GRICE ITALO A-Z C CAR
Luigi Speranza -- Grice e Carle: la
ragione conversazionale e le radici del diritto romano – la legge romana – la
natura romana – scuola di Chiusa di Pesio – scuola di Cuneo – filosofia
piemonese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Chiusa di Pesio). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Chiusa di Pesio, Cuneo,
Piemonte. Grice: “I like Carle – he is like Hart, only better – his Latin tract
on ‘exceptio’ is eaxactly what Hart means by defeasibility, only that Carle can
found it on Roman law – Like me, he likes the use of ‘principio,’ as when he
speaks of a ‘principle of responsibility,’ and his essays on what he calls
‘social philosophy’ is pretty akin to my concerns on cooperation as the epitome
of joint behaviour.” Insegna a Torino. Linceo. Esponente del
positivismo. La dottrina giuridica del
fallimento nel diritto privato internazionale, Napoli, Stamperia della Regia
Università); Prospetto d'un insegnamento di filosofia del diritto. Parte generale,
Torino, F.lli Bocca); “La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita
sociale. Studio comparativo di filosofia giuridica” (Torino, F.lli Bocca); “Le
origini del diritto romano: ricostruzione storica dei concetti che stanno a
base del diritto pubblico e privato di Roma” (Torino, F.lli Bocca); La
filosofia del diritto nello stato moderno, Torino, Unione
Tipografico-Editrice); Lezioni di filosofia del diritto” (Torino). Dizionario
biografico degli italiani. Positivismo: ius – fatto – non valore –
l’implicatura di Romolo e Remo. Naturalism – giusnaturalismo – forza – autorita
– ius – “LE ORIGNI DEL DIRITTO ROMANO” -- RICOSTRUZIONE STORICA DEI CONCETTI
CHE STANNO A BASE DEL DIRITTO PUBBLICO E PRIVATO DI ROMA. Fuit haec sapientia
quondam Publica privatis secernere, sacra profanis. HOR., poet Ars. LABOR NOR
TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI LIBRAI DI S. M. IL RE D'ITALIA SUOQURSALI ROMA
FIRENZE Via del Corso. Via Cerretapi. DEPOSITI PALERMO NAPOLI CATANIA
Università, Piazza Plebiscito, 2 S. Maria al Ros.°, 23 (Carosio ) Carosio )TORINO
BONA. La nobile Università di Bologna, commemorando in questi giorni l'ottavo
centenario dalla sua fondazione, ci rammenta anche l'epoca, in cui essa
iniziando gli studi sul diritto romano si rese benemerita di tutto il mondo
civile. Agli omaggi, che in questa occasione solenne convengono costi d'ogni
paese, mi sia consentito di aggiungere quello di un'opera ispirata al desiderio
di mantenere viva nella gioventù studiosa italiana la tradizione civile e
politica di Roma. Di Lei Rettore Magnifico bord Torino, Devot.mo ed obblimo. Ritornato
di proposito allo studio del diritto romano, in seguito all'incarico affidatomi
di insegnarne la storia nella R.Università di Torino, parvemi di rileggere uno
di quei libri, la cui meditazione può riempiere tutta una vita, perché ad ogni
lettura e ad ogni età offrono campo ad osservazioni, che prima sono sfuggite.
Quegli studii di giurisprudenza comparata, che in questi ultimi anni si vennero
facendo sulle istituzioni primitive di quel periodo gentilizio, nel quale
debbono essere cercate le fondamenta, sovra cui furono poscia edificate le
città, mi parvero irradiare di nuova luce l'antichissimo diritto di Roma, e
aprire nuove vie per spiegare il processo, con cui ebbe ad essere iniziata la
formazione del medesimo. È strano infatti che, mentre il diritto romano, fra le
grandi elaborazioni del genere umano, è certamente quella, che ebbe ad essere
maggiormente studiata nei frammenti che a noi ne pervennero e nei suoi ultimi
risultati, continui pur sempre ad essere un grande mistero il processo, con cui
i romani giunsero ad elevare un cosi grande edifizio, e il motivo per cui essi
e non altri riuscirono ad innalzarlo. La causa tuttavia di questa singolarità
deve essere riposta in ciò, che per risolvere il problema delle origini del
diritto romano non può bastare lo studio staccato dei frammenti, nė
l'esegesi applicata ai testi, ma conviene ricomporre le epoche, raccogliere i
rottami che ci pervennero di esse, colmarne le la cune, riportarsi col pensiero
alle condizioni economiche e sociali del primitivo popolo romano, sforzarsi di
rivivere in quel tempo e di pensare in certo modo alla romana, tener conto
delle particolari attitudini dell'ingegno romano, far procedere di pari passo
la formazione della città e lo svolgimento delle sue istituzioni pubbliche e
private. Conviene insomma ricostruire la vita del diritto nei suoi rapporti
colla vita sociale di Roma, e cercare cosi di decifrare la pagina più splendida
della vita del diritto nella storia dell'umanità. Certo era naturale cosa, che
uno studioso della vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale mal
sapesse resistere alle attrattive di un simile argomento, credendo con ciò, non
di venir meno,madi perseverare in quel l'ordine di studii, a cui si è dedicato
con tutte le forze. Miproposi pertanto di ricostruire il processo logico e
storico, che governa la formazione deldiritto romano, sopratutto nei suoi
esordii, non coll'intento di sostituirmi ai dottissimi nella materia, ma con
quello più modesto di valermi dei materiali che furono raccolti con tanta
diligenza, sopratutto in Germania. Mi accinsi poi all'arduo compito con un
entusiasmo, che forse più non conviene alla mia età, ma che ebbe il vantaggio
di rendermi aggradevole la lunga fatica, e che vorrei trasfondere nella
gioventù studiosa, unitamente alla convinzione profonda, che le grandi elaborazioni
dell'ingegno umano, mentre cambiarono in maestri dell'umanità coloro, che
giunsero a crearle, hanno anche il pregio di confortare ed elevare il pensiero
di coloro, che si travagliano per comprendere il processo natu rale, che ne
governd la formazione. Debbo tuttavia una confessione al lettore benevolo: ed è
che il presente saggio, cominciato forse coll’idea, non preconcetta, ma
latente, che il diritto pubblico e privato di Roma fosse il frutto di una
evoluzione determinata dalle condizioni esteriori, in cui si trova il popolo
romano, riusci invece a conclusioni alquanto diverse. I romani, cosi nel
formare la propria città, come nell’elaborare le proprie istituzioni pubbliche
e private, seguirono un processo, che chiamo di selezione. Anziché essere
dominati dai fatti esteriori, cercarono invece di dominarli, e di sottometterli
alla logica inesorabile del proprio diritto. Come le mura della loro città sono
costruite coi massi più solidi delle costruzioni gentilizie, cosi i concetti,
che stanno a base del loro diritto pubblico e privato, sono trascelti nel seno
stesso della organizzazione gentilizia. Ma trapiantati nella città ed isolati
cosi dall'ambiente, in cui si erano formati, si cambiarono in altrettante
concezioni logiche, che si vennero poi svolgendo ed accomodando alle esigenze della
vita civile e politica. Anche questo e un processo naturale. Ma non è più il
processo, che governa la formazione degli strati geologici, che si
sovrappongono gli uni agli altri e serbano l'impronta dei bassi fondi sovra cui
si vengono precipitando, bensi il processo, che governa la formazione dei
cristalli, per cui gli elementi affini, depurati da ogni scoria, si vengono,
per dir cosi, ricercando ed attraendo e si dispongono costantemente secondo
quelle forme tipiche, che ne governano la formazione. Di quiconseguita, che il diritto
romano non èu na produzione determinata esclusivamente dall'ambiente e dalle
condizioni esteriori. Ma è già l'opera in parte consapevole dello spirito vivo
ed operoso di un popolo, il quale, valendosi di attitudini naturali, che in
questa parte si possono chiamare veramente meravigliose, riusci a secernere e
ad isolare l'essenza giuridica dei fatti sociali ed umani, a modellarla in
concetti tipici, a svolgere i medesimi in tutte le conseguenze, di cui po
tevano essere capaci, e a trasmettere cosi alle nazioni moderne un
capolavoro di arte giuridica. Questo è il risultato ultimo, a cui sono
pervenuto. Per la prova del medesimo invito gli imparziali amici del vero
a leggere il saggio, nel quale, malgrado la varietà immensa dei particolari,
cerca di riprodurre quella coerenza organica, che è la caratteristica dello
svolgimento storico delle istituzioni pubbliche e private di Roma. Le
tradizioni e le leggende da cui appare circondata la fondazione di Roma presentano
a primo aspetto un carattere singolare di contraddizione. Da una parte, Roma ha
infanzia. E fondata di pianta da un avventuriero di origine latina e di stirpe
regia, condottiero di una banda armata, il quale, dopo aver circondata la città
di mura, avrebbe aperto un asilo agl’esuli e ai rifugiati dalle dalle comunanze
vicine. E il fondatore stesso che da a Roma le sue istituzioni pubbliche e
private. Il suo successore le da l'organizzazione del culto, finchè da ultimo
Roma già ingrandita, mediante l'incorporazione di popoli e di genti diverse,
avrebbe ricevuto una nuova organizzazione civile, politica e militare per opera
di Servio Tullio, che si sarebbe così meritato il nome di secondo fondatore
della città. Per tal modo, la forza dapprima, poi la religione -- e da
ultimo la sapienza civile hanno posto, le fondamenta della città, e le sue
istituzioni civili e politiche appariscono come una creazione personale dei re,
fra i quali la tradizione avrebbe perfino distribuito il compito. Il suo
fondatore è latino, mentre invece è sabino l'organizzatore del culto, e da
ultimo è probabilmente di origine etrusca quegli, che ne ha riformato
compiutamente l'organizzazione civile e politica e ha stabilito quelle
istituzioni, che riceveranno poi il proprio svolgimento durante l'epoca
repubblicana. Da un altro lato, invece, la stessa tradizione circonda la
fondazione di Roma di cerimonie religiose, di carattere tradizionale, che supponneno
una religione già compiutamente formata, e fa apparire Roma nella storia con un
nucleo di istituzioni pubbliche e private, che dove poi svolgersi con un rigore
pressochè geometrico, ma che intanto suppongono una lunga elaborazione
anteriore. Di fronte a questa apparente contraddizione, il maggior problema,
che si presenta al filosofo e quello di sostituire alla storia leggendaria
delle origini di Roma una storia viva ed organica di essa, ricercando le
origini delle istituzioni primitive con cui essa appare nella storia. In questa
ricostruzione, la filosofia dapprima si scosto per modo dalle tradizioni a noi
pervenute da scorgere in queste poco più di una serie di leggende. Ma dovette
poi riaccostarsi alle medesime, e finisce per giungere a questo risultato, che
le istituzioni con cui Roma compare nella storia non possono esser ritenute
come l'opera esclusivamente personale dei re. Debbono essere riguardate come il
frutto di una lunga e lenta elaborazione già compiutasi in un periodo anteriore
di organizzazione sociale, che sarebbe il periodo dell'organizzazione
gentilizia o patriarcale. Roma secondo i risultati della filosofia, avvalorati
anche dagli studii comparativi fatti sui popoli primitivi sopratutto di origine
ariana, continua quell'opera di formazione della convivenza civile e politica,
iniziata gia dalle altre popolazioni italiche, le cui memorie risalgono ad
epoca anteriore a quella che è fissata per la fondazione di Roma. Quindi è
presso le genti latine ed italiche, che debbono essere cercate le origini delle
primitive istituzioni di Roma. Secondo il computo più universalmente adottato,
Roma è stata fondata nell'anno – ANNO I – ed e comparsa fra popolazioni
diverse, delle quali alcune in parte già erano uscite dall'organizzazione
gentilizia, e stano avviandosi ad una vera e propria organizzazione civile e
politica. Senza entrare nella questione dei rapporti, che possono correre fra [Per
un riassunto esatto delle tradizioni intorno alla storia primitiva di Roma
accompagnato da una critica finissima per separare il nucleo primitivo della
tradizione dalle aggiunte che si fecero più tardi, è da vedersi BONGHI, Storia
di Roma. Per lo studio delle istituzioni poli tiche importa sopratutto la parte
che si occupa appunto della costituzione politica di Roma, secondo CICERONE,
Livio, Dionisio] le stirpi italiche e le stirpi elleniche e in quella della
loro provenienza dall'Oriente, questo è certo che fra le stirpi italiche già
erano pervenute ad un certo svolgimento di civiltà e di potenza le stirpi umbro-sabellica,
latina ed etrusca. Scavi dimostrano che il sito occupato da Roma dove già
essere popolato da un'epoca assai remota e del tutto pre-istorica. E scoperta
sull'Esquilino una vasta necropoli, la cui esistenza dimostra che una città
etrusca di grande estensione ed importanza (Rasena) esiste anche prima del
periodo reale leggendario, e costituisce una prova molto importante contro
quella teoria che, attribuendo a Roma un'origine esclusivamente latina e
sabina, tende ad escludere o quanto meno ad attenuare l'influenza dell'elemento
etrusco. Tale provenienza delle stirpi italiche dalle razze ariane e la
conseguente loro, parentela colle elleniche, colle germaniche, celtiche e slave,
è oggidì universalmente ammessa, salvo che si mantiene ancora sempre una grande
oscurità circa l'origine della razza etrusca. Tra gli autori recenti ha recato
un contributo alla dimostrazione di tale provenienza Leist, Graeco-italische
Rechtsgeschichte (Jena), sopratutto nella parte in cui dimostra l'identità di
certi concetti primitivi comuni agl’arii dell'India e alle genti italiche ed elleniche.
È da vedersi la parte, che si riferisce alle instituzioni sacrali, in cui
discorre dei concetti di rita, themis e ratio. Quest'origine comune è pure
ammessa dal BERNHÖFT, Staat und Recht der Römischen Königszeit (Stuttgart). Per
quello poi che riguarda il vario svolgimento, che le istituzioni elaboratesi
nell'oriente dagl’arii primitivi ebbero a ricevere presso gli’arii dell'India,
della Persia, e poscia nell'occidente presso i greci, gli’italici ed i germani,
mi rimetto a quanto ho scritto in La vita del diritto nei suoi rapporti colla
vita sociale (Torino), i cui primi due libri sono appunto dedicati a tale
svolgimento. Sono a vedersi in proposito le notizie sugli scavi, che si
pubblicano dall'Accademia dei Lincei. Come riassunto degli studii topografici
fatti intorno a Roma fino a questi ultimi tempi mi sono valso dell'opera di
MIDDLETON, Ancient Rome (Edinburgh). Middleton parla di questi scavi e dei
resti dell'antichissima Rom. Fra gli autori che tendono a scemare l'influenza
del l'elemento etrusco sopra Roma primitiva, abbiamo il MOMMSEN, il LANGE, e il
Pelham nella sua storia di Roma antica pubblicata nell’Encyclopedia Britannica,
ninth edition, Edinburgh, -- voce: Rome. Combatte questa opinione il Taddei nel
suo lRoma e i suoi Municipii (Firenze). Senza pretendere di risolvere la
questione, è lecito osservare che mal si può sostenere la niuna influenza su
Roma primitiva di un popolo come l'etrusco che ha già delle città in siti
vicini, che conosceva quei riti con cui Roma fu fondata, e che diede a Roma i
tre ultimi re, quelli cioè, che rinnovarono più profondamente non solo
l'aspetto esteriore della città, ma anche la costituzione politica della
medesima. 4 Queste varie stirpi, che abitavano il suolo italico, per quanto ora
si ritengano tutte uscite dalla stirpe aria, hanno però dimenticata la
provenienza comune ed apparivano distinte fra di loro di origine, di costumi e
non hanno fra di loro comunanza di matrimonii. Solo sono ravvicinate da feste
religiose e da certi luoghi di mercato, ove taceno i conflitti e si praticao
gli scambi ed i commerci. Quanto alla loro organizzazione sociale, esse,
secondo l'opinione di Mommsen, del Leist, del Lange, si trovano nel periodo di
transizione dall'organizzazione gentilizia di carattere patriarcale
all'organizzazione politica della città e del municipio. Però anche a questo
riguardo si presentano in stadii e gradazioni diverse. La stirpi umbro-sabellica
apparisce con un carattere pro fondamente religioso. Sono dedite ancora più
alla pastorizia che al l'agricoltura. Preferiscono per formarvi le proprie sedi
i luoghi montani e conservano ancora quel carattere di fiera indipendenza, che
è proprio degli abitanti della montagna. Esse non abitano ancora in vere e
proprie città, ma in villaggi aperti, che costituiscono al trettante comunanze
rurali, e serbano le traccie di una potente organizzazione gentilizia, di cui
puo trovarsi un notevole esempio nella gens Claudia. Queste stirpi anche più
tardi dimostrarono poca attitudine alla formazione di un vero e proprio stato,
come lo provano le sorti dei bellicosi sanniti, che sono appunto derivati dal
ceppo umbro-sabellico. Trovansi invece già in condizione più progredita, per
quel che riguarda l'organizzazione sociale, la stirpe latina. Il Lazio infatti
appare diviso in altrettante comunanze di villaggio aperte, che sono costituite
da una aggregazione di famiglie e di genti, le quali discendono da un antenato
comune, di cui portano il nome e professano il culto gentilizio. Tali
aggregazioni di genti, che chiamansi tribù, abitano nei vici e nei pagi. Ma,
riconoscendo la loro origine comune, anzichè avere una esistenza del tutto
separata ed indipendente, sono già a far parte di un'aggregazione più vasta,
che costi [In ciò sono d'accordo Mommsen, Histoire Romaine. Trad. De Guerle. Paris, ed anche il Lange, Histoire intérieure de Rome. Trad.
Berthelot et Didier. Paris. Lange attribuisce alle genti sabine un carattere
più conservatore che non alle Latine [-tuisce poi il populus e la civitas.
Questa aggregazione più vasta non solo ha comune la lingua, il costume e la
religione, ma eziandio la legge, l'amministrazione della giustizia e la difesa
contro gl’attacchi e l’aggressioni esterne. Essa quindi abbisognava di un
centro comune, a cui potessero metter capo le diverse comunanze di villaggio,
il quale centro comune era l'urbs, così chiamata dall'*orbita* sacra che la
circonda, nel cui recinto trovavasi l'arx o fortezza, a cui riparare nei
momenti di pericolo, il tempio del divino patrono – dius, dius-piter --
dell'intiera comunanza, il luogo ove si amministra giustizia, il sito per il
mercato e per le pubbliche riunioni. Questi stabilimenti pertanto, più che vere
e proprie città quali noile intendiamo, sono piuttosto inizii di città future,
in quanto che esse contenevano sopratutto quegl’edifizii, che hanno pubblica
destinazione. L'urbs era in certo modo il centro della vita pubblica per le
diverse comunanze di villaggio, come lo dimostrano anche le varie porte
esistenti nel muro di cinta, le quali porgevano modo di accedervi agl’abitanti
dei diversi villaggi. Si aggiunge che le varie città latine, le quali, secondo
la tradizione, sarebbero state in numero di XXX, erano anche confederate fra di
loro e mettevano capo ad una capitale: Alba Longa. Cid dimostra come le
popolazioni latine già fossero abbastanza progredite nella loro organizzazione
sociale, poichè, pur continuando ancora a vivere nelle comunanze di villaggio, sono
pero già pervenute a concepire e in parte ad attuare quella vita pubblica
comune, che dove poi svolgersi nella città e nel municipio. Vengono infine la stirpe
etrusca, la cui civiltà è ancora oggidi celata nel mistero, perchè le traccie
di essa furono in certo modo cancellate ed assorbite da Roma. Non può tuttavia
esser dubbio, che esse già erano in condizione di maggior progresso eco nomico
e civile delle altre popolazioni italiche, in quanto che posse devano vere e
popolose città, conoscevano le arti e la moneta, e per essere dedite al
commercio si trovano in comunicazione maggiore cogli altri popoli e sopratutto
coi Greci. Anche presso di queste era largamente svolto l'elemento religioso,
come lo dimostra la sapienza loro attribuita nell'arte augurale e nella
consultazione degli auspizii, come pure la tradizione, che presso di essi
esistessero libri, MOMMSEN, FUSTEL DE COULANGES, La cité antique (Paris) - che
determinano i riti con cui le città dovevano essere fondate, e davano le regole
secondo cui la loro popolazione dove essere ripartita in tribù ed in curie. Del
resto anche l'antica costituzione della città etrusca, secondo Mommsen, si
accosta nei suoi tratti generali a quella della città latina, salvo che in essa
il passaggio dall’organizzazione patriarcale all'organizzazione muicipale già
erasi spinto più oltre, in quanto che la stirpe etrusca, per essere sopratutto
dedite alla navigazione ed al commercio, erano state naturalmente condotte a
svolgere di preferenza le comunanze urbane, che non le comunanze di carattere
esclusivamente rurale. I capi etruschi avevano il nome di Lucumoni. La
popolazione delle loro citt dividevasi in nobili ed in plebei, come pure
in tribù ed in curie, e se al disopra delle singole città apparivano eziandio
delle confederazioni, i vincoli pero che stringevano insieme le varie città,
che entravano a costituirle, non sono cosi intimi e stretti come quelli che
esisteno fra le città della confederazione latina. Esse infine pure presentano
le traccie dell'organizzazione gentilizia, ma queste sono già alquanto più
alterate per il maggior svolgimento a cui è pervenuta la comunanza civile e
politica. È a questo punto dello svolgimento dell'organizzazione sociale e
della convivenza civile, che Roma compare nella storia. Per quanto possano
esservi dei dubbi sull'influenza, che su di essa abbiano esercitato più tardi
l'elemento latino e l'elemento etrusco, questo è certo che il primo nucleo di
essa ebbe ad essere costituito da un gruppo di uomini armati di origine latina.
Sono i Ramnenses -- guidati da Romolo -- e usciti come colonia o per secessio
da Alba Longa, che hanno fondato quella Roma palatina, che, per la forma
quadrangolare delle sue mura, di cui sussistono ancora gli avanzi, suole essere
indicata col nome di Roma quadrata. Festo, v° Rituales: Rituales nominantur etruscorum
libri, in quibus prae scriptum est quo ritu condantur urbes, arae, aedes
sacrentur; qua sanctitate muri, quo iure portae, quomodo tribus, curiae,
centuriae distribuantur, exercitus consti. tuentur, ordinentur, caeteraque eius
modi ad bellum ac pacem pertinentia . MOMMSEN. LANGE cerca di distinguere il
popolo dei Rasennae, che sarebbero secondo lui i veri Etruschi, che egli
ritiene di origine aria ma di provenienza settentrionale, dagli abitanti del vicus
tuscus, che apparterrebbero invece ai Tursci, da lui ritenuti di origine umbra.
È questa la Roma, il cui pomoerium è stato descritto da TACITO. Nulla vi ha di
ripugnante nella tradizione, che questa mano di guerrieri, stabilitasi colla
forza in un sito chiuso e fortificato, siasi dapprima trovata in lotta aperta
colle altre comunanze, che erano stabilite in prossimità del Palatino. Essa
però ben presto esercita una attrazione potente sulle popolazioni vicine, e si
trasforma in un centro per la vita pubblica di una confederazione di varie
comunanze di villaggio, che sono disperse in quell'antico septimontium, che ci
è descritto dal giureconsulto M. Antistio Labeone, il quale avrebbe compreso il
Palatino, il Fagutale, la Subura, il Cermalo, l'Oppio, il Celio e il Cespio.
Cosi pure dovette presto entrare nella federazione anche una comunanza di
origine sabina, che era stabilita sul Quirinale. Di qui la conseguenza, che le
tradizioni antiche ed anche gli studi recenti, fatti sulla topografia di Roma,
condurrebbero a conchiudere che Roma primitiva avrebbe attraversato nel
periodo, che suole essere assegnato al regno del suo fondatore, due stadii ben
distinti nella propria formazione. Nel suo primo comparire infatti Roma non è
ancora che lo stabilimento romuleo, il quale, malgrado la denominazione che già
assume di vera e propria città, consiste nella sede fortificata di una tribù di
origine latina, che è quella dei Ramnenses, ancorchè intorno ad essa già si
trovi in via di formazione una plebe, il cui numero sarebbesi accresciuto,
secondo la tradizione, mediante l'asilo aperto ai rifugiati ed agli esuli delle
comunanze vicine. Più tardi invece questo nucleo agreste di guerrieri di
origine latina entra dapprima in ostilità e poscia viene in alleanza con
comunanze già prima stabilite sui colli vicini. Allora Roma diviene centro e
capo di tale federazione, e mutasi in una vera urbs, secondo il con È pur nota
la questione relativa al pomoerium, che alcuni vorrebbero collocare entro le
mura fondandosi su Livio, I, 44, mentre altri sostengono che fosse al di là
delle mura, come lo indicherebbe la stessa parola post-moerium. La questione fu
di recente trattata con grande corredo di erudizione da CARLOWA (Romische
Rechtsgeschichte Leipzig). Carlowa sembra propendere per l'opinione, che il
pomoerium serve di confine fra il territorio dell' urbs e l' ager circostante.
Cf. MIDDLETON Il testo di LABEONE è riportato da HUSCHKE, Iurisprudentiae
anti-Iustinianeae quae supersunt, Lipsiae. Un accenno a questo concetto trovasi
in Lange, Histoire intérieure de Rome. Tuttavia non pare che il medesimo
consideri lo stabilimento romuleo come una semplice tribù.] cetto latino, ossia
nella sede della vita pubblica di queste varie comunanze. Questi due stadii
nella formazione di Roma primitiva, di cui non si tiene sempre sufficiente
conto, sono accennati da diversi autori e fra gli altri anche dal giureconsulto
Pomponio, secondo il quale Romolo non procede alla divisione della città in
curie subito dopo la fondazione di essa. Ma vi sarebbe invece addivenuto
soltanto aucta ad aliquem modum civitate -- cioè quando altre comunanze già
eransi incorporate o meglio federate con essa nel l'intento di partecipare ad
una vita pubblica comune. Gli elementi primitivi, che secondo la tradizione
sonno entrati a far parte della comunanza romana in questo suo primo periodo di
ingrandimento, sono dalla stessa tradizione ridotti a TRE tribù, cioè alla
tribù dei TRIBU I -- Ramnenses, che era quella dei fondatori, a quella TRIBU II
-- dei Titienses, di origine Sabina, stabiliti sul Quirinale, i quali sarebbero
entrati nella comunanza mediante un foedus aequum, come lo dimostra il fatto
che i capi delle due tribù avrebbero regnato insieme e poscia i loro successori
si sarebbero alternati nel comando, e a quella infine TRIBU III -- dei Luceres,
coi quali sembra in vece sia seguito un foedus non aequum. L'origine di questo
ultimo elemento è incerta, ma dovette probabilmente essere etrusca, quando si
consideri, unitamente alla loro denominazione, l'esistenza di un antichissimo
Vicus Tuscus, la serie degli ultimi re che furono di origine etrusca, e si
tenga conto del fatto che le recenti scoperte dimostrano come le genti etrusche
già avessero da epoca ante riore fondato delle vere e proprie città in
prossimità del sito, ove Roma e edificata, Cosi intesa la formazione di Roma
primitiva, si dovrebbe venire alla conclusione, che la incorporazione delle tre
tribù nella comunanza romana avrebbe dovuto operarsi fin dal periodo assegnato
dalla tradizione al regno di Romolo -- il che però non toglie, ed [POMPONIUS,
L. 2 Dig. Credo doversi accogliere questa opinione nell' intricatissima
questione, perchè non si comprenderebbe la divisione tripartita della città,
che viene attribuita a Romolo, quando il concorso delle tre tribù non si fosse
effettuato durante il suo regno. Vero è, che nella storia primitiva di Roma
havvi un momento storico, in cui per l'aggiunzione di nuovi elementi si
raddoppia il numero dei membri dei collegi sacerdotali e quello delle centurie
dei cavalieri, ma il raddoppiamento si fa sempre sulla [ 9 anzi spiega anche
meglio come Roma, risultando di elementi diversi fin dalla propria origine, ha
poi accolte nella comunanza nuove genti di origine latina, come di origine
sabina e di origine etrusca, ed abbia in certo modo esercitata una specie di
attrazione sopra queste varie stirpi italiche, come lo dimostrano le tradizioni
relative alla cooptazione delle genti albane, quelle relative a Celes Vi benna
e alla venuta di Tarquinio a Roma colla sua gente, ed all'in corporazione,
avvenuta negli inizii del periodo repubblicano, della gente Claudia di origine
sabina. Intanto però il fatto, che Roma avrebbe preso le mosse da uno
stabilimento romuleo di origine latina, fondato in guisa analoga a quella con
cui si fondavano anche più tardi le colonie e con una analoga ripartizione dal
territorio occupato, spiega il carattere che Roma ha poi sempre a ritenere di
città eminentemente latina, in quanto che gli elementi, che si vennero
aggiungendo al nucleo primitivo, dovettero entrare nei quadri propri dello
stabilimento latino. Ciò accadde per mezzo di successive federazioni, una delle
quali, quella coi Luceres, sarebbe stata un foedus non aequum, in quanto che il
nuovo elemento sarebbe entrato nella comunanza in una condizione inferiore .
Conviene quindi conchiudere, che Roma primitiva, oltre all'essere di origine
latina, fu anche foggiata sul modello delle città latine, e che quindi, al pari
dell'urbs delle popolazioni del Lazio, diventa fin dapprincipio una città
federale, che può essere considerata come il centro della vita pubblica di
varie comunanze di villaggio. È però naturale, che questa trasformazione, per
cui Roma cessa di essere esclusivamente la sede fortificata di una tribù per
diventare centro e capo di una confederazione, abbia fatto sentire la necessità
di fortificare anche il Capitolino, e di munire di un vallum od agger
l'Aventino, costruzioni queste, che, secondo Dionisio, si sarebbero compiute
dallo stesso Romolo, ma di cui non rimasero più gli avanzi, che sono base di
tre, il che indica che già anteriormente dovevano esservi tre tribù, che con
correvano alla formazione di Roma. Cfr. Bloch, Les
origines du Sénat Romain (Paris) e per l'opinione contraria Bouché-LECLERCQ,
Manuel des institutions romaines (Paris). Il principio prior
in tempore, potior in iure è dai Romani applicato non solo in tema di diritto
privato, ma anche in tema di diritto pubblico. Questo concetto è ancora
espressansente enunciato nella legge 74,
1, Cod. Theod. 12, 1. Anteriore tempore adscitos ipsa aequum est
antiquitate defendi [- invece notevoli quanto alla primitiva Roma quadrata.
Vero è che questa narrazione di Dionisio e posta in dubbio dalla critica
contemporanea. Ma Dionisio è certo che in se stessa non ha nulla di
improbabile, in quanto che era ben naturale, essendosi estesa la comunanza
colla federazione di altre popolazioni vicine, che anche il caput ed il centro
di Roma fosse trasportato in un sito, a cui fosse più facile l'accesso dalle
varie comunanze, e che non fosse la dimora pressochè esclusiva di una delle
tribù confederate, come era della città palatina. Si comprende pertanto come,
sotto lo stesso Romolo o sotto i sei re che lo seguirono, la fortezza della
città e il tempio del divino patrone comune – dius, dius-piter -- siansi
fondati sul Capitolino e come a poco a poco gl’edifizii pubblici di Roma antica
siansi venuti concentrando fra il Palatino ed il Capitolino, in quel sito
appunto in cui ancora oggidi si ammirano le grandi reliquie degli edifizii
pubblici di Roma antica -- edifizii che al tempo d’Ottaviano già sono
considerati come una specie di museo, e come tali erano divenuti oggetto di
venerazione e di culto, ed erano custoditi qual memoria di una vita politica,
che ormai ha cessato di esistere. A questo periodo però, che può dirsi di
semplice confederazione, ne succedette un altro, in cui comincia ad effettuarsi
una vera e propria incorporazione delle varie comunanze di villaggio in una
città, la quale, fortificata e chiusa in se stessa, apparisse paurosa e potente
alle popolazioni vicine. Due cose si richiedevano per una simile
trasformazione. Convenne anzitutto che alla distinzione delle tre tribù
primitive, che ricorda ancor sempre la loro origine diversa, si facessero
sottentrare altre distinzioni, le quali sostituissero al vincolo genealogico il
vincolo territoriale, e che gl’elementi diversi, che sono entrati a far parte
della stessa comunanza politica e militare, fossero anche stretti insieme,
mediante la coabitazione entro le medesime mura. Fu allora, che, secondo la
vigorosa espressione di Floro, comincia a mescolarsi insieme il sangue di
elementi originariamente diversi, i quali finirono col tempo per costituire un
unico corpo ed un organismo coerente in tutte le sue parti. Dion. Cfr. MIDDLETON, Ancient Rome. FLORUS, III, 18. Quippe cum populus romanus
etruscos, latinos, sabinosque miscuerit et unum ex omnibus sanguinem ducat,
corpus fecit ex membris et ex omnibus unus est. Questi sono i
divisamenti, che, incominciando da Tarquinio Prisco, già cominciano a
delinearsi nella mente dei re. È noto infatti che Tarquinio Prisco già avrebbe
tentato, secondo la tradizione, di aggiungere nuove tribù alle tre primitive e
di rompere così il modello primitivo, sovra cui Roma erasi venuta formando. Il
suo tentativo però trova opposizione nell'augure sabino Atto Navio, che qui
evidentemente si fa interprete dello spirito conservatore del patriziato
romano, e quindi l'opera di Tarquinio Prisco dovette limitarsi a fare entrare
gl’elementi sopraggiunti nei quadri delle tribù primitive. Gli è perciò, che
gli viene attribuito di aver raddoppiato il numero delle vestali, di aver
duplicato il numero delle centurie degl’equites, aggiungendo alle tre centurie
dei Ramnenses, Titienses, Luceres primi le tre dei Ramnenses SECUNDI, Titienses
SECUNDI, Luceres SECUNDI, e di avere infine anche raddoppiato o quanto meno
portato a CCC il numero dei senatori con aggiungere ai patres MAIORUM gentium
quelli patres MINORUM gentium Così pure è ormai dimostrato che i re anteriori a
Servio Tullio già iniziano dei lavori di cinta e di fortificazione, che poi
furono com presi nella cinta Serviana, e che la grande opera di questa nuova
cerchia di Roma già e incominciata sotto Tarquinio Prisco. L'una e l'altra
opera fu poi continuata da Servio Tullio, che forte dell'appoggio della plebe e
di parte anche del popolo, sembra aver fatto a meno anche dell'approvazione dei
padri. Egli infatti, senza distruggere la primitiva organizzazione di Roma,
fondata ancora sulla discendenza, riusci a creare, accanto alla medesima, una
nuova organizzazione militare, politica e tributaria, per cui la popolazione
romana ricevette una nuova ripartizione in V CLASSI ed in centurie, e il suo
territorio venne ad essere diviso in tribù locali. Così pure riusci a compiere
quell'opera gigantesca della cinta, che fu dal nome di lui chiamata Serviana, i
cui avanzi formano ancora oggi la meraviglia degli investigatori dell'antichità
e dimostrano da soli la grandiosità e l'unità del concepimento, malgrado che
parecchi re avessero partecipato alla costruzione di quelle mura e di
quell'agger, che poi furono chiamati Serviani; costruzione, che sarebbe
pressochè incomprensibile se non fosse stata compiuta col concorso di quelle
plebs, ormai già fatta numerosa, che con Servio [Cic. de Rep., LANGE -- Tullio
sarebbe entrata a far parte del Populus Romanus Quiritium. È da questo momento
che Roma appare chiusa e fortificata nelle proprie mura, già splendida di
edifizii, ricca eziandio di una popolazione urbana, che può ancora essere
accresciuta senza che occorra di estenderne il pomoerium. È da quest'epoca
parimenti, che Roma, forte del rigore del proprio diritto e della propria
disciplina domestica e militare, si mette in lotta aperta con tutte le tribù o
genti, che non siano disposte ad accettarne la superiorità o l'alleanza. Noi ci
troviamo così di fronte alla Roma storica, conquistatrice e legislatrice prima
dell'Italia e poscia dell'universo, degna di essere studiata nelle sue lotte
intestine e nella sua unità compatta di fronte alle altre genti.Tuttavia, anche
dopo Servio Tullio, Roma non giunge mai a chiudere nelle proprie mura tutta la
sua popolazione, ma soltanto le quattro tribù urbane, mentre è ben maggiore il
numero delle tribù rustiche. e lo spazio dalle medesime occupato. Per tal modo
essa continua ancor sempre ad essere il centro della vita pubblica, a cui
mettono capo le popolazioni sparse nelle comunanze di villaggio o pagi, che la
circondano, ed è la sua persistenza in questo processo già seguito in Roma
primitiva e non mai abbandonato anche più tardi, che spiega come Roma abbia
potuto cambiarsi in una città, i cui cittadini erano sparsi dapprima in tutto
il Lazio, poi per tutta l'Italia, e da ultimo per tutto il territorio
dell'impero. Se insisto alquanto lungamente sopra questo concetto, gli è per
dimostrare come non possa accettarsi l'opinione che sull'autorità di Mommsen e
di altri fu pressochè universalmente accolta e che a mio avviso rende del tutto
incomprensibile la storia primitiva di Roma, secondo cui questa sarebbe stata
fin da principio l'unione, la fusione, l'incorporazione di varie tribù e genti
e dei territorii dalle medesime occupati. Ciò è smentito dal processo seguito
nella formazione delle città latine, quale è descritto dallo stesso Mommsen, ed
è in contraddizione con tutta la storia primitiva di Roma. Roma nei proprii
inizii e modellata sull'urbs dei popoli latini, e come tale non e che la
capitale di una federazione e il centro della sua vita pubblica, mentre lascia
che le genti e le famiglie con [V. in proposito BARATTIERI, Sulle
fortificazioni di Roma all'epoca dei re, Nuova Antologia] -- tinuassero la
propria vita domestica e patriarcale nelle comunanze di villaggio, alle quali
continud a lasciare i proprii territorii gentilizii. La sua formazione pertanto
non è dovuta ad un processo di aggregazione, ma ad un processo di *selezione*,
cosa che sarà più largamente dimostrata a suo tempo. Qui basta il notare che
questo modo di spiegare la formazione di Roma primitiva conduce a conseguenze
molto diverse da quelle, ch e furono pressochè universalmente adottate.
Partendo infatti dall'idea di una semplice aggregazione si giunge a trasportare
le gentes fra le ripartizioni delle città, come ha fatto Niebhur; a sostenere
con Mommsen che la primitiva proprietà di Roma e una proprietà collettiva come
quella delle gentes, ciò che è smentito assolutamente dal diritto primitivo di
Roma, a dare collo stesso autore un carattere assolutamente patriarcale alla
primitiva costituzione di Roma, e ad una quantità di altre illazioni, che
rendono del tutto inesplicabile e contradditoria la storia primitiva di quel
popolo, che ha usato una maggior logica nello svolgimento delle proprie
istituzioni. Con questo sistema si dove necessariamente giungere a considerare
la storia primitiva di Roma come una serie di leggende, che sarebbero state
inventate da un popolo, che in tutto il resto si è dimostrato invece ben poco
fantastico, nell'intento di combinare l'umiltà delle proprie origini colla
grandiosità dello svolgimento, che ebbe a ricevere dappoi. Pare strano che
nella mia pochezza venga a combattere opinioni, le quali appariscono suffragate
da un così gran cumulo di erudizione e di studii. Nè io l'avrei fatto quando si
trattasse di questo o di quel documento storico, ma dal momento che trattasi di
ricostruire in base alle induzioni più probabili il processo, che Roma segue
nella propria formazione, mi parve di doverlo fare, poichè sono appunto le
opinioni inesatte dei grandi filosofi, che pongono gli altri sopra una falsa
via. È incredibile la quantità di induzioni errate, che produsse nella storia
di Roma la confusione fatta da Niebuur dell'organizzazione gentilizia
coll'organizzazione politica allorchè volle scorgere nelle dekódeS di Dionisio
le gentes, e sostenne così che queste fossero una divisione politica della
città. Tutta la critica storica tedesca si pose in questa via e tutti vollero
scorgere nella città un'aggregazione di gentes, il che rese del tutto
inesplicabile la storia primitiva di Roma. Mi basterà citare fra gli altri;
MOMMSEN che dice che le genti erano incorporate tali e quali nello stato con
tutti i loro territorii e con tutte le famiglie, che contenevano e che il
gruppo della famiglia e della gens continuava a sussistere nello Stato. LANGE,
con uno sforzo mirabile, ma sfortunato, di sottigliezza, vuol trovare ad ogni
costo i caratteri della famiglia nello Stato romano. Parmi invece un processo
assai più logico e che può condurre a risultati assai più verosimili quello,
che ha già ad esser iniziato da Bonghi, di prendere Roma, quale essa si
presenta nelle tradizioni esaminate col sussidio della critica. Dal momento che
Roma si è veramente staccata da una popolazione latina, è naturale che essa sia
stata dapprima foggiata sul modello delle città latine, e che abbia continuata
tenacemente l'opera già da queste incominciata di organiz zare, accanto alla
vita patriarcale e gentilizia, quella vita pubblica, che dispiegasi appunto
nell'urbs e nella civitas. Roma si presenta nella storia memore di tutte le
tradizioni, che già si erano formate nel periodo anteriore dell'organizzazione
gentilizia, ed è con queste tradizioni, che si accinge ad organizzare un nuovo
aspetto di vita sociale, che è quello della vita pubblica e municipale. Essa
quindi non assorbe di un tratto nè le tribù nè le gentes, ma lascia che esse
continuino ad essere campo alla vita domestica e patriarcale. Solo richiama a
se lentamente e gradatamente tutti quegli ufficii di carattere pubblico, che
prima si compievano nel seno dell'organizzazione gentilizia, ed è in tale
intento che essa intraprende l'elaborazione del proprio diritto. Una volta poi
che quest'opera è iniziata, Roma, con quella tenacità di proposito, che è
sopratutto propria del popolo romano, non si arresta nell'opera sua sinchè non
sia pervenuta non solo ad organizzare nel proprio seno una vita pubblica e
municipale, ma a cambiare il mondo allora conosciuto in un complesso di città,
di colonie, di provincie organizzate tutte a somiglianza di se medesima, e gli
abitanti dell'impero in cittadini di un'unica città. La qual opera e compiuta
da Roma seguendo sempre quel medesimo processo, a cui erasi attenuta nella sua
primitiva formazione. È per questo
motivo, che era impossibile comprendere le origini delle istituzioni di Roma
senza tener dietro alla sua formazione esteriore, quale può ricavarsi dagli
studii topogra e il Sumner Main [E, L'ancien droit, trad. Courcelle
Seneuil,dove, dopo aver detto che la gens era una aggregazione di famiglie, e
la tribù un ' aggregazione di gentes, finisce per dire che la città non è essa
stessa che un'aggregazione di tribù e la repubblica una collezione di persone
legate per discendenza comune all'autore di una famiglia primitive -- il che
certamente non può ammettersi. Del resto la gravissima questione sarà trattata
più a lungo quando si discorre della
costituzione primitiva di Roma. [fici recentemente fatti intorno all'antica
Roma. Si potrebbe poi fa cilmente dimostrare, che questa formazione
progressiva, che risulta dall'estendersi della cerchia stessa di Roma, viene
anche ad essere provata dal formarsi progressivo della sua religione, del suo
senato, dell'ordine dei cavalieri, del suo esercito, dei suoi collegi
sacerdotali, ma cid risulta anche più chiaramente dalla formazione delle sue
istituzioni, poichè ciascun popolo imprime sopratutto il proprio carattere in
quella parte dell'opera sua, in cui giunse senz'alcun dubbio a maggiore
grandezza. A ciò si aggiunge la considerazione già stata fatta da un autore
assai benemerito della ricostruzione della storia primitiva di Roma, che è
Rubino, secondo il quale le tradizioni, che a noi pervennero circa i primi
tempi di Roma, debbono distinguersi in due specie. Vi hanno quelle relative
alla costituzione primitiva di Roma ed agli istituti religiosi e giuridici, che
sono collegati con essa, e queste fino a prova contraria debbono essere
ritenute per vere. Perchè trattasi [Vi ha questo di particolare nella storia di
Roma, che lo svolgimento di essa, sotto qualsiasi aspetto sia considerato,
presentasi organico e coerente in tutte le sue parti. Ne deriva che tanto le
investigazioni pazienti e minute quanto le ricostruzioni ardite, che si vennero
succedendo, finirono per sussidiarsi a vicenda per l'intelligenza di Roma
primitiva. Vi conferirono gli studiosi della topografia di Roma antica, della
sua arte militare, della sua letteratura, della sua filosofia, dei suoi
monumenti, della sua costituzione politica e delle sue istituzioni giuridiche.
Che anzi la coerenza del suo svolgimento appare così meravigliosa, che vi sono
autori che, seguendo soltanto il formarsi della sua religione e dei suoi
collegi sacerdotali, cercano di inferirne gli stadii della sua formazione
progressiva, come tenta di fare Bouché-LECLERCQ (Les Pontifes de l'ancienne
Rome, Paris, e Manuel des institutions romaines, Paris). Altri, che tentarono
di venire allo stesso risultato, seguendo lo svolgimento di un istituto particolare,
come sarebbe quello del senato, come WILLEMS, Le sénat de la république romaine
(Paris), come pure Blocu (Les origines du sénat romain, Paris), od anche quello
dell'ordine dei cavalieri, come tenta di fare Belot (Histoire des chevaliers
romains, Paris). Non può però esservi dubbio che penetrarono più profondamente
nella vita primitiva di Roma quelli sopratutto, che, come Vico e Niebuur, ne
ricercano la storia nelle lotte degl’ordini, che entrano a costituirla e nello
svolgimento delle istituzioni giuridiche e politiche. Il diritto è la grande
occupazione di Roma, e quindi è quello che conserva meglio le vestigia di
un'epoca pre-romana. Il diritto forma la filosofia costante non solo dei
sacerdoti, dei patrizi, e dei giureconsulti, ma ancora dei poeti, per modo che
fuvvi un autore, il quale raccogliendo, come egli dice, disiecti membra poetae potè
giungere a ricostruire in parte l'edifizio giuridico di Roma, anche nei
particolari minuti della sua procedura. Henriot, Maurs juridiques et
judiciaires de l'ancienne Rome Paris] d'un argomento che ha un carattere
pressochè sacro per il popolo romano, e in cui concentra tutta la propria vita,
per guisa che esso continua sempre a svolgere con pertinacia e con co stanza
quei concetti e quelle istituzioni, che furono posti durante lo stesso periodo
regio. Hanvi invece le tradizioni, che si riferiscono a racconti di guerre e ad
incidenti, che le avrebbero accompagnate, a vicende di uomini illustri, a quei
particolari insomma che danno vita ed attrattiva alla storia romana, e queste
rimasero per lungo tempo affidate alla leggenda popolare e poterono cosi essere
alterate sia dalla vanità nazionale che dalla vanità delle grandi famiglie di
Roma. Bene è vero, come osserva Bonghi, che anche nella prima parte possono
essersi introdotte dell’alterazioni, che sono causate dal partito diverso, a
cui appartengono gli scrittori, ma siccome trattasi di istituzioni, che hanno
un processo storico non mai interrotto, cosi egli è ben più facile di
ristabilire la verità, che non quando trattasi di semplici incidenti della
storia di Roma, che, non collegandosi così strettamente col resto, potevano
dare argomento ad altrettante leggende, che si arricchivano di nuovi
particolari, a misura che si veniva ripetendone la narrazione. Dopo aver cosi
seguita la formazione progressiva della comunanza romana vediamo ora gli
elementi, che si trovano in lotta nell'in terno della medesima. È da vedersi al
riguardo Bonghi, La fede degli storici superstiti di Roma antica, che anche ora
non è pubblicato, malgrado il desiderio che l'illustre autore e gl’italiani
tutti hanno di vedere pubblicata un'opera, che egli solo è in condizione di
compiere. Rivista storica italiana. IUna delle circostanze più accertate della
condizione di Roma primitiva si è, che nella popolazione della medesima comincia
fin dai primordii a manifestarsi un dualismo potente, quello cioè fra il
patrizii – descendenti dei ‘patres patriae’ -- e la plebe. La tradizione cerca
di spiegare questo dualismo dicendo, che Romolo apre un asilo, ove si potessero
rifugiare coloro che per qualunque ragione avessero dovuto abbandonare la
propria città. Ciò farebbe credere che la distinzione fra i patres della patria
(e suoi descendenti) e la plebe e in certo modo nata con Roma, quando non e
certo, che cotale distinzione già esiste in altre città, e non vi fossero
formole antiche, che accennassero al doppio elemento coi vocaboli di populus et
plebes. Sembra anzi che le stesse tribù primitive, che entrarono nella
costituzione della più antica comunanza romana, già avessero con sè una propria
plebe, indipendentemente da quella che si sarebbe rifugiata nell'asilo aperto
da Romolo, in quanto che, secondo il racconto di Dionisio, uno dei primi
provvedimenti di Romolo e quello di affidare al plebeio la coltura dei campi,
l'allevamento del bestiame e l'esercizio delle arti manuali, e di collocarle
sotto la clientela del padre, il che sarebbe anche confermato da Cicerone come
pure da un luogo di Festo, secondo cui il senatore e chiamato pater, in quanto
che e incaricato di fare distribuzione di terre ad un ordine inferiore di
persone (tenuioribus). La distinzione fra il populus e la plebes trovasi ancora
in un documento importantissimo, cioè nella lex latina tabulae Bantinae, ove è
ripetuta più volte la frase quisque eorunt sciet hanc legem populum plebemve
iousisse -- formola che ha certo grande
importanza quando si consideri che era tradizione romana quella di conservare
le formole arcaiche nel tenore della propria legge. Quella formola dimostra che
populus e plebes dovevano dapprima essere distinti e che, quando i due elementi
si fusero insieme nella comunanza, per qualche tempo ancora i due vocaboli
serbarono rispettivamente la primitiva loro significazione. V. la lex latina
tabulae Bantinae nel Bruns, Fontes, Friburgi. Quanto al testo di Dionisio, esso
è riportato nella traduzione latina nel Bruns, Fontes. Quanto a quello di
Festo, vº Patres, è bene di C., Le
origini del diritto di Roma. Questo è certo che il pater e il plebeio, anche
quando giungono a considerarsi come parti della medesima comunanza e a far
parte dello stesso popolo, il che è accaduto molto tempo dopo l'epoca della
fondazione, continuano sempre a costituire due ordini e pressochè due caste
compiutamente distinte, fra le quali non esiste ne identità di istituzioni, nè
comunanza di tradizioni, nè il diritto di connubio. Mentre il pater si presenta
colla tradizione di un passato, le cui origini si perdono nel l'oscurità dei
tempi e deve forse essere cercate nello stesso Oriente, e con una
organizzazione potente, le cui traccie si mantengono ancora durante il periodo
storico. Il plebeio, invece presentasi dapprima come una massa mobile, composta
di elementi eterogenei e di origine probabilmente diversa. Il plebeio ha
pochissima importanza negl’inizio di Roma, ma viene sempre più crescendo in
numero e in potenza, anche perchè, a differenza del pater, può continuamente
accogliere nel proprio seno nuovi elementi. Durante il periodo regio, il
plebeio non sembra ancora essere in condizione di affrontare la lotta col pater,
ma cominciando dalla repubblica i conflitti si fanno pressoché quotidiani, cosi
in materia di diritto e dalle discussioni, che seguono fra I due ordini, si può
raccogliere che le differenze essenziali, che servivano a distinguerli, erano
essenzialmente le seguenti. Il pater anzitutto e e si ritene il fondatore della
urbs e il solo membro della civitas. Il plebeio e un elemento, che trovasi in
condizione inferiore e che per la maggior parte e sopravvenuto più tardi, nè puo
quindi, secondo le idee del pater, pretendere ad un pareggiamento completo. Il
pater ha un'organizzazione potente, che era quella per gentes, la cui forza venne
ancora ad accrescersi mediante l'istituto della qui riportarlo. A patres
senatores ideo appellati sunt, quia agrorum partes attri buerant tenuioribus,
ac si liberis propriis. V. Bruns. Questi passi unita mente a quello di
CICERONE, De rep. Romulus habuit plebem in clientelas principum descriptam -- rispondono
abbastanza all'opinione di coloro, che come LANGE (Histoire intérieure de Rome)
e Padelletti (Storia del diritto romano) ostengono, che l'origine della plebe
sia posteriore alla fondazione della città, ed abbia solo avuto origine
coll'ammissione di persone libere nella cittadinanza e nel territorio dello stato,
avvenuta per atto pubblico e accompagnata dalla concessione in proprietà di
terreni da coltivare. Cfr. MUIRHEAD, Hist. Introd., clientele. Il pater quindi
puo indicare la serie dei proprii antenati e dimostrare che i medesimi sono
sempre stati ingenui e che niuno di essi erasi trovato in condizione servile. Il
plebeio, invece, se si deve credere alle ragioni poste innanzi molto più tardi
dagl’oratori patrizii, allorchè trattavasi di Roma di respingere la legge
Canuleia diretta a togliere il divieto dei connubii fra i due ordini, non
conosce ancora la famiglia organizzata in base al potere del padre ed al culto
degli antenati, per cui una unione plebea non e dal pater considerata come
iusta nuptia, nè santificate dalla partecipazione al medesimo culto. E un semplice
matrimonium, in cui il vincolo di parentela e determinato piuttosto dalla
cognazione *maternal*, che dall'agnazione paterna. Di qui la conseguenza, che
ancora dopo la legge di Le XII Tavole il pater non puo comprendere una
comunanza di connubio – iusta nuptia – fra un pater (say, Charles III) e una
plebea (say, Diana), come lo dimostrano le parole di Livio relative al
plebiscito Canuleio. Rogationem promulgavit, qua contaminari sanguinem suum
patres confundique iura gentium rebantur. Da ultimo, una differenza
importantissima consiste anche in questo, che solo il pater possede un auspicium,
cosicchè tutti gl’atti, che lo riguardavano, assumevano un carattere solenne e
religioso. Il plebeo, pur avendo una religione e feste [ Gellio, Noc. Att., 10,
20 chiama la plebe quella parte della popolazione romana, nella quale gentes
patriciae non insunt. È poi noto che, secondo Livio, nelle discussioni fra pater
e plebeo gl’oratori di questa attribuivano ai primi di vantarsi di esser soli
ad avere le gentes con parole, che riassumono i titoli di superiorità del pater.
Semper ista audita sunt eadem: penes vos solos au spicia esse, vos solos gentes
habere, vos solos iustum imperium et auspicium domi militiaeque ecc. Pare
tuttavia che non possa affatto escludersi l'esistenza di gentes plebeiae, le
quali però costituivano una eccezione. La causa di questo fatto può essere
duplice. O queste gentes potevano derivare dalle popolazioni delle città
latine, che già avevano un'organizzazione simile a quella delle genti patrizie,
sebbene non fossero più state ammesse nel patriziato, – o la formazione di
queste gentes accade più tardi, quando una parte della plebe, entrata a far
parte della nobiltà, cerca essa pure di imitare l'organizzazione gentilizia, il
che comincia ad es sere possibile dopo la legge Licinia Sestia, colle quali il
plebeo e ammesso al console. Così Cicerone ci attesta, che la famiglia dei
Marcelli erasi staccata dall'antica gente patrizia dei Claudii (De Orat.). Così
pure Cicerone ci parla di una gens Minucia, che sarebbe stata *plebea* (In
Verr., I, 45 ). Fra i filosofi sull'argomento sono da vedersi il Voigt, XII
Tafeln, Leipzig, e il KARLOWA, Röm., R. G., -- Liv., – popolari, non possedeva
gli auspicia, nè aveva un proprio culto gentilizio -- sacrum gentilicium. Queste
differenze sono tali, che sebbene le circostanze conducessero col tempo i due
ordini a far parte della stessa comunanza, e pero naturale, che essi non
potessero entrarvi alle stesse condizioni. Dalle differenze sovra enumerate
questo intanto si può inferire, che in Roma primitiva la superiorità, che si
attribuiva il pater sul plebeo, trova sopratutto la propria causa in ciò, che
esso era già era più progredito nell'organizzazione sociale, ed era prima
uscito dallo stato di confusione, di privata violenza e di promiscuità primitive,
che esso riteneva in parte essere ancora proprie della plebe. Il pater sa
indicare i proprii antenati, ha conservato gelosamente le proprie tradizioni,
ed e già pervenuto al l'organizzazione di un culto gentilizio. Di più e la gens,
che aggruppandosi insieme avevano dato origine alla tribù, come pure erano le
tribù, che, confederandosi insieme in conformità di certi riti e dopo aver
assunto solennemente gli auspicii, erano pervenute a fondare la città, in cui
provvedevano ai comuni interessi ed obbedeno ad una legge, espressione della
volontà comune. Bene è vero che, per accrescere la forza della loro città del
loro esercito, e spediente di incorporare in essi anche le plebes cioè le
moltitudini, che naturalmente si venivano raccogliendo ove era fondata e
fortificata un'aggregazione di genti patrizie. Ma chi tenga conto della umana
natura, che in questa parte non sembra ancora essersi modificata, non può certo
meravigliarsi se le genti patrizie abbiano applicato colla plebe la massima – prior
in tempore, potior in iure --, e si siano cosi prevalse del vantaggio, che loro
somministra una più antica esperienza delle cose civili ed umane, per
conservare a lungo una posizione privilegiata nella comunanza civile. Piuttosto
è da ammirarsi la tenacità e perseveranza del plebeo, il quale, composta [Quinto
all'origine ed al carattere del patriziato primitivo di Roma, contiene delle
buone ed acute osservazioni l'articolo di FREEMAN nell'Encyclopedia Britannica, vº
Nobility, ove il pater romano è posto a paragone cogli Eupatridi di Grecia,
colla nobiltà feudale, coi Pari Inghilterra ecc. È pure a vedersi il Duruy,
Histoire des Romains, Paris, chi parla del pater come di un'istituzione propria
della società primitiva e nota le analogie e le differenze fra il pater di Roma
e i bramano dell'India. Cfr. Muirhead] dapprima di elementi eterogenei e priva
di qualsiasi organizzazione sociale, seppe col tempo in tutto e per tutto
imitare l'organizzazione propria dei pater, creare genti plebee accanto alle
genti patrizie, contrapporre le tribù alle curie, i tribuni ai veri magistrati,
e che, appena potè ottenere il riconoscimento di un diritto, di quello cioè
della proprietà quiritaria, riusci a valersi del medesimo come di strumento e
di mezzo per ottenere a poco l'uguaglianza giuridica e politica, e perfino
l'ammissione a quegli auspicia, a quei sacerdotia, e a quella scienza del
diritto, che solo molto tardi vennero ad essere comunicati al plebeo. Questo
intanto può aversi per certo, che la formazione del pater e del plebeo costituisce
in certo modo la questione fondamentale della storia politica e giuridica di
Roma. Vero è che accanto ai plebei trovansi pur anche i servi ed i clienti, ma
questi due elementi non hanno certo l'importanza della plebe, che dove poi
avere tanta parte nella storia di Roma, in quanto che un servo entra a far
parte della famiglia ed il cliente ri-entra anch'essi nell'organizzazione
gentilizia. Di più tanto il servo come il cliente, al lorchè riescono a
svincolarsi dal pater, entrano a far parte della plebe, che è quella veramente,
che sostiene e vince la lotta per il pareggiamento giuridico e politico col pater.
Quindi è che nè il servo, né il cliente come tali riescono ad avere una piena
personalità giuridica e civile. Il cliente scomparisce a poco a poco o si
trasforma in semplice salutator. Il servo si mantenne bensì, ma non giungono
mai, durante il predominio di Roma, ad essere riconosciuti come capaci di
diritto. La questione limitasi pertanto al pater ed al plebeo ed è quindi
l'origine di questi due elementi, che è il maggior problema, che offra la
storia primitiva di Roma. Cio non ostante, sinchè non siansi esaminate
l'organizzazione dei patres e la composizione della plebe, non pud certo
affrontarsi il problema della origine delle due classi. Basterà unicamente, per
l'intelligenza di ciò che verrà dopo, di osservare che le differenze, che
esisteno fra di esse negli inizii. Queste lotte per il pareggiamento sono
largamente esposte da LANGE, Histoire intérieure de Rome. I risultati poi della
lotta sono riassunti nel dotto lavoro del GENTILE, Le elezioni e il broglio
nella repubblica romana (Milano) e sopratutto in Le assemblee elettorali] di
Roma, la superiorità pressochè incontestata del pater e l'ossequio pressochè
servile del plebeo nei primi tempi della città dimostrano abbastanza, che la
loro distinzione non potè certamente essere opera della legge, nè delle
circostanze storiche speciali, in cui Roma ha a trovarsi. Dovette essere il
frutto di una lunga evoluzione storica, la cui preparazione deve essere cercata
in un periodo anteriore di organizzazione sociale. Non può esservi dubbio, che
l'origine di una distinzione, così altamente radicata nel costume e nelle
abitudini delle due classi, deve essere cercata in quei cataclismi, che
dovettero avverarsi nell'urtarsi e nel sovrapporsi delle stirpi italiche, di
origine aria, sovra altre stirpi, che già abitavano il suolo, sovra cui esse si
arrestarono nelle proprie migrazioni. Essa è una distinzione, che deve
certamente rannodarsi ad una divisione ben più antica, e le cui traccie si
mantengono sempre nella storia dell'umanità, che è quella fra la classe dei
conquistatori, dei vincitori, dei primi pervenuti a stabilirsi in un
determinato suolo, e quella dei soggiogati, dei vinti, e dei sopraggiunti più
tardi a porre la propria sede in un suolo, che altri hanno prima occupato e
sovra cui i medesimi già si erano stabiliti e fortificati. Egli è certo, che
nel sopraggiungere delle stirpi italiche migranti dall'Oriente dovette
certamente avverarsi un periodo di privata violenza non dissimile da quello,
che accadde più tardi allorchè le popolazioni germaniche invasero il principato.
Anche allora dovettero esservii vincitori ed i vinti, e frammezzo a quella
promiscuità di genti e a quella prevalenza della forza, che ci ricordano ancora
gli filosofi latini quando ci parlano di connubia more foerarum e di viri duro
ex robore nati, dovette sentirsi urgentissimo il bisogno di una protezione
giuridica e di una forte organizzazione sociale. Dovettero [Sono sopratutto i filosofi
latini, come interpreti delle primitive tradizioni e leggende, che alludono
frequentemente a questo stato primitivo, in cui si trovano le genti italiche,
ora descrivendo una età dell'oro, che assegnano al regno di Saturno, che sembra
corrispondere al Savitar degli Arii, ed ora accennando eziandio a un periodo,
in cui avrebbe imperato la forza e la violenza. È veramente preziosa in
proposito e riflette mirabilmente la coscienza primitiva delle genti italiche
la raccolta, che l'Henriot ha a fare dei testi dei filosofi latini, che possono
avere qualche attinenza col diritto, nella sua opera col titolo: Mæurs
juridiques et judiciaires de l'ancienne Rome d'après les poètes latins (Paris)
sull’età dell'oro e sull'imperio della forza. È poi notabile come tutti i filosofi
accennino al concetto di un diritto della natura, preesistente alla formazione
del civile consorzio, e tutti esprimano con grande efficacia l'altissima
importanza, che dovette avere per l'umanità l'origine della legge] allora
succedere fra le popolazioni italiche dei cataclisminon minori di quelli, che
si attribuiscono al nostro suolo, e furono questi cataclismi, che condussero
necessariamente alla formazione di un aristocrazia – il pater del patriarcato
-- territoriale, militare e patriarcale ad un tempo, che era il solo ed unico
mezzo per uscire da uno stato di promiscuità e di violenza. Fu questa patriarcato
– ottimati -- che comprende il padre nella famiglia, il patre nella gente e il
pater nella tribù, ed abbraccia cosi tutte quelle genti, le quali, memori forse
di istituzioni che eransi altrove elaborate, trapiantarono frammezzo al
disordine ed alla lotta la potente organizzazione gentilizia, che una volta
formata si chiuse in certo modo in se stessa e riguardo come di origine
inferiore tutti coloro che non appartenevano alla medesima. Fu questa
aristocrazia del ‘pater’ potentemente organizzata per gentes, che costituì la
classe privilegiata e che merita dapprima anche di essere considerata come tale.
Ma accanto alla medesima dovette naturalmente formarsi una classe subordinata,
i cui gradi corrispondono precisamente ai varii stadii dell'organizzazione
gentilizia, in quanto che comprende il servo nella famiglia, il cliente nella
gente, ed il plebeo, che cominciano a comparire colla tribù. Per tal modo nelle
popolazioni, che si vengono così organizzando, si disegnano per spontanea e
naturale formazione, due strati, che si corrispondono fra di loro, e mentre in
una lunga e lenta evoluzione, di cui non sopravisse alcun ricordo, salvo nella
lingua e negli oggetti trovati nelle tombe, il ‘pater’ della famiglia si
cambiano in ‘pater’ nella gente e quindi in ‘pater’ nella tribù, anche i servi mano
messi dal ‘pater’ mutansi in clienti del ‘pater’ ed il cliente rimasnne senza ‘pater’]
formano il primo nucleo della plebe. Il pater – qua Padri, patrone e patrizio –
e, in sedimenti successive, la classe alta dei vincitori, dei proprietari delle
terre, dei primi organizzatori di una vita sociale. Il servo, il cliente ed il plebeo
rappresentano i varii stadii, per cui passa la classe inferiore dei vinti, e di
quelli che, per avere una prot zione, si accalcano intorno allo stabilimento di
una casata patrizia. Il primo puo indicare suoi proprii antenati ed escludere
qualsiasi origine servile. Il plebeo, se giunsero col tempo ed essere
indipendenti dal patriziato, appartennero probabilmente alla classe del servo e
del cliente, e non ha dapprima quelle giuste nozze, che accertano la
discendenza per la linea maschile. È in questo modo che il patriziato venne
formandosi l'alto concetto della propria superiorità e che giunse fino a dire,
se non a credere, che discende dal divino (il che del resto non era
intieramente falso dal momento [ - che ha elevato a divinio il proprio antenato).
Mentre la plebe, memore forse della servitù antica, trovasi dapprima in una
abbiezione pressochè servile, da cui non venne a liberarsi che quando ebbe ad
essere rigenerata da un nucleo potente di famiglie latine, che appartenevano
alle città conquistate da Roma. Intanto pero fra le due classi vi ha questa
differenza. La prima tende a tircoscriversi, anche per la difficoltà di far
entrare nuovi elementi in una organizzazione così gerarchica, come era
l'organizzazione gentilizia, la quale non poteva accogliere degli individui ma
soltanto delle altre gente. La plebe, appena viene ad affermare la propria
esistenza, tende invece ad incorporarsi nuovi elementi, senza vagliarne
l'origine, per modo che essa puo accogliere i vinti che non siano ridotti in
ischiavitù, gl’emigranti che non siano ricevuti come cliente. Non solo può
aggregare nel proprio seno delle famiglie, ma anche individui, che essendosi
disgiunti dal gruppo, a cui erano uniti, abbisognino di protezione e di tutela.
Intanto pero fra l'uno e l'altro ordine, la grande differenza è questa, che
nelle origini, solo il pater ha una vera posizione di diritto. Il plebeo non ha
dapprima che una posizione di fatto. Il pater e il popolo da esso costituito è
un ordine. La plebe non è che una moltitudine, una folla non ancora organizzata.
Il pater ha tradizioni militari, religiose, giuridiche. Il plebeo non ha
dapprima che quelle costumanze e quegli usi, che possono formarsi in una folla
di provenienza diversa e di formazione del tutto recente. Il pater ha una
religione gentilizia, formatasi nel suo seno mediante il culto degli antenati.
Il plebeo non ha che un complesso di credenze popolari, che ancora abbisognano
di ricevere una forma religiosa. Ben si comprende quindi, che la distanza e
grande e che dove essere assai malagevole di raccogliere i due elementi nella
stessa comunanza, elaborando un diritto, che potesse essere comune ad entrambi.
Fermi cosi i caratteri generali dei due ordini, importa di ricercare più
particolarmente l'organizzazione già formata del pater, e quella ancora in via
di formazione, che dovrà poi comprendere il plebeo – Livio: En unquam fando
audistis patricios primo esse factos, non de caelo demissos, sed qui patrem
ciere possunt, id est nihil ultra quam ingenuos. Non può esservi dubbio, che a
costituire il patriziato primitivo di Roma concorsero elementi diversi, usciti
per la maggior parte da quelle tre stirpi di popoli, che secondo la tradizione
entrarono a for mare la comunanza romana. Sonvi quindi genti di origine latina,
e fra queste sonovi quelle che figurano come più antiche, genti di origine
sabina, ed altre, in numero forse minore, di origine etrusca. L'origine diversa
poi facilmente persuade, che le loro istituzioni tradizionali dovevano anche
essere dissimili, e che quindi quella completa analogia di istituzioni, che in
esse apparisce più tardi, do vette essere l'effetto di una lenta assimilazione,
che vennesi operando gradatamente mediante la loro partecipazione ad una stessa
comunanza civile e politica. Tuttavia, malgrado le differenze che potevano
esservi nelle sue tradizioni, il pater romano, comunque fosse originariamente
composto, presenta fin dalle origini della città le traccie di
un'organizzazione potente di carattere patriarcale, che è l'organizzazione
gentilizia. Non è qui il caso di cercare, se questa organizzazione per genti
sia stata una necessità storica per uscire da quello stato di conflitto e di
privata violenza, che dovette avverarsi all'epoca delle migrazioni, e se sia
stata invece una istituzione, che le stirpi migranti già avevano elaborata
altrove e che loro servi per sovrap porsi alle popolazioni indigene, il che
sembra essere più probabile. L'enumerazione delle primitive genti patrizie col
riassunto delle opinioni di. verse intorno alla loro origine e alle molteplici
dirainazioni, che partirono da cia scuna di esse, può trovarsi in Bonghi,
Storia di Roma, Cfr. MUIRHEAD, Hist. Introd., in princ. Ivi l'autore cerca
perfino di determinare la parte, che nel diritto si attribuisce alle varie
stirpi] questo in ogni caso deve aversi per certo, che è in virtù di questa
organizzazione, che le primitive genti patrizie, per quanto potessero essere
diverse di numero e di potenza, appariscono pero foggiate sul medesimo modello.
Tale organizzazione tuttavia nel periodo storico già trovasi in via di
dissoluzione; ed anche quello che ne rimane già presentasi alquanto alterato
nelle sue primitive fattezze per essersi confuso coll'elemento civile e
politico, dal quale è assai difficile sceverarlo. Ciò non ostante dalle
vestigia, che ne rimangono e che sono dovute sopratutto allo spirito
eminentemente conservatore del popolo romano, si può dedurre che
l'organizzazione gentilizia dovette nel patriziato romano presentarsi in
gradazioni diverse, tutte strettamente connesse fra di loro. Esse sono: la
famiglia fondata sull'agnazione, la gente accresciuta ed afforzata dalla
clientela, e da ultimo la tribú, in cui già compare nei proprii inizii la
distinzione fra il patriziato e la plebe. Sarebbe certo cosa di grande
interesse il ricercare qui se nelle prime origini l'organizzazione gentilizia ha
prese le mosse dalla famiglia, o dalla gente, o dalla tribù. Ma ciò ci
recherebbe a quel l'epoca e a quel sito, in cui le stirpi arie ponevano le
prime basi dell'organizzazione patriarcale, cominciando probabilmente dal più
piccolo e più naturale dei gruppi, che era la famiglia. Qui pero non e inopportuno
il mettere innanzi, almeno a titolo di congettura, che dei varii gradi
dell'organizzazione gentilizia quello, che probabilmente servi per la
migrazione delle varie stirpi dall'Oriente all'Occidente, dovette essere il
gruppo della gens. Ciò è dimo [Questa stessa gradazione è accolta dal SUMNER
MAINE, Ancien droit, ma non è invece quella seguita da Leist, Graeco- Italische
R. G., il quale parmi non distingua sempre abbastanza due cose affatto diverse
fra loro, che sono l'organizzazione gentilizia e l'organizzazione politica,
considerando come altrettante divisioni del populus, non solo le tribus e le
curiae, ma anche le gentes. Senza voler quientrare in una questione, chemi
trarrebbe troppo per le lunghe, non posso però tralasciare di notare, che la
così detta famiglia patriarcale non deve ritenersi come la famiglia veramente
primitiva, poichè essa è già una famiglia, le cui fattezze vengono ad essere
trasformate a causa del suo entrare a far parte della organizzazione
gentilizia. È nota in proposito la discussione, anche oggi non definita, fra il
Sumner MAINE, Early law and custom (London) da una parte, e MORGAN e Mac-Lennan
dall'altra, come pure la cri tica fatta, alla teoria patriarcale del SUMNER
Maine, dallo SPENCER, Principes de sociologie, strato dal fatto, che è dalla
gente che il patrizio romano deriva quel nome, che esso ha ricevuto dall'antenato
comune e che deve trasmettere poi ai proprii discendenti, e che, anche nei
tempi storici di Roma, allorchè accade qualche nuova incorporazione nel
patriziato mediante la cooptatio, questa non si effettua nè per famiglie, nè
per tribù, ma per genti. Mentre la famiglia è il gruppo più ristretto ed
unificato in tutte le sue parti e la tribù è già una vera e propria comunanza
di villaggio, in cui si preparano gli elementi costitutivi della città, la
gente invece è il gruppo intermedio, che da giustamente il suo nome e la
propria impronta all'organizzazione gentilizia, perchè di sua natura è un
gruppo più elastico e pieghevole di tutti gl’altri, e che può meglio
accomodarsi a qualsiasi evenienza in un periodo di migrazione. La gens” infatti
è più forte e numerosa della famiglia, perchè continua a stringere insieme le
famiglie, che per discendere da un comune antenato sono anche unite tra di loro
da un medesimo culto, e intanto è più compatta della tribus, la quale essendo
già l'aggregazione di più genti, che o sono di origine diversa o hanno già
dimenticata l'origine comune, può già fornire argomento a dissidii fra i capi
delle varie genti, che entrano a costituirla. La gente poi è per sua natura
tale, che ora può cambiarsi in una carovana in migrazione, ora attendarsi e
stabilirsi in un determinato sito, ed ora anche raccogliersi a guisa di un ma
nipolo di soldati, e tutto ciò senza che possa mai sorgere questione di
preminenza, perchè è la consuetudine, che designa chi debba esserne il capo e
perchè il vincolo della comune discendenza fa sì che tutti i suoi membri ne
subiscano volenterosi il comando. In tanto è nella gente, che si vengono
formando e distinguendo le famiglie, come pure sono le genti che, aggregandosi
intorno ad una preminente fra le altre, danno origine alla tribù, la quale è
già più atta ad arrestarsi in un determinato sito e ad essere così di
avviamento alla convivenza civile e politica. I tre gruppi tuttavia sono
sedimenti di una spontanea e naturale formazione, che si vengono sovrapponendo
l'uno all'altro per modo, che appariscono tutti foggiati sul medesimo modello,
che è quello del gruppo patriarcale, e si vengono reciprocamente influenzando
per guisa, che tutti appariscono come strati diversi di un'unica
organizzazione. Di qui la [Cfr. Willems, Le droit public romain, Paris] conseguenza,
che tutti questi gruppi, dal momento che difetta an cora una vera convivenza
civile e politica, compiono l'uffizio ad un tempo di convivenza domestica e di
convivenza civile, colla differenza tuttavia, che nella famiglia prevale ancor
sempre il vincolo del SANGUE, e nella tribù già si fa strada il vincolo civile
e politico, mentre la gente è quella, che ha il carattere più schiettamente
patriarcale. Cio premesso quanto ai caratteri generali della organizzazione
gentilizia, cerchiamo di ricostruirne le principali fattezze, desumendole dalle
traccie che ancora ne rimangono nella storia primitiva di Roma, nella quale vi
ha questo di particolare che, anche quando un'istituzione si dissolve, si sanno
mantenere le forme esteriori della medesima. In cio sarà bene incominciare
dalla famiglia, come quella che ha ad esser meglio conservata e intanto
costituisce il gruppo più ristretto dell'organizzazione gentilizia. Per quanto
sia vero che la famiglia, quale presentasi più tardi nel diritto quiritario,
sia una istituzione comune così al patriziato che alla plebe, sonvi tuttavia
forti argomenti per credere che la sua primitiva organizzazione fosse di
origine patrizia. Fra gli altr’argomenti l'importantissimo è questo, che una
moltitudine come la plebe, che era di provenienza diversa e di formazione
ancora del tutto recente, non poteva possedere fin dai suoi inizii una
organizzazione famigliare, che presuppone una lunga serie di antenati e perciò
una lunga elaborazione anteriore. Ciò del resto è anche dimostrato da che nelle
origini il vocabolo di patres indica sopratutto i capi delle *famiglie*
patrizie, e perfino gli stessi senatori, che certo usci [Quanto ai caratteri
comuni al gruppo patriarcale degl’arii, alla gens romana ed al gévos dei greci
ed alla letteratura copiosissima sull'argomento, mi rimetto alla mia opera: La
vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale (Torino), ed all'opuscolo,
Genesi e svolgimento delle varie forme di convivenza civile e politica (Torino).
Recarono un nuovo contributo allo studio comparativo delle istituzioni
primitive presso le genti di origine aria, oltre le opere già citate del Sumner
Maine, il BERNHÖFT, Staat und Recht der röm. Königszeit, Stuttgart, e Leist] vano
dal patriziato, al modo stesso che il vocabolo di patricii indica figlio del
pater. Lo stesso provano eziandio le nozze confarreate, certamente proprie del
patriziato, che nella leggi attribuita a Romolo ed a Numa sembrano essere il
solo modo con cui si puo contrarre le giuste nozze. Si aggiunge infine il
carattere agnatizio della famiglia primitiva di Roma, il quale non è e non può
essere un carattere originario, ma è una conseguenza della stessa
organizzazione gentilizia, di cui la famiglia entra a far parte. Dal momento
infatti, che in questo periodo non esiste ancora una vera comunanza civile e
politica, diveniva inevitabile che l'organizzazione gentilizia ne assumesse le
funzioni e le veci, e che perciò anche la famiglia, in quanto ne fa parte,
venisse a ricevere un'organizzazione piuttosto fondata sul potere del PADRE,
che non sul vincolo del SANGE. È questa la causa per cui la famiglia primitiva
Romana sembra, almeno in apparenza, soffocare i naturali affetti del SANGUE,
per guadagnare in forza ed in potenza, unificandosi sotto la potestà del
proprio capo. Una volta poi che il fondamento della unione domestica si
riponeva nella potestà del PADRE, er una conseguenza logicamente inevitabile,
che come il PADRE prevaleva nella costituzione e nel governo della famiglia,
cosi l'agnazione, ossia la DISCENDENZA dal padre, per la linea MASCHILE, dove prevalere
nella composizione diessa. È in questo senso, che la famiglia primitiva Romana
viene a costituire un organismo potente, che può essere considerato come il
primo anello e come il nucleo più ristretto dell'organizzazione gentilizia.
Essa infatti ha una costituzione eminentemente monarchica, perchè tanto le
persone, che la costituiscono, quanto le cose, che ne formano il PATRI-MONIO,
dipendono esclusivamente dalla potestà del padre. La famiglia patrizia poi è un
vero e proprio organismo, che può considerarsi in due momenti diversi. Finchè
infatti vive il PADRE, nel cui potere essa trovasi unificata, la famiglia è un
vero corpo vivente, che può andar soggetto a continui mutamenti, in quanto che
vi hanno persone che possono uscirne ed altre che pos sono entrarvi. Quando poi
il padre muore, quelli che un tempo erano soggetti alla sua potestà possono
ancora continuare a tenere [Dion., 2, 25 e 2, 63, testo è riportato da Bruns,
Fontes Leges Regiae] indiviso il patrimonio comune, assecondando un antico
costume romano, che si esprimeva colle parole conservateci da Gellio ercto non
cito -- le quali significano in sostanza che non si dovesse procedere alla
divisione immediata del patrimonio. In tal caso si mantiene fra gli agnati un
di soggetti alla patria potestà una specie di società universale di tutti i
beni, per cui sembra in certo modo che si perpetui ancora l'esistenza della
famiglia, e si ha così quella famiglia in largo senso, di cui ci parlano ancora
i giureconsulti, che la chiamano familia omnium agnatorum. Questa indivi sione
dove certamente essere frequente nei tempi primitivi e fu questa la causa per
cui, oltre la famiglia nel vero senso della parola, che comprende tutti quelli
che sono soggetti alla patria potestà, venne delineandosi una famiglia più
vasta, che è quella degli agnati, la quale sebbene abbia cessato di essere
unificata dalla potestà del padre, continua tuttavia ancora ad essere unita
insieme e a costituire un tutto – consortium -- stante l'indivisione del
patrimonio. Ciò però non toglie che il concetto della famiglia agnatizia siasi
poscia cambiato e che si siano compresi col nome di agnati tutti coloro, che [Mi
fo lecito di mettere innanzi questa interpretazione delle parole arcaiche ercto
non cito e ciò in base a quello che ci attesta Servio, il quale interpretando
questa espressione, dice appunto, che essa significa patrimonio vel hereditate
non divisa -- Serv., in Aen., VIII, 642 (Bruns, Fontes). Queste parole furono
poi applicate per indicare in genere la
societas omnium bonorum in virtù
della quale, secondo l'attestazione di Gellio. Comnes simul in cohortem recepti
erant, quod quisque familiae, pecuniae habebat in medium dabat, et coibatur
societas in separabilis, tamquam illud fuit antiquum consortium, quod iure
atque verbo romano appellatur cercto non cito. Che poi queste parole siano in
certo modo un'antica clausola testamentaria, con cui il padre proibiva la
divisione immediata appare da ciò, che ercto deriva certamente da ercisco e
cito è un avverbio che deriva da cieo e significa prontamente . Vedi BRÉAL e Bailly,
Dictionnaire étymologique latin, Paris,
pº Ercisco e Cieo. Che poi veramente presso gli antichi romani fosse
consuetudine di mantenere, per quanto fosse possibile, l'indivisione, appare
dal seguente testo, che trovo citato da KARLOWA, Röm. R. G., ricavato dalle
PETRI, Excep. legum romanarum, lib. I, cap. 19, De vendenda hereditate. Consuetudo
antiquorum esse solebat, ut frater de rebus suis immobilibus non venderet nisi
fratri, propinquus propinquo, nec consors nisi consorti, si emere vellent. È
questo forse il motivo, per cui presso i romani un heredium potera conservarsi
integro nella stessa famiglia per parecchie generazioni, e un vicus poteva
essere costituito per intiero di famiglie appartenenti alla stessa gens, senza
mescolanza di elementi estranei. Cid sarà meglio dimostrato ove trattasi
appunto prietà nel periodo gentilizio >. della pro -- - - 31 erano stati
sotto la patria potestà della stessa persona, come quelli che avevano formato
parte di una medesima casa ed erano usciti dalla medesima gente. Tuttavia, per
ben comprendere il carattere della famiglia patrizia primitiva, vuolsi sempre
aver presente, che essa non è già un organismo isolato, ma è parte di un
organismo maggiore di cui costituisce il nucleo più ristretto. Diqui la
conseguenza che quel potere del padre, che giuridicamente considerato sembra
essere senza confini, trovasi nella realtà limitato sia dal tribunale domestico,
che circonda il capo di famiglia, sia dal consiglio dei padri, che trovasi
nella gente e nella tribù, per guisa che i temperamenti, che non vi sarebbero
nella natura del potere paterno, si incontrano invece nel costume e
nell'organizzazione gerarchica, di cui la famiglia entra a far parte. È per
questo motivo, che tutti gli atti, che toccano in qualche modo l'organizzazione
gentilizia, quali sarebbero l'adrogatio, che serve a perpetuarla quando manca
una prole diretta, il testamento, che modifica le regole con suetudinarie
relative alla successione, ed anche il matrimonio per confarreatio di uno dei
membri della famiglia, devono essere fatti coll' intervento, colla
testimonianza e perfino coll'approvazione dei capi di famiglia, che entrano a
formare la gente e la tribù; il che ancora appare dalle formalità, che
accompagnarono questi atti nei primitempi di Roma. Intanto è incontrastabile,
che anche la successione legittima e la tutela assumono un carattere del tutto
gentilizio, in quanto che l'una e l'altra, sebbene non stabiliscano delle
differenze per causa del sesso o per causa di primogenitura, mirano però fino
all' evidenza a conservare il patrimonio e l'amministrazione di essa nella [Leg.
195, $ 2 e 196, Dig., De verb. signif. (50, 16 ): Communi iure, scrive Ulpiano,
familiam dicimus omnium agnatorum, nam, etsi patre familias mortuo, sin guli
singulas familias habent, tamen omnes, qui sub unius potestate fuerunt, recte
eiusdem familiae appellabantur, quia ex eadem domo et gente proditi sunt. Qui
viene ad essere evidente, che la giurisprudenza classica, che non poteva più
favorire quella indivisione che era tanto accetta agli antichi romani, conserva
però sempre il concetto della famiglia degli agnati, non più desumendolo dalla
indivisione del patrimonio famigliare, ma dalla circostanza che gli agnati
erano un tempo dimorati nella stessa casa ed erano stati sotto la patria
potestà del medesimo capo. È da vedersi sull'agnazione l'articolo di SEMERARO,
Enciclopedia giuridica italiana, vº agnazione, I, parte 2*, 720. 32] linea
agnatizia. Il che può scorgersi ancora nella legislazione decemvirale, la
quale, come si vedrà a suo tempo, in questa parte riusci a far prevalere
pressochè intieramente il sistema di successione e di tutela, che dovevano
essere in vigore presso il patriziato durante il periodo gentilizio. Quanto al
testamento, esso era certamente conosciuto in questo periodo, ma collo spirito
che prevale nell'organizzazione gentilizia si può affermare con certezza, che
esso, dovendo essere fatto coll'approvazione del consiglio degli anziani e
nelle riunioni gentilizie della tribù, anzichè servire qual mezzo per sottrarre
l'eredità alla gente, dovette invece servire per ritardare od impedire la
soverchia divisione dei patrimoni. Intanto è pure da notarsi il carattere
speciale, che assumeva la famiglia primitiva nel periodo gentilizio, in quanto
essa comprende eziandio nella propria cerchia un numero più o meno grande di
servi, che in antico sono anche detti famuli, dal vocabolo famel, che in lingua
osca significa appunto servo; dal quale, secondo Festo, sarebbe anche derivato
l'antico vocabolo famuletium, che avrebbe significato servitium. È infatti per
mezzo dei servi, a cui era [Si può ricavare l'importantissima conseguenza, che
a suo tempo servirà a spiegare molte istituzioni del diritto romano primitivo,
che il concetto di comproprietà, in virtù del quale i figli durante la vita del
padre sono comproprietarii dell'heredium, e dopo la morte di esso in certa
guisa eredi di se stessi (heredes sui), come pure quello, in virtù di cui è dal
novero degli agnati, che si debbono ricavare i tutori delle femmine, degli
impuberi e dei furiosi, sono tutti concetti, la cui origine rimonta ed è anzi
un effetto della stessa organizzazione gentilizia, di cui la famiglia entra a
far parte. Quanto al testamento fra le genti patrizie non dove certo essere
applicazione del principio: a uti paterfamilias super familia tutelave suae rei
legassit, ita ius esto, ma doveva mirare sopratutto all'ercto non cito. Il
testamento esiste, ma nell'intento di serbare il patrimonio indiviso e di
trasmetterlo tale di generazione in generazione. L'importante concetto di
questa comproprietà famigliare già trovasi nettamente espresso in uno degli
ultimi lavori di Dubois, alla cui memoria mando qui un riverente saluto, nel
suo ultimo diligentissimo lavoro col titolo: La saisine héréditaire en droit ro
main (Paris) pubblicato nella Nouvelle revue historique de droit français et
étranger, ove, combattendo iMaynz ed altri autori, dimostra che gli eredi suoi
erano immediatamente investiti dell'eredità, senza che occorresse accettazione
della medesima e ciò appunto in base a questa comproprietà famigliare. Al
concetto del DuBois è solo da aggiungersi, che cið era un effetto
dell'organizzazione gentilizia prima esistente, idea, che egli già aveva in
germe, come lo dimostrano le parole con cui egli conchiude il suo lavoro, ma
che non ebbe più campo di svolgere. V.
Festo, vº Famuli (Bruns, Fontes, 338 ). 33 affidato il servizio rustico od
urbano (familia rustica, familia urbana) che la famiglia primitiva veniva ad
essere organizzata per modo da bastare a qualsiasi bisogno ed emergenza. Cio
diede un carattere speciale alla vita economica dell'antichità e coopera a dare
alla famiglia antica il carattere di un tutto organico e coerente in tutte le
sue parti. La servitù ebbe per effetto, come ben nota Padelletti, di fare in
guisa che i prodotti non venissero a cambiare di possessore in tutto il corso
del loro processo produttivo, perchè il servo e impiegato non soltanto nella
produzione, ma benanche nella trasformazione e nel trasporto dei prodotti. Per
tal modo ogni famiglia tende a supplire a tutti i suoi bisogni, e intanto ogni
capo di famiglia poteva apparire come possessore difondi, essere ricco di greggi
ed armenti, che costituivano in certo modo il primo capitale, e intanto
attendere eziandio al commercio dei proprii prodotti Puo tuttavia affermarsi
con certezza, che durante il periodo gentilizio le genti patrizie fossero
sopratutto ricche di greggi ed armenti, come lo dimostra l'uso frequentissimo
di vocaboli anche di carattere giuridico de rivanti dall'industria pastorale (quae
ex pecoribus pendent), il che, secondo Festo e Varrone, deriva appunto da cid,
che presso imaggiori le ricchezze ed i patrimoni si componevano sopratutto di
greggi e di armenti . e PADELLETTI,
Storia del dir. rom. Sull'importanza della servitù nella famiglia primitiva è
da vedersi PERNICE, M. Antistius Labeo, Halle, ove parla dei rapporti degli
schiavi colla casa di cui fanno parte, sopratutto MARQUARDT, Das Privatleben
der Römer, Leipzig. Fra questi vocaboli basti citare quello, che ebbe poi tanta
parte nel vocabolario giuridico, di agree, che, secondo BRÉAL, nel suo
significato primitivo suo nava spingere,
stimolare, e si applica sopratutto al gregge; quello di grex talvolta applicato
al popolo; quello di ovilia adoperato per significare i recinti (septa ) ove il
popolo era distribuito per dare il voto nei comizii; i vocaboli di abgregare,
adgregare, congregare citati appunto da Festo come vocaboli di origine
pastorale (Bruns, Fontes, 331); quelli di pecunia, di peculium, di peculatus,
di ager compascuus, e molti altri i quali spiegano come VARRONE (Bruns, Fontes,
p. 388 ) finisca per esclamare. Romanorum populum a
pastoribus esse ortum, quis non dicit? Mulcta etiam nunc, ex vetere instituto,
bubus et ovibus dicitur, et aes anti quissimum, quod est flatum, pecore est
notatum. Si
vedrà invece a suo tempo che mentre la ricchezza del patriziato primitivo
consisteva di preferenza in greggi, in mandre ed armenti, che pascolavano nei
compascua della tribù, e poscia nell'ager pubblicus della città, la plebe
invece fin dagli inizii diede sopratutto opera all'agri coltura, concentrandosi
nella coltura del proprio heredium o mancipium. Questo G. C., Le origini del diritto di Roma. Del resto
quello, che qui importa, e sopratutto di mettere in evidenza il carattere
gentilizio della famiglia; poichè essa, fra le istituzioni anteriori alla
comunanza, è certamente quella che conserva più lungamente il suo carattere
primitivo. Quindi anche nel periodo storico si troveranno nel patriziato romano
quelle stesse formalità solenni e quelle cerimonie religiose, che dovevano
accompagnare gli atti relativi alla famiglia durante il periodo gentilizio. La
sola differenza consiste in questo, che all'approvazione dei padri del gruppo
gentilizio nella comunanza civile e politica sottentrerå - o la testimonianza
dei dieci Quiriti che rappresentano le curie in cui divi devasi la tribù e
l'intervento dei Pontefici, siccome accade nelle confarreatio, - o
l'approvazione delle curie, coll'intervento pure dei Pontefici, siccome accade
nella adrogatio e nel testamento, che per il patriziato verranno a compiersi
davanti all'assemblea delle curie, cioè in calatis comitiis (curiatis). Credo
ad ogni modo, che anche questa breve esposizione dei caratteri della famiglia
del patriziato romano dimostri abbastanza che essa non deve essere riguardata
come una istituzione del tutto primitiva, come alcuni vorrebbero considerarla, in
quanto che la medesima già erasi scostata in parte dalle sue primitive e
naturali fattezze, a causa della influenza, che ebbe ad esercitare su di essa
l'organizzazione gentilizia, di cui e entrata a far parte. Essa in sommanon è
più la famiglia, quale dovette uscire dagli istinti e dalle tendenze naturali
del genere umano; ma è già una famiglia che in parte ha soffocato i naturali
affetti onde fortificarsi per la lotta per l'esistenza e per entrare in
un'organizzazione, che funge da associa zione domestica, religiosa,militare e
politica ad un tempo. Ed è anche questa la ragione, che la renderebbe a noi
pressochè incomprensibile, se non fosse riportata nell'ambiente in cui ebbe a
formarsi. svolgimento storico pertanto conferinerebbe il risultato, a cui giunsero
SPENCER ed altri sociologi, secondo il quale sarebbe stato sopratutto il
periodo della vita pastorale, che avrebbe determinato la formazione e
l'afforzamento di quell'organizzazione gentilizia, che trovasi così
profondamente radicata presso il primitivo patriziato romano (V. SPENCER,
Principes de sociologie, Paris). Tale è ad esempio l'opinione del Sumner Maine,
che in questa parte fu com battuto dallo SPENCER. La gens e la sua importanza
per il patriziato di Roma. 28. Se la famiglia, quale comparisce più tardi nel
diritto Quiri tario, riproduce pur sempre i caratteri dell'antica famiglia
patrizia, altrettanto invece non può dirsi della gens, la quale perciò è assai
più difficile a ricostruirsi nelle sue primitive fattezze. Sebbene in fatti la
gens mantengasi ancora lungamente durante la comunanza civile e politica, viene
tuttavia fin dalle origini della convivenza civile e politica, ad essere
sottoposta ad un processo di dissoluzione, in quanto che una parte delle sue
funzioni di un tempo, quelle cioè che avevano un carattere politico o militare
o legisla tivo, finiscono per essere a poco a poco assorbite dalla città. A cid
si aggiunge, che in questa parte la grande autorità di Niebhur, sulla fede di
un testo di Dionisio, a cui diede una interpretazione che non può essere
ammessa, pose gli investigatori della storia primitiva di Roma in un indirizzo
erroneo, in quanto che condusse a cre dere per lungo tempo, che la gens non
fosse che una ripartizione politica della città. Per tal modo l'organizzazione
politica della [NIEBHUR, Histoire romaine, trad. Golbery, Paris, ove parla: des maisons patriciennes et des curies e
specialmente a19. Ivi
l'illustre storico, avendo trovato che Dionisio divideva in dekádec le curie,
pensò che queste decurie non potessero essere che le gentes e trasportò così
l'organizzazione gentilizia nella città, concetto, che d'allora in poi ha
dominato le ricerche contempo ranee intorno a Roma primitiva, per guisa che
occorre pressochè universalmente di trovare che la città di Roma si divideva in
tribù, queste in curie e queste ul time in gentes. Così, ad esempio, anche gli
autori più recenti, pur avendo modifi cato il concetto della gens con ritenerlo
un ampliamento naturale della famiglia, continuano pur sempre in questa
distinzione. Citerò fra gli altri KARLOWA, Röm. R. G., il quale continua ad
essere intitolato: Das Volk und seine Gliederungen (tribus, curiae, gentes),
quasi che il popolo romano sia stato mairipartito in gentes; ed iLeist, Graeco-
Italische R.G. che segue pure la stessa distinzione. Così pure il WILLEMS (Le
droit public romain, Paris)che continua ancor esso a dire, che le curie si
suddividono in gentes. Questa distin zione non fu mai accennata dagli antichi
scrittori, i quali soltanto ebbero a dire con Gellio, che i comiziä сuriati si
raccoglievano ex generibus hominum, il che significa solamente, che nella
composizione delle curie si teneva conto della discen denza, mentre invece nei
comizii centuriati si badava al censo e nei tributi alle lo calità. Il populus
insomma è ricavato dalle gentes,ma non fu mai diviso in gentes.] città venne ad
essere confusa con quella patriarcale della gente e i due elementi gentilizio e
politico si confusero per modo che per qualche tempo fu impossibile riuscire a
sceverarli, ed anche oggi si scorgono evidenti, anche in dottissimi scrittori,
le conseguenze di tale confusione. Allora soltanto le indagini furono rimesse
in una via, che poteva condurre a qualche risultato, allorchè gli studii, che
si vennero facendo sul gruppo patriarcale nell'Oriente, dimostrarono che
anteriormente alla città era lungamente durato un altro pe riodo di
organizzazione sociale, che riceveva appunto il suo carat tere fondamentale
dalla gens, la quale, formatasi nell'Oriente, era poi stata trasportata
nell'Occidente tanto dalle stirpi Elleniche, quanto dalle stirpi Italiche. Fu
quindi collo studiare il gruppo patriar cale nell'Oriente, ove per circostanze
storiche speciali erasi mante nuto stazionario ed immobile nelle sue principali
fattezze, che si cominciò a comprendere e a ricostruire nel suo carattere
primitivo quella gente, che in Grecia ed in Roma era stata in parte trasfor
mata colla creazione dell'urbs e della civitas. Questo lavoro di ricostruzione
poté per le genti italiche essere agevolato da ciò, che Quanto alle dekádes di
Dionisio, il MUELLER ebbe a dimostrare che esse sono invece una divisione delle
centurie degli equites, al modo stesso, che esse erano pure una divisione del
senato -- MUELLER, Philologus. Si può infatti comprendere che i senatori, che
erano cento prima e trecento dappoi, si dividessero in decurie, e che così pure
si facesse delle tre centurie primitive degli equites, ma non si può veramente
capire come le curie, divisione dei Quiriti, che erano uomini di arme,
potessero suddividersi in gentes, le quali, essendo un ampliamento della fa
miglia, comprendevano maschi e femmine,maggiori e minori di età e così di
seguito. Il merito di aver richiamato
l'attenzione sul gruppo patriarcale presso le stirpi Arie, è da attribuirsi
sopratutto al Sumner MAINE, L'ancien droit, chap. V. La société primitive et
l'ancien droit,107 a 163. Tuttavia mi pare giustizia il far notare, che il
primo che abbia, se non provata, almeno intuita questa organizzazione
patriarcale delle genti primitive fu sopratutto il nostro Vico, il quale per
compro varla ebbe a citare quegli stessi versi di Omero, in cui parlasi delle
istituzioni pri mitive dei Ciclopi (V. 22, Scienza nuova, ediz. Ferrari,
Milano, ove parla dell'economia poetica e dice che i Polifemi furono i primi
padri di famiglia del mondo), dai quali prende appunto le mosse il SUMNER Maine
(pag. 118 ); versi del resto, che già erano stati citati da Platone nel dia
logo delle Leggi, quando voleva appunto dimostrare che il patriarcato era stata
l'organizzazione sociale primitiva non solo presso i Greci, ma anche presso i
Barbari. Plato, Leges, III, Ed. Didot, Paris, 1848. Del resto che
l'organizzazione gentilizia sia stata comune a tutti gli Arii e quindi anche ai
Greci e agli Italici è cosa, che oggidì non forma più argomento di discussione.
(Per maggiori particolari vedi C., La
vita del diritto, lib. I e II, e sopratutto a90 e seg.) i 37 esse più di tutte
le altre stirpi hanno saputo attribuire al gruppo gentilizio quei contorni
precisi e determinati, che solo si rinvengono presso quelle popolazioni, che
svolgono le proprie istituzioni sotto un aspetto essenzialmente giuridico. Di
qui la conseguenza, che, a parer mio, i veri caratteri dell'organizzazione per
gentes possono più facilmente essere trovati nelle poche reliquie delle
primitive genti del Lazio, che non nella stessa India, ove l'elemento religioso
preponderante fini per assorbire e soffocare ogni altro aspetto della vita
primitiva. 29. Intanto questo ormai si può affermare con certezza, che la
gente, anzichè essere una divisione artificiale della città, deve invece es
sere considerata come il perno, intorno a cui si esplica l'organizza zione
gentilizia. Essa è un naturale ampliamento della famiglia pa triarcale, in
quanto che non comprende più soltanto coloro, che dipendono dalla stessa patria
potestà, maabbraccia tutte le famiglie, che, memori dell'antenato comune, da
cui sono discese, non solo ne portano il nome, ma ne professano e perpetuano il
culto. Però oltre questo carattere, che la gens latina ha comune colle genti
Arie, essa ha eziandio un carattere suo peculiare, ancorchè comune forse alle
genti elleniche, il quale consiste in ciò che le gentes sono considerate come
proprie di quelle aggregazioni domestiche, che oltre all'avere uno stipite
comune, sono riuscite a mantenersi perennemente ingenue, immuni cioè da
qualsiasi rapporto di servitù e di clientela. Delle gradazioni del gruppo
patriarcale, la gens è quella che possiede elasticità maggiore, perchè talvolta
può avere le proporzioni soltanto di una famiglia, col qual vocabolo infatti è
talora indicata la stessa gens. E talvolta invece può avere già dato origine a
tante pro [Il vocabolo ad esempio di familia è adoperato per significare la
gens nel seguente passo di Festo. Familia antea in liberis hominibus dicebatur,
quorum dux et princeps generis vocabatur pater et materfamilias; unde familia
nobilium Pompiliorum, Valeriorum, Corneliorum (Bruxs, Fontes). Si possono
vederne molti altri esempi nel Voigt (Die XII Tafeln, Leipzig). In ciò si ha
una nuova prova che la familia e la gens fanno parte della stessa
organizzazione, per guisa che i due vocaboli si scambiano fra di loro. Mentre è
difficile trovare negli antichi scrittori il vocabolo di familia per indicare
il populus, loro pare invece di essere più esatti, paragonandolo ad un grez e
dividendolo al pari di questo in altrettanti capita. Del resto sono abbastanza
noti i significati molteplici, che ha il vocabolo familia nel diritto primitivo
di Roma, ove significa ora un complesso di persone o 38 paggini diverse da
prendere quasi le proporzioni di una grande e numerosa tribù, come la
tradizione ci narra essere accaduto della gens Claudia, da cui sarebbe
originata la tribù dei Claudienses, e della gens Fabia, le cui proporzioni
pervennero a tale che essa poté colle sole sue forze affrontare, secondo la
tradizione o leggenda che voglia chiamarsi, una impresa militare, che in tristi
circostanze appariva ardua alla intiera città. Non è dubbio tuttavia, che le
popolazioni italiche e sopratutto quelle del Lazio dovettero avere un criterio
per scindere la gens propriamente detta dalla familia in stretto senso e se
fosse lecita una congettura avvalorata da una quantità notevole di indizii, la
stregua dovette essere la seguente. Non vi ha dubbio che i caratteri distintivi
della famiglia primitiva erano due, cioè la patria potestà del suo capo e
l'esistenza di un patrimonio, probabilmente chiamato here dium, che apparteneva
esclusivamente alla famiglia nella persona del proprio capo. Di qui la
conseguenza, che tutti i discendenti nella linea maschile (comprese anche le
femmine non ancora uscite dal gruppo per matrimonio e quelle entrate in esso
per la stessa causa ) che dipendevano da un solo capo costituivano la famiglia
in stretto senso; ma questa poi continuava ancora a mantenersi e a considerarsi
tale, anche dopo la morte del padre, finchè il pa trimonio indiviso di essa
perpetuava in certo modo l'unità fami gliare. Che se invece i fratelli,
dipendenti un tempo dall'autorità di un solo padre, venivano a dividersi il
patrimonio famigliare e a rompere così anche quanto ai beni l'unità primitiva,
in allora venivano ad esservi altrettante famiglie, di cui ciascuna aveva un
proprio capo, ma che tutte facevano parte di una medesima gens, perchè
continuavano ad avere il medesimo nome e il culto comune per il proprio
antenato. La gens comincia pertanto quando cessa l'unità indivisa della
famiglia, e quindi nel periodo gentilizio quelli che erano agnati e che come
tali costituivano ancora la famiglia omnium agnatorum, finchè il loro
patrimonio era indiviso, costituivano già il primo grado della gentilità,
allorchè questa divisione era seguita. È di qui che provenne la difficoltà,
ancora non superata, per distin di cose, ora un complesso di persone, ora
soltanto un complesso di cose (fa milia pecuniaque) – ed ora infine il
complesso dei servi (familia rustica ed urbana).] guere gli agnati dai
gentiles, perchè colla divisione del patrimonio gli uni si potevano convertire
negli altri e fu solo posteriormente allorchè diventò più rara questa
indivisione, che si chiamarono agnati tutti coloro, che un tempo si erano
trovati sotto la patria potestà della stessa persona, ai quali si aggiunsero
poi anche quelli, che lo sarebbero stati se il comune capo non fosse premorto.
Non è quindi il caso di dover supporre col Muirhead, che l'ordine degli agnati,
cosi nella successione che nella tutela legittima, sia stata una creazione
artificiale della legislazione decemvirale per provvedere alla successione e
alla tutela dei plebei, che mancavano di genti. Gl’artificii nelle epoche
primitive sono meno frequenti che non si creda, e non si possono supporre che
quando ve ne siano prove dirette, quale è quella, ad esempio, che abbiamo
quanto alla fin zione di postliminio ed altre analoghe. Per contro il gruppo
degli agnati può benissimo essere attribuito ad una formazione spontanea
durante il periodo gentilizio, poichè era cosa naturale, come notd più tardi il
giureconsulto, che l'essere stati un tempo sotto la patria potestà della stessa
persona e l'aver partecipato al godimento dello stesso patrimonio dovesse
distinguere il gruppo degli agnati da quello più remoto dei semplici gentiles,
che solo avevano comune la discen denza da uno stesso antenato, ma che non
avevano mai dimorato nella stessa casa, nè avevano mai formato parte della
stessa famiglia. D'altronde sarebbe veramente strano ed incomprensibile, che la
le gislazione decemvirale avesse dovuto essa creare il concetto degli agnati,
mentre è appunto quest'agnazione, che sta a base delle or ganizzazioni
domestica e gentilizia, le quali certo già esistevano pre cedentemente. C [Che
l'ordine degl’agnati sia stata una creazione della legislazione decemvi. rale,
è uno dei concetti veramente nuovi enunciati dall'illustre autore dell' Historical
Introduction. Egli quindi insiste più volte sul medesimo e dopo averlo
accennato a43 nel testo e nelle note 2 e 3 vi ritorna sopra a121 e 172 e note
relative. Il solo suo argomento però consiste nei due testi di Ulpiano da lui
citati, ove il giureconsulto mentre dice che: lege duodecim tabularum
testamentariae hereditates confirmantur, usa invece, quanto alla successione
legittima, l'espressione che legitimae
hereditatis ius ex lege duodecim tabularum descendit, espressione che pure
adopera altrove quanto alla tutela legittima. È però evidente, che qui il
giureconsulto non parla solo della successione degli agnati, ma di tutta la
succes sione legittima, e quindi anche degli heredes sui, e dei gentiles, per
guisa che, se stesse il ragionamento del MUIRHEAD, converrebbe dire, che
secondo il giureconsulto tutto il sistema della successione legittima discende
dalle XII tavole. E questo ve [La gente intanto, dopo essere partita dal gruppo
degli agnati, che avevano diviso il patrimonio paterno, poteva poi prendere uno
svol gimento grandissimo, in quanto che essa poteva abbracciare tutte le
diramazioni per la linea maschile, che si staccavano da ciascuno di questi
agnati e non cessava mai di costituire una sola aggregazione gentilizia, finchè
tutte le famiglie continuassero ad avere lo stesso nome e a professare il culto
del medesimo antenato. Potevano perd darsi dei casi, in cui la gente cosi
pervenuta ad un numero stragrande di persone venisse a ripartirsi essa stessa
in diramazioni diverse; tuttavia anche allora il nome primitivo della gens è
sempre conservato, ma ciascuna delle diramazioni prende un proprio agnomen o
cognomen, che ne costituisce in certo modo la caratteri stica, ed è seguendo la
serie dei cognomina, che si possono seguire le propaggini tutte della stessa
pianta. Cosi accadde, ad esempio, della gens Claudia, la quale già
numerosissima conserva ancora una sola denominazione, ma che più tardi venne
assumendo una quantità di cognomina diversi, che indicano in certo modo il
punto, in cui sopra un unico ceppo cominciarono ad apparire diramazioni
diverse. Lo stesso è a dirsi della gens Cornelia e di molte altre, il che
serve, anche a spiegare come nel tempo in cui anche quella parte della plebe,
che già era pervenuta alla nobiltà cerca di imitare l'organizzazione gentilizia,
si veggano delle gentes plebeiae staccarsi da un fusto patrizio. Ciò infatti
deve probabilmente indicare un antico vincolo di clientela, che stringe
l'antenato, da cui parti la formazione della gente plebea, a gente patrizia.
Bastano queste considerazioni per spiegare l'energia vitale, che ramente fu
quello, che volle dire il giureconsulto; poichè furono appunto le XII tavole,
che, nell'intento di appoggiare l'organizzazione gentilizia, trasportarono di
peso la successione legittima esistente nelle tradizioni patrizie anche alla
plebe, nel che può vedersi uno dei motivi, per cui il cittadino romano, per
sottrarsi ad un sistema di successione, che era disadatto alla città e
conduceva all'esclusione di per sone care, credevasi quasi dimorire disonorato,
se moriva senza testamento. Fu quindi tutta la successione legittima e non
soltanto l'ordine degli agnati, che fu creazione dei decemviri, i quali la
tolsero dipeso dell'organizzazione gentilizia; in cui già eranvi le distinzioni
di heredes sui, di agnati e di gentiles, come appare dal fatto, che tutta
l'organizzazione gentilizia è fondata sull'agnazione, il che è pure ammesso dal
MUIRHEAD. Ciò del resto sarà meglio comprovato quando si tornerà sul gravissimo
argomento, discorrendo della successione legittima in base alle XII tavole.
Quanto all'agnazione e ai caratteri di essa è pure da vedersi il Voigt (Die XII
Tafeln) - poteva avere un gruppo, che, ad una compattezza pressochè uguale a
quella della famiglia, accoppiava talvolta il numero e la forza della tribù,
sopratutto allorchè essa era capitanata da uomini di energia tenace e di
propositi costanti, come furono per parecchie genera zioni quelli, che
guidavano la gens Claudia o la gens Valeria, e come in essa potessero anche
perpetuarsi tradizioni diverse, ostili o favorevoli alla plebe dapprima e poi
al partito popolare. È questo carattere della gens, che spiega la perennità di
un numero origi nariamente piccolo di genti patrizie, malgrado una quantità di
influenze, che tendevano a dissolverle e a circoscriverne l'azione. Così pure
deve spiegarsi il fatto che, mentre le tribù primitive, di fronte alla potenza
assorbente della città, finirono per scompa rire fin dal periodo regio con
Servio Tullio, le genti invece per. durarono per parecchi secoli, sostennero in
poche una lotta lunga e pertinace con una plebe, il cui numero veniva facendosi
sempre maggiore, ed anche vinte continuarono sempre a dare un contri buto
larghissimo a quegli onori e a quelle magistrature, che per secoli erano stati
loro privilegio esclusivo, finchè da ultimo anche l'impero fini per
consolidarsi per un certo tempo nei discendenti di antiche genti patrizie, che
si erano imparentate fra di loro. Del resto questa potenza del gruppo
gentilizio fu anche sentita da quella parte della plebe, che mediante
l'ammessione agli onori fini per costituire una nuova nobiltà, come lo dimostra
il fatto, che essa per afforzarsi non trovò mezzo più efficace di quello di
ricorrere al ius imaginum e di imitare cosi una organizzazione, che ormai
trovavasi in decadenza. Intanto i due caratteri fondamentali della gens, quali
si pos sono raccogliere dalle vestigia che ci rimangono delle antiche genti
italiche,malgrado le divergenze, che possono esistere nella descrizione dei
particolari minuti, si riducono essenzialmente ai seguenti, cioè, primo, alla
discendenza da un antenato comune, la quale rivelasi nel nome, nel culto, e nel
sepolcro comune; secondo, ed alla ingenuità perenne dei membri, che entrano a
costituirla, per modo che essa deve essersi ser bata immune da qualsiasi
mescolanza con persone di origine servile. Il primo di questi caratteri è
quello che costituisce la forza, la compattezza e la perennità
dell'organizzazione gentilizia, ed il se condo, che il pontefice Q. Muzio SCEVOLA
volle si aggiungesse alla deffinizione dei gentiles serbataci da Cicerone, è
quello che spiega la superiorità delle genti patrizie di fronte alla plebe.
Esse avevano attraversato un lungo periodo di lotta e di privata violenza
vincitrici sempre e non vinte mai, e quindi la loro gentilitas era indizio, che
esse appartenevano alla classe dei vincitori, il cui sangue non erasi mai
mescolato con quello dei vinti, dei servi e dei clienti, donde la conseguenza
eziandio, che il vocabolo patricii in sostanza non significava che gli ingenui,
il quale ultimo vocabolo allude ap punto alla niuna mescolanza del loro sangue
con quello servile. Questi due caratteri sono dimostrati anzitutto dalle varie
diffinizioni della gens stateci trasmesse da Varrone, da Festo, da Isidoro e da
altri, le quali accennano tutte alla discendenza dei gentili da un antenato
comune, e da quella anche di Cicerone, il quale, parlando di un nome comune – qui
inter se codem nomine sunt -- non esclude certamente, ma conferma il carattere
della comune discendenza e in tanto vi aggiunge quello della ingenuità non
interrotta dei gentiles. Questa del resto è pur confermata da ciò, che la plebe
stessa nelle sue discussioni coi patrizii se non ammetteva la loro discendenza
dal divino riconosce però, che il vocabolo Patrizio nelle sue origini significa
ingenuo. Di qui intanto si comprende come dapprima il patrizio e poscia tutti i
cittadini romani avessero *tre* appellazioni. La prima – prae-nomen -- indicava
l'individuo. L’altra e il vero nome – nomen -- designa la gente, a cui egli appartene in
quanto la gente e in certo modo il gruppo che contene le diverse famiglie. La
terza infine – cognomen – designa la famiglia, in quanto questa era una
particolare diramazione, della gente. A queste appellazioni si potevano poi
anche aggiungere Festus, vo Gentilis: Gentilis dicitur ex eodem genere natus, et is
qui simili nomine appellatur . Bruns, Fontes; VARRO, De lingua Latina. Ut in
hominibus quaedam sunt agnationes ac gentilitates, sic in verbis; ut enim ab
Aemilio homines horti Aemilii ac gentiles, sic ab Aemilio nomine declinatae gen
tilitates nominales. Bruns, Fontes, Isidoro. Gens est multitudo ab uno
principio orta, appellata propter generationes familiarum, id est a gi gnendo
uti natio a nascendo. Bruns; CICERO, Top. Gentiles sunt qui inter se eodem
nomine sunt. Qui ab ingenuis oriundi sunt. Quorum maiorum nemo servitutem
servivit. Qui capite non sunt deminuti. V. anche Livio. Per ciò che si
riferisce ai nomi romani è da vedersi il MICHEL, Du droit de cité romaine (Paris),
e sopratutto la trattazione veramente magistrale del MarQUARDT, Das Privatleben
der Römer, che nota come vi fossero gruppi, che non avevano cognomen, come gli
Antonië, i Duilii, i Flaminii ecc. Quanto agl’esempi citati nel testo a pag.40,
è pare a vedersi Bonghi, Storia di Roma, Appendice sulle primitive genti
patrizie, nella parte, che si riferisce alla gens Claudia e Cornelia] uno o più
soprannomi – agnomina -- che servivano a contraddistinguere l'individuo stesso
o per essere egli stato adottato da altra famiglia, o per impresa da lui
compiuta, o per indicare le suddistinzioni operatesi nella stessa famiglia. Può
darsi che in antico potesse esservi anche qualche indicazione della località abitata
dalla gente, a cui apparteneva l'individuo, come lo dimostrano i soprannomi di
Regillensis, Collatinus, e simili. Di questo si ha un indizio nel fatto, che
allora quando il territorio di Roma e veramente distribuito in tribù locali,
anche la indicazione della tribù comparve a completare le denominazioni del
cittadino romano, e precedette anzi il soprannome suo particolare. Del resto, questi
caratteri particolari della gens sono anche comprovati dalla radice gen, comune
alla gens latina e al genos dei greci, che significa generare e produrre; come
pure da ciò, che i nomi gentilizii sono nomi di persona piuttostochè di luoghi,
e che i diritti gentilizii, come il ius hereditatis, il ius curae, il ius
sepulchri sono di carattere eminentemente privato. Così è pure dei sacra
gentilicia, i quali da Festo sono annoverati fra i sacra privata, che sono a
spese delle singole genti, e contrapposti ai sacra pubblica, che si compiono
invece a pubbliche spese. Solo sembra far eccezione il ius decretorum. Ma
oltrecchè questo diritto sembra nel periodo storico esercitarsi di preferenza
in cose d'ordine privato, il medesimo puo facilmente essere spiegato quando si
consideri, che la genteha compiuto un tempo funzioni politiche, che non puo
scomparire di un tratto anche colla formazione di Roma. Tali sono le
appellazioni di Publius Cornelius Scipio Aemilianus, di Lucius Cornelius Scipio
Asiaticus, di Publius Cornelius Lentulus Spinther, ecc. V. Mar QUARDT. VARRO,
De ling. lat. In hoc ipso analogia non est, quod alii no mina habent ab
oppidis, alii aut non habent, aut non, ut debent, habent. BRUNS. FESTUS, p
Publica: Publica sacra, quae publico sumptu pro populo fiunt, quaeque pro
montibus, pagis, curiis, sacellis, et privata, quae pro singulis hominibus,
familiis, gentibus fiun. Bruns. I casi ricordati dalla storia, in cui le gentes
si sarebbero valse del ius decretorum, sarebbero i seguenti. La gens Fabia vieta
ai suoi membri il celibato e la esposizione degl’infanti (Dionisio). La gens
Manlia proscrive il prenome di Marcus (Livio). Affine, la gens Claudia proscrive
il prenome di Lucius (Svet., Lib. I), che ri chiamavano per esse tristi
ricordi. Più tardi però e il Senato, che prende simili provvedimenti, vietando
il prenome di Marcus agl’Antonië (Plut., Cic., 19), e quello [È invece assai
più difficile l'argomentare quale potesse essere l'organizzazione interna della
gens da quelle poche traccie, che ne rimangono nel periodo storico. Non si può
anzitutto accertare, se la gens ha sempre e costantemente un proprio capo – princeps
gentis --, o se il medesimo invece fosse eletto dal consiglio dei padri o
indicato dall'anzianità di nascita, solo allorchè trattavasi di qualche impresa
da compiere, come quando, ad esempio, Atto Clauso abbandona Regillo per recarsi
a Roma. Questo però è certo, che la gente dove avere un consiglio di anziani o
di padri, che raccoglieva in sè la somma dei poteri, e conserva e trasmetteva
le tradizioni della gente. Era nel suo seno, che si sceglievano gli arbitri e
gli amichevoli compositori delle controversie, che potevano sorgere fra i varii
capi di famiglia, che appartenevano alla medesima gente. Era questo consiglio
parimenti, che sull’ ager gentilicius fa degli assegni di terre ai clienti,
ed attribuie gl’ Heredia alle nuove famiglie che si formavano nel seno
della gente. E il medesimo ancora, che poteva richiedere il servizio militare
non solo dei suoi membri – gentiles -- ma anche dei dipendenti da essa – gentilicii.
Cosi pure era questo consiglio, che sovra intende alla condotta dei singoli
capi di famiglia, prevenne e reprime l’abuso dell'autorità domestica, ed impede
eziandio che i capi di famiglia, contro il buon costume della gente,
disperdessero quei beni – bona paterna avitaque -- di cui in certo modo erano
custodi nel l'interesse proprio e della famiglia e che, potendo, dovevano
trasmettere ai proprii eredi. E la gente infine che, in mancanza di prossimi
agnati, e chiamata a succedere al capo di famiglia morto senza eredi suoi, e
che dove perciò anche provvedere alla tutela perpetua delle femmine e a quella
dei figli, che fossero rimasti or di Cnaeus ai Calpurnii Pisones (Tacito). Parteno
eziandio dalla gens i provvedimenti, che riguardavano la sepoltura. È da
vedersi in proposito l'opera di Henri DANIEL LACOMBE, Le droit funéraire à Rome
(Paris), dove dice che la gens conserva il suo sepolcro gentilizio, finchè si
mantenne la sua organizzazione e l'unione stretta fra i suoi membri, cioè fin
sotto il principato. E allora che incominciano i sepolcri di famiglia od
ereditarii. Secondo quest'autore, mentre i liberti partecipavano ai sacra
gentilicia, e quindi probabilmente anche al sepulchrum gentilicium, essi invece
erano esclusi del sepolcro della famiglia, al quale hanno diritto soltanto gl’agnati.
In proposito del princeps gentis o magister gentis è da vedersi Voigt, Die XII
Tafeln, ove parla dei poteri al medesimo spettanti.] fani prima di essere
pervenuti alla pubertà, come pure doveva essere essa, che facevasi vindice
delle offese, che fossero recate ad alcuno dei membri che entravano a
costituirla. Da ultimo, fra i membri della gente esiste l'obbligo della
reciproca assistenza, per cui dovevano essere alimentati se indigenti,
riscattati se prigionieri, sostenuti nelle loro controversie, e vendicati se
fossero stati uccisi od ingiuriati. Se a tutto ciò si aggiunga il vincolo del
nome, quello del culto, e quello del sepolcro, e facile il comprendere come un
gruppo così intimamente connesso, unito nel passato e nell'avvenire, in vita e
dopo la morte, nelle cose divine ed umane non potesse essere facilmente
distrutto dalle influenze contrarie che si vennero svolgendo nella città. Esso
continua, durante il periodo storico, ad avere una quantità di istituzioni
tutte sue proprie, come lo dimostrano i vocaboli di gentilis e di gentilicius,
l'esistenza anche nel periodo storico di un ager gentilicius, quelli dei sacra
gentilicia, del sepulchrum gentilicium, per modo che, anche prima del formarsi
di Roma, dove svolgersi tutto un ius gentilicium, che governa appunto i
rapporti fra le varie persone, che entravano a costituire il gruppo gentilizio.
Esso quindi non deve confondersi col ius gentilitatis, che indica il complesso
dei diritti spettanti ai gentiles, al modo stesso che il ius civitatis indica i
diritti spettanti al civis. Così pure non può esservi dubbio, che il vocabolo
di iura gentium, che poscia ebbe a prendere un così largo svolgimento, dove
nascere già in questo periodo per indicare appunto i rapporti, che
intercedevano fra le varie genti e i capi delle medesime. Quanto ai poteri
della gens, tanto sui gentiles quanto sui gentilicii, è a vedersi Voigt, Die
XII Tafeln. La bibliografia copiosissima intorno alla gens può vedersi nel
BOUCHÉ-LECLERCQ, Institutions romaines, come pure nel WILLEMS, Le droit public
romain. Fra gli autori che tentarono la ri-costruzione del ius gentilicium,
sono a vedersi sopratutto KARLOWA, Römische R. G., MUIRHEAD, Histor. Introd. Parmi
tuttavia importante il distinguere il ius gentilicium, che comprende anche i
rapporti fra la classe superiore dei gentiles e quella dei dipendenti da essi o
gentilici, il ius gentilitatis che significa il complesso dei diritti spettanti
ai membri di una stessa gente (gentiles), e i iura gentium, che governano i
rapporti fra le varie gentes. Fra gl’istituti di questo ius gentilicium, quello
che più merita di essere preso in considerazione è certo quello della clientela,
essendo essa una delle cause del numero e dell'importanza, a cui giunsero i gruppi
gentilizii. I clienti, durante il periodo storico, costituiscono una classe
inferiore di persone, che appare vincolata al patriziato da certe obbligazioni
di carattere ereditario, in contraccambio della protezione e difesa che esso
gli accorda. Le due persone, fra cui intercede questo vincolo ereditario, sono
indicate coi vocaboli di patrono e di cliente, il quale ultimo vocabolo,
secondo l'opinione ora generalmente adottata, deriva da cluere, che significa
audire nel senso di essere obbediente. Come tali, i clienti entrano a far parte
della gente, a cui appartiene il loro patrono, ma non assumono perciò la
quantità di gentiles. Ma quella soltanto di gentilicii e costituiscono cosi nel
gruppo gentilizio una classe di uomini, di condizione inferiore, che in una
posizione già alquanto migliorata corrisponde all'ordine dei servi e dei famuli
in seno dell'organizzazione domestica. Il servo e il famulo non partecipano al
ius gentilitatis, ma sono sotto la tutela del ius gentilicium. È Dionisio
quegli, che ci ha conservato l'enumerzione più particolareggiata delle
obbligazioni e dei diritti, che intercedono fra il patrono ed il cliente,
attribuendo l'istituto della clien [Willems, Le droit public romain -- Non
potrei però convenire in ciò, che Willems considera i clienti come una classe
speciale di cittadini di diritto inferiore, perchè la clientela in ogni tempo e
sempre considerata come un rapporto di diritto privato e non mai come un
rapporto di diritto pubblico, che basta ad attribuire da solo la qualità di
cittadino. I clienti poterono poi avere tale qualità quando hanno degli assegni
in terre dal proprio patrono, mediante cui poterono figurare nel censo, ma non
si capisce come potessero essere considerati come cittadini e avere il diritto
di suffragio persone, le quali non potevano nep far valere direttamente le
proprie ragioni in giudizio, ma abbisognano perciò del patrono. Questa è ancora
sempre una conseguenza della confusione fra l'organizzazione gentilizia e
l'organizzazione politica. BRÉAL, Dict. étym. lat., vo Clueo. Cfr. MUIRHEAD,
Encyclopedia Britannica, vº Patron and client] -- tela allo stesso Romolo. Ma
egli è evidente, che anche la sua descrizione già altera alquanto le fattezze
della clientela, stante lo sforzo fatto per trasportare nella convivenza civile
e politica un'istituzione, che ee ata e si era svolta nell'organizzazione
gentilizia. Secondo Dionisio, il cliente ha delle obbligazioni, nelle quali si
può scorgere un carattere, che noi chiameremmo semi-feudale. Il cliente infatti
deve al patrono riverenza e rispetto; deve accompagnarlo alla guerra;
soccorrerlo pecuniariamente in certe occasioni, come nel caso di matrimonio
delle proprie figlie, e di riscatto di sè e dei figli se siano prigionieri,
come pure deve concorrere con lui a sostenere le spese di giustizia, ed anche
quelle dei sacra gentilicia. Ciò tutto fa credere, che i clienti ottenessero
dai loro patroni delle terre a titolo di precario, dalla cui coltura potevano
ricavare dei proventi che loro appartenevano, e che le terre loro assegnate
facevano parte dell' ager gentilicius, proprietà collettiva della gente; il che
non rende esatta, ma spiega l'etimologia as segnata al vocabolo di clientes,
che si dicevano così chiamati quasi colentes, perché avrebbero coltivate le
terre dei padri. Infine, Dionisio parla perfino dell'obbligazione del cliente
di non poter votare contro il patrono, la quale dimostrerebbe come la clientela,
adatta al gruppo gentilizio, venne ad essere un'istituzione ripugnante al
carattere di una comunanza civile e politica. Alla sua volta poi il patrono
dove al cliente protezione e difesa, e quindi e tenuto a provvederlo diciò, che
fosse necessario per il sostentamento di lui e della sua famiglia, il che
facevasi mediante concessione di terre, che il cliente coltiva per suo conto.
Esso dove di più assisterlo nelle sue transazioni con altre persone,
rappresentarlo in giudizio, apprendergli il diritto – clienti promere iura --,
ottenergli risarcimento per le ingiurie patite, averlo in certo [È Servius, In
Aeneidem, 6, 609, che vuol derivare il vocabolo di clients da quasi colentes. Si
enim clientes quasi colentes sunt, patroni quasi patres, tantundem est clientem
quantum filium fallere. (Bruns). Parmi tuttavia che, tenendo conto del contesto
della frase di Servio, qui il vocabolo quasi colentes non accenni tanto al
coltivare le terre, quanto piuttosto all'osservanza ed alla riverenza del
cliente verso il patrono, per guisa che anche l'etimologia di Servio
confermerebbe quella oggidì adottata. Questo passo di Dionisio, in cui egli
riporta le obligazioni rispettive del patrono e del cliente, attribuendo in
certo modo l'origine della clientela a Romolo, è riportato dal Bruns, Fontes] modo
in considerazione di membro della gente, ancorchè in condizione inferiore, in
quanto che nella gerarchia gentilizia il cliente venne bensì dopo gl’agnati, ma
era prima dei cognati e degli affini, i quali appartenevano ad un altro gruppo.
Questi obblighi poi scambievoli, in mancanza di sanzione giuridica, sono
collocati sotto la protezione del fas come lo dimostra la legislazione
posteriore di Le XII Tavole, la quale, sanzionando un obbligazione certo
preesistente, ebbe a stabilire – si patronus clienti fraudem fecerit, sacer
esto -- ed al pari di tutti gli altri rapporti gentilizii hanno un carattere
ereditario. Infine, siccome patrono e cliente appartengono entrambi allo stesso
gruppo gentilizio, ancorchè in posizione diversa, cosi Dionisio va fino a dire,
che essi non possono proseguirsi reciprocamente in giudizio, condizione anche
questa, che, consentanea al carattere dell'organizzazione gentilizia, ripugna
invece a quello della convivenza civile e politica, ove ognuno deve avere il
mezzo di poter far valere le proprie ragioni davanti ad un'autorità, che
accorda a tutti la propria protezione. Basta questa esposizione per dimostrare,
come la clientela e un istituto nato e svolto nell'organizzazione gentilizia
prima esistente, che continua ancora per qualche tempo a produrre i proprii
effetti a Roma, ove tuttavia si trova compiutamente disadatto, perchè ripugna a
quell'uguaglianza di posizione giuridica, che deve esservi fra coloro, che
partecipano alla medesima cittadinanza. Essa quindi era destinata
necessariamente a scomparire o quanto meno a trasformarsi, in quanto che nella
città le persone, che trovansi in condizione inferiore, possono essere
aggruppate nella plebe e fare a meno della protezione del patrono, essendovi
un'altra autorità che li tutela. Di qui la conseguenza, che la clientela potè
ancora mantenersi finchè i due ordini in lotta fra di loro si [MASURIUS SABINUS
– In officiis apud maiores ita observatum est. Primum tutelae, deinde hospiti,
deinde clienti, tum cognato, postea adfini. HUSCHKE, Jurisp. ante-iust. quae
sup. -- Aulo Gellio invece accenna ad un'altra opinione, che dà la preferenza
al cliente sull'ospite. Noct. Att., V, 13. Che poi il cliente entri in certo
modo a far parte della famiglia è affermato da Festus, vº Patronus. Patronus a patre cur ab antiquis dictus sit,
manifestum; ut quia ut liberi, sic etiam clientes numerari inter domesticos
quodammodo possunt >; Bruns. Cfr. Karlowa, Römische R. G., attenneno ancora
strettamente alla propria organizzazione e rappresentano in certo modo due
elementi fra di loro contrapposti nella medesima Roma. Ma dopo il pareggiamento
invece dei due ordini, la clientela riusce solo più a mantenersi di nome,
anzichè di fatto. Senza più importare quegli obblighi di carattere religioso ed
ereditario, che ne conseguivano un tempo. I clientes si scambiarono cosi in
semplici aderenti, che accompagnavano il patrizio od anche l' homo novus nella
piazza e nel foro e ne costituivano in certo modo il corteo, e diventarono
anche semplici salutatores; il che tuttavia non tolse, che il vocabolo cliente
sopravvive alla istituzione da esso indicata, e rimanesse ad indicare il
rapporto di colui che si affida al patrocinio legale di un'altra persona,
ricordando così uno dei primitivi uffici, che il patrono ha certamente avuto
verso il proprio cliente. Tuttavia, anche dopo il pareggiamento dei due ordini,
allorchè la vera clientela già scompare nei rapporti fra i cittadini romani. Noi
la vediamo sopravvivere nei rapporti dei cittadini romani colle altre genti, in
quanto che trovansi le traccie di un ius applicationis, la cui origine rimonta
alle tradizioni gentilizie, col quale un individuo, un municipio, un re od un
popolo straniero ricorrevano al patronato di un cittadino romano per far valere
o avanti al Senato o davanti ai magistrati di Roma ragioni e diritti che essi
non sarebbero stati in caso di far riconoscere. Così pure nell'interno di Roma,
la clientela, ancorchè scomparsa come istituzione giuridica, continua pur
sempre ad esercitare una grandissima influenza sopratutto nel periodo dell’elezione
-- nel quale tutte le aderenze si mettono in movimento e quindi anche quelle
che ricordano uno stato di cose ormai scomparso. Accenna al ius applicationis
CICERONE, De orat. ma sembra che già ai suoi tempi fosse assai oscuro il
carattere di questa istituzione. Sonvi però autori, che, come MISPOULET,
vorrebbero scorgere nelmedesimo la forma contrattuale della clientela. Les
institutions politiques de Rome (Paris). In ogni caso converrebbe pur sempre
dire, che il ius applicationis poteva essere la forma, che riveste il rapporto
della clientela nell'epoca romana, ma non si potrebbe affer mare altrettanto
dell'epoca gentilizia. Le formole epigrafiche, da Mispoulet citate in nota, si
riferiscono alla così detta pubblica clientela, che era già stata creata a
somiglianza di quella prima esistente. Del resto punto non ripugna, che anche
la clientela potesse assumere un carattere contrattuale e che la formola di
essa puo anche essere analoga a quella ricostrutta da Voigt. Te mihi patronum
capio. At ego suscipio poichè noi troviamo qualcosa di analogo anche nella
deditio. C. Le origini del diritto di Roma. Quanto alla clientela, e sopratutto
disputata ed ha veramente grande importanza la questione intorno alla origine
di essa. Si è sostenuto in proposito che i clienti fossero i primi plebei stati
ripartiti da Romolo sotto il patronato dei patrizii; che essi fossero i primi
abitanti del Lazio ridotti a vassalli; che fossero gl’immigranti in Roma in
seguito all'asilo aperto da Romolo; che essi infine fossero antichi servi
manomessi, la quale opinione, posta innanzi da Mommsen, si appoggerebbe
sull'analogia, che corre fra gl’obblighi primitivi del cliente verso il patrono
e quelli che ancora si mantengono durante il periodo storico a carico dei *liberti*
verso il patrono. Di queste varie opinioni, quella che andrebbe a sorprendere
la clientela nella sua prima formazione e che sembra essere più con sentanea al
carattere dell'organizzazione gentilizia è l'opinione soste nuta da Mommsen,
per cui i primi clienti della gente sarebbero stati i servi, i quali, manomessi
dopo un lungo e fedele servizio nel seno della famiglia, sarebbero diventati
clienti nel seno della gente, a cui appartene il proprio patrono. Ciò e non
solo naturale, ma indispensabile nell'organizzazione gentilizia in quanto che,
se cosi non e stato, i servi manomessi si sarebbero trovati abbandonati a se
stessi e staccati da quel gruppo, al di fuori del quale non poteva esservi
protezione giuridica, finchè non fu costituita una vera autorità civile e
politica. Si aggiunge che l'organizzazione gentilizia è una formazione naturale
e spontanea, che cerca in ogni suo stadio di bastare a se stessa, e tende così
a ricavare dal proprio seno tutti i suoi successivi sviluppi. Viene quindi ad
essere naturale e serve anche a dare una certa elasticità ai varii gruppi
gentilizii e a permettere il passaggio da uno ad un altro la costumanza per cui
coloro, che erano stati famuli o servi nella famiglia, potessero essere accolti
come clienti o gentilicii nella gente. La clientela in tal modo venne a
costituire una condizione relativamente più elevata a cui poteva aspirare il
servo, e si comprende eziandio come la sua co-abitazione in una famiglia
potesse da una parte disporre la gente a renderlo partecipe del culto e del
sepolcro gentilizio, mentre dall'altra la sua fedeltà ed obbedienza nella
qualità di servo e preparazione all'ossequio ed alla riverenza del cliente, L'esposizione
più particolareggiata delle varie opinioni, colla indicazione degli autori, che
ebbero a professarle, occorre nel.WILLEMS, Le droit public Romain, e nel
Borché-LECLERC, Instit. Rom. È in questo senso che il concetto del Mommsen può
essere accettato. Ma il medesimo vuol essere reso compiuto col ritenere che qui
dovette verificarsi un processo, che è comune a tutte le istituzioni, per cui,
una volta creata la configurazione giuridica della clientela per mezzo di
elementi usciti dal seno stesso dell'organizzazione gentilizia, si poterono poi
fare entrare in essa tutti coloro, che essendosi per qualsiasi causa staccati
da un gruppo abbisognavano di collegarsi ad un altro e di mettersi sotto la
protezione o difesa di esso. Come quindi e naturale, che il servo affrancato
dal capo di famiglia divenne cliente della gente a cui esso appartene, così
dovette pure essere naturale, che una volta creato il rapporto religioso,
giuridico ed ereditario della clientela e compresi nella medesima anche gli
immigranti, che si rifugiano presso la gente, vincolandosi mediante il ius
applicationis ad uno dei membri di essa, che ne diventava il patrono. Quelli,
che per un diritto di guerra universalmente riconosciuto fra le varie genti,
essendo posti nella condizione di dediticii, venivano ad esser privi di
religione, di territorio, e di mezzi di sussistenza. Quelli, che erano
soggiogati e vinti da una gente o tribù, che sopravveniva e si imponeva nel
sito da essi occupato. Quelli che, fermata la propria sede accanto ad uno
stabilimento di casate patrizie, ne ottenevano concessioni di terra e
riconoscevano così il patronato delle medesime. Tutti quelli insomma, che in
un'epoca di lotta e di violenza cercano protezione e difesa presso la gente, e
che questa, per affinità di stirpe o per altro motivo, riteneva di poter
accogliere nella comunanza gentilizia, assegnando pero ai medesimi una
posizione subordinate. Cio intanto dimostra come la clientela e una istituzione
indispensabile in questo periodo di organizzazione sociale. Serve ad
incorporare nel gruppo gentilizio persone, che altrimenti si sarebbero trovate
nell'isolamento e percio prive di diritto, e quindi, mentre da una parte
accresce il numero e la forza delle genti, dall'altra procura al cliente una
protezione giuridica, di cui e stato altrimenti privato. In questo senso non è
certamente [Questa più larga estensione data all'origine della clientela, che,
senza escludere l'opinione di Mommsen, la comprende, sembra essere giustificata
dal seguente passo di Gellio: Clientes, qui in fidem patrociniumque nostrum
sese dediderunt] destituita di fondamento la potente intuizione del nostro Vico.
Vico ritenne che la clientela o come egli la chiama il famulato e un mezzo
indispensabile per giungere al governo civile, in quanto che essa e il primo
mezzo,mediante il quale individui e famiglie di origine diversa poterono,
coll'accettare una posizione dipendente e subordinata, essere aggregate ad un
gruppo, a cui non apparteneno per nascita, senza tuttavia essere assorbiti
intieramente nel gruppo stesso nella qualità di famuli e di servi. Non può quindi essere accolta l'opinione di
coloro, che vorrebbero collocare il cliente in una posizione intermedia fra il
servo ed il plebeo, poichè sebbene sia vero che l'uno poteva trasformarsi nel
l'altro, tuttavia la clientela e la plebe sono istituti, che compariscono in
stadii diversi dell'organizzazione sociale. Mentre la clientela appartiene
ancora totalmente all'organizzazione gentilizia, il comparire invece della
plebe segna già l'iniziarsi della vita civile e politica in seno della tribù,
donde la conseguenza che la città formandosi soffoca la clientela, mentre verrà
invece a somministrare il terreno, sovra cui la plebe potrà dispiegare la
propria attività ed energia. Al disopra della gens compare infine nella
organizzazione delle genti italiche un'aggregazione più vasta, che è quella
della TRIBU, come lo dimostra il fatto, che, secondo la tradizione, sarebbe dal
confederarsi delle tribù dei Ramnenses, dei Titienses e dei Luceres, che
sarebbe uscita Roma, allorchè essa cesso di essere il primitivo stabilimento
romuleo. La tribù tuttavia, delle istituzioni anteriori a Roma, è certo la più
difficile a ricostruirsi nelle sue primitive fattezze. Siccome infatti essa,
per le funzioni esercitate, e tra le varie aggregazioni quella, che più si
accosta Roma, così è anche quella, che per la prima e assorbita dalla medesima,
per modo che il nome stesso delle tre tribù primitive di Roma sarebbesi forse
perduto, se non l'avesse [Vico, Scienza nuova, Lib. Della famiglia dei famoli
innanzi delle città, senza la quale non potevano affatto nascere le città – Milano]
conservato la curiosità investigatrice di qualche antiquario, e non ne fossero
rimaste le vestigia nelle VI centurie degli equites -- VI suffragia -- composte
dei Ramnenses, Titienses e Luceres primi et secondi. Gli è perciò che come e
assai difficile il discernere la gente dall'aggregazione più ristretta dalla
famiglia, cosi non è meno difficile il constatare in qual modo alle genti venga
a sovrapporsi la tribù e come, riunendosi le prime, venga ad apparire la
seconda. Di questo pero possiamo essere certi, che le tribù primitive di Roma
risultavano composte da una aggregazione di genti, le quali si venivano
raggruppando intorno al capo di una gente prevalente fra tutte le altre, da cui
desumevano il loro nome complessivo, il quale percio e ricavato dalla persona che
guida la tribù, più che dal luogo, ove questa era stabilita. Così, per
arrestarsi alle due tribù primitive, la cui origine è meglio accertata, si può
essere certi, che la tribù dei Ramnenses rica il proprio nome complessivo da
Romolo *e* da Remo, che sono a capo di essa, secondo la tradizione. Il che è
pure di quella dei Titienses, il cui nome deriva da Tito Tazio, capo della
tribù sabina, stabilita sul Quirinale. Nel che è anche a notarsi, che il nome
della tribù viene ad essere composto in guisa diversa da quello della gens, per
guisa che mentre parlasi di una gens Romilia, Titia è Claudia, le tribù invece
vengono ad essere dei Ramnes o Ramnenses, dei Tities o Titienses, e dei
Claudienses. Di qui pud indursi, che la [Non mancano negli autori delle
trattazioni anche relativamente alla tribù; ma di regola essa suol essere
considerata come una ripartizione della città, nè cer casi di ricostruire la
tribù primitiva, che sola può porgere il mezzo di comprendere la formazione
della città. Tutti però concordano in riconoscere, che altre sono le tribù
primitive, fondate sul vincolo genealogico, ed altre quelle posteriori
introdotte da Servio Tallio, desunte invece dalle località, ove erano
stabilite. Cfr. CARLOWA, Römische Rechtsgeschichte. Non può certamente essere
accettata l'etimologia di VARRONE, De ling. lat. (Bruns), il quale vorrebbe in
certa guisa far derivare il nome delle tre tribù dalle tre parti dell'agro, che
sarebbe stato fra esse distribuito. Ager romanus, primum divisus in partes *tres*,
a quo tribus appellatae Titiensium, Ramnium, Lucerum. Infatti l'opinione di
Varrone in questa parte è contraddetta da Livio, da Servio, da Dionisio, che
fanno invece derivare il nome delle tre tribù non dalle località, ma dal nome
dei loro capi. È quindi evidente, che qui VARRONE confuse in certo modo le
tribù primitive con quelle di Servio Tullio, come lo dimostra il [tribù
comincia a delinearsi, allorchè viene ad avverarsi un'aggregazione di gentes,
le quali, non essendo più strette dal vincolo della comune discendenza, si
raggruppano intorno al capo della stirpe prevalente fra di esse e mentre
conservano in particolare i proprii nomi gentilizii, assumono in comune un
nome, che desumono dal proprio capo. Questa formazione novella viene poi ad
essere determinata ogni qualvolta un'impresa o spedizione qualsiasi può porgere
occasione a questo aggregarsi delle gentes. Di qui la conseguenza che la tribú
- o può assumere un carattere pressochè militare, come accadde della tribù dei
Ramnenses, che sarebbesi formata fra le genti albane in occasione di una
spedizione di carattere militare, o può invece avere il carattere di una
propria comunanza di villaggio, come era di quella dei Titienses già stabilita
sul Quirinale. Tanto nell'uno quanto nell'altro caso la tribu assume immedia
tamente un carattere religioso, ponendosi sotto la protezione del divino domune
patrono – dius, dius-piter -- perchè fra
le genti non si puo comprendere un'aggregazione qualsiasi senza un vincolo
religioso che la stringa insieme. Qui intanto l'unificazione del gruppo divenne
indispensabile, anche per l'intento che la tribù si propone di conseguire, e
quindi viene ad accentuarsi assai più che nella gente la figura di un capo, che
prende il nome di praetor o di dic. fatto, che egli dopo continua con dire. Ab hoc agro quatuor quoque partes urbis tribus dictae ab locis, Suburana,
Palatina, Esquilina, Collina, etc. Del resto non pud neppure ammettersi, che
occorresse una divisione dell'agro fra le TRE TRIBU, dal momento che ciascuna
continua ad avere il proprio terrritorio, salvo che si tratta, non di una
ripartizione di territorio, ma di una divisione meramente amministrativa, come
dovette appunto essere. Secondo Bouché-LECLERCQ, la cui competenza è
incontrastabile nella parte, che si riferisce alla religione di Roma per i suoi
studii sui pontefici e sull'arte della divinazione, il culto delle tribù de'
Ramnenses sarebbe stato quello di Marte e QUIRINO quello della tribù dei
Titienses sarebbe stato quello di QUIRINO e di Giano. Quello infine della tribù
de' Luceres sarebbe stato quello di Giove, sebbene queste varie divinità
sembrino talvolta confondersi fra di loro, il che accade quanto a Marte e a
Quirino, come pure di Giove e di Giano. Si può aggiungere, che del triplice divino
rimasero ancora le traccie nei tre flaminimaggiori, che sono quelli di Marte,
di QUIRINO e di Giove (Gaius I, 112). Di qui LECLERCQ ricava indizi dei diversi
stadii, che Roma ha a percorrere nella sua formazione progressiva. Institutions
Romaines] tator, se la tribù si trova avviata ad una spedizione; di iudex in
tempo di pace; di magister pagi, se trattisi di una comunanza di villaggio già
ferma in un determinato sito; dimeddix, come accadeva presso gl’osci, ed infine
anche di rex, sebbene questo vocabolo, sembri comparire di preferenza quando
trattisi del capo di una città propriamente detta. Tuttavia questo capo suol
essere nella tribù ancora designato di preferenza dalla nascita, che non
dall'elezione; come lo dimostra il fatto, che i due duci della tribù dei
Ramnenses sono entrambi di stirpe regia e per essere *gemelli* debbono
conoscere mediante gli auspicii quale di essi sia chiamato a fondare la città,
o meglio il primo stabilimento romuleo sul Palatino. Quando invece da capo
della tribù dei Ramnenses, Romolo dove già trasformarsi in reggitore della
civitas, formatasi mediante la confederazione di varie tribù, in allora,
secondo Dionisio, e già necessaria l'approvazione dei padri e la creazione del Popolo.
Però accanto al capo si mantiene ancor sempre un consiglio, che può continuarsi
a chiamare dei patres, perchè è effettivamente composto dei capi delle singole
genti, e a cui probabilmente già viene data la denominazione di senatus. Infine,
nella tribù già può avverarsi la riunione – comitium – degl’uomini, che colle
armi – iuniores -- o col consiglio – seniors -- possono provvedere alla comune
difesa od al comune in teresse; donde la conseguenza, che già nella stessa
tribù può venirsi iniziando il concetto eminentemente concreto ed organico del
populus”, salvo che gl’elementi per costituirlo si ricano ancora direttamente
dalle varie genti – ex generibus hominum” -- cosicchè la sua classificazione
continua ancora sempre ad avere un carattere prettamente gentilizio. Questa naturale formazione della tribù
dimostra, come la medesima corrisponda fra le genti italiche a ciò che per
l'Oriente suol essere indicato col vocabolo di vîc” o comunanza di villaggio, e
fra I greci col vocabolo di dñuos. Essa costituisce in certo modo [Dion., HAUSSOULIER,
La vie municipale en Attique”. Devo però far no tare che, secondo l'autore, il
demos dei Greci sarebbe già una vera associazione civile e politica e
corrisponderebbe alla curia” e più soventi al pagus”, sebbene a mio avviso la
curia ed il pagus siano due cose compiutamente diverse. La curia”, infatti, è
una divisione politica di Roma. Il pagus” e la località, in cui dimora la
tribus. Crederei quindi più esatto che il demos corrisponda a quest'ultima.] il
più largo sviluppo, a cui pervenne l'organizzazione patriarcale, perchè mentre
il suo elemento costitutivo e il modello, a cui si in forma, è pur sempre il
gruppo gentilizio, da essa pero già si vengono elaborando quegl’elementi, che,
trasportati nella comunanza civile e politica, finiranno per dare origine ad un
rapporto del tutto nuovo, che è quello della civitas”, il quale più non
dispiegasi nel pagus” come la tribù”, ma bensi nell' urbs”. Ben si potrebbe
osservare contro questo tentativo di ri-costruzione” concettuale, che la tribù
mal puo essere l'ultimo stadio dell'organizzazione patriarcale, mentre essa
ricompare poi come la prima ripartizione della città; ma anche ciò può essere
facilmente spiegato quando si consideri, che era dalla tribus, che si sono
ricavati i primi elementi, in base a cui si costituie Roma, come lo dimostrano
anche i vocaboli di tri-bunus”, tri-butum”, tri-bunal”, i quali tutti
richiamano la tribù”, e quindi era conforme al processo costantemente seguito
nelle formazioni italiche, che l'edifizio novello di Roma si ripartisse
nell'interno sul modello degli elementi primitivi, che con correvano a
costituirlo. D'altronde è noto, che le tribù di Servio Tullio hanno un
carattere di preferenza locale e non già genealogico come le tribù primitive. Intanto,
senza volere per ora trattare a fondo dell'origine della plebe, non sarà
inopportuno indicare, che è certamente colla formazione delle tribù, il cui
nucleo è ancor sempre composto di genti patrizie, che può essersi iniziata la
formazione della plebs, essendo naturale che attorno ad uno stabilimento di
genti patrizie, che già riconoscono un capo, si venne formando una comunanza
plebea, che provede al proprio sostentamento, o coltivando terre concesse dalle
genti o dal capo di esse, o esercitando i mestieri e le professioni diverse. Il
bisogno di questo nuovo elemento puo essere sentito dalle stesse genti, per
quanto esse coi loro servi e coi loro client sono organizzate in guisa da poter
bastare da sole a tutte le loro esigenze. Ciò è comprovato eziandio da quelle
Quanto al diverso svolgimento di questi varii elementi in Roma, vedi C., La vita del diritto nei suoi rapporti
colla vita sociale”] come pure: Genesi e sviluppo delle varie forme di
convivenza civile e politica, colle opere ivi citate. La distinzione è fatta
nettamente da Dionisio, il quale chiama la tribù primitiva qulai revikai” e
quelle di Servio Tullo qulai totikaí”.antiche formole, in cui parlasi di
populus et plebes, dualismo il quale fa credere che dovette esservi un tempo,
in cui si chiamo populus l'assemblea politica e militare ricavata dal seno
delle genti, secondo il rito e l'ordine prescritto dalle consuetudini e dalle
tradizioni, mentre invece si chiama plebes dapprima e poscia plebs (da pleo”,
riempire) quella moltitudine ragunaticcia, che dopo essersi cominciata a
formare con clienti rimasti senza patrono e che come tali venivano ad essere
esclusi dal gruppo gentilizio, potè poi una volta formata accrescersi in guise
varie e molteplici. Questo infatti risulta dalla storia delle istituzioni
sociali, che il compito più difficile nella grande povertà delle idee primitive
è la formazione di un nuovo gruppo. Ma quando esso è formato e corrisponde alle
esigenze dei tempi, viene ad essere un potente richiamo per tutti gl’elementi,
che per questo o quel motivo si vengono staccando dall'organizzazione prima
esistente, e che abbandonati a se cercano un nucleo novello a cui possano
aderire. Riassumendo questa lenta e faticosa ricostruzione dell'organizzazione
sociale delle genti Italiche anteriore a Roma, credo che la medesima abbia
abbastanza dimostrato, come l'organizzazione stessa siasi venuta svolgendo
mediante un processo di naturale e spontanea formazione, costituita in certo
modo da altrettanti sedimenti, che si vennero sovrapponendo l'uno all'altro, in
modo pero che gli elementi, che formansi in ciascuno di essi, subiscono delle
trasformazioni allorchè passano in quelli che vengono dopo. Infatti, anche
lasciando in disparte la grave questione della provenienza delle genti Italiche,
è molto probabile, che esse già recassero con sè l'organizzazione gentilizia,
quantunque la medesima non avesse forse assunto quelle determinazioni precise,
che acquisto più tardi. Furono i conflitti delle genti colle stirpi già
stabilite sullo stesso suolo, le lotte fra vincitori e vinti, e quelle eziandio
fra le stesse genti migranti, che presto dimenticarono la discendenza comune,
che produssero un irrigidirsi dei varii gradi dell'organizzazione gentilizia e
condussero alla formazione di una potente aristocrazia territoriale, militare e
religiosa ad un tempo, che attrasse anche i vinti nei quadri del proprio
ordinamento, collocandoli però in una posizione subordinata a quella dei
vincitori. Ne consegui che la famiglia, per rendersi atta a sostenere i
conflitti cogli altri gruppi, si venne concentrando e raggruppando sotto il
potere del proprio capo, il quale sembra quasi perdere l'aureola di padre per
assumere quella di sacerdote, di giudice, di uomo di guerra e di fondatore di
una schiatta destinata a perpetuarsi. Intanto le persone, cheda lui dipendono,
si dividono in liberi o figli e in servi o famuli, due vocaboli che si
contrappongono fra di loro ed indicano due classi di uomini, che rimarranno
distinte per contrassegnare in certo modo la discendenza dei vincitori e quella
dei vinti. Di qui quel carattere eminentemente monarchico della costituzione
della famiglia gentilizia, che tenacemente conservato nella famiglia quiritaria
fini per attribuire alla medesima quella speciale impronta, che i giureconsulti
romani più non ravvisavano nelle istituzioni famigliari degl’altri popoli. La
gente invece continua sempre a ritenere alquanto dell'elasticità primitiva, nè
giunge ad una concentrazione uguale a quella della famiglia. Ma intanto, memore
del culto del proprio antenato, custode gelosa delle proprie tradizioni,
riunita e resa compatta dai comuni pericoli, accresciuta dai clienti, si cambia
anch'essa in una specie di corporazione potente, che continua ad essere il
perno del l'organizzazione gentilizia, e mentre da una parte tiene unite le
famiglie, dall'altra, aggruppandosi con altre genti, dà origine alla tribù.
Intanto però anche in essa continua quel dualismo, che già erasi rivelato nella
famiglia, salvo che i rapporti fra quelli, che un di furono i vincitori e quelli
che furono i vinti, rimettono al quanto della propria rigidezza, e vengono cosi
a trovarsi di fronte i gentiles ed i gentilicii, i cui rapporti. prendono un
carattere pressochè giuridico nel patronato e nella clientela. Così pure nella
gente, accanto all'elemento monarchico della famiglia, già viene a svolgersi un
elemento, che potrebbe chiamarsi aristocratico, il quale costituisce un
consiglio degl’anziani, che concentra in sè medesimo le principali funzioni,
che appartengono alla gente. Da ultimo, nella tribu havvi pur sempre
un'aggregazione di genti, ma intanto fra le medesime già distinguesi una gente,
che predomina su tutte le altre e viene così ad essere ritenuta come di stirpe
regia. Di qui la conseguenza, che in essa compare la figura di un capo, che è
il principe della gente, che predomina su tutte le altre, conservasi il
consiglio degl’anziani, che già mutasi in senato, perchè è già composto dei
capi di genti diverse, ma intanto aggiungesi l'elemento democratico o popolare,
che componesi di tutti gl’uomini, che, ricavati dalle varie genti, possono
valere come uomini di armi o come uomini di consiglio. Cio però non toglie, che
continui sempre il dualismo, che già esi steva negli altri gruppi in quanto che
accanto al popolo formasi la plebe, la quale trovasi dapprima al di fuori della
comunanza gentilizia e ha percio più un'esistenza di fatto, che non
un'esistenza di diritto. Essa è dapprima riguardata con disprezzo dal
patriziato, perchè esce dai quadri consacrati dalla religione e dal diritto
delle genti. Ma cio non toglie, che passandosi dall'organizzazione gentilizia a
Roma essa sia l'unico elemento, che possa sostenere la lotta coll'antico ordine
di cose. Per tal modo si ha nel periodo gentilizio una vera formazione naturale
delle varie condizioni di persone e dei varii elementi, che entrarono più tardi
a costituire la comunanza civile e politica. Che anzi, mentre dura ancora il
periodo gentilizio, già si vengono lentamente e gradatamente elaborando quei
concetti, che serviranno poi di base a Roma. Tantae molis erat romanam condere
gentem. Non è già che questo processo di naturale formazione sia proprio
soltanto delle genti italiche, in quanto che le traccie di essa appariscono
evidenti presso tutte le stirpi di origine aria. Nessuna però giunse a
racchiudere i varii stadii di questa formazione in forme più determinate e
precise delle stirpi italiche, e sono esse parimenti che, gettando nel
crogiuolo i materiali tutti elaborati e conservati nel periodo gentilizio,
seppero ricavarne le basi e il fondamento di Roma. Ciò è stato provato
largamente dal SUMNER MAINE, L'ancien droit. È poi interessantissima a questo
proposito la comparazione, che fa Revillout fra l'organizzazione domestica dei romani
e quella che vigeva presso gli Egiziani nella sua opera col titolo, Cours de
droit égiptien (Paris) della quale può considerarsi come un compimento, per ciò
che si riferisce alle forme di celebrazione del matrimonio, il lavoro del suo
allievo PATURET, La condition juridique de la femme dans l'ancien Egipte (Paris).
