GRICE ITALO A-Z C CAR

 

Luigi Speranza -- Grice e Carace – Roma – filosofia italiana – Nome compiuto. Claudio Carace – Charax – Much admired by Antonino. Carace. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carace,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Caravaggi: l’implicatura conversazionale – scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crema). Filosofo lombardo. Flosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Insegna a Padova, di cui divenne in seguito rettore. È ritratto in un dipinto di Busi detto il Cariani, allievo del Giorgione. L'iscrizione e lo stemma presenti sulla tenda a destra attestano che il personaggio raffigurato è Giovanni Benedetto Caravaggi, filosofo e medico appartenente a una nobile famiglia di Crema. Laureatosi nell'università di Padova e divenutone lettore e rettore, Caravaggi era fratello di Giovanni Antonio, anch'egli eternato in un ritratto del Cariani (Ottawa, National Gallery of Art). E' probabile che il ritratto della Carrara origini dalle proprietà della famiglia Caravaggi a Crema, visto che, come ricorda il Piccinelli, postillando le Vite di F. M. Tassi, Lochis acquistò l'opera proprio a Crema (Bassi Rathgeb). Un'esecuzione cremasca sarebbe anche confermata dal fatto che Cariani esegui alcune opere in quella città ed è quindi probabile che in questo stesso periodo cada anche il ritratto in questione. Il pittore, nativo di Fuipiano al Brembo, si era trasferito precocemente a Venezia dove si formò nell'orbita di Bellini e Giorgione e dove compì la maggior parte della sua carriera. Tornò a Bergamo con incursioni a Crema per adempiere ad alcuni incarichi, quale probabilmente quello relativo al nostro ritratto, ed ebbe modo di sfoggiare il suo elegante linguaggio giorgionesco, come emerge dal paesaggio montuoso oltre la tenda, rischiarato da un cielo al tramonto dai toni rosati e cerulei. Risalente a Tiziano è invece l'impostazione del ritratto dalla posa ruotata di tre quarti e dalla sapiente costruzione prospettica, che ha i suoi punti di forza nel braccio sinistro in scorcio e nel realistico volume appoggiato sul tavolo. La posa naturale dello studioso, che pare interrompersi in meditazione dalla lettura del ponderoso volume, è anch'essa un portato di Tiziano, i cui ritratti sono liberi e naturali, lontani da schemi precostituiti. Curiosa la presenza di un'altra firma sotto la cornice scura dipinta, che il recente restauro  ha appurato essere contestuale alla realizzazione dell'opera. Nome compiuto: Caravaggi. Giovanni Benedetto da Caravaggio. Benedetto. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Caravaggi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carchia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ars amandi – signi d’amore – erotico del bello – comunicazione degl’amanti primitive – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia romana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosfo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I once joked that if I’m introduce dto Mr. Poodle as ‘our man in eighteenth century aesthetics, the implictum is that he ain’t good at it! Not with Carchia: because (a) Carchia is a serious philosopher (b) he conceives aesthetics alla Baumagarten, having to do with communication (“nome e immagine”, “interpretazione ed emancipazione”) and with not just the aesthetis qua sensus – but its truth value (“immagine e verita,” “l’intelligible estetico”) – a genius! On topc, my favourite piece of his philosophising is on the torso del belvedere as representing the ‘rhetoric of the sublime’!” Si laurea a Torino sotto Vattimo con la dissertazione “Il Linguaggio”. Insegna a Viterbo e Roma. Studioso di filosofia antica, traduttore. Opere: Orfismo e tragedia; Estetica ed erotica; Dall'apparenza al mistero; La legittimazione dell'arte; Arte e bellezza; L'estetica antica, ecc. Si è anche occupato, di arte e comunicazione dei popoli 'primitivi' e di artisti contemporanei quali Savinio, Sbarluzzi e Lanzardo. La casa editrice Quodlibet raccoglie le sue opere postume. Rusce ad immaginare la filosofla, a porla in immagini -- nel solco della filosofia italiana dall'Umanesimo a Vico. Minima immoralia. Aforismi tralasciati nell'edizione italiana (Einaudi, 1954), Milano: L'erba voglio); Comunità e comunicazione (Torino: Rosemberg et Sellier); prefazione e cura di Henry Corbin, L'imâm nascosto, Milano: Celuc, 1979; Milano: SE); Orfismo e tragedia. Il mito trasfigurato, Milano: Celuc); Estetica e antropologia. Arte e comunicazione dei primitivi, Torino: Rosemberg et Sellier); Erotica. Saggio sull'immaginazione, Milano: Celuc) L'intelligibile (Napoli: Guida); Dall'apparenza al mistero. La nascita del romanzo, Milano: Celuc); Il mito in pittura. La tradizione come critica, Milano: Celuc); cura di Arnold Gehlen, Quadri d'epoca. Sociologia e estetica della pittura moderna, Napoli: Guida) Retorica del sublime, Roma-Bari: Laterza); Il bello (Bologna: Il Mulino); Interpretazione ed emancipazione. Torino: Dipartimento di ermeneutica); introduzione a Karl Löwith, Scritti sul Giappone, Soveria Mannelli: Rubbettino); “La favola dell'essere. Commento al Sofista” (Macerata: Quodlibet); Estetica, Roma-Bari: Laterza); L'estetica antica, Roma-Bari: Laterza); L'amore del pensiero, Macerata: Quodlibet); Nome e immagine (Benjamin, Roma: Bulzoni); Immagine e verità. Studi sulla tradizione classica, Monica Ferrando, prefazione di Sergio Givone, Roma: Edizioni di storia e letteratura, Kant e la verità dell'apparenza, Gianluca Garelli, Torino: Ananke, introduzione a Walter Friedrich Otto, Il poeta e gli antichi dèi, Rovereto: Zandonai. L’immaginazione come orizzonte nomade della conoscenza. Produttività e trascendentalità dell’immaginazione nella critica del giudizio. L’immaginazione senza immagini. La notte delle immagini, il ricordo, la memoria. L’immaginazione come autotrasparire dell’apparenza rappresentativa. Naturalismo simbolico e simbolica naturale. Angelologia. Alighieri: spiritus phantasticus e alta fantasia. Gemellarità dell’immaginazione gnostica. L’immaginazione speculativa. Simbolismo e imagismo. Il fantastico come ideologia. Il romantico. L’immaginazione come dimora del padre. Demone e allegoria. La forza del nome. Icona e coscienza sofianica. Mistica. Mimesi e metessi. La nuova accademia: l’estetico. Paradigma, schema, immagine. OVIDIO (vedasi). Arte amatoria. Chi peregrin nell’amorosa scuola Entra, me legga, se vuol esser dotto. Non usansi senz’arte e vele e remi; Non senz’arte guidar si puote il cocchio; Non senz' arte si può reggere Amore. Ben sapeva condurre Automedonte Co’ focosi, destrieri il caiiro, e Tifi r Sedea maestro \sair emonia poppa. Ne’ mister} d’ Àmot me fece esjperto Venere bella, e ben dirmi poss’ io D’Aniore un altro Tifi e Automedonte. Ch^ ei sia crude!, noi niego » e spesse volte Contro me stesso si rivolta; pure Egli è fiinciullo, e l’immatuTa' etàde Atta si rende al fren. Docile e mite Rese Chiron l’ impetuoso^ Achilie Automédonte, figlio di Dioreo,fu il Cocchierò d*lAchille, Tifi condusse gli Argonauti in Coleo sul- la nave Argo, che qui dicesi emonia, perchè era su <mella Giasone figlio del Re di Tessaglia, e perchè la Tessaglia si chiamala Emonia dal monte Emo. Chirone figliuol di Fillira fu il Precettore d’A’^ chille^il qual nen chiamato ^acides fia Eaep suo Avo, Col dolde suon della canora cetra^ Ed ei, che fu il terrore e lo spavento De^suoi compagni spessore de’nemici. Dicesi che temesse il vecchio annoso; E quelle mani, che dovean un giorno Gettare a terra il forte Ettor, porgea, Quando Chirone le chiedea,alla sferza. Ei fu d’ Achille, io son d’ Amor maestro; L’uno e 1^ altro è fanoiul feroce, e traggo L’ un e r altro da Diva i suoi natali Come r aratro il toro, e come il freno Doma il cavai focoso ; io cosi Amore Render placido voglio ancor che il petto Con r arco mi ferisca, e con la face Tutte ro’ abbruci le midolle e T ossa. Quanto più Amore hammi ferito ed arso. Tanto più voglio vendicarmi . Apollo, Non io, ché mentirei, dirò che appresi < Da tl» quest’ arte, o che fui reso dotto Dal canto degli .augelli A me non Clio, Né le Sorelle sue, come al Pastore Della valle d’ Ascrea, compatver mai ; Me un lung’ uso feMstrutto ; e fè pròstate Air esperto Poeta . <Ió cose vere Canto:Madre d* Amor.^, siimi propizia. Gite lungi j o Vestali., e voi Matrone, Che i piè celaté sotto lunga veste. J3Ì Achilie uccise Ettore al assedio di Troja Achille nacque dalla Dea Tetide, Amore dalla Dea Venere, a Mentre Esiodo, cugino e quasi contemporaneo nero, pascolava in Elicona le pecore di suo pa* dre ^ fu dalle Muse condotto al fonte Ippocrene, e Col hefer 4i quell* acqua divenne Poeta, Come seguir sensa periglio Amore Si possa, eA i concessi furti io canto; Nullo i miei carmi chiuderan delitto. Tu, che novel nell’ amorosa schiera Entri soldato, le tue cure volgi Prima a trovar de’ voti tuoi 1’ oggetto. Indi a farlo per te amoroso, e infine Onde lunga stagìon 1’ amor si serbi. È questo il modo, è questo il campo, in cui Scorrere il nostro cocchio debbo ; è questa Del corso nostro la prescritta meta. Or che il tempo è propizio, or che si puote Andare a briglia sciolta, una ne scegli, Cui dir tu possa ; a me tu sola piaci. Questa dal Ciel non già pensar che scenda. Ma qui trovar la dei con gli occhi tuoi. Onde tender le reti al cervo debba. Sa bene il caccìator, e non ignora La valle, ove il cignal s’asconde: i rami L’ UGcellator conosce, onde si gettano 61 ’incauti augelli, e al pescator son note L’acque, che maggior copia hanno di pesci. Tu, che d^on lungo amor cerchi materia. Impara i luoghi, ove frequenti veggonsi Le vezzose donzelle . Io non ti dico, Che dar le vele ti fia duopo al vento. Né córrer lunga e faticosa strada. Perseo dall’Indie ne condusse Andromeda, E .Paride rapì di Grecia Eléna. Ma in Roma, in Roma ritrovar potrai Fanciulle, che in beltà portino il vanto Più che del Mondo in altra parte . Come Gargaro, Castello sul monte Ida era celebre V abbondanza delle sue biade, e Metinna, Città nek» V Isola di Lesbo, per V abbondanza d^ suoi vini. La gargara contrada abbonda in biade» In uve la metinnia » in pesci U mare» In augei il bosco s e còme nell* Olimpo Splendono stelle; così in Roma ammiransi Amabili Fanciulle: qui sua sede Pose del grand’ Enea la bella Madre. Se a nascente beltà ti porta il genio» Tenera donzelletta eccoti innante; Se già formata giovine desideri» Mille ti piaceranno » e fian costretti A rimaner sospesi i voti tuoi; Che se a te figlia più matura e saggia Piaccia » ne avrai, mel credi, un folto stuolo. De’ portici pompeii all’ ombra i lenti Pàssi rivolgi, allor che Febo i campi Dall’erculeo Leon saetta ed arde, O a quel che adorno de’ più scelti marmi Da lontani paesi a noi venuti, LaMadre aggiunseindonoa’don delFigHo.(8) Nè quello lascerai » ohe tragge il nome Da Livia, ornato delle pinte tele De’Pittori più celebri ed antichi; Uno de'piU dtliziosi Portici di Roma ora cer^ tornente ^uet di Pompeo . Giaceva questo in vicinanza dtl suo Veatro, « i Romani lo frequentavano moltis'^ simo in tempo d* estate, OTTAVIANO (si veda) sotto il nome d’Ottavia fabbrica un portico in vicinanza del Teatro da lui dedicato a Marcello figlio della medesirrsa e però dice il Poeta, che la Madre, cioè Ottavia, a^iunse il dono del portico al don d^figlio, cioè al Teatro a lui innalzato d’OTTAVIANO, R questo il portico che Livia moglie d* Augusto fabbricò nella Via sacra ; ne fa menzione Svetonio, e vien riputato da Strabono uno d^più be’ monumenti di Roma, Visiterai pnr anco i Inoghi, dove (io) In atto di far strage de’ Consorti Effigiate son P empie Danàidi; E il lor Padre crudel, che nudo tiene L’acciajo micidial nell’ empia destra; Nè il Tempio oblia, u’ Venere la morte Plora del caro Adon, nò il giorno Sabbato Sacro al culto giudeo • Sarà tua cura A’xneiifitìcì templi esser presente Della liniger’ Iside ; seconda I voti questa Dea delle fanciulle» Che desian donne diventar, coni’ essa Lo fu di Giove ^ Fra i clamori alterni Del Foro strepitoso ( e chi mai fede Prestar ci puote ? ) Amor rivolta trova Atto alle fiamme sue pascolo ed esca. In quella parte ove s’innalza al cielo L’ onda d’Appio » che giace appiè del Tempio Di ricchi marmi adorno, a Vener sacro Prigioniero d’ Amore è 1 ’ Avvocato, Il portico d’Apollo palatino fabbricato da Au^ gusto in una parte della sua casa era adornato di fiin^ ts immagini rappresentanti la strage^ che de*pro- prj Mariti fecero le Danaidi per comando di Danna loro padre. Si adorala Iside figlinola d*Inaco in Menfi Città d^Egitto, donde furono trasportati in Roma i suoi sacrificj . Fu questa amata impudicamente da Giove, il quale la cangiò per timor di Giunone in una Giovenca j e poi la restitm agli Egiziani nella sua pri^ stina forma . B^la e i suoi sacerdoti andavano coperti di lino e però si chiamava linigera. APPIO – il primo filosofo romano -- Censore conduce V acqua nel Foro di Cesare; e d’architettura d* Archelao fu ivi innalzato a Venere un Tempio, che per somma fretta poi rimase imperfetto. Che attento alla difesa altrui, se stesso Guardar non sa • Oh quante volte, oh quante In quel loco gli manca la favella, E deir amor che V agita ripieno, Non della caiìsa altrui, ma della propria S’occupa solo ! Dal propinquo Tempio Ride la Dea di Pafo, e il difensore Trasformato veder gode in cliente. Ma più che. altrove ne'curvi Teatri Troverai da far paghi i voti tuoi: Ivi mille bellezze lusinghiere Si oifrìranno al tuo sguardo, e tal potrai Per stabile passion scegliere, e tale Onde Tore passare in gioco e in festa. Come frequente la formica in schiera Vanne al granajo a far preda di cibo; E come Papi in olezzante suolo Volan sul timo e sopra i fior ; le culte Donne in tal modo in folto stuolo assistono Agli scenici ludi * È cosi grande il numero di questo, cho sospeso Mille volte rimase il mio giudizio. Non a’ Teatri per mirar, soltanto, Come per far di lor superila mosffa Vanno non senza del pudor periglio. Tu questi giochi strepitosi il primo, ROMOLO, instituisti; allor che il ratto NeW anno del mondo 3a3i. fabbricò Romolo nei monte Palatino una Città o sia Fortezza, che dal suo nome chiamò Roma. Per accrescere il numero dei Cittadini ^ aprì un asilo fra il Palatino e il Campi* doglio, in cui si ricevevano i Servi fuggitivi^, i De* hitori y i Malefici . Siccome i Popoli confinanti, e per conseguenza i Sabini nor volevano con tal gente col* Segui delle Sabine Ancor non marmi^ E non tappeti ornavano i Teatri, Nè il palco vago era per piote tele; Ivi semplicemente allor far posti I virgulti eie foglie, che recava II bosco palatino, e non si vide Decorata la scena allor con V arte Sopra i sedili di cespugli infesti Assistea il popol folto, uhe all’irsuta Chioma di fronde sol cingea corona Col cupid’occhio ognuno intanto nota Quella, che far desia sua preda, e molti Pensieri nel suo cor tacito volge. Mentre d’agreste flauto il suono muove Grottesca danza, ed il confuso plauso Ferisce il ciel, ecco che il Re dà segno Onde alla preda sua ciascun sì volga. Rapido il proprio loco ognuno lascia, Fanne co’ gridi il suo desio palese, E le cupide mani addosso slancia Sulle Vergin d’insidie ignare, come Fogge la timidissima Colomba Dall’ Aquila, e de’ Lupi il fiero aspetto Agna novella ; di spavento piene Volean cosi le misere Sabine De’ rapitori lor schivar gli amplessi; Ma da Ogni patte senza legge inondano^ Ninna serba il color, che aveva innante; ' ' a z lòcar U lor Donne, Romito gli ' inoitò insieme con Ì 0 sorelle,'7e moglie e le figlie a unof spettacolo, che fe^ce* ìebrare in onore del Dio Conso, ossia di Nettuno^ € comandò d* suoi Romani che cigscun ri rapiste fr0 quelle femmine una Consòrte. Tutte assale il timore ^ e in Tarj modi: Questa il petto peroote^ il crin si straccia; Quella riman priva di sensi ; alcuna Non {>er il duol fa proferir parola; Altra la cara madre appella invano; Chi quale statua immobile rimane; Chi fugge, e chi di grida il cielo assorda. Ma le rapite Oiovani condotte Son via, qual preda geniale e cara. Dì pudico rossoj tinsero molte Le delicate guance, e vìe più piacquero. Se troppa ripugnanza alcuna mostra, £ seguir nega il suo compagno, questi La porta fra le sue cupide braccia, E si le dice: a che d’amaro pianto Da begli occhj tu versi un fiume? teco Sarò come alla Madre è il Genitore. Romolo, fu il primiero a’tuoi soldati Vera recar felicità sapesti; Se tal sorte goder potessi anch’io, > Io pur non sdegnerei esser soldato. Però da quell’esempio anco a’dì nostri Trovan le Belle ne’Teatri insidie.. D’esser presente ognor cerca e procura ^ Alle corse de’rapidi destrieri. Di gran popol capace il ;Circo augusto Molti a te rechei!à comodi ; d’ uopo ^ Onde spiegare i tuoi pensieri arcani Non avrai delle dita ; nè co* cenni Intendere dovrai. Franco t’assidi, Che ninno il vieta, alla tua donna accanto. Quanto più puòi t’accosta al di lei fiaheo\ lE procura che il loco a.nzi ti sforzi A toccarla, quand’eUa ancor non ! voglia. Onde seco parlar cerca materia, E da’ discorsi pubblici incomincia. Quando i cavalli appariranno, tosto Di chi sieno richiedi, e quello, a cui Dirige i voti suoi, tu favorisci; Macon frequente pompaallor che giungono Le statue degli Dei, fa plauso a Venere Quale a tua Diva tutelar. Se mai Della tua bella sulla veste cada Polve, la scoti con la mano, e fingi * Scoterla quando pur netta si serbi; E sollecito ognor prandi motivo Da leggiere cagion d’esserle grato. Se la sua veste strascinasse, pronto Sii tosto a tòrla dalP immonda terra; Per cosi tenui cure avrai in mercede, Ch^ ella poi soffrirà, che le sue gambe Tu possa riguardar. Sia tuo pensiero, Che quei, che sono assisì al vostro tergo, ^ ginocchi al di lei dosso, Non le rechin molestia. I lievi ufBcj L^alme fiscili adescano: fu a molti Util Fa ver con destra man composto Il coscino, agitar con piccol foglio Il volubile vento, e saper porre Sotto tenero piè concavo scanno. Farà la strada al nuovo amore il Circo, Solevano I ROMANI portar per ih Circo le Statue degli Dei e degli Uomini sommi, quando ivi davano lo spettacolo della corsa de^ Cavalli 0 d^ altri giochi'. V* era fra aueste Statue ancor quella di Venere, cui vuole il Poeta che si faccia un gran plauso* Si veda la seconda Elegia del Libro III, degli amori scritti dgl modesimo Autore E la sparsa nel foro infausta arena Ivi pugnò spesso il Fanciul di Venere, £ chi andò per mirar altri piagato, Ferito pur rimase. Ah quante volte Mentre un la lingua a ragionar discioglie^ HoWà. la mano, tiene il libro, e cerca II; vincitore del proposto premio. Il .volatile strai senti nel seno, Gemè piagato, e accrebbe pregio al gioco! fu bello il mirar quando con pompa Solenne Cesare introdissse il primo (i 5 ) Non avvezze a pugnar in finta guerra E le persiche navi e le cecropie! Da questo e da quel mar vennero allora Giovani vaghi, amabili donzelle, E la Città racchiuse immenso mondo. Fra tanta turba di leggiadri oggetti Chi non tigvò da far paghi i suoi voti? Oh quanti e quanti a forestiero laccio Porsero il piè! Ma Cesar s’apparecchia (Cesare Augusto fece presso il Tevere rappre sentore una battaglia navale detta Ncumachia. Intro^ dusse in questa a combattere le flotte che Marc* An-^ ionio aveva raccolte contro di lui nell* Oriente ^e le navi ateniesi denominate Cecropie da Gecrope primo Re d* Atene y che seguirono il partito di M. Antonio^ Furono queste armate navali vinte tutte da Azio, e servirono nella Neumachia d’un brillante spettacelo a futta Roma. OTTAVIANO destinò una spedi^àon per V Oriente contro Frante, e vi mandò il suo Nipote Cajo nato da Agrippa e da Giulia. Marco Crasso e Publio suo figlio avidi delle ricchezze de* Parti intrapresero contro i medesimi una guerra, in cui furono poi essi miseramente trucidati con undici Legioni . Per far a Cesare un encomio, dice ora il Poeta, che deve Cajo riportar vittoria di que* popoli, e riacquistar la ^ne romane da loro tolte Crassi. Già il restò a sog^ogar del Mondo inter#^ E già Taltiino Oriente è nostro ancora. La pena avrai dovuta, o Parto audace, £ voi godete, ombre deaerassi estinti, E con voi godan le romane insegne Di barbarica destra a ragion schive. Ecco il vindice vostro, ognun racclama Invitto Duce nelle schiere prime; Giovin sostiene perigliose guerre Quasi invecchiato fra le stragi e Parmi. Deh non vogliate, o timidi, il valore Dagli anni loro argomentar de’Numi; E la virtù ne’Cesari preepee. Degli anni Suoi più assai rapido sorge Celeste ingegno, e mal tollera Ponte D’una pigra dimora. Era bambino Ercole allor che ì due serpenti oppresse. Ed èra in fasce pur degno di Giove. O Bacco^otu che ancor fanciullo sei, (18) Essendosi Giove innamorato perdutamente d^Alc^ mena, si presentò a lei vestito delle sembianze d*An^ fitrione suo maritoy quando questi trovavasi alla guerra di Tehe.Da Giove e da Alcména nacque Ercole, che fu allevato in Tirinta Città in Marea vicina ad Argo, e però fu detto Tirinzto . Intenta per ciò la gelosa Giunone a vendicarsi delP infedeltà di Giove, suscitò contro d* Ercole due serpenti ; ma egli li uccise valorosamente, benché fosse di tenera età, Bacco armato, d^ una lung^ asta, e seguito da Ufi esercito d* Uomini e di Donne, corse intrepido nel* VOriente,e soggiogò quVpaesi che allor tutti,si comprendevano sotto il nome d* India . Essendo quelV asta così acuta, che imitava la conica figurai del Pino, fu detta dagli antichi Poeti il Tirso, giacché Thirza ià lingua ebraica nuW altro significa, se non se un ramo di Pino^ •Intrecciavano le Baccanti sul tirso V uve e i pampini cotk P edera p perché Bacco insegnò affli Qoanto fosti mai grande allor che i tuoi Tirsi dovè temer l’India domata!' E tu prode Garzon sotto gli auspiej (ly) Del Padre, Tarmi tratterai vincendo. Sotto un nome sì chiaro aver tu dei I primi erudì menti, e come il Prence (ao) uomini la maniera di coltivar la vite . Alcuni Eruditi poi fChe ricercan la moralità nelle favole ^ pretendono che dipìngasi sempre giovine questo divino coltivator della vigna ^perche gli uomini si rendon col vino in lor vecchiezza amorosi e lascivi, come lo furono in gioventù,. Mons„ de Lavaur con molti altri, i quali hanno^ attentamente 'considerato le imprese di Bacco e l* etimologia stessa del Tirso, porta verisimilmente opinione y che sia questa favola tratta in origine da que^libri della sacra Scrittura, che parlano di Mosè. e di JVoè, Si rivolge il Poeta a Cajo,che fu adottatò figlio da Cesare Augusto. Romolo dalle tre Tribù, nelle quali aveva di^ stribaito il popolo romano y raccolse per ciascheduna cento uomini, che fer nascita, per ricchezze, e per altri pregi ^^^no i più riguardevoli. Furono questi chiamati Cavalieri y perchè trascélse quésoli, che fesser meritevoli d* un Cavallo, su cui dovean combattere in difesa di lui ; e si distribuirono in tre Ceti* turie, che conservando il nome delle Tribù, dov*erano sfate raccolte, si chiamavano é/e^Rammensi da Romolo, dei Tasienzi da Tazio Re dé Sabini, e dei Laceri Lucomone JRe d'Etruria, che fu, come dicono., il fondatore della Città di Lueca . Da Tarquinio Prisco, e da Servio Tullio vennero in seguito accresciati di numero y senza mutar però il nome di Cen* iurte ; esercitarono poi varie luminose incombenze ; e JU'denominato il loro ordine Senatus Seminarium, perchè in esso scieglievansi i Senatori • i 5 . Lu* Jglio facevano i Cavalieri ogni anno splendidamente in lor rassegna, mentre dal Tempio dell’Onore, che era situato fuori della città, andavano al campìdo* coronati d* ulivo, cinti d^ una purpurea veste det- Or de’Giorani sei, sarai col tempo L’oroamento miglior do'rccchj Padri. Vendica ofFesi i tuoi fratelli, e i dritti (ai) Del Genitor sostieni: della Patria £ Padre 6 Dlfensor Parcne ti cìnse; Ed or che l’inimico i regni invola, Cruccioso alla vendetta egli t’invita. Scellerati di lor saran gli strali. Pietà e Giustizia i tuoi vessilli, e Parrni Della causa miglior sostenitrici. ' ta trabea, t assisi sopra i loro cavalli . 0 §ni cinque anni poi appena giunti al Campidoglio, scendevano da Cavallo, e presolo per mano lo guidavano avanti al Censore ivi assiso sopra una sedia curale ; ed egli comandava di ritenere il Cavallo, se bene aveva il Cavaliero adempiuto a suoi doveri ^e di venderlo, se aveva malamente eseguito le sue incombenze. Leg^ geva il Censore in tale occasione il catalogo de^ Cavalieri yC si chiamava il Principe de* Giovani o della Gioventù quello che era da lui nominato il primo ; e ciò non perchè fossero attualmente tutti gióvani, ma perchè lo fàrono nella prima istituzione^ e perchè Veta giovanile si estendeva pressò i Romani fino a quarantacinque anni. Principe de’Senatori o del Senato ne*primi tempi della Repubblica si chiamava quello che il primo tra*Sena- tori viventi era stdto Censorey poi quel che dal Censore fosse stato nominato ili primo nel leggere il catalogo d^ Senatori y e nell\ anno dalla fondazione di Roma quel, che dal Censore era riputato degnissimo. (al) Pompeo y domato il Re Tigrane y costrinse gli Armeni a ricevere da* Romani in segno di servitù i Rettori. Si liberarono essi da un tal giogo y ma Cajo li obbligò nuovamente a soffrirlo, e vendicò in tal guisa i dritti d*Augusto y che dal Senato e dal Po^ polo romano fu per mezzo di Valerio onorato del luminoso titolo di Padre della pAt<‘ia, ^ (^a) I Parti tentavano di farsi padroni delV Ar- mersia Ora il mio Duce alle latine aggiunga L*eoe ricchezze. E voi j Cesare e Marte, Entrambe Padri soccorrete il Figlio, Che in difesa di Roma espon sua vita; Come già Marte^or tu, Cesar, sei nunie Ecco raugurio mio; tu vìncerai; Sciorrò co’ carmi allora il voto ; degno* Tu allor fatto sarai d’alto poema. Porrai le squadre in ordinanza, e all’ armi Co’ versi miei 1 ’ esorterai: tenaci Di me nel tuo pensiero i detti imprimi. 11 petto forte de’ Romani, il tergo (24) Io canterò de’ Parti, e l’inimico Telo, che vibran dal cavallo in fuga. Mentre tu fuggi, o Parto, e cosa al vinto, Oude sia vincitor, tu lasci ? Il tuo .Marte recò finora infausto augurio. Dunque quel dì verrà, Cesare, in cui Tu di natura la piò amabìl opra Di lucìd’ oro adorno andrai tirato Da quattro^ candidissimi cavalli ? Or mal sicuri nella fuga i Regi Partici andranno innanzi, il collo carco Dì pesante catena • Insiem confusi Giovani lieti e tenere Donzelle, D* un’insòlita gioja il cor ripieno, Mireran lo spettacolo gradito. " Se una di quelle a te richiegga i nomi Di que’ Re, di que’ monti, di que’ fiumi, (a3) Fu Cesare Augusto ascritto in aita fra i Dei, $d ebbe perciò onori diHni. ’ (a4) Avevano i Parti in ' costume di guerreggiar fuggendo, ed anzi si rendevano formidàbili, mentre ^ibravan le lor saette^ da wjt cavalle rivoltp in fuga. Di que* paesi 9 a tatto ciò' rispóndi; £ non richiesto ancora il; tutto narra, E le cose puf anco a te mal note. Cinto di canna il crin l’Eufrate è questo, (aS) 11 Tigri è quel colla cerulea chioma. Ecco gli Armeni^, e Perside che tragge (a6) Da Perseo il nome suo ; nell’ achemenie Valli questa Città si giacque . Il nome Dirai di questi e di que’Re, se il sai, O almen 1 ’ adatta . L’imbandite mense Facile danno ed i conviti accesso, Ove da far contenti i tuoi desiri V’ è cosa anc’ oltre i vini: ivi sovente Calcò di Bacco l’orgogliose corna Con le tenere mani il bel Cupido, Di cui se intrise sien 1 ’ ali nel vino Più non puote fuggir: grave s^ asside; Tu umide penne, è ver, veloce Scote. Ma non vola per questo, anzi novelli Desta incendj nelP alme, che dal vino Sono disposte e rese atte al calore. Ogni atra cura e molce e fuga il vino; Allora il riso ha loco ; allor l’abietta Mendica gente pure il capo innalza; Fuggon le cure, il duci ; le crespe fronti Vengono liete ; e la si rara in questi Tempi semplicitade i più secreti Pensier dell’alma svela, che il Dio Bacco UEufrate ed il Tigri, avendo, secondo Vo^ pinione d*alcuni, la lor sorgente nei Monti armenii si prendono qui dal poeta per li principali fiumi del» V Armenia, (a6) Persìde è una famosa città, che vuoisi fab.-» bracata da Perseo figlio di Danae nelle valli persiar ne, dette achemtiiie dal Re Achemene Ogni mistero svela e l’arte infrange De’ Giovanetti il cor ivi ben spesso Rapiron le Fanciulle ; Amor nel vino Fu foco a foco unito • Ma non troppo A lucerna ti fida ingannatrice; Mal nella notte, e fra i bicchier ricolmi Della beltade si può far giudizio. Allo splendor del giorno, a cielo aperto Paride rimirò le Dive allora Che alla Madre d* Amor disse: tu vinci L’ una e 1 ’ altra in beltà, Venere bella. S’ asconde nella notte ogni difetto; Ad ogni vizio si perdona, e allora Ogni donna sembrare alPuom può bella; Consulta il di guai gemme e quali lane, Tinte di tìria porpora, sien atte A fsLjp bella la faccia e il corpo ^ Come Io delle Donne numerare il ceto Di non ardua conquista ? E assai maggiore Dell’ arene del mar . Come di veli Di Baja. i lidi narrerò coperti. E per calido zolfo acque fumanti? Riportando talun ferito il petto Da queir.onde, non son, ( come racconta La fama ) dice, salutari ognora. Ecco di Cinzia suburbana il tempio Ì ayl Alludesi al pros^erhio latino in vino veritas. Baja in Campania, o com'oggi dicesi in ter-^ ra di Lavoro i era un amenissimo Castello^ che con- teneva entro di se degli ottimi bagni caldi, e alcuni laghi in cui rrnvigavan gli antichi con diverse barche variamente dipinte, sulle quali facevano ancora de^ gli allegri conviti. Questa Dea, che si chiama Lucina in Cielo, Eeate neW inferno, e Diana in terra, ha ancor fra Silvestre» ed ecco ì conquistati Regni. Perchè vergifte ella è » perchè ella in odio Ave d’Amor gli 8tijali,.al popol diede» £ mai sempre darà mille ferUè. Fin qui Talia sopra ineguali rote Come tu debba scer T amato oggetto» E dove tender t’insegnò le reti. Della tua Bella onde adescare il cére Preparo or io delF arte opra speciale. Uomini» voi chiunque » e donde siate, Porgete al mio parlar docili menti» E le promesse mie ptopizj udite. Tosto nell’ alma tua scenda la speme Di conquistarle» e vincitor sarai; gli altri nomi quello di Cinzia » perchè essa ed Apoi* lo nacquer nelVIsola di Deio » ov^ è il Monte Cinto. I popoli del Chersoneso » o com* ora chiamansi » della Crimea » le immolavano gli ospiti ivi spinti dalle tempeste, he femmine romane » dopo Vavere ottérsuto ciò che htamavun co" voti, andavano a* d*Agosto con le. faci ardenti in mano, e la corona eul capo\ al Tempio suhurbano di questa Dea situato in Arì^ eia. Quivi frequentemente i Sacerdoti succedevano gli uni agli altri » mentre, non godevano di questa di* gnità solamente gV ingenui, ma se la contrastavano anche i servi e i fuggitivi in una guerra particola* re » in cui chi riportava la vittoria, otteneva a un tempo stesso il Sacerdozio » che apprezzavano come un Kegno. Una tal Dea peraltro y quantunque sten* desse dal cielo per godere del suo Pastorèllo Endimione » fu sommamente gelosa della propria pudici* zia, giacché trasformò in Cervo Atteone \ perchè osò di guardarla quando era nuda in un bagno. (3o) Talia è quella Musa » che presiede principale mente a* Canti piacevoli e amorosi. Dice OVIDIO che dia insegnò sopra inegnali rote ec. alludendo al diè stico latino » il di cui Esametro ha » com* è noto ^ sA piedi, e cinque il Pentametro^ Ma intanto tender dei T insidie: prima Gli augelli taceran di primavera, Le cicale in estate, e il can d^Arcadia Incontro a lepre prenderà la fuga, Che dolcemente Femmina tentata A Giovine resista ; e quella ancora Tu vincerai, che ti parrà ritrosa. Come il piacer furtivo è grato alF Uomo, £ grato alla Donzella . Asconde questa Le brame sue, T nomo le cela invano; Ma se tu possa* vincerla una volta, Preverrà con le sue le tue preghiere. Ne’ molli prati al suo Torello accanto La giovenca muggisce ; e la Cavalla Col suo nitrir fa lusinghiero invito Al cornipede maschio . In noi pkt forti^ Ma non però cosi furiosi, sono Gli stimoli d’ amor i lodevol fine Ha la fiamma delP Uomo. A che di Biblì Ricorderò, che d’ un vietato amore Arse pel suo Fratello, e pon un laccio Vendicò da se stessa il suo misfatto? Non, come Figlia dee,Mirra amò il Padre,( a^ BiUi nata da Mileto e dalla Ninfa. Gianczf, amò perdutamente Canno suo fratello. Siccome non Ve riuscì di renderlo à sitò riguardo amoroso ^ si die in preda a un pianto così dirotto ( se si presti je e al libro IX. delle Metamorfosi ) che fu convertita VI un fonte yo( se si crede al libro presente ) si prò-- curò ella etessa con un laccio la morte. Avendo Mirra concepito un immenso amore per Cinìra suo padre, gli fu posta in letto da me nutrice in luogo della consorte. Accortosi Cinira del fallo, tentò di uccìderla } ma essa fuggì bay ove fu cangiata in albero, e diede alla luce il bellissimo Adone, che fU V ‘unico frutto d un st fu nesto incestuoso accoppiamento. E oppressa ora si cela in chiasa scorza: Delle lagrime poi, che dal suo tronco Odoroso essa elice ^ ungiam le membra. Che s^ban quteste stille il primo nome, Del frondos’Ida nelVombròse valli. Era forse la gloria e la delizia Deir armento un Torel candido, solo Negro segnale avea fra corno e corno: Una sol f^u la maccbìa, e latteo il resto. Questo bramaron sostener sul tergo Le giovenche ginosie e di Canea. Oodea di farsi adultera Pasifae (34) Del Toro., e'nel ano ooj geloso sdegno Nutria contro le amabili giovenche: Io cose note canto; e ciò non punte Creta negar, quantunque siai*iqendace. Creta, cui son cpnto Città soggette. Con r inesperta man ; Pasifae ali Totro Dicesi recideste or verdi frondey S 1 Or r erbe tenerissime de’ prati.2 Erra compagna dèli’st>nentOì,;e invano- Del maiitoy pensier T arresta j vinto. Era Minos da-un hove ^ A rche* tu vesti, . Donna, preziose spoglie ? Il tuo Diletto Mà è un mont 0 ^ Creta ; nè deéù qui còn^ fondere cpl Monta, Ida^ pqiaao, ope seguii la famgsa lite fra Venere y Pallade e Óit^none. (34) Sdegnata Venere contro il Sole y perchè Vavea fatta sorprèndete da^*Numi det letto con Marte ffe* à che Pasifae figlia del .medesimo, e moglie di Mi-» nos Re di Creta, ^ innamorasse ardentemente d* un Toro. Essendosi questa racchiusa in una Giovenca di legno coitmtta da Dedìdà y si congiunse col Toro diletto, e diede al Sole, in nipote il celebre Minotaio- To, che fu ucciso da Teseo nel famoso làbcrkito» Di tai ricchezze non conósce il pregio. Mentre vai di montano armento io traccia, A che giova lo specchio, a che le chiome. Lassa, adornar si spesso ? Ah I presta fede Pare allo specchio 4 che bovina forma Ti nega ; invan veder sulla tua fronte Desideri le cornac Se ti piace ' Minos, a che un adultero ricerchi P E se brami ingannarlo, a ché noi fai Con un Uomo? Per boschi e per foreste Oià la Regina, il talamo lasciato, ^ Vanne quasi fiaccante, a cui furore Spiri P aonio Dio . Oh quante volte La giovènca «rivai con volto iniquo Mirò, e fra se, perchè tu piaci, disse, Al mio Signor ? Ve^com^* in facciala lai* Scherza sull’erbe tenere, ed esulta,, E tài fóIlié/-non dubito non credai ^ Per lei decenti: mentre in suo pensiero: Volge tai còse, ordina che sia tolta* Dal gregge immenso, è immeritevol venga Al curvo giogo strascinata, o vuole Di snperstizion sacrai * fra-l’are Vittima cada;!e nella fi^ta dtwtr^ Gode tener .le.:.viscero fumanti -Dell’uccisa rivai. AHI quante voke ? Gon le uccise rivaV placando i NUìiii, ^ Disse, tenendo'visceri\-'piacete Al mio Dilettov e quante volte ancora Chiese in Europa èsserconversa e in Io, Europa figlia di Agenorg Re di Fenicia, ^ éorella di Cadmo, era dotata di^ sorprendente^ bellezza. Aree Giòvo per Ui. di un amore così violento, aS Che questa è una Giovenca, e quella ìMotso' Premè d’ un Bovo . Fè le strane voglie Paghe Pasifae ascosa in lignea vacca, Onde il parto alla luce uscì biforme. Se sapeva piacere ad un sol uomo^ (36) E foggia di Tieste il turpe amore D’ Atreo la Sposa, non avrebbe Febo Il cammino sospeso in mezzo al corso, E rivoltato il carro, i suoi destrieri Mossi incontroairAurora. Anco la Figlia, Che i purpurei capelli involò a Niso, Coprì del corpo suo le parti estreme Con la sembianza de’ rabbiosi cani. thè trasformatosi in Toro, la portò sul suo dorso in quella parte di Mondo, che dal nome della medesu ma si chiama Europa. Io y o Iside fu, come Si è detto al numerò ii. epnoertita dallo stesso Giove in una Giovenca. Erope moglie d* Atreo giacque con Tieste fra^ tello del medesimo, e nacquer da essi due figlj, che avendo Atreo dati a mangiare al lor padre medesimo in un convito, il Sole per celare un tanto misfattò tornò indietro, e corse incontro aWAurora. Scilla, figlia di Niso Re di Megara s^ inva^ ghì di Minos Re di Creta, che le assediava la pa^* trìa, e a lui recò il purpureo capello del padre, dal qual dipendevano i fati di quella Città. Essa fu jj^i disprezzata harharamente dalV ingrato Minos, e fu, secondo le metamorfosi, cangiata in uccello. Vi fu però un^altra Scilla figlia di Eorci, la quale, avendo bevuto un^acqua per lei avvelenata da Circe, venne subito trasformata in un mostro, la di ciS parte inferire era simile a quella di un Cane. Con-^ eepì la medesima tanto orror di sé stessa, che si get>» tò in un golfo del mar di Sicilia, che ha preso da ^ella il suo nome» Ovidio ha qui confuso fseste due Il Figliuolo d^Atieo, che in terra e in mare Di Marte e di Nettuno evitò V ira. Cadde vìttima poi della Consorte. Chi di Creusa sull’inìqua hamma Non sparse il pianto, e sulla Strage orrenda Che fe* de’proprj figli un* empia Madre ? Frivo degli occhi pur pianse Fenicio, (4o) E voi, oarallì spaventati, il vostro Agamennone è veramente figlio di Filistene, ma da Ornerò^ e da tutti gli antichi poeti gli vien dato per padre Aireo suo aco come un personaggio più celebre» Fu dichiarato Agamennone per le sue mira^ bili imprese il Re deTle di Grecia, e per tradimento di Clìtennestra sua moglie ucciso da Egisto, dal quale era ella amata impudicamente, Giasone j abbandonata Medea, sposò Creusa figlia di Creonte Re di Corinto, Medea per vendicarsi di tafe infedeltà, f^ strage di due teneri fanciulli nati da lei 4 da Giasone, e ridusse con fuoco ariifi- doso in cenere ì* infelice Creusa e tutta la famiglia e la Reggia di Cleonte, (40) Furono tratti gli occhi a Fenicio figliuol d^A^ mintore, perchè una concubina del padre Vaccusò falsamente d'acerle tolto Vonore, Ricuperò egli la vista per i farmaci a lui apprestati da Chirone, il qual gli die poi in custodia il giovine Achille, con cui andò aWassedio d,i Troja, Ippolito figlio di Teseo disprezzo Vamorosa corrispondenza che gli esibì Fedra sua matrigna, Sdegnata ella fieramene di ciò, disse al padre, che le aveva il medesima insidiato V onestà ^ e Teseo lo abbandonò al furor di Nettuno, Essendo per ciò comparso un orribil mostro marino^ mentre Ippolito se ne andava sul suo, carro lungo la spiaggia del mare, i cavalli per lo spavento preser la fuga, marciarono il legno in pezzi ^ e trucidarono miseramente il lor Cgxìdottii^o, > Condottier tracidaste.E perchè» o Pinco, Gli occhi tu togli agPinnpcenti figlj ? Ah che la atessa ^eaa. il tuo delitto Un dì vendicherà. Tali infortunj ^ Da uno sfrenato aq^or trasse sorgente Delle lubriche donpe . Ornai t’ affretta, £ non temer di ritrovar contrasto Nelle Donzelle ; appena, una fra molte * Ne incontreraiepe. a te neghi vittoria. E r indulgènti e, le ritrose pure lì Goì^qu esser pregata; pna ripulsa I Non ti spaventi ^ è questa ingannatrice. iMa perchè ingannatrice Y ognor pip grata INuova per esse voluttà riesce. |E l’alma loro adescan facilmente |l novelli amatori ..'Il vici^ campp Ci sembra più .ijber^^so,^0 il gregge altrui Vedi che a parte sia della Padroni Ov, Arte (Tarn. b Fineo figlimi Agenore Re Arcadia yO come ad altri piaqe, di Tracia, o di Paflagonia y sposò Cleopafi^a figlia di Bqrea, e‘. n*ehbe due figli. O sia che questa morissero che fosse da lui ripudiata y prese il medesimo in moglie Arpài ice, e cornane dò, che fossero ioltìr gli occhi a* due figlj della sua prima eoniorte, perché temè che aiiesjser avuto un illecito commercio con Ija novella sua sposa. Fu da Borea vendicata V innocenza do* nipoti con Vacciecof- mento di Fineo, e Giunone e Nettuno gli mandarono sulle mense le Arpie y che a lui macchiavano turpemente quelle ‘ vivandé y che non mangiavano essa stesse De’ nascosti consiglj, e de’ piaceri Suoi più segreti. Con promesse e prieghi Corrompi la sua fi; tutto otterrai, Quand’ ella voglia, e non ti sia contraria, Dalla facil. tua Bella • Il tèmpo scelga. Come i Medici sogliono, propìzio. Onde il tuo amor nel dodi cor le infonda. Ella il tuo amor le infonderà nel core, Quando per lieti eventi andrà giuliva Come lussureggiare in pìngue campo ' Suole la biada. Quando r alma è scarca Dalle pallide cure, e lieta esulta. Si spande allora, e dà facile accesso ÀH’arti lusinghevoli d’amore. Mentre fra i neri affanni involta visse " Troja, con V armi si difese ; e lieta (43) Il cavai di soldati e insìdie pieno Àccolèe entro le mòra. Ancor si tenti, £ non rimanga inyendicata, quando Si dorrà, chè riceve ingiuria e scorno Dall* impudica Amante del Marito. La punga a sdegno la fedele Ancella, Quando col pettin mattutin compone Gl* indocili capelli, ed alle vele. L’ ajuto aggiùnga anco de’ remi, e dica, Sospir seco tràehdo, in bassa vocè: Tu noli potrai, cred’io » come si merta. Rendergli la pariglia. Allor le parli Di te con detti insinuanti, e.giuri Che tu brugi per lei d’immenso amore. Mentre il tempo è propizio, ella s’ affretti Alludesi al cavallo di Ugno ^cht il perfido Sinone introdusse pien di soldati in Troja, quando tra assediata da* Greci» Virgilio Endde IÀh»lÌ»v» Che non cadan le vele, e cessi il vento. Come sì scioglie il gel, V ira, indugiando^ Si dilegua così. Forse mi chiedi. Se la servente innamorar ti giovi ? Tai cose ammesse, il rischio é manifesto^ Una rende V amor più diligente, L’ altra più tarda e meno attenta: questa Alla Padrona sua ti serba in dono, Quella a se stessa • esito dipende Dalla fortuna, che quantunque arrichì Agli audaci ^ a te do fedel consiglio. Che d’ un’ impresa tal lasci il pensiero. Non per scoscese perigliose strade Andrò, nè, duce me, verrà ingannato Alcun Giovine amante * Ma se poi, Mentre riceve e assiduamente porta L’innamorate cifrerà te non solo Per la sua fedeltà piaccia, com’ anco Per la beltà del corpo ; allor procura Della Padrona in pria il possesso, e ch’indi Questa la segua: l’amoroso gaudio Non dall’ Ancella incominciar tu dei* Se all’arte mia si crede, e i detti miei Non portano pel mar rapaci i venti, Questo consìglio mìo nell’alma imprimi: Non mai tentar 9 se non compisci l’opra» Se a parte ella verrà del tuo delitto. Non la temere accusatrìce • Invano Invischiato l’angel tenta la fuga. Nè riesce già uscir dalle allentate Reti al cinghiale • Il pesce all’ amo colto Si scota invano ; tu la premi e assedia. Nè la lasciar, se vincitor non sei. Se a una colpa comune ella soggiace, Non temer tradimenti ; a te saranno Note della Padrona opre e parole. Se cauto celerai 1’ accusatrice. Sempre, contezza avrai della tua Amica. Folle è colui che in suo pensier si crede òhe sol debban del cielo osservar gli astri Della terra il cultore ed i nocchieri. Non a’ campi fallaci ognor sì debbe Cerere abbandonar, nè alle tranquille*^ Cerulee onde del mar la curva prora. Ah 1 che non sempre assicurar ti puoi Il cor di vincer delle Belle; spesso Ciò s’otterrà, se il tempo sìa propìzio. Se deir Amica il natalizio giorno (44) (44) Era presso gli Antichi in gran venerazione il giorno natalizio: e gli Amanti celebravano ‘ con feste e con doni quello^ in cui eran nate le Donne che ama^ vano . Si dee preferir certamente questa lieta costui manza a quella che hanno adottato i Messicani e i Cinesi, i quali riguardano un tal giorno come infausto e doloroso . Alcuni di essi invece di ricevere con acclamazioni di gioja la nascita d^ un figlio, gli rispondono ai suoi primi singulti, mio figlio tu sei venuto al mondo per soffrire \ soffri ^ e t’acquieta . Si fab- hrican altri di buon^ ora la tomba, e vanno ogni giorno a renderle omaggio come al termine consolator é d^.lor giorni . Non poco influisce, a dir vero, un tal uso a fomentare il barbaro costume d^ uccidere i proprp figli in un popola ^ il guala non gli Ottimi suoi libri classici illustrati dall* immortai Confueio e con le savissime leggi, su cui ha stabilito il suo pacifico Impero, cerca di rendersi virtuoso ed illuminato. Èra presso i Romani nel suo pieno vigore P uso delle visite e de* doni nel principio dell* anno, il qua- le incominciava anticamente col mese di Marzo, le di cui Colende eran consacrate al Dio Marte . Cele- hravand in Roma nel primo giorno d*un tal mese alcune feste dette matronali in memoria della pace Ricorra, o le Calende che seguito Abbiaa quelle di Marte, a Vener piace, O sia che il Circo sì rimiri adorno, Non come in altre età, di statue lievi. Ma per le spoglie ivi de i Re deposte, L’ opra differirai: sovrasta allora Con le piovose Plejadi P inverno; Allor nella marina onda s’immerge Il Capro tenerello ; allora giova Deporre ogni pensier . Chi al mar s’afSda Del lacero naviglio appena puote 1 miseri campar naufraghi avanzi. Tu se in quel dì incominci, in cui si vide che le Sabine avevano appunto in tal di stabilita fra i loro SpoH, ed i loro Padri, i quali volevano con V armi vendicare il ratto delle medesime . Le persone maritate avevano solamente diritto a queste feste / ed OraT^io nell* Ode ottava del Libro III. si scusa, perchè vi prende parte anch? egli, essendo celibe. Siccome il mese d* Aprile è sacro a Venere, e suc^ cede a quello di Marzo dedicato a Marte, dice il Poeta che Venere gode che abhian le sv^e Calende seguito quelle di Marte per alludere alVamorosa cor^ rispondenza che ella aveva coi Dio della guerra . Le Ihnne e le Matrone romane facevan nelle Calende d*Aprile gran festa a questa lor Pea tutelare ; e gH Amanti contribuivano alle medesime con le donazioni. Non vuole il Poeta, che si studino i Giovani per adescar le Donne nel lor giorno natalizio, nel principio dell* anno, e in occasione de^trionfi celebrati nel Circo, perchè essendo le medesime allora occupate in adornarsi, incontrerebbono qiiP gravi pericoli, che sono qui espressi con l* allegoria dell* Inverno, e con quella delle Plejadi e del Capro, le quali stelle sorgon sull* orizzonte nel mese d* Ottobre, che è un tempo pieno di pioggia e di tempeste, e perciò non propizia a* Naviganti.. Scorrer sanguigno umor la flébìl Allia Per le piaghe latine, o in quello in cui Torna la festa settima, che è sacra Al Palestin siriaco, e in cui s’ astiene Ognun dalla fatica, avrai mai sempre Culto superstizioso al di natale Delia tua Bella ; pur funesto giorno Sia quello, in cui tu offrir dono le debba; Ma a te lo rapirà, se tu gliel nieghi, Che a Femina mancar non puote 1’ arte Per carpir le ricchezze a Giovin caldo. Del Mercante il Garzon verrà discinto Alla vogliosa ed avida Padrona, E porrà le sue metti in vaga mostra, Mentre tu giungi, e al fianco suo t’assidi. Essa ti pregherà, che tu le osservi Per additarne il prezzo ^ e liberale Ti sarà di preghiere e ancor di baci, Perchè le compri, e giurerà contenta D’ esserne per molt’ anni, e che non puoi Comprarle cosa che le sia più accetta. Se poi ti scusi che non hai denaro, Ti chiederà il tuo nome, e turpe fia Per scusa addur, che tu firmar noi sai. Rinasce poi, quando le fa bisogno, A ih. Agosto ebbero i Romani una sconfitta da* Galli sul fiume Allia non lontano da Roma, onde come infausto e di pessimo nome fu condannato un tal giorno . Crede il Poeta, che debbano i Giovani onorare il dì natalizio delle lor Belle, e vuole che intraprendano V amorose loro conquiste 0 in que malinconici tempi qui figurati sotto il giorno alliense, CUI aman le Donne d* esser rallegrate, o in que^giorni festivi simili a* sabbati giudaici, ne* quali non è alle medesime permesso 4 * occuparsi in alcun lavoro. Che dell* offerte natalizie il giorno Rìeda y e di pianto sa bagnare il volto Per la supposta perdita di pietra. Che le orna 1’ orecchio . D’altre cose L’ uso ti chiedrà, che date poi Renderle nega ; tu le perdi, e invano Speri per ciò che grata ti si mostri. No, quando avessi dieci lìngue e dieci Bocche, io già non potrei dell’ impudiche Donne n^^rare le sacrìleghe arti, li guado tenti un ben vergato foglio; E della mente tua la prima volta Sia nunzio ; le carezze, e le parole, Che imitino il linguaggio d’ un Aliante Rechi, e fervide aggiungi anco preghiere. Donò da’prieghi mosso a PriamoAchille Di Ettor l’esangue spoglia; e Iddio sdegnato A voci supplichevoli si piega. Prometti pur, che nuocer già non ponno Mai le prorjaesse ; ognun può farai ricco Con semplici parole. La speraD 2 $a Data una volta, lungo tempo dura: C' inganna, è ver, ma Diva utile è a noi. Se liberal con lei fosti di doni, Avrà ragion d* abbandonarti ; quello, Che già le desti, è suo, nò può timore Di perdita nutrir . Ognor tu devi Achille dc^ aper ttraseinato tre volte intorno alle mura di Troja il corpo d* Ettore da lui ucciso alV assedio di quella Città y lo rese finalmente y 0 a dir meglio, lo vendè\ a- ^Priamo Padre del, medesimOy che prostrato a* suoi pièdi > lo pregava di ciò caldamente^ Exanimumaue amo oorpns vendebat Achillea. 1 Virgil Finger di dar quel che non desti; spesso Fu deluso così di steril campo II credulo Padron • Così, perdendo A perder segue il giocator, nè lascia Per questo il gioco ; e il lusinghiero dado Nelle cupide mani agita ognora. Questa è Tiinpresa, e qui il Valore è posto; Ascolta ; senza doni il suo cor tenta La prima-volta, ancor che ì doni apprezzi; Se lor liberal ti sia, 8«^rallo Ognora. Vada dunque il tuo foglio, ma vergato Con detti lusinghieri ; della Bella La mente esplori,*e primo il caihmin tenti. Cidippe ingannò un pomo, in bui rincue Note leggendo, fu di queste preda. O Giovani romani, io vel consiglio. Deh coltivate le bell’ arti ; solo Non utili Saran per la difesa ' De^ paurosi Rei ; ma dalla forza Del facondo parlar, vinta la mano A voi daran col Giudice severo. Con lo scelto Senato, e ilPopol folto Ancor le culte amabili Donzelle. Da Zea una delle Isole Clclàdì andò Acanzio in Deio per assistere a* sacrifici di- Diana, che là si celebravano splendidamente. Ivi ei concepì uìà^ immenso amore per Cidippe, ma non ardiva di chiederla in is- posa . Stette molto tempo dubbioso nello scegliere lin mezzo per appagare la sua passione ^ ma in lui ces^ sarono i dubbj quando intese che vigeva in Deio una legge, per cui restava concluso tutto ciò che si diceva nel tempio di Diana ; è però gettò a* jùedi della sita Bella un pomo y in cui erano scritti i versi seguenti* Juro tibi sane per mystica sacra Dianae He Ubi venturam comitem sponsamque futuram: Ascosa V arte resti, e da principio Non sii eloquente. Da’vergati, foglj Vadan lungi parole aspre e ricerche. Chi mai, se non. di senno affatto privo» In tuono volgerà declamatorio . ; Alla tenera Amica il suo discorso? Oh quante volte fu giusta cagione Di grave sdegno un foglio ! 1 detti tuoi Meritin fede, e adopra usati accenti» Ma sempre, lusinghieri » onde l,e sembri^ D’udirti ragionare . Se ricusa, Di ricevere il foglio, e sena’ averlo, . Letto a te lo rimandi » |a speranza Però non t’abbandoni » e,il mio consiglio, Serba in memoria, II. collo al giogo piega Il Giovenco difficile col tempo» E a soffrir s’ammaestra il lento freno Col tempo anco il Cavallo. Un ferjreo anello Dal cootinao nso si consuma » e il vomere* Dal continuo rivolgere la terra Che del sasso è più duro? e che più molle ' Avvi dell’ onda ? eppure il duco sasso Dall’ onda molle vieu scavato . Ancora» Se sii costante» vincerai col tempo Penelope med^sma: » A vero»,, Caddero al suolo le trojatie.^muri^» Ma pur caddero alfin 1 ìtiglj tuoi, Leggerà anch’ oasa » e non darà risposta» Cui tu non debbi violentarla: solo Fa che ognor legga lusinghieri accenti» £ di risposta alba sarà cortese A ciò che l^sse ; a gradi e con misura Succedefansi questi ufficj ; Forse / Verrà da. prima A tc foglio dolente», à a Con cui ti pregherà, che r amoroso Linguaggio cessi ; nia desia il contrario Entro il suo core, e vuol che tu prosegua. Continua danque;e alfin resi contenti Saranno ì voti tuoi . Quando supina Vien trasportata sulle molli piume. Fingendo indifferenza, ti presenta Della Padrona alla lettiga ; e canto, E in cifre ambigue quanto puoi favella. Onde qualchfe importuno udir non possa Il vostro ragionar 7 Sé’ volge il piede Negli spaziosi portici, tu quivi Trattienti fin eh* ella^ vi fa dimora. Or la precedi ed or la segui a tergo: Or lento movi il passo, ed or t* affretta. Nè d^ inoltrarti iU ntezzb alle colonne Abbi rossor, nè di sederle al fianco. Non ne’ Teatri senza te si trovi, E segnai póVti al teigo, onde la vegga. Giacch* ivi il puoi, contemplala, e le dici Quanto brami co’segni è con lo sguardo. Alla saltante applaudisci l e sii Favoirevole a quei che rappresenta Personaggio amoroso . S* ella sorge, Sorgi ; e ti assidi pur, s’ ella s’assida; £ a suo ^piacere il tèmpo tuo consuma. Ma non volere innanelìare il crine Coiì’càldo ferro, e con lUordacè pomice ' Stropicciarti le gambe ; il che tu lascia A’molli Sacerdoti di Cibale. Oj9e, o Vesta, che ancor dicevi Rea yC la Dea Buona, è Madre degli Dei, e si chiama Cibale ; perche nel monte Gibele dU Frigia U furono la prima Beltà negletta agli uomini conviene: Vinse Teseo; Afianna » e la rapio Disa.doroo le<t;onipie, il cria scompQsto;( So) Arse pe}*:FiglÌQ:Fe.drtt., ed era incolto; Cura e deli^^ia. della Dea ;d’. Amore . Fu Adon,:che fra le selve i di traeva. S’ann^grin pur le membra al marzio Campo, Ma si^o monde, e monda sia la ve8te.(Si) Aspra non sia la lingua, e netti sieno.i Dalla lug^e i denti; il mobil».piede . > Non nuoti ih larga pollo ;^*ed ìne6perta i>olta kelel^ati i sacrificj » T suoi Sacerdòti" éràtio ew.- nuchi, e ogni giorno,ger comparir moftdi, si raschia^ van membra, t Ari^nay figlia del Re Minos, s’innamorò perdutamente di Teseo, che fu da* Greci mandato con al- tri giovani in Creta per esser divorato dal Ii/Iinotauro~, Etsa gV insegnò la maniera d*'uscir dal làbérinto quàn^ do avesse ucciso quel mostroe in compagnia di dra sua sorella s*.iifcamminò con. VAmante^ che dpmato il Minofauro y tornava in Grecia vittorioso . Teseo chi nel viaggio orasi gik invaghito di Fedra ^ lasciò bar-' Caramente in Nasso Arianna, .e andò con la sorella Ì2i Atene sua patria . Ivi questa dioonne, come si è detto, amante d*Ippplito nato da Tesele da Ippolita Regina duello Amaz%oni. Venere amò ardehtemente Adone ^figlio di Cinirq, e di Mirra, quantunque vivesse continuamente né^ boschi intento a caccksre le fiere. Pianse ella amaramert’^ te perchè questo giovinetto fu ucciso da un cinghiale^ e nony avrebbe mai reso a Proserpina, se Giove non comandava', che per otto mesi avesse Venere il possesso d* Adone, e per gli altri quattro sei godesse Proserpina. Nel Campo martió d facevano in Roma alcuni giochi, pe*quali i giocatori si snudavano interamente, « si dngevan le membra con degli unguenti, che rendeano a* medesimi nera la pelle Forbice non ti renda il crin deforme t Ma da maestra iuan^ ti sia recisa E la chioma e la barba i $enza macchie Sian r unghie, nè soverchinoi le dita; Nelle concave nari non si scorga Alcun pelo; nè esali nn tris^to fiato* - ' La bocca; e il naso non rimanga olfeilO „ Da che il fetido becco ognora sape^ ' A lasciva Fanciulla il resto lascia, £ alla bardassa . Ma già Bacco òhiama Il vate suo: soccorre ei pur gli amanti; E, la fiamma che learde ei favorisce. Furente errava la creten.^ Ppnna Pcjr di Nasso ignota arena, Che flagellano ognor T onde dei mare» Ella coperta con discinta veste Come nel sonno, nudo il pjede e sciolte Le crocee chiome, al sordo mar si volge;. E bagnando di lagrime le gote, Teseo chiama in alto suòli: grida, E in un piangea la mìsera, ma in lei Era tutto decente ; nè men bella Fu di lagrime aspersa « di dolore. Mentre di nuovo con le man fa ingiuria Al delicato petto, a che fuggisti t É cosa fia.di me, perfido? dice^ Di me che fia, ripete ; e intanto il lido De* cìtnbali e de’timpani p^cossi' Da un* attonita mano il suono assorda. Quando Arianna si vide aèhandonata nell* sola di Dfasso^si diede in preda all* ultima dispera^ sùone . Bacco ivi accorso con le Baeeànti e Cón Sileno, sfio pedagogo, la prpse in sposa y e collocò la. di hi chioma in Cieìp prenQ ad 4 rtur ^t \ v.t Ca<l’ ella al suolo 4a timor sorpresa; Le mbucaa le iparole ; e piik pon scorro Per le;geliAe} oppresse membra il sangue. S’ appreesan ile ^eoauti^ U<cfia disciulto^ Ed opQO;i liéyl 3iltiri soiio Previa turbo del DiOi*;£coo sul dorso D* uo< pasciuto asinel V ebrio Sileno Carico d’ anoi.y^^che :si reggo appena, E profiumo aspirare>i )brevi crini. Meiìftr eglit seguei'le! Saeeanti, e queste Lo cfaiadianp /oggende ; l’inesperto . Cavaliere il qjUadrtipedo, suo si^za. Deir aaiào orecchiuto al capo scorre, E a terra cade: i Satiri griderò; Sorgi V deh sorgi y o Padre . Intanto giunge 11 Dio ^ che d’ uva al carro adorno accoppia Le tigri, a ouircoh le dorate briglie 11 freno regge, • Partì: Teseo, e insieme D’ Arianna, fa voce ed il dolore. Tentò tre volte di fuggir, ma invanoy Chè il timor la trattenne, e inorridita Tremò qUal steril spiga al vento,e com# Leggiera canna in umida palude; Allora il Dio le disse: * ogni timore, Cretease 'Donna, dal tuo cer disgombra; In me tu* vedi un più fedele amante; Di Baceo anzi sarai la dolce sposa. Tu spazierai nel ciel ; la tua corona Lucida stella in ciel sarà di scorta Air incerto Nocchiero in suo cammino. Di^se, e dal carro scese, onde non debba Seatir paura delle tigri, e il piede Sulla docil arena impresse Torme. Eapilla poscia, e se la strinse al seno> Chè tentato avria id van forgi! contralto^ Mentre fonile a un Dio tutto si rende. De’suoi segnacr imen cantd una parte, L’altra ripetè in alto snon gli evviva. Cosi al letto nuziale il 0io 4 la Sposa ' Furon guidati^ e s’annoSdaro insieme. Quando tu sederai con donna a mensa, E di Bacco a te offerti i doiii siedo, > Tu a Bacco,èa‘*NunJi che^han fa cena in euri Porgerai voti, onde (dal Vrn non venga Offeso il capo ’ tuo ; Quivi* tu puoi ‘ ‘ Con ambigue parole a lèi far iloti’ " ; I segreti del cor, ma per6^in modo ' Che ben s’ accorga esser a lei dirette. Potrai tu ancor con gocmole di vino Teneri accenti esporre, onde conosca, Ch’ ella assolnto ha nel tuo core impero. Co’ tuoi s’incontrin jgli oocbi suoi,<ed il fòco Che t’arde il sené, a lei foccian palese; Parla talora col silenzio il volto. Procura il primo di rapir la tazza. In cni bevv’ ella, e dove i labbri impresse. Bevi tn pur: qualunque il cibo sia Bichieder dei, che tocco avrà col dito; E mentre il chiedi, a lei strìngi la mano. Volgi i tuoi voti pure, onde tu piaccia Della Bella, al Marito . Assai ti puoto * Util recar, se a te sia fatto amìcoi Se dai la legge al bere, a lui la mano Solevano i Rfìmarù appena posti a mensa eleg^, gere il maestro della cena y che da Orazio {lib. i.od^ 9. ) li chiama il Taliarco\ Prescriveva il medesimo U leggi del convito e la manieM di^ becere y'e ordi^ Ce^i, e riponi dal tuo capo tolta La corona sul suo. Sia a te inferiore, Egual sia pur, si serva in tutto il primo; E seconda parlando il suo linguaggio. Col Telo d’amistà tessere inganno È vìa sicura e frequentata, pure Non è senza delitto. 