: se le lingue sono sistemi di segni arbitrari e convenzionali
utilizzati da società colloquenti reali, le uniche lingue in Italia sono i
dialetti; perciò perché la lingua italiana sia una lingua naturale bisogna
scegliere un dialetto; il dialetto migliore da scegliere è il fiorentino perché
somiglia alla lingua letteraria. È chiaro a questo punto come il rapporto tra C.
e Manzoni non possa che essere innanzitutto la misurazione di una distanza.
Agli occhi di Manzoni, C. condensa gli errori francesi e quelli italiani,
aggiungendone di propri: non solo fonda apertamente sull’analogia tra suono e
oggetto le prime parole, come facevano i francesi (ad esempio de Brosses, nel
Traité de la formation méchanique des langues, che C. cita apertamente), ma
giunge a parlare di bontà intrinseca delle parole, legata alla vicinanza tra
suono e oggetto in quella che chiama armonia imitativa; inoltre, come facevano
gli italiani, aggiunge un giudizio di gusto nella selezione pratica dei vocaboli
della buona lingua da affidare all’autorità degli scrittori. 7. Cfr. C. La
critica di Manzoni a questi errori di C. mi pare sintetizzata in modo
emblematico in una postilla alla 92 del Saggio, in cui C. discute, appunto,
della bontà intrinseca d’un vocabolo e parla di convenienza dei termini
rispetto all’idea: [C.] Quando un termine è conveniente all’idea, quando
rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con
qualche somiglianza o rapporto, quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione,
non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data
appartenga, sia esso parlato o scritto o immaginato, sarà sempre ottimo, e da
preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra
raccomandazione che quella del Vocabolario*. [Postilla di Manzoni] Oh quante in
una volta! intrinseca qualità delle parole! termine conveniente all’idea! Ma
come conveniente? per una purità del suono delle lettere di quel termine? ben
derivato! da che? Circolo vizioso più strano di questo è forse difficile a
trovare. Di grammatica e sintassi C. parla pochissimo nel Saggio, confermando
quanto quell’aspetto fosse poco consono agli interessi degli italiani: perfino
lui, così europeo, al punto da dichiararsi continuatore dei francesi, pone in
secondo piano un aspetto basilare della loro filosofia linguistica. In uno dei
pochi passaggi in cui supera la dimensione del vocabolo nel trattato, C.
scrive: Continuando il nostro esame sulle parti rettoriche della lingua faremo
un cenno delle frasi. Siccome queste constano di due termini, l'uno dei quali
modifica o determina il primo, oppure riceve l’azione comunicata dall’altro,
così la frase dee partecipar delle qualità dei vocaboli da cui è composta?. Le
frasi identificano evidentemente forme di giudizio semplici, che possono
limitarsi a nome + aggettivo e, come chiariscono gli esempi proposti poco più
avanti (sitibondo di sangue oppure la frase contadinesca, come lui la
definisce, la terra va in mare) C. pensa evidentemente soprattutto alle
locuzioni idiomatiche. Anche per questo, le frasi sono definite parti retoriche
della lingua, proseguendo l’argomento di cui trattavano i capitoli precedenti
(cioè i traslati come generatori di nuovi significati) e il discorso viene
spostato immediatamente dalle frasi ai voca8. Cfr. C. boli, riportandolo sul
solito terreno. La subordinazione, che era invece tra gli elementi più
innovativi della grammatica portorealista, non è neppure nominata. Poco più
avanti C. passa dalle espressioni idiomatiche alle frasi proverbiali, per cui
ribadisce la regola dell'aderenza all oggetto e della comprensibilità
sovraregionale, censurando le espressioni troppo vernacolari, anche se
fiorentine. La discussione, in questo caso, si sposta sul rapporto tra lingua e
dialetti, secondo modalità che ricalcano quelle già adottate per il lessico.
Quando poi giunge a parlare esplicitamente di sintassi, la trattazione occupa
in tutto meno di 10 pagine su 158. Vediamo come introduce l’argomento:
Resterebbe, tra le parti rettoriche ad esaminar gl'idiotismi, ma ciò che
abbiamo a dirne si intenderà più chiaro, poscia che avremo parlato delle parti
logiche della lingua. Sono queste comprese tutte nella sintassi, della quale
giova distinguere la materia e la forma. Chiamo materia della sintassi la
collezione di tutte le parti del discorso e dei loro accidenti: forma, la
collezione dei segni destinati a indicar gli accidenti delle stesse parti, la
loro relazione reciproca, i loro rapporti di dipendenza, e la collocazione di
ciascheduno per formar un tutto coordinato e connesso. Innanzitutto vale la
pena di rilevare come a livello gerarchico, la trattazione della sintassi sia
secondaria rispetto a quella degli idiotismi, a sua volta inclusa nella
questione più ampia delle parti rettoriche delle lingue. In secondo luogo,
quando distingue materia e forma, riproponendo, mi pare, la distinzione
portorealista e poi idéologique tra Discours (materia) e Oraison (forma) che è
alla base dell’idea stessa della grammatica generale, sembra che C. rafforzi il
rapporto tra i due piani: non solo le parti del discorso, ma anche i loro
accidenti sono relativi alla materia, cioè al piano del pensiero e sono quindi
universali. Come gli autori francesi di grammatiche generali, poi, C. ribadisce
che le parti del discorso sono comuni a tutte le lingue: Le parti del discorso
ne sono [della sintassi] i membri necessari. Le lingue dei popoli colti hanno a
un di presso lo stesso numero di queste parti. Esse formano il fondo della
grammatica naturale. Nomi, pronomi, verbi, avverbi, preposizioni, congiunzioni
si trovano in ogni lingua. Per il resto, le dieci pagine dedicate alla sintassi
trattano delle regole che la rendono difettosa o pregevole, ovvero la
desinenza, la concordanza, il reggimento e la costruzione. Nella costruzione, C.
considera la collocazione dei vocaboli e, dopo aver avvertito che non è
puramente logica ma insieme è suscettibile d'una bellezza rettorica**, si
concentra su quest’ultima, trattando principalmente dell'ellissi e
dell’iperbato. Gli idiotismi grammaticali sono poi ripresi molto cursoriamente
alle pp. 52-3 (siamo sempre all’interno delle dieci pagine): qui C. li
definisce Forme di dire irregolari, ellittiche, meno comuni, e più relative al
modo di esprimer l’idea o °l sentimento, che al vocabolo o alla frase che li
rappresentano e li riduce in effetti a neoformazioni come triveloce o triforte
(di fatto siamo ancora nella dimensione del vocabolo) che sono esplicitamente
giudicate insignificanti e dunque indegne di diventare oggetto di discussione.
Dunque, quanto ai due elementi cardine della linguistica manzoniana
considerati, ovvero la convenzionalità e arbitrarietà di tutti gli elementi
della lingua e l'interesse per la sintassi, C. e Manzoni non potrebbero essere
piü distanti; si aggiunga che, mentre Manzoni critica la grammatica generale
abbandonando le discussioni più filosofiche, come l'origine del linguaggio, C.
prende le mosse proprio dalla questione dell'origine, sviluppando in modo
orginale le teorie di de Brosses. A questo punto possiamo percorrere il Saggio
sulla filosofia delle lingue alla ricerca di qualche altro aspetto vistosamente
in contrasto con la linguistica manzoniana. Un nodo importante (e molto
discusso nella questione della lingua) è sicuramente il rapporto tra lingua parlata
e lingua scritta, su cui si innesta quello tra lingua comune e dialetto. Su
questi argomenti Manzoni critica C. in più occasioni, come in una delle
postille più taglienti apposte in margine al Saggio: 13. 14. 49.
15. 52. 16. Gli idiotismi grammaticali vengono presi in considerazione più
avanti, nel capitolo xvi della 111 parte (C., 2001, 86), dopo le frasi
proverbiali. [C., 1821, IV, VI, 163] Che
l’opinione dei detti critici sopra i tre luminari dello stile non fosse né
falsa, né strana, niente può meglio provarlo del testimonio del Davanzati,
scrittore zelantissimo del proprio idioma, e per molti capi pregevolissimo, il
quale schiettamente distingue la lingua fiorentina dalla italiana comune, la
quale, dic’egli, non si favella, ma s'impara, come le lingue morte, nei tre
scrittori fiorentini [Postilla di Manzoni] sicchè col testimonio del Davanzati
riman provato che la lingua italiana comune è una lingua morta. Manzoni,
naturalmente, sta forzando il discorso a suo favore, ma la distanza tra i due è
evidente: per lui scegliere la lingua degli scrittori è quanto di più lontano
dalla natura delle lingue, mentre per C. garantisce la stabilità e la qualità
della lingua stessa. Il modello è quello indicato per il latino nella
prefazione pronunciata al Seminario di Padova, Vitalita e perfettibilità della
lingua latina: Sinite quaeso me verba illa vestra viva, et mortua clarius
explicare. Viva erat igitur tunc Latina lingua, nunc mortua: hoc est tunc in
laniorum, coquorum, salsamentariorum, totiusque Romuleae faecis ore versabatur,
nunc tantummodo in litteratorum calamis, et linguis floret; tunc cam Cicero,
Caesar, Cornelius a nutricibus, vernisque ediscebant, nunc eam nos ediscimus a
Caesare, a Cicerone, a Cornelio. Hoccine est igitur mortuam esse, an potius
vitam vivere pristina ipsa potiorem? Lasciatemi di grazia spiegare più
chiaramente quelle vostre parole viva e morta. Viva era dunque allora la lingua
latina, ora è morta: cioè, allora stava sulla bocca dei macellai, dei cuochi,
dei pizzicagnoli e di tutta la feccia romulea, ora fiorisce e prospera solo nei
calami e sulle lingue dei letterati; allora Cicerone, Cesare, Cornelio la
imparavano dalle nutrici e dagli schiavi di casa, ora noi laimpariamo da
Cicerone, da Cesare, da Cornelio. Questo è dunque essere morta? O non piuttosto
vivere una vita persino migliore della precedente? 17. Corrisponde a C. (2001, 105).
18. Una parentesi laterale riferisce in modo diretto la postilla alla porzione
di testo che va da il quale a ma s'impara. La sottolineatura a testo è di
Manzoni. 19. La preferenza per la lingua scritta da parte di C. è stata ben
mostrata da Roggia (2012). 20. Il testo di C. (composto tra il 1757 e il 1759)
è trasmesso dalle cc. 49r-52v del ms. 3565 della Biblioteca Riccardiana di
Firenze, secondo la descrizione di Roggia (2016, 281), da cui attingo anche la
traduzione (ivi 278-9). Il testo è edito anche in C. (in corso di stampa, I,
2). Per C. la lingua italiana comune e la lingua latina, insomma, sono vive
nello stesso modo, tanto che anche la lingua latina può arricchirsi di parole
nuove, scelte naturalmente sempre dagli scrittori: hoc unum dicimus, nunquam
per nos neque pueris, neque barbaris, neque semidoctis, neque vobis Grammaticis
facultas [cioè la facoltà di arricchire la lingua] ista concedetur (‘Diciamo
solo questo: per quanto ci riguarda, mai questa facoltà sarà concessa ai
fanciulli, né ai barbari, né ai semidotti, né a voi grammatici). La preferenza
per la lingua scritta da parte di C. è criticata da Manzoni anche nell'appunto
preparatorio alla prima redazione del trattato Della lingua italiana, che
costituisce la prima delle tre occasioni in cui viene menzionato il Saggio
negli Scritti linguistici: Esame di quella opinione messa innanzi da molti
scrittori che il popolo alteri le lingue, le muti, con gran facilità, non tenga
uso stabile, e ció in contrapposto cogli scrittori. Citare quel luogo del
Salviati (così male a proposito beffato dal Cesarotti) dove si attribuisce alla
smania dei latinismi l'alterazione del 400. Il riferimento è alla 117 del
Saggio (1821), dove Manzoni aveva segnato in margine un grande NB, seguito da
una notazione cassata e illeggibile: Dee perciò sembrar alquanto strana la
proposizione del Salviati ne’ suoi Avvertimenti della lingua, il quale
supponendo gratuitamente che la lingua dal Boccaccio in giù andasse
deteriorando per la introduzione di nuovi ed impuri vocaboli, deduce cotesta
depravazione dallo studio della lingua latina. Udiamola: ella è veramente,
direbbe un francese, impagabile. I termini antichi di questa specie non vennero
dal latino, ma dalla corruzione di esso, e dalla mescolanza colle lingue
barbare; nè accadde per umano consiglio, ma per opera della Providenza; laddove
i moderni si traggono dal latino duro, e sono introdotti senza autorità
dall’arte e dall'arbitrio degli uomini*. Un'altra postilla relativa allo stesso
argomento compare alla 13 del Saggio (edizione 1821)?*, dove discutendo dell’autorità
dell'uso, C. afferma che la lingua scritta non dee ricever la legge
assolutamente dall’uso volgare del popolo. L'uso deve dominar nella lingua
parlata, non nella scritta. Manzoni segna due numeri romani un II e un IX, che
probabilmente 21. Roggia (2016, 280). Si veda la nota precedente. 22. Manzoni. C.;
C. C.; C. rinviano al cap. 11 della parte 111 del Saggio stesso, dove si trova
un’altra sottolineatura laterale, in corrispondenza di un passo che sarà poi
citato esplicitamente nel Sentir messa. Si tratta della più lunga menzione del
Saggio negli Scritti linguistici, ovvero del luogo in cui Manzoni sintetizza il
nucleo centrale della sua critica nei confronti di C., giudicato incapace di
riconoscere cosa sia davvero una lingua: Un altro, invece, negò risolutamente
che l’idioma toscano sia, nè debba essere la lingua d’Italia; volle bensì che
fosse il dialetto dominante, principale, primario. E non s'avvide che nelle
cose dove l’unità è condizione essenziale, a cui si dà le prime parti, si dà il
tutto; non pose mente che l’ Uso dovendo essere uno, non c’è luogo al secondo
né al terzo, che sarebber più Usi, cioè più lingue, o piuttosto una confusione
e una zuffa di lingue. E a quel dialetto contrappose poi una che chiamò lingua
comune®; non ponendo mente anche quivi che, se una tal lingua c’è, e dovunque
una lingua sia, non ci può essere fuori di essa e rispetto ad essa nulla di
predominante, di principale, di primario. Abbiam detto: fuor d’essa; poichè, se
s'avesse a intendere che questo dialetto sia parte della lingua comune, e gli
altri con esso, come si potrebbe mai chiamar lingua una somma, una congerie di
dialetti? E per verità non è facile, anzi non è possibile risolversi se s'abbia
a intendere l'uno o l'altro; perchè infatti quel sistema intende ora l'una ora
l’altra cosa), sa il cielo con quante altre, sotto il nome di lingua. Solo ai
dialetti lo dinega, appunto perchè sono nella sostanza, vere lingue; e ad una
lingua davvero quel libro non pensava. (9 C., Saggio sulla filosofia delle
lingue, Parte 111°, $ 11, e altrove. (P L’una, per esempio, al luogo che
abbiamo accennato poco sopra e che trascriviamo qui: L'uso, qualunque siasi, fa
legge quando sia universale, e comune agli scrittori ed al popolo; nè, ove sia
tale, può mai riputarsi vizioso, poichè finalmente il consenso generale è
l’autore e il legislator delle lingue. Ma se una nazione separata in diverse
province, senza una capitale che eserciti veruna giurisdizione monarchica sopra
le altre, avrà un dialetto principale e una lingua comune, l’uso anche generale
del dialetto primario non potrà dirsi universale, nè per conseguenza aver forza
di legge, se non quando resti autorizzato dal consenso della nazione, e accolto
dalla lingua comune. Le due questioni, cioé il rapporto tra lingua parlata e
lingua scritta da un lato e tra lingua comune e dialetti dall'altro, sono
evidentemente legate in Manzoni come lo sono in C., ma le loro conclusioni sono
molto diverse: per Manzoni la lingua scritta, già all'altezza del Sentir messa,
può essere solo uno speciale adoperamento d'una lingua? (oggi diremmo una
questione di registro) e gli scrittori una parte, membri sparsi d'una reale 25.