Fra i problemi, che presenta la storia delle istituzioni primitive di Roma, uno
fra i più difficili per comune accordo degli autori è certo quello, che si
riferisce all'origine di quella forma di proprietà, che suol essere indicata
col nome di proprietà quiritaria, la quale in certo modo venne ad essere il
modello, sovra cui si foggia la proprietà presso la maggior parte dei popoli
civili. A questo proposito le tradizioni a noi pervenute sembrano presentare
alcune contraddizioni a prima giunta inesplicabili. Da una parte infatti, anche
dopo la formazione di Roma, si rinvengono ancora le traccie di una proprietà
collettiva, conosciuta sotto il nome di ager gentilicius e di ager compascuus, mentre
dall'altra la proprietà quiritaria si presenta fin dai proprii inizi con un
carattere cosi assoluto ed esclusivo, che sembra perfino escludere la
possibilità dell'esistenza anteriore di una proprietà collettiva. A cio si
aggiunge, che mentre da una parte la storia primitiva di Roma ci dipinge il
patriziato fin dai più antichi tempi in condizioni tali da concentrare nelle
sue mani tutto il capitale – pecunia -- allora esistente, e come il proprietario
pressochè esclusivo di una gran parte del territorio, dall'altra la tradizione
parla di una ri-partizione fatta da Romolo del territorio di Roma e di un
assegno da esso fatto di soli due iugeri – bina iugera -- ai capi di famiglia, che lo segueno, il quale
assegno avrebbe co stituito il primo patrimonio – heredium -- del più antico
patriziato, che era quello della tribù dei Ramnenses. Ecco i principali passi
di filosofi che si riferiscono all'argomento. VARRONE:: Bina iugera, quod a
Romulo primum divisa viritim, quae heredem sequerentur, heredium appellarunt.
PLINIO: Bina tunciugera populo romano satis erant, nullique maiorem modum
attribuit (Romulus). Lo stesso Plinio: M. Curii nota dictio est, perniciosum
intel legi civem, cui septem iugera non essent satis. Haec autem mensura plebi post ex ictos reges adsignata esto. (Brons, Fontes).
Se
ne ricaverebbe pertanto - Non è quindi meraviglia se le congetture a questo
proposito siansi avviate in direzioni compiutamente diverse. Alcuni ritenneno
che la proprietà privata in Roma sia stata una creazione dello stato. Contro
questa opinione si è osservato che l'idea di una sovranità territoriale e
affatto ignota ai romani, per guisa che un'imposta fondiaria qualsiasi sarebbe
loro parsa un segno di soggezione odioso tanto, che fino al principato, Roma e
l'Italia ne furono escluse. In senso contrario, si fa pero notare, che non può
ammettersi che la proprietà in Roma siasi potuta sottrarre a quella evoluzione
storica, che sarebbesi avverata presso tutti i popoli, in quanto che Roma
avrebbe esordito con un concetto della proprietà, che presso gli altr’popoli
non si rinviene che quando essi sono pervenuti al termine della loro
evoluzione. Ne deriva che, lasciando in disparte le gradazioni diverse delle
opinioni intermedie, le teorie estreme si potrebbero ridurre essenzialmente
alle seguenti. Vi ha l'opinione di Niebhur, di Mommsen, seguita anche da molti
altri, fra cui noto De Ruggero, secondo cui la proprietà in Roma, come presso
gl’altri popoli, sarebbe prima esistita sotto forma collettiva e non sarebbesi
cambiata in proprietà esclusivamente privata ed individuale, che colla
ammessione della plebe alla cittadinanza e cogli assegni di terre fatti dallo stato
ai che ai primi fondatori dello stabilimento romuleo l'assegno non fu che di
due iugeri, mentre poi più non parlasi di altri assegni fatti anche al
patriziato. Per contro gli assegni posteriori, incominciando da Numa,
appariscono fatti ai plebei ed anzi ai più poveri della plebe. Solo fa
eccezione Cicerone, il quale dice che Numa divide fra i cittadini l'agro
pubblico conquistato sotto Romolo – agros divisit viritim viribus (De rep.). Ma
in ciò è contraddetto da Dionisio, il quale parla di una distribuzione da Numa
fatta ai più poveri, Quanto agl'assegni attribuiti ai re, che vennero dopo,
sono tutti fatti alla plebe, ed è dopo le leggi Licinie Sestie, che i medesimi
furono portati a sette iugeri. Ciò è attestato fra gl’altri da Columella, De re
rustica. Post reges exactos Liciniana illa VII iugera, quae plebi tribunus
viritim diviserat, maiores quaestus antiquis retulere, quam nunc nobis praebent
amplissima vetereta. Ho citato questi varii testi per provare, che il solo
assegno fatto ai primi padri o capi di famiglia fu quello di II iugeri
attribuito a Romolo, mentre gli altri sono fatti alla plebe; il che dimostra
che i padri dovettero continuare ad avere i loro agri gentilizii. PADELLETTI,
Storia del diritto Romano, con annotazioni di Cogliolo, Firenze, si sforza, e a
parer mio, inutilmente, a dimostrare che il piccolo heredium di II iugeri puo
bastare ai bisogni della famiglia, stante la coltura intensiva applicata al
medesimo.] singoli cittadini; e vi ha quella invece, sostenuta con ardore dal
nostro Padelletti, secondo cui sarebbe affatto esclusa questa origine
collettiva dalla proprietà, in quanto che l'istituto della medesima, quale si è
svolto fin dai più antichi tempi di Roma, per usare le sue stesse parole,
avrebbe assunto un carattere spiccatamente privato ed avrebbe segnato il grado
più perfetto, a cui sia pervenuto il regime della proprietà. È poi degno di
nota che siccome oggidi la ricerca intorno all'origine delle proprietà assunse
le proporzioni di una questione economica e sociale, in quanto che ad essa si
rannodano teorie diverse intorno all'ordinamento delle proprietà, così la
ricerca delle sue origini presso un popolo, le cui istituzioni esercitarono
tanta influenza sopra tutti gl’altri, ha assunto eziandio il carattere di un
problema economico e sociale. Sonvi infatti coloro che, come Laveleye ed altri
autori più o meno apertamente favorevoli ad un ordinamento collettivo della
proprietà, vogliono trovare, anche presso [L'autore, che primo approfondì i
concetti dell' ager publicus e dell’ ager privatus, è certamente Niedhur,
Histoire romaine. Niedhur però sembra partire dal preconcetto, che
anteriormente a Roma non esiste proprietà privata, e che questa e costituita
mediante gli assegni stati fatti alla plebe. La sua opinione e seguita da
Puchta, Corso delle Istituzioni. Trad. Turchiarulo, da MOMMSEN (Histoire romaine).
Segue pare questa opinione De-RUGGERO nei suoi dotti articoli sull’ ager
publicus, ager privatus, e sulle lex agrariae, inserti nell'Enciclopedia
giuridica italiana, come pure nel suo precedente lavoro, La gens in Roma avanti
la formazione del comune (Napoli). PADELLETTI. La questione dell'origine
collettiva della proprietà comincia dall'essere posta in campo dal Sumner Maine
(L'ancien droit, -- Histoire de la propriété primitive). Essa poi fu allargata
da Laveleye nel La propriété et ses formes primitives, dove si oc cupa della
proprietà presso i romani. Di recente poi la discussione -surse di nuovo, a
proposito della proprietà primitiva presso i germani, in occasione di una
dissertazione letta da FUSTEL DE COULANGES all'Accademia di Scienze morali e
politiche di Parigi, in cui sostiene che anche i primitivi germani conosceno la
proprietà famigliare e privata. Alla discussione presero parte GEFFROY,
Glasson, Aucoc e Ravaisson, e ne usce una specie di studio comparativo fra la
proprietà e la famiglia romana e la proprietà e la famiglia dei primitivi germani.
Compte rendu de l'Académie des sciences morales et politiques. L'opinione del
Fustel DE COULANGES, quanto alla proprietà privata già conosciuta dai germani,
e stata già sostenuta in modo anche più esclusivo da Ross, The early of
Land-holding among the Germans (Boston)] i Romani, le traccie di una proprietà
collettiva, mentre altri, sostenitori invece della proprietà privata ed
individuale, cercano di avere per sè l'autorità di un grande popolo per
giustificare la forma di proprietà che è loro prediletta. Il vero si è che
tanto l'una come l'altra teoria solleva dei grandi dubbi. Da una parte infatti,
quando si riconosca presso i romani solo una proprietà originariamente
collettiva, viene ad essere inesplicabile come un popolo, che suole procedere
così gradatamente nella trasformazione delle proprie istituzioni giuridiche,
abbia potuto senza altro operare una rivoluzione così radicale nel concetto
della proprietà. Dall'altra, se si sostiene che la proprietà romana e
senz'altro una proprietà assoluta ed esclusiva, non è men vero che il popolo romano
sembre rebbe appartarsi da tutta l'evoluzione della proprietà, quale almeno
sarebbe stata formolata da coloro, che si occuparono delle forme primitive
dalla medesima assunte. In questa condizione di cose non puo negarsi la gravità
e la importanza del problema, e questo è certo che il medesimo non potrà mai
essere risolto, finché non si ricerchino le condizioni della proprietà presso
le genti del Lazio, per mettersi cosi in caso di apprezzare le trasformazioni,
che esse ebbero a subire nel passaggio dal periodo gentilizio alla comunanza
civile e politica. Tuttavia, prima di inoltrarsi nella ricerca, non e inopportuno
di premunirsi contro alcune idee, che, sopratutto in questi ultimi tempi, si
vennero introducendo intorno alla legge di evoluzione storica, che governa la
proprietà. Laveleye cerca di stabilire sopra una grande quantità di fatti una
legge storica, secondo cui la proprietà comincia dall'esistere sotto forma
collettiva e poi sarebbe venuta assumendo un carattere sempre più individuale,
lasciando così sottintendere, che l'unico rimedio di ovviare a questa individualizzazione
soverchia della proprietà sarebbe quello di richiamare l'istituzione ai propri
inizii. L'opera del LAVELEYE è quella già citata col titolo, La propriété et
ses formes primitives (Paris), e la legge storica ricordata nel testo è da lui
formolata nello stesso primo capitolo, il che giustifica alquanto la censura
fattagli dal PADELLETTI di essersi sforzato a dimostrare una tesi. Del resto le
idee del LAVELEYE trovano molti seguaci e possono anche essere accettate in
certi confini, con che non si voglia cambiare in una legge storica generale un
fenomeno, che ebbe solo a verificarsi in un periodo dell'umanità stessa, cioè
nel periodo gentilizio. Di più si potrebbe [Senza entrare ora nella discussione
di questa legge, devesi però notare, che ricerche di altri investigatori
imparziali, fra i quali Spencer, hanno
già dimostrato, che una legge di questa natura non puo essere ammessa, in
quanto che presso popoli del tutto primitivi già si trovano le traccie di una
proprietà privata ed individuale. Quindi è che l'unica legge storica, relativa
all'evoluzione della proprietà, che allo stato attuale degli studi possa
formolarsi, e che la proprietà, essendo una istituzione eminentemente sociale, ha
in tutti i tempi ad assumere tante forme, quanti sono gli stadii per corsi
dall'organizzazione sociale. Sopratutto poi la storia delle istituzioni
giuridiche presso i varii popoli dimostra, che le sorti della proprietà si
presentano strettamente connesse con quelle della famiglia, cosa del resto che
può essere facilmente compresa quando si consideri, che il primo bisogno della
famiglia e certamente quello di assicurare il proprio sostentamento. Siccome
pero la famiglia nel periodo, che suole essere chiamato patriarcale, entra essa
stessa a far parte di un organizzazione maggiore, che è l'organizzazione
gentilizia, cosi anche la proprietà finisce per assumere tante con figurazioni
diverse, quanti sono i gradi di questa organizzazione sociale. Ciò può
scorgersi anche presso quei popoli, i quali sono recati come esempio da quelli,
che sostengono che nelle origini e prevalso il regime collettivo della
proprietà, quali e le antiche comunanze dell'Oriente e anche dell'Occidente, il
cui ter sempre notare a LAVELEYE e con esso al SUMNER MAINE che, finchè non sia
provato che l'organizzazione patriarcale è l'organizzazione primitiva, non si puo
neppure sostenere che la forma di proprietà, che trovasi durante
l'organizzazione gentilizia, sia la forma primitiva. Quanto alla letteratura
copiosa sull'argomento, può vedersi il dotto lavoro di VioLLET (Précis de
l'histoire du droit français, Paris). L'autore ritiene, che la proprietà
privata e la collettiva possano essere ugualmente antiche, ma che nella origine
ha prevalenza la proprietà collettiva, mentre la proprietà individuale sarebbe
stata ristretta a qualche cosa mobile di uso esclusivamente personale. Questa
proprietà collettiva si e poi venuta frazionando ed avrebbe assunto un
carattere sempre più individuale, in quanto che la proprietà famigliare e
privata ha prevalso su quella più estesa della tribù. L'autore però non spiega,
come ciò abbia potuto accadere, mentre il passaggio può invece essere seguìto
presso i romani. SPENCER, Principes de sociologie, Paris, ove egli parla de la
fausseté de la croyance mise en avant par certains auteurs, à savoir que la
propriété individuelle était inconnue aux hommes primitifs.] ritorio, secondo
consuetudini antichissime, suole essere ripartito in varie parti, di cui una viene
ad essere assegnata alle singole fa miglie. L'altra è lasciata a prato ed a
pascolo, ove i singoli capi di famiglia possono pascolare un numero determinato
di capi di bestiame; e l'altra infine è considerata come proprietà della intera
comunanza, ancorchè sovra di essa continuino ancora ad esercitare certi diritti
i singoli comunisti. Or bene se la legge dell'evoluzione storica della
proprietà è contenuta in questi, che sono i suoi veri confini, credo di poter
affermare in base ai fatti, che la storia della proprietà a Roma non solo non
costituisce un'eccezione alla medesima, ma è quella invece, che conserva le
traccie più evidenti di tale evoluzione. Non è dubbio anzitutto, che presso i romani
le sorti della proprietà e quelle della famiglia procedettero strettamente
connesse fra di loro. Basterebbe a dimostrarlo il fatto, che il quirite entra
nella comunanza civile e politica nella sua doppia qualità di capo di famiglia
e di proprietario sopratutto del suolo, e che nel diritto primitivo di Roma i
poteri del capo di famiglia sopra le persone e le cose si presentano così
strettamente uniti fra di loro, che un solo vocabolo, quello appunto di familia,
comprende le une e le altre. A ciò si aggiunge che è un principio,
costantemente applicato dai romani, quello per cui non può esi stere nè alcuno
stadio di organizzazione sociale, nè alcuna corporazione anche di carattere
sacerdotale senza che le debba essere assegnato un patrimonio, il quale,
indicato col vocabolo generico di ager, [LAVELEYE, come pure il SUMNER Maine,
Village Communities. London, Early history of institutions. London, Early
law and custom. London.
Questa è la significazione che il vocabolo familia riceve nell'antico diritto,
come lo dimostrano le espressioni familia habere, emere, mancipio dare e
simili. Che anzi essa talvolta significa direttamente la proprietà, come può
vedersi nella Lex latina tabulae Bantinae. Le varie significazioni del vocabolo
familia, coi testi che loro servono di appoggio, possono vedersi in Roby,
Introduction to Justinian's Digest. Cambridge, Notae ad Tit. de usufructu , vº Familiae. G. C., Le origini del diritto di Roma] può essere
chiamato, secondo i casi, ager privatus, gentilicius, compascuus, publicus,
communis, peregrinus e simili. Ciò prova fino all'evidenza, che il romano
primitivo, allorchè si presenta nella storia, ha già il concetto profondamente
radicato, che non possa quasi esservi la famiglia senza una proprietà, che le
serva di sede e le fornisca i mezzi di sostentamento, e che questo concetto e
da esso applicato a tutte le altre corporazioni, le quali tutte furono
primitivamente modellate sulla famiglia. Non è quindi possibile il sostenere,
che la proprietà privata o meglio famigliare possa, presso i romani,
considerarsi come una creazione dello stato, ma conviene necessariamente
ammettere che e conosciuta già prima, se appena fondato lo stato, il primo atto
che esso compie, secondo la tradizione, è quello di assegnare una proprietà ai
singoli capi di famiglia. È questo il motivo per cui anche qui, per comprendere
l'istituto della proprietà quale comparisce in Roma, conviene cercarne
l'origine presso le genti, fra cui Roma si è formata. Vero è che sono
pochissime le vestigia veramente genuine, che ci riman gano dello stato di
cose, che esiste anteriormente a Roma. Ma tuttavia anche con pochi frammenti
non è impossibile la ricostruzione di questa condizione anteriore, quando si
tenga conto del processo costantemente seguito dai romani, anche nel periodo
storico, che è quello di trasportare nel periodo seguente i concetti e le
istituzioni, che hanno ad elaborarsi nel periodo anteriore. Intanto un primo sussidio può aversi in
questo carattere del l'organizzazione gentilizia, per cui essa, a misura che
giunge a produrre un nuovo gruppo, che si sovrappone e si intreccia al
precedente, viene ad essere naturalmente condotta a creare una sede esteriore,
in cui il gruppo stesso possa trovare il proprio svolgimento. Come più tardi la
sede esteriore della civitas è stata l' urbs, così le sedi esteriori dei varii
gruppi gentilizii sembrano, presso le antiche genti italiche, essere state
indicate coi vocaboli certo antichissimi di domus, di vicus e di pagus. De-RUGGERO,
Enciclopedia giuridica italiana, vº Ager publicus-privatus. Ciò può vedersi nel
Pictet, Origines Indo Européennes; Paris, come pure nel BRÉAL, Dict. étym. lat.
ai vocaboli indicati. Non vi è dubbio, che tutti questi vocaboli già esistevano
anteriormente alla [Domus è la sede del capo famiglia coi proprii figli e coi
proprii servi, sede, che può anche avere un cortile ed essere circondata da un
piccolo orto e forse anche da un piccolo ager, che uniti colla casa
costituiscono un tutto, che con un vocabolo non meno antico poteva es sere
chiamato heredium da herus, od anche mancipium, perchè di pendeva direttamente
dalla manus del capo di famiglia, intesa come la somma dei poteri al
medesimospettanti, o infine anche familia, perchè comprendeva tanto i liberi
quanto i servi. Non vi ha poi dubbio che è dalla domus, che si staccherà più
tardi il concetto di dominium e si capisce anche che di questo dominium, il
quale potrà poi acquistare una larghissima estensione, la parte più sacra, più
preziosa, quella, da cui il capo di famiglia si separa più a malincuore e che
egli vorrebbe perpetuare nella famiglia, continua sempre ad essere riposta in
quel nucleo primitivo, che costitue l'heredium, e che nel diritto quiritario
prese poi il nome di mancipium. La riunione poi delle abitazioni di diverse
famiglie, provviste di un cortile e cinte da uno spazio, a somiglianza diquelle
che Tacito ci descrive presso i germani, viene a costituire il vicus, il quale
di regola nella organizzazione gentilizia suole comprendere le abitazioni delle
familiae, che dividono il medesimo culto e appartengono alla medesima gente. Il
vicus quindi ha ancora un carattere del tutto patriarcale e si comprendono cosi
le circostanze attestateci da Festo: che i vici si trovavano di preferenza
presso quei popoli, che non avevano ancora delle città, quali erano i Marsi ed
iPeligni; che essi erano stabiliti fra i campi – in agris -- ; e che se essi
già avevano un luogo di mercato, non avevano però sempre un luogo, dove si
amministrasse giustizia, nè sempre nominavano un magister vici, a somiglianza
del magister pagi, che ogni anno si nominava invece nel pagus. Cio dimostra,
che se il vicus puo svolgersi formazione della comunanza, e quindi dalla loro
esistenza si può argomentare che dovevano pur conoscersi le istituzioni, che
con essi erano indicate. Quanto alle domus familiaque è da vedersi il numero
stragrande dei passi raccolti da Voigt, Die XII Tafeln -- TACITUS, Germania. Festo,
vº Vici, fa, quanto al vocabolo di vicus, ciò che suol fare per ogni altro
vocabolo, la cui significazione siasi venuta trasformando, indica cioè le
significazioni diverse, che il medesimo ebbe ad assumere. Egli quindi esamina
il vicus, finchè trovasi ancora fra i campi – in agris --, ed è a proposito di
questo primo vicus, che egli dice: sed ex vicis partim habent rempubblicam, et
ius dicitur, partim nihil eorum et -- talvolta in guisa da prendere le
proporzioni ed avere le esigenze del pagus, nei casi ordinarii però era la sede
di una comunanza puramente gentilizia. E poi naturale, che come le singole
famiglie in esso avevano il proprio heredium, cosi anche il vicus, sede della
gente, fosse circondato dal proprio ager gentilicius, sul quale si potevano
anche fare gli assegni ai clienti. Viene ultimo il pagus, ove esiste un sito
per il mercato, ma che contemporaneamente può anche servire per amministrarvi
giustizia, sito, che probabilmente può già essere chiamato forum, almodo stesso
che in esso già trovasi il magister pagi, dal cui nome ebbe a derivarsi senza
alcun dubbio quel vocabolo di magistratus, che tamen ibi nundinae aguntur,
negotii gerendi causa. Poi trova il vicus nel seno degli oppida, e dice che
comprende id genus aedificiorum, quae
continentia sunt his oppidis, quae itineribus regionibusque distributa inter se
distant, nominibusque dissimilibus discriminis causa sunt distributa . Tuttavia,
anche nella città, il vicus indica ancora qualche cosa di privato, cioè quei
vicoli privati, che dànno accesso esclusivo ad abitazioni contigue. V. Bruns,
Fontes. L'interporsi di un elemento estraneo nel seno del vicus e poi
naturalmente impedito da quella antica consuetudine romana, per cui il fratello
vende al fratello, il vicino al vicino, il consorte al consorte. Che poi
esistesse veramente una proprietà spettante al vicus e destinata ad uso comune
degl’abitanti di esso lo dimostrano certe iscrizioni, in cui il vicus quale *persona
giuridica* fa contratti di compra e di vendita, Corpus inscrip. latin.-- Del
resto anche il Digesto ammette il vicus a ricevere donazionie legati. L. 73, 1
Dig. -- È da vedersi, quanto ai vocaboli con cui ebbe ad essere indicato il
vicus nelle lingue Indo-Europee, il Pictet, Origines Indo-Européennes. Quanto
al concetto del vicus e delle vicinitas presso i germani vedi Ross, Land
holding among the Germans. Boston. Il vocabolo di forum è uno di quelli, che ci
indica il processo col quale le genti latine, trovato una volta il vocabolo,
venivano trasportandolo a tutte quelle significazioni, che corrispondevano al
concetto ispiratore del medesimo. Noi sappiamo da Festo, che forum significa il
vestibolo di un sepolcro, ove convenivano i parenti per dare l'estremo saluto
al defunto. V. Bruns, Fontes. Poi sappiamo da VARRONE, De lingua latina, che le
genti latine quo conferrent suas
controversias et quae vendere vellent quo ferrent, forum appellarunt. Infine
l'abbre viatore di VERRIO Flacco colla sua consueta diligenza ci dice che forum
sex modis intellegitur; primo negotiationis locus; alio, in quo iudicia fieri,
cum populo agi, contiones haberi solent; tertio cum is, qui provinciae praeest,
forum agere dicitur, cum civitates vocat et de controversiis earum cognoscit,
ecc. (Brons). Per tal modo, il luogo di convegno per i parenti, che piangono un
defunto, viene col tempo a convertirsi nel sito, ove il magistrato romano
risolve le controversie fra le città ed i popoli.] serve ad indicare tutte le
cariche della città. Nel pagus per tanto havvi già un accenno alla vita civile,
e quindi si può ritenere con certezza, che esso è già la riunione di più vici e
comprende il complesso delle abitazioni occorrenti per un'intera tribù. Ciò del
resto è dimostrato dal fatto, che le tribù rustiche di Servio Tullio presero il
nome di tanti pagi, che prima esisteno nella stessa località. Così pure, nota
Lange, e dimostrato che il pagus Succusanus e sostituito dalla tribus Suburana,
che è una delle quattro tribù urbane dello stesso Servio, come pure vi sono
iscri zioni, che parlano di un pagus Aventiniensis e di un pagus laniculensis,
nei quali nomi è anche degna di nota la terminazione di essi, che è analoga a
quella, con cui si indicano le popolazioni, che compongono le tribù. È poi
anche naturale, che questo pagus ha pur esso un ager, certamente situato a
maggiore distanza, perchè in prossimità vi sono gli agri gentilicii, e che
questo ager chiamisi compascuus, e che comprenda talvolta eziandio, oltre il
sito destinato per il pascolo, anche delle siloae e dei saltus. Intanto da
questa configurazione esteriore dell'organizzazione gentilizia si può inferire
che, almodo stesso che questa venne forman dosi per una naturale
sovrapposizione di varii gruppi, così anche le varie forme di proprietà si
vennero assidendo l'una sull'altra. L'ager [LANGE, Histoire intérieure de Rome,
NIEBHUR, Histoire Romaine. Del saltus è da vedersi la diffinizione di Elio
GALLO conservatasi da Festo, pº Saltus. I saltus potevano essere oggetto di
proprietà collettiva del pagus e della città, ed anche di proprietà privata. È
poi degno di nota, che il vocabolo saltus, allorchè già si venivano formando i
latifondi per modo che, secondo Plinio, sei persone possedevano metà
dell'Africa (Hist. nat., XVIII, 7), finì per significare quegli immensi
dominii, posseduti da privati e soventi anche dal principe, sovra cui dimora
una popolazione, di carattere pressochè colonico, che dipende più dall'arbitrio
del possessore o del suo procurator, che non dalle leggi del principato.
Riguardo ad uno di questi saltus, situato appunto nell'Africa e chiamato Saltus
BURANITANUS, si scoperse di recente una importante iscrizione, che contiene una
petizione della popolazione del saltus al principe. Fondandosi su di essa
ESMEIN, sostiene che in questi saltus comincia a formarsi l'istituzione del
colonato. — Mélanges d'histoire du droit et de critique. Paris, V. pure FUSTEL
DE COULANGES, Le colonat romain. Paris] si viene, per dir così, atteggiando in
tante guise, quanti sono i gruppi che si vengono sovrapponendo. Presentasi
anzitutto la casa (domus od anche tugurium, se nel contado) colla sua corte,
coll'orto e col campicello attiguo, che appartiene alla famiglia nella persona
del suo capo, e ne costituisce l'heredium, la familia, il mancipium. Ma siccome
ogni capo di famiglia, oltre questa parte sostanziale del suo patrimonio, può
anche avere un capitale circolante, composto di greggi e di armenti e di altre
cose mobili, così è naturale, che accanto al concetto dell'heredium si formi
quello del peculium, accanto a quello della familia quello della pecunia e
accanto a quello del mancipium quello del nec mancipium; distinzione, che
tornerà poi in acconcio per spiegare a suo tempo la famosa divisione del
diritto quiritario fra le resmancipii e le res nec mancipii. Che veramente
questa forma di proprietà già preesiste alla comunanza romana viene ad essere
provato da cio, che fin dal primo formarsi di questa occorrono i concetti di
herus, di heredium, di heres, il qual ultimo vocabolo ha pur la stessa origine
di herus e scrivesi talvolta anche semplicemente eres, per guisa che anche
questo vocabolo significa, se non il proprietario, al meno il comproprietario,
come lo prova la testimonianza di Festo, secondo la quale heres apud antiquos pro domino ponebatur .
Non vi ha poi dubbio, che con questi vocaboli ha eziandio strettissima
attinenza il vocabolo di herctum o erctum, che significa ripartizione da
erciscere, donde proviene la denominazione certamente antica dell'actio
familiae erciscundae. Tuttavia, comegià si accenna, è un costume antichissimo
quello indicatoci dall' ercto non cito
di Aulo Gellio, la cui significazione letterale è, a mio avviso, quella
di non venire ad una pronta divisione e che indica il più antico dei con [Trovo
confermata la descrizione sovra esposta dell' heredium dal dottissimo lavoro,
di recente pubblicato da Voigt, così benemerito degli studii sull'antica Roma,
col titolo, Die römischen Privataltertümer und römische Kulturgeschichte,
estratto dall' Handbuch der klassischen Altertumswissenschaft, pubblicato dal
Beck in Nördlingen. Quivi Voigt ritiene che l'heredium comprenda l'hortus,
l'ager, la cohors o chors, il pomatum, più tardi detto anche pomerium, e di più
la casa, detta anche tugurium, che comprende il granarium, il foenilium, il
palearium ecc. Ivi poi si trova citata tatta la letteratura sull'argomento,
compresa anche l’italiana, così spesso trascurata. Anche Voigt sembra
accostarsi alla significazione qui attribuita al dualismo di familia
pecuniaque, senza però accennare alla correlazione, che sembra esistere
eziandio fra heredium e peculium, mancipium e nec mancipium, sorzii e delle società,
che è quella fra i fratelli e gli agnati, che lascia vano indivisa l'eredità ed
il patrimonio. Intanto la conseguenza viene ad essere questa, che i vocaboli di
mancipium e di manceps, quelli di familia e di pater familias rimontano tutti
al periodo gentilizio, e segnano, insieme con herus ed heredium,
l'atteggiamento diverso sotto cui poteva essere considerata la figura
molteplice del capo di famiglia. Di questi vocaboli però quello che significa meglio
il potere giuridico del capo di famiglia era quello certamente di man ceps e di
mancipium, ed è questa forse la causa, per cui il vocabolo, che prevarrà più
tardi nel diritto quiritario e quello di mancipium, al quale solo più tardi
sottentrerà quello di dominium ex iure Quiritium. Non vi è poi dubbio, che
all'heredium ed all’ager privatus si sovrapponesse l'ager gentilicius, che era
quello spazio, non compreso negli heredia, che trovavasi nei dintorni e nelle
circostanze del vicus e ritenevasi come proprietà collettiva della intiera
gente. Era su quest'ager gentilicius, che potevansi fare degli assegni ai
clienti, i quali però non hanno una proprietà, ma ritenevano e godevano le
terre loro assegnate a titolo di semplice precario. Dell'esistenza di questo
ager gentilicius e del modo di ripartirlo noi troviamo ancora un esempio
durante il periodo storico, in occasione della venuta a Roma di Atto Clauso, e
della sua gente. Questi viene di Regillo per porre la propria dimora nel
territorio stesso di Roma, senza che vi siano elementi nè per affermare nè per
negare, che egli con ciò avesse rinunziato all'agro gentilizio, che dove
certamente essere posseduto colà da una gente che, come la Claudia all'epoca. Questa
induzione, a cui già ebbi occasione di accennare, parlando della familia omnium
agnatorum, trova una conferma nel diligente lavoro di POISNEL, Les sociétés
universelles chez les Romains, specialmente in quella parte ove si occupa del
primitivo consortium, accennato da Aulo Gellio, il quale avveravasi tra
fratelli ed agnati, stante l'indivisione del patrimonio. Nouvelle revue
historique de droit français et étranger. È anche degna di nota l'attinenza fra
i vocaboli di consortium e di consors con quello di sors, che dapprima indicava
la quota di eredità spettante a ciascuno. V. BRÉAL, Dict. étym. lat., vu Sors.
Ciò è anche confermato dall'espressione di familia inercta nel significato di
indivisa, ricordata da Paolo Diacono [Cfr. in proposito i passi citati da Voigt,
Die XII Tafeln. Festo, v° Patres. Tale è pure l'opinione di Esmein, Les baux de
cinq ans en droit romain – Mélanges d'histoire de droit, Paris.] della sua
venuta a Roma, ha, secondo la tradizione, compresi ben MMMMM clienti. Questo è
certo, che dal momento che egli abbandona la sua sede originaria e veniva
accolto nel patriziato romano, mediante la cooptatio, gli fu dato un tale
spazio di terreno oltre l'Aniene, che egli potè assegnare II iugeri in
godimento a tutti i suoi clienti, oltre al che gli sarebbero ancora rimasti XXV
iu geri per sè e la sua gente. Questo assegno di territorio, mediante il quale e
la gente Claudia, che diede il nome a quella tribù rustica, non impede, secondo
Dionisio, che e eziandio assegnato ad Atto Clauso un sito nel circuito stesso
di Roma, ove puo abitare egli e la sua famiglia. È facile il vedere, che qui
occorrono i concetti tanto dell'heredium, quanto dell’ager gentilicius, e si ha
pur anche la prova, che nell'organizzazione gentilizia e alla stessa gens od al
consiglio di essa, che si appartene di fare il riparto fra le singole famiglie
ed anche gli assegni ai clienti. Di qui deriva la conseguenza, che, fra le
varie forme della proprietà nel periodo gentilizio, quella che predomina sopra
tutte le altre è la proprietà della gente, ossia l'ager gentilicius; perchè al modo
stesso che è nella gens, che si formano le famiglie, cosi è pure dall'ager
gentilicius, che si ricano gli heredia. Cosi pure è anche probabile che, in
mancanza di eredi suoi, i quali possono in certo modo essere considerati quali
comproprietarii dell'heredium, e in difetto eziandio di agnati prossimi, che
mantengano ancora indiviso l'asse paterno, questi heredia tornano all’ager
gentilicius, cioè alla sorgente stessa, da cui essi furono staccati. Da ultimo
sonvi eziandio molti indizii dell'esistenza di una proprietà, che considerasi
come spettante alla intiera tribù, e che prende il nome di ager compascuus, di
compascua, di pascua, presso le genti del Lazio piuttosto dedite alla
pastorizia, e di communia o communalia nell'Etruria. Puo darsianzi, che un ager
compascuus puo esservi già nello stesso vicus, come lo dimostrerebbe la
deffinizione di Festo – compascuus ager relictus ad pascendum com muniter
vicinis. Ma in ogni caso non vi ha dubbio, che questo compascuus ager certo
esiste nel pagus e già dava origine ad una [Dion. Cfr. Bonghi, Storia di Roma. L'esistenza
di questi compascua è dimostrata da diversi passi, sopratutto di agrimensori.
Basti il seguente di FRONTINO – Est et pascuorum proprietas, pertinens ad
fundos, sed in commune, propter quod ea compascua communia appellantur, qui
busdam provinciis pro indiviso. Bruns, Fontes] specie di pubblico reddito
(vectigal), consistente nel contributo, che doveno dare gl’abitanti, che ivi
pascolavano i proprii greggi ed armenti, contributo, che all'epoca romana viene
poi ad essere indicato col nome di scriptura. Una prova dell'esistenza di
questi pascua e di ciò, che essi costituirono forse le prime sorgenti di
reddito pubblico, può ricavarsi da un testo prezioso di Plinio, il quale, dopo
aver detto che pecunia a pecude appellatur, cosa del resto che è attestata da
tutti gli antiquarii, aggiunge questo particolare importantissimo – etiam nunc
in tabulis censoriis PASCUA dicuntur omnia, ex quibus populus reditus habet,
quia diu hoc solum vectigal fuerat -- il che vuol dire in sostanza, che i romani,
in questa parte conservatori come in tutto il resto, finirono per indicare col
vocabolo primitivo dei Pascua, che costituivano la proprietà collettiva della
tribù, tutta quella parte della proprietà collettiva del populus, ossia
dell’ager publicus, da cui il popolo stesso ricava qualche reddito. Del resto
l'esistenza di questo ager compascuus e anche accennata in quel tradizionale
riparto, che Romolo fa fra i Ramnenses, quando aveva fondata la Roma Palatina,
poiché delle tre parti una sarebbe stata assegnata al Re ed al culto; l'altra
alle singole famiglie e avrebbe costituito gli heredia; e la terza sarebbe
stata appunto l'ager compascuus, che e anche la prima forma di ager publicus,
in cui le genti patrizie, probabilmente dedite ancora in parte alla pastorizia,
potevano far pascolare i proprii greggi ed armenti. Credo che le cose premesse
dimostrino abbastanza che, anche anteriormente alla formazione di Roma, la
proprietà già esi stesse in tante gradazioni, quanti erano i gruppi, che
entravano nella stessa organizzazione gentilizia, per modo che vi era una
proprietà privata o meglio famigliare, una proprietà gentilizia, e una
proprietà spettante alla comunanza della tribù. Di queste varie forme di
proprietà, quella che predomina era la proprietà gentilizia, perchè da essa usceno
e ad essa ritornano gli heredia, come poi erano anche i capi di famiglia delle
varie genti, che hanno il godimento dei compascua; nel che può forse trovarsi
l'origine pro [NIEBHUR, Histoire romaine, Voigt, Die römis. Privataltert., LANGE,
Histoire intér. de Rome --- Plinio -- Dion. NIEBHUR, Hist. rom. - babile di
quel fatto importantissimo nella storia di Roma, per cui le genti patrizie
riputarono per qualche tempo di avere da sole il diritto di occupare l'ager
publicus, il quale a Roma non è che una trasformazione ed un ampliamento per
mezzo della conquista del primitivo ager compascuus. Queste varie forme di
proprietà nel periodo gentilizio si intrecciano insieme per modo, che si vengono
temperando e limitando scambievolmente per guisa, che il potere giuridicamente
illimitato del capo di famiglia sul proprio heredium nel costume gentilizio
viene ad essere trattenuto da una quantità di temperamenti, che ne impediscono
qualsiasi abuso per parte del capo di famiglia. Quindi anche quel potere, che
più tardi e affidato al praetor di interdire nel iudicium de moribus quel padre
di famiglia che disperdesse i bona paterna avitaque, dove certamente rimontare
alle consuetudini gentilizie e che probabilmente appartenne al consiglio degl’anziani
della gens di frenare queste dispersioni e prodigalità del capo di famiglia con
un iudicium, che e de moribus e con una formola, che certo dovette essere
analoga a quella adoperata dal praetor. oLe cose premesse intanto ci mettono
anche in condizione di poter risolvere in poche parole alcune questioni
grandemente agitate fra gli interpreti del diritto romano primitivo. La prima
di esse sta in vedere se gl’antichi heredia, ossia quei bina iugera, che Romolo
distribusce ai capi di famiglia e di cui Varrone dice che erano così chiamati
in quanto che heredem sequerentur, doveno o non ritenersi inalienabili, e se i
figli doveno considerarsi come com proprietarii del patrimonio del padre. Senza
occuparci per ora della trasformazione, che subi l'heredium ossia la proprietà
famigliare e [Questa esclusione dei plebei dall'agro pubblico è attestato da un
testo di Nonio MARCELLO, riportato dagli Annali di qualche autore più antico – Quicumque
propter plebitatem agro pubblico eiecti sunt. Bruns, Fontes, -- il che è pur
confermato da un passo di Sallustio. Regibus exactos servili imperio patres
plebem exercere, agro pellere. Cfr. MUIRHEAD, Histor. introd., accenna per
nota, che anche in Grecia vi era un' eguale sollecitudine per i beni aviti.] privata
colla formazione di Roma – ANNO I --, noi possiamo perd affermare con certezza che
questo concetto dell'heredium esiste già anteriormente ed erasi naturalmente
formato durante il periodo gentilizio. O che l'heredium doveva potersi alienare
dal capo di famiglia, perchè, se questa alienazione non e stata possibile, non
si comprenderebbe il concetto e l'esistenza di un commercium, come pure non si
comprende l'esistenza certo antichissima di un iudicium de moribus, di- a retto
appunto ad impedire l'imprudente e prodiga dispersione di questo patrimonio,
che nel suo concetto informatore era destinato ad essere trasmesso dai genitori
nei figli e da questi ai nipoti. O che tuttavia questa alienazione, durante il
periodo gentilizio, dovette essere gover nata da solenni formalità e dovette
forse anche compiersi colla approvazione o quanto meno colla testimonianza dei
notabili del villaggio. O che infine nella primitiva organizzazione gentilizia
i figli si riputano comproprietarii sopratutto di quella parte del patrimonio
paterno che costituie l'heredium, il che e in certo modo indicato dal vocabolo
heres, che in antico avrebbe significato comproprietario, e che posteriormente
continua a significare la medesima cosa mediante l'espressione più completa di
heredes sui. Insomma nel concetto primitivo il padre è come custode e detentore
del patrimonio famigliare nell'interesse suo e della sua prole. È questo
probabilmente il motivo, per cui non dove nei primi tempi di Roma avere nulla
di ripugnante al modo dipensare e diagire del tempo quel concetto giuridico del
diritto quiritario primitivo, che ora a noi appare cosi ostico e pressochè
inesplicabile, per cui tutto ciò che appartiene od è acquistato dalla moglie,
dai figli, dai servi, finisce per essere considerato come di spettanza del
padre e tutto ciò, che essi stipulano od acquistano, deve in certo modo
ritenersi fatto per conto e nell'interesse del capo di famiglia. Questo
concetto infatti, mentre indica l'unificazione potente della famiglia romana
sotto l'aspetto giuridico, prova eziandio la comunione ed intimità di vita, che
dove esistere nel costume della medesima; comunione ed intimità di cui il
diritto non si occupa, perchè non dove occuparsene, ma che sono largamente
attestate da tutti gli scrittori, che richia -- Ciò è anche confermato dalla
nota proposizione di Gaio, II, 157: Qui
quidem heredes sui ideo appellantur, quia domestici heredes sunt et vivo quoque
parente quo dammodo domini existimantur .] mano la memoria della primitiva
famiglia, governata dal mos pa trius, ac disciplina. Ad ogni modo la
conseguenza ultima della nostra ricerca è questa, che, se gli heredia erano
alienabili allorchè l'individuo era ancora legato nei vincoli strettissimi
dell'organizzazione gentilizia, per maggior ragione dovettero esser tali,
quando egli venne ad essere libero cittadino di una libera Roma. Intanto se si
ammette che nell'organizzazione della proprietà nel periodo gentilizio la forma
prevalente è quella della proprietà gentilizia, in quanto che essa da una parte
origina la proprietà privata e famigliare e dall'altra si estende al godimento
della proprietà collettiva della tribù, è facile il dedurne la conseguenza, che
il sistema di successione, allora introdotto dal costume e che fini col tempo
per cambiarsi in successione legittima, dovette proporsi essenzialmente per
iscopo di mantenere e perpetuare la proprietà nella gente con impedire che la
medesima potesse passare ad estranei. Si comprende pertanto, che in base al
costume gentilizio la proprietà va ai figli, che ne sono comproprietarii, ed
anche agli agnati prossimi, finchè essi mantengono indiviso il patrimonio
paterno, ma appena questi manchino, dovranno succedere i gentiles e questi non
individualmente, come alcuni credono, ma collettivamente in quanto cioè formano
la comunanza gentilizia. Il motivo è questo, che se la legge di Roma puo
favorire il riparto immediato fra gli eredi, il costume invece di una comunanza
gentilizia favorisce invece per quanto esso può l'ercto non cito, come diceno i
Romani, cioè l'indivisione e la comunione dei patrimonii; perchè essa mira, non
a favorire lo svolgimento dell'individualità del capo di famiglia, ma a rendere
compatto per quanto è possibile il gruppo, in cui gli individui vengono ad
essere pressochè assorbiti. Parimenti è certo incontrastabile, che la
successione, quale compare nei primitivi tempi di Roma e quale esiste
anteriormente, non ammette nè distinzioni di primogenitura, nè distinzioni di
sesso, quanto alle persone che erano chiamate a succedere. Ma si può anche [Cic.,
Cato maior, 11, 37, parlando di Appio Claudio il cieco scrive: Quatuor robustos filios, quinque filias,
tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex... Tenebat
non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos; metuebant servi, verebantur
liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius ac disciplina.]-
essere certi, che il costume dovette certamente dirigersi costantemente, se non
a favorire il primogenito, almeno ad impedire, che si venisse alla divisione
del patrimonio, ed anche ad evitare, che le femmine colla libera disposizione
della parte di sostanza, che loro apparteneva, potessero compromettere gli
interessi della gente. Ciò infatti viene ad essere comprovato dalla tutela
perpetua, a cui le donne erano soggette per parte degli agnati -- tutela che
aveva sopratutto lo scopo di sottrarre alle femmine la libera disposizione
delle proprie cose, e che col tempo divenne per modo odiosa, che esse, aiutate
dai giu reconsulti, trovano modo di sottrarvisi mediante quell'espediente
giuridico, di carattere eminentemente romano, che è la coemptio fiduciaria. Quanto
alle istituzioni dell'adrogatio e del testamentum, non può esservi dubbio, che
esse doveno certamente esistere nel costume antico dei maggiori, anche
anteriormente alla formazione di Roma, in quanto che esse sono istituzioni, che
compariscono compiutamente formate, come appare da ciò che le XII tavole, nei
frammenti a noi pervenuti, non parlano dell'adrogatio e quanto al testamento
non fanno che confermare una istituzione preesistente. Di più e ben naturale,
che il concetto dell'una e dell'altro doveno presentarsi naturalmente a capi di
famiglia, che da una parte erano tutti in tesi al culto dell'antenato e
dall'altra sono fissi nel pensiero di perpetuarsi in una posterità, che
continuasse il proprio culto gentilizio. Istituzioni quindi, come l'adrogatio e
come il testamento, sono acconcie e indispensabili ad una organizzazione come
la gentilizia, ma intanto cosi l'una che l'altra non possono nella medesima
servire come mezzo per soddisfare ad un affetto o ad una predilezione
capricciosa, ma dovevano avere l'unico scopo di provvedere alla perpetuazione
della famiglia e del suo culto. Questa coemptio fiduciaria, in virtù della
quale la donna passa in manu di una persona che non divenne marito di lei,
nell'intento solamente di farsi manomettere da lui per essere liberata dalla
tutela degli agnati, è ricordata da Gaio. E questa coemptio, che fa dire a
CICERONE, pro Murena, che i tutori, anzichè essere i protettori delle donne, si
erano cambiati in un mezzo per liberarle da ogni tutela. Cfr. MUIRHEAD. Puo
sembrare poco logico, che io qui discorra, trattando della proprietà, anche
dell'adrogatio, che ha piuttosto rapporti coll'organizzazione della famiglia,
ma ho creduto di poterlo fare in quanto anche l'ad rogatio mira a fare in guisa
che il capo famiglia abbia un erede, che ne perpetui [Questo carattere è
incontrastabile per ciò, che si riferisce al l'antica adrogatio, la quale e una
istituzione gentilizia ed aveva in certo modo per intento di perpetuare una
famiglia ed un culto, che sarebbero andati perduti per difetto di prole
maschile, togliendo da un'altra famiglia l'elemento che in questa
sovrabbondava. Trattavasi quidi un vero affare di stato e quindi, se si debba
giudicare dalle formalità, che sono poscia seguite dal patriziato nella
comunanza romana (dove per compiere un'adrogatio volevasi, comeper una legge,
l'intervento dei pontefici e l'approvazione del popolo radunato in curie)
conviene certamente inferirne, che solennità non minori dovettero ri chiedersi
nel periodo gentilizio. Se questo trapianto dell'innesto di una famiglia sul
ceppo sterile di un'altra si opera fra le famiglie della stessa gente, puo
forse bastare l'approvazione del consiglio della gente, ma se seguiva invece
fra famiglie, non appartenenti alla stessa gente ma alla stessa tribù, dove
certo esservi l'approvazione dei padri delle tribù. La cosa invece potrebbe
lasciar luogo a qualche dubbio per ciò che si riferisce al testamento, ma se si
considera, che in so stanza anche il testamento patrizio in comitiis calatis,
cioè davanti all'assemblea delle curie, compievasi con formalità del tutto
analoghe a quelle proprie dell'adrogatio, converrà inferirne,che lo spirito
informatore del testamento in questo periodo gentilizio dove essere del tutto
analogo a quello, che ispira l'adrogatio. Il testamento per sua natura è tale
che, come può essere un mezzo per far valere, dopo la propria morte, l'impero
di una volontà arbitraria, così può anche es sere il mezzo per impedire, che si
avveri fra gli eredi quella ripartizione e quell'uguaglianza di parti, che può
essere introdotta o dalla legge o dalla consuetudine. Ora è certo, che la
successione invalsa nel periodo gentilizio, secondo cui succedevano prima i
figli, poi gli agnati prossimi, e infine la gente collettivamente considerata
era bensi già intesa a conservare il patrimonio nella gente, ma intanto aveva
an cora due inconvenienti dal punto di vista gentilizio. L'uno di essi consiste
nel diritto, che i figli hanno di venire ad una ripartizione immediata
dell'asse paterno in porzioni uguali, divisione che face i sacra, e in ciò ha
un'attinenza anche col testamento. Di più in questo periodo la proprietà e la
famiglia sono ancora strettamente connesse fra di loro, per modo che non può
essere il caso di scindere affatto le istituzioni che le riguardano.] vasi per
stirpi e non per capi, e l'altro era quello dell'uguaglianza fra maschi e
femmine, il che fa si, che ana femmina, passando a matrimonio, sottraesse alla
famiglia una parte del patrimonio uguale a quella di un maschio. Queste
conseguenze, che sono per noi da approvarsi, non potevano sembrare tali a capi
di famiglia, che mirano sopratutto a conservare integro il patrimonio e a
perpetuarlo come tale nella famiglia. Si può quindi essere certi, che i capi di
famiglia, che si ispirano a questo concetto e che nel fare testamento dovevano
anche avere l'approvazione degl’anziani, che pure avevano la stessa tendenza,
non potevano certamente servirsi di esso per sottrarre la loro sostanza alla
famiglia od alla gente. Essi invece dovevano servirsene o per impedire la
pronta ripartizione del patrimonio, usando le antiche parole ercto non cito – o per accentrare per la maggior parte il
loro patrimonio in uno soltanto dei figli, – o infine per scemare la quota
spettante alle femmine, come quella, che dove essere riguardata come una
sottrazione fatta al patrimonio vero della famiglia perpetuantesi nella linea maschile.
Mone della famiglia e del suo culto. Si può quindi conchiudere, che per lo
genti patrizie il testamento non dovette certamente essere un mezzo per disporre
liberamente e a capriccio delle proprie cose, come fu poi il testamento nel di
ritto quiritario; ma dovette servire alle medesime per conseguire quello scopo,
che anche oggi si propongono bene spesso i capi delle famiglie, anche non
patrizie ma solo ricche ed agiate, allorchè, dettando il loro testamento,
cercano d'accentrare la loro fortuna in una od in poche persone, nell'intento
di assicurare ciò che con linguaggio antico e moderno suole essere chiamato il
decoro e la dignità della famiglia. Pervenuto a questo punto, parmi di aver
dimostrato in un modo, che avendo convinto me potrà forse anche persuadere gli
altri, che le genti patrizie, anche anteriormente alla formazione di Roma, già
conoscevano una proprietà privata, attribuita al capo di famiglia. Ciò pero non
toglie, che quest'ultimo fosse ben lontano dall'avere quella libera
disposizione delle proprie cose per atto tra vivi e per testamento, che trovasi
invece riconosciuta senza alcun confine nel diritto quiritario, e ciò perchè lo
spirito dell'organizzazione gentilizia si informava tutto all'intendimento di
serbare integro il patrimonio alla famiglia, ancora indivisa, degli agnati dap
prima e in mancanza di essa alla gente. Come dunque potrà essersi operata
presso un popolo, di spirito così eminentemente conservatore, una
trasformazione cosi radicale nel carattere della proprietà da cambiare la
medesima di proprietà gentilizia in quiritaria, allorchè esso passò dal periodo
gentilizio alla convivenza civile e politica? Ecco il gravissimo problema, al
quale non credo che siasi data ancora una soddisfacente risposta, a causa del
l'idea universalmente accolta sull'autorità di Niebhur e di Mommsen, che lo stato
romano siasi formato mediante la fusione e l'incorporazione di varie genti e
tribù. Secondo questi autori infatti, lo stato costituendosi avrebbe in certo
modo incorporato in sè la proprietà gentilizia, cambiandola cosi in territorio
nazionale, e sarebbe poi addivenuto al riparto di una parte di esso a favore
dei singoli capi di famiglia, ritenendo il restante come ager publicus. Fra gli
autori, che trattarono largamente e di recente il gravissimo tema, mi limito a
citare De-Ruggero, come quegli che riassume nettamente la opinione
universalmente seguita. Egli, dopo di aver premesso che prima della formazione
dello stato esiste soltanto la proprietà collettiva o gentilizia, la quale
appartene alla gens e non alle singole famiglie, viene alla conclusione
seguente. Fondatosi quindi il comune e lo stato con la unione di più genti,
esso sarebbe divenuto, come la gente stessa nel periodo della sua autonomia, proprietario
del territorio generale di tutte le genti romane, cioè, del territorio
nazionale. E come la gens lascia alle sue singole famiglie la coltivazione e
l'uso di alcuni terreni (fundi), rimanendo gli altri proprietà comune. Cosi
anche lo stato lascia ai privati una parte del territorio come proprietà
(adsignatio romulea) e ritiene per sè un'altra parte destinata a tutta la
cittadinanza (ager publicus). Di fronte ad una teoria così recisa, conforme del
resto alla opinione generalmente seguita, mi sia lecito osservare, che
anzitutto non è provato, che prima della formazione dello stato non vi fosse
che la proprietà gentilizia, e che la gente non lascia alle famiglie, che la
coltivazione e l'uso di alcuni terreni. I vocaboli certamente preesistenti di
herus, heres, heredium, che senza alcun dubbio si applicano al capo di
famiglia, provano invece che il concetto di una proprietà privata già preesiste
fra [DE- RUGGERO, V° Ager publicus-privatus, nella Enciclopedia giuridica
italiana. Del resto queste sono le idee che l'autore aveva già sostenute in La
gens avanti la formazione del comune romano (Napoli), e che stanno pure a base
del suo dotto ed interessante articolo sulle Agrariae leges nella stessa
Enciclopedia giuridica italiana.] le genti del Lazio; poichè se così non fosse
stato non sarebbesi trovata la parola già preparata ed acconcia per indicare
gli assegni fatti ai capi di famiglia, e gli assegni si sarebbero fatti alle
genti, alle tribù e non ai singoli capi di famiglia, o meglio a ciascun
individuo, che segue Romolo nella sua intrapresa. Viha di più, ed è che,
tenendo conto del carattere delle genti latine, in cui l'idea del mio e del tuo
– il nostro -- presentasi in ogni tempo cosi profondamente radicata, non può
essere probabile che le gentes e le tribù, che potevano essere ed erano in
effetto in condizioni disuguali quanto ai loro possedimenti, come continuarono
ancora ad esserlo dopo, si siano contentate dimettere tutto in comune, malgrado
la loro origine diversa, per starsi paghe ai bina iugera, assegnati da Romolo.
Si aggiunge, che se tutta la fortuna del patriziato primitivo Ramnense si
riducesse soltanto ai II iugeri, non si saprebbe veramente comprendere come la
medesima potesse bastare per la famiglia coi servi e coi clienti. Del resto non
consta, che siavi veramente alcun autore antico, che accenni a questa specie di
societas omnium bonorum, per cui si sarebbero messi in comune tutti gl’agri
gentilicii. Noi sappiamo soltanto, che Romolo, in base ad un costume tradizionale
fra le genti latine, che dove già esistere prima e che e applicato anche più
tardi in occasione dell'impianto di colonie, divide Roma in parte fra i proprii
seguaci, mentre un'altra parte ritenne per sè e per il culto, ed un'altra
riservò a titolo di pascolo comune. Intanto pero le varie genti, che
parteciparono alla fondazione di Roma, dovettero continuare a tenere i proprii
agri gentilicii, come lo dimostra il fatto, che anche all'epoca di Servio
Tullio le varie tribù rustiche continuarono a prendere il nome da quelle genti
patrizie, che dovevano avere più larghi possessi nel territorio delle medesime.
Vi ha di più, ed è che la tradizione accenna a due testamenti, fatti durante il
regno stesso di Romolo, a favore del popolo romano, coi quali questo avrebbe
ereditato dei campi presso Roma, ed anche quello stesso campo marzio, che
avrebbe poi costituito il primo nucleo dell'ager publicus; fatti e tradizioni
queste, che sarebbero del tutto incomprensibili, quando lo Stato romano nella
propria formazione fosse diventato il proprietario di tutti i territorii
gentilizii, e li avesse poi distribuiti ai singoli privati. Inoltre se Romolo,
come dicesi, avesse imitato [I testamenti, a cui qui si accenna, sono quelli
ricordati da Aulo Gellio, Noct. Attic., VII, 7, 4, 6, e che egli attribuisce
l'ano ad Acca Laurenzia, la quale fino il sistema gentilizio, i capi di
famiglia avrebbero dovuto soltanto avere la coltivazione e l'uso dei fondi loro
assegnati, mentre la proprietà avrebbe dovuto spettare alle genti; e ciò mentre
noi sappiamo, che non vi fu mai proprietà più assoluta, che la proprietà
quiritaria fin dai proprii inizii. Del resto convien dire, che l'opinione, di
cui si tratta, è per sè una conseguenza logica ed inesorabile del ritenere con
Mommsen, che Roma risulta dall'incorpora zione e fusione delle varie genti e
tribù; poichè è naturale che con un tale sistema lo stato avrebbe dovuto
incorporare ogni cosa nelle proprie mani e farne poi il riparto ai singoli capi
di famiglia. Solo sarebbe a spiegarsi come lo stato, creando esso la proprietà
famigliare e privata, l'avesse costituita senz'altro cosi illimitata, senza
confini e senza alcuna sua ingerenza, quale appare essere stata la proprietà
quiritaria. Tutte queste incoerenze invece scompariscono quando si ritenga che
il comune romano non assorbi nè le tribù, nè le genti, nè le famiglie, ma
intese solo a costituire fra di esse un centro di vita pubblica, e non
distribui quindi ai privati altre terre. Quanto alla divisione dell'agro fra le
tre tribù, a cui accenna Varrone, la medesima non potè essere che una divisione
puramente amministrativa, con cui si riconobbe alle varie tribù la parte del
territorio, che già loro apparteneva, prima che entrassero a far parte della
stessa comunanza. Di qui la conseguenza, che la proprietà quiritaria, ed anche
la famiglia, con cui essa appare strettamente congiunta, non possono essere che
quella proprietà e quella famiglia, che già esistevano nell'anteriore
organizzazione gentilizia, salvo che le medesime, staccate dall'organizzazione
stessa, apparvero con un carattere di assolutezza, che prima era temperato
dall'am dall'epoca romulea avrebbe lasciato allo stato certi campi siti presso
Roma, e da lei ereditati dal proprio marito; e l'altro alla vestale Gaia
Taracia, che avrebbe lasciati al popolo romano tutti quei campi presso il
Tevere, che presero poscia il nome di campo marzio, dove si radunarono più
tardi i comizi centuriati. Pongasi pure che i due racconti siano leggendarii. Ma
essi certo hanno un fondo di vero ed indicano quanto meno, che'i cittadini
romani non hanno mai creduto che lo stato fosse il proprietario di tutto il
territorio. I due testamenti sono anche citati dal De Rug GERO, V ° Ager
publicus privatus, nell'Enc. giur. it. Devo però dichiarare che questa
divergenza di opinione nulla toglie alla stima che ho grandissima per l'autore,
così benemerito per gli studi di diritto pubblico romano.] biente in cui si
erano formate. La causa poi, per cui gli assegni di terre furono fatti ai
singoli capi di famiglia, o meglio ai singoli seguaci di Romolo proviene da ciò
che essi entrarono nella comunanza non come membri delle genti ma nella loro
qualità di capi di famiglia, donde la conseguenza, che di fronte alla nuova
formazione della convivenza civile e politica, mediante una federazione fra le
varie tribù, più non si trovarono di fronte che la proprietà del capo di
famiglia (ager privatus) e la proprietà dell'ente collettivo (ager publicus).
Continuano però ancora sempre a mantenersi nel fatto gli agri gentilizii, i
quali però sono naturalmente destinati a scomparire, a misura che si dissolve
l'organizzazione gentilizia, in quanto che a costituire il populus primitivo
non entrano già i membri delle genti, come tali, ma soltanto i capi di famiglia
in quanto sono ad un tempo proprietarii di terre; il qual carattere del populus
viene ancora ad accentuarsi maggiormente colla costituzione Serviana, in base a
cui ognuno partecipa ai diritti ed agli obblighi di cittadino (munera), in
proporzione del censo. Questo e non altro e il processo seguito nella
formazione di Roma, e per conseguenza anche nella formazione della famiglia e
della proprietà, quali comparvero nel diritto quiritario. Per ora intanto,
prendendo le mosse dall'ordine logico dei fatti e delle idee, che si vennero
svolgendo fin qui, cercherò di riassumere logicamente e sotto forma di ipotesi
quello svolgimento del l'istituto della proprietà, che più tardi appare
comprovato nell'ordine dei fatti. Pongasi che una mano di uomini forti ed
avventurosi, appartenenti a genti diverse ma tutte di stirpe latina – nomen
latinum -- si raccolgano intorno ad un duce di stirpe regia e sotto la sua
guida abbandonino la loro residenza gentilizia, per recarsi a fondare uno
stabilimento fortificato sul Palatino. Essi, lasciando per ora in disparte il
rito religioso seguito nella fondazione, cominciano dall'occupare il suolo
necessario per erigervi il loro stabilimento, e cercano anche di fortificarsi
in esso, per essere in caso di difendersi dalle popolazioni vicine, le quali,
per appartenere forse a stirpi diverse, non possono vedere di buon occhio quest'ospite
novello e pericoloso. Quanto al suolo conquistato ed occupato, è naturale che
si cominci dal ripartirlo, secondo le regole tradizionali seguite dai maggiori.
Del suolo quindi sono fatte tre parti. Una è assegnata al loro capo, al culto,
ai publici edifizi. L’altra è divisa fra i singoli capi di famiglia in
altrettanti piccoli heredia di due iugeri, i quali potranno essere ritenuti
sufficienti quando si consideri, che questi capi di famiglia continuano ancor
sempre ad avere i loro agri gentilizi nei dintorni, e solo abbisognano di uno
spazio per costruirvi le loro case, con un cortile ed un orto. La terza, infine,
è lasciata a pascolo comune per i singoli capi di famiglia, che possono
immettervi i proprii greggi ed armenti, pagando un corrispettivo (scriptura),
che costi tuirà il primo reddito pubblico. Fin qui però noi non abbiamo ancora,
che la tribù dei Ramnenses e lo stabilimento romuleo da essa fondato sul
Palatino. Pongasi ora, che, in seguito ad ostilità seguite con altre comunanze
stanziate sui colli vicini, gl’uomini atti alle armi e abili per consiglio di
queste varie tribù, rappresentati dal proprio capo, con vengano sotto forma di
foedera, di entrare nella loro qualità di capi di famiglia e di proprietarii di
terre a far parte della stessa comunanza civile e politica. È naturale allora,
che il centro e la [Cfr. De RUGGERO, V ° Ager pub. priv., -- ove considera
appunto questo riparto attribuito a Romolo come una istituzione fondamentale
romana che, conservatasi nei tempi posteriori, puo naturalmente essere
attribuita, nella ricostruzione che si fa posteriormente della storia e del
diritto primitivo di Roma, anche al fondatore e al legislatore di questo. Ciò
lascia credere che l'autore vegga in questo riparto, che pur è attestato da
tanti autori e che d'altronde non ha nulla d'improbabile, in quanto che lascia
anche le sue traccie nella centuria in agris e nel centuriatus ager, ricordati
da Festo e da VARRONE. Non mipare che siavi motivo per un dubbio di questa
natura, solo che si spieghi la formazione di Roma, come è accaduta. Che poi il
centuriatus ager e la centuria in agris non comprendessero tutto il territorio
romano, nè tutto l'ager romanus conglobando in esso anche gli agri gentilizi,
ma solo la parte di esso, che era conquistata sul nemico, risulta oltre che
dalla definizione datane da VARRONE e da Festo, anche da un testo di Siculo
Flacco, citato dallo stesso DE RUGGERO, vº Ager pub. priv. – Antiqui agrum ex
hoste captum victori populo per bina iugera partiti sunt. Centenis hominibus
ducentena iugera dederunt. Cfr. NIEBHUR, Histoire romaine] fortezza dell'urbs
si trasportino in un sito, a cui possano avere facile accesso gl’abitanti delle
varie comunanze, quale e il sito, che è fra il Palatino ed il Capitolino, il
quale verrà così ad essere la comune fortezza e servirà per la costruzione dei
pubblici edifizi e sacri. È pero a notarsi, che per eseguire un simile accordo,
siccomei capidi famiglia entrano come tali nella comunanza e non quali membri
delle genti e delle tribù, così non e punto il caso, che si mettano in comune
gli agri gentilizii e i pascoli delle varie tribù. Quindi se le genti e le
tribù sono prima ricche ed agiate e possedevano larghi spazii di suolo, sopra
cui disperdevano i proprii servi e clienti, continueranno ad essere tali e a
poterlo fare anche dopo. Ciò che viene ad essere comune fra di esse è soltanto
l'urbs, in quanto essa comprende i pubblici edifizii, i templi consacrati al
divino, che la protegge, non che l'arx o fortezza, che serve per assicurare la
comune difesa. Intanto, di fronte a questa nuova specie di comunanza, teatro ed
organo della vita civile, politica e militare, non esistono che capi di
famiglia proprietarii di terre e quindi le sole istituzioni, che abbiano
un'importanza giuridica, politica e militare negli inizii di Roma, sono la
proprietà e la famiglia unificate sotto il proprio capo. Pongasi ora,
procedendo innanzi, che questa mano di uomini forti raccolta in esercito entri
in lotta con altre comunanze e che, in virtù di un diritto delle genti
universalmente riconosciuto, venga soggiogandone le popolazioni e
conquistandone il territorio. Allora e naturale che questa comune conquista
appartenga dapprima al popolo stesso e sia cosi considerata come un ager
publicus, che verrà con trapponendosi a quell'ager privatus, che già prima
apparteneva ai singoli capi di famiglia. Questo infatti è il dualismo, che
domina tutta la storia economica di Roma. Però, a misura che si accrescono le
conquiste, l'ager publicus pud anche crescere permodo da sopravanzare ai
pubblici bisogni e quindi si comprende, che quelli, che cooperarono alla sua
conquista, ne domandino la ripartizione almeno parziale. Dapprima tali assegni
sul l'agro pubblico – adsignationes viritanae -- sono fatti ai più poveri, i
quali sono per tal modo posti in condizione di avere quella pro prietà, che è
riputata necessaria per partecipare alla comunanza; ma poscia, di fronte
all'incremento sempre maggiore dell'ager publicus, si comincia anche a disporne
in guisa diversa. Continua sempre ad esservi una parte dell'ager, che è
distribuita fra i più poveri della città e fra quelli, che partono per fondare
una colonia, e si ha cosi l'ager adsignatus, che serve per somministrare ai
cittadini poveri quella proprietà, quel censo, quell'ager privatus censui
censendo, che è ritenuto necessario per far parte della vera cittadinanza.
Un'altra parte invece e venduta ai pubblici incanti (ager quaestorius), o sarà
data in affitto, mediante il pagamento di un corrispettivo, detto scriptura
(ager vectigalis). Il primo di questi continuerà ad accrescere l'ager privatus,
ma non più quello della classe povera, ma di quella ricca ed agiata, che
possiede già il capitale per acquistarlo; ed il secondo, quello cioè dato in
affitto, finirà col tempo per dare origine a quelle lunghe locazioni, che quasi
si assomigliano a vere compre-vendite, dalle quali uscirà poi una nuova forma
di contratto, che è l'enfiteusi. Infine dell'ager publicus puo ancora
rimanervene una parte, la quale, o per essere sterile o scoscesa (propter
asperitatem ac sterilitatem ), non trovi compratori nè affittavoli, o che il
consiglio dei padri non abbia ritenuto opportuno di mettere in vendita. Questa
parte continua naturalmente ad appartenere all'ager publicus e ancorchè
immensamente ampliata colle conquiste corrisponde in certa guisa ai pascua o
compascua, che esistevano nelle antiche tribù. Quindi si comprende come i padri
delle genti patrizie, memori ancora del diritto che hanno di slargare nei
pascua i proprii greggi ed armenti (compascere), affermino il loro diritto di
occupare questa terra in certo modo abbandonata e di spargere in essa le
tormedei clienti e dei servi ed anche dei liberi, che siano alla loro mercede.
Sorge per tal modo il concetto dell'ager occupatorius, il quale, non essendo
stato acquistato, non può certo essere oggetto di proprietà privata, ma
costituisce le cosi dette possessiones, le quali, dopo essere durate per
qualche tempo, acquistano un carattere pressochè giuridico e danno occasione di
[Tutto questo processo ci è attestato dagli agrimensori romani, dei quali
sappiamo, che avevano grande autorità anche nelle provincie. L'autore, che
primo mise in evidenza l'importanza dei loro scritti, e NIEBHUR, che loro dedica
un saggio che può vedersi nell' Histoire romaine. Ora poi sta preparando un
lavoro di lena sugli agrimensores Brugi. Quanto alle affermazioni, che sono
contenute nel testo, sono esse abbastanza giustificate da quegli estratti degli
agrimensores, che sono raccolti dal Bruns, Fontes. Qui infatti io non mi
proponeva di entrare in particolari discussioni, ma bensì di mettere in
evidenza il processo, che i romani hanno ad applicare costantemente nella
distribuzione di un agro, che veniva crescendo colle loro conquiste.] svolgersi
alla protezione pretoria, la quale fa cosi entrare nelius honorarium l'istituto
giuridico del possesso. Intanto tutta questa parte dell'ager publicus, che è
cosi lasciata alla occupazione, viene ad essere come una sottrazione alle
ripartizioni gratuite fra quelle classi inferiori, che non hanno mezzi e
capitali per tentare una occupazione, e che, anche avendoli, non sarebbero dal senato
autorizzati a farla, e quindi tra il patriziato antico, a cui si aggiunge col tempo
la nuova nobiltà plebea, e la plebe minuta viene ad esservi una opposizione di
interessi. Da una parte si ha interesse a provocare nuovi riparti per impedire
le occupazioni e per limitare le occupazioni stesse, che col tempo minacciano
di trasformarsi in latifondi; e dall'altra parte ogni ripartizione, se riguarda
terreni già occupati, appare in certa guisa come una usurpazione di possessi
lungamente durati, e se riguarda terreni solo conquistati di recente, appare
come una sottrazione a quel diritto di occupazione, che il patriziato
attribuisce a sè stesso. Di qui le lotte intorno alle leggi agrarie, le
trasformazioni del concetto ispiratore delle medesime, e infine la
insufficienza di esse per risolvere la grande questione sociale dell'epoca,
allorchè l'antico patriziato e la nuova nobiltà plebea si strinsero insieme
contro una plebe minuta, che già comincia a cambiarsi in una turba forensis, e
che incapace di durare in lunghi e persistenti sforzi già si era as suefatta a
preferire alle conquiste legali gli spettacoli del circo e le distribuzioni di
frumento. Con cio non intendo però di ammettere l'opinione di Niebhur, di
SAVIGNY e di altri, che farebbero nascere il concetto della possessio coll'ager
pubblicus. Io credo che la *possession*, come istituzione di *fatto* più che di
diritto, avesse origini ben più antiche, e che la medesima sia stata anzi il
modo, con cui i plebei occuparono le prime terre nei dintorni della città
patrizia, il che però non toglie che la prima tutela giuridica del possesso abbia
anche potuto cominciare colle possessiones nell'agro pubblico: cosicchè accade
del possesso, come di un grandissimo numero di altre istituzioni, che prima
cominciano ad esistere di fatto e solo più tardi entrano a far parte del
diritto civile di Roma. Che anzi, dacchè sono in quest'ordine di idee,
aggiungerà ancora che il concetto dell'ager occupaticius già erasi formato
anche prima delle occupazioni del patriziato sull'ager publicus. Lo dimostra
Festo, vº Occupaticius, ove scrive: < occupaticius ager dicitur qui desertus
a cultoribus frequentari propriis, ab aliis occupatur . (Bruns, Fontes) -- la
qual deffinizione dimostra che anche fuori dell'ager publicus poteva formarsi
l'ager occupaticius, il quale perciò differisce dall'occupatorius. Intanto è
sempre da questo ager publicus, che ricavansi eziandio gli assegni, che si
sogliono fare alle colonie, alle città benemerite del popolo romano, e infine
alle stesse provincie. Trattandosi di colonie, questi esemplari di stabilimenti
che Roma crea a somiglianza di sè stessa, traendone la popolazione dal proprio
seno, si applica quel medesimo sistema, che si applica per la popolazione di
Roma, il sistema cioè delle adsignationes viritanae, fatte ad ogni capo di
famiglia, ed hannosi così quegli agri, che gli agrimensori chiamano divisi et
adsignati, i quali sono fuori di Roma una imitazione di quegli assegni di
piccoli heredia, che facevansi un tempo ai cittadini poveri di Roma. Se
trattisi invece di città benemerita, a cui il senato e il popolo sovrano
intendano di dare un segno di soddisfazione ed un corrispettivo ad un tempo per
i servizii prestati, havvi l'ager mensura comprehensus, il quale, essendo
assegnato come proprietà collettiva ad una città, non è determinato che nella
sua generale misura. Infine se trattasi di delimitare in modo almeno generico i
confini del territorio di una popolazione si ricorre alle indicazioni delle
valli, dei fiumi, dei torrenti, delle grandi strade, dell'acqua pendente, a
quelle indicazioni insomma, che in un periodo ancora molto remoto serviranno
poi ad indicare il territorio, che dalla natura stessa sembra essere segnato ai
singoli stati e alle nazioni, e si avrà così quell'ager, che gli agrimensores
chiamano arcifinius. Infine anche nelle porzioni di agro pubblico, che sono
vendute all'incanto o date in affitto (ager quaestorius, ager vectigalis),
possono esservidelle parti, che, per essere scoscese o sterili, non possono
trovare da sole nè compratori, nè affittavoli, e in allora questi siti si
aggregano a quelli, che già furono venduti o a quelli dati in af fitto in modum compascuae , il che significa che
essi, a somiglianza dei primitivi compascua, si ritengono appartenere per la
proprietà o per il godimento ai più vicini fra quelli, che hanno comprato od
affittato gli altri. Di qui la creazione di una specie di proprietà o di possessione
privata, con pertinenze consistenti in pascoli accessorii, la cui proprietà e
il cui godimento possono dare occasione a questioni fra i giureconsulti per
vedere se, vendendosi od affittandosi il fondo principale senza parlare del
pascolo accessorio, anche questo debba ritenersi compreso nella vendita o
nell'affittamento, sul che [Frontinus, De agrorum qualitate et condicionibus,
BRUNS, Fontes] giureconsulti risponderanno affermativamente, quando non consti
dell'intenzione contraria dei contraenti. Pongasi infine, e anche quest'ultima
supposizione è stata una realtà, che la piccola tribù del Palatino, mutatasi
poi nella Roma dei sette colli, divenga conquistatrice dell'universo allora
conosciuto, e quindi anche legislatrice del suo suolo. Ma essa continua pur
sempre ad applicare, nel piccolo e nel grande, entro l'Italia e fuori di essa,
nella proprietà e nel possesso, nel territorio italico e nel suolo provinciale,
quei concetti, che ebbe ad applicare nelle proprie origini, e che noi abbiamo
dimostrato essersi già preparati in un periodo anteriore alla formazione stessa
di Roma. Certo questi sono svolgimenti logici, che precorrono la serie dei
fatti, ancorchè siano fondati sopra di essi; ma non sono inopportuni per
mettere ordine in una materia, che le minute indagini hanno tal volta resa
intricatissima, e danno anche un esempio sensibile del processo semplice, ma
sempre logico e coerente, che Roma ha ad applicare non solo nell'estendere il
concetto della sua proprietà a tutto il territorio da essa conquistato, ma
anche nell'estendere la sua cittadinanza e l'impero della sua legislazione al
mondo allora conosciuto. Sono i grandi popoli che con mezzi semplici e
pressochè tipici applicati in proporzioni e in condizioni diverse sanno
conseguire i grandi effetti. È questo un esempio di quella dialettica potente e
pressochè celata, che senza apparire negli scritti dei giureconsulti, i quali
sembrano talvolta smarrirsi nei casi singoli e nelle fattispecie, trovavasi
tuttavia nei loro intelletti, ed era certo nella mente del popolo da essi
rappresentato. Ci sono altre applicazioni di questo processo dialettico, che,
mentre non appare allo sguardo, stringe però con una coerenza meravigliosa le
parti più disparate della giurisprudenza romana. [Higinus, 117. In his igitur agris quaedam loca, propter
asperitatem aut sterilitatem, non invenerunt emptores; itaque in formis locorum
talis adscriptio facta est in modum compascuae; quae pertinerent ad proximos
quosque possessores, qui ad ea attingunt finibus suis . Bruns, -- Frontinus
poi, De controversiis agrorum, soggiunge:
Nam et per haereditates aut emptiones eius generis (pascuorum)
controversiae fiunt, de quibus iure ordinario litigatur . Bruns -- È da vedersi
a proposito di tali controversie lo scritto del Brugi, Dei pascoli acces sorii
a più fondi alienate. Bologna. In una organizzazione come quella che ho cercato
di ricostruire, così nelle persone che entravano a costituirla, che nei
territorii che le servivano di sede, sarebbe affatto fuor di luogo il ricercare
delle norme direttive della vita pubblica e privata, che potessero meritarsi il
nome di leggi nella significazione, che noi sogliamo attribuire a questo
vocabolo. Ormai il lavoro di secoli ha strettamente legato il vocabolo di legge
e la significazione sua propria alla convivenza civile e politica. Senza negare
che un tempo l'uomo abbia ricavato l'idea di una legge direttiva delle cose
umane dalla contemplazione dell'ordine, che governa l’universa natura, questo è
certo che il vocabolo di legge, nella sua significazione originariamente
romana, che poi fu adottata da tutti gli altri popoli, significa ormai l'espressione
di una volontà collettiva, che si imponga alle singole volontà individuali. Esso
quindi suppone la distinzione fra l'ente collettivo ed i singoli, fra lo stato
organo ed interprete della volontà comune e I membri che entrano a costituirlo.
È quindi inutile cercare della legge, nel senso proprio della parola, in
un'organizzazione, in cui lo stesso gruppo compie ad un tempo le funzioni
domestiche e le funzioni politiche, e nel quale pertanto non si può rinvenire
la distinzione fra il tutto in sè e le parti, che entrano a costituirlo e
neppure quella fra la vita pubblica e la vita privata. Siccome tuttavia
qualsiasi stadio di organizzazione sociale suppone di necessità delle norme,
che lo governino, cosi noi possiamo indurre, che queste norme non dovettero
mancare nel periodo gentilizio. Anzi si può anche aggiungere, che fra le varie
forme di organizzazione sociale quella, che tende più di qualsiasi altra a
stringere in certe regole precise cosi i rapporti domestici, che quelli della
vita esteriore, è certo la comunanza gentilizia, la quale, essendo
esclusivamente fondata sulla eredità, finisce per trasmettere, di generazione
in generazione, non solo IL SANGUE e degli antenati, non solo il patrimonio e
il territorio da essi conquistato, ma anche il nucleo delle tradizioni dei
maggiori. Si aggiunge, che al modo stesso che le genti, fisse nell'esempio dei
proprii antenati, finiscono per mutarli in oggetto di culto, cosi anche le loro
tradizioni tendono, non per impostura di uomini ma per un naturale processo di
cose umane, ad assumere un carattere sacro e religioso, per cui qualsiasi atto
anche meno importante finisce per acquistare una significazione religiosa. È
questa tendenza, cheha condotto tutte le comunanze gentilizie a diventare
pressoché immobili e stazionarie, e che avrebbe prodotto forse il medesimo
effetto fra le genti italiche, come lo produsse fra le altre genti che
appartengono alla medesima stirpe, quando fra esse non si fosse formato un
nuovo focolare di vita, che fu quello che brucia nel tempio di Vesta,
cambiatasi in patrona della città. Che anzi non dubiterei di affermare, che
quello stesso spirito conservatore, che appare in Roma primitiva, sopratutto
per parte del patriziato, non è che una trasformazione di questa tendenza
naturale delle comunanze gentilizie a diventare immobili e stazionarie, quando
sono pervenute a quel maggiore sviluppo, che può comportare il principio
informatore di esse. Dal momento in fatti, che questa tendenza all'immobilità e
a fare entrare ogni elemento in quadri precisi, determinati dal costume e
consacrati dalla religione, male può accomodarsi ad una città piena di vita, i
cui elementi nuovi più non possono ad un certo punto entrare nei quadri
antichi, è ben naturale, che la tendenza stessa riducasi a trapiantare nel
nuovo terreno quanto più si possa dell'antico ordine di cose ed a lottare per
la conservazione di esso, come chi è pro fondamente convinto di lottare per uno
scopo religioso e santo. È questo culto del passato, che contraddistingue le
genti italiche [È abbastanza noto come in quella guisa che la famiglia aveva
per centro il focolare, che le serviva anche di altare, così la città ha pur
essa un pubblico focolare nel tempio di Vesta, la quale per tal modo di dea del
focolare domestico venne a cambiarsi in custode e patrona del focolare di Roma.
Questo invece è da essere notato, che le recenti scoperte intorno al locus
Vestae hanno dimostrato, come questo focolare si trovasse a piedi del Palatino
presso il foro e fuori della Roma quadrata; il che serve a provare sempre più,
che la vera città, di cui dove essere centro il tempio di Vesta, non era già lo
stabilimento romuleo primitivo, ma bensì la città dei Quiriti, che risultò
dalla confederazione delle varie comunanze. In una casa poi attigua altempio di
Vesta dimora, secondo la tradizione, il Re (domus regia Numæ), il quale, come
custode della città, dove pur trovarsi nel centro di essa. Cfr. LANGE, Histoire
intérieure de Rome, -- dalle elleniche. Mentre queste colla loro intelligenza
acuta e profondamente critica, appena hanno analizzate le proprie tradizioni,
rivestite anch'esse di carattere religioso, le abbellirono e trasformano colla
propria fantasia e finirono per ridurle in frantumi, la credula e religiosa
Italia invece colla sua intelligenza più tarda, ma colla sua volontà più tenace
le conservo a lungo e potè cosi rica varne tutto il succo vitale, che
contenevasi in esse. Questo intanto è certo, che appena noi possiamo arrestare
lo sguardo, non sulle gesta primitive delle genti italiche, che solo più tardi
furono argomento di storia, ma sul linguaggio di esse e sulle traccie della
loro civiltà, che sopratutto ci serbd il culto per i tra passati, noi
riconosciamo immediatamente, che tutte le loro tradizioni, le cui origini sono
celate in un remotissimo e misterioso passato, hanno già assunto un carattere
sacro e religioso. Una religione, per nulla immaginosa ed estetica come la
ellenica, ma eminentemente pratica ed applicata con cura minuta a tutte le
emergenze della vita, ha già consacrato le basi della organizzazione gentilizia,
per modo che le genti italiche, sempre occupate dal divino, che sovraintendono
a ciascun atto della vita, cercano con tutti i mezzi di riconoscere i segni
della benevolenza o malevolenza divina. Per gli atti della vita quotidiana
questa volontà potrà essere indicata anche dai piccoli incidenti della vita; mentre
per i fatti di importanza maggiore per il gruppo, è la volontà del cielo, che
deve essere consul [Osserva giustamente il SUMNER Maine, L'ancien droit, che
mentre l'intelligenza greca colla sua mobilità e la sua elasticità era incapace
di chiudersi nella stretta veste delle formole legali, Roma invece possede una
delle qualità più rare nel carattere delle nazioni, che è l'attitudine ad
applicare e a svolgere il diritto come tale, anche in condizioni non favorevoli
alla giustizia astratta, non scompagnata tale attitudine dal desiderio di conformare
il diritto ad un ideale sempre più elevato. Del resto il primo, che con occhio
veramente acuto abbia scrutato le attitudini mentali diverse dei greci e dei romani,
è il nostro Vico, De uno et universo iuris principio et fine uno. D'allora in
poi il paragone non è più venuto meno. Lo fanno gli storici, come Mommsen,
LANGE ed altri; lo fanno parimenti gli studiosi della giurisprudenza comparata,
come MAINE, op. cit., Freeman, Comparative politics, London, Hearn, Arian
Household, London, IHERING, L'esprit du droit Romain. Per maggiori particolari
in proposito mirimetto al libro: La vita del diritto nei suoi rapporti colla
vita sociale,. ove ho tentato di richiamare alle facoltà psicologiche
prevalenti presso i due popoli il diverso svolgimento, che i medesimi ebbero a
dare alla religione, al diritto, ed alle istituzioni sociali e politiche] tata.
Di qui quella osservazione antichissima del volo degl’uccelli, che è d'origine
latina, e l'altra dell'osservazione delle viscere degli animali da sacrifizio,
che è di origine etrusca, e quel concetto per noi pressochè incomprensibile
degli auspicia, che appartengono al magistrato e che danno al suo potere una
consacrazione religiosa e giuridica ad un tempo. Per attenersi tuttavia a quel
complesso di norme, che riflettono la vita, intesa questa distinzione in un
senso che possa applicarsi al periodo gentilizio, noi troviamo che anche in
questa parte le genti italiche mostrano fin da principio decisa tendenza a
racchiudere le loro tradizioni in forme certe e precise, e a designarle con
vocaboli di significazione determinata, la cui semplicità primitiva sembra
indicarne l'antichità remota. Questi vocaboli per le genti latine sono quelli
di mos, di fas e di jus, i quali tutti nelle origini sembrano presentarsi con
una significazione, che tiene del religioso e del sacro. Del mos infatti noi
abbiamo una definizione conservataci da Festo. Mos est institutum patrium, id
est memoria veterum pertinens maxime ad religiones caerimoniasque antiquorum. Qui
è notabile anzitutto la significazione larghissima, attribuita al vocabolo, per
cui tutte le patrie tradizioni sarebbero inchiuse nel medesimo, come pure
l'esplicazione che viene dopo, la quale, restringendo in apparenza il contenuto
del vocabolo, indica in sostanza che la parte. BouchÊ-LECLERCQ, Histoire de la divination dans l'antiquité, e lo stesso
autore, Institutions romaines. Questo ricorrere agli auspizii in ogni
affare pubblico e privato è attestato da Servio, In Aen. Romani nihil nisi
captatis faciebant auguriis et praecipue nuptias e da CICERONE, De divin. Nihil
fere quondam maioris rei nisi auspicato ne privato quidem gerebatur, quod etiam
nunc nuptiarum auspices declarant. Per quello poi, che si riferisce agl’auspicia,
alle varie loro specie, alla procedura solenne, da cui erano accompagnati, ed
alla importantissima distinzione fra auspicia privata e publica, distinzione,
che fu anch'essa un effetto della formazione di Roma, non ho che a riferirmi
alla trattazione magistrale di Mommsen, Le droit pubblic romain. Trad. Girard,
Paris] prevalente nelle istituzioni dei padri era sopratutto quella, che si
rifere alla religione ed alle cerimonie di essa. Questo carattere religioso non
ha poi bisogno di essere provato quanto al vocabolo di fas. Poichè il fas delle
genti italiche è paragonato dagli stessi scrittori latini alla Oeuis dei Greci,
e col tempo fu questo vocabolo di fas, che, distinguendosi sempre più da ogni
altro elemento estraneo, fini per significare quelle norme di carattere
esclusivamente religioso, che si riferiscono agli auspicia, al l'arte augurale
ed alle cerimonie del culto. Infine i più recenti investigatori del significato
primitivo del ius, quali Leist, Bréal,
al quale aderisce anche Muirhead, e diavviso, che il medesimo nelle proprie
origini avesse eziandio una significazione religiosa. Cosi Bréal ritiene, che
il ious antico dei latini, cambiatosi poscia in ius, sia perfettamente conforme
al iaus, che occorre nel più antico vocabolo, la cui significazione è alquanto
vaga ed incerta, ma che egli ritiene essere quella di volontà, potenza, protezione divina . Questa
primitiva signifi [Festo, vo Mos. È poi notabile come lo stesso Festo, confermando
il carattere religioso, comune al mos ed al fas, definisca il ritus
dicendolo un mos comprobatus in administrandis sacrificiis . Bruns, Fontes, -- Festo, v° Themin, scrive. Themin deam putabant esse, quae
praeciperet ho minibus quid fas esset, eamque id esse existimabant, quod et fas
est. Bruns,
Fontes. Lo stesso concetto ha ad esprimere Ausonio, Edyl.: Prima deum Fas Quae
Themis est Graiis. Per altri passi è da vedersi Voigt, Die XII Tafeln. È poi
degno di nota, che nelle formole antiche occorre sovente la frase secundum ius
fasque, la quale indica in certo modo il bisogno di dare al diritto anche
l'appoggio del fas. BRÉAL tratta la questione in Sur
l'origine des mots dési gnant le droit et la loi en latin nella Nouvelle revue
historique de droit Français et étranger -- la cui conclusione è la seguente: Le
droit, qu'on a appelé la création la plus originale du génie latin, et qui a
l'air de sortir tout d'une pièce de la tête des décemvirs a ses origines dans
le passé le plus lointain. Il est inséparable des premières idées religieuses
de la race. Questo
è pure il concetto di LEIST, Graec. Ital. R. G., MUIRHEAD, Hist. Introd., segue
l'opinione del Bréal. Parmi però, che questa etimologia non debba fare
abbandonare intieramente quella dalla radice s < iu, che significa
stringere, legare, unire, la quale indicherebbe la funzione, che il diritto
compie di vinculum societatis humanae. Questo è certo, ad ogni modo, come nota
Bréal, che le parole mos, fas e ius debbono essere considerate come caposti
pite, e quindi, più che derivare da altre, sono esse che diedero dei derivati,
quali. cazione del vocabolo spiega poi come tanto i Latini attribuissero un
carattere religioso e sacro alla lex, sebbene questi due vocaboli siano di più
recente formazione, e ritenessero la legge come un dono del divino; come pure
spiega quel sentimento, le cui traccie occorrono ancora in Roma, per cui si ama
meglio di lasciar cadere in dessuetudine il diritto costituito, che non di
abrogarlo espressamente. Intanto questo carattere comune a questi diversi
vocaboli e ai concetti inchiusi neimedesimi, conduce ad inferire, che dovette
forse esservi tempo, in cui furono contenuti in qualche concetto più vasto e
comprensivo, del quale essidebbono perciò considerarsi come specificazioni ed
aspetti diversi. Questo concetto, secondo Müller ed anche secondo Leist,
sarebbe stato dagli antichi arii significato col vocabolo di rita, il quale
esprime ora l'ordine che regge l'universo, col suo alternarsi del giorno e
della notte, ed ora l'ordine stesso della natura, in quanto governa il
generarsi, il crescere e il disparire degli esseri viventi. A questo vocabolo
di rita corrispon dono perfettamente i concetti del ritus, del ratum e della
ratio dei latini, ed anche quello, che essi indicano coll'espressione di rerum
natura, per guisa che anche il concetto di ius naturale nel senso che ha ad
essergli attribuito da Ulpiano di un ius quod natura omnia animalia docuit puo
rannodarsi a questi primitivi concetti. Lo stesso Leist poi osserva, che al
concetto fondamentale di rita o di ratio la sapienza antichissima degl’arii
associa altri con sarebbero quelli di fari, iubere, iustitia, iudes, iurgium,
iniuria e simili. Una trattazione poi di questo elemento etico e religioso
dell'antico diritto, sussidiata da una larghissima erudizione, occorre in Voigt,
Die XII Tafeln. Leist. Ciò confermerebbe l'asserzione contenuta nelle Institut.
Justin.: palam est autem vetustius esse ius naturale, quod cum ipso genere
humano rerum natura prodidit: civilia enim iura tunc esse caeperunt, quum et
civitates condi, et magistratus creari,et leges scribi caeperunt. Questo è
certo poi, che a questo diritto naturale primitivo anteriore alle leggi
accennano soventi i filosofi latini. Cfr. Henriot, Meurs jur. et judic.
Conviene quindi indurne che il concetto di un diritto della natura comincia in
certo modo ad essere sentito dall'universale coscienza, e solo più tardi
diventò anch'esso argomento di una elaborazione filosofica. In proposito la
classica opera del Voigt, Das ius naturale, bonum et aequum et ius gentium der
Römer, Leipzig] -cetti, che sono espressi coi vocaboli di orata, a cui
corrisponde il fas e il ratum dei latini, due vocaboli che sovente procedono
uniti: di dhāma, che egli dice analogo alla Oeuis greca e infine quello di
svadhā, che corrisponderebbe all'čnog od neos dei Greci e quindi anche al mos
dei latini, mentre infine il concetto di dharma già si accosterebbe, quanto
alla sua significazione, al vocabolo latino di lex, il quale sarebbe però
sopravvenuto più tardi. Parmi tuttavia che la parentela ed analogia fra questi
varii concetti possa essere facilmente spiegata, quando si consideri che fra i
latini il vocabolo di ratum e quello più astratto di ratio, si associano
talvolta al fas, al ius ed anche al mos. Si può quindi inferirne con
fondamento, che il ratum, da cui derivò poi ratio, significava l'ordine, che
governa il corso delle cose divine ed umane, mentre il fas, il mos ed il ius,
che dapprincipio si presentano tutti circondati da un'aureola religiosa,
significano i diversi aspetti, sotto cui si manifesta questa forza o volontà
operosa, che muove e regge l'universo. Il fas quindisarebbe la stessa volontà
divina, in quanto si estrinseca nei fenomeni della natura, ed è interpretata da
coloro che sanno conoscerne il significato riposto. È quindi dal fas, che
derivano i riti e le cerimonie del culto, le quali sono appunto intese a
rendere propizia agli uomini la volontà divina, e che presso le genti italiche
assumono anche esse il carattere contrattuale del do ut des . Il mos significa la stessa
volontà divina, ma non più in [ Leist. Questo scindersi dal concetto primitivo
appare nelle parole di Virgilio Fas et iura sinunt che Servio commenta con dire
– id est divina humanaque iura per mittunt; nam ad religionem fas, ad homines
iura pertinent. In Aen. (Bruns, Fontes).
La parentela poi fra i vocaboli di ratum e di ratio è dimostrata da Leist con
una quantità di passi da lui citati nella Graec. It. R. G. Ciò appare da tutte
le formole primitive, che si indirizzavano agli dei di una città nemica, per
ottenere che i medesimi abbandonassero la città stessa. V. HUSCHKE, Iurisp.
anteiust. quae supersunt, Nota in proposito il Bouche-LECLERCQ, Institutions
romaines, che il culto romano e una procedura del tutto analoga a quella
delle legis actiones > che i
pontefici trasmisero poi più tardi ai giureconsulti. Che anzi per i Romani il
sacrifizio è una offerta fatta in uno scopo interessato e la preghiera, che
necessariamente l'accompagna, è una stipulazione, il cui effetto è infallibile,
se essa sia concepita nei termini sacramentali, fissati dal costume – rite. Ciò
significa che è per tal modo immedesimata coi romani l'idea secondo la quale il
diritto formasi mediante la convenzione e l'accordo, che essi in ogni argomento
scorgono una specie di contratto.] quanto si rivela con segni, la cui
interpretazione è lasciata al sacerdote. Ma bensì in quanto si palesa in quella
tacita hominum conventio, che dà appunto origine al costume ed alla
consuetudine. Infine il ius è sempre questa stessa volontà divina, ma in quanto
viene ad essere interpretata e statuita espressamente dagli uomini, che
appartengono alla comunanza, nell'intento di provvedere alle esigenze della
medesima. Per tal modo da un unico ceppo sonosi staccate propaggini diverse; ma
siccome esse continuano ancora sempre ad essere in comunicazione fra di loro,
così è molto difficile il precisare la significazione di ciascuna, sopratutto
nel periodo gentilizio, allorchè vindice di questi varii aspetti della volontà
divina era l'autorità patriarcale del padre e del consiglio degli anziani. È
poi'degno di nota, che questi varii concetti, negli inizii di Roma, si
presentano come patrimonio esclusivo delle genti patrizie come appare da ciò,
che queste chiamano le usanze plebee non già col vocabolo di mores, ma con
quello di usus. Ed anche da ciò che la cognizione del fas e del ius fu per
lungo tempo un privilegio del patriziato ed una causa della sua superiorità
sopra la plebe. In ciò può con fondamento scorgersi una prova, che queste
nozioni doveno elaborarsi in altro suolo ed essere trapiantate da genti
migranti dall'Oriente sul suolo italico, ove hanno poiservito per l'educazione
di stirpi, che si trovavano in condizioni inferiori di civiltà. Sebbene qui non
possa essere il caso di cercare in quale ordine questi varii concetti siansi
venuti formando, non è tuttavia inopportuno di avvertire, che, nelle origini,
il primo a prodursi, almeno nell'ordine dei fatti, dovette probabilmente essere
il mos, il quale, dopo essersi formato pressochè inconsapevolmente nel seno
delle comunanze patriarcali, viene poi mutandosi in una tradizione, che si
trasmette di genitore in figlio e che col tempo assume un carattere sacro e
religioso. È poi nel seno di questo mos primitivo, che si opera una
distinzione, in virtù della quale una parte di esso riceve una sanzione
religiosa, e l'altra una sanzione giuridica, mentre una parte continua sempre
ad avere un carattere puramen temorale e costituisce ciò che le genti latine
chiamano i boni mores. Intanto egli è certo, che le genti italiche si
presentano con questi varii concetti, già compiutamente formati, e che fra essi
ha già acquistata una incontestabile prevalenza quello del fas. E il fas, che
primo ha a ricevere elaborazione e a concretarsi in certe massime, riti e
pratiche, che tendono a diventare immutabili e ferme, come la volontà divina,
di cui si ritengono essere l'espressione. È poi sotto la protezione del fas,
che si vennero elaborando i concetti del ius e e dei boni mores, al modo stesso
che più tardi sarà sul modello del ius pontificium, che verrà a formarsi il ius
civile. Quasi si direbbe che, mancando ancora un'autorità abbastanza salda per
porsi alle passioni dell'uomo in un periodo di lotta e di violenza, siasi
sentita la necessità di porre sotto la protezione divina anche quelle regole,
che appariscono indispensabili per il mantenimento della convivenza sociale.
Intanto queste considerazioni intorno ai concetti fondamentali, che
costituiscono il substratum della sapienza popolare delle genti italiche, ci
preparano la via a comprendere il processo storico, secondo cui venne
svolgendosi ciascuno di essi. Il vocabolo di fas esprime per le genti italiche,
più fantastici ed immaginosi, giunsero perfino a personificare nei concetti di
Themis, Nemesis, Adrasteia. Esso è l'espressione della volontà divina, in
quanto impone e regge l'ordine delle cose divine ed umane, e vendica in modo
irresistibile le violazioni, che l'uomo rechi al medesimo colle proprie azioni.
Nel fas pertanto non è solo compresa una parte, che si riferisce ai riti e alle
cerimonie del culto, ma una parte eziandio, che contiene delle norme che
riguardano l'umana condotta. Che anzi, siccome la riverenza per il divino non è
propria di questa o di quella gente, ma è comune alle varie genti, cosi è anche
sotto la protezione del fas, che si trovano tutti quei rapporti fra le varie
genti, senza di cui sarebbe stato impossibile, che esse potessero entrare in
comunicazione le une colle altre. È quindi il fas, che determina i modi in cui
debba es sere dichiarata una guerra, e copre della sua protezione coloro, che
sono inviati a trattare le alleanze e le paci. È esso parimenti che dà un
carattere sacro a quell'istituzione dell'ospitalitá (hospitium), che ha un così
largo sviluppo presso le genti primitive, e che poi ricompare, come hospitium
publicum, dopo la formazione [Per una più larga prova di questa analogia, vedi C., La vita del di ritto, cogli autori ivi
citati] della città, come pure è il fas che consacra le obligazioni, che intercedono
fra il patrono ed il cliente. È esso, che condanna le violenze dei figli verso
i genitori, le nozze incestuose, il falso giuramento e il venir meno ai voti
fatti al divino, e alle promesse, che sotto il suggello della fides siansi
fatte anche ad uno straniero. Esso in somma nei primordii sembra abbracciare i
rapporti fra i membri della famiglia, quelli fra le varie genti, e quelli
infine fra le varie tribù; donde la conseguenza, che anche più tardi, allorchè
si tratto di patti fondamentali fra il patriziato e la plebe, questa per
assicurarne l'adempimento non trova altro mezzo, che di porre i medesimi sotto
la protezione di quel fas, che esercita tanto impero fra le genti patrizie,
come lo dimostra il concetto ispiratore delle cosi dette leges sacratae. Chi
poimanchi a questo complesso di norme, sopratutto allorchè lo faccia di
proposito (dolo sciens), mentre offende gli uomini reca pure offesa al divino,
e quindi deve espiare il proprio fallo, mediante certi sacrifizii, le cui
traccie occorrono ad ogni istante nel ius pontificium e negli scritti dei più
antichi giureconsulti, che si erano formati sullo studio di esso; i quali
sacrificii prendevano il nome di piacula, e dovevansi anche fare, allorchè
altri cade in fallo per semplice imprudenza (imprudens). Di qui si raccoglie,
che già dall'epoca più remota, a cui rimontino le tradizioni, trovasi la
distinzione, almeno fra le genti patrizie, fra colui che abbia compiuto un
delitto di proposito (dolo malo, dolo sciens, prudens), e quello invece, che
l'abbia compiuto solo per imprudenza (imprudens), nel che si avrebbe una prova,
che queste genti già erano pervenute a tale da analizzare l'atto umano e
scrutare perfino l'intenzione dell'agente, sebbene più tardi il diritto
quiritario dove fare un passo in dietro, come quello che dove applicarsi a
classi, che non erano tutte giunte allo stesso grado di sviluppo. Che se il
fallo sia tale [Sul carattere delle leges sacratae è da vedersi Lange, De
sacrosanctae tribuniciae potestatis natura, eiusque origine. Lipsiae -- Sono
poi diversissime le guise, mediante cui le promesse, che non avevano ancora
sanzione giuridica, si mettevano sotto la protezione del fas. Sopratutto a ciò
serviva il giuramento, la cui larghissima applicazione, nel periodo storico,
appare dal diligente lavoro di Bertolini, Il giuramento nel diritto privato
romano. Roma. Cio è dimostrato dal fatto, che la distinzione fra l'omicidio
commesso di proposito e quello commesso per imprudenza già occorre nelle leges
regiae attribuite da non potersi espiare in questa guisa, in allora il reo
viene assoggettato ad una specie di espiazione sacrale, la cui forma tipica
consiste nella capitis sacratio. Questa dove essere pena gravissima durante il
periodo gentilizio, poichè il colpevole veniva con essa ad essere sot toposto
ad una specie di scomunica religiosa e domestica, che lo stacca dal gruppo
gentilizio, di cui faceva parte, e lo poneva in certo modo fuori della legge,
per guisa che sebbene il sacrifizio della sua vita non potesse essere accetto al
divino, esso puo pero essere ucciso impunemente da chicchesia. Di qui il
carattere di espiazione sacrale, che informa ancora tutto il diritto penale di
Roma, durante il periodo patrizio, come pure i vocaboli e i concetti di
expiatio, supplicium, di consecratio bonorum, di interdictio aqua et igni, i
quali confermano l'osservazione di Voigt, secondo la quale le genti patrizie
avrebbero ravvisato nei delitti più un'offesa al divino che non agl’uomini, a
differenza delle plebi, che risentivano di preferenza l'offesa e il danno
materiale. Non potrei quindi ammettere l'opinione di coloro, i quali,
supponendo le genti italiche in una condizione del tutto primitiva e come nella
loro infanzia, mentre sotto un certo aspetto sono già nella loro età matura,
vogliono ad ogni costo trovare nel diritto penale le traccie della vendetta. Se
cio intendasi nel senso che erano i singoli capi di famiglia, che dovevano
essere essi i vindici del proprio diritto e proseguire le offese, che loro fos
sero recate, in mancanza di un'altra autorità che lo facesse per essi, ciò può
essere facilmente ammesso. Che se invece si intenda che nella stessa comunanza
gentilizia dovessero spesseggiare una reazione violente e una vendetta, cio più
non può conciliarsi col rattere patriarcale di una comunanza, ove tutto è già
regolato dalla a Numa. V. Bruns, Fontes. Tale distinzione poi incontrasi
frequentemente in ciò, che a noi pervenne degli scritti dei pontefici dei
veteres iurisconsulti. Che anzi pare, che, secondo il Pontefice Quinto Muzio
Scevola, i fatti commessi contro il fas allora soltanto potessero espiarsi
colla piacularis hostia, quando fossero compiuti per imprudenza; mentre non
ammettevano espiazione, quando fossero commessi di proposito. Ciò appare dal
seguente passo tolto da VARRONE, De ling. lat. Praetor, qui diebus fastis tria
verba fatus est, si imprudens fecit, piacu lari hostia piatur; si prudens
dixit, Quintus Mucius ambigebat eum expiari non posse.” Altri esempi occorrono
in Huschke, Iurisp. anteiust. quae sup., Voigt, XII Tafeln] religione e dal
costume. Non potrebbe certo affermarsi che anche le genti italiche non abbiano
attraversato uno stadio, in cui dovette dominare la forza, la vendetta e la
violenza. Ma l'organizzazione patriarcale e i vincoli strettissimi di essa
erano già un mezzo per uscire da tale condizione di cosa. Quindi, se si deve
giudicare dal diritto primitivo di Roma patrizia, sarebbero così poche le
traccie, che rimangono in esso della vendetta, nel senso che suole attribuirsi
a questo vocabolo, da doverne inferire che nel periodo gentilizio la religione,
compenetratasi in ogni atto della vita, ne aveva già cacciata la vendetta ed
aveva esclusa perfino la composizione a danaro, almeno nella cerchia delle
genti patrizie. Che se il padre di famiglia può incrudelire contro la moglie e
la figlia adultera e contro l'adultero (sorpresi in flagrante), o contro il
ladro, egli lo fa più come giudice e come investito di un carattere sacerdotale,
che non come uomo, che si abbandoni all'impeto della collera e della vendetta.
La religione già incatena le passioni dell'uomo, ed è solo più fra la plebe,
che ancora si trovano le traccie della vendetta e della composizione a danaro,
le quali poi ricompariscono in qualche parte nella legislazione decemvirale,
come quella che era comune ad entrambe le classi. Fra gli autori, che cercano
di dare una larga parte alla vendetta nel diritto romano, havvi il MUIRHEAD,
Hist.introd. Egli argomenta da ciò, che colui il quale commetteva un omicidio
per imprudenza dove fare l'offerta di un ariete agli agnati dell'ucciso. Da ciò
che il vendicare la morte di un congiunto ucciso e un dovere per i superstiti
per acquetare i mani di lui. Dal diritto del padre e del marito di uccidere la
figlia o la moglie sorprese in adulterio unitamente all'adultero. Dal taglione,
le cui traccie ancora rimangono nella legislazione decemvirale, e perfino dal
diritto del creditore di chiudere nel carcere il debitore, chemancasse ai
proprii impegni. Parmi tuttavia, che di questi fatti alcuni indichino invece la
preponderanza dell'elemento religioso, e gli altri siano concessioni, che il
diritto decemvirale fece al modo di pensare e di agire proprio della plebe,
presso la quale avevano ancora certamente una più larga parte la privata
vendetta, il taglione e la composizione a danaro. Cfr. Ihering, L'esprit du
droit Romain. Trad. Meulenaere. Paris, -- ove discorre della giustizia privata
e delle forme, con cui essa e esercitata. Finchè quindi si dice, che sono i
singoli capi di famiglia, che, in mancanza di una autorità investita dal
pubblico potere, perseguono essi stessi le ingiurie e le violazioni di diritto,
di cui furono vittima, si afferma una verità indiscutibile. Ma ciò non deve più
confondersi coll'esercizio sregolato di una vendetta, che non prende norma che
dalla violenza della passione, dal momento che la religione e la consuetudine
già hanno determinato la procedura solenne, a cui egli deve attenersi per ottenere
soddisfazione dell'ingiuria o del danno sofferto, e che l'organizzazione
gentilizia ha appunto per iscopo di porre termine alla pri vata violenza fra
coloro che appartenevano alla medesima gente o tribù.Accanto però a queste
regole dell'umana condotta, che già sono munite di sanzione religiosa, sonvene
delle altre che, appoggiate unicamente al costume, costituiscono, per cosi
esprimerci, una morale. Esse vengono indicate col vocabolo di mos patrius, di
mores maiorum, di boni mores, e costituiscono un complesso di norme direttive
della condotta, le cui traccio si trovano più tardi ancora nel iudicium de moribus,
at tribuito al Praetor, e sopratutto nel regimen morum, affidato alla custodia
dei censori. Anche questi mores maiorum si sono venuti formando durante il
periodo gentilizio, nella cerchia sopratutto delle familia e delle gens, e sono
quelli, a cui deve essere attribuito l'obsequium e la reverentia verso gli
ascendenti, la pudicitia delle mogli e il mantenimento della fides, anche per
quelle promesse, che non fossero munite di sanzione giuridica e che fossero
fatte anche ad uno straniero. Sono questi boni mores, che da una parte conteneno
in certi confini il potere delle varie autorità, le quali, giuridicamente
considerate, apparivano senza alcun confine; e che dal l'altra colpivano colla
sanzione efficace della disistima generale della comunanza coloro, che
mancavano a certi doveri, i quali non erano muniti di sanzione giuridica. Così,
ad esempio, furono i boni mores, che ancora molto più tardi condussero
l'opinione pubblica dei cittadini Romani a condannare al disprezzo quei
prigionieri d’Annibale che, lasciati liberi sotto la condizione del ritorno,
credettero di liberarsi dalla promessa mediante lo stratagemma di ritornare
immediatamente nel campo e di sostenere di aver così attenuta la loro [Questo
concetto trovasi espresso da Publio Siro, allorchè scrive – Etiam hosti est
aequus, qui habet in consilio fidem. Del resto sono diversissime le guise, con
cui i filosofi esprimono l'efficacia moralmente obbligatoria delle promesse. È
qui che compariscono i concetti del pudor humani generis, del foedus, che
talvolta significa anche il patto e la convenzione, il concetto della casta
fides, quello della santità inerente alle parole, in quanto che immutabile
sanctis Pondus inest verbis; concetto che trova poi la sua espressione
giuridica nell' uti lingua nuncupassit, ita ius esto. Così pure nell'Andria di
Terenzio trovasi elegantemente espresso il concetto, che l'obbligazione è un
vincolo che la volontà impone a se stessa colle parole – coactus tua voluntate
es -- concetto che trova pur esso forma nell'assioma giuridico, Quae ab initio
sunt voluntatis ex post facto fiunt necessitates. Per altri esempi può vedersi
HENRIOT, Meurs juridiques et judiciaires] promessa. Del resto è sempre questo
concetto del buon costume, che tornerà poi a penetrare, per opera della
classica giurisprudenza, nella compagine soverchiamente rigida del diritto
civile romano, come lo dimostrano le considerazioni di ordine morale, che
talvolta occorrono nei grandi giureconsulti, l'influenza che esercitò mai
sempre l'existimatio anche sulla capacità di diritto, e l'introduzione
dell'infamia, della ignominia, della levis nota, che danno in certo modo una
configurazione giuridica alle varie gradazioni della publica disistima, in cui
sia incorsa una determinata persona. Al qual proposito non e inopportuno di
osservare, che quella separazione fra l'elemento esclusivamente GIURIDICO ed il
meramente morale, che tarda così lungamente ad operarsi nella scienza,
presentasi invece con una meravigliosa nettezza nel diritto di Roma, il quale,
dopo essersi separato dal fas e dai boni mores, continua logicamente la propria
via, e assunse così quel carattere di rigidezza e di logica pressochè inumana
(dura lex, sed lex), che solo più tardi e temperato nella classica
giurisprudenza, la quale di nuovo richiama in esso quell'alito morale, da cui
almeno in apparenza erasi dapprima compiutamente disgiunto. Intanto, per ciò
che si riferisce ai boni mores, non è più la religione, che si incarica di
punirne le violazioni, ma sono i capi stessi dei diversi gruppi, che vegliano
sovra quel retaggio del buon costume, che loro ebbe ad essere trasmesso dagli
antenati. Sono quindi il padre nella famiglia, il consiglio degl’anziani nella
gente ed il magister pagi nella tribù, che sovraintendono almantenimento di
questa morale. Mentre è poi la disistima generale della comunanza, che condanna
al disprezzo e all'isolamento coloro, che abbiano esercitato professioni
ignominiose, o abbiano mancato alla fede promessa, o abusato del potere loro
spettante, o abbiano infine commessa alcuna di quelle azioni, che, senza senza
essere colpite [Cfr. Muirhead, Hist. Introd. Basta leggere le commedie di
Plauto, e fra le altre specialmente il Trinummus, per scorgere la
significazione larghissima, che davasi al vocabolo di boni mores, e come fosse
altamente sentita l'importanza di essi di fronte alle leggi e l'impotenza di
queste, quando quelli cominciavano a venir meno. Ciò verrà ad essere largamente
provato nel ius Quiritium, dovuto ad un ' astrazione potente, mediante cui si
riuscì ad isolare l'elemento giuridico da tutti gli elementi affini.] dalla
sanzione religiosa o giuridica, incorrono però nella disapprovazione generale.
Se il modo in cui formasi questa generale opinione e l'influenza, che essa
esercita, male possono scorgersi ancora a Roma, in cui già scomparve ogni
traccia della vita patriarcale, possono invece essere anche oggidi facilmente
compresi quando si arresti lo sguardo ad una comunanza di villaggio, ove tutti
si conoscono e debbono necessariamente essere in rapporto fra di loro, ed ove
le colpe dei padri pesano più duramente sulla riputazione dei figli. Se ora si
vogliano cercare le origini del ius nel periodo gentilizio, apparisce fino
all'evidenza, che e soltanto, collocandosi in un posto intermedio, fra il fas
da una parte ed i boni mores dall'altra, che puo riuscire e farsi strada quel
ius, che dove poi ricevere cosi largo sviluppo durante il periodo della
comunanza civile e politica. Sonvi in una comunanza certi modi di operare e di
agire, che, per essere costantemente ripetuti in modo uniforme, fini scono per
acquistare un carattere pressochè obbligatorio per tutti coloro, che trovansi
in una determinata condizione sociale, e danno cosi origine non più al mos
propriamente detto, ma a quella formazione giuridica, che viene poi ad essere
indicata col vocabolo efficacissimo di consuetudo, il quale in certo modo
contiene in sè la propria deffinizione. Colui che manca a queste regole non
offende solo il divino e non viola solamente il buon costume, ma viene meno ad
obbligazioni, che sono imposte dalla convivenza, cui appartiene e si sottrae
cosi alle esigenze della vita sociale. Fra i fatti irreligiosi ed immorali
viene così formandosi una categoria di fatti umani, in cui appare soltanto in
seconda linea l'offesa alla religione ed alla morale, mentre viene ad essere
evidente sopratutto l'offesa [Servius, In Aen. -- VARRO valt morem esse
communem consensum omnium simul habitantium, qui inveteratus *consuetudinem*
facit . Del resto questo passaggio del costume, che ha carattere meramente
MORALE, in *consuetudine*, che ha carattere strittamente GIURIDICO, è indicato
anche da molti passi dei giureconsulti, che possono trovarsi raccolti
nell'Heumann, Handlexicon zu den Quellen des römisches Rechts. Jena, Va Mos e
Consuetudo] alla comunanza, a cui altri appartiene e il danno che vengono a
soffrirne gli altri membri della comunanza. Di qui la conseguenza, che comincia
già ad operarsi, nel seno delle comunanze anche patriarcali, come una specie di
selezione, per cui dal complesso dei precetti religiosi e morali se ne vengono
sceverando alcuni, che assumono il carattere *giuridico* propriamente detto.
Naturalmente questo lavoro di selezione non può ancora spingersi molto oltre,
fino a che trattasi di una comunanza, che adempie a funzioni domestiche,
religiose e civili ad un tempo. Ma intanto già comincia ad avvertirsi il
carattere particolare di certi precetti, che appariscono più rigidi di quelli
puramente morali e religiosi, per ottenere l'adempimento dei quali non può più
bastare una sanzione meramente religiosa, né la disistima generale, ma vuolsi
una specie di sanzione co-attiva da parte della intiera comunanza e
dell'autorità che la governa. Al modo stesso, che già fra le genti e le tribù
si vengono gradatamente svolgendo quelle arces, quegli oppida, quei
conciliabula, quei fora, che sono il primo nucleo, intorno a cui verrà poi a
svolgersi l'urbs e la civitas; cosi, anche frammezzo ad una convivenza, i cui
precetti hanno ancora sopratutto un carattere religioso e morale, già
cominciano a presentarsene alcuni, che assumono un carattere civile e politico.
Che anzi, per continuare nello stesso paragone, al modo stesso che Roma,
limitata dapprima ad essere il rifugio degli abitanti dei villaggi, viene poi
ad essere il luogo, ove si amministra la giustizia e si tengono le riunioni, e
viene infine ad abbracciare nella sua cerchia anche le abitazioni private, e a
sottrarre all'organizzazione domestica e gentilizia tutte quelle funzioni di
carattere civile e politico, a cui essa prima adempiva; così anche [Questo
concetto, per cui chi manca al diritto offende non solo l'individuo, ma reca un
danno alla intiera comunanza, che ora noi diremmo danno sociale, è un concetto
profondamente sentito dai romani, il quale ha ad essere variamente espresso dai
filosfi latini. Basti riportare dall'Henriot questi versi di Pubblio Siro:
Multis minatur, qui uni facit iniuria: Tuti sunt omnes, ubi defenditur unus;
Omne ius supra omnem iniuriam positum est. O quello di Orazio: nam tua res agitur, paries quum proximus
ardet . Come pure le frequenti scene di Plauto e di TERENZIO, in cui una
persona ingiuriata chiama gli altri testi in testimonio e chiede aiuto con
formole, che hanno una precisione giuridica: Obsecro vos, populares, ferte
misero atque innocenti auxilium. Ovvero: Obsecro vestram fidem, subvenite cives
.] questo primo nucleo di precetti giuridici, che negli inizii abbisogna ancora
dell'appoggio della religione e del costume e si modella sul fas, viene col
tempo accrescendosi sempre più, e richiamando a se una quantità di precetti, i
quali nell'organizzazione anteriore non hanno che un carattere religioso o
MORALE. Per tal guisa il ius viene in certo modo accrescendosi a spese degl’elementi,
da cui si è staccato. Quando poi sentesi forte abbastanza per procedere per
proprio conto, afferma senz'altro la propria indipendenza, e assume, per opera
dei romani, un processo tutto speciale nel proprio svolgimento, che chiamasi
appunto iuris ratio, mediante cui finisce per qualche tempo per isolarsi anche
troppo da quegli elementi, da cui ricava il suo primitivo nutrimento. Quel
carattere pertanto di rigidezza, che suole condannarsi nel diritto dei Quiriti,
è la miglior prova della sua potenza ed energia; perchè indica come l'elemento
giuridico ormai fosse giunto a tale da potersi svolgere senza più tener conto
della considerazione MORALE o religiose -- al modo stesso che Roma, teatro del
suo svolgimento, ormai e pervenuta a tale da cercare ancor essa di spogliarsi
di ogni traccia della influenza gentilizia e patriarcale. Questo è poi degno di
nota, che anche quando il ius viene ad affermare la propria esistenza separata
continua pur sempre a svolgersi sotto due forme, che corrispondono alle due
sorgenti da cui esso ebbe a derivarsi. Havvi infatti la parte, in cui il
diritto cerca in certo modo di imitare la solennità del fas, ed è quella in cui
esso viene ad essere rivestito della forma di lex. Quando cioè il popolo,
interrogato dal magistrato, dà una forma solenne ed espressa alla propria
volontà – iubet atque constituit -- creando cosi il ius legibus introductum.
Intanto si mantiene sempre un altro aspetto del ius, in cui la volontà
collettiva del popolo si manifesta nella formazione lenta delle proprie
consuetudini, che i romani considerano come il frutto di una tacita civium
conventio – ius moribus constitutum. Ad ognimodo però il ius, prenda esso il
carattere di una *regola*, che il popolo pone a sè stesso, o di una norma, che
formisi tacitamente nel costume, è pur sempre il frutto di un accordo espresso
e tacito dei cittadini, e deve essere considerato come l'espressione di una
volontà comune, che si sovrappone alla volontà dei singoli individui. Finchè
esso è in via di formazione può essere argomento di discussioni, le quali hanno
luogo nelle riunioni meno solenni del popolo, che chiamansi contiones; ma
allorchè la legge viene ad essere posta e costituita con quei riti solenni, che
accompagnano i comizii, la vox populi viene ad essere considerata come vox dei,
e debbono ubbidirvi tutti coloro, che cooperarono a formarla, non eccettuati
quelli che erano di avviso contrario. Vi ha di più, ed è che accanto a questo
dualismo se ne delinea ben presto un altro, per cui distinguesi una parte del
diritto, che si riferisce all'interesse generale della comunanza, e chiamasi
ius publicum; e una parte invece, che si riferisce all'interesse parti colare
delle famiglie e delli individui, che entrano a costituirla, e chiamasi ius
privatum. Il primo si forma sulla piazza e nel foro, fra gli urti ed i
conflitti delle varie classi, lascia le sue traccie nella storia politica di
Roma, e si esplica mediante gli accordi e le transazioni, cheavvengono fra
patriziato e plebe. L’altro viene elaborandosi pressochè tacitamente nella
coscienza generale del popolo, e trova i suoi interpreti nei pontefici e nei
giureconsulti. Intanto però l'uno e l'altro sono in certa guisa atteggiamenti
diversi di un medesimo diritto, in quanto che il di ritto pubblico è in certo
modo il palladio, sotto la cui protezione può nascere e svolgersi il diritto private.
Insomma al modo stesso, che l'urbs e il frutto di una lenta formazione,
mediante cui si vennero sceverando dalle abitazioni pri vate gl’edifizii aventi
pubblica destinazione, e che il formarsi della civitas e del populus si dovette
al raccogliersi e al riunirsi di tutti gli uomini (viri) che col braccio o col
consiglio potevano provve dere alla difesa ed all'interesse comune; cosi anche
la formazione del diritto e attribuita ad una specie di elaborazione, che venne
operandosi nella coscienza generale di un popolo, e all'attrito dei varii
elementi, che entravano a costituirlo, [È da vedersi, quanto alla distinzione
fra diritto pubblico e privato, Savigny, Sistema del diritto privato romano,
trad. Scialoia. Sopratutto importa il notare, che il diritto pubblico e il
privato, nel concetto romano, sono due atteggiamenti diversi del medesimo
diritto – duae positions -- e non deve essere dimenticato il detto, che Bacone
certo ricava dallo spirito del diritto romano, secondo cui ius privatum sub
tutela iuris publici latet, De augm. scient., de iust. univ. Quanto alle altre
suddistinzioni, che presentansi nel campo del diritto, è da consultarsi Voigt,
Die XII Tafeln, come pure lo stesso autore, Das ius naturale, gentium etc.
Leipzig] mediante cui da tutti gli elementi morali e religiosi, che già si
erano formati durante il periodo gentilizio, si vennero sceverando tutti quelli,
che potevano ritenersi indispensabili per il mantenimento della convivenza
civile e politica. Roma insomma che, piccola dapprima e limitata a pochi
edifizii, si venne però sempre ingrandendo a spese delle comunanze di
villaggio, che erano entrate a costituirla, deve essere considerata come il
crogiuolo, in cui si gettarono indistintamente tutti gl’elementi della vita
patriarcale, per sceverarne ed isolarne quella parte, che ha un carattere
essenzialmente giuridico, politico e militare. E questa una specie di chimica
scomposizione, che un popolo mirabilmente atto a sceverare nel fatto umano
tutto ciò, che in esso si presenti di giuridico, e a concretarlo in forme
tipiche e precise, venne in certo modo compiendo a benefizio del genere umano.
Espresse quindi una grande verità il filosofo coll'esclamare: Fuit sapientia
quondam Publica privatis secernere sacra profanes. Poichè tale veramente e il
compito delle città primitive e quello sopratutto di Roma. Il nucleo di questi
precetti, di carattere esclusivamente giuri dico, e dapprima assai scarso, e si
ridusse a quel poco che Roma, ancora nei proprii esordii, poteva sottrarre ad
un'organizzazione come la gentilizia, che ancora aveva tutta la sua vitalità ed
energia. Poscia però col crescere di Roma, coll'estendersi delle sue mura, col
fondersi insieme degli elemeuti, che entrano a costituirla, coll'in corporarsi
di nuovi elementi nel populus, quel ius, che prima ha solo una posizione
subordinata, si cambiò invece in tutore e custode della vita pubblica e privata,
ed e riconosciuto come sovrano nel seno della comunanza civile e politica. E
allora che, consapevole della propria forza e dell'ufficio, che gli e affidato,
si riaccosta di nuovo a quell'elemento religioso e sopratutto etico, da cui
aveva dovuto disgiungersi, allorchè nel periodo della propria formazione non
riconosce più altra guida, che una logica esclusivamente giu ridica – iuris
ratio. Di qui intanto deriva la conseguenza, che Roma, pur ricevendo [Orazio,
Ars poetica] le proprie istituzioni dal passato, ci fa però assistere alla
formazione lenta e graduata di un diritto, che venne adattandosi alle esigenze
della convivenza civile e politica, e differenziandosi sotto molteplici
aspetti. Questo diritto tuttavia può essere logicamente spiegato in tutto il
suo processo, ed anche nelle distinzioni che comparvero in esso, in quanto che
è stato veramente una costruzione logica e coe rente in tutte le sue parti, che
venne svolgendosi rebus ipsis dictantibus et necessitate exigente. Che questo
sia stato veramente il processo, con cui si esplica il diritto in Roma, risulta
poi con tanta evidenza dallo svolgersi della comunanza romana, che per ora non
occorre altra dimostrazione. Bensi importa, ed è assai più difficile
determinare, quali siano i rapporti, che primi hanno ad assumere un carattere
giuridico, e quali siano stati gli aspetti essenziali, sotto cui si presenta questo
primitivo diritto presso le antiche genti italiche. Finchè noi siamo nelle mura
domestiche e nel seno della famiglia la religione comune, la riverenza verso il
proprio capo, il suo carattere patriarcale, il suo potere pressochè senza
confini, non che l'autorità moderatrice di quel consiglio o consesso di
parenti, da cui egli è circondato, creano un'organizzazione di tale natura, che
può bastare a qualsiasi emergenza, senza che occorra perciò di ricorrere al
diritto propriamente detto. Che anzi, se il diritto cerca di penetrare nelle
mura domestiche, la fiera indipendenza dei padri riguarderebbe ciò come una
violazione del proprio domicilio ed una usurpazione della propria autorità,
come lo dimostra ancora il padre di Orazio, uccisore della sorella, allorchè
osserva che, se il proprio figlio non ha a ragione uccisa la sorella – iure
caesam -- e toccato a lui di provvedere. Se quindi la moglie, i figli, gli
schiavi manchino a quei doveri, che sono fissati dal costume e consacrati dalla
religione, e il padre stesso, che e vindice dei loro [Liv., Hist., I, 24. Di
qui si può' raccogliere, come non possa ammettersi l'opinione di coloro, i
quali vorrebbero senz'altro attribuire al re, come primo magistrato di Roma, la
giurisdizione per giudicare di qualsiasi misfatto. CLARK, Early roman law. Deve
invece ritenersi a questo riguardo col MuiruEAD, Histor. che la giurisdizione
criminale del re o magistrato venne gradatamente svolgendosi frammezzo alla
giurisdizione dei capi di famiglia, e a quella che apparteneva alle singole
genti, quanto ai delitti, che erano commessi da membri, che entravano a
costituirle.] falli, salvo che in certi casi di maggior gravità, come quando
trattisi della moglie adultera, non stata sorpresa in flagrante, egli dove circondarsi
del tribunale domestico e pronunziare la condanna, dopo averne sentito l'avviso.
Allorchè poi l'azione, che reca danno altrui, sia stata compiuta da un altro
capo di famiglia, o da persona soggetta al potere del medesimo, e fra i due
capi di famiglia, che la questione e risolta, e se quest'ultimo non intenda di
riparare il danno arrecato dal suo dipendente, non ha nulla di ripugnante al
modo di pensare dell'epoca, che egli consegni la persona, che ha recato il
danno, al capo di famiglia, che ha a soffrirlo, mediante l'antichissimo
istituto delle noxae deditio. Cosi pure [È noto a questo proposito come nel diritto,
distinguasi fra noxia e noxa, per cui mentre il vocabolo noxia significa il
danno, veniva anche dai filosofi adoperato per significare la colpa, mentre il
vocabolo noxa si adopera per significare il peccato, il delitto, ed anche la
pena di esso -- donde la espres sione di noxae deditio, la quale trova poi una
larga applicazione, tanto nei rapporti fra i capi di famiglia, quanto eziandio
nei rapporti fra le varie genti e tribù nel ius pacis ac belli nel periodo
gentilizio. V. Festo, vº Noxia (Bruns, Fontes). Intanto dalla estesa
comprensività del vocabolo di noxa o di nocia, nella sua significazione
primitiva, parmi di poter inferire con fondamento, che nelle origini uno stesso
vocabolo significa ad un tempo la colpa, che cagionava il danno, e il danno,
che deriva da essa, e che non dove esservi distinzione fra colpa e danno di
carattere civile e colpa e danno di carattere penale, come neppure dove
distinguersi fra colpa contrattuale ed extra-contrattuale od aquiliana. I
concetti e i vocaboli sono sinteticamente potenti nel diritto romano, ed è solo
col tempo, che in essi si osservano quegli atteggiamenti diversi, che
costituiscono poi altrettante configurazioni giuridiche di un unico concetto
fondamentale. Un altro carattere del diritto si è anche questo, che esso prende
di regola le mosse da un vocabolo di significazione materiale, e poi gli
attribuisce una significazione sempre più estesa e perfino traslata o figurate.
Abbiamo un esempio di ciò nel vocabolo rupere, che significa il rompere
materialmente un membro, od altra cosa; ma fu poscia recato ad una
significazione traslata, attestataci da Festo, per cui rupere significa damnum
dare, al modo stesso che rupitias e ruptiones finiscono per significare ogni
maniera di danno. È uno dei processi più consueti nel diritto di Roma, quello
per cui una volta formato un concetto od un vocabolo giuridico non si teme di
estenderlo a tutte le configurazioni affini. Come si estese il parricidium ad
ogni uccisione di un uomo libero. Così il membrum rupere o la rupitias, essendo
stato il danno, che prima ebbe ad essere configurato giuridicamente, passa poi
ad indicare qualsiasi danno. Rimando in proposito al dottissimo lavoro del
collega G. P. Cuironi, La colpa nel diritto civile” (Torino). Di quest'opera
credo di poter dire, senza offendere la modestia dell'amico, che servirà a
rimettere in onore fra noi quel mirabile magistero, che ha fatto la] gli è
tenendo conto della posizione rispettiva, in cui in questo periodo si trovano
due capi di famiglia, che si può comprendere il nascere e lo svolgersi di certe
procedure, che più tardi appariscono strane e pressochè incomprensibili. Tale
è, per dare un esempio, quella del furtum lance lincioque conceptum, in cui
abbiamo un capo di famiglia, che ricercando una cosa statagli derubata può
ottenere di entrare nella casa del vicino, in cui teme sia stata nascosta; ma
cio a condizione di fare anzitutto una libazione propiziatoria ai lari della
casa, in cui egli si inoltra, il che è dimostrato dal piatto, che egli tiene
fra mano (lance), e intanto deve stringersi la persona con un cingolo (lincio),
che gli impedisca di nascondere qualsiasi oggetto. Sembra però, che questa
perquisizione domiciliare dove per un senso di pudicizia arrestarsi dinanzi al
cubiculum della moglie, con che però il capo di casa giurasse che nulla di
derubato vi era stato nascosto. Del resto in questa condi grandezza della
giurisprudenza romana, secondo cui, una volta che si è formata una
configurazione giuridica, la medesima non deve più essere perduta di vista
nelle in definite trasformazioni e distinzioni, che pud subire nelle
vicissitudini delle legislazioni e della giurisprudenza, ma deve sempre essere
richiamata alle proprie origini e seguita nella sua dialettica fondamentale.
L'autore tratta dei concetti di rupere, di rupitias, di culpa della lex Aquilia.]
Esmein in La poursuite du vol et le serment purgatoire, trova le traccie di una
procedura analoga a quella, che seguivasi per il furtum lance lincioque
conceptum, anche presso il popolo di Israele nel fatto di Rachele, che avendo
sottratti gli idoli di Labano, li aveva poi nascosti sotto le coperte del
cammello, sovra cui essa si era seduta; come pure nel fatto narrato da MACROBIO,
Saturnalia, ove si narra di un Tremellio, a cui sarebbesi imposto il soprannome
di Scrofa, perchè avendo rubata una scrofa uccisa, aveva poi fatto sedere sopra
di essa la propria moglie, e aveva giurato, in via di purgazione, che colà non
eravi altra scrofa, fuori di quella. Ciò dimostra come questa procedura siasi
naturalmente formata presso popoli diversi. Ma non posso convenire
nell'apprezzamento dell'autore, per cui nelle epoche primitive non si
guarderebbe che all'adempimento delle forme esteriori della procedura. Poichè
nel fatto stesso citato da MACROBIO, noi abbiamo l'opinione generale, che segna
a dito colui, che ricorse a quell'ignobile stratagemma, imponendogli il
soprannome di Scrofa (Esmein, Mélanges d'histoire de droit, Paris). L'autore
poi, il quale avvertì che il piatto, tenuto fra mani da colui, che ricerca la
cosa derubata nel furtum lance lincioque conceptum, ricorda in certo modo la
libazione propiziatoria ai lari e ai penati, che dovevasi fare prima di metter
piede nella casa altrui, è Leist, Graec. Ital. R. G. Sul furtum lancie
lincioque conceptum è da vedersi il saggio di Gulli, Del furtum conceptum
secondo la legge delle XII Tavole. Bologna] zione di cose, mancando ancora
un'autorità, che siasi fatta ella stessa investigatrice e punitrice dei
misfatti, si comprendeche sia il derubato che prosegue il ladro, il marito
offeso che tenga dietro all'adultero e sorpreso l'uccida, e si richiederà
ancora lungo tempo prima che, in Roma, l'autorità pubblica si incarichi
direttamente della punizione di questi e di altri misfatti. Che se la
riparazione non venga ad essere accordata all'offeso, e anche naturale, che
impegnisi una lotta fra le due famiglie, e che associandosi alle medesime le
genti, a cui esse appartengono, il DUELLO mutisi talvolta in un conflitto fra
le due genti, ed anche in una guerra fra le tribù, di cui esse entrano a far
parte. Cosi è pure dei rapporti interni fra i diversi membri, che entrano a
costituire la gente, quali sono i rapporti fra il patrono ed il cliente, ed
anche i doveri della ospitalità, poichè essi cadono sotto la protezione
religiosa, e le violazioni di essi sono punite mediante la pubblica disistima,
e coll'intervento dell'autorità patriarcale e del consiglio degl’anziani,
custodi e vindici delle tradizioni dei maggiori. Siccome però nella gente già
vengono ad esservi diversi capi di famiglia, che hanno una propria familia, un
proprio heredium, un proprio peculium. Cosi comprendesi come nel vicus già puo
sorgere delle controversie di carattere GIURIDICO fra i diversi padri. Controversie
che talvolta possono anche essere rese più accanite dal vincolo stesso di
parentela, che intercede fra le famiglie che appartengono alla medesima gente.
È tuttavia ancora sempre verosimile, che l'interporsi di qualche anziano, che
goda la fiducia comune dei contendenti, possa indurli ad un amichevole
componimento. Il che spiega come nei vici siavi sempre un luogo per il mercato,
in quanto che la distinzione del mio e del tuo già rende possibile il
commercium, manon vi si rinvenga sempre il luogo per amministrare giustizia. Infatti,
il carattere esclusivamente patriarcale dei rapporti, che intercedono fra i
membri di essa, rendono [Ciò accade sopratutto, quanto all'adulterio, che
comincia a formare oggetto di un iudicium publicum solo colla legge Iulia, De
adulteriis, che e una di quelle con cui Ottaviano cerca, ancorchè con poco
frutto, di far rivivere il buon costume. [In proposito
l'interessante articolo dell'Esmein, Le délit d'adultère à Rome e la loi Iulia,
De adulteriis – Mélanges d'histoire de droit. Quanto al vicus e
al difetto, che talora trovasi in esso di un magistrato per amministrarvi
giustizia] ripugnante l'idea di una vera e propria lite, non solo fra patrono e
cliente, ma anche fra i padri o capi di famiglia, che discendono dal medesimo
antenato e hanno per mettersi d'accordo fra di loro l'autorità dei proprii
anziani. Nella tribù invece, già si trovano di fronte capi di famiglia, che
appartengono a genti diverse e che più non discendono dal medesimo antenato, nè
partecipano allo stesso culto gentilizio. Quindi già viene ad imporsi il
bisogno di provvedere in qualche modo all'amministrazione della giustizia, più
non essendovi un'autorità di carattere esclusivamente patriarcale, che possa
imporsi ai capi di famiglia, che sono di discendenza e d'origine diversa.
Dovette quindi probabilmente essere questa necessità di provve dere
all'amministrazione della giustizia, che suggere l'idea di una autorità
chiamata a dirigere e ad amministrare il pagus – magister pagi --, la cui
primitiva destinazione è ancora indicata dai nomi di iudex e di praetor, ed
anche da quello di tribunal (derivato certamente da tribus), che significa
dapprima il seggio, più elevato sovra cui collocavasi quegli che e chiamato ad
amministrare giustizia, e indica così anche esteriormente la posizione cospicua,
in cui egli trovavasi di fronte agli altri membri della comunanza. Queste
controversie intanto non puo naturalmente sorgere che fra i varii capi di
famiglia, i quali, memori delle loro tradizioni, sono dapprima troppo altamente
compresi del proprio diritto, perchè sia necessario che intervenga una legge a
dichiarare quello che loro appartenga. Ma hanno piuttosto bisogno di essere
contenuti nell'esercizio violento delle proprie ragioni e di conoscere il
processo, che deve seguire per ottenere giustizia, senza dover ricorrere alla
privata violenza. È questo il motivo, per cui presso tutti i popoli la prima
forma che giunse ad assumere il diritto e quella dell' actio, che è il
complesso degli atti e dei riti solenni, che si debbono compiere per far valere
il proprio diritto davanti al magistrate. Atti e riti solenni, che presso genti
come le latine, le quali imitano coi gesti e coi riti. La posizione elevata del
tribunal, sovra cui trovasi assiso il magistrato, perchè – sedendo quiescit
animus, et sedendo ac quiescendo fit animus prudens -- trovasi soventi
accennata dai filosofi latini, come indizio della dignità, a cui era assunto
colui, che e chiamato ad amministrare giustizia. V. Henriot, Mæurs juridiques
et judi ciaires de l'ancienne Rome).] giudiziarii, ciò che un tempo dovette
seguire nei fatti, finiranno per contenere una storia simbolica dei varii
stadii, per cui dovette passare l'amministrazione della giustizia, prima di
giungere ad essere accettata e riconosciuta dallo spirito fiero ed indipendente
dei primi capi di famiglia. Che se si volesse spingere anche più oltre questa
ri-costruzione logica e concettuale del diritto romano, che ha a svolgersi nel
seno della tribù, potrebbe affermarsi con certezza, che le due prime figure di
rei, contro cui la giustizia umana associa i proprii sforzi colla giustizia
divina e colla esecrazione della generale opinione, dove essere quella del
parricidas e del perduellis. Ivi infatti è sopratutto l'uccisione del padre di
famiglia, che per il carattere patriarcale della comunanza viene ad essere
considerato come padre rimpetto a tutti i membri di essa, i quali talvolta
continuano ancora a chiamarsi col nome di fratelli, che è il grande misfatto
contro la legge umana e divina, il quale puo mettere in lotta le famiglie fra
di loro, ed anche rimanere impunito, quando l'autorità comune non si mette in
movimento contro di esso. Nè ripugna al carattere della comunanza patriarcale,
che la punizione del parricida acquistasse in certo modo un carattere
tradizionale e fosse accompagnata da certe pratiche, che possono anche avere un
significato simbolico, e che potrebbero anche essere state portate
dall'Oriente. Tali sono quelle, che più tardi ancora accompagnano la punizione
del parricida; pratiche tradizionali, che anche oggi in parte sopravvivono e
non possono dirsi compiutamente abbandonate anche presso le nazioni civili. Così
pure dovette essere un processo del tutto natu [Questa circostanza, che tutti i
membri della comunanza patriarcale si chiamano fratelli, è attestata dal Sumner
MAINE, The early history of institutions, e qualche cosa di analogo dovette
accadere ancora nella tribù italica, ove non vi ha dubbio, che i capi di
famiglia sono generalmente indicati col vocabolo di patres; poichè di questo
stato di cose rimasero ancora le traccie in Roma. È nota la punizione
tradizionale contro il parricida, ricordata ancora nel Digesto: Poena
parricidii more maiorum haec instituta est, ut parricida, virgis sanguineis
verberatus, deinde culleo insuatur cum cane, gallo gallinaceo et vipera et
simia; deinde in mare profundum culleus iactatur . Qui il giure-consulto lascia
travedere, che la pena del parricidio e conservata nel costume e trasmessa per
via tradizionale – mos maiorum. Essa pertanto dopo essersi mantenuta nel
costume più che nella legge, contro i parricidi in senso stretto, ha poi ad
essere sanzionata dalla lex POMPEIA, De parricidiis] rale, che condusse
l'opinione generale di una comunanza patriarcale a ravvisare un nemico in
colui, che getta la perturbazione nella comunanza stessa e si disponeva a
tradirla coi nemici di essa. Cosicchè non dubitarono di applicargli il nome
stesso, che davano al nemico, con cui erano in guerra, il qual nome era quello
appunto di perduellis. Cio intanto darebbe una spiegazione molto probabile e
naturale del fatto, che fa meravigliare gli stessi romani, per cui Romolo, prima
e Numa, dopo chiamare col nome di parricidas anche l'uccisore di un uomo
libero, non che di quello per cui le prime e sole autorità incaricate di
perseguire e punire i mi sfatti in Roma avrebbero assunto il nome di quaestores
parricidii e di duumviri perduellionis. Anche qui la legislazione di Roma
comincia dal riconoscere come pubblici reati quelli, che già hanno cominciato
ad assumere questo carattere nello stesso periodo gentilizio, e a questi
sarebbe poi venuta aggiungendo man mano quelli la cui repressione appare
necessaria. Vi ha di più, ed è che nella tribù già si incomincia la formazione
di due ordini diversi di persone, che sono i patrizi e i plebei, i quali ultimi
più non entrano nei quadri dell'organizzazione gentilizia, ma già cominciano ad
es sere indipendenti dal patriziato, sebbene ancora si trovino in condizione
assai inferiore e non abbiano potuto ancora dimenticare la loro antica origine
servile. Di fronte a questa condizione parmi non sia temeraria la congettura,
che mi permetto di avventurare, secondo cui, nel periodo della tribù e nel seno
del pagus, non dovette soltanto cominciarsi lo svolgimento dell'elemento
giuridico, ma questo diritto primitivo dovette assumere due forme essenziali;
in quanto che altro dovette essere il diritto, che governava i rapporti fra i
padri, che appartenevano alla stessa comunanza gentilizia, ispirato all'idea
della loro parità ed uguaglianza di condizione; ed altro invece il diritto, che
venne a svolgersi nei rapporti, che necessariamente dovettero stabilirsi fra
l'ordine superiore dei padri e quello INFERIORE della plebe, il quale non potè
a meno di ritenere qualche traccia della superiorità che [La questione del
parricidium e della perduellio scorreno delle leges regiae.] si attribuivano i
primi e dell'inferiorità di condizione, in cui sanno di trovarsi i secondi. È
solo col dare la debita parte a queste due forme del diritto, le quali del
resto trovano la loro base nelle condizioni di fatto dei due ordini, che si
possono spiegare certe istituzioni del diritto romano, quali sarebbero quelle del
mancipium, del nexum, della manus iniectio e simili; le quali sono tutte forme
giuridiche, che non trovarono applicazione nei rapporti fra i padri e i loro
discendenti patrizii, ma soltanto nei rapporti fra i patrizii ed i plebei. Se
si comprende infatti che un plebeo, il quale non ha altra garanzia da dare che
quella della propria persona, e costretto a dare a mancipio sè stesso o la
propria figliuolanza, o ad obbligarsi con quella severità, che era propria del
nexum, e che il patrizio insoddisfatto puo mettere la mano sopra di lui e
trascinarlo nel suo carcere, mediante la procedura della manus iniectio. Questi
modi di procedere non si possono invece comprendere fra due capi di famiglia
appartenenti alle genti patrizie. Nè serve il dire, che queste istituzioni
passarono poi effettivamente nel diritto quiritario; poichè anche questo e
l'opera dei patrizii, i quali, dettandolo, hanno sopratutto per iscopo di
governare e di reggere le plebi. Di più è un processo del tutto romano quello
per cui, quando si è creato un vocabolo o un concetto, non si dubita di
trapiantarlo in condizioni anche diverse da quella in cui ebbe a formarsi. E quindi
opportuno tentare la ricostruzione dell'una e dell'altra forma di questo
diritto per trovare in esso la spiegazione alcune singolarità del tutto
peculiari al diritto quiritario. Lo svolgimento di questa teorica tratta
appunto di alcuni primitivi concetti del diritto quiritario. I giureconsulti
col dire che il ius hominum causa constitutum est, enunciarono una verità che
trova una piena conferma nei fatti, quando seguasi il processo, con cui il
diritto vennesi formando fra le genti del Lazio. Finchè trattasi di persone che
appartenno al medesimo gruppo, il fas, il mos e l'autorità patriarcale,
stabiliti in seno delle varie aggregazioni, possono bastare a qualsiasi
emergenza. Così invece non era, allorchè i capi di fa miglie, appartenenti ai
diversi gruppi, venivano a mettersi in rapporto fra di loro; poichè in allora,
mancando la comune discendenza e l'autorità patriarcale di un capo, convenne di
necessità porre le reciproche obligazioni sotto l'impero di un comune diritto.
Di qui provennero alcuni caratteri importantissimidel diritto, che possono
spargere molta luce sulla formazione del diritto quiritario, e dileguare una
quantità di sottigliezze, che furono immaginate per spiegare quel diritto,
senza cercarne la causa nelle condizioni sociali che ne determinano la
formazione. Il primo di tali caratteri sta in questo, che i rapporti giuridici,
sorgeno dapprima fra i capi di gruppo, anzi che fra i singoli individui, che sono
assorbiti ed unificati nel medesimo. Di qui le solennità, che dove
necessariamente accompagnarne gl’atti, come quelli che non riguardavano gli
interessi particolari di questo o di quell'individuo; ma si rifereno
all'interesse dell'intiero gruppo da lui rappresentato, e così hanno, per usare
il linguaggio moderno, un'importanza pressochè internazionale. Non fu pertanto
amore di formalismo, che guida un popolo così eminentemente pratico come il
romano nella formazione del proprio diritto; ma questo, nei suoi esordii
apparve ingombro di formalità e difinzioni, solo perchè, dopo essere stato
preparato in un periodo di organizzazione sociale, e trapiantato in un altro
dallo spirito conservatore del popolo romano. Anzichè archittettare formalità
artificiose, i romani si valgono invece di quelle, che si sono formate nella
realtà dei fatti in un periodo anteriore, e con piccole modificazioni, che sono
rese necessarie dalle nuove esigenze, fanno entrare in esse i rapporti, che si
vengono svolgendo più tardi nella comunanza civile e politica. Nel che seguono
un processo, che non abbandonno neppure più tardi; quello cioè di non creare
giammai una forma novella, finchè quella già prima [Il formalismo è certo uno
dei caratteri più salienti del diritto di Roma. Si comprende quindi, che I
filosofi se ne siano largamente occupati e fra gli altri il SUMNER Maine,
L'ancien droit, in cui si occupa delle finzioni legali, e sopratutto poi
JHERING, che ha a dedicarvi buona parte del L'esprit du droit Romain. La
conclusione, a cui sarebbero venuti questi filosofi, e, che questo formalismo
del diritto di Roma dove essere attribuito alla predilezione del popolo romano
per l'elemento esteriore; carattere, che Roma avrebbe comune con tutti i
popoli, e proveniente da ciò, che i medesimi riguardano più alla forma che alla
sostanza. Senza voler qui entrare in una discussione, che mitrarrebbe troppo in
lungo, mi limito unicamente ad osservare, che il formalismo non è un fenomeno,
che comparisca presso tutti i popoli. Esso compare soltanto, al lorchè
istituzioni formatesi in un'epoca si trasportano in un'altra, in cui più non si
comprenda la significazione delle medesime. Dei popoli non si può dire, che
essi siano amici della formalità; perchè essi cercano di esprimere ciò che
sentono col gesto, cogli atti e colle parole ad un tempo, e quindi hanno una
mimica, la quale, anzichè essere artificiosa ed architettata, tende ad essere
l'espressione effettiva e reale delle loro sensazioni ed emozioni. Quindi, il
formalismo, anzichè essere l'indizio di un popolo, è invece l'effetto dello
spirito conservatore, che trasporta una forma creata in un periodo ad un altro,
in cui esse hanno perduto qualsiasi significazione. Tutte le forme che si
conservano come tali sono sopravvivenze di un'epoca trascorsa, che sono
trapiantate in un'altra, la quale più non le capisce, e quindi si limita ad
osservarle pressochè materialmente. Ciò accade nella religione, nella morale,
nel di ritto, e accadde certamente nel diritto di Roma, il quale, se divenne
formalista, e perchè il patriziato romano vuole conservare le vestigia del
passato e fare entrare nella forma preparata nel periodo gentilizio un nuovo rapporto
che e creato dalla convivenza civile e politica colla plebe. Non è quindi da
ammettersi, che la forma esteriore del diritto si elabori prima della sostanza
di esso; nè che i popoli primitivi diano maggior importanza alla forma, che
alla sostanza. Forma e sostanza invece si presentano dapprima indissolubilmente
congiunte, ed è solo più tardi, allorchè si vorrebbero conservare la forma
antica, e fare entrare nelle medesime una sostanza nuova, che si viene alla
conseguenza, per cui a forma dat esse rei. Ciò che accade nel diritto, avverasi
eziandio nel linguaggio, il quale nella sua formazione adatta la parola al
concetto; il che non impedisce pero, che più tardi, trasportandosi la stessa
parola ad un altro concetto, si venga alle significazioni traslate, la cui
origine può talvolta essere poi difficilmente compresa.] esistente possa ancora
bastare al bisogno. Del resto non può neppure dirsi, che negli inizii di Roma
questo diritto e veramente disacconcio, dal momento che allora soltanto si usce
da una condizione di cose, in cui il padre rappresenta effettivamente quel
complesso di persone e di cose, che dipendeno da esso. Quindi e naturale che
per qualche tempo il diritto conserva quel medesimo carattere, che aveva
acquistato durante il periodo gentilizio. Solo comincia a diventare artificioso
e disadatto alle nuove condizioni sociali il diritto di Roma, quando al PADRE
si venne sostituendo il CITTADINO, e più ancora quando al cittadino si sostitui
L’UOMO LIBERO e L’UOMO NUOVO. Del resto non è poi difficile il ricostruirsi nel
pensiero un'organizzazione, in cui sia veramente il PADRE, che compia tutto
ciò, che si riferisce al gruppo da lui rappresentato, per guisa, che esso sia PADRE
(quanto ai figlio), PADRONE (quanto al servo), PATRONO (quanto al cliente), e
rappresenti il gruppo da lui governato, ogni qualvolta trattasi di entrare in
rapporto con altri gruppi. Di questo padre antico ci hanno conservato la
imponente figura non tanto gli scrittori di cose giuridiche, che lo
irrigidiscono di troppo perchè lo riguardano sotto l'aspetto esclusivamente
giuridico; ma i filosofi latini, allorchè ci dipingono, ad esempio, APPIO
Claudio, capo di una grande famiglia, custode geloso dell'antico costume, il
quale continua, ancorchè vecchio e CIECO, ad esercitare, venerato e temuto ad
un tempo, la propria autorità sui figli, sui servi, e sopra un numero
grandissimo di client. Del resto anche il diritto lascia di quando in quando
travedere quest'aureola patriarcale, che circonda il capo di famiglia, come lo
dimostrano le seguenti parole attribuite ad Ascanio. Moris fuit, unumquemque
domesticam rationem sibi totius vitae suae per dies singulos scribere, quod
appareret quid quisque de reditibus suis, quid de arte, de foenore lucrove sepo
suisset, et quo die, et quid idem sumptus damnive fecisset. Tuttavia anche
questa descrizione tende già a dare all'autorità del padre un carattere
essenzialmente giuridico. Mentre invece, riportandoci al periodo gentilizio,
questa figura primitiva presentasi anche [Cic., Cato maior -- È poi sopratutto
nei filosofi latini, e specialmente nei comici, come Plauto, che si può
facilmente scorgere la differenza fra la patria podestà, quale era
giuridicamente concepita é quale invece esisteva nel fatto. È da vedersi in proposito Henriot, Moeurs juridiques et judiciaires de
l'ancienne Rome. Bruns,
Fontes juris romani antiqui. Edit. V, Friburgi] più imponente col suo carattere
patriarcale e religioso ad un tempo; e quindi si può comprendere come
l'acceptum, l'expensum, lo sponsum, lo stipulatum, l'actum, il iussum del capo
di famiglia si cambiano in altrettanti atti solenni, che diventarono poi il
substratum di altrettante configurazioni giuridiche in un periodo posteriore. Un
secondo carattere poi sta in questo, che il diritto presentasi fra questi capi
di famiglia appartenenti a genti e a tribù diverse, come il solo mezzo per
stabilire e mantenere la pace fra i medesimi. Se infatti il suo impero non
fosse riconosciuto non ha altro espediente, che quello di ricorrere alla manuum
consertio, la quale, allargandosi dalla famiglia alle genti, e da queste alle
tribu, mantenne le medesime in uno stato di guerra permanente, i cui rancori si
verrebbero poi perpetuando di generazione in generazione. Accenno qui ad un
concetto, che sarà svolto più largamente altrove. Diregola si suol cercare nel
diritto quiritario il complesso di tutti gli atti e dei negozi giu ridici, che
potevano essere richiesti dalle condizioni sociali del popolo, fra cui esso vige.
Esso invece non comprese dapprima tutti i rapporti giuridici, che già esi
stevano nel costume e nella consuetudine; ma comincia dal comprendere quelli,
che erano resi più urgenti dalle esigenze della vita civile e politica. E in
questo modo, che esso comincia dall'essere un ius quiritium, che si aggira su
pochissimi concetti fondamentali, i quali si adattano a tutte le possibili
evenienze; poi trasformasi nel ius proprium civium romanorum; quindi assorbisce
anche nella propria cerchia le istituzioni del ius gentium; e da ultimo giunge
ad informarsi persino al ius naturale; concetti questi che, se non avevano
ancora una configurazione scientifica, viveno però già nella coscienza generale
del popolo romano, fin dal proprio esordire nella storia. Ciò mi conferma in
una antica convinzione, che ho già avuto occasione di esporre nell'opera: La
vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale, la quale consiste in
ritenere, che anche nelle epoche primitive il diritto non confondesi colla
forza; ma compare invece qual mezzo per reprimere la forza e la violenza. So
che questa opinione ha ad essere combattuta da egregi che si occuparono dell'argomento,
e fra gli altri da Zocco-Rosa, Preistoria del diritto. Milano, e da Puglia,
L'evoluzione storica e scientifica del diritto e della procedura penale, nota;
ma i fatti mi inducono a persistere nella medesima. Non è già che io nego, che
siavi stato un periodo, in cui abbia predominata la forza e la privata violenza:
ma quando presentasi il diritto, esso non solo non confondesi colla forza, ma
si propone senz'altro di reprimerla, obbligandola a seguire certi processi, che
ne impediscono l’esagerazioni e gl’eccessi. In questo senso aveva ragione il filosofo
di scrivere – Nam genus humanum. Ex inimicitiis languebat; quo magis ipsum
Sponte sua cecidit sub leges arctaque iura. Lucretius, De rerum natura. Cio è
anche dimostrato dal carattere del tutto particolare, che assumono le guerre in
questo periodo, e che si mantiene ancora per qualche tempo nella storia di Roma.
Tali guerre infatti il più spesso prendono le mosse da qualche controversia, di
carattere pressochè famigliare, che viene poi estendendosi mediante le aderenze
e le parentele, e riduconsi in sostanza a scambievoli scorrerie, che le varie
tribù e genti vengono facendo nei rispettivi loro territorii; scorrerie, che si
sospendono mediante le induciae nella cattiva stagione, e vengono poi ad essere
riprese nell' anno seguente. Ciò fa quasi credere, che queste genti primitive sono
in uno stato perpetuo di guerra; il che non può essere ammesso, perchè è
contraddetto dalle solennità stesse, che accompagnano così le dichiarazioni di
guerra, come la formazione delle tregue, delle alleanze e delle paci. Un ultimo
carattere infine, sta in ciò, che la formazione del diritto non si ha dapprima
nei rapporti interni dei singoli gruppi; ma piuttosto nei rapporti fra le
famiglie, fra le genti, fra le tribù, o almeno fra i loro capi, per guisa che i
primi vocaboli di significazione eminentemente giuridica contrappongono sempre
l'uomo all'uomo, ed indicano dei rapporti amichevoli od ostili, che vengono a
svolgersi fra i diversi capi di gruppo. Di qui la conseguenza in apparenza
strana, ma certamente fondata sui fatti, che la formazione di un diritto, che
governava i rapporti fra le varie genti, precede la formazione del diritto
privato propriamente detto: il che è dimostrato anche dalla considerazione, che
nei filosofi si discorre dei iura gentium, prima ancora che si discorra del ius
quiritium e del ius civium romanorum. Infatti, i iura gentiun, i foedera, le
sponsiones fra i capi delle varie genti sono già rapporti, che si sono svolti
anteriormente alla formazione della comunanza romana, mentre il ius quiritium
dapprima e il ius civile più tardi nacquero e si svolsero colla stessa Roma; il
che appare eziandio dal processo delle cose sociali ed umane, che ci è
descritto dai filosofi latini. Intanto e sopratutto sui mercati, ove compareno
i varii capi di famiglia, ed ove, oltre gli scambi, si puo anche trattare le
alleanze e le paci, che comincia la formazione del diritto; il quale,
esplicandosi fra capi di famiglia, che appartenano a genti diverse, e che non
erano ancora soggetti al medesimo diritto, dove necessariamente essere dapprima
piuttosto un ius gentium, che non un diritto, che potesse chiamarsi ius civile.