11 Talìarco Ancor che troppo generoso appresti I moltiplici vini e le vivande; £ benché creda di dover più assai Veder di quel che fu ordinato, certa Avrai nel ber da noi legge e misura. Onde la mente e il piè si serbin atti A’ loro ufficj: d’ evitar procura Gli alterni detti e gV ingiuriosi accenti, £ vìe più ancor se sien dal vin prodotti; E troppo faeil non indur la mano napa alle Polte Commensali che ognuno, bevuto il suo bicchiere di pino, proponesse qualche amena que^ stione . Auguravansi spesso tanti anni quanti bicchieri di vino bevevano, e spesso ne bevean tanti quante e- ran le lettere che formapano il nome della Beliamo deW Uomo insigne, a cui facevano un tale onore . Se molti erano gli anrd augurati, o se molte erari le leU tere componenti il nome della persona in onore di cui heveano ; mescepano allora il vino in una tazza assai grande, e compensavan così i molti bicchieri che apreb’^ ber doputo puotare . Era poi in uso al termine della mensa il vibrare in aria con le due prime dita i semi d* una mela fresca: si credepano fortunati in amore quando toccapan con quelli il soffitto della camera ov*era apparecchiata la tavola^ e si riputavano infe* ìici quegli amanti, che non li facean sorgere a queU V altezza, De^moÙi altri giochi ^ che i Romani usa^ vano in queste circostanze, non ne è a noi perve^ nuta che un* oscura notizia A perigliosa rissa. Al suol trafitto Euritone cadéo, perchè soverchio Bebbe i vini apprestati. A* dolci scherzi Atta è la mensa e il vìu: 8*hai bella voce^ Non ricusa cantar ; salta s’ hai molli E pieghevoli braccia ; e finalmeute S’hai doti onde piacer, piaci. La vera Ebrietà nuoce ^ può giovar la finta. Balbetti in tronco suon l’astuta lingua^ Onde di ciò che tu ragioni, o fai Oltra ’l dovere, il vino sol s'incolpu Augura alla Padrona ed al Marito Una notte felice ; ma per questo Fa tacito nel core opposto voto^ Tolta la mensa, allor che i Convitati Saranno per partir, tra lor ti mischia ; ( La turba e il loco ti daran T accesso ) A lei che fogge t’ avvicina, e il fianco Le premi dolcemente, e il piè col piede •. Abbia ora il conversar libero campo, E tu lungi, o pudor rustico, vanne. Che la fortuna e Venere propizj Sono agli audaci. De’ precetti nostri Or r eloquenza tua non abbisogna; Principia pur che ben sarai facondo. Imitare il linguaggio dell’ amante Debbi, e mostrar d’ aver ferito il core; E onde ti presti fede ogni arte adopra.. Ardua impresa non è 1’esser creduto. {Sii^ ElurUone è quel Centauro^ che reso caldo dab vino y tentò nelle nozze dì Piritoo di rapire Ippoda»^ mia: Teseo lo percosse perciò così fortemente, che fw costretto y.come dice Ovidio nelle Metamorfosi, cu vo^ nàtar V anima e il vino Mentre Donna non v’ha, che sè non stìmi^ Sia, quanto imn^agìhar ài può, deforme. Atta a piacer ; e aémprè inver non epiace. Quante vòlte in^amor chi sol fingendo Incominciò, d’ un vera amòr fu preda! Siate indulgenti pur, vezzose Donne, «Con questi menzogner, se voi bramate Che in sincerò si cambi un falso amore. Con accorte lusinghe ora si tenti Di guadagnar le Belle, come Tacque Sa penetrar la sottoposta riva. Deh non t’incresca ora lodar la faccia, Ora i capelli, i lunghi è ì rotondetti Diti, ed il breve piè. Le più ritrose E le più caste godono alle lodi Della loro bellezza ; e son pur grate ^T innocenti Vergini i anzi il primo È la beltà d* ogni lor cura oggetto. Percliè tuttora di rossor la faccia Tingon Palla c Giunca volgendo iti mente Le frigie selve ed il fatai giudìzio f L’augel sacro a Gìunon le penne ostenta (56; Se tu le lodi ; e le nasconde allora Che tacito le miri» Anco il destriero. Quando contrasta il rapido cammino. Péllade e Giunone ^vergognandosi d^essere stc^ te da Paride giudicate .met^ belle di Venere, tentare Tono di ripagare una tate infamia col procurare n questa Dea vincitrice del Pomo tutti que*danni, eh% sono resi ormai cèlebri' da' Virgilio e da Omero z Manet i^ha Bueat# repo^tuiu' Judicium Faridis spretaeqtte ipjuria fbrmae. VIRGILIO (si veda), Eneid. I Paooni ^(hrisi ^li at^elH di Giunone, pospr che solcpano'essLHinàfe ibìqarroidi fonta Dea*, 4» Gode vedersi il crine adorno, e il collo Accarezzato. Franco pur prometti, E tutti chiama in testimonio i Numi, Che alle promesse pedon facilmente Le tenere Donzelle. Su dal Paltò D*un spergiuro amator Giove si ride, £ comanda che sien per l’aria spersi I giuramenti dagli eolii venti. Solea per l’onda stigia a Giuno il falso Giove giurar ; utile è un tale esempio. Giova de^ Numi resistenza e giova Che noi pur la crediamo ; incenso e vino Lor su gli antichi focolari offriamo: No, non è ver che una secura quiete! A letargo simil gli occupi; i Numi Veggon r opere nostre. Innocua vita Si tragga adunque ; ad altri il suo si renda; Sii religioso in consesrYar la fede, Stia la frode lontana, ed abbi ognora Vacua la dostra* dalle stragi. Solo È permesso ingannar, se siete saggi, Le donne impunemente. Abbi rossore D’ogni altra frode pur, ma non di questa. Le ingannatrici inganninsi, che sono La maggior parte di profana stirpe; Cadan ne* lacci, cbt^ da lor far tesi, l^àrrasi che restasse un di l’Egitto ^ DelFacqua a* campi salntevol privo Per ben nov*anni ; allor che al Re Busiri Trasio si fece innante, e mostrò come Possa Pira placar di Giove il sangue D^un ospite; la vittima tù il primo Sarai di Giove, a lui disse Busiri, Ed ospite darai Pacqua all’ Egitto. Falarìde cosi nell’ infocato Toro arder fè le membra di Perillo, E T infelice autore il primo empiéo L’opera sua. Fu 1’uno e l’altro giusto^ Nè vi puote esser mai legge più equa Di quella y che a morir l’autor condanna Del tormento inventato. La tradita Donna si dolga che col proprio esempio Spergiurando s’ingannan lé spergiuro Meritamente. Utili a te saranno Le lagrime; con queste anco il diamante Ti ha dato ammollir. Fa, se lo puoi^ Che di pianto bagnate ella rimiri Le guancie tue; se il pianto a te non scende, Che non si versa sempre a grado nostro^ Tu con la mano inumidisci il cìglio. Chi mai alle dolci parolette i baci Saggio non mischierà ? S’ ella ricusa Darli, tu li rapisci,In prima forse Combatterà ; di scellerato il nome Avrai da lei; ma pur ella desia Pugnando che la vinca. Sìa tua cura, Che da' rapiti baci i tenerelli Labbri non sian offesi, o non si dolga Che furon duri. Quei che i baci tolse. Se il resto non procura, è degno invero Di perder ciò che a lui fu dato. Quanto Perillo fabbricò un Toro di bronzo, e lo dor nò a Falaride crudelissimo Tiranno de'Grigeati in Si cilia, perchè collocandolo pieno di rei sopra il fuo* co ) potesse intendere d^ lamenti simili a' muggiti de'booì. Falaride accettò il dono y e volle che subito w entrasse Perillo per incominciar da lui il proposto esperimento» Mancò a far paghi dopo i baci i voti! Ciò non pador, rusticità s’appella. Benché si chiami forza, è questa grata Alle donzelle ) che amano sovente Esser forzate a dar quello che giova. 1 piaceri d’amor, se sian rapiti, Gode la Donna, e la franchezza ha il premio. Ma quella che poteva esser forzata. Ed intatta rimase, ancor che in volto Mostri allegrezza, ha mesto in seno il core. Soffrir violenza Febe e la sorella, Ma fu grato ad entrambe il rapitore. La donzella di Sciro ìnsiem congiunta Con l’emonio Guerrier, favola è invero Nota, ma degna pur d’esser narrata. Dopo la lite della valle Idea Per la lodata sua bellezza il premio Già la Diva avea dato. A Priamo giunta Dall’ opposta regio Deaera la nuova, E già viveva nell’ iliache mura Come un’argiva sposa. I Greci”tutti Castore e Pollice rapirono le due sorelle Febe e ilavra, che Leucippo padre delle medesime aoea date in spose a Ida e Linceo, Venere per premio del Pomo da lei ottenuto, promise a Paride Èlena moglie di Menelao ^ e Pa^ rìde la rapì, e la condusse in Troja sua Patria. Siacome i TVojani ricusarono di render Piena Greci ^ che la richiescr più volte, questi intrapresero contro quelli un formidabU assedio. Tetide adendo inteso, che il suo figlio Achille sarebbe morto se andava al* la guerra di Troja, per assicurargli la vita lo mandò in abiti femminili a Licomede Re di Sciro. Ivi s’innamorò perdutamente di Deidamia Princi* possa reale, ed ebbe dalla medesima in figlio il ce* Icóre Pirro. Deir offeso marito avean giurato Di vendicar V oltraggio, e fero allora D^'un sol uomo il dolor causa comune. Se noi forzava^ le materne preci. Eterna infamia coprirebbe Achille, Perchè con lunga veste ascose Tuomo., Che fai, nipote d^Eaco ? Non sono Atte a filar le mani tue la lana. Con arte ben diversa ora tu dei Volger la mente alla palladia gloria. A che questi cestelli ? Il braccio tuo Deve portar lo scudo; e in quella destra. Per cui un giorno cadrà Ettore, io veggo Or la conocchia ? Del filato stame I fusi carchi getta, e Pasta impugna. Un letto sol la Vergine reale E Achille accolse ; ed ivi ella conobbe Che di femmina avea solo la gonna. Con la forza fa vìnta ; almen sì crede; Soggiacere alla forza a lei fu dolce. Quando soverchio s’affrettava Achille, Che altr’armi avea che la deposta rocca. Spesso gli disse: per pietà t’ arresta. Qual valore or dov’è ? Perchè trattieni Con lusinghiera supplichevol voce Li’autore,o Deidamia,di tua sconfitta? Di pudico rossor copre la gota. Se dee la donna far la prima offerta, lilla Tè grato il soffrirs*altri incomincia. Ah I nella sua beltà troppo si fida Quel giovine, che aspetta che primiera Ella lo preghi. Deve sempre 1* uomo Essere il primo ad accostarsi a lei; Ju uom le sue preci esponga, e le sue r Riceverà cortesemente. Fréga Che ti voglia accordare il suo possesso; Ella ha piacer d’ esser di ciò pregata. Fa lor palese il tuo desio, che Giove Supplichevol si fece ognora innanzi AlF antiche Eroine, e non fanciulla Offrì preghiere, benché grande, a Giove. Ma se t’ accorgi che alle tue preghiere Si fa vie più superba, allora l'opra Abbandona, ed il piè rivolgi altrove. Molte amano chi fugge ^ ed odian quello Che troppo le frequenta; impara dunque A non tediarle. Nè chi prega sempre Dee del delitto palesar la speme, Ma sotto il manto d’ amistà velato insinui Amor. Con questo mezzo vidi Deluse rimaner ritrose e fiere Donzelle, e divenir T amico amante. Non dee il nocchier, che le marine spume Solca soggetto alla solare sferza, Candido avere il volto, e pur disdice Al cultore de* campi, chfe rivolge Col vomer curvo, e con pesanti rastri Le dure zolle, e per te turpe fia Candide aver le membra, che il tuo crine Cerchi adornare del palladio ulivo. Sia pallido ogni amante ; è questo il suo Proprio color ; tinto di questo il volto Sarai creduto infermo. Fra le selve Pallido errò per Lirice Orione, Giops, Mercurio, e Nettuno furono henisd* mo accolti in casa d* Iréo uomo assai povero* Avendo questi domandato medesimi un figlio, che non dovesse ad alcuna donna la nascita, i tre Ospiti di- E per ritrosa Najado fu Dafni Pallido L^almà discopra il volto Estenuato ; nè a schifo; avrai di pórre Sulla nitida ^chioma un pìcòiol manto. Le cure ^ il duolo ^ le vegliate notti. Che origin traggon dà nn Violento amore, I Giovanetti estenuai! ; non tf incresca Comparire infelice, se tu brami Di far paghi-ì tuoi voti,'onde ognun dica Che ti rimirà: è (Questi unWeto amante. Mi dorrò fbrsè, 0 pur' ti farò dk>ttò A usar rarti pt^rmessé e le vietate? Ah che amicizia è fè^^on^nòmf vani i Lodar quella, che adori, al tuo ^compagno, E perigliosa imprésa, ché se crede Alle tue Iodi, gli verrà vaghezza D'entrar nél posto tuo. L'atto rea prole Non cercò profanai* d-Achillé 11 letto vini hagnàti^no della ptopHa ofina la pelle del Toro da lui ucciso per Viàrio loro in cidoy é assicurarono che da mtella nascerebbe un fanciullo: JVé nacque infatti Orione ^ che fu un ottime Cacciatore. Non si sa chi sia Lirico da lui: amata Vedansi le note faU te a questo libro dal Ckier Néiruio.^ Dafni figlmel di Merèurio rtacque in Sicilia, ed k VAutore de^virsi buìieeliei. Amando egli una' Ninfa, da cui era ^matà egualmente, ottenne dal Cielo, che divenisse cieco chi di loro oiolasse il primo la fede giùtata,Immemore Dafni del voto fatto, j* mnémo rò d^ uha ritrosa Nomade, e divenne cieco. Quando i Romard soffrivano qualche incorno^ do di sai ute, si coprivano il capo con un piccol maa- to da loro iifè/to Piu li alani. Patroclo nipote d^Attore € figlio di Mentàpo fu amicissimo Achille. Non cercò Fedr^ di sedar T amico. Di Teseo Piritoo ;aè in altra guisai [ Pilade la consorto af«(ò à' Oreste, Che come Fcho Palla ^ od il tuo O Tindaro,gemeUo amò ia suora^ Ma non sperato rionofvatì spesson J Sìmili esempi, se non spe^ri ancora ; Veder spuntar dal tramarisco i pomi, E in mezzo al huine ritroTare,il mele. . Quello che è turpe :giova > e ognun ricerca Il piacer proprio > che divien più grato. Se altrui costa dolor . Do^e, 8 !:intese Scelleraggin piA grande ? Pel nemico Non debhi .amante: paventar .soltanto, Ma fuggir dei, se vuoi viver, sicuro,; . Quei che credi fedeli, e siimi amici. Il Fratello, il Cognato,, ed il diletto ; Compagno temi ; questa tufba tutta;, ; Vera ti recherà cagion d^ angoscia. Già toccavo la meta ; ma diversi. Sono cosi delle Fanciulle^ \i i ’u Che varj mezzi ancora usar si 4enno, Piritoo e Teseo concepirono V uno per Poltro una stima si f^rànde, ohe giurarono di non àhhan^\ donarsi giammai, o itifMi si prestarono vicendevole mente soccorso in tutte U occtìrrettoo^ Pirotop ^ querie tunque frequentasse taaasa di Teseo, limita sèmpre la sua beneoolenaa per Fedra a* sentimenti d* amìci"\ aia e di stima.Pilade figliuolo di. Strofa ^ ehbé per Oreste un*amicizia con sincera^ ^le.nonjo abbandonò nel- le più pericolose circostanze a rischio di perder anche la vita. Castore e Polluce figli di Tindaro amaron la lor sorella Elena con quell* amore, con cui debbono i fratelli amare le sorelle. Per adescarle. Non la stessa terra Ogni cosa produce ; atta alle viti £ questa ; quella vuol gli olivi ; e in altra Lussureggian le biade. I nostri affetti Varian come nel mondo le figure. Piegar si sa chi ha senno ad ogni umore; E come Proteo, si farà nell’ onde ( 67 ) Sottile ; ed or sarà leone, ed ora Àlbero 9 ed or cinghiale irsuto. I pesci Altri si piglieran col dardo, ed altri Con r amo ^ e alcuni ancor saranno tratti Àir ampie reti con la corda tesa. Nè giova ad ogni età lo stesso modo; La vecchia cerva scorgerà da lungi Le insidie . Se s’accorge l’ignorante Che tu sii dotto, e ardito una modesta, Si porranno in difesa, onde avvien spesso Che quella che di darsi a un uom d’ onore Ebbe temenza, fra gli amplessi vili Giaccia d’ un servo . Parte avanza ancora. Parte ebbe fin dell’ opra intrapresa ; Fermo qui tenga l’ancora il naviglio. Arte ^am. c Proteo figliuol di Nettuno era un Dio mari-^ no, che si solwa cangiare in ^alsivoglia forma y e di qui ha origine il proverbio: Proteo mutabilior. I3ite e ridite lodi al delio Nome: La desiata preda è alfin caduta In queste reti. A’versi miei ramante Lieto conceda rigogliosa palma; Al Vale ascreo ed al meonio Omero (i) Son Dreferito. Tal di Priamo il figlio (a) Con la rapita^ a Menelao consorte Trionfante spiegò le bianche vele Dair armifera Amìcla, e tal pur era Il Vate ascreò è Esiodo ^ e ph si è veduto al» V annotazione 5 del Lib, /. perchè gli venga dato uts tal nome. Critei de, ad onta della custodia che ne aveva Vargivo Creonte^ senza divenir moglie d*alcuno^ divenne madre d^un figlio, che chiamò Meletigene dal jwmt Me]e«^ in vicinanza del quale parton. Si sa, che essendo Melesigene accieeato, fu soprannominato Omero, perchè i Cumani chiamavan con tal nome tutti i ciechi ; ma non si sa se questo inimita» ìfil Poeta dicasi meonio perchè Meone fosse suo pa» dre, o perchè da Meone Re de^Lidj fu poscia adot» tato in suo figlio. Paride figlio di Priamo rapì Elena moglie di Menelao nella Città d*Amicla, donde la condusse trionfante in T^oja sua patria Pelope allox che te vinta traeva Sul carro peregrino, o Ippodamia: Perchè, o giovin t’afFretti ? in mezzo alPonde Naviga il tuo naviglio, e lungi è,il poxto Più dt quello ché bramo* A te non’basta Che tratta t’abbia la fanciulla innanzi Io tuo poeta: presa fu con l’arte; Con l’arte ancora conservar si debbe. Non vi bisogna già niìnor virtude Perchè non fu^gan^ritroVatè: è quella Opra del caso, e questa sol delParte. Siimi propizio, o Amore, e Citerea; E tu, Er^tp pur V qhe* il ncfme pqrti ': D’Àmor, m’assisti» pra a cantar m’accipgo Enomao Re Elìde e^ di Pisa senti coloy, ohe sarebbe eglt-uodid nel ygiorno^ da avesse presoi in isposa la sua figlia Ippodan^a^ Per allontanare dalla medesima à molti giovani, che ambivano d'acquistarsi una 5 I belici fttnóiulia in con^ sorte, gV invitò tutti un giorno a far ^secè il gioco d'una corsa, col patto che. sarebbe^ irpmancabilmente trucidato chi fosse rimasto vinto da lui, e che do-^ vesse > chi aveva la fortuna di vincerlo^ sposare Ip-> podamia. Pelope fu vincitore con Vajnto di bfirtilo, a cui promise, che. nella prima notte de^ suoi sponsali gli avrebbe in ricompensa accordato }L dolce possesso 4dla sposa novella. Immernorè egli però della data parola, e del segnalato servigio a lui reso ^ con^ dusse sul carro vincitore in trionfo la bellissima Ip- podamia, e quando Mirtilo gli richiese Vadempirnento delle sue lusinghiere promesse, lo gettò barbaramente in .mare. Da EpMT«, che in greco idioma significa Amo-, re, ha preso il suo nome la Musa Erato. Fu essa, madre di Tamita ^ che cantò il primo di tutti i versi^ amorosi, ed a lei si attribuisce da alcuni greci ùom-^ mentatòri V invenzion della Éiusica c del BaUf^ Cose stupende: con qual arte Amore Tener si possa io vi dirò, bench’ abbia In Vasto mondo ei di vagar diletto. Egli è leggiero, © doppio p^rta al tergo * OrdÌB‘'*di'jpènbo, Onde' riniporgli legge È difiScfr impresa. Àvea'aMa fuga DelP ospito Mibos ckiusa Ogni via, (5) Ma ntì'àmdace sentier trovò con Tali. Poiché Dedalo chiuse il Minotauro, Giustissimo Minos, disse, abbia £ne Ora'il’mio esilio, ed il paterno suolo 11 ceder mio riceva. Io non potei. Perseguitato ogUór da iniqui fati, Vivore in patria, almen morir vi possa. Se a me ricusi un tal favor, che sono Carico d*anni ^ lo concedi al figlio, E se al figlio .noL vuoi ^ lo dona al padre. Queste e molt^ altre ancor cose dicea, • Ma a lui Minos hón permettea il ritorno. Di sua eVentura cèrto», a se medesmo Allor Dedalo disse, hai tu materia Onde mostrar Pingegno; e terra e mare È in poter di Minos: e mare e terra Or ci vieta la foga ; a me rimane Il cammino del ciel ; questo si tenti l^tdato, come già si è accennato, fabbricò irs Creta il celebre Labirinto, in cui fu racchiuso il Sfinoiaiiro. A^endògli' Minos vietato d* uscir da quel^ ' io' f non trovò altro mezzo per ritornare alla patria y se non se di fabbricar dell* ali congiungendo insieme varie penne d* aòcelii, ed accingersi in tal guisa a ' 'Volar per il cielo in compagnia d'Icaro suo figlio. Questi per altro innalzò troppo il suo volo, e preci^ pkò miseramente in quel mare, che prese da lui ii nome Icario. Sommo Giove, perdona ^ questa impresa: DelP Empireo stellato non aspiro Già le sedi a toccar ; sol questa strada Onde fuggir dal mio Signor mi resta* Se Io stìgio sentiero a me si mostri, 10 r onde stigie varcherò • Debh’ ora I dritti rinnovar di mia natura. I mali aguzzan 1* intelletto. E quando Si avrebbe dato fà che un uom potesse Premer le vie del cielo.? In ordìn vario Dispon le penne, che per V aria sono 11 remo degli augelli ; e unisce insieme Con del ritorto Un 1’ opera lieve. Con cera al foco sciolta insieme accoppia Le parti estreme ; e già della nuov’ arte Era venuta la fatica a fine; Ma intanto che trattava e penne e cera. Rideva il figlio, ignaro che quell* armi Sarian la sua difesa al tergo unite. Con tal naviglio, a lai diceva il Padre, Si può alla Patria far ritorno ; in questa Guisa fuggir Minos, che ogni altra chiude Fuor che T aerea via « Tq che lo pupi, Con questa ch’io inventai arte novella^ Fendi gli aerei spazj ; ma la vista Della Vergin tegea, e del compagno Calisto i Licaone Ra d* Arcadia ^ è soprannominata Tegea, da una Città di tal nome soggetta alV impero del padre della medesima. DaU V illecito commercio, che ebbe essa con Giope, diede alla luce un figlio chiamato Arcade, e fu da Giunone per ciò tra^ormata in Orsa ad oggetto di ven* dicarst deW infedele suo sposo ^ il quale la collocò in oielo fra le stelle col nome, che ancor oggi conserta, d’Orsa Maggiore. Di Boote Orion cinto di spada Tu dei fuggir • Con V apprestate penne Mi segui ; io ti precedo, e sia tua cara Batter^ V isteasa via ; da rae guidato Incolume sarai, li’aeree strade Se calcherem troppo vicini al Sole, Al suo caler si scioglierà la oera; Se al mar propinqui batterem le pennei Da’ vapori del mar saran bagnate. Spiega il tuo voi fra ^1 Sole e il mare; i venti Pur anco temi, o figlio ; e all’ aure in preda Dà le tue vele allor che sian propizie. Mentre in tal modo V istruisce ^ ài figlio Il lavoro dispone, e mostra come Muover lo debba: in guisa tal la madre La pennuta ammaestra inferma prole. L’àJe poi di sua man per se costrutte Accomoda al suo tergo, e nel novello Cammin timido libra, in aria il - corpo.. Allor che al volo si accingeva, al figlfo Diò molti baci, e le paterne gnauce Furon di calde lagrime bagnate. Sorgea sul piano un colle assai minore Del monte, e quivi V uno e l’altro corpo Si diede in preda a perigliosa fuga. Mentre le penne sne Dedalo move. Quelle osserva del figlio, e ognor sostiene In aria il corso Icaro si diletta Del novello sentiero, e ornai deposto Orione figlio Ireo ( annot.) Untò di dare un disonesto assalto alla casta Diana ; ma essa lo fece uccìdere da uno scorpione, e poi mossa a pietà lo trasmutò presso a Boote in una costellazione fatta a guisa di spada Ogni timor con arte audace vola Più ibrtemente. Un che insidiava a’ pesci Con la tremula canna, alzato il guardo, Li vide in ariane abbandonò P impresa. Già da sinistra avean passato Samo, E Nasso e Paro e Delio al clario Dio Sommamente gradita ^ ed alla destra Si lasciar dietro Labioto, e Calìnna Per selve ombrosa, e Stampaglia di guadi Feraci in pesci cinta, allor che il figlio Temerario con troppo incauto ardire Spiegò senza ìL suo duce in alto il volo* S’allentano i legami ; al Sol vicina Liquefassi la cera, e i .tenui venti Male sostengon le commosse braccia. Dal sommo cielo spaventato il guardo Rivolse al mare, e dal timor già sorta Si offro al suo sguardo tenebrosa notte. Si liquefò la cera, e i nudi braco! Dibatte ; trema ; e ìnvan ricerca il modo Di sostenersi *« Cadde, e o padre, o padre Gridò cadendo, via son tratto, e T onda Cerulea chiuse al suo parlare il varco. Ma Pinfeiice Padre.(ah non più padre!) Icaro, grida, Icaro, dove sei? Sotto qual asse voli ? Icaro grida, £ nuotanti sul mar mira le penne Copre P ossa la terra, è prende il mare Il nome suo • Minos già non poteo D’ un uoni frenarle penne,ed io m’accingo Un Nume alato a trattener? S* inganna Cfii fa ricorso all’ arti emonie, e appresta Dalla tenera fronte del cavallo Lo svelto a forzalppomane. Non Verbe ( 7 ) Pon di Medéa far viv*?re l’amore; Non 1 Tharsfejj^ncàntesmi . Se potesse Una tal'arte ptolàligàrto, avria ' Medea Giasbn', Cfrcfe teénto Ulisse . ( 8 ^ Nè i pallidi apprestati* éill%*dónzelle F'iTtri* Valséro { aU’alrne Son nòcivi, Ed inspirai) farot .'Ogni delitto Vada put lungi ; se attti essere amato, Amabile ti- ttióstraf I a: ciò^ nTort giova * Solo’ le^ menibtk àlve'r’by^^ e là-faècia. ^ Sii pur Nireó tfaro^ ^11’ aiitibd^ Omero ; ' ^. t L ; >(Q^^àevano gli an tichi, e fra questi ancora Pii- nio ea Aristotile, che si potesse còncìliar l*amore per mezzo éAl^lppòinsLne, cioè di qtàel pézzetté rotondo di carrie .nera ^ che han\ sulla, fronte iì cavalli nati di fres^qp, Jfa Mars^ figlio^^efia/venefica Circe^^ t^aj- ser l a lo ro orig ine i M ar si. Abitarono questi popoli m lidlia non fontani,àa Uòma ^e Jfùrorio~reputati, èc- celleràPneWarte dellc^ ' niagìq:,iÌÌe«/èa \e Circe fdronp dii^ ihsiAni Ma^he ^ je insieme due a^passioriaté 'mài. cohisposte dmànii\ poicHè 'fiorì pótérono có'loro magici incanti trattenere Ùiasoné\d Utisse i che amavano tèneramente, t Filtri preparati dalle Maghe, eran composti di fichi salvatici ^ éP uòva e di penne di civetta, di * sangue e di. pòlfnone di ranocchie, e d*os5Ì di cani e 'di serpenti'Sventrati. Lèggasi ài Libro quinto V Ode 'd*Orazio cprìlró Canidia. Nireo], nafo dd Aglajd e dal Re Cecrope, andò alt*assedio di Trojq ; e vien da Omero nel Li-* hro secondo dell*Iliade lodato per la sua sorprenden^ te bellezza. Ercole amò sommamente Ila figliuol di ‘Teodamahte, c lo condusse con se, quando navigò alla volta di Coléo. MetltP era iri viaggio lo mandò un giórno ad attinger Vacq.ua dal fiume Ascanio nel’» la Misià ma essendo ivi disgraziatarkente caduto^ han finto i poeti, che fosse rapito dalle Nufadi Dea de*fiumu O il tenerello un giorno Ila rapito Dalle callide Najadì: se brami Conservarti Y amor della toA donna, E non vederti abbandonato, aggiogni Deir alma i preg) alla beltà del corpo. È la beltade un ben caduco e frale, Che con gli anni decresce, e a un fisso tempo Fugge mai seiupre • Le violette^ e i gigij Non fioriscono ognor;Ia spina, ^ cui Colta la rosa sìa, rigida viena*,^ ^ ' Vago garzon, i tuoi capelli un giorno Verranno bianchi, e il corpo tuo le rughe Ti solcheranno . Formati ed aggiungi Alla beltade un animo che ^uri: Sol ei riman fino agli estremi roghi* Ni sia rultima ina cura con Farti Ingenuo Padornarlo ^ e di due lingua Renderlo dotto . Non fu bello Dlisso, Colisse t figlia, come credono alcuni, delVO* etano e dì TeHde, accolse cortesemente il naufrago Ulisse nell* ìsola Ogigia, ov* essa regnala. Dimorò questi per sette anni con la Ninfa suddetta, da cui ebbe varj figli, e poi fu costretto a dividersi da lei per comando de*Numi, quantunque non lasciasse elìa alcun mezzo intentato per ritenerlo sempre appresso di se. Reso Re dei Traci detto odrisio perchè cornane dava alla Traqia nazione degli Odrini, e sitonio^ perchè anticamente la Tracia ^si chiamava Sithon, fu ucciso da Ulisse e da Diomede, mentre andava con un esercito in soccorso di Troja. D* ordine de*suoi Troiani si portò Dolone ad osservar gli andamenti dell*armata de* Greci ; ma incontratosi con Diomede td Ulisse, che pure osservavano la condotta del cam^ po Trojano, svelò a*meiesimi, dopo d*aver preso Vim^ punita y tutte le più segrete determinazioni de* suoi concittadini. Volendo egli poi per premio i cavalli emonj d*Achille, fu ba^aramente trucidato da Ulio^ se e Diomede uccisori di Reso Ma facondo ; c per lui ferito H petto Portar* r equoree Dive. Oh quante volte Di sua partenza si lagnò Calisso^ E dicea che non atte erano a* remi L’onde del mar! Oh quante volte udire Bramò di Troja i casi, ed ei sovente Narrò lo stesso con diversi modi I Stavan sul lido insiem, quando la bella Calisso ehiese la dolente istoria Del Duce odrisio; ed ei con tenue verga ( Mentre a caso la verga in man teqea ) Finge Popra richiesta in sull’arena. Questa» le^disse, è Troja (e fe’sul lido I muri) . È questo il Simoe,e queste fingi Che« sieno le mie tende . Il campo osserva (E intanto lo disegna) che col sangue Sì sparse di Dolon, quando gli emonj Cavalli scaltro d’ involar procura. Fur del sìtenio Reso ivi le tende; In questa uotte da i deitrier rapiti ^ Fui strascinato . Dipingea più cose, Ma improvvisa del mar onda furiosa Via trasse Troja, e col suo Duce ancora . Le trinciere di Reso. Allor la Diva, Vedi quai nomi s’inghiottiron Ponde^ £ vuoi che al tuo cammiò sieno propizie? Ardirai dunque di fissar tua speme In fallace fij^ura? e più del corpo Altro tu non avrai solido e degno? L’accorta compiacenza a noi concilia Gl’ animi, ma l’asprezza e le severe Parole contro noi muovon lo sdegno. Si ha in edio lo sparvier, perchè tra V armi Traggo sua jriU, e i lupi che assalire Hanno in costume il timoroso gregge. Mite è la rondinella, e innocua vive Dall’insidie dell’uomo ; e l’alte torri Abita là colomba a lei gradite. Vadali lungi le liti e i detti amari; Con soavi parole amor si nutre. Stia la discordia tra marito e moglie; Si faggan questi, e credano a vicenda Di difender lor dritti • Ciò conviene Alle tnògli/che ognor funesta dote Recan di lìti . Il dolce suono ascolti Degli • accenti bramati ognor V amica; Legge non havvi per gli amanti ; in loro^ Ìj amore è legge • Parolette grate Reca, e dolce lusinga à lei 1’ orecchio. Onde alla vista tua lieta si faccia. Non io d^ Amor maestro a’ ricohì parlo. Che chi pnote donar > dell’ arte mia Non abbisogna • Chi quando a lui piace, Prendi j può dir, non manca mai d’ingegno. Cedere a Ini dobbiam, che più gradito Sarà dell’opra nostra. Il vate io sono J>e’ poveri, dhe ognor povero amai. Dar doni non poteva, e diei parole. Cauto ognor sìa povero amante, e tenga La lìngua a freno, e soffra quel che un ricco Non soifrirebbe . l^el ponsier mìo torna, Che irato aia di delia mia Bella feci Al crine oltraggio . Un tale sdegno ah quanti Giorni mi fe’ passar pallidi e tristi I Noi credo, e noi compresi, che la vesta Io le stracciassi allor, ma lo diss’ ella, £ comprarne altra a me fu d’ uopo. O voij Che avete ingegno, del Maestro vostro Fuggite il fallo, e né temete i danni. J8ia la guerra co’ Parti, e ognor la pace Con l’Amica diletta'. Usa gli scherzi, E tutto quel che favorisce Amore. Se a te che l’ami, docil non si mostra Qual vorresti e cortese, il suo rigore So^ri costante, e diverrà benigna. La forza usando, il curvo ramo frangi, Che con dolcezza addirizzar potevi. Varcasi 1’ acqua cón pazienza, e malo Vìnconsi i fiumi, se pigliar tu tenti Contrarie Tonde rapitrici k nuoto. I numidi leon, le fiere tigri Pan le lusinghe mansuete e miti; Ed al rustico aratro la cervice / A poco a poco sottopone iJ toro. Dell'arcade Atalanta e chi più fiera. Mostrossi mài? Eppur quella crudele Soggiacque anch’essa al mèrito d* un uomo, Narra la fama, Melamon piangesse, Sotto un arbor giacente all’ombra, spesso Suoi tristi casi e la crudel Fanciulla. Spesso* portò le ingannatrici reti Sul vinto collo, e con spietato ferro L’arcade Atalanta, figlia di Jasio o d’Aban^ te, fu un.’eccellente cacciatrice,e si fe* compagna di Diana per consertare illibato il candore della sun verginità, Finta essa p<ù dalla fedele e lunga servitù prestatale da Meleagro o da Melanione, si abbando^ nò finalmente in braccio ni medesimo, ed ebbe in fi^ glio il celebre Partenopeo, Sono tra loro cod diverse le memorie .a- noi lasciate dagli antichi scrittori riguardo a Melanione 0 aid Atalanta, che è impossibile il dar de’ medesimi «Hit distìnta notizia Uccise spesso i barbari cinghiali. L’arco teso d’Ileo soffri piagato, Ma conoscea più ancor 1’ arco d’ Amore. Non vo’che armato le menalie selve Tu salga, e che le reti al collo porti; Hò già t’impongo il petto alle vibrate Saette espor • Dolci più assai saranno, Se udir mi vuoi, dell’ arte mia le leggi. A lei che è ripugnante, ognora cedi; E vincitore partirai cedendo. Eseguisci fedel ciò eh’ ella impone: Biasma Quello che biasima, ed approva Quel che le piace, e il suo parlar seconda. Di rider ti ricordo al riso suo. Di piangere al suo pianto, e i moti ancora A suo piacer del vento tuo componi. Se giocale nella man P eburneo dado Agita, tu ancor l’agita, e lo getta (14) Oltre il gioco de* dadi era presso i Romani in uso quello dclVAlìosso detto da loro Talut, che con^ sistema in piccoli quadrati d*osso j ne* quattro lati de* quali erano notati separatamente i numeri uno, tre, quattro, sette. Doleva pagar senza lucr^o una mone^ ta chi avesse gettato l* uno, che chiamatasi Ganis o Òanicula. Guadagnata sei monete e ciò che ateta perduto nel gettare il Cane chi scoprita la parte op* posta all* uno ^ cioè il sette che ateta il nome di * Yenns o Gons,* ne guadagnata tre chi gettata il Seniofper cui intendetasi il tre, e quattro chi ates^ se rappresentato U Ghio, che esprimeva il numero quattro. Si rileva da**latini Scrittori che fu VAliosso giocato anche ditersamente ; ma basta per la chiara intelligenza di questi versi U sapere che erano i Cani dannosi ^ mentre esprimevano l* ano ^per cui si dote^ va senza lucro pagare una moneta. Il Gioco, ohe rasfvmbra a guerra, è, come facilmente ri QQtnprew* dp ^ qugllo degli Scacchi, In modo cV«lIa vinca. L’Àliosso Se trae, farai in maniera cbe la pena Non soffra d’ ^sser vinta, e tuoi saranno Sempre i dannosi cani ; e s’ ella' pone Opera a gioco « che rassembri a guerra, Fa cbo perisca dal nemico vinto Il tno soldato. Sulle verghe steso Tieni r ombrello, e, nella densa folla Per dove idee passare, il varco l’apri; Vicino al letto non t’incresca porre Lo scanno, e fai piede dilioato togli E riponi la scarpa .iDei sovente. Benché ti prenda orror, della Padrona L’algente,mano riscaldare al seno. Non creder turpe, henchè a te rassembri. Con destra ingenna sostener lo specchio, Se a lei ciò piacerà. Chi ’l fiero sdegna Otaneb.della matrigna in domar mostri. Che ora è nel Ciel, ohe primo egli sostenne. Si crede, tra Ife joniche Fanciulle Che tenesse il cestello, e che filasse Rnstiche lane . Si l’Eroe tirinzio Servi all’impero d'una Bella ; or dnnqne Dubiti di soffrir ciò eh’ei sofferse? Se ti comanda esser presente al Foro -Previeni 1’ ora del comando, e sempre ^eoU ' mnst valorosamente ( Annoi.) tutu s mostriyche contro di lui suscitò la tua rnatngna Giunone, e sostenne sulle sue spai- ad Atlante affa- incarico. Innamoratosi egli poi dH)n- '‘iff reale della Lidia, vestì abiti femi- mh, e m qualità d’ancella iella medesima filò vilmente l»inne con quella man valorosa, con cui per le rmrabilt sue gesta s’ era colmato di gloria. Ne partirai più tardi • Se ^t* impoiàfe Di gire in altro loco’, ogni altra cura Lascia da parte, corri ^ uè la turba '' LMutrapreso cammìti trattenga, e còma ‘ Servo, sé vuol, tu Taccompagna a Casa- Tolte le mense, e^già sorta^ la liOtte; > Se fosse in villa,*e tf dicesse: vr<eni> Col piè premi la via, se manca il eocebiò, Che Amor odia gl’inerti . Il btiitasoosò Tempo nè la Canicola assetàtai ^ ' n / Nè per scaduta nòve il sentìev biénco - p’ ostacolò ti aien ^ Simile a gòfei/ra * ^ E r amore, da cui vadano lungi ' I codardi . Nò, sotéo tali itìsegné* II timid’ uòmo guerreggiar tiòu' debbe* La notte, il verno, disastrose strade, ' ’ Dolor cocenti, e ogni altr’aspra fatica Racchiudono que’mòlli ttccampaihetttli* Di pioggik dalle untole tìiscioitu'^ Ben spesso intrisa avrai la -veste,-è‘Spesso Gelato giacerai sul nudo suolo." Dicesi che dì Cinto il'Nume' nu giorno (i 6) Pascesse le ierée vacche d’ Admeto, £ s’ascondesse in umil capanna.' A chi non converrà ciò che coriTenné ‘ Apollo, che dicesi i/-Nuine- 4 ì'Cinto fper^hè ( Ànrvot. 1^9. del Lib, /. ) nacqueove giace 4 in tal monte y sentì il pin, intenso, dolere ^ quanda Giove fulminò Esculapio di, lui figlio, perchè faceva rivivere i morti con V ajuto della -Medicina. Per veti^ dicenrA pertanto in qualche maniera d* una tale ingiur- ria, egli uccise i. Ciclopi y che fabbricavano le saette a quel Nume supremo, il quale lo spogliò per ques to della divinità, e lo costrinse a pascolar le vacithe 4 * Admeto Re de* Ferei in te staglia^ A Febo ? O ta, che in lungo amor ^impegni, Il fasto lascia • Se un cammiii seeuro £ facil ti si nega, e se alla porta Ritrovi impedimento, allor t’insinua Dal precipizio d’ùn aperto tetto, O da ascoso sentier d’ alta finestra. Lieta ne fia, quando del tuo periglio Intenda la cagion ; di certo amore Sarà per la tua Bella un grato pegno. Spesso potevi dalla tua Diletta Star lontanerò Leandro, ma varcavi ( L’ onda del roar, perchè le fosse noto L’ amante core • Guadagnar l’ancelle Non abbi a vile, e in special modo quella. Che sarà favorita, e ancora i servi. Non temer d’ avvilirti: ognun saluta Col proprio nome, e alle lor destre umili, Ambizioso, d'unir cerca la tua; Ma al servo che ti prega ( è lieve spesa) Porgi piccoli doni, ed in quel giorno Pure air ancella, in cui restò ingannata Leandro amò Con tal forza Ero Sacerdotessa di venere, che spesse volte varcò VEllesponto per visi^ tarla. Essa accendeva Una fiaccola sopra una torre, affinchè potesse il suo Amante camminar piu sicura^ mente, e quando intese, che era il medesimo misera^ mente annegato, si diede in preda aW ultima dispe-* razione, e slanciossi intrepida nel mare, Ai q di Luglio celebravasi in Roma splendi--^ damente una festa, a cui concorrevano le Servé‘ ve^ stile a Matrone romane, in memoria delV util servii gio che avevano esse in tal giorno prestato alla Pu^ tria. Ecco ciò che ne dice il Macrohio, Post Urbe in captam, cum aedatus esset gallicus motus, res vero publica esset ad tenue reducta, Finìtimi opportuni- Da veste maritai gallica truppa, E che pagò d’ un folle ardire il fio. Ti fida a me ; fa tua la plebe, e sempre Sia fra (juesta V ascierò, e quel che giace Sulla porta del Talamo . Io non voglio Che ricchi doni appresti alla Padrona; Piccioli sian, ma convenienti e accorti. Mentre è ferace il campo, e mentre i rami Piegan pel peso di mature frutta. Porti fanciullo in un cestel gli agresti Doni, e dir ben potrai che da una villa Suburbana ti vengano, quantunque tatem invadendi romani nominis aucupati praeferant sibi Postlmmium Livium, Fideoatiam Dictatorem, qui, mandatis ad Senatum misis, postalayit, nt si yelleut reliquias suae ciyitatis manere, matres fa* Hiilias sibi et yirgines dederentur . Cumque Patres esseat in ancipiti deliberatione suspensi, ancilla nomine Phìlotib teu/ Tutela, poilicita est se cum cae- teris ancillis sub nomine Dominarum ad hostes ita- ram: habituqae matrnm familiat et yirginum sumpto, hostibas cum prosequeatium lacrjmis ad iidem dolorii iogestae sunt. Quae cum a Livio in castris di- stributae faissent, viros plurimo vino proyocarunt, diem fbstum apud se esse simulantes. Quibus sopo- ratis, ex arbore caprifico, quae castris erat proxima, signum Romania dederunt, qni oum repentina incursione snperassent ; memor beneficii Senatus, omnet ancillas manu jùssit emitti, dotemque eis ex publico fecit, et ornatum quo tunc erant usae, gestare cou- cesfit, diemque ìpsum Nonas Gaprotinas nuncupa- yit ab illa Caprifico, ex qua signum yictoriae coe- perunt, sacrificiumque statuit annua solemnitate ce<- lebrandum, cui lac, quod ex Caprifico manat, propter memoriam facti praecedentis adhibetur. Questa è la fedele esposizione del fatto, d cui non pare che si uniformi il Poeta Tu gli abbi compri nella laera via. ( 19 ) Rechi pur Tu ve » e le aastagne care Un giorno ad Amafilli, e che ora a vile Parehè dono legger avrebbe anch* esso, Co’t^rdi pure e con ghirlanda mostra Che memor vivi della tna padrona. Si compra turpemente con tai mezzi D’orbo vecchio l’affetto, e la speranza Di godere i suoi beni. Ahìperan qnelli Che Così vii disegno a donar move. E che ! t’insegnerò teneri versi Io diluviar Fa me lo credi, i carmi Non ton molto graditi ; e benché Iodi Ottengano talor, maggior lusinga Han gli splendidi doni: Un ricco piace Ancor che nato in barbara contrada. Questa è per vero dir l’età dell’oro^ Giacché con Voto compransi gli onori, Criacchè con V oro piegatisi le Belle. Se tu medesmo con le Mute, Omero, Venga privo di doni, ab ! tu seaeciato Sarai di casa. Di fanciulle dotte ^ Havvi turba rarissima, ed un’altra. Che sé reputa tal benché ignorante, L’une e l’altre s’encomino co’versi^ Che ottengan dal lettor lodo pel suono Facile e lusinghiero \ a queste e a quelle Tenue e da aVersi a vii sembrerà dono In loro onore vigilato carme. ^ Usa in maniera ché V amica ognora VendéQasim Ronia ogni torta di frutti e d*al^ tri generi nella Via sacra, che acquistotti un tal nóme, perchè furono ivi conclusi con gran^ sagrifizf i patti fra Romolo e Tazior A far ti preghi quel che util ti sembra, E che far già volevi. Se promessa Abbi ad alcun de’ Cuoi' la li ber Cade, Fa pur elisegli la chiegga alla padrona. Se ta rimetti al servo il suo delitto,^ Se le catene sue dure disciogU, ; Te ne sia debitrice. ^ A lei la •gloria> A tediatile venga. Sul:tuo eore Mostra ohe elFabbia un prepotènte impèro^ Ma illesi serba ognora i dritti tuoi. Tu che nutrì desio della tua cara ' ^ ^ Consfetvarti V amor, fà oh’ ella pensi Che tu getonito sei di sua Heltade.* Se le sue menàbra in vtiria veste avvolga, Le sii largo (U lodi, e se le doe ' . Cinge, dirai che accrescono i suoi Veazi. Se poi s* adorna con aurata veste, * Dille che più splendente èli’è dell’ oro. Se prende la pelUcela, e tu T approva; * Se la tomita lieve, allora, esclama ' Che, desta incendj, e con ièmmes^a voce Pregala che schivar proeuii il. freddo. Sia il orine in duo diviso, oppur da oaldo Ferro ritorta, tu dirai: mi piace. Di lèi, se.danai, ammirerai le,braccia, Di lei, ^ canta, 1* armoniosa voce,. ' E a lei dimostra con dolèntii note^ Perchè fpresto diè fine, il tuo scontento. Loda gli abbmcciamenti,:e in suon piètoso E querulo ie mostra con KJUéiI foraa ..Presso i Homani eruno cortamente i servi in una condizione sì miserache (^iputavansi fortuna^- a, quando i padroni per un effetto di^somma cUmon^n accordavano loro la liberty, ^ -, D’insolita jilaowrfe: il. cor t’inonda. Gon questi- un4incoc che-|}iù. violenta Foss’ ella di Medusa ^ e indite: e giusta (ai) Dìvetrài.co», l’ ansante,* Sia .tua cura - Di non sembrane -iagantiatore ; e il volto Kon distrugga i tnoi> detti. Ascosa Térte Giova j e svelata la vergogna apporta, E Ii^ tfe. 00» ragiOp j toglie per. sempre. Spesso Sotba l’ÌAu)tjnA0tì,( iiti quella bella Parte dall’sanitOf,-^ cui vosaeggia Priva Del purpureo, lioór ; rieolnta » quando Il freddo,«cura la?f»reiuej ed era il «aldo La soioglie,). Pìncostante. aere d cagione Di languore, alle-metubra,* Elhi^pur viva Sana, masO'.inat giaceja-in, letto in ferma. Soffrendo. ..drd tmaligqogciol V Infinstoi La tua pìetade:;ecP AQt^ctW> palese Sia alloca .alla fanqiullaj^ fi getta il aenae Di ciO .cbe mieter, debbi, a larga falce.' Nè del liingaauo mal poja',ti, prenda^, E faccia» le tue man cid che permette. Te rimiri piangente, ed i .tuoi baci: Non r.inore«qa;S<^l-Ìr,;'flon arse labbia, Beva il tàO ;piantp,. 4 Ì» .ciel voti farai. Ma ognor,.palesi,,e di narmr: ti .piaccia Be» spesso,fausti' sogni..:Àn| sua'magione Guida la-ivacohiarella, che con ?ìolfo iaa) (ai) ]ffedasa figlia di Forci^'ed ufl'a delle tre Gorgoni, incontrò-lo tdogn» di Minerva, perché à prestò all’ impudiche iooglie, di Nettuno • nel Tempio della medesima* Questa Dea le trasformò^ pertanto i capelli in serpenti, e fece si che fosse convertito in -sasso chiunque ardiva di riguardarla. (ìa) ponducivàn gli antichi le vecchiarelle nello àuse d^gV frifermi, affinché con le lor preghiere di Purifichi la stanza e insieme il letto, E con tremola man T ova le rechi. Di tua premura avrà cosi 1* amica Kon dubbj segni, e con tai mezzi molti Far dalle Belle istituiti eredi. Ma deir inferma per soverchia cura Deh non volerti procacciar lo/sdegno; Àbbian tuoi dolci uffioj il lor confinej Non le vietare il cibo ; il tuo rivale, • E non la destra tua* pòrga la tazaa Colma de* succhi amari. Or che n^ll* alto ^ Del mar solca la nave, usar non dei Lo stesso vento, con cui già dal lido Le vele hai sciolto. Mentre Amor va errando Novello ancor, con Taso forza acquisti; Stabil verrà, se lo saprai ' nutrire. Ebbe vitel le tue carezze il toro, Che or è de'tuoi timori oggetto, e Talbore, Sotto cui posi, un di fu tenue ^etga. Nasce povero d'acque il fittnré, e forza Acquista nel suo corso, e dà Ogni parte Gli vien tributo di novello umore. S’accostumi con te, che nulla puote Più di tal cosuetudiue giovarti. Mentre l’adeschi, a te grave* non sia Di soffrire ogni tedio • Abbia te sempre Dinanzi al guardò ; ognor tuoi détti ascólti; La notte e il di le pinga il volto tuo* Ma quando poi sicura avrai fiducia Di poter esser ricercato, allora Scacciassero Sa quelle, gli spettri. Epicuro deve soffrire i rimproveri degli Stoici, e VOratore Eschino quei di Demostene, perchè avevano le lor madri Ulk simile impiego che riputavasi vile Vanne pur lungi, che la cura sua Sarai benché lontan . Prendi riposo; Ciò che s’afBda al campo riposato Bende ei ben generoso e l’arsa terra Bey e l’acqua del ciel. Finché pxesente Fa a Filli Demofonte, il di lei seno Senti mediocre amor, ma in vasto incendio Arse allor che le vele ci diede^’ venti. Mentre vivea lontan l’astuto UÌìsse Penelope soffriva cura mordaeCr Tu ti dolesti pur, Laodamla, Lontan Protesilao. Brieve tardanza £ mai sempre sicara. Allevia il tempo 11 dolor dell’assenza ^ e dal pensiero e dà loco a nuovo amor 1’ assente* Mentre tu, Menelao, stavi lontano Fillidt, figlia di lÀcurgo He di 'Tracia, rice* Vè cortesemente nella Reggia e nel letto il naufrago Demofoonte figlw di Teseo. Quandi egli partì per % Città d* Atene ., colera chiamato dalla cupidigia di regnare, le diede parola di ritornarsene a lei dentro un mese . Aspettò Fillide lungo tempo il suo caro sposo, e poi afflitta e disperata per la tardanza di lui, si tolse da se stessa crudelmente la vita. È noto il verace affetto che aoea Penelope pet Ulisse suo spesole però si può facilmente comprendere quanto fosse vivo il suo dolore per la lunga dimora che fece fi medesimo alV assedio di Troja. ^uS^ Laodamia amo sì ardentemente Protesilao detto in latino Phyllacides daFilaco.4uo avo, che fu sempre occupata dal più vivo dolore mentre era esso al- V assedio di Troja, e fece far del medesimo dopo la sua morte, una statua di cera, che ogni notte pone- vasi nel letto quando vi andava a dormire. Menelao trovavasi in Vreta, ove .l* aveano richiamato i suoi affari, quando Paride di lui confi- mcpte gli rapì la bellissima E.lena pia consorte Sulle piume giacer sole non volle Siena, e nella notte al caldo seno l)eir ospite fu striata. E chi mai puote Di ciò nutriremo Menelao, stupore? Solo partivi, e nel medesmo tetto Era la moglie e T ospite. In custodia T,ii folle le colombe al. falco fidi, Ed al montano lupo il pieno ovile? Siena non ha colpa, e non commise L’adultero delitto ; ei fece quello Che tu faresti, e che farebbe ognuno. Ad esserti iiifedel la donna sfórzi^.j Se il tempo e il loco a lei concedi. Quale Oonsiglio ella usò mai se non il tuo? Che dovea far ? Il suo marito è lungi, Ed un amabil ospite presente, E giacer sola teme in vacuo letto. Ciò a Menelao era noto. Io dal delitto Siena assolvo ; usar volle di quella Libertà, che il marito a lei concesse Cortese c umano. Non così feroce Flavo cinghiai si mostra in mezzo all’ira Contro i rabidi cani, allorché il dente Fulmineo rota, nè così lionessa Che a’cari figli suoi porga le mamme, Nè da piè ignaro vipera calcata ; Coni’ àrde e mostra 1 ’ agitata mente Donna che la rivai trovi nel letto Del suo consorte: e corre, e dà di piglio Al ferrò e al foco, e ogni decor deposto, Rassembrà una Baccante. La spietata Medea nel sangue vendicò de’figlj fay) Vedaii V annotaz. del Lib Del marito il misfatto ^ ed i violati Dritti di sposa. Àltr^empia genitrice, Mirala in rondinella trasformata. Or di sangue macchiato il petto porta. Tali delitti sciolgono V amore Meglio composto e più costante ; e cauto Gli dee r uomo fuggir, gli dee temere. Nè ad una sola donna io ti condanno; Portin migliore augurio i sommi Dei ! Così rigida legge appena puote Seguir sposa novella. Abbiano pure Loco gli scherzi, ma celar ti piaccia Sotto furto modesto il fallo tuo. Da cui già non voler cercar la gloria. Altra non mai conosca i doni tuoi; Nè prefigger tu dei 1 * ora medesma Agli amori furtivi, e in un sol loco Condur le belle, onde non le sorprenda La donna tua ne’ noti nascohdiglj ; E quante volte scrìvi, i fogli osserva; Che molte leggeran più assai di quello Che tu loro scrivesti. Amante offesa Move bene a ragion Tarmi, e sovente Come a lei desti, a te di duol dà causa. Mentre il figlio d'Atréo fu d’ una sola (29) Ov. Arte d^am. d Progne figlia di Pandìone, e moglie di Teseo ^ fu dagli Dei cangiata in Rondine, perchè vendicane dosi deW ingiuria recata da Teseo a Filomena di lei sorella, uccise Iti suo figlio ^e lo apprestò al Padre barbaramente per cibo, Agamennone rapì Criseide figlia di Crise cerdote d*Apollo, il quale in abiti sacerdotali si portò inutilmente dal medesimo per ricuperarla j tolse Bri* seide ai Achille ; e condusse poi in Grecia Cassandra Contentò e pago, quella visse casta. Ma per i vìej del marito poi Divenne infame. Inteso avèa che Crise, Le fasce in capo e il lauro in man portando, Ottener non potè 1* amata figlia. Inteso avea il tuo ratto, il tuo rossore, O Briseide, e per quai turpi dimore Fosse la guerra prolungata. Queste Cose la fama a lei narrava. Vide Con gli occhi prhprj poi la figlia stessa Di Priamo: vincitor fosti ad un tempo E preda, o Agamennon, della tua preda. Nel cor, nel letto ricevè ella poscia Il figlio di Tieste, e vendicossi Così de’falli del marito infido. Gli amori tuoi tener cerca nascosti. Ma se fian noti e manifesti, sempre Però li nega, nè ti mostra allora Nè più sommesso o più giocondo: reo Ti fa ria ciò scoprir. Novelle prove Le dà deir amor tuo. Queste il sostegno Son della pace. La tua prima amante Fa che di ciò non abbia unqua contezza. Havvi chi la nociva erba consiglia Santoreggia di prender; ma ciò stimò Atro veleno. Mischian altri il pepe Nel seme dell’ortica, e nell’ annoso Vino tritano il callido pilatro., figlia di Priamo, la qual fu a luì concassa nella di* Vision della preda. Clitennestra sua moglie, e figlia di Tindaro non potè reggere a tanta infedeltà, e /?«- rò accolse nel letto Egisto figlio^ di Tieste, da cui ' { Annotaz.) uccidere il suo marito. La Dea che sul ombroso Érice monte Ave il suo tempio, no, soffrir non puote Che siau forzati i suoi piacer. Si prenda Pure il candido Bulbo che a noi manda La Città di Megara, e la salace Erba che cresce ne’giardini. L’ova, L’imetto mel, del pin le acute noci Si prendan pur. Perchè alla medie’ arte, Erato, or tu ti volgi f II cocchio nostro Debbe più da vicin toccar la meta. Tu che celavi per consiglio mio Poc* anzi i tuoi delitti, or altra strada Batti, e per mio consiglio i furti scopri. Nè di volubil già merto la taccia: Non col medesmo vento i passeggieri Porta la curva nave ; ora si corre Col tracioBorea, ed or con Euro, e spesso Dal Zeffiro si fan goiihe le vele, Talor da Noto. Osserva come in cocchio L’auriga ora le brìglie allenta, ed ora Frena con l’arte i rapidi cavalli. Compiacenza servii le rende ingrate, E amor senza rivale illanguidisce. Se la fortuna sia propizia, Talme Divengono lascive, e faci! cosa Venere aveva un magnifico Tempio in Sicilia sul monte Erice, donde fu detta firicina., Sotto il nome di Bulbo iniendonsi tutte^ le radici rotonde come agl) e cipolle, che i Romani facevan venire dalla Città di Megara fabbricata da Alcatoo figlio di Pelope. {jòi) Il vento Borea f spirando a Settentrione, vien qià dette treicio perchè la Tracia è più settentrional della Grecia y e dell* Italia, Euro spira da Levante [ Zeffiro da ponente, e Noto da Mezzogiorno, Non è serbare in mezzo allieti eventi IL cor tranquillo. Come lieve foco, Che perduto abbia a gradi il suo vigore, Ascpndesi, e nell’ ultime faville La cenere biancheggiale se v’unisci Zolfo, Testinta fiamma manifesta, E a splender torna il consueto lume; Così ove pigra e torpida si giaccia L’alma, destar cop forti e lusinghieri Stimoli è d’uopo in essa allor Tamore. Fa che di te paventi: ognor riscalda L’intiepidito core, e impallidisca Al, solo udir che tu infedel le sia. Oh quattro volte e quante io non so dire Felice quei, di cui si lagna offesa La sua fanciulla, e che giugnendo annunzio D’un tal delitto alle sue triste orecchie Cade, e il color le manca e la favellai Ah foss’io quello, a cui furente straccia Il crine ! ah foss’ io quello a cui con l’unghie Sgraffia le gote, che or piangente mira Or con bieco ciglio, e senza cui Vorria, ma non può vivere ! Se chièdi Il tempo, onde di te la lasci offesa Lagnarsi, io ti dirò: sia questo breve. Perchè lo sdegno suo forza maggiore Con dimora soverchia non acquisti. Con le tue braccia il bianco collo cingi^ E piangente nel tuo seno l’accogli; Asciuga co* tuoi baci il . pianto suo, E i piaceri di Venere concedi A lei che piange. Già la pace è fatta; Con questo mezzo sol cessa lo sdegne. Se feroce divenga, e a te rassembri Veramente nemica » allor le chiedi Un dolce amplesso, e la vedrai placata. Ivi déposte Varmi è la concordia^ £d in qael loco » a me lo credi, nacque La tenera amistade. Le colombe. Che già fecero guerra, i rostri insieme Dolcemente congiungono ; di quelle 11 mormorio son voci, e son carezze. Fu il mondo in prima una confusa mole; Non ordine regnò, non vi fu legge ; £ stelle e terra e mar solo una faccia Mostravan ; sulla terra il ciel fu posto E fu dal mar la terra circondata, £ diviso cessò l’inane caos. Presero ad abitar le fiere allora Entro le selve ; a star gli augelli la aria; £ s’ascosero i pesci entro dell* onde. L’uomo errò allor ne^aoUtarj campi. Ma rozao 9 inerte corpo, e senza genio* T'u il bosco la sua casa ; il cibo l* erba; Lie frondi il letto ; e già per lungo tempo Visser fra loro sconosciuti. Dicesi, Che le feroci loro alme piegasse La dolce voluttà. Lo steiso loco Abitarono insiem Tuoibo e la donna; Non da maestro furon fatti dotti Di ciò che dovean far ; Venere loia La dolce opra compì senz’arte alcuna. Trova da amar Paugel dolce compagna, E in mezzo all’acqae pur con chi s’accoppj Non manca al pesce. Il maschio ainato segue La cerva, ed il serpente a’dolci inviti. Della femmina cede. Insiem congiunta La cagna al can s’annoda. Il suo montone Soffre lieta Tagnella; la giovenca Gialiva è col torello, e la stizzosa Capra 1’immondo becco non disdegna. Parenti le cavalle i maschj segnono Per lungo spazio, e varcan fino i fiumi Che li tengon divisi. A che più tardi ? T’affretta dunque, e alla sdegnata porgi Il bramato sollievo; questo calma L’atroce suo dolore, e questo vince I succhi d’Esculapio • Il fallo tuo Dei con ciò cancellar, tornarle in grazia. Mentr’ io cantava queste cose, Apollo apparve » e mosse dell’ aurata lira Col pollice le corde • In man tenea L’ alloro, di cui cinta avea la chioma; ^Queir ammirando vate allor mi disse: O de’ lascivi amor maestro, guida 1 tuoi scolari alfine al tempio mio; Ivi sta incisa la famosa legge, Che conoscer se stesso a ognuno impone. Amar solo potrà prudentemente Quegli che se medesmo appien conosce, E alle sne forze sa adattar Tìmprese. Procuri che la Bella ognor Io guardi Quel cui Natura diè leggiadra faccia. Si mostri spesso con le spalle ìgnude Chi candide ha le membra ; parli pure Quei che lo fa soavemente, e canti, E beva quel che a bevere e a cantare Con arte apprese, ma non mai interrompa Alludtd al Tempia consacrato in Delfo ad Apollo ove era scritta a caratteri à* oro qaest^ aurea legge: nosco te ipiam L’altrui discorw P eloquente, e in mezzo Al ragionar non reciti importuno I suoi carmi il Poeta . In questa guisa Febo i^egnomnii, e. voi di Febo adesso Seguit^e i precetti. Ah no ! non ponno Mancar di fe gli oracoli d’ Apollo. Or son chiamato a più'vicini oggetti. Chi sagace amerà ; chi la nostr’ arte In uso saprà porre f avrà vittoria. Non sempre i campì rendon con usura Le biade seminate, e a dubbia n^ve, Non sempre fausto è il vento. Ah! sono brevi I piaceri d’ amor, lunghe le pene. Onde Amante a soffrire il cor disponga: Quante in Ato son lepri, e quante in Ibla Pascolan api, quante olive accoglie II verd' arbor di Palla, • quante il lido Del mat conchiglie ; tanti son gli affanni Che soffrenti in amor, tanti gli strali Jlal felo intrisi che ci passan V alma. A te diran che usci fuora di casa Quando con gli occhi tuoi forse la vedi. Ma creder dei che uscì, che vedi il faUo. Mella notte promessa a te la porta Forse chiusa sarà ; soffri, e le membra Riposa e adagia sull’immonda terra. Mendace ancella forse in tuon superbo Dirà; perchè le nostre porte assedjf Cortese e supplichevole stropiccia Il limitar della crudel Fanciulla, ^ E al capo tolte ivi le rose appendi. Quando vorrà, t'appressa, e quando il vieta Tu vanne lungi. Uomo non dee sincero Di sua presenza far soffrir la noja. Digitized by Google 8o Non sempre con ragion ti potrà Jirer A me fuggir costui non è permesso* Non creder turpe di soffrir ingiurie, Nè d* esser dalla tua Bella battuto, Nè sul tenero piè d’imprimer baci. Ma a che mi fermo nelle tenui cosef Or subietto maggior m’agita l’alma. Io canterò prodigj ; il volgo attonito Ascolti i detti miei, mi sia propizio. A difficile impresa ora m’accingo. Che nel difficil sol glòria si merca. Dall’arte una si chiede ardua fatica. Soffri il rivai pazientemente ; teco Starà vittoria, e n’otterrai trionfo. Non già un mortai, male pelasghe querce(33) Ti dieron tai precetti . Ah i iio, non puote Dir r artè mia di ciò cosa maggiore. Farà un cenno amoroso al tuo rivale, E tu lo soffri ; sctiverà, e t’ astieni Dal toccar le sue carte ; e venga e tomi Senza le tue doglianze ove le piace Con legittima moglie usi il marito Quest’indulgenza pure, alior che notte Le tenebre distende, e il sonno regna. Non io, Io debbo confessar, non sono In quest’arte perfetto. E che far deggiof Io de’ precetti miei minor mi trovo. Io soffrirò che, me presente, un segno Si faccia alla mia Bella, e il freno all’ira Io potrò por ? Ah mi ricordo ancora ^3) Fabbricarono i Pelasgi un Tempio dedicalo a Giovò, in vicinanza del quale era situato un bosco di querce, da cui davano le colomba risposta umana Che il suo marito nn di le diede un bacio, Ed io del bacio a lei feci querela; Abbonda il nostro amor di crudeltade. Non una volta sol mi fu nocivo Un vizio tal ; piti dotto invero è quello Per cui, lieto il marito, in casa ingresso Hanno altri amanti. Ma saria più grato L’esser di questo ignari. Ah lascia dunque D’amore i furti ascosi, onde non fugga Dal vinto labro, confessando i fallì, Lungi il pudor. Deh risparmiate, o amanti. Di sorprender colpevoli le amate. Schetzino pur, ma almeno a se medesme Perauadan che il fer’ solo in parole. Sorprese, in esse pel rivai maggiore Si fa r affetto ; e dove egual la sorte Fa di due, 1* uno e Paltro son costanti La causa in sostener del danno loro. Favola iu tutto il elei nota si narra: Venere e Marte dagP inganni presi Pur di Vulcan. Ferito il petto avea Marte per Vener da un apaore insano, E divenuto di guerriero amante. Nè rustica o difficile mostroàsi (Non v’è di questa Diva altra jpiù molle) Venere al suppliéhevole Gradivo (34). Oh quante voltè la lasciva risé ^ da Marte si Marna Gradivo da apa/vav, ehe si^ grufiea in greco linguaggio vtbraziorfe d'AVta. Aven^ do Giooo preeijntaio Vulcano in Lenno 'per 1 la defar-^ mità del suo corpo, si tuppè questo misero Diojin tal caduta una gamba ^ e così divenendo zoppo ^ di^ canne ancorst mSgiortncnU deforme. Sa ^ Di Valcano pei piedi e per le mani Nere e incallite pel lavoro e il foco. Contraffaceva pur di Marte in faccia Sempre piena dì grazie il suo marito^ Ma solean ben celare i primi amplessi, E coprian col pudore il fallo loro; Ma il Sol che tutto vede ( e chi ingannare 11 Sol può maif ) fece a Vulcan palesi L’ opre della Consorte • Ah quai ne porgi Funesti e perigliosi, o Sole, esetuplit Perchè del tuo tacere a lei non chiedi Un dono, eh* avrebb* ella il tuo silenzio Potuto compensare in mille modi. Vulcan sopra e d’intorno adatta al letto Un* invisìbil rete, e finge a Lenno Di far viaggio: a’ noti abbracciamenti Tornan gli amanti, e nudi entrambe sono Ne^ lacci avvinti. Quegli i sonimi Dei Convoca, e fanno L prìgiohier di loro Vago spettacol. Potè appena il pianto Venere allora trattener sul ciglio; Non alla loro nudità potere Oppor la mano, e non coprir la faccia* Uno de’ numi allor ridendo disse: O fortissimo Marte, in me que’ lacci Deh trasferisci pur^ se ti son gravi. Nettuno, appena per le tue preghiere Ebbero i prigionier le membra sciolte. Chela Dea in Pafo, e Marte andonne in tracia. £cco,o Vulcano, il tuo profitto: in prima Celavano il Ipr fallo ; or senza freno Lo commetton, fuggito ogni pudore. Sovente, o stolto, confessar dovrai Che tu dj^rasd da pazzo, e già ( la fama Karra.) dell’ira tua ti aei pentito* Quest’ io vietai. La 6glìa dionea (35) Or vieta a voi di tender quelP insidie Ch’ ella stessa soffrì. Nè voi cercate Por ne’ lacci il rivai, nò legger quello Che vergato ha^la bella in cifre arcane. Faccian questo (se lor piace) i mariti Che legittimi rese e T onda e il foco. (36) Io'di nuovo, raffermo: in queste carte Nulla vietato dalle leggi chiudo» Nè a pudica Matrona i nostri scherzi Recano ingiuria. Chi a’profani i riti Osò di Cerere svelare, e i sacri Misteri nati nella tracia Sanio f Non nel' silenzio per coprir gli arcani Gran; virtude abbisogna è colpa grave Però dir'qnfello che (tacer si dehbe^ t Ben a. ragion da Tantalo «loquace Venere, sepondo alcuni, eifbe in madre Dio^ ne 9 e però si chiama la Figlia dionea. (36) Solevano i Romani nelle nozze solenni offerii re alla Sposa V acqua ed il foco \ 'perchè pensavano che si genesUts^ il tutto dall* umore -e dal icàhre ^ ed anzi lavatiri^ Inacqua f stessa i piei^ Sposa ed alla Sposo^ ', I I Sagrifiz) di Cerere t)ea delle biade, ehe furono, secondò Dtodoro, ' inventati Heltà' Samotrd» eia, si celelfravanà dagli aw^ìd con tal \ segretezza g che acqmdurono il nome di mister Tqntalo, figlio della Ninfa Piote, palesò agli uomini le' supreme, determinazioni, che si manìfesta^^ reno scambievolmente gli Dei in un Convito, cui fu ammesso e^i*pare.da^Giolve.,peTiitaleiempH-^ tà joacpiatO riell^ infermo, iOfl^ à cofitidftaeqMate,cfudar^ io da una barbara fape, e^ chè è,eireondatò dàìVacqua e da diversi ' phmi, ékà fuggono àgnor shp'suòl Idìlli i^qmndo *viol*pré*a'^ arsene Fuggono i pomi; o all*assetato labfo L'acqua mai sempre. Citerea comanda In special modo di tener celate Le sacre cerimonie. Io v’ammonisco Che alcun garrulo'a quelle non s’accosti* Se sepolti non restano fra’cesti I mister] di Venere, se i bronzi Per furiose percosse non risuonano, Usi abbiam noi pih moderati, e in mòdo* Che si voglion però tenére ascosi. / Quando le vesti Venere depone, La nudità con la sinistra copre. Nella pubblica via spesso 1 * ugnella. Si unisce al suo compagno, e la fanciulla^ Da tal oggetto altrove il guardo volgew Atto è il talamo chiuso a’furti nostri E a non mirar ciò che la veste > ascóndo* i Non le tenebre noi, ma nube opacUi ì; Cerchiamo, e i luoghi ove 1’ aperta luce - Minor risplenda. Fin d’allor ché il tetto Non difendea dal Sol, non dalla pioggia, £ dava il cibo e in un la quercia albergò. Gli uomini non gustar’ palesemente. I piaceri di' Venfet ma negli antri ^ ' • f i ne^bosqhi; cosi dell’onestade * i preudea cura quella ro^sza gente** \ Ora gli atti si celebraa notturni,, £ nulla più si compra a caro prezzo Che di poter’ parlar: or le donzellò Ovniique cercherai solo onde dica Qiinsla ancora fo. nostra, ed onde .posniA ^ Mòsttktla ò' dito, e &r ohe sia deb vol^, ' Dc^^b li pòssèsso^tuòVfev;òIa ^ r.