C.. 26. Manzoni società ^, mentre i
dialetti sono lingue naturali, nate per consenso da una società reale intera;
in C., come sottolinea ancora Roggia, benché tra le coppie scritto-parlato e
lingua-dialetti viga una chiara distinzione, esse non possono fare a meno di
incrociarsi logicamente, il che infatti avviene più volte nel Saggio. Il fatto
che la menzione più ampia del Saggio sulla filosofia delle lingue e
l'insistenza sulla scelta del fiorentino trovino luogo nel Sentir messa, non è
casuale: il Sentir messa è l'ultimo tentativo di conciliazione da parte di
Manzoni tra la prospettiva linguistica maturata nel confronto con i francesi e
la questione della lingua nei termini in cui era concepita in Italia; anche per
questo è il trattato che più somiglia agli scritti linguistici editi e che ha
avuto maggiore fortuna critica. Ma benché i punti di divergenza siano molti e
sostanziali, ci sono degli aspetti della teoria linguistica di C. che dovevano
incontrare almeno in parte il favore di Manzoni, come il tema della mutazione
linguistica e dei traslati. Naturalmente, si tratta di conclusioni simili che
si basano su principi opposti: la mutazione linguistica è per Manzoni
strettamente connessa al principio e quindi le sue ragioni non possono che
essere in contrasto con quanto C. sostiene. Quest'approvazione con riserva di
fondo mi pare emerga in modo piuttosto chiaro in una postilla che Manzoni
appone al capitolo x della parte 11 del Saggio, dove C. descrive i vari modi in
cui i vocaboli modificano il loro significato nel tempo attraverso progressivi
spostamenti, anche ad opera dei traslati, e conclude: [C., 1821, II, XIII, 51]?
Da tutte queste osservazioni fluisce, per necessaria conseguenza, una verità
non osservata, che la lingua in capo a qualche secolo, anche conservando
intatta la sua 28. Roggia Tra i tanti esempi che si potrebbero addurre, cito
solo questo frammento preparatorio alla quarta redazione del trattato Della
lingua italiana piuttosto vicino a quanto emerge dalla collisione tra Saggio e
postilla: Ci sono in fatto, come che questo sia avvenuto, diverse lingue;
queste lingue durano, e sono insieme mutabili, tanto che si mutano. C'è dunque
una forza, una causa perpetuamente operante che in parte le mantiene, in parte
le altera, una causa cioè che le fa essere ad ogni momento in una data forma
nella causa che fa esser le lingue ad ogni momento, in una data forma, noi
dovremo vedere la causa che, col tempo, le muta a segno di farle diventare
altre (Manzoni). Cfr. C. forma esterna, diviene? però intrinsecamente ed
essenzialmente diversa nel valore, nel color, nell’effetto. [Postilla di
Manzoni] Ne segue ben altro: ne segue che l’ Uso e l’uso solo è quello che fa
le lingue essere quali sono. La notazione manzoniana sottintende che se la
conseguenza (ma diremmo meglio la premessa) è sbagliata, quanto la precede nel
testo è condivisibile: ovvero le lingue mutano continuamente e i traslati hanno
una parte importante in questo mutamento. La mutazione perpetua e costante
delle lingue, che è un elemento significativo della teoria linguistica di C.,
è, infatti, portante anche nella linguistica generale di Manzoni. Tra i tanti
esempi che si potrebbero addurre, propongo un frammento preparatorio alla
quarta redazione del trattato Della lingua italiana: Ci sono in fatto, come che
questo sia avvenuto, diverse lingue; queste lingue durano, e sono insieme
mutabili, tanto che si mutano. C'é dunque una forza, una causa perpetuamente
operante che in parte le mantiene, in parte le altera, una causa cioè che le fa
essere ad ogni momento in una data forma. Nella causa che fa esser le lingue ad
ogni momento, in una data forma, noi dovremo vedere la causa che, col tempo, le
muta a segno di farle diventare altre}*. Pure in molti luoghi Manzoni dichiara
accettabili nella lingua tutti i mezzi di arricchimento (neologismi, arcaismi,
forestierismi, dialettismi), ma, ancora una volta, le ragioni sono opposte
rispetto a quelle addotte C. e ciò condiziona anche una modalità diversa di
ingresso di questi elementi nella lingua. C. pensa a un'operazione compiuta
dagli scrittori, per arte: Rapporto ai vocaboli già ricevuti, la prima facoltà
che si compete ad uno scrittore si è quella di ringiovenire opportunamente le
voci invecchiate e richiamarle alla luce. Questo rinnovamento accade alle volte
naturalmente in ogni lingua: quel che si fa per caso non potrà farsi per arte?
Manzoni, invece, accoglie tutte le aggiunte ratificate dall’uso,
indipendentemente dalla loro provenienza. Questo almeno è il punto d’arrivo:
come 33. La sottolineatura è di Manzoni. 34. Manzoni. C. si è già detto, egli
guadagna nel tempo l’applicazione coerente e sistematica del principio e fino
al Sentir messa la sua posizione è più vicina a quella di C.: Epperò noi
abbiamo, come ognun vede, voluto parlar soltanto di quelle dizioni alle quali
siano sottentrate e già vadano innanzi nell' Uso altre atte a dire il medesimo
per l’appunto: quelle che invecchiano o sono anche antiquate affatto per
semplice disuso, quelle che sono dismesse ma non iscambiate, e possan pure
riuscire utili, è, senza dubbio e senza contrasto, buon’opera rimetterle in
onore, restituirle alla lingua, adoperandole dove appunto la loro utilità si
faccia sentire, o anche ricordandole e riproponendole semplicemente. Questa
possibilità viene poi recisamente negata nei trattati successivi, al punto che
il passo seguente, tratto dalla quarta redazione del trattato Della lingua
italiana, sembra addirittura il rovesciamento speculare di quello del Sentir
messa appena riportato: E fra i vocaboli dismessi, quanti non ce n'è dei quali
chi li conosce dice a buon diritto: peccato! faceva pure una sua parte propria
e utile; si fa intendere a prima giunta; ha una natural relazione con altri che
sono in corso; meriterebbe di rivivere? Il che è appunto riconoscere che tutte
queste ragioni non hanno avuto virtù di mantenerlo nella lingua; che altro ci
voleva; e che quest'altro ci vuole per riporvelo. Ma la convergenza forse più
interessante tra Manzoni e C. riguarda il ruolo dei traslati nella
modificazione linguistica. Sia in C. sia in Manzoni, infatti, i traslati
vengono menzionati soprattutto come mezzi per modificare e arricchire le
lingue, portando all’estremo il passaggio da una considerazione retorica dei
tropi a una considerazione filosoficolinguistica, secondo una tendenza già
presente in Vico, ma non molto diffusa tra i contemporanei. C. tratta dei
traslati nel passo della parte 11 del Saggio che abbiamo già considerato, in
cui sostiene, appunto, la costante modificazione delle lingue, e nella parte
111, in cui discute le fonti di arricchimento linguistico, avallando
innanzitutto il recupero di parole della lingua nazio36. Manzoni. Gensini
PACACCIO nale e in particolare dei termini antichi, da rinnovare estendendone
il senso?°: La seconda facoltà, rapporto a questi vocaboli [i vocaboli
antichi], sarà quella d’ampliarne il senso, di cui però vuolsi usare con vie
maggior sobrietà e avvedutezza. Questo però è quel che si è fatto costantemente
dall’uso in tutte le lingue. Il trasporto reciproco da un senso all’altro fu
sempre libertà originaria e coessenziale alle lingue. Insomma, come per Vico,
nei tropi non va più visto un ornamento del linguaggio, ma la cellula
originaria e costitutiva di esso, derivante (par. 456) tutta da povertà di
lingua e necessità di spiegarsi +. In
Manzoni il concetto è ancora più esplicito, come mostra il frammento seguente,
preparatorio alla quinta redazione del Della lingua italiana: L'intento e
l'effetto de’ traslati è di produrre nuove significazioni senza nuovi vocaboli.
È un ripiego occasionato dalla povertà del linguaggio, come osservò benissimo
Cicerone:? senonchè pare che abbia voluto restringere particolarmente questa
cagione a un tempo incognito e indeterminato. Ma, in questo, come in tanti
altri casi simili, la supposizione congetturale d’uno stato primitivo,
incipiente, del linguaggio, ha il doppio inconveniente, d'essere arbitraria, e
di non servire a nulla per la spiegazione del fatto attuale; ed è in vece cosa
tanto sicura e a proposito, quanto facile, il vedere che questa scarsità è una
condizione perpetua de’ linguaggi, quali noi li conosciamo, anzi quali possiam
concepirli; e quindi un’occasion perpetua di traslati. Più avanti, nello stesso
frammento, Manzoni ricorda anche la proprietà che i traslati hanno di piacere,
indipendentemente dalla loro utilità, diró cosi, materiale 5, ma appare
evidente, anche dalla collocazione defilata del rilievo, che quest'aspetto è
sentito come decisamente secondario. Dun40. A questo, che chiama primo fonte,
aggiunge poi i dialettismi (secondo fonte), i latinismi – EMPIEGATO –
IMPLICATURA IMPLICATO – Grice, ‘employ’/’imply,’ IMPLICATE -- e i grecismi
(terzo fonte), i forestierismi (Grice, metier), e i termini nuovi. C.Gensini.
Il riferimento è al De Oratore, 111: Modus transferendi verba late patet, quem
necessitas primum genuit coacta inopia et angustiis; post autem delectatio
jocunditasque celebravit. 44. Manzoni. La concezione linguistica dei tropi da
parte di Manzoni è già stata segnalata da Gensini. 45. Manzoni que Manzoni,
come C., considera i traslati coessenziali alle lingue e costantemente operanti
in una modificazione linguistica che è a sua volta costante. Per quanto ho
potuto trovare, non si tratta di idee condivise: tra Sette e Ottocento, quando
la funzione modificatrice dei traslati è riconosciuta, è dichiarata primaria o
rilevante solo nelle lingue che si trovano ancora in uno stadio aurorale, mala
si considera sostituita dalla funzione retorica nelle lingue perfezionate. E,
in effetti, dalla teoria dell’origine umana del linguaggio messa in campo,
avrebbe detto Manzoni, da Locke e da Condillac e poi sviluppata dagli
idéologues deriva una progressiva perfettibilità delle lingue, non una
mutazione perpetua e costante, nell’idea che le lingue moderne siano già giunte
a uno stadio avanzato di perfezione. Anzi, l’imperfetta separazione tra piano
del pensiero e piano dell’espressione, che Manzoni contesta ai grammatici
francesi, induceva spesso a considerare necessari e validi in tutte le lingue
alcuni fenomeni osservabili nel francese, assunto a modello e prototipo di
lingua perfetta. Anche per questo motivo, nei trattati di retorica, inclusi quelli
idé0/0giques, troviamo spesso combinate la priorità dell’aspetto espressivo e
retorico dei tropi e quest'idea di un'evoluzione progressiva delle lingue in
stadi sempre più prefezionati. È così, ad esempio, nelle Lectures on Rhetoric
and Belles Lettres del teologo e filosofo Hugh Blair dell’ Università di
Edimburgo. La raccolta, che fu il contributo più importante della scuola di
Edimburgo alla filosofia linguistica di stampo idéologique, fu pubblicata nel
1783 ed ebbe grande fortuna tra Sette e Ottocento; Manzoni lesse l'edizione
tradotta e commentata da Francesco Soave, che fu pubblicata a Parma. Ecco cosa
scrive Blair tradotto da Soave: Ma sebbene la povertà del linguaggio e la
mancanza de’ vocaboli sia stata indubitatamente una delle cagioni dell’invenzione
de’ tropi, non è però stata l’unica, nè forse la principale sorgente di queste
forme del parlare. I tropi son derivati più spesso, e più largamente si sono
estesi, per l'influenza che l'immaginazione ha sopra d’ogni linguaggio. Per
questo modo un'ampia varietà di termini figurati o di tropi s’ introduce in
ogni lingua, non per necessità ma per elezione; e gli uomini di vivace
immaginazione ogni giorno ne vanno il numero aumentando. 46. Soave. I tre tomi,
oggi nella biblioteca di via del Morone, presentano segni di lettura e
annotazioni ormai pressoché completamente sbiadite; la lezione xiv non è
postillata. 47. Soave E poco più avanti Blair cita appunto il passo di Cicerone
a cui alludeva Manzoni. Il concetto è reso ancora più chiaramente nell’interpretazione
che dà di questo passaggio lo stesso Soave in una riduzione delle lezioni di
Blair, le Istituzioni di retorica e di belle lettere tratte dalle lezioni di
Ugone Blair da Francesco Soave ad uso delle scuole d'Italia, il cui primo
volume fu pubblicato a Milano dall’editore Sonzogno nel 1831: A misura che il
linguaggio presso dei popoli gradatamente s'avanza alla sua perfezione, quasi
tutti gli oggetti acquistano de’ nomi proprj, e i termini figurati
diminuiscono. Con tutto ciò molti ne restano ancora, e l’uso de’ tropi, anche
cessato il primo bisogno, in tutte le lingue più o meno conservasi pei molti
vantaggi che essi arrecano in altre guise, La funzione retorica è prevalente
anche in Du Marsais. Nel trattato Des Tropes, che è uno dei punti di riferimento
di Manzoni sull’argomento, nel capitolo Usage ou éfets de Tropes
l'arricchimento linguistico è annoverato solo come ultima funzione, dopo altre
cinque: 1. Un
des plus fréquens usages des tropes, c'est de réveiller une idée principale,
par le moyen de quelque idée accessoire 2. Lestropes donent plus d'énergie à
nos expressions 3. Lestropesornent le discours 4. Les tropes rendent le
discours plus noble s. Lestropes sont d'un grand usage pour déguiser des idées
dures, désagréables, tristes, ou contraires à la modestie 6. Enfin les tropes
enrichissent une langue en multipliant l'usage d'un méme mot, ils donent à un
mot une signification nouvéle. Tra gli italiani implicati nella questione della lingua, la
funzione modificatrice dei traslati è riconosciuta di passaggio nella Proposta,
proprio perché Monti guarda alle teorie linguistiche di C. per i principi di
etimologia e analogia, come Manzoni non manca di segnalare nel Sentir messa. Ma
anche Monti sottolinea soprattutto l'aspetto retorico, immaginativo dei
traslati. Nell' introduzione scrive: Il parlar proprio è il linguaggio della
ragione: il metaforico è quello della passione e perciò la diffinizione delle
parole non dee cadere giammai che sul senso proprio; il metaforico deesi
aggiungere come dipendenza del primo; ma conviene accuratamente 48. Soave
(1831, I, 59). 49. Du Marsais spiegarlo, perché la parola dallo stato naturale
passando al figurato non è più dessa ‘°. Nella Proposta, poi, Monti critica
molte definizioni della Crusca sulla base della confusione tra senso proprio e
figurato, ma è ben lontano dal considerare i traslati in stretto rapporto con
la modificazione linguistica e soprattutto è ben lontano dalla profondità
teorica con cui C. e Manzoni li considerano. Una maggiore insistenza sulla
mutazione perpetua delle lingue e sull'apporto costante dei traslati si trova
invece nel Traité de la formation méchanique des langues, et des principes
phisiques de l'étymologie di Charles de Brosses, un riferimento molto
importante per C., che lo cita esplicitamente più volte nel Saggio, e noto
anche Manzoni, che ne possedeva un esemplare nell’edizione del 1765 (Saillant,
Paris). Nel 11 tomo del trattato, nel cap. x De la dérivation et ses effets, de
Brosses parla estesamente del trasferimento di significato, dandogli un grande
potere nell’arricchimento costante delle lingue. Ecco cosa scrive
nell’articolo 180: Mais pour voir combien l'extension volontaire de l'emploi
des termes est fréquente et puissante dans les langages, il n'y a qu'à observer
combien les expressions nouvelles se multiplient tous les jours parmi les
hommes, sans que parmi tant de mots nouveaux dont chaque langue ou dialecte se
surcharge, on voie presque jamais créer une seule racine à l'exception de
quelques nouvelles onomatopées, comme Trictrac. Tous les mots nouveaux que nous
voyons créer ne le sont que par dérivation, analogie, métonymie, ou figure. In particolare si concentra, poi, sulla
metonimia, che considera la figura più potente nel generare nuovi significati e
quindi nuove espressioni. De Brosses potrebbe essere fonte d'ispirazione comune
per C. e Manzoni, anche se in nessuno dei due troviamo il prevalere della
metonimia. Tuttavia, l'ultima menzione di C. che troviamo negli Scritti
linguistici, messa insieme a quanto abbiamo già detto, lascia credere che
Manzoni avesse presente, almeno per i traslati, soprattutto il Saggio sulla
filosofia delle lingue. Si tratta di un frammento preparatorio alla quarta redazione
del trattato Della lingua italiana e riguarda, appunto, i traslati: Per veder
la cosa in un esempio celebre, Quintiliano, seguendo Cicerone, opinó che le
gemme delle viti siano state cosi chiamate per metafora; il Du Marsais e il C.