Questo anzi non potè formarsi altri menti, che col trasportare fra i cittadini della
medesima città quelle forme, che si sono prima elaborate nei rapporti
contrattuali fra i capi delle varie genti e famiglie. Si può quindi affermare,
che anche quel diritto pdi Roma, che appare nella storia con caratteri di
maggior rozzezza e violenza, non trova sempre la propria origine nella forza,
come molti sostengono; ma che in parte ha invece un'origine essenzialmente *contrattuale*,
come la città, in cui esso era chiamato a ricevere il suo svolgimento. Il
diritto, anziché doversi confondere colla forza, compare invece, allorchè si
comincia ad uscire da uno stato di violenza, e se la forza continua ancora nei
rapporti fra le varie tribù, gli è perchè esse non riuscirono ancora a
sottoporsi, mediante accordo, all'impero di un medesimo diritto. E solamente
più tardi, allorchè la città comincia ad essere abbastanza forte e potente, per
imporsi ai singoli gruppi, che l'autorità civile potè penetrare eziandio nelle
mura do [Non mi dissimulo l'arditezza di una idea, che conduce in sostanza a
dire, che si forma dapprima il ius gentium, che non lo stesso ius civile, e che
il ius quiritium e un diritto, formatosi dapprima fra le genti e i loro capi, e
poscia trapiantato fra i quiriti: ma questo processo è per tal modo confermato
dai fatti e ne appariranno man mano prove così evidenti, che mi sembra
impossibile il poterlo negare. Del resto la ragione di esso trovasi in questo,
che mentre la famiglia poo fare a meno del diritto nei suoi rapporti interni;
questo invece e indispensabile nei rapporti fra le varie famiglie e fra le
varie genti. Che anzi, dacchè sono nel dominio delle induzioni, aggiungerò
ancora, che ai iura gentium dovette precedere il senso di quei iura naturalia,
quae natura omnia animalia docuit; per guisa che il diritto nel suo svolgimento
di fatto sarebbe prima uscito dalle tendenze spontanee dell'umana natura. Poi
sarebbe stato elaborato nei rapporti fra le varie genti. Solo più tardi e comparso
nell'interno di Roma. Esso insomma nei fatti seguì un processo del tutto
opposto a quello che segue la scienza del diritto in Roma; la quale comincia
invece dalle cautele del *ius civile*. Poi venne ad abbracciare anche l'equità
del *ius gentium*. Più tardi soltanto giunse ad innalzarsi all'umanità del *ius
naturale*. Vi ha però questa differenza, che i iura naturalia primitivi sono
l'opera in consapevole degli istinti dell'umana natura, e i primitivi iura
gentium consistono in un complesso di pratiche fra le varie genti, imposte
dalle necessità di fatto; mentre il ius gentium accolto dal praetor e il ius
naturale dei giureconsulti sono già nozioni astratte, a cui essi pervennero,
mediante la riflessione ed il ragionamento, e forse neppure da soli, quanto al
ius naturale, ma col sussidio della filosofia, atta a svolgere questi concetti
speculativi ed astratti. Mi rimetto, quanto allo svolgimento del concetto di
ius gentium e di ius naturale, a ciò che ho scritto nella Vita del diritto nei
suoi rapporti colla vita sociale, lasciando a chi legge di notare le
modificazioni, che qui sonovi arrecate.] mestiche, e sostituirsi a poco a poco
alle norme di carattere esclusivamente morale o religioso, imponendo un diritto,
a cui tutti devono inchinarsi, perchè è l'espressione della volontà collettiva
e comune. I caratteri del diritto che ho fin qui cercato di ricavare dall'esame
dei fatti, appariscono eziandio dai vocaboli più antichi, che presso le genti
latine abbiano avuta una portata veramente giuridica, quali sono quelli di
connubium, di commercium e di actio, e dalla significazione, che questi
vocaboli hanno anteriormente alla formazione stessa di Roma. Infatti non può
esservi dubbio, che questi tre concetti già avevano un contenuto preciso,
allorchè comparve la comunanza romana. Ma essi non indicano ancora un complesso
di diritti, che appartenga a questa od a quella persona, ma piuttosto dei
rapporti, di carattere pressochè *contrattuale*, che esistono fra le famiglie,
le genti e le tribù e i capi rispettivi delle medesime. L’ action, nel suo
significato giuridico, ha un'origine pressochè contrattuale, come lo dimostra
il fatto, che essa suppone il rimettersi di due persone ad un'autorità
accettata da entrambi, ed una reciproca scommessa fra i contendenti, con cui
entrambi affermano di essere nel buon diritto. E solo più tardi, che questi
vocaboli, i quali significavano primitivamente dei rapporti, che intercedevano
fra le varie genti e i loro capi, trapiantati fra i cittadini vennero a
costituire altrettanti capi saldi, da cui si staccarono le forme essenziali,
sotto cui ebbe poi a svolgersi il diritto quiritario. È poi degno di nota, come
questi vocaboli, che primi acquistarono una significazione giuridica, abbiano
questo di particolare, che contrappongono l'uomo all'uomo, indicando per tal
modo come il diritto sia veramente nato colla società umana, e sia chiamato ad
essere il vinculum societatis humanae. Nel connubium infatti abbiamo una
persona, che esce da una famiglia per entrare in un'altra. Nel commercium
abbiamo una persona, che, obligando se stessa od alienando la sua proprietà,
addiviene a quelle molteplici relazioni di affari e di negozii giuridici, di
cui si intesse la vita sociale sotto l'aspetto economico. Nell' actio, infine,
abbiamo parimente una persona che, ritenendosi lesa in questo o in quel diritto
da un'altra persona, lo afferma e lo fa valere di fronte alla medesima,
appigliandosi a quei mezzi, che possono conciliarsi colle esigenze della vita
sociale. Per tal modo il ius pone l'uomo di fronte all'altro uomo, e si può
affermare con ragione che hominum causa constitutum est. Intanto ciascuno di
questi concetti è eminentemente sintetico e comprensivo per modo che ognuno può
servire come punto di partenza a tutto un complesso di diritti; il che apparirà
ancora, allorchè Gaio, riassumendo l'elaborazione scientifica di molti secoli,
finisce per con chiudere: omne ius vel ad personas, vel ad res, vel ad actiones
pertinet. Non ignoro come questa classificazione sia stata di recente
combattuta sopra tutto in Germania, e fra gli altri. dallo stesso SAVIGNY, il
grande iniziatore del movimento contemporaneo negli studii storici intorno al
diritto, il quale giunse fino a sostenere, che la distinzione di Gaio non ha nè
valore storico, nè valore intrinseco. Traité de droit Romain. Trad. Guexoux,
Paris. Parmi tuttavia, che chi consideri la correlazione perfetta, che vi ha
fra la classificazione teorica di Gaio, e i concetti da cui il diritto
quiritario prende le mosse, e tenga conto di quella dialettica potente, che
stringe insieme le varie parti della giurisprudenza romana, malgrado il tempo per
cui durò l'elaborazione di essa, possa difficilmente ammettere, che qui
trattisi, come il SAVIGNY dice dell'opinione individuale di un giureconsulto, e
che come tale sia priva di qualsiasi valore storico ed intrinseco. Essa invece
ha valore storico ed intrinseco ad un tempo, perchè compenetra tutta la
giurisprudenza romana, in quanto che e facile il dimostrare a suo tempo, che
nel diritto civile romano tutta la parte relativa ai diritti di famiglia e
quindi alle persone non e che uno svolgimento del concetto primitivo del
connubium. Tutta quella relativa alle cose non fa che una deduzione dal
concetto di commercium. Infine, quella che si riferisce alle azioni, non fu che
il frutto di un'elaborazione lenta e non mai interrotta del concetto primitivo
di actio. Cfr. al riguardo C., De
exceptionibus in iure romano (Torino). L'autore che pose meglio in evidenza la
correlazione fra connubium, commercium ed actio, e LANGE, Histoire intérieure
de Rome. Che anzi i giureconsulti proseguirono lo svolgimento di queste forme
essenziali del diritto, senza mai confondere lo svolgimento dialettico dell'una
con quello dell'altra; per modo che certe singolarità del diritto romano solo
si puo spiegare, in quanto che la dialettica giuridica non consente di
confondere due ordini diversi di idee. Di più se fosse qui lecito di porre
innanzi una considerazione, che puo parere TROPPO filosofica, non dubito di
affermare, che nel concetto romano la distinzione seguita da Gaio esprime tre
atteggiamenti diversi del diritto compreso in tutta la sua larghezza, il quale
appartiene alla persona, si spiega sulle cose, e infine, violato, affermasi
mediante l'azione. È da questa concezione sintetica e potente del diritto in
Roma, che procede la primitiva indistinzione fra il diritto *personale*, il
diritto reale, e l'azione, che serve a difenderli. Fra questi concetti
presentasi anzitutto quello di connubium, che nella sua significazione
primitiva indica la facoltà, che appartiene ad individui, i quali appartengono
a genti diverse, di imparentarsi fra di loro, mediante quelle nozze, che dalle
genti sono riconosciute come giuste e legittime. Esso ha per effetto di
mescolare le stirpi, e quindi si comprende, che nell'alto concetto, che hanno
le genti patrizie dei proprii antenati e del SANGUE, che corre nelle loro vene,
questo dove essere un rapporto, in cui tendevano piuttosto a restringersi, che
non ad estendersi. Solo le genti, che appartenevano al medesimo nomen -- e
questo il latino, il sabino o l'etrusco – hanno fra di loro comunanza di
connubii, il che è anche provato dalla tradizione, secondo cui, se i Ramnenses vuoleno
il connubium coi Titienses, doveno ricorrere alla violenza ed alla forza; il
che pero non tolse, che il MESCOLARSI DEL SANGUE delle due tribù sia stata la
causa del loro successivo affratellarsi per formare una medesima Roma. Furono
infatti le DONNE di origine SABINE che secondo una tradizione, la quale è certo
ben trovata -- si interposero fra i mariti ed i fratelli e riuscirono così ad
affratellarli, dando perfino il loro nome alle curie, in cui essa è ripartita. Cosi
pure si comprende, che anche fra le genti, che appartenevano allo stesso nomen
e facevano anche parte della STESSA tribù, il connubium non potesse esistere
fra i due elementi, di cui [È questa la significazione primitiva, che si attribuisce
al vocabolo, allorchè parlasi di connubium fra le varie genti, o fra il
patriziato e la plebe. E solo nel diritto quiritario, che il ius connubië passa
a significare il diritto di addivenire alle iustae nuptiae, e venne così a dare
origine a tutti quei rapporti giuridici, che si riferiscono alla famiglia. È da
esso infatti, che deriva la manus, che fonda la famiglia; la patria potestas,
che spiegasi, allorchè nascono dei figli; e infine la stessa successione
legittima, la quale si avvera, allorchè, morendo il capo di famiglia, si
discioglie quel gruppo, e si riparte quel patrimonio, che in lui trovavansi
unificati. Questa tradizione è riferita da Livio e da Dionisio: ma non sembra
essere confermata dai fatti, perchè alcuni dei nomi delle curie primitive, che
giunsero fino a noi, sembrano essere tolti più dai luoghi che dalle persone. V.
LANGE, Hist. intér. de Rome. Ad ogni modo questa è una tradizione, che è certo
ben trovata, in quanto che dimostra l'importanza, che dove avere un avvenimento
che la rompe col passato, e rende possibile il connubium fra persone che non
appartenevano al medesimo nomen, preso nel senso di stirpe e di schiatta. E
questa prima MESCOLANZA DEL SANGUE latino col sabino, che rese possibile la
potente attrazione esercitata da Roma su tutte le stirpi italiche, il che è
riconosciuto da CICERONE, De Rep.] l'uno in origine rappresenta la classe dei
vincitori e l'altro quella dei vinti. Non poteva quindi esservi connubio, nè
fra i liberi ed i servi, nè nè fra i patroni ed i clienti, e neppure fra i
patrizii ed i plebei. Queste varie gradazioni costituivano pressochè due caste
diverse, il cui sangue non dove confondersi, come lo dimostrano le lunghe
lotte, che si dovettero sostenere anche più tardi per accomunare i matrimonii
fra il patriziato e la plebe. Intanto pero questo connubium, frammezzo a genti,
che costitui vano per così dire altrettante piccole potenze, riducesi in realtà
a staccare una donna da un gruppo, di cui prima fa parte, per trasportarla in
un altro; il che importa eziandio un cambiamento nel culto gentilizio, perchè la
donna abbandona il culto dei suo padre per diventare partecipe di quello del
marito. Di qui la necessità per le giuste nozze di una cerimonia religiosa,
come quella della confarreation, a cui assisteno i capi di famiglia della gente
e delle tribù, a cui appartene lo sposo e la moglie, e che importa la comunione
delle cose divine ed umane. Di qui la conseguenza eziandio, che quanto era
dalla moglie recato con sè dovesse diventare [A chi chiedesse col linguaggio
ora adottato, se le genti italiche praticassero l'endogamia o l'exogamia (V.
SPENCER, Principes de sociologie), si dove rispondere, che esse sotto un certo
aspetto erano exogame, perchè ritenevano nefarie le nozze fra persone strette
da un certo vincolo di parentela, fra quelle persone cioè, fra cui esiste,
secondo l'antico linguaggio, il ius osculi, ossia fino al sesto grado; mentre
poi erano endogame nel senso, che il Patrizio, per scegliere la propria
compagna, non puo uscire dalle genti che appartenevano allo stesso nomen. Pare
però, che questa consuetndine tradizionale siasi modificata dagli stessi
romani, i quali, misti fin dalla origine, furono anche in seguito i più facili
a mescolare il proprio sangue con altre stirpi. Cfr. PANTALEONI, Storia civile
e costituzionale di Roma. Torino. Parmi allo stato attuale degli studii
incontrastabile l'opinione, che considera la confarreatio come esclusivamente
propria delle genti patrizie. Tra gli autori seguono tale opinione EsMein (La
manus, la paternité et le divorce – Mélanges d'histoire de droit, Paris); Glasson
(Le mariage civil et le divorce, Paris), e pare anche il nostro Brininel suo
bel lavoro sul Matrimonio e divorzio nel diritto romano (Bologna). Del resto
varii indizii di questa origine patrizia della confarreatio si hanno nel
carattere religioso della cerimonia, nei X testimonii che ricordano le X curie
delle tribù, e in ciò che le leggi regie da Dionisio attribuite a Romolo ed a
Numa, non ricordano che le nozze confarreate. V. Bruns, Fontes. Per ciò che si
riferisce alla famiglia romana è fondamentale l'opera dello SCHUPFER, La
famiglia nel diritto romano. Padova] proprietà del marito, o di colui, sotto la
cui potestà trovavasi ancora il marito; e che la medesima, per entrare nei
quadri del gruppo, a cui venne ad aggregarsi, cadesse sotto la manus del capo
di famiglia, ed acquistasse la posizione migliore, che puo esservi nella
medesima, che era quella di figlia – filiae loco. Viene in seguito il
commercium, il quale in questo periodo non significa ancora quel complesso di
diritti, che scaturiscono dal dominio, ma ha il suo vero e proprio significato
di rapporti commerciali, che possono intervenire fra i capi di famiglia,
appartenenti a genti diverse. Qui il rapporto è assai più superficiale, ed è
per sua natura tale, che può essere di reciproco vantaggio per i contraenti. Il
commercium pertanto prende un più largo sviluppo; ed esiste non solo fra il
patriziato e la plebe, fra cui era reso indispensabile dalla coesistenza sul
medesimo suolo, ma anche fra coloro, che appartengono a stirpi diverse. Che
anzi fra queste sonvi anche le stirpi, che, per avere attitudine maggiore ai
commerci, fannosi in certo modo intermediarie dei medesimi fra le varie genti e
tribù; il quale ufficio fra le genti italiche sembra essersi compiuto
sopratutto per opera dell'elemento etrusco. Sono questi commerci, che vengono
ravvicinando le varie genti, e conducono gradatamente a cambiare certi siti
neutrali in luoghi di riunione ad epoche de terminate e fisse – conciliabula, for
a --. È poi un grande vantaggio [Anche qui la significazione primitiva del
vocabolo commercium appare da ciò, che Roma fin dagli inizii trovasi circondata
da popolazioni, con cui pratica il commercium. È solo per opera del diritto
quiritario, che il concetto di commercium, applicato fra i cittadinidi una
medesima città, dà origine al ius commercii, il quale poi, sviscerato negli
elementi, che entrano a costituirlo, viene a scindersi; nel ius emendi ac
vendendi, che operasi colla mancipatio; nel nexum, da cui deriva la teoria
delle obbligazioni; e infine nella testamenti factio, che comprende la facoltà
di fare e di ricevere per testamento, e quella perfino di essere testimonio nel
medesimo. Cfr. Lange, Histoire intérieure de Rome. Per tal modo, nello
svolgimento dialettico del diritto quiritario la successione legittima e la
testamentaria vengono a spiegarsi in un diverso ordine di idee in quanto che la
prima dipende dal connubium, e l'altra deriva dal commercium. Questa forse è la
vera ragione della massima. Ius nostrum non patitur eumdem in paganis testato
et intestato decessisse, earumque rerum naturaliter inter se pugna est. Pomp.,
I, Dig. È proprio infatti dei giureconsulti, che essi una volta, che hanno
separato due ordini di idee, non li confondano più insieme. Secondo il SUMNER
Maine, qualche cosa di analogo sarebbe anche accaduto fra 128 per una comunanza
incipiente, se la medesima sia posta in tal sito da richiamare alle proprie
fiere ed ai proprii mercati le popolazioni vicine; vantaggio, che e una delle
cause, per cui Roma, diventata ben presto un emporio per il commercio delle
popolazioni latine, potè esercitare sovra di esse un'attrazione ed
assimilazione potente] le antiche comunanze di villaggio dell'Oriente; fra le
quali esistevano degli spazii di terreno neutrali, che serveno per trattare le
paci e per il mercato (Village Communities). Secondo Maine, si ha un indizio
dell’associazione del commercio e della neutralità negli attributi di MERC-V-RIO,
dio comune alle stirpi di origine aria, che da una parte sarebbe il dio dei
termini, il primo dei messaggeri ed ambasciatori, e per ultimo anche il patrono
del commercio, dei confini, e un poco anche dei furti e dei ladronecci. Intanto
da questa circostanza in apparenza di poco rilievo, per cui nel medesimo sito
si fanno gli scambii e si trattavano le alleanze e le paci fra le varie genti,
deriva questa importantissima conseguenza, che come in quest'epoca non si
distingueva il diritto privato dal pubblico, così non distinguesi il diritto
commerciale, da quel diritto, che ora si chiama internazionale. L'uno e l'altro
erano compresi nel ius gentium, il che spiega come questo vocabolo talvolta
indichi soltanto dei rapporti fra cittadini e stranieri, e talvolta comprenda
anche i rapporti di carattere pubblico fra varii popoli. Non puo però esservi
dubbio, che il ius gentium, allorchè viene a penetrare nel diritto romano, per
opera del praetor, appare circoscritto ai rapporti privati fra cittadini e
stranieri, ed ha quindi un carattere essenzialmente commerciale. Ciò è molto
bene dimostrato da Fusinato nel suo accurato lavoro Dei Feziali e del diritto
feziale, Accademia dei Lincei. Memorie della Classe di scienze mor. stor.
filol.; del quale credo di poter dire, senza offendere la modestia di un
collega ed amico, che ha cominciato ad introdurre qualche concetto direttivo in
una materia, che certo ne ha grande bisogno. È poi noto, che la grande autorità
sull'argomento è Voigt, Das ius naturale, bonum et equum, gentium, etc. Leipzig,
dei quali il 2° si occupa pressochè esclusivamente del ius gentium. Fra il modo
di vedere di questi autori e quello qui esposto corre però questa differenza,
che essi ritenne il concetto ed anche la denominazione del ius gentium, come
opera riflessa dei giureconsulti; mentre per me il ius gentium esiste nel fatto
e nella parola anche anteriormente e solo più tardi riuscì a trovar posto anche
nel diritto civile di Roma. Sembra tuttavia che prima fossero adoperate le
espressioni di iura gentium, e di iura naturalia, mentre dopo i vocaboli
adottati sono quelli di ius gentium e di ius naturale, i quali indicano
l'unificazione, che vi si è operata. MOMMSEN, Histoire Romaine, da tale
importanza alla posizione eminentemente commerciale di Roma, da ritenere la
popolazione primitiva di essa comededita al commercio e Roma come una città
commerciale. PADELLETTI ha combattuta tale opinione (Storia del diritto romano)
e parmi in verità che il fatto, per cui Roma divenne l'emporio delle genti del
Lazio, possa essere spiegato senza dire, che essa fosse una città sopratutto
commerciale; poichè anche per una città agricola e militare ad un tempo, come
era Roma nei propri inizii, puo essere grandemente utile di essere in tal sito,
da richiamare il commercio [E sui mercati, dove convenivano persone
appartenenti a comunanze diverse, che dovettero formarsi quelle convenzioni più
semplici, fondate unicamente sul consenso dei contraenti, e fra le altre anche
la compra e vendita, che alcuni vorrebbero far nascere solo, quando Roma era
già divenuta una grande città. Solo deve avvertirsi, che questa compra e
vendita primitiva, avverandosi talvolta fra capi di famiglia, che appartenevano
a comunanze diverse, fra cui non esiste forse comunione di diritto, non dove
naturalmente ritenersi perfetta, se non era accompagnata dalla tradizione della
cosa e dal pagamento del prezzo, come ha a stabilire anche più tardi la
legislazione decemvirale. E qui parimenti, che dove nascere e svolgersi quella
sponsio o stipulatio, la quale, allorchè poi ottenne di essere riconosciuta dal
diritto quiritario, venne ad essere il mezzo più semplice e più acconcio per
dar forma giuridica ad ogni maniera di convenzioni. Sono eziandio queste fiere,
che die delle popolazioni latine. Può darsi anzi, che anche questa posizione
eminentemente commerciale l'ha resa meno esclusiva nell'accogliere nuovi
elementi. Del resto anche i romani senteno l'eccellenza della posizione della
loro città, e ce ne parla CICERONE, De Rep. Non può quindi, a parer mio, essere
giustificata l'opinione di coloro i quali ritengono, che solo più tardi si
fosse introdotta in Roma l’emptio venditio, e che la sponsio e la stipulatio,
che certo già esisteno nei rapporti fra le varie genti, sonno state invece
importate di Grecia, per ciò che si riferisce alle convenzioni private.
L'opinione erronea proviene dal credere, che il diritto quiritario comprende
dapprima tutto il diritto in uso presso i romani; mentre invece esso fu una
codificazione e un adattamento progressivo del diritto già esistente nelle
consuetudini. Esso quindi comincia dal comprendere solo quella parte di esso,
che era confermata da una lex publica, come lo dimostrano le antiche
espressioni di agere per aes et libram, di facere testamentum, nexum, mancipium
secundum legem publicam. Quindi, accanto al ius quiritium, visse sempre in Roma
un ius gentium, che, senza aver ricevate le forme quiritarie, e però sempre
adoperato e forse anche applicato nelle controversie dai recuperatores, anche
anteriormente all'istituzione del praetor peregrinus. Ciò è provato dai
filosofi latini e sopratutto da Plauto, che ne danno come usuali e frequenti
certe forme di negozii e di atti, che non risultano ancor sempre penetrati nel
diritto quiritario. Ciò poi è indubitabile per la sponsio o stipulatio, atto
romano per eccellenza, dai romani applicato nei trattati pubblici e nelle
convenzioni private. Può darsi quindi, che le genti italiche l'avessero comune
colle elleniche, e che la espressione spondeo fosse anche comune ai due popoli.
Ma i romani non ebbero certo bisogno di apprenderlo d’altri, nè aspettarono ad
adoperarlo solo piu tarde verso come sostengono fra gli altri MurueAD, Histor.
Introd. e Leist, Graeco- Italische Rechts geschichte. Solo può ammettersi, che,
dopo aver vissuto lungamente nell'uso e davanti ai recuperatores, la sponsio o
stipulatio penetra anche nello stretto diritto civile ed e adottata come forma
propria del medesimo] dero più tardi occasione al giureconsulto Manilio di
concretare in poche parole delle formole acconcie per concepire quelle vendite,
che sono più frequenti per una popolazione agreste; delle quali formole alcune
pervennero a noi e potrebbero trovare riscontro in formole, ancora oggi usate
nelle stesse occasioni, salvo che queste non hanno più la sobrietà e precisione
antica. È qui infine, che dove prepararsi la formazione di un ius gentium, che
ha dapprima un carattere commerciale, come il commercium da cui esso deriva, e
che, accanto al diritto proprio di ogni singola gente o tribù, era
indispensabile per le transazioni commerciali fra i capi di famiglia,
appartenenti a genti ed a tribù diverse. Sia pure, che solo più tardi questo
modesto ius gentium, formatosi sulle fiere e sui mercati, richiami l'attenzione
del pretore, e gli dia animo per scostarsi dalle formalità ormai divenute
soverchie del ius proprium civium romanorum: cio però non toglie, che le
origini di quelle lente formazioni, che si verificano nella coscienza generale
di un popolo, si debbano talvolta anche cercare in un'epoca di gran lunga
anteriore, come accade delle piccole sorgenti, che solo appariscono degne di
osservazione e di ricerca, quando si scorge il corso maestoso del fiume, che
ebbe a derivarsi da esse. Da ultimo non può esservi dubbio che, già nel periodo
gentilizio, dovette essersi formato il concetto dell' actio, ma questa non
significa un mezzo accordato dalla legge o dal pretore, per far valere in
giudizio un proprio diritto, ma e, per dir cosi, il diritto stesso, che
mettevasi in azione, estrinsecandosi in quel complesso di atti, che erano
indispensabili per ottenere il proprio riconoscimento. Il poco che pervenne a
noi delle formole Maniliane, trovasi riportato dall'HuSCHKE, Iurispr. anteiust.
quae supersunt, ed è una prova dell'attitudine dei veteres iurisconsulti a
sceverare da un fatto tutto ciò, che in esso eravi di giuridico, modellandolo
in una formola tipica, che puo poi servire per tutti i casi dello stesso
genere. Accostasi a questo concetto dell' actio, nella sua significazione
primitiva, l'ORTOLAN, Histoire de la legislation romaine, Paris, parla
dell'azione nel periodo decemvirale. Action est une dénomination Générale. C’est
une forme de procéder, une procédure considérée] È a questo punto, che si può
trovare la ragione, per cui il diritto di tutti i popoli e quindi anche il
romano si è sviluppato dapprima sotto forma di azione e di procedura, che non
come legge, che determini i diritti rispettivi dei cittadini. Finché il capo di
famiglia è esso il sovrano nella propria casa, egli NON HA BISOGNO CHE LA LEGGE
VENGA A RICORDARGLI QUALI SIANO I SUOI DIRITTI. Questo diritto egli porta con
sè e ha profondamente impresso nella sua coscienza. Quindi, se il medesimo diritto
venne ad essere violato, egli non può aspettare che lo Stato, che quasi ancora
non esiste, si metta in moto per ottenere la riparazione dal torto, che ha ad
essergli arrecato. Come quindi è il capo di famiglia che vendica l'adulterio, o
che corre sui passi del ladro che lo ha derubato, e ne perquisisce la casa,
mediante certi riti, che sono determinati dal costume e a cuiniuno osa
ribellarsi, perchè sono sotto la protezione del fas: così è pur egli che,
quando si vede occupato un fondo, od usurpato uno schiavo, o sottratto un
figlio, si mette in movimento ed in azione e afferma in presenza ed a scienza
della intiera comunanza, che è suo quel fondo, quello schiavo, quel figlio.
Quindi è, che l'azione viene ad essere naturalmente la prima manifestazione del
diritto. Prima il diritto esiste allo stato latente, ed ora si produce, si
afferma, perchè incontro una persona, che ebbe a violarlo. Quest'azione
tuttavia, non è ancora la legis actio; perchè in compierla l'uomo offeso non
ispirasi ad una *legge*, che forse non esiste ancora, ma ispirasi al senso
intimo e profondo del proprio diritto. Tuttavia è in questo momento sopratutto,
sotto la sferza dell'offesa e sotto l'impeto dell'indignazione, che il capo di
famiglia può anche trascendere nel far valere il proprio diritto, e ricorrere
anche alla violenza ed alla vendetta. Quindi è, che se per avventura verrà a
formarsi nel seno della comunanza qualche forma di procedura, la quale, mentre
da una parte rispetta la fiera indipendenza dell'uomo, consapevole del proprio
diritto, dall'altra contenga il prorompere violento di colui, che ha ad essere
dans son ensemble, dans la série des actes et des paroles, qui doivent la
constituer. Qui però l'autore parla già della legis actio. Ma se noi andiamo
più oltre nei tempi, allorchè essa non è ancora legis actio, ma semplicemente actio,
questa non è ancora un modo di procedere, ma è soltanto un modo di *agire*, ed
è anzi il diritto stesso in azione. Cfr. C., La vita del diritto. È poi notabile, come
per i latini il vocabolo agere indichi un'azione continuata, che può scindersi
in parti diverse; mentre facere si adopera di preferenza invece per indicare
un'azione, la quale compiesi, per così dire, in un unico contesto.] offeso nel
proprio diritto, l'occasione non dove certamente essere trascurata. E quindi
prima il mos, che comincia coll'additare la via consuetudinaria, a cui debbe
appigliarsi colui, che vuol far valere il proprio diritto. Poi e il fas, che
intervenne anch'esso e dichiara empio chi non segue quel determinato rito. Ed
infine sarà anche il ius, che venne notando in certo modo i varii stadii, per
cui passa quella procedura, e obbliga i contendenti a passare, almeno per forma
– dicis gratia --, per ciascuno di questi stadii. E in tal modo, che all'actio
violenta, rozza, avida, appassionata dell'individuo sottenne la legis actio,
consacrata dalla legge, compassata e lenta, quasi per attutire le passioni
irrompenti dei contendenti; ma che intanto ricorda ancora gli stadii dell'anteriore
violenza, quasi per ricordare che a quella dovrebbe farsi ritorno, quando la
legge non e rispettata. Non è quindi da approvarsi, a mio avviso, l'opinione di
coloro, i quali ritengono che il prevalere delle norme procedurali nel diritto,
e quindi anche nel romano, sia prevenuto da ciò, che sarebbesi prima badato
alla forma, che alla sostanza. La ragione di questo fatto è molto più profonda
e deve essere cercata nelle origini stesse della convivenza civile e politica.
La causa del fatto sta in ciò, che l'opera della legge negl’inizii e sopratutto
necessaria non tanto per assicurare il diritto, quanto per reprimere le
reazioni violente, a cui abbandonavasi colui, il cui diritto e violato. In
questa parte diritto privato e diritto penale segueno analoghe vicende. Al modo
stesso, che la legge penale non mira tanto a punire i misfatti, quanto
piuttosto a porre dei confini alla vendetta, e rende cosi obligatoria quella
composizione a danaro, che dipende dall'accordo delle parti: cosi anche le
norme procedurali comparvero le prime, non tanto perchè i popoli comprendeno
più la forma che la sostanza; ma perchè il primo e più urgente bisogno di una
società, in via di formazione, e quello di impedire fra i consocii la manuum
consertio, ossia l'esercizio violento delle proprie ragioni. Per lo svolgimento
parallelo della vendetta e della pignorazione privata, è da vedersi: Del
GIUDICE, La vendetta nel diritto longobardo (Milano). Sembra poi attribuire la precedenza
delle norme di procedura, presso i popoli alla prevalenza, che presso di essi
ha la forma sulla sostanza, lo stesso Sumner Maine, The early history of
institutions, ove, discorrendo della forma primitiva dei rimedii legali, scrive
che in uno stadio delle cose romane i [Intanto non vi ha forse nel vocabolario
giuridico parola, che presenti al giureconsulto filosofo e storico una più
lunga storia di cose sociali ed umane, dei vocaboli di agere e di actio, e che
lo fa rimontare più oltre nelle tenebre e nella oscurità del passato. Nella
loro significazione primitiva di
stimolare e di spingere , questi due vocaboli sembrano ancor
richiamare gl’antichi abitatori del Lazio, che, pastori di greggi, prima di
diventare reggitori di popoli, spingevano al largo le proprie mandre e i
proprii armenti. Memori e quasi alteri della propria origine, non dubitarono di
applicare il medesimo vocabolo a significare l'attività del magistrato, che si
spiega in rapporto col popolo – ius agendi cum populo --, ed anchequella di
colui, che forte della convinzione nel proprio diritto intraprende quella
specie di conflitto e di lotta, che dove essere necessaria per ottenere il
riconoscimento delle proprie ragioni. Questo è certo, che fra capi di famiglia
dal carattere fiero ed indipendente non dove esser così facile il conseguire che
essi si sottoponessero ad un'autorità per la decisione delle loro controversie,
e non è quindi meraviglia se l'avvenimento dove loro apparire così importante,
che ritennero opportuno di conservare la memoria dei diversi stadii, che hanno
dovuto attraversare per giungervi. Allorchè sorgeva una controversia fra capi
di famiglia, appartenenti alla medesima tribù, il modo più naturale di
risolverla dovette certamente essere quello di rimettersi ad uno o più arbitri
ed amichevoli compositori, che doveno essere concordati fra le parti, come lo
dimostra un antico costume, che gli filosofi latini attribuiscono ai proprii
maggiori. Era poi naturale, che queste persone, chiamate a risolvere la
controversia, dovessero essere scelte fra i padri ed anziani del villaggio; del
che rimasero le traccie anche in Roma, ove i iudices furono per secoli tratti
dall'ordine dei padri diritti ed I doveri sono piuttosto un'aggiunta della
procedura, che non la procedura una mera appendice aidiritti ed ai doveri. BRÉAL, Dict. étym. latin., v° Agere. Cic.,
Pro Cluentio. Neminem voluerunt maiores nostri, non modo de existimatione
cuiusquam, sed ne pecuniaria quidem de re minima esse iudicem, nisi qui inter
adversarios convenisset. Del resto, anche secondo la legislazione decemvirale,
sembra che alla discussione della causa precedesse un tentativo di
componimenti, come lo dimostra il fram., Rem, ubi pacant, orato, tavola II,
legge 14, secondo la ricostruzione del Voigt, Die XII Tafeln, o senatori, e
solo dopo una lunga lotta, che si avvero già sul finire della Repubblica fra il
partito deg’ottimati e quello popolare, poterono anche essere scelti fra gl’equites.
La cosa però venne a farsi più grave, allorchè i contendenti non si mettevano
d'accordo per un amichevole componimento. Non vi ha nulla di ripugnante, che
essi, compresi vivamente del proprio diritto, trovandosi sul fondo stesso o
davanti allo schiavo, oggetto della controversia, cominciassero dall'affermare
altamente il proprio diritto sul fondo o sullo schiavo. Che se niuno di essi
cede, lo studio della natura umana ci insegna anche ora, che non è punto
improbabile, che essi potessero addivenire a quella vis realis, a cui secondo
Gellio e poi sostituita la vis festucaria, e che si effettua cosi fra di essi
una vera e propria lotta, che prese il nome dimanuum consertio. È però
consentaneo eziandio al costume patriarcale che, quando due persone sono cosi
in lotta fra di loro, puo anche interporsi fra di esse una persona autorevole,
la quale goda la comune fiducia, e che loro imponga di separarsi colle parole,
che più tardi sonno pronunziate dal praetor nella procedura quiritaria – mittite
ambo hominem. Tace allora la lotta: i contendenti, fatti umili dall'autorità
stessa di chi intervenne fra di loro e dallo stato stesso di violenza, in cui
furono sorpresi, chiamano entrambi a testimoni il divino, che la ragione è
dalla parte loro, e per dare energia maggiore alla propria affermazione
aggiungono alla medesima una scommessa, la quale, per essere accompagnata
dall'affermazione giurata di rimettersi al giudizio della persona intervenuta
fra di essi, può prendere il nome di sacramentum:. Si ha cosi una successione
di fatti, che conducono naturalmente la persona autorevole, che si è in [La
legge che trasporta dall'ordine dei senatori a quello degli equites la capacità
ad essere giudici fu la lex SEMPRONIA iudiciaria del 632 di Roma, proposta da
C. Gracco, la quale dove però dar luogo a gravi lotte ed agitazioni, che sono
fatte manifeste dalle leggi giudiziarie degli anni, che vengono dopo. È da
vedersi in proposito ORTOLAN, Histoire de la législation Romaine. Aulo Gellio,
Noct. attic. -- Questo sentimento veramente sociale ed umano del pudore, che
guadagna colui che si appiglia alla violenza, trovasi maravigliosamente
espresso da OVIDIO, Fastorum. Et cum cive pudet conseruisse manus. È però a
notarsi, che Ovidio limita quel senso di pudore alle violenze fra i cittadini.
Con quelli che non sono tali sarebbe tutt'altra cosa.] terposta, ad essere
giudice non tanto della ragione o del torto dei contendenti, quanto piuttosto
della scommessa intervenuta fra i me desimi; sebbene però venne ad essere
naturale conseguenza del suo giudizio, che debba ritenersi aver ragione chi
vince la scommessa e torto colui, che perde la medesima. Fin qui pertanto, non
si ha che un processo di cose sociali ed umane, di cui si potrebbero trovare le
traccie anche ai nostri giorni, e che dove certo essere frequente, allorchè le
contese sono sostenute dai capi di gruppo, che non conosceno altra autorità
superiore, salvo quella, che sono accettata di comune accordo. Pongasi ora, che
questo processo di cose si ripeta più e più volte frammezzo a genti, che, come
le italiche, siano use a modellare in formole ed in gesti solenni tutti gli
atti tipici della loro vita giuridica, e allora si puo facilmente comprendere,
come siasi venuta formando quel l’ actio sacramento, che costitui poi l'azione
fondamentale di tutto il diritto quiritario, e e dai quiriti conservata con cura
così gelosa, che, già abolite le altre azioni delle leggi, l' actio sacramento
continua ancora a celebrarsi davanti al tribunale quiritario per eccellenza,
che è il tribunale dei centumviri. Non è quindi il caso di ridurre questa
primitiva azione ad una pantomina incomprensibile, nè di cambiare il popolo
maestro al mondo nel diritto in un architetto di formalità e di sottigliezze
senza scopo; ma è il caso piuttosto di leggervi la storia delle vicende, che ha
a percorrere l'amministrazione della giustizia, riportandola in quell'ambiente
patriarcale, nel quale soltanto si può riuscire a ricostruirla nelle sue
primitive fattezze. Qui tuttavia non posso passare sotto silenzio l'opinione
messa innanzi da una grande autorità, quale è il Bekker, e che e poi anche
divisa da molti altri autori, secondo cui dovrebbero ritenersi più an [È già da
qualche tempo, che rivelasi nei filosofi la tendenza a dare una spiegazione
naturale della formazione dell'actio sacramento. Se ne possono vedere degli
accenni nel Maynz, Cours de droit Romain, Bruxelles; nel SUMNER MAINE, Early
history of institutions, nel MUIRIEAD, Historical Introduction, nel BUONAMICI,
Storia della procedura romana. Pisa. Non credo tuttavia che essa sia stata
studiata nell'ambiente stesso, in cui ha dovuto formarsi, nè che siasi
dimostrato che essa debba riguardarsi come una sopravvivenza di un'epoca
anteriore. È però noto, che Omero nell'Iliade descrive, sopra uno dei
compartimenti dello scudo di Achille, una procedura del tutto analoga a quella
dell'actio sacramento.] tiche della stessa actio sacramento, quelle altre forme
di azioni, che sono indicate col vocabolo di manus iniectio e di pignoris capio,
in quanto che le medesime ricorderebbero più direttamente l'uso della forza per
far valere il proprio diritto. Lasciando per ora in disparte la pignoris capio,
che ha solo una importanza secondaria, per i pochi casi in cui fu ammessa,
importa anzitutto notare, che il vocabolo di manus iniectio può essere tolto in
due significazioni diverse, anche secondo la legislazione decemvirale. Havvi
anzitutto la manus iniectio, a cui ricorre colui che, dopo aver invitato
inutilmente il debitore a seguirlo avanti al magistrato, gli pone addosso la
propria mano e lo trascina in ius, somministrandogli però quei mezzi di
trasporto, che possano esser necessari per lo stato di malattia, in cui egli si
trovi. In questo senso però non havvi ancora una vera legis actio, ma solo un
mezzo per ottenere la comparizione del convenuto davanti al magistrato. Invece
la manus iniectio, in quanto costituisce una legis actio, consiste nel potere,
che appartiene al creditore di porre la sua mano sopra il nexus, l'aeris
confessus, ed il iudicatus per trascinarlo nel suo carcere, e costringerlo così
al pagamento del proprio debito od a lavorare per lui finchè sia soddisfatto. BEKKER,
Die Actionen der römisches Privatrechts, Berlin. Del resto un tale concetto è
stato in parte enunziato anche dal JHERING, L'esprit du droit romain, Trad.
Maulenaere, Paris, salvo che egli dà poi alla manus iniectio, come legis action,
una significazione del tutto speciale. A questa manus iniectio accennasi nella
prima legge delle XII Tavole. Si in ius vocat, ito. Ni it, antestamino: igitur
em capito. Si calvitur pedemve struit, manum endo iacito. -- Sonvi persino
degli autori, i quali dubitano che la manus iniectio puo essere considerata
come una vera legis actio, in quanto che essa non richiede l'intervento del
magistrato e ha solo luogo quando trattasi di esecuzione. E questo il motivo,
che induce il JHERING a dare una significazione speciale alla manus iniectio.
Quanto alla letteratura sull'argomento e alle discussioni, che di recente sorgeno
intorno alla questione, se la manus iniectio dove ritenersi come una legis actio,
è da vedersi il MUIRHEAD, Histor. Introd. Parmi tuttavia, che il dubbio non
possa esistere, quando si tenga conto della significazione larghissima, che ha
il vocabolo di legis actio nel diritto; nel quale esso indica in sostanza i
diversi genera agendi in conformità di una lex publica, per modo da comprendere
la stessa in iure cessio, allorchè serve per effettuare una adozione, una
emancipazione, una manomissione, od un trasferimento di proprietà.] Quanto alla
manus iniectio Voigt, Die XII Tafeln. Or bene la manus iniectio, cosi intesa,
non può certamente essere considerata, come di formazione anteriore all' actio
sacramento. Per verità mentre questa contiene la storia delle varie peripezie,
per cui passa lo stabilimento dell'umana giustizia, e quindi richiama ancora
un'epoca, in cui non eravi amministrazione di giustizia; la manus iniectio
invece, quale appare nelle XII Tavole, suppone già stabilita una
amministrazione della giustizia, in quanto che essa è un modo di procedere
all'esecuzione contro colui, che o siasi obbligato colla solennità del nexum, o
abbia confessato il proprio debito davanti al magistrato, o sia stato
condannato al pagamento. Nè serve il dire, che la manus iniectio, essendo un
mezzo per l’esercizio delle proprie ragioni, dove essere applicata anche in
altri casi; mentre la legislazione decemvirale la circoscrive ai casi da essa
determinati, nell'intento di impedirne gli abusi. A ciò infatti si può
facilmente rispondere, che se fra i capi di famiglia delle genti patrizie si
può comprendere una procedura solenne, come quella dell' actio sacramento, in
cui le due parti sono eguali fra di loro e finiscono per accordarsi
nell'accettazione di un giudice della loro scommessa, è invece affatto
ripugnante una procedura, come e quella della manus iniectio. Non è un'eguale
che può sottomettersi ad una procedura di questa specie, per quanto egli puo
essere profondamente convinto del proprio torto. Fra due eguali, che siano in
contesa, può comprendersi la manuum consertio, e in seguito l'accettazione di
un arbitro; ma non mai che uno obbedisca pecorilmente al cenno dell'altro, e si
lasci cosi stringere nei ferri e nelle catene del suo carcere. Con ciò tuttavia
non voglio dire, che la manus iniectio e direttamente introdotta dalla
legislazione decemvirale, e che non esiste anteriormente alla medesima. Ritengo
anzi, che essa dove già esistere da lungo tempo: ma intanto a questo proposito
mi fo lecito di avventurare la congettura, che la manus iniectio dove essere
una speciale forma di procedura, che non si adopera già nei rapporti fra i capi
di genti patrizie, ma bensì unicamente nei rapporti, che intercedeno fra il
creditore patrizio ed il debitore plebeo. Si comprende infatti, come un'aristocrazia
territoriale, come quella delle genti patrizie, puo anche adoperare modi simili
di procedura verso una classe, che nei primi tempi non aveva ancora dimenticato
l'origine servile. Quindi è, che la manus iniectio deve essere considerata come
una delle istituzioni, che non appartiene al diritto, che dovette formarsi nei
rapporti fra i capi delle genti patrizie, ma bensi a quello, che dove formarsi
nei rapporti fra la classe dominante e la classe inferiore: il che spiega
eziandio come la legislazione decemvirale l'ha solo ammessa contro i nexi, gli
aeris confessi e i iudicati, e come la plebe lotta cosi lungamente per
l'abolizione del nexum, il quale forse era ancora un segno dell'antica sua
soggezione servile. Per quello poi, che si riferisce all'esercizio privato
delle proprie ragioni, mi limito ad osservare, che esso nel dominio del diritto
corrisponde alla vendetta nel campo dei delitti e delle pene. Quindi, come è
esistita la vendetta anche fra le genti italiche, così dove anche esservi un
tempo, in cui fra queste esiste l'esercizio privato delle proprie ragioni.
Questo tuttavia può affermarsi con certezza, che l'intento supremo dell'organizzazione
gentilizia e quello di impedire fra i membri di esse cosi la vendetta, che
l'esercizio privato e senza confini delle proprie ragioni. E a questo scopo,
che il fas, il ius e il mos riunirono i proprii sforzi, e solo a forze riunite
riuscirono a cacciare dalla comunanza la violenza, che continuo a dominare fra
le persone, che non appartenevano alla medesima e quindi non avevano fra di
loro comunanza di diritto. Quindi non è più nell'organizzazione gentilizia, che
deve cercarsi l'esercizio privato delle proprie ragioni, dal momento che in
essa tutto è regolato dal mos e dal fas, e che il suo intento supremo e quello
dimettere termine allo stato anteriore di violenza. Fin qui si considerano
soltanto le norme direttive dai rapporti giuridici, che intercedono fra i capi
dei diversi gruppi, norme le quali finiranno per dare in parte origine a quel
diritto, che e poi chiamato ius quiritium dapprima e ius civium romanorum più
tardi. Ora importa cercare invece, quali rapporti corressero fra i varii gruppi
collettivamente considerati, e quale sia stata l'origine del primitivo ius
pacis ac belli. Anche i rapporti fra le varie genti, collettivamente
considerate, hanno nel periodo gentilizio un carattere esclusivamente
patriarcale, e appariscono modellati sui rapporti, che possono intercedere fra
i varii capi di famiglia. E a questo proposito parmi anzitutto opportuno di
rettificare un concetto, che ormai suole essere ripetuto come un dogma, mentre
in verità non merita di essere considerato come tale. Di regola suol dirsi, che
lo stato naturale delle antiche genti fosse lo stato di guerra. Esse invece non
erano nè in uno stato di pace, nè in uno stato di guerra; ma si consideravano
come indipendenti le une dalle altre e non avevano fra di loro comunanza di
diritto. Era quindi facile, che fra loro scoppiasse la guerra, ma questa non e
però lo stato naturale di esse. Ciò e come dire, che due persone che non si
conosceno e non hanno fra di loro alcun rapporto giuridico sonno fra di loro in
lotta. Puo darsi che esse siano in reciproca diffidenza, e che stiano in
guardia: ma non percio puo dirsi che siano in guerra effettiva fra di loro. Ci
vorrà pur sempre qualche causa, od anche semplicemente un pretesto, perchè
l'una si arresti minacciosa contro dell'altra. Sarebbe qui inutile citare tutti
gli autori, che professano questa opinione; mi basta ricordare LAURENT,
Histoire du droit des gens a Roma; il JHERING, L'esprit du droit romain, il
quale attribuirebbe a questo stato di guerra il concentrarsi delle genti
antiche nella città, a cui esse appartengono; il che è certamente vero, ma non
proviene unicamente dalle guerre esteriori, ma anche da ciò, che, creandosi una
nuova forma di connivenza sociale, e naturale, che tutte le forze ed energie
vitali si concentrassero in essa. Anche Fusinato sembra dividere la stessa
opinione nel suo lavoro: Dei Feziali e del di ritto feziale, Roma, Atti della
R. Accademia dei Lincei, Memorie, Classe scienze mor. stor. filologiche, -- al
quale io mi rimetto quanto alla bibliografia completissima sul tema. Egli
tuttavia già trova, che il popolo romano e stato, fra le altre genti, il meno
esclusivo su questo punto, a differenza di PADELLETTI, Storia del diritto
romano. Che questi e lo stato dei rapporti fra le genti primitive è provato
dalla distinzione, che nell'antico linguaggio già viene fatta fra hostis e
perduellis. Hostis chiamasi quello straniero, con cui non sonno rapporto di
diritto, e contro il quale il popolo romano si riserva piena ed intera la
propria autorità giuridica e la propria libertà di azione. Perduellis, nella
sua significazione, e colui con cui era scoppiato il dissidio, e col quale, per
mancanza di un comune diritto, venne ad essere necessità di appigliarsi alla
guerra. E solo più tardi, che il vocabolo di hostis assunse una significazione
più dura e significa il nemico. In allora le significazioni accettate furono le
seguenti. Peregrinus chiamasi colui, col quale non havvi nè amicizia, nè
ospitalità, nè alleanza; hostis quegli, con cui Roma trovasi in guerra aperta;
perduellis infine colui, che nell'interno dello stato cerchi di recare
perturbazione e conflitto, mettendosi in lotta coll'interesse della patria sua.
Questa trasformazione si opera però lenta e note relative, il quale
attribuirebbe al popolo romano una esclusività maggiore degli altri popoli, per
trattarsi di un popolo agricoltore, conservatore e guerresco ad un tempo. Per
parte mia ritengo, che i romani in questa parte si governano colle norme stesse
delle altre genti italiche, come lo dimostra il fatto che il primitivo ius
foeciale è loro comune cogli altri popoli, da cui sono circondati. Non posso
però ammettere che essi, sopratutto nei primi tempi, si ritenne in stato
naturale di guerra cogli altri popoli; perchè in tal caso tutte le formalità
dell'antico ius foeciale si converte in una commedia inesplicabile e in
contraddizione col prin cipio direttivo dei rapporti fra le varie genti. Quanto
agli argomenti, che sono messi in campo, essi consistono in sostanza nella
significazione di hostis e nel passo di Pomponio, Leg. Dig. Quanto a questo
passo di PomPONIO, egli, anzichè affermare che gli stranieri sono nemici, dice
anzi espressamente che – si cum gente aliqua neque amicitiam, neque hospitium,
neque foedus amicitiae causa factum habemus, hi hostes quidem non sunt. Tuttavia
siccome con questa gente non vi ha comunione di diritto, così contro di aeterna
auctoritas esto -- donde la conseguenza, che se le cose nostre cadono in loro
mano, diventano loro proprie, e così pure se le cose loro vadano in mano dei
romani: certo la conseguenza è grave, ma essa non è una conseguenza dello stato
di guerra, ma bensì di ciò che fra i due popoli non esiste comunanza di diritto.
Nè vorrei si dicesse, che la questione sia soltanto di parole, poichè se la
guerra e lo stato naturale, non si sa come CICERONE scrive: Nullum bellum esse
iustum, nisi quod aut rebus repetitis geratur, aut de nuntiatum ante sit, et
indictum. De off, e De Rep. Del resto anche questa opinione è una conseguenza
del ritenere, che le cerimonie del diritto feziale e semplici formalità
esteriori, il che certamente non dove essere, allorchè questa procedura fra le
genti venne ad essere introdotta. essa [mente, e nella stessa legislazione
decemvirale, che, come tutta legge, tende a conservare i vocaboli nella loro
significazione arcaica, il vocabolo di
hostis , continua ancora sempre a significare colui, col quale non
esiste comunione di diritto, come lo dimostrano le espressioni ricordate da
Cicerone di status dies cum hoste e l'altra adversus hostem aeterna auctoritas
esto. Del resto, che il vocabolo hostis negli esordii non suonasse nemico,
nella significazione, che noi siamo soliti attribuire a questo vocabolo, viene
anche ad essere dimostrato dall'analogia evidente, che corre fra i vocaboli di
hostis e di hospes, il quale ultimo sarebbe una sincope di hosti-pes, che
significa o protettore dello straniero o straniero ricevuto in protezione -- donde
anche i vocaboli di hospitium e di hospitari. Fermo questo concetto dei
rapporti, che intercedeno fra le genti, che non entrano a far parte della
medesima tribù e non hanno perciò comunione di diritto fra di loro, viene ad
essere facile il comprendere come qualsiasi rapporto giuridico fra di esse
dovesse derivare dalla convenzione e dal patto; per modo che anche il ius pacis
ac belli dove avere un'origine contrattuale, analoga a quella, che abbiamo
riscontrato nei rapporti privati fra i diversi capi di famiglia. Infatti al
rapporto di carattere negativo, che intercede fra le varie genti, per cui sono
estranee le une alle altre, pud poi sottentrare il rapporto positivo di pace o
di guerra. Tanto l'uno come l'altro indicano, che le genti sono già uscite da
quello stato di indifferenza reciproca, in cui si trovavano fra di loro. Quindi
perchè siavi lo stato di pace, già occorre che fra le genti sia intervenuta una
conven [BRÉAL, Dict. étym. lat., Paris, vº Hospes e Hostis. Del resto questo
trasformarsi dalla significazione di hostis viene ad essere indicato con una
mirabile chiarezza da CICERONE, allorchè scrive. Hostis enim apud maiores nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum
dicimus. Quamquam
id nomen durius iam effecit vetustas; a peregrino enim recessit, et proprie in
eo, qui contra arma ferret, re mansit. De off., I, 12. Ciò è poi confermato da
VARRONE, De ling. lat., V, I (Bruns, Fontes). Intanto l'analogia, che vi ha fra
hostis straniero, ed hospes, che significa e lo straniero ricevuto in
protezione, come pure il fatto, che nelle origini per-duellis significa il
nemico esterno ed interno ad un tempo, costituiscono una nuova prova, che in
quei primordii non distinguevasi la guerra pubblica dalla privata, nè i
dissidii interni delle guerre esterne. E solo più tardi, nel seno della città e
nei rapporti delle città fra di loro, che potè operarsi questa distinzione, e
in allora talvolta i reggitori della città si appigliarono alle guerre esterne
per sopire le lotte interne.] zione od un patto (come lo dimostra l'analogia
fra il vocabolo di pax e quello di pactum). Al modo stesso che, accio siano in
istato di guerra, occorre, che siavi una dichiarazione della medesima, tanto
più se trattisi di genti che, senza essere in rapporto giuridico fra di loro,
riconoscano pero l'impero del fas. Si può quindi affermare con certezza, che
anche il ius pacis ac belli già erasi formato anteriormente alla formazione
della comunanza romana, e che la medesima in questa parte non fa che attenersi
a pratiche e a riti, i quali, preparatisi in un periodo anteriore ed affidati
alla custodia di un collegio sacerdotale, furono poi applicati con qualche modificazione
ai rapporti, che vennero a svolgersi più tardi fra i popoli e le città. Di qui
in tanto, deriva la conseguenza, che il diritto, che suol essere chiamato
foeciale, essendo stato trapiantato da uno in altro periodo di organizzazione
sociale, acquisce un carattere artificioso, che lo fa talvolta apparire come un
ostentazione puramente esteriore, diretta non a provare che le guerre si fa per
una giusta causa, ma piuttosto a dissimulare l'ingiustizia intrinseca della
guerra. Non può tuttavia esservi dubbio, che essó, trasportato nell'ambiente,
in cui ebbe a formarsi, ha dovuto essere una procedura viva e reale, la quale
ebbe ad essere determinata dalle condizioni, in cui si trovano le genti.
Siccome nel periodo gentilizio i rapporti di pace, che si vengono a stabilire
pressochè contrattualmente fra le varie genti, si riducono in sostanza a
rapporti fra i capi delle medesime. Cosi essi finiscono per modellarsi e per
ricavare la propria denominazione dai rapporti stessi, che possono intercedere
fra i loro capi. In altri termini quei vocaboli stessi, che indicano le
gradazioni diverse, in cui possono trovarsi i capi delle varie genti, sono pur
quelli, che desi gnano il vincolo più o meno stretto, in cui possono essere le
varie genti o i varii popoli, fra cui intervenne una convenzione di pace. Cosicchè
i vocaboli anche qui vengono a dimostrare, come in quei primi tempi non esiste
la distinzione fra i rapporti pubblici dei varii gruppi ed i rapporti privati
fra i capi, da cui essi sono rappresentati. I vocaboli, intanto, che indicano
questi rapporti pubblici e privati ad un tempo, sono quelli di amicitia, di
hospitium societas. Prima presentasi l' amicitial, che indica quel rapporto
contrattuale, che intercede fra due genti diverse o meglio ancora fra i capi di
esse, senza che il medesimo imponga obbligo reciproco di difesa e di aiuto in
tempo di guerra. La gente amica è quella, a cui si puo, in caso di bisogno,
ricorrere per un favore e con cui si intenda di intrattenere amichevole
commercio. L'amicizia quindi conduce già ad un riconoscimento del diritto della
gente amica, e quindi se una persona, od una cosa venga a cadere in mano di una
gente amica, questa non puo appropriarsela; il che e potuto fare, allorchè non e
esistita fra di loro alcuna comunanza di diritto. Possono tuttavia esservi dei
casi, in cui i reciproci commerci, fra individui, che appartengono a tribù
diverse, porgano occasione al sorgere di controversie. Quindi fra i patti, che
accompagnano i trattati di amicizia, dovette essere frequente quello, che più
tardi noi troviamo indicato col vocabolo di actio e specialmente con quello di
reciperatio; il quale è certamente bene appropriato per significare il rapporto,
a cui intendeva di accennare, malgrado le difficoltà di in terpretazione a cui
esso da luogo. È nota in proposito la definizione di Gallo. Reciperatio est,
cum inter populum, reges, natio nesque et civitates peregrinas lex convenit,
quomodo per recipe ratores reddantur res reciperenturque, resque privatas inter
se persequantur. La sua interpretazione non può dar luogo a dubbio, quando
diasi al vocabolo di lex la sua significazione primitiva di convenzione e di
patto; interpretazione, che del resto è anche imposta dall'espressione di lex
convenit. È evidente infatti, che qui trattasi di un patto intervenuto prima
fra le tribù e più tardi fra i popoli, le nazioni e le città, nell'intento di
permettere ai membri delle genti, delle tribù e delle città di far valere
rispettivamente le proprie ragioni presso la gente, tribù o città, con cui
trovansi in rapporto di amicizia; come pure è evidente la correlazione, che
intercede fra questo vocabolo e quello di rerum repetitio, che costitue uno dei
preliminari, che precedevano la vera dichiarazione di guerra. Questo vocabolo è
poi meglio spiegato da quello di reciprocare, il quale, secondo Festo,
significa ultro citroque poscere cioè far valere rispettivamente le proprie
ragioni: vocabolo, che anche oggidi conserva l'antica sua significazione in
quei trattati fra gli stati e le nazioni, che chiamansi di reciprocità e di reciprocanza.
Ciò infine spiega eziandio, come si chiamano recuperatores quei giudici od
arbitri, che sono chiamati a risolvere le controversie degli stranieri fra di
loro e dei cittadini cogli stranieri. Infine si viene anche a darsi ragione,
come in una città come Roma, che e sempre un emporio di tutte le genti, i
recuperatores abbiano finito per essere una autorità giudiziaria, pressochè
permanente, la quale, mentre decide le questioni con stranieri, puo anche
essere chiamata a risolvere delle controversie fra i cittadini, in quei casi
sopratutto, in cui non si trattasse di applicare il ius quiritium, ma piuttosto
quei iura gentium, che fin dai primi tempi dovettero almeno di fatto esistere
accanto al medesimo. A proposito dei re-cuperatores, si è poi lungamente
disputato se i medesimi fossero chiamati soltanto a risolvere controversie di
diritto privato, o se potessero essere chiamati eziandio a risolvere
controversie di carattere pubblico fra i popoli e le genti. La definizione di
Elio Gallo sembra comprendere le une e le altre, in quanto che essa accenna
alla ricupera delle cose tolte da un popolo ad un altro, e alla prosecuzione
delle cose private. Se quindi e lecito avventurare una congettura,
misembrerebbe essere probabile, che in quell'epoca, in cui ancora mal si
distingue la ragion pubblica dalla privata, i recuperatores, che sono persone
scelte fra le due genti amiche, possono essere arbitri dell'uno ed un altro
genere di controversie, perchè queste tenevano del pubblico e del privato ad un
tempo. Allorchè invece, al disopra delle genti, venne a formarsi la città, e
per tal modo comincia a distinguersi la cosa pubblica dalla privata, i
recuperatores hanno circoscritta la propria competenza alle controversie di
carattere privato. Fu in allora che i recuperatores si manteneno per le
controversie di indole privata, e che i fetiales sono creati invece per le
controversie, che insorgevano fra i varii popoli. E allora parimenti che la
recuperatio e il modo, con cui gli individui res privatas inter se persequuntur,
mentre la rerum repetitio divenne un preliminare della guerra. E allora infine
che i iura gentium si vennero biforcando, e mentre da una parte il vocabolo di
ius gen tium rimane ad indicare un complesso di norme, che governa i rapporti
di indole privata, quello invece di ius foeciale o di ius belli ac pacis e
adoperato per indicare i rapporti di carattere pubblico fra i popoli e le città.
Anche qui insomma non si fa che applicare un processo, le cui traccie sono
evidenti in ogni argomento, il quale consiste nel publica privatis secernere,
sacra profanes -- Di qui deriva quell'incertezza di significazione, che questi
vocaboli sembrano avere nelle proprie origini; incertezza, che non dovette
recare imbarazzo a coloro, che avevano operate queste distinzioni; ma che
complica invece grandemente l'opera di coloro che tentano fondarsi sovra
pochissime vestigia di ricostrurre l'opera compiuta. Al modo stesso poi, che
nei rapporti fra i privati dopo l'amico viene l'ospite, il quale già viene
accolto nella casa e per qualche tempo entra in certo modo a far parte della
famiglia; cosi nei rapporti fra le varie genti, al disopra dell'amicitia, viene
a comparire l'hospitium. L'ospitalità, che diventa un ufficio di cortesia
presso le nazioni civili, è invece una vera necessità presso tutti i popoli
primitivi, i quali senza di essa si troverebbero isolati gli uni dagli altri.
Non è quindi meraviglia, se i doveri dell'ospitalità, oltre al fondarsi sul
costume, entrino eziandio sotto la protezione del fas, e se la medesima, presso
le genti primitive, tenda ad acquistare un carattere ereditario. L'ospite entra
in un certo senso a far parte della stessa famiglia, come lo dimostra il fatto
che gli antichi giureconsulti disputano perfino, se gl’ufficii verso l'ospite
dovessero precedere o susseguire quelli verso il cliente: nella quale
questione, [Quanto alla definizione della recuperatio, HUSCHKE, Jurisp.
ante-iust. quae sup. Questa congettura, che d'altronde è molto semplice, ha il
vantaggio di risolvere parecchie controversie, che sono largamente trattate da
Voigt, Das ius naturale, gentium, etc., e dal Fusinato, Dei Feziali e del
diritto feziale. Essa spiega anzitutto come una sola frase, quello di ius
gentium, possa presentarsi con un duplice significato (V. FusInATO, dove egli
combatte in parte l'opinione del Voigt). Essa spiega in secondo luogo, come la
recuperatio, che più tardi trovasi solo applicata alle controversie private,
nell'antica sua definizione comprenda invece anche quelle di carattere
pubblico. Di qui una divergenza fra Fusinato da una parte, che vorrebbe negare
ai recuperatores ogni competenza giudiziaria in interessi di pubblica natura e
il SelL ed il Rein da lui citati, che sostengono invece un'opinione diversa.
Credo poi che non possa essere posta in dubbio l'analogia strettissima fra
recuperatio e rerum repetitio, sebbene i due vocaboli abbiano ciascuno una
propria significazione, poichè recuperatio significa reciproca actio, mentre
rerum repetitio significa il tentativo, che un popolo fa per riavere ciò che
gli fu tolto, prima di appigliarsi alla guerra. Del resto questa stessa
analogia compare fra le noxae datio del diritto privato e le noxae deditio dei
cittadini colpevoli contro il diritto delle genti, di cui discorre lo stesso
Fusinato. Ciò significa pertanto, che noi ci troviamo di fronte ad un processo
logicamente applicato in tutte le distinzioni, che si vennero introducendo fra
i rapporti pubblici e privati, e quindi la coerenza stessa dei risultati, in
varii argomenti ad un tempo, dimostra come sia fondata la congettura di cui si
tratta. Come poi i recuperatores sono in Roma an’autorità giudiziaria,
pressochè permanente, appare da ciò, che essi non sono ignoti alla stessa
legislazione decemvirale, il cui impero era ristretto ai soli cittadini.] -- mentre
vi era chi colloca prima le persone affidate alla tutela del capo di famiglia,
poi il cliente, quindi l'ospite. Masurio Sabino invece preponeva l'ospite al
cliente. Tutti però sono concordi nel ritenere, che l'ospite dove avere la
precedenza sui cognati e sugli affini. Non puo quindi essere temeraria la
congettura, che l'ospitalità e la clientela sono nell'organizzazione gentilizia
due istituzioni, che hanno una correlazione fra di loro; colla differenza, che
la ospitalità importa solo una difesa e protezione provvisoria, mentre la
clientela importa un rapporto di protezione permanente. Sotto quest'aspetto
pertanto, si puo dire che il cliente venne prima del l'ospite. Ma, quando, invece
si consideri che la clientela importa subordinazione e dipendenza, mentre
l'ospitalità può alternarsi in guisa che l'ospitato di un giorno sia l'ospite
in un altro, ben si puo comprendere il motivo, per cui Masurio Sabino concede
sotto questo aspetto la precedenza all'ospite sopra il cliente, in quanto che
l'ospite e l'ospitato sono in rapporto di UGUAGLIANZA fra di loro, il che non
accade del patrono e del cliente. Così il concetto dell'amicitia, che quello
dell'hospitium, dove nel periodo gentilizio avere un carattere pubblico e
privato ad un tempo. E solo posteriormente, quando dalle genti e dalle tribù
usceno le città, che cosi l'amicitia come l'hospitium subirono quella
distinzione, che si opera in qualsiasi altro argomento, per cui si ebbero
l'amicitia e l'hospitium pubblico e privato. Che anzi nella transizione fuvvi
un periodo, in cui la casa stessa del re dapprima e del magistrato dappoi servì
per accogliere gl’ospiti del popolo romano; ma, a misura che si venne
distinguendo l'ente collettivo dello stato dalla persona dei singoli cittadini,
si dove anche distinguere l'amicizia e l'ospitalità in pubblica e in privata.
Cosi e un effetto della pubblica amicizia, che il cittadino romano, quando e
fatto prigioniero di guerra, gode senz'altro del diritto di postliminio, appena
ponesse il piede nel territorio di un re alleato od anche solo amico, poichè da
quel momento comincia ad essere pubblico nomine tutus. Parimenti l'hospitium
pubblicum, allorchè e accordato non solo ad un individuo, ma alla intiera
popolazione di una città, venne a cambiarsi in certo modo nella [V. sopra il
passo di Masurio Sabino -- Dig.] concessione della civitas sine suffragio: il
che rende non destituita di fondamento l'opinione di coloro, i quali, dietro
l'autorità del Niebhur, vogliono trovare nel concetto dell'hospitium pubblicum
la primitiva significazione, che, secondo Festo, e stata attribuita al vocabolo
di municipium. Infine al disopra dell'amicizia e dell'ospitalità, presentasi la
societas. Qui non trattasi più di semplici officii di cortesia, ma di
obbligazioni che già assumono un carattere giuridico; poichè la societas fra le
genti, al pari della societas fra i privati, è un accomunare le proprie forze
per il conseguimento di un intento comune, e per ripartire i vantaggi, che si
possono ricavare dall'opera insieme associate. I patti e le condizioni di
questa societas possono essere molto diversi; ma di regola essa importa
alleanza difensiva ed offensiva delle genti, fra cui interviene, e una
conseguente ripartizione del bottino. Di qui la conseguenza, che mentre
l'amicizia e l'ospitalità possono anche trovare origine nel fatto e nella
consuetudine; la societas invece suppone una convenzione espressa fra le genti
ed i popoli, fra cui interviene: quindi con essa viene a sorgere il concetto
del foedus, il quale ha larghissimo svolgimento e da luogo ad importantissime
conseguenze nel periodo gentilizio. Per quanto sia dubbià l'origine della
parola, questo è certo, che l'essenza del foedus sta nella fides, che stringe
quelli che entrano in confederazione fra di loro, e che il medesimo, nei
rapporti fra le varie genti, compie quello stesso ufficio, a cui adempie il
contratto fra i singoli capi di famiglia. Infatti, sebbene di regola sogliano
ado perarsi come sinonimi i due vocaboli di societas e di foedus, è [NIEBhur,
Histoire romaine. Questa opinione e sostenuta dal TADDEI, Roma e i suoi
municipii, Firenze] Senza negare che possa esservi esistito un qualche rapporto
fra l'hospitium pubblicum e il municipium, nella prima delle significazioni che
è attribuita a quest'ultimo vocabolo da Festo, vº Municipium, vuolsi però avere
presente che l'hospitium è istituzione di origine gentilizia, mentre il
municipium suppone già esistente e svolta la convivenza civile e politica.] però
facile l'avvertire, che i medesimi, sopratutto negli inizii, dove avere
significazione diversa. Mentre infatti la societas indica il rapporto, in cui
entrano le genti ed i popoli, il vocabolo di foedus invece significa di
preferenza l'accordo, la convenzione, con cui questo rapporto viene ad essere
stipulato. Che anzi, siccome fra le genti non si distinguono i rapporti di
carattere pubblico da quelli di carattere privato: cosi il vocabolo foedus: si
presenta dapprima con una larghissima significazione, instesse convenzioni e
stipulazioni private e, sopratutto nei filosofi, significa persino quelle
convenzioni tacite, che sembrano stringere tutti i popoli, che si trovino in
analoghe condizioni di civiltà: convenzioni e rapporti, che sono appunto
indicati col vocabolo di foedera generis humani, poichè il popolo che vi
venisse meno sembra in certo modo uscire dal novero dalle umane genti. Tali so
fra i romani l'inviolabilità e l'immunità dei legati, senza la quale e stata
impossibile qualsiasi trattativa fra genti, che non hanno fra di loro comunione
di diritto; tale e eziandio quel costume veramente umano per cui, terminata la
battaglia, ad divenivasi ad una breve tregua, accio i due eserciti potessero
addi venire alla sepoltura dei morti. Di più, anche nei rapporti fra le genti,
il foedus non significa soltanto la confederazione o l'alleanza; ma puo
significare qualsiasi accordo, che venisse a seguire fra due popoli, sia per
conchiudere la pace, sia per rimettere la decisione della guerra ad un duello
fra individui scelti negli eserciti che si trovavano di fronte, ed anche
quell'accordo, in base a cui si addivenne alla deditio di un popolo ad un altro
e se ne fissano le condizioni. Il foedus insomma indica il momento, in cui
l'elemento contrattuale comincia a penetrare nei rapporti fra le varie genti;
ed è perciò, che, malgrado tutti i dubbii che possano avere gl’etimologi, non
sotrattenermi dall'esprimere la persuasione profonda, che il vocabolo di ius
foeciale, con cui si indicava il complesso delle pratiche e delle trattative,
che poterono seguire fra i varii popoli così in pace, come in guerra, non può
essere che una corruzione ed una sincope di ius foederale. Gl’etimologi non
possono accertare che foedus origina da fides, nè che foeciale derivi da foedus.
Ma questo è certo, che le parole di fides, foedus, e foeciale, come sembrano
avere una parentela materiale, così hanno una strettissima attinenza, quanto al
concetto dalle medesime espresso, ed è questo il motivo, per cui continuo a
scrivere ius foeciale a vece di ius fetiale. Quanto alla larghissima
significazione pri [Intanto il foedus è il rapporto fra le genti e le tribù,
che suppone un maggiore progresso nell'organizzazione sociale. Qui infatti non
è più il caso di un semplice ufficio di amicizia e di ospitalità; ma trattasi
già di un rapporto che assume il carattere GIURIDICO, in quanto che il foedus
impone alle genti e alle tribù, che vi addivengono, delle vere e proprie
obbligazioni giuridiche, sebbene queste continuino ancora sempre ad essere
sotto la protezione del fas. Gli è perciò, che col foedus già comincia a
comparire quell'istituto della stipulazione giuridica, che le genti latine
recarono non solo nelle convenzioni private, ma eziandio nelle convenzioni di
pubblica natura; stipulazione che, a mio avviso, dovette probabilmente essere
prima adoperata per i rapporti di carattere pubblico, che non per quelli di
carattere privato. Quanto alle formalità solenni, che accompagnavano il foedus,
ritengo, che se più tardi potè essere attribuita importanza sopratutto
all'elemento esteriore, che serve per dargli il carattere di iustum, come lo
dava al testamento, alle nozze e a qualsiasi altro atto; questo è però certo,
che le cerimonie, che accompagnavano la conclusione del foedus nel periodo, in
cui si vennero formando, dovettero avere una reale ed effettiva significazione.
Non dove quindi nel periodo gentilizio esservi un pater patratus, che
addivenisse alla formazione dell'alleanza: ma erano i padri o capi effettivi
delle genti, che da essi erano rappresentati, quelli che conchiudevano il
patto. Così pure dovette anche avere una efficace significazione l'obtestatio
deorum, per cui chiedevasi il divino in testimonio del patto, che interveniva
fra di essi, e si poneva il trattato sotto la protezione del fas, chiamando la
collera del cielo contro colui, che venisse meno al patto intervenuto, e
simboleggiando, col ferire con un coltello di selce la vittima, il modo, con
cui il divino avrebbe colpito il violatore del patto. [mitiva di foedus, essa appare sopratutto
dall'uso che ne fanno I filosofi latini, pei quali indica dapprima qualsiasi
patto fra gli individui e fra le genti; quindi anche qui abbiamo una parola,
che si rifere dapprima ai rapporti pubblici e privati ad un tempo; argomento
questo che gli uni non si distinguevano dagli altri. Questo significato di
foeduse presentito dal nostro Vico, allorchè chiama le religioni, le sepolture
ed i matrimonii i foedera generis humani. Il duplice significato pubblico e
privato di foedus occorre poi nel seguente passo di LIVIO (si veda) – Ænean
apud Latinum fuisse in hospitio: ibi Latinum, apud penates deos, dome sticum
pubblico adiunxisse foedus, filia Aeneae in matrimonium data. Questo è provato
anche da ciò, che nel primo caso narratoci di un patto se [Questo ad ogni modo
è fuori di ogni dubbio, che il concetto del foedus, vincolo religioso e
giuridico ad un tempo fra le varie genti e le tribù, ha certamente a precedere
la formazione della comunanza romana, e dove anche prima ricevere applicazioni
molteplici e diverse, durante il period gentilizio. Il foedus può essere
anzitutto il mezzo, con cui si pone termine allo stato di guerra fra diverse
tribù, e siccome al momento, in cui si addiviene al medesimo, le sorti delle
armi possono essere diverse per i contendenti, cosi è probabile, che già,
anteriormente a Roma, dovesse esservi quella distinzione, di cui essa poi fa
così larga applicazione fra il foedus aequum ed il foedus non aequum. Eranvi
infatti dei casi, in cui il foedus, nella significazione di convenzione e di
trattato, serve, come ricorda Gellio, per dettare la legge ai vinti; altri in
cui, senza opprimere affatto quello dei contendenti, per cui volgessero
sfavorevoli le sorti della guerra, il medesimo in una posizione di ossequio e
di subordinazione verso quello che sta per vincere, il che costituie appunto il
foedus non aequum e da origine ad una specie di clientela di un popolo verso
un'altro, che nell'epoca romana e poi indicata coll'espressione at maiestatem populi romani coleret ; altri
infine, in cui, essendo incerte le sorti della guerra, si pone termine alla
medesima con un aequum foedus e si veniva, secondo i patti, alla reciproca
restituzione dei prigionieri di guerra e all'abbandono del territorio occupato.]
si pone. Per quanto poi si riferisce a quella distinzione fra foedus e sponsio,
stata invocata qualche volta dai romani, sembra che la medesima costituisca già
un'applicazione, eminentemente giuridica, trovata dallo stesso popolo romano e
posteriore alla formazione della città. È noto in proposito, che i romani
ritenevano per foedus il trattato guìto secondo il ius foeciale, che è quello
relativo al combattimento degl’orazii e dei curiazii, DIONISIO ci narra, che il
medesimo e solennemente stipulato, e che due cittadini eletti a ciò, facendo le
veci di padri dei due popoli, lo sancirono a nome di ciascuno d'essi. Dion. Cfr.
Bonghi, Storia di Roma. Ritengo poi verosimile l'opinione di Pantaleoni,
ricordata da Fusinato, Le droit international de la république romaine (Bruxelles)
– Revue de droit international, secondo cui il coltello di selce rimonterebbe
all'età della pietra, poichè questo studio di conservare anche materialmente
l'antico è veramente nel carattere romano. Quanto alle varie specie di foedera
fra le città ed i re è da vedersi Livio. Esempii poi di foedera non aequa
possono vedersi in Gellio, Noc. att., e nello stesso Livio] stipulato
coll'intervento del pater patratus e colle cerimonie tutte del ius foeciale,
mentre sponsio e la pace giurata soltanto dal generale. Mentre il primo obbliga
direttamente il popolo pomano, l'altra invece, quando non fosse ratificata dal
senato, obbliga solo a fare la consegna del generale, che ha giurato la pace.
Ora è evidente, che questa distinzione cosi ingegnosa e sottile presuppone già
il passaggio dall'organizzazione gentilizia alla città propriamente detta.
Finchè trattasi di tribù o di genti, è il pater o capo effettivo della tribù,
che la guida nelle sue imprese militari, e quindi è egli stesso, che tratta la
pace circondato da altri capi, ed adempie alle cerimonie tutte di carattere
religioso, che devono accompagnare la stipulazione del foedus. Non occorre
quindi ancora l'artificio del pater patratus, nè l'intervento dei feziali,
perchè esso possa obbligare direttamente il proprio popolo. Quando invece
trattasi di una città, tanto più se retta a repubblica, il generale non può più
dirsi che rappresenti il popolo e il senato, e quindi egli non può addivenire
che ad una semplice sponsio, la quale, per essere cambiata in un vero trattato,
abbisogna della ratifica del senato e dell'adempimento delle cerimonie del
diritto feziale. Intanto pero, siccome il generale è colpevole per aver giurata
una promessa, che non mantiene o per aver obligato il popolo oltre i limiti del
suo mandato; cosi il senato, che non ratifica il suo operato, si appiglia alla
noxae deditio del generale stesso. Intanto si comprende, che altri popoli, come
i Sanniti, al tempo della pace delle forche caudine, i quali non erano ancora
pervenuti ad un eguale sviluppo della loro organizzazione civile e politica,
stentassero a comprendere questa sottigliezza giuridica dei romani: poichè per
essi il loro generale era anche il loro capo effettivo, e quindi puo obbligare
direttamente il popolo da lui rappresentato. Non parmi quindi, che possa essere
il caso di introdurre qui la triplice distinzione, a cui accenna Mommsen nel Le
droit public romain fra la semplice sponsio del capitano, il foedus foeciale e
il foedus del solo capitano; poichè è dichiarato abbastanza chiaramente da
Livio, che tanto il foedus che la sponsio, se siano fatte in iussu populi, non
possono obbligare il popolo romano. Quindi la distinzione viene ad essere
questa: o la convenzione è opera del solo capitano, in iussu populi ac senatus,
che sono quelli che inviano i feziali, e in allora abbiamo una semplice sponsio;
o invece vi ha il iussus populi ac senatus, che inviano i feziali e abbiamo il
vero foedus: donde la prova che la distinzione dove essere un effetto del
passaggio dall'organizzazione gentilizia all'organizzazione politica. Cfr.
Fusinato, Dei Feziali e del diritto feziale. Non credo poi si possa ammettere
con Mommsen, che sulla forma del foedus ha esercitata una visibile influenza la
teoria del contratto, in quanto che nel foedus sarebbesi adoperata per analogia
la forma della stipulazione, come quella che era considerata come il modo
generale e di diritto comune per contrarre le obbligazioni. Ciò è del tutto
impossibile: perchè è certo che esisteno già il foedus e la sponsio nei
rapporti fra i varii popoli e che l'uno e l'altra già si stipulano con quella
forma determinata, assai prima che i giureconsulti costruissero la teoria della
stipulazione e ne fanno applicazione alle convenzioni private. Del resto la
forma della stipulazione, adoperata dai romani nei rapporti col divino, nella
formazione della legge, nella conclusione dei trattati di pace, solo più tardi
sembra essere stata accolta nel diritto civile romano ed applicata alle
convenzioni private; per guisa che vi sono autori, che ritengono la
stipulazione nelle convenzioni private come di impor tazione greca. Il vero si
è, che nel diritto primitivo trovasi sempre un'analogia fra i rapporti di
diritto pubblico e quelli di diritto privato; la quale deriva da ciò, che nel
periodo gentilizio tanto gli uni come gli altri sono rapporti tra capi di
gruppo, e quindi le stesse forme, che servono nei rapporti fra le varie genti,
possono poi anche servire nei rapporti contrattuali e privati. Sonvi però molte
pratiche comuni agli uni e agli altri e fra le altre havvi quella della sponsio,
che sembrano aver acquistato forma ed efficacia giuridica prima nei rapporti
fra le genti, che nei rapporti dicarattere privato. Del resto cio è anche
attestato da Gaio, che chiama sottigliezza il voler applicare la teoria della
stipulazione privata alla sponsio del generale romano; poichè, se si venga meno
al patto, non ex stipulata agitur, sed iure belli res vindicatur. V. Mommsen,
Le droit public romain, il quale, secondo la traduzione Gérard, di cui mi
valgo, scrive. En ce qui concerne la forme, le principe du droit civil a
fait employer ici par analogie les formes de la stipulation, parce qu'elle
était considérée comme le mode général et de droit commun de contracter des
obligations. Parmi,
con tutta la riverenza al dottissimo autore, che questa proposizione non possa
essere accolta, e che sarebbe vera piuttosto la proposizione inversa. Infatti
secondo MUIRHEAD, Hist. Introd., e molti altri, la sponsio o stipulatio nelle
convenzioni private non sarebbe penetrate in Roma, che verso l’epoca, in cui la
teoria della sponsio e del foedus, nei rapporti fra le città ed i popoli, aveva
già ricevuto tutto il suo sviluppo. Quindi è che pur non ainmettendo l'opinione
del MUIRHEAD, in quanto che ritengo che la sponsio e romana fino dalle origini
e vivesse nel costume, anche [Un'altra applicazione del foedus era anche quella,
per cui tribù e genti, che potevano anche non essere in guerra fra di loro,
stringevano fra di loro un'alleanza, i cui patti potevano essere molto diversi,
ma che il più spesso costituiva una lega difensiva ed offensiva ad un tempo; la
cui idea tipica pud essere ricavata dal foedus latinum, detto anche foedus
Cassianum, il cui tenore ha ad esserci conservato da Dionisio. È poi notabile,
che queste specie di alleanze fra tribù e popoli vicini, siccome per lo più
dipendevano da relazioni ed aderenze fra i capi di gruppo, cosi si venivano for
mando e disfacendo con grande facilità, per cui bene spesso l'alleato di oggi
poteva essere il nemico di domani. Il che tuttavia non toglie, che la forza e
l'efficacia del patto d'alleanza sia cosi profondamente sentita, che stipulavasi
talvolta che essa dovesse durare eterna ed im mortale, come lo erano i popoli,
fra cui interveniva. Ciò è dimostrato dall'energica espressione adoperata nel
foedus latinum, secondo la quale la pace e l'alleanza fra romani e latini
doveva durare: dum coelum et terra
eandem stationem obtinuerint. Infine un'altra importantissima applicazione del
foedus nelle epoche primitive, è quella, in virtù della quale più tribù, che
possono anche essere di origine diversa, societatem ineunt fra di loro, nel
l'intento di formare una stessa civitas e di partecipare così ad una vita
pubblica comune. È stato questo il foedus, che ha servito per la formazione
dell'urbs e della civitas dei latini, e che fu anche il tipo, sovra cui ebbe ad
essere foggiata Roma primitiva; il qual ca rattere è importantissimo, in quanto
che induce ad affermare che Roma nei suoi inizii ebbe un carattere federale e
pressochè con trattuale. Dal momento infatti, che fra le varie tribù mancava il
vincolo della comune discendenza, non poteva esservi che quello della fides, e
quindi è nel foedus, che deve essere cercata l'origine prima dientrare nel
diritto, conviene pur sempre riconoscere che la teoria della sponsio si svolse
prima nei rapporti fra le genti, che non nel diritto civile di Roma. Giu
stamente quindi Gaio voleva tener distinte le due cose: poichè, dalmomento che
la sponsio nei trattati fra i popoli erasi distinta da quella nelle convenzioni
private, non era più il caso di confonderle insieme. Da questa nasceva l'actio
ex stipulatu, mentre dalla violazione di quella nasceva la guerra. I due isti
tuti, che nella origine potevano essere uniti, ora seguono invece ciascuno la
propria via, come la recuperatio e la repetitio rerum, il ius gentium e il ius
belli ac pacis e simili, e più non debbono essere insieme confusi. Dion.] 154
della città. Se la tribù può ancora essere una formazione del tutto naturale,
perchè è l'effetto del primato, che una gente acquista sopra le altre che la
circondano; la città invece suppone di necessità l'accordo delle varie tribù,
che entrano a costituirla, accordo, che riveste appunto la forma di un foedus. Intanto
egli è evidente, che allorquando le cose sono per venute a tale, che
nell'organizzazione gentilizia, in cui prima do minava esclusivamente il
vincolo di discendenza, già comincia a pe netrare l'elemento federale e
contrattuale, questo non può a meno di attribuire all'organizzazione stessa una
elasticità e pieghevolezza, che essa prima non poteva avere. Infatti egli è
sopratutto da questo punto, che nel seno della tribù e della città, costituita
mediante la federazione di varie tribù, cominciano a comparire dei mezzi, i
quali o servono ad aggregare alla comunanza un nuovo elemento, o ser vono
invece a staccarne un elemento, che prima ne faceva parte per trasportarlo
altrove. Fu in questa guisa, che, già anterior mente alla formazione della
comunanza romana, si erano venuti svolgendo gli istituti della cooptatio, della
concessio civitatis sine suffragio, della secessio e della colonia; la cui
nozione è indispen sabile per comprendere la storia primitiva di Roma. In virtù
della cooptatio le genti, che già entrarono a far parte di una medesima
comunanza civile e politica, possono accoglierne delle altre a far parte della
medesima. Essa fu applicata più volte in Roma primitiva; come lo dimostra la
cooptazione delle genti Al bane, dopochè Alba fu, secondo la tradizione,
distrutta da Tullo Ostilio, e fu applicata eziandio alla gente sabina,
capitanata da Atto Clauso.Questa origine federale delle città costituite sul
tipo latino pud servire a spiegare il fatto, per cui i Latini nella loro
qualità di socii coi Romani abbiano messa innanzi la pretesa, che Roma e il
Lazio dovessero dare origine ad una comu nione ed unità di governo; per cui dei
consoli uno dovesse essere nominato dal Lazio e l'altro da Roma, e il senato
dovesse comporsi in parti eguali dai due popoli. Vedi Liv. VIII, 3, 4, 5. Cfr.
WALTER, Storia del diritto di Roma, Trad. Bollati, Torino. È poi questa istituzione,
che ci dà la ragione per cui, durante il periodo di Roma patrizia, la
cittadinanza non era conceduta ad in dividui, ma a genti collettivamente
considerate, in quanto che la cooptatio era per sua natura applicabile
all'intiero gruppo gentilizio e non ai singoli individui. Non pud poi esservi
dubbio, che questa cooptatio, per essere una istituzione eminentemente patrizia,
doveva certainente essere accom pagnata da cerimonie religiose; perchè la gente,
che era ammessa nella tribù o alla città, diventava eziandio partecipe della
religione di esse, ne aveva comuni gli auspicia, ed il suo capo poteva anche
conseguire un seggio nel senato. Quasi si direbbe, che la cooptatio di una
gente nella tribù o città corrispondeva alla adrogatio per la famiglia. Quindi
si comprende, come al modo stesso che l'adrogatus, per essere disgiunto dalla
gens, di cui faceva parte, doveva prima addivenire alla detestatio sacrorum;
così anche il gentile, per uscire dall'ordine delle genti patrizie e passare,
ad esempio, nella plebe, il che chiamavasi transitio ad plebem, doveva pure
appigliarsi ad una specie di abdicatio o detestatio sacrorum; alla quale
dovette appunto assoggettarsi Clodio, allorchè abbandono l'ordine patrizio e
passò alla plebe per poter essere nominato tribuno [È poi degno di nota, che
questa cooptatio ebbe pure ad essere applicata ai collegi sacerdotali, finchè i
medesimi furono esclusiva mente tratti dall'ordine patrizio, e fu solo più
tardi, allorchè anche la plebe fu ammessa ai sacerdozii pubblici del popolo
romano, che ad alcuni fra essi fu applicata l'elezione popolare, la quale anzi
fini per essere affidata ai comizi tributi. Quando poi la città cesso di essere
esclusivamente patrizia, in allora noi vediamo svolgersi, qualmodo di
accrescere la popola zione, la concessione della civitas sine suffragio, in
virtù della quale gli abitanti di una città vicina, che venivano a prendere il [Dion.,
III, 29; Liv., 1, 30. Cfr. Willems, Le droit public romain; CARLOWA, Römische
Rechtsgeschichte. La necessità di una specie diabdicatio, anche per uscire da
una gens, è provata dal seguente passo di Servio, In Aen. 2, 156: Consuetudo apud maiores fuit, ut qui in
familiam vel gentem transiret, prius se abdicaret ab ea, in qua fuerat, et sic
ab alia reciperetur . Quanto alla transitio ad plebem, è da vedersi Cic.,
Brut., 16, e Aulo Gellio] nome di municipes (a munere capiendo), recandosi a
Roma, erano ammessi a partecipare ai diritti e alle obbligazioni del cittadino,
esclusa però la partecipazione al godimento dei diritti pubblici, che
consistevano nel ius suffragii e nel ius honorum. Fu con questo mezzo, che Roma
incominciò a mettere le basi di quel sistema mu nicipale, per mezzo del quale
tutti gli abitanti prima delle città del Lazio e poi quelli delle città
italiche, finirono per essere considerati come cittadini di Roma, che era la
patria communis; il che però non impediva, che ogni città avesse una propria
amministrazione municipale. Questo carattere dei municipia, i quali in sostanza
erano città per sè esistenti, che venivano ad essere associate alle sorti di
Roma, fu espresso da Gellio con dire, che imunicipia, a differenza delle
colonie, veniunt extrinsecus in civitatem et radicibus suis nituntur. Ciò però
non tolse, che il concetto del municipium abbia subito poi delle trasformazioni
profonde, le quali sono indicate dalle significazioni diverse, che Festo
attribuisce a questo vocabolo (). i 125. A questi duemezzi, con cui veniva
accrescendosi il numero di coloro, che partecipavano alla stessa civitas, se ne
contrapponevano invece degli altri, che servivano piuttosto a trasportare
altrove una parte della popolazione, sia che ciò occorresse per il vantaggio
della stessa città, come accadeva nella colonia, sia che una parte di essa si
trovasse in condizioni incompatibili col rimanente, nel qual caso si ricorreva
alla secessio e all'expulsio. Non può esservi dubbio, che il sistema delle
colonie, che prese poi cosi largo sviluppo in Roma, esisteva già prima nel
costume delle genti italiche, ed era anzi loro comune colle genti elleniche,
sebbene il suo scopo potesse essere diverso. Ciò è dimostrato dal fatto, che,
secondo la tradizione, la tribù dei Ramnenses non dovette essere dapprima, che
una colonia di Alba Longa. Le colonie poi sono gruppi di famiglie, le quali,
collettivamente considerate, si staccano dalla madre patria, colla approvazione
di quelli che rimangono, la quale si manifesta nella lex coloniae deducendae, e
colla buona volontà di coloro che partono, i quali debbono perciò farsi
iscrivere nel numero dei coloni. Ciò ebbe ad essere espresso da Servio con
dire, che le [I principali passi degli autori, relativi almunicipium e alla
colonia, possono trovarsi raccolti nella eruditissima opera del Rivier,
Introdution historique au droit romain, Bruxelles, la quale contieneun numero
grandissimodi passi di autori e questi raccolti con molta sagacia.] colonie ex consensu pubblico, non ex secessione
conditae sunt . Di qui la conseguenza, che la colonia porta con sé la
religione, la lingua, le tradizioni della tribù o della città, dalla quale si
stacca e si organizza a somiglianza di essa, per guisa che, secondo la efficace
espressione di Gellio, le colonie sono quasi effigies parvae, simula craque
della madre patria, e sono quasi propaggini della città, da cui sonosi staccate,
comequelle, che continuano ancor sempre a mantenersi in rapporti con essa (ex
civitate quasi propagatae sunt). Punto non ripugna, che le colonie nelle loro
origini siansi cosi chiamate a colendo; in quanto che può darsi benissimo, che
esse fossero in certo modo delle spedizioni agricole, che partivano da una
tribù, sta bilita sopra un territorio, per trasportarsi sopra un altro suolo,
quando quello prima occupato più non potesse bastare ai bisogni della intiera
popolazione. Però anche in questa parte, allorchè riuscì a delinearsi
l'istituto della colonia, nulla impedi che esso potesse essere rivolto ad
intenti di diversissima natura, marittimi, militari, commerciali, e che
servisse anche a diminuire il numero soverchio della plebe, quando essa,
raccolta nella sola città, già cominciava a cambiarsi in una factio forensis e
a diventare pericolosa. 126. La secessio invece sembra contrapporsi alla
cooptatio, colla differenza che questo vocabolo, in cui non havvi accenno ad
alcun rito religioso, sembra aver trovato origine piuttosto nei rapporti fra
patriziato e plebe, che non in seno all'ordine patrizio. Ad ogni modo la
secessio, intesa in largo senso, ha luogo allorchè un ele mento già ammesso
nella comunanza, trovandosi incompatibile colla medesima, se ne stacca
volontariamente e recasi altrove a porre la propria sede. Lasciando anche a
parte i tentativi di secessio per parte della plebe, i quali non ebbero mai un
esito definitivo, può forse scorgersi un esempio di secessio, ancorchè
dissimulato dalle tradizioni, nel fatto della gens Fabia, che abbandonava Roma
coi suoi numerosi clienti per stabilirsi alla Cremera, ove poi fini per essere
distrutta dai Sanniti, lasciando un solo superstite, che entrò di nuovo a far
parte della cittadinanza romana. Servio, In Aen., I, 12; Gellio. L'importanza
delle colonie nel periodo gentilizio fu già messa in evidenza dal Vico, Scienza
nuova. Intorno alle colonie ed alle varie loro specie, è accurata la
trattazione del WALTER, Storia del Dir. Rom., Trad. Bollati.Quanto alla
tradizione circa la gens Fabia, vedi Bonghi, Storia di Roma. Alla secessio, che
è volontaria, si contrappone invece l'expulsio, quale fu quella, che ebbe ad
avverarsi per la gens Tarquinia; espul sione, che per la intimità del vincolo,
che stringe insieme i membri di una medesima gente, dovette poi essere estesa a
tutti coloro che portavano quel nome, non escluso quel Tarquinio Collatino,
marito a LUCREZIA, il cui oltraggio, secondo la tradizione, e stata occasione
allo scoppio di quella rivoluzione patrizia e plebea ad un tempo, che condusse
alla trasformazione del governo regio in repubblicano. Intanto questi varii
istituti, unitamente all'amicitia, all'hospitium, alla societas e al foedus,
che serviva a dar forma giuridica e so lenne a tutti i rapporti amichevoli fra
le varie genti e tribù, avendo in gran parte avuto origine nel periodo
gentilizio, dimostrano abba stanza come la città, la quale era uscita dalla
federazione e dall'accordo, potesse anche subire dei mutamenti, che si
operavano nella stessa guisa. Essa aveva mezzi diversi per accrescere o scemare
il numero di coloro, che partecipavano alla stessa comunanza. Finchè infatti la
città fu esclusivamente patrizia, potevano bastare la cuoptatio o la expulsio,
mediante cui una gente poteva essere ac colta o respinta dall'ordine patrizio,
e cosi entrare od uscire dalla partecipazione alla stessa comunanza. Quando poi
patriziato e plebe si fusero insieme ed entrarono così a far parte dello stesso
esercito e dei medesimicomizii, in allora si svolgono la secessio da una parte
e la concessio civitatis dall'altra, e quest'ultima potè essere consen tita cum
suffragio o sine suffragio. Infine havvi la colonia che, adoperata prima dalla
tribù e poscia dalla città, serve a questa per trapiantare le sue propaggini
altrove; mentre il municipium viene a convertirsi in un mezzo,me diante cui
popolazioni,che avevano altrove la propria sede ed avevano anzi una propria
amministrazione ed una propria vita, vengono ad es sere ammesse a partecipare
alla vita pubblica della città, senza però essere ammesse agli onori ed al
suffragio. Sarà solo più tardi, allorchè il sistema municipale sarà svolto in
tutte le sue conseguenze, che le città latine prima e le città italiche dappoi,
pur serbando il diritto di partecipare alla amministrazione della loro patria
originaria, otter ranno tuttavia la partecipazione alla piena cittadinanza di
Roma, che comincierà cosi ad essere considerata come la communis patria. Così
viene preparandosi l'organismo della città per guisa, che essa possa essere
capo e centro di qualsiasi vasto impero, e mentre le popolazioni, ammesse alla
cittadinanza romana, avranno ancor esse interesse al mantenimento della
grandezza romana, sarà però sempre in Roma, dove si decideranno le sorti del
mondo e si eleggeranno i magistrati chiamati a governarlo. Solo più ci resta a
vedere, se anche le varie forme, sotto cui ebbe a svolgersi il ius belli, già
aves sero avuto origine nello stesso periodo e come siansi venute formando. In
proposito già si è dimostrato, come non possa ammettersi il concetto, pressoché
universalmente accolto, che la guerra debba essere considerata come lo stato
naturale delle genti italiche. Esse invece si considerano come straniere le une
alle altre e non hanno fra di loro comunione di diritto. Quindi al modo stesso
che occorrono degli accordi, perché si trovino in condizione di amicizia e di
pace; cosi è necessario che intervenga qualche fatto speciale, che le faccia uscire
da questo stato di reciproca indifferenza, accið esse possano essere
considerate come in stato di guerra. Quanto alle cause, che possono far
scoppiare una guerra, esse sono determinate dalle condi zioni sociali, in cui
si trovano le tribù ed i popoli diversi. Appena uscite da uno stato nomade, in
cui dovette dominare la privata vio lenza, le genti si fissarono in territorii,
i cui confini non erano an cora ben determinati, e quindi dovettero essere
frequenti le questioni di confine e le reciproche usurpazioni di territorio. Di
più pud ac cadere, che una comunanza nella sua totalità (populus da populari) o
gli uomini singoli,che appartengono alla medesima (homines Her munduli) abbiano
commesso devastazioni e saccheggi nel territorio della comunanza vicina. Così
pure può avvenire, che una contro versia insorta fra due famiglie, appartenenti
a tribù diverse, ingros sandosi mediante le parentele e le aderenze dell'una e
dell'altra, come avvenne appunto in occasione della cacciata da Roma di
Tarquinio e della sua gente, prenda le proporzioni di una vera e propria guerra.
Siccome poi le varie genti e tribù sono in questo pe [A questo proposito però
fu giustamente notato, che una delle cause della de. cadenza di Roma fu
l'impossibilità, in cui erano le popolazioni delle città italiche di prendere
parte effettiva alla vita politica di Roma,.in cui finiva perciò per pre valere
la turba forensis. Vedi a questo proposito GENTILE, Le elezioni e il broglio
nella Repubblica Romana.] riodo rappresentate dai proprii capi; cosi punto non
ripugna che le sorti della guerra siano anche rimesse ad un combattimento
singolare fra individui, col patto che l'esito della guerra dipenda dalle sorti
di un privato duello. Così pure, è nel carattere del tempo che, quando si
incontrano i due capi, essi vengano fra loro ad un combattimento non dissimile
da quello, che la tradizione attribuisce a Giunio Bruto e ad Arunte, il più
forte fra i figli di Tarquinio, e che la moltitudine dei combattenti si arresti
a contemplare la lotta fra i proprii capi. Niuna maggior gloria potrà
ottenersi, che quando uno dei capi potrà avere le spoglie dell'altro, ed è a
questo concetto certamente che rannodasi il culto, che ancora trovasi così
radicato in Roma, per cui le spoglie opime, che erano quelle appunto che dal
capo di una tribù erano state tolte a quello dell'altra, erano appese nel
tempio di Giove Capitolino, ed i fasti e gli annali ricordavano le volte in cui
rinnovavasi il memorabile fatto. Per quanto questimodi di pensare e diagire
possano riuscire singolari per noi, che siamo giunti a scorgere nella guerra un
rap porto fra due Stati; questo è però certo, che i medesimi trovano una
naturale spiegazione nel fatto, che durante il periodo gentilizio i rap porti
fra le stesse tribù non riescono ancora a distinguersi da quelli fra i capi,
che le rappresentano. Diqui conseguita, che il concetto della guerra fra i
popoli ancora si confonde col duello fra i capi che lo rappresentano; il che è
dimostrato fino all'evidenza dall'origine co mune dei vocaboli duellum e bellum,
come appare dal vocabolo perduellis, che mentre ancora accenna al duellante
significa già il pubblico nemico. Ciò spiega eziandio le traccie, che occor
rono anche in Roma di duello giudiziario, poichè in esso noi abbiamo quel mezzo,
che serve per risolvere le controversie fra i popoli appli [È ovvio osservare
l'analogia,che presentano le primitive guerre di Roma con quelle, che Omero ci
descrive nell'Iliade, ove soventi gli eserciti si arrestano spetta tori delle
gesta dei proprii capi. Quanto alla spiegazione del culto per le spoglie opime
parmi così naturale, che mi meraviglio di non averla trovata negli autori, che
da me furono letti. A questo proposito
osserva il BRÉAL, Dict. étym. lat., vº Duo, che il cambia mento di duellum in bellum
è analogo a quello di duonus in bonus, di Duilius in Bilius, di duis in bis,
per guisa che come da duo derivd duellum, così da bis potè derivare bellum. Del
resto il vocabolo di duellum per bellum occorre ancora sovente nei poeti latini
e fra gli altri Plauto chiama i Romani
duellatores optimi ] cato a risolvere una controversia privata fra
individui; il che in so stanza costituisce il processo inverso di quello, in
cui il duello fra due individui viene ad essere adoperato qual mezzo per
risolvere la guerra fra due popoli, e dipende perciò dal medesimo ordine di
idee, cioè dal sostituirsi dei rapporti pubblici ai privati e viceversa. È
nello stesso modo, che possiamo riuscire a darsi ragione di quella analogia
costante, che non può a meno di essere notata fra le formalità, che
accompagnano la dichiarazione di guerra, e quelle, che accompagnano l'azione
che il capo ili famiglia propone in giudizio. 130. È solo infatti questo modo
di riguardare le cose, fondato sulla realtà dei fatti ed ispirato al modo di
pensare degli uomini e dei tempi, che può condurre a dare una spiegazione del
tutto naturale di quella procedura grandiosa e solenne, che accompagna appunto
la dichiarazione di guerra. Per quanto tale procedura, tras portata dallo
spirito conservatore dei Romani in un'epoca diversa da quella in cui erasi
formata, possa apparire artificiosa e siasi talvolta considerata come un
complesso di formalità esteriori, archi tettato per celare l'ingiustizia e la
prepotenza di un grande popolo; questo è però certo, che essa, ricondotta col
pensiero all'ambiente in cui ebbe a formarsi, viene ad essere l'immagine di
modi di pen sare e di agire veri e reali, che intanto poterono essere espressi
in modo così vigoroso ed efficace, in quanto furono a quell'epoca profondamente
sentiti. Questo intanto è fuori di ogni dubbio, che i varii stadii del dramma
corrispondono mirabilmente alla realtà dei fatti, quali dovet tero svolgersi in
un'epoca patriarcale. Una popolazione vicina o uomini appartenenti alla
medesima in vasero il territorio della comunanza, saccheggiandone i raccolti
ed Le formole grandiose del ius fociale
ci furono conservate sopratutto da Livio, nel libro primo delle sue storie, ove
descrive il processo per la dichiarazione di guerra al cap. 32; quello per la
conclusione di un'alleanza al cap. 24; e quello per la deditio al cap. 38. Come
è notabile la solennità di esse, così è degna di attenzione la coerenza che
esiste fra queste varie procedure, le quali perciò appari scono come lo
svolgimento di un medesimo concetto. Quanto alle divergenze circa la loro
interpretazione e ai tentativi di ricostruzione di formole, che a parer mio
appariscono del tutto complete, mi rimetto all'opera del FusinaTO, I Feziali ed
il diritto feziale. G. C., Le origini
del diritto di Roma. [esportandone mandre ed armenti. La comunanza ne è
profonda mente commossa, e il capo di essa, che è pur sempre il padre co mune
di tutti, accompagnato da altri capi di famiglia, recasi in persona sul confine
del territorio, che appartiene al popolo unde res repetuntur; quivi, chiamando
in testimonio le divinità patrone della sua comunanza, quella che protegge il
confine e il fas, protettore comune ditutte le genti, espone l'ingiuria e il
danno sofferto, e questo ripete a chiunque incontri per la via, e da ultimo
sulla piazza del villaggio, spergiurandosi di dire il vero. Questa parte
preliminare chiamasi clarigatio, da questo dichiarare ad alta voce e ripetuta
mente il torto sofferto, e repetitio rerum, dal chiedere la restituzione delmal
tolto. Se le cose, che eglidomanda, sono restituite, egli ritorna con esse, e
cogli uomini, che hanno compiuto il saccheggio, che gli sono consegnati,
mediante la noxae deditio; ma se egli non ottiene soddisfazione, ha luogo
l'obtestatio deorum, con cui chiede in testi monio le divinità del suo popolo e
tutti gli altri Dei, che il popolo, di cui si tratta, è ingiusto e vienemeno al
diritto (populum illum iniustum esse, neque ius persolvere). Viene infine
l'ultima parte della dichiarazione di guerra, in cui il capo del popolo offeso,
dopo essersi consultato coi suoi, dichiara al popolo offensore la guerra, get
tando entro i confini del suo territorio un dardo intriso di sangue
accompagnato dalle parole: bellum indico
facioque , e si ha così in un solo atto l'indictio belli e l'initium pugnae. È
fuori di ogni dubbio, che questa procedura, eminentemente patriarcale, dovette
assumere alcun che di artificioso per essere adat tata ad un popolo, come il
romano: poichè il medesimo aveva una co stituzione politica molto complicata,
in base alla quale i feziali, che si erano recati per la rerum repetitio,
dovevano poi tornare per avere l'avviso dei padri, e forse anche la
deliberazione del popolo intorno alla guerra, che trattavasi di fare; ma questo
è certo, che anche così trasformata essa non perde le sue primitive fattezze.
Tolgasi il pater patratus, che, anche essendo una finzione, richiama pur sempre
l'im poneute figura del patriarca primitivo; tolgansi i feziali, che erano
sacerdoti, i quali, al pari di ogni altro collegio sacerdotale del popolo
románo, avevano solo per compito di custodire le tradizioni, relative al
diritto di guerra e di pace, senza avere alcuna competenza intorno alla
giustizia intrinseca della causa, per cui si addiveniva alla guerra o
all'alleanza; e non si potrà a meno di riconoscere, che tanto la repetitio
rerum, accompagnata dalla clarigatio, quanto l'obtestatio deorum, quanto infine
l'indictio belli, sono altrettante procedure, che serbano il colore e il
carattere di un età patriarcale e richiamano scene vive e reali, che dovettero
seguire in quella primitiva condi zione di cose. Ciò però non toglie, che le
procedure del diritto fe ziale, al pari delle antiche procedure dell'actio
sacramento e simili, allorchè furono trapiantate nel seno di un organizzazione
sociale di altra indole e natura, affidate alla custodia di un collegio
sacerdotale, rese complicate dei varii congegni di una costituzione politica,
che più non consentiva un perfetto adattamento delle medesime, assun sero di
necessità un carattere alquanto artificioso, e apparvero come forme, vuote di
contenuto e conservate solo per imitazione dell'an tico, da un popolo, che in
sostanza si era già spogliato di ogni ca rattere patriarcale, ed era venuto nel
proposito tenace di conquistare e di sottomettere le altre genti. Il diritto
feziale tuttavia rimane an cora sempre ad attestare, che in un'epoca
remotissima dovette già essere conosciuto un tentativo di amichevole
accomodamento nelle controversie, non solo fra i privati, ma anche fra le varie
genti. Era pero naturale, che questa sopravvivenza dell'epoca patriarcale fosse
destinata a scomparire, a misura che diventava più difficile di pene trarne
l'intima significazione. Tuttavia, anche in questa parte, appare sempre lo
spirito conservatore del popolo romano, che continuò a conservare e a tenere in
onore l'istituto dei feziali, anche allorchè il diritto, di cui essi erano i
depositarii ed i custodi, era andato compiutamente in disuso. Intanto non pud
essere negata eziandio una certa analogia fra questa procedura e quella, che
abbiamo visto svolgersi nell'actio sacramento. Siccome però queste procedure
non sono invenzioni di pontefici e di giureconsulti, come alcuni le avrebbero
ritenute, ma sono forme tipiche di fatti, che un tempo dovettero seguire nella
realtà: cosi, per essere il processo effettivo veramente diverso nel venire al
duello od alla guerra fra due popoli, e nel sorgere di una controversia fra due
privati, ne derivò, che le due procedure non poterono essere perfettamente
conformi, comevorrebbe sostenere il Danz, ma dovettero di necessità riuscire
diverse. Nell'actio sa cramento noi abbiamo la storia di una controversia fra
due capi di famiglia, i quali, stando già per venire alle mani, piuttosto che
ab bandonarsi alla forza ed alla violenza, accettano l'interposizione di una
persona autorevole, scommettendo di essere dalla parte della ragione e
chiamando lui a giudice della scommessa. Fra due genti 164 invece non può
esservi altro giudice che la divinità, e quindi, dopo aver reclamato il mal
tolto, è questa, che chiamasi in testimonianza del l'ingiustizia, che quel
popolo ha commessa, e a nomedella medesima divinità gli si dichiara la
guerra extremum remedium expedien darum
litium . Quello è il processo, che si è seguito per strappare i contendenti
alla privata violenza e per indurli ad accettare l'au torità di un arbitro o di
un giudice: questo è il processo, che deve seguirsi prima di cedere alla triste
necessità della guerra. Che poi vi fossero buone ragioni, perchè una procedura
solenne precedesse una dichiarazione di guerra, appare dalle dure conseguenze,
che il consenso delle genti aveva attribuito al diritto di guerra. Questa nel
periodo gentilizio era un vero duello fra due popoli, che non doveva cessare,
finchè uno non avesse portato nel proprio tempio le spoglie opime dell'altro.
Era guerra di uomini e guerra anche fra gli Dei dei due popoli, come lo provano
le for mole che ci furono conservate, con cui quel popolo, che faceva delle
stipulazioni e dei contratti do
utdes anche cogli Dei, cercava di
attirare a se il favore delle divinità del popolo, con cui era in guerra. Una
volta poi, che questa era intrapresa ben potevasi dire, che la guerra diventava
lo stato naturale dei due popoli; perchè se si tol gono le tregue (induciae), o
per seppellire imorti o a causa della cattiva stagione, la guerra si continuava
finché non si veniva ad un trattato di pace, o non si avverasse la dedizione di
uno dei popoli in guerra. La deditio era per un popolo ciò, che per un privato
il darsi a [È mirabile lo sforzo di sottigliezza fatto dal dotto e compianto
Danz, prof. a Iena, per trovare una identità, che non esiste. I suoi
ragionamenti sono riportati dal Fusinato nell'opera più volte citata. Intanto
tutto questo sforzo di acutezza è ancor esso una conseguenza dell'aver ritenuto
il diritto primitivo di Roma, e quindi anche il diritto feziale, come una
costruzione essenzialmente formale e non basata sulla realtà dei fatti. Se
invece si ritenga, che tutto il diritto primitivo di Roma dovette in altri
tempi essere up complesso di reali ed effettive procedure, non si potrà certo
pretendere che l'actio sacramento e l'indictio belli, avendo com piuto un
ufficio diverso, potessero essere pienamente identiche fra di loro. Quanto alle
loro analogie esse sono facilmente spiegate, stante l'indistinzione fra il
diritto pubblico e privato,durante il periodo gentilizio. Queste formole ci
furono conservate da MACROBIO, Saturn., il quale dice di averle ricavate da un
libro antichissimo di un certo Furio (cuius dam Furii), che l'HUScake ritiene
possa essere un A. Furio Anziate, scrittore di diritto sacro e di annali in
versi. Esse sono riportate dall' HUSCHKE, Iurisp. an teiust. quae sup.,
mancipio, cioè un perdere famiglia, patria, territorio, religione, libertà e
non avere altra speranza, che quella della clemenza del vincitore. Erano le sue
divinità, che l'avevano abbandonato, e a lui non rimaneva, che di accettare
rassegnato la propria sorte, entrando in quella classe dei vinti, che formava
un eterno dualismo con quella dei vincitori. Che anzi i Romani applicavano
anche a se stessi quel medesimo diritto di guerra, e fu soltanto colla fin
zione del diritto di postliminio, che riuscirono ad attribuire effi cacia ad
atti, che il cittadino romano aveva compiuto, mentre era prigioniero di guerra,
e a fare astrazione dal tempo, che egli aveva trascorso in tale qualità presso
il nemico. Sono queste dure conseguenze del diritto di guerra, che spiegano
quanto dovesse essere profondo il solco, che erasi venuto scavando fra la
classe dei vincitori e quella dei vinti, e come fra essi non potesse esservi,
nè comunione di matrimonii, nè di reli gione, salvo dopo una lunga convivenza
nei quadri dell'organizza zione gentilizia, in cui i vinti formarono la classe
dei servi, dei clienti e per ultimo quella dei plebei, mentre i vincitori
costituirono quella dei padri, dei patroni e dei patrizi. Intanto di tutto
questo periodo, in cui le genti italiche vennero elaborando la religione, il
diritto, la famiglia, le istituzioni, il co stume, non un solo nome proprio è
sopravvissuto: dei veri grandi uomini, dei veri fondatori di una convivenza
sociale non si conosce nè la patria, nè il nome, nè l'epoca precisa, in cui
siano vissuti; ma se la memoria degli uomini è perita, sopravvissero perd le
isti tuzioni e tutti i concetti fondamentali, che costituirono poi la base
della futura grandezza di questi popoli. Fin qui del patriziato e delle sue
istituzioni, di cui dovette essere lungo il discorso, perchè era lungo il suo
passato; ora importa stu diare le condizioni della plebe, la quale se non ha
per sè il passato, dovrà perd avere una gran parte nell'avvenire della
città. La formola della deditio ci fa conservata da Livio, I, 38. È notabile:
che in essa intervengono anche i Feziali; che si domanda se il popolo che fa la
deditio è in sua potestate (il che prova che un popolo, al pari di una persona,
poteva essere sotto la potestà di un altro); e che è serbata affatto la forma
contrattuale della stipu lazione:
Deditisne vos populum Conlatinum, urbem, agros, aquam, terminos, de lubra, utensilia, divinaque humanaque omnia,
in meam populique romani ditio nem? –
Dedimus. At ego recipio . Le cose premesse intorno all'organizzazione ed alle
istituzioni proprie delle genti patrizie ci pongono finalmente in condizione di
prendere in esame la questione della origine della plebe e della sua posizione
giuridica di fronte al patriziato negli inizii della comu nanza romana. La
genesi di questo elemento, che, poco importante dapprima, fini per esercitare
tanta influenza sull'avvenire della città, è certo il più importante problema
della storia primitiva di Roma, e quindi si comprende che gli autori tutti
siansi travagliati intorno al medesimo ed abbiano anche proposto opinioni
compiutamente di verse. Sonovi alcuni, fra i quali il Lange, che vorrebbero
rannodare l'origine della plebe alla caduta di Alba e alla conquista di altre
città latine, la cui popolazione sotto Anco Marzio sarebbe stata tras portata a
Roma. Certo un tale avvenimento non potè a meno di avere grande importanza per
accrescere il numero ed assicurare l'avvenire della plebe romana; ma egli è
impossibile riconoscere in questo fatto l'origine primitiva della plebe,
dappoichè, secondo la tradizione, la medesima sarebbe già esistita all'epoca
della prima fondazione di Roma; cosicchèRomolo prima e Numa dappoi già avreb
bero preso dei provvedimenti per l'ordinamento di essa.L'enumerazione delle
varie opinioni circa l'origine della plebe colla indicazione degli autori, che
le professano, può vedersi nel Willems, Le droit public romain, 31, e nel
Bouchè-LECLERCQ, Manuel des institutions romaines, 11, né 3; come pure
nell'opera, ancora in corso di pubblicazione, del prof. LANDO LANDUCCI, col
titolo: Storia del diritto romano dalle origini fino a Giustiniano. Corso scola
stico. Padova, 1886, 274; opera che,mentre nel testo offre riassunti i
risultati, a cui son pervenuti gli studii sulla storia del diritto romano,
nelle note porge no tizia agli studiosi della ricchissima letteratura
sull'argomento. Il Lange, Histoire
intérieure de Rome, I, 56 e segg., tratta largamente la questione e considera
la plebe primitiva di Roma, come una moltitudine di pe regrini dediticii, il
cui nucleo più importante sarebbe uscito dalle città latine. A suo avviso, essa
è dapprima affatto estranea al popolo delle curie, la quale opinione è pure
seguita dal KarlowA, Römisches Rechtsgeschichte] Non può parimenti ammettersi
col Vico, che la plebe fosse origina riamente costituita da clienti ammutinati
contro l'ordine dei padri, in quanto che, durante il periodo regio, la plebe
non trovasi an cora in condizioni tali da impegnare la lotta col patriziato;
lotta che, sebbene siasi forse iniziata al tempo dei re, cominciò solo ad
essere argomento di racconto e di storia col periodo repubblicano. A ciò si
aggiunge, che anche durante la lotta i clienti ed i plebei appariscono in
opposizione fra di loro, comeappare dai richiamidella plebe contro la clientela,
che costituiva la forza maggiore dell'or dine patrizio. Tuttavia questo fatto,
che condusse taluni a con siderare la plebe e la clientela, come due termini
inconciliabili ed opposti fra di loro, non ha impedito, che più tardi sianvi
state delle famiglie, che originariamente erano in condizione di clienti, e che
poi il quale considera anzi la plebe comeuna popolazione residente fuori della
cerchia della Roma primitiva, e nota che il Celio, l’Appio e il Cispio, secondo
una osservazione stata fatta di recente, hanno un nome identico a quello
proprio di genti plebee. Anche il Voigt, Die XII Tafeln, I, 258, viene alla
conclusione che i plebei non solo non partecipassero alle curie; ma che essi
costituissero una corporazione distinta, la quale, dopo l'istituzione del
tribunato della plebe, si sarebbe organizzata nei comitia tributa. La
corporazione esercitava sui suoi membri un potere di coerci zione, ne quid ex
publica lege corrumpent. Il suo magistrato era il tribunus plebis; al modo
stesso che i suoi giudici non sarebbero stati dapprima i centumviri, ma i
decemviri, che sarebbero stati tratti dalla plebe. È quindi questa l'opinione,
che contrappone più apertamente il populus e la plebes, e ci fa assistere alla
lenta fu sione dei due elementi, anche dopo che entrarono a formare parte della
stessa comu. nanza. Questo è certo, e cid apparirà meglio a suo tempo, che
quella singolare isti tuzione del tribunato della plebe, che non riesce mai ad
inquadrarsi perfettamente nella costituzione politica di Roma, dimostra
abbastanza, che se colla legislazione decemvirale i due ordini cominciarono ad
essere governati da un comune diritto; essi continuarono però ancora per lungo
tempo a costituire due classi sociali com piutamente distinte, e recarono un
contributo molto diverso sia nello svolgimento della costituzione politica, che
in quello del diritto privato di Roma. Cfr. al riguardo PADELLETTI, Storia del
diritto romano, 19, e la nota del prof. Cogliolo, in cui pare che l'annotatore
si scosti dall' opinione certamente troppo recisa del Padel LETTI, il quale
sostiene che patriziato e plebe siano stati, fin dalle origini, ammessi a far
parte della assemblea delle curie. Il luogo, in cui il V100 svolge più
chiaramente questo suo concetto, è nella prima Scienza nuova, lib. II, Cap.
XXXII, dove scrive: che le prime
repubbliche sorsero dagli ammutinamenti dei clienti, attediati sempre di
coltivare i campi per li signori, dai quali essendo fino all'anima malmenati,
gli si rivoltarono contro; e dai clienti così uniti sorsero le prime plebi;
onde, per resister loro, furono i nobili dalla natura portati a stringersi in
ordini : Di qui appare, che anche il Vico fa rimontare l'origine della plebe ad
epoca anteriore alla formazione della città. 168 recarono un contributo potente
alla plebe nella sua lotta col patri ziato; donde si può argomentare, che anche
nella plebe primitiva possono essere entrati degli antichi clienti, che per
circostanze di varia natura erano stati prosciolti dal vincolo della clientela.
Cosi stando le cose, ha molto del verosimile l'opinione del Mommsen, che in
qualche parte si accosta a quella del Vico, secondo cui il nucleo primitivo
della comunanza plebea si sarebbe venuto formando per mezzo di clienti, che di
fatto si trovavano svincolati dal loro patrono per l'estinzione della gente, da
cui essi dipendevano. Se non che si presenta ovvia l'osservazione, che quando
questo fosse stato il solo mezzo per costituire la plebe, la medesima diffi
cilmente avrebbe potuto, fin dal periodo regio, prendere così grandi
proporzioni da imporsi al patriziato e farsi accogliere nella città. Quindi è,
che l'opinione del Mommsen trova forse un opportuno compimento nella teoria del
Niebhur, il quale, tenuto conto del modo, in cui le comunanze plebee si erano
formate in condizioni sto riche analoghe a quelle in cui trovavansi i primitivi
stabilimenti delle genti patrizie, venne a considerare come una legge storica
costante, quella per cui accanto ad uno stabilimento di casate pa trizie,
chiuso e fortificato in sè stesso, formasi naturalmente una specie di comunanza
plebea; la quale, senza partecipare dapprima agli onori, ai suffragi, e ai
matrimonii della città patrizia, pud tut tavia giungere ad una certa
indipendenza dalla medesima, mediante il possesso e la coltura delle terre, e
mediante l'esercizio dei mestieri e delle professioni diverse . Tuttavia anche
l'opinione del Niebhur MOMMSEN, Histoire
romaine, I, Chap. V, 103.Questa opinione fu poiadottata dal WILLEMS, Le Sénat
de la République Romaine,Paris, 1878, 15.
Ritengo che anche oggi il Niebhur sia l'autore, che è pervenuto a
studiare con vedute più larghe l'origine della plebe. Di regola esso è
annoverato fra coloro, i quali ritengono che la plebe sia stata composta delle
popolazioni vicine a Roma, state dalle medesima sottomessa. Tale è, ad esempio,
l'opinione, che gli è attribuita dal WILLEMS dal Bouchè-LECLERCQ, op. e loc.
cit. La lettura invece del capitolo intitolato:
La commune et les tribus plébéiennes
della Histoire romaine, mi ha convinto che il NIEBHUR si è fatta una
idea più larga della questione. Le conquiste, secondo lui, hanno bensì
contribuito ad accrescere e a trasformare la plebe romana, sopratutto
coll'incorporazione delle popolazioni latine; ma intanto essa già preesisteva
nelle stesse tribù primitive, costituiva una specie di vera comunanza separata
e distinta dal patriziato, composta mediante l'ammessione di cives sine
suffragio, e di clienti rimasti senza patrono (op. e loc. cit., 149). Tuttavia
misia pur lecito di constatare, che l'autore, il quale ha meglio compreso quel
carattere 169 lascia ancor sempre senza spiegazione quello stato di inferiorità
e di abbiezione, pressochè servile, in cui una parte almeno della plebe trovasi
di fronte al patriziato negli inizii di Roma; cose tutte, che non si
comprenderebbero quando si trattasse di possessori e di cul tori di terre, che
fossero stati sempre indipendenti dal patriziato. 137. Tutte queste
considerazioni mi confermano nell'opinione già altrove manifestata, che il
fenomeno della formazione primitiva della plebe debba cercarsi nella
sovrapposizione delle genti italiche di origine aria sovra altre razze già
preesistenti. In quel periodo di privata violenza, che non dovette essere
dissimile da quello, che ebbe poi ad avverarsi, allorchè le razze germaniche
invasero l'Impero, gli elementi in urto ed in lotta fra di loro dovettero
dividersi in due classi, cioè, in quella dei vincitori e in quella dei vinti;
in quella di coloro, che erano tenuti compatti dalla potente organizzazione
genti lizia, e in quella di coloro, che non erano ancora cosi progrediti nella
loro organizzazione domestica e sociale. Quelli costituirono la classe
dominante dei padri, dei patroni, dei patrizii e si vennero sempre più
fortificando nella loro ferrea organizzazione gentilizia, e tentarono di fare
entrare nei quadri della medesima anche la classe dei vinti, ponendola nella
condizione subordinata di servi e di clienti. È in quest'epoca di lotta e di
conflitto, che è mestieri di cercare l'o rigine prima di quella distinzione di
classi, che si trova agli inizii della comunanza romana; al modo stesso, che è
nell'epoca feudale, che deve essere cercata l'origine di quelle distinzioni di
classi, le cui traccie simantennero a lungo dappoi, e la cui lotta diede
eziandio origine al movimento democratico odierno. Per trovare quindi la prima
origine della distinzione converrebbe poter scomporre le po polazioni italiche
primitive, conoscere le stirpi diverse da cui esse provennero, e determinare la
posizione, in cui i vinti ebbero a tro varsi di fronte alla potente
organizzazione dei vincitori; problemi tutti, per la cui risoluzione ci mancano
per ora gli elementi necessarii. particolare della città antica, per cui essa
suppone il concorso di due elementi, di cui l'ano superiore e l'altro
inferiore, le cui lotte danno vita e movimento alla città, è certamente il
nostro Vico. La città patrizia non è ancora che un ordine e una cor porazione
di padri; mentre è la città patrizio-plebea, che ci porge lo spettacolo della
lotta tra quelli, che intendono sopratutto a conservare l'antico ordine di cose,
e quelli che abbisognano di innovare per migliorare la condizione presente. Forse
tali indagini potrebbero anche condurre al risultato, che fra le varie
comunanze di villaggio ve ne erano di quelle dedite alle armi ed organizzate
per genti e che come tali appartenevano al patriziato e costituivano una specie
di aristocrazia territoriale;mentre poi ve ne erano delle altre, prive di tradizioni,
dedite soltanto al lavoro dei campi e all'esercizio delle professioni e dei
mestieri di versi (quale sembra essere stato ad esempio il vicus Tuscus), che
costituivano delle comunanze plebee. Quest' ultime naturalmente dovevano
trovarsi in una specie di dipendenza e pressochè di vas sallaggio, rimpetto
alle prime; il che potrebbe spiegare in certi con fini quei forcti ac sanates,
di cui ci parla Festo, che comprende vano le popolazioni superiori ed inferiori
a Roma e trovavansi in dipendenza rimpetto alla medesima, la quale tuttavia già
accomunava ad essi una parte del proprio diritto, cioè il ius nexi manci piique.
Tuttavia, se ciò può esser vero delle plebi rurali, questo si può affermare con
certezza, che certamente un buon dato della plebe primitiva e sopratutto della
plebe urbana di Roma ebbe ad uscire dalla classe, che trovavasi in condizione
inferiore nell'orga nizzazione gentilizia. Cid soltanto può spiegare la
superiorità incon trastata del patriziato e l'abbiezione pressochè servile di
una parte della plebe, che tradisce ancora quel sentimento di rispetto e di
paura, che ha il servo affrancato per il suo antico padrone . La questione intorno alla condizione dei
forcti ac sanates è una delle più difficili, che presenti la storia primitiva
di Roma, per la povertà ed anche la muti lazione dei passi degli autori, che vi
si riferiscono (V. Festo, vº Sanates, quale è riportato nel Bruns, Fontes, 364,
nella Va edizione, pubblicatasi in quest'anno dal Mommsen). Io credo tuttavia,
che la medesima, dandoci un concetto del tratta mento giuridico, che i Romani
usavano colle popolazioni circostanti a Roma, possa porgerci dei dati preziosi
per argomentare quale fosse la condizione della plebe, du rante il periodo
esclusivamente patrizio. Rimetto quindi l'esame della questione al Capitolo I
di questo stesso libro. Ecco quindi la
conclusione, a cui parmi di poter venire. Nella plebe primitiva di Roma
voglionsi distinguere due correnti: una uscita dalla stessa organizzazione
gentilizia forma il primo nucleo di una popolazione, che ha sede contigua allo
stabili mento patrizio, ma non è più compresa nei quadri del medesimo; l'altra
invece, per conquiste o per immigrazione, viene ad incorporarsi in questo
nucleo primitivo, e l'accresce per modo da richiamare l'attenzione sopra di
esso. Questi due elementi appariscono accennati dalla tradizione stessa intorno
alla plebe primitiva, poichè altra è la plebe, che già appartiene alle varie
tribù, e che viene ancora ad essere col locata sotto la clientela dei padri, ed
altra è la plebe, che la tradizione dice rac --. La formazione poi di questa
plebe dovette cominciare, allorchè i vincoli dell'organizzazione gentilizia già
cominciavano a rallentarsi. Ciò accadde quando alla gente, che era ancora
stretta insieme dal vincolo della discendenza, cominciò a sovrapporsi la tribù;
la quale comprendendo elementi, che potevano essere di origine diversa, fini
per non riuscire sempre a chiudere nei suoi quadri, consacrati dalla religione,
tutti gli elementi, che si venivano affollando intorno alla medesima. Cominciò
cosi a formarsi al di fuori dell'organizza zione gentilizia, che era l'unica
riconosciuta dalle genti patrizie, una moltitudine ed una folla, il cui primo
nucleo può essere uscito dal seno stesso della medesima, ed essere anche
costituito da clienti rimasti senza patrono; al modo stesso, che le comunanze
popolari del medio Evo erano in parte costituite da famiglie, che un tempo
erano vassalle del feudatario. Siccome però nell'epoche primitive ciò che è più
difficile è il creare l'elemento novello, mentre il mede simo, una volta
formato, può poi accrescersi in varie guise ed acco. gliere tutti coloro, che,
per questa o quella considerazione, si trovano spostati nell'anteriore
organizzazione: cosi questo primo nucleo, dopo essersi staccato dalla stessa
organizzazione gentilizia, venne richia mando e quasi attraendo a sè rifugiati
di altre comunanze; servi fuggitivi; immigranti, che non amavano di porsi sotto
la protezione del patriziato, o che, per motivi religiosi o di altra natura,
non erano ammessi alla medesima; popolazioni di vinti, che perdevano territorio,
religione e famiglia; abitatori di vici, che si erano dati all'esercizio dei
mestieri e delle professioni diverse; cultori di terre, che di fatto si erano
stabiliti sul territorio situato nelle circostanze dello stabilimento patrizio;
popolazioni stabilite superiormente od inferiormente a Roma, a cui per
necessità di commercio si dovette dapprima accordare quel ius nexi mancipiique,
di cui parlano le dodici Tavole, quanto ai forcti ac sanates. Ciò spiegherebbe
anche come queste popolazioni, il cui nome era diventato inesplicabile per gli
stessi antiquarii romani, abbiano col tempo perduta la loro an tica
denominazione, in quanto che, a misura che estendevasi la do minazione romana,
tutte queste popolazioni vennero ad essere com prese nella plebe, e non fu cosi
più il caso di attribuire ad esse una colta mediante l'asilo offerto da Romolo.
È parlando di questo asilo, che Livio, I, 8, ebbe a scrivere: E. (asylo) ex finitimis populis, turba omnis,
sine discrimine liber seu servus esset, avida novarum rerum, perfugit; idque ad
caeptam magnitu dinem roboris fuit . 172 speciale posizione giuridica. Per tal
guisa il nucleo primitivo si venne ingrossando, e quando le genti patrizie
volgero lo sguardo at torno a sè videro in esso una plebs, che nel significato
primitivo suona moltitudine o folla. Il nome pertanto, che le fu dato,
corrisponde alla impressione, che questa folla deve aver fatto sopra una classe
di uomini, che non conosceva altra organizzazione fuorchè la gentilizia. Le
genti infatti non potevano scorgere in essa dapprima, che ceti di uomini
riuniti in una guisa, che per esse non aveva quel carattere religioso e sacro,
che avevano tutte le loro istituzioni. Non potevano infatti chiamarla un
populus, perchè non era nè divisa in curie, nè aveva consiglio di anziani, nè
aveva un magistrato, che la diri gesse, nè era insomma un coetus hominum iuris consensu et uti. litatis
comunione sociatus , e quindi la chiamarono plebes. Di qui il dualismo fra
populus et plebes, che trovasi in alcune formule arcaiche; dualismo, che per
essere l'effetto di cause naturali viene a presentarsi non solo in Roma, ma in
tutte le comunanze delle genti italiche. Di queste tuttavia, se ne hanno di
quelle, in cui quest'elemento è tenuto in umile stato, come sarebbero le città
etrusche, ed altre invece, in cui esso già ottiene qualche concessione, quali
sarebbero appunto le città latine. Il primo senso del patriziato per
quest'elemento novello, che prendeva ad esistere fuori dei quadri della propria
gerarchia, dovette essere di un disprezzo non dissimile da quello, che più
tardi i patrizii manifestarono per quei concilia plebis, che pur dovevano
trasformarsi nei comizii tributi; ma al lorchè il numero di questa plebe venne
facendosi sempre più grande, si comprende come questo elemento dovesse di
necessità essere te nuto in conto, sopratutto in una comunanza di carattere
belligero, quale era la romana. 140. Narra infatti la tradizione, per bocca
almeno di Dionisio e di Cicerone, che il fondatore della città avrebbe
collocata la plebe nella clientela del patriziato, e incaricato i padri di
farle assegnidi terre, a titolo di precario, non dissimili da quelli, che essi
facevano ai clienti. In verità per una città eminentemente patrizia, come era
Roma primitiva, il miglior modo per organizzare la folla, che aveva seguito
l'esercito del fondatore o che erasi accalcata intorno allo stabilimento da
essa fondato, era quello di farla entrare nella ge rarchia dell'organizzazione
gentilizia. Fin qui pertanto la plebe non è ancora veramente tale, ma è
costretta ancora nei quadri della clientela. Pero a misura che la fortuna
nascente di Roma od 173 anche l'apertura stessa di un asilo ai rifugiati e agli
esuli dalle altre città (questo vetus urbis condentium consilium, che non è poi
cosi improbabile, come ebbe a farlo la critica storica ) cominciarono a richia
mare nei dintorni della città una quantità di individui e di capi di famiglia
di provenienza diversa; anche la clientela venne ad essere insufficiente per
comprendere nei proprii ranghi questa folla di uo mini, di cui una parte potè
forse essere di origine ellenica ed etrusca, ed avere tradizioni e credenze
diverse da quelle dai fondatori della città. Era stata la lunga coabitazione
come servi e famuli nella famiglia, che nell'anteriore organizzazione
gentilizia aveva servito a preparare la clientela delle genti patrizie. Questa
preparazione invece mancava nel nuovo elemento, che accorreva nei dintorni di
Roma; per tal modo l'antica istituzione religiosa ed ereditaria della clientela
venne ad essere inadeguata e disacconcia al bisogno ed inetta a dare
un'organizzazione al nuovo elemento. Quasi si direbbe che, collo svolgersi
della città, l'antica forma, sovra cui si era modellata l'anteriore
organizzazione sociale, che colla tribù già erasi alquanto sgretolata, venne a
rompersi affatto. Quindi mentre tutto prima era compreso nella gerarchia
gentilizia, colla città in vece comincia a farsi palese e a colpire lo sguardo
questo ele mento novello, che guadagna e richiama a sè tutto ciò, che sfugge
all'antica organizzazione. Dapprima il fatto dovette colpire l'ordine stesso
dei padri, e loro parve strano di dover riconoscere, che l'or ganizzazione
gentilizia più non potesse bastare ad ogni emergenza. Ma col tempo fu necessità
arrendersi all' evidenza, e l'elemento nuovo non poteva essere trascurato per
una comunanza come la Romana di carattere eminentemente belligero, e che
abbisognava perciò di un contingente sempre nuovo per riempire le file del
proprio esercito. Sopratutto il nuovo elemento doveva apparire im portante per
il re, il quale da una parte poteva trovare in esso un sussidio potente per la
formazione dell'esercito, e dall'altra, as sumendo la qualità di patrono non
dei singoli plebei, ma dell'in tiera classe, poteva anche trovare in essa un
appoggio per bilanciare la soverchia influenza dei padri. Questi infatti,
memori, che il re era il loro eletto ed il rappresentante, a cui avevano affidato
i proprii auspicia, lo volevano naturalmente ligio ai proprii interessi e mira
vano a valersi di esso per trasportare anche nella città l'organiz zazione per
genti e per tribù, per quanto la medesima male si accon ciasse alla nuova
condizione. Gli è questo il motivo, per
cui noi vediamo, secondo la tra dizione, prendersi dai re, che vengono dopo,
una serie di provve dimenti nell'intento di organizzare la plebe. Mentre Romolo,
dopo avere, secondo Dionisio, affidato alla plebe la coltura delle terre e
l'esercizio delle arti manuali, si limita a porla sotto la clientela dei padri,
e si vale cosi di un istituto vecchio per comprendere un ele mento nuovo , Numa
invece già prende quanto alla plebe due importantissimi provvedimenti. Il primo
è quello di distribuire direttamente ai più poveri, che sono appunto quei
tenuiores, di cui parla Festo, e che appartengono alla plebe, l'ager
conquistato da Romolo, e che era venuto ad ac crescere l'ager publicus; il
quale provvedimento produsse l'effetto, che la plebe da questo momento, almeno
in parte, cesso di essere sotto il patronato dei patres. Però siccome i
cambiamenti sono e devono essere lenti; cosi al patronato dei patres sembra
sottentrare una specie di patronato del re, il quale fa alla plebe quegli assegni
di terre, che dapprima erano affidati ai patres. Forse può darsi che dapprima
questi assegni di terre, fatti dal re alla plebe sull'ager publicus, fossero
soltanto a titolo di semplice precario, come quelli che erano fatti dai patres
ai clienti sull'ager gentilicius; ma in tanto è già un passo importante per la
plebe quello di non dipen dere più direttamente dai capi delle genti, ma di
essere sotto il patronato o almeno sotto la protezione diretta del re, custode
e ma gistrato della città. L'altro provvedimento, ricordato da Plutarco, e che
egli dice essere stato altamente lodato, fu quello per cui Numa avrebbe di Dion., 2, 9:
Romulus postquam potiores ab inferioribus secrevit;mox legem tulit et
quid utrisque faciendum esset disposuit: patricii sacerdotiis et magistra tibus
fungerentur et iudicarent, plebeiï vero agros colerent et pecus alerent etmer.
cenarias artes exercerent (Bruns,
Fontes, 3 ). Quanto a questa
ripartizione fatta da Numa, vi ha divergenza fra CICERONE, De rep., II, 14,
secondo cui la ripartizione si sarebbe fatta viritim ai cittadini in genere,
mentre DIONISIO vuole che siasi fatta ai più poveri, II, 62. Cfr. Bongur,
Storia di Roma, I, 85. - Per quello che si riferisce al patronato del re sopra
la plebe, ritengo col KARLowa, che ilmedesimo non possa essere preso nella
signifi cazione giuridica attribuita al vocabolo (Röm. R. G., I, 63 ). Ciò
tuttavia pon toglie, che la plebe, dopo essersi resa indipendente dal
patriziato, abbia trovato nel re il suo protettore naturale, e siccome tale
protezione non si comprendeva al lora che sotto la figura di clientela, così
gli autori considerarono il re come patrono o la plebe come sua cliente. -
stribuito quella parte della plebe, che era dedita alle arti manuali e
all'esercizio delle professioni diverse, in corporazioni di arti e mestieri
(collegia ), che furono nove: quella cioè dei suonatori di flauto, degli
orefici, dei muratori, dei tintori, dei calzolai, dei cuoiai, dei fabbri, dei
vasai e l'ultima di tutte le altre professioni, dando alle medesime proprie
riunioni e i proprii riti. Vero è, che questo provve dimento ebbe ad essere
posto in dubbio dalla critica e fra gli altri dal Mommsen, e che probabilmente
i collegi, la cui formazione si attribuisce a Numa, potevano già esistere
precedentemente, sopra tutto nel vicus Tuscus, la cui popolazione fu una delle
prime ad essere compresa nella plebe romana: ma non è punto improbabile che,
come erasi cercato di provvedere alla plebe dedita alla coltura delle terre,
cosi si cercasse di dare un'organizzazione alla plebe dedita agli esercizi
delle arti e professioni diverse, o di consacrare almeno l'organizzazione, che
già esisteva precedentemente o che tro vavasi in via di formazione. Non è
quindi il caso di respingere la tradizione, dal momento che non vi ha nulla di
meglio da sosti tuirvi; almodo stesso che è meglio accettare anche le figure
alquanto leggendarie dei re, piuttosto che sostituirvi qualche cosa, che non ha
neppur più della leggenda, la quale è pur sempre intessuta sopra un fondo di
vero. Intanto questo si può affermare con certezza, che fin dagli inizii di
Roma cominciò ad apparire un dualismo nella plebe ro mana, che, accennato fin
dall'epoca di Romolo con affidare alla plebe la coltura delle terre e
l'esercizio delle arti manuali, già comincia a delinearsi con Numa, il quale ad
una parte della plebe fa assegni di terre e l'altra distribuisce per arti e
mestieri, e che più tardi finisce per accentuarsi molto più recisamente. Havvi
infatti in Roma, fin dai proprii esordii, una plebe rurale, composta di piccoli
possidenti, ed PLUTARCO, Numa, 17: De ceteris eius institutis maximam
admirationem habet plebis per artificia
distributio; haec vero fuit: tibicinum, aurificum, fabrorum tignuariorum, tinctorum, sutorum, coriariorum,
fabrorum aerariorum, figulorum; reliquas
artes in unum cöegit, unumque ex iis omnibus fecit corpus; consortia et <
concilia et sacra cuique generi tribuens convenientia (V. BRUNS, Fontes). L'autore, che sembrava
porre in dubbio questa distribuzione della plebe in arti e mestieri, sarebbe lo
stesso MOMMSEN, De collegiis ac sodaliciis; Liliae, 1843, citato dal MUIRHEAD,
Histor. Introd., 11; ma pare che nella Storia Romana accetti la ripartizione
stessa come una verità di fatto. - - una plebe, composta di artieri,
commercianti, esercenti le arti e le professioni diverse. L'ideale della prima
è quello sopratutto di mu tare le sue possessioni di terre in una proprietà
indipendente, che la ponga in condizione di provvedere al sostentamento di sè e
della propria famiglia; quello insomma di avere quell'heredium o man cipium,
che pur appartiene al capo della famiglia patrizia. A questa plebe, che non
abita nelle mura di Roma, ma nelle circostanze di essa, dovette probabilmente
dalla città patrizia essere riconosciuto quel diritto, che più tardi da Roma fu
pure riconosciuto alle popo lazioni vicine, che sono indicate col nome di
forcti ac sanates, cioè il ius nexi mancipiique. Cid pud essere argomentato da
cid, che Roma di regola suole seguire gli stessi processi in condizioni anaa
loghe e quindi è probabile, che questa plebe, che risiedeva fuori della città,
e costituiva in certo modo una popolazione circostante alla medesima, fosse
trattata nel modo stesso, in cui da essa furono poi trattate le altre
popolazioni vicine. L'altra parte della plebe invece, mancando di altra
organizzazione, cerca di rafforzarsi, come farà più tardi anche la popolazione
commerciante dei comuni del Medio Evo, mediante le corporazioni di arti e di
mestieri. Quelli, che apparten gono alla plebe rurale, convengono in Roma i
giorni di mercato per vendervi i loro prodotti, e per conoscere anche i
provvedimenti, che siano presi nell'interesse comune; mentre gli altri, che
apparten gono alla classe dei piccoli commercianti ed artieri, formano fin
d'allora il primo nucleo di quella plebe urbana, nel seno della quale si
formerà più tardi quella forensis factio, che già comincia ad apparire sotto la
censura di Appio Claudio, e getta il discredito sulle tribù urbane. 143. Già
erasi così delineata la distinzione fra plebe rurale ed urbana, quando
sopraggiunse un avvenimento, il quale diede una grande compattezza
all'organizzazione della plebe romana, e mentre ne accrebbe il numero e la
potenza, le diede anche un nuovo indi rizzo e ne assicurò l'avvenire. Questo
avvenimento fu l'aggregarsi alla plebe romana della parte più povera della
popolazione di Alba, la cui distruzione è attribuita a Tullo Ostilio, e quella
del trasporto od anche, come pare più probabile, della riunione alla plebe di
Roma per opera di Anco Marzio, della popolazione di varie città latine da lui
conquistate. Questo nuovo contributo venne ad accrescere la forte plebe rurale,
vivamente affezionata al fondo da essa coltivato, e disposta a porre la vita
per la difesa di esso, e fece entrare nella - 177 plebe un elemento, la cui
origine era analoga a quella del patriziato, e che aveva già un'organizzazione
domestica, non dissimile da quella del medesimo. Fu il rifiuto del corpo chiuso
del patriziato primitivo di Roma di ricevere nel proprio seno queste famiglie
delle città la tine, che assicurò l'avvenire della plebe romana, incorporando
in essa un elemento, che portò nella lotta per il pareggiamento giuri dico e
politico una tenacità e perseveranza, non dissimili da quelle, che
contraddistinguono il patriziato romano. Di qui la conseguenza, che come era
stata latina l'organizzazione del patriziato romano, poichè gli elementi
sopraggiunti erano entrati nei quadri della città latina; così fu sopratutto
latina la massa più forte della plebe ro mana, quella massa, di cui una buona
parte entro più tardi a costi tuire la nuova nobiltà. Senza questo elemento la
plebe primitiva, di origine diversa e che in parte era forse di origine servile,
avrebbe molto probabilmente continuato lungamente a mantenersi tale;mentre
questo innesto di famiglie latine, che nel loro paese nativo tenevano già un
certo grado, per cui loro dovette riuscire grave di vedersi respinte dai quadri
dell'ordine patrizio, portò forza, organizzazione, tenacità nella plebe e ne
assicurò l'avvenire, fino a che questo ele mento vigoroso e vitale non fini per
uscire dalla plebe stessa, che aveva resa potente, e aggregandosi alla nobiltà
abbandonò la plebe minuta agli spettacoli del circo e alle distribuzioni di
frumento. 144. Per comprendere però un avvenimento di questa natura, importa
farsi un'idea chiara della lotta, che vi era fra Alba da una parte e Roma
dall'altra. Erano entrambe due città latine, cioè due centri di vita pubblica
fra varie comunanze di villaggio, ed erano troppo vicine per poter coesistere.
L'una o l'altra doveva cedere, e la conseguenza era per la soccombente di dover
scompa rire come città e come urbs, per modo che le comunanze, che mettevano
capo ad essa, dovessero invece fare capo a quella, che riusciva vittoriosa. Il
patto quindi che, secondo la tradizione, ebbe ad essere suggellato fra i capi
dei due popoli, con tutte le cerimonie del diritto feziale, era che,
trattandosi di popoli fratelli, si dovessero rimettere al combattimento di tre
per parte le sorti della guerra. Questo intento della guerra Albana è messo in
evidenza dalle parole, che Livio, I, 27, attribuisce a Tullo Ostilio nella
concione tenuta avanti ai due popoli prima di condannare allo squartamento
Metto Fuffezio: Quod bonum, faustum G. C., Le origini del diritto di Roma. 12 178 La
lotta quindi leggendaria fra Orazii e Curiazii era lotta di pre dominio fra le
due città, la cui parentela era ricordata e riconosciuta, ed era una specie di
giudizio di Dio per sapere quale dovesse preva lere: senza che occorra di
sforzarsi col Lange a volere che il numero dei tre corrisponda alle tre tribù,
e che il nome di Curiazi provenga dalle curie. Conseguenza dell'esito del
duello fu, che la città soccombente perdette la propria esistenza separata e fu
distrutta come urbs, e quindi le genti patrizie albane furono aggregate al
patriziato romano, a cui si aggiunsero cosi i Tullii, i Servilii, i Quinzii,
iGe ganei, i Curiazii, i Clelii, le cui genti pero, per essere sopraggiunte più
tardi, furono poi collocate dallo stesso Tullo Ostilio o da Tar quinio Prisco
nel novero delle gentes minores. Tutta la popolazione invece, che, nelle
condizioni, in cui allora si trovava, non poteva entrare nel patriziato entro
in massa nei ranghi della plebe, e una parte di essa, cioè la più povera, ebbe
anche degli assegni di terre. Cid pure accadde, quando Anco Marzio vinse altre
comunanze latine, e ne aggregò la popolazione alla plebe romana; il che fu
dalla tradi zione espresso con dire, che Anco Marzio aveva trasportata a Roma
la popolazione di quattro città latine . 145. È a questo punto pertanto, che la
plebe acquista in Roma una vera importanza, e che viene ad essere
indispensabile di trovare un modo per farla entrare, ancorchè a condizioni
disuguali, nella cittadi nanza romana; tentativo cominciato con Tarquinio
Prisco, e condotto a compimento da Servio Tullio. Mentre Tarquinio Prisco non
riesce felixque sit populo romano ac mihi,vobisque, Albani; populum omnem
Albanum Romam traducere in animo est; civitatem dare plebi; primores in patres
legere: unam urbem, unam rempublicam facere .
Lange, Histoire intérieure de Rome, I, 35. Questi fatti attestati dalla tradizione e da
tutti gli storici rendono a parer mio non accoglibile l'opinione sostenuta con
molta erudizione dal PANTALEONI nella sua Storia civile e costituzionale di
Roma, lib. I, cap. 6, 97 a 113, Torino, 1881, secondo cui il partiziato romano
sarebbe stato Sabellico, mentre la plebe sarebbe stata Latina. Questi fatti
invece dimostrano, che la popolazione delle città latine era essa pure divisa
in patriziato ed in plebe, cosicchè quel dualismo che presentasi in Roma già
preesisteva nel Lazio. Del resto l'ipotesi del dotto au tore sarà poi presa in
esame quando si tratterà della legislazione regia, Lib. II, cap. IV,
discorrendo del contributo recato dalle varie stirpi italiche alle istituzioni
giuridiche di Roma. L'importanza
grandissima per l'avvenire della plebe romana di quest' innesto 179 che a
conglobare i rappresentanti di queste varie genti nei sacer dozii, nel senato e
nell'ordine dei cavalieri, raddoppiandone il numero, e continua a lasciare la
plebe nella condizione, in cui prima si trovava; Servio Tullio invece inizia
una organizzazione novella, che può comprendere così nelle file dell'esercito,
che nelle riunioni dei comizii quella plebe, che è già pervenuta a tale po
sizione economica e sociale, da interessarla alla cosa pubblica. È da questo
punto parimenti, che la plebe rustica di Roma comincia ad essere più apprezzata
che la plebe urbana, e che principia ad avverarsi fra i due ordini la
possibilità della formazione di un diritto comune ai medesimi. Il motivo di
questo ravvicinamento deve anche essere riposto nel fatto, che le istituzioni
del patriziato e quelle del nuovo elemento, aggiuntosi alla plebe, non erano a
grande distanza fra di loro; poichè l'uno e l'altro avevano la medesima
organizza zione domestica, ed oltre a ciò fra queste famiglie latine ve ne
erano di quelle che un patriziato, meno esclusivo e geloso dei suoi privilegi,
avrebbe potuto accogliere nel proprio seno. Ferma quest'origine della plebe e
questa primitiva organizzazione della medesima, veniamo a ricercare quali
fossero le istituzioni giu ridiche, che essa poteva possedere all'epoca, in cui
entrò a far parte della comunanza romana. di forti popolazioni latine sulla
plebe primitiva, in parte di origine servile, è un fatto riconosciuto da tutti
gli storici. Cominciò a notarlo il NIEBHUR, e dopo di lui il Mommsen, il Lange
e molti altri. Nota molto accortamente a
questo proposito il Gentile, Le elezioni e il bro glio, 142, che quella nobiltà, che poscia fu chiamata nuova
e che in gran parte esce di ceppo latino, non era tanto nuova, quanto sembra
alla prima; perchè discendeva dalle vecchie aristocrazie di comunità italiche,
venute ad aggregarsi allo stato romano, e che avevano aspirato agli onori in
quella cittadinanza, a cui più o meno recentemente erano ascritte . Di qui la
conseguenza, a cui egli allude a 150, che
la costituzione romana, eminentemente democratica nei principii, colla
piena sovranità popolare nel nome, lasciava il reggimento della cosa pubblica,
immobile nella mano di pochi . La posizione giuridica della plebe di fronte al
patriziato. 146. Se posta questa origine della plebe e questa primitiva or
ganizzazione della medesima, si domandasse ora in che consistesse la plebe
all'epoca, in cui essa appare nella storia di Roma, sarebbe necessità di
rispondere con una deffinizione di carattere negativo. La plebe infatti è negli
esordii di Roma tutto quel nucleo di indi. vidui e di famiglie di origine
diversa, che di fatto trovasi stabilita nel territorio romano, nei dintorni
della città patrizia; ma che intanto è priva ancora di qualsiasi posizione
giuridica, perchè non entra a far parte dell'organizzazione gentilizia. Essa è,
come dice Gellio, quella parte di popolazione, che è stabilita di fatto sul
suolo romano, ma in cui gentes patriciae
non insunt ; o meglio an cora quella
parte di tale popolazione, che, non essendo compresa nei quadri della
organizzazione gentilizia, non può dapprima entrare nelle curie e negli ordini
della città patrizia. Al modo stesso, che più tardi si chiamerà peregrinus
chiunque non sia cittadino di Roma, o non sia in guerra con essa, e per passare
anche ad un altro ordine di idee si chiameranno con Gaio nec mancipii tutte
quelle cose, che non appartengono alla cerchia prima formatasi della res
mancipii, e anche più tardi si diranno in bonis tutte quelle cose, che appar
tengono ad una persona senza appartenerle ex iure quiritium; cosi alla domanda
in che consista la primitiva plebe di Roma si pud solo rispondere, che essa è
quell'elemento, che esiste accanto al po pulus, ma che non entra nei quadri di
esso, consacrati dalla reli gione; quell'elemento, che esiste di fatto sul
territorio della città patrizia, ma che non è compreso nell'organizzazione
giuridica e politica di essa. Ora e sempre sarà questo il punto di vista, a cui
si colloca il popolo romano, il quale ferma il suo sguardo sopra di sè, sopra
il suo culto, sopra la sua religione, sopra la sua urbs, la sua civitas, sopra
il suo diritto, e in base al medesimo classifica e dispone tutto il rimanente
dell'universo, secondo la posizione, che esso tiene riguardo a sè e alle
proprie istituzioni. Questo modo di
GELL., Noct. att., X, 21, 5. - 181 - procedere del resto non sembra
esser proprio soltanto dei Romani, che chiamano tutti gli altri popoli hostes o
peregrini; ma anche dei Greci, che hanno una sola qualificazione per tutti gli
altri, che è quella di Barbari; anche dei cristiani del Medio Evo, che chia
mano tutti gli altri col nome di infedeli; ed in genere sembra es sere proprio
di tutte le stirpi Ariane, anche nell'Oriente, le quali cre. dono di avere il
diritto di sovrapporsi a tutte le altre. Che anzi questo modo di procedere può
anche ritenersi comune a tutto il genere umano, sopratutto nelle epoche
primitive, in cui ogni popolo, chiuso in sè stesso, mal conoscendo il
rimanente, giudica ed ap prezza ogni cosa, facendo sè il centro dell'universo.
È sempre applicando questa logica superba, ma ad un tempo ingenua e del tutto
conforme alla natura dell'uomo, che il popolo formato dalle genti patrizie,
chiamò plebe tutto ciò, che non era compreso nei suoi ordini, cioè nelle sue
genti e nelle sue curie, e che poscia il populus romanus quiritium, dopo che
già comprende va la plebe, vide una folla e moltitudine di peregrini e di
hostes in tutti quelli, che non erano compresi nei quadri della città romana.
Di qui con seguita, che la definizione di quell'elemento, che è il solo ad
essere tenuto in conto, implica eziandio la deffinizione negativa di quello,
che ne costituisce il contrapposto. 147. Se quindi è solo il populus delle
gentes, che possiede un diritto, ne verrà comeconseguenza, che la plebe non può
negli inizii avere rimpetto ad esso che una posizione di fatto, e continuerà ad
esser sempre in questa condizione, finchè il populus non le verrà facendo
qualche concessione, o la plebe stessa troverà modo di ac costarsi all'organizzazione
del populus, e di penetrare, sotto questo o quell'aspetto, nei suoi ordini e
nei suoi quadri, consacrati dalla religione e tutelati dal diritto. La plebe
insomma è un elemento, che ha una posizione di fatto, e che si viene avviando
alla conquista di una posizione di diritto. Essa è nella stessa posizione, in
cui saranno poi i Latini e gli Italici, allorchè formeranno già il grosso
dell'e sercito romano, e intanto non saranno ancora ammessi alla cittadi. Fo qui applicazione di un concetto del Vico,
il quale certo vide molto addentro alla natura dell'uomo primitivo. Tale
concetto costituisce anzi la prima degnità della sua Seconda scienza nuova,
secondo cui: L'uomo per l'indefinita
natura della mente umana, ove questa si rovesci nell'ignoranza, egli fa sè
regola dell'universo . Solo è a notarsi, che i Romani ciò non facevano per
ignoranza,ma perchè veramente attri buivano a se stessi una superiorità sugli
altri. 182 nanza romana: mentre questi ricorreranno in tale intento alla guerra
sociale, la plebe ricorrerà invece alle lotte civili, finchè non avrà ottenuto
il pareggiamento civile e politico. Qui, comenel resto, il processo della
logica romana è sempre il medesimo; incomincia da tanti cerchi, che si vengono
formando nell'interno della città, e che poi si vengono sempre più allargando,
finchè non giungono a comprendere tutto l'universo conquistato dalla eterna
città. 148. Ciò premesso si può comprendere, quale potesse essere lo stato
delle istituzioni giuridiche presso la plebe primitiva di Roma. Esse erano
istituzioni, che avevano un'esistenza di fatto: ma a cui il patriziato non
annetteva effetti e conseguenze giuridiche. Tuttavia, anche considerate sotto
questo aspetto, le istituzioni plebee non po tevano certo avere fra di loro un
' analogia, che possa paragonarsi con quella, che esisteva fra le istituzioni
delle genti patrizie, la quale erasi fatta più intima, stante la loro
partecipazione alla stessa co munanza civile e politica. Anzitutto si
cercherebbero indarno presso la plebe quei concetti fondamentali, che abbiamo
trovato cosi nettamente delineati presso le genti patrizie coi vocaboli di fas,
di mos e di ius. Alla plebe invece non si applica dal patriziato che il
vocabolo di usus, che riceve però presso di essa una larghissima applicazione.