«r. poco «iwiihe ^ini «dolSP* aU>Ì, Òose che nègherebbono accadute* £ di favori vantatisi non veri ; E se invàn di toccar, cercare il corpo. Cercano àlmen d’offenderne P onore, Che le accusi la fama ancor che caste. Chiudi, o custode rigido, le porte ; Guarda la tua fanciulla, e cento spranghe A’durissimi stipiti ora opponi. Cosa havvi di sicuro in faccia a questi Adulteri di nome, che creduti Esser desian ciò che tentare invano ? Parchi in parlar noi siam de’veri ainori^ E fedelmente ognor tenghìam celati Col velo deP mistero 1 furti nostri. Deh non voler rimproverar giammai Di nati^ra i difetti alle donzelle. Che fù dissinìularli utile à molti. ^ Perseo che al piè portò le gemìn’ ali (3g), Tlon del color d* Andromedà lagnossi. Comparve a tutti Andromaca maggiore D’ uim giusta statura, ed Ettor solo iXèrcurió adatfò *U idi Ud ambedue i piedi di J^érseo^ iluo amiiéo y e fi^ió di Danae e di Giope, de qu§$iix AndrovaeduslegaiOKyad uno scoglio per ra'deillcNeTcìdi,^e,\c]^pe, che dovea^esser dioorata da Ceto mastro marin^,,perchè Cassìope, madre della medesima ebèè la vanagloria di dire ^ che la sua fi-* glia vinceva > ir^ bellezza le stesse Nereidi, Mosso Perseo a pietà, della' sventurata donzella, uccise il mostro col jmrgli. davanti agli cicchi la testa di Me^ dusa f è dopo d^aveHa in tal guisa saLveta da un tanto pericolo y V ottenne in isposa, he mai le riìf fàpciÒ[ suo fosco colori, essendo ella nata in Etiopia, " Andromaca è figlia di Elione . Re di Tebe e mo* glià di Ettore j il qual chiamava medìo^e la sua statura quantunque fosse veramente sproporziqnatq. Mediocre la dicea. Quel che or ti lembra Darò a soffrir, deh soffri; e verrà uà giorno Che lieve impresa ti sarà il soffrire^ Mentre ogni pena raddolcisce il tempo. Nuoyo arboscel che in verde scorza cresce^ Cade, se vento placido lo scote ; Ma indorato dal tempo arbor diviene. Resiste a* fieri Noti ^ e alfin s’ adorna, Degl* innestati fratti. Un giorno spio Paò la bruttezza cancellar del corpo,^, £ sempre il tempo fa sembrar minore Ogni difetto. L* inesperte nari Mal da principio pon soffrir 1* odore Della pelle del toro, ma dalTuso Dome non più risentono mólestia. I vizj ricoprir con dolci nomi Fa di mestier: bruna chiamar si debbo Quella che piùehe pece ha negro il sangue» Se ha gli occhi loschi, a Vener l!as 8 omiglia^^ E se bianchi, a Minerva. Sia 9 Ì scarna, Che appena in piedi sostener si possa. Gracile la dirai. Nana rassembri, E tu svelta la chiama, e piena quellf .,. Che è turgida oltremodo g, e asconder tenta. Col bene non lontano il vizio ognora. Gli anni mai non cercar, nè sotto quale \ Consol sia nata: al rigido Censore. Tai cure lascierai. Maggior riguardo . Usa per quelle che passate il fiore Hanno di giovinezze » e i più bei giorni, Non si sa paacepire corno Ooidio chiami loschi gli occhi di Venere, quando essa fu lodata da Pari^ de. Dubitano alcuni pertanto y che nelF originale la^, ' ripe si 4tiba leggere leu invece di peU» E cui incomincia a incanutir la chioma* .Utile è questa o più matura etade, 0 giovani ; e aarà ferace in biade Questo campo » ed arar però si debbe. Mentre gli anni il permettono e le forze, Soffrire la fatica. Ah già la curva Vecchiezza con piè tacito s’accosta! O il mar co’ remi solchisi, o la terra Col vomere, o s^impugnin Tarmi fiere, O si usi il fianco, T opra, e la forza Con le fanciulle^è questa una milizia, E con ciò pur s’ accumulan ricchezze. S’ artoge a ciò che la prudenza in loro Maggior sempre delT opere risiede, E l’esperienza sol può far maestro. San compensare dell’ etade i danni Con la mondezza, e in opra e studio ed arto Pongon per ricoprir la tarda etade. Come più brami accarezzarti sanno In mille guise ; in più diversi modi Pittor non puote colorir le tele. Non irritata voluttà per loro Si gode, e danno e gustano il piacere; 10 se non è scambievole Tho in odio, E però fuggo de’garzon P amore. Odio il furor di quella che il concede. Perchè a darlo è forzata, e pensa solo All’ ntil proprio. A me non è gradito 11 piacer che mi dan sol per dovere; Da questo io violentier le donne assolvo. Godo ascoltar le voci che il diletto Mi palesin di loro, e di frenarmi Mi preghino ora, ed or perchè mi affretti. Godo di rimirai languidi gU dicchi . Della mìa bella, che mi dica: è assai. Questi favor natura non concede Air inesperta gìoventCì ; si godono Quando il settimo lustro ornai si compie. Chi soffre sete, il nuovo mosto beva; Di vecchio vin ricolmo a me s’ appresti Vaso che sotto i Consoli vetusti Sia fabbricato. Al sol resiste vecchio Il platano, ed offesi i nudi piedi Sono da’nuovi prati; e chi potria Ad Elena preporre Ermione? Altea (Era forse miglior della sua madre ? Se tu t’ accosti a una noi^, giovin bella, £ sii costante, avrai degna mercede. Già riceve i dae.amanti il conscio lètto; Fuof delle chiuse porte ora rimanti, O Musa ; senaa te sapran ben essi Trovar di che occuparsi, chè lor porge Amore i mezzi. Il valoroso Ettorre (4a) Di cui fu il brando a Troja util cotanto, Giacque pur con Andromaca, ed Achille Con la lirnessia giovine rapita, Allorché dal nemico affaticato Prese ristoro sulle molli piume. Da quelle man di frigio sangue tinte Ricevevi, o‘Brhcide, le carezze, E perciò forse à te più assai gradito Fu alla vittfice destra unir tue meuibra. (4 A Ermione è figlia della famosa Elena moglie di Menelao, (4a) Achille # aseedìafa la Città di Lirnesso, uccise barbaramente Minete marito della bella Briseide^ che si prese egli stesso in isposa, e che dal noma 4 M(k iiMk Pàtria soprannominata iÀtuwia Di Venéfe i piaceri » a me lo credi, Non SI deniio affrettar; ma a lunghi torsi Berli. La donnà, se vedrai diletto Che abbia d’èsser toccata, a te non freni Pudore allora inopportuno. Gli occhi Suoi scintillar d*'un tremulo splendore Mirerai, come dalle liquìd’ onde ^ Riflette il Sole i suoi splendidi raggia. ^ Udrai nn lamento e uh dolce mormorio^ Gemiti grati, ed amòtose note. Quando thtte le Vele avrai spiegate, Tu abbandonar non dei la tua diletta. Nè preceder ti debbe ella nel corso. Correte insieme alla prescritta meta. Che il piacer vostro diverrà perfetto. Se giacerete a un tempo stesso vinti. Queste leggi seguir dovete quando A voi concessi siano 02 ] tranquilli, Nè ad iin furtivo oprar timor v* astringa. Quando Tindugio è mal sicuro, allora Tutti forzar si denno i remi, e il fianco Premere del cavai d’acuto sprone. L’opra è condotta al fin. Giovani grati, A me la palma concedete, e il crine Odoroso cìngetemi di mirto. Non presso i Greci Podalirio tanto Fu per la medie’ arte in pregio, Achille Per il valore, e Nestor per pi'udenza; Non fu Calcante così esperto e grande Nel conoscer le viscere, nè Ajaco Nel maneggio dell’armi, e Automedonte Nel condur cocchj ; compio sono espCito E grande nell’amor. Me celebrate, Uomini tutti ; a me si dian le lodi; Nel mondo intero il nome mio ti canti. L* armi io vi porsi come già Vulcano Le diede a Achille. Or con tal doni voi Vincete pur, com’egli vinse un giorno; Ma chi col brando mio potò le fiere Amazzoni atterrar, sopra le vinte Spoglie scriva: Nason ci fa Maestro. Le tenere fanciulle a m^ le preci Ecco che porgono, onde lor cortese Sia de’ precetti miei. Ah t sì, sarete Cura primiera de* futuri carmi porsi contro lo guerriere donne A’ Greci 1’ armi ; or dare a te le deggìo^ Pentesilea, e alle Amazzoni seguaci. Ite alla guerra uguali, e vincan quelle Cui son propizi Venere e il Fanciullo, Che in tutto il mondo ha di volar diletto. Giusto non era il combatter nude Contro gli armati ; e vincerle per voi. Uomini, turpe mi sembrava. Alcuno Dirà fra molti: perchè aggiunger cerchi 11 veleno alle serpi ? e perchè in preda Lasci alle lupe rabide 1’ ovile? Di poche il fallo non vogliate in tutte Diffonder ; pe’ suoi merti ogni Donzella Considerar si dee . Se Menelao Ha di dolersi d’ Elena cagione^ Pentesilea Regina delle Amazzoni andò contro i Greci in soccorso d^ Trojani,e fu dopo varie glo^ riose azioni uccisa da Achille. Sotto il nome di Greci P intendono però- dal Poeta quegli uomini, che cingono a conquistare le donne qui figurate sotto il nome di Amazzoni. Vedasi V Annotaz, 5 q del Lib. I. e l*Annotaz, ueuSdelldb.If. Ved. Vannot. 38 del Lib. /. eVannot. ao del Lib. II. £ se di Clitennestra i rei costami SoQ gravi ad Agamennon ; se d’Ecleo Il figlio scese co* cavalli vivi. Dalla spietata Enfile^ tradito, Vivo egli stesso a Stige^havvi pur anco Penelope che pia serbossi e fida Al suo marito, benché senza lei Due lustri errasse, e per due lustri ancora Passasse i giorni suoi sempre alla guerra. Protesilao rimira e la consorte, Che, come narran, pria degli anni suoi Vide Testremo fatele scese a Dite Ombra indivisa del marito . Mira La Sposa pegasea dall’empia sorte Anfiarao figlio di EcUo ed eccellente indovino ^ ascose in un luogo segreto per non esser costretto a portarsi alla guerra di Tebe, in cui sapeva di do-* ver certamente morire* Eri file sua moglie allettata da un aureo monile promessole, da Polinice, insegnò a questo ov'egli sfava, celato* 4 n 4 à pertanto Anfiarao forzatamente alla guerra^ ma appena giunse in Tebe, gli si spalancò sotto i piedi la terra, e rimase in quella sepolto.Penelope è V esempio deWamor con fugale* Si conservò essa sempre fedele al suo sposo Ulisse, ben* che vivesse egli lontano da lei per lunghissimo spa* zio di tempo, e benché fosse ella continuamente assediata da mille fervidi amanti. Protesilao andò aneW egli all*assedio di Troja, e fu il primo tra Greci, che vi perdesse la vita poi che Ettore lo ferì mortalmente, nientre scendeva dal* la sua nave. Desolata Laodàmia sua moglie da una tale sventura, ottenne con le sue lagrime da* Numi di poter veder V ombra del suo amato consorte, e neWabbracciarla morì* Soffriva Admeto una malattia coà grave, che secondo la risposta dell* oracolo ^ era necessario per salvargli la vita^ che un uomo o una donmft^ morisse Admeto liberare, onde famoso Rese il suo nome . Evadne a Capaneo Disse: m* accogli ; il cener nostro insieme Si confonda ; e slanciossi in mezzo al rogo; È la Virtude d’abito e di nome Femina, nè stupore è, se propizia Si mostra e favorisce al sesso suo. La nostr’arte però queste non chiede Alme sublimi 9 e con minori vele Naviga il legno mio • Per me soltanto S’imparano a trattar amor lascivi. Io insegnerò in qual modo amar si debba La donna, che non face ed arco scote Sempre crudeli ; agli uomini quest’armi Nuoccìon più parcamente 9 io ben lo vedo: Gli uomini più spesso ingannano di quello^ Che ingannin noi le tenere fanciulle; E poche troverai, se cerchi, xee Di perfido delitto. Il traditore Giason Medea lascia già madre 9 e in braccio Gittossi ad altra sposa. Oh quante volte Per te 9 Teseo 9 Arianna abbandonata (io) per lui4 Alceste sua moglie^ che dicesi sposa pagasea dalla città di Pagasa in Tessaglia, volle essa stessa liberar gen^osamente il caro suo spoeo, ed incontrò con intrepidezza la morte. Quando Eoadne intese che era stato ucciso a/« la guerra di Tebe il caro suo sposo Capaneo ^ conce» pi nell’animo un dolor sì fiero ^ che corse valorosor mente a morire sul rogo dell* estinto consorte. (8) Adoravano i Romani la Dea Virtù vestita in abiti femminili. Annotaz. 89 del Lih. /Arianna fu da Teseo abbandamata {Annoi. So. del lÀb» I. ) nell*isola di Nasso j e però avrà te» muto gli Augelli marini provenienti da quella pcffte di mare, in cui viaggiava il suo perfido amante la solitaria t sconosciuta riva Temè gli auge! marini ! E perchè Filli Calcò per nove volte il sentier stesso. Cerca, e perchè, la chioma lor deposta, Piansero Filli le dolenti selve. L’Ospite, che concetto ha di pietoso. Porse la cauta e il ferro alla tua morte, Misera Elisa. E che I narrar vi deggio Delle vostre sventure io la sorgente? Voi non sapeste amar ; mancò in voi l’arte, Mentre con l’arte solo amor si eterna. Sariano ignare ancor, ma Cìterea Vuol che per versi miei sien fatte dotte. Mentr’ella stessa innanzi al mio cospetto Si fermò, e disse: di qual fallo mai Si fecer ree le misere fanciulle. Che inermi si abbandonano agli armati? Tu con gemini libri bai resi questi Nell’arte esperti ; or co’ precetti tuoi Tu devi ancora ammaestrar le donne. SteSicoro ohe in pria cantò i delitti Impaziente FUlide per la lontananza del suo Demofoonte eorse per nooe volte al lido, dà cui do^ vetfa egli passare nel ritorno ; e alfine disperata cd afflitta per la tardanza di lui ( Annoi, a 3 del Lib, li.) si tolse da se stessa crudelmente la vita. Le fabbricarono i suoi parenti un sepolcro, in vicinanza di cui nacquer degli alberi, che in un certo tempo, secondo quello che han scritto i poeti, deposte le lor foglie, piangevano la morte della medesima. (la) Enea, che vien soprannominato il Pio, di^ sprezzando Vamore, che è il nome proprio di Didone, fu causa cVella si precipitasse sulle fiamme ohe ardevano la eittà e la reggia di Cartagine. Stesicoro siciliano è un poeta lirico ^ che doto-' Sto ne* suoi versi Elena detta tersnoea dal castello ìa D* Elena, poi con più felice lira Disse le lodi sue. Se V indol bene Io tua conobbi, no ^ non sei capace offender Tamorose e culle donne. Per fin che vivi a te tal grazia chieggo. Disse, e di mirto (poiché avea le chiome Di mirto ornate quando a me comparve ) A me una foglia diede e poche bacche. Ricevuti i suoi doni, io mi sentii Invaso dal suo nume, e Paer più puro Splendermi intorno, e facile l’impresa Comparirmi al pensier. Mentre l’ingegno E desto, a me i precetti richiedete, Che a voi, donne, ascoltarli ora è permesso Dal pudor, dalle leggi e da ogni dritto. Siate memori ognor della ventura Vecchiezza, e per voi il tempo ozioso mai Non passerà. Scherzate ora che lice, Nè si consumi invano il fior degli anni, Che come 1 onde fuggono veloci. Tornar non puote alla sorgente il fiume. Tornar non puote la passata etade. Cadete dunque, che trascorre il tempo Con frettoloso piè, nè lieto mai Come il primiero siede. Or bianco miri Questo stelo, su cui già in prima vidi Io rosseggiar le viole, e questa spina Grata al c^pe mi porse un di corona. Stagion verrà che tu, che "fchivi adesso L’amante, fredda e abbandonata in letto cui, nacque y perche^ da essa ebbe erigine la rovina di Troja. Ma i fratelli della medesima, Castore e Polluce Vacciecarono crudelmente ; ed ei per ricuperare la sta, fu costretto a comporre un poema in sua lode» Digitized by Google Giàf&ttsi vecchia giacerai. Notturna Rifsa non fia che la tua porta atterri, Nè sul mattino troverai di rose II limitar della tua casa asperso. Misero me ! come corrotti presto VeggoDsi i corpi dalle rughe, e, come ^ Langue ih nitido volto il color primo! Quei che sul capo tuo bianchi capelli Si miran* or,che fin da’di più acerbi Giuri che furon tali ; ah che ben tosto Si spargeran per tutto il capo. Méntre (i 4) La sua spoglia sottile il serpe lascia. Ringiovanisce ; e rinnovando i cervi Le corna, non rassembrano^ mai vecchi. Fuggon senza speranza i nostri beni; Cogliete il fior, che se non colto vegna, Cadrà miseramente. A questo aggi ungi Che fan più breve giovinezza i parti; Invecchia il campo per continua messe. Non di vergogna a te, Cinzia, fu causa Il latmio Endimion, nè già doveo Per il rapito Cefalo arrossire I Serpenti si spogliane ogni anno della luto scorza* I Cervi cangiano ogni anno le qorna ; ma ne * rimangono privi se sian castrati mentre le hanno de~ poste, e più non le varifino, se soffrano una tale ope* razione phma di deporle. Impiegano i medesimi cin^ que o sei anni nel crescere, e però tioono’ solamente circa trentacinque o quarànta anni, ttd ortta di tutte * le fuoole, che gli antichi hanno scritte sulla lunga ìor vita. Buffon nella sua Storia naturale. Cinzia ( Annoi, del Lih, I. ) scendeva dal cielo per godersi Endimione, che qui dicesi latmio per^ chè s^ascondeva ifi Latmo spelonca del monte, di Caria. S* innamorò la rosea Aurora di Cefalo figlio di Mercurio, e però lo rapì « Prgcri sua moglie La rosea Diva. Adori si lasci a parte, Tuttor di pianto a Vetieré^ cagione, Com’ebb’olla Antonia, cotii* ébbe Enea ? Seguite" tiiir P esémpid delle Dive, O bellezze tóót^aK, é a^ desiosi ' UomìAì noilitìegate il favor vostro.: Siano essi ingannatori ; e che perdete? Mille vi godan pur<;‘tutto rimane Nello stato pritòiér. Gon Fuso il ferro* Si consuma e la‘ pietra ; in Vói non pudte Cosa alcuna peirir, ricever danno. Chi ^vieterà cW dal vicino lùme*^ Il lume non si prenda ? e chi nel vasto Seno del mar V onde serbar procura? Tu mi dirai che non convien che a un uomo Si dia la donna in preda ; ma che perdi Altro che l’acqua che ricever puoi? Non vogliono i mìei carmi o la mia vocb» Al libero dell* uom commercio esporvi^ Ma vietanvi temer le cose inani; Non posson soffrir danno i doni vostri. Me un’aura lieve, mentre siamo in porto» Spìnga, che,al soffio dì più forte vento Sono per cominciar maggior viaggio. Dalla cnltura io do princìpio. Il vino Ceneroso dan sol le calte vigne, £ sol né’campiVcoltìvatì miri Lussureggiar le biade. £ la bellezza Dono del cielo, e come ah vien superba OQ.Arteà'am. e La Dea Venere éhhe à(jL Arichise il figlio Enea, e da Marte la figlia Anmónia, Bastano . tàli esemp) per provare che ella permise a molti di possederla . Digitized by Google pJbeU^z<i ogui danpa 1 1Ja «ran parte Di voi prirs rù^.A quf»to 4ouo. . Con U coltura la beiti ai 4CqWti Cile si perdo nfgfct^ ^ apci^r cjio eguale A gueili fosse dpU'idalia Diy*., Se Io prische fasullo, il corpo Joì;a Non coti custodirò ^ se gli autieri Uomini incolti vissero, se cinse; Pesante gonna.AndroiMCjayìo non yeggo>(f 9 ) Bagjon 4i,,ayiglia^I es^SA d’un rezzo, Guerrier fu^^mpgli^. Fprsé a Ajace incontro Adorna andap dpvea la sua consorte, (ao) Se a Ini la^ pflle .poi di sette bovi Servia di veste ? Ne^ primieri tempi Rozza regnò semplìcitade, e immense Ricchezze Roma del soggetto mondo Ora possiede. Osserva quale adesso \ Sia,il OampidogUo, e gual no’giorni andati^ E dovrai dir c]lie,fa d'un altro Giove. Ventre dicesi idalia dal monte Idale in Cif^ro a lei consagrato, Andromaca fa moglie A*Ettore Capitano deU VArmata Uroijana, Annótàz, 89 del Lih, li. (ao) AJaae figli^di Telamone è oelebràto daOm'e^' ro nella sua Iliade come uno piu valorosi Prine^ che andarono all*assedio di Trofa. Sposò egU an*an^ cella nominata Teemessa; e però dice Or ozio Movit Ajacem Telamone natura ’ Fórina captiTflB Dominuin Teemessa. La Curia fu anticamente, secóndo F’arrone, distribuita in due parti, in una delle quali custodi^ vano i Sacerdoti le cose diwine, ’e neWaltra tratta^ vano i Senatori le cose umane. TaaUr fu un Re de Sabini così accorto 9 che seppe ottener da Rpmelaiina parte del Regno dopo d*aver perduto un'atroce bai» taglia. La Curia, che di tanto ora' rasaembra Concìlio degna, fu di Tazio a’tempi Di rozza paglia intesta. Qoe'palagi- Ch# ora risplendon sacri a Febo e a’Ooci; Che furon maì^ se non pascolo un giorno Agli aratori buoi f Piacciano ad altri Le cose antiche ; io meco stesso godo D’essere in questa età nato conrorme A’ miei costumi, non perchè si tragga Dalle vìscere cieche della terra 11 dutil oro, o perchè venga a noi Scelta conchiglia da diverso lido; Nè perchè i monti facciansi minori Per i marmi scavati ^ o perchè altere * Sorgano moli ove giaceva il mare; Ma perchè regna or la cultura, e a’nostri Tempi rusticitade agli avi antichi Cara non giunse. non fate carchi 1 vostri orecchi di preziose pietre, Che in mar lo scolorilo Indìan raccoglie; Nè comparite già gravi per Toro Tessuto sulle vesti, onde ben spesso Le ricchezze cercate e le rapite. Dalla mondezza noi sìam vinti. Il crine Si disponga con legge; un pettin dotto R dona e toglie a suo piacer bellezza. Non r ornamento stesso a tutte giova; Quello scelga ciascuna, in cui più splende^ E si consigli col fedel suo specchio. Chiede una lunga faccia che sul capo (za) OTTAVIANO (si veda) fabbrica nel suo palazzo un Tempio consacrato ad Apollo Palatino. 1 Duci ^ a* quali ^ dim cesi sacro il palazzo medesimo, sono Augusto e Tim bario, mentre quegli vi nacque, e questi vi abitò» loe Siati ben divisi non velati i crini; Così avea Laodàmia le chiome adorne* Voglion le piene e ritondette guance^ Che della &onte sul confin vi lasci Piccol nodo onde veggansi, gli orecchi, D’an*altra il orin flagelli ambe* le spalle,^ Quale al canoro Apollo allor che in mano Piglia la lira. Come Pagi! Diana Altra gli .abbia legati, alLor che al bosco Peiseguita le fiere pau^ròse. Convien che questa abbia i capelli gonfj; £ strettamente quella il crine implichi* Altra s’adorni in guisa tal la ehioma,^ Che alla cilleuia cetera assomigli; Questa V increspi in modo ohe rassembri Onda marina. Numerar non puoi Quante sulla ramosa elea sian ghiande. Quante in Ibla sian api, e quante fiere S’ascondano nell’alpi, io pur non posso A te narrare le diverse fogge Di dar la legge al crin, mentre ogni giorno Ne sorgono novelle. A molte giova Che sia negletto: crederai che il capo Quelle jerì s^ornasser, che con nuova Cura testé si pettinar’la chioma. Studia con l’arte d’imitar Natura. Era Jole così, quando la vide Mercurio inventò la Lira fatta a gedsa di te» staggine, e questa dicesi cillenia ^ perchè egli nacque nel monte Cillene in Arcadia, Se Ooìdio tornasse a vigere in questo secolo, dorrebbe certamente veder con Rubilo che le nostre Dame seguono con la massima esattezza i suoi proietti nell* adornarsi i capelli. Amò Èrcole ardentemente Jole figlia di Eu» riio, il qual rìcue/ò di dargliela in isposa, quoMtun» Ercole ; presa la cittade » e disse: lo ramo; e tal Pabbandonata ; donna Quando sai carro sosteneala Bacco» E i Satiri gridare: evviva » evviva. Quanto in favor della bellezza vostra Fu Natura indulgente» o donne I Voi In mille modi ricoprir potete Z vostri danni. Invan noi ci asix^ndiamò; Cadono per 1’etade i capei nostri Come le foglie allor ebe Borea soffia. Con le germanicb’ erbe asconder pnote (aS) La donna la canizie » e può con Parte Miglior del vero altro cercar colore. Vanne la donna con la chioma folta f 'glUVaotsu solennemente proméssa, frritmto gli pertanto da una tal negativa, debellò la Città d^Occatia » 09 e questi regnava » e gli rapì la sua diletta denteila. :(a&) si sa veramente auali si fossero quell^er- he germaniche ^ del di egù amore eUrattivo compone- vano gli antichi un medicamento » col quale i capelli bianchi si riducevan neri o biondi. Si Sono però, trovate a’ nostri tempi molte ricette, ohe compensano largamente una tal mancanza. Cosi se i capelli sìan bianchi, si posson ridut neri col far uso d*una pomata, a cui siasi aggiunto una piccola porzione di nero d*aoorio ben macinato » oooero di sughero bru- glato unito all’azzurro di Berlino. Resta pm assai difficile di ridurli biondi » se non si vogUono adoperar polveri d^amido leggiermente torrefatte. La miglior ricetta che si può per quest* effetto accennare » é la seguente: si faccia una forte liscioìa di cenere di sarmenti ; vi si unisca una piccola quantità di radice di brionia e di celidonia; si faccia il tutto bollire; ed in fine vi Raggiunga altra più piccola pdtr- zione di zafferano dell* Indie, di fiorì di stecaae e di ginestra. Si coli per tela, e si laoino con una tal acqua piu volte i capélli. fOft Per i compri capelli, e col denaro In mancanza de* saoi porta gK altrou Nò il coidprar ciò palesemente teca Ve^ogna i noi vediam che son venduti D* Ercole in faccia e del virgineo coro. (a6) Che dirò della veste f Oro ed argento 10 non ricerco ^ o che rosseggi tinta La lana in tiria porpora. Se mille A prezzo più leggier vi son colori,,, É qual è dì follia segno piò espresso Che di portar sul corpo i propr} censìf Ecco il color delFaria allor che searca Si rimira di nubi, e il tepid*au8tro Non apporta la pioggia: eccone un altro Simile a te che sostenesti nn giorno Come si narra, e Frisse ed Elle quando Fuggir* le frodi d* Inoe. Imita questo 11 cernleA mare ^ da ciò traggo Il proprio nome, e di tal veste 10 credo Si coprisser le Ninfe. Altro è simile (28) Si rUeva di qui, che in faccia mi Tempia fMrtcata in onore d'Èrcole e delie Muse, avevano i Romani una bottega 9 in cui vendei ansi i capelli. ' (a^) Frisso ed Elle figli dì Adamante Re di Tebe fuggir dalle frodi d* Inoe loro matrigna, salirò no' sopra il montone ornato del Vello d^oro^ che Mercurio diè in dono a Nefale madre d^ medesimi. Frisso fu da quello felicemente portato in Coleo, ma Elle'precipitò in quel mare, che prese da lei il nome d^ Ellesponto. Con ^esta favola vuol però dire il Poe* ta 9 che era presso i Romani in uso ( e lo è pure cd di nostri ) il colore che si assomiglia a quello dell* oro^ -Essendo il giovinetto Croco impaziente di poe* cedere Snùlaoe sua dUetta amante 9 fu trasformato in un fiore che dicesi volgarmente ZefBivano, o che da lui Ica preso il nome di Croco. £t Grocam ia parros yersam cum Smilace flore». Ovid, Metam. TOS AI Croco, e qàaiido accoppia i Ittraihbsi Destrier, con cròcea reste pur' si rela La rugiadosa Dea. Di'Pafo a’mirti ' Questo assomiglia, e quello alle purpuree Amariste, alle rose biancheggianti (29) Uno‘^ ed tin altro aÈa'straniera grue. Le ghiande tuè ti sod pure, o Ainarilli, Nè ri tnancanr le mandorle, e il suo nome Diede alle lane per la eera. Quanti Fiori produce la norella terra ~ Allor che fugge iUpìgro rCrnò, e stilla Gemme la rite ^ tanti beo la lana Color dirersi, e quello scei tu dei> Che col tuo rolto Si confà. Ogni reste Non conriene a ciascuna. I neri ammanti- Fan risplender le bianche. Assai più. bella firiseide, allor che fu rapita, apparre, Perchè le membra accolse in negra reste*. Odora alle brune donne il color bianco: E tu piaceri, o di Oefeo, ( 5 o) In bianca resta allor che di Serifo Passeggiar! le rie* Io diei consiglio Che del capro il fetor sotto V ascelle Non passi, e che non sian per duri peli Aspre le gambe,. Ma non io già deggio Delle caucasee rupi le £snciulle Far dotte, o quelle che di Caico misio ÀmaUsta è una gemma, il di. oui colore è- quasi simile a quel della porpora. La figlia di Cefeo à Andromaca: avrà essa probabilmente passeggiai per le vie di Serifo > perchè è questa una piccola Isola del mare egeo, nella quàU fu edueato Perseo suo liberatore. Gli abitatori del monte Caucaso furore antica-- menteiCome lo sono tuttora, ferocissitni. FI Caico-è unfiu^ me della Frigia e della Lidia ^ che proviene dalla JS/Lsia. Bevano all*onde. Che non siano i denti V*ammonirò per hidblenza foschi, E che si lavin sul mattin 1 ^ guanoe Con man dell’onda aspersa. Voi sapete Pjocacciarvi il candor con distemprata Cera; e con Parte divien rossa quella. Cui non colora il sangue suo la. faccia: Voi con Parte il confin nudo del ciglio Fate ripieno, e voi con tenue pelle Ricoprite talor |e vere gote. Stropicciar gli occhi poi non è vergogna Con la cenere tepida „ o col crocb Che nasce presso te, lucido . Cinno. (3a) Tengo un libretto picciolo, ma grande ^ Opra per il pensiero, in cui i rimedj - Qià v’insegnai per la bellezza vòstra Con felice successo adoperarono le Dame Ro^ mane la cera distemprata per far fianca la peUe ; e con faUe^ ti Adopera ancora in questi tempi dalle nostre Dame . Ecco il modo di prepararla: ad una parte di cera bianca di Venezia si uniscono otto parti d* acqua, a cui si aggiunge una piccola porzione d*alcali vegetale y e si di^cioglie il tutto finché non si abbia una sostanza consimile al latte* he Dame ro^ mane solevano ancora adornare co* colori, e riempire co*peli ben disposti quello spazio ài pelle nuda che é fra il ciglio e il sopracciglio, s ! • Il le •apercìlium magaa faligine tinctum « Obliqua producit acu. Giovenale. Dalla Cilicia che è irrigata dal fasme Ciano fa» cevano esse venire il zaffarono ed altre céneri atte a purgar gli occhi dagli umori soverchp; e a renderli per cònseguenza maggiormente^vivaci. Ha scritto Opì- dio un piccolo libro de medicamiue faciei quale inségna alle Donne tutti i rimedj, che possono contri» buire a far bella la lor faccia e le loro membra. Quindi riparo alla figura offesa Cercate, che non è per gli usi Vostri Inefficace Farte mia. L’apiaìite Non miri apertamente i vasi esposti. Che Tarte ascosa giova alla beltade. A chi non spiaceria mirar sul volto Stendere quella feccia, e lentamente' Cader pel peso suo nel caldo seno? Quàl dall* immonda lana dell* agnella €2 Fahhricavasi in Atene con In lana sudicia e molle un medicamento che i Greci chiamavano Etipo. Le Donne facevano uso di questo per mollificare le ulceri di qualche delicata lor parte. Vedasi Diosco* ride y Plinio il Mattioli nel suo erbario ; che ne parlano a lungo, ed insegnano la maniera di fabbri^ cario, ' Non d può accennare qui il modo, con cui prepa^ radano gli antichi i midolli della Cerva yper averne un composto atto a far bianchi i denti, era i molti medicamenti che hanno per quesV effetto inventati i nostri Chinùci, ci piace di riportar qui la polvere, V oppiata i e le spunghe ; di^ cui dà Mons, Beaumé la ricetta nella sua Farmacia, Ad un*oncia di pomice, di terra sigillata^ e di corallo rosso s*aggiunga mexz*oncia di sangue di Dra^ go, un* oncia e mezza di cremar di tartaro^ se ne fac^ da una polvere sottilissima, e vi si unisca una pie- cola porzione di garofani e di cannella. Per compor quindi V oppiata > si prenda un* oncia della polvere suddetta, due once di lacca rossa da Pittori, quattro di mele di Narhonne, due di siroppo di more ; a queste ù uniscano due gócce d* dio essen-- ziale di garofani, e si avràr un* oppiata, che S4^à opportuna, come la polvere, a ripulire, imbianchire, e preservare i denti da molti incomodi. Una stessa virtà hanno le spunghe preparate, e intrise in una tintura fatta con lìfibre quattro a^ua, in cui abbina hoUUo quattVonce di legno del Bras^* Daraiìne ing^rato odòrè- il 'sugo estratta^ Benché da Atene a noi si mandi t Inverò^ Lodar non so cl^ alla presenza altrui Della cerva i midolli insìem mischiati Piglinsi, e che palesemente i denti Si faccian netti* Utili alla beltade Sono. tai cose, ma deformi troppa Agli occhi nostri* Molte cose fatte Piacciono, e turpi son mentre si fanno» Le statue di Mirone opre famose, Furono inerte peso e dura massa, Per farsi anello, Toro in pria si frange, E quelle vestì, onde vi fate adorne,, Furon. sordide lane* Era aspro marmo,. Mentre erano a scolpirla intenti, quella Statua nobile in cui Venere nuda Trae fuor dall* onde gli umidi capelli. Fa che pensar possìam che dormi allora Che tu Vadornì, Io lusingl>ieTa forma Sarai mirata se alla tua cultura le, tre dramme di cocciniglia soppesta, e quattri) di alume di rocca . Quando queste spunghe si sono, imbevute d* una sufficiente quantità d* una tal tintura, si fanno asciugare, si pongono per alcune ore nello- spirito di vino, a cui siasi aggiunte una porzione di- olio di cannella y di garofani,.e di spigo ec.; quindi si spremono, e sì conservano per valersene al bisogno, ih vaso di Oetre ben ehiuso. Mirone discepolo d^ Ageladé seppe formare in bronzo còsi perfettamente le statue, che Petronio dite aver egli compreso nel bronzo V anima degli uomini e delle bestie Alludesi alla famosa statua di PrassiteU, che rappresenta Venere nuda neW atto d^ uscir dal mora. Fu questa collocata in Roma nel Tempio di Bruto Callaico insieme col Colosso di Marte pvesso - il Circeo ffaminio Diligente darai T ultima mano. Del talamo le porte ben raccbiudi. Perchè vuoi far^ palese un’opra rozaaf Molte COEC' ignorar gli uomini danno. Di. cui gli ofiendón molte, se non copri Ciò, che et d’uopor di tener, celato. Vedi quelle che pendono^ da un culto> Teatro aurate statue, a osserva bene Qual lieve foglia il legno lor ricopra.. Ma come quelle al popolo* non lice Veder ae non sien poste in vaga mostra^ Così se non elea gli uomini lontani, Non si procuri d’acquistar bellezza. Non vieteiò cbe al pettine abbandoni Palesemente 1 tuoi capelli, quando Scender potran per tutto il tergo aspersi. Di non esser procura allor molesta, • Ne aciorre spesso le mal calte chiome. Sicura sìat quella che il crin t’adorna; Odio colei che le ferisce il volto Con l’un ghie liCi con rapito ago le punge 1 ( braccia Allor d’ancella là detesta. Le tocca il capo, e sull’odiate trecce* Col piaotn suo scende mischiato il sangue* Quella che il capo.ha.quaai calvo,ipoDga^ Sulla porta il oustode, o della Dea Gibele al ten^pio ad adornar si vada. ’ CibéU aveva in Roma un Tempio, in cui non potevano aver gli uomM V accesso: 4 Sacra Bona maribas non adeunda Des. Tibullo, Insinua pmttauio Ovidio con questa frase Me Donne di non pettinarsi alla pretenza^ degli uomini^ se non so» Mli i ìorq capelli fui annunziato airimprovviso un giorno A una -donzalla; e torbida i non suoi Velò capelli. Uo tal ro 88 or > ricopra La faccia alle nettiicbe, e questa^ infamia Fra le particele Nuore abbia soggiorno. Turpe è Tarmento senza corna, e turpe Senza gramigna è il campo, Tarboscello Senza le foglie, e senza i crini il ^apb» Non-vennero ad udire i miei precetti Semele, Leda ^ o la sidonia donna Che via portò pel tnar fallace Toro, O la tua sposalo Menelao, cW chiedi Bene a ragione, e che a ragion si tiene 11 Rapitor Trojano^Ecco una turba Di belle donne e dì deformi a un tempo ( Ahi sèmpre il ben dal male è snperato ! ) Che chiède i miei precetti, ma non tanto Cercan questi le belle, e men dell^rfe Procurano rajoto. Han quelle in dota Beltade senza Parte assai possente. Quando tranquillo è il mar, sicuro bessa^ Il nocchier dal lavoro, e mentre è gonfio Si asside, e in opra pone ogni socConk). Rara è beltà che senza macchie Sia; Le cela, e i vizj del tuo jcorpo ascondi Semeie figlia di Cadmo He di TeÒe e.madre^ di Bacco, Leda figlia di Tindaro, e sorella di Ca- stare e Pollice, Buropa figlia di Agenore He di Fenicia ove giace la città di Sidone, da cui élla vieti detta Sidonia, furono dotate d’una tal bellezza, che innamorarono vivamente lo stesso Giove, il quale non^ ebbe à vile di prender per esse le più strane sem^ hianze. Queste con Elena mogUè 'di Menelaosi pro» ^ pongono qui dal Poeta, come eiélnpi troppe rari dì: perfetta bellezza. Quanta più puoi'« Se di statura breve Tu sei, t’assidi, onde seder non sembri Allor che in piedi stai. Se oltre misura Però lo fo^si^ allor ti porca, e ascondi Con le vesti su’piedi un tal difetto. Quelle che sono gracili e minute Debbon di grossi drappi ornarsi, i quali Sciolti cader si lascin dalle spallo. Tocchi il suo corpo con purpurea verga Chi è pallida ; e chi è nera abbia ricorso Al fario, pesce. Un piò lungo e deforme Sottu candida alunda pgnor si celi, Nè secche gambe .sciolgansi da lacci. È certo, gU onticfd aoéoano de* medicamenti, co* quali ti coloravan la faccia ^, benché non d sappia di qual natura^ quelli si fossero . Il belletto > che si usa pretentemente è composto di rosso e di biancone sarà forse pià efficace di quel che adopra* vano le Daàte romane. Si è per qualche, tempo im-^ piegata Cernita il magistero di Bismuto^ detto altrimenti bianco di spanna com« quello, che avendo un leggiero color d’incarnato, era pià analogo aHa pelle ; ma sì l’una che l’altro anneriscono e guastano la carnagione, mentre tutte le calci metallici^ riprèndono una parte del loro flogisto, e, si ripristinano Si è pertanto sostituita alla cerussa ed al bismuto la pomata di spermàceti^e l’olio di mandorle dolci, unendovi una porziànè di falco'biancò finissimo. Col talco bianco ùmilmente barico,della parte coloranto de* fiori di Cqrt^mfi j a,,cui si aggiungono poche gocce di olio di Beri, per renderlo pastoso è molle, si compone il roiso y che ancor chiamasi-rosso di porto- gallo o roSso'vegetale. Il /arto pesce é il Coccodrillo y degl* interiori e della sterco del quote sh servivano i Homani e(f i Greci per fare un composto atto a render bianca e splendida, lo pellé. X’Alauda b una pelle moUissiuia, Tenue eoscm conviene ad alte spalici E se il petto sìk turgida, il circondi Fascia, e lo stringa. Se le dità pin^ui^ E scabre T ùnghie avrai, allor di rado Accompagna congesti i detti tuoi. Chi grave dalla bocca esala oddte ' Digiuna mai non parli ^ e dalla bocca Deir uom stia lungi. Negri, e troppo grandi Se i denti siéno, o in non belFordin natii Massimo il «iso allora apporta danno. Chi ^1 crederiaMiC donne apprendon pure Le. maniere del ti80,'e in qùesta parte Nuovo per lor procacciano òtnatoeùto. Non troppo-larga apri la bocca, e brievi Sian le pozzette in ambedne le. gote, E le radiche ognor copra de’denti L’estremità de’labbri, e non bisogna. Affaticar con smoderato riso . Il fianco, mentre deve ancor nel riso. - Dar proprio, delle donne urf dolce sùono'. V’ è pur chi in mille guise il volto- Con male acconce risa*, ed altra credi Piangere allor che tutta allegra ride$ Quella tramanda un, rauco suono ; e stride Cosi inamabilmente, che ^assembra ; Asìnella che ragli, allor che intorue s 5 Alla macina gira.^E'do Ve l’arte ^ Non giugno ? Coù decòro itnpajfan ) A lacrimare, e come, e qhandò sembra, ^ Loro opportune. E che dirò di quelle. Che niegano agli accenti intera forma, E fan con studio balbettar la linguaf ^ Credon che sia lìa grazia ancor nel viziò^. E pronunciano mal varie paròle^ rrii E con arte studiata altre ne lasciano. A tutto ciò, che ben giovar vi puote^ Ponete cura, e con femineo passo Imparate a portare il corpo vostro^ Havvi nel portamento anco il decoro. Con cui si fan fuggir, con cui si allettano Gii uomini ignoti. Muove questa il fianco Con arte, ed ondeggiar lascia le gopne Air aure in preda, e stesi i piedi porta Con maniera superba. Altra cammina Qual deir umbro marito la consorte (4o). Rubiconda, e con piede in dentro volto rapassi move smisurati •y in q^uesto Serbisi, e in altro pur giusta misura» Rustici ha questa i moti, e troppo quella^ E molli e ricercatk LMraa* parte Della spalla, e r estrema ancor del braccio Di nuda, onde chi posto è al manco lato Veder la possa. -Hi special modo a voi Gioverà che qual neve avete bianca Ina pelle. Quando questa io mira, sem-pr^ Sulla spalla scoperta i bacci imprimo. Col dolce suon della canora voce Fermàr le navi più spedite al corso Le Sirene* del mare iniqui mostri. Condanna OVIDIO (si veda) a ragione come rozze le mogli degli Ultori popoli forti e a un tempo stesso /«- voci f che abitarono in Italia sul monte Appennino, I>c Sìrerse sono tre barbari mostri che dimorarono nel mar di Sicilia, Col suon lusinghiero deWarmoniosa lor voce'allettavano queste in tal maniera i naviganti, che si lasciavano essi predar facilmente. Ulisse per evitare un tanto pericolo, chiuse con la cera ^^^cchie suoi compagni^ e si legò strettamente'^ M albero della na^e ^da cui si disciolse dopo jia Udite qneste, se medesmo sciolse DalParbor della nave, e con la cera Chiuse Ulisse accompagni ambe le orecchie. È lusinghiero il canto . Le fanciulle Apprèndano a cantar ; la voce a molte Senza bellezza conciliò gli affetti. Cantino quel che udirò ne’ marmorei Teatri f ed or versi costrutti in metro Niliaco; e culta femina tenere Sappia per mio giudizio or nella destra 11 plettro, ed or con l’altra man la cetra. Il tracio Orfeo con la sua lira mosse Le fiere, i sassi, le paludi stigie, Ed il triforme Cane . O della madre Giusto vendicatore al canto tuo Cortesi i sassi fabbricar’ le nlura. Benché sia muto, il pesce ( è nota al mondo Favola) al suon del arionia lira sentito il dolce cànto di quelle . Le donne imparino dunque a cantare,se ooglionsi conciliare, come dice Otfidio, P qmore degli uomini, E!ran famigliari a* Romani le canzonette ame^ rose, e spesso lascile, ahe si cantavano in Egitto, ove scorre il celebre fiume Nilo, Orfeo nato in Tracia da Apollo e da Calilo • pe col suono armonioso della sua Lira fece sì che gli corressero dietro per ascoltarlo, gli alberi, i sassi, i fiumi, e le beloe feroci: Quand* egli intese la morte d* Euridice sua moglie, scese con la lira all* Infernot e con quella intenerì talmente gli Dei infernali, che a lui la restituirono, purché non ardisse di riguar-- darla prima d’uscir dall’Inferno, Non p9té l* amo^ toso consorte obbedire a tal legge, e però ella dovè involarsi a suoi sguardi subito ch^ ei la mirò Anfione figlio di Giove e d’Antiope indusse le pietre col suon della Lira a fabbricar le mura della città 4i Tebe. Picesi vendicator della madre, perchè. Si fe* pietoso . Anco a toccare impara Con Tana e l’altra man le dolci corde Del Salterio ; son atte a cari scherzi Di Callimaco a te smn noti i carmi. Quelli del eoo Poeta, e quei del tejo Vinoso Vecchio. A te Saffo sia nota (Son più degli altri i carmi suoi lascivi) E quel per cui viene ingannato il padre Del servo Oeta con la callid’ arte. Del tenero Properzio i versi leggi, O quei di Gallo, o quei del buon Tibullo, O i velli insigni per le bionde fila insieme fratello Leto la vendicò dall’ingiurie, che recatale Ideo di lei marito y col trucidarlo nel letto y ove lo sorprese con Dirce sua concubina y a cui pure tolse la vita. Atwne nacque in Metinna, e fu im eccellente Po&^ ta lirico, e nel tempo medesimo un ricco mercante. Ufosid alcuni suoi comùttadini dal desiderio di godere delle sue ricchezze fissarono di gettarlo in mare, mentre egli se ne tornala alla patria. Accortosi di ciò Arione cantò intrepidamente una canzonetta, ed un-' Delfino, allettato da una sì dólce melodià, Vaccai^ se sulle sue spalle y e lo portò in Tanaro promontorio della Laconia, Accenna ora Òoidio i Poeti che piacevano ai suoi tempi, e per lo stile e per le materie galanti, come a* dì nostri piacciono Ariosto, Passo, Guaritù, è Metastasio ec. Fiteta fiorì a* tempi d*Alessandro Magno per li suoi' versi elio^afici, e dicesi eoo Poeta y perche Coo /if ia sua patria. Anacreonte nacque in TeJo, e scrisse mol^ te canzoni veramente leggiadre in onore del buon vino, delle donne y e del giovinetto Batillo. Terenùo compose una commedia, in cui il padrone, ed il fratello sono ingannati da Geta asti^^ to lor servitore. one Àttacino cantò ne* suoi versi la spe^ dizione in Coleo degU Argonauti. Il vello d* oro, che j ii 4 Che far fanesti, ó Prisso ^ alla tua aaara Cantati da Varrone, q il pio Trojano Di coi non y’ha nel Lazio opra più chiara. Ma forse un dì con 'questi andrà conginnto H nome nostro, nè i miei scritti in Leta Saran dispersi/Dirà aldino: leggi, I culti versi del maestro nostro^ Con cui poteo far dotti uomini c donne.^ Fra’suoi tre libri che hanno infronte scritto II titolo d* amor 9 scegli que^ verai t Che legger tu potrai con docil bocca Più mollemente ; oppur con ferma voco, Canta P Eroìdi, ignota opera agli altri Ch’egli compieo. Ahi cosi piaccia aFebo^ Pel corno a Bacco insigne/ ed allò Muse, Numi che son propizj a noi Poeti. Chi dubitar potrà ch^ìo la fanciulla Non voglia al ballo istrutta, onde poi toltq Il vino dalla mensa » ella le braccia Volga in composte ed ordinato moto? Amansi i danzator che della scena Sonò spettacol, perchè san con arte: V Saltare y e con decoro. Io mi vergogno Di doverla ammonir di tenui cose, _ questi ivi andarono a conquistare, fu funesto ai Elle sorella di Frisso y perchè ella, come si è accennato y cadde miseramente in mare, mentre il Montone ador^ no d* un tal vello la portava insiem col fratello ih Coleo,, Tl pio Trojsno h, come è noto y Enea, sulle aùoni del quale ha scritto Virgilio quell* aureo Poe» ma che porta il nome d* £aeidb. OVIDIO (si veda) fra l*altre sue opere annovera ancora ire libri d* Elegie intitolati gli Amori, ed un libro - intitolato V ^roidi, perchè comprende ventuno lettere amorose y che fa scrioère scambievolmente dagli Eroi all’Eroine^ e dalfEroioe agli £roi. P’istruirla a gettare or l’aliosso, £ a conoscer de’ dadi anco il valore. Or tre numeri getti, ed ora accorta Pensi qual parte segua acconciamente E qual richieda. Canta in finta guerra (5o) Muova i soldati, che da duo assalito Nemici uno perisce. Il Re sorpreso Senza la sua compagna ^ si difenda Da se medesmo, e f’emulo ritorni Per lo stesso seotier.' La tasca è aperta^ E ornai son sparse le pulite palle; Quella che prendi sol muover tn dei. Ravvi un: gioco diviso in tante parti (Sai Quanti numera mesi il luhric^anno. Breve tabella prende da ogni parte (S3)- Tre tenni pietre, e il vincere consiste Nel disjpor queste in una dritta Mille giochi vi SOI» che turpe fia A una donzella d* ignorar ; col gioco Si può l’amore conciliar. Leggiera Fatica è appreodero a giocar ; maggiore Opra é il compmrre allora i suoi costumi. Non sappum Diramente per qual ragione si~ éovesse procurare tempi, in cui vivcóa Ovidio di gettar tre numeri nel gioco d^ Dadi. 5 •S£r»/erÌjco»o questi versi al gioco degli Scacchi. (Si) questo un gioco, di cui non possiam dare tucuna notula. Sembraci f che sia questo il gioco, che r pure * dell» Dama. Alludeu (d gioco del Filetto, che . or gioeano' nule campagne i ragazzi. Così b decaduto un gioco - 0^ formava la delizia delle Dame romane, e coi» aecaderanno ancor quelli che si hanno in pregio a‘ dk nostri, ® ' Mentre s’applica al gioco, incanti siamo, E i reconditi sensi alloc dell’ alma Facoiam palesi. Ci deforma il volto ^ j Il cieco sdegno, e sono ognot col gioco Il desio del guadagno, le .pontese, » 11 sollecito duol, le stolte tìsse.^ j Rinfaccìansi i delitti ; di clamori * V aere risuona, e in sno favor s’invocano Gl’ irati Dei. Non v’ è fede nel gioco Il qual co’ voti non divìen secondo; Vidi le gote ognor molli di pianto: Da voi che amate di piacere all’uomo, Giove tenga lontan questo delitto. Diè la pigra natura allo fanciulle Silaili giochi ; ad altri pii sublimi S* applica l’ uom: per lui sono il paleo» I dardi, 1 ’ armi, le veloci palle; E il cavallo costretto a gire i^^no. Voi non acosf^il’-campo.o'ra gelata Vergin, nè voi sulle sue placid’ onde j Porta il toscano fiume* Ah ! voi potete Gire all’ ombre pompeje, anzi vi giova 1 Quando i destrier del Sole ardono il capo H Paleo i urto strumento fatta a guisa Jt trottola, eoi quale giocaoano i fanciulli romani fa- tendalo con una sferza girare intorno. Nel Campo Marzio si esercitavano » romani in tutti que’giuochi cU potevano «P^* renderli valorosi guerrien. Era ivi ta Vergine dalla fanciulla che ne scopri la sorgente, ed in quella si lavavano i giratori le di polvere e di sudore. Il Tevere e qui detto fannie tascsno, perchè dall’Appennino la Toscana nel f<u-t il siSo corso alla wta di tioma. Annoi, q. del fàh. I, ^ Alla vergin celeste. I sacri a Febo (5^) i’alagi visitate ; egli sommerse In alto mar le paretonie navi. I monumenti ancor» che fur costrutti» Dovete frequentar, da Ottavia e Livia Una suora del Ehjce, altra consòrte, E quelli pur del valoroso Agrippa, Che ha cinto il capo di navale onore. Della menfitica Iside agli altari Siate frequenti, ov^ ardesi P incenso, E ne’luoghi cospicui a’tie teatri. Di caldo sangue le macchiate arene Ite a mirare, e la prescritta meta. Rapido intorno a coi si volge il cocchia. Quel che si cela ò ignoto, e ciò che è ignoto Nessun desio risveglia ; è lungi il frutto Se manca il testimone a un bel sembiante. Benché nel canto superi Tamira Dicé con OVIDIO (si veda) ancora VIRGILIO (si veda), che Apollo nella guerra Azziaca prestò il suo soccorso ad Augu^ sto y il quale aveoagli innalzato un ternpio nel pro^ prio palazzo . Apollo in conseguenr^a, ^Hcondo questi poeti, sommerse le navi egiziane deste paretonie da Paretonio città marittima d*Egitto, che Pompeo avem va armate contro d*Augusto. Ved^i l*annot, 8 e g del Libro /. Augusto decorò A grippa suo generò della Corona navale dopo d^aver debellato Pompeo ^ ed innalzò al medesimo un portico y che fu chiamato il Portico d’A^rippa. Annoi, li del Lib, /. Dice Sirabone che giacevano tre superbi Teatri in vicinanza del Campa Marzio. Fu Tamira un poeta tragico che ardì con la sua lira di provocare le stesse Muse ^ credendosi a quelle superiore nella dolcezza del cantoma\dalle medesime fu vinto, ed in pena della' sua arrogwiza gli furono tolti gli occhi. Ed Àmebeo, sarà priva d’ onor« L’ ignota cetra» Se di Coo il Pittore Vener ritratta non avesse^ immersa Sare^bbe ancor nelle mailne spume. £ che ricercan maggiormente i sac^i Poeti che la fama ? E questo il fine Cui tendon tutte le fatiche nostre. Fur de’Numi e de'Re delizia un giorno. 1 Poeti, ed immensi ottener premj I cori antichi* Venerando allora, £ d’ una santa maestà ripieno Fu questo nome, ed ebbero sovente Larghe ricchezze. Ennio che il suo natale Trasse ne’monti calabresi, degno Si fé’ d’esser unito al gran Scipione. (6i) Or giaccion senza onor Federe, e il nome Ha d’inerte colui, che i sacri studj Cari alle Muse a coltivar s’accinge» Giova cercar la fama, e chi d'Omero Contezza avrebbe, se in obblió sepolta Ateneo^ Plutarco ed altri parlano con somma lo^ de d*Amebeo ateniese, perchè sonava eccellentemen- te la cetra, Apelle nativo di Coo dipinse Venere nel- ratto di uscire dalVonde marine \ ed Augusto coliocè una tal pittura nel Tempio dì Cesare suo Padre, ÉrUiio è tra i Latini un poeta che si può da- gV Italiani paragonare a Dante. Ennius ingenio maximus, arte xudis. Owd. Trist, Ub. IL EL I, Fu egli, nativo di Rudia in Calabria, e visse sommamente caro a Scipione Affricano il vecchio, ed a molti altri insigni Cavalieri romani. Morì in età di anni settanta, e dicevi che fu collocata la sua statua di marmo nel sepolcro degli Scipioni. Cicerone ^ro Archia Peata, così parla di ciò: Garas fuit Af- iiricano superiori ngster Ennius ; itaque in tepulcro ScipioQum putatur is esse constitutus e marmore. L'Iliade o^ra imxnortal foase rimasa? ^ Chi Danae conosoiata avr^a, se ascosa (6a) Posse étata mai sempre^ e «e già vecchia' Si fo8a''ella lacchiusa eptro la torre? Utile è a voi, bèllé e vezzose donne, Di porre oltre le soglie il vago piede< La lupa a molte agnello insidie tende Per predarne una, e sopra molti augelli Vola 1 Augel dj Giove. Il volto mostri Sposa_ leggiadra ^1 P®poI<>> o fra molti Un solo appéna rimai^rà sua preda. In ogni loco ove si tro^, attenda Sempre a piacere; ed abi>ia special cura Di sua bellezza. Puote in ogni incontro Sempre molto la sorte. Getta l’amo, Chè in quel gor^o, ovemen lo pensi, il pé^co t alor SI trova . Erran sovente indarno Per boschi montuosi i cani, e il cervo Cade fra’ lacci, mentre uinn l’insegne. D Andromeda l^ata a un duro scoglio Il niTPf far, che a un uom piacesse Il pianto sue ? ài cerca spesso un uomo Ne funerali del marito ; i crini Sciolti portar conviene, e sian la gote Di lagrime bagnate . Ma fuggite Gl, uomini che d’aver le ^mbra adorne hi fanno un pregio ; della lor beltade Vanno superbi, e portano le chiome Con ricercata simmetria, disposte. Ciò che dicono a vói, dissèro a m{llé; D’ uno in un altro àmot Tàgando vanno, Senza restarsi in dmha "parte mai. Che d’un tal uomo effeminato, a cui Forse molti non mancano amatori. Dee fer la donna ? 