vogliono invece che quello sia senso proprio, e dalle gemme delle viti traso.
Monti. De Brosses sferito alle pietre
preziose, per la ragione che ad entrambi pare concludentissima, dell’avere i
latini dovuto conoscere e nominar quelle prima che queste. La questione era
effettivamente discussa in vari trattati, incluso il Traité de la formation
méchanique des langues di de Brosses, dove pure il termine gemma era
considerato proprio quando applicato ai germogli delle piante e traslato quando
utilizzato per le pietre preziose. Manzoni, però, sceglie di menzionare C.,
lasciando credere che sia proprio il Saggio, almeno per questo particolare
argomento (i traslati), l'esempio più immediato nella sua memoria. Anche se lo
avesse scelto perché lo considerava rappresentativo in modo esemplare di una
concezione linguistica inaccettabile che combinava etimologia e analogia,
tradendo due volte la natura delle lingue, non si può fare a meno di rilevare
che un’apparizione di C. nella quarta redazione del trattato Della lingua
italiana è di per sé considerevole, se si tiene conto del fatto che dopo il
Sentir messa i riferimenti al contesto italiano negli scritti inediti
praticamente si dissolvono. Manzoni cita C. accanto a Du Marsais senza
soluzione di continuità, come parte di uno stesso orizzonte concettuale, certo
per segnalarne i limiti, ma allo stesso tempo mostra di considerarlo un degno
avversario, alla stregua dei francesi, e di riconoscergli la statura di teorico
di prima grandezza nel panorama italiano. Riferimenti bibliografici C. M.
(1821), Saggio sulla filosofia delle lingue, per Giovanni Silvestri,
Milano.(2001), Saggio sulla filosofia delle lingue, a cura di U. Perolino,
Editrice Campus, Pescara.(in corso di stampa), Scritti sulle lingue antiche e
sul linguaggio, a cura di C. E. Roggia, Accademia della Crusca, Firenze. DANZI
L. (2001), C. e Manzoni, in G. Barbarisi, G. Carnazzi cur., Aspetti dell'opera
e della fortuna di Melchiorre C., vol. 11, Cisalpino, Milano 817-33. DE BROSSES CH., Traité de
la formation méchanique des langues, et des principes phisiques de
l'étymologie, 2 voll., chez Saillant, Vincent et Desaint, Paris. DU MARSAIS C.
CH., Des Tropes ou des diférens sens, dans lesquels on peut prendre un même mot
dans une méme langue. Ouvrage
utile pour l'intelligence 52. Manzoni. La critica a Du Marsais è preparata da
una postilla in margine al trattato Des tropes, per cui rinvio a Manzoni (
2002, 173). 53.
De Brosses (1765, II, 156). des Auteurs, et qui peut servir d'introduction à la
Rhétorique et à la Logique, par Monsieur | César] du Marsais, quatrème édition,
chez H. Barbou, Paris. FORNARA
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tradizione e modernità, in C. Marazzini, S. Fornara cur., Francesco Soave e la
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Edizioni dell’ Orso, Alessandria . GENSINI S. (1993), Manzoni tra Italia e
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pensiero linguistico italiano da Robortello a Manzoni, La Nuova Italia, Firenze
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nesso vichiano, in J. Trabant cur., Vico und die Zeigen / Vico e i segni,
Gunter Narr Verlag, Tübingen . MANZONI A. (2000), Scritti linguistici, a cura
di A. Stella, M. Vitale, in Edizione nazionale ed europea delle opere di
Alessandro Manzoni, voll. xvi-x1x, Centro Nazionale di Studi Manzoniani,
Milano.(2002), Postille filosofiche, a cura di D. Martinelli, in Edizione
nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni, vol. xx, Centro
Nazionale di Studi Manzoniani, Milano. MONTI, Proposta di alcune correzioni ed
aggiunte al vocabolario della Crusca, 6 tomi in 3 voll., dall’Imp. Regia
Stamperia, Milano. PACACCIO S. (2017), Il ‘concetto logico di lingua. Gli
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trasmissione dell'italiano. Tecniche, materiali e usi nella storia della
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Cesati, Firenze 503-10., Il latino è una lingua viva: una Praefatio inedita del
giovane C., in V. Formentin e al. cur., Lingua, letteratura e umanità. Studi
offerti dagli amici ad Antonio Daniele, CLEUP, Padova 281-90. SOAVE F.
(1801-02), Lezioni di retorica e belle lettere di Ugone Blair professore di
Retorica e Belle lettere nell’ Univ. di Edimburgo, tradotte dall'inglese e
commentate da Francesco Soave C.R.S., tomi 1-111, dalla Reale Tipografia,
Parma.(1831), Istituzioni di retorica e di belle lettere tratte dalle lezioni
di Ugone Blair da Francesco Soave C.R.S., ad uso delle scuole d’Italia, presso
l'editore Lorenzo Sonzogno, Milano, Lezioni di retorica e di belle lettere di
Ugone Blair professore di Retorica e Belle lettere nell’ Univ. di Edimburgo,
tradotte dall'inglese e commentate da Francesco Soave, Piatti, Firenze.
TRABALZA, Storia della grammatica italiana, Forni, Bologna. C. e Leopardi
linguisti di Ricci Delimiteremo sùbito il perimetro della ricerca: il presente
contributo alla linguistica di C. e Leopardi scaturisce in sostanza da una
lettura comparata del Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla Lingua
Italiana del primo e dello Zibaldone di Pensieri del secondo'. Leopardi cita
esplicitamente C. in sei occasioni nel suo immenso scartafaccio e due volte
nell’epistolario. In una lunga lettera a Pietro Giordani del 21 marzo 1817
viene criticato, di passaggio, il giudizio negativo di C. (allora tanto lodato,
si legge) riguardo allo stile tragico di Alfieri; mentre in una datata 18
maggio 1825, in risposta ad Antonio Fortunato Stella che gli chiede consigli e
indicazioni circa il progetto di un'edizione tradotta di Cicerone, inviandogli
nel contempo un saggio di lavoro di Tommaseo riguardo al quale il poeta
confessa qualche perplessità per una certa tinta un poco declamatoria, nonché
per un cenno di censura al testo ciceroniano -, Leopardi osserva, fra le altre
cose: E non mi parrebbe opportuno che la sua edizione assumesse il carattere di
edizione critica, come l Iliade del C. o simili *. Nello Zibaldone C. fa la
prima comparsa già nell'agosto del 1820, citato per un'osservazione sull'idea
di deterioramento dei popoli, all'interno di un parallelo fra Omero e Ossian
(con una breve annotazione lessicale su straniero, ‘nemico’ nell'antica lingua
celtica: cfr. Z 204-6}. Quindi lo ritroviamo, il padovano, in data 23 maggio
1821, lodato per aver Università di Siena. 1. Ho fatto ricorso per il Saggio
(d'ora in avanti sempre S) a C., per lo Zibaldone (d'ora in avanti sempre Z) a
Leopardi (1991; e si indicano le pagine dell’autografo). 2. Leopardi (1998a 70,
888). Nella seconda lettera Leopardi fa riferimento a .C., opera che peraltro
ritorna anche in un sapido ritratto intellettuale di Tommaseo (Potenze
intellettuali: Niccolò Tommaseo). 3. L’ Ossian C.ano è citato anche in uno dei
disegni letterari di Leopardi (Della natura primitiva, probabilmente del
1820). C. E LEOPARDI LINGUISTI fatto
ricorso in poesia, giudiziosamente, alla facoltà de composti di due o più voci
sia nella traduzione dell’ Iliade sia nell’ Ossian (Z 10767). In un pensiero lo
stile filosofico della prosa di C. è accostato a quello di Seneca, essendo
stati entrambi condannati dai letterati loro contemporanei (cfr. Z 2166-71). E
ancora. In una lunga annotazione sul barbarismo delle lingue Leopardi osserva,
fra le altre cose, che se gli scrittori barbari della moderna Italia,
arriveranno ai posteri, quando la lingua italiana sarà già in qualunque modo
mutata dalla presente, e se la prevenzione e il giudizio del secol nostro non
avrà troppa forza ne’ futuri, questa nostra barbara lingua, si stimerà
elegante, e piacerà, perché divenuta già pellegrina, e forse il C. ec. passerà
per modello d’eleganza di lingua (Z). La figura di C. appare di nuovo in un
pensiero del 15 ottobre dello stesso anno, allorché vengono nominati i poeti C.ani*
in opposizione ai versificatori che non hanno molto preteso all’originalità
(come gli arcadici, i frugoniani ec.) (Z 2641-2). Infine, in un lungo discorso
sulla poesia omerica (e l’Iliadein particolare) datato 5-11 agosto 1823,
Leopardi tira le orecchie a C. per aver mutato
prosuntuosamente il titolo dell’
Iliade, nella sua traduzione in endecasillabi sciolti (C., 1795), nella Morte
di Ettore (Z). Insomma, ogniqualvolta Leopardi chiami in causa C., con un
giudizio positivo o, più spesso, negativo, ci sono sempre in ballo questioni di
carattere letterario e stilistico: viene dunque chiamato in causa il Cesarotti
traduttore, critico e scrittore, non il C. linguista. E infatti, per quanto ne
sappiamo, il Saggio sulla filosofia delle lingue che
pure era presente nella biblioteca di famiglia non
viene mai citato, né nello Zi4. Aggettivo e sostantivo (i C.ani sono i seguaci
del maestro) che ricorre anche in Monti (nelle lettere) e Foscolo (Sulla
traduzione dell * Odissea); dati desunti dalla BIBIT, mentre il GDLI, nel
Supplemento, riporta un solo esempio di Tommaseo. s. Sulla traduzione C.ana
dell'///ade Leopardi si era espresso nella Lettera ai compilatori della
Biblioteca Italiana del 1816: alla fin fine ha molta bellezza, che che ne dica
chi non l’ha letta, o chi l’ha letta solo per dirne male. Aggiungo qui che C.
viene anche citato due volte nel Discorso sopra la Batracomiomachia. Nell’edizione
padovana del 1802 stampata da Pietro Brandolese (contenente anche il Saggio
sulla filosofia del gusto); cfr. Campana (2011, 96). Purtroppo il conte Vanni
Leopardi non ha potuto autorizzarmi per motivi conservativi alla
consultazione dei volumi C.ani della Biblioteca Leopardi, fornendomi peraltro
la seguente informazione: non mi risultano segnalazioni di sottolineature c/o
postille su quei volumi (e-mail dell’ 11 novembre 2017). 269 ALESSIO RICCI
baldone né altrove. Aggiungo che un tenue indizio del fatto che Leopardi non
abbia letto il Saggio fino al 1821, ma che forse si riproponesse di farlo,
potrebbe essere la presenza del nome di C. in un elenco di autori e opere
vergato su un composito foglietto di lavoro databile a quell’anno; nell’appunto
autografo l’abate padovano si trova in compagnia di altre fonti antiche e
recenti, accomunate dall’appartenenza a un’unica area storico-letteraria e
retorico-linguistica: forse una serie di testi da consultare, più che un elenco
di letture, in vista di uno dei tanti progetti mai portati a compimento. Per
rintracciare possibili echi (anche indiretti) delle idee linguistiche C.ane in
Leopardi, ho tentato poi la via del carotaggio lessicale, ma senza ottenere lo
diciamo sùbito risultati apprezzabili. Vi sono infatti alcuni
tecnicismi d’ambito linguistico attestati in Italia per la prima volta nel
Saggio (stando almeno allo studio di Nobile, 2007), e poi stabilmente
impiantatisi in italiano, i quali o non trovano alcun riscontro (o quasi) in
Leopardi, ovvero trovano riscontro (soprattutto nello Zibaldone) ma potrebbero
essere giunti al poeta tramite altre fonti, come, per fare due nomi, Antonio
Cesari o Vincenzo Monti. Nel primo caso penso, ad esempio, al sostantivo
parlante, ‘ciascuna persona in quanto fa uso della lingua materna’, che compare
in apertura del Saggio e verrà poi adoperato da Manzoni: ricorrendo
all’archivio digitale di Leopardi (1998b) registro una sola e tarda occorrenza
nello Zibaldone, a 4487 (la pronunzia de’ parlanti); oppure penso al verbo
connotare (ancora non attestato nel TB) ‘definire con sensi accessori un
significato principale di un oggetto o un concetto’ (cfr. Nobile, 2007 518,
520), che non sembra essere mai stato usato da Leopardi. Nel secondo caso si
potrebbe citare il sostantivo valore (secondo Nobile probabile calco da una
recente innovazione del francese, verosimilmente veicolata da de Brosses), che
nel Saggio C.ano rappresenta un alternativa tecnica per indicare il significato
delle parole soprattutto in relazione alla loro variabilità diacronica, nonché
diatopica e diafasica: ebbene, è vero che in questa accezione specialistica
valore ricorre anche nello Zibaldone (per esempio a 1703: si attende all'intero
valore di ciascuna parola), ma si tratta comunque di un tecnicismo per dir cosi
debole, che a cavaliere fra Sette e Ottocento
sembra conoscere un'ampia diffusione e che Leopardi poteva leggere, poniamo,
tanto negli scritti di Cesari quanto nelle pagine del Conciliatore (cfr.
