GRICE ITALO A-Z C CAS
Luigi Speranza -- Grice e Casalegno:
l’implicatura conversazionale -- il concetto d’implicatura nella filosofia
linguistica del Novecento – scuola di Torino – filosofia torinese –filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino,
Piemonte. Grice: “I like, indeed love, Casalegno; but then, he loves me!
Translating Griice, or me, is tricky – as Mommsen says of Garet translating
Cassiodoro,, “more than a translation, he provided a correction – and he tried
to prove that Cassiodoro was a Benedictine monk.’” Grice: “Casalegno does not
try to ‘translate’ Grice – let THAT to the technicians! As a philosopher, he
tries to ‘re-interpret’ Grice, if a re-interpretation is needed!” Si laurea a
Pisa sotto Sainati con “Aspetti della logica modernista”. Insegna a Milano,
chiamato da Bonomi. Approfondizza diversi temi all'interno della filosofia
analitica, quali il concetto di verità, la teoria degli insiemi,
l'epistemologia della testimonianza, la teoria della ricorsività. Altre opere:
“Alle origini della semantica formale,” Cuem; “Filosofia del linguaggio:
un'introduzione,” Carocci, “Teoria degli insiemi, un'introduzione, Carocci);
“Brevissima introduzione alla filosofia del linguaggio, Carocci, Verità e
significato. Scritti di filosofia del linguaggio, Carocci, (P. Frascolla, D.
Marconi ed E. Paganini). Il puzzle di Kripke, in Teoria, Sulla logica dei
plurali, in Teoria; Tre osservazioni su verità e riferimento, in Iride; Come
interpretare l'argomento antirealista di Dummett?, in Lingua e stile; Le
proprietà modali della verità: problemi e punti di vista, in Logica e teologia
(Pisa, ETS). Un problema concernente le condizioni di asseribilità, in Modi
dell'oggettività, Milano, Bompiani, Normatività e riferimento, in Politeia.
Chomsky sul riferimento, Monza, Polimetrica. Casalegno, il maestro della
filosofia del linguaggio, di Franco Manzoni, Corriere della Sera, Archivio
storico. Grice Logica e conversazione. In P. Casalegno, P. Frascolla, A.
Iacona, E. Paganini, M. Santambrogio (a cura di). Filosofia del linguaggio,
Milano, Raffaello Cortina. Il libro che vi presento oggi appartiene alla
collana “Bibliotheca” della casa editrice Raffaello Cortina. Il titolo è
Filosofia del linguaggio (come spesso accade tra i libri di cui ho parlato in
questo blog) e si tratta di una interessante e utile antologia di testi,
appartenenti alla tradizione novecentesca della filosofia analitica del
linguaggio. I curatori sono importanti docenti italiani, tra cui C., Frascolla,
Iacona, Paganini e Santambrogio. I testi antologizzati consentono al lettore di
farsi un’idea (e non poco approfondita) sulle principali questioni e
problematiche inerenti al linguaggio umano, su cui si è dibattuto negli ultimi
decenni in ambito analitico. Ogni testo è preceduto da una introduzione dei
curatori, in cui è presentato il pensiero dell’autore, il contesto culturale e
i concetti chiave che emergono dalla sua opera. Apre il classico Senso e
significato di Frege (di cui avevo già parlato qui), seguono quindi Le
descrizioni di Bertrand Russell (testo che tratta delle descrizioni definite),
Significato, uso, comprensione di Ludwig Wittgenstein (tratto dalle sue
Ricerche filosofiche), Due dogmi dell’empirismo e Relatività ontologica di
Quine, Nomi e riferimento di Kripke, Significato, riferimento e stereotipi di
Putnam, Interpretazione radicale di Davidson, “Logica e conversazione” di
Grice, Dispute metafisiche intorno al realismo, di Dummett, e si conclude con
l’interessante Linguaggio e natura, di Chomsky. versazione – afferma Grice - è
un ' attività cooperativa alla quale i partecipanti devono contribuire in
maniera appropriata. A tale fine, bisogna che ciascuno si attenga a quattro “
massime ” che possono. Introduzione alla filosofia del linguaggio C.
Significato e condizioni di verità. Prendiamo in considerazione un’idea del
primo Wittgenstein: “Comprendere una proposizione vuole dire sapere che accada
se essa è vera” (Tractatus). Poiché comprendere una proposizione equivale a
conoscerne il significato, molti hanno concluso che alla base di una teoria del
significato si deve porre la nozione di verità. Come sostenere la tesi
wittgensteiniana? Un modo può essere questo: usiamo il linguaggio per
descrivere la realtà. Una proposizione singola fornisce una descrizione
appropriata, anche se parziale, della realtà se le cose stanno in un certo
modo, una descrizione inappropriata altrimenti. Per comprendere una
proposi-zione dobbiamo sapere quali sono le circostante in cui la descrizione
della realtà che essa offre è ap-propriata, dobbiamo sapere come deve essere
fatto il mondo affinché essa sia vera. Possiamo anche esprimerci così: per
comprendere una proposizione dobbiamo conoscere le sue ‘condizioni di veri-tà’.
Evitiamo di fraintendere. Conoscere le condizioni di verità di una proposizione
è molto diverso dal sapere se essa sia, di fatto, vera o falsa, e non bisogna
dunque confondere le due cose. Inoltre, non bisogna assumere che il conoscere
le condizioni di verità di una proposizione equivalga a sapere come si fa, in
pratica, per stabilire se essa è vera. La tesi wittgensteiniana sembra essere
ragionevole, e così anche la sua conseguenza più immediata: una teoria del
significato, ammesso che la si possa elaborare, deve essere imperniata sulla
nozione di verità. Le obiezioni che si possono però muovere a un siffatto modo
di vedere le cose sono moltepli-ci, concentriamoci su alcune di queste. Le
obiezioni possono essere, principalmente, di due tipi. Da un lato si può
concedere che compren-dere una proposizione equivalga a conoscerne le
condizioni di verità, ma respingere l’idea che la nozione di verità sia la
nozione centrale di una teoria del significato (ci sono espressioni per le
quali parlare di condizioni di verità sembra essere assurdo). Dall’altro lato,
si può più radicalmente soste-nere che il significato delle proposizioni non
può essere ridotto a un insieme determinato di condi-zioni di verità. Al
termine ‘proposizione’ preferiamo contrapporre un gergo leggermente più
tecnico, facciamo quindi uso del termine ‘enunciato’; ciò per riferirci a
quelle che talvolta si chia-mano ‘frasi dichiarative’: le frasi per mezzo delle
quali si può fare un’asserzione e delle quali ha sen-so chiedersi se siano vere
o false. La prima obiezione si basa sull’ovvia constatazione che esistono
espressione le quali, pur essendo dotate di significato, non sono enunciati, e
alle quali, di conseguenza, non sono sensatamente attribuibili condizioni di
verità. Ci sono espressioni sintatticamente ben formate che non sono frasi complete,
parole singole o espressioni come ‘valigia pesante’. Che queste espressioni
abbiano un significato è indubbio, ma che si possa parlare di condizioni di
verità sembra essere un’evidente for-zatura. In secondo luogo, ci sono frasi
complete come le interrogative e le imperative. Inevitabilmente, una teoria che
voglia analizzare il significato di queste due sorte di espressioni deve
ricorre a nozioni diverse da quella di verità. Sembra dunque impossibile che
proprio su questa nozione si fondi tutta quanta una teoria del significato.
Cosa si può rispondere a quest’obiezione? Si può voler dire che la nozione di
verità, sebbene non possa essere considerata l’unica nozione di una teoria del
significato, rimane in ogni caso la nozione centrale. Si può sostenere che
anche il significato delle espressioni che non sono enunciati ha a che fare con
la verità. Consideriamo il caso delle parole singole: queste servono a
costruire frasi complete, è di queste in-fatti che ci serviamo per parlare, non
di parole isolate (a meno che le parole singole non fungano esse stesse da
frasi complete). Ci interessa che le parole abbiano un significato perché ci
interessa che abbiano un significato le frasi complete in cui esse figurano.
Conoscere il significato di una pa- 1 rola, comprenderla, equivale in
definitiva a sapere qual è il suo contributo al significato delle frasi: in
particolare alle condizioni di verità degli enunciati. Non è possibile spiegare
in che cosa consista per una parola essere nome di qualcosa e, più in generale,
che cosa sia il significato di una parola qualsiasi se non presupponendo la
nozione di verità. Una teoria del significato deve fare appello alla nozione di
verità anche nell’analisi delle parole singole (questo vale anche per frasi più
complesse che tuttavia non sono frasi complete) (MAH). Vediamo ora il caso
delle frasi complete che non sono enunciati. Se ci si riflette un po’ su, ci si
rende conto che la nostra capacità di capire e di usare correttamente frasi
interrogative e imperative dipende dalla nostra capacità di usare il linguaggio
per descrivere il mondo, il che comporta che si sappia quando una descrizione è
appropriata e quando non lo è, il che ci riporta, ancora una volta, alle
condizioni di verità. Nel caso di domande molto semplici, domande che esigono
come risposta un ‘Sì’ o un ‘No’, ciò è evidente: queste domande (come ‘E
partito il treno per Udine’) corrispondono in modo ovvio a un enunciato, ora è
ovvio che ciò che vuole sapere chi formula la domanda è sapere se questo
enunciato sia vero o falso. É anche chiaro che il rispondere ‘Sì’ alla domanda
equivale al dire che è vero, e rispondere ‘No’ al dire che è falso. A
conclusioni analoghe si perviene riflettendo sui casi delle interrogative che
non richiedono una risposta nei termini di una negazione o un’affermazione, e
delle frasi imperative. La centralità della nozione di verità sembra così
essere confermata. Della seconda obiezioni esistono più varianti, potremmo
perciò formularla come segue. Concentrando l’attenzione sulle condizioni di
verità, si privilegia solo uno degli scopi cui il linguaggio può essere
adibito: la descrizione della realtà, la trasmissione di informazioni su come è
fatto il mondo. E questa è una mossa evidentemente arbitraria. Se si decide di
ignorare la straordinaria varietà degli usi cui gli enunciati possono essere
adibiti nelle circostanze concrete delle vita per concentrarsi in modo
esclusivo sul loro ruolo di veicoli di informazione, ci si condanna ad offrire
del linguaggio un’immagine desolantemente impoverita. Del resto anche se si è
interessati al linguaggio come mez-zo per descrivere la realtà, bisogna
convincersi che anche da questo punto di vista le cose sono assai più
complicate. In primo luogo, il fornire informazione non può mai ridursi al
proferire enunciati in modo casuale e sconnesso: parlando dobbiamo sempre tener
conto della situazione in cui ci troviamo, delle informazioni di cui i nostri
interlocutori già dispongono, delle loro aspettative ecc.; inoltre, ci sono
regole precise di costruzione del discorso, violando le quali ciò che diciamo
potrebbe non esser compreso o risultare folle. Per tutto questo le condizioni
di verità non bastano. In secondo luogo, le condizioni di verità degli
enunciati sono concepite di solito come qualcosa di relati-vamente fisso e
stabile. Di conseguenza, se il contenuto informativo degli enunciati dipendesse
per intero dalle loro condizioni di verità, dovrebbe essere a sua volta
stabile. Ma solo fintanto che si contemplano gl’enunciati prescindendo da ogni
loro impiego effettivo si può avere l’impressione che sia così. Ciò che si può
comunicare con un dato enunciato varia enormemente con il variare dei contesti.
La risposta abituale a questa obiezione consiste nell’evocare la distinzione
tra semantica e pragmatica, una distinzione che risale a un saggio di Morris,
secondo il quale lo studio di una lingua, o di un qualsiasi altro sistema di
segni, si compone di tre parti: sintassi, semantica e pragmatica. La sintassi
si occuperebbe dei segni in quanto tali, prescindendo dalla loro
interpretazione e dal loro uso, la semantica del significato dei segni, e la
pragmatica di ciò che con i segni si può fare, dei loro impieghi concreti.
Un’obiezione come sopra, si può dire, confonde semantica e pragmatica. Qualcuno
potrebbe però voler dire che questa risposta si riduce, nei fatti, ad una mera
stipulazione definitoria. Il problema è se un tale modo di circoscrivere la
semantica disgiungendola dalla pragmatica sia giustificato o meno: se cioè la
decisione di isolare le condizioni di verità da altre dimensione del linguaggio
rispecchi un’articolazione intrinseca della nostra competenza di parlanti,
identifichi un livello realmente fondamentale, e possa costituir una scelta
metodica feconda. Due punti: né il filosofo del linguaggio né il linguista sono
tenuti a rendere conto di tutti gl’usi possibili del linguaggio. Si è tenuti a
rendere conto solo di quelli che potremmo chiamare gl’usi linguistici del
linguaggio (MAH). Se focalizziamo la nostra attenzione su questi usi, possiamo
convincerci che l’idea di partenza mantiene la propria plausibilità: sembra che
la conoscenza delle condizioni di verità degl’enunciati svolga un ruolo
essenziale anche quando sono coinvolti fattori che non sono riducibili alle
condizioni di verità pure e semplici. Non solo è legittimo distinguere
semantica e pragmatica nel modo che si è detto, ma la pragmatica presuppone la
semantica (MAH). Ad esempio si è rilevato come gl’enunciati siano usati spesso
per trasmettere un contenuto informativo Questa pagina non è visibile
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rappresenta. Tuttavia va notato che la nozione di forma è quanto mai elusiva,
come testimonia il gran numero di interpretazioni che ha subito da parte di
studiosi. Vi è poi una seconda complicazione. Una proposizione rappresenta uno
stato di cose solo attraverso la mediazione di un “pensiero”. Il pensiero è
esso stesso un’immagine: un’immagine mentale i cui elementi sono costituenti
psichici. Usando le parole di Wittgenstein si può continuare a dire, come
faceva Frege, che ogni proposizione esprime un pensiero, ma non si può più dire
che il pen-siero espresso è il senso della proposizione: il senso della proposizione
è lo stato di cose di cui è il pensiero è immagine e che la proposizione
stessa, tramite il pensiero, rappresenta (?). Nel caso del linguaggio
ordinario, il rapporto fra una proposizione e il pensiero che essa esprime è
molto intricato. Il motivo è che il linguaggio ordinario è logicamente
imperfetto: “Il linguaggio trave-ste i pensieri. E precisamente così che dalla
forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero
rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi
che quello di far conoscere la forma del corpo” (Cfr. Ricerche filosofiche). É
ben difficile che la strutture di una proposizione elementare del lin-guaggio
ordinario rispecchi fedelmente la struttura del pensiero e dello stato di cose
corrispondenti. Quindi, fintanto che ciò cui ci si riferisce è il linguaggio
ordinario, dire che le proposizione elemen-tari sono immagini significa dire
qualcosa che è corretto solo approssimativamente. Una proposizio-ne del
linguaggio ordinario è un’immagine solo in via derivata, in quanto associata a
quell’immagi-ne vera e propria che è il pensiero. Il pensiero è collegato da un
lato allo stato di cose che rappre-senta in virtù della sua natura di immagine,
dall’altro alla proposizione attraverso una “legge di pro-iezione” circa la
quale il Tractatus non ci fornisce ulteriori notizie. Una proposizione che
rispecchi fedelmente la struttura del pensiero espresso è detta da
Wittgen-stein “completamente analizzata”. Se si vuole evitare ogni travestimento
del pensiero, bisogna ricor-rere per forza ad un linguaggio artificiale
costruito in modo da essere esente da fallacie logiche. La convinzione che il
linguaggio ordinario sia logicamente imperfetto è alla base della concezione
della filosofia che emerge dal Tractatus. Per un verso, “il più delle questioni
e delle proposizioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso, ma
insensato”, perché “si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra
logica del linguaggio”, che ci lasciamo sviare dal modo ingannevole in cui il
linguaggio ordi-nario esprime i pensieri; per un altro verso, “scopo della
filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una
dottrina, ma un’attività. Risultato della filosofia non sono “proposizioni filosofiche”,
ma il chiarirsi di proposizioni”. Wittgenstein rinnegherà il Tractatus per
intero, ma questa concezione della filosofia resterà per lo più immutata. I
nomi che figurano in una proposizione completamente analizzata devono
denominare oggetti di tipo molto speciale: oggetti non identificabili con le
entità che popolano l’ontologia del senso comune (?) e quindi diversi dagli
oggetti associati ai nomi del linguaggio ordinario. Ciò che contraddi-stingue
gli oggetti nominati in una proposizione completamente analizzata dagli oggetti
del senso comune è il requisito della semplicità. L’oggetto deve essere
semplice, ma di questa semplicità il Tractatus non da’ neanche un esempio.
Leggendo i Quaderni che documentano in parte la genesi del Tractatus, si scopre
che una preoccupazione ricorrente di Wittgenstein era proprio quella di non
riuscire a fornire degli oggetti semplici una caratterizzazione esplicita e
diretta. Ne postulava l’esi-stenza non perché ne avesse in mente esempi
specifici, bensì sulla base di considerazioni logiche astratte e generali. In
effetti un’argomentazione vera e propria Wittgenstein non la produce mai. Nel
Tractatus si in-contrano soltanto qua e là affermazioni piuttosto enigmatiche.
Gl’oggetti formano la sostanza del mon-do, perciò non possono essere composti”;
“Se il mondo non avesse una sostanza, l’avere una proposizione senso
dipenderebbe dall’essere un’altra proposizione vera”; “Sarebbe allora
impossibile progettare un’immagine del mon-do (vera o falsa)”. Possiamo
presumere che il ragionamento di Wittgenstein vada ricostruito come se-gue. (I)
Anzitutto, affinché una proposizione abbia senso, bisogna che a ogni nome che
figura in essa corrisponda un oggetto. Questo, come si è osservato sopra, segue
dall’idea che le proposizione elementari siano immagini. Se ai nomi potessero
corrispondere entità complesse, non ci sarebbe a priori nessuna garanzia che ad
un dato nome corrisponda davvero qualcosa. Un’entità complessa consta di entità
più semplici correlate in un certo modo; ora, che sussista una tale
correlazione è un fatto contingente. 5 stato di cose che l’immagine
rappresenta. Tuttavia va notato che la nozione di forma è quanto mai elusiva,
come testimonia il gran numero di interpretazioni che ha subito da parte di
studiosi. Vi è poi una seconda complicazione. Una proposizione rappresenta uno
stato di cose solo attraverso la mediazione di un “pensiero”. Il pensiero è
esso stesso un’immagine: un’immagine mentale i cui elementi sono “costituenti
psichici”. Usando le parole di Wittgenstein si può continuare a dire, come
faceva Frege, che ogni proposizione esprime un pensiero, ma non si può più dire
che il pen-siero espresso è il senso della proposizione: il senso della
proposizione è lo stato di cose di cui è il pensiero è immagine e che la proposizione
stessa, tramite il pensiero, rappresenta (?). Nel caso del linguaggio
ordinario, il rapporto fra una proposizione e il pensiero che essa esprime è
molto intricato. Il motivo è che il linguaggio ordinario è logicamente
imperfetto: “Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente così che dalla
forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero
rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi
che quello di far conoscere la forma del corpo” (Cfr. Ricerche filosofiche). É
ben difficile che la strutture di una proposizione elementare del lin-guaggio
ordinario rispecchi fedelmente la struttura del pensiero e dello stato di cose
corrispondenti. Quindi, fintanto che ciò cui ci si riferisce è il linguaggio
ordinario, dire che le proposizione elemen-tari sono immagini significa dire
qualcosa che è corretto solo approssimativamente. Una proposizio-ne del
linguaggio ordinario è un’immagine solo in via derivata, in quanto associata a
quell’immagine vera e propria che è il pensiero. Il pensiero è collegato da un
lato allo stato di cose che rappre-senta in virtù della sua natura di immagine,
dall’altro alla proposizione attraverso una “legge di pro-iezione” circa la
quale il Tractatus non ci fornisce ulteriori notizie. Una proposizione che
rispecchi fedelmente la struttura del pensiero espresso è detta da
Wittgen-stein “completamente analizzata”. Se si vuole evitare ogni
travestimento del pensiero, bisogna ricor-rere per forza ad un linguaggio
artificiale costruito in modo da essere esente da fallacie logiche. La
convinzione che il linguaggio ordinario sia logicamente imperfetto è alla base
della concezione della filosofia che emerge dal Tractatus. Per un verso, “il
più delle questioni e delle proposizioni che sono state scritte su cose
filosofiche è non falso, ma insensato”, perché “si fonda sul fatto che noi non
comprendiamo la nostra logica del linguaggio”, che ci lasciamo sviare dal modo
ingannevole in cui il linguaggio ordi-nario esprime i pensieri; per un altro
verso, “scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La
filosofia è non una dottrina, ma un’attività. Risultato della filosofia non
sono “proposizioni filosofiche”, ma il chiarirsi di proposizioni”. Wittgenstein
rinnegherà il Tractatus per intero, ma questa concezione della filosofia
resterà per lo più immutata. I nomi che figurano in una proposizione
completamente analizzata devono denominare oggetti di tipo molto speciale:
oggetti non identificabili con le entità che popolano l’ontologia del senso
co-mune (?) e quindi diversi dagli oggetti associati ai nomi del linguaggio
ordinario. Ciò che contraddi-stingue gli oggetti nominati in una proposizione
completamente analizzata dagli oggetti del senso comune è il requisito della
semplicità. L’oggetto deve essere semplice, ma di questa semplicità il
Tractatus non da’ neanche un esempio. Leggendo i Quaderni che documentano in
parte la genesi del Tractatus, si scopre che una preoccupazione ricorrente di
Wittgenstein era proprio quella di non riuscire a fornire degli oggetti
semplici una caratterizzazione esplicita e diretta. Ne postulava l’esi-stenza
non perché ne avesse in mente esempi specifici, bensì sulla base di
considerazioni logiche astratte e generali. In effetti un’argomentazione vera e
propria Wittgenstein non la produce mai. Nel Tractatus si in-contrano soltanto
qua e là affermazioni piuttosto enigmatiche: “Gli oggetti formano la sostanza
del mon-do, perciò non possono essere composti”; “Se il mondo non avesse una
sostanza, l’avere una proposizione senso dipenderebbe dall’essere un’altra
proposizione vera”; “Sarebbe allora impossibile progettare un’immagine del
mon-do (vera o falsa)”. Possiamo presumere che il ragionamento di Wittgenstein
vada ricostruito come se-gue. (I) Anzitutto, affinché una proposizione abbia
senso, bisogna che a ogni nome che figura in essa corrisponda un oggetto.
Questo, come si è osservato sopra, segue dall’idea che le proposizione
elementari siano immagini. (II) Se ai nomi potessero corrispondere entità complesse,
non ci sarebbe a priori nessuna garanzia che ad un dato nome corrisponda
davvero qualcosa. Un’entità complessa consta di entità più semplici correlate
in un certo modo; ora, che sussista una tale correlazione è un fatto
contingente. Pertanto, se ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non
ci sarebbe a priori nessuna garanzia che una data proposizione abbia un senso.
Supponiamo che nella proposizione P figuri il nome N: se a N potesse
corrispondere un’entità complessa C, saremmo sicuri che a N corri-sponde
davvero qualcosa, e quindi che P ha senso, solo se fossimo sicuri che C esiste:
in altri termini, solo se sapessimo già che è vera la proposizione P’ la quale
asserisce che gli elementi costituitivi di C sono correlati in quel certo modo.
Come dice Wittgenstein, “l’avere una proposi-zione senso dipenderebbe
dall’essere un’altra proposizione vera”. Ma questo sarebbe assurdo. Se una
proposizione abbia senso oppure no deve essere chiaro a priori. É inconcepibile
che la sensatezza o l’insensatezza di una proposizione possa essere
“sco-perta”. Se, per essere sicuri che una proposizione è sensata, dovessimo
sempre aver stabilito pri-ma la verità di un’altra proposizione, si genererebbe
un regresso all’infinito, e noi non potrem-mo mai sapere se, parlando, stiamo
dicendo alcunché di determinato. Non saremmo mai in gra-do di “progettare
un’immagine del mondo vera o falsa”. Devono esserci oggetti semplici e sono gli
oggetti semplici che devono corrispon-dere ai nomi del nostro linguaggio. In
questo ragionamento, la corrispondenza tra entità complesse e oggetti semplici
viene fatta coincidere con quella tra entità la cui esistenza è un fatto
contingente ed entità la cui esistenza è in-vece necessaria e nota a priori. “É
manifesto che un mondo, per quanto diverso sia pensato da quello reale, pure
deve avere in comune con il mondo reale qualcosa una forma —”; “Questa forma
fissa consta appunto degli oggetti”. La proposizione non è dunque un’immagine
vera e propria: la sua struttura non rispecchia la struttura di uno stato di
cose perché i costituenti ultimi di uno stato di cose sono sempre oggetti
semplici, mentre Piero e Marco sono entità complesse. I termini ‘Piero’ e
‘Marco’ non sono nomi del tipo che a Wittgenstein interessa. Questo però non
implica che sia priva di senso. Grazie alla mediazione del pensiero un senso ce
l’ha (?), ma per esplicitarlo adeguatamente bisognerebbe ri-correre a
proposizioni con una struttura del tutto diversa: a proposizioni completamente
analizzate. Si può finalmente comprendere perché ai nomi non si possa
attribuire, a suo avviso, un senso di tipo descrittivo come quello cui pensava
Frege. Identificare un oggetto attraverso una descrizione vuole dire
identificarlo riferendosi ad uno stato di cose di cui esso fa parte. Ma il sussistere
di uno stato di cose è sempre un fatto contingente, mentre la correlazione di
un nome con l’oggetto che ne costi-tuisce il significato deve essere garantita
a priori. Pertanto, ciò che istituisce la correlazione nome/oggetto non può
essere una descrizione dell’oggetto stesso. Vediamo ora cosa Wittgenstein
sostiene riguardo le proposizioni complesse. La sua idea è che le proposizioni
complesse siano funzioni di verità delle proposizioni elementari che figurano
come loro costituenti. Supponiamo che le proposizioni elementari che figurano
nella proposizione com-plessa P siano P1, …, Pn. Allora dire che P è una
funzione di verità di P1, …, Pn equivale a dire che il valore di verità di P
dipende esclusivamente dai valori di verità di P1, …, Pn (negazione,
congiun-zione, disgiunzione, condizionale…). Per visualizzare il modo in cui il
valore di verità di una proposizione costruita per mezzo di un dato connettivo
dipende dai valori di verità delle proposizioni costituenti, Wittgenstein
propone un artificio grafico: le cosiddette ‘tavole di verità’. Tavola di
verità della negazione: P¬ PT (1)F (0)F (0)T (1). Tavola di verità della
congiunzione: Tavola di verità della disgiunzione (inclusiva): Wittgenstein
osserva che le tavole di verità, così come sono, potrebbero addirittura fungere
da pro-posizioni complesse di un linguaggio artificiale: ad esempio, le tre
tavole di verità sopra riportate potrebbero essere usate in luogo di ¬ P,(P ^
Q),(P ∨ Q). Se si seguisse questo
suggerimento si di-sporrebbe di un simbolismo autoesplicativo ma anche
enormemente ingombrante. Notiamo ora una grossa differenza tra Frege e
Wittgenstein nel modo di concepire i connettivi logici. Per Frege ogni
connettivo denota una certa funzione che associa valori di verità a valori di
verità (dove i valori di verità vanno pensati come oggetti). Frege avrebbe
dunque interpretato la tavola di verità per un connettivo come un modo per
descrivere la funzione da esso denotata. Per Wittgenstein, invece, i connettivi
non denotano nulla. Tutto quel che c’è da dire circa un connettivo è che esso
consente di costruire proposizioni complesse il cui essere vere o false
dipende, secondo certe modalità determinate, dall’essere vere o false le
proposizioni costituenti. Chiedersi che cosa denoti un connettivo è, per
Wittgenstein, come chiedersi che cosa denotino le parentesi. A queste
considerazioni circa le proposizioni complesse è strettamente collegata la
concezione wittgensteiniana della logica. Né Frege né Russell avevano saputo
spiegare che cosa contraddistingue una proposizione logica da una proposizione
di altro tipo, e questo era proprio uno degli obbiettivi di Wittgenstein nella
stesura del Tractatus. Se si pensa ancora una volta al valore di verità di una
pro-posizione complessa come determinato dai valori di verità dei suoi
costituenti elementari, si può constare che ci sono due casi limite: quello in
cui una proposizione complessa risulta vera, e quello in cui una proposizione
complessa risulta essere falsa, per tutte le possibili combinazioni di verità
dei costituenti elementari. Una proposizione del primo tipo Wittgenstein la
chiama ‘tautologia’, una del secondo tipo ‘contraddizione’. Ciò che
Wittgenstein sostiene circa la natura della logica è che essa consta per intero
di tautologie. É l’essere una tautologia ciò che contraddistingue una
proposizione logica da qualsiasi altra. Una pro-posizione logica non è tale per
via del suo contenuto ma, piuttosto, perché non ha contenuto, per-ché non dice
nulla. Le tautologie non possono fornirci alcuna informazione sulla realtà. Il
loro inte-ressa sta nel fatto che, essendo vere in virtù delle sole regole del
linguaggio, esse ci mostrano come questo funzioni. Avevamo detto che il senso
di una proposizione elementare è lo stato di cose che la proposizione rappresenta.
Alle proposizioni complesse questa nozione di senso non può essere applicata
senza modifiche. Il motivo è che, se P è una proposizione complessa, non c’è
uno stato di cose di cui si possa ragionevolmente dire che è rappresentato da
P. Tuttavia, se Wittgenstein ha ragione nel dire che tutte le proposizioni
complesse sono funzioni di verità dei loro costituenti proposizionali
ele-mentari, l’essere P vera o falsa dipende pur sempre dal sussistere o non
sussistere di certi stati di cose. Ciò che Wittgenstein dunque propone è di
identificare il senso di P con quelle combinazioni del sussistere e non
sussistere degli stati di cose S1, …, Sn per le quali P risulta vero. “Il senso
della PQP ^ QTTTTFFFTFFFFPQP ∨
QTTTTFTFTTFFF 7 Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti
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contribuire in maniera appropriata. A tale fine bisogna che ciascuno si attenga
a quattro “massime”: CASALEGNO “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO”:1.SIGNIFICATO E
CONDIZIONI DI VERITA’:-“TRATTATO LOGICO-FILOSOFICO” di Wittgenstein: CAPIRE UNA
PROPOSIZIONE SIGNIFICA SAPERE COSA ACCADE SE ESSA E’VERA(alla base deve esserci
la nozione di verità)-LINGUAGGIO: usato x descrivere la realtà, attraverso la
PROPORZIONE che fornisce una descrizione della realtà= X COMPRENDERLA DOBBIAMO
SAPERE QUALI SONO LE CIRCOSTANZE IN CUI LA PROPORZIONE E’ APPROPIATA,DOBBIAMO
CONOSCERE LE SUE CONDIZIONI DI VERITA’(circostanze in cui essa è vera) FRA
INTENDIMENTI POSSIBILI: CONOSCERE LE CONDIZIONI DI VERITA’ DI UNA PROPOSIZIONE
E’ DIVERSO DAL SAPERE SE E’ V O F Es: l’uomo + alto del mondo è bruno = NON SO
SE E’ VERA MA CONOSCO LE CONDIZIONI DI VERITA’ES: Napoleon was defeated by
Nelson = E’ VERA,MA NON CONOSCO L’INGLESE E NON CONOSCO LE SUE CONDIZIONI DI
VERITA’ CONOSCERE LE CONDIZIONI DI VERITA’ DI UNA PROPOSIZIONE EQUIVALE A
SAPERE COME SI FA X STABILIRE SE ESSA E’ VERAEs: La luna ha un diametro
superiore ai tremila km= CONOSCO BENE LE CONDIZIONI DI VERITA’,MA NON CONOSCO
IL METRO X VALUTARE IL DIAMETRO DELLA LUNA XCIO’ NON SO COME SI FA A STABILIRE
SE ESSA E’ VERA- PROPOSIZIONE=FRASE DICHIARATIVA(x mezzo della quale si può
fare un asserzione e ha senso chiedersi se è v o f) = ENUNCIATO*tesi è
plausibile ma può essere soggetta a critiche,2 obiezioni:1.ESPRESSIONI DOTATE
DI SIGNIFICATO,MA NON ENUNCIATI ALLE QUALI NON HA SENSO ATTRIBUIRE CONDIZIONI
DI VERITA’: espressioni sintatticamente ben formate che non sono frasi complete-PAROLE
SINGOLE, ESPRESSIONI COME “VALIGIA PESANTE”, FRASI INTERROGATIVE
ESCLAMATIVE(Dov’è l’ombrello?, Mi porti il conto!*LA NOZIONE DI VERITA’ NON E’
L’UNICA MA E’ CENTRALE NELLA TEORIA DEL SIGNIFICATO: anche nell’analisi delle
PAROLE SINGOLE,ESPRESSIONI COMPLESSE E FRASI COMPLETE CHE NON SONO ENUNCIATI,
LA NOZIONE DI CONDIZIONE DI VERITA’ NON E’ SUFFICIENTE X UN’ANALISI ADEGUATA
DEL SIGNIFICATO DEGLI ENUNCIATI - concentrando l’attenzione sulle condizioni di
verità si privilegia la descrizione della realtà, ma questo atteggiamento è
arbitrario: UN INDIVIDUO PUO’ PROFERIRE ENUNCIATI X + FINI E IN TUTTI I CASI
NON HA MOLTA IMP SE GLI ENUNCIATI SONO V O F parlando dobbiamo tenere conto
della situazione in cui ci troviamo, delle info che possiedono i nostri
interlocutori, delle loro aspettative e delle regole della costruzione del
discorso -GLI ENUNCIATI HANNO CONDIZIONI DI VERITA’ CORRISPONDENTI AL LORO
“SIGNIFICATO LETTERALE”, MA E’INSUFFICIENTE X CAPIRE CIO’ CHE QUELL’ENUNCIATO
PUO’ VOLER DIRE UN PARLANTE IN UN CONTESTO CONCRETO. Morri s= lo studio della
lingua si divide in 3 parti: SINTASSI: studia segni in quanto tali. SEMANTICA:
STUDIO DEGLI ASPETTI DI SIGNIFICATO CHE HANNO ACHE FARE CON LE CONDIZIONI DI
VERITA PRAGMATICA: si occupa di ciò che con i segni si può fare,dei loro
impegni concreti*GRICE: - conversazione = ATTIVITA’ COOPERATIVA ALLE QUALE I
PARTECIPANTI DEVONO CONTRIBUIRE IN MANIERA APPROPRIATA, dobbiamo rifarci a 4
massime:1.QUANTITA’ = giusta via di mezzo 2. QUALITA’= non dire cs false 3. RELAZIONE
= cose pertinenti 4. MODO= parlare in modo chiaro e ordinato*massime violate x
comunicare qualcosa che va al di là del significato letterale= IMPLICATURA
CONVERSAZIONALE. FREGE:primo filosofo analitico-contribuisce alla nascita della
logica moderna -inventa IDEOGRAFIA: linguaggio formale *Ritiene che alla base
della filosofia ci sia la teoria del significato-è diffidente verso il
linguaggio ordinario, è strumento inaffidabile= x questo crea l’ideografia-LA
FILOSOFIA DEVE LIBERARE IL PENSIERO DAI VINCOLI DELLA PAROLA-TEORIA SEMANTICA:
riguardo alla natura del significato linguistico generale 1. SINN: senso
(OGGETTIVO,NOZIONE LOGICA)2.BEDETUNG:significato= riferimentoEs: Aristotole=
SIGNIFICATO è l’individuo Aristotele. La montagna + alta al mondo = SIGNIFICATO
è il Monte Everest TERMINI SINGOLARI nomi propri E’ ABBREVIAZIONE DI UNA
DESCRIZIONE D. es: Totò, Grazia, New York descrizioni definite= ARTICOLO DET
SING + NOME SINGOLARE es: IL marito di Luisa- UN NOME HA SENSI DIVERSI, x
diversità di parlanti e tempi differenti=difetto del linguaggio naturale -le
espressioni hanno un significato in virtù del loro senso senso diverso da
rappresentazione = E’ SOGGETTIVA,PRIVATA, NOZIONE
PSICOLOGICA:IMMAGINI,SENSAZIONI,STATI D’ANIMO CHE EVOCANO PAROLE -GLI ENUNCIATI
HANNO CONDIZIONI DI VERITA’ CORRISPONDENTI AL LORO “SIGNIFICATO LETTERALE”, MA
E’INSUFFICIENTE X CAPIRE CIO’ CHE QUELL’ENUNCIATO PUO’ VOLER DIRE UN PARLANTE
IN UN CONTESTO CONCRETO. Morris= lo studio della lingua si divide in 3
parti:1.SINTASSI: studia segni in quanto tali2.SEMANTICA: STUDIO DEGLI ASPETTI
DI SIGNIFICATO CHE HANNO ACHE FARE CON LE CONDIZIONI DI VERITA’3.PRAGMATICA: si
occupa di ciò che con i segni si può fare,dei loro impegni concreti*GRICE:
-conversazione = ATTIVITA’ COOPERATIVA ALLE QUALE I PARTECIPANTI DEVONO
CONTRIBUIRE IN MANIERA APPROPRIATA, dobbiamo rifarci a 4 massime.
QUANTITA’=giusta via di mezzo QUALITA’= non dire cs false 3. RELAZIONE = cose
pertinenti .MODO = parlare in modo chiaro e ordinato*massime violate x
comunicare qualcosa che va al di là del significato letterale= IMPLICATURA
CONVERSAZIONALE 2. FREGE: primo filosofo analitico-contribuisce alla nascita
della logica moderna -inventa IDEOGRAFIA: linguaggio formale *Ritiene che alla
base della filosofia ci sia la teoria del significato-è diffidente verso il
linguaggio ordinario, è strumento inaffidabile= x questo crea l’ideografia- LA
FILOSOFIA DEVE LIBERARE IL PENSIERO DAI VINCOLI DELLA PAROLA-TEORIA SEMANTICA:
riguardo alla natura del significato linguistico generale1.SINN: senso
(OGGETTIVO,NOZIONE LOGICA) BEDETUNG: significato = riferimento Es: Aristotole =
SIGNIFICATO è l’individuo Aristotele. La montagna + alta al mondo= SIGNIFICATO
è il Monte Everest-TERMINI SINGOLARI: * nomi propri = E’ ABBREVIAZIONE DI UNA
DESCRIZIONE D. es: Totò,Grazia,New York *descrizioni definite= ARTICOLO DET
SING+NOME SINGOLARE es: IL marito di Luisa-UN NOME HA SENSI DIVERSI, x
diversità di parlanti e tempi differenti=difetto del linguaggio naturale-le
espressioni hanno un significato in virtù del loro senso-senso diverso da
rappresentazione= E’ SOGGETTIVA,PRIVATA, NOZIONE
PSICOLOGICA:IMMAGINI,SENSAZIONI,STATI D’ANIMO CHE EVOCANO PAROLE Questa pagina
non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! FILOSOFIA DEL
LINGUAGGIO – PAOLO CASALEGNO + DISPENSE.INTRODUZIONEPlatone, Socrate, Medioevo
PREMESSA PARADIGMA CLASSICOFrege Russell Wittgenstein Tarski Quine Putnam
FREGE, “SENSO E SIGNIFICATO”; ENUNCIATI DI IDENTITÀ (A=A/A=B) TERMINI SINGOLARI
(NOMI PROPRI e DESCRIZIONI DEFINITE) ENUNCIATIPREDICATIPRINCIPI (del CONTESTO,
di COMPOSIZIONALITÀ e di SOSTITUIBILITÀ) QUANTIFICATORI RUSSELLLE
DESCRIZIONIDESCRIZIONI INDEFINITEWITTGENSTEINSTATI DI
COSEIMMAGINEFATTORAFFIGURAZIONEFUNZIONI DI VERITÀCONNETTIVI PROPOSIZIONALI
TAUTOLOGIE CONTRADDIZIONI TAVOLE DI VERITÀ LA NOZIONE DI VERITÀ IN LOGICA.
TARSKI LINGUAGGIO OGGETTO e METALINGUAGGIO DEFINIRE LA VERITÀ CONVENZIONE V
COSTANTI (INDIVIDUALI, PREDICATIVE e LOGICHE) SIMBOLI AUSILIARI SODDISFACIMENTO
PARADOSSI VERITÀ RELATIVA AD UN MODELLO CARNAP DESCRIZIONI DI STATO ESTENSIONE
e INTENSIONE POSSIBILITÀ e NECESSITÀ LOGICHE KRIPKE VERITÀ LOGICA MODELLO K
VERBI DI CREDENZA DEISSI (o INDICALI) QUINE DUE DOGMI DELL’EMPIRISMOANALITICO /
SINTETICO RIDUZIONISMO REGOLE SEMANTICHE TEORIA DELLA VERIFICAZIONE. il
significato non può essere ridotto ad un insieme di CDV. OBIEZIONE. Essa si basa
sulla constatazione ovvia che esistono espressioni che, pur avendo significato,
non sono enunciati e quindi non gli si possono attribuire CDV. Tra di esse
troviamo:- espressioni ben formate che non sono complete, come ad ex. “Ogni
student che hanno superato la prova”- frasi complete come le INTERROGATIVE e le
IMPERATIVE, come ad ex. “Dov’è l’ombrello?” o “Mi porti il conto!”Cosa si può
rispondere a questa obiezione???Che la NDV di una teoria del significato ne
resta comunque la nozione centrale, poiché anche il significato delle
espressioni che non sono enunciatti ha a che fare con la verità. Inoltre, non è
possibile spiegare in cosa consista per una parola essere nome di qualcosa se
non presupponendo la NDV. Ancora, la teoria del significato deve fare in ogni
caso appello alla NDV nell’analisi delle parole singole.Questa linea
argomentativa risale a Frege e si può applicare anche alle espressioni
complesse. Riflettedoci, ci si può convincere che la nostra capacità di capire
ed usare frasi interrogative ed imperative dipende dalla nostra capacità di
usare il linguaggio per descrivere il mondo. E ciò comporta sapere quando una
descrizione è appropriata o meno. OBIEZIONE #2.Essa consiste nel sostenere che
la nozione di CDV non è sufficiente per un’analisi adeguata del significato degli
enunciati. Concentrando l’attenzione sulle CDV si privilegia uno solo degli
scopi del linguaggio. Per cui, se si decide di ignorare i vari usi cui gli
enunciati possono essere adibiti per concentrarsi sul loro ruolo di veicoli di
informazione, il linguaggio appare impoverito. Poi, però, bisogna convincersi
che anche da questo punto di vista le cose sono molto più complicate, per due
motivi:- parlando, dobbiamo sempre tener conto della situazione in cui ci
troviamo. Ci sono regole precise di costruzione del discorso e per sapere
questo, conoscere le CDV non basta. - le CDV sono considerate di solito come
qualcosa di fisso e stabile. Se il contenuto informativo degli enunciati
dipendesse dalle CDV dovrebbe essere a sua volta stabile. In realtà, varia col
variare dei contesto. Restano aperte solo due opzioni:- respingere la nozione
di CDV- ammettere che gli enunciate abbiano CDV che corrispondono al loro
SIGNIFICATO LETTERALERISPOSTA = evocate la distinzione tra SEMANTICA e
PRAGMATICA che risale a MORRIS.Secondo Morris, lo studio di una lingua si
compone di:SINTASSI che riguarda i segni in quanto tali;SEMANTICA che riguarda
il significato dei segni;PRAGMATICA che riguarda gli impieghi concreti dei
segni. L’obiezione, dunque, sembra confondere SEMANTICA e PRAGMATICA. Siamo
nella direzione giusta, ma serve qualche integrazione. Qualcuno potrebbe
ribattre che tutto ciò si riduce ad una mera definizione. Il problema è se questo
modo di circoscrivere la semantica sia giustificato. Sottolineiamo due punti.
Non si è tenuti a rendere conto di tutti gli usi possibili del linguaggio - il
significato non può essere ridotto ad un insieme di CDV.OBIEZIONE #1.Essa si
basa sulla constatazione ovvia che esistono espressioni che, pur avendo
significato, non sono enunciate quindi non gli si possono attrbuire CDV. Tra di
esse troviamo:- espressioni ben formate che non sono complete, come ad ex.
“Ogni student che hanno superato la prova”- frasi complete come le
INTERROGATIVE e le IMPERATIVE, come ad ex. “Dov’è l’ombrello?” o “Mi porti l
conto!”Cosa si può rispondere a questa obiezione???Che la NDV di una teoria del
significato ne resta comunque la nozione centrale, poiché anche il significato
delle espressioni che non sono enunciatti ha a che fare con la verità. Inoltre,
non è possibile spiegare in cosa consista per una parola essere nome di
qualcosa se non presupponendo la NDV. Ancora, la teoria del significato deve
fare in ogni caso appello alla NDV nell’analisi delle parole singole.Questa
linea argomenativa risale a Frege e si può applicare anche alle espressioni
complesse. Riflettendoci, ci si può convincere che la nostra capacità di capire
ed usare frasi interrogative ed imperative dipende dalla nostra capacità di
usare il linguaggio per descrivere il mondo. E ciò comporta sapere quando una
descrizione è appropriata o meno. OBIEZIONE #2. Essa consiste nel sostenere che
la nozione di CDV non è sufficiente per un’analisi adeguata del significato degli
enunciate. Concentrando l’attenzione sulle CDV si privilegia uno solo degli
scopi del linguaggio. Per cui, se si decide di ignorare i vari usi cui gli
enunciati ossono essere adibiti per concentrarsi sul loro ruolo di veicoli di
informazione, il linguaggio appare impoverito. Poi, però, bisogna convincersi
che anche da questo punto di vista le cose sono molto più complicate, per due
motivi. Parlando, dobbiamo sempre tener conto della situazione in cui ci
troviamo. Ci sono regole precise di costruzione del discorso e per sapere
questo, conoscere le CDV non basta. - le CDV sono considerate di solito come
qualcosa di fisso e stabile. Se il contenuto informativo degli enunciatti
dipendesse dalle CDV dovrebbe essere a sua volta stabile. In realtà, varia col
variare dei contesto. Restano aperte solo due opzioni:- respingere la nozione
di CDV- ammettere che gli enunciate abiano CDV che corrispondono al loro
SIGNIFICATO LETTERALE RISPOSTA = evocate la distinzione tra SEMANTICA e
PRAGMATICA che risale a MORRIS. Secondo Morris, lo studio di una lingua si
compone di: SINTASSI che riguarda i segni in quanto tali; SEMANTICA che
riguarda il significato dei segni; PRAGMATICA che riguarda gli impieghi concreti
dei segni. L’obiezione, dunque, sembra confondere SEMANTICA e PRAGMATICA. Siamo
nella direzione giusta, ma serve qualche integrazione. Qualcuno potrebbe
ribattere che tutto ciò si riduce ad una mera definizione. Il problema è se
questo modo di circoscrivere la semantica sia giustificato. Sottolineiamo due
punti. Non si è tenuti a rendere conto di tutti gli usi possibili del
linguaggio è legittima la distinzione tra semantica e pragmatica e, anzi, la
pragmatica presuppone la semantica, Questo secondo punto è messo bene in luce
dalla TEORIA DELLE IMPLICATURE CONVERSAZIONALI di GRICE, secondo cui una
conversazione è un’attività cooperativa alla quale i partecipanti devono
contribuire in modo appropriato; per questo è necessario che ciascuno si avvnga
a massime sotto quattro categorie conversazionali (alla funzioni di Kant): CATEGORIA
CONVERSAZIONALE DELLA QUANTITÀ: fornire informazioni né minori né maggiori di
quanto richiesto al momento. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DELLA QUALITÀ: non dire
cose che credi false o per cui non ci sono prove adeguate. FUNZIONE
CONVERSAZIONALE DELLA RELAZIONE: dire cose perttnenti. FUNZIONE CONVERSAZIONALE
DEL MODO: essere perspicuo -- parlare in modo chiaro ed ordinato, evitando
oscurità ed ambiguità - è legittima la distinzione tra semantica e pragmatica
e, anzi, la pragmatica presuppone la semantica. Questo secondo punto è messo
bene in luce dalla TEORIA DELLE IMPLICATURE CONVERSAZIONALI di GRICE, secondo
cui una conversazione è un’attività cooperativa alla quale i partecipanti
devono contribuire in modo appropriato; per questo è necessario che ciascuno si
attenga a 4 massime. CATEGORIA CONVERSAZIONALE DELLA QUANTITÀ: fornire
informazioni né minori né maggiori di quanto richiesto al momento. QUALITÀ: non
dire cose che credi false o per cui non ci sono prove adeguate3- RELAZIONI:
dire cose pertinenti. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DEL MODO: essere perspicuo.
parlare in modo chiaro ed ordinato, evitando oscurità ed ambiguità. Nome
compiuto: Paolo Stefano Casalegno. Paolo Casalegno. Keywords: filosofia
linguistica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Casalegno,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Casanova: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del desiderio
omoerotico – scuola di Venezia – scuola veneta -- filosofia veneziana – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano.
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Vneto. Grice: “It is fascinating
to analyse what Casanova calls ‘piegadura’, or ‘piegadure,’ in the plural –
bendings – my implicatura is a bit like his piegadura, only less acute!” --
Grice: “I would hardly call Casanova a philosopher, but my wife hardly would
not!” -- Giacomo Casanova ritratto dal fratello Francesco Giacomo Girolamo
Casanova (Venezia) avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, esoterista,
diplomatico, finanziere, scienziato, filosofo e agente segreto della
Serenissima italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. Benché di
lui resti una produzione letterariatra trattati e testi saggistici d'argomento
vario (s'occupò, nell'ampia gamma dei suoi interessi, perfino di matematica) e
opere letterarie in prosa come in versivastissima, viene a tutt'oggi ricordato
principalmente come un avventuriero e, per via della sua vita amorosa a dir
poco movimentata, come colui che fece del proprio nome l'antonomasia del soave
e raffinato seduttore e libertino. A tutt'oggi un playboy viene spesso chiamato
"C.". A questa sua fama di grande conquistatore di donne
contribuì verosimilmente la sua opera più importante e celebre: Histoire de ma
vie (Storia della mia vita), in cui l'autore descrive, con la massima
franchezza (pur non per questo privandosi d'anedotti romanzeschi e alcuni
abbellimenti), le sue avventure, i suoi viaggi e, soprattutto, i suoi
innumerevolissimi incontri galanti. L'Histoire è scritta in francese: tale
scelta linguistica fu dettata principalmente da motivi di diffusione
dell'opera, in quanto all'epoca il francese era la lingua più conosciuta e
parlata dalle élite d'Europa. Fra corti e salotti vari, si ritrovò a
vivere, quasi senza rendersene conto, un momento di svolta epocale della
storia, non comprendendo affatto lo spirito di fortissimo rinnovamento che
avrebbe fatto virare la storia in direzioni mai percorse prima; rimase infatti
ancorato fino alla fine dei propri giorni ai valori, precetti e credenze
dell'ancien régime e della sua rispettiva classe dominante, l'aristocrazia,
alla quale era stato escluso per nascita e della quale cercò disperatamente di
far parte, anche quando essa era ormai irrimediabilmente avviata al crepuscolo,
per tutta la propria vita. Tra le personalità eccelse dell'epoca che ebbe modo
di conoscere personalmente, e di cui ci ha lasciato testimonianza diretta, si
possono citare Jean-Jacques Rousseau, Voltaire, Madame de Pompadour, Wolfgang
Amadeus Mozart, Benjamin Franklin, Caterina II di Russia e Federico II di
Prussia. Dalla nascita alla fuga dai Piombi. Venezia, Calle della Commedia
(ora Malipiero) Giacomo Girolamo C. nacque a Venezia, in Calle della Commedia
(ora Calle Malipiero), nei pressi della chiesa di San Samuele, dove fu anche
battezzato, il 2 aprile del 1725. Molte opere enciclopediche o
letterarie recano erroneamente i nomi di battesimo Giovanni Giacomo, la cui
origine è sicuramente da ricercarsi nella pubblicazione dell'opera del 1835
Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo
XVIII e de' contemporanei, Emilio De Tipaldo, in cui l'autore della voce
relativa al C., Bartolomeo Gamba, intestò erroneamente la voce a un certo
Giovanni Giacomo C.. Successivamente, l'errore fu ripetuto nella voce su C.
dell'Enciclopedia Treccani e da allora è spesso riapparso. Si può leggere
il nome corretto nel documento relativo al battesimo del C.. «Addì
Giacomo Girolamo fig.o di D. Gaietano Giuseppe C. del q.(uondam) Giac.o
Parmegiano comico, et di Giovanna Maria, giogali, nato il 2 corr. battezzato
daGio. Batta Tosello sacerd. di chiesa de licentiaComp. il signor Angelo Filosi
q.(uondam) Bartolomeo stà a S. Salvador. Lev. Regina Salvi.» (Storia
della mia vita, Mondadori) Il padre, Gaetano C., era un attore e ballerino parmigiano
di remote origini spagnole (almeno stando alla dubbia genealogia tracciata dal C.
all'inizio dell'Histoire, gli avi paterni sarebbero stati originari di
Saragozza, nell'Aragona[E 3]), mentre la madre, Zanetta Farussi, era un'attrice
veneziana che, nella sua professione, ebbe di gran lunga maggior successo del
marito, dato che la troviamo menzionata persino da Carlo Goldoni nelle sue
Memorie, ove la definì: "...una vedova bellissima e assai valente".
La voce popolare lo considerava frutto di una relazione adulterina della madre
con il patrizio veneziano Michele Grimani[E 4] e C. stesso affermò, seppur in
maniera criptica nel suo libello Né amori né donne, di essere figlio naturale
del patrizio. Ma ulteriori indizi a suffragio della tesi potrebbero derivare
dal fatto che, dopo la morte del padre, i Grimani si presero cura di lui con
un'assiduità che appare andasse oltre i normali rapporti di protezione e
liberalità che le famiglie patrizie veneziane praticavano nei confronti delle
persone che, a qualche titolo, avevano servito la casata. Il che troverebbe
conferma anche nel fatto che la giustizia della Repubblica, solitamente
piuttosto severa, non infierì mai particolarmente nei suoi confronti. Dopo la
sua nascita, la coppia ebbe altri cinque figli: Francesco, Giovanni Battista,
Faustina Maddalena, Maria Maddalena Antonia Stella e Gaetano Alvise.
Chiesa di San Samuele, Venezia Rimasto orfano di padre a soli otto anni
d'età ed essendo la madre costantemente in viaggio a causa della sua
professione, Giacomo fu allevato dalla nonna materna Marzia Baldissera in
Farussi. Da piccolo era di salute cagionevole e per questo motivo la nonna lo
condusse da una fattucchiera che, eseguendo un complicato rituale, riuscì a
guarirlo dai disturbi da cui era affetto. Dopo quell'esperienza infantile,
l'interesse per le pratiche magiche lo accompagnerà per tutta la vita, ma lui
stesso era il primo a ridere della credulità che tanti manifestavano nei
confronti dell'esoterismo. All'età di nove anni fu mandato a Padova, dove
rimase fino al termine degli studi; s'iscrisse all'università dove, come
ricorda nelle Memorie, si sarebbe laureato in diritto; la questione
dell'effettivo conseguimento del titolo accademico è molto controversa: infatti
C. descrive nelle Memorie gli anni passati all'Padova, sostenendo di essersi
laureato. Analoga affermazione risulta anche dalla dedica dell'opera del 1797 a
Leonard Snetlage, il cui frontespizio reca scritto A Leonard Snetlage, Docteur
en droit de l'Université de Gottingue, Jacques C., docteur en droit de
l'Universitè de Padoue. Inoltre da documenti risulta che il C. abbia lavorato
nello studio dell'avvocato Marco Da Lezze, dal che si era presunto che,
compiuti gli studi e conseguita la laurea, fosse andato a compiere il
praticantato presso il Da Lezze. Nonostante queste fonti, il primo a dubitare
del titolo conseguito dal C. fu Pompeo Molmenti, ma ben presto gli studi del
Brunelli, il quale aveva reperito documenti che dimostravano in modo certo
l'avvenuta immatricolazione al primo anno e le successive iscrizioni, convinsero
tutti gli autori dell'effettivo conseguimento del titolo accademico; in tal
senso, tra i tanti, anche James Rives Childs (C.). Successivamente Enzo
Grossato pose nuovamente in dubbio il conseguimento del titolo rifacendosi ai
registri di laurea, i quali non menzionano il nome del veneziano. Dello stesso
avviso Piero Del Negro, il quale rilevò che, oltre ai registri consultati dal
Grossato, anche un ulteriore codice, il Registro dottorati 1737 usque ad 1747,
non riportava il nome del C.; inoltre egli constatò che il C. non aveva mai
parlato del titolo se non in epoca tarda, quando ormai ricostruire la
circostanza sarebbe stato difficile per chiunque. Terminati gli studi,
Giacomo C. viaggiò a Corfù e a Costantinopoli, per poi rientrare a Venezia nel
1742. Nella sua città natale ottenne un impiego presso lo studio dell'avvocato
Marco da Lezze. La nonna Marzia Baldissera morì. Con la morte della nonna, alla
quale era legatissimo, si chiuse un capitolo importante della sua vita: la
madre decise di lasciare la bella e costosa casa in Calle della Commedia e di
sistemare i figli in modo economicamente più sostenibile. Questo evento segnò
profondamente Giacomo, togliendogli un importante punto di riferimento. Nello
stesso anno fu rinchiuso, a causa della sua condotta piuttosto turbolenta, nel
Forte di Sant'Andrea dalla fine di marzo alla fine di luglio. Più che
l'applicazione di una pena, fu un avvertimento tendente a cercare di
correggerne il carattere. Messo in libertà, partì, grazie ai buoni uffici
materni, per la Calabria, al seguito del vescovo di Martirano che si recava ad
assumere la diocesi. Una volta giunto a destinazione, spaventato per le
condizioni di povertà del luogo, chiese e ottenne congedo. Viaggiò a Napoli e a
Roma, dove nel 1744 prese servizio presso il cardinal Acquaviva, ambasciatore
della Spagna presso la Santa Sede. L'esperienza si concluse presto, a causa
della sua condotta imprudente: infatti aveva nascosto nel Palazzo di Spagna,
residenza ufficiale del cardinale, una ragazza fuggita di casa.
Targa commemorativa su Palazzo Malipiero Nel febbraio del 1744 arrivò ad
Ancona, dove era già stato sette mesi prima. Durante il primo soggiorno nella
città era stato costretto a passare la quarantena nel lazzaretto, dove aveva
intessuto una relazione con una schiava greca, alloggiata nella camera
superiore alla sua.[E 9] Fu però durante il suo secondo soggiorno ad
Ancona che C. ebbe una delle sue più strane avventure: si innamorò di un
seducente cantante castrato, Bellino, convinto che si trattasse in realtà di
una donna. Fu solo dopo una corte serrata che C. riuscì a scoprire ciò che
sperava: il castrato era in realtà una ragazza, Teresa (con cui avrà il figlio
illegittimo Cesarino Lanti), che, per sopravvivere dopo essere rimasta orfana,
si faceva passare per un castrato in modo da poter cantare nei teatri dello
Stato della Chiesa, dove era vietata la presenza di donne sul palcoscenico. Il
nome di Teresa ricorre spesso nel testo dell'Histoire, a testimonianza dei
molti incontri avvenuti, negli anni, nelle capitali europee dove Teresa mieteva
successi con le sue interpretazioni. Ritornò quindi a Venezia e, per un certo
periodo, si guadagnò da vivere suonando il violino nel teatro di San Samuele,
di proprietà dei nobili Grimani che, alla morte del padre, avvenuta
prematuramente, avevano assunto ufficialmente la tutela del ragazzo,
avvalorando la voce popolare secondo la quale uno dei Grimani, Michele, fosse
il vero padre di Giacomo. Nel 1746 avvenne l'incontro con il patrizio
veneziano Matteo Bragadin, che avrebbe migliorato sostanzialmente le sue
condizioni. Colpito da un malore, il nobiluomo fu soccorso da C. e si convinse
che, grazie a quel tempestivo intervento, aveva potuto salvarsi la vita. Di
conseguenza prese a considerarlo quasi come un figlio, contribuendo, finché
visse, al suo mantenimento. Nelle ore concitate in cui assisteva Bragadin, C.
venne in contatto con i due più fraterni amici del senatore, Barbaro e Dandolo;
anch'essi gli si affezionarono profondamente e, finché vissero, lo tennero
sotto la loro protezione. La frequentazione con i nobili attirò l'interesse
degli Inquisitori di Stato e C., su consiglio di Bragadin, lasciò Venezia in
attesa di tempi migliori. Nel 1749 incontrò Henriette, che sarebbe stata
forse il più grande amore della sua vita. Lo pseudonimo nascondeva
probabilmente l'identità di una nobildonna di Aix-en-Provence, forse Adelaide
de Gueidan. Su questa e su altre identificazioni, i "casanovisti" si
sono accapigliati per decenni. In linea di massima, come è stato sostenuto da
molti studiosi, i personaggi citati nelle Memorie sono reali. Al più,
l'autore potrebbe essersi cautelato con qualche piccola accortezza: spesso,
trattandosi di donne sposate, alcune sono citate con le iniziali o con nomi di
fantasia, talvolta l'età viene un po' modificata per galanteria o per vanità
dell'autore che non amava riferire di avventure con donne considerate, con i
criteri di allora, in età matura, ma in generale le persone sono identificabili
e anche i fatti riferiti sono risultati corretti e riscontrabili. Innumerevoli
identificazioni e notizie documentali hanno confermato il racconto. Se
qualche errore c'è stato, lo si deve anche al fatto che, all'epoca in cui
furono scritte le Memorie, erano passati molti anni dai fatti e, per quanto
l'autore si possa essere aiutato con diari o appunti, non era facile
incasellare cronologicamente gli eventi. Ogni tanto l'autore si faceva però
trascinare dalla sua visione teatrale delle cose e non rinunciava a qualche
"colpo di teatro", il che peraltro contribuisce a rendere la lettura
più piacevole. Il problema dell'attendibilità del racconto casanoviano è
tuttavia molto complesso: ciò che è difficile o, in molti casi, impossibile da
valutare è se i rapporti che C. riferisce di aver intrattenuto con i personaggi
siano rispondenti alla realtà dei fatti. Taluni studiosi hanno ritenuto che nel
corpus delle Memorie siano stati inseriti dei passaggi totalmente romanzati e
di pura invenzione, basati comunque su personaggi storicamente esistiti ed
effettivamente presenti nel luogo e nel tempo della descrizione. Il caso
più clamoroso è quello che riguarda la relazione di C. con suor M.M.e i
conseguenti rapporti con l'ambasciatore di Francia De Bernis. Si tratta di una
delle parti più valide dell'opera dal punto di vista letterario e stilistico.
Il ritmo del racconto è serratissimo e la tensione emotiva dei personaggi di
straordinario realismo. Secondo alcuni studiosi il racconto è assolutamente
veritiero e si è ripetutamente tentata l'identificazione della donna, secondo
altri il racconto è di pura fantasia e basato sulle confidenze del cuoco
dell'ambasciatore (tale Rosier), che effettivamente C. conosceva molto bene. La
diatriba tra le varie tesi continuerà ma, comunque stiano le cose, il valore
dell'opera non cambia, perché ciò che perde il C. memorialista lo guadagna il C.
romanziere. Rientrato a Venezia decide di partire per Parigi. A Milano si
incontra con l'amico Antonio Stefano Balletti, figlio della celebre attrice
Silvia, e con lui proseguì alla volta della capitale francese. Durante il
viaggio, a Lione, C. aderì alla Massoneria. Non sembra che la decisione fosse
ascrivibile a inclinazioni ideologiche, ma piuttosto alla pratica esigenza di
procurarsi utili appoggi. «Ogni giovane che viaggia, che vuol conoscere
il mondo, che non vuol essere inferiore agli altri e escluso dalla compagnia
dei suoi coetanei, deve farsi iniziare alla Massoneria, non fosse altro per
sapere superficialmente cos'è. Deve tuttavia fare attenzione a scegliere bene
la loggia nella quale entrare, perché, anche se nella loggia i cattivi soggetti
non possono far nulla, possono tuttavia sempre esserci e l'aspirante deve guardarsi
dalle amicizie pericolose.» (C., Memorie) Ottenne qualche risultato:
infatti molti personaggi incontrati nel corso della sua vita, come Mozart e
Franklin erano massoni e alcune facilitazioni ricevute in varie occasioni
sembrerebbero dovute ai benefici derivanti dal far parte di un'organizzazione
ben radicata in quasi tutti i paesi europei. Giunti a Parigi, Balletti presentò
C. alla madre, che lo accolse con familiarità; la generosa ospitalità della
famiglia Balletti si protrasse per i due anni in cui visse nella capitale
francese. Durante la permanenza si applicò allo studio del francese, che
sarebbe divenuto la sua lingua letteraria oltre che, in molti casi, epistolare.
Ritornato a Venezia dopo il lungo soggiorno parigino e altri viaggi a Dresda,
Praga e Vienna, il 26 luglio 1755, all'alba, fu arrestato e ristretto nei
Piombi. Come d'uso all'epoca, al condannato non venne notificato il capo
d'accusa, né la durata della detenzione cui era stato condannato. Ciò, come in
seguito scrisse, si rivelò dannoso, poiché se avesse saputo che la pena era di
durata tutto sommato sopportabile, si sarebbe ben guardato dall'affrontare il
rischio mortale dell'evasione e soprattutto il pericolo della possibile
successiva eliminazione da parte degli inquisitori, i quali, spesso, arrivavano
a operare anche molto lontano dai confini della Repubblica. Questi magistrati
erano l'espressione più evidente dell'arbitrarietà del potere oligarchico che
governava Venezia. Erano insieme tribunale speciale e centrale di spionaggio.
Sui motivi reali dell'arresto si è discusso parecchio. Certo è che il
comportamento di C. era tenuto d'occhio dagli inquisitori e rimangono molte
riferte (rapporti delle spie al soldo degli Inquisitori) che ne descrivevano
minutamente i comportamenti, soprattutto quelli considerati socialmente
sconvenienti. In definitiva l'accusa era quella di "libertinaggio"
compiuto con donne sposate, di spregio della religione, di circonvenzione di
alcuni patrizi e in generale di un comportamento pericoloso per il buon nome e
la stabilità del regime aristocratico. Di fatto, C. conduceva una vita alquanto
disordinata, ma né più né meno di tanti rampolli delle casate illustri: come
questi giocava, barava e aveva anche delle idee abbastanza personali in materia
di religione e, quel che è peggio, non ne faceva mistero. L'arresto
di C. (illustrazione per Storia della mia fuga) Anche la sua adesione alla
Massoneria, che era nota agli Inquisitori, non gli giovava, così come la
scandalosa relazione intrattenuta con "suor M.M.", certamente
appartenente al patriziato, monaca nel convento di S. Maria degli Angeli in
Murano e amante dell'ambasciatore di Francia, abate De Bernis. Insomma,
l'oligarchia al potere non poteva tollerare oltre che un individuo ritenuto
socialmente pericoloso restasse in circolazione. Tuttavia gli appoggi, di
cui certamente poteva disporre nell'ambito del patriziato, lo aiutarono
notevolmente, sia nell'ottenere una condanna "leggera" sia durante la
reclusione, e forse addirittura ne agevolarono l'evasione. La contraddizione è
solo apparente, perché C. fu sempre un personaggio ambivalente: per estrazione
e mezzi faceva parte di una classe subalterna, anche se contigua alla nobiltà,
ma per frequentazioni e protezioni poteva sembrare far parte, a qualche titolo,
della classe al potere. A questo riguardo va anche considerato che il suo
presunto padre naturale, Michele Grimani, apparteneva a una delle famiglie più
illustri dell'aristocrazia veneziana, annoverando ben tre dogi e altrettanti
cardinali. Questa paternità fu rivendicata da C. stesso nel libello Né amori né
donne e sembra che anche la somiglianza di aspetto e di corporatura dei due
avvalorasse parecchio la tesi. Dalla fuga dai Piombi al ritorno a
Venezia Presunto ritratto di Giacomo C., attribuito a Francesco Narici, e
in passato ad Anton Raphael Mengs o al suo allievo Giovanni Battista C.
(fratello di Giacomo) Appena riavutosi dallo shock dell'arresto, C. cominciò a
organizzare la fuga. Un primo tentativo fu vanificato da uno spostamento di
cella. Nella notte fra il 31 ottobre e il 1º novembre 1756 mise in atto il suo
piano: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro nel soffitto
praticato da un compagno di reclusione, il frate Marino Balbi, uscì sul tetto e
successivamente si calò di nuovo all'interno del palazzo da un abbaino.
Passò quindi, in compagnia del complice, attraverso varie stanze e fu infine
notato da un passante, che pensò fosse un visitatore rimasto chiuso all'interno
e chiamò uno degli addetti al palazzo il quale aprì il portone, consentendo ai
due di uscire e di allontanarsi fulmineamente con una gondola. Si
diressero velocemente verso nord. Il problema era seminare gli inseguitori:
infatti la fuga gettava un'ombra sull'amministrazione della giustizia di
Venezia ed era chiaro che gli Inquisitori avrebbero tentato di tutto per
riacciuffare gli evasi. Dopo brevi soggiorni a Bolzano (dove i banchieri Menz
lo ospitarono e aiutarono economicamente), Monaco di iera (dove C. finalmente
si liberò della scomoda presenza del frate), Augusta e Strasburgo, il 5 gennaio
1757 arrivò a Parigi, dove nel frattempo il suo amico De Bernis era divenuto
ministro e quindi gli appoggi non gli mancavano. Illustrazione da
Storia della mia fuga Rinfrancato e trovata una sistemazione, iniziò a
dedicarsi alla sua specialità: brillare in società, frequentando quanto di
meglio la capitale potesse offrire. Conobbe tra gli altri la marchesa d'Urfé
nobildonna ricchissima e stravagante, con la quale intrattenne una lunga
relazione, dilapidando cospicue somme di denaro che lei gli metteva a
disposizione, soggiogata dal suo fascino e dal consueto corredo di rituali
magici. Assiste, come accompagnatore di alcune dame «incuriosite da
quell'orrendo spettacolo» (mentre lui distolse lo sguardo) e di un conte
trevigiano, alla cruenta esecuzione (tramite squartamento) di Robert François
Damiens, che aveva attentato alla vita di Luigi XV. Molto fantasioso,
come al solito, si fece promotore di una lotteria nazionale, allo scopo di
rinsaldare le finanze dello stato. Osservava che questo era l'unico modo di far
contribuire di buon grado i cittadini alla finanza pubblica. L'intuizione era
talmente valida che ancora adesso il sistema è molto praticato. L'iniziativa
venne autorizzata ufficialmente e C. venne nominato "Ricevitore" il
27 gennaio 1758. Nel settembre dello stesso anno, De Bernis fu nominato
cardinale; un mese dopo C. fu incaricato dal governo francese di una missione
segreta nei Paesi Bassi. Al suo ritorno fu coinvolto in un'intricata
faccenda riguardante una gravidanza indesiderata di un'amica, la scrittrice
veneziana Giustiniana Wynne. Di madre italiana e padre inglese, Giustiniana era
stata al centro dell'attenzione per la sua rovente relazione con il patrizio
veneziano Andrea Memmo. Questi aveva cercato in tutti i modi di sposarla, ma la
ragion di stato (lui era membro di una delle dodici famigliecosiddette
apostolichepiù nobili di Venezia) glielo aveva impedito, a causa di alcuni
oscuri trascorsi della madre di lei, e, in seguito allo scandalo che ne era sortito,
i Wynne avevano lasciato Venezia. Giunta a Parigi, trovandosi in stato
interessante e di conseguenza in grosse difficoltà, la ragazza si rivolse per
aiuto a C., che aveva conosciuto a Venezia e che era anche ottimo amico del suo
amante. La lettera con cui implorava aiuto è stata ritrovata[28] ed è singolare
la schiettezza con cui la ragazza si rivolge a C., dimostrando una fiducia
totale in quest'ultimo, tenuto conto dell'enorme rischio a cui si esponeva (e
lo esponeva) nel caso in cui il messaggio fosse caduto nelle mani
sbagliate. C. si prodigò per darle aiuto, ma incorse in una denuncia per
concorso in pratiche abortive, presentata dall'ostetrica Reine Demay in
combutta con un losco personaggio, Louis Castel-Bajac, per estorcere denaro in
cambio di una ritrattazione. Benché l'accusa fosse molto grave, C. riuscì a
cavarsela con la consueta presenza di spirito e fu prosciolto, mentre la sua
accusatrice finì in carcere. L'amica abbandonò l'idea di interrompere la
gravidanza e in seguito partorì nel convento in cui si era rifugiata. Ceduti i
suoi interessi nella lotteria, C. si imbarcò in una fallimentare operazione
imprenditoriale, una manifattura di tessuti, che naufragò anche a causa di una
forte restrizione delle esportazioni derivante dalla guerra in corso. I debiti
che ne derivarono lo condussero per un po' in carcere (agosto 1759). Come al
solito, il provvidenziale intervento della ricca e potente marchesa d'Urfé lo
tolse dall'incomoda situazione.[30] Gli anni successivi furono un intenso
continuo peregrinare per l'Europa. Si recò nei Paesi Bassi, poi in Svizzera,
dove incontrò Voltaire nel castello di Ferney. L'incontro con Voltaire, il
maggior intellettuale vivente all'epoca, occupa parecchie pagine dell'Histoire
ed è riferito nei minimi particolari; C. esordì dicendo che era il giorno più
felice della sua vita e che per vent'anni aveva aspettato di incontrarsi con il
suo "maestro"; Voltaire gli rispose che sarebbe stato ancora più
onorato se, dopo quell'incontro, lo avesse aspettato per altri vent'anni.[31]
Un riscontro obiettivo si trova in una lettera di Voltaire a Nicolas-Claude
Thieriot, datata 7 luglio 1760, in cui la figura del visitatore viene
tratteggiata con ironia. Lo stesso C. non era d'accordo con molte idee di
Voltaire («Voltaire doveva capire che il popolo per la pace
generale della nazione ha bisogno di vivere nell'ignoranza», dirà in seguito),
e quindi rimase insoddisfatto, anche se scrisse poi delle parole di stima per
il patriarca dell'illuminismo: «Partii assai contento di aver messo quel grande
atleta alle corde l'ultimo giorno. Ma di lui mi rimase un brutto ricordo che mi
spinse per dieci anni di seguito a criticare tutto ciò che quel grand'uomo dava
al pubblico di vecchio o di nuovo. Oggi me ne pento, anche se, quando leggo ciò
che pubblicai contro di lui, mi sembra di aver ragionato giustamente nelle mie
critiche. Comunque avrei dovuto tacere, rispettarlo e dubitare dei miei
giudizi. Dovevo riflettere che senza i sarcasmi che mi dispiacquero il terzo
giorno, avrei trovato tutti i suoi scritti sublimi. Questa sola riflessione
avrebbe dovuto impormi il silenzio, ma un uomo in collera crede sempre di aver
ragione.[31]» In seguito andò in Italia, a Genova, Firenze e Roma. Qui
viveva il fratello Giovanni, pittore, allievo di Mengs. Durante il soggiorno
presso il fratello fu ricevuto dal papa Clemente XIII. Nel 1762 ritornò a
Parigi, dove riprese a esercitare pratiche esoteriche insieme alla marchesa
d'Urfé, fino a che quest'ultima, resasi conto di essere stata per anni presa in
giro con l'illusione di rinascere giovane e bella per mezzo di pratiche
magiche, troncò ogni rapporto con l'improvvisato stregone che, dopo poco tempo,
lasciò Parigi, dove il clima che si era creato non gli era più favorevole, per
Londra, dove fu presentato a corte. Nella capitale inglese conobbe la funesta
Charpillon, con la quale cercò di intessere una relazione. In questa
circostanza anche il grande seduttore mostrò il suo lato debole e questa
scaltra ragazza lo portò fin sull'orlo del suicidio. Non che fosse un grande
amore, ma evidentemente C. non poteva accettare di essere trattato con
indifferenza da una ragazza qualsiasi. E più lui vi s'intestardiva, più lei lo
menava per il naso. Alla fine riuscì a liberarsi di questa assurda situazione e
si diresse verso Berlino. Qui incontrò il re Federico il Grande, che gli offrì
un modesto posto d'insegnante nella scuola dei cadetti. Rifiutata sdegnosamente
la proposta, C. si diresse verso la Russia e giunse a San Pietroburgo nel
dicembre del 1764. L'anno successivo si recò a Mosca e in seguito incontrò
l'imperatrice Caterina II,[38] anche lei annessa alla straordinaria collezione
di personaggi storici incontrati nel corso delle sue infinite peregrinazioni.
Merita una riflessione la straordinaria facilità con cui C. aveva accesso a
personaggi di primissimo piano, che certo non erano usi a incontrarsi con
chiunque. Evidentemente la fama lo precedeva regolarmente e, almeno per effetto
della curiosità suscitata, gli consentiva di penetrare nei circoli più
esclusivi delle capitali. Un po' la questione si autoalimentava, nel
senso che in qualsiasi luogo si trovasse, C. si dava sempre un gran da fare per
ottenere lettere di presentazione per la destinazione successiva. Evidentemente
ci aggiungeva del suo: aveva conversazione brillante, una cultura enciclopedica
fuori del comune e, quanto a esperienze di viaggio, ne aveva accumulate
infinite, in un'epoca in cui la gente non viaggiava un granché. Insomma C. il
suo fascino lo aveva, e non lo spendeva solo con le donne. Nel 1766 in
Polonia avvenne un episodio che segnò profondamente C.: il duello con il conte
Branicki. Questi, durante un litigio a causa della ballerina veneziana Anna
Binetti,[40] lo aveva apostrofato chiamandolo poltrone veneziano. Il conte era
un personaggio di rilievo alla corte del re Stanislao II Augusto Poniatowski e
per uno straniero privo di qualsiasi copertura politica non era molto
consigliabile contrastarlo. Quindi, anche se offeso pesantemente dal conte,
qualsiasi uomo di normale prudenza si sarebbe ritirato in buon ordine; C.,
invece, che evidentemente non era solo un amabile conversatore e un abile
seduttore, ma anche un uomo di coraggio, lo sfidò in un duello alla pistola.
Faccenda assai pericolosa, sia in caso di soccombenza sia in caso di vittoria,
in quanto era facile attendersi che gli amici del conte ne avrebbero rapidamente
vendicato la morte. Targa commemorativa del soggiorno di C. a Madrid Il conte
ne uscì ferito in modo gravissimo, ma non abbastanza da impedirgli di pregare
onorevolmente i suoi di lasciare andare indenne l'avversario, che si era
comportato secondo le regole. Seppur ferito abbastanza seriamente a un braccio,
C. riuscì a lasciare l'inospitale paese. La buona stella sembrava avergli
voltato le spalle. Si diresse a Vienna, da dove fu espulso.Tornò a Parigi,
dove, alla fine di ottobre, lo raggiunse la notizia della morte di Bragadin, il
quale, più che un protettore, era stato per C. un padre adottivo. Pochi giorni
dopo fu colpito da una lettre de cachet
del re Luigi XV, con la quale gli veniva intimato di lasciare il paese. Il
provvedimento era stato richiesto dai parenti della marchesa d'Urfé, i quali
intendevano mettere al riparo da ulteriori rischi le pur cospicue sostanze di
famiglia. Si recò quindi in Spagna, ormai alla disperata ricerca di una
qualche occupazione, ma anche qui non andò meglio: fu gettato in prigione con
motivi pretestuosi e la faccenda durò più di un mese. Lasciò la Spagna e
approdò in Provenza, dove però si ammalò gravemente. Fu assistito grazie
all'intervento della sua amata Henriette che, nel frattempo sposatasi e rimasta
vedova, aveva conservato di lui un ottimo ricordo. Riprese presto il suo peregrinare,
recandosi a Roma, Napoli, Bologna, Trieste. In questo periodo si infittirono i
contatti con gli Inquisitori veneziani per ottenere l'agognata grazia, che
finalmente giunse. Dal ritorno a Venezia alla morte. La narrazione delle
Memorie casanoviane cessa alla metà di febbraio del 1774. Ritornato a Venezia
dopo diciott'anni, C. riannodò le vecchie amicizie, peraltro mai sopite grazie
a un'intensissima attività epistolare. Per vivere, si propose agli Inquisitori
come spia, proprio in favore di coloro che erano stati tanto decisi prima a
condannarlo alla reclusione e poi a costringerlo a un lungo esilio. Le riferte
di C. non furono mai particolarmente interessanti e la collaborazione si
trascinò stancamente fino a interrompersi per "scarso rendimento".