11 crederete appena. Ma credetelo pur, Troja' àncor ferma Starebbé,se di Priamo avesse ih uso\ Posto gl* insegnamenti . H'a^yi di quelli Che sotto il mantó di fallate amore V’assalgono, e tiòèrcan coh‘ tai mezzi Vergognosi guadagni . Ntìn la chioma Per il liquido nardo nitidissima ^ V'inganni, o breve fascia con cui stringa Le pieghe della veste ; nè v’ illuda Toga che sia di tenue,fil tèssuta; O anel con cui s’adorni uno o più. dita. Chi fra questi è più colto, è forse un ladro, E d’ amore arde per la ricca veste. Gridano spesso le spogliate Donne; Il mio a me rendi, e il suon per tutto il foro Rimbomba, e s’ode ; a me deh rendi il mio. Tu da tuoi templi d’oro adorni miri Con le femmine d’ Appia indifferente, Venere, queste lìti, Ancor vi sono Pessimi nomi'pei^'non dubbia, fama-. Priamo iruinuava «’ tuoi Trojatti di rtrtdtr àoeva nella via appia tomo al quale abitarono molte donne sacrifici che queste rendevano a quella lor lare, consistevano in prestar liberante tl lor corpo alle voglie sfrtnatt desìi uomm Iwrnnio E molte che rimasero ingjinnatp Da molti amanti, or d’ un egual delitto Si trovan .ree. Dalle quetele altrui; Imparate a; temer le^ vostre ; chiusa, Sia mai sempre la porta ad uom fi^lace. Donne ateniesi, uon prestate fade (j66)‘ A Teseo ancor, che giuri In testimonio Come invocolli nn giorno, i Numi invoca. Tu del delitto, oJDemofonte, erede. Di Teseo più non meriti credenza, Perchè ingannasti Fillide . Se molto A te pròmetteran, loro prometti j Con eguali parale . So di doni, Ti siano liberali, lor concedi I promessi piacer, ma se gli nìeghi II dono ricevuto, ancor potrai. La fiamma estinguer deUa vìgil Vesta, Rapir da’templi dTside gli arredi, E air uom porger T. aconito mischiato Con la trita cicuta«tll mio desire, Mi spinge ora a ;fcenarmi, e: tu ritieni. Musa, le brìglie: nè le mosse rote * Ti dian.terror» Tentino in prima il guado Ov..Arte d-am. Teseo abbandoni Arianna in Nassa, Demofe^nte non serbò a Fillide la premesti^ di ritornarsene a lei dentro due mesi, Con questi versi vuol significare il poeta che è capace di commettere ogni sceUeratezza quella don~ na, che nega il favor suo a quegli uomini da* quali ha ricevuto de^ doni, Riputavasi in fatti da* Romani un enorme delitto il rapire il fuoco custodito dalle Vestali, o i .sacri arredi del tempio d’Iside; e da ogni nazione si è creduto sempre colpevole colui che porge alVuQmo /^aconito con la cicuta, cioè il vet^no. Xrli scritti fogli, e T inviate cifre Riceva accorta ancella . Apprendi e vedi Dalle stesse parole che tu leggi, Se finga, o par se son sinceri i prieghi. Dopo breve dimora ognor rispondi^ Mentre, se è bre;i^e, è stimolo agli amanti. Deh non prometti al giovin che ti prega D’ esser docile mai, ma in duri accenti Non.gli negar ciò che dimanda . Tema E speri a un tempo^ e ognor che tu il licenzi Sia minore il timor, maggior la speme. Scrivi culto parole e consuete, Che un famigliare stil più eh’ altro piace. Ah quante volte arse per dólci note II cor di dubbio amante, e fu nociva Una barbara lingua a bella Donna! Benché voi siate nell’onor perdute. Tutte le cure vostre or son dirette A ingannate i Mariti . Idonea mano D’esperto giovin, di fidata ancella Rechi le dolci lettere, e tai pegni Non sian fidati ad un novello amante. Vidi ben spesso impallidir le donno Per tal timore, e vìvere i lor giorni Miseramente in sehìavitudin dura. Perfido è quei ohe tali doni serba. Che qual fulmine etnèo sono in sua mano. Si può tener, se al vero io non m’appongo, Lungi la frode con la frode ognora; Contro gli armati impugnar 1 ’ armi, logge Nissuna vieta . A imprimer sulla carta S’accostumi la man diverse cifre. Ah ! peran quelli contro cui vi deggio Avvertir di tal cose. In foglio mondo La risposta si scriva, onde non sembri Da due mani vergato . Al suo diletto Scriva la donna, .come un uòmo amante Scrive air amata » ed usi V uom V opposto. Ma da lieve materia innalzar V alma Ora a me piace a più sublimi cose, E le vele spiegar gonfie dal vento. Opra è del volto i rabidi trasporti Saper frenar: candida pace all* nonio Convien come alle belve ira crudele. Si fan per Tira tumide le guancie; Vengpn nere le vene, e inocchio splende Più truòemente del gorgòueo ‘fòco. Vanne lungi da 'metromba importuna^ Disse’Pallade ^ allór che il volto suo (*^0) Mirò )iel fiume . Se voi iii mezzo all’ ira Riguardate lo specchio ^ alcuna appena liistinguére pbtm W figura. ' Nè dannosa a Voi supérbr^^ facòià j TurgidJ il voltò ; có^ be^nigiii sguardi Deèsi a^es9ar 1 ’ amóre ‘J Odiahio ( e voi Già 1 fó^cre((efé che. ìie siete esperte) ‘ I fasti inambderatl^e spesso chiude Deir odio 1 sómi taciturna faccia. / Guard^ ^uel che ii mira, e ùi olle mente Sorrmi 'a^ueì cjhe rid^ e se à te un cenno §ia . Gorgoni étart t^e mostri \^enimente orribili per ìaHesta circonddia di serpi, e per Vocchio spaven^ tegole che ateoanò in: mezzo alla fronte . Chi fissava occhi in faccia*'alle medesime, rimaneva di sasso, Pallàde / sécorido^alcuni y gettò via la tromba, perdhè ^s’accorse chè ih sonarla si faceva troppo gòHf^ la faccia. ‘ ' Con tai preludj il favcitilletlo Amor» Pose i rozzi da parte, e diè di piglio A! dardi acuti della sua faretra. Vadan lungi da noi le donne meste; Ajace ami Tecmessa t noi sol puote Tener ne’lacci suoi lemina allegra.Non fa giammai che a voi porgessi preci, O Andromaca o Teome^sa, onde a me foste O r una o Valtra amiche. Appéna posso Creder che in letto maritar giaceste, Quando, a crederlo astretto io son da^iiglL Fprse ad Ajace la dolente sposa ‘ Avrà detto: mia luce, e gli altri accenti, Cari agli uomin|^ tanto f £ chi mai Vieta, Applicar gravi esempli a tenni cose, E di guerrier non paventare il npmef Cento soldati a questo^ il Duce esperto Diè a regger cop la vite,|è a quello cento Cavalieri, e lasciò'T altro in custodia ^ Delle l^andiere A; qual vedete impresa Atti noi siamo ; e^nel suo posto'o^gntipo ^ Venga locato. Un ricco a voi dia doni^ ' Vi sia propizi o, il Giudice, e ; il facondo ‘ Difenda i dritti vostri .'|loi poeti, Donp possiam far solo di carmi. 3a più degli altri amare il coro nostro; Andròniaca dopo ìa rnòrté ^&toré amato sud sposo, r dopo V incendio di-Trofa-fpssssò for i rn i s uns nm ti alle nozze di Pirro ^ e però vìsse con ^uosto/s^ssai malinconicà. Teemessa, moglie di Ajace, er^ una schiava y e però, secondo Ovidio y. doveva aver sempre Vanirne occupato da una grave, tristezza Da/ Comandante solevansi affidile^cento sol- dati al Centurione il quale aveva per sua insegna U 9 ramo di vite. Uua grata beltà cott ampie lodi Sappiamo celebirare, e va fainoso Dì Nemesi per noi, di Cinzia il nome. E dove nasce, e dove muore il Sole Conobbero Licori., e chieggon molti Chi sia Corinna nostra. Aggiungi a questo Che son T insidie ignote a" sacri Vati, Che giova V arte nostra a^ lor costumi. Kpa ambiziosa voglia, e non desio D’aver ci punge. Noi sprezziamo il fòro E son graditi a noi V ombra ed il letto. Facili amiamo ognor con certa fede, £ in vasto incendio, il nostro core abbrucia. Con placid’arte docile T ingegno Facciamo, e ben s’adattano co nostri Studj i postumi. A* Vati aonj, o donne. Siate indulgènti, che gl^inspira un Nume,. E lor son fauste le pierie uive. Ci agita un Dio.; abbiam col Cièl commercio;. Ci vien lo spirto dall* eteree sedi. Chiedere il pre^o è scelléra^in grande Ad ottimo Poeta. Oh me infelice. Che scelle raggio tal piti non si teme Dalle jauciulle • ALmen dissimulate, Nè vi fate veder tosto rapaci. No, non cadrà nella prevista rete Un novèllo amatore . Il Cav^aliero Nemesi è amata a celebrata da Tibullo, Cia zìa da Properzio, tdcori da Gallo, a Ovidio ha^da^ to ne^ suoi versi alla propria amante il nome, di Corinna. Le Muse si chiamavano le Dive pierie, 0 per^ chi abitarono nel monte Pierio in Tessaglia, o perche vinsero e trasformarono in gazze le figlie di Pierio.Non reggerà T indomito cavallo Al par di quello che già al freno è avvezzo* Nè lo stesso sentier batter tu dei Per adescar la verde gìoventude, E le menti già stabili per gli anni QuelP inesperto, che la prima volta Sotto si pone all’amorose insegne. Che preda nuova nel tuo letto giacque. Te sol conobbe, e a te sia unito ognora; Si cìnga d’ alte siepi una tal messe. Schiva d’aver rìvjaì;ta vincerai, S’ei r amor suo con altra non divide; 1 regni e amor non vogliono compagni. Quel che invecchiò nell’ amoroso agone. Con prudenza amerà, saprà soffrire Ciò che invan soffrirla guerrier novello. Non frangerà le porte, e non furente Fiamma v’ applicherà. Non dell’ amata Farà con 1’ unghie ingiuria al delicato Volto ; e non straccerà della Fanciulla Le vesti, e non le proprie ; e per dolore Non svellerassi i crini • Questi eccessi Convengon solo a’ Giovanetti acerbi Caldi per poca età, per troppo amore. Tranquillo ei soffrirà la cruda piaga; Qual face inumidita a foco lento Abbrucìerassì, o quale in giogo alpestre Fresco ramo reciso: è quest’amore Più certo, è quel più breve e più fecondo. Con sollecita man cogliete i pomi Che fuggon. Tutto ormai s* insegni; schiuse Son le porte al nemico ; e siate fide Mentre ingannate altrui. Facil Donzella Puote mal conservare un lungo amore. Sla la ripulsa rara » e venga sempre Da lieti scherzi accompagnata • Giaccia Alla porta nrosteso, alto gridi: Porta crudele ; e molte cose umile Faccia 9 e molt^ altre minaccioso. Il dolce Noi mal soffriam ; ci sana il succo amaro; Pere spesso la nave » e fausto ha il vento. Ecco perchè non amansi le mogli; Seco stanno i mariti a grado loro. Chiudi la porta 9 e in aspro suon TuBciero Gli dica f entrar non puoi ; escluso, in seno Di lui per te si desterà l’amore. Deh riponete i rintuzzati brandi; Con gli acuti si pugni, ch^ io con l’armi Mie già non temo d’ essere assalito. Mentre ne^ lacci un amator novello Cade, gli fa sperar xhe del tuo letto Solo godrà ; poscia il rivai conosca E i divisi piacer ; senza quest’ arte Amor illanguidisce • Il generoso Destrier,se venga dal suo career schiuso. Corre velocemente, se il preceda Altri nel corso, o se lo segua . Estinto Ancor che sembri l’amoroso foco Con nuova ingiuria si riaccende, ed io, Lo deggio confessar, soltanto offeso Nutro r amor . Non troppo manifesta Sia la causa del duolo ; e ansioso creda L’amante che maggior fia ancor l’offesa Di quello che gli è noto ; ed or l’inciti L’aspra custodia di fallace servo, n geloso rigore or del marito; E men grato il piacer senza contrasto Èeiichè tu sii di Taide più. }asciya, Fingi timpri ; e ancor che per la porta Meglio il possa introdar, fa eh’egli venga Dalla finestra, e nel tuo volto i segni Mostra di Donna da timor sorpresa» Venga l’ancella frettolosa, e dica: Ah siam perduti 111 trepido Garzone Allora ascondi; col timor si debbe Mischiar piacer sicuro, onde 1’apprezzi» Come il marito accorto e il vigli servo Si possano ingannare i’avea taciuto Tema una Sposa il suo Consorte^ e viva Certa che altri la guarda ; è ciò decente; Vuol ciò il padoi:, la legge, e F equitade. Chi soffrirà che custodita sii Tu, che or la verga del Prétor redense? Odiose vuoi ingann^kT, miei sacri carmi» T’ osservio puro occhi miglior di quei Ch’ebbe il guardiano d’io, sii risoluta, £ tesserai l’inganno E puote invero Chi t’ ha in custodia a te vietar che scriva Se non si vieta a te di gire al bagno? E se potrà, de’tuoi segreti a parte, Terenzio da il nome di Taide ad una donna lasciva, che forma la parte principale della sua Commedia intitolata /^Eunuco. Parla qui il poeta delle donne schiave y che divenivano libere quando il Pretore aveva toccato al» le medesime il capo con una vèrga detta yindiqta, e che occupavano nelle case delle Matrone Romane unposto corrispondente a quello delle nostre Cameriere. (Giunone diede, cento occhi ad A^go custode d'io, perchè potesse soddisfare esattamente al suo incarico, ma il Dio Mercurio Pàìsdpì col suono del* la lira, e gli recise la testa Recar V ancella i foglj ricoperti Nel caldo seno da una larga fascia^ O nasconderli avvinti infra le gambe, O sotto i piedi f Se a tè ciò il custode Vieti, P ancella porgerà le spalle Di carta invece, e porterà su queste li^amorose tue cifre impresse. Un foglio Con fresco latte scrìtto inganna 1’ occhio^ Con la polve l’aspergi del carbone, £ legger lo potrai • Del paro inganna Lettera pura in cui sia stato scritto Con la punta del lino inumidito, E le note ‘segrete incise porta . Intento Acrisie a custodir la Figlia, In opra pose ogni più esatta cura: Eppur col suo delitto il fece eli’ avo. E che fa il Custode, se cotanti Sono in Roma Teatri, e se a suo grado Non mancano a^dì nostri degli inchiostri sìrw^ patiei y che superano ne^loro effetti la virtù degli antichi. Con un^ oncia di Ut or girlo y e cinque d^ace» to stillato si fa un composto, che chiamasi aceto di Satarno. Con questo si scrioe sulla carta bianca, e quando è asciutta non si scorgono in alcun modo i caratteri. Si sparge quindi sopra la carta una piccola porzione d’un liquore fatto con un’oncia d’or pigmento e due once di calce viva sciolta nell* acqua ; éd allora compariscono i caratteri d*un coloraperfet’- tamente nero. Il calore e la luce coloriscono altresì i caratteri scritti con alcune soluzioni metalliche allungate con Vacqua, cioè con quella dell’oro, dell’argento, e principalmenie del bismuto. La tintura di galla è pure ì^n inchiostro simpatico, purché si faccia passar sopra di essa una qualunque marziale dissoluzione, Annota (a del lÀb. Presente Può rimirar le corse de* destrieri f Quando nel tempio d’Isi assister puote Al concerto de sistri, e p^pte in altri Lochi ella gire » ove l’ingresso poi È vietato a’ compagni ? Se da’ templi Della Dea Buona può fuggir gli sguardi D’ogni uom fuor di quel eh’ ella desia f lyientre il Custode fuor del bagno serba Gli abbigliamenti della sua Padrona, Se può mrtivo nel; sicuro bagno Celar 1* Aàotante ? Se ove 1’ uopo il chiegga Per finto morbo giacerà 1’amica O se per vero, a lei cederà il letto? Quando la chiave adultera col suo Medesmo nome cosa far c’insegna^ Nè sol la porta dà il bramato ingresso? S’inganna pur con molto vin la cura Di vigile Custode, ancor che colte Vengan l’uve nell’aspro ispano giogo. Vi sono ancora i farmaci che al sonno Aggravan le pupille quasi vinte Dalla notte letea • Nè mal trattiene La non ignara ancella l’importuno Con le tarde delìzie, end’ ella possa Star col suo vago quanto più le piace. Che far tante parole, e cosi lievi .Gli uomini non potevano interpénire nel Tenu» pio d'Iside, quando le donne celebravano le sue fo» ste col serbarsi, almeno apparentemente, easte per molti giorni, Era agli uomini vietato V ingresso nel Tem» pio della Dea Buona o sia di Cibele. Denota il Poeta il vin poco generoso, che i Romani facevano venire dalia Laleiania in gna provincia di Spagna Porger precetti, se con picciol dono Si corrompe il Custode ? A me lo credi. Gli Uomini e i Dei guadagnansi co’doni, £ i doni placan pur lo stesso Giove. Che farà il saggio, se de’ doni ancora Gode lo stolto ? Ricevuti i doni, Si farà muto anco il marito istesso. Per tutto Panno guadagnar si debbo Una volta il Custode, e quelle mani Che un di vi diede, vi darà sovente. Feci querela, e l’ho ferma in pensiero Che temer si dovessero i compagni; Nè diretta soltanto all’ uomo è questa. Se credula sarai, carpirann’altre 1 tuoi piaceri, e avrai cacciato il lepre Per esse. Quella, che t’appresta il letto, E che officiósa a te concede il loco. Giacque più. volte, a me lo credi, meco. Nè troppo bella sia l’ancella tua; Sovente meco fe’della padrona Ella le veci. Ah ! dove ora mi lascio Io stolto trasportar ? Perchè contrasto Col petto inerme contro il mio nemico, Ed io da me medesmo mi tradiscof Come pigliar si debba al cacciatore L’auge! non mostra y ed a’ nocivi cani Come inseguirla non la cerva insegna. L’ utll vostro mi piace: io fedelmente Vi spiegherò i precetti, ed alle donne Di Lenno io porgerò contro il mio fato Lè Donne di Lenno in una notte, uccimo i loro mariti, e però Ovidio sotto il nome di tende quelle che con gli uomini sono troppo severe Sà Da me stesso il coltello. Ahi fate in modo ( Ardua non è V impresa ) che crediamo D’ esser amati, mentre ogutìno crede Farcii ciò che desia. La donna miri Con infocato sguardo il fido amante, Tragga dal sen sospir profondo, e chiegga Perchè sì tardi venne. Aggiunga il pianto, E finga gelosia della rivale, £ gli percota con le mani il volto. Tosto vivrà sicuro, e nel suo petto Facile nutrirà per te pietade, E dirà fra se stesso: ah si consuma Questa per me d*amore i e specialmente Se lo specchio consulta, e colto sia, D’innamorar ei penserà le Dee. Ma a te chiunque sii, grave disturbo Non arrechin le ingiurie, e sbigottita Non ti mostrar, della rivale il nome Allor che ascolti, e facile credenza Non presta aMetti altrui. Ah quanto nuoccia Il creder facilmente, a te lo dica Quello che adesso narrerò di Proori. Scorre vicino del fiorito Imetto A’ be’ purpurei colli un sacro fonte. Di cui le sponde ognor fan grate e molli Verdi cespnglj . Ivi non alta selva Procri figlia d’Eretteo Re Atene per sos- petto di gelosia si portò segretamente nelle selve e né boschi ad osservar Cefalo figlio di Mercurio, sua Sposo, ed ottimo cacciatore . Mentre egli prendeva riposo in un ombroso colletto, essa celandosi dietro alle siepi, mosse disgraziatamente le foghe degli alberi» Credè Cefalo che s’ascondesse fra quelle una fiera y e però vi scagliò una saetta che gli uccise la sua dìletta consorte. Un l^co forma; gli arboscelli l'erba Ricoprono, e un soave odore esalano II rosmarin, l’alloro, il negro mirto. Non il tenne citiso, il colto pino, E il fragil tamarisco ivi già manca^ E non folto di foglie il busso. Scosse Da dolci aeffiretti « e da salubre Aura treman le foglie mnltiformi, £ le cime dell^ erbe. Ama la quiete Cefalo. Abbandonati i servi e i cani. Ivi stanco il Garaon spesso s’adagia; Solea cantar: mobil auretta, vieni Onde t’accolga nel mio seno, e allevj Il cocente càlor. Le intese voci Da un malaccorto far recate intere Alle timide orecchie della moglie. Tosto che Procri il nome adì dell’aura, Qnal fosse uua rivale, a terra cadde; Ammutolissi pel dolor ; nel volto Impallidid^ come le tarde foglie. Se colte sieno dalle viti l’uve. Sogliono impallidir dal verno offese, O i maturi cotogni, i di cui rami Piegansi, o le corniole ancor non atte A* cibi nostri. Tosto che; rinvenne. Straccia dal petto suo le tenui vesti. Con V unghie impiaga le innocenti guance. Jndugie non conosce, e qual Baccante Mossa dal J'irso, furibonda vola Per le pubbliche vie, sparsa i capelli. Ma già vicina, in una valle lascia I suoi seguaci ; intrepida e furtiva Nel bosco con piè tacito s’innoltra. QuaPera il tuo consiglio, allor che stolta O Procri, t’ascondeyi ; e quale ardore NelPattonito séno allor ti corset Già tu pensavi di sorprender l’aura Qualunque fosse, e di mirar co’proprj Occhj P infedeltà del tuo Consorte. Quivi d’esser venuta ora Rincresce; Or la rivale di mirar ti piace, Ed or ti penti opposti affetti in seno Destan tumulto. A creder la costringe ( Che quel che tenie ognor crede l’amante ) L’accusatore, il loco, il nome. Quando SulP erbe vide impresse Torme umane, Balzolle il cor nel pauroso petto. Già T ombre brevi aVea il meriggio strette, E in spazio egual giaceva l’Occaso e l’Orto, Allor che di Mercurio il figlio Cefalo Dalle selve ritorna, e T innainmate Guance delTacque di quel fonte asperge. O Procri, tu t’ascondi ansiosa ; ei giace Sull’ erbe consuete, e vieni disse, ZefHro fucile, o molle curetta vieni. Quando conobbe il dolce error del nome, AlT infelice il cor tornò nel seno, E il primiero color sul volto suo. S’alza, movendo il corpo e move ancora Le frondi circostanti ; e fra le braccia Va per gittarsi del marito Mosso Credendo quel rumor da qualche belva, Imprudente la man slancia sull’arco. Ed ave i dardi già nella sua destra. Infelice che fai? non è una fiera, rw Deponi ì dardi.... Oimè la tua consorte Dalle saette tue giace trafitta. Oh me infelice i eéclamà ; in petto amico Vibri il tuo dardOi o sposo. Ah che fa sempre Da te questo trafitto! Io pria del tempo La morte trovo « noa offesa almeno Da un rivale .^h farà ciò la terra, Ov* io riposi, a nae cara e leggiera. Fra quest’aure ^ che odiai sol per un nome. Già spazierà il mipspirto.. oh Dio!•• vacillo. Mi chiuda i lumi quella destra amata. Le membra moribonde egli sostiene Nel mèsto seno, e la crudel ferita Con le lagrime asperge^ Ella già spira, E la bocca del misero marito Lo spirto accoglie che dal petto incauto Deir infelice, Porcri alfine eeala. Ma sul sentier si torni. lo debbo adesso Agir palesemente, onde il naviglio Indebolito tocchi i porti suoi. Ch’io ti scorga a conviti aspetti forse, e ch’io ti guidi in questo pure attendi? Non t’affrettar; vien tardi, e già sia posta La lacerna i e decente i passi volgi. Grato è a Vener Findugio, e molto giova. Benché bratta tu sii, sembrerai bella, che coprirà la notte i tuoi difetti. Prendi co’ diti il cibo; havvi pur l’arte nel modo di cibarsi; con l’immonda mano cerca non ungerti la faccia; nò mangiar prima in casa, ma t’astieni dal farlo allor che avrai mangiato meno di quel che il ventre tuo capè, e tu brami. Paride, se veduto avesse Elena cibarsi avidamente, avria per lei nutrito sdegno, e detto fra se stesso: Ah fui ben stolto nel rapir costei! Meno disdice a donna il ber, che Bacco £ di Venere il figlio uniti vanno. Sì beva pur fin che il permetta il capo, E Talma e ì piè siaxi atti a loro nfficj, nè raddoppiati sembrinti gli oggetti. Donna che giaccia per soverchio vino, £ turpe, e di soffrir merta ogni assalto. Sparecchiata la mensa, è gran periglio cadervi per il sonno; in mezzo a quésto Molte si soglìon far cose impudiche. Io di stender più innanzi i^niiei precetti Sento rossor. La figlia dionea Mi disse: utile è a noi quelPòpra ìstessa che in se desta vergogna. A voi si sveli. Donne, ogni fatto. I varj atteggiamenti Noti vi sien, che a tutte non conviene la medesma figura. Tu che sei pel volto insigne, giacerai supina quella che ha bello il tergo, il tergo mostri. Recava Melanion sulle sue spalle le gambe d’Atalanta; se sian belle. Si dee imitare allora un tale esempio. Porti il cavai pìccola donna ; avéa statura immensa la tebana sposa; Suirettoreo cavai però non giacque. Quella che può mostrare un lungo fianco prema con le ginocchia il letto e alquante ritorca la cervice chi le membra Ha giovanili, e senza macchie il seno mentre l’uomo sta in piedi, ella corcata giaccia obliqua sul letto nè già turpe Credete scioglier qual Baccante il crine. XeSpoifk tsUoa 4fl4rQmcé mQglk E ondeggiando i capei, piegate il collo. Tu pure, a cui la pronuba Lucana macchiò il ventre di rugh, imita il l’arte Quando combatte sul cavai fugace, Ben mille son di Venere le foggie, ma la piò facil, di minor fatica È quella, in cui semisupina giace Sul destro fianco, I Tripodi febei, O il cornigero Ammon cosa piò vera Non conteran di quel che or la mia Musa- se Parte, che ci costa un lungo studio, merita fè, credete, ancor che i carmi Nostri eccedano forse ogni credensà Venere abbrugi le'midolle e l’ossa delle donne, e sia caro ad ambedue Lo scambievol piacer. Un mormorio dolce, e parole lunsinghiere e grate non manchino, nè tacita si stia in mezzo ascari scherzi unqua la donna, tu, cui d’amor negò natura il gaudio, finger lo devi con mendace suono; Lucina è un nome di Giunone, la quale presiede a matrìmon) ed apparti, i Greci dopo d^ a^er ointo i Persiani nella battaglia di Platea, levarono una decima suUe spoglie per fare un Tripode d’oro eonsagrato ad Apollo, Ateneo lo chiama il tripode della verità perchè si ritrovavano verissimi gl’oracoli di questo dio, Ammone è un soprannome di Giove, Quinto Curzio fa menzione del magnifico Tempio che gli fu edificato nella Libia, La sua statua avea la figura d’a- liete, e però si chiama cornigero Ammone. Dava essa de certi oracoli a chi la consultava, ed era a guisa d’un automa, che crollava la testa per additare a sacerdoti la strada, che dovean fare quando la portavano in processione. Ben infelice e miseranda donna È quella, che a sa stessa ìnntil tragga unutile pèr l’uomo i giorni suoi. Mentre e#ò fingerai, che non ti scofira Cerca, é col moto, fin con gl’occhi stessi procura d’ingannar. Faccian palese un frequente respiro e dolci accenti quello che giova. Termini novelli Sa la donna inventare in quegristanti quella, che chiede dopo il gaudio i doni, non sia molesta almen con le preghiere. Nè il pieno giorno introdurrai nel talamo chè giova a voi tener del corpo vostro molte cose celate. Ha fine il gioco. È tempo ornai di scendere da’Oigni che sul collo guidaro il nostro cocchio, e come fero i giovanetti un giorno, così la turba delle donne scrìva sulle spoglie, Nason ci fu maestro. Nome compiuto: Gianni Carchia. Keywords: ars amandi, erotica, il bello, la comunicazione dei primitivi, Ovidio, arte amatoria. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carchia” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cardano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del valore civico di Melanippo -- Caritone -- the tasteful Milanese maschi – prospero – scuola di Pavia – filosofia pavese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pavia). Filosofo pavese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “I’m sure Cardano does not mean chance by aleae! It’s a Roman notion, not an Arabic one!” Grice: “Cardano is a fascinating philosopher, but then so is I [sic]!” Grice: “My faavourite philosophical topic by Cardano is what he calls, well, his Italian translators call – recall that Italian philosophy is written in the ‘learned’! – ‘gioco d’azzardo’, ludo alaea – which is what conversation is – what is conversation is not a game of azzardo? But Cardano also refutes all that Malcolm says about ‘dreaming,’ never mind Freud – Italians are obsessed with a male sleeping: Rinaldo, Tasso, Botticelli (“sleeping Mars”), not to mention the search for the Etruscan equivalent to ‘oneiron,’ the god – one of my most precious souvenirs is a little medal of Cardano: not so much for his very Roman nose (charming as it is) but for the backside, which represents Oneiron, indeed, aong the ladies!” Poliedrica figura del Rinascimento. Riconosciuto come il fondatore della probabilità, coefficiente binomiale e teorema binomial. A lui si deve anche la parziale invenzione dell’ implicatura e della serratura, della sospensione cardanicache permette il moto libero, ad esempio, delle bussole nautiche ed è alla base del funzionamento del giroscopioe della riscoperta del giunto cardanico. Animos scio esse immortales, modum nescio. So che l'anima è immortale, ma non ho capito come funzioni la cosa. Figlio del nobile Fazio, un giurista esperto nella matematica tanto da essere consultato da da Vinci su alcuni problemi di geometria.  Fazio conobbe a Milano la vedova, madre di tre figli, Chiara Micheri (o de Micheriis) di cui s'innamora iniziando con questa, che vive con la famiglia del defunto marito, una relazione clandestina che porta al concepimento di un quarto figlio. Per non essere coinvolto nello scandalo prega un suo amico di Pavia, il patrizio Isidoro Resta, affinché assumesse Chiara come governante nella sua casa. Prima che lei partorisse, i suoi tre figli morirono quasi contemporaneamente di peste e lei tenta allora di abortire, senza riuscirci, del nascituro che ebbe il nome di Gerolamo e che lasciò scritto nella sua autobiografia. Dopo che mia madre tenta senza risultato dei preparati per abortire, vengo alla luce a Pavia. Come morto, infatti, sono nato, anzi sono stato strappato al suo grembo, con i capelli neri e ricciuti. Il bambino contrasse la peste dalla sua balia, che ne morì, e fu allevato da altre nutrici. E trasferito a Milano dal padre che anda ad abitare con lui solo quando ha solo sette anni, età in cui prese ad accompagnare il padre nei suoi viaggi d'affari. Essendo delicato di salute, si ammala gravemente. Solo dopo una lunga convalescenza poté riprendere a viaggiare con il padre dedicandosi nel frattempo agli studi di filosofia, nei quali ha modo di eccedere per le sue doti quando puo iscriversi a Pavia e Mantova per studiare filosofia, contrariamente ai desideri del padre che avrebbe preferito avviarlo agli studi giuridici.  Lasciata Milano in preda alla peste e sconvolta dalla guerra francese, si trasfere a Padova e si laurea a Venezia. E oggetto dell'astio che molti tutori hanno nei confronti di quello tutee geniale ma dal carattere scontroso e talora offensive. Sono poco rispettoso e non ho peli sulla lingua, soprattutto mi lascio trascinare dall'ira, al punto che poi mi dispiace e me ne vergogno. Riconosco che tra i miei vizi ce n'è uno molto grande e tutto particolare: quello di non riuscire a trattenermianzi ne gododal dire a chi mi ascolta ciò che gli risulta sgradevole udire. Persevero in questo difetto coscientemente e volontariamente, pur sapendo quanti nemici da solo mi abbia procurator. Nel frattempo a Milano e morto il padre che ha regolarizzato la sua convivenza sposando la madre del filosofo.  Non potendo tornare a Milano per l'epidemia e la guerra, prese dimora a Piove di Sacco. Esercita la sua professione a Gallarate. Ottenne la cattedra per l'insegnamento della filosofia presso le scuole Piattine di Milano, dove aveva insegnato anche il padre. La sua fama di esperto dottore si accrebbe per aver risanato alcuni membri della famiglia Borromeo. Dovette rifiutare alcuni incarichi di prestigio perché non retribuiti fino a quando e ammesso nel Collegio dei medici di Milano. Accetta di ricoprire la cattedra di filosofia a Pavia, rifiutando le offerte che gli venivano reiterate dal papa Paolo III. Cura, con esiti positivi, l'arcivescovo di Edimburgo John Hamilton, malato d'asma. Intuì probabilmente la natura allergica della malattia proibendo a Hamilton di usare cuscini e materassi di piume. Per aumentare la sua fama volle fare l'oroscopo all'arcivescovo e al re, e lesse nelle stelle un futuro radioso per entrambi. Hamilton fu impiccato quasi subito dai riformatori. Il re muore di tubercolosi. Rifiuta le prestigiose e ben retribuite offerte del re di Francia e della regina di Scozia.  Colpito da un doloroso avvenimento riguardante il figlio Giovanni Battista, medico anche lui, che, nonostante gli avvertimenti del padre, aveva voluto sposare una donna povera e di cattivi costume. Per necessità economiche il figlio coabita dai parenti della moglie avviando una convivenza caratterizzata dalla nascita successiva di tre figli e da continui litigi dovuti anche alle infedeltà della moglie che egli decise di uccidere, con la complicità di una serva, facendole mangiare una focaccia avvelenata con l'arsenico. Arrestato subito per uxoricidio, il figlio confessa il delitto e dopo un veloce processo, nonostante la difesa con tutti i mezzi messa in atto dal padre, fu condannato alla decapitazione. Gerolamo, convinto che la durezza della condanna fosse dovuta all'invidia dei suoi colleghi, per sfuggire alle malevole voci che lo accusavano di intrattenere rapporti illeciti con i suoi tutee, si trasfere a Bologna. Venne ulteriormente amareggiato dalla condotta scapestrata del figlio Aldo che lo diffama per tutta la città e che arriva a derubarlo così che il padre dovette denunciarlo alle autorità che espulsero il figlio dal territorio bolognese. A questa disgrazia si aggiunse inaspettata la notizia che si stava preparando contro di lui un'accusa di eresia tanto che il cardinale Giovanni Morone gli consigliò di lasciare il pubblico insegnamento della filosofia. Questa misura prudenziale non valse però a salvare Gerolamo che fu arrestato per eresia assieme al suo tutee Rodolfo Silvestri che non volle abbandonare il tutore. Non si conoscono le accuse che gli erano rivolte dall'Inquisizione. Tuttavia si era distinto per una certa imprudenza nei confronti della Chiesa, governata dal severo Papa Pio V, per aver compilato un oroscopo di Gesù, la cui vita così sarebbe stata decisa dalle stelle, scritto l'encomio di Nerone, persecutore dei cristiani, e soprattutto per i suoi confidenziali rapporti con i circoli protestanti frequentati dal suo tuteei, dal genero e dall'editore e tipografo dei suoi libri. Nonostante le testimonianze a suo favore di quasi tutti i suoi tutee, C. fu messo in carcere e poi agli arresti domiciliari sino a quando la Sacra Congregazione tramite l'inquisitore di Bologna gli impose la professione dell'abiura prima in forma grave (de vehementi) coram populo e successivamente in forma meno infamante (coram congregationem). Si sottopose docilmente alla abiura promettendo in una lettera a papa Pio V di non insegnare più pubblicamente filosofia (la cattedra all'università gli era stata intanto tolta) e di non pubblicare altre opere.  Lasciata Bologna Cardano si trasfere, sotto la diretta protezione di Pio V, a Roma dove fu ben accolto ma gli fu negata una pensione che gli fu invece assegnata da Gregorio XIII che era stato suo tutee a Bologna..E ammesso al Collegio romano. Si dedica alla composizione della sua autobiografia De vita propria. Il punto focale della sua filosofia è il concetto rinascimentale di “uomo universale" che dà alla sua ricerca della verità un contenuto enciclopedico. Scrive più di duecento opere che solo in parte furono pubblicate nel XVI secolo e che, altrettanto parzialmente, confluirono nei dieci volumi della monumentale “Opera omnia” dove si trattano temi di metafisica, omosessualita, mascolinita, il machio, il maschile, la medicina, scienze naturali, matematica, astronomia, scienze occulte, tecnologia. Egli, che si occupa anche della interpretazione dei sogni, della chiromanzia, della numerologia, del paranormale rende difficile distinguere nella sua filosofia il contenuti moderno del sapere dalle tradizioni metafisiche e magiche del passato. Vuole arrivare a una sistemazione unitaria della molteplicità dei saperi così che la nostra incerta conoscenza eviterebbe la confusione se potesse discendere dall'uno ai molti. Ma questo obiettivo, di origine neo-platonica, sfugge però all'uomo il quale allora è preferibile che occupi il suo intelletto in quei campi dove riesce, quasi come un dio creatore o ‘genitore’ – o ingegnero, a fare le cose. Questo avviene nell’aritmetica che si incarna nell'esperienza in un rapporto astratto-concreto la cui definizione ancora non è in grado di elaborare  Dopo aver analizzato nel “De subtilitate” i molteplici principi delle cose naturali e artificiali, si rivolge allo studio di tutto l'universo e delle sue parti (De rerum varietate), che concepisce come legate da sim-patia (attrazione) e anti-patia (repulsione) fra gli astri e l'uomo) e connessioni che consentono al filosofo, che conosce il linguaggio della natura e gli effetti degli influssi astrali sulla vita sessuale umana, di compiere quei "miracoli naturali" che sono le magie, di elaborare previsioni astrologiche e di stendere gli oroscopi delle religioni come quello dedicato a Cristo.  Il contributo in matematica  Noto soprattutto per i suoi contributi all'aritmetica, pubblica le soluzioni dell'equazione cubica e dell'equazione quartica nella sua “Ars magna”. Parte della soluzione dell'equazione cubica gli era stata comunicata da Tartaglia. Successivamente questi sostenne che C. aveva giurato di non renderla pubblica e di rispettarla come di sua origine. Si avvia così una disputa che dura un decennio. C. sostenne di averne pubblicato il testo solo quando era venuto a sapere che il Tartaglia avrebbe appreso la soluzione dalla voce dal bolognese Scipione del Ferro. La soluzione di Tartaglia, pur essendo successiva a quella di Scipione Dal Ferro (comunque mai pubblicata), risulta essere indipendente da questa. La soluzione della equazione cubica è detta comunque di C.-Tartaglia. L'equazione quartica venne invece risolta da Lodovico Ferrari, un tutee di C.. Nella prefazione dell'“Ars Magna” vengono accreditati sia Tartaglia che Ferrari. Nei suoi sviluppi delle soluzioni occasionalmente si serve del concetto di numero complesso, ma senza riconoscerne l'importanza come invece saprà fare Bombelli. Nell'ambito della scienza medica, l'esempio di Vesalio, che negli stessi anni aveva contestato l'anatomia galenica, spinse C. a definire Galeno un cattivo interprete di Ippocrate. Le sue critiche a Galeno erano comunque presentate come parte integrante di un tentativo di recuperare una tradizione ancora più antica e, si presumeva, più autentica. Fu il primo a descrivere la febbre tifoide. Venne invitato in Scozia a curare l'Arcivescovo di Sant'Andrea che soffe di asma probabilmente d'origine allergica. Seguendo i precetti di Maimonide riusce a guarirlo utilizzando delle cure modernissime per l'epoca: eliminare piume e polvere e mantenere una dieta controllata. Al ritorno dalla Scozia si ferma a Londra, dove incontrò il re d'Inghilterra per il quale redasse un oroscopo secondo il quale prospetta Edoardo VI una lunga vita seppure turbata da alcune malattie. La sua fama di si diffuse in Inghilterra tanto da interessare Shakespeare che nella "Tempesta" rappresenta un personaggio molto simile a C. ed inoltre una prova della sua perdurante popolarità può essere vista nel fatto che un’edizione del suo ‘De Consolatione’ è proprio il libro che Amleto tiene in mano quando recita il suo celeberrimo monologo ‘Essere o non essere’. De subtilitate e il libro che Amleto tiene in mano all'inizio del secondo atto, quando Polonio gli domanda cosa stia leggendo e lui risponde: "parole, parole, parole". Progetta inoltre svariati meccanismi tra i quali:  la serratura a combinazione; la sospensione cardanica, consistente in tre anelli concentrici collegati da snodi, in grado di ospitare una bussola o un giroscopio, garantendo la libertà di movimento dello strumento; il giunto cardanico, dispositivo che consente di trasmettere un moto rotatorio da un asse a un altro di diverso orientamento e viene tuttora usato in milioni di veicoli. Ma pare fosse già conosciuto, anche se porta il suo nome perché appare nella sua opera De Rerum Varietate  in una illustrazione navale. L'invenzione di questo tipo di giunto in realtà risale almeno al III secolo a.C., ad opera di scienziati greci come Filone di Bisanzio, che nella sua opera Belopoiika lo descrive chiaramente. Egli dette svariati contributi anche all'idrodinamica. Sostene l'impossibilità del moto perpetuo, con l'eccezione dei corpi celesti. Pubblica anche due opere enciclopediche di scienze naturali che contengono un'ampia varietà di invenzioni, fatti ed enunciati afferenti all'occultismo e alla superstizione: il De Subtilitate e successivamente il De Varietate. Introdusse la griglia cardanica, un procedimento crittografico.A Cardano è attribuito anche il gioco rompicapo descritto nel De subtilitate, ma probabilmente risalente a un periodo più antico, chiamato Gli anelli di C.. Altre opere: Della sua vita avventurosa e molto travagliata, rimane testimonianza nella sua autobiografia. Ebbe spesso problemi di denaro e per cavarsela si dedicò ai giochi d'azzardo per i quali ha una vera passione di cui si pente. Così ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro. (zeugma – segnato da ‘dilapidare’ – denaro, dilapidare il suo tempo, dilapidare la sua reputazione. Pubblica un saggio sulle probabilità nel gioco, “De ludo aleae” che contiene la prima trattazione sistematica della probabilità, insieme a una sezione dedicata a metodi per barare efficacemente. Oltre alla produzione dialettica, di carattere più strettamente filosofico sono invece il De subtilitate e il De rerum varietate, ampie raccolte delle sue osservazioni empiriche e delle sue speculazioni occultistiche.  Della sua produzione filosofica sterminata possono considerarsi come le opere più importanti:  De malo recentiorum medicorum usu libellus, Venezia (medicina). Practica arithmetice et mensurandi singularis, Milano. Artis magnae sive de regulis algebraicis liber unus (conosciuta anche come Ars magna), Nuremberg. De immortalitate. Opus novum de proportionibus. Contradicentium medicorum. De subtilitate rerum, Norimberga, editore Johann Petreius (fenomeni naturali). De libris propriis, De restitutione temporum et motuum coelestium; De duodecim geniturarum -- commento astrologico a dodici nascite illustri. De rerum varietate, Basilea, editore Heinrich Petri. Fenomeni naturali. De signo. De causis, signis, ac locis Morborum. Bologna. Opus novum de proportionibus numerorum, motuum, ponderum, sonorum, aliarumque rerum mensurandarum. Item de aliza regula, Basilea (matematica). De vita propria. Proxeneta  (politica).  Metoscopia libris tredecim, et octingentis faciei humanae eiconibus complexa, Liber de ludo aleae, postumo (probabilità). Le sue opere vennero raccolte e pubblicate a Lione  in 10 volumi. L’Encomio di Nerone. A lui è dedicato il cratere lunare Cardano e un asteroide. È intitolato a lui l'Istituto  "G. C." della sua città natale, nel cui cortile interno è posta una scultura che rappresenta il giunto cardanico, nonché infine l'omonimo collegio universitario pavese.  La blockchain "Cardano" (ADA) prende il suo nome, in quanto basata su un approccio scientifico e matematico. Della mia vita. Somniorum synesiorum omnis generis insomnia explicantes (Basilea). tti del Convegno, Castello Visconti di San Vito, Somma Lombardo, Varese ed. Cardano); Università Bocconi. Equazione di terzo grado"  Il Rinascimento. Omeopatia e allergie, Tecniche Nuove); Cardano, Edizioni Cardano, Il Prospero della "Tempesta”  somiglia tanto a Cardano in Corriere. La tecnologia scientifica, in La rivoluzione dimenticata: il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli Editore); Il libro della mia vita, Cerebro editore); Della mia vita, Alfonso Ingegno, Serra e Riva editori, Milano). La formula segreta. Il duello matematico che infiammò l'Italia del Rinascimento. ileae, per Ludouicum Lucium); “De propria vita” (Milano, Sonzogno). Lugduni, sumptibus Ioannis Antonii Huguetan et Marci Antonii Ravaud. Aforismi (Milano, Xenia). Palingenesi. Dizionario biografico degli italiani. Il filosofo quantistico. L’avventure di Cardano, filosofo e giocatore d'azzardo (Bollati Boringhieri, Torino Edizione); “La mia vita” (Milano, Luni). Che sfortuna essere un genio. Indice delle Opera omnia Volume 1  Frontespizio  Lettera dedicatoria  Praefatio  Vita C. per Gabrielem Naudaeum  Testimonia  Elenchus generalis  Index librorum tomi primi  Previlege du roy 1De vita propria. De libris propriis. De Socratis studio. Oratio ad I. Alciatum Cardinalem sive Tricipitis Geryonis aut Cerberi canis. Actio in Thessalicum medicum. Neronis encomium. Podagrae encomium. Mnemosynon. De orthographia De ludo aleae  De uno Hyperchen. Dialectica Contradictiones logicae Norma vitae consarcinata, sacra vocata Proxeneta De praeceptis ad filios De optimo vitae genere De sapientia De summo bono De consolatione Dialogus Hieronymi Cardani et Facii C. ipsius patris Dialogus Antigorgias seu de recta vivendi ratione Dialogus Tetim seu de humanis consiliis Dialogus Guglielmus seu de morte De minimis et propinquis Hymnus seu canticum ad Deum De utilitate ex adversis capienda De natura Theonoston seu de tranquilitate Theonoston seu de vita producenda Theonoston seu de animi immortalitate Theonoston seu de contemplatione Theonoston seu hyperboraeorum historia De immortalitate animorum De secretis De gemmis et coloribus De aqua De vitali aqua seu de aethere De aceti natura Problemata Se la qualità può trapassare di subbietto in subbietto Discorso del vacuo  De fulgure De rerum varietate De subtilitate In calumniatorem librorum de subtilitate (Archivio)  Indice rerum De numerorum proprietatibus Practica arithmeticae Libellus qui dicitur, Computus minor Ars magna Ars magna arithmeticae  De aliza regula Sermo de plus et minus Geometriae encomium Exaereton mathematicorum De proportionibus Operatione della linea Della natura de principii et regole musicali De restitutione temporum et motuum coelestium De providentia ex anni constitutione Aphorismorum astronomicorum segmenta septem In Cl. Ptolemaei de astrorum iudiciis De septem erraticarum stellarum qualitatibus atque viribus. De iudiciis geniturarum De exemplis centum geniturarum Geniturarum exempla  De interrogationibus De revolutionibus De supplemento almanach Somniorum synesiorum Astrologiae encomium Medicinae encomium De sanitate tuenda Contradicentium medicorum De usu ciborum De causis, signis ac locis morborum De urinis Ars curandi parva De methodo medendi De cina radice De sarza parilia Disputationes per epistolas liber unus De venenis In librum Hippocratis de alimento commentaria In librum Hippocratis de aere, aquis et locis commentaria In septem aphorismorum Hippocratis commentaria In Hippocratis coi prognostica commentaria In librum Hippocratis de septimestri partu commentaria Examen aegrorum Hippocratis Consilia De dentibus De rationali curandi ratione De facultatibus medicamentorum De morbo regio De morbis articularibus Floridorum libri sive commentarii in Principem Hasen Avicenna  Vita Ludovici Ferrarii Vita Andreae Alciati De arcanis aeternitatis  (Archivio) Politices seu Moralium liber unus Elementa Graeca inventione De naturalibus viribus De musica Artis arithmeticae tractatus de integris (Archivio) 10.8Expositio Anatomiae Mundini In libros Hippocratis de victu in acutis commentariaIn libros epidemiorum Hippocratis commentaria De epilepsia De apoplexia De humanis civilibus successionibus (Paralipomena)  De humana perfectione (Paralipomena) Peri thaumason seu de admirandis Paralipomena De dubiis naturalibus (Paralipomena) De rebus factis raris et artificiis  humana compositione naturalium De mirabilibus morbis et symptomatibus (Paralipomena) De astrorum et temporum ratione et divisionibus Paralipomena De mathematicis quaesitis Paralipomena Historiae lapidum, metallicorum et metallorum (Paralipomena) Historiae animalium Historiae plantarum De anima De dubiis ex historiis (Paralipomena) De clarorum virorum vita et libris (Paralipomena) De hominum antiquorum illustrium iudicio. De usu hominum et dignotione eorum, tum cura et errore. De sapiente (Paralipomena.  De vita propria. De libris propriis. De Socratis studio. Oratio ad I. Alciatum Cardinalem sive Tricipitis Geryonis aut Cerberi canis. Actio in Thessalicum medicum. Neronis encomium. Podagrae encomium. Mnemosynon. De orthographia. De ludo aleae. De uno. Hyperchen. Dialectica. Contradictiones logicae. Norma vitae consarcinata, sacra vocata. Proxeneta. De praeceptis ad filios. De optimo vitae genere. De sapientia. De summo bono. De consolatione. Dialogus Hieronymi Cardani et Facii Cardani ipsius patris. Dialogus Antigorgias seu de recta vivendi ratione. Dialogus Tetim seu de humanis consiliis. Dialogus Guglielmus seu de morte. De minimis et propinquis. Hymnus seu canticum ad Deum. De utilitate ex adversis capienda. De natura. Theonoston seu de tranquilitate. Theonoston seu de vita producenda. Theonoston seu de animi immortalitate. Theonoston seu de contemplatione. Theonoston seu hyperboraeorum historia. De immortalitate animorum. De secretis. De gemmis et coloribus. De aqua. De vitali aqua seu de aethere. De aceti natura. Problemata. Se la qualità può trapassare di subbietto in subbietto. Del vacuo. De fulgure. De rerum varietate. De subtilitate. In calumniatorem librorum de subtilitate. De numerorum proprietatibus. Practica arithmeticae. Libellus qui dicitur, Computus minor. Ars magna. Ars magna arithmeticae. De aliza regula. Sermo de plus et minus. Geometriae encomium. Exaereton mathematicorum. De proportionibus. Operatione della linea. Della natura de principii et regole musicali. De restitutione temporum et motuum coelestium. De providentia ex anni constitutione. Aphorismorum astronomicorum segmenta septem. In Cl. Ptolemaei de astrorum iudiciis. De septem erraticarum stellarum qualitatibus atque viribus. De iudiciis geniturarum. De exemplis centum geniturarum. Geniturarum exempla. De interrogationibus. De revolutionibus. De supplemento almanach. Somniorum synesiorum. Astrologiae encomium. Medicinae encomium. De sanitate tuenda. Contradicentium medicorum. De usu ciborum. De causis, signis ac locis morborum. De urinis. Ars curandi parva. De methodo medendi. De cina radice. De sarza parilia. Disputationes per epistolas. De venenis. In librum Hippocratis de alimento commentaria. In librum Hippocratis de aere, aquis et locis commentaria. In septem aphorismorum Hippocratis commentaria. In Hippocratis coi prognostica commentaria. In librum Hippocratis de septimestri partu commentaria. Examen XXII. aegrorum Hippocratis. Consilia. De dentibus. De rationali curandi ratione. De facultatibus medicamentorum. De morbo regio. De morbis articularibus. Floridorum libri sive commentarii in Principem Hasen (Avicenna). Vita Ludovici Ferrarii. Vita Andreae Alciati. De arcanis aeternitatis. Politices seu Moralium. Elementa Graeca. De inventione. De naturalibus viribus. De musica. Artis arithmeticae tractatus de integris. Expositio Anatomiae Mundini. In libros Hippocratis de victu in acutis commentaria. In libros epidemiorum Hippocratis commentaria. De epilepsia. De apoplexia. Paralipomena. De humanis civilibus successionibus. De humana perfectione. Peri thaumason seu de admirandis. De dubiis naturalibus. De rebus factis raris et artificiis. De humana compositione naturalium. De mirabilibus morbis et symptomatibus. De astrorum et temporum ratione et divisionibus. De mathematicis quaesitis. Historiae lapidum, metallicorum et metallorum. Historiae animalium. Historiae plantarum. De anima. De dubiis ex historiis. De clarorum virorum vita et libris. De hominum antiquorum illustrium iudicio. De usu hominum et dignotione eorum, tum cura et errore. De sapiente. Melanippus and Chariton Italy Greek athletes Lovers separator. Hieronymus the peripatetic says that the loves of youths used to be much encouraged, for this reason, that the vigour of the young and their close agreement in comradeship have led to the overthrow of many a tyranny. For in the presence of his favorite a lover would rather endure anything than earn the name of coward; a thing which was proved in practice by the Sacred Band, established at Thebes under Epaminondas; as well as by the death of the Pisistratid, which was brought about by Harmodius and Aristogeiton. "And at Agrigentum in Sicily the same was shown by the mutual love of Chariton and Melanippus - of whom Melanippus was the younger beloved, as Heraclides of Pontus tells in his Treatise on Love. For these two having been accused of plotting against Phalaris, and being put to torture in order to force them to betray their accomplices, not only did not tell, but even compelled Phalaris to such pity of their tortures that he released them with many words of praise. Whereupon Apollo, pleased at his conduct, granted to Phalaris a respite from death; and declared the same to the men who inquired of the Pythian priestess how they might best attack him. He also gave an oracular saying concerning Chariton - 'Blessed indeed was Chariton and Melanippus, Pioneers of Godhead, and of mortals the one most beloved. M/M: Chariton and Melanippus, Blessed Pair: Athenaeus, Deipnosophistae. Like the Athenian couple Harmodius and Aristogeiton, the couple Melanippus and Chariton are also seen as symbols of political freedom. Felix et Chariton et Melanippus erat, mortalium genti auctores coelestis amoris. εὐδαίμων Χαρίτων καὶ Μελάνιππος ἔφυθείας ἁγητῆρες ἐφαμερίοις φιλότατος. Athenaeus, Deipnosophistae; Tr. into Latin by Iohannes Schweighaeuser Chariton et Melanippus were blessed;  Pinnacle of holy love on earth. ATHENAEUS MAP: Name: Athenaeus Works: Deipnosophists    REGION  4  Region 1: Peninsular Italy; Region 2: Western Europe; Region 3: Western Coast of Africa; Region 4: Egypt and Eastern Mediterranean; Region 5: Greece and the Balkans BIO:  Timeline: Athenaeus was a scholar who lived in Naucratis (modern Egypt) during the reign of the Antonines. His fifteen volume work, the Deipnosophists, are invaluable for the amount of quotations they preserve of otherwise lost authors, including the poetry of Sappho. ROMAN GREEK LITERATURE  ARCHAIC; GOLDEN AGE; HELLENISTIC; ROMAN; POST CONSTANTINOPLE; BYZANTINE:M/M: Melanippus and Chariton, Two Lovers of Freedom Athenaeus, Deip.  Like the Athenian couple Harmodius and Aristogeiton, the couple Melanippus and Chariton are also seen as symbols of political freedom. ut ait Heraclides Ponticus in libro De Amatoriis. Hi [Melanippus et Chariton] igitur deprehensi insidias struxisse Phalaridi, et tormentis subiecti quo coniuratos denunciare cogerentur, non modo non denuntiarunt, sed etiam Phalarin ipsum ad misericordiam tormentorum commoverunt, ut plurimum collaudatos dimitteret.   ὥς φησιν Ἡρακλείδης Ποντικὸς ἐν τῷ περὶ Ἐρωτικῶν, οὗτοι φανέντες ἐπιβουλεύοντες Φαλάριδι καὶ βασανιζόμεναι ἀναγκαζόμενοί τε λέγειν τοὺς συνειδότας οὐ μόνον οὐ κατεῖπον, ἀλλὰ καὶ τὸν Φάλαριν αὐτὸν εἰς ἔλεον τῶν βασάνων ἤγαγον, ὡς ἀπολῦσαι αὐτοὺς πολλὰ ἐπαινέσαντα. Athenaeus, Deipnosophistae; Tr. in to Latin by Iohannes Schweighaeuser. According to The Lovers by Heraclides of Pontus, [Melanippus and Chariton] were caught plotting against Phalaris. Even when they were tortured to provide the names of their accomplices, they refused. Moreover, their plight moved Phalaris’ sympathy to such an extent that he praised them and released them. ATHENAEUS  MAP:  Name:  Athenaeus Works:  Deipnosophists REGION 4 Region 1: Peninsular Italy; Region 2: Western Europe; Region 3: Western Coast of Africa; Region 4: Egypt and Eastern Mediterranean; Region 5: Greece and the Balkans BIO:  Timeline: Athenaeus was a scholar who lived in Naucratis (modern Egypt) during the reign of the Antonines. His fifteen volume work, the Deipnosophists, are invaluable for the amount of quotations they preserve of otherwise lost authors, including the poetry of Sappho.  ROMAN GREEK LITERATURE  ARCHAIC; GOLDEN AGE; HELLENISTIC; ROMAN; POST CONSTANTINOPLE; BYZANTINE. KrisArmodio, che viene riparato dal braccio sinistro del compagno più adulto. Quel gesto inavvertito o solo genericamente descritto dalle letture critiche, tese più che altro alla considerazione dei principali contenuti politico-encomiastici del gruppo si fa segno leggibile invece di una categoria interiore trasversale a tutte le epoche e alle geografie e tanto presente nello spirito antico quanto nel nostro: l'omoaffettività. Un uomo della fine del VI secolo a.C., chiamato Aristogitone, che aveva affrontato un rivale, oggi potrebbe chiamarsi Marco, Francesco o Giovanni, e compiere un medesimo atto, allungando poi un braccio come uno scudo su altri Armodio, dai nomi di Mario, Alessandro e Franco, per la reciprocità, l'attaccamento, il calore e il mutuo soccorso che il sentimento di essere in due sempre realizza. Quel gesto del braccio, inventato da Nesiotes e Kritios, fissa dentro un modello di valore civico per la retorica libertaria il segno di un amore.  Armodio e Aristogitone tirannicidi ateniesi Lingua Segui Modifica Armodio e Aristogitone (in greco antico: Ἁρμόδιος, Harmódios e Ἀριστογείτων, Aristoghéitōn) furono gli ateniesi tirannicidi che cercarono di porre termine al potere personale della famiglia di Pisistrato.   Statua di Armodio e Aristogitone, Napoli. Copia romana di originale greco perduto Sono noti come "i tirannicidi" per antonomasia, che assassinarono il tiranno di Atene Ipparco, ma vennero a loro volta uccisi dal fratello di costui, Ippia.  AntefattoModifica Pisistrato riuscì nel 534 a.C., dopo vari tentativi (meno riusciti) negli anni precedenti, approfittando delle tensioni che laceravano la città di Atene, ad assumere su di essa un potere personale. Pisistrato fu un tiranno,[1] prese il potere con la forza, ma, a giudizio unanime degli storici, fra i quali Erodoto, Tucidide e Aristotele, non ne abusò per modificare le istituzioni di cui la città disponeva e governò più da cittadino che da tiranno.  Quando morì, i suoi figli Ippia e Ipparco gli succedettero. Ippia, il figlio maggiore, tese a continuare nella politica paterna, mentre Ipparcoebbe un ruolo minore nella tirannide, ma l'atteggiamento del regime mutò profondamente in seguito alla fallita cospirazione.  I fatti si svolsero a quattordici anni dalla morte di Pisistrato. Tucidide racconta che a far scattare la messa in atto della congiura vi furono motivi personali di tipo sentimentale. Ipparco s'invaghisce del giovane Armodio che, secondo quanto racconta lo storico Tucidide, "era allora nel fiore della bellezza giovanile", dal che si deduce che doveva avere 15 anni. Armodio era l'eromenos(giovane amante) di Aristogitone, descritto da Tucidide come "un cittadino di mezza età" - probabilmente aveva 35 anni - e appartenente ad una delle vecchie famiglie aristocratiche.  Le relazioni sessuali fra un uomo più anziano (l'erastès) e un giovane non erano di costume sanzionate ad Atene ed altre città greche, sebbene tali rapporti non fossero omosessuali nel moderno senso della parola, ma pederastici. Certe relazioni erano governate da severe convenzioni, e le azioni di Ipparco per cercare di rubare l'eromenos di Aristogitone erano un deciso affronto alle regole (Tucidide dice aspramente che Aristogitone "era il suo amante e lo possedeva").  Armodio rifiutò Ipparco e raccontò ad Aristogitone cos'era successo. Ipparco, rifiutato, si vendicò ottenendo che la giovane sorella di Armodio fosse esclusa dalla cerimonia di offerta alle feste Panateneeaccusandola di non essere sufficientemente nobile. Questa offesa fu così grande per la famiglia di Armodio che egli decise di assassinare, con la complicità di Aristogitone, sia Ippia che Ipparco e rovesciare la tirannia.  L'uccisione di IpparcoModifica Il piano - che doveva essere portato a termine con pugnali nascosti nelle corone di mirto cerimoniali - coinvolgeva anche un certo numero di cospiratori, ma vedendo uno di questi salutare amichevolmente Ippia il giorno fissato, i Tirannicidi pensarono di essere stati traditi ed entrarono subito in azione, senza rispettare l'ordine che si erano dati. Riuscirono così ad uccidere Ipparco, pugnalandolo a morte mentre stava organizzando le processioni delle Panatenee ai piedi dell'Acropoli, ma perirono per mano delle guardie del tiranno senza scatenare ribellioni.  Aristotele, nella Costituzione degli Ateniesi, tramanda una tradizione che vede la morte di Aristogitone avere luogo solo dopo una tortura volta alla speranza che questi indicasse il nome degli altri cospiratori. Durante la sua agonia, personalmente sovrintesa da Ippia, questi finse benevolenza affinché egli tradisse i suoi cospiratori, sostenendo che la sola stretta di mano del tiranno sarebbe bastata per garantirgli la salvezza. Nel ricevere la mano di Ippia si dice che Aristogitone l'abbia criticato per aver stretto la mano dell'assassino di suo fratello, al che il tiranno cambiò immediatamente idea e lo uccise sul posto.  Allo stesso modo, una tradizione dice che Aristogitone fosse innamorato di una etera dal nome di Leaena(leonessa) che era ugualmente tenuta in tortura da Ippia - in un vano tentativo di costringerla a divulgare i nomi degli altri cospiratori - finché questa morì. Si diceva che era in suo onore che le statue ateniesi di Afrodite furono da allora accompagnate da leonesse [secondo Pausania].  L'assassinio del fratello portò Ippia a stabilire una dittatura ancora più severa che fu molto impopolare e che venne rovesciata, con l'aiuto di un esercito proveniente da Sparta, nel 510 a.C. Questi eventi furono seguiti dalle riforme di Clistene, che stabilì in città la democrazia.  