Nobile, 2007, 519).Aggiungo, molto sinteticamente, che anche chi, come Giovanni
Nen7. Cfr. Andria, Zito, da cui la citazione. cioni e, in tempi più recenti,
Raffaele Simone, ha rivolto lo sguardo a singoli aspetti della linguistica di C.
e Leopardi cioè a dire il fenomeno dell’europeismo
linguistico, il concetto di genio delle lingue, le dinamiche di geopolitica
linguistica ha riscontrato una sostanziale discontinuità
fra l'articolazione del pensiero del secondo rispetto a quella del primo*. E
pure laddove si potrebbe intravvedere in C. una delle possibili fonti di una
centrale acquisizione di teoria linguistica di Leopardi penso
alla dicotomia zibaldoniana parole /termini prefigurata da quella
termini-figure / termini-cifre del
Saggio (S, 32) in realtà sembrano altri i sicuri modelli
diretti e indiretti (che nella fattispecie appena ricordata vanno dalla Logique
di Port-Royal a Cesare Beccaria) dai quali s’è generata l'originale sintesi
della linguistica leopardiana?. Ma veniamo al Saggio e allo Zibaldone. Un primo
aspetto sul quale vorrei soffermarmi è compendiabile nella differente
attenzione che C. e Leopardi rivolgono alla lingua intesa essenzialmente come
strumento primario di comunicazione fra gli uomini, strumento che deve
possedere, fra i principali e imprescindibili requisiti, quello dell’efficacia
e della facilità di apprendimento. Questi temi della riflessione linguistica,
certo settecenteschi e illuministi, trovano ampio spazio nel Saggio di C.. Farò
due soli esempi. Il Saggio, che si apre su una celebre sequenza anaforica di
asserzioni teoriche per l’epoca senz'altro rivoluzionarie (Niuna lingua... ),
si focalizza subito sul rapporto fra lingue e dialetti: Niuna lingua è parlata
uniformemente nella nazione. Non solo qualunque differenza di clima suddivide
la lingua in vari dialetti ma nella stessa città regna talora una sensibile
diversità di pronunzia e di modi (S, p. 22). Il trattato si apre insomma
all'insegna della lingua parlata, che sarà al centro, più specificamente, del
111 paragrafo, nel quale oralità e scrittura vengono esaminate contrastivamente
per farne emergere le rispettive peculiarità diamesiche, e quindi la priorità
(anche 8. Faccio riferimento rispettivamente al celebre Nencioni e a Simone. A
proposito del concetto di genio delle lingue, segnalo qui, di sfuggita, che
sarebbe auspicabile uno studio a tappeto dell’epistolario C.ano, tramite il
quale è possibile, se non altro, retrodatare singole acquisizioni del Saggio,
come, per fare un esempio, la distinzione fra genio grammaticale e genio
rettorico, di cui si parla già in due lettere a Clementino Vannetti (Bigi). 9. Cfr. Gensini. Basile ritiene
invece probabile anche l’influenza di C., che nel Saggio aveva distinto tra
vocaboli memorativi che ricordano l'oggetto e vocaboli rappresentativi che
invece in qualche modo lo dipingono. altrove ribadita) della prima sulla
seconda'°. È proprio qui che si possono leggere interessanti e moderni spunti
sulla lingua parlata, e segnatamente sulla rilevanza semiotica dei gesti e
dell’insieme delle circostanze in cui si realizza un atto comunicativo
(contesto e conoscenze condivise) per garantire l’efficacia della
comunicazione, come nel brano che segue: La [lingua] parlata è piena d'anomalie
e d'ambiguità, però senza conseguenza perché la azione e 'l gesto che
l'accompagna, e la conoscenza delle persone e degli oggetti previene abbastanza
gli equivoci (S). Diversamente da C., Leopardi non è interessato a questioni
relative alla variabilità diamesica della lingua: la lingua parlata entra nelle
sue riflessioni linguistiche tangenzialmente, perlopiù quando il poeta si trova
a ragionare, in chiave storico-culturale e sociale, del rapporto che vi è in
Italia fra lingua della letteratura e lingua dell’uso, vale a dire di quella
disparità della lingua scritta e parlata che rappresentava per Leopardi una
delle spie più evidenti del forte ritardo culturale e letterario del proprio
paese, in particolare a paragone con la situazione francese. Il che è già
lucidamente messo sulla carta nella prima parte di un lungo pensiero del 21-24
marzo 1821: In Italia oggidì (che nel trecento era tutto l’opposto) la lingua
scritta degli scrittori differisce, credo, più che in qualunque altro paese
culto, certamente Europeo. E questo forse in parte cagiona la nessuna
popolarità della nostra letteratura, e l'essere gli ottimi libri nelle mani di
una sola classe, e destinati a lei sola. Il che perd deriva ancora dalla
nessuna coltura, e letteratura, e dalla intera noncuranza degli studi anche
piacevoli, che regna nelle altre classi d’Italia; noncuranza che deriva
finalmente dal mancare in Italia ogni vita, ogni spirito di nazione, ogni
attività, ed anche dalla nessuna libertà, e quindi nessuna originalità degli
scrittori ec. Queste cagioni influiscono parimente l’una sull’altra, e
nominatamente sulla disparità della lingua scritta e parlata (Z 841-2). Altre
volte, guardare a talune caratteristiche del parlato può far gioco a Leopardi
per instaurare un parallelo fra lingua madre, il latino, e lingua figlia,
l’italiano, vale a dire per articolare un piccolo saggio di storia linguistica
10. La lingua è prima nella bocca e poi negli scritti (S, p. 79). Ciò
naturalmente non vuol dire che C. non riconosca alla lingua scritta una sua
intrinseca superiore dignità, in quanto momento di riflessione, e in quanto
strumento con il quale operano i dotti: così Marazzini (1993, p. 297), che vede
opportunamente nella netta distinzione C.ana scritto/parlato un’anticipazione
delle posizioni di Ascoli. 11. Su tale aspetto è importante Roggia (2014b), che
vede in queste pagine del Saggio un vero e proprio documento
sociolinguistico italiana, qual è quello
alle pp. dello Zibaldone (12 maggio 1821), inteso a mostrare la derivazione
dell’italiano non dal latino letterario ma dal latino volgare, cioè parlato.
Insomma, se C. rivolge la propria attenzione alla lingua parlata, pur senza
scavare particolarmente in profondità, come a una varietà autonoma del
repertorio linguistico nella sua specificità funzionale, Leopardi inclina
maggiormente a sviscerare il rapporto parlato/scritto in chiave di
ricostruzione storico-linguistica e storico-letteraria. Un altro campione del
diverso approccio dei due filosofi alla lingua vista come basilare mezzo di
comunicazione lo possiamo ricavare da almeno un paio di passi del Saggio, in
cui si osserva come ai fini dell'apprendimento di una lingua materna o di una
lingua seconda la varietà di forme (che in altre circostanze puó rappresentare
una ricchezza per lo stile) non solo sia del tutto inutile, ma addirittura
possa essere d'impaccio all'acquisizione linguistica. Mi riferisco, in
particolare, ai paragrafi XVII e xvm della parte 11 del Saggio, dedicati
all'analisi di alcuni meccanismi della sintassi. Nel primo brano, C. rileva
talora in alcune lingue un'abbondanza superflua, ch é piuttosto una ridondanza
imbarazzante, quale risultato Zell'accozzamento primitivo di varie popolazioni,
e della somma difficoltà di ridur tutti gl'individui ad assoggettarsi ad una
medesima analogia di terminazioni (S). Sicché C. si rivolge al lettore in
questi termini: Che giovano mai alla lingua latina e greca le varie
declinazioni dei nomi? Qual vantaggio ne viene a quelle e alle nostre dal
noiosissimo imbarazzo di tante coniugazioni che fanno la croce di chi vuole
impararle? Una sola forma pei nomi sostantivi distinti solo nel genere, una per
gli adiettivi, ed una pei verbi avrebbe reso la lingua più analoga e semplice,
e meno tediosa e imbarazzata. Il vantaggio che puó risultarne per lo stile
nella varietà materiale di tanti suoni, puó mai esser posto in confronto colle
difficoltà e colle spine, di cui, mercé questa inutile varietà, è seminata la
lingua? Analoghe constatazioni ritroviamo anche nel secondo brano, nel quale il
professore, movendo dall'osservazione della grande varietà di reggenze
(verbali, aggettivali ecc.) sia delle lingue classiche'* sia dell'italiano,
conclude come segue: 12. Su questo tema cfr. l'importante Barbieri. Almeno
Gensini. Per un'appassionata apologia del latino come lingua funzionale e
tutt'altro che morta , cfr. Roggia e C.
E certo sarebbe stato assai meglio per tutte le lingue che non regnasse
in esse tanta varietà capricciosa di reggimenti, quando una o due forme
bastavano a segnar la dipendenza dei nomi dai verbi. Almeno se ne fosse usata
una sola per tutti i verbi che rappresentano idee della medesima specie: ma no.
Inutile dire che simili preoccupazioni sono aliene alla speculazione
linguistica di Leopardi, che nello Zibaldone evidenzia piuttosto, a più
riprese, come anche l’ineliminabile varietà morfosintattica di una lingua (e
segnatamente dell’italiano) non solo possa giovare all’eleganza e quindi allo
stile, ma possa altresì contribuire a incrementarne il capitale (C. aveva
preferito la parola erario), qualora si guardi a tale varietà di forme come a
una specie di facoltà strutturale in grado di estendere le potenzialità
comunicative di una lingua. Si veda al riguardo un pensiero del 17 luglio 1821:
Altra gran fonte della ricchezza e varietà della lingua italiana, si è quella
sua immensa facoltà di dare a una stessa parola, diverse forme, costruzioni,
modi ec.. Parlo solamente del potere usare p.e. uno stesso verbo in senso
attivo, passivo, neutro, neutro passivo; con tale o tal caso, e questo
coll'articolo o senza; con uno o più infiniti di altri verbi, governati da
questa o da quella preposizione, da questo o da quel segnacaso, o liberi da
ogni preposizione o segnacaso. Questa facoltà non solamente giova alla varietà
ed alla eleganza che nasce dalla novità ec. e dall'inusitato, e in somma alla
bellezza del discorso, ma anche sommamente all'utilità, moltiplicando
infinitamente il capitale, e le forze della lingua, servendo a distinguere le
piccole differenze delle cose (Z 1332-4). Dicevamo che C. dedica ampio spazio,
in particolare nella parte 11, a questioni teoriche di sintassi (che, com 'é
noto, è sempre stata negletta dalla nostra tradizione di studi, specialmente
grammaticali, almeno fino alla Sintassi dell uso moderno del 1881 di Raffaello
Fornaciari): distingue la materia dalla forma della sintassi; rileva, come
abbiamo visto, taluni aspetti di ridondanza morfosintattica che rendono
problematica l'acquisizione linguistica; osserva in generale che il fine della
sintassi è quello di rendere chiare e coerenti la gerarchia e la connessione
delle idee; passa in rassegna le quattro parti fondamentali della sintassi, che
individua nelle desinenze, nella concordanza, nel reggimento e nella
costruzione ; si sofferma sull’annosa questione del rapporto fra ordine della
costruzione diretto e ordine della costruzione inverso, puntualizzando che i
ragionatori di questo secolo osservarono sagacemente che la sintassi. Cfr. ora
Poggiogalli (2018 403 ss.). inversa è figlia spontanea della natura, la diretta
è frutto della meditazione e dell’arte; e infine approda a una ricetta
sintattica se così possiamo dire equilibrata e moderata, secondo la quale lo
scrittore italiano giudizioso, cioè, per dirla con le parole dell’autore,
disciplinato non men che libero, sarà colui che saprà armonicamente fondere
l’ordine diretto dell’italiano e del francese con quello inverso del latino (S 54-60).