Probabilmente qualcosa in lui si opponeva a esser causa di persecuzioni che,
avendole provate in prima persona, conosceva bene. L'ultima
abitazione veneziana di C. Rimasto senza fonti di sostentamento, si dedicò
all'attività di scrittore, utilizzando la sua vasta rete di relazioni per
procurare sottoscrittori alle sue opere.[49] All'epoca si usava far
sottoscrivere un ordinativo di libri prima ancora di aver dato alle stampe o
addirittura terminato l'opera, in modo da esser certi di poter sostenere gli
elevati costi di stampa. Infatti la composizione avveniva manualmente e le
tirature erano bassissime. Pubblica il primo tomo della traduzione dell'Iliade.
La lista di sottoscrittori, cioè di coloro che avevano finanziato l'opera, era
davvero notevole e comprendeva oltre duecentotrenta nomi fra quelli più in
vista a Venezia, comprese le alte autorità dello stato, sei Procuratori di San
Marco in carica[50] due figli del doge Mocenigo, professori dell'Padova e così
via. Va rilevato che, per essere un ex carcerato evaso e poi graziato, aveva
delle frequentazioni di altissimo livello. Il fatto di far parte della lista
non era tenuto segreto, ma in una città piccola, in cui le persone che
contavano si conoscevano tutte, era di pubblico dominio; dunque le adesioni
dimostravano che, malgrado le sue vicissitudini, C. non era affatto un
emarginato. Anche qui è opportuna una riflessione sull'ambivalenza del
personaggio e sul suo eterno oscillare tra la classe reietta e quella
privilegiata. In questo stesso periodo iniziò una relazione con Francesca
Buschini, una ragazza molto semplice e incolta che per anni avrebbe scritto a C.,
dopo il suo secondo esilio da Venezia, delle lettere (ritrovate a Dux) di
un'ingenuità e tenerezza commoventi, utilizzando un lessico molto influenzato
dal dialetto veneziano, con evidenti tentativi di italianizzare il più
possibile il testo. Questa fu l'ultima relazione importante di C., che rimase
molto attaccato alla donna: anche quando ne fu irrimediabilmente lontano,
rattristato profondamente dal crepuscolo della sua vita, teneva una fitta
corrispondenza con Francesca, oltre a continuare a pagare, per anni, l'affitto
della casa in Barbaria delle Tole in cui avevano convissuto, inviandole, quando
ne aveva la possibilità, lettere di cambio con discrete somme di denaro.
Il nome della calle deriva dalla presenza, in tempi antichi, di falegnamerie
che riducevano in tavole (tole, in dialetto veneziano) i tronchi d'albero. La
calle si trova nelle immediate vicinanze del Campo SS. Giovanni e Paolo.
L'ultima abitazione veneziana di Giacomo C. è sita in Barbarìa delle Tole, al
civico 6673 del sestiere di Castello. L'identificazione certa è stata ricavata
da una lettera a C. di Francesca Buschini, ritrovata a Dux (odierna Duchcov,
Repubblica Ceca). .L'appartamento occupato da C. e dalla Buschini (di proprietà
della nobile famiglia Pesaro di S. Stae), affittato a 96 lire venete a
trimestre, corrisponde alle tre finestre del terzo piano situate sotto la
soffitta che si vede in alto a sinistra (vedi foto). La lettera in questione,
spedita dalla Buschini a C. ormai in esilio, faceva riferimento alla casa
antistante "È morto la molgie del maestro di spada che mi stà in fasa di
me quela casa in mezzo al brusà, giovine e anche bela la era..." (testo
originale tratto dall'edizione critica delle lettere di F. Buschini Marco
Leeflang, Utrecht, Marie-Françose Luna, Grenoble, Antonio Trampus, Trieste,
Lettres de Buschini à C.) Poiché tutti i caseggiati antistanti erano andati
distrutti a causa di due successivi incendi, l'area era rimasta praticamente
priva di fabbricati e destinata a giardino. L'unico fabbricato ancora esistente
era quello dinanzi al 6673. In seguito la situazione non ha subito modifiche di
rilievo; l'edificio in questione, antistante al 6673, si trova tra il ramo
primo e il ramo secondo "Del brusà" e quindi l'identificazione appare
fondata e verificabile. Negli anni successivi pubblicò altre opere e
cercò di arrabattarsi come meglio poté. Ma il suo carattere impetuoso gli giocò
un brutto scherzo: offeso platealmente in casa Grimani da un certo Carletti,
col quale aveva questionato per motivi di denaro, si risentì perché il padrone
di casa aveva preso le parti del Carletti. Decise a questo punto di vendicarsi
componendo un libello, Né amori né donne, ovvero la stalla ripulita in cui, pur
sotto un labile travestimento mitologico, facilmente svelabile, sostenne
chiaramente di essere lui stesso il vero figlio di Michele Grimani, mentre Zuan
Carlo Grimani sarebbe stato "notoriamente" frutto del tradimento
della madre (Pisana Giustinian Lolin) con un altro nobile veneziano, Sebastiano
Giustinian. Probabilmente era tutto vero, anche perché in una città in
cui le distanze tra le case si misuravano a spanne, si circolava in gondola e
c'erano stuoli di servitori che ovviamente spettegolavano a più non posso, era
impensabile poter tenere segreto alcunché. Comunque, anche in questo caso
l'aristocrazia fece quadrato e C. fu costretto all'ultimo, definitivo, esilio.
Tuttavia la questione non passò inosservata, se si ritenne opportuno far
circolare un libello anonimo, con cui si replicava allo scritto casanoviano,
intitolato "Contrapposto o sia il riffiutto mentito, e vendicato al
libercolo intitolato Ne amori ne donne ovvero La stalla ripulita, di Giacomo C.".
Ritratto del 1788 Annotazione della morte di C. nei registri di Dux
Lasciò Venezia e si diresse verso Vienna. Per un po' fece da segretario
all'ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini; poi, alla morte di questi, accettò
un posto di bibliotecario nel castello del conte di Waldstein a Dux, in Boemia.
Lì trascorse gli ultimi tristissimi anni della sua vita, sbeffeggiato dalla
servitù, ormai incompreso, e considerato il relitto di un'epoca tramontata per
sempre. Da Dux, C. dovette assistere alla Rivoluzione francese, alla
caduta della Repubblica di Venezia, al crollare del suo mondo, o perlomeno di
quel mondo a cui aveva sognato di appartenere stabilmente. L'ultimo conforto,
oltre alle lettere numerosissime degli amici veneziani che lo tenevano al
corrente di quanto accadeva nella sua città, fu la composizione della Histoire
de ma vie, l'opera autobiografica che assorbì tutte le sue residue energie,
compiuta con furore instancabile quasi per non farsi precedere da una morte che
ormai sentiva vicina. Scrivendola, C. riviveva una vita assolutamente
irripetibile, tanto da entrare nel mito, nell'immaginario collettivo, una vita
«opera d'arte». Morì il 4 giugno del 1798, si suppone che la salma fosse stata
sepolta nella chiesetta di Santa Barbara, nei pressi del castello. Ma riguardo
al problema dell'identificazione corretta del luogo di sepoltura di Giacomo C.,
le notizie sono comunque piuttosto vaghe, e non ci sono, allo stato, che
ipotesi non correttamente documentate. Tradizionalmente si riteneva che fosse
stato sepolto nel cimitero della chiesetta attigua al castello Waldstein, ma
era una pura ipotesi. Altre opere: “Zoroastro, tragedia tradotta dal
Francese, da rappresentarsi nel Regio Elettoral Teatro di Dresda, dalla
compagnia de' comici italiani in attuale servizio di Sua Maestà nel carnevale.
Dresda); La Moluccheide, o sia i gemelli rivali. Dresda Confutazione della
Storia del Governo Veneto d'Amelot de la Houssaie, Amsterdam (Lugano). 1772Lana
caprina. Epistola di un licantropo. Bologna. Istoria delle turbolenze della
Polonia. Gorizia. Dell'Iliade di Omero tradotta in ottava rima. Venezia); Scrutinio
del libro "Eloges de M. de Voltaire par différents auteurs". Venezia.
Il duello; Opuscoli miscellaneiIl duelloLettere della nobil donna Silvia
Belegno alla nobildonzella Laura Gussoni. Venezia. 1781Le messager de Thalie.
Venezia); Di aneddoti viniziani militari ed amorosi del secolo decimoquarto
sotto i dogadi di Giovanni Gradenigo e di Giovanni Dolfin. Venezia. Né amori né
donne ovvero la stalla ripulita. Venezia. Lettre historico-critique sur un fait connu, dependant d'une cause peu
connu... Amburgo (Dessau). Expositionne raisonée du différent, qui subsiste
entre le deux Républiques de Venise, et d'Hollande. Vienna.
1785Supplément à l'Exposition raisonnée. Vienna); Esposizione ragionata della
contestazione, che susiste trà le due Repubbliche di Venezia, e di Olanda.
Venezia. Supplemento alla Esposizione ragionata.... Venezia); Lettre a monsieur
Jean et Etienne Luzac. Vienna); Lettera ai signori
Giovanni e Stefano Luzac.... Venezia); Soliloque d'un penseur, Prague chez Jean
Ferdinande noble de Shonfeld imprimeur et libraire. -Histoire de ma fuite des
prisons de la République de Venise qu'on appelle les Plombs. Ecrite à
Dux en Bohème, Leipzig chez le noble de Shonfeld Historia della mia fuga dalle
prigioni della republica di Venezia dette "li Piombi", prima edizione
italiana Salvatore di Giacomo (prefazione e traduzione). Alfieri&Lacroix editori, Milano. 1788Icosameron ou histoire d'Edouard,
et d'Elisabeth qui passèrent quatre vingts ans chez les Mégramicres habitante
aborigènes du Protocosme dans l'interieur de notre globe, traduite de l'anglois
par Jacques C. de Seingalt Vénitien Docteur èn lois Bibliothécaire de Monsieur
le Comte de Waldstein seigneur de Dux Chambellan de S.M.I.R.A., Prague à
l'imprimerie de l'école normale. Praga. (romanzo di fantascienza) Solution du
probleme deliaque démontrée par Jacques C. de Seingalt, Bibliothécaire de
Monsieur le Comte de Waldstein, segneur de Dux en Boheme e c., Dresde, De
l'imprimerie de C.C. Meinhold. Corollaire a la duplication de l'Hexaedre donée
a Dux en Boheme, par Jacques C. de Seingalt, Dresda. Demonstration geometrique
de la duplicaton du cube. Corollaire second, Dresda. Lettres écrites au sieur Faulkircher par son
meilleur ami, Jacques C. de Seingalt. A Leonard Snetlage, Docteur en droit de
l'Université de Gottingue, Jacques C., docteur en droit de l'Universitè de
Padoue. Dresda. Edizioni postume: Le Polemoscope, Gustave Kahn, Paris, La Vogue
Histoire de ma vie, F.A. Brockhaus, Wiesbaden e Plon, Parigi. Edizioni
italiane basate sul manoscritto originale: Piero Chiara, traduzione Giancarlo
BuzziGiacomo C., Storia della mia vita, ed. Mondadori, con note, documenti e
apparato critico. Piero Chiara e Federico Roncoroni Giacomo C., Storia della
mia vita, Milano, Mondadori "I meridiani" Ultima edizione: Milano,
Mondadori "I meridiani Saggi libelli e satire di Giacomo C., Piero Chiara,
Milano. Longanesi et C. Epistolario di C., Piero Chiara, Milano. Longanesi et C.
Rapporti di Giacomo C. con i paesi del Nord. A proposito dell'inedito
"Prosopopea Ecaterina II , Enrico Straub. Venezia. Centro tedesco di studi
veneziani Examen des "Etudes de la Nature" et de "Paul et
Virginie" de Bernardin de Saint Pierre, Marco Leeflang e Tom Vitelli.
Utrecht, Edizione italiana: Analisi degli Studi della natura e di Paolo e
Virginia di Bernardin de Saint-Pierre, Gianluca Simeoni, Bologna, Pendragon, Pensieri
libertini, Federico di Trocchio (sulle opere filosofiche inedite rinvenute a
Dux), Milano, Rusconi Philocalies sur les sottises des mortels, Tom Vitelli. Salt Lake City. Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du
manuscrit original, suivi de textes inédits. Édition présentée et établie
par Francis Lacassin. Éditions Robert Laffont. 1997Iliade di Omero in
veneziano Tradotta in ottava rima. Canto primo. Riproduzione integrale del
manoscritto a fronte, Venezia, Editoria Universitaria Iliade di Omero in
veneziano Tradotta in ottava rima. Canto secondo. Riproduzione integrale del
manoscritto a fronte. Venezia, Editoria Universitaria. 1999Storia della mia
vita, traduzione Pietro Bartalini Bigi e Maurizio Grasso. Roma, Newton Compton,
coll. « I Mammut », Dell'Iliade d'Omero tradotta in veneziano da Giacomo C..
Canti otto. Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna. Iliade di Omero in
veneziano. Tradotta in ottava rima. Riproduzione integrale del manoscritto a
fronte. Venezia, Editoria Universitaria,
Dialoghi sul suicidio. Roma, Aracne Iliade di Omero in idioma toscano'. Riproduzione integrale dell'edizione Modesto Fenzo. Venezia, Editoria
Universitaria. Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de
Gérard Lahouati et Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Furio
Luccichenti et Helmut Watzlawick. Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard.
Parigi. Histoire de ma vie, tome I.
Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont,
Bouquins. Parigi. Histoire de ma vie,
tome II. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont,
Bouquins. Parigi. Histoire de ma vie,
tome II. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati et
Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Furio Luccichenti et Helmut
Watzlawick. Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard. Parigi. Histoire de ma vie, tome III. Édition publiée
sous la direction de Gérard Lahouati et Marie-Françoise Luna avec la
collaboration de Furio Luccichenti et Helmut Watzlawick. Collection Bibliothèque
de la Pléiade Gallimard. Parigi. Histoire
de ma vie, tome III. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik
Leborgne, Laffont, Bouquins. Parigi.
Icosameron, traduzione di Serafino Balduzzi, Milano, Luni Editrice,, 978-88-7984-611-0 Istoria delle turbolenze
della Polonia, Milano, Luni Editrice, Valore letterario e fortuna dell'opera
casanoviana Presunto ritratto di Giacomo C., attribuito ad Alessandro
Longhi o, da alcuni, a Pietro Longhi. Sul valore letterario e la validità
storica dell'opera di Giacomo C. si è discusso parecchio. Intanto bisogna
distinguere tra l'opera autobiografica e il resto della produzione. Malgrado
gli sforzi fatti per accreditarsi come letterato, storico, filosofo e
addirittura matematico, C. non ebbe in vita, e tantomeno da morto, nessuna
notorietà e nessun successo. Successo che arrise invece all'opera
autobiografica, anche se si manifestò in tempi molto posteriori alla morte
dell'autore. Disegno di un busto di Giacomo C., ubicato in
origine a Dux, oggi al Museo delle Arti Decorative di Vienna La sua produzione
fu spesso d'occasione, cioè di frequente i suoi scritti furono creati per
ottenere qualche beneficio. Principale esempio è la Confutazione della Storia
del Governo Veneto d'Amelot de la Houssaye, scritta in gran parte durante la
detenzione a Barcellona, che avrebbe dovuto servire, e infatti così fu, a
ingraziarsi il governo veneziano e a ottenere la tanto sospirata grazia. Lo
stesso si può dire per opere scritte nella speranza di ottenere qualche
incarico da Caterina II di Russia o da Federico II di Prussia. Altre opere,
come l'Icosameron, avrebbero dovuto sancire il successo letterario dell'autore
ma così non fu. Il primo vero successo editoriale fu ottenuto dall'Historia
della mia fuga dai Piombi che ebbe una diffusione immediata e varie edizioni,
sia in italiano sia in francese ma il caso è praticamente unico e di
proporzioni limitate a causa delle dimensioni dell'opera costituita dal
racconto dell'evasione. Sembra quasi che C. tollerasse le sue creature
autobiografiche e il loro successo, continuando a inseguire, con opere non
autobiografiche, un successo letterario che non arrivò mai. Questo aspetto fu
acutamente osservato da un memorialista suo contemporaneo, il principe Charles
Joseph de Ligne, il quale scrisse[70] che il fascino di C. stava tutto nei suoi
racconti autobiografici, sia verbali sia trascritti, cioè sia la narrazione
salottiera sia la versione stampata delle sue avventure. Tanto era brillante e
trascinante quando parlava della sua vita- osserva de Lignequanto terribilmente
noioso, prolisso, banale quando parlava o scriveva su altre materie. Ma sembra
che questo, C., non abbia mai voluto accettarlo. E soffriva tremendamente di
non avere quel riconoscimento letterario o meglio scientifico a cui
ambiva. Da ciò si può comprendere l'astio nei confronti di Voltaire, che
nascondeva una profonda invidia e una sconfinata ammirazione. Quindi anche
contro la volontà dell'autore, quasi invidioso dei suoi figli più fortunati ma
meno prediletti, le opere autobiografiche avrebbero potuto essere un grande
successo editoriale quando egli era ancora in vita. Ma ciò avvenne in misura
molto ridotta per vari motivi: principalmente perché questo filone fu iniziato
tardi. Si pensi ad esempio che la narrazione della fuga dai Piombi, che
costituì per decenni il cavallo di battaglia del C. salottiero, fu pubblicata
soltanto nel 1787. Inoltre l'opera "vera", cioè quella in cui
aveva trasfuso tutto sé stesso, l'Histoire, fu scritta proprio negli ultimi
anni di vita e il motivo è semplice: infatti lui stesso affermò, in una lettera
indirizzata a quel Zuan Carlo Grimani, da lui offeso molti anni prima e che era
stato la causa del secondo esilio: "... ora che la mia età mi fa credere
di aver finito di farla, ho scritto la Storia della mia vita...". Cioè
sembra che per mettere su carta tutto in forma definitiva, l'autore dovesse
prima ammettere con sé stesso che la storia era terminata e di futuro davanti
da vivere non ce n'era più. Ammissione questa sempre dolorosa per chiunque, in
particolare per un uomo che aveva creato una vita-capolavoro
irripetibile. Ma un altro aspetto, questo strutturale, ha ritardato la
fortuna dell'opera autobiografica: l'Histoire era all'epoca assolutamente
impubblicabile. Non è un caso che la prima edizione francese del manoscritto,
acquistato dall'editore Friedrich Arnold Brockhaus di Lipsia, fu pubblicata,
però in una versione notevolmente rimaneggiata da Jean Laforgue, il quale non
si limitò a "purgare" l'opera, sopprimendo passi ritenuti troppo
audaci, ma intervenne a tappeto modificando anche l'ideologia dell'autore,
facendone una sorta di giacobino avverso alle oligarchie dominanti. Ciò non
corrispondeva affatto alla verità storica, perché di C. si può dire che era
ribelle e trasgressivo, ma politicamente era un fautore dell'ancien régime,
come dimostrano chiaramente il suo epistolario, opere specifiche e la stessa
Histoire. In un passo delle Memorie, C. esprime chiaramente il suo punto di
vista sull'argomento della Rivoluzione: «Ma si vedrà che razza di dispotismo è
quello di un popolo sfrenato, feroce, indomabile, che si raduna, impicca,
taglia teste e assassina coloro che non appartenendo al popolo osano mostrare
come la pensano.[75]» Per l'edizione definitiva delle memorie si dovette
attendere fino a quando la casa Brockhaus decise di pubblicare, insieme
all'editore Plon di Parigi, dal 1960 al 1962, il testo originale in sei volumi
curato da Angelika Hübscher. Ciò fu dovuto all'impianto generale dell'opera che
era, a detta dell'autore e di smaliziati contemporanei come de Ligne, di un
cinismo assolutamente impresentabile. Quello che essi chiamarono cinismo sarà
considerato, due secoli dopo, modernità e realismo. C. è già uno
scrittore di costume "moderno". Non teme di rivelare situazioni,
inclinazioni, attività, trame e soprattutto confessioni che erano all'epoca, e
tali rimasero ancora più di un secolo, assolutamente irriferibili. Naturalmente
il primo problema, ma questo limitato a pochi anni dopo la morte dell'autore,
fu quello di aver citato personaggi di primissimo piano, con circostanze molto
precise del loro agire. Le memorie sono affollate all'inverosimile dagli attori
principali della storia europea del Settecento, sia politica sia culturale.
Probabilmente si farebbe prima a dire di chi C. non ha scritto, e chi non ha
incontrato, tanto vasto è stato il panorama delle sue frequentazioni.[78]
Ma questo, come si è detto, è marginale. L'altro problema, questo
insuperabile, fu la sostanziale "immoralità" dell'opera casanoviana.
Ma ciò deve intendersi come contrarietà alle abitudini, ai tic, alle ipocrisie
della fine del Settecento e, ancor di più, del successivo secolo, ancora più
fobico e per certi versi molto meno aperto di quello che l'aveva preceduto. C.
ha precorso i tempi: era troppo avanti per diventare un autore di successo. E
forse se ne rendeva perfettamente conto. Nella lettera a Zuan Carlo Grimani,
ricordata in precedenza, C., parlando dell'Histoire, scrive testualmente:...
questa Storia, che verrà diffusa fino a sei volumi in ottavo e che sarà forse
tradotta in tutte le lingue... E poi, richiede una risposta... perché io possa
porla nei codicilli che formeranno il settimo volume postumo della Storia della
mia vita. Tutto questo è avvenuto puntualmente.[79] Riguardo all'uso
della lingua francese, C. vi fece riferimento nella prefazione: «J'ai écrit en français, et non pas en
italien parce que la langue française est plus répandue que la
mienne.[80]» «Ho scritto in francese e non in italiano perché la lingua
francese è più diffusa della mia.» Certo dell'immortalità della sua
opera, se non al fine di garantirsela, C. preferì utilizzare la lingua che gli
avrebbe consentito di raggiungere il maggior numero possibile di potenziali
lettori. Molte opere minori, del resto, le scrisse in italiano, forse perché
sapeva bene che esse non sarebbero divenute mai un monumento, come avvenne
invece per la sua autobiografia. Carlo Goldoni, altro celebre veneziano, coevo
al C., scelse allo stesso modo di scrivere la propria autobiografia in
francese. L'autobiografia del C., a parte il valore letterario, è un
importante documento per la storia del costume, forse una delle opere
letterarie più importanti per conoscere la vita quotidiana in Europa nel
Settecento. Si tratta di una rappresentazione che, per le frequentazioni
dell'autore e per la limitazione dei possibili lettori, riferisce
principalmente delle classi dominanti dell'epoca, nobiltà e borghesia, ma
questo non ne limita l'interesse in quanto anche i personaggi di contorno, di
qualsiasi estrazione, sono rappresentati in modo vivissimo. Leggere quest'opera
è uno strumento importante per conoscere il quotidiano degli uomini e delle
donne di allora, per comprendere dal di dentro la vita di ogni giorno. La
fortuna dell'opera casanoviana, presso i protagonisti di vertice della scena
letteraria mondiale, è stata ristretta solo all'opera autobiografica ed è stata
vastissima. Iniziando da Stendhal, al quale fu attribuita la paternità
dell'Histoire, a Foscolo il quale mise addirittura in dubbio l'esistenza storica
del C., Balzac, Hofmannstahl, Schnitzler, Hesse, Márai. Molti furono solo
lettori e quindi influenzati in modo inconscio, altri scrissero opere
ambientate nell'epoca di C. e di cui egli era protagonista. Innumerevoli
sono i riferimenti, nella letteratura moderna, a questa figura che ha finito
per diventare un'antonomasia. In Italia l'interesse si è manifestato tra la
fine dell'Ottocento e i primi del Novecento. La prima edizione italiana della
Historia della mia fuga dai Piombi fu curata da Giacomo, il quale studiò anche
i ripetuti soggiorni napoletani dell'avventuriero e su questo argomento scrisse
un saggio.Seguirono Benedetto Croce[ e via via molti altri fino a Piero Chiara.
Un capitolo a parte andrebbe dedicato ai "casanovisti" cioè a tutti
quelli che si sono occupati e si occupano, più o meno professionalmente, della
vita e dell'opera del C.. Proprio a questa legione di sconosciuti si debbono
infinite identificazioni di personaggi, revisioni e importantissimi
ritrovamenti di documenti. Molto dell'opera casanoviana è ancora inedito,
Nell'Archivio di Stato di Praga rimangono circa 10 000 documenti che attendono
di essere studiati e pubblicati, oltre un numero imprecisato di lettere che
probabilmente giacciono in chissà quanti archivi di famiglia sparsi per
l'Europa. La grafomania dell'avventuriero fu veramente impressionante: la sua
vita a un certo momento divenne totalmente e ossessivamente dedicata alla
scrittura Riguardo al mito del seduttore, C., insieme a Don Giovanni, ne
è stato l'incarnazione. Il paragone è d'obbligo ed è stato tema di numerose
opere critiche. Le due figure finirono addirittura per fondersi, benché
ritenute antitetiche dai maggiori commentatori: a parte il fatto che il
veneziano era un personaggio reale e l'altro romanzesco, i due caratteri sono
agli antipodi. Il primo amava le sue conquiste, si prodigava con generosità per
renderle felici e cercava sempre di uscire di scena con un certo stile,
lasciando dietro di sé una scia di nostalgia; l'altro invece rappresenta il
collezionista puro, più mortifero che vitale, assolutamente indifferente
all'immagine di sé e soprattutto agli effetti del suo agire, concentrato
unicamente sul numero delle vittime della sua seduzione.
L'interpretazione del suo mito sarebbe fornita proprio dal libretto del Don
Giovanni di Mozart, scritto da Lorenzo Da Ponte, in cui Leporello, il servo di
Don Giovanni, in un'aria notissima recita: Madamina il catalogo è questo, delle
belle che amò il padron mio... e prosegue snocciolando le innumerevoli conquiste,
diligentemente registrate. Il fatto che alla redazione del libretto sembra
abbia partecipato anche C.come è stato sostenuto basandosi su documenti trovati
a Dux, sul fatto che Da Ponte e C. si frequentassero e che l'avventuriero fosse
sicuramente presente la sera in cui a Praga andò in scena la prima dell'opera
mozartiana è tutto sommato marginale. La partecipazione, comunque molto
limitata, di C. alla composizione del libretto di Da Ponte per l'opera
mozartiana Don Giovanni, è ritenuta molto probabile da vari commentatori.
L'elemento fondamentale è un autografo, rinvenuto a Dux, che contiene una
variante del testo che si è ipotizzato facesse parte di una serie di interventi
operati in accordo con Da Ponte e forse anche con lo stesso Mozart. Quel che è
certo è che C. si misurò col mito di don Giovanni e ne costruì uno ancora più
grande, certamente più positivo e soprattutto reale. Mostre Praga, Palazzo Lobkowicz, "C. v
Čechách" (C. in Boemia). Catalogo: C. v Čechách, Praga, Gema Art Venezia, Ca' Rezzonico "Il mondo di
Giacomo C.". Catalogo: Il mondo di Giacomo C., un veneziano in Europa,
Venezia, Marsilio. Francia "C. for ever, 33 expositions Languedoc-Roussillon".
Catalogo: C. For Ever, Emmanuel Latreille (dir.), Parigi, Editions Dilecta, Parigi,
Bibliothèque nationale de France “C., la passion de la liberté. Catalogo: C.,
la passion de la liberté, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France /
Seuil,. (BnF)
(Seuil) Stati Uniti d'America
"C.: The seduction of Europe", varie sedi: Museum of Fine Arts,
Boston; Kimbell Art Museum, Forth Worth; Fine Arts Museums, San Francisco.
Catalogo: C. The seduction of Europe MFA Pubblications Museum of fine arts,
Boston. Filmografia
su C. C. . Regia di Alfréd Deésy Il cuore del C. (Germania) Regia di Erik Lund.
Soggetto di Enrik Rennspies. Sceneggiatura di Bruno Kastner. Con Bruno Kasner,
Ria Jende, Rose Lichtenstein, Karl Platen. C.s erste und letzte Liebe
(Austria). Regia di Szoreghi. C. Regia di Alexandre
Volkoff Les amours de C. (Francia, 1934). Regia di René
Barberis L'avventura di Giacomo C. (Italia). Regia di Carlo Bassoli. Le
avventure di C. (Les Aventures de C.) (Francia). Regia di Jean Boyer. Il
cavaliere misterioso (Italia). Regia di Riccardo Freda. Con Gassman,
Canale, Mercader, Centa. Le avventure
di C. (Italia). Regia di Steno. Con
Gabriele Ferzetti, Corinne Calvet, Marina Vlady, Nadia Gray, Carlo Campanini.
Last Rose from C., titolo originale Poslední růže od Kasanovy,
(Cecoslovacchia). Regia di Vaclav Krska. Infanzia, vocazione e prime esperienze
di Giacomo C., veneziano (Italia). Regia di Luigi Comencini. Con Leonard
Withing, Maria Grazia Buccella, Tina Aumont, Ennio Balbo, Senta Berger, W.
Branbell, Clara Colosimo, C. ComenciniDe Clara, Silvia Dionisio, Evi
Maltagliati, Raoul Grassilli, Mario Scaccia, Lionel Stander. Cagliostro
(Italia). Regia di Daniele Pettinari. Con Bekim Fehmiu, Curd Jürgens, Rosanna
Schiaffino, Robert Alda, Massimo Girotti. (C. è uno dei personaggi). Il C. di
Federico Fellini (Italia). Regia di Federico Fellini Con Donald Sutherland,
Tina Aumont, Olimpia Carlisi, M. Clementi, Carmen Scarpitta, C. Browne, D. M.
Berenstein. Il mondo nuovo (Italia). Regia di Ettore Scola. Con Jean Louis
Barrault, Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Harvey Keitel, Jean-Claude
Brialy, Andréa Ferréol, M. Vitold, A. Belle, E. Bergier, Laura Betti. David di
Donatello per la migliore sceneggiatura, scenografia e costumi. Il ritorno di C.,
titolo originale Le retour de C. (Francia). Regia di Édouard Niermans Con Alain
Delon, Fabrice Luchini, E Lunghini. Goodbye C. (Stati Uniti, 2000). Regia di
Mauro Borrelli. Con G. Scandiuzzi, Y. BleethGidley, C. FilpiGanus, E. Bradley.
Il giovane C. (Francia, Italia, Germania). Regia di Giacomo Battiato. Con
Stefano Accorsi, Thierry Lhermitte, Cristiana Capotondi, Silvana De Santis,
Catherine Flemming, Katja Flint. C. (Stati Uniti). Regia di Lasse Hallström.
Con Heath Ledger, Jeremy Irons, Lena Olin, Sienna Miller, Adelmo Togliani.
Historia de la meva mort (Spagna/Francia ). Regia di Albert Serra. Con Vicenç
Altaió, Lluís Serrat, Eliseu Huertas. C. variations
(Austria/Germania/Francia/Portogallo ). Regia di Michael Sturminger, con John
Malkovich, Fanny Ardant, Veronica Ferres. Zoroastro, Io C. (Italia ) Regia di
Gianni di Capua, con Galatea Ranzi Dernier Amour (Francia ). Regia di Benoît
Jacquot, con Vincent Lindon (Giacomo C.), Stacy Martin (Marianne de
Charpillon), Valeria Golino, (La Cornelys). Film solo lontanamente ispirati
alla figura di C. C. farebbe così! (Italia). Regia di Carlo Ludovico Bragaglia.
Le tre donne di C. (Stati Uniti). Regia di
Wood. C. (Italia). Regia di Mario
Monicelli. Film comici La grande notte di C. (Stati Uniti) Norman Z. McLeod. C.
et Company (Austria/Italia/Francia/Rft 1976). Regia di Franz Antel. Tony
Curtis, Marisa Berenson, Sylva Koscina, Britt Ekland, Umberto Orsini, Marisa
Mell, Hugh Griffith. Telefilm su C. C. (Regno Unito). Regia di Sheree Folkson.
Con David Tennant, Rose Byrne, Peter O'Toole, Laura Fraser, Nina Sosanya, Shaun
Parkes. Onorificenze Cavaliere dello Speron d'oronastrino per uniforme
ordinariaCavaliere dello Speron d'oro Roma, 1760 Riguardo l’onorificenza, C.
nelle Memorie descrive l'incontro con il pontefice e il successivo conferimento
dell'Ordine (cfr. G. C., Storia della mia vita, Milano, Mondadori). Si è
dubitato anche in questo caso, come in altri, che il racconto autobiografico
risponda a verità. Per chiarire i dubbi sono state compiute approfondite
ricerche nell'Archivio segreto vaticano al fine di ritrovare il breve papale di
conferimento, sia nel periodo di cui parla C. (dicembre 1760-gennaio 1761) sia
in periodi precedenti e successivi, senza alcun esito. Il che non significa che
l’onorificenza non sia stata effettivamente conferita, in quanto potrebbe
essersi verificato un errore burocratico, di trascrizione o altro. Sta di fatto
però che intorno allo stesso periodo furono conferite onorificenze ad altri
personaggi come Piranesi, Mozart, Cavaceppi e il breve relativo è stato
ritrovato. Quindi manca, allo stato, un riscontro oggettivo. Si aggiunga che il
cavalierato dello Speron d’Oro era all’epoca già piuttosto inflazionato, al
punto da sconsigliare l’esibizione in pubblico della decorazione. Lo stesso C.
in un passo dell’opera autobiografica Il duello scrive, riferendosi
all’onorificenza, "il troppo strapazzato ordine della cavalleria
romana" (cfr. Il duello cit. in bibl.). Note Esplicative C. visse a lungo in Francia e conobbe
personalmente molti protagonisti del movimento illuminista tra cui Voltaire e
Rousseau. Inoltre, in patria, frequentò membri dell'oligarchia aristocratica
dominante appartenenti all'ala progressista, come Andrea Memmo. In più aveva
anche aderito alla Massoneria, il che lo pose a contatto con tutta una serie di
personaggi portatori di idee progressiste. Malgrado tutto questo egli fu, e si
definì sempre, un conservatore, legato a doppio filo con la classe nobiliare
cui, pur non appartenendovi formalmente, riteneva d'esservi membro in pectore,
reputandosi a torto od a ragione il figlio naturale di Michele Grimani. Allo
scoppio della Rivoluzione francese e nel periodo alquanto turbolento che ne
seguì, scrisse numerosissime lettere (cfr. Epistolario P.Chiara cit. in ) in
cui deprecava in modo reciso l'accaduto e soprattutto non riconobbe mai, negli
eventi, la paternità culturale del movimento illuminista. Ad esso aveva
assistito come semplice spettatore, non avendone percepito mai la dirompente
potenzialità e non condividendone nessuna delle istanze che, ad esempio,
Montesquieu espresse nei confronti dell'iniquo sistema (cfr. Montesquieu,
Lettres Persanes) e riteneva che, pur con qualche modifica, il governo della
classe nobiliare fosse il migliore possibile. Un esame attento ed approfondito
della posizione politica del C. è stato compiuto da Feliciano Benvenuti (C.
politico, atti del convegno: Giacomo C. tra Venezia e l'Europa, Pizzamiglio,
fondazione Giorgio Cini, Venezia, ed. Leo S. Olschki.) Il cognome C. è attestato appartenere a
nobile famiglia vissuta a Cesena, Milano, Parma, Torino-Dronero C. afferma che dalla città spagnola il
suo antenato, padre Jacob C., a seguito del rapimento di una monaca, Donna Anna
Palafox, sarebbe fuggito a Roma in cerca di un rifugio dove, dopo aver scontato
un anno di carcere, avrebbe ricevuto il perdono e la dispensa dei voti
sacerdotali da parte del pontefice in persona, potendo così unirsi in
matrimonio con la rapita. A questo riguardo è interessante la tesi di
Jean-Cristophe Igalens (G. C., Histoire de ma vie, tome I. Édition établie par
Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont,XL, in Opere postume) il
quale sostiene che la genealogia inserita dal C. all'inizio delle Memorie sia
del tutto fantasiosa. Si tratterebbe di una sorta di parodia di ciò che
facevano regolarmente i memorialisti aristocratici dell'epoca i quali,
all'inizio dell'opera, enunciavano il loro antico lignaggio, quasi a ricercare
una legittimazione per il fatto di esporre, in un'opera letteraria, le vicende
di cui erano stati protagonisti, almeno quelle pubbliche, poiché le private
rientravano nell'ambito dell'autobiografia. La tesi appare fondata se si
considera che la ricostruzione genealogica proposta dal C. risale addirittura
al 1428, cioè a tre secoli dalla sua nascita ed è relativa a un cognome,
praticamente un toponimo, estremamente comune.
A conferma del fatto che la nascita illegittima di C. fosse oggetto di
chiacchiere, va citato un passaggio de La commediante in fortuna di Chiari
(Venezia) in cui si tratteggia un ritratto precisissimo di C. che chiunque era
in grado di riconoscere sotto le spoglie di un nome di fantasia, il Signor
Vanesio "C'era tra gli altri un certo Signor Vanesio dì sconosciuta e, per
quanto dicevasi, non legittima estrazione, ben fatto della persona, di colore
olivastro, di affettate maniere e di franchezza indicibile". Evidentemente
il riferimento a tratti somatici tipici e riconoscibili fa pensare che le
dicerie fossero suffragate da una notevole somiglianza fisica con Michele
Grimani. L'identificazione del Signor Vanesio con C. è pacifica, tra i tanti
autori, concordi sul punto, si veda: E.Vittoria C. e gli Inquisitori di
Stato. (Immatricolazione, iscrizione,
fede di terzeria. Fonte: Bruno Brunelli, C. studente, in “Il Marzocco Firma un
testamento in qualità di testimone.
Sull'ubicazione esatta della casa natale di C. e di quella in cui
trascorse l'infanzia all’anno della morte della nonna materna Marzia, si è
discusso moltissimo. Certo è che al momento del matrimonio Gaetano e Zanetta C.
non disponevano di un reddito tale da sostenere un spesa come quella affrontata
di 80 ducati annui. Quindi molto probabilmente, dopo il matrimonio avvenuto il
27 febbraio 1724, i coniugi andarono a vivere a casa della madre di Zanetta,
Marzia Baldissera, cheera vedova essendo mortole il marito Girolamo Farussi
poche settimane avanti il matrimonio della figlia. E questa con ogni
probabilità fu la casa in cui C. nasce
con l'assistenza della levatrice Regina Salvi. L'identificazione esatta
della casa natale è assai ardua, ma comunque è stata tentata. Il casanovista
Helmuth Watzlawick ha identificato la casa di Marzia Baldissera con l'attuale
civico 2993 di Calle delle muneghe. Questa sarebbe dunque la casa natale di C.
(Fonte: Helmuth Watzlawick, House of childhood, house of birth; a topographical
distraction, in Intermédiaire des Casanovistes, Genève). I coniugi C. si
trasferirono nella casa di Calle della Commedia al ritorno dalla fortunata
tournée londinese quando rientrarono a Venezia col secondogenito Francesco,
nato a Londra. Tale abitazione risulta essere stata di gran rappresentanza, su
tre livelli, con un salone al secondo piano che fu usato in occasione di feste.
L'affitto di 80 ducati annui era circa il doppio della media che veniva
corrisposta nel vicinato per appartamenti evidentemente meno lussuosi. A questo
punto sembrerebbe tutto chiaro, si tratta solo di trovare in Calle della
commedia un'abitazione che corrisponda alla descrizione: grandezza, salone al
secondo piano e camera al terzo, nonché corrispondenza con la proprietà che si
sa essere stata con certezza della famiglia Savorgnan. L'unica che potrebbe
corrispondere alla descrizione è quella sita nell'attuale Calle Malipiero (già
Calle della Commedia) al civico 3082. Ma su questo non tutti gli studiosi
concordano, tanto che la lapide apposta in calle Malipiero dice "In una
casa di questa calle, già Calle della Commedia, nacque G. C." senza alcun altro più specifico
elemento. Alcuni sostengono che a causa di rimaneggiamenti interni non è più
possibile identificare la struttura originaria. Uno studioso dell'argomento,
Federico Montecuccoli degli Erri, ha pubblicato (L'intermédiaire des
Casanovistes, Genève) un'analisi molto approfondita basata sulle cosiddette
"Condizioni" cioè sulle dichiarazioni dei redditi immobiliari che
venivano presentate dai proprietari. All'epoca, per verificare l'esattezza dei
dati dichiarati, si procedeva ad un'ispezione diretta casa per casa effettuata,
in ogni parrocchia, dal parroco. Egli procedeva con un certo ordine chiedendo a
ognuno il titolo di possesso. I proprietari dichiaravano il titolo di proprietà
e gli affittuari dovevano o esibire il contratto oppure giurare le condizioni
contrattuali. Poiché è stato ritrovato il documento in cui la madre di Zanetta,
Marzia, giurava per la figlia, nel frattempo trasferitasi per lavoro a Dresda,
che il contratto prevedeva un affitto di 80 ducati annui e che l'immobile era
di proprietà Savorgnan, conosciamo con certezza i dati contrattuali e la
residenza indicata sull'atto, cioè Calle della Commedia. Purtroppo le modifiche
urbanistiche e catastali intervenute non consentono con certezza
l'identificazione, anche perché all'epoca non esistevano dati catastali
precisi. Secondo lo studioso citato, l'abitazione è da identificarsi con la
casa al civico 3089 della Calle degli orbi che all'epoca potrebbe essere stata
designata come Calle della Commedia. Corrisponderebbero sia l'aspetto fisico
che la proprietà. Comunque tutte queste ipotesi si muovono entro un fazzoletto
di spazio di poche centinaia di metri; infatti è certo che i C. abitavano, per
motivi di lavoro, nei pressi del Teatro San Samuele, di proprietà dei Grimani.
Documento: Calle della Commedia 324|casa|Giovanna C. comica al presente
s'attrova in Dresda, giurò Marzia sua Madre|N.H Zuanne e F.llo Co.
Savornian|d.ti 80 (annui) Registro dell'anno 1740 Atti della Parrocchia di
S.Samuele. Non nel noto lazzaretto del
Vanvitelli, ma in quello in uso precedentemente. Si è mantenuta la cronologia quale risulta
dal testo delle Memorie. L'autore ha qui, come in altri casi, confuso le date o
fuso insieme più viaggi. In realtà la permanenza nel Lazzaretto era durata dal
26 (o 27) ottobre 1743 al 23 (o 24) novembre 1743. Quindi l'intervallo tra i
due viaggi è stato di tre mesi, non di sette. Come affermato dall'autore, il
soggiorno si svolse nel Lazzaretto "Vecchio", in quanto quello
"Nuovo", pur terminato nel febbraio del 1743, iniziò a funzionare
solo nel 1748 allorché la Reverenda Camera Apostolica se ne prese carico.
Sull'argomento si veda: Furio Luccichenti, Quattro settimane nel Lazzaretto in
L'Intermédiaire des Casanovistes Genève, Année XXVIII, anno 711. In tale studio
viene ricostruita la situazione dei lazzaretti di Ancona e confrontato il
racconto casanoviano con le risultanze di archivio relative ai progetti e
all'iconografia degli edifici adibiti alle quarantene.La cronologia della
permanenza è stata stimata dall'autore nel periodo 26.10/23.11.1743. Un'altra
cronologia differisce di un giorno soltanto: 27.10/24.11.1743 (J. C.,
Histoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original, suivi de textes
inédits. Editore Laffont, I,
Cronologia,XXX, cit. in bibl.) Il progetto di ristrutturazione del Lazzaretto
"Vecchio", datato 1817, si conserva nell'Archivio di Stato di Roma
(Collezione Mappe e Piante, Parte I, Cart. 2, n° 87/I, II, III.). Esso consente
di verificare lo stato del fabbricato all'epoca della permanenza del C.. Il personaggio di Teresa/Bellino ripropone
una tematica ricorrente cioè la questione dell'aderenza alla realtà dei fatti
riportati nell'Histoire e il considerare il personaggio descritto come
realmente esistito. L'identificazione di Teresa con Angela Calori, nota
virtuosa, cioè cantante, di gran successo, si basa su ricerche effettuate già
dai casanovisti del passato, come Gustavo Gugitz, il quale però ritenne che il
personaggio fosse in realtà una costruzione letteraria. Teresa viene spesso
citata nell'Histoire sotto il nome fittizio di Teresa Lanti, maritata con
Cirillo Palesi, nome anch'esso fittizio. Ma molte delle notizie, date e fatti
riferiti nel racconto casanoviano non quadrano con quelli attribuibili alla
Calori. Quest'ultima è anche ricordata direttamente nell'Histoire allorché C.
riferisce di averla incontrata a Londra e di aver provato, vedendola, le stesse
sensazioni avute in occasione di un incontro, a Praga, con Teresa/Bellino, il
che ha indotto taluni a considerare questo fatto una prova che la Teresa delle
memorie fosse effettivamente la Calori. Molti studiosi (tra gli altri Furio
Luccichenti) propendono per l'assemblaggio d'invenzione, cioè pensano che C.
abbia costruito il personaggio di cui parla con elementi derivanti da più
persone diverse, il che non esclude che l'autore possa essersi ispirato, in
larga misura, anche alla Calori. Comunque gli studiosi non demordono: Sandro
Pasqual (L'intreccio, C. a Bologna) ha ipotizzato trattarsi non della Calori,
ma di un'altra famosa cantante bolognese, Vittoria Tesi, nota per il suo
fascino androgino e per aver interpretato spesso en travestie parti maschili.
La tendenza a romanzare del C. sarebbe in questo caso particolarmente stimolata
dall'ambiente e dai ruoli dei personaggi descritti. Egli ebbe sempre, infatti,
fortissimi legami col mondo teatrale, essendo figlio di attori e avendo
frequentato tutta la vita teatri e teatranti. Curiosamente, ogni volta che
rappresenta un personaggio femminile che ha a che fare col teatro, sia cantante
o ballerina, lo descrive, salvo rarissimi casi, in modo particolarmente
negativo; come se, pur attratto da quel mondo, ne disprezzasse profondamente
gli interpreti, attribuendo, soprattutto a quelli femminili, le peggiori
inclinazioni alla falsità, all'avidità e al calcolo. Teresa/Bellino è una delle
eccezioni, il che farebbe propendere per l'idealizzazione, cioè per la non
rispondenza alla realtà del personaggio, peraltro nascosto, come si è detto,
sotto un nome fittizio. Sul rapporto tra l'Histoire e il mondo del teatro si
veda, di Cynthia Craig, Representing anxiety. The figure
of the actress in C.'s Histoire de ma vie. L'intermédiaire des
casanovistes, Genève, Barbaro, patrizio veneziano del ramo Barbaro di San
Aponal, figlio di Anzolo Maria, morto senza figli, lasciò a C. un legato di sei
zecchini al mese. (Fonte: Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte
intégral du manuscrit original, suivi de textes inédits. Editore Robert
Laffont cit. in bibl. I997, che rinvia a
Salvatore di Giacomo, Historia della mia fuga dai Piombi, Milano) Dandolo, patrizio
veneziano del ramo Dandolo di San Giovanni e Paolo. Documento: Testamento di
Dandolo in Archivio di Stato di Venezia. Legato testamentario
"...Raccomando alla loro bontà la persona di Giacomo C., che mi fu in
tutta la sua vita attaccato col cuore, e amoroso alla mia persona, e che ha
mostrato in ogni tempo la più comendabile gratitudine a' miei pochi benefizj.
Dichiaro che a lui appartengono tutti i mobili, che sono nella stanza in cui
dorme. Al suddetto C. lascio il mio orologio d'oro e le mie quattro possate
d'argento" (Fonte: L'Histoire de ma vie di Giacomo C., Michele
Mari, cit. in, pag.29 nota 104).
L'identificazione di "Henriette" insieme a quella di
"Suor M.M." è stato uno degli argomentipiù dibattuti dai casanovisti.
Il motivo di tante accanite ricerche è connesso con la centralità sentimentale
di questi due personaggi nella vita di C.. Il nome di Henriette ricorre di
con tinuo nelle Memorie e la sua identità è stata mascherata accuratamente
dall'autore. Tra le identificazioni che si sono susseguite quelle più
autorevoli sono da ascrivere a: John Rives Childs, che sostenne trattarsi di
Jeanne-Marie d'Albert de Saint Hyppolite, sposata a Fonscolombe, nipote di
Margalet, proprietario del castello di Luynes, che si trova nella zona
descritta da C. come quella di residenza di Henriette. Watzlawick, che sostiene
trattarsi di Marie d'Albertas, nata a Marsiglia. Louis Jean André, che avrebbe
identificato Henriette in Adelaide de Gueidan. Quest'ultima ricostruzione è
sostenuta da un apparato critico impressionante che, attraverso una raccolta
minuziosa di elementi (lettere, atti, iconografia, topografia della zona),
conduce a una notevole verosimiglianza dell'identificazione. Immagini del
castello di Valabre, residenza della famiglia De Gueidan, che secondo André
corrisponderebbe perfettamente alla descrizione datane da C. senza nominarlo,
sono visibili qui. Manca ancora però la prova inoppugnabile, una lettera o un
qualsiasi manoscritto del C. stesso che consenta l'identificazione certa. Molti studiosi hanno tentato
l'identificazione di suor M.M. Lo studio più completo sull'argomento si deve a
Riccardo Selvatico, che la identifica con Marina Morosini (R. Selvatico, Note
casanovianeSuor M.M. Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed
Arti. Sul rapporto tra romanzo e
autobiografia nelle Memorie si veda tra gli altri L'Histoire de ma vie di
Giacomo C. Michele Mari. Balletti era il nipote della Fragoletta, l'attempata
attrice amata dal padre di Giacomo, Gaetano, al seguito della quale era
arrivato in giovane età a Venezia. (Fonte: Charles Samaran, Jacques C.,
Vénitien, une vie d'aventurier au XVIII siècle, con rinvio a un passaggio delle
Memorie di Goldoni) C. fu iniziato nella
loggia Amitié amis choisis, probabilmente su presentazione di Balletti (Fonte:
Jean-Didier Vincent, C. il contagio del piacere). L'affiliazione di Mozart alla Fratellanza
Massonica avvenne il 14 dicembre del 1784, nella loggia “Zur Wohltätigkeit”
(Alla Beneficenza) di Vienna (Fonte: Lidia Bramani, Mozart massone e rivoluzionario.
Mondadori). C. riceve i gradi di Compagno e Maestro nella loggia di S. Giovanni
di Gerusalemme (cfr. Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome
I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.) Malgrado la diuturna applicazione, il fatto
di aver avuto eccellenti maestri come Crebillon e di aver potuto fare ampia
pratica durante la permanenza in Francia, il francese di C. non fu mai ritenuto
sufficientemente perfetto nella forma scritta, soprattutto a causa degli
“italianismi” che si riscontrano numerosissimi nelle Memorie. C. riferisce con
dovizia di particolari il suo incontro con Crebillon e la successiva intensa
frequentazione allo scopo di imparare la lingua. Ammette anche i suoi limiti:
infatti scrive: Per un anno intero andai da Crebillon tre volte alla settimana ma
non riuscii mai a liberarmi dei miei italianismi (Fonte: G. C., Storia della
mia vita, Mondadori). L'imputazione e la
sentenza. Venute a cognizione del Tribunale le molte riflessibili colpe di
Giacomo C. principalmente in disprezzo publico della Santa Religione, SS. EE.
lo fecero arrestare e passar sotto li piombi. Andrea Diedo Inquisitor. Antonio
Condulmer Inquisitor. Antonio Da Mula Inquisitor. L'oltrascritto C. condannato
anni cinque sotto li piombi. Andrea Diedo Inquisitor. Antonio Condulmer
Inquisitor. Antonio Da Mula Inquisitor. (Venezia Archivio di Stato Inquisitori
di Stato Annotazioni B. 534245) Riferte
di Manuzzi, confidente degl’inquisitori di stato Incaricata la mia obbedienza
dal Venerato Comando di riferire chi sia Giacomo C., generalmente rilevo ch'è
figlio di un comico e di una commediante; viene descritto il detto C. di un
carattere cabalon, che si fa profittare della credulità delle persone come fece
col N.H. Ser Zanne Bragadin, per vivere alle spalle di questo o di quello...
Giovanni Battista Manuzzi. Mi sovvenne allora che lo stesso C. parlato mi avea
ne' giorni passati della Setta de' Muratori, raccontandomi i onori e vantaggi
che si hanno ad essere nel numero de' confratelli, che vi aveva
dell'inclinazione il N.H. Ser Marco Donado per essere arrolato a detta Setta...
Giovanni Battista Manuzzi. Secondo il
casanovista Pierre Gruet, il motivo fondamentale dell'arresto di C. è da
ricercare proprio nella relazione con suor M.M. che, se l'identificazione con
Marina Morosini è corretta (sul punto si veda R. Selvatico, Note
casanovianeSuor M.M. Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti),
apparteneva ad una delle più potenti famiglie del patriziato veneziano. I
Morosini avrebbero quindi fatto pressioni sugli inquisitori per far cessare la
scandalosa situazione. Cfr. Jacques C. de
SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original,....Ed.
Laffont. Bibliografiche C., Histoire de ma vie, Wiesbaden-Paris, F. A.
Brockhaus-Librairie Plon. Giacomo C.,
Examen des "Etudes de la Nature" et de "Paul et Virginie"
de Bernardin de Saint Pierre. Goldoni, Memorie, Torino, Einaudi Fonte: Helmut
Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée
sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl. G.C.,Storia della mia vita, Mondadori. (Fonte: P.Molmenti, Carteggi casanoviani) (Fonte E.Grossato, Un bizzarro allievo dello
Studio Padovano. Giacomo C., in Padova e la sua provincia) (Fonte: P.Del
Negro, Giacomo C. e l'Padova, estratto da Quaderni per la storia dell'Padova
secondo la cronologia delle Memorie. Cfr. Helmut
Watzlawick, Chronologie,LVIII in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition
publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl. (Fonte: Helmut Watzlawick, Chronologie,LXIII
in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard
Lahouati,, cit. in bibl.) Helmut
Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée
sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl. Fonte: Silvio Calzolari, Vita, Amori, Mistero
di un libertino veneziano: Ma perché fu fermato? Non aveva da
scontare alcuna pena. L'arresto fu probabilmente organizzato dal Grimani che
voleva dargli una lezione per aver venduto di nascosto i mobili della casa
paterna e per aver maltrattato un suo incaricato, Antonio Razzetta, che doveva
occuparsi della questione. Si veda di
Furio Luccichenti, La prassi memorialistica di Giacomo C., L'Intermédiaire des
casanovistes. Si veda di Pierre-Yves
Beaurepaire, Grand Tour', ‘République des Lettres' e reti massoniche: una
cultura della mobilità nell'Europa dei Lumi », in Storia d'Italia, Annali, La
Massoneria, Gian Mario Cazzaniga, Torino, Giulio Einaudi, 200632-49 cfr. Helmut Watzlawick, Chronologie, in C.,
Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard
Lahouati,, cit. in bibl. cfr. Helmut Watzlawick,
Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la
direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl,
Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C. Fonte: Bruno Rosada, Il
Settecento veneziano. La letteratura, Venezia, Corbo e Fiore. Riguardo alla
paternità del quadro in questione, la precedente attribuzione a Mengs
(risalente a Winckelmann) è stata praticamente abbandonata dalla critica e,
allo stato delle ricerche, il quadro è probabilmente attribuibile a Francesco
Narici, pittore di origine genovese attivo a Napoli. La tela fu scoperta nel
1952 a Milano da un restauratore di Bologna: Armando Preziosi, il quale
sosteneva di aver trovato tra la cornice, sicuramente coeva, e il quadro, un
biglietto manoscritto che recava le parole Jean-Jacques C. Il fatto che il
soggetto rappresentato possa effettivamente essere Giacomo C., si basa su una
serie di dati che sono: l'osservazione delle fattezze, soprattutto il
naso; il fatto che essendo il quadro a grandezza naturale consenta di ipotizzare
trattarsi di un uomo della stessa statura di C. che è nota; il fatto che i
tratti assomiglino in maniera sorprendente all'altro quadro, di mano del
fratello Francesco, di sicura attribuzione, sia per l'autore che per il
soggetto. Inoltre l'insieme del ritratto: l'amorino, i libri, fanno pensare a
una simbologia molto affine al personaggio di C. che, pur nello stile di vita
brillante e mondano, teneva sempre a porsi come un letterato. Il quadro passò,
nel 1993, da Preziosi alla collezione privata del casanovista Giuseppe Bignami
di Genova. Per documentarsi sull'argomento si veda: Giuseppe Bignami,
Aggiornamenti e proposte sull'iconografia casanoviana, in L'intermédiaire des
casanovistes. Il mondo di C. (catalogo della mostra a Ca' Rezzonico). Giuseppe
Bignami, C. tra Genova e Venezia, La Casana, n° 3 luglio-settembre 2008,25-37.
Una summa dell'iconografia casanoviana, che si compone di nove opere di cui
soltanto due di sicura attribuzione, è consultabile in C., la passion de la
liberté, catalogo della mostra organizzata dalla BNF,, Parigi, Coédition
Bibliothèque nationale de France / Seuil. Balbi, monaco somasco. Era un
patrizio veneziano appartenente a una casata barnabota, cioè a una di quelle
famiglie patrizie che avevano perso ogni ricchezza e i cui membri erano ridotti
a vivere di espedienti. Erano detti barnabotti in quanto gravitavano intorno a
Campo San Barnaba (Fonte: L'histoire de ma vie di C., Mari. Si trattava di un
certo Andreoli, custode del palazzo, che il C. vide approssimarsi, da una
fessura del portone, "in parrucca nera e con un mazzo di chiavi in
mano". Sul punto, per maggiore approfondimento, si veda il commento di
Riccardo Selvatico Cento note per C. a Venezia, Furio Luccichenti, ed. Neri
Pozza. Sentenza di condanna a carico di
Basadonna, carceriere del C. Lorenzo Basadonna era custode delle Prigioni de
Piombi, che esisteva nei camerotti per difetti del suo ministero, da quali ne
provenne la fuga al primo novembre decorso da Piombi stessi delBalbi somasco, e
di Giacomo C., che vi erano condannati, per tenui motivi di contrasto con
Giuseppe Ottaviani pur condannato ne' camerotti, ne commise la interfezione.
Presi dal Tribunale gl'essami per rilevare l'origine, e i modi del non
ordinario avvenimento, risultò infatti per la confessione stessa del reo il
caso per proditorio in ogni sua circostanza. Tutto che però meritasse il
supplizio maggiore, la clemenza del Tribunale con pieni riflessi di carità e di
clemenza è devenuta alla sentenza qui contro estesa''. Alvise Barbarigo Inq.r
Lorenzo Grimani Inq.r Bortolo Diedo Inq.r. Basadonna sia condannato ne' Pozzi
per anni dieci. Alvise Barbarigo Inq.r Lorenzo Grimani Inq.r Bortolo Diedo
Inq.r Venezia, Archivio di Stato, Inquisitori di Stato, Annotazioni, R. 535
c.83. Jeanne Camus de Pontcarré marchesa d'Urfé, sposò Louis-Christophe de
Lascaris d'Urfé de Larochefoucauld marchese di Langeac, dal quale ebbe tre
figli. Rimase
vedova nel 1734 (Fonte: G. C. Storia della mia vita, ed. Mondadori) G. C., Historie de ma vie. Molti commentatori
hanno avanzato dubbi sul racconto casanoviano relativo all'istituzione della
lotteria, che sarebbe servita a finanziare la costruzione della École
militaireprogetto che era sostenuto in modo pressante dalla Pompadoure su
particolari, relativi all'architettura dell'operazione ideata dai fratelli
Ranieri e Giovanni Calzabigi, così come esposti nell'Histoire. Comunque, vista
la rilevanza della documentazione, è indubitabile che C. abbia svolto un ruolo
chiave, probabilmente mettendo a disposizioni le sue forti entrature politiche.
Il che dimostrerebbe anche che il rapporto con de Bernis e il suo entourage era
molto solido. Sul punto si veda G. C., Storia della mia vita, Mondadori in cui si puntualizza che la lista dei 28
ricevitori, pubblicata nel febbraio 1758, non riporta il nome di C. in
relazione alla ricevitoria di Rue Saint Denis, citata nel racconto
autobiografico. Secondo Samaran, (Jacques C. ecc.. Cit. In bibl.) C. avrebbe
diretto una ricevitoria, ma a Rue Saint Martin. Si veda anche Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Éd. Robert
Laffont (con rinvio a C. Meucci, C.
Finanziere),23 nota 2, (con rinvio a A. Zottoli, Giacomo C.) e Jean Leonnet,
Les loteries d'état en France. Imprimerie nationale. Il decreto di fondazione
della lotteria è un arrêt delConsiglio di Stato del re Luigi XV (BnF,
Departement des Manuscrit Française 26469, fol. 198). Del viaggio nei Paesi Bassi, come incaricato
di una missione diplomatica descritto da C., vi è un riscontro obiettivo: il
passaporto, ritrovato a Dux, rilasciatogli il 13 ottobre 1758 da Matthys
Lestevenon van Berkenroode, ambasciatore della Repubblica delle Sette Province
a Parigi (Fonte: G. C. Storia della mia vita, ed. Mondadori). Il documento
originale è riprodotto in Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original,.... Ed. Laffont, cit. in bibl. Vol
II, Appendice Documents pag. 1193 e seg.
Dopo
il naufragio dei progetti matrimoniali di Giustiniana, la madre Anna Gazini
(che aveva sposato, dopo la nascita della primogenita, sir Richard Wynne)
decise di lasciare Venezia per evitare che i pettegolezzi danneggiassero le
altre due figlie, Mary Elizabeth, nata nel 1741, e Teresa Susanna, nata nel
1742. La partenza avvenne il 2 ottobre 1758 (Fonte: Andrea di Robilant, Un
amore veneziano, Milano, Mondadori). La
lettera autografa di Giustiniana Wynne è andata all'asta all'Hôtel Drouot
(Parigi). Il collezionista che l'ha acquistata, e che ha voluto mantenere
l'anonimato, ne ha però consentito la pubblicazione integrale (cfr. Helmut
Watzlawick, L'Intermédiaire des Casanovistes)
siete filosofo, siete onesto, avete la mia vita nelle mani, Salvattemi
se c'è ancora rimedio, e se potete. C., Storia della mia
vita, Mondadori, Histoire Nous avons ici une espèce de plaisant qui
serait très capable de faire une façon de Secchia Rapita, et de peindre les
ennemis de la raison dans tout l'excès de leur impertinence... (Fonte: Œuvres
complètes de Voltaire avec des notes... Parigi)
Fonte: Frédéric Manfrin in C., la passion de la liberté, Parigi,
Coédition Bibliothèque nationale de France / Seuil,, Chronologie. G. C., Storia della mia vita, Mondadori. Augspurger,
detta La Charpillon, nota cortigiana londinese (Fonte: G. C., Storia della mia
vita, ed. Mondadori. Un riscontro del
soggiorno di C. a Berlino deriva da una annotazione nel diario di Boswell, in
cui lo scrittore scozzese accenna all'incontro avvenuto da Rufin, cioè alla
locanda Zu den drei Lilien (Ai tre gigli) in Poststraße, dove anche C.
alloggiava. In particolare scrive: Ho mangiato da Rufin dove Nehaus, un
italiano, voleva brillare come grande filosofo e quindi sosteneva di dubitare
di tutto, a cominciare dalla sua stessa esistenza. Lo ritenni un perfetto cretino. (A.Pottle, The Yale edition of the
Private Papers of James Boswell, London). Il nome Nehaus è la
traduzione di C. in tedesco (con un errore di grafia = Neuhaus) e risulta che C.
abbia usato il suo cognome tradotto, con diverse forme. Ad esempio, in una
lettera a lui indirizzata a Wesel, si legge come destinatario comte de Nayhaus
de Farussi, Farussi era il cognome della madre del C.. (Fonte: Helmut
Watzlawick, C. and Boswell, nota in L'Intermédiaire des Casanovistes, XXIII
2006, pag 41). Fonte: Elio Bartolini,
Vita di Giacomo C., cit. in bibl. Cap. XVII pag. 271. C. passò la frontiera
russa a Riga sotto il nome di Farussi, cognome della madre (cfr. Helmut
Watzlawick, Chronologie, in Histoire de ma vie, Édition publiée sous la
direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.)
Fonte: Elio Bartolini, Vita di C. Secondo quanto affermato nelle
Memorie, C. incontrò varie volte la sovrana, sottoponendole vari progetti, ma
senza alcun risultato. Franciszek
Ksawery Branicki, conte di Korczak, (1730–1819). Sul contesto storico in cui si
muoveva Branicki, che era un rappresentante della nobiltà filorussa, la cui
collusione con la potente nazione vicina rappresentò un vero e proprio
tradimento, si può consultare la voce dedicata a Tadeusz Kościuszko, in
particolare il paragrafo "Ritorno in Polonia". Anna Binetti (cognome di nascita Ramon)
celebre ballerina, nota in tutta Europa. Sposò nel 1751 il ballerino Georges
Binet. Dopo il ritiro dalle scene (circa 1780) si dedicò all'insegnamento della
danza a Venezia (Fonte: G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori) C., Storia della mia vita, Mondadori
2001, III, pag. 285 e seguenti, cit. in
bibl. La vicenda sollevò un clamore
notevole e fu riportata nelle cronache. Una descrizione dei fatti, che ricalca
sostanzialmente il racconto casanoviano e ne attesta la veridicità, si trova in
una lettera datata 19 marzo 1766, scritta da Giuseppe Antonio Taruffi, segretario
del nunzio apostolico Antonio Eugenio Visconti, e spedita da Varsavia a
Francesco Albergati Capacelli (Ernesto Masi, Ed. Zanichelli Bologna. La vita i
tempi gli amici di Francesco Albergati pagg. 196 e seg. e nota 1 pag. 203.) Fonte: Elio Bartolini, Vita di C. Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C. Cfr.
anche, per la data di morte di Bragadin e la data in cui la notizia fu appresa
da C. (26 ottobre), Helmut Watzlawick, Chronologie, in Histoire de ma vie, tome
I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.) Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C.. I
soggiorni romani di C. furono tre. I personaggi descritti, numerosissimi, sono
noti alle cronache del tempo e quindi è possibile ritenere veridico il racconto
che consente riscontri obiettivi. Uno dei riscontri è costituito da un
documento che certifica la presenza a Roma del C. durante la Quaresima del
1771. Documento: Stato delle anime, in Registri parrocchiali di S.Andrea delle
Fratte Piazza di SpagnaCasa del Conservatorio di S.Eufemia Francesco Poletti anni
51 M. Angela moglie.anni 40 Margarita figlia zitella anni 16 Tommaso figlio anni
20 Vincenzo figlio anni 14 Anna Proli serva anni 40 Piggionanti
Giovanni Nicolao Fedriani anni 22 Giuseppe fratello anni 18 D. Giacinto Cerreti
anni 37 Il signor Giacomo C....anni 46 L'immobile in questione è quello,
antistante l'Ambasciata di Spagna, sito nella piazza all'attuale numero civico
32. L'abitazione del C. era al secondo piano. (Fonte: A.Valeri C. a Roma cit.
in bibl.) Si è a lungo discusso
circa l'esistenza di ulteriori capitoli che dovrebbe essere comprovata dal
titolo originale dell'opera: Histoire de ma vie jusqu'à l'an 1797, come risulta
dalla prima pagina della prefazione. Tuttavia ciò rimane solo un'ipotesi,
perché non è stato mai trovato un manoscritto riguardante il periodo successivo
al 1774. Va quindi considerato che, fino alla data in questione, la fonte
primaria delle vicende di C. sono le sue Memorie; dopo il termine temporale
delle medesime ci si è basati su epistolari o notizie di altro tipo: scritti di
contemporanei, registrazioni amministrative, notizie apparse su gazzette.
Alcuni autori hanno tentato una ricostruzione cronologica dei fatti utilizzando
i documenti disponibili, tra cui il Brunelli (Bruno Brunelli, Vita di Giacomo C.
dopo le sue memorie, cit. in bibl.) e il Bartolini (Elio Bartolini, C. dalla
felicità alla morte. Evidentemente le notizie riguardanti il periodo compreso
temporalmente nelle Memorie sono enormemente più numerose di quelle relative al
periodo successivo. Circa l'attendibilità e la precisione delle notizie
riportate nelle Memorie, il dibattito è stato amplissimo, ma numerosissimi
riscontri ne hanno comprovato la sostanziale veridicità. Il viaggio da Trieste a Venezia inizia; la
data è verificabile da una notizia apparsa sulla Gazzetta Goriziana “Sabato 10
corrente è passato per qua il signor Giacomo C. di Saint Gall celebre per li
diversi famosi incontri da lui avuti, girando l'Europa; come non meno per le
opere da lui stampate, fra le quali abbiamo già annunziato in un nostro foglio
la Storia delle vicende di Polonia; ha egli inaspettatamente ottenuto il suo
perdono e dopo venti anni si è restituito a Venezia sua patria”. (fonte: Rudj
Gorian Editoria e informazione a Gorizia nel Settecento: la “Gazzetta
goriziana”, Trieste, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia). È da osservare che la notorietà del
personaggio era grande e che anche della sua attività di scrittore, oltre che
di avventuriero, si parlava molto, negli ambienti intellettuali, ancor prima
del suo rientro a Venezia. In una lettera datata Venezia Elisabetta Caminer,
rivolgendosi a Giuseppe Bencivenni Pelli, scrive "...È dunque costì quel
famoso C. che ha fatto tante pazzie e alcune cose buone? Io lo conosco assai di
nome, e mio padre lo conosce anche di persona. Ditemi, in che le sue maniere
sono diverse dalle vostre? Qual tuono è il suo? Voi già sapete la sua
prodigiosa fuga da' piombi di Venezia. Stampa egli codesta sua Storia della
Polonia? Avete voi letta la sua confutazione dell'opera di Amelot della
Houssaye?..." (Fonte: Rita Unfer Lukoschik, Lettere di Elisabetta Caminer, organizzatrice
culturale, Edizioni Think Adv, Conselve, Padova). Si tratta di Lorenzo Morosini, Alvise Emo,
Pietro Pisani, Nicolò Erizzo, Andrea Tron, Sebastiano Venier. L'elenco completo dei sottoscrittori è
consultabile in: G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori 1965, Piero Chiara.
Delle lettere di C. alla Buschini non resta nulla ma, poiché spessissimo la
Buschini, nel testo, ripete le notizie inviatele e le richieste di notizie
rivoltele, è facile ricavare, almeno in parte, il testo delle lettere ricevute.
A Dux sono state reperite da Aldo Ravà 38 lettere di Buschini. Di queste, 33 sono state riportate
nel volume Lettere di donne a Giacomo C. Aldo Ravà, Milano, Treves cit. in bibl. L'edizione critica più recente
delle lettere di Francesca Lettres de Francesca Buschini à G. C., è stata edita
Marco Leeflang, Utrecht, Marie-Françose Luna, Grenoble, Antonio Trampus,
Trieste, cit. in bibl. La corrispondenza consente di ricostruire gli anni
successivi al secondo esilio di Giacomo C.. Attraverso esse si vive il dramma
umano della Buschini la quale, col passare degli anni, era sempre più avvolta
da una cupa povertà, da dolori familiari causati dal fratello, che praticamente
viveva alle sue spalle e dalla madre, che col tempo diveniva sempre più
intollerante. Quando C. dovette sospendere i suoi aiuti in denaro, essendo
ormai nell'impossibilità materiale di inviarne, la Buschini si ritrovò
letteralmente in mezzo alla strada, dovendo lasciare l'appartamento di Barbaria
delle Tole, non avendo più la possibilità di pagare l'affitto. Nessuna notizia
ulteriore ci è giunta, ma la sua testimonianza di lenta emarginazione è
oltremodo toccante. A.Ravà, Lettere di
donne a Giacomo C. Fonte dell'ammontare del canone: Ravà, Marsan, Sui passi di C. a Venezia. Fonte: Elio
Bartolini, Vita di Giacomo C. Fonte: G. C., Analisi degli studi sulla natura...
G. Simeoni. Ed. Pendragon. Il testo del libello è stata oggetto di una
pubblicazione a tiratura limitata Furio Luccichenti, ed. Il collezionista 1981.
Si è ipotizzato che il Grimani abbia incaricato della redazione della replica
Girolamo Molin, tuttavia il libello non fu mai dato alle stampe all'epoca, ma
fu fatto circolare in forma manoscritta (Fonte: Bruno Brunelli, Vita di Giacomo
C. dopo le sue memorie, cit. in bibl. pag.68 nota 9). Il conflitto con la servitù del castello
divenne con gli anni sempre più acuto, tanto da far giudicare insostenibile la
permanenza al castello del maggiordomo Georg Feldkirchner, che fu infatti
rimosso dall'incarico. La diatriba fu poi oggetto dell'opera Lettres écrites au
sieur Faulkircher... (vedi in ) nella quale C. trasfuse tutto l'astio
accumulato per le persecuzionia suo diresubite.
Il concetto è ripreso da un passo di Piero Chiara (cfr. G. C., Storia
della mia vita, ed. Mondadori 1965, Piero Chiara, vol VII. pag.13, 14)...Ma il C.
è quello che è, e non vuole essere altro; vero eroe del suo tempo per
l'audacia, la sincerità con la quale lo visse, allo sbaraglio, senza temere i
colpi di spada o di pistola, il carcere o l'esilio, pur di consumare fino
all'ultimo l'avventura della sua esistenza in un'epoca in cui la vita era
un'opera d'arte e si poteva farne, con vera gioia, un capolavoro dei
sensi..... Il casanovista Helmut
Watzlawick ha pubblicato (cfr. L'intermédiaire des casanovistes) una breve nota
intitolata Lieu de sepolture de C., in cui riferisce la notizia, comunicatagli
da uno studioso tedesco, Hermann Braun, di una testimonianza sull'argomento
individuata nell'opera di un memorialista e storico coevo al C.: Meusel,
professore di storia a Erlangen. Meusel, nella sua
opera Archiv für Künstler und Kunst-Freunde (Dresda) fa il seguente commento:
«L'aîne, Jacques C., Docteur en Droit de Padoue et bibliothécaire de Comtes de
Waldstein-Warthemberg, à Dux en Bohème, où il mourût aussi, immortalisé par un
monument plein de goût que le Comte lui a fait ériger dans son jardin, où il le
faisait aussi enterrer selon son propre désir.» Pare quindi
evidente che la sepoltura fosse ubicata all'interno del parco del castello e il
conte vi avesse fatto erigere un monumento “pieno di gusto” in memoria del suo
bibliotecario. Il conte Waldstein aveva certamente dell'affetto per C., oltre
al legame derivante dalla comune appartenenza alla Massoneria, se è vero che
gli conferì un incarico formale di bibliotecario ma in pratica, visto lo scarso
impegno che comportava, una pensione, che lo mantenne per lunghi anni
provvedendo a tutti i suoi bisogni e che spesso dovette far fronte ai suoi
debiti, talvolta cospicui, con gli editori. È quindi più che logico che abbia
deciso di onorarne la memoria con una sepoltura degna e con un monumento
funebre. Inoltre il Meusel è conosciuto come un biografo scrupoloso e non
avrebbe avuto motivo per inventare un dettaglio facilmente verificabile da
parte dei suoi lettori, tra i quali Francesco C., fratello minore di Giacomo e
famoso pittore, al quale Meusel dedicò, nella medesima opera, un contributo
biografico e che era ancora in vita al tempo della redazione dell'opera. Come
sostiene Watzlawick, per avere la prova certa, bisognerebbe revisionare la
contabilità del castello al momento della morte del C., cercando la traccia dei
pagamenti effettuati per la sepoltura e l'erezione del monumento. Edizione in tre tomi basata sul manoscritto
conservato presso la BNF, con le varianti di testo relative a passi rimaneggiati
dall'autore. Attualmente è l'edizione critica di riferimento. Archivio Alinari,
su alinariarchives. Archivio Granger New
York Opere di LonghiC.Ubication:
Firenze Miti e personaggi della
modernità: Dizionario di storia, letteratura, arte, musica e cinema, edizioni
Bruno Mondadori,: Nell'arte. Di C. esistono alcuni ritratti, tra cui un dipinto
giovanile a opera del fratello, uno di Lon ghi che lo raffigura all'epoca della
maturità (Collezione Gritti, Venezia), e un terzo attribuibile a Mengs» (NDR:
oggi quest'ultimo è attribuito a Francesco Narici) Il quadro, conservato un tempo nella
collezione Gritti di Venezia, poi a Firenze, e qua riprodotto in bianco e nero
in una fotografia o una stampa eseguita forse negli anni '30, sarebbe stato
eseguito presumibilmente nel 1774 allorché C. rientrò a Venezia dall'esilio.
Sembra si trattasse di un lavoro a olio su tavola di dimensioni sconosciute
donato dall'artista a un membro della famiglia Gritti. Successivamente passò a
Gritti di Treviso, zio materno dell'avvocato Ugo Monis di Roma che lo ereditò
dalla sorella di Francesco Antonio, Maria Gritti Rizzi. Il quadro faceva ancora
parte della collezione di Monis. Molto dubbia l'identificazione del C. nel
soggetto ritratto che apparentemente non sembra superare la quarantina mentre,
all'epoca in cui dovrebbe essere stato eseguito il ritratto, C. era vicino ai
cinquant'anni. Una summa dell'iconografia casanoviana, che si compone di nove
opere di cui soltanto due di sicura attribuzione, è consultabile in C., la
passion de la liberté, catalogo della mostra organizzata dalla BNF,, Parigi,
Coédition Bibliothèque nationale de France/Seuil. Su Alessandro Longhi si veda
l'amplissimo studio di Paolo Delorenzi (consultabile su Ca' Foscari online). In
particolare vengono riassunte le vicende del ritratto con richiami
bibliografici a Ver Heyden De Lancey C., Les portraits de Jacques et de
François C., «Gazette des Beaux-Arts», Bernier G., Beau garçon, C.?, «L‟OEil», La
questione è stata oggetto di un cospicuo dibattito sul quale spesso ha pesato
il giudizio moralmente negativo circa la personalità dell'autore. Soprattutto
al primo apparire di opere critiche sulla questione, cioè alla fine
dell'Ottocento, primi del Novecento, si tendeva a separare la indiscussa
validità storica delle Memorie, nel loro complesso, dal giudizio di
riprovazione morale nei confronti dell'autore e dei passi delle memorie
ritenuti sconvenienti. Posizione questa ad esempio assunta da Benedetto Croce
il quale si occupò ripetutamente di personaggi e vicende casanoviane (si veda:
Personaggi casanoviani in Aneddoti e profili settecenteschi, ed. Sandron 1914)
pur definendo le Memorie "un libro osceno" (B.Croce, Salvatore di
Giacomo e il canto del grillo in "la Critica"). Col tempo il valore
storico e letterario cominciò ad avere sempre più numerosi sostenitori, come
Ettore Bonora il quale scrisse...fissati i loro limiti. i Mémoires restano un
libro eccezionale, rappresentativo quant'altri mai del mondo settecentesco, un
libro che, per la sua stessa ricchezza di materiali quanto pochi altri, può
rivelare a un lettore paziente lo spirito della vecchia società che la
Rivoluzione doveva distruggere (E.Bonora Letterati, memorialisti e viaggiatori
del Settecento). Fonte: T. Iermano, Le scritture della modernità, citato in. Emblematico a questo riguardo è il caso del
romanzo utopistico Icosameron (Praga) che costituì un tale insuccesso
editoriale da minare definitivamente la già non florida situazione finanziaria
del C.. Malgrado gli sforzi dei volenterosi sottoscrittori, si accumulò una
perdita di duemila fiorini, secondo una nota autobiografica rinvenuta a Dux, di
ottocento zecchini secondo una lettera a Pietro Antonio Zaguri. Cifre comunque
di grande rilievo che costrinsero l'incauto scrittore e improvvisato editore a
ricorrere a prestiti usurari, dando in pegno i pochissimi beni residui e
perfino capi di vestiario (Fonte: Elio Bartolini Vita di Giacomo C., ed.