La fama successivaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Gruppo dei Tirannicidi. La mitologia successiva venne così ad identificare le figure romantiche di Armodio e Aristogitone come martiri della causa della libertà ateniese, e divennero noti come i Liberatori (eleutherioi) e Tirannicidi (tyrannophonoi). Secondo scrittori successivi, ai discendenti di Armodio e Aristogitone furono concessi privilegi ereditari come la sitesis (il diritto di mangiare a spese pubbliche al palazzo del governo cittadino), l'ateleia (esenzione da certi doveri religiosi), e la proedria (posti in prima fila a teatro). Visto che non si sa se Armodio abbia avuto discendenti (è inverosimile che li abbia avuti anche Aristogitone), questa potrebbe essere un'invenzione seguente, ma illustra la loro fama postuma. La storia d’Armodio e Aristogitone, e come venne trattata dai successivi scrittori greci, è dimostrativa dell'attitudine nei confronti dell'omosessualità al tempo. Sia Tucidide che Erodoto dicono che i due erano amanti senza commentare il fatto presumendo la familiarità dei loro lettori con tale pratica sessuale istituzionalizzata senza trovarvi stranezze. Per esempio, il politico Timarco è perseguito per ragioni politiche per il fatto che si è prostituito. L'oratore che lo difende, Demostene, cita Armodio e Aristogitone, così come Achille e Patroclo, come esempi degl’effetti benefici delle relazioni omosessuali. Con la celebre spiegazione di Cornelio Nepote, nel mondo greco vienne chiamato tiranno chi è signore di una città precedentemente libera Voci correlate Omosessualità militare nella Grecia antica Omosessualità nell'Antica Grecia Pederastia greca Tirannide Aristogitone e Armodio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Armodio e Aristogitone, su Enciclopedia Britannica. La storia d’Armodio e Aristogitone. Da: Projet Androphile.  Portale Antica Grecia Portale Biografie Portale LGBT PAGINE CORRELATE Ipparco (tiranno) tiranno di Atene, figlio di Pisistrato  Ippia (tiranno) tiranno di Atene, figlio di Pisistrato Leena di Atene etera ateniese --se Sive Œconomia omnium Operum Hieronymi Cardam, forum. Signum t prifixum, ea denotat, qui modo in Iuccm prodeunt. PHILOLOGICA, Logica, Moralia.Vita propria, Libet. Ephemerus, de Libris proprii». SPe|[)K De Libris propriis, eoruaaquevfu.exeditRovilliji.  ltMriijs De Libris propriis et eorum usu, ex  edit. Henricpetr. V Aeca De Socratis (ludio. Oratio ad Cardinalem Alciatum,  (ive  Tricipitis  Geryonis, aut Canis Cerberi. In Theffalum Medicum, Attio secunda. Encomium  Neronis. Encomium  Podagri.  Mneroofynon. De Orthographia. De  Ludo  alel. DIALETTICA. Contradictiones logici. De  Vno. Hyperchen. Norma viti confarcinata.facra  vocata.  Proxeneta,  feude Prudentia  ciuili. De  Priceptis  ad filios. De Optimovitx genere, De Sapientia. De Summo bono. De Consolatione. Dialogus Hieton. Cardani, et Facij Cardam patri».  Dialogus Antigorgias, feu De retta vivendi ratione. Diaiogus Tetim, feu De humanis confiltii. Dialogus De morte, feo Guglielmus. De Minimis et propinquis. Hymnus, feu Canticum ad Deum, Moralia quidam, Physica. Vtilitate ex adversis capienda. De Natura, Thconofton de Tranquillitate. Dialogus de Vita producenda, feu Thconofton Thconofton. dc  Animi  immortalitate.  Thconofton feu de Contemplatione.  MTheonofton  seu  Hyperboreorum.  De Immortalitate  animorum. De Secretis. De  Gemmis,  et coloribus.   De Aqua. Dc Vitali aqua, seu  aethere. De Aceti natura. Problematum  fc&ionesfcptcm. Discorso del Vacua. Se la qualita puo trapaliare di subbietto in subbietto. Dc fulgure. Physica. De subtilitate. Aftio prima in Calumniatorem librorum dc Subtilitate. DcKcrum varietate. Arithmetica, Geometrica,  Mufua. t 1 A E Numerorum  proprietatibus, Pradtira  Arithmetica. Computus  minor. Artis magnx, sive de Regulis Algebraicis. Liber Artis  magnx, five  quadraginta  capitulorum, Si quadraginta quxftionum. De Aliza regula. Sermo de plus  fcminus. Exxreton mathematicorum. Encomium Geometnx. Operatione della linea, De Proportionibus numerorum, motuum, ponderum, f onorurm, Delia natura deprincipij, e regolo  Muficali. AJlronomica, AJlrologica, Onirocritica, DE Reftitutione temporum et motuum cacleftium. De Prouidentia ex anni conftitutionei Aphorifmotum Aftronomicorum fegmenta feptem. Commemarij in Ptolcmxum, de  Aftrorum  judiciis. De  feptem  Erraticarum  ftellarum  viribus. De  Interrogationibus. De ludiciis geniturarum. De Exemplis cdhtum geniturarum. Liber duodecim genurarum. De Revolutionibus. De fupplemento Alraanach. Somniorum Synefiorum libri. Medicinalium  primus. Ncomiutn Medicini, De Sanitate tuenda. Contradicentium Medicorum Ubii duo, olim' impreffi, nunc audtiores. Contradicentium  Medicorum  Libri  o&opofteriores,  nunc  primum in lucem emergentes. Medicinalium fecundus.  LVfu ciborum. De Causis, Signis, ac locis morborum. De Vrinis. Ars curandi parva. De Methodo medendi, fettiones tres priores.dempta quarta que Confilia quidam  continebat, fuo loco redituta.  De Radice Cina- De Cyna radice, seu de Decodis magnis. De Sarza parilia.  De Oxyinelicis usu in plcuritide. De Venenis Commentarij  in librum  Hippoc. de Alimento. Medicinalium  tertius. Commentarij in librum Hippocr. De Aere, aquis, et locis. Commcntarij in Aphorismos Hippocratis. Conclufiones de Lapidibus Galeni in  explicatione Aphorifmoru. Apologia ad Andream Camutium. Commcncarij in lib. Prognofticorum Hippocrati. Medicinalium quartus  et poliremus. Commentarij  in  lib. Hippocr. De Septiroeftri partui   Examen  agrorum  Hippocr. in Epidem. Lonliha varia partim  edita,  partimhaidenusanecdota. Opufcula  Medica  lenii  ia, (eu  de  dentibus   De  Dentibus, liber cjuintus, seu de morbis articularibus. Floridorum s ive Comtnent. in Principem Hazen.Vita Ludovici Ferranj, et Alciaci. Miscellanea, ex  Fragmentis, et Paralipomenis: L fragmenta.  EArcanis xternitatis,tractatus. Politica, seu Moralium, Laber vnus. Elemehta lingua: Grscx. De Inventione.V.  t De Naturalibus viribus, traftatus. De Musica. De Integris, traftatus Arithmeticus. Expositio Anatomix Mundini-Commentarij in libros Hippocr. de Viftu in acutis. Commentarij in duos libros priores Epidem.Hippocr. De Epilcplia, traftatus. De Apoplexia. PARALlFOMENON Itbri. De humanis ciuilibus fucceffiombus. De humana perfectione. HI. tn«o', feude Admirandis.De dubiis naturalibus, De rebus faftis raris, et  artificits. M.S. De  humana compolitione naturalium. De mirabilibus  morbis  Stfymptomatibus. Deaftrorum et temporum  ratione et divisionibus. De mathematicis quxlitis. Historix lapidum, metallicorum et metallorum. Hiftorix  animalium. Hiftorix  plantarum. De anima. De dubiis ex hiftoris. De clarorum virorum  vita  Selibris. De hominum antiquorum illuftrium judicio. De vfu hominum, et dignotione eorum, tum cura Sc errore. De sapiente. Nome compiuto: Gerolamo Cardano. Hieronimo Cardano. Hieronymus Cardanus. Keywords: masculinity, machio – maschile, Prospero, De signo, De signis, de Casis, signis, ac locis Morborum, ten volumes of “Opera omnia” analytic index – he wrote about almost everything – including logic, dialettica, metafisica, psicologia, anima, fisionomia, same-sex, he criticised Galenus for not realizing the distinction that at 14, a puer becomes an adolescent – his oeuvre is being examined in masculinity studies – masculinity Italian, Bolognese masculinity. He claimed that Bolognese males were ‘tasteful’ and underrated compared to Milaenese or Florentine males – he lived all over the place – he had many tutees, whose names survive – he was possibly paranoid – Silvestri was his best known tutee –analytic index of “Opera Omnia” --  Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cardano” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cardano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Pietro della Lombardia – scuola di Lumellogno – filosofia lombarda – filosofia novarese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Lumellogno). Filosofo lombardo. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Lumellogno, Novara, Piemonte. lombardia -- Grice: “If William was called Ockham, I should be called Harborne, and Petrus Lombardia!” -- Pietro Lombardo rappresentato in una miniatura a decorazione di una littera notabilior di un manoscritto Pietro Lombardo o Pier Lombardo (Lumellogno di Novara, 1100Parigi, 1160 circa) teologo e vescovo italiano. Nacque a Novara o nei dintorni (a Lumellogno esiste una lapide su di una casa che risorda il luogo della nascita), all'inizio del XII secolo. Ricevette la sua prima formazione teologica a Bologna, dove acquisì una perfetta conoscenza del Decretum Gratiani. Si recò a Reims e poi a Parigi, dove fino alla sua elevazione alla sede vescovile di questa città insegnò teologia. Almeno una volta in questo periodo si recò alla corte pontificia, dove venne a conoscenza della traduzione del De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno, compiuta da Burgundio Pisano per incarico di Eugenio III. Quasi certamente è uno dei teologi che nel sinodo parigino presero posizione contro Porretano. Dopo un breve episcopato morì. Il suo epitaffio si conservò nella chiesa di Saint Marcel fino alla Rivoluzione francese. ALIGHIERI (si veda) lo nomina in Paradiso. Oltre ai commenti all'opera di Paolo di Tarso e ai Salmi, la sua opera maggiore rimane il Liber Sententiarum (Libro delle Sentenze), per la quale ottenne l'appellativo di Magister Sententiarum. Sebbene il testo rientri in un genere letterario tipico della teologia medievale, ossia l'esposizione delle sentenze delle autorità di fede (i padri della chiesa ed i riferimenti biblici) l'opera del Lombardo, per l'ampiezza delle fonti e la sua originalità, diverrà il testo di riferimento per la didattica nelle facoltà di teologia e l'elaborazione letteraria nello stesso campo. Egli infatti attinge ad una vasta letteratura in merito, adottando anche testi che normalmente non erano contemplati in queste composizioni, come Il De fide ortodoxa di Damasceno. Con la sua opera il Lombardo tenta di sistematizzare e armonizzare la disparità e le divergenze che la pluralità delle auctoritates aveva generato, dando luogo ad un certo scompiglio ermeneutico e dottrinale. Riprendendo la classica distinzione agostiniana tra signa e res, Lombardo afferma che il motivo delle divergenze non appartiene alla natura delle cose trattate, bensì alla metodologia esegetica. Il testo si divide in quattro parti: la prima tratta di Dio, della sua natura e dei suoi attributi; la seconda delle creazione degli angeli, del mondo e dell'uomo sino al peccato originale; la terza dell'incarnazione cristica e della promessa della Grazia; la quarta dei sacramenti. Anche lo sviluppo del testo mantiene la distinzione tra res (le prime tre parti) e signa (l'ultima) Lo stile del Lombardo snoda l'esposizione delle sentenze coll'eleganza dialettica di tipo anselmiano mantenendosi aderente al rispetto delle varie auctoritates anche riguardo o stile letterario col quale egli opera una volontaria mimesi. Il testo venne criticato sin dalla sua prima uscita per via del cosiddetto nichilismo cristologico. Lombardo descrive infatti l'incarnazione nei termini di assumptus homo, ossia la persona divina del Cristo avrebbe assunto una natura umana (accessoriamente). Ciò contrastava con la determinazione di origine boeziana per la quale la natura cristologica traeva la sua forma da un sinolo unico di divino ed umano. Note Per approfondimenti vedere: Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, II, pag.30 e seg. Novara, Istituto Geografico de Agostini, per Gruppo Editoriale l'Espresso, Roma (I contenuti di questo volume sono tratti da: Abbagnano, Storia della filosofia, Torino, Pomba, e Abbagnano, Dizionario di Filosofia, terza edizione aggiornata ed ampliata da Giovanni Fornero, Torino, Pomba 1998) Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, II, pag. 37 e seg. Novara, Istituto Geografico de Agostini, 2006 per Gruppo Editoriale l'Espresso, Roma (I contenuti di questo volume sono tratti da: Nicola Abbagnano, Storia della filosofia I, II, III, quarta edizione, Torino, Pomba, e Abbagnano, Dizionario di Filosofia, terza edizione aggiornata ed ampliata da Giovanni Fornero, Torino, Pomba); Colish, C., Leiden, Brill; C. Atti del Convegno: Todi, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, Minuscule 714il manoscritto del Nuovo Testamento e di "Sententiae". Libri Quattuor Sententiarum Scolastica (filosofia) C. su TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco Pelster, Pietro Lombardo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., su Enciclopedia Britannica, Siri, C. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia; C., openMLOL, Horizons Unlimited, C., Les Archives de littérature du Moyen Âge; C. Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Rovighi, C., in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C., Opera Omnia dal Migne Patrologia Latina con indici analitici.Chisholm, C., in Enciclopedia Britannica, Cambridge; Illustrare 'k iSlosofia di C. finora casi trascurata dagli' storici della filosofia è im lavoro del tutto nuovo spedialmente per lltalia. Protois affe!rim»a decisamente che C. non è un filosofo, Thaureau ch'egli è il principe degl’indifferenti in materia fìlosofica. Entrambe le asserzioni sono affrettate. Solo in Germania C. venne studiato con maggior serietà e con particolare attenzione! Kogel pubblica a Lipsia una monografia su C. Questa però parve confusa ed inesatta ad Espenberger che intraprese un studio acuratissimo della filosofia di C. e della posizione sua nel Beitràge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalter diretti da BàumJcer e Herttìng. Di tale pubblicazione mi servii in special modo [Notre auteur ne fui donc pas un philosophe.] De la philosophie scolastique Paris, [Cesi lui qua notes reconnaissons corame le chef des indiffèrents en matière de philosophie. C. in s. Stellung z. Phil. d. Mittelal, Leipzig. Die philosophie des C. und ihre Stellung im vwblften Jahrhundert. Aschendorffschen Milnster] per questi miei appunti sulla filosofìa di C. sebbene mi pervenisse al momento di stenderli e troppo lardi per farne Fesaane minuto che essa si merita. Poiché è veramente questo il primo saggio che si occupa con severa e profonda indagine critioa della filosofia del Maestro delle Sentenze. L'autore dimostra una profonda conoscenza delle opere patristiche e delle scritture sacre colle quali esercita opportuni raffronti. Egli non si è poi solo limitato all'esame del Libro delle Sentenze, ma ha giustamente esteso le sue indagini alle altre opere meno conosciute di C. e pure ricche di impvortanti digressioni filosofiche, quali il Commentano o Gloessa dei Salmi detto anche Salterio, ed i Commentarli alle Epistole di S. Paolo. Solo non ha tenuto conto dei Sermoni che sottio tra le cose più interessanti se non più belle del Sentenz.iario, pur nel severo giudizio di Hanreau e Bourgain, di cui Protois ha tratto dai mss. degli utili estratti mentre se ne trova l'intero testo con poche varianti nelle Opere Omnia del vescovo Ildeberto. Essi sono utili per completare la figura intellettuale di C. Del quale a questo punto ripeleremo le parole: sed terrei immensitas laboris. In verità quantunque grande sia la nostra buona volontà non ci dissimuliamo la vastità del lavoro intrapreso: onde lo restringeremo entro i limiti a noi concessi, raffigurandoci un poco a quello spigolatore che move fidente sulle orme dei più abili mietitori pago di fare un piccolo fascio delle spighe dimenticate. HAUREàU Not. et Extr. t. Ili p. 49. BouBGAiN. La chaire firancaisc au XII siede Paris, cfr. FjsBitT (La faculiè de Theol.). I Padri della Chiesa iniziarono la filosofia oristiana, ma in forma espositiva, avendo ripugnanza a sottopome troppo minute dimostrazioni le verità rivelate. È secondo il pensiero di Gregorio una profanazione fassoggettare il verbo divino ALLE REGOLE DI DONATO. Ma quando, prima chei si diffondessero per tutta Europa le opere di Aristotile, si attese a studiare con amore i libri dell’Organum tradotti da BOEZIO, si accede quella tendenza già iniziata nei secoli antecedenti a fortificare il dogma col sillogismo e l'autorità della ragione. Da questo connubio della teologia colla dialettica del LIZIO nasce la scolastica la quale se ha i suoi precursoiri nei primi secoli del cristianesimo non riconosce i suoi veri fondatori che nel secolo di Abelardo e di C. Essa nasceva per una necessità di rendere più conformei la fede al sapere più progredito. E se da una parte non cessa di fiorire la .scuola dei mistici con Bernardo e gli Ai tempi di Abelardo e di C. non si possede altro d'Aristotile che la logica, cioè ciò che si chiama l'Organum e comprende: le Categorie coll'introduzione di Porfirio, l'Ermeneutica, gl’Analitici, i Topici, la Sofistica nella traduzione di Boezio, (Cousm Fragments philosophiques Paris) abati Ugo e Riccardo di S. Vittore, da un'altra il mal compresso bisogno di libertà di pensiero apre la via ad interminabili dispute quali giungevano talvolta ad intaccare il dogma, come accadde per Abelardo. C. apparve come moderatore tra le due opposte tendenze: la mistica e la speculativa, e valendosi dello stesso metodo dialettico usato dagli avversarti eerli si propose di dimostrare come le apparenti contraddizioni che si rileivano nelle Scritture sacre e patristiche rischi'arate dalla ragione riconducono a rinvigorire maggiormente te verità della fede. C. però nel Prologo delle Sentenze si scaglia contro coloro qui non rationi voluntatem suhiiciunt, che la ragion sommettono al talento, traduce ALIGHIERI, e vogliono fare credere per verità, i sogni di lor mente inferma. Qui non irationi voluntatem subiiciunt, nec doctrinae studium impendunt, sed his quae somniarunt sapientiae verba coaptare nituntiu, non veri sed placiti etiam sectantes. C. è dunque tenuto dallo stesso compito che egli si era pronosto, cioè di dimostrare cHte nelle scritture sacre non v'ha vera sconcordanza e che ogni ragionamento umano si riduce in ultima analisi a dimostrarne la veracità assoluta, a non imporra egli stesso nuove e diverse dottrine le auala lo avrebbero condotto fuori della sua serena imparzialità. Se ciò si possa chiamare indifferentismo io non so, poiché il Maestro delle Sentenze non sdegna di entrare e di approfondirsi nelle più minute distinzioni e controversite fìlosofìche, cosi care ai suoi tempi, sforzandosi con passione di ricavarne le verità da lui srià piresupposte. Nella sua umiltà che diventò poi lefir-srendaria esrli preferisce lasciar la parola affli altri, a Gerolamo, ad Ambrogio, e specialmente ad Agostino che è il stio autore preferito come quello che suipera tutti srli altri padri per profondità di vedute e copia d’argomenti nelle questioni fondamentali del dogma. Ma non è vero che il Maestro rimanga empire nascosto e non ap- [Questi ultimi conobbero oltre Aristotile anche Platone a cui sembrano dare la preferenza e non furono del tutto stranieri alle vedute dei neoplatonici. V. Bòbba La dottrina dell’intelletto in Aristotile e nei 8140Ì pie illustri commentatori; paia di tratto in tratto a mostrarci la via da seguire, per non perderci nel djedalo inestricabile delle questioni. JJei «resto i più che hanno parlato di C. si sono aoconlentati di scorrere i libri delle Sentenze: non hanno letto i suoi lunghi e lucidi Commentarii alle Epistole di Paolo, e neppure quelli ai Salmi che egli riunì sotto il titolo sintetico di Psaterium, nom^ i sjuoì ispirati Sermoni che si trovano manoscritti alla Biblioteca Nazionale di Parigi, e stampati tra quelli del vescovo Ildeberlo. In tutte queste opere C. non è solo un puro e disadorno espositore di dottrine. Certamente il Maestro va considerato precipuamente mei suo saggio delle Sentenze, il quale lormò testo nelle scuole ed è letto e commentato più della Bibbia mentre le altre opere vennero più presto dimenticate. Ma anche qui se egli non espone dottrine nuove, ha però il merito grande e riconosciuto da tutti gli storici della filosofia di distribuirle con metodo razionale, cosi che esse ricevevano lume le une dalle altre. Metodo già sperimentato con altro intento d’Abelardo, ma dal Nostro condotto a singolare perfezione. Egli slesso sull'autorità d’Agostino, espone l’ordine col quale si deve disputare. (Sent.): Gaeterum, ut in primo libro de Trinitate Augustinus docet, primo secundum auctoritates Sanctarum Scripturanim utrum fides ita ee habeat demonstrandum est. Deinde adversus gamilos ratiocinatores elaliores magis quam capaciores, rationibus catholicis et similitudinibus congniis ad defensdonem et assertioneim fidei utendum est; ut eorum inquisitionibus satisf<icientes, mansuetos plenius instruamus et illi si nequiverunt invenire quod quaerunt, de suis menlibus polius quam de ipsa veritate vel de nostra assertione conquerantur. . Il Deniflb in Carivi, Univer. Paris IntrodttcHo Methodus Abaelardi in IHo etiam opere quod in schoh's Theologiae per aliquot saecula adhibebatur usurpata est, dicimus Sententias Magistri C.Per queste come per le altre numerose citazioni delle opere di C. ci serviamo della Patrologia dil Migne, Paris. Fu in apecia»! modo ai metodo da mi usato che si deve J'eaiorme diffusione del libro delle Sentenze nelle scuole. Esso nel mentre veniva a soddisfare la naturiate curiosità del conoscere ed a dare la spiegazione di molte credenze poneva dei limiti alla libertà del raziocinio. Ma vienne sempre lasciato un cantuccio alle discussioni intermmabili sulle questioni minori, dalla risoluzione delle quali in un senso o in un altro poco aveva a soffrirne l'ortodossia. yui si esercitavano le intelligenze, inquisitionibus satisfacientes, SMANIOSE DI SOTTILIZARE e di sillogizzare, con tanta maggior sicurezza, quanto minore era il pericolo di intaccare la fede. Lo stesso C. nel suo saggio non si trattiene dal diffondersi nell'esame di questioni che a noi sembrano del tutto FUTILI e vane come quelle ad esempio che riguardano la natura degli angeli. E non è raro anche il caso che le lasci insolute. Cosi nel libro I, laddove domanda perchè mentre amare è lo stesso che essere, si dice che il Padre ed il Figliuolo non sono in essenza costituiti dell’amore col quale si amaaio scambievolmente, CONFESSA MODESTAMENTE CHE LA QUESTIONE GLI SEMBRA TROPPO DIFFICILE e che egli si propone più di riportare le dottrine dei Padri che di accrescerle: Diffìcile mihi fateor hanc quaesti onem, praecipue cum ex praedictis oriatur quaei siniilem videntur habere rationem quod meaei intelligentiae attendens infirmitas turbatur, cupiens magis ea dictis sanctorum referre. Il De Vulf, Hist, de la phil. Medievale, Louvain, come il Dknefle da un troppo reciso apprezzamento. Ces sinthèses thèologiquea, dont la premiere idee semble appartenir à Abelardo ètaient appellées a un succès immense. Il faut en chercher le secret dans le besoins de la classification et d' orgànisation qu^on eprouvait devant la masse des materiaux rassemblès, bien plus que dans l’originante de ceux qui ont appose leur signature a ce travail de mise en oeuvre. Cosicché il libro fatto per conciliare ogni controversia sembrò sortire l'effetto contrario. Erasmits in Mattaei I, iP (cit. Da Fabricius, Bib. m. aevi) e Siquidem apparet illum hoc egisse ut semel collectis quae ad rem pertinpbant, questiones omnes excluderet. Sed ea res in diversum exiit. Videmus enim ex eo opere nunquam fìnìendarum quaestionum non exanima sed maria prorupisse. Flettrt, Hist eccl. Paris] ri quam uff erre >k E limsce col coaicmiDa^e. Eam tameu quaestionjeon leolorum ddligentiae plenius dijudicandam atque absolvendam ireiiinquimus ad hoc minus sufficientes. Perciò l'opera del Sentenziario ha un intento assai modesto, né presume di sciogliere ogni dubbio e di dirimere ogni questione. Qui il Maestro risentei della scuola di Abelardo il quale (nel trattato Sic et non riconosceva ai pastori il diritto di emendare le opere dei dottori della Chaesa (Migne) « Hoc et ipsi eccleisiastici dactores attendentes et nonnulla in suis operibus corrigenda esse credentes posteris suis emendaindi vel non sequendi licentiam concesserunt ». E il nostro C. così dice di sé: (Sent. in prol.): In hoc aulem tractatu, non solum pium leolorem, sed etiam correctionem desidero, maxime ubi prolunda versatur veritatis quaestio, quae utinam tot haberet inventores quot habet contradictores ! » Il libro delle Sentenze dove così riuscire più accetto giacché il giogo del dogma era imposto alla libera riflessione del pensiero con assai più illuminata larghezza che non fosse abitudine del passato. Tanto che parve a più d'uno dei suoi contemporanei la sua dottrina pericolosa e Giovanni di Goimovaglia potè chiamarlo uno dei quattro labirinti della teologia ponendolo allo stesso livello di GijDerto Porretano, Pietro di Podtiers, Abelardo. Scopo di C. è di fare un trattato che risparmiasse al lettore tempo e fatica. È per rispetto ai suoi tempi un volgarizzatore della scienza teologica dispersa ne^ libri canonici e negli scritti malagevoli dei Padri e incompiutamente contenuta nei libri di Abelardo, PuUeyn, Ugo di S. Vittore. Egli compila una specie di Enciclopedia teologica ove il lettore avesse a trovare senza sforzo tutto quanto gli facesse al ciaso. Però avverte nel Prologo. « JNon igitur debet hic labor cuiquam pigro vel multum docto videri superfluus, cum multis impigris multisque indoctìs, inter quos etiam et mihi, sàt necessarius: brevi volumine complicans Patrum sentias, appositis eonim testimoniis ut non sit necesse quaerenti librorum numerositatem evolvere, cui brevitas quod quaeiritur oBert sine labore». E cosi nel distribuire la materia egli seguì un nuovo ordine sistematico e compiuto non seguito né da Ugo di S. Vittore, né da Roberto PuUeyn, né da Abelardo {Am quali pure trasse assai dalle sue doltrine) e pose a ciascun capitolo un titolo per facilitare le ricerche (Sani, in prol.) Ut autem quod quaeritur facilius occurrat, titulos quibus singnlarum capitula dislingumitur praemisimus. Relijiiooe e scieoza. Giovanni Scoto Erigena afferma che la teologia e la filosofia sono una sola e una medesima scienza (1). Ma giustamente si poa&ono fare a questo punto delle riserve perché la scuola e la chiesa si accodano nel dire che l'ordine della ifede non é Tordine della jnagione e che sia pei filosofi come per i teologi vi sono dei limita al proprio dominio. Con lutto ciò la ragione e la fede non riusdroTio mai a vivere completamente separate. Ed a torto credano alcuni che si cominciò propriamente dalla scolastica a coffiy ciliare colla scienza la religione. Anche ai primi Padri della Chiesa piacque di giovarsi di entrambe e Clemente Dragone, Agostino, sono nello stesso tempo filosofi e teologi. L'opposizione alla filosofìa come indegna di essere applicata ai veri divini, non fu più propria e peculiare dell'età patristica che della scolastica, le quali non sono già in opposizione, ma Funa é naturale svolgimento dell'altra. Questo sforzo di comporre il dissidio ira Taulorità e la speculazione filosofica si continuò per tutta i se^ coli fino al nostro SERBATI che parlando dell età dei Padri e dei Dottotti scrive. L'uomo allora sentiva altamente che la teologia non era divisa da luii, e che, sebbene ella travalicasse, per l'origine e la sostanza, i limiti della natura, passava dal ragionevole al rivelato, quasi ascendendo da un palco in* (1) De praedestinatione (Collection de Mangin). Coniicitur inde veram esse philosophiam veram religionem, conversimque veram religionem esse veram philosophiam, cit. in Coasin Cours de la phU, I p. 344. feriare ad un altro superiore dello slesso palagio delia mente, con un solo disegno da Dio fabbricatogli. La teologia in quell'età era senza contrasto la conduttrice e la custode di tutte le altre scienze, la signora delle opinioni. Chi avrebbe allora pensato che sarebbe venuto un altro tempo in cui alcuni pensassero doversd la teologia dividere interamente dalla FILOSOFIA? Vediamo ora in quale rapporto si tirovassero le verità teosofiche colle verità filosofiche nel pensiero di Lombardo. Il Maestro si attiene in massima alle parole d’Agostino (sup. Joan). Credimus ut cognoscamus, non cognoscimus ut credamus. E nella distinzione XXII del libro III, là dove esaminia si Christus in morte fuit homo, e risponde che benché Pietro morì come uomo, tuttavia era in morte Dio ed uomo, non mortale e non immortale, e tuttavia vero uomo, dice a coloro che voglioo io troppo sotìsticare sulla ragione di ciò. Illae enim et Jiujusmodi argutiae in creaturis locum habent sed fidei sacramentum a philosophicis est liber. linde Ambrosius (De. fide): Aufer argiimenta, ubi fides guaeritur. In ipsis gymnasìis suis dam dialectica taceat, piscatoribus creditur, non diaileoticis. Ma questa fede da pescatori però, C. aggiuge più oltre, non è cosa a noi lutto affatto estranea, peirchè essa non può essere di ciò che l'animo ignora. E qui egli sente rinllusso del misticismo del suo- protettore. Bernardo e dei Vittorini che primi lo accolsero a Parigi (Sent. Ili dist.). Cum fides sit ex auditu non modo exteriori sed etiam interiori, non potest esse de eo quod animo ignoratur. Ancora è necessario fare con Agostino una distinlone. Alcune cose non sono intese se prima non si credono. Ma è pure vero che alcune cose non si possono credere se prima non sono intese, come la fede in Dio che [Opere edite ed inedite di SERBATI Introd. alla Filosofia Casale Tip. Casuccio p« 48 sgg. Per maggiori notizie sul teismo degli scolastici vedi: ERCOLE (si veda), Il teismo filosofico cristiano Torino Pbantl - Geschicte d. Logik] viene dalla predicazione, e queste pai per la fede intendono di più. Uoc. cil.). Ex his apparet quaedam intelligi aliquando etiam antequam credanlur al nunc eliam per tldem ampiius intelligìintur linde colligdtur quaedam non credi nisi prius intelligantur et ipsa per fidem ampiius inleJlegi. Quanto poi alle cose che mima sono credute che comprese esse non sd ignorano ael lutto perchè anche si amano (Sen.). Nec ea quae prius creduntur penitus ignorantur tamen ex parte, quia non sciumtur. Creditur ergo quod ignoratur non penitus sdcut etiam amatur, quod ignoratur. Pensiero ripetuto in AQUINO ed in ALIGHIERI. In conclusione C. si libra Ira un misticismo ed un razionalismo temperato non sfuggendo alla contraddizione, ma affronlaaidola. Il suo concetto è quello che informa in gran parte il cattolicismo. La fede non distrugge la ragione ma al contrario le da ali più potenli per sollevarsi. Ed è in questo senso che bisogna mtendere le parole d’Agostino: Intellectum ualde cana, e quelle d’Anselmo: Fides quaerens intellectum. Principia rerum inquirenda sunt prius ut earum notitia plenior haberì possi t. (Prol. in Collectanea). Dell’arti e delle scienza del trivio e del quadrivio, secondo la celebre classificazione data da Marciano Capella e riprodotta da BRIUZI e da Isidoro, LA DIALETTICA ovverosia la logica che da principio parve una scienza preparatoria avente per ogge'tio più le parole che le cose, acquistò nelle scuole un tale sviluppo che fini col proporsà i più alti problemi metafisici e diventare la prima delle scienze. Tra questi problemi, il più importante, anzi il fondamentale che sembra raggruppare sotto di sé tutti gl’altri, ed agitò potentemente l'età di cui parliamo, è il problema degl’universali, quale LA FILOSOFIA si è posto innanzi in tutti i tempi. Protois scrive che la questione degl’universali ha a suo autore Roiscelino. Ma ciò è per lo meno detto male. Già Aristotele nel LIZIO si è posto innanzi il problema nelle “Categorie” ed in molti altri suoi libri; e nella prefazione della Isagoge di Porfirio tradotta da BOEZIO, esso è pure [Haurbaux De la philosophie scoi. Paris] enuniciato, ma non risolto, parendo esso al commeintatore d’Aristotele di troppo grave importanza. Ecco le parole Ui Porfirio. M Cosi tralascierò di dire SE I GENERI E LE SPECIA SUSSISTONO o sono soltanto e puramente nei pensieii, se come bUSbisleaiti sono corporei od incorpoi'ei, se sono fuori oppure entro le cose seìusibili e con esse coeistenti: essendo troppo grave una tale impresa e rictiiedendo maggiori ricerctxe Porfirio divide cosi il problema nelle sue III questioni fondamentali e iu in tal modo che esso è segnalato ai primi scolastici. I I generi e le specie sussistono per sé o consistono semplicemente in puri pensieri ? II Come sussistenti, sono essi corporei od mcorporei ? Ed infine: III sono essi separati dagl’oggetti sensibili o sono contenuti negli oggetti stessi formando con essi qualche cosa di coesistente? A ragione Porfirio reputa queste questioni di somma difficoltà. Perchè comunque vi si risponda si è condotti nell'alto mare della speculazione, ed ognuna di esse sembra pod risolversi nelle suprema questione della quaile tutte dipendono: Che cosa è l’essere? JNuUa di più naturale che gli scolastici inoltrandosi a disputare di un tale argomento con molto ardire ed acutezza d mgegno, ma non con pari preparazione filosofica sollevassero infinite e tempestose discussioni che molto spesso non approdavano ad alcun risultato. Tre furono le scuole principaU che si avviarono ad una diversa soluzione del problema: quella dei REALISTI, dei NOMINALISTI, dei CONCETTUALISTI. Il nome di realisti è dato a coloro che affermano che i generi e le specie -- gli universali insomma -- sono una realtà sostanziale, una vera entità distinta dall’altre. NOMINALISTI sono detti coloro che negano la realtà di questi universali, e li ritenevano come semplici concezioni astratte del soggetto ricondotte ad una idea comime per mezzo della comparazione. Ma poiché questa conclusione, dovendo ammettere che tutto ciò che v'ha di comune non è ohe im suono, un nome vuoto di significato, flatus vocis, porta alla negazione di ogni scienza, sorsero i CONCETTUALISTI i quali aggiungeno che un tale suono, im tal nome rappresenta un pensiero, un concetto il quale proviene dalla somiglianza delle cose diverse: il che non è sostanziale ma è percepito dall’intelligenza umana come inerente a una natura individualmente deiterminata. Dopo che Scoto porta agl;estremi il realismo, venne Roscelino che parve dirigere la dottrina del nominalismo contro lo stesso dogma sollevando un grave scalpore nelle scuole. Poiché, se nulla esiste che non sia individuale, il dogma del divino, uno in tre persone vienne dalla ragione ricalzato nelle sue basi. È bensì un errore l'uso stesso d’armi dialettiche prò e contro i misteri della fede, perchè l'ordine della fede non è quello della ragione, ma d'altra parte è un errore rimediabile. Ed a difesa della realtà univereale si leva AOSTA (si veda), prima abate di Bec in Normandia poi arcivescovo di Cantorberv e Guglielmo di Chamoeaux, il fiero avversario d’Abelardo. Ed è quella del primo propriamente un realismo mistico, quello del secondo un realismo scientifico. Abelardo poi è il capo riconosciuto, a volte vincitore, a volle vinto, del CONCETTUALISMO, col anale si possono trovare molti riscontri nella filosofìa moderna. Quale dove essere l'opinione dei Dottori della Chiesa in tanto contrasto di idee? Evidentemente nessuna delle suesposte- se e quando lo notevano. I realisti confondeno le cose con la generalità delle idee, i concettualisti negano il reale fondamento delle idee universali, i nominalisti le idee stesse. I dottori non possono appartenere a nessuna di queste dottrine pericolose. Essi doveno essere tratti a trovare un criterio conciliativo, né ciò è diffìcile, secondo l'avviso dellHaureau. E quale è questo criterio? La specie non è solamente un concetto. Essa è altresì una cosa, non una cosa in sé, a parte dell’oggetto sensibie, ma nna cosa facente parte con essi, formante con essi qualche cosa di co-esistente. Tale a un dipresso la posizione dei dottori tra le scuole che divideno i logici disputanti, corrispondenti sotto altro nome alla scuola dell'idealismo critico ed alla scuola dell’idealismo trascendentale. Tra questi dottori concilianti che l'Haureau non propriamente chiama indifferenti si trova il nostro Maestro delle sentenze, il quale pero non si occupa espressamente della questione, ma solo ne tratta per incidenza, ragionando della Trinità nel 1 libro delle Sentenze. Per C., l'universale non è come per Guglielmo di Champeaux un solo essere dappertutto identico e però difficile a comprendere, ma al contrario colla moltiplicazione numerica dell'individuo diventa anche in essenza tante volle accresciuto. Se l’animale è il genere, dice il Maestro, e IL CAVALLO la specie si avranno III CAVALLI ed anche tre ammali (Sent. I d. XIX, 8) CVM SI ANIMAL GENVS ET EQVVS SPECIES APPELLANTUR III EQVI IIDEMQVE ANIMALIA. Perciò, quando la specie può dirsi triplice devono anche essere III gli individui. Tutto dunque si raccoglie nell'individuo. Ma egli poi aggiunge : SMITH, JONES, WILLIAMS -- Abramo, Isacco, Giacobbe sono tre individui. Ma, nello stesso tempo, anche tre uomini e tre animali. Specie e genere non sono quindi forme soggettive, ma un oggetto che è nelle cose poste al difuori di noi. Ma non si dirà che l'essenza divina è una specie e le persone individui, come è specie Tuomo e sono individui Àbramo, Isacco e Giacobbe. Poiché se l’essenza divina fosse una specie come l’uomo, come non si direbbe che Abramo, Isacco e Giacobbe sono un sol uomo cosi non si direbbe una essenza essere tre persone (Sent.)..Sicut enim dicuntur Abraham, Isaac, lacob, TRIA INDIVIDUA ITA TRES HOMINES ET TRIA ANIMALIA 10: Nec speoies est essentia divina et persona individua, sicut homo species est, individua autem Abraham, Isaac et lacob. Si enim essentia specìes est ut homo sicut non dicitur unus homo esse Abraham, Isaac et lacob. ita non dicitur una essentia esse tres personas. Il Maestro quindi, a mio parere, non nega all’universale un fondamento reale in quanto però va unito all’oggetto sensibile, ma distingue nettamente le cose temporali dalle cose divine alle quali NON convengono i nomi di universale e di partìcdare e le distinzioni della logica. Abael hist. cai.:Erat antem in ea sententia de communitate universaliam, nt eandem essenti ali ter rem totam simtil singulis suis inesse astrueret individuis. cfr. Espenberg Die phil. d C. EsPENBEROER. « Art nnd Gattung sind demnach nicht subjektive Gebilde, sondern objektiv in der una mngebenden Auszenwelt begrìindet », Teoria della coi>osc^i>za. i\el Gommenlario delle Epistole di S. Paolo C. -venendo a parlare delle visioni le distingue 'n tre generi: corporali, spirituali, intellettuali. E le ultime sono le. più perfette perchè vedono non cogli occhi corporali ó colla immaginazione, ma per sé stesse. Qui il Maestro viene a toccare sebbene in modo indiretto della conoscenza che noi abbiamo coi sensi corporali, ei di quella che acquistiamo colla memoria, la quale ci ripresenta immagini vere quali abbiamo già apprese coi sensi o finte quali rimmagin azione forma secondo il suo potere (Collectanea in epist. ad Cor.). In bis tribus generibus (scil. visionis) illud primum manifestum est omnibus quo vid'etur coelum et omnia oculis conspicua. Nec illud alterum quo absentia oorporalia cogitantur, insinuare difficile. Coelum enim et terram et quae in eis videre possumus, etiam in eis constituti cogitamus. Et aliquaiido nihil videntes oculis corporis* animo tamen corporales imagines intuemur vel veras sicut ipsa corpora vidimus et memoria retinemus vel fictas sicut cogitatio formare potuerit. Aliter cogitamur quae novimus, aliter quae non «novimus w. Altrove nel Commentario dei Salmi paragona la memoria al ventre che riceve i cibi : (Comm.) Sicut enim venter escasi recipit ita memoria rerum tenet notitiam. Nel libro III delle Scinlenze C. pariando della fede dice che essa si riferisce soltanto alle cose che non ci appaiono è sostanza di cose sperate come disse Paolo e ripetè poi ALIGHIERI (1), che conobbe il Maestro forse più d’AQUINO. E qui contrappone la fede alla conoscenza che si ha delle cose evidenti, tra te qiiali pone anche l'anima deiruomo che sebbene non veduta, è da lui intuita cogitando. Concetto raccolto poi e svilupipato da Cartesio, il quale prende la coscienza umana come il punto di par [Paolo (Ep. ad Eb. XI\* « Est fides sperandanim snbstantia rerum, argumentum non apparentinm. ALIGHIERI (Par.): Fede è siLStanzìa di cose sperate - ed argomento dene non parventi. ieaia dì ogni indagiiie filosofica ed argomenterà che IV sistenza ci è data dal pensiero: cogito ergo sum. Sent.). c( Non sicul corpora quae videmus oculis corporeis, et per ipsorum imagines quas memoria tenemus, etiam absentia cogitamus; nec sicut ea quae non videmas et ex his quae videmus cogitalionem utromque formamus, et memoriae commendamus, nec sicut hominem, cuius animam etsi non videmus, ex nosbna coniicimus et ex motibus corporis hominem sicut videndo didicimur, intuemur etiam cogitando: non sic vìdetur fides in corde in quo est, .ab eo cuius est, sed eam tenel oerliseima scientia. CosH nel capitolo già citato delle CoUectanea, il Maestro tocca della conoscenza che noi abbiamo del nostro intelletto intellicfendo. E' insomma nella ragione stessa la spiegazione della nostra ragione (In epist. ad Cor.) Hac visione quae didtur intellectualis ea cemuntur, quae nec cemuntur corporea, nec ullas gerunt formas similes corponim, velui ipsa mens et omuis animae affectio bona. Quo enim alio modo nisi intellisrendo intellectus consoicitur? Nullo. C. paragona l’intellieenza ad una luce interiore che illumina res<=ere intelligente: (im epist. ad Eph.). Omnis qui inteiligit quadam luce interi ore illusfrRtiir». Ripete in sostanza il concetto già espresso da S. Agostino: (in ps. 41 n. 2 Mierne) « omnis qui inteiligit luce quadam non corporali, non carnali, non exteriore sed interiore illustratur. Chiarito il modo di conoscere, resta a parlare dell'oggetto della conoscenza. Che cosa è il vero? Tutto che è è vero, secondo il concetto della filosofia patristica, come, e questo Io si vedrà in appresso, tutto ciò che è è pure buono. Il falso va inteso in un sen®o del tutto privativo, cioè non è sostanza di qualche cosa, non è ciò che è, ma è ciò che non è. (In ps.). Veritas enim est de eo quod est. Mendacium vero non est subslantia vel natura ìd est, non est de eo, quod est natuiraliter, sed de eo, quod non est. Ed in altro luogo dice il Maestro : la verità è ciò che è come vien detto : (in ps.). Veritas est cum res ita est cum dicitur. Quia ip9e diodi ei faeta suut Paolo Sostanza e^ accM^ote. S. Agostino concepiva la sostanza come il concetto di assenza o di naliu-a preso in senso generale da subsistere peirchè ogni cosa sussiste a sé slessa : omn«is enim res ad se ipsam subsistil. Ma in senso più particolare, s'intende di ciò che è soggetto d'altre cose come del colore, delle forane corporee, ecc. J\on attrimenti Pier Lombardo: (sent.; in ps.). Substanlia intelligitur illud ouod sumus: homo, pecus, terra, sol; omnia ista substantiae snnt : eo ipso quo sunt naturae, ipsae substantiae dicuntur. Nana et quod nulla est substantia, nihil omnino est. Substantia enim est cdiquid esse ». Ma in quest'ultima significazione, il detto .^oncetto non appropriasi a Dio perchè Dio è semplice. (Sent.) « Res ei^o anutabiles. . . proprie dicuntur substantiae, deus autem, si subsistit, ut substantia proprie dici possit, inest in eo aliquid in subiecto et non est simplex ». E' quindi a torto che parlando di Dio si dice che è una sostanza, perchè non vi è nulla in lui che non ©ia Dio, e la parola sostanza non si dice propriamente che delle creature. Parlando di Dio è meglio servirsi della parola essenza» Riguardo all'accidente il maestro delle Sentenze è dello stesso avviso di BOEZIO che lo definisce: (in Porph. ed. Basii) Accidens est quod adest et abest praeter subiecli corruptionem. (Sent.) a non sicut accidentia in subiéctis quaé possunt abesse vel adesse ». S. Agostino e BOEZIO sono i due filosofi ai quali iì nostro C. attinge con eguale misura. Nelle Sentenze parla degli accidenti, cioè delle apparenze che gli sembrano piuttosto esistere senza soggetto che essere nel soggetto, quali il sapore ed il peso (accidenti) nel sacramento della Eucaristia, che sono senza soggetto, poiché quivi non è altra sostanza che quella del sangue e del corpo del Signore, che non soggiaciono a quelli accidenti. Perciò son quegli accidenti per sé sussistenti. (Sent. IV d. XII, 1; in epist. ad Cor.). Si autem quaeritur de acciflentibus quae remanent i. e. de speciebus et sapore et pondere, in quo subiecto fundentur, potius mihi videtur fatendnm existere sine subiecto quam esse in subiecto, quia ibi non est substantia nisi corporis et sangumis dominici, quae non affìcitur illis accidentibus... remanent ergo illa accidentia per se subsistentia ad myslerium riti ». « Natura multiplex nomen est. Nam et philosophi et ethici et theologi usu plurimo ponunt hoc nomen». Cosi Porrelano (in Boet. ed. Basii). Ma se molli sono i nuovi significati presso i filosofi, vediamo in quale senso più propriamente l'adopera il nostro Pier Lombardo. Per lui natura è ciò che é concreata colla sostanza. (Sent.). Substantiae nomine atque naturae dicunt signifìcari substantias ipsas et ea quae naturali ter habent scilioet quae concreata sunt eis sicut anima naturaliter habet intellectum et imaginem et volnntatem et huiusmodi». Le €086 che awemgano per causa seminale, si dice che aweaigono secondo natura, quelle invece fuori natura avvengano soltanto per volontà divina. Ne viene che ogni creatura obbedisce a leggi naturali. (Sent.). Et illa quae secund'um causam seminalem fìunt, dicuntur naturaliter fieri, quia ita cursus naturae hominibus innotuit. Alia vero praeter naturam, quorum causae tantum suni in deo... omnis creaturae cursus habet naturales leges. yuale sarà dunque la legge naturale ? Quella che ebbero anche i pagani (2), che indica all'uomo ciò che è bene e ciò che è male e che si riassume nel non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a noi. (in epist. ad Rom.). Etsi non habeat (s'cil. gentilis homo) scriptam legem, habet tamen naturalem, qua intellexil et sibi conscius est, quid sit bonum quidve malum; lex enim naturalis iniuriam nemini inferre, nihil alienum praecipere, a fraude et penuria abstinere, alieno coniugio non insidiari et caelera alia et ut breviter dicatur nolle aliis facere auod tibi non vis fieri. Quanto poi alla persona, il Lombardo, parte dal concetto ^ià enunciato da BOEZIO che la persona è la sostanza individuale d'una natura ragionevole: (ed. Peiper). Persona est naturae rationalis individua substantia. Ovunque noi troviamo una sostanza individuale nella specie umana, ivi è una persona. Ma l'anima che è sostanza razionale, è dunque una persona? C. risponde negativamente ricorrendo all'airtificio di parole ^à adoperato da BOEZIO nel sfuo libro de duabus naturìs (ed. Peiper). Cioè Tanima è sostanza razionale, ma non tuttavia persona, perchè non è per se sormns^ cioè è congiunta ad altra cosa. Dio solo può agire contro natura: (Sent. loc cit) super hunc naturalem cursum Creator habet apud se posse de omnibus facere aliud, quam eorum naturalis ratio habet; ut. scilicet, vir^a arida repente fioreat, et fructum ^^at. et in juventute sterilis femina, in senectute pariat, ut asina loquatur et huiusinodi. CICERONE, De leg.; Atque, si natura confirmatura ius non erit, virtutes omnes toUentur Nam haec nascuntur ex eo, quia natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum iuris est. (Sent.) Nam et modo anima est substantia rationalis, non tamen persona, quia non est per se sonans, imo alii rei comiuncta. Tuttavia l'anima è persona quando per se est: onde quando è sciolta dal corpo è persona come è Fangelo. (Sent.) « Anima, non est persona, quando alii rei unita est personaliter absoluta enim a corpore persona est siculi angelus. U^ià Agostino parla di una materia informe dalla quale sarebbero derivate tulle lè cose che sono distinte e formate. (de genes. contra Manich. Migne). Primo ergo materia facta est confusa et informis unde omnia fìerenl quae distincta atqua formata sunt, quod credo a graecis caos appellari). Così pure BOEZIO (edit Basii p. 1138) parla di una materia informe e siemplice come la ale e di una materia formata e non semplice come i corpi. Anche per C. le cose create furono formate da una materia informe (I'n ps.). Quoniam ipse dixit, idest voluit et facta sunt (scil. coelum et terra) id est formata de informi materia. E cosi pure nel secondo libro delle Sentenze : (dist.). Alii vero hoc magis probaverunt et asseruerunt, ut prima materia rudis atque informis creata sii Postmodum vero ex illa materia rerum corporalium genera sunt formata secundum species propria. D’Agostino C. deriva pure il suo concetto della forma. (Sent.) Dicit Augustinus causas primordiales omnium rerum in deo esse mducens simililudinem artifìcis in cuius dispositione est qualis futura sii arca. Il Maestro ripete a questo punto appoggiandosi intieramente ad Agostino quanto Abelardo e Gilberto Prretano dicono con compiuto linguaggio scientifico quando chiamaiio le idee forme esemplari della mente divina. Non così chiara come in questi elementi platonici è l'idea della forma presso i sentenziarii ai tempi aristotelici. Causalità. Qui il Maestro dà questa definizione della idea di causa. Tutto ciò che in sé permanendo genera od opera qualche cosa, è il principio, ossia la causa di ciò che genera od opera. (Sent.). Si autem quicquid in se manet et gignit vel operatur aliquid, principium est eius rei quam gignit vel edus quam operatur. Dio però si dice eh fa ed opera qualche cosa, perchè è la causa delle cose scientemente esistenti. (Sent.). Deus ergo aliquid agere vel facere dicitur, quia causa est rerum noviter existentium. Con ciò vien presupposto che tutto ciò che avviene, avviene per una causa necessaria e che nulla nasce che non sia preceduto da una legittima cagione. C. in seguito si domanda se nulla possa sfuggire o questa legge di causalità e possa awemare per caso. Ma egli risponde : se qualche cosa avviene nel mondo per caso, non tutto il mondo è regolato dalla divina pìnovvidenza. Se non tutto il mondo è regolato dalla divina provvidenza, v'è qualche natura o sostanza che non appartiene all'opera della Providenza. Ma tutto ciò che è, è buono per la partecipazione di quel bene che noi chiamiamo divina provvidenza. Nulla dunque può avvenire per caso. Inutile è il notare che questo argomento si trova già in Agostino, Ugo di S. Vittore, Abelairdo. (Sent.) Si ergo casu aliqua fiunt in mundo, non providentia universus mundus administratur. Si non providentia universus mundus administratur, ali- [Vedi EspuNBKBOBB] qua natura vel substanlia est quod ad opus providentiae non pertinel. Omne autem quod est... boni illius partecipatione... bonum est, quod divinum bonum provideoliam vocamus. JNihil ergo casu flit in mundo. Le nozioni di spazio e di misura, ci vengono date da C., laddove parla di Dio che è immensurabile ed iniCBteso. (Sent.) Neque dime(nsionem habet (sdì. deus) sicut corpus cui secundimi locum assigmatur principium, medium et finis et ante et retro, dextera et smistra, sursum et deorsum quod sui interpositione facit distantiam et circumstantiam... dicitur in Scriptura aliquid locale sive circumscriplibile et e converso, sci!, quia diimensionem (bapierus longiltudinis et latitudinis distaailiam lacit in loco ut corpus. Più avanti definisce il luogo nello spazio ciò che è occupato in lunghezza, altezza e larghezza da un corpo (Sent.) « Locais in spatio est quod lopgiludine et altitudine et latitudine corporis oocupatur)). Come Dio neppure gli spiriti creati possono essere circonscritti nello spazio. Essi però possono in certo modo essere locali perchè quando si trovano in un luogo (non si trovano in un altro : però non hanno dimensioni e per quanto siano numerosi, non possono riempirlo. (Sent.) « Spiritus vero creatus quodammodo est localis, quodammodo non e®t localis. Localis quidem dicitur, quia definitione loci terminatur, quoniam cum alicubi praesens sit totus, alibi non invenitur. Non autem ita localòs est ut dimensionem capiens distantiam in loco faciat. C. infine conclude che Dio non si muove né nello spazio, né nel tempo, che Tanima si muove nel tempo, ed il corpo nelo spazio e nel tempo. Di qui le loro diverse natuire. Ecce hic aperte oistendilur, quodi nec locis aec temporibus mutatur vel movetur Deus, spiritualis autem natura per tempus unovetur, corporalis vero etiam per tempus et locmnn. Che cosa è il tempo ? Ad una tale domanda cosi risponde S. Agostino nelle Confessioni: Se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chieda non lo so: con piena fede dico tuttavia di sapere che se nulla passasse, non vi sarebbe un tempo passato e se nulla dovesse avvenire^ non vi sarebbe un tempo futuro, e se nulla fosse non vi sarebbe un teimpo presente. C. definisce il tempo, la variazione delle qualità che sono nella stessa cosa che si muta. (Sent. ) <( Mutari autem per tempus est variari secundum qualitates quae sunt in ipsa re quae mutatur... Haec enim mutatio qua fìt secundum tempus, vanatio est qualitalum et ideo vocatur tempus. L'eternità fa antilesi al tempo. Il Lombardo come Abelardo ripete qui le parole di Boezio: Stabilisque manens das cuncta momri quando dice: (In ps.) «Et video, id est sciam, quoniam tu es proprie qui stabiEs manens das cuncta moveri. Garattei'a appunto dell'eternità è la stabilità, del tempo la mutabilità (in epist. ad Hebr. I) « In aeternitate enim stabilitas est, in tempoire autem varietas ; m aeternitate omnia stamit, in tamporei alia aocedunt, alia sucfcedHint. Il problema cosmologico si presenta al Maestro nel libro II delle Sentenze alla prima distinzione. Egli dimostra sulla fede delle Sacre Scritture, che non vi è che un prinMiGNB ( Espenberger). Quid est tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim nescio: fidenter tamen dico scire me, quod si nihil praeteriret, non esset praeteritum tempus ; etsinihil adveniret, non esset fUtunim tempus, ei si nihil esset, non esset praesens tempus, cipio solo di tulle le cose. Alcuni (ilosoli, come Platone ed Anstolile, avevano pensalo che il mondo avesse molti principii, che la materia che lo comipone fosse increata ed eterna, che Dio non ne fosse punto il Greatore, ma semplicamente l' oa^ganizzatore. Ma la dottrina cattolica al contrario ci insegna che Dio solo, principio di tutte le cose, ha tutto crealo dal nulla, le cose visibili e le invisibili, il cielo e la terra (Sent.). Creationem rerum insinuans Scriptura deum esse creatorem initiumque temporis atque omnium visibilium ved invisibilium creaturarum in primordio suo ostendìft dicens (g:en. I, 1) In principio creavit deus caelum et terram. His enim verbis Moyses... in uno principio a deo creatore mundum factum refert elidens errorem quorundam plura sine principio fuisse opinantium. Plato namque tria inilia existimavit deum scilicet exemplar et matenam et ipsam mcreatam sine principio et deum quasi artificem non creatorem. E altrove conferma che il mondo non è coetemo a Dio e senza alcun principio, ma creato da Dio come insegna la scrittura. (in ps.) « Quia ipse dixit et faota sunt hoc dicit contra illos qui dicunt mundum deo coateoiimn. Dio creò ogni cosa dal nulla : creare è propriamente ricavare qualche cosa dal nulla : onde a Dio solo compete il nome di creatore (Sent.). Creator enim est, qui de nihilo aliquid facit. Et creare proprie est de nihilo aliquid facere hoc nomen (scilicet creator) soli deo proprie congruit. Ipse est ergo creator et opifex et factor. C. passa poi ad esamina-re la creazione del mondo e specialmente .l'opera dei sei giorni commentando il racconto della Genesi. Le spiegazioni ch'egli offre, sono tolte ai padri antichi tra i quali S. Ambrogio, Agostino, Gregorio, il venerabile Beda e Giovanni Grisostomo. Insieme con vedute geniali e profonde, si trovano in quella parte dei suoi libri ove si paria della creazione, alcune teorie che le scienze naturali hanno poi definitivamente condannate. Basta ricordare la teoria dei quattro elementi di cui si compone il cosmo, e quella che considera il firmamento come una immensa volta solida alla quale sono attaccati gli astri, e Topinione che i piccoli insetti nascano &6 dalla corruzione dei carpi organici. Ma il Lombardo espone la scienza dal secolo decimosecondo : d'altronde egli di tali cose sembra parlare in forma dubitativa e come è suo costume non fa che esprimere le opinioni che ai suoi tempi correvano. dell'uorpo o^il'unlv^rso* Là dove parla della creazione, il Maestro pada anche del fine per il quale l'uomo e l'angelo furono creati. La somma bontà divina ha voluto far parte della sua felicità etema a due delle sue creature, all'angelo ed all'uomo : perciò li creè ragionevoli affinchè conoscessero il sommo bene, l'amassero, ed amandolo lo jK>ssedesseiro e possedendolo fossero felici. L'angelo di natura incorporea e l'uomo composto di anima e di corpo furono creati per lodare e per servire Iddio; non già perchè questi abbia bisogno dei servigi umani, ma affinchè l'uomo godesse nel servirlo, poiché in questo si giova chi serve e non colui al quale si serve. (Sent.) Factus ergo... homo projter deum dicitur esse, non quia creator deus et summe beatus alterutrius indiguerit officio... sed ut servirei ei ac fruirelur.'.. in hoc ergo proficit serviens... non ille cui servi tur. Pensiero che vien perfezionato da S. Tommaso (Sum. contra gentes) e d'ALIGHIERI (Parad.): Non per avere a sé di bene acquisto Ch'esser non può, ma perchè suo splendore Potesse risplendendo, dir: Subsisto. In seguito aggiunge che come l'uomo è stato fatto per Dio, così il mondo per l'uomo, il quale si trova in un mezzo tra ciò che a lui serve e ciò a cui egli stesso deve servire. (Sent.) « Et sicut factus est homo propter deum i. e. ut ei serviret, ita mundus factus est propter é6 hominem, scil. ut ei servirei. Positus est ergo homo 'n medio ut et ei servirelur et ipse serviret; ut acciperet utrumque et reflueret totum ad bonum hominis et quod accepit obsequium et quod impeffidit. L uomo infine si distingue da tutti gli altri animali per la sua aspirazione alle cose superne, ed è perciò che egli ha il corpo eretto e quasi rivolto al cielo. (Sent.) « Ecce osl^isum est, secundum quid sit homo similis dei. Sed in corpore quaaidam proprieitatem habet quae haec indicat, quia §st erecta statura secundum quam corpus ajiimae rationali congruit, quia a caelum erectum est ». È LO STESSO CONCETTO DI CICERONE (De legibus). Nam quum caeteras animantes abiecisset ad pastum, solum hominem erexit ad caelique quasi cognationis domiciliique pristini conspectum excitavit. E non di CICERONE soltanto. Tra i gentili cf. OVIDIO Metamorf. SALLUSTIO Catil. Tra i filosofi cristiani Agostino (de gen. centra Manich. I, XVII), BRUZI (de anima cap. IX) Beda (in hexaem I) Abelardo (in hexaem). Tantum enim, ut tradit auctoritas, cognoscit ibi quiHque quantum diligit. (Sent.) Foteoze d^ll'anirpa. 