Ricetta che in fondo sia detto per inciso sembra
essere per l'appunto quella esperita nella scrittura del C. saggista, come non
ha mancato di osservare, fra gli altri, Bigi (1960 17-8). Le osservazioni
d’ordine sintattico di Leopardi, generali o puntuali, appaiono invero alquanto
episodiche, come sembrerebbero confermare alcuni dati sia di superficie sia di
sostanza: nello Zibaldone la parola sintassi ricorre solo 11 volte, così come
sono altresì rari lemmi come ordine, costruzione o struttura in riferimento
appunto a fenomeni di sintassi. E non solo sono incursioni episodiche e fugaci
nella sintassi, quelle dello Zibaldone, ma non sembrano assimilabili in
particolare a nessuna delle riflessioni ad hoc del Saggio. Intanto Leopardi è
attratto da questioni relative alla sintassi in un’ottica perlopiù comparativa:
si tratta di minute osservazioni micro e macrosintattiche su fenomeni di
evoluzione dal latino alle lingue romanze. In secondo luogo, non trovo nello
scartafaccio un solo pensiero interamente dedicato alla riflessione sulla
sintassi delle lingue o di una lingua. Anche laddove è dato scorgere uno spunto
comune, come quando, per esempio, sia C. sia Leopardi ragionano sulla sintassi
della prosa boccacciana, la piega che prende il ragionamento dei due linguisti
si rivela in realtà affatto diversa. Da un lato abbiamo C., che individua un
filo rosso che da Boccaccio, attraverso Bembo, arriva sino ai cinquecentisti,
tutti accomunati da quella affettazion puerile di dar la tortura alle frasi al
fine di preparar al verbo il posto d’onore, collocan-dolo in fin del periodo, senza
verun oggetto utile (S); sicché si puó senz'altro concludere che il Boccaccio,
seguito dal Bembo e da tutti i cinquecentisti, trattone il Davanzati, per dar
armonia alla lingua italiana cercò di snaturarla, affettando l’inversioni della
latina, e l'ondeggiamento 16. Chea proposito del Saggio parla di sintassi
pieghevole e varia, in cui la chiarezza della costruzione diretta si alterna
alla efficacia di quella inversa. Né mai viene adoperato l'aggettivo
sintattico, la cui prima attestazione nel GDLI è di G. I. Ascoli. 18. Si
osservi che quasi sempre la parola sintassi nello Zibaldone ricorre in pensieri
sulla lingua greca. 19. Basti il rimando a Barbieri. periodico ( ). Dall’altro
lato sta Leopardi, che in un pensiero del 25 luglio 1821, prendendo le mosse da
un passo della Proposta di Monti, trova nella sintassi artefatta e
latineggiante di Boccaccio un'ulteriore prova di una ricostruzione
storico-linguistica (peraltro già affrontata in precedenza nello scartafaccio)
che è fondamentale nella riflessione leopardiana e che orienterà in modo
decisivo anche le scelte compiute per la Crestomazia prosastica?°: mi riferisco
all'idea che in Italia una vera lingua letteraria nazionale (perlomeno in
prosa) si formerà compiutamente solo nel corso del xvi secolo, essendo l'aurea
lingua del Trecento organismo ancora in divenire. Ecco il brano in questione:
Chi vuol vedere che la lingua italiana nel 300 non fu formata malgrado i 3 sommi
sopraddetti, osservi che il Boccaccio, l’ultimo de’ tre quanto al tempo,
s’ingannd grossamente, e fece un infelice tentativo nella prosa italiana,
togliendole i/ diretto e naturale andamento della sintassi, e con intricate e
penose trasposizioni infelicemente tentando di darle (alla detta sintassi) il
processo della latina. (Monti, Proposta). Il che dimostra che dunque non si può
nel trecento riporre, a cagione de’ 3 sommi, [il perfezionamento] della lingua
italiana prosaica. Ora una lingua senza prosa, come può dirsi formata? (Z)
Insomma, ci sembra di poter dire, in compendio, che se nel Saggio di Cesarotti
predomina, forte della filosofia del secolo, la dimensione sincronica o,
meglio, acronica della riflessione sulla lingua, nello Zibaldone a imporsi è
perlopiù l’approccio francamente storico-linguistico, sempre sorretto,
beninteso, da quello teorico. E infatti, per fare un esempio significativo,
l’attenzione leopardiana non è attratta dai metafisici interrogativi sulla
nascita del linguaggio nella primitiva società umana , tema ampiamente
dibattuto dai philosophes e dagli idéologues, bensì dall’ interrogativo sui
motivi della rapida diversificazione delle lingue (Gensini, 1984 41-2). E, se
non ho visto male, in Leopardi non c’è traccia di un interesse specifico per la
questione relativa alla natura arbitraria o iconica dei segni linguistici
(essendo l'antinnatismo linguistico lockiano già ben saldo nel poeta
giovanissimo: cfr. ancora ivi 56-65), questione che invece com é
noto ha tanta parte in C. fin dai tempi delle sue lezioni universitarie: basti
20. Cfr. Bollati. 21. Dico predomina perché ovviamente nel Saggio sono
tutt'altro che assenti le riflessioni storiche sulle lingue: per fare un solo
esempio, si potrebbero citare i primi paragrafi della parte rv, in cui viene
sbozzata una microstoria della lingua italiana dalle invasioni barbariche al
Vocabolario della Crusca pensare al
ciclo di tre acroases De naturali linguarum explicatione databili al 1771-72. E
si veda, ancora, la differente maniera di concepire il rapporto fra lingua e
dialetto dei Nostri. C. non ha alcun dubbio fermo
restando il fatto che l'andare smaniosamente in caccia di termini nuovi o
stranieri senza veruna necessità è una affettazione puerile e che sempre la
novità delle voci dev'essere autorizzata, anzi estorta da qualche novità di
cosa che anche l'apporto dei dialetti nazionali
possa ben essere un fonte di arricchimento neologico dell’ italiano,
specialmente laddove il dialettismo colmi un vuoto della lingua e alle
strutture della lingua si adatti secondo i meccanismi dell'analogia (S 76 e
78-9). E a corroborare la propria tesi, C. chiama in causa, fra l'altro, la
situazione dei dialetti dell'antica Grecia. Vediamo il passo in questione,
nella tipica argomentazione del Saggio intessuta di domande a risposta
orientata: Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non son figli della stessa
madre? non hanno la stessa origine? non contribuirono tutti ne’ primi tempi
alla formazion della lingua?*? Perché ora non avranno il diritto e la facoltà
d’arricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune,
come le diverse città i loro deputati al collegio degli Anfizioni? (S, 78) È
stato dimostrato che in Leopardi sia l'assenza d'interesse verso i tentativi di
ricorrere ai dialetti per scrivere opere letterarie sia il rifiuto del
possibile apporto degl’idiomi locali all'incremento del capitale della lingua
italiana dipendono non da ragioni intrinsecamente linguistiche, bensì di tipo
schiettamente politico-culturale. Leopardi riconosceva nei dialetti una delle
molteplici manifestazioni della varietà delle lingue e non ne negava affatto
l’importanza in quanto specifiche forme di linguaggio, portatrici di tutte le
caratteristiche sociali e antropologiche proprie di un idioma naturale. Il suo
distacco dai dialetti è la lucida opzione per un centralismo di alta
letteratura e alta cultura [da perseguirsi, aggiungerei, tramite una lingua
alta] che Leopardi riteneva necessario compito dell’intellettuale moderno,
aperto all’ Europa, assumere in proprio e svolgere fino in fondo (Gensini,
1984, 228). D'altro canto, il poeta aveva buon gioco, con la 22. Su cui cfr.
Roggia e ora C. (in corso di stampa). Sui dialetti nel Saggio cfr. Paccagnella
(2011 11-8). 24. Noto per inciso che questa idea, neo-cortigiana o
neo-trissiniana, è anche di Leopardi, che per esempio, in un passo del 9
dicembre 1823, scrive che Dante usò e mescolò i dialetti d'Italia (Z 3964-5).
RICCI sua acuta percezione della storia, a cogliere le profonde differenze fra
le vicende geopolitiche, sociali e culturali del proprio paese rispetto a
quelle della Grecia antica: qui, infatti, una condizione di policentrismo
politicoculturale che ha garantito quella fondamentale libertà
linguistica tanto cara a Leopardi si è intrecciata con l’azione unificante di
una sorta di appartenenza a una patria comune; sicché, agli occhi di Leopardi,
la storia linguistica della Grecia è altra cosa rispetto a quella del nostro
paese, ove l’unico fattore agglutinante è stato, dal Trecento in avanti, la
letteratura, peraltro in strati estremamente ridotti di una società dalla
scarsa densità culturale. Ecco come Leopardi descriveva la situazione della
Grecia in un pensiero del 6 novembre 1821, instaurando in coda un parallelismo
con il purismo della nostra tradizione linguistico-letteraria: La Grecia era
composta come di moltiss. reggimenti, (giacché ogni città era una repubblica)
così di moltiss. lingue, e l’uso pubblico di queste non poteva nuocere alla
varietà né introdurre l’uniformità e la schiavitù, essendo esso stesso
necessariamente vario. La Grecia non aveva una capitale. E quando i gramatici
cominciarono a ridurre ad arte la lingua greca, e quando nella lingua greca si
cominció a sentire il 207 si può, tutto questo fu in relazione alla lingua
attica. Ma i diversi dialetti greci, tutti riconosciuti per legittimi, dopo
essere stati adoperati da grandi scrittori; lo stesso costume della lingua
attica notata da Senofonte; il carattere sostanziale finalmente della lingua
greca, già da tanto tempo formata ed anteriore assai alla superiorità di Atene,
preservarono la lingua greca dalla servitù. Ed in quanto la lingua attica
prevalse, in quanto i filologi incominciarono a notare e a condannare negli
scritti contemporanei quello che non era attico, in tanto la lingua greca
perdette senza fallo della sua libertà. Ma ciò fu fatto assai lassamente, e
mancò ben assai perché i più caldi fautori dell’atticismo, o gli stessi
ateniesi arrivassero alla superstizione, o alla minuta tirannia de’ nostri
fautori del toscanismo. (Bisogna notare che il purismo era appunto allora
nascente nel mondo per la prima volta) (Z.; la parentetica conclusiva è
un’aggiunta interlineare). D'altra parte, per rimanere a Leopardi, la ricerca
sulla storia e sulla variabilità delle lingue s’ intreccia, nelle pagine dello
scartafaccio, con altri nodi cruciali della sua linguistica, che acquistano
diversa profondità rispetto alla riflessione C.ana. Per ricordarne solo tre: 1.
quello dell’immaginazione, e del suo principale strumento di manifestazione che
è la metafora, quale facoltà fondamentale del linguaggio, vero e proprio
architrave del 25. In realtà l'autografo legge correttamente notato, come si
evince dall'edizione fotografica (cfr. Leopardi processo
conoscitivo-linguistico'5; 2. il concetto di indeterminatezza semantica
individuale e sociale come valore; 3. la conseguente impossibilità, tanto
teorica quanto pratica, di qualsivoglia forma di grammatica o lingua
universales, È in questo complesso e articolato campo di forze linguistiche che
scaturiscono acquisizioni di storia delle lingue tutt'altro che scontate, come
quando, in un breve pensiero (a quest'altezza cronologica le annotazioni
zibaldoniane si fanno sempre più rade), Leopardi descrive perfettamente il
concetto di allotropia nelle lingue romanze. Leggiamo il brano in questione: La
differenza tra le voci di origine volgare, e quelle di origine puram.
letteraria nelle lingue figlie della latina, si può vedere anche in questo, che
spesso una stessiss. voce latina, pronunziata e scritta in un modo nelle nostre
lingue, significa una cosa; in un altro modo, un'altra, tutta differente, e si
considera come un'altra voce da tutti, salvo solo i pochiss. che s'intendono
delle origini della lingua. e. causa lat., corrotta di forma e di significato
dall'uso volgare, significa res (cosa: v. la pag. 4089.); usata incorrottamente
nella letteratura e scrittura, significa, come nel buon latino, cagione. Ed è
certo che causa ital. è voce, benché ora volgarm. intesa, (non però usata dal
volgo), di origine letteraria; poiché nel 300 non si trova, o è così rara, che
i fanatici puristi de’ passati secoli dicevano ch'ella non è buona voce
toscana, ma che dee dirsi cagione, voce pure storpiata di forma e di senso
dalla lat. occasio, che pur si usa poi nella sua vera forma e senso, come una
tutt’altra (occasione), benché in origine sia la stessa. Franc. chose cause,
Spagn. cosa causa ec. (Firenze). Leale, loyal, leal
(spagn.) legale, légal, legal (Z). Mettendo in parallelo le tre principali
varietà romanze, Leopardi si serve dell'esempio del latino causa integrato in chiosa, dopo la data, da quello
dell'aggettivo legalem (che è giunta interlineare posteriore) per
descrivere il duplice processo di discendenza delle parole di trafila popolare
e di quelle di trafila dotta, osservando in aggiunta che la parola cagione, che
i fanatici puristi preferiscono in quanto buona voce toscana , é a sua volta
allotropo popolare dal latino occasionem. 26. Cfr. Gensini e Gensini. Quanto a C.(con
rimando a de Brosses). Si pensi soltanto a quelle che Leopardi chiama idee
concomitanti (Z, 3952; € cfr. Gensini), che sono altra cosa rispetto al C.ano
senso accessorio che distingue fra loro le voci sinonime (S). Cfr. Gensini. 29.
Su questo tema cfr. anche Z Tornando alla spiccata inclinazione di Leopardi a
ragionare in ottica storica delle peculiarità sociopolitiche, culturali e
linguistiche della penisola, si capisce, fra l’altro, la sua assoluta sfiducia
nella possibilità di sviluppare una qualsiasi forma di politica linguistica,
diciamo così, dall’alto?°. In una società in cui manca una capitale politica e
una circolazione delle idee e degli scambi culturali (non solo fra le classi
popolari e quelle colte, ma anche in seno a queste ultime), e in cui, come
abbiamo visto, vi è una frattura fra la lingua parlata e quella scritta, in una
siffatta società (agli antipodi di quella francese) che senso avrebbe elaborare
un disegno di politica linguistica e culturale come quello che C. affida alle
ultime pagine del suo Saggio? Disegno dall’ ingenuo sapore dirigistico, quello
di C., che muoveva da una fiducia tutta illuminista, e nata per reazione alla
tradizione purista e fiorentinista dei servi imperanti di poter restituire alla
lingua italiana una libertà permanente, universale, feconda, lontana dalle
stravaganze, fondata sulla ragione, regolata dal gusto, autorizzata dalla
nazione in cui risiede la facoltà di far leggi (S). Ecco perché viene messo a
punto un piano di governo e d'operazioni da presentar all'Italia (ivi, 113);
piano d'azione che se da un lato sembra rinnegare le stesse premesse del
Saggio, dall'altro rivela senz'altro aspetti di modernità, come quando C.
esorta il Consiglio italico per la
lingua a dedicarsi, fra le altre cose, alla compilazione di due vocabolari
complementari, uno specialistico e uno dell'uso. In particolare, il progetto
del primo, quello specialistico, che si pone sulla scia di de Brosses, richiama
subito alla mente quella monumentale impresa lessicografica, il Lessico
Etimologico Italiano, che vedrà la luce quasi due secoli dopo e fuori
dall’Italia?: 30. Basti il rinvio a Gensini. Sono parole di Folena. Serianni ha
perd osservato come questo interventismo C.ano anticipi tendenze che avranno
corso in pieno Ottocento, quando la questione della lingua si trasformerà
radicalmente, diventando questione sociale. E cfr. in questo volume il
contributo di Marazzini, C. attuale e inattuale. 32. Come il professore chiama
tutti coloro che cercarono timidamente, e in sostanza senza ottenere risultati
apprezzabili, di ampliare il canone del Vocabolario della Crusca (cfr. S, 112).
33. Niuna lingua fu mai formata per privata o pubblica autorità, ma per libero
e non espresso consenso del maggior numero, con quel che segue Parallelamente,
lo ricorda Nencioni, l'idea leopardiana di un Vocabolario universale europeo che se
fosse compilato da un italiano verrebbe a essere un vocabolario italiano
filosofico verrà ripresa un secolo dopo da Antoine
Meillet. Il primo dovrebbe essere un vocabolario veramente e pienamente
italiano, cioè contenente tutte le voci e locuzioni di tutti i dialetti
nazionali, vocabolario etimologico, storico, filologico, critico, rettorico,
comparativo, atto a servir a tutti gli oggetti per cui può studiarsi una
lingua. Vorrebbe questo esser disposto per ordine non alfabetico, ma radicale;
il che non solo gioverebbe a conoscer con facilità le diramazioni delle lingue
e dei dialetti, le mescolanze dei popoli, le prime ragioni dei termini, le
derivazioni o ragionevoli, o capricciose dal senso primitivo, e le lor cagioni
non ovvie: ma insieme anche potrebbe presentar qualche anello opportuno alla
catena general delle lingue. Un altro terreno sul quale si può misurare il
differente declinarsi della riflessione dei due linguisti è quello inerente ai
neologismi, e più specificamente ai grecismi d’ambito settoriale. In una
sezione della parte 111 del Saggio dedicata ai fonti ai quali la lingua
italiana può attingere per arricchirsi di parole nuove, C. propone un
correttivo per arginare l'eccessiva introduzione in italiano di parole
scientifiche d’origine greca. Si tratta di un tema sul quale le idee
linguistiche di Leopardi e C. non sono sovrapponibili, e forse i diversi punti
di vista dei due potrebbero essere spiegati, almeno in parte, con la reazione
leopardiana alla tesi di Giordani circa la necessità di italianizzare i
grecismi dei linguaggi settoriali della scienza (medicina, chimica, fisica
ecc.), tesi che possiamo mettere in parallelo con le posizioni, invero più
articolate e complesse, di C.. Quest'ultimo, movendo da tecnicismi di larga
circolazione come barometro, termometro, telescopio, aerostatico ecc., osserva
che la lingua greca presenterà sempre ai dotti una miniera inesausta per la
loro nomenclatura (S). Ma questa miniera inesausta s’interroga uno scettico C. è
davvero utile anche per coloro che dotti non sono, vale a dire per i parlanti
comuni? Quel che rende più malagevole ai principianti l'acquisto delle
discipline, quel che le fa più misteriose ed inaccessibili al popolo si è la difficoltà
di familiarizzarsi col loro frasario. Un ammasso di termini esotici toglie alle
classi medie qualunque comunicazione colla scienza, e ritarda i progressi dello
spirito e della cultura nazionale: laddove le idee dottrinali stemperate
nell’idioma comune spargerebbero nel popolo qualche barlume di scienza utile
agli usi della vita, e ne desterebbero il gusto. La sua è un'istanza, è
evidente, tipicamente illuminista: quella di non perdere mai di vista il ruolo
fondamentale e democratico che la lingua può 35. Su questo punto cfr. Daniele
rivestire ai fini della diffusione del sapere anche fra i principianti e il
popolo, andando a incidere sulle sorti intellettuali, e quindi civili e
politiche, di una nazione. Di conseguenza, argomenta C. con una proposta che
sembra riportare indietro nel tempo ma con motivazioni in parte diverse alla
prassi linguistica di Galileo (e nell'ambiente galileiano di Padova il
professore si era formato e affermato), sarebbe opportuno che gli scienziati si
applicassero a impiegare le risorse anche della lingua materna per diffondere i
frutti della conoscenza: Sarebbe quindi desiderabile che le scienze e le arti
avessero un bisogno meno universale della lingua greca, che i termini tecnici
si lasciassero al commercio dei dotti, ma questi pur anche trovassero
nell’idioma proprio i mezzi di accomodar la loro dottrina all’intelligenza
comune. Sia lecito conservar i termini già domati dall’uso, e fatti cittadini
di tutte le lingue. Ma perché grecheggiare eternamente senza necessità, anzi
pure senza utilità o vaghezza d’alcuna specie, quando la lingua nostra ci
presenta una folla di termini equivalenti di senso, e perfettamente gemelli?