Per verità è coll'usus, che si vengono a rivelare esteriormente le unioni ma
trimoniali della plebe, le quali non importano comunione delle cose divine ed
umane. Parimenti è col mezzo dell'usus, che nelle consuetudini plebee potè
avverarsi l'appropriazionedelle cose esterne. Non essendovi presso di essa
quelle forme, che a giudizio del patriziato sono indispensabili per l'acquisto
ed il trasferimento dei beni; così è solo, mediante l'usus, che appartenga ad
una persona, a scienza e pazienza di tutti gli altri, che viene a manifestarsi
non tanto la pro prietà, quanto la possessio, che dapprima tiene luogo di essa.
In fine sarà eziandio, mediante l'usus, che, allorquando verrà a morire un capo
di famiglia plebea, i suoi figli prima, e in sua mancanza i suoi congiunti ed
anche i suoi vicini verranno a mettersi a possesso dei beni da esso lasciati; e
avrà così origine quella singolare istitu zione dell'usucapio pro herede, che
il buon Gaio trovava disonesta ed immorale, perchè non era coerente al
principio dell'agnazione posto a fondamento della successione quiritaria. Tutto
ciò insomma, GAIO, Comm., II, 53, 54.
183 in cui predomina l'usus auctoritas (per usare l'efficacissimo voca bolo
adoperato dalla legislazione decemvirale), piuttosto che il ius propriamente
detto, tutto ciò che si fonda di preferenza sul fatto che sul diritto, è da
ritenersi di origine plebea, e solo più tardi entrò a far parte del diritto
quiritario sotto il nome di usucapio, di usureceptio, di possessio e simili.
Cid spiega anche il motivo, per cui, allorchè la legislazione decemvirale
attribuì carattere giuridico a queste istituzioni, essa abbia dovuto imporvi
delle limi tazioni e prescrivere delle condizioni, alle quali poi si aggiunsero
quelle richieste più tardi dalla giurisprudenza, perchè siavi usu capione, e
perchè il possesso possa ottenere protezione giuridica. Ciò del resto era una
conseguenza delle condizioni reali, in cui trovavasi la comunanza plebea;
poichè se in un patriziato, dalle an tiche tradizioni, tutto era preveduto e
regolato con norme e regole fisse, le quali se non avevano sempre un carattere
giuridico, avevano almeno un carattere religioso e morale; in una comunanza
invece, composta di individui e di famiglie di origine diversa, priva di tra
dizioni e di recente formazione, i rapporti fra i singoli individui non
potevano essere governati, che dall'usus. Credo non occorra qui di richiamare
l'attenzione sulla grandissima importanza, che ha questa induzione per spiegare
l'origine dimolte istituzioni primitive di Roma, e sopratutto quell'usucapione,
che appare introdotta dalla legislazione decemvirale. Colla medesima viene ad
apparire l'unità di concetto, a cui si informarono idecem viri, allorchè
introdussero contemporaneamente l'usus auctoritas per l'acquisto della manus,
per l'acquisto della proprietà immobile e mobile, e per l'acquisto anche del
l'eredità. L'usucapio infatti era l'unico mezzo per mutare al più presto la
posizione di fatto, in cui trovavasi la plebe, in una posizione di diritto. Ciò
spiega eziandio come la primitiva possessio non dovesse richiedere nè giusto
titolo, nè buona fede, e come sia stata necessaria una lunga elaborazione,
perchè potesse uscirne la teorica del possesso e quella a un tempo
dell'usucapione, le quali hanno fra di loro strettissima attinenza. Così pure
si spiegano le definizioni di Ulpiano e di Modestino, secondo cui: < Usucapio
est dominii adeptio per continuationem possessionis anni vel biennii , senza
che richiedasi altra condizione. Lo stesso è a dirsi degli sforzi dei decemviri
per trattenere l'istituzione da essi accolta in limiti tali, che non la
rendessero pe ricolosa per la convivenza sociale, escludendola per le cose
rubate, e consentendo alla moglie, che coabitava colmarito, di interrompere
l'usucapione della manus, mediante il singolare istituto del trinoctium.
Intendo però di riconoscere, che un avviamento a questa spiegazione già può
ravvisarsi nel MUIRHEAD, Histor. Introd., 48 e 179, nella sua ingegnosa
congettura intorno all'origine della usucapio pro haerede, e nell' Esmein nel
suo recente articolo sull' Histoire de
l'usucapion che si trova nei suoi
Mélanges d'Histoire de droit, Paris. Solo credo di 184 149. Parimenti, è sempre
sotto l'influenza di queste speciali con dizioni, in cui trovasi la plebe, che
i suoi commercii non possono essere governati da forme solenni, simili a quelle
che si erano for mate fra i padri delle famiglie patrizie; ma dovettero
svolgersi con forme semplici, quali erano suggerite dai bisogni di una
comunanza, in seno a cui non era ancora organizzata una vera propria pro
tezione giuridica. Fu quindi certamente nei rapporti della comune plebea, che
dovette anche svolgersi l'emptio-venditio, accompagnata dalla tradizione della
cosa e dal pagamento del prezzo, e questo fu forse anche il motivo, per cui
presso gli antichi, secondo Festo, emere pro accipere ponebatur, in quanto che
emere era vera mente prendere la cosa comperata. Fu in essa parimenti, che
dovette aver origine quel singolare istituto della fiducia, il quale serve qual
mezzo per accordare una efficace garanzia al proprio creditore, lasciando a sua
mano la cosa, che deve servirgli di malle veria . Fu parimenti in essa, che
dovette svolgersi quel modo aver allargato il concetto riunendo istituzioni,
che potevano apparire disparate, e dimostrando, che l'opera dei decemviri fu in
questa parte indirizzata a dare carat tere giuridico ad istituzioni, che
avevano solo un'esistenza di fatto presso la comu nanza plebea. Sarebbe infatti pressochè incomprensibile,
che un popolo nelle condizioni eco nomiche, in cui trovavasi allora il Romano,
e del quale una parte aveva già attra versato, e non inutilmente, tutto un
periodo di organizzazione sociale, potesse igno rare contratti, come l'emptio
venditio, la locatio conductio, e simili. Essi dovevano certamente esistere,
quand'anche non fossero per avventura penetrati nel diritto qui ritario. Cfr.
MUIRHEAD, Histor. Introd., COGLIOLO, Prefazione, XI, alla traduzione del
GOODWIN, Le XII Tavole, eseguita dal Gaddi, Città di Ca stello, 1887. È poi
noto, che la disposizione della legge decemvirale, per cui la ven dita non è
perfetta, che col pagamento del prezzo, è anche coinune alla Grecia; il che
dimostra, che dovette essere determinata da comuni necessità, in quanto che la
vendita seguiva talora fra persone, che appartenevano a genti e a comunanze
diverse, e non sarebbe stato facile riavere la cosa, quando non ne fosse stato
pagato il prezzo. Anche l'istituto della
fiducia è uno dei più antichi e dovette nascere nella comunanza plebea, perchè
fuorusciti ed immigranti senza posizione giuridica non potevano ricorrere che a
quella. Si spiega pertanto il largo uso, che se ne fece nel diritto primitivo
di Roma, in quanto che vi si ricorre nel testamento, per la nomina di un
tutore, per la concessione di un pegno e forse in molti altri casi ancora, che
dovettero verificarsi pel costume e non penetrarono nel diritto quiritario
propria mente detto. Ciò è dimostrato dalla frequenza, con cui nei poeti latini
e sopratutto nei comici occorre il caso, in cui una persona, allontanandosi,
affida il patrimonio e la figliuolanza (mandat familiam pecuniamque suam ) ad
una persona di sua confi denza. Questo costume è anzi il perno, intorno a cui
si aggira il Trinummus di PLAUTO. 185 - semplicissimo di fare testamento, che
ci venne più tardi ancora de scritto da Gaio nelle sue forme primitive ed
arcaiche, e che dovea servire più tardi come base al testamento quiritario per
aes et li bram, per cui il plebeo, che muore senza figliuolanza, affida ad un
amico il suo patrimonio e le sue sostanze, indicandogli la maniera in cui dovrà
poi distribuirli, quando egli sarà morto. Del resto è questo il modo che ancora
oggidi torna opportuno all'emigrante, che, trovandosi in pericolo di vita ed
essendo lontano dalla patria e dalla famiglia, affida ad un amico, che avrà la
fortuna di tornare in patria, tutto ciò, che egli ha potuto risparmiare, perchè
lo riporti a coloro, che gli sono cari. Che anzi, dacchè siamo nella
ricostruzione di quest'ordine di idee, parmi che a questo modo pri mitivo di
fare testamento si rannodi senz'alcun dubbio quella istitu zione del
fedecommesso, che, mantenutasi per certo nel costume, senza poter penetrare
nella cerchia rigida del diritto civile romano, fini tuttavia per trionfare
negli inizii dell'Impero e trionfo, perchè popu lare erat. Quel testamento
quindi, che per un capo di famiglia patrizia doveva essere fatto
coll'approvazione dell'assemblea della tribù dapprima, e poi davanti ai comizii
della città e serviva sopra tutto a perpetuare l'heredium nelle famiglie, e ad
impedire che il patrimonio uscisse dalla gente; per i membri invece della
comunanza plebea non poteva essere che un atto di fiducia, un rimettersi, Il testamento primitivo, a cui accennanoGaio,
Comm. II, 102, ed anche Gellio, XV, 27, 3, è una specie di mancipatio cum
fiducia, in virtù della quale una persona
si subita morte arguebatur, amico familiam suam, id est patrimonium suum,mancipio
dabat, eumque rogabat, quid cuique post mortem suam dari vellet . Ciò indica
che la prima forma, sotto cui comparve il vero testamento, quello che poi si
svolse nel testa mento per aes et libram, fu il fedecommesso,malgrado tutte le
difficoltà che il mede simo incontrò poi per passare dal costume nel diritto
civile romano. È poi degno di nota, che i Romani più tardiritennero di aver
ricevuto dai peregrini questa istituzione del fedecommesso, che certo già
esisteva nella primitiva comunanza plebea. Gaio in fatti, Comm. II, 285, scrive: ut ecce peregrini poterant fidem commissam
facere et ferre: haec fuit origo fideicommissorum ; il che mi conferma
nell'induzione, che il primitivo diritto plebeo, di fronte al diritto già
elaborato delle genti patrizie, dovette compiere quello stesso ufficio, che più
tardi il diritto delle genti verrà a compiere di fronte al diritto civile di
Roma. Che il fedecommesso poi, ancorchè non accolto nel diritto quiritario,
abbia sempre continuato a mantenersi nel costume, è provato ad evidenza dai
comici latini. Fra gli altri esempi basti il seguente tolto dall'Andria di
TERENZIO, I, 5: Bona nostra tibi
permitto et tuae mando fidei . È da vedersi in proposito l’Henriot, Mours jurid.
et judic., I, 411.186 che altri faceva ad un amico o ad congiunto, acciò egli
distribuisse le sue cose per il tempo, in cui avrebbe cessato di vivere. 150.
Lo stesso infine è a dirsi dei modi di procedere contro il debitore in questo
primitivo diritto plebeo. Sarebbe inutile cercarvi la forma solenne dell'actio
sacramento, che era nata e si era svolta fra capi di famiglia, che sentivano la
loro superiorità ed indipen denza; ma è più facile che trovisi fra la plebe
l'uso della manus iniectio, ed anche quello della pignoris capio, istituzioni
che sa rebbero incomprensibili fra capi di famiglie patrizie, ove sono già
penetrati il fas ed il ius, ed hanno escluso, almeno nei rapporti fra i capi
famiglia, l'uso di farsi ragione colla forza e l'esercizio della pignorazione
privata. Così pure è naturale, perchè conforme alle condizioni della plebe, che
in essa ancora si rinvengano le traccie della privata vendetta, del taglione,
come pena di colui che ha recato un danno, della composizione a danaro per un
furto sofferto, e perfino anche per un adulterio;perchè queste sono tutte
istituzioni, che sono consentanee col modo di agire e di pensare di una
comunanza plebea, mentre ri pugnerebbero all'organizzazione gerarchica e di
carattere religioso, che era così fermamente stabilita presso il patriziato. La
plebe L'origine plebea dell'actio
sacramento è esclusa dal carattere religioso inerente alla medesima ed anche
dalla circostanza, che noi la troviamo comune alle genti italiche ed elleniche,
come lo dimostra la descrizione, che ne troviamo in OMERO, Iliade, Canto XVIII,
ove descrive lo scudo di Achille, il che può indurre a credere, che essa fosse
già importata dall'Oriente. Quanto alla manus iniectio, essa poteva esistere
fra la plebe, come esercizio privato delle proprie ragioni; ma non poteva avere
la significazione giuridica, che vi attribuì il patriziato. In questo senso
ritengo, che la manus iniectio fosse una procedura usata dai padri contro i
debitori plebei, il che cercherò di provare nel capitolo seguente. Questa varia concezione del delitto presso
ceti di persone, che erano in con dizioni sociali compiutamente diverse, può
essere facilmente compresa. Il patrizio sente di far parte di una corporazione
religiosa e civile ad un tempo, e quindi può scorgere nel delitto un'offesa al
costume dei maggiori, una violazione del fas, ed un danno alla comunanza: non
così il plebeo, che è ancora soltanto un individuo, o un capo di famiglia,
pressochè isolato in una comunanza in via di formazione. È quindi naturale, che
egli nel delitto senta sopratutto il danno materiale che gliene deriva, che
consideri la noxa (colpa ) come una noxia (danno): che quindi reagisca contro
quel danno; ricorra al taglione; venga alla composizione a danaro; e così
riverberi in modo più schietto l'impressione, che dovette fare il delitto nelle
epoche primitive. Quegli vede già ogni cosa attraverso al gruppo di cui fa
parte, e quindi comincia 187 primitiva nel delitto sente sopratutto il danno e
reagisce contro di esso; mentre il patriziato già vi scorge un peccato contro
la divinità e già comincia a ravvisarvi un danno, che colpisce l'intiera comu
nanza. Tutte le istituzioni insomma, che non presuppongono una lunga
preparazione anteriore, che non hanno una storia nel passato, ma che trovano
direttamente la propria radice nelle tendenze naturali dell'uomo e nei bisogni
immediati di una comunanza, che è soltanto in via di formazione, e in cui entra
ad ogni istante un nuovo ele mento, che si viene aggregando, debbono essere
ritenute di origine plebea. Non chiedansi alla plebe nè i iura gentium colle
cerimonie solenni, da cui sono circondati, né le procedure, che contengono una
storia del passato, nè gli auspicia, che ad ogni atto pubblico e pri vato
imprimono un carattere religioso;ma solo chiedasi ad essa il senso di quel ius
naturale, quod natura omnia animalia docuit. Sarà anzi questo connubio di un
elemento onusto di tradizioni con un altro vergine di esse, che potrà rendere
possibile la formazione di un di ritto, che finirà per dar forma giuridica a
tutta l'immensa suppel lettile dei rapporti derivanti dalla civil convivenza.
Come quindi esistevano, fin dagli inizii di Roma le traccie del ius gentium;
cosi vi erano anche quelle del ius naturale, non come idea filosofica, pre
sente alla mente di un giureconsulto, ma come un complesso di forze e di
energie inerenti all'umana natura, che spingevano una comu nanza in via di
formazione a provvedere a tutti i bisogni e a tutte le esigenze, che si
venivano presentando. Per talmodo ciò che più tardi verrà ad essere nozione
astratta, negli inizii è forza ed energia, che spinge, come direbbe il Vico,
l'uomo ad celebrandam suam so cialem naturam. Basta questo per dimostrare, come
anche negli usi della plebe potesse esistere un materiale greggio, che potè a
poco a poco ricevere forma giuridica nel diritto quiritario. Per tal modo certe
istituzioni, che compariscono solo più tardi, poterono già esi stere, come usi,
da un'epoca ben più antica. Cid serve intanto a spiegare come nel diritto
quiritario non trovisi dapprima una quan tità di atti e di negozii, senza cui
sarebbe stato impossibile ogni com già a scorgere nel delitto un'offesa
collettiva; mentre questi non sente ancora che il danno privato, che possa
derivargliene. È questa la ragione, per cui i delitti nel diritto quiritario si
presentano dapprima col carattere di offese private, e solo a poco a poco si
convertono in delitti pubblici. Cfr. Voigt, Die XII Tafeln, I, 434. 188 mercio
per un popolo, le cui istituzioni giuridiche e politiche già dimostrano assai
progredito. Qui intanto, per non spingere questa ricostruzione a particolari
troppo minuti, arresterò l'attenzione alle due istituzioni fondamentali del
diritto privato, che sono la famiglia e la proprietà. Se noi consideriamo la
plebe riguardo all'organizzazione della famiglia, quale è giudicata dai
patrizii, noi troviamo che essa non ha le iustae nuptiae,madei semplici
matrimonia, quasi ad in dicare che i plebei potevano bensi indicare le loro
madri, ma non potevano indicare con certezza i loro padri. Al qual proposito si
deve ammettere col Muirhead, che, trattandosi di persone, alcune delle quali
erano di origine servile, potesse anche esistere una certa qual rilassatezza
nelle unioni matrimoniali dell'infima plebe. Non sembra tuttavia, che la
congettura possa spingersi fino al punto, a cui la spinge il Bachofen, secondo
il quale, fra gli elementi che entra vano a costituire la plebe, avrebbero
dovuto esservene di quelli (e sarebbero quelli di origine etrusca, abitanti nel
vicus Tuscus) i quali avrebbero solo conosciuta la parentela dal lato delle
femmine, e si sarebbero cosi trovati nella condizione del matriarcato. Senza
affermare, nè negare il fatto, perchè mancano gli elementi per decidere, credo
pero didovere osservare che, quando questo fosse stato, ne sarebbero rimaste
maggiori traccie ed indizii. Il vocabolo dima trimonia per sè significa
soltanto, che la plebe riconosceva la pa rentela dal lato di madre, ossia la
cognazione, mentre l'organizza zione della famiglia patrizia fondavasi
esclusivamente sul vincolo dell'agnazione. Quindi quello solo, che noi possiamo
affermare con certezza, si è che nella plebe primitiva quanto che serve talora
ad indicare leesisteva una famiglia, costi tuita sulle sue basi naturali, cioè
fondata sulla cognazione e sulla affinità. Ed è anche facile trovare la ragione
di questo fatto, la quale consiste in questo, che la famiglia plebea, appunto
perchè non era ancora entrata a far parte dell'organizzazione gentilizia, cosi
non aveva ancora potuto subire quell'artificiale ordinamento, che veniva ad essere
necessario per una famiglia, che doveva servire di convivenza domestica e
politica ad un tempo. Era quindi naturale, che la plebe, non avendo
l'organizzazione gentilizia fondata sull'a [Cfr. Muirhead, Histor. Introd., e
il Bachofen, Das Mutterrecht Stuttgart] gnazione, cercasse modo di rafforzarsi
mediante vincoli più natu rali e più facili a comprendersi, quali sono appunto
quelli della co gnazione e dell'affinità. Non è quindi il caso di contrapporre
alla famiglia patriarcale una famiglia matriarcale; ma solo di dire, che la
plebe, non avendo la famiglia fondata sull'agnazione, aveva in vece quella
fondata sulla cognazione, in quanto che quella potrà aver valore per le genti
dalle antiche tradizioni, mentre questa pud essere capita e sentita da chicchessia.
Qui però si potrebbe opporre che, così essendo, male si com prende come nel
diritto quiritario a vece della famiglia, fondata sul vincolo del sangue, che
certo dal nostro punto di vista avrebbe do vuto essere preferita, abbia invece
avuta prevalenza la famiglia, fon data sull’agnazione, e come solo più tardi la
cognazione sia riuscita a correggere almeno in parte la famiglia primitiva
romana. Cid tuttavia può essere facilmente compreso, quando si consideri, che
la città, in cui trattavasi di entrare, era stata fondata dai patrizii; che
questi erano i forti ed i ricchi, mentre i plebei erano, almeno negli esordii,
i deboli ed i poveri; che quelli avevano una posizione di diritto, e che questi
erano solo tollerati per la loro posizione di fatto. Era quindi naturale,
necessario, che la plebe, sopratutto quando fu for temente compenetrata
dall'elemento latino, la cui organizzazione domestica era analoga a quella
delle genti patrizie, si sforzasse di imitare anche in questa parte il
patriziato, e che anzi col tempo le famiglie plebee, che erano pervenute al ius
imaginum, si sforzassero di imi tare perfino l'organizzazione per gentes in
un'epoca, in cui essa åveva già certamente perduto della propria importanza.
Del resto è incontrastabile, che di questo fondamento cognatizio della famiglia
plebea rimasero delle traccie nella legislazione pri mitiva di Roma, sopratutto
in quelle istituzioni domestiche, che dovettero probabilmente essere di origine
plebea. Così, ad esempio, è notabile che la legislazione decemvirale, mentre
assegna la suc cessione legittima e la tutela legittima agli agnati, lascia
invece al gruppo dei cognati e degli affini (cognati et adfines ) il diritto ed
il dovere di proseguire e porre in accusa l'uccisore di un parente, quello di
appellare da una sentenza capitale pronunziata contro un congiunto:
disposizioni, che possono considerarsi come sopravvivenze e quasi accenni di
vendetta privata, la quale, come si è visto sopra, sussisteva sopratutto in
seno alla plebe. Insomma la conclusione ultima sarebbe questa, che Roma, fin
dai suoi esordii, non ignorò la famiglia fondata sulla cognazione e la
possedette anzi sotto la umile apparenza di un'istituzione plebea; che tuttavia
questa famiglia naturale, nel periodo di formazione del di ritto civile di
Roma, fu in certo modo soverchiata dalla famiglia agnatizia, propria del
patriziato; e solo riusci di nuovo più tardi, comemolte altre istituzioni, a
rientrare in modo indiretto nella cer chia del diritto romano, sotto la
protezione del pretore e del diritto delle genti. Nè questa è conseguenza di
poca importanza, perchè colla famiglia si connette tutto il sistema della
successione e della tutela legittima, le quali perciò penetrarono eziandio
coll'organizza zione gentilizia della famiglia nel diritto quiritario. Cid
intanto spiega eziandio, come in via di reazione nello stesso diritto
quiritario abbia preso così largo svolgimento l'istituzione del testamento,
perchè questo era il solo mezzo per sottrarsi alle conseguenze di un sistema di
successione legittima, ispirato ancora al concetto di serbare in tegro il
patrimonio nelle gentes; sistema, che una piccola minoranza di genti patrizie
era riuscita ad imporre ad un numero assai mag giore di famiglie, e che col
tempo, col dissolversi della organizza zione gentilizia, fini per divenire
grave allo stesso patriziato. 154. Per quello poi, che si riferisce alle
condizioni economiche della plebe, è assai probabile che la medesima, prima di
giungere ad una vera proprietà di diritto, abbia cominciato dall'occupare di
fatto quella parte di suolo, sovra cui i plebei venivano a stabilirsi nelle
vicinanze di Roma insieme colla propria famiglia. Dapprima queste possessioni
figuravano, od erano in effetto assegni loro fatti o dai padri o dal re come
loro patroni, od erano anche terreni incolti, sovra cui si arrestava la
famiglia plebea, per fondarvi il proprio tugurium e dissodarvi attorno un
piccolo ager. Questo stato primitivo di cose può essere indotto da alcuni passi
di Festo, che si riferiscono a questi primitivi possessi ed all'occu pazione di
agri, che, per mancanza di coltivatori, fossero stati ab bandonati. Egli
infatti scrive: Possessiones appellantur agri late patentes, publici privatique,
quia non mancipatione sed usu Cfr.
MUIRHEAD, Histor. Introd., tenebantur, et ut quisque occupaverat, colebat. Qui
infatti è evidente, che non si parla solo di possessioni nell'agro pubblico, ma
anche di possessioni di carattere privato, e furono queste, che do vettero
appunto essere le prime possessioni della plebe. Ciò è pure confermato dallo
stesso Festo, ove scrive: occupaticius ager di citur, qui desertus a cultoribus
frequentari propriis, ab aliis occupatur , indicando cosi l'esistenza di una
consuetudine, per cui, se l'agro era abbandonato dai suoi cultori, ne
sottentravano degli altri. Del resto che le possessioni dovessero acquistarsi
in questo modo, in seno alle comunanze plebee, lo dimostra l'importanza, che
presso di esse acquistò l'usus auctoritas. Tale importanza appare dal fatto,
che secondo le leggi decemvirali bastava il possesso di un anno per l'acquisto
delle cose mobili e quello di due anni per quello delle immobili; disposizione
questa, che dovette uscire dagli usi proprii della plebe. Mentre infatti,
presso le genti patrizie, tutto era governato dal mos e dal fas; in una
comunanza plebea, che era soltanto nella propria formazione, non poteva esservi
altra autorità, che quella dell'usus, e doveva apparire proprietario quegli,
che in effetto usucapiva la cosa od il fondo, del quale si trattava. La pro
prietà non poteva ancora in questa condizione di cose distinguersi affatto dal
possesso, e quindi si comprende che il giureconsulto più tardi ancora dicesse:
dominium rerum ex naturali possessione cae pisse, Nerva filius ait; eiusque rei
vestigium remanere de his, quae terra, mari, coeloque capiuntur; nam haec
protinus eorum fiunt, qui primi possessionem eorum apprehenderint. Si com
prende parimenti, comein una comunanza di questa natura, che dap principio era
costituita da una massa mobile ed eterogenea, dovesse ri. tenersi sufficiente
il breve termine di un anno per l'usucapione delle cose mobili, e di due anni
per l'usucapione di quelle immobili; e cið nell'intento di poter trasformare
con celerità lo stato di fatto in stato di diritto, il possesso in proprietà.
Se in una comunanza già formata importa di allungare il termine
dell'usucapione, acciò essa non serva come mezzo per usurpare il diritto
esistente; in una co V. Festo, v°
Possessiones (Bruns, Fontes, 354): la qual definizione è ri portata tal quale
anche da Isidoro (BRUNs). Festo, Occupaticius. Di qui già il RUDDORF ebbe ad
indurre che l'ager occupatorius non doveva confondersi coll'ager occupaticius
(Bruns, Fontes, 348, nota 6). Vedi per l'opinione contraria Karlowa, Röm. R. G.;
Paulus, L. 1, 1, Dig.] munanza invece,
la quale sia in via di formazione e attragga in sé nuovi elementi, importa di
abbreviare il termine di tale usuca pione, acciò lo stato di fatto mutisi al
più presto in uno stato di diritto. Con tale sistema una famiglia plebea,
quando fermava il piede sopra un suolo incolto od abbandonato (possessio, da
pedum quasi positio) aveva appena tempo a metterlo in coltivazione, che già ne
diventava proprietaria ex iure quiritium, e intanto, appena un posto rimaneva
vacante, veniva ad esservi quello, che lo occu pava, e dopo breve tempo era
considerato ancor esso come legittimo proprietario. Certo non poteva esservi un
migliore sistema per po polare immediatamente il territorio circostante a Roma,
e per popo larlo di famiglie che, affezionandosi al suolo, finissero per
prendere interesse alla grandezza e all'avvenire di quella città patrizia,
sotto la cui protezione e tutela la plebe aveva potuto diventare anch'essa
proprietaria del suolo . Ciò però non dovette accadere di un tratto; ma solo a
misura che i commerci fra Roma patrizia e la popola zione circostante
conducevano alla formazione di un comune diritto. 155. Fu quindi solo col
tempo, che queste possessioni, tollerate dai padri, od anche dai medesimi o dal
re assegnate ai plebei a titolo di precario, poterono cambiarsi in una specie
di proprietà di fatto più che di diritto, sovra cui essi vivevano colla propria
famiglia. Intanto questo piccolo podere coi frutti, che se ne potevano ricavare
e che portavansi al mercato, porgeva anche alla plebe occasione di entrare in
commercio col patriziato. Si comprende quindi, che quando le cose furono a tal
punto, che i re sentirono la conve nienza di aggregare la plebe alla
cittadinanza romana, anche per afforzare l'esercito della città patrizia,
dovesse sorgere naturalmente l'idea, attuata poi da Servio Tullio, di
ammetterli alla comunanza, in quanto erano capi di famiglia, e avevano uno
spazio di terra, sovra cui potevano vivere colla propria famiglia. Siccome poi
la plebe non conosceva altra proprietà, che la privata, o meglio quella, che
ap Trovo in Gellio, Noc. Att., XVI, 11
un passo, che dimostra come i Romani comprendessero l'importanza, che aveva la
proprietà per interessare la plebe alle sorti della Repubblica: Sed quoniam res pecuniaque familiaris obsidis
vicem pignorisque esse apud rempublicam videbatur, amorisque in patriam, fides
quaedam in ea, firmamentumque erat . Fu questo, aggiunge Gellio, il motivo, per
cui i prole tarii, e i capite censi, solo tardi e quando non se ne potè fare a
meno, furono chia inati a far parte dell'esercito. 193 partiene al capo di
famiglia, non aveva agro gentilizio, e non doveva neppure dapprima essere
ammessa ad immettere i proprii greggi nell'ager compascuus della tribù, al modo
stesso che più tardi non fu ammessa all'occupazione dell'ager publicus, la
quale occupazione dapprima ritenevasi come un privilegio dell'ordine pa trizio;
cosi ne derivò la conseguenza, che l'unica proprietà, che poteva essere
riguardata come posta a base della comunanza patrizio-plebea, perchè era la
sola, che fosse comune ai due or dini, era la proprietà privata. Cid può
servire a spiegare il fatto, che da Servio Tullio in poi quasi più non si
discorre degli agri gentilicii, che pur continuavano sempre ad appartenere alle
genti: ma solo più dell'ager privatus, delmancipium, dei praedia censui
censendo, e dell'ager publicus. Questi sono l'unica proprietà della plebe;
mentre l'occupazione dell'agro pubblico è una gran sor gente della ricchezza
del patriziato. Quindi si comprende l'affetto tenace, con cui la plebe si
attacca alla propria terra, il suo sotto porsi al duro vincolo del nexum,
piuttosto che alienarla, e la lotta, che essa sostiene per ottenere quelle
ripartizioni dell'ager publicus, che le porgevano mezzo di entrare nella vera
cittadinanza di Roma. Intanto siccome questa proprietà e il commercio, che
derivava da essa, erano gli unici diritti, che la plebe avesse comuni col patri
ziato: così viene eziandio a spiegarsi, come gli atti tutti del primitivo
diritto quiritario assumano un carattere essenzialmente mercantile, e siano
tutti fatti entrare forzatamente sotto le figure del nexum e del mancipium,
come meglio apparirà più tardi. Dalle cose premesse si può raccogliere la
conclusione se guente, quanto ai rapporti, che intercedono fra il patriziato e
la plebe negli esordii della comunanza romana. Per quanto debba ri tenersi, che
il primo nucleo della plebe siasi costituito mediante ele menti,che si vennero
staccando dalla stessa organizzazione gentilizia, perchè più non potevano
essere compresi nei quadri della medesima; tuttavia la plebe, avendo richiamati
a sè tutti coloro, che si trovarono spostati nell'anteriore organizzazione,
crebbe per modo in numero ed importanza da costituire di fronte alla città
patrizia una vera e propria comunanza plebea, che doveva di necessità essere
presa in considerazione. Siccome tuttavia la plebe è fuori di quella organiz
zazione, che è l'unica riconosciuta dal patriziato; così essa viene dapprima ad
essere lasciata a se stessa ed è considerata come una moltitudine ed una folla,
la quale ha bensì una esistenza, C. Le origini del diritto di Roma.] di fatto,
ma che è priva di qualsiasi posizione giuridica di fronte al patriziato. Di qui
il dualismo fra i due ordini, che, nato già nella tribù, viene a costituire il
gran dramma della comunanza civile e politica. In questa infatti son chiamati a
convivere due elementi: di cui uno ha una posizione di diritto, ha la città, ha
gli auspicii, le magistrature, gli onori; mentre l'altro non ha che una
posizione di fatto, più tollerata che riconosciuta, e non può fare as
segnamento, che su quello spazio di terra, sovra cui si è stabilito colle
proprie famiglie, ed è solo poggiandosisopra di esso, che potrà entrare a fare
parte della comunanza. Per quello poi, che si riferisce alle loro istituzioni
religiose, giu ridiche e politiche, non corre una minore differenza fra i due
or dini. Mentre il patriziato è nei vincoli delle tradizioni e del culto dei
suoi antenati, dei concetti, che forse ha recati dallo stesso Oriente, e
trovasi fra le strette dell'organizzazione gentilizia, che dopo aver fatta la
sua forza, comincia ora ad impedirne il naturale sviluppo e a cambiarlo in
un'aristocrazia chiusa in se stessa; la plebe invece ha l'inconveniente, ma al
tempo stesso il vantaggio di en trare nella vita politica, senza la memoria dei
maggiori ed il culto di essi, senza essere vincolata dalle proprie tradizioni,
e trovasi cosi in condizione di ubbidire al proprio interesse, alle proprie esi
genze, ai bisogni e alle necessità della nuova organizzazione so ciale. A ciò
si aggiunge, secondo la profonda osservazione del Kar lowa, che nell'uomo della
plebe per la prima volta compare la nozione per cui l'uomo libero, sciolto da
ogni vincolo sociale e gen tilizio, deve essere riguardato come persona, ossia
come capace di diritto e di obbligazioni; per guisa che anche il maggior
concetto, a cui abbia saputo elevarsi il diritto romano, che è quello di rico
noscere l'uomo libero come capace di diritto, ebbe in parte a svol gersi sotto
l'influenza dell'elemento plebeo. 157. Per tal modo Roma si trovò di fronte al
problema di far convivere nelle stesse mura, e di sottoporre all'impero
delmedesimo KARLOWA, Römische
Rechtsgeschichte, I, 64. L'autore, che ebbe giusta mente a notare che il più
alto concetto, a cui giunse il diritto privato di Roma, è quello che l'uomo
libero, come tale, sia capace di diritto, è il compianto Bruns, Geschichte und
Quellen des römisches Recht's, $ 3, in HoltZENDORFF's, Encyclo pädie, I, 105,
4.ed. — È da vedersi in proposito il Brugi, Le cause intrinseche della
universalità del dir. rom., Prol., Palermo, 1886. 195 diritto due ordini, di
cui uno era ricco di tradizioni e stretto nei vincoli del passato, mentre
l'altro, per le speciali sue condizioni di fatto, non aveva per sè che il
presente e sopratutto l'avvenire. Il problema per la plebe era quello di mutare
la sua posizione di fatto in una posizione di diritto, e per il patriziato
quello di dare alla plebe un diritto e di farla entrare nei quadri della sua
città, senza comunicarle che gradatamente quel fascio di tradizioni reli giose,
giuridiche e morali, di cui esso era gelosissimo conservatore. Certo il
problema era di difficile risoluzione, ma la logica giuri dica di Roma seppe
risolverlo in un modo, che può veramente dirsi meraviglioso. La conseguenza
venne ad essere questa, che il di ritto, che venne formandosi in Roma, si
presenta antico sotto un aspetto e nuovo sotto un altro. È antico nei concetti,
nelle forme, nei vocaboli stessi, che già tutti esistevano precedentemente ed
erano stati elaborati dal patriziato nel periodo dell'organizzazione genti
lizia; ma è nuovo in quanto che nelle forme antiche penetra uno spirito nuovo e
si fa entrare tutta una nuova vita civile e poli tica, che più non poteva
essere contenuta nei quadri dell'organiz zazione gentilizia. Nella formazione
di questo diritto tutto ciò che è di forme solenni, di concetti già elaborati,
di istituzioni aventi carat tere religioso e morale, viene ad essere di origine
patrizia; mentre tutto ciò, che trova origine nel semplice usus, nella semplice
pos sessio, nel fatto più che nel diritto, e non è avvolto ancora in forme
solenni e tradizionali, deve ritenersi piuttosto di origine plebea. La distanza
stessa poi, a cui trovavansi i due elementi, che dovevano entrare a far parte
della medesima città, obbliga il diritto quiritario a prendere le mosse nella
propria formazione dai concetti elemen tari della proprietà e della famiglia,
che erano i soli, che fossero comuni ai due ordini, per venire poi
all'elaborazione lenta e graduata di tutti gli altri istituti giuridici. Per
tal modo nella formazione del diritto pubblico e privato di Roma noi abbiamo un
nucleo co piosissimo di tradizioni, di concetti e di vocaboli, già preparati in
un periodo anteriore, che viene in certo modo a fondersi nel cro giuolo della
comunanza civile e politica, per guisa che, precipitando e cristallizzando
lentamente e gradatamente, finisce per dare origine ad un diritto, del quale si
può dire con ragione, che si è formato rebus ipsis dictantibus et necessitate
exigente. Solo resta a spiegare, come in questa condizione di cose siasi de.
terminata la prima formazione del diritto quiritario nello stretto senso, che
suol essere attribuito a questo vocabolo. Non può certamente negarsi, anche da
uno schietto ammi ratore della logica, che ha governata la formazione e lo
svolgimento del diritto privato di Roma, che esso nei proprii esordii
presentasi con un carattere di rozzezza e di violenza, che desta un'impressione
sfavorevole e pressochè di ripugnanza, e spiega anche l'affermazione di coloro,
che ebbero a considerarlo, come l'opera esclusiva della forza. Tale impressione
è prodotta specialmente da certi vocaboli e concetti, che occorrono nel
primitivo jus quiritium: vocaboli, che portano con sè l'impronta della forza e
della violenza. Fra questi vocaboli non deve essere annoverato quello di manus,
che nel di ritto quiritario significò il potere spettante al capo di famiglia
sulle persone e sulle cose, che da esso dipendono, in quanto che questo
vocabolo se da una parte indica la forza e la potenza, che si impone;
dall'altra può anche significare la protezione e la difesa, che la manus
accorda a tutti coloro, che da essa dipendono. Si aggiunge, che questo vocabolo
di manus o qualche altro, che corrisponda al me desimo, sembra essere stato
adoperato nella stessa significazione dalle altre stirpi di origine ariana.
Sonvi invece nel primitivo ius quiritium altri vocaboli, come quelli di
mancipium, di nexum, di manus iniectio, che non solo si ispirano al concetto
della forza, [ È abbastanza noto in proposito che alla manus del capo di
famiglia romano corrisponde anche nella sua significazione materiale il mund ed
il mundium del capo di famiglia germanico; il che però non toglie che i due
istituti abbiano rice vuto un diverso svolgimento presso i due popoli,
sopratutto per ciò che si riferisce al potere del padre sui figli. V. in proposito: VIOLLET, Histoire du droit français, Paris, cogli autori
citati a 447. Del
resto fra il primitivo diritto romano e il primitivo diritto germanico vi hanno
ben altre istituzioni, che si corrispondono, e fra le altre potrebbesi forse
fare un interessante raffronto fra il ius applicationis dei Romani, e il
comitatus e la commendatio presso i popoli Germanici. 197 ma, applicandosi
anche alle persone, sembrano recare con sè l'idea di soggezione e di dipendenza
di una persona da un'altra. È quindi assai difficile a spiegarsi, come mai dal
mos e dal fas delle genti patrizie, e dall'usus, che veniva formandosi nel seno
della plebe, abbiano potuto scaturire concetti di questa natura, a cui manca
non solo quell’aureola religiosa, da cui sono circondate le istituzioni
gentilizie, ma perfino quel carattere di fiera indipendenza, che con
traddistingue le istituzioni primitive dei popoli italici. 159. Ritengo
tuttavia, che questa apparente contraddizione fra questi concetti del primitivo
ius quiritium e gli elementi, che avreb bero contribuito alla sua formazione,
possa essere spiegata, quando si ammetta la congettura, a cui ho accennato più
sopra parlando dell'actio sacramento e della manus iniectio, e sulla quale
importa qui di insistere più lungamente. La congettura sta in questo, che nelle
istituzioni del diritto quiritario vene hanno alcune, che si erano formate nei
rapporti fra i capi delle famiglie patrizie, e perciò nel seno stesso delle
genti e delle tribù; ma ve ne hanno eziandio delle altre, le quali dovettero
invece formarsi ed assumere un contenuto preciso nelle lotte e nei conflitti
fra la classe dei vincitori e quella dei vinti. Il ius quiritium primitivo non
governo solo rapporti fra capi di famiglia uguali fra di loro e appartenenti
alla stessa tribù; ma dovette eziandio reggere i rapporti fra le genti
organizzate nella tribù e la moltitudine e la folla, per la maggior parte di
origine servile, che ancora circondava i primitivi stabilimenti patrizii.
Quindi se era naturale, che la prima parte del ius quiritium portasse le
traccie della fiera indipendenza di quei capi di famiglia, dei quali nemo
servitutem servivit; la seconda invece doveva portare quelle della soggezione,
a cui era ridotta la classe inferiore. Non può cer. tamente presumersi, che
questi due ordini di persone potessero en trare in rapporti giuridici fra di
loro, sopra un piede di assoluta eguaglianza. Quindi mi sembra naturale, che il
primitivo ius qui ritium, a somiglianza del diritto feudale, che ebbe poi a
formarsi in una condizione di cose non dissimile da questa, debba in qualche
parte portare le traccie della superiorità, che si attribuivano i vincitori, i
conquistatori, i primi organizzatori di una convivenza sociale, e
dell'abbiezione invece, a cui erano ridotti i vinti, i con quistati e quelli,
che, non essendo ancora pervenuti ad una organize zazione sociale,
abbisognavano perciò di protezione e di difesa. Questo è certo che anche più
tardi noi troviamo una disu guaglianza di condizione giuridica fra Roma e le
popolazioni, da cui essa è circondata; come lo dimostra ancora l'accenno, che
più tardi è fatto dalla legislazione decemvirale dei forcti ac sanates, ai
quali, secondo Festo, sarebbe stato accordato unicamente il ius nesi man
cipiique. Da questo peculiare rapporto giuridico, che intercede fra Roma e le
popolazioni circostanti, mi sembra di poter dedurre con fondamento, che quel
nexum e quel mancipium, che poscia vennero a significare dei rapporti privati
fra i cittadini, abbiano potuto un tempo indicare dei rapporti, che correvano
fra le genti patrizie e le popolazioni di diritto inferiore e pressochè
vassalle, che abitavano nel territorio circostante a Roma. Che anzi qui mi pare
opportuno di dare svolgimento ad un concetto, che fino ad ora potè solo essere
accennato, ma non svolto. Il medesimo consiste in ritenere, che la condizione
primitiva della plebe, di fronte alla città patrizia, dovette essere analoga a
quella, in cui ci vengono descritti posteriormente i forcti ac sanates, in base
alla legislazione decem virale. È un magistero eminentemente romano quello di
seguire sempre il medesimo processo, allorchè si avverano le stesse condizioni
di fatto. Ora non è dubbio, che la plebe in Roma primitiva era costituita da
popolazioni circostanti, superiori ed inferiori a Roma, in condi zioni quasi
del tutto simili a quelle, in cui Festo ci descrive essersi poscia trovati i
forcti ac sanates. È quindi naturale e del tutto pro babile, che Roma abbia
fatto dapprincipio alle popolazioni, che lo erano più vicine, e che
costituivano così la prima plebe, la posizione stessa, che fece poi ai forcti
ac sanates; che cioè abbia loro rico nosciuto dapprima il ius nexi mancipiique,
il diritto cioè di obbli garsi, di acquistare e di trasferire la proprietà nei
modi riconosciuti dal suo stesso diritto. Ciò era necessità, perchè fossero
possibili i commercii fra patriziato e plebe; e intanto spiega eziandio, come i
primi concetti, che compariscano nel diritto quiritario, comune ai due ordini,
siano appunto quelli del nexum e delmancipium, i quali perciò, al pari di
quello del commercium, al quale corrispondono, si svolsero dapprima fra
popolazioni diverse, e poi furono portati nei rap porti interni fra i membri di
una stessa città. Roma patrizia insomma avrebbe in questa parte usato il più
semplice dei processi. Dapprima avrebbe considerata la plebe come una
popolazione circostante alla città, con cui non poteva a meno di essere in
commercio, e perciò avrebbe accordato alla medesima quel ius nexi mancipiique,
che anche più tardi continuò ad accordare ai forcti ac sanates. Quando 199 -
poi la plebe fu anch'essa incorporata nella città, e coll'ampliamento delle
mura serviane una parte delle abitazioni dei plebei si trovò entro il recinto
dell'urbs, quel diritto, che prima governava i rap porti, che intercedevano fra
due popolazioni distinte, continud natu ralmente a governare i rapporti dei due
ordini, in quanto essi fa cevano parte della stessa comunanza; quello, che era
dapprima un diritto esterno, divento diritto interno, e fu il punto di partenza
dello svolgimento del ius quiritium. Certo questa non è che una congettura
fondata sul processo solitamente seguito dai Romani; ma fornisce una
spiegazione così naturale delle cose, e così conforme al metodo romano, che non
mi sembra temerità di aggiungerla alle altre, che già si escogitarono al
riguardo. Intanto, come ho già altrove avvertito , viene eziandio a
comprendersi il motivo, per cui questa speciale posizione giuridica dei forcti
ac sanates, poscia sia scomparsa per guisa da non sapersi più comprendere il
signifi cato della medesima, poichè col tempo anch'essi entrarono a far parte
della plebe romana, e quindi mancò ogni ragione per serbare loro questa
peculiare condizione giuridica. et neaco (Il solo passo, che a noi pervenne
intorno ai forcti ac sanates, è di Festo, ed il medesimo è ancora in tale
stato, che fu assaidifficile la ricostruzione di esso. L'OFFMANN, Das Gesetz d. XII Tafeln von den Forcten und Sanaten. Vienna,
1866, ritiene che il passo delle XII Tavole, a cui Festo accenna, vº Sanates
(Bruns, Fontes, 664), fosse così concepito: mancipatoque ac forcti sanatique
idem iuris esto . Questa lezione stata adottata dal LANGE, Hist. intér. de
Rome, I, 171, fu respinta dal MOMMSEN, sulla conside razione che qui trattavasi
di determinare la condizione dei forcti ac sanates in sè considerati, e non di
metterli a comparazione coi nexi ac mancipati, dei quali non si saprebbe poi
dire, quale potesse essere la speciale posizione giuridica. Il Voigt, Die XII
Tafeln, I,pag. 273 e 733, Tab. XI,6, ricostruirebbe invece la legge in questa
guisa: e nexum mancipiumque, idem quod Quiritium, forcti sanatisque supra infra
que urbem esto ; ma non pare che sia nell' indole della legge decemvirale di en
trare in particolari così minuti. Parmi quindi di adottare piuttosto il testo
della legge, quale sarebbe accettato dal MOMMSEN; ~ Nexi mancipiique forcti
sanatesque idem iuris esto ; il che significherebbe in sostanza ciò, che pure
dice il Voigt, che cioè i forcti ac sanates possono obbligarsi e trasferire il
proprio mancipium nel modo riconosciuto dal diritto quiritario, cosicchè
verrebbe ad essere probabile, che la loro posizione fosse precisamente quella
della plebs, allorchè era già ammessa in questi confini al commercium,ma non
aveva ancora il connubium. Quanto alle varie lezioni proposte è da vedersi il
Mommsen nella nota al Bruns, Fontes; ed anche il MUIRHEAD, Histor. Introd., 111,
nota 12, ove proporrebbe la se guente ricostruzione: nexum mancipiumque forcti sanatisque idem
esto ; pure avrebbe la medesima significazione. Non conosco però che altri
abbia cercato di. la quale 200 161. Del resto, checchè si possa dire di questa
induzione, questo deve certo essere ammesso, che il ius quiritium, il quale,
sebbene comparisca con Roma, pud tuttavia avere le sue radici, in epoca di gran
lunga anteriore, almeno in parte si formò in un periodo di lotta e di violenza
fra gruppi e ceti di persone, che si trovavano in condi zione affatto diversa,
in quanto che alcuni di tali gruppi e ceti già erano pervenuti alla formazione
di consorzii civili ed umani: mentre gli altri ancora vivevano in uno stato di
promiscuità e confusione, che le genti patrizie riputavano nefario. Non può
quindi essere mera viglia, se alcuni dei resti, che giunsero fino a noi,
portino ancora i segnidelle lotte e dei conflitti, che vi furono fra vincitori
e vinti, non che della soggezione e della dipendenza, in cui erano le classi
inferiori. Al modo stesso, che i ruderi delle costruzioni primitive di
mostrano, colla rozzezza e coll'enormità delle loro proporzioni, quali edifizii
in quell'epoca fossero necessarii per ripararsi contro i cataclismi del suolo:
così i resti, che ancora ci rimangono del primitivo ius qui ritium, in questi
vocaboli, che sono sopravvissuti ai tempi, in cui si sono formati, dimostrano
quali specie di vincoli si potessero richiedere per richiamare da una
condizione pressochè nefaria, per usare l’es pressione del Vico, le moltitudini
e le folle ad celebrandam suam socialem naturam. Gli uomini in questa epoca
dovettero sentire l'impotenza loro di fronte ai terrori della sconvolta natura,
ai pe ricoli delle fiere, e agli scontri continui con genti di origine stra
niera, e quindi non poterono preoccuparsi tanto della loro libertà, quanto
sentire il bisogno di ripararsi sotto la protezione di quelle genti, che prime
erano riuscite ad organizzarsi e a fortificarsi sotto il potere dei loro capi.
Cid spiega come l'antico vocabolo di
iobi lare abbia potuto
significare il gridare salvezza per l'aperta campagna e come i deboli fossero
nella necessità di fare appello alla fede ed alla protezione dei forti, e
disposti ad accettare la posizione portata dal mancipium e dal nexum, pur di
averne la protezione e la difesa. Non era perciò un diritto mite ed umano e
pieno di grada zioni delicate e sottili, che poteva nascere in questi inizii
dell'organiz zazione sociale, sopratutto nei rapporti fra classi, di cui una
era su periore e l'altra inferiore; ma bensi un diritto rozzo e violento, che
risentisse in certo modo della lotta, da cui esso usciva, e che da una inferire
da questa disposizione la condizione giuridica primitiva, in cui si trovò la
plebe di fronte alla città patrizia. - 201 parte avesse l'impronta della
superiorità dei vincitori e dei forti e dall'altra dell'abbiezione, a cui erano
ridotti i vinti ed i deboli. 162. Si comprende quindi come in questo periodo,
la manus, armata di lancia, pronta da una parte ad atterrare il nemico, a
seguirlo fuggi tivo e a farlo prigioniero di guerra, e dall'altra disposta a
difendere tutti i proprii dipendenti, potesse presentarsi come l'espressione
più, naturale e più energica ad un tempo per significare il potere giu. ridico,
che spetta al capo di una famiglia sopra tutte le persone, che da lui
dipendono, e per significare eziandio l'unità della famiglia nei rapporti
esteriori. Genti come le italiche, le quali, secondo l'at testazione di Servio,
avevano nella loro ingenua personificazione di tutte le energie proprie
dell'uomo dedicato ad un nume le varie parti del corpo, cioè l'orecchia alla
memoria, la fronte all'ingegno, la destra alla fede, le ginocchia alla pietà e
alla misericordia, perchè abbracciano le ginocchia coloro che implorano, non
avevano che ad applicare il medesimo processo per dedicare la manus ad espri
mere il potere unificatore della famiglia. Non era forse la manus che atterrava
il nemico e lo faceva prigioniero di guerra e che intanto proteggeva moglie,
figli, clienti e servi? Non era essa, che riuniva e stringeva la famiglia nella
sua compagine interna, e che serviva a renderla forte e compatta contro le
aggressioni esterne? Intanto però è evidente, che la manus, intesa in questo
significato, poteva solo spettare a quei capi di famiglia, che avevano serbata
intatta la loro autorità di diritto, perchè non erano mai stati sotto Buona parte di questi concetti trovasi
accennata qua e là dal Vico; na è avvolta in una forma fantastica, proveniente
dall'idea preconcetta di voler conside rare i Romani come i rappresentanti di
quell' epoca eroica, che, secondo le sue teorie, avrebbe susseguito quei
tempi,che egli chiama divini, e preceduto quelli, che egli chiama umani; idea,
che finì per condurlo a considerare come una leggenda tutta la storia primitiva
di Roma, fino alla prima guerra Cartaginese. Ciò però non impedisce che le sue
divinazioni, anche non essendo vere, se applicate a Roma sto rica, possano
contenere del vero, se riportate all'epoca veramente patriarcale ed eroica, che
avrebbe preceduta la fondazione di Roma. In proposito è da vedersi il MORIANI,
La filosofia del diritto nel pensiero dei Giureconsulti romani, Firenze, 1856, 14
e segg., ove parla dell'origine del diritto e dell'etimologia del vocabolo
ius. Servius, In Aen., 3, 607: Phisici dicunt esse consecratas singulis
numinibus singulas corporis partes: ut aurem Memoriae, frontem Genio, dexteram
Fidei, genda Misericordiae, unde haec tangunt rogantes. Iure pontificali, si
quis flamini genua fuisset amplexus, eum verberari non licebat.] posti a
servitù, e primi erano pervenuti a fondare una vera organiz zazione sociale. Il
concetto quindi di manus, in quanto è l'unificatore della famiglia e dà alla
medesima la compattezza necessaria per re spingere ogni aggressione, dovette
prima formarsi nei rapporti fra le famiglie, le genti e le classi diverse, che
non nei rapporti interni della famiglia; perchè la causa, che determino questo
irrigidirsi della famiglia, non fu interiore alla medesima, ma bensì esterna,
ossia la necessità di provvedere alla lotta per l'esistenza. Dal momento per
tanto, che il concetto di manus ha un'origine, che potrebbe chia marsi
pressochè esteriore ed internazionale, ne consegue eziandio, che nel conflitto
delle genti il concetto della manus, in quanto indica un potere, che non ebbe
giammai a soccombere sotto la schiavitù, non potè essere applicato che ai capi
delle famiglie patrizie, e non già alla folla e alla moltitudine, di cui erano
circondati gli stabili menti dei padri. Si comprende pertanto, come nel diritto
quiritario primitivo continuamente comparisca la manus, la quale è quella, che
lotta nella manuum consertio; che rivendica nella vindicatio; che trascina il
debitore nella manus iniectio; che distendendosi lascia in libertà lo schiavo
(manu emittit); che obbliga la propria fede nella dextrarum iunctio; e da
ultimo è anche quella, che afferrando il vinto, lo trasmuta in mancipium. Essa
quindi non ha soltanto una significazione relativa alla costituzione interna
della famiglia, ma dap prima ha sopratutto una significazione, quanto ai
rapporti esteriori in cui la famiglia può trovarsi, essendo la manus, che la
rende unita e compatta nel respingere ogni aggressione. Sarà solo più tardi,
che essa verrà a significare il complesso dei poteri giuridici, che ap partengono
ai quiriti, in quanto essi costituiscono una specie di ari stocrazia fra la
moltitudine e la folla, da cui sono circondati. Però almodo stesso, che la
manus in questa significazione è già il frutto di una specie di astrazione,
cosi deve pur dirsi del concetto del qui rite. Senza entrare nell'etimologia
della parola e senza discutere se la medesima venga da quiris lancia, o da
curia, come vorrebbe il Lange; questo è certo che in ogni caso il vocabolo di
quiriti non significa i membri delle genti patrizie individualmente
considerati; ma li indica in quanto appartengono ad uno stesso populus, che ora
ra dunasi nelle curie, ed ora costituisce un esercito. Come tali i qui riti
trovansi in una posizione privilegiata e quindi sono essi sol tanto, a cui
appartiene la manus, come simbolo del diritto quiritario; sono essi soli, che
abbiano le iustae nuptiae; che sappiano consultare gli Dei cogli auspizii; e
che partecipino direttamente al bene fizio delle istituzioni proprie della
città. Malgrado di ciò è improbabile, che nel periodo anteriore alla fondazione
della città, e in quello della città esclusivamente patrizia non intercedano
dei rapporti fra la classe dominante e quelle inferiori, da cui essa è
circondata. Sarebbe tuttavia a meravigliarsi, se in questi rapporti essi si
trattassero alla pari, e se le istituzioni, che dovettero nascere in questa
condizione di cose, non portassero le traccie della disuguaglianza di
condizione, in cui si trovavano le due classi. Il plebeo, che non ha una
posizione giuridica, e che quindi non può offrire garanzia di sorta al patrizio,
quando voglia entrare in rapporto con esso, non può avere altro mezzo che
quello di darsi a mancipio o divincolarsi col nexum, per guisa che, se esso non
paghi, possa essere ridotto alla condizione di mancipio, assoggettandosi cosi
alla manus iniectio. Di qui la conseguenza, che i durissimi concetti del
mancipium, del nexum, della manus iniectio, prima di diventare istituti proprii
del diritto quiritario, in cui presero poi una significazione speciale,
dovettero significare dei rapporti, che si stabilirono fra patriziato e plebe,
prima che entrassero a far parte della stessa comunanza; il che spiega appunto
quel carat tere di soggezione e di dipendenza di una persona ad un'altra, che è
loro inerente. Che anzi, siccome le origini di certi concetti primitivi debbono
talora cercarsi in un periodo anteriore a quello, in cui essi appari scono e
cominciano a prendere una forma determinata e precisa, cosi anche questa
significazione dei vocaboli di mancipium, di nexum, di manus iniectio non è
ancora quella assolutamente pri mitiva; ma conviene cercarne le origini nelle
lotte, che dovettero esistere in epoca più remota fra i vincitori ed i vinti,
fra i con quistatori ed i conquistati. In questa indagine non può esservi altra
luce fuori di quella, che viene dalla significazione diversa, che as sunsero i
vocaboli, di cui si tratta. NELLA POVERTÀ DEL LINGUAGGIO giuridico primitivo il
vocabolo mancipium assume significazioni molto diverse, che però riduconsi a
due essenziali; a quelle cioè per cui significa: - o ciò LANGE, Hist. inter. de Rome, I, 29. 204 che è
soggetto al potere del capo di famiglia – o il modo per trasfe rirlo di una ad
altra persona. Nel primo significato mancipium in dica anzitutto il prigioniero
di guerra, stato ridotto in schiavitù; poi indica eziandio tutto cid, che può
essere preso e assogettato colla manus: quidquid manu capi subdique
potest,uthomo, equus, ovis; infine indica eziandio, allorchè il diritto
quiritario è già formato, il complesso delle persone e delle cose, che
dipendono dalla manus del capo di famiglia. Questa serie di significazioni, che
si vengono sempre più estendendo, contengono in compendio la storia
dell'istituzione. Non può esservi dubbio, che il primo mancipium dovette essere
lo schiavo ed il vocabolo era anche acconcio ad esprimerlo, in quanto che
questo era stato veramente manu captum e poi ridotto in schia vitù; poscia
l'analogia lo fece estendere eziandio alle cose e persone, che erano
assoggettate in modo analogo al potere della persona, quali erano i cavalli e i
buoi, allorchè domati cominciavano a dipendere dalla mano dell'uomo; infine,
quando la manus prese la significazione traslata, per cui essa designa il
potere del capo di famiglia, tanto le persone, che le cose soggette al
medesimo, poterono essere indi cate col vocabolo di mancipium. Giunge però
tempo, in cui questo vocabolo sembra per la sua stessa origine essere disadatto
a signi ficare tanto le persone, che le cose soggette al capo di famiglia, ed
in allora esso scompare in questa significazione, ma continua ancora sempre a
mantenersi nella sua significazione primitiva, che era la vera; come lo
dimostrano le disposizionidell'editto degli edili curuli col titolo de
mancipiis vendundis, ove il vocabolo continua sempre a significare lo schiavo. Quanto
al tenore dell'Editto curule vedi Bruns, Fontes, 214. Non potrei ciò stante
ammettere la significazione, che il MUIRHEAD ebbe di recente a proporre per i
vocaboli di mancipium e di mancipatio, colla quale egli direbbe, che mancipium
significa eziandio il potere, ossia la padronanza del manceps, e che perciò
debba ritenersi come sinonimo di manus; donde egli deriva, che mancipare non
deriverebbe da manu capere, ma piuttosto da manum capere (Histor. Introd.).
Oltrecchè questa etimologia non servirebbe veramente a spiegar meglio la
significazione primitiva del vocabolo; parmi eziandio che contraddica all'uso,
che i giureconsulti fecero di questo vocabolo, attribuendo costantemente al
medesimo una significazione passiva, la quale indica piuttosto la soggezione di
una persona o di una cosa, che non il potere che appartiene sulla persona o
cosa soggetta. Noi ve diamo infatti, che mentre occorrono talvolta le
espressioni di habere manum, habere potestatem, habere dominium, i
giureconsulti invece non direbbero mai habere man cipium nel senso di
significare un potere, che spetti ad una persona,al modo stesso - 205 Se non
che il vocabolo mancipium non significa soltanto ciò, che è soggetto al capo di
famiglia, ma indica eziandio il trasferimento, di cui possono essere oggetto le
cose, che entrano a costituirlo. Ciò è dimostrato dall'espressione vigorosa
della legislazione decemvirale, nella quale si dice facere mancipium, facere
nexum, al modo stesso, che direbbesi facere testamentum. Or bene non vi ha
dubbio, che anche il facere mancipium deve avere subito delle trasforma zioni
profonde nel proprio significato. Facere mancipium infatti dovette negli inizii
indicare il darsi o il prendere a mancipio, la dedizione del vinto o la presa
del vincitore, per cui quello viene in tutto ad essere a disposizione di
questo. Ciò è dimostrato da questo che i servi, che erano chiamati mancipia ex
eo, quod ab hostibus manu capiuntur, sono anche chiamati servi dediticii, in
quanto che essi provenivano da una specie di resa o di dedizione del vinto al
vin citore. Cio però non tolse, che il concetto del facere mancipium si
applicasse eziandio a persone libere, che potevano dare se stesse a mancipio,
od anche a persone, che dipendevano da esse, come accadeva nella noxae deditio.
Che anzi è molto probabile, che nel periodo, in cui i plebei non erano ammessi
a far parte della citta dinanza, il solo mezzo, che essi avessero per trovare
protezione e difesa, fosse quello di darsi a mancipio. Infine, allorchè il
mancipium prese quella significazione, eminentemente giuridica, per cui
significa il complesso delle persone e delle cose, soggette al capo di famiglia,
anche il facere mancipium ricevette una larghissima applicazione, per modo che
la mancipatio verrà ad essere come il perno, sovra cui si modellano tutti gli
atti, che modificano in qualche modo il potere del capo di famiglia . che non
adoperano mai il vocabolo di nexus per indicare il creditore, ma sempre per
designare il debitore. Convien quindi dire, che mancipium significò sempre la
cosa soggetta o la trasmissione della medesima, ed è anche questo il
significato, che ha sempre conservato dipoi, allorquando accade ancora di usare
il vocabolo di mancipio. A ciò si può anche aggiungere, che il vocabolo di
capio nella sua significazione giuridica suole sempre essere accompagnato
dall'ablativo, come accade nell'usucapio, nell'usureceptio e simili. A questo proposito è notabile il seguente
passo di Festo, Vº Quot.: Quot servi tot hostes in proverbio est, de quo
Sinnius Capito existimat esse dictum initio quot hostes tot servi quod tot
captivi fere ad servitutem adducebantur , BRUNS, Fontes, 359. Per la larghissima esplicazione della
mancipatio nel diritto quiritario è da vedersi il Longo, La mancipatio, parte
14, Firenze, 1886. 206 165. Passando ora alla manus iniectio, noi riscontriamo
nella medesima un processo del tutto analogo. Non può esservi dubbio che essa
dovette essere dapprima il modo effettivo, con cui il vinci tore afferrava il vinto,
in base al diritto di guerra e lo riduceva in schiavitù. Il suo concetto quindi
nacque anch'esso nella lotta e nella violenza; ma poscia dai rapporti fra
vincitori e vinti fu tra sportato anche fra le persone, che appartenevano alla
stessa co munanza e significò l'esercizio privato delle proprie ragioni, come
lo dimostra la seguente deffinizione di Servio: manus iniectio di citur,
quotiens, nulla iudicis auctoritate expectata, rem nobis de bitam vindicamus.
Pare però, che quest'esercizio privato delle proprie ragioni, che non si può
conciliare coll'esistenza della pubblica autorità, non fosse riconosciuto dal
diritto quiritario, che in alcuni casi soltanto. Infatti nel diritto quiritario
noi troviamo la manus iniectio in due significazioni. Essa è il modo per
trascinare avanti al magistrato colui che invitato a venirvi siasi rifiutato;
ma in ciò non havvi ancora un esercizio privato delle proprie ragioni, bensì un
mezzo per ottenere la presenza del convenuto avanti al magistrato. La manus
iniectio poi, nella legislazione decemvirale, è anche un mezzo di esecuzione
contro il proprio debitore; ma in questo senso è solo ammessa in alcuni casi,
cioè: contro coloro che o abbiano confes sato il proprio debito (aeris
confessi); contro coloro che siano stati condannati (iudicati); o infine contro
coloro, che si siano ob bligati mediante il nexum (nexi). Ora di queste varie
applicazioni del diritto di esecuzione privata contro il debitore, quella, che
ri guarda gli aeris confessi ed i iudicati, suppone già un intervento
dell'autorità giudiziaria; mentre quella, che riguarda il nexum, ri monta
certamente ad epoca anteriore alla formazione della comu nanza, il che fa
credere che la manus iniectio nelle proprie origini abbia avuto una stretta
attinenza col nexum. Cio miporge quindi occasione di discorrere brevemente di
esso e di dimostrare, che anche l'istituto del nexum è una di quelle
istituzioni primitive, che trovo solo applicazione nei rapporti fra il
patriziato e la plebe, e che poi entró a far parte del diritto quiritario. 166.
Il nexum è certo uno degli istituti, che diffonde una triste aureola sul
diritto primitivo di Roma. La sua origine è ignota; ma si può affermare con
certezza, che essa rimonta ad epoca anteriore alla formazione della comunanza
romana: poichè la tradizione già attribuisce a Servio Tullio dei provvedimenti
diretti a limitare gli effetti, che derivavano da esso. Lo stesso è a dirsi
della legislazione decemvirale, che lo suppone già esistente e si limita a
trattenere in certi confini i maltrattamenti contro il debitore. Fu poi notato
a ragione dal Niebhur, che il nexum con tutti i tristi suoi effetti apparisce soltanto
nei rapporti fra il patriziato e la plebe; per guisa che la sua abolizione si
riduce ad una specie di questione sociale fra le due classi; come è anche
dimostrato da ciò, che Livio consi derd l'abolizione di esso come una vittoria
della plebe sopra il pa triziato. Vero è, che questo fatto può anche essere
spiegato con dire che solo il patriziato era in condizione di fare degli
imprestiti alla plebe, e che perciò esso solo aveva interesse al mantenimento
di questo ingens vinculum fidei ; ma
parmiche il carattere vero di questa istituzione possa essere più facilmente
spiegato, quando si cer chino le cause, che vi hanno dato origine. Il nexum
dovette essere un modo di obbligarsi di colui, che, non avendo altre garanzie
da offrire al proprio creditore, obbligava direttamente la propria persona. Ora
è questa appunto la condizione, in cui si trovò il plebeo di fronte al patrizio,
anteriormente alla formazionedella comunanza romana, allorchè, sprovvisto di
qualsiasi diritto, non aveva altro mezzo, per trovare protezione o credito, che
o di dare a mancipio se o la fa miglia, o di vincolarsi col nexum. Quello era
una specie di dedizione di se stesso e questa era una specie di ipoteca, che
egli consentiva sulla propria persona. Siccome poi, come si vedrà a suo tempo e
come del resto fu già ritenuto dal Niebuhr, il nexum non obbligava che la
persona, e non attribuiva qualsiasi diritto sui beni di esso; cosi in parte si
comprende che il diritto del creditore sul debitore, sia stato spinto a quelle
estreme esagerazioni, che a noi riescono pressochè inesplicabili. 167. Quanto
al vocabolo poi non può esservi dubbio, che esso ebbe ad assumere
significazioni molto diverse. (Liv. VIII, 28, in princ.: Eo anno plebi romanae velut aliud initium
liber tatis factum est, quod necti desierunt ; e più sotto: victum eo die ingens vin culum fidei. Cfr.
Niebhur, Hist. Rom. Della portata e degli effetti del nexum, come pure del
mancipium, si discorrerà più sotto; poichè qui importava solo di cercare
l'origine dei vocaboli e dei concetti coi medesimi significati. 208 Anche qui è
probabile, che il nexum nella sua primitiva signifi cazione indicasse veramente
i vincoli, a cui sottoponevasi lo schiavo fuggitivo; ma che poscia dalla
significazione letterale siasi fatto pas saggio alla significazione giuridica.
Tuttavia rimangono ancor sempre le traccie delle due significazioni, in quanto
che gli storici chiamano col vocabolo di nexi, ora quelli che si trovano già
condotti nel car cere privato del debitore, ed ora invece i debitori, che si
sono ob bligati colle forme solenni del nexum. Del resto anche questo vo
cabolo, al pari di quello dimancipium, significa non solo il vincolo fisico o
giuridico, a cui altri si sottopone, ma eziandio l'atto con cui egli contrae il
vincolo stesso (nexum facere). La conclusione intanto viene ad essere cotesta,
che tutti questi istituti più rozzi, che appariscono nel primitivo ius
quiritium, dovet tero aver avuto origine nei rapporti fra i vincitori e i
vinti, i quali trasformati in varia guisa furono poi estesi anche ai rapporti
fra il patriziato e la plebe. Sarebbe insomma anche qui accaduto cið, che pure
accadde delle altre istituzioni del diritto quiritario, che esse si svolsero
dapprima fra le varie genti o almeno fra i diversi capi di gruppo e furono
poiapplicate nei rapporti dei quiriti fra di loro. Al modo istesso, che i
concetti di connubium, di commercium e dell'actio sacramento si spiegarono
dapprima fra le varie genti ed i loro capi, e solo più tardi si svilupparono
nel diritto quiritario; così i concetti del mancipium, del nexum, e della manus
iniectio, dopo essersi formati fra la classe dei vincitori e quella dei vinti,
ed essersi poi applicati ai rapporti fra il patriziato e la plebe, si tra
sformarono in istituzioni proprie del diritto quiritario. Di qui il carattere
di rozzezza, di violenza, inerente ai medesimi, che rese necessaria la loro
trasformazione ed anche il cambiamento dei vo caboli, con cui furono indicati,
a misura, che vennero sempre più pareggiandosi le due classi, dopo che entrarono
a far parte della stessa comunanza civile e politica. 168. Che se, riassumendo,
si volesse ora dare uno sguardo sinte tico a quelle istituzioni esistenti fra
le genti italiche, anteriormente alla fondazione della città, che si vennero
ricostruendo a poco a poco, noi possiamo scorgere fin d'ora, che già si erano
poste le basi fondamentali del diritto pubblico, privato ed internazionale, che
ebbe poi a svolgersi in Roma. Quanto al diritto pubblico infatti, già erasi
elaborato il concetto del potere monarchico, di cui avevasi il modello nel capo
di famiglia; - 209 quello di un elemento aristocratico, che era rappresentato
dal con siglio degli anziani, proprio della gente; e quello infine di un ele
mento popolare e democratico, il quale già aveva cominciato a svolgersi nelle
tribù e a presentare quel dualismo fra patriziato e plebe, che doveva poi
ricevere nella città tutto lo svolgimento, di cui poteva essere capace. Furono
questi elementi che, accomodati alle esigenze della vita civile e politica,
servirono di base alla co stituzione primitiva di Roma e condussero
naturalmente allo svolgi mento dei poteri, che furono attribuiti al re, al
senato ed al popolo. 169. Così pure quanto al diritto privato, già erano in
pronto gli elementi diversi, i quali,amalgamandosi insieme, dovevano porre le
basi del diritto civile di Roma. Eravi infatti un diritto proprio delle genti
patrizie, che, appoggiandosi da una parte sull'elemento religioso del fas e
dall'altra sopra l'elemento morale del mos, già aveva dato origine ai concetti
fondamentali del connubium, del commercium e dell'actio sacramento, ed aveva
elaborato tutte quelle forme tradizionali e solenni, in cui si fecero entrare a
poco a poco i nuovi rapporti giu ridici, ai quali diede occasione il formarsi e
lo svolgersi della convi venza civile e politica. Esisteva parimenti, ancorchè
solo in via di formazione, un diritto proprio della comunanza plebea, fondato
so pratutto sull'usus auctoritas, il quale, per essere più semplice nella sua
forma, più alieno dalle solennità, più libero da ogni influenza del passato
poteva meglio adattarsi alle esigenze della vita civile e po litica. Da ultimo
già cominciava ad elaborarsi un diritto, che non poteva dirsi proprio, nè del
patriziato, nè della plebe, mache ten deva a racchiudere in forme rozze e
primitive i rapporti, che inter cedevano fra di essi. Questo diritto era tutto
uscito dal concetto fondamentale della manus, in quanto esprime il potere del
capo di famiglia patrizio, ed aveva dato origine ai concetti del mancipium, del
nexum e della manus iniectio, i quali, debitamente trasformati, si dovranno poi
convertire in altrettanti concetti fondamentali del diritto quiritario. È quest'ultimo
elemento, che attribuisce al ius qui ritium quel carattere di rozzezza e di
forza, che lo contraddistingue. Tuttavia fu esso che, isolando l'elemento
giuridico dall'elemento re ligioso e dal morale, con cui prima trovavasi
confuso, viene a for mare il primo nucleo di quel ius quiritium il quale,
assimilando col tempo istituzioni patrizie e costumanze plebee, finirà per
conver tirsi in un ius civile, che poteva convenire alle due classi, che erano
chiamate a far parte della stessa comunanza civile e politica. C., Le origini
del diritto di Roma. De ultimo, anche per quello che si riferisce a quei
rapporti, che con vocabolo moderno si potrebbero chiamare internazionali, già
erausi poste le basi di un ius belli ac pacis, e si erano elabo rati i concetti
dell'amicitia, dell'hospitium,della societas, e del più importante fra tutti,
che era quello del foedus, il quale poi doveva somministrare il mezzo per far
partecipare più tribù alla stessa vita politica, militare e giuridica, e per
dare cosi origine alla città. Questa parimenti, traendo profitto dagli istituti
della cooptatio, della co lonia, della concessio civitatis sine suffragio, del
municipium, pos sedeva anche i mezzi per accrescere la sua popolazione e per
esten dere il proprio impero. I materiali quindi erano in pronto: solo rimane a
vedersi il pro cesso, col quale Roma, gittandoli tutti nello stesso crogiuolo,
abbia saputo scegliere ciò, che in essi eravi di vigoroso e di vitale, e sia
così riuscita a ricavarne lentamente e gradatamente la propria co stituzione
politica, e quel diritto privato, il quale svolgendosi sempre sul medesimo
modello e sempre arricchendosi di nuovi elementi, finirà per diventare tale da
poter essere accettato da tutte le genti. Intanto una delle cause, che condurrà
a questo risultato, sarà la distanza stessa, a cui trovansi i due ordini, che
debbono insieme con tribuire alla formazione della città. Sarà tale distanza
infatti, che forzerá la costituzione di Roma a percorrere tutte le gradazioni,
di cui possa essere capace, e che obbligherà il diritto privato di Roma a
riconoscere la capacità di diritto ad ogni uomo, purchè libero. Per tal guisa
tutte le gradazioni del senso giuridico, dalle più semplici e naturali alle più
sottili e raffinate, cadranno sotto l'elabo razione dei giureconsulti, e
l'universalità del diritto romano dovrà sopratutto essere attribuita a ciò, che
esso è la più completa e pre cisa espressione di un complesso di sentimenti
eminentemente sociali ed umani, che nacquero e si svolsero insieme colla
convivenza ci vile e politica. - 1 LIBRO II. Roma e le sue istituzioni nel
periodo esclusivamente patrizio ("). CAPITOLO I. Genesi e carattere della
città primitiva. 171. Nella storia non vi ha forse avvenimento, il quale abbia
eser citata maggiore influenza sulle sorti dell'umanità che il passaggio
dall'organizzazione gentilizia alla comunanza civile e politica. Sotto
quest'aspetto non sarà mai abbastanza approfondita la storia pri mitiva di
Roma, perchè non vi ha certamente altro popolo, che abbia più vivamente
sentito, e quindi più profondamente scolpito nelle proprie istituzioni questa
importantissima trasformazione, che (* ) Pervenuto a questo punto della
trattazione, trovomidi fronte ad una lettera tura così copiosa, che mi sarebbe
impossibile di poter indicare la bibliografia, che può riferirsi ad ogni
singolo argomento. Siccome quindi l'intento del libro è quello unicamente di
tentare una ricostruzione delle istituzioni giuridiche e politiche di Roma
primitiva; così mi limitero ad indicare in nota gli autori, di cui prendo in
esame le opinioni, e i passi di antichi scrittori, sui quali si fonda
l'opinione da me sostenuta, e non mi fard anche scrupolo di citare una
traduzione, quando non tenga l'originale, sopratutto di autori tedeschi. Quanto
alla bibliografia, essa potrà essere facilmente trovata nei recenti trattati di
storia del diritto romano, o di introduzione storica allo studio del diritto
romano, quali sono in Francia quelli dell' ORTOLAN, del Bouché -LECLERCQ, del
Maynz, del MISPOULET, del Roblou et Delaunay, del MORLot, ecc.; nel Belgio
quelli del Maynz, del Rivier, del WILLEMS, ecc.; in Ger mania quelli del Bruns,
del BARON, del KARLOWA, del Voigt, dell'HERZOG, ecc.; in Inghilterra quelli del
MUIR EAD e del Roby; e nella nostra Italia quelli del PA DELLETTI-Cogliolo, e
del LANDUCCI, ecc.; trattati, che ho citato già, o che mi occor rerà di citare
in seguito. Mi perdoni il lettore: ma la sola bibliografia, fatta un po ' a
dovere, mi avrebbe assorbito il volume. 212 accadde nell'organizzazione sociale.
A ciò si aggiunge, che lo spirito conservatore del popolo Romano ha fatto si,
che esso, modellando e svolgendo la città primitiva, abbia sempre conservato le
traccie delle istituzioni preesistenti, e dei periodi diversi, per cui passò la
nuova formazione. Di qui la conseguenza, che quando si riesca a penetrare il
processo logico, stato seguito dai Romani nella fondazione della loro città, si
potranno determinare con rigore geometrico non solo l'orientamento materiale di
essa, e il modo, con cui furono costrutte le sue mura; ma eziandio la serie di
quei concetti fondamentali, che, preparati in un periodo anteriore, ricevettero
poi nella città tutto lo sviluppo, di cui potevano essere capaci. Già si è
veduto, come nella organizzazione gentilizia siasi svolta la famiglia colla sua
distinzione fra i padroni ed i servi, la gente con quella fra patroni e
clienti, e infine la tribù con quella fra patrizii e plebei. È da questo punto
dell'evoluzione sociale e da questo dualismo costante, che incomincia la
formazione della città. Trattasi pertanto di vedere in qual modo, con questi
elementi, che si erano naturalmente formati e sovrapposti gli uni agli altri,
abbia potuto essere iniziata la convivenza civile e politica. Fu questa una
continuazione del medesimo processo formativo dell'organizzazione gentilizia, o
fu invece il risultato di qualche nuova energia o forza operosa, che si
introdusse nell'organizzazione sociale? 172. Le teorie, che furono escogitate
in proposito dagli studiosi della storia primitiva di Roma, sono molte in
numero e diverse nei risultati a cui giunsero; quindi per noi sarà necessità di
arrestarsi alle principali. Per il Mommsen, il Sumner Maine, e per la maggior
parte degli autori moderni, la città primitiva avrebbe nei proprii esordii un
ca rattere eminentemente patriarcale, e non sarebbe in certo modo, che un
ulteriore svolgimento della stessa organizzazione gentilizia; essa sarebbe un
edifizio, le cui proporzioni si sono fatte più grandi, ma che è foggiato sempre
sul medesimo modello. A quel modo, che la famiglia ingrandita, dando origine a
diramazioni diverse, avrebbe costituita la gente, e che le genti, riunendosi
insieme, avrebbero dato origine alle tribù; cosi l'aggregazione delle tribù in
un numero determinato, che sembra essere diverso secondo i varii popoli,
avrebbe dato origine alla civitas. Afferma pertanto il Mommsen, che la famiglia
e la gente non solo avrebbero somministrati gli elementi, da cui fu costituita,
ma anche il modello, sovra cui sarebbesi fog 213 giata la comunanza civile e politica. Il
re della città sarebbesi mo dellato sul capo di famiglia, e avrebbe i poteri
patriarcali al mede simo spettanti; il senato non sarebbe che un consiglio di
anziani, come lo prova il nome di patres, dato per tanto tempo ancora ai
senatori, e compierebbe nella città quella medesima funzione, che il tribunale
domestico compieva nella famiglia, e il consiglio degli anziani nella gente e
nella tribù; il populus non sarebbe che la riu nione delle gentes, per guisa
che sarebbe cittadino ogni individuo, che appartenga ad una di tali gentes; e
da ultimo il territorio ro mano comprenderebbe i territorii riuniti, che
appartenevano alle varie gentes, le quali pertanto sarebbero incorporate nello
Stato nella condizione stessa, in cui prima si trovavano, e con tutte le fa
miglie, che entravano a costituirle. Tale a un dipresso sarebbe eziandio la
teoria del Sumner Maine, il quale si limita a dire, che come la tribù era stata
una riunione di gentes, cosi la città era dovuta all'incorporazione di varie
tribù. Il Lange invece, mentre si studia in tutti i modi per dimostrare, che lo
Stato e il suo ordi namento è fondato sulla famiglia, e che il diritto pubblico
di Roma sarebbe in certo modo uscito dal seno del diritto privato, e sareb besi
modellato sul medesimo, viene poi a riconoscere, che la città primitiva è già
fondata sopra una specie di contratto, il quale avrebbe modificato i poteri
patriarcali del re, e al principio dell'e redità avrebbe fatto sottentrare
quello dell'elezione (3 ). Il Jhering invece scorge nella costituzione
primitiva di Roma un carattere essenzialmente militare. Per lui il re sarebbe
un condottiero, un capitano, e il suo potere sarebbe, in sostanza, un militare
im perium, destinato sopratutto a mantenere la disciplina nell'esercito, e
percid accompagnato dal ius gladii; la curia da conviria sa rebbe una riunione
di uomini armati, che si chiamano quiriti da quiris, asta, che è il
contrassegno del potere aimedesimi spettante; il populus romanus quiritium
sarebbe l'assemblea complessiva dei guerrieri, portatori di lancia; e infine le
gentes stesse, in cui egli ritiene ancora che si dividano le curiae, sarebbero
gruppi naturali, basati bensì sulla discendenza, ma già raffazzonati secondo le
esi Mommsen, Histoire Romaine. Trad. DeGuerle. Paris, 1882, I, 77 et suiv.
SUMNER MAINE, L'ancien droit. Trad. Courcelle Seneuil. Paris, 1874, 121. Lange, Histoire intérieure de Rome. Trad. Berthelot
et Didier, Paris, 1885, 37. 214 - genze di un esercito; donde quel numero fisso
di trenta curiae, in cui sarebbe ripartito il popolo primitivo di Roma, le
quali poi sareb bero suddivise in trecento gentes. A queste vuolsi eziandio
aggiungere la teoria, così splendidamente esposta dal Fustel de Coulanges,
secondo la quale quella religione, che avrebbe fondata la famiglia e la
proprietà, la gente e la tribù, sarebbe pur quella, che avrebbe fondata e
cementata la primitiva città. La civitas pertanto sarebbe per lui
l'associazione religiosa e politica delle famiglie e delle tribù; mentre l'urbs
sarebbe il luogo di riunione, il domicilio, e sopratutto il santuario di questa
associa zione, nella quale ogni istituzione assumerebbe un carattere essen
zialmente religioso. Non è a dubitarsi, che queste varie opinioni contengano
tutte alcun che di vero, e che ognuna possa invocare delle analogie e degli
argomenti, che le servano di appoggio; ma intanto ciascuna di esse,
collocandosi ad un punto di vista esclusivo, mal pud riuscire a spie gare in
modo coerente la natura cosi varia e complessa della costi tuzione primitiva di
Roma: il cui concetto sembra sbocciare da una sintesi potente, la quale non può
altrimenti essere ricostruita, che riportandoci nell'ambiente stesso, in cui
essa ebbe a formarsi. È questo il motivo, per cui è impossibile spiegare quel
carattere di unità e di varietà ad un tempo, con cui Roma compare nella storia,
senza seguire la lenta e progressiva formazione della città, e tener conto
delle necessità reali ed effettive, a cui le genti primitive cer carono di
soddisfare, creando la comunanza civile e politica. Or bene io non dubito di
affermare che, collocandosi a questo punto di vista, apparisce fino
all'evidenza, che la città per le po polazioni latine non può essere
considerata come una continuazione del processo formativo dell'organizzazione
gentilizia prima esistente; ma inizia un nuovo ordine di cose sociali, e segue
un indirizzo V. IHERING, L'esprit du
droit romain. Trad. Maulenaere. Paris, 1880, I, $ 20, 246 e segg.; dove mette
molto bene in evidenza il carattere militare della primitiva costituzione
romana, e l'influenza che esso esercitò anche sullo svolgersi del suo diritto;
alla quale opinione in parte anche si accosta lo SchweGLER, Rö mische
Geschichte, I, 523. FUSTEL DE COULANGES, La cité antique. Paris, 1876. Liv. III, Chap. IV, p. 155.
È però a notarsi, che l'autore è a un tempo fra quelli, che a ragione insistono
sul carattere confederativo della città primitiva. Cfr. 147. 215. compiutamente
diverso, il quale doveva logicamente condurre alla dissoluzione
dell'organizzazione sociale preesistente. Per verità si è veduto più sopra,
come le popolazioni latine, che avevano preceduta la fondazione di Roma, già
fossero pervenute ai concetti dell'urbs, del populus, della civitas. Che anzi
tali concetti, per le popolazioni del Lazio, erano già stati il frutto di una
lunga evoluzione. Esse avevano cominciato dal costruire dei siti fortificati
(arces, oppida ), in cui le comunanze rurali potessero cercare rifugio nei
momenti di pericolo, e in cui potessero ricoverarsi coi proprii greggi e coi
proprii armenti in un'epoca, in cui erano quotidiane le scorrerie e le
depredazioni nei rispettivi territorii delle varie co munanze. Il primo bisogno
pertanto, a cui le genti del Lazio ave vano cercato di soddisfare, era stato
quello di provvedere alla co mune difesa. Poscia, siccome la sicurezza è
condizione, che favorisce gli scambi ed i commerci, così fu naturale, che,
accanto a questi luoghi fortificati, si siano formati dei siti (fora ), a cui
le genti convenivano per scopo di commercio, e dove, occorrendo, si tratta vano
anche le alleanze e le paci. Col tempo infine questa mede sima località apparve
anche sede opportuna così per l'amministra zione della giustizia, che per la
trattazione di quegli affari, che riguardassero l'interesse delle varie comunanze
(conciliabula ). Per genti poi, in cui era vivo il sentimento della religione,
era naturale, che questa comune fortezza e questo luogo di convegno (comitium )
fossero posti sotto la protezione di una divinità, non propria di questa o di
quella gente, ma comune alle varie genti; e fu anche in questa guisa, che le
menti giunsero a concepire una reli gione collettiva al di sopra di quella
propria delle singole famiglie e genti. 174. Per tal modo il concetto della
città non sboccið di un tratto, ma ebbe ad essere provato e riprovato in varie
guise sotto forma di arces, di oppida, di fora, di conciliabula, di comitia, e
infine di urbes; e fu soltanto, allorchè questa lenta costruzione ebbe ad
essere compiuta, che i riti, secondo cui le città dovevano essere fon date e la
loro popolazione doveva essere ripartita, assunsero un Questa idea, che è
fondamentale nella presente trattazione, ebbe ad essere accennata e dimostrata
più sopra, nei suoi varii aspetti, nel lib. I, ai numeri 5, 14, 66, 99. - 216 -
carattere sacro e religioso, per modo che ogni fondazione di città ebbe ad
essere accompagnata da cerimonie religiose. L'urbs venne così ad essere il
frutto di una lunga evoluzione, che già erasi inco minciata in seno alla stessa
organizzazione gentilizia. Essa per tanto, fin dai suoi primordii, non si
presenta sotto l'aspetto di una aggregazione di gruppi gentilizii, come
vorrebbero il Mommsen e gli autori sopra citati; ma piuttosto come il frutto di
una specie di selezione, per cui dal seno stesso dell'organizzazione gentilizia,
si viene sceverando ed isolando tutto ciò, che si riferisce alla vita pub blica.
Quindi la città primitiva viene ad apparire come un centro e un focolare di
vita pubblica, fra varie comunanze di villaggio, la cui vita domestica e
patriarcale continua a svolgersi nei vici e nei pagi. Di qui la conseguenza,
che se essa sia materialmente consi derata, cioè come urbs, non si presenta,
nelle proprie origini, come la riunione delle abitazioni private; mapiuttosto
come la riunione in una orbita sacra degli edifizi, aventi pubblica
destinazione, come la fortezza, il santuario comune, la dimora del re (custos urbis
) e dei sacerdoti (sacerdotes populi), il luogo (forum ) ove si tiene il
mercato e si am ministra la giustizia, il sito ove si tengono le riunioni
(comitia ) per deliberazioni di pubblico interesse; donde la curia, il qual
vocabolo designa tanto il luogo di riunione, quanto il complesso delle persone
che vi si riuniscono. Che se poi la città primitiva sia riguardata negli ele
menti, che entrano a costituirla, essa non è più l'organizzazione delle gentes
o delle tribù, nelle quali si comprendevano anche le donne, i vecchi ed i
fanciulli; ma è solo il complesso di quegli uomini, ricavati dalle gentes e
dalle tribù, che possano aver partecipazione attiva alla vita pubblica; di
quegli uomini cioè, che possano difendere la cosa pubblica come soldati
(iuniores), o che col proprio consiglio possano giovare alla medesima nelle
deliberazioni, che la riguardano (se niores). L'urbs insomma è il risultato di
una selezione, in virtù della quale si raccolgono in uno stesso sito tutti gli
edifizi, che hanno pubblica destinazione; il populus è una selezione, per cui
fra i membri delle gentes si organizzano, in esercito ed in comizii ad un tempo,
coloro, che siano in età e in condizione di provvedere alla difesa ed
all'interesse comune; la civitas infine, è quel rapporto speciale, che
intercede fra le persone, che compongono il populus, in quanto esse
appartengono alla medesima cittadinanza, e parteci pano alla stessa vita
politica e militare. La città latina pertanto, e quindi anche Roma, che è un esemplare
tipico della medesima, anzichè essere un'aggregazione di gentes e di tribus,
corrisponde invece a un nuovo aspetto di vita sociale: cioè al nascere ed allo
svolgersi di una comune vita poli tica, frammezzo a popolazioni rurali, che
continuano ancora a svol gere la loro vita domestica nelle comunanze
patriarcali. Allorchè essa compare, quella organizzazione gentilizia, che aveva
prima com piuto le funzioni di associazione domestica e politica ad un tempo,
si viene biforcando: mentre la vita privata continua a spiegarsi nelle pareti
domestiche, ed in gruppi concentrati sotto l'autorità del capo di famiglia, la
vita politica invece prende a svolgersi nella piazza e nel foro, e dà cosi
origine a quelle discussioni e a quelle lotte, che costituiscono la vita e il
movimento della città. Di qui la conseguenza, che la città, dopo aver ricavato
gli elementi, che entrano a costituirla, dalle comunanze che la circondano,
finisce per preparare la via alla estinzione dell'organizzazione gentilizia, e
sopratutto di quelle gradazioni di essa, che prima compievano eziandio una
funzione politica, quali sarebbero la gente, la tribù e la clientela. Le
istituzioni invece, che colla sua formazione vengono ad affermarsi e a
costituire le due basi dell'organizzazione sociale, sono i due elementi
estremi, cioè: la famiglia da una parte, la quale finisce per richiamare a sè
medesima tutto quello, che si riferisce alla vita domestica; e la città
dall'altra, poichè essa, essendo la meta e l'aspirazione comune, tende ad
attirare nella propria cerchia tutte le energie naturali e sociali, che possono
conferire a darle forza e con sistenza. Di qui la conseguenza, che le due
figure preponderanti, negli inizii della città, vengono ad essere il pater
familias, il quale è il solo, che abbia piena capacità di diritto, ed il
populus, il quale richiama a sè tutti gli elementi vigorosi e vitali, che
esistono nelle comunanze, che colla propria federazione hanno dato origine alla
città. Siccome perd l'opera si viene compiendo gradatamente; cosi sarà
necessario un lungo svolgimento, prima che la città si possa affatto spogliare
di quelle forme, che essa ricava ancora dall'orga nizzazione gentilizia, e
prima che la famiglia possa perdere quel carattere pressochè civile e politico,
che essa aveva assunto durante il periodo gentilizio. 176. Si può quindi
conchiudere, che il processo formativo della organizzazione gentilizia e quello
della città si avverano in guisa com piutamente diversa, e sono avviati in
senso pressochè contrario ed opposto. - 218 Mentre il processo formativo
dell'organizzazione gentilizia, in tutte le sue gradazioni, consiste in una
stratificazione di gruppi natu rali, che si sovrappongono gli uni agli altri, e
intanto continuano sempre ad essere foggiati sul medesimo modello, che è quello
della famiglia patriarcale; la città invece non deve più la sua esistenza ad un
processo di aggregazione, ma ad un processo, che potrebbe chiamarsi
diselezione. Essa non comprende più tutta la vita sociale, come la tribù; ma
tende invece ad isolare l'elemento giuridico, po litico e militare dagli altri
aspetti di vita sociale, che si spiegavano strettamente uniti, e pressochè
confusi gli uni cogli altri nell'orga nizzazione patriarcale. Di qui derivano
alcune importantissime conseguenze. Mentre l'organizzazione gentilizia, per
quanto abbia già in sè qualche cosa di artificiale, in quanto che in essa la
famiglia deve anche compiere funzioni politiche, può tuttavia ancora
considerarsi come una pro duzione naturale, come quella che è composta di
gruppi uniformi, che si sovrappongono gli uni agli altri, e il cui vincolo,
vero o supposto, è pur sempre quello della discendenza da un antenato comune;
la città invece viene già ad essere il frutto dell'accordo, del contratto,
della federazione insomma di varii elementi, che si associano per costituirsi
un centro comune di vita politica, e per provvedere così alla comune utilità ed
alla comune difesa. Mentre l'organizzazione gentilizia, comprendendo persone,
che si suppongono derivare da un medesimo antenato, tende a mantenere una
proprietà comune e collettiva; la città invece, uscendo dalla federazione e
dall'accordo, tende ad assicurare ai singoli capi di famiglia le possessioni e
le terre, che loro appartengono, solo se parandone quel complesso di beni e di
interessi, che riguarda l'uni versalità dei cittadini, il quale costituisce
così un patrimonio co mune, che col tempo sarà indicato col vocabolo di res
publica. Mentre infine il principio informatore dell'organizzazione gentilizia
consiste nell'eredità e nella discendenza, per guisa che in essa tutto tende ad
acquistare un carattere ereditario; il principio in vece informatore della
comunanza civile e politica, appena essa compare, viene ad essere quello della
capacità e dell'elezione. Tutto questo svolgimento della città primitiva, che
solo erasi iniziato presso le popolazioni latine, potè spingersi con Roma a
tutte le conseguenze, di cui poteva essere capace. Allorchè essa compare, il
periodo di incubazione della città può 219. già ritenersi compiuto, e quindi le
cerimonie, che ne accompagnano la fondazione, già hanno assunto un carattere
sacro e religioso. È cogli auspizii, che incomincia la fondazione di Roma, per
conoscere a quale dei due fratelli debba essere affidata la fondazione e il reg
gimento della città. Tuttavia la Roma Palatina, finchè è contenuta. nei limiti
dello stabilimento romuleo, non pud ancora chiamarsi una vera e propria città;
ma è piuttosto lo stabilimento fortificato di una aggregazione di genti, dedita
di preferenza alle armi, che è la tribù dei Ramnenses. Tutto è ancora
patriarcale nella medesima; il suo re, che è il sacerdote, il capitano, e che
non è ancora eletto, ma è designato dalla propria nascita e dagli auspizii; i
suoi anziani, i quali non sono che i padri delle genti, che entrano a
costituire la tribù; e infine anche il suo populus, che è composto ancora di
persone, che si ritengono unite dal vincolo della comune discendenza, come lo
dimostra la loro stessa denominazione di Ramnenses, derivata dal nome del
proprio capo. Non è quindi appena stabilitosi sul Palatino, che Romolo, secondo
la tradizione, procede alla costituzione politica della città. Secondo Livio,
ciò accade soltanto dopo la guerra coi Sabini, e secondo Ci cerone aspettasi
perfino la morte di Tito Tazio, capo dei medesimi. È da questo momento, che la
città assume un carattere federale e pressochè contrattuale. Le singole tribù
infatti continuano a risie dere ciascuna sopra il proprio colle, e ad avere
delle proprie forti ficazioni; ma è il Capitolium, che mutasi nella fortezza
delle varie comunanze, come pure gli edifizii pubblici si vengono raccogliendo
nel sito, che trovasi fra il Palatino ed il Capitolino. È quivi che è collocato
il locus Vestae, la domus regia Numae, le novae cu riae, da non confondersi
colle curiae veteres , il cui sito era sul Palatino, edifizii tutti, che,
secondo il rito, dovevano trovarsi nel cuore stesso della città. Non consta
quindi che le tribù confederate abbiano abbandonate le proprie possessioni e le
proprie terre; ma ciò, che esse ebbero comune fu soltanto la città ed il
governo di essa, come lo dimostra il fatto, che secondo la tradizione vi
sarebbe stato un breve periodo di tempo, in cui Romolo e Tazio avrebbero
(Livio, I, 13; Cic., de Rep. II, 8. Cfr. più sopra, i numeri 85, 86. Novae curiae (scrive Festo) proxime compitum
Fabricium aedificatae sunt, quod parum amplae erant veteres a Romulo factae .
Tuttavia vi restarono an cora sette curie, che continuarono a compiere i loro
sacra nel sito antico (Bruns, Fontes, 346 ). 220 regnato contemporaneamente: il
che significa, che ciascuno di essi avrebbe conservato la qualità di capo della
propria tribù. Non è quindi meraviglia, se la città primitiva presenti ancora
per qualche tempo le traccie dell'organizzazione gentilizia, perchè il trapasso
dalla semplice tribù ad una vera e propria città si operò solo gra datamente.
Intanto però la trasformazione viene ad essere iniziata e proseguita
senz'interruzione fin da quel momento, in cui al vin. colo della discendenza si
sostituisce quello della federazione e del l'accordo, e alla trasmessione
ereditaria sottentra il principio del l'elezione. 178. A ciò si aggiunge, che
Roma, fin dai proprii esordii, si trovo in una condizione diversa da quella
delle altre città latine, da cui trovavasi circondata. Essa infatti non
costitui soltanto un centro di vita pubblica, frammezzo a varie comunanze
rurali; ma diventò ben presto un centro di vita urbana, contrapposta alla vita
rustica dei campi. I suoi primi fondatori, pur conservando i proprii agri genti
lizii, avevano ottenuto nel recinto stesso della città uno spazio di terra, ove
avevano potuto costruirsi una casa, circondata da un orto. Per tal guisa in
Roma non eravi soltanto l'elemento, che conveniva nei giorni di festa, o di
pubbliche riunioni, o per causa di fiera e di mercato; ma eravi una parte
eziandio, e questa era quella dell'antico patriziato, che, pur conservando la
propria dimora gentilizia, aveva posta sede permanente dentro la città, o in
prossimità di essa. Fu in questa guisa, che Roma diventò ben presto, secondo
l'espressione del Mommsen, l'emporio del Lazio, e che, dopo aver cominciato, al
pari delle altre città latine, dall'essere un centro di vita pub blica fra
diverse comunanze, cambiossi ben presto eziandio in un centro urbano, la cui
vita si contrappose a quella dei campi, e venne cosi accrescendosi
costantemente, mediante quell'attrazione, che i centri urbani esercitano anche
oggi sulle popolazioni, da cui tro vansi circondati. È questo che spiega come,
durante lo stesso periodo regio, Roma da sola già potesse conchiudere un foedus
aequum con tutta la confederazione latina, e come l'intento costante dei re sia
stato quello di estenderne la cerchia per guisa da comprendere in essa anche le
abitazioni private dei cittadini. Intanto agli altri dua lismi, che presenta
Roma fin dai proprii inizii, debbe anche aggiun gersi quello, per
cuidistinguesi la vita urbana dalla vita rustica; come lo dimostra il fatto che
il patriziato romano ha serbata sempre la consuetudine di passare un periodo di
tempo fra le mura della città, 221 e un altro invece alla campagna (ruri),
frammezzo alle proprie pos sessioni gentilizie: consuetudine, che anche oggi
può dirsi mantenuta dal patriziato romano. Di qui la conseguenza, che Roma, in
una lunga e lenta evoluzione, poté compiere in ogni sua parte quello
svolgimento, che solo erasi iniziato presso le altre popolazioni latine. Essa
riusci a sceverare la vita pubblica dalla privata, l'elemento sacro dal pro
fano, la vita urbana dalla vita rustica, la vita militare dalla vita civile; ed
effigid questi atteggiamenti diversi della vita sociale ed umana con un
linguaggio così efficace e scultorio, che nessun'altra città può in questa
parte competere con essa. Di queste varie distin zioni, quella, che cominciò ad
effettuarsi fin dal periodo di Roma esclusivamente patrizia, fu la distinzione
fra la vita pubblica e la vita privata; mentre la distinzione fra l'elemento
sacro ed il profano cominciò solo ad operarsi, allorchè la plebe, che non era
partecipe del culto gentilizio, fu anche ammessa a far parte della cittadinanza
romana; e da ultimo la distinzione fra la popolazione rustica ed urbana, solo
prese a farsi evidente, allorchè la città si accorse di essere in parte
dominata dalla turba forense. Infine il dualismo fra la vita militare e la vita
civile è anche uno di quelli, che appariscono costantemente nella storia di
Roma, e che rimontano fino agli inizii di essa. Il suo populus è un'assem blea
ed un esercito ad un tempo; il suo magistrato ha l'imperium domi, militiaeque;
i suoi cittadini hanno un periodo di età, in cui partecipano al servizio
attivo, e un altro, in cui entrano a formare l'esercito di riserva; gli atti
stessi più importanti della vita, quale sarebbe, ad esempio, il testamento,
possono farsi in guisa diversa, secondo che trattisi di cittadini in tempo di
pace, o di soldati in procinto di venire a battaglia; la quale distinzione poi
mantiensi co stante per modo, che anche con Giustiniano il testamento pud
distin guersi in comune ed in militare. Per tal modo il cittadino di Roma è
uomo di toga e di spada ad un tempo, e si acconcia alle esigenze della pace e a
quelle della guerra (rerum dominos, gentemque togatam ). 180. Sopratutto qui
importa di mettere in evidenza quel dua lismo, che colla formazione della città
venne ad introdursi fra la vita pubblica e la privata; in quanto che fu questo
il grande intento, a cui si ispirò Roma primitiva, e a cui accennano
costantemente i 222 poeti latini, i quali non trovano espressione più efficace
per indicare la corruzione del costume, e il perdersi delle buone tradizioni,
che l'accennare alla confusione della cosa pubblica colla privata. È questo il
dualismo veramente fondamentale, che, una volta in trodotto, finisce per
riverberarsi, con un processo logico non mai in terrotto, in una quantità di
altri dualismi, che compariscono costan temente nelle stesse circortanze
sociali, e che potrebbero essere paragonati ad una voce, che con gradazioni
diverse viene ad es sere ripercossa e ripetuta dall'eco. 181. Per verità è
ovvio il considerare, come in seguito alla forma zione della città, accanto
alla gentilitas, che era il rapporto, che stringeva i varii membri
dell'organizzazione gentilizia, si svolga la civitas, la quale è il rapporto,
che unisce coloro, che appartengono alla stessa comunanza militare e politica.
Quindi è, che alla distin zione fra liberi e servi, fra gentiles e gentilicii,
viene ad aggiun gersi e ad acquistare un'importanza sempre maggiore quella fra
cives e peregrini. Cosi pure, accanto ai genera hominum, che sono sparsi nei
pagi e nei vici, e che comprendono senza distinzione tutti coloro, che si
suppongono discendere da un medesimo antenato, si svolge il concetto del
populus, che dapprima non comprende ogni ordine di persone, ma solo il
complesso degli uomini validi ed ar mati, che col braccio e col consiglio
possono partecipare alla difesa ed al governo della cosa pubblica. Procedendo
ancora innanzi, accanto al concetto della res fami liaris, che comprende il
complesso degli interessi privati di una de terminata persona, si esplica il
concetto della res publica, il quale, per essere più astratto, compare più
tardi, che non quello del popu lus; ma finisce anch'esso per esprimere con
potenza ed efficacia il complesso degli interessi comuni alla intiera città, ed
a tutto il popolo (res populi). Intanto così la res familiaris, come la res pu
blica debbono avere un'autorità che le governi, e mentre questa per la famiglia
sarà indicata col vocabolo di manus, nella sua signi ficazione più larga, per
la repubblica invece sarà indicata col vo cabolo di publica potestas. Che anzi
i due poteri sono cosi distinti Per
dimostrare l'importanza, che nel concetto romano ha la distinzione fra il
pubblico e il privato, basti citare il Trinummus di Plauto, questa commedia,
così profondamente morale, in cui, ogni qualvolta occorre una censura contro i
corrotti costumi, si lamenta sempre questo mescersi del pubblico col privato.
223 fra di loro, che la subordinazione più estesa nel seno della famiglia non
toglie, che altri possa esercitare tutti i suoi diritti come cit tadino, e
partecipare come tale agli onori ed alle magistrature. La distinzione poi, che
è nella natura dei rapporti, viene natu ralmente a riflettersi eziandio nel
diritto, che è chiamato a gover narli. Di qui la distinzione che, iniziata fin
dalla formazione della città, viene col tempo facendosi sempre più netta e
precisa fra il diritto pubblico ed il diritto privato; il quale ultimo, secondo
il con cetto romano, non deve già essere soffocato ed assorbito dal diritto
pubblico, ma trovasi invece collocato sotto la tutela e la protezione di esso.
Non può quindi essere ammesso il concetto del Lange, che in parte è anche
quello del Mommsen, secondo cui il diritto pubblico verrebbe in certo modo a
modellarsi sul diritto privato: poichè il processo che si segui in Roma si
avverd invece in senso contrario ed opposto. Non fu il diritto pubblico, che si
modello sopra il pri vato; ma fu il diritto privato, che venne svolgendosi in
quella guisa e in quei confini, che erano consentiti dalla costituzione
politica della città. Quindi è che il diritto privato di Roma non si formo di
un tratto, ma venne svolgendosi gradatamente, a misura che le esigenze della
vita civile fecero sentire il bisogno del suo ricono scimento. Ciò ci è
dimostrato dal fatto, che fin dalle origini di Roma noi possiamo trovare poste
le basi di tutto il diritto pubblico di Roma, mentre la vera elaborazione del
diritto civile romano, co mune alle due classi del patriziato e della plebe,
incomincia solo più tardi. Prima si fondò la città, e poi si pensò alla
formazione del suo diritto, ed è anche questo uno dei motivi, per cui il
diritto di Roma potè riuscire tipico ed esemplare per tutti i popoli. Intanto,
in prosecuzione del medesimo processo, anche la legge, che è l'espressione
delle volontà riunite e concordi, viene a distin guersi in les privata ed in
lex publica, di cui quella esprime l'accordo di due o più contraenti, mentre la
lex publica invece è l'espressione della volontà collettiva del popolo, che si
impone alla volontà dei singoli individui. Anche i sacra vengono a subire la
medesima distinzione; la quale pure si verifica per cid, che si rife [ La
distinzione fra la lex publica e la lex privata è accennata più volte da Garo
in formole, che da lai ci furono conservate. Comm. I, 3; II, 104; III, 174. Una
delle modificazioni state introdotte dal MOMMSEN nell'ultima edizione,
Friburgi, da lui curata del Bruns, Fontes iuris romani antiqui, fu quella di
intito larne il capo terzo: Leges publicae populi romani post XII Tabulas
latae. 224 - risce agli auspicia. Lo stesso infine deve dirsi dei crimina, i
quali, a misura che si vengono delineando, sono pure richiamati alla
distinzione fondamentale di publica e di privata, secondo che il danno, che ne
deriva, e quindi la prosecuzione di essi appar tenga ai singoli individui,
oppure colpisca ed interessi l'intiera co munanza; distinzione, che riflettesi
eziandio nei iudicia, i quali fin da Servio Tullio cominciano a dividersi in
iudicia publica e pri vata. A queste si potrebbero aggiungere ancora molte
altre distin zioni, che son tutte il riverbero di un medesimo concetto, che una
volta accettato percorre l'intiera vita sociale e lascia dapertutto le traccie
del suo passaggio. È in questo senso, che le proprietà si distinguono in due
categorie, indicate coi vocaboli di ager pri vatus e di ager publicus; che i
rapporti stessi, che possono correre fra cittadini e stranieri, subiscono la
stessa distinzione, cosicchè la societas, l'amicitia, l'hospitium, il foedus si
distinguono anche essi in pubblici e in privati. Non è quindi meraviglia, se
parlisi eziandio di costume pubblico e privato, di virtù pubbliche e private, e
se la distinzione si inoltri nei particolari più minuti della vita, co sicchè
anche i servi stessi si distinguono in publici e privati, e chiamasi publicus
l'equus, che è somministrato dallo Stato agli equites, che vengono così ad
essere denominati equo publico. 182. Conviene quindi ammettere, che la
distinzione dovesse es sere profondamente sentita, se essa lasciò le proprie
traccie in qual siasi argomento. Non occorre poi di notare, che l'esplicazione
dia lettica dei due concetti, che qui si compendia in pochi tratti, dovette
naturalmente essere il frutto di una lunga evoluzione; ma se questa potè
accadere colla fondazione della città, mentre prima non erasi avverata, la
causa di un tal fatto deve trovarsi in ciò, che la città non si propose di
agglomerare genti e famiglie, ma intese fin dapprincipio a sceverare la vita
pubblica dalla privata. Che se si volesse spingere più oltre lo sguardo sarebbe
anche facile il dimostrare, che la formazione della città cooperò eziandio allo
svol gersi di sentimenti e di affetti, che prima non riuscivano a
sceverarsi Quanto alla distinzione dei
sacra publica ac privata, è da vedersi Festo, vu Publica sacra (Bruns, Fontes 358),
stato già citato a 43, nota nº 3. Quanto alla distinzione poi fra gli auspicia
publica e gli auspicia privata, è da vedersi Mommsen, Le droit pubblic romain.
Trad. Girard. Paris, 1887, I, 101, cogli autori ivi citati in nota. 225 dagli
affetti domestici e patriarcali. Fu infatti la città, che, accanto agli affetti
di famiglia ed al culto per gli antenati, suscitò l'affetto per la propria
terra, e il culto per coloro, che si sacrificavano per essa, e quell'illimitato
amore di patria, che informa tutta la storia e tutta la letteratura di Roma, e
che fece esclamare al cittadino ro mano: dulce et decorum est pro patria mori.
Fu essa parimenti, che accanto al culto per i mores maiorum riusci a svolgere
il concetto di una legge, espressione della volontà comune, che doveva a tutti
essere nota, e costituire in certo modo la base e il fonda mento della
comunanza civile. Fu essa ancora, che, accanto alle tradizioni, che si
serbavano gelosamente nelle famiglie e nelle genti e si trasmettevano di
generazione in generazione, diede origine a quella narrazione dei fasti e degli
avvenimenti notevoli per la città, da cui doveva poi uscire la storia; al modo
stesso che, accanto al comando del padre ed alla persuasione degli anziani,
fece svolgere l'arte oratoria e l'eloquenza, le quali più non si impongono per
l'au reola religiosa, da cui sono circondate, ma commuovono e trasci nano la
moltitudine e la folla, a cui si indirizzano. Fu essa infine, che, accanto alla
narrazione delle gesta degli eroi e dei principi, cantate nelle epopee
primitive, rese possibile la storia militare e po litica della città e del
popolo, e pose anche in evidenza l'impor tanza politica di quell'elemento, che
chiamavasi plebe . Dopo cið parmi di poter conchiudere, che non può essere
accolta l'opinione di coloro, che considerano Roma primitiva come uno Stato
patriarcale. Lo Stato romano, noi diremo
con un re. cente autore, che è il Pelham, appartiene, quanto alla sua
struttura, ad uno stadio già molto più inoltrato dello sviluppo della
convivenza sociale e suppone innanzi a sè una lunga preparazione storica. Certo
esso conserva ancora le traccie di un più antico e più pri mitivo ordine di
cose; ma queste sono traccie di un periodo ormai trascorso, le quali tendono
sempre più a scomparire . La supre Per
una più larga trattazione dei mutamenti, che recò nella vita sociale il
surrogarsi della città all'organizzazione patriarcale, mi rimetto all'opera: La
vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale, Torino, 1880, nº. 34, 94
e segg., e alla dissertazione: Genesi e sviluppo delle varie forme di
convivenza civile e po litica. Torino, 1878.
Pelham, vº Rome (ancient), nell'Encyclopedia Britannica, ninth edition.
Edinburgh, 1886, vol. XX, 731. C. Le origini del diritto di Roma.] mazia dello
Stato è ormai stabilita sopra ciascuno dei gruppi, dalla cui confederazione
esso è uscito, e ciascuno di questi gruppi più non si mantiene, che come una
corporazione di carattere esclusivamente privato. In questa parte pertanto lo Stato Romano, come ben nota il Gentile,
lascia a grande distanza la monarchia delle popolazioni Orientali, ed anche
quella delle primitive società greche, la quale è ancora stretta da intimo
vincolo colla divinità, da cui ritiensi pro cedere, e che trasmettesi per
eredità nei discendenti per sangue, e signoreggia con assoluta potestà il
populus od il demos, il quale è solo convocato ad udire le decisioni sovrane e
non mai a deliberare. Il principio invece della sovranità popolare ed il
diritto a partecipare all'amministrazione della cosa pubblica con un voto
direttamente esercitato, e il diritto anche di voto nell'elezione dei reggitori
dello Stato è fin dalle prime origini inerente alla cittadinanza romana . Il
Re, fin dagli esordii della città, è la suprema magistratura dello Stato, e
questo è l'opera del volontario accordo dei cittadini e dei capi di famiglia,
che concorsero alla sua formazione, i quali, nella propria elezione, più non
badano esclusivamente alla nascita ed alla stirpe, ma cominciano a riguardare
al valore ed alla sapienza dei proprii reggitori. Sarà collocandosi a questo
punto di vista, che non segue questo o quell'elemento esclusivo, ma cerca di
riguardarli tutti ad un tempo nel loro progressivo sviluppo, che potrà riuscire
più facile di com prendere i primitivi elementi dello Stato romano, ed il
carattere dei poteri, che lo governano.
GENTILE, Le elezioni e il broglio nella repubblica romana, Milano, 1879,
2 e 3. 227. Le cose premesse hanno abbastanza dimostrato, come nella formazione
primitiva dell'organizzazione sociale domini una legge di evoluzione, non
dissimile da quella, che governa le formazioni naturali. Le traccie di essa
apparirono evidenti, allorchè fra i gruppi gentilizii si veniva lentamente
preparando e quasi sperimentando in varie guise la convivenza civile e politica.
Tuttavia questo concetto deve essere completato con osservare, che nella storia
delle cose sociali ed umane, ogni qualvolta sono preparati gli elementi di una
formazione novella, e questa trovi un terreno acconcio al proprio sviluppo, gli
elementi, di cui si tratta, sembrano richiamarsi l'un l'altro, attirarsi
scambievolmente, riunirsi per guisa, che la nuova formazione sboccia tanto più
rigogliosa e potente, quanto è più matura la preparazione di essa. Per tal modo
ad una lenta incuba zione può anche succedere una pronta e rapida formazione:
il che talvolta accade ancora a ' nostri tempi, e accadde senz'alcun dubbio
nella storia primitiva di Roma, allorchè la nuova città, dopo essere stata
lungamente preparata, presentasi nella storia pressochè con sapevole della
propria destinazione. Tutte le incertezze sembrano essere scomparse, e quasi si
potrebbe dire con ragione, che la co stituzione primitiva di Roma, al pari di
Minerva, sembra uscire compiutamente armata dal cervello di Giove. Se infatti
si possono ancora scorgere delle incertezze, in quanto riguarda la formazione
di una religione, comune alle varie tribù, perchè questo non è lo scopo
essenziale, a cui Roma intende; la costituzione politica di Roma invece sembra
in certo modo essere il frutto di una intuizione po tente, tanta è l'armonia
dell'edifizio, tanta l'efficacia e l'acconcezza dei vocaboli, con cui si
esprimono le singole istituzioni, tanto è il sentimento, che ciascun organo del
nuovo Stato ha di sè medesimo. e del contributo, che deve recare all'opera
comune. Noi ci troviamo 228 di fronte ad un popolo, che con uno sforzo
collettivo giunge a mo dellare ne' fatti un edificio, al quale a stento
potrebbe riuscire un pensatore, che raccolto nelle proprie meditazioni cercasse
di isolare da una quantità di materiali, posti a sua disposizione, tutto ciò,
che si riferisce alla vita politica, giuridica e militare. Tutte le energie
naturali e sociali sembrano concentrarsi in un'opera sola, e ben può dirsi con
Ennio e con Cicerone, che fin dai propri esordii: Moribus antiquis res stat
romana virisque. Secondo la tradizione, bastó un solo regno per porre le basi
di una costituzione, che richiese poi parecchi secoli per svolgersi in tutte le
sue parti : nè la tradizione pud essere così facilmente respinta, come vorrebbe
la critica moderna, in quanto che noi difficilmente possiamo comprendere
l'entusiasmo potente, da cui poterono essere stimolati re, senato, sacerdozii e
popolo, allorchè erano intesi tutti all'attuazione di un grande concetto. 185.
L'urbs, dopo la federazione delle varie tribù, viene ad essere collocata in un
sito, a cui hanno facile accesso le diverse comunanze e trovasi così in tale
posizione da potersi cambiare nel l'emporio del Lazio. Essa per la prima, fra
le comunanze italiche, da cui trovasi circondata, l'ha rotta colle tradizioni,
e si è formata mediante il connubio di genti, che appartengono a stirpi e a
nomi diversi. I padri, che si riunirono per costituirla, hanno parentele ed
aderenze nei territori contigui, e probabilmente continuano a tenervi delle
possessioni, e possono così esercitare un'attrazione potente sulle popolazioni
vicine, a qualunque stirpe esse appartengono. Se a tutto ciò si aggiunge la
fortuna della nascente città, la fortezza della sua posizione e delle sue mura,
il carattere tenace e perseverante de' suoi cittadini, che tutto aspettano dall'avvenire
di essa, potrà lasciarci ammirati, ma non increduli il suo rapido incremento.
Anche lasciando in disparte il provvedimento, che viene attribuito a Ro molo,
di aver aperto un asilo ai rifugiati delle altre città, era na turale, che essa
dovesse cambiarsi in un asilo per tutti coloro, che Vi.
Cic., de Rep., V, 1. È lo stesso CICERONE, che insiste più volte sul
rapido svolgimento di Roma all'epoca romulea, e fa dire fra le altre cose a
Scipione: detisque igitur, unius viri consilio non solum ortum novum populum,
neque ut in cunabulis vagientem relictum, sed adultum iam pene et puberem? (De rep.). Lo stesso pure appare dal racconto
di Livio e di Dionisio. 229 si trovassero spostati nella propria terra o nella
propria organiz zazione gentilizia. Il grande scopo dei fondatori era quello di
fon dere insieme questi elementi diversi e di unificare così la città, tanto
nelle mura, che la circondano, quanto nei concetti giuridici politici e
militari, che servono a stringerne insieme le parti diverse. 186. La cerchia
delle mura e la sua compagine interna sembrano cosi procedere di pari passo. I
suoi fondatori già hanno una lunga esperienza di cose civili e non ignorano
anche i riti religiosi, da cui deve essere accompagnata la fondazione di una
città. Cominciasi pertanto dagli auspizi, per conoscere quod bonum, felix, faustum, fortunatumque
siet populo Romano, e per tal modo anche la re ligione viene ad essere posta a
base della nuova formazione. Quanto alla sua costituzione interna, tutto sembra
essere preparato ed ac concio. I concetti politici di Roma primitiva, nella
loro sintesi po tente, possono essere paragonati a quei massi rozzamente
modellati, che sovrapposti gli uniagli altri formano la cerchia delle sue mura,
e che per il proprio peso e la propria quadratura non abbisognano di essere
cementati gli uni con gli altri. Essi non escono da una costituzione scritta:
ma erompono dalla stessa realtà dei fatti, e sono altrettante costruzioni
logiche e coerenti in tutte le loro parti, le quali, una volta accolte nella
costituzione, potranno essere svolte con rigore dialettico, fino a che non
abbiano ricevuto tutto lo svi luppo, di cui possono essere capaci. Le forme
esteriori delle istituzioni politiche di Roma sono bensì ricavate da
istituzioni analoghe, esi stenti nell'organizzazione anteriore, ma il contenuto
di esse viene ad essere determinato dalle esigenze della nuova città. Quanto
all'in tento, che la città si propone, esso è universalmente sentito, e quindi
non è meraviglia, se la nuova città proceda verso il proprio scopo con
l'ordine, con cui si dispiegherebbe un esercito, e se dei suoi fondatori possa
dirsi col poeta: cui lecta potenter erit res, nec facundia deseret hunc, nec
lucidus ordo. Per tal modo il concetto della città presentasi determinato in
tutte le sue parti, e si esplica con un rigore geometrico, che rende pos sibile
di rifare i diversi stadii, che ha dovuto percorrere. ORAZIO, Ars poetica. 230 187. La città è un
edifizio nuovo, costruito con elementi tolti dall'organizzazione gentilizia
preesistente, i quali però, mirando ad un intento novello, ricevono uno
svolgimento compiutamente diverso. L'urbs è una selezione dalle comunanze di
villaggio circostanti, per cui tutti gli edifizii, che hanno pubblica
destinazione, sono con centrati in un medesimo sito; il populus non è tutta la
popolazione delle comunanze, ma il complesso dei viri, che col braccio e col
consiglio possono cooperare all'interesse comune; la civitas non è più un
vincolo di sangue, ma è determinata dalla partecipazione alla medesima vita
pubblica sotto l'aspetto politico e militare ad un tempo; il munus non è il
complesso delle obbligazioni, che incom bono all'uomo come tale, ma il
complesso dei diritti e delle obbli gazioni, che derivano dall'ubbidire al
medesimo diritto e dal par tecipare alla stessa comunanza civile e politica ;
la res publica non è la somma degli interessi de' singoli cittadini,ma il
complesso degli interessi, che riguarda l'universalità dei cittadini,
considerata come un tutto organico e coerente; infine la lex publica è il com
plesso dei patti ed accordi votati nei comisii, in base ai quali si conviene di
partecipare alla stessa vita pubblica, e quindi per la formazione di essa
debbono concorrere tutti gli elementi costitutivi della città. 188. Intanto
perd nella formazione della città non può aversi altro punto di partenza, che
quello delle istituzioni preesistenti, per guisa che il nuovo edificio richiama
pur sempre l'antico, ma intanto la sua base è mutata; poichè mentre quello si
reggeva sull'eredità e sulla discendenza, questo invece si fonda sulla capacità
e sull'ele zione; mentre quello si fondava sul vincolo del sangue, questo
invece pone la sua base salda sopra un determinato territorio, nel quale si
fortifica e si chiude; mentre in quello ogni cosa veniva ad essere determinata
dall'età e dalla posizione naturale, che altri tiene nella famiglia e nella
gente, in questo invece le funzioni degli
Munus (scrive Festo, quale è restituito dal Mommsen nell'ultima ediz.
del Bruns, Fontes, 344 e 3-15 ) dicitur administratio reipublicae, magistratus
alicuius, aut curae, imperiive, quae multitudinis universae consensu, atque
legitimis in unum convenientis populi comitiis, alicui mandatur per suffragia,
ut capere eum eamque oporteat, et statim, certove ex tempore, certum usque ad
tempus administrare , Qui però il vocabolo munus è preso in una significazione
più ristretta, che non quella che lo stesso autore vi attribuisce, quando
discorre del municipium.] individui vengono ad essere determinate dalla
cooperazione, che possono recare alla città. Giovani debbono esserne i soldati;
anziani debbono esserne i consiglieri. — Solo potrebbe trarre in inganno quel
l'aureola religiosa, che sembra ancora circondare la formazione della città;
maanche questa religione non deve più confondersi con quella preesistente; essa
non è nè il fondamento, nè l'intento supremo, a cui la città intende, come
sembra sostenere il Fustel de Coulanges ; ma è soltanto una consacrazione dello
scopo, che viene a proporsi la nuova comunanza, politica e militare ad un
tempo, e quindi anche la sua religione, i suoi sacerdozii, i suoi auspizii
hanno un carattere pubblico, e come tali si contrappongono alla religione, ai
sacerdozii, e agli auspicii delle singole genti. $ 2. Il populus e le sue
ripartizioni (tribus, curiae, decuriae). 189. Anche le divisioni, che
compariscono nella città, a prima giunta appariscono come un riverbero di
quelle, che esistevano nel periodo precedente e quanto alla loro conformazione
esteriore, sono veramente tali; ma se si riguardano più da vicino, si
presentano con un contenuto, che già comincia ad essere diverso e che tende a
diventarlo sempre più. Così è certamente vero, che la città viene ad essere
divisa in tribu; ma è evidente, che questa divisione in tribů, trasportata
nell'interno di una stessa comunanza, non può più considerarsi come una
distinzione del populus, ma tende di necessità a cam biarsi in una ripartizione
del suo territorio. Le tre tribù primitive, ancorchè serbino per qualche tempo
la denominazione antica, ten dono necessariamente a trasformarsi in altrettante
divisioni territo riali; poichè col mescolarsi degli elementi riuniti in una
stessa co munanza, la distinzione delle stirpi primitive finisce per non più
corrispondere alla realtà dei fatti. Come si potrà ancora parlare di una tribù
di Ramnenses, di Titienses e di Luceres, quando, per la comunanza di connubio e
di diritto, le varie genti si vengono me scolando insieme e nulla pud impedire,
che le persone di una stirpe possano anche trasportare la propria sede nel
territorio dell'altra? Si FUSTEL DE COUlanges, La cité antique, liv.
III, chap. 5, 6, 7. 232 comprende pertanto, che fin dapprincipio i re
tentassero di togliere di mezzo questa distinzione, che solo ebbe a mantenersi
ancora per qualche tempo in conseguenza di quello spirito conservatore, che
dimostrasi tenace sopratutto fra le genti di stirpe Sabina, alle quali appunto
apparteneva l'augure Atto Nevio. La sua opposizione tut tavia non mutasi che in
una dilazione, e la soppressione delle an tiche tribù, se non di diritto, verrà
ad essere operata di fatto da Servio Tullio, che alla tribù fondata sulla
discendenza sostituirà la tribù di carattere territoriale, e sarà cosi
conservato il nome antico per indicare una istituzione compiutamente nuova. In
questo modo infatti si sostituisce il vincolo territoriale, a quello della
discendenza, che prima era il solo ad essere riconosciuto. 190. La distinzione
invece, che è veramente fondamentale per il populus, è quella per cui il
medesimo viene ad essere ripartito in curiae. Un tempo si è dubitato circa il
carattere originario delle curiae, e sull'autorità del Niebhur si è soventi
sostenuto, che esse non fossero, che aggregazioni di gentes, e che si
ripartissero anzi in gentes . Ora però comincia ad essere universalmente
ammesso, che la curia può essere una istituzione, la cui origine è forse an
teriore alla comunanza romana, e che poteva già essere conosciuta alle genti
latine ed etrusche; ma che essa deve ad ognimodo essere considerata come la
base di tutte le divisioni politiche e militari della città, finchè questa si
mantenne esclusivamente patrizia. Essa, al pari del populus, di cui è una
suddivisione, costituisce una cor porazione religiosa, politica e militare ad
un tempo; ha un proprio capo (curio); un proprio sacerdote (flamen curialis );
un proprio culto, che fa parte dei sacra publica; un proprio santuario (sacel
um ); e tutte insieme riunite hanno proprie assemblee, che pren dono il nome di
comitia curiata. L'esattezza stessa del loro nu mero già dimostra come questa
divisione abbia un carattere del tutto artificiale, e miri a uno scopo
preordinato, che è quello di dare Del
resto anche VARRONE, De ling. lat., IX, 9, parla della divisione primitiva in
tribù, come di una divisione piuttosto dell'ager che del populus. Cfr. Karlowa,
Röm. R. G., I, 31, il quale anzi nota che la distinzione in tribus, secondo
Livio I, 13, si applicherebbe di preferenza agli equites. Niebhur, Histoire Romaine. Trad. Golbery.
Paris, 1830, II, 19. Vedi in proposito ciò, che si è detto parlando delle
gentes nel lib. I, cap. III, al nº. 28. e nelle note relative. 233 - ai
quiriti, posti sotto la protezione della religione, un ordinamento politico e
militare ad un tempo, per modo che essi sotto un aspetto possano costituire
un'assemblea di quiriti, e sotto un altro un eser cito di Romani. Quello viene
ad essere il loro nome nei rapporti interni (domi), e questo è quello, con cui
sono designati nei rapporti esterni (foris, militiae). Nulla vieta, che imembri
di una medesima curia siano anche stretti da vincoli gentilizi fra di loro, e
che essi, come attesta Aulo Gellio, siano anche tratti ex generibus homi num ;
ma le curie sono già composte di uomini scelti, di viri, diguerrieri armati di
lancia (quiris), di persone comprese in certi limiti di età, e quindi non
possono più avere colle gentes altro rapporto, salvo quello che da esse
ricavasi il contingente, che entra a costituirle. È quindi incomprensibile, che
le curiae possano ripartirsi in gentes, le quali comprendono indistintamente
tutti coloro, che derivano dal medesimo antenato, senza riguardo nè all'età, né
al sesso. Solo può dirsi, che i membri della curia possono essere considerati
sotto un doppio aspetto: o in rapporto colle famiglie, colle genti, colle tribù,
da cui ebbero a staccarsi, e sotto quest'aspetto essi continuano ad essere dei
gentiles; o rimpetto al populus ed alla civitas, di cui entrano a far parte, e
sotto questo aspetto sono dei viri, dei quirites, degli uomini di arme e di
consiglio, che non debbono avere altro pensiero, che quello della res publica.
191. Quanto alla suddivisione in decuriae, che è solo accennata da Dionisio,
essa non può certamente essere confusa colla riparti zione in gentes, come
avrebbe voluto il Niebhur; ma può essere facilmente compresa, quando si
ritenga, che dalle curie usciva poi quel contingente, scelto e nominato dal re,
che doveva poi entrare a costituire le centurie dei cavalieri e le decurie dei
senatori. I [Aulo Gellio, Noctes Atticae, lib. XV, 27, ci conservò in succinto
tutta una teoria intorno ai comizii, che egli dice di aver ricavata dal libro
di Laelius Foelix, ad Quintum Mucium, e sarebbero parole testuali di
quest'ultimo le seguenti: cum ex
generibus hominum suffragium feratur, curiata comitia; cum ex censu et aetate,
centuriata; cum ex regionibus et locis, tributa . Fu anche fondandosi su questo
passo, che si è sostenuto per lungo tempo, che le curiae si dividessero in
gentes; ma parmi evidente, che, anche ammettendo che genus in questo caso suoni
gens, il medesimo non potrà mai condurre ad altro risultato salvo a quello, che
il contingente delle curie era ricavato dalle genti e in base alla discendenza,
mentre quello delle cen turie era ripartito in base al censo, e quello dei
comizii tributi in base alle località o alle tribù, a cui erano ascritti i
cittadini. 234 senatori (patres) ed i cavalieri (celeres, equites) nella città
primi tiva appariscono come due corpi scelti nel seno stesso delle curie, e
corrispondono in certo modo alla divisione dei iuniores e dei se niores. I
primi sono l'elemento giovine, splendido nell'armi, che costituisce il
corteggio del re e l'ornamento della città (civitatis or namentum ), sotto il
comando di un tribunus celerum, o di un magister equitum; mentre il senato,
nella concezione estetica ed armonica della città primitiva, rappresenta
l'elemento più maturo negli anni, più saggio nel consiglio, e costituisce
veramente il con siglio, da cui il re è circondato (regium consilium ). Non vi
ha poi dubbio, che l'uno o l'altro elemento viene ad essere ricavato dal seno
delle curie, e quindi è assai probabile, che, nell'ordinamento simmetrico della
città primitiva, ogni curia potesse anche sommini strare un numero eguale di
cavalieri e di senatori, numero che dovette appunto essere quello di dieci per
ogni curia; donde il con cetto, che anche le curiae si dividessero in decuriae.
Del resto non avrebbe nulla di ripugnante, che questa suddivisione esistesse
vera mente nel seno delle curie: mentre sarebbe in ogni caso incom prensibile,
che le curie si potessero suddividere in gentes . 192. Conchiudendo si può
dire: che la ripartizione in tribù, qualunque potesse esserne la significazione
primitiva, tende a cam biarsi in una divisione territoriale, ossia in una
ripartizione del l'ager; che il populus, ricavato per selezione dalle genti e
dalle tribù, dividesi in curiae, che sono corporazioni religiose, politiche e
militari ad un tempo, i cui quadri sono regolari, come quelli diun esercito,
cosicchè riunite possono costituire sotto un certo aspetto un esercito e sotto
un altro aspetto un'assemblea politica, e sotto altro assumono eziandio un
carattere sacerdotale, che fu quello Che
le decuriae non debbano confondersi colle gentes, ma debbano invece ri cercarsi
piuttosto negli equites e senz'alcun dubbio anche fra i patres del senato, è
provato anzitutto da ciò, che il senato fin dai primi tempi si divideva
senz'alcun dubbio in decuriae, il che dovette pure essere degli equites, il cui
corpo, secondo OVIDIO, Fast., III, 130 dividevasi appunto in dieci squadroni o
turme, così chia mate quasi turimae,
quod ter deni equites, ex tribus tribubus Titiensium, Ramnium, Lucerum
fiebant (V. Festo, vº Turmam ). Del
resto la divisione del senato in de curiae fu ancora mantenuta nelle coloniae e
nei municipia, dei quali si sa, che erano organizzati sul modello stesso della
metropoli. Cfr. in proposito Belot, His toire des chevaliers
romains, I, 151, 152; e il Bloy, Les origines du Sénat romain. Paris,
1883, 102-105. 235 - che serbarono più a lungo, allorchè già avevano perduto le
altre funzioni politiche e militari; che da ultimo il corpo scelto degli
equites e dei patres dividesi in decuriae. Questo è certo ad ogni modo, che nel
populus non deve più essere cercata la riparti zione in gentes, delle quali
solo si può dire ciò, che Cicerone disse più tardi della famiglia, che esse
cioè erano il seminarium reipublicae, perchè da esse ricavavasi il contingente,
che entrava a costituire le curie. Il pubblico potere e gli aspetti essenziali
del medesimo (regis imperium, patrum auctoritas, populipotestas). 193. Intanto
questo esame del populus e della sua composizione può facilmente condurci a
spiegare in qual modo abbia potuto sboc ciare nel seno del medesimo il concetto
del pubblico potere, ed in quali forme esso siasi venuto manifestando. I
vocaboli sono qui una guida incerta, poichè il potere in genere viene ad essere
indicato, ora col vocabolo di potestas, ed ora con quello di imperium; ma l'in
certezza, che è nei vocaboli, può essere tolta di mezzo, se si riesca a
ricostruire il processo logico, che in questa parte seguirono i Romani. Anche a
questo riguardo esistevano degli elementi, che già erano preparati
nell'organizzazione preesistente. Per unificare la città, presentavasi acconcia
la figura del padre; per consultarsi nei momenti più difficili, eravi il
consiglio degli anziani; e in fine per deliberare intorno alle cose, che
riguardavano il comune interesse, già si conosceva l'assemblea della tribù.
Erano così in pronto l'elemento monarchico, l'aristocratico e il democratico;
nė ai fondatori della città patrizia poteva ripugnare, che queste con
figurazioni dell'organizzazione gentilizia fossero trasportate nella nuova
comunanza. L'imitazione dell'antico avrebbe conciliato rive renze alle
istituzioni novelle, e quindi tutte queste estrinsecazioni del potere,
preesistenti nell'organizzazione anteriore, ricompariscono nella città; ma
intanto il concetto ispiratore viene ad essere com piutamente diverso. Il re
infatti non è più tale per nascita, ma è creato dall'elezione; il che deve pur
dirsi del senato, e fino anche dei comizii del popolo, i quali non sono una
moltitudine, ne una folla, in qualsiasi modo congregata, ma costituiscono un
esercito di uomini di arme, ed un'assemblea, debitamente organizzata, di uomini
di senno e di consiglio. Il re, il senato ed il popolo, adunato nei comizii,
vengono così ad essere i tre organi essenziali, in cui si estrinseca il
pubblico potere nella costituzione primitiva di Roma. 194. Quanto al vocabolo
adoperato per significare questo supremo potere, la cosa è dubbia, poichè
occorrono in significazione generica ora quello di potestas, ed ora quello di
imperium. Dei due vocaboli tuttavia quello, che a mio avviso appare più largo e
comprensivo, è certamente il vocabolo di potestas, il quale, per la propria ge
neralità, può facilmente adattarsi ad indicare qualsiasi gradazione del
pubblico potere. Esso quindi si applica talora per significare il potere del
magistrato (potestas regia, consularis, censoria ); quello del popolo (populi
potestas) e talvolta eziandio quello del senato, al modo stesso che può anche
adoperarsi per significare il potere domestico e privato. Potestas insomma,
nella sua significa zione più larga, indica il potere, riguardato in tutte le
sue mol teplici manifestazioni; il che però non toglie, che, contrapponen dosi
talvolta lo stesso vocabolo a quello di imperium, possa anche assumere una
significazione più circoscritta. L'espressione quindi Questa incertezza di significazione fra
potestas ed imperium è notata, fra gli altri, dal KARLOWA, Röm. R. G., il quale
trova eziandio, che il voca bolo di potestas ha una significazione più
generica. Così pure la pensa il MOMMSEN, secondo il quale il vocabolo di
potestas esprime l'idea più larga, e quello di impe rium la più ristretta;
sebbene ciò non tolga, che nel linguaggio corrente il vocabolo di imperium
siasi poscia riservato alle magistrature maggiori,mentre si adoperò quello di
potestas per i magistrati, che non avevano imperium. Ciò risulta dal passo di
Festo ivi citato: Cum imperio dicebatur
apud antiquos, cui nominatim a populo dabatur imperium; cum potestate est,
dicebatur de eo, qui negotio alicui praeficiebatur . Le droit public romain, I,
24. Lo stesso autore poi osserva, che quel vocabolo di imperium, che in un
senso tecnico indicava in genere il potere del magistrato, in un senso
ugualmente tecnico e più frequente indicava il comando militare. Op. cit., I, 135.
Parmi tuttavia, che queste apparenti incoerenze nella significazione di questi
vocaboli vengano a dileguarsi, quando si ritenga, che il vocabolo di potestas
indicava il potere pubblico in genere, mentre quello di imperium usavasi di
prefe renza per il potere del magistrato, e più specialmente ancora per
l'imperium militiae. Anche nell'indicazione del potere privato del capo di
famiglia accadde alcun che di analogo. Questo potere infatti in origine era
indicato col vocabolo generico dimanus o di potestas; ma ciò non tolse, che
questi vocaboli abbiano poi designato i singoli aspetti di questo potere, cioè
la manus il potere del marito sulla moglie, e la po testas quello del padre sui
figli. Ciò significa, che i vocaboli presentansi dapprima con una
significazione più larga, che corrisponde al vigore sintetico di quei concetti
primitivi, di cui sono l'espressione; ma quando poi questi concetti si vengono
diffe renziando nei varii loro aspetti, il vocabolo primitivo suol sempre
essere mantenuto per significare in modo più specifico uno di tali aspetti. 237
- più generale del potere viene ad essere quella di publica potestas; ma
siccome poi esso può atteggiarsi sotto aspetti diversi, così ben presto nella
indeterminazione primitiva, compariscono i vocaboli, che esprimono gli
atteggiamenti diversi, che il medesimo viene ad assumere. Tali sono i vocaboli
di imperium, che applicasi di prefe renza al potere del magistrato; quello di
auctoritas, che sopratutto si accomoda al senato; e quello infine di potestas,
che, applicato al popolo, indica il potere di esso, in quanto iubet atque
constituit , Tutti questi concetti sono ancora vaghi ed indeterminati: ma
intanto sono concepiti in una sintesi potente, che renderà possibile a cia
scuno di ricevere uno svolgimento pressochè indefinito. 195. Ciò può scorgersi
anzitutto quanto al concetto di imperium, che indica di preferenza il potere
del magistrato. Il medesimo, nel concetto romano, non esce dalla nascita, nè
dalla investitura divina; ma esce dall'accordo delle volontà, che concentrano
ed unificano in esso il potere, che prima era disperso fra i singoli capi di fa
miglia, alla cui potestà trovasi talvolta applicato il vocabolo stesso di
imperium. Per esprimere un tal concetto non poteva esservi im magine più
efficace, che quella di raccogliere e di riunire quelle aste, che sono
l'emblema del potere spettante ai singoli quiriti . Che il potere del re e degli altri magistrati
maggiori, che a lui sottentrarono più tardi, sia di regola indicato col
vocabolo di imperium, è cosa che appare da tutti gli antichi scrittori. È poi
sopratutto CICERONE, che accenna a queste varie distin zioni, allorchè afferma
che potestas in populo, auctoritas in
senatu est . De le gibus III, 12, 28;
distinzioni, che egli fa rimontare fino agli inizii di Roma, in quanto che,
parlando di Romolo, scrive: vidit
singulari imperio et potestate regia tum melius gubernari et regi civitates,
esset optimi cuiusque ad illam vim do minationis adiuncta auctoritas , nel qual
passo il potere regio viene efficacemente chiamato vim dominationis, mentre
quello del senato è indicato con quello di au ctoritas. De rep., JI, 8. [Magistratus,
scrive a questo proposito il Mommsen, è l'individuo investito di una
magistratura politica regolare, in quanto essa emana dall'elezione del popolo (Le
droit public romain, I, 8 ); e aggiunge poi a 10, che il magistrato, quanto
alle forme esteriori, è appunto colui, che ha diritto di portare i fasci dentro
la città. Ora se il magistrato è l'eletto del popolo, e se i fasci, che
simboleggiano i poteri riuniti dei quiriti, sono l'emblema del suo potere, non
so veramente com prendere, come siasi potuto sostenere, in parte dallo stesso
Mommsen, che il re non riceva il proprio potere dal popolo: tanto più, che gli
scrittori antichi parlando del popolo usano le espressioni di imperium dare,
magistratum creare, iubere, sibi ad scire e simili. 238 Per tal guisa, dal
fascio delle armi usci il fascio dei littori, e si frapposero in esso anche le
scuri, che simboleggiano quel ius vitae et necis, il quale apparteneva al capo
di famiglia, e non poteva perciò essere negato al capo della città. È tuttavia
degno di nota, che questo imperium, formatosi mediante la riunione dei poteri
spettanti a ciascuno, appena costituito apparisce pauroso per coloro stessi,
che ebbero a conferirlo, in quanto che le sue stesse insegne esteriori (fasces)
indicano, come al disopra del potere dei singoli siasi formato un potere
collettivo, a cui tutti debbono inchinarsi. È questa la causa, per cui, davanti
ai fasci dei littori, si apre la molti tudine e la folla per lasciare il passo
a quel magistrato, il quale, mentre è il frutto dell'elezione di tutti, viene
ad essere imponente e pauroso per ciascuno; e che se il magistrato ordini al
littore col liga manus , il cittadino
non osa sottrarsi al comando. 196. Intanto in questa prima concezione del
potere del magi strato, non si potrebbe certamente aspettare, che siano
determinati i confini, in cui il medesimo debba essere contenuto. La necessità
di un elemento unificatore è universalmente sentita, trattandosi di una città,
che fin dalle proprie origini era il frutto della con federazione di elementi
eterogenei e diversi; né si può aspettare, che un popolo, il quale non pose
dapprima alcun limite al potere giuridico del capo di famiglia, possa cercare
di mettere dei confini alpubblico potere del magistrato. Il medesimo percid
compare senza limitazione di sorta; è potere religioso, militare, politico e
civile ad un tempo; ed è concepito in una sintesi cosi potente, che, secondo il
Mommsen, per ricostruire il potere primitivo del re, con viene in certo modo
ricomporre quei poteri, che si vennero poi di stribuendo fra tutte le
magistrature più elevate di Roma, quali sono il console, il pretore, il
dittatore ed il censore. Fu solo l'esperienza, che venne dopo, che fece
conoscere come del potere possa abusare anche un eletto dal popolo, e in allora
si assiste ad una singolare scomposizione del potere primitivo del re, per cui
ogni sua particolare funzione finisce per dare origine ad una ma gistratura
speciale. Tuttavia, anche allora, cercherebbesi indarno una circoscrizione
netta di qualsiasi potere, cosicchè il magistrato ro mano, che può talvolta
essere reso impotente per un atto di minima
Mommsen, Op. cit., 5 e 6. 239 importanza, viene ad avere un potere
pressochè senza confini, al lorchè trovasi appoggiato e sorretto dalla pubblica
opinione. Lo stesso è a dirsi della patrum auctoritas. Anche qui occorre un
vocabolo, che come quello di potestas, presentasi con significazione alquanto
vaga ed indeterminata, e che trovasi applicato eziandio, cosi in tema di
diritto pubblico che di diritto privato. Chi ben riguardi tuttavia non potrà a
meno di notare, che il vocabolo auctoritas, nella varietà delle significazioni,
che sogliono essergli attribuite, significa costantemente l'appoggio,
l'approvazione, la ga ranzia, che si arreca o si assume per un determinato atto.
Tale è la significazione fondamentale di questo vocabolo, sia quando parlasi di
iuris auctoritas, di usus auctoritas, sia anche quando è questione di tutoris
auctoritas, o del venditore, il quale, dovendo garentire l'evizione al
compratore, auctor fit dirimpetto al medesimo. Or bene anche questa è la
significazione del vocabolo di patrum auctoritas. Da una parte havvi il re, che
agisce ed esercita l'imperium, dal. l'altra il popolo, il quale iubet atque
constituit; mentre il senato trovasi nel mezzo, e cosi da una parte dà i suoi
consilia almagi strato, dall'altra auctor fit, cioè accorda la propria
approvazione alle deliberazioni del popolo. Esso componesi di persone, alle
quali, per la loro età e per il loro grado, si appartiene non tanto l'agere,
quanto il consulere, e quindi, senza avere propria iniziativa, completa in
certo modo l'opera dell'uno e dell'altro; poichè per mezzo del senato le misure
prese dal re vengono ad avere l'autorità e l'appoggio del suo consiglio, e le
delibera zioni del popolo ricevono consistenza ed autorità, mediante la sua
approvazione. Finchè dura il periodo regio, il concetto si man tiene ancora
vago ed indeterminato; ma durante il periodo repub blicano quest'autorità,
essenzialmente consultiva, riceverà una lar ghissima esplicazione, e finirà per
penetrare in qualsiasi argomento; e quindi può affermarsi a ragione, che la
grandezza di Roma non fu L'ufficio consultivo, che il senato compie rispetto al
re, è bellamente espresso da CICERONE, allorchè dice di Romolo: Itaque hoc consilio et quasi senatu fultus .
De rep., II, 8. Quanto poi all'auctoritas, che il senato esercita rimpetto al
populus, essa non può certamente pareggiarsi coll' auctoritas tutoris
dirimpetto al pupillo, perchè non trattasi qui di integrare una personalità
incompleta; ma bensì di recare il sussidio e l'autorità, che viene dall'età e
dall'esperienza, ai provvedimenti, che ri guardano il pubblico interesse. Cfr.
Karlowa, Röm. R. G., I, 47. 240 solo opera della fortezza del suo popolo, nè
dell'energia del suo ma gistrato, ma benanco della sapienza del suo senato. Per
i Romani ebbe importanza l'agere e il iubere; ma l'uno e l'altro dovettero
essere temperati dal consulere. 198. Intanto, dacchè sono in quest'argomento,
importa qui di accen nare alla questione tanto controversa, fra gli autori,
circa la signifi cazione da attribuirsi al vocabolo di patrum auctoritas: col
qual vocabolo alcuni intendono l'approvazione del senato; altri invece
l'approvazione, che, durante i primi secoli della repubblica, i pa trizii delle
curie dovevano dare alle deliberazioni prese negli altri comizi; mentre altri
infine ritengono, che con esso intendasi l'ap provazione dei senatori
esclusivamente patrizii . Sembra a me, che la questione possa essere risolta in
modo assai più naturale e più verosimile, quando si abbia presente che, in una
lunga evoluzione storica, quale è quella della costituzione politica di Roma,
una stessa espressione può in varii periodi di tempo anche assumere
significazioni compiutamente diverse. Durante il periodo regio, il vocabolo di
patrum auctoritas significò senz'alcun dubbio l'approvazione del senato; perchè
nella città esclusivamente patrizia erano chiamati col nome di patres i
senatori, mentre gli altri capi di famiglia costituivano il populus e
l'assemblea delle curie. Più tardi invece, allorchè, accanto ai comizii
curiati, si vennero for mando anche i comizii centuriati, ed anche i comizii
tributi, il vo cabolo di patres o patricii potè naturalmente comprendere tutto
l'ordine patrizio, il quale costituiva veramente l'ordine dei patres e dei
patricii di fronte al rimanente del popolo, ed aveva ancora una propria
assemblea, che era quella appunto delle curie. Di qui Questa è una delle questioni più controverse,
che presenti la storia politica di Roma, e credo veramente, che la causa del
dissenso provenga dalla supposizione, che un medesimo vocabolo in una lunga
evoluzione storica debba sempre avere una medesima significazione. Le opinioni
diverse sostenute dagli autori possono vedersi riassunte dal WILLEMS, Le droit
public romain, 5me éd., Paris 1883, 208 e dal Bouché-LECLERCQ, Manuel des
institutions romaines, Paris 1886, 16, nota 1. Di recente la questione ebbe ad
essere trattata con grande chiarezza ed eradizione dal PANTALEONI, L'auctoritas
patrum nell'antica Roma nelle sue diverse forme (Rivista di filologia, Così
pure ebbe nuovamente a trattarla il KARLOWA, op. cit., 42 a 48; il quale
finisce per associarsi all'opinione già soste nuta dal Rubino, che l'auctoritas
patrum debba ritenersi per l'approvazione dei se natori patrizii. 241 la
conseguenza, che d'allora in poi, per indicare l'approvazione del senato si usd
di preferenza il vocabolo di senatus auctoritas, in quanto, che il senato aveva
già cessato di essere composto esclusi vamente di veri patres, e cominciava a raccogliersi
fra gli equites e più tardi fra i magistrati uscenti di uffizio (patres et
conscripti); mentre il vocabolo di patrum auctoritas potè servire acconciamente
per indicare la ratifica, che i comizii curiati, composti ancora dell'ele mento
patrizio, dovevano dare alle leggi ed alle altre deliberazioni, che fossero
state votate nelle altre riunioni comiziali; il che è dimo strato da ciò, che
si usano promiscuamente le espressioni
patres o patricii auctores fiunt . Siccome però in questo periodo, il senato
è ancora essenzialmente l'organo del patriziato, così si comprende come
posteriormente, allorchè la necessità della patrum auctoritas era stata abolita,
l'espressione siasi talvolta adoperata per significare l'una o l'altra
approvazione. Nella gravissima
questione, che è tuttora aperta, gli unici argomenti, vera mente saldi, di cui
possiamo valerci, sono i seguenti: 1° Che l' auctoritas patrum, durante il
periodo regio esclusivamente patrizio, non potè significare che l'approva zione
del senato, come risulta dal racconto di Livio, relativo all'elezione di Numa,
ove i patres, qui auctores fiunt, non possono essere che i senatori. Hist. I,
17, ed anche da Cicerone, il quale, comesopra si è visto, attribuisce
l'auctoritas al senatus; 2° Che colla Repubblica il senato continuò senz'alcun
dubbio ad approvare le deli berazioni curiate e centuriate, ed anche tribute,
in quanto che parlasi più volte di senatus auctoritas, come risulta da Livio,
XXXII, 6; IV, 46, ove i colleghi di Sestio di chiarano: nullum plebiscitum nisi
ex auctoritate senatus passuros se perferri; 3º Che oltre a questa approvazione
del senato si parla sovente di patres o di patricii auctores sopratutto da
Livio, ogni qualvolta trattasi di proposta di un interrex, o di qualche
provvedimento voluto dalla plebe. Hist. III, 40, 55, 59; IV, 7, 17, 42, 43 ecc.
Ora quest'ultime parole non possono più riferirsi al senato, e quindi l'unica
conclusione probabile viene ad essere, che, siccome l'assemblea delle curie,
composta di patricii, era in certo modo stata esclusa dalla formazione delle
leggi, la quale era passata invece ai comizii centuriati, che erano la vera
riunione del populus, così essa, accid ritenesse sempre una parte nella
formazione delle leggi, è stata chiamata a dare la patrum o patriciorum
auctoritas, che venne così ad essere distinta dalla senatus au ctoritas. Cid fu
una conseguenza della modificazione introdottasi nella costituzione colla
introduzione dei comizii centuriati, e del principio ispiratore della
costituzione primitiva, secondo cui, per la formazionedella legge, richiedevasi
il concorso di tutti gli organi politici dello stato. Ciò che è accaduto
dell'auctoritas patrum, si è pure verificato della lex curiata de imperio, ed
anche della proposta dell' interrex, che pure appartengono all'assemblea
esclusivamente patrizia, quale fu per qualche tempo ancora quella delle curie;
mentre il Senato, avendo anch'esso accolto in parte l'ele mento plebeo, aveva
seguito lo svolgersi della costituzione, e aveva così cessato di C., Le origini
del diritto di Roma. 16 - 212 199. Viene infine la potestas populi, e a questo
riguardo io non dubito di affermare, che essa nel concetto della costituzione
pri mitiva di Roma, debbe essere considerata come la sorgente di ogni altro
potere. Alcuni autori trovano ripugnante, che Roma sia sen z'altro pervenuta al
concetto della sovranità popolare, e quindi cercano di dare, come fondamento
all'imperium del magistrato, il concetto degli auspicia, che essi considerano
come una specie di investitura divina. Parmi invece, che la genesi dello Stato
romano essere esclusivamente patrizio. Insomma, coll'accoglimento della plebe
nel populus quiritium, il vero potere legislativo viene a portarsi nei comizii
centuriati; ma in tanto l'assemblea delle curie conserva l'auctoritas patrum,
la lex curiata de imperio, e la proposta dell'interrex. Certo è una congettura
anche questa, ma mentre essa non contraddice ai passi degli antichi autori,
corrisponde allo spirito della costitu zione primitiva, in cui ogni organo
politico deve aver parte nella formazione delle leggi e nell'elezione del
magistrato, ed al sistema romano, che, pur introducendo un nuovo organo
politico, suole ancora mantenere per riverenza e per culto quelli, che
esistevano precedentemente. Il vero intanto si è, che queste varie funzioni
dell'as semblea delle curie non avevano più una vera ed effettiva influenza,
poichè la lex curiata de imperio divenne una semplice formalità, la proposta
dell'interrex era una reliquia del principio, che auspicia ad patres redeunt, e
la patrum auctoritas soleva solo essere negata, quando trattavasi di
opposizione d'interessi fra patriziato e plebe. Dovrò ritornare sull'argomento
nel Capitolo III, al 1° e 2°,
discorrendo dello svol gimento storico del concetto di lex, e di quello
dell'interregnum. Del resto delle opinioni poste innanzi dagli autori quella,
che parmi la meno probabile, è quella adottata dal KARLOWA, che intende per
patrum auctoritas l'approvazione dei soli senatori patrizii, perchè essa non si
concilia coll'espressione dei patricii auctores fiunt, patricü coeunt,
interregem produnt e simili, e perchè crea una divisione nel senato, che è
incompatibile col carattere di unità coerente, che ebbe sempre questo corpo.
Mentre l'assemblea delle curie diventava una soprav vivenza dell'antica'
costituzione, il senato invece si mantenne sempre vigoroso e vi tale, e subì
modificazioni analoghe a quelle del populus, senza mai portare le traccie di
dissidii che fossero nel suo seno, poichè la nobiltà plebea, che entrava in
esso, aveva già le stesse tendenze dell'antico patriziato. Che poi il vocabolo
di patres, in questo periodo, fosse venuto a significare in genere l'ordine
patrizio, è dimostrato in modo incontrastabile da quella disposizione della
legge decemvirale: connubium patribus
cum plebe ne esto , dove il vocabolo patres non comprende certo soltanto i
senatori, ma tutti i patrizü; come pure dal fatto, che gli storici parlano
soventi dei iuniores patrum, la cui intransigenza è condannata dal senato. Parmi, che questa proposizione sia abbastanza
provata dalle espressioni ado. perate dagli autori per significare il potere
del popolo. CICERONE, ad esempio, parla di questo potere, dicendo che il
populus regem sibi adscivit, creavit, iussit, constituit; espressioni, che
indicano abbastanza, che la potestà suprema, a suo avviso, risiedeva presso il
popolo. Lo stesso è da lui confermato, allorchè nel discorso de lege agraria 2,
7, 17 dice: omnes potestates, imperia,
curationes ab universo populo romano 243 dovesse logicamente condurre al
risultato di riporre la sorgente del pubblico potere nella sovranità popolare,
circondandola però di quel l'aureola religiosa, che occorre in tutte le
primitive istituzioni di Roma. Lo Stato romano esce dalla confederazione e dal
contratto, e quindi al modo stesso, che la patria riceve la sua denominazione
dai patres; così il potere pubblico si forma mediante la riunione del potere,
che appartiene ai singoli quiriti, e che è rappresentato dalla lancia, di cui
essi sono armati. Quanto agli auspicia, che appar tengono al magistrato, essi
non mirano, che a dare una consacra zione religiosa al potere stesso, e a
metterlo in condizione di sapere giudicare, se questo o quel provvedimento, da
prendersi nel pubblico interesse, possa essere o non accetto agli dei. Che anzi
gli auspicia publica del magistrato debbono considerarsi essi stessi come una
trasmessione, che i padri fanno al magistrato di quegli auspicia, che
appartengono a ciascuno di essi. Cid è dimostrato dal fatto che, du rante
l'interregno, gli auspicia ritornano ai padri (ad patres re deunt auspicia );
il che significa, che in origine dovevano appartenere ai padri stessi, i quali,
nell'interesse delle loro genti e famiglie, as sumevano quegli auspicii, che il
magistrato romano doveva invece consultare, quando si trattasse di qualche
deliberazione importante per il popolo stesso. Tuttavia se ai patres tornano
gli auspicia, è però sempre al populus, che spetta di creare il magistrato, che
debba succedere nell'imperium, come lo dimostra la tradizione, per venuta fino
a noi, della elezione diNuma. Si aggiunge, che è solo dopo il conferimento
dell'imperium, fatto mediante la lex curiata de imperio, che il re dapprima e
le magistrature, che gli sottentrarono più tardi, possono entrare
nell'adempimento del proprio uffizio. Ri tengo pertanto, che a questo proposito
non possa essere accolta l'opi nione del Mommsen, la quale riesce pure
inammessibile per il Kar proficisci convenit . Lo stesso è indicato da Festo,
allorchè parlando del magi stratus cum imperio, dice, che esso è quello al
quale a populo dabatur imperium .