11 problema psicologico veniva proposto da Ugo di S. Vittore in queisti termini: (de sacram.) yuaerunlur autem quiam plurima de origine animae, quando creata fuit et tolde creala fuit et qualis creata fuit. (cfr. August. de quant. animæ). August. de quant. animæ). È questione tra i filosofi secondo Giovanni di Salisbury (Mei.) se è una sola potenza la quale ora sentisse, ora ricoondasse, ora immaginasse o se pur rimanendo l'anima semplice, essa è dotata di molte potenze (MieNB) – H. P. Grice, “The Power Structure of the Soul.”. Recolo enim fuisse philosophos, quibus placuit, sicut incorpoream simplicem et individuam esse substantiam animae, ita et unam esse potentiam, quam multipliciter prò rerum diversitate exercet. Eorum ergo opinio est, quod eadem potentia, nunc sentiat, nunc memoretur, nunc immaginetur; nunc discemat investigando nunc investigata assequendo intelligat. Sed plures sunt e contrario sentientes animam quidem quantitatem simplicem, sed qualitatibus compositam et sicut multis obnoxiam passionibus, sic multis potentiis utentem ». V. Espenberger. C. si attiene in ciò a S. Agostino e definisce quei^le potenze come naturali proprietà dell'anima, yueste sono una sola sostanza ed esistono nell'animo sostanzialmente; e noiii accidentalmente : poiché sebbene relative tra di loro ciascuna è sostanzialmente nella sostanza oell animo. (Sent.) « Hic attendendum est ex quo sensu accipiendum sit quod supra dixit, illa tria, scilicet memoriam, intelligentiam, voluntatem esse unum, imam mentem, unani essentiam, quod utique non videtur esse venim juxta »pix>piietatem sermonis... Illa vero tria, naturales proprietales seu vii-es sunt ipsius mentis. Sed jam videndum est quoniodo liaec tria dicantur una substantia. Ideo quia sciJicet in ipsa anima vel mente substantialiter existunt, non sicut accideiitia in subiectis, quae possunt adesse vel abesse uiide Augustinus in lib. IX de Trm. cap. 5 alt : Admonemur, si utcumque videre possumus, haec in animo existere substantialiter, non tanquam in subiecto, ut color in corpore; quia etsi relative dicuntur ad invincem, singula tamen substantialiter sunt in substantia sua. Spiegata cosi coli autorità altrui la natura delle potenze dell anima, il Lombardo distingue nella ragione due parti : la parte superiore che si volge alle ragioni eteme delle cose, la inferiore che si piega a osservare le cose temporali! (Sent.) « Ratio vero vis animae est superior, quae, ut ita dicamus, duas habet partes vel differentias, superiorem et inferiorem. Secundum superio«rem, supemis conspiciendis vel consulendis intendit; secundum inferiorem, ad temporalium dispositionem conspicit ». Da ciò deriva la distinzione ch'egli fa della sapienza e della scienza. La definizione che diedero gli antichi della sapienza, cioè : Sapientia est rerum divinarum humanarumque scientia, va divisa cosi che sapienza si dica propriamente della conoscenza delle cose divine, scienza della conoscenza delle cose umane. (Sent.). Illa definitio dividenda est, ut rerum divinarum oognitio sapientia proprie nuncupetur, hùmanarum vero rerum cognitio proprie scientiae nomen obtineat. L'influsso mistico di S. Bernardo suo protettore e dei suoi primi maestri di S. Vittore, si fa sentire in C. là dove afferma che la maggiore o minore quantità di sapere deriva dalla quantità di amore: (Sent.) Sed qui magis diligit plus coginioscit ». Abelardo definisce Tanima come una certa essenza spirituale e semplice: (introd. ad theol. Ili, 6) « Anima quippe spiritualis quaedam et simplex essentia est ». Non diversamente la definisce il nostro C. là dove dice (sent.) « Mens enim i. e., spiritus rationalis essentia est spiritualis et incorporea ». Così Abelardo come C., si riconnettono a Agostino che in più luoghi dei libri tratta deU anima -n quanto spirituale ed incorporea. L'anima si dice semplice perchè non si diffonde in estensione, ma in qualunque corpo in tutto o in qualsivoglia paorte di essa è intiera. Cosi quando avviene qualche cosa nella più piccola parte del corpo, che sia avvertita dall'anima benché non avvenga in tutto il corpo, tutta Tanima sente perchè non tutta si tien nascosta. (Sent.) Simplex dicitur anima) quia mole non diffunditur per spatium loci sed in unoquoque corpore et in toto tota est et in qualibet eius parte tota est. Et ideo cum fit aliquid in quavis exigua particula corporis quod sentiat anima, quamvis non fiat in toto corpore, illa tamen tota sentit quia totam non latet. In ciò segue C. la dottrina professata da Agostino e da Plotino, il primo nel libro di trinitate, de quantitate animae, de immut, animae, il secondo in enn. (edit Volkmanm). Ma se l’anima è semplice, dice il Lombardo nel luogo citato, in confronto del corpo, per sé stessa non è semplice ma molteplice. Poiché altro è essere operoso, altro Inerte, altro acuto, altro memore, altro è desiderio, altro è timore, altro è letizia, altro è tristizia, e queste cose ed altre dello stesso genere si possono trovare nella natura delVanima ed alcune senza le altre ed alcune più ed altre meno, onde è manifesto che la natura dell'anima non é semplice, ma molteplice « unde manifestum est animae non sim plicem sed multiplicem esse naturam. In conclusione la natura dell’anima offre due lati: è semplice da un lato se si paragona colla natura del corpo molteplice se si paragona colle sue potenze Ma ranima è altresì immortale. L'uomo è fatto a somiglianza di Dio e la somiglianza nella essenza perchè essa è immortale ed indivisibile (Sent.) Factus est homo ad similitudinem dei -- similitudo in essentia quia et immortalis eit indivisibilis est. linde Augustinus, de quant, anim. Anima facta est similiter deo, quia immortalem et indissolubilem fecit eam deus. Ma la filosofia scolastica fedele al precetto: distingue prequenier^ come limita e divide il concetto della semplicità deiranima cosi na limita e divìde quello della immoortalilà, distinguendo il coooeilto della morte intesa in senso assoluto di annientamento da quello della stessa intesa in senso relativo di mutazione : ed in quest'ultimo senso l’anima non è del tutto immortale (Sent.) In omni mutabili natura nonnulla mors est ipsa mutatio quia fecit aliquid in ea non esse quod erat, unde et anima humana quae ideo dicitur immortalis quia secundum modum suum nunquam desinit vivere^ habet tamen quandam mortem suam. Riguardo all’origine dell’anima si agitavano ai tempi di C. due diverse opinioni, l’una del traduzionismo (1) che pretendeva che l’anima vienne generata come il corpo, l'altra del creazionismo che pretendeva al contrario che è creata da Dio direttamente. A quest ultima si attiene naturalmente C. con Abelardo, Roberto PuUus, Ugo di S. Vittore. Dio creò ranima dal nulla dice il Maestro: (Sent.) «Flatus factus est a deo, non de deo, non dealiqua materia sed de Odo di Cambra!: (de pen. orig. II) « Sunt autem multi qui volunt animam ex traduce fieri sicut corpus et cum corporis semine vim etiam animae procedere » Vedi Espen. 6, I 101 nihilo ». Quindi cornhatte; ropinione di coloro che affermaaio con Origene che le anime sono state tutte create al principio del mondo, e quella di coloro che con i Lu^ciferiani e Cirillo ed alcuna dei Latini pensano che Tanima si comunichi ai figli per generazione e nello stesso modo che il corpo. Mentre Tanima non è infusa nel corpo che quando esso è tonnato ed adatto a riceverla. (Sent.) Sed quicquìd de anima primi hominis aestimeoitur, de alias certissime sentiendum est, quod in corpore creentur; creando emim infundit eas deus et infundendo creat ». E più avanti: (Sent.) e( Unde Augustiiniis in ecclesiast, dogm. animas hominum di<rit non esse ab initio inter creaturas intellectuales natuT^as nec simili creatas sicut Origenes fìngit necque in corporibtis per coitum seminum sìcuT Luciferani et Cyrillns et quidam LatiinoiTum praesuanptoìres affìrmant, sed dicimus corpus tantum per coniugii oopulam seminari, creationem vero animae solum cneiatoirem nosse eiusque iudicio formato iam corpore animam creavi atque infimdi ». E nel libro IV spiega ancor meglio quest'ultimo pensiero ricorrendo all'esempio della casa e del suo abitatore che vi entra soltaoito quando è ben costruita (Sent.). Sed iam formato corpori anima datur, non ini conceptu corporis nascitur cum semine derivata. Nam SI cum semina et anima existit de anima, tunc et multae animae quotidie pereunt cum semen fluxu non proficit Ti'ativitati. Primum oportet domum compaginari et sic habitatorem induci». E qui è opportu/no ricordare che questa teoria dell'anima si trova pure con poche varianti nel canto del Purgatorio laddove il Poeta discorre della nascita dell'uomo e spiega come (Tanimal divenga fante. Relazione tra Fanirpa ed il corpo. . Seguendo il concetto aristotelico dell'età di mezzo, il Lombardo ritiene Tanima come forma del corpo. (Sent.) « Formatum vero intelligitur corpus propria anima animatum et informe quod nondum Habet animam. Un tal concetto va intimamente collegato con un passo della Bibbia: (Exod.) « Si quis percusserit mulierem praegnantem et aborlivum fecerit, sì adhuc informalum fuerit, multabitur pecunia; quod si formatmn fuerit, reddel animam prò anima », C. deride le favole di coloro che immaginano che le anime siano rinchiuse nel corpo, come in un carcere, per i peccati commessi in cielo (Sent.) Multi in fabulas, vanitatis abierunt dicenls, quod animae sursum in caelo pecoant, et secundum peccata sua ad corponia prò meritis diriguntur, et dignis sibi guasi carceribus includuntur. lerunt hi tales post cogilationes suas et versi sunt in profundum, dicentes animas in caelo ante conversatas et ibi aliquid vel mali egisse et prò meritis ad corpora terrena detrusas esse. Hoc autem respuit catholica fides ». Ma invece Dio diede senso alla natura coirpoTea perchè l’uomo capisse che se potè unire due cose cosi diverse, quali l'anima è il corpo in una tale unità, non è impossibile ch'egli possa partecipare per quanto umile alla sua gloria (Sent.) Lufeamque materiam fecit ad vitae sensum vegetare, ut sciret homo, quia si potuit deus tam disparem naturam corporis et animae in federationem unam et in amicitiam tantam coniungere, nequaquam ei impossibile futurum rationalis creaturae humilitatem ad sua Rloriae partecipationem sublimare. C. non crede che il corpo sia carcere dell'anima nel senso che sopra si è detto, perchè f)er essere opera di Dio è un bene: ma è pure un carcere nel senso che il corpo a corrompe e corrompendosi aggrava l’anima (in ps.) «Vel potius corpus est career non utique secundum id, quod deus fecit ipsum bonum est, sed secundum id, quod comimpitur et aggravat animam i. e. oorruptio eius quae venit ex peccali, career est. Altrove chiama il corpo quasi strumento e servo delTanima : (in epist. ad Rom.) « Si corpus, quo inferiore tamquam famulo vel instrumento utitur anima... ». E cosi pure si legge in un suo sermone : (2P De codem die: In passione Domini seu in annuntiatione (Protois). Dominus est spiritus noster, anima tamquam domina, corpus tanquam servus. Hi tres ini domo una cooperantur et si oonveniunt in bono, vdr bonus intelligilur ». Che cosa è infatti Tuoino se non un'aniina fornita di corpo? si domanda Ugo di S. Vittore (1). Però a questo riguardo il Lombardo usa di una certa moderazione; ed il suo modo di pensare intomo alla persona deiruomo ci fa credere che egli dà un posto importante anche alla vita. Il Maestro delle Sentenze sul finire del suo libro principe, cioè alla distinzione, entra poi a discorreire della morte e della risurrezione del corpo. E fu il padre Michele da Carbonara il primo a far notare la conformità che vi è tra le dottrine svolte da Pier Lombardo e i luoghi della Divina Commedia che parlano della risurrezione, quantuncfue la ragione fondamentale di essa data dal Maestro diversifichi in sostanza da quella data dal Poeta. Nella risurrezione ciascuna anima separata riprenderà il coqx), ripigtierà sua carne e sua figura (Inf.) quale era nel fiore della età: e sarà mage^iore allora la sua beatitudine e la sua cognizione : amplior erit eorum cognitio. Ciò è diffìcile a spiegarsi, dice il Maestro. Ma è certo che nell'anima è un vivo desiderio di ripigliare il corpo; riunita al corpo Tanima ha perfectum naturae suae modum ed ha ampliorem cognitionem. Altri che verranno poi, si spingeranno più addentro nella questione come farà S. Tommaso. Ma, dice il Carbonara, il Maestro sta come colui che tira le linee più larghe d'un quadro, in suU'indeterm inalo; e si legga at[Sent., Migm. Quid enim est homo nisi anima habens corpus ? Nel sermone 11 (in die Cineris ad poenitentes .Ms. lat. in Protois p. 138): «vita praesens messi comparatur et aestati, quia nunc inter ardores tentationum colligenda sunt futurorum merita praemiorum. Carbonara, ALIGHIERI (si veda e C. (Sent.) con prefazione e per cura di Murari 2 ediz. Città di Castello Collezione di Opuscoli Danteschi inediti o rari diretti da Passerini. tentamente questo tratto « ^f mmor sU healitudo sanctorum post iudicium; sì leig'gta attentamente e si vedrà che se vi è trailo che specchi il canto del Paradiso, questo tratto è desso. La slessa queslfone, gli stessi punti determinali; ma Insieme rindeterminatezza, il vago, che neirinsieme domina il Maestro, si risente nel Poeta. Come la carne gloriosa e santa Pia rivestita, la nostra persona Più grata fia, per esser tutta quanta : (cperfeobum natuirae suae modum habebit anima».Omne qaod est, in quantum est, bonum est. Tutta TEtica scolastica è necessariamente compenetrala della dogmatica teologica. Quella di C. non diversa in sostanza da quella dei suoi maestri^ si riattaeca alle discussioni teologiche intorno alla morale che ai suoi tempi si dibattevano. La prima questione che ci conviene esaminare, è quella che riguarda il libero esercizio della volontà. La libertà, pensa egli con Ugo di S. Vittore (Sent.), di cui sente più volle l'influsso, chiede di poier compiere non solo il male, ma anche il bene. (Sent.) « Verum nobis magis placet ut ipsa libertas arbitrii sit et illa, qua magi® liber est malum, et alia qua quis liber est ad bonum faciendum. Ex causis enim variis sortitur diversa vocabula. Il Lombardie si chiede in appresso quali fattori determinano la libertà umana e ne distingue due, cioè la ragione e la volontà. La prima disceme tra il bene ed il male, la seconda si muove con desiderio spontaneo ad effettuarlo. Ecco la definizione e la spiegazione del libero arbitrio secondo C. (Sent.). Liberum verum arbitrium est facultas rationis et voluntatis, qua bonum eligitur gratia assistente, vel malum ea desistente. Et dicitur liberum, duantum ad voluntatem quae ad utrumlibet flecti potest. Arbitrium vero, quantum ad rationem, cuius est facultas et potentia illa, cuius etiam est discemere inter bonum et malum et aliquando quidem discrelionem habens boni et mali, quod malum est eligit, aliquando vero quod bonum est...,.» e più avanti: (Sent.) Liberum ergo dicitur arbitrium quantum ad voluntatem, quia voluntaTie moveri et spontaneo appetitu ferri potest ad ea quae bona vel mala indicet vel indicare potest. Il Lombardo si affretta poi a spiegare un passo di S. Agostino, ove questi afferma che l'uomo perde il libero arbitrio dopo il peccato, onde si legge nei Vangeli: (Pel.) A quo erdm devictus est, huic servus est (Vedi August. enchirid. Migrie). TIon ciò non si vuol dire che l'uomo perde intieramente la libertà, ma solo quella che ci trattiene dalla miseria e dal peccato (Sent.) <( Ecce liberum arbitrium dicit (scil. Augustinus) hominem amisisse; non quia post peccatum non habuerit liberum arbitrium, sed quia libertatem arbitrii perdidit non quidem a necessitate, sed libertatem a miseria et peccati. Est namque lib^rtas triplex, scilicet a necessitate, a peccato, a miseria. A necessitate et ante peccatum et post aeque liberum est arbitrium. Sicut enim lune cogi non poterai, ila nec modo. Ideoque voluntas merito apud deum indicalur, quae semper a necessitate libera est *i iiiunquam cogi potest. Ubi necessitas, ibi non est libertas; ubi non est libertas, nec volunlas et ideo nec merilum. Haec libertas in omnibus est tam in malis quam in bonis. Il Sentenziario perciò nel suo Commentario nei Salmi (rimprovera coloro che attribuiscono alle stelle ed al fato, la colpa dei loro peccati facendone in certo modo responsabile Iddio, che è Tautoire del creato: (in ps.) « Ila clamel aeger ad medicum, et dicat : Cum libero arbitrio creavi! me Deus: ideoque si peccavi, ego peccavi non fatum, non fortuna, non diabolus, me coegit : sed' ego persuadenti consensi ». io: In conclusione, il maestro delle Sentenze^ come già si è veduto, definisce il libero arbitrio un& facoltà della ragione' e della vodontà colla quale si sceglie il bene col soccorso della grazia od il male se la grazia ci manca. Ma questa definizione, aggiunge l'autore, non conviene a Dio né ai santi che par essere incapaci di peccare, hanno un libero arbitrio più perfetto. 11 libero arbitrio di Dio è la sua volontà ònnisapiente ed onnipotente, che fa senza necessità e liberamente tutto ciò che le piace. Quella degli angeh e dei santi non può più portarsi verso il male, perchè essi sono coiiifermati neha beatitudine e neilla grazia. L'uomo dopo il peccato ha pure conservato il suo, ma perchè egli voglia il bene gli è necessaria la grazia del Redentore. La teoria del libero arbitrio, che il Maestro professa, intesa a conciliaire il dogma coi dettami della ragione, non sfugge, come è ben naturale, a gravi difficoltà. Cosi egli è costretto per quaiinto si sforzi di provare il contrario, a mettere l'uomo in una posizione non del tutto giusta, rispetto alla sua libertà, poiché se egli fa il male, ne è tutta sua colpa (ideoque si peccavi ego peccavi in ps. loc. cit.) quantunqua non possa andare ^nte dal peccalo, mentre se fa il bene, il merito è tutto di Dio. (Sent.) « Non tamen sine libero arbitrio proveoiiunt merita nostra, scilicet boni effectus eo-rumque progressus atque bona opera quae Deus remunerat in noDas et haec ipsa sunt Dei dona. Unde Augustinus ad Sixtum presbyterum: Cum coronat Deus merita nostra nihil aliud coronai quasn munera sua. Quamto poi alla obbiezione che se Dio sa tutte le cose che debbono avvenire, noi non possiamo fare in altro modo di quello che a lui è noto, dal che ne verrebbe la negazione di ogni libertà umana, egli non oppone nulla in questo punto dove espone la teorica del libero arbitrio. Ma noi possiamo conoscere il suo parere in proposito, purché noi ci riportiamo a quel punto del libro P, ove parla della prescienza di Dio, allora assai dibattuta dalle sette scolastiche, come quella che sembrava condurre a riconoscere il fatalismo. Il Maestro delle Sentenze per rispondere a questo argomento, fa uso della distinzione così nota agli scolastici del senso composto e del senso diviso, ovvero del senso congiuntivo e del disgiuntivo; cioè che non si può dare che Dio abbia preveduto una cosa e ch'essa non avvenga, ma è possibile che essa non avvenga, e allora Dio non Tavrebbe preveduta. Sottigliezze a cui la scuola dogmatica è costretta a ricorrere ogni qualvolta vien messa ale strette. Ondie il Pomponnazzi nel suo libro: De Fato, libero (mbitrio et providentia Dei (V lib. Bàie) ove si sforza egli pure si conciliare il destino la provvidenza e la libertà deiruomo, finisce col non saper dare altre soluzioni che quelle poste innanzi dalla scolastica, confessando però che esse sono piuttosto delle illusioni che delle vere risposte: Videntur potius esse illusiones islae quam respomiones. Fine a cui tendiamo tutti é la felicità : (sent.) Beatos autem esse velie, omnium hominum esl ». C. ricorda le parole di CICERONE: Beati certe omnes esse volufnus, ed è lontano dal contraddirvi, ma anzi ne deduce che poiché tutti desiderano la felicità, tutti ne hanno dentro di sé la conoscenza: sequitiu' ut omnes beatam vitam sciant. Vediamo ora come procede il Lombardo neiranalisi della felicità. Sul principio del primo libro egli comincia dal distinguere la differenza che v*è tra usare di una cosa e fruirne. Usare d'una cosa è adoperarla a compiere la nostra volontà, fruirne è usarne con gioia, è aderirvi per amore e ciò non avviene in questa vita. (Sent.) « Uti est assumere ali<juid! in f acultateni voluntatìs. Frui autem est, uti cum gaudio, non adhuc spei sed jam rei... et ita in hac vita non videmur frui sed tantum uti, ubi gaudeamus in spe, cum supra dictum sit, frui esse amore dnhaerere alieni rei propter se : qualiter etiam hic multi adhaerant De. ALIGHERI, Purgatorio: Ciascun confusamente un bene apprende Nel qual si queti T animo, e desira: Perchè di giugner lui ciascun contende. E poiché questo sembra far iidsceire eontraddiàoni, egli la rivolse così chiarendo il suo concetto. Tanto qui come nel futuro si può in certo modo fruire della beatitudine eterna, ma mentre in cielo noi la godremo in modo perfetto perchè, come dice S. Agostino, l'avremo vicina qui in terra, non la godiamo che per riflesso ed è ciò che ci fa sopportare i travagli della vita. (Sent.) « Haec ergo quae sibi contradicere videmtur, sic determinamus, dioente», nos et hic et in futuro frui : sed ibi proprie et perfecle et piene ubi per speciem videbimus quo fruemur, hic autem, dum in spe ambulamus fruimur quidem sed non adfeo piene... Idem (scil. Augustinus) in Uh. de Doc. christ. ail (lib. I, cap. 30) : Angeli ilio fruentas jam beati sunt quo et nos frui desideramus; et quaai'timi in hac vita iam fruimur, vel per speculum, vel din aenigmate, tanto nostram peregrinationem et lolerabilius sustioemus et ardentius fruire cupimus ». In questa teorioa il Lombardo si liem stretto a Agostino ed esprime 41 medesimo comcetto che più tardi sarà svolto da S. Tommaso col fine mediato ed iumiediato. guanto alla questione, se si possa gioire della virtù per sé stessa o solo come mezzo di acquistare la vera felicità, egli si prova come è suo metodo di conciliare la prima opinio*ne, che sembra confortata da un passo di Ambrogio, con la seconda professata da S. Agostino, affermando che la virtù può essere amata per sé slessa, ma che non dobbiamo fermarci lì, ma bisogna tendere ad un fine più elevato e riferire la virtù a Dio come fine ultimo. Amoralità d^Ue aztooi urpaoe* Quali sono le azio^ni umane che si debbono chiamare buone secondo C. e quali cattive ? Egli risponde suirautorità di S. Ambrogio e di S. Agostino, che ciò che fa buona o cattiva una azione è Tintenzione. Ed in ciò non discorda da Abelardo che afferma appunto nelFEtica: « Unde ab eodem homine cum in diversis temporibus Ilo idem fiat, prò divemsitate tametn inlentionis eius operatio modo bona modo mala dicitm* ». Infatti il Maestro nel libro secondo d^e Sentenze (dist.) dice quasi allo slesso modo : « Nam simpliciter ac vere sunt boni illi actus, qui bonam causam et intentionem id est qui voluntatem bonam comitantur et ad bonum finem tendunt: mali vero simpliciter dici debent qui perversam habent causam et intentionem ». E cita a questo proposito le parole di S. Agostino : (enarr. in ps.) « Bonum eriim opus intentio facitìK In conseguenza è un'azióne buona confortare i poveri se si fa per compassione e misericordia : ma la stessa azione diventa cattiva se la si fa per ambizione. Vi sono tuttavia delle azioni le quali sono cattive per sé stesse e che la intenzione non può rettificare: tali sono la menzogna e la bestemmia. Ksse poi sono cattive in quanto sono privazioni dell'essere, perchè ogni cosa, in quanto è, è buona : Omne quod est in quantum est bonum. L.a le^^e fT)orale« Stabilito cosi guali sono le azioni buone o cattive, et seconda dell'intenzione, restava a determinare quale è il caratieire morale che deve contraddistinguere le nostre azioni e qual norma si deve necessariamente seguire per muovere al bene : dione insomma dove deve dirigersi- la buona intenzione. In coerenza colle dottrine da lui professate, •il Maestro pone la regola delle azioni umane nella legge divina : perciò il peccato consiste in una infrazione alla legge divina. (Sent.) « Peocatum est omne dictum vel factum vel concupitum quae fit contra legem Dei, . . Quid est ipeccatum nisi legis divanae praevaricatio? ». n C. ammette altresì una legge naturale, lex natu^ raliSj la quale ebbero anche i Gentili, ma questa non basta a condurre a salvamento. Ili Nofli è qui il luogo di indicare il difetto originale d una tale dottrina che nel porre fuori di noi la legge del nostro operare, si condanna alla, contraddizione. Mi basterà ricoirdare che essa si presenta assai più sviluppata in AQUINO, il quale pone innanzi iJ concetto aristotelico della ragione umana, la quale è la natura dell'uomo in quanto è uomo: ondfe poiché ogni cosa è buona quando è conforme alla sua propria natura, ogni cosa sarà buona rispetto airuomo quando sarà conforme alla ragione. Ma questa stessa ragione e natura umana ripete il suo potere regolativo dalla natura divina : « quod autem ratio umana sit regula voluntatis humanae, ex qua eius bonitas mensuretur, habet ex lege aeterrm quae est divina ». (Sum theol..). In conclusione la filosofia patristica e scolastica, si accorda nel porre il principio normativo dell'operare umano fuori aeiruomo stesso, cioè nella sapienza divina identica essenzialmente col suo volere. Bei}e ^ n)ale. Abbiaino veduto come Pier Lombardo affermi che tutto ciò che è, in quanto è, è bene : « Omne quod est, in quantum est, est bonum » (Sent.). E poiché l3io é d'autor© di tutto ciò che esiste Dio é rautore di ogni bene. (Sent.) (Deus) omnium quae sunt auctor est, quae in quantum siuiif bona sunt. Ma non viieme di conseguenza che Dio sia l'autore anche del male, giacché il Lombardo come tutti gli Scolastici, concepisce il male come gualche cosa di propriamente negativo, cioè come la privazione o la corruzione del bene. (Sent.) « Malum enim est comiptio yel privatio boni... Quid enim aliud quod malum dicitur nisi privatio boni?». Anche Agostino nel libro De civitate Dei (Migne) parla di causa deficiente e non efficiente del cattivo operare « Nemo igilul* quaeral ellkientem causani malae volunfalis: non enim efficiens est, sed deflciens, quia nec illa effectio est sed defeclio. E di qui trae buon argomento il Maestro a confutare l'obbiezione di eoJoro che insinuano che Dio essendo autore di tutto ciò che esiste, deve essere altresì autore del peccato. (Sent.) « Quocirca mali auctor non ^t (scil. deus) et ideo ipse summum bonum est, a quo ^n nullo delicere bonum est, et malum est deflcere. Non est ergo causa deficiendi id' est tendendi ad jion esse, qui, ut ita dicam, essendi causa est, quia omnTum quae suoit, auctor est, quae in quantum sunt, bona sunt... Ecce aperte habes quod deficere a deo... malum est ». L.oiT7bardo nel cielo del 5oIe. Entrato €on Beatrice nella sfera del sole Dante, appreoide diairanima di S. Tommaso chi essa sia e chi siano i fulgor vivi e vincenti Sella sua ghirlanda. Se si di tutti gli altri esser vuoi certo, Di retro al mio parlar ten vien col viso * Girando su per lo beato serto, QuelValtro fiammeggiare esce dal riso Di Graziano, che Vano e l'altro foro Alutò si che piace in Paradiso. L'altro ch'appresso adorna il nostro coro Quel Pietro fu che con la poverella Offerse a Santa Chiesa suo tesoro {Par.);. Qui Buti commenta : con la poverella offerse fece la sua offerta della sua facilità, come la po-verella della quale dice rEvangelio di Santo loanni, che offerse poco, perchè «poco aveva, ma con buon cuore e peirò Iddio accettò più la sua offerta che quella del ricco, che, benché offerisse molto, non offerse con si buono animo. Commento di Buti sopra la Divina Commedia per cura di C. Giannini Pisa I più dei oammentatapi ricordano le prime parole del prologo del Liber Sententiarum : « Cupientas aJiquid de penuria a-c temiitate nostra cum paupercula in gazophilacium Domini miUere ardua scandere et opus supra vires nostras praesumpsimus». Le parole di C. chiaramente fidludono al noto episodio della poverella, riportato da San Luca e da S. Marco e nooi da Giovanni come erroneamente riferisce il Buli. Dice San Luca: « Respiciens autem vidit eos, qui mittebant munera sua in gazophilacium diviles. Vidit autem et quamdam viduam pauperculam mittenlem aera minuta duo. Et dixit: Vero dico vobis, quia vidua haec pauper, plus quam omnes misit. Nam omnes hi ex abundantia siti miserunt in munera Dei : haec autem et ex eo, quod deest illi, omoiem victum suum quem habuit misit. Così ad un dispreeso racconta San Marco con leggere vananti : solo è da notarsi che egli chiama la donna uidua una pauper e vidua hxiec pauper e non mai col diminutivo tanto affettuoso di paupercula che per essera stJ^lo scelto da Pier Lombardo fa pensare ch'egli si sia riferito in special modo al passo di San Luca della Volgata. Ma ciò poco importa : importa invece assai il notare come l'umiltà della vidua paupercula avesse toccato «profondamente il cuore di C. il quale nel vergare quelle parole doveva forse ricordarsi con teneirezzìa di un'altra vedova poverella di un lontano paese di Lombardia: e come ALIGHIERI che nei veirsi che dedicava ai persooiaggi della sua^ Commedia soleva «per lo più introduirre l’elemento soggettivo dei ricordi ed affetti personali non senza ragione ricordò quel punto e quello solo dell'opera di C. L'influenza che il ma^fister Petrus esercitò sul pensiero del Divino Poeta non è stata ancora tutta quanta spiegata e compresa nella sua giusta entità. 11 tkeologus . Dantes nullius dogmatis expers dà a S<a«n Tommaso il posto d'onore che gli conviene, ma ad AQUINO commentatore di C.. Se ALIGHERI ed AQUINO non si possono ancor dire contemporaiiiei sono vissuti a poca distanza di tempo e sono entrambi commentatori e perfezionatori dell'opera ancora rozza si ma feconda di Pier Lombardo : l'uno raggiunge finalmente colla sua maunifica somima quel connubium fidei ac rationis che il Magister aveva solo tentato, Taltro ina canta il trionfo glorioso. Che Dante avesse letto il Rbro delle Sentenze con mollo amore ci è provato non solo dai versi succitati, ma da numeirosi passi del Paradiso ove come diremo tosto rimitaziione risulta evidente : ed io sarei anche propenso a credere che rAlighieri non si fosse Termato alla lettura di quel libro solo ed a tutti noto di Pier Lombardo. Qui sono tratto ad accennare fuggevolmente alla famosa questione del viaggio di Dante a Parigi : questione ove troppo, eletti ingegni si cimentarono perchè io presuma di recare qualche nuovo raggio di luce. Dante zill'Uoiversiià di Parigi. Giovanni di Serravalle comme«ntatore racconta. Anagogico dilexit Theojogiam sacram, in qua diu studuit tam in Oxoniis in regno Angliae quam Parisius in regno Franciae : et fuit Bachalarius in Universitate Parisiensi in qua legit Senlentias prò forma magisterii : legit Biblia : respondit omnibus doctoribus, ut moris est, et fecit omines actus qui fieri debent per doctorandum in Sacra Theologia. Egli continua poi a dire che Dante non potè ottenere la laurea perchè gli mancò il denaro per la licenza (deerat pecunia). Onde tornò in Firenze per acquistarlo, optimus artista, perfectus Theologus e quivi fatto «priore si diede ai pubblici uffici e più non si curò della Università di Parigi. Il (racconto di Giovainni di Serravalle fu accolto dairOzanam e dairArriviabene con maggior serietà che mm me(1) TiBABOSOBi, storia della leti. Hai. Modena - Fratria F. de Serravalle Translatio et comentum totius libri Dantis Aldighieri cum textu italico Fratria Da Colle, nunc primum edito Prati - (Jiachetti in fol. ritasse. Secondo un tale racconto ALIGHIERI (si veda) sarebbe andato a Parigi contro raffestazione di Villani, di Boccaccio, di Benvenuto da IMOLA (si veda) che fanno il viaggio degli ultimi anni. Ed il chiaro professor Cipolla osserva che è appena credibile che ALIGHIERI (si veda) fossei in cpiel tempo cosi spirovviiyto di credito da non potere ottenere la somma che gli era necessaria: onde giudica il racconto di poca probabilità. Ma TinverosimigHanza di lutto il racconto appare manifesta quando un poco si pensi al modo come è organizzata la facoltà di FILOSOFIA di Parigi ai tempi d’ALIGHIERI (si veda). Il buon vescovo di Fermo volendo mostrarsi molto approfondito nella conoscenza dei gjradi accademici commette degl’errori grossolani: et fuit Bacchalarius – cf. H. P. Grice, B. A. Oxon. -- in vniversitate parisiensi in qua legit Sententias pro forma Magisterii: legit Biblia. Ma si è veduto nella parte storica del lavoro che l’anno in cui il baccelliere éiventsiV a Sententiarius cioè commenta in pubblico il libro delle Sentenze non precede, ma segue la spiegazione della Sacra scrittura. Dopo quell'anno, il baccelliere si chiama baccalaureus FORMATVS, che risponde, mutatis mutandis al nostro laureando a BOLOGNA. Perciò Giovanni di Serravalle per essere esatto come vuol parerlo, avrebbe dovuto invertire l'ordine delle parole. Ma non vogliaino essere molto esigenti su ciò: c'è ben altro. Gli omnes aclus qui fieri dehent per doctorandum in sacra Theologia sono e forse Giovanni di Serravalle lo ignora, i sermoni (sermones) e le conferenze (controversiæ) che si dovevano tenere nei tre o quattro anni che precedeno la licenza ed infine le tre dispute pubbliche di cui la più solenne vienne chiamata sorbonica. Ma la licenzia (LICENTIA) che vienne dopo tali prove accordata e che il Serravallei chiama con termini vaghi inceptio, conventus non esige alcuna pecunia di sorta. Il SerravaUe e tutti i Commentatori si riferivano all’accenno Dantesco; si come il baccelUer s'arma e non paria, fin che il MAESTRO (MAGISTER – H. P. Grice, M. A. Oxon) la question propone, per approvaria e non per terminarla. Par. - i8, Infatti già il concilio Lateranense proclama due punti fondamentali: la necessità e la gratuità della licenza ed un tale decreto trova posto nelle Definire di Gregorio IX. Solo per eccezione è eoncesso a Comestore, cancellario di Nótre Dameij per i suoi pregi personali, da Alessandro III, di prelevare uoiia piccola rimunerazione per la concessione della licenza. Ed ancora il Regolamento di Courcon insiste sulla concessione gratuita ed ìncondiziomita della licenza: ed una tale disposizione veniva conifermata nelle reigole aggiunte dal papa Gregorio II di cui conosciamo il benefico intervento nei dissensi tra rUniversità ed di Re di Francia. Nella famosa bolla Parens scientiarum viene prescritto formalmente « che il cancelliere non potrà esigere da coloro ai quali conferirà la licenza né giunamento, né obbedienza, né denaro, né cauzione, né promessa ». Ora è noto a tutti che lo statuto di Roberto di Courcon confermato e completato dalla bolla di Gregorio IX, la quale fu pure rinnovata senza modificazione da Urbano IV continua ad essere per tutto il secolo XIII 'a legge fondamentale deirUniversità e pertanto della facoltà teologica di Parigi. Per il che sembra a me che il fondo storico del racconto di Giovanni di Serravalle venga a mancare sempre più di consistenza. Cipolla nel suo dotto ìavaro Sigieri nella Divina Commedia, dopo avere ossei-vato che il Sigieri ricordato tra i beati del canto X deve ritenersi come Sigieri di Brabante, e non va identificato col Sigieri de Conrtrai {Le Clero) visisuto in epoca diversa, e neppure con quello di cui si iparla nel sonetto del Fiore (Castets) avverso ad AQUINO, crede probabile, che ALIGHIERI fn a Parigi negli ultimi anni di sua vita ed airin e non vi ascoltò le lezioni di Sigieri di Brabante perché questi era morto avanti il 1300 ( Feret tornando su questa questione nel volume II deiropera cit. (Les Sorbonnistes) crede errat-ì così, l'opinione del Le Clerc che del Castets, combatte ^e Giornale storico den« Lett. It. Torino LoescUer] asserzioni di Gaston Paris, ed airiimesso che il Sigieri d’ è il SigieriALIGHIERI (si veda) di Brabante che quitla cette vie en reputation d'une orthodoxie parfaite, non si discosta mollo dalle oonclusdoni del professor Cipolla che mostra di mion conoscere. Questo sembrerebbe coaidurci assai fuori del nostro argomento se una buòna osservazione del prof. Cipolla a questo proposito della partecipazione dell'Alighieri alle lezioni dd Sigieri non mi facesse tosto ritornarvi. Egli afferma che « per ciò che riguarda Sigieri, altro è ammettere nel luogo Dantesco vm ricordo personale, ed altro è credere che questo ricordo personale sia tale davvero da comprenderà poS la partecipazione dell'Alighieri alla scuola di quel filosofo. Alle scuole di Parigi i libri del Sigieri eratno rimasti auasi come lesti agli scolari, tanta Sama le sue lezioni vi avevano lasciato. Cosi per ciò che riguarda Pier Lombardo, io aggiungerò che oer spiegare la profonda conoscenza che Dante ebbe del Libro delle sentenze, non è necessario di credere col Serravalle che Damle abbia commentato le sentenze nella scuola di Teologia perchè lo studio che in quei tempi se ne faceva in Parigi, la fama che vi godeva e che già aveva provocato i lamenti di Ruggero Bacone, certo potevano non poco contribuire a farglielo conoscer© più in là del frontìsipizio e del prologo. Per fama egli conobbe a Parigi Sigieri, per fama vi conosce C. ed entrambi egli ricordò con particolar cura nei suoi versi ove palpita un affetto personale. Ma se poca o nessuna influenza ha la filosofìa di Sigieri nell’opera d’ALIGHIERI; molta invece ne ha in quella di C. Un esempio: Speme dissHo, è un attender certo Della gloria futura, il qual produce Grazia divina e precedente merlo. {Par.) P. Fkrkt La f acuite de Tkeol, de Paris – Ricarcl] Pietro di Dante, TOttimo, la Chiosa Cassanese, ricordano la definizione di Pier Lombardo: «est spes certa exjeiotatio futurae beatitudinis veniens ex Dei gralia et mentis praecedentibus ». (Lib. Seni. IH. dist.). Iacopo della Lama, rÀnonimo rioooimno assai meno opportunamente a San Toit^màso: spes est motus appeWiiae virtutis consequens apprehensione boni fulnri adnui possibilis adiptsci. Ho citato, per ppoporre un esempio, uno dei tanti luoghi ove il Lombardo viene dal poeta preferito all'Aquinale, o meglio dire ove cosi San Tommaso come Dante attingono -alla medesima fonte: Pier Lombardo. Qui si ha una traduzione letterale delle parole del Maestro che appaiono anche in San Tommaso sotto una veste più filosofica. Ma non è questo il solo punto ove un tale raffronto è possibile. Fu uno dei più assidui, il Senatore Carlo Neg'-;ni, a far notare la ^ainde importanza che ebbe il libro del Maestro nel pensiero di Dante. JNella prefa/jine al volume. .V. della Bibbia volaare ri884), accennando a Pier Lombardo della cui opera si giova Tespositore dei salmi di quella Bibbia, promise di occuparsene : « In un altro mio scritto dove avrò Taiuto di un teologo profondo, e mio buon amico, farò il confronto tra le «proposizioni teologiche della Divina Commedia e quelle dei libri delle Sentenze: ed il lettore vedrà che le prime non sono altro che Tespressione poetica delle seconde, fedelissima e latta con invidiabile precisione ». Disgraziatamente Negroni occupato in altri lavori, non potè adempiere .alla sua promessa, ma dando esempio dì larghezza d'animo, consigliò ed aiutò l’amico suo Carbone, (Carbonara), poi prefetto Apostolico deirÉritrea, nell'opera a cui egH non poteva attendere, e ne promosse la pubblicazione. Carbonara pubblica infatti Slcuni Studi Danteschi e Tortona Tip. A. Rossi Stttdi Danteschi; Dante e S. Francesco; ALIGHIERI e FIDANZA (si veda) Nella Biblioteca Negroni si trovano nel carteggio privato le lettere che il Carbone indirizzava a Carlo Negroni piene d'erudizione e di affetto per l'illustre amico. Trov.ansi pure tra i copiosi ms. due fascicoli; n. 26: Pier L. nel Paradiso; n. 27: Appunti Danteschi. Essi contengono citazioni, note erudite che il Negroni veniva man mano scrivendo. La malattia e la morte tolsero il modesto studioso e generoso filantropo aUa tranquilla ed utile sua operositét letterarii^. nel volume I. dedicato al Neuroni, prese in esame» il I\' Libro delle Sentenze collo studio: Dante e C. Questo appunto- che è il migliore ed il più originale, entrò poco dopo inella collezione di opuscoli inediti e rari diretta da Passerini per cura di Murari. In esso il Carbone che si limita «all'esame delle distinzioni delle Sentenze, conclude che il seme che è nel libro delle Sentenze di Pier Lombardo mostra i suoi fiori ed i suoi frutti ini Dante. Nella tornata del 19 Aprile 1891 airAccademia Pontaniana, il socio residente Alberto Agresti le^e una memoria dal titolo: Eva in Dante ed in Pier Lombardo (1) ed anch'egli ricordò a proposito di questi studi, Tamico Negroni e lo studio di frate Michele da CARBONARA (si veda). Ponendo a raffronto i passi danteschi ove vien citala Eva (tacendo di tre che non danno alcun ^udizio della sua colpa : (Purg.) uno comune con Adamo (Purg.); gli altri (Purg.; Par.), ove si dà un giudizio sfavorevole di Eva ed il passo del DeViilgari Eloquio ove ALIGHERI chiama Eva praesumptuosissimam), cerca da quali letture Dante ricavò il severo giudizio. Combatte To•pinione di V. Imbriani, (Studi danteschi. Firenze, Sansoni) che coIFesempio del Boccaccio vuol dimostrare 'i& scarsa erudizione teologica di Dante. Nella testimonianza di San Tommaso {Summa) Isidoro {Sentent.), Sant'Anselmo {De pec-orig.), Ugo da S. Vittore, FIDANZA non trova la ragione delli eccessiva severità deirAlighieri, bemsì in Pier Lombardo (Lib. II. dist. 22) che così si esprime: Adamo non istimò vero ciò che il diavolo aveva suggerito; stimò di peccare in maniera da esserne perdonato. Forse come vide che la donna, gustato il frutto, non era peranco morta, prevaricò e volle ainch^'egli fare esperimento del legno proibito. Più però Ta donna, perchè volle usurpare l'eguaglianza della divinità e levata in superbia nimia vraesumptione^ credette così doversi avverare. Adamo non volle contristare la donna, ma certo non vinto da carnale concupiscenza, non sentila peranco in Napoli, Tip. della R. Università, lui, ma per una certa amichevole heoievotenza per la quale il più delle volte avviene che si offende Dio per non offender l'amico. In un certo modo Adamo fu anch'egli deceptus ! Nella donn<a /fu majoris tumoris praesumptio : ella peccò in sé, nel prossimo, in Dio : l'uomo solo ui sé ed in Dio. E l'Agresti finisce insomma col concludere che « studiare la D. Commedia al lume dei libri delle Sentenze è tutto un lavoro nuovo che manca alla letteratura danteca ». A me non resta che augurarmi che un tale 1' si compia e che una feconda curiosità subentri alla sterile dilRdenza nelFaprire il libro di P. L. che Dante non certo per cura della rima chiamava il suo tesoro. I ìinyiìì dell'erudizione. Ristrettezza di tempo mi ha impedito di dare, com'era mio desiderio, maggior svolgimento a questi insufficienti cenni sull'influenza esercitata dal maestro delle Sentenze sull'opera d’ALIGHIERI (si veda) e non sulla Divina Commedia soltanto. Dell'utilità di una maggiore e più profonda conoscenza di tali rapporti, è prov:a quanto si è venuto in questi anni scrivendo dagli studiosii di Dante coll'intento in verità non sempre raggiunto di recar "maggiore luce airinterpretazione' del poema dantesco. Ancora in un recente fascicolo del Bollettino della Società Dantesca Italiana. Parodi m una dotta recensione consacrata ad un apprezzato studio del prof. Surra su La conoscenza del futuro e del presente nei dannati danteschi (Novara, Tip. Guaglio), si vale del confronto colla dottrina del Maestro delle Sentenze per meglio chiarire i dubbi che le parole di Farinata non sciolgono sul modo di conosceniza dei dannati. Contro la tesi del Surra, che fortificandosi del concetto delFìrrazionale nell'arte, ampiaonente illustrato da Fracoaroli, vuol chiudere il passo ^ai diritti 3eireru3ìzioaie, Parodi dimostra, citando una distinzione del IV delle Sentenze. Ve animabus damnatorum si qua habent notitican eorum quae hic fiunt, come l’esposizione di Farinata cresce d'importanza venendo a combaciare colla dotlrin<a professata dal Maestro. Ed è certo che se la contraddizione non può essere evitata dal pensiero umano, specie cpiando s'aderge sulle ali della poesia, tanto in Dante come in C., scola5?tóci entrambi, v'è Tidentioa «preoccupazioaiei di sfug^rle colla cura più scrupolosa. Non si può riconoscere tuttavia all'erudizione il diritto di andar troppo oltre, specie nelle sue conclusioni, perchè Terudizioflie è alla poesia come la ragione è alla fede, che il sapere riconosce potene illuminare senza spiegarla interamente. Se anche col raffronto più minuto dei passi danteschi ooiropera di C. (non limitato alle Semtenze) noi potremo trovare nuove e curiose rispondenze che ci dimostreranno le fonti di sapere e d'inspirazione del Poeta divino, dovremo limitarci a riconoscere nulla più che la materia preziosa, ma informe trasportata e nobilitata dalFopera (in che è il fatto nuovo) dello statuario. E\ per limitarmi ad un solo esempio, notevole il modo onde mei Sermoni vengono disposti gli argomenti morali che il Lombardo distilla da un qualunque versetto biblico: sono quasi sempre tre i sensi che se ne ricadano ed il numero 3 entra con una particolare predilezione ìiell armonica e spesso sin troppo misurata distribuzione delle parti nei suoi discorsi. Queste ed altre minuzie di logica arTres igitur tortae pani8 tres sunt modi dìvinam paginam intelligendi Triplex igitar pani8 eat intellectus: tropologicus, scilicet moralis vel historicus; mysticus, idest allegoricus et anagogeticum Moralis mores componit, exhauriens malos et confovens bonos; allegorìcufl mentis acuit oculos ut mysterioram abdita penetrare valeant; anagogeticus mentes super se effundit ut in voce exultationis et confessionis, constituto die, e condensis usque ad domum Dei rapiatur; nam sicut allegoria alitar intellectus, ita anagoge superior sermo vel sursum tendens interpretatur. Moralis, idest tropologicus, est dulcior, historicus facilior, mysticus auctior. Historicus insipientibus, moralis proficientibus, mxsticus perfìcientibus congruit.- Sermone: Convertimini fili revertentes fine inedita riportata da Haureau op. cit* chitettura oasi caire a Pier Loonbardo, come si avverte nello slesso Prologo delle Sentenze', do ve vaino esercitare il loro influsso nel poeta della Vita Nuova e del Paradiso. Ma non dal solo Pier Lombardo, bensì da tutta 'a scienza teologica, Dante raccolse mei grande specchio ustorio della sua mente, la luce che brilla nel suo divino Poema. Né possiamo comprendere come uno studiotso deìlla coltura del prof. Amaduocd, possa restringere nelrarido opuscolo di San Pier Damiano, quasi l'unica tonte del poema dantesco, lo schema dottrinale a cui Damte avrebbe informato, con perfetta fusione della lettera coll'allegoria^ la Commedia, e annunciare seriamente che distinguendo i 100 canti nelle 42 marcie e fermate {numsioni} deirallegorico viaggio degli Ebrei contemplato dalla modesta fantasia di San Pier Damiano, verrà sostituito nell'esame del poema ai fondamenti ipotetici, il fondamento scientifico, gli enigmi di sei secoli, troveranno fàcile spiegazione e sarà aperta la via ad una nuova valutazione artistica. Ma tale via non Tha aperta Dante stesso coU'opera sua? Z/' opuscolo XXXII di S, Pier Damiano fonte diretta della Divina Commedia? in Grùymaìe Dantesco dir, da G. L. Passerini - Firenze, Dischi. cfr. Parodi La fonte diretta della divina Commedia in Marzocco, Firenze. A questa trattazione epero far seguire prosslntamefite un canltolo, su C. E LA SCUOLA. Ohe per l'economia dei presente iavoro non potè essere inoluoo. Le origini oscure. La nascita a Lumellogno. L'ambiente nativo. Dipendenza di Lmnelil^gno dal Capitolo Novarese Stato delle scuole novaresi. Pier Lombardo fu allo studio Bolog^nese? Gap. il Nell'ombra del cammino Alla scuola di Leutaldo novarese a Reims. « ParisiUiSi » La universitas scholarium. San Vittore. Santa Genoveffa. Nella luce della fam^i. La scuoia di Nòtre Dame. L'episcopato. La morte. La tomba di Marcello. Le onoranze. L'opera e la fortuna di Pier Lombardo. Le Sentenze. I Sentenziarii. I detrattori. Il « tesoro ». Opere edite ed inedite. I Seamoni. LA DOTTRINA FILOSOFICA. Posizione di C. nella filosofia. Metodo. Religione e sciens&a. Problema metafisico e conoscitivo Teoria degli universali. Teoria ctella oonoscenza. Problema ontologico e cosmologico. Sostanza ed accidente. Natura e persona. Materia e forma. Causalità. Spazio e tempo. CosmoJKJgia Posizione dell'uomo neirunàverso. Cap. Problema psicologico. Potenzie dell' aiiim.. Natura dell'ajiima. Origine dell'anima. Relazione tra l'anima e il corpo. Problema morale. Libero arbitrio. Felicità. Moralità delle azioni umane La legge morale Bene e mailie. Lm dottrina scolastica in C. e ALIGHIERI (si veda) Pier Lo!ml>ardo nel cielo del Sole. Dante adl'Università di Parigi. Influenza di Pier Loonbardo sull'opera di Dante. Aggiunta necesaaria. I limiti dell'erudizione. Ritratto di Pier Lombardo dall'incisione del Thevet « Les vrais portraàts ecc. » Paris. Portico della Canonica di Novara da un'incisione delle « Monografìe Novanesi » MigUo Vene de la VUle de Paris du coté de Vlsle N. Dame (antica incisione). A. Nótre Dame de Paris, (antdca incisione). Con Agostino si opera, per la prima volta e in maniera esplicita, una completa saldatura fra la teoria del SEGNO e quella del linguaggio. Per trovare una altrettanto rigorosa presa di posizione teorica bisogna aspettare il Corso di lin¬guistica generale di Saussure, scritto quindici secoli dopo. La grande importanza che la tematica semiolinguistica ha in Agostino deriva in gran parte dal suo assorbimento della lezione stoica, come del resto testimonia il trattato DE DIALECTICA De dialectica. In esso sono riassunti molti dei principali temi stoici in materia semiotica, tra cui il princi¬ pio che la conoscenza è, in linea generale, conoscenza attra¬ verso segni (Simone). Ma vari elementi differenziano l'impostazione agostinia¬ na da quella stoica. In primo luogo, infatti, gli stoici, racco¬ gliendo e formalizzando una lunga tradizione di origine so¬ prattutto medica e mantica, consideravano propriamente segni (smeia) solo i segni non verbali, come il fumo che svela il fuoco e la cicatrice che rinvia a una precedente feri¬ ta. Agostino, invece, per primo nell'antichità, include nella categoria dei signa non solo i segni non verbali come i gesti, le insegne militari, le fanfare, la pantomima ecc., ma anche le espressioni del linguaggio parlato. Noi diciamo in gene¬rale segno tutto ciò che significa qualche cosa, e fra questi abbiamo anche le parole -- De Magistro. In secondo luogo, gli stoici avevano individuato nell'e¬ nunciato il punto di congiunzione tra il significante (semaf¬ non) e il significato (semain6menon), elemento che comun¬ que non coincideva con il segno (semefon). Agostino, inve¬ ce, individua nella singola espressione linguistica, cioè nel verbum (''parola"), l'elemento in cui significante e signifi¬ cato si fondono, e considera questa fusione un segno di qualcos'altro ("Quindi, dopo aver sufficientemente assoda¬ to che le parole [verba] non sono nient'altro che segni [si¬gna] e che non può essere segno ciò che non significhi [si¬ gniflcet] qualcosa, tu hai proposto un verso di cui io mi sforzassi di mostrare che cosa significhino le singole paro¬ le", De Mag.). In terzo luogo, gli stoici avevano elaborato una teoria del linguaggio che aveva le due caratteristiche di essere formale (il lekt6n non coincideva con alcuna sostanza) e centrata sulla significazione. Agostino, invece, elabora una teoria del segno linguistico che ha un carattere psicologistico (i si¬ gnificati si trovano nell'animo) e comunicazionale (passano nell'animo dell'ascoltatore) (Todorov; Markus). 