Mondadori). Fonte: Elio Bartolini, Vita
di Giacomo C.. La redazione della Confutazione fu soltanto uno dei tanti
elementi della lunga strategia che condusse all'ottenimento del perdono da
parte delle autorità della Repubblica e il consenso al ritorno in patria
dell'esule, il che avvenne peraltro anni dopo. La pubblicazione dell'opera fu
sicuramente appoggiata da Girolamo Zulian il quale, pur privo di parentele
influenti, stava compiendo un percorso politico lusinghiero e attraverso il
sostegno a C. si aspettava di ottenere dai patrizi che lo appoggiavano, alcuni
dei quali molto influenti come i Memmo e il procuratore Lorenzo Morosini, di
essere aiutato a sua volta nel prosieguo della carriera. Zulian era anche
vicino ad ambienti massonici il che spiegava ulteriormente il suo agire. Sul
gruppo di patrizi che sosteneva le ragioni di C. ed era fautore del perdono si
veda Piero Del Negro, Il patriziato veneziano nell'Histoire de ma vie, in
L'Histoire de ma vie di Giacomo C., Mari
Si veda inoltre la lettera di C. a Zulian scritta da Lugano, Epistolario di Giacomo C.,
Chiara. Il brano, un ritratto in
prosa, fu intitolato dall'autore Aventuros. De Ligne riuscì a cogliere con
straordinaria esattezza e rendere con estrema obiettività gli elementi del
carattere del C.. Il passo può essere consultato qui (Mémoires et mélanges
historiques et littéraires, ed. Ambroise Dupont et C. Parigi). Su come C. esercitasse il suo fascino
sull'uditorio, con il racconto delle sue avventure, vi è una testimonianza
assai qualificata, per lo spessore del personaggio, che è stata lasciata da
Alessandro Verri il quale, in una lettera al fratello Pietro, inviata da Roma,
scrive:...V'è un certo uomo straordinario per le sue avventure, per nome il
signor C., Veneziano: egli è attualmente in Roma. Egli ha molto spirito e
vivacità; ha viaggiato tutta l'Europa...Fu posto nei camerotti a Venezia...gli
riuscì di fuggire...Egli racconta questa dolorosa anecdota della sua vita,
successagli quindici anni or sono, con tanto interesse e forza, come se gli
fosse accaduta ieri... Alla risposta del fratello, che avanzava dei dubbi sulla
veridicità del racconto, Alessandro replicava:...Ultimamente gliel'ho sentita
raccontare da lui stesso. Egli ha tutta l'apparenza di dire la verità: scioglie
le obiezioni, ed ha un'eloquenza naturale ed ha una forza di passione che
v'interessa infinitamente.. Fonte: Riccardo Selvatico Cento note per C. a
Venezia, Furio Luccichenti ed. Neri Pozza 1997.
La lettera, datata Dux 8 aprile 1791 è consultabile in: G. C., Storia
della mia vita ed. Mondadori 1965, Piero Chiara, vol VII. pag. 340 Alla morte di C., il manoscritto originale
dell'Histoire, unitamente a quattro saggi, passò a Carlo Angiolini che nel 1787
aveva sposato Marianna, figlia della sorella di Giacomo, Maria Maddalena.
Quest'ultima aveva lasciato Venezia raggiungendo la madre Zanetta a Dresda,
dove aveva sposato l'organista di corte Peter August. Il manoscritto e i
quattro saggi furono venduti all'editore Brockhaus. Il 18 febbraio, il ministro
francese della cultura, Frédéric Mitterrand, ha annunciato l'acquisto del
manoscritto dell'Histoire e degli altri carteggi di proprietà di Hubertus
Brockaus, da parte della Bibliothèque nationale de France. Molti studiosi hanno analizzato, parola per
parola, l'adattamento operato da Laforgue giungendo alla conclusione che si è
trattato di una vera e propria riscrittura. Un'interessante analisi della
questione è quella operata da Philippe Sollers (Il mirabile C.). L'autore
procede per exempla, indicando il passo com'era stato scritto da C. e la
versione di Laforgue, mettendo in luce la raffinatezza e la meticolosità con
cui era stata operata la trasformazione (o meglio manomissione) dell'intera
biografia, al duplice fine di ammorbidire i passaggi ritenuti troppo licenziosi
e modificare l'ideologia dell'autore, attenuando o eliminando le affermazioni
che mostravano, ad esempio, l'animosità nei confronti del popolo francese e dei
crimini (tali C. li giudicava) di cui si era reso responsabile durante la
rivoluzione, cosa diffusa tra molti intellettuali dell'epoca, anche non
espressamente conservatori comunque legati al vecchio mondo, (come Vittorio
Alfieri, nella Vita scritta da esso e nel Misogallo). G. C., Storia della mia vita, Mondadori. A questo proposito de Ligne scrive...le sue
memorie, il cui cinismo,tra l'altro, pur essendo il loro più grande pregio,
difficilmente le renderà pubblicabili. (C.J. de Ligne, Aneddoti e
ritratti), Illuminante, a questo
riguardo, il passo di una lettera inviata da C. a Giovanni Ferdinando Opiz in
cui lo scrivente dichiara: Per ciò che riguarda le Mie Memorie, più l'opera va
avanti più mi convinco che è fatta per essere bruciata. Da questo potete capire
che fin quando saranno in mie mani non verranno certo pubblicate. Sono di una
tale natura di non far passare la notte al lettore; ma il cinismo che vi ho
messo è tanto spinto che passa i limiti posti dalla convenienza
all'indiscrezione (Fonte: Epistolari di Giacomo C., Piero Chiara, ed. Longanesi
et C.) Si veda in Giacomo C. tra Venezia
e l'Europa, Gilberto Pizzamiglio, Editore Leo O. Olschki G. C., Storia della
mia vita, Mondadori, Piero Chiara/ L'affermazione si legge nella prefazione
dell'Histoire (Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du
manuscrit original,....Ed. Laffont). Quindi la scelta sarebbe stata orientata
soltanto dalla possibilità di maggiore diffusione dell'opera. Ma il pensiero
dell'autore viene chiarito, ampliato e approfondito nella cosiddetta
“Prefazione rifiutata” (Pensieri libertini, F. Di Trocchio), C. dice Ho scritto
in francese, perché nel paese dove mi trovo, questa lingua è più conosciuta di
quella italiana; perché, non essendo la mia un'opera scientifica, preferisco i
lettori francesi a quelli italiani; e perché lo spirito francese è più
tollerante di quello italiano, più illuminato nella conoscenza del cuore umano
e più rotto alle vicissitudini della vita. Come si vede, la scelta andava ben
al di là di un problema di diffusione.
Stendhal fa, nella sua opera, numerosi riferimenti a C. e all'Histoire
cfr. Promenades dans Rome, Paris, Levy/ Sul punto si veda anche Furio
Luccichenti Il casanovismo fra Ottocento e Novecento in L'histoire de ma vie di
Giacomo C., Michele Mari cit. in bibl. pag. 383. Foscolo, durante il soggiorno londinese,
recensiva opere di autori italiani. A proposito dell'Histoire casanoviana
scrisse, in due diverse occasioni (sulla Westminster review dell'aprile 1827 e
sulla Edinburgh review del giugno dello stesso anno), che il protagonista era
di pura fantasia e le vicende narrate completamente inventate. Balzac si ispirò largamente alle Memorie
casanoviane utilizzando personaggi, nomi ed episodi per l'ambientazione
veneziana delle sue opere, come nel caso di Facino Cane o per desumere spunti
narrativi, come nel caso di Sarrasine. Sul punto si veda Raffaele de Cesare
Balzac e Manzoni e altri studi su Balzac e l'Italia, Mondadori. Molte parti del
libro, comprese le pagine indicate con relativa note, sono consultabili on
line. Sempre sui collegamenti tra l'opera casanoviana e Sarrasine si veda
L'histoire de ma vie di Giacomo C., Michele Mari, cit. in bibl. pag.
95 nota 5 con rimando a J.R. Childs, C.. Biographie nouvelle, pag. 64. Ed.
Jean-Jacques Pauvert, Paris 1962
Hofmannstahl nel 1898 è a Venezia e scrive al padre:..mi sono comprato
le Memorie di C. dove spero di trovare un soggetto. Il soggetto fu il C.
stesso, rappresentato nella commedia L'avventuriero e la cantante (Fonte:
L'avventuriero e la cantante con postfazione di Enrico Groppali, ed. SE). Schnitzler scrisse varie opere ispirate alla
vita dell'avventuriero, tra cui Le sorelle ovvero C. a Spa (ed. Einaudi) e Il
ritorno di C. (ed. Adelphi). Hesse
scrisse il racconto La conversione di C. (ed. Guanda). Márai scrive il romanzo La recita di Bolzano
(ed. Adelphi), pubblicato a Budapest, che ha come protagonista l'avventuriero
veneziano. Salvatore di Giacomo "C.
a Napoli" in Nuova antologia. CROCE (vedasi), Aneddoti di varia
letteratura", Napoli. Di un cantastorie del Settecento e di un luogo delle
Memorie di Giacomo C." opera il cui autografo di sei pagine è andato
all'asta a Milano. Chiara cura per Mondadori l’edizione italiana basata sul
manoscritto originale delle Memorie, scrisse un saggio Il vero C., Mursia e
molti articoli sull'argomento. Scrive C.
in una lettera all'Opiz Scrivo dall'alba alla sera e posso assicurarvi che
scrivo anche dormendo, perché sogno sempre di scrivere. (Fonte: Piero Chiara Il
vero C., Mursia). Tra le altre si veda Margherita
Sarfatti, C. contro Don Giovanni, ed. Mondadori, citata in. La tesi è esposta in modo articolato da
Francis Lacassin (Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Ed. Robert Laffont,
I, Préface). Di questo avviso Piermario
Vescovo (Il mondo di Giacomo C., ed. Marsilio 1998, citato in bibl.).
Un'analisi particolarmente approfondita si deve ad Andrea Fabiano il quale
esamina, in dieci tesi, tutti i motivi che rendono probabile la partecipazione
(Giacomo C. tra Venezia e l'Europa, G. Pizzamiglio, ed. Olschki). In sostanza è
stato osservato che Da Ponte e C. si conoscevano e frequentavano, che C. era
certamente presente a Praga nei giorni che precedettero la prima, che sia lui
che Mozart erano massoni, che una serie d'incidenti aveva procrastinato la
rappresentazione, costringendo a varie modifiche del testo per manifesta
insoddisfazione di alcuni cantanti, che C. era stato sempre molto vicino per
gusti e frequentazioni al mondo teatrale e autore egli stesso di opere di
teatro quindi perfettamente in grado di apportare le modifiche necessarie.
Inoltre sembra assai improbabile che, rientrato a Dux, si mettesse a ipotizzare
varianti al testo del libretto per puro passatempo. Sull’argomento si veda lo studio di Furio Luccichenti,
in L'intermédiaire des casanovistes, Genève Année. In cui vengono
minuziosamente riferite le ricerche effettuate, senza esito, nell'Archivio
vaticano. Lettere a G.C. raccolte da Aldo Ravà, Il mondo di Giacomo
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Testo dell'Histoire de ma vie edizione 1880, su
www-syscom.univ-mlv.fr.Testo dell'Histoire de ma vie edizione integrale in
inglese, su hot.ee. Filosofi italiani. Aspetti poco noti della vita di C.
vengono portati alla luce della recente consultazione dei documenti inediti
custodii nell'archivio storico Waldstein a Praga. Emergono cosi' nuove
testimonianze che non solo confermano il suo straordinario fascino esercitato
sulle donne ma rivelano anche che il libertino veneziano ebbe in incontri
sessuali con uomini. Ad esempio si cita i ripetuti rapporti con un uomo in
maschera con cui fa un esplicito giocco erotico. Partendo da verifiche
sull'opera autobiografica ''Storia della mia vita'', in cui descrive, con la
massima franchezza, le sue avventure, i suoi viaggi e i suoi innumerevoli
incontri galanti. Si ipotizza che ha rapporti sessuali (o 'conversazioni') con
almeno una ventina di uomini. La prima testimonianza di un rapporto sarebbe
legata alla sua adolescenza, quando, in seminario, dove studia per diventare
prete, fu scoperto a letto con un uomo, cosa che costa a C. l'espulsione del
seminario. Ma il numero di uomini con cui C. e' stato a letto non e'
significativo. E' molto piu' importante sottolineare il *modo* in cui C.
racconta le sue avventure sessuali con un uomo. E' il primo a sottolineare la
qualita' del godimento, ad affermare l'idea che la comprensione del sesso e' la
chiave per una comprensione di se'. Oggi, dopo oltre un secolo di dottrina
psicoanalitica freudiana, cio' puo' apparire normale, ma nel secolo XVIII non
lo era affatto. E questo e' un grande merito di C.. L’ultimo amore di C.: Una
grande storia d'amorebooks.google.com › books· Bertolini · FOUND INSIDE ai
tempi di Padova e ai giorni delle lezioni dell'abate Gozzi, che l'aveva
istruito con amore per avviarlo al sacerdozio, e con un po' più di passione e
di attenzione se lo era portato a letto per iniziarlo alla pratica omosessuale
che C. si... – Grice: “Casanova was what I regard as a philosopher of sex. He fell for Bellino, an alleged castrato. In bed with him, Bellino tells him that his name was
Teresa and that her penis was an artificial phallus. Bellino had died years
before but people wanted a castrato, not a girl with a girl’s voice – and she
added that working on the side as a harlot, she found that most clients rather
she be a ‘he’!” -- Grice: “His first experience was with a Venetian nobleman;
his second one cost him the expulsion from the seminary – Altham alleges he
(Casanova, not Altham) slept with “at least” twenty males!” – Grice: “Altham’s
favourite is the description of the ‘erotical game’ as masked in Venice. Nome
compiuto: Giacomo Casanova. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Casanova: conversazione sessuale, conversazione
e conversazione,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Casati: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Eurialo -- ovvero,
dell’amicizia – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Casati;
he is from Milano, and therefore, as the Italians say, intelligent! – or
‘clever’” – His dissertation is on ‘shadow’ as used by Plato to explain that
there’s ‘man,’ and “man” and the idea of “man,” so the thing is the thing, but
the idea stands for the thing, and the expression stands for the thing that
stands for the thing! But he has also explored ‘amicizia’, as in the case of
Oreste’s alter ego, ‘Pilade,’ – also into the philosophy of sports – in sum, a
typical Renaissance man of a philosopher, as he should!” Studia a
Milano con Bonomi. Pubblica la raccolta di racconti filosofici Il caso
Wassermann e altri incidenti metafisici (Laterza). Si occupa di
fenomenologia dello spazio e degli oggetti. Analizzato la rappresentazione di
questi due elementi secondo il senso comune. Buchi e altre superficialità
(Garzanti), e Semplicità insormontabili (Laterza). Buchi e altre
superficialità è un tentativo di analizzare i diversi tipi di buco, superando
il paradosso di classificare un elemento che evoca l'assenza, il vuoto e il
nulla. Utilizza strumenti di filosofia della percezione, geometria, logica e
topologia, ma anche linguistica e letteratura. Un esperimento epistemologico
che dimostra come l'esperienza e il linguaggio quotidiani si trasformino quando
diventano oggetto di un'indagine filosofica e di una formalizzazione
scientifica. Un concetto che sembra semplice, di uso quotidiano, diventa
sfuggente e ambiguo. Tra i suoi principali contributi si annoverano la
teoria della filosofia come arte del negoziato concettuale; la teoria
'conversazionale' degli artefatti. Tra i contributi alla metafisica analitica:
la teoria dei suoni come eventi localizzati, la regione spaziale
immateriale, la struttura parte/intero totto -- -- nel dominio degli oggetti
materiali, la teoria del futuro "strizzato" nella metafisica
del tempo (cf. Grice/Myro). Studia il fenomeno percettivo delle ombre e il loro
contributo alla ricostruzione delle scene tridimensionali grazie alla scoperta
di doppie dissociazioni nella rappresentazione delle ombre (ombre corrette che
appaiono sbagliate, ombre sbagliate che appaiono corrette), scoprendo o
prevedendo svariate illusioni percettive (l'illusione "copycat",
l'illusione di Lippi, l'illusione della doppia ombra, la cattura delle ombre,
le ombre delle ombre, il mascheramento delle ombre, le ombre di oggetti non
materiali). Una parte della sua ricerca ha riguardato il modo in cui l'ombra è
stata rappresentata nella pittura ed è stata usata per il ragionamento geometrico,
in particolare in astronomia (La scoperta dell'ombra). Un'altra linea di
ricerca riguarda gli artefatti cognitivi. I risultati principali in questo
settore sono la prima e finora unica semantica formale per le mappe, una
sintassi e una semantica per la notazione musicale standard, la teoria dei
"micro crediti" nelle pubblicazioni scientifiche, e una teoria
generale dei vantaggi cognitivi degli artefatti rappresentativi. Autore di un
progettodenominato Wikilexper l'uso di strumenti wiki nella scrittura
normativa, in un contesto di democrazia partecipata. La sua Prima Lezione
di filosofia difende una concezione della filosofia come arte del negoziato
concettuale. Da questa tesi discende che la filosofia è molto diffusa nella
società e nella scienza anche al di fuori dell'ambito accademico che le è
proprio, che non esistono problemi filosofici fuori dal tempo e dalla storia,
che non c'è un canone filosofico né un modo canonico di insegnare la filosofia.
Altre opere: “L'immagine. Introduzione ai problemi filosofici della
rappresentazione, La Nuova Italia); Buchi e altre superficialità, Garzanti); La
scoperta dell'ombra, Arnoldo Mondadori Editore, Laterza); Semplicità
insormontabili: 39 storie filosofiche (Laterza); Il caso Wassermann e altri
incidenti metafisici, Laterza); Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi
di immaginazione filosofica (Einaudi); Prima lezione di filosofia, Laterza);
Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere,
Laterza); Dov'è il sole di notte? Lezioni atipiche di astronomia,
Raffaello Cortina); L'incertezza elettorale, Aracne Editrice); Semplicemente
diaboliche. 100 nuove storie filosofiche, Laterza); La lezione del freddo,
Einaudi). Isola di Arturo-Elsa Morante. Stramaledettamente logico. ELEMENTI DI
UNA TEORIA DELL' IMMAGINE. L'IMMAGINE COME OGGETTO MATERIALE. Paradigma e
definizione. Materialità e causalità. Soggettività e realismo. L'OGGETTO DELLA
VISTA E L'OGGETTO VISIVO. Le caratteristiche del mondo visivo. L'oggetto
visivo. Ombra. Casi limite: trasparenza, riflesso, specchio. Vedere un oggetti
materiali: la nozione di aspetto.Vedere una cosa muovendosi. Sguardo. IMMAGINE
E PERCEZIONE DELL' IMMAGINE. L'immagini come medio percettivio. Aspetto ed
immagine. L'Illusorio, il pre-sentativo, realismo. Le forme del realismo e il
problema dello spettatore. Intenzione, convenzione, somiglianza. In favore
della teoria della somiglianza Somiglianza e rappresentazione.
Alcuni casi limite. Contro la teoria della somiglianza. La complessità della
percezione dell'immagine. Immagine ed im- maginazione. Vedere-come, vedere-in.
LO SPAZIO NELL' IMMAGINE. Vivere nell'immagine. Direttrice, orizzonte, visione
canonica e scorciatura. La continuità degli spazi. Punti di vista da nessun
luogo. QUADRO E SCENA. Patologia dell'immagine: l'immaginazione e la storie
percettiva. L'INDICALITÀ E IL PROBLEMA DELL'AUTO-RITRATTO. Dizionario
iconografico. Quadro ed eticheta. Indicali. Verso una soluzione: lo specchio
nel quadro. Alcuni esempi. Quadro nel quadro. L'IMMAGINE NELL' IMMAGINE.
Contesto di interpretazione. Iterazione. Scena e immaginatori. Credenza
iterata. Cornice e finestra. Cornice ed aspetto. Relazioni causali. Iterazione
ridondante. I CONFINI DELL' IMMAGINE. Il Paradosso del vedere. L'implicatura di
Escher e il fondamento della rappresentazione. L'implicatura di Magritte:
rappresentare e immaginare. PROBLEMI APERTI. Gerarchia concettuale e gerarchia
estetica. IL PRIMATO DELLA RAPPRESENTAZIONE. L'annullamento dell'immagine nella
materialità. La geometria dell'espressione. La dissoluzione della
rappresentazione. Lo Stilo rappresentativo. Forma e contenuto; tema e mezzi di
esplicitazione. L'IMMAGINE E IL SEGNO. La metafora euristica del segno e la
comunicazione. Critica. Riferimento e generalità. La teoria che Grice e
Casati propongono può chiamarsi teoria meta-cognitiva dello spunto per la
conversazione -- ma ‘conversazione’ è qui un segna-posto per candidati
alternativi. La teoria di Grice e C. sostiene che un artefatto (segno
artificiale, non-naturale -- 'che p') e un oggetto prodotto con lo scopo
precipuo essere ri-conosciuto come emesso in base all’intenzione di profferire
una espressione che... – dove si può immaginare vari modi di riempire lo spazio
lasciato vuoto dai puntini di sospensione. Un modo di riempire lo spazio vuoto
è il seguente. Una emissione conversazionale è un oggetto con lo scopo precipuo
di essere riconosciuti come creati in base all’intenzione di creare un oggetto
che servisse a suscitare una qualche conversazione sulla loro produzione.
Cominciamo con lo sgombrare il campo da possibili equivoci. Un’obiezione
semplice è che “molte cose vengono create con lo scopo di suscitare una
conversazione, e queste non sono opere d’arte, come per esempio la produzione
di gesti che conducono alla disseminazione di pettegolezzi, o affermazioni
roboanti sulla stampa”. L’obiezione non coglie nel segno in quanto la teoria
metacognitiva dello spunto conversazionale non dice che le opere d’arte vengono
create con l’intenzione di suscitare una conversazione. Di fatto la teoria è
compatibile con l’ipotesi che le opere d’arte non vengano create con
l’intenzione di suscitare una conversazione. L’intenzione pertinente è
un’altra: è l’intenzione di creare oggetti che vengano riconosciuti (per
esempio, in virtù di certe caratteristiche fisiche) come creati allo scopo di
suscitare una conversazione. È irrilevante per la soddisfazione di questa
intenzione se vi sia un’intenzione di suscitare una conversazione, o se una
conversazione venga poi effettivamente suscitata 4. Vediamo subito anche alcune
conseguenze immediate, tenendo presente il fatto che i due competitori diretti
della teoria sono la teoria della comunicazione e quella dell’intenzione
artistica, laddove la prima compete sull’aspetto sociale, e la seconda in
quanto teoria intenzionale. Secondo la teoria metacognitiva dello spunto
conversazionale i prodotti artistici non servono per una “comunicazione”
semplice tra l’artista e il pubblico – non sono latori di “messaggi” nel senso
della teoria della comunicazione. Sono piuttosto oggetti che hanno un legame
preciso con l’attenzione, che devono attrarre (quindi, anche se sono oggetti
utilitari, devono far coesistere questo fatto con una sovrapposizione di altri
elementi che vanno al di là dell’uso), il tutto all’interno di un contesto
sociale in cui potrebbero venir usati come oggetto di discussione in quanto
sono riconosciuti come tali. Questa ipotesi permette di inquadrare alcuni dei
fatti poc’anzi elencati. Va notato che la teoria non dice che l’artista debba
creare l’opera sulla base della formulazione di un’intenzione di inserirsi in
una conversazione specifica (che è molto probabilmente quella comune nella sua
epoca), ma dice piuttosto che l’opera deve essere in grado di esser vista come
creata allo scopo di inserirsi in una conversazione qualsiasi. Questo fatto
impone dei vincoli importanti sulla struttura delle opere d’arte. Si tratta di
oggetti che devono portare dei segni chiari dell’intenzione che li ha animati.
La teoria metacognitiva sembra tagliata su misura per performances artistiche come
le opere di Duchamp. In realtà se la teoria è vera certe opere d’arte sono
particolarmente interessanti proprio perché rendono espliciti gli aspetti
impliciti di tutte le opere d’arte. La teoria spiega perché i prodotti
artistici riescono a sopravvivere al tempo (se ci si pensa bene, questa
sopravvivenza è un fatto molto strano, e comunque poco compatibile con l’idea
che i prodotti artistici contengano un messaggio.)5 Passano il test del tempo
perché la capacità di essere riconosciuti come creati allo scopo di suscitare
una conversazione non dipende dalle contingenze specifiche di questa o quella
conversazione, ma dai parametri generici che regolano la nostra capacità di
inserirci in una conversazione, di generarla, di mantenerla. Anche quando non è
più possibile conoscere i termini della conversazione in cui il prodotto
avrebbe inizialmente dovuto inserirsi come stimolo, resta comunque la
possibilità di recuperare il prodotto all’interno di una nuova conversazione.
In modo simile, le teoria spiega perché le opere d’arte passano il test dello
spazio, ovvero possono venir apprezzate da comunità che sono distanti dalla
comunità originale del creatore. La teoria spiega perché i prodotti artistici
hanno l’aspetto che hanno. I prodotti artistici devono risolvere svariati
problemi - massimizzare la novità - attrarre l’attenzione (essere
sufficientemente differenti da artefatti utilitari) - essere sufficientemente
complessi (per via della loro forma apparente, o per via della storia della
loro origine) da massimizzare la possibilità di venir utilizzati come spunti di
conversazione in quanto li si è riconosciuti come tali. La teoria spiega le
fluttuazioni di valore estetico ed economico dei prodotti artistici. Non basta
avere delle buone qualità per essere un buono spunto di conversazione: deve
anche esserci una conversazione per cui tale qualità può venir rilevata. La
teoria spiega perché i prodotti artistici sopravvivono, sono soggetti a effetti
di moda, e muoiono (laddove la maggior parte delle latre teorie impone cesure
irriconciliabili tra grande arte e arte demotica). La teoria conversazionale
spiega l'origine dell'arte e degli artefatti artistici. L’arte non è stata
inventata. Le opere d'arte sono state scoperte, nel senso che si è visto che
certi artefatti erano produttori di interazioni sociali e davano al loro autore
un credito che questi poteva riutilizzare in altre produzioni. Solo in seguito
si è cristallizzata l’intenzione di produrre oggetti che soddisfassero certi
requisiti. La teoria spiega perché gli oggetti utilitari possano essere opere
d'arte (come nel caso dell'architettura, che alcune estetiche puriste cercano
di espungere dal novero dell'arte.) Riprendo nel seguito ed espando alcuni
elementi da C. Spiega l'esistenza di gradi di artisticità, e del perché certe
cose siano considerate arte da alcuni, non arte da altri (sono predicati
estrinseci con un fondamento nel lavoro che l'artista ha profuso per rendere un
certo oggetto massimalmente “conversazionabile”). La teoria spiega perché gli
artisti amano parlare del loro lavoro e corredarlo di spiegazioni (questo è
particolarmente arduo da spiegare in una teoria della comunicazione o
dell’espressione). La teoria spiega perché i quadri hanno le etichette e i
pezzi di musica dei titoli. La teoria spiega perché le opere d’arte vengono
acquistate senza alcun riguardo per l’autore, come inviti alla conversazione
scollegati dalla persona dell’autore. La teoria è compatibile con svariate
strategie che possono venir messe in atto dagli artisti perché l’intenzioe che
è alla base dell’opera vada a buon fine: sospensione delle routines (Bullot),
esposizione in spazi privilegiati, ecc. Per finire, dato che la teoria ipotizza
che gli artisti producano con un occhio di riguardo alle possibili
conversazioni sulla loro opera, questo permette di risolvere, in modo del tutto
immediato, il problema dell’unità del genere opera d’arte. Le opere d’arte sono
oggetti creati con lo scopo precipuo di rendere possibile una conversazione. La
clausola principale è metarappresentazionale: l’autore deve avere un’intenzione
appropriata di creare un’opera che sia riconoscibile come... La clausola
esclude casi in cui certi artefatti siano di fatto moneta per lo scambio
conversazionale, come le teorie matematiche, senza essere opere d’arte. Dove
interviene lo studio della cognizione nella teoria conversazionale? Nel fatto
che non tutti i soggetti sono riconoscibili come creati allo scopo di fornire
spunti per la conversazione. Studiare i vincoli normativi sul successo
dell’intenzione meta-conversazionale permetterà di fare interessanti predizioni
empiriche sul contentuto e la forma degli artefatti astistici. Un progetto di
ricerca, una antropologia della visita museale, potrebbe essere un primo passo
in questa direzione. Che cosa dice chi passa davanti a un quadro in un museo?
Conclusione La teoria metacognitiva dello spunto conversazionale rappresenta
un’ipotesi che cerca di rendere giustizia dell’unità delle nostre intuizioni su
che cosa è un’oggetto artistico di fronte all’estrema varietà degli oggetti
artistici e all’estrema varietà delle risposte che tali oggetti suscitano.
Anche se è una teoria che si situa nella regione della dipendenza della
risposta, non non è una teoria della riposta estetica – le risposte estetiche
sono un tipo di risposte agli oggetti artistici, e si applicano anche a oggetti
non artistici. Non è quindi una teoria del bello, come del resto ci si dovrebbe
aspettare di fronte al fatto che i giudizi estetici possono variare a fronte
del 19 riconoscimento che quello che alcuni giudicano bello e altri brutto
resta un’opera d’arte. Un altro fattore importante di questa teoria è che
considera le opere d’arte come oggetti creati con una funzione specifica, e la
cui forma dipende da questa funzione; una funzione che richiede un’intuizione
di controllo il cui contenuto è sociale e metacognitivo. Anche se la teoria
metacognitiva non non è certamente l’ultima parola su che cosa fa di un certo
oggetto un’opera d’arte, si tratta di un’ipotesi che mi sembra sufficientemente
articolata per fare predizioni empiriche precise (per esempio, riconoscere un
oggetto come opera d’arte attiverebbe aree cerebrali deputate alla cognizione
sociale). Queste predizioni non sono però al momento inquadrate in un’ipotesi
comprensiva dei meccanismi soggiacenti: si potrebbe certo sostenere che esiste
uno pseudo-modulo per le intuizioni artistiche che recluta componenti sociali e
componenti percettive. Tuttavia la struttura e la natura degli pseudo-moduli
richiede una considerazione metodologica a sé stante. Casati, R.,“L'unità del
genere opera d'arte. Rivista di Estetica. Formaggio. L'arte come idea e come
esperienza. Milano: Mondadori. Zeri, F., intervistato su La repubblica. Rome’s national epic displays a tendency to treat sex and love. The pair
of Trojan warriors Nisus and Euryalus are cast in the roles of erastes and
eromenos. Virgil’s narrative of the two valorous young Trojans has, of course,
various thematic functions and will have resonated in various ways for a roman
readiership. Here I focus on only one aspect of the narrative, namely the
eroticization of their relationship, in he interests of esplong wha this text
might suggest about the pre-conceptions of its Roman readership. See Makowski
for an overview of ancient and modern views of the pair, along with arguments
for describing them as erastes and eromenos on the Greek model (Makowski finds
particular parallels with Plato’s Symposium). For literary discussions of Nisus
and Euryalus that take as their starting point the erotic nature of their relationship
see Williams, Lyne, and Hardie). Bellincioni, ‘Eurrialo’ in Enciclopedia
Virgiliana (Roma), observing that Virgil has added tdhe motif of their
friendship to his Homeric models summarses thus: “L’AMORE CHE UNISCE EURIALO E
NISO E UN SENTIMENTO INTERMEDIO FRA L’AMCIZIA E LA PASSIONE PUR NELLA SUA
PUREZZA, TENDE ALL’EROS. COMNQUE E PASSIONE CHE SI PONE FINE A SE STESSA E NON
SI SUBIRDINA A PRINCIPI MORALI, COME LA SLEALTA SPORTIVA DI NISO NEL 5o
CHIARAMENTE DIMOSTRA. Bellincione cites Colant,
‘Le’peisode de Niuses et Euryale ou le poeme de l’amitie, LEC, 19, 89-100. IThe pair of Trojan warriors Nisus and Euryalus are cast in the roles of
erastes and eromaneos. Virgil’s narrative of the two valourus young Trojans
has, of course, various thematic functions and will have resonated in various
ways of a Roman readership. Here I focus on only one aspect of the narrative,
namely the eroticiation of their relation Niso ed Eurialo are first introduced
in the funeral games in Book 5. ‘Nisus et Euryalus primi, Eurialus forma
insignis viridique iuventa, Nisus ammore pio pueri’ (Vir. Aen.). ‘First came
Nisus and Euryalus: Euryalus outstanding for his beauty and fresh yourhfulness,
Nisus for his deveted love for the boy’. During the ensuing footrace, Nisus
indulges ia a questionably bit of gallantry: starting off in first place, he
slips and falls in the blook of sacrificed heifers, then deliberately trips the
man who was in second place, in order the Euryalus may come up from behind an
win first place. Non tamen Euryali, non ille oblitus amorum (Vir. Aen. -- ‘He
was not forgetful of his love Euryalus, not he! (The plural AMORES is
ordinarily used of one’s sexual partner, one’s LOVE in that sense 0- Liddell
Scott ic. Virgil himself uses the word in the plural to refer to a bull’s mate
at Georgics. Indeed, Servius, ad Aen. writing in a different cultural climate,
was worried by precisely thiat fact, observing that OBLITUS AMORUM AMARE NEC
SUPRA DICTIS CONGRUE: AIT ENIM AMORE PIO PUERI, NUNC AMORUM, QUI PLURALITER NON
NISI TURPITUDINEM SSIGNIFICANT. Virgil’s phrase, OBLITUS AMORUM contradicts his
earlier AMORE PIO PUERI because AMORES in the plural ‘can only SIGNIFY
SOMETHING DISGRACEFUL’ Whereas the description of Nisus’s love for the boy as
PIUS apparently precludes, for Servius, PHYSICALITY. ‘ The two Trojans reappear
in a celebrated episode from Book 9, when they leave the camp at night in an
effort to break through enemy lines and reach Aeneas. They succeed in killing a
number of Italian warriors, ut eventually are themselves both killed. Euryalus
first and then his companion, who, after being morally wounded, flings himself
upon Euryalus’s body. The episode beings with this description of the pair.
Nisus erat portae custos, acerrimus armis, Hyrtacides, comitem Aenea quem
miserat Ida venatrix iaculo celerem levibusque sagittis; et iuxta comes
Euryalus, quo pulchrior alter non fuit Aenaedum Troiana neque induit arma, ora
puer prima signans intonsa iuventa. His amor unus erat
pariterque in bella ruebant. Vir. Aen. Nisus, son of
Hyrtacus was the guard of the gate, a most fierce warrior, swift with the
javeling and with nimble arrows, sent by Ida the huntress to accompany Aeneas.
And next to him was his companion Euryalus. None of Aeneas’s followers, none
who had shouldered Trojan weapons, was more beautiful: a boy at the beginning
of youth, displaying a face unshaven. These two shared one love, and rushed
into the fightin side by side. Virgil’s wording is decorous but the emphaisis
on Euryalus’s youthful beauty and particularly the absence of a beard on his
fresh young face, as well as the comment that the THWO SHARED ONE LOVE and
fought side by side – imagery that is repeated from the scene in Book 5 and is
continued throughout the episode in Book 9 – is noteworth For Euryalus’s youth, cf. 217, 276 (puer) and
especially the evocation of his beauty even in death (433-7, language which
recalls the erotic imagiery of CATULLUS and Sappho – Lyne, For their INSEPARABILITY, cf. 203: TECUM
TALIA GESSI and 244-5 (VIDIMUS … VENATU ADSIDUO. Note: NEVE HAEC NOSTRIS
SPECTENTUSR AB ANNIS QUAE FERIMUS, 235-6, CONSPEXIMUS. 237. how Nisus gallantly
presents his plan to the assembled troops NOT AS HIS OWN Bt as his AND
EURYALUS’S (235-6: Likewise the question
that Nisus asks Euryalus when he first proposes the plan t o him has suggestive
resonances: DINE HUNC ARDOREM MENTIBUS ADDUNT EURYALE, AN SUA CUIQUE DEUS FIT
DIRA CUPIDO? Aen 9 184-5. Cf. Makowsky, p. 8 and Hardie, p. 109. For the phrase
DIRA CUPIDO, compare DIRA LIBIDO at Lucretius (De natura rerum, concerning
men’s desire TO EJACULATE and muta cupido. Euryyalus, is it the gods who put
this yearning (ardor) into our minds, or does each person’s grim desire (dira
cupido) become a god for him?” In addition to its ostensible subject (a desire
to achieve a military eploit), Nisus’s language of yearning and desire could
also evoke the dynamis of an erotic relationship. So too the poet’s depiction
of Nisus’s reaction to seeing his young companion captured by the enemy is
notable for its emotional urgency and its portrayal of Nisus’s intensely
protective for for the youth. Tum vero exterritus,
amens, conclamat Nisus nec se celare tenebris amplius aut tantum potuit
perferre dolorem. Me, me, adsun qui feci, in me convertite ferrum, o Rutuli,
mean fraus omnis, nihil iste nec ausus nect potuit, caelum hoc et conscia
sidera testor, tantum infeliciem nimium dilet amicum, VIRGILIO (si veda), Æn. Then, terrified out of his mind, unable to hid himself any longer in the
shadows or to endure such great pain, Nisus shouts out: “ME! I am the one who
did it! Turn your weapons to me, Rutulians! The deceit was entirely mine, HE
was not so bold as to do it; he could not have done it. I swear by the sky
above and the stars who know: the only thing he did was to love his unahappy
friend too much. There is, in short, good reason to believe that Virgil’s Nisus
and Euryalus, whose relationship is described in the circumspect terms
befitting epic poetry, would have been UNDERSTOOD by his Roma readers as
sharing a SEXUAL bond, much like the soldiers in the so-called SACRED BAND of
Thebes constituted of erastai and their eromenoi in fourth-century B. C. Greece.
Note also that “meme … figis?” seems to echo Dido’s words to Aeneas at 4.314
(mene fugis?. So too Makowski and 9.390-3 )Euryale infelix, qua te regione
reliqui? Quave sequar? Rurus perplexum iter omne revolves fallacis sylvae simul
et VESTIGIA RETRO observata legit dumisque silentisu errat) might recall the
scene were Aeneas loses Creusa a t the end of Book 2. Haride p. 26) points to
parallels with the story of Orpheus and Euryide in the Georgics, as well as as
to that of Aeneas and Crusa in Aeneid 2. For the Sacred Band of Thebes, see
Plut, Amat. Pelop, Athen. and the probable allusion at Pl. Smp. When Nisus,
mortally wounded, flings himself upon his companion’s lifeless body to join him
in death, the narrator breaks forth into a celebrated eulogy. Tum super
exanimum sese proiecit amicum confossus, placidaque ibi demum morte quievit. Fortuanati
ambo! Si quid mean carmina possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo,
dun domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus
habebit. (Vir. Aen.). Then he hurdled himself, pierced through
and through, upon his lifeless friend, and there at last rested in a peaceful
death. Blessed pair! If my poetry has any power, no day shall ever remove you
from the remembering ages, as long as he house of Aenea dwells upon the
immovable rok of the Capitol, as thlong as the Roman father holds sway. The
praise of the two loving warriors joined in death ould hardly be more stirring
– cf. Wiliams, 205-7, Lyne, 235, for their ‘elegiac union of LOVERS IN DEATH’
he adduces Pr0.18 – AMBOS UNA FIDES AUFERET, UNA DIES, and Tibull. 1 1 59-62 as
parallels. op. 2.2, and the language coulnt NOT BE MORE ROMAN. And Virgil’s
words obviously made an impression among those who wished to EXPRESS FEELINGS
OF INTIMACY AND DEVOTION IN PUBLIC CONTEXTS, for we find his language echoied
in funerary instricptions for a husband and his wife as well as for a woman
praised by her male friend. The inscription on a joint tomb of a grandmother
and gradauther explicitly likens them to Nisus and Euryalus. CLE = CIL, husband and wife: FORTUNATI AMBO – SI
QUA EST, EA GLORIA MORTIS QUO IUNGIT TUMULUS, IUNXERAT UT THALAMAS; CLE 491 =
CIL: a woman praised by her male friend: UNUS AMOR MANSIT PAR QUOQUE VIDA
FIDELIS. Cf. Aen. 9. 182. HIS AMOR UNUS ERAT PARITERQUE IN BELLA RUEBANT. CLE granddaumother and granddaughter: SIC LUMINE VERO,
TUNC IACUERE SIMUL NISUS ET EURIALUS. So
too Senece quotes the lines as an illustration of the fact that great writers
can immortalize people who otherwise would have no fame: just as Cicero did for
Atticus, Epicurus for Idomeneus, and Seneca himself can do for Lucilius (an
immodest claim but one that was ultltimately borne out), so ‘our Virgil
promised and gave and everlasting memory to the two,’ whom he does not even
bother to name, so renowned had the poet’s words evidently become (Senc. Epist. 21.5
VERGILIUS NOSTER DUOBUS MEMORIAM AETERNAM PROMISIT ET PRAESTAT; FORUTATI AMBO
SI QUI MEA CARIMA POSSUNT. It is revealing that sometimes
Porous boundary in Roman tets between wwhat we might call friendship and
eroticism among males – and overlaps I hope to discuss in another context –
that Ovid citest Nisus and Euryalus as the ULTIMATE EMBODIMENT OF MALE FRIENDSHIP,
putting them in the company of THESEUS AND PIRITUOUS, ORESTES AND PYLADES
ACHILESS AND PATROCLUS, Tristia but the relationship between ACHILEES AND
PATROCLUS, at least, was openly described as including a sexual element by
classical Greek writers (see n. 92), and with characteristic cluntness by
Martial (11.43), wh cjites the pair as an illustration of the special pleasures
of anal intercourse. The relationships between Cydon and CClytius, Cycnus and
Phaethon, and Juupiter and Ganymede (on Eneas’s shield) all demonstrate that
pedersastic relationships enjoy a comfortable presence in the world of the
Aeneid. Niusus and Euryalus are thus HARDLY ALONE. Some scholars have even
detected an EROTIC ELEMNET in Virgil’s depiction of the relationship between
Aeneas and Evander’s son Pallas. See e. g. Gillis, Putnam, and Moorton. Erasmo
and Lloyd have independently described erotic elements in the relationship
between the young Evander and Anchises, a relationship that, they argue, is
then replicated in the next generation, with Pallas and Aeneas. But their relationship is more complex than
the rather straightforward attraction of Cydon for beautiful boys, of Cycnus
for the well-born young Phaethon, and even of Jupiter for Ganymede. For while
those couples conform unproblematically to the Greek pedrerastic model (one
partner is older and dominant, the other young and sub-ordinate), Nisus and
Eurialus only do so AT FIRST GLANCE. AS the poem progresses they are
transformed from a Hellenic coupling of Erastes and eromanos into a pair of
ROMAN MEN (VIRI). The valosiging distinctions inherent in the pederstaist
paradigm seem to fade with the Roman’s poet remark that the rwo rushed into war
side by side (PARITER – PARITERQUE IN BELLA RUEBANT Vir Aen 9. 182), and they
certainly DISAPPEAR when the old man Aletes, praising them from their bold
plan, addresses the TWO as VIRI (QUAE DIGNA, VIRI, PRO LAUDIBUS ISTIS, PRAEMIA
POSSE REAR SOLVI, 252-3, whe an enemy
leader who catches a glimpse of them shoults out, “Halt, men!” (STATE VIRI,
376), and most poignantly, when the sight of the two “MEN’S” severed heads
pierced on enemy spears stuns the Trojan soldiers. SIMUL ORA VIRUM PRAEFIXA MOVEBANT NOTA NIMIS MISERIS ATROQUE FLUENTIA TABO
471-2 . In other words, although Euryalus is the junior
partner in this relationship, not yet endowed with a full beard and capable of
being labeled the PUER, his actions prove him to be, in the end, as much of a
VIR, as capalble of displaying VIRTUS – as his older lover Nisus. There is a
further complication in our interpretation of the pair, and indeed all the
pederstastic relationships in the Aeneid. Virgil’s epic is of course set in the
MYTHIC PAST and cannot be taken as direct evidence for the cultural setting of
Virgil’s own day. Moreover, the poem is suffused with the influence of Greek
poetry. Thus, one might argue that the rather elevated status of pedersastic
relationships in the Aeneid is a SIGN merely of the DISTANCES both cultural and
temporal between Virgil’s contemporaries and the character s of his epic. Yet,
while the influence of Homer is especially strong in these passages of battle
poetry (Virgil’s passing reference to Cydon’s erotic adventures echoes the
Homeric technique of citing some touching details about a warrior’s past even
as he is introduced to the reader and summarily killed off), is is a
much-discussed fact that there are no UNAMIBUOUS, diret references in the Homeric
epics to pedersastic relationships on the classical model. The relationship
between ACHILLES AND PATROCLUS was understood by later Greek writers to have a
seual component see e. g. Aesch. F.r.
Nauck – from the Myrmidons), Pl. Symp. 180a-b, Aeschin. 1.133, 141-50,
Lyne, p. 235, n. 49, crediting Griffin, adds Bion 12 Gow. But the test of the
Iliad itself, while certainly suggesting a passionate and deeply intense bond
between the two, does not represent them in terms of the classical pederastic
model. See further, Clarke, Achiles and Patroclus in Love, Hermes, Sergent, and
Halperin. Virgil might thus be said to ‘out-Greek’ Homer in his description of
Cydon. G. Knauer, Die Aeneis und Homer, Gottingen, cites no Homeric parallel
for these lines. And yet the pederastic relationships in the Aeneid occur NOT
AMONG GREEKS but rather among TROJANS AND ITALIANS, two peoples who are
strictly distinguished din the epic from the Greeks, and who,more importantly,
together constitute the PROGENTIROS of the roman race. Cf. Turnus’s rhetoric
based on sharp distinctions among the Trojans, Greeks, ndnd Italians, and the
weighty dialogue between Jupiter and June where it is agreed that Trojans and
Italians will become ONE RACE. Virgil’s readers found pederstastic relationships
ina n epic on their people’s orgins, and temporal gap or no, this would have
been unthinkable in a cultural context in which same-se relationships were
universally condemned or deeply problematized. But is it still not the case
that, since Nisus and Euryalus are freeborn Trojans, Virus, and perhaps also
Aeneas and Pallas. Significalntly, though, the arua of a male-female
relationship in the Aeneid, namely the doomed love affair of Aeneas with the
would-be univira Dido. In other words, while a MALE-MALE relationship that
corresponds to what would among among Romans of Virgin’s own day be considered
stuprum is capable of being heroized in the epic, a male-female relationhship
that th etet implicitly marks as a kind of stuprum is not. This tywo types of
relationships in the brates, even glamorizes, a relationship that in his own
day would be labeled as instance sos stuprum? Here the gap between Virgil’s
time and the mythis past of his poem has significance. While, due toe o their
freeborn status, analogues of to Nisus and Euryalus in Virgil’s OWN DAY could
not have found their relationship SO OPENLY CELEBRATED, they did find HEROISED
ANCESTORS IN NISUS AND EURYALUS, Cydon, and Clutis. And perhaps also Aeneas and
Pallas. Significantly, though, the aura of the mythic past does not extend so
far as to conceal the moral problematization of a male-female relationship in
the Aeneid, namely the doomed love affair of Aeneas with the would-be univiria
Dido. In other words, while a male-male relationship that corresponds to what
would among Romans of Virgil’s own day be considered stuprum is capable of
being heroized in thee pic, a male-female relationship that the tect implicitly
marks as a kind of stuprum is not. The issue is complex. Dido is of course
neither Roman nor Trojan, and thus at first glance Aeneas’s relationship with
her does not constitute stuprum. But since Dido’s experiences are, in important
ways, seen though a Roman filtre, above all, the commitment to her first
husband that makes her a prototypical univira, her involvement with Aneas
(aculpa, constitutes an offense within the moral framework poposed by the text
in a way that the relationship between Nisus and Euryalus does ot. This
distintion revelas something about the relative degrees of problematization of
the two types of relationships in the cultural environment of Virgl’s
readership. ‘Blessed pair! If my poetry has any power no day shall ever remove
you from the remembering ages, as lon as the house of Aeneas dwells upon the
immommovable rock of the Capitol, as long as the Romans father holds sway.’ One
can hardly imagine such grandiose prise of an adulterous couple ina Roman
epic!” Grice: “Niso ed Eurialo are presented as the epitome of friendship along
with Achilles and Patroclus, Ercole e Idi, and Oreste e Palade. Luigi
Speranza, "Gilbert Proebsch e George Passmore", Luigi Speranza,
"Kosuth" -- Luigi Speranza, "Keith Arnatt" -- Luigi
Speranza, "Unità etica ed unità emica" -- Luigi Speranza,
"Fenomenologia" -- Luigi Speranza, "Concettualismo". Nome
compiuto: Roberto Casati. Keywords: Eurialo e Niso; ovvero, dell’amicizia, “la
conversazione come arte del negoziato”; teoria conversazionale dell’artifatto,
segno, comunicazione, imagine, intenzione, Grice, Ricominiciamo da capo –
logico, stramaledettamente logico – implicatura come stramaledettamente logica --
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Casati,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Casini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale de naturismo – il
concetto di natura a Roma – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo
italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like
Casini – he takes, unlike me, physics seriously! But then so
did Thales, according to Aristotle! – At Clifton we did a lot of ‘physical’
rather than ‘metaphysical’ education!” – Linceo. Studia a Roma sotto
Nardi, Antoni, e Chabod. Si laurea sotto Spirito (disc. Gregory) con “L'idea di
natura”. I suoi interessi di ricerca in storia della filosofia si
sono successivamente estesi all'intreccio tra filosofia e scienze sperimentali
nel Settecento, soprattutto attorno alla figura di Isaac Newton e alla
diffusione della sintesi newtoniana nella cultura filosofica europea, a
proposito di filosofi come D'Alembert, Buffon, Maupertuis, Clairaut, Eulero,
non senza tener conto dell'opera divulgativa di Voltaire, fino a collocare in
tale contesto Kant. Insegna a Trieste, Bologna, e Roma. Le sue
ricerche riguardano Diderot e la filosofia dell'illuminismo, i nessi tra rivoluzione
scientifica e riflessione filosofica, l'origine e diffusione della fisica di
Newton, le vicende del mito pitagorico tra "prisca philosophia" e
"antica sapienza italica", le dispute sorte attorno al
darwinismo. Altre opere: “Diderot "philosophe", Laterza);
Mecanicismo -- L'universo-macchina: origini della filosofia newtoniana,
Laterza); Rousseau, Laterza); Introduzione all'illuminismo, Laterza --
razionalismo); Newton e la coscienza europea (Il Mulino); “Progresso ed utopia”
(Laterza); “L'antica sapienza italica. Cronistoria di un mito” (Il Mulino);
“Hypotheses non fingo” (Edizioni di Storia e Letteratura); “Alle origini del
Novecento: "Leonardo", rivista filosofica di Firenze (Il Mulino); Il
concetto di creazione (Il Mulino). La lista di autorità e
l’accenno alla filosofia nazionale preludono al Platone. --Paolo Casini.
Si tratta di un saggio dedicato all'evoluzione del mito pitagorico nella
cultura europea. Senza cadere mai nella rassegna erudita, l'autore segue passo
passo le trasformazioni del mito dalla sua prima incarnazione nella cultura
romana alla riscoperta operata nel Rinascimento, alle discussioni
storico-archeologiche e alle strumentalizzazioni politiche del
Sette-Ottocento. Giuseppe Bottai o delle
ambiguità (Un'erma bifronte - Leader revisionista - Nella babele corporativa -
La guerra di Pisa - «Starci con la mia testa» - Apologia – Espiazione) - 2. Ugo
Spirito: «scienza» e «incoscienza» (Una teoresi postidealista - Teorico
dell'economia corporativa - Il «bolscevico» epurato Mutevolezza e instabilità Scienza»,
ricerca», «arte» - Guerra e Dopoguerra - Alla ricerca del padre) - 3. Camillo
Pellizzi: il fascio di Londra e la sociologia (Genius loci - Tra Roma e Londra
- Pax romana in Albione - «Aristòcrate» - Dottrina del fascismo - Il
postfascismo e la «rivouzione mancata» - Verso la sociologia) - 4. I doni di
Soffici («Si parla» - «Scoperte e massacri» - Sguardi retrospettivi: tragedia e
catarsi - Docta ignorantia - «Commesso viaggiatore dell'assoluto» - Genus
irritabile vatum - Un dialogo tra sordi - Amici e nemici) - 5. Un autoritratto
(A metà ventennio – Riflessi - Tra casa e scuola - Agrari in Toscana - I primi
pedagoghi - L'Istituto Massimo sj - Vinceremo! - Il passaggio del fronte –
Dopoguerra - Scuola a Firenze - Al Liceo Tasso) - 6. Studium Urbis (Gli anni
Cinquanta - Nardi e Chabod - Eredità idealistiche - Ideologie in crisi –
Diderot - Roma, gli amici - Savinio, Carocci - La naja – Intermezzi - Olivetti,
Ivrea - La "cultura" della RAI – Let Newton Be - Anni di prova) -
Indice dei nomi Order Zoogonia e "Trasformismo" nella
fisica epicurea Giornale Critico Della Filosofia Italiana 17 (n/a). Like
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Laterza. 1969. 1 citation of this work Like Recommend
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the Scientific Revolution. Boston Studies in the Philosophy of Science 127.
Dordrecht: Kluwer (review) British
Journal for the History of Science The "Enciclopedia italiana".
Fringes of ideology Rivista di Filosofia Political Theory Like Recommend
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History of Science Isaac Newton Like Recommend Bookmark 10 Rousseau e
l'esercizio della sovranità Rivista di Filosofia Jean-Jacques Rousseau Like
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Rivista di Storia Della Filosofia 2. 2006. Like Recommend Bookmark 5
Newton in Prussia Rivista di Filosofia Newton 1 citation of this work Like
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philosophie de Newton, critical edition by Robert L. Walters and W. H. Barber. The
Complete Works of Voltaire, 15. Oxford: Voltaire Foundation, Taylor
Institution, British Journal for the History of Science 17th/18th Century
French Philosophy Like Recommend Bookmark Lo spettro del materialismo e la
"Sacra famiglia" Rivista di Filosofia Lumi e utopie in uno studio di
Bronislaw Baczko Rivista di Filosofia The New World and the Intelligent Design
Rivista di Filosofia Anti-Darwinist ApproachesDesign Arguments for Theism Like
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Filosofia Kant e la rivoluzione newtoniana Rivista di Filosofia Kant:
Philosophy of Science Like Recommend Bookmark » Ottica, astronomia, relatività:
Boscovich a Roma; « Rivista di Filosofia Introduzione All'illuminismo da Newton
a Rousseau Laterza; Like Recommend
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Giornale Critico Della Filosofia Italiana L'iniziazione Pitagorica Di Vico
Rivista di Storia Della Filosofia; Like
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1976. Jean-Jacques Rousseau Toland e l'attività della materia Rivista di Storia
Della Filosofia British Philosophy, Misc L'eclissi della scienza' Rivista di
Filosofia Rousseau, il popolo sovrano e la Repubblica di Ginevra Studi
Filosofici Il mito pitagorico e la rivoluzione astronomica Rivista di Filosofia
Newton, Leibniz e l'analisi: la vera storia Rivista di Filosofia; Like
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Welt um 1700 Early Science and Medicine History of Science Like Recommend
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l'Histoire» Rivista di Filosofia La filosofia a Roma Rivista di Filosofia
Vico's initiation into the study of Pythagoras Rivista di Storia Della
Filosofia Pythagoreans Topic Order Teoria e storia
delle rivoluzioni scientifiche secondo Thomas Kuhn Rivista di Filosofia Il problema D'Alembert Rivista di Filosofia
Semantica dell'Illuminismo Rivista di Filosofia Cheyne e la religione naturale
newtoniana Giornale Critico Della Filosofia Italiana Newton's Physics and the Conceptual Structure
of the Scientific Revolution (review) British Journal for the History of
Science Isaac Newton Like Recommend Bookmark 1 Diderot and the portrait
of eclectic philosophy Revue Internationale de Philosophie Diderot Like
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Rivista di Filosofia Isaac Newton Like Recommend Bookmark La Natura Isedi.
1975. Like Recommend Bookmark Voltaire, la geometria della visione e la
metafisica Rivista di Filosofia Leopardi apprendista: scienza e filosofia
Rivista di Filosofia Studi stranieri sulla filosofia dei Lumi in Italia Rivista
di Filosofia Il metodo di Foucault e le
origini della rivoluzione francese Rivista di Filosofia Rousseau e Diderot
Rivista di Storia Della Filosofia Diderot « philosophe » Revue Philosophique de
la France Et de l'Etranger Continental Philosophy 1 citation of this work Like
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Italiana La ricerca embriologica in Italia da Malpighi a Spallanzani Rivista di
Filosofia L'empirismo e la vera filosofia:
il caso Scinà Rivista di Filosofia 8The Newtonian moment in Italy: A
post-scriptum Rivista di Storia Della Filosofia Classical Mechanics Like
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di Filosofia Freud Grean: Shaftesbury's philosophy of religion and ethics. A
study in enthusiasm (review) Studia Leibnitiana
Herschel, Whewell, Stuart Mill e l'«analogia della natura» Rivista di
Filosofia Newton: the classical scholia History of Science; 1 reference in this
work 15 citations of this work Diderot et le portrait du philosophe éclectique
Revue Internationale de Philosophie Morte e trasfigurazione del testo Rivista
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Revolution. Boston Studies in the Philosophy of Science 127. Dordrecht: Kluwer
(review) British Journal for the History of Science Éléments de la philosophie
de Newton (review) British Journal for the History of Science 2Isaac Newton
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of ideology Rivista di Filosofia Political Theory Il momento newtoniano in
Italia: un post-scriptum Rivista di Storia Della Filosofia Rousseau e
l'esercizio della sovranità Rivista di Filosofia Jean-Jacques Rousseau Topic
Order 5 Newton in Prussia Rivista di Filosofia saac Newton 1
citation of this work Like Recommend Bookmark 27 François-Marie Arouet de
Voltaire, Éléments de la philosophie de Newton, critical edition by Robert L.
Walters and W. H. Barber. The Complete Works of Voltaire, 15. Oxford: Voltaire
Foundation, Taylor Institution, (review)
British Journal for the History of Science. 17th/18th Century French
Philosophy. Grice: “An assumption generally shared by those who wrote and read
the tests surveyed in Latin is that male desire can normally and normatively be
directed at either male of female objects. If this configuration is held to be
NORMAL or NORMATIVE, we might expect that it would also be represented as
NAATURAL, and it is thus worthwhile to consider the role played by the
discourse of NATURE in ancient representations of sexual behaviour. This
question is both hughe and complex.Important discussions include Boswell,
1Foucault, 1986, 150-7, 189-227, and Winkler, 20-1 36-7 114 8. but one thing is
clear: the ancient rhetoric of nature, as it relates to sexual practices,
displays significant differenct from more recent discourses. Boswell, for
example, observes that while “what is supposed to have been the major
contribution of Stoicism to Christian sexual morality – the idea that the sole
‘natural’ and hence moral use of sexuality is procreation, is in fact a common
belief of amny philosophies of the day’ at the same time, ‘the term UNNATURAL
was applied eto everything from POSTNATAL CHILD SUPPORT to legal contracts
between friends (Boswell). ‘The objection that homsosexuality is ‘unnatural’
appears, in short, to be neither scientifically nor morally cogent and probably
represents mnothing more than a derogatory epithet of unusual emotiona impact
due to a confluence of historically sanctioned prejudiced and ill-formed ideas
about ‘nature.’”Thus, as Winkler notes, the contrast between nature and
non-nature, when deployed in ancient writings simply ‘does not posess the same
valence that it does today’ Winkler, p. 20 Moreover, nearly all of the texts
that offer opinions on whether specific secual practice is in accordance with
nature are works of philosophy. The guestion does NOT seem to have seriously
engaged the writers of texts that directly spoke to and reflected popular moral
conceptions (e. g. graffiti, comedies, epigram, love poetry, oratory). For this
important distinction between the morallyity espoused by a philosopher and what
we might call popular morality, see the introduction and chapter 1. In short, as Richinlin warns us, the question
I ‘something of a red herring, since the concept of nature takes a larger and
more ominous form in our Christian culture than it did in AAncient Rome,
whetere itw as a matter for philosophers’.Richlin, p. 533. But it may
nonetheless be worthwhile to attempt a preliminary exploration of how the
rhetoric of NATURE was applied by some ROMAN PHILOSOPHERS to sexual practices,
particularly those between males.In other words. I would like to go a step or
two beyond that ‘nature’ is generally used by Roman moralists to justify what
they approve of’ (Edwards 88 n. 87). always bearing in mind, however, that to
the extent that it was mostly taken up by philsoeophers, the question of
‘natural’ sexual practice seems not to have played a significant role in most
public discourse among Romans. Nonphilosophical texts sometimes do deploy the
rhetoric of NATURE in conjunction with sexual practices, at least insofras they
as they offer representations of ANIMAL bheaviour, one possible component in
arguments about what is natural.2-6, and Win3, on Philo’s description of
crocodiles mating. kler, 2See for example Boswell, 137-43, 15 It will come as
no surprise that Roman writers images of animals’ sexual practices are
transparetntly influenced by their own cultural traditions. Thus in no Roman
text do we find an explicit appeal to animal bhehaviour in order to condemn
sexual practices between males as unnatural.Such an argument does occasionally
appear in Greek texts, such as Plato, Laws 836c (martua parag Omenos en ton
therios phusin kai deiknos pros ta toitauta oux aptomenon arena arrenos dia to
me phusei touto einai – and Lucian Amores 36. To Be sure, Musonius Ruffus’s
condemnation of sexual practices between males as para phusin might imply a
reference to animal practices, and it is possible that in some work now lost to
us the Roman Stoic followed in Plato’s footsteps in being explicit on the
point. A Juvenalian satire does make reference to animal behaviour in orer to
condemn cannibalism (claiming that no animas eat member s of their own species
Juv. And in a passage discussed later in this appendix, Ovid has a character
argue that NO FEMALE ANIMAL experiences SEXUAL DESIRE for other females. These
claims are as unsupportable as the claim that sexual practices between males do
not occur anong nonhuman animals.This is obvious to anyone who has spent time
with dogs. With regard to the academic-study of the question, the remarks of
Wolfe, Evolution and Female Primate Sexual Behaviour, in Understanding
behaviour: what primate studies tell us about human behaviour Oxford, p.are as
illuminating as they are depressing. ‘I have taked with several (anonymous at
their request) primatologists who have told me that they have observed both
male and female homosexual bheaviour during field studies. They seemed
reluctant t publish their data, however,
either because THEY FEARED HOMOPHOBIC REEACTIONS (‘my ccolleagues might thank
that I am gay’) or because they lack a framework for analysis (‘I don’t know
what it means’). On the latter point Wolfe insightfully comments that the same
problem affects our attempts to understand ANY sexual interactions among
primates. ‘Because the alloprimates do not possess language, it is impossible
to inquir into their sexual eroticism. In other words, homosexual and
heterosexual behaviours can be observed, recorded, and analysed, but we cannot
infer either homoeroticism or heteroeroticism from such behaviours (p. 131). But
the fact that we do find animal behaviour cited by Roman authors to CONDEMN
such phenomena as cannibalism and same-sec desire among females, but not SAME-SEX
desire among males, merely proves the point. These rhetorical strategies reveal
more about ROMAN cultural concerns than about actual animal behaviour. A poem
in the Appendix Vergiliana introduces us to a lover hhappyly separated from his
beloved Lydia. In the throes of his grief he cries out that this miserable fate
NEVER BEFALLS ANIMALS: A bull is never without his cor, nor a he-goat without
his mate. In fact, sighs, the lover: ET MAS QUACUMEQUE EST ILLA SUA FEMINA
IUNCAT INTERPELLATOS SUMPAUQM PLORAVIT AMORES CUR NON ET NOBIS FACILIS NAUTRA
FUISTI CUR EGO CRUDELEM PATIOR TAM SAEPE DOLOREM? (Lydia 35-8). The lover is
melodramatically weepy and that consideration partially accounts of his
ridiculous claim that male animals are never to be seen without their mates.
Still, amatory hyperbole aside the verses nicely illustrate the tendency to
shape both natura and animal bheaviour into whatever form is convenient for the
argument at hand. Thus, Ovid,s suggesting that the best way to appease one’s
angry mistress is in bed, portrays sexual behaviour among early human beings
and animals s as the primary force that effects RECONCILIATION (Ars. The poet
offers a lovely panorama in which animal behaviour is invoked as a POSTIIVE
paradigm for specific human practices: unting otherwise scattered groups (2.
473-80) and mollifying an angry lover (2. 481-90). Less than two hundred lines
later, the same poet invokes animalas as A NEGATIVE PARADIGM, again in support
of a characteristically human concern: discretion in sexual matters. IN MEDIO
PASSIMQUE COIT PECUS HOC QUOQUE VISO AVETIT VULTUS NEMPE PUELLA SUOUS
CONVENIUNS THALAMI FURTIS ET IANUA NOSTRIS PARSQUE SUB INJIECAT VESTE PUDDAN
LATET ET SI NON TENEBRAS AT QUIDDAM NUBIS OPACAE QUAERIMUS ATQUE ALIQUID LUCE
PATENTE MINUS (Ovid, Ars, 2 615-20). Drawing his objets lesson to a close, Ovid
holds up his own behaviour as a pattern to follow. NOS ETIAM VEROS PARCE
PROFITEMUR AMORES TECTAQUE SUNT SOLIDA MYSTIFCA FURTA FIDE. And we are reminded
of the strategies of this pasage’s broader context. If you want to keep your
girlfriend happy, do not kiss and tell: that is the argument in service of
which animal behaviour is invoked as NEGATIVE paradigm. These to Ovidian
passages illustrate the utilyt of arguments from the animal world. Just look
ant the animals and see how much we resemble them; just look at the51-5. animals and see how far we have come.An
epigram by theGreek poet Strato gives the later poin an dineresting twist. We
huam beings, he writes, are SUPERIOR to animals in that, in addition to vaginal
intercourse, we have discovered ANAL INTERCOURSE, thus men who are dominated by
women are really no better than mere animals (A P PAN ALOGON soon bivei monon oi ligkoi de ton
allon zoon tout exkomen to pleon pugizein eurotntes hosoi de guanxi kratountai
ton alogon zoon ouden exousi kleon. It all depends on the eye – and rhetorical
needs – of the beholder. OS it is that Roman writers show how Roman they are
through the picture they paint of sexual practices among animals of the same
sex. Ovid himself, in his Metamorphoses, imagines the plight of young girl
named Iphis who has fallen in love with another girl. In a torrent of self-pity
and self-abuse, she expostulates on her passion, making a simultaneous appeal
to NATURA and to the animals that is reminiscent of Ovid’s sweeping review of
animal bheaviour in the Ars amatorial just cited. But this time the paradigm is
an emphatically negative one. SI DI MIHI PARCERE VELLENT PARCERE DEBUERANT SI
NON ET PERDERE VELLENT NAUTRALE MALUM SALTEM ET DE MORE DEDISSENT NEC CACCAM
VACCA NEC EQUAS AMOR URIT EQUARUM: URIT OVES ARIES SEQUITUR SUA FEMINA CERVUM
SIC ET AVES COEUNT INTERQUE ANIMALIA UNCTA FEMINA FEMINEO ONREPTA CUPIDINE
NULLA EST (Ov. Met. 9. 728-34) As with Lydia’s lover, so here we have the
melodramatic expostulations of an unah[py lover, and similarly her view of
animal behaviour does not correspond to the realities of that behaviour. Still,
these arguments are pitched in such a way as to invite a Roman reader’s
agreement, and the sexual practices invoked as natural and occurring among the
animals demonstrate a SUSPICIOUS SIMILARTY to the sexual practices and desired
SEMMED ACCEPTABLE BY ROMAN CULTURE (the female never leaves the male,
heterosexual intercourse is a convenient and pleasurable way of unting
different social groups, and females never lust after females), or to
specifically HUMAN EROTIC STRATEGIES: we do not copulate in public, and we
should not kiss and tell if we want our to keep our partners happy. It cannot
be coincidental that, whereas Ovid invokes animal behaviour in the context of a
girl’s tortured rejection of her own passionalte yearnings for another girl,
the mythic compendium in which this natrratie is found is peppered with stories
involves passion and sexual relations between males. Both Orfeo (after losing
his wife Euridice) and the gods themselves (whether married or not) are
represented as ‘giving over their love to TENDER MALES, harvesting the BRIEF
springtime and its first flowers before maturaity sets in” Ov. Met. 10. 83-5
ORPHEUS ETIAM THRACUM POPULIS FUIT AUCTOR AMORET IN TENEROS TRANSFERRE MARES
CITRAQUE IUVENTAM AETATIS BREVE VER ET PRIMOS CARPERE FLORES. The stories that
Orfeo proceeds ts to relate include those of the young CYPARISSUS once loved by
Apollo Met 10.106-42 and the tales of Zeus and Ganumede, Apollo and Hyacinth
(Met 10 155-219 Consider also the beautiful sixteen yer old Indian boy Athis
and his Assyrian lover Lycabas (Met. A passage which echoes of Virgil’s lines
on NISUS AND EURIALO discussed in chapter 2. And the remark that the stunning
but haughty young Narcissus, also in his sixteenth year, had many admireers of
both sexses (Met. None of Ovid’s characters arever questions the NATURAL status
of that kind of erotic experience or invokes the animals in order to reject it.
Aulus Gellius preserves for us some anecdotes that further demonstrate the
manner in which animal bheaviour could be made to conform to human paradigms.
Writing of (IMPLICITLY MALE) dolfns who fell in love with beautiful boys (one
oft them even died of a broek heart after losing his beloved) Gellius exclaims
that they were acing “in amazing human ways” 606C-D and Plin N H 8 25-8 for
this and other tales of male dolphins falling in love with human boys. Gell 6 8
3 NEQUE HI AMAVERUNT QUOD SUNT IPSI GENUS SED PUEROS FORMA LIBERALI IN
NAVICULIS FORE AUT IN VADIS LITORUM CONSPECTOS MIRIS ET HUMANIS MODIS ARSERUNS.
Cf. Athen 13 Once again, the comment tells us more about ‘human ways’ than
about dolphins. The elder Plini, who alo relates this story regarding the
dolphin, introduces his encyclopeic discussion of elephants by observing that
they are nonly the largest land animals but the ones closest to human beings in
their intelligence and sense of morality. In particular, they take pleasure in
love and pride (AMORIS ET GLORIAE VOLUPTAS), and by way of illustration of the
‘power of love’ (AMORIS VIS) among elephants he cites two examples: ONE MALE
FELL IN LOVE WITH A FEMALE FLOWER_SELLER, another with a young Syractusan man
named MENANDER who was in Ptolemy’s army. Likehise he tells of a MALE GOOSE who
fell in love with a beautiful young Greek MAN, and of another who loved a
female musician whose beauty as such that she alstro attracted the attention of
a ram. -4. NEC QUIA DESIT ILLIS AMORIS VIS, NAMQUE TRADITUR UNUS AMASSE QUANDAM
IN AEGYPTO COROLLAS VENDENTEM ALLUS MENANDRUM SYRACUSANUM INCIPIENTIS IUVENTAE
IN EERCITU PTOLEMACI DESIDERIUM EIUS QUOTIENS NON VIDERET INEDIA TESTATUS 10.51
QUIN EST FAMA AMORS AEGII DILECTA FORMA PUERI NOMINE OLENII AMPHILOCHI, ET
GLAUCES PTOLOMAEO REGI CITHARA CANENTIS QUAM EODEM TEMPORE ET ARIES AMASSE
PRODITUR. Plin N H MAXIMUM EST EPLEPHANS PROXIMUMQUE HUMANIS SENSIBUS QUIPPE
INTELLECTUS ILLIS SERMONIS PATRII ET IMPERIORUM OBEDIENTIA, OFFICIOURM QUAE
DIDICERE MEMORIA, AMORIS ET GLORIAE VOLUPTAS 8 13Turing to the concept of
NATURA as it applied to sexual pracyices by ancient writers, we being with
basica basic problem. The very term NATURA has various referents in those
texts. Sometimes NATURA seems simply to refer to the way things are or to the
INHERENT nature OF something, sometimes to the way things SHOULD be according
to the intention ordictates of some transcendent imperative. Thus Foucault
speaks of ‘the ‘three axes of nature’ in philosophical discourse. The general
order of the world, the orgginal state of mankind, and a behaviour that is
reasonably adapted to natural ends.Fouctault, p. 215-6. See also the
discussions in Boswell, p. 11-5, where he distinguishes between ‘realistic’ and
‘ideal’ notions of nature, Beagon, and Levy, “Le concept de nature a Rome: la
physique, Paris). The first two of these axes are evident in a wife-variety of
Roman texts. Departures from what is observably the usual PHYSICAL constitution
of various thbeings could be called NONNATURAL or UNNATURAL even by
nonphilosophical authors. The Minotuar, centaurs, a snake with feet, a bird
with four wings, and a sexual union between a woman (the muthis Pasiphae) and a
bull.snAnon De Differentiis 520 23 MONSTRUM EST CONTRA NATURAM UT EST
MINOTAURUS. Serv. Aen 6. 286 (centaurs) Suet Prata fr. 176.113-5 snakes with feet, birds with four wings.
Serv. Aen. 1. 235.11. Pasiphae and the bull. Te elder Plinty claims that breech
births are ‘against nature’ since it is ‘nature’s way’ that we should be born
head first.n N H 7 45 -6. IN PEDES PROCIDERE NASCENTEM CONTRA NATURAM EST RITUS
NATURAE CAPITE HOMINEM GIGNI MOST EST PEDIBUS EFFERRI. PLiQuintilian argues
that to push one’s hair back from the forehead in order to achieve some
dramatic effect is to act ‘against nature’.Quint I O 11 3 160 CAPILLOS A FRONTE
CONTRA NATURAM RETRO AGERE. and Seneca himself opines that being carried about
in a litter is ‘contra natural’a, since nature has gives us feet and we should
use them.Sen. Epist 55 ` LABOR EST ENIM ET DIU FERI AC NESCIO AN EO MAIOR QUIA
CONTRA NATURAM EST QUAE PEDES DEDIT UT PER NOS AMBULAREMUS. Finally, the belief
that physical disabilities and disease are UNNAUTARAL, and thus, implicitly,
that a healthy body displaying no marked derivations from the form illustrates
what nature designed or intended, surfaces in a number of texts, arnign from
Celusus’ mdical treatise to Ciceroo’s philosophical works to declamations
attributed to Quintilian, to a moral epistle fo Seneca to the, to the Digest.2
1. 60 pr. MOTUS CORPORIS CONTRA NATURAM QUAM FEBREM
APPELLANT. Quint. Decld. Min. 298.12 WEAK AND MALFORMED BODIES ARE IMPLICITLY
CCONTRA NATURAM. Celsus Medic 3 21 15. On fluids that are retained in the body
contra naturam. Cic Off 3 30 MORBUS EST CONTRA NATURAM. Gell. Labeo defines
morbus asHABITUS CUIUSQUE CORPORIS CONTRA NATURAM QUI USUUM ETIUS FACIT
DETERIOREM. Cf. D. 21 1 1 7. D. 4Along the same lines, some ancient writers
also suggest that to harm a healthy body with poisons and the like is unnatural.Quint
Decl. Min. 246.3 the plaintiff refers to a substance as a venenum QUONIAM
MEDICAMENTUM SIT ET EFFICIAT ALIQUID CONTRA NATURAM. Sen Epist 5. 4. To torment
one’s body and to eat unhealthy food is CONTRA NATURAM. As for the third of the
axes described by Foucault, anthropologists and others have long observed that
proclamations concerning practices that are in acoordance with nature often
turn out to reflect specific cultural traditions. As Winkler puts it, for
nature we may often read culture.Winkler p. 17. In the same way Edwards p. 87-8
discusses a passage from Seneca (Epist.) discussed in chapter 5, having to do
with women who violate their ‘nature.’ She concludes that ‘Seneca was not
reacting to naturally anomalous bheaviour. He was taking part in the
reproduction of a a cultural system.’ So too Veyne, p. 26. ‘When an ancient
says that something is unnatural, he does not mean that it is disgraceful
(monstrueuse) that that it does not conform with the rules of society, or that
it is perverted OR ARTIFICIAL”. Roman sources of various types certainly
support that contention. Thus, for example, violations of traditional
PRINCIPLELS OF LANGUAGE AND RHETORIC which are surely among the most intensely
cutlrual of human phenomeno are SOMETIMES SAID TO BE UNNATURAL.Serv. Comm. Art
Don. PLINIUS AUTEM DICIT BARBARISMUM
ESSE SERMOVEM UNUM IN QUO VIS SUA EST CONTRA NATURAM – Serv Aen. 4. 427.
REVELLI NON REVULSI. NAM VELLI ET REVELLI DICIMUS.
VULSUS VERO ET REVULSUS USURPATUM EST TANTUM IN PARTICIPIIS CONTRA NATURAM cf.
Sen. Contr. 10, pr. 9 – tof the rhetorician Musa. OMNIA USQUE AD
ULTIMUM TUMOREM PERDUCTA UT NON EXTRA SANITATEM SED EXTRA NATURAM ESSENT. One
legal writer invokes the rhetoric of NATURA to justify the principle of
individual ownership (joint possession of a single object is said to be CONTRA
NATURAL.D. 41 2 3 5 CONTRA NATURAM QUIPPE EST UT CUM EGO ALIQUID TENEAM TU
QUOTE ID TENERE VIDEARIS. Interestingly, another jurist argues that the
principle underlying the institution of slavery – that one person can be owned
by another – is actually ‘unnatural’ (D. SERVITUS EST CONSTITUTIO IURIS GENTIUM
QUA QUIS DOMINIO ALIENO CONTRA NATURAM SUBICITUR. In a Horatioan satire we read
that NATURA sees it that no one is every truly the ‘master’ of the land that he
legally owns, and Natura puts a limit on how much one can inherit (Hor. Sat.). Sallust
describes the violation of the cultural and more specifically philosophical
tradition priviliengy the SOUL over the BODY as UNNATRUAL.Sall. Cat. QUIVUS
PROFECT CONTRA NATURAM CORPUS VOLUPTATI, ANIMA OVERI FUIT. SALLUST. Likewise,
practices violating Roan ideologies of MASCULINITY are represented as
INFRACTIONS NOT of cultural tranditions s but of the natural order. Cicero’s
philosophical tratise DE FINIBUS includes a discussion of the parts and with
some clarity functions of the BODY that illustrates the relation between NATURE
and MSASCULINITY with some clarity Our bodily parts, Cicero argues, are
PERFECTLY DESIGNED to fulfil their functions, and in doing so they are in
conformance with nature. But there are certain bodily movesmesns NOT in accord
with nature (NATURAE CONGRUENTES> If a man were to walk on his hand or to
walk backwyasds, he would manifestbly be rejecgting his identity as a human and
thuswould thus be displayeing a ‘hattred of nature’ (NAUTRAM ODISSE). Cic Fin 5
35. CORPORIS IGITUR NOSTRI PARTES TOTAQUE FIGURA ET FORMA ET STATURA QUAM APTA
AD NATURAM SIT APPARET. The claim that walking on one’s hand is unnatural
nicely illustrates the gap between ancient and more recent uses of the rhetoric
of nature – cfr. Dodgson). The next illustration Cicer o offers of bodily
moveents not in accord with natura concerns correctly masculine ways of
deporing oneself. QUAMOBREM ETIAM SESSIONES QUAEDAM ET FLEXI FRACTIQUE MOTUS,
QQUALES PROTERVORUM HOMINUM AUT MOLLIUM ESSE SOLENT, CONTRA NATURAM SUNT, UT
ETIAMSI ANIMI VITIO ID EVENIANT TAMEN IN CORPOMUTRAR MUTARI HOMINIS NATURA
VIDEATUR ITAQUE A CONTRARIO MODERATI AEQUABILESQUE HABITUS AFFECTIONS USUSQUE
CORPORIS APTI ESSE AD NAUTRAM VIDENTUR (Cic. Fin Deemed ‘agaist natture’ are
certain ways of carrying oneself that are ‘wanton’ and ‘soft,’ movements lthat,
like walking on one’s hand or stepping backwards, clasi the with thvident
purporse of the body’s various parts. Implicitly then, nature wills men’s
bodies to move and to function in certain ways. Men who violate these
principles of masculine comportment are acting BOTH EFFEMINATELY (as we saw in
chapter 4, militia is a standard metaphor for effeminacy) AND UNNATURALLLY.