Malgrado di ciò convien dire, che l'opinione contraria, come si vedrà in
seguito, ha la prevalenza presso gli autori anche recenti, che si occuparono
dell'argomento. Si accostano però al concetto da me sostenuto il Mainz, Introd.
au cours de droit romain. Bruxelles, ed il GENTILE, Le elezioni e il broglio
nella repubblica romana, il quale fino dapprincipio afferma molto chiaramente e
giusta mente, a parer mio, che i pastori
della leggenda riconoscono Romolo per capo supremo; ma, pur conferendogli la
somma autorità, riguardano ancor sempre se stessi quali depositarii, e quasi
natural sorgente della sovranità . 244 - lowa, secondo la quale la lex curiata
de imperio non conferirebbe l'impero, ma soltanto vincolerebbe il popolo verso
il re. Se cosi fosse infatti, il magistrato dovrebbe poter esercitare il
proprio ufficio, anche prima di aver ricevuto questa specie di giuramento di
fedeltà, che servirebbe ad obbligare il popolo, ma nulla aggiungerebbe al suo
potere. Il vero invece si è, che anche in questa appare il carattere
eminentemente contrattuale della costituzione primitiva di Roma, per cui anche
il conferimento del potere supremo si opera colla forma propria della
stipulazione, in quanto che havvi il magistrato, che prima di entrare in
ufficio rogat imperium, ed havvi il popolo, che con una legge glie lo
conferisce: e intanto l'uno e l'altro co noscono i diritti e le obbligazioni,
che una legge di questa natura può loro conferire. Una prova poi di questo
riconoscimento della sovranità popolare l'abbiamo per parte del patriziato, in
quel fatto di Valerio Pubblicola, che in tempo di pace e dentro la città
ordinava ai littori di abbassare i fasci, e di togliere daimedesimi le scuri,
come pure nel fatto, che gli imperatori, quando già si erano fatti onnipotenti,
sentirono il bisogno, per rispettare un tradizionale concetto, di essere
investiti dell'imperium dal popolo. Intanto però il concetto, che il potere
supremo risiedesse nel popolo, non poteva in nessun modo affievolire l'imperium:
poichè al modo stesso che il popolo doveva ubbidire alle leggi, che si
erano Che il magistrato non possa
entrare in ufficio, e tanto meno esercitare l'im perium, prima della lex
curiata de imperio, è provato da due passi di CICERONE, nei quali si dice: consuli, si legem curiatam non habet, rem
militarem attingere non licet (De lege
agraria, II, 12, 30 ) e più genericamente ancora: sine lege cu riata nihil agi per decemviros
posse (Ibidem, II, 11, 28). Dal momento
quindi, che il concetto dell'imperium dei consoli è in tutto identico a quello
del regis im perium, non si comprende come il Mommsen, Staatsrecht, I, 588 s.
possa ridurre la lex curiata ad un semplice giuramento di fedeltà, che vincola
i soli sudditi, e meno an cora, che il Karlowa, op. cit., I, 52 e 82 possa
sostenere, che la lex curiata de imperio non sarebbe entrata in azione, che
colla costituzione Serviana, ossia colla in troduzione dei comizii centuriati,
i quali avrebbero conferita la potestas, mentre i comizii curiati avrebbero poi
conferito l'imperium. Ciò è contraddetto ripetutamente da CICERONE, de Rep. II,
10, 17, 18, 20, che parla appunto della lex curiata de imperio a proposito dei
primi re. Non solo deve negarsi, che questa lex entrò in azione solo colla
costituzione Serviana; ma deve dirsi piuttosto, che essa da quel momento perde
della propria importanza e riducesi ad una semplice sopravvi venza dell'antico
ordine di cose, in cui erano i patres, che investivano il re del. l'imperium, e
a cui ritornavano gli auspicia. - 245 da lui votate nei comizi, così esso
doveva eziandio inchinarsi al potere, che aveva conferito al magistrato per
mezzo di una pro pria legge. Che anzi questo potere riusciva tanto più efficace
ed imponente, in quanto si fondava sopra una volontà collettiva, che ve niva a
sovrapporsi alla volontà dei singoli. Ed è anche questo il mo tivo, per cui il
potere del magistrato romano veniva in certo modo ad essere senza confini,
finchè aveva l'appoggio della pubblica opinione. Fermo cosi il concetto della
costituzione primitiva di Roma, quale esce dalla logica delle istituzioni
(logica, che nel fatto dovette anche essere più rigorosa e coerente di quella,
che a noi possa esser riu scito di ricostruire ), riescirà più facile di
ricomporre insieme i cenni, che gli autori ci conservarono di questa primitiva
costituzione e di comprendere il vero ed intimo significato della
medesima. 4. Il re ed il regis imperium. 201. Dei concetti politici del
periodo regio, quello che presentasi modellato in modo più vigoroso e potente è
certamente il potere del rex. Tutti i poteri infatti, che nel periodo
anteriore, presso le genti latine, erano indicati coi vocaboli di magister
populi, di magister pagi, di dictator, di praetor, di iudex appariscono fusi e
concentrati nella concezione sintetica del regis imperium. Per tal modo il con
cetto del rex da una parte inchiude la sintesi di tutte le manifestazioni del
potere, che eransi avverate nel periodo gentilizio, e dall'altra è il punto di
partenza,da cui prendono le mosse tutti i poteri, che, durante il periodo
repubblicano, saranno poi affidati alle diverse magistrature maggiori. Il rex
nel concetto romano è l'unificazione potente del populus; accoglie in sè la
somma dei poteri, che possono essere necessarii nell'interesse della cosa
pubblica; nė vi ha costituzione scritta, che gli prescriva alcun limite
nell'esercizio dei medesimi. Cid però non toglie, che questi limiti esistano di
fatto nel costume pubblico e privato; nel bisogno incessante, che il re ha
dell'appoggio della pubblica opinione; ed anche negli imbarazzi, che gli
possono creare i padri, ogni qualvolta egli volesse spingere troppo oltre la
propria azione. Capo del populus, egli è custode eziandio della città spiega la
vita pubblica (custos urbis), e deve avere la propria casa nel cuore stesso
della città, accanto al sito, ove deve bru 246 ciare perenne il focolare della
vita pubblica, che si conserva nel tempio di Vesta. Che se, per provvedere al
pubblico interesse, debba abbandonare la città, dovrà lasciare nella medesima
un proprio delegato, che prenderà il nome di praefectus urbis. È quindi anche
il re, che provvede al lustro esteriore della città, che progetta e costruisce
quelle opere grandiose, che già rimon tano all'epoca regia, e che non furono le
meno durature fra quelle costruite nell'eterna città. È nella successione dei
re parimenti, che può scorgersi una continuità nel grandioso intento di
ampliarne le mura e le fortificazioni; lavori tutti, le cui reliquie dimostrano
abbastanza, come trattisi di un concepimento, che già presentatosi ai primi re,
ebbe poi ad essere continuato da quelli, che vi suc cedettero, non eccettuato
quello, che aspird alla tirannide. 202. Cid quanto alla custodia materiale
dell'urbs. Che se si con sidera dirimpetto al populus, il re, condottiero di un
popolo, che è ripartito in curie, le quali hanno un carattere religioso,
militare e politico ad un tempo, riunisce in sè tutti questi caratteri. Finché
dura il periodo regio, il magistrato non è solo il capo dell'esercito (impe
rator) od il magister populi, o il giudice cosi in tempo di pace che in tempo
di guerra, ma è anche il sommo sacerdote del popolo romano. Esso è augure
sommo, e tale appare Romolo stesso; è pontefice massimo, come lo dimostra il
fatto, che questa ' magistratura sacer dotale del popolo romano compare
soltanto colla repubblica, allorchè sentivasi già il bisogno di limitare in
qualche modo il sovrano po tere, disgiungendone la parte che si riferiva alla
religione, la quale ebbe ad essere ripartita fra il pontifex maximus ed il rex
sa crorum; e fino a un certo punto esso è ancora il pater patratus del popolo
romano, come lo dimostra il fatto, che nelle descrizioni dei più antichi
trattati sono i capi dei due popoli, che vengono alla stipu lazione del foedus
e al compimento solenne delle cerimonie del ius foederale o foeciale, mentre
gli eserciti si limitano a salutarsi re ciprocamente, e così approvano
tacimente l'opera dei proprii capi. Verò è, che già fin dal periodo regio noi
troviamo l'istituzione dei collegii sacerdotali, ma questa creazione è opera
del re stesso, nè essi hanno, anche nella città patrizia, alcuna partecipazione
diretta all'e Ciò appare dal seguente
passo di Livio, I, 1, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri: inde foedus ictum inter duces, inter
exercitus salutationem factam.] sercizio del pubblico potere; ma sono soltanto,
come si dimostrerà a suo tempo, depositarii e custodi delle tradizioni
giuridiche, politiche, internazionali delle genti e delle tribù, da cui essi
sono tolti, e aiu tano così il re nella opera di unificazione legislativa, che
dovette essere urgente cosa e difficile negli inizii di Roma, per trattarsi di
città, che risultava dalle confederazioni di genti, che appartenevano a stirpi
diverse. Vero è parimenti, che durante il periodo regio già appariscono altre
cariche, quali sono quelle del tribunus celerum, dei quaestores parricidii, e
deiduumviri perduellionis; ma anche questi non sono che ufficiali dipendenti
dal re, e da lui nominati. Di qui la conseguenza, che è solo il re o qualche
suo delegato, che può essere preceduto dai fasci dei littori e dalle scuri,
simbolo del pubblico potere. È esso parimenti, che solo può convocare il popolo
e il senato, salvo che egli deleghi questo potere al tribunus celerum o al
praefectus urbis. È quindi vero, che colla creazione del regis imperium si rias
sumono in una sintesi potente tutte le manifestazioni del magi stratus nel
periodo gentilizio, e si inizia lo svolgimento di tutti i poteri, che possono
convenire ad una comunanza civile e politica. Nel rex insomma, per usare una
espressione dello Spencer, termina l'integrazione del potere preparatasi nel
periodo gentilizio, e da esso incomincia quella differenziazione del potere
pubblico, che dovrà poi operarsi nella città. 203. Per quello poi, che si
riferisce ai poteri che sono inchiusi nell'imperium regis, indarno si
cercherebbero quelle decise ripar tizioni, che compariranno più tardi.
L'imperium regis è una con cezione logica, più che l'opera di una costituzione
scritta, e quindi egli può compiere tutto ciò, che può essere indicato coi
vocaboli di agere, di ius dicere, di rogare, di imperare. Egli deve pren dere
norma più dalla funzione, che è chiamato a compiere nella città, che non da una
precisa e particolareggiata determinazione del
Quanto al compito dei collegi sacerdotali in Roma primitiva, mi rimetto
a quanto avrò a dirne in questo stesso libro, capitolo IV, 2º. Secondo il LANGE, Histoire intérieure de Rome,
115, sarebbe, valendosi di questo potere, che Giunio Bruto, come tribunus
celerum o Spurio Lucrezio Trici pitino, quale praefectus urbis, avrebbero
convocato il popolo, dopo la cacciata dei Tarquinii: quantunque sia probabile,
che in circostanze del tutto eccezionali non siasi forse pensato
all'adempimento di tutte le formalità. 248 proprio uffizio. Tuttavia già fin da
quest'epoca nel potere regio si possono distinguere atteggiamenti diversi, che
cominciano a diffe renziarsi mediante i vocaboli di auspicia, di imperium domi,
e di imperium militiae. A lui quindi si appartiene di assumere gli au spicii,
allorchè trattasi di qualche deliberazione, che si riferisca al pubblico
interesse, cosicchè, già fin da questo periodo, gli auspicia publica si vengono
a distinguere dagli auspicia privata. Nell' as sumere tali auspicii potrà
valersi dell'opera degli auguri, ma a questi solo si appartiene la custodia dei
riti e il compimento delle cerimonie tradizionali; mentre è al re stesso, che
si appartiene di giudicare se essi siano favorevoli o non lo siano. Così pure
ha l'imperium domimilitiaeque, col quale incomincia una distinzione, le cui
traccie si perpetuano per tutta la storia politica e militare di Roma. Per
verità, se i Romani credettero di porre dei confini al l'imperium nei confini
della città, e vollero che i consoli, entrando nella medesima, facessero
togliere le scuri dai fasci, e facessero abbassare anche questi, allorchè
concionavano il popolo, compresero però la necessità, che le scuri fossero
rimesse nei fasci, e che la provocatio ad populum fosse tolta di mezzo,
allorchè si trattava di mantenere la disciplina dell'esercito; quasi si
potrebbe dire, che a Roma il re o il magistrato rogat in tempo di pace, e
imperat in tempo di guerra. In virtù dell'imperium militiae, egli fa la leva
(delectus) ed è capitano supremo in tempo di guerra : nè può ammettersi l'opi
nione, secondo cui il re sarebbe il duce della fanteria, mentre il tribunus
celerum sarebbe quello della cavalleria, in quanto che quest'ultimo non è che
un ufficiale da lui stesso nominato, e quindi, sebbene guidi il proprio
drappello, che forma il corteggio militare del re, deve però sempre dipendere
dagli ordini del capo supremo. In virtù poi dell'imperium domi, il re convoca i
comizi: ra duna il senato; amministra giustizia, non nella propria casa, ma
all'aperto, in cospetto della cittadinanza; propone le leggi; e Cfr. Mommsen, Le droit public romain, I 119,
ove discorre della proce dura seguìta nel prendere gli auspicia, e del compito
affidato agli auguri. Sulla distinzione fra l'imperium domi e l'imperium
militiae è da vedersi la trattazione magistrale del Mommsen, op. cit., I, 68 e
69 e sui poteri compresi nell'imperium militiae, ivi, 135 e 157. Non occorre
però di notare, che tutti questi poteri nell' epoca regia sono, per dir così,
allo stato embrionale, e solo più tardi ricevono tutto lo sviluppo, di cui
possono essere capaci. 249 infine nomina i cavalieri e i senatori. Al qual proposito
mi fo lecita la congettura, già accennata più sopra, che nella costituzione
primitiva di Roma i senatori ed i cavalieri, i quali finirono poi per mutarsi
in due classi o ordini sociali, indicati coi vocaboli di ordo senatorius e di
ordo equestris, furono due corpi scelti, in base a un numero determinato,
dall'assemblea delle curie. I primi scelti fra i giovani, splendidi nella
propria armatura, formano la corte militare del re; mentre i secondi, scelti
fra gli anziani, ne costitui scono il consiglio; donde la naturale distinzione,
in cui vennero ad essere posti l'uno e l'altro ordine, e le lotte perfino di
prevalenza, che poterono esservi fra i medesimi, allorchè l'uno e l'altro già
eransi profondamente trasformati. Un indizio di cið l'abbiamo in questo, che
negli inizii di Roma sembra esservi una correlazione fra il numero degli equites
e quello dei patres, col numero delle curie; correlazione, che non tardd a
scomparire, in quanto che il numero degli equites si accrebbe coll'aumentare
delle legioni, mentre il numero dei patres si arrestò a trecento, fino agli
ultimi anni della Repubblica. Di più il senato costituisce un organo politico
dello Stato, il che non può dirsi degli equites, i quali hanno solo il pri
vilegio di essere i primi chiamati a dare il proprio voto (sex suf fragia ) nei
comizii centuriati, al modo stesso, che anche più tardi hanno, al pari dei
senatori, un posto distinto nel circo per assi stere ai pubblici spettacoli.
204. Questo è certo ad ognimodo, che nella costituzione primitiva di Roma il re
appare come l'elemento più operoso ed intraprendente, per modo che la
tradizione finisce per attribuire tutto all'opera personale del re. Egli impone
tasse, distribuisce terre, costruisce
Parmi di scorgere un accenno all'idea qui svolta nel PANTALEONI, Storia
ci vile e costituzionale di Roma, I, nel IV ed ultimo appendice, ove discorre
dell'isti tuzione dei cavalieri a Roma e dell'ordine equestre. È poi Livio, I,
35, che parla dei loca divisa patribus
equitibusque nel circo; altra prova
questa, che essi formavano fin dagli inizii due ordini distinti dal resto del
popolo delle curie. È poi degna di considerazione l'idea dello stesso
Pantaleoni, secondo cui gli equites costituiscono non solo un militaris ordo,
ma anche un ordo civilis, in quanto che ciò serve a spiegare, come essi abbiano
poi potuto trasformarsi nel l'ordo equestris. Del resto questo carattere
militare e civile ad un tempo è inerente a tutto il popolo delle curie, e a
tutte le istituzioni primitive di Roma, eccettuato il senato; sebbene siavi chi
attribuisce anche al senato un'origine militare. LATTES, Della composizione del
senato (Mem. Istituto Lombardo, 1870 ). 250 - edifizii. Può darsi, che la
tradizione colla sua tendenza a semplifi care e a sintetizzare i processi
seguiti, e a concentrare in un solo l'opera dei molti, abbia in questa parte
esagerata l'opera personale del re; ma ad ogni modo, quando si consideri che il
primo periodo di Roma fu essenzialmente un periodo di unificazione dei varii
ele menti, che concorrevano alla formazione della città, si dovrà sempre
riconoscere, che la parte più operosa nel compito comune doveva appartenere a
quell'elemento, che era chiamata ad unificarle. Allorchè trattasi della
formazione di una città (e si potrebbe anche dire di uno Stato e di una
nazione), importa sopratutto l'agere; soltanto si potrà fare una parte maggiore
al consulere, allorchè si tratterà di provvedere all'amministrazione interna, o
a quella delle provincie; sarà infine soltanto, allorchè saranno ferme le basi
della grandezza dello Stato, che potranno svolgersi largamente il iubere e il
constituere. Cid intanto prova ad evidenza che il potere del re in Roma pri
mitiva aveva già assunto un carattere essenzialmente politico e mi litare, come
quello, che conteneva in germe tutti quei poteri essen zialmente politici, che
furono poscia affidati a magistrature diverse. Nelle forme esteriori può ancora
assomigliarsi ad un padre: ma nella sostanza è già un principe, ossia il primo
del popolo (prin ceps), è il duce dell'esercito, e il magistrato della città. Un
carattere analogo può riscontrarsi eziandio nel senato, quale appare nella
costituzione primitiva di Roma. Può darsi benis simo, che il nome stesso di
senatus sia una sopravvivenza dell'or ganizzazione gentilizia, come lo è
certamente quello di patres, che fu dato ai senatori, e che essi conservarono
anche più tardi, allorchè certamente avevano cessato di esser tali. Può darsi
eziandio, che il primo concetto del senatus potesse essere suggerito da quel
consi glio domestico, che temperava talvolta il potere del primitivo capo di
famiglia, od anche dal consiglio degli anziani, che provvedeva all'interesse
comune della gente. Questo ad ogni modo è fuori di ogni dubbio, che il senato
romano assume fin dai proprii inizii un ca rattere eminentemente politico, e
che presentasi come l'applicazione di un concetto, che i Romani avevano
profondamente radicato, il quale consisteva in ciò, che tanto il regis imperium,
quanto il iussus populi abbisognassero di un ritegno in quell'autorità, che
viene ad essere attribuita dall'esperienza e dall’età. Di qui conseguita, che
la patrum auctoritas, allorchè comparenella costituzione primitiva di Roma, non
è un'autorità, i cui limiti siano stabiliti e determinati; ma è anch'essa una
costruzione logica, che potrà col tempo rice vere tutto quello svolgimento, di
cui può essere capace il concetto ispiratore della medesima. Di essa, come
dell'imperium regis, non potrebbe dirsi quale sia l'influenza, che verrà ad
esercitare sulle sorti di Roma; solo si conosce la funzione che, in base al
proprio concetto informatore, è chiamata ad esercitare nella costituzione
politica della città. Saranno poi gli eventi, che additeranno al senatus la via
che dovrà seguire, i limiti in cui dovrà contenersi, e i casi eziandio, in cui
dovrà forzare il proprio ufficio e spingerlo perfino oltre i confini, in cui la
logica dell'istituzione dovrebbe contenerlo. 206. Siccome perd la funzione del
consulere, per essere una fun zione intermedia, ha per sua natura una
indeterminatezza molto maggiore, che non quella dell'agere e del iubere; così
ne viene, che i poteri del senato presentano negli inizii ed anche nello svolgi
mento posteriore un carattere vago ed indeterminato, che dipenderà
dall'influenza effettiva e reale, che i membri, che lo compongono, saranno in
condizione di esercitare sull'andamento della cosa pubblica. Possono esservi
dei consigli che, per le persone da cui vengono, si cambiano in ordini ed in
comandi, per quanto siano accompagnati dalla formola si eis videbitur ; al modo stesso, che
possono esservi dei responsi e degli avvisi, che, per l'autorità della persona,
da cui partono, possono anche valere come sentenza, contro cui non sia
consentito di appellare. Queste esplicazioni sono frequenti nella lo gica
romana, e sono esse, che possono spiegare in qual modo il se nato, pressochè
lasciato in disparte dallo spirito intraprendente dei re, che dovevano
preferire l'appoggio dell'elemento popolare e quello anche della plebe, abbia
potuto, senza romperla affatto col concetto ispiratore della propria
istituzione, cambiarsi colla Repubblica nel l'organo più potente della
costituzione politica di Roma, per guisa da attribuire ai proprii avvisi
(consulta ) l'autorità di vere leggi;
Parmi di trovar espresso questo concetto, a proposito di Romolo, in
CICERONE, de Rep. II, 8. 252 mentre invece coll'Impero viene ad essere ridotto
a concedere la propria autorità ai decreti di un principe, al cui arbitrio non
era più in caso di poter resistere. 207. Del resto questo carattere non è
proprio solo del senato, ma di tutti gli organi della costituzione politica di
Roma, nella quale, ad esempio, occorre un magistrato, come quello del censore,
che in caricato dapprima di una funzione, che sembrava non adatta alla di gnità
di un console, quale si era quella della compilazione del censo, cambiasi poi
in censore del pubblico e del privato costume, in elet tore supremo del senato,
e per la dignità finisce in certo modo per essere considerato come superiore
allo stesso console. Nè altrimenti accade anche delle magistrature plebee, e
sopratutto dei tribuni della plebe, i quali negli inizii non hanno che il ius
auxilii, e non mirano che a difendere i debitori dai maltrattamenti dei creditori,
e i plebei dai maltrattamenti del console; ma poi da ausiliatori si mutano in
organizzatori della plebe, in accusatori del patriziato, e nell'organo
certamente più efficace del pareggiamento giuridico e politico della plebe;
finchè da ultimo il potere tribunizio, che continua pur sempre ad essere
circondato dal favor popolare, mutasi ancor esso nella base più salda, sovra
cui poggi ildispotismo imperiale. È quindi sopratutto in Roma, che qualsiasi
aspetto del potere sovrano tanto vale quanta è la tempra della persona, che
trovasi investito di esso, e quanto è l'appoggio, che esso trova nella pubblica
opinione, con quest'unica limitazione, che esso deve trattenersi nei limiti del
concetto, a cui si informa dai proprii inizii. Questo concetto da una
significazione materiale potrà passare ad una significazione morale e politica,
sic come accadde del censore, che da compilatore del cengo si cambiò in censore
del costume, dalla difesa potrà anche passare all'accusa, in uno scopo di
difesa, siccome fecero i tribuni della plebe;ma intanto nel proprio sviluppo
sarà costantemente percorso da una logica interna, a cui i Romani seppero
mantenersi fedeli, non solo nelle istituzioni giuridiche, ma anche in quelle
politiche. Questo carattere perd so pratutto si appalesa nell'istituzione del
senato. Potere consultivo nelle proprie origini trovò opposizione nel partito
popolare, allorchè cerco di cambiare i proprii senatusconsulti in leggi; ma
anche in quei senatusconsulti, che ebbero autorità di vere leggi, esso si propose
costantemente di esercitare sulla comunanza un ' autorità di carat tere
consultivo e pressochè di protezione e di tutela: come lo pro 253 vano il
senatusconsulto intorno ai Baccanali, ed i senatusconsulti Macedoniano e
Velleiano. Intanto per tornare all'argomento, questo è certo che tutti gli
autori sono concordi nel descrivere il senato come elettivo fin dagli inizii di
Roma. Festo anzi ci attesta, che la nomina attribuita al re era più libera di
quella, che più tardi appartenne al censore, in quanto che l'essere lasciati in
disparte dal re (praeteriti sena tores) non era riputato ignominia; il che fu
invece di quei ma gistrati, uscenti d'uffizio, che, avendo le condizioni per
entrare nel senato, non vi fossero chiamati dal censore, o fossero rimossi dal
medesimo, se già ne facevano parte. 208. L'incertezza invece è grande, quanto
alle funzioni, che da esso furono effettivamente esercitate; il che provenne
probabilmente da ciò, che, trattandosi di un potere di carattere vago ed
indeterminato, gli autori, e fra gli altri Dionisio, non potendo attribuirgli
dei poteri determinati da una costituzione scritta, dovettero sforzarsi ad asse
gnargli quei poteri, che sembravano convenire alla funzione, che esso era
chiamato ad esercitare. Questo è certo ad ogni modo, che le sue funzioni, anche
durante il periodo regio, furono essenzialmente con sultive. Esse anzi sembrano
ancora tenere del patriarcale, come quando i senatori son chiamati a fare
ripartizioni di terre fra le popolazioni di classe inferiore, e quando ad essi
viene affidata, almeno secondo Dionisio, la punizione dei delitti meno
importanti, mentre il re sarebbesi riservata la giurisdizione sui più gravi. Non
può invece ammettersi, perchè ripugna al carattere dell'istituzione, che il re,
dopo aver chiesto l'avviso del senato, fosse obbligato ad attenervisi:
inquantochè, se questo fosse stato il carattere degli avvisi dati al re, che da
solo aveva per tutta la vita quei poteri, che poscia furono non solo suddivisi
fra magistrati diversi, ma anche attenuati e limitati quanto alla propria
durata, per maggior ragione i senatusconsulti avrebbero conservato e spinto
anche più oltre questo carattere, allor chè, durante il periodo repubblicano,
il senato venne ad essere pres sochè onnipotente. Sembra invece, per quello che
risulta dagli avveni menti,cheil senato, durante il periodo regio, non abbia
potuto esercitare tutta quella influenza, che spiego più tardi; cosicchè,
quando volle Festo, V ° Praeteriti
senatores (Bruns, Fontes, 355). Dion. 2,
12, 14, il cui testo è riportato in greco ed in latino dal Bruns, Fontes, 4 e 5.
254 - contrastare alla intraprendente operosità del re ed alle innovazioni dal
medesimo tentate, dovette ricorrere all'intermezzo degli auguri e dei
sacerdoti, come lo dimostra la tradizione relativa all'augure sabino Atto
Nevio, all'epoca di Tarquinio Prisco. Il suo potere con sultivo trovavasi
inefficace di fronte ad un re a vita, che aveva per sè l'appoggio del popolo
non solo,ma anche della plebe, la quale già cominciava ad esercitare
un'influenza, se non di diritto, almeno di fatto. Quindi fu solo colla cacciata
dei re, che il senato, consesso permanente fra magistrati, che mutavano ogni
anno, e che usciti dalla magistratura entravano a farne parte, divenuto così
custode della politica tradizionale diRoma, sopratutto nei rapporti esteriori,
potè dare al concetto ispiratore dell'istituzione tutta la portata logica, di
cui poteva essere capace, e forse spingerla anche oltre i confini, che dalla
logica erano consentiti. 209. Sopratutto sono gravi i dubbii e le incertezze
intorno alla composizione ed al numero dei senatori, durante il periodo esclusi
vamente patrizio; al qual riguardo parmi impossibile di ricomporre e coordinare
i pochi e non concordanti accenni, che pervennero fino a noi, senza ricostrurre
il processo logico, che segui la politica dei re nel formare e nell'accrescere
il senato primitivo di Roma. In proposito tutti gli autori sembrano essere
concordi nell'atte stare, che Roma, nella sua primitiva formazione, non fece
che imi tare, quanto al senato, l'organizzazione delle altre città latine;
quindi il suo senato appare dapprima limitato al numero di cento, che sembra
appunto essere il numero adottato per le altre città latine, e per gli stessi
municipii, che ebbero poi ad essere organizzati sul modello ro mano. Tuttavia
la politica di Roma, che nel periodo regio non pensa ancora a chiudersi in sè
stessa,mapiuttosto ad aggregarsi nuovi ele menti, condusse in questa parte a
modificare il modello latino. Al lorchè trattavasi di associare nuove
popolazioni alle sorti di Roma, il processo a seguirsi non poteva offrire
difficoltà, finchè trattavasi soltanto di famiglie o di individui, che
appartenessero alla plebe. Questa non era ancora organizzata o almeno lo era in
guisa tale, che poteva accogliere, senza difficoltà, qualsiasi nuovo elemento.
Di più Liv. I, 8; Dion., II, 12; Cic.,
De Rep., II, 12. Che il senato o meglio l'ordo decurionum delle colonie e dei
municipii si componesse solitamente di cento, appare da ciò, che essi talvolta
erano perfino chiamati centumviri. Cfr. Willems, Le droit public romain, 535.
255 l'Aventino, che sembra essere il colle, sovra cui accentrasi di prefo renza
la comunanza plebea, è ancora spopolato, e fu anche più tardi lasciato fuori
della cinta Serviana, in modo da poter offrire territorio e spazio, ove le
nuove famiglie si possano stabilire. Tutto al più oc correrà di far loro
concessioni di terre, che sotto la tutela del ius mancipii porgano loro un
mezzo sicuro di provvedere al proprio sostentamento. Cosi invece non accade,
allorchè trattasi di famiglie, che già abbiano ottenuta posizione elevata nella
comunanza, a cui esse appartengono, e tanto più se trattasi di quelle,
che,mediante l'orga nizzazione gentilizia e le numerose clientele, siano in
condizione tale da offrire un contingente poderoso alla crescente popolazione
romana. Allora anche Roma deve venire a patti, in quanto che genti nume rose e
potenti difficilmente si disporrebbero ad abbandonare la pro pria sede
gentilizia, quando non fossero accolte nell'ordine patrizio, mediante la
cooptatio, e quando non potessero ottenere, che i loro capi entrassero nel
senato, e i gentili, che entrano a costituirle, non fossero ammessi a far parte
delle curie. Quanto a quest'ul time, non occorre dimutare l'ordinamento
primitivo della costituzione romana, nè di aumentarne il numero, poichè, non
essendo determinato il numero dei componenti ciascuna curia, le curie
costituiscono dei quadri, che possono anche accogliere gli elementi, che si
vengono aggiungendo. Cosi non è invece del senato; la consuetudine latina
vorrebbe che il medesimo fosse limitato al numero di cento, e tale esso fu
veramente nelle origini, secondo la tradizione, e lo fu anche più tardi nei
municipii e nelle colonie: ma, una volta completato questo numero, sarebbe
stato necessario arrestarsi, salvo di appigliarsi al partito di aggiungere un
determinato numero disenatori, ogniqual volta si avverasse in una sola volta
una considerevole aggregazione di genti patrizie. Tuttavia non è nel costume
dei romani di abbandonare senz'altro il numero prefisso, poichè tutto ciò, che
viene daimaggiori, è sacro per essi. Quindi, siccome Roma risulta in certo modo
dalla confederazione di un triplice elemento: così il senato potè essere
portato fino a trecento, il qual numero aveva anche il vantaggio di essere in
esatta correlazione con quello delle curie, e di non contrastare cosi colla
composizione simmetrica della città. Come e quando siasi fatta quest'aggiunta,
non è bene atte stato. Alcuni, ritenendo che Roma avesse successivamente
incorpo rato nelle sue curie le tre tribù primitive, direbbero, che i primi
cento senatori furono tolti dalle tribù dei Ramnenses, gli altri, che 256
vengono dopo, dai Titienses, e gli altri infine dai Luceres: la cui
aggregazione sarebbe accaduta sotto Tarquinio Prisco, al quale ap punto si
attribuisce di aver portato a trecento il numero dei sena tori. Questa
spiegazione sarebbe abbastanza verosimile, allorchè non fosse contraddetta
dalla tradizione, che fa rimontare fino al regno di Romolo la federazione delle
tre primitive tribù. Di più se veramente quest'aumento si fosse fatto, allorchè
una nuova tribù veniva aggregata, non si comprenderebbe come potesse parlarsi
di Ramnenses, Titienses e Luceres primi et secundi; la quale distin zione
appare essere stata introdotta nelle centurie dei cavalieri, il cui aumento
sembra, quanto alle epoche, in cui è seguito, corrispondere all'aumento nel numero
dei senatori. Di qui deriva la conseguenza, che la spiegazione più verosimile
del processo, che è stato seguito in questo argomento, sia quella stessa, che
ci viene additata dalla tradi zione. Le tre piccole tribù, che costituirono
Roma primitiva, non potevano essere tali da offrire il numero di trecento
senatori, e Livio ci dice appunto, che il numero del senato primitivo fu di
cento, per chè Romolo non ne trovò un numero maggiore che fosse degno di sedere
nel senato. Ma intanto, dopo la primitiva costituzione romulea, che sarebbesi
avverata in seguito alla federazione delle tribù dei Titienses, sono due
sopratutto gli avvenimenti, che, du rante il periodo della città esclusivamente
patrizia, contribuirono ad un forte aumento del patriziato romano. 211. Il
primo di questi avvenimenti consiste nella sconfitta di Alba, in seguito al
combattimento degli Orazii e dei Curiazii, il quale, come ho già notato
altrove, più che una vera e propria scon fitta, deve piuttosto essere
considerato comeuna specie diduello giu diziario, a cui si rimisero i due
popoli fratelli per sapere quale delle due città dovesse essere centro della
vita pubblica per le po polazioni, che ne dipendevano. In quella circostanza
infatti la Tale è l'opinione sostenuta
dal WILLEMS, Le Sénat de la république romaine, Paris, 1878, I, 21 e segg.; dal
Bloch, Les origines du Sénat romain, Paris, 1883, 43 e 55; i quali pure
accennano alle diverse opinioni professate in proposito. Liv., I, 8. È però a notarsi, che Livio
farebbe rimontare la composizione del senato per opera di Romolo, ad un'epoca
anteriore all'aggregazione coi Sabini, mentre parla invece della formazione
delle trenta curie, come avvenuta posteriormente. In ciò è però contraddetto da
CICERONE, che accenna alla formazione del senato, dopo la federazione coi
Sabini. De Rep., II, 8. (3 ) V. sopra, lib. I, Cap. VIII, nº 144. 257
tradizione narra, che la parte povera della popolazione latina entrò a far
parte della plebe, ed ottenne delle concessioni di terre. Quanto alle genti
patrizie, noi sappiamo, che uno dei patti era quello, che esse dovessero venir
accolte nel patriziato romano, e noi sappiamo in effetto, che così accadde. Ora
l'effetto naturale di questa coo ptatio era, che i capi di queste genti
dovessero essere ammessi nel senato, il che non avrebbe potuto essere fatto,
senza aumentare il numero dei senatori. Se quindi ci mancassero anche le
testimo nianze di un tale aumento in questa occasione, non sarebbe invero
simile il supporlo; sonvi invece degli storici, i quali, senza accennare
espressamente alle proporzioni di tale aumento, attestano però che esso dovette
aver luogo. Così, ad esempio, Livio attribuisce a Tullo Ostilio di aver
duplicato il numero dei cittadini; di aver accolto nei patres i principali
cittadini d'Alba; di aver costrutto in quell'occa sione la curia Ostilia; e di
aver aggiunto dieci torme di cavalieri, acciò a ciascun ordine si recasse un
contributo dal nuovo popolo. Così pure Dionisio parla di un aumento fatto nel
patriziato e nel senato all'epoca di Tullo, in occasione della distruzione di
Alba, seb bene poi non accenni le proporzioni dell'aumento. Il numero tut tavia
si può argomentare da ciò, che entrambi affermano più tardi, che Tarquinio
Prisco elesse altri cento senatori, e ne portò così il numero a trecento, il
qual numero non avrebbe potuto essere raggiunto, se nel frattempo e
precisamente all'epoca di Tullo Ostilio non si fossero aggiunti gli altri cento.
Alcuni, e fra gli altri il Pantaleoni, vor rebbero, che il secondo centinaio si
fosse aggiunto coll'aggregarsi della tribù Tiziense; ma ciò non può essere
ammesso, in quanto che l'ordinamento politico della città, per opera di Romolo,
era già se guito dopo l'aggregazione di questa tribù, come lo dimostra la tra
dizione, che le trenta curie avrebbero perfino ricevuto il loro nome dalle
donne sabine; inoltre, cid ammettendo, rimarrebbe inesplicato quell'aumento,
che certo ebbe a verificarsi sotto Tullo Ostilio (3 ). 212. Quanto all'ultimo
aumento, la tradizione e concorde nell'attri
LIV., I, 30; Dion., III, 29.
Liv., I, 35 dice di Tarquinio Prisco
centum in patres legit ; e Dion., III, 62: Et tunc primum populus tercentos senatores
habuit, qui ducentos tantum ad eam usque diem fuerant . PANTALEONI, Storia civile e costituzionale di
Roma. Appendice III, 645 a 672. G. C.,
Le origini dil diritto di Roma. 17 258 buirlo a Tarquinio Prisco; ma vi ha
divergenza nel modo, in cui sa rebbesi operato. Cicerone dice, che egli avrebbe
duplicato il numero dei senatori, e portatolo cosi a trecento, il che farebbe
supporre, che anteriormente fossero soli cento cinquanta, il qual numero non
può essere ammesso, perchè non risponde ai numeri comunemente seguiti dai
Romani, e dai quali non solevano scostarsi. Resta quindi la testi monianza
concorde di Dionisio e di Livio, che l'aumento da lui fatto sia stato di cento
senatori. Questi nuovi senatori, alcuni vogliono che fos sero delle genti
Albane: ma è ovvio l'osservare, che non può essere probabile, che genti,
entrate nella comunanza fin dall'epoca di Tullo Ostilio, siano rimaste tutto
questo tempo senza rappresentanti nel se nato. Altri invece, come il
Pantaleoni, sostengono che i nuovi senatori aggiunti fossero tratti dalla tribù
dei Luceres, i quali, a suo avviso, deriverebbero il proprio nome da Lucer, che
in Etrusco corrisponde rebbe a Lucius ; ma contro quest'opinione vi ha sempre
la consi derazione, che se questi entravano per la prima volta nella comunanza
romana, non poteva esservi motivo, perchè le nuove centurie di equi tes,
ricarate da essi, si chiamassero Luceres posteriores o secundi. Ciò indica, che
dovevano esservi i Luceres primi, i quali erano en trati prima nella comunanza;
il qual fatto potrebbe forse essere spie gato colla tradizione, serbataci da
Varrone, secondo cui Romolo in guerra coi Sabini avrebbe avuto soccorso dai
Lucumoni Etruschi, uno dei quali (forse Celes Vibenna, che dette nome al Celio,
già compreso nell'antico Septimontium ) avrebbe anche preso parte alla confede
razione, che segui allora fra i due popoli, sebbene le sue genti siano state
forse collocate in condizione inferiore. Bensi è probabile, che le genti, da
cui si trassero i nuovi senatori, potessero essere altre genti, pure di origine
Etrusca, come i Luceres primi, le quali fossero venute a Roma al seguito di
Tarquinio e della sua gente: il che spiega molto meglio, che non la leggenda di
Tanaquilla, comemaiTarquinio, appena giunto a Roma, abbia potuto avere un
seguito e un appoggio così forte nella popolazione romana, da aspirare e da
ottenere colle PANTALEONI, op. cit., 660. L'opinione di VARRONE a questo proposito è
ricordata da SERvio, in Aen., V, ove scrive:
nam constat tres fuisse partes populi Romani. Varro tamen dicit, Romulum
dimicantem contra Titum Tatium, a Lucumonibus, id est Tuscis, auxilia
postulasse; unde quidam venit cum exercitu; cui, recepto iam Tatio, pars urbis
data est . Del resto anche Livio, I, 13, fa rimontare a Romolo l'aggregazione
dei Lu ceres primi, solo mettendo in dubbio la loro origine. 259 forme
tradizionali la dignità regia. Egli tuttavia non potè passar sopra almetodo
essenzialmente romano, che è quello di porre come primi quelli, che veramente
sono tali, e quindi dovette collocare i nuovi senatori nel novero dei patres
minorum gentium; quest'appellazione tuttavia non sembra tanto indicare la minor
dignità delle medesime, quanto il loro essere entrati più tardi a far parte
della comunanza. È questo il motivo, per cui dovevano essere chiamati gli
ultimi a dare il proprio avviso; al modo stesso, che anche più tardi nei co
mizii centuriati erano chiamati primi a dare il loro suffragio i se niores,
ossia i maiores natu, e soltanto dopo venivano i iuniores, che erano i minores
natu. Cid dimostra, che, trattandosi di un processo costantemente seguito, non
può ricavarsene indizio di minor dignità di questi senatori, ma solo della
costanza romana in appli care il principio:
prior in tempore, potior in iure . 213. Le genti insomma, che, a nostro
avviso, si vennero ag giungendo, escono da quelle stirpi, a cui appartenevano
le tribù, la cui confederazione primitiva aveva dato origine alla città dei
quiriti, e per tal modo si spiega come esse abbiano potuto esservi attirate
dalle aderenze e parentele, che già potevano avere in Roma, e come, offrendosi
ad entrare nella nuova città, abbiano po tuto esservi accolte. A misura però,
che esse erano conglobate, do vevano pure avere una rappresentanza nel senato,
e così il numero di questo venne ad essere portato a trecento; il quale,
essendo in correlazione con quello delle curie, non ebbe ad essere più superato
fino all'epoca dei dittatori, che prepararono l'Impero. D'altronde le occasioni
di aumento vennero mancando dappoi: perché quando la città patrizia ha
riempiuto il vuoto dei suoi quadri, essa comincia a rinchiudersi in sè stessa,
e a vece di farsi grande, mediante le federazioni e le cooptazioni, si propone
invece di affermare la pro pria superiorità sugli altri popoli, e di associare
la comunanza ple bea, di cui trovasi circondata, all'avvenire della sua città.
Bene è vero, che si verifica ancora più tardi la cooptazione della gente
Claudia: ma essa avverasi, quando erano troppi i vuoti nel senato, perchè
bisognasse aumentarne il numero, e poi trattavasi di una gente soltanto, la
quale, per quanto numerosa, non poteva occupare tanti seggi nel senato, da
richiedere un aumento nel numero. La spiegazione, che mi son fatto lecito di
proporre, quanto ai suc cessivi incrementi nel numero dei senatori, parmi, fra
le moltissime che si posero innanzi, che si concilii più facilmente colla tradi
260 zione e col processo eminentemente romano di far procedere di pari passo
gli aumenti, chesi introducono nel senato, con quelli dell'or dine dei
cavalieri e di tutti gli ordini della popolazione; non poten dosi negare, che
nel concetto primitivo della città tutte le parti di essa debbono essere
simmetriche, proporzionate e coerenti fra di loro. La medesima intanto ci
prepara anche la via a risolvere la questione, intorno alla composizione del
senato nel periodo regio. 214. Gli storici, al modo stesso che parlano talvolta
dei comizii curiati, come se essi abbracciassero l'intiero popolo, il quale
all'e poca, in cui essi scrivevano, comprendeva anche la plebe, così sem brano
talvolta accennare a nomine, che i re avrebbero fatte di se natori, che non
sarebbero stati tolti dalle genti patrizie; e cid fra gli altri attribuiscono
allo stesso Tarquinio Prisco. Un tale fatto sembra anzitutto essere smentito
dalla circostanza, che anche questi nuovi senatori sono chiamati patres minorum
gentium, denomina zione, che poteva solo accomodarsi all'ordine patrizio, il
quale consi derava come un suo privilegio la gentilità. A ciò si aggiunge, che
in quest'epoca la distanza era ancora troppo grande fra i due ordini, perchè
deimembridella plebe potessero essere ammessi nell'ordine più elevato della
cittadinanza romana, tanto più se i plebei, come dimo strerò a suo tempo, non
erano ancora ammessi a far parte delle curie. Ritengo quindi in proposito, che
l'opinione più probabile e più conforme al processo solitamente seguito nello
svolgimento politico di Roma, ove i cambiamenti, più che da arbitrio di uomini,
sogliono derivare dal processo naturale delle cose, sia quella, che
l'ammessione della plebe al senato dovette essere una naturale conseguenza del
l'ammessione di essa a far parte del populus delle classi e delle centurie;
poichè, modificandosi la composizione di uno degli organi essenziali della
costituzione, che erano i comizii, anche il senato dovette subire un'analoga
trasformazione . Più tardi poi, allorchè
Il WILLEMS, nella sua opera: Le Sénat de la République romaine, I, 19,
28 e poi anche nel Droit public romain, 46, sostiene invece che i plebei non
sareb bero stati ammessi nel senato, che a misura che furono ammessi alle
magistrature ed agli onori. Tale opinione trovasi in contraddizione col fatto,
che gli storici attri buiscono a Giunio Bruto od a P. Valerio di aver colmato i
vuoti lasciati nel senato da Tarquinio il Superbo, mediante persone tolte dalla
plebe più ricca ed agiata (ex primoribus equestris gradus); la qual tradizione
ha nulla di ripugnante, perchè il cambiamento nella composizione del popolo
richiedeva una modificazione correlativa - - 261 - i senatori cessarono in
realtà di essere nominati esclusivamente fra i patres delle antiche gentes, ma
furono scelti fra i magistrati, uscenti di ufficio: ne consegui per una
naturale evoluzione di cose, che anche i plebei, che un tempo non avrebbero
potuto esservi am messi per nascita, poterono esservi ammessi per la dignità,
che avevano coperto. Probabilmente fu poi in questo secondo periodo, e in conse
guenza di questa trasformazione, per cui la dignità e gli onori con seguiti
cominciano a tener luogo della nascita, che i capi delle grandi famiglie
plebee, che erano già pervenute al ius imaginum, e ave vano così imitata
l'organizzazione gentilizia, poterono perfino entrare a far parte delle curie;
le quali, se avevano perduta ogni loro im portanza politica, continuavano però
sempre ad avere una impor tanza grande sotto l'aspetto religioso e sacerdotale,
sopratutto per coloro, che già eguali in influenza e in ricchezza al patriziato
pri mitivo, potevano desiderare di apparire loro eguali, anche nella no biltà
di origine. 6. – I comizii curiati e la
populi potestas. 215. Anche i comizii curiati, che furono l'unica assemblea del
popolo romano, finchè durò la città esclusivamente patrizia, appa riscono
vigorosamente tratteggiati nella costituzione primitiva di Roma. Per quanto i
medesimi abbiano poscia perduto della propria importanza e siansi ridotti ad
un'assemblea di carattere gentilizio e sacerdotale, che può quasi considerarsi
come una sopravvivenza dell'antico ordine di cose; ciò però non toglie, che
essi siano stati il modello, sovra cui più tardi si vennero foggiando tutte le
altre assemblee del popolo romano. Fu quindi solo più tardi, allorchè si videro
privati di ogni importanza politica e militare, che essi si circo scrissero a
funzioni meramente gentilizie e sacerdotali: manel loro comparire essi hanno un
carattere religioso, militare e politico ad anche nel senato; ed anche perchè
in tal modo il patriziato sottraeva alla plebe i capi delle più potenti ed
agiate famiglie. La questione della composizione del senato all'epoca regia fu
dottamente trattata dal Lattes nelle Memorie dell'Istituto Lom bardo di scienze
e lettere, vol. XI, Milano, 1870, il quale inclina a credere che il numero
primitivo fosse quello di 300, come quello, che corrispondeva già al numero
delle 30 curie. È poi degno di nota, che egli attribuirebbe anche al senato
primitivo un carattere militare. 262 un tempo. Essi, nella costituzione
politica della città, corrispondono all'assemblea patriarcale della tribù, che
accorre al cenno del proprio capo, per accordarsi con esso intorno alle cose,
che possono interes sare la comunanza. In questo però le curie già differiscono
da quella, che non comprendono tutta la popolazione delle varie tribù, ma solo
la parte eletta della medesima, ossia coloro, che col braccio o col consiglio
possono giovare alla cosa pubblica. Esse quindi hanno per iscopo di far
partecipare, sopra un piede di uguaglianza, alla vita pubblica le varie tribù,
la cui confederazione è concorsa a formare le città . 216. I membri delle
curie, come tali, chiamansi quirites, e sono noti i dubbii intorno all'origine
di questa denominazione. Sonvi coloro, che fanno discendere il vocabolo da
quiris, asta, che sa rebbe stata l'arma del quirite, il simbolo del potere al
medesimo spettante; nè l'etimologia può dirsi inverosimile, quando si
consideri, che nei carmi saliari il popolo ramnense è chiamato populus pi
lumnus, ossia il popolo del pilo, e viene così ad essere qualificato anch'esso
dall'arma, che lo contraddistingue. Altri invece, fra i Il carattere non solo politico, ma anche
essenzialmente militare dei comitia curiata, è stato posto in evidenza
sopratutto dal IHERING, L'esprit du droit romain, $ 20. Esso è poi provato dal
seguente passo di Livo, V, 32: comitia
curiata, qui rem militarem continent , e da un altro di Cicerone, De lege
agraria, II, 12, 30, ove è detto, che il console, finchè non abbia ottenuta la
legge curiata, non può as sumere il comando militare (rem militarem attingere
non licet). È però notabile, che il carattere militare di quest'assemblea, che
dapprima fu il più accentuato, come lo indica il nome stesso di quirites, e
l'asta di cui erano armati, fu anche il primo ad essere perduto coll' introduzione
dei comizii centuriati, che assunsero di preferenza questo carattere militare:
poscia i comizii curiati vennero perdendo anche il carattere politico, allorchè
la lex curiata de imperio fu ridotta ad una semplice formalità e la patrum
auctoritas fu tolta di mezzo dalla lex Hortensia o dalla lex Moenia. Il carat
tere invece, che sopravvisse più a lungo nelle curie, fu il carattere religioso
e sacer dotale, in quanto che fu in esse, che si mantennero gli auspicia, come
lo dimostra la nomina dell'interrex, la quale viene ad essere loro affidata, in
quanto i patres o pa tricii delle curie sono i soli depositarii dei primitivi
auspicia, e sono le curie, che presiedute dal pontefice, continuano ad avere la
custodia dei culti gentilizii e fa migliari. Ciò spiega, come anche nell'età
moderna, il vocabolo curia sia sopravissuto con una significazione pressochè
sacerdotale. Cfr. il Bouché-LECLERCQ, Manueldes institutions romaines,
Paris, 1886, 6 e 7, e il BourgeaUD, Le plébiscite en Grèce et en Rome, Paris,
1887, 39. Cfr. PANTALEONI,
Storia civile e costituzionale di Roma. Appendice II, 617. 263 quali, il
Niebhur, vogliono che fossero così chiamati da Curium o da Quirium, città
sabina, e che avessero ricevuto un tal nome, allorchè ai Ramnenses si unirono
per confederazione i Titienses (populus romanus et quiritium ) ; la quale
opinione non pare si possa ac cogliere per il modo diverso, con cui sarebbero
indicati idue popoli insieme uniti, ed anche perchè il vocabolo di quirites,
più che l'origine, sembra indicare l'ufficio, il compito, a cui essi sono chia
mati di fronte alla città, poichè il nome loro nei rapporti esteriori continua
sempre ad essere quello di Romani. Altri infine, come il Lange, fanno provenire
il vocabolo da ciò, che essi facevano parte delle curiae, cosicchè quiriti
significherebbe per essi gli uomini delle curie. È perd facile il vedere, che
il vocabolo quirite, derivi da quiris o da curia, esprime pur sempre il
medesimo concetto, poichè è la lancia, che è il simbolo del potere di chi
appartiene alle curie, e sono i portatori di lancia, che sono i membri delle
curie. I quiriti quindi in ogni caso son chiamati tali, in quanto hanno
partecipazione effettiva al governo della cosa pubblica, mentre nei rapporti
esterni continuano ad essere Romani; cosicchè anche questa distinzione sembra
corrispondere, sotto un certo aspetto, a quella indicata coi vocaboli domi,
militiaeque. 217. I comisii poi sono la riunione solenne dei quiriti, allorchè
sono chiamati ad esercitare il loro sovrano potere. Finchè trattasi di semplici
notificazioni, che il re o i suoi delegati debbono fare al popolo, o di
discussioni intorno a qualche proposta di legge ba stano le semplici contiones.
In queste possono anche sentirsi gli oratori in pro e in contro; intervenire i
patres, quali moderatori del populus; e tenersi anche orazioni (conciones), le
quali, senza essere precisamente quelle da Dionisio e Livio attribuite ai
personaggi della loro storia, dovettero però essere ispirate alle circostanze,
in NIEBAUR, Histoire romaine, I, 407.
Questa opinione fu poi seguita dal WALTER e da molti altri autori. Nella
inedesima però vi ha questo di vero, che il vocabolo di Quirites fu assunto
dopo la confederazione coi Sabini, il che ci è attestato espres samente da
Festo. Vº Quirites:
Quirites autem, dicti post foedus a Romulo et Tatio percussum,
comunionem et societatem populi factam indicant . LANGE, Histoire intérieure de Rome, 29.
Inering, L'esprit du droit ro main, 1, $ 20, 20. Secondo il Lange,
il vocabolo quirites non è però da con fondersi con quello di curialis; poichè
quelli sono gli uoniini delle curie in genere, mentre questo è colui, che
appartiene ad una determinata curia. 264 cui venivano pronunziate. Allorchè
invece sono convocati i comizii, tutti questi preliminari già sono compiuti, e
il popolo, ordinato a guisa di un esercito, si avvia unito al luogo della
riunione, donde il vocabolo di comitium . Quasi si direbbe, che nelle pubbliche
de liberazioni il popolo romano primitivo osservi un processo analogo a quello
da lui seguito nelle sue transazioni private. Finché trattasi di mettersi di
accordo, è lecito discutere e può anche adoperarsi quel dolus bonus, che mira a
porre sotto l'aspetto più favorevole la transazione proposta; ma allorchè il
periodo delle trattative è finito, più non occorre che una interrogazione ed
una risposta, so lenni, ed allora: quod
lingua nuncupassit, ita ius esto . È in questo senso soltanto, che deve essere
inteso, ciò che attestano gli storici, che nei comizii, il popolo non poteva nè
discutere, nè di videre o modificare le proposte fattegli, ma solo accettare o
respin gere il candidato propostogli o la legge, oppure condannare od as solvere.
Già nelle adunanze anteriori erano seguite le discussioni, e queste ripetute
nei comizii avrebbero impedito quella solennità e quel silenzio, che
ritenevansi indispensabili nelle deliberazioni, che ri guardavano l'interesse
pubblico, e che avevano per i Romani primitivi alcunché di religioso e di sacro
. 218. I comizii pertanto erano preceduti dagli auspizii, per cono scere se la
volontà divina si palesasse favorevole, o non alla delibera zione, che si stava
per prendere; si radunavano in un luogo con sacrato, che chiamavasi templum; e
si tenevano in certi giorni, che i riti ritenevano adatti alle pubbliche
deliberazioni, i quali perciò chiamavansi dies comitiales. Quanto alla distinzione fra comitium e contio,
vedi il KARLOWA, Röm. R. G. I, 49. È però a notarsi, che anche la contio non è
una riunione qualsiasi del popolo, ma suppone anch'essa una convocazione del
magistrato, il che appare dal seguente passo di Paolo Diacono: Contio significat conventum; non tamen alium,
quam eum, qui a magistratu vel a sacerdote publico per praeconem convocatur .
Ciò pur conferma Liv., 39, 15. Combatto
qui l'opinione universalmente seguìta dagli autori, specialmente ger manici (v.
fra i recenti Karlowa, Röm. R.G.), che riduce i c omizii ad una funzione
puramente passiva nella formazione delle leggi, in quanto che la medesima, a
mio avviso, altera il carattere del populus primitivo; il quale, composto di
capi di famiglia e di persone esperte negli auspicii e ricchedi tradizioni,
poteva benissimo anche prender parte viva alla discussione delle leggi, come
dimostrerò più larga mente nel capitolo III,
2º, discorrendo della lex, e nel capitolo IV, 1º, parlando delle leges regiae. - 265 Il
modo poi, in cui doveva essere proposta la deliberazione, di mostra fino
all'evidenza, come il magistrato fosse consapevole del potere, che apparteneva
al popolo, e come questo conoscesse l'impor tanza del proprio uffizio. Da una
parte eravi il re o magistrato, che, dopo aver premessa la formola: quod bonum
felis, etc., invitava il popolo (rogabat) ad esprimere il proprio volere
(iussus populi ) sulla proposta fattagli colla formola: velitis, iubeatis,
quirites; e dall'altra vi erano i membri delle curie, che rispondevano
affermando (uti rogas), o negando (antiquo). Quanto al processo, che seguivasi
nella votazione, già appare nelle assemblee curiate quel sistema, che ebbe poi
ad essere mantenuto negli altri comizii. I singoli quiriti votano viritim nella
propria curia, e in questa prevale il voto della maggioranza, ma intanto la
decisione definitiva dipende dal voto complessivo delle curie; nel che abbiamo
un indizio del vincolo potente, che stringeva l'indi viduo alla corporazione,
di cui faceva parte, in quanto che non era il voto degli individui, che
prevaleva, ma quello dei gruppi, a cui appartenevano. Cid da una parte è un
concetto trapiantato dalla stessa organizzazione gentilizia, in cui non si può
comprendere l'in dividuo, che aggregandolo ad un gruppo; ma dall'altra dovette
anche condurre alla disciplina del voto. I membri delle curie non atomi
vaganti, ma parti vive di un organismo, senza del quale sa rebbero ridotti
all'impotenza; disciplina questa, che ebbe pure ad essere mantenuta più
tardinei comizii centuriati, ed anche nei tri buti, salvo che alla curia si
sostituirono la centuria, e la tribů. Intanto anche nella votazione appare il
carattere religioso e per fino superstizioso del romano primitivo, che da
qualsiasi avvenimento suole trarre un pronostico, in quanto che il voto della
prima curia si ritiene come un augurio (omen ); donde la denominazione di curia
principium, che viene ad essere imitata anche negli altri comizii, e che è
conservata nell'intitolazione stessa delle delibera zioni comiziali. sono 219.
Sopratutto poi importa determinare, quali fossero le funzioni affidate ai
comizii curiati; il che riesce assai difficile, in quanto che anche il potere
dell'assemblea popolare presentasi dapprima piuttosto abbozzato, che non
compiutamente formato. Secondo Dio nisio, il quale talora si sforza a precisare
i contornidelle istituzioni primitive di Roma, sarebbe già l'assemblea delle
curie, che, me diante una lex de bello indicendo, avrebbe deciso della pace o
della 266 guerra; sarebbe essa, che conferirebbe la cittadinanza non ad indi
vidui, ma ad intiere popolazioni o gentes, mediante la cooptatio; sarebbe essa
parimenti, che voterebbe le leggi, e nominerebbe il magistrato supremo. Che se
invece si tiene conto dei fatti, dei quali ci pervenne notizia, ben poche
sarebbero state le occasioni, in cui l'assemblea delle curie avrebbe esercitato
queste funzioni. Cid vuol dire, che anche il potere dei comizii curiati non
dovette dap prima essere determinato da una costituzione scritta; ma deve ri
guardarsi come un potere in via di formazione, che poi si svolgerà, a seconda
delle occasioni e degli avvenimenti, mantenendosi perd sempre fedele al proprio
concetto informatore. Esso tuttavia, come si vedrà più sotto , già contiene in
germe tutti quei poteri, che l'assemblea del popolo acquisterà colle altre
forme di comizii. È esso infatti, che nomina il Re e si ha così il germe del
potere elettorale; è esso che, secondo la tradizione, sanziona le leges re
giae, e si ha così l'inizio del suo potere legislativo; è esso infine, che già
avrebbe avuto l'occasione di esercitare una specie di giu risdizione criminale,
come lo dimostra la provocatio ad populum, che si fa rimontare all'epoca dei
primi re, e si sarebbe dispiegata, secondo la tradizione, nel fatto dell'Orazio,
uccisore della propria sorella. 220. Sopratutto poi è notabile nei comizii
coriati uno speciale ca rattere, che, a parer mio, è la prova più evidente del
passaggio dall'organizzazione gentilizia alla comunanza civile e politica, e
che non parmi siasi tenuto in conto sufficiente dagli autori. Questo ca rattere
consiste nella doppia competenza della assemblea delle curie; la quale, sotto
un certo aspetto, è ancora sempre una riunione di ca rattere gentilizio, e
coll'intervento dei pontefici provvede alla con servazione delle genti e delle
famiglie, e del loro culto, e sotto un altro aspetto è una riunione di
carattere eminentemente politico. Quasi si direbbe, che il quirite, al pari di
Giano, protettore della città, deve avere lo sguardo rivolto in due opposte
direzioni: da una parte egli è ancora un rappresentante della gente e della
tribù, DION., 2, 14, scrive in proposito: populo vero haec tria concessit,magistratus
creare, leges sancire, et de bello decernere, quando rex rogationem ad eum
tulisset . Rimando la prova di ciò al
capitolo seguente, ove si considera la costituzione primitiva di Roma nelle sue
principali funzioni. 267 da cui discende, e come tale è ancora strettamente
vincolato al l'organizzazione gentilizia, e deve curare che il culto di essa
non venga ad interrompersi, e che il suo patrimonio non sia disperso;
dall'altra invece è membro del populus, e come tale deve obbe dire ai cenni del
magistrato, e deve aver presente sopratutto il pubblico interesse, in quanto
che salus populi suprema lex esto .
Questa doppia qualità del quirite si appalesa nell'indole diversa delle
riunioni, di cui esso è chiamato a far parte. Accanto ai veri comizii,
convocati dal magistrato, per mezzo dei littori, e in cui si votano le cose
attinenti al pubblico interesse, sonvi i comitia ca lata, convocati dal
pontifex maximus, per mezzo dei suoi calatores, nei quali si compiono quegli
atti, che possono toccare in qualche modo l'organizzazione gentilizia. Nei
primi si votano le leggi; si deliberano le guerre e le paci; si nomina il
magistrato; si assolvono o condannano coloro, che appellarono al popolo. Nei
secondi invece, che rivestono di preferenza un carattere religioso, i quiriti
si ra dunano, in quanto hanno un culto, a cui debbono provvedere. È quindi in
essi, che compiesi l'inauguratio regis, ed anche quella dei flamines; come pure
è in essi, che si compiono quegli atti, che possono alterare in qualche modo
l'organizzazione gentilizia, e com promettere l'avvenire del culto. È perciò in
questa specie di co mizii, che deve essere approvata l'adrogatio di una persona
sui iuris, come quella che ha per effetto di fare entrare un capo di famiglia
sotto la podestà di un altro; il che significa sopprimere una famiglia e il suo
culto, per continuare invece un'altra famiglia e il culto della medesima. È in
essi parimenti, che ha luogo la detestatio sacrorum, che è la rinuncia al
proprio culto gentilizio, per causa di adrogatio o di transitio ad plebem; come
pure è ivi, che segue la cooptatio di una gens nell'ordine patrizio: cooptativ,
che si opera per l'intiero gruppo, e non per i singoli individui, che entrano a
costituirla. È in essi infine, che deve seguire quel testamen tum, che vien
detto appunto in calatis comitiis; il quale, secondo il concetto delle genti
patrizie, costituiva materia di diritto pubblico, come quello, che alterava le
norme relative alla successione genti lizia, e quelle riferentisi alla
trasmessione dei sacra. Cid è provato dal fatto, attestatoci da Cicerone, che
il ius pontificium, nell'intento d'impedire l'interruzione dei sacra, fini per
porre i medesimi a ca rico di coloro, che avevano gli utili dell'eredità; donde
l'espressione popolare, che occorre soventi nei comici latini, di haereditas
sine - 268 sacris, per significare un vantaggio conseguito senza i pesi
inerenti al medesimo. 221. Intanto questo speciale punto di vista, sotto cui
debbono, a parer mio, essere considerati i comitia calata, ci spiega quel
carattere singolare e pressochè contraddittorio del diritto primitivo di Roma,
il quale, mentre da una parte dà al quirite il più illi mitato arbitrio di
disporre delle proprie cose per testamento; dal l'altra vuole, che i
testamenti, le adrogationes e simili atti, che pur riguardano interessi
privati, siano compiuti in cospetto dell'intiero popolo, e li ritiene come
relativi ad argomenti di diritto pubblico. Gli autori vollero spiegare la cosa
con dire, che in Roma primitiva tutti questi atti costituivano altrettante
leges publicae, e che, come tali, dovevano essere fatti in cospetto e
coll'approvazione del po polo. Riterrei invece, che in questa istituzione dei
comitia calata si debba ravvisare, se mi si consenta l'espressione, il rudere
meglio conservato, che dall'organizzazione gentilizia sia stato trasportato
nella costituzione primitiva di Roma. Si è veduto a suo tempo, che il grande
intento dell'organizzazione gentilizia era quello di perpe tuare le famiglie e
il loro culto, e di impedire la dispersione dei patrimoni; donde la conseguenza,
che il testamentum e l'adrogatio dovevano farsi coll'approvazione
dell'assemblea della gente o della tribù . Or bene così continuò ancora ad
essere, finchè la città fu esclusivamente patrizia: quindi questi atti
continuarono ad essere fatti coll'approvazione delle curie, e di quei collegi
sacerdotali, che erano incaricati di serbare integri non solo i sacra publica,
ma ancora i sacra privata. Quindi conviene ammettere, che le curie non
prestassero soltanto la loro testimonianza a questi atti, ma fossero chiamate a
darvi la loro approvazione, dopo aver sentito l'avviso dei pontefici; il che
viene ad essere provato dalla formola, conserva taci da Aulo Gellio,
relativamente all'adrogatio (3 ). Una volta poi, La teoria dei comitia calata ci fu conservata
sopratutto da Aulo Gellio, Noc. Att.. XV, 28 e 3, il quale dice di averla
ricavata da un'opera di Laelius Felix. Quanto alla ripartizione dei sacra, in
proporzione della sostanza ricevuta dagli eredi, è attestata da CICERONE, De
legibus, II, 19, SS 47, 49. Vedi libro
I, cap. IV, $ 4, nº. 61 a 65. (3 ) Aulo Gellio, Noc. Att., V, 19. Ivi si dice
che a adrogatio per rogationem populi fit , ed è riportata la formola, che è
quella della vera e propria legge, in quanto che comincia colle parole velitis,
iubeatis, quirites e termina
coll'espres. sione Haec ita, uti dixi,
ita vos, quirites, rogo . 269 che una istituzione di questa natura sia
penetrata nella primitiva costituzione romana, noi oramai conosciamo abbastanza
il tempera mento del popolo romano per poter affermare, che esso non l'abban
donerà così presto. Si comprende pertanto, che quando si introdussero i comizii
centuriati, anche questi, secondo la testimonianza di Gellio, abbiano avuti i
proprii comizii calati, salvo che nei medesimiil po polo, radunato due volte
all'anno, più non dovette approvare il te stamento, ma solo prestare la propria
testimonianza. Ciò è dimostrato dal fatto, che il testamento in calatis
comitiis potè poi essere surro gato da quello per aes et libram, in cui i
quiriti sono chiamati non per approvare, ma solo per testimoniare (testimonium
mihi perhi bitote). Intanto però, anche quando l'adrogatio e il testamentum
furono atti di carattere intieramente privato, rimane però sempre la traccia
dell'antico stato di cose nel concetto, ricordatoci da Papiniano, secondo cui
la testamenti factio pubblici iuris est. A questo riguardo poi, è ancora degno
di nota, che quando l'as semblea delle curie fini per perdere ogni importanza
politica e mi litare, e si ridusse ad essere una riunione di trenta littori,
presie duta dai pontefici, serbò però ancora sempre e forse esagero perfino
questa competenza, per ciò che si riferisce agli atti, che riguardano
l'organizzazione gentilizia, e sopratutto, quanto all'adrogatio. Questa fu
praticata ancora, davanti alle curie, dagli imperatori Augusto e Claudio, i
quali, non avendo dimenticata la loro antica origine dalle genti patrizie,
seguirono le forme tradizionali nella arrogazione di Tiberio e di Nerone. Cosi
le primitive istituzioni vengono anche esse perdendosi a poco a poco in Roma,ma
ne rimane ancora sempre un'eco lontana. Resterebbe qui ad esaminarsi la
questione fondamentale se la plebe sia stata ammessa a far parte della
assemblea delle curie; ma Papin., L. 4,
Dig. (28, 1). La conclusione sarebbe questa, che il carattere di lex del
testamento primitivo è una reliquia dell'antica organizzazione gentilizia. Tale
carattere poi in parte avrebbe cominciato a dileguarsi, allorchè accanto ai
comizië curiati calati, si introdussero anche i comiziï centuriati calati, la
cui esistenza ci.è attestata da Aulo Gellio, XV, 27, 2, e che probabilmente
dovettero essere quelli, i quali, secondo Gaio, Comm., II, 101, si radunavano
due volte l'anno,acciò in essi po tessero farsi i testamenti. Il fatto stesso
della loro riunione periodica dimostra, che molti testamenti si potevano
presentare ad un tempo, e che perciò in essi il popolo doveva limitarsi a
prestare la propria testimonianza. Fu questo il motivo, per cui il testamento
in calatis comitiis potè poi essere sostituito dal testamento per aes et libram,
ove i quiriti si riducono ad essere dei classici testes. Gaio, Comm., II, 103.
270 credo opportuno rimandarne l'esame ad un capitolo speciale, in cui cercherò
di determinare la posizione dei clienti e della plebe, cosi sotto l'aspetto del
diritto pubblico, che sotto quello del diritto pri vato; premettendo però fin
d'ora, che seguo l'opinione, secondo cui la plebe non potè, durante il periodo
regio e nei primisecoli della Repubblica, essere ammessa all'assemblea delle
curie . $ 7. Sguardo sintetico allo svolgimento storico dei comizi in Roma.
222. Le cose premesse sarebbero sufficienti per formarsi un con cetto del
carattere speciale della primitiva assemblea curiata: ma intanto per scoprire
certe relazioni, che difficilmente potrebbero es sere afferrate, quando non
fossero sorprese alle origini, ed anche per rendere intelligibili gli svolgimenti,
che verranno dopo, e dimo strarne la continuità, ritengo opportuno, a costo
anche di precor rere gli avvenimenti, di dare uno sguardo sintetico allo
svolgimento che ebbero i comizii in Roma. Roma antica, simile in cið alla
moderna Inghilterra, ci presenta bene spesso l'esempio di congegni della costituzione
politica ed am ministrativa, la cui creazione rimonta ad epoche compiutamente
di verse, ma che intanto funzionano contemporaneamente. Ciò è vero sopratutto
per quello, che si riferisce ai comizii. Roma patrizia, e forse anche Roma,
durante tutto il periodo regio, non conosce altra assemblea del popolo, che
quella delle curie. Essa è un'assemblea, di carattere religioso e sacerdotale,
politico e militare ad un tempo: è la riunione del primo populus romanus
quiritium, di quello cioè, che era ristretto al populus, che usciva
esclusivamente dalle genti patrizie. In base alla costituzione Serviana, che
ammette la plebe a far parte delle classi e centurie, sulla base del censo,
intro ducesi un' altra assemblea del populus romanus quiritium, già inteso in
senso più largo, che è la centuriata. Anch'essa è mo dellata sulla prima, e
secondo Gellio, imita perfino i comizii calati, come pure è anche preceduta
dagli auspicii;ma intanto, accogliendo già un elemento, che non partecipava al
culto gentilizio, che era quello della plebe, perde ogni carattere religioso e
sacerdotale, e La questione qui
accennata sarà presa in esame in questo stesso libro, cap. V. 271 assume un
carattere essenzialmente militare, e poscia anche poli tico. Da questo momento
l'assemblea per curie più non può rap presentare l'intiero populus, perchè una
parte di questo, cioè la plebe, non entra a farne parte. L'assemblea curiata
quindi diventa, dirimpetto alla centuriata, un' assemblea di patres, perchè com
prende coloro, che discendono sempre dalle antiche genti patrizie. La vera
rappresentanza dell'intiero populus (comitiatus maximus) viene quindi ad essere
l'assemblea per centurie; perchè essa soltanto comprende tutto il popolo,
organizzato sulla base del censo. Siccome però i patres o patricii, cioè i
discendenti delle antiche genti pa trizie, continuano ancora sempre a formare
un nucleo separato del populus, cosi essi sono ancora chiamati a dare alle
deliberazioni dei comizii centuriati la patrum auctoritas, la quale viene, come
sopra si è veduto, a distinguersi dalla senatus auctoritas. Così pure l'antico
populus, composto appunto dai patres, continua ancora sempre a con ferire
l'imperium colla lex curiata de imperio, sebbene l'una e l'altra funzione
tendano naturalmente a perdere della loro im portanza, e l'assemblea curiata si
limiti sempre più a funzioni di carattere puramente gentilizio e sacerdotale.
223. Fin qui lo svolgimento della costituzione primitiva procede ancora
regolarmente: ma la cosa si fa più malagevole, quando, fra i congegni della
costituzione politica di Roma, compare un nuovo elemento, che è quello delle
assemblee proprie della plebe (concilia plebis). La plebs forma già parte del
populus e partecipa alla civitas; ma la sua civitas è ancora minuto iure, in
quanto che essa non ha ancora nè il ius connubii col patriziato, nè il ius
honorum. È quindi naturale in essa l'aspirazione al pareggiamento, e sorge una
opposizione di interessi fra il patriziato e la plebe. Quest'ultima, che,
uguale sotto un aspetto, aspira a diventarlo anche sotto gli altri, viene
naturalmente a costituire sotto un certo riguardo una fazione nello Stato,
poichè i suoi interessi si contrappongono a quelli del patriziato, il quale
continua ad essere il vero reggitore dello Stato, essendo il solo ammesso alle
magistrature e agli onori. La plebe però ha già un proprio magistrato, sotto
cui si organizza, che è il tribuno della plebe, il quale, in base alla
costituzione, può È da vedersi, quanto
all'auctoritas patrum, questo stesso capitolo,
3º, n° 198, 240. colle note relative. 272 convocarla per prendere
deliberazioni nel proprio interesse. Sorge cosi spontaneamente l'istituto dei
concilia plebis, i quali dapprima hanno più un'esistenza di fatto, che non di
diritto: ma che intanto, fatti forti dal numero e dalla intraprendenza dei
tribuni, tendono naturalmente a prendere dei provvedimenti, che mirano a prepa
rare l'uguaglianza giuridica e politica fra la plebe e il patriziato. Essi
perciò mettono in accusa patrizii avversi alla plebe e gli stessi consoli,
allorchè escono di ufficio. Proibirli è impossibile, perchè è principio
riconosciuto dalle XII Tavole, che ogni sodalizio, che abbia un capo (magister
), possa dettarsi una propria legge, e perchè in ogni caso sarebbe impossibile
vietare le riunioni di un elemento, che ha per sè il numero e la forza, e che,
ricorrendo ad una secessio, potrebbe mettere a repentaglio l'avvenire della
città. L'unico partito pertanto, che rimanga al patriziato ed al senato, che lo
rap presenta, è quello di riconoscere queste riunioni e di farle entrare, per
quanto sia possibile, nei quadri legali della costituzione politica di Roma,
trasformando a poco a poco i concilia plebis in comitia tributa: in comizii,
cioè, che comprendano eziandio tutto il popolo, ma non più in base al censo,
come l'assemblea delle centurie, ma in base alle tribù locali, in cui è
raccolta tutta la cittadinanza ro mana. È questa la trasformazione, che
incomincia col tribuno Pu blilio Volerone, il quale, nel 283 U. C., dopo lunghe
lotte, ottiene che la plebe possa nominarsi i suoi tribuni nei proprii comizii;
ma con ciò questi non possono ancora prendere che provvedimenti riguar danti la
sola plebe, e che possono soltanto essere obbligatorii per essa. Quindi
incomincia da parte di questa uno sforzo inteso a pareggiare i comizi tributi
agli altri comizii, e a fare si che i plebisciti obbli ghino anche il
patriziato, il che si opera per mezzo delle leggi Va leria -Orazia, Publilia e
Ortensia; le quali, sebbene, per il poco che a noi ne pervenne, mirino tutte
allo scopo di rendere obbligatorii i plebisciti per tutto il popolo, segnano
però, come si vedrà più sotto, 728, La
proibizione dei concilia plebis sarebbe stata contraria a quelle disposizioni
della legge decemvirale, secondo cui
Sodalibus potestas esto, pacionem, quam volent, sibi ferre, dum ne quid
ex publica lege corrumpant. V. Voigt, die Tafeln, I, che attribuisce tal legge
alla Tavola VIII, n. 12. Qualcosa di analogo ci è pure accennato da Livio, 39,
15: ubicumque multitudo esset, ibi et
legitimum rectorem multitudinis, censebant maiores debere esse ; ed è questo
forse il motivo, per cui i concilia plebis cominciano a diventare potenti,
quando la plebs ha trovato un proprio rector o magister nel tribunus plebis. -
273 discorrendo del concetto romano di lex, i varii stadii, per cui passò la
risoluzione del gravissimo problema. 224. Giungesi cosi ad un periodo della
costituzione politica di Roma, in cui nei quadri di essa trovansi tre specie di
comizii. I primi e i più antichi sono i comizii curiati,ma essi vengono ad
essere sempre più ridotti a funzioni puramente gentilizie e sacerdotali, e
anzichè essere in effetto ancora le riunioni delle curie, si riducono ad essere
la riunione dei trenta littori, che le rappresentano, e diven tano così una
sopravvivenza dell'antico ordine di cose. Accanto ad essi sonvi i comizii
centuriati, che sono sempre la vera assemblea del popolo romano, e continuano a
conservare in qualche parte il pri mitivo carattere militare: ma anch'essi si
fanno più democratici, come lo dimostrano le riforme, che sappiamo essere state
introdotte, senza saperne precisare il come ed il quando, e debbono dividere in
parte le proprie funzioni colla nuova assemblea tributa, più fa cile a
convocarsi e più intraprendente nella propria iniziativa. Certo si richiedeva
il genio pratico dei Romani per far procedere di pari passo assemblee, che
rappresentavano un principio diverso, cioè la nascita, il censo, ed il numero.
Dapprima ciascuna di queste istituzioni potè serbare intatto il proprio
carattere primitivo; ma poscia la fusione sempre maggiore dei due ordini
condusse al ri sultato, che poterono esservi plebei di grandi famiglie, che
furono accolti nelle curie, e che vi ottennero anche la dignità sacerdotale di
curio maximus; al modo stesso, che i pochi discendenti delle an tiche genti
patrizie poterono anche intervenire ai comizi tributi, i quali ricevettero cosi
anche la consacrazione religiosa, e poterono essere presieduti da magistrati,
che un tempo erano esclusivamente patrizii. Quando le cose pervennero a questo
punto, il vero populus trovasi raccolto nei comizii centuriati, e nei comizii
tributi. Quelli sono organizzati in base al censo, e questi in base alle tribù
lo cali, a cui i cittadini trovansi ascritti; quelli serbano ancora un
carattere specialmente militare e radunansi al campo Marzio, fuori delle mura
Serviane, e questi invece hanno un carattere civile e Rimetto la discussione gravissima relativa a
queste tre leggi al capitolo se guente
2º, n ° 232dove si discorre del concetto romano di lex. Quanto alla
proposta di Publilio Volerone e alla portata della medesima è da vedersi il
Bonghi, Storia di Roma, 439 a 451, come pure a 593, ove parla dell'elezione dei
tribuni nei comizii tributi. G. C., Le
origini del diritto di Roma. 18 274 radunansi nel fôro, cosicchè il vero
movimento della costituzione politica di Roma ondeggia fra l'una e l'altra
assemblea. Tuttavia, a ricordare l'antico dualismo, sopravvivono ancora sempre
i comizii curiati ridotti ad essere la riunione di trenta littori, presieduti
dal pontefice, e circoscritti a funzioni di carattere essenzialmente reli gioso,
e i concilia plebis, che ricordano ancora quel tempo, in cui la plebe
costituiva un dualismo col patriziato, e nei quali continuano a nominarsi le
magistrature esclusivamente plebee. Intanto è ancora degno di nota, che la
trasformazione, che si opera nei comisii tri buti, accade anche nei tribuni
della plebe, i quali, sebbene debbano sempre essere trattidalla plebe,
diventano però a poco a poco magi strati urbanidel popolo romano; comepure
accade nei plebisciti, i quali a poco a poco vengono ad essere pareggiati alle
leggi propriamente dette, il che sarà meglio dimostrato nel capitolo seguente.
Questo è il solito processo, seguito dai Romani, nello svolgimento delle
proprie istituzioni, ed è la logica che lo governa, che per mette di poterlo
ricostruire, malgrado le lacune, che possono esservi nel racconto storico, che
a noi pervenne. Questa logica è, per così esprimersi, intensiva ed estensiva ad
un tempo, e quindi si può es sere certi, che se un concetto entri nella
compagine romana non scomparirà, se prima non siasi ricavato da esso in
profondità ed estensione tutto ciò, che contenga di vigoroso e di vitale.
Studiata cosi la costituzione primitiva di Roma negli organi, che entrano a
costituirla, importa ora di considerarla nell'esercizio delle sue principali
funzioni. È questo, a parer mio, il solo
modo per risolvere la questione così contro versa relativa alle analogie ed
alle differenze, che possono intercedere fra i comitia tributa ed i concilia
plebis. È noto in proposito, come il Niebhur non ammettesse che un'unica
assemblea tributa (Histoire romaine, III, 283), la quale, esclusivamente plebea
dapprima (concilium plebis), avrebbe più tardi compreso anche il patriziato, e
sarebbesi così cambiata in comitium tributum. Il Mommsen invece (Römische For
schungen, Berlin, 1864, I, 151 a 155) sostenne, dai decemviri in poi,
l'esistenza di due assemblee tribute: l’una patrizio-plebea (comitia tributa );
l'altra esclusivamente plebea (concilium plebis). Ritengo che quest'ultima
opinione possa essere accolta, ma limitando le funzioni dei concilia plebis a
cose di interesse esclusivamente plebeo, quali erano la nomina dei tribuni e degli
edili plebei, mentre il vero potere legisla tivo, elettorale e giudiziario
appartiene ai comitia tributa, i quali soli possono con siderarsi come un vero
organo della costituzione romana. Cfr. BOURGEAUD, Le
plébi scite dans l'antiquité, Paris, 1887, 57 a 76; Karlowa, Röm. R. G.;
MORLot, Précis des instit. polit. de Rome. Paris. La primitiva
costituzione di Roma nelle sue principali funzioni. $ Carattere generale della medesima. e 225. La
costituzione primitiva di Roma, finchè si mantenne esclusivamente patrizia, si
presenta con un carattere di unità e di coerenza, che indarno si cercherebbe
più tardi nelle istituzioni po litiche di Roma. Vero è che la plebe, entrando a
far parte della comunanza politica, recò nella medesima il movimento e la vita,
rese possibile per Roma un avvenire, che non avrebbe mai conse guito la città
esclusivamente patrizia, la quale da sola tendeva più a chiudersi in se stessa,
che ad estendersi; ma è vero eziandio, che colla plebe penetrò il dualismo in
ogni aspetto della costituzione primitiva di Roma. Dirimpetto ai comizii
disciplinati del popolo rac colto nelle curie, si svolsero i concilii talvolta
tumultuosi della plebe; ai magistrati del popolo si contrapposero quelli della
plebe; ed alle leggi votate nella solennità e nel silenzio dalle curie si so
vrapposero i plebisciti. Fu in tal guisa, che la costituzione primitiva di Roma
venne in certo modo ad essere forzata a spingersi oltre il concetto ispiratore
della medesima, e fini per assumere un ca rattere del tutto peculiare, in
quanto che dovette stringere insieme due popoli, che politicamente erano
associati, ma che non erano intimamente uniti fra di loro, di cui uno
pretendeva di avere per sè la priorità ed il diritto, mentre l'altro aveva per
sè il numero e la forza. Nè conseguita che, per comprendere lo spirito della
primitiva costituzione di Roma, conviene in certo modo isolarla dagli elementi,
che sopravvennero coll' ammessione della plebe alla cittadinanza, e quando ciò
si faccia non si può a meno di rima nere ammirati di fronte all'unità ed alla
coerenza, che presenta la costituzione esclusivamente patrizia. Essa è un vero
organismo, che componesi di varie parti, delle quali ciascunaè chiamata ad
adempiere la propria funzione: ma che tutte intanto si suppongono e si
completano a vicenda. La potestas in largo senso si ritiene bensi appartenere
al popolo, ma questo non potrebbe esercitarla, se 276 non fosse posto in azione
dall'imperium del magistrato; e intanto fra di loro si interpone l'auctoritas
del senato, il quale da una parte modera col suo consiglio il regis imperium, e
dall'altra da la consistenza e l'appoggio della propria autorità ai iussa
populi. 226. Questa coerenza poi appare anche più evidente, allorchè i congegni
della costituzione siano considerati nel loro movimento; poichè mentre ciascun
aspetto del pubblico potere non ha altra norma e altro confine, che il proprio
concetto ispiratore, niuno di essi però può compromettere l'interesse comune,
senza che vi concorrano tutti gli altri. Questo carattere della costituzione
politica di Roma ha fatto dire a Polibio, che essa appariva mo narchica,
aristocratica e democratica ad un tempo, secondo che altri la considerava
rimpetto a questo o a quell'aspetto del pubblico potere ; ma se altri poi la
consideri in movimento ed in azione, essa si presenta con tutti questi
caratteri ad un tempo. L'imperium regis, la senatus auctoritas, la populi
potestas sono altrettante concezioni logiche, destinate col tempo a ricevere
tutto lo sviluppo, di cui possono essere capaci; ma intanto son disposte per
modo, che si contengono e si limitano a vicenda, non già perchè esista fra di
essi una ripartizione o circoscrizione di poteri, ma perchè nessuno di questi
elementi puo compromettere la pubblica salute senza la cooperazione di tutti
gli altri. Onnipotente ciascuno coll'appoggio degli altri, viene ad essere
impotente, quando trovi opposizione o contrasto in alcuno fra essi; donde
l'importanza, che ebbe nella costituzione romana l'istituto dell'intercessio,
la quale viene atteg giandosi in guise molteplici e diverse, in quanto che tale
intercessio, o può esercitarsi a nome della religione, o frapponendo la par ma
iorve potestas, o contrapponendo anche quelli, che esercitano la medesima
magistratura . Questo è, a parer mio, il carattere fon Polibio, Histor., lib. VI. È mirabile il partito, che Roma seppe trarre
dal concetto dell'intercessio nello svolgimento storico della sua costituzione,
come appare dalla magistrale trattazione dell'argomento nel Mommsen, Le droit
public romain, 230 a 329. Non potrei tuttavia accettare la sua affermazione
recisa, che l'intercessio non esistesse nel periodo regio. Certo essa non ebbe
occasione di svolgersi, perchè i tre elementi od organi della costituzione
erano potentemente unificati; ma intanto la cost ituzione primitiva
inchiudeva già allo stato latente il germe di tutta la teoria dell'intercessio,
in quanto che in essa niun provvedimento, che possa compromettere il pubblico
interesse, pud damentale della
costituzione primitiva di Roma, per cui essa ora apparisce conservatrice fino
allo scrupolo, ed ora invece diventa operosa ed intraprendente fino all'audacia,
secondo che essa abbia o non l'appoggio dell'opinione generale. Intanto quando
trattasi della res publica, ossia di cosa, che possa interessare l'intiera
comunanza, tutti questi elementi sono chia mati ad arrecare il proprio
contributo. È infatti almagistrato (rex, interrex, tribunus celerum, praefectus
urbis) che si appartiene l'agere, quando trattasi di convocare il popolo o il
senato; il ro gare, quando importa di ottenere l'approvazione di qualche
proposta; l'imperare, allorchè nei pericoli di una guerra il suo imperium si
spinge fino alla maggiore estensione, di cui possa essere capace. E invece al
senato, che si appartiene il consulere, quando trattasi di dare il proprio
avviso al magistrato, o di richiamare l'attenzione di lui su qualche imminente
pericolo, ne res publica detrimenti
capiat ; e l'auctor fieri, se è questione invece di appoggiare le de
liberazioni del popolo. È infine al popolo, che spetta il iubere e lo statuere,
quando trattasi di una lex, sotto la qual forma si manifesta di regola la
volontà collettiva del quando trattasi della elezione dei magistrati.
Intanto però, siccome queste gradazioni dell'azione collettiva debbono tutte
concorrere in sieme per costituire un atto compiuto, cosi niun elemento pud da
solo prendere un provvedimento, che possa compromettere l'interesse comune .
Ciò sopratutto appare nel compimento di quegli atti, che, per propria natura,
interessano l'intiera comunanza, quali sarebbero: la formazione di una legge,
l'elezione del magistrato, e l'amministra zione della giustizia; dai quali poi
discendono le tre manifestazioni essere preso senza il concorso di tutti.
L'intercessio nel periodo repubblicano non fu che uno svolgimento di questo
concetto, e toccò il suo massimo sviluppo per opera dei tribuni, stante il
carattere negativo del potere spettante aimedesimi. È poi notabile, come essa
si applichi al decretum, alla rogatio, ed al senatus consultum, il quale, se
colpito dall'intercessio, non può più essere posto in esecuzione: ma tuttavia
deve essere perscriptum, perchè è sempre una espressione dell'auctoritas
senatus, col quale vocabolo viene appunto ad essere indicato. Cfr. MOMMSEN, op.
cit., Ho già insistito su questo
concetto, che può essere considerato comela chiave di volta della primitiva
costituzione di Roma, in una prolusione al corso di Storia del diritto romanu
col titolo: L'evoluzione storica del diritto pubblico e privato di Roma, Torino,
1886, 13. 317. 278 del potere sovrano nella città antica, che sono il potere
legislativo, il potere elettorale, ed il potere giudiziario. È quindi
sopratutto a proposito di questi atti, che vuolsi cercare in qual modo entri in
movimento ed in azione la primitiva costituzione di Roma, dando al tempo stesso
un popolo, o ilo sguardo allo svolgimento storico, che dovrà poi ricevere
ciascuno di questi poteri. $ 2. Il concetto romano di lex nei suoi rapporti
colla patrum auctoritas e col plebiscitum. 228. Nel considerare il concetto
primitivo della lex in Roma si riman magistratum creare,e anzitutto colpiti
dalla larghissima significazione, colla quale si presenta questo vocabolo. Esso
significa dapprima qualsiasi ac cordo di più individui in una stessa volontà, e
viene così, fin dagli esordii, a distinguersi in lex privata, che significa una
convenzione od una norma, che altri si impone relativamente ad interessi
privati (lex contractus, lex mancipii, lex testamenti), ed in les publica, che
significa la volontà collettiva e comune, che si sovrappone alla volontà dei
singoli individui. Quando poi il concetto di lex privata viene ad essere
assorbito da quello di convenzione o di contratto, quello di lex publica
continua ancora ad avere una estesissima si gnificazione; poichè esso comprende
in certo modo qualsiasi delibera zione solenne del popolo. Parlasi infatti di
una lex belli indicendi, foederis ineundi, coloniae deducendae, agri adsignandi
e simili; e fino a un certo punto la nomina stessa del magistrato, o almeno il
conferimento dell'imperium, spettante al medesimo, viene ad essere argomento di
una legge. Gli è solo più tardi, che il vocabolo di legge viene a significare
un generale iussum populi, che si rife risce alla generalità dei cittadini, e
si distingue così da qualsiasi de liberazione, relativa ad una persona o ad un
fatto particolare. Ciò Insomma il
concetto dominante è sempre quello, che la lex è il risultato di un accordo.
Quindi la lex publica, essendo il risultato dell'accordo di tutti gli organi
dello Stato, viene ad essere una communis reipublicae sponsio, e deve da tutti
essere rispettata; donde la conseguenza, che il ius publicum privatorum pactis
mutari non potest. La lex privata invece è l'accordo di due o più individui in
tema di loro interessi privati: non è quindi la legge pubblica, che deve
occuparsene, secondo il principio della stessa legge decemvirale, privilegia ne
inroganto: donde conseguita, che la legge cambiasi a poco a poco in un generale
iussum. È in questa guisa, che vuol dire, che anche la nozione di lex subisce
in Roma una lunga evoluzione: ma intanto il concetto, che la pervade in ogni
tempo, è quello di un accordo di più volontà in un medesimo intento. Tale
significazione sembra pure essere indicata dall'etimologia del vocabolo di lex
a legendo od a colligendo, la quale perciò non indica tanto la forma scritta,
assunta dalla legge, come vorrebbe il Bréal, quanto piuttosto il collegarsi
delle volontà in un medesimo intento . 229. Un altro carattere della lex,
secondo il primitivo concetto romano, si è quello di un'aureola religiosa, che
la circonda, come lo dimostrano le cerimonie solenni, da cui son precedute le
deliberazioni comiziali, e la reverenza e il culto, di cui la legge viene ad
essere l'oggetto in Roma primitiva, dopo che essa fu solennemente votata dal
popolo. Di qui alcuni autori ebbero a ricavare la conseguenza, che la forza
obbligatoria della legge, anche per Roma, non deri vasse tanto dal suffragio
del popolo, quanto piuttosto da questo carat tere religioso, da cui essa appare
circondata. Se con ciò si vuol dire, che la legge solennemente votata dal
popolo, dopo aver assunto gli auspicii, doveva in certo modo considerarsi come
una interpreta zione della stessa volontà divina, questo concetto pud essere
facil mente ammesso, essendo il medesimo una conseguenza di ciò, che il ius, come
si è dimostrato a suo tempo, aveva nei suoi primordii un carattere religioso, e
impotente a sostenersi da solo cercava di mettersi sotto la protezione del fas.
Ma se con ciò si intende in la legge e il contratto, uniti nell'origine, più
tardi si vennero separando, e quasi si contrapposero fra di loro, lasciando
perd sempre una traccia nel concetto, che
il contratto costituisce legge per i contraenti . L'etimologia di lex a legendo nel senso
di leggere, suole appoggiarsi al testo
di Varrone, De ling. lat., VI, 66: leges, quae lectae et ad populum latae, quas
ob servet; ma egli è evidente, che qui Varrone, non sempre felice nelle sue
etimologie, non ha punto l'intenzione di proporne una. Se quindi è vero, come
del resto insegna lo stesso BRÉAL, Dict. étym. latin, vº lego, che il vocabolo
di legere ebbe anche la antica significazione di raccogliere, di scegliere, di
riunire, parmi sia molto più acconcio di dare questa etimologia al vocabolo di
lex. Così si potrà anche compren dere la lex privata, la quale certo non pud
essere derivata da ciò, che i contratti fossero scritti; ma da cid, che le
volontà si accordavano e si riunivano. Cfr. BRÉAL et BAILLY, Dict. étym., vº
lex. Un passo, in cui il vocabolo
legere prende questa an tica e
larga significazione, è il seguente di Virgilio: Iura, magistratusque legunt,
sanctumque senatum. (Aen., I, v. 431). - 280 vece, che la sua efficacia
obbligatoria provenga direttamente dalla volontà divina, se questo può forse
ancora ammettersi per il vóuos de' Greci, più non può ritenersi vero per la lex
romana. Questa non potrà essere votata senza che prima si assumano gli auspicii;
ma intanto, fin dal periodo esclusivamente patrizio, essa è già l'espres sione
della volontà collettiva del popolo, come lo dimostra il fatto, che assume la
forma di una vera e propria stipulazione fra il ma gistrato che propone
(rogat), e il popolo che vota (iubet atque con stituit); come pure il concorso
nella formazione di essa di tutti gli organi della costituzione politica di
Roma, per cui essa, fin dagli esordii della città, deve essere considerata come
una communis rei publicae sponsio . Essa
sarà ancora riguardata come una volontà divina; ma il popolo già si attribuisce
facoltà d'interpretare questa volontà, ogni qualvolta trattisi, non di cosa
relativa al culto, ma di provvedimenti, che riguardano l'interesse generale
della comu nanza. Anche la definizione dei Giureconsulti classici: lex est, quod populus, senatorio magistratu
rogante, iubet atque con stituit , può già essere applicata alla legge, durante
il periodo regio; salvo che in questa definizione più non compare l'elemento
della patrum auctoritas, che nella città patrizia era ancor ritenuto
indispensabile, e che era poi stato tolto di mezzo dalla legge Ortensia. Vero è,
che più tardi il patriziato cercò di dare sopratutto prevalenza all'elemento
religioso, che accompagnava la legge; ma ciò accade unicamente, allorchè
l'assemblea patrizia delle curie perdette ogni importanza politica; poichè in
allora la religione e gli auspicii diven tano pressochè il solo titolo di
superiorità del patriziato sopra la plebe, e fu naturale che si cercasse di
accrescerne la importanza. 230. Intanto questo carattere, eminentemente
contrattuale della legge, che corrisponde all'origine federale della città, ed
anche la necessità, secondo il concetto primitivo delle genti patrizie, che, a
formare la legge, dovessero concorrere tutti gli organi dello Stato, servono a
spiegare naturalmente certe singolarità del diritto primitivo V. in senso contrario il FUSTEL DE COULANGES,
La cité antique, liv. III, chap. XI, 221 e segg., e fra i recentiilBourgeaud,
Leplébiscite dans l'antiquité, Paris, 1887, 91.Quest'ultimo nega il carattere
contrattuale alla legge, anche per la considerazione, che essa non potrebbe
obbligare quelli, che non vi hanno consentito; ma egli è evidente, che
l'accordo in una pubblica votazione non può aversi, che dando prevalenza al
maggior numero. 281 di Roma, che ebbero a verificarsi, allorchè la plebe entrò
a far parte della comunanza politica. Allora infatti venne ad essere necessità,
che il potere legislativo si portasse ai comizii centuriati, in quanto che
questi soltanto erano l'assemblea plenaria del populus romanus (comitiatus
maximus). Siccome però, accanto ai comizii centuriati, si manteneva pur sempre
l'assemblea curiata dei patres o dei patricii: così, per ubbidire al principio
che tutti gli organi politici dello Stato dovevano concorrere alla formazione
della legge, fu necessario che vi contribuisse eziandio l'assemblea dei patres;
donde la conseguenza, che la legge centuriata dovette dapprima essere proposta
dal magistrato, votata dal popolo, e poscia ancora approvata non solo dal
senato, ma anche dall'assemblea delle curie. Di qui dovette provenire la
distinzione della patrum o patriciorum auctoritas dalla senatus auctoritas,
ancorchè le due approvazioni si riducessero in sostanza ad una medesima cosa,
perchè in questo periodo il senato può riguardarsi sopratutto come l'organo del
patriziato; il che spiega appunto la confusione, che gli storici vengono
facendo fra l'una e l'altra auctoritas, in un'epoca, in cui erano già scomparse
e l'una e l'altra. 231. Se non che il mantenersi fedeli a questo principio
diventò assai più difficile, allorchè alle altre fonti legislative venne ad ag
giungersi eziandio il plebiscitum, che costituiva in certo modo una lex
inauspicata. Questo dapprima non può obbligare tutto il popolo, perchè è
l'opera soltanto di una parte di esso; e quindi, al pari dei concilia plebis,
in cui viene ad essere votato, ha più un'esistenza di fatto, che non di
diritto. Intanto però la plebe ha per sè il nu mero e la forza, e valendosi di
essi cerca talora di forzare la mano al senato. In questa condizione di cose
viene ad essere nell'interesse stesso del patriziato di fare rientrare
nell'ordine legale tanto i concilia plebis, trasformandoli in comitia tributa,
allorchè trattisi di provvedimenti, che possano interessare tutto il populus,
quanto eziandio di riconoscere l'autorità dei plebisciti, con che essi subi
scano le condizioni richieste per obbligare tutto il popolo. È in questa
occasione, che nella storia politica di Roma compa riscono successivamente tre
leggi ad epoca diversa, il cui contenuto, conservatoci dagli scrittori, sembra
essere identico (ut plebiscita V. sopra
capitolo II, 3, n ° 198, 240.e le note
relative. 282 omnem populum tenerent); ma che intanto sembrano indicare tre
successivi stadii di una importantissima trasformazione. La difficoltà di
conciliarle, che formò oggetto di lunghe discussioni e che anche oggi suole
essere considerata come una delle più gravi questioni, che presenti la storia
politica di Roma , pud, a parer mio, essere supe rata, quando abbiasi presente
il concetto della primitiva costituzione di Roma, secondo cui qualsiasi vera
legge suppone il concorso di tutti gli organi politici dello Stato. 232.
Occorre anzitutto la legge Valeria Orazia, dell'anno 304 di Roma; la quale è la
prima a dichiarare, che i plebisciti obblighino tutto il popolo (ut quod
tributim plebs iussisset omnem populum te neret) ; ma ancorchè la legge nol
dica, questo è certo che, secondo il concetto informatore della costituzione
politica di Roma, ciò poteva solo accadere, allorchè i provvedimenti, che erano
di iniziativa della plebe, avessero subite tutte le prove, a cui erano
sottoposte le stesse Così si esprime il
Soltau, die Gültigkeit der Plebiscite, Berlin. La bibliografia sulla questione
pud vedersi nel BOURGEAUD, Le plébiscite dans l'anti quité, Paris, 1887, 121,
il quale sosterrebbe, che il plebiscito sia stato in ogni tempo una
deliberazione presa dalla sola plebe, esclusi i patrizii. Non potrei divi dere
tale opinione, poichè vi fu un tempo, in cui la differenza fra plebiscito e
legge si ridusse unicamente alla persona diversa, che ne prendeva l'iniziativa,
secondo che essa fosse un tribuno, od un altro magistrato. Vero è che il
vocabolo di plebs signi fica il populus, esclusi i senatori ed i patrizii;ma il
motivo, per cui i patrizii non si tenevano legati dai plebisciti non consisteva
già in ciò, che essi non potessero inter venire ai comizii tributi, essendo
anch'essi iscritti alle tribù, ma in ciò, che essi soste nevano plebiscitis se non teneri, quia sine
auctoritate eorum facta essent ,Gaio, Comm. I, 3. Tolta poi la necessità della
patrum vel patriciorum auctoritas, i plebisciti divennero obbligatorii per
tutto il popolo, e anche i patrizii poterono certo intervenire ai comizii
tributi. Difatti dopo la legge Ortensia le due espressioni di leo e di plebi
scitum diventano fra di loro equipollenti, e occorrono perfino le espressioni
populum plebemve iussisse, come nella lex tabulae Bantinae (Bruns, Fontes, 51). Secondo il Mommsen, è da questa legge, che
parte l'istituzione dei comizii curiati, e quindi egli riterrebbe, che nei
termini conservatici da Livio, III, 55, come proprii della legge Valeria
Orazia, si dovrebbe sostituire il vocabolo di populus a quello ivi adoperato di
plebs, e leggere quindi: quod tributim populus iussisset, omnem populum teneret
(Römische Forschungen, I, 164-5 ). Non parmi, che questa opinione possa essere
accolta, sia perchè tutti i giuristi fanno partire il pareggiamento del
plebiscitum colla lex dalla legge Ortensia, e non dalla legge Valeria Orazia,
ed anche perchè poste riormente la denominazione di lex o di plebiscitum non
sembra più dipendere dalla composizione dei comizii, ma piuttosto dal
magistrato, da cui sono convocati, il quale come dava il suo nome alla legge,
così poteva anche attribuirvi il carattere di lex o di plebiscitum: tanto più
che la sua efficacia veniva ad essere uguale. 283 - leggicenturiate. Questa
legge pertanto significo solamente, che anche i tribuni della plebe potevano
prendere l'iniziativa di un provvedi mento, che potesse obbligare tutto il
popolo; ma che il medesimo, per avere un tale effetto, doveva poi essere
approvato dal Senato, ed ottenere anche la patrum auctoritas, come lo dimostrano
gli sforzi, che in questo periodo si fanno dai tribuni per ottenere l'ap
provazione del senato a plebisciti, come quelli di Canuleio, di Icilio e altri
ancora. Quasi si direbbe, che questo è il periodo delle seces sioni, a cui
ricorre appunto la plebe, quando non può ottenere dal senato l'approvazione di
un provvedimento da essa desiderato. Suc cede quindi una seconda legge, che è
la legge Publilia del 415 di Roma, la quale, mentre in un capo statuisce, che
la patrum auctoritas doveva precedere le leggi centuriate, ripete in un altro
l'ingiunzione già fatta che plebiscita
omnes quirites tene rent. È però evidente, che la portata di questa legge verrà
ad essere diversa, perchè in virtù di essa i plebisciti, al pari delle leggi
centuriate, non dovevano più essere susseguiti, ma preceduti dalla patrum
auctoritas, che comprende probabilmente anche la senatus auctoritas. Noi
abbiamo quindi un secondo periodo, in cui tutte le proposte di provvedimenti,
per parte dei tribuni della plebe, sogliono esser precedute da trattative ed
accordi fra il senato e i tribuni della plebe, per guisa che il senato si vale
talvolta di questi per ottenere, che essi prendano la iniziativa di una
determinata proposta 233. Da ultimo
infine apparve, che anche questa previa approva
È lo stesso Livio, che ci conservò i termini di questa legge. Secondo il WILLEMS, Le Sénat, II, chap. I,
l'espressione di patrum auctoritas sarebbe equipollente a quella di senatus
auctoritas. Tale opinione è divisa dal Bour GEAUD, op. cit., 135, ed è
combattuta invece dal Soltau, die Gültigkeit der Ple. biscite, 135, come pure
dal Pantaleoni nella 3a parte della sua dissertazione: Dell'auctoritas patrum
nell'antica Roma (< Rivista di Filologia , Torino, 1884, 350 a 395). Di
fronte ad una quantità di passi di scrittori antichi, citati da quest'ultimo,
in cui si usano le espressioni di patricii auctores, mentre altre volte si
parla invece della senatus auctoritas, fra cui è notabile il passo di Livio,
III, 63, parmiche l'opinione del WILLEMS non possa essere accolta. Ritengo
tuttavia, che gli storici, mossi forse dall'identico interesse, che potevano
spingere le curie dei patrizii e il senato a fare opposizione ad un provvedimento
di iniziativa della plebe, possano talvolta aver comprese le due cose col
vocabolo alquanto incerto di patrum aucto ritas. V. in proposito ciò, che si è
detto nel capitolo precedente 83, n ° 198, 240 e note relative. 284 zione dei
padri, senza sempre riuscire nell'intento, finiva per essere causa di dissidii
e di secessioni. Fu quindi, in seguito ad una di queste secessioni, che sulla
proposta del dittatore Ortensio, uscito dalla no biltà di origine plebea,
sopravviene una legge Ortensia, nel 467 della città, che ripete pur sempre la
stessa formola; ma intanto toglie di mezzo la necessità della previa
approvazione dei padri e produce, se condo Pomponio, l'effetto, che inter plebiscita et legem species con
stituendi interessent, potestas autem eadem esset . Fu neces saria una secessione e ci volle un
dittatore per vincere questa legge; ma ve ne era ben donde, poichè, a mio
avviso, non vi ha forse nella storia della costituzione primitiva di Roma una
rivoluzione più ra dicale di questa. Con essa infatti l'antico concetto di lex,
quale era stato concepito da Roma patrizia, viene ad essere sovvertito; in
quanto che potrà esservi una legge, alla cui formazione non coope rino tutti
gli organi politici dello Stato; poichè d'allora in poi anche un solo elemento,
la plebe, può dettare leggi, che sono obbligatorie per tutto il popolo. Strappo
più grave non poteva essere arrecato alla costituzione patrizia: ma tentasi
ancora di rimarginarlo nel senso, che fu da questo tempo probabilmente, che la
nobiltà plebea co minciò a penetrare nelle curie, e che il patriziato antico si
valse * della sua iscrizione alle tribù per intervenire anche ai comizii tri
buti, i quali poterono anche esser presieduti da magistrati patrizii, e furono
anche essi preceduti dagli auspizii. Per tal modo i concilii un tempo della
plebe diventarono anch'essi comizii del popolo, e solo cambiò il criterio, che
doveva essere di base alla riunione, in quanto che i comisii centuriati si
adunavano in base al censo, e i comisii tributi in base alle tribù. Da questo
momento il senato trovossi Che il
pareggiamento fra la lex e il plebiscitum parta veramente dalla legge Ortensia,
la quale deve aver tolta dimezzo la patrum auctoritas, risulta dai seguenti
passi di scrittori e giureconsulti, che erano meglio in caso di apprezzare il
valore tecnico delle parole. Pomponio L. 2, 8, Dig. (1, 2 ), oltre
l'espressione già riportata nel testo, scrive:
pro legibus placuit et ea plebiscita observari , e aggiunge al $ 12: plebiscitum, quod sine auctoritate patrum est
constitutum , con che accen nerebbe all'abolizione della patrum auctoritas per
i plebisciti. Così pure Gaio, Comm., I, 3:
lex Hortensia lata est, qua cautum est, ut plebiscita omnem populum tene
rent, itaque eo modo legibus exaequata sunt; Giustin., Instit., I, 2: sed et plebi scita, lege Hortensia lata, non
minus valere, quam leges, coeperunt . Lo stesso confermano Aulo Gellio, Noc.
Att., X, 20 e XV, 27; come pure Plinio, Hist. nat., XVI, 15, 10. — Cfr. ORTOLAN,
Histoire de la législation romaine, 161, n. 178 et suiv. e il Madvig, L'État
romain, trad. Morel, Paris, 1882, I, 260. 285 costretto ad invitare
frequentemente i tribuni a presentare dei pro getti di riforme o di misure
amministrative alla plebe (agebat cum tribunis, ut ferrent ad plebem ), e
quindi il tribunato viene a for mare l'elemento riformatore, ed attivo
nell'organizzazione dello Stato. Che anzi i comizii tributi possono anche
essere presieduti da magi strati patrizii, trattandosi di leges praetoriae, o
di elezioni dimagi strati minori. Accanto ai medesimi, si mantengono perd ancora
i concilia plebis: ma si limitano a provvedimenti, che riguardano la sola
plebe, e alla nomina di magistrati esclusivamente plebei. 234. Intanto però
eravi sempre l'organo politico più potente in questo periodo, che era il
senato, il quale veniva ad essere lasciato in disparte nella formazione della
legge, in quanto che non era più richiesta la sua approvazione. È in allora che
il senato, non avendo più in questo argomento una parte proporzionata alla
effettiva sua influenza, non potendo sempre bastargli di far dichiarare gli au
spicia vitiata e di rifiutare l'esecuzione dichiarando ea lege non videri populum teneri viene ad essere condotto a forzare la propria
funzione consultiva. È quindi da quell'epoca, che cominciano a compa rire dei
senatusconsulti con autorità di leggi . Indarno i seguaci del partito popolare
protestano contro questa violazione della logica inerente all'istituzione del
senato, poichè questo ha influenza suffi ciente per far valere la propria
pretesa. Si capisce quindi come più tardi i giureconsulti finiscano per
esclamare non ambigitur senatum ius
facere posse ; indicando così colla stessa loro affermazione, che il dubbio era
veramente esistito . Siccome però le trasgressioni alla logica di una
costituzione non si fanno impunemente: cosi in questa stessa epoca, anche gli
editti dei magistrati e sopratutto quelli del pretore,avendo l'appoggio dalla
pubblica opinione, finiscono ancor essi per costituire un ius non scriptum, che
viene poi a conver tirsi in un ius scriptum e in una copiosa fonte legislativa.
A questo punto lo Stato romano è ormai un organismo troppo Cfr. Madvig, L'État romain, I, 260; WILLEMS,
Le Sénat, II, chap. III. Però è sopratutto il PUCATA, che hamesso in evidenza
l'importante rivoluzione introdotta della legge Ortensia (Cursus der
Institutionen). Solo mi pare di dover ag giungere, che la rivoluzione stessa
sta nell'aver cambiato il primitivo concetto di lex, e di aver così iniziato
l'esercizio di una specie di potere legislativo per parte dei singoli organi
politici dello Stato. ULP., L. 8, Dig.
(1, 3 ). 286 grande, perché possa mantenersi ancora il rigoroso principio del
l'antica costituzione patrizia, che a formare le leggi debbono con correre
tutti gli elementi costitutivi dello Stato; conviene di ne cessità lasciare,
che ciascuno di questi elementi possa dal suo canto prendere l'iniziativa. È
per questo motivo, che i comizii tributi di ventano la sorgente legislativa più
copiosa, durante gli ultimi secoli della repubblica, e che i pretori, di
magistrati preposti all'ammini strazione della giustizia, si mutano in certo
modo in legislatori (ius honorarium ): al modo stesso che più tardi anche i
giureconsulti sa ranno autorizzati a dare dei responsi, che avranno autorità di
leggi (responsa prudentum ). Tuttavia siccome tụtti questi fattori con tinuano
pur sempre a procedere sulle traccie antiche; così l'edificio non solo potrà
mantenersi saldo, ma per qualche tempo si innal zerà tanto più rapido e
grandioso, quanti più sono gli artefici, che cooperano alla costruzione. Sarà
invece quando mancherà il senso del pubblico bene, e quando scomparirà la
distinzione antica fra l'interesse pubblico e il privato, che, per salvare un
edifizio, il quale tende a scompaginarsi, sarà necessario di rimettere ogni
cosa nelle mani di un solo, la cui volontà, in base ad una apparente investi
tura del popolo, legis habet vigorem. Questo sguardo allo svolgimento storico
del concetto di legge, pro lungato oltre i confini, che misarebbero prefissi,
deve essermi per donato; perchè era soltanto sorprendendo il concetto alle
origini, che poteva comprendersene l'incerto ed irregolare sviluppo, come lo
dimostrano le divergenze di opinioni, che ancora oggi dominano l'ar gomento. Ulp., L. 1, Dig. Quod principi placuit, legis
habet vigorem; utpote quum lege regia, quae de imperio eius lata est, populus
ei et in eum omne suum imperium ac potestatem conferat . Per tal modo la lex,
che era un tempo il frutto dell'accordo di tutti gli organi politici, diventa
ormai l'opera di un solo; ma intanto si mantiene sempre il concetto, che la
sorgente di ogni potere sia il popolo; altra conferma dell'opinione, fin qui
sostenuta, relativamente alla populi potestas. Questo svolgimento storico della
legge in Roma sembra essere compendiato da POMPONIO, allorchè, dopo aver
discorso delle lotte fra la plebe, il patriziato ed il senato, con chiude
dicendo: Ita in civitate nostra aut
iure, id est lege, constituitur, aut est proprium ius civile, quod sine scripto
in sola prudentum interpretatione consistit; aut sunt legis actiones, quae
continent formam agendi; aut plebiscitum, quod sine auctoritate patrum est
constitutum; aut est magistratuum edictum, unde ius hono rarium nascitur; aut
senatus consultum, quod solum senatu constituente inducitur sine lege; aut est
principalis constitutio, id est, ut quod ipse princeps constituit, pro lege
servetur , L. 2, 12, Dig.- L'elezione del rex, l'interregnum, e la lex curiata
de imperio. 235. Per quello che si riferisce al magistrato supremo del popolo
romano, il concetto, a cui si informa la primitiva costituzione pa trizia,
consiste nel ritenere che, come è immortale il popolo, cosi non debbano mai
essere interrotti nè gli auspicia, nè l'imperium, indispensabili entrambi per
la prosperità della repubblica. È questo concetto, che spiega, come, morto il
re, auspicia ad patres re deant; è questo parimenti, che condurrà più tardi a
fissare il co stume per cui i magistrati annui succeduti al re, debbono, prima
di uscire di ufficio e finchè ritengono ancora gli auspicia, proporre il
proprio successore; è questo infine, che può somministrare il mezzo per
comprendere quella singolare istituzione dell'interregnum, non che la procedura
solenne per l'elezione del re, che, introdotte fin dagli inizii di Roma, si
perpetuano ancora col medesimo nome e colle stesse formalità sotto la
repubblica, allorchè i re sono aboliti, e che in questi ultimitempi ebbero ad
essere argomento di tante e cosi erudite elucubrazioni. 236. Un recente autore,
il Bouchè Leclercq, ebbe a scorgere nel l'interregnum e nella procedura per
l'elezione del re, un capo lavoro di
casuistica, in cui appare lo spirito sottile e formalista degli antichi romani .
Ciò darebbe a credere, che le due pro cedure siano una creazione architettata
dai pontefici, i quali in que st'argomento avrebbero dato prova del loro acume
teologico e giuridico. Parmi invece assai più semplice e più verosimile il ri
tenere, che i romani, in questo, come in altri casi, non si compiac ciano nella
creazione di formalità, come tali, ma intendano piuttosto a conservare le
tradizioni del passato. Le formalità infatti, che accompagnano l'interregno e
la elezione del re, non dimostrano l'investitura divina del re, come alcuni
vorrebbero: ma provano sol tanto, che i romani avevano altissimo il concetto
della continuità ideale dello Stato, alla guisa stessa, che prima avevano avuto
quello della perennità della famiglia e della gente. Esse provano parimenti,
Bouché-LECLERCQ, Manuel des institutions romaines, Paris, 1886, 15. 288 che,
secondo il concetto primitivo della costituzione romana, al l'elezione del
magistrato, per trattarsi dell'atto forse più importante per la comunanza,
dovevano prendere parte tutti gli elementi costi tutivi dello Stato. Ciò stante,
anche in quest'elezione riscontrasi quel carattere contrattuale, che abbiamo
trovato nella legge, in quanto che il re, già nominato e consacrato, deve
ancora sottoporre all'assemblea della curia la lex curiata de imperio, e solo
dopo la medesima può compiere gli uffici a lui affidati, come capo civile e
militare della comunanza. Infine queste formalità possono anche considerarsi
come un indizio, che in un anteriore periodo di orga nizzazione sociale gli
auspicia risiedevano nei patres, ai quali perciò dovevano ritornare, allorchè
il re veniva a mancare. 237. Per conchiudere, questa istituzione dell'
interregnum, ar gomento di tante discussioni, deve essere considerata anche
essa come un naturale processo, che dovette spontaneamente formarsi in una
comunanza primitiva, uscita allora dal seno dell'organizzazione gentilizia:
processo, che è perd rivestito di quel carattere religioso e solenne, che i
romani attribuivano ad ogni loro atto, e sopratutto a quelli, che riguardavano
il pubblico interesse. In una comunanza infatti di carattere gentilizio,
formatasi mediante una confederazione, riverente verso l'età e memore delle
tradizioni del passato, era na turale, che, mancando il capo comune, il suo
potere religioso, civile e militare dovesse passare al padre più anziano della
più antica decuria del senato, e da questa trasmettersi successivamente ai
principes delle altre decurie, che venivano dopo, in base all'an zianità, accið
non venisse ad essere offeso il senso geloso, che i capi di famiglia avevano
della propria uguaglianza, e non potesse neppur nascere il timore, che uno di
essi regni occupandi consilium iniret .
Era naturale parimenti, che la proposta del successore dovesse partire da uno
dei padri, ed anzi dal più anziano fra essi, sebbene sia pur consentaneo
all'indole di questa comunanza, che la sua proposta potesse essere anche
comunicata agli altri padri, e che fosse anche sentito in famigliari concioni
l'avviso del popolo, ancora composto esclusivamente di membri delle genti
patrizie. Maturata così la proposta, è l'interrè, che deve farla; le curie, che
debbono approvarla; la presa degli auspicii, che deve inaugurarla; e infine fra
l'eletto e la comunanza deve intervenire quella specie di con venzione e di
accordo, che avverasi mediante la lex curiata de imperio; la quale, sotto un
aspetto, costituisce l'investitura del ma 289 gistrato per parte del popolo, e
dall'altro vincola quest'ultimo alla obbedienza verso di quello. Infine questo
processo naturale di cose viene come al solito gittato e fuso in certe forme
solenni, che si trasmettono ad epoche, le quali mal sanno apprezzare i motivi,
che le fecero adottare; cosicchè viene ad apparire artificiosa ed architettata
in modo casuistico e sottile quella procedura, che dovette un tempo essere la
naturale conseguenza del modo di pensare e di agire di coloro, che concorrevano
alla formazione di essa. 238. Ad ogni modo il caso, di cui ci fu serbata
memoria parti colareggiata, e in cui appare in tut a la sua solennità
questa pro cedura solenne, è la elezione di Numa, il quale fra i re primitivi
si presenta ancora con un carattere pressochè patriarcale. Sparito Romolo e collocato
fra gli dei col nome di Quirino, gli auspicia e l'imperium erano passati ai
capi delle decurie del senato, che se ne trasmettevano di cinque in cinque
giorni le insegne (decem imperitabant, unus cum insignibus imperii et
lictoribus erat). I padri, che non parevano troppo soddisfatti del regis
imperium, agitano il partito se non fosse il caso di non più nominare il re: ma
di lasciare, che il potere si venga cosi avvicendando, senza che alcuno possa
essere re per tutta la vita. Il partito non prevale fra il popolo, il quale non
ama di avere cento capi, a vece di un solo, e quindi a re si sceglie Numa di
stirpe sabina. È l'interrè, che è chiamato a proporlo (rogat), ed è il popolo
che è chiamato a crearlo, mentre sono i padri, che approvano l'elezione
(quirites, regem create: deinde, si dignum crearitis, patres auctores fient).
Segue poscia l'inauguratio, che è descritta in modo particolare da Livio; e
viene ultima la proposta della lex curiata de imperio, la quale, non ri cordata
da Livio, è invece ricordata e ripetuta da Cicerone ad ogni elezione di re,
quasi ad indicare l'importanza, che la medesima doveva avere. Ci attesta poi
Livio, che questta procedura, che egli descrive come introdotta per quel caso
determinato, ma che Dionisio farebbe già rimontare allo stesso Romolo, non è
stata abbandonata più tardi: hodieque in
legibus magistratibusque rogandis usurpatur idem ius, vi adempta , cioè esclusa
la violenza, a cui dovette dal popolo ricorrersi in quel caso, accid i patres
procedessero alla proposta del nuovo re
Livio, I, XVII; Cic. De Rep., II, 13, 17, 18, 20; Dion., II, 57;
PLUTARCO, Numa, 2. Di fronte a queste testimonianze concordi, non può esservi
dubbio, che du G. C., Le origini del
diritto di Roma. 19 290 239. Il concetto informatore dell'elezione del
magistrato non po trebbe qui essere più chiaro; essa deve essere l'opera di
tutti gli organi dello Stato, ed assume un carattere pressochè contrattuale fra
magistrato e popolo, al pari di qualsiasi altra legge. Cacciati i re, il
concetto si mantiene, poichè anche con magistrati annui la con tinuità degli
auspicia e dell'imperium non deve essere interrotta; quindi è l'antecessore,
che è chiamato a proporre il successore, e se egli per qualche motivo non possa
farlo, si ricorre alla nomina di un interré, anche quando i re già sono
aboliti. Tuttavia, anche in questa parte, l'accoglimento della plebe nel
populus delle classi e delle centurie produce una modificazione nella primitiva
costituzione; modificazione, che in questi tempi diede argomento a gravissime
discussioni, e che, in coerenza alle cose sovra esposte, pud a mio avviso
essere spiegata nel modo seguente. Non può esservi dubbio che, durante il
periodo regio, l'interres era uno dei patres del senato, ai quali redibant
auspicia. Colla repubblica invece, al modo stesso che nel populus delle classi
e delle centurie fu compresa anche la plebe, così anche il senato venne ad
essere non più composto esclusivamente di patrizii, ma anche di nobili plebei;
del che alcuni scorgono un indizio nella de nominazione data ai senatori di
patres et conscripti. Comunque stia la cosa, questo è certo, che il senato,
divenuto patrizio -plebeo, non poteva più rappresentare gli antichi patres o
patricii, che erano stati i fondatori della città, e ai quali redibant auspicia.
Erano le curiae invece, le quali continuarono ancora per lungo tempo ad essere
esclusivamente patrizie, e di cui potevano fare parte anche i senatori di
origine patrizia, che di fronte al rimanente del popolo rappresentavano
l'antico ordine dei patres o dei patricii, e alle quali perciò dovevano
ritornare gli auspicia. Di qui la conseguenza, che furono i patricii, o in
altri termini le curiae, a cui venne a devolversi la proposta dell'interrex,
come lo dimostrano le espres sioni
patricii coeunt ad interregem prodendum , patricii rante il periodo regio l'interrea era
tolto, secondo certe regole tradizionali, dal se nato, e che dallo stesso
senato partiva la patrum auctoritas. Anche quanto alla lex curiata de imperio,
ancorchè solo ricordata da CICERONE, di fronte alla sua atte stazione ripetuta,
manca ogni motivo di ragionevole dabbio. Non potrei quindi, come sopra già si è
accennato, nº 199, 244, in nota, consentire col Karlowa, Röm. R.G., 52 e 82 e
segg., il quale ritiene che la lex curiata de imperio sia entrata in azione
soltanto colla costituzione di Servio Tullio. 291 interregem produnt e simili,
e ciò perchè l'interrex, facendo in certa guisa ancora rivivere la figura del
rex primitivo, ed essendo depositario e custode degli auspicia, durante il
periodo della va canza del magistrato, non poteva esser nominato che da
patrizii e fra i patrizii, come espressamente ci attesta Cicerone allorchè af
ferma: cum interrex nullus sit, quod et
ipsum patricium et a patriciis prodi necesse est . Come sia accaduto questo
cambiamento, se cioè per legge o per il logico sviluppo delle isti tuzioni, il
che è più probabile, non si può affermare con certezza; ma certo dovette essere
questo il processo logico, che governo tale modificazione. In questo modo
infatti si vengono a rannodare insieme tre istituzioni, che furono argomento di
lunghe discussioni, e di cui tutti riconoscono la strettissima attinenza, che
sono la patru patriciorum auctoritas per le leggi, la lex curiata de imperio
per la elezione dei magistrati, e la proposta dell'interrex, accið l'im perium
e gli auspicia non siano interrotti, durante la vacanza del magistrato. Tutte
queste istituzioni non sono che conseguenze ed ap plicazioni dell'antico
principio, che auspicia penes patres
sunt; dal qual concetto conseguiva, che nè una legge, nè un magistrato, nè un
interrex potevano ritenersi bene auspicati per lo Stato, senza l'intervento
dell'ordine patrizio, il quale, di fronte al nuovo popolo, corrispondeva ai
patres del periodo regio. In questo senso viene ad essere spiegato quanto ci
afferma Cicerone che curiata comitia,
tantum auspiciorum causa, remanserunt , come pure si com prende, che col tempo
i medesimi si siano ridotti ad una imitazione od adombramento dell'antico per
mezzo dei trenta littori, che rap presentavano le trenta curie (ad speciem
atque ad usurpationem vetustatis per XXX lictores) . Intanto però, anche coll'
introduzione dei comizii centuriati, la nomina dei veri magistrati cum imperio
continua ancora sempre ad essere l'opera di tutti gli organi politici dello
Stato, in quanto che vi ha sempre il magistrato o interrè, che lo propone
(rogat); il popolo delle classi o centurie, che lo elegge (creat); il senato,
che continua a dare la propria auctoritas alla elezione (auctor fit); e da
ultimo l'assemblea delle curie, che lo investe degli auspicia e dell'imperium
mediante la lex curiata de imperio, per modo
CICERO, Pro domo sua, 14. CICERO,
De lege agraria, II, 11, 27 e 28. 292 che il magistrato non può entrare in
ufficio, e compiere sopratutto atti di carattere militare, prima di aver
ottenuta la legge stessa. 240. Se non che anchequi lo svolgimento armonico e
coerente della primitiva costituzione romana comincia a dar luogo ad un
dualismo, allorehè compariscono i magistrati plebei, e sopratutto il tribunato
della plebe, il quale, pur essendo la magistratura urbana più operosa del
periodo repubblicano, non riesce però mai ad inquadrarsi per fettamente nella
costituzione politica di Roma. Dapprima infatti i tribuni della plebe non sono
ancora veri magistrati, ma piuttosto ausiliatori della plebe, e non si pud neppure
affermare con certezza dove fossero nominati, in quanto che gli storici parlano
di una no mina fatta dalla plebe per curie, di cui non si comprende il
signifi Ho cercato qui di riunire e di
risolvere, mediante i concetti informatori della primitiva costituzione di
Roma, e dei cambiamenti, che in essa si vennero operando, alcune questioni, che
furono oggetto di gravi e lunghe discussioni. La patrum au ctoritas, la lex
curiata de imperio, la proposta dell'interrex furono spiegate in varia guisa.
Havvi l'opinione del Niebhur, seguìta anche dal Becker, Röm. Alterth., vol. II,
314-332, che pareggia fra di loro la patrum auctoritas e la lex curiata de
imperio, e quindiattribuisce l'una e l'altra alle curie fin dal periodo regio;
vi ha quella del WILLEMS, Le droit public romain, 208 a 212, che invece
attribuisce al vocabolo di patrum auctoritas la significazione costante di
senatus auctoritas, affi dando al senato anche la proposta dell' interrex;
sonvi il Rubino, e fra i recenti il Karlowa, Röm. R.G., I, p. 44 e seg., i
quali sotto le espressioni di patrum aucto ritas e di patricii interregem
produnt scorgono i senatori patrizii, e quindi affidano ad essi così la patrum
auctoritas, come la proposta dell'interrex. Vi banno infine quelli, i quali
sostengono, che la primitiva costituzione dovette certo subire qualche modi
ficazione, allorchè la formazione delle leggi e la elezione dei magistrati dal
popolodelle curie passò al popolo delle classi e delle centurie, e che il
senato diventò pa trizio-plebeo; poichè in allora tutte le funzioni, che si
rannodavano agli auspicia, dovettero di necessità passare alle curie, che erano
il solo corpo esclusivamedelle curie passò al popolo delle classi e delle
centurie, e che il senato diventò pa trizio-plebeo; poichè in allora tutte le
funzioni, che si rannodavano agli auspicia, dovettero di necessità passare alle
curie, che erano il solo corpo esclusivamente pa trizio. Tale è l'opinione
sostenuta con molta dottrina dal PANTALEONI, L'auctoritas patrum nell'antica
Romu (Rivista di Filologia, Torino, 1884, 297 a 395). Se guendo un processo
diverso, sono riuscito ad una conclusione analoga a quella soste nuta dal
Pantaleoni, e intanto ho cercato di richiamare ad un unico concetto i varii
aspetti, sotto cui presentasi la questione. Ritengo poi, che tanto il pareggiamento
della patrum auctoritas e della lex curiata de imperio (BECKER), quanto quello
della patrum auctoritas e della senatus auctoritas (WILLEMS), quanto infine il
con cetto di un senato patrizio, diviso dal plebeo, che darebbe l'auctoritas e
proporrebbe l'interrex (KARLOWA), per quanto sostenute con ingegno e con
erudizione, siano in contrasto coi passi degli antichiautori, e collo
svolgimento storico della costituzione romana. 293 cato . Più tardi nel 283
U. C. da Publilio Volerone si ottiene, che la plebe possa nominare i suoi
tribuni nei proprii concilii, i quali cosi vengono ad essere legalmente
riconosciuti. Come quindi con tinua ad esservi sempre un magistrato esclusivamente
patrio, il qualedeve essere nominato dai patrizii delle curie, che è l'interrex;
così vengono ad esservi deimagistrati, esclusivamente plebei, quali sono
appunto i tribuni e gli edili della plebe, che debbono esser sempre nominati
nei concilia plebis. Per quello poi, che si rife risce ai magistrati veri del
popolo romano, e comuni ai due ordini, si viene ad operare una specie di
divisione del potere elettorale fra i comizii centuriati, che continuano sempre
a nominare i magi strati maggiori, ei comizii tributi, che finiscono per
attirare a sè la nomina dei magistrati minori; di quei magistrati cioè, che un
tempo erano nominati direttamente dal magistrato maggiore. Per talmodo anche
qui sonvi i poteri, in cui i due ordini si confondono e si ripartono gli
uffizii, ma rimangono ancor sempre le traccie del l'opposizione, che un tempo
esisteva fra patriziato e plebe . Infine è ancora degno di nota in
quest'argomento il processo, che i romani seguirono nella creazione dei
pro-magistrati nelle pro vincie, secondo cui i magistrati di Roma, allorchè
avevano terminato il proprio ufficio nella città, diventavano pro-magistrati
nelle pro vincie. Per noi la cosa può sembrare singolare: ma pei romani era un
processo regolare e costante, in quanto che essi, al modo stesso che avevano
prese le istituzioni gentilizie e le avevano tra piantate nella città, così
presero i magistrati di Roma, e li tras portarono nelle provincie, prorogandone
l'imperio e chiamandoli pro-magistrati, poichè i veri magistrati dovevano
essere quelli di È Dionisio, IX, 41, il
quale dice, che i tribuni furono dapprima eletti nelle curie, ma in verità non
si riesce a comprendere come i difensori della plebe potes sero essere eletti
coll'intervento del patriziato; salvo che con ciò si voglia dire, che la plebe,
per la nomina dei suoi primi tribuni, siasi raccolta nel luogo stesso, ove si
riunivano le curiae. La proposta di Volerone ebbe poi grandissima importanza in
quanto che è con essa, che incomincia il riconoscimento legale dei concilia
plebis. Cfr. Bonghi, Storia di Roma, 593.Non parmi tuttavia, che si possa far
rimontare a quest'epoca l'esistenza dei comitia tributa, poichè i tribuni della
plebe, anche più tardi, furono sempre nominati nei concilia plebis. Questa è una prova, che in questo periodo
della costituzione politica di Roma i veri comizii del popolo romano erano i
comiziï centuriati e i comizii tributi; mentre i comizii curiati erano solo più
conservati auspiciorum causa, ed i concilia plebis per provvedimenti di
interesse esclusivo alla plebe. 294 Roma . Veniamo ora all'esercizio del potere
giudiziario nel periodo regio. 4. –
L'amministrazione della giustizia, la distinzione fra ius e iudicium, e la
provocatio ad populum nel periodo regio. 241. Per quello che si attiene
all'amministrazione della giustizia durante il periodo regio, la questione
fondamentale, intorno a cui vi ha grande divergenza fra gli autori, è quella
che sta in vedere se l'esercizio della giurisdizione, cosi civile come penale,
apparte nesse esclusivamente al re, oppure vi avessero anche partecipazione il
senato ed il popolo. Questo è però fuori di ogni dubbio, che in questo periodo
si cercherebbe indarno una delimitazione precisa fra la giurisdizione civile e
la criminale, sebbeue già sianvi dei reati, che sono pubblicamente proseguiti,
come si vedrà più tardi, discor. rendo del parricidium e della perduellio, e
delle autorità incari cate della prosecuzione e punizione di essi (quaestores
parricidii e duumviri perduellionis ). Senza pretendere di volere risolvere le
gravissime questioni, che si agitano in proposito, mi limito unicamente ad
osservare, che anche in questa parte la costituzione primitiva di Roma contiene
il germe di tutte quelle istituzioni, che son chiamate a determinare lo
svolgimento ulteriore del potere giudiziario in Roma. Queste isti tuzioni
primordiali, che gli antichi fanno già rimontare al periodo regio, sono: la
potestà di giudicare, che appartiene al re; la distin zione fra il ius e il
iudicium, per cui, accanto al magistrato qui ius dicit, già compariscono i
iudices, gli arbitri, i recuperatores in materia civile, ed i duumviri, ed i
quaestores in materia crimi nale; e da ultimo l'istituto della provocatio, che
col tempo sarà quello, che finirà per trasportare la giurisdizione penale dal
magi strato ai comizii. Questi istituti sono in certo modo altrettanti abbozzi,
che svolgendosi a poco a poco finiranno per determinare l'evoluzione del potere
giudiziario, durante il periodo repubblicano. 242. Che la potestà del ius
dicere sia compresa nella concezione Non
occorre di notare, che qui si parla dei pro-magistrati, che dopo essere stati
consoli o pretori in Roma, diventavano proconsoli o propretori nelle provincie.
Cfr. in proposito MOMMSEN, Le droit public romain. Cfr. Muirhead, Histor. introd., Sect. 15, 59.
295 - sintetica del regis imperium, sebbene non esista ancora la sepa razione
recisa fra la iurisdictio e l'imperium, è cosa a parer mio chenon può essere
posta in dubbio. Non può quindi essere accolta l'opinione del Maynz, che quasi
vorrebbe fin dal periodo regio attribuire la giurisdizione criminale al popolo
. Tuttavia in pro posito occorre di rettificare un concetto, che sembra essere
general mente adottato, secondo cui si vorrebbe in certo modo riconoscere nel
re il potere di giudicare di qualsiasi controversia e di qualsiasi misfatto. Questo
concetto ripugna col processo seguito nella forma zione della città, e
dell'imperium regis. Almodo stesso, che la ci vitas non assorbi tutta la vita
delle genti e delle famiglie, ma è dovuta ad una specie di selezione, che si
viene operando di quelle funzioni civili, politiche e militari, che prima erano
esercitate dalle singole comunanze patriarcali; così anche il potere regio
venne for mandosi, mediante lente e graduate sottrazioni, che si vennero ope
rando da quei poteri, che prima appartenevano ai capi di famiglia e delle
genti. Di qui la conseguenza, che negli esordii dovette per lungo tempo
mantenersi vigorosa, accanto al potere del re, la giu risdizione propria dei
capi di famiglia e delle genti, e che per lungo tempo ancora i capi di famiglia
curarono essi la prosecuzione delle proprie offese e continuarono ad essere i
vindici della disciplina, che doveva essere mantenuta nelle famiglie; come lo
dimostra il fatto stesso dell'Orazio, quale ci viene narrato da Livio. Tut
tavia in questa progressiva formazione del potere del magistrato fu la stessa
realtà dei fatti e l'intento della comunanza civile e po litica, che
somministrò il concetto direttivo, che ebbe a determi narla. Questo concetto
consiste in cid, che il re primitivo non si impone ai membri delle genti e
delle famiglie come tali, ma bensi ai medesimi, in quanto sono quiriti, cioè in
quanto partecipano alla stessa convivenza civile e politica. Quindi il re
dapprima non è il custode dell'ordine delle famiglie, nè il vindice delle
offese tutte, che possono patire i membri di esse; ma è il custos urbis, ed è
incaricato sopratutto di provvedere al mantenimento di quelle leges publicae,
che sono in certo modo la base della confederazione ci vile e politica, a cui
addivennero le varie comunanze. Nel resto continuano ad essere competenti i
singoli padri e capi di famiglia, V. Maynz, Introd. au cours de droit romain,
n. 20, 60, ove sostiene, che anche in tema di giurisdizione criminale la
sovranità appartenesse alla nazione. 296 ed anche i capi di tutti gli altri
sodalizii di carattere religioso o civile (magistri): i quali, secondo il
concetto primitivo, hanno giuris dizione sui membri tutti del sodalizio, come
lo dimostra, fra le altre, la giurisdizione del pontefice sui sacerdozii, che
da esso dipendono . Sarà quindi solo più tardi, ed a misura che nella cerchia
delle mura cittadine saranno anche comprese le abitazioni private, che la giu
risdizione del magistrato perderà questo suo carattere, e si potrà esten dere
anche a fatti, che, quantunque compiuti fra le pareti domestiche e da persone
dipendenti dall'autorità del capo di famiglia, potranno tuttavia produrre una
pubblica perturbazione. 243. Di questo carattere speciale della giurisdizione,
spettante al magistrato primitivo di Roma, abbiamo una prova eloquente in
quella distinzione fondamentale per l'antica amministrazione della giustizia,
così civile come penale, fra il ius ed il iudicium. Sono note le discussioni,
che seguirono in proposito, e non mancarono anche coloro, che attribuirono la
divisione stessa alla separazione, che l'ingegno sottile dei romani avrebbe
tentato di fare, fin d'allora, fra il diritto ed il fatto: cosicchè il
magistrato avrebbe decisa la que stione di diritto, mentre il giudice avrebbe
poi applicato il diritto al fatto. Una simile distinzione non si cercò mai dai
Romani, perché essi professarono sempre, che ex facto oritur ius;ma furono
invece i fatti stessi e le condizioni reali, fra cui vennesi formando la città,
che condussero naturalmente a questa distinzione. Pongasi infatti un centro di
vita pubblica, che stia formandosi fra varie comunanze patriarcali. L'effetto,
che dovrà risultare da questo stato di cose, sarà quello di produrre, fra le
giurisdizioni, che con tinuano ad appartenere ai capi delle famiglie e delle
genti, una giurisdizione di carattere pubblico, che appartenga al capo ed
al Cfr. Maynz, op. cit., n. 20, 60, e
MOMMSEN, Le droit public romain, I, 187:
Magistri (scrive Festo, po magisterare), non solum doctores artium, sed
etiam pagoram, societatum, vicorum, collegiorum, equitum dicuntur, unde et magi
stratus (Bruns, Fontes, 341). È da vedersi a questo proposito quanto ebbi ad
esporre nel lib. I, Capo V, n ° 88, 109 e nota relativa. Fra gli autori, che in questa distinzione
videro in certo modo una separazione fra il diritto ed il fatto havvi il
Bonjean, Traité des actions chez les Romains, Paris, 1845, vol. I, 29. Cfr. C., De exceptionibus in iure romano, 1873, 11.
Di tale distinzione tratta il BuonAMICI, Storia della procedura civile romana,
Pisa, 1866, I, $ 5. 297 custode della città. Di qui la conseguenza, che la
questione pre liminare, che questo magistrato sarà chiamato a risolvere, ogni
qual volta gli sia sottoposta un'accusa od una controversia, consisterà nel
decidere, se il fatto, del quale si tratta, sia uno di quelli, che debbono
essere lasciati alla giurisdizione domestica, od invece attribuiti alla
giurisdizione di carattere pubblico, che a lui appartiene; come pure dovrà
cercare, se al fatto, del quale si tratta, siavi qualche lex pu blica, che
debba essere applicata. Se quindi, ad esempio, l'Ora zio avrà uccisa la sorella,
e sarà trascinato innanzi al re in ius, la questione, che questi è chiamato a
decidere, sta in vedere, se il fatto in questione debba essere lasciato alla
giurisdizione del padre, che afferma che la sua figlia è stata iure caesam, o
se trattisi invece di tal fatto, alla cui repressione provveda una lex publica.
Ed è questa appunto la questione, che risolve Tullo Ostilio, il quale, secondo
Livio: concilio populi advocato:
duumviros, inquit, qui Horatio perduellionem iudicent, secundum legem fació .
Che se in vece di un misfatto si fosse trattato di una controversia di
carattere civile, la questione a risolversi sarà pur sempre quella di vedere,
se trattisi di un caso contemplato da una legge pubblica, e se perciò si dovrà
accordare diritto di agire secondo la legge. Solo allora il magistrato gli dirà
di agire secundum legem publicam: oppure più tardi, allorchè vi sarà una
speciale magistratura per l'amministrazione della giustizia, questa pubblicherà
nel proprio editto quali siano i casi particolari, in cui actionem dabit. Non è
perciò da ammettersi il concetto per tanto tempo ricevuto, che, secondo il
diritto civile romano, vi fossero dei diritti, che erano senz'azione; ma
soltanto si deve dire, che il diritto in Roma si venne lentamente e
gradatamente formando, e che toccava al ma gistrato di esaminare e di risolvere
la questione, se in quel caso determinato dovesse, o non, essere accordata
l'azione. Spettava quindi al magistrato (in iure) di decidere in ogni caso
particolare, se il caso stesso fosse stato tale da richiedere, in base alle
leggi, l'intervento e l'appoggio del pubblico potere: ma, una volta decisa
affermativamente una tale questione, il magistrato aveva compiuto Liv., I, 26. Dalle espressioni, che Livio
attribuisce a Tullo Ostilio, si ricava, che la questione, che egli si propose
di risolvere, consisteva nel decidere, se vi era una legge, e quale fosse la
legge, che colpiva il delitto del quale si trattava. Cfr. PANTALEONI, Storia
civile e costituzionale di Roma, I, 317. 298 il proprio ufficio, e quindi
poteva rimettere il giudizio o ai quae stores parricidii, o ai duumviri
perduellionis, se trattavasi di ac cusa penale, od anche ad un iudex e perfino
ai recuperatores, se trattavasi di una controversia civile, intorno a cui le
parti non si fossero poste d'accordo innanzi al magistrato. Questo è certo, che
già nel periodo regio vi furono queste varie maniere di giudici; ed è anzi
probabile, che già esistessero i iudices selecti, il cui albo do veva
probabilmente ricavarsi dal novero dei padri o senatori; come lo dimostra la
testimonianza di Dionisio, ed anche il fatto, che fu così anche dopo, e che in
una comunanza, che aveva ancora del patriarcale, era ovvio, che i padri fossero
i naturali giudici delle controversie. È certo parimenti, che quando trattavasi
di delitti ca pitali, il re doveva essere circondato da un consilium; come ap
pare dal fatto, che, secondo Livio, a Tarquinio il Superbo fu mossa l'accusa
che cognitiones capitalium rerum sine
consiliis per se ipsum exercebat . Era poi naturale, che anche questo consilium
fosse tratto dall'albo dei patres o senatori, e per tal modo abbiamo anche qui
un ricordo del re patriarcale, che, circondato dagli an ziani, amministra la
rozza patriarcale giustizia. Per quello poi, che si riferisce all'intervento
dell'elemento popo lare nell'amministrazione della giustizia civile, sembra che
il mede simo debb a attribuirsi soltanto all'epoca serviana, alla quale
puo con molta verisimiglianza farsi rimontare l'istituzione del Tribunale dei
centumuiri, come si vedrà a suo tempo. 244. Intanto è sempre dal modo, in cui
la città si venne formando, e dall'essere essa l'organo e il centroella vita
pubblica, che ven gono ad essere determinati i caratteri della procedura, che
dovette essere seguita negli esordiidella città, così nei giudizii civili come
nei giudizii penali. È infatti nel foro, ossia nella piazza, che deve essere
amministrata giustizia, come lo dimostra il fatto, che una delle ac cuse, mossa
contro Tarquinio il Superbo, fu quella appunto di essere venuto meno al
tradizionale costume, amministrando giustizia nell'in terno della propria casa
. Così pure si comprende come questa Il
testo è citato da Livio, I, 49. Abbiamo poi Dionisio, II, 14, che dice parlando
del re: de gravioribus delictis ipse
cognosceret; leviora senatoribus committeret; donde si può inferire, che anche
il consilium regis dovesse, trattandosi di delitti ca pitali, ricavarsi dal
senato. Cfr. Karlowa, Röm. R. G., 54.
Liv., I, 49. 299 procedura dovesse essere orale, ed ispirarsi al
concetto di una assoluta parità di condizione fra i contendenti, come quella
che doveva imi tare, cosi nei giudizii civili come nei penali, quella specie di
lotta e di certame, che un tempo dovette seguire fra i contendenti. Se si trat
terà di un misfatto, sarà il cittadino che accuserà il cittadino e cer cherà
egli stesso le prove, sovra cui si appoggia la propria accusa, e se si tratterà
invece diazione civile, sarà seguita la procedura solenne dell'actio
sacramento, od anche quella della iudicis postulatio. Di queste si è veduto
come la prima già si era formata nella stessa tribù patriarcale: mentre un
tempo essa era il modo di pro cedere del capo di famiglia contro il capo di
famiglia nel seno della tribù, venne poi ad essere trapiantata nella città,
unitamente alle formalità, che ricordano l'antica procedura patriarcale, e
cominciò cosi ad usarsi dal quirite contro ' il quirite . La seconda poi, ossia
la iudicis postulatio, fu l'effetto necessario di quella separazione del ius
dal iudicium, che, come si è dimostrato più sopra, era una con seguenza del
formarsi di una giurisdizione pubblica, accanto alle giurisdizioni di carattere
domestico e patriarcale, in quanto che, toc cando al magistrato di risolvere la
questione se in quel caso dovesse o non ammettersi un cittadino ad agire
secundum legem publicam, conveniva di necessità ricorrere a lui, accid
delegasse un iudex o un arbiter per la risoluzione della controversia; donde
l'antica de nominazione della iudicis arbitrive postulatio . Questa conget tura
ha la sua base in ciò, che all'epoca decemvirale già si trovano stabilite
queste due maniere di procedura, senza che si possa deter minare, quando le
medesime siano state introdotte. Cotali procedure tuttavia, passando dai
rapporti fra capi di famiglia, pressochè indi pendenti e sovrani, ai rapporti
fra i cittadini di una medesima città, hanno già cessato di essere semplici
actiones, e sono diventate legis actiones, in quanto che sono altrettanti modi
riconosciuti dalla legge pubblica per far valere in giudizio le proprie
ragioni. 245. Soltanto più ci resta a discorrere di una istituzione, che
era Quanto all'origine gentilizia e alla
naturale formazione dell'actio sacramento vedasi sopra lib. I, n. 104. La iudicis arbitrive postulatio è ricordata
da Gaio, come una delle più antiche legis actiones, Comm. IV, 12, sebbene poi il manoscritto di Verona sia
stato il. leggibile nella parte, che vi si riferisce. V. quanto alla medesima
il Murhead, Hist. introd., Sect. 35, 197, e il BuonamiCI, Storia della
procedura civile romana. I, Cap. VII, 43 a 57. 300 poi chiamata a ricevere una
larga applicazione, durante il periodo repubblicano, e che è indicata colla
denominazione di provocatio ad populum. Si dubita dagli scrittori, se questa
istituzione già potesse esistere fin dal periodo regio, ed alcuni lo negano,
perchè ritengono, che in questo periodo le funzioni del popolo si riducessero
esclusivamente a quelle, che il re credeva di dovergli affidare. Per parte nostra,
di fronte alla testimonianza di Cicerone, che, augure egli stesso, ebbe a dire,
che della provocatio ad populum parlavano i libri pontificii e gli augurali, il
dubbio non dovrebbe più presentarsi . Quanto alle considerazioni desunte dagli
stretti confini della populi potestas, durante il periodo regio, ed anche dalla
narrazione di Livio, che nel caso dell'Orazio parla di una provocatio ad
populum, accordata da Tullo clemente
legis interprete , parmi che esse non possano condurre ad escludere un diritto
di provocatio ad populum, che in effetto sarebbe stato invocato e fu fatto
valere dallo stesso Orazio. Pud darsi, che in quel caso particolare potessero
esservi dei motivi per dubitare, se dovesse o non essere ammessa. Ma se
l'Orazio vi ricorre, egli lo fa in base ad una consuetudine, le cui origini
dovevano rimon tare ad un'epoca anteriore. Si aggiunge, come appare dalle cose
premesse, che la costituzione primitiva di Roma dovette essere più liberale
negli inizii, quando vi era un populus, tutto composto di padri uguali fra di
loro e consapevoli del proprio diritto, che non posteriormente, allorchè il
populus cominciò ad essere composto di due classi disuguali fra di loro, cioè
del patriziato, che era il populus primitivo, e della plebe; di una classe dirigente
e di una classe, che trovavasi in posizione inferiore. In base ad una tale
costituzione primitiva, secondo cui la populi potestas era la sorgente di tutti
i pubblici poteri ed anche del regis imperium, veniva ad essere naturale e
logico, che se il ius dicere apparteneva al re, il con dannato dovesse poter
ricorrere in appello al potere supremo che era il popolo, mediante la
provocatio. Per verità di questo diritto alla provocatio fa cenno la stessa lex
horrendi criminis, i cui termini ci furono conservati da Livio duumviri perduellionem iudicent: si a
duumviris provocarit, provocatione certato . Era poi naturale, che questa
provocatio, al pari dell'azione e del giudizio, venisse a canıbiarsi in quella
specie di certame o di combattimento Cic.,
De Rep., II, 35: Provocationem etiam a
regibus fuisse, declarant pon tificii libri, significant nostri etiam augurales
, 301 legale, che viene appunto ad essere descritto da Livio, a proposito del
giudizio dell'Orazio, in quanto che ogni procedura patriarcale prende
naturalmente questo carattere. I duumviri, che avevano pronunziata la condanna,
dovevano essi sostenere l'accusa davanti all'assemblea del populus. Eravi cosi
una specie di certamen fra essi e l'accusato, che simboleggiava quel
combattimento vivo e reale, che un tempo aveva dovuto effettivamente seguire.
Che anzi, già fin d'al lora, il populus, trattandosi di reato di carattere
politico, quale era la perduellio, poteva anche passare sopra alla questione
puramente giuridica, per giudicare invece ex animi sententia, e assolvere, come
avrebbe fatto nel caso speciale dell'Orazio, admirationemagis virtutis, quam
iure causae . Vero è, che posteriormente nel primo anno della repubblica tro
viamo una legge Valeria Orazia de provocatione, che riconobbe solennemente al
popolo questo suo diritto, il quale fu anzi conside rato come il palladio della
libertà del cittadino romano (unicum praesidium libertatis); ma allora le
circostanze erano cambiate, perchè il populus non comprendeva solo più i patres
e i patricii, ma anche la plebs, e quindi volevasi una legge, che accomunasse e
consacrasse una istituzione, forse solo consuetudinaria, a tutto il nuovo
populus quiritium, comprendendo in esso anche la plebe. 246. Intanto è evidente
la influenza, che questa istituzione della provocatio ad populum, solennemente
consacrata, doveva esercitare sul futuro svolgimento della giurisdizione
criminale, in quanto che essa doveva condurre al risultato di trattenere il
magistrato dal pronunziare una condanna, da cui poteva esservi appello al
popolo, e trasportare cosi in definitiva la giurisdizione criminale dal
magistrato al popolo. Tuttavia anche qui lo svolgimento regolare e graduato
ebbe ad essere per qualche tempo interrotto, allorchè i tribuni della plebe
presero a portare accuse contro i patrizii avversi alla plebe, e contro i
consoli uscenti di ufficio davanti ai concilia plebis. Fu Liv., I, 26.
Non potrei quindi ammettere l'opinione del KarlowA, Röm. R. G., 53 e
segg., il quale, argomentando da ciò, che le leggi Valeriae Horatiae avrebbero
introdotta la provocatio ad populum, vorrebbe inferirne, che questa sotto i re
non esistesse che per la perduellio. CICERONE parla di provocatio in genere, e
quindi non vi ha motivo di restringerla, ma vuolsi ammetterla in genere per i
reati a quella epoca puniti di pena capitale, cioè tanto per la perduellio,
quanto per il parricidium. 302 allora, che la legislazione decemvirale ebbe a
stabilire il principio che soltanto i comizii centuriati potessero pronunziare
una condanna capitale. Ciò però non impedisce, che i tribuni della plebe conti nuino
ancora ad eserc itare il proprio diritto di accusa, sopratutto per i
delitti di carattere politico, e per quelli che sono puniti di sole pene
pecuniarie. Di qui deriva la conseguenza, che anche quanto alla giurisdizione
criminale viene a ripartirsi il compito fra i comizii centuriati, che giudicano
dei delitti capitali, e dd i comizii tributi, che giudicano dei delitti, che
debbono essere puniti con pene pecuniarie, finchè l'incremento della città ed
anche dei delitti perseguiti per legge non renderà necessario di ricorrere alla
istituzione delle quaestiones perpetuae, ossia di tribunali speciali per
giudicare delle diverse categorie di delitti . Parmi con ciò di aver abbastanza
dimostrato non solo l'unità e la coerenza della primitiva costituzione patrizia;
ma di aver provato eziandio, come essa debba essere considerata come il modello
e l'esem plare, sovra cui si foggiò tuttoil posteriore svolgimento delle
istituzioni politiche diRoma. Essa fu tale dameritarsi il grande elogio
diCicerone, allorchè scriveva, che la costituzione politica di Roma
formatasi non unius ingenio, sed
multorum, nec una hominis vita, sed aliquot saeculis et aetatibus , era
tuttavia riuscita superiore in eccellenza alle costituzioni greche, che erano
l'opera meditata dei filosofi e dei sapienti. L'opera collettiva di un popolo,
proseguita con logica tenace e coerente, e accomodata ai tempi, riusciva per
talmodo superiore all'opera individuale dei più grandi ingegni del l'umanità:
nam, dice lo stesso Cicerone, facendo intervenire Sci pione, neque ullum
ingenium tantum exstitisse dicebat, ut quem res nulla fugeret quisquam
aliquando fuisset; neque cuncta in genia, conlata in unum, tantum posse uno
tempore providere, ut omnia complecterentur, sine rerum usu ac vetustate.