(żbid.) Su questa scia di pensiero, qualche anno dopo, si porrà il Giordani nel
saggio intitolato Monti e la Crusca, originariamente destinato al volume della
Proposta montiana, ma in realtà mai dato alle stampe. Anzi, si potrebbe dire
che qui Giordani si spinga oltre le posizioni C.ane, estremizzandone le
conseguenze e soprattutto annettendovi altre istanze linguistico-culturali. Nel
suo saggio inedito, com'è stato osservato da Gensini, Giordani, inteso
all'esigenza di utilizzare radici italiane per modellare nuovi termini,
suggerisce di sostituire grecismi come barometro, igrometro, termometro e anemometro
per via di coniazioni autoctone quali 4erostatmo, segnumido, segnacaldo,
misuravento, che avevano il duplice pregio della purità e della facile
comprensione. Se riguardo alla purità e alla facilità di comprensione di simili
coniazioni non v'é dubbio, è altrettanto fuori discussione che la proposta
giordaniana, rispetto a quella di C., tagliava fuori completamente la funzione
fondamentale dell’uso, elemento imprescindibile della triade che per il
padovano, com'è noto, sostanziava la lingua scritta. E tuttavia, nel caso
specifico dei grecismi, C. finiva per avanzare una proposta operativa molto
giordaniana, se così possiamo dire, che derivava da una chiara prevalenza del
ruolo della ragione e dell’ esempio su quello della cieca abitudine dell'uso:
36. Ma forse aerostatmo tanto comprensibile non doveva rivelarsi, almeno per un
non addetto ai lavori. Renderebbe per mio avviso un servigio non indifferente
alla lingua e alla società chi prendesse ad esaminare tutti i vocaboli greci
relativi alle scienze ed alle arti, tanto quei che si trovano nelle opere degli
scrittori approvati, tanto quei che regnano negli scritti dei professori e dei
dotti; indi cercasse se fra i nostrali n’esistano, o possano formarsene altri
uguali di valore e di pregio. In tal guisa verrebbero con precisione a
conoscersi i necessari, gli opportuni e gl’inutili; e posta in chiaro la vanità
degli ultimi, potrebbe a poco a poco introdursi un’acconcia sostituzione a
vantaggio comune ed a vero arricchimento della lingua. La ragione avvalorata
dall’esempio prevale alla lunga sopra la cieca abitudine. È verosimile che qui
le idee moderate di C. in fatto di neologismi non siano indipendenti da
un’altra importante questione (sulla quale peraltro si appunteranno le
attenzioni dei più accesi critici del Saggio): e cioè quella del francesismo
linguistico, dal momento che, come ricorda anche Leopardi nello Zibaldone, è
proprio il francese il principale tramite dei grecismi scientifici nelle altre
lingue europee (cfr. Gensini. Resta comunque il fatto che le posizioni di C.
ben difficilmente possono essere conciliabili e con l’idea leopardiana di
europeismo linguistico in generale e con quella più specifica relativa
all’accoglimento dei grecismi, come si ricava, per esempio, da un pensiero
zibaldoniano: Tutta l'Europa e tutte le colte lingue hanno riconosciuto la
lingua greca per fonte comune alla quale attingere le parole necessarie per
significare esattamente le nuove cose, per istabilire, formare, ed uniformare
le nuove nomenclature d’ogni genere, o perfezionarle e completarle ec. Convengo
che quando in luogo di una parola greca ch'é sempre straniera per noi, si possa
far uso di una parola italiana o nuova o nuovamente applicata, che
perfettamente esprima la nuova cosa, questa si debba preferire a quella; (purché
la greca o altra qualunque non sia universalmente prevalsa in modo che sia
immedesimata coll'idea, e non si possa toglier quella senza distruggere Nell’
atteggiamento di moderata apertura al forestierismo che tante polemiche e
forzature suscitò all'apparire del trattato, Roggia scorge non solo un portato
di un'idea sostanzialmente liberale dei fatti linguistici che indubbiamente
costituisce un primum per C. fin dai tempi del Seminario, ma anche il naturale
corollario di un'attività di studio che in gran parte era consistita [ai tempi
dell’ insegnamento universitario] proprio nell'inseguire l'erratico percorso
delle parole attraverso le lingue antiche. Moderata apertura al forestierismo
di cui peraltro l'autore è pienamente consapevole (cfr. per esempio, S, 164,
nota 50). Del resto le dinamiche del prestito linguistico sono già centrali
nelle lezioni universitarie, per esempio nel Corso sulla lingua ebraica: cfr. C.
(in corso di stampa). Cfr. Nencioni e Gensini. o confondere o alterar questa;
giacché in tal caso una diversa parola, per nazionale, espressiva, propria,
esatta, precisa ch'ella fosse, non esprimerebbe mai la stessa idea, se non dopo
un lungo uso ec. e fratanto non saremmo intesi.) (Z). Le ultime parole
racchiuse fra parentesi che abbiamo appena lette potrebbero sembrare un
superamento di alcuni pensieri dell’aprile dello stesso anno, nei quali
Leopardi individuava taluni difetti delle parole d’origine greca rispetto a
quelle d’origine latina, giacché se è vero che la lingua greca, come madre
della nostra rispetto ai modi, sia e per ragione e per fatto adattatissima ad
arricchire e rifiorire la lingua italiana d'infinite e variatissime forme e
frasi e costrutti (Cesari) e idiotismi ec., è altrettanto vero che lo stesso
discorso non può valere per le parole, che non possiamo derivare dalla lingua
greca che non è madre della nostra rispetto ad esse; fuorché in ordine a quelle
che gli scrittori o l’uso latino ne derivarono, e divenute precisamente latine,
passarono all’idioma nostro come latine e con sapore latino, non come greche.
Le quali però ancora, sebbene incontrastabili all’uso dell’italiano, tuttavia
soggiacciono in parte, malgrado la lunga assuefazione che ci abbiamo, ai
difetti notati da me. Che e. chi dice filosofia eccita un'idea meno sensibile
di chi dice sapienza, non vedendosi in quella parola e non sentendosi come in
questa seconda, l’etimologia, cioè la derivazione della parola dalla cosa, il
qual sentimento è quello che produce la vivezza ed efficacia, e limpida
evidenza dell’idea, quando si ascolta una parola. A ben vedere, alla base sia
del pensiero dell’ottobre 1821 sui neologismi (perlopiù scientifici e
settoriali) d’origine greca che talvolta non possono essere sostituiti da
parole che l’italiano possiede già sia di quello dell’aprile dello stesso anno
sulla diversa sensibilità delle parole in relazione alla loro etimologia e
quindi su una certa maggior forza semantica, diciamo così, riconosciuta al
lessico indigeno rispetto a quello forestiero sta
certamente il medesimo movente, di matrice materialista e sensista: e cioè che
le parole debbano innanzitutto possedere il requisito dell’ efficacia, della
limpida evidenza , ovvero che la parola sia immedesimata coll’idea, e che si
dia derivazione della parola dalla cosa. Ed ecco infatti che cosa aveva scritto
Leopardi, due giorni prima dell’annotazione del 19 aprile che abbiamo appena
citato, circa la semantica e le potenzialità comunicative dei forestierismi,
ricorrendo fra l’altro proprio al parametro della sensibilità delle parole: In
questa particolare accezione, mi pare che sensibilità possa essere letto come
un neologismo semantico leopardiano (cfr. GDLI). i termini, e le parole prese
da una lingua straniera del tutto, potranno essere precise, ma non chiare, e
così l’idea che risvegliano sarà precisa ed esatta, senza esser chiara, perché
quelle parole non esprimono la natura della cosa per noi, non sono cavate dalle
qualità della cosa, come le parole originali di qualunque lingua: le parole non
derivanti immediatamente dalle qualità della cosa, o che almeno per
l'assuefazione non ci paiano tali, non hanno forza di suscitare nella nostra
mente un’idea sensibile della cosa, non hanno forza di farci sentire la cosa in
qualunque modo, ma solamente di darcela precisamente ad intendere. Che tale
appunto è il caso degli oggetti significatici con parole del tutto straniere.
Dal che è manifesto quanto danno riceva sì la chiarezza delle idee, come la
bellezza e la forza del discorso, che consistono massimamente nella sua vita, e
questa vita del discorso, consiste nella efficacia, vivacità, e sensibilità,
con cui esso ci fa concepire le cose di cui tratta.La chiarezza delle idee e la
bellezza e la forza del discorso: questi sono i frutti della sensibilità delle
parole, generatrice, assieme all’efficacia e alla vivacità, della vita del
discorso; il che mi sembra uno degli aspetti di maggior interesse di Leopardi
che ragiona della lingua sia come indispensabile mezzo primario di
comunicazione (per tornare al punto dal quale siamo partiti) sia come possibile
artefice di forza e bellezza. E aggiungerei, in margine, che qui il poeta va
anche a toccare con una prospettiva originale, almeno mi
sembra rispetto a C., un tema centrale degli studi linguistici
sette-ottocenteschi: quello dell’etimologia?°. Per concludere: dopo ciò che si
è detto sin qui, se un accostamento fra C. e Leopardi linguisti ha un senso, credo
lo abbia solamente sulla base di un approccio non per filiazione d’idee, bensì
per messa a confronto di due modi diversi diversi
per molteplici ragioni (temperie culturale, biografia, formazione ecc.) di
svolgere la riflessione sulle lingue, tenendo sempre conto del fatto che spesso
tale riflessione aveva che fare con temi ampiamente e a lungo dibattuti nella
cultura italiana ed europea dell'epoca. Due sguardi differenti sul linguaggio e
le lingue, insomma, e complementari nella loro unicità e modernità. ANDRIA M.,
ZITO, Tutto è materiale nella nostra mente. Leopardi sulle tracce degli
idéologues, in S. Gensini cur., D’uomini liberamente parCfr. in questo volume
il contributo di Baglioni, L'etimologia nel pensiero linguistico di C.. Su
Leopardi e l'etimologia cfr. Bianchi e Basile. lanti . La cultura linguistica
italiana nell Età dei Lumi e il contesto intellettuale europeo, Editori
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Garavelli, vol. 1, Edizioni dell'Orso, Alessandria, TB, Dizionario della lingua
italiana, compilato da N. Tommaseo e B. Bellini, uTET, Torino. Nome compiuto: Cesaarotti.
Keywords: filosofia del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cesarotti”.
Cesarotti.
Luigi Speranza -- Grice e Cherchi:
la ragione conversazionale e implicatura sarda – filosofia sarda – scuola di
Oschiri – filosofia sarda -filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Oschiri). Filosofo italiano. Filosofo sardo. Oschiri, Sassari, Sardegna. Grice:
“Cherchi demonstrates that Jersey exists – if a philosopher is from Jersey we
wouldn’t call him English – neither would he! Cherchi is from ‘Sardinia,’ and
he philosophises mainly about that – which is very fun! My favourite of his
tracts is one on the circle and the ellipse as it relates to Vinci’s ‘homo
vitruviano.’ Anda
a scuola al liceo Siotto Pintor a Cagliari. Placido Cherchi studiò a Cagliari
con Ernesto De Martino e Corrado Maltese, interessandosi contemporaneamente di
studi e problemi etno-antropologici e storico artistici. Come autore di
importanti lavori sul pensiero di Ernesto De Martino e sui problemi
dell'identità e della cultura sarda, fu un membro attivo della Scuola
antropologica di Cagliari, dovuta alla presenza all'Cagliari di maestri come
Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, come pure di loro allievi quali
Clara Gallini, Giulio Angioni e lo stesso Cherchi. Morì nel
all'età di 74 anni a causa di un'emorragia cerebrale. Altre opere: “Paul
Klee teorico, De Donato, Bari); Sciola, percorsi materici, Stef, Cagliari); “Pittura
e mito in Giovanni Nonnis, Alfa, Quartu S.E.); Nivola, Ilisso, Nuoro); C. Martino: dalla crisi della presenza alla
comunità umana, Liguori, Napoli); “Il signore del limite: tre variazioni
critiche su Martino, Liguori, Napoli); “Il peso dell'ombra: l'etnocentrismo
critico di Ernesto De Martino e il problema dell'autocoscienza culturale,
Liguori, Napoli); “Etnos e apocalisse: mutamento e crisi nella cultura sarda e
in altre culture periferiche, Zonza, Sestu); “Manifesto della gioventù eretica
del comunitarismo e della Confederazione politica dei circoli, organizzazione
non-partitica dei sardi, coautori Francesco Masala ed Eliseo Spiga, Zonza,
Sestu); “Il recupero del significato: dall'utopia all'identità nella cultura
figurativa sarda, Zonza, Sestu); “Crais: su alcune pieghe profonde dell'identità,
Zonza, Sestu); “Il cerchio e l’ellisse. Etnopsichiatria e antropologia
religiosa in Ernesto De Martino: le dialettiche risolventi dell’autocritica,
Aìsara); “La riscrittura oltrepassante, Calimera, Curumuny); “Per un’identità
critica. Alcune incursioni auto-analitiche nel mondo identitario dei sardi”
(Arkadia. Silvano Tagliagambe: Giulio
Angioni, Una scuola sarda di antropologia?, in
(Luciano Marrocu, Francesco Bachis, Valeria Deplano), La Sardegna
contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali, Roma, Donzelli,, 649-663 Addio a C., il ricordo di Angioni: "Fu
ideologo del neo sardismo" Archiviato in. Notizie. tiscali È morto Placido Cherchi, vicepresidente della
Fondazione Sardinia Fondazione sardinia.eu
Scuola antropologica di Cagliari Ernesto de Martino Angioni, In morte di C., sito "il
manifesto sardo". Carta, Che cosa è C.? Due o tre cose, per decidere di
essere sardi Po arregordai a C. Enrico Lobina, su enricolobina.org. Silvano
Tagliagambe, L'eredità preziosa di C. La colonizzazione e la penetrazione
romana nell'isola furono oltremodo intense e furono facilitate da
affinità di razza, per cui si può dire che lo spirito latino g-iunse
nell'intimo dell'anima del popolo sardo. Pinza, IMonuineiiti
prUìiHivi della Sardegna in Monumenti Antichi, pubblicati per cura della
Reale Accademia dei Lincei. Taramelli, nel recente lavoro sulla questione
nu- ragica (Arch. Stor. Sardo), ritiene che il carattere prevalentemente
guerresco della schiatta sarda, l'accanimento delle lotte interne
dapprima, poi con lo straniero invasore, abbiano nuociuto allo sviluppo
artistico, che in germe aveva la stessa disposizione che presso altre
genti del Mediterraneo. Quando le legioni romane, in seguito alle
fiere lotte sostenute contro i montanari Olaesi o Iliesi ebbero assoluta
padronanza dell'intera isola, l'arte sarda scomparì con questa che
può definirsi l'ultima ribellione dell'antica civiltà nuragica, e
di essa non rimasero che vaghe reminiscenze presso gli artefici più umili, le
quali perdurarono attraverso il medio evo fino ai nostri giorni.