Cultural traditions regarding masculinity – here, appropriate bodily gestures –
are identified with the natural order.Similar conddemnations of inappropriate
bodily comportment, marked as EFFEMINATE, abound: walking daintily, scratching
the hair delicately wih onefinger, and so on (see chapter 4 in general and see
Gleason for a general discussion of physiognomy and masculinity in antiquity. How,
then is the rheotirc of nature applied to same-sex practices? One scholar has
recently suggested that the elder Pliny describes men’s desires to be anally
penetrated as occurring ‘by crime against nature’ Taylor, p. 325. But that is
probably a misinterpretation of Pliny’s language. IN HOMINUM GENERE MARIBUS
DEVERTICULA VENERIS EXCOGIGATA OMNIA, SCLERE (or CCCELERE naturae FEMINIS VERO
AOBRTUS Plin N H. The phrase DEVERTICULA VENERIS which one might translate
(by-ways of sex’ or ‘sexual deviations’ is vague. There is no reason to think
that it refers to specifically, let alone exclusively, to the practice of being
anally penetrated. Moreover, the phrase SCELERA NATURA or SCELERE NATURAE,
rather than ‘crime against nature,’ is most obviously transated as ‘crime OF
NATURE,’ that is, a crime perpetrated BY NATURE.This is indeed the way Plinio
uses the phrase elsewhere, noting that we ought to call earthquakes ‘moracles
of the eart rather than crimes of nature’ (NH 2 206 – UT TERRAE MIRACULA POTIUS
DICAMU QUAM SCLEREA NATURAE. See Beagon. In other words (pace Taylor and
Rackham Loeb Classical Library translation, I take the genitive NATURAE to be
subjective rather than objective. I have not found any parallels for such an
objective use of a genitive noun dependent upon scelus. In any case, Pliny is
not implying that all sexual desires or practices between males are unnatural:
in this same treatise, significantly called the HISTORIA NAUTRALIS or Natural
Investigations’ he reports the story of a male elephant who fell passionately
in love with a young man from Syractuse as an illustration of the obviously
natural power of love of love (amoris vis) among elephants; likewise, he
reports the story of a gosse who loved a beautiful young man.Plin N H 8 13-4,
10.51More explicitly referring to those men who take pleasure in being
penetrated, the speaker in Juvenal’s second satire riducules menwho have
wilfully abandoned their claim on masculine status by weaking makeup,
participating in women’s religious festivals, and even taking husbands, and
notes with gratitude, that nature does not allow them gto give birth.Juv. 2 139
40. SED MELIUS QUOD NIL ANIMIS IN CORPORI IURIS NATURA INDULGET STERILES
MORTUNTUR. For Further discussion see Appendix 2. The orator Labienus decries
wealthy men who castrate their male prostitutes (EXOLETI, see chapter 2) in
order to render them more suitable for playing the receptice role in
intercourse. These men use their rinces in UNNATURAL WAYS (contra natural), and
the natural standard they they violate is apparently the principle that mature
males both should make use of the PENISES and should be IMPENETRABLE.Sen Contr.
PRINCIPES VIRI CONTRA NATURAM DIVITIAS SUAS EXERCENT CASTRATORUM GREGES HABENT
EXOLETOS SUOS AD LONGIOREM PATIENTIALM IMPUDICITIAE IDONEI SINT AMPUTANT. Firmicus
Maternus refers to men’s desires to be penetrated as CONTRA NATURAL (5. 2. 11),
and Caelius Aurelianus’s medical wirtings also reveal the assumption that men’s
‘natural’ sexual function is TO PENETRATE and not to be penetrated. NATURALIA
VENERIS OFFICIA. Cael. Aurel. Morb. Chron. 4 In short, nature’s ditactes
conveniently accorded with cultural traditions, such as those discouraging men
from seeking to be penetrated, or those deterring them from engaging in sexual
relations with other men’s wives: in a poem that urges on its male readers the
principle that NATURA places a limit of their desires, Horace remocommends, as
implicitly being in line with the requirement of nature, that men avoid
potentially dangerous affaris with married women and stick to their own slaves,
bh male and female.Hor. Sat.. NONNE CUPIDINIBUS STATUAT NATURA MODUM QUEM … Se
chapter 1 for further discussion of this poem. Cf. Sat. 1. 4.
113-4: NE SEQUERER MOECHAS CONCESSA CUM VENERE UTI POSEEM. In one of his Episles Seneca provides a lengthy and revealing discussion
of ‘unnatural’ behavours that include a reference to sexual practices among
males. He beings, however, by despairing of ‘those who have perverted the roles
of daytime and nightime, not opening their eyes, weighed down by the preceding
day’s hangover, until night begins its approach. Sen Epist 122 2 SUNT QUI
OFFICIA LUCIS NOTISQUE PERVERTERINT NEC ANTE DIDUCANT OCULOS HESTERNA GRAVES
CRAPULA QUAM ADPETERE NOX COEPIT. These people are objectionably not simply
because of their overindulgence in goof and drink but because they do not
respect the proper function of night and day.Comparing them to the Antipodes,
mythincal beings who live n the opposite side of the globe, he asks. Do you
think these people know HOW to live when they don’t even know WHEN to live?
122.3 HOS TU EXISTIMAS SCIRE QUEMADMODUM VIVENDUM SIT QUI NESCIUNT QUANDO?and
this pervesion of night and say, is, in the end, ‘unnatural’. INTERROGAS
QUOMODO HAEC ANIMAO PRAVITAS FIAT AVERSANDI DIEM ET TOTAM VITAM IN NOCTEM
TRANSFERENDI? OMNIA VITA CONTRA NAUTRAM PUGNANT, OMNIA DEBITUM ORDINEM DESERUNT
(Sen Epist.). He then proceeds to tick off a serioes of bheaviour
that are similarly CONTRA NATURAM. First, people who drink on an empty stomach
‘live contrary to nature’ Sen. 122 6 NON VIDENTUR TIBI CONTRA NATURAM VIVERE
QUI IEIUNI BIBUNT QUI VINUM RECIPIUNT INANIBUS VENIS ET AD CIBUM EBRII
TRANSEUNT. Young men nowadsays, Seneca continues, go to the baths before a meal
and work up a sewat by drinking heavily; according to them, only hopelessly
philistine hicks (patres familiae rustici … et verae volupatigs ignari) save
their drinking for after the meal.Sen Epist 122 6. ATQUI FREQUENS HOC
ADULESCENTIUM VITIUM EST QUI VIRES EXCOLUNT UT IN IPSO PAENE BALINEI LIMINE
INTER NUDOS BIBANT IMMO POTENT ET SUDOREM QUEM MOVERUNT POTIONIBUS CREBRIS AC
FERVENTIBUS SUBINDE DESTRINGAT POST PRANDIUM AUT CENAM BIBERE VULGARE ETS HOC
PATRIS FAMILIAE RUSTICI FACIUT ET VERA VOLUPTATIS IGNARI. The latter comment,
with its contrast between URBAN AND RUSTIC life, austerity and luxyry, is a
valuable reminder of us. The standard violated by those who drank betweofre
eating was what we would call a cultural norm. But for Seneca they were
violating the dicates of NATURE, abandoning the proper order (debitum ordinem)
of things. This important point bust be borne in mind as we turn to the next
practices that come under Seneca’s fire: NON VIDENTUR TIBI CONTRA NATURAM
VIVERE QUI OMMUTANT CUM FEMINIS VESTEM? NON VIVUNT CONTRA NAUTRA QUI
SPECTANT UT PUERITIA SPENDEAT TEMPORE ALIENO? QUID FIERI CRUDELIS VEL VISERIOUS
POTEST? NUMQUAM VIR ERIT, UT DIU VIRUM PATI POSSIT? ET CUM ILLUM CONTUMELIAE
SEXUS ERIPUISSE DEBUERANT NON NE AETAS QUIDEM ERIPIET (Sen. Epist.). The concept of the proper order is very much in evidence here, and here
again the order shows unmistakable signs of cultural influence. Just as those
who turn night into day or drink wine before they eat a meal are engaging in
unnatural activities, so men who wear women’s clothes live contrary to nature –
yet what could be more cultural than the designation of certain kinds of
clothing as appropriate only for men and others as appropriate only for women?
Moving on to his next point, Senceca continues to focus on extermal appearance.
Men who attempt to give the appearance of the boyhood that is in fact no longer
theirs also ‘live contrary to nature’. Again the order of things has been disrputed.
Boys should be boys, men should be men. But these particular men want to LOOK
like boys in order to find older male sexual partners to penetrate them. Such
is the thenor of Seneca’s decorous but blunt phrase, ‘so that he may submit to
a man for a long time’ (ut diu virum pati possit’). If we filter out Seneca’s
moralizing overlay, this detail gives us a fascinating fglimpse oat Roman
realities. These MEN scorned by Seneca acted upon the awareness that MEN would
be more likely to find them desirable if their bodies seemed like those of BOYS
(not men): young, smooth, irless. Moreover, the very fact that these men made
the effort suggests that th actual age of the beautiful ‘boys’ we always hear
of may not have mattered to their loveers so much as their youthful APPEARANCE.Cf.
Boswell, p. 29, 81. All of this is very much a matter of CONVENTION, of
CULtURAL traditions concerning the ‘proper order’ of things, but Seneca
insistently pays homage to NATURA.Cf. Winkler, p. 21. “Contrary to nature means
to Senea not ‘outside the order of the kosmos’ but ‘unwilling to conform to the
simplicity of the unadorned life’ and, in the case of sex, ‘going AWOL rom
one’s assigned place in the social hierarchy. The importance of this order is
especially clear in the climactic illustrations of those who live ‘contrary to
nature’. These are people who wish to see see roses in winter and employ
artificial means to grow lilies in the cold season; who grow orchards at the
tops of towers and trees under the roofs of their homes (this latter proving
Seneca to a veritable outburst ofm moral indignation)., and those who construct
their bathhouses over the waters of the sea Sen. Epist 122 21 NON VIVUNT CONTRA
NATURAM QUI FUNDAMENTA THERMARUM IN MARI IACIUNT ET DELICATE NATARE IPSI SIBI
NON VIDENTUR NISI CALENTIA STAGNA FLUCT AC TEMPESTATE FERIANTUR. Finally Seneca returns to the example of
unnatural practices that sparked the whole discussion: those who pervert the
function of night and day aengage in the ultimate form of unnatural behaviour (Sen
Epist 122 9 CUM INSTITUERUNT OMNIA CONTRA NATURAE CONSUETUDINEM VELLE NOVISSIME
IN TOTUM AB ILLA DESCISCUNT LUCET SOMNI TEMPUS EST QUIES EST NUNC EXERCEAMUR
NUNC GESTEMUR NUNC PRANDEAMUS. That the practice ofs of growing trees indoors,
of building bathhouses over the sea, and of sleeping by day and partying by
night should be considered unnatural makes some sense in relation to notions of
the ‘proper order’ of things. Plants should e outdoors, buldings should be on
dray land, and people should sleep at night. But that thes practices should be
cited as the most egregious examples of unnatural bheaviour – they constitute
the climax of Seneca’s argument – demontrastes just how wide the gap is between
ancient moralists and their modern counterparts on the question of what is
natural. With regard to mature men who seek to be penetrated by men, the third
of Seneca’s examples of unnatural behaviour, Seneca makes in passing a
surprising remark. CUM ILLUM CONTUMELIAE SEXUS
ERIPUISSE DEBUERAT NON NE AETAS QUIDEM ERIPIET? 122.7. The
clear implication is that a nature man certainly ought to be safe from
‘indignity’ (here a moralizing euphemism for penetration), but ultimately the
very fact that he is MALE, REGARDLESS OF HIS AGE, ought to protect him. With
with one pointed sentence, then, Seneca is suggesting that MALENESS IN ITSELF
IS IDEALLY INCOMPATIBLE WITH BEING PENETRATED, and since sexual acts were
almost without exception conceptualized as REQUIRING penetration, this amounts
to positing the exclusion of sexual practices BETWEEN MALES from the ‘proper
order’. This is a fairly radical suggestion FOR A ROAM MAN TO MAKE, and Seneca
was no doubt aware of that fact. He slips the comment quietly into his
discussion, makes the point rather subtly (it makight ake a second reading even
to REALISE IT IS THERE), and then instantly moves on to other, less
controversial arguments. FOR as opposed to Seneca’s suggestion that EVERY MALE,
even a boy, should somehow be ‘rescued’ from ‘indignity,’ the usual Roman
system of protocols governing men’s sexual behaviour required the understanding
that A BOY is different from A MAN precisely because they COULD BE penetrated
without necessarily forfeiting EVERY CLAIM to masculine or male status (see
especially chapter 5 on this last point). But Seneca, waxing Stoic, here voices
a dissenting opinion, as does the first century A. D. Stoic philosopher
MUSONIUS RUFUS, in one of twhose treatises we find the remark that sexual
practices BETWEEN MALES are ‘against nature’ (‘para-physical’) Muson, Ruf. 86.
10 Lutz para phusin. The remark needs to be be put in the context of Musonius’s
philosophy of nature. According to Musonious, every createure has its own TELOS beyond the goal
of simply being aalive En a horse would not b e fully living up to its telos if
all it did was to eat, drink, and copulate (106.25-7 Lutz)., while the TELOS or
goal of a human being is to live the life or arete or VIRTUS. Thus, “each one’s
nature (phusis) leads him to his particular virtuous quality (arete), so that
it is is a reasonable conclusion that a human being is living in accordance
WITH nature NOT when he lives in pleasure, but rather when he lives in virtue” 108.1-3
Lutz). Elsewhere he opines that human nature (phusis – anthropine phusis,
natura humana, Hume, Human Nature) is not aimed at pleasure (hedone, 106.21.3
Lutz). Consequently, luxury (truphe) is to be avoided in EVERY way, as being
the cause of INJUSTICE (126.30-1 Lutz). By implication, then, eating, drinking,
and aopulating are not in themselves evil, but they can easily become sgns of a
life of luxury, and if those activities aconstitute the goals of our existence,
we are FAILING TO FULFIL OUR POTENTIAL AS A HUMAN BEING, namely, the practice
of virtue, or reason, and consequently, not living IN ACCORDANCE WITH NATURE,
but against her (paa phusin). Thus, as part of a regime of SELF-CONTROL
(MALENESS OR MASCULINITY AS SELF-CONTROL, not addictive behaviour or weakness
of the will) Musonius argues that a man should engage in a sexual practice only
within the context of marriage for the purpose of begetting children. Any other
sexual relation, even within marriage should be avoided. T”Those who do not
live licentiously, or who are not evil, must think that only those sexual
practices are justified which are consummated within marriage and for the
creation of children, since these pratcttices are licit (NOMIMA). But such
people must think that those sexual practices which hunt for mere pleasure are
unjust and illicit, even if they take place within marriage. Of Other forms of
intercourse, those committed in moikheia (I e. a sexual relation with a
freeborn woman under another man;s control) are the most illicit. No more
moderate than this is the INTERCOURSE OF MALES WITH MALES, since it is a DARING
ACT CONTRARY TO NATURE. As for those forms of intercourse with with females apart
from moikheia which are not licit (kaTa nomon) all of these are too shameful,
because done on account of a lack of self-control. If one utside to behave temperately (TEMPERANTIA,
CONTINENTIA) one would not dare to have relations with a courtesan, nor with a
free woman outside of marriage, nor, by Zeus, with one’s own slave woman
(Musonius Rufus, 86.4-14 Lutz). As I argued in chapter 1, Musonius’s final
remark reveals the extent to which the sexual morality that he is preaching is
at odds with mainstream Roman traditions. Nor is his suggestion that men should
keep their hans off prostitutes and their own slaves the only surprising
statement to be found in the treatises attributed to Musonius. He elsewhere
aargues against the obviously widespread practices of giving up for adoption or
even exposing unwanted children (Lutz), of EATING MEANT (here he explicitly
contrasts himself with the many hoi polloi who live to eat rather than the
other way around (Lutz) or SHAVING THE BEARD (128.4-6 Lutz), of using wet
nurses (42.5-9 Lutz), and most appositely, of allowing husbands sexual freedoms
not granted to wives (Lutz). Thus his condemnation of sexual practices between
MALES is issued in the context of a condemnation of ALL SEXUAL PRATICES other
than those between husband and wife aimed at procreation (strictly speaking,
vaginal intercourse when the wife is ovulating) and also in the context of a a
suspicion of all luxury oand of pleasures beyond those relating to the bare
necessities of life. Thus he condemns sexual relations between males as
contrary to nature (the implication being that the two sexes ARE DESIGNED TO
UNITE WICH EACH OTHER IN THE CONTEXT OF MARRIAGE), while sexual relations
between malesand female outside of marriage are criticized as ‘illicit
(para-noma) and as signs of lack of self-control. Here Musonius is obviously
manipulating the ancient contrast between law or convention (nomos) and nature
(phusis) and interprestingly procreative relations within marriage are
ultimately given his seal of approval not because they are more ‘natural’ than
tother sexual practices, but because they are ‘licit’ or ‘conventional’
(nomima), just as adulterious relations are most ‘illicit’ of unconventional
(paranomotatai). In other words, Musonius invokes the rhetoric of nature only
by way of secondary support.. A male-male relation is no more ‘moderate’ than a
adulterious relationa dn anyway, he adds, they are ‘unnatural’. But a relation
between a man and another man’s wife, while implicitly ‘natural’,is in the end
more ‘illicit’ than a male-male relation. Even for the Stoic Musonious, NATURA
may NOT be the ultimate arbiter. Interestingly, when he describes sexual
practices between males as being against nature, Musonius does not appeal to
animal bheaviour as does Plato in his Laws (836c). Indeed, such an argument
sould have ill-suited Musonius’s argument elsewhere that humans are different
from other animals and should not takem them as a MODEL FOR BHEAVIOUR. Thus he
argues that wise men ill not attack in return if attacked – such revenge is the
province of MERE ANIMALS – Lutz) – and that, while among animals an act of
copulation suffices to procude offspring, human beings should aim for the
lifelong union that is marriage (88.16-17 Lutz). Finally, there is an important
distinction to observe between Musonius’s remark concerning sexual practices
between males and later Christian fulminations against ‘the unnatural vice’
which came to be a code term for ‘sodomy’. On the one hand, Musonius did not go
so far as to condemn such relations as THE unnatural vice. Indeed, if we think
about the implications of his words, relations between MALES do not even
constitute the ULTIAMTE sexual crime. He declare that ADULTEROUS relations are
‘the most illicit of all’ (paranomotatai) and thus clearly more ‘illicit’ than
relations between males which are howevery ‘equally immoderate’. Furthermore
Musonius’s approach to the problem of sexual behaviour differs from later
Christian moralists in a fundamental respect. As Foucault puts it, according to
Musonius, ‘to withdraw pleasure from this form (sc. Of marriage, to detach
pleasure from the conjugal relation in order to propoeseother ends for it, is
in fact to debase the ESSENTIAL composition of the human being. The defilement
is not in the sexual act itself, but in the ‘debauchery’ that would dissociate
it from marriage, where it has its natural form and its rational purpose” Foucault
CICERONE (vedasi) ro in a passage from one of this major philosophical works,
the Tusculan disputations, approaches the ascetic stance advocated by Seneca
and Musonius Rufus, although he nowhere makes an explicit commitment to the
extreme suggested by Seneca and preached by Musonius. Speaking in the Tusculan
Disputations of the detrimental effects of erotic passion, Cicero observes that
the works of Greek poets are filled with images of love. Focusing on those who
describe LOVE FOR BOYS (he mentions Alcaeus, Anacreon, and Ibycus), Cicero
notes thain an aside that ‘NATURE HAS GRANTED A GREATER PERMISSIVENESS (maiorem
liicnetial)” to men’s affairs with women. Cic. Tusc. 4. 71. ATQUE UT MULIEBRIS
AMORES OMITTAM QUIVUS MAIOREM LICENTIAL NATURA CONCESSIT QUIS AUT DE GANYMEDI
RAPTU DUBITAT QUID POETAE VELINT AUT NON INTELLEGIT QUID APUD EURIPIDEM ET
LOQUATUR ET CUPIAT LAIUS. The comparative (MAIOREM LICENTIAL is noteworthy.
NATURE has granted ‘greater’, not exclusive license to affais with women than
to affairs with BOYS. The Latter are evidently NOT FORBIDDEN BY NATURE.
Discouraged perhaps, but not outlawed. This is a BEGRUDGING ADMISSION, in
perfect agreement with the tenor of the whole discussion of sexual passion
which had opened thus. ET UT TURPES SUNT QUI ECFERUNT SE LAETITIA TUM CUM
FRUUNTUR VENERIIS VOLUPTATIBUS SIC FLAGITIOSI QUI EAS INFLAMAMATO ANIMO
CONCPISCUNT TOTUS VERO ISTE QUI VOLGO APPELATUR AMOR – NEC HERCULE INVNEIO QUO
NOMINE ALIO POSSIT APPELARI TANTAE
LEVITATIS EST UT NIHIL VIDEAM QUOD PUTEM CONFERENDUM. (Cic. Tusc. 4. 68). These
words disparage sexual passion as a whole – particularly a hot, inflamed desire
(QUI EAST INFLAMMATO ANIMO CONCUSPICUNT) whether indulged in with women or with
boys. NATURA, according to Cicero, makes it easier to indulge in this passion
with women, so that when men DO INDULGE
IN IT WITH BOYS, they show just who DEEPLY THEY HAVE FALLEN VICTIM TO LOVE –
that treacherous and destructive power, ‘te originator of disgraveful behaviour
and inconstanty (FLAGITTI ET LEVITATIS AUCTOREM (4. 68), as G. Williams notes. In
fact, remarkably enough, Cicero later claims that love itself is not natural.
Cic. Tusc. 4 76. If love were natural, everyone would love, they would always
love, and would love the same thing: one person would not be deterred from
loving by a sense of shame, another by rational thought, another by his satiety
– ETENIM SI NAUTRALIS AMOR ESSET ET AMARENT OMNES ET SEMPER AMARENT ET IDEM
AMARENT NEQUE ALIUM PUDOR ALIUM COGITATIO ALIUM SATIETAS DETERRERET. Cicero’s
remark on NATURA and sexual relations with women is in fact fact little more
than a a passing comment. Still, its implications deserve some consideration.
In what whays does NATURE grant ‘greater permisiveness’ to a relation with aa
woma than with a boy? Why does Seneca suggest that men’s MALENESS ought to
preclude them from being PENETRATED, and why does Musonius Rufus condemn ALL
SEXUAL PRACTICES BETWEEN MALES as unnatural? These philosophers’ comments seem
to rest on certain assumptions about the function of sexual organs. Certainly
Seneca emphasixes the notion of the proper order or debitus ordon, according to
which men should not drink wine before eating, grow roses in the winter, build
buildings over the sea, or PENETRATE MALES. In short, some kind of ARGUMENT
FROM DESIGN seems to lruk in the backgrounf of Cicero’s Seneca’s and Musoniu’s
claism. The penis is ‘designed’ to PENETRATE a vagina. TA vagina is deigned to
be penetrated by a penis. Similarly the passage from Phaedrus Fables implies,
whitout actually using the word NATURA, that males who desire to be penetrated
(molles mares) and females who desire to penetrate (tribades) have A FLAWED
DESIGN. When Prometheus was assuming these people’s bodies from CLAY, he
attached the genial organs of the opposite sex in a drunken slip-up. But his
more popularizing account only specifies that those males who DESIRE to be
penetrated are anomalous. It does not designate those men who seek to penetrate
other males as unnatural. On this model, a sexual act in which a master
penetrated his UNWILLING MALE slave is
NOT UNNATURAL. By contrast, according the philosophers discussed here (Musonius
most expliclty) this act would be unnatural. But on the whole very few Roman writers seem
to have taken this kind of argument to heart. In general, ROMAN MEN’S
BEHAVIOURAL codes reflect an AWARENESS that the PENIS IS SUITED for purposes
OTHER than penetrating avagina, and that the vagina is NOT the only organ
suited for being penetrated. Such is the implication of a witty comment in an
epigram of Martial’s addressed to a man who, instead of doing the USUAL WITHIN
with his BOY and analyy penetrating him, has been STIMULATING THIS GENITALS.
This is objectionable because it will speed up the process of his maturation
and thus hasten THE ADVENT OF HIS BEARD (11.22.1-8). Martial tries to talk some
sense into his friend and the epigram ends with an APPEAL TO NATURE. DIVISIT
NATURA MAREM PARS UNA PUELLIS UNA VIRIS GENITA EST UTERE PARTE TUA Mart. The comment is of course a witticigm. Note the logical contradiction
that this playful invocation of nature creates. If the penis is designed by
nature for girls and the anus for mmen,how can a man use a boy’s anus in the
way nature intended (i. e. to be penetrated by men) and at the same time use
his own penis in the way nature intended (i. e. by penetrating a girl? See
chapters 1 and 5 for further fsucssion of this epigram together with Martial’s
humorous invocation of the paradigm of nature with regard to masturbation. but
if the humour was to succeed, the notion that a boy’s anus is designed by
nature for a man to penetrate cannot have seemed outrageous to Martial’s
readership. After all, the rhetorical goal of the epigram is to steer tha man
onto the path of right behaviour, the path which Martial’s won persona,
dutifully, even proudly, followed. This sort of comment – rather than the
passing remarks of such philosophers as Cicero, Seneca and Musonius Rufus,
reflects the mainstreat Roman understanding of what constitutes NORMATIVE and NATURAL
sexual beavhiour for a boy and for a man. It is significant, moreover, that
neither CCicero nor Seneca nor Musonius Rufus nor any other survinving Roman
text, philosophical or not, argues that a MAN’s *DESIRE* to penetrate a boy is
‘contrary to nature’. Musonius, for one, speaks ony of the sexual act
(SUMPLOKAI). We return to the Epicurean perspective offered by Lucretius cited
in chapter i. SIC IGITUR VENERIS QUI TELIS ACCIPIT ICTUS SIVE PUER MEMBRIS
MULIEBRIBUS HUNC IACULATUR SEU MULIEUR TOTO IACTANS E CORPORE AMOREM UNDE
FERITUR EO TENDIT GESTITQUE COIR ET IACERE UMOREM IN CORPUS DE CORPRE DUCTUM.
Lucr. 4. 1052-6. This are lines from a poem dedicated to teaching its Roman
readers about ‘the nature of things’ (de rerum natura 1.25). cf. Boswell p. 149
“Lucretius’s De rerum natura dealt with the whole of ‘natura’ but it was the
‘rerum’ of things – which suggested to Latin readers what modern speakers mean
by ‘nature’”. Obviously the SUSCEPTIBILITY OF MEN to THE ALLURE of boys and
women is a PART OF THE NATURAL ORDER for Lucretius. The beams of atomic
particles that EMANATE from the bodies of boys and women and attract men to
them are an integral part of the nature of things. It is the mentalitly evident
in such diverse textsa Lucretius’s poetic treatise On the nature of Things,
Martial’s epigrams, and graffiti scrawled on ancient walls that we need to keep
in mind when we evaluate the comments of Musonius Rufus, Seneca, and Cicero.
These are the words of three philosophers. Cicero expounding on the danger s of
love, Senceca inveighing against the corrputions of the world around him, and
Musonius arguing that men should engage only in certain kind of sexual
relations and only with their wives, the goal being the production of
legitimate offspring and not the pursuit of pleasure. These pronouncements tell
u something about the world in which these three philosophers who made them
lived, and about what men and women in that world were actually doing. Seneca
for example is hardly fulminating about imaginary fices) but they tells us even
more about Cicero, Seneca, and Musoiuns, and their own philosophical
allegiances We have every reason to believe that comments like their rpersented
a minoriy opinion. Indeed, the men AGAINST whom Musonius argues, who believed
that A MASTER has absolute power to do ANYTHING HE WANTS to his slave, is
precisel that man shoes VOICE dominated the public discourse on sexual
practice. Moreover, as Winkler (p. 21) trenchangly observers, Seneca’s
condemnation of such ‘unnatural’ behaviour as growing hothouse flowers or
throwing nightime parties, ‘though articulated as universal, is OBVIOUSLY
DIRECTED AT A VERY SMALL AND WEALTHY ELITE – THOSE WHO CAN AFFORD THE SORT OF
LUXURIES Seneca wants ‘ALL MANKIND’ to do without”, It is telling, too, that
Cicero himself never makes this kind of APPEAL TO NATURA in the SEXUAL
INVECTIVE sscattered throughout the speeches he delivered in the public arenas
of the courtroom, Senate, or popular assembly, and that the argument appears NOWEHERE
ELSE IN the considerable corpus of Seneca’s moral treatises. Likewise, it is
worth noting that Musonius Rufus’s who makes the most extreme case, not only
wrote his treatise in GREEK rather than Latin, as if to underscore its distance
from he everyday beliefs and practices of Romans, but as a philosopher omitted
to stoicis in a way that Cicero and and Seneca are not. As Haexter reminds us,
Cicero proposes manydifferent rhetorical and philosophical positions in his
speeches, letters, and dialogues, and Seneca’s epistles to Lucilius offer a
tentative and experimental mixture of Stoicism and other philosophical schools
(many of his earlier letters end with quotations from Epicurus, for example).
In any case, Boswell, cp. 130 citing ancient sources claiming that the very founder
of stoicism, Zeno, engaged in sexual practices with males (perhaps even
exclusively) tnote that many ancient stoics actually seem to have considered
the question of sexual praticess between males to e ETHICALLY NEUTRAL. Finally,
It is worth noting that both Seneca and Cicero were thought not to have
practiced what they prached. In a discussion of how Seneca’s behaviour often
stood in contracition to his own teachings, the historian DIO CASSIUS observes
that although he married well, Seneca also “takes pleasure in older lads, and
teachers Nero do to the same thing, too”. Dio 61 10 4. Tas te aselgeias has
praton gamon te epiphanestaton egme kai meikarious exorois exaire kai tauto kai
ton Nerona poietin edidaxe. The historian goes on to insutate that Seneca
fellated his partners, speculating on the reason why refused to kiss Nero. One
might imagine, Dio notes, that this was
because he was gisuted by Nero’s penchant for oral sex. But that makes
no sense given Seneca’s own relations with his boyfriends (61 10 5 o gar toi monon an tis hupopteuseien hoti
ouk ethele toiouto stoma philein elegxketai ek ton paidikon autou pseudos on). The younger Pliny (Epist. 7.4) informs us that
Cicero addresses a love poem to his faithful slave and companion Tiro. Of
course neither of these pieces of information tells us anything about Cicero’s
or Seneca’s actual experiences. Cicero’s poem could have been a literary game
and the stories a out Seneca that constituted Dio’s source may well have been
unfounded gossip (For Cicero and Tiro, see McDermott and Richlin. P. 223,
Canatarella p. 103 assumes that they actually ENJOYED A sexual relationship)).
On the other hand, is it not impossible that Cicero actually DID experience
DESIRE for Tiro and that Seneca DID enjoy the company of MATURE MALE SEXUAL
PARTNERS. And abovre all it is important to recognize that later generations of
Romans (the younger Pliny and Dio) were willing to IMAGINE THOSE THINGS
HAPPENING. Dio’s gossipy remarks and Pliny’s comments on Cicero remind us of the cultural context in which a
philosopher’s allusion to NATURA must be placed. Nome compiuto: Paolo
Casini. Keywords: naturismo, naturalismo, natura, nazione, patto sociale, la
legge naturale, l’uomo, contra natura. “antica sapienza italica” razionalismo,
la metafora della lume, illuminismo, Bruno, il patto sociale -- Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Casini,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Casotti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del volere –
filosofia fascista – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Grice: “My whole philosophy, like Casotti’s, is based on the anatomy of
‘willing’!” -- Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio.
Grice: “I like Casotti; of course, he reminds me of my master at Clifton! Casotti
is into the teaching of philosophy: did Socrates teach Alcibiade or did
Alcibiade learn from Socrate? On top, Casotti tried to systematise WHAT you
have to teach: his first volume is telling: ‘l’essere’, which of course reminds
me of my explorations on the multiplicity of being in Aristtotle – a human
being in an ‘essere,’ but my tutee A. G. N. Flew would scorn philosophers who use a verb
with an article “l’essere” – or a pronoun with an an emphatic word meaning
‘same’ – “the self!” Figlio di Enrico e Virginia Sciello. Studia s Pisa
sotto Amendola e Gentile. Con quest'ultimo si laurea con “La concezione
idealistica della storia” in cui esprimeva la propria entusiasta adesione alla
dottrina gentiliana dell'attualismo.
Dopo aver aderito all'appello Per un Fascio di Educazione Nazionale in
vista di un rinnovamento della scuola italiana, indirizza il proprio percorso
professionale in direzione della pedagogia, orientata alle teorie idealiste di
Gentile, da lui riprese e rielaborate anche nelle prime esperienze a Pisa e
Torino. Collabora nella redazione delle riviste Levana e La nuova scuola
Italiana. Motivazioni personali, unite
all'esigenza di approccio più realista all'educazione, lo portano il ad
allontanarsi in maniera piuttosto repentina dalle posizioni idealistiche
precedenti e ad aderire all’aquinismo. Insegna a Milano, sviluppando una
filosofia ispirata a Lambruschini, Rosmini, e Bosco, basata sulla “perennis
philosophia” dell'aristotelismo aquinista.
Egli avversa da un lato l'attivismo e il naturalismo, recuperando
l'importanza della «lezione» e della «disciplina», in una prospettiva di
insegnamento rivolta all'«imitazione di un ideale regulativo». Dall'altro
reinterpreta il rapporto tutore/tutee nell'ottica di Alcibiade-Socrate.
Contesta la pretesa dell'attualismo gentiliano di risolverne il dualismo (tutore-tutee)
in unità, concependolo piuttosto come con-divisione di uno stesso cammino di
crescita, incentrato su una rivelazione, nel quale la filosofia è vista come
un'arte, che consente il passaggio dalla potenza all'atto. Fonda la rivista Supplemento pedagogico a
Scuola italiana moderna, rinominata in Pedagogia e vita. Pubblicò in due volumi
una sintesi della sua filosofia, che vede la filosofia contraddistinta, «come
arte» e “come disciplina” -- sia da un aspetto etico, finalizzato a un ideale,
sia da uno speculativo basato sulla sperimentazione del metodo più oppurtuno da
seguire e adattare alle difficoltà del contesto. Altre opere: “La concezione idealistica della
storia” (Firenze, Vallecchi); Introduzione alla pedagogia, Firenze, Vallecchi, La
nuova pedagogia e i compiti dell'educazione, Firenze, Vallecchi, Lettere sulla
religione, Milano, Vita e Pensiero, La pedagogia di Lambruschini, Milano, Vita
e Pensiero); Il moralismo di Rousseau. Studio sulle idee pedagogiche e morali
di Rousseau, Milano, Vita e Pensiero, Maestro e scolaro. Saggio di filosofia
dell'educazione, Milano, Vita e Pensiero, La pedagogia d'Aquino. Saggi di
pedagogia generale, Brescia, La Scuola, Educazione cattolica, Brescia, La
Scuola, Scuola attiva, Brescia, La Scuola, La pedagogia di Rosmini e le sue
basi filosofiche, Milano, Vita e Pensiero, Didattica, Brescia, La Scuola, Pedagogia
generale, Brescia, La Scuola, Esiste la pedagogia?, Brescia, La Scuola, La
pedagogia del Vangelo, Brescia, La Scuola, Educare la volontà, Brescia, La
Scuola, Il metodo educativo di Don Bosco, Brescia, La Scuola, L'arte e
l'educazione all'arte, Brescia, La Scuola, Memorie e testimonianze Brescia, La
Scuola. Franco Cambi, Mario Casotti, su treccani. Appello per un "Fascio di educazione
Nazionale", su «L'educazione nazionale», Franco V. Lombardi, Filosofia e pedagogia
nel pensiero di Casotti. Dall'Idealismo alla Neoscolastica, Ugo Spirito, L'idealismo italiano e i suoi
critici, Firenze, Le Monnier, Maria Rossi, La pedagogia italiana contemporanea:
il pensiero di Casotti, in «Supplemento pedagogico, Filosofia e pedagogia nel
pensiero di Casotti, «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, Vita e Pensiero, Un pedagogista troppo presto
dimenticato. Casotti e l'arte educativa, «Osservatorio sul mercato del lavoro e
sulle professioni, Il rapporto
maestro-allievo nel confronto tra C. e Gentile, «CQIA rivistaFormazione,
lavoro, persona, Dizionario biografico degli italiani. Filosofia e pedagogia
nel pensiero di C., «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, Vita e
Pensiero, Un pedagogista troppo presto dimenticato. Casotti e l'arte educativa,
«Osservatorio sul mercato del lavoro e sulle professioni, Il rapporto
maestro-allievo nel confronto tra Casotti e Gentile, «CQIA rivistaFormazione,
lavoro, persona, Dizionario biografico degli italiani. 40 L’Appello per un
Fascio di Educazione Nazionale, in « L ' Educazione Nazionale , L ' Idea
Nazionale. vedere C., Dopo il Congresso Nazionale, in « La Nostra Scuola , 1920,
nn. 1 - È costituito un Fascio di educazione nazionale fra gli
insegnanti di ogni ordine e grado e fra i cultori dei problemi concernenti la...
Sullo stesso fascicolo rispondeva a Pellizzi Mario Casotti, il quale
riconosceva l'opportunità di abbandonare... Casotti Mario, La nuova
pedagogia e i compiti dell'educazione moderna, Vallecchi, Firenze, 1923.
Mazzoni Elda, L ' idealismo... GENTILE Il Fascismo al governo della Scuola,
Sandron, Palermo, Casotti makes a dramatic break with actualism early in his
career. A tutee of Gentile, he nevertheless underwent a
conversion in the 1920's and was called to teach pedagogy at Milan in 1924.
There he worked with Neo-Thomist scholars and produced works on education with
a distinct orientation. He is particularly remembered as the founder and
director of the review Pedagogia e vita, a journal that took on new importance
in the postwar years. A spiritualist who came out of the idealist tradition, he
is considered a pioneer in neospiritualist pedagogy, taught in Pisa and Turin;
he underwent a conversion, and was called to the chair of pedagogy a Milan. He
produced critiques of idealism from a neoscholastic point of view. Eventually,
he began a systematic study of divided into three parts: teleology (the aim or
end); anthropology (study of the philosophical tutee); and methodology. In his
"anthropological" writings, he defends personalism against idealism
and materialism. He was a contributor to and editor of the education journal
Scuola italiana moderna. He encouraged systematic child study in a way that
later became more widespread among Italian philosophers. AQUINO Saggi
di filosofia generale INDICE Prefazione, La Pedagogia di Aquino, L'educazione
naturale, L'anima della pedagogia, Filosofia, Religione e " Filosofie
" nelle Scuole Medie, Pedagogia cattolica, L'Insegnamento religioso nelle
Scuole elementary. Non c'è nulla al mondo di tanto noioso come un autore che si
ripete: pure non osiamo presentare ai benevoli lettori questa raccolta di
saggi, senza richiamare, sia pur nella maniera più breve possibile, un concetto
fondamentale da noi svolto in altri nostri lavori. Questo: che la filosofia in
Italia, e anche in un periodo indubbiamente per lei rigoglioso come fu il
secolo XIX, ha sofferto, e soffre tuttavia, per aver lasciato cadere, o non
aver saputo riprendere con sufficiente energia il filo di quella grandissima
tradizione dottrinale che doveva ricongiungerla alla Scolastica, e, in essa, al
più grande maestro: Aquino. Altre volte vi abbiamo accennato, ed ora non
ripeteremo le ragioni per cui, mentre i maggiori scolastici moderni non
trattavano se non fuggevolmente il problema della filosofia, i filosofi più noti o non assurgevano a un concetto
filosofico della pedagogia, o, in ogni caso, non si mostravano abbastanza
agguerriti sul terreno della filosofia scolastica. E' cessato oggi, questo
stato di cose? Non pretendiamo dare adesso un frettoloso giudizio. Però, salta,
per così dire, agli occhi di qualunque imparziale osservatore, che la pedagogia
cattolica italiana contemporanea, non certo povera, come qualcuno ama credere,
di nomi e di opere, è lungi tuttavia dall'esser ricca come si desidererebbe, di
trattazioni aventi un carattere rigidamente filosofico e speculativo. Inutile
stare a discutere e a cercare, più o meno sottilmente, le cause di questo
fatto. Trattandosi d'una realtà contemporanea, che si svolge sotto i nostri
occhi, piuttosto che discutere, è meglio fare o, almeno, ingegnarsi di fare, è
anche più simpatico e toglie a un modesto autore la noiosa responsabilità
d'andar criticando e censurando a destra e sinistra. Fare: non certo perché gli
altri ci debbano prendere a modello, anzi perché, dissodato alla meglio il
campo, con minor fatica e maggior profitto altri lo possano lavorare dopo
di noi. Ecco perché Aquino è il soggetto del primo saggio qui raccolto e,
insieme, il titolo del volume, e San Tommaso d'Aquino è ancora - possiamo dirlo
- il pensiero dominante che circola per tutti gli altri, e li stringe in una
intima unità la quale non può sfuggire allo sguardo dell'attento lettore. La
pedagogia di S. Tommaso non è stata studiata da noi con intento, vorremmo dire,
archeologico, quasi per scoprire e mettere in mostra un degno monumento d'un
passato glorioso, bensì per mostrare i numerosi, attualissimi problemi che un
pensiero, eternamente giovane, dell'immortale giovinezza della verità, suscita
quando lo si ripensa in relazione ai nuovi bisogni dello spirito moderno. Or
non è molto, giudicando il movimento contemporaneo della ècole active, qualche
studioso asseriva che i più sani principi onde va tanto orgogliosa l'educazione
moderna, si trovano già in San Tommaso. Affermazione verissima, che però va
subito completata con quest'altra: ciò che di più vacuo e superficiale v'ha
nelle teorie pedagogiche recentissime, quel continuo riempirsi la bocca di
parole vane ed imprecise, quel parlare a sproposito di autoeducazione, di
libertà, di creazione, quell’ingenuo ottimismo naturalistico, che fa
dell'alunno e del bambino un mezzo Dio (naturalismo denunciato testé nella
Enciclica Pontificia sull'educazione) trovano già in San Tommaso il critico più
deciso e radicale che si possa desiderare. E la sua critica al concetto stesso,
oggi tanto in voga, di autoeducazione, va meditata, seriamente, se non si vuol
correre il rischio, attratti dalla novità, di accettare addirittura, come
cattoliche, tutte le teorie della école active! Con ciò mi sembra anche di
avere amichevolmente risposto al Lombardo-Radice, o, meglio, all'Educazione
Nazionale che in poche e benevole parole dedicate al mio libro Maestro e
Scolaro, mi annoverava fra gli attivisti. Sì, "attivista", se così
volete: ma alla maniera d'Aquino, e non a quella del Ferrière. Sì, con voi se
acconsentite a mettere il termine attività al posto del termine autoeducazione,
e il termine spontaneità al posto del termine creazione, che conviene solo a
Dio.Amico vostro finché studiate, in concreto, i mezzi migliori per garantire,
nella scuola, l'effettivo lavoro e la gioiosa collaborazione dello scolaro:
nemico, cortese, ma fierissimo, quando quello sforzo gioioso ignora, o, peggio,
disprezza, la salutare frusta della mortificazione cristiana, e diventa cosi -
uso ancora l'espressione della Enciclica Pontificia - naturalistico, anche se
giustificato da teorie più o meno idealistiche. Amico vostro quando vi
preoccupate, giustamente, della educazione religiosa; nemico fierissimo quando
gabellate il cristianesimo per un tetro moralismo, e gli volete sostituire un
dio fantasma, inafferrabile, che il Ferrière identifica addirittura, o poco ci
manca, con l'élan vital bergsoniano. La filosofia d'Aquino! Quando penso alle
immancabili smorfie colle quali certi critici accoglieranno questa frase, ch'è
tutto un programma di rinnovamento e di risanamento, ho un rimpianto, sì, ma
non quello che i suddetti critici s'aspetterebbero. Rimpiango di non essermi,
se mai, ispirato abbastanza, in questi saggi che pur vogliono essere un modesto
tentativo di pedagogia cristiana, al pensiero del grande Aquinate; rimpiango
che il mio discepolato verso un tanto maestro, non abbia potuto riuscire, qua e
là, più fedele e generoso. E se qualcosa può consolarmi, è la certezza che la
mia fatica non sarà stata vana, se risparmierà agli altri lunghe e faticose
ricerche per arrivare solo in fine a ciò che avrebbe dovuto essere il punto di
partenza: una conoscenza esatta delle teorie elaborate, intorno all'educazione,
dal Dottore Angelico AQUINO BRESCIA, Editrice “La Scuola”, La Pedagogia
di S. Tommaso d'Aquino L'Educazione naturale 93 L'Anima della pedagogia Filosofia, Religione e " Filosofie
" nelle Scuole Medie Pedagogia
cattolica 195 L'Insegnamento religioso nelle Scuole elementari Non c'è nulla al
mondo di tanto noioso come un autore che si ripete: pure non osiamo presentare
ai benevoli lettori questa raccolta di saggi, senza richiamare, sia pur nella
maniera più breve possibile, un concetto fondamentale da noi svolto in altri
nostri lavori. Questo: che la pedagogia cattolica in Italia, e anche in un
periodo indubbiamente per lei rigoglioso come fu il secolo XIX, ha sofferto, e
soffre tuttavia, per aver lasciato cadere, o non aver saputo riprendere con
sufficiente energia il filo di quella grandissima tradizione dottrinale che
doveva ricongiungerla alla Scolastica, e, in essa, al più grande maestro: San
Tommaso d'Aquino. Altre volte vi abbiamo accennato, ed ora non ripeteremo
le ragioni per cui, mentre i maggiori scolastici moderni non trattavano se non
fuggevolmente il problema dell'educazione, i pedagogisti cattolici più noti o
non assurgevano a un concetto filosofico della pedagogia, o, in ogni caso, non
si mostravano abbastanza agguerriti sul terreno della filosofia scolastica. E'
cessato oggi, questo stato di cose? Non pretendiamo dare adesso un frettoloso
giudizio. Però, salta, per così dire, agli occhi di qualunque imparziale
osservatore, che la pedagogia cattolica italiana contemporanea, non certo
povera, come qualcuno ama credere, di nomi e di opere, è lungi tuttavia
dall'esser ricca come si desidererebbe, di trattazioni aventi un carattere
rigidamente filosofico e speculativo. Inutile stare a discutere e a
cercare, più o meno sottilmente, le cause di questo fatto. Trattandosi d'una
realtà contemporanea, che si svolge sotto i nostri occhi, piuttosto che
discutere, è meglio fare o, almeno, ingegnarsi di fare, è anche più simpatico e
toglie a un modesto autore la noiosa responsabilità d'andar criticando e
censurando a destra e sinistra. Fare: non certo perché gli altri ci debbano
prendere a modello, anzi perché, dissodato alla meglio il campo, con minor
fatica e maggior profitto altri lo possano lavorare dopo di noi.
Ecco perché San Tommaso d'Aquino è il soggetto del primo saggio qui raccolto e,
insieme, il titolo del volume, e San Tommaso d'Aquino è ancora - possiamo dirlo
- il pensiero dominante che circola per tutti gli altri, e li stringe in una
intima unità la quale non può sfuggire allo sguardo dell'attento lettore. La
pedagogia di S. Tommaso non è stata studiata da noi con intento, vorremmo dire,
archeologico, quasi per scoprire e mettere in mostra un degno monumento d'un
passato glorioso, bensì per mostrare i numerosi, attualissimi problemi che un
pensiero, eternamente giovane, dell'immortale giovinezza della verità, suscita
quando lo si ripensa in relazione ai nuovi bisogni dello spirito moderno.
Or non è molto, giudicando il movimento contemporaneo della ècole active,
qualche studioso asseriva che i più sani principi onde va tanto orgogliosa
l'educazione moderna, si trovano già in San Tommaso. Affermazione verissima,
che però va subito completata con quest'altra: ciò che di più vacuo e
superficiale v'ha nelle teorie pedagogiche recentissime, quel continuo
riempirsi la bocca di parole vane ed imprecise, quel parlare a sproposito di
autoeducazione, di libertà, di creazione, quell’ingenuo ottimismo
naturalistico, che fa dell'alunno e del bambino un mezzo Dio (naturalismo
denunciato testé nella Enciclica Pontificia sull'educazione) trovano già in San
Tommaso il critico più deciso e radicale che si possa desiderare. E la sua
critica al concetto stesso, oggi tanto in voga, di autoeducazione, va meditata,
seriamente, se non si vuol correre il rischio, attratti dalla novità, di
accettare addirittura, come cattoliche, tutte le teorie della école
active! Con ciò mi sembra anche di avere amichevolmente risposto al
Lombardo-Radice, o, meglio, all'Educazione Nazionale che in poche e benevole
parole dedicate al mio libro Maestro e Scolaro, mi annoverava fra gli
attivisti. Sì, "attivista", se così volete: ma alla maniera di S.
Tommaso d'Aquino, e non a quella del Ferrière. Sì, con voi se acconsentite a
mettere il termine attività al posto del termine autoeducazione, e il termine
spontaneità al posto del termine creazione, che conviene solo a Dio. Amico
vostro finché studiate, in concreto, i mezzi migliori per garantire, nella
scuola, l'effettivo lavoro e la gioiosa collaborazione dello scolaro: nemico,
cortese, ma fierissimo, quando quello sforzo gioioso ignora, o, peggio,
disprezza, la salutare frusta della mortificazione cristiana, e diventa cosi -
uso ancora l'espressione della Enciclica Pontificia - naturalistico, anche se
giustificato da teorie più o meno idealistiche. Amico vostro quando vi
preoccupate, giustamente, della educazione religiosa; nemico fierissimo quando
gabellate il cristianesimo per un tetro moralismo, e gli volete sostituire un
dio fantasma, inafferrabile, che il Ferrière identifica addirittura, o poco ci
manca, con l'élan vital bergsoniano. La pedagogia di San Tommaso
d'Aquino! Quando penso alle immancabili smorfie colle quali certi critici
accoglieranno questa frase, ch'è tutto un programma di rinnovamento e di
risanamento, ho un rimpianto, sì, ma non quello che i suddetti critici
s'aspetterebbero. Rimpiango di non essermi, se mai, ispirato abbastanza, in
questi saggi che pur vogliono essere un modesto tentativo di pedagogia
cristiana, al pensiero del grande Aquinate; rimpiango che il mio discepolato
verso un tanto maestro, non abbia potuto riuscire, qua e là, più fedele e
generoso. E se qualcosa può consolarmi, è la certezza che la mia fatica non
sarà stata vana, se risparmierà agli altri lunghe e faticose ricerche per
arrivare solo in fine a ciò che avrebbe dovuto essere il punto di partenza: una
conoscenza esatta delle teorie elaborate, intorno all'educazione, dal Dottore
Angelico. Da quelle teorie, anche così come le abbiamo prese e tentato di
rivivere, emana già una luce che non può essere, come i nostri avversari
vorrebbero, la luce scialba d'un crepuscolo che preceda la notte d'un passato
morente, ma è la luce vivida dell'alba, che precede il giorno nuovo pieno di
speranze e di promesse. A coloro che nel riprendere il pensiero di S.
Tommaso e, in genere, della scolastica, vedono un pericolo per la libertà e
l'originalità della ricerca scientifica s'è già risposto, e nel nostro volume
Maestro e Scolaro e, qui, nel saggio Religione, filosofia e filosofie
nelle scuole medie. Ora vogliamo ricordare, per finire, che non certo la
pedagogia cattolica si può accusare di scarsa originalità. L'alba del giorno
nuovo illumina delle figure che giganteggiano già nella storia della moderna
educazione: basta menzionare Don Bosco, la cui grandezza e fecondità, anche
come teorico e pedagogista, si comincia appena adesso a scoprire. Le numerose
opere della pedagogia cristiana aspettano solo chi le studi, le illustri, le
faccia conoscere al pubblico studioso, con quello stesso amore che altri
mettono nell'illustrare le più piccole iniziative delle scuole nuove o
rinnovate. Anche questa volta i figli del mondo sono stati più abili ed
intelligenti dei figli di Dio. Ma non sarà sempre così. Cortemaggiore
(Piacenza) Convento di S. Francesco, nella Festa del SS. Nome di Gesù. NOTA. I
saggi che si raccolgono in questo volume furono tutti pubblicati, a vario
intervallo di tempo, dal 1925 in poi sulla Rivista Scuola Italiana Moderna.
Eccezion fatta pei seguenti: L'Educazione naturale (Relazione presentata alla
XVII Settimana Sociale dei cattolici italiani, Firenze 1927, e apparsa negli
Atti); L'anima della pedagogia (Rivista di filosofia neoscolastica, 1925) e
Pedagogia cattolica (Rivista Levana, Firenze 1923). La Pedagogia di S. Tommaso
d'Aquino Esiste una pedagogia di S. Tommaso d'Aquino? E si può, senza
temer di cadere nelle solite esagerazioni che ci fanno attribuire troppo spesso
ai grandi uomini del nostro cuore una sapienza sterminata ed estesa un po' a
tutto l’universo scibile umano, asserire che il dottore angelico abbia segnato,
anche nel campo delle teorie sull' educazione, l'impronta di quell'altissimo
ingegno che, stringendo insieme cielo e terra costruiva un edificio di dottrina
al quale le età venture avrebbero guardato sempre con commossa riverenza, quasi
a testimonianza imperitura di quel che possa la scienza quando si congiunge
colla fede? Fortunatamente, la risposta a tale domanda non ammette dubbi di
sorta. Ché nella vastissima opera dell'Aquinate non solo la pedagogia c'è, in
quanto dappertutto vi si possono cogliere spunti di teorie sull'educazione, in
ordine a tutta la concezione dell'uomo e della realtà e al fine della vita, ma
c'è anche come problema esplicitamente discusso e risolto con tale rigore
scientifico e con tali esigenze critiche che dovranno passare dei secoli, nella
storia della pedagogia, prima che sia possibile riprenderlo, quello stesso
problema, colle medesime esigenze. Il problema, infatti, che San Tommaso
affronta nel suo De magistro è un problema di per sé così delicato e difficile
che solo rare volte, e in periodi di cultura filosofica molto diffusa, i
pedagogisti anche più valenti riescono a proporselo con tutta la
chiarezza desiderabile. E questo perché i pedagogisti sono premuti di
solito dalla necessità di risolvere altre questioni più particolari e
delimitate che loro sembrano e forse, sotto un certo aspetto, anche sono più
urgenti, come quelle che riguardano l'organizzazione pratica dell'educazione, i
metodi e via dicendo. Tutte questioni che non si possono, certo, risolvere
senza far capo a un concetto filosofico dell' educazione, ma che spesso
permettono, questo concetto, di sottintenderlo e di presupporlo, o di
discuterlo, se mai, solo a proposito di quei particolari problemi pedagogici e
didattici che si stanno trattando, piuttosto che di stabilirlo e discuterlo
direttamente, per se stesso. Ciò spiega come mai le più celebri opere che la
storia della pedagogia ricorda, dalla Didattica magna del Comenius ai Pensieri
sull'educazione del Locke, all'Emilio del Rousseau, alla Education Progressive
della Necker de Saussure, efficacissime nel descrivere e nell'analizzare in
concreto il processo educativo, riescano tutte quanto mai deboli ed inefficaci
nello stabilire, con sicuro metodo, una definizione dell'educazione che giunga
ad appagarci sotto l'aspetto filosofico. Siamo, quasi, costretti a riconoscere
che, se la pedagogia e la didattica sono antichissime, la filosofia
dell'educazione è ancora bambina: ed era, forse, necessaria la rude scossa data
dall' idealismo italiano contemporaneo col suo paradosso, gravido di verità,
della identificazione completa tra filosofia e pedagogia, perché le indagini di
filosofia dell'educazione riacquistassero, nella cultura pedagogica odierna,
quel posto di prim'ordine che debbono avere. Questo breve preambolo
occorreva per fare intendere che il problema pedagogico, così come San Tommaso
lo annette, potremmo dire, alla filosofia scolastica, sotto il classico titolo
De magistro, è appunto il maggior problema della pedagogia, trattato con tutto
quel rigore scientifico e filosofico che potrebbe desiderare, oggi, uno
studioso. Non si tratta neppure della domanda: che cosa è l'educazione?
domanda alla quale, in fondo, è dato rispondere anche restando sul terreno
sperimentale, ma dell'altra e ben più difficile domanda: come è possibile
l'educazione?. Che l'educazione avvenga è un fatto che si può analizzare e descrivere
sotto i più diversi aspetti, ma poi la filosofia deve sapere che cosa valga
questo atto e quali siano le ragioni che lo spiegano e che lo rendono
intelligibile. Ora, per arrivare a porre il problema così, bisogna cominciare
dal compiere una certa astrazione (non spaventi questa parola oggi tanto
malfamata) sui dati del problema educativo quale, a prima vista, ci è offerto
dall'esperienza, bisogna, cioè, prescindere per un momento da tutte quelle
particolari circostanze che rendono così interessanti e suggestivi, nella
pratica, i problemi didattici, e avere il coraggio di ridurre l'educazione
stessa alla sua più semplice espressione, a ciò che di veramente essenziale e
caratteristico v'ha nel processo educativo, a ciò da cui non è possibile,
davvero, prescindere, senza annullare o sfigurare gravemente l'educazione
medesima. Il che viene poi ad essere un puro e semplice rapporto fra un
soggetto che insegna ed un soggetto che impara, fra un soggetto che possiede
determinate cognizioni od attitudini, e un soggetto che da lui riceve queste
stesse cognizioni o attitudini che prima non possedeva: fra il maestro, cioè, e
lo scolaro. Ebbene, domandare come è possibile l'educazione non significa altro
che domandare come è possibile questo rapporto fra due soggetti pensanti, in
virtù del quale l'uno può all'altro trasmettere determinate cognizioni ed
attitudini. Ed ecco la cerchia entro la quale si svolge la ricerca del De
Magistro di San Tommaso: ricerca che, appunto per questa sua rigorosa
impostazione critica, sembra come anticipare i risultati delle più moderne e
scaltrite filosofie dell'educazione. Posto così, il problema dell' educazione
ha suscitato, si può dire, in ogni tempo, e ogni volta che qualche pensatore
l'ha approfondito, alcune serie difficoltà, oggi note a tutti, ma il formulare
precisamente le quali è costato alla filosofia dell' educazione uno sforzo non
indifferente. Poiché il chiedere soltanto come è possibile che un soggetto (il
maestro) comunichi ad un altro soggetto (lo scolaro) determinate cognizioni ed
attitudini sembra implicare, se non addirittura una contraddizione, certo una
difficoltà quasi insormontabile, dato che il termine trasmettere o comunicare o
qualsiasi altro termine consimile che si adoperi a definire l'azione del
maestro sullo scolaro, non sembra possa riflettere, se non in maniera molto
imprecisa e grossolana, ciò ch'è veramente caratteristico del processo
educativo. Se si trattasse, infatti, di un oggetto materiale, allora parrebbe a
tutti chiarissimo ch'esso potesse comunicarsi, trasmettersi o cambiar sede,
come una moneta che passa di mano in mano, ma nell'educazione ciò che si
trasmette è essenzialmente un valore ideale e immateriale, come la scienza e la
virtù. E questi valori tanto poco si lasciano trasmettere, nel significato
materiale della parola (poiché essi hanno la loro base in un atto interno del
pensiero e del soggetto pensante), e un atto di tal genere è tanto impossibile
trasportarlo da un soggetto ad un altro soggetto, quanto è impossibile che un
soggetto trasmetta ad un altro ciò che costituisce la sua intima personalità,
sì che Tizio diventi Caio o Socrate si tramuti in Alcibiade. E allora, al
pensatore che sperimenta questa difficoltà, si affaccia spontanea una ipotesi
che sembra semplificare nel miglior modo l'intricato problema, troncando alla
radice ogni obiezione ed incertezza. Dato che la difficoltà prima nasce
dall'aver concepito educatore ed educando come due soggetti distinti, perché
non togliere addirittura di mezzo la dualità stessa, e concepire l'educazione
come lo svolgimento d'un unico soggetto che, invece di ricevere il sapere
dall'esterno, lo sviluppa dall'interno? Teoria antica per lo meno quanto la
correlativa difficoltà, poiché ad essa si può ridurre già la maieutica
socratica, e perché, fra l'altro, con l'intento di stabilirla su salde basi,
Platone costruiva la sua celebre teoria della reminiscenza (mentovata, appunto,
nel De Magistro tomistico) e lo schiavo ch'egli immaginava interrogato da
Socrate nel Menone aveva proprio il compito di servire a dimostrare,
indirettamente, la tesi che l'opera del maestro consiste nello stimolare o
nell'aiutare la mente del discepolo perché cerchi, e, cercando, cavi fuori la
scienza che ha già in sé, non nel pretender di trasmettere al discepolo una
scienza bell'e fatta. Che è poi e in Socrate e in Platone e più tardi in tutta
la pedagogia moderna, la dottrina che va per la maggiore, la dottrina
dell'autodidattica, o, come anche si dice, dell’autoeducazione: dottrina, cioè,
che riduce l'educazione ad autoeducazione, qualunque sia poi la concezione
filosofica colla quale pensa di confortare tale riduzione. La teoria
dell'autodidattica infatti (e questo è appunto uno dei motivi che hanno più
contribuito alla sua diffusione) permette una grande varietà e latitudine di giustificazioni
filosofiche, dal misticismo, se così si può chiamarlo, che immagina il sapere
infuso da Dio direttamente allo spirito umano e da questo via via scoperto e
reso esplicito mediante l'opera dell'educazione, al soggettivismo estremo il
quale crede che il pensiero nostro crei liberamente la sua scienza nell'atto
stesso del pensarla e non possa perciò ricevere dall' insegnamento e dalla
scuola, altro che uno stimolo a tale creazione, o per dir meglio, alla chiara
consapevolezza di questa creatività, che costituisce la sua essenza, e della
quale non può mai spogliarsi. II Ora, di dottrine che potevano concludere
in qualche modo un sistema di autodidattica S. Tommaso ne aveva presenti due.
Molto diverse, è vero, per valore e significato, tanto diverse, anzi, quanto
può essere diversa una dottrina vera, e vera di una profonda verità, ma
incompleta, un errore aperto e tutto contesto di acuti ma inconsistenti
sofismi. Basta ricordare che l'uno era la dottrina esposta da Sant'Agostino nel
suo De Magistro e l'altro era l'averroismo: quella interpretazione di
Aristotele che, movendo dal pensiero del grande stagirita attraverso il
commento di Averroè e degli altri commentatori arabi, finiva in un sistema
panteistico, mezzo idealista e mezzo naturalista, che sembrava anticipare in
pieno medioevo la crisi ideale della quale dovrà poi tanto soffrire il pensiero
moderno. Basta, diciamo, ricordare questo per intendere subito il diverso
atteggiamento che l'Aquinate doveva prendere verso l'una e verso l'altra delle due
dottrine, pur essendo costretto necessariamente a ravvicinarle nel corso di
quella discussione dalla quale dovevano limpidamente scaturire i concetti
fondamentali della pedagogia tomistica. Il De Magistro di Agostino è a
sua volta, non meno del De Magistro tomistico, tenuto conto, si capisce, d'ogni
differenza e di tempo e d'ambiente e di mentalità, un modello nel suo genere.
Modello d'una ricerca che non si arresta neppure essa, come non si arresterà
poi l'indagine di Tommaso, ai particolari problemi della pedagogia e della
didattica, ma ascende subito al problema massimo su cui s'appoggia la filosofia
dell' educazione. “Come è l'educazione possibile?” S. Agostino, né più né meno
d’AQUINO (si veda), incomincia da questa domanda. “Come è possibile, cioè che
un soggetto (il maestro) comunichi ad un altro soggetto (lo scolaro)
determinate cognizioni?” L'indagine del De Magistro agostiniano prende in esame
il mezzo principale e più appariscente, che sembra appunto garantire tale
comunicazione tra il maestro e lo scolaro, non meno che tra gli uomini in
genere: il linguaggio. Sembra, infatti, che proprio la parola, parlata o
scritta, con tutto il corteggio di altre espressioni grafiche, foniche, mimiche
ond'è accompagnata, debba essere per eccellenza il veicolo attraverso il quale,
se così può dirsi, la scienza passa dal docente al discente; talché chi mette
la mano su questo problema ha, di necessità, la strada aperta ad una esauriente
critica delle forme nelle quali si costituisce e si svolge normalmente l'espressione
didattica. Sennonché la vigorosa e geniale ricerca sul linguaggio
perseguita nel De Magistro agostiniano, e alla quale non si può rimproverare
altro che, talvolta, di indulgere a qualche sottigliezza eccessiva (spiegabile
del resto, col carattere stesso dell'opera che, piuttosto che una esposizione
compiuta d'una dottrina vuol essere ed è una magnifica realizzazione di metodo
socratico) finisce, chi ben guardi, non solo col dichiarare il linguaggio uno
strumento inservibile per la trasmissione della scienza dal maestro allo
scolaro, ma anche collo svalutare, volta a volta, tutti gli altri mezzi dei
quali il magistero umano si serve per rendere più concreta ed efficace la
parola stessa. Sembra, è vero, che il maestro possa, per insegnare allo scolaro,
servirsi di cose oltre che di parole, come ha sempre creduto la pedagogia, nei
suoi sforzi verso un metodo intuitivo od oggettivo, ma in realtà Agostino
adduce contro quella pretesa un argomento molto forte, del quale S. Tommaso
farà poi gran conto. Il mostrare una cosa non ci dice, per sé, quale sia
l'elemento essenziale e quali gli elementi accidentali della cosa stessa: così
se io cammino per mostrare ad altri che sia il camminare, gli spettatori
potranno forse prendere per essenza della mia deambulazione l'andatura più
lenta o più frettolosa ch'io ho tenuto e credere che il camminare sia, per
esempio, l'affrettarsi. E se voglio evitare l'equivoco devo ricorrere
alle parole o ad altri segni affini, poiché, effettivamente, anche nel mostrare
una cosa debbo servirmi di segni che non sono identici alla cosa stessa, e se,
poniamo, per spiegare che cos'è la parete la indico col dito tacendo, il mio
dito teso a indicare non è la parete, ma un segno della parete: né più né meno
della parola trisillaba parete [Cfr. S. agostino: De Magistro Cap. III, 5 e
6]. Segni sensibili: ecco la natura del linguaggio, parlato, scritto,
mimico o grafico che sia. Ora, i segni hanno appunto questo inconveniente: che,
quando noi li percepiamo, o li conoscevamo già oppure non conoscevamo le cose
ch'essi significano. Se le conoscevamo, allora i segni ci servono, ma non
inducono in noi nessuna nuova cognizione, se non le conoscevamo, i segni non ci
dicono nulla e diventano affatto inutili. La parola latina saraballae, ad esempio,
è un segno che non mi significa niente, proprio perché io non so che saraballae
erano chiamate certe fogge di copricapi. Bisogna, dunque, che già l'abbia
saputo, e l'ho potuto sapere non col mezzo di altre parole, ma perché già
sapevo che cosa è il capo e che sono i copricapi, per aver visto l'uno e gli
altri. Anzi, nemmeno la parola capo la prima volta che la udii mi disse nulla,
e fu necessario ch'io la mettessi in relazione con quella cosa già da me
conosciuta ch'era la testa mia o d'altri, per intendere il suo significato
[Cap. X, 33, 34]. E allora non sono i segni che fanno intender le cose, ma, al
contrario, le cose che fanno intendere i segni; e il linguaggio del maestro che
è, anch'esso, un sistema di segni, ben lungi dal procurare allo scolaro una scienza
ch'egli non possedeva, può significargli qualche cosa solo in ordine alla
scienza ch'egli aveva già. Il che vuol dire ottenere un risultato nullo quanto
alla sola cosa che ci premeva: la possibilità d'una effettiva comunicazione e
trasmissione di scienza dal maestro allo scolaro. Ed ecco la conclusione.
Le parole non possono essere veicolo di scienza dal maestro allo scolaro,
perché sono puri segni sensibili, invece la scienza non è un segno o una cosa
sensibile, ma un atto interno della mente, alla quale appare la verità o la
falsità delle nozioni che le vengono date Che se per i colori consultiamo la
luce, e per le altre cose che sentiamo attraverso il corpo consultiamo gli
elementi di questo mondo... per le cose intelligibili noi consultiamo con la ragione
la verità interiore. E che cos'è questa verità? ...colui che è consultato
insegna: quel Cristo che fu detto abitare nell'uomo interiore, cioè
l'immutabile Virtù ed eterna Sapienza di Dio; chi consulta, del resto, ogni
anima ragionevole; ma tanto a ciascuno si apre, quanto ciascuno può prenderla
secondo la propria o cattiva o buona volontà. Che significa, appunto,
concludere a una vera e propria autoeducazione nella quale non il maestro, ma
solo Dio infonde direttamente il sapere allo spirito umano, ch'è precisamente,
come abbiamo notato altra volta, una delle possibili giustificazioni, in sede
filosofica, dell'autodidattica, e si trova, un pò come tutta la filosofia
agostiniana, sulla stessa linea del platonismo e, in questo caso, della sua
celebre teoria della reminiscenza. Dio, dunque, è l'unico maestro
dell'uomo: l'unico maestro al quale non faccia ostacolo quella tale difficoltà
della comunicazione fra soggetto docente e soggetto discente. Affermazione
giustissima certo, sotto l'aspetto positivo, in quanto non solo si deve
riconoscere che Dio può insegnare imprimendo senz'altro nella mente il lume
intellettuale e la verità, ma appare evidente che il magistero divino debba
essere la causa prima e il fine ultimo di ogni magistero umano. Ma affermazione
insufficiente sotto l'aspetto negativo, poiché, in fondo, arriva a negare
addirittura la possibilità dell'educazione e a dichiarare insolubile il
problema, dal quale ha preso le mosse, dei rapporti fra maestro e
scolaro. Nonostante gli spunti geniali della sua ricerca, Agostino non riesce
che a far sentire più acute e tormentose le difficoltà del problema stesso,
cioè, in ultima analisi, a farci desiderare con maggiore intensità una
soluzione veramente razionale, che è infatti il grandissimo merito del De
Magistro agostiniano. S. Tommaso dovrà precisare, dovrà, talora, rettificare
dovrà, soprattutto, procedere oltre; ma la sua pedagogia non potrebbe poggiare
così in alto, se l'opera di Agostino non le offrisse già una base sicura:
l'impostazione rigorosamente critica del problema, che il De Magistro tomistico
riprenderà tale e quale. III L'altra corrente filosofica alla quale
guardava San Tommaso nell'impostare il problema del suo De Magistro è, certo,
ben lungi dall'avere la chiarezza o, meglio la molteplicità di documenti e di
manifestazioni che oggi permettono a noi di accostarci con tanto profitto al
pensiero agostiniano. Poiché, ancora, il Renan nella sua opera su Averroé e
l'averroismo era costretto a considerare l'averroismo piuttosto come una tendenza
dottrinale da ricostruirsi attraverso le confutazioni che ne avevano fatto gli
avversari, che come un insieme di teorie positivamente sostenute negli scritti
di determinati autori. Studi più recenti hanno cambiato questo stato di cose:
dopo il notissimo saggio del Mandonnet su Sigieri di Brabante, oggi noi
conosciamo non soltanto i nomi di alcuni averroisti, ma possediamo alcuni testi
di notevole interesse, i quali ci permettono, in ogni caso, di asserire che
l'averroismo latino fu, almeno dopo il 1230, qualcosa di ben più reale e
concreto che una semplice tendenza. Il che, del resto, appare chiaramente, per
non dir altro, dalla differenza che passa già, in questo ordine di idee, fra il
trattato di Alberto Magno De unitate intellectus, e l'omonimo trattato di S.
Tommaso d'Aquino, scritto quindici anni dopo: dove l'uno è costretto in certo
modo a escogitare lui le tesi averroiste fondandosi sugli scritti dei
peripatetici, l'altro mostra di polemizzare contro una dottrina avversaria ben
costituita ed effettivamente insegnata. In ogni modo, però, la conoscenza che
abbiamo oggi dell'averroismo è ancora ben lungi dall'essere soddisfacente, sia
pur solo in ordine ai numerosi problemi che fa sorgere in noi l’interpretazione
di San Tommaso, ed è certo da augurare e da sperare che nuovi testi
averroistici possano essere dati alla luce in un prossimo avvenire. Cosa che
permetterebbe di studiare con maggior esattezza la stessa filosofia
dell'educazione, esposta da S. Tommaso, e nella questione disputata De Veritate
(della quale fa parte il De Magistro) e nella questione 117 della Summa
Theologica (Parte Ia). Poiché e nell' una e nell' altra San Tommaso attacca
l'averroismo intorno al problema dei rapporti fra maestro e scolaro, e della
possibilità che un uomo riceva scienza da un altro uomo. Ora, l'averroismo
aveva effettivamente prodotto qualche opera nella quale quel problema fosse, di
proposito, esaminato, oppure, come adesso sembra più probabile, si trattava di
conseguenze implicite in tutta la dottrina averroistica? Evidentemente, solo i
progressi futuri della storiografia filosofica intorno all'averroismo potranno
permettere una risposta definitiva a questa domanda. Comunque, se circa
questo problema della possibilità dell’educazione, i precedenti storici del
pensiero tomistico in ordine all’averroismo paiono incerti quanto ai
particolari, nessun dubbio vi può essere invece circa i due punti che ora
c’interessano. È certo, cioè, non solo che nel trattare il problema della
educazione S. Tommaso guarda all'averroismo come all'avversario da sconfiggere,
ma che, di più, egli suole, benché con intenti nei due casi molto
diversi, trattarlo insieme alla dottrina agostiniana, o platonico-agostiniana,
che abbiamo or ora richiamata. L'abbiamo già detto: la tesi agostiniana appare,
in massima, vera ma incompleta, dove la tesi averroistica appare manifestamente
falsa. Ma appunto da quella incompletezza S. Tommaso doveva pensare essere
facile passare a questa falsità, non solo per la ragione generica del pericolo
che presentano sempre le teorie incomplete, ma anche per alcune ragioni
specifiche e positive che possiamo benissimo rintracciare attraverso le
poderose argomentazioni del De Magistro, e che ci vengono subito in mente
appena ci troviamo a richiamare i principi fondamentali dell'averroismo.
L'averroismo, infatti, qualunque possa essere lo sviluppo che gli abbia dato in
particolare l'uno o l'altro suo fautore, ci si presenta, nelle sue linee
generali, abbastanza ben definito, si potrebbe dire, attorno a due tesi
fondamentali riguardanti, l'una, la natura dell'anima umana, l'altra i rapporti
di Dio col mondo. La prima tesi, riguarda la notissima questione della unità
dell'intelletto: e non s'andrebbe lontani dal vero asserendo ch'essa
rispondeva, nella mente dei pensatori medioevali, a un ordine di preoccupazioni
non molto dissimile da quello cui rispondono, nella mente dei pensatori
moderni, le dottrine idealistiche del soggetto unico e dell'io trascendentale. Quod intellectus omnium hominum est unus et idem numero [V. MANDONNET Siger
de Brabant, Louvain 1911. Vol. 1° pag. 111 n.. - Si cfr. nel vol.
II° a pag. 187 fra le proposizioni condannate dallo stesso Arcivescovo nel
1277: Quod scientia magistri et discipuli est una numero... Che è proprio una
delle affermazioni confutate nel De Magistro, all'Art. 1° (ad sextum)]: ecco
come la condanna portata nel 1270 dall'Arcivescovo di Parigi contro
l'averroismo definiva la prima proposizione riprovata. Noi non possiamo, ora,
addentrarci nelle sottili questioni di interpretazione aristotelica che questa
dottrina coinvolge: basti notare, adesso, la soluzione del problema della
conoscenza ch'essa richiede. In sostanza, come pure è chiarito sia dalla
polemica di San Tommaso sia da un'altra delle proposizioni condannate,
qualunque fosse la maniera colla quale interpretava Aristotele, l'averroismo
intendeva fondarsi su ragioni speculative, fra l'altro, su questa: che l'atto
del pensiero sembra non potersi attribuire in proprio a questo o a quel
soggetto pensante particolare, ma doversi attribuire invece a un intelletto
unico che si rifrange, sì variamente attraverso le singole anime e i singoli
corpi da esse informati, ma che, ciò nonostante, resta unico, come la luce che
illumina in diverso modo i vari oggetti, e tuttavia è sempre la stessa luce. Le
differenze fra i singoli soggetti, ossia fra l'una e l'altra anima individuale
sembravano, cioè, agli averroisti differenze che cadessero, se così ci si può
esprimere, su un piano diverso da quello nel quale si svolge la funzione del
pensiero vera e propria: differenze riguardanti, insomma, la materia piuttosto
che il pensiero [O, al massimo, la sensibilità e l'immaginazione: l'anima
sensitiva. V. quanto diciamo a pag. 29], fino a far dell'anima individuale, in
quanto forma dell'uomo, qualcosa che si corrompe colla morte, né più né meno
del corpo. Fermiamoci un momento a questa celebre tesi, per la quale
l'averroismo ben merita di essere chiamato, pur colle debite differenze
d'ambienti e di problemi, l'idealismo del Medio Evo, cosi come, d'altra parte,
ben si potrebbe chiamare oggi l'idealismo un averroismo moderno, molto più
evoluto e raffinato del suo antico progenitore. Quali conseguenze si possono
trarre da questa tesi dell'intelletto unico in ordine al problema
dell'educazione? È chiaro: se l'intelletto è uno solo in tutti gli uomini, è
uno solo anche nel maestro e nello scolaro, i quali, dunque, non sono più due
soggetti, ma un soggetto solo, almeno quanto alla funzione del pensiero. Ma
allora ecco risolta quella tal difficoltà della comunicazione fra maestro
e scolaro che tanto aveva tormentato Agostino. Il maestro non ha più bisogno di
comunicare dall'esterno collo scolaro, per la semplice ragione che l'uno e
l'altro già comunicano nella maniera più intima possibile, attraverso lo stesso
intelletto, che è unico in ambedue. E perciò l'opera esteriore del maestro si
riduce, non già al trasmettere scienza, ma solo a stimolare lo scolaro perché
disponga la fantasia e la sensibilità [Si veda S. Tomm. Summa theol. I, 117
art. I (nel corpo)] in modo da attuare convenientemente quella scienza che già
possiede - allo stesso titolo del maestro - nell'intelletto unico. Così
la teoria averroistica accresce la sua autorità con tutto il peso degli
argomenti fra i quali si era dibattuto il pensiero agostiniano, anzi, ci si
presenta come la sola teoria capace di spiegare in maniera rigorosamente
scientifica il problema dell'educazione. Né l’avere ammesso, come Agostino, Dio
come solo maestro, costituisce un ostacolo: poiché quell'intelletto unico di
Averroé e degli averroisti si trova già, filosoficamente, in una posizione
equivoca, nella quale non è difficile riconoscergli attributi divini, quali la
capacità di creare o, almeno, di infondere immediatamente le forme nella
materia. E non basta: la teoria averroistica sembra venire incontro anche a
quelle esigenze circa l'autodidattica, che da Socrate e da Platone in poi si
erano fatte energicamente sentire, nella storia della pedagogia, poiché lo
scolaro non vi riceve scienza dal maestro o, comunque, dal di fuori, ma solo
trae da se stesso, o da quell'unico intelletto che pensa in lui, tutta la
scienza che gli abbisogna. Sì che, in sostanza, averroismo, autodidattica, Dio
unico maestro, finiscono col formare una sola dottrina, che pare rispondere
mirabilmente alle difficoltà già sollevate da Agostino circa il problema
dell'educazione, e fornirci, anzi, quel completamento e quella rielaborazione
critica che la pedagogia agostiniana attendeva. Ricordiamo quello che avevamo
detto al principio di questo studio: il difficile problema di intendere come un
soggetto pensante (il maestro) possa trasmettere il suo sapere a un altro
soggetto pensante (lo scolaro) è risolto appunto col toglier di mezzo la
dualità, riducendo l'educazione all'atto di un soggetto unico. Non resta che
tracciare una linea ideale attraverso il tempo, la quale congiunga Aristotele e
Averroé con Cartesio, Kant ed Hegel, fino all'idealismo contemporaneo, e avremo
rintracciato, nel bel mezzo delle dispute medioevali, le origini almeno di una
fra le più cospicue correnti della pedagogia moderna. Ma la teoria
dell'intelletto unico prendeva un significato ancor più deciso, quando la si
considerava insieme a quell'altro gruppo di tesi cosmologico-metafisiche che si
riscontrano non solo in Averroè e negli averroisti, anche in altri commentatori
arabi di Aristotele, come Avicenna od Algazele. Le tesi averroistiche
condannate affermano, aristotelicamente, il mondo essere eterno, e Dio non
conoscere nulla fuori di se stesso e tutto ciò che accade nel mondo, compresi
gli atti della volontà umana, essere soggetto non alla Provvidenza divina, ma
alla necessità e all'influsso dei corpi celesti. D'altra parte, in tutti i
commentatori di Aristotele sopra citati ricorre pertinacemente questa
affermazione: che Dio non ha creato direttamente - se pur si può ancora parlare
di creazione da questo punto di vista - tutti gli esseri, ma solo
l'intelligenza prima, o l'intelletto separato, il quale, a sua volta, ha dato
la forma a tutti gli esseri, magari attraverso una gerarchia d'intelligenze, le
superiori delle quali agiscono sulle inferiori. Così l'importanza e la dignità,
se si può dire, metafisica di Dio come causa prima, mentre sembra aumentata
riesce, invece, stranamente diminuita. Sembra che sia tolto a Dio ogni contatto
diretto colla materia e cogli esseri, inferiori: in realtà questo accade sol
perché si sono dati alle cause seconde degli attributi che dovrebbero
spettare solo alla causa prima, ad esempio la facoltà di creare, la facoltà
d'imprimere immediatamente le forme nella materia, il dominio sulle
intelligenze. La stessa materia e il mondo materiale diventano qualche cosa che
sta e si svolge per sé indipendentemente da Dio: onde quella strana cecità e
indifferenza di Dio per quanto accade nel mondo. Il che significa ridurre,
anziché aumentare, l'importanza della causa prima, tanto da ammettere
addirittura, implicitamente o esplicitamente, l'esistenza di parecchie cause
prime. C'è insomma, e nei commentatori arabi di Aristotele e nell'averroismo,
questa interessante posizione filosofica: un ingenuo materialismo che sta
insieme a un non meno ingenuo idealismo, un sistema dell'immanenza che finisce
in un vero e proprio naturalismo. Ce ne dovremo ricordare dopo, esaminando il
De Magistro d’AQUINO (si veda). Il quale S. Tommaso due volte, nelle due
diverse trattazioni che dedica al problema dell'insegnamento, torna a discutere
la dottrina averroistica: una volta, prevalentemente, per ciò che riguarda la
teoria dell’intelletto unico, un'altra volta per ciò che si riferisce alle
teorie metafisico-cosmologiche. Nella Summa Theologica, l'averroismo è,
infatti, esposto e confutato quanto alle sue conseguenze circa i rapporti fra
maestro e discepolo che riguardano la teoria della conoscenza. Averroè, dice S.