Veniamo ora alle leges regiae. Cic., De
leg. 3, 4: De capite civis nisi per
maximum comitiatum ne fe runto , disposizione questa, attribuita alla
legislazionedecemvirale, la quale mirava con ciò ad impedire, che le cause
capitali contro i patrizii e contro i consoli fossero dai tribuni della plebe
recate innanzi ai concilia plebis. Cfr. Esmein, Le délit d'adultère à Rome e la loi Iulia, de adulteriis, nei
Mélanges d'histoire du droit, Paris, 1886, 71 et suiv. Cic., De Rep., II, 1. La
legislazione regia durante il periodo esclusivamente patrizio. $ Del contributo delle varie stirpi italiche
alla primitiva legislazione di Roma. 247. Dal momento che a costituire la città
patrizia concorsero comunanze, le quali erano di origine diversa, era naturale,
che, anche esistendo una certa analogia fra le loro istituzioni, non potesse
perd esservi una identità perfetta fra le medesime. È quindi evidente, che col
partecipare di diverse stirpi alla medesima città dovette ope rarsi fra di loro
una assimilazione lenta e graduata delle loro isti tuzioni giuridiche. Che
anzi, a questo proposito, un recente autore, a cui deve assai la ricostruzione
del diritto primitivo di Roma, il Muirhead, andrebbe fino a dire, che le varie
stirpi, come recarono un diverso contributo alla costituzione politica di Roma,
cosi deb bono pure aver portato un contributo diverso alla formazione del
diritto privato di Roma; contributo, che egli cercherebbe di riassu mere nei
seguenti termini: La patria potestas
spinta fino al ius vitae et necis sulla figliuolanza; la manus ed il potere del
marito sulla moglie; il concetto per cui maxime sua esse credebant,
quae ex hostibus caepissent (Gaio, IV,
16 ); il diritto del credi tore di porre la mano sul debitore che non paga, di
imprigionarlo, e se occorre anche di ridurlo a schiavitù; tutto ciò insomma,
che deriva dal concetto, che la forza generi maxime sua esse credebant,
quae ex hostibus caepissent (Gaio, IV,
16 ); il diritto del credi tore di porre la mano sul debitore che non paga, di
imprigionarlo, e se occorre anche di ridurlo a schiavitù; tutto ciò insomma,
che deriva dal concetto, che la forza generi maxime sua esse credebant,
quae ex hostibus caepissent (Gaio, IV,
16 ); il diritto del credi tore di porre la mano sul debitore che non paga, di
imprigionarlo, e se occorre anche di ridurlo a schiavitù; tutto ciò insomma,
che deriva dal concetto, che la forza generi maxime sua esse credebant,
quae ex hostibus caepissent (Gaio, IV,
16 ); il diritto del credi tore di porre la mano sul debitore che non paga, di
imprigionarlo, e se occorre anche di ridurlo a schiavitù; tutto ciò insomma,
che deriva dal concetto, che la forza generi il diritto, sarebbe dovuto
all'influenza latina: Le cerimonie
religiose invece, che accom pagnano il matrimonio, il riconoscimento della
moglie, quale padrona della casa e partecipe delle cure religiose e domestiche;
il consiglio di famiglia dei congiunti, cosi paterni che materni, che circonda
il padre nell'esercizio della sua domestica giurisdizione; la pratica del
l'adozione, nell'intento di prevenire l'estinzione della famiglia e di non
privare cosi i defunti delle preghiere e dei sacrifizii neamiglia dei
congiunti, cosi paterni che materni, che circonda il padre nell'esercizio della
sua domestica giurisdizione; la pratica del l'adozione, nell'intento di
prevenire l'estinzione della famiglia e di non privare cosi i defunti delle
preghiere e dei sacrifizii neamiglia dei congiunti, cosi paterni che materni,
che circonda il padre nell'esercizio della sua domestica giurisdizione; la
pratica del l'adozione, nell'intento di prevenire l'estinzione della famiglia e
di non privare cosi i defunti delle preghiere e dei sacrifizii neamiglia dei
congiunti, cosi paterni che materni, che circonda il padre nell'esercizio della
sua domestica giurisdizione; la pratica del l'adozione, nell'intento di
prevenire l'estinzione della famiglia e di non privare cosi i defunti delle
preghiere e dei sacrifizii neamiglia dei congiunti, cosi paterni che materni,
che circonda il padre nell'esercizio della sua domestica giurisdizione; la
pratica del l'adozione, nell'intento di prevenire l'estinzione della famiglia e
di non privare cosi i defunti delle preghiere e dei sacrifizii necessarii per
il riposo delle loro anime, sarebbero evidentemente uscite da un diverso ordine
di idee, e sarebbero perciò a ritenersi di provenienza sabina. - Quanto all'influenza etrusca non si sarebbe
sentita che ad una data più recente;ma dovrebbe probabilmente essere attri 304
buito alla medesima quello stretto riguardo, che deve aversi all'os servanza
delle cerimonie e delle parole solenni, nelle più impor tanti transazioni della
vita pubblica e privata . Non può certam ma dovrebbe probabilmente essere
attri 304 buito alla medesima quello stretto riguardo, che deve aversi all'os
servanza delle cerimonie e delle parole solenni, nelle più impor tanti
transazioni della vita pubblica e privata . Non può certamma dovrebbe
probabilmente essere attri 304 buito alla medesima quello stretto riguardo, che
deve aversi all'os servanza delle cerimonie e delle parole solenni, nelle più
impor tanti transazioni della vita pubblica e privata . Non può certamente
negarsi, che la ricostruzione dell'in signe giureconsulto appare come una
verosimile congettura, quale del resto è annunciata dallo stesso autore. Alla
sua mente acutanon poteva sfuggire la stretta attinenza, che dovette esservi
fra il diritto pubblico e il privato nello svolgimento delle primitive istitu
zioni: e ciò lo condusse a questa ripartizione di parti, che pure si appoggia
al carattere e alle opere, che la tradizione attribuisce ai re, che provengono
dalle varie stirpi. Tuttavia, con tutta la reverenza all'opinione di un insigne,
crederei che questa ricostruzione del diritto primitivo di Roma non possa
essere accettata, neppure come ipotesi e congettura, perchè è in contraddizione
col modo, in cui Roma e il suo diritto si vennero formando, e colle tradizioni,
che a noi pervennero. 248. Non credo anzitutto, che la costituzione, anche
politica di Roma, possa considerarsi in certo modo come una composizione di
elementi diversi recati da questa o da quella stirpe. In proposito ho cercato
di dimostrare che l'ossatura della città primitiva fu essen zialmente latina, e
che, al pari delle altre città latine, Roma usci da un foedus, ossia
dall'accordo di varie tribù per partecipare ad una stessa comunanza civile e
politica. Quindi è che gli elementi, che sopravvennero, entrarono tutti nei
quadri della città latina, la quale fu anzi concepita sopra un'unità cosi
organica e coerente, che non può essere riguardata, come il frutto del
contemperamento di ele menti diversi . Re, senato e popolo esistono fin dagli
esordii di Roma, e a misura che nuovi elementi si aggiungono, il re potrà
sce MUIRHEAD, Historical introduction to
the private law of Rome, Edinburgh. 1886, 4.
In questa parte divido perfettamente l'idea del MOMMSEN, che condanna
l'opi nione di coloro che han voluto
trasformare il popolo, che ha dimostrato nella sua lingua, nella sua politica e
nella sua religione uno sviluppo così semplice e naturale, in uno amalgamarsi
confuso di orde etrusche, sabine, elleniche e perfino pelasgiche . A suo avviso
sono i Ramnenses, di origine latina, che non solo fondarono e diedero il
proprio nome alle città, ma che posero eziandio quelle linee primitive, in cui
entra rono poi tutte le istituzioni, che furono assimilate più tardi Histoire Romaine, I, liv. I, Chap. 4, 54.
Questa opinione, fra gli autori recenti, è pur sostenuta dal Pelham,
Encyclopedia Britannica, XX, vº Rome (ancient), ove rinviene in Roma tutti i
caratteri di una città latina. 305 gliersi da un'altra stirpe, il numero dei
senatori e dei cavalieri potrà essere aumentato, e potranno anche accrescersi i
coll egi sacerdotali, ma l'ossatura primitiva sarà sempre conservata. Vero
è che un re sabino, cioè Numa, secondo la tradizione, fu organizzatore del
culto e del collegio dei pontefici, ma auspicii e cerimonie religiose ed au
gurali sono già attribuite allo stesso Romolo; nè tutto ciò, che si riferisce
all'organizzazione domestica, può ritenersi di origine sabina, dal momento che
già una legge, attribuita a Romolo, riguarda il matrimonio per confarreationem.
Lo stesso è a dirsi del tribunale domestico e della tendenza delle famiglie a
perpetuarsi, che il Mui rhead vorrebbe pur ritenere di origine sabina, mentre
ne troviamo le traccie in tutti i popoli di origine Aria, e in tutti quelli
parimenti, che hanno attraversato lo stadio dell'organizzazione patriarcale.
Cid pure deve dirsi del cerimoniale esteriore e dell'uso di parole so lenni nei
contratti e negli atti, che il Muirhead attribuirebbe alla in fluenza etrusca,
poichè, se stiamo alla tradizione, questo cerimoniale esteriore rimonta alla
fondazione stessa della città, e quindi sarebbe anteriore all'epoca, in cui,
secondo il Muirhead, si sarebbe comin ciata a sentire l'influenza etrusca. Si
aggiunge, che le solennità di parole, di atti e di gesti non sono anch'esse un
privilegio di questa o di quella stirpe; ma sono comuni a tutti i popoli, che
attraver sarono l'organizzazione gentilizia, e trovano anzi, come si è dimo
strato, una causa naturale in ciò, che in questa condizione di cose, gli atti
ed i contratti, seguendo in certo modo, non fra individui, ma fra capi di
gruppo, acquistano una solennità, che ora direbbesi internazionale, la quale si
conserva poi eziandio negli inizii della co munanza civile e politica. Infine
non pud neppure affermarsi, che quella serie di istituzioni, che mette capo al
concetto, che il diritto scaturisce dalla forza, debba considerarsi come di
provenienza latina, in quanto che questo concetto deriva piuttosto
dall'attitudine emi nentemente guerriera, che prende il populus romanus
quiritium Dion. II, 25 (BRUNS, Fontes, 6
). Che questo sia un carattere comune a
tutti i popoli, che trovansi nell'orga nizzazione patriarcale, o che escono
dalla medesima, è stato dimostrato dal SUMNER MAINe, nelle varie opere sue, e
di recente dal Leist, Graeco-italische Rechtsge schichte. Jena, 1885. Io stesso
credo di averne data la prova nell'opera: La vita del diritto nei suoi rapporti
colla vita sociale, lib. I e II, seguendo le migrazioni delle genti Arie, e
dimostrando come esse abbiano trapiantato nell'Occidente quelle istituzioni,
che avevano preparato nell'Oriente) nelle sue origini, attitudine che è comune
a tutte le stirpi, che lo costituiscono; come lo dimostra il fatto, che vi
hanno genti di origine sabina (come, ad es., la Claudia ), ed altre di origine
etrusca (come la Tarquinia), le quali appariscono non meno amiche della
forza, e fino anche della prepotenza, di quelle di origine veramente latina,
alle quali appartengono di regola le genti, che come la Valeria, appariscono
nelle tradizioni più favorevoli alla plebe, e più disposte ad equi e a miti
consigli. 249. Del resto non è un esame delle singole affermazioni del Muirhead,
che io qui intendo di fare; ma piuttosto dalle cose pre messe intendo inferire,
che, trattandosi di genti, che probabilmente erano tutte di origine Aria, e si
trovavano pressochè nel medesimo stadio di organizzazione sociale, le
istituzioni fondamentali del di ritto privato, salvo le divergenze nei
particolari minuti, dovevano essere essenzialmente comuni alle varie stirpi.
Tutte avevano isti tuzioni, in cui prevaleva il carattere religioso; tutte
compievano i loro atti con solennità e cerimonie esteriori, che richiamavano un
precedente periodo di organizzazione sociale; e tutte possedevano
l'organizzazione patriarcale della famiglia, e gli istituti della gente, della
clientela e della tribù. Cið tutto si può affermare con certezza, dal momento,
che questi caratteri sono comuni al diritto primitivo, quale ebbe a modellarsi
nell'Oriente, durante il periodo, chepotrebbe chiamarsi della comunanza del
villaggio. La stirpe tuttavia, che diede il primo modello, in cui furono poi
fuse le istituzioni analoghe, che erano già possedute dalle varie genti, fu
anche, quanto al diritto privato, la stirpe latina, la quale appare come
fondatrice della città; il che punto non tolse, che, stante il comporsi dei
varii elementi, si allargasse poi il concetto della divinità, patrona comune
della città, e si ammettessero man mano anche istituzioniproprie di altre
stirpi, ma sempre foggiandole, come Roma fece anche più tardi, sul l'impronta
latina. Che anzi credo perfino di dover affermare, che quella potenza di
assimilazione, che contraddistingue Roma, appena compare, deve sopratutto
ritenersi propria alla stirpe latina, da cui Roma ebbe la sua prima origine.
Per verità, anche prima della fondazione di Roma, le popolazioni latine erano
quelle, che avevano già mag giormente svolto il concetto di federazione, e che
perciò si di mostravano anche meno esclusive, e perfino anche più favorevoli
alle plebi, e più disposte a ricevere altri elementi nel proprio seno, - 307 e
ad apprendere in conseguenza anche dalle istituzioni degli altri popoli. Ciò è
tanto vero, che nella storia primitiva di Roma l'ele mento etrusco fu dapprima
tenuto in più basso stato, e più tardi, quando diventò potente ed aspird alla
tirannide, ne fu cacciato ed espulso; l'elemento sabino fu quello, che, essendo
ancora più tena cemente vincolato nell'organizzazione gentilizia, si dimostrò
il più esclusivo e il meno favorevole alle plebi; mentre invece l'elemento
latino fu quello che, dopo essere stato il primo a modellare la città, entrò
anche dopo in copia maggiore a riempire tanto i quadri della città patrizia,
quanto le file di quella plebe operosa e battagliera, che ebbe tanta parte
nella grandezza di Roma. Una prova di ciò pud ravvisarsi nel fatto, che Roma,
elevandosi gigante fra le altre co munanze italiche, combattè ad oltranza cogli
Etruschi, coi Sabellici e coi Sanniti, e non si arrestd finchè ebbe quasi
cancellata ogni traccia di loro civiltà; mentre quanto ad Alba, la considerò
come sua madre patria, e anzichè estinguerla e soffocarla, dopo averla vinta,
pre feri di accoglierne il patriziato e la plebe, e di essere erede della
medesima, continuando quel processo nell'organizzazione sociale, che da essa
erasi iniziato. Fra Roma da una parte e l'Etruria e la Sabina dall'altra, vi fu
pressochè una guerra di sterminio, sopratutto fra le due prime, mentre fra Roma
e il Lazio vi fu soltanto una lotta di precedenza; perchè due città foggiate
sullo stesso modello, come Roma ed Alba, non potevano coesistere l'una in
prossimità dell'altra. La questione
dell'origine di Roma e dell'organizzazione, da cui essa prese le mosse, forma
tuttora argomento di discussioni fra gli eruditi. Fra gli altri il PAN TALEONI,
Storia civ. e costituz. di Roma, I, nei primiquattro capitoli, e nella 1a appen
dice aggiunta in fondo del volume, avrebbe sostenuta l'origine sabellica di
Roma e di quella organizzazione patriarcale, di cui essa ritiene ancora le
traccie, cosicchè per esso anche i Ramnenses sarebbero Sabellici, mentre la
plebe sarebbe da lui ritenuta di ori gine latina, poichè, a suo avviso, le
popolazioni latine già erano maggiormente use alla vita della città. Credo di
aver abbastanza dimostrato, che Roma primitiva si formò sul modello latino, e
che nelle stesse città latine già eravi la distinzione fra patriziato e plebe,
e quindi non sembrami che la dottrina certo grande dell'autore possa far preva
lere un'opinione,che contraddice a tutte le testimonianze degli storici e alle
tradizioni stesse del popolo romano circa le proprie origini. Di recente poi il
Casati in una nota letta alla Académie des inscriptions et de belles lettres di
Parigi, nell'ottobre del 1886, sostenne che la gens fosse di origine Etrusca.
Anche questi nuovi studii mi confermano nella conclusione: che l'organizzazione
gentilizia sia stata un tempo comune a queste varie stirpi, e che, all'epoca
della formazione di Roma, la stirpe - 308 250. Del resto la causa di questa
divergenza col Muirhead ed il motivo, per cui ritenni di dover qui combattere
la sua teoria, devono essere cercati in un'altra divergenza ben più grave, che
sta nel modo diverso di comprendere e di spiegare la primitiva formazione di
Roma. Per il Muirhead (ancorchè, a mio avviso, egli sia fra gli autori re centi
uno di quelli, che ha posto meglio in vista il contributo diverso recato alla
formazione del diritto Romano, dal patriziato e dalla plebe), la città di Roma
continua ancor sempre ad essere il frutto dell'unione di genti appartenenti
alle stirpi latina, sabina ed etrusca, ed è ancora questo il concetto, che egli
pone a fondamento della sua ricostruzione del diritto primitivo di Roma. Era
naturale quindi che, fondendosi ed incorporandosi le varie stirpi, ciascuna
dovesse recare il proprio contributo, anche alla formazione di un comune
diritto, e che egli cercasse di discernere in questa composizione la parte, che
a ciascuna stirpe dovesse essere attribuita. Ben è vero, che alcune volte egli
si trova imbarazzato del fatto, che il diritto quiritario primitivo si presenta
del tutto insufficiente a governare tutti i rapporti di una comunanza anche
primitiva, e lascia senza norma una quantità di relazioni, che dovevano già
certamente esi stere: ma intanto il punto suo di partenza gli impedisce pur
sempre di spiegare come ciò abbia potutoaccadere. Che se invece si ammetta,
come ho cercato di dimostrare, che Roma è una città formata sul modello della
città latina, e che essa, uscita dalla federazione e dall'accordo, costituisce
dapprima un centro di vita pubblica, frammezzo a varie comunanze di villaggio,
in allora Sabellica non avesse ancora superata tale organizzazione, ma le
avesse dato il mag. giore svolgimento, di cui era capace, come lo dimostrano le
genti Claudia e Fabia: che la stirpe Latina fosse invece già p ervenuta al
concetto della città federale; e che da ultimo l'Etrusca fosse già pervenuta
alla città, che potrebbe chiamarsi corpora tiva. Roma partì dal tipo latino e
quindisi costitui fin dapprincipio in un centro di federazione: poi sotto
l'influenza etrusca diventò anche una città unificata; ma serbò tuttavia anche
in seguito il carattere latino, per guisa che cambiossi in certo modo in un
centro di vita pnbblica del mondo allora conosciuto. Tale difficoltà occorre al
MUIRHEAD, per esempio, allorchè a 50 parla del. l'opinione di coloro, che
sostengono che Roma non conoscesse dapprima che la pro prietà degli immobili,
ed anche a 54, ove, parlando dei delitti e delle pene, trova non parlarsi di
delitti, che non potevanomancare anche in una città primitiva. Questi fatti invece
sono facilmente spiegati, se si ammette la formazione progressiva e gra duata,
così della città, come del suo diritto civile e criminale, non che della giuri
sdizione spettante ai suoi magistrati. sarà facile il comprendere come, nella
formazione del suo diritto pub blico e privato, Roma, dopo aver preso lemosse
da quelle istituzioni di origine latina, che potevano già confarsi colla
comunanza civile e politica, sia poi venuta lentamente assimilando tutte le
istituzioni, che già si erano formate nel periodo gentilizio, anche presso le
altre stirpi, quando le medesime potessero conciliarsi coll'impronta primi.
tiva, che essa aveva data al suo diritto. Questo è stato certo il me todo, che
Roma seguì anche più tardi nella trasformazione del suo diritto privato; nè,
conoscendo ormai per prova la sua costanza nei processi seguiti, possiamo
averemotivo di dubitare, che essa abbia dovuto esordire nella stessa guisa. 2. Della esistenza di vere e proprie leggi
(leges rogatae) durante il periodo regio.Intanto questo modo di considerare la
formazione di Roma e del suo diritto mi conduce ad apprezzare la legislazione
primitiva di Roma in guisa diversa da quella, che suole essere generalmente
adot tata dalla critica, e ad accostarsi invece a quella, che, ci verrebbe ad
essere indicata dalla tradizione. Mentre la critica infatti, dopo aver resi
leggendari i re, nega pressochè ogni fede alla legislazione, che suol essere
indicata col nome di regia, e la riduce esclusiva mente ad essere opera dei
collegi sacerdotali, o a semplice raccolta di consuetudini e di tradizioni
anteriori, la tradizione invece ci dipinge il periodo regio, anteriore anche a
Servio Tullio, come un periodo di grande attività legislatrice. Or bene, a mio
avviso, si deve andare a rilento nel respingere in questa parte il racconto
della tradizione. Se la città latina in genere, e Roma sopra tutte le altre, fu
dapprima un organo di vita pubblica fra comunanze, in cui continuavasi la vita
domestica e patriarcale, viene ad essere evidente, che come la città fu il
frutto di una specie di selezione, cosi dovette pur essere del diritto, che
governo i primi rapporti fra i membri della mede sima. Le esigenze della vita civile
e politica sono diverse da quelle di una vita di carattere patriarcale: quindi
se questa poteva som ministrare i concetti religiosi, morali ed anche
giuridici, già prima elaborati, questi però non potevano essere trasportati
tali e quali, ma dovevano subire un lavoro di scelta e di coordinamento, ed è
questo appunto, che dovette compiersi durante il periodo regio. Ne ripugna il
credere, che ciò siasi potuto fare, dal momento, che si è 310 abbastanza
dimostrato, come le genti, che fondavano la città, erano lungi dall'essere del
tutto primitive, ma avevano una suppellettile copiosa di concetti e di
tradizioni, che già si erano prima formati. Esse non erano più nello stadio
della primitiva formazione del di ritto: ma erano già in quello della
elaborazione e dell'adattamento di un diritto già formato alle esigenze della
vita cittadina. Ammet tasi, che in parte siano leggendarie le figure dei primi
re; ma questo è certo che, leggendarii o no, essi dovettero sottostare alla
neces sità di quella convivenza, di cui erano i capi, e quindi dare opera
vigorosa a quella selezione ed unificazione legislativa, che era il più urgente
bisogno per una città, che risultava di elementi diversi. Conviene aver
presente, che la città in genere e sopratutto Roma, (che fra le genti italiche
fu forse la prima ad iniziare il processo di accogliere persone di discendenza
diversa a partecipare alla stessa vita pubblica ), si presentava come una
istituzione novella, destinata ad un grande avvenire. Era mediante la città,
che l'uomo o meglio il capo di famiglia cominciava ad essere qualche cosa,
anche fuori della propria famiglia o gente, e quindi non è punto a
maravigliare, se un senso pubblico energico e potente abbia potuto penetrare re,
senato, sacerdoti e popolo. Quelsenso di devozione e di abnegazione, di cui
diedero prova più tardi le grandi famiglie plebee, allorchè giunsero finalmente
ad essere ammesse come eguali nella città, do vette dapprima essere provato
dagli uomini, usciti dalle genti patrizie, allorchè sentirono di costituire un
populus, malgrado la loro ori gine diversa: e quindi non è punto probabile, che
essi abbiano dovuto mantenersi del tutto estranei alla elaborazione di quel
diritto, che doveva governarli, e che tutto lasciassero ai collegi sacerdotali
ed al re loro capo. Se essi eleggevano il re e per tale elezione si ra dunavano
nei comizii, non si comprende veramente come essi abbiano potuto essere affatto
esclusi dall'opera legislativa, che era una con seguenza inevitabile della
formazione della città. L'opinione, qui
combattuta, posta innanzi dal DIRKSEN, Die Quellen des röm misches Rechts,
Leipzig, 1823, 234 e segg., in un'epoca, in cui tutta la storia primitiva di
Roma erasi convertita in una specie di leggenda, trova ancora oggidi molti
seguaci. Basti annoverare, tra i recenti, il PANTALEONI, op. cit., 309; il
KARLOWA, Röm. R. G., 52,ed anche il Murrhead, Hist. Introd., 20. L'ar gomento
da questi due ultimi invocato consiste sopratutto nella nota espressione di
Livio: vocata ad concilium multitudine,
quae coalescere in populi unius corpus, nulla re, praeterquam legibus, poterat,
iura dedit . Essi argomentano dal iura 311 252. A ciò si aggiunge che in una
piccola comunanza, formata da persone, che poco prima ancora vivevano
patriarcalmente, do vette essere frequente e quotidiano il contatto fra
elementi, che ora a noi appariscono grandiosi per l'età remota e per il grande
avve nire, che ebbero di poi. È quindi assai probabile, che i rapporti fra re,
padri, pontefici, auguri e popolo fossero continui, e che perciò potesse anche
formarsi una specie di pubblica opinione in torno a ciò, che potesse esservi di
comune interesse per una città, che era uscita dalla volontà comune, e che era
la creazione di tutti. Senza voler sostenere che le concioni, da Livio e
Dionisio attribuite ai personaggi della loro storia, siano state veramente
quelle, non è però inverosimile, che concioni siansi veramente fatte, e che in
tutti i casi, in cui trattavasi di qualche pubblico interesse, potesse vera
mente accadere, che i padri intervenissero fra il popolo ed anche fra la plebe,
e interponessero nei rapporti quotidiani un'autorità di persuasione, non
dissimile da quella, che entrò a far parte sostan ziale della costituzione
primitiva di Roma, sotto il nome appunto di patrum auctoritas. Se il rispetto,
che quegli uomini avevano per l'età, e la loro disciplina domestica spiegano la
solennità, con cui essi votavano nei comizii, e il loro limitarsi a rispondere,
appro vando o negando; non possono però escludere, che quelle discussioni, che
erano inopportune al momento della votazione, potessero anche essere
indispensabili e frequenti in seno ad un popolo, che senti con tanta energia la
vita pubblica, e l'influenza della medesima. Il popolo romano, fin dalle
proprie origini, non fu un popolo nè di asceti, nè di anacoreti, che seguissero
una regola conventuale: ma fu un popolo, i cui membri appresero ben presto a
dire la verità nella vita pub blica, quantunque i suoi membri continuassero ad
essere ligii ed ossequenti all'autorità del padre nella vita domestica. dedit,
adoperato invece di iura tulit; ma è facile il notare, che le espressioni di
iura dare et accipere sono talvolta sinonime di quelle di iura ferre, come lo
dimostra fra gli altri Aulo GELLIO, XV, 28, 4, che deffinisce i plebiscita quae, tribunis plebis ferentibus, accepta
sunt. Si aggiunge che Livio in quello stesso passo insiste sulla necessità di
vere leggi per incorporare elementi eterogenei e diversi, e usa quel vo cabolo
di legge, che pei Romani significò sempre un provvedimento proposto dal
magistrato e accettato dal popolo. Ad ogni modo questa proposizione si
riferisce an cora all'epoca anteriore alla confederazione coi Sabini, e quindi,
trattandosi ancora del capo patriarcale di una tribu militare, si comprende che
egli potesse iura dare; mentre si dovettero richiedere vere leges rogatae,
allorchè le varie tribù entrarono a partecipare alla medesima città. La loro
caratteristica prevalente non è nè la religiosità, né l'indole guerriera, ma
piuttosto quell'equilibrio e contemperamento di facoltà umane, in cui consiste
il senso giuridico e politico. La qualità, che prepondera in essi fra le
facoltà affettive, è la volontà pertinace, costante, e fra le facoltà
intellettuali è una logica, che analizza con un acume senza pari i varii
elementi dell'atto umano, e che quando ha afferrato un concetto non lo
abbandona, finchè non abbia dato tutto cid, che da esso può ricavarsi; due
qualità queste, l'una pratica e l'altra teorica, che si corrispondono
perfettamente fra di loro, e che spiegano come la storia giuridica e politica
di Roma si riduca all'applicazione costante delmedesimo processo, che inizia
tosi con essa, non fu più abbandonato fino alla completa formazione del diritto
pubblico e privato di Roma. Di qui la conseguenza, che tanto nella politica,
quanto nel diritto,Romanon procedette maiper semplice agglomerazione ed
incorporazione, ma per selezione, cosicchè apprese da tutte le genti, ma
accettò solo queimateriali, che potevano entrare nei quadri del proprio
edificio. Roma nella storia dell'umanità rap presenta, per cosi esprimersi, un
crogiuolo, in cui sono gettate tutte le istituzioni anteriori del periodo
gentilizio, e quelle che fu rono poi da essa rinvenute presso gli altri popoli
conquistati, nel l'intento di isolare dagli altri elementi della vita sociale
l'elemento giuridico e politico, e questa selezione e questo isolamento essa
cominciò ad operare fin dai proprii esordii. Credo quindi che per comprendere
Roma primitiva convenga guardarsi dall'esagerare quella, che suole essere
chiamata, la reli giosità del popolo romano. Non è già che possa negarsi ai
Romani un sentimento profondamente religioso; ma essi non si trovano punto
sotto il dominio di quel terrore superstizioso della divinità, che soffoca
l'operosità umana; ma scorgono in essa una potenza, la quale invocata e resa
benevola con determinati riti, doveva condurre il popolo romano ad insperata
grandezza. Si aggiunge, che questa carattere religioso, finchè Roma fu
esclusivamente patrizia, era co mune a tutti i membri del populus, i quali
tuttiavevano un culto da perpetuare e tradizioni da conservare. Non era quindi
possibile fra essi la formazione di una classe esclusivamente sacerdotale, che
con ducesse al risultato, a cui si giunse in Oriente, di fare preponderare per
modo l'elemento religioso da soffocare affatto l'elemento politico e il
giuridico. Quanto alla differenza, sotto il punto di vista religioso, fra le
razze Arie del 313 A questo proposito pertanto è opportuno di tener distinti
eziandio due periodi in Roma primitiva: quello cioè di Roma esclusivamente
patrizia, in cui ci troviamo di fronte ad un popolo, i cui membri, uscendo
dalle genti patrizie, conoscono tutti i riti, gli auspizii e le cerimonie
religiose, e se ne servono nell'interesse comune; e quello invece, in cui fu
ammessa anche la plebe alla cittadinanza. In questo secondo periodo infatti il
populus viene a comprendere due classi: l'una, poco numerosa, ricca di
tradizioni, dotta nelle cose reli giose, esperta nelle civili e politiche; e
l'altra, che ha per sè il nu mero e la forza, ma che è nuova alla vita civile,
priva di tradizioni, e si trova nella necessità di ricevere modellato e formato
il proprio diritto dall'ordine patrizio. È solo in questo secondo periodo, che
la conoscenza degli auspicia e delius viene a cambiarsi in un ti tolo e in un
mezzo di superiorità per il patriziato, il quale se ne vale per tenere in
rispetto e in riverenza le masse. È solo allora che il diritto, le cui origini
erano già celate nell'oscurità dei tempi, e le cui formalità erano già divenute
inesplicabili per la generalità dei cittadini, viene ad essere chiuso negli
archivii dei pontefici, che sono in certo modo incaricati della custodia e
della elaborazione di esso; mentre quest'arcano e questa segretezza non
poterono certo esi stere negli esordii della città, allorchè la conoscenza del
diritto e degli auspizii era ancora comune a tutti i capi di famiglia. Cid mi
induce a credere, che la parte da attribuirsi al populus, nella formazione del
diritto primitivo di Roma, sia maggiore di quella, che suole generalmente
essergli assegnata; ma per riuscire in qualche modo a determinarla, importa
ricercare anzitutto la funzione, a cui furono chiamati i collegii sacerdotali
in Roma primitiva, quanto alla formazione del diritto. l'India e quelle
trasportatesi nell'Occidente, mirimetto ai concetti svolti nell'opera: La vita del diritto nei suoi rapporti colla
vita sociale , 92, n ° 33, e agli autori, che ivi sono citati. Vedasi a questo proposito il MACHIAVELLI,
Discorsi sulle deche di Tito Livio, Libro I, Cap. XI, XII, XIII e XIV, e il MONTESQUIEU, Dissertation sur la politique des
Romains dans la religion. 314 $ 3. – I collegii sacerdotali in Roma
e la loro influenza sulla formazione del diritto primitivo. La caratteristica di Roma è una mirabile
coerenza nel pro cesso, che essa ebbe a seguire nei diversi aspetti della
propria for mazione. Si può quindi essere certi che come la città fu il frutto
di una selezione della cosa pubblica dalla privata, cosi anche la re ligione
pubblica di Roma non potè essere il frutto dell'agglomera zione dei culti e
delle credenze proprie delle varie genti; ma fu an ch'essa il risultato di una
selezione, per cui, mentre le singole genti e tribù continuarono nel proprio
culto gentilizio, vennesi formando nella città un culto pubblico, il quale alla
sua volta assunse poi una doppia forma, quella cioè di culto pubblico ed
ufficiale (sacra pu blica ), e di culto popolare (sacra popularia ). Ciò è
dimostrato dal fatto, che fra la quantità degli Dei riconosciuti dai Romani,
quelli al cui culto intendono i flamini maggiori sono Marte, Quirino e Giove,
di cui il primo, secondo la tradizione, è il padre del fondatore, l'altro il
fondatore stesso della città, e l'ultimo infine sembra talvolta con fondersi
coll'antica divinità italica di Giano, rivestita alla Greca. Intanto una
pubblica religione richiedeva pure un pubblico sacerdozio. Questo concentrasi
dapprima nello stesso re, il quale è augure sommo e pontefice massimo; ma
poscia il re stesso, pur conservando gli auspicia del magistrato supremo,
costituisce intorno a sè dei collegii sacerdotali, i quali hanno un carattere
del tutto peculiare, in quanto che essi non hanno un compito esclusivamente
religioso,ma anche una vera importanza civile e politica. Cotali sono
sopratutto gli auguri, i feziali e i pontefici, i quali,mentre hanno un
carattere sacerdotale, che dà un'aureola religiosa al loro ufficio, compiono ad
un tempo una funzione importantissima per le genti patrizie, che è quella di
essere i custodi e gli interpreti delle tra
La triade di Giove, Marte e Quirino si fa dalla tradizione rimontare a
Numa, il quale avrebbe già istituiti i tre flamini maggiori, dando però la
prevalenza al fila mine di Giove (Liv., I, 20). Fu più tardi però, che la
religione si rivestà alla Greca e ciò sopratutto sotto l'influenza etrusca,
ossia sotto gli ultimi tre re, in quanto che fu allora che venne costituendosi
la triade Capitolina di Giove, Minerva e Giunone. Cfr. Bouché-LECLERCQ, Manuel
des instit. romaines, 456 a 562. 315 dizioni,non solo religiose, ma anche
giuridiche e politiche, e sopra tutto di quella parte di esse, che era indicata
col vocabolo di fas, ed era considerata come l'espressione della volontà
divina. Quelle tradizioni, che in Grecia furono lasciate ai poeti, i quali in
antico avevano ancor essi un carattere sacerdotale, in Roma invece sono
affidate a collegi sacerdotali, i cui membri sono scelti nel novero stesso dei
padri, memori dei riti e degli auspicii religiosi, i quali, malgrado il loro
carattere sacerdotale, continuano pur sempre a prendere parte alla vita civile
e politica, e sono i custodi fedeli del patrimonio tradizionale delle genti
patrizie. Cid spiega come le varie tribù primitive, a quella guisa che erano
concorse in parti eguali sotto l'aspetto politico e militare, così sembrano
pure avere na propria rappresentanza nei varii collegii sacerdotali, come lo
dimostrano il numero di tre, poscia di sei, e quindi di nove auguri e
pontefici, ed anche il numero di venti, che sembra essere stato quello dei
feziali. Intanto se un posto facevasi vacante, il vuoto veniva a riempirsi con
quella stessa cooptatio, mediante cui una nuova gente doveva essere accolta
nell'ordine patrizio. Cosi es sendo composti i collegii sacerdotali, essi erano
in condizione di contemperare e coordinare le tradizioni proprie delle varie
tribù, che erano concorse alla formazione della città; e potevano col re, che
era il loro capo, contribuire potentemente all'unificazione e al coordinamento
legislativo. Quindi è che il culto, di cui essi sono i sacerdoti, non è un
culto speciale di questa o di quella tribù, ma un culto ufficiale del popolo
romano, come lo dimostrano le appel lazioni di augures publici populi romani quiritium,
di fetiales populi romani, non che la qualificazione data ai pontifices di
sacerdotes publici populi romani. Per quello poi, che si riferisce alle
tradizioni, della cui custodia essi sono incaricati, senza voler pretendere,
che in cið potesse esservi uno scopo preordinato, questo è però certo, che si
effettud fra essi una ripartizione, la quale corri sponde ai varii aspetti,
sotto cui il diritto può essere considerato.
Non ho creduto qui di dovermi occapare specialmente dei quindecim viri
sa cris faciundis, poichè questo collegio, iniziato da Tarquinio Prisco colla
nomina di due sacerdoti per la custodia dei libri sibillini, si cambid col
tempo nel custode dei culti, che erano di provenienza straniera. Esso quindi
non esercitò alcuna diretta influenza sul diritto specialmente privato; sebbene
sia una prova evidente del con tinuo studio dei Romani per assimilarsi le
istituzioni anche religiose degli altri po poli. È a vedersi, quanto al
medesimo, il Bouché- LECLERCQ, op. cit.,pag. 555 a 560, e il Villems, Le droit
public romain, 323-24. 316 257. Vengono primi gli auguri, i quali, secondo la
tradizione, sem brano costituire il più antico di questi collegii, in quanto
che Roma stessa sarebbe stata fondata coll'osservanza delle cerimonie
prescritte dall'arte augurale. Essi sono i custodi dei riti, che debbono prece
dere e accompagnare tutte le deliberazioni, che possono riferirsi al pubblico
interesse, e costituiscono cosi nella religione pubblica della città una
imitazione degli stessi augurii privati: come lo dimostra l'at testazione di
Cicerone, che l'abitudine di consultare la volontà divina era universale, e che
i capi delle famiglie e delle genti non tenevano meno dello Stato ai loro
auspizii privati. È indubitabile, che essi ebbero dei libri augurales, in cui
serbavano le proprie tradizioni e la propria giurisprudenza, e senza voler
penetrare nei concetti, a cui poteva ispirarsi l'arte loro, egli è certo, che
essa fu una crea zione originale, propria sopratutto alle stirpi latina e
sabellica, che dimostra lo spirito religioso e giuridico ad un tempo del
primitivo popolo romano. È al collegio degli auguri, che devesi la teoria sot.
tile e complicata degli auspicii, che dovevano essere osservati, la distinzione
fra quelli, che potevano essere favorevoli o sfavorevoli, e la precedenza che
certi segni dovevano avere sopra altri. È ad essi parimenti, che devesi
l'orientamento del templum, ossia la delimi tazione di un sito senza ostacoli e
in cui potesse spaziare la vista, per modo che gli auspizii potessero essere
osservati; delimitazione, che do vette probabilmente anche esercitare influenza
sulla scelta e sull'o rientamento dei luoghi, in cui le città dovevano essere
edificate . 258. È però notabile, che se gli auguri sono incaricati dell'osser
vanza dei riti e della custodia delle tradizioni e decisioni augurali, è pur
sempre il magistrato, che è investito dei publica auspicia, il quale deve
giudicare se i medesimi siano o non favorevoli, e può così eser citare una
influenza decisiva sulle deliberazioni relative al pubblico interesse.Era
poinaturale, che gliauguri, i quali, nella città esclu Ciò è attestato da Cicer., De div., I, 16,
28. Cfr. MOMMSEN, Le droit public romain, I, 100 e 101. Il vocabolo di arte augurale prendesi
talvolta in senso così largo, da com. prendere non solo l'avium inspectio
(donde l'auspicium ),ma eziandio l'ispezione delle viscere degli animali, donde
l'aruspicium. Questo però è da avere presente, che l'ar spicium era di origine
latina, mentre l'aruspicium era di origine etrusca. È da ve dersi in proposito
il PANTALEONI, Storia civ. e cost., appendice III, relativa ai Luceres. Cfr.
MOMMSEN, Op. cit., I, 119. 317 sivamente patrizia, erano i custodi di riti e di
tradizioni, che erano noti a tutto il populus, posteriormente, allorchè nel
populus entro anche la plebe, finissero per acquistare una grande autorità
nelle lotte fra patriziato e plebe, e per recare al primo un potentissimo
sussidio mediante riti, la cui significazione era ormai divenuta inesplicabile,
anche per persone che uscivano dalle stesse genti patrizie. La loro po tenza ed
autorità ci è sopratutto attestata da Cicerone, il quale scrive: maximum autem et praestantissimum in re
publica ius est au gurum cum auctoritate coniunctum , e lo prova dicendo, che
essi potevano disciogliere i comizii, rimandarli ad altro giorno, dichiararli
viziati, anche dopo che eransi tenuti, mentre intanto niuna delibera zione di
pubblico carattere poteva essere presa senza il loro inter vento. Però questa loro
apparente onnipotenza, di fronte allo Stato, scompare, quando si consideri, che
il giudizio relativo agli auspizii favorevoli o non appartiene al magistrato, e
che gli auguri emettono il loro avviso sulla osservanza del rito, con cui
siansi tenuti i co mizi, solamente quando siano interrogati dal senato o
richiesti dal magistrato stesso. 259. Quanto al collegio dei feziali, esso è il
custode e il deposi tario del ius foeciale; ma non è certo il creatore del
medesimo, come lo dimostra il fatto, che questo erasi già formato durante il
periodo gentilizio, ed era comune ad altri popoli, pure di origine la tina e
sabellica . L'istituzione del collegio è dagli antichi attribuita ora a Tullo
Ostilio, ed ora ad Anco Marzio, ma tutti fanno rimon tare il ius foeciale ad
epoca anteriore, poiché Tullo Ostilio vi sa rebbe ricorso, anche prima che il
collegio fosse da lui istituito. Narra. infatti la tradizione, che il fatto di
rimettere le sorti della guerra fra Roma ed Alba ad un singolare combattimento
fu solennemente sti pulato coi riti proprii del ius foeciale. I due cittadini eletti a cid, cosi riferisce
il Bonghi la tradizione, facendo le veci dei padri dei due popoli, lo sancirono
a nome di ciascuno di essi. L'uno e l'altro giurarono, invocando Giove, che
l'uno e l'altro popolo l'a vrebbe osservato. Quello dei due popoli, che primo
vi fosse ve Cic., De legibus, II,
12. Il processo di naturale formazione,
durante il periodo gentilizio, di quel ius belli ac pacis, che costituì poi il
ius foeciale dei Romani, fu esposto nel Lib. I, Cap. VII, 139 a 166. 318 nuto
meno, Giove lo ferisse, come l'uno e l'altro ferivano il porco, che
sacrificavano; anzi con tanta più forza, quanto era la forza di lui . Ciò
significa che il collegio dei feziali non è stato mai il giudice della
giustizia intrinseca della guerra o della opportunità della pace; l'una e
l'altra son trattate dal senato e sono deliberate dal popolo; mentre i feziali
sono incaricati dell'osservanza dei riti o custodiscono le tradizioni relative
al ius pacis ac belli. Anche essi sono messi in azione dagli organi del potere
civile e politico, e potranno talora essere chiamati a decidere delle
questioni, ma queste non si riferiscono alla giustizia intrinseca, nè almerito
delle cause di guerra, ma sono di preferenzaquestioni di rito e di procedura. I
feziali sono in numero di venti; riempiono i posti vacanti, mediante la
cooptatio; non hanno un capo permanente, ma scelgono caso per un pater patratus
nel proprio seno; il che è un altro indizio come veramente il pater patratus
fosse un cittadino eletto a fare le veci del popolo, e che ricordasse così
l'antico patriarca della gente e della tribù. Il ius foeciale pertanto è in
ogni sua parte una sopravvivenza del periodo gentilizio; indica lo stadio più
pro gredito, a cui erano pervenuti i rapporti anteriori fra le genti e le tribù;
dimostra come già allora vi fossero degli esperimenti di amichevole
componimento, prima di addivenire alla guerra; ed è una prova di più, che i
fondatori della città non erano popolazioni primitive nello stretto senso della
parola, ma avevano anche in questa parte un tesoro di antiche tradizioni, le
quali, serbate dallo spi rito conservatore dei Romani, furono mantenute fino a
che non di ventarono pienamente disadatte e incompatibili colla convivenza
civile e politica (3 ). 260. È poi probabile, e l'ho dimostrato a suo tempo,
che la distinzione fra foedus e sponsio fu una conseguenza del passaggio
dall'organizzazione gentilizia alla costituzione politica della città, il Bonghi, Storia di Roma, I, 79. Tale è pure l'opinione sostenuta dal FusiNATO,
Dei Feziali e del diritto fe. ziale, Cap. III. (3 ) Il numero dei venti
feziali, che non corrisponde a quello degli auguri e dei pontefici, può forse
essere un indizio, che il diritto feziale, comune ancora ai Latini e ai Sabini,
che erano più vicini ancora all'organizzazione gentilizia, non apparteneva
invece agli Etruschi, che, più avanzati nella vita cittadina, già si erano
maggior mente discostati da pratiche di carattere eminentemente patriarcale. -
- 319 – che rendeva tale distinzione incomprensibile per popoli, che non erano
ancora pervenuti a questo punto di svolgimento. Così pure è un effetto di tale
passaggio la distinzione netta, che viene operandosi fra l'amicitia,
l'hospitium,i quali si dividono in pubblici e in privati; ancorchè sia facile
di scorgere, che nel primo periodo le amicizie sono ancora curate specialmente
dallo stesso re; il qual sistema fu seguito sopratutto dalla politica dei
Tarquinii, che intrattenevano relazioni coi capi delle comunanze vicine, e
macchinavano proba bilmente un cambiamento nella forma di governo, che doveva
es sere generale . Era poi una conseguenza logica della politica seguita da
Roma nella propria formazione, che essa in questo primo periodo non si
chiudesse ancora in se medesima, ma venisse in certo modo at traendo a sè le
popolazioni vicine. Roma continua in questa parte la politica dell'asilo, dalla
tradizione attribuita a Romolo, e in ciò presenta un carattere del tutto
opposto alla formazione delle città greche, e a quella della stessa Atene.
Giovano a questo intento l'isti tuto dell'hospitium publicum, la concessione
della civitas sine suf fragio, l'istituzione del municipium, singolare
istituzione, per cui altri, pur restando nella propria terra, e partecipando
alle cose amministrative di essa, pud tuttavia prendere parte viva alla gran
dezza della patria communis, e recarsi a darvi il prorio voto, allorchè
trattisi di quelle deliberazioni, che possono interessare direttamente anche
gli abitanti dei municipia. È poi notabile il profitto, che Roma seppe ricavare
dall'istituzione, graduando e differenziando le con cessionida essa fatte ai
municipii, e svolgendone il concetto in guisa da cominciare colla concessione
di una civitas sine suffragio per giungere sino alla concessione di una
cittadinanza compiuta, il che pure a dirsi dell'istituto della colonia (3 ).
Intanto però anche qui è V., quanto al
foedus e alla sponsio, il Lib. I, Cap. VII, nº 118. Cid è attestato da Livio, I, 49, allorchè
scrive di Tarquinio il Superbo: La
tinorum maxime sibi gentem conciliabat, ui peregrinis quoque opibus tutior
inter cives esset; neque hospitia modo cum primoribus eorum, sed adfinitates
quoque iungebat . Inteso in questa
guisa, il sistema municipale per Roma non è che l'applica zione del sistema
stesso, che essa aveva seguito nella propria formazione, quello cioè di
interessare alle sorti della patria comune tutti i popoli, che da essa dipendevano,
facendo sempre più larghe concessioni a quelli, che le erano più vicini, e di
cui quindi poteva avere maggiore bisogno. V. sopra, Lib. I, Cap. VII, nº 127.
320 appare, che la politica estera di Roma non appartiene punto ad un collegio
di sacerdoti,ma che nel periodo regio appartenne al re, e nel repubblicano al
senato, il quale, essendo un consesso permanente ed accogliendo nel proprio se
noi magistrati uscenti di ufficio, poteva mantenere quella continuità
tradizionale non interrotta, di cui porge un mirabile esempio la storia
politica di Roma. Infine si comprende eziandio, come il collegio dei feziali,
custode di tradizioni, che si riferivano ai rapporti colle altre genti, non
abbia avuta l'influenza effettiva, che appartenne agli auguri e ai pontefici,
perchè il nucleo delle tradizionida esso serbate non poteva trovare
applicazione nelle lotte fra patriziato e plebe. Tuttavia allorchè i due ordini
erano ancora distinti, vi furono patti fra essi, stipulati coi riti del diritto
feziale, e accompagnati, a richiesta della plebe, dalla capitis sacratio di
colui, che li avesse violati (leges sacratae). Non vi ha poi dubbio, che il
collegio sacerdotale più importante nell'organizzazionedella città patrizia è,
senza alcun contrasto, quello dei pontefici. È questo collegio che riverbera
nel proprio seno le istituzioni primitive di Roma. Esso infatti, a differenza
degli altri collegi, ha una costituzione monarchica, ed ancorchè composto di
più membri, è presieduto nel periodo regio dal re, e poscia dal pontifex
maximus, il quale raffigura il capo religioso del popolo romano, in quanto
costituisce una famiglia religiosa. Cid appare da questo, che il pontefice
massimo, durante la repubblica, e quindi anche il re,nel periodo anteriore, ha
una vera patria potestà sui sa cerdoti e sulle vestali, che da esso dipendono,
le quali ultime sono da lui captae in quella stessa guisa, in cui lo sarebbe
una figlia dal proprio padre o marito. Il collegio dei pontefici poi, al pari
del popolo dei quiriti, di cui esso ha la direzione religiosa, ha un potere,
che spiegasi in doppia direzione. Da una parte esso costituisce il vero
sacerdozio del po polo romano, e quindi prima il re e poscia il pontifex
maximus, da cui dipende lo stesso rex sacrorum, compiono i sacrifizii proprii
della religione pubblica ed ufficiale del popolo romano. Da un altro Cfr. LANGE, Histoire intérieure de Rome, I, 134,
e la sua dissertazione: De sacrosanctae potestatis tribuniciae natura. Lipsiae,
1883. Cfr. Bouché-LECLERCQ, Les Pontifes de l'ancienne Rome. Paris, 1871; Ma nuel
des Instit. romaines, 510 a 533. 321 - canto invece il collegio dei
ponteficideve eziandio curare, che i culti delle genti e delle famiglie non
siano interrotti (sacra privata ): e sotto quest'aspetto raduna le curie in
quanto costituiscono una religiosa famiglia nei comitia calata, per mezzo dei
proprii cala tores. Quindi è pure col suo intervento, che compiesi la cerimonia
solenne della confarreatio, la quale dà origine alle iustae nuptiae delle genti
patrizie, e consiste in una cerimonia religiosa, che si compie avanti ai
pontefici coll'intervento di dieci testimonii, che rappresentano le dieci curie
delle tribù, a cui appartiene quegli, che addiviene alle medesime. È esso
parimenti, che presiede a quei co mitia calata delle curie, in cui i membri del
popolo primitivo addiven gono all'adrogatio e al testamentum, i quali, durante
il periodo della città patrizia, dovettero ottenere un ' approvazione analoga a
quella, a cui erano sottoposte le leggi, come lo dimostra la formola
conservataci da Aulo Gellio, relativa all'adrogatio, la quale senza dubbio
doveva essere analoga a quella del testamentum. Per verità ho già cercato di
dimostrare a suo tempo come per le genti patrizie tanto l'uno che l'altro atto
dovevano subire la pubblica approvazione, in quanto che i medesimi potevano
alterare quell'organizzazione gentilizia, che aveva costituita la forza e la
superiorità del patriziato, e che in Roma primitiva volevasi conservare ad ogni
costo. Intanto ne veniva, che i Pontefici sotto quest'aspetto potevano anche
eser citare un'influenza sulla successione per quella parte, che si rife risce
alla trasmissione dell'obbligazione relativa ai sacra. 262. Tuttavia
l'importanza maggiore del collegio dei pontefici provenne sopratutto da che
questo collegio ebbe l'altissimo ufficio di serbare le tradizioni relative al
mos, al fas ed al ius, e proba bilmente dovette anche compiere quella prima
elaborazione, me diante cui il diritto, che, erasi formato fra le genti e i
loro capi, potè poi essere applicato fra i quiriti, ossia fra i membri che par
tecipavano alla medesima comunanza civile e politica. Essi dovet Questa funzione, essenzialmente conservatrice
degli antichi riti e tradizioni, che sarebbe stata affidata ai pontefici, parmi
provata dal seguente passo di Livio, I, 20:
Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit:
ne quid divini iuris, negligendo patrios ritus, peregrinosque adsciscendo,
turbaretur . Per quello poi, che si riferisce all'adrogatio ed al testamentum,
è da vedersi ciò, che si disse per l'epoca gentilizia nel Lib. I, Cap. IV, n °
65, e per il periodo dei primi re in questo stesso libro, Cap. II, nº. 220. G.
Caeli, Le origini del diritto di Roma. 21 322 tero essere in questo periodo i
trasformatori dei iura gentium nel pri mitivo ius quiritium, e furono in
condizione di poterlo fare, come quelli, che erano probabilmente ricavati dalle
varie tribù, ed erano cosi in condizione di coordinare e di richiamare ad unità
le istitu zioni, che in qualche particolare potevano essere diverse. Durante il
periodo regio non può quindi essere dubbio, che il collegio dei pontefici,
presieduto appunto dal re, dovette essere un cooperatore potente di
quell'unificazione legislativa, di cui sentivasi urgente bi. sogno, e dovette
anche essere il custode e depositario della primitiva legislazione, come lo
dimostra la tradizione con attribuire a un pon tefice Papirio la prima
collezione della medesima (ius Papirianum ). Ad ogni modo era naturale,
trattandosi della legislazione di un popolo, i cui componenti prima quasi non
conoscevano altra autorità, che quella del fas, che anche questo primitivo
diritto dovesse essere ri vestito di quell'aureola religiosa, che è propria di
tutte le istituzioni, durante il periodo gentilizio. Intanto però in questo
periodo i pontefici, uscendo ancor essi dal novero delle genti, non avrebbero
potuto attri buire al diritto quel carattere di segretezza e di arcano, che
potè as sumere più tardi, in quanto che le tradizioni, di cui essi erano i custodi,
vivevano ancora fra i capi di famiglia, da cui era costituito il populus
primitivo, distribuito per curiae, corporazioni religiose e politiche ad un
tempo. 263. Era invece naturale, che col passare dal periodo regio ad una
repubblica, il cui populus non era più composto di uomini, ri cavati
esclusivamente dalle genti di origine patrizia, le funzioni del collegio dei
pontefici dovessero subire una trasformazione profonda. Essi sono sempre i
sacerdoti del popolo Romano: ma intanto non escono che da una parte di questo
populus, e sono anzi i depositari e i custodi delle tradizioni proprie di
questa parte eletta del populus, la quale continua da sola ad avere gli
auspicia e ad essere la reggi trice della città. Si aggiunge, che il potere
religioso del pontifex ma ximus, che prima apparteneva al re, viene poscia
attribuito ad una specie di magistratura sacerdotale, la quale finisce per dar
sempre più al diritto un'aureola religiosa; sebbene sia vero che questa se
parazione del potere civile dal religioso cooperò a preparare la distin zione
del ius sacrum dal ius civile. Intanto però, cosi l'uno come l'altro sono
conservati dapprima negli archivii dei pontefici (in pene tralibus pontificum
), sopratutto in quel periodo, che corre fra la cac ciata dei re e la
legislazione decemvirale, durante il quale sono i pontefici, che compiono
quell'elaborazione giuridica, che sarebbe stata impossibile permagistrati
annui, i quali ad un tempo erano chiamati a cure compiutamente diverse. Sipud
quindi affermare con certezza, che i primi elaboratori di un ius, comune al
patriziato ed alla plebe, fu rono i pontefici; cosa del resto, che è
concordemente attestata da Pomponio, da Valerio Massimo, da Cicerone e da
altri, e che era una naturale conseguenza dello stato delle cose e dei
rapporti, che in tercedevano fra i due ordini, allora in lotta fra di loro. Di
qui la conseguenza, che la divulgazione del diritto venne in certa guisa a
procedere di pari passo col pareggiamento politico delle due classi; ma intanto
la prima scuola dei giureconsulti fu certamente il ius pontificium; nè è a
credersi, che tutta l'opera loro potesse solo ri ferirsi al diritto sacro;
poichè i pontefici di Roma, come si è ve duto, essendo una magistratura
sacerdotale, erano i veri rappresen tanti delle genti patrizie, la cui
religiosità non escludeva il senso giuridico e politico, e neppure lo spirito
militare. Intanto ne de rivava eziandio, che, per essere resi partecipi di
questa scienza del diritto, conveniva anche ottenere l'ammessione nel collegio
dei pontefici, i cui libri e commentarii contenevano un tesoro di con cetti,
molti dei quali passarono certamente nei primi giureconsulti, che furono essi
stessi pontefici massimi. Vero è, che i frammenti, che a noi pervennero del
diritto pontificale, sembrano riferirsi esclu sivamente a prescrizioni di
diritto sacro; ma ciò proviene da che la parte relativa al ius civile passò nei
giureconsulti, ed entrò nel l'organismo vivo della giurisprudenza, mentre
quella, che aveva un carattere sacro, fini per ridursi a concetti, che poscia
più non furono compresi, e venne cosi ad essere argomento di curiosità per gli
ar cheologi e per i grammatici. Un'altra causa di questo fatto deve pur Questa influenza dei Pontefici sul diritto,
sopratutto nei primi periodi della Repubblica, è attestata da VALERIO Massimo,
II, 5; Livio, IX, 46; Cic., pro Mu rena, 11; De legibus, II, 8, 9; De oratore,
III, 33. I passi relativi sono raccolti dal Rivier, Introd. histor., 121. Basta
perciò il considerare, che i primi giureconsulti, di cui sia a noi perve nuto
il nome, come Papirio (donde il ius Papirianum ), Appio Claudio (il cui
segretario Gneo Flavio avrebbe propalato il ius Flavianum ) e Tiberio
Coruncanio, che appare come il primo giureconsulto di origine plebea, furono
pontefici massimi, o quanto meno aggregati al collegio dei pontefici. Quelli
poi, che più non erano tali, presero pur sempre le mosse dal ius pontificium,
come appare ad evidenza dalle reliquie degli antichi giureconsulti raccolte
dall ' HUSCHKE, Jurisp. anteiustin. quae supersunt. Lipsiae, 1879. 324 -
riporsi in questo, che a misura che la scienza del diritto venne a concentrarsi
nelle mani dei giureconsulti e del pretore, il diritto pon tificale venne
naturalmente restringendosi al ius sacrum, e fu in questa guisa che alla
separazione, che già erasi operata nella città patrizia fra il pubblico ed il
privato, venne poscia aggiungendosi la distinzione fra il diritto sacro e il
diritto civile strettamente inteso. Intanto perd vuolsi avere per fermo, che
questo ritirarsi del diritto negli archivi dei pontefici, durante il primo
periodo della repubblica, venne ad essere l'effetto dell'ammessione nel populus
di un nuovo ele mento, che non possedeva queste tradizioni giuridiche, e che
sotto questo aspetto doveva dipendere da un'altra classe: il qual concetto ci
conduce a combattere l'opinione, pressochè universalmente accolta, circa quella
legislazione, che suol essere compresa col vocabolo di leges regiae . 4. Delle leges regiae e della fede da
attribuirsi alle medesime. 264. È abbastanza noto come qualsiasi demolizione ne
provochi un'altra; tanto più se trattisi di un edifizio armonico e coerente.
Ciò videsi sopratutto della storia primitiva di Roma. Dopo aver resi leg
gendarii i re, per guisa che si riuscì a fare la storia, senza pur nominarli;
anche la legislazione, che era aimedesimi attribuita dalla tradizione, dovette
essere considerata come una invenzione di tempi posteriori. Parve che un popolo,
il quale era solo chiamato ad ap provare o a respingere le proposte fattegli,
non potesse avere una parte effettiva nella formazione di leggi, di cui alcune
avevano un carattere essenzialmente religioso, e che la collezione di leggi
regie, accennate dagli scrittori, e attribuite ad un pontefice Papirio, dell'e
poca regia, dovesse ritenersi come opera di tempi posteriori. Questa opinione, che prevalse col DIRKSEN:
Die Quellen des römisches Rechts, Leipzig, 1823, trovò uno strenuo
oppositorenel Voigt: Über die leges regiae. Leipzig, 1876, la cui opera è
divisa in due parti, nella prima delle quali egli investiga la sostanza e il
contenuto delle leges regiae, mentre nella seconda si occupa dell'au tenticità
e delle fonti delle medesime. Secondo il FERRINI, Storia delle fonti del
diritto romano. Milano, 1885, 3, nota 2, l'opinione del Voigt, se in qualche
parte deve temperare le esagerazioni della scuola del NIEBHUR, dall'altra per
ade rire troppo alla tradizione, non potrà forse piacere a molti. Cid si
capisce, trattan. dosi di persone educate a tutt'altra scuola; ma intanto
abbiamo un altro contri buto allo studio veramente positivo della storia
primitiva di Roma. 325 Sembrami che in questa parte la critica siasi spinta
troppo oltre, in quanto che il processo seguito da Romanella propria formazione
ac cadde invece in guisa tale, che se una legislazione regia non fosse ram
mentata dagli scrittori, dovrebbe essere pur supposta, perchè era una necessità
dei tempi. Il populus primitivo di Roma era composto di persone appartenenti a
genti patrizie, memori delle antiche tradi. zioni, e quindi non è punto
ripugnante, che il medesimo, alla guisa stessa che eleggeva il re e conferiva
l' imperium con una lex cu riata de imperio, cosi fosse pur chiamato a dare
approvazione alle leggi, che rappresentavano i patti e gli accordi, in base a
cui le varie tribù entravano a formar parte della stessa comunanza civile e
politica. Ciò non potè accadere, come narra Pomponio, finchè Romolo fu solo
capo della tribù Ramnense, stabilita nella Roma pa latina; ma dovette divenire
indispensabile, allorchè la città, la no mina del suo re, la sua religione, il
suo diritto cominciarono ad essere il frutto della confederazione e
degl'accordi seguiti fra diverse comunanze. La stessa varietà degli elementi,
che concorrevano a costituirle, rendeva opportuno, quanto ai provvedimenti, che
riguar. davano il comune interesse, di adottare la forma della legge, la quale,
elaborata e coordinata dal collegio dei pontefici, proposta dal re, appoggiata
dai padri del senato, approvata dalle curie, poteva veramente ritenersi come
l'espressione della volontà comune. In questa parte ha tutte le ragioni Livio,
allorchè ci dice, che il popolo romano era cosi composto, che nulla re, nisi legibus, in unius populi
corpus coalescere potuisset . Era solo a questa condizione, che capi di tribù e
di genti, fino allora indipendenti e sovrani, potevano sottoporsi all'impero di
uno stesso magistrato e di un medesimo diritto. Lo stesso carattere religioso
della le gislazione regia non può costituire un argomento in contrario; perchè
il primitivo populus diRoma era composto di persone esperte anche nei riti e
nelle cerimonie religiose, che ciascun capo di fa miglia compieva nel seno
della propria famiglia. Del resto a voler anche ammettere, che quella parte
della legislazione regia, la quale ha un carattere esclusivamente sacro,
potesse, fin da quella prima epoca, essere lasciata intieramente alla elaborazione
del collegio dei pontefici; egli è però certo, che l'altra parte invece, la
quale ha un carattere civile, giuridico e politico ad un tempo, dovette essere
il frutto del concorso dei varii organi della costituzione primitiva di Roma, e
deve perciò aver presa la forma di vere e proprie leges rogatae. Certo possono
darsi dei casi, in cui questa procedura regolare 326 non sarà stata
effettivamente adempiuta in tutte le sue parti, al modo stesso, che, secondo
gli storici, non fu sempre osservata in ogni sua parte la procedura relativa
alla nomina dei re: ma in man canza di prove in contrario, di fronte
all'attestazione concorde degli autori, che non avevano alcun motivo di
alterare le cose, e cono scendo il carattere del popolo, osservatore costante
della legalità e facile a commuoversi, quando questa non fosse osservata, non
si può essere in diritto di negare l'esistenza di vere e proprie leggi, anche
in questo periodo, in quella parte, che si riferisce a cose di pubblico e di
privato interesse. 265. Pur ammettendo che in questa primitiva condizione di
cose, la maggior parte dei rapporti giuridici abbia continuato ad essere
lasciata all'impero della consuetudine e del costume, dovevano perd anche
esservi quelle parti, in cui le divergenze, esistenti fra le varie comunanze,
presupponevano una unificazione ed un coordina mento, che doveva di necessità
operarsi, mediante quelle leges, che a ragione si chiamavano publicae, perchè
erano la base della comune convivenza civile e politica. Che anzi dovettero esser
queste leges, che costituirono il nueleo primitivo di quel ius quiritium, che
cominciava a sceverarsi dal fas e dai bonimores. Siccome perd questo ius venne
formandosi rebus ipsis dictan tibus et
necessitate exigente ; cosi esso non potè formarsi di un tratto, nè essere fin
dapprincipio un organismo coerente, che provvedesse a tutti i rapporti; ma
dovette lasciare la maggior parte di questi rap porti alla consuetudine,
limitando l'opera sua a concretare quei prov vedimenti, la cui necessità
facevasi urgente e palese, a misura che la convivenza civile venivasi
svolgendo. Niun dubbio parimenti, che anche i concetti e sopratutto le forme di
questa primitiva legislazione dovessero essere tolti dal periodo anteriore: ma
il fatto stesso, per cui essi erano trapiantati in terreno diverso, dovette far
sì, che essi mutassero carattere. 266. Se intanto potesse essere
lecito anche solo tentare di rico struire il processo, con cui dovette formarsi
il primo nucleo delle istituzioni e dei concetti quiritarii, in base alla
formazione progres siva della città, crederei di poter rich iamarlo alle
seguenti leggi fondamentali: Liv., I, 8.
- 327 l• Un primo effetto di questa grande trasformazione, per cui i capi e
membri delle varie genti venivano ad essere cittadini della medesima città,
dovette esser quello di far trasportare nella città e nei rapporti fra i
quiriti quelle istituzioni e quei concetti giuridici, che si erano formati nei
rapporti fra le varie genti e specialmente fra i capi delle medesime. Tutti i
concetti pertanto, che apparte nevano ai iura gentium, diventarono proprii del
ius quiritium; cosicchè il commercium, il connubium, l'actio, da rapporti fra
le varie genti e i loro capi, diventarono rapporti fra i quiriti; donde la
spiegazione di quelle solennità di carattere gentilizio, che ancora si
mantengono nel diritto primitivo di Roma. Processo più naturale di questo non
sarebbesi potuto seguire, poichè colla formazione della città i capi di
famiglia e delle genti, che prima erano indi pendenti, vennero a cambiarsi in
quiriti, e quindi il loro diritto di internazionale ed esterno, quale era
prima, doveva cambiarsi in di ritto quiritario ed interno. 2º Una seconda
conseguenza poi dovette essere eziandio che questi concetti, così trapiantati
dai rapporti fra le genti, nei rapporti fra i quiriti o membri della stessa
civitas, i quali prima avevano solo avuto uno svolgimento estensivo, poterono
ricevere uno svolgimento inten sido, e cambiarsi in altrettante propaggini, da
cui scaturirono le varie forme del ius quiritium. Dal connubium potè uscire il
ius connubii con tutte le conseguenze delle iustae nuptiae, che consistono
nella manus, nella potestas, nel mancipium, nella successione e nella tutela
legittima: le quali naturalmente non poterono in questo periodo ispi rarsi, che
ai concetti dell'organizzazione gentilizia. Il commercium parimenti si esplico
nel ius commercii, con tutte le sue varie gra dazioni del comprare e del
vendere (mancipium ), dell'obbligarsi (nexum ) e del poter ricevere o disporre
per testamento (testamenti factio). Così pure l'actio sacramento, che era una
procedura fra i capi di famiglia indipendenti, nel seno delle tribù, potè
conver tirsi in una procedura fra quiriti, e siccome eravi un magistrato, a cui
si apparteneva di pronunziare circa il ius, che si manteneva distinto
dall'iudicium, così fu naturale, che accanto all'actio sacra mento si svolgesse
eziandio la iudicis postulatio. 3º Infine una terza conseguenza di questa
trasformazione dovette È da vedersi in
proposito quanto si disse nel capitolo precedente nº. 244, 298.328 consistere
in ciò, che le istituzioni, cosi trapiantate nella città, es sendo staccate
dall'ambiente, in cui si erano formate, si trovarono libere dai vincoli, in cui
prima erano trattenute, e poterono cosi ricevere tutto lo svolgimento, a cui le
portava il proprio concetto informatore. Ciascuna di esse si ridusse in certo
modo ad essere una concezione astratta; e potè così essere sottoposta a quegli
speciali processi e a quelle analisi, che sono proprii della logica giuridica
(iuris ratio ). Per tal guisa venne ad essere un'astrazione il quirite, perchè
esso non è più tutto l'uomo, ma è l'uomo considerato sotto l'aspetto speciale
dei diritti e delle obbligazioni, che gli incombono come cit tadino; fu un '
astrazione il potere giuridico (manus) attribuito al medesimo, in quanto che
esso è concepito senza le limitazioni esi stenti nel costume. Di qui la
conseguenza, che egli come capo di famiglia (pater familias) giuridicamente la
riassume in sè stesso, e ha il ius vitae et necis sulla moglie, sui figli,
sugli schiavi; come proprietario può disporre in qualsiasi guisa delle proprie
cose; come creditore può appropriarsi e perfino dividere il corpo del debitore.
Per tal guisa tutto il diritto primitivo di Roma è già il frutto di
un'astrazione, cioè di una specie di isolamento dell'elemento giuridico dagli
altri elementi della vita sociale, per cui ogni istituzione può ricevere quello
svolgimento logico e dialettico, che costituisce la ca ratteristica del diritto
romano, e ne costituisce la superiorità sopra tutte le altre legislazioni. Il
diritto romano infatti, fin dai proprii esordii, è uscito bensi dalla realtà
dei fatti, ma fece ben presto astrazione da essi e diede uno svolgimento logico
alle proprie istitu zioni, le quali perciò diventarono istituzioni tipiche, e
poterono essere portate dapertutto, perchè la logica è di tutti i popoli e di
tutti i tempi. Fu mediante questo processo; che i Romani poterono essere per il
diritto ciò, che i Greci furono per l'arte, e questo segreto essi già lo
possedevano fin dalla prima formazione della propria città, e continuarono
sempre ad applicarlo, senza curarsi di darne nelle opere loro una spiegazione,
che sarebbe stata inutile, perchè trattasi di un genio originario e nativo, che
può essere intuito, ma non insegnato. Tutte queste conseguenze del nuovo stato
di cose poterono rica - varsi senza bisogno di apposita legislazione, per opera
di una logica istintiva e naturale, sentita universalmente da un popolo, che mi
rava diritto al proprio scopo, e che, poste le premesse, sapeva deri varne le
conseguenze. 329 267. Intanto però eranvi altri argomenti, intorno a cui
potevano esistervi divergenze nelle istituzioni particolari delle varie tribù,
ed in questi argomenti appunto, secondo la tradizione, verrebbero ad ap parire
le traccie di una legislazione regia, la quale potrà forse non esserci
pervenuta nelle sue fattezze genuine: ma che intanto non merita punto di essere
senz'altro respinta, come una creazione di tempi posteriori. Essa porta in sè
un'impronta efficace di verità, in quanto che si presenta con un carattere del
tutto consentaneo ad un populus, che esce dall'organizzazione gentilizia, e le
cui isti tuzioni sono ancora tutte circondate di un ' aureola religiosa; del
che sarà assai facile persuadersi, ricostruendo e componendo insieme i rottami,
che ci pervennero di questa legislazione, per la parte, che si riferisce al
diritto privato e al diritto penale primitivo di Roma. 5. – La famiglia e la proprietà secondo la
leges regiae. 268. Quanto al diritto privato l'istituzione, che presentasi più
ri gorosamente delineata nelle reliquie delle leges regiae, è l'orga nizzazione
della famiglia. È evidente, che essa riducesi in sostanza ad un rudere della
stessa organizzazione gentilizia, che viene ad essere portato nel seno della
città. Ma intanto separata dall'orga nizzazione gentilizia, in cui erasi
formata, e dalla quale era tempe rata in qualche parte, presentasi con linee
così rigide e precise, da riuscire a noi pressochè incomprensibile, se non
riportisi nell'ambiente, in cui dovette formarsi. Dei varii modi, in cui questa
famiglia potrà essere fondata, le leggi regie non ne ricordano che un solo, e
questo è la cerimonia re ligiosa della confarreatio, la quale già conosciuta
probabilmente alle genti delle varie tribù può benissimo essere stata adottatta
come la forma solenne e riconosciuta per il matrimonio quiritario. Dio nisio
infatti dice, che Romolo avrebbe condotto all'onestà le donne con un'unica
legge, con cui avrebbe stabilito: uxorem,
quae nuptiis La vera causa di questa
critica, che tutto nega, relativamente alla storia pri mitiva di Roma, sta nel
presupposto, che il popolo fondatore della città fosse un popolo del tutto
primitivo. Ho cercato di dimostrare il contrario, e quindi non trovo nulla di
improbabile, che un popolo, che si presenta con una quantità di tradizioni e di
concetti già elaborati, fosse in condizione tale da prendere una parte
effettiva, anche nella formazione delle leggi. 330 sacratis (confarreatione )
in manum mariti convenisset, commu nionem cum eo habere omnium bonorum ac
sacrorum . Noi ab biamo qui il matrimonio primitivo, esclusivamente patrizio,
accom pagnato da una cerimonia religiosa; esso compiesi coll'intervento dei
pontefici e colla testimonianza di dieci testimonii, che rappresentano le dieci
curie, in cui è ripartita ciascuna tribù primitiva; produce la comunione delle
cose divine ed umane; e intanto riduce in certo modo la moglie in posizione di
figlia, rimpetto al marito; il che però non toglie, che essa gli sia compagna
nel culto domestico. È al marito, che appartiene la giurisdizione sulla moglie
pei delitti, che essa compie; anzi due fra essi, l'adulterio ed il bere vino
(per causa che proba bilmente può riferirsi a qualche rito religioso ) possono
essere puniti di morte: ma egli deve perciò essere circondato dal tribunale
dome stico, il quale è ancora una istituzione eminentemente gentilizia. Il
vincolo matrimoniale, stretto coll'intervento della religione, è per per sua
natura indissolubile, in quanto che non potrebbe compren dersi, che una moglie,
che è figlia al marito, possa far divorzio da esso. Di qui una legge, che
Dionisio chiama dura, la quale nega alla moglie difar divorzio dal marito;ma
intanto questi può ripudiarla,ma solo per cause determinate, quali sarebbero il
venefizio commesso a danno della prole, la sottrazione delle chiavi e
l'adulterio. Che se il marito abbandoni la moglie per altre cause, dei suoi
beni si faranno due parti, di cui una andrà alla moglie, l'altra sarà sacra a
Cerere: che se egli la venda, dovrà essere immolato agli dei infernali . Qui
pertanto il potere del marito sulla moglie ha ancora tutti i caratteri del
periodo gentilizio; ma le cerimonie religiose, che forse potevano essere
diverse presso le varie tribù, già vengono ad essere unificate e son tutte
ridotte alla confarreatio; son fissati i casi per il ripudio; e sono anche
posti certi confini ai poteri del marito sulla
Le disposizioni attribuite alle leges regiae, che sono qui riprodotte,
ci furono conservate da Dionisio, II, 25; il loro testo può vedersi nel Bruns,
Fontes, 6. Questa legge, attribuita a
Romolo relativamente al ripudium, è ricordata da PLUTARCO, Romulus, 22. Gli
autori, che studiarono di recente l'argomento, già co minciano ad ammettere la
probabilità, che nell'antico matrimonio per confarreatio nem non potesse essere
consentito il divortium, nel senso vero della parola; il quale dovette avere
origine dal divertere della moglie dalla casa del marito nel matri monio sine
manu, e poi si concretò in una istituzione giuridica, che si estese allo stesso
matrimonio cum manu. Cfr. Esmein, La manus, la
paternité et le divorce, nei Mélanges d'histoire du droit, 3 a 37. 331 moglie.
A queste leggi se ne aggiunge una di Numa, che assume un carattere più sacro,
la quale è cosi concepita: paelex aram
Iunonis ne tangito; si tanget, Iunoni, crinibus demissis, agnum foeminam
caedito : la qual legge (se si accetta la significazione attribuita al vocabolo
di paelex da Festo, secondo cui suonerebbe la donna quae uxorem habenti nubebat ), significherebbe, che il matrimonio doveva
essere monogamo, e che altra donna non poteva entrare nella casa, ed accostarsi
all'altare di Giunone, protettrice appunto delle giuste nozze; in caso
contrario doveva sacrificarsi una piacularis hostia (agnum foeminam caedito).
269. Lo stesso è a dirsi della patria potestas, la quale, secondo una legge
attribuita a Romolo, duráva tutta la vita e importava il potere di vita e di
morte sul figlio, e la facoltà di venderlo fino a tre volte per trarne profitto;
alla qual legge se ne aggiunge un'altra di Numa, secondo cui il padre, che
abbia consentito alle nozze confar reate del figlio, le quali importano la comunione
delle cose divine ed umane, più non è in facoltà di venderlo. Devono poi i
padri educare tutta la prole maschile e le figlie primogenite, e non possono
mettere a morte niun feto minore di tre anni, se non sia mostruoso o mutilato,
nel qual caso deve prima essere mostrato ai vicini, e questi deb bono approvare
il suo operato; disposizione questa, che richiama ancora le consuetudini
proprie della vita patriarcale del vicus e del pagus, ove i vicini mutansi
talvolta in giudici ed in consi glieri. Alle leggi relative a quest'ordine di
idee può eziandio ri chiamarsi quella, attribuita a Numa, secondo cui se una
donna fosse morta in istato di gravidanza, non doveva essere seppellita, se
prima non se fosse estratto il feto: alla quale disposizione il Voigt rannode
rebbe, con molta verisomiglianza, quel passo di lex regia, conserva toci da
Paolo Diacono, secondo cui: Si quisquam aliuta (aliter ) faxit, lovi sacer esto. Festo, v ° Paelices (Bruns, Fontes, 350).
Tutti i passi relativi possono vedersi raccolti dal Voigt, über die leges
regiae. Leipzig, 1876, 2º, 8. Tutte queste leggi regie, relative alla
patria potestà, sono ricordate da Dio NISIO, II, 26, 27: II, 15; II, 27. Quella
attribuita a Numa è pur ricordata da Plu TARCO, Numa, 17. Il testo delle
medesime trovasi nel Bruns, Fontes, 7 e 9.
A questa legge accenna il giureconsulto MARCELLO, L. 2, Dig. (11, 8):
mentre l'altra parte sarebbe ricavata da Festo, pº aliuta. Il Voigt ritiene
doversi combinare i due frammenti in una sola legge, Über die leges regiae, 8
13, 75. 332 Iatanto però tutto quest'ordinamento religioso e politico della fa
miglia primitiva è ancora sempre sotto la protezione del fas, in quanto che i
figli, i quali maltrattino i genitori, e la nuora, che venga a cattivi
trattamenti verso la suocera, mettendo cosi in non cale il rispetto dovuto
all'età, incorrono nella capitis sacratio; la quale è pure la pena, in cui
incorre il patrono, che faccia frode al proprio cliente, e ogni altro, che
venga meno alle disposizioni re lative all'ordinamento della famiglia. 270. Per
quello poi, che si riferisce alla proprietà, nulla ci fu con servato circa il
carattere intimo della medesima; ma dalle disposi zioni, che Dionisio
attribuisce a Romolo relativamente alla clientela, e dall'incarico, che secondo
Festo sarebbesi da Romolo affidato ai patres o senatori, di fare assegni di
terre agli uomini di bassa condizione (tenuioribus), è lecito di inferire, che
la proprietà con tinua in parte ad avere un carattere gentilizio, e che in
questo periodo ancora si mantengono quelle proprietà o possessioni collet tive,
sulle quali si possono fare degli assegni ai clienti. Tuttavia nell'interno
della città vediamo già comparire netta e decisa l' isti tuzione della
proprietà privata. In virtù di una legge attribuita a Numa, quel dio Termine,
che un tempo separava i confini fra i ter ritori delle varie genti e delle
varie tribù, viene a ripartire e a consacrare la proprietà fra i quiriti, i
quali hanno già una proprietà individuale e privata, rappresentata dal proprio
heredium. Per tal modo la terminazione, che prima esisteva fra i territorii
gentilizii, come lo dimostra l'accenno, che si fa nel ius foeciale alle
divinità patrone dei confin., viene a cambiarsi anch'essa in una istituzione
quiritaria, e si introduce così la terminazione fra le proprietà private. Tutti
quindi son tenuti a porre dei termini al proprio campo, e questi sono
consacrati a Giove Termine; colui, pertanto che li ri. muova o li trasporti da
un sito all'altro, sarà soggetto alla capitis sacratio. Così, ad esempio,
secondo il Mommsen in Bruns, Fontes, 7, nota 6, una legge, attribuita a Tullo
Ostilio, sarebbe così concepita < si parentem puer verberit, ast olle (ille)
plorasset, puer divis parentum, sacer estod; si nurus, sacra divis pa rentum
estod. Per i divi parentum si intendono
poi i diï manes, Cfr. Voigt, Op. cit., 7,
41. Dion., II, 9; Cic., De rep., II, 9; Festo, vº Patres (Bruns, 372). Dion., II, 74; Festo, pº Termino. Cfr.
Voiat, Op. cit., $ 9, 48. 333 Certo queste son tutte disposizioni di legge, che
consacrano isti tuzioni, che vivevano nella consuetudine e nelle tradizioni; ma
punto non ripugna, che, trattandosi di genti, le cui istituzioni nei partico
lari potevano essere diverse, le medesime abbiano anche potuto fare argomento
di disposizioni legislative, elaborate dai pontefici, pro poste dal re,
appoggiate dal senato, ed approvate dalle curie. Quanto alla sanzione
religiosa, che accompagna ciascuna legge, essa si spiega facilmente, se si
tiene conto del carattere religioso del popolo delle curiae, il quale esce
allora allora dall'organizzazione gentilizia, in cui tutte le istituzioni erano
rivestite di un ' aureola religiosa e sacra. Solo ci resta a vedere quali siano
le traccie, che ci pervennero della legislazione penale primitiva di Roma
patrizia, alla quale occorre una trattazione speciale per il peculiare
svolgimento, che ebbe a ri cevere, e per le molte discussioni, a cui diede
occasione. 6. – Le origini della
legislazione criminale in Roma e specialmente del parricidium e della
perduellio. 271. Per quanto la legislazione criminale primitiva di Roma sia
quella parte del suo diritto, dicui giunsero a noi più scarse reliquie,
tuttavia anche queste poche sono tali, che ricomposte possono ad ditarci, come
anche in essa siasi effettuato un lento e graduato pas saggio
dall'organizzazione gentilizia alla convivenza civile e politica. Anche il
delitto nel periodo regio ritiene ancora quel carattere, che aveva assunto
presso le genti patrizie; esso è un'offesa contro gli uomini e contro
l'aggregazione gentilizia, a cui essi appartengono, ma è poi sopratutto
un'offesa contro la divinità. Chi l'abbia com messo di proposito (dolo sciens),
di regola è punito colla capitis sacratio ed anche colla consecratio bonorum;
mentre se altri l'abbia compiuto per imprudenza (imprudens) egli e la famiglia
di lui sono tenuti ad offerire una piacularis hostia alla famiglia dell'of feso.
Ciò vuol dire, che il concetto gentilizio del delitto e della La più notabile distinzione fra il reato
doloso e colposo, che occorra nella legislazione regia, è quella che si desume
dalle due leggi attribuite a Numa, rela tive all'omicidio volontario
(parricidium ), e quella relativa all'omicidio involontario, che è ricordata da
Servio nei seguenti termini: In Numae
legibus cautum est, 334 pena viene ad essere trapiantato di peso nel seno della
città. Sono tuttavia ancora in piccol numero i misfatti, a cui accennano le
leges regiae; in quanto che non parlasi nè del furto,nè dell'ingiuria, nè di
quegli altri misfatti, che sono più tardi minutamente preveduti dalle XII
Tavole. Ciò non significa certamente, che questi misfatti fossero ignoti, nè
che i medesimi fossero impuniti: ma soltanto, che le leges publicae (quelle
almeno che giunsero fino a noi) non avevano ancora richiamato alla pubblica
giurisdizione la repressione di essi; ma avevano continuato a lasciarli alla
prosecuzione dell'offeso, che doveva perciò seguire le pratiche tradizionali,
formatesi nelle tribù, le quali già avevano ricevuta una consacrazione
religiosa. 272. Tuttavia fra i fatti criminosi, accennati nelle leges regiae,
già può introdursi una distinzione; sonovi dei delitti, che possono essere
ritenuti contro l'ordine delle famiglie, comprendendo anche fra questi quello
contro la proprietà, consistente nella rimozione dei termini; altri, che sono
contro la religione, quale sarebbe l'incesto della Vestale e l'abbandono dei
sacra '; e altri infine, che già possono ricevere il nomedi crimina publica, in
quanto che, fin dagli inizii della città, sonovi autorità incaricate dalla
pubblica pro secuzione di essi. Quanto ai primi mantiensi ancora nella propria
integrità l'auto rità e la giurisdizione del capo di famiglia, il quale in
certi casi è tenuto a circondarsi del tribunale domestico; come pure sono san
cite contro di essi pene di carattere sacro e religioso, comela capitis
sacratio e la consecratio bonorum. Quanto ai reati contro la religione, appare
invece la giurisdizione dei pontefici; giurisdizione, che alcuni autori,
fondandosi sul carattere sa crale del delitto e della pena in questo periodo,
avrebbero creduto, che dovesse essere prima estesa in più larghi confini. Il
carattere, che ab biamo trovato nella istituzione del collegio dei pontefici,
per cui esso appare come depositario e custode delle tradizioni gentilizie, ci
impe disce di seguire una tale opinione, in quanto che il carattere sacrale del
delitto e della pena in questo periodo non è creazione dei pon ut si quis
imprudens occidisset hominem, pro capite occisi, agnatis eius in contione
offerret arietem . Bruns, Fontes, 10. Cfr., per ciò che si riferisce
all'omicidio involontario, il Voigt, Op. cit.,
11, 64 a 72. Cfr. MUIRIEAD,
Histor. Introd., 54 a 55. 335 - tefici, ma è un carattere proprio di tutte le
istituzioni gentilizie, che si mantiene ancora nel la città esclusivamente
patrizia. Del resto la sola giurisdizione criminale, che gli antichi scrittori
attribuiscono ai pontefici, è quella relativa alle Vestali, la quale per giunta
sembra essere una conseguenza della patria potestà, di cui essi sono rive stiti
riguardo alle medesime. Sono quindi i pontefici, che secondo una legge, che la
tradizione attribuisce a Tullo Ostilio, giudicano dell'in costo delle Vestali,
il quale è considerato come un delitto, che da una parte contamina i sacra
publica, e dall'altra provoca la ven detta di Vesta sopra il popolo. Quindi da
una parte sacrificavansi alla dea la Vestale, nei tempi più antichi col
gettarla nel fiume e più tardi seppellendola viva, e l'amante, flagellandolo
fino alla morte, e dall'altra si facevano sacrifizii di purificazione per la
città. Da questo caso in fuori non trovasi traccia di giurisdizione criminale
più ampia, che sia mai spettata ai pontefici; nè vi ha motivo di credere, che
po tesse essere più estesa, dal momento che presso i romani pareva già enorme
questo potere accordato a una magistratura sacerdotale. 273. A noi però importa
sopratutto di cercare come siasi venuto svolgendo il concetto del pubblico
delitto; perchè è con esso, che incomincia l'esercizio del magistero punitivo,
per parte dell'autorità sociale. Già ho accennato altrove, che la giurisdizione
del magistrato in Roma quanto ai misfatti non presentasi svolta fin dai propri
inizii; ma viene invece estendendosi, a misura che la potestà pubblica si viene
rafforzando di fronte alla giurisdizione domestica del capo di famiglia.
Qualche cosa di analogo accade eziandio nello svolgersi della nozione del
pubblico delitto. I due primi misfatti, perseguiti dalla pubblica autorità,
compariscono coi nomi di parricidium e di perduellio; e per perseguirli fin dal
periodo regio sarebbero istituiti due speciali magistrati, coi nomi di
questores parricidii e di duum viri perduellionis; fra i quali intercede perd
questa differenza, che mentre i primiappariscono quali magistrati permanenti, i
secondi invece sembrano essere nominati, caso per caso. Cfr. MOMMSEN, Le droit public romain, I, 187. Ciò è dimostrato dal racconto di Livio, I, 26,
relativo al fatto dell'Orazio, in cui i duumviri perduellionis son nominati per
quel caso dal re, mentre dei quae stores parricidii abbiamo una definizione di
Festo, pº Quaestores, che parla di essi, come di autorità permanenti,
create ut de delictis capitalibus
quaererent . 336 Son pochi i passi, che si riferiscono all'uno e all'altro
misfatto, donde la conseguenza, che non solo gli autori moderni, ma anche gli
storici antichi attribuiscono significazione diversa ai due vocaboli. È noto
infatti, che mentre Dionisio e Festo ritengono colpevole di parricidium
l'Orazio, uccisore della propria sorella, Tito Livio parla invece di perduellio.
In questa condizione di cose occorre ripren dere in esami e passi di antichi
autori, che sono a noi pervenuti; esa minare le opinioni principali emesse
dagli autori in una questione, che ha una copiosissima letteratura; e poi
cercare di ricomporre i testi che si riferiscono all'argomento per ricavarne il
processo logico e storico, che dovette essere seguito nella configurazione di
questi primitivi misfatti. 274. Quanto al parricidium, i pochi passi a noi
pervenuti indicano in sostanza una certa quale meraviglia, per parte degli au
tori, che Romolo, mentre aveva lasciato senza pena e neppur rite nuto possibile
il parricidium, nello stretto senso della parola, avesse poi chiamato ogni
omicidio col vocabolo di parricidium, il che sa rebbesi pur fatto da Numa, al
quale si attribuisce una legge, secondo cui:
si quis hominem liberum,dolo sciens,morti duit, parricidas esto . Quanto
poi alla perduellio si sa con certezza, che questo vocabolo deriva certamente
da perduellis, che in antico significava il nemico, con cui erasi in guerra, e
che il medesimo comprendeva, tanto il tradimento verso la patria, mediante
pratiche tenute col ne mico esterno di essa, tradimento, che suole essere
indicato special mente col vocabolo di proditio; quanto eziandio le
perturbazioni ed i sovvertimenti contro la cosa pubblica, tentati all'interno,
per i quali era specialmente adoperato il vocabolo di perduellio. Circa
quest'ultima però abbiamo una descrizione abbastanza completa di un primitivo
processo per causa di perduellio in Tito Livio, il quale in questa parte, come
ben nota il Bonghi, sembra dare al
proprio racconto un colorito particolare e diverso dal rimanente, in quanto che
cerca di mostrarsi espositore preciso delle forme antiche e solenni, con cui
sarebbe seguito questo primitivo giu dizio
. Furono questa scarsità di passi e questa incertezza negli antichi au
tori, che provocarono molte indagini per spiegare il fatto, per cui negli Dion., III, 22; Festo, vº Sororium tigillum;
Livio, I, 26. Liv., 1, 26; Bongai,
Storia di Roma, I, 102 e 129.337 inizii col vocabolo ili parricidium sarebbesi
indicato ogni omicidio, ed anche le cause, per cui gli antichi autori in un
medesimo fatto poterono ora ravvisare il carattere di parricidium, ed ora quello
di perduellio. Fra le molte congetture fattesi in proposito sono degne di nota
sopratutto le seguenti: quella messa prima innanzi del Gebauer, ed ora anche
seguita dal Voigt, e pressochè dalla universalità degli au tori tedeschi,
secondo la quale a vece di leggere parricidium si dovrebbe leggere paricidium,
cosicchè il vocabolo verrebbe a signi ficare l'uccisione di un pari o di un
eguale ; quella messa in nanzi dal Rubino e dal Rein, secondo cui il vocabolo
parricidium significherebbe fin dagli inizii l'uccisione di un congiunto, ossia
un parentis excidium (3 ); quella sostenuta con molta dottrina dal Brüner e poi
seguita damolti altri, in base a cui parricidium avrebbe dapprima da molti
altri significato soltanto l'uccisione di un pater delle genti patrizie, e
sarebbe poi stato esteso a designare l'uccisione di qualsiasi uomo libero (4 );
e da ultimo quella sostenuta, fra gli altri,dalWalter e dal Maynz, secondo cui
idue termini di parricidium La questione
non è recente, ma fu già trattata dagli antichi criminalisti, e fra gli altri
dal Sigoxio, De iudiciis, Cap. XXX, dal Mattei, dall'UBERO e da altri, che
possono vedersi citati dal CARRARA, Programma di diritto criminale, Parte
speciale, vol. I, 137, $ 1138. Il primo,
che sostenne paricidam esse, qui parem
occidit fu il GEBAUER, Dissertationes academicae, vol. I, 64, XI, il quale si fondava sul detto di Ulpiano,
che giunse veramente molto più tardi,
omnes homines esse aequales.
L'opinione era nuova, e fu accolta come osserva il CARRARA, op. e loc.
cit., pressochè universalmente in Germania. Di recente poi il Voigt aggiunse a
questa opinione anche il peso della sua autorità: Über die leges regiae, 11 a
64, e sopratutto a pag.57, nota 130. L'opinione stessa fu seguita fra noi anche
dall'ARABIA, Princ. di diritto penale, III, 258. Quanto al CARRARA, egli
sostiene, che in questo caso l'espressione
paricidas esto significasse capital esto , cioè condannabile a morte; ma
tale opinione non trovò seguito (Op. cit.,
1139). Tale fu l'opinione messa
innanzi dal Rubino: Untersuchungen über römische Verfassung und Geschichte.
Casellae, 1839, 433-466; e dal Rein, Das Crimi nalrecht der Römer. Lipsiae,
1844, 401.(4 ) L'autore, che a mio avviso sostenne con grande erudizione, e con
un senso vero di romanità, quest'opinione è il BRÜNER in una dissertazione col
titolo De parricidii crimine et
quaestoribux parricidii , letta il 2 marzo 1857 e riportata negli Acta
societatis scientiarum Fennicae, Helsingforsiae, 1858, 519 a 569. Quest'o
pinione è anche seguìta dal GORRIUS, in una dissertazione di laurea: De parricidii notione apud antiquissimos
romanos , Bonnae, 1869, notevole per la rassegna, che fa delle opinioni
professate daglialtri autori. G. C., Le
origini del diritto di Roma. 22 338 e di perduellio sarebbero fra loro
pareggiati, e significherebbero qualsiasi delitto, che per sua natura sia tale
da chiamare la pub blica vendetta, e da eccitare una ripulsione universale.
275. Or bene con tutta la riverenza, che deve certo aversi per un autore cosi
benemerito degli studii sul diritto primitivo, quale è il Voigt, non ritengo,
che possa adottarsi l'opinione da lui seguita, secondo cui parricidium
significherebbe il paris excidium. Anzi. tutto è malagevole di trovare negli
esordii di Roma l'idea di questa parità e di questa uguaglianza giuridica, in
quanto che, se si tol gano i capi di famiglia, non vi sono altre persone, che
abbiano un'assoluta parità di diritto. Vi ha di più, ed è che, mettendo il
concetto della parità a fondamento della figura criminosa del pa ricidium, ne
verrebbe come conseguenza, che allora soltanto vi sa rebbe paricidium, quando
un pari uccidesse un altro pari, cioè quando cosi l'uccisore che l'ucciso
fossero in condizioni uguali fra di loro; il che certo non può richiedersi.
Infine male si comprende, come questa figura primitiva di reato si venga
foggiando sopra un con cetto puramente astratto, come è quello della
uguaglianza, mentre vediamo, che tutte le altre distinzioni di reati, ed anche
le confi gurazioni giuridiche di altra natura, che compariscono nell'antico
diritto, vengono piuttosto ad essere determinate da circostanze este riori di
fatto, come accade dal furtum manifestum, nec manife stum, conceptum, ed
oblatum, ed anche della distinzione della res mancipii e nec mancipii, come
pure delle mancipationes, vindi cationes, e simili. Cið anche per il motivo,
che nel linguaggio pri mitivo si passa di preferenza da una significazione
fisica ad una mo rale, o da una concreta ad un astratta, di quello che non
accada il contrario. Quanto al fatto, che il vocabolo parricidium e parricidas
in certi antichi codici trovisi scritto paricidium e paricidas, non può avere
importanza, quando si consideri, che nelle leggi arcaiche trovansi soventi le
lettere semplici, a vece delle doppie, come lo di mostra l'antico
Senatusconsulto de bacchanalibus in cui
occor rono le parole esent, velent, bacanal per essent, vellent, baccanal;
quest'argomento del resto è anche distrutto da ciò, che son vi pure Questa opinione enunziata prima dal WALTER,
Storia del diritto romano. Trad. BOLLATI, 8 766, vol. II, 450, fu di recente
anche sostenuta dal Maynz, Introd., $ 18, 1, 55. Essa però fu vigorosamente
confutata dal Koestlin: Die perduellio unter der römischen Königen. Tubing,
1841, 10-14. 339 dei codici, in cui occorrono le parole patricidium e
patricidas, le quali attestano cosi anche la materiale derivazione dei due
vocaboli da patris excidium. Vero è, che anche, fra gli antichi autori, se ne
trovano di quelli, che sembrano accennare a questa origine del vocabolo; ma non
è punto improbabile, che, allorquando la figura del parricidium aveva già presa
altra significazione nella lex Pom peia de parricidiis, siasi anche allora
cercato di spiegare nello stesso modo, cioè col ricorrere all'analogia delle
parole, il vocabolo primitivo, con cui erasi indicato l'homicidium. 276. Non
può del pari ammettersi, che il vocabolo parricidium abbia significato dapprima
un parentis excidium, ossia l'uccisione di un congiunto in certi limiti di
parentela, e che poscia siasi esteso a significare l'uccisione di qualsiasi
concittadino, anche per quella specie di parentela, che viene ad esservi fra i
cittadini di una me desima città. Per verità, quando così fosse, il vocabolo di
parrici dium avrebbe avuto fin dapprincipio una significazione, che non cor
risponde alla parola, in quanto che, come nota il Voigt stesso, nella
precisione primitiva del linguaggio, per indicare l'uccisione di un congiunto,
si sarebbe adoperata piuttosto l'espressione di parentici dium, che non quella
di parricidium, in cui compare evidente l'idea dell'uccisione di un padre . Lo
stesso è a dirsi dell'opinione, secondo cui parricidium avrebbe, nelle origini
della città, significato l'uccisione di un pater delle genti patrizie, e solo
più tardi sarebbesi estesa all'uccisione di ogni uomo libero. Questa opinione,
sostenuta con logica ed erudizione dal Brüner, sarebbe di tutte la più
probabile, e quella che meglio spiega i passi a noi pervenuti, quando non
contrastasse colla testi monianza di Plutarco: singulare est, quod Romulus, cum
nullam in parricidas statuerit poenam, omne homicidium appellavit parricidium.
Qui infatti si direbbe, che Romolo fin dagli inizii Lo scrittore latino, che sembra far derivare
l'antico parricidium dalla parità fra uccisore ed ucciso, sarebbe ISIDORO, De
orig., X, 225, il quale scrisse: parri
cidium et homicidium, quocumque modo intelligi possunt, cum sint homines homi.
nibus pares ; ma qui è evidente, che l'autore non cerca di dare la vera origine
del vocabolo, ma solo di dare una spiegazione, che poteva apparire probabile
all'epoca sua. Del resto quest'opinione fu già combattuta dall'OSENBRUEGGEN,
Das altrömische parricidium. Kiel, 1841, 59.
Cfr. Voigt. Op. cit., 10, 57,
nota 130, in fine. 340 - della città avrebbe chiamato parricidium ogni omicidio,
e che quindi non vi sarebbe stato periodo di tempo, in cui, dopo la for mazione
della città, la parola fosse stata ristretta a significare l'uccisione di un
padre delle genti patrizie. Resta ancora l'opinione sostenuta fra gli altri dal
Walter e dal Maynz, secondo cui parricidium e perduellio sarebbero due espres
sioni, usate promiscuamente, ad indicare i più gravi misfatti, che si potessero
commettere nella comunanza. Vero è, che soventi nel lin guaggio primitivo
presentansi di questi vocaboli sintetici, e comprensivi, che più tardi vengono
in certo modo suddividendosi in guisa da espri mere solo più uno degli
atteggiamenti, sotto cui presentasi il concetto primitivo; ma qui la cosa non
ha potuto accadere, poichè i due concetti si svolgono in certo modo paralleli
l'uno all'altro, ei due crimini sono perseguiti da ufficiali diversi. Se si
guarda poi all'ori gine dei due vocaboli, anche questa viene ad essere
completamente diversa; poichè, per formare la figura del parricidium, si
riguarda alla persona dell'offeso, mentre, per formare invece quella della per
duellio, si parte invece da quella dell'offensore, ossia dal vocabolo di
perduellis, che nelle origini significava nemico. Nel parricidium si ha
un'offesa contro un privato, che è sottratta alla privata per secuzione, ed
attribuita alla pubblica autorità; mentre nella per duellio compare già
personificata la stessa comunanza collettiva, la quale, trovando nel proprio
seno chi cerca di comprometterne la sicu. rezza, scorge in esso una somiglianza
coi nemici esterni della città, e perciò lo qualifica col nome stesso, che
darebbe al nemico, con cui trovisi in aperta ostilità. 278. Ritengo invece, che
anche queste due figure di crimini, che compariscono in Roma primitiva, possano
essere spiegate in modo assai più verosimile, quando si tenga conto, che la
città risulto dalla confederazione delle tribù, e che percid, colla sua
formazione, i con cetti, che già esistevano nelle tribù, vennero a trapiantarsi
nella città, colla differenza, che quei concetti, che prima erano intergen
tilizii, per cosi esprimersi, diventarono invece concetti interqui ritarii, e
ricevettero cosi una significazione diversa, per il diverso punto di vista,
sotto cui vennero ad essere considerati. Cid è provato PLUTARCO, Romulus da questo che, appena Roma
è fondata, già presentansi formati così il concetto del parricidium, che quello
della perduellio; poichè il primo è già attribuito a Romolo, e l'altro a Tullo
Ostilio, ma durante il regno di questo già esiste formata la lex horrendi
criminis, rela tiva alla perduellio. Ciò significa, che queste due figure di
reati eransi già delineate nella stessa organizzazione gentilizia, e che il
parricidium significava l'uccisione di un padre, ossia del capo di una famiglia
o di una gente: la quale uccisione costituiva l'unico misfatto, che non
dipendesse dalla giurisdizione domestica, e che dovette per il primo essere
punito, perchè era origine diguerre private nelseno stesso della tribù e di
guerra fra le genti; e che la perduellio significava la nemicizia e l'ostilità
fra gente e gente. Fu quindi naturale dal momento, che i capi di famiglia
entrarono per confederazione nella medesima città, che il vocabolo parricidium
si trovasse natural mente portato a significare l'uccisione di chiunque
partecipasso alla comunanza, tanto più che i partecipi di essa dapprima erano
veri padri, e che la perduellio, mentre prima significava le ostilità fra le
genti, venisse ad indicare l'ostilità, che sorgeva nel seno stesso della città,
poichè i capi delle varie genti e famiglie ne erano di ventati i cittadini.
Allorchè poi fra i cittadininon furonvi solo più i capi di famiglia, ma anche
altri uomini liberi fu naturale e lo gico, che l'uccisione volontaria di
qualsiasi uomo libero rientrasse nella figura primitiva del parricidas. Viene
cosi ad essere natural mente spiegato ciò, che ci attesta Plutarco: che Romolo,
senza indurre pene contro i parricidiin senso stretto, abbia tuttavia chia mato
ogni omicidio parricidium: in quanto che quello, che era parri cidio nei
rapporti fra le varie famiglie e genti, venne ad essere uccisione di un
quirite, allorchè questi padri furono cittadini della medesima città; al modo
stesso, che il perduellis fra le varie genti venne ad essere il nemico
dell'intiera comunanza, nel seno della città. Solo potrebbe notarsi, che non si
deve ammettere una siffatta trasposizione di vocabolo da una significazione ad
un'altra: ma è facile il rispondere, che la trasposizione dapprima fu pressochè
in sensibile, perchè i primi quiriti erano veramente padri, e che simili
trasposizioni sono frequentissime presso i Romani, i quali, ogni qual volta
hanno formata una figura giuridica, non temono di traspor tarla da un caso ad
un altro; come lo dimostra il ius Latii, che
V. Festo, vº Hostis (Bruns, Fontes). trovato pei latini fu poi dai
Romani applicato a popoli ed a genti, che non avevano più nulla a fare con
essi. Era poi naturale, che quell'estendersi, che aveva luogo nella
significazione del parricidium, a misura che la figura del cittadino e quella
dell'uomo libero si ve nivano sostituendo a quella del padre, dovesse pure
avverarsi quanto ai quaestores parricidii, il cui compito si viene così
allargando, finchè più tardi il vocabolo apparisce disadatto, ed in allora
sembra siansi sostituiti ai medesimi i tres viri capitales. 279. Intanto però
nulla potè impedire, che, accanto alparricidium pubblicamente perseguito e che
mutasi a poco a poco in homicidium, potesse ancora sussistere la configurazione
tradizionale del massimo dei misfatti, che consiste nell'uccisione di un
genitore, operata per mano di un figlio o di una figlia. La sua stessa enormità
ed infre quenza spiega come negli esordii Romolo, al pari di Solone, non
l'abbia contemplato: ma intanto, se per avventura accadeva, veniva ad essere
punito con pene tradizionali, che cogli accessorii stessi, da cui erano
accompagnate, cercavano di simboleggiare l'enormezza del delitto. Fu soltanto
allorchè questo triste misfatto diventò ab bastanza frequente per la corruzione
dei costumi, che la punizione di esso, prima conservata nella tradizione e
nel costume, penetro anche nella legge, che dovette anche punire il parricidium
in senso stretto, dandogli tuttavia una significazione più larga, comprenden
dovi cioè qualsiasi uccisione di un parente o di un congiunto in certi confini
di parentela, e a tal uopo far rivivere l'antica pena tradizionale. Fu allora,
che il vocabolo di parricidium abban donò il semplice omicidio per venire ad
indicare l'uccisione di un parente e di un congiunto, il che appunto si fece
colla legge Pom Questa trasformazione
non è ammessa dal BRÜNER, Dissert. cit., 8 7. Parmi tuttavia, che essa fosse
una naturale conseguenza dell'estendersi della competenza dei quaestores
parricidië, e del processo seguito dai Romani nello svolgimento delle proprie
istituzioni. Essa poi sembrami anche una conseguenza della diffinizione da taci
da Festo: quaestores parricidii,
appellantur, qui solebant creari causa rerum capitalium quaerendarum . Non
sarebbe poi qui il caso di entrare nella questione, se i quaestores parricidii
del periodo regio, ed i questores aerarii della Repubblica possano avere la
medesima origine: ma ritengo, che questa identità di origine non abbia nulla di
improbabile, allorchè si tenga conto della primitiva indistinzione delle
funzioni, che erano talora affidate allo stesso magistrato. Cfr. al riguardo il
Villems, Le droit public romain, 303, nota 3. - 343 peia de parricidiis.
Tuttavia, per il vocabolo di parricidium, alla significazione più ristretta,
che esso viene ad assumere, sopravvive ancora un'altra significazione, non
compiutamente giuridica, ma piut tosto oratoria, per cui parricidas viene ad
essere chiamato il tradi tore della patria, l'oltraggiatore dei templi, quegli
insomma, che col proprio delitto abbia violato uno di quei doveri, che hanno un
ca rattere sacro per l'umanità. 280. Solo più resta a spiegare il fatto, per
cui un medesimo de litto, quello cioè dell'Orazio, uccisore della propria
sorella, abbia po tuto essere qualificato come perduellio da Livio, e invece
sia riguar dato qual parricidium da Festo e da Dionisio. A questo propo sito è
certo, che il fatto dell'Orazio, quale ci è narrato dalla tradi zione,
presentava un carattere molto dubbioso. Da una parte eravi per certo
l'uccisione di una persona libera, e quindi occorrevano gli estremi della legge
attribuita a Numa; ma dall'altra l'uccisione era stata commessa, allorchè il
popolo seguiva in massa l'Orazio vinci tore, e l'uccisione, sempre secondo la
tradizione, sarebbe stata da lui inflitta, come pena contro coloro, che
piangevano la morte di un nemico della patria. L'Orazio in certo modo, fra gli
applausi della vittoria, aveva usurpato un ufficio, che al re, ed al popolo
sarebbe spettato, e in quel momento aveva operato, come un perduellis, come una
persona, che si era posta al disopra delle patrie leggi. È questo il motivo,
per cui il popolo, che plaude il vincitore, trascina tuttavia il ribelle
davanti al re, ed è questi, che, in base a quella distin zione fondamentale
della primitiva procedura nel ius e nel iudicium, viene ad essere chiamato a
giudicare di qual misfatto si tratti. In darno il padre dell'Orazio cerca di
richiamare a sè la giurisdizione per trattarsi di un misfatto, che erasi
compiuto da un suo figlio contro una sua figlia; qui il re ravvisa prevalere il
carattere pubblico del misfatto, e quindi ritiene trattarsi di perduellio e
conchiude: duum viros, qui Horatio
perduellionem iudicent, secundum legem facio . Dura era la legge relativa al
perduelle, in quanto che, se condo i termini di essa, il condannato doveva
avere avvolto il capo, essere sospeso arbori infelici, e poi essere ucciso a
colpi di verghe, Cfr. BRÜNER, Dissert.
cit., $ 526. È poi CICERONE, che parla di parricidium patriae, civium, e scrive: sacrum, sacrove commendatum, qui clepserit
rapsitve parricida esto . Cfr. CARRARA,Op. cit., 1139. 344
intra pomoerium vel extra pomoerium . Il tenore della legge era quindi
tale, che i duumviri dovettero condannarlo, e uno di essi già ordinava al
littore colliga manus quando l'Orazio
propone appello al popolo, il quale l'assolve in memoria del fatto compiuto, e
sotto l'e sortazione del padre stesso, che viene esclamando fra la folla, che
la propria figlia era stata iure caesam. Tuttavia l'Orazio, anche assolto, fu
costretto a passare sotto il giogo, donde l'erezione del tigillum sororium, e
la sua gente, secondo Dionisio, dovette anche offrire una piacularis hostia in
base alla legge di Numa, che prevedeva il caso di un omicidio commesso per
imprudenza. Anche in ciò abbiamo un indizio del dubbio, che si era presentato
intorno al carattere del misfatto, poichè il passare sotto il giogo era certo
la pena, a cui era sottoposto il nemico vinto, e il sacrifizio dell'ariete era
imposto alla gente per causa dell'omicidio involontario. 281. Tuttavia, a mio
avviso, la ragione che rende più verosimile la spiegazione premessa intorno
alle origini del diritto criminale in Roma, sta sopratutto in ciò, che in
questa parte sarebbesi seguito quel medesimo processo, che abbiamo potuto
constatare in tutto il rimanente. I concetti già elaborati nella tribù sono
trapiantati dalla città, al modo stesso che più tardi dalla città saranno
portati ed estesi a tutto il mondo conquistato, e per tal modo di concetti
intergentilizii, diventano concetti quiritarii, al modo stesso che più tardi i
concetti quiritarii, ricevendo un nuovo contenuto, di venteranno poi di nuovo
universali e comuni a tutte le genti. A
questo proposito tolgo dal Bongai, Storia di Roma. I, 132, nota 1, una
citazione dello SCHOEMANN, che sembra confermare l'opinione qui sostenuta: Horatium, quum supplicium de sorore indemnata
sumpsisset, eaque caede et ius regis ac populi imminuisset, visum esse adversus
ipsam rempublicam adeo deliquisse, ut perduellionis, non modo parricidii,
teneretur . Osserverò poi per mio conto la singolarità del fatto, per cui il
perduelle, considerato come nemico interno, viene ad essere assoggettato alla
pena stessa del nemico esterno, cioè fatto passare sotto il giogo, quasi in
segno di sottomissione forzata alle leggidella patria; altra prova, che non
solo si tolse dall'ostilità esterna la figura della perduellio, ma in parte
anche la pena, con cui essa era punita. Insomma perduellis significava il
nemico nei rap porti fra le varie genti; ma quando i membri delle genti
diventarono cittadini della stessa comunanza, diventò il nemico interno della
medesima, e il nemico esterno si chiamò hostis. 345 Intanto anche in questa
parte il parricidium e la perduellio sono due nozioni, il cui contenuto non è
ancora ben determinato, ma al pari di tutti i primitivi concetti quiritarii
appariscono come due co struzioni logiche, che si verranno svolgendo col tempo.
Di qui con seguita, che il parricidium finirà per allargarsi per modo da com
prendere tutte le offese contro il libero cittadino, che giungono a produrre la
morte di lui: mentre la perduellio finirà per compren dere tutti i reati contro
lo Stato, e quando questo si concentrerà nella persona dell'imperatore si
cambierà nel crimen lesae maie statis. È quindi fino da quest'epoca, che
comincia ad apparire la di stinzione fra il reato comune e il reato politico;
ed è fin d'allora, che si sente l'opportunità di lasciare una parte al popolo
nel giu dizio dei reati politici propriamente detti. L'uno e l'altro nel loro
comparire sono come la sintesi dei reati pubblici, dopo i quali verranno poi
anche ad essere repressi i delitti privati: la qual distin zione, iniziata da
Servio Tullio, diventerà poi fondamentale nella legislazione decemvirale.
Intanto le cose premesse bastano per dimostrare in qual modo siasi effettuata
la formazione di una giurisdizione e di un diritto criminale in Roma primitiva.
La giurisdizione criminale fu il risul tato di una sottrazione lenta e graduata,
che l'autorità pubblica venne facendo alla giurisdizione domestica e
patriarcale; e i primi pubblici delitti furono due figure di misfatti, che già
preesistevano nell'organizzazione gentilizia, le quali, sebbene continuino ad
essere indicate cogli stessi vocaboli, assumono però una significazione di
versa. Di più anche nella primitiva concezione del delitto in Roma occorre
quella potenza sintetica, che già abbiamo riscontrata nei concetti fondamentali
della costituzione politica, e che apparirà anche più evidente nei concetti
primitivi del diritto quiritario. Ciò indica che tanto il diritto pubblico e
privato che il diritto penale, allorchè appariscono in Roma, sono già il frutto
di una potente selezione ed elaborazione, fatta sui materiali somministrati
dall'anteriore orga uizzazione gentilizia. I concetti del diritto primitivo di
Roma sono altrettante sintesi potenti, in cui i fondatori della città cercano
di scegliere e di con densare ciò, che hanno appreso nel periodo precedente.
Ora più non ci resta che ad esaminare le condizioni della plebe cosi in tema di
diritto pubblico, che di diritto privato. La condizione dei clienti e della
plebe in Roma prima della costituzione Serviana. 282. Le cose premesse
dimostrano ad evidenza, che tutta la primitiva costituzione politica di Roma, e
quella legislazione, che dalla tradizione è attribuita ai primi cinque re,
debbono ritenersi di origine esclusivamente patrizia, in quanto che si riducono
in so stanza a concetti già elaborati nel periodo gentilizio, i quali, trapian
tati nella città, vengono a ricevere un nuovo atteggiamento, ed a prendere una
nuova significazione nella medesima. Solo più rimane a determinarsi quale
potesse essere in questo periodo la condizione giuridica delle classi
inferiori, al qual pro posito importa di tenere assolutamente distinti i
clienti dalla plebe propriamente detta. 283. Per quello, che si riferisce ai
clienti, la loro posizione giu ridica, in questo primitivo stadio della città,
non viene ancora ad essere modificata, in quanto che essi continuano sempre ad
apparte nere più alla gente, che alla città: perciò essi, per quanto si può
ricavare da quella enumerazione dei diritti e degli obblighi fra patrono e
cliente, che ci fu trasmessa da Dionisio, continuano ad avere gli stessi
diritti e le medesime obbligazioni, che loro appar tenevano, durante il periodo
gentilizio. Essi quindi non hanno ancora una vera proprietà, ma continuano a
ricevere dalle genti degli assegni a titolo di precario sugli agri gentilizii;
ne pos sono parimenti far valere direttamente le proprie ragioni davanti al
magistrato della città, ma perciò debbono valersi della protezione e degli
uffici del patrono. Per maggior ragione non può ammettersi, che in questo primo
stadio essi possano intervenire nell'assemblea delle curie, comesostiene un
gran numero di autori . Le curie sono
Dion., II, 10. Cfr. quanto si espose intorno alla clientela, nel Lib. I,
Cap. III, 3º, 46 a 52. Tale è l'opinione del Willems, Le droit
public romain, 46e del PADELLETTI, Storia del diritto romano, 48 e seg., nota
2. Il prof. COGLIOLO nella sua nota nº d, 50, non approva intieramente
l'opinione del Padelletti. 347 il sito di riunione pei quirites, per i
gentiles, per i viri, il cui potere è simboleggiato dalla lancia, e non possono
in nessun modo essere state aperte a quelli, che nell'organizzazione gentilizia
trovinsi in condizione subordinata, anche per il semplice motivo, che, quando
così fosse stato, il numero dei clienti, i quali avrebbero pur essi avuta
parità di voto, avrebbe di gran lunga soverchiato quello dei patroni. Pud darsi
che in occasione di guerra anche i gentilicii seguano il loro patrono, ma i
medesimi dipendono ancora più dal cenno di esso, di quello che dipendano
direttamente dallo Stato. Sarebbe in fatti strano ed incomprensibile, che
quelli, che non possono ancora stare in giudizio, potessero concorrere
direttamente alla elezione del re ed alla votazione delle leggi, e giudicare di
coloro, che abbiano interposto appello al popolo. Sarà soltanto la costituzione
Serviana, che, ponendo il censo a base della partecipazione ai ca richi civili
e militari, obbligherà i padri delle genti a fare conces sioni di terre in
proprietà ai propri clienti, per avere cosi un ap poggio nelle votazioni dei
comizii centuriati, ed è da quest'epoca che cominciano a sentirsi le lagnanze
dei plebei, perchè i padri appoggiati dai loro clienti riescono a dominare le
votazioni nei co mizii centuriati. In questo senso la costituzione Serviana fu
quella, che diede il gran colpo alla clientela, e con essa alla organizzazione
gentilizia, perchè da quel momento anche i padri furono tenuti a fare
concessioni di terre in proprietà ai proprii clienti, i quali acqui starono
così una indipendenza economica dai patroni, che fu anche il principio della
loro indipendenza politica; donde la conseguenza chemolti fra essi sono poi
venuti ad allargare anche le file della plebe e ad appoggiare le pretensioni di
essa. 284. Intanto peró la questione, la cui risoluzione è assolutamente
indispensabile per comprendere la storia politica e giuridica di Roma primitiva,
è quella relativa alla condizione giuridica della plebe sotto i primi re, così
sotto l'aspetto del diritto pubblico, che sotto quello del diritto privato. Il
grande avvenire della plebe romana rese per gli storici di Roma assai difficile
il comprendere, come quell'elemento, che ai tempi Che le lagnanze dei plebei contro i clienti,
per la preponderanza, che essi re cavano al patriziato, si riferiscano ai
comizii centuriati, appare dal seguente passo di LIVIO (si veda). Irata plebs inesse consularibus comitiis noluit; per patres, clien tesque
patrum consules creati sunt Titus Quintius et P. Servilius . 348 - loro
era ormai divenuto il dominatore della piazza e del foro, po tesse, nelle
origini, essere affatto escluso dal suffragio. Ond'è che essi, trovando ai
loro tempi la plebe ammessa in parte agli stessi comizii curiati, e compresa
nel populus, e una parte di essa anche pervenuta alla nobiltà potevano
difficilmente riuscire colla mente loro a ricostruire quella primitiva
distinzione fra populus e plebes, che ormai era scomparsa. Essi quindi
parlarono nel loro racconto deglian tichi comizii curiati, come se essi
avessero compreso tutto il populus, quale allora era costituito, cioè
inchiudendovi anche la plebs. Tuttavia, malgrado quest'attestazione concorde,
dubitarono i critici moderni, e quelli sopratutto, che al pari del Vico e del
Niebhur, ave vano penetrato più profondamente l'indole e il carattere primitivo
della città patrizia. La loro opinione trovò favorevole accoglimento; ma in
questi ultimi tempi, essendosi dal Mommsen trovato, che vi fu un tempo, in cui
dei plebei furono elevati alla dignità di curiones maximi, sorse nuovamente il
dubbio, che la plebe abbia potuto essere am messa anche alle curie. Che anzi,
siccome mancava notizia di una legge, che avesse proclamata quest'ammessione,
vi furono anche degli autori, i quali, come il Paddelletti, giunsero a
sostenere, che questa ammessione dovesse risalire fino agli inizii della città.
Conviene però aggiungere, che gli autori, i quali direcente investigarono sulle
fonti le origini della città, come il Voigt, il Karlowa, il Bernöft, il
Pantaleoni, il Muirhead, il Gentile, ritornarono di nuovo al concetto di una
città esclusivamente patrizia, ed alla esclusione della plebe primitiva dal far
parte dell'assemblea delle curie. 285. Non è qui il caso di entrare in
discussioni erudite sull'argo L'opinione
sostenuta dal PADELLETTI è anche seguita dal WILLEMS, Op. cit., 47 e segg.; dal
LANDUCCI, Storia del diritto romano, 357, nota nº 2; dal Peluam, Encyclop.
Britann., vol. XX, pº Rome (ancient), i quali però non entrano nella
discussione degli argomenti in pro e in contro. Quanto al PADELLETTI debbo far
notare, che se la sua autorità è grande quanto al periodo storico, non può
dirsi altrettanto quanto al periodo delle origini, e ciò perchè l'autore, fin
dagli inizii dell'opera, col suo solito fare reciso ed alieno dalle dubbiezze,
afferma e che lo studio delle origini può essere interessantissimo ed utile al
mitologo ed allo storico, ma è molto sterile per il giurisprudente (pag. 4 ). Ciò spiega come l'autore,
essendosi accinto all'opera sua con un tale concetto dello studio delle origini,
sia caduto in gravi equivoci, ogniqualvolta toccò quell'argomento, come può
scorgersi quanto alle origini della famiglia, della proprietà, dei delitti e
delle pene, ed al sistema delle azioni. Nell'o pera sua il diritto romano
compare bello e formato, senza che si sappia, donde pro ceda. Ciò comprese il
suo annotatore Cogliolo, che intese a supplirvi colle proprie note. 349 mento;
mibasterà il dire, che se si tenga conto del processo, che do minò la
formazione della comunanza romana, è del tutto improbabile, che la plebs abbia
potuto essere ammessa, fin dagli inizii, alla civitas e quindi anche alle
curiae, le quali erano una ripartizione della me desima. I cambiamenti sono
troppo lenti nelle organizzazioni primitive, perchè un elemento, che trovavasi
in una condizione del tutto infe riore, potesse di un tratto, e fin dal tempo,
in cui era ancora debole e privo di qualsiasi organizzazione, essere ammesso a
far parte di una nuova consociazione, sovra un piede di uguaglianza, in guisa
da entrare a far parte della civitas e della curiae, le quali, oltre al
l'essere corporazioni politiche, erano anche corporazioni strette dal vincolo
di una religione, chenon era ancora accomunata alla plebe. È affatto
improbabile, che quel gentile o patrizio, che è sopratutto altero di poter
indicare i suoi antenati, senza che alcuno fra essi fosse mai stato servo nè
cliente, potesse diun tratto accettare un voto del tutto eguale con un plebeo,
che poteva forse essere stato prima suo cliente o suo servo, e che ad ognimodo
era di un'origine diversa dalla sua, e non poteva indicare i propri antenati.
Ciò ripugna al modo di pen sare delle genti primitive, che non conoscendo altro
vincolo, che quello del sangue, dånno sopratutto importanza alle discendenza ed
alla nascita. Sarebbe strano, che quei patrizii, i quali, allorchè più tardi
accoglievano nuove genti, le collocavano fra le gentes mi nores, potessero
concepire un pareggiamento completo del loro ordine colla moltitudine o folla,
da cui si trovavano circondati. Questa pa rità, secondo il modo di pensare
dell'epoca, nè poteva essere am messa dal patriziato, nè poteva essere chiesta
dalla plebe, la quale trovavasi ancora in condizione troppo umile per potervi
aspirare; nè è a credersi, che il patriziato primitivo, fondatore della città,
volesse per generosità accordare spontaneamente cid, che era ancora in
condizione di negare, e che non concesse, che quando vi fu compiutamente
forzato. Ciò è tanto più improbabile, in quanto che la curia, come abbiamo
dimostrato a suo tempo, era chiamata eziandio a deliberare sopra una quantità
di affari, che si riferivano direttamente all'organizzazione domestica e gentilizia
loro esclusivamente propria; poichè il quirite in questo periodo da una parte
guarda ancora alla gente, da cui esce, e dall'altra alla città, di cui
entra a far parte. 286. Quanto al fatto, che più tardi i plebei, almeno in
parte, siano 350 anche stati ammessi alle curie, esso può essere facilmente
spie gato. La lunga convivenza nelle stesse mura, e nello stesso esercito
ravvicinò i due elementi; anche i plebei vennero imitando l'or ganizzazione del
patriziato; e non mancarono anche le famiglie, che, pur essendo di origine
plebea, poterono, per importanza politica, eco nomica e per servigii resi alla
repubblica, stare a fronte anche delle poche famiglie, originariamente patrizie.
Quindi al modo stesso, che più tardi anche i patrizii poterono entrare a far
parte dei comisii tributi; cosi non è meraviglia, se anche la plebe, ormai
ammessa agli onori, agli auspicii ed ai sacerdozii, abbia potcui esce, e
dall'altra alla città, di cui entra a far parte. 286. Quanto al fatto, che più
tardi i plebei, almeno in parte, siano 350 anche stati ammessi alle curie, esso
può essere facilmente spie gato. La lunga convivenza nelle stesse mura, e nello
stesso esercito ravvicinò i due elementi; anche i plebei vennero imitando l'or
ganizzazione del patriziato; e non mancarono anche le famiglie, che, pur
essendo di origine plebea, poterono, per importanza politica, eco nomica e per
servigii resi alla repubblica, stare a fronte anche delle poche famiglie,
originariamente patrizie. Quindi al modo stesso, che più tardi anche i patrizii
poterono entrare a far parte dei comisii tributi; cosi non è meraviglia, se
anche la plebe, ormai ammessa agli onori, agli auspicii ed ai sacerdozii, abbia
potuto essere am messa anche alle curie, la cui importanza non era più che
religiosa. Un tal fatto venne certo ad essere possibile più tardi; ma l'ammet
terlo fin dagli inizii, è uno sconvolgere ed invertire ilmodo di pensare
dell'epoca e l'ordine degli avvenimenti. Sarebbe infatti un fare co
minciare l'unione del patriziato e della plebe dal partecipare ad una stessa
corporazione religiosa; mentre i fatti dimostrano, che questa fu l'ultima parte
delle loro tradizioni, che si decisero ad accomunare alla plebe. Se quindi la
plebe riuscì a penetrare nella civitas ciò non dovette essere mediante le
curiae, che avevano ancora un ca rattere religioso, ed erano formate ex hominum
generibus; ma bensi per mezzo delle classi e delle centurie, che avevano
piuttosto un carattere militare, e si fondavano sulla proprietà e sul censo. Le
cause, che cooperarono più tardi a ravvicinare i due ordini, furono sopratutto
i comuni pericoli, che obbligarono la città patrizia ad arruolare nell'esercito
i plebei, al modo stesso che dovette arruolare più tardi anche i liberti; come
pure vi cooperarono la proprietà, che fu pure acquistata dalla plebe ed i
conseguenti commerci, che ne deri varono fra essa e il patriziato; ed è forse
questo il motivo, per cui la costituzione Serviana assunse dapprima un
carattere militare ed eco nomico ad un tempo. Quanto al fatto allegato dai
sostenitori del l'opinione contraria, che il vocabolo populus romanus quiritium
abbia più tardi compresa eziandio la plebe, esso può essere facilmente spiegato,
in quanto non è questo il solo caso, in cui i Romani, man tenendo la parola, ne
mutassero il significato. Del resto il vocabolo populus per Roma era una
concezione e forma logica, al pari di tutte le altre concezioni giuridiche e
politiche; esso comprendeva l'uni versalità dei cittadini, e quindi, come era
naturale, che non com prendesse la plebe, finchè questa non faceva parte della
città, cosi doveva comprenderla, allorchè essa, in base al censo, entrò a far
parte delle classi e delle centurie Serviane. 351 287. Ferma così la
risoluzione delmaggior problema della storia primitiva di Roma, solo resta a
ricercare brevemente, quale potesse in questo periodo essere la posizione della
plebe in tema di diritto privato; il qual compito ci è reso facile da ciò, che
si venne fin qui ragionando. È noto, come il ius quiritium, allorchè giunse al
suo completo sviluppo, mentre in tema di diritto pubblico comprendeva il ius
suf fragii e il ius honorum, che entrambi, a nostro avviso, furono dapprima
negati alla plebe, in tema invece di diritto privato si rias sumeva nel ius
connubii e nel ius commercii. Quanto al primo di questi diritti, abbiamo troppi
argomenti nella storia per affermare con certezza, che solo più tardi i plebei
furono ammessi al ius connubii col patriziato; il che però non significa, che
essi non potessero contrarre fra loro delle unionimatrimoniali, ma soltanto che
queste unioni non potevano, di fronte al patriziato, produrre gli effetti della
iustae nuptiae. L'opinione quindi, che suol essere comunemente accolta, è
quella secondo cui la plebe sarebbe in questo periodo stata ammessa al solo ius
commercii. Così avrei ritenuto ancioni non potevano, di fronte al patriziato,
produrre gli effetti della iustae nuptiae. L'opinione quindi, che suol essere
comunemente accolta, è quella secondo cui la plebe sarebbe in questo periodo
stata ammessa al solo ius commercii. Così avrei ritenuto anch'io nell'inizio di
questo studio, e può darsi che nel corso del libro cid apparisca in qualche
parte; ma ora il processo logico, che domind la formazione del diritto romano,
in mancanza di ogni informazione diretta, mi conduce ad affermare, che non
dovette essere il ius commercii, che la città patrizia riconobbe alla plebe
circostante, ma bensì il ius neximancipiique, il quale, come si è veduto più
sopra, è quello stesso diritto, che Roma, dopo es sersi incorporata la
primitiva plebe, ebbe ad accordare alle altre popolazioni circostanti, che
vengono sotto il nome di forcti ac sa crates. Anche il concetto di commercium,
nella larga significazione che ebbe pei Romani, in guisa da comprendere il
diritto di comprare e di vendere, di obbligarsi e di fare testamento ex iure
quiritium, suppone una certa parità di condizione fra le persone, fra cui in
tercede. Siccome quindi le genti patrizie erano per modo organizzate da
provedere compiutamente ai loro bisogni: così non poteva dap prima essere il
caso, che riconoscessero ad una classe inferiore un ius commercii, sopra un
piede di eguaglianza, ma loro dovettero riconoscere soltanto il diritto del
mancipium, ossia quello di avere una proprietà, che poteva essere alienata, e
il ius nexi, ossia il di Tale è, ad
esempio, l'opinione del LANGE, Histoir. intér. de Rome, I, 61. 352 ritto di
potersi obbligare, mediante il nexum. Le conseguenze pra: tiche nella sostanza
potevano essere le stesse; ma intanto la supe riorità delle genti e il
vassallaggio della plebe venivano ad essere riconosciute. Ed è questo il
motivo, che allorquando la plebe fu ammessa nella città, il nexum ed il
mancipium, come accadde anche in tutto il resto, cessarono di significare dei
rapporti fra le genti patrizie e la plebe, che le circondava, per diventare
rapporti interni, e costituirono cosi i primi concetti quiritarii, comuni alle
due classi. Più tardi però, anche questi vocaboli, che ricordavano una disugua
glianza di condizione fra le due classi, apparvero disadatti, e nella
successiva elaborazione del diritto quiritario furono sostituiti da altri. Non
può dirsi pertanto, che in questo periodo siasi già cominciata l'elaborazione
di un vero ius civile, ispirato ad un concetto di ugua glianza fra patriziato e
plebe, ma continua sempre ad esistere un diritto proprio delle genti patrizie,
che parteciparono alla formazione della città, e che costituisce il primitivo
ius quiritium; ed un di ritto che governa i rapporti fra la città patrizia e la
plebe, che la circonda, il quale si risente ancora delle condizioni disuguali,
in cui essi si trovano. È questo il motivo, per cui la plebe nelle proprie
tradizioni fece sempre rimontare la sua esistenza giuridica alla costi tuzione
Serviana; colla quale lo sviluppo del diritto pubblico e privato di Roma prende
un indirizzo del tutto peculiare, che influi potente mente su tutto lo
svolgimento, che ebbe ad avverarsi più tardi, e merita perciò di essere
particolarmente e profondamente studiato. Non mi trattengo più a lungo su
questo punto, perchè ho già dovuto accen narvi nel Lib. I, Cap. X, nº 160, 193
e seg., e perchè la prova delle cose qui enunziate apparirà anche più evidente,
quando si tratterà della costituzione Ser viana e della sua influenza sul
diritto privato di Roma. Colla venuta dei Tarquinii a Roma, si inizia nella
medesima una trasformazione profonda, la quale potè in parte essere travisata
dalle tradizioni e dalle leggende, ed anche dissimulata dall'amor patrio degli
storici latini, ma i cui principali tratti si possono di scernere nelle serie
degli avvenimenti e dei fatti, di cui ci fu con servata memoria. Fino a
quell'epoca, delle varie stirpi, che erano concorse a co stituire la città,
avevano sempre avuta una incontrastabile prevalenza le latine e le sabine, fra
le quali erasi venuto alternando il ma gistrato supremo; mentre i Luceres non
avevano somministrato alcun re, nè forse avevano avuto nella formazione dei
primitivi sacerdozii. Or bene, regnando Anco Marzio, di origine latina, la
gente Tarquinia, di origine etrusca, ricca di capitali e numerosa per
clientele, viene a porre la propria sede in Roma, per conseguirvi quello stato,
che le era conteso nel luogo nativo (Tarquinia ). Il capo di essa è uomo abile
ed intraprendente, e dopo aver consi gliato in vita Anco Marzio, ne guadagna
per modo la fiducia, da diventare dopo la sua morte tutore dei figli di lui, o
ottiene in breve colle sue ricchezze e collo splendore della propria vita tale
un seguito, da essere assunto al trono, mediante il suffragio del G. C., Le origini del diritto di Roma. 23 354
popolo e coll'autorità dei padri: eum,
scrive Livio, ingenti con sensu populus romanus regnare iussit . Nè sembra
essere il caso di supporre col dottissimo OldofredoMüller, che questa
immigrazione di genti etrusche corrisponda alla supre mazia, che la città di
Tarquinia avrebbe conquistata su Roma, su premazia, che gli storici latini
avrebbero cercato di dissimulare : poichè le nuove genti appariscono in
concordia con tutti gli ordini della città, e il capo di esse, chiamato con
tutte le formalità al trono, raccoglie in effetto tutte le sue cure sulla
patria novella, e l'arricchisce di pubblici edifizii, che allo splendore delle
costruzioni greche ed etrusche sembrano associare quel carattere di grandiosità
e di forza, che è proprio delle costruzioni latine. Sembra quindi più
verosimile, che alcune fra le città etrusche in quell'epoca fossero pervenute a
quel periodo di crisi, che occorre eziandio nelle città greche, durante il
quale, sorgendo lotta di superiorità e di predo minio fra i capi delle grandi
famiglie, vengono ad esservene di quelle, che sono forzate a cercare altrove
miglior sorte e fortuna. Per un tale intento offerivasi opportuna la città di
Roma, la quale in quel periodo di tempo era ancora disposta ad accogliere nuove
genti nei proprii quadri, e mentre da una parte, per la fortezza già
sperimentata dei proprii abitanti, poteva aspirare ad un grande avvenire,
dall'altra aveva ancora molto ad apprendere, sia quanto allo splendore dei
pubblici edifizii, sia quanto all'ordinamento mi litare e civile. Di più essa
già conteneva nel proprio seno delle genti di origine etrusca, cosicchè la
nuova immigrazione poteva avervi parentele ed aderenze, che spiegano l'appoggio
e il seguito, che vi trovarono in breve la gente Tarquinia e il proprio capo.
289. Questo è certo ad ogni modo, che in Roma si manifestano ben tosto i segni
di una trasformazione potente. - Infatti, secondo la tradizione, la sua
popolazione viene ad essere come raddoppiata, ed il nuovo elemento sembra dare
alla città un indirizzo mercantile, come lo dimostra il fatto, che dopo la
dominazione dei Tarquinii Liv., 1, 34;
Dion., IV, 2. Müller O., Die Etrusker.
Cfr. PANTALEONI, Storia civile e costituz.di Roma, 134, ove si impugna appunto
l'opinione del Müller. L'opinione qui
accettata è conforme a quella, che ho cercato didimostrare più sopra,
relativamente agli aumenti nel numero dei senatori. Lib. II, cap. II, 5, nn. 212 e 213, 258.355 Roma è già in
condizione di conchiudere, anche come rappresen tante del Lazio, un trattato di
navigazione con Cartagine. Mentre poi fino a quell'epoca Roma aveva ancor
sempre conser vato il suo carattere primitivo di federazione fra diverse
comunanze, con Tarquinio invece sembra iniziarsi il periodo, che potrebbe chia
marsi di incorporazione. Narra infatti Livio, che Tarquinio avrebbe distribuito
spazi intorno al foro, accið i privati vi potessero costruire le proprie
abitazioni, e che in lui era già sorto il pensiero di cin gere la città di
mura, adottando così il tipo delle città etrusche, le quali, essendo dedite ai
commerci, solevano chiudersi e fortificarsi nelle proprie mura . A compir
l'opera sarebbesi richiesto, che i quadri della città pri mitiva fossero
modificati, e che alle divisioni di carattere gentilizio se ne sostituissero
altre di carattere territoriale e locale. Cid secondo la tradizione avrebbe pur
tentato Tarquinio, quando non si fosse op posto il patriziato per mezzo
dell'augure sabino Atto Nevio, osser vando che la primitiva città erasi fondata
mediante gli auspicii, e che perciò i quadri di essa consacrati dalla religione
dovevano essere mantenuti. Non vi fu quindi altro mezzo che di fare entrare il
nuovo elemento nei quadri antichi, il che Tarquinio avrebbe cercato di
conseguire: lº aggiungendo alle centurie dei cavalieri, altre centurie, che
serbarono il nome antico, ma presero la deno minazione di Ramnenses, Titienses,
e Luceres secundi; 2º ac crescendo il senato di cento nuovi senatori, che si
chiamarono patres minorum gentium; 3º raddoppiando il numero dei pontefici e
degli auguri, e destinando anche alla custodia ed alla interpretazione dei
libri sibillini i duoviri sacris faciundis, i quali, portati poscia a dieci e
più tardi a quindici, finirono per cambiarsi in un collegio sacerdotale, che
sovraintendeva și culti di provenienza straniera (4 ). La memoria di questo trattato di navigazione,
conchiuso nel primo anno della Repubblica, ci fu serbata da POLIBIO, III, 22,
24, il quale l'avrebbe tradotto da un latino arcaico, che ai suoi tempi era già
diventato difficile a comprendersi. Liv.,
I, 35, 36, 38. Egli anzi attribuisce a Tarquinio di aver già intrapresa la
cinta, che prese poi il nome di Serviana. (3 ) Liv., I, 36; Dion., III, 70, 72.
(4 ) Dron., III, 67; IV, 62. L'istituzione dei duoviri sacris faciundis ora è
attri buita a Tarquinio Prisco ed ora a Tarquinio il Superbo. Quanto allo
svolgimento storico di questo collegio sacerdotale è da vedersi il
Bouché-LECLERCQ, Histoire de la divination, Paris, 1882, IV, pagg. 286-317,
come pure il Manuel des institu tions romaines, Paris, 1886, 545.356 Intanto
anche la religione subì l'influenza del nuovo elemento, ma in proposito fu
giustamente osservato, che la religione, importata da questa immigrazione
etrusca, non ha quel carattere misterioso ed arcano, che vuole essere
attribuito ai riti etruschi, ma si risente invece dell'influenza greca, come lo
prova la triade capitolina di Giove, Minerva e Giunone ; il che sembrerebbe
confermare, che i Tarquinii, pur venendo da una città etrusca, potessero
remotamente provenire da una città greca, che secondo la tradizione sarebbe
stata Corinto . Della plebe quasi non si occupa la tradizione; ma si può affer
mare con certezza che come le immigrazioni latine avevano ac cresciuta la plebe
rurale, dedita alla coltura delle terre, così quella etrusca dovette trascinare
con sè un grande numero di artieri, di commercianti, di uomini esperti
nell'arte della costruzione, che con corse ad accrescere la plebe urbana.
Intanto si accrebbero i mo tivi di ravvicinamento fra patriziato e plebe,
poichè la plebe del con tado era divenuta un elemento indispensabile per
rafforzare l'esercito, e la cooperazione della plebe urbana era anch'essa
necessaria per compiere quelle opere pubbliche grandiose, che sono la caratteri
stica di questo periodo della storia di Roma, e che erano natural mente
richieste dall'ingrandirsi della città e dal nuovo indirizzo preso dalla
medesima. 290. Le cose quindi erano venute a tale, che coll'ampliarsi della
città, anche i quadri del populus dovevano essere allargati in guisa da potervi
comprendere quella parte della plebe, che ormai per venuta a qualche agiatezza,
ed affezionata al suolo da esso col tivato, poteva avere interesse
all'incremento e alla difesa della città. Fu questa l'opera, che la tradizione
ha attribuito a Servio Tullio; altro re, che appare come trasfigurato dalla
leggenda, la quale probabilmente ha finito anche qui per attribuire all'opera
di un solo ciò che ha dovuto essere l'effetto del concorso di varii elementi, e
delle nuove energie e forze operose, che vennero a Questa osservazione è del PANTALEONI, op.
cit., p. 149. È noto che, secondo Livio
I, 34, Tarquinio Prisco, pur provenendo diretta mente da Tarquinia, sarebbe
tuttavia figlio di un Demarato Corinzio. (3 ) Quanto all'incremento della plebe
sotto il regno del primo Tarquinio, è da ve dersi Herzog, Geschichte und System
der römischen Staatsverfassung. Leipzig, 1884, I, 32.357 scaturire dal nuovo
stato di cose e dal nuovo indirizzo, che veniva prendendo la città di Roma. È
dubbia la origine di Servio Tullio: mentre la tradizione latina, unitamente al
carattere della sua riforma, che appare più una evoluzione che una rivoluzione,
lo la scierebbero credere di origine latina, una tradizione invece, che vigeva
presso gli Etruschi, e che ci fu conservata dall'imperatore Claudio nel
preambolo ad un senatusconsulto, lo direbbe di origine etrusca, e gli
attribuirebbe il nome di Mastarna. Tutta l'antichità ad ognimodo è concorde nel
riconoscere l'impor tanza della sua costituzione, poichè è certo che, debbasi
ciò attribuire alla sapienza del principe autore di essa, o alla tenacità del
popolo che ebbe a svolgerla, essa corrisponde a un graduato sviluppo e segna
comeun nuovo stadio nella formazione della città. Essa chiude il pe riodo
esclusivamente patrizio, in cui domina ancora la discendenza e la nascita, ed
inizia quello patrizio -plebeo, in cui i due ordini, dopo essere entrati a far
parte del medesimo popolo, sulla base del censo, finiscono per avviarsi fra le
lotte ed i dissidii al pareggia mento giuridico e politico. Può darsi, che
anche altre città abbiano avuta una costituzione analoga, come, ad esempio,
Atene per opera di Solone ; ma non ve ne ha certamente un'altra, che per la
tenacità e la perseveranza degli ordini, che si trovarono di fronte, abbia
saputo ricavarne un più sicuro e graduato sviluppo. Ben è vero, che anche per
Roma vi fu un periodo, in cui l'evo luzione è stata interrotta da un tentativo
di tirannide; ma nel resi stervi tutti gli ordini furono concordi, e il rimedio
fu estremo, quello cioè di cacciare dalla città l'elemento, che ne aveva poste
a repen L'oratio, che precede il
senatusconsulto Claudiano dell'anno 48 dell'êra vol gare de iure honorum Gallis
dando può vedersi nel Bkuns, Fontes, ed. V, p. 177. Ivi l'erudito imperatore,
volendo accogliere nel senato anche dei Galli, fa la storia degli elementi, che
Roma avrebbe assorbito nei suoi varii stadii, e trova così occa sione di
accennare alle due tradizioni relative a Servio Tullio, di cui una lo farebbe
nascere da una prigioniera di nome Ocresia, mentre l'altra lo direbbe di
origine etrusca. Le diverse opinioni degli eruditi sulla fede, che merita il
racconto di Claudio, e la conferma indiretta, che esso avrebbe ricevuto da
alcune recenti scoperte archeologiche, sono riportate dal Bonghs, Storia di
Roma, I, 201, nota 14. Quanto alle
analogie fra la costituzione di Solone e quella Serviana e fra le condizioni
storiche, che poterono determinare l'una e l'altra, è sempre a consultarsi il
GROTE, Histoire de la Grèce. Trad. De Sadous, Paris, 1865, tome IV, chap. 4me, 137
a 216, come pure l'appendice allo stesso capitolo, in cui discorre della con
dizione dei nexi e degli addicti in Roma antica. - 358 al taglio le libere
istituzioni, malgrado le difficoltà gravissime, in cui venne allora a trovarsi
la città. L'interruzione però non impedì che, superata la crisi, lo svolgimento
storico fosse ripreso punto stesso, a cui erasi arrestato, cosicchè lo spirito
della costituzione serviana pervade non solo l'elaborazione del diritto
pubblico, ma ancora quella del privato. Fu il non averne tenuto conto
sufficiente che, a mio avviso, ha impedito di dare una spiegazione plausibile
dei più singolari caratteri del diritto primitivo di Roma. 2. – Il concetto ispiratore della riforma
Serviana eimezzi che servirono ad attuarla. 291. Fu abbastanza dimostrato, che
la formazione della città pri mitiva non è un'opera di semplice agglomerazione,
che piglia i ma teriali quali si presentano e li amalgama confusamente insieme;
ma un'opera di selezione, che solo li accetta in quanto entrano nel suo
ordinamento simmetrico e coerente; donde la conseguenza, che se un mutamento si
introduce in una parte essenziale di essa, questo deve pur riflettersi e
riverberarsi nelle altre parti. Ciò apparve nella città patrizia, e appare
ugualmente nella costituzione serviana. Il problema era quello di unire due popolazioni,
che si trovavano, come si è veduto, in condizioni sociali compiutamente
diverse, e di farle entrare a far parte della stessa comunanza civile, politica
e militare. Il fonderle insieme era per il momento impossibile, perchè la
distanza fra di loro. era ancora troppo grande, e certi istituti, come la
religione e i connubii, erano ancora troppo gelosamente custoditi per poter
essere accomunati. Le sole istituzioni, comuni ai due ordini, erano la
proprietà e la famiglia, e il solo inte resse, che li aveva condotti ad
avvicinarsi, era quello di prov vedere insieme alla difesa di sè e delle
proprie terre. Queste sol tanto potevano essere le basi della loro
partecipazione alla medesima città: quindi è che la costituzione serviana,
sebbene allarghi le file del populus, comprendendovi un elemento, che era
escluso dalla città patrizia, finisce però per dare una base più ristretta alla
par tecipazione dei due ordini alla stessa comunanza civile e politica. Mentre
il popolo delle curie aveva comune l'elemento religioso, l'organizzazione
gentilizia, e il culto per le antiche tradizioni; il popolo invece, che esce
dalla costituzione di Servio, viene ad essere composto di capi di famiglia e di
proprietari di terre, che entrano 359 a far parte del medesimo esercito, e più
tardi anche della medesima assemblea, in base alla sola considerazione del
censo, e nell'intento esclusivo di provvedere alla difesa di quegli interessi,
che loro potevano essere comuni. La nuova comunanza pud in certo modo essere
paragonata ad una società, in cui ciascuno viene ad aver diritti ed
obbligazioni proporzionate al proprio censo, il quale viene così ad essere
considerato come una garanzia dell'interesse, che altri può avere all'avvenire
e alla grandezza della città. Il nuovo popolo pertanto non ha nulla a fare
colle curie dei patrizii, ai quali continuano ad essere riservati gli auspizii,
i sacerdozii, le magistrature e gli onori; ma viene ad assumere negli inizii
una organizzazione di carattere essenzialmente militare, in cui la parte
cipazione ai diritti e alle obbligazioni della cittadinanza sotto l'aspetto
militare, politico e tributario viene ad essere determinata esclusiva mente dal
censo. In apparenza quindi l'organizzazione per curie delle genti patrizie è
lasciata integra ed intatta; ma intanto a lato della medesima sorge un nucleo
novello, che per essere più numeroso e più forte finirà per richiamare in sè
ogni energia civile, politica e militare, lasciando col tempo alle curie la
sola custodia delle tradi zioni e dei culti gentilizii. 292. È questo il motivo,
per cui la costituzione serviana potè essere apprezzata in guisa compiutamente
diversa, anche dagli an tichi scrittori, i quali la descrivono, ora come
favorevole al patri ziato o almeno alle classi più elevate, ed ora invece come
favorevole alla plebe. Essa era tale, che da una parte doveva essere accetta al
patriziato, il quale, mentre riteneva ciò, che era esclusivamente suo proprio,
trovava poi più forte il proprio esercito, più ricco il proprio erario, più
ampia la città, di cui continuava ad avere le magistrature e gli onori;
dall'altra doveva anche essere gradita alla plebe, perchè essa, ancorchè sulla
base esclusiva del censo, veniva Che
questo fosse il concetto informatore della costituzione serviana appare da Aulo
Gellio, XVI, cap. 10, n ° 11, il quale dice espressamente che res pecuniaque familiaris obsidis vicem pignorisque esse
apud rempublicam videbatur, amorisque in
patriam fides quaedam in ea, firmamentumque erat . Il paragone poi della
comunanza quiritaria, in base alla costituzione serviana, ad una società di
azionisti già occorre nel NIEBHUR, Histoire romaine, II, p. 193. Il diverso apprezzamento,che gli antichi
fecero della riforma serviana, apparisce da Cic., De rep., II, 22; Liv., 1, 42,
43; Dion., IV, 20. Cfr. in proposito il Bonghi, op. cit., I, 548.360 ad
acquistare una posizione giuridica, che prima non aveva, ed è abbastanza noto,
che quando trattasi di un'aggregazione sociale, il passo più difficile è quello
di potervi penetrare, poichè dopo la forza stessa delle cose condurrà ad avervi
una posizione adeguata al pro prio valore. Questo è certo, per quanto appare
dalla tradizione, che i due ordini sembrano essere concordi nell'accettare la
costituzione di Servio Tullio, per guisa che ad opera compiuta gli riconoscono
re golarmente quel potere, che prima aveva esercitato più di fatto, che non di
diritto; tantoque consensu, quanto haud quisquam alius ante, rex est declaratus.
Intanto la nuova costituzione appare informata anche essa ad un unico concetto,
che è quello di dare a ciascuno nella città una parte proporzionata
all'interesse, che egli può avere per l'incremento della medesima: interesse,
che si ritiene dover essere misurato dal censo. Quest' unico concetto poi viene
incarnandosi nel fatto con mezzi e con istituzioni diverse, fra i quali sono
sopratutto importanti e degni di nota l'ampliamento delle mura, la ripartizione
del territorio in tribù o regioni locali, l'istituzione del censo e
l'organizzazione del nuovo popolo in classi ed in centurie; istituti questi,
che abbozzati negli inizii da mano maestra, dovranno poi ricevere dalla logica
tenace del popolo romano tutto lo sviluppo, di cui possono essere capaci.
Coll’ampliamento delle mura la città, che prima riducevasi ad un complesso di
edifizii, aventi pubblica destinazione e riuniti in un piccolo spazio, a cui
mettevano capo le varie comunanze, viene a comprendere nella propria cerchia
buona parte di tali comunanze, le loro rispettive fortezze, ed una quantità
grande di abitazioni pri vate. Cresce così il nucleo della popolazione urbana
di fronte a quella del contado; il contatto fra il patriziato e la plebe
diviene più intimo e frequente, e la vita della città concorre così a dissol
vere quell'ordinamento per genti e per clientele, che forse sarebbesi mantenuto
stazionario o almeno più duraturo in seno alle comunanze di villaggio. La città
intanto, chiusa e fortificata nelle proprie mura, difesa da un esercito, il cui
contingente viene ad essere più volte moltiplicato, abitata da un popolo
pressochè militarmente organizzato, assume anch'essa un carattere più
decisamente militare e apparisce Liv.,
I, 46. 361 paurosa ed imponente alle popolazioni vicine. Così pure è da questo
momento, che la vita fra le stesse mura conduce a mescolare e a confondere il
sangue delle varie stirpi, fino a che per mezzo di re ciproci adattamenti
finiranno tutte per concorrere a formare un or ganismo unico e coerente. Quasi
poi si direbbe, che i fondatori della nuova città abbiano una certa
consapevolezza dell'avvenire di essa; poichè il nuovo circuito comprende non
solo il Palatino, il Capitolino, il Quirinale, il Celio, il Gianicolo, ma anche
l'Esquilino e il Viminale, alcuni fra i quali sono ancora spopolati (3 );
cosicchè il pomoerium della città non dovette più essere ampliato, durante il
periodo repubblicano, malgrado gli incrementi, che si verificarono nella
popolazione. A questo riguardo vuolsi però osservare, che sebbene la città dal
tipo latino sembri far passaggio al tipo etrusco, tuttavia essa au menta bensi
il suo nucleo centrale, ma serba ancor sempre i ca ratteri primitivi della
città latina. Infatti non tutta la sua popola zione viene ad essere accolta
nelle sue mura, ma buona parte di essa continua ad essere dispersa per le
campagne e fuori delle mura; cosicchè la città continua sempre ad essere un
centro di vita pub blica per popolazioni, che possono avere altrove la propria
resi denza. Cosi pure in tutta questa trasformazione punto non parlasi di nuove
ripartizioni di terre, se si eccettuano i soliti assegni, che per consuetudine
invalsa i re sogliono fare alla plebe; il che si gnifica che le famiglie, le
genti e le tribù dovettero continuare a ritenere le proprie terre (4 ). 294.
Intanto è evidente, che in una città cosi concepita diveniva necessario, che
all'antica distinzione fondata sull'origine e sulla discen L'intento eminentemente militare della cinta
serviana è dimostrato anche dal fatto, che gli intelligenti delle cose militari
ritengono che dall'orientamento di essa si possa perfino argomentare alla
situazione delle porte in essa esistenti. V. BARAT TIERI, Sulle fortificazioni
di Roma antica, Nuova Antologia , 1887,
fascic. 10. Questo concetto trovasi
efficacemente espresso da Floro nel passo citato al lib. I, cap. I, nº 10, 10,
nota 1. MIDDLETON, Ancient Rome, 59.
L'ampliamento delle mura, scrive NIEBIUR, fu il pensiero di un genio, che
confidava nella eternità e negli alti destini della città, e che aperse la via
ai suoi futuri progressi o. Op. cit., II, 123. (4 ) Questi assegni fatti da
Servio Tullio alla plebe sono attestati da Livio, I, 46, più chiaramente ancora
da Dionisio, IV, 9, allorchè scrive:
agrum publicum di visit civibus
romanis, qui ob rei domesticae difficultates aliis, mercedis causa, ser viebant
. e 362 denza si aggiungesse una nuova ripartizione di carattere locale e ter
ritoriale, la quale potesse anche essere di base per constatare la po
polazione, che vi avesse la propria residenza, e per fissare il tributo, a cui
dovesse essere soggetta (tributum ex censu ). Cid si ottenne col ri partire il
territorio in tribù o regioni locali, le quali si suddivisero poi in rustiche
ed urbane. Le urbane sono quattro e prendono senz'altro il nome dalle località,
e chiamansi così Suburana, Esquilina, Collina e Palatina: mentre le rustiche
continuano per la maggior parte a prendere il nome dalle genti patrizie, quali
sarebbero l'Emilia, la Cornelia, la Fabia, la Galeria, l'Orazia, la Menenia,
Papiria, Pollia, Sergia, Romilia, Voturia, Voltinia, ed altre; solo eccettuata
la tribù Crustumina, che sarebbe stata la prima ad essere denominata dalla
località. Cid indica che nel contado continud la prevalenza delle genti, che vi
tenevano le loro possessioni. Il numero origi nario delle tribù rustiche non è
ben noto, ed anzi, secondo alcuni storici, fra i quali Livio, le tribù rustiche
comparirebbero solo più tardi. Questo è certo pero, che la ripartizione, anche
del ter ritorio rustico, era una conseguenza del concetto informatore della
costituzione serviana, e che il numero delle tribù, dopo le guerre a cui diede
occasione la cacciata dei Tarquinii, e forse per la diminuzione del territorio,
che ne fu la conseguenza, appare ri dotto a quello di venti. La
cooptazione della gente Claudia porto le tribù a vent'una, e da quel punto la
storia ricorda tutte le date, in cui la conquista di un nuovo territorio
conduce alla for mazione di nuove tribù, fino al numero di trentacinque, che
poi si mantenne immutabile. Non è già con ciò, che Roma non abbia fatte nuove
concessioni di cittadinanza, ma i nuovi cittadini si fecero rientrare nelle
antiche tribù, le quali, dopo aver avuto una base locale, si mutarono cosi in
altrettanti quadri, a cui poterono essere
Mentre Livio, I, 43 attribuisce a Servio Tullio soltanto la ripartizione
della città nelle quattro tribù urbane, Dionisio, IV, 15, invocando la
testimonianza di Fabio, gli attribuisce eziandio la divisione dell'agro in 26
tribù, cosicchè il numero complessivo delle tribù sarebbe stato di 30. Di qui
la difficoltà di spiegare comemai queste tribù negli inizii della Repubblica
fossero ridotte al numero di 20 soltanto. Anche oggidi la spiegazione più
probabile sembra essere quella data dal Niebhur, secondo cui l'ager romanus
avrebbe sofferto la diminuzione di varii pagi o tribus, in seguito alla guerra
cogli Etruschi guidati da Porsena. Op. cit., II, 154. Quanto all'epoca, in cui
si vennero aggiungendo le altre tribù fino al numero, che poi si mantenne, di
35, sono a vedersi il Willems, Le droit public romain, 34.e il Morlot,
Institutions politiques de Rome, Paris, 1886, p. 71.363 ascritti tutti i
cittadini romani, senza tener conto della effettiva residenza dei medesimi.