10.1 n triangolo semiotico e la stratificazione ter¬ minologie& È del resto con l'analisi della nozione stessa di parola (verbum simplex) che si apre il De dia/ectica ed è con questa nozione che si inaugura una serie interessante di distinzioni terminologiche. Al capitolo V, Agostino elabora una triplice distinzione che possiamo mettere in corrispondenza con i moderni con¬ cetti di significato, significante e referente. Infatti individua in primo luogo la vox articu/ata (o il sonus) della parola, cioè quello che è percepito dali'orecchio quando la parola viene pronunciata. In secondo luogo individua il dicibi/e1 (corrispondente, anche dal punto di vista della trasposizio¬ ne linguistica, al /ekt6n stoico), definito come ciò che viene avvertito dall'animo e che è in esso contenuto. In terzo luogo, infine, distingue la res, che viene definita come un og¬ getto qualsiasi, percepibile con i sensi, o con l'intelletto, op¬ pure che sfugge alla percezione (De dialect.). È così possibile ricostruire il triangolo semiotico nei se¬ guenti termini: dicibile vox articulata (o sonus) res Ma Agostino guarda ai segni anche dal punto di vista del loro potere di designazione, oltre che da quello della signifi¬ cazione. Questo lo spinge a elaborare un'ulteriore suddivi¬ sione terminologica in corrispondenza dei due aspetti che può assumere il referente di una parola: può infatti avve¬ nire che la parola rimandi a se stessa come proprio referente (fatto che si verifica nel caso della citazione, ovvero della designazione metalinguistica), e allora prende il nome di verbum; oppure può avvenire che la parola, intesa co¬ me combinazione del significante e del significato, abbia come referente una cosa diversa da se stessa (come avviene con l'uso denotativo del linguaggio), nel qual caso prende il nome di dictio.3 È precisamente la nozione di dictio che, come ha osserva¬ to Baratin, costituisce l'elemento di congiunzione tra la teoria del linguaggio e quella del segno. E ciò in virtù di uno sfasamento semantico che la nozione stoica di léxis (si¬ gnificante articolato, ma senza essere necessariamente por¬ tatore di significato) ha subìto nel corso degli studi lingui¬ stici antichi. Dictio è traduzione di léxis; ma non ha lo stesso significa¬ to che le attribuivano gli stoici, bensì quello che le davano i grammatici alessandrini, in particolare Dionisio Trace, che definiva la léxis come "la più piccola parte dell'enunciato costruito" (Grammatici graeci), a metà strada tra le lettere e le sillabe, da una parte, e l'enunciato, dall'al¬ tra. Questa sua particolare posizione fa sì che la léxis venga considerata come portatrice di un significato (in contrappo¬ sizione alle lettere e alle sillabe che non lo posseggono), ma incompleto (in opposizione all'enunciato che porta un sen¬ so completo). Lo spostamento di fuoco dalla centralità stoica dell'e¬ nunciato alla centralità alessandrina della singola parola, fa sì che quest'ultima assuma al(\une delle funzioni prima spet¬ tanti solo all'enunciato. In particolare, quella di essere un segno.4 Agostino definisce decisamente la parola come un segno al cap. V del De dialectica: "La parola è, per ciascuna cosa, un segno che, enunciato dal locutore, può essere compreso dall'ascoltatore". E, del resto, il segno viene definito come "ciò che presentandosi in quanto tale alla percezione sensi¬ bile, presenta anche qualche cosa alla percezione intellet¬ tuale (animus)" (ibidem). Relazione di equivalenza e relazione di im¬plicazione Ponendo l'accento sulla parola, anziché sull'enunciato, Agostino ritrova l'opposizione platonica tra parole e cose. Incontro non casuale, in quanto Platone è l'unico, prima di Agostino, ad avere una concezione semiotica del linguag¬ gio; per Platone, infatti, il nome era d/Oma, svelamento di qualcosa che non è direttamente percepibile, ovvero dell'es¬ senza della cosa. Ma mentre nel Crati/o platonico si discute se il rapporto tra nome e cosa sia un rapporto iconico (pe¬ raltro con la soluzione che conosciamo, cfr. cap. 4), in Agostino tale rapporto - configura subito come una rela¬ zione di significazione: il nomt "significa" una cosa (nozione equivalente a quella di "essere segno di" una cosa). Nel momento in cui Agostino propone la sua concezione della parola come segno, si producono alcune modificazio¬ ni teoriche, conseguenti allo spostamento di prospettiva. In effetti nelle teorie linguistiche precedenti a quella di Agosti¬ no il rapporto tra le espressioni linguistiche e i loro conte¬ nuti era stato concepito come una relazione di equivalenza. La ragione, come noto, era di carattere epistemologico e ri¬ guardava la possibilità di lavorare direttamente sul linguag¬ gio, in sostituzione degli oggetti della realtà, dato che il lin¬ guaggio veniva concepito come un sistema di rappresenta¬ zione del reale (per quanto mediato dall'anima). Al contrario, il rapporto tra un segno e ciò a cui esso rin¬ via era stato concepito come una relazione di implicazione, per cui il primo termine permetteva, per lo stesso fatto di esistere, di arrivare alla conoscenza del secondo. Eco (1984: 33) ha suggerito che, nell'enunciato stoico, i rapporti tra la relazione segnica e quella linguistica possono essere illustra¬ ti da uno schema in cui il livello implicazionale si regge su quello equazionale: onIE=>c m_E:! c dove E indica "espressione", C "contenuto", ::J "implica" e == "è equivalente a". In Agostino l'unificazione tra le due prospettive avviene a livello della singola parola e senza chiamare in causa rapporti di equivalenza. Caso mai la dic¬ tio, che è rappresentabile con il livello i, è costituita dali'u¬ nione, o prodotto logico, di una vox (significante) e di un dicibile (significato), unità che diviene segno di qualcos'al¬ tro (livello ii). Conseguenze dell'unificazione delle prospet¬ tive La prima conseguenza dell'unificazione agostiniana, co¬ me sottolinea Eco, è che la lingua comincia a tro¬ varsi a disagio all'interno del quadro implicativo. Essa in¬ fatti costituisce un sistema troppo forte e troppo strutturato per sottomettersi a una teoria dei segni nata per descrivere rapporti così elusivi e generici, come quelli che si ritrovano, a esempio, nelle classificazioni della retorica greca e roma¬ na. Infatti l'implicazione semiotica era aperta alla possibili¬ tà di percorrere l'intero continuum dei rapporti di necessità e di debolezza. Inoltre la lingua, come del resto Agostino mette in risalto nel De Magistro, possiede un carattere peculiare rispetto agli altri sistemi di segni, corrispondente al fatto di essere un "sistema modellizzante primario",5 cioè tale che qualun¬ que altro sistema semiotico può essere tradotto in esso. La forza e l'importanza della lingua fanno sì che i rapporti con gli altri sistemi di segni si rovescino, e che essa, da specie, divenga genere: a poco a poco, il modello del segno lingui¬ stico finirà per essere senz'altro il modello semiotico per ec¬ cellenza. Ma quando il processo evolutivo arriva a Saussure, che ne rappresenta il punto culminante, si è ormai venuto a per¬ dere il carattere implicativo, e il segno linguistico si è cri¬ stallizzato nella forma degradata del modello dizionariale, in cui il rapporto tra la parola e il suo contenuto è concepito come situazione sinonimica o definizione essenziale. La seconda importante conseguenza dell'innovazione agostiniana riguarda il problema della fondazione della dia¬ lettica e della scienza (Baratin). Fintanto¬ ché il rapporto tra linguaggio e oggetto del reale era conce¬ pito nei termini dell'equivalenza, il primo non appariva di¬ rettamente responsabile della conoscenza del secondo. Ma nel momento in cui si attribuisce un carattere di segno alle espressioni linguistiche, la conoscenza delle parole sembra implicare, di per se stessa, e a priori, la conoscenza delle co¬ se di cui esse sono segno. Tutta la grande tradizione semiotica, del resto, convergeva nel considerare il segno come il punto di accesso, senza ulteriori mediazioni, alla conoscen¬ za dell'oggetto di riferimento. Il problema che si pone ad Agostino è allora quello di prendere una posizione rispetto alla questione se il linguag¬ gio fornisca o meno, di per se stesso, informazioni sulle co¬ se che significa. Agostino affronta la questione del carattere informativo dei segni linguistici nel De Magistro. L'opera, in forma di dialogo tra Agostino e il figlio Adeodato, inizia stabilendo due fondamentali funzioni del linguaggio: in· segnare (docere) e richiamare alla memoria (commemo¬ rare), sia propria sia degli altri. Si tratta di funzioni con¬ temporaneamente informative e comunicative, in quanto coinvolgono in maniera centrale la presenza del destinatario nel momento in cui forniscono informazione. La prima parte del dialogo è tesa a dimostrare che queste funzioni, principalmente quella informativa, sono svolte dal linguaggio in quanto sistema di segni. Sono le parole, infatti, che, in qualità di segni, danno informazione sulle cose, senza che nient'altro possa assolvere alla medesima funzione. Nella seconda parte del dialogo, però, Agostino ritorna sull'argomento e cambia completamente la sua prospettiva. Fondandosi ancora una volta sul fatto che la lingua è un in¬ sieme di segni, egli mostra che si possono presentare due ca¬ si: il primo caso è quello in cui il locutore produce un se¬ gno che si riferisce a una cosa sconosciuta al destinatario; in tale situazione il segno non è in grado, di per se stesso, di fornire informazione, come dimostra l'esempio, riportato da Agostino, dell'espressione saraballae, la quale, se non precedentemente nota, non permetterà di comprendere il ri¬ ferimento ai "copricapr', che essa effettua; il secondo caso è quello in cui il locutore produce un segno che si rife¬ risce a qualcosa che è già noto al destinatario; e nemmeno in questa evenienza si potrà parlare di un vero e proprio processo di conoscenza (De Mag.). Alla fine Agostino conclude invertendo il rapporto cono¬ scitivo tra segno e oggetto, e stabilendo che è necessario co¬ noscere preliminarmente l'oggetto di riferimento per poter dire che una parola ne è un segno. È la conoscenza della co¬ sa che informa sulla presenza del segno e non viceversa. La soluzione ha una ascendenza chiaramente platonica, e a es¬ sa si collega anche la presa di posizione, di marca ugual¬ mente platonica, che la conoscenza delle cose deve essere pregiata maggiormente della conoscenza dei segni, perché "qualunque cosa sta per un'altra, è necessario che valga meno di quella per cui essa sta" (De Mag.). Ma se per le cose sensibili (sensibilia) sono gli oggetti esterni che ci permettono di arrivare alla conoscenza, non altrettanto avviene nel caso delle cose puramente intelligibi¬ li (intelligibilia). Per queste ultime Agostino individua una soluzione "teologica": la loro conoscenza deriva dalla rive¬ lazione che viene fatta dal Maestro interiore, il quale è ga¬ ranzia tanto deli'informazione quanto della verità (De Mag.). Ma anche con questa soluzione teologica del problema linguistico, al linguaggio è lasciato uno spazio, che in parte coincide con la funzione del segno rammemorativo, ma in parte la supera: quando conosciamo già l'oggetto di riferi¬ mento, le parole ci ricordano l'informazione; quando non lo conosciamo, ci spingono a cercare (De Mag.). In Agostino la soluzione teologica non è una scappatoia per uscire da un'impasse teorica. Al contrario, essa mette capo a nuove problematiche. È nel De Trinitate che viene affrontato il tema dell'espressione del verbo interiore, una volta che sia stato concepito nella profondità dell'ani¬ mo. In effetti, per poter comunicare con gli altri, gli uomini si servono della parola o di un segno sensibile, per poter . AGOSTINO provocare nell'anima dell'interlocutore un verbo simile a quello che si trova nel loro animo mentre parlano (De Trin.). D'altra parte Agostino sottolinea la natura prelinguistica del verbo interiore, il quale non appartiene a nessuna delle lingue naturali, ma deve essere codificato in un segno quan¬ do ha bisogno di essere espresso e portato alla comprensio¬ ne dei destinatari. Il verbo interiore ha, del resto, una duplice origine: da una parte esso costituisce una conoscenza immanente, la cui sorgente è Dio stesso; dall'altra esso è determinato dalle im¬ pronte lasciate neli'anima dagli oggetti di conoscenza. Ma anche in questo secondo caso esso è riconducibile a Dio, in quanto il mondo è il linguaggio attraverso il quale Dio si esprime. Si trovano qui gli embrioni del simbolismo univer¬ sale, che tanta parte avrà nella cultura del Medioevo. Quello che comunque emerge con sempre maggiore chia¬ rezza è il carattere comunicativo della semiologia agostinia¬ na, che è individuabile anche nello schema riassuntivo pro¬ posto da Todorov: oggetti di conoscenza potenza !Immanente verbo verbo verbo divina interiore - esteriore - esteriore pensato proferito sa pere. È comunque innegabile che se la semiologia agostiniana presenta un aspet¬ to "teologico", connesso al problema del verbo divino, tut¬ tavia possiede anche un ben individuato e autonomo aspet¬ to laico, che prende in considerazione i caratteri che il segno ha di per se stesso. Fanno parte di quest'ultimo aspetto le varie classificazioni dei segni, alle quali Agostino si dedica soprattutto nel trattato De doctrina Christiana secondo il modo di trasmissione: vista/udito secondo l'origine e l'uso: segni naturali/segni intenzio¬ nali secondo lo statuto sociale: segni naturali/segni conven¬ zionali secondo la natura del rapporto simbolico: proprio/tra¬ slato secondo la natura del designato: segno/cosa con aggiunte più tarde), ma che ritorna anche in varie altre opere . Todorov individua e analizza cinque tipi di classificazione a cui Agostino sottopone la nozione di se¬ gno : Todorov lamenta il fatto che Agostino giustappone quel¬ lo che in realtà avrebbe potuto articolare, in quanto gene¬ ralmente queste opposizioni sono tra di loro irrelate. Questo non è però del tutto vero, perché (soprattutto nel De Magistro) c'è un tentativo di dare una classificazione combinata di alcuni aspetti del segno. A questo proposito è possibile ricostruire tale classifica¬ zione ordinandola secondo uno schema arboriforme (Ber¬nardelli), secondo il modello dell'albero di Porfirio (Eco). La classificazione di Agostino non è totalmente a inclu¬ sione, come tende a essere quella porfiriana; e si può osser¬ vare che se venissero sviluppati i rami collaterali, si vedreb¬ bero comparire, una seconda volta, alcune categorie elenca¬ te sotto il ramo principale. Tuttavia è Agostino stesso a metterei sulla strada di una classificazione inclusiva da ge¬ nere a specie quando definisce la relazione tra nome e paro¬ la come "la stessa che c'è tra cavallo e animale" e includen¬ do la categoria delle parole in quella più ampia dei segni (DeMag.). genen· e specie AES SEGNO PAROLA NOME segno udibile di cose (funzione denotativa) res sensibili (Romulus, Roma, fluvius) differenze significanti qualcosa verbale (voce articolata) differenze (significabilis, non significanti nome in senso particolare non verbale (gesti. insegne, lettere, tromba militare ecc.) altra parte del discorso (si, ve/, ex, nsmque, neve, ergo, quonism ecc.) segno udibile di segni udibili (funzione metalinguistìca) res intelligibili ( virtus) SIGNIFICANTE delle .. AES" La prima relazione interessante è quella tra res e signa. Per quanto il mondo sostanziahnente venga diviso in cose e segni, tuttavia, Agostino non concepisce tale distinzione co¬ me ontologica, bensì come funzionale e relativa. Infatti anche i segni sono delle res e l'uomo è libero di as¬ sumere come segno una res che fino a quel momento era sprovvista di quella dignità. Anzi, la stessa nozione di res viene definita in termini rigorosamente semiologici (Simone): "In senso proprio ho chiamato cose (res) quegli oggetti che non sono impiegati per essere segni di qualche cosa: per esempio i legno, la pietra, il bestiame" (De doctr. Christ.). Ma, immediatamente dopo, cosciente del¬ la pervasività dei processi di semiosi, aggiunge: "Ma non quel legno che, leggiamo, Mosè gettò nelle acque amare per dissipare la loro amarezza (Esodo); né quella pietra sulla quale Giacobbe riposò la sua testa, né quella pecora che Abramo immolò al posto di suo figlio. L'articolazione che esiste tra segni e cose è analoga a quella dei due processi essenziali: usare (ut1) e godere (jrul) (De doctr. Christ.). Le cose di cui si usa sono tran¬ sitive, come i segni, che sono strumenti per giungere a qual¬ cos'altro; le cose di cui si gode sono intransitive, cioè sono prese in considerazione per se stesse. Nel De Magistro Agostino propone anche un nome per le cose che non sono usate come segni, ma sono signifi¬ cate attraverso segni: significabilia. Niente toglie che in un secondo momento anche quest'ultime possano essere assun¬ te con funzione significante. Dopo aver così articolato i rapporti tra segni e cose, Ago¬ stino propone questa definizione di segno nel De doctrina Christiana: "Il segno è una cosa (res) che, al di là dell'impressione che produce sui sensi, di per se stessa, fa venire in mente (in cogitationem) qualcos'altro". Nel nostro albero porfiriano abbiamo deciso di ricostrui¬ re la principale suddivisione agostiniana dei segni secondo la dicotomia verbale/non verbale, anche se altre opzioni, ugualmente esplicite nei testi di Agostino, erano disponibili. Questa decisione è autorizzata da un passo del De doctrina Christiana in cui, a conclusione di un'analisi dei vari tipi di segni, Agostino sostiene: "Infatti di tutti quei se¬ gni, di cui ho brevemente abbozzato la tipologia, ho potuto parlare attraverso le parole; ma le parole in nessun modo avrei potuto enunciarle attraverso quei segni". Viene esplicitamente fatto riferimento al carattere, tipico del linguaggio verbale, di essere un sistema modellizzante primario, e tale carattere viene assunto come criterio della divisione fondamentale dei segni. I0.6.3 Segni classificati in base al canale di perce¬ zione Una classificazione incrociata rispetto alla precedente è quella effettuata in base al canale di percezione. Agostino infatti sostiene che "tra i segni di cui gli uomini si servono per comunicare tra di loro ciò che provano, certi dipendono dalla vista, la maggior parte dali'udito, pochissimi dagli al¬ tri sensi" (De doctr. Christ.). Tra i segni che vengono percepiti con l'udito ci sono quel¬ li, fondamentalmente estetici, emessi dagli strumenti musi¬ cali, come il flauto e la cetra, o anche quelli essenzialmente comunicativi emessi dalla tromba militare. Naturalmente, ritroviamo tra i segni percepìbili con l'udito, in una posizio¬ ne dominante, anche le parole: "Le parole, in effetti, hanno ottenuto tra gli uomini il primissimo posto per l'espressione dei pensieri di ogni genere, che ciascuno di essi vuole ester¬ nare" (Dedoctr. Christ.). Tra i segni percepibili con la vista Agostino elenca i cenni della testa, i gesti, i movimenti corporei degli attori, le ban¬ diere e le insegne militari, le lettere. Infine vengono presi in considerazione i segni che riguar¬ dano altri sensi, come l'odorato (l'odore dell'unguento sparso sui piedi di Cristo), il gusto (il sacramento dell'euca¬ ristia), il tatto (il gesto della donna che toccò la veste di Cri¬sto e fu guarita). "Signa naturalia" e "signa data" Sicuramente fondamentale, anche se non direttamente integrabile al nostro albero inclusivo, risulta lo schema di classificazione che oppone i signa naturalia ai signa data. I primi sono "quelli che senza intenzione, né desiderio di si¬ gnificare, fanno conoscere qualcos'altro, oltre a se stessi, come il fumo significa il fuoco" (De doctr. Christ.). Ne sono esempi anche le tracce lasciate da un animale e le espressioni facciali che rivelano, inintenzionalmente, irrita¬ zione o gioia . Dopo averli definiti, Agostino dichiara di non volerli trattare ulteriormente. È invece maggiormente interessato ai signa data, in quan¬ to a questa categoria appartengono anche i segni della Sa¬ cra Scrittura. Essi vengono definiti come "quelli che tutti gli esseri viventi si fanno, gli uni agli altri, per mostrare, per quanto possono, i movimenti della loro anima, cioè tutto ciò che essi sentono e pensano (De doctr. Christ.). Gli esempi sono soprattutto i segni linguistici umani (le pa¬ role) . Ma Agostino, curiosamente, include in questa classe an¬ che i segni emessi dagli animali, come quelli che si hanno quando il gallo segnala alla gallina di aver trovato il cibo. Questo crea una marcata differenza rispetto ad Aristotele, che include i gridi degli animali tra i segni natu¬rali (De int.). Ma Aristotele opponeva "naturale" a "convenzionale", mentre i signa data non sono i "segni convenzionali", come Markus aveva suggerito (e come del resto era sta¬ to proposto dalla traduzione francese di Combès e Farges). I signa data sono i "segni intenzionali" (Engels; Jackson), e corrispondono a 1:1na AGOSTINO ben precisa intenzione comunicativa (De doctr. Christ.). È del resto il carattere intenzionale che permette ad Agostino di includere tra i signa data quelli emessi dagli animali, anche se egli non si pronuncia sulla natura di que¬ sta intenzionalità animale (Eco). Del resto, come nota Todorov, porre l'accento sull'idea di intenzione corrisponde al progetto semiologico generale di Agostino, orientato verso la comunicazione. I segni intenzionali, o meglio, creati espressamente in vista della comunicazione, possono essere messi in corrisponden¬ za del syrnbolon di Aristotele e della combinazione stoica di un significante con un significato; quelli naturali, ovvero già esistenti come cose, corrispondono invece ai smeia, sia aristotelici che stoici Uno dei punti fondamentali della semiologia agostiniana è costituito dalla ricerca dei modi in cui si può stabi¬ lire il significato dei segni. Tale indagine è condotta soprat¬ tutto nel De Magistro, dove si può rintracciare una conce¬ zione semantica che si avvicina al tipo della "semiosi illimi¬ tata" di Peirce. Come ha rilevato anche Markus, il significato o segnato di un segno, per Agostino, può essere stabilito o espresso mediante altri segni, per esempio: fornendo dei sinonimi; attraverso l'indicazione con il dito puntato; per mezzo di gesti; tramite astensione (De Mag.). Questa concezione del significato si rende possibile sol¬ tanto nel momento in cui viene abbandonato lo schema equazionale del simbolo, per adottare, come fa Agostino, quello implicazionale del segno. La teoria semiologica ago¬ stiniana si apre così, come ha messo in evidenza Eco, verso un modello "istruzionale" della descrizione semantica. Se ne può cogliere un esempio neIl'analisi che Agostino conduce insieme ad Adeodato del verso virgiliano "si nihil ex tanta superis placet urbe relinqui" (De Mag.). Esso viene definito come composto di otto segni, dei quali, appunto si cerca il significato. L'indagine comincia da l si l, di cui si riconosce che espri¬ me un significato di "dubbio", dopo aver tuttavia sottoli¬ neato che non si è trovato un altro termine da sostituire al primo per illustrare lo stesso concetto. Si passa, poi, a lni¬ hi/1, il cui significato viene individuato come !'"affezione dell'animo" che si verifica quando, non vedendo una cosa, se ne riconosce l'assenza. In seguito Agostino chiede ad Adeodato il significato di lexl ed esso propone una definizione sinonimica: lexl sa¬ rebbe equivalente a l de l . Agostino non è soddisfatto di questa soluzione e argomenta che il secondo termine è certo un'interpretazione del primo, ma ha bisogno di essere a sua volta interpretato. La solu2ione finale è che l ex l significa "una separazione" da un oggetto. A questa conclusione, pe¬ rò, viene aggiunta anche una successiva istruzione per la sua decodifica contestuale: il termine può esprimere separa¬ zione rispetto a qualcosa che non esiste più, come nel caso della città di Troia a cui si allude nel verso virgiliano; oppu¬ re il termine può esprimere separazione da qualcosa che è ancora esistente, come quando diciamo che in Africa ci sono alcuni negozianti provenienti da Roma. Il significato di un termine, allora, "è un blocco (una se¬ rie, un sistema) di istruzioni per le sue possibili inserzioni contestuali, e per i suoi diversi esiti semantici in contesti di¬ versi (ma tutti ugualmente registrabili in termini di codice).” La struttura implicativa permette regole del tipo "Se A appare nei contesti x, y, allora significa B; ma se B, allora C; ecc.", regole che sono comuni tanto al modello istruzio¬ nale quanto alla semiosi illimitata. In definitiva, è proprio grazie ali'assunzione generalizza¬ ta del modello implicazionale che la semiologia agostiniana riesce a porsi sia come sintesi delle acquisizioni semiolingui¬ stiche del mondo antico (teoria della parola come segno), sia come potente anticipazione di alcune delle più recenti tendenze della ricerca attuale in campo semantico (modello istruzionale) . 1 In altre opere, al posto di dicibile troviamo l'espressione significatio; a esempio in De Magistro. Si deve notare che Agostino adopera l'espressione verbum in due sensi: uno tecnico e specifico, che è quello dell'uso metalinguistico della parola; uno generale, che corrisponde alla nozione ampia di "parola", co¬ me "segno di ciascuna cosa che, proferito dal parlante, possa essere inteso dalJ'ascoltatore. La natura della nozione di dictio, come composizione di significante e significato, è messa chiaramente in risalto dalla definizione del cap. V da De dialectica. Quel che ho detto dictio è una parola, ma una parola che significhi ormaj le due unità precedenti conten1poraneamente, la parola (verbum) stessa e ciò che è prodotto nell'animo per mezzo della parola [dicibile]". La dictio, inoltre, "non procede per se stessa, ma per significare qualcosa d'altro. Si ricorderà che dagli stoici un segno era concepito, in termini proposizionali, come un antecedente che rimandava a un conseguente; cfr. Sext. Emp., Adv. Math. Per questa nozione, cfr. Lotman-Uspenskij. Piètro Lombardo. Teologo. Novara. M. Parigi, chiamato dai posteri magister sententiarum. Il suo scritto principale, i Libri Sententiarum, il testo teologico più diffuso nel Medioevo, gli fruttò una celebrità mondiale, entrando fra i fondatori della teologia sistematica. Egli, infatti, è uno dei primi a racchiudere in un'opera organica l'intero materiale dogmatico. Di umili origini, fu presentato da s. Bernardo ai canonici di San Vittore a Parigi, dove era giunto dopo esser passato per Reims e dove è probabile che già prima del 1142 (data d'inizio delle Sententiae, v. oltre) cominciasse a esercitare il suo magistero; a questi primi anni parigini risalgono il Commentarius in Psalmos e i Collectanea in Epistolas Pauli. L'insegnamento lo rese presto famoso: fu tra i magistri del consiglio di Reims che giudicarono Gilberto Porretano; nel 1151-52 venne a Roma presso papa Eugenio III e fu creato vescovo di Parigi. Il suo epitaffio si conservò nella chiesa di Saint Marcel fino alla rivoluzione francese. Opere Delle opere di P. abbiamo ricordato quelle esegetiche: di esse la prima illustra il testo biblico versetto per versetto, in completa dipendenza dalla tradizione patristica, con forte allegorismo; la seconda (detta anche Maiores glossae epistolarum o Magnaglossatura) introduce nel commento più ampie questioni teologiche e costituisce una preparazione all'opera sua maggiore, i Libri IV sententiarum (detti comunemente Sententiae): cominciati nel 1142 e terminati nel 1158 (ma una prima edizione era forse già pronta nel 1152), sono probabilmente il frutto delle sue lezioni. L'opera, nel suo progetto di raccogliere e sistemare organicamente attorno ai principali problemi teologici le sentenze (o auctoritates) dei Padri e degli autori medievali, dipende così dalla tradizione canonistica, soprattutto da Graziano, come dalla Summa sententiarum (opera forse di origine vittorina), ma anche da Abelardo, da Anselmo di Laon, da Ugo di S. Vittore e da Giovanni Damasceno (conosciuto nella traduzione latina di Burgundio Pisano). P. organizza la materia in quattro libri (divisi in capitula, mentre il raggruppamento in distinctiones non risale all'autore): Dio uno e trino; creazione, peccato e grazia; 3) incarnazione, redenzione, virtù teologali e doni dello Spirito Santo, comandamenti; 4) sacramenti e novissimi. Attorno a questi argomenti P. raggruppa le testimonianze della tradizione patristica (prese direttamente o da florilegi), ma dà anche molto spazio a opinioni di maestri più recenti e contemporanei, citati spesso con un semplice «quidam»: l'importanza della sua opera sta appunto in questa raccolta di auctoritates, non in uno sforzo di approfondimento personale, perché intento di P. è l'attenersi alle più autorevoli opinioni tradizionali senza ricorrere, anzi spesso opponendosi, a ogni innovatore sforzo dialettico e filosofico. Ma di qui deriva anche l'immensa fortuna delle Sentenze, che, dopo alcune prime violente opposizioni (promosse da Giovanni di Cornovaglia, Gerhoh di Reichersberg, Gualtiero di San Vittore, Scuola porretana, Gioacchino da Fiore; particolarmente criticata la sua dottrina detta nichilismo cristologico, per cui l'unione in Cristo delle due nature sarebbe puramente accidentale), entrò dal sec. 13º nelle università sotto l'autorità pontificia come testo fondamentale per l'insegnamento della teologia e tale restò fino a tutto il Rinascimento (di qui l'enorme numero dei commenti alle Sentenze). P. è autore anche di ventinove Sermones, mentre sicuramente spurie sono altre opere a lui di tempo in tempo attribuite.Refs.: Luigi Speranza, “Philosophical psychology in the commentaries of Pietro Lombardo and Grice,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Lombardia Grice: “It is strange that he was called Piero da Lombardia; it would be like ‘a lad from shropshire.’ ‘Lombardia,’ unlike Ockham, ain’t a townbut a full regionIt’s different with ‘veneto,’ which is toponymic and metonymic for Venice. But if Milano was the main ever settlement in Lombardia this would be “Peter, the one from Milan.” Nome compiuto: Lombardo Pietro Lombardo Lumellogno Cardano – Grice: “It’s only natural that he was Pietro Cardano – after the city in Lombardy, Cardano – Plus, the implicature that he went by “Peter of Lombardy” having been born in Piemonte, means that the locals never saw him as one of their own!” -- Pietro Cardano – la stirpe Cardano --. Familia patrizia di Novara. Pietro Cardano. Keywords: Cardano, implicatura. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cardano,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cardia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del culto del laico – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Cardia is what I would call the Italian Hart – with a tweak – Italy and religion is Cardia’s forte – recall that the bishop of Rome has the roots in the ‘pontifex’ of old Rome, so he knows what he’s talking about!” – Grice: “Like me, Cardia has philosophised, as what the Italians call a professore di filosofia del diritto, on the ethical versus legal implicatures of the very idea of a ‘right’ (diritto). We don’t have that economy of vocabulary in Engish – calling Hart the professor of right would be unnacepptable at Oxford!”. Si laurea a Roma. Clifton has chapel services and a focus on Christianity. This is the Chapel: here, my son, Your father thought the thoughts of youth, And heard the words that one by one The touch of Life has turn'd to truth. Here in a day that is not far, You too may speak with noble ghosts Of manhood and the vows of war You made before the Lord of Hosts. The magnificent Chapel sits at the heart of Clifton both spiritually and physically and has played an important part of life. Topped by a striking copper-clad lantern and built from soft red and honey-coloured stone, the Chapel provides Christian calm, and forms a powerful link between past and present. It is a place where the community come to mark milestones and celebrate successes, and for quiet contemplation or spiritual guidance.  Brass plates placed on the back of the staff stalls mark the names of all those who have carved out a reputation. High on the walls are memorials of pupils of another age who died by accident or disease serving the Empire. One bears the moving epitaph ‘A good life hath but few days but a good name endureth forever.’  The Chapel was built to a design by C. Hansom. It is a narrow aisleless building. It is the gift of the widow of W. J. Guthrie. Hansom is given permission to quarry sufficient stone from the grounds of Clifton for the purposes of the Chapel building". The Chapel building is licensed by the Bishop of Gloucester and Bristol.  Stato, Chiese e pluralismo confessionale Rivista telematica statoechiese.it) Colaianni (ordinario di Diritto ecclesiastico nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari) Quale laicità. Con questo saggio C. si affaccia sul versante polemistico della letteratura giuridica con la maestria affinata attraverso una copiosa produzione saggistica e con la non comune versatilità che negli ultimi anni lo ha portato ad occuparsi dei problemi di tutela non solo delle confessioni religiose ma anche dei diritti umani. I bersagli della polemica sono indicati nel sottotitolo: etica, multiculturalismo, islam, non in sé naturalmente ma in quanto declinati in maniera rispettivamente relativistica, separatistica, fondamentalistica. Capaci cioè di esaltare le identità oltre ogni limite e di attentare, quindi, a quello “stato laico sociale” che, dopo secoli di storia travagliata e i totalitarismi del secolo breve, a cavallo del nuovo millennio ha trionfato un po’ dovunque in Europa e in tutto l’occidente. Questo carattere ben si coglie secondo l’autore nella “rivincita dei concordati”. Un fenomeno effettivamente impressionante, tanto più perché si inserisce in un trend favorevole alle relazioni con le confessioni, da cui non prendono le distanze neanche l’Unione europea, in base ad una dichiarazione allegata al trattato di Amsterdam, e la Francia della Loi de séparation, secondo le proposte della commissione governativa Machelon1. Da esso C. deduce che lo stato è ormai amico delle religioni, che contribuisce attivamente a sottrarre all’irrilevanza degli affari privati e a reimmettere nel circuito pubblico, relegando l’ostilità del laicismo ottocentesco nel museo della memoria. C., Le sfide della laicità. Etica, multiculturalismo, islam, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, destinata alla pubblicazione sulla rivista “Laicità”, Torino. Cfr. F. MARGIOTTA BROGLIO, su Reset Stato, Chiese e pluralismo confessionale Rivista telematica Dal quale non varranno a riesumarla le “guerricciole”, rinfocolate dal “micro-massimalismo” di chi spera di “rivivere un po’ dell’epopea del passato” e non si accorge che ormai lo stato italiano gli accordi li fa anche con confessioni non cattoliche e, peraltro, non è l’unico ad integrare le scuole private e confessionali nel sistema scolastico, ad assicurare l’insegnamento religioso confessionale nelle scuole pubbliche, a finanziare lautamente la chiesa cattolica ma anche le altre confessioni. L’agile sintesi storico-politica, condotta nella prima metà del libro, consente a C. di avallare questa laicità realistica, che ad altri è sembrata più propriamente “praticistica”. A quella stregua l’autore tratta con sufficienza i rinnovati contrasti tra stato e chiesa (che pure sono al centro delle preoccupazioni di altri libri coevi3 ) tanto quanto con drammaticità le sfide suindicate. A cominciare dal multiculturalismo, che in effetti nella versione spinta si presenta sotto la forma di un comunitarismo senza coesione. Il “fascino discreto” che in molti differenzialisti suscitano gli statuti personali, di medioevale o ottomana memoria, è giustamente visto come una relativizzazione della laicità: a vantaggio, in particolare, dell’islam. Ovviamente C. è severo con la “partita giocata su due tavoli”: non si può invocare la laicità contro i “simboli e la memoria del cristianesimo” e a favore di quelli dell’islam, per cui “verrebbero estromessi i crocifissi, ma sarebbero ammessi il velo e la preghiera degli islamici”. Ma i termini del paragone sono omogenei solo apparentemente: il crocifisso fa problema per la laicità non se portato addosso al corpo, se fa parte del libero abbigliamento dei cittadini (come il velo o altri segni religiosi), ma in quanto esposto autoritativamente, cioè imposto, negli spazi pubblici, scolastici, giudiziari. In effetti, è tutta la seconda parte del libro a risentire di questa drammatizzazione impressa ai vari scenari. Islam versus cristianesimo. Di là un sistema chiuso ad ogni interpretazione evolutiva, un’identità fissa e immutabile, di qua una religione tollerante, aperta all’interpretazione storico-critica dei testi sacri e alla laicità, la quale in essa sarebbe addirittura “germinata”. La schematizzazione diventa  2  Per esempio a BELLINI nel saggio coevo Il diritto d’essere se stessi. Discorrendo dell’idea di laicità. Come quelli di ZAGREBELSKY, Lo stato e la chiesa, o di BIANCHI, La differenza cristiana, o di RUSCONI, Non abusare di Dio.  Stato, Chiese e pluralismo confessionale Rivista telematica inevitabile. In realtà, l’involuzione della seconda metà del XX secolo, a parte i fanatismi e i terrorismi, non è riuscita a spegnere le numerose voci laiche dell’islam moderno4  né, a livello istituzionale, ad annullare, pur frenandola, l’applicazione negli stati islamici di una legge non religiosa, il kanun, “nel senso laico di ‘legge di stato’in contrapposizione alla sharī ‘a” 5. D’altro canto, bisogna riconoscere che abbiamo tutti sovracaricato il detto evangelico “Quae sunt Caesaris Caesari, quae sunt Dei Deo” di un significato improprio e anacronistico, in termini appunto di laicità, che nessun biblista ha mai potuto avallare (vorrei ricordare qui almeno Barbaglio, che ci ha lasciato pochi mesi fa: nel suo La laicità del credente non cita mai il versetto di Matteo). Storicamente poi, anche a voler retrodatare – seguendo Ernst-Wolfgang Böckenförde6 - alla lotta delle investiture l’inizio del processo di secolarizzazione, non v’è dubbio che per secoli la chiesa ha sostenuto la supremazia del potere spirituale ratione peccati o salutis anche nella sfera mondana. E al giorno d’oggi la più netta distinzione degli ordini formulata dal Concilio non sta impedendo il tentativo di informare la legislazione italiana al magistero ecclesiastico: è la chiesa dei no alla procreazione medica assistita (divieto dell’eterologa, della diagnosi preimpianto dell’embrione), al testamento biologico, visto come anticamera di pratiche eutanasiche, al riconoscimento pubblico di unioni civili in qualsiasi forma (pacs, dico, cus, ecc.), emblematicamente (a luglio alla Camera) al richiamo del principio di laicità come fondamento di una legge sulla libertà di religione (che pur non tocca la chiesa cattolica). Neanche C. indulge su questi punti. Il suo no è altrettanto netto. In nome della laicità e contro il relativismo etico. Ma poiché su quei punti, con varie sfumature, il pensiero laico (di non credenti e agnostici ma anche di credenti) è per il sì, è evidente che ci si trova davanti ad una diversa concezione della laicità. Tanto rispettabile nei suoi riferimenti eteronomi, divini o naturali e perciò antichi o “ancestrali”, quanto incapace di far capire - per dirla con Habermas7  - “quale ruolo e significato i fondamenti giuridici secolarizzati della costituzione possono avere per una società [Cfr. l’antologia di BRANCA e quelle più recenti di V. COLOMBO. 5  Così ne Il linguaggio politico dell’Islam B. LEWIS, studioso fra i più citati nel libro. 6  Cfr. BÖCKENFÖRDE, Diritto e secolarizzazione. HABERMAS, Il futuro della natura umana. Stato, Chiese e pluralismo confessionale Rivista telematica (statoechiese  postsecolare”, come la nostra. In una democrazia necessariamente relativistica (se, al contrario, fosse assolutistica non sarebbe democrazia, insegna Kelsen) la laicità alimenta norme non di supremazia ma di compatibilità, espressive di una vocazione non paternalistica, ma responsabilizzante, nei rapporti tra stato e cittadini: visti non come meri educandi, da guidare nelle scelte etiche in base a valori esterni, ma come persone responsabili delle loro scelte nella propria autonomia e capaci di mediarle alla ricerca di quella “giusta”8. Una laicità pluralistica e perciò non espressiva di una sola cultura ma interculturale (come dovrebbe porsi ormai tutto il diritto secondo Otfried Höffe9 ). Le cui sfide, e il libro di Cardia stimola ad intraprendere questo percorso di riflessione, non vengono da una parte sola.  8  In questo senso rilegge il da mi factum, dabo tibi ius RODOTÀ, La vita e le regole. 9  Cfr. O. HÖFFE, Globalizzazione e diritto penale. LA LAICITA’ IN ITALIA (C.) (Convegno Giuristi) Sommario. Premessa. 1. La laicità in Italia tra conflitto e moderazione. 2. Laicismo, intransigenza cattolica, isolamento culturale. 3. Dai Patti Lateranensi al modello costituzionale di respiro europeo. 4. La crisi della laicità. Laicità ed etica. 5. Cultura laica e questione islamica. Laicità e multiculturalismo. Ambiguità e prospettive. Premessa. E’ mia intenzione soffermarmi sulle problematiche attuali della laicità in Italia, anche perché sono diverse e complesse. Però, penso sia necessario dare spazio a qualche riflessione storica che ci aiuti a comprendere meglio le questioni che abbiamo di fronte nel tempo presente. Si tratta, più che di una analisi organica, di spunti ricostruttivi utili a cogliere alcune costanti della nostra tradizione. Ho avvertito questa esigenza perché l’esperienza italiana ha un tratto caratteristico che non si rinviene altrove, avendo dato vita nello spazio di poco più di un secolo a tre tipologie diverse di relazioni ecclesiastiche: una laico-separatista, una di tipo concordatario neo-confessionista, e quella costituzionale che poi si è evoluta nel quadro di una Europa che ha finito per seguire il nostro modello. Infine, l’Italia sta vivendo una vera crisi della laicità, in rapporto alla questione etica, e al multiculturalismo, ed è entrata in quella globalizzazione dei rapporti tra religione e società che riguarda l’Occidente nel suo complesso. Quindi, l’esperienza italiana non è comprensibile all’interno di un solo orizzonte storico-culturale, mentre l’analisi deve mantenere un respiro più ampio e saper individuare delle linee trasversali di riflessione, dei fili conduttori che chiariscano il percorso storico complessivo che si è compiuto. La laicità in Italia tra conflitto e moderazione Il primo filo conduttore che voglio privilegiare è il rapporto che si è determinato tra conflitto e moderazione, tra correnti estreme del pensiero laico, e di quello cattolico, e soluzioni storico- 2 normative che sono state adottate. La storiografia più accreditata ci ha abituati a interpretare questo rapporto a tutto favore della conflittualità e a discapito della moderazione. Ancora oggi il conflitto tra Stato e Chiesa è considerato un tratto eminente della storia italiana, il punto focale che illumina tutto il resto. Il processo di unificazione nazionale viene letto alla luce del contrasto tra laici e cattolici, della fine del potere temporale, della prevalenza della modernizzazione sul conservatorismo cattolico. Anche l’epoca autoritaria che dà vita ai Patti Lateranensi è vista in chiave di rivincita cattolica e di sconfitta laica, come un rovesciamento di fronte rispetto all’epoca liberale. Questa interpretazione resta valida perché permette di capire tante pagine della nostra storia nazionale, ma può essere integrata con un’altra chiave di lettura che aiuti a vedere anche i chiaro-scuri, i toni più morbidi, della storia italiana. Questa chiave di lettura è quella della moderazione e dell’equilibrio che, pur nelle vicende aspre che conosciamo, ha segnato la storia italiana. L’Italia è stata moderata ed equilibrata nel separatismo, in parte nel sistema concordatario, in modo speciale nella elaborazione della Costituzione. Quando parlo di moderazione non intendo esaltare il carattere per così dire compromissorio generalmente riconosciuto alla genti italiche. Mi riferisco ad un dato realmente presente nelle nostre leggi, in ampi settori della cultura laica e di quella cattolica, che ci aiuta a meglio comprendere la storia e l’evoluzione della laicità in Italia. La moderazione del periodo separatista si manifesta in tanti modi, ma nell’insieme consente all’Italia di operare un sottile, solido compromesso con l’anima cattolica del paese su punti essenziali, ed evita l’affermazione di tendenze francesizzanti che pure esistono in esponenti della classe dirigente liberale. In Italia non si afferma mai l’idea della reformatio ecclesiae come obiettivo proprio dello Stato. L’aspirazione ad una evoluzione della Chiesa è parte integrante del pensiero laico e dei riformatori cattolici dell’Ottocento, ma da noi non si trovano tracce significative di quel disegno (tipicamente transalpino) che mira alla costituzione civile del clero, a stravolgere le strutture ecclesiastiche, a creare una chiesa nazionale quieta e obbediente al potere civile. La struttura della Chiesa, gli enti ecclesiastici mantenuti, l’educazione e la disciplina del clero, non subiscono ingerenze o stravolgimenti diretti a modificarne la natura. Nel dibattito sulle Facoltà di teologia è il ministro Correnti che respinge le tentazioni giurisdizionaliste e afferma che lo Stato non ha “né interesse, né volontà, né facoltà di creare teologi”, che l’evoluzione della religione è compito della Chiesa, e la “Chiesa troverà in sé stessa, e solo in se stessa può trovare, la volontà e la forza di ravvicinarsi” alla modernità. L’unico intervento chirurgico è quello che sopprime le corporazioni e le congregazioni religiose. Ma anche in questo intervento, che storicamente si giustifica con la necessità di ridistribuire la grande proprietà ecclesiastica, non mancano i segni di moderazione, se vogliamo della dissimulazione. Come quando le comunità religiose si ricostituiscono progressivamente al riparo delle c.d. frodi pie, che consentono l’utilizzazioni di proprietà immobiliari messe a disposizione da veri prestanome. Comunque, a nessuno in Italia è mai venuto in mente di adottare leggi draconiane come quelle transalpine, la prima che vieta alle congregazioni religiose non riconosciute l’insegnamento, la seconda che prevede multa e carcere per chi apra una scuola nella quale insegni anche un solo religioso. Ho sfioato il problema della scuola, perché su questo terreno si opera il più grande compromesso italiano, sul quale storici e giuristi si soffermano poco. Alla laicizzazione della scuola italiana, con la Legge Casati, non segue la cancellazione della presenza cattolica nel corpo scolastico pubblico. Se l’insegnamento religioso viene escluso nelle scuole superiori, rimane però in quelle elementari. La Legge Coppino non dice nulla al riguardo, e questo silenzio, con l’aiuto del Consiglio di Stato, consente di mantenere l’insegnamento religioso che, ci dice Francesco Scaduto, viene attivato da quasi tutti i Consigli comunali e seguito dalla totalità delle famiglie italiane. Neanche si può dire che la questione passi sotto silenzio, perché un Regolamento conferma l’insegnamento religioso, e la Camera respinge nello stesso anno una mozione di Bissolati che chiede di vietare ogni presenza religiosa nelle scuole. Molto chiaramente Minghetti compara gli inconvenienti di una scuola che preveda l’insegnamento religioso a quelli di una scuola che lo esclude, e afferma che “i primi saranno sempre minori di quelli di una scuola che dovrebbe essere popolare, ma che senza Dio ripugna alla coscienza popolare e addiviene atta a soddisfare soltanto una piccola minoranza”. Si può dire che è poco, invece è moltissimo, perché la scuola elementare è l’unica vera scuola di massa dell’epoca. Per questa ragione l’Italia separatista ha operato le grandi riforme della modernità ma ha saputo mantenere un raccordo di fondo tra il sentire comune della popolazione e una legislazione non aggressiva e non punitiva. E’ l’Italia laica e separatista che affida ai maestri e alle maestrine della letteratura dell’Ottocento l’onere di trasmettere elementari ma importanti valori religiosi e morali nelle nuove generazioni. L’elogio della moderazione non deve fare aggio sull’altro fattore endemico dell’esperienza italiana, su quella arretratezza che, in modo diverso, caratterizza alcuni settori della cultura laica, e della cultura cattolica, e che provoca per lungo tempo un isolamento rispetto ad altre più avanzate esperienze europee e alla cultura anglosassone, cioè rispetto al resto del mondo. Mi riferisco alle correnti laiciste che animano la cultura politica, danno vita al pensiero più autenticamente anticlericale, rendono la laicità ostile alla religione. Ma anche all’arroccarsi di quell’intransigenza che frena la capacità di iniziativa dei cattolici, li estranea a lungo dalla vita politica del Paese. Nel conflitto, e nel corto circuito, tra intransigenza cattolica e correnti laiciste sta la radice di una chiusura provinciale che in Italia condiziona a lungo le relazioni ecclesiastiche. Il radicarsi di queste tendenze immette nella cultura italiana semi che tornano a fiorire di tanto in tanto. Il laicismo produce cultura, mentalità, costume, e fa sì che anche da noi come in Francia, laicità voglia dire tante cose negative: estraniazione della religione dalla società e dalla dimensione pubblica, ostilità alla scuola privata nonostante il liberalismo sia altrove il difensore del pluralismo scolastico, riduzione della Chiesa ad un ambito puramente cultuale. In Italia, come oltr’Alpe, il termine laico è contrapposto a cattolico, e questa antitesi, sconosciuta nei paesi anglosassoni, diviene da noi categoria del pensiero e del linguaggio. Quando faccio riferimento alle tendenze laiciste mi riferisco sia all’anticlericalismo di matrice ottocentesca che alle correnti culturali di grande dignità che da Spaventa a Bissolati rivivono poi in Salvemini e in Rossi, e che di più aspirano ad una Chiesa riformata, apparentemente tutta spirituale ma muta sul piano civile e sociale. Queste correnti si ravvivano quando l’accordo tra Chiesa e fascismo di fatto umilia la laicità, provocando una frattura seria tra la cultura laica ed un cattolicesimo al quale viene restituito un ruolo di primo piano, ma con il sacrificio di altre idealità e di altri ruoli. Anche l’intransigenza cattolica riaffiora più volte nella storia italiana, impedisce a tratti di cogliere le trasformazioni della società, di discernere gli aspetti positivi dalle spinte disgreganti, porta all’arroccamento su posizioni che potrebbero essere evitate. La critica più autentica a questo corto circuito non è diretta alle singole posizioni radicali che produce, quanto al fatto che da lì è derivato un certo isolamento rispetto alla cultura anglosassone, rispetto ad altre esperienze europee, come quelle dell’Olanda, del Belgio e della Germania, dove già nell’Ottocento maturano equilibri più stabili tra religione e società. Una conferma di questo provincialismo sta nell’incomunicabilità tra esperienza italiana ed esperienza statunitense, alla quale pure molti laici si richiamano, senza mai averla capita e forse conosciuta. Lo stesso Salvemini, che pure conosceva la società americana, di quell’esperienza evoca sempre e soltanto la parola separatismo, non i suoi contenuti, né la sua anima pregna di rispetto e di amicizia verso la religione. Possiamo verificare questa lontananza della cultura laica rispetto alle correnti del pensiero anglosassone su un particolare problema, quello della scuola privata, nel quale il liberalismo italiano si è discostato dai canoni del liberalismo classico per seguire un indirizzo statalistico destinato a dominare a lungo. C’un dibattito di metà Ottocento (oggi dimenticato ma molto importante all’epoca) nel quale BERTI (si veda) critica quei liberali che per paura di monopolio combattono la libertà di insegnamento, e afferma che questa trae il suo diritto dall’individuo medesimo, dalla sua libertà, ed è da annoverarsi tra “gli altri diritti naturali”. È SPAVENTA (si veda) che si oppone a BERTI (si veda) ed esplicita la vera ragione della contrarietà alla scuola privata. La ragione sta nel fatto che “i paladini” del libero insegnamento finiscono per portare acqua al mulino della “libertà del papa”, perché in Italia dare via libera alle scuole private vuol dire favorire la scuola cattolica. Quindi, con grande trasparenza si riconosce che il vero liberalismo postula la libertà della scuola, ma in Italia questo liberalismo non è praticabile perché se ne avvarrebbero i cattolici. Insomma, al liberalismo si ricorre quando fa comodo, altrimenti lo si mette da parte. 3. Dai Patti Lateranensi al modello costituzionale di respiro europeo In Italia, però, si ritrova un altro elemento equilibratore che consente di attenuare le asperità e finisce col favorire le soluzioni strategiche adottate in sede di Costituente. Parlo di quella questione romana che nessun altro Paese conosce, e che tocca all’Italia affrontare e risolvere in modo autonomo. Anche su questo problema vorrei offrire uno spunto ricostruttivo diverso rispetto alla storiografia prevalente. E’ vero che la questione romana ha costituito il punto di maggiore attrito tra Stato e Chiesa, ed ha agito come coagulo dell’intransigenza cattolica e come bersaglio dell’anticlericalismo. Tuttavia, pur nei termini del conflitto che conosciamo, essa ha rappresentato anche un elemento equilibratore nel periodo separatista, con la stipulazione dei Patti Lateranensi, soprattutto all’atto della elaborazione della Costituzione democratica. Quando parlo di elemento equilibratore intendo dire che la presenza della Santa Sede ha fatto uscire il meglio di sé dalla classe dirigente liberale nell’Ottocento, ha attenuato gli effetti che i Patti Lateranensi hanno avuto sulla società italiana, ha favorito notevolmente il lavoro che ha portato alla formulazione del disegno costituzionale complessivo dei rapporti tra Stato e Chiesa. Già nell’Ottocento, la classe dirigente liberale conferma la propria lungimiranza con quella Legge delle Guarentigie che, pur temporaneamente, risolve la più grande questione storica europea, e, dovendo misurarsi con un evento che interessa i cattolici di tutto il mondo, si rivela capace di ad attenuare, smussare, equilibrare le asperità del separatismo. Anche quando il Concordato ferisce duramente la laicità e la cultura laica italiana, la soluzione definitiva del questione romana stempera il valore politico del patto con il FASCISMO. Non a caso il giudizio delle forze politiche ANTI-fasciste sui Patti Lateranensi si presenta come scisso in due: severo e aspro, anche da parte cattolica, nei confronti dell’accordo politico tra Chiesa e fascismo e del Concordato, ma positivo e accogliente nei confronti del Trattato del Laterano. Sin dall’inizio Croce approva la soluzione della questione romana, riservando le sue critiche al Concordato. Ma anche Salvemini, durissimo con il Concordato, riconosce che la questione romana è ben risolta, anzi afferma che ciò che è stato fatto avrebbero dovuto farlo i liberali. Infine, i programmi elaborati dai leader dell’antifascismo durante la guerra in vista della ricostruzione del Paese, concordano nel non voler rimettere in discussione i risultati del Trattato del Laterano. Credo si possa dire che, senza una questione romana risolta, forse non avremmo avuto quel tipo di rapporti con la Chiesa che l’Italia elabora e che ha saputo anticipare un modello oggi utilizzato in un numero considerevole di Paesi europei. Nell’incontro tra le correnti del cattolicesimo democratico e la maggioranza della cultura laica, l’Italia trova il modo di abbandonare un certo provincialismo e riesce a parlare un linguaggio europeo, supera quel corto circuito che l’aveva appesantita a lungo. Le scelte del costituente non sono riconducibili al solo articolo, quanto alla maturazione di una laicità che è destinata a fare scuola, a prefigurare un modello di Stato laico sociale che diverrà prevalente nell’Europa che si unisce e conosce la fine dei totalitarismi. Si tratta di una laicità complessa dove converge il meglio della tradizione separatista (in materia di libertà religiosa), e dove il laicismo è superato dal riconoscimento pieno della presenza e del ruolo sociale della religione. Si abbatte il muro della incomunicabilità tra religione e società, si conferma e si estende il metodo della contrattazione e dell’incontro, tra Stato e Chiese; si supera l’ultimo tabù dell’Ottocento, per il quale nessun culto dovrebbe essere finanziato dallo Stato perché lo impedirebbero le differenti opinioni religiose dei cittadini. Sul finire del Novecento questo Stato laico sociale trionfa un po’ dovunque. Non si contano più i concordati tra Santa Sede e Stati in Europa, che sono oltre 20, come non si contano più intese, accordi, convenzioni tra Stato e confessioni religiose, protestanti, ebraica, islamica, e altro ancora. Ma è nel merito delle relazioni ecclesiastiche che il modello italiano fa scuola in Europa. Dall’Atlantico alla Russia, ovunque troviamo una laicità fondata su principi comuni: libertà religiosa, tutelata nel quadro dei diritti umani, riconoscimento delle Chiese come entità impegnate in molteplici attività, sostegno pubblico alle confessioni. Insomma, un mixer tra la tradizione nordamericana di amicizia verso la religione, e la tradizione europea di contrattazione e reciproca integrazione. Tanto solido è questo nuovo orizzonte di laicità sociale che ormai in Europa si discute di riforma dei rapporti tra Stato e Chiesa soltanto in Inghilterra e nei Paesi protestanti del nord, dove ancora esistono Chiese ufficiali sottomesse e apparentate alle dinastie regnanti. La laicità torna di attualità e vive una crisi di cui non siamo ancora pienamente consapevoli, su terreni nuovi e in editi, come quelli dell’etica e del multiculturalismo. Si tratta di fenomeni molto diversi, perché nel primo caso siamo di fronte ad un uso indebito, quasi una strumentalizzazione, del concetto di laicità, nel secondo assistiamo ad un pericoloso arretramento dei valori più intimi dello Stato laico. Non entro nel merito del rapporto tra etica e diritto. Non è oggetto della mia relazione, non è possibile neanche sfiorarlo nella sua complessità. La mia attenzione è più ristretta, riguarda il rapporto che esisterebbe tra laicità ed etica nel momento in cui un ordinamento è chiamato a pronunciarsi su questioni decisive per la collettività, come la famiglia, l’ingegneria genetica, l’eutanasia, e via di seguito. Alcune elaborazione teoriche danno per scontato che il pluralismo etico non è che un altro aspetto del pluralismo religioso, e “come oggi ammettiamo e rispettiamo le varie confessioni religiose, così dobbiamo riconoscere le varie moralità che affiancano o sostituiscono la fede religiosa”. D’altra parte, si aggiunge, come nella religione non si dà verità oggettiva, ma solo opinioni, così in campo etico lo Stato deve accettare tutte le convinzioni e le scelte che si contendono il campo. Questa similitudine tra religione ed etica è accattivante, ma nasconde un’insidia dialettica. In primo luogo perché la neutralità dello Stato riguarda le convinzioni religiose, la sfera più intima della spiritualità e della coscienza, non i comportamenti delle persone, tanto meno quelli che coinvolgono gli altri. In questa materia la legge non pretende mai di definire qual è la verità, ma sceglie sulla base di valori che hanno una loro validità nel tempo, nella struttura sociale nella quale si incarnano, e che possono dar vita a equilibri diversi tra etica e diritto. In secondo luogo, si trascura il fatto che una neutralità dello Stato estesa a tutte le scelte etiche porterebbe alla paralisi del legislatore e allo svuotamento della funzione della legge. L’ordinamento non si interesserebbe più della procreazione, dei doveri verso i figli, non potrebbe più disciplinare il matrimonio, dovrebbe consentire tutto in materia di bioetica. Uno Stato eticamente neutrale dovrebbe disporre il “rompete le righe” e preoccuparsi solo di regolare il traffico delle attività sociali. C’è, poi, un corollario di questa impostazione che viene utilizzato frequentemente. Si tratta di quel ritornello che in Italia viene ripetuto spesso, secondo il quale in queste materie lo Stato deve permettere, non proibire. Infatti, se permette non obbliga nessuno, ma se proibisce impedisce a qualcuno di realizzarsi. Lo Stato che liberalizza l’eutanasia non obbliga nessuno a praticarla, ma consente a chi vuole di scegliere un’altra opzione. Se permette la fecondazione eterologa, non la impone, ma se la nega erode spazi all’autonomia individuale. Io credo che ci troviamo di fronte ad un uso improprio della laicità, e ad un vero sillogismo. Se applicata coerentemente, questa logica porterebbe a risultati che ben pochi si sentirebbero di sostenere. Si legittimerebbe la pratica della clonazione umana, perché una legge che la liberalizzasse non costringerebbe nessuno a clonare cellule e individui, mentre un divieto impedirebbe ad alcuni di seguire i propri convincimenti. Dovrebbe essere permesso di intervenire sul genoma per determinare alcune caratteristiche del nascituro, come il sesso, o il colore della pelle o degli occhi, perché in ogni caso non si obbligherebbe nessuno a queste operazioni, mentre vietandole si diminuirebbe l’autonomia individuale. Questa impostazione dovrebbe indurre l’Authority inglese a rispondere positivamente al recente quesito del King’s College, se sia lecito produrre ibridi di umanità e animalità. Infatti, consentendo questa pratica non si impone a nessun ricercatore di creare la chimera, ma proibendola si violerebbe la libertà di quanti non hanno remore nel procedere su questa strada. Molti sostenitori del relativismo si dichiarano contrari alla clonazione, alla chimera e ad altre scelte estreme, ma spesso non sanno dire il perché. E non sanno dirlo perché dovrebbero riconoscere che clonazione e chimera possono essere escluse soltanto se si fa leva su valori antropologici primari, meritevoli di trovare spazio nel mondo del diritto. Si dovrebbe allora riconoscere che la laicità dello Stato non c’entra nulla quando la discussione riguarda questi valori. E che nel gioco democratico della discussione, del convincimento, si determineranno gli equilibri essenziali, modificabili nel tempo, sui confini del diritto, sul rapporto tra autonomia e solidarietà. In questa discussione vi è spazio per tutti, per le convinzioni religiose e per quelle filosofiche, per l’apporto delle scienze e la mediazione della politica. Ma se il confronto viene by-passato ricorrendo alla laicità per sbarrare la strada a determinate scelte, vuol dire allora che c’è insicurezza in alcune posizioni relativistiche, le quali non riescono ad elaborare valori convincenti, e utilizzano impropriamente la laicità per dare alle proprie tesi una forza che probabilmente non hanno. 