Tommaso, affermò esser unico l'intelletto in tutti gli uomini e perciò ammise
che il maestro non può causare allo scolaro una scienza diversa da quella che
quest’ultimo ha già, ma solo può spingerlo ad ordinare i fantasmi nella sua
immaginazione in modo che siano ben disposti a riflettere la luce dell'unico
intelletto e a provocare, perciò, l'apprensione della scienza. “ Et secundum
hoc ponit, quod unus homo per doctrinam non causat scientiam in altero aliam ab
ea quam ipse habet; sed communicat ei eamdem scientiam quam ipse habet, per hoc
quod movet eum ad ordinandum phantasmata in anima sua, ad hoc quod sint
disposita convenienter ad intelligibilem apprehensionem”. Dove bisogna tener
presente che, secondo l'averroismo, l'anima sensitiva, alla quale appartengono
la fantasia e i fantasmi, è forma del corpo, e, quindi, a differenza dell'anima
intellettiva, è propria di ciascun singolo soggetto e molteplice secondo la
molteplicità dei soggetti. Onde, l'atto del pensare si può attribuire all'uno o
all'altro singolo soggetto, al maestro o allo scolaro, non in quanto puro atto
del pensare (nel qual senso va attribuito solo all'intelletto unico) ma in
quanto pensiero che si riflette e, per così dire, s'incorpora nei fantasmi, i
quali appartengono in proprio all'uno o all'altro individuo o soggetto
particolare. La differenza fra il maestro e lo scolaro non sta, dunque, nel
fatto che l'uno sappia e l'altro non sappia, uno abbia la scienza e l'altro no,
dal momento che maestro e scolaro hanno tutti e due, per natura, lo stesso
intelletto e, perciò, la stessa scienza. Ma sta, invece, nel fatto che il
maestro ha già disposto i fantasmi della sua immaginazione in modo che essi
rispecchino e realizzino le forme intellettuali dell'intelletto unico; mentre
lo scolaro non li ha ancor disposti così, ma deve tuttavia disporli. Il
maestro, quindi, non comunica né trasmette scienza nel senso vero e proprio
della parola, ma solo stimola con l'insegnamento lo scolaro a formare e
ordinare quei fantasmi che permetteranno, se ci si consente l'espressione, alla
luce dell'intelletto unico, che pur c'era nella sua anima, ma era come
adombrata e annuvolata, di passare a risplendere in tutta la sua
chiarezza. Teoria, bisogna pur dirlo, simile in modo addirittura
impressionante a certe dottrine moderne le quali non hanno su di lei che il
vantaggio di non formulare sempre chiaramente le ultime conseguenze cui
giungono, ma le quali, viceversa, ammettono un Io unico per tutti i soggetti
particolari, e debbono poi rinviare alla sensibilità quando vogliono spiegare la
differenza, almeno apparente, fra un soggetto e l'altro, proprio come già
faceva, a suo modo, la teoria averroistica. Più esperte e scaltrite, le teorie
moderne sono pronte a coprire col divenire e la dialettica ogni loro
deficienza; più ingenuo e grossolano, l'averroismo si lasciava subito sbarrare
il passo da questa formidabile difficoltà. Se l'intelletto è unico, diverso e
separato dalle singole anime individuali, come si può poi attribuire a queste
singole anime, e ai singoli soggetti, Tizio, Caio e Sempronio, l'atto del
pensare, l'atto, cioè, di un soggetto per definizione affatto diverso da loro?
Abbiamo visto, è vero, che gli averroisti tentavano di vincere questa
difficoltà amalgamando l'intelletto unico con l'anima individuale attraverso il
termine medio dei fantasmi e delle forme o specie intelligibili. Ma si tratta
di una soluzione che non risolve nulla, poiché tale continuatio vel unio come
la chiama S. Tommaso non spiega in qual modo l'azione dell'intelletto si possa
attribuire a questo o quel soggetto particolare. Il fatto che le specie o forme
intelligibili siano nei fantasmi dell'anima individuale non significa punto che
siano da essa pensate, così come l'essere il colore in una parete non vuol dire
che la parete vegga il colore, o che si debba attribuir alla parete l'azione
del vedere. Per avere in sé il colore, la parete non vede, ma è veduta; per
avere riflesse nei suoi fantasmi le forme o specie intelligibili, l'individuo,
Tizio o Caio, non penserebbe, ma piuttosto, sarebbe pensato, dall'unico
intelletto [S. Theol. I, q. 76, art. 1 (in corp.)]. Difficoltà, si noti
bene, che non si risolve col far entrare a forza l'intelletto unico dentro i
soggetti particolari, o col renderlo, come oggi si preferisce dire, immanente.
Poiché la questione non è di lontananza o vicinanza, di continuità o di
contiguità, ma di possibilità o impossibilità logica e metafisica. Si chiede
appunto se sia possibile rendere immanente un intelletto unico nei singoli
soggetti particolari, e proprio qui si trova la difficoltà insolubile. Non è
ora il caso di addentrarsi oltre nell'acuta critica che San Tommaso fa alla
teoria dell'intelletto unico tutte le volte che gli accade di trattare
dell'averroismo sia direttamente che indirettamente; né di enumerare i poderosi
argomenti in proposito della quest. 76 (I, art. 1 e 2) ch'egli stesso richiama
alla quest. 117. Qui basti ricordare che l'aver criticato quella teoria
averroistica porta l'Aquinate a denunciare un equivoco, nel quale altre teorie,
ben più moderne e scaltrite dell'averroismo, sarebbero poi cadute. Questo: che,
nell'insegnamento, perché si possa garantire la comunicazione fra maestro e
scolaro e il loro reciproco intendersi, non occorre che la scienza del maestro
sia una di numero [Cfr. supra, pag. 24, nota, la proposizione condannata nel
1277] con quella dello scolaro, quasiché il medesimo sapere dovesse passare da
una mente all'altra come un pezzo di legno passa di mano in mano. Ma basta
soltanto che la scienza dello scolaro sia eguale o simile a quella del maestro:
identica per la identità delle cose conosciute pur attraverso due processi
mentali distinti e diversi e non per una materiale coincidenza e
sovrapposizione della mente del maestro a quello dello scolaro, ...non si dice
che il docente trasfonda la scienza nel discepolo, come se la stessa scienza -
numericamente la stessa scienza - che è nel maestro passasse nel discepolo; ma
che, mediante l'insegnamento passa nel discepolo una scienza, simile a quella
che è nel maestro... [De Mag. Art. I ad 6.tum ...docens non dicitur
transfundere scientiam in discipulum, quasi illa eadem numero scientia
quae est in magistro, in discipulo fiat, sed quia per doctrinam fit in
discipulo scientia similis ei quae est in magistero”]. Che significa, in
sostanza, dimostrare quanto poco sia fondata l'idea che la teoria
dell'intelletto unico possa facilitare o addirittura risolvere il problema
della educazione, colla sua materialistica contrazione di tutti i soggetti
pensanti in un soggetto solo, quasiché i soggetti fossero oggetti materiali che
se non si sbattono gli uni contro gli altri non c'è verso di metterli in
rapporto fra loro. V Nel De Magistro, invece, la teoria averroistica non
è considerata per ciò che si riferisce al problema della conoscenza, ma più in
generale per ciò che riguarda il problema metafisico e i rapporti fra la causa
prima e le cause seconde. Tanto è vero che l'autore esplicitamente citato non è
Averroè, come nella quest. 117 della Summa, ma Avicenna: ossia proprio colui
che più insiste sul carattere metafisico dell'intelletto separato,
considerandolo come l'intelletto primo, il solo prodotto immediatamente da Dio,
e, in pari tempo, il datore delle forme a tutti gli esseri. Una specie di
idealismo monistico, dunque, secondo il quale, e il problema metafisico e il
problema morale e il problema della conoscenza sono risolti con l'ammettere che
le forme degli esseri, la virtù e la scienza derivino dall'intelletto unico e
da esso fluiscano, per così dire, sia negli oggetti sia nei soggetti
individuali. Accanto a questa dottrina AQUINO (vedasi) ne ricorda, per
criticarla parimente, un'altra che sembrerebbe quasi una teoria materialistica,
se non ci aiutasse il riscontro con la citata questione della Summa. Altri
credettero, è detto nel De Magistro, che tutti codesti elementi, forme,
scienza, virtù, fossero, anziché in un primo agente, nelle cose stesse, e
venissero poi soltanto in luce per opera dell'azione e degli agenti naturali:
come se tutte le forme delle cose fossero già immanenti nella materia. Quidam
vero e contrario opinati sunt; scilicet quod omnia ista rebus essent indita,
nec ab exteriori causam haberent, sed solummodo quod per exteriorem actionem
manifestantur: posuerunt enim quidam, quod omnes formae naturales essent actu
in materia latentes [De Mag. art. I (in corp.)]. Ma nella quest. 117 della
Summa è detta opinione dei Platonici "opinio Platonicorum" quella
secondo la quale gli agenti naturali preparano soltanto a ricevere le forme che
la materia acquista per partecipazione delle Idee. Sic etiam ponebant, quod
agentia naturalia solummodo disponunt ad susceptionem formarum, quas acquirit
materia corporalis per participationem specierum separatarum [S. Theol. I, q.
117, art, 1 (in corp.)]. E il richiamo alla concezione platonica è efficacemente
riconfermato dal De Magistro stesso, ove, tra le conseguenze di questa teoria
si menziona appunto il concetto che all'anima individuale sia concreata la
scienza e che, perciò, l'insegnare e l'imparare in altro non consista se non
nel ricordarsi che fa l'anima della scienza già posseduta fin dall'inizio e poi
obliata col suo ingresso nel corpo [De Mag. loc. cit]; cioè precisamente la
dottrina platonica della anamnesi, che è appunto, come sappiamo, una delle più
antiche giustificazioni della autodidattica. La dottrina platonica,
dunque (che è anche, in gran parte, non dimentichiamolo, la dottrina
agostiniana) e la dottrina averroistica sono da S. Tommaso non tanto
contrapposte, come potrebbe avvenire di una teoria materialistica e di una
idealistica, ma anzi poste sulla stessa linea, come due forme diverse di un
medesimo idealismo. E, infatti, quanto all'insegnamento, che differenza
ci può essere fra la teoria averroistica che concede al maestro solo di
stimolare lo scolaro a disporre i suoi fantasmi in modo che lascino passare la
luce dell'unico intelletto la quale già ardeva, ma velata, nella sua anima, e
la teoria platonica che vede nell'insegnamento una rimozione degli ostacoli che
il corpo e i sensi frappongono, nell'anima stessa, al ricordo della scienza che
già possiede, ma ottenebrata e obliata? E che differenza c'è, si potrebbe
aggiungere, fra queste antiche dottrine e le teorie dell’idealismo più moderno
che nel maestro e nello scolaro vogliono vedere due aspetti o momenti diversi
di un Soggetto solo, per cui debbono ammettere che lo scolaro ha la stessa
scienza e lo stesso pensiero del maestro, ma solo in un grado di consapevolezza
oscuro e involuto e che l'insegnamento avrà per unico compito di render più
chiaro ed evoluto? In realtà siamo sempre allo stesso punto: idealismo e
autodidattica. Nel combattere la possibile deformazione dell'agostinismo in
senso averroistico, AQUINO (si veda) ha effettivamente innanzi a sé già i
motivi fondamentali di quella che sarà poi pur con altre forme e altra
mentalità, la pedagogia idealistica moderna. E all'autodidattica e
all'idealismo che ne è il fondamento, S. Tommaso si sforza con successo, in
questi suoi scritti sul magistero, di togliere proprio quella pericolosa arma
che derivava loro dal presentarsi come l'unica soluzione capace di rimuovere
sul serio tutte le difficoltà inerenti al problema educativo: prima fra le
altre, si capisce, quella riguardante la possibile comunicazione fra maestro e
scolaro. Se lo scolaro non ha già in sé e nel suo interno la scienza, come potrà
riceverla dall'esterno? Abbiamo visto che per S. Agostino un argomento
fondamentale contro l'efficacia didattica dei segni ond'è intessuto il
linguaggio era proprio questo: o lo scolaro già conosce le cose da essi
significate, o non le conosce: se le conosce, essi non servono a
insegnargliele, se non le conosce, non capirà nemmeno i segni. A ciò S.
Tommaso risponde negando senz'altro il dilemma, col richiamarci uno dei più
importanti caratteri della conoscenza, che non è un oggetto o una cosa, la quale
o c'è o non c'è, ma un processo che si svolge per gradi e si può considerare
sotto diversi aspetti. Ha lo scolaro in sé la scienza, dall'interno, senza che
il maestro gl'insegni? In un certo senso, sì, giacché, per poter conoscere,
ogni singolo soggetto deve avere in sé non solo l'attività conoscitiva, il lume
intellettuale, ma anche alcuni concetti primi, alcune forme o categorie come
più modernamente si direbbero (l'essere, l'uno, la sostanza, la causa ecc.)
applicando le quali al materiale offertoci dalla sensibilità e dall'esperienza
noi formiamo poi tutti gli altri concetti. E se ne avessimo il tempo, sarebbe,
ora, interessantissimo fermarsi su questa teoria tomistica della conoscenza,
che non è affatto un innatismo simile a quello, poniamo, di Cartesio, ma
piuttosto un vero e proprio apriorismo capace di richiamarci quello che con
molti gravi inconvenienti e con una consapevolezza critica assai minore del
tomismo doveva costruire più tardi la filosofia moderna [la quale distruggeva,
con Hegel e dopo di lui, quello che aveva costruito, almeno in parte, con Kant;
e dopo aver ammesso, con Kant, l'a priori nella conoscenza, distruggeva, dopo
Hegel, ogni distinzione fra a priori ed a posteriori]. Questa teoria,
secondo San Tommaso, che riconosce un a priori nella conoscenza, sta nel giusto
mezzo fra le due teorie estreme sopra ricordate: che vorrebbe tutt'e due
nell'anima il possesso completo della scienza (benché, eventualmente, oscurato)
sia per concreazione che per partecipazione dell'Intelletto unico. Laddove la
scienza c'è, se si vuole, nell'animo nostro, ma solo in potenza ed
implicitamente. L'attività dell'intelletto nostro ha in sé alcuni germi di
scienza quaedam scientiarum semina, cioè alcune, virtualità, o
disposizioni a formare immediatamente, appena stimolata dall'esperienza
sensibile, i principi primi, o le categorie. Che contengono già, in certo modo,
tutta la scienza, ed ogni scienza possibile, passata, presente o futura,
appunto perché sono i concetti primi e più universali dell'intelletto, concetti
presupposti da ogni altro concetto e senza i quali nessun altro concetto si
forma, né si potrebbe formare. Così come, per servirsi di un paragone
grossolano, nelle sette note musicali sono contenute, in potenza, tutte le
sinfonie che la mente umana abbia escogitato o sia mai per escogitare. Ma
(proprio come, benché nelle sette note musicali sia contenuta tutta la musica
in potenza ed implicitamente, esplicitamente non c'è nessuna sinfonia, e
l'inesperto benché tocchi quanto vuole i tasti del pianoforte non ne cava
nulla) nei primi principi è contenuta tutta la scienza, e tutto lo scibile
umano in potenza ed implicitamente; ma in atto ed esplicitamente non v'è in
essi nessuna scienza concreta e determinata o, meglio, vi è quella sola scienza
che riguarda i primi principi stessi, poniamo il concetto dell'essere, il
concetto dell'uno ecc. E dunque lo scolaro sa o non sa, ha o non ha
nell'interno del suo animo quella scienza che il maestro gli insegna? Sa e non
sa, ha e non ha, nello stesso tempo. Sa ed ha, in potenza ed implicitamente;
non sa e non ha in atto ed esplicitamente. Sa, in quanto possiede, nel suo
intelletto, i primi principi, nei quali ogni scienza è contenuta; non sa, in
quanto dai primi principi non ha ancora ricavato quelle determinate e
particolari cognizioni che il maestro gli insegna. L'opera del maestro è,
quindi, inutile o superflua? Nemmeno per sogno. Senza di essa lo scolaro
sarebbe come l'inesperto musicista che ha innanzi a sé, nella tastiera del
pianoforte, tutti i capolavori possibili ma, sciaguratamente, non sa cavarne
fuori che, al massimo, una scala. Giacché proprio questo è, secondo AQUINO
(si veda) uno dei caratteri fondamentali dell'intelligenza umana: essere una
vis collativa o, come più modernamente si direbbe, una attività sintetica. A
differenza del senso che si comporta egualmente rispetto a tutti i suoi oggetti
sì che poco importa, ed è una circostanza accidentale che percepisca prima gli
uni o gli altri, l'intelletto non si comporta egualmente nel considerare tutti
gl'intelligibili; ma subito vede alcune cose, come quelle che sono per sé note,
nelle quali sono contenute implicitamente alcune altre che la stessa potenza
intellettiva non può intendere se non esplicando per mezzo della ragione le
cose che nei principi sono implicitamente contenute [De Mag. Art. I (ad XII.
mum) ...non se habet aequaliter ad omnia intelligibilia consideranda; sed
statini quaedam videt, ut quae sunt per se nota, in quibus implicite
continentur quaedam alia quae intelligere non potest nisi per officium rationis
ea quae in principiis implicite continentur explicando ]. L'intelletto,
cioè, afferra immediatamente i primi principi, e poi, mediante quelli, conosce
tutte le altre cose, compie un atto semplice e immediato pei primi principi, e
un processo mediato per tutte le altre cose. Ed è attività unitiva e sintetica
appunto perché tutto quello che conosce, nella scienza, come vero, lo conosce
in quanto lo può connettere ai primi principi mediante il processo del
ragionamento. Tanto che se si propongono ad alcuno cose non incluse nei
principi per sé noti, o che non vi si manifestano incluse, non si produrrà in
lui scienza, ma opinione, ovvero fede. VI. Sia concesso prima di
procedere oltre, fare un'osservazione: questa teoria d’AQUINO (vedasi) riguardante
i primi principi, benché più volte abbia dato origine a delle critiche, non è
mai stata, né poteva esserlo, veramente contraddetta neppure dalle più audaci e
radicali teorie moderne della conoscenza. Le quali, sebbene abbiano protestato
contro l'immediatezza dei primi principi e ci abbiano voluto vedere quasi un
segno di umiliante passività dell'intelletto, non hanno, viceversa, poi, mai
potuto far a meno, per conto loro, né dei primi principi, né della immediatezza
relativa. Sì che tutto si è risolto, in ultima analisi, nel cambiare il nome
dei primi principi serbandone, più o meno, immutata la sostanza. Cosi al posto
dei principi si sono messe le categorie di Kant, l' io di Fichte o i momenti e
gradi dello spirito degli idealisti moderni. Ma anche nella più estrema
ipotesi, anche ridotte, cioè, tutte le categorie ad una sola, quella dell'io,
resta sempre vero che esse così si sono credute di poter ridurre, appunto, in
quanto è sembrato che l' io solo fosse un principio immediatamente per sé noto,
e tale che tutte le altre cose potessero esser note solo in quanto da lui si
deducono e a lui si riconducono. Che è precisamente, con molte parole diverse e
qualche asserzione assai discutibile per di più, la stessa posizione nella
quale si trovano i principi primi della teoria tomisticoaristotelica, la quale
sotto questo aspetto è dunque tanto moderna e critica come qualsiasi altra.
Nessun filosofo degno di tal nome potrà mai negare il duplice carattere,
mediato quanto alle conclusioni e immediato quanto ai principi, della
conoscenza intellettuale. Appunto per questo l'attività intellettuale ha
bisogno di un motore (indiget... motore) che la faccia passare dalla potenza
all'atto. E ne ha bisogno proprio perché il processo della scienza pel quale
dai principi si ricavano le conclusioni, non è un processo che si svolga per
una necessità meccanica e fatale, cosicché posti da Dio nella mente umana i
primi principi debba conseguirne senz'altro la scienza, così come un grave
lasciato a se stesso deve fatalmente cadere. L'intelletto umano d'altra parte
non è come l'intelletto angelico che scorge immediatamente nei principi le
conclusioni e che con un solo e semplice atto coglie la verità: esso, invece,
scorge immediatamente la verità dei primi principi, e quella di tutte le altre
cognizioni solo in quanto le può ridurre, mediante il ragionamento, ai primi
principi stessi. Ora, proprio in questo processo di riduzione ai principi e
deduzione da esso, il discepolo ha bisogno d'aiuto; sia perché può sbagliare,
sia perché può non avere la forza e la maturità mentale sufficiente per
effettuare certe deduzioni e conclusioni. Inconvenienti ai quali rimedia il
maestro in quanto gli mostra l'ordine dei principi e delle conclusioni: inquantum proponit discipulo ordinem
principiorum ad conclusione? qui forte per seipsum non haberet tantam virtutem
collativam [S. Theol. loc. cit].
Ma il soggetto pensante non ha in sé come sola fonte di conoscenze, il lume
intellettuale e i primi principi, ha anche un'altra maestra: l'esperienza, o,
meglio, la conoscenza sensibile. Già i primi principi, i concetti primi e per
sé evidenti, abbiamo visto che sono nel nostro animo, forme a priori,
disposizioni o virtualità che passano all'atto solo al primo stimolo della
esperienza. Passati all'atto e costituiti che siano essi non producono nuove
conoscenze se non in quanto si applicano, daccapo, ai dati che l'esperienza
sensibile ci offre. Coi concetti di uno, di essere, ecc. (primi principi) io
non posso formare i concetti di animale, di vegetale, di uomo ecc. se
l'esperienza sensibile non mi dà la percezione dei singoli uomini, vegetali,
animali ecc. dai quali astraendo certe caratteristiche essenziali comuni io
formo appunto il concetto di animale, vegetale, uomo ecc. Processo che S. Tommaso descrive così:
Cum autem aliquis hujusmodi universalia principia, applicat ad aliqua
particularia, quorum memoriam et experimentum per sensum accipit, per
inventionem propriam acquirit scientiam eorum quae nesciebat... Non basta,
cioè, che ci siano i primi principi, occorre che ci siano anche le cognizioni
particolari da ridurre ad essi; se no il processo che abbiamo descritto prima,
col quale la mente umana conosce la verità, non potrebbe aver luogo. Ora, la
conoscenza di queste particolari nozioni manca, o meglio, è scarsa ed
imperfetta nello scolaro, che ha esplorato la propria esperienza sensibile
molto meno e molto peggio del maestro. Ed ecco un altro modo col quale il
maestro aiuta il discepolo: presentandogli, appunto, delle nozioni o
proposizioni particolari, la verità delle quali egli possa saggiare da sé al lume
dei primi principi, ovvero proponendo alla sua osservazione oggetti ed esempi
sensibili da cui possa ricavare direttamente le cognizioni stesse [...cum
proponit ei aliquas propositiones minus universales, quas tamen ex praecognitis
discipulus dijudicare potest; vel cum proponit ei aliqua sensibilia exempla,
vel similia vel opposita, vel aliqua hujusmodi, ex quibus intellectus
addiscentis manuducitur in cognitionem veritatis ignotae. S. Theol. loc. cit.
(in corp.)]. Far questo, S. Tommaso lo dice, da parte del maestro: procurare
allo scolaro aliqua auxilia vel instrumenta aiuti e strumenti di lavoro,
potremmo dir noi, giacché il loro uso è proprio simile, sotto quest'aspetto,
agli strumenti materiali, che facilitano il lavoro pur senza diminuire, anzi accrescendo
la attività e la solerzia di chi li adopera. Che cosa c'è di vero,
dunque, nella teoria agostiniana, secondo la quale è Dio che, dall'interno,
mostra la verità all'anima umana? Questo: che da Dio appunto viene all'anima
nostra la facoltà di conoscere, il lume intellettuale, i primi principi, la
sensibilità. Ma poi lo sviluppo di questa facoltà e il suo passaggio dalla
potenza all'atto avvengono non già per intervento diretto della Causa Prima,
sibbene per intervento di una causa seconda, qual è precisamente il maestro
umano. Il che non diminuisce affatto la potenza o la dignità della Causa Prima,
la quale ha creato appunto le cause seconde, fra le quali i maestri, non perché
ottenessero nell'universo solo un effetto decorativo, ma perché davvero causassero,
cioè producessero qualche cosa ...prima causa ex eminentia bonitatis sua? rebus
aliis confert non solum quod sint, sed etiam quod causae sint [De Mag Art. I
(in corp.)]. Dio ha conferito alle cause seconde, non solo l'essere, ma anche
il causare, l'esser cause. Onde significherebbe non accrescere, ma diminuire la
bontà e la potenza di Dio, supporre ch'Egli avesse fatto delle cause incapaci
di causare, quasi sbagliandosi e contraddicendosi nell'opera sua stessa. Ch'è
appunto l'inconveniente rimproverato da San Tommaso alle due teorie,
averroistica e platonica, le quali volendo riferir tutto, o all'azione
dell'Intelletto unico, o all'azione delle forme separate (idee) finiscono col
non vedere più, negli agenti naturali e nelle cause seconde, se non qualcosa
d'illusorio e irreale. Il che accade alle teorie dell'autodidattica, che
ammettono la esistenza del maestro, salvo poi a togliergli ogni possibilità e
capacità effettiva d'insegnare. La teoria dell'autodidattica così è colpita
proprio al cuore: nelle dottrine filosofiche che ne costituiscono la
giustificazione. Ma, e quel tale, difficile problema della comunicazione fra
maestro e scolaro? E quella tale impossibilità che la scienza si trasmettesse,
mediante i puri segni sensibili del linguaggio, dall’uno all'altro soggetto?
Per rispondere a queste domande S. Tommaso tiene a chiarire alcuni equivoci che
saranno, in ogni tempo, i più potenti motivi delle teorie pedagogiche tendenti
all'autodidattica. E, in primo luogo, il passaggio della scienza dal maestro
allo scolaro è proprio vero che si debba considerare come il passaggio di un
oggetto materiale da una mano all'altra? Anzi, è vero che sì possa parlare, in
genere, di passaggio della scienza dal maestro allo scolaro? Un oggetto
materiale passa da una mano all'altra sempre restando lo stesso oggetto, uno e
identico. La scienza passa anche lei di mente in mente restando sempre una?
Abbiamo già visto che non è così. Lo scolaro non riceve la stessa scienza del
maestro, ma se ne forma una simile, la quale benché coincida, e contenga, cioè,
le stesse cognizioni, non è numericamente una con quella del maestro. Così, per
prendere un esempio volgare, due ciliege sono eguali fra loro come ciliege, ma
sono tuttavia due e non una, e due rimarrebbero sempre anche se fossero uguali
persino nelle più insignificanti particolarità, come due macchine di una
identica serie. E, dunque, chi non accetta l'intelletto unico di Averroé non ha
punto l'obbligo di mostrare come una stessa scienza passi, quasi oggetto
materiale, dal maestro allo scolaro: basta che dimostri come lo scolaro possa
formarsi - con un'attività che resta sua e interna al suo animo - una propria
scienza, pur simile, nel contenuto delle nozioni, alla scienza del
maestro. In secondo luogo: pensano alcuni (e lo pensano anche oggi) che
siccome nel maestro e nello scolaro si svolge un processo sostanzialmente
identico, così cada ogni ragione di distinguerli l'uno dall'altro, almeno
nell'atto dell'insegnare e imparare. Che cosa c'è, infatti, nel maestro? Il
processo della conoscenza. E nello scolaro? Ancora il processo della
conoscenza. Dunque le leggi dell'educazione sono quelle della conoscenza, anzi
l'educazione è addirittura la conoscenza, e allora la pedagogia è una scienza
senza oggetto proprio, la quale si risolve nella teoria del conoscere e basta.
Altro equivoco simile al primo. E’ ben vero che il modo col quale apprendiamo
scienza da noi stessi è simile e sottostà alle medesime leggi del modo col
quale apprendiamo scienza dal maestro. Ma, al solito, simile non vuol dire
uguale e sottostare alle medesime leggi non vuol dire essere identici né uno di
numero. VII Per esempio, nella medicina, il medico guarisce l'ammalato
non facendo altro che aiutare e stimolare le forze intrinseche dell'organismo,
il quale, rigorosamente parlando, poteva guarire da solo, tanto è vero che
qualche volta guarisce di fatto senza bisogno di medici né di medicine. Allo
stesso modo il maestro procura scienza allo scolaro non facendo altro che
aiutare e stimolare le forze intrinseche dell'organismo intellettuale:
l'intelletto, l'esperienza, l'uso dei primi principi. Il medico per guarir
l'ammalato si fonda sulla conoscenza delle leggi fisiche e fisiologiche, il
maestro per insegnare si fonda sulla conoscenza delle leggi intellettuali.
Anche lo scolaro poteva, rigorosamente parlando, imparare da sé, tanto è vero
che vi sono sempre stati degli autodidatti. Che cosa significa questo? Soltanto
che ...in his autem quae fiunt a natura et arte, eodem modo operatur ars, et
per eadem media, quibus et natura [De Mag. Art. I (in corp.)] il che, come è
ovvio, non vuol dire affatto che, dunque, l'arte non esista, o sia identica
alla natura. Come la natura chi soffrisse per il freddo riscaldandolo lo
sanerebbe, così fa anche il medico: onde anche si dice che l'arte imita la
natura. Similmente avviene pure nell'acquisizione della scienza, che,
ricercando e ritrovando, il docente conduce altri a sapere cose ignote nello
stesso modo in cui alcuno conduce se medesimo a conoscer l'ignoto [Ibid. Si
cfr. la traduzione Guzzo, Vallecchi ed. Firenze]. Dunque, la somiglianza
fra natura e l'arte o il fatto che l'arte imiti la natura, nell' insegnamento
come nella medicina o in altre cose, non prova punto che l'arte non esista, o
si possa considerare come una entità trascurabile. Ma, e quel tal problema
della comunicazione? Com'è possibile che il maestro, imitando la natura, possa,
sia pur non trasmettere nel senso materiale della parola, ma anche solo
provocare o stimolare nel discepolo, una scienza eguale alla sua? Ecco,
come S. Agostino, anche AQUINO (vedasi) non mette in dubbio che lo strumento
principale della comunicazione fra maestro e discepolo sia il linguaggio e
siano i SEGNI ond'esso è costituito: solo, non si arresta alla difficoltà che
S. Agostino aveva creduto insuperabile, di conciliare la materialità e il
carattere sensibile dei segni linguistici colla idealità e l'interiorità della
scienza. Poiché il segno del linguaggio ha, per S. Tommaso, una fisionomia
tutta speciale: è sensibile, sì, ma d'una, se vogliamo così chiamarla,
sensibilità affatto diversa da quella che possiamo attribuire alle qualità
degli oggetti materiali ed alle vere e proprie sensazioni: sensibile della
sensibilità che tocca piuttosto all'immaginazione e al suo prodotto, il fantasma
o l'immagine, che è una sensibilità di un grado più elevato ed immateriale di
quello che compete alle sensazioni pure e semplici. Poiché il fantasma
linguistico (parola od altro segno che sia), a differenza delle sensazioni o
percezioni che ci vengono dagli oggetti materiali suppone già l'esistenza dei
concetti nella mente, e, nasce per esprimerli; e sta, perciò, con essi, in una
relazione molto più immediata che non sia quella della sensazione coi medesimi
concetti. Facciamo un esempio. Si prende la legge fisica: il calore
dilata i corpi. Che è quella legge? Niente altro che una forma. Nella natura é
la forma di quel processo che è, appunto, la dilatazione. Ora una forma, nella
natura, può esistere solo come esistono in generale le forme in una materia,
come conformazione, cioè, di determinati oggetti o di un determinato accadere.
Nella natura la legge della dilatazione dei corpi è, appunto, il dilatarsi dei
singoli corpi a, b, c ecc. e la conoscenza che ne abbiamo è appunto la
sensazione o percezione dei corpi a, b, c, mentre si dilatano. Potrei, dunque,
arrivare a formular la legge della dilatazione partendo dalle sensazioni e
percezioni pure e semplici dei corpi? Certo che potrei e posso, in quanto,
osservando prima il corpo a, poi il corpo b, poi il corpo c ecc. posso arrivare
e arrivo ad estrarre, da queste percezioni particolari, un concetto e una legge
universale riguardante la dilatazione. E come posso arrivarci io, posso
condurvi lo scolaro, lasciando che osservi a sua volta i corpi a, b, c, e poi
ne tragga, se gli riesce, la legge della dilatazione. Si noti, però, la
difficoltà e la lentezza di questo processo. Quanti uomini hanno osservato
sensibilmente il dilatarsi dei singoli corpi, eppure non sono riusciti a
formulare la legge della dilatazione! Quanti videro i corpi cadere, e non ne
seppero trarre la legge della gravitazione universale! E si capisce: quella
forma che è la legge della dilatazione esiste nei corpi, ma non come forma pura
e come concetto, bensì come forma d'una materia. Come forma pura e come
concetto non la troviamo bell'e fatta, ma bisogna che la costruiamo noi, con
tutte le difficoltà e incertezze che ne seguono. Ma si prenda, invece, la
stessa legge della dilatazione qual è formulata in un trattato di fisica, o dalla
voce del maestro, con queste precise parole: il calore dilata i corpi. Anche
qui essa viene espressa con segni sensibili, all'udito o alla vista, le parole.
Segni tanto sensibili quanto lo è appunto la percezione dei corpi a, b,
c. Ma con questa differenza. Che per poter dire o scrivere le parole il calore
dilata i corpi si è già dovuto formare il concetto della dilatazione colla
legge relativa. La legge della dilatazione ha dovuto esserci, cioè, non più
come forma di quell'accadere materiale ch'è il dilatarsi dei singoli corpi, ma
come forma pura nella mente del fisico. E perciò chi legge o ascolta quelle
parole non ha bisogno di tutto un complicato e difficile lavoro per cavarne
fuori la pura forma della legge scientifica, ma assume direttamente da esse la legge
in quanto pura forma o concetto scientifico. Tanto è vero che è possibile
vedere mille corpi a dilatarsi e non ricavarne la legge della dilatazione, ma
non è possibile udire dal maestro o leggere nel libro di fisica le parole il
calore dilata i corpi (udire e leggere davvero, s'intende, e non solo far
finta) e non ricavarne la legge della dilatazione. Per lo meno: anche se il
processo della visione e della sensazione si compie regolarmente senza essere
turbato in alcun modo, e cioè anche ammesso ch'io osservi colla massima
attenzione i singoli corpi, non è detto che per questo io arrivi ad astrarre la
legge della gravitazione o della dilatazione. Mentre se lo leggo od ascolto
regolarmente le parole colle quali il fisico si spiega, io dovrò necessariamente
intendere la legge della gravitazione o della dilatazione, a meno che qualche
ragione, diciamo così, patologica non impedisca alla mia lettura o audizione di
svolgersi regolarmente. In quest'ultimo caso, insomma, svolto normalmente il
processo, ne ho come necessaria conseguenza l'apprendimento; nell'altro caso,
no. È questa, forse, una delle più originali caratteristiche della
pedagogia delineata d’AQUINO (si veda) Per la quale, a differenza di ciò che
succede in moltissimi altri sistemi pedagogici, la parola del maestro non è né
eguale né, tanto meno, inferiore in valore agli oggetti esterni e, in genere,
all'esperienza sensibile dello scolaro, come accadrà poi, tanto spesso, nei
vari metodi intuitivi od oggettivi escogitati dalla pedagogia moderna, da
Comenius in poi. Questo non vuol dire certo che S. Tommaso svaluti l'esperienza
- abbiamo visto invece che la valuta moltissimo - né che non le attribuisca
tutta l'importanza che deve avere. Ma fra gli oggetti sensibili che possono
variamente essere offerti allo scolaro e la parola del maestro c'è, per S.
Tommaso, una differenza essenziale che c'impedisce di considerare quest'ultima
puramente come uno fra gli altri oggetti di possibile esperienza per lo
scolaro. Giacché è vero che in un certo senso "le stesse parole
dell'insegnante, udite o viste in iscritto, quanto al causare scienza
nell'intelletto si portano come le cose che sono fuori dell'anima: perché e
dalle une e dalle altre l'intelletto riceve le intenzioni intelligibili".
Ma poi la somiglianza cessa qui, poiché le parole dell'insegnante causano
scienza "più da vicino" che non i sensibili che esistono fuori
dell'anima, in quanto le parole sono segni delle intenzioni intelligibili [De
Mag. Art. I (ad XI.nium). IPSA VERBA DOCTORIS AVDITA VEL VISA IN SCRIPTA HOC
MODO SE HABENT AD CAVSANDVM SCIENTIAM IN INTELLECTV SICVT RES QVÆ SVNT EXTRA
ANIMAM QVIA EX VLTRISQVE INTELLECTVS INTENTIONES INTELLIGIBILES ACCIPIT QVAMVIS
VERBA DOCTORIS PROPINQVIVS SE HABEANT AD CAVSANDVM SCIENTIAM QVAM SENSIBILIA
EXTRA ANIMAM EXISTENTIA INQVANTVM SVNT SIGNA INTELLIGIBILIVM INTENTIONVM. E
sappiamo già che cosa vuol dire quel "più da vicino", (propinquius)
che non è punto indice di vicinanza o lontananza materiale, ma solo del fatto
che abbiamo visto, dell'essere cioè presenti nel linguaggio le forme pure già
astratte dalla materia ed esistenti nella mente: le "specie" o
"intenzioni" intelligibili; le quali invece non sono presenti negli
oggetti esterni e nelle sensazioni. Talché lo scolaro le può assumere
senz'altro dalle parole del maestro; mentre non le potrebbe assumere
dalle cose e dalle sensazioni: non le potrebbe se non mediatamente,
attraverso un complesso e delicato procedimento astrattivo il cui risultato
finale resta, in ultima analisi, incerto, almeno rispetto a quelle particolari
forme e verità che l'insegnante vuol fargli, volta a volta, scoprire. In fondo,
è ancora la giusta osservazione di S. Agostino che S. Tommaso accoglie e
sviluppa da par suo: nelle cose che facciamo percepire solo sensibilmente allo
scolaro, questi non sa, né può sapere, dalla sola percezione, quali siano gli
elementi essenziali e quali gli elementi accidentali della cosa, quali gli
elementi su cui abbiamo voluto fermare la sua attenzione e quali quelli che può
anche trascurare. E da questa incertezza, causa feconda di errori, non si esce
se non aggiungendo, alla percezione della cosa, l'insegnamento verbale del
maestro, che solo può metterci innanzi le forme già astratte dalla materia e
farci subito distinguere l'essenziale dall'accidentale, l'oggetto proposto al
nostro pensiero, da altri oggetti reali o possibili. Così il linguaggio del
maestro, lungi dal sopprimere l'esperienza dello scolaro, è proprio quello che
la spiega, l'ordina, l'organizza e, insomma, le dà un vero significato e
valore. È risolto, così, quel tal problema della comunicazione fra
maestro e scolaro? Certo, ed è risolto proprio col rispettare ambedue quei dati
del problema che a prima vista parevano inconciliabili: il carattere sensibile
del linguaggio, o, in genere, dei segni fonici, mimici o grafici di cui si
serve il maestro per operare ab estrinseco sulla coscienza dello scolaro e,
insieme, il carattere affatto intimo e interno che sempre ha la scienza
nell'animo dello scolaro medesimo, poiché vera causa di scienza allo scolaro -
San Tommaso non si stanca di ripeterlo - sono non già i segni del maestro, ma
il lume intellettuale e i primi principi dello scolaro stesso, il quale scopre
la verità (o la falsità) di ciò che il maestro gli ha insegnato, non già
ricevendo soltanto le forme intelligibili, ma riducendo i concetti così
formati, sotto i primi principi, mercé quella attività collativa nella quale
consiste il raziocinio, attività, senza nessun dubbio, originale e spontanea,
che il maestro può stimolare e aiutare come abbiamo visto, ma in nessun modo
sostituire. L'opera del maestro altro errore che AQUINO (vedasi) combatte
continuamente negli argomenti acclusi al primo articolo del De Magistro non è
già un'opera creativa; come se il maestro dovesse dar lui al discepolo il lume
intellettuale e i primi principi. Ma ciò non vuol dire che sia un'opera
superflua e inesistente: crederlo, è l'illusione di coloro che scambiano
l'attività colla creazione, l’operare col trarre dal nulla; e non potendo
riconoscere in un uomo qual è il maestro un'attività creativa propria solo di
Dio, finiscono col negargli ogni e qualsiasi attività od operazione.
L'arte dell'insegnamento non crea la natura intellettuale; la presuppone. Ma la
natura stessa dell'intelletto umano è così fatta che senza l'insegnamento
rimarrebbe una vuota potenza non realizzata, o, almeno, realizzata attraverso
un processo assai lento e malsicuro. La dimostrazione esauriente di questa tesi
si trova nel secondo articolo del De Magistro, che è una delle critiche più
brillanti e spregiudicate che siano mai state fatte all'autodidattica. Articolo
paradossale in apparenza, e che suona stranamente agli orecchi di noi moderni
abituati ormai da una lunga tradizione a ritenere l'autodidattica non solo un
fatto evidentissimo e una realtà incontrastabile, ma addirittura il
centro e il principio vitale di ogni educazione. Può dirsi qualcuno maestro di
se stesso? A noi sembra di sì: sembra, anzi, che tutti e non soltanto qualcuno,
siano, in certo modo almeno, maestri di se stessi. Ebbene, San Tommaso risponde
senz'altro di no; e val la pena che, prima di scandalizzarci o di spaventarci,
intendiamo bene il principio sul quale l'Angelico dottore fonda la sua
dimostrazione; ch'è poi, in ultima analisi, lo stesso principio sul quale ha fondato
la dimostrazione precedente. E, anzitutto, si faccia bene attenzione alla
differenza che c'è fra queste due espressioni, apparentemente simili: acquistar
scienza da sé ed esser maestro di se stesso. Che cosa vuol dire acquistar
scienza da sé secondo la dottrina tomistica? Niente altro se non quello che
abbiamo già visto. L'uomo possiede il lume intellettuale e i primi principi.
Applicando tale sua attività al materiale offertogli dalla esperienza sensibile
egli giunge da sé ad astrarre certi concetti, cioè ad accogliere nella sua
mente come pure forme intelligibili quelle stesse forme che, nella natura,
esistono solo come forme di una materia. Ne abbiamo visto, prima, un esempio a
proposito della gravitazione e della dilatazione. È questa, così ottenuta,
scienza vera e propria? Senza dubbio. Anzi, scienza alla cui estensione e
complessità non ci è dato mettere un limite a priori. Supposta, da parte del
soggetto umano, una continua e indefinita esplorazione della esperienza
sensibile e una correlativa astrazione di forme, nulla si oppone a che ne
risulti una scienza anch'essa in via d'indefinito accrescimento e a che
chiunque si possa costruire, per questa via, un sapere teoricamente illimitato.
Tale è l'acquisto della scienza che si ha per opera della natura, quando, cioè,
la ragione naturale per se stessa giunge a cognizione delle cose ignorate [De
Mag. Art. I (in corp.)]. E questo modo S. Tommaso lo definisce, per evitar
confusioni, con un termine suo proprio: trovare, o scoprire: inventio. Ma
se questo processo é, innegabilmente, acquisto di scienza, è poi anche
insegnamento, o magistero? Qui la cosa cambia aspetto. L'insegnamento è
un'operazione che si svolge mediante il linguaggio e che suppone, perciò,
l’esistenza delle forme intelligibili come forme pure. Ora, un'esistenza tale
noi sappiamo che quelle forme non possono averla nell'esperienza sensibile e
nella natura, dove sono soltanto forme d'una materia: debbono averla nella
mente. Ma nella mente di chi? Nella mente di colui che impara e ricerca, no di
certo, altrimenti egli non imparerebbe e ricercherebbe, ma già saprebbe. Dunque
nella mente di un altro, ossia del maestro. E allora l'insegnamento è un
processo che lo stesso soggetto non può esercitare su sé medesimo per la
contraddizione che ne consegue: perché dovrebbe al tempo stesso avere e non
avere nella sua mente le forme intelligibili e i concetti, averle, dico, non in
potenza e come possibilità di formarli, ma in atto, già formati e come principi
positivamente esistenti e operanti. Per potere insegnare a me stesso, per
esempio, la legge della gravitazione universale, io dovrei non soltanto avere
la percezione dei corpi che cadono e astrarne poi la legge, il che sarebbe
inventio, o scoperta e non insegnamento; ma dovrei già conoscere ed esprimere
la legge come pura legge; il che è assurdo, poiché, evidentemente, se già
conoscessi la legge non avrei bisogno di cercarla né di impararla. Sembra
un'oziosa questione di parole, e non lo è. Poiché S. Tommaso non chiama con due
nomi diversi l'acquistar scienza da sé (inventio) e l'insegnamento (doctrina,
disciplina) per il solo gusto di complicare il vocabolario, ma appunto per
definire bene due concetti che gli sembrano, e sono, distinti. Abbiamo noi il
diritto di estendere a una vera e propria azione qual è l'insegnamento,
ciò che è caratteristico, invece di un processo spontaneo e naturale come la
scoperta e l'invenzione? Abbiamo cioè, il diritto di considerare anche il
naturale acquisto della scienza che avviene spontaneamente e necessariamente in
ciascuno per il solo fatto d'esistere, di pensare, di guardarsi attorno, come
una vera e propria completa azione? A San Tommaso sembra di no, e questo è
appunto l'argomento sul quale tutta la dimostrazione del secondo articolo si
regge. Per potersi parlare di vera e propria azione (azione perfetta) é
necessario che l'agente il quale fa da causa, contenga in sé in maniera
essenziale e non accidentale ciò che produce poi nell'effetto [De Mag. Art. II
(in corp.)]. Così, ad esempio il fuoco è agente di sanità, per colui che soffre
di una malattia guaribile col calore, ma agente accidentale (imperfetto) poiché
non contiene se non fortuitamente e per accidens ciò che in quel dato caso
produce la guarigione. Ma lo stesso fuoco è agente essenziale (perfetto) nell'incendio
d'una casa, appunto perché, come fuoco, contiene già in sé tutto ciò ch'è
necessario agli effetti della combustione. E dunque se l'insegnamento ha da
essere una vera e propria azione (azione perfetta) occorre che nell’agente sia
già contenuto tutto ciò che sarà poi prodotto dall'azione. Il che accade
soltanto se il soggetto maestro è diverso dal soggetto scolaro, ossia ha già in
sé in atto, esplicitamente e perfettamente, tutto ciò che per sua opera sarà
poi nel discepolo: la scienza. La autodidattica, invece, o, meglio, l'inventio
è azione solo imperfetta, cioè non vera e completa azione, poiché in essa la
causa, sia l'intelletto e i primi principi, sia l'esperienza sensibile,
contiene sì ciò che sarà poi nell'effetto (la scienza, le forme intelligibili
come forme pure) ma lo contiene solo implicitamente e potenzialmente, quanto al
suo essere di scienza e di forma pura. E questa non è - si badi bene -
un'astratta escogitazione teorica senza nessuna rispondenza alla realtà. Al
contrario, S. Tommaso c'invita ad osservare con lui che le cose stanno proprio
in tal modo. Noi siamo, è vero, portati a lodare l'autodidatta e, perciò,
attribuiamo all'autodidattica un valore superiore, in certo senso, a quello del
semplice insegnamento. Ma nel far questo ci lasciamo sviare da un'osservazione
che dovrebbe, se ben interpretata, suggerirci proprio la conclusione contraria
a quella che abitualmente ne ricaviamo. Perché, infatti, esaltiamo, e
giustamente, l'autodidatta? Ma appunto perché fa uno sforzo eccezionale; se no
non avremmo ragione di lodarlo. Ora, l'eccezionalità di questo sforzo consiste
precisamente nel fatto che l'autodidatta non segue nel costruire la sua
cultura, il processo normale dell'insegnamento. Così l'equilibrista cammina
sopra un filo, e merita elogio: ma diremo per questo che il migliore, più
sicuro e spedito modo di camminare sia quello d'andar su un filo? No certo,
anzi, diremo tutti che l'abilità dell'equilibrista consiste, invece, nell'aver
scelto, per camminare, uno dei modi peggiori, meno sicuri e meno spediti. E,
dunque, anche dell'autodidatta dobbiamo dire che l'autodidattica, lungi
dall'essere il modo migliore e più sicuro di apprendere è, anzi, il peggiore e
il più malsicuro, e che proprio per aver saputo acconciarsi a questa maggiore
difficoltà l'autodidatta merita lode ...sebbene il modo di acquistare scienza
mediante la ricerca sia più perfetto riguardo a chi riceve la scienza, in
quanto egli si segnala più abile a sapere, pure, rispetto a chi causa la
scienza, è più perfetto il modo d'acquistare scienza attraverso l'insegnamento
[De Mag. Art. II (ad 4.tum.) quanivis modus in acquisitione scientiae per
inventionem sit perfectior ex parte recipientis scientiam, inquantum designatur
habilior ad sciendum; tamen ex parte scientiam causantis est modus perfectior
per doctrinam]. Né si creda che quel ridurre a scienza più speditamente,
sia solo una sfumatura: anzi, c'è sotto una questione di principio, così
importante che solo chi l'ha afferrata può dirsi abbia inteso veramente la
differenza fondamentale che intercede tra la filosofia scolastica e certe
filosofie moderne, quali il materialismo positivistico o l'idealismo. C'è
la scienza, prima di essere insegnata? Strana domanda, dirà qualcuno, eppure a
questa domanda una corrente, certo rispettabile, e notevolissima della
filosofia moderna, risponde addirittura di no. La scienza non c'è ma si fa,
s'inventa, o si crea, nell'atto stesso dell'insegnamento. Come, poi, si fa o si
crea? Dal pensiero nostro, il quale è, o dovrebbe essere un atto, secondo la
filosofia moderna; ma viceversa è un atto che non è mai completamente
realizzato, ma sempre deve realizzarsi, perciò diviene e si svolge all'infinito
sempre facendosi altro da quello che era prima. Ora, un atto di questo
genere: un atto che non è tutto realizzato, o tutto realizzantesi, un atto che
non è, insomma, tutto quel che può e deve essere, ma aspetta di svolgersi e di
completarsi sia pure in un processo infinito, un atto di questo genere, la
filosofia scolastica non lo chiamerebbe punto atto, bensì potenza. Il pensiero
nostro, come abbiamo visto, possiede sì, tutta la scienza passata presente e
futura, ma in potenza o come pura possibilità di conoscere, non già come atto,
o come conoscenza positiva e concreta. Ebbene, una pura potenza può esser causa
reale di un atto? Una pura possibilità può dar origine a una realtà? Lo può, ma
in quanto presuppone, a sua volta, un atto antecedente, così come il seme può
dar origine alla pianta, ma è, a sua volta, derivato da un'altra pianta. Non è
la pura possibilità di vivere che genera l’uomo, ma l’opera di un altro essere
in cui la vita è già in atto: il padre, la madre. E dunque il supporre che la
scienza, nello scolaro e nel maestro, derivi solo dal pensiero in quanto è una
pura potenza o possibilità di conoscere, è così assurdo come supporre che il
figlio nasca, non dal padre e dalla madre, ma dalla possibilità di vivere.
Perché ci sia la scienza in potenza, ci deve essere già stata, la scienza in
atto: perché ci sia il seme, già ci vuol la pianta completa. Ecco la
differenza fra la scolastica e l'idealismo o il materialismo moderni. Secondo
questi sistemi, tutta la realtà procede, in fondo, da una pura potenza, da un
germe, un X spirituale o materiale che non è nulla al principio, ma tutto si fa
o diviene: l'essere, insomma, deriva dal non essere. Secondo la scolastica, la
realtà procede da un Atto assolutamente puro, senza mistura di potenza, nel
quale sussistono eminentemente e perfettamente realizzati e realizzantisi ab
aeterno, tutti quei valori che, nella realtà stessa, la nostra mente poi
rintraccia: Dio, principio primo e fine ultimo d'ogni cosa. Ed ecco,
quindi, la diversità fra la doctrina e l'inventio, fra l'insegnamento e
l'autodidattica, fra lo scoprire e l'imparare. Si capisce che per coloro i
quali seguono certe teorie filosofiche moderne, la doctrina presupponga
l'inventio: se prima non abbiamo scoperto o tratto dal nulla la scienza, che
cosa potremo mai insegnare? Ma in realtà, per San Tommaso e la scolastica, è
vero il contrario: l’inventio presuppone la doctrina, noi possiamo, cioè,
scoprire una scienza solo in quanto essa c'è già, ed è già in atto, se no, che
cosa scopriremmo, il vuoto? Le forme stesse realizzate nella materia che ci dà
la natura, non potrebbero ivi esistere, se prima non esistessero come pure
forme nella mente di Dio, alla quale ogni scienza deve necessariamente risalire
come a sua causa prima: sistema di idee, o rationes aeternae, come anche la
scolastica le chiama, cioè archetipi e modelli di tutte le cose. Di qui il
valore insostituibile della doctrina, cioè del vero e proprio insegnamento,
poiché, nella mente del maestro, la scienza ha un'esistenza d'ordine superiore
a quello che ha nella natura e nell'esperienza: una esistenza, se così ci si
potesse esprimere, più lontana dalla materia e più vicina a quella delle
rationes aeternae nella mente di Dio. Onde il genialissimo concetto tomistico
dell'insegnamento, fondato proprio al polo opposto dell'autodidattismo moderno,
non sull'imperfezione e sul divenire, ma sulla perfezione intrinseca della
scienza che, quasi per sovrabbondanza, sembra irraggiare ed effondere, nel suo
atto, dalla mente del maestro alla mente dello scolaro. Andare più oltre
vorrebbe dire superare i limiti della presente trattazione, addentrandosi in
una esposizione analitica del De Magistro, che, nella abituale densità e
concisione del pensiero tomistico, presenta quasi ad ogni passo dovizie di
dottrina, il cui adeguato svolgimento produrrebbe tutta una organica teoria
della educazione da esporsi in un vero e proprio trattato, e non in un breve
saggio [Chi desidera approfondire l'argomento può confrontare il nostro volume
Maestro e Scolaro. - Soc. Ed. Vita e Pensiero, Milano, 1930]. Basti qui
ricordare, per concludere, che a questo punto il pensiero di S. Tommaso si
ricongiunge a quello di S. Agostino, dando origine a una concezione della
scienza e dell'insegnamento che si può considerare caratteristica dell'età in
cui il sapere umano s'impose la più rigida e, insieme, la più feconda
disciplina intellettuale: vogliamo dire il Medio Evo. La scienza come doctrina
piuttosto che come inventio: non perché l'invenzione non possa e non debba
avere la sua funzione legittima, ma perché la doctrina è un organo superiore,
il mezzo più elevato e sicuro, del quale Dio stesso si è servito per
ammaestrare il genere umano, al quale ha dato non solo la sensibilità, il lume
intellettuale e i primi principi, abbandonandolo poi a tutte le incertezze
d'una ricerca puramente naturale, ma una vera e propria scienza, rivelata
dapprima ai Patriarchi e ai Profeti, poi agli Apostoli, ai Padri, ai Dottori e
a tutta la Ecclesia docens, il cui perenne magistero si estende attraverso i
secoli. I geni di Agostino e di Tommaso si uniscono in questa visione della
scienza come procedente da Dio; ma mentre il primo preferisce insistere
sull'azione diretta e immediata di Dio nell'anima e sulla operazione dello
Spirito che agisce, soprannaturalmente, in ciascuno di noi, l'altro mette in
luce, piuttosto, l'azione delle cause seconde e il magistero umano che Iddio
medesimo ha voluto stabilire nella Chiesa, come organo della Rivelazione,
oltreché nella scuola come strumento della cultura puramente naturale. Ma anche
per S. Tommaso, come per S. Agostino, il problema dell'educazione e dell’insegnamento
non si vede tutto, se non si considera, oltre che sotto l'aspetto
naturale, sotto l'aspetto soprannaturale. Per questa parte il De Magistro
tomistico non s'intende, senza ricorrere a quella triplice analisi della
scienza qual è nella mente divina, nell'intelligenza angelica e
nell'intelligenza umana, che si trova nella Summa Theologica: analisi alla
quale si debbono aggiungere gli articoli che trattano della necessità e
possibilità d'una Rivelazione. Ch'è poi sempre il grande metodo della Scolastica:
stabilire, con la sola ragione, la legittimità e l'esistenza della Rivelazione,
ma poi adoperare la rivelazione per estendere, disciplinare, consolidare
l'opera della ragione. Taluno, certo, obietterà che questo metodo e
questa concezione della scienza riducono a nulla l'attività e la libertà umana,
condannate soltanto ad assoggettarsi, e a ricevere passivamente un sapere già
fatto, fuori di loro, onde, si maledirà il Medio Evo, come l'epoca per
eccellenza mortificatrice dell'umana originalità. Obiezione tanto
impressionante a prima vista, quanto intrinsecamente debole e fondata
sull'equivoco. Poiché la libertà dell'intelletto sta appunto nel
conoscere il vero, e non nel conoscere il falso; e, perciò colui che riceve
dottrina da un maestro, se questa dottrina è vera, non riceve una violazione,
anzi un incremento della propria attività e personalità, così come, viceversa,
colui che inventa o scopre, se inventa degli errori, riceve una vera propria
violazione e diminuzione della sua attività intellettuale. E, dunque, colui che
riceve scienza da un maestro più sapiente di lui, riceve non schiavitù, ma
libertà intellettuale, e più ne riceve quanto più il maestro è sapiente e,
perciò, la dottrina vera; e il massimo ne riceve quando il maestro è il più
sapiente di tutti: Dio, e la dottrina la più vera di tutte: la dottrina
rivelata. Schiavo in apparenza, il pensiero medioevale, col suo centro nella
sacra teologia, era il pensiero più libero e audace che mai ci sia stato; un
pensiero che tutto osava discutere e su tutto argomentava, un insegnamento
della cui vastità e organicità le Somme ci sono, anche oggi, testimoni; ben
lungi dall'anemica povertà dei criticismi o dei positivismi che hanno voluto
liberare le intelligenze coi dubbi e fare la luce con l'oscurità. La pedagogia
moderna cadde in un grosso equivoco quando confuse due concetti fra loro tanto
diversi come quello di attività o libertà e quello di autodidattica, quasiché
per essere libero o attivo lo scolaro dovesse inventar tutto da sé, e non fosse
vero invece il contrario e cioè che tanto più attivo e libero sarebbe riuscito
lo scolaro quanto più energicamente gli si fosse data dal maestro una dottrina
completa e vitale; e, per converso, tanto meno libero quanto più si fosse
lasciato agli errori e alle incertezze delle sue personali invenzioni. Figlia
di età indisciplinate e sterilmente irrequiete, la pedagogia moderna ha, così,
affaticato gli intelletti giovanili senza nutrirli, e ha dato origine a quei
gravi inconvenienti che uomini, pur poco tradizionalisti e niente affatto
medioevalisti, come il Lambruschini e il Capponi, hanno, durante il secolo
scorso, con tanta efficacia denunciato. Tra gli sforzi di questa
pedagogia così affaccendata e disorganica, il pensiero di S. Tommaso ci fa,
oggi, l'effetto che fa sempre il ritorno all'antico, quando è, come nel nostro
caso un antico più vero e, perciò, più moderno del moderno: l'effetto di una
novità addirittura rivoluzionaria. Studiare S. Tommaso vuol dire, in questa
come in tante altre questioni, ritrovare noi stessi. Una pedagogia del passato?
Diciamo, piuttosto: una pedagogia dell'avvenire. L'Educazione naturale
(Relazione presentata alla XVII Settimana Sociale dei cattolici italiani,
Firenze, 1927) In due sensi può parlarsi di educazione naturale o soprannaturale:
quanto al contenuto e quanto alla forma. Si dice, cioè, nel primo significato,
soprannaturale l'educazione che ha per oggetto nozioni od atti che non si
riducono alla natura umana e che non sono una semplice esplicazione di potenze
in essa contenute. Si dice, nel secondo significato, soprannaturale
l'educazione che, pur nel realizzare nozioni od atti, normalmente impliciti
nella natura stessa, li realizza ricorrendo a mezzi i quali sono, essi, affatto
irriducibili, ai naturali procedimenti dell'educazione. Per spiegarmi meglio,
prenderò due esempi. Ecco un uomo che s'accosta tutti i giorni ai Sacramenti e,
così facendo, progredisce via via nelle virtù dell'umiltà, della pazienza,
della temperanza, della castità e, viceversa, reprime i vizi dell'orgoglio,
dell'ira, dell'intemperanza, della lussuria. Orbene, questa educazione potrà
dirsi naturale nel contenuto, ma soprannaturale nella forma. Naturale nel
contenuto, giacché l'umiltà, la pazienza, la temperanza, la castità, sono virtù
non soltanto possibili in tesi generale alla natura umana, ma tali che, nella
maggior parte dei casi, la loro possibilità sarebbe distrutta, se la natura
umana fosse diversamente costituita. Soprannaturale nella forma, perché quelle
stesse virtù, potenzialmente insite nella natura umana, vengono sviluppate,
colla frequenza dei Sacramenti, mediante un'azione che non è l'ordinaria
disciplina o l’ammaestramento che un uomo può esercitare, sugli altri o su se
stesso, con l'opera o la parola bensì la misteriosa, indefinibile azione d'un
Dio che a noi s'assimila attraverso le specie eucaristiche. Prendiamo,
invece, un maestro mentre spiega il catechismo ai suoi alunni, e parla loro di
un Dio solo in tre persone distinte: avremo, evidentemente, un caso di
educazione naturale per la forma e soprannaturale per il contenuto. Naturale
per la forma, poiché nulla v'ha di più consono alle possibilità della natura
umana che il leggere un libro e commentarne alcuni passi. Soprannaturale pel
contenuto, poiché la nozione del Dio uno e trino nel senso cattolico della
parola, è inattingibile alle sole forze della ragione nostra, e può ottenersi
solo mediante una rivelazione divina, che la Chiesa ci ha conservato in fedele
deposito attraverso i secoli, e alla quale l'umile maestro attinge quando istruisce
nella religione i suoi scolari. Evidentemente, oltre questi due casi in
cui nell'educazione l'oggetto è naturale e soprannaturale il metodo e
viceversa, v'hanno anche i due casi più semplici, in cui e l'oggetto e il
metodo sono entrambi naturali, o entrambi soprannaturali. Appartengono al primo
tutti i più consueti esempi di educazione e d'istruzione che siamo soliti
considerare nella scuola, nella famiglia e nel collegio, ove nozioni e
attitudini naturali all'uomo, come le arti, le scienze, la morale, la filosofia
vengono insegnate con quei metodi che la ragione e l'esperienza suggeriscono
agli educatori. Appartengono al secondo caso, invece, tutti quei fatti, così
numerosi nella storia del cristianesimo, ove una particolare rivelazione o
mozione divina è veicolo, per dir così, di nozioni, atteggiamenti od affetti
che l'uomo, secondo la pura possibilità della natura propria non avrebbe,
nonché raggiunto, neppure sospettato. Cito un solo, ma tipico esempio: la
discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. I quali, appunto perché uomini, e
quindi abituati a misurare tutto alla stregua della natura umana, avevano fino
allora trovato di colore oscuro, benché Cristo medesimo le avesse loro
inculcate, tante verità soprannaturali come la preannunziata morte e
risurrezione del Salvatore, la redenzione del genere umano attraverso le
lacrime e il dolore d'un Dio, la concordanza fra l'antica legge e la nuova, i
rapporti fra il Padre ed il Figlio e via discorrendo, verità che, invece, dopo
che le lingue di fuoco furono discese sul loro capo, s'impressero così
profondamente nel loro animo da permetter poi loro d'insegnarle, con
quell'efficacia che sappiamo, a tutto il mondo allora conosciuto. Io non
parlerò adesso - poiché non è mio compito - della educazione in quanto
soprannaturale nel contenuto e nella forma, e neppure soltanto nel contenuto.
Io non parlerò dell'educazione, cioè, in quanto puramente soprannaturale, e
neppure in quanto veicolo di nozioni, o di attitudini soprannaturali. Mi
limiterò, dunque, a parlare dell'educazione naturale. II Sarebbe
abbastanza interessante poter esaminare alla luce di queste nozioni oggi molto
trascurate, quando non addirittura respinte e derise come assurde dagli
studiosi, le più importanti concezioni pedagogiche, nelle quali il pensiero
umano si è, attraverso la storia, rispecchiato. Ma, non potendo arrischiarci in
un lavoro di così vasta mole, ci limiteremo ad affermare semplicemente che
tutte le più importanti teorie dell'educazione sono, in un certo senso,
naturalistiche, perché tutte confidano, anche quando non vogliono riconoscerlo,
in una immanente capacità della natura umana, che le permette di svolgersi
colle sue proprie forze, verso la verità e la moralità. Capacità che, essa
stessa, si può coltivare e aiutare con mezzi puramente umani come
l'insegnamento, l'esempio, il governo, la disciplina, dei quali è formata,
appunto, l'educazione naturalmente e umanamente intesa. Senza questa fiducia, e
nelle forze stesse della natura umana e nella possibilità di aiutarle, l'educazione
sarebbe un perditempo assurdo. Se l'uomo non fosse fatto per la verità e la
moralità, egli non potrebbe conoscere l'una e praticare l'altra, come
effettivamente non la conoscono né la praticano gli animali, i minerali o le
piante. Se, d'altra parte, in questo suo sforzo verso il vero e il bene, la
natura umana non potesse essere aiutata con mezzi e strumenti adatti tanto
varrebbe chiudere tutte le scuole, bruciare tutti i libri, abolire tutti i
maestri, e lasciare che ognuno se la sbrigasse, alla meglio, da sé. Anzi, non
si sarebbe trovato mai nessuno così pazzo da spender tempo e fatiche
nell'educare i propri simili; o, se si fosse trovato, la disperata inutilità
del tentativo, lo avrebbe, subito, persuaso di smettere; e scuole, collegi,
libri, maestri, non sarebbero mai stati. Fin qui, dunque, fino a questa
legittima persuasione intorno alla possibilità di educare l'uomo con mezzi
naturali, tutte le teorie pedagogiche si debbono trovar concordi: né la
pedagogia cristiana stessa, potrebbe fare eccezione. E lo dimostra la storia
del cattolicesimo, il quale, nonostante la grandissima importanza da lui
attribuita, nell'educazione, all'elemento soprannaturale, ha sempre rifiutato
come eretica, la teoria la quale afferma impossibile all'uomo il conseguimento
del vero e del bene senza una positiva rivelazione divina e proclamando errori
la filosofia e peccato le virtù dei pagani, volentieri condannerebbe al rogo
come futili sciocchezze, ogni scienza, ogni progresso, ogni civiltà. Così,
invece di gettar via la scienza del paganesimo, il cristianesimo poté
mantenerne viva la fiaccola nei suoi chiostri, nelle sue scuole, nelle sue
Università e, ricongiungendo sapientemente il nuovo all'antico, poté serbare
intatta quella tradizione della civiltà occidentale che ci fa, oggi,
giustamente orgogliosi. Ma, oltre questo naturalismo ch'è, in fondo, una
ragionevole fiducia nelle forze della natura umana, la quale, se ha in sé delle
tendenze al male e all'errore, ha pure in sé delle tendenze altrettanto
spontanee al bene e alla verità; oltre questo saggio naturalismo senza cui non
è possibile parlare neppure di educazione, molte dottrine pedagogiche, specie
moderne, hanno in sé un altro naturalismo niente affatto utile o necessario
all'educazione. Tale naturalismo, non si limita a dichiarare che l'uomo ha
nella sua propria natura le energie necessarie al suo ordinato svolgimento:
afferma che ogni educazione si riduce allo spontaneo svolgimento della natura
umana secondo le proprie, immanenti leggi costitutive. E non si limita a
riconoscere che l'uomo ha nella sua propria natura una tendenza al vero e al
bene, cioè che è fatto, in ultima analisi, per la conoscenza dell'uno e
l'attuazione dell'altro, ma afferma che l'uomo solo è a sé stesso il vero e il
bene, perché appunto nello svolgimento delle sue umane energie, o per sé prese
o nei loro rapporti colla circostante natura, consiste il solo vero e il solo
bene possibile. E non si limita, quindi, ad affermare la legittimità d'una
educazione naturale dell'uomo, ma respinge come assurda e satireggia come
ridicola pur l'idea d'una educazione soprannaturale, o, comunque, di un
elemento soprannaturale nell'educazione. III Distinguiamo, anzitutto, due
cose che si sogliono, per lo più, confondere: la possibilità d'una educazione
naturale, e la sua effettiva realtà. Che l'uomo possa essere educato, e, anzi,
sia fatto per essere educato al vero e al bene, non c'è dubbio, ma che tutti
gli uomini siano, effettivamente, educati al vero e al bene, che tutti gli
uomini arrivino, in realtà, alla conoscenza del vero e alla pratica del bene,
almeno nella misura necessaria a ciascuno per condurre decorosamente la sua
esistenza umana, nessuno vorrebbe certo, affermarlo, fino al giorno in cui
tutti i viziosi e gl'ignoranti non saranno eliminati dalla faccia della terra.
Si può, è vero, sempre sottilizzare e rispondere che nemmeno l'uomo più rozzo
ed ignorante del mondo vive senza accogliere nella mente un barlume di verità,
che nemmeno il peggiore delinquente può fare a meno di vagheggiare, in fondo all’animo,
qualche sentimento buono, e che, perciò, l'educazione del genere umano, fino a
un certo punto, avviene sempre, e non può non avvenire. Ma è facile obiettare
che la bontà la quale pure possiamo scoprire nel delinquente, o la verità che
regna anche nel cervello dell'ignorante, non sono quella verità e quella bontà
di cui si preoccupa l'educazione. Prodotte da una necessità delle cose, e non
da una libera adesione dello spirito, inconsapevoli di sé, esse si distruggono
e ci danno come risultato l'ignoranza nell'ignorante, e la delinquenza nel
delinquente. O vorremo presentare il delinquente e l'ignorante come il tipo
dell'uomo educato? Una tale ipotesi è così assurda che si confuta da sé. Se ci
dovessimo contentare di quel vero e di quel bene che, come lo Spirito di Dio,
riempiono il mondo e che, anche negandoli, l'uomo è sforzato in ogni condizione
a riconoscere col solo fatto di esistere e di pensare, da lungo tempo l'umanità
avrebbe chiuso le scuole e bruciato i libri e ricacciato i fanciulli ad istruirsi
nella selva primitiva. Se, invece così non ha fatto, e le scuole e i libri, e i
metodi costituiscono ancora la sua preoccupazione dominante, si è perché tutti
sanno che il vero e il bene nell' uomo inconsapevole sono come l'oro, che non
ha alcun valore finché non sia estratto dal fango col quale si trova mescolato.
Torniamo, dunque, alla nostra primitiva affermazione. Benché l'uomo sia, per
natura, potenzialmente educabile, questa possibilità non è ancora una realtà; e
tutti i laboriosi sforzi fatti dal genere umano per educarsi, sono l'implicito
riconoscimento della notevole differenza che intercede fra quella possibilità e
la sua realizzazione effettiva. Riescono, almeno, questi sforzi?
L'educazione naturale riesce, almeno, a portare ciascun uomo che apre gli occhi
alla luce, alla conoscenza del vero e alla pratica del bene? Non pretendiamo
ch'essa formi sempre dei santi, degli scienziati o degli eroi: forma almeno,
sempre, onesti uomini, capaci lavoratori, buoni padri di famiglia? Ahimè, questa
volta la risposta è troppo facile davvero! Se così fosse, oggi che, nelle
nazioni civili l'istruzione è obbligatoria e la scuola tutti accoglie fra le
sue mura, non dovrebbero esserci delinquenti, viziosi, vagabondi o inetti, le
prigioni dovrebbero chiudersi, gli ospedali diminuire notevolmente; le
famiglie, tutte ordine pace e armonia, non conoscerebbero i tristi germi che ne
rodono la vita; la corruzione non insudicerebbe più carte ed anime colle sue
oscene figure; dappertutto il lavoro innalzerebbe la sua lieta canzone, e
la gioia e la serenità soltanto tesserebbero innanzi ai nostri occhi il loro
ordito incantevole. Ahimè! Basta dare uno sguardo alla cronaca dei giornali per
vedere questo sogno svanire come nebbia, al tocco della triste realtà. Anche
nel più modesto mestiere, sono in maggior numero i capaci o gl'incapaci? i
dotti o gl'ignoranti? i laboriosi o i fannulloni? gl'imbroglioni o gli onesti?
No, non sarebbero tanto stimata l'onestà, tanto ricercate e pregiate la
capacità, la competenza, l'attitudine al lavoro, se fosse possibile trovarle a
tutte le cantonate! Ma poi, badiamo, non si tratta, qui, di più o di
meno, di maggioranza o minoranza, che la scienza non si fa come i congressi o
le elezioni. Quand'anche l'educazione universalmente diffusa avesse reso tutti
onesti, tutti bravi, tutti capaci, tutti intelligenti, e di fronte a questi
fortunati mortali un uomo - uno solo - fosse uscito dalle nostre scuole
vizioso, fannullone, stupido e caparbio, io dico che quest'uno solo basterebbe
colla sua esistenza per dare una solenne smentita a tutti i maestri e i
pedagogisti e i metodi e i sistemi di cui si vanta la nostra civiltà.