295. Sopratutto poi il concetto informatore di tutta la costitu zione serviana
fu l'istituzione del censo; poichè è in proporzione del censo, che vengono ad
essere determinati i diritti e gli obblighi dei cittadini. Vuolsi però aver
presente, che nel censo di Servio Tullio non intervengono tutti gli individui,
ma solo i capi di fa miglia, quelli cioè, che per non essere soggetti a potestà
altrui possono giuridicamente essere considerati come padri di famiglia,
ancorchè in realtà non siano tali. La dichiarazione poi del capo di famiglia
deve essere duplice, cioè comprendere tanto le persone quanto le cose, che da
lui dipendono; donde provenne la conse guenza, che in questo periodo le persone
e le cose, dipendenti dalla stessa potestà, si presentarono come un tutto
indistinto, che suol essere indicato coi vocaboli di familia o di mancipium. Il
padre di famiglia pertanto, o meglio colui, il quale, per non essere sog getto
a potestà altrui, ha diritto di contare per uno nel censo, deve dichiarare
anzitutto, ex animi sententia, il suo stato civile, cioè il suo nome, il
prenome, il nome del padre o del patrono, la tribù a cui trovasi ascritto,
l'età, il nome della moglie, il nome e l'età dei figli. Esso deve dichiarare
eziandio il patrimonio, che a lui ap partiene in proprio; non quello cioè, che
appartenga alla sua gente, ma quello che è collocato in suo capo, che gli
appartiene ex iure quiritium, che fa parte del suo mancipium, il quale in
significa zione più ristretta comprende appunto il complesso dei beni, che
deb È solo in questo modo, che a parer
mio si può risolvere la questione tanto agitata fra gli autori se le tribù
di Servio fossero divisioni di territorio, oppure di visioni di persone. Non
parmi poi che possa ammettersi l'opinione del NIEBHUR, secondo cui le tribù
dapprima non avrebbero compreso che i plebei, e solo dopo il decemvirato
avrebbero compreso anche i patrizii (Op. cit., IV, 16 ); poichè il loro stesso
nome derivato da quello di genti patrizie ed anche lo scopo della ripartizione
del territorio in tribù o sezioni dimostrano ad evidenza il contrario. Che
anzi, in base alla narrazione di Dionisio, IV, 15, il re Servio non solo
avrebbe diviso il ter ritorio in tribù, ma nei siti montani avrebbe costrutto
dei pagi, che dovevano ser vire come luogo di rifugio, e avrebbe obbligato
tutti quanti gli abitatori (omnes romanos) a consegnarsi nel censo addito et urbis tribu et agri pago, ubi
singuli habitarent ; il che fa credere, che le tribù rustiche serviane fossero
un rimaneggia mento dei pagi, che già prima esistevano nel territorio
circostante a Roma. Cfr. il Morlot, op. cit., 57 e seg., ove espone le varie
opinioni degli autori intorno al carattere locale o personale delle tribù. 364
bono essere valutati nel censo. Sarà poi in base a questo censo, che sarà
designata la classe del popolo, a cui deve appartenere, tanto per sè che per i
figli, che abbiano raggiunta l'età di diciasette anni, e verranno cosi ad
essere determinati i suoi diritti e le sue obbliga zioni sotto l'aspetto
politico, militare e tributario ad un tempo . 296. Basta questa semplice
indicazione per comprendere l'im mensa importanza, che dovette, sopratutto
negli esordii, esercitare una istituzione di questa natura sopra il popolo
forse più tenace che presenti la storia in quella che il Jhering chiamerebbe la
lotta per il diritto. Per la città serviana la formazione del censo ha quella
stessa importanza, che ha per una società di carattere mercantile la
determinazione del contributo, che altri deve arrecare alla for mazione del
capitale sociale, il quale contributo dovrà poi servire di base per la
ripartizione dei profitti e delle perdite. Essa costrinse a considerare ogni
individuo come un caput, il quale tanto vale quanto è il numero dei figli e
l'ammontare delle sostanze, in base a cui egli contribuisce alla comunanza. In
essa l'uomo non è solo contato, ma in certo modo è anche pesato, e viene ad
essere isolato da ogni altro suo rapporto, per essere considerato
esclusivamente sotto il punto di vista delle persone e delle sostanze, che in
lui vengono ad unificarsi. Vi ha di più, ed è che la proprietà, che conta nel
censo serviano, non è la proprietà gentilizia, che apparteneva al solo pa
triziato, ma è la proprietà famigliare e privata, che era la sola, che fosse
comune al patriziato ed alla plebe. Di qui la conseguenza, che tutte le altre
forme di proprietà vengono di un tratto ad essere lasciate in disparte,
cosicchè se le genti patrizie vorranno 284 ' e seg Quanto alle operazioni relative al censo cfr.
WILLEMS, op. cit., Per me è sopratutto notabile la circostanza, che il capo
di famiglia doveva denun ziare persone e cose, che da lui dipendevano,
poichè essa serve a spiegare come i due vocaboli di familia e di mancipium
potessero talvolta scambiarsi fra di loro, e as sumessero una significazione
così larga da comprendere le persone le cose ad un tempo. Cid non accadeva già,
perchè si confondessero persone e cose, ma perchè le une e le altre apparivano
nel censo come dipendenti dalla stessa persona. Tale doppia consegna è
attestata espressamente da Dion.,. IV, 15, verso il fine. Parmi che in questo
modo si possano conciliare le due opinioni contrarie del MARQUARDT, Das privat
leben der Römer, 2 e quella del Voigt, Die XII Tafeln, II, pagg. 6 e 83-84, quanto
alla significazione primitiva dei vocaboli manus, di mancipium e di familia.
Cfr. in proposito il Longo, La mancipatio, Firenze, 1887, 5, nota 8, ed il
BONFANTE, Res mancipi e nec mancipi, Roma 1888, 100, nota 1. 365 avere nelle
classi l'appoggio dei proprii clienti, dovranno dividere fra essi i proprii
agri gentilizii, e fare a ciascuno un'assegno di terra in proprietà quiritaria,
che valga a farli ammettere in una delle classi. Da questo momento viene solo
più ad essere questione di mancipium o di nec mancipium, perchè è solo il
primo, che conta nel censo di Servio Tullio, e se il medesimo non giunga ad una
certa misura, altri non potrà essere censito, che per il proprio capo (capite
census ), o verrà ad essere confinato nei proletarii, senza poter far parte
delle classi e delle centurie, in cui si raccoglie l'eletta del popolo romano,
ossia coloro (adsidui, locupletes) i quali avendo una terra di loro proprietà
esclusiva, si possono ritenere aver interesse alla difesa della patria comune.
Si comprende quindi l'affezione tenace, con cui il plebeo, ammesso a questa
condizione nella città, si attacca al proprio tugurio e al campicello, che lo
circonda, perchè è questo, che gli assicura una posizione giuridica, militare,
economica per sè e per i proprii figli, quando siano perve nuti ai diciasette
anni; il che spiega eziandio come il plebeo ami meglio di vincolare se stesso e
la propria figliuolanza col nexum, che di privarsi della sua piccola terra.
297. Noi stentiamo naturalmente a ricostruire col pensiero tutte le
conseguenze, che una istituzione di questa natura può avere pro dotto sovra un
popolo, come il romano, in un momento storico, in cui la grande opera, a cui si
intendeva, era la formazione della ' città. Quando si pensi tuttavia, che
trattavasi di un popolo, il quale una volta ammesso un principio sapeva trarne
tutte le conseguenze di cui poteva essere capace, che possedeva una mirabile
potenza, che chiamerei di astrazione giuridica, la quale consiste nell'isolare
l'ele mento giuridico da tutti gli altri con cui trovasi intrecciato, e che
questo popolo fu costretto per secoli a misurare la propria posizione politica,
militare e tributaria attraverso il crogiuolo del censo, si pud in qualche modo
giungere a comprendere il punto di vista rigido ed esclusivo, a cui esso fu
costretto di collocarsi e le con seguenze, che possono esserne derivate nella
elaborazione del suo diritto. Ciò spiega intanto l'importanza immensa, che si
diede per tutto il periodo dalla repubblica alla istituzione del censo; le
cerimonie religiose, da cui esso era preceduto ed accompagnato; le cure, che
pose nel medesimo lo stesso Servio, il quale, secondo la tradizione, ebbe a
farlo per ben quattro volte; le pene gravissime, cioè la vendita al di là del
Tevere, da lui stabilite contro coloro, 366 che non si fossero fatti iscrivere
nel censo (incensi); l'opportunità, che si senti più tardi di creare talvolta
un dittatore per la sola for mazione del censo, e di affidare poscia la
formazione del censo ad una speciale magistratura (censura), a cui potevano
esservene delle altre superiori in imperio, manessuna che fosse superiore in
dignità. Ciò spiega infine la singolare evoluzione, che venne ad avere in Roma
il concetto del censo, il quale negli inizii comincia dall'essere una
valutazione, che potrebbe chiamarsi puramente economica dei singoli capi di
famiglia, e poi finisce per cambiarsi in una specie di valutazione politica e
morale di tutti i cittadini. Cid infatti è comprovato dalla trasformazione, che
accade nel censore, che isti tuito dapprima per la materiale formazione del
censo, reputata in degna delle cure dei consoli, finisce per acquistare tale un
potere, da eleggere senatori, fare la ricognizione dei cavalieri, imprimere
note di ignominia su chi venga meno al pubblico o al privato co stume, prendere
le persone da una classe per confinarle in un altra, e trasportare a suo
beneplacito tutta una classe di popola zione dalle tribù rustiche alle urbane o
viceversa, e ad essere cosi l'arbitro sovrano della cooperazione effettiva, che
i varii individui e le varie classi recano al benessere delle città. 298.
Infine è anche il censo, che serve di base alla classificazione del populus
nelle classi e nelle centurie. Non è già, come alcuni credettero, che coloro, i
quali non avevano un certo censo, non fossero contati ed iscritti a questa o a
quella tribù; ina essi vi erano iscritti solo nel capo (capite censi), oppure
nella classe dei proletarii, la quale secondo Aulo Gellio, honestior aliquanto et re et nomine quam
capite censorum fuit . Gli uni e gli altri non facevano di regola parte
dell'esercito, perché né la repubblica avrebbe avuto garanzia dell'interesse,
che essi avevano a combattere per essa, nè essi avrebbero avuti i mezzi per far
fronte alle spese per il proprio equipaggio. Quelli invece, che giungevano ad
un certo censo appartenevano agli adsidui, per l'assiduità appunto a compiere
il loro ufficio civile e politico (munus), sia pagando le imposte (ab asse
dando), sia ubbidendo alla leva, sia per la sede fissa, ove po tevano essere
cercati e dove avevano i loro possessi (locupletes). Il criterio, che servì a distinguere i varii
ordini di persone indicati coi voca boli di capite censi, proletarii, adsilui e
locupletes, si può ricavare sopratutto da Aulo GELLIO, XVI, 10. È pure lo
stesso Gellio, il quale ci attesta che la proprietà 367 I vocaboli di classi e
di centurie, ed anche il luogo, ove si riu nirono i comizii centuriati (Campo
Marzio ), il modo di convocazione di essi (per cornicinem ), e il vessillo
rosso inalberato sul Gianicolo o in arce durante le riunioni di questi comizii,
rendono verosimile il concetto stato svolto sopratutto dal Mommsen, che questa
riparti zione siasi presentata dapprima con un carattere principalmente
militare. Cið poteva anche essere opportuno per ovviare a quella opposizione
del patriziato e degli auguri, che aveva incontrato l'an tecessore di Servio; e
sembra anche corrispondere all'intento, che si propone la comunanza serviana,
che è quella di provvedere so pratutto alla comune difesa. Egli è però certo,
che se la costituzione per classi e per centurie è negli inizii organizzata per
guisa da presentare l'aspetto di un esercito, essa è però in condizioni tali da
cambiarsi facilmente nell'assemblea di un popolo; perchè i suoi quadri possono
essere allargati in guisa da non comprendere solo un esercito, ma tutta la
popolazione di una città. 299. Ad ogni modo nel loro primo presentarsi le
classi e le centurie di Servio costituiscono un vero esercito, di cui venne ad
allargarsi la base, in quanto che nella sua composizione più non si ha riguardo
all'origine ed alla discendenza, ma unicamente al censo. Nelle sue file possono
essere compresi tutti i liberi abitanti del ter ritorio di Roma, distribuito
per quartieri o regioni, senza riguar tenuta in conto nel censo era quella
famigliare e privata, poichè egli parla di res, pecuniaque familiaris, e dice
che i proletarii si arrolavano nell'esercito solo in caso di necessità, e che i
capite censi vi furono solo arrolati da Mario nella guerra contro i Cimbri o in
quella contro 'Giugurta. Tutte queste distinzioni poi fondate sul censo
spiegano le espressioni di Livio, I, 42, che dice il censo rem saluberrimam tanto futuro imperio, e
chiama Servio a conditorem omnis in civitatem discriminis ordinumque, quibus
inter gradus dignitatis fortunaeque aliquid interlacet. Pur ammettendo col
Mommsen, Hist. rom., I, cap. VI, e col Peluam, v° Rome, Encych. Britann.., XX, 731 che lo ha seguito,
che l'ordinamento per classi e centurie, tanto più se posto a raffronto con
quello delle curie, avesse un carattere eminentemente militare, non
parmituttavia, che anche nei suoi inizii si possa escludere affatto la sua
attitudine alle funzioni civili. Ciò ripugna al carattere delle istitu zioni
primitive, le quali di regola hanno del civile e del militare ad un tempo, ed
alla circostanza, che mal si saprebbe comprendere comemaiuna base, come quella
del censo, non dovesse servire ad altro, che ad indicare il modo con cui le
varie classi aves sero ad equipaggiarsi. Del resto questo carattere
esclusivamente militare mal potrebbe conciliarsi con ciò che scrive Livio, I,
42: tum classes centuriasque, et hunc ordinem ex censu descripsit, vel paci
decorum, vel bello . 368 dare se essi entrino o non nelle antiche divisioni, e
senza più tenere conto delle formalità e delle cerimonie religiose proprie
delle riunioni esclusivamente patrizie. La sua unità è la centuria, che
nominalmente dovrebbe comprendere cento uomini; le centurie poi vengono ad
essere aggruppate in classi, che sono in numero di cinque, e che alcuni
vorrebbero collocate nell'ordine stesso della falange. Le centurie, che vengono
prime, sono composte dei più ricchi cittadini, che possono procacciarsi un
completo equipaggio indispen sabile per coloro, che primi debbono sostenere
l'urto del nemico. Esse in numero di 80 costituiscono la prima classe. Dopo
vengono le centurie della seconda e terza classe, in numero di 20 per ogni
classe, le quali sono già meno completamente armate, ma costituiscono con
quelle della prima classe la fanteria pesante. Ultime vengono le centurie della
quarta e della quinta classe, di cui quella composta di 30 e questa di 20
centurie, reclutate fra i cittadini meno ab bienti, e che serviranno come
fanteria leggiera. L'intiero corpo degli uomini liberi è poi diviso in due
parti eguali, cioè in un numero eguale di centurie di seniores (da 47 ai 60
anni), che costituivano l'esercito di riserva, ed un uguale numero di centurie
di iuniores (dai 17 ai 46 anni) per il servizio attivo. Ciascuno di questi
corpi viene cosi ad essere composto di 85 centurie (8500 uomini) ossia di
due legioni di circa 4200 per ciascuna, che costituiva appunto la forza normale
della legione consolare durante la repubblica. In sieme colle legioni, ma non
inchiuse con esse, vi erano 2 centurie di fabbri e di legnaiuoli (fabri,
tignuarii) e 2 di suonatori di tromba e di corno (tibicines et cornicines ),
circa le quali non vi è accordo quanto alle classi a cui erano assegnate. Per
quello poi che si riferisce al censo richiesto per ciascuna classe, il medesimo
ci pervenne calcolato in assi, ma è probabile che nelle origini dovesse essere
valutato in iugeri. È abbastanza noto,
che il censo per la prima classe era di 100 mila assi, per la seconda di 75
mila, per la terza di 50 mila, e per la quinta classe di 11,000 secondo Livio e
di 12,500 secondo Dionisio; ma il difficile sta in determinare, se negli inizii
la fortuna dei cittadini non fosse piuttosto valutata in iugera, e in de
terminare qual fosse il valore dell'asse. Il MOMMSEN afferma come fuori di ogni
dubbio, che l'iscrizione alle varie classi era dapprima determinata dal
possesso delle terre, argomentando anche dalle denominazioni di adsidui e
locupletes. Hist. rom., chap. VI. Di recente poi il Karlowa ha pur seguìta la
stessa opinione e ha rite nuto che il iugerum debba ritenersi rispondere a
cinque mila assi, cosicchè il patri monio della prima classe corrisponderebbe a
20 iugeri, quello della seconda a 15, 369 Intanto però in questa organizzazione
militare del populus con tinuano a tenere un posto distinto le centurie degli
equites. Di queste 6 ritengono ancora i vecchi nomi di Ramnenses, Titienses e
Luceres primi et secundi, e sono ancora composte esclusivamente di patrizii.
Esse quindi stanno a parte, son determinate dalla na scita, e costituiscono i
sex suffragia; poichè è da esse che si trae a sorte la centuria principium,
quella cioè, che sarà chiamata a votare per la prima nei comizii centuriati. Ad
esse poi furono ag giunte da Servio altre 12 centurie, le quali sono reclutate
dai più ricchi ordini di cittadini, sia patrizii che plebei . Da questi brevi
cenni appare che, pur ammettendo il carattere essenzialmente militare di questa
organizzazione, basterà però sop primere nella centuria il limite di 100, per
togliere alla medesima tutta la sua rigidezza militare, e per fare entrare nei
suoi quadri tutta la popolazione della città; trapasso, che non offrirà gravi
diffi coltà quando si consideri la facilità, che è propria delle organizzazioni
primitive di passare dalle funzioni militari alle civili, e il nessun scrupolo,
che si fecero i Romani di mantenere costantemente il vo cabolo antico, facendo
anche entrare in esso un contenuto diverso da quello, che sarebbe indicato dal
medesimo. Queste sono le istituzioni fondamentali di Servio; ora importa di
vedere lo svolgimento storico, che esse ebbero a ricevere e la con seguente
influenza che esercitarono sul diritto pubblico e privato di Roma. quello della
terza a 10, della quarta a 5 iugeri, e quello della quinta a 2 iugeri incirca,
ritenendo con Livio, che il censo della medesima ammontasse a soli 11,000 assi.
Röm. R.G., I, 69-70. Sono a vedersi, quanto al valore dell'asse, il WILLEMS, op.
cit., 58 e segg., dove son riassunte le diverse opinioni al riguardo, e il
Voigt, Die XII Tafeln, I, 16 a 23.
Quanto agli equites e ai loro rapporti coi primitivi celeres, richiamo
volentieri i due recenti lavori del BERTOLINI, I celeres e i7 tribunus celerum,
Roma, 1888, e del TAMAssia, I Celeres, Bologna, 1888. - Par ammettendo col
primo che gli equites non siano che uno svolgimento dei primitiviceleres (p.
31) e col secondo che i celeres possano anche essere un ricordo di qualche
istituzione, che occorre presso tutti i popoli di origine Aria (p. 19), continuo
però a ritenere, che nell'ordinamento simmetrico della primitiva città patrizia
vi fosse una rispondenza fra i celeres, che costituivano la corte militare del
Re primitivo e il senato, che ne costituiva il consiglio, donde quella
correlazione, che per qualche tempo si mantenne fra gli aumenti nel senato e
quello degli equites, e la distinzione così del senato come degli equites in
decuriae. V. sopra, nº 191, 233 e 234. G. C., Le origini del diritto di Roma. 24 - 370 -
CAPITOLO II. Influenza della costituzione Serviana sul diritto pubblico di
Roma. 300. L'influenza della costituzione Serviana sullo svolgimento, che
ebbero le istituzioni politiche di Roma, durante l'epoca repubbli cana, non può
essere posta in dubbio, e non mancano i lavori ché la posero in evidenza. Ne
ebbero consapevolezza anche i Romani, come lo provano le tradizioni, che
attribuirono a Servio Tullio di aver voluto abdicare per istituire due consoli
annui, e che fanno ricorrere i due primi consoli della repubblica ai
commentarii di Servio Tullio, per ricavarne le norme secondo cui dovevano adu
narsi i comizii per centurie. Le due tradizioni possono anche essere non vere:
ma dimostrano ad ogni modo in coloro, che le trovarono e le custodirono, la
persuasione, che la costituzione repubblicana metteva capo alle istituzioni
serviane, e che, appena superato il peri colo della tirannide, si dovette
riprenderne lo svolgimento al punto stesso, a cui era stato interrotto. Ad ogni
modo se si tenga dietro alla evoluzione storica, quale si rivela negli
avvenimenti, si può affermare con certezza, che le istituzioni politiche di
Roma per tutto il periodo repubblicano implicano uno svolgimento continuo e non
mai interrotto dei concetti informatori della costituzione patrizia, combinati
perd e modificati dalle istituzioni fondamentali della co stituzione serviana.
301. Fra queste modificazioni è fondamentale e determina tutte le altre
trasformazioni, che derivarono dalla costituzione serviana, quella, in virtù
della quale venne a mutarsi nella sua stessa base il concetto del populus
romanus quiritium. Questa espressione
NIEBHUR, Histoire romaine, II, 91 a 255; Huscke, Die Verfassung der
Königs Servius Tullius, Heidelberg, 1838; Maury, Des événements qui portèrent
Servius Tullius au trône. Mém. de
l'Acad. des Inscript. et belles lettres , année 1866, vol. 25, 107 a 223:
Herzog, Geschichte und System der römischen Staats verfassung, Leipzig;
KarlowA, Röm. Rechtsgeschichte, I, SS 11, 12, 13, 64 a 85. Liv., Hist., I, 48; I, 60. È però a notarsi,
che queste tradizioni non sono con fermate da Dionisio. Cfr. Bonghi, Storia di
Roma, I, 242. - 371 infatti, che un tempo aveva indicato esclusivamente il
popolo delle curie, venne secondo il metodo romano ad essere trasportata al
popolo delle classi e delle centurie, come lo dimostrano la denomi nazione di
quirites, che d'allora in poi è applicata appunto a tutti i membri del popolo
delle centurie, non che ai testimonii ricavati dal medesimo per gli atti di
carattere quiritario (classici testes ), ed è anche adoperata nelle formole di
convocazione dei comizii centuriati, stateci conservate da Varrone. Quanto ai
membri delle curie pri mitive essi, in quanto entrano nelle classi e nelle
centurie, sono anche compresinel vocabolo generico di quirites, ma in quanto
hanno delle proprie assemblee, in quanto ritengono per sè le magistrature, gli
onori, gli auspizii, i sacerdozii, in quanto insomma formano ancora un nucleo
separato del populus romanus quiritium, prendono il nome di patres o di
patricii, come già si è veduto discorrendo della patrum au ctoritas, della lex
curiata de imperio e dell'interrex . Mentre quindi prima i termini non erano
che due, quelli cioè di populus e di plebes; dopo Servio i termini vengono ad
essere tre, cioè quello di patres o patricii, che indicano i primitivi
fondatori della città, i ritentori degli auspicia e dell'imperium; quello di
plebes, che designa l'elemento, stato di recente ammesso nella medesima; e
quello infine di populus, che comprende l'uno e l'altro elemento, sopratutto in
quanto entra a far parte delle classi e delle cen turie (3 ). In questo senso
vuolsi ammettere col Mommsen, che uno dei significati di populus sia stato
quello di leva plebeo-patrizia; ma certo non può dirsi, che questa sia stata la
significazione primi tiva del vocabolo; poichè nulla vi è di ripugnante al
processo ro mano, che la stessa parola abbia indicato prima la riunione
degli Le formole di convocazione delle
classi, conservateci da VARRONE, De ling. lat., VI, 86 a 95, sono riportate dal
Bruns, Fontes, 383.I classici testes sono poi ricordati da Festo, pº classici,
come testimoni adoperati nei testa menti; ma è probabile che questo nome si
estendesse a tutti i testimonii dell'atto per aes et libram, di cui il
testamento non era che un'applicazione, come si vedrà a suo tempo al cap. IV, 4 di questo libro. V. sopra, lib. II, nº 198, 240e le note
relative. È questo appunto il concetto
di populus, quale appare più tardi anche nei grammatici e nei giureconsulti.
Aulo Gellio infatti, Noct. Att., X, 20, attribuisce al giureconsulto Ateio
Capitone di aver distinto il popolo dalla plebe, quoniam
in populo omnis pars civitatis, omnesque eius ordines contineantur:
plebes vera, ea < dicitur, in qua gentes civium patriciae non insunt , il
qual concetto poi ricompare in GaJo, Comm., I, 3 e ancora nelle stesse
Institut. di GIUSTINIANO, I, 2. 372 uomini validi ed armati della tribù
gentilizia, poi il populus confe derato della città patrizia, e da ultimo il
popolo patrizio - plebeo della città serviana. Questo populus intanto perde in
gran parte quel carattere reli gioso e patriarcale del popolo delle curie, e
assume invece il ca rattere, che è proprio di coloro, che entrano a costituirlo;
viene cioè ad essere un popolo di capi di famiglia e di proprietarii di terre,
che da una parte sono uomini di arme e dall'altra sono de diti alla coltura delle
terre, e i quali si considerano come isolati da tutti quei rapporti gentilizii,
in cui possono trovarsi vincolati. I quiriti dell'epoca serviana vengono ad
essere considerati come indivi dualità indipendenti e sovrane; hanno l'asta
come simbolo del pro prio diritto; ritengono come proprie le cose sopratutto
che riescono a togliere al nemico, ed il loro potere appare senza confine cosi
rispetto alle persone, che alle cose, che da essi dipendono; donde le
caratteristiche peculiari del ius quiritium, che viene formandosi in questo
periodo, come cercherò di dimostrare a suo tempo. 302. Modificato così il
concetto del populus, cioè l'elemento es senziale della costituzione primitiva,
da cui escono tutti gli altri, era naturale, che anche questi dovessero
lentamente e gradatamente trasformarsi in correlazione col medesimo. E così
accade appunto del senato, il quale accompagnando lo svolgimento lento e
graduato della costituzione romana, comincia ad accogliere fin dagli inizii
della repubblica i principali dell'ordine equestre, i quali per tal modo
vengono ad essere conscripti coi patres, donde la formola patres et conscripti,
finchè più tardi esso viene a ricevere tutto l'elemento, che siasi reso
benemerito della repubblica, sostenendone degnamente le magistrature e gli
uffizii, o che abbia così quell'età e quell'esperienza, che valgono ad
assicurare la repubblica della au torità del suo consiglio (3 ). Cosi invece
non accadde del magistrato, poichè questo continud MOMMSEN, Rötnische Forschungen. V. il cap. seg. in cui si discorre
dell'influenza della costituzione serviana sul diritto privato. (3 ) Le
trasformazioni introdotte nella composizione del Senato in base alla les Ovinia
che deferì ai censori la senatus lectio sono brevemente riassunte dal Lan
DUCCI, nel suo scritto sui Senatori Pedarië, Padova 1888, pagg. 7-8, colle note
re lative. - 373 ancora per qualche tempo ad essere ricavato esclusivamente
dalla classe dei patrizii; donde la conseguenza, che è sopratutto contro
l'imperio dei consoli, che spiegansi le prime sedizioni della plebe, le quali
più non si arrestano fino a che la plebe non abbia ottenuta, anche nelle
magistrature e nei sacerdozii, quella parte, che già aveva conseguita negli
altri aspetti della costituzione politica. Cið era na turale, perchè non vi
sarebbe stata coerenza in un organismo, in cui il popolo e il senato già
potevano essere tolti dai due ordini, che concorrevano a formarlo; mentre il
magistrato poteva essere scelto in un ordine soltanto e quindi veniva ad
apparire piuttosto come un custode dei privilegii del patriziato, che come un
rappresentante imparziale del popolo. Di qui la conseguenza, che anche le
lotte, che vennero ad esservi fra patriziato e plebe, possono in gran parte
ritenersi determinate dalla costituzione serviana, come meglio sarà dimostrato
a suo tempo . 303. Mentre si avverano queste modificazioni negli organi essen
ziali della costituzione politica, e quindi si trasformano a poco a poco le
loro principali funzioni, che, come si è veduto, consistono nella formazione
delle leggi, nella elezione del magistrato e nella amministrazione della
giustizia, tutte le istituzioni serviane, che negli inizii erano soltanto
abbozzate, vengono prendendo tutto quello svol gimento, di cui potevano essere
capaci. Cid appare quanto al censo, il quale, come già si è accennato,
incomincia dal presentarsi come una valutazione economica dei cit tadini, e poi
cambiasi a poco a poco in una valutazione politica e morale dei medesimi. Il
punto di partenza viene ad essere quello di dare a ciascun cittadino una parte
di diritti e di obblighi, che sia proporzionata al suo censo, mentre lo
svolgimento posteriore conduce a dare ai singoli individui e ai varii elementi
del popolo una parte, che vorrebbe essere proporzionata alla cooperazione, che
essi recano al pubblico bene. Abbiamo quindi i magistrati uscenti di ufficio,
che somministrano il contingente per la formazione del senato e poscia
dell'ordo senatorius; abbiamo gli equites, che perdono il carat tere
essenzialmente militare, che avevano nelle proprie origini, e finiscono per
formare un ordine distinto di cittadini, che chiamasi ordo equestris, e
costituiscono una specie di aristocrazia del censo, V. il cap. IV del presente libro, in cui si
tratta appunto delle lotte fra il patriziato e la plebe. 374 da cui esce poi la
nuova nobiltà, la quale, dopo aver lottato coll'an tica, finisce per
confondersi con essa. Di qui la conseguenza, che col tempo quel populus, che
erasi formato, mediante la riunione del patriziato e della plebe, finirà
un'altra volta per subire un nuovo dualismo, che è quello del partito popolare
e del partito degli otti mati. Queste però sono conseguenze remote
dell'ordinamento ser viaño, fondato sul censo, mentre è assai più facile tener
dietro alle trasformazioni, che subirono le centurie e le tribù introdotte col
medesimo. 304. Le centurie infatti, allorchè perdettero il loro carattere es
senzialmente militare, finirono per cambiarsi in altrettanti quadri, in cui
potè essere compreso tutto il popolo romano, che avesse rag. giunto certi
limiti nel censo, il quale, fissato dapprima in iugeri di terra, sembra essersi
più tardi calcolato in una somma di denaro. Si formarono così quei comisii
centuriati, che ebbero tanta impor tanza sopratutto nei primi secoli della
repubblica, e che furono per certo una delle assemblee meglio organizzate, che
offra la storia politica dei popoli civili. È tuttavia notabile, che anche in
questa parte si conserva sempre mai l'antico modello, per guisa che i con cetti
informatori dell'assemblea delle centurie sembrano essere tolti e trasportati
da quella più antica delle curie. Anch'essi quindideb bono essere preceduti da
cerimonie religiose, ed il magistrato, che li convoca in giorni prestabiliti
(dies comitiales), essendo investito degli auspicia, debbe prima investigare se
gli dei si dimostrino fa vorevoli alle deliberazioni, che debbono essere prese
dai comizii. Anche la precedenza nella votazione deve seguire l'antico costume,
e quindi precedono le sei centurie di cavalieri, le uniche cioè che
rappresentino ancora il patriziato primitivo, fondatore della città; quindi è
fra esse, che chiamansi i sex suffragia, che viene tratta a sorte quella che
dovrà essere la centuria principium, il cui voto continua ad essere considerato
come un augurio (omen). Dopo aver così attribuita la debita parte alla nascita
e ai primi fondatori della città, viene il riguardo all'età, in quanto che i
seniores (dai 47 ai 60 anni) hanno in ogni classe un numero di centurie eguale
a quello dei iuniores (dai 17 ai 46 ), malgrado il numero certo maggiore di
questi ultimi, e le loro centurie negli inizii erano probabilmente le Queste trasformazioni sono accuratamente
seguìte dal Madvig, L'État romain, trad. Morel, Paris 1882, tome 1er, 135.375
prime chiamate a dare il proprio voto. Viene poscia la considera zione del
censo, in quanto che le centurie, che votano per le prime sono, dopo le
diciotto centurie degli equites, quelle della prima classe e queste sono in
numero tale, che se siano concordi, possono da sole avere la maggioranza, senza
che più occorra di passare alla chia mata delle altre classi. Intanto perd nel
seno di ogni centuria ogni individuo ha il proprio voto, e tutti contano
egualmente; ma, come già accadeva nelle assemblee curiate, l'esito definitivo
dipende dalla maggioranza delle centurie. Qui parimenti si presentano le
distinzioni fra comitia e contiones; come pure dovette introdursi eziandio la
distinzione fra comizii propriamente detti e i comizii calati, in cui si
compievano pei quiriti i testamenti e le arroga sioni, ma questi non sembrano
essere durati lungamente, perchè erano una semplice imitazione dell'antico,
senza che avessero lo scopo dei comizii calati delle curie, che era quello di
mantenere salda ed integra anche nella città la primitiva organizzazione delle
genti patrizie. Così pure sopra i nuovi comizii, i padri, antichi fondatori
della città, continuano ad esercitare una specie di prote zione e di tutela,
sotto il nome di patrum auctoritas, dalla quale i comizii centuriati riescono
ad emanciparsi soltanto molto più tardi (3 ). 305. Nella realtà però questa
imitazione dell'antico non impe disce che tutte le principali funzioni vengano
a concentrarsi nei co mizii centuriati. Sono essi infatti che votano le leggi
fondamentali dello stato, come le leggi Valerie-Orazie, la legislazione
decemvirale, le leggi Licinie Sestie, e da ultimo la legge Ortensia; sono essi
parimenti, che nominano i magistrati maggiori, come i consoli, i pretori, i
censori, quei magistrati insomma, il cui potere può essere considerato come una
suddivisione di quell'imperium, che trovavasi un tempo con centrato nel re. Da
ultimo fu davanti alle centurie, che dovette essere interposta quella
provocatio ad populum, che un tempo pro ponevasi dinanzi al popolo delle curie;
il che spiega comeun ma Sono queste
gradazioni e distinzioni che fecero dire a CICERONE, De leg., III, 19, 44: <
descriptus enim populus censu, ordinibus, aetatibus plus adhibet ad suf fragium consilii, quam populus fuse in tribus
convocatus ; concetto che ripete con altre parole nel De rep., II, 22. L'esistenza di comizii calati, proprii delle
centurie, è attestata espressamente da Aulo Gellio, XV, 27, 1. V. quanto alla patrum auctoritas ciò che si è
detto al nº 198, 240.376 gistrato annuo, come il console, abbia finito per
rinunziare a poco a poco a pronunziare condanne, da cui poteva esservi
appellazione al popolo, il quale venne cosi ad essere direttamente investito
della giurisdizione criminale. Intanto si comprende eziandio come la lotta fra
i due ordini, finchè non furono ancora del tutto pareggiati, abbia dovuto
concentrarsi so pratutto nei comizii centuriati, e come quindi il patriziato
per assi curarsi una prevalenza nel seno delle centurie, abbia dovuto dividere
i proprii agri gentilizii fra i clienti, acciò i medesimi potessero essere
collocati nelle classi e possibilmente nella prima di esse, la quale aveva una
prevalenza sopra tutte le altre. Per talmodo la disorganizzazione delle genti,
che erasi già iniziata colla costituzione di Servio, con tinud necessariamente
collo svolgersi delle istituzioni da lui intro dotte; poichè quei clienti, che
sotto l'impressione immediata del benefizio ricevuto stavano ancora agli ordini
dell'antico patrono, se ne emanciparono ben presto, allorchè il censo loro
assicurò una indipendenza, mediante cui poterono talvolta aggregarsi alla
stessa plebe. Conviene tuttavia riconoscere, che la plebe negli inizii del
l'organizzazione per centurie male poteva riuscire nella lotta contro un
patriziato reso forte e numeroso mediante l'appoggio dei proprii clienti. Di
qui la conseguenza, che la plebe resa impotente alla lotta nei comizii per
centurie, dovette appigliarsi a riunioni che non avessero più la loro base nel
censo, ma bensì nel luogo di residenza e nel numero. A tal uopo la plebe,
guidata ed organizzata dai proprii tribuni, seppe trarre profitto di un'altra
istituzione ser viana, che è quella della tribù locale, ricavando da essa uno
svolgi mento, che probabilmente non doveva essere nella intenzione di quegli,
che l'aveva istituita. 306. La tribù nella costituzione serviana non era che
una ripar tizione locale, fatta in uno scopo essenzialmente amministrativo,
cioè per fare il censo, per fare la leva militare e per ripartire i tributi.
Essa però aveva il vantaggio su tutte le altre ripartizioni, che mentre le
curie non comprendevano dapprima che i patrizii, e le centurie e le classi non
accoglievano che i locupletes od adsidui, le tribù invece comprendevano anche i
proletari, i capite censi, gli aerarii; quindi in essa esisteva un
germeessenzialmente democratico, Cfr.
ciò che si è detto più sopra intorno alla provocatio ad populum nel pe riodo
regio, n ° 245 e 246, 299.377 che non poteva mancare di svolgersi col tempo.
Era infatti naturale, che i tribuni della plebe, per radunare la medesima, non
potessero indirizzarle il proprio appello, che per tribù (tributim ), e che
quindi si facessero già in questa guisa quelle prime riunioni, che appellavansi
concilia plebis. Intanto le tribù, che avevano dapprima un carattere
essenzialmente locale e comprendevano realmente le persone, che dimoravano in
quel determinato quartiere, si cambiarono in effetto in altrettanti quadri, in
cui poterono essere compresi tutti i cittadini romani, senza tener conto del
sito effettivo, in cuiavessero la propria residenza. Si avverò anche in questo,
ciò che è accaduto in molte altre istituzioni di Roma, che cominciano
dall'avere una base reale nei fatti, ma col tempo si cambiano in concezioni
teoriche ed astratte, e in forme tipiche, in cui può farsi entrare un
contenuto, che nella realtà loro non potrebbe appartenere. Per tal guisa la
ripartizione delle tribù diventò la più comprensiva di tutte; cesso quasi di
essere locale per diventare personale; la indicazione della tribù entrò a far
parte della denominazione stessa del cittadino romano, e fu in tal modo, che
essa potè riuscire di base alla più democratica delle riunioni, che siasi
conosciuta in Roma, che fu quella appunto dei comizii tributi. Questi non hanno
più il carattere militare dei co mizii centuriati, ma hanno un'impronta
essenzialmente cittadinesca; si tengono perciò nel foro e nei primitempi si
riuniscono nei giorni di mercato, in cui la plebe del contado ha occasione di
convenire nella città . 307. Tuttavia anche i comizii per tribù, allorchè
entrarono nei quadri regolari della costituzione politica, finirono per
modellarsi sulle assemblee precedenti. Essi infatti, quando sono giunti al
pieno loro sviluppo, sono anche preceduti dagli auspizii, quando siano
convocati da un magistrato, a cui questi appartengano, e sono convocati
solennemente dal medesimo, per mezzo degli araldi, in giorni, che non saranno
più chiamati comitiales, ma che debbono però essere nel novero dei dies fasti.
È analoga parimenti la pro cedura per la votazione, salvo che il voto si dà per
tribù, la prima delle quali viene ad essere tratta a sorte, e prende anche
il È degno di nota a questo proposito il
{passo diMACROBIO, Saturnales, I, 16, $ 34, in cui, riferendosi ad uno scritto
del giureconsulto P. Rutilio Rufo, parla dei giorni dimercato, in cui rustici, intermisso rure, ad mercatum
legesque accipiendas Romam venirent . Husche, Jurisp. antijustin., 11. 378 nome
di tribus principium. Nel seno poi di ogni tribù il voto è dato viritim, e
l'esito definitivo viene ad essere determinato dalla maggioranza delle tribù.
Questi comizii hanno però il vantaggio della più facile convocazione, in quanto
che possono essere convocati da magistrati patrizii e da magistrati plebei,
come i tribuni, al modo stesso che i provvedimenti, che essi prendono, possono
essere o vere leggi o semplici plebisciti, secondo l'autorità che li propone ;
il che spiega come i comizii tributi si siano gradatamente cambiati nell'organo
legislativo più operoso nell'ultimo periodo della repub blica. Mentre essi
infatti richiamano a sè la sola elezione dei magi strati minori, e la
giurisdizione per i reati punibili con sole pene Per lo svolgimento pressochè parallelo dei
comizii centuriati e dei comizii tri buti mi rimetto a ciò che ho scritto più
sopra al n ° 224, 273.e per il pareggiamento che venne facendosi fra le leggi ed
i plebisciti ai numeri 231, 232 e 233, 281Solo mi limito ad aggiungere che
negli ultimi tempi dagli stessi comizii tributi potevano emanare vere leggi,
allorchè erano convocati da veri magistrati, come consoli e pretori, oppure
plebisciti, allorchè erano convocati da tri buni della plebe. Trovo una prova
di ciò paragonando le intestazioni di due leggi riportate dal Bruns. L'una è la
lex agraria del 643 dalla fondazione di Roma, la cui intestazione è così
concepita: tribuni plebei plebem ioure
rogarunt, plebesque ioure scivit , sebbene in tale occasione abbiano preso
parte alla votazione anche i patrizii come lo dimostra il fatto, che ivi si
aggiunge: Tribus principium fuit, pro
tribu Q. Fabius, Q. filius, primus scivit , il quale Fabio dovette
probabilmente essere un patrizio della gens Fabia (Bruns, Fontes, pag., 72).
L'altra legge invece è la les Quinctia, de aqueductibus, dell'anno 745 di Roma,
che è così intestata: T. Quinctius
Crispinus populum iure rogavit, populusque iure scivit, in foro pro rostris
Aedis divi Iulii pridie K. Iulias. Tribus Sergia principium fuit; pro tribut
Sex... L. F. Virro primus scivit . Bruns, Fontes, 112. — Diqui infatti appare
ad evidenza, che quando la convocazione parte dal tribuno della plebe parlasi
di plebes e di plebiscitum, ancorchè la riunione comprenda anche i patrizii:
mentre quando trat tasi di convocazione fatta dal console esso chiama ai
comizii tributi il populus e il provvedimento emanato viene così ad essere un
populiscitum, ossia una lex nel senso primitivo dato a questo vocabolo. La cosa
è pur confermata da quella parte, che ci pervenne della intestazione alla lex
Antonia, de Tarmessibus, dell'anno 683 di Roma, in cui la riunione dei comizii
tributi, essendo provocata dai tribuni della plebe, ancorchè in base ad un
parere dato dal senato (de senatus sententia) parlasi perciò di convocazione
della plebes e quindi di plebiscitum (Bruns, Fontes, p. 91). In questo periodo
quindi tanto le leges quanto i plebiscita emanano da comizii tributi e la loro
differenza deriva dall'essere l'iniziativa presa da un vero magistrato
(console, pretore) che convoca il popolo, o da un tribuno della plebe, che
convoca invece la plebe, sebbene anche in queste ultime riunioni intervengano
anche i patrizii. Viene così ad essere vero ciò che dice Pomponio, che inter plebiscita et leges species
constituendi interesset, potestas autem eadem esset . L. 2, 8, Dig. 1, 21.
pecuniarie, finiscono invece per assorbire tutto il potere legislativo. È a
notarsi tuttavia, che mentre la legislazione dei comizii centu riati aveva
avuto un carattere specialmente politico e costituzionale, perchè è con essa
che si vennero pareggiando gli ordini, quella in vece, che usci dai comizii
tributi, ha un carattere eminentemente sociale, e in parte già si riferisce ad
argomenti di diritto privato. 308. Si può quindi conchiudere, che la
costituzione serviana per vade le istituzioni politiche di Roma per tutto il
periodo repubblicano. I concetti della medesima cominciano dall'avere una base
nella realtà, ma finiscono per cambiarsi in altrettante costruzioni logiche, a
cui si dà tutto lo sviluppo, di cui possono essere capaci. In questa guisa il
censo di economico divien morale, le centurie di militari si con vertono in
politiche, le tribù di ripartizioni locali mutansi in quadri, in cui tutta la
cittadinanza può essere compresa, per quanto la me desima dimori eziandio fuori
della città. Per tal modo la costitu zione di Servio Tullio, al pari delle mura
che ne portano il nome, poté bastare a tutti gli incrementi e a tutte le
trasformazioni, che Roma ebbe a subire per parecchi secoli, e per tutto quel
tempo, in cui essa tenne ancora in pregio le antiche virtù ed istituzioni. Vero
è, che le forme esteriori sembrano sempre essere foggiate su quelle, che erano
prima adoperate; ma conviene dire che
spiritus intus alit , e che questo nuovo alito spira per modo entro le
forme an tiche, da far loro capire un contenuto ben diverso dal primitivo, e da
spezzarle anche, quando siano diventate disadatte, nel qual caso però se ne
foggiano delle nuove, ma sempre sul modello delle an tiche. Questo è il
magistero, che Roma seguì costantemente nello svol gimento delle proprie
istituzioni politiche. Un analogo processo ap pare anche più evidente nella
elaborazione più lenta e graduata, che ebbe a ricevere il diritto privato di
Roma, sovra il quale la costituzione serviana ha certamente esercitata una
influenza di gran lunga maggiore di quella che soglia essergli attribuita, come
spero di poter dimostrare nel seguente capitolo. Quanto alla legislazione
comiziale e ai caratteridella medesima, cfr. FERRINI, Storia delle fonti del
diritto romano, Milano. La costituzione serviana e la sua influenza sull'elaborazione
del ius Quiritium. 309. Se fu agevole il mettere in rilievo gli effetti della
costitu zione serviana sul diritto pubblico di Roma, non può dirsi altrettanto
della influenza tacita, ma non meno importante, che essa esercito sulla
elaborazione del diritto privato. A questo proposito poco o nulla ci dicono gli
storici, come quelli che naturalmente si arrestarono alle mutazioni più
appariscenti, che si erano avverate nelle istituzioni politiche. Solo Dionisio
si limita a dire di Servio, che egli pubblico ben cinquanta leggi sui delitti e
sui contratti; che egli distinse i giudizii pubblici dai privati; e che prese
anche dei provvedimenti a favore dei debitori, senza però ricordare il
contenuto preciso dei medesimi. La probabilità ed anche la necessità di una
legislazione all'epoca serviana non può certo essere negata, non potendo
essersi avverata una trasformazione cosi profonda nell'organizzazione civile e
politica, senza che si riflettesse eziandio nel diritto privato. Tut tavia è
certo, che le mutazioni nel diritto privato non dovettero tanto operarsi per
mezzo di leggi, quanto piuttosto mediante quella tacita elaborazione di un
diritto comune alle due classi, che era la naturale conseguenza dei nuovi
rapporti, in cui esse venivano a trovarsi. È quindi negli scritti dei
giureconsulti, che si devono cer care le reliquie delle istituzioni scomparse,
e in essi sono sopratutto a cercarsi quelle distinzioni, quei concetti, quegli
atti simbolici, che sopravvissero ancora in epoche, in cui più non se ne comprendeva
il significato, e che possono in qualche modo rannodarsi al concetto
informatore della costituzione serviana. Sono le hastae, le vindictae, i
procedimenti simbolici, gli atti per aes et libram, i concetti primi tivi del
caput, della manus, del mancipium, la distinzione fra le res mancipii e le res
nec mancipii, tutti quei concetti insomma,
Dron., IV, 10, 13, 25. Quanto ai debitori Dionisio, IV, 9, 11,
attribuisce a Servio di aver perfino pagato del proprio i creditori, e di aver
voluto che i beni e non la persona del debitore fossero vincolati al creditore;
ma ciò forse non è che un effetto di quella tendenza, che fa riportare a Servio
tutti i provvedimenti, che potevano apparire favorevoli alla classe servile ed
alla plebe. 381 di cui ignorasi la vera origine e che sono sopravvivenze di
un'e poca anteriore, che possono servire come materiali per la ricostru zione
del primitivo diritto. Gli è soltanto col ricomporre insieme tutti questi
rottami, che spargono talvolta dei vivi sprazzi di luce, quando siansi
collocati nel sito, ove debbono trovarsi, e coll'avere presente il carattere
del popolo, le sue istituzioni politiche, il suo metodo di serbare i vocaboli,
cambiandone anche il contenuto, ed il criterio informatore della riforma
serviana, che si pud riuscire a ricostituire il diritto privato, che dovette
iniziarsi in questo periodo, se non nei particolari minuti, almeno nelle sue
linee generali e nella logica fondamentale, da cui dovette essere percorso.
310. Fu questo paziente lavoro di ricomposizione, che mi mette in condizione di
porre innanzi a questo proposito una congettura, la quale a prima giunta potrà
apparire ardita, ma che risulterà sempre meglio comprovata, a misura che,
procedendo innanzi, tutte le reli quie, che ci pervennero, dell'antico diritto,
finiranno per prendere senza sforzo quel posto, che loro compete, e ci
porgeranno cosi una spiegazione naturale, logica e verosimile dei caratteri
primitivi del medesimo. La congettura sta nell'affermare, che almodo stesso che
con Servio Tullio si posero le basi della Roma storica, e si formd quel populus
romanus quiritium, che riempi poi la storia del racconto delle proprie gesta,
così fu eziandio da quel punto, che dovette iniziarsi la vera e propria
elaborazione di quel ius quiritium, che fu ilnucleo primitivo di tutto il
diritto privato di Roma, e che quest'ultimo, malgrado il posteriore suo
svolgimento, non perdette più mai quella speciale impronta, che ebbe ad
assumere sotto l'influenza della costi tuzione serviana. Non si vuole già dire
con ciò, che prima non vi fossero i quirites ed un ius quiritium; ma quelli non
comprendevano che i membri delle curie, e questo indicava il complesso delle
istituzioni di carattere gen tilizio, che erano proprie del popolo delle curie,
e che perciò avevano ancora un carattere pressochè feudale e patriarcale. Con
Servio Cid parmi abbastanza dimostrato
dall'analisi, che ho fatta della legislazione attribuita ai Re nel periodo
della città esclusivamente patrizia, dalla quale risulta che la famiglia, la proprietà,
il delitto e le pede continuavano ancora in parte a conservare quei caratteri,
che avevano nel periodo gentilizio. V. sopra lib. II, cap. IV, 88 5 e 6, 329.382
Tullio invece incomincia l'elaborazione di un diritto comune ai due ordini, e
siccome i medesimi, riuniti nelle classi e nelle centurie, prendono il nome di
quirites, così incomincia la formazione di un vero e proprio ius quiritium, in
cui i vocaboli e le forme proprie del diritto formatosi nei rapporti fra le
genti patrizie e la popo lazione di condizione inferiore, da cui esse erano
circondate, ven gono a ricevere una nuova significazione, e ad essere applicati
ai rapporti, che erano l'effetto della nuova condizione di cose. Si conservano
pertanto ancora i vocaboli di manus per indicare nel loro complesso i poteri,
che appartengono al quirite, quale capo di famiglia e come proprietario di
terre; quello di nexum per indicare l'obbligazione di carattere quiritario;
quello di mancipium per in dicare il complesso delle cose e delle persone, che
dipendono dal quirite: ma intanto questi vocaboli, che dapprima designavano il
diritto proprio della classe superiore di fronte alle popolazioni vas salle, da
cui era circondata, vengono a significare i concetti pri mordiali del vero ius
quiritium, comune alle due classi, e si mutano in altrettante concezioni
logiche ed astratte, in cui può farsi entrare un nuovo contenuto. A quel modo
insomma che colla formazione della città patrizia quei concetti di connubium,
di commercium e di actio, che prima si erano spiegati nei rapporti fra le varie
genti, vennero invece a governare dei rapporti fra quiriti, e cambiandosi così
in concetti quiritarii furono il punto di partenza di altret tante istituzioni
proprie dei quiriti (ex iure quiritium ) ; così quel ius nexi mancipiique, che
prima governava i rapporti fra i padri della gente patrizia e la plebe
circostante, per l'accoglimento di quest'ultima nel populus romanus quiritium,
venne a cam biarsi eziandio in una istituzione di carattere quiritario. Fu in
questa guisa, che accanto a quella parte del diritto quiritario, che si ispira
ad un'assoluta uguaglianza fra i capi di famiglia, fra i quali intercede, se ne
presenta un'altra, che tradisce l'inferiorità di con dizione di una delle
classi, che entró a costituire il populus, alla qual parte appartengono appunto
i concetti del nexum, del manci pium, della manus iniectio. 311. Si aggiunge
che il contenuto di questi concetti viene anche
Questo è ciò che ho cercato di dimostrare più sopra al nº 266, p. 326.
Cfr. a questo proposito ciò, che si è detto intorno alla condizione giuridica
della plebe, anteriormente alla sua ammessione nella città, al n ° 287, 351383
a risentirsi delle circostanze sociali, in cui essi vennero a consolidarsi.
Siccome quindi il concetto ispiratore di tutta la riforma ser viana consisteva
nel censo, quale misura e stregua dei diritti, che appartengono ai quiriti,
cosi il censo venne in certo modo ad essere un crogiuolo, che servi ad isolare
l'elemento giuridico e politico di questi varii istituti dagli elementi di
carattere diverso con cui trovasi confuso. Il diritto perdette cosi alquanto
del suo carat tere religioso e venne invece ad esseremodellato in modo rozzo o
sintetico sul concetto del mio e del tuo; esso inoltre assunse un'im pronta di
rigidezza pressochè militare, quale poteva convenire ad un popolo, che
presentavasi nell'atteggiamento di un esercito, i cui membri riguardavano
l'asta come simbolo del proprio diritto, e
ma xime sua esse credebant, quae ab hostibus caepissent . Il censo viene
in certo modo a misurare il contributo, che ciascuno reca in questa specie di
società, e quindi, mentre esso è la stregua per giudicare dell'interesse, che
ciascuno ha nella medesima, serve anche per determinare la parte, per cui
ciascuno deve contribuire alla co mune difesa. Il popolo romano venne così a
compiere collettivamente quel lavoro, che dovrebbe fare anche oggi il
giureconsulto per con siderare le persone sotto il punto di vista
esclusivamente giuridico, facendo astrazione da tutti gli altri aspetti, sotto
cui esse potreb bero essere considerate. Per tal modo il quirite, come tale,
non è più nè patrizio nè plebeo, ma viene ad essere isolato da tutti i suoi
rapporti gentilizii; si considera come un caput; conta come uno nel censo, e
compare nel medesimo, in quanto unifica in sè le per sone e le cose, che da
esso dipendono. Di qui l'immedesimarsi dei diritti di famiglia e di proprietà,
che è il carattere più saliente del primitivo ius quiritium, e la
significazione comprensiva e sintetica dei vocaboli in esso adoperati, che lo
indicano ad un tempo come capo di famiglia e quale proprietario di terre, ed
hanno in certo modo l'apparenza di altrettante rubriche, che esprimono
disgiuntamente i varii atteggiamenti sotto cui il quirite può essere
considerato. Ritengo che questo sia il
solo modo per spiegare in modo plausibile quel ca rattere peculiare al diritto
primitivo di Roma, per cui persone e cose, proprietà e famiglia sembrano
confondersi ed immedesimarsi insieme. Non è sostenibile infatti, che i Romani a
quest'epoca confondessero il diritto del marito sulla moglie e del padre sui
figli con quello del proprietario sopra una cosa; ma siccome persone e cose
figuravano nel censo, come dipendenti dal medesimo caput, così esse al punto di
vista giuridico comparvero dapprima come se entrassero a far parte del medesimo
mancipium o della stessa familia. 384 - 312. Sarebbe naturalmente difficile
trovare un autore, che accenni a questa tacita elaborazione, ma la medesima
risulta da diverse circostanze, le quali insieme riunite provano che tale ha
dovuto essere il processo logico, che domino la formazione del ius quiri tium
all'epoca serviana. Così, ad esempio, noi sappiamo dal Momm sen, che una delle
significazioni più certe dell'espressione
populus romanus quiritium è stata
quella di indicare la leva patrizio
plebea , leva che ha cominciato appunto ad effettuarsi in quest'e poca. Noi
sappiamo parimenti, che da quest'epoca cominciarono ad essere lasciate in
disparte le espressioni di iura gentium, di iura gentilitatis, di ius
gentilicium, che dovevano essere ancora frequenti durante l'epoca patrizia, e
che presero invece il sopravvento le espressioni di ius quiritium, e di potestà
spettante al cittadino ro mano ex iure quiritium. Cosi pure non vi ha dubbio,
che le altre forme di proprietà non vengono più tenute in calcolo, ma si tien
conto invece del solo mancipium, che vedremo a suo tempo essere stata il primo
nucleo della proprietà ex iure quiritium, quello cioè che doveva essere
valutata nel censo per commisurarvi la posizione del cittadino. Intanto la
espressione di quirites entra nell'uso co mune: come serve per le formole di
convocazione delle classi e delle centurie, così serve per indicare i
testimonii, che si adoperano negli atti di carattere quiritario (classici
testes). È da questo punto pa rimenti, che l'asta viene ad essere l'emblema del
diritto quiritario, che il populus assunse un carattere essenzialmente
militare, nè può ritenersi inverosimile la congettura, che a quest'epoca
rimonti il centumvirale iudicium, tribunale essenzialmente quiritario, la cui
competenza era appunto indicata dall'asta, che si infiggeva davanti al medesimo.
Infine fu certamente una conseguenza di questo
MOMMSEN, Röm. Forschungen, I, 168.
Quanto allo svolgimento del concetto di mancipium, e alla conseguente
distin zione delle res mancipii e nec mancipii mi rimetto al seguente lib. IV,
cap. II, S $ 1°, 4º, 5º. L'origine del
centumvirale iudicium è una delle questioni più controverse nella storia del
diritto primitivo di Roma, nè io pretendo qui di risolverla. Per ora mi limito
a notare, che per me ha molta significazione quel passo di Gajo: festuca
autem utebantur quasi hastae loco, signo quodam iusti dominii, quod
maxime sua esse credebant, quae ab
hostibus caepissent; unde in centumviralibus iudiciüs hasta praeponitur . Parmi infatti di scorgervi un
nesso, se non storico, almeno logico, fra l'epoca in cui il quirite appare come
un uomo di guerra, armato di asta,disposto a chiamar suo ciò, che conquisterà
sul nemico, e l'istituzione del centumvirale iudi 385 speciale punto di vista,
sotto cui i quiriti vennero ad essere con siderati, che fra i diversi negozii
giuridici, che potevano essere in uso, venne facendosi la scelta di quelli, che
si riferissero direttamente al diritto quiritario. Di qui le espressioni di
legis actiones, di actus legitimi, di iudicia imperio continentia, di negozii,
che si com pievano secundum legem publicam, espressioni tutte, che noi tro
viamo anche più tardi, ma la cui origine dovette rimontare a quel momento
storico, in cui il diritto quiritario cominciò a consolidarsi, come diritto comune
al patriziato ed alla plebe. Che anzi fu anche in quest'occasione, che dovette
modellarsi quell'atto quiritario per eccellenza, che è l'atto per aes et libram,
il quale serve in certo modo per attribuire autenticità a tutti gli atti, che
possono modifi care in qualche modo la posizione giuridica del cittadino nella
comunanza quiritaria. 313. Per verità basta porre l'istituzione del censo, come
base di partecipazione alla vita giuridica, e politica e militare di una comu
nanza, per comprendere come per l'attuazione di un tale concetto fosse
indispensabile: lº di determinare quali fossero le persone, che dovevano
contare nel censo (caput); 2° di isolare la parte del pa trimonio, che è tenuta
in calcolo nel censo (mancipium ) da tutte le altre (nec mancipium ); 3º di
determinare le forme pubbliche cium. Ora se vi ha epoca in cui il quirite
assuma decisamente questo carattere di uomo di guerra, questa è certamente
l'epoca serviana; e quindi è a quest'epoca che deve rimontare il concetto
informatore dell'hasta, della festuca, dell'actio sacra mento, in cui questa si
adopera, e del centumvirale iudicium, che deve essere appunto preceduto
dall'actio sacramento, e avanti cui trovasi infissa l'asta simbolo del giusto
dominio. La grave questione fu di recente presa in esame dal MUIRHEAD, Histor.
Introd., 74, il quale sembra rannodarsi all'opinione del Niebhur, II, 168,
seguita poi dal KELLER e da molti altri, che riporta all'epoca serviana
l'istituzione dei centumviri. Questa opinione invece è ora vigorosamente
combattuta dal WLASSAK, Römische Processgessetze, Leipzig, 1888, 131 a 139, il
quale verrebbe alla conclusione, che l'istituzione dei centumviri non abbia
preceduto di molto la lex Ae butia, la quale secondo lui deve essere assegnata
al principio del sesto secolo di Roma. Se con ciò egli intende di sostenere,
che non abbiamo una prova diretta, che l'esistenza dei centumviri rimonti ad
epoca anteriore, egli è certamente nel vero; ma ciò non basta per escludere,
che l'istituzione potesse già esistere prima, senza che a noi ne sia pervenuta
notizia. È poi incontrastabile, che essa porta in sè un carattere di antichità
remota, e che i simboli, da cui è circondata e la procedura da cui è proceduta,
ci riportano a quella concezione essenzialmente militare del popolo romano, che
rimonta appunto all'epoca serviana. G. C., Le origini del diritto di Roma. 25 386 - e
solenni, mediante cui questa proprietà potesse essere trasmessa, e che
servissero ad attestare qualsiasi modificazione potesse soprav venire nella
condizione giuridica del caput (atto per aes et libram ); 4º di richiedere, che
questi atti, i quali influissero sulla posizione del quirite, fossero compiuti
coll'intervento di un pubblico ufficiale (libri pens) e colla testimonianza di
persone, che appartengano alla stessa comunanza (classici testes); 5 ° E infine
di introdurre eziandio una procedura, che debba essere di preferenza seguita
nelle controversie di diritto quiritario (actio sacramento ), ed anche un
tribunale per manente, composto esso pure di persone tolte dalle classi e dalle
centurie, per risolvere le questioni relative al diritto stesso (cen tumvirale
iudicium ). Non può certamente sostenersi, che tutte queste istituzioni, che
poi si incontrano effettivamente nell'antico diritto romano, possano tutte
rimontare alla stessa costituzione serviana; ma si può almeno affermare con
certezza, che esse erano una conseguenza logica del concetto informatore della
medesima. Spiegasi in questo modo come mainel diritto di Roma trovinsi sen
z'altro costituita e formata una quantità di istituzioni, in cui si ac centua
il carattere quiritario, e come queste acquistino un carattere prevalente e
preponderante, mentre le istituzioni di carattere genti lizio sembrano per il
momento essere lasciate in disparte. Spiegasi parimenti come il mancipium siasi
distinto dal nec mancipium; come l'espressione pressochè militare di mancipium
sia sottentrata a quella gentilizia di heredium; come diversi siano i modi per
la trasmissione delle res mancipii, e di quelle che non sono tali; come i
diritti del quirite compariscano in certo modo come illimitati e senza confine,
poichè egli, essendo isolato dall'ambiente, in cui prima si trovava, viene ad
essere riguardato come un'individualità sovrana ed indipendente. Intanto si
comprende eziandio come pochi siano i concetti e le istituzioni del diritto
quiritario, e come esso non governi dapprima tutti i rapporti giuridici, anche
fra i cittadini ro mani; poichè intorno ad esso perdurano sempre le istituzioni
gentilizie del patriziato ed anche le consuetudini della plebe. Questo ius
quiri tium insomma rappresenta quella parte di quel ricco materiale giu ridico,
che era posseduto dalle genti patrizie, fluttuante sotto forma consuetudinaria,
che primo riusci a precipitarsi ed a cristallizzarsi, e a diventare comune al
patriziato ed alla plebe, in quanto facevano parte del populus romanus
quiritium. Siccome poi esso venne a consolidarsi fra due classi, che prima
erano in condizioni compiuta 387 > mente diverse, così in questo periodo
della sua formazione dovette maggiormente irrigidirsi e prendere le mosse da
certi concetti, come quelli del nexum, del mancipium, della manus iniectio, che
eransi prima formati nei rapporti della classe superiore con quella inferiore.
Le cause intanto, che a parer mio possono aver determinata questa singolare
formazione del ius quiritium, che doveva poi eser citare tanta influenza
sull'avvenire della giurisprudenza romana, debbono essere cercate nel carattere
peculiare della costituzione serviana, e nello svolgimento che seppe dare alla
medesima il genio eminentemente giuridico del popolo romano. Prima fra esse è
la costituzione serviana, in virtù della quale all'organizzazione
essenzialmente patrizia di Roma primitiva sottentra un'organizzazione novella,
in cui entrano cosi i patrizii come i plebei nella doppia qualità di capi di
famiglia e di proprietarii di terre. Siccome infatti la famiglia e la proprietà
privata erano l'uniche istituzioni, che erano comuni alle due classi, così esse
solo potevano essere di base alla partecipazione nella stessa comunanza. Quindi
un primo effetto logico ed inevitabile di questa speciale condi zione, in cui
si trovò collocato il popolo dei quiriti, venne ad es sere questo, che al punto
di vista giuridico si fece astrazione da quelle istituzioni intermedie, che si
frapponevano fra la famiglia ed il popolo, quali erano le genti e le tribù
primitive. Sia pure che queste istituzioni continuino ad esistere nel
patriziato; ma in tanto l'elemento gentilizio viene ad essere escluso dal ius
quiritium nello stretto senso della parola, in quanto che di fronte al censo
più non vi sono che capi di famiglia, riguardati come liberi disposi tori delle
proprie cose. Quasi si direbbe, che la vita giuridica si ri tira dalle
istituzioni intermedie, e viene invece a riunirsi più potente e concentrata
nelle due istituzioni estreme, le quali vengono cosi ad irrigidirsi, come il
diritto da esse rappresentato, per guisa che la famiglia e il suo patrimonio si
cambia nel mancipium del proprio capo, ed il populus assume un carattere
essenzialmente militare. Quella distinzione pertanto fra res publica e res
familiaris, che già aveva cominciato a delinearsi fin dapprincipio, ora viene
ad accentuarsi in modo più vigoroso e potente; poichè tutti i gruppi intermedii
vengono in certa guisa ad essere soppressi al punto di vista della costituzione
serviana. Parimenti siccome l'intento di questo associarsi di elementi, fra cui
intercedevano così gravi differenze, era quello della comune difesa, e forse
anche quello dell'offesa e della conquista dei terri 388 torii vicini, così il
nuovo popolo non poteva a meno di assumere un carattere essenzialmente
militare, che doveva riflettersi eziandio nel suo diritto privato. Infine tutto
ciò che riferivasi al connu bium, al culto gentilizio, agli auspizii,
continuava anche dopo la costituzione serviana ad essere esclusivamente proprio
del patriziato: quindi i soli atti, che potessero essere comuni ai due ordini,
dove vano essere atti di carattere mercantile, quale era appunto l'atto per aes
et libram, il quale viene così a ricevere molteplici e sva riate applicazioni,
e ad essere la forma fondamentale, intorno a cui si aggirano tutti i negozii di
carattere quiritario. A queste considerazioni deve aggiungersi quella del genio
emi nentemente giuridico del popolo romano, il quale nella elaborazione del
proprio diritto seppe spingere fino alle sue ultime conseguenze lo speciale
punto di vista, a cui si era collocata la costituzione serviana. Questo è certo,
che per l'elaborazione giuridica presen tavasi mirabilmente atto questo
considerare i capi di famiglia come altrettanti capita, ed il complesso dei
loro diritti come un manci pium, ossia come una questione di mio e di tuo. Era
soltanto in questa guisa, che ai rapporti fra i diversi membri della comunanza
poteva essere applicata quella iuris ratio, elaborazione propria del genio
romano, mediante cui l'elemento giuridico viene ad isolarsi da tutti gli
elementi affini. Fu questo il processo, mediante cui il diritto potè essere
sottoposto a quella logica astratta, per cui le per sone perdono in certa guisa
ogni personalità concreta e diventano dei capita; le fattispecie si riducono ad
una selezione di tutto cid che possa esservi di strettamente giuridico nei
fatti umani; e le isti tuzioni giuridiche appariscono come altrettante
costruzioni geome triche, i cui elementi possono essere scomposti, e ricevere
cosi un proprio svolgimento. Il momento appunto, in cui questa logica si
presenta più rigida, più esclusiva, fu certamente l'epoca serviana, perchè in
essa i membri della comunanza non potevano considerarsi, che sotto l'aspetto
del mio e del tuo, e quindi dovevasi in ogni argomento procedere numero,
pondere acmensura e attribuire ad ogni diritto le forme accentuate e prominenti
del diritto di proprietà. 315. Si potrà forse osservare, che questa specie di
astrazione giu ridica mal si può comprendere in un popolo primitivo, quale sa
rebbe il Romano. È però facile il rispondere, che una parte di esso non poteva
chiamarsi del tutto primitiva, dal momento che aveva attraversato tutto un
lungo periodo di organizzazione sociale, ed aveva 389 fatto tesoro delle
tradizioni del medesimo. Ma vi ha di più, ed è che senza un'astrazione di
questo genere era impossibile la formazione di una comunanza, come quella dei
quiriti. Questi sono certamente uomini reali, ma in quanto entrano nella
comunanza sono riguardati soltanto come capi di famiglia e come proprietarii di
terre. Il quirite pertanto è esso stesso un'astrazione, come sono astrazioni e
costruzioni logiche tutti i diritti, che al medesimo appartengono. Ciò fa sì,
che ad esso può applicarsi quella logica geometrica e precisa, che nel suo
genere non è meno meravigliosa di quella, che i Greci applica rono ai concetti
del vero, del bello e del buono. I Romani procedono bensì in base alla realtà,
ma hanno anch'essi una potenza specula tiva e di astrazione, per cui isolano
l'elemento giuridico dagli elementi affini, e per tal modo riescono a costruire
un edifizio logico e dia lettico in tutte le sue parti, le cui linee son
dissimulate nelle parti colari fattispecie, ma che certo esiste nella mente dei
giureconsulti. È l'ignorare questa dialettica latente, che ci rende così
difficile il ricom porre le dottrine dei giureconsulti classici, e a questo
proposito sono altamente persuaso, che questa dialettica non può essere
sorpresa che alle origini del diritto quiritario. Posteriormente infatti il
numero infinito dei particolari colla sua stessa varietà e ricchezza rende im
possibile di comprendere l'ossatura primitiva dell'edifizio, mentre la sintesi
primitiva del diritto quiritario, le cause che ne determina rono la formazione,
e la logica, che ebbe a governarla, possono facil mente somministrarci la
chiave per comprenderne il successivo svi luppo. Lo studio di questa struttura
primitiva del diritto quiritario, sarà argomento del seguente libro, e
conclusione del presente lavoro. Per ora intanto, onde non essere costretto ad
interrompere la esposizione della struttura organica del jus quiritium col
racconto degli avvenimenti storici, che contribuirono alla formazione di esso,
credo opportuno di porre termine al presente libro con un capitolo, in cui
cercherò di riassumere quella lotta per il diritto fra il pa triziato e la
plebe, che segui nel periodo, che intercede fra la co stituzione serviana e la
legislazione decemvirale. Le divergenze fra gli autori nell'apprezzare gli
effetti della costituzione serviana, non impediscono, che tutti siano concordi
nel riconoscere, che essa costitui il primo passo al pareggiamento dei due
ordini. Con essa infatti la plebe venne ad avere un terreno giuridico e legale,
sovra cui potè misurarsi col patriziato, ed una assemblea, in cui potè
impegnare la lotta. Da quel momento perciò potè manifestarsi quella legge, che
secondo Aristotele determina tutte le rivoluzioni politiche e sociali, secondo
cui gli eguali sotto un aspetto, tendono anche a diventarlo sotto tutti gli
altri aspetti. Come potevano gli eguali nell'esercito, nei comizii centuriati,
nei tributi, continuare ad essere disuguali nei connubii, nelle magistra ture,
nei sacerdozii, e nel diritto ? Finchè durd il regno di Servio Tullo, la lotta
non ebbe occasione di spiegarsi, perchè, secondo la tradizione, lo stesso
Servio si appiglid a tutti i mezzi per favorire quel pareggiamento, che era
nello spi rito della costituzione da lui introdotta. Egli quindi rinnovo a più
riprese il censo; introdusse nuove leggi relative ai contratti ed ai debiti;
concesse la cittadinanza ai servi manomessi, comprenden doli anche nel censo;
distinse i giudizii pubblici e privati; institui giudici privati per la
decisione delle controversie di minore impor tanza, e probabilmente eziandio la
Corte dei centumviri per stioni di diritto quiritario nello stretto senso della
parola, e cerco eziandio di migliorare la condizione dei creditori. Fu in tal
le que ARISTOTELES, Politica, ed.
Bekker. Questo con cetto trovasi mirabilmente espresso da CICERONE, De rep., I,
49, allorchè scrive: quo iure societas
civium teneri potest, cum par non sit conditio civium? Iura paria esse debent eorum inter se, qui sunt
cives in eadem republica . Di qui egli sembra dedurre, che se fosse continuata
la dominazione esclusiva dei padri, la città non avrebbe mai potuto avere uno
stabile assetto; itaque cum patres rerum
poti rentur, nunquam constitisse civitatis statum putant . Questi sono i provvedimenti attribuiti a
Servio Tullio sopratutto da Dionisio, il cui racconto in questa parte ebbe ad
essere accettato dal Niebhur, dal Lange e da altri nella loro ricostruzione
della storia primitiva di Roma. È tuttavia da notarsi che Dionisio non parla
punto dei centumviri, ma solo dei iudices privati. V. Dion., IV, 22, 4, 10, 13.
391 modo che mentre egli si cattivo l'affetto e la riconoscenza delle plebi,
che continuarono sempre a venerarne la memoria e a con siderarlo come
l'iniziatore di tutte le riforme ad esse favorevoli, si procurò invece una
sorda opposizione nel patriziato, come lo dimostra il fatto, che egli avrebbe
dovuto confinarlo ad abitare nel vicus patricius. Dopo Servio così il
patriziato che la plebe si trovarono di fronte ad un pericolo comune, che fu il
tentativo di tirannide di Tar quinio il Superbo, il quale avrebbe tolto di
mezzo le leggi ser viane, e mentre da una parte cercò di occupare la plebe con
la vori edilizii, si studið dall'altra di comprimere il patriziato, non
curandosi di convocare il senato, nè di riempirne i seggi, che re stavano
vacanti. – Ne consegui una sosta nello svolgimento dei concetti ispiratori
della costituzione serviana: sosta forse più appa rente, che reale, poichè se
il governo di un tiranno comprime la libertà di tutti, può sotto un certo
aspetto esser favorevole allo svolgersi dell'uguaglianza fra le varie classi,
rendendo tutti eguali di fronte al dispotismo di un solo. Il tentativo ad ogni
modo non potè riuscire, e quando i due or dini dimenticarono le loro gare di
fronte al nemico comune, venne ad essere naturale, che l'evoluzione si
ripigliasse, ritornando a quelle istituzioni serviane, che per il momento erano
ancora le sole, che potessero essere di base ad un accordo del patriziato e
della plebe. 317. Narra infatti Livio, che i primi consoli furono nominati in
base ai commentarii di Servio Tullo, e Dionisio aggiunge, che essi avrebbero
richiamate in vigore le leggi di Servio sui contratti, abrogate da Tarquinio ed
accette alla plebe, riattivata l'istituzione del censo, e ristaurati i comizii
per l'elezione dei magistrati e per le deliberazioni popolari. Tutti gli autori
poi, che ricordano il passaggio dal governo regio al repubblicano, sono
concordi in rico noscere, che il cambiamento essenziale si ridusse a sostituire
al re, magistrato unico ed a vita, il consolato, magistrato duplice ed Patricius vicus, scrive Festo, dictus eo,
quod ibi patricii habitaverunt, iu a bente Servio Tullio, ut, si quid
molirentur adversus ipsum, ex locis superioribus opprimerentur . Bruns, Fontes,
ed. V, 351. Dion., IV, 25; Liv., I, 49.
Cfr. Bonghi, Storia di Roma, I, 209, ove riassume le tradizioni diverse a noi
pervenute intorno a Tarquinio il Superbo. LIVIO (si veda); Dion., V, 2. 392
annuo. Il potere pertanto dei consoli fu una continuazione del potere regio,
colla sola differenza che il potere religioso si venne già in parte separando
dal civile, in quanto che i poteri, che appar tenevano al re qual sommo
sacerdote del popolo romano, furono per imitazione dell'antico affidati a un
rex sacrorum, o rex sa crificulus, ma in realtà si vennero concentrando nel
pontifex maximus, chiamato a presiedere il collegio dei fpontefici . Da cid in
fuori il potere sovrano non è dapprima ripartito fra i due consoli, ma persiste
intero in ciascuno di essi, salvo la reciproca intercessione, che l'uno può
opporre agli atti compiuti dall'altro. Che anzi, ad impedire che la continuità
dell'imperium possa essere interrotta col passare da un console ad un altro,
tocca al magi strato che esce di proporre ai comizii il proprio successore, e
nel caso in cui egli non lo faccia, si continua sempre a provvedere
coll'istituzione dell'interregnum, conservando il concetto ed il vo cabolo, che
erano già in vigore durante il periodo regio (3 ). È poi solo in seguito alle
lotte fra patriziato e plebe, e in causa anche dell'accrescersi della
dominazione romana, che quell'unico potere (imperium ) che accentravasi
dapprima nel re e poscia nei consoli, si viene lentamente e gradatamente
suddividendo fra le mol. teplici magistrature del periodo repubblicano; per
guisa che le ma gistrature maggiori (consoli, pretori, censori) si dividono in
certo modo le funzioni, che un tempo erano comprese nell'imperium regis, Questo concetto, che nel passaggio alla
repubblica non siasi sostanzialmente mutato il carattere del potere spettante
al magistrato, occorre in Dion., IV, 72-75; in CiceR., De rep., II, 30 e in
Livio, II, 1, 17. V. il raffronto che ne fa il Bongai, op. cit., pagg.
562-69. Che la dignità del pontifex
maximus dati soltanto dalla repubblica, mentre prima era il re stesso, che era
il sommo sacerdote del popolo romano, è cosa da tutti ammessa. V. fra gli
altri, Bouché-LECLERQ, Les Pontifes de l'ancienne Rome, p. 8 e 9; e il Willems,
Le droit public romain, 51 e 318. A parer mio la causa storica del fatto sta in
questo, che colla costituzione serviana il populus ro manus quiritium,
comprendendo anche la plebe, perdette in parte quel carattere re ligioso, che
aveva finchè era ristretto alle genti patrizie, e quindi il magistrato del
popolo romano assume un carattere essenzialmente civile e militare, mentre i
pon tefici, pur rappresentando il popolo come famiglia religiosa, continuarono
ad essere i custodi delle tradizioni religiose e giuridiche di quel patriziato,
da cui erano tolti. (3 ) V. quanto all' interrex e alla nomina di esso per
parte dei patres o patricii ciò che si è detto ai numeri 237-39, 288 e segg.,
ove ho cercato di dimostrare che la nomina dell'interrex, la patrum auctoritas
e la lex curiata debbono riguar darsi come sopravvivenze della costituzione
esclusivamente patrizia. 393 mentre le magistrature minori (questori, edili)
sono uno svolgimento di quegli ufficiali subalterni, che dapprima erano
nominati dal re e dal console, e che finiscono col tempo per essere anche essi
nomi nati direttamente dal popolo. È in questo modo che si spiega come mai
siasi potuto avverare una trasformazione cosi grande nella forma di governo,
senza che si alterassero le basi fondamentali della costi tuzione primitiva di
Roma. 318. Intanto finchè durarono i pericoli esterni delle guerre susci tate
dagli esuli Tarquinii, si mantenne fra i due ordini un' appa rente concordia ,
come lo dimostra il fatto, che i consoli sogliono essere tolti da famiglie
ritenute di tendenze favorevoli alla plebe, e che sono i consoli stessi, che
propongono di togliere le scuri dai fasci, allorchè rientrano nelle città, e
consacrano con leggi spe ciali il ius provocationis ad populum. Ma appena colla
morte di Tarquinio si attutiscono i pericoli esterni, si accentuano invece i
dissidii interni, ed è allora che si inizia una lotta, che direbbesi un modello
nel suo genere, tanta è la tenacità del patriziato nel conservare i suoi
privilegii e la perseveranza della plebe nell'ap profittarsi di tutte le opportunità
per ottenere concessioni novelle. Egli è durante questa lotta, che già si pud
scorgere come nella massa plebea venga distinguendosi la plebe ricca ed agiata,
la quale essendo pari in ricchezze aspira alla comunanza dei connubii e
degli La specializzazione dell'imperium
del magistrato è uno dei processi più degni di nota, che presenti lo
svolgimento delle istituzioni repubblicane, poichè l'imperium regis, al pari
del potere giuridico del capo di famiglia, parte da un'unità e sintesi potente,
a cui succede durante la repubblica una differenzazione, la quale,mentre è
determinata dall'incremento della città e dalle lotte fra patriziato e plebe,
obbe. disce però sempre alla logica fondamentale del concetto primitivo di
imperium. Cfr. MOMMSEN, Le droit public romain, I, 5; Herzog, Op. cit., I, 32, 580 e segg., e ciò che si disse in
proposito al nn. 201-204, 245. La diversità di trattamento, usata dal
patriziato alla plebe, nell'epoca che seguì immediatamente la cacciata dei re e
in quella posteriore alla morte di Tarquinio il Superbo è accennata da Liv., II,
21, 6 e da Sallustio, Hist. fragm., I, 9. Nota però giustamente il Bonghi, che
i dissidii esistevano già prima, e che quindi venne soltanto meno l'indulgenza,
che prima era adoperata. Op. cit., 302.
La provocatio ad populum, che Livio chiama unicum libertatis praesidium ebbe ad essere
consacrata negli inizii della repubblica colla lex Valeria, proposta dal
console Valerio Pubblicola. La provocatio doveva già preesistere nel periodo
regio, ma fu necessaria una espressa consacrazione di essa per il nuovo
elemento, che era entrato a far parte del populus. Cfr. ciò che si disse al n °
245, 300 e 301. >> 394 onori, e la plebe povera e minuta, che sopratutto
teme il carcere privato dei creditori patrizii, e aspira a quella ripartizione
dell'ager pubblicus, mediante cui può entrare a fare parte della vera ed ef
fettiva cittadinanza, accolta nelle classi e nelle centurie. Di qui i caratteri
peculiari di questa lotta, che ha del pubblico e del pri vato ad un tempo,
cosicchè una sommossa provocata dalla legge inumana sulla condizione dei
debitori, può condurre alla istituzione del tribunato della plebe, al modo
stesso che una mozione per restringere l'arbitrio del magistrato, finisce per
riuscire ad una proposta di generale codificazione. Cosi pure è un carattere di
questo conflitto, che le proposte dei tribuni sogliono comprendere più
provvedimenti ad un tempo, anche di natura diversa, e cid perchè essi mirano a
tenere unite la plebe ricca ed agiata e quella povera e minuta . Di più anche
in questa lotta si mantiene quel carattere pressochè contrattuale, che ha
governato la formazione della città; poichè i due ceti vengono fra di loro a
transazioni e ad accordi, stipulano dei foedera, e cercano persino di dare aime
desimi quella consacrazione religiosa, che è propria dei trattati fra i
popolidiversi (leges sacratae). Così pure la plebe, quando trova incomportabile
la propria coesistenza nella città, minaccia di abban donare la comunanza e di
fermare altrove la propria sede, o quanto meno si ricusa alla leva, che è il
primo obbligo e diritto del citta dino. Dappertutto infine si palesa il
carattere essenzialmente pra tico del popolo romano, in quanto che il conflitto
non appare do minato da questo o da quel concetto teorico, ma sembra essere
determinato dalle opportunità ed occasioni, che si presentano nella realtà dei
fatti. La questione infatti che si agita viene nella so stanza ad essere una
sola, cioè quella del pareggiamento giuridico e politico dei due ordini; ma
essa prende occasione ora dai mal trattamenti inflitti ai debitori, ora
dall'arbitrio del magistrato, ora Questa
distinzione della plebe in due parti è acutamente notata da leinio GENTILE, Le
elezioni e il broglio nella Rep. Rom., 24.
Di qui l'espressione di lex satura o per saturam, la quale secondo Festo
si gnificherebbe a lex multis aliis legibus confecta . Siccome però essa
cambiavasi in un mezzo per ottenere favore a provvedimenti, che altrimenti non
sarebbero stati approvati, accoppiandoli con altri che erano popolari, così si
cercd diporvi riparo colla lex Cecilia Didia del 655 di Roma. Cic., De domo,
20, 53. Festo, vº Satura. Cfr. WILLEMS, op. cit., 184. (3 ) V. quanto alle
leges sacratae la dissertazione del LANGE, De sacrosancta tri buniciæ
potestatis natura eiusque origine. Leipzig, 1883. 395 dalla ripartizione
dell'agro pubblico, ora dall'incertezza del diritto, ed ora infine dal divieto
dei connubii fra il patriziato e la plebe, e dall' esclusione di quest'ultima
dalle magistrature e dai sacer dozii. Per tal modo quella plebe, che memore
dapprima della condizione pressochè servile da cui era uscita, si contenta di
chie. dere l'istituzione di un magistrato, il quale non abbia altra potestá che
quella di venirle di aiuto, finisce col tempo, guidata ed orga nizzata da
questo istesso magistrato, per ottenere non solo il pareg giamento giuridico e
politico, ma per far entrare nei quadri della costituzione politica di Roma i
suoi magistrati (tribuni della plebe), i suoi plebisciti, ed i suoi comizii
tributi . 319. Qui però non può essere il caso di tener dietro alle vicis.
situdini diverse dei varii aspetti della questione politica e sociale, che si
agito fra il patriziato e la plebe, ma piuttosto di cercare quali fossero le
condizioni rispettive dei due ordini per ciò che si riferisce al diritto
privato. È questo certamente il maggior problema che presenti questo pe riodo
di transizione, poichè se la storia ha serbato qualche traccia delle lotte
politiche fra il patriziato e la plebe, noi sappiamo quasi nulla di quello che
accadde fra di loro nell'attrito dei quotidiani in teressi. Si aggiunge che le
testimonianze, che ci pervennero in proposito, sono del tutto contradditorie.
Mentre infatti Dionisio attesta che si rimisero in vigore le leggi intorno ai
contratti attri buite a Servio Tullio, Pomponio invece dice senz'altro, che
tutte le leggi promulgate dai re furono abolite con una legge tribunizia, e che
tutto fu lasciato alla consuetudine come era prima. Non vi è quindi altro modo
di uscire dalla difficoltà, che di argomentare lo stato del diritto privato
dalle condizioni rispettive, in cui si tro vavano le due classi. Un riassunto chiaro ed ordinato degli aspetti
essenziali, sotto cui ebbe a svol gersi la lotta, fra patriziato e plebe, nelle
parti attinenti al diritto, occorre nel Mui RHEAD, Histor. Introd., part. II,
sect. 17, 83-88. Per un racconto più partico lareggiato cfr. il Lange, Histoire
intérieure de Rome, livre II, 111 a 217.
Già ebbi occasione di riassumere questo singolare svolgimento della
costitu zione politica di Roma a proposito dei comizië tributi ai numeri
233-34, p. 271 e segg.; dei plebisciti ai numeri 231-32-33, 281 e seg.; e dei
tribuni della plebe n ° 249, 292(3 ) Dion., V, 2; Pomp., Leg. 2, 3 (Dig. I, 2). Secondo quest'ultimo
l'incertezza del diritto sarebbe durata circa vent'anni; ma è facile il notare,
che se essa perdurò fino alle XII Tavole, l'intervallo dovette essere di circa
sessant'anni. 396 Ora è certo anzitutto, che in questo periodo quell'attrito
delle classi, che appare nel campo politico, dovette avverarsi eziandio nel
dominio strettamente giuridico. Anche qui dovettero trovarsi di fronte le
tradizioni patrizie e le consuetudini plebee, coll' avver tenza perd che la
magistratura esclusivamente patrizia fini per dare una prevalenza alle prime
sulle seconde; cosicchè è probabile, che sopratutto la plebe ricca ed agiata,
malgrado il divieto dei connubii, cercasse già in qualche modo di imitare l'organizzazione
della fa miglia patrizia. Di più siccome eravi fra il patriziato e la plebe co
munanza di commercio, ma non ancora quella di connubio, cosi si dovette
continuare quell'elaborazione di un jus quiritium, comune alle due classi, che
già erasi iniziata colla costituzione serviana, ed il medesimo dovette
continuare a modellarsi sotto quelle forme di carattere mercantile, che allora
si erano introdotte, ricorrendo sopratutto all'applicazione dell'atto
quiritario per eccellenza, ossia dell'atto per aes et libram. Che anzi, quando
si voglia ammettere con alcuni autori, che il tribunale de' centumviri,
composto dap prima di quiriti tolti dalle varie classi e poscia dalle varie
tribù, rimonti all'epoca di Servio Tullio, converrebbe, inferirne che questo
Tribunale, in quell'epoca probabilmente presieduto da un ponte fice, dovette
cooperare efficacemente alla formazione del jus qui ritium, come quello che
anche più tardi appare chiamato a ri solvere questioni di diritto strettamente
quiritario. Nella sua opera tuttavia la corte dei centumviri dovette più tardi
anche es sere aiutata dai decemviri stlitibus iudicandis, i quali pur sareb
bero stati istituiti a poca distanza dalla legislazione decemvirale, e
dichiarati inviolabili, al pari dei tribuni e degli edili della plebe,
sarebbero stati chiamati a decidere le questioni di stato . Infine è Quanto all'istituzione dei centumviri e alle
varie opinioni intorno all'epoca, a cui rimonta vedi il capitolo precedente, nº
312, 384, nota 3. È del tutto incerta anche
l'origine dei decemviri stlitibus iudicandis, in quanto che l'unico accenno ai
medesimi sarebbe quello, che occorre in Livio, III, 55, il quale parla di
iudices decemviri, stati dichiarati inviolabili al pari dei tribuni e degli
edili della plebe colla legge Valeria Horatia del 305 di Roma. Di recente poi
il WLASSAK, Römische Processgesetze, Leipzig, 1888, 139 a 151, sostiene che i
decemviri stlitibus iudicandis non debbono confondersi coi iudices decemviri di
Livio ma sono di istituzione posteriore. Noi però sappiamo di essi, che
giudicavano delle questioni di libertà e distato. Cic., pro Caec., 33. V. per
l'opinione comunemente ricevuta Keller, Il processo civile romano (Traduz.
Filomusi, Napoli 1872, 17), il quale anzi li farebbe rimontare sino a Servio
Tullio, come giudici per le cause 397 pur probabile, che gli edili della plebe,
come ufficiali dipendenti dai tribuni, fossero fin d'allora chiamati a
risolvere quelle quistioni fra i plebei, che sorgevano sui mercati e sulle
fiere, e che comin ciassero cosi a dare forma e carattere giuridico alle
costumanze della plebe. In ogni caso è incontrastabile, che in questo periodo
il console, pressochè assorbito dalle cure militari, dovette, per quello che si
riferisce alla elaborazione del diritto e all'amministrazione della giustizia,
lasciare una larga parte alla influenza del collegio dei pontefici. Questo
collegio infatti, che abbiamo visto, fin dal l'epoca di Numa, essere chiamato
alla custodia delle tradizioni re ligiose e giuridiche, aveva serbato il
proprio ufficio anche dopo la cacciata dei re, e aveva anzi acquistata una
indipendenza maggiore, in quanto che era presieduto non più dal re, ma da un
pontifex maximus, in cui si unificavano i poteri al medesimo spettanti. Si
comprende pertanto la testimonianza pressochè unanime degli scrittori, che ci
descrivono il diritto primitivo di Roma, sopratutto negli inizii della
Repubblica, come riposto negli archivii de' ponte fici, e parlano di questi
ultimi come dei primimaestri in giurispru denza, e del ius pontificium, come di
una scuola a cui venne poi formandosi il ius civile. Intanto è naturale, che i
pontefici, come depositarii delle antiche tradizioni, avessero sopratutto per
iscopo di applicare le forme antiche ai rapporti giuridici, che venivano sor
gendo collo svolgersi della convivenza civile, e che in questo senso venissero
continuando quella elaborazione di un ius quiritium, che erasi iniziata dal
tempo, in cui la plebe era entrata a far parte della cittadinanza romana. 320.
Insomma la conclusione ultima viene ad essere questa, che in questo periodo
dovette avverarsi un continuo attrito fra le isti tuzioni patrizie e le
costumanze plebee, e che perciò dovette essere grandissima l'incertezza intorno
a quel diritto, che doveva essere applicato nei rapporti fra il patriziato e la
plebe. Ne conseguiva che private, il che non sembra da ammettersi, perchè il
giudice di queste cause dovette essere piuttosto il iudex unus tratto dai
iudices selecti. Per l'influenza dei
pontefici sul diritto civile vedi sopra i numeri 262 e 263, 321colle note
relative. Si occupò molto largamente di questo argomento il KARLOWA, Röm.
R. G., 1, $ 43, 219Trovasi poi un esattissimo elenco dei libri, annali e
commentarii dei pontefici nel TEUFFELS, Geschichte der röm. Literatur, Leipzig,
1882, SS 70-76, 114 a 119. 398 il console, chiamato ad amministrare la
giustizia, finiva per non avere alcun confine al proprio arbitrio, il che
doveva essere grave alla plebe, anche per trattarsi di magistrato, il quale per
essere tratto esclusivamente dall'ordine patrizio, poteva ritenersi favorevole
a quest'ultimo. Si comprende cid stante come Terentillo Arsa, nel 292,
cominciasse dal chiedere che fosse eletta una commissione, che determinasse per
iscritto quale fosse la giurisdizione dei consoli, acciò fosse posto un confine
all' arbitraria ed oppressiva ammini strazione di ciò, che essi chiamavano col
nome di diritto e di legge. Fu solo nell'anno dopo, che d'accordo coi colleghi,
per togliere alla sua proposta il carattere di odiosità contro il potere dei
consoli, egli chiese che la legge, così pubblica come privata, dovesse essere
codificata, e che cosi ogni incertezza venisse per quanto si poteva ad essere
rimossa. L'importanza della questione viene ad essere provata dalla lotta di
dieci anni, che ebbe ad essere sostenuta in torno alla medesima; poichè solo
nel 303 di Roma si ebbe completa la legislazione decemvirale. Qui non può
essere il caso di entrare nell'esame minuto della medesima, nè di parlare dei
tentativi di rico struzione, che se ne vennero facendo anche in questi ultimi
tempi : mi basterà invece dir qualche cosa intorno al carattere generale di
questo codice, da cui doveva prendere le mosse tutto lo svolgimento posteriore
del diritto civile di Roma. A mio avviso la legge decemvirale e la legge
Canuleia, che la segui a poca distanza (309 di Roma) ed aboli il divieto de'
con nubii fra il patriziato e la plebe, debbono essere considerate, quanto al
diritto privato di Roma, come l'avvenimento che chiude il periodo delle origini
ed apre quello dello svolgimento storico della giuris prudenza romana. Colle
leggi delle XII tavole si chiude in certo modo il periodo del ius non scriptum,
di quel diritto cioè, che viveva più nelle consuetudini che nelle leggi, ed
incomincia il pe riodo del ius scriptum, poichè da quel momento anche
l'interpre tazione cominciò ad avere la sua base nella codificazione (3 ).
Con Liv., III, 9. Cfr. MuirŅEAD, op.
cit., 87 e 88. V. Ferrini, Storia delle
fonti del diritto romano, 5 a 9. È poi noto, che i grandi tentativi di
ricostruzione delle XII Tavole si riducono a quelli di Jacopo Gottofredo, del
Dirksen e a quello recentissimo del Voigt, già più volte citato. Non voglio
dire con ciò, che prima non esistessero delle leggi scritte: ho anzi dimostrato
che dovettero esservene fin dal periodo regio. Tuttavia è solo colle XII
Tavole, che si introdusse tutto un sistema di legislazione scritta, il quale
potè servire 399 esso parimenti termina il periodo del ius non aequum, ossia di
un diritto disuguale fra patriziato e plebe, e comincia il periodo del ius
aequum, ossia la formazione di un diritto eguale per l'uno e per l'altro ceto,
il che gli autori esprimono con dire, che le leggi delle XII Tavole erano
intese ad aequandum ius e ad aequandam libertatem. Con esso infine termina il
periodo della indistinzione del fas e del ius, al modo stesso che già si
possono scorgere i principii del diverso indirizzo, in cui si pongono il
diritto pubblico e il diritto privato; dei quali il primo continua a svolgersi
nelle lotte della piazza e del foro, mentre il secondo comincia ad apparire
come il frutto della tacita elaborazione prima dei pontefici e poscia dei
giureconsulti. 321. Non vi ha poi dubbio che anche la legislazione decemvirale
deve essere considerata come un compromesso fra i due ordini e in certo modo
come una specie di patto fondamentale della loro coe sistenza nella medesima
città . Di qui la conseguenza, che le XII Tavole nè comprendono un sistema
compiuto di legislazione pubblica e privata, nè rinnovano tutte le disposizioni
che già erano contenute nelle leggi regie: ma sembrano il più spesso limitarsi
ad introdurre sotto forma imperativa quei provvedimenti, che potevano essere
stati oggetto di discussione e di lotta, il che è sopratutto evidente quanto
alle disposizioni, che si riferiscono al diritto pub come punto di partenza
alla iuris interpretatio ed alla disputatio fori, di cui parla Pomponio, L.
2, 5, dig. 1-2. Quanto ai caratteri
particolari di questa interpre tatio dei veteres iures conditores, vedi JHERING,
Esprit du droit romain, III, 142. LIVIO (III, 24 ) fa dire ai decemviri se quantum decem hominum ingeniis provideri
potuerit, omnibus, summis infimisque iura aequasse . Di quianche l'espres
sione, che occorre in Livio ed in Tacito, che le leggi delle XII Tavole fossero
il fons omnis aequi iuris, ed anche il finis aequi iuris, perchè esse, a
differenza di altre leggi, non furono il frutto di una sorpresa, ma di una vera
transazione ed accordo fra i due ordini. Vedi i passi relativi nel RIVIER,
Introd. Histor., Bruxelles, 1881, 163 a 167, come pure nel Voigt, Die XII
Tafeln, I, 7 e note relative. Questa
specie di compromesso appare dalle parole che Livio, III, 31 attribuisce ai
tribuni della plebe: finem tamen
certaminum facerent. Si plebeiae leges displi cerent, at illi communiter legum latores et
ex plebe et ex patriciis, qui utrisque
utilia forent, quaeque aequandae libertatis essent, sinerent creari . Di qui rica
vasi anche un argomento per inferire, che la legislazione decemvirale suppone
già una specie di fusione del diritto delle genti patrizie con quello della
plebe, il che sarà meglio dimostrato più oltre. 400 blico, e per quelle che
riguardano l'usura e il trattamento che il creditore può usare contro il
debitore. Cid spiega anche in parte la sobrietà e la concisione della
legislazione decemvirale, la quale, senz'entrare nella descrizione degli
istituti ed in disposizioniminute, si limita a porre dei concetti sintetici e
comprensivi, pressochè enunziati in forma assiomatica, lasciando poi alla
interpretazione di ricavare da essi tutte le conseguenze, di cui potevano
essere ca paci. Di qui derivano eziandio la venerazione e la riverenza, in cui
fu tenuto sempre questo codice primitivo del popolo romano; la differenza che i
Romani ravvisarono sempre fra queste leggi fonda mentali, e quelle che si
vennero gradatamente aggiungendo alle medesime; ed il fatto incontrastabile,
che la legislazione decemvirale, malgrado la pochezza dei proprii dettati, ha
finito per essere il punto di partenza di un sistema intiero di legislazione.
Tuttavia il carattere più saliente e più importante per la storia del diritto
primitivo di Roma, che a mio giudizio vuolsi ravvisare nella legislazione
decemvirale, consiste in questo, che siccome le XII Tavole furono il primo
codice comune ai due ordini, cosi fra tutti i documenti dell'antico diritto,
esse portano le traccie più evi denti dell'origine diversa delle istituzioni,
che entrarono a costituire il sistema del primitivo diritto romano. In esse
infatti noi troviamo da una parte trasportate di peso certe istituzionidelle
genti patrizie, il che si avverò sopratutto quanto all'organizzazione della
famiglia e alla successione e tutela legittima degli eredi suoi, degli agnati e
dei gentili, istituzioni che i giureconsulti ci dicono appunto essere state
introdotte dalla legislazione decemvirale (3 ). In esse parimente Così, ad esempio, la legge secondo cui a de
capite civis nisi maximo comi tiatu ne ferunto
mira certamente ad impedire, che le accuse capitali potessero re carsi
innanzi ai concilia plebis, come i tribuni della plebe avevano più volte
tentato di fare, come lo dimostra, fra gli altri, il processo contro C. Marcio
Coriolano. Uno scopo analogo dovette pure avere la legge: privilegia ne
inroganto. Cic., de leg., 19, 44. Nota a
ragione il Bruns, che nelle XII Tavole già si appalesa il genio giu ridico di
Roma, sia perchè esse già comprendono ogni parte del diritto, e sia anche per
il carattere obbiettivo e pratico delle singole disposizioni. Vedi
HOLTZENDORF's, Rechts Encyclopedie, I, 117. A parer mio esse dimostrano
eziandio, che l'elabora zione giuridica era già pervenuta molto innanzi, in
quanto che già si dànno come formati i concetti del nexum, del mancipium, del
testamentum, senza che occorra di indicarne il contenuto. Se prestiamo fede ai giureconsulti sarebbero
state introdotte direttamente dalla legislazione decemvirale le successioni e
le tutele legittime e le legis actiones, le quali sarebbero state composte dai
pontefici sui termini stessi delle XII Tavole. 401 è evidente lo sforzo dei
decemviri di porgere alla plebe un mezzo per uscire dalla posizione di fatto in
cui si trovava, e procurarsi invece una posizione di diritto; come lo dimostra
fra le altre cose la parte assai larga fatta all'usus auctoritas, che compare
qual mezzo per contrarre le giuste nozze, per acquistare le cose mobili ed
immobili, e qual modo di acquisto della stessa eredità. Infine nella
legislazione decemvirale si rinviene eziandio una parte dovuta all'elaborazione
di quel rigido ius quiritium, che ebbe a formarsi sotto l'influenza del censo e
delle altre istituzioni serviane, i cui concetti fondamentali sono quelli del
nexum, del mancipium, del testamentum, dell'atto per aes et libram, nei quali
tutti il quirite appare con un potere senza confini, cosicchè la sua parola
viene in certo modo a convertirsi in legge:
uti lingua nuncupassit ita ius esto
. 322. Questi varii elementi di origine diversa, che insieme ad alcune
disposizioni particolari imitate dalle legislazioni greche Lo stesso è pure a dirsi del riconoscimento
della fiducia, la quale non avendo forma giuridica dovette probabilmente
nascere nelle consuetudini della plebe. Vedi in proposito ciò che si disse
quanto al contributo della plebe nella formazione del di ritto romano ai numeri
148 a 157, 182 e segg., e sopratutto a 184. Si ritornerà poi sull'argomento nel
libro seg., cap. IV, 3, trattando della
mancipatio cum fiducia. V. cap.
precedente, relativo all'influenza della costituzione serviana sulla for
mazione del ius quiritium. V. Lattes,
L'ambasciata dei Romani per le XII Tavole. Milano, 1884. Non può qui essere il
caso di trattare a fondo la questione della ambasciata in viata in Grecia e ne
quella dell'influenza greca sulle XII Tavole, questione che pud aver bisogno di
un nuovo stadio dopo la scoperta delle leggi di Gortyna: ma credo che il
seguente libro proverà fino all'evidenza, che le basi fondamentali del primitivo
ius quiritium sono desunte dalle istituzioni già esistenti fra le genti
italiche, e che furono eminentemente ed esclusivamente romani così il modo in
cui furono foggiati gli istituti giuridici, come il processo logico e storico
ad un tempo, con cui furono svolti. L'analogia pertanto di certi istituti può
anche essere prove nuta o dalla comune origine ariana, o dalle condizioni
analoghe, in cui si trova rono le genti italiche e le elleniche nel passaggio
dall'organizzazione per genti alla vita cittadina; mentre l'imitazione diretta
si limita a disposizioni di poca impor tanza, la cui origine ellenica è sempre
di buon animo accennata dagli autori la tini, che non disconobbero mai la
sapienza dei Greci, pur affermando la propria superiorità in tema di diritto.
Cfr. Voigt, XII Tafeln, I, 10 a 16, dove pare si trovano raccolti i passi degli
antichi autori, che si riferiscono all'argomento. Quanto all'influenza greca
sulla giurisprudenza romana in genere mi rimetto a ciò che ho scritto nella
Vita del diritto, 179 a 194. 1. C., Le
origini del diritto di Roma, 26 402 formarono il substratum della legislazione
decemvirale, finiscono dopo di essa per svolgersi contemporaneamente e quindi
con essa può dirsi aver termine il ius quiritium propriamente detto, e
cominciare. invece l'elaborazione di un ius proprium civium romanorum, in cui
continuarono però a perdurare le primitive istituzioni del ius quiritium. Ciò
ci è dimostrato dall'attestazione di Pomponio, se condo cui tutto quel diritto,
che venne a formarsi sulla legislazione decemvirale, mediante la iuris
interpretatio, la disputatio fori, e la formazione delle legis actiones, venne
appunto ad essere indi cato col vocabolo di ius civile. Anche qui pertanto si
fa ma nifesto quel singolare magistero, che si rivela poi in tutta la forma
zione della giurisprudenza romana, per cui, accanto al diritto già formato e
consolidato, havvene una parte, che continua sempre ad essere in via di
formazione. Per talmodo accanto al ius quiritium, iniziatosi sopratutto colla
costituzione serviana, venne formandosi il ius civile, i cui esordii partono
dalla legislazione decemvirale; poi accanto a questo si esplicò il ius
honorarium, elaboratosi sopratutto sull'editto del Pretore; infine molto più
tardi ancora, secondo qualche autore, accanto al ius ordinarium viene
formandosi il cosi detto ius extraordinarium . Parmi quindi giusto il ritenere,
che colla legislazione decemvirale si chiude il periodo delle origini
propriamente dette, in cui le varie istituzioni trovansi ancora allo stato
embrionale, e comincia il vero svolgimento storico del diritto romano, in cui
le varie parti del di ritto pubblico e privato, già procedendo separate le une
dalle altre, debbono anche essere studiate separatamente nel proprio sviluppo.
È a questo punto pertanto, che può essere opportuno un tentativo di
ricostruzione di quel primitivo ius quiritium, che a mio giudizio costituisce
l'ossatura primitiva di tutta la giurisprudenza romana, e può darci il segreto
di quella dialettica potente, che strinse insieme le varie parti della
medesima. Spero che la bellezza e l'im portanza grandissima del tema, e la
luce, che può derivarne per la spiegazione del diritto primitivo di Roma, il
quale, quanto alle proprie origini, non ha cessato ancora di essere un
grandemistero, valgano a farmi perdonare l'audacia del tentativo. KUNTZE, Ius
extraordinarium der römischen Kaiserzeit. Leipzig, 1886. POMP., Leg. 2, SS 5 e 6, Dig. (1-2).
LIBRO IV. Ricostruzione del primitivo ius quiritium (*). CAPITOLO I. La
struttura organica del ius quiritium ed il concetto del quirite. 323. E
opinione pressochè universalmente adottata, che il primitivo diritto di Roma
porti in sè le traccie della violenza e della forza, e debba essere considerato
in ogni sua parte come il frutto di una evo luzione lenta e graduata,
determinata esclusivamente dalle condizioni economiche e sociali, in cui
trovossi il primitivo popolo romano. Lo studio invece della genesi e della
formazione del ius quiritium, nel momento in cui per opera della costituzione
serviana comincio ad essere comune alle due classi, mi conduce a conclusioni
alquanto diverse. Questo ius quiritium, se nei vocaboli può ancora portare le
traccie di un periodo anteriore di violenza, nella sostanza invece è già il
risultato di una selezione e di un'astrazione potente, intesa da una parte a
trascegliere dal periodo gentilizio quelle istituzioni, (*) Ancorchè l'intento
di questo libro IV sia di isolare in certo modo quella parte del diritto
privato di Roma, che prima riuscì a consolidarsi sotto il nome di ius quiritium,
e a costituire così il nucleo centrale di quella elaborazione giuri dica, che
doveva poi durare per 14 secoli, mi riservo tuttavia anche qui la libertà di
seguire talvolta lo svolgimento logico e storico dei varii istituti giuridici,
anche oltre gli stretti confini del ius quiritium. Il motivo è questo, che
anche nella clas sica giurisprudenza occorrono certe singolarità, le quali, a
parer mio, non potranno mai essere spiegate, quando non siano sorprese alle
origini. Siccome infatti la carat teristica del tutto peculiare del diritto
romano consiste nell'essere il frutto di una elaborazione, che malgrado la sua
lunga durata non abbandono mai intieramente quei metodi e processi, con cui era
stata iniziata; così in esso accade ben soventi, che negli ultimi sviluppi
occorrano certe apparenti singolarità ed anomalie, le quali non sono che una
conseguenza logica di fatti, che si avverarono nel principio della formazione,
e dell'indirizzo con cui questa ebbe ad essere iniziata. 404 - che potevano
accomodarsi alla vita della città, e dall'altra a sce verare l'elemento
giuridico da tutti gli altri punti di vista, sotto cui i fatti sociali ed umani
possono essere considerati. Il suo linguaggio rozzo ma efficace; i suoi
concetti sintetici e comprensivi; le solennità tipiche, in cui esso si
manifesta; la disinvoltura con cui si maneg giano tali solennità e si
trasportano da uno ad un altro negozio giuridico; la coerenza organica delle
sue varie parti sono già la ma nifestazione di una potente logica giuridica, di
cui appare investito il popolo romano fin dai proprii esordii, mediante cui
esso riesce a sceverare dalle proprie tradizioni del passato e dalle condizioni
so ciali, in cui si trova, tutto ciò che in esse havvi di strettamente e di
esclusivamente giuridico, modellandolo in altrettante costruzioni tipiche, che
concentrano in sè l'essenza giuridica dei fatti sociali ed umani. Lo stesso
nostro linguaggio sembra essere inadeguato ad esprimere una selezione di questo
genere, cosicchè ad ogni istante viene ad essere necessario di ricorrere a vocaboli
tolti dalle scienze fisiche, chimiche e naturali, perché è soltanto nelle
naturali forma zioni che possono essere sorprese delle sintesi e delle analisi,
ana loghe a quelle, che occorrono nel primitivo diritto di Roma. In esso
dispiegasi una logica giuridica cosi rigida, cosi geometrica, precisa e
coerente, che anche un giureconsulto, preparato da una lunga edu cazione
giuridica, stenterebbe a giungervi, e la quale può soltanto essere spiegata con
dire che ci troviamo di fronte a un popolo, giu rista per eccellenza, il quale,
guidato dalle proprie attitudini natu rali, esordisce con un capolavoro di arte
giuridica, che può essere considerato come un pegno della perfezione, a cui
esso giungerà più tardi nel suo lavoro legislativo. 324. Il diritto quiritario
infatti toglie dalla realtà il linguaggio ed i concetti primitivi, di cui esso
si vale; ma intanto li isola e li scevera per modo da ogni elemento affine, che
i primitivi concetti giuridici del popolo romano, al pari dei suoi concetti
politici, si pre sentano come altrettante concezioni logiche, e
costruzionigeometriche, che possono poi essere sottoposte a quella logica
astratta, che fu del tutto propria dei giureconsulti romani. Che anzi la logica
giuridica dei giureconsulti romani non si ma nifestò forse mai in modo più
vigoroso e potente, che nel modellare il concetto stesso del quirite e i varii
atteggiamenti, sotto cui il medesimo può essere considerato. Io non dubito
infatti di affermare, che il concetto stesso del quirite, in quanto si considera
come il 405 caput, da cui erompono le varie manifestazioni giuridiche, deve per
sè essere considerato come una concezione giuridica nel senso vero della parola.
Il quirite infatti non è l'uomo quale in effetto esiste, ma è l'uomo isolato da
tutti gli altri suoi rapporti, per essere consi derato sotto l'aspetto
esclusivo di capo di famiglia e di proprietario di terre. È come tale soltanto,
che egli conta nel censo serviano, ed è come tale eziandio, che esso si
presenta nel primitivo ius quiritium. Esso inoltre è anche un'astrazione sotto
un altro aspetto, in quanto che la logica giuridica lo isola da tutti i vincoli
religiosi e morali, a cui nel fatto possa essere sottoposto, e lo concepisce
come fornito di un potere illimitato e senza confini. Essa lo considera come un
pater familias, ancorchè in effetto non abbia figliuolanza, e in quanto è tale,
gli attribuisce i poteri più illimitati. Egli infatti quale capofa miglia ha il
ius vitae et necis sulla moglie, sui figli, sui servi; come proprietario pud
usare ed abusare delle proprie cose; come credi tore può anche appropriarsi il
proprio debitore, venderlo al di là del Tevere e dividerne il corpo, se
concorra con altri creditori; come testatore pud disporre in qualsiasi guisa
delle proprie cose per il tempo per cui avrà cessato di vivere. Col tempo
questa potestà giuridica illimitata potrà apparire eccessiva, in quanto che si
verrà a riconoscere che il quirite potrà anche abusare di essa, come il
magistrato del proprio imperium, ed in allora si cercherà di porre dei limiti
al suo potere come padre, come proprietario, come credi tore, come testatore,
come padrone; ma nel suo erompere primitivo l'uomo, a cui appartiene l'optimum
ius quiritium, è una indivi dualità completa, che sotto l'aspetto giuridico non
subisce limitazione di sorta. Il quirite poi, in base al censo serviano,
riunisce due carat teri: quello cioè di capo di famiglia e di proprietario di
terre, e i medesimi si compenetrano per modo, che i due concetti si vengono
immedesimando l'uno nell'altro, cosicchè, quale padre di famiglia, esso
apparisce come un proprietario, e per essere proprietario deve essere un capo
famiglia; donde consegue, che anche i due vocaboli di familia e di mancipium
possono sostituirsi l'uno all'altro. V.
in proposito il Voigt, Die XII Tafeln, II, 10 e 11, note 5 e 6, ove son citati
varii passi da cui risulta, che la familia in personas et in res deducitur.
Leg. 195, Dig. (50, 15 ). Cid pure accade del mancipium, il quale talvolta è
preso in significazione così larga da comprendere non solo le cose, ma anche le
persone 406 Nel censo infatti non comparisce che il caput, in quanto unifica in
sè medesimo persone e cose, e in quanto egli è libero, cittadino, in dipendente
nel seno della famiglia. Esso conta per uno, ma intanto rappresenta molte
persone ad un tempo: cosicchè anche la proprietà, che trovasi posta in suo
capo, mentre nel costume appartiene alla famiglia, sotto il punto di vista
giuridico viene invece ad essere considerata come una proprietà esclusivamente
propria del capo di famiglia. Quasi si direbbe che l'imperium del quirite nella
propria casa viene ad essere foggiato sulmodello stesso del regis imperium per
quello che si riferisce alla città. Esso ha impero sulle cose e sulle persone,
al modo stesso che il magistrato ha l'imperium domimi litiaeque, e l'una ed
anche l'altra podestà, sotto il punto di vista giuridico e politico, non hanno
confine, sebbene nella realtà siano contenute in stretti vincoli dal costume
pubblico o privato. Di qui la conseguenza, che mentre questo è il momento
storico, in cui ap parisce più senza confini il potere del padrone sugli
schiavi, quello del marito sulla moglie, quello del padre sui figli, noi
intanto ab biamo tutti gli argomenti per credere, che fu appunto questo il
tempo, in cui fu migliore la condizione degli schiavi, volontariamente
accettata la subordinazione dei figli e della moglie, e quello in cuiil potere
del padre, cosi esorbitante nella sua configurazione giuridica, nella realtà
non ebbe a dar luogo a gravi abusi. Fu sopratutto in questo primo periodo, che
i figli dei servi erano allevati con quelli del padrone; che le mogli, mentre
giuridicamente potevano essere ripudiate, nel fatto non conoscevano il divorzio;
che i figli prova vano la severità del padre, non tanto nelle pareti
domestiche, quanto piuttosto, allorchè egli investito del pubblico potere
giungeva a soffo care gli affetti del sangue per far rispettare l'imperium, di
cuitro vavasi insignito. dipendentidal capo di famiglia, come lo dimostra
l'espressione conservataci da Gellio, secondo cui la mater familias è in manu
mancipioque mariti. Ciò però non toglie, che il vocabolo familia significasse
di preferenza il complesso delle per sone, e quello di mancipium il complesso
delle cose, che erano soggette al potere del capo di famiglia. Cid apparirà
meglio in questo stesso capitolo, $ 4, in cui si discorrerà appunto del
mancipium, e delle sue varie significazioni.
La causa di questo contrasto tra l'ordinamento giuridico della famiglia
e le condizioni reali della medesima sarà meglio posta in evidenza al cap.
1, 1°, ove si discorre del ius connubii.
Quanto alla figura del padre di famiglia patriarcale durante il periodo
gentilizio, vedi sopra il nº 94, 119. 407 326. Se non che è ovvio il chiedersi,
in qual modo siasi potuto modellare in modo così vigoroso ed efficace la figura
del quirite. Io non dubito di rispondere che questa concezione dell'uomo sotto
l'aspetto esclusivamente giuridico, se per una parte fu determinata dalle
condizioni economiche e sociali, dall'altra fu anche l'effetto di una potente
astrazione giuridica, compiuta da un popolo con un pro cesso mentale non
diverso da quello, che seguirebbe un giureconsulto moderno. Gli elementi
preesistevano nella organizzazione gentilizia e consistevano nella figura del
capo di famiglia, e nel concetto della proprietà, che a lui apparteneva.
Mediante un lavoro di astrazione, che è famigliare al giureconsulto, i due
concetti di capofamiglia e di proprietario furono staccati dall'ambiente, in
cui si erano for mati, furono isolati da tutti gli altri rapporti di carattere
gentilizio, riguardati attraverso il crogiuolo del censo, in cui persone e cose
dipendevano da un solo caput, e ne eruppe cosi questa figura tipica del quirite,
che è soldato ed agricoltore, capo di famiglia e proprietario, individuo e capo
gruppo, il quale sotto un aspetto è una realtà e sotto un altro è già una
astrazione o concezione giuridica. Lo stesso è a dirsi delle due istituzioni
fondamentali della famiglia e delle proprietà, quali vengono a presentarsi nel
ius quiritium la cui formazione fu determinata dalla costituzione serviana, An
ch'esse sono tratte dalla realtà, e sono due ruderi dell'organizzazione
gentilizia, nel senso vero e proprio della parola, salvo che, traspor tate nel
seno delle città e cosi isolate dall'ambiente, che le circon dava, fanno su chi
le considera un effetto analogo a quello di quei ruderi delle mura serviane,
che circondate da un' aiuola si incon trano nella Via Nazionale di Roma
moderna. Di qui la conseguenza, che anche la proprietà e la famiglia debbono
essere considerate come due costruzioni giuridiche, in quanto che esse non sono
la pro prietà e la famiglia, quali effettivamente esistevano, ma sono il frutto
di un'elaborazione giuridica, per cui l'una e l'altra sono iso late da quegli
elementi, sopratutto religiosi e morali, che nella realtà ne moderavano la
rigidezza. Siccome infatti il quirite, come tale, non è più nè il gentile, nè
il cliente, né il patrizio, nè il plebeo, ma è un capo famiglia, considerato
come padrone assoluto delle cose e delle persone, che da lui dipendono; cosi
l'aureola del buon co stume, del consiglio domestico, del consiglio degli
anziani, delle tradizioni del villaggio, della religione, di cui il padre
antico era il sacerdote, viene a scomparire pressochè intieramente nel diritto
408 quiritario. In questo più non scorgesi, giuridicamente parlando, che un
caput, che è proprietario e padre ad un tempo, e il cui potere (manus) sulle
persone e sulle cose, che ne dipendono (mancipium o familia ), apparisce senza
confini, rendendo cosi possibile l'applicazione di una logica, il cui processo
sarebbe stato ad ogni istante interrotto, se si fosse dovuto tener conto degli
altri vincoli e rapporti, in cui il quirite effettivamente si trovava. 327. Lo
stesso deve pur dirsi di quel carattere, cosi saliente nel di ritto primitivo
di Roma, per cui i poteri sulle persone e sulle cose vengono ad immedesimarsi
l'uno nell'altro, e possono quindi essere in dicati coimedesimivocaboli,
rivendicati nella stessa guisa, e trasmessi col medesimo atto. Anche ciò non
deve ritenersi come indizio, che per i Romani la potestà del padre si
confondesse colla proprietà: ma è unicamente il frutto di una elaborazione
giuridica, in quanto che questi due poteri, dovendo passare per il crogiuolo
del censo, venivano in sostanza a ridursi tutti al concetto del mio e del tuo.
Ed a questo riguardo credo di non esagerare dicendo, che fu una grande ventura
per il diritto romano, che il medesimo fosse cosi costretto a modellare ogni
diritto sopra quello di proprietà, in quanto che non eravi certamente altro
concetto, che potesse meglio acco modarsi a tutte le applicazioni della logica
giuridica. Se questa infatti avesse dovuto applicarsi alle persone, si sarebbe
ad ogni istante inceppata in considerazioni di umanità, mentre spiegandosi in
certa guisa di fronte alle cose potė spingersi a tutte le deduzioni, di cui
poteva essere capace, e per tal modo il diritto potè appa rire in certi casi
inumano e crudele, ma la costruzione giuridica venne ad essere più logica e più
coerente. Cosi deve pure attribuirsi ad una elaborazione giuridica, resa ne
cessaria dalle condizioni, sotto cui patriziato e plebe entravano a far parte
della comunanza, quel concetto, per cui quella proprietà, che nel costume
ritenevasi appartenere alla famiglia, giuridicamente in vece venne ad essere
considerata come spettante ad un individuo, che poteva disporne in qualsiasi
guisa. Questo infatti era il solo modo di combinare il concetto della proprietà
famigliare, che era proprio del patriziato, con quello della proprietà privata
ed individuale, che era la sola, che fosse conosciuta dalla plebe. Fondendosi
insieme, le due formedi proprietà diedero origine a quella singolare
istituzione della proprietà quiritaria, che nel costume si ritiene della
famiglia, e in diritto si considera come esclusivamente propria del padre, per
409 cui tutto ciò, che acquistano gli altri membri della famiglia, a lui solo
appartiene. 328. Fermo cosi nelle sue linee generali il concetto fondamentale
del quirite, quale ebbe ad uscire dal crogiuolo del censo istituito da Servio
Tullio, viene ad essere facile il comprendere come i varii atteggiamenti, sotto
cui esso può essere considerato, abbiano potuto essere scomposti ed analizzati,
e abbiano così data origine ad al trettante concezioni giuridiche foggiate
sullo stesso modello. Il quirite infatti costituisce in certo modo la
configurazione giu ridica dell'umana persona, quale allora poteva essere
concepita, e come tale può essere considerato: – o in quanto sta, ossia nella
posizione giuridica (status), che egli tiene nella comunanza quiri tiana: - o
in quanto egli si muove ed agisce, ossia in quanto egli entra in rapporti con
altri quiriti. In quanto sta, ossia in quanto egli tiene uno status, questo può
essere scomposto nei suoi varii elementi, e quindi il quirite viene ad avere un
caput, che comprende tutta la sua capacità giuridica come quirite; una manus,
che inchiude il complesso dei poteri, che gli appartengono ex iure quiritium;
un mancipium, il quale implica parimenti nella sua significazione primitiva
così le persone, che le cose, che da lui dipendono per diritto quiritario. È
poi degno di nota, che tutti questi vocaboli, in cui viene ad essere racchiusa
l'individualità giuridica del quirite, hanno una significazione mate riale e
giuridica, concreta ed astratta ad un tempo. Cosi, ad esempio, il vocabolo
caput, mentre da una parte indica la parte più nobile ed importante del corpo,
dall'altra designa la capacità giuridica poten ziale del quirite che è come la
sorgente di tutti i diritti spettanti al medesimo; quello dimanus,mentre
esprime l'organo mediante cui si esplica la forza e l'energia fisica dell'uomo,
è ad un tempo il sim bolo efficacissimo dell'attività giuridica che si viene
estrinsecando in certi determinati poteri; e quello infine di mancipium da ma
nucaptum, mentre da una parte significa una cosa, che per essere materialmente
afferrata dalla manus, non può sfuggire alla mede sima, dall'altra indica
eziandio lo stato di sottomissione giuridica, in cui vengono a trovarsi le
persone e le cose che da essa dipendono.
Questo carattere speciale della proprietà quiritaria e il modo in cui
essa potè formarsi saranno meglio spiegati nel cap. seg., $ 6, ove si discorre
dell'origine del dominium ex iure quiritium. 410 Questi varii elementi poi,
intrecciandosi fra di loro, costituiscono un tutto organico e coerente; poichè,
tanto nel significato mate riale quanto nel giuridico, la manus viene in certo
modo ad esser e il termine di mezzo fra il caput che la dirige e il mancipium
che dipende dalla medesima. In quanto invece si muove ed agisce, il quirite
viene a contatto coi proprii simili, e quindi le sue estrinsecazioni giuridiche
possono essere richiamate: al connubium, da cuideriva, si può dire, tutto il
diritto, che si riferisce alle persone; al commercium, in cui si com pendiano
tutte le manifestazioni giuridiche, che si riferiscono alle cose; all'actio, da
cui scaturisce tutto quel complesso di proce dure, con cui egli pud far valere
qualsiasi suo diritto: vocaboli anche questi, che hanno pure una significazione
materiale e giuridica ad un tempo. Tutti questi elementi poi, mentre concorrono
a costituire l'organismo del tutto, sono percorsi da un proprio concetto
informa tore, che si viene logicamente svolgendo, e che dà cosi origine a
quella dialettica latente della giurisprudenza romana, colla quale sol tanto si
possono spiegare certe peculiarità del diritto romano. Intanto è da notarsi,
che tutto questo bagaglio del diritto quiri tario è tolto in sostanza dal
periodo gentilizio, perchè già in esso eransi formati i concetti del caput per
indicare il capo del gruppo famigliare o gentilizio, della manus per indicare
il complesso dei suoi poteri, e del mancipium per indicare le cose e le persone
che gli erano soggette; come pure in esso, già si erano preparati i concetti di
connubium, di commercium e di actio. Vi ha però questa differenza, che mentre
questi un tempo indicavano dei rap porti, che intercedevano fra i membri delle
varie genti, ora indi cano invece la posizione speciale, che il quirite prende
nella co munanza quiritaria, ed i varii aspetti sotto cui dispiegasi l'attività
giuridica del quirite nei suoi rapporti cogli altri quiriti. Quindi è, che
mentre questi concetti un tempo avevano una significazione, che era determinata
dall'ambiente, in cui si erano formati; ora invece, essendo staccati
dall'ambiente stesso, si cambiano in altrettante forme e concezioni logiche, e
come tali diventano capaci di uno svolgi mento logico e storico compiutamente
diverso, la cui ricostruzione formerà oggetto dei capitoli seguenti. Il naturale processo, in base a cui venne
formandosi un diritto fra le varie genti, fu spiegato più sopra ai nn. 94 e seg.,
117, e quello per cui i concetti intergentilizii così formati si cambiarono in
concetti quiritarii trovasi descritto al n ° 266. Il quirite nel suo
status. 1. – Il censo serviano e la
genesi dei concetti di caput, manus, mancipium. 329. Anche oggidi il più arduo
problema, che presentino le ori gini del ius quiritium, consiste nello spiegare
come mai il mede simo si trovasse di un tratto isolato da quell'ambiente
religioso e gentilizio, in cui erasi formato, e come esso abbia potuto prendere
le mosse da concetti così sintetici e comprensivi, quali sono quelli di caput,
manus, mancipium. Come mai potè accadere, che quel ius, che presso le genti
patrizie era ancora soverchiato dal fas ed ed avviluppato nel mos, sia
pervenuto pressochè di un tratto ad affermare la propria esistenza e a ricevere
uno svolgimento lo gico e storico del tutto distinto da quello della religione
e della mo rale? In qual modo parimenti potè accadere, che un diritto, il
quale, secondo l'attestazione dei giureconsulti, ebbe a formarsi necessi tate exigente et rebus ipsis
dictantibus , siasi iniziato con sintesi potenti, che inchiudono in germe tutti
i suoi ulteriori svolgimenti? Son note in proposito le divergenze degli autori
e le congetture innumerabili, che furono poste innanzi, ed è certo assai
difficile di giungere ad una risoluzione, che possa rispondere a tutte le ob
biezioni. Persuaso tuttavia, che per comprendere le istituzioni di un popolo,
sia sopratutto indispensabile di spogliarsi delle idee del tempo, per
trasportarsi nell'ambiente e nel pensiero del popolo, fra cui quelle
istituzioni giunsero a formarsi, io ritengo che il solo modo per giungere a
comprendere questa singolare formazione del ius quiritium e la significazione
dei concetti da cui esso parte, sia quello di ricostrurre in base alle
condizioni economiche e sociali, in cui si trovavano il patriziato e la plebe,
quella comunanza quiritaria, Il
carattere eminentemente religioso del diritto primitivo delle genti patrizie fu
dimostrato più sopra, lib. I, cap. V, 90 a 104, discorrendo dei rapporti fra il
mos, il fas e il ius. Il medesimo poi si mantenne ancora durante il periodo
della città esclusivamente patrizia, come lo dimostra l'analisi delle leges
regiae fatta ai nn. 268 a 270, 329.412 la cui formazione ebbe ad essere
determinata dalla costituzione e dal censo di Servio Tullio. 330. Credo di
avere dimostrato a suo tempo come il patriziato e la plebe, anteriormente
all'epoca serviana, non avessero comuni nè la religione, né i costumi, nè
l'organizzazione gentilizia, nè i connubii, che sono il fondamento
dell'organizzazione domestica. I soli diritti, che la città patrizia avesse
accordati alle plebi circo stanti, non devono neppure essere indicati col nome
di ius com mercii, ma bensi con quello di ius nesi mancipiique; il quale
consisteva nel diritto dei plebei di potersi obbligare vincolando la propria
persona, e di poter disporre di quelle possessioni, che essi tenevano nel
territorio romano. È quindi evidente che, se era possibile una comunanza fra i
due ordini, questa nelle origini non poteva avere nè un carattere religioso e
neppure un carattere mo rale, ma poteva solo avere un carattere esclusivamente
economico, giuridico e militare. Ne consegui pertanto, che per formare questa
comunanza venne ad essere necessario di sceverare affatto il ius, nel senso
stretto e rigido della parola, dal fas e dal mos, con cui prima trovavasi
implicato nelle istituzioni delle genti patrizie. Questa selezione erasi già in
parte iniziata col formarsi della città esclusivamente patrizia, poichè già fin
d'allora erasi venuta distin guendo la vita pubblica dalla privata ed erasi già
in parte affie volita l'organizzazione gentilizia ; ma la medesima dovette spin
gersi ben più oltre coll'accoglimento nel populus di un elemento, a cui non
erasi riconosciuto che il ius neximancipiique. Di qui la rigidezza singolare,
che ebbe ad assumere il ius quiritium, allorchè cominciò ad essere comune al
patriziato ed alla plebe; poichè da quel momento esso venne ad essere sottratto
a quell'au reola religiosa e patriarcale, che dominava il periodo gentilizio, e
fu sottoposto all'impero di una logica del tutto sua propria. Se non che, anche
in tema di diritto, nel senso stretto della pa rola, non tutte le istituzioni
potevano servire di base alla comu V.,
quanto alla condizione della plebe, il lib. I, cap. IX, 180 a 196, e quanto al
ius nexi mancipiique, spettante alla medesima, il nº 160, 198 e 199, come pure
il nº 287, 351 e 352. Che anche il
diritto della città patrizia supponesse una specie di selezione fra le
istituzioni delle varie genti, operatasi per opera dei collegi sacerdotali e
sotto forma di legislazione regia, fu dimostrato nel libro II, cap. IV, SS 1º,
2º e 3º, 303 a 333. - 413 nanza quiritaria, ma soltanto quelle che in effetto
erano comuni ai due ordini, o che erano tali da rendere possibile un ravvicina
mento fra di loro. Quindi anche in fatto di diritto convenne fare astrazione da
tutti quei rapporti, che per il momento non potevano essere comuni, per fissare
lo sguardo su quei rapporti e su quegli interessi, in base a cui essi potevano
partecipare alla stessa comu nanza. Siccome quindi l'interesse, che avevano il
patriziato e la plebe ad entrare in una stessa comunanza, era sopratutto
l'interesse della comune difesa, così la comunanza quiritaria assunse in que
st'epoca un carattere più esclusivamente militare, che prima non avesse.
Siccome parimenti gli unici rapporti, per cui poteva avve. rarsi un
ravvicinamento fra di loro, erano quelli relativi alla fa miglia unificata
sotto il proprio capo, e alla proprietà spettante alla famiglia stessa, così il
ius quiritium comune ai due ordini cominciò a consolidarsi nella parte relativa
alle due istituzioni fondamentali della proprietà e della famiglia. 331. Di cid
è facile persuadersi quando si considerino le condi zioni rispettive dei due
ordini, che dovevano partecipare alla stessa comunanza. Da una parte eran vi i
membri delle gentes patriciae, i quali ancorchè fossero i fondatori della città,
continuavano però sempre ad essere organizzati per gruppi, sovrapponentisi gli
uni agli altri (famiglie, genti, e tribù gentilizie), come lo dimostra il
fatto, che il popolo primitivo era diviso per curiae, le quali erano appunto
for mate ex hominum generibus. Il patriziato pertanto non aveva in certo modo
il concetto della individualità nello stretto senso della parola, ma solo il
concetto dei diversi gruppi e dei capi che rap presentavano imedesimi. Di
questi gruppi poi ilmeno esteso e il più strettamente unificato era quello
della famiglia, fondata sulla agna zione, e riunita sotto la potestà del padre.
- Dall'altra parte in vece eravi la plebe, la quale, essendo una moltitudine di
individui rimasti liberi dalla clientela, o immigrati da altre città, o traspor
tati da popolazioni conquistate, componevasi invece di individui anche isolati
o tutto al più di famiglie, le quali non erano più strette insieme dal vincolo
di agnazione, ma piuttosto da quello più naturale dell'affinità e della
cognazione . V.,quanto
all'organizzazione gentilizia del patriziato, il lib. I, cap. IV, e quanto alle
condizioni della plebe, il lib. I, cap. IX. 414 Queste differenze poi, che
esistevano fra di loro quanto alla loro organizzazione, si riflettevano
eziandio nelle loro condizioni econo miche. Da una parte infatti continuava a
prevalere presso le gentes patriciae la proprietà collettiva dell'ager
gentilicius o dell'ager compascuus, il che però non impediva che esse già
conoscessero una specie di proprietà famigliare e privata, la quale era
designata col vocabolo di heredium. Questo consisteva nell'assegno, che le
varie gentes facevano sull'ager gentilicius ad ogni gentile, che passando a
matrimonio veniva a fondare una nuova famiglia, ed era a somi glianza di esso,
che secondo la tradizione anche Romolo aveva fatto a ciascuno dei suoi seguaci
un assegno, il quale pur riteneva il nome di heredium. Il medesimo quindi
costituiva in certo modo il patrimonio famigliare, e come tale non poteva
essere alienato senza il consenso degli altri capi di famiglia, ma doveva
invece trasmettersi dai genitori ai figli, e mantenersi per quanto si poteva
indiviso (ercto non cito ); ma intanto, essendo già intestato al capo di
famiglia, cominciava ad avvicinarsi alla proprietà individuale e privata.
Dall'altra invece la plebe, non avendo l'organizzazione gentilizia, non poteva
neppure avere la proprietà collettiva dell'ager gentilicius e dell'ager
compascuus. Di qui conseguiva, che i plebei nel fatto si trovavano stabiliti
sopra certi spazi di suolo, che essi avevano occupato sul territorio romano, o
di cui avevano ottenuto il godimento da qualche gens patricia, o che loro erano
stati as segnati dal re sullo stesso ager publicus. È quindi evidente, che
questi stanziamenti della plebe, essendo una applicazione del ius mancipii alla
medesima accordato, più non potevano essere chia mati col vocabolo di heredia,
poichè questo conteneva ancora l'idea di un patrimonio avito da trasmettersi
agli eredi, ma potevano in vece più acconciamente indicarsi col vocabolo
dimancipia, poichè essi erano state effettivamente manucapti, e perchè fino a
quel punto costituivano piuttosto semplici possessi, che non vere proprietà al
punto di vista gentilizio. 332. In questa diversità di condizioni egli è
evidente, che il Quanto al concetto
dell'heredium, come forma della proprietà famigliare nel periodo gentilizio,
vedi il nº 56, 70; ma devo aggiungere, che dettando quelle pagine non aveva
ancora ravvisata la differenza esistente fra l'heredium ed il man cipium, nè
aveva cercato di spiegare come perchè all'heredium del periodo genti lizio
fosse sottentrato nel ius quiritium il concetto di mancipium. - 415 censo,
dovendo comprendere i due ordini, non poteva tener conto che degli elementi,
che erano loro comuni. Se il censo quindi avesse dovuto farsi di soli patrizii,
si sarebbe dovuto indicare la famiglia, la gente e la tribù gentilizia a cui ap
partenevano, e avrebbesi così avuto un censo fondato sulla discen denza, come
quello sovra cui dovevano probabilmente essersi for mate le curiae. Se esso
invece avesse dovuto comprendere i soli plebei, si sarebbe dovuto procedere per
capita; poichè fra essi ve ne erano anche di quelli, che solo avevano il loro
caput, e che non avrebbero potuto indicare la loro vera discendenza. Siccome
invece il censo, come base della nuova comunanza quiritaria, do veva
comprendere gli uni e gli altri; cosi la soluzione fu la più naturale di tutte,
quella cioè di dare al censo non più una base genealogica (ex hominum
generibus), che avrebbe potuto compren dere solo i patrizii ed alcune famiglie
plebee, ma bensì una base territoriale e locale (ex regionibus et locis) , che
poteva com prendere gli uni e gli altri, e di censire gli abitanti, non per
genti e neppure per famiglie, ma per capita, attribuendo perd al voca bolo di
caput la doppia significazione di individuo e di capo di quel gruppo famigliare,
che era appunto il solo, che fosse comune al patriziato ed alla plebe. Così
pure se si fosse trattato di censire le proprietà patrizie, si sarebbe dovuto
prendere come base la proprietà collettiva della gens (ager gentilicius), nella
quale sarebbero anche rientrati gli heredia delle singole famiglie; ma
volendosi anche censire i possessi e gli stanziamenti della plebe, convenne di
necessità prendere a base del censimento quella sola forma di proprietà e di
possesso, che apparteneva ai patrizii sotto il nome di heredium, e ai plebei
sotto quello di mancipium. Tuttavia questa proprietà individuale e famigliare
ad un tempo, che era comune ad entrambi gli ordini, non potè più essere
indicata acconciamente col vocabolo di here dium, il quale era pur sempre una
istituzione di origine gentilizia, ma potè esserlo più acconciamente con quello
di mancipium, il quale, oltre al rispondere perfettamente ai concetti di caput
e di inanus, aveva anche il vantaggio di significare al tempo stesso la
proprietà e il possesso, e di esprimere con potente efficacia quel carattere di
proprietà esclusiva ed individuale, che veniva ad assu Gellio, XV, 28, 4. 416 mere quel patrimonio,
che nel censo era intestato ad una deter minata persona. La conseguenza intanto
fu questa, che nella comunanza quiritaria, formatasi in base alla costituzione
ed al censo serviano, mentre il patrizio fu isolato in certo modo dall'ambiente
gentilizio, in cui esso prima si trovava, il plebeo ottenne invece il
riconoscimento ufficiale del possesso, sovra cui esso era stabilito. L'uno e
l'altro comparvero nel censo come quiriti, ossia come capi di famiglia e come
proprietarii di terra; ebbero un complesso di diritti comuni, che prese appunto
il nome di ius quiritium. Così pure la comunanza quiritaria, avendo una base
economica, venne a considerare ogni cosa sotto l'aspetto del mio e del tuo, e
assunse eziandio una impronta emi nentemente militare, che spiega quel
carattere di forza e di vio lenza che è inerente al ius quiritium e si rivela
nei vocaboli e nei simboli da esso adoperati. 333. Pongasi ora, che trattisi di
comprendere in certe rubriche, che si adattino per la formazione del censo,
l'individualità giuridica di questo quirite, e anche oggidi sarebbe forse
difficile di sovrap porre a queste varie rubriche vocaboli più sintetici e
compren sivi e al tempo stesso più esatti e precisi di quelli di caput, manus,
mancipium. Nella categoria del caput verrà il nome del cittadino, libero e sui
iuris, come individuo e come capo di famiglia, e vi saranno le indicazioni del
suo nome, della sua età, della tribù locale a cui appartiene, la cui
indicazione finirà anzi per formar parte delle denominazioni ufficiali del
cittadino romano. Nella seconda rubrica invece saranno indicati i poteri, che a
lui ap partengono sulle persone, che entrano a costituire il gruppo, di cui
egli è capo, sulle persone cioè, che siano in manu, in potestate, in mancipio,
e siccome questa enumerazione dovrà naturalmente par tire dalla moglie, che
trovasi sotto la manus, così può spiegarsi come tutti questi poteri vengano
sotto la intitolazione generica di manus. Nella terza categoria infine comparirà
il mancipium, ossia il complesso delle persone e delle cose, che costituivano
il vero patri monio del quirite, in quanto egli era un capo di famiglia indipen
dente e sovrano. Che il nome della
tribù, a cui il cittadino apparteneva, entrasse nelle deno minazioni ufficiali
del medesimo, appare da una quantità grandissima di iscrizioni. V. in proposito il MICHEL, Du droit de cité romaine, Paris, 1885. 417 Questo
mancipium pertanto non potrà più comprendere nè l'ager gentilicius, come quello
che non appartiene al capo di famiglia, ma alla gente; né le mandrie e gli armenti,
che pascolano in questo ager gentilicius; né eziandio le possessiones, che si
possano avere nell'ager publicus; nè la pecunia circolante, il cui ammontare
pud essere variabile e non si presta ad una constatazione esatta e pre cisa,
quale è quella richiesta per un censo; ma dovrà invece com prendere soltanto
quella proprietà, che costituisse in certo modo il patrimonio normale,
costante, e pressochè tipico di un capo di fa miglia agricola, nelle condizioni
economiche e sociali in cui trova vasi allora il popolo romano. Egli è
probabile infatti, per chi tenga conto della tendenza delle genti italiche a
modellare i loro istituti sul medesimo tipo, che quel mancipium, che doveva
figurare nel censo, quale patrimonio asso luto ed esclusivo del quirite,
tendesse nella generalità dei casi ad essere configurato nella istessa guisa.
Per verità se trattavasi dell'heredium ossia dell'assegno fatto ad un capo di
famiglia di gente patrizia, il medesimo probabilmente doveva consistere in uno
spazio dell'ager gentilicius, che potesse bastare all'abitazione e al
sostentamento di lui e della sua famiglia; ed è certo a somiglianza di questi
primitivi assegni, che, salve le proporzioni, dovettero es sere configurati gli
assegni, che le genti facevano ai clienti, e quelli parimenti che i re facevano
alla plebe. Di qui consegui na turalmente che, facendo astrazione dalla
quantità maggiore o mi nore di iugera, o dall'ampiezza maggiore o minore della
domus in città o del tugurium nel contado, dovette formarsi una configura zione
tipica del podere del quirite. Che anzi non è punto impro babile, che nella
formazione del censo, dovendosi ridurre a categorie generali le cose
essenziali, che entravano a costituire questo man cipium, anche queste fossero
raccolte sotto certe denominazioni ti piche, quali sarebbero quelle di praedia,
di praediorum instru menta (servi, quadrupedes quae dorso collove domantur), di
praediorum servitutes (iter, via, actus, aquaeductus); le quali po terono assai
naturalmente essere indicate col vocabolo complessivo di res mancipii, come
quelle che effettivamente entravano a costi tuire il mancipium. Mi limito qui ad accennare in genere come
possa esser nato e siasi svolto l'importantissimo concetto del mancipium,
perchè le molteplici questioni al riguardo saranno prese più opportunamente in
esame in questo stesso capitolo, 4º, ove
si G. C., Le origini del diritto di Roma.
27 - 418 334. Intanto una conseguenza necessaria di questa specie di se lezione
del patrimonio, che apparteneva ad ogni singolo capo di fa miglia, veniva ad
essere questa, che le res mancipii, come quelle che servivano a determinare la
posizione di esso nella comunanza quiritaria, costituissero come una specie di
proprietà privilegiata, che doveva ritenersi appartenere in modo assoluto ed
esclusivo al quirite, a cui trovavasi intestata. Si vengono così a comprendere
le espressioni più antiche di mancipium facere, mancipio dare, mancipio
accipere, le quali dapprima dovettero significare la costi tuzione di una cosa
nel mancipium, e poi anche l'acquistare e il trasmettere una cosa, che fa parte
del mancipium; finchè la fre quenza di questi atti non condusse a creare un
vocabolo apposito, che è quello di mancipare, da cui derivò appunto quello
della mancipatio, la quale venne cosi ad essere il modo proprio ed esclu sivo
per l'alienazione delle res mancipii . Non conseguiva tuttavia da cid, che non
esistessero altri beni, di cui il cittadino avesse l'effettivo godimento: ma
questi non con tavano nel determinare la sua posizione di quirite, non
entravano a costituire il suo contributo alla comunanza quiritaria, e come tali
non erano dapprima oggetto di proprietà assoluta ed esclusiva, nelvero senso
della parola: essi formavano piuttosto oggetto di uso e di godimento, ed erano
compresi genericamente in una categoria ne gativa, che più tardi fu denominata
delle res nec mancipii, le quali perciò potevano essere alienate collasemplice
traditio. Può dirsi pertanto, che il mancipium fu in certo modo la prima pro
prietà ufficialmente constatata del cittadino romano, fuori della quale poteva
esservi uso o godimento, ma non proprietà nel senso vero della parola e al
p semplice traditio. Può dirsi pertanto, che il mancipium fu in certo modo
la prima pro prietà ufficialmente constatata del cittadino romano, fuori della
quale poteva esservi uso o godimento, ma non proprietà nel senso vero della
parola e al punto di vista quiritario. È poi questa se parazione, che a causa
del censo si venne operando fra l'intesta zione ufficiale della proprietà di
una cosa, e l'effettivo godimento di essa, che ci spiega come negli antichi
autori si contrappongano tratterà ex professo del mancipium e della distinzione
delle res mancipii e nec mancipii. L'idea che la distinzione delle res mancipië
e nec mancipii dovesse avere qualche attinenza col censo Serviano ebbe già ad
essere enunciata dal PUTTENDORF, dal LANGE, dalWANGERON, dal Kuntze, ed è anche
seguìta presso di noi dal SERAFINI, Istituz., Firenze, 1881, 21. Vedi lo Squitti, Resmancipi e nec
mancipi, Napoli, 1885, 51, gli autori ivi citati, e gli argomenti che egli
adduce contro questa opinione, quale ebbe ad essere fino ad ora formulata. Cfr. BONFANTE, Res mancipi e nec mancipi,
Roma 1888, 90. 9 419 talvolta i concetti dimancipium e quelli di usus fructus ,
e come più tardi abbia potuto accadere, che una persona avesse sopra una cosa
il nudum ius quiritium, mentre un'altra invece ne aveva l'ef fettivo godimento
(in bonis ). È poi facile a comprendere come questa posizione privilegiata, in
cui venne ad essere collocato il mancipium, abbia anche cooperato efficacemente
a dissolvere la proprietà collettiva dell'ager gentilicius, e con essa a
dissolvere eziandio l'organizzazione gentilizia, la quale venne in certo modo
ad essere senza base, allorchè manco del suo fondamento economico. Ogni gens
patricia infatti, se volle avere una quantità di suffragii anche nelle
centurie, ove fini per concentrarsi la somma del pubblico potere, dovette
affrettarsi a fare degli assegni di terra ai proprii membri non solo, ma anche
ai proprii clienti e per tal modo gli agri gentilicii vennero spartendosi, ed
all ' ercto non cito , che indicava l'indivisione del patrimonio famigliare nel
periodo gentilizio, sottentrò il principio già riconosciuto dalle XII Tavole,
secondo cui altri non può essere costretto a rimanere in comunione suo
malgrado: si erctum ciet, arbitros tres
dato. 335. Così spiegato il censo serviano, viene a conseguirne che se vogliasi
conoscere la vera posizione del quirite, non come uomo, ma come membro della
comunanza quiritaria, sarà nelle tabulae censoriae, che a lui si riferiscono,
che dovrà essere cercato il suo vero status. Quindi se trattisi di un
cittadino, libero e sui iuris, ma senza potestà famigliare e senza patrimonio,
egli sarà bensi un caput, ma, non avendo che quello, sarà un capite census, e
sarà Questo contrapposto occorre più
volte nelle epistole di CICERONE, e fra le altre volte in una lettera ad Curium,
VII, 30, 2 ove scrive: Cuius (Attici)
quando proprium te esse scribis mancipio
et nexo, meum autem usu et fructu, contentus
isto sum. Id enim est cuiusque proprium, quo quisque fruitur atque
utitur ; il che significava in sostanza, che egli preferiva al dominio
ufficiale su Curio (man. cipium et nexum ), che spettava ad Attico, il
godimento effettivo (usus et fructus ) della sua conversazione. Altre volte
però questo contrapposto ha una significazione diversa, come nel bel verso di
LUCR., III, 969: vita mancipio nulli
datur, omnibus usu , ove mancipium si contrappone ad usus, in quanto significa
una cosa, che ci appartiene a discrezione, in guisa da poterne usare ed
abusare, ed indica così il potere illimitato ed esclusivo, che competeva
sulmancipium. Cfr. BONFANTE, op. cit., 92, nota 2, e 96, nº 2, e gli altri
passi ivi citati. Secondo la
ricostruzione del Voigt, op. cit., I, 712, tale sarebbe stato il tenore della
legge 16, della tavola V. 420 solo molto tardi, che la repubblica si contenterà
di accettarlo nella formazione del proprio esercito. Che se egli, pur non
avendo il patrimonio richiesto per entrare nelle classi e centurie, abbia tut
tavia qualche sostanza (1500 assi) ed una prole, che può crescere a benefizio
della repubblica e che può interessarlo per essa, egli figu rerà nel censo
colla prole stessa e colla manus, che gli appartiene sulla medesima, e sarà
cosi nella classe dei proletarii, la quale è già in condizione meno umile,
poichè in condizioni difficili potrà far parte, se non del vero esercito,
almeno di una specie di milizia raccogli ticcia (militia tumultuaria ), che
sarà armata a spese della repub blica. Infine se anche per ciò, che si
riferisce al mancipium, egli giunga a quella misura, che è necessaria per
essere ammesso nelle classi e nelle centurie, egli verrà ad essere adsiduus o
locuples, e secondo il valore maggiore o minore del suo mancipium potrà essere
collocato in una delle cinque classi, che formano il vero po pulus romanus
quiritium. Queste diverse categorie verranno poi ad essere così distinte fra di
loro, che ancora nelle XII Tavole per un adsiduus convenuto in giudizio per un
debito, dovrà rispon dere un altro adsiduus, mentre per il proletario potrà
rispondere chicchessia: adsiduo vindex
adsiduus esto; proletario, iam civi, quis volet vindex esto ; ed è solo più
tardi che, secondo l'atte stazione di Gellio,
proletarii et adsidui evanuerunt, omnisque illa XII Tabularum antiquitas
consopita est . Tutto ciò intanto spiega come dalle stesse tavole censuarie si
po tesse desumere lo status generalis del quirite sia come individuo, che come
capo di famiglia e proprietario. Siccome tuttavia, accanto alle qualificazioni
generali del capo gruppo, trovavansi pure nel censo le qualificazioni speciali
di pater familias, mater familias, di liberi, di servi, di sui iuris, di alieni
iuris, così anche queste varie gradazioni dello stato giuridico, senza essere
create dal censo, furono tuttavia nel medesimo delineate, e per tal modo esso
cooperd eziandio a svolgere e a precisare, accanto al concetto generale del
quirite come tale, anche il concetto degli stati speciali, che una persona
rappresentava nel gruppo a cui apparteneva.
Questa condizione dei capite censi e dei proletarii, riguardo al
servizio mili tare, ci è attestata espressamente da GELLIO, XVI, 10, $$ 10 a
15. Egli poi, citando un passo di Sallustio, direbbe che i capite censi non
furono arruolati, che da C. Mario nella guerra contro i Cimbri, o in quella
contro Giugurta. Gellio, XI, 6, 10, 8.
Che se alle cose premesse si aggiunga, che il censo all'epoca serviana fu il
documento ufficiale dello stato del cittadino, il quale serviva a determinare
la sua posizione come contribuente, come cit tadino e come soldato ad un tempo,
per guisa che la sola iscrizione nel censo poteva valere per la manomissione di
un servo, sarà fa cile il comprendere come esso abbia potuto in parte conferire
a determinare il linguaggio sintetico ed astratto, da cui prese le mosse il ius
quiritium, ed il processo con cui esso vennesi elaborando. Esso infatti fu uno
dei mezzi più potenti, mediante cui l'individualità giuridica del cittadino fu
isolata da tutti gli elementi estranei al diritto, ed il quirite fu sottratto
all'ambiente gentilizio in cui prima si trovava, ed obbligato a fermare il suo
sguardo sovra quei rapporti che comparivano nel censo. Esso parimenti fu una
delle cause per cui il ius. quiritium, che venne elaborandosi su questa trama
pri mitiva, perdette di un tratto quell'aureola religiosa, che circondava le istituzioni
delle genti patrizie, e potè essere svolto con una rigi dezza e con una logica
astratta, che sarebbero certo incomprensi bili, quando non si conoscesse la
causa, da cui poterono essere de terminate. Con ciò non intendo già affermare,
che i concetti, da cui prese le mosse il ius quiritium, siano stati creati dal
censo, poichè ho dimostrato invece che essi già preesistevano; ma solo di
provare, che il censo servi a dare loro una configurazione esatta e precisa; a
separarli nettamente gli uni dagli altri; a fare in guisa che ciascuno avesse
un'esistenza propria e distinta, an corchè fra tutti concorressero a costituire
una sola individualità giuridica. Fu in questo modo, che al punto di vista
quiritario ogni gruppo apparve in certo modo unificato sotto il proprio capo;
che tanto il diritto sulle persone che quello sulle cose nel l'elaborazione
giuridica si ridusse ad una questione di mio e di tuo; che ciascun gruppo,
essendo per dir cosi racchiuso in una cate goria determinata, ebbe un'esistenza
cosi distinta da tutti gli altri gruppi, che i membri dell'uno non potevano
promettere nè stipu lare per quelli dell'altro; che infine anche le varie
membra del quirite si vennero come dislogando le une dalle altre, e poterono
ricevere ciascuno un proprio sviluppo, dando così occasione a quel
l'automatismo di concetti e di istituti, che è uno dei caratteri più salienti
del diritto romano. Intanto questo sguardo generale ai caratteri peculiari
della co munanza quiritaria, quale si formò nell'epoca serviana, e al censo che
servi di base alla medesima, ci preparerà la via per ricostruire 422 la storia
primitiva dei concetti fondamentali di questa, che può a ragione chiamarsi la
parte statica del ius quiritium, in quanto fu in parte determinata da una delle
prime applicazioni della sta tistica per la constatazione del numero, della
forza e della ricchezza di un popolo. 2.
– Il concetto del caput e la teoria della capitis diminutio. 337. Chi volesse
cercare le prime origini del concetto di caput, dovrebbe forse riportarsi col
pensiero a quell'epoca, in cui i fonda tori della città contavano dai capi i
proprii greggi ed armenti; nè sarebbe a farne le meraviglie dalmomento, che
essi non dubitavano di chiamare ovilia quei recinti, in cui raccoglievansi le
centurie e le classi per dare il proprio voto nei comizii. Parmi tuttavia più
verosimile, che il vocabolo di caput dovesse, nel periodo gentilizio anteriore
alla formazione della città, avere quella significazione, che tuttora conserva
presso le popolazioni, che si trovano nelle stesse condizioni sociali, per cui
esso indica un capo di gruppo, quella per sona cioè, che avendo preminenza su
tutti quelli, che da essa di pendono e che la circondano, pud essere
considerata come il rap presentante, in cui si unifica il gruppo stesso. Questo
vocabolo poi, trapiantato nel censo serviano, viene ad indicare colui, che
conta per uno nel censo, e conserva cosi un'analogia colla significazione
anteriore, in quanto che il medesimo, pur essendo un individuo, unifica però in
sè stesso le persone e le cose che ne dipendono. Se per tanto altri non abbia
che il proprio caput e manchidi una sostanza valutabile nel censo stesso, verrà
ad essere un capite census; se invece abbia solo una sostanza, che giunga ai
1500 assi e conti so. pratutto per la prole, che potrà produrre per la
repubblica, sarà un proletarius; se infine abbia una sede fissa, e sostanze
sufficienti per A scanso di ogni
malinteso, devo qui dichiarare che il concetto, che qui ap pare come direttivo
nella ricostruzione della parte statica del ius quiritium, non fu un
presupposto, dal quale io sia partito, ma fu il risultato ultimo, a cui mi con
dussero pazienti e minute elucubrazioni intorno ai singolari caratteri con cui
esso si presenta. Questo paragrafo pertanto fu l'ultimo ad essere scritto, ma
ho creduto di premetterlo; perchè esso, a mio avviso, agevola al lettore la
comprensione di ciò che verrà dopo. Ciò valga anche a farmi perdonare, se per
avventura occorra qualche ine vitabile ripetizione. 423 collocarlo nelle classi
e per assicurare la città della assiduità di lui a compiere le proprie
obbligazioni di cittadino e di soldato ad un tempo, verrà ad essere chiamato
adsiduus o locuples. In ogni caso, per avere integro il proprio caput e per
poter contare per uno nel censo, conviene essere libero, cittadino, e sui iuris
nel seno della famiglia; come lo dimostra il fatto, che se altri abbia un
figlio, che per aver raggiunta l'età di 17 anni debba già entrare nelle classi
e nelle centurie, non sarà esso che conterà per uno, ma sarà invece il padre,
che verrà ad essere un duicensus, in quanto che egli viene ad essere censito
con un'altra persona, cioè col proprio figlio:
duicensus dicebatur cum altero id est cum filio, census . 338. È quindi facile il comprendere
comefosse facile il passaggio dalla significazione materiale del caput alla
significazione giuridica di esso, chiamando col vocabolo di caput il complesso
delle condi zioni richieste per figurare nel censo, ossia lo stato generale
della persona. In tal modo il vocabolo di caput cessa di indicare questo o
quell'individuo in particolare, per trasformarsi in una concezione logica ed
astratta (persona ), la quale, ancorchè ricavata dalla realtà, può servire ad
indicare il complesso delle condizioni richieste, accid altri possa avere la
capacità giuridica quiritaria. Una volta poi, che il caput venne cosi ad essere
cambiato in una concezione astratta, il medesimo potè essere assoggettato ad
una specie di analisi o di scomposizione dei varii elementi, che entravano a
costituirlo. Tali elementi erano la libertas, la civitas e la qualità di sui
iuris nel seno della famiglia. Di qui la teoria della capitis diminutio, che
non si ricavò esclusivamente dai fatti, ma si svolse sulla concezione logica
del caput; come lo dimostra il fatto, che anche l'emancipato, anche l'arrogato,
sebbene in sostanza vengano talvolta a migliorare Quanto all'etimologia di questi vocaboli vedi
il $ prec., nº 335. V. Festo, vº
duicensus; Bruns, Fontes, 337. V. quanto
al concetto di caput, Herzog, Gesch. und Syst., I, 997; il KRÜGER, Geschichte
der capitis diminutio, Breslau, 1887, $ 5 , 49 a 67, ove prende in esame il
concetto di caput nei diversi autori moderni, sopratutto germa nici. Egli poi
sembra ritenere, che il concetto di caput siasi venuto formando gra datamente.