Nel periodo glorioso dell'impero romano la fusione fra l'elemento
latino ed indigeno fu così intima da potersi asserire che le nostre
sono manifestazioni della civiltà derivante da Roma; le grandi
opere pubbliche mostrano una regione che assurse ad alto grado di fiorimento
civile ed economico; non v'è paese, né plaga nell'isola che non
abbiano traccia dell'opera meravigliosa svolta dai Romani. Nelle regioni
più inaccessibili, in quella stessa Barbagia che raccolse gli
ultimi difensori della civiltà indigena, e che mostrossi. Statuetta
preistorica 1 Museo di Casa;! i a sempre indomita e ribelle
ad ogni forma di potere, sono strade, ponti, ed altri segni
palesanti ima florida colonizzazione romana, tanto intensa da
perdiu-are in molte manifestazioni e iiello stesso linguaggio,
attraverso secoli di bar- barie e di dominazione. Oreficeria punica
nel Museo di Cagliari. gran parte Nello sfasciarsi della romana
potenza lo spirito conservatore delle genti sarde custodì gelosamente la
bella tradizione latina. Mentre nel tempo che segnò il passaggio dall'evo
antico all'evo medio, d'Italia, come scrive Solmi, soggiacque a una
lunga, trasformativa dominazione germanica, la Sardegna fu invece fra le
scarse regioni italiane che ne restarono quasi pienamente immuni,
dando così un nuovo, singolare atteggiamento alla sua storia, che
fu lenta e spontanea elaborazione degli elementi indigeni e latini. La
furia distruggitrice della conquista vanda- lica, assai breve e poco
estesa, non lasciò traccia alcuna d'arte e di vita e paralizzò
quell'ascensione alle più nobili conquiste, che la Sardegna avea
iniziato con la signoria di Roma. Una completa oscurità avvolge in questo
fu- nesto periodo ogni azione isolana, che non siano le fasi di
quelle guerre che dilaniarono l'isola. Tur- bini di barbarie la dovettero
ridurre in un vasto campo funebre e quando cessarono le irruenze
degli invasori, l'opera degli architetti e degli ar- tisti si svolse come
se nel naufragio delle romanità questi avessero perduto la memoria d'ogni
bella forma. La conquista di Belisario ed il riordinamento
amministrativo di GIUSTINIANO, assicurando la Sardegna al dominio degli
imperatori d'Oriente, consentirono lo spontaneo sviluppo degli elementi
latini. Artehci che trassero la loro arte da Bisanzio
svolsero nell'isola quell'architettura, che derivò da armonica fusione di
forme orientali e di bellezze classiche, sparse quest'ultime con
profusione nella terra che vide erigere l'Acropoli e scolpire la X'enere
di Milo. Furono greci gli artisti che scol- Statuetta ienicia nel
Museo di Cagliari. fase. Arrigo Solmi, La Sardegna e gli studi
storici wnW Arcìiivio Storico Sarda, Cagliari, Dessi. pirone bassorilievi,
iscrizioni ed altre forme ornamentali, che recenti indagini hanno messo
in evidenza e che sistematiche ricerche renderanno indubbiamente tanto
copiose da darci modo di determinare entro limiti detiniti l'influenza
artistica che Bisanzio svolse nell'isola dandole carattere e forme
stilisticamente rilevanti. ampacla cristiana rinv Chic a di
S. Giovanili tli Siiiis in territorio di Cabras nell'antica Tarros. L'arte
romana per opera di greci artefici divenne arte bizantina, la (jLiale
rappresenta non un nuovo stile, ma ima trasformazione dello spirito
latino a contatto delle forme orientali. F.d in Ravenna, in Grado, in
Sicilia, nelle Puglie sorsero quelli edifici, rudi e disadorni
all'esterno, che inter- namente brillano di ricchi mosaici, in cui l'oro
e le gemme preziose sfaccettano in mille raggi la tenue luce
diffondentesi dalle arcuate finestre. Anche nella nostra isola dovettero
svolgersi queste forme architettoniche giacché dal primo trentennio del secolo
VI e per non breve corso di tempo la Sardegna fu una provincia
dell'impero di Bisanzio. Xè questa signoria fu solo nominale, ma
tanto si compenetrò nella vita e nelle istituzioni che l'infiuenza greca
nel linguaggio, nella diplomatica, nel dritto apparisce evidente anche nel
secolo XI, quando la Sardegna erasi già sottratta di nome e di fatto al dominio
degli imperatori di Oriente e ne reggevano le sorti da più che un secolo i
regoli o giudici nazionali. La nostra cattedrale conserva in una sua
cappella una Madonna, splendente d'oro e di bellezza. Intorno ad essa
fiorisce una fine e pia leggenda, comune del resto a molti altri antichi
simulacri d'Italia. Vuoisi che la vaga madonnina sia stata scolpita da S. Luca
e da Costantinopoli trasportata a cura del Cagliaritano Eusebio, vescovo
di Vercelli, alla città di Cagliari, con nave guidata da una corte di
angeli e di cherubini. Il simulacro è indubbiamente opera del XIV secolo,
ma la tenue leggenda può interpretarsi come un poetico simbolo del
tra- [Stele puniclie nel Museo di Cagliari.] piantarsi dell'ellenismo
nell'isola, perpetuato dal nostro popolo attraverso gli oggetti suoi pili
cari. Ed infatti molti frammenti decorativi ed epigrafici nonché
parecchi edifici attestano dell'inlluenza dei costruttori bizantini neh'
architettura dell'alto medio evo in Sardegna. Tale è la Chiesa di S.
Giovanni di Sinis, nell'agro di Cabras in vicinanza ad Oristano e presso
le rovine dell'antica e fiorente città di artp: preromanica Tarros.
Le origini e le vicende di questa chiesa ci sono ignote; si volle veder
in essa la cattedrale di Tarros cristiana, ma ciò non è che una
congettura, giacché nessun documento veramente ineccepibile ci dice
quando la città venne abbandonata e se essa perdurò fino all'epoca che
gli elementi costruttivi e stilistici permettono d'assegnare all'antico
tempio. L'aver i presuli d'Oristano assunto il titolo di abate di S.
Giovanni di Sinis fa presumere che a questa chiesa originariamente
fosse annesso un monastero. Essa presentemente è a tre navate
Testa di irrito rin\enuta in Cagliari Punica. coperta da volta a botte e
comunicante per mezzo di arcate poggianti su massicci pilastri. Anche i
due muri |jerimetrali e laterali hanno la struttura a pilastri ed archi,
chiusi questi ultimi posteriormente. Il prospetto, sormontato da
im frontone che segue l'andamento della volta a botte, non ha
ornamentazione alcuna e la porta che in esso è aperta è
rettangolare, semplicemente contornata da una fascia di marmo. La navata
centrale è terminata da un'abside circolare e sopra le ul- JNIaschera
rinvenuta in Tarros Punica. D. SCANO storia
dell' Ai le in Sardegna. time quattro pilastrate si svolge il tamburo,
sostenente la piccola volta a bacino, costituente la cupola.
La forma di questa chiesa è basilicale e non differenzia da quelle
di tante altre chiese medioevali sarde, del XI o XII secolo, se non che
alcune forme costruttive come la cupola e la volta a botte inducono a ritenere
che originariamente dovea avere tutt' altra struttura. Mancando
ogni qualsiasi elemento decorativo, giacché la chiesa ha le pareti nude
senza frammenti di pittura, di scultura o di semplice ornamentazione, che di
solito guidano lo studioso nei riscontri stilistici, procedetti per
identificare le forme primitive ad un esame tecnico delle parti
architettoniche. I risultati confermarono la prima impressione,
giacché potei riscontrare: La volta che copre la navata centrale è
relativamente moderna; I muri della navata centrale e delle
navatelle furono eretti posteriormente al nucleo centrale, su cui
poggia il cupolino. Della struttura originaria della Chiesa non
resta che detto nucleo centrale e le braccia trasversali.
Ridotte in tal modo le parti originarie ed eliminate le aggiunte
posteriori è facile completare l'iconografia primitiva, partita in quattro
braccia a modo di croce, che s'intersecano secondo quattro piloni sostenenti il
tamburo su cui poggia la cupola per mezzo di quattro pennacchi. Di più i
piloni hanno gli angoli rientranti in modo da permettere il collocamento
in dette pilastrate di quattro colonne, che ora più non esistono. Questa
particolarità costruttiva è degna di nota, giacche la ritroveremo in altra
chiesa, colla quale S. Giovanni di Sinis presenta molte affinità.
Nei muri terminali delle braccia trasversali della croce sono
aperte i nnvc-mita 111 Cai^l influenza greca). iri
l'ui due finestre bifore, in cui la colonnina è sostituita da un semplice
pilastrino in pietra da taglio senza capitello e senza base. Abbiamo la
forma iniziale di quelle bifore, che posteriormente vennero rese più
eleganti e più svelte dalle colonnine col pulvino, permettente agli archi
un'imposta corrispondente allo spessore della muraglia. Questa forma
arcaica conferma l'origine pre-romanica di S. Giovanni di Sinis. Alle
forme costruttive di questa chiesa dovettero infiuire le catacombe
di S. Salvatore, le quali ne distano circa quattro chilometri.
Queste catacombe poste presso ad alcune rovine romane, malgrado non
siano state ancora ne studiate, né menzionate, sono interessantissime e
costituiscono il più pregevole ed interessante monumento isolano
dei primi tempi del cristianesimo. La chiesetta soprasuolo è
relativamente moderna e non presenta niente d' interessante . Ai
sotterranei s'accede mediante una gradinata svolgentesi in uno
stretto passaggio coperto da un voltino a botte. In
quell'andito sono aperte due porte, una di fronte all'altra, per le quali
si perviene a due camere rettangolari di m. 4,30 X 3,26 ciascuna, coperte
ancor esse con volte a botte. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano
circolare, coperto da volta a bacino ed illuminato dall'alto, che
costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con
altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che
è l'ultima [Busto di a rinveiiutu in Tarros Punica influenza
jj;reca). dell'edificio sotterraneo. Si ha una disposizione planimetrica,
che ricorda i più antichi edifici cristiani: la struttura è prettamente
romana con muratura di laterizi opportunamente collegata con altra di pietrame
informe. Ceramica punica nel Museo di Caigliari. Le pareti delle
diverse camere sono intonacate a stucco lucido, const'ivante tutt'ora traccia
di antiche pitture. Più che pitture sono schi/zi, Sarcofago romano nel
Museo di Cagliari.figure eseguite a caso, alcune abilmente, altre con tecnica
ed arte infantili. In ima parete di una camera absidale sono traccie di un
gruppo interessantissimo rappresentante una lotta fra un leone ed un uomo
dalle forme erculee. Nelle altre i)areti e; nell'abside della stessa
camera sono schizzate alcune nax'i, due leoni, un Eros e diverse figure di
donne delineate con maestria dal tipo classicamente pagano. Esse vennero
eseguite al di là di (iualun<[ue preoccu[)azione mistica e sono di
gentile arte, piene di grazia voluttuosa e di vita. L'na di esse dalle
linee formose, che rievoca la Venus (ìcnitri.w solleva con ima mano i
veli che le coprono i turgidi seni e le belle forme. l'"ra ([uesti
schizzi e queste figure di donne ricorre sjx'sso il mouogramiua RI e sono
intercalate frasi scritte in greco corsivo, la di cui esatta
interpretazione potrà portare non lieve luce sulle origini di (|ueste
forme pittoriche. Non un simbolo cristiano, non il monogramma di Cristo
che attestino la fede di chi rese nelle pareti, con [Sarcofajj:o romano
nel Museo di Ca.sjliari. decise linee, figure voluttuose di belle donne.
D'altra parte l'iconografia dei sotterranei segue la disposizione delle
prime chiesette cristiane specialmente nelle forme absidali delle due cappelle
laterali e della camera terminale. E vero che nelle costruzioni cimiteriali più
antiche le tetre muraglie coprivansi di scene tratte dalla vita reale e
molto spesso dalla mitologia pagana tanto che nelle catacombe di
Pri.scilla e di Domitilla, nelle quali meglio che altrove si possono
studiare le origini della pittura primitiva cristiana, cjuesta è
stranamente impregnata di paganesimo; ma se la tradizione è pagana, nell'antica
forma l'arte si penetra di spirito cristiano. Qui no, forma e spirito
sono schiettamente inspirate al paganesimo più libero e più licenzioso.
Statua di Bacco rinvenuta In Cagliari. Queste contradizioni non permettono ora
di poter dare un sicuro o^iudizio su questo interessantissimo monumento:
forse l'ipotesi che più concilia ((ueste forme cozzanti tra loro è quella
dell'orij^i'ine pagana dei sotterranei, costrutti ed usati come carceri e
poscia serviti come rifugio nei primi tempi del cristianesimo. Con ciò si
spiegherebbero la disposizione a celle, poste sotto il livello del suolo e gli
schizzi delineati da (jualche artista, che nel tedio della prigionia
volle rievocare senza una direttiva pittorica immagini impure e dar forma
d'arte a sogni libertini. Oualun([ue sia l'origine di queste, che
vengono chiamate catacombe. è certo che esse furono nei primi secoli, forse
nel IV^ secolo, adibite al culto cristiano. Non ritengo la
costruzione cimiteriale, mancando qualsiasi indizio di loculo o di
pittura funeraria. Nel nucleo centrale è un pozzo, poco profondo, in cui è
perenne una fresca lama d'acqua. Questo può spiegare la destinazione che dai
primi cristiani venne data a questi sotterranei, qualunque sia la loro
origine. A mio parere essi dovettero servire di battistero in tempi di
persecuzione. Infatti non è spiegabile con l'ordinario uso degli edifici
di culto la presenza del pozzo nella parte centrale della chiesa
sotterranea. Inoltre la poca profondità del fondo, la presenza
ininterrotta di una fresca lama d'acqua e le traccie di alcuni fori, per
cui mediante tavole potevano i convertiti scender s^nù nell'acqua,
rendono attendibile questa destinazione, la quale ha molti riscontri e
molte analogie colle prime forme battisteriali. Ai primi
tempi del cristianesimo non aveasi altri battisteri che le rive dei fiumi
e le fontane. Ancor oggi nella prigione Mamertina a Roma ARTE
PREROMANICA esiste il [)ozzo miracoloso, in cui, secondo un'antica
tradizione, S. Pietro e S. I^iolo battezzarono i loro (guardiani. In
alcuni battisteri ])riniiti\'i rac(iua era fornita da pozzi come nelle
catacomlje di S. balena o da sorbenti naturali come in ([uelle di Priscilla e
di Callista. I*\i solo colla cessa/ione delle persecuzioni al tempo di COSTANTINO
che si commcia a costrurre battisteri snò dio, editici s[)eciali, che non
differivano dalle chiese propriamente dette se non per la loro
destinazione. La cripta di S. .Sahatore forse in oriu-ine ebbe altra
inxocazione, oiacchè era fre([uente dedicare i battisteri al precursore
di Cristo. Ad Avanzi di \ille romane in Cagliari. ot^ni modo
ciò che non |)U() essere messo in dul)bio si è che i sotterranei di S.