Quand'anche non si potesse citare che un solo uomo - uno solo - circondato da
tutte le cure e cresciuto in una famiglia esemplare, e affidato ai migliori
maestri, e tirato su fin dall'infanzia nelle più virtuose abitudini, dal quale
poi fosse venuto fuori un giorno un bel fior di canaglia - quand'anche non si
potesse citare che un solo esempio di questo genere - l'educazione umana,
l'educazione naturale, dovrebbe considerarsi incapace di fatto (benché capace
di diritto) a realizzare i propri fini: incapace a far diventare realtà
concreta, quella potenzialità, quella tendenza al bene e al vero che esiste
nella natura umana. E che importa conquistare il mondo, quando si è persa una -
una sola - anima? In quell'anima era tutto un mondo: in lei non è stato
sconfitto solo un individuo, ma il pensiero e il volere umano, irreparabile
sconfitta, poiché quel pensiero e quel volere sono appunto la natura stessa che
non solo si supponeva educabile, ma si presumeva di fatto educare coi nostri
sottili accorgimenti. E invece tale natura ci si ribella e ci si mostra d'un
tratto, in quell'unico individuo, chiusa, avversa, inaccessibile a tutti i mezzi
coi quali l'abbiamo lavorata; come preda d'un fato misterioso contro cui ogni
nostro potere sembra disarmato. IV Finora abbiamo parlato in generale. Ma
le stesse considerazioni particolari e tecniche di cui è piena la storia della
pedagogia, valgono a confermare la nostra tesi. Vediamolo, anzitutto, per il
problema dell'istruzione. Che cosa c'è di più facile, in certo senso,
dell'istruire? Il maestro parla, il discepolo ascolta. Le idee, mediante quel
loro naturale veicolo che è il linguaggio, passano dalla mente dell'uno alla
mente dell'altro. Se il discepolo è stato attento, se i ghiribizzi della sua
fantasia non l'hanno distratto, se un po' di pigrizia non lo ha intorpidito, se
il maestro ha messo nelle sue spiegazioni l'ordine e la chiarezza necessari, la
lezione ha raggiunto il suo scopo, e lo scolaro imparato ciò che doveva
imparare. In sostanza si tratta soltanto di assicurarsi che nessuno dei piccoli
malanni or ora enumerati abbia intralciato il regolare andamento delle cose, e
per fare questa verifica lo stesso strumento che ci ha già servito ci può
ancora servire. Il linguaggio, il naturale veicolo delle idee, già usato per la
lezione, servirà per l'interrogazione e le ripetizioni, le quali dimostreranno
se il discepolo è stato attento e ha compreso, se il maestro è riuscito, nelle
sue spiegazioni, chiaro ed efficace. E quando, sventuratamente, così non
fosse stato, chi ha prodotto il male, ci darà anche il rimedio. Il linguaggio è
sempre là per correggere, chiarire, spiegare di nuovo, interrogare di nuovo, e
dove non bastasse la parola parlata c'è la parola scritta: libri, quaderni,
appunti, riassunti e così via. Ebbene, la storia della pedagogia,
specialmente moderna, è, si potrebbe dire, tutta una critica a questo
semplicissimo e vetusto fra i metodi, di cui l'umanità si è sempre servita per
istruirsi e di cui, con le debite cautele, sempre si dovrà servire. La parola,
infatti, e, con essa l’idea, non è un oggetto materiale che si possa
trasmettere da una mano all'altra, una moneta che l'alunno riceve dal maestro e
chiude nel borsellino. La parola è, prima che suono o segno esterno, atto
interno del nostro spirito, e se questo atto non si produce, l'alunno può
ripetere il suono o il segno senza aver capito niente della cosa significata,
come effettivamente accade tante volte nella scuola. Eppure la ragione di tale
spiacevole inconveniente che, spesso, riduce a una vuota accozzaglia di frasi
nella mente giovanile l'istruzione impartita con maggior cura, è una ragione
chiarissima. La parola è segno dell'idea, e l'idea è, se mi consente il
paragone, lo strumento di una superiore e delicata civiltà che l'uomo adulto e
già colto si è conquistata col sudor della fronte: è un termine ideale che si è
ottenuto astraendolo dai particolari dell'esperienza sensibile. Ma innanzi a
questa superiore civiltà l'alunno e, più, il fanciullo, è ancora un barbaro che
vive in mezzo alle cose sensibili, particolari, e ancora non ha imparato ad
astrarne l'idea, o, se lo ha imparato, ancora non sa mantenersi per lungo tempo
in tale sfera superiore, né può lavorare sulle idee, e seguire tutta una catena
di concetti, di definizioni, di ragionamenti, come la scuola pretende. Ne segue
un errore gravissimo, da parte del maestro, il quale crede di aiutare tanto più
lo scolaro, quanto più gli presenta la materia in ristretto, ridotta a poche,
semplici e chiare idee, e non s'accorge, invece, che tanto più rende
l'insegnamento difficile, quanto più presenta idee semplici, che sono appunto
le più universali e le più lontane dall'esperienza sensibile, nella quale il
fanciullo vive. E allora questi, non potendo capire l'idea, s'appiglia al
partito più facile, e ripete la parola e quanto più il maestro s'affanna a
chiarire, spiegare e semplificare, tanto più diventa impossibile al discepolo
ripetere altro che parole. Per togliere questi inconvenienti, la
pedagogia moderna ha proposto un celebre e decisivo rimedio: conformar l'istruzione
al procedimento con cui naturalmente si formano in noi le idee
astratte. Procedere, cioè, dal particolare all'universale, dal senso
all'intelletto, dall'esperienza al concetto. Non presentare mai la parola senza
la cosa, l'idea senza l'immagine, la definizione senza l'oggetto definito: procurare,
anzi, che l'alunno stesso opportunamente guidato trovi da sé l'idea sotto lo
stimolo della cosa e dell'immagine. È il cosiddetto metodo intuitivo che
innegabilmente, se lo si adopera bene, dà buoni risultati, e al quale è da
augurarsi che ci si ispiri sempre più e meglio in quella riforma di tutte le
istituzioni scolastiche che le moderne nazioni civili vanno da qualche tempo
effettuando. Ma badiamo bene: neppure il metodo intuitivo, pur inteso e
applicato nel miglior modo possibile, è sicuro. Giacché, anche l'esperienza
sensibile, partendo dalla quale si vuol condurre l'alunno alle idee, non è un
oggetto o un processo meccanico, ma un atto dell'anima, che non ha nessun
significato senza un esplicito concorso da parte dell'alunno. E' stato detto
assai bene; anche per spiegare che due e due fanno quattro, avete un bel
prendere il ragazzo, e fargli stendere due dita della destra e due della
sinistra, e poi avvicinarle e far contare: se il ragazzo è disattento, se si
rifiuta di far scattare la scintilla ulteriore del pensiero, se non vuole
ascoltare, nessuna costrizione, fosse anche la tortura, sarà capace di
immettere nella sua testa ribelle quella semplicissima verità. Sicché in ultima
analisi, quantunque i buoni metodi abbiano, certo, molta importanza, tutta
l'istruzione dipende da circostanze imponderabili e imprevedibili che solo la
genialità di un maestro artista può, volta per volta, determinare. Ora, siccome
i maestri geniali ed artisti sono, necessariamente, una minoranza, ne viene di
conseguenza che i tre quarti dell'umanità, affidati a maestri non geniali e non
artisti, ricevono una istruzione difettosa. Ma non facciamo troppo facile
la nostra dimostrazione. Concediamo pure che il metodo intuitivo possa, da
solo, garantirci per tutti una buona istruzione [Il che evidentemente non è,
poiché il metodo intuitivo, se contiene un principio gnoseologico verissimo,
troppo spesso ignora o fraintende il valore del linguaggio, ch'è molto
superiore a quello dei sensibili esterni. Si cfr. nel saggio precedente la
teoria di San Tommaso in proposito]. Supponiamo anche ch'esso sia sempre facile
ad applicare dappertutto; anche, mettiamo, alle scienze morali e filosofiche,
nelle quali, pure, tutti vedono non esser tanto semplice trovare, quando
occorre, una esperienza corrispondente alle singole idee. Io domando: chi vi
garantisce che quel metodo possa essere applicato in tutte le scuole? Badate:
sono secoli che la pedagogia conosce i difetti del verbalismo scolastico, e i
pregi del metodo intuitivo; sono secoli che i migliori studiosi lamentano il
deplorevole insuccesso dei sistemi abituali; sono secoli che sapere scolastico
è sinonimo di sapore falso, freddo, morto, inutile: eppure ancor oggi, in mezzo
a tutta la nostra civiltà, una migliore organizzazione dell'istruzione
scolastica non s'è potuta ottenere se non incidentalmente, in alcuni
istituti-modello, in alcuni ordini e gradi di scuole, in alcuni paesi
privilegiati. Nella maggior parte dei casi, la scuola continua ad esser tutta
spiegazioni verbali, definizioni astratte, ripetizioni, classificazioni, suoni
e parole che gli studenti ingozzano spesso senza intenderne nulla, per
ripeterle tal quali agli esami, e dimenticano subito dopo. E se un principio
scientifico cosi evidente come quello del metodo intuitivo ha dovuto aspettare
per secoli una parziale e incompleta realizzazione, che sarà di altre verità
pedagogiche più astruse e complicate, eppure non meno necessarie a un buon
andamento dell'istruzione? Quanti altri secoli dovremo attendere perché siano
messe in pratica? Ma supponiamo, ancora, che i metodi secondo cui
l'istruzione s'impartisce nelle scuole siano sempre e dappertutto i migliori
possibili; supponiamo tutti i maestri buoni e tutti i discepoli volonterosi;
supponiamo rimosse le condizioni economiche e sociali che oggi impediscono, o
limitano a taluno la frequenza scolastica. Otterremo, per questo, un'umanità
sufficientemente istruita in quelle fondamentali verità che importa all'uomo
conoscere? Ahimè, non solo il genio, ma anche la comune intelligenza concluderà
che non è in poter nostro ottenerla quando vogliamo. Perché un Dante o un
Galileo può formarsi nonostante tutti i difetti delle scuole, e, viceversa, i
più perfetti metodi del migliore istituto modello debbono confessarsi vinti
dalla impenetrabile stupidità di un ragazzetto? Perché uno nasce aquila ed un
altro gallina? Perché i procedimenti che riescono bene con un alunno,
falliscono con un altro? Domande alle quali non si può dare che la solita
risposta: dipendere il successo dell' educazione o dell' istruzione, da
circostanze imponderabili le quali variano caso per caso. Il che significa, in
fondo, riconoscere l'incertezza, la precarietà e il limitato valore di tutti i
sistemi e i metodi dell'educazione umana e naturale, supposta anche nelle più
ideali e favorevoli condizioni. Questo, per l'istruzione. Che cosa bisognerà
dire per l'educazione, intesa come formazione morale e, in genere, formazione
della volontà? Se pare tanto difficile la lotta contro l'ignoranza, che sarà
della lotta contro la pigrizia, contro la sensualità, contro l'orgoglio, contro
l'egoismo, contro tutte le tendenze inferiori della natura umana? Anche qui, la
storia della pedagogia è tutta un lamento sulla assoluta insufficienza e di
questa educazione in se stessa, e dei metodi usati per conseguirla. Uomini
dotti, pur coi difetti dei loro metodi, scuole e collegi e atenei ne producono
abbastanza, ma uomini temperati, casti, umili, pronti al sacrificio, generosi
verso il prossimo? E si capisce. Siccome la volontà non può muoversi alla
cieca, senza il lume della conoscenza, le difficoltà dell'educazione morale
sono in certo modo doppie: sono, per una parte, quelle stesse dell'istruzione,
e per l'altra quelle specifiche dell' educazione. È già difficile per le
ragioni or ora esaminate, che tutti gli uomini possano ricevere una sufficiente
istruzione morale: che, cioè, il non rubare, non dire il falso testimonio, non
desiderare la donna d'altri e simili precetti della morale naturale siano
appresi da tutti, non come semplici suoni di parole che si ripetono pensando ad
altro, ma come nozioni positive che suscitano una vera, interna convinzione.
Ma, anche se questo si potesse garantire, quando ciascun uomo vi sapesse
dimostrare con eccellenti ragioni filosofiche tutti i precetti della morale, si
sarebbe raggiunto appena per metà lo scopo desiderato. Non basta saperli quei
precetti: occorre metterli in pratica; non basta pensarli: bisogna volerli e
applicarli; e non basta metterli in pratica una volta sola, bisogna farli
diventare abitudine di tutta la vita. Saper che non si deve rubare e, ciò nonostante,
appropriarsi, quando si può farlo senza pericolo, la roba altrui, predicar la
temperanza ed essere intemperanti, esaltare la castità e darsi al vizio, non
significa certo essere educati moralmente. Ora, il difetto che la pedagogia
moderna ha più criticato nella educazione morale corrente, si è appunto il
vecchio pregiudizio che basti predicare e insegnare e far leggere libri o
novellette morali, per produrre la virtù: laddove l'insegnamento e la predica e
la buona lettura, sono certo necessari ma concludono poco o nulla se la virtù
non è praticata e fatta costantemente praticare attraverso le azioni. Il
tirocinio effettivo dell'azione deve costituire per la volontà quella medesima
base solida che l'esperienza sensibile è per l'intelletto: le idee morali
debbono, per imprimersi, ricevere dalla pratica quel positivo significato che
le idee scientifiche ricevono dalla sensazione degli oggetti particolari.
Ma questo tirocinio effettivo, pratico, dell'azione, abbastanza facile ad
organizzarsi finche si tratta di azioni materiali e, in certo modo, esterne,
tendenti a rinvigorire la volontà come l'esercizio ginnastico rinvigorisce i
muscoli, diventa poi difficilissimo quando si tratta d'azioni più
specificamente morali, ove la volontà stessa deve ottemperare ad un giudizio
della ragione che le indica questo come male e quello come bene. La teoria
pedagogica in materia che va per la maggiore è la famosa teoria delle
conseguenze naturali: teoria che vorrebbe allontanare dal vizio (e, per
converso, avvicinare alla virtù) col lasciare che l'azione malvagia sia
esperimentata dall'educando stesso nelle sue conseguenze dolorose. Ma tale
teoria, sventuratamente, ha il difetto d'essere inapplicabile proprio in quei
casi dove maggiore sarebbe il bisogno. Io posso, cioè, lasciare benissimo che
il fanciullo, dopo aver rotto un vetro, sia punito della sua sbadataggine dalla
rigida aria invernale che viene a pungerlo attraverso i telai della
finestra; posso lasciargli fare una scorpacciata di dolci perché provi, poi, il
mal di ventre e l'amara purga; posso lasciargli prendere un frutto dall'albero
del vicino, perché il padrone gl'insegni, colle sue rudi maniere campagnole, il
rispetto della proprietà. Ma non posso permettere che quello stesso fanciullo,
cresciuto in età, perda ogni suo avere al giuoco per imparare quanto sia
dannoso il giuoco, o si sciupi l'anima nelle peggiori compagnie per comprendere
quanto sia dannosa la cattiva compagnia, o si dia ai facili amori per provare
l'amaro sconforto delle abitudini viziose. Posso seguire Rousseau finché si
tratta di rompere un vetro, non posso seguirlo, quando mi chiede di entrare,
pel servizio del mio allievo, in un luogo di corruzione. Il rimedio sarebbe
peggiore del male. È vero bensì, che l'esperienza acquistata nelle piccole
azioni si riflette nelle grandi e che lo stesso alunno, il quale ha
riconosciuto a spese proprie ben fondato il consiglio dell'educatore a
proposito di un vetro o di un frutto, avrà una ragione positiva per ritenerlo
ben fondato anche quando si tratterà di cose più importanti. Ma appunto in
questo passaggio sta il pericolo. Chi ci garantisce che, invece, abituato
dall'infanzia a provar tutto da sé, il giovane non trovi strana e irragionevole
questa pretesa di frenarlo, proprio sulle soglie della maturità? Chi ci
garantisce che egli, fatto ormai quasi uomo non respinga come sciocchi e
puerili i consigli dell'educatore e non voglia, una volta di più, esperimentare
per conto suo? Badiamo: non è detto che questo secondo caso debba sempre
verificarsi, ma non è detto neppure che debba sempre verificarsi il primo. In
teoria sono possibili ambedue: e, pur ammettendo che in pratica si dia eguale
probabilità d'incontrar l'uno e l'altro, l'efficacia d'una educazione che
raggiunge il suo scopo solo in una metà dei casi, diventa molto problematica.
In ogni modo, siamo già entrati anche qui nelle circostanze imponderabili che
variano volta per volta e che solo la sagacia d'un geniale educatore può, volta
per volta, scoprire. Ora, noi sappiamo che gli educatori geniali non si
fabbricano a piacere, quando se ne ha bisogno, e neanche dove ci sono riescono
sempre, in ogni momento e per ogni educando, egualmente geniali. Ma
l'educazione morale incontra, purtroppo, un altro ostacolo ben più grave di
quel che non sia la deficienza dei metodi o l'imperizia degli educatori. Tale
ostacolo all'educazione della volontà, se ci si permette il bisticcio, sta
proprio nella volontà male educata: nella volontà umana che tende, sì, alla
virtù, ma la trova dura, difficile e mortificante; e allora s'ingegna di
addolcirla, di mitigarla, di conciliarla cogli interessi e le passioni: di
falsificarla, insomma, per proprio uso e consumo. La storia della filosofia ce
ne offre a bizzeffe, di queste morali falsificate che esaltano a gran voce
l'ideale e il dovere, ma si trincerano in un prudente silenzio quando si
tratta, questo ideale e questo dovere, di vederli concretarsi in un positivo
sistema di azioni o, peggio, forniscono criteri coi quali l'uomo arriva a
giustificare qualsiasi azione. Le dispute, le eterne dispute fra scienziati e
fra filosofi non sono mai state così universali come nel campo dell'etica. E
chi ci garantisce che quei pochi i quali vedono giusto, riusciranno ad imporre,
nella scuola e nell'educazione in genere, la loro morale, contro gli altri,
tanto più numerosi, che sbagliano per deliberato proposito, e che hanno a
favore delle loro dottrine le fragorose voci dell' interesse, delle passioni,
delle inferiori tendenze umane ricalcitranti contro ogni severa disciplina?
VI Da queste considerazioni, e da altre ancora che si potrebbero fare,
emerge una conclusione niente affatto confortante per l'educazione naturale. Se
gl'inconvenienti che abbiamo notato sussistono, se, per essere bene educato,
l'uomo ha bisogno e d'un geniale maestro, e di un buon metodo e di una buona
scuola, e di una buona famiglia, e di una infinità di altre circostanze
imponderabili che rendono fecondo nell'animo suo il concorso di tutti questi
elementi, allora ogni uomo che nasce ha tanta probabilità di essere educato,
quanta, poniamo, di essere ricco, o di vincere alla lotteria, o di diventare un
grande poeta. Con la differenza però, che mentre ogni uomo può vivere benissimo
senza ricchezze, senza vincite alla lotteria e senza essere grande poeta, non
può vivere, intendo vivere da uomo e non da bruto, senza essere morale e
ragionevole, senza adoperare l'intelletto e la volontà, caratteristiche
essenziali della sua natura, per gli scopi pei quali gli furono dati. In questo
senso, per poter riuscire nel suo intento, l'educazione avrebbe l'obbligo
d'essere più universale, pronta e vigile della stessa carità. Eppure,
nonostante tali scarsissime possibilità di riuscita noi dobbiamo, dopo tutto,
meravigliarci non che l'educazione faccia poco, ma che faccia troppo. Invece di
produrre, come dovrebbe a rigor di logica, accanto a un'aristocrazia di pochi
superuomini, sterminate moltitudini avvolte nella peggiore barbarie,
l'educazione mantiene, innegabilmente, nell'umanità un livello intellettuale e
morale non disprezzabile. Scuole, istituti, maestri, compiono la loro missione:
e tanto la compiono che nei paesi ove queste istituzioni sono sconosciute, la
civiltà, e intellettualmente e moralmente, è molto più indietro; tanto la
compiono che, a un limite estremo, se noi potessimo pensare un uomo il quale
dalla nascita in poi non avesse mai ricevuto alcuna educazione, sia pur
difettosa, né dalla madre, né dagli altri suoi simili, dovremmo immaginarlo più
che come un selvaggio, come un animale; tanto la compiono che è in gran parte merito
loro se un popolano dei nostri tempi ha, in molte materie, più cognizioni che
un dotto dell'antichità, e se, dopo secoli e secoli, gli uomini hanno imparato
a camminare per le strade senza sbudellarsi a vicenda e a mangiare, bere e
dormire senza affogarsi nella sporcizia e nel sudiciume; che di questi
progressi medesimi l'uomo possa talvolta abusare, facendosene mezzi di
peggioramento anziché di miglioramento, chi lo nega? Ma di che cosa non può mai
abusare l'uomo? In realtà il genere umano quando spende tante fatiche
nella propria educazione ha fede in un successo le cui probabilità sono,
secondo la logica della ragione naturale, addirittura irrisorie, e che pure si
ottiene, non colla regolarità e l'ampiezza che ciascun cuore generoso
desidererebbe, ma, tutto considerato, in una misura assai larga. Chi affida un
figlio alla scuola sa benissimo di avere soltanto una scarsissima probabilità
ch'esso venga educato coi metodi più perfetti e dai maestri più geniali, e con
tutto quell'insieme di circostanze interne ed esterne necessario a rendere
feconda l'educazione. Pure, ha fede nella buona riuscita, dei suoi e degli
altrui sforzi; ha fede, diremmo, in una misteriosa equazione fra possibilità e
realtà, fra l'educazione in quanto teoricamente possibile e l'educazione in
quanto effettivamente avvenuta, una fede che nessun calcolo potrebbe
giustificare, anzi della quale ogni calcolo ci mostrerebbe il tenuissimo
fondamento. Ora, che cosa è mai questa fede apparentemente irragionevole? E chi
è che realizza quell'equazione misteriosa? È la forza stessa delle cose,
l'evoluzione stessa dell'universo, risponde il positivista. È la
razionalità del reale, lo sviluppo dello spirito, dell'io immanente ed
onnipresente, risponde l'idealista. Poiché l'uno e l'altro, in fondo, nelle
loro pedagogie riconoscono lo scarso potere dell'educazione naturale, delle sue
istituzioni, dei suoi procedimenti metodici, e l'uno e l'altro debbono
ammettere, nella formazione intellettuale e morale del genere umano, una forza
sconosciuta, superiore ad ogni nostro accorgimento; un disegno complessivo
della realtà al quale sembra conforme che certe educazioni debbano riuscire
nonostante tutti i loro difetti, e certe altre fallire nonostante tutti i loro
pregi. Ma per il positivista come per l'idealista questa forza non è superiore
alla natura: è la natura stessa, spirito o materia che sia; è l'evoluzione o la
storia che forma l'individuo educato più o meno, come il mare forma onde
nell'uno o nell'altro modo senza che di tale sua cangiante irrequietezza si
possa addurre un motivo. Il fatto non ha altra ragione dal fatto stesso: è così
perché è così. Pure, questa stessa, implicita confessione dei nostri avversari
è preziosa, poiché, volendo allontanare il mistero lo conferma, e volendo tutto
ridurre a principi naturali, riconosce che l'azione stessa di questi principi
è, nei suoi effetti e nelle sue forme, imprevedibile secondo la natura e la
ragione. Materia, spirito, evoluzione o storia, sono tanti nomi del mistero:
tanti nomi i quali esprimono una realtà che trascende ogni nostro singolo
raziocinio ed ogni nostra esperienza concreta. Ma sono nomi oscuri e
contorti, che non possono appagare nessuno. Spiegare il fatto col fatto stesso,
dire: è così perché è così, significa non spiegare nulla. L'educatore sarebbe
come il giocatore che arrischia il suo avere sulla probabilità che i dadi o le
carte o la ruota producano una fra le tante possibili combinazioni. L'equazione
fra possibilità e realtà si compirebbe a caso. Ora, la fede dell'educatore ha,
invece, un significato ben diverso, non riposa su un calcolo di probabilità e
nemmeno sull'idea di una vaga razionalità sparsa in giro per l'universo: riposa
sull'idea di un potere consapevole ed intelligente che dirige l'umanità nei
suoi deboli sforzi per il proprio miglioramento, secondo un preciso disegno di
cui a mala pena possiamo, talvolta, intravedere qualche parte. Potere che
compie, nonostante tutte le nostre deficienze, l'educazione del genere umano
anche là dove parrebbe temerario tentarla. Potere che forma Dante e Galileo
nonostante i difetti delle scuole, e al quale si deve se l'ignorante e il
delinquente non si moltiplicano in orde barbariche per abbattere la civiltà.
Questo potere è il potere di Dio. Dio è l'autore della misteriosa equazione che
si compie tutti i giorni, nell'opera educativa, fra possibilità e realtà.
La pedagogia e la filosofia debbono fermarsi qui. Più oltre, bisognerebbe
entrare nell'ordine soprannaturale mostrando come il divino Educatore abbia
compiuto e compia la Sua missione, sia con una Rivelazione che ha offerto a
tutti gli uomini le verità e i precetti morali onde avevano bisogno, senza le
incertezze della scienza umana, sia con una assistenza positiva, con la grazia
di cui attraverso la vivente azione della Chiesa ciascuno partecipa; sia in
quei modi speciali ed imprevisti che alla Sua saggezza sono parsi opportuni. Ma
la pedagogia e la filosofia possono garantire, come abbiamo visto, almeno
questa importante conclusione. Senza ricorrere a un elemento soprannaturale,
l'educazione, anche nell'ordine puramente naturale, rimarrebbe indispensabile
e, nello stesso tempo, irraggiungibile al genere umano. Pur non potendolo dire
assolutamente necessario, nel senso logico della parola, poiché l'idea d'una
educazione naturale e della sua conseguente riuscita non presenta alcuna
contraddizione intrinseca, dobbiamo dirlo, l'intervento soprannaturale
nell'educazione, necessario di una necessità relativa e morale: utile
nello stesso senso in cui i teologi parlano della utilità della rivelazione.
Ecco una sfera lanciata attraverso lo spazio. Nulla v'è d'assurdo all'idea
ch'essa debba indefinitamente continuare nel suo moto, anzi, appunto, questo
dovrebbe accadere secondo i principi della fisica. Pure la sfera, a un certo
punto, arresta il suo cammino e cade; gli attriti e le resistenze hanno
assorbito la forza da cui era animata. Lo stesso può dirsi della educazione
naturale. La natura umana tende spontaneamente al vero e al bene, è
indefinitamente educabile e perfettibile, dovrebbe continuare all'infinito il
suo progresso. Pure, gli attriti opposti dalle sue tendenze inferiori,
dall'interesse, dalle passioni, dalla sensualità, ben presto la fermano in
cammino, e ci vogliono tesori d'accorgimento, di sapienza, di genialità per
farla progredire, per dare ad un uomo solo, anche la più modesta educazione,
così come ci vogliono macchine complicate e delicate per dare ad un solo
oggetto una limitata quantità di moto. Che diremmo di un fisico il quale
volesse far marciare tutti i corpi, compresi i pianeti e le stelle, a forza di
macchine? Che, perciò, di un pedagogista il quale voglia educare tutto il
genere umano colle scuole e i maestri, i collegi ed i libri? L'educazione
naturale è, come il moto perpetuo, possibile solamente in teoria. Ma per
realizzarla, per realizzarla in modo che tutta l'umanità abbia il suo vero e il
suo bene, i suoi giorni laboriosi e i suoi riposi meritati, le sue messi e le
sue industrie, il pane del corpo e il pane dello spirito, la sua dignità e la
sua fede, è necessario il braccio di Colui che sospese negli spazi, fiammante
tappeto ad un trono invisibile, la corona di soli che i nostri occhi
intravedono in un lontano luccichio dorato, nella notte. L'Anima della
pedagogia. Discorso tenuto per l'inaugurazione dell'anno accademico
nell'Istituto Superiore di Magistero “ Maria Immacolata il 17 dicembre 1924. È importante che il
lettore tenga presente tale data, poiché alcune critiche contenute in questo
studio rispecchiano, necessariamente, le condizioni dell'Italia liberale e
democratica, che sono com'è ovvio assai diverse da quelle dell'Italia d'oggi. Domando
scusa se sono costretto a incominciare con l'affermazione di una verità così
poco peregrina com'è quella secondo cui la scuola non è fatta dall'edificio ove
si tengono le lezioni, dalle aule, dai banchi, dagli orari, dai programmi, e
nemmeno, rigorosamente parlando, dalle persone discenti e docenti; sebbene da
quell'idea, da quello spirito, da quell'indirizzo animatore che, dimostrandosi
capace d'informare di sé tali disjecta membra, le stringa davvero in un
organismo vitale. Ma voi sapete pure che le verità, quanto più sono evidenti,
tanto più spesso corrono pericolo di esser dimenticate o non avvertite: come
l'aria, della quale viviamo senza accorgercene, o come se mi perdonate il
brusco trapasso — la felicità che si va a cercare, talora, in paesi lontani,
mentre si avrebbe sotto mano, piena ed intera quanto alla condizione umana è
dato raggiungerla, fra le mura di casa propria. In particolare, poi, le verità
riguardanti la scuola hanno avuto da noi, in Italia, fino all'altro giorno, la
curiosa caratteristica d'esser proclamate a gran voce, con mirabile accordo, da
un notevole numero di persone, ma di esser poi, con un accordo ancor più
mirabile, dimenticate e violate nella pratica da un numero ancor più notevole
di persone fra le quali, sempre, in primissima linea, coloro che avevano
qualche potere in materia di politica scolastica. Ad esempio, per restare
nell'ambito di quel che dicevamo poco prima, qual è il cittadino italiano
immischiato comunque, per dovere od elezione, nelle cose scolastiche, che non
abbia, semprechè l'occasione e la cultura propria glielo permettessero, fatto
dei discorsi sull'anima della scuola, sulla sacrosanta necessità di educare
oltreché istruire, sull' imprescindibile dovere di dare alle nuove generazione
un saldo indirizzo ideale, ecc.? Tanto che chi dovesse, sull'unica base di quei
discorsi, formarsi un concetto intorno alle condizioni della scuola italiana
nell'ultimo trentennio, sarebbe tratto certamente a immaginare che, povera
quantitativamente di edifici, di denaro, di persone, di numero, per le ancor
scarse disponibilità economiche del paese, essa poi fosse forte e rigogliosa
all'interno, tutta pervasa da un unico, ben definito ideale, informante di sé
l'umile opera dell'insegnante come la superiore attività legislativa dei
ministri e del parlamento. Orbene, in realtà è avvenuto proprio il contrario.
Le nostre università sono state numerose più di quelle della dotta Germania o
della miliardaria America, eppure noi non siamo ancora riusciti a diffondere
nel ceto dei professionisti, degli alti funzionari, degli impiegati cosiddetti
forse per ironia di concetto, nemmeno la parvenza di quella cultura decorosa
che tali classi hanno persino fra le più modeste nazioni civili moderne. Le
nostre scuole medie sono diventate, a lungo andare, talmente pletoriche, da
rappresentare infine una specie di piaga nazionale; eppure, gli individui
capaci di leggere, gustandolo, un classico, o di interessarsi, per propria
soddisfazione, a un qualsiasi ordine di problemi scientifici, si contano sulla
punta delle dita. Le nostre scuole elementari sono, non diciamo troppe e
neanche tante da bastare, in sé alla funzione che dovrebbero adempire, ma certo
non poche in relazione ai magri bilanci dei comuni e degli enti pubblici onde
traggono il loro sostentamento; eppure, non solo l'analfabetismo imperversa, ma
è accompagnato da quell'altro, ben più pericoloso fenomeno, che è la
noncuranza, l'accidia, la pigrizia interiore, la sordità ai valori spirituali,
l'analfabetismo morale insomma. Né in questo groviglio d'istituzioni
scolastiche venute su alla peggio, sotto la pressione dei più svariati casi o
interessi, burocraticamente amministrate senza alcun riguardo a finalità ideali
e ad esigenze interne, flagellate da una pioggia di decreti, leggi, regolamenti
cozzanti fra di loro nel più assoluto caos, si saprebbe comunque scoprire, non
dico un'anima, ma solo una certa, anche tutta estrinseca, unità e coerenza
d'indirizzo, se indirizzo non si vuol chiamare la proclamazione aperta di non
averne alcuno, che tale è appunto la scuola laica neutra onde siamo stati
deliziati fino a ieri. Tutto ciò, naturalmente, non vale per il nuovo stato di
cose prodotto dalla recentissima legislazione della riforma GENTILE (si veda):
i benefici effetti della quale, giova credere, presto si faranno sentire nel
loro lato positivo, giacché per ora, come era del resto naturale e giusto che
accadesse, l'esame di stato ed altre misure simili hanno agito piuttosto
spazzando via gli ultimi resti della vecchia mentalità liberale che ancora
paralizzava il nostro organismo scolastico. Ma ecco che mi sperdo in un
mare di considerazioni poco piacevoli e intanto dimentico l'oggetto primo del
mio discorso. Ch'era, semplicemente, di dirvi, in omaggio alla non peregrina
eppur troppo spesso dimenticata verità dalla quale avevamo preso le mosse, come
la fondazione di questo Istituto Superiore di Magistero, che s'intitola al Nome
tanto dolce ad ogni anima cristiana, non possa rimanere solo una di più fra le
lodevoli iniziative onde si vanta l'azione cattolica in Italia, che pur trae
dalla sola vigile carità dei fedeli mezzi ed opere, quali nessuna sapienza di
amministratore saprebbe immaginare e ne fa fede questo stesso Istituto nel
volger di pochi mesi creato e provvisto di tutto il necessario con una
larghezza veramente signorile di cui bisogna render grazie alle Suore che
l'hanno voluto ospitare. Se una scuola non è formata solo dalle aule e dagli
edifici e dal materiale, se, prima di tutto, essa ha da rappresentare uno
spirito e un pensiero, allora è nostro dovere domandarci qual è lo spirito e il
pensiero che ci sostiene, ch'è poi quanto dire in nome di che cosa e con quali
idee direttive i cattolici italiani hanno offerto alla loro patria, già, come
notavamo un momento prima, anche troppo gravata dall'eccessivo numero degli
istituti universitari esistenti fino a ieri, una nuova scuola
universitaria? Problema difficile certo, e tale da render pensosi quanti
si preoccupano delle sorti della cultura cattolica in Italia e del quale io non
presumo davvero darvi qui la soluzione, non solo perché non è argomento da
sbrigarsi in poche parole, ma anche perché io confido a tale uopo nel vostro
futuro concorso, di quando voi stesse avrete superato in certo modo quel duro
tirocinio che vi attende, di disimparare al più presto quello che la
ingloriosamente defunta scuola normale vi ha insegnato o ha finto d'insegnarvi,
per rimparare non dico, che non voglio essere esageratamente pessimista, tutto
il contrario, ma almeno con spirito ben diverso, con altre finalità, con un
differente senso dello sforzo gioioso base d'ogni cultura, i primi rudimenti,
ossia gli strumenti del lavoro, d'un vero sapere, non peso morto e oppressione
ingombrante dell'anima, ma compito quotidiano da adempiere se anche con
sacrificio, colla coscienza di riempire d'un nuovo valore la propria vita.
Problema, perciò, del quale io non posso darvi più di un senso e, direi quasi,
un sospetto e un presentimento, fondandomi non solo su quel che avrete certo
visto e sentito dire sul rivolgimento avvenuto, da un anno a questa parte, in
materia scolastica, nel nostro paese ma, soprattutto, sullo spirito che v'ha
infuso la vostra comune Madre, la Chiesa, quando accogliendovi nel suo seno
come semplici fedeli, o inscrivendo talune nella milizia schierata sotto le
bandiere dei diversi ordini religiosi che veggo fra voi rappresentati, ha
trasfuso in voi quegl'immutabili principi direttivi del pensare e dell'operare
che, per divina promessa, dureranno in eterno, anche quando il cielo e la terra
cadranno da sé come vestimenti vuoti. Che cosa sia in sé un Istituto
Superiore di Magistero secondo la nuova legislazione scolastica, voi certo
sapete. Formare insegnanti per le scuole medie, migliorare e allargare la
cultura dei maestri abilitandoli alle funzioni direttive ed ispettive, sono già
compiti veramente nobili, da invogliarci a lavorare con tutta la nostra energia
perché: chi sono gl'insegnanti delle scuole medie? Sono coloro che plasmano, in
sostanza, le classi dirigenti di domani, le quali appunto in quelle scuole
ricevono la prima umana educazione del loro spirito. E chi sono i direttori e
gli ispettori? Sono coloro che hanno in mano tutto l'organismo delle scuole
elementari e, per conseguenza, l'educazione del popolo. Ora, nessuno può negare
che e l'una e l'altra cosa, l'educazione delle classi dirigenti e l'educazione
del popolo, siano, da noi, bisognose di urgenti riforme delle quali i cattolici
non possono in alcun modo disinteressarsi. E non basta che tali riforme siano
ormai sancite da un corpo di leggi del quale l'Italia può oggi andar
giustamente orgogliosa, giacché le leggi ci sono, ma occorre chi ponga mano ad
esse, ossia chi le realizzi nella propria intelligente operosità. D'altronde
non si guarisce in pochi giorni dalla malattia di oltre un cinquantennio, anzi,
a guardar bene, di secoli. Giacché la nostra patria, per ragioni storielle che
ora sarebbe troppo lungo indagare, non ha da secoli avuto una cultura nel senso
di attiva partecipazione delle classi socialmente più elevate ai lavori dello
spirito. Ci sono stati, non meno numerosi che altrove, i geni dell'arte o della
scienza, ma solitari, inaccessibili, chiusi nello sforzo della creazione, senza
un pubblico che li seguisse, senza un'anima nazionale che si riconoscesse
in loro e si assimilasse i risultati della loro opera, fermandola nella
stabilità d'una tradizione. Perciò quando l'unità italiana compiuta permise la
formazione d'uno Stato moderno, il problema tormentoso si riprodusse: da un
lato le grandi personalità solitarie, dall'altro le plebi misere ed ignare, nel
mezzo una classe dirigente improvvisata, sfornita di ogni vera consistenza
interiore, costretta a vivere giorno per giorno d'una politica di ripieghi. Ed
eccoci a quello che dicevamo prima sull'analfabetismo morale, ben più
pericoloso dell'analfabetismo grafico. In altre grandi nazioni civili europee
il medico o l’avvocato, l'ingegnere o il funzionario, il banchiere o
l'industriale d'una certa levatura non si limitano a compiere, per delicati e
difficili che siano, i doveri della propria professione, ma spesso sentono il
bisogno di riempire le proprie ore libere con qualche nobile disciplina
spirituale. E il funzionario, uscito dall'ufficio, si dedica a studi letterari,
e il medico, lasciati gli ammalati, coltiva la filosofia, e l'avvocato, dopo le
sue pratiche legali, va acquistando una vera competenza nella storia politica,
e l'industriale, chiusa la fabbrica, non vuol più sentir parlare di registri e
di conti, ma riempie la casa di quadri e di mobili antichi e si esercita con
passione nella critica d'arte. Né è raro il vedere persone già innanzi negli
anni intraprendere, poniamo, per la prima volta lo studio della musica, o
iniziarsi a qualche difficile ramo di ricerche scientifiche, quasi ad
apprestare alla prossima vecchiezza un'occupazione dignitosa che le impedisca
d'isterilirsi nell'ozio e di esaurirsi nella malinconica contemplazione dei
propri acciacchi. Quel che accadesse, invece, da noi fino a ieri, purtroppo
ognuno lo sa [Anche qui si tenga presente quanto s'è già osservato, in altra
nota: che si parla, cioè, dell'Italia di... altri tempi! Oggi si potrebbe,
forse, dire il contrario: la mentalità democratica, tessuta di atteggiamenti menzogneri
e capricciosi, sta facendo perdere alle grandi nazioni europee ogni vera
superiorità culturale. E invece, da noi sotto la nuova, severa disciplina
romana, le classi dirigenti si sono trasformate con una rapidità che, in altri
tempi, sarebbe parsa incredibile.], dove non solo funzionari e impiegati,
avvocati e medici, industriali e finanzieri non conoscevano — salvo pochissime
lodevoli eccezioni — altro modo d'impiegare il proprio tempo libero che non
fosse il biliardo o il caffè, il giornale e le chiacchiere, il cinematografo e
l'operetta, per tacere il peggio, ma persino alcuni professori e maestri
accoglievano l'obbligo di studiare e di dimostrare ad ogni occorrenza una
cultura larga, soda, frequentemente rinnovata, sancito dalla nuova legislazione
scolastica, con una meraviglia così ingenua da far sospettare che, nei loro
pedagogici cervelli, fra il mestiere dell'insegnamento e l'obbligo di studiare
non fosse mai esistito il sospetto d'una, sia pur lontanissima, relazione. E
quando un simile esempio viene dato da quelle che dovrebbero essere, nel
miglior senso della parola le classi dirigenti, che cosa può fare il popolo se
non disertare la scuola per la bettola e il libro per il mazzo di carte? Il
maggior tempo libero e i più alti salari ottenuti al proletariato dalle
agitazioni socialiste del '20 e del '21 gli servirono non già ad elevarsi
intellettualmente, sebbene a vagabondare, a gozzovigliare, a sfoggiare, con
mentalità pescecanesca, stoffe costose e gioielli. Come vedete la questione
intellettuale si trascina dietro, inevitabilmente, la questione morale, e direi
anche, se voi non interpretaste la parola in cattivo senso, la questione
politica. Sì, perché quel professionista, quel funzionario, quell'impiegato
che, finito il proprio lavoro, invece di godere le vere libertà del
raccoglimento e della meditazione, va a divertirsi in un modo più o meno
discutibile, si forma poco a poco le physique o, meglio, le moral du róle,
ossia la mentalità adeguata all'ambiente che frequenta: la mentalità del caffè,
del cinematografo, dell'operetta, il dilettantismo frivolo, il semplicismo,
l'orrore dei problemi seri che implicano fatica e disciplina, l'amore del
lusso, l'insofferenza d'una vita tranquilla e modesta. Proprio come l'operaio
moralmente analfabeta che nei suoi salari che gli hanno permesso il
pescecanismo dei polli arrosto o dei vestiti costosi trova l’incentivo più
sicuro all'odio e alla rivolta contro i ricchi, i quali, assoggettandolo al suo
duro lavoro quotidiano, hanno voluto escluderlo da quella pantagruelica
gazzarra in cui gli sembra debba celebrarsi la vera vita. Ora, mentalità
simili, oltre all'anarchia che portano necessariamente alla coscienza morale
dell'individuo, oltre alla corruzione e al vizio di cui necessariamente debbono
pascersi, sono incompatibili colla esistenza politica d'una nazione, che vuol
lavoro e disciplina, serietà e sobrietà, capacità di pensare e spirito di
sacrificio. Ed ecco, allora, anche la politica uniformarsi ai superiori dettami
del caffè e del cinematografo, della pochade e dell'operetta; ecco le
chiacchiere con cui ognuno risolve i più complessi problemi, congiunte alla più
massiccia ignoranza delle cose più elementari; ecco il fumo negli occhi al
volgo gettato dai professionisti politicanti; ecco la corsa alle cariche,
agl'impieghi, alle prebende; ecco la incapacità dell'opinione pubblica ad avere
qualsiasi serietà e consistenza. Come meravigliarsi che per imporre il
principio d'una disciplina in un ambiente simile non ci sia voluto meno del
manganello e della rivoltella con tutti gli annessi inconvenienti? Il buon
pubblico liberale e democratico, quello dello stellone, non fu purtroppo
accessibile al pacifico lavoro della stampa, alla discussione di problemi
dibattuti nelle assemblee, sulle riviste, nei libri: se non aveva il fattaccio
con morti e feriti, non si scuoteva. Pensate, per esempio, a un altro campo ove
si è avuta gran copia di quei metaforici morti e feriti che sono i bocciati
alla scuola media. Da quanto tempo noi, poveri pedagoghi, non avevamo scongiurato,
implorato, supplicato coi pacifici e democratici mezzi dell'articolo, della
conferenza, del libro, i padri di famiglia perché degnassero occuparsi delle
scuole ove pure i loro figli trascorrevano in gran parte la propria vita?
Quante volte non avevamo denunciato a gran voce il vuoto, la nullità,
l'inettitudine di quelle pretese fucine del sapere? Quante volte non avevamo
avvertito che così non poteva più andare innanzi e che la settimana rossa del
'14, Caporetto, le agitazioni socialiste del dopoguerra, fenomeni fra le cui
cause doveva certo annoverarsi in primissima linea l'analfabetismo morale
alimentato dalle nostre scuole, erano già indizi sicuri di quel che poteva un
giorno succedere se non si fosse presto messo un riparo alla degenerazione scolastica
da cui eravamo afflitti? Credete voi che i padri di famiglia ne fossero
impressionati? Che! era come parlare al muro. C'è voluto il manganello
dell'esame di Stato colle conseguenti bocciature, perché i signori padri di
famiglia, toccati nel punto sensibile della borsa, da una pedagogia ben
altrimenti efficace di quella degli articoli e delle conferenze, degnassero
finalmente accorgersi della esistenza d'un problema scolastico e finalmente
sospettassero che la scuola è stata fatta per altro scopo che non sia quello di
fornire diplomi ai loro figli. La gravità della situazione che vi ho
prospettato dice dunque quanto sia importante il compito al quale siete
chiamate voi, future direttrici e ispettrici di scuole elementari; voi, future
insegnanti di scuole medie. Da anni ed anni noi andiamo sperperando le migliori
riserve morali della nostra razza: quelle magnifiche energie del nostro popolo,
fino a ieri provvidenzialmente salvaguardato dalla sua stessa incultura, dalle
dure necessità del suo lavoro, dalla primitività rurale delle sue
condizioni di vita, contro l'azione disgregatrice del laicismo imperante nelle
città: quelle magnifiche energie che ci hanno fatto vincere la guerra e ci
permettono ancora di ignorare il terribile problema dello spopolamento
incombente su altre nazioni. Se voi poteste soltanto contribuire a cambiare lo
stato di cose che vi ho or ora descritto: se voi poteste diffondere davvero una
cultura nel più alto e nobile senso della parola e fra le nostre classi
dirigenti e nel nostro popolo: se riusciste a sostituire, almeno in parte, il
libro alla bettola, l'arte al cinematografo, la scienza alle chiacchiere del
circolo, avreste già bene meritato della causa che servite. Avreste ottenuto
quello che già ottenete in altri campi: e come nell'assistere ammalati, nel
sollevare poveri, nel conquistare alla civiltà le più inospiti regioni del
mondo conosciuto, gli ordini religiosi hanno fatto sì che il nome cristiano
fosse sempre in prima linea anche in quelle opere socialmente utili di cui il
mondo laico si vanta come di propria conquista perché non è dato scorgervi, a
primo aspetto, alcun carattere religioso, così voi aprendo, anime, dirozzando
intelligenze, opponendo ai divertimenti dissipatori il gusto d'un nobile lavoro
dello spirito, dimostrereste che, anche nel diffondere la luce del sapere, il
Cristianesimo sa essere in prima linea, e che tutte le verità, tutte le
conquiste, tutte le vittorie del pensiero, non solo esso le accetta, ma sa
farle fruttificare come nessuna scuola laica ha mai saputo. E io credo che
ringraziereste anche la pedagogia: quella pedagogia da voi imparata a conoscere
nella scuola normale — sia detto con tutto il rispetto dovuto alle zitelle —
sotto la veste d'una zitellona dura ed arcigna, se vi aiutasse a raggiungere un
fine simile, dandovi una più sicura consapevolezza dei problemi educativi, un
più alto senso dell'opera scolastica, un palpito d'amore più puro per questa
grande fucina d'anime ch'è la scuola. E io vado ancora innanzi, e vi dico che
ambizione dei cattolici italiani dev'essere quella di veder sorgere intorno a
questo istituto, vicine o lontane, ma sempre legate ad esso da un'intima
comunione d'intenti e d’indirizzo, tutta una rete di scuole veramente nostre.
Così noi auspichiamo un liceo-ginnasio nostro e un istituto magistrale nostro e
delle scuole elementari nostre, non perché non vi siano in Italia scuole simili
valorosamente rette da cattolici, ma perché desideriamo tenerci con esse nel
contatto più diretto possibile, dando, non solo insegnamenti, ma anche, secondo
la debolezza delle nostre forze, esempi, concretando però in tutto un sistema
d'istituzioni scolastiche quelli che ci pare debbano essere i criteri
pedagogici direttivi dei cattolici d'oggi: e ciò non per dare degli schemi che
tutti debbano pedissequamente copiare, quanto piuttosto per approfittare delle
favorevoli condizioni che solo una scuola modello, libera da ogni
preoccupazione estranea ai suoi fini didattici, può offrire. Come vedete,
è un programma di lavoro che per cinquant'anni e più può bastare alle giovani
generazioni cattoliche. Tuttavia spero di non parervi proprio incontentabile se
aggiungo subito che il fine, innegabilmente altissimo, la cui importanza ho
cercato ora di farvi, alla meglio, comprendere non può, per vasto che paia,
essere abbastanza per voi. E dico per voi, e un momento fa ho fatto appello
alla coscienza cristiana e cattolica per cui la Chiesa in diversi gradi vi
annovera fra le sue figlie obbedienti, perché se il diffondere la cultura,
l'insegnare e l'aprire scuole sono tutte azioni nobilissime, degne delle nostre
migliori energie, vano sarebbe credere che con ciò e soltanto con ciò si
offrisse adeguato rimedio ai mali ond'è travagliata non solo la coscienza
italiana, ma possiamo pur dire tutta la coscienza moderna. Qui comincia il
nostro dissidio dai pedagogisti laici coi quali fino a questo punto abbiamo
marciato di pari passo, e proprio qui dobbiamo dire, se ne siamo capaci, la
parola nuova che si aspetta da noi, che è poi la ragione per cui non c'è
parsa inutile, fra i troppi istituti universitari italiani, la fondazione d'un
altro Magistero. Questa parola eccola: noi non crediamo che il problema
pedagogico odierno sia risolvibile con un programma esclusivamente culturale,
noi non crediamo, cioè, che basti dare alle nuove generazioni una scuola in cui
si studia davvero invece d'una scuola in cui non si studiava per poter dire
d'averle educate. Anzi noi non crediamo che l'insufficienza della vecchia
scuola fosse solo, come tante volte s'è detto, una deficienza tecnica d'uomini
e di programmi, a sanar la quale basti preparare un personale insegnante colto
e conscio dei suoi doveri, rinvigorire le sanzioni giuridiche dei concorsi e
degli esami, amministrare con maggior severità, o restituire ad alcune discipline
formative a torto trascurate come il latino e la filosofia la loro funzione di
prim'ordine; tutte cose, badiamo bene, bellissime e necessarie, alle quali noi
cattolici plaudiamo toto corde, ma che non toccano ancora, secondo noi, il vero
fondo della questione. Giacché il cattolicesimo è vecchio, miei cari, e ha
troppo buona memoria per dimenticare le lezioni del passato. Quando gli uomini
del Rinascimento ruppero i ponti dell'antica fede e ai Padri e ai Dottori della
Chiesa vollero sostituiti i classici, pensavano anch'essi tutti, dal precursore
Petrarca all'organizzatore e propagandista Erasmo, che la cultura avrebbe
risanato il genere umano e che, fugata l'ignoranza, sarebbe sparita anche la
corruzione, e pareva loro che lo studio delle lettere latine e greche sarebbe
stato 1'ubi consistam di quella piena, elevata, armonica formazione spirituale
ch'essi auspicavano all'umanità redenta dalle tenebre medioevali. Orbene,
l'Umanesimo trionfa, riplasma nel proprio spirito le vecchie scuole, ne crea
delle nuove ove il classicismo regna incontrastato... Ahimè, non è passato
ancora un secolo e già i pedagogisti lamentano nella scuola umanistica i
difetti che gli umanisti avevano voluto satireggiare nella scuola medioevale:
rozzezza, pedanteria, soffocamento delle migliori energie, disconoscimento
brutale delle esigenze intime dello spirito educando. E man mano che il tempo
passa, sempre più la nuova pedagogia s'avvede che di tali deformazioni
dell'anima giovanile è proprio responsabile questa cultura che agli uomini del
Rinascimento pareva principio indispensabile d'ogni umana elevazione: la
cultura classica, la preponderanza dell'esercizio letterario come fine a se
stesso, il cerebralismo della pura dilettazione estetica, l'immoralismo in
quanto divorzio fra il dire e il fare, la vacua retorica. Allora, mentre le
critiche all'umanesmo si moltiplicano, un nuovo astro sorge sull'orizzonte e il
realismo scientifico s'accampa minaccioso contro l’umanesimo. I pedagogisti del
Rinascimento hanno sbagliato: non le lettere classiche, ma gli studi
scientifici, l'osservazione della natura, l'esperienza, daranno all’ umanità la
formazione spirituale di cui ha bisogno. E da Bacone e Comenio, nei quali il
nuovo ideale educativo s'afferma ancora circondato da riserve e cautele critiche,
ai pedagogisti della rivoluzione francese, ai positivisti del secolo XIX che
annegano la scuola addirittura in un'orgia di scienze positive, il realismo
entra poco a poco, come già era entrato l'umanesimo, nella prassi e nella
legislazione scolastica di tutte le nazioni civili. E se proprio non riesce a
detronizzare il rivale, almeno gli impone, attraverso la filologia che va
impregnando di sé gl'insegnamenti delle letterature classiche, il suo spirito
ed i suoi metodi. Il problema è dunque risolto? L'umanità ha finalmente trovato
quella liberazione attraverso la cultura che andava cercando dal medioevo in
poi? Mai più: il realismo scientifico non ha ancora avuto tempo di celebrare i
suoi trionfi, che già un nuovo avversario è sorto a denunciare le sue
malefatte. La pedagogia idealistica moderna riprende, a sua volta, contro il
realismo scientifico, il medesimo atto d'accusa ch'esso aveva portato contro
l'umanesimo letterario. Eccoli, secondo l'idealismo, i frutti della scuola
razionalistica e scientifica che aveva voluto poggiare il suo insegnamento
sulla salda base dei fatti e delle notizie e bandire tutto il resto come
chiacchiera inutile: pedanteria, superficialità, soffocamento delle migliori
energie, frivolo scetticismo, oblìo dei valori spirituali, meccanismo
burocratico e livellatore. E l'idealismo contemporaneo non è solo. Sia i grandi
pedagogisti moderni, un Pestalozzi, un Fròbel, già lo stesso Rousseau, già
Locke, tutti più o meno simpatizzanti coi metodi del realismo scientifico,
derivano la miglior parte della loro opera piuttosto che da quest’ultimo, da
una oscura ribellione contro l'insegnamento “ufficiale” delle scuole che fa
loro presagire, se pur non diagnosticare chiaramente, un errore, una stortura,
una violazione di non so quali principi, onde tutto il sistema educativo dei
loro tempi riesce falsato; né essi sono mai tanto eloquenti come quando
inalberano la bandiera della rivolta a rivendicare i diritti dell'anima umana
oppressa dalla pedanteria scolastica. E quella rivolta è sì accettata
dall'idealismo contemporaneo, ma allo stesso modo con cui il realismo aveva
accettato dall'umanesimo le critiche dei migliori umanisti sul
“ciceronianismo”: non come indice di un errore infirmante i criteri stessi con
cui si è risolto il problema educativo in genere, ma come il segno d'una serie
d'errori particolari agevolmente rettificabili. In fondo il realismo aveva
consentito con l'umanesimo nell'ammettere che il problema pedagogico fosse
sopratutto problema di cultura, d'una maggiore e miglior cultura da diffondere
fra gli uomini: soltanto gli era parso che l'umanesimo avesse male risolto
questo problema imperniando la cultura sulle lingue classiche. A sua volta il
neoumanesimo idealistico riconosce volentieri al realismo il pregio d'aver
rivendicato i diritti dell'esperienza, della ragione, della cultura, ma,
viceversa, gli ascrive a torto d'essersi esaurito nel proporre quel particolar
tipo di cultura che s'impernia sulle discipline e sui metodi
naturalistico-positivi. Secondo l'idealismo sarà, sì, la cultura, ma una
cultura largamente storico-filosofica che permetterà al maestro moderno di
risolvere il problema educativo. C'è da meravigliarsi se il Cattolicesimo, che
è così vecchio!, ricorda oggi agli immemori che da cinque secoli la pedagogia
laica agita ormai lo stesso programma senza riuscir ad altro che a disfare oggi
quello che ha fatto ieri, non portando “a mezzo novembre” ciò che “ha filato di
ottobre”? Ed è avventata superficialità il profetare che i medesimi
inconvenienti denunciati per il passato nella scuola umanistica e nella scuola
realistica, renderanno domani oppressiva, pedantesca, astrattamente verbale,
anche la scuola neoumanistica? La ragione? Ma la ragione sta nello
stesso carattere umanistico di tale scuola, intendendo questa volta per
umanesimo non più l’humanitas delle antichità classiche, quanto piuttosto tutta
una concezione della realtà, e precisamente la concezione della realtà come
“uomo” o come “spirito umano”, che è poi il carattere distintivo di tutti gli
ideali pedagogici laici i quali, in un modo o nell'altro, risolvono il problema
educativo additando all'educando come meta ultima l'esercizio di un'attività umana
non soltanto nell'esplicazione, ma anche nell'oggetto, procedente, cioè,
dall'uomo e avente per suo oggetto il mondo umano, in quanto natura, storia,
esperienza, ecc., e poco importa se poi questa attività sia la scienza o
l'arte, la letteratura o la filosofia. Ora, ciascuna di queste attività
umanisticamente intesa è sempre, per forza, finita e limitata: non già nel
senso che ciascuno dei suoi singoli risultati non sia superabile all'infinito,
ma nel senso che racchiude lo spirito in un determinato punto di vista,
cristallizzandolo, per così dire, entro se stesso, vietandogli però di aprirsi
ad una vita superiore. Diciamo la vera parola, la cultura umanistica è una
cultura “egoista”. Nell'arte e nella scienza, nella filosofia e nella
letteratura, lo spirito umano ammira soltanto le cangianti forme di se stesso:
Narciso contempla la sua immagine scomporsi e ricomporsi in mille guise
attraverso l'acqua leggermente mossa della fontana. E non si risponda che pure
per far ciò egli deve sacrificarsi e negarsi, superare la morte e il dolore:
che, dunque, la scuola umanistica sa dire anch'essa le salutari parole della
sofferenza e della abnegazione? anche l'egoista, tutto dedito ai suoi piaceri,
deve affrontare per essi sacrifici e sofferenze? è forse per questo meno egoista?
No, una cultura — è questo il punto in cui noi ci separiamo decisamente da ogni
pedagogia “laica” — la quale ignori Dio, o, peggio, lo riduca ad un momento
dialettico nel divenire dell'autocoscienza, è sempre una cultura gretta,
limitata, mancante di ogni vero stimolo a rinnovarsi, tendente a comprimere con
dogmatica rigidezza quanto non rientra nei suoi quadri preformati. E infatti
che vuol dire rinnovarsi, se non uscire da sé per mirare a una realtà
superiore? Ora, la cultura laica non conosce realtà superiori; anche quando
guarda all'avvenire, nelle nuove scoperte che nasceranno all'infinito da lei,
essa non può scorgere, ancora e sempre, che l'immagine di sé. Ben diverso è il
caso della cultura cristiana la quale, avendo per fine non se stessa, ma Dio,
tende necessariamente a elevarsi sopra di sé e reca, quindi, nel suo seno, il
più possente stimolo a rinnovarsi che si possa desiderare. L'enciclopedia laica
è un circolo chiuso; per vasto che sia il suo giro, esso parte da sé e ritorna
in sé: cultura letteraria del vecchio umanesimo, cultura scientifica del
realismo, cultura storico-filosofica del neoumanesimo. Ed anche tutt'e tre
insieme, saranno, perciò, sempre, violatrici della più caratteristica
prerogativa dello spirito umano per cui “navigare necesse est, vivere non est
necesse”: quella di ripugnare ad ogni barriera, quella di spezzare ogni limite
per tendere sempre più in alto e sempre più oltre. Viceversa l’enciclopedia
cristiana è, se ci si consente l'espressione, un circolo che s'apre, colla
filosofia e la teologia, al riconoscimento d'una realtà superiore: infinita via
su cui le anime dovranno avanzare colle loro forze sostenute dalla grazia
divina. Né la materialità di queste immagini v'inganni, quasiché la differenza
fra i due tipi di cultura s'iniziasse solo in un ordine soprannaturale. Poiché
il tipo e, direi, l'orientamento di una cultura non può non essere visibile
anche in ogni sua minima parte. Ogni frammento della cultura laica deve
riprodurre in sé il circolo chiuso e ogni frammento della cultura cristiana il
circolo aperto. Così i singoli fatti del mondo naturale sono, in fondo,
nonostante tutte le proteste in contrario, per la cultura laica, niente altro
che la ripetizione di un medesimo spettacolo per cui l'umanista è assalito dal terrore
e dalla noia innanzi alla monotona infinità dei cieli, e i fatti della storia
gli sembrano esauriti quando li ha sussunti sotto una determinata categoria
ideale. Viceversa la scienza cristiana avverte l'infinito che è in ogni fatto e
in ogni oggetto, non come la “mala infinità” d'una ricerca da proseguirsi
indefinitamente, o d'uno spettacolo multicolore illimitatamente prolungato, ma
come la positiva inesauribilità d'una esistenza concreta le cui radici si
perdono in Dio, ch’è quanto dire, come uno dei modi, sempre originali e
imprevedibili, attraverso cui la potenza creativa di Dio si è manifestata. Ecco
perché questa nostra civiltà occidentale nutrita dal Cristianesimo ha avuto la
grande fioritura di scienze e d'arti di cui oggi va orgogliosa. Ecco perché la
vera cultura, ch'è “spirito di libera ricerca”, alieno dall'oppressione e dalla
pedanteria, e “socratica maieutica” alle anime che facciano nascere, nel dolore
e nello sforzo, la verità, non può andar mai disgiunta dallo spirito
cristiano. Ed ecco, infine, la ragione dell'insuccesso che, dall'umanesimo al
realismo e al neoumanesimo, ha sempre reso e renderà sempre sterili i tentativi
di fondare, fuori del Cristianesimo, una scuola veramente liberatrice.
Non basta. Il problema della cultura non è soltanto un problema di qualità o di
intensità; è anche, sopratutto, un problema di diffusione. Ora, qui è proprio
lo scoglio di tutte le pedagogie laiche che, dato il loro punto di partenza,
debbono per forza porre nella ragione naturale la forma più alta
d'autocoscienza, e perciò nella “consapevolezza” critica e scientifica
l'essenza di ogni cultura. Già il mondo pagano aveva detto che i liberi studi,
la ragione, la filosofia erano l'unica via onde l'uomo, elevandosi sulle
proprie passioni, celebra veramente in sé l'umanità. E si era trovato innanzi
al terribile problema: che faremo dunque, degli uomini che non hanno, anche
volendo, né tempo né modo di studiare? Negheremo loro la qualifica di uomini?
Problema, si noti bene, assai più facile in una società che aveva gli schiavi e
che non conosceva ancora le innumerevoli forme d'operosità manuale e materiale
ormai indispensabili alla società moderna. Allora, forse, si sarebbe potuto
pensare in linea teorica, che poche ore di lavoro manuale imposte a ciascuno
bastassero per soddisfare i bisogni della società, garantendo poi a tutti la
libertà di rivolgersi ad occupazioni intellettuali. Oggi non è più così. Il
nostro operaio attende molte ore del giorno ad un lavoro faticosissimo e spesso
tecnicamente difficile: e i mille servizi materiali, di trasporti, di
comunicazioni, di cure igieniche, di polizia e via dicendo, di cui ha bisogno
una città moderna, lasciano, a un intero esercito di persone, proprio il tempo
che basta a rinnovare col riposo le proprie energie. Vorremo educare costoro
col latino dell'umanesimo, colle scienze del realismo, o colla filosofia del
neoumanesimo? O, non potendo, li lasceremo senza alcuna educazione? È il
problema della cultura popolare, insolubile per il razionalismo laico moderno non
meno che per il paganesimo antico. D'altronde, se i beni dello studio e della
contemplazione sono i veri beni umani, con che diritto ne escluderemo la
maggior parte dell'umanità ch'è condannata ai lavori manuali? Che se,
viceversa, pare inevitabile quei beni dover toccare in sorte a pochi, con qual
criterio gli uni saranno preferiti agli altri? Come evitare il sospetto che
tutto il nostro sistema sociale sia fondato su una odiosa ingiustizia? Ed ecco
lo spirito di ribellione che getta i lavoratori in braccio al socialismo e
all'anarchismo, ecco il moto sotterraneo che mina le basi delle nazioni
moderne. Anche qui la storia ci ammaestra. Il problema che la civiltà
pagana non aveva saputo risolvere, fu risolto dal Cristianesimo. Se la santità
è superiore alla scienza e la carità alla giustizia, allora i veri valori
spirituali non si attuano nel lavoro intellettuale piuttosto che in ogni altra
qualsiasi forma di lavoro o di attività umana, sebbene dovunque c'è occasione
di accettar dei doveri che rompano la dura scorza del nostro egoismo. Anzi, più
l'attività che esercitiamo è socialmente umile e materialmente faticosa, meno
da essa possiamo aspettarci ricchezze, beni, onori, più essa è vicina a quella
perfezione di sacrificio e di rinunzia che è l'ideale cristiano. “Qui vult post
me venire abneget semetipsum”. Non basta rinunciare alle cose proprie, alle
comodità, al lusso, alle mollezze, questo lo avevano detto anche i filosofi
pagani: occorre rinunciare a se stesso, ossia rinunciare a quell'altro lusso interiore
che è la gloria, la fama, l'alto sentire di sé in cui il ”saggio” antico
trovava compenso a tutte le privazioni; occorre abnegare semetipsum. Il
paganesimo aveva conosciuto comunità di filosofi che si proponevano come fine
la più alta attività sociale, la scienza. Il Cristianesimo creerà, ammirevole
assurdo per la sapienza mondana, comunità sterminate di religiosi che si
proporranno per fine le attività, socialmente più basse, servili,
dispregiate, che non solo accetteranno con entusiasmo il lavoro manuale, ma
chiederanno al mendicante di dividere i suoi cenci con loro e cureranno le
piaghe del lebbroso. Eccolo risolto, il problema della “cultura popolare”; non
inutile tritume di nozioni da distribuire, ma organica concezione della vita da
realizzare; concezione della vita, notate bene, non riservata a un piccolo
numero di studiosi, ma aperta a tutti, aperta, anzi, con speciale
sollecitudine, alle moltitudini doloranti nel più duro lavoro. All'annunzio
della buona novella queste moltitudini non solo non cercheranno di strappare
colla rivolta i beni che sono retaggio esclusivo del ricco e del sapiente (che
è un ricco interiore), ma avranno compassione dell'uno e dell'altro, ben
sapendo che quegli apparenti privilegiati trovano appunto nei loro beni, interni
od esterni, il maggior fomite di attaccamento al mondo e il peggior ostacolo
sulla via della perfezione cristiana, giacché è più facile a un cammello passar
per la cruna di un ago che a un ricco entrar nel regno dei cieli. Né
questo deve indurci a credere che, come favoleggiano taluni, il Cristianesimo,
trascorrendo all'estremo opposto, sia, in odio al razionalismo pagano, divenuto
fomite d'ignoranza e “dottrina da schiavi”. Il vigore col quale la Chiesa ha
sempre rivendicato, contro le eresie irrazionalistiche e fideistiche, i diritti
della ragione; la fermezza colla quale ha tenuto viva la tradizione dell'antica
cultura in quegli stessi conventi ch'erano patrimonio dei poveri e degli
ignoranti, sono lì per dimostrarlo. Allo stesso modo, pur raccomandando in modo
specialissimo la povertà come uno fra i principali consigli evangelici, Essa
non ha mai accettato quelle rozze forme di ascetismo che avrebbero voluto
distruggere i beni materiali della società riportando l'uomo alla caverna
primitiva, così, pur proclamando la donnicciola ignorante pari, nella vita
cristiana, quando non addirittura superiore al più dotto filosofo, Essa non ha
mai misconosciuto i valori della cultura, rettamente intesa. Se cultura e
ricchezza sono pericolose, lo sono soltanto allo stato, direi, naturale e
pagano, in quanto forme di un'attività umana che presume di avere in sé il suo
fine e che di esse orgogliosamente si compiace. Compenetrate dall'ideale
cristiano, perdono il loro aculeo e divengono, anzi, fonte d'elevazione a chi
le sa rettamente usare, al servizio del prossimo e di Dio. Ecco perché la
Chiesa, nemica della ricchezza non ha mai tralasciato di porgere aiuti affinché
le condizioni materiali della vita umana venissero sempre migliorate, e, nemica
del razionalismo pagano, non ha mai cessato di combattere per l'elevazione
intellettuale e morale di tutti. Possiamo dire, anzi, meglio: siccome nel più
ci sta il meno, nel fine soprannaturale che il Cristianesimo propone all'uomo
ci dev'essere implicito anche l'adempimento dei suoi fini naturali, e implicito
eminenter, nel modo più perfetto possibile. Perciò non è da meravigliarsi che
tutte le soluzioni del problema economico-sociale dibattute oggi dalla scienza
(razionale limitazione del lavoro, equa distribuzione della ricchezza, severa
disciplina della concorrenza) siano state già da secoli implicite
nell'operosità sociale cristiana; e non c’è da meravigliarsi che tutti i più
sottili accorgimenti didattici per la diffusione della cultura consigliati dai
grandi pedagogisti moderni siano sempre stati il presupposto indispensabile
d'ogni insegnamento cristiano. L'eccessivo lavoro manuale abbrutisce l'uomo,
impedendogli di attendere la propria elevazione intellettuale e morale? Orbene,
da quanto tempo la Chiesa non combatte perché cessi quel gravissimo scandalo
ch'è la violazione del riposo festivo, stoltissima empietà non meno che ecco la vera parola barbara distruzione della libertà
umana, la quale “non vive di solo pane”. Se le grandi feste di precetto
del calendario liturgico cristiano fossero tutte scrupolosamente osservate, non
avrebbe forse anche il più umile lavoratore un adeguato periodo di tempo da
dedicare, al raccoglimento interiore e alla meditazione, in quei giorni che
sono di Dio appunto perché Dio vuole che allora l'uomo, dimenticato ogni altro
interesse, si fermi ad ascoltar la Sua Parola ed a riprender coscienza del
proprio posto nella realtà e nella vita? E se il lavoro di tutti i giorni
fosse, anziché esasperato fino alla vertiginosa tensione cui lo spingono la
brama smodata di ricchezza e il materialismo pratico della moderna vita
irreligiosa, contenuto nei limiti che la morale cristiana impone, lascerebbe
esso l'uomo così esaurito da spingerlo a cercare un sollievo nei così detti
“divertimenti”? Né solo il tempo libero, ma anche i mezzi più adeguati
alla positiva diffusione d'una vera cultura, il Cattolicesimo ha sempre messo,
con tutte le sue forze, in opera. Non abbiamo noi sentito vantare come scoperta
della pedagogia moderna il “ metodo intuitivo”, cioè la potenza plastica e
suggestiva dell'immagine che penetra là dove il nudo raziocinio non potrebbe
arrivare? Orbene, di questo”metodo intuitivo” e, quel che più conta, senza i
grossolani fraintendimenti del positivismo materialistico, la Chiesa è stata la
prima maestra, quando, non contenta di predicare la propria dottrina, ha
affidato alle belle arti il compito di realizzarla sotto aspetti
architettonici, pittorici e musicali, in un simbolismo che solo gli stolti
potrebbero irridere. Eccolo, quel simbolismo, nella costruzione del tempio,
dalla sua forma generale di una croce, ai più minuti particolari delle porte e
delle colonne su cui i costruttori antichi avevano una dettagliatissima
dottrina; eccolo nelle pitture che adornano le pareti, ove si rappresentano i
principali misteri della fede che il sacerdote commenta ad uso degli
illetterati; eccolo in quell'altra mirabile creazione che è il canto liturgico,
nel quale l'emozione lirica dell'arte è veicolo alla esposizione dei più
profondi concetti cristiani, e il tutto con una facilità di esecuzione tecnica
che rende possibile alle moltitudini più ignoranti di parteciparvi non da
spettatrici, ma da attrici. E la liturgia stessa delle sacre funzioni,
considerata nel suo aspetto umano e naturale, che altro è se non la
partecipazione delle folle a un grandioso dramma ove la poesia, l'architettura,
la pittura, la musica si fanno docili strumenti della verità? Oggi si raccomanda il metodo attivo, si
biasima il verbalismo della nostra cultura, si riscopre il valore educativo del
lavoro manuale. Orbene, non sono nate dal Cristianesimo quelle corporazioni
medioevali ove il tirocinio e l'esercizio del lavoro manuale si compenetravano
del medesimo senso d'arte e di libertà umana che a mala pena e non sempre oggi
si ritrova nei grandi lavoratori del pensiero? Ed è stranissimo che i
pedagogisti moderni prendano, di solito, come tipo dell'educazione cristiana e
cattolica le congregazioni insegnanti della Controriforma e, anche queste, le
considerino in una ristretta parte della loro opera e precisamente in quella
parte ove esse hanno dovuto agire collateralmente a metodi e sistemi, non posti
da loro, ma forzatamente dovuti accettare dalla società in cui si movevano. Non
si capisce, ad esempio, perché i Gesuiti debbano esser presi da tutti i
manualetti della pedagogia razionalistica, come unici rappresentanti della
educazione cristiana e dei suoi pretesi difetti, quasiché la divina Provvidenza
avesse loro assegnato il compito di far da capro espiatorio, attirando sulla
propria testa tutte le contumelie del laicismo anticlericale. E si capisce
ancor meno perché mai, dato anche - e non concesso!- che tutti gl'inconvenienti
deplorati dai pedagogisti dei laicismo nella scuola dei Gesuiti ci fossero
effettivamente stati, i Gesuiti debbano venir giudicati esclusivamente in
base all'opera dei loro collegi per alunni laici, quasiché essi nulla avessero
fatto per l'educazione clericale ed ecclesiastica. Allo stesso nostro Capponi,
che pur cita lo spartano e l'ateniese e il romano antico come esempio di
educazioni effettivamente riuscite alla costruzione di tipi spirituali
indelebili, non è mai caduto in mente che il Gesuita fosse un “tipo”
spiritualmente altrettanto originale, ottenuto però con una educazione efficace
per lo meno quanto quella da lui vantata negli antichi? E che il benedettino,
il francescano, il domenicano e via dicendo, per quanti ordini religiosi - e
non sono pochi!- la Chiesa racchiude nel suo seno, fossero altrettanti “tipi”
spirituali non meno ben delineati? Di un metodo educativo si può, certo, avere
un'idea guardando a qualsiasi sua manifestazione, ma non si può giudicarlo
completamente se non là dove esso si è fatto tutte le condizioni occorrenti
alla sua piena realizzazione. Sarà benissimo che i risultati ottenuti dalle
congregazioni insegnanti della Controriforma non debbano giudicarsi
brillantissimi: ma si consideri che quelle congregazioni, in quanto si
proponevano d'esplicare una larga azione sulla società laica circostante,
dovevano forzatamente accettare sistemi e metodi consacrati dall'opinione
pubblica, sia pur per volgerli, in quanto era possibile, ai propri fini. Così i
gesuiti trassero tutto quel bene che si poteva trarre, da un punto di vista
cristiano, dall'umanesimo letterario e dalla vita moralmente corrotta che nelle
classi sociali dirigenti si accompagnava allora all'ideale umanistico. È colpa
loro se la scuola umanistica era, per intima costituzione, una scuola
oppressiva, e se, in fatto di morale pubblica e privata, il mondo e la famiglia
s'incaricavano di erudire l'alunno uscito dai collegi con una serie di lezioni
ben altrimenti significative? Ma si guardi il rovescio della medaglia, si
prenda l'educazione gesuita nella formazione del gesuita, così come, risalendo
nei tempi, si prende l'educazione francescana nella formazione del francescano
e l'educazione benedettina nella formazione del benedettino, si prendano, cioè,
tutti quei sistemi educativi in quanto hanno la libertà di foggiare interamente
l'educando secondo i propri principi informatori. E poi si dica quale
educazione laica, in qualsivoglia condizione, saprebbe, non solo plasmare,
nella rigorosa unità d'una dottrina ferma come la cattolica, tanta e così varia
ricchezza di spiriti quante sono le diverse famiglie religiose; ma, quel che più
conta, indurre in una tal moltitudine di persone un dispregio dei propri comodi
e dei propri interessi, un amore della sofferenza e del sacrificio, una
devozione al dovere, una infaticabile attività non d'altre ricompense sollecita
se non al di là della sfera umana, una umiltà che rifiuta persino quelle
legittime soddisfazioni per cui l'uomo guarda con compiacenza l'opera propria
spesa in servigio di superiori ideali quali sono quelli che oggi la stessa
opinione mondana ammira quando la colpiscono nei tipi, più facilmente visibili,
della suora di carità o del missionario. Né bisogna poi credere che, anche
nelle difficili condizioni presentate dal dover trattare con gente già imbevuta
d'idee e d'abitudini anticristiane, qual è appunto il caso della educazione che
la Chiesa impartisce a laici, l'educazione cattolica non possa nulla, o possa
meno della pedagogia razionalista. E basta, per convincersene, pensare alle
anonime folle che, anche nei tempi più difficili per la religione, si stringono
intorno alla Chiesa e ne ricevono giornalmente, per bocca d'un umile sacerdote,
la parola, il consiglio, l'ammonimento che trasformano anche la disperazione
della più sventurata esistenza, nella umana dignità d'un sacrificio offerto a
Dio, nella nobiltà d'un dovere adempiuto con serena consapevolezza. Nelle ore
torbide della storia, quando la scuola tace, fatta deserta, e la scienza è
travolta dal turbine che sradica anche le civiltà più robuste, la Chiesa parla
e gli stessi nemici l'ascoltano con deferenza, sia pure per tornare,
quando la burrasca sarà passata, a combatterla: ma che, intanto, l'abbiano
dovuta ascoltare, è altamente significativo. Ma è tempo ormai ch'io
concluda questo lungo discorso, specialmente dacché mi è capitata fra le mani
una conclusione così bella e confortante per voi, maestre cattoliche, una
conclusione che, non ne dubito, anche nella forma troppo pedestre in cui le mie
scarsissime forze hanno dovuto presentarvela, voi terrete presente, durante il
nostro futuro lavoro comune, perché vi sia d'incitamento a fare sempre più e
sempre meglio. E questa conclusione è che, nel prepararvi ad affrontare i
maggiori problemi della pedagogia moderna, voi obbedite a una voce che vi
richiama là dove da secoli la vostra gran madre, la Chiesa, ha combattuto e, possiamo
dire senza tema di smentite, ha vinto, le sue più belle battaglie. Diffondete
pure il sapere fra le moltitudini, ma diffondetelo nei modi e con gl'intenti
ch'Essa vi ha insegnato, sicure di porgere soccorso, cosi, alle tormentose
crisi dell'anima moderna; di soddisfare, così, pienamente alle esigenze della
pedagogia più raffinata e scrupolosa. Allora questa scuola dalla quale sarete
uscite, potrà veramente affermare d'avere, in mezzo a tutte le altre scuole
universitarie, una sua precisa ragion d'essere, potrà veramente, in quanto ciò
è dato ai nostri deboli sforzi umani, non demeritare di raccogliersi sotto
l'altissimo nome che oggi invochiamo a guida e conforto: sotto l'altissimo nome
di Colei che è Vergine Madre, figlia del Suo figlio, umile ed alta più che
creatura, termine fisso d'eterno consiglio. Filosofia, religione e
"filosofie" nelle scuole medie L'introduzione dell'insegnamento
religioso nelle scuole medie e, più, l'esplicita dichiarazione del Concordato
secondo la quale la dottrina cattolica deve essere il necessario fondamento e
coronamento di ogni istruzione, hanno fatto nascere, strano a dirsi, nell'animo
di molti e insegnanti e studiosi un turbamento la cui eco si è sentita
nell'ultimo Congresso di filosofia, e si sente tuttora negli scritti e nelle
private conversazioni di quanti, o per elezione o per ufficio, amano discutere
i vivi problemi della scuola. E forse non andrebbe molto lontano dal vero chi
dicesse che tale discussione, interessante, senza dubbio, quando riguarda la
scuola media in genere, offre poi un interesse specialissimo quando tocca
l'Istituto magistrale, dal quale (si noti bene) debbono uscire maestri che
hanno l'obbligo d'istruire i loro alunni non solo intorno a questa o quella
singola materia, ma precisamente intorno alla religione cattolica; cosa che non
potrebbero fare certamente, se già non avessero ricevuto dall'Istituto
magistrale una salda istruzione e formazione religiosa. È bene dirlo
subito: intendiamo di deliberato proposito trascurare tutti i problemi pratici
e contingenti che possono nascere e nascono nelle odierne condizioni della
scuola dalla introduzione dell'insegnamento religioso cattolico. E intendiamo
trascurarli, non solo per un legittimo desiderio di circoscrivere il nostro
discorso, ma perché siamo persuasi che il turbamento di cui si parlava ora
deriva, nella maggior parte dei casi, non tanto dal considerare l'uno o l'altro
aspetto pratico della questione, sibbene dal non aver impostato con sufficiente
chiarezza o dall'aver male risolto il problema filosofico che della
questione stessa sta al fondo. Per convincersene basta aver la pazienza di
formulare solamente la difficoltà quale corre, si può dire, sulle bocche di
tutti. Che significa si domandano molti questa dottrina cristiana che deve essere
d'ora innanzi il coronamento degli studi? Significa forse che si debbano
escludere e bandire severamente dalla scuola tutte quelle dottrine e quegli
autori non conciliabili colla ortodossia cattolica? Ammettiamolo pure. Ma
allora dove andrà a finire la libertà di coscienza dell'insegnante, anzi, dove
andrà a finire quella stessa libertà della ricerca scientifica che si svolge, è
vero, e si esplica pienamente solo negli studi superiori e nelle Università, ma
che non si può neppure escludere del tutto dalle scuole medie, senza ridurre
l'istruzione a una semplice trasmissione meccanica di vuote formule, onde ogni
vero senso di intima ricerca è esulato? Vedete qual differenza fra il
Cattolicesimo e il pensiero moderno, e non certo a vantaggio del Cattolicesimo!