5. Cultura laica e questione islamica L’analisi si fa più complessa se affrontiamo il tema del multiculturalismo, perché questo fenomeno costituisce una grande opportunità ma anche un grande rischio. Una opportunità per la laicità, che può far risaltare il suo volto accogliente e il suo carattere universale di fronte al mischiarsi delle popolazioni, delle pagine della storia, e della geografia. Ma anche un rischio se con il multiculturalismo si vogliono reintrodurre nelle nostre società antiche intolleranze, o costumi e tradizioni che evocano un lontano passato. Le prime risposte a questo evento sono deludenti, alcune preoccupanti, ma tutte riflettono un disorientamento generale. Vi sono a volte reazioni di tipo islamofobico che fanno d’ogni erba un fascio, alimentano paure e diffidenze, che vogliono negare all’islam ciò che la laicità deve garantire a tutti. Mi sembra, però, che siano prevalenti le reazioni opposte, perché la cultura laica sta rispondendo con uno spaesamento che tradisce incertezza e insicurezza. Il multiculturalismo sta facendo emergere una insicurezza dei valori della laicità, della loro validità e tendenziale universalità. Anche quell’orgoglio che ha dato forza allo Stato laico, che ha prodotto diritto e storia, sembra vacillare di fronte a chi appare più estraneo ai principi di libertà ed eguaglianza. Potrei citare una pluralità di fatti, ed eventi, che sembrano slegati tra di loro ma sono uniti da un robusto filo conduttore. Ne indico alcuni per far riflettere sul loro significato complessivo. Pochi si accorgono che si sta creando un divario crescente tra l’atteggiamento nei confronti delle Chiese tradizionali e quello che si manifesta di fronte a clamorose lesioni della laicità per motivi di multiculturalismo. Le prime riflettono un’antica suscettibilità, quasi la memoria del conflitto, le altre sono fatte di stupore e di silenzi. Se una Chiesa lucra ancora oggi qualche favore giuridico, si reagisce con veemenza perché la laicità dello Stato sarebbe in pericolo. Ma se vengono lanciate fatwe di morte contro letterati, giornalisti o registi, per offese all’Islam, si tratta di episodi che non riguardano lo Stato laico, non costituiscono istigazione all’omicidio. Se una fatwa viene eseguita, l’omicidio è di competenza della cronaca nera.  8 Se in un paese europeo si discute su temi etici, le prese di posizione delle Chiese cristiane sono viste come espressioni di un nuovo temporalismo. Ma se, in Europa o ai suoi confini, avvengono omicidi di donne che rifiutano regole tribali, di derivazione islamica o meno, oppure se il diritto di cambiare religione conduce ancora alla morte o all’emarginazione sociale, si considerano questi eventi come frutto di arretratezza, anziché un salto indietro nella storia della laicità. Nessun grido, nessun manifesto, nessun convegno è dedicato loro. Uno strabismo particolare colpisce la cultura laica quando è in gioco la questione femminile. Mentre gli ordinamenti europei adottano raffinati strumenti per rendere effettiva la parità tra uomini e donne, normativa e pratiche aliene che discriminano le donne, o le umiliano, non suscitano ribellione o ripulsa. Un tempo la cultura laica reagiva con forza, definendole oscurantiste e censorie, alle richieste di non eccedere nella liberalizzazione dei costumi, e di frenare la licenziosità con cui veniva usata la figura femminile. Oggi tace, quasi si nasconde, quando le donne vengono chiuse nel burqa, o si chiedono classi separate nelle scuole, spiagge differenziate, reparti ospedalieri distinti, o gli uomini rifiutano di essere subordinati sul lavoro a dirigenti donne, e via di seguito. In diversi paesi occidentali, dall’Inghilterra al Canada, dalla Germania al Belgio ai paesi del Nord Europa si moltiplicano le proposte di introdurre la scharì’a, o suoi segmenti, senza che suscitino scandalo per la ferita che porterebbero ai diritti umani fondamentali. Soltanto il 24 ottobre corso, con grande ritardo, il Parlamento europeo, ha approvato una risoluzione (peraltro molto positiva) sulla condizione delle donne, sulla illegalità della poligamia, sulla lesione dei diritti fondamentali. Le reazioni islamiche al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona sono ormai note, e non mi ci devo soffermare. Ma nessuno ha notato un fatto che, in tema di laicità, ha sovrastato tutti gli altri. Il silenzio che i più rigorosi laicisti hanno mantenuto nel difendere la libertà di parola e di espressione contro minacce, violenze, ricatti. Eppure, per decenni questi gruppi hanno ripetuto sino alla nausea il pensiero di Voltaire per il quale, anche se non si condividono le idee di un altro, si è però pronti a spendere la propria vita perché l’altro possa esprimere quelle idee. Ma dopo Ratisbona, non si è spesa neanche una parola per difendere il diritto del Papa, come di chiunque altro, ad esprimere le proprie valutazione sul rapporto tra fede e violenza. A questi silenzi si aggiunge un fenomeno culturale meno appariscente e più sotterraneo. Il cattolicesimo, e il cristianesimo, sono stati per due secoli letteralmente vivisezionati per criticare e sradicare tutto ciò che sapesse di temporalismo, di anti-modernità, per spezzare la loro alleanza con il potere politico. Sull’intreccio tra altre religioni e sistemi politici dittatoriali, oggi prevale l’afasia nella cultura liberale, in quella marxista o anti-istituzionale. Sembra quasi che la critica illuministica e storicistica che, pur con asprezze a faziosità, ha saputo fustigare, in certa misura ha contribuito a rinnovare, le Chiese delle nostre società, scelga il silenzio di fronte a ben più pesanti congiunzioni tra religione, violenza, dispotismi più o meno teocratici. Tutto ciò apre degli interrogativi sul futuro della laicità in Italia e in Europa; e li apre non su un punto o su un altro, ma sulla spinta propulsiva che la laicità ha esercitato nel realizzare lo Stato moderno. Da questi, e altri episodi, sta scaturendo una sorta di assuefazione rassegnata di fronte alla mutazione genetica della laicità come la conosciamo in Occidente, che può portare ad un esito paradossale: ad una laicità occhiuta e diffidente verso le religioni tradizionali e ad un multiculturalismo disarmato e senza valori verso altre religioni e tradizioni. Sarebbe la fine della neutralità dello Stato. Laicità e multiculturalismo in Italia. Ambiguità e prospettive Per meglio capire i rischi di questa frattura tra laicità e multiculturalismo torniamo per un attimo all’esperienza italiana. L’Italia, ancora una volta, si è dimostrata più di altri Paesi equilibrata e accogliente, non condizionata da pregiudizi etnici o religiosi. L’Italia non ha fatto la guerra al velo, e a nessun simbolo religioso, forse perché di simboli confessionali ne conosce tanti da tanto tempo, dalle cattedrali alle chiese, dai conventi ai battisteri, alle fogge vestiarie di religiosi e religiose d’ogni genere. Quindi non avvertiamo disagio per un modesto velo che peraltro può appellarsi alla libertà di abbigliamento. L’Italia ha predisposto una vasta rete di accoglienza e sostegno sociale per l’immigrazione; sta cercando in tanti modi di soddisfare le esigenze di culto dei soggetti dell’immigrazione; prevede nei contratti di lavoro spazi per pratiche religiose, diversità alimentari, tradizioni come quello del ramadan. Ma questo che può essere considerato legittimamente un nostro vanto, si sta trasformando lentamente in qualcosa d’altro. Si sta trasformando nell’oscuramento di principi e valori essenziali, e nella accettazione di una cultura della separatezza che può colpire la laicità. Parlo della tendenza a rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche, e più in genere, tutta una simbologia e una tradizione di memorie del cristianesimo, riprendendo concezioni laiciste superate. E’ di questi giorni la notizia che nelle scuole, negli alberghi, in luoghi pubblici e privati diminuiscono i presepi e gli alberi di natale per non urtare suscettibilità di persone aderenti ad altri culti. Si realizza così quella che da tempo definisco una partita giocata su due tavoli: quello della laicità che limita o cancella simboli e presenze cristiane, e quello del multiculturalismo che legittima altri simboli o presenze religiose. Sempre in Italia si manifestano i primi sintomi di un cedimento multiculturale che mette a rischio i diritti fondamentali dei cittadini, in primo luogo delle donne. Si accetta qua e là la presenza del burqa, aumentano le voci favorevoli alla poligamia, si introducono in qualche parte forme separate di vita collettiva, nelle scuole, nei luoghi pubblici, si consente l’apertura di scuole islamiche fuori dei canoni previsti dalle nostre leggi. Si tratta di primi sintomi, ma sono parecchi e di significato univoco, e ci dicono che neanche noi siamo immuni dal rischio della perdita di senso della laicità e dei suoi valori. Altra cosa sarebbe se della laicità si offrisse il volto più maturo e accogliente, quello che sa distinguere tra quanto di autenticamente religioso emerge da una tradizione, e quanto appartiene ad arretratezza storica e culturale. Che sa rispettare e tutelare il patrimonio spirituale di ciascuna religione ed etnia, ma sa criticare e respingere ciò che collide con il sistema universale dei diritti umani, con la libertà religiosa, con l’eguaglianza tra uomo e donna. Che sa, cioè, promuovere il meglio della nostra e delle altrui tradizioni, ma si impegna a far arretrare il resto. Sarebbe un’altra cosa, un’altra storia, e potremmo dedicarvi un altro convegno.  Trovare l’uomo capace, e l’investirlo de’ simboli della capacità (culto, o com’altro sì chiami) così ch’egli possa avere agio a governare secondo la propria facoltà, è l’officio di ogni procedura sociale.   A questo punto il Carlyle riscrive ‘worship’ WORTH-ship, per accentuarne l’etimologia da ‘worth,’ valore, compincendosi che la ragione etimologica venga quasi ad attestare la nocessità del fatto che gli sta tanto a cuore.   Per mantenere questa relazione logica Loubatières muta ‘worship’ nell’*équivalent adequat* di *élection* da prima, e poi di *élite*.   ‘Carlyle,’ soggiunge Loubatières, de son pergant et rapide regard, dénude la racine des mots et des choses.’ Carlyle non è punto tenero degli studi etimologici.   Le parole gli si dischiudono ad un tratto come si fendono le roccie allo sguardo diabolico del suo jötun Hymir.  Ci fa ripensare a quello che dice Daudet:   ‘Il y a dans cortains mots que nous employons ordinairement un ressort cachè qui tout à coup les ouvre jusqu’au fond, nous les explique dans leur intimité exceptionelle.’  ‘Puis le mot se replie, reprend sa forme banale et roule insignifiant, usé par l’habitude et le machinal.’ Nome compiuto: Carlo Cardia. Keywords: il laico, filosofia vs. teologia, italia anti-papista, il filosofo italiano deve essere neutro in questione di religione. Verdi – il papa – stati papali – repubblica italiana – liberta di culto – giurisprudenza – religione dell’antica roma – il pontifice nella religione romana antica – credenza religiosa – credenza naturale – credenza super-naturale – il sovra-naturale – il naturale – l’idea di religione nella antica Roma – il mito romano – la mitologia romana antica – il sacro – il pagano – la filosofia della roma antica pagana – la critica dei antichi romani al cristianesimo, il culto del laico, worship of the hero, il culto dell’eroe -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cardia,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cardone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- La nudita eroica di Napoleone -- Clark Kent; ovvero, sul sovrumano – trasumanar – l’eroe di Vico – hero-worship -- Annunzio e il fascismo – scuola di Palmi – scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palmi). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Palmi, Reggio Calabria, Calabria. Grice: “Cardone plays with a coinage, sobraumnao, in Dionigio e Luciano – it triggers implicata: what’s wrong with ‘human’? One is reminded of Pico (‘dignita dell’uomo’) and D’Annunzio – it is a problem of linguistic botanising for Italian phiosophers, ‘altreuomo’ being rendered as a translation of Emersen’s ‘plus man’ – and cf. Carlyle – D’Annunzio, who should have known better, prefers ‘suPer,’ when we know that in the ‘volgare,’ the ‘p’ becomes ‘v’, so Cardone has it just right!” Si laurea a Roma. Membro de Partito Socialista Unitario. Fonda "Ebe" e la rivista "Rivista". Fonda “Ricerche filosofiche”. Fonda la Società Filosofica Calabrese. Aattività deontologica per la realizzazione di un'etica sociale della Cultura, in difesa e promozione della civiltà, onde onorarlo per le sue incessanti iniziative anche in favore della fratellanza umana. Altre opere: Saggi di storia, filosofia e diritto; Il relativismo gnoseologico” (Palmi, A.Genovesi et figli ed); Reazione collettiva (Torino, Paravia et C); I filosofi calabresi nella storia della filosofia, con appendice sui sociologi e gli psicologi, Palmi, A.Genovesi et Figli ed., “La filosofia dello Stato” (Città di Castello, Casa Editrice Il Solco); Filosofia della vita, Città di Castello, Casa Editrice Il Solco); Umanismo (Messina); Cristianesimo, liberalismo e comunismo, Palmi, G. Palermo ed); Il Divenire e l'Uomo, Palmi, Ricerche filosofiche, “Civiltà, Palmi, G. Palermo ed); Vita di Gesù secondo il Vangelo incompiuto, Modena-Roma, Guanda Editore); La filosofia di Gesù, Milano, Bocca ed); L'uomo nel cosmo. Storia e prospettive, Palmi, Ricerche filosofiche ed); Bio critica, a cura della sezione bibliografica della Società Filosofica Calabrese, Bologna, Mareggiani ed); Seguito alla Bio critica, a cura della sezione bibliografica della Società Filosofica Calabrese, Cosenza, MIT); La vita come esperienza inutile, Cosenza, Pellegrini); L'ozio la contemplazione il gioco la tecnica l'anarchismo, Roma, Ricerche). Ricerche filosofiche, Torino, Edizioni di Filosofia). Il Divenire” (Padova, Rebellato Editore). Si vis pacem para pacem, Montepulciano, Editori Del Grifo, Ludi. Bologna, Soc. Tip. Mareggiani ed); I confini dell'anima, Palmi, Ed. Del Fondaco di Cultura); La banca della carità” (Milano, M. Gastaldi Terapia del tramonto (Milano, M. Gastaldi); Il figlio del dittatore” (Milano, M. Gastaldi); Canti del Sant'Elia, Poggibonsi, Lalli); L'assenza e la mancanza: meditazioni quasi poetiche, Cosenza, MIT). Dialogo sulla solitudine. divenir e vita. Filosofo-poeta. Un inattuale nella sua attualita. i Napoleone non mi sembra per nulla così grande come il Cromwell. Le sue enormi vittorie, che s’ estesero A 1 «Napoleone fu l'idolo della comune degli " 3 i gli nomini, perchè a le qualità e le facoltà degli Cn OI k Ni Chi co: i 0 fesso moderno; auche quand'è all'apice della fortuna; “gli aleggia dentro lo stesso spirito che troviamo nei giornali del tempo. da 7 si limitò alla piccola Inghilte che gli alti trampoli ti la statura dell'uomo per essi lui sincerità parl d'una specie molto inferiore: NOn quel suo silenzioso. Per 1 L'universo; NOn il « cammino co lo chiamava; ‘pensiero, il valore, che S1 co latenti, © 8° accendono poi quasi amm Napoleone vive in un’ epoca che non avera più este: ; fede in Dio; che considera non-entità jl significato ; a d’ogni silenzio, d'ogni qualità latente: non PIù sulla |. È Bibbia puritan& aveva egli et fondarsi, ì scettiche Enciclopedie. Eppure, tanto ei giunse- ed meritorio L essere arrivato così lontano. Tl suo carattere: compatto, pronto ed articolato, in ogni senso, è in sè stesso piccolo; forse, a paragone i quello del nostro i grande Cromwell, caotico ed inarticolato. Non è « muto profeta che si sforza di parlare.; > ha piuttosto in sè un portentoso miscuglio di ciarlataneria ! Il concetto di Hume, d'una fanatica ipocrisia, Con quanto è in esso di vero, potrà applicarsi molto meglio Napoleone che nons’applica a Cromwell, Maometto od ai loro simili, per 1 quali realmente, preso et tutto rigore, conteneva a mala pena alcuna stilla di verità. Sin da primcipio, appare in quest’ uomo un elemento di riprovevole ambizione, che alla fine lo vince, trascina lui e l’opera sua in ruma. a SE vi be divenne motto prover= era necessario di Ei a Se ARen alto il coraggio de’ DARE bisognava tenere aggio de’ suol uomini e così plesso, non ci son ; via. Fio Non è un santo, mon è un cappuccino, per Usare la nemmeno un eroe, nell'alto signi \ x guificato d al capo VI: Napoleone o l' uomo di pagata pa tutta 1 Europa, mentre il e: o di et da espressione sua; È ; » (Emerson, op. cita È dedi $ A. prrura SEST è i eglio, lungo e stato ID o resse Ind so, se non at i oleone ste55° ; atti, ba alcun proposito che sì ; :orno; ch'è destinato e KI x . ‘no vantaggio può mal ve- anl a dolo one? Le menzogne SI scoul a ruinos@ La prossima agi ‘ near È e prestar fe al bugiardo; quand an +1 della più alta impor prono, © se nessuno VOST Da uand' anche s1a che dica il vero» È ;l vecchio grido: < Al tei venga creduto. A cr È Una bugia è nulla; al nulla, nom Potere lupo ‘> a farete, e avrete vare qualch - alla fine, null er giunta rimess Y x È Dare verain Napoleone una certa sincerità ; anche è) nella insincerità, bisogna distinguere quanto è super: ficiale da quanto è fondamentale. A traverso et que ste sue macchinazioni esteriori, et queste ciarlatanerie, ch''erano molte e riprovevolissime, vediamo pure nel Jla realtà, istintivo e impossi l'uomo un certo senso de ) bile a sradicare; vediamo ch' el Sl fondò sul fatto.... SI n lui l'istinto di na tanto ch’ ebbe alcun fondamento. I tura è superiore alla cultura. Il Bourrienne ' racconta che i suoi savants, in quel viaggio d’ Egitto, s' affanna= vano una sera a dimostrare che non ci può essere Dio. Erano riusciti a provarlo, a loro grande soddisfazione, con ogni maniera di logica. Napoleone, guardando su, alle stelle, risponde : «La dimostrazione è molto ingegnosa, messieurs ; ma chi ha fatto tutto ciò? » La dot trina atea gli passa sopra come un’ ondata ed egli rimane al cospetto del grande fatto: « Chi f ti ci09 > Similm Ì | fece utto ente nella pratica: come 0 possa essere grande e trionfare i gni.u9Maro onfare in questo mondo, egli 1 Mémoires de Mi de Rourri. i Villemarest, Paris, chez Tadrocat, lui-meme, rédigéa par Mi de Fauyol Fauvolot do Bonrrionna, amico d'infanzia e segretario timo di Napoleone, colui MA i, colui cho formulò, d'accordo co diem nl DE Oi orrori contenuti ola COLI REA to I ‘ourrienne et nen erreura volontaires dI RT fontraverso tuttii viluppi, il nocciolo pra vede, de direttamente.! tione; ed a quello ten 9 2 bj pei driscalco del suo palazzo delle Tuileries gli e tappezzerie, dimostrandogli ‘con me fossero magnifiche, e DEF giunta @ He, mercato; Napoleone, Per tutta risposta, hiese Sa Ni forbici, mozzò una napPInA dl oro dele o finestra, se la messe in tasca, e tirò via. Qualche Hai : dopo, la cavò fuori al momento buono, gran È SE rore del suo fornitore: non era Oro, ma. orpello! ; notevole come anche a Sant' Elena, sempre; sino et # ultimi giorni, egli insista sul pratico, sul reale: < A che parlare e lamentare? et che, sopra tutto, leticare? Non ‘gi viene con ciò ad alcun risultato; nulla si riesce, a far nulla. E se nulla potete fare; tacete! > Parla ‘spesso così a’ suoi poveri seguaci malcontenti ; è come una forza silenziosa tramezzo alle loro morbose querele. A E per conseguenza, non possiamo dire che fosse in n lui pure una fede genuina, Der quant’ era possibile? Ve- i deva in questa nuova enorme democrazia, che s’ affer- n mava nella rivoluzione francese, un fatto che non sì può sopprimere, un fatto che il mondo intero, con tutte le sue vecchie forze e le instituzioni, non può metter da parte: di ciò egli aveva il vero intuito, e quell’ intuito trascinava seco la sua coscienza ed il suo entusiasmo : era la sua fede. Forse che non ne interpetrò bene l’oscura portata ? La carriòre ouverte auv talents gli strumenti et chi sa maneggiarli: quest’ è effettivamente la verità, tutta la verità anzi, e comprende tutto il si- : bo dell riluzione fece 0 i a ix Ò n ‘ » al ieri i dda DE nidi pae CE cedono innanzi a quest'uomo Dire ecm vr i rat dp degli soci dl diplomati e vugle cha ogni ir facoltà di RIGA RARI HRolnio: egoista, prudente, psn se : ale parvenza altrùi, uè da e sntisinne. 1a Siocniae da alcuna @ re, da nessuna fretta. » (Emerson, loco cit, sì VI meg SaIoaaai Si ù Napoleone nel suo primo periodo sie to “vero democratico ; nondimeno, Per sua natura, QI ati ita mili sapeva che Ja democrazia, in quanto mai fosse verità, non poteva essere: RIO ed odiava cordialmente P'anarchia. T1 20 giugno 5 seduto col Bourrienne in un caflè, mentre la folla Diso, schiamazzando, Napoleone esprime il più DIOCr, a 3 isprezzo per le antorità che non reprimono que! dio dine. Il 10 agosto sì meraviglia che nessuno prenda 1 o di que’ poveri Svizzeri : vincerebbero Se uves: dante. Tanta fede nella democrazia, eP7 comand sero un coman I I pure tant! odio dell’ anarchia sostengono apoleone IM illanti campagne grande Opera. Nelle br IO] d'Italia, via via sino alla pace di Léoben,' 81 direbbe che il suo ideale sia questo: fatta trionfare la rivoluzione francese; affermarla contro questi simulacri aus striaci che 0Sano dirla, un simulacro! Nondimeno, egli sente pure; ed ha diritto di sentire, quanto neces? siria sia una forte autorità; e come senz) essa l’opera della rivoluzione non possa prosperare nè durare. Frenare quella granda rivoluzione devastatrice, che divorava sè stessa ; domarla così, che, raggiunto il suo intrinseco scopo, essa possa divenire organica, capace di vivere tra gli altri organismi, tra le altre cose formate, e non soltanto quale opera di devastazione, di distruzione : non mirava egliin parte a questo come alla vera mèta della sua vita? non s'ingegnò, anzi, effettivamente, di far IA A traverso Wagram ed Austerlitz, a traverso Re. SOT aan Hg per osare ed operare, € s'inalzò ica IRE re. Tutti gli uomini videro sione Cad Ro ioni soldati solevano dire ai dala avvocati di Parigi, tutti ‘Bisogna che mettiamo là il Pan Diga ‘andarono, e lo messe ni nostro Petit Caporal!> E S ro là; essi, e tutta la Trancia in tutta la sua DAI massa E poi il consolato; 1° impero; la vittoria su tutta pEuropa {.. È abbastanza naturale che il povero luogo- n tenente del reggimento La Fère, potesse apparire ai proi ‘n erande fra quanti nomini fossero da 56 sto punto; quel fatale elem nto di ciarla0. Rinnegando la sua vel chia fede nei fatti, cOn jò a credere nelle parvenze, brigò per imparentarsì con le dinastie austriache, col papati, con le vecchie false feudalità, che pure un tempo gli apparivano chiaramente false; pensò et fondare una e così via come se la enorme mirasse che @ dinastia Sua rivoluzione francese non era dunque € dannato a zogna;> è terribile, m® il vero dal falso quando v ventosa ammenda, questa, che 1 uomo paghi per avere ceduto alla infedeltà del cuore. La falsa ambizione ego stica era divenuta ora il suo dio: una volta scesi sino all’inganno di sè stessi, tutti gli altri inganni seguono naturalmente, € si cade sempre più e più basso. In quale gretta e rappezzata miseria, in quale mascherata teatrale di manti di carta e d'orpello, aveva ravvolta quest'uomO la propria grande realtà, immaginando cor ciò di farla più reale! E quel vacuo Concordato col papa; che pretende ristabilire il cattolicismo mentr' egli stesso 1 riconosce ch è il metodo di estirparlo, la vaccine religioni e quelle cerimonie d’incoronazione, quelle conÈ sacrazioni nella chiesa di Notre-Dame per mezzo della Ai. vecchia chimera italiana cui nulla mancava, come disse l’Augereau,' ca completarne la pompa, Se non'quel mezzo milione d’uomini, morti per far finire tutto ciò!...> + | RIA Ae di Cromwell fu con la spada e con la ja, e dobbiamo dirla genuinamente vera. La spada \aneria prese Da or Francesco Auger at Drama EETUIGIO), ANA onu, duca di Castiglione, maresciallo e pari di | ‘che fu governatore a Berlino nel 1818, è difese Tione 18 fruttidoro (LT9T); © ne ESTA. i ETTURA SES ; lui senz alcuna chiblemi del purttatni Aveva usato en; I a et pretendev® ora difenderle! bagliò credette troppo vide nell'uomo di -]* i ta facilità... della fame © di questa 12 Siglo ta (Lor che edificasse sulle nubi, e: SAR ina, e di arve dal mondo? i ni Sì ‘gua casa IN confusa rund; | i DO art in ciascuno di noi, esiste quest SE. e potrebbe svilupparsi ove la tenti ciarlataneria, ; fosse forte abbastanza. € on Ma il suo sviluppo; invero; | come ingrediente riconoscibil e ie DE: Sa a di Napoleone, et stessa piccina. Che fu dunque 1 opere SI i lpore? Uno sprazzo come di po malgrado di tanto sca p 3 Re vere da fucile largamente sparsa; Una fiamma t) di eriche secche. Per un'ora, | universo intero sembra avvolto dal fumo e dalle fiamme; ma per un' ora soltanto. Poi svanisce, ed ecco riapparire Vl umiverso CON le sue vecchie montagne ed i vecchi fiumi, con le stelle nell'alto e giù sotto il benefico suolo. Il duca di Weimar diceva sempre agli amici di farsi animo, chè questo Napoleonismo era ingiusto, era menzogna, e non poteva durare. La teoria è vera. Più questo Napoleone calpestava il mondo, tenendolo tirannicamente + oppresso, più fiera sarebbe un giorno la reazione del mondo contro di lui. L' ingiustizia si ripaga da sè, e con uno spaventevole interesse composto. Non so davvero a in dina pro alt OG Dio si ha risersata jar lui Ladino Boo oi SA TmaSoni ne PESI Lira si, Sraianol: cho vuol gio del HIFEMENE la la mila cl 1 ila son fumi tie tnio parere non durabile perchè LARA RE LIE ICINLI cod’ artiglieria 0 veder affogare il suo reg jelior pal 7 ; cite rimento migliore, anzichè fucilare quel povero libraio {edesco palm!? Fu un'aperta ingiustizia, una, tirannia, un assassinio, che nessun uomo, la dipinga pure con uno strato di colore alto un dito, potrà mai far apparire altrimenti. Questa ed altre simili ingiustizie s' impres? sero profonde nei cuori; un fuoco represso balenava dagli occhi degli uomini quando vi ripensavano aspettando il giorno! Ed il giorno venne: € la Germania gli si sollevò d’ intorno. L'opera di Napoleone sl ridurrà a lungo andare et quanto egli compì giustamente, 2 quanto la natura sancirà con le sue leggi, a quanto di realtà era in lui; ® tanto, e nulla più. Il resto fu tutto fumo e sciupio. La carrière ouverte Aux talents: questo grande messaggio di verità, che ha ancora da articolarsi e da adempiersi dappertutto, ei lo lasciò in uno stato affatto inarticolato. Egli fu un grande schema, un abbozzo, non mai completato: ed invero, forse che il grand’ uomo è mai altro? Ma egli, ahimè, rimase in uno stato tr0ppo rudimentale |... È quasi tragico il riflettere alle sue opinioni sul mondo, quali le esprime là, a Sant'Elena. Sembra provare la più sincera meraviglia che tutto sia andato et quel modo: ch’ egli sia stato gettato là, sulla rupe, e "che il mondo ruoti ancora sul suo asse. La Francia. è ‘grande, anzi è sola grande; ed in fondo Napoleone è la Francia. La stessa Inghilterra, egli dice, non è per naura che un'appendice della Francia; < è per la Francia n'altra isola d’Oleron. >» Così era per natura, per l ‘Non può comprendere, non sa concepire che la realtà «ela confederazione del Reno veniva formandosi, la polizia scoperse al Sci librai furono arrestati ) ono per avervi avuto parte e Napol Sa commissiono militare. Quattro degli Roca LARE oro provincie: due, Schiderer e Palm, condannati a mi % 4 to Napoloone fece grazia, una il libraio Palm di Norimberga vi atura di Napoleone. Guardate, infatti : ECCOMI QUI da i 1 Nel 1806, mentre l’ esercito francese occupava ancora la Germania, cuni documenti, che rivelavano i piani d'un comitato segreto d'insurre- e LEmTURÀ de mma; che la Francia TR da ci c jeposto al suo P o, Ji non S1a la Francia. 3 ‘n a credere ciù andezza, © dI DI ipbia i nesta “iano, COSÌ compatta, così ana, ì g'è involuta; s'è quasi sua N° 0 ante un temp: e a di fanfaronnadi da tmosfer: torbida n'ai osto et lasciarsi calpe: LS contastare come pla si tà alla Francia ed a sè; 0A it A mire! Napoleone 7 1 costene Ma, ahimè, OF he giov Le, ui ; e natura, anch’ ess% si dia Essendosi UNA volta staccato 1) st e) scamp nel vuoto; è Vv ebbe per o di rado tocco ad un uomo sorte tanto desolata: e dovette morire; povero Napoleone!.. mento troppo presto sciupato, sino et "& ecco il nostro ultimo eroe! A si er * * Sa Tiltimo in un doppio significato, poichè debbono con ‘]ui terminare queste nostre peregrinazioni a traverso ‘tempi e luoghi così diversi, cercando, studiando gli eroi. UR ME ne rinoresce: era un piacere per me in quest’ occupazione, sebbene misto a molta pena. È un grande s0g= 5 molto grave, molto vasto, questo che io, appunto darmi tropp'aria di gravità, ho chiamato cult@ Esso penetra profondo nelle secrete vie del‘e ne’ più vitali interessi di questo mondo; tei ge bro ben degno di svolgimento. In sei Invece che sei giorni, avremmo potuto far meglio. lo: chi sa se nemmeno vi sono riuper penetrarvi un poco, dovetti Dn DIRE Tronno spesso, con bruuttate là isolate, senza commento, ho ‘cortese benevolenza, non voglio ora parlare. per saviezza e leggiadria, ha ascoltato pazient pozze parole. Sentitamente, cordialmente, vi rendo zie, ed a tutti dico: Dio sia con voil Precisely a century and a year after this of Puritanism had got itself hushed-up into decent composure, and its results made smooth, in 1688, there broke-out a far deeper explosion, much more difficult to hush-up, known to all mortals, and like to be long known, by the name of French Revolution. It is properly the third and final act of Protestantism ; the explosive confused return of mankind to Reality and Fact, now that they were perishing of Semblance and Sham. We call our English Puritanism the second act : “Well then, the Bible is true ; let ils go by the Bible 1 ” “ In Church,” said Luther ; “ In Church and State,” said Cromwell, “let us go by what actually God’s Truth.” Men have to return to reality ; they cannot live on semblance. The French Revolution, or third act, we may well call the final one ; for lower than that savage Sansculottism men cannot go. They stand there on the nakedest haggard Fact, undeniable in all seasons and circumstances ; and may and must begin again confidently to build-up from that. The French explosion, like the English one, got its King, who had no Notary parchment to show for himself. We have still to glance for a moment at Napoleon, our second modern King. Napoleon does by no means seem to me so great a man as Cromwell. His enormous victories which reached over all Europe, while Cromwell abode mainly in our little England, are but as the high stilts on which the man is seen standing ; the stature of the man is not altered thereby. I find in him no such sincerity as in Cromwell; only a far inferior sort. No silent walking, through long years, with the Awful Unnamable of this Universe; ‘walking with God," as he called it; and faith and strength in that alone : latent thought and valour, content to lie latent, then burst out as in blaze of Heaven’s /lightning 1 Napoleon lived in an age when God was no longer believed ; the meaning of all Silence, Latency, was thought to 'be Nonentity : he had to begin not out of the Puritan Bible, but out of poor Sceptical EncyclopMies, This was the length the man carried it. Meritorious to get so far. His compact, prompt, everyway articulate character is in itself perhaps small, compared with our great chaotic /^articulate Cromwell’s. In- stead of 'dumb Prophet struggling to speak,' we have a por- tentous mixture of the Quack withal I Hume’s notion of the Fanatic-Hypocrite, with such truth as it has, will apply much better to Napoleon than it did to Cromwell, to Mahomet or the like, where indeed taken strictly it has hardly any truth at all. An element of blamable ambition shows itself, from the first, in this man ; gets the victory over him at last, and in- volves him and his work in ruin. * False as a bulletin’ became a proverb in Napoleon’s time. He makes what excuse he could for it : that it was necessary to mislead the enemy, to keep-up his own men’s courage, and so forth. On the whole, there are no excuses. A man in no case has liberty to tell lies. It had been, in the long-run, better for Napoleon too if he had not told any. In fact, if a man have any purpose reaching beyond the hour and day, meant to be found extant next day, what good can it ever be to promul- gate lies ? The lies are found-out ; ruinous penalty is exacted for them. No man will believe the liar next time even when he speaks truth, when it is of the last importance that he be believed. The old cry of wolf 1 K Lie is nMhing ; you can- not of nothing make something ; you make nothing at last, and lose your labour into the bargain. Yet Napoleon had a sincerity; we are to distinguish be- tween what is superficial and what is fundamental in insin- cerity. Across these outer manceuverings and quackeries of his, which were many and most bian>able, let us discern withal that the man had a certain instinctive ineradicable feeling for reality ; and did base himself upon fact, so long as he had any basis. He has an instinct of Nature better than his culture was. His savans, Bourrienne tells us, in that voyage to Egypt were one evening busily occupied arguing that there could be no God. They had proved it, to their satisfaction, by all man- ner of logic. Napoleon looking up into the stars, answers, “Very ingenious. Messieurs ; but who made all that?” The Atheistic logic runs-off from him like water ; the great Fact stares him in the face : “ Who made all that ?” So too in Practice : he, as every man that can be great, or have victory in this world, sees, through all entanglements, the practical heart of the matter ; drives straight towards that. “N^en the steward of his Tuileries Palace was exhibiting the new uphol- stery, with praises, and demonstration how glorious it was, and how cheap withal, Napoleon, making little answer, asked for a pair of scissors, dipt one of the gold tassels from a window- curtain, put it in his pocket, and walked on. Some days afterwards, he produced it at the right moment, to the horror of his upholstery functionary ; it was not gold but tinsel I In Saint Helena, it is notable how he still, to his last days, insists on the practical, the real. Why talk and complain ; above all, why quarrel with one another? There is no result in it ; it comes to nothing that one can do. Say nothing, if one can do no- thing I” He speaks often so, to his poor discontented follow- ers ; he is like a piece of silent strength in the middle of their morbid querulousness there. And accordingly was there not what we can call a faith in him, genuine so far as it went? That this new enormous De- mocracy asserting itself here in the French Revolution is an insuppressible Fact, which the whole world, with its old forces and institutions, cannot put down ; this was a true insight of his, and took his conscience and enthusiasm along with it, a faith. And did he not interpret the dim purport of it well? La carriers ouverte aux ialens^ The implements to him who ran handle them; this actually is the truth, and even the whole truth ; it includes whatever the French Revolution, or any Revolution, could mean. Napoleon, in his first period, was a true Democrat. And yet by the nature of him, fostered too by his military trade, he knew that Democracy, if it were a true thing at all, could not be an anarchy : the man had a heart-hatred for anarchy. On that Twentieth of June (1792), Bourrienne and he sat in a coffee-house, as the mob rolled by : Napoleon expresses the deepest contempt for persons in authority that they do not restrain this rabble. On the Tenth of August he wonders why there is no man to command these poor Swiss; they would conquer if there were. Such a faith in Democracy, yet hatred of anarchy, it is that carries Napoleon through all his great work. Through his brilliant Italian Campaigns, onwards to the Peace of Leoben, one would say, his inspir- ation is ; ‘Triumph to the French Revolution ; assertion of it against these Austrian Simulacra that pretend to call it ‘a simulacrum’ Withal, however, he feels, and has a right to feel, how necessary a strong Authority is ; how the Revolution cannot prosper or last without such. To bridleMn that great devouring, self-devouring French Revolution ; to tameit, so that its intrinsic purpose can be made good, that it may be- come organic, and be able to live among other organisms and formed things, not as a wasting destruction alone : is not this still what he partly aimed at, as the true purport of his life ; nay what he actually managed to do ? Through Wagrams, Austerlitzes ; triumph after triumph, he triumphed so far. There was an eye to see in this man, a soul to dare and do. He rose naturally to be the King. All men saw that he was such. The common soldiers used to say on the march. These babbling Avocats, up at Paris ; all talk and no work ! What wonder it runs all wrong ? We shall have to go and put our Petit Caporal there I” They went, and put him there ; they and France at large. Chief-consulship, Emperorship, victory over Europe ; till the poor Lieutenant of La Fire, not unna- turally, might seem to himself the greatest of all men that had been in the world for some ages. But at this point, I think, the fatal charlatan-element got the upper hand. He apostatised from his old faith in Facts, took to believing in Semblances ; strove to connect himself with Austrian Dynasties, Popedoms, with the old false Feud- alities which he once saw clearly to be false ; considered that he would found “ his Dynasty” and so forth ; that the enormous French Revolution meant only that ! The man was ‘given-up ^ to strong delusion, that he should believe a lie a fearful but j most sure thing. did not knowJrue from false no\y.wheiLj he looked at them, — the fearfulest penalty a man pays for yielding . to untruth of heart. Self and false ambition had now become ^ his god : j^^deception once yielded to, all other deceptions follow naturally more and more. What a paltry patchwork of theatrical paper-mantles, tinsel and mummery, had this man wrapt his own great reality in, thinking to make it more real thereby ! His hollow ^-Concordat, pretending to be a re- establishment of Catholicism, felt by himself to be the method of extirpating it, ^fa vaccine de la religion his ceremonial Coronations, consecrations by the old Italian Chimera in Notre- Dame, “wanting nothing to complete the pomp of it,” as Augereau said, “nothing but the half-million of men who had died to put an end to all that” ! Cromwell’s Inauguration was by the Sword and Bible ; what we must call a genuinely one. Sword and Bible were borne before him, without any chi- mera : were not these the’’ r^a/ emblems of Puritanism ; its true decoration and insignia ? It had used them both in a very real manner, and pretended to stand by them now 1 But this poor Napoleon mistook : he believed too much in the Dup^~ ability of men ; saw no fact deeper in man than Hunger and this 1 He was mistaken. Like a man that should build upon cloud ; his house and he fall down in confused wreck, and de- part out of the world. Alas, in all of us this charlatan-element exists ; and might be developed, were the temptation strong enough. ‘ Lead us not into temptation’ I But it is fatal, I say, that it be developed. The thing into which it enters as a cognisable ingredient is doomed to be altogether transitory; and, however huge it may look, is in itself small. Napoleon’s working, accordingly, what was it with all the noise it made ? A flash as of gunpowder wide-spread ; a blazing-up as of dry heath. For an hour the whole Universe seems wrapt in smoke and flame ; but only ^for an hour. It goes out : the Universe with its old mountains and streams, its stars above and kind soil beneath, is still there. The Duke of Weimar told his friends always, To be of courage ; this Napoleonism was unjust^ a falsehood, and could not last. It is true dqctrine. The heavier this Napoleon tram- pled on the world, holding it tyrannously down, the fiercer would the world’s recoil against him be, one day. Injustice pays jt- self with frightful compound-interest. I am not sure but he had better have lost his best park of artillery, or had his best regiment drowned in the sea, than shot that poor German Bookseller, Palm I It was a palpable tyrannous murderous injustice, which no man, let him paint an inch thick, could make-out to be other. It burnt deep into the hearts of men, it and the like of it ; suppressed fire flashed in the eyes of men, as they thought of it, waiting their day 1 Which day came : Germany rose round him. What Napoleon did will in the long-run amount to what he did justly j what Nature with her laws will sanction. To what of reality was in him; to that and nothing more. The rest was all smoke and waste. La carri^re ouverte aux talens : that great true Message, which has yet to articulate and fulfil itself everywhere, he left in a most inarticulate state. He was a great Sbatiche, a rude- draught never completed ; as indeed what great man is other? Left in too rude a state, alas 1 His notions of the world, as he expresses them there at St. Helena, are almost tragical to consider. He seems to feel the most unaffected surprise that it has all gone so ; that he is flung-out on the rock here, and the World is still moving on its axis. France is great, and all-great ; and at bottom, he is France. England itself, he says, is by Nature only an ap- pendage of France ; “another Isle of Oleron to France.” So it was by Nature, by Napoleon-Nature ; and yet look how in fact — Here am I I He cannot understand it : inconceivable that the reality has not corresponded to his program of it ; that France was not all-great, that he was not France. ‘Strong delusion,’ that he should believe the thing to be which is not I The compact, clear- seeing, decisive Italian nature of him, strong, genuine, which he once had, has enveloped itself, half- dissolved itself, in a turbid atmosphere of French fanfaronade. The world was not disposed to be trodden-down underfoot ; to be bound into masses, and built together, as he liked, for a pedestal to France and him : the world had quite other pur- poses in view! Napoleon's astonishment is extreme. But alas, what help now ? He had gone that way of his ; and Nature also had gone her way. Having once parted with Reality, he tumbles helpless in Vacuity; no rescue for him. He had to sink there, mournfully as man seldom did ; and break his great heart, and die, this poor Napoleon ; a great implement too soon wasted, till it was useless : our last Great Man I Our last, in a double sense. For here finally these wide roamings of ours through so many times and places, in search and study of Heroes, are to terminate. I am sorry for it: there was pleasure for me in this business, if also much pain. It is a great subject, and a most grave and wide one, this which, not to be too grave about it, I have named He?'o-worship. It enters deeply, as I think, into the secret of Mankind’s ways and vitalest interests in this world, and is well worth explaining at present. With six months, instead of six days, we might have done better. I promised to break-ground on it ; I know not whether I have even managed to do that. I have had to tear it up in the rudest manner in order to get into it at all. Often enough, with these abrupt utterances thrown-out iso- lated, unexplained, has your tolerance been put to the trial. Tolerance, patient candour, all-hoping favour and kindness, which I will not speak of at present. The accomplished and distinguished, the beautiful, the wise, something of what is best in England, have listened patiently to my rude words. With many feelings, I heartily thank you all ; and say, Good be with you all! Nome compiuto: Domenico Cardone. Domenico Antonio Cardone. Keywords: Clark Kent; ovvero, sul sovrumano, “Ricerche filosofiche”; futilitarianism, inutilitarianism, Grice, “The philosophy of life,” Grice, “Philosophy of life”, essere e divenire – il sovraumano, Nietzsche, Bergson, D’Annunzio, sobra-uomo, super-uomo. Jesus as a philosopher! Tommaso Carlyle, Il culto degl’eroi – culto, worth-ship, valore, Napoleone, natura italiana -- -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cardone,” The Swimming-Pool Library, Vill Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carifi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ablativi relativi – Roman implicata – scuola di Pistoia – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pistoia). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “I would call Carifi a poet rather than a philosopher! He did indeed philosophise ‘in difesa della filosofia,’ but that  should read of ‘his’ ‘filosofia,’ which he sees as an elaboration on death! My favourite are his ‘lezioni’ di filosofia and his ‘ablativo assoluto,’ something English lacks, but ‘deo volente’ doesn’t!” --  Studia sotto Bigongiari, tra i maggiori esponenti dell'ermetismo fiorentino,  profondamente influenzato dalle voci liriche di Rilke e Trakl, su cui si è esercitato anche come traduttore, oltre a essere poeta, svolge l'attività di critico letterario e filosofico. Autore de “Il segreto”. Al fianco degli studi filosofici, vi sono quelli di psicoanalisi a Milano. Mentre nelle liriche si risente la dizione rilkiana e emerge il debito verso Heidegger, nei componimenti successivi questi motivi vengono amalgamati a nuove istanze della sensibilità. In particolare dopo la dura prova della malattia, l'incidente, come lui chiama l'ictus da cui è stato colpito, i suoi versi abbracciano una nuova forma di rarefazione dissolvente in cui l'essere, attraversato dal dolore, cerca una via estrema di comunicazione per ricongiungersi al mondo.  Luoghi e figure dell'anima. Due sono i temi che incardinano la sua poetica: la madre e il legame con la città natale, Pistoia, che di quel rapporto affettivo è l'emanazione, entrambi raccolti filosoficamente nel rimando all'infanzia, epoca originaria dei sensi, periodo d'elezione per l'anima ma anche ingrato, di cui si fatica a cogliere l'essenza se non a patto di una discesa spossante. Ora è l'attimo che attende, è l'istante che prepara i tempi a un altro istante dove si deve attendere l'infanzia, quella bastarda che era là, tragico volto dei bambini. La madre, dolorosa musa, abbandonata dal marito quando il bambino aveva appena tre anni, ha lungamente accompagnato e sorretto la voce del figlio. La sua scomparsa è una perdita incolmabile nella vita e nel suo immaginario. La città rappresenta un caldo grembo, dove tutto rimanda a quel legame dissolto ma anche alle tante amicizie e perfino a quegli spiriti gentili di artisti e letterati che continuano ad aggirarsi, figure di sogno, nelle strette strade del centro. Bigongiari era di Pistoia. Era figlio del capostazione e abitava in Via del Vento, accanto a Manzini. Nei miei viaggi onirici li vedo tutti e due, Bigongiari e Manzini, camminare tra Via del Vento e Via Verdi, in silenzio perché parlano una lingua muta, una lingua del deserto che solo i poeti e i mistici capiscono. Nei suoi versi rivive di continuo la devozione spirituale per il luogo, la cui essenza poetica sta nell'intreccio di memorie che lo abitano, un passato con cui si misura in uno stato di incerta beatitudine tra sogno e veglia. Nasco filosofo con una grande tensione verso la poesia. Una tensione, la mia, che si è poi sviluppata fino a rendermi filosofo, ma soprattutto poeta. La filosofia arriva fino ad un certo punto, da quel punto in poi c’è la poesia. La poesia parla del cielo, delle foreste degli uomini, fa un salto verso la verità. Abbandona il linguaggio su cui, bene o male, la filosofia regge e sceglie un linguaggio pre-sentativo'', il linguaggio della presenza.  La sua ricerca è la risposta alle varie vicende dell’uomo. L’uomo colma e coglie sé stesso attraverso il percorso del lume, l’apertura alla conoscenza. L’uomo mite che miete la luce, capace di cuore della verità, che non rinuncia al pensiero della responsabilità e della parola, è l’uomo C.. Non bisogna accostarsi a lui con il timore di leggere un incomprensibile tomo di filosofia analitica alla teoria dell’implicatura di Grice, sia pur condividendo con lui che non esistono concetti semplici, né concetti già pronti, perché la filosofia analitica di Grice è, Grice morto, in divenire, è in movimento. Un sottile ma preciso filo conduttore che caratterizza la raccolta delle sue lunghe e silenziose riflessioni è la pratica dell’intensità, destini che si rivelano fino in fondo. Esercita il bello della profondità portandola, a tutti, sul piano conoscitivo della conversazione. Le sue opere sono cammini culturali e spirituali dove l’uomo ed il valore sono all’unisono un giro concentrico di piaceri.  La conversazione è un abisso che, in un’intima solidarietà, unisce il moto interiore all’estetica dell’espressione, e la conversazione diviene il veicolo principale dove il silenzio meditativo e contemplativo si colora di una dimensione inter-oggettiva. La conoscenza dell'altro.L'uomo del pensiero: Roberto Edizione Polistampa, Firenze. Poesia e filosofia convivono e si alternano nella sua vasta produzione, tra i maggiori autori contemporanei. E conosciuto per i testi filosofici e per l’intensa attività poetica, influenzata, a partire dagli anni Ottanta, dall’amicizia con Bigongiari; ma anche per le traduzioni in italiano di Hesse, Rousseau, Racine, Bataille, Trakl e Weil. La poesia è una stretta di mano su «Naturart», rivista di cultura, Giorgio Tesi Editrice»  Scopre il dolore con la perdita della madre che diventa la sua ossessione poetica, descritta come un pozzo in cui scendere. Le sue due antologie poetiche (Infanzia; Nel ferro dei balocchi), pur seguendo percorsi diversi, si ergono entrambe su due abissi: l'infanzia personale, ma al contempo quella di intere generazioni europee, segnate da un legame indissolubile. Archivio Festival Letteratura, Palazzo Ducale, Mantova. È una poesia in cui la forte componente autobiografica trasfigura il vissuto, in quanto ciò che si racconta assume valore paradigmatico: situazioni ed episodi emblematici in cui l’uomo incontra l’assoluto. Incontro su «VIinforma», rivista culturale della Banca di credito coooperativo di S. Pietro in Vincio»  «La raccolta Madre, proprio perché torna su un tema già fortemente praticato, consente di guardare al complessivo percorso poetico di Carifi potendo distinguere in esso un momento di passaggio e di mutamento, determinato prima dall’avvicinamento al buddismo, poi dalla malattia. Giuseppe Grattacaso, Supplica alla madre su «Succedeoggi» Cultura nell’informazione quotidiana»  Opere Raccolte poetiche Simulacri (Forum/Quinta Generazione, Forlì); Infanzia (Società di Poesia, Milano, rist. Raffaelli, Rimini ); L'obbedienza (Crocetti, Milano); Occidente (Crocetti, Milano); Amore e destino (Crocetti, Milano); Poesie (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme); Casa nell'ombra (Almanacco Mondadori, Milano); Il Figlio (Jaca Book, Milano); Amore d'autunno (Guanda, Parma-Milano); Europa (Jaca Book, Milano); Il gelo e la luce (Le Lettere, Firenze); La pietà e la memoria (Edizioni ETS, Pisa); D'improvviso e altre poesie scelte (Via del Vento edizioni); Nel ferro dei balocchi (Crocetti, Milano 2008); Tibet (Le Lettere, Firenze ); Madre (Le Lettere, Firenze); Il Segreto (Le Lettere, Firenze ); Racconti Victor e la bestia (Via del Vento edizioni, Pistoia); Lettera sugli angeli e altri racconti (Via del Vento edizioni, Pistoia); Destini (Libreria dell'Orso editrice, Pistoia); Saggi Il gesto di Callicle (Società di Poesia, Milano); Il segreto e il dono (EGEA, Milano); Le parole del pensiero (Le Lettere, Firenze); Il male e la luce (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme); L'essere e l'abbandono (Il Ramo d'Oro, Firenze); Nomi del Novecento (Le Lettere, Firenze); Nome di donna (Raffaelli, Rimini ). Rilke, L'angelo e altre poesie, Via del Vento edizioni, 2008; Georg Trakl, La notte e altre poesie, traduzione di Massimo Baldi e Roberto Carifi, Postfazione di Roberto Carifi, Via del Vento edizioni. Tiene la rubrica mensile "Per competenza" sulla rivista «Poesia». Per ulteriori notizie si veda la sezione dedicata ai cenni biografici del poeta nel volume Roberto Carifi, D'improvviso e altre poesie scelte, Via del Vento edizioni, Da Roberto Carifi, Tibet, Le Lettere,.  Da Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni, Alba Andreini, introduzione di Roberto Carifi, Edizioni ETS,.  M. Baudino, Nel mitico mondo di Carifi, «Gazzetta del Popolo»; C. Viviani, Il mito e il nuovo inquilino, «Il Giorno», F. Ermini, Il mito per relazionarsi al reale, «Il quotidiano dei lavoratori», G. Giudici, Il gesto di Callicle, «L'Espresso»; A. Porta, Il gesto di Callicle, «Alfabeta», M. Spinella, La microfisica del significante poetico, «Rinascita», nQui sento odor di buoni versi, «Il Messaggero»; Infanzia, «Il piccolo Hans», Al fuoco di un altro amore, Jaca Book, L'anima e la forma nel verso. «Avvenire»; P.F.Iacuzzi, Il paradosso della poesia italiana. «Paradigma»; Utopisti e menestrelli, «L'indice», R. Nostalgia del tragico, «Corriere del Ticino»; I Quaderni del Battello Ebbro. Basso continuo del rumore bellico per litanie epiche sull'occidente, «Il Manifesto». Il filo del tramonto e del rimpianto, «Il Giornale», La poesia, il luogo del ritorno a casa, «La Nazione», La lingua continua a battere dove la carità duole, «Il Mattino»,   Il buio mondo che ci avvolge, «Il Sole 24 ore», Il lato oscuro delle cose, «La Repubblica»;  Sul vuoto appesi alla parola, «La Nazione», Amore senza tempo, «Il Sole 24 ore»,; E per musa ispiratrice la nostalgia, «Avvenire»,  Classici pensosi versi, «Gazzetta di Parma», Amore per una donna e per il nulla, «Il Giorno», Gli amori di Carifi, «La Nazione»; B. Manetti, Carifi il poeta errante, «La Repubblica»; D. Attanasio, Amore e morte trascendenti segreti, «Il Manifesto», R. Copioli, Carifi: il desiderio è mitico, «Avvenire», 14 maggio 1994; E. Grasso, L'amore quando il lume si spegne, «L'Unità»; A. Donati, Intervista a Roberto Carifi, «Il Giorno», Doni al confine del tempo, «Il Sole 24 ore»; L'angelo poetico della solitudine, «Il Giorno», R. Figli innamorati del proprio destino, «Avvenire»; Il male come provocazione estetica – estetica del male -- Chiaroscuro con lampada e scialle, «Il Sole 24 ore»; Chi son? Sono un poeta, «Il Giornale»; Il dolore nelle sillabe, «La Gazzetta di Parma»; Un angelo in esilio, «Avvenimenti»; U. Piersanti, Il figlio, «Tutto Libri»; Bigongiari, Carifi: parole e voce di Figlio, «La Nazione»; Quel contratto da verificare, «Il Sole 24 ore», Angeli sospesi tra essere e abbandono, «Avvenire», Un neoromantico invoca il cuore, i sogni, l'addio, «Tutto Libri»,  Amore d'autunno, «L'Espresso», Morte di madre. Quando la poesia "riversa la vita", «Il Giornale», L’elegia di uno stile semplice, «Avvenire»; Quei legami vitali tra figlio e madre, «La Nazione»; Tra infelicità e silenzio, «Il Sole 24 ore»; Un dolcissimo amore d'autunno, «Il Giornale», L'estetica dell'amore, «Il Tirreno», Dalla parte del cuore, «Gazzetta di Parma»; E. Coco, Rivista de Literatura. Un dialogo a distanza sull'alterità del figlio, introduzione a C. e U. Buscioni, Figure dell'abbandono, maschiettoemusolino, Siena; Il pathos del sublime: la poesia di Carifi, «Atelier», D. Fiesoli, Europa, «Il Tirreno», B. Garavelli, Addio alla madre, «Avvenire», G. Colotti, Europa, «Il Manifesto»;  La religiosa tragicità di Carifi, «Poesia»; F. A. Scorrano, La conoscenza dell'altro. L'uomo del pensiero. Edizione Polistampa, Firenze, S. Ramat, C. nel nome della madre, «Il Giornale»,  Per la sezione bibliografica questa voce trae informazioni dalla  inglese.   Piero Bigongiari Gianna Manzini Pistoia Via del Vento edizioni //poesia.blog.rainews//09/blog Poesia Rai News L'UOMO DEL PENSIERO. Saggio sulla poesia di Carifi Tre poesie su «Sagarana», su sagarana.net. Una recensione di Infanzia, su margininversi.blogspot. C., Il sisma silenzioso del cuore articolo di Galgano su «Clandestino». Grice: “One impotant thing to consider is the passive voice of the future perfect – TEMPVS PLVSQVAMPERFECTVS PRAETERITVM – there was a specific form, ‘dedidi’ i. e. an inflected form, only in the passive voice. However, no record was found of the passive voice, except by use of what I call an ‘auxiliary’ verb – ‘have’ – cf. my notes on ‘do’ – ‘do’ and ‘have’ as auxiliary. However, the Romans found a way: the ablativo assoluto – the house given, she proceeded to furnish it. Money having been given to the merchant, the buyer left – Admirably, as Aelfric noted, in Latin, the pluperfect, strictly tempus praeterium plusquamperfectum, is formed without an auxiliary verb . MODUS INDICATIVUS/SUBJUNCTIVUS. Pecuniam mercatori DEDERAT. Pecunimam mercatori DEDISSET – Ha had given money to the merchart. He should have given money to the merchant. The Roman even had a choice of the ablative absolute hrase, consisting of the noun and the perfect participle in the ablative case. Pecuniis mercatori datis cessit emptor, Money having been given to the merchant, the buyer left. pecuniis mercatori non datis non cessit emptor. Money not having been given to the merchant, the merchant killed one of the buyer’s slaves. The difference is merely implicatural. In the verbal form (dederat, dedisset) is is explicated that it was the buyer who paid. In the absolute-ablative case, it is merely implicated. For all the utterer cares, it could have been the buyer’s slave. Cicero refers to an use of the RELATIVE ablative which is even ‘more slippery’ and thus optimal for cross examination. Money. Nome compiuto: Roberto Carifi. Carifi. Keywords: ablativi relative, filosofia e poesia – l’implicatura del poeta – l’implicatura di Blake – l’implicatura di Guglielmo Blake – rhyme or reason – the invention of rhyme – l’invenzione della rima – empedocle: ragione senza rima -- Heidegger, conversation, language, silence, being, inter-subjectivity. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carifi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

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