Salvatore, per le forme costruttive, i)er le pitture e per le iscrizioni
costituiscono un monumento d'arte cristiana di rrancle interesse e merita
uno studio ampio e speciale più di (pianto io abbia fatto in questi cenni
brevi e riassuntivi. L'oratorio di S. Giovanni d'Assemini fu ancor
esso elevato con forme costruttive bizantine, come può desumersi da
un'attenta disamina. La più antica memoria riflettente questa chiesetta si
conserva in un diploma dell'archivio Capitolare della Chiesa di S. Lorenzo
di Genova, con cui Trogotorio di Gunale, giudice di Cagliari, e suo
figlio Costantino concedono nel 1108 alla Cattedrale di Genova la Chiesa di S.
Giovanni e rinnovano la promessa annua di una libra d'oro: Ego Indice
Trogotori de Giinali cinti, filio meo doninu Costantini fazo dista carta
prò S. Ioaiinc de Arseiuin, qui dabo ad sancto Lanreìizio de lamia
prò Deus et prò anima mca ecc. ecc. La facciata non ha niente di notevole
ed è posteriore alla fondazione della Chiesa. Nell'interno due navate larghe m.
2,00 disimpegnano Idinha di Atilia Pnmptilla in Cagliari. per mezzo
d'arcate quattro cappelle. All'incrocio delle due strette navate formanti
una croce greca a braccia eguali s'imposta sopra un tamburo a sezione
quadrata una piccola volta a bacino. Anche in questa chiesa dobbiamo
distinguere il nucleo originario dalle posteriori costruzioni; queste
sono costituite dalle quattro cappelle, che, coperte da un rozzo tetto a
vista, sono appiccicature evidenti e per la diversa struttura muraria e
per non essere collegate organicamente ai muri antichi. ToLA, Cod.
Dipi.] Eliminando queste aggiunte risultano in modestissime proporzioni
le stesse forme bizantine della chiesa di S. Giovanni di Sinis e di S.
Saturnino in Cagliari. Nell'altare è murata un'iscrizione in caratteri
greci, che porta imo sprazzo di luce sulla chiesetta. E contornata da una
doppia fascia di perline in rilievo, che attesta come facesse parte di
qualche monumento, probabilmente sepolcrale, dedicato alle persone in
essa ricordate. Trascrivo l'interpretazione fattane dal Prof. Taramelli:
Anlìteatro romano in Ca.uliari. O Signore, abbi pietà del tuo servo
Torcotorio, arconte di Sardegna e della serva Gè ti '.''Lo Spano ed il
Martini ritennero erroneamente come
vedremo in appresso trattarsi del
Torcotorio, che governò il giudicato di Cagliari e che donò la chiesa di S.
Giovanni d'Assemini al Duomo di Genova. A pochi metri dell'oratorio
di S. Giovanni sorge la Chiesa Parrocchiale di S. Pietro, che contiene fra le
sue mura alcuni frammenti decorativi bizantini e sulla soglia ha incisa la
seguente inscrizione in carat- [Taramelli, Iscrizioni Bizantine della
Chiesa di S. Giovanni e della Chiesa Parrocchiale d' Assemini in Notizie degli
Scavi, fase. 3. teri greci, la quale ricorda probabilmente
l'erezione e la dedicazione di detta chiesa, che è ancora oggi sotto
l'invocazione di S. Pietro: In nome del Padre, del figlio e
dello Spirito Santo, io Nispella Ochote (costrusse il tempio) in onore
dei Santi corifei gli apostoli Pietro e Paolo e S. Giovanni
Battista e della l^ergine martire Barbara, affinchè per le loro preghiere
dia a me il Signore la, liberazione dei peccati. Anche quest'
iscrizione venne dallo Spano attribuita al Torcotorio del XI se- [Erma
bacchica di fronte. In un mio studio sulla chiesa di S.
Saturnino di Cagliari '* trattando accidentalmente di queste epigrafi, le
ritenni anteriori al mille. Infatti le lettere, elegantemente incise, ed
i pochi motivi ornamentali sono sufficienti a determinare forme
stilistiche molto più antiche delle romaniche del mille e dei secoli
susseguenti. Inoltre la carica di protospathariìis, che si riscontra in
un'altra iscrizione coeva di Villasor, indica ancora una soggezione alla
corte di Bisanzio non concepibile nel Torcotorio, che nei suoi atti ed in
ispecial modo nella donazione fatta ai Testa di Sileno.(i| 1). SCANO, Im
Cliicsa di S. Satuvìiiuo in Ihillrltiìio /ìiò/ioorajìco Sardo, \-o\. Ili, Cagliari,
Unione Sarda. monaci di Monte Cassino esercita la sua podestà come
CJiudice e Re libero da ogni ingerenza anche nominale dell'impero.
Un'altra considerazione distrugge l'attribuzione dello Spano e cioè il
Torcotorio menzionato nell'iscrizione d'Assemini avea per moglie Nispella,
mentre quello del mille avea per consorte Vera, la pia donna, che indusse
prima il marito e poscia il figlio suo Costantino a larghe e ricche
concessioni verso gli ordini monastici ed in isj)ecial modo verso i
monaci di S. Vittore di Marsiglia: Eoo iìidigi Trocodori de Ugnnali C(im
imiliei'i mia Doìnia \ 'era et cnui filin uieiL noìiìiii
Costaiitìjm '.Queste conclusioni vennero confermate di recente dagli
studi dei Professori Solmi e Tarameli i, che pervennero a risultati
interessantissimi per la storia medioevale della Sardegna. Negli
scavi eseguiti venti anni or sono dal Vivanet presso l'antica
chiesa di S. Nicolò di Donori insieme ad interessanti resti di materiale
epigrafico d'età romana, vennero fuori frammenti decorativi ed
iscrizioni greche, che furono oggetto di un recente ed interessante
studio del Taramelli, che attribuì queste ultime ad iscrizioni funerarie
assai eleganti, di persone elevate, probabilmente del IX o X
secolo. In una casa privata di Mara sono due bassorilievi marmorei,
recanti croci greche incluse in cerchi, di fattura l)izantina, e nel
fianco della chiesa parrocchiale è murata una piccola scultura marmorea
molto corrosa, rappresentante una figura d'uomo vestite; di lunga tunica
manicata, figura che per quanto rovinata accenna ad epoche ed a forme
bizantine. Le iscrizioni della distrutta Chiesa di S. Sofia fra
Decimoputzu e [Erma di Bacco \i.sta di fianco. [ToLA, Cud. Dipi.
Sardo. Villasor presentano grande analogia coi frammenti di S. Giovanni
di Assemini e per la forma delle lettere e per la decorazione a
perline. Faccio mie senz'altro le considerazioni esposte dal Taramelli
nello studio sovradetto: « Due delle iscrizioni sono sopra una coppia di
mensole « decorate da un ramoscello di fiori a voluta, alla loro
estremità; l'altra « più lunga è incisa sopra due robusti listelli di
marmo, decorati da una « doppia fascia di perline e nodetti, i quali come
quello della iscrizione di S. Giovanni d'Assemini potevano far parte o
della decorazione della porta o di un ambone o d'altro
monumento eretto in quella chiesa « dalle persone ricordate «
dall'iscrizione e per il « motivo decorativo come per lo stile ricordano
il fregio dell'am« bone del Duomo di Torcello, riferito al secolo X circa,
alla quale età può convenire la '< grafia
dell'epigrafe, elegante ma alquanto incerta. Trascrivo,
tradotte, queste iscrizioni: O Signore, abbi pietà dei
servi di Dio, Torcotorio, reale protospatario, e di Satusio, uobilissi)}ii
arconti nostri, così sia. Ricordati anche o Signore del tuo servo
Ozzoccorre. Signore abbi pietà del tico servo Unnspete e della consorte di
Ini Soreca. È d'aggiungersi infine a questo bel nucleo di documenti
epigrafici e decorativi di carattere bizantino la seguente iscrizione,
conservantesi nell'altare della chiesa parrocchiale di S. Antioco: O
Signore abbi pietà del tuo servo Torcotorio, protospatario e di Salusio
arconte e della moglie [Ni spella. Sarcufago romano nel Museo di
Cajj;liari. [Taramelli, Iscrizioni Bizantine ecc. ecc. In una parete
esterna della chiesa è murato un bassorilievo, che reca una porzione di
figura umana, vista di fronte, con lunsj^a tunica a maniche, con colletto
ornato e con larga fascia al petto (i). Da (|uest() non indifferente
materiale epigrafico rinvenuto in una ristretta porzione dell'isola il
Prof. Solmi pervenne col suo fine discernimento di storico e di critico a
congetture, che sono sprazzi di luce nel buio che avvolge l'origine dei
giudicati '^l, Fiondandosi nell'avvicendamento del nome di Torcotorio a
quello di Salusio. il Solmi distingue il nome personale del giudice
dal lìome pubblico o di governo. Mentre ([uesto è sempre identico,
Torcotorio o Salusio, invece, il nome personale, che talora si identifica
col nome di governo, può essere qualche volta da cjuesto
essenzialmente diverso. E questo avvicendamento dei due
nomi, (qualunque sia quello privato che abbia il giudice, permette
insieme al contenuto delle iscrizioni bizantine d'integrare la serie dei
giudici, iniziandola col Torcotorio, imperiale protospatario e arconte di
Sardegna, ricordato nell'iscrizione di S. Giovanni d'Assemini. A questi,
che ebbe per moglie Geti e che regnò probabilmente intorno alla metà del
X secolo succedette il figlio Salusio, già aggregato, come risulta dalle
iscrizioni di S. Sofia al trono del padre, ed [Testa di Bacco. |i)
A. Taramelli, Iscrizioni nizantìne ecc. ecc.Solmi, Le carte volgari dell'
Arcliivio Arcivescovile di Canliari, I-'irenze, Tip. Ga lileiana, pag.
69. erede poi dei suoi titoli e del suo potere. Sulla fine del X secolo e
nei primi decenni del seguente governò il giudicato di Cagliari il
Torcotorio della lapide di S. Antioco, marito a Sinispella e
contemporaneo di S. Giorgio di Snelli, Con Mariano Salusio, menzionato in
una carta greca di S. Vittore di Marsiglia, s'inizia la serie dei
giudici precedentemente ac- certati dagli storici sardi. Questi
risultati confermano il lento ed amichevole distacco dalla Sardegna
dalla dominazione di Oriente. L'ultimo ricordo di un'effettiva
dipendenza da Bisanzio appartiene all'anno 687 e mostra l'esarca
residente in Ceuta, ancora a capo di un « Africauìis excr- citìts »
e di im exercitiis de Sardinia, costituito come corpo distinto entro
l'esarcato africano. Caduta Cartagine e Ceuta, scrive Solmi, agli
ultimi del VII secolo e mancati
così gli ultimi centri dell'antico esarcato d'Africa, l'impero Greco «
lasciò in pieno abbandono anche l'isola, che n'era parte, separata ormai
« da un ampio mare, che divenne il « campo pericoloso delle imprese
saracene; ne più la flotta greca varcò oltre « le coste della Sicilia,
dove si accentrò « l'estrema punta occidentale del dominio bizantino. Il
duca di Cagliari « restò a capo deWe.rerciins Sardiniae « sotto la
signoria nominale dell'impero f. greco; si vestì forse dei pomposi
titoli « delle alte magistrature bizantine, ma in realtà divenuta la
soggezione vuota apparenza, resa ereditaria la carica, ogni rapporto
coll'impero « bizantino venne ad essere illanguidito e sui primi anni del
secolo VIII la Sardegna sembra restare esclusa dall'organizzazione
tematica Orien- « tale e interamente libera da o^ni dominazione di
Bisanzio ». Madonna detta di nel Duomo di C; Onesto per i
ris^r.ardi storici; dal punto di vista dell'arte i numerosi tVainnieiui
l)i/antini. ai ([uali fino ad ora non si dette importanza alcuna, le
Chiese di S. Ciio\anni di Sinis, di S. Giovanni d'Assemini. di S.
Sofia Chiesa di S. Ciiovaimi di Sinis (tìanci)!. di \'iilas()r, di S.
Stefano di Maracala^-onis, di S. Antioco di Sulcis, di S. Saturnino di
Cagliari, sfui^i^ite alle indai:rini de-^ii studiosi, attestano un Chiesa
di S. (Giovanni di Sinis i abside). periodo architettonico
bizantino, che <^ià si presenta intenso e che lo sarà
ma}j^_t(iormente, quando con indai^ini sistematiche si procederà allo
studio di tante strutture ora nascoste sotto gl'intonaci e gli stucchi
seicentisti I Altri franinienti bizantini rinvenni nel paramento della chiesa
inedioevale di .S. Gemi- nano in Saniassi. D. ScANo storia dell'Arte in Sardegna. Né poteva
esser altrimenti e le conclusioni storiche che traggonsi dalle iscrizioni
bizantine e le congetture che su di esse e su altre prove poterono
formarsi, rendono attendibile quest'influsso e questo fiorimento d'arte
bizantina nell'isola, che non poteva sottrarsi alle manifestazioni di
vita dell'impero che la congiungeva al mondo latino. Queste forme
greche perdurarono anche (juando venne a mancare la effettiva, se non
nominale, dipendenza agli imperatori d'Oriente. Discendenti dagli
arconti o patrizi della corte di Bisanzio, i giudici conservarono negli
atti ufficiali colle cariche bizantine le forme diploma- tiche e la
lingua greca; e come queste forme si mantennero fino al XI secolo, così
anche gli allievi ed i discendenti degli artefici greci conservarono le norme
costruttive bizantine, fino a quando si dischiuse per la Sardegna una
nuova fase col rinnovamento, che prorompe nel XI secolo al contatto delle
fresche energie delle civiltà di Pisa e di Genova. Nome compiuto: Placido
Cherchi. Keywords: implicature sarda, filosofia sarda, etnos, etnicicita
italiana, sardegna non e parte d’Italia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cerchi” – The Swimming-Pool Library
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