Mentre l'uno esclude assolutamente quella diversità di pareri e di teorie dalla
quale nasce la feconda ricerca e la discussione, senza cui non v’è scienza,
anzi pretende di ridurre tutti, volenti o nolenti, ad un unico modo di pensare;
l'altro ha sì gran braccia che accoglie generosamente, nel suo capace seno,
ogni dottrina, poiché in ogni dottrina riconosce un momento e un aspetto
necessario della verità. E dunque, mentre, secondo il filosofo moderno, anche
il cattolico ha diritto di esprimere il suo parere e di portare nella scuola il
suo pensiero, secondo il cattolico, il filosofo moderno, ben lungi dall'avere
questo diritto, deve esser cacciato e tenuto fuori dalla scuola come un
individuo pericoloso. Ora, ognuno vede da qual parte stia la libertà e la vera
tolleranza: mentre il prevalere della filosofia moderna apre alla scuola tutte
le conquiste del pensiero, il prevalere del cattolicesimo implicherebbe il
ritorno al più gretto e ristretto oscurantismo, segno di remoti e barbari
tempi. che la civiltà moderna ha, e vuole avere, per sempre superato. E,
poste queste premesse, ecco che molta brava gente già si sente venire i brividi
addosso. Che, già le par di vedere l'Inquisizione e il Sant'Uffizio armarsi del
braccio secolare, ed entrar nelle scuole, e buttar sossopra libri e programmi,
e, afferrato per il collo con mano ferrea ciascun insegnante, interrogarlo, e
voler sapere per filo e per segno che cosa dice e che cosa opina, e che cosa
pensa, e come e perché. E poi, al menomo odoraccio di eresia, giù ammonizioni e
sospensioni, e rimozioni dall'impiego, e magari, tanto per essere in armonia
col color locale, o meglio, storico, una buona dose di tratti di fune applicati
sulla pubblica piazza, e un buon rogo, dove se non le persone, che non li usa più,
almeno i libri proibiti formassero un bel falò, a consolazione della gente
devota che assisterebbe, fra cantici di gioia e inni sacri, all'edificante
spettacolo. Ora, i timori - più o meno irragionevoli - sono timori, e la
filosofia è filosofia, e forse non c'è cosa tanto difficile a questo mondo
quanto il persuadere certe brave persone che i timori vanno trattati da timori
e la filosofia da filosofia; che le questioni filosofiche non si risolvono coi
timori, ma cogli argomenti. Accuse di oscurantismo alla religione cattolica se
ne sono fatte da che mondo è mondo, e sempre se ne faranno, fino alla fine dei
secoli; sarebbe dunque puerile meravigliarsi che se ne facciano anche oggi. Ma
giustizia vuole che di queste accuse si esamini spassionatamente il fondamento
e il valore, prima di sentenziare. Giacché le affermazioni sono una bellissima
cosa, ma finché non vengono dimostrate si riducono ad essere semplicemente
parole: segni, o suoni, siano poi i suoni d'arpa eolia coi quali il poeta
avvinca a sé i cuori, o gli stonati rulli del tamburo coi quali i saltimbanchi
stordiscono, sulle piazze, la moltitudine. Sia dunque lecito porre, al
presente studio, questo fine: domandarsi qual valore abbiano quelle accuse, e
su quali argomenti poggino quelle affermazioni, ora riferite, colle quali si
vorrebbe sequestrare il cattolicesimo dalla civiltà e dalla scuola moderna, per
relegarlo nei musei d'un incerto e torbido passato che si dovrebbe
inonoratamente seppellire. Mettiamo da parte i vaghi fantasmi passionali coi
quali si cerca di carpire il consenso attraverso la mozione degli affetti e
guardiamo, se ci riesce, di non arrenderci che alla forza dell'evidenza e della
ragione. Cerchiamo, se è possibile, di ridurre la questione a un tale stato di
chiarezza che chiunque ci segue, amico o avversario, possa senza disperati
sforzi d'ingegno o di dottrina, comprendere le ragioni sulle quali poggia la
nostra tesi, od, occorrendo, scoprire anche il più piccolo errore nel quale ci
sia avvenuto d'incappare. Cominciamo con l'osservare subito che la questione
che ora c'interessa non riguarda tanto i rapporti, o i conflitti che possono
nascere, nella scuola media, fra l'insegnamento religioso in quanto puramente
tale, e l'insegnamento della filosofia. Che se il problema fosse questo, molti
amerebbero risolverlo, almeno in pratica, con una pacifica e cortese reciproca
neutralità: l'insegnante di religione insegni la sua religione; l'insegnante di
filosofia insegni la sua filosofia, e tutti pari. Ma il problema riguarda,
invece che l'insegnamento della religione e quello della filosofia, due modi
diversi di concepire l'insegnamento della filosofia, cioè due diverse
concezioni della filosofia, o, meglio, due diverse concezioni della verità,
diverse tanto, che non possono convivere pacificamente fra loro, né stare
insieme senza distruggersi a vicenda. E se poi anche l'insegnamento della
religione finisce con l'essere implicato in questo conflitto, ciò accade pei
diversi effetti che quelle due concezioni producono, e non possono fare a meno
di produrre, nel modo stesso di concepire la religione. Ma quali sono
queste due diverse concezioni in conflitto? L'abbiamo detto; anzi, lo dicono e
lo ripetono a sazietà coloro che formulano, contro la filosofia ispirata al
cattolicesimo, quelle obiezioni che or ora abbiamo sentito. Possibile mai che
la verità debba essere qualcosa di fisso, di statico, d'immobile, definibile
una volta per tutte e racchiusa, per tutti i secoli, entro i ferrei cancelli di
una determinata dottrina? Ma la verità è invece, progresso, sviluppo, divenire:
e, anzi, lo stesso sviluppo e divenire del pensiero che incessantemente si
accresce su sé medesimo, creando sempre nuovi sistemi e nuove dottrine, ognuna
delle quali è un momento e un aspetto immortale del vero, ma nessuna delle
quali può aspirare ad esaurire in sé la verità tutta quanta. Ecco dunque
le cose singolarmente semplificate. Verità fissa ed immobile da una parte;
verità in continuo sviluppo dall'altra; verità trascendente, da una parte,
verità immanente, e identica col divenire stesso del pensiero dall'altra;
verità oggettiva, che il pensiero filosofico può soltanto scoprire e
riconoscere qual è, da una parte; verità soggettiva, eternamente creata dal
pensiero, dall'altra. Per rendere, se non più semplice, più chiara questa
antitesi, molti amano ricorrere alla storia della filosofia e impersonare in
alcuni nomi di filosofi celebri quelle due diverse concezioni. Kant ed Hegel da
una parte ed AQUINO (si veda) dall'altra, quasi due mondi l'un contro l'altro
armati, la filosofia moderna contro il medioevo e la filosofia scolastica.
Contro, si capisce, per modo di dire poiché, chi crede tutti i sistemi
filosofici veri, non può, senza contraddizione, dar l'ostracismo a San Tommaso
e alla scolastica, ma deve considerarli essi stessi come un “momento” della
immortale verità. E pure Kant ed Hegel per modo di dire, poiché chi pensa la
verità come un continuo sviluppo non può poi, senza darsi la zappa sui piedi,
offrirci a modello un sistema filosofico, sia pure il kantiano o l'hegeliano, a
preferenza di un altro. Kant ed Hegel sì, ma come li pensiamo e li ricostruiamo
noi. Kant ed Hegel con tutti i filosofi venuti dopo, compreso colui che adesso
parla o scrive nel loro venerando nome. Comunque, questo appello alla storia
della filosofia, se anche non riesce molto a chiarire - e, anzi, vedremo che
intorbida - la questione riesce tuttavia ad ottenere un altro effetto di
maggior vantaggio immediato. Quello di far apparire manifestamente vera la
concezione della verità alla quale si vuol dare il nome di “moderna”, e, per
necessaria conseguenza, manifestamente falsa la concezione opposta, quella
tomistica, scolastica o “cattolica” che si voglia dire. Secondo tale concezione
infatti, una sola filosofia sarebbe vera, quella di san Tommaso; tutte le altre
filosofie, da San Tommaso in poi, costituirebbero un cumulo di errori, degni
soltanto della più lacrimevole compassione. Per altra parte, al filosofo che si
proclamasse oggi scolastico e cattolico, non rimarrebbe altra missione che
quella di ripetere alla lettera San Tommaso, e di concentrare tutto l'universo
nelle sacre pagine delle due Somme, alfa ed omega d'ogni sapere, o, piuttosto,
colonne d'Ercole oltre le quali non è permesso spingere la ricerca, nell'oceano
della verità. Di modo che il filosofo cattolico verrebbe a trovarsi in questa
imbarazzante condizione: dover torcere inorridito lo sguardo dalla storia della
filosofia, diventata per lui un enigma indecifrabile (un catalogo d'errori non
è una storia) e di dover, insieme, rinunziare a qualsiasi iniziativa
scientifica nel campo della filosofia pura. Viceversa il filosofo moderno non
ha pregiudizi quanto a storia della filosofia, che può intendere e ricostruire
appieno appunto perché può e sa simpatizzare con tutti i sistemi anche più opposti,
persuaso di trovarvi sempre un'anima di verità, e in filosofia pura può dar
sfogo a tutte le ardite idee e intuizioni geniali, significando liberamente
quanto una prepotente ispirazione gli detta dentro e costruendo, se così gli
paresse, anche un nuovo sistema al giorno, con immenso vantaggio per le
magnifiche e progressive sorti del genere umano. Con questo, gli applausi delle
platee sono assicurati al libero filosofo moderno, e i fischi e gl'improperi
ricacciano fra le tenebre medioevali colui che avesse lo sconsigliato ardire di
voler essere al tempo stesso cattolico e filosofo, o scolastico, “tomista” e
filosofo. Ci sia permessa, prima di procedere oltre, una semplice
osservazione. Anche a proposito di questo piccolo dramma, o di questa piccola commedia,
dove si fanno muovere con tanta disinvoltura i personaggi del filosofo moderno
e del filosofo cattolico, occorre ricordare che le parole sono parole e gli
argomenti sono argomenti. I termini di “modernità”, di “libera ricerca”, di “
progresso del pensiero” e simili, fanno sempre un grande effetto, anche quando
la realtà che essi designano sia per avventura - e ciò accade non poche volte -
assai mediocre e meschina. Tutti vogliono essere, in questo mondo,
spregiudicati, liberi, moderni e progrediti, e hanno a noia di sentirsi
chiamare oscurantisti, arretrati e schiavi, così come tutti vogliono essere
intelligenti e civili, e hanno grandemente a noia di sentirsi chiamare stupidi
o barbari. È un troppo naturale effetto dell'amor proprio, sia negli uomini che
nelle dottrine e nei sistemi da essi escogitati. Ma appunto perché è un
naturale effetto dell'amor proprio, bisogna diffidarne; e come a chi ci venisse
innanzi affermandoci di esser molto intelligente e civile noi non crederemmo
già sulla parola, ma domanderemmo le prove della sua asserzione, e
vorremmo sapere quali fatti e quali opere gli danno il diritto di ambire a quei
titoli onorevoli, così ad una dottrina che ci afferma d'esser progredita e
libera, moderna e spregiudicata, noi non possiamo credere ciecamente, ma
dobbiamo domandare quali prove effettive di libertà, di progresso e di
spregiudicatezza, essa sia in condizione d'offrirci. II. Il procedimento
adoperato, di solito, dagli avversari per fare apparire la filosofia dei cattolici,
e, sopratutto, la filosofia tomistica e scolastica, come retriva e non
all'altezza dei tempi, è un procedimento così artificiale ed artificioso che
chiunque si provasse ad usarlo per valutare qualunque altra filosofia non
scolastica né cattolica, si attirerebbe certo un coro di vituperi. E se queste
parole, di solito adoperate a indicare cosa molto diversa da quella che
vogliamo dir noi, non corressero il rischio d'esser fraintese, diremmo che tale
procedimento è assai simile a quella “illusione cinematografica” del pensiero
per la quale si pensa d'aver afferrato e ricostruito un organismo vivente
quando se ne sono raccostate alcune immagini parziali e frammentarie. E,
infatti, tutto l'equivoco si fonda su questo: quando alcuno dice di ritener
vera una filosofia, sia essa scolastica o antiscolastica, religiosa o
irreligiosa, idealistica o positivistica, dogmatica o scettica e così via, è
costretto a dirlo con frasi e parole le quali ci danno, per forza, di essa
soltanto un'immagine approssimativa e inadeguata. E tanto più approssimativa ed
inadeguata, quanto meno è possibile condensare in una breve formula verbale,
qual è quella per cui uno si dichiara scolastico, materialista, idealista o
naturalista ecc., ciò che è veramente essenziale nella filosofia: gli argomenti
coi quali essa stabilisce e dimostra le proprie tesi. E questo stesso carattere
di approssimazione e di inadeguatezza si estende, in un certo senso, a tutte le
parole, e a tutte le frasi, e a tutti i libri che sono stati scritti per
esporla e svolgerla, ognuno dei quali, per importante che sia, non si può mai
dire che esaurisca in sé tutta quella dottrina che pure insegna, o possa
considerarsene un equivalente materialmente completo. Tanto è vero che da che
mondo è mondo si continua a scriver libri per esporre e difendere le varie
dottrine filosofiche, e ancora non s'è finito, né si può finire. Poiché una
dottrina filosofica è un insieme di concetti e di ragionamenti: e benché
concetti e ragionamenti si esprimano, certo, con parole e con libri, e si possano,
magari, riassumere e indicare con brevi formule, pure, non i libri e le parole
o le formule, ma i concetti e i ragionamenti costituiscono l'essenza della
dottrina. E chi, perciò, la dottrina vuol capire, non deve fermarsi alle parole
e alle formule, ma deve, mediante esse, risalire ai concetti e ai ragionamenti,
cioè compiere in sé quell'atto dell'intelletto pel quale si costituisce e si
dimostra una determinata dottrina: che non è, evidentemente, lo stesso atto col
quale si ripete materialmente una formula, o s'impara a memoria un libro.
Segue da ciò che quando un filosofo vi dice “siate idealisti”, “siate
scettici”, “siate cattolici” o “siate scolastici”, e vi scrive un libro per
dimostrarvelo, o vi indica alcuni classici della filosofia quali Hegel o Sesto
Empirico, Aristotele od AQUINO (si veda), come quelli coi quali il suo pensiero
meglio si trova d'accordo, non può essere davvero così sciocco ed insensato da
volervi indurre solo a ripetere pappagallescamente “siamo scolastici” o
“siamo scettici”, o a ripetere tal quali le sue parole, e ad imparare a memoria
i libri di Hegel o di Sesto Empirico, di Aristotele e d’AQUINO (si veda). Ma
pretende, invece, che i suoi uditori o lettori, da quelle formule e da quei
libri risalgano ai ragionamenti in essi contenuti, e, mediante u n
positivo lavoro del loro intelletto, li riscontrino veri e se li approprino,
facendo così un'opera di ricerca che è certamente originale, benché riesca
(nihil sub sole novi!) a conclusioni già scoperte da altri pensatori, siano essi
Hegel o Sesto Empirico, Kant od AQUINO (si veda). Né questo riuscire a
conclusioni già scoperte da altri menoma in nulla l'originalità e la libertà
della ricerca; giacché la libertà del pensiero non consiste punto nel non aver
nulla innanzi a sé, ma solo nel non accettare nulla che non sia dimostrato vero.
E quando una dottrina è dimostrata vera, la libertà dell'intelletto è
garantita, in altro non consistendo tale libertà se non nell'esser fatto
l'intelletto per conoscere il vero, e quindi nell'esser libero e attivo sol
quando il vero effettivamente conosce. Ma che cosa fanno, rispetto alla
scolastica, e quindi rispetto al cattolicesimo, i critici poco esperti, o male
intenzionati? Credono, o mostrano di credere, che i filosofi scolastici siano,
essi soli, così insensati da far consistere la loro filosofia, non nel pensiero
ma nelle parole, sì che, presso i soli cattolici esser “scolastici” significhi
non già compiere quell'effettivo e originale processo di pensiero pel quale
ognuno può riscontrare col proprio intelletto la verità della filosofia
scolastica, ma solo mandare a memoria e ripetere, senza mutare una virgola,
l'una e l'altra Summa d’AQUINO (si veda). Onde, la facile accusa agli
scolastici d'esser ripetitori pedissequi e di voler, perciò, diseducare il
pensiero umano, riducendo ogni ricerca scientifica alla meccanica fatica di
ripetere frasi, o libri altrui, con quelle pessime conseguenze per l'educazione
e per la scuola che già abbiamo udito deplorare. Accusa alla quale,
evidentemente, non si può rispondere altro che negando l'arbitraria e
cervellotica supposizione dalla quale è partita. Nessun filosofo scolastico,
infatti, s'è mai sognato di voler indicare col termine “scolastica” soltanto la
parola e non la cosa, i libri, e siano pur d’AQUINO (si veda), e non la
dottrina in essi contenuta, le conclusioni, e non il concreto processo di
pensiero col quale ci si arriva. Nessun filosofo scolastico, quando dice agli
altri “siate scolastici” vuol loro imporre la irragionevole schiavitù di una
dottrina senza dimostrazione e senza ricerca. Nessun filosofo scolastico,
infine, ha mai creduto che la sua filosofia fosse altro che un concreto
processo di pensiero, nel quale certe tesi si dimostrano vere alla luce della
ragione e dell'esperienza e mediante lo sforzo originale di colui che studia.
Il quale, poiché si tratta appunto d'una dottrina e non d'un pezzo di legno,
non potrà certo afferrarla e mettersela in tasca così com'è, ma dovrà bene
arrivarci nell’unico modo possibile, cioè pensando e ripensando, e non
smettendo mai di pensare, argomentando, inducendo, deducendo, sillogizzando,
dialettizzando e così via; che sono precisamente, se non c'inganniamo, i modi e
le forme attraverso le quali il pensiero umano afferma la propria attività e
originalità, garantendosi di conoscere il vero, e respingendo da sé il falso.
Né si vede in che cosa, sotto questo aspetto, la dottrina scolastica differisca
dalle altre dottrine, idealistiche o positivistiche, materialistiche o
scettiche. Che se appare diversamente, è sempre per quel tale equivoco fra il
pensiero e le parole, sul quale gli avversari della scolastica si compiacciono
d'insistere. Infatti, una dottrina, come or ora s'è visto, la si formula
in parole e in libri che, naturalmente, in un primo tempo, e a chi li guardi
dall'esterno, debbono per forza apparire un puro dato, esterno anch'esso;
esterno, ben inteso, finché colui che esamina la dottrina proposta non
sia in condizione di passare all'interno, cioè di riscontrare vera, mediante la
propria ricerca, la dottrina medesima, persuadendosi così anche della bontà ed
esattezza di quelle espressioni, di quelle formule, di quei libri che prima gli
erano apparsi qualcosa di arbitrario e di indimostrato. Ma questa, se così
vogliamo dirla, imperfezione e limitazione del pensiero umano che non può
afferrar la verità immediatamente e tutto in una volta, ma è costretto a
raggiungerla per gradi, non ricade certo sulla sola filosofia scolastica, bensì
appartiene a tutte le dottrine, idealistiche o positivistiche, materialistiche
o scettiche che siano. Le quali, debbono pure anch'esse formularsi in parole e
in libri che, in un primo tempo appaiono, per forza, un puro e indimostrato
dato esterno, finchè colui che le esamina non è in condizione di dimostrar vera
la rispettiva teoria idealistica o positivistica, materialistica o
scettica. Il che è ancor più manifesto quando si tratta della scuola e
dello scolaro; che, appunto perché scolaro non è ancora in tali condizioni da
poter riscontrare da sé e colle sue sole forze la verità della dottrina
insegnata e deve, ancora per un pezzo seguitare a imparar libri e definizioni e
formule delle quali non scorge, o scorge solo imperfettamente la ragione. Che
se in questo fatto cosi semplice si vuol trovare a tutti i costi una oppressione
e un vincolo alla libertà del pensiero umano, allora non soltanto la
scolastica, ma anche ogni altra dottrina, idealistica o positivistica,
materialistica o scettica e, magari, eclettica, si dovrà dire oppressiva e
restrittiva per la libertà del pensiero, e perciò, in quanto tale, oscurantista
e retriva, di fatto, anche se a parole si dichiara svisceratamente amica della
libertà e del progresso. Non si vede infatti perché il proporsi come testo di
studio San Tommaso debba esser più oppressivo, o restrittivo che proporsi Kant,
Hegel o Ardigò, e perché l'imparare definizioni e formule scolastiche debba
esser più avvilente che imparare definizioni o formule positivistiche o
idealistiche, vero essendo che in ogni caso ci s'imbatte nel solito dilemma dal
quale non è dato trovare una via d'uscita. O il presentare una dottrina
restringendola in alcune formule e in alcuni libri ed autori, che in un primo
tempo appaiono, necessariamente, allo studioso come puri dati esterni da
accettarsi solo sull'autorità altrui (salvo a ottenerne, in un secondo tempo,
una compiuta dimostrazione) è ammissibile, oppure non lo è. Se è ammissibile,
nulla ci vieta d' insegnare la scolastica, così come altri insegna l'idealismo
o il positivismo o di prendere per testo San Tommaso così come altri può
prendere Hegel o Spencer. Se non è ammissibile, la scolastica diventa, certo,
una dottrina oppressiva, incompatibile con l'attività e la libertà del pensiero
umano, ma anche l'idealismo, il positivismo, lo scetticismo e persino
l'eclettismo diventano dottrine altrettanto retrive e incompatibili con
l’attività e la libertà del pensiero umano. Ciò è tanto vero, che, in ogni
tempo, ci sono stati autori e scrittori più coerenti degli altri, i quali, per
essere imparziali e non far danno a nessuno, hanno addirittura dichiarato
oppressiva, antiquata e insopportabile la filosofia stessa, a qualsivoglia
tendenza o dottrina appartenente, e si sono vantati di condurre liberamente la
loro vita intellettuale, fuori dalle ristrette gabbie delle dottrine e dei
sistemi. Pretesa assurda certo, poiché, come è noto a tutti, anche il dire di
non credere nella filosofia è fare della filosofia, e anche il dire di non
avere un sistema è un sistema, come lo scetticismo, l'eclettismo o qualche
altro tipo simile. Ma pretesa coerente, anzi coerentissima con l'assurdo
medesimo dal quale è partita, poiché se insegnare una qualsiasi dottrina
rigorosamente definita e formulata vuol dire opprimere il pensiero, il miglior
modo, anzi, l'unico modo di non opprimere il pensiero sarà addirittura
quello di non formulare né insegnare mai nessuna dottrina, né idealistica, né
scolastica, né materialistica né di altro indirizzo. Soluzione che sarebbe
l'ideale dell'economia e della semplicità per filosofi, scienziati, legislatori,
maestri e scolari, se solo non avesse, come or ora s'è chiarito, il difetto
d'essere inattuabile. Colla pura e semplice denunzia di un equivoco verbale
cadono, dunque gran parte delle irragionevoli e ingiustificate antipatie contro
la filosofia scolastica. La quale non è un insieme di frasi o di formule da
ripetere meccanicamente, ma è un vivente organismo di pensieri da pensare; così
come appunto sono, o vogliono essere, tutti gli altri sistemi filosofici. Una
dottrina che, lungi dal pretendere d'imporsi irragionevolmente o
arbitrariamente al pensiero umano, non vuole essere accettata altro che
mediante argomenti e dimostrazioni. È bene ricordarlo, poiché oggi certe
nozioni sono grandemente obliate anche da coloro che per professione ed ufficio
avrebbero l'obbligo di meglio conoscerle. La filosofia scolastica pretende di
essere accettata unicamente perché vera e dimostrabile tale con argomenti
filosofici; e dimostrabile a chiunque, anche a chi non creda punto in una
rivelazione religiosa, anzi a chi non sappia neppure se una rivelazione
religiosa ci sia o no, sia possibile o meno, tutte questioni che si possono
trattare dopo, e non prima che l'indagine filosofica abbia saldamente stabilito
e dimostrato vera una certa concezione della realtà. Questo spiega perché sia
molto meglio e più conforme alla precisione scientifica parlare di filosofia
scolastica che di filosofia “cristiana” o “cattolica”, contenendo questi ultimi
termini un riferimento alla rivelazione religiosa e alla teologia che non è
ancora ammissibile, né dimostrabile, durante la pura ricerca filosofica,
laddove il termine “scolastica” ha il vantaggio di definire direttamente la
filosofia dal suo stesso contenuto dottrinale o speculativo, senza introdurre
altri elementi. Che se, ciò nonostante, è gloria della scolastica aver
adoperato e adoperare tuttavia anche l'altro metodo, ed essersi servita della
Rivelazione cattolica e della teologia per controllare le sue tesi, l'uso di
questo secondo metodo non ha mai infirmato l'uso del primo, che vale durante la
ricerca filosofica e prima di aver saputo se c'è ed è possibile una rivelazione
religiosa, così come l'altro vale dopo averlo saputo ed essersi persuasi, cogli
argomenti e della filosofia e della teologia ”fondamentale” o apologetica, che
una rivelazione è possibile, e c'è, ed è proprio la rivelazione cattolica.
Risulta, dunque, evidente da quel che si è detto fin qui che per insegnare
filosofia scolastica da parte del maestro, come per apprenderla da parte del
discepolo occorre precisamente tanto spirito inventivo ed originalità quanta ne
occorre per insegnare od apprendere qualunque altro sistema filosofico, e che,
perciò il meccanicismo, il mnemonismo, il dogmatismo irragionevole e
l'oscurantismo sono da temersi nell'insegnamento della filosofia scolastica
appunto quanto sono da temersi nell'insegnamento di ogni altra filosofia, né
più, né meno. Questo significa che non c'è un criterio estrinseco col quale si
possa decidere su due piedi quali filosofie siano per riuscire,
nell'insegnamento, oppressive, e quali liberatrici; ma che un tale criterio è
soltanto interno, in altro non consistendo che nella maggiore o minore verità
delle filosofie stesse. Fra le quali, secondo quanto già abbiamo
avvertito prima, solo una dottrina vera sarà sul serio liberatrice, e le altre
riusciranno sempre e per forza oppressive, dogmatiche e oscurantiste; poiché
solo il vero può imporsi all'intelletto dello scolaro con l'intima forza della
persuasione, senza ricorrere a minacce, lusinghe, o costrizioni esterne, alle quali,
invece, debbono necessariamente ricorrere i sistemi erronei che riescono,
dunque, sempre malamente dogmatici e oppressivi, e portano, perciò, nella
scuola le cattive conseguenze che si volevano addossare alla scolastica,
qualunque sia la loro etichetta di modernità o l'altisonante affermazione di
libertà colle quali si presentano al pubblico. Ma con ciò eccoci
ritornati - sembra - al punto donde eravamo partiti. Poiché - si dirà - anche
col massimo buon volere, e anche deposto ogni ingiustificato pregiudizio contro
la scolastica, è certo che proprio in questa diversa concezione del quando e a
quali condizioni debba ritenersi vera una filosofia sta la differenza più
notevole fra il sistema scolastico e il sistema moderno, e il conseguente
pericolo che la scolastica introdotta nell'insegnamento porti quei frutti di
oppressione e di scarso spirito scientifico che si temevano. Infatti, s'era già
detto: per la scolastica la verità è qualcosa di già fatto, ed esistente fuori
del pensiero che la pensa, dunque: una sola dottrina è vera, e tutte le altre
debbono per forza esser false. Per il pensiero moderno, invece, la verità
e la realtà medesima coincidono con l'atto stesso del pensare, perciò cambiano,
si svolgono, si accrescono, collo svolgersi del pensiero e, dunque, non una
sola dottrina ma tutte le dottrine sono vere, in quanto ognuna di esse è sempre
un atto del pensiero che si crea ogni volta la sua verità. E rieccoci, allora,
a quelle tali conseguenze tanto deprecate. Poiché, mentre il filosofo scolastico
non potrà che insegnare ai suoi discepoli una sola dottrina, la sua, il
filosofo moderno potrà non solo insegnare tutte le dottrine che la storia della
filosofia abbia mai registrato, ma potrà, anzi, dovrà incitare il discepolo a
“crearne” delle nuove. E va benissimo. Sennonché, a un esame più attento,
questo modo di ragionare che sembra correr cosi piano e facile, si rivela
almeno tanto superficiale quanto il precedente. Poiché, in primo luogo, esso
cela in sé una proposizione non dimostrata né dimostrabile, e cioè che il gran
numero dei sistemi filosofici insegnati nella scuola sia un bene; e che
coincida colla libertà e col progresso del pensiero. Allo stesso modo, si
direbbe scherzando, ragionava quel bravo villico che, convinto che se una
pillola faceva bene due avrebbero fatto meglio e tre meglio ancora, pensò di
guarir subito col pigliar tutte insieme le pillole che gli aveva ordinato il
dottore, ma invece di guarire morì, contrariamente alle sue poco sagge
previsioni. I sistemi filosofici - se si preferisce un paragone meno
malinconico - non sono già come i polli, le pernici, i poderi o i biglietti da
mille, che più se ne ha meglio è. E chi crede che l'insegnamento di molte
dottrine filosofiche coincida per lo scolaro con l'originalità, col progresso e
colla libertà dello spirito, mostra d'aver confuso due cose fra loro tanto
diverse come il “progresso” e il “mutamento”. Pregiudizio, in verità, molto
diffuso ai giorni nostri, e che nasce dall'aver inconsapevolmente confuso fra
loro due ordini di realtà così diversi come il materiale e l'ideale. Se,
infatti, una dottrina filosofica, poniamo la scolastica, fosse un campo o un
orto, si avrebbe ragione di dire che chi si rinchiude in essa, rinunzia a tutto
lo spazio ch'è al di là dei suoi confini, come il misantropo che se ne sta
dietro i cancelli di casa sua e non vuol mettere il naso fuori. Ma una dottrina
non è un campo o un orto, bensì un atto immateriale del pensiero, e in
quanto tale non ha altri confini che il suo riuscire o meno a colpir la verità.
E se riesce a coglierla, essa non si lascia fuori più niente, né ha bisogno di
cercare altrove che in se stessa i motivi d'un infinito progresso e sviluppo:
ché essendo la verità per sua natura infinita, non c'è mai un momento nel quale
si possa dire d'averne esaurito la conoscenza; ed essendo la filosofia un atto
immateriale, non viene mai il momento in cui si possa metter da parte in un
cassetto per riprenderla meccanicamente; ma sempre fa d'uopo ripensarla, cioè
pensarla davvero, con una attività la cui originalità e spontaneità è
inesauribile. Approfondire la verità, questo è il progresso. Per contro, è
proprio l'errore che ci presenta una indefinita molteplicità e un continuo
cambiamento di sistemi; poiché, dove la mente non può acquietarsi nel
tranquillo ritmo progressivo d'una dottrina vera, è costretta a cercare un
simulacro di progresso nel mutamento, e a ripagarsi colla illusoria ricchezza
dei molti sistemi, della effettiva miseria inerente alla loro falsità. Per cui
dal momento che la verità è una e gli errori sono molti, le parti vanno
invertite e quei filosofi che si vantano di permettere, anzi, di introdurre
nella scuola molte dottrine, o non sanno quel che si dicono, o si vantano d'una
cosa assurda com'è insegnare l'errore e mettere al bando la verità. E
viceversa, quei filosofi che vogliono nella scuola una sola dottrina, non solo
fanno onore alla loro intelligenza di filosofi, ma sono, essi, gli unici
fautori d'uno spirito sanamente progressivo e inventivo qual è quello che può
aversi dalla conoscenza della verità. Ma qualcuno può ancora obbiettarci:
il vostro ragionamento ha il solito difetto: presuppone arbitrariamente la
vostra concezione della verità ed esclude la nostra. Si capisce che se la
verità è tale che possa esser colta da una sola dottrina ad esclusione di tutte
le altre, voi avete ragione nel voler che quella sola dottrina venga insegnata.
Ma, e se la verità non fosse tale che potesse coglierla una sola dottrina, ma
si trovasse in tutte le dottrine, come appunto sosteniamo noi? Non avremmo,
allora, ragione noi di sostenere che la presenza, nella scuola, di tutti i
principali sistemi filosofici, sia utile e necessaria? La risposta a
questa obiezione non può essere che una sola: non esistono due concetti
differenti della verità, benché esistano le parole colle quali ci si illude di
esprimere un concetto della verità diverso dal nostro. Ma sono vuote parole; e
la dimostrazione ce la forniscono gli avversari stessi. Quando essi dicono,
infatti, di non creder vera una teoria filosofica ad esclusione delle altre, ma
di tener vere tutte le teorie che la storia della filosofia registra, che cosa
fanno essi mai se non sostenere e difendere come vera una loro teoria
filosofica particolare? Dire che la verità è in tutti i sistemi filosofici, non
è forse sostenere una teoria filosofica? È il solito argomento contro lo
scetticismo e l'eclettismo: filosofie che proclamano, sia di non creder vera
alcuna teoria filosofica, sia di ammetterle tutte, e intanto cominciano, sotto
mano, col creder vere se stesse e solo se stesse. Ora, la contraddizione è
evidente. Ritener vere tutte le filosofie vorrebbe dire ritener vere anche
quelle filosofie che affermano esserci una sola filosofia vera e tutte le altre
esser false. Ma ammetter queste filosofie vorrebbe dire distruggere appunto
quella nozione della verità alla quale tanto si tiene, e che esclude
assolutamente potersi sostenere la verità di una sola filosofia, cioè
distruggere lo stesso principio eclettico, o idealistico. Onde, una delle due:
o l'idealismo, l'eclettismo e gli altri sistemi dello stesso tipo restano
fedeli al loro programma di ammetter vere senza esclusione alcuna tutte le
filosofie, e si uccidono colle proprie mani, perché debbono tener vero anche il
concetto della verità opposto al loro. Oppure ammettono tutte le filosofie, ma
eccettuate quelle che sostengono un concetto della verità opposto al loro, e
allora la loro famosa tolleranza e larghezza di vedute è finita, ed essi
sono liquidati come idealismo od eclettismo, avendo dimostrato col fatto che la
verità non sta punto in tutti i sistemi filosofici, ma solo in alcuni, e
precisamente in quelli che s'accordano con l'idealismo o con l'eclettismo,
cioè, in ultima analisi, in un sistema solo. La libertà, dunque, che la
filosofia moderna pensa di garantire in fatto di sistemi, è molto simile alla
libertà di certe democrazie, ove ognuno è libero di pensarla a suo modo purché,
però, non dissenta in nulla dal pensiero dei governanti. Libero ognuno di
scegliersi il sistema filosofico che vuole, purché questo sistema sia
l'idealistico, o almeno s'accordi in tutto col criterio fondamentale
dell'idealismo: essere la verità in divenire continuo ed essere, perciò, vere
tutte le filosofie che lo spirito umano ha escogitato. Ché fuori di questo
concetto non v'è salvezza possibile, e le filosofie che non lo ammettono, non
sono filosofie, ma aborti del pensiero, non vanno neppure presi in
considerazione, anzi, vanno seppelliti sotto l'unanime disprezzo della gente
ben pensante. Ora, quando si è stabilito ciò che in un sistema filosofico è più
importante, cioè il concetto della verità, tutto il resto ne viene di
necessaria conseguenza, e si può ben lasciar libero lo studioso di dedurlo in
un modo piuttosto che nell'altro, di fregiarlo con un titolo piuttosto che con
l'altro, e di compiacersi, così, della propria intelligenza ed originalità
inventiva. Allo stesso modo, per ripigliar l'esempio di prima, poco importa che
in quelle tali democrazie la gente voti in un modo o nell'altro ed abbia l'una
o l'altra costituzione - tutte cose intorno alle quali, anzi, è bene che
ciascuno si diverta a discutere a perdifiato, ricavandone un gran senso della
propria dignità e importanza - purché, alla resa dei conti, siano sempre gli
stessi uomini politici che detengono effettivamente il potere. Così la
storia della filosofia che i pensatori moderni si vantano d'insegnare con tanta
larghezza e liberalità, si risolve in una illusione. Poiché, sotto l’apparenza
di tutti i sistemi filosofici che la mente umana ha escogitato, da Talete ai
giorni nostri, la dottrina insegnata è sempre una sola: l'idealismo, il
concetto della verità come coincidente collo sviluppo stesso del pensiero
umano, e come escludente qualsiasi altra realtà che il pensiero umano non sia.
Ed è ben vero che si parla di Talete e di Platone, di Aristotele e di S.
Tommaso, di Kant e di Hegel, di Mill e di Spencer, e che ognuno vi può spaziare
entro i confini del materialismo e del platonismo, della scolastica e del
kantismo, del positivismo e dell'agnosticismo e via dicendo. Ma si tratta di un
dramma dove i personaggi si riducono ad uno solo, benché volta a volta
variamente travestito, e dove Talete e Platone, Aristotele ed AQUINO (si veda),
Kant ed Hegel, Stuart Mill e Spencer, sono, volenti o nolenti, costretti a
rappresentare un'unica parte, quella del filosofo idealista; ora dell'idealista
in germe, più tardi dell'idealista consapevole fino a metà, poi dell'idealista
evoluto e progredito, dopo ancora, dell'idealista che nega se stesso, ma
prepara così la strada a un nuovo e più moderno idealismo, ma in ogni caso,
sempre e soltanto, la parte del filosofo idealista. Poco importano le forme,
circa le quali, anzi, si può concedere la massima libertà, purché la sostanza
sia sempre quella. Ma che volete farci? - sembra di sentire rispondere un
filosofo idealista - Dal momento che la dottrina idealistica è la vera e che
l'intelletto umano non può, per quanti sforzi faccia, appagarsi se non del
vero, necessariamente in tutti i sistemi escogitati dalla mente umana per risolvere
i nostri problemi si ritroverà, per forza, qualche cosa dell'idealismo, cioè
della verità. Noi, non facciamo altro che metterlo in luce. - Ah, dunque eccovi
colti colle mani nel sacco! Anche voi credete una dottrina vera, cioè conforme
all'intima costituzione della realtà (e sia pur questa realtà la sola storia)
e mediante essa vi assumete il diritto di giudicare tutti gli altri
sistemi. Orbene, che cosa farebbe di diverso la più intollerante, tagliente ed
autoritaria filosofia scolastica? Che cosa, se non precisamente ritener vera
una dottrina e giudicare con essa tutte le altre? Che cosa, se non mostrarci
che anche tutte le altre dottrine, in quanto sono davvero pensabili, e, cioè
vere, e non si riducono a parole e fantasmi dell'immaginazione in servizio di
bisogni sentimentali e pratici, sono, parzialmente o totalmente, implicitamente
o esplicitamente, consapevolmente o no, conformi alla scolastica stessa? Che
cosa, se non configurare tutta la storia della filosofia, in quanto storia
della scienza filosofica, e non delle aberrazioni o dei bisogni fantastici,
passionali e pratici dello spirito umano, come preparazione, svolgimento,
decadenza, rifioritura ecc. della filosofia scolastica? Ciò posto, non si
vede in che cosa, anche per questa parte, la posizione della scolastica sia
inferiore a quella dell'idealismo, o a quella di qualsiasi altro sistema
filosofico che si affermi vero e voglia sostenere la propria verità coi mezzi
consentiti dalla ragione. Né si vede in che cosa la scolastica meriti più di
qualsiasi altro sistema l'accusa d'intolleranza, di dogmatismo o di
oscurantismo, dato che una tale accusa, fallitole il concetto d'una verità
omnibus, è costretta a poggiarsi su elementi puramente accidentali. Quali
sarebbero, ad esempio, il fatto che i sistemi filosofici riconosciuti vicini
alla verità sono in maggior numero per l'idealismo che per la scolastica, o che
sono nati in epoche cronologicamente diverse, poniamo nel secolo XIII o XIV
anziché nel XVIII o nel XIX. Circostanze che non fanno né caldo né freddo,
poiché la verità non ha nulla da spartire colla quantità o colla cronologia, né
si vede perché debba appartenere al secolo XIX anziché al XIII, o perché debba
esser posseduta, in forma scientificamente adeguata, da molti sistemi anziché
da pochi o perché un professore tedesco in parrucca e codino debba averla vista
meglio d'un frate domenicano colla sua brava tonaca e cintola. E ciò anche a
prescindere da apprezzamenti di fatto, i quali ci mostrerebbero che la
scolastica ha i suoi rappresentanti nel secolo XIX non meno che nel secolo
XIII; e grandi - usiamo espressioni volutamente moderatissime - non meno di
qualsiasi altro rappresentante di qualsiasi altra modernissima “novità”
filosofica idealistica, materialistica, pragmatistica e così via.
Supponiamo che qualcheduno dicesse: Signori, io vi dimostro che l'arte d’ANNUNZIO
(si veda), o di MARINETTI (si veda) è superiore a quella d'Omero e di Pindaro.
Infatti quest'ultima è arte antica e quell'altra è arte moderna: ora, dai tempi
antichi, dei greci, ad oggi si sono effettuati innegabilmente dei progressi;
dunque, anche l'arte d'oggi deve essere in progresso su quella d'una volta. Un
tale ragionamento ci farebbe, certo, assai ridere né vi sarebbe scolaretto che
non ne sapesse scoprire l'errore pel quale, dal fatto che un'opera d'arte è
venuta dopo un'altra, si vorrebbe dedurre ch'essa è anche migliore dell'altra,
e dai progressi dell'umanità, poniamo nelle scienze naturali, nella vita civile
e nella produzione economica, si vorrebbero inferire i suoi progressi in un
campo del tutto diverso qual è l'artistico. Ora, lo stesso errore che è
derisibile applicato alla storia dell'arte, non è meno derisibile se applicato
alla storia della filosofia ove il professore X od Y, autore di un novissimo
sistema, dovrebbe saperne più di Aristotele o di San Tommaso, sol perché è nato
tanti secoli dopo. Si crede di negare tale analogia fra la storia della
filosofia e quella dell'arte con l'osservare che l'arte è l'espressione del
temperamento individuale dell'artista, che è, appunto come temperamento
individuale, non trasmissibile, e perciò esclude il progresso da uomo a uomo e
da tempo a tempo, mentre la filosofia è la conoscenza d'una verità universale
ed astratta, che può e deve, quindi, essere trasmessa e progredire. Ma si
dimentica che progresso possibile non vuol dire progresso reale, e che anzi il
progresso filosofico, il quale sarebbe necessario e ineluttabile se l'uomo
fosse solo puro intelletto come gli angeli, ha da fare i conti, nelle attuali
condizioni umane, proprio colle attitudini, coi bisogni, colle tendenze, colle
passioni, cioè, in una parola, col “temperamento” del filosofo, che è tanto
personale, intrasmissibile, e perciò non suscettibile di passare, progredendo,
da individuo a individuo, quanto il temperamento dell'artista e che influisce
sulla conoscenza della verità in filosofia, quanto il temperamento dell'artista
sulla produzione dell'opera d'arte. E con conseguenze assai più gravi, poiché
se all'arte basta riuscire sincera espressione d'un temperamento per essere
arte, e se anche temperamenti mediocri possono riuscire artisti, senza bisogno
d'arrivare all'altezza di Omero o di Dante; alla filosofia non basta essere
espressione anche sincera d'un temperamento personale per riuscir vera, anzi,
il più delle volte la mediocrità, la povertà, le scarse doti del temperamento
individuale d'un filosofo avranno per conseguenza il non fargli trovare la
verità e il fargli produrre un sistema sincero e personale sì, ma falso; onde
segue che il filosofo, se vuol esser certo di non sbagliare deve sempre batter
l'ala vicino alle altezze di Platone, d'Aristotele o di San Tommaso, poiché,
nel suo caso la mediocrità è la morte. E la diversità notata sopra tra l'arte e
la filosofia vale solo in questo: mentre l'artista deve esser grande lui e non
ammette sostituzioni, il filosofo, se non è grande lui, può andare a scuola dai
grandi e ricevere da loro quella verità che colle sole sue forze non avrebbe
saputo scoprire. In ogni caso, non c'è da meravigliarsi che i grandi filosofi,
come i grandi poeti, siano pochi, e nascano nelle più diverse epoche che la
Provvidenza ha stabilito, senza darsi pensiero della successione cronologica né
del progresso. E dunque è chiaro che la scolastica può aver le sue buone
ragioni nel concedere relativamente a pochi l'ambìto titolo di filosofi, come
la storia dell'arte concede a pochi l’ambìto titolo di poeti, e che l'opposto
criterio, il quale vorrebbe che ogni momento nascesse un filosofo capace di
“creare” una “nuova” filosofia è lungi dal parere soddisfacente. E può essere
anche indizio d'un inadeguato e troppo largo concetto della filosofia, così
come sarebbe segno d'un insufficiente concetto dell'arte lo scovare i poeti a
decine e centinaia per ogni lustro, quando è risaputo che la vera arte e la
vera filosofia sono cose difficili e che, perciò, in ogni tempo la grande
maggioranza di coloro che si qualificano poeti o filosofi è composta, invece,
di pseudo-poeti o di pseudo-filosofi. Possiamo dunque riconfermare, senza tema
di smentite, la nostra conclusione. Ogni sistema filosofico, idealistico o
scolastico, scettico o materialistico, non può, nonostante ogni sforzo
contrario, insegnare mai più di una dottrina e di una verità, la quale
necessariamente esclude la verità di altre dottrine diverse od opposte. E il
sogno di una dottrina che abbracci e concili in sé tutte le altre dottrine si
rivela presto per quello che è, un puro e semplice sogno, sfornito di qualsiasi
consistenza scientifica, l'eterno sogno irrealizzabile, perché contraddittorio,
dello scetticismo e dell'eclettismo. La verità di questa proposizione
risulta manifesta dallo stesso ingenuo sofisma col quale gli avversari pensano
di poter mettere la scolastica e il cattolicesimo al bando dalla scuola
moderna. La nostra filosofia ammette e giustifica, tanto la scolastica e
il cattolicesimo quanto il pensiero moderno, la vostra, invece, nega il
pensiero moderno, e ammette soltanto la scolastica, dunque voi siete più
ristretti ed intolleranti di noi. Sofisma la cui apparente consistenza è data
dal duplice significato che s'attribuisce al termine “ammettere” o
“giustificare”, che una volta si prende nel senso di “condividere” una dottrina
e accettarne la verità, e un'altra volta si prende nel senso di “giustificarla”
storicamente, cioè di indagare le condizioni storiche nelle quali nacque, i
bisogni ai quali rispose e così via. Poiché, se si tratta di “giustificare” nel
primo senso, allora è certo che la scolastica non può ammettere e insegnare
come vero l’idealismo, il positivismo o qualsiasi altro sistema del genere, ma
è altrettanto certo che neppure l'idealismo, il materialismo o un altro sistema
simile possono ammettere e insegnar come vera la scolastica, tanta essendo
l'opposizione della scolastica a quegli altri sistemi, quanta è per l'appunto
l'opposizione degli altri sistemi alla scolastica. Ma se si tratta di
“giustificare” nel secondo senso, allora anche la scolastica si può prendere il
gusto di fare una elegante rassegna di tutti i sistemi filosofici che ci sono
stati da che mondo è mondo, metterli in bell'ordine, studiarne i corsi e
ricorsi, assegnarne le condizioni, enumerare le cause che li hanno fatti
nascere e ne hanno garantito il successo, corredando il tutto con un grande
apparato di erudizione critica e una sesquipedale bibliografia. Può prendersi
il gusto, diciamo, poiché in realtà la scolastica, possedendo un concetto della
verità molto più severo ed elevato di quello che mostrano d'avere tanti sistemi
moderni, è sollecita più della formazione mentale, che della brillante
informazione ed erudizione dei suoi scolari, e teme sempre non accada loro
questa disgrazia: necessaria non norunt, quia superflua didicerunt: il che la
conduce a limitare, nella scuola, più che sia possibile questa parte
storico-erudita, nella quale tanto si compiacciono i sistemi moderni, perché
tanto bene si accorda col loro intimo scetticismo ed eclettismo. E allora la
discussione sarà, non più sulla necessità di tener per veri o meno questi o
quei sistemi filosofici, quanto sulla opportunità di fare, nella scuola media,
un posto più o meno ampio alla storia della filosofia, e, specialmente, alla
sua parte informativa ed erudita. Questione di metodo, della quale adesso non
intendiamo occuparci. Ma l'accusa del pensiero moderno, o del sedicente
pensiero moderno, alla scolastica, di essere limitata ed oscurantista, può
facilmente essere ritorta. Si scandalizzano, i nostri avversari perché la
scolastica accusa di falsità la maggior parte dei sistemi che hanno avuto
fortuna nel mondo della cultura filosofica, e domandano indignati: l'umanità ha
dunque vissuto sempre nelle tenebre della barbarie? E come allora ha potuto
svolgersi e progredire fino a raggiungere una civiltà per tanti rispetti
superiore a quella dei tempi antichi? Dimenticano, costoro, nel far questa
domanda tendenziosa, di richiamare i reali rapporti che intercedono fra i
sistemi filosofici ora ricordati, e lo svolgersi dell'umanità e della civiltà,
poiché la filosofia è una scienza difficile e, come tale, aristocratica sì che
solo un piccolo gruppo di dotti, che in confronto dell'umanità è una
trascurabile minoranza, può in ogni tempo coltivarla e dedicarvisi. Quanti, fra
i contemporanei di Spinoza, di Rousseau, di Kant, o di Hegel, poterono
effettivamente leggere quei filosofi, formarsi un'adeguata idea del loro
sistema, e ad esso ispirare la propria vita? Quanti, oggi, nonostante
l'accresciuta cultura e la maggior facilità di studiare, possono far lo stesso
coi filosofi recentissimi? Il grosso pubblico dai sistemi filosofici prende, per
opera di compiacenti divulgatori, solo qualche idea così vaga e generale che in
tale vaghezza e generalità ogni carattere filosofico ha perduto, come sarebbe
l'idea che Dio non c'è e che l'uomo è tutto, o che la società è organizzata
male e bisogna rifarla, o che ciascuno è libero di seguire le proprie
passioni, ecc. Idee che l'umanità avrebbe certo trovato anche senza i sistemi
filosofici, tanto sono comode e larghe. Sì che si può dire, senza tema
d'errare, che le varie dottrine filosofiche, in quello che hanno di
specificatamente filosofico, passano senza toccare la vita dell'umanità nella
sua grandissima maggioranza, onde, nulla v’ha di impossibile a che l'umanità
progredisca e costruisca una civiltà anche se i sistemi filosofici dei suoi
dotti sono errati, potendo la verità farsi strada da sé ugualmente, benché in
forma imperfetta, per altre vie, nell’etica, nei costumi e nelle scienze
stesse. Ben più difficile e ben più intollerante è, invece, la posizione
degli avversari, quando, sforzati dalla logica, sono costretti a condannare non
solo la scolastica, ma, addirittura il cattolicesimo il quale non soltanto è un
sistema che vanta per sé il possesso esclusivo della verità, ma afferma questa
verità di averla ricevuta, per rivelazione, da Dio. E il cattolicesimo non è
una dottrina filosofica che vada solo per le mani di alcuni dotti, e la cui
verità o falsità non interessi la maggior parte del genere umano, ma è una
religione, attraverso l'insegnamento della Chiesa, chiaramente conosciuta,
seguita e praticata da milioni di uomini, i quali costituiscono certamente la
maggioranza del mondo civile; una religione che non ha mai cessato d'avere una
azione importantissima su tutti i prodotti dello spirito umano, sull'arte e
sulla filosofia non meno che sulla morale e sulla politica, sui costumi non
meno che sulle industrie e i commerci, sulle scienze non meno che
sull'economia. Il cristianesimo ha agito, perciò, anche sulla formazione del
mondo moderno e della civiltà moderna, infinitamente di più che le dottrine di
Kant, di Hegel, di Spencer, coi piccoli gruppetti di intellettuali che le hanno
conosciute e seguite. Se, dunque, esso è una dottrina falsa, fondata
sull'illusoria affermazione di un Dio trascendente, come si spiega la sua
vitalità, estensione e fecondità? come si spiega la civiltà moderna stessa che
in sì gran parte deriva da lui? È vero che gli avversari rispondono di non aver
affatto questa malvagia intenzione, ma di voler anzi, ammettere e spiegare il
cristianesimo e il cattolicesimo così come qualunque altra dottrina o sistema.
Ma è proprio qui il punto: ammettere il cristianesimo così come qualunque altro
sistema filosofico umano significa, in realtà, non ammettere affatto il
cristianesimo, bensì sostituirgli una deforme immagine di esso, che prescinde
precisamente da ciò che in esso è fondamentale: l'idea di una Rivelazione
divina effettuatasi in esso e realizzantesi nella Chiesa. Il cristianesimo che
si pensi solo come frutto della ragione umana e dei suoi sforzi filosofici, non
è più cristianesimo, esso è, al più, spiritualismo, che già sfuma
nell'idealismo. Non è dunque il cristianesimo ma l’idealismo che, pur con
diverse parole, gli avversari ammettono e giustificano. Ora, non è questo il
cristianesimo vivo ed operante come religione del mondo moderno, la quale tanto
poco può allontanarsi dall'idea d'essere una Rivelazione divina, che ove solo
attenua e addomestica un po', quell'idea, come ad esempio nel protestantesimo,
sparisce come religione cristiana per ridiventare simile a tutte le altre filosofie
di cenacoli intellettuali, quasi a darci una riprova della costituzionale
incapacità del pensiero che pur si dice moderno ad afferrare ed assimilarsi il
principio fondamentale del cristianesimo e del cattolicesimo. E dunque la
difficoltà resta, per gli avversari, in tutta la sua estensione. Se il
cattolicesimo è falso, come ha potuto crescere per opera sua quella civiltà che
pur dite buona e vera, anzi come può continuare ad esistere, dato che anche
oggi, nella società, il cattolicesimo ha un'estensione e un'importanza
infinitamente maggiore di qualunque sistema filosofico? Condannare il
cattolicesimo significa davvero ridurre tutta la storia a storia d'errori,
ben più che non lo fosse, o potesse parerlo, per la filosofia scolastica;
significa spezzare in due la grande tradizione cristiana della civiltà moderna;
significa ammettere, irragionevolmente, che prima di Kant o di Hegel tutti i
filosofi bamboleggiassero, e l'umanità giacesse nelle tenebre dell'errore;
significa, infine, negare o misconoscere i maggiori bisogni dell'umanità
stessa, che ha sempre cercato, prescindendo anche dal cristianesimo, di
risolvere i suoi problemi, piuttosto che colla filosofia, soggetta alle
discussioni e agli errori di pochi dotti, colle religioni, che tutte si presentano
come rivelate da Dio, qualunque poi sia il modo col quale concepiscono tale
rivelazione. Giacché la differenza fra il pensiero della scolastica e il
pensiero di quella filosofia che s'arroga il titolo di moderna è, si potrebbe
dire, tutta qui: nell'ammettere questa e nel non ammettere quella, la
possibilità di una religione; nell'ammettere questa e nel non ammettere quella,
l'esistenza di un Dio trascendente, e il fatto della sua rivelazione.
Spregiudicata e larga come pare a prima vista, la filosofia moderna parte, in
realtà, da una esclusione e da una limitazione aprioristica quanto mai settaria
e piccina. Tutte le audacie e le libertà sono consentite al pensiero: purché,
però, esso non si provi mai ad affermare l'esistenza di Dio e la possibilità della
rivelazione: questo è severamente proibito. E non ci si accorge che, con tale
gretta esclusione la filosofia ha rinunciato, in sostanza, alla propria, tanto
vantata, libertà di critica, e si è rinchiusa entro un circolo ove non è più
possibile alcun reale progresso e sviluppo del pensiero. Lo hanno osservato
anche filosofi non sospetti davvero di eccessiva simpatia per la scolastica,
che il pensiero umano ha in sé una brama irresistibile di infinito che domanda,
come suo adeguato oggetto, un Oggetto parimente infinito ed assoluto: Dio. La
filosofia moderna gli toglie questo oggetto, e poiché, tolto l'oggetto, la
brama dell'Infinito resta egualmente, ad esso sostituisce una falsa immagine,
il mutamento indefinito del pensiero medesimo, nella sua irrequietezza e
insoddisfazione; e chiama Dio lo sviluppo storico e il divenire di questa
insoddisfazione stessa. Senza por mente che l'Assoluto non può consistere in
una negazione o in una privazione, e che il semplice mutamento non è progresso
o sviluppo. In tal modo il pensiero umano, lungi dal progredire, resta
perennemente immobile, nella sua scontentezza, volubilità e insoddisfazione che
è sempre identica; un apparente progredire che è, in effetti, un ritornare
sempre sulle stesse posizioni, come la storia di certa filosofia
malinconicamente c'insegna. Mentre, al contrario, la scolastica, concludendo
col riconoscere, sopra di sé, un Dio e una Rivelazione apre all'anima umana i
vasti domini di una realtà inesaurita e inesauribile, ove il pensiero può
innalzarsi infinitamente su se stesso, senza mai trovare, per quanto si
sprofondi negli abissi della essenza e delle operazioni divine, niente altro
che nuovi, sconfinati orizzonti, e nuovi stimoli ad elevarsi e progredire:
Estote ergo vos perfecti sicut et pater vester coelestis perfectus est : ecco
l'unico programma - il programma della santità cristiana - che consente anche
al pensiero filosofico uno sviluppo e un progresso infinito. Nonostante
ogni dichiarazione in contrario, la filosofia moderna non è affatto disposta ad
aprire la scuola a tutte le più diverse e disparate dottrine. Che, anzi, essa
persegue tenacemente la realizzazione di un suo ideale, e si propone - né
potrebbe non proporsi - di conquistare la scuola alla sua propria fede. Fede
intimamente scettica, come abbiamo visto, ma più intollerante ed esclusiva
delle altre, perché non sa di essere una fede e una dottrina anch'essa, e con
tanta maggiore ostilità, è disposta a perseguitare le altre dottrine quanto più
si crede, ingenuamente, essa solo rappresentante autorizzata della verità
e della filosofia. Fede, perciò, oppressiva e soffocante, affatto
inconciliabile colla sana libertà della ricerca scientifica, e addirittura
contraria ad ogni effettivo progresso e svolgimento dell'anima umana, nella sua
educazione e nella scuola. Poiché l'anima del giovane e del fanciullo, ha, se
così si potesse dire, più ancora che non l'anima dell'adulto, bisogno
dell'Infinito, e la scuola che non può darle Dio, non può darle che vani
trastulli e giocattoli intellettuali, destinati ad essere infranti subito dopo
che una curiosità irrequieta ne ha scoperto il meccanismo. Pedagogia
cattolica Credo che a parlare di un'opera come questa Rinnovamento
dell'Educazione (“Vita e Pensiero”, Milano di Crispolti, possa valere quale
sufficiente giustificazione non soltanto la ben intesa libertà che va tenuta
nell'occuparsi dei libri recenti, bensì anche un fatto di più immediato
interesse. E, cioè, che le lettere pedagogiche di Crispolti non hanno finora
avuto, nonostante i loro innegabili pregi, il bene d'una discussione, d'una
recensione o d'un cenno fra coloro che pur si occupano o dovrebbero occuparsi
di problemi educativi. Strani effetti della modestia! Il Crispolti onestamente
dichiara nella prefazione di non essere pedagogista e nemmeno professore; anzi,
di non avere in vita sua addirittura frequentato mai alcuna scuola fuori dell'
Università; rassomiglia il proprio stupore, nell'aver appreso da altri che
certi suoi concetti erano pedagogia, a quello del bourgeois-gentilhomme quando
lo persuasero che, senza saperlo, aveva fatto della prosa e non invoca per sé
altro diritto che l'esperienza della vita. Probabilmente, i pedagogisti di
professione hanno preso queste dichiarazioni alla lettera e hanno creduto,
quindi di poter condannare il libro del Crispolti alla congiura del
silenzio! Noi, per conto nostro, diciamo subito di non credere a quelle
dichiarazioni: o, meglio, di credervi quanto basta per annettere all'opera del
Crispolti un pregio anche maggiore. L'esperienza in materia educativa è
certo - chi lo nega?- una bellissima e necessaria cosa; ma quando è vera
esperienza, non filtrata attraverso gli schemi di un miope professionalismo,
quale purtroppo affligge in educazione assai spesso la gente del mestiere,
proclive molto spesso a dimenticare che, se l'opera educativa si celebra e
acquista esplicita consapevolezza di sé nella scuola, essa presuppone poi tutte
le manifestazioni della vita spirituale nel più largo senso intesa, talché
l'esperienza scolastica val meno che nulla quando non sia sorretta da una
intensa partecipazione alla vita dello spirito in tutte le sue molteplici
forme, dalla quotidiana prassi familiare e sociale alla politica, alla scienza,
all'arte, alla religione. Onde accade talvolta che uomini come Crispolti,
ammaestrati appunto da questa intensa partecipazione alla vita, riescano a
ricostruire idealmente anche l’esperienza scolastica che loro manca e finiscano
col portare nel campo educativo un occhio tanto più acuto e spregiudicato
quanto meno è irretito dai pregiudizi professionali e quanto meno si preoccupa
di abbracciare tutto un “sistema” pedagogico, per trascorrere, invece, con
piena libertà, su quanto un sano senso critico spontaneamente gli scopre. Se
così non fosse, l'agricoltore Pestalozzi o il mineralogista Froebel sarebbero
riusciti inferiori, non pure al filosofo e pedagogista accademico Herbart,
bensì anche ad un qualsiasi mediocre cattedratico autore di manuali pedagogici.
Il segreto di quei grandi educatori sta precisamente nella loro “irregolarità”,
nel loro irrequieto vagare più o meno attraverso tutti i campi della vita,
prima di fermarsi nell'educazione, alla quale portarono così il possente
lievito d'una personalità vivissima, aperta a tutte le voci dello
spirito, sensibile a tutti i problemi, pronta a soddisfare tutte le esigenze
che maturavano nei nuovi tempi. Tanto basta, e ne avanza, a giustificare
il Crispolti di aver raccolto in una serie di lettere le sue dottrine
sull'educazione. Il Crispolti è, del resto, figura così nota, e nel campo
cattolico e nel campo degli studiosi, da non aver certo bisogno d'una
presentazione. Ed era quasi, direi, in tono col suo cattolicesimo, il quale è
manzoniano nel miglior senso della parola, ch'egli dovesse dar questo segno
tangibile d'interesse per le questioni educative, ove si pensi che quel sano
lievito di modernità ond'è reso così giovane il cattolicesimo manzoniano,
risulta proprio dall'aver il Manzoni intensamente vissuto il cattolicesimo
stesso, affiatandolo con tutti i problemi della vita e della storia, quali il
secolo XIX li impose alla coscienza europea, in una forma in cui il problema
morale e il problema - in lato senso - pedagogico tendevano sempre più a
penetrare di sé la letteratura. Salutiamo dunque, anzitutto, la bandiera sotto
la quale il Crispolti entra nel nuovo agone. Del Manzoni pensatore fu detto che
egli, pur riuscendo spesso ragionatore vigoroso, non arriva ad esser compiuto
filosofo per una certa sua incapacità a mettere in questione i “primi principi”
e per una certa sua continua tendenza a presupporre dimostrata la dottrina
religiosa, anche se al fine di far vedere come partendo da essa diventino volta
a volta chiare le singole questioni prese in esame. Il che è inesatto certo, se
con ciò s'intende negare ogni valore di filosofo a chi proceda con siffatto
metodo largamente deduttivo (quale dimostrazione più soddisfacente d'una
dottrina che lo spiegare in base ad essa i singoli concreti problemi della
storia e della filosofia?) ma è esattissimo come caratteristica del procedimento
prediletto in siffatte materie dal Manzoni e - cosa che qui c'importa
soprattutto - anche dal Crispolti. Le sue lettere pedagogiche s'ispirano
infatti, come egli stesso ci dice, al “programma di far toccare con mano in
quale amplissima misura il Cristianesimo debba contribuire alla formazione
dell'intero carattere morale e a certe necessità dello sviluppo intellettuale
dell'uomo”(p. 205), ma non s'ingegnano prima di dimostrarci perché sia un bene
morale e una necessità di ragione che il cristianesimo debba avere un siffatto
influsso, o perché non si possa concepire, poniamo, una educazione che dal
cristianesimo prescinda interamente o al massimo ne tenga conto solo come uno
fra altri fattori, uno fra gli altri prodotti dello spirito umano, alla stessa
stregua, p. es., dell'arte, della scienza, della filosofia, delle antichità
classiche e via discorrendo. Non siamo, insomma, neanche qui nella sfera dei
“primi principi”, delle grandi affermazioni e negazioni: il Crispolti, benché
uomo di vasta cultura e non solamente letteraria, non ha affrontato in pieno la
tormenta del pensiero filosofico moderno nel suo duplice aspetto immanentistico
dell'idealismo e del positivismo. La religione non è quindi per lui qualcosa
che abbia bisogno anzitutto d'essere instaurata contro e insieme nella scienza
moderna: è, piuttosto, un possesso sicuro da far fruttificare. Onde, il tono
fondamentale di tutta la sua indagine, che è rivolta a quelli di casa prima che
quelli di fuori, ai cattolici prima che ai “laici”, filosofi o pedagogisti,
anche se, nello stesso tempo, tiene l'occhio vigile su tutto il mondo
circostante della cultura e della vita. Si direbbe anzi, più
precisamente, che il Crispolti avesse voluto con queste sue lettere parlare a
quelli che trascorrono nell'altro estremo, soffrendo d'una malattia opposta al
filosofismo laico, a quei cattolici cioè che, per eccessiva sollecitudine di
mantener la loro fede, in tutta la sua purezza, salva dalle concessioni
snaturatrici alla mondanità, non annettono, nel campo educativo, grande
importanza a tutto il complesso delle doti spirituali che, pur non
interessando apparentemente la religione, fanno dell'uomo un uomo colto o
rispettabile nel significato mondano della parola, poniamo al coraggio, al
senso della responsabilità sociale, alla cultura dell'intelletto. Frutto di
siffatta timidezza che, per timore di mal fare si appaga del non fare, è,
secondo il Crispolti, un doloroso divorzio fra l'educazione dell'uomo e la
religione, di cui non pur l'uomo ma la religione stessa finisce, in ultima
analisi, con l'essere vittima nella comune estimazione dei buoni. Ecco degli
esempi: quando noi vedremo il probo commerciante tener fede alla sua firma, il
coraggioso nuotatore salvare uno che annegava, la brava popolazione d'un
villaggio distrutto dall'incendio accingersi con virile rassegnazione a
ricostruirlo da sé, noi applaudiremo tutti costoro in quanto coraggiosi, probi,
o virilmente rassegnati in faccia alla sventura: non ci verrà mai fatto di
applaudirli in quanto cristiani, di attribuire, cioè, lo splendore di queste
loro qualità ad una educazione religiosa e, più specificamente, cristiana o
cattolica. Altrettanto avviene nella coscienza del cattolico stesso, il quale,
pur apprezzando certo in cuor suo quegli atti e quelle doti, non osa farne una
conseguenza imprescindibilmente necessaria della propria fede religiosa, ma è
disposto con facilità ad ammettere che si possa restar buoni cattolici anche
senza lavorare a svilupparle eminentemente in sé, specie poi quando si tratta
di doti che, come il coraggio, possono, se coltivate oltre un certo punto,
condurre facilmente alla trasgressione di precetti eticoreligiosi cristiani, ad
esempio di quelli contro la violenza. Effetto del timore che le virtù umane
troppo curate dall'educazione possano ritorcersi contro la fede religiosa o
quanto meno finir col reclamare per sé un'assoluta autonomia, non può non
essere, a lungo andare, proprio lo stesso male che voleva evitarsi. Giacché
così si crea in tutti la persuasione che l'educazione, intesa come sviluppo
delle fondamentali attitudini dell'uomo al vivere e al pensare, trovi nel
cristianesimo, anziché un aiuto, un ostacolo o, nella migliore ipotesi, né
l'uno né l'altro; ch’è quanto dire, pedagogicamente, nulla. Onde si ritorna,
dopo un non lungo giro, se non all'irreligione, almeno al neutralismo e al
laicismo educativo. Contro i quali al Crispolti sembra aperta come unica via
quella che l'educazione cristiana sia resa così piena, da non esserci nessuna
abitudine o inclinazione deplorevole che non debba venir combattuta a titolo
religioso; nessuna abitudine o inclinazione lodevole a cui la religione non dia
cagione e valore (p. 14). Ora, in qual modo realizzare siffatto
programma? Il Crispolti, sulle orme del Manzoni e delle Osservazioni sulla
morale cattolica rammenta che il Vangelo contiene qualsiasi ideale di
perfezione umana e che i sentimenti naturali retti non possono mai essere in
contraddizione colla legge di Dio, e tanto gli basta per dimostrare come la
religione cattolica abbia l'attitudine a informare di sé qualsiasi magari
raffinatissimo ed esigentissimo sistema educativo. Che fu, in sostanza, la
grande preoccupazione del romanticismo neocattolico successo all'illuminismo
rivoluzionario, da Chateaubriand in poi il cui famosissimo libro vuol essere
appunto una descrizione di tutti i vantaggi arrecati in ogni suo campo
d'attività allo spirito umano dalla religione cattolica. Ma il Crispolti ha
anche una preoccupazione nuova che certo, direttamente o indirettamente,
consapevolmente o inconsapevolmente, dev'essergli derivata dall'influsso
dell'etica moderna in uno dei suoi fondamentali problemi. “Politica della
virtù”, definì or non è molto CROCE (si veda) il concetto sostituito dalla più
recente speculazione al vecchio rigorismo kantiano; “politica”, ossia non
impossibile sterminio di tutte le umane passioni e tendenze sulle cui
rovine si erga la legge morale, ma loro sapiente organizzazione a beneficio
della moralità stessa. Sarebbe troppo domandare a un cattolico, per cui la
legge morale deve sempre rimanere, in ultima analisi, trascendente, né può
comunque risolversi nella sintesi delle passioni, il chiedergli di condividere
senz'altro questo concetto. Dal punto di vista cattolico vi ha sempre una
soluzione superiore del problema, la santità che non ha bisogno d'una politica
della virtù poiché non raggiunge le virtù e la conseguente eliminazione di ciò
che loro contrasta, correndo loro dietro una per una e poi tenendole tra loro
serrate con un'agitazione scrupolosa e a fatica, ma le coglie tutte insieme,
per un ardore che tutte le supera e le fonde (p. 16). La carità, l'amore di Dio
possono, nelle anime educate alla santità ed elaborate dalla grazia divina
stessa, essere motivo sufficiente dell'azione virtuosa senza che per ciò si
richieda il sussidio di speciali abilità o l'esca di determinate passioni e
sentimenti umani. Ma, giustamente ammonisce Crispolti, la santità eminente non
è da tutti. Molti educatori sentono, sia pure talvolta in confuso, questa
complicazione dell'economia della vita cristiana; sanno che l'ardente carità,
dalla quale può venirle la maggiore semplificazione pratica, non è dato ad essi
d'infonderla negli alunni, poiché è un raro e diretto dono di Dio alle creature
chiamate a santità e allora, senza che formulino a sé e agli altri il proprio
timore, temono che il voler trarre dal cristianesimo anche l'addestramento alle
qualità naturali, belle per sé ma che non sono ancora virtù, come il coraggio,
l'amabilità nel convivere, la coltura della mente, e via discorrendo, accresca
la difficoltà dell'educazione cristiana, costringendo gli animi ad accogliere
tante più cose, quindi a tenerle insieme in un equilibrio sempre minore, e a
rischio di più frequenti discordanze (p. 19). Timore, secondo il Nostro,
ingiustificato e pericoloso, poiché in quanto quella carità vittoriosa venga a
mancare - e impossibile è all'educatore garantire ch'egli saprà infonderla
puntualmente nell'educando - verranno d'un subito a mancare anche tutti gli
altri motivi (che non si sono coltivati in lui) d'ordine umano coi quali di
solito gli uomini si garantiscono pur imperfettamente dal male. Eppure ogni
metodo di educazione è condannato a prefiggersi di far buoni i mediocri, poiché
i sommi oltrepassano per lo più le sue speranze e i suoi poteri (ibid.) e questi
mediocri sono la gran maggioranza degli uomini non chiamati a santità, ma non
per questo da abbandonarsi senza difesa ai disordinati impulsi animali.
Prendiamo, secondo l'esempio caro al Crispolti, una figura manzoniana, quella
di Don Abbondio, che per viltà d'animo si lascia trarre dalle minacce di Don
Rodrigo a obliare uno dei più essenziali doveri del sacerdozio. Eccoci nel caso
di un uomo al quale manca quella ardente carità che dovrebbe rendergli facile
l'adempimento di qualsiasi dovere, ma al quale, di più, mancano gli stimoli
umani con cui il “laico” si garantisce dalla paura; manca, cioè, un'adeguata
educazione del coraggio materiale. Poniamo che Don Abbondio fosse stato un
ragazzo e che i maestri, prevedendo che potesse diventar parroco in tempi in
cui il dovere parrocchiale era esposto a minacce di prepotenti, gli avessero
voluto insegnare l'arte di non farsi vincere da quelle minacce: che cosa
avrebbero dovuto fare? Sanamente diffidando della possibilità d'infondergli il
calore dell'amor divino, avrebbero dovuto coltivare in lui una qualità terrena
che poteva in certo grado servire all’uopo e che colla persuasione, cogli
esercizi convenienti, e occorrendo con l'arma del ridicolo, si riesce ben più
facilmente a metter negli animi adolescenti la qualità del non aver paura. E
allora Don Abbondio, sia pur per motivi umani, e senza il merito di quei più
alti motivi che il cardinale Federigo gli ricordava, non avrebbe piegato
innanzi alle minacce di Don Rodrigo, e non avrebbe gravato la propria
coscienza dell'oblio di un dovere così importante per un sacerdote, come quello
di esercitare fino in fondo le sue funzioni parrocchiali, nonostante tutti gli
ostacoli che potessero da altri venir frapposti. Ed ecco rinascere entro
l'educazione cristiana stessa la necessità d'una politica della virtù. Poiché
Crispolti rammenta certo che sta scritto: non tentare il Signore Iddio tuo e
che, confidare in un dono direttamente divino per dirigersi nelle difficili vie
della virtù, sarebbe pretendere troppo da Dio, onde la illuminata pietà e la
saggezza pedagogica non possono su questo punto non andare d'accordo colla ben
intesa umiltà cristiana nell'accumulare il maggior numero possibile di difese
contro le suggestioni al male. Al chierico non meno che al laico, l'educatore
dovrà dire: “Se l'occasione se ne presenti, voi dovete già esser preparati
perché non vi trattengano né i disagi né i rischi. La strada regale di questa
preparazione sarebbe quella di sentire il valore degli atti meritori, con tanto
ardore da sormontare in grazia sua qualunque ostacolo anche improvviso. Ma v'è
una strada più modesta, e che ad ogni modo deve esser battuta anche perché a
mani educatrici riesce più sicuramente il condurvi in questa che in quella: e
consiste nel rendervi familiare la lotta contro quei rischi e quei disagi,
seppure lì per lì essa non mostri di servire a nulla. La strada più modesta è
appunto la politica della virtù, sebbene concepita in un senso diverso da
quello consentito nell'economia d'un'etica immanentistica come quella di CROCE
(vedasi). Poiché qui è successa una inversione per cui ciò che là era fine
morale, è diventato mezzo pedagogico nella nuova gradazione di valori richiesta
dall'etica religiosa. Per la quale, le virtù nel significato umano della
parola, comprendendo fra di esse non pur quelle che sorgono sul vero e proprio
terreno praticomorale, come il coraggio o l'abnegazione od altro, ma altresì
quelle che sono immanenti in qualsiasi altra funzione dello spirito, come
poniamo la genialità estetica o il vigore speculativo, debbono necessariamente
avere alcunché di imperfetto, frutto appunto del loro carattere umano:
allegarsi, cioè, con una certa dose di orgoglio, compiacenza di sé,
soddisfazione, che le rende tutte più o meno passionali perché presentano all'uomo,
qualunque sia la somma d'ostacoli ch'esse offrono, il loro esercizio sempre
come un allargamento e una esaltazione del proprio io. Di contro ad esse sta la
vera, perfetta, suprema virtù: la santità, l'unica che non si fondi per
sussistere sopra siffatto stimolo, ma sopra una diretta ispirazione di Dio.
Talché, appellarsi alle une per rendere possibile o, comunque, preparare,
facilitare, supplire l'altra, significa da un punto di vista religioso
ricorrere già ad una politica della virtù: non perché si sia facilitata la
virtù ricorrendo alla dialettica delle passioni come nell'etica immanentistica,
ma perché, esorbitando la virtù pura dai mezzi di educazione umana, si è
ricorso per garantire l'uomo dal male ad un sistema di virtù umane e perciò già
in sé stesse passionali. Conclusione di tutto ciò è dunque per il
Crispolti che l'educazione cristiana, ben lungi dal disinteressarsi delle doti
umane, deve e può servirsene come di mezzi atti a facilitare potentemente
quell'economia delle virtù che solo anime eccezionalmente ispirate da Dio
possono raggiungere d'uno slancio. Deve, cioè, in ultima analisi, prendere
anch'essa in considerazione il curriculum della consueta pedagogia, evitando
due errori egualmente pericolosi come la dissociazione delle attività umane dal
fine religioso e, insieme, la incauta persuasione che l'uomo pio sol perché pio
riesca eccellente in tutti i campi del pensiero e della vita. Incominciamo
dall'educazione fisica, di cui il Nostro si occupa nella lettera su
l'educazione cristiana del coraggio materiale per riprendere acutamente, dal
proprio punto di vista, quel concetto della pedagogia moderna secondo cui
il rinvigorimento del corpo non è già la formazione del robusto ed agile
animale, bensì quella del robusto ed agile uomo, che ha l'obbligo di preparare
il proprio organismo fisico a tutti gli sforzi necessari all'adempimento dei
propri doveri di essere spirituale. Al qual proposito bene osserva Crispolti,
parlando delle società cattoliche di educazione fisica, il loro carattere
religioso dover consistere, non tanto nel titolo di cattoliche o nel
compimento, in esse, di funzioni sacre, quanto nel tener sempre presente alle
menti giovanili lo scopo di far servire le membra fortificate all'adempimento
degli obblighi virtuosi e di ciò che nella virtù sopravanza l'obbligo...
cosicché imparassero con precisione a tenere dentro i giusti limiti la loro
progressiva vigoria. E quindi ai troppo facili satireggiatori della ginnastica
cattolica, il Nostro può con ragione rispondere che, oltre a una ginnastica,
ben vi può essere anche una cucina cattolica, da quando in alcuni giorni della
settimana si preparano nelle case dei cristiani i cibi di magro. E se la Chiesa
non sdegnò di porre il suggello religioso su un'operazione umile come il
mangiare, perché la pedagogia cristiana sdegnerà di porre la stessa impronta su
qualsiasi attività umana? Non si andrà incontro così ad un pericolo nuovo, che,
sviluppando per mezzo della stessa educazione religiosa il pieno valore della
persona umana, questa diventi superba? No certo, se teniamo presente che la
pedagogia cristiana ha in mano il più potente dei mezzi, per combattere quella
superbia ingiustificata, nella cultura dell'opposto sentimento dell'umiltà;
cultura che e insieme, ancora, un dovere religioso ed un ottimo espediente
pedagogico. L'opinione che ai giorni nostri si ha dell'umiltà cristiana, ben
osserva Crispolti, è spesso quella ch'essa consista soltanto nell'ansia
costante e smaniosa di stornar gli occhi dal proprio io, per il pericolo di
potervi scoprire dei pregi e provarne compiacenza. È un concetto negativo
dell'umiltà ben diverso da quel concetto positivo che si ritrova nella
tradizione cristiana e medioevale (si ricordi il titolo di donna umile dato a
Beatrice), secondo cui invece l'umiltà è concepita in forma positiva, come un
avanzare non come un fuggire, come una confidenza, non come un viluppo di
precauzioni e consiste nel dimenticarsi di sé stesso a tal punto da non aver
tempo di starsi a considerare, ma insieme nel sapere che il proprio valore e la
propria bellezza accrescono il pregio dell'offerta di sé fatta a Dio.
Sentimento che, fatta la solita riserva dell'ardente amor divino il quale
assorbe d'un subito in sé la creatura e le rende disgustoso ogni amor proprio,
si può raggiungere pedagogicamente in grado meno splendido col solo riverire la
verità, quella verità che ci fa conoscere il nostro nulla verso Iddio e la
difficoltà di misurare sia il valore vero dei fratelli, sia la fragilità di
qualsiasi maggior pregio che ci elevi sopra di essi. Ogni cosa nel mondo dello
spirito è frutto di umiltà, le grandi opere sorsero sempre in un'ora di umiltà,
ossia d'abbandono, di dimenticanza di noi, verso qualche cosa che era fuori di
noi. Non sarà stata sempre umiltà verso Iddio; sarà stata umiltà verso la
scienza, l'arte, la patria, l'umanità o che so io. La filosofia qui rincalza la
religione, nessun filosofo potrebbe rifiutare di sottoscrivere queste parole.
Il concetto pagano della immortalità come gloria è tramontato irrevocabilmente
appunto dopo il sorgere del concetto cristiano della umiltà. Questa
introduzione dell'umiltà come principio fondamentale nel sistema della
pedagogia cristiana, porta alla benefica conseguenza cui già abbiamo accennato,
che, cioè, l'educatore religioso non meno del laico acquista il dovere di
preoccuparsi della formazione della attività umana in base alle sue immanenti
leggi, senza presumere che la fede religiosa basti per se stessa a rendere
automaticamente l'uomo eccellente in tutti i campi della scienza,
dell'arte, della vita. Prendiamo ad esempio un altro punto del curriculum
pedagogico: la cultura intellettuale. Ecco un caso in cui l'umiltà cristiana
sanamente intesa consiglia l'uomo a irrobustire il proprio intelletto e a
renderlo erudito e agguerrito in ogni sorta di discipline, perché che razza di
fede, sarebbe quella che non comandasse alla creatura di offrire a Dio le
primizie della sua intelligenza e, nello stesso tempo, di rendere questa
offerta sempre maggiore con l'accrescere, mediante lo studio, il valore della
propria intelligenza stessa? La fede del carbonaio è bellissima, ma nel
carbonaio. Il dotto ha altri e più complessi doveri verso Dio: e l'uomo in
genere, pur non mancando di rispetto verso il carbonaio, ha anche l'altro
dovere, implicito della sua natura di essere pensante e razionale, di
avvicinarsi quanto più può alla condizione del dotto e non a quella del
carbonaio. Non fa nulla che ci fossero dei santi poco dotti e delle cose di Dio
e delle discipline umane; al solito, noi non possiamo tentare Iddio pretendendo
ch'egli estenda a tutti quel dono della sua diretta ispirazione che solo in
casi eccezionali sopperì, unico, a tutte le umane deficienze. Talché, tratte le
somme, il cattolico non solo ha, come il laico, il dovere di addottrinare
l'intelletto nelle discipline umane, bensì, in più, il dovere di rivolgere la
sua mente allo studio delle cose divine, e di fornirsi d'una cultura religiosa
quanto più estesa può. D'altra parte, osserva col consueto acume il Crispolti,
la cultura può anch'essa recare in più modi soccorsi umani alla fede, fra
l'altro, associando ad essa le compiacenze della vita intellettuale. Le quali
sono grandissime; innalzano la natura umana, seppure non valgono a salvarla da
tutto il male, come si credeva nei tempi recenti in cui fu di moda la formula
stolta e subito smentita dai fatti "ogni scuola che si apre è un carcere
che si chiude; ci salvano... dai gusti bassamente viziosi; moltiplicano i
nostri rapporti con le cose, ossia il nostro senso del vivere; procurano all'uomo
una esplicazione dell'attività ed un interessamento che unico dura oltre la
giovinezza e la maturità degli anni. Ch'è, in fondo, lo stesso principio della
cultura come disciplina dello spirito su cui si fonda la pedagogia moderna, ma
opportunamente ristretto con una osservazione che meriterebbe d'esser discussa
da vicino in sede pedagogica. Il sapere è certo un potentissimo esercizio di
superamento dei propri impulsi particolari a beneficio d'una legge superiore,
ma può esso bastare da solo alla formazione del carattere morale? Il
cattolicesimo e la Chiesa hanno da molto tempo risposto di no, e hanno disposto
tutto un sistema di pratiche dirette precisamente alla disciplina della
volontà, per esempio gli esercizi spirituali di Sant'Ignazio. In ogni modo,
chiudendo questa breve parentesi, il Crispolti ha in materia di cultura
religiosa le stesse idee dei grandi pedagogisti che, cattolici o no, si
travagliarono su questo problema, ad esempio, di Froebel o della Necker de
Saussure. Qualunque sia l'importanza d'una elaborazione dottrinale, filosofica
della religione, che insegni all'uomo a credere secondo spirito e verità è
certo ch'essa va preceduta dalla conoscenza immediata della religione stessa in
tutto il suo complesso di riti, culti, precetti e loro applicazioni; così come
lo studio della filologia non può nascere se non dalla diretta conoscenza e
dall'uso delle lingue. La religione deve, per usare un'espressione cara a quei
grandi pedagogisti, crescere con l'uomo stesso: essere sentimento, pratica,
culto, prima che filosofia o teologia. Argomento sempre importante per quanti,
come noi, vogliono nella scuola un insegnamento religioso vero e proprio che
cominci col catechismo e credono un assurdo sogno illuministico quello di
assicurare l'educazione religiosa a una vaga religiosità circolante un pò
dappertutto nella vita spirituale. Qualcosa di simile al già detto per la
cultura intellettuale, ripetasi per la cultura estetica ove il principio
dell'umiltà riceve un'altra importante applicazione pedagogica nella lettera su
i pericoli della letteratura apologetica nuova. Ove Crispolti ha avuto
sott'occhio i gravi pericoli cui può andare incontro oggi una letteratura o una
poesia che dal cattolicesimo voglia trarre, insieme ai propri motivi
d'ispirazione, anche una presunzione della propria superiorità su l'altra
letteratura o poesia non cattolica. Qual è, insomma, la ragione per cui il
cattolicesimo non ha, oggi, poeti suoi da contrapporre, poniamo, a un D'aNNUNZIO
(vedasi) o ad un PASCOLI (vedasi)? La ragione è sempre la stessa: pretendono
gli artisti cattolici di poter ricevere o tradurre nelle opere le ispirazioni
artistiche (della fede), senza nessuno sforzo da parte loro. Tutta la fatica,
secondo loro, dovrebbe farla Iddio. Pretendono quindi che ogni opera di soggetto
religioso, purché lastricata di buone intenzioni, ottenga il favore della
critica a preferenza di opere anche elaboratissime di autori profani od
avversi. Quando poi debbono essi stessi confessare che i Canti di LEOPARDI (si
veda) così lontani dal Cristianesimo, valgono più dei canti loro, non sanno
come raccapezzarsi; quasi sembra loro che la fede abbia fatto torto a se
stessa. Non si rassegnano a riconoscere di non aver fatto verso la fede tutti
gli sforzi di dottrina e di meditazione, necessari a rendersi i degni
interpreti di lei. Non si piegano a confessare che non è colpa della luce ma
della deficienza o pigrizia loro, se anche questa volta i figli delle tenebre
sono stati più prudenti dei figli della luce. Ciò è quanto dire che, dal punto
di vista pedagogico, anche l'attività estetica ha bisogno d'un apposito
tirocinio dal quale nessuna fede religiosa può dispensarci. Ma la seconda
applicazione dello stesso principio che nel campo estetico fa il Crispolti,
viene esplicitamente incontro a quanto il pensiero moderno in sede filosofica e
pedagogica ha via via elaborato in materia: ove si pensi che la degenerazione
dell'arte in vuota “letteratura” e il conseguente ridurre la cultura estetica a
una artificiosa ricerca di parole e di frasi atte a far colpo sul lettore o di
esempi di “bello scrivere” contro cui la critica moderna ha tanto combattuto, è
sempre frutto, secondo il Crispolti d'un difetto opposto all'umiltà cristiana:
della vanità che ai pensieri veri e alle convinzioni sincere, preferisce i pensieri
nuovi o i sentimenti mirabolanti. Umili perché casti parchi e lontani da tutti
quegli artifici che, piacendo ad un gusto passeggero, fanno così facilmente il
nido alla vanità gli scrittori classici: umili tutti coloro che non pensarono a
scriver bene, ma presi da alti pensieri, da alti affari o da alti scopi morali,
ossia tanto assorbiti dalla gravità del proprio tema che la parola si facesse
umile innanzi a quello riuscirono, perciò solo, necessariamente grandi
scrittori. E inversamente, grandi scrittori sono non soltanto quelli che fecero
professione di letterati, bensì uomini in qualunque campo grandi, cioè tali,
che a qualche cosa di superiore la loro parola abbia dovuto umilmente ubbidire:
talché, per esempio, i Francesi bene hanno fatto a far rientrare fra i classici
della loro letteratura anche San Francesco di Sales e Napoleone. Una siffatta
riforma della storia letteraria sulle basi dell'estetica moderna quale si è
affermata da Croce in poi avrebbe in più per Crispolti questo di interessante
nel senso cattolico: che giustificherebbe l'introduzione dei grandi santi a
maestri d'espressione letteraria oltrechè di vita. Ma sopratutto
interessante in queste osservazioni che il Crispolti viene con tanta finezza
facendo intorno a questioni educative, si è ch'egli molto spesso arriva a
toccare sul viso i più importanti problemi dibattuti dal pensiero pedagogico e
filosofico moderno, pur senza avere di questo pensiero una conoscenza diretta
ed approfondita (come si vede ad esempio dalla lettera su Le precauzioni
intellettuali contro gli errori religiosi, in cui nel parlare delle
ragioni scientifiche di dubbi intorno alla religione, ricorda il positivismo e
lo scientismo, ma non fa cenno dell'idealismo immanentistico postkantiano). Ciò
riesce una ottima conferma della bontà di quel procedimento se anche qua e là
porta l'autore a qualche inevitabile incertezza. Diamone degli esempi,
scegliendo tra i numerosi argomenti trattati in queste lettere pedagogiche.
Nella lettera quinta, toccando dei rapporti fra la pedagogia e la morale,
Crispolti afferma che la certezza di quest'ultima la quale determina il fine
della vita non può estendersi alla prima, la quale invece determina i mezzi per
attuare il fine stesso e va perciò soggetta a un'inevitabile incertezza data
dalla infinita varietà dei temperamenti, delle attitudini, delle situazioni
spirituali cui quei mezzi debbono applicarsi. Sta bene. In linguaggio più
propriamente filosofico si direbbe che la pedagogia è sempre sospesa a una
concezione totale della realtà, in base a cui viene determinato quello che il
nostro chiama appunto il fine. Ma ciò non implica soltanto superiorità
gerarchica dell'etica o di qualsiasi altra scienza sulla pedagogia. Poiché il
legame è reciproco, e se la pedagogia ha da fare i conti con l'etica e con
tutto il sistema delle scienze dello spirito, viceversa anche l'etica e la
filosofia tutta hanno da fare i conti colla pedagogia, hanno da preoccuparsi,
cioè, che il loro concetto della realtà sia tale da rendere possibile la
educazione. Ne fa fede il Crispolti stesso, il quale non potrebbe mai
accettare, poniamo, un concetto giansenistico o falsamente predestinazionista
del cristianesimo, fra altre ragioni perché lo sguardo da lui dato ai problemi
pedagogici gliene chiarirebbe l'assurdità, e infatti da quel punto di vista non
è concesso, se non per una felice incoerenza, parlare di educazione. È questo
proprio il caso in cui una diretta conoscenza delle questioni recentemente
dibattute nel campo filosofico sui rapporti della pedagogia colle scienze
filosofiche, avrebbe giovato al Nostro. Parimente altrove, nella lettera
tredicesima ove, a ragione, combattendo la falsificazione delle idee intorno al
fanciullo che una grossolana psicologia ha introdotto nei metodi educativi
moderni, egli pone la mano su una questione importantissima, e vi sorvola su
senza approfondirla. Si deve sfruttare la capacità intuitiva e immaginativa del
fanciullo per introdurlo al più presto nel mondo spirituale degli adulti,
oppure val meglio cominciare con l'indugiarsi insieme a lui nel suo mondo
fanciullesco? Sia il caso del linguaggio: voi vedrete — dice il Nostro — che in
tutti i luoghi e in tutti i tempi, i genitori, invece di valersi immediatamente
di questa disposizione meravigliosa per abituarlo a pronunziare le parole
esattamente conversano con lui ripetendogli le parole storpiate ch'egli
incomincia a pronunziare. È il principio del “punto di partenza” da trovare
nell'animo dell'alunno. Ma Crispolti, con queste sue parole, viene a dubitare
che esatta conseguenza di quel principio sia l'identificazione assoluta del
mondo spirituale del fanciullo con quello dell'adulto, come vorrebbe la
pedagogia idealistica moderna, per la quale il mezzo più sicuro di educare il
fanciullo è quello di imporgli decisamente - sia pur con le debite precauzioni
- il mondo spirituale dell'adulto. Crispolti giustifica qui, in certa guisa,
l'idea di un mondo fanciullesco, d'una letteratura per ragazzi e di altre
simili cose respinte da alcune correnti della pedagogia moderna. Valeva la pena
che egli approfondisse questo suo dissenso e ne sviscerasse bene le
ragioni. Ma queste piccolezze sono poi un niente, in confronto alla
piacevole urbanità con cui Crispolti profonde il suo ingegno intorno ad una
quantità di problemi importanti, che il tirannico spazio ci vieta di discutere,
come pur ci piacerebbe, con lui. Ci sia concesso, prima di finire, di esprimere
ancora un consenso e un dissenso. Un consenso per quanto egli scrive nella sua
lettera ventunesima sulla cultura femminile. La quale, perciò che il
pensiero moderno ha proclamato, dopo il cristianesimo, al di là di tutti i
preconcetti naturalistici, l'eguaglianza spirituale dell'uomo e della donna,
non per questo ha cessato di essere un problema, per il complesso di funzioni e
d'abitudini diverse da quelle maschili che fa della donna un essere, pur pari
di natura e di valore all'uomo, ma che si presenta tuttavia fornito d'una sua
specifica fisionomia di cui l'educatore non può non tener conto. L'aver
dimenticato questo ha portato come effetto nella società moderna una duplice
piaga che Crispolti ben analizza: quella delle donne ignoranti da un lato, e
quella delle donne pedantescamente saccenti dall'altro. Il che si deve appunto,
secondo il Crispolti stesso, all'aver preteso di istruire, quando si è
istruita, la donna, cogli stessi procedimenti scolastici che si erano mostrati
efficaci per l'uomo, come se tra i licei femminili e l'ignoranza non ci fosse
nessuna via di mezzo. E invece non si è pensato alla differenza di abitudini
mentali per cui l'uomo, presto distratto nella vita da un tumulto di nuovi
interessi è più spregiudicato, reagisce con un salutare oblio all'eccessivo
pedantismo del sapere scolastico, conservandone solo il nocciolo vitale, mentre
la donna, più docile e più rinchiusa nei doveri domestici, si assimila dalla
scuola il sapere con tutto l'apparato pedantesco con cui fu impartito. A questo
inconveniente c'è, per il nostro un rimedio: dare alla donna nella scuola solo
i primi indispensabili elementi, e lasciare all'educazione familiare e sociale
la cura di fare il resto. La più elevata e piacevole erudizione delle donne è
quella acquistata involontariamente nella conversazione colla gente eletta. Per
un padre colto che desideri le figlie colte non v'è miglior via; farle partecipare
in modo insensibile e continuo alle sue alte occupazioni, svegliare in loro non
soltanto l'intelligenza delle cose serie, ciò che è agevole; ma l'interesse
verso di esse, ciò che è più difficile. Non importa se per questa via la donna
non otterrà delle idee precise e collegate sistematicamente fra loro: per chi
non debba proprio compiere un lavoro determinato in un certo campo dello
scibile come l'uomo, il beneficio della cultura sta non nelle singole idee che
dà, ma nella elevazione spirituale che procura all'animo; elevazione per cui la
donna non pretenda di scoprire né di classificare, ma giunga a compiacersi
nella visione delle cose alte; non s'affanni a far camminare il mondo, ma possa
accompagnarlo nel suo cammino, ad ocelli aperti e con amore. Giacché la
difficoltà della cultura femminile è tutta qui, non nel far assimilare alla
donna un certo contenuto, cosa di cui essa è tanto capace quanto l'uomo, bensì
nel suscitare in essa il senso dell'importanza e del valore di ciò che studia;
cosa assai più difficile. Istruire la donna è una difficoltà non intellettuale
ma morale; è una coltivazione non dell'ingegno ma dell'animo. Osservazioni
tutte giustissime e sulle quali con qualche ben intesa riserva, siamo d'accordo
col Crispolti. La riserva, se mai, sarà questa: che vi sono donne nelle quali
una eccezionale formazione interiore ha suscitato il bisogno di studi più alti,
e alle quali perciò non è possibile rifiutare la stessa cultura dell'uomo,
anche se esse siano per far valere in quella interessi tutti propri diversi da
quelli dell'uomo e per occupare, nella repubblica delle lettere, un posto a sé.
La stessa necessità di collaborare con l'uomo per fondare l'unità spirituale
della famiglia, può render talora necessaria alla donna anche una completa cultura
scolastica, giacché pur fra gli uomini ci sono in tal senso differenze, e ciò
che basta magari alla moglie di un colto professionista avvocato, ingegnere
ecc., può non bastare alla moglie d'un grande poeta, d'un celebre filosofo,
d'un illustre scienziato, i quali di necessità richiedono alle loro donne una
più robusta formazione mentale e una ben più vasta cultura per esserne anche
soltanto accompagnati, seguiti, intesi nell'esercizio delle loro
attività. Ed eccoci ora al dissenso. Parlando della cultura e dell' arte
pratica della vita, il Crispolti torna a proporsi indirettamente, per conto
suo, la vexata quaestio dei rapporti fra teoria e pratica, pensiero e vita. E,
naturalmente, vede da par suo la diversa formazione mentale richiesta agli uomini
d'azione e agli uomini di pensiero, nonché la diversità di funzioni a cui gli
uni e gli altri sono chiamati. Ma appunto questo poi gli suscita un dubbio: non
sarebbe, per caso, la troppo intensa cultura intellettuale un grave ostacolo
allo sviluppo del senso pratico? Mi sto domandando se il guardarsi attorno
intelligentemente senza posa; l'elevare alle regioni del pensiero tutto ciò che
ci ferisce la vista, ossia il menare una vita intellettuale intensa, che
debitamente frenata dalla ponderazione può darci frutti copiosi, originali e
buoni nelle lettere e nelle scienze, non ci renda più inetti all'alta vita
pratica, di quel che facesse la vecchia abitudine degli studi accademici e
degli sfoghi retorici, nei quali la mente non osservava e si può dire non pensava,
ossia non acquistava nessuna verità intorno al mondo e agli uomini, ma si
contentava di baloccarsi colle parole. Probabilmente questa vuotaggine,
funestissima alle scienze e alle lettere, lasciando in riposo e come da parte
la capacità quasi istintiva di sapersi regolare cogli uomini e di saperli
regolare, la conservava intatta. E che ciò possa essere e sia, nel fatto,
stato, anzi, che tutto ciò rappresenti la soluzione più spiccia del problema
della cultura pratica, che nella maggior parte dei casi viene appunto risolto
lasciando inaridire nell'uomo le opposte tendenze alla speculazione, va bene.
Ma che possa diventare, sia pur a titolo d'ipotesi, un ideale pedagogico, no:
le soluzioni più spicce non sono sempre, in educazione, né le più efficaci né le
migliori. Crispolti qui si è fatto prender la mano, mi sembra, dalla natura
stessa degli esempi che arreca a conforto della sua tesi: d'un Cavour, d'un
Bismark, d'un Napoleone che, pur forniti di mediocri attitudini alla scienza e
d'un mediocre sapere in materia di dottrine politiche, riuscirono più
vastamente pratici ed efficaci nel governo degli uomini, di altri magari più di
loro valenti nel campo dottrinale, sia pur della cultura politica stessa. Dove
giusta è l'osservazione, ma ingiusta la conseguenza pedagogica che Crispolti
sospetta se ne possa trarre. Trascuriamo, anzitutto, di far la vecchissima
questione se davvero quegli uomini dovessero dirsi meno colti di altri, o se,
invece, la vera cultura politica non fosse proprio da parte loro e da parte degli
altri soltanto l'apparenza libresca di esso o la morta erudizione. Limitandoci,
invece, solo agli aspetti del problema che possono offrire qualche maggior
interesse di novità, Crispolti aveva qui proprio nel cattolicesimo un criterio
per scoprire il punto di vista sotto cui la innegabile grandezza di quegli
uomini ci si rivela inadeguata a un ideale educativo. Il secolo XIX infatti
(per restringere solo ad esso il discorso) produsse queste grandi personalità
tutte assorbite dal fuoco dell' azione: ferocemente chiuse o addirittura
diffidenti ed ostili verso ciò che non interessasse la loro opera pratica (si
pensi allo spregio di Napoleone verso gli
ideologues !). E che siffatte personalità dovessero nascere e adempissero
una necessaria funzione storica, non è dubbio. Ma, appunto per quella loro
unilateralità di cui essi stessi, prima o poi, rimasero vittime, la loro fu una
grandezza direi quasi barbarica e pagana consumatasi tutta nell'atto stesso
dello sforzo, del dominio, dell'imperio divenuto fine a sé medesimo. Lo
sgomento del Manzoni che innanzi alla morte di Napoleone si domanda: fu vera
gloria? e non sa rispondere se non col rappresentarsi l'interna tragedia di
quell'anima arbitra fra due secoli, due volte sbalzata dal trono alla polvere,
e pacificata solo in fine, là, dove è silenzio e tenebre la gloria che passò:
lo sgomento del Manzoni temperamento insieme e cristiano e moderno, è molto
significativo ove si pensi che cristianesimo e modernità bene intesa sono
in ultima analisi concordi nel richiedere a chiunque, uomo teoretico o pratico
che sia, di ricordarsi anzitutto d'essere uomo; cioè, azione, sì, ma anche
pensiero; sforzo e volontà di conquista, sì, ma anche contemplazione delle cose
divine e raccoglimento interiore. L'uomo pratico che non frena se stesso con
l'esercizio del pensiero, che disavvezza la mente dal considerare sé e le cose
sub specie aeternitatis, potrà acquistare sì una intensissima facoltà di
dominio su sé e sugli altri, ma finirà fatalmente col perdere ciò che col
Crispolti chiamerò il senso dell'umiltà: il senso della necessaria
subordinazione del proprio agire ad una realtà superiore, la religiosità, senza
cui anche le più grandi opere restano edificate sulla sabbia. Specificazione
eccessiva significa sempre unilateralità e unilateralità significa limite: ora,
come educare in base a un limite, sia pur ragionevole quanto si voglia?
Quell'ideale napoleonico di grandezza è andato, del resto, consumandosi da sé
per istrada; e oggi è consueto lamento, innanzi alle situazioni storiche
intricate, che ahimè non nasca più un Napoleone per districarle; lamento in
cui, pur fatta la dovuta parte all'esagerazione e tenuto presente che ogni
secolo ha sempre, prima o poi, i suoi grandi uomini, c'è questo di vero, che la
qualità di grandezza politica richiesta nel complicatissimo sistema della vita
moderna, è una forma di grandezza più umile, meno appariscente, più cristiana,
direi, ma non per questo meno reale. È grandezza più, nel buon senso della
parola, democratica, che aspetta meno dalle personalità eroiche e più dal
quotidiano eroismo di ciascuno, dalla illuminata dedizione di tutti al proprio
dovere. È la necessità per ciascun uomo di scienza di lasciare quando occorra
la sua torre d'avorio per sobbarcarsi a compiere quei doveri, maggiori o
minori, che la vita pratica gl'impone; è la necessità, per ciascun uomo
pratico, di avere delle idee e di fare gli sforzi richiesti a formarsi un
chiaro concetto della realtà entro cui bisogna operare. Dopo il lungo,
tormentoso esperimento di oscillazione fra la democrazia e l'imperialismo che,
dalla rivoluzione francese in poi hanno attraversato le grandi nazioni europee,
le virtù puramente “politiche”, la pura e semplice capacità di dominio sugli
uomini, hanno perso credito; e, in tempi recentissimi, si è più volte assistito
all'istruttivo spettacolo di individui espertissimi nel maneggio pratico degli
uomini e delle cose che non hanno più saputo orientarsi in mezzo alla nuova
situazione creatasi nello spirito contemporaneo, e hanno dovuto rassegnarsi a
clamorosi insuccessi. Dirò al Crispolti, tornando a parlare in termini più
strettamente pedagogici, che non è affatto dimostrato che il miglior mezzo per
coltivare un'attitudine sia quello di inaridire tutte le altre. E, ad evitare
un discorso troppo lungo, gli ricorderò che le attività spirituali si coltivano
sì con l'esercizio, ma anche con un opportuno riposo e che, d'altra parte, ogni
attività presuppone per il suo normale sviluppo lo sviluppo parimente normale
di ogni altra attività, non essendo qui il caso di trasformare in regola le
eccezioni per cui grandi personalità poterono colla sola forza del loro intenso
volere colmare d'un subito in sé, le deficienze e lacune di tal genere.
L'antica abitudine della retorica accademica sembra a Crispolti il modo con cui
gl'italiani protessero e lasciarono crescere il loro senso pratico: ed è strano
che a questo proposito altri pedagogisti - ad esempio Gabelli - abbiano
attribuito al genio italiano carattere proprio opposto ed abbiano inteso quella
stessa retorica come eccessivo sfogo dato alla speculazione e all'immaginazione
a scapito delle doti pratiche che si sarebbero cosi inaridite. Ciò dimostra
certo come sia difficile raccogliere in una formula generale i caratteri d'un
popolo che si sono venuti formando attraverso il multiforme sviluppo di
parecchi secoli. Ma ciò dimostra anche, a parer mio, come sia rischioso
l'interpretare il fiorir delle grandi personalità italiane, dalle Signorie in
poi, a beneficio d'un singolare incremento dello spirito pratico in
Italia. Quelle grandi personalità sono spesso (mi si conceda l'espressione)
retoricamente individualiste: la loro attività politica si consuma in sé stessa
come un sogno, o come - fu già notato a proposito del Rinascimento - un'opera
d'arte che non ha risultati fuori della sua bellezza; raramente si inquadrano
nell'armonico insieme d'un sistema che le perpetui e le fecondi. E in quanto
esse ci offrono siffatte deficienze, dimostrano appunto che l'abitudine della
retorica fu, in ogni campo, teoretico e pratico, un difetto dello spirito
europeo e non solo italiano. Giacché v'è una retorica della pratica,
consistente appunto nel fatto ch'essa, esaltata per sé sola, finisce col non
esser più pura pratica, ma col farsi di sé medesima una religione e una filosofia:
filosofia dello sforzo, del dominio dell'eroismo, della Realpolitik,
dell'astratto machiavellismo, che noi moderni ben conosciamo sotto tutte le
possibili forme e ch'è una concezione unilaterale della realtà in servigio dei
puri fini pratici, la quale deforma coi suoi schemi ciò che lo stesso sano
istinto pratico (che non è mai praticistico) ispirerebbe. Significa ciò, forse,
che bisogna trascurare una cultura specifica delle attitudini pratiche? No
certo: significa solamente che l'educazione ha da formar tutto l'uomo, e che
attitudini pratiche e attitudini teoretiche possono essere e sono, distinte, ma
non è possibile, né desiderabile, che diventino opposte. Non è ancora spenta l'eco delle discussioni
suscitate dal discorso di Giovanni Gentile per la inaugurazione dell'Istituto
fascista di cultura napoletano: discussione alla quale organi autorevolissimi
(come l'Osservatore Romano e Il Popolo d'Italia) hanno recato il loro
contributo. Noi non pretendiamo certo partecipare a un dibattito nel quale è
meglio che le competenti autorità politiche e religiose siano lasciate libere
di esporre come meglio credono il loro pensiero, al di fuori di ogni altra
minore e, necessariamente, più limitata polemica. Ma, posto che I Diritti della
Scuola hanno creduto opportuno fare qualche osservazione in materia, sia pur
contenendola esclusivamente nel campo che può interessare la scuola, e la
scuola elementare in special modo, non sarà male che anche noi aggiungiamo,
sulla stessa materia, qualche altra osservazione in margine, se così può dirsi,
a quelle fatte, - del resto, giova riconoscerlo, con molto garbo e molta
cortesia - dalla Rivista romana. Notano, dunque, I Diritti della Scuola
che l'insegnamento religioso nella scuola elementare attende ancora la sua
definizione precisa. A norma del decreto, doveva trattarsi, come pare ovvio,
d'un insegnamento impartito secondo la teoria e la prassi della chiesa cattolica.
Ma i programmi didattici, e la circolare dell'on. Gentile del gennaio 1924
sembrano invece, al redattore de I Diritti, ispirati a una ben diversa
concezione. Non arido dottrinarismo o meccanico formalismo ma poesia e quasi
canto della fede, doveva essere l'insegnamento religioso; e non più la Chiesa,
ma l'opera religiosa di MANZONI (si veda) e le figure più edificanti del suo
romanzo, erano additati come guida a questo nuovo lavoro del maestro. E il
significato di quelle espressioni è, sempre secondo i Diritti della Scuola,
molto chiaro. Ci si permetta di riferirne le testuali parole: La tendenza era
dunque sempre più verso una educazione religiosa che parlasse al cuore
del fanciullo, che facesse vibrare la sua anima ingenua dei sentimenti più
puri, delle più sante aspirazioni a una vita di bene per sé e per gli altri.
Alla Chiesa, se mai, l'insegnare la dottrina cristiana nella sua veste
letterale, non sempre accessibile al fanciullo; alla scuola il proiettare la
luce e il calore della fede sui fatti umani, sul cammino che il fanciullo dovrà
percorrere nella vita. È avvenuto invece l'opposto. A poco a poco
l'insegnamento religioso si è irrigidito nella teologia, nella liturgia, nei
dogmi e nei misteri; si è schematizzato nell'aridità del dialogo catechistico,
anzitutto nelle scuole dove l'ora di religione viene assunta dal sacerdote; e
poi via via anche nelle altre, perché il sacerdote rimane sempre il giudice del
maestro, accompagnandosi all'ispettore per verificare se e come la religione si
impartisce; ed egli non sa, il più delle volte, deflettere (e forse non deve)
dalla lettera dei sacri testi. Noi non vogliamo rivolgere a I Diritti
della Scuola alcun rimprovero: le stesse cose sono state dette tante altre
volte, e con intonazione assai meno cortese, che, quanto alla forma, noi, e con
noi i cattolici tutti, non abbiamo nulla da eccepire. Ma è impossibile
trattenersi dall'osservare che, pur sotto la loro forma deferente e garbata,
quelle parole celano una sostanza ben amara per la religione Cattolica e per i
suoi ministri. L'argomentazione de I Diritti
si basa tutta su un presupposto, pacificamente e...tacitamente ammesso
come incontrovertibile verità, della quale nessun uomo, sano di cervello,
potrebbe minimamente dubitare. Ecco il presupposto: la teologia, la liturgia, i
dogmi e i misteri costituiscono, non già la religione ma un suo irrigidimento:
il catechismo è, non la formulazione dottrinale precisa della fede cattolica,
ma un arido dialogo, e l'uno e gli altri sono poi assolutamente incompatibili
con l'anima ingenua, le aspirazioni sante, i sentimenti puri del fanciullo e
dell'uomo. Il sacerdote e la Chiesa di cui egli è ministro non possono portare
nella scuola che arido dottrinarismo o meccanico formalismo: se volete la
poesia e il canto della fede, dovete rivolgervi altrove. Non c'è, dunque, che
prendere o lasciare. Se tenete il decreto Gentile, insegnerete la religione
secondo la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica, cioè con tutto il
bagaglio del Catechismo, della Liturgia, della Teologia, ecc. - ma avrete
l'arido dottrinarismo che si voleva evitare. Se v'appigliate, invece, ai
programmi didattici o alla circolare, avrete il canto, la poesia, i sentimenti
puri e l'anima ingenua, ma vi converrà gettare a mare la chiesa, i sacerdoti,
la teoria, la prassi e l'insegnamento cattolico. Evidentemente, fra due
posizioni così diverse ed avverse, bisogna scegliere. E questo appunto
domandano, con molto rispetto ma con molta fermezza, I Diritti della
scuola. Ripetiamolo ancora: sarebbe ingiusto addossare a I Diritti la
responsabilità d'un cuore così largamente diffuso; tanto più diffuso quanto più
corrisponde a un pregiudizio che, duole il dirlo, si trova talora anche fra gli
stessi cattolici. La liturgia, arido formalismo! La liturgia opposta alla
poesia ed al canto! La teologia opposta ai sentimenti buoni e alle aspirazioni
generose! Ma brava gente - verrebbe voglia di dire - avete mai aperto un
messale? Avete mai sfogliato un breviario? Avete mai assistito a una cerimonia
religiosa? Intendo, assistito non come vi assistono le panche o i pilastri, ma
comprendendone davvero, intimamente, tutte le parole e tutti gli atti? E sapete
che il messale è fatto delle sacre scritture, e così pure il breviario? E che
quelle sacre scritture sono i libri biblici, i profeti, i salmi, i vangeli, gli
atti degli apostoli, le epistole di San Paolo e di altri, gli scritti dei
Padri, i più begli inni cristiani e via discorrendo? E non vi pare che come
poesia e come canto ce ne sia abbastanza da scegliere, anche per le
persone di più difficile contentatura? Non sarò certo io a dir male del Manzoni
e della sua opera; ciò nonostante, mi sembra che, poniamo, San Paolo, Isaia, o
Davide siano a loro modo poeti non certo inferiori al grande nostro italiano:
il quale, del resto, appunto da quegli o da altri simili autori, nonché dalla
sua vasta cultura profondamente cattolica e ortodossa trasse, ad esempio,
l'ispirazione dei suoi Inni sacri. Certo, si osserverà, non tutta la poesia
delle sacre scritture è accessibile o comprensibile al fanciullo: ma, d'altra
parte, è evidente che nemmeno siamo obbligati a spiegargliela tutta o tutta in
una volta, o tutta collo stesso grado di profondità. E poi la liturgia non è
solo nelle parole: è nella musica, nel canto, nell'azione del celebrante e
degli assistenti, nel colore dei paramenti sacri, nella architettura stessa del
tempio, elementi organizzati e concatenati da una sapientissima disciplina che
riescono quanto mai plastici, sensibili ed intuitivi e parlano all'animo anche
delle persone più illetterate. E la sapienza colla quale tutti quegli elementi
sono proporzionati, volta per volta, alle circostanze e allo stato d'animo cui
si riferiscono! Le Messe funebri, colla loro solenne mestizia, quelle della
Natività, del periodo Pasquale e, in genere, delle grandi feste, colla loro
trionfale esultanza; quelle dell'Avvento e della Quaresima col loro pensoso
raccoglimento, quelle del periodo dopo Pentecoste colla loro luminosa serenità
costituiscono un vasto poema - il ciclo liturgico - nel quale la natura
medesima ha spesso la parola, e le luci e le ombre, i caldi o i geli, le
stagioni e le opere, le più varie circostanze della vita e i fondamentali
sentimenti dell'anima umana trovano necessariamente un'adeguata espressione.
Poiché la Chiesa ha conosciuto molto prima dei pedagogisti il metodo intuitivo
e colla musica, col canto, colle pitture, con l'architettura dei suoi templi e
il suono delle sue campane, ha saputo parlare alle plebi illetterate quando
ispettori, maestri, direttori, leggi scolastiche, letterali e poeti erano di là
da venire! Certo, la conoscenza assidua e amorosa della liturgia non è,
neppure fra i cattolici, oggi diffusa quanto si potrebbe desiderare. Ma il
movimento liturgico, promosso e diretto dall’instancabile zelo e delle autorità
ecclesiastiche e di molte organizzazioni cattoliche va facendo ogni giorno progressi.
E basti qui ricordare l'opera della Società francese di San Giovanni
Evangelista, e, fra noi, quella dell'Abate Emanuele Caronti per la
volgarizzazione e la diffusione della liturgia: per tacere dei molti, ottimi
testi per le scuole elementari, dove la liturgia ha, molto opportunamente, una
parte notevole. Per gli amatori di curiosità pedagogiche ricorderemo gli
esperimenti fatti in Ispagna, a tal proposito, col metodo Montessori; la
partecipazione dei fanciulli all'Offertorio della Messa, mediante un'offerta
che risuscitava le più antiche tradizioni della Chiesa: il grano e la vite
coltivati, pure dai fanciulli, come materia delle specie sacramentali, e via
dicendo. Tutti espedienti, senza dubbio, utili e giovevolissimi, ma che sono
ben lungi dal costituire, come forse taluno potrebbe credere, una novità
rispetto alla teoria e alla prassi della Chiesa, che ha sempre chiamato i
fanciulli al servizio degli altari, come si può vedere persino nelle più remote
parrocchie dei più remoti villaggi: anche senza le panchettine, le pilettine,
gli inginocchiatoi minuscoli e tutto l'armamentario a scala ridotta del metodo
montessoriano. E passo all'altro, apparentemente più scabroso argomento
della teologia o del catechismo, che sarebbe, in fondo, una teologia elementare
per fanciulli, come la teologia è un catechismo degli adulti. Ora, la teologia
è il pensiero di cui la liturgia è la esterna e multiforme espressione, è
l'anima di cui la liturgia è il corpo. Evidentemente, chi ignora l'una non può
afferrar bene l'altra, a meno di non essere un filosofo o uno scienziato
così abituato a muoversi fra i concetti puri, da potervisi collocare
stabilmente senza bisogno di altri sussidi; e anche allora l'ignoranza della
liturgia (cioè la negligenza nell'usare quei mezzi che la Chiesa ha messo a
nostra disposizione appunto per comprendere e praticare la sua dottrina)
produrrà sempre i suoi effetti funesti, poiché in fine l'uomo, anche
scienziato, non è una intelligenza pura, ma un composto di anima e corpo, di
senso e intelletto, né può fare a meno in nessun caso di sorreggere il proprio
pensiero con stimoli sensibili. Si capisce, dunque, facilmente, che presso
coloro i quali non sono né filosofi né scienziati, o comunque hanno trascurato
di completare la propria cultura religiosa con una buona cultura liturgica, il
catechismo sia spesso una anima senza corpo, dia, cioè, quell'impressione di
arido formalismo e di dottrinario schematismo che tanto dispiace, e nella
scuola e fuori, e che tanto urta le delicate esigenze dell'anima infantile. Ma
ricostituite quella unità che avete spezzato: ricongiungete la teologia alla
liturgia, secondo, appunto, la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica, e le
verità del catechismo, aride in apparenza, si vestiranno dei più smaglianti
colori: diverranno verità, non solo, apprese o ripetute a parole, ma vissute,
sentite, amate, alle quali neppure l'anima del più rozzo analfabeta saprà
rimanere insensibile. È difficile il concetto della transustanziazione? Eppure
anche il fanciullo e la donnicciola cantano e sentono il Pange lingua. È
difficile l'idea della resurrezione della carne? Eppure nessuno, che non sia un
idiota o un deficiente, può ascoltare senza fremere le parole del vangelo
giovanneo, dette dal sacerdote: Ego sum resurrectio et vita. Questo non
vuol dire, d'altra parte, che anche il catechismo puro e semplice non possa dì
per se stesso costituire la base d'un insegnamento vivo, agile, plastico,
intuitivo ed attivo condotto secondo i migliori criteri pedagogici. Tutto sta
nel modo con cui viene insegnato. Accusarlo di aridità perché lo si vede, sulla
carta, costituito da tante domande e risposte, sarebbe come accusare di aridità
l'aritmetica perché, nel libro, altro non si trova che l'enunciato dei problemi
o le definizioni nude e crude. Quelle domande e quelle risposte sono l'oggetto
dell'insegnamento, il termine ultimo cui si deve arrivare; non sono il metodo,
la via, o il punto di partenza. E sul metodo appunto la didattica catechistica
odierna ha una quantità di studi notevolissimi, ove, ad esempio, le questioni
inerenti al metodo "intuitivo" e ai suoi sussidi didattici sono state
discusse e trattate esaurientemente. Citiamo, per restare fra i nomi italiani,
le interessanti ricerche dei Monsignori Pavanelli e Vigna. Il movimento circa
la didattica catechistica, da vari anni già, è non meno notevole e non meno
confortante del movimento liturgico. Ora, ignorare tutto questo, e continuare a
parlare del catechismo come se fosse insegnato a memoria, e magari, a suon di
scappellotti, significa precludersi senz'altro la via di discutere con
imparzialità e competenza. Che se, qualche volta, nemmeno l'istruzione
catechistica impartita coi metodi migliori, dà i risultati che se ne potrebbero
attendere, la colpa non è davvero della Chiesa o dei suoi sacri testi. Datemi
una società come quella cristiana primitiva, e io vi dispenso dall'osservanza
di qualsiasi didattica; sicuro che, per quanto schematiche, le parole del
maestro troveranno sempre, nella vita religiosa quotidiana, di che riempirsi in
abbondanza anche per il fanciullo più scafato e testardo del mondo; sicuro che
le massime, gli esempi, le abitudini d'una società e d'una famiglia troppo
spesso indifferenti o ribelli alla parola della Chiesa non mi ridurranno le
definizioni catechistiche allo stato d'una pallida larva. Anche qui, dunque, il
segreto per avere una cultura religiosa, ricca, calda, piena di pathos e di
poesia, e perciò armonica ai fondamentali bisogni dell'animo infantile,
sta non nell’allontanarsi, ma nell'avvicinarsi sempre più all'insegnamento
genuino della Chiesa. Non sapremmo, perciò, vedere alcuna contraddizione
fra il decreto Gentile e la circolare dello stesso ministro, o i programmi
didattici, poiché, seguire la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica
nell'insegnamento religioso, significa per l'appunto dare al fanciullo la
"poesia", il "canto" e tutte le altre belle cose annesse e
connesse. Né può lasciar adito a equivoco il nome del Manzoni, il laico così
geloso della propria ortodossia, da riuscir più ortodosso di molti sacerdoti
suoi contemporanei, quali, poniamo, il Lambruschini o GIOBERTI (si veda). Che
se contraddizione c'è stata fra il decreto e la circolare, o il decreto e i
programmi, essa è stata piuttosto nella mente del loro autore che nella realtà
delle cose e appartiene, dunque, alla storia della cultura o della filosofia
italiana e non a quella della legislazione scolastica. Il cattolicesimo, non è
il protestantesimo, e perciò sarà sempre un osso troppo duro pei denti dei
filosofi volenterosi che si proveranno a maciullarlo e a convertirlo in
poltiglia per uso delle loro costruzioni metafisiche. Sotto questo aspetto, la
nota de I Diritti è, per noi, molto significativa e confortante: è il sintomo
d'un grandioso insuccesso, da parte di chi aveva creduto poter introdurre il
cattolicesimo nella scuola, come veste mitologica inferiore d'una verità
filosofica che, più tardi, lo avrebbe superato e divorato. Dal 1923 sono
passati cinque anni e il cattolicesimo, ben lungi dall'essere “superato” è lì,
colla sua teologia e la sua liturgia, i suoi dogmi e i suoi misteri, che
minaccia gravemente di "superare" gli altri e di mangiarsi in due
bocconi le stesse filosofie più evolute, alle quali sta contendendo
energicamente il possesso delle scuole medie e superiori che pure s'erano
riservate. Lo scandalo diventa grave: e "I Diritti " hanno tutte le
ragioni d'esserne preoccupati, posto che stia loro a cuore davvero, la sorte
delle filosofie "evolute": il che, sinceramente, non auguriamo. La
Pedagogia di S. Tommaso d'Aquino 65 L'Educazione naturale 93 L'Anima della
pedagogia 125 Filosofia, Religione e " Filosofie " nelle Scuole Medie
163 Pedagogia cattolica 195 L'Insegnamento religioso nelle Scuole elementary.
Il problema della dialettica oxoniense suscita una difficoltà. Il chiedere
soltanto come è possibile che il tutore (Socrate) comunichi al tutee
(Alcebiade) una determinate cattitudine psicologica sembra implicare, se non
addirittura una contraddizione, certo un paradosso quasi insormontabile, dato
che il termine "tra-smettere" o "co-municare" o qualsiasi
altro termine consimile che si adoperi a definire l'azione di Socrate su
Alcebiade ("conversare") non sembra possa riflettere, se non in
maniera molto imprecisa e grossolana, ciò ch'è veramente caratteristico del
processo filosofico. Se si trattasse, infatti, di un oggetto materiale o
corporale, o fisico, allora parrebbe a tutti chiarissimo ch'esso potesse
"co-municar-si", "tras-metter-si" o cambiar sede, come una
moneta che passa di mano in mano, ma nella dialettica oxoniense *ciò che* si
"tras-mette" è essenzialmente un valore ideale, immateriale,
non-fisico, spirituale, come la scienza, la cognoscenza, la virtù, un contenuto
proposizionale, un complesso proposizionale non-naturalistico. E questo
complesso proposizionale (in parte sensibile) tanto poco si lascia
tras-mettere, nel significato explicito dell'espressione (Latino, mettere
trans), poiché il complesso proposizionale ha la sua base percetuale, come
Peacocke nota, in un atto interno della mente del soggetto Socrate. E un atto
di tal genere è tanto impossibile "tras-portarlo" dall'anima del
soggetto Socrate all'anima dell'altro soggetto Alcebiade, quanto è impossibile
che il soggetto Socrate trasmetta ad Alcebiade ciò che costituisce la sua
intima personalità, sì che Tizio diventi Caio o Socrate si tramuti in
Alcibiade! XI suo soggiorno in Italia Terminata la sua opera,
Schopenhauer non si decise a tornare nel Nirvana, come torse si sarebbe
potuto credere; al contrario senza nemmeno aspettare le prove di stampa, egli
partì pel paese più bello e più ottimista che vi sia sotto il sole, per
la. véna terra promessa, per il paese dei paesi, per la bella Italia, Con
ragione si è detto che ! abitudine di vedere la vita in nero, sparisce e sembra
innaturale sotto il cielo splendido d’im paese meridionale. Dintorni poco
graziosi spesso diventano Ja causa d’un falso pessimismo; ma de v ? esser
genuino il pessimismo che persiste anche in un ambiente bello ed incantevole.
Il fatto che Schopenhauer non ismani il suo pessimismo è una prova
convincente, se prova ci vuole, che il suo pessimismo era sincero. Questo
pessimismo era piuttosto comprensibile nel freddo settentrione; ma é un
altro conto ritenerla in mi paese ove tutto sorride, ove la natura stessa
c’invita a prendere con leggerezza resistenza ed a gettare lontano da noi ogni
cura, ove Paria stessa respira la leggerezza di cuore, ove il dolce far
niente è il programma di vita degPindigeni, T resoconti del suo viaggio in
Italia sono tutt ? altro che blandi. Schopenhauer, più si faceva vecchio,
pili si rinchiudeva in se stesso, e non vi sono nè giornali nè lettere
che possano colmare questa lacuna nella sua biografia. D’ora innanzi era
il suo espresso desiderio di sfuggire alla pubblicità. Non voglio che la mia vita
privata formi mPesea per la
curiosità fredda e maliziosa del pubblico , così rispose molti anni più
tardi a coloro che lo esortavano a fornire maggiori informa’ zioni su se
stesso ai dizionari biografici. I suoi notiziari presero il posto del
giornale, ma siccome contengono piuttosto riflessioni suggerite dagli
avvenimenti senza raccontare .questi, non spargono sugl 5 incidenti del
suo viaggio che poca luce. Schopenhauer attraversò le Alpi persuaso d 3
avere scritto una grand'oliera per Pumanftàp stava ora ad aspettarne il
risultato. Non era tanto indifferente in quanto alla accoglienza della
sua opera quanto voleva far credere. Il trattato sulla Quadruplice
Radice era stato ben accolto dai critiei, -ed. aveva chiamato all 5 autore
l’attenzione generale più di quanto sogliono farlo le dissertazioni
universitarie; era giustificabile che sperasse che la sua opera maggiore
dovesse suscitare almeno lo stesso interesse. Egli corresse le prove di stampa
che gii furono mandate ed a petto k pubblicazione, sfogando intanto i
suoi sentimenti in linguaggio poetico. Unv er schami e Vers
e. A us ] anggehegten, tiefgefuhlten Schmerzen Wand sich’s
einpor aus meinetn innern Herzen, Es festzuhaHen haMch lang
gemngen, I>och weiss ich, dasz zuletzt es mir gelungen. Mogi
Euch drtim irnrner, wie Ilir wollt, gebar cleri, Des Werkes Le ben
kòimt ihr nìcht gefahrden; Àufh&ffieii kònnt Ilir's, mirini
ermehr vernichterq Ein Denkrnrj! wird die Nachwelt mir ernchten.
Nel frattempo visitava le principali città <MP Italia
settentrionale; frequentava i musei ed il teatro, continuando a studiare
la lingua italiana die egli già sapeva assai bene. E* in Italia die egli s 5
invaghì cosi profondamente della musica di Rossini, di cui andava spesso
a sentire le opere. Degli autori italiani egli predilìgeva, -— ed è
questo un fatto abbastanza curioso, — PETRARCA (vedasi), il poeta di
Laura e dell 5 amore. Fra tutti gli scrittori italiani, preferisco il mio
caro PETRARCA (si veda). Non vi e in tutto il mondo un poeta che lo abbia
mai superato nella profondità e nell’ardore del sentimento; le sue parole
vi vanno dritto a al cuore. Per' ciò in preferisco i suoi sonetti, i suoi
trionfi e le sue can- a zoili alle follie fantastiche dell 5 Ariosto ed
alle orrende contorsioni d’ALIGHIERI (vedasi). Trovo il fiume naturale delle
parole, che sgorgano dal cuore,
molto più opportuno del linguaggio ricercato ed affettato di
Dante, a Petrarca è sempre stato e rimarrà per sempre il poeta del mio
cuore. Quello che concorre a
confermarmi nella mia opinione è il tempo a presente, a quanto pare,
tanto perfetto che osa parlare con disprezzo a di Petrarca. T T na prova
sufficiente sarebbe il confronto di Dante e Petrarca nel loro costume intimo e non
ricercato, cioè in prosa, eon- K frontando per esempio i bei libri di
Petrarca, ricchi di pensieri e di
verità, De \ ita solittì-rui, De Coafemptu mundi, De rimediu
ufrius- z que fortume eoe., colla scolastica sterile ed asciutta di
Dante. Dante coi suoi modi didattici non corrispondeva al gusto rii
Schopenhauer che considerava tutto Pinfenio come un’apoteosi della crudeltà. ed
il penultimo canto come una glorificazione della mancanza del sentimento
d’onore e di coscienza. Non aveva neppure alcun affetto per Ariosto e
Boccaccio; anzi più volte espresse la sua meraviglia in quanto alla fama
europea di quest’ultimo, il quale dopo tutto non aveva scritto che Delle
ehtonique.s scandaleuse*. Gli piacevano PAlfieri ed il Tasso, ma li
considerava come autori tli seeoncVordine; egli non riteneva il Tasso
degno d'essere posto come quarto in una linea coi tre grandi poeti
italiani. Per quanto riguardava Parte, egli si sentiva maggiormente
attirato dalla scultura e dall'arekitettura che dalla pittura. Ciò non
potrebbe sorprendere e non sarebbe in contraddizione coll 1 indole
generale della sua mente* se la sua intimità con Goethe non lo avesse
fatto entrare nello studio dei colori. Schopenhauer non volle
mai ammettere che i due anni possati in Italia fossero stati per lui due
anni felici, sosteneva, che mentre gli altri viaggiavano per
divertimento, egli lo faceva per raccogliere nuovi materiali in appoggio del
suo sistema, e nel suo notiziario scrisse has- stoma di Aristotile
: 6 TQ aAuTCtfO orò TU fiSìl. Però ricordava con
piacere questi due anni, dico con piacere e s'intende fin dove Schopenhauer
ammetteva il piacere; negli ultimi giorni della sua vita non poteva mai
menzionare Venezia senza che la sua voce tremasse, il che prova che
Pamore che ivi lo tenne stretto, non era interamente dimenticato, sebbene fosse
morto. Senza dubbio, la seguente nota scritta a Bologna in data del 19
novembre 1818 tradisce qualche contentezza. Appunto perchè ogni
felicità è negativa, accade che non ce ne
avvertiamo affatto, quando ci troviamo in uno stato di benessere; lati
sciamo tutto passare dinanzi a noi liscio, e con dolcezza fino a che tf
questo stato è passato. La perdita soltanto* che ci si fa sentire
con chiarezza, pone in rilievo la
felicità, svanita; è allora soltanto che ci a accorgiamo di ciò che
abbiamo trascurato di assicurarci, ed il rimorso si aggiunge alla privazione, b
Schopenhauer fece il soggiorno piu lungo a Venezia- In quel tempo
vi èanche Byron, ritenuto esso pure da vezzi femminili. E J strano che
essi non s'incontrarono mai. Schopenhauer nutriva pel genio di Byron
la più grande ammirazione ed intelletti al mente entrambi sarebbero
andati d f accordo. Egli non incontrò neppure Schelley, nè Leopardi. Un
dialogo secondo il modo di Leopardi in nni egli ed il giovane conte erano
confrontati, fu pubblicato nella rivista contemporanea del 1858, e
Schopenhauer non si diede pace prima che non sì fosse assicurato di
averne una copia. Gli procurò una vivissima soddisf azione il trovarsi
associato col giovane che egli ammirava così profondamente (ed a cui, diciamolo
tra parentesi, Io scrittore De Sanctis, non ha reso giustizia); gran
parte della sua soddisfazione, proveniva vinche dal fatto die egli vedeva
elio la sua filosofia si era fatto strada fino in Italia. Non avveniva spesso
che egli fosse contento di quanto sì scriveva sulle sue opere, non trovava mai
che lo avessero letto con sufficiente attenzione; ma quest 1 uomo, così diceva,
lo aveva assorbito in sucóurn et tangm nem .Quando -Schopenhauer arrivò a Venezia
per la prima Tolta, e pii scrisse : chiunque si trova repenti nani ente
trasferito in un contrada
totalmente straniera, ove prevale un modo di vivere e di parlare differente
da quello a cui e pii è abituato, ha il sentimento di chi inaspettata mente ha
messo il piede nel F acqua fredda. Egli avverte subito la differenza di tempera
tura, sente una forte influenza che agisce dal di fuori e che lo rende
infelice; egli si trova in un elemento
estraneo in cui non sa muoversi comodamente, A questo si
aggiunga che egli si accorge come
ogni cosa attira la sua attenzione e che teme di essere a ne Ir e gl i osservato da tutti.
Ma dal momento che si è ealmaio, che ha incominciato ad assorbire la. nuova
temperatura e ad abituarsi al
nuovo ambiente, egli si trova bene come difatti si trova un uomo nell’a equa fresca. Egli si è
assimilato a!1 J elemento, ed averir do perciò cessato di occuparsi della
propria persona, rivolge la sua a attenzione esclusivamente a ciò che lo
circonda: ed ora, appunto perche lo contempla con oggettività neutrale, egli si
sente superiore al suo ambiente come prima se ne sentiva
schiacciato, Viaggiando le impressioni dlogni genere abbondano, ed il
nutria s mento intellettuale ci viene in tale quantità che non ci rimane
tempo c per la digestione. Ci rincresce che le impressioni le quali si
succedono a rapidamente non possano lasciare una impronta permanente. In
real- tà però avviene qui quello che ci accade quando leggiamo.
Quante volte ci lamentiamo di non essere capaci di ritenere la millesima
parte di quanto abbiamo letto! W confortante però in ognuno dei due casi
il sapere che ciò che abbiamo visto e letto, ha fatto sulla nostra mente
un'impressione, prima d'essere dimenticato, impressione che concorre a
formare e nutrire la mente, mentre ciò che riteniamo a memoria serve
soltanto a riempire i vuoti della testa con materie che ci rimangono
sempre estranee, perchè non le abbiamo mai assorbite; il recipiente
dunque potrebbe anche essere rimasto vuoto come prima. Schopenhauer era d’opinione
elle, viaggiando, possiamo riconosce- re quanto areno radicate le
opinioni pubbliche e nazionali., e quanto sia difficile di cambiare il
modo di pensare d T un popolo, Mentre cerchiamo d'evitare uno scoglio, ne
incontriamo un altro; mentre fuggiamo i pensieri nazionali di un paese, in
un secondo ne troviamo degli
altri, ma non dei migliori. Il cielo ci liberi da questa valle di miseria!
\ i a gg ian do veciiamo 1a vita umana sotto ni olle fori ne diverse : ed
è questo appunto che rende i viaggi così interessanti. Ma, vinggiando, non
vediamo che il lato esteriore del la v if a u ni ana ; cioè ne scorgiamo soltanto quello che se ne vede
generalmente. D'altra parte non
vediamo mai la vita interiore del popolo, il suo cuore ed il suo centro,
cioè il campo in cui Vazione del popolo si svolge, in cui il suo carattere
si manifesta, quindi, viaggiando, vediamo il mondo a come un paesaggio
dipinto con un orizzonte vasto che abbraccia molte <i cose, ma che non
li a personaggi spiccati. Di lì, nasce pure la stantìi ehezza del viaggio.
Schopenhauer studia profondamente gl’Italiani, i loro costumi e la loro
religione. Di quest’ultima dice: La religione cattolica è un ordine per
ottenere il cielo mendicando, giacche sarebbe troppo disturbo doverlo
guadagnare. I preti sono i mediatori di questa transazione. Ogni religione
positiva dopo tutto non fa che usurpare il trono che per diritto spetta
alla filosofia; i filosofi quindi la coniti attera uno a sempre, anche se
dovessero considerarla come un male neccessario ed inevitabile, un appoggio per la debolezza
morbosa della maggior purte degli uomini. a La nuda verità non ha
la forza di frenare le menti rozze e di cote stringerle ad astenersi dal male e
dalla crudeltà giacche esse non santi no afferrare queste verità. Di lì il
bisogno di storne, di parabole e di dottrine positive. In dicembre ièlS la
sua grande opera vide la luce per la prima volta. Schopenhauer ne mandò
una copia a Goethe. Poi nella primavera del 1819, egli si trasferì a Napoli;
Goethe accusò ricevuta del dono per mezzo di Adele Schopenhauer, una delle
predilette del vecchio poeta. Goethe ha ricevuto il tuo libro con
grande piacere, scrive Adele, a Egli immediata mente divise V opera
voluminosa in due parti e corniliciò a leggerla. Un’ora dopo egli mi mandò il
biglietto qui unito, dieendomi che egli ti ringraziava molto e credeva che
tutto il libro .dovesso esser buono, giacche aveva sempre la fortuna di aprire
i libri nei posti più notevoli;
così egli mi disse d'avere letto le pagine indicaie ed egli spera di poferii
scrivere quanto prima la sua opinione completa. Intanto egli desidera che
io ti dicessi questo. Alcuni giorni dopo Ottilia mi disse che il di lei padre
leggeva il tuo libro con un interesse che lessa fino allora non aveva mai
osservato in lui. Egli le Ka detto che ora aveva. un divertimento per tutto
ranno, giacché intendeva leggere il tuo libro da capo in fondo e credeva
che ciò lo avrebbe occupato per un
anno. Disse a me ch’egli si sentiva proprio felice di saperti
sempre a lui devoto, nonostante il
vostro disaccordo sulla teoria dei colori. Disse pure che nel tuo libro
gli piaceva sopra tutto la chiarezza della rappresentazione e del linguaggio, sebbene la
tua lingua differisce da quella degli altri e che occorresse prima
avvezzarsi a chiamare le cose come tu lo vuoi. ila, continuò, quando una
volta si é pervenuto a queste, allora
la lettura procede con facilità e comodo. Anche la disposizione
della materia gli piaceva ;
solfante la forma immaneggiabile del libro non a gli dava pace, e si
convinse che F opera dovesse consìstere di due vo- a fumi. Spero di
rivederlo solo ed allora egli mi dirà iorse qualche cosa di più soddisfacente ; ad ogni mudo tu sei il
solo autore che Goethe legga in questo modo e con tanta serietà Nondimeno
Schopenhauer ritenne F opinione che Goethe non lo legasse con sufficiente
attenzione ; che il poeta avesse già speso il poco interesse che aveva per le
questioni filosofiche. A Napoli Schopenhauer fu principalmente in rapporto con
giovani inglesi. L’elemento inglese aveva per lui, durante tutta la sua
vita, un fascino speciale; credeva che gl"Inglesi erano quasi giunti
ad esse)e il più gran popolo del mondo, e che soltanto alcuni loro
pregiudizi si opponevano, acciocché infatti lo fossero. La sua cognizione
della loro lingua ed il suo accento erano tanto perfetti che anche gl T
Inglesi stessi per- qualche tempo lo prendevano per un loro cOmpatriftta,
un errore die sempre lo esalta. Tutto quanto vide, concorse a confermare
ed a sviluppare il suo sistema filosofico. Rimase specialmente colpito
dal quadro di un giovane artista veneziano, Hayez, esposto a Capo di Monte ; di
questo quadro illustrava la sua dottrina per quanto riguarda le lagrime
che, secondo il nostro filosofo, si spargono sempre per compassione di sé
stesso. Il quadro rappresentava, il passo dell 1 Odissea, ove Ulisse
piange alla Corte di re Alcinoo, il feaco, sentendo cantare le proprie
sventure, Questa è l’espressione più alta idi e possa avere la compassione
di se stesso. Schopenhauer aveva oramai raggiunto la piena maturità e
forza dell’uomo. Secondò lui il genio dell’uomo non dura più della
bellezza delle donne, cioè quindici anni, dal ventesimo al trentesimo
quinto et La ventina e la prima parte della trentina sono per Fintelletto
quello che è il 'uose di maggio
per gii alberi, questi durante la stagione prh <t maverile emettono
soltanto dei bottoni che poi diventano frutti L’esteriore, di Schopenhauer
doveva essere caratteristico, ma la sua bellezza stava nell 9 animo e non nella
faccia; i suoi occhi vivaci, ed ardenti anche nella vecchiaia, nella
gioventù rischiaravano quella testa potente col loro sguardo acuto e limpido.
Verso quel tempo un vecchio signore a lui perfettamente estraneo, gli si
accosto in istrada per dirgli che egli, Schopenhauer, sarebbe stato un
giorno un grand’uomo. Anche un italiano, che pure non lo conosceva, venne da
lui e gli disse: € Signore, lei deve aver fatto qualche grande opera; non
so cosa sia, a ma lo vedo nel suo viso. Un Francese che alla tal)le
cVhote, gli sedeva dirimpetto, ad un tratto esclama, Je ooudrais savorice qu il
penrse de nous autres j nous devom par altre hien petit s à ses yeiux !
Un inglese rifiuta assolutamente di cambiare posto con le parole: Voglio
stare qui, perchè mi piace vedere la sua faccia intelligente. Nel riposo egli
rassomiglia va a Beethoven; entrambi avevano la stessa testa quadrata, ma
il cranio di Schopenhauer dev’essere stato piu grande come lo prova la
misura elle ne fu presa dopo la sua morie e che recai un’idea delle prò
pozioni straordinarie eli questa testa, E notevole la distanza che correva tra
un occhio e V altro; egli non poteva portare occhiali ordinari. Era di
statura media, tarchiata e muscolosa, aveva le spalle larghe ; In sua
bella testa era portata da un collo troppo breve per esser bello* Capelli
biondi e ricci Liti circondavano la sua fronte e cadevano sulle sue spalle;
quando era giovane, mustacchi biondi coprivano la sua bocca ben formata,
che coll'accrescersi degli anni perdette la sua bellezza a misura che
perdeva i denti. Il suo naso era di bellezza speciale e cosi pure le sue
piccole mani. Egli stesso faceva una distinzione fra la fisionomia,
intelletuale e morale à- un uomo; cercava la prima nelPocchio e nella fronte,
la seconda nelle forme della bocca e del mento. Era soddisfatto della sua
fisionomia intellettuale, ma non della sua fisionomia morale. Veste
sempre bene e con eleganza, il.suo contegno era aristocratico e leggermente
altero. Portava Senili re V abito, cravatta bianca e scarpe; i suoi abiti erano
sempre dello stesso taglio senza riguardo alla moda, eppure egli non
pareva mai strano, talmente aveva adattato il vestito alla persona. He il
popolo in istrada spesso lo seguiva collo sguardo, ne era causa il suo
esteriore animato dal fuoco dei genio, e non il suo vestito. Più tardi fu
fatto il suo ritratto con la fotografia e colla pittura; la tradizione soltanto
ci parla dèi suo esteriore, quando era nel fiore degli anni
virili. Velia biografia, del laborioso antiquario e storico I. E. Bolline!
troviamo runica menzione fatta del viaggio di Schopenhauer a Roma. Allora
era un'epoca di misticismo per Parte e per la religione della Germania,
epoca che produsse nella storia un Biniseli, nell’arte un Cornelius ed un
Qverbeck. I giovani artisti tedeschi, chiamati dal loro console ad ornare
la di lui villa sul monte Pine io, avevano l'abitudine di riunirsi
quotidianamente con certi poeti e giornalisti nel caffè Greco, diventato
il punto d'incontro per tutti i Tedeschi di Bontà. Il poeta Ruekert ed il
novelliere L, Schefer, ottimisti per professione, frequentavano allora quella casa.
Molti degli uomini più importanti della Germania allora viventi, si trovavano
nella eterna città. Schopenhauer, come gli altri, frequentava il caffè
Greco, ma pare che il suo spirito mefistofelico fosse un elemento
disturbatore per i visitatori ordinari che desideravano che egli si
allontanasse. Un giorno egli annunciò alla società che la nazione tedesca
era la più stupida di tutte, ma che era in un punto a tutte superiore,
cioè che era arrivata al pùnto di poter fare a meno della religione.
Questa osservazione suscitò una tempesta ili disapprovazioni, ed alcune
voci gridarono: fuori! alla porta mettetelo fuori ! Dà quel giorno in poi il
filosofo evitò il caffè Greco, ina le sue opinioni sui Tedeschi rimasero
inalterate. La patria tedesca in me
non si è allevato un patriota , disse un giorno ; e spesso anda dicendo ai suoi
compatì lotti a francesi ed a inglesi che egli si vergoigmva di essere tedesco,
piaceli è questo popolo era tanto stupido, a Se io pensassi così della mia nazione , rispose
un Francese, almeno non lo direi. Questo Schopenhauer è un
sala miste) (N&rr) insopportabile, scrive Bòhmer. Questi filosofi
antitedeschi ed irreligiosi, dovrebbero essere tutti quanti rinchiusi pei
bene comune, Schopenhauer non menava una vita santa ed ascetica, uè
pretese die gli altri lo credessero. Egli sprezzava le donne; considerava
ibi more sessuale come una delle manifestazioni più caratteristiche della
volontà; tuttavia non era dissoluto. Sospirava con Byron : Più che
vedo gli uomini meno mi piacciono;
tutto sarebbe bene se potessi dire lo stesso delle donne. Egli differiva dagli
uomini ordinari, parlando di ciò che gli altri sopprimono. I suoi
discepoli troppo zelanti die credevano vedere qualcosa di divino in tutte le
sue azioni, trassero alla luce del giorno anche questi suoi discorsi e
quindi attirarono sul maestro un’imputazione che egli non ha mai meritata. Le
idee di Schopenhaner coincidevano con questa osservazione di Buddha ; Non v ? è
passione più potente di quella dei sessi : di fronte a. questa
nessun’ultra merita d’essere menzionata; se ve ne fosse un'altra di questa
forza, per la carne non vi sarebbe
più salute! E di lì nacque senza dubbio
il timore di Sdì operili auer di non
poter raggiungere il Nirvana , come egli disse con rincrescimento al
dottor Grwinner. In mezzo a questi trastulli leggeri colla bellezza
femminile gli giunse ad un tratto la notizia che V antica ditta di Danzi
e a, in cui era implicata gran parte della sua sostanza e tutta quella di
sua madre, era minacciata di bancarotta. Senza indugio si trasferì in
Germania; ia perdita del suo avere era il male che Schopenhauer temeva
maggior- mente., il male che egli sapeva di poter sopportare più
difficilmente, tenuto calcolo del suo temperamento. Egli non era adatto a
guada' gnarsi il. pane; la sua intelligenza non era di quelle che si
possono dare in affitto. L’indipendenza materiale che egli aveva
ereditata gli parve sempre uno dei più grandi beni della sua vita, dacché
s ! era tutto dedicato a suoi studi. Nei Par erga, sotto il titolo V on
(lem was Einer hai, egli scrive : Non. istimo indegno della mia penna di
raccomandare hi cura della fortuna
che si è acquistata per lavoro o per eredità. E 5 un vanfaggio inapprezzabile
il possedere fin da principio quanto occorre per vivere, sia anche solo e senza famiglia,
comodamente ed in vera im.1L
pendenza, c 1 o è se iiz a 1 avocar e ; quèsto stato rende huomn esente
ed immune dalla privazione e
quindi dalla servitù universale, sorte caie ninne dei mortali. Colui soltanto
che dal destino fu favorito in questo
modo è veramente nato uomo libero, giacché soltanto egli è vwr
j.arix, padrone del suo tempo e
delle sue facoltà e può dire ogni mattina ; il giorno è mio. Per questa
ragione la differenza tra colui che hn mille ai a scudi d’entrata e
colui clie ne La centomila- è molto minore di quella che corre tra il
primo e colui che non La nulla. La fortuna ereditari si acquista un sommo valore, quando cade in mano
ad un uomo il quale, dotato di capacità intellettuali d’ordine elevato,
segue tendenze incompatibili col lavoro pel pane quotidiano. Tale uomo
ricevette da! destino un doppio corredo e può vivere pel suo genio; ma
egli coniti pensa cento volte il debito contratto verso- V umanità, effettuando
cosa che nessun altro potrebbe
effettuare, e producendo qualcosa pel bene ed anzi per V onore comuni, TTn
altro in questa condizione privilegìata con tendenze filantropi eh e saprà
meritarsi la gratitudine d elee l’umanità. D’altra parte sarà un pigro
spregevole colui che si trote va in possesso d’ una fortuna ereditaria e non
cerca in nessun modo, neppure acquistando a fondo qualche scienza, di
rendersi utile all’umanità, a Questo ora- è riservato al più alto grado di
perfezione iute Ilei- ft tuale che noi al solito chiamiamo genio; il
genio solo si occupa escili- sivamente dell’esistenza e della natura
delle cose, per poi esprimere a i suoi concetti profondi, secondo la
propria inclinazione, per mezzo dell’arte, della poesia e della filosofia.
Pei uno spirito di questo genere il commercio non interrotto con sé stesso, co’
suoi pensieri e colle sue opere è
un bisogno urgente. Ad esso è cara la. solitudine, e l’ozio è il suo bene
maggiore; il resto non gli è indispensabile, anzi talvolta gli è gravoso. Di
tal uomo soltanto possiamo dire con ragione che abbia in sé stesso il suo punto di gravità.
Cosi si spiega perchè queste
persone tanto rare, anche se hanno il miglior carattere del
mondo, non mostrano per gli amici, per la famiglia e pel bene comune
quella a -simpatia ardente ed illimitata, di cui dispongono tanti altri;
giacche dopo tutto possono
consolarsi d’ogin cosa finché hanno sé stessi. In loro vive un elemento d'isolazione tanto più
attivo quanto meno gli altri possano dar loro soddisfazione; questi altri
uomini, essi non li considerano interamente come loro pan; e dal momento
che corniticiano a vedere che tutto a loro è eterogeneo, prendono l’abitudine
di camminare in mezzo agli nomi ni, come se questi fossero esseri da
loro diversi; nei loro pensieri ne
parlano come di terze persone, dicendo: essi, loro, e mai noi. Tln uomo
munito di questa ricchezza interiore non chiede al mondo esterno nulla, all*
infuori d'un dono negativo, cioè la libertà di svilappare e di migliorare le
sue facoltà intellettuali, di godere la sua ricchezza interiore, vale a dire di essere
interamente a sé in ogni gioì no. in ogni ora e durante tutta la sua vita.
Quando un uomo è destinato a lasciare l’impronta del suo intelletto all’intera
razza umana, egli non può conoscere che una sola gioia, cioè quella di
vedere le sue facolt-a riconosciute e di trovarsi in grado di compiere
l’opera e sua; oppure un rammarico e cioè d J esserne impedito. Ogni
altra, cosa « è insignificante ; e intatti troviamo clic in tutti i tempi
le menti più elevate abbiano pregiato sopra ogni altra cosa E ozio, ed il
valore di quest'ozio equivale appunto al valore deli-uomo stesso. Volentieri
Schopenhauer cita questa massima di Mienstone: la libertà è un cordiale
più fortificante del Tokay, Pieno dei più cupi presentimenti egli si portò
con fretta in Germania, (tra zi e alla
sua energia e alla siili diffidenza d ogni prò Fessio- nej riuscì a
salvare la maggior parte della propria sostanza. Sua in mire non volle
prendere consiglio,, e quando venne la catastrofe finale essa ed Adele
rimasero quasi senza un centesimo, Questo incidente dimostra die
Schopenhauer non era filosofo (/truche e poco pratico; egli certamente
non avrebbe inciampalo, guardando cri ammirando le stelle ; al genio egli
univa il senso pratico, una combinazione molto rara, la cui origine egli faceva
risalire a suo padre negoziante. Ed è questa qualità che fa di Schopenhauer il
vero filosofo pei bisogni d’ogrii giorno, lasciando da parte il -suo
pessimismo. Egli aveva vissuto nel mondo e non era uno di quegli studiosi
che vivono rinchiusi nel loro studio ; egli conosceva i bisogni e le richieste
del mondo i suoi aforismi ed assiomi non sono troppo elevati per essere
messi in pratica s oltreché sono esposti in linguaggio chiaro ed
intelligibile ed esprimono spesso le percezioni d’ogni mente che pensa.
Though man a tlilnkmg being is ci e fine d,
Few use thè great prerogative oi minti; How few thiiik jusUy
oì thè tliiriking few; II ow manv n e ver inmk, who think they
do. Sfortunata
incute il loro numero è infinito ed a loro non occorre nè filosofo, nè
poeta, uè artista; ginstinti sono per loro nella vita una guida
sufficiente. Nome compiuto: Mario Casotti. Keywords: volere, sì che Socrate
si tramuti in Alcibiade! Grice: “And perhaps Socrates *becomes* Alcibiades!” die
welt as will –volere – filosofia fascista -- la volonta di potere, un invento della
sorella di Nietzsche che piaceva a Hitler ---- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Casotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Casalegno, paolo. Italian philosopher author of “H.
P. Grice” in “Filosofia del linguaggio.”
Luigi
Speranza -- Grice e Cassio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma)
Filosofo italiano. Tribuno della plebe della Repubblica romana C. (a destra),
Marco Giunio Bruto (col volto girato) e gli altri congiurati pugnalano Giulio
Cesare alle Idi di Marzo; particolare del dipinto di Camuccini, Morte di Giulio
Cesare. Nome originale. Nascita: Roma Morte: Filippi Coniuge: Tertulla Figli:
C. Gens: Cassia Tribuno militare sotto Marco Licinio Crasso Questura. Tribunato
della plebe. C. Roma – Filippi) è stato
un filosofo e politico romano, tra i promotori della congiura che causò
l'uccisione di Gaio GIULIO (si eda) Cesare. Appartenne alla gens Cassia, una
famiglia patrizia riuscita ad accedere al consolato. C., dopo il matrimonio con
Tertulla, figlia di Servilia, sembra avvicinarsi al partito degl’optimates
guidato da CATONE (si veda) Uticense. Moneta coniata da Longino. Prende
parte alla guerra contro i Parti, al fianco di Marco Licinio Crasso, salvandosi
dal disastro di Carre, e riuscendo a respingere una loro successiva invasione
che si era spinta fin sotto le mura di Antiochia. Nominato tribuno della plebe,
allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli
affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo.
Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di
beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino
Tarso, da dove il dittatore sta pianificando l'attacco a Farnace. Nonostante il
suo rapporto con Cesare si consolida, C. decide d’allontanarsi dalla corrente
politica di Cesare per essere uno degl’organizzatori del complotto che portò
costui alla morte. Dopo l'assassinio del dittatore, C. insieme a Bruto,
figlio di Servilia, fugge da Roma, timoroso delle rappresaglie messe in atto da
MARC’ANTONIO (si veda), luogotenente di Cesare, e dall’emergente OTTAVIANO (si
veda), futuro primo imperatore di Roma con il nome di Augusto. Come si apprende
da un'epistola scritta a CICERONE (si veda) poco prima della battaglia di
Modena, C. ottenne brillanti successi in Oriente. Recatosi ad Apamea, dove è
assediata dai cesariani una legione pompeiana al comando di Quinto Cecilio
Basso, riuscì a convincere i capi cesariani sul posto, Lucio Staio Murco e
Quinto Marcio Crispo, a defezionare con le loro sei legioni e passare dalla sua
parte. Poco dopo giunse dall'Egitto Aulo Allieno con altre quattro legioni, che
a sua volta si unì a Cassio. Secondo alcune fonti Marcio Crispo tuttavia
rifiutò di servirlo. C. disponeva ora di numerose legioni e si mosse per
affrontare il cesariano Publio Cornelio Dolabella, che in precedenza aveva
vinto e ucciso il cesaricida Gaio Trebonio. Tuttavia i due cospiratori non
riuscirono a farla franca. Nel frattempo era stata emanata la lex Pedia, che
condannava all'esilio i cesaricidi. Cassio e Bruto vennero affrontati
nella battaglia di Filippi da MARC’ANTONIO (si veda) ed OTTAVIANO (si veda). C.
fu sconfitto da Marco Antonio; pensando che anche Bruto fosse stato sconfitto
diede ordine ad un suo schiavo, Pindarus, di ucciderlo, usando la stessa daga
con cui aveva pugnalato Cesare; Bruto, nonostante la parziale vittoria ottenuta
su Ottaviano, fu successivamente raggiunto ed accerchiato dagli uomini di Marco
Antonio. Il 23 ottobre del 42 a.C. Bruto, vedendosi sconfitto, si
suicidò. Plutarco riferisce che Cassio era seguace di Epicuro.
Cassio viene definito da più fonti come Ultimus Romanorum, l'ultimo dei romani
a incarnare i valori e lo spirito romano: il riferimento è in Tacito, che cita
a sua volta lo storico Cremuzio Cordo: «Sotto il consolato di Cornelio Cosso e
Asinio Agrippa fu sottoposto a giudizio Cremuzio Cordo per un reato di nuovo
genere, noto allora per la prima volta: negli annali da lui scritti, dopo aver
elogiato M. Bruto, aveva chiamato Cassio l'ultimo dei romani"[5].
Letteratura Dante lo pone nell'ultimo girone dell'Inferno (Inferno), la
Giudecca, ove si puniscono i traditori dei benefattori. Assieme a Giuda
Iscariota ed a Marco Giunio Bruto, è costantemente maciullato dalle fauci di
Lucifero. Cassio è uno dei protagonisti della tragedia Giulio Cesare di
Shakespeare. Note ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, Syme, La
rivoluzione romana Cassio, epistola a Cicerone ex castris Taricheis, in Charles
Chaulmer, Les Epitres familières de Ciceron en latin et en françois., edd. Antoine e Horace Molin, 1689 ^ Broughton, T. Robert S., The Magistrates
of the Roman Republic, Annales, Sermonti, Inferno, Rizzoli. Bosco e
Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988. Voci correlate Gaio
Giulio Cesare Marco Giunio Bruto Battaglia di Filippi Marco Antonio Augusto
Ultimus Romanorum Altri progetti Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Càssio Longino, Gàio (uomo politico e questore), su
sapere.it, De Agostini. Gaius Cassius / Gaius Cassius Longinus, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Gaio Cassio Longino / Gaio Cassio
Longino (altra versione), su Goodreads. V · D · M Guerra civile romana V · D ·
M Guerra civile romana V · D · M Cesaricidi Portale Antica Roma
Portale Biografie Portale Età augustea Categorie: Politici
romani del I secolo a.C.Morti nel 42 a.C.Morti il 3 ottobreNati a
RomaCassiiGovernatori romani della SiriaMorti per suicidioPersonaggi citati
nella Divina Commedia (Inferno)EpicureiCesaricidi[altre] Cassio, one of those
who assassinated Giulio Cesare, was a follower of the philosophy of The Garden.
He converted to the sect after an earlier interest in
the Porch, and defended his new philosophy in correspondence with his friend
Cicerone. Nome
compiuto: Gaio Cassio Longino. Cassio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cassio,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cassiodoro: -- vide under Briuzi --. noble Italian philosopher. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Cassiodoro," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia
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