Ritengo invece, che il diritto romano anche in questo prorompa da una sintesi
potente, a cui solo più tardi sottentrò quell'analisi, che diede poi origine
alla teoria della capitis diminutio. Il caput quindi dapprima appartenne solo
all'uomo libero, cittadino, e sui iuris; e fu solo più tardi, che anche il
figlio di famiglia si considerò avere un caput. 424 la propria posizione,
finiscono tuttavia per subire una capitis dimi nutio . Che anzi questa logica
giuridica dovrà anche applicarsi al cittadino, che sia fatto prigioniero di
guerra, e piuttosto che venir meno alla medesima si cercherà di supplirvi colla
finzione di postliminio Intanto sono tre
gli elementi del caput, e questi vengono l'uno dopo l'altro in base alla loro
importanza. Quindi la perdita della libertas costituisce la maxima capitis diminutio,
la perdita della civitas la media, e la mutazione di stato nel seno della
famiglia la minima. Ciascuno poi di questi elementi dà origine ad una di
stinzione che vi corrisponde; donde le distinzioni fra liberi e servi, fra
cives e peregrini, fra persone sui iuris e le persone alieni Gaio, Comm., I, 160-64. Secondo il Krüger,
op. cit., 5 a 21, ed altri autori germanici da lui citati, la teoria della
capitis diminutio avrebbe avuto uno svolgimento storico, nel senso che la prima
a delinearsi sarebbe stata la mi nima capitis diminutio, sul cui modello si
sarebbe poi foggiata la magna capitis diminutio, che fu poi divisa in maxima e
media capitis diminutio. Ritengo anch'io, che questa istituzione dovette avere
uno svolgimento storico,ma nel senso che come fu sintetico il concetto
primitivo di caput, così la primitiva capitis diminutio dovette comprendere
qualsiasi avvenimento, per cui altri cessasse di tare come un caput. Quindi la
perdita della libertà, quella della cittadinanza e l'adrogatio per cui altri
cessava di essere sui iuris, dovettero costituire la capitis diminutio, che
venne poi distinguendosi nelle sue varie specie. Sarà poi sempre un problema il
determinare come mai l'emancipatio potesse costituire una capitis diminutio, e
si comprende come il Savigny, Traité de droit romain, trad. Guenoux, II, 66,
quasi voglia esclu derla dalla vera capitis diminutio; ma questa singolarità
potrà essere capita quando si ritenga, che nel censo primitivo ogni famiglia
sotto il suo capo costituiva un gruppo, e quindi anche l'emancipazione, facendo
uscire quell' individuo dal gruppo, costituiva, come dice Gajo, una prioris status permutatio , la quale era
anche compresa nella significazione larga di capitis diminutio. Del resto
l'emancipatio sotto un certo aspetto produceva anche un deterioramento nello
status dell' emancipato, poichè nel diritto primitivo questi perdeva ogni
diritto di successione di fronte al gruppo, da cui esso era uscito. Intanto ciò
serve eziandio a spiegare quella singolarità del diritto romano, in virtù di
cui la capitis diminutio fa perdere soltanto i diritti fondati sull'agnazione,
e non quelli provenienti dalla cognazione, poichè quella teoria fu una
creazione del ius quiritium e del ius civile, e come tale non poteva produrre
effetti, che al punto di vista del diritto civile, per la ragione appunto detta
da Gajo, Comm., I, 158: civilis ratio
civilia quidem iura corrumpere potest, naturalia vero non potest ; distinzione
questa, che nell'epoche primitive non poteva esservi, ma cominciò a formarsi
quando comparve il dualismo fra il ius civile ed il ius gentium, a cui
sottentrò più tardi il ius naturale. È
nota in proposito la finzione della legge Cornelia de iure postliminii. Cfr.
Voigt, XII Tafeln, I, 299 e 300. 425 - iuris, le quali vengono ad essere
fondamentali e servono di punto di partenza anche ai giureconsulti classici,
come lo dimostrano le Isti tuzioni di Gaio. Che anzi, una volta adottato questo
metodo, si po terono anche attuare delle posizioni giuridiche intermedie, come
quella che è rappresentata dal ius latii, e queste si poterono applicare tanto
ai popoli, ai quali non si voleva accordare il completo ius quiritium, quanto
eziandio ai servi affrancati, i quali, invece di es sere posti senz'altro nella
condizione degli altri cives, erano invece collocati nella condizione di latini
iuniani. Certo tutta questa teoria non potè svilupparsi di un tratto; ma
intanto è con Servio, che si pose il vocabolo ed il concetto infor matore della
medesima, e si iniziò così quel processo logico, che de terminò poi
l'elaborazione progressiva. Questa poi si spinse fino tale da distinguere fra
lo stato generale della persona e le condizioni speciali, in cui essa può
trovarsi; donde ne provennero le determina zioni giuridiche speciali del pater
familias, del filius familias, della mater familias, che distinguesi dall'uxor.
Che anzi ciascuno di questi stati speciali venne eziandio a convertirsi in una
conce zione astratta, per modo che una persona poteva essere padre senza aver
figli, essere tenuto come figlio, ancorchè effettivamente fosse padre, essere
riguardata come figlia, ancorchè in effetto fosse moglie, poichè tutto
dipendeva dal punto di vista giuridico, sotto cui la per sona veniva ad essere
considerata . Per tal modo mentre prima
non eravi che una specie di libertas se ne ven nero creando varie gradazioni,
cioè quella dei libertini, che erano cives romani, quella dei latini, e quella
infine dei dediticii; altra prova questa, che il concetto pri mitivo è sempre
sintetico, mentre le suddistinzioni compariscono più tardi. V. GAJO, Comm., I,
10. Ciò è detto espressamente da
ULPIANO, Leg., 195, 2, dig. (50, 16) ove
dice del pater familias: recteque hoc
nomine appellatur, quamvis filium non habeat; non enim solam personam eius, sed
et ius demonstramus ; il che vuol dire, che nel qualificarlo come tale, il
giureconsulto si poneva al punto di vista giuridico. Era poi nello stesso modo,
che la moglie in manu si riteneva figlia del marito, e simili. Ciò mi
indurrebbe alquanto a modificare la teoria accettata intorno alla fictiones
nell'antico diritto. Tali fictiones dal SUMNER-MAINE, Ancien droit, 25 e dal
Juering, Ésprit de droit romain, sono in certo modo ritenute come alterazioni
della realtà dei fatti, a cui si ricorre per modificare il diritto già esi
stente. Se ciò è vero delle finzioni, che poifurono introdotte dal diritto
pretorio, non può dirsi delle fictiones del primitivo ius quiritium. Queste,
come lo dice la stessa etimologia da fingere nel senso di foggiare, modellare,
fanno parte dell' ars iura condendi, e sono un mezzo per completare una
costruzione giuridica. 426 339. Quando poi venne ad essere cosi svolta la
concezione giu ridica del caput, era naturale che la medesima potesse essere
con siderata indipendentemente da colui, al quale essa si riferiva, e che fosse
così riguardata come una specie di persona e quasi ma schera giuridica, che
poteva essere anche sovrapposta non solo ad uomini realmente esistenti, ma
eziandio a quegli enti giuridici, i quali
etiam sine ullo corpore iuris intellectum habent : donde la co struzione
delle persone giuridiche. Che anzi si va anche più oltre e per
quell'immedesimarsi che è proprio di quest'epoca fra i diritti delle persone e
quelli sulle cose, anche la proprietà quiritaria può essere considerata, o in
quanto è perfetta e senza limitazione (er optimo iure quiritium ), o in quanto
può subire delle diminuzioni, le quali verranno ad essere designate col
vocabolo di servitutes, perchè anch'esse, al pari della servitù riguardo alle
persone, scemano e di minuiscono quella perfetta posizione giuridica, in cui
trovasi la proprietà del fondo, allorchè non abbia subito limitazione di sorta
. Si comprende infine come spinta fino a questo punto l'elabora zione del
concetto del caput, la medesima sia una costruzione giu ridica, che può anche
stare da sè e svolgersi per conto proprio, secondo che esige la logica
informatrice dei varii elementi, che en trano a costituirla. Che anzi questo
caput e lo stato giuridico, che ne dipende, potrà anche essere trasportato da
una ad un'altra per sona. Quindi è facile a spiegarsi come il caput dapprima
non ap partenesse che al capo di famiglia, e poi fosse attribuito ad ogni
cittadino, e per ultimo all'uomo libero; nel qual trapasso la logica giuridica
non fa che rinunziare successivamente ad uno dei tre ele menti, che
costituivano il primitivo stato generale della persona. Essa comincia quindi a
rinunziare alla qualità di sui iuris, e viene
Tale essendo il processo seguito dalla giurisprudenza romana nella
formazione del concetto di persona, la famosa questione intorno all'esistenza
della persona giu ridica in diritto romano può essere risolta nel senso che
essa deve ritenersi come una fictio iuris, attribuendo però a questo vocabolo
la significazione sopra accennata di una costruzione giuridica modellata su
quella della persona fisica, ma limitata solo a quella categoria dei diritti
della persona fisica, che poteva avere una base nella realtà; donde la
conseguenza, che queste persone hanno il diritto ai beni, ma non possono avere
i diritti di famiglia. Cfr. Savigny, Traité de droit romain, II, 234. Questo
svolgimento pressochè parallelo del concetto della persona e della pro prietà
libera da qualsiasi vincolo sarà posto in maggior luce in questo stesso capi
tolo, 5, discorrendo del dominium ec
iure quiritium. 427 ad essere capace di diritto ogni cittadino, ancorchè non
sia capo di famiglia; poi rinunzia indirettamente a quella di civis, in quanto
che la civitas finisce per essere estesa a tutti i sudditi dell'impero, e viene
ad essere persona ogni uomo libero; ma la logica romana non potè ancora fare a
meno della libertas per accordare il caput, e quindi solo l'uomo libero fu
dalla medesima considerato come capace di diritti e di obbligazioni. Nè è il
caso di fargliene colpa, perchè la logica romana si basava sui fatti, e la
schiavitù, finchè durò il Romano Impero, fu una istituzione comune a tutte le
genti. Cid perd non tolse, che il concetto del caput o della persona, quale era
stato elaborato dai Romani, potesse più tardi essere trasportato anche all'uomo
come tale, perchè esso era una costruzione logica, la quale, foggiata dapprima
sulla realtà dei fatti, erasi poi staccata da essi, e poteva così ricevere
delle nuove applicazioni. S 3. Il concetto di manus e le sue principali
distinzioni. 340. Può darsi benissimo, che l'antichissimo vocabolo dimanus
significasse un tempo la forza effettiva dell'uomo, in quanto sottopone a sè
stesso uomini e cose, ossia la forza del vincitore, che si impone al vinto, o
il potere dell'uomo, che doma e addomestica gli animali. È tuttavia più
probabile, che questo vocabolo nel periodo gentilizio significasse già il
potere effettivo, di cui ciascun capo poteva disporre, nei conflitti e nelle
lotte coi capi delle altre famiglie e genti, della qual primitiva
significazione potrebbero ancora trovarsi le traccie nel nostro vocabolo di
masnada. La manus invece nelius qui ritium viene già a cambiarsi anch'essa in
una concezione giuridica ed astratta, che comprende il complesso dei poteri,
che appartengono ad una persona nella sua qualità di quirite. Come il vocabolo
di caput indica per cosi esprimersi la capacità potenziale del quirite: cosi
l'estrinsecazione effettiva di questa potenza sulle persone e cose Il Bruns, Geschichte und Quellen des röm.
Rechts (in HOLTZEND., Encyclop., I, 105 ), ebbe a dire con ragione, che il più
alto concepimento del diritto ro mano consiste nell'avere riconosciuto in ogni
uomo libero la capacità astratta didiritto. Cid è vero; ma vuolsi aggiungere,
che il diritto romano vi pervenne a gradi, e ri conobbe questa piena capacità
prima al capo famiglia, poi al civis, e da ultimo all'uomo libero. Cfr. BRUGI,
Le cause intrinseche della universalità del diritto ro mano, Prolus., Palermo,
1886, 8. 428 che ne dipendono viene ad essere designata col vocabolo di manus.
È questo il motivo, per cui la manus viene a comparire in tutte le
manifestazioni, che si riferiscono al diritto quiritario. Se essa afferra
qualche cosa nell'intento di acquistarvi sopra la proprietà ex iure quiritium
viene ad aversi la manu capio; se essa riven dica qualche cosa che spetta al
quirite da altri che lo possegga, abbiamo la vindicatio e la manuum consertio:
se essa lascia uscire qualche cosa dal proprio potere quiritario, abbiamo la
manumissio e la emancipatio; se essa infine afferra il debitore condannato per
trascinarlo nel carcere privato abbiamo la manus iniectio. Questa manus
simbolica non è però sempre inerme, ma talvolta compare munita della lancia od
asta quiritaria, che trovasi simboleggiata nella vindicta, la quale serve come
modo tipico per la manomis sione dei servi; nella festuca, il cui uso si
mantiene nell’actio sa cramento; nell'hasta, sotto cui si mette all'incanto il
bottino fatto in guerra, e che si infigge dinanzi al centumvirale iudicium.
Questo potere giuridico, sintetico e comprensivo, subisce poi anche l'influenza
del censo serviano, e quindi viene negli inizii ad essere modellato sul
concetto del mio e del tuo, per modo che così il potere sulla moglie, che
quello sui figli, che quello sui servi e sulle persone quae sunt in causa
mancipii appariscono foggiati sul modello della proprietà, sebbene non sia
lecito dubitare, che essi nel costume pre
La generalità degli scrittori è oggi concorde nell'ammettere, che dei
varii vo caboli per significare il potere giuridico spettante al quirite il più
antico sia quello di manus. Tale è l'opinione del Sumner Maine, del Voigt, del
PADELLETTI, ed essa trova anche un fondamento nell'analogia fra la manus dei
Romani e il mundium dei Germani. La questione sta piuttosto in vedere se il
vocabolo dimanus comprenda solo i poteri sulle persone, compresi anche i servi,
oppure anche il potere sulle cose. Egli è certo a questo riguardo, che i
giureconsulti classici dànno al vocabolo di manus il significato di potere
sulle persone e considerano questo vocabolo come un sinonimo di potestas.
Tuttavia io riterrei probabile, che il vocabolo dimanus in una signifi cazione
del tutto primitiva potesse anche comprendere il potere sulle cose, e ciò per
il semplice motivo, che altrimenti nel diritto antico non vi sarebbe stato
vocabolo per significare la proprietà e il dominio. È vero che alcuni dicono,
che questo voca bolo primitivo sarebbe quello dimancipium: ma miriservo di
dimostrare a suo tempo, che questo vocabolo significò piuttosto le cose
soggette al potere, che non il potere una spettante sulle medesime. In ogni
caso, se al vocabolo di mancipium si vuol dare etimologia è necessità di darvi
quella di manu-captum, e in tal caso la manus comparirebbe ugualmente per
significare l'assoggettamento di una cosa al potere della persona. Cfr. Voigt,
XII Tafeln, II, $ 79; BONFANTE, Res mancipi e nec mancipi, 100, nota 1; Longo,
La mancipatio, Firenze, 1887, 3, nota 4. 429 sentavano delle differenze e dei
temperamenti. Così pure, sotto il punto di vista giuridico, nulla hanno di
proprio nè la moglie, nè i figli, né i servi, e tutto ciò che essi acquistano
va al marito, al padre, al padrone, perchè è lui il vero quirite e quegli che
conta nel censo. Sarà poi una conseguenza di questa logica giuridica, che se il
dipendente rechi un danno, il capo di famiglia potrà addive nire alla noxae
datio; che se alcuno si ribellerà al suo potere, gli spetterà un ius coercendi,
che potrà giungere fino al ius vitae ac necis; e se alcuna delle persone, che
da esso dipendono, verrà ad essergli sottratta, egli potrà proporre percid
quella stessa actio furti od actio exhibendi, che potrebbe da lui essere
proposta per una cosa, di cui sia stato derubato. 341. Dalmomento poi che la
manus costituisce così una concezione giuridica, si comprende che anche ad essa
siasi applicata quella scom posizione, che ebbe già a dispiegarsi quanto al
caput. Si spiegano così le iniziali conservateci da Valerio Probo, secondo cui
il potere giuridico del quirite verrebbe a suddividersi nella manus, che resta
a significare il potere del marito sulla moglie, nella potestas, che significa
il potere del padre sui figli, e nel mancipium, che qui sembra indicare il
potere sulle persone quae sunt in mancipii causa. Quest'ultimo vocabolo
tuttavia, più che un aspetto del potere quiri tario, sembra indicare piuttosto
il complesso delle persone e delle cose, che dipendono dal potere spettante al
quirite; come lo dimostra la circostanza, che il medesimo dai giureconsulti non
è mai adoperato con significazione attiva, ma sempre con significazione passiva. Basta per ciò osservare, chementre nei
giureconsulti si incontrano le espressioni habere manum, potestatem, dominium,
non occorre però mai l'espressione habere mancipium, ma sempre quella habere in
mancipio: poichè quest'espressione di man cipium, derivando da manu-captum,
significa bensì la cosa soggetta, ma non può si gnificare il potere sulla
medesima. Io ritengo, che questa inesatta significazione data al vocabolo
mancipium sia stata una causa dei gravi dubbii ed incertezze nell' ar gomento.
Così, ad esempio, non potrei accettare l'opinione, che mancipium sia stato il
primo vocabolo con cui si indicò il dominium ex iure quiritium; ciò sarebbe
come dire che i vocaboli di praedium, fundus significassero il diritto di
proprietà, mentre invece indicano la cosa, che ne forma l'oggetto. L'unico
passo, che suol essere citato per far significare a mancipium un potere, è
quello di GELLIO, XVIII, 6, 9, ove si parla della mater familias in manu,
mancipioque mariti, ma anche questo dimostra, che anche la moglie era talora
considerata come in mancipio, e conferma così la significazione passiva del
vocabolo. Se dovette quindi esservi un vocabolo primitivo, che potè indicare il
potere del proprietario, esso fu quello di manus, che ha in 430 Una volta poi,
che i poteri, un tempo inchiusi nel vocabolo generico di manus, sono cosi
separati l'uno dall'altro, essi possono essere ca paci di una propria
elaborazione e venirsi cosi differenziando fra di loro secondo il diverso
concetto a cui si ispirano, per modo che cia scuno di essi finirà per ricevere
un diverso svolgimento logico e storico ad un tempo, e per essere sottoposto a
quelle limitazioni, che verranno ad apparire necessarie nella realtà dei fatti.
Negli esordii invece della formazione del ius quiritium non presentasi ancora
il dubbio, che il quirite possa in qualche modo abusare della propria manus, e
quindi tutti i poteri, che a lui appartengono, giuridicamente considerati,
vengono ad apparire senza alcun limite e confine. Che anzi le persone a lai
soggette, sotto il punto di vista giuridico acquistano ed operano non per sè,ma
per le per sone, di cui trovansi in manu, in potestate, in mancipio. Di qui la
conseguenza, che mentre le persone sottoposte al potere del capo di famiglia
possono rappresentarlo, questa rappresentazione invece non può essere cosi
facilmente ammessa, allorchè trattasi di altre persone, come lo dimostra il
principio prevalente nell'antico di ritto, secondo cui una persona non può
promettere nè stipulare per un'altra. Il concetto del mancipium e la
distinzione delle res mancipii e necmancipii. 342. Che se la manus viene poi ad
essere considerata, in quanto abbia assoggettate al suo potere le persone e le
cose che da essa dipen dono, formasi il concetto del mancipium. Mentre i
concetti di caput e di manus indicano un'energia che si esplica, il vocabolo
invece di mancipium indica piuttosto lo stato di soggezione, in cui si trovano
sè l'idea della forza e dell'energia, ma non mai quello di mancipium, che
allora e sempre significò soltanto la soggezione. Del resto gli stessi
giureconsulti ci attestano, che in antico non eravi un vocabolo speciale per
significare il dominio, ma dicevasi soltanto meum, tuum. Di qui credo di poter
indurre, che anche quel principio del diritto primitivo, secondo cui altri non
può essere rappresentato, che dalle persone che da lui dipen dono e niuno può
promettere e stipulare per altri, sia una conseguenza del modo, in cui si
iniziò la formazione del ius quiritium; in quanto che nell'esercito e nei
comizii ciascuno doveva rispondere per sè e non poteva farsi rappresentare da
altri. r 431 le persone e le cose che dipendono da essa, e presentasi con una
signi ficazione eminentemente passiva. Non vi ha quindi nulla di ripu gnante,
che esso nelle origini significasse il manu -captum; e designasse specialmente
il vinto che, fatto prigioniero di guerra, veniva ad es sere soggetto alla
potestà del vincitore. Questo è certo ad ogni modo, che nel ius quiritium il
vocabolo dimancipium, al pari di quello di caput e di manus, ha già assunta una
significazione eminentemente giuridica, per cui comprende quel complesso di
persone e di cose, che dipendono esclusivamente dal capo di famiglia, e che a
lui apparten gono ex iure quiritium, e che nel censo compariscono in certo modo
comeposte in suo capo. È quindi sopratutto coll'entrare a far parte
delmancipium, che i diritti spettanti al capo di famiglia ed al pro prietario
ex iure quiritium assumono quel carattere così esclusivo ed individuale, che è
del tutto proprio del diritto primitivo di Roma. Con esso infatti il quirite
viene ad essere staccato dall'ambiente gen tilizio, di cui fa parte, a compare
nel censo con un complesso di persone e di cose, che dipendono da lui in modo
assoluto. È quindi in virtù di quest'astrazione, che viene a formarsi il
concetto di una potestà senza confini e di una proprietà assoluta ed esclusiva
spet tante al capo di famiglia . Anche nel mancipium, come negli altri Quasi tutti gli autori son concordi in
ritenere, che il mancipium abbia avuta una significazione così larga da
comprendere così le persone, quanto le cose, in quanto son soggette al potere
del capo di famiglia. Solo combatte quest'opinione il MARQUARDT, Das
Privatleben der Römer, 2. Ritengo che debba essere seguita la prima opinione, la
quale per me ha un appoggio incontrastabile in ciò, che le formole serbateci da
Aulo Gellio e VALERIO Probo accennano a persone, che sono in manu, potestate,
mancipio; la qual formola troviamo poi adoperata nelle leggi più antiche che a
noi pervennero, come nella lex Cincia de donationibus, del 550 di Roma (Bruns,
Fontes, 45) e nella lex Acilia repetundarum, del 631 di Roma (pag. 57). Ciò
vuol dire, che anche le persone sotto un certo aspetto si considera vano come
comprese nel mancipium del capo famiglia, il che poi spiega come ad esse
potesse anche applicarsi la mancipatio, l'emancipatio e simili. Ciò però non
toglie, che le significazioni tecniche del vocabolo mancipium fossero quelle
specialmente di significare il servo, come lo prova l'editto curule de
mancipiis vendundis (Bruns, 214 ), o quel complesso di beni, che doveva essere
consegnato nel censo. Quanto alle altre significazioni dimancipium, è da
vedersi il BONFANTE, op. cit., 79 a 105, col quale tuttavia non concordo in
questo, che egli attribuisce al mancipium anche la significazione di una
potestà sulla cosa (pag. 100 ), e sembra ritenere, che il mancipium non
comprenda mai le persone (pag. 101, in nota).
Come il mancipium, fondendosi in certo modo coll'heredium, sia venuto a
de signare le cose comprese nel dominio assoluto ed esclusivo del cittadino
romano è stato dimostrato più sopra al nº 331, 414. 432 concetti fin qui presi
in esame, trovansi dapprima confuse le persone e le cose, che dipendono dalla
stessa persona; ma poi anche qui viene operandosi una specie di
differenziazione, per cui il vocabolo mancipium finisce per indicare il
complesso dei beni, e quello di familia il complesso delle persone, che
dipendono dal medesimo capo. Siccome però nel mancipium non si comprende tutto
il pa trimonio del quirite, ma solo quella parte di esso, che è portata nel
censo e che serve come stregua per determinare la classe, di cui entra a far
parte; così ne deriva che il censo serviano deve eziandio essere considerato
come il momento storico, in cui cominciò ad accen tuarsi quella distinzione fra
il mancipium e il nec mancipium, che diede poi origine a quella importantissima
distinzione fra le res mancipii e le res nec mancipii, che deve formare oggetto
di par ticolare esame per le molte discussioni, a cui diede argomento. 343. La
distinzione fra le res mancipii e le res nec mancipii, è a mio giudizio, un
rottame del diritto primitivo, che indecifrabile da solo, può cambiarsi in un
documento prezioso, quando si riesca a ricomporlo nell'ambiente in cui ebbe a
formarsi. L'antichità del concetto, a cui si ispira la distinzione, è
dimostrata dal fatto, che i giureconsulti ebbero ad accettare la medesima come
già esi stente nel fatto, senza pur cercare di darsi la vera ragione di essa .
La circostanza poi, che questa distinzione ebbe a perdurare per se coli,
dimostra che essa non può considerarsi come una semplice biz zarria giuridica,
ma deve invece rannodarsi a qualche concetto fon damentale dell'antico diritto,
che i giureconsulti classici credettero di dovere accettare e rispettare. Ció
del resto può in certi confini anche argomentarsi dal modo singolare, in cui è
concepita questa distinzione; in quanto che essa è evidentemente fatta
nell'intento L'importanza della
questione per lo studio del diritto primitivo di Roma fu in questi ultimi tempi
assai sentita in Italia, come lo dimostrano i lavori già ci tati dello Squitti
e del BONFANTE sulle res mancipi e nec mancipi e quello del Longo sulla
mancipatio. Ritengo tutta via, che questa sia una di quelle questioni, che
prima debbono essere studiate nei particolari, ma difficilmente possono poi es
sere comprese e spiegate, se non siano coordinate colle altre istituzioni del
diritto primitivo, con cui concorrevano a costituire un tutto organico e
coerente. Non può certamente ritenersi
definitiva la ragione data da Gavo, Comm., II, 22, che le res mancipii siano
così dette perchè suscettive di mancipatio; poichè si potrebbe sempre chiedere
la ragione, per cui le sole res mancipii furono ritenute suscettive della
mancipatio. 433 di mettere in una posizione speciale e privilegiata le res
mancipii, che costituiscono la parte positiva della distinzione, mentre l'altra
parte della distinzione ha un carattere puramente negativo, cioè comprende tutte
quelle cose, che non appartengono alla prima ca tegoria. Da questo carattere
infatti è lecito indurre, che nello svol gimento storico dovette precedere la
formazione delle res mancipii, ossia di un complesso di cose, che erano
comprese nel mancipium, e che solo più tardi quelle, che non erano comprese
nelmedesimo, vennero ad essere chiamate res nec mancipii, quasi per contrap
porle alla categoria già formata dalle res mancipii. Queste considerazioni
aggiunte a quella pur importante, che dopo l'ultima lettura del manoscritto di
Gaio da lui fatta, lo Studemund avrebbe adottata la lezione di res mancipii e
res nec mancipii a vece di quella di res mancipi e nec mancipi, che prima era
ge neralmente adottata, mi inducono a ritenere che il caposaldo, a cui deve
rannodarsi questa antica distinzione, sia l'antichissimo concetto del mancipium,
le cui origini rimontano quanto meno alla costitu zione ed al censo di Servio
Tullo. 344. Per poter poi spiegare come nell'antico diritto possa essersi
cominciato a distinguere il mancipium dal nec mancipium, non sarà inopportuno
il notare, che fin dai tempi più antichi noi troviamo degli accenni ad una
specie di distinzione, che erasi fatta nel pa trimonio spettante al capo di
famiglia. Noi troviamo infatti una specie di dualismo nei vocaboli di heredium
e di peculium, e in quelli eziandio di familia pecuniaque, i quali appariscono
in certo modo contrapposti fra di loro. Per verità mentre i vocaboli di he Del resto la questione della i doppia o
semplice nel vocabolo mancipi o man cipii non ba grande importanza dal momento,
che nel latino primitivo solevasi usare l'i semplice a vece della doppia ii.
Che anzi sonvi autori, i quali continuano a seguire l'antica scritturazione,
appunto perchè veggono in essa un indizio ed una prova dell'antichità della
distinzione, sebbene ammettano la parentela delle res man cipiä сol primitivo
mancipium. Così il BONFANTE, op. cit., 21. Per parte mia, siccome mi propongo
di fare la storia del concetto, anzichè della parola, così trovo più
conveniente di adottare quella scritturazione, la quale, esprimendo materialmente
l'attinenza fra il mancipium e le res mancipii, impedisce di dare a questa
distin zione una significazione diversa da quella, che veramente ha. La grafia
mancipi sarà forse la più genuina e la più antica; ma essa condusse alla
distinzione fra cose man cipabili e non mancipabili, e a cercare l'origine
della distinzione in cose, che non avevano a fare con essa, il che appunto deve
essere evitato. G. CARLw, Le origini del diritto di Roma. 28 434 redium e di
familia indicano di preferenza quella parte del patri monio, che nel proprio
concetto informatore è destinata a passare negli eredi, i concetti invece di
peculium e di pecunia sembrano designare di preferenza quella parte di
patrimonio, che per sua na tura è destinata allo scambio, alla circolazione ed
al soddisfacimento dei quotidiani bisogni. Di quisi può inferire, che una
distinzione come questa, che compare indicata con vocaboli diversi, e che si
mantiene con una certa costanza, dovette trovare la propria ragione d'essere
nelle condizioni economiche e sociali, in cui allora trovavasi il popolo
romano, e che perciò la spiegazione di essa debba ricercarsi nell'e poca, in
cui vennesi formando il primitivo ius quiritium. Parmipoi a questo proposito,
che anche oggi, fermando lo sguardo sopra una comunanza di carattere rurale, si
possa trovare qualche vestigio di condizioni sociali ed economiche analoghe a
quelle, che determinarono questa distinzione nell'antico diritto di Roma. Anche
oggi nelle comunanze agricole la famiglia rurale appare in certo modo unificata
nella persona del suo capo, e sotto l'aspetto econo mico costituisce come un
gruppo di persone e di cose, in cui si comprende il capofamiglia, la moglie, i
figli, il bestiame, la terra coltivata, e la cui importanza può essere maggiore
o minore, secondo la quantità di terra da esso posseduta, e il numero di
braccia, di cui può disporre per la coltura della medesima. È poi facile
l'osser vare come in questo patrimonio, che si intitola al padre, ma che nel
costume si considera come proprietà comune del gruppo, for misi naturalmente
una distinzione congenere a quelle, le cui traccie pur compariscono fra gli
antichi romani. Nel patrimonio infatti di una famiglia agricola havvi anzitutto
una parte fissa, sostanziale, che comprende tutti quei beni, senza di cui
l'azienda agricola non potrebbe percorrere il suo corso regolare. Essa
costituisce, per cosi esprimersi, il capitale fisso della famiglia agricola;
quella parte cioè della sua sostanza, che sebbene di diritto appartenga al
padre, nel costume si ritiene invece come proprietà comune; quella che è dal
padre custodita con speciale affetto, e di cui si spoglia a malincuore,
ritenendosi come obbligato a trasmetterla intatta alla propria figliuo lanza.
Se egli quindi alieni una parte della medesima, la comunanza rurale non può a
meno di esserne informata e il suo credito vacilla. Quindi piuttosto di
alienare questa parte fissa e trasmessibile dal
Già si accenno a questa correlazione, senza tuttavia cercare di
spiegarla, al nº 56, 70. 435 proprio patrimonio, il capo di famiglia suole
anche oggidi, come già un tempo la plebe romana, appigliarsi al partito di
contrarre dei debiti, o di ricorrere a quella vendita con patto di riscatto,
che nei nostri villaggi si cambiò nella forma più perfida ed ingannatrice sotto
cui si nasconde quell'usura, che chiamasi palliata. Accanto poi a questa parte
fissa del patrimonio havvi eziandio la parte, che costituisce in certo modo il
capitale circolante della fa miglia rurale. In essa si comprendono i raccolti
dell'annata, le somme di danaro che si tengono alla mano, il bestiame minuto,
che ogni anno si compra e si vende, e gli altri beni e valori, coi quali il
capo famiglia può fare maggiormente a fidanza, perchè la copia o la scarsità di
essi potrà rendere più o meno agiata la famiglia, senza però mettere a
repentaglio l'esistenza della medesima. È naturale che una distinzione di
questa natura abbia dapprima alcunché di vago e di indeterminato, in quanto che
possono esservi delle cose, di cui può dubitarsi se debbano essere collocate in
questa od in quella parte del patrimonio. Se tuttavia in determinate con
dizioni economiche avvenga un avvenimento di carattere ammini strativo, che
costringa in certo modo a distinguere le due parti del patrimonio, quale,
sarebbe ad esempio, la formazione di un censo o di un catasto per fissarvi
sopra una imposta, la conseguenza im mediata di questo fatto sarà, che quella
distinzione, che stava for mandosi, perderà il suo carattere vago ed
indeterminato e finirà per assumere un significato preciso, il quale, mentre
corrisponde allo stato reale delle cose in quel determinato momento, potrà in
vece riuscire inesplicabile più tardi, allorchè siansi trasformate le
condizioni economiche del popolo, di cui si tratta. 345. Or bene un avvenimento
di questa natura ebbe appunto ad avverarsi nella primitiva vita economica e
giuridica di Roma. Esso fu il censo di Servio Tullio, il quale, essendo stato
posto a base di una nuova composizione del populus romanus quiritium, non potè
a meno di lasciare anche delle traccie nello svolgimento posteriore del diritto
romano. Si sa infatti, che questo censo comprese non solo le persone, ma anche
le sostanze, e che esso sopravvenne dopo che Servio e i re suoi antecessori
avevano fatto alla plebe degli assegni di terre, che per essere tutti della
stessa natura dovevano aver rice vuta una analoga configurazione. Questi
assegni erano stati senza alcun dubbio fatti a somiglianza di quegli heredia,
che la gens an tica faceva ai suoi membri, allorché i medesimi fondavano una fa
436 miglia, colla differenza che mentre gli heredia del patriziato erano
ricavati dall'ager gentilicius, quelli invece, che si facevano alla plebe,
erano fatti direttamente dallo Stato sul suo ager publicus, mediante le così
dette adsignationes viritanae. Senza cercare qui se tali assegni fossero di
due, di cinque od anche di sette iugeri, questo è certo che essi costituivano
una specie di piccolo podere, che com ponevasi di una abitazione rurale
(tugurium ), di un orto e di un campo attiguo, naturalmente fornito di quelle
servitù rurali di pas saggio e di acquedotto, che erano del tutto
indispensabili per la sua coltivazione. Esso quindi veniva in certo modo a
costituire la pro prietà tipica del quirite, la quale, dipendendo direttamente
dalla sua manus, poteva opportunamente ricevere il nome dimancipium. Che anzi è
anche probabile, che questo podere prendesse il nome dal suo primitivo
proprietario, come lo dimostra il fatto, che i poderi romani ancora più tardi
conservano il nome derivato da quello del primitivo proprietario, che si
considera in certo modo come il fon datore del podere, e lo trasmettono
successivamente ai proprietarii che vengono dopo. Era quindi questo mancipium,
che doveva essere consegnato e valutato nel censo, e che costituiva la base,
sovra cui si determinavano i diritti e le obbligazioni del quirite; le altre
cose invece non gli erano tenute in conto, o perchè non appartenevano al
quirite come tale, ma piuttosto alla gente, di cui esso faceva parte, o perchè
costituivano una specie di capitale cir colante, di cui non potevasi fissare
l'ammontare in questo od in quel determinato momento. Di qui conseguiva, che
questo mancipium Questa induzione mi fu
suggerita da due notevoli articoli del FUSTEL DE COULANGES, pubblicati
sulla Revue des deux mondes del 1886 col titolo Le domaine rural chez les
Romains, tomo 3º dell'annata. II FUSTEL DE COULANGES non si occupa veramente
delle origini del podere ru rale in Roma, stante le incertezze che ancor durano
sull'argomento, ma parla piut tosto dei poderi rurali sul finire della
Repubblica e durante l'Impero, allorchè i medesimi per le loro proporzioni
certo non avevano più che fare col primitivo man cipium. Egli nota tuttavia,
che i poderi anche in quest'epoca avevano una denomi nazione ricavata dal nome
non del proprietario attuale ma del proprietario primitivo del podere, e
chiamavansi così fundus Manlianus, Terentianus, Gallianus, Sempro nianus e
simili, il che finiva per dare una personalità al fondo, determinata da colui,
che prima l'aveva occupato e posto in coltivazione. Ora non è certo impro
babile, che questa singolarità nel podere romano sia stata determinata dal
fatto, che nella tabula censoria del quirite, al disotto del nome del caput,
era anche descritto il podere a lui spettante, il quale veniva così ad assumere
un nome, che i Romani trasmisero poi con quella costanza, che abbiamo
riscontrato in molti altri esempi. 437 veniva in certo modo a costituire il
vero e proprio patrimonio del quirite, cometale: quello cioè che era posto
direttamente in suo capo, che in certo modo ne prendeva il nome, e di cui egli
poteva disporre senza limitazione di sorta, purchè lo facesse nei modi solenni,
che erano riconosciuti dalla comunanza quiritaria. Anche gli altri beni
potevano essere buoni e desiderabili per il quirite; ma quelli, che entravano
nel mancipium, avevano per esso una importanza del tutto peculiare, la quale
spiega come i plebei preferissero alla loro alienazione l'imprigionamento nelle
carceri del creditore, con tutti i mali trattamenti, che potevano conseguirne.
346. Questa spiegazione del modo, in cui si formò ilmancipium, trova poi la sua
conferma nella enumerazione, che i giureconsulti Gaio ed Ulpiano ebbero a
conservarci delle res mancipii. Questa enumerazione infatti serba evidentemente
il carattere di una antichità remota, e richiama il pensiero agli assegni
rurali aventi una configurazione tipica e determinata, che dovevano essere
fatti sull'ager gentilicius ai gentili e ai clienti che entravano a co stituire
la gens, e dai re ai plebei sull’ager publicus. Per verità le res mancipii,
sebbene siano annoverate come cose singole, co stituiscono però ad evidenza un
tutto, che corrisponde alle condi zioni economiche del tempo, ed ai bisogni di
una famiglia agricola, la quale debba, per dir cosi, bastare a se stessa. Ciò è
dimostrato anche dalla circostanza, che il podere, che forma il nucleo centrale
del mancipium, non è già un campo nudo di qualsiasi attrezzo, ma è un praedium
instructum considerato cioè cogli istrumenti e colle servitù, che sono
necessarie per la sua coltivazione. Una casa in città, un tugurio in campagna,
circondato da un piccolo podere, coi servi, cogli animali, e colle servitù
indispensabili per la coltura del medesimo, dovettero in quell'epoca costituire
come la proprietà tipica del quirite; quella proprietà cioè, che lo rendeva
adsiduus, perchè ne accertava la residenza, e locuples, perchè assicurava il
sostentamento suo e della famiglia. Essa era la prima porzione di Gajo, I, 120; II, 14-17; Ulp., Fragm., XIX,
1. Anche questo concetto del fundus instructus sopravvive a lungo presso i Ro
mani, come appare dal Fustel De Coulanges, op. cit., 340, che lo trova in pieno
vigore durante l'impero. Che anzi i giureconsulti al solito formano una con
cezione giuridica dello stesso e instrumentum fundi , ossia di quel complesso
di ar nesi, di bestiame e di servi, che può essere necessario per la coltura
del fondo. 438 terra, che sottraevasi in certo modo dalla proprietà collettiva
della gente (ager gentilicius), o da quella dello stato (ager publicus), per
costituire la vera proprietà esclusiva ed individuale. Or bene è appunto un
gruppo analogo di cose, che può raccogliersi. dall'enumerazione conservataci da
Gaio e da Ulpiano delle res man cipii. L'uno e l'altro infatti son concordi
nell'attestare, che queste comprendevano; lº i praedia, così rustici
comeurbani, purchè situati nell'ager romanus od anche nel suolo italico, il
quale mediante la concessione del ius italicum, poteva anche essere oggetto del
do minium ex iure quiritium; 2° le servitù rustiche, che sono il naturale
compimento di un podere rurale, quali le servitutes viae, itineris, actus,
aquaeductus; 3° i servi, in quell'epoca strumento indispensabile per la coltura;
4º e infine i quadrupedes, quae dorso collove domantur, veluti boves, equi,
muli et asini. Invece le altre cose tutte, che esorbitano da questa cerchia,
comprendendovi la stessa pecunia, le pecore, i buoi ed i cavalli non domati,
sono indicate senz'altro colla espressione di res nec mancipii. 347. Di fronte
a questa enumerazione dei giureconsulti si osservo, che riesce difficile a
comprendersi come nelmancipium, quale pro prietà tipica del cittadino, non si
comprendessero nè le pecore, nè le mandre dei cavalli e dei buoi non domati, né
i greggi ed ar menti, cose tutte, che certamente costituirono la parte più
notevole della ricchezza dei primitivi romani. È perd anche ovvio il
rispondere, che il criterio della riforma serviana non fondavasi sulla
ricchezza, quale che essa fosse, ma piuttosto sulla proprietà stabile, esente
da qualsiasi vincolo. Era solo questa forma di proprietà, che poteva ren dere i
quiriti adsidui e locupletes, e servire così di garanzia alla co munanza
dell'interesse, che essi avevano alla comune difesa. Non fu quindi la pecunia,
che ebbe ad essere tenuta in conto, perchè questa, anche consistendo in greggi
ed in armenti, poteva sempre essere trasportata altrove. Si aggiunga che le
mandre, i greggi, e gli ar menti dovevano dapprima non appartenere ai singoli
capi di famiglia, macostituire invece la ricchezza delle genti collettivamente
conside rate; poichè per il loro pascolo non poteva certo bastare, nè sarebbe
stato atto il piccolo podere quiritario, ma occorrevano dei grandi e vasti
spazi, che solo potevano trovarsi negli agri gentilicii, o nell'ager compascuus
della tribus primitiva, o nell'ager publicus, proprietà dello Stato. Quanto ai
capi di piccolo bestiame, che po tevano anche appartenere al proprietario di un
piccolo podere, 439 tenuto ex iure quiritium, essi costituivano quel capitale
circolante, che formava argomento degli scambii e delle negoziazioni quoti
diane, e che perciò non offriva una base salda per essere valutato nel censo.
348. Parmi cið stante di poter conchiudere, che il primitivo man cipium
consistette in quel complesso di cose, che costituiva in certo modo la
proprietà tipica del quirite, come capo di una famiglia agricola, all'epoca in
cui ebbe ad essere introdotta l'istituzione del censo. La selezione di questo
mancipium dal resto delle cose, il cui godimento apparteneva ai primitivi
romani, erasi preparata len tamente nelle condizioni economiche e sociali ed
ebbe poi ad essere determinata in modo esatto e preciso dal censo serviano, il
quale per tal modo potè perfino influire nel determinare le varie categorie
delle res mancipii. È infatti questo mancipium, che nel censo appare intestato
ad ogni singolo quirite, e che costituisce il primo nucleo di quella proprietà
ex iure quiritium, che ebbe poi a svol gersi coi caratteri di assoluta, di
esclusiva e di irrevocabile. Sia Infatti
non è punto improbabile, che la distinzione stessa delle res mancipii abbia
potuto essere determinata dalle rubriche diverse, in cuidividevasi il mancipium,
come già ebbi ad accennare al n ° 332 (in fine). Intanto colla soluzione
indicata nel testo credo di aver fatto procedere di pari passo i due aspetti,
sotto cui fu discussa l'origine delle res mancipië e nec mancipii. Nota
giustamente il Bon FANTE, op. cit., 35, che le teorie diverse, da lui esposte,
si possono dividere in razionali e storiche, secondo che cercano di spiegare
razionalmente quella distinzione, oppure di rannodarla ad un fatto storico. I
due punti di vista, a parer mio, deb bono esser fatti procedere di pari passo;
poichè la distinzione non sarebbesi intro dotta presso un popolo pratico e
logico come il romano, se non avesse avuto una ragione di essere nelle
condizioni economiche e sociali del tempo, ed essa non sareb besi poi
perpetuata con tanta tenacità, se non vi fosse stato un avvenimento storico
importantissimo, come il censo, il quale, per essersi in certo modo
immedesimato colla vita e col modo di pensare del popolo, mantenne allo stato
fossile la distinzione, di cui si trattava, anche allorchè non aveva più
ragione d'essere. Che anzi in questo modo vengono perfino ad offrire
alcunchè di vero anche le opinioni, che vogliono rannodare il concetto di mancipium
alla bellica occupatio; poichè questo carattere militare, inerente anche
almancipium, è una conseguenza di quell'impronta militare, che sopratutto in
quell'epoca assume il populus romanus quiritium; impronta, che rimane inerente
a tutti i concetti e alle istituzioni che ebbero origine in quell'occa sione.
Tuttavia, siccome trattasi qui di ricostrurre e non di far l'esame critico
delle varie opinioni, mi rimetto per l'analisi di queste opinioni, delle quali
alcune hanno perfino del singolare, allo Squirti, 38 a 68, al BONFANTE, 35 e 75
e agli altri autori, che di recente esaminarono la vecchia controversia. 440
pure, che più tardi, per l'accrescersi della fortuna dei cittadini ro mani,
siansi aggiunte molte cose, che avrebbero pur dovuto essere tenute in conto per
valutare il patrimonio del quirite; ma in questa parte, come nel resto, i
giureconsulti, allorchè trovarono foggiata questa configurazione giuridica, si
guardarono dall'alterarne in qual siasi modo le primitive fattezze. Di qui ne
venne, che il concetto del mancipium, come molti altri concetti del primitivo
diritto, dopo avere un tempo corrisposto alla realtà dei fatti e aver così com
preso quelle cose, che effettivamente costituirono la prima proprietà esclusiva
del quirite, fini in certo modo per fossilizzarsi e cambiarsi in una categoria
giuridica, in cui si compresero tutte quelle cose, che un tempo dovevan essere
consegnate nel censo. Il mancipium si mantenne cosi come un rudere
dell'antichità primitiva di Roma, che malgrado l'incremento delle cose romane
rimase ad attestare le condizioni economiche dei quiriti, nel tempo in cui
Servio Tullio pose il censo come base di partecipazione alla comunanza
quiritaria. Ciò tuttavia non impedi, che il potere rurale presso i Romani,
salvo le più grandi proporzioni, abbia ancora sempre conservati i tratti del
primitivo mancipium, in quanto che esso continud pur sempre a costituire un
tutto organico, ad avere un proprio nome, che è quello del primitivo
proprietario, e ad essere considerato come fornito delle servitù e del bestiame
necessario per la coltivazione di esso (instru mentum fundi). Le cose romane di
piccole si fanno grandi, ma continuano sempre ad essere foggiate sul primitivo
modello. 349. Nè può essere difficile lo spiegarsi come il concetto del man
cipium siasi cosi conservato allo stato fossile, malgrado l'ingrandirsi delle
cose romane, quando si tenga conto dello spirito conservatore della giurisprudenza
romana, e della circostanza, che i giureconsulti La miglior prova di ciò può aversi dagli
articoli citati del FUSTEL DE COULANGES, sur le domaine rural chez les Romains.
Da questi infatti si scorge che i Romani portarono il loro concetto del podere
anche nelle provincie conquistate, e che le varie parti di esso ingrandendosi
vennero ad avere talora una esistenza propria e distinta: cosicchè si ebbe il
podere coltivato per mezzo di schiavi, quello fatto valere per mezzo di
affittavoli, quello lasciato alla coltura dei servi e dei liberti, e quello più
tardi coltivato da coloni; ma intanto le fattezze primitive non scomparvero più.
Per tal modo anche il podere romano, come tutte le altre istituzioni di quel
popolo, è un organismo, che si svolge e si differenzia nelle sue varie parti,
ma conserva sempre quei caratteri, che già si potevano ravvisare nell'embrione,
da cui è partito; em brione, che, secondo il mio avviso, consisterebbe appunto
nel primitivo mancipium. 441 in questa parte trovarono già chiusa e formata la
cerchia delle res mancipii, nè ebbero motivo di estenderla o modificarla in
un'epoca, in cui già cominciavano a ritenersi gravi e inopportune le forma lità
dell'antico diritto. Di qui la conseguenza, che i giureconsulti in tutti i
responsi, che si riferiscono alle res mancipii, mantennero inviolata l'antica
misura, e solo ammisero qualche allargamento, che corrispondeva al concetto
informatore del primitivo mancipium, e che era necessario per rendere
applicabile il concetto stesso. Così noi troviamo, ad esempio, che i
giureconsulti interrogati, se i camelli ed elefanti potessero essere compresi
nelle res man cipii, risposero negativamente, sia perchè questi animali non
erano conosciuti, quando si fissd il concetto del mancipium, o meglio ancora,
perchè essi non si sarebbero potuti riguardare come una pertinenza di quel
podere tipico, che costituiva il mancipium . Indarno parimenti si fece notare,
che le servitù urbane avevano la medesima natura delle rustiche; esse malgrado
di ciò furono sempre ritenute come res nec mancipii, non tanto perchè non
fossero co nosciute a quell'epoca, quanto piuttosto perchè non formavano parte
integrante del podere stesso. Quando poi si chiese, se i cavalli e i buoi non
domati potessero essere ritenuti come res mancipii, l'opinione prevalente fu
che non fossero tali, probabilmente perchè essi, finchè non erano domati, non
potevano essere strumento indi Parmi
perciò da seguirsi,ma con una certa discrezione, l'opinione che l'enumera zione
delle res mancipii debba ritenersi tassativa, come quella che in parte fu
determi nata da un avvenimento che doveva dargli un carattere esatto e preciso.
Ciò però non toglie, che nel concetto comune anche altre cose potessero essere
considerate come res mancipii, quali erano, ad esempio, le pietre preziose di
Lollia Paolina, di cui ci parla Plinio il Vecchio (Hist. nat. 9, 35, 124 ). Ciò
tanto più perchè posteriormente il concetto di mancipium, che erasi sovrapposto
a quello di heredium, tornò a riacco starsi almedesimo, e nell'uso non giuridico
significò talora i bona paterna avitaque, e specialmente quelli, che nel
costume solevano trasmettersi digenerazione in genera zione, quali erano
appunto le pietre preziose, che costituivano in certo modo un avitum mancipium.
In ciò seguo l'opinione, che il Bonghi ebbe a manifestare nella recensione del
lavoro dello SQuitti nella Cultura, anno 1886, 1-15 agosto. Cfr. BONFANTE, op.
cit., p. 93. GAJO, Comm., II, 16; ULP.,
Fragm., XIX, 1. (3 ) GAJO, II, 17; ULPIANO, loc. cit. Che anzi fra le servitù
rustiche sono res mancipii quelle soltanto, che hanno una maggior importanza
per un podere ru stico, e che formano parte integrante del medesimo, cioè
l'iter, actus, via, aquae ductus, e non le altre, come quelle del ius pascendi,
calcis coquendae e simili, le quali, essendo particolarità di certi speciali
poderi, non potevano dapprima essere tenute in conto. -.442 spensabile per la
coltura del fondo, che costituiva il primitivo man cipium. Cid intanto può
eziandio servire a spiegare come Varrone parli di formole relative alla vendita
di animali da tiro, e da soma ed anche di servi, accennando alla semplice
traditio e non alla mancipatio; poichè questa doveva solo ritenersi necessaria,
allorchè gli animali e i servi, di cui si trattava, dovessero considerarsi come
instrumenta fundi. Siccome invece le res mancipii, ancorchè singolarmente
enumerate, costituiscono però un tutto (cioè il man cipium ), così i
giureconsulti rispondono, che alle medesime conside rate come un tutto può essere
applicato quello stesso mezzo di alienazione, che è proprio delle singole res
mancipii; donde la pos sibilità della mancipatio familiae e del testamentum per
aes et libram, di cui si parlerà a suo tempo (3 ). La controversia in proposito fra i
Proculeiani, che escludevano dalle res man cipii questi animali finchè non
fossero giunti a tale età da essere domati, e i Sabi niani, che invece li
ammettevano fra le res mancipii, appena fossero nati, è accen nata da GAJO, II,
15, comemolto dubbiosa anche per lui, che era Sabiniano. In ogni caso la stessa
esistenza di una simile controversia, ed anche il fatto, che erano res man
cipii solo i quadrupedes, quae dorso collove domantur, dimostra abbastanza che
la determinazione delle res mancipii aveva stretta attinenza colla coltivazione
del fondo. Le formole conservateci da
VARRONE intorno all'emptio venditio dei cavalli e dei buoi anche domati (V.
Bruns, Fontes, p. 388) condussero il Voigt a ritenere che i cavalli ed i buoi
fossero introdotti solo dopo Varrone nel novero delle res man cipië (Ius nat.,
Leipzig). Veramente non si saprebbe ilmotivo di questa nuova introduzione in
una distinzione, che oramai appariva antiquata; ma ad ogni modo la cosa a mio
avviso è facile a spiegarsi, quando si ritenga che la qualità di res mancipiä
era dapprima attribuita dall'essere questa cosa un instru mentumt fundi. Quindi non sempre era
necessaria la mancipatio per questi animali, come non sempre era necessaria per
i servi, come lo attesta lo stesso Varrone. Non credo poi che possa essere il
caso di supporre degli errori nella esposizione di Var rone, come vorrebbe il
Bonfante, op. cit., 111, non potendosi supporre un er rore di questo genere
sopra formole, che vivevano nelle consuetudini ed erano ela. borate dagli
stessi giureconsulti. È tuttavia degno
di nota, che mentre il mancipium o la familia, intesi nel senso di patrimonio,
sono per sè suscettivi di mancipatio, l'hereditas invece è consi derata come
una res nec mancipië, e come tale è suscettiva di in iure cessio, ma non di
mancipatio (Gajo, Comm., II, 14, 17, 34). La ragione, a parer mio, è questa,
che la familia o il mancipium, finchè dipendono dal pater familias,
costituiscono un'entità concreta: mentre l'eredità, riguardo a colui che vi ha
diritto, costituisce già una cosa incorporale, una res, quae etiam sine ullo
corpore iuris intellectum habet, e quindi cade fra le res nec mancipii. Intanto
però non parmiaccettabile l'opinione, quale è espressa dallo SQUITTI, op. cit.,
12, che la distinzione delle res man cipië e nec mancipii sia solo applicabile
alle res singulares, poichè non è certamente una res singularis nè il mancipium,
nè la familia. Tuttavia conviene ritenere, che la necessità delle cose con
dusse in qualche parte ad allargare i confini del primitivo manci pium. Così,
ad esempio, non può esservi dubbio, che nel primitivo mancipium dovevano solo
essere compresi i praedia, che fossero si tuati nel primitivo ager romanus,
mentre più tardi furono compresi eziandio quelli situati nel restante suolo
italico, quando anche questo venne ad essere suscettivo di proprietà
quiritaria. Così pure è pro babile, che nelle res mancipii fossero dapprima
compresi solo i servi addetti al lavoro del fondo, mentre più tardi siccome i
servi della città potevano essere trasportati alla campagna, così i servi in
genere furono compresi fra le res mancipii. Non potrei invece ammettere col
Puctha, che fra le res mancipii fossero anche com prese le persone libere, che
fossero in potestate, in manu, o in causa mancipii; poichè, come sopra si è
notato, qui il vocabolo mancipium è già preso in una significazione più
ristretta e si ri ferisce al patrimonio, anzichè alle persone dipendenti dal
capo di famiglia, le quali persone si dicono
alieni iuris, quae in manu, potestate,mancipio sunt , ma non sono mai
chiamate res mancipii. Vero è, che anche alle persone si applica la mancipatio,
ma cid provenne, come si vedrà più tardi, da cid che la mancipatio è una
applicazione dell'atto quiritario per eccellenza, che è l'atto per aes et
libram, e quindi compare ogniqualvolta trattisi di acquistare o trasmettere la
manus, intesa nel senso di potestà giuridica quiritaria. 351. Intanto questa
storia primitiva del mancipium ci pone eziandio in caso di risolvere la
questione tanto agitata fra gli autori relativa alla precedenza fra la
mancipatio e la distinzione fra la res mancipii e nec mancipii. hi seguisse
alla lettera i giureconsulti dovrebbe dare la prece denza alla mancipatio, in
quanto che, secondo i medesimi, le res mancipii si chiamerebbero tali appunto,
perchè si trasferiscono me diante la mancipatio; ma rimarrebbe ancor sempre a
cercarsi la ragione, per cui la mancipatio venne ad essere il mezzo proprio per
l'alienazione di questa speciale categoria di cose. La cosa invece viene ad
essere facilmente spiegata quando si ri
Ho già notato più sopra come le formole di VARRONE dimostrino che un
servo, allorchè non era un instrumentum fundi, poteva anche essere alienato
colla sem plice traditio. Puchta,
Inst., 238. Cfr. SQUITTI, op. cit., 15.
444 tenga, che primo a formarsi dovette essere il concetto delmancipium, il
concetto cioè di una proprietà tipica del quirite, che compren deva uno spazio
di terra e quelle pertinenze di esso, che riputa vansi il patrimonio
indispensabile del capo di una famiglia agricola. La formazione di questo
mancipium, che già aveva una base nelle condizioni economiche e sociali dei
primitivi romani, venne in certo modo a precipitarsi e a consolidarsi sotto
l'influenza della costitu zione serviana. Da quel momento l'importanza non solo
economica, ma anche politica del mancipium, pose le cose, che erano comprese
nel medesimo, in una posizione privilegiata di fronte a tutte le altre cose,
che potevano spettare al cittadino romano, e trasformò così il mancipium in una
proprietà essenzialmente quiritaria, perchè apparteneva al quirite come tale.
Era quindi naturale, che all’alie nazione del mancipium e delle cose comprese
nel medesimo si estendesse l'atto quiritario per eccellenza, che era l'atto per
aes et libram, mentre per l'alienazione delle altre cose potè bastaré anche la
semplice traditio accompagnata dal pagamento del prezzo. Per quello poi, che si
riferisce alla distinzione fra le res mancipii e quelle nec mancipii, parmi
evidente che essa fu l'ultima ad es. sere introdotta, e non ho difficoltà di
ritenere, che essa possa anche essere stata formolata più tardi dai
giureconsulti, quando i mede simi già sentivano il bisogno di ridurre ad ordine
sistematico le distinzioni molteplici, che eransi introdotte nel diritto. Il
censo in fatti per sè poteva condurre alla determinazione delle res mancipii,
ed anche alla divisione delle medesime in varie categorie; ma esso non poteva
determinare che indirettamente la formazione delle res nec mancipii. È quindi
probabile, che i giureconsulti trovando più tardi questo nucleo di cose
(mancipium ), per la cui alienazione era richiesta la mancipatio, abbiano
formato di queste cose una cate goria speciale (res mancipii), la cui
caratteristica consisteva ap punto nel modo di alienazione (mancipatio), mentre
tutte le altre furono lasciate nella categoria negativa dalle res nec mancipii. Non parmi tuttavia accoglibile l'opinione del
Voigt, secondo cui la distinzione sarebbe nata fra il 585 e il 650 di Roma.
Essa invece dovette già essere formata all'epoca delle XII Tavole, in cui
accanto alla mancipatio, riservata alle res man cipii, era già comparsa l'in
iure cessio, che era applicabile eziandio alle res nec man cipii: il che
sarebbe anche provato da ciò, che le stesse XII Tavole già ponevano le res
mancipii nella condizione speciale di non potere essere usucapite, allorchè fos
sero state vendute da una donna senza approvazione del tutore. È evidente
infatti 445 Essi insomma fecero qui una distinzione analoga a quella, che si
introdurrà più tardi, fra le cose, che appartengono ad una persona ex iure
quiritium, e quelle invece che le appartengono solo in bonis; poichè le prime
costituiscono una cerchia chiusa e circo scritta, quanto alle cose, che possono
essere l'oggetto, quanto ai modi di acquisto, e alle persone cui appartengono,
mentre quelle in bonis comprendono tutte le altre. $ 6. La storia primitiva
della proprietà ex iure quiritium. 352. L'analogia, che ho sopra notata fra la
distinzione delman cipium e del nec mancipium e quella presentatasi più tardi
fra il dominium ex iure quiritium e quello in bonis, mi fa tornare un'altra
volta sul grave problema dell'origine e dello svolgimento storico della proprietà
ex iure quiritium. Fino ad ora si è sola mente dimostrato, come già nel periodo
gentilizio vi fosse una forma di proprietà, che intestavasi al capo di
famiglia, e che pren deva il nome di heredium. Questa tuttavia non costituiva
ancora una proprietà assolutamente individuale ed esclusiva, perchè il capo di
famiglia trovavasi in proposito ancora sotto la dipendenza della gens, a cui
apparteneva. Accanto a questi heredia dei patricii si erano poi venuti formando
gli stanziamenti e i possessi dei plebei, che probabilmente chiamavansi
mancipia. Quando poi patriziato e plebe entrarono a far parte dello stesso
populus romanus qui ritium, in base alla considerazione del censo, la sola
proprietà, che era loro comune era quella che spettava al capo di famiglia, e
perciò fu questa, che comparve nel censo intestata ad ogni quirite sui iuris,
sotto il vocabolo di mancipium e coi caratteri di una proprietà assolutamente
individuale. Il vocabolo mancipium tuttavia non significd per sè il dominium ex
iure quiritium, ma piuttosto quel complesso organico di cose, che per il primo
formo oggetto del medesimo; come lo dimostra la circostanza, che in questo
periodo, secondo l'attestazione dei giureconsulti, si ricorse per indicare il
che questa condizione speciale delle res mancipii, accennata da Gajo, I, 192, e
da Ul PIANO, Fragm., XI, 27, doveva fin d'allora condurre alla distinzione di
cui si tratta. Per un più lungo esame dell'opinione del Voigt, vedi Squitti, op.
cit., 73 e seg., e BONFANTE, op. cit., 115146 dominio quiritario
all'espressione meam esse: aio hanc rem
iure quiritium . Ferma cosi la spiegazione del modo in cui sarebbesi formato il
primo nucleo del dominium ex iure quiritium, resta ora a ve dere come il suo
concetto siasi venuto allargando, e quali siano i varii stadii, che attraverso
questa proprietà ex iure quiritium, la quale doveva poi divenire il modello di
ogni proprietà esclusiva mente privata ed individuale. 353. A questo riguardo i
ricercatori dell'antico diritto si arrestano sorpresi di fronte a questo fatto
singolare, che il solo mancipium nei primi tempi sembra aver formato oggetto
della proprietà ex iure qui ritium. L'Ortolan, ad esempio, trova assurdo che il
quirite non avesse la proprietà delle cose incorporali, se si eccettuano certe
servitù rustiche, nè la proprietà delle cose mobili, se si eccettuano i servi e
le bestie da tiro e da soma. Così pure il Muirhead stenta a spiegare in
qualmodo quei quiriti, che avevano divisi i loro fondi, fossero poi
indifferenti alla distinzione del mio e del tuo per molte altre cose; il che lo
induce a combattere la proposizione di Gaio, secondo cui il popolo Romano non
conosceva un tempo, che la sola proprietà ex iure quiritium: aut enim ex iure quiritium unusquisque do
minus erat, aut non intellegebatur dominus . È certo che la cosa riesce assai
strana, quando si voglia ritenere che, al difuori della proprietà ex iure
quiritium, non vi fosse pei romani primitivi altra forma di proprietà o di
possesso; ma la cosa pud invece essere spiegata quando si abbia presente il
modo, in cui si vennero formando il ius quiritium e le istituzioni, che
entrarono a costituirlo. Già ho cercato di dimostrare comeil ius quiritium non
comprendesse tutto il diritto primitivo di Roma, ma solo quella parte di esso,
che prima venne a precipitarsi e a consolidarsi e che di vento cosi comune ai
due ordini, che con Servio Tullio entrarono a far parte della stessa comunanza
quiritaria. Il patriziato e la plebe continuarono ancor sempre a seguire le
proprie tradizioni ed usanze, e non ebbero comune che quella parte di diritto,
che essendo stata accettata come base della comunanza quiritaria prese il nome
spe ciale di ius quiritium. Questo pertanto non governd dapprima tutti i
rapporti giuridici, ma solo quelli che intervenivano fra loro nelle Ortolan, Histoire de la législation romaine,
Paris, 1880, p. 606. MUIRHEAD, Histor. Introd., 40.. 447 loro qualità di
quiriti, e fu solo col tempo e a misura che facevasi più intima la convivenza
dei quiriti, che esso venne arricchendosi di nuove forme, assimilando nuovi
istituti, modellando nuovi negozii richiesti dalle esigenze della vita civile
in una grande e popolosa città, e si cambiò così nel ius proprium civium
romanorum. 354. Or bene ciò che accadde nella formazione del ius quiritium si
avverò eziandio nell'elaborazione delle varie istituzioni, che en travano a
costituirlo, e quindi anche delle proprietà ex iure qui. ritium. Questa non
comprende dapprima tutta la fortuna, famigliare o gentilizia dei cittadini, ma
comprende solo quella parte di essa, che loro appartiene nella loro qualità di
quiriti. Siccome quindi nella comunanza serviana non conta dapprima che il
mancipium, che è la sola proprietà intestata nel censo al quirite e in base a
cui si determinano i suoi diritti e le sue obbligazioni di quirite, cosi la
primitiva proprietà ex iure quiritium non potè comprendere dapprima che il
mancipium, e fu solo a questa, che si applicò l'atto quiritario per eccellenza,
cioè l'atto per aes et libram, e quella pro cedura quiritaria dell'actio
sacramento, in cui i contendenti affer mavano:
hanc rem suam esse ex iure quiritium . Questa infatti era l'unica
proprietà, che poteva essere tenuta in conto al punto di vista quiritario e che
doveva perciò avere la tutela del diritto qui ritario. Quindi era giusto il
dire, che altri aut erat dominus ex iure
quiritium, aut non intellegebatur dominus : il che non vuol già dire, che non
si potesse avere il possesso od il godimento di altri beni, ma soltanto che le
altre forme di proprietà non potevano es sere tenute in calcolo al punto di
vista quiritario. Quindi al modo stesso, che il ius quiritium fu il frutto
della selezione di certi con cetti e forme solenni, che furono adottate dalla
comunanza dei qui riti, cosi la proprietà ex iure quiritium fu anche essa
determinata da una specie di selezione. Il suo primo nucleo consistette nel man
cipium, il quale costitui in certo modo la proprietà tipica del qui rite, ma
più tardi i suoi limiti apparvero troppo circoscritti, e perciò alla cerchia
troppo ristretta del mancipium si venne sostituendo un concetto più esteso del
dominium ex iure quiritium. Questo infatti
Questo carattere particolare del ius quiritium, per cui esso non è tutto
il di ritto primitivo di Roma, ma solo quella parte di esso, che vennesi
consolidando al lorchè patriziato e plebe entrarono a formar parte della stessa
comunanza quiritaria. fu dimostrato sopratutto nel lib. III, cap. 3º. 448 viene
già ad essere più esteso: lº quanto alle persone a cui compete, che non sono
più i soli capi di famiglia, ma tutti i cittadini ro mani ed anche i latini cui
sia accordato il ius quiritium; 2° quanto ai modi, con cui si acquista, che non
si riducono più alla sola man cipatio, ma comprendono anche la in iure cessio e
la usucapio ; e quanto alle cose, che possono essere l'oggetto, che non sono
più le sole res mancipii, ma tutte le cose in commercio, eccetto il solum
provinciale. Tuttavia egli è evidente, che anche in questo secondo stadio la
proprietà ex iure quiritium costituisce ancora sempre una proprietà
privilegiata, quanto alle persone, alle cose, ai modi di acquisto; cosicchè
ogni qualvolta manchi una di queste condizioni la cosa ap partiene solo in
bonis, ed è solo col tempo e per effetto della pro tezione pretoria, che viene
a poco a poco delineandosi una proprietà in bonis, accanto alla proprietà per
eccellenza, che era quella ex iure quiritium. Qui pertanto appare evidente
quella legge di for mazione del diritto romano, per cui accanto alla parte di
esso già formata ne compare un'altra, che trovasi in via di formazione e che
cercasi a poco a poco di fare entrare nelle forme di quella, che prima riuscì a
consolidarsi. Mentre questo dualismo nel primitivo ius quiritium è
rappresentato dal mancipium e dal nec mancipium, il medesimo invece nel ius
proprium civium romanorum viene ad essere rappresentato dalla proprietà ex iure
quiritium e da quella in bonis; ma intanto la seconda distinzione, pur
abbracciando una cerchia più vasta, continua ancora sempre ad essere foggiata
sulla prima. 355. Queste considerazioni mi conducono a ritenere, che anche il
dominium ex iure quiritium, dopo esser stato modellato sulla realtà dei fatti,
abbia finito per convertirsi in una costruzione giuridica non dissimile da
quella, che abbiamo ravvisata nei concetti di caput, di manus e di mancipium.
Esso è una forma di proprietà, che cor risponde al concetto del quirite, e
quindi al modo stesso, che questi nella sua configurazione giuridica era una
individualità integra e perfetta, concepita sotto l'aspetto esclusivamente
giuridico, ed Non è qui il caso di
parlare nè dell'adiudicatio, nè della lex, e dell'adsignatio viritana, che
potevano anche attribuire il dominium ex iure quiritium; poichè lo stesso Gajo,
Comm., II, 65, parla soltanto della mancipatio, della in iure cessio e
dell'usucapio, come costituenti un ius proprium civium romanorum. 449 isolata
da tutti gli altri suoi rapporti, cosi anche la sua proprietà ebbe ad essere
concepita come assoluta ed esclusiva, e fu modellata in certo modo ad imagine
della persona, a cui doveva appartenere. Una prova di ciò l'abbiamo in questo,
che allo svolgimento del dominium ex iure quiritium si applicò una logica del
tutto ana loga a quella, che erasi applicata allo svolgimento del concetto di
caput; cosicchè, per determinare i varii atteggiamenti del dominio, furono
adoperati dei criteri analoghi a quelli, che servirono a de terminare lo stato
del quirite. Così, ad esempio, al modo istesso, che si ha l'optimum ius
quiritium allorchè la capacità del quirite non soffre alcuna limitazione; cosi
havvi il dominium optimum maximum, quando il dominium non è soggetto ad alcuna
limita zione. Al modo stesso parimenti, che vi ha una diminutio capitis, cosi
havvi eziandio una diminutio dominii, la quale è perfino in dicata collo stesso
vocabolo di servitus, con cui pure si indica la maxima capitis diminutio. Che
anzi a quella guisa, che l'intiero caput non appartiene a tutti gli uomini,
cosi non tutte le cose sono suscettive del dominium.ex iure quiritium; il qual
concetto spin gesi a tal punto, che può ravvisarsi una specie di correlazione
fra la concessione della civitas agli abitanti, e la concessione al suolo da
essi abitato di quel ius privilegiato, che lo rende suscettivo di dominio
quiritario. Cosi mentre il solum italicum ottenne questa speciale condizione,
sotto il nome di ius italicum, il solum provin ciale invece non potè mai essere
oggetto di vera proprietà, se non quando scomparve con Giustiniano la
distinzione fra la proprietà ex iure quiritium e la proprietà in bonis. Vi ha
di più ancora, ed è che le trasformazioni storiche, che ac cadono nel concetto
di caput, camminano di pari passo con quelle del dominium ex iure quiritium.
Così, ad esempio, finchè il vero caput non appartenne che al capo di famiglia,
anche questi fu il solo capace di proprietà ex iure quiritium. Quando poi la
capacità di diritto dal capo di famiglia passò ad ogni cittadino romano ) In questa guisa si spiega, come i Romani
procedessero nell'accordare ad un determinato territorio l'attitudine ad essere
oggetto di proprietà quiritaria nel modo stesso, in cui procedevano
nell'estendere la cittadinanza romana ai popoli conquistati. Di qui l'analogia
fra la formazione del ius latiï e quella del ius italicum: di cui quello si
riferisce alle persone, questo invece si riferisce al suolo (Cfr. Baudouin,
Étude sur le ius italicum, nella
Nouvelle revue historique de droit français et étranger ). C., Le
origini del diritto di Roma. 29 450 bastò essere tale, per essere capace di
proprietà ex iure quiritium. Quando infine la capacità giuridica appartenne ad
ogni uomo li bero, perchè tutti gli abitanti dell'impero ottennero la
cittadinanza, bastò essere uomo libero per essere capace di quella proprietà,
che un tempo era stata privilegio dei soli quiriti. La qual trasforma zione
avverasi anche, quanto alle cose che ne formano l'oggetto, le quali
cominciarono dall'essere quelle soltanto, che figuravanonel censo intestate al
capo di famiglia (res mancipii), e finirono per compren dere tutte quelle, che
potevano essere in commercio. Il che deve pur dirsideimodi diacquisto, i quali
dapprima furono probabilmente circo scritti alla sola mancipatio, mentre dopo
compresero l'in iure cessio e l'usucapio, e finirono col tempo per comprendere
anche quei modi di acquisto, che dapprima erano proprii soltanto del diritto
delle genti; donde la distinzione della classica giurisprudenza fra i modi di
acquisto del dominio, civili e naturali, originarii e derivativi . 356. Era poi
naturale, che alla proprietà cosi intesa i giurecon sulti abbiano finito per
applicare quella stessa analisi, che già ab biamo riscontrato nel caput. Essi
contrapposero il quirite alla cosa che gli apparteneva: gli fecero afferrare
materialmente la cosa ed affermare la sua proprietà sulla medesima dicendo, che
la cosa era sua ex iure quiritium: immedesimarono in certo modo la persona
colla cosa alla medesima spettante, e le attribuirono così un di ritto
illimitato di usarne, goderne, e di disporne, anche abusando di essa. In questo
diritto del proprietario, che non ha confine, deve quindi ravvisarsi una
costruzione giuridica, non dissimile da tante altre, che occorrono nel diritto
romano: poichè in effetto l'abuso della proprietà era poi frenato dal costume,
e sopratutto dal iudicium de moribus, il quale, dopo essere stato una
istituzione gentilizia, fu di nuovo ristabilito dalle XII Tavole, e fu affidato
al pretore . Che anzi ciascuno dei diritti inchiusi nella proprietà Non può ammettersi, come vorrebbero taluni,
che nelle origini del diritto ro mano non esistessero modi naturali di
acquisto, il che sarebbe contraddetto dall'an tichità della traditio, quanto
alle res nec mancipii: ma soltanto che i modi naturali, pur esistendo da epoca
forse più antica, furono solo più tardi incorporati nella com pagine del
diritto romano, il quale assimilava solamente ciò, che in qualche modo poteva
entrare nelle forme prestabilite.
L'origine gentilizia del iudicium de moribus fu dimostrata al n° 59, p.
74. Del resto tale origine gentilizia è comprovata dalla intitolazione stessa
di questo iw dicium demoribus, la quale sembra richiamare qualche antica norma
consuetudi fini per ricevere una propria denominazione, e staccato dal ceppo,
sovra cui aveva radice, fini per dare origine alle varie configura zioni dei
diritti reali, comprendendovi anche il ius possessionis, ciascuno dei quali
potė ricevere un vero e proprio sviluppo, pur sempre ritenendo l'impronta
reale, che eragli provenuta dalla pro prietà, di cui costituiva un
frazionamento. Fu anzi in questa occa sione, che sembra essere venuto in uso il
vocabolo di proprietas, il quale in origine appare adoperato, quando si tratta
di contrapporre la proprietà ai diritti reali, che erano inchiusi nella
medesima. Questa ricostruzione intanto del dominium ex iure quiri. tium mi
porge occasione di fare un brevissimo cenno dei rapporti, che nel diritto
romano intercedono fra la proprietà ed il possesso. A questo proposito il
diritto romano presenta questa singolarità, chementre il giureconsulto Paolo,
fondandosi sull'autorità di Nerva filius, annunzia come fuori di ogni dubbio,
che il dominio dovette cominciare dalla materiale appropriazione delle cose
(dominium rerum ex naturali possessione coepisse) ; noi troviamo invece, che
nello svolgimento storico presentasi dapprima integro e com piuto il concetto
del dominium ex iure quiritium, ed è solo molto più tardi, che il possesso
viene ad essere considerato come una isti tuzione giuridica, protetta cogli
interdetti possessori. Di fronte a questo stato di cose sarebbe fuor di luogo
il sostenere, che i Romani non distinguessero dapprima fra la materiale
detenzione di una cosa, e la padronanza giuridica sovra di essa; ciò sarebbe
smentito dal fatto, che essi fin dai primi tempi ebbero il concetto dell'usus e
dell'usus auctoritas, ed anche dalla circostanza, che ai plebei, stanziati sul
territorio romano, non si riconobbe dapprima una vera naria, ed anche dalla
circostanza, che le XII Tavole, affidando al pretore questo po tere, che un
tempo apparteneva alla gens, richiamarono di nuovo in vita il primitivo
concetto dell'heredium, che era venuto meno nello stretto ius quiritium, e
ristabili rono contro il prodigo interdetto la cura degli agnati e dei geniili,
la quale è certo una reliquia dell'organizzazione gentilizia. Il testo infatti,
secondo la ricostruzione del Voigt, Tav. VI, 10, sarebbe il seguente: Qui sibi heredium nequitia sua disperdit,
liberosque suos ad egestatem perducit, ea re commercioque praetor interdicito.
In adgnatum gentiliumque curatione esto .
Che il vocabolo di proprietas abbia cominciato ad adoperarsi, allorchè
si trat tava di contrapporre la proprietà in sè ai diritti frazionarii inchiusi
nella medesima, può argomentarsi, fra gli altri passi, da quello di GAJO, II,
30, ove la proprietas si contrappone appunto all'ususfructus. L. 1,
1, Dig. proprietà, ma una specie di possesso a titolo di precario, che
non aveva ancora carattere giuridico. La causa invece del fatto deve riporsi in
ciò, che anche in questa parte il ius quiritium, essendo già stato il frutto di
una vera elaborazione giuridica, prese senz'altro le mosse dal concetto più
vasto e comprensivo, a cui si potesse giungere in tema di proprietà. Il
concetto infatti del do minium ex iure quiritium ebbe dapprima ad essere
modellato sul mancipium, il quale, implicando la sottomissione illimitata di
una cosa ad una persona, inchiudeva in una sintesi potente tutti i po teri, che
ad una persona possono appartenere sopra una cosa. Il diritto infatti, che al
quirite spetta sul proprio mancipium, nella sua sintesi vigorosa, implica la
detenzione materiale e la proprietà della cosa: è un fatto ed è un diritto; è
una proprietà originaria, ma intanto comprende eziandio la proprietà derivata;
esso anzi de signa perfino una proprietà, che ha dell'individuale e del
famigliare ad un tempo. Fu soltanto più tardi, che anche in questo concetto
venne penetrando l'analisi, la quale cominciò dal distinguere la materiale
detenzione di una cosa (naturalis possessio), la quale è un puro e semplice
fatto (res facti), dalla padronanza giuridica sovra di essa (dominium ex iure
quiritium ), la quale costituisce invece un vero e proprio diritto (res iuris).
Col tempo però, siccome fra questi due termini estremiverranno ad esservi delle
possessiones, che per speciali considerazioni potranno anche apparire
meritevoli diprotezione giuridica, cosi si verrà a poco a poco modellando dal
pretore il concetto di una civilis possessio. Questa tuttavia non apparirà più
unicamente come una res facti, ma in parte eziandio come una res iuris; non
supporrà unicamente la materiale deten zione della cosa (corpus), ma anche
l'intenzione di tenere la cosa per sè (animus rem sibi habendi). Questo
possesso verrà cosi a pren dere un posto di mezzo fra la semplice detenzione
materiale di una cosa, e la proprietà della medesima ; quindi, per la
protezione di esso, il pretore, non trovandosi di fronte ad un diritto
compiutamente formato, non potrà ius dicere nel vero senso della parola, ma sol
tanto interdicere, cioè proibire che venga turbato lo stato di fatto, del quale
si tratta (vim fieri veto ), donde la denominazione degli inter. Vedi, quanto alle primitive possessioni della
plebe nel territorio romano, il nº 154, 190. V. in proposito Savigny, Dela possession,
Trad. Staedtler, sulla 74 ed. tedesca, Bruxelles 1879, 5º, 20 a 25. 453 dicta, con cui si protegge
il possesso. Siccome poi questo possesso, du rando un determinato spazio di
tempo, già poteva, in base all'usuca pione,trasformarsi in un vero diritto;
cosi il possesso, oltre al costituire per se stesso una istituzione giuridica,
protetta mediante gli inter detti, costituisce pure un mezzo, mediante cui il
fatto della deten zione e del godimento di una cosa (usus) può trasformarsi nel
di ritto di proprietà (auctoritas). È tuttavia a notarsi, che siccome tanto il
dominium ex iure quiritium, quanto la semplice possessio debbono ritenersi come
una scomposizione del diritto, che al quirite spettava sul primitivo mancipium,
il quale aveva del materiale e del giuridico ad un tempo; così tanto il
dominium, che la pos sessio, presso i romani, non poterono mai intieramente
spogliarsi di un certo carattere di materialità. Cid è dimostrato dalla
circostanza, che da una parte il dominium fini per essere circoscritto alle
cose corporali e dovette sempre essere trasferito col mezzo della tra dizione, e
dall'altra il possesso non potè parimenti estendersi, che alle cose corporali e
ad alcuni dei diritti reali competenti sulle me desime (quasi possessio ). In
questo modo possono facilmente spiegarsi le incertezze dei giureconsulti, i
quali ora considerano il possesso come una res facti, ed ora come una res
iuris, ora scorgono in esso l'estrinsecazione del diritto di proprietà, ed ora
dicono invece, che il possesso ha nulla di comune con essa; poichè il medesimo,
essendo una istitu zione intermedia fra il fatto ed il diritto, fra la
detenzione e la proprietà, poteva presentarsi or sotto l'uno or sotto l'altro
aspetto, secondo lo speciale punto di vista, sotto cui era considerato. Si
comprende parimenti, che sebbene ogni dominio abbia dovuto A parer mio è importante nello svolgimento
storico del diritto romano di tener distinti i due istituti del possesso ad
usucapionem, e del possesso ad inter dicta. Il primo prese le mosse del
concetto dell'usus e perciò potò essere applicato così alle res mancipië che
alle nec mancipii, così alle cose corporali, che alle incor porali; mentre il
secondo fu il frutto dell'analisi del mancipium, e ritenne quindi sempre
qualche cosa della materialità inerente a quest'ultimo. L'uno mette capo alla
legislazione decemvirale, mentre l'altro ricevette la propria configurazione
giu ridica dal diritto pretorio. Cfr.
Savigny, V. i passi in proposito citati dal Savigny, op. cit., 5, 21 e segg., nelle note. Sono poi noti i
passi di Ulp., 12, 1, Dig.nihil commune
habet proprietas cum possessione, ed altri analoghi, L. 1, $ 2, Dig. Cfr.
JHERING, Fondement des interdits possessoires, Trad. Maulenaere, Paris 1882, 42.
- 151 prendere le mosse dalla materiale appropriazione di una cosa, il concetto
del possesso sia tuttavia di formazione posteriore, e non abbia ricevuto una
propria configurazione giuridica, che per opera del pretore, allorchè il
medesimo cominciò ad accordare la prote zione giuridica a quelle possessiones
nell'ager publicus, che per la propria durata già cominciavano ad assumere il
carattere di un vero A proprio diritto. Per quello poi, che si riferisce alla
questione tanto agitata del fon damento razionale della protezione giuridica
accordata al possesso, essa, come al solito, non ebbe ad essere trattata di
proposito dai giu reconsulti; ma si può indurre dallo svolgimento storico di
esso, che tale fondamento deve riporsi sul principio, sovra cui poggia tutto il
diritto romano, secondo cui ex facto
oritur ius , in quanto che ogni fatto, che riunisca in sè certe condizioni di
durata e di buona fede, contiene in sé i germi di un diritto e come tale può
già meri tare la protezione giuridica e servire ad un tempo di base all'usu
capione . Tale sarebbe l'opinione del
Niebaur, Histoire romaine, III, 191 e segg.; e del Savigny, op. cit., 12 a, 177-185. Essa parmi in ogni caso più
verosimile di quella sostenuta dal Pochta, Istit., 225, secondo cui l'idea del possesso sarebbe
provenuta dalla concessione del possesso interinale, che si accordava ad uno
dei contendenti nella procedura di vindicazione coll' actio sacramento; poichè
questo possesso interinale non ha punto che fare col possesso, in quanto ha una
protezione giuridica tutta sua propria, che consiste negli interdetti. Comunque
stia la cosa, sembra che l'interdetto più antico sia quello uti possidetis,
destinato appunto ad impedire il turbamento di uno stato di fatto. Intanto
viene ad essere evidente, che in base all'opinione qui sostenuta, se si voglia
collocare il possesso nella solita di stinzione dei diritti in personali e
reali, esso dovrà certo esser collocato tra i diritti reali. Cfr. il SavIGNY,
op. cit., $ 6, p. 42, il quale sostiene un'opinione in parte diversa. Senza voler qui prendere in esame le molte
teorie, che furono escogitate in proposito, solo mi limiterò ad osservare, che
la questione ebbe ad essere profonda mente discussa in due opere, che vennero
ad un risultato compiutamente diverso; di cui una è quella del JHERING, Ueber
den Grund des Besitzschutzes, Jena 1869, di cui abbiamo la trad. franc. del
Maulenaere, sopra citata, e l'altra è quella del Bruns, Die Besitzklagen des
röm. und heutigen Rechts, Weimar 1874, il cui con cetto fu adottato e
largamente esposto dal PADELLETTI, Archivio giuridico. Secondo il primo, la
protezione accordata al possesso fondasi su ciò, che il possesso è una
estrinsecazione della stessa proprietà, e quindi senza tale pro tezioneanche la
proprietà non sarebbe sufficientemente difesa. Secondo l'altro invece, il
posseso è tutelato unicamente per se stesso, in base al concetto, enunciato
nella L. 2, Dig.: qualiscumque possessor, hoc ipso quod possessor est, plus
iuris habet, quam qui non possidet . Parmi che, assegnando a questa protezione
il fondamento razionale indicato nel testo, cioè il principio: ex facto oritur ius , si 455 358. Di fronte a
questo svolgimento storico e logico ad un tempo, parminon possa essere
difficile la risposta a coloro, i quali chiedono comemai una istituzione, come
quella della proprietà ex iure quiri. tium, dopo essere stata esclusivamente
propria dei romani, abbia finito per diventare istituzione universale, e per
essere adottata anche da quei popoli, i quali non subirono l'influenza diretta
della dominazione romana. La causa vera del fatto sta in questo, che la
proprietà quiritaria, dopo essere uscita dai fatti, e aver prese le mosse da
quel nucleo di cose, che anche nell'organizzazione gentilizia era assegnato ai
singoli capi di famiglia, fini per essere isolata dall'ambiente, in cui si era
formata, e si cambiò così in una costruzione logica e coerente. Fu in questa
guisa, che la medesima, essendo ridotta, per dir cosi, ad un capolavoro di
costruzione giuridica, potè cessare di essere l'istitu zione di un popolo, per
diventare quella del mondo. Vero è, che tutti i popoli ebbero i loro istituti
giuridici, e quindi anche questa o quella forma di proprietà, ma non tutti
riescirono ad isolare tali istituti e sopratutto la proprietà dall'ambiente
storico, in cui si erano for mati; solo i romani ebbero la potenza di
sceverarli da ogni elemento affine, di sottoporli ad un'elaborazione non
interrotta, che duro pa recchi secoli, e riuscirono cosi a ridurre allo stato
di purezza quella, che potrebbe chiamarsi l'obbiettività giuridica dei singoli
istituti. Le loro analisi, le loro fattispecie, le loro costruzioni giuridiche
non potranno sempre essere applicabili, ma saranno sempre elaborazioni tipiche
nel loro genere, come lo sono in un genere diverso i capo lavori dell'arte
greca; ed è questo il motivo dell'eternità e dell'uni versalità del diritto
romano. Questa elaborazione poi fu dai romani compiuta sopratutto quanto al
concetto della privata proprietà. In questo senso si pud dire col Sumner
Maine che essi furono i crea tori della
proprietà privata ed individuale;ma è sopratutto notabile abbia il vantaggio di
far contribuire alla giustificazione della protezione giuridica accordata al
possesso e l'una e l'altra teorica, e quello di dare contemporaneamente una
base, così al possesso ad interdicta, come al possesso ad usucapionem. Secondo
il Puglia, Studii di storia del diritto romano, Messina 1886, 72: l'interdetto pos sessorio sarebbe comparso
come un mezzo particolare per risolvere una controversia, per la quale non
potevasi dal pretore esercitare la iurisdictio ; ma è ovvio il notare che in
questa guisa si potrà forse spiegare l'introduzione degli interdetti, ma non
maiil fondamento della protezione giuridica accordata al possesso. Cfr.
PADELLETTI Cogliolo, Storia del dir. rom., 529 e segg., ove trovasi citata in
nota la bi bliografia più recente sull'argomento. SUMNER-MAINE, L'ancien droit,
trad. Courcelles Seneuil, Paris, il modo e il perchè essi ed non altri
riuscirono in tale creazione. Essi infatti vi pervennero svolgendo prima il
concetto della pro prietà individuale, assoluta ed esclusiva, riguardo a quel
nucleo di cose, che era compreso nel primitivo mancipium, con cui ogni sin golo
quirite compariva nel censo, e poi trasportarono successiva mente il concetto
logico, che essi si erano formati di questa pro prietà ex iure quiritium, a
tutte le cose corporali, che potevano essere oggetto di commercio. Per tal modo
la proprietà quiritaria si staccò da una organizzazione gentilizia e
patriarcale, non dissi mile da quella, da cui usci la proprietà privata dei
Germani e degli Inglesi nell'evo moderno; ma a differenza di questa, quella fu
ben presto isolata dall'ambiente, in cui erasi formata, e si cambid cosi in una
proprietà tipica, strettamente individuale, che potè con certi temperamenti
essere adottata da tutti i popoli. Appendice. Senza voler qui fare
comparazioni, che miporterebbero fuori del tema, non so tuttavia trattenermi
dall'accennare ad alcune singolari analogie fra lo svolgi mento della proprietà
privata in Roma e presso i popoli Germanici. Ebbi già occasione di accennare, a
62, nota 2, la discussione seguita nell'Accademia Francese, a pro posito della
proprietà presso gli antichi Germani. Ora aggiungo, che quella stessa
discussione porse argomento ad una nota del prof. Del Giudice, stata letta
all'Isti tuto Lombardo, nelle adunanze del 4 e 18 marzo 1886, in cui egli fa un
accura tissimo raffronto fra la descrizione di Cesare e quella di Tacito circa
le condizioni dei primitivi Germani, e cerca di ridurre nei loro veri confini
le mutazioni, che si erano avverate, quanto alla proprietà del suolo, nei 150 anni,
che separano i due autori. Tale trasformazione riducevasi in sostanza a ciò,
che i possessi erano diventati più stabili, e che dalla proprietà collettiva
del villaggio già erasi venuta distin guendo la proprietà della famiglia.
Pervenuti così a questo punto della evoluzione della proprietà presso i
Germani, analogo a quello, a cui erano pervenute le genti italiche, allorchè
fondarono la città di Roma, noi troviamo nel dottissimo lavoro dello SCHUPFER
sull'Allodio nei secoli Barbarici, Torino, 1886, la descrizione degli ulteriori
stadii, per cui passò l'evoluzione stessa. Noi cominciamo anzitutto dal
trovarci di fronte a certi vocaboli e concetti, che ci richiamano le condizioni
primi tive delle genti italiche. Cotali sono i communalia, i vicinalia, i
vicanalia (SCHUPFER, 26 ) i quali, senz'aver più la configurazione tipica
dell'ager compascuus delle tribù italiche, richiamano però il medesimo. Così
anche tra i Germani trovasi una forma di proprietà, che, senza essere del tutto
individuale, già si accosta alla medesima, ed è notevole, che essa, così fra le
genti italiche, come fra i Germani, è indicata con un vocabolo, che richiama
l'eredità, il passaggio cioè di un patrimonio dai genitori nei figli. Questo
vocabolo presso i Romani, era quello di heredium, e presso i Germani è quello
di alodium; il quale eziandio, secondo il Waitz e lo Schupfer, cominciò
dapprima dall'indicare l'eredità, e passò poscia ad indicare il patrimonio
avito. SCHUPFER, Op. cit., 11 e 12. Or bene, presso l'uno e l'altro popolo, è
questo heredium o alodium, che finisce per costituire il primo nucleo della
proprietà esclusivamente privata. — È notabile anzi, che, nel periodo della
tras 457 formazione, nè i Romani, nè i Germani hanno un vocabolo specifico per
indicare la proprietà: poichè mentre i primi esprimono la proprietà coi
concetti di meum e di tuum, di heredium, di praedium, di mancipium, i Germani
invece la indicano coi vocaboli di Land, Erbe, Eigen, Allod, Sundern. Così pure
anche presso i Germani occorrono quei consortia, che presso le genti italiche
erano indicati coi vocaboli di ercto non
cito . Questi consortia parimenti esistono sopratutto fra fra telli, e talora
anche fra zii e nipoti, che continuano spontaneamente nella comunione (SCHUPFER,
52), e richiamano così la familia omnium agnatorum. — Infine la vera proprietà
privata formasi presso i due popoli nella stessa guisa. Al modo stesso, che la
prima proprietà privata in Roma fu un assegno sull'ager gentilicius o sull'ager
publicus, così anche la proprietà privata, presso i popoli germanici, seguendo
sempre la guida sicura del prof. Schupfer, fu anche essa una sors, un lotto, un
assegno (pag. 63); accanto al quale però si svolge eziandio il concetto
dell'adquisitum la bore suo (pag. 60), il quale, salvo il linguaggio, non
presenta poi grande differenza dal manucaptum dei latini. È poi anche degno di
nota, che questo nucleo cen trale della proprietà privata presso i Germani, al
pari che presso gli antichi Ro mani, è costituito da un podere o da una
abitazione rustica, a cui trovasi annessa una certa quantità di terra, che in
massima avrebbe dovuto essere invariabile (pag. 63 ). Il medesimo poi è
indicato coi nomi dimansus, di hoba, di sedimen, i quali proba bilmente portano
eziandio con sè quella idea di residenza, che era indicata anche dai vocaboli
di mancipium e di dominium. Che anzi, come già notava lo Schupfer, p. 78, anche
l'uomo libero longobardo, che si chiama arimanno, indica la sua libera pro
prietà col vocabolo di arimanna, al modo stesso che il quirite addimandava la
sua proprietà esclusiva dominium ex iure
quiritium . Infine questa proprietà si acquista, si trasmette e si rivendica
con modi, che ricordano l'usucapio, la manci. patio e l'actio sacramento dei
Romani (SCHUPFER, Op. cit., 122, 138 e 160 ). Intanto però, accanto alle
analogie, che dimostrano la costanza delle leggi che go vernano l'evoluzione
della proprietà, sonvi anche le differenze, che sono determinate dal diverso
temperamento dei popoli. Mentre infatti il popolo romano, giunto una volta al
concetto della proprietà individuale, ne fa una costruzione tipica, che estende
a poco a poco a tutte le cose, che sono in commercio, e che svolge in tutte le
sue conseguenze logiche, i popoli germanici invece non giungono a questa concezione
tipica; quindi mentre la proprietà romana è una sola, la proprietà germanica,
come ben nota lo ScuuPFER, non potrà mai richiamarsi a un solo tipo (pag. 75).
Di più mentre i Romani, una volta raggiunta la proprietà quiritaria, la
disgiunsero affatto dall'ambiente gentilizio, e si concentrarono esclusivamente
nello svolgimento di essa, pressochè lasciando in disparte la proprietà
collettiva prima esistente, i popoli ger manici invece, compresi anche gli
Anglo-Sassoni, non giunsero mai a districare com piutamente la proprietà
privata dall' involucro feudale da cui era uscita, o se lo fecero vi giunsero
solo per imitazione della proprietà, quale era stata modellata dai Romani, nè
spinsero mai la logica della istituzione a conseguenze così estreme, come i
Romani. Ciò è vero sopratutto della proprietà inglese, la quale, uscita
dall'organizzazione feudale, continua sempre a serbarne le traccie in quella
serie di gradazioni e di distinzioni, che ancor oggi la contraddistinguono.
Vedi, quanto alla proprietà inglese, il Williams, Principii del diritto di
proprietà reale, trad. Ca negallo, Firenze, 1873 e il POLLOCH, The Land Laws,
Edinburgh. Il ius quiritium ed i concetti di commercium, connubium, actio. 359.
Fin qui ho cercato di ricomporre il quirite negli elementi essenziali del suo
status, e di seguire le trasformazioni, che si vennero introducendo man mano in
ciascuno di questi elementi. Ricostruendo cosi il primitivo diritto, fummo
condotti ad una con figurazione giuridica del quirite, la quale, ancorchè rigida
e com passata, si presenta però organica e coerente in tutte le sue parti.
Resta ora la parte più difficile di questa ricostruzione, quella cioè di
cercare, come mai una figura cosi automatica potesse entrare in rapporti con
altre individualità foggiate sullo stesso modello, e dare cosi origine a quella
infinita varietà di negozii, in cui il quirite pud essere chiamato a svolgere
la propria attività giuridica. Non è quindi meraviglia, se qui sopratutto
apparisca sorprendente il magi stero dei veteres iuris conditores, in quanto
che non trattavasi solo più di notomizzare e di scomporre lo status del quirite,
ma di mettere il medesimo in movimento ed in azione, valendosi di pochissimi
mezzi per dar forma giuridica alla varietà grandissima dei negozii, che si
venivano moltiplicando col formarsi e collo svol gersi della convivenza
cittadina. Anche qui la supposizione più ovvia intorno al magistero seguito dai
modellatori del primitivo diritto, sarebbe che essi, da uomini pratici quali
erano, fossero venuti introducendo le istituzioni, a mi sura che se ne
presentava il bisogno, e che perciò il diritto privato di Roma, almeno in
questa parte, debba essere considerato come il frutto di una evoluzione lenta e
graduata, determinata sopratutto dalle condizioni economiche e sociali del
popolo romano. Lo studio invece delle vestigia, che a noi pervennero
dell'antico ius quiritium, mi hanno profondamente convinto, che il medesimo,
anche in questa parte, che potrebbe chiamarsi la dinamica del diritto
quiritario, sia stato il frutto di una specie di elaborazione e selezione
potente, Tale sarebbe l'idea, forse
alquanto preconcetta, a cui sembra ispirarsi l'opera del Puglia col titolo:
Studii di storia di diritto romano, secondo i risultati della filosofia
scientifica, Messina, 1886. 459 che venne operandosi su materiali giuridici
preesistenti, la quale ebbe ad essere guidata da una logica e da una tecnica
giuridica, non dissimile da quella, che abbiamo riscontrata nella parte statica
del diritto quiritario. Vi ha tuttavia questa differenza, che mentre le basi
fondamentali dello status del quirite furono fissate, pressochè
contemporaneamente, dall'avvenimento importantissimo del censo ser viano; lo
svolgimento invece della parte del diritto quiritario, che si riferisce al
negozio giuridico, fu l'effetto di una elaborazione più lenta e graduata, la
quale si operd man mano, che veniva accomu nandosi il diritto fra il patriziato
e la plebe, e che le loro rispettive istituzioni si fondevano insieme
nell'attrito della vita cittadina. 360. Che questo sia stato il processo, con
cui si formò eziandio la parte dinamica del ius quiritium, risulta da una
quantità gran dissima di indizii, fra cui basterà qui di ricordare i più
importanti. È indubitabile anzitutto che, anche nella parte relativa al negozio
giuridico, il ius quiritium non prende le mosse da questo o da quel fatto
particolare, ma parte invece senz'altro da concetti sin tetici e comprensivi,
quali sarebbero quelli del commercium, del connubium e dell'actio, i quali
tutti hanno una larghissima signi ficazione, e sembrano già preesistere nel
periodo gentilizio, anteriore alla fondazione della città. Cosi pure è certo,
che il primitivo ius quiritium non viene già creando le forme giuridiche, a
misura che si vengono svolgendo i nuovi rapporti giuridici, ma compare invece
con certe forme tipiche, efficacemente modellate, nelle quali cerca poi di fare
entrare, anche forzatamente, quei nuovi rapporti giuri dici, a cui dà argomento
la convivenza civile e politica. È in questa guisa, che un solo atto, quale
sarà, ad esempio, l'atto per aes et libram, finirà per servire alle
applicazioni più disparate. Che anzi è facile eziandio di scorgere, che il ius
quiritium, nelle diverse serie di rapporti giuridici da esso governati,
presentasi dapprima con istituzioni tipiche, che costituiscono in certo modo il
nucleo centrale, intorno a cui si vengono poi consolidando le istituzioni, che
hanno qualche affinità con quelle già formate. Così, ad esenipio, non vi ha
dubbio, che il ius quiritium riconosce una forma tipica di matrimonio, che è il
matrimonio cum manu; un atto quiritario per eccellenza, che è l'atto per aes et
libram; come pure una legis actio essenzialmente quiritaria, che è l'actio
sacramento. Convien perciò conchiudere, che anche in questa parte del diritto
quiritario non si accettano i materiali giuridici, quali che essi siano; - 460
- ma si viene operando una specie di scelta fra i medesimi, e soltanto si
adottano quelli, che possano convenire al concetto fondamentale, che è quello
del quirite. È quindi evidente, che per giungere ad una ricostruzione di questa
parte del ius quiritium conviene in certo modo assecondare le leggi della sua
naturale formazione, cominciando dal cercare: lº quali siano i concetti
fondamentali, da cui prende le mosse la formazione di questa parte del ius
quiritium; 2 ° la pro venienza di questi concetti e l'elaborazione, che essi
subiscono en trando nel diritto quiritario; 3º l'ordine progressivo, con cui
questi varii concetti vennero penetrando e consolidandosi nella elabora zione
del ius quiritium. 361. Quanto ai concetti fondamentali, da cui prende le mosse
la dinamica del diritto quiritario, essi sono senz'alcun dubbio quelli del
connubium, del commercium, dell'actio. Cid pud inferirsi anzitutto dalla
circostanza, che tutti questi concetti già si erano elaborati nel periodo
gentilizio, nei rapporti fra i capi delle famiglie e delle genti, e quindi era
naturale, che questi, entrando a far parte della comunanza quiritaria, li
applicassero eziandio nei loro rapporti come quiriti, tanto più che il quirite,
pur essendo un individuo, continuava ancora ad essere un capo gruppo. A ciò si
aggiunge, che questi concetti si adattavano mirabilmente alla concezione tipica
del quirite, quale era stata determinata sopratutto dal censo e dalla
costituzione serviana. Il quirite infatti presentavasi nella doppia qualità di
capo di famiglia e di proprietario di terra, i quali due caratteri, nella
sintesi primitiva, sembravano in certo modo immede simarsi fra di loro, come lo
dimostrano le concezioni del caput, della manus e del mancipium. Era quindi
naturale, che siccome le istitu zioni fondamentali del diritto quiritario si
riducevano alla famiglia ed alla proprietà, così le varie manifestazioni
dell'attività giuridica del quirite si richiamassero: o al concetto del
connubium, da cui di scende appunto l'organizzazione della famiglia; o a quella
del com mercium, in cui comprendonsi tutti i negozii, a cui porge occasione la
circolazione e lo scambio della proprietà. — Le une e le altre ma nifestazioni
poi trovavano la propria difesa nell'actio, che serviva a tutelare il quirite
sotto l'uno e sotto l'altro aspetto, non essendovi ancora la distinzione fra i
diritti reali e personali. Questi concetti pertanto, trasportati nel ius
quiritium, si cambiarono, per così dire, in altrettanti capisaldi, da cui si
vennero staccando i varii aspetti, sotto cui pud esplicarsi l'attività
giuridica del quirite; co 461 sicchè anche più tardi, per mettere ordine nello
svolgimento copioso della giurisprudenza romana, Gaio dovette di necessità
ricorrere ad una distinzione, che richiama quella antichissima del connubium,
del commercium e dell'actio. Tutto il diritto infatti, che si ri ferisce alle
persone, considerate sotto il punto di vista esclusiva mente privato, sembra
metter capo al concetto del connubium; quello invece, che si riferisce alle
cose, non è che uno svolgimento del commercium; e quello infine, che riguarda
le azioni, non è che una derivazione da quella legis actio, che costituì la
procedura pri mitiva propria dei quiriti. Del resto sono gli stessi
giureconsulti romani che, dopo aver distinto i diritti pubblici dai privati,
finirono per richiamare questi ultimi ai due diritti fondamentali del con
nubium e del commercium, somministrandoci così, almeno questa volta, una chiave
di quella dialettica fondamentale, che stringe ed unifica il molteplice
svolgimento della giurisprudenza romana. 362. Per quello poi, che si riferisce
alla provenienza di questi concetti direttivi di questa parte del ius quiritium,
non può esservi dubbio, che essa deve essere cercata nel periodo gentilizio, il
che credo di avere largamente dimostrato a suo tempo. Vuolsi perd aggiungere,
che questi concetti, i quali prima avevano governato dei rapporti fra i capi di
famiglia e delle genti, allorchè furono tras portati nei rapporti fra quiriti,
si trasformarono in altrettante basi del diritto spettante ai quiriti, cosicchè
dal connubium derivd il ius connubii ex iure quiritium; dal commercium il ius
commercii pure ex iure quiritium; e infine dall’actio il sistema delle legis
actiones, che è parimenti proprio della comunanza quiritaria. Questi concetti
pertanto cessarono di avere uno svolgimento pura mente estensivo, come era
accaduto nei rapporti fra le famiglie e le genti, ma ricevettero eziandio uno
svolgimento intensivo; cosicchè Intendo
qui parlare della nota distinzione di Gaio, Comm., I, 8: Omne autem ius, quo utimur, vel ad personas
pertinet, vel ad res, vel ad actiones . Quanto alle obbiezioni che si fecero,
sopratutto dal Savigny, al valore di questa distinzione, vedi quanto si è detto
al n ° 97, 124, nota 1. È sopratutto
Ulpiano, checerca di abbracciare nei due larghissimi concetti di connubium e di
commercium tutto l'esplicarsi dell'attività giuridica del qui rite. V. Ulp., Fragm.,
V, 3, quanto al connubium, e XIX, 5 quanto al commercium. Quanto all'uno e
all'altro concetto cfr. il Voigt, XII Tafeln, I, 244 e. 274, coi passi ivi
citati, ed il MUIRHEAD, Histor. Introd., 108 e 109. (3 ) V. sopra lib. I, cap.
VI, SS 2 e 3, 123 a 138. 402 ciascuno di essi venne ad essere una propaggine di
quel diritto pri vilegiato, cui i Romani diedero dapprima il nomedi ius
quiritium, e che più tardi chiamarono ius proprium civium romanorum. Cosi, ad
esempio, il connubium nel periodo gentilicio, era il di ritto di imparentarsi
fra di loro, che esisteva fra i membri delle genti, che appartenevano al
medesimo nomen. Trasportato invece nella comunanza quiritaria, esso venne a
trasformarsi nel ius con nubii ex iure quiritium. Secondo Ulpiano infatti connubium est uxoris iure ducendae facultas ,
ossia il diritto di addive nire alle giuste nozze riconosciute dal ius
quiritium, e di godere cosi di tutti i diritti, che in base al medesimo
derivavano da queste giuste nozze, cioè: della manus sulla moglie, fino a che
il matrimonio cum manu costitui il matrimonio tipico del cittadino romano;
della patria potestas sui figli, che anche più tardi i giureconsulti
consideravano come istituzione peculiare al popolo romano. Che anzi, siccome
anche l'istituto dell'arrogazione e dell'adozione, come pure quello della
successione e della tutela le gittima nel diritto romano avevano stretta
attinenza coll'organiz zazione domestica e col principio dell'agnazione, che
stava a fonda mento della medesima, cosi anche queste istituzioni apparvero nel
primitivo ius quiritium, come una dipendenza del connubium, considerato come un
ius proprium civium romanorum. 363. Lo stesso è pure a dirsi del commercium. Il
medesimo, nei rapporti fra le genti, era il diritto di addivenire ai reciproci
scambii emendi vendendique invicem
potestas ; ma allorchè invece venne ad essere trapiantato fra i quiriti, i
quali come tali avevano una proprietà speciale e privilegiata, che era la
proprietà ex iure quiritium, esso venne a cambiarsi nel ius commercii ex iure
qui ritium, ossia nel diritto di addivenire a tutti quei negozii giuridici, di
carattere mercantile, che erano stati adottati come proprii dalla comunanza dei
quiriti. Questi negozii poi nel primitivo ius qui ritium e ancora nella
legislazione decemvirale, si presentano sotto tre forme fondamentali, che sono:
lº il facere nexum, che è il diritto di potersi obbligare nella forma e cogli
effetti riconosciuti dal diritto quiritario; 2° il facere mancipium, che è il
diritto di acquistare e trasmettere la prima proprietà quiritaria, consistente
appunto nel mancipium, colle forme riconosciute dal diritto quiritario; 3º e in
fine il facere testamentum, che è il diritto di acquistare o di tras mettere
un'eredità, mediante il testamento riconosciuto dal diritto 463 quiritario,
donde il vocabolo di testamenti factio. Che anzi l'unità primordiale di questi
varii negozii, in cui si estrinseca il ius commercii ex iure quiritium, viene
ad essere messa in evi denza anche da ciò, che tutti questi negozii finiscono
per compiersi con una sola forma tipica, che è quella dell'atto per aes et
libram, e tutti appariscono foggiati sullo stesso modello. Basta perciò considerare,
che il nexum indica un vincolo, che ha del fisico e del giuridico ad un tempo,
il mancipium sembra inchiudere ad un tempo il possesso e la proprietà, e infine
il testamentum, sotto un aspetto ha tutte le apparenze di un negozio tra vivi,
e sotto un altro è già un atto per causa di morte, e non produce i suoi
effetti, che per il tempo in cui il testatore avrà cessato di vivere. Così pure
l'unità di origine di questi varii negozii e il loro diramarsi dal concetto,
che il proprietario ex iure quiritium deve poter liberamente disporre delle
proprie cose, viene anche ad essere dimostrata dalla circostanza, che di fronte
a tutti questi atti la legislazione decemvirale proclama il principio: uti lingua nuncupassit , o quello analogo: uti legassit, ita ius esto . 364. Da ultimo
accade eziandio una trasformazione analoga nel concetto dell'actio. Questa nel
periodo gentilizio era la procedura solenne, consacrata dal costume, a cui
doveva attenersi il capo di famiglia, il cui diritto fosse disconosciuto e violato,
e la medesima poteva anche dar luogo ad una effettiva violenza fra i
contendenti, quando essi non avessero potuto venire ad un amichevole compo
nimento . Allorchè invece l'actio compare nel ius quiritium, essa imita bensì
ancora la procedura anteriore allo stabilimento della ci vile giustizia, ma
intanto già si compie in iure, cioè davanti al magistrato riconosciuto come
capo e custode della città. Di più questa actio non può più seguire
arbitrariamente questa o quella pratica, introdottasi nel costume, ma deve
invece essere accomodata alla legge, ed ai termini di essa. Essa cessa perciò
di essere,un'actio qualsiasi, ma diventa una legis actio, e viene così a
cam Fra gli autori, che dànno questa
larga significazione così al connubium, che al commercium, accennerò il LANGE,
Histoire intérieure de Rome, 13, in nota, il quale pur riconosce, che questi
concetti dovettero prima aver origine nei rapporti fra le varie genti. Quanto alle origini dell'actio nel periodo
gentilizio e ai caratteri della mede sima, vedi sopra lib. I, cap. VI, 3, 130 a 138. 464 biarsi nel diritto di far
valere le proprie ragioni davanti al ma gistrato, nella forma che è
riconosciuta dal diritto quiritario. Quindi è, che anche la procedura
quiritaria sembra prendere le mosse da un'azione tipica, che è l'actio
sacramento, la quale può anche essa essere considerata come il nucleo centrale,
da cui si verrà poi derivando non solo tutto il sistema delle legis actiones,
ma in parte eziandio il sistema delle formulae. È poi quest'origine gentilizia
dei concetti fondamentali del diritto quiritario, che spiega eziandio, senza
bisogno di ricorrere a quello spirito formalista del popolo romano, che fu
ormai abbastanza sfrut tato, le cerimonie solenni, che accompagnano gli atti di
carattere quiritario: poichè anche queste solennità dovevano un tempo accom pagnare
gli atti, che intervenivano fra i capi delle famiglie e delle genti, in quanto
rappresentavano il proprio gruppo, e avevano cosi una importanza, che spiega le
formalità, da cui erano circondati. 365. Resta ora a determinarsi l'ordine
progressivo, con cui si vennero consolidando questi varii aspetti del primitivo
ius quiritium. Anche qui ci mancano le testimonianze dirette, perchè i veteres
iuris conditores, secondo la testimonianza di Cicerone, non amavano divulgare
il segreto dell'arte loro ; ma abbiamo tuttavia una quantità di fatti, che
possono servirci di guida. Così noi sappiamo anzitutto, che la prima parte del
diritto, che ebbe ad essere comune al patriziato ed alla plebe, fu certamente
quella relativa al commercium, e quindi viene ad esser naturale, che
l'elaborazione di un ius quiritium, comune ai due ordini, inco minciasse da
quegli atti, che si riferiscono al commercium. Questa circostanza verrebbe poi
ad essere eziandio confermata dal fatto, che la parte di antichissima
legislazione civile, che sarebbe da Dionisio attribuita a Servio Tullio, si
riferirebbe appunto ai con tratti, la cui azione dispiegasi appunto nella parte
relativa al com Tralascio qui ogni
maggior spiegazione intorno alle origini del formalismo romano, perchè ebbi già
ad occuparmene al n ° 94, 117. e sopratutto nella nota 1a a 118, ove si presero
in esame le opinioni, in proposito emesse, dal Sumner-Maine e dal Jhering. CICERONE (vedasi)., De Orat., lagnandosi
delle difficoltà, che ai suoi tempi ancora accompagnavano lo studio del
diritto, dice espressamente, che una delle cause di queste difficoltà deve
essere riposta nella circostanza che
veteres illi, qui buic scientiae praefuerunt, obtinendae atque augendae
potentiae suae caussa, pervulgari artem suam noluerunt . 465 mercium. Cosi pure
abbiamo un'altra conferma di questo fatto nella circostanza, che, all'epoca
della legislazione decemvirale, già si presentano come compiutamente formati i
tre negozii giuridici attinenti al ius commercii, cioè il nexum, il mancipium
ed il testa mentum; cosicchè in questa parte viene ad essere evidente, che le
leggi delle XII Tavole non fecero che confermare uno stato di cose già
preesistente, e si limitarono a dire, che in questa specie di negozii, la
volontà del quirite doveva essere sovrana, per modo che la sua parola
costituisse legge. Infine un argomento indiretto di questa precedenza l'abbiamo
anche in questo, che la forma dell'atto commerciale per eccellenza, che è
l'atto per aes et libram, ebbe più tardi ad essere applicata eziandio in atti
relativi al ius con nubii, come nella coemptio, nell'adoptio e simili: il che
significa, che l'atto per aes et libram già doveva essersi formato prima, che
si addivenisse alla concessione dei connubii fra patriziato e plebe, la quale
segui solo più tardi. Mi pare ciò stante di poter conchiudere, che la parte del
ius quiritium, relativa al commercium, fu la prima ad elaborarsi ed a
consolidarsi, e che deve attribuirsi a questo motivo, se lo svolgi mento posteriore
del diritto romano appare costantemente modellato sul concetto del mio e del
tuo. È questo il concetto espresso da Ulpiano, allorchè scrive: omne ius
consistit aut in acquirendo, aut in conservando, aut in minuendo; aut enim hoc
agitur, quem admodum quis rem vel ius suum conservet, aut quomodo alienet, aut
quomodo amittat ; ma la causa storica, che determinò questo carattere peculiare
del diritto romano, deve essere riposta nel fatto, che la parte del ius
quiritium, relativa al commercium, fu la prima a consolidarsi, e costitui in
certo modo il nucleo centrale della for mazione, cosicchè tutte le parti, che
si aggiunsero più tardi, ne ri sentirono l'influenza e ne conservarono l'impronta.
Quando si tratto infatti di rendere comune anche la parte relativa al connubium,
si trovarono già formati i concetti relativi alla proprietà, e quindi anche il
diritto del marito, del padre, del padrone furono model Cid non può lasciar dubbio quanto al nexum ed
al mancipium, che già si presentano nelle XII Tavole come istituzioni
compiutamente svolte, ed è confermato eziandio, quanto al testamentum, da
ULPIANO, il quale dice espressamente, che le suc cessioni testamentarie e i
tutori nominati per testamento furono confermati dalle XII Tavole. Fragm., XI,
14. Ulp., L. 41, Dig. C., Le origini del
diritto di Roma. 30 - 466 lati su quello di proprietà. Cosi pure quando si
tratto di model lare le azioni, tutto si ridusse ad una questione di mio o di
tuo, si trattasse di rivendicare una cosa qualsiasi, oppure la moglie od un
figlio. Quindi è che la rigidezza, che a questo riguardo presenta il primitivo
ius quiritium, non proviene già da una confusione, che si facesse fra i diritti
di famiglia ed i diritti di proprietà, ma bensi da ciò, che essendosi nel ius
quiritium modellato prima il diritto di proprietà, anche le elaborazioni
posteriori ne conservarono l'im pronta. Ciò è anche provato dal fatto, che
nelle fonti l'espressione di ius quiritium è sopratutto adoperata relativamente
alla proprietà ed al commercio; cosa del resto, che è facile a comprendersi,
quando si consideri, che la comunanza quiritaria all'epoca serviana si formo
appunto in base alla proprietà ed al censo. 366. Noi possiamo invece affermare
con certezza, che fu solo assai più tardi, che il ius connubii entrò a formar
parte di quella singolare costruzione giuridica, che porta il nome prima di ius
qui ritium e poscia quello di ius proprium civium romanorum; poichè fu soltanto
colla legge Canuleia, che si riusci ad abolire il divieto del connubio dei
patrizii colla plebe. Malgrado di ciò, si può essere certi, che, anche prima di
quest'epoca, la parte più ricca ed agiata della plebe già aveva cercato di
accostarsi alla organizzazione della famiglia patrizia. Ciò è abbastanza
dimostrato dal fatto, che i de cemviri considerarono la famiglia fondata
sull'agnazione, come la famiglia propria dei quiriti, e cercarono anzi di
fornire alla plebe un mezzo semplicissimo per addivenire al matrimonio cum
manu, mezzo che consiste nella coabitazione di un anno, non interrotta per tre
notti di seguito. Allorchè poi colla legge Canuleia furono leciti i connubii
fra il patriziato e la plebe, era naturale, che l'atto quiritario per
eccellenza venisse ad essere applicato anche in que st'argomento. Probabilmente
dovette essere allora, che fra le forme del matrimonio cum manu, di cui una era
la confarreatio, propria del patriziato, e l'altra l'usus, propria della plebe,
venne svolgendosi. la forma del matrimonio, che può ritenersi come quiritaria
per ec cellenza, cioè quella per coemptionem. Intanto questo trapianto del
l'organizzazione domestica, propria del patriziato, nel ius quiritium, comune
ai due ordini, fece si che la famiglia quiritaria si fondasse esclusivamente
sulla patria potestà e sull’agnazione, e che perciò anche la successione e la
tutela legittima fossero deferite, in base alla legislazione decemvirale, agli
eredi suoi, agli agnati e in loro 407 mancanza ai gentili. Fu sopratutto in
questa parte, che l'organiz zazione gentilizia del patriziato riusci a
penetrare nel diritto quiri tario; donde la conseguenza, che il ius connubii e
la conseguente organizzazione della famiglia finiscono per essere la parte
dell'an tico diritto, in cui rivelasi più tenace e persistente lo spirito
conser vatore dell'antico patriziato romano . 367. La parte infine del diritto
primitivo, che ultima sarebbe entrata nella compagine del ius quiritium, deve
ritenersi essere quella, che si riferisce alle legis actiones. Non è già, che
anche in questa parte non vi fossero dei materiali preesistenti: ma, secondo
l'attestazione concorde degli stessi giureconsulti, fu soltanto poste riormente
alla legislazione decemvirale è in base alle parole stesse della medesima, che
sarebbe stato modellato il sistema delle legis actiones. Che anzi si può
affermare con certezza, che questa parte del primitivo diritto di Roma fu
certamente dovuta alla elaborazione dei pontefici, i quali, come custodi delle
tradizioni patrizie, spie garono sopratutto in questa parte la loro tecnica
giuridica, e cer tamente seguirono quel processo di costruzione logica, che
erasi già adottato nelle altre parti del diritto quiritario. Furono quindi
essi, che introdussero, quale azione tipica del diritto quiritario, l'actio
sacramento, la quale può essere considerata come il germe di tutto lo
svolgimento posteriore della procedura quiritaria: come pure furono essi, che
si fecero gli iniziatori di quell'arte meravigliosa di accomodare l'azione alla
varietà infinita delle fattispecie, che si potevano presentare, la quale giunse
poi a tanta eccellenza per opera del pretore nel sistema per formulas. Non
ignoro che l'opinione qui professata, secondo cui le legis actiones sarebbero
state le ultime a penetrare nella compagine del ius quiritium o meglio del ius
proprium civium romanorum, sebbene appoggiata all'attestazione degli antichi
giureconsulti, sembra Le affermazioni,
che qui sono semplicemente enunciate, verranno poi ad essere meglio comprovate
nel capo V, ove trattasi diproposito del ius connubii. È notabile, quanto al
connubium, che l'espressione ad perata nelle fonti non è più quella di ius
quiritium, la quale sopratutto si adopera in tema di proprietà, ma è già quella
di ius proprium civium romanorum. La causa di questo cambiamento sta in ciò che
il connubium venne ad essere comune dopo le XII Tavole, cioè quando al concetto
più circoscritto del ius quiritium già cominciava a sovrapporsi il concetto più
largo di un ius civile, ossia di un ius proprium civium romanorum. 168
contraddire alla opinione oggidi molto seguita, secondo cui le actiones
avrebbero avuta la precedenza su tutte le altre parti del diritto quiritario.
Credo quindi opportuno di avvertire, che io pure ammetto, che in quella
evoluzione lenta dei concetti giuridici, che ebbe ad avverarsi nel periodo
gentilizio, il concetto che prima venne a svolgersi, fu certamente quello di
actio : ma così invece più non accadde nell'elaborazione del ius quiritium.
Questo infatti è già una costruzione organica e coerente, che prese le mosse
dal concetto del quirite, come individualità giuridica integra e perfetta, e
che in base al medesimo cominciò dapprima dal modellare la pro prietà, a lui
spettante; poscia gli attribui il connubio; da ultimo provvide anche alle
azioni, che potevano tutelarlo nei suoi diritti di proprietà e famiglia: donde
la conseguenza, che il ius quiritium, essendo già un'opera riflessa, accolse
talvolta più tardi istituzioni, che nella realtà dovettero svolgersi per le
prime. Intanto questo sguardo complessivo alla progressiva formazione del ius
quiritium ha ' per noi una grandissima importanza, in quanto che mantenendo
nella ricostruzione l'ordine stesso, che ebbe ad essere seguito nella naturale
formazione del ius quiritium, si potrà giungere a spiegare certi caratteri
peculiari del diritto pri mitivo di Roma, che altrimenti riuscirebbero
incomprensibili. La materia intanto verrà ad essere naturalmente ripartita in
tre capi toli, di cui il primo si occuperà del ius commercii, l'altro del ius
connubii, e l'ultimo delle legis actiones.
Fra gli altri sembra attribuire questa precedenza all'actio sulle altre
parti del diritto civile romano il Cogliolo, Saggi sopra l'evoluzione del
diritto privato, Torino, 1885, 105. Ho
cercato altrove di spiegare questo carattere delle società primitive, che al
punto di vista attuale pud apparire alquanto singolare nella Vita del diritto
nei suoi rapporti colla vita sociale, Torino, 1880, 40. (3 ) Per una più larga
discussione intorno al modo, in cui si formarono le legis actiones, mi rimetto
al cap. VI ed ultimo, 1º, ove trattasi
appunto di quest'argomento. Il ius commercii nel diritto quiritario. Il
commercium e l'atto per aes et libram. 368. Se havvi parte del ius quiritium,
che sia modellata in per fetta correlazione con quella individualità giuridica,
integra e com piuta, che era il quirite, è quella certamente, che si riferisce
al ius commercii. In questa parte la volontà del quirite apparisce indi
pendente e sovrana; la sua parola costituisce una vera legge;" e non
trovasi imposto altro limite e confine al suo potere, salvo quello, che deriva
dalla osservanza delle forme solenni, che sono ricono sciute ed adottate dal
diritto quiritario. Il quirite infatti, quale pro prietario, può disporre delle
sue cose fino ad abusarne, e può alienarle nel modo solenne proprio dei quiriti
(facere mancipium ); quale debitore può obbligare se stesso fino a vincolare la
libertà della propria persona (facere nexum ) per il caso in cui non soddisfi
il suo debito, e come creditore può appropriarsi perfino la persona ed il corpo
del debitore; come testatore infine può disporre in qual siasi modo del suo
patrimonio, dimenticando anche di avere de' figli. Si può quindi affermare, che
i tre atti fondamentali, in cui si esplica il ius commercii ex iure quiritium,
sono tutti governati dal con cetto, che la volontà del quirite non deve aver
limite o confine: concetto, che, quanto al nexum ed al mancipium, viene enun
ciato con dire uti lingua nuncupassit,
ita ius esto , e quanto al testamento, colle parole: uti pater familias super familia tute lave
suae rei, legassit, ita ius esto . E
questa la parte, in cui uti Mentre nella ricostruzione del Dirksen,
seguita dal Bruns, Fontes, 22 e 2.3, la disposizione: Cum nexum faciet mancipiumque, uti lingua
nuncupassit, ita ius esto sarebbe la
legge 1º della Tavola VI; secondo la ricostruzione del Voigt invece, essa viene
ad essere la 1° della Tavola V. Così pure la disposizione legassit super
pecunia tutelave suae rei, ita ius esto , che nella ricostruzione del Dirksen è
la terza della Tavola V, in quella del Voigt viene ad essere la prima della
Tavola IV. Ciò dimostra quanto sia grande, anche oggi, l'incertezza intorno
all'ordine dei frammenti delle XII Tavole. domina sovrana la nuncupatio, e
quindi si comprende come tanto nelle obbligazioni, quanto nei trasferimenti del
dominio, quanto nei testamenti abbia avuto cosi larga parte lo studio delle
espressioni adoperate. Queste espressioni infatti nel concetto primitivo
costitui vano delle vere leggi, come lo dimostrano ancora le espressioni ado
perate di lex mancipii, di lex testamenti, di lex fiduciae e simili, colle
quali si comprendevano le varie clausole, che potevano essere apposte ad un
trasferimento del dominio, o ad un testamento . L'unità poi, che domina tutta
questa parte del primitivo ius qui ritium, viene anche ad essere provata dal
fatto, che un medesimo atto tipico, che può chiamarsi l'atto quiritario per
eccellenza, fini per servire quale mezzo per compiere tutti questi negozii
giuridici. 369. L'opinione, ora generalmente seguita, intorno all'atto tipico
del diritto quiritario, sembra ritenere, che tale atto debba essere riposto
nella mancipatio, argomentando dalla larga applicazione, che questa ebbe a
ricevere, ogni qualvolta trattavasi di trasferire la manus, intesa nel senso di
potestà giuridica sopra una cosa o sopra una persona . Parmi invece, che le
poche vestigia, che a noi pervennero dall'antico diritto, conducano a ritenere,
che la forma Il vocabolo di lex, come
significò la clausola di un contratto o di un testa mento, così indicò eziandio
le condizioni pubblicamente prescritte per i luoghidesti nati ad uso pubblico o
comune. Vedi Bruns, Fontes, Pars II, Negotia, Caput I, 240. Quanto agli altri
significati del vocabolo di lex, nel primitivo diritto ro mano, vedi sopra nº
228, 278. Tra gli autori recenti, che
cercarono di ricostruire il primitivo diritto romano, poggiandosi sul concetto
di manus, in quanto comprende i poteri sulle cose e sulle persone, e sulla
mancipatio, quale mezzo generale per il trasferimento delle manus, deve essere
ricordato il Voigt, XII Tafeln, II, 83 a 345. Anche il lavoro del dott. Longo,
La mancipatio, Firenze, 1887, è un tentativo in questo senso. Questi verrebbe
alla conclusione, che la mancipatio, quale a noi pervenne, sarebbe una reliquia
di un atto più antico e più solenne, il quale in origine avrebbe dovuto
compiersi in calatis comitiis, e che sarebbesi applicato ad ogni acquisto e
trasferi mento della inanus. Di quest'atto primitivo egli troverebbe le traccie
nel testamen tum e nell'adrogatio in calatis comitiis. Quest'opinione, a parer
mio, non può am mettersi; perchè la mancipatio comparve relativamente tardi, e
si riduce in sostanza ad una semplice applicazione dell'atto per aes at libram.
Quanto agli atti di diritto privato, in cui abbiamo ancora l'intervento del
populus, essi non indicano già, che tutti gli atti relativi alla manus
richiedessero un tempo l'assistenza del popolo; ma debbono considerarsi come
una sopravvivenza dell'organizzazione gentilizia nel pe riodo della città; come
ho cercato appunto didimostrare ai nn. 220 e 221, 256 e segg., discorrendo dei
calata comitia, e degli atti che compievansi in essi. 471 tipica del negozio
quiritario, debba essere riposto nell'atto per aes et libram; cosicché la nexi
datio, la nexi liberatio, la man cipatio, la testamenti factio debbono essere
riguardate come altret tante applicazioni di quest'atto primordiale. Cid può
essere dedotto anzitutto dal concetto fondamentale del primitivo ius quiritium,
in cui tutto si riduceva ad una questione di mio e di tuo; donde la
conseguenza, che ogni atto relativo al commercium si riduceva in sostanza a
fare in modo, che una cosa di nostra diventasse altrui (quod de meo tuum fit)
mediante un corrispettivo, che può consistere o nel prezzo, o nell'obbligazione
solenne assunta dal de bitore, o nel corrispettivo di quella finta mancipatio
familiae, in cui facevasi consistere lo stesso testamento: trapasso, che trova
vasi mirabilmente espresso, mediante l'atto per aes et libram. Ed è questo
concetto appunto, che risulta dai passi, che a noi perven nero degli antichi
giureconsulti. Questi passi infatti indicano anzi tutto, che il nexum era
un'applicazione dell'atto per aes et libram, e dapprima quasi confondevasi con
esso, poichè era definito: omne quod
geritur per aes et libram . Lo stesso è a dirsi del facere mancipium, in quanto
che una parte essenziale della mancipatio, quale è descritta da Gaio, consiste
senz'alcun dubbio eziandio nel l'atto per aes et libram; il che è pur
dimostrato dalla denomina zione stessa del testamento per aes et libram, il
quale si introdusse più tardi, e non fu che una nuova applicazione dell'atto
per aes et libram. Si aggiunga, che questi passi degli antichi giureconsulti
indicano una incertezza intorno alla significazione primitiva del nexum e del
mancipium. Vi sono infatti dei giureconsulti, che nel nexum comprendono anche
il mancipium, mentre altri già distinguono fra l'uno e l'altro, osservando che
dal nexum deriva un obbligazione, mentre col mancipium si opera la traslazione
della proprietà. Questa incertezza appare eziandio quanto al testamento per aes
et libram, il quale sotto un aspetto appare come una vera vendita o mancipatio
familiae, come lo dimostra l'intervento del familiae venditor e del familiae
emptor; mentre sotto un altro aspetto non è più una vendita nel vero senso
della parola, ma è già un vero atto per causa di morte, poichè il familiae
emtor riceve solo in deposito e in custodia il patrimonio del te statore, accið
egli possa liberamente disporne secundum
legem publicam per il tempo in cui avrà
cessato di vivere. Non sarà inutile
riportare qui alcuni dei passi di antichi giureconsulti, che 472 Di qui
pertanto si può ricavare, che nella sintesi primitiva del diritto quiritario
tutto ciò, che riferivasi al commercium, compievasi per aes et libram, col
quale atto esprimevasi lo scambio ed il tra passo, e che solo col tempo in
questa sintesi primitiva si vennero differenziando il nexum, il mancipium, il
testamentum; i quali col tempo procedettero ciascuno per la propria via, ed
informati ad un proprio concetto finirono per dare origine a tre istituzioni
fonda mentali. Col tempo infatti dal nexum scaturi la teoria delle obbli
gazioni, dal mancipium derivò quella dell'alienazione e trasmissione del dominio
e dei diritti reali inchiusi nel medesimo, e dal testa mentum si derivò tutta
la teoria della libera disposizione delle proprie cose per causa di morte, la
quale non potè mai confondersi ed imparentarsi colla successione legittima,
poichè questa nel ius quiritium ebbe un'origine compiutamente diversa, come
sarà di mostrato a suo tempo . È poi notabile, che il primitivo ius quiri tium,
nella sua sintesi potente, ebbe a ravvisare uno scambio, ed una trasmissione
con corrispettivo, tanto nel contratto, in quanto è fonte di obbligazioni,
quanto nel trasferimento delle proprietà, quanto eziandio nel testamento,
mediante cui l'erede viene in certo modo a dimostrano come il nexum, il
mancipium e il testamentum facere non fossero, che altrettante applicazioni
dell'atto per aes et libram. Nexum
Manilius scribit omne, quod per aes et libram geritur, in quo sint mancipia .
Varro, De ling. lat., 7, 5, 105
(AUSCHKE, Iurispr. antiiustin., 6 );
Nexum, est ut ait Aelius Gallus, quodcumque per aes et libram geritur,
idque necti dicitur; quo in genere sunt haec: testamenti factio, nexi datio,
nexi liberatio (Hoschke, Op. cit., 96 ).
Accanto a questa significazione larghissima, in cui il vocabolo di nexum
comprende ancora omne quod geritur per
aes et libram , sonvi poi altri passi, che già attribuiscono al nexum una
significazione più circoscritta. Così, ad esempio: Nexum, Mucius scribit, quae per aes et libram
fiunt, ut obligentur, praeter quae mancipio dentur , la quale opinione sarebbe
prevalsa secondo VARRONE, De ling. lat., VII, 105, il quale aggiunge: hoc verius esse ipsum verbum ostendit,de quo
quaerit, nam id est quod obligatur per libram, neque suum fit, inde nexum
dictum (Bruns, Fontes, 386).
Quest'ultima definizione sarebbe pur confermata da Festo, vº Nexum: Nexum aes apud antiquos dicebatur pecunia,
quae per nexum obligatur (Bruns, Fontes,
346). Sonvi poi eziandio dei passi, in cui la mancipatio sarebbe indi cata
perfino colla espressione di traditio alteri nexu, quale sarebbe il seguente di
Cic., Top., 5, 28: Abalienatio est eius
rei, quae mancipii est, aut traditio alteri nexu, aut in iure cessio . Per
altri passi vedi il Voigt, XII Tafeln, I, 197, nota 7, e II, 482. La successione legittima non prende le mosse
dal commercium, ma dal con nubium, come sarà dimostrato nel seguente cap. V, $
5. - continuare la personalità giuridica
del proprio autore, e viene perciò ad essere obbligato alla continuazione dei
sacra. Di qui la conseguenza, che, per ricostruire in questa parte il ius
quiritium, vuolsi ricomporre anzitutto il primitivo atto per aes et libram,
cercare l'epoca in cui esso penetrò nel ius quiritium, e se guire da ultimo le
progressive applicazioni, che se ne vennero facendo. . Più volte ebbe ad essere
notato, che nel diritto romano oc corrono le traccie di un processo, che ha del
matematico, e che taluni vollero attribuire alla influenza di Pitagora, la cui
filosofia, teorica e pratica ad un tempo, poggiava appunto sul numero, come
espres sione dell'ordine e dell'armonia. Senza entrare in una simile di
scussione, questo è certo, che non si può a meno di ravvisare questo carattere
di matematica precisione ed esattezza in quel negozio, es senzialmente proprio
dei quiriti, che compare sotto la forma del l'atto per aes et libram; poichè in
esso noi vediamo comparire la persona di un pubblico pesatore, che tiene la
bilancia quasi per de terminare ciò che altri då, e ciò che deve essere
ricevuto in con traccambio. Può darsi benissimo, che quest'atto per aes et
libram abbia avuto origine dalla necessità, in cui i contraenti erano di pesare
l'aes rude, allorchè non erasi ancora introdotto l'aes signa tum: ma intanto si
stenta a credere, che i veteres iuris conditores, allorchè introdussero come
tipico quest'atto nel ius quiritium, e ne prolungarono la vita ben oltre
l'epoca, in cui era veramente neces saria la bilancia, non abbiano ravvisato
nel medesimo come una espressione ed un simbolo della esattezza e della
precisione, che deveaccompagnare il negozio giuridico, e della uguaglianza, che
deve mantenersi fra la cosa ed il prezzo, fra quello che si dà e ciò che si
riceve in contraccambio. Questo è certo, che difficilmente sareb besi potuto
rinvenire un atto, che potesse meglio simboleggiare quella giustizia, che
Aristotele chiamò poi commutativa, e che era quella appunto, che doveva
sovraintendere a quegli scambii, che i Romani inchiudevano col vocabolo di
commercium . Ad ogni modo l'esistenza presso i Romani di un atto
quiritario quod geritur per aes et
libram da applicarsi in tutti gli
scambii, in tutti i trapassi, in tutte le contrattazioni, che potessero
interve V. ZELLER, La philosophie des
Grecs, trad. Boutroux, I, Paris, 1877, p. 486 e sopratutto la nota 8, 401. Cfr. C., La vita del diritto, 132. - 474 nire fra i
quiriti, tanto negli atti tra vivi, quanto eziandio negli atti per causa di
morte, non pud essere posta in dubbio. Vero è, che il medesimo non ci pervenne
nelle sue fattezze genuine, ma soltanto nelle applicazioni diverse, che se ne
fecero; ma il fatto stesso che l'atto per aes et libram compare nelle
obbligazioni, nei trasferimenti e nei testamenti dimostra, che esso in certo
modo fra i quiriti compieva quella funzione, che presso di noi ha compiuto,
sopratutto in altri tempi, quello che chiamasi l'atto pubblico ed autentico, il
quale, al pari dell'antico atto per aes et libram, con tinua in certi confini
ancora oggi ad avere la forza e l'efficacia del titolo esecutivo, salvo che
esso sia impugnato di falso. Dal momento, che erasi venuto formando per la
comunanza dei quiriti una forma particolare di diritto, che prese il nome di
ius quiritium, era naturale che si modellasse eziandio un atto tipico, che
potesse ser vire nei negozii essenzialmente quiritarii. Esso doveva essere pub
blico, come tutti gli atti, che si compievano fra i quiriti; doveva es sere fatto
colla testimonianza dei quiriti stessi, in quanto che poteva mutare in qualche
modo la posizione rispettiva degli uni verso degli altri nella comunanza
quiritaria, donde l'intervento nel medesimo dei classici testes, corrispondano
o non i medesimi alle cinque classi serviane; doveva esser fatto
coll'intervento di un pubblico ufficiale, che era il libripens, il quale poteva
anche essere inca ricato di denunziare agli uffizii del censo le mutazioni, che
ne derivavano alla condizione dei quiriti; alle quali solennità negli antichi
tempi aggiungevasi eziandio la presenza di un antestator, incaricato in certo
modo di richiamare l'attenzione delle parti e dei testimoni sulla importanza
dell'atto. Il medesimo poi, per quanto si può inferire dalle applicazioni Tra gli autori, che sembrano accostarsi
all'idea, che l'atto per aes et libram costituisca nell'antico diritto la forma
solenne per tutti i negozi relativi al com mercium, parmi di poter annoverare
l'HÖLDER, Istituzioni di diritto romano, $ 28, trad. Caporali. Torino, 1887, 82. Cod. civ. it.Questi varii caratteri del
primitivo atto per aes et libram si possono facil mente ricostruire,
ricomponendo insieme la descrizione, che sopratutto Gajo ed Ul PIANO ci
serbarono, dei varii negozii, che compievansi per aes et libram, quali la nexi
datio, la nexi liberatio, la mancipatio, ed il testamentum per aes et libram,
dei quali avremo poi a discorrere partitamente. Quanto all' antestator o
antestatus vedi il Longo, La mancipatio, 74. 475 diverse, che ne furono fatte,
ebbe ad essere costituito di due parti, cioè: lº dell'atto per aes et libram,
il quale, mentre dava al negozio il carattere di pubblicità e di autenticità,
poteva eziandio essere un ricordo effettivo di un'epoca, in cui l'aes rude
serviva di istrumento per gli scambii e doveva perciò essere pesato colla
bilancia; 2º della nuncupatio, che era un complesso di parole solenni,
accomodate alla natura dell'atto, le quali esprimevano con preci sione ed
esattezza il negozio giuridico, che veniva operandosi fra i contraenti. Mentre
la prima parte era un ricordo del passato e conservavasi dicis gratia, propter veteris iuris
imitationem ; la seconda parte invece serviva a dargli duttilità e
pieghevolezza, e a rendere possibili le applicazioni diverse, che si fecero
dell'atto per aes et libram, non solo ai negozii giuridici propriamente detti,
ma anche agli atti relativi all'ordinamento della famiglia. 371. Quanto al
tempo, in cui l'atto per aes et libram può essere stato introdotto nel ius
quiritium, esso non può e non potrà forse mai essere determinato con certezza,
anche per il motivo che il medesimo può essere stato il frutto di una
formazione lenta e gra duata. Egli è probabile tuttavia, che l'epoca, in cui
esso cominciò a formarsi, dovette essere quella stessa, in cui prese ad
elaborarsi un ius quiritium, comune al patriziato ed alla plebe, e quindi le
sue origini possono con probabilità essere riportate all'epoca della costi
tuzione serviana. Fu allora, che mediante l'istituzione del censo co minciò a
delinearsi una proprietà ex iure quiritium, la quale con sisteva nel mancipium;
quindi è probabile, che anche allora siasi sentito il bisogno di una forma
tipica per compiere i negozii quiri tarii. Questo è certo, che alcuni tratti
dell'atto per aes et libram richiamano l' epoca serviana. Cosi, ad esempio, noi
sappiamo, che probabilmente in quell'epoca dovette avverarsi una trasformazione
nel sistema monetario, poichè presso i primitivi romani il più an tico
strumento di scambio non consistette nel rame, ma nei capi di L'esistenza di questo duplice elemento nel
primitivo atto per aes et libram è già accennato dalla disposizione delle XII
Tavole: qui nexum faciet, mancipium que,
uti lingua nuncupassit, ita ius esto , e appare poi dall'analisi di tutti i ne
gozii, che si compiono per aes et libram, descrittici sopratutto da Gajo, Comm.,
II, 104-5 e da Ulp., Fragm., XX, 9. - 476 bestiame, e sopratutto nelle pecore e
nei buoi, come lo dimostra la designazione delle multe, che anche più tardi si
continuò a fare in questa guisa. Che se per avventura si volesse ritenere, come
fino a un certo punto è probabile, che l'atto per aes et libram fosse stato
anche adottato per simboleggiare lo scambio, il trapasso, anche questo
linguaggio simbolico corrisponderebbe all'epoca serviana, che è quella che
ricorre ai simboli dell'hasta, della vindicta, e simili. Cosi pure noi
sappiamo, chei testimonii dell'atto per aes et libram chiamavansi quirites, ed
è anzi probabile, che fossero ricavati dalle classi ser viane, come lo dimostra
la denominazione di classici testes: la quale, sebbene sia solo menzionata per
i testimonii nel testamento, può ra gionevolmente essere estesa alle altre
applicazioni dell'atto per aes et libram. Infine anche l'intervento di un
pubblico ufficiale in quest'atto sembra essere stato determinato dalla
necessità, in cui si era di conoscere i cambiamenti, che si avveravano nella
posizione ri spettiva dei quiriti. Comunque sia, è però sempre probabile, che
anche nella formazione di quest'atto siasi seguito il processo, che suole es
sere adoperato dai Romani, quello cioè di servirsi di qualche forma già
preesistente, attribuendovi il carattere quiritario, e cambiandola cosi in una
forma tipica, che potrà poi essere capace di applicazioni diverse. Nulla
ripugna pertanto, che l'atto per aes et libram sia stato veramente una realtà
nell'epoca, in cui l'aes rude, non potendo essere numerato, doveva invece
essere pesato; ma questo è certo, che quando quest'atto compare nel ius
quiritium, esso viene già Festo, vº Classici testes dicebantur, qui signandis
testamentis adhibebantur . La questione se questi classici testes dovessero
ritenersi come rappresentanti delle cinque classi, in quanto che essi non
potevano essere meno di cinque, fu trattata di recente dal Longo, La mancipatio,
83 e segg., il quale sosterrebbe che i clas sici testes non hanno che fare
colla rappresentanza delle classi. Se con cið egli in tende di dire, che i
testimoni non avevano nessun incarico di rappresentare le cinque classi
serviane, ciò può facilmente essere consentito, poichè, secondo la
testimonianza di GaJo, Comm., II, 25, questi testi solevano essere amici dei
contraenti e potevano perciò essere presi anche dalla stessa classe: ma intanto
non vi ha motivo per ne gare, che essi fossero chiamati classici, appunto
perchè dapprima dovevano essere presi dalle classi, ossia dagli adsidui e
locupletes. Era infatti nello spirito della costituzione serviana, che
nell'atto per aes et libram, con cui si attuavano le muta zioni di proprietà
quiritaria, dovessero intervenire dei testimonii tolti dalle classi al modo
stesso, che ancora in base alle XII Tavole era stabilito: adsiduo adsiduus vindex esto . Tale sembra
pur essere l'opinione del MUIRHEAD, Histor. introd., pag.59, il quale trova
anzi non improbabile, che i non minus quam quinque testes rappresentassero le
cinque classi. 477 ad essere cambiato in un atto tipico, che poteva essere
suscettivo di molteplici applicazioni. Si comprende quindi, che Gaio ci parli
sempre della mancipatio, come di una imaginaria venditio, senza neppur far
cenno di un'epoca, in cui essa poteva costituire una vendita effettiva e reale.
372. Per quello poi che si riferisce all'ordine progressivo, con cui l'atto per
aes et libram sarebbe stato applicato ai principali negozii giuridici
deldiritto quiritario, è opinione generalmente ammessa, che esso siasi prima
applicato alla mancipatio, poscia al nexum, e più tardi al testamentum per aes
et libram. Mentre non pud esservi alcun dubbio circa l'applicazione più tarda
dell'atto per aes et li bram al testamento, poichè in proposito Gaio ed Ulpiano
attestano, che questa forma di testamento ebbe ad essere introdotta posterior
mente a quella in calatis comitiis , ritengo invece, che sianvi dei forti
indizii per credere, che l'applicazione dell'atto per aes et libram al nexum
debba essere considerata come la più antica. Un argomento di ciò l'abbiamo
anzitutto nel fatto, che nell'antico ius quiritium il diritto sembra spiegarsi
prima contro la persona del debitore, che non contro i beni del medesimo, ed è
solo assai tardi e sotto l'influenza del diritto pretorio, che si giunge a rite
nere vincolati i beni, anzichè il corpo e la persona del debitore. Di più il
facere mancipium suppone già un'epoca, in cui anche la plebe era pervenuta alla
proprietà, mentre il facere nexum ci ri porta ad un'epoca più antica, in cui la
plebe, nei suoi rapporti col patriziato, non potendo offrire alcuna garanzia
reale, non poteva ob bligarsi altrimenti, che vincolando la propria persona. A
ciò si ag giunge, che l'atto per aes et libram pud essere stata una realtà
relativamente al nexum, poichè in un'epoca, in cui l'aes rude serviva come
strumento di scambio, era una necessità il pesare la somma, che era data ad
imprestito; mentre invece l'applicazione
Egli è evidente che i giureconsulti considerarono sempre l'atto per aes
et libram come una forma riconosciuta dalla legge (secundum legem publicam )
per compiere i negozii di carattere quiritario; di qui le loro espressioni di
imaginaria venditio, e di imaginaria mancipatio, e la disinvoltura con cuinon
hanno difficoltà di applicarle a negozii, che più non hanno carattere
mercantile, come sarebbe, ad esempio, il matrimonio per coemptionem. Tale sembra, ad esempio, essere l'opinione
del Voigt, XII Tafeln; del MUIRHEAD, Op. cit., (3 ) GAJO, Comm., II, 102; ULP.,
Fragm., XX, 2. 58. 478 dell'atto per aes et libram, non solo per eseguire il
pagamento del prezzo, ma anche per operare il trasferimento della proprietà di
una cosa, è già ad evidenza un espediente giuridico, e merita il nome da tole
da Gaio di imaginaria venditio . Si
comprende pertanto, come gli antichi giureconsulti comprendano talvolta il
facere mancipium nel concetto più antico del nexum chiamando con questo
nome omne quod geritur per aes et libram
, mentre non consta che essi facciano mai rientrare il nexum nel concetto del
facere mancipium. Infine si può anche aggiungere, che nei passi antichi parlasi
di un ius nexi mancipiique, e che le stesse XII Tavole fanno precedere il nexum
nel famoso testo: cum nexum faciet
mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto : argomento questo,
chemalgrado la sua tenuità apparente non deve trascurarsi del tutto, quando si
consideri l'esattezza e la precisione, anche cronologica, che i ro mani,
sopratutto nei tempi più antichi, recavano nel proprio lin guaggio legislativo,
facendo di solito precedere il concetto, che prima erasi formato a quello, la
cui formazione era posteriore. Che se po steriormente la mancipatio fini per
prendere un posto più impor tante, ciò proviene da una causa storica, dal fatto
cioè, che la parte del diritto primitivo relativa al nexum fu la prima ad
essere abolita, il che accadde per mezzo della lex Paetelia, nel 428 dalla
fondazione di Roma; donde la conseguenza, che il nexum cadde pressochè in
dimenticanza, mentre la mancipatio apparve come l'atto quiritario per
eccellenza presso i classici giureconsulti. Noi possiamo invece affermare, che
presso i giureconsulti più antichi dovette essere as solutamente il contrario;
perchè noi sappiamo che Manilio nel con cetto del nexum comprendeva ancora il
mancipium, e che Elio Gallo vi comprendera perfino la testamenti factio;
cosicchè tutto ciò, che compievasi per aes et libram, necti dicebatur, e quindi
nel nexum veniva ad essere compreso omne
quod geritur per aes et libram . La distinzione invece fra il nexum ed il
mancipium compare in Quinto Muzio Scevola, il quale dice bensi che il nexum è
ancor sempre quod per aes et libram fit ,
ma non più nel l'intento di dare la cosa a mancipio, ma bensì in quello di
obbli garla soltanto; la quale opinione, secondo Varrone ebbe ad essere seguita,
e fu allora che si chiamò nexum, quod
obligatur per libram, neque suum fit. Si pud quindi conchiudere, che il
vocabolo di nexum ebbe dapprimauna significazione più larga, per cui tutto V. in proposito i passi di antichi
giureconsulti ed autori citati a p. 411, nota - 479 ciò che compievasi per aes et libram, necti dicebatur , mentre
più tardi fini per significare l'obbligazione assunta per aes et libram;
trasformazioni di significato, che occorrono frequenti nel diritto ro mano, come
lo dimostrano i vocaboli di imperium, di manus e di mancipium, i quali tutti,
mentre hanno una significazione più larga, finiscono per assumere un
significato specifico più circoscritto. A queste considerazioni, fondate sui
testi, se ne aggiunge un'altra, per me più importante di tutte, ed è che nella
formazione del diritto quiritario, che poggia tutto sul concetto fondamentale
del quirite, il diritto, quale vinculum societatis humanae, dovette presentarsi
dap prima come un nexum, ossia, come un vincolo, che intercede fra due quiriti.
Ciò è dimostrato dal fatto, che la procedura primitiva è azione di una persona
contro di un'altra, e che la esecuzione pri mitiva va direttamente contro la
persona del debitore, e si mani festa quale manus iniectio contro il medesimo .
Quest'indagine intanto è per noi importante anche nel senso, che ci induce a
discorrere prima del nexum, poscia della mancipatio, e da ultimo del
testamentum per aes et libram. $ 2. Il nexum e la storia primitiva della
obbligazione quiritaria. 373. L'origine diquell'obbligazione quiritaria di
strettissimo diritto, che contraevasi mediante il nexum, deve essere cercata in
quel Non parmi pertanto, che possa
essere accettata la teoria ingegnosa, ma non fondata sui fatti, del
SumnER-MAINE, L'ancien droit, p. 305 e seg., secondo la quale il nexum avrebbe
prima significato il trasferimento della proprietà, e sarebbe poscia venuto a
significare l'obbligazione del venditore, che non avesse pagato il prezzo. Cid
è assolutamente contrario al concetto romano, secondo cui la consegna della
cosa e il pagamento del prezzo seguivano contemporaneamente nella mancipatio.
Si può anzi dire che il processo seguito dal diritto romano fu compiutamente
inverso. Il primo rapporto, che potè esservi fra il patriziato e la plebe, fu
quello del nexum, ossia quella rigida obbligazione, per cui il mancato
pagamento dava luogo alla manus iniectio contro la persona; mentre solo più
tardi l'atto per aes et libram potè servire per il trasferimento della
proprietà. Queste considerazioni mi impedi scono eziandio di aderire allo
svolgimento storico, che sarebbe proposto dal CoglioLO nelle note al
PadELLETTI, Storia del dir. rom., 250, dove, premesso che il con cetto del
diritto reale dovette precedere quello del diritto personale, farebbe anche
precedere la formazione della mancipatio a quella del nexum. Cfr. Puglia,
Studii di storia del dir. priv., l'epoca, in cui la plebe, priva ancora di una
vera posizione di diritto di fronte al patriziato, non poteva trovar credito
presso ilmedesimo che vincolando la propria persona. In virtù del nexum il
debitore plebeo, che non pagava a scadenza, poteva essere sottoposto alla manus
iniectio, ed essere tradotto nel carcere privato del creditore patrizio.
Coll'ammessione dei plebei alla comunanza quiritaria, il nexum, questa
obbligazione rozza è primitiva, che era surta nei rapporti fra la classe
superiore e la classe inferiore, venne ancor essa a con vertirsi nella forma
tipica della obbligazione quiritaria, ma dovette perciò sottomettersi a tutte
le solennità dell'atto quiritario. Essa quindi dovette essere contratta colle
formalità dell'atto per aes et libram, colla assistenza cioè di non meno di
cinque testes cives romani, e coll'intervento del libripens e dell'antestator.
La formola precisa del nexum non ci è pervenuta, ma ci giunse invece,
conservataci da Gaio, quella della nexi liberatio, la quale, essendone
naturalmente il contrapposto, pud servirci per determinare, se non la formola
precisa, almeno gli elementi essenziali, che dove vano concorrere nella nezi
datio, per usare una espressione, che occorre nel giureconsulto Elio Gallo (3
). Da questa formola si può in durre che a costituire il nexum dovettero
concorrere due parti, cioè: Senza
pretendere qui di citare la ricchissima letteratura sul nexum, ricorderò
soltanto l'Huschke, Ueber das nexum, Leipzig, 1846; GIRAUD, Des nexi, ou de la
condition des débiteurs chez les Romains, Paris 1847; Voigt, XII Tafeln, I, $$
63-65; MUIRHEAD, Histor. Introd., 152 a 163. Le opinioni degli autori tuttavia
sugli effetti del nexum primitivo sono ancora molto discordi. Secondo la
dottrina più seguita, il nexum dava origine ad un'obbligazione di strettissimo
diritto, la quale, non soddisfatta, autorizzava senz'altro alla manus iniectio.
Di recente invece il Voigt sosterrebbe, che l'obbligazione assunta col nexum
non avrebbe alcun effetto speciale; la quale opinione sembra pur seguita dal
Cogliolo, nelle note al PADELLETTI, Storia del diritto romano, 329. Per mio
conto seguo la prima opinione in base sopratutto a quell'origine del nexum, che
ho cercato di spiegare più sopra ai nu meri 166-67, 206 a 208, e sulla
considerazione, che non si comprenderebbero le grandi lotte sostenute dalla
plebe per ottenere l'abolizione di questo ingens vin culum fidei; quando il
medesimo avesse prodotto i medesimi effetti dell'obbligazione assunta col mezzo
della stipulatio. Questa necessità
dell'atto per aes et libram, per contrarre il nexum, probabil mente fu quel
provvedimento favorevole ai debitori, che da Dionisio è attribuito a Servio
Tullio. Cfr. MUIRHEAD, op. cit., 67. (3 ) La formola della nexi liberatio
conservataci da Gajo, Comm., III, 174, sa rebbe la seguente: Quod ego tibi tot milibus condemnatus sum, me
eo nomine a te solvo liberoque hoc aere
aeneaque libra. Hanc tibi libram primam postremamque 481 1° l'atto per aes et
libram, non minus quam quinque testes, cives romani, il libripens e forse
eziandio l'antestator; 2° e la nuncu patio, che non si sa bene se dovesse
essere pronunziata da un solo, ovvero da entrambi i contraenti. Essa però
probabilmente dovette comporsi di due parti, l'una pronunziata dal nexum
accipiens e l'altra dal nexum dans, e consistette in una specie di damnatio. Il
primo conchiudeva damnas esto dare, e l'altro rispondeva damnas sum, il che
implicava una specie di condanna, che il debitore pronunziava contro se stesso,
al pagamento della somma . Di qui la conseguenza, che se il medesimo non pagava
si poteva proce dere contro di lui, come se il medesimo fosse damnatus al paga
mento, e perciò poteva essere soggetto alla manus iniectio, senza che fosse
richiesta una speciale condanna del magistrato. I dubbii più gravi, che si
riferiscono al nexum, sono quelli re lativi alla natura dell'obbligazione
contratta col nexum, ed agli effetti, che derivavano da essa in base al diritto
primitivo, le cui vestigia appariscono ancora nella legislazione decemvirale.
374. Per quello che riguarda la natura della obbligazione con tratta col nexum,
alcuni antichi scrittori, non giuristi, descrivendo la trista condizione dei
debitori, tradotti nel carcere privato del loro et expendo secundum legem
publicam . Essa è per noi molto preziosa: 1° perchè ci dice anzitutto, che il
nexum per aes et libram importava una damnatio per parte del debitore, il che
fa credere che rendesse contro di lui applicabile senz'altro la manus iniectio,
che Gaio ci dice appunto essere ammessa contro i damnati, e contro i iudicati;
2° perchè essa è un argomento per ritenere, che le obbligazioni contratte per
aes etlibram dovevano essere risolte con un atto della medesima natura; 3.
perchè infine ci attesta, che l'atto per aes et libram era una forma di
liberatio secundum legem publicam, e come tale non si applicava soltanto nei
casi di obbligazioni con tratte col nexum, ma anche quando trattavasi del
pagamento di una somma ex causa iudicati, o del pagamento di un legato per
damnationem. Ciò conferma sempre più la congettura posta innanzi, che l'atto
per aes et libram era in certo modo la forma quiritaria del negozio giuridico,
donde le sue molteplici applicazioni, allorchè si tratta di negozii ex iure
quiritium. La nuncupatio del nexum
secondo il Voigt, XII Tafeln, 483, si com porrebbe bensì di due parti; ma egli,
ricostruendone la formola, respingerebbe l'e spressione damnas esto e damnas
sum, in conformità appunto della sua teoria, se condo cui il nexum non avrebbe
dato origine ad un'obbligazione di carattere spe ciale. Parmi che quest'ultima
parte della sua ricostruzione non possa accettarsi; poichè, così essendo, la
formola della nesi datio non corrisponderebbe a quella della nexi liberatio,
conservataci da Gaio, la quale è certo ciò, che noi abbiamo di più testuale in
proposito. C., Le origini del diritto di Roma. 31 482 creditore, ebbero a dire,
che essi, dopo essere stati spogliati dei beni, avevano poi dovuto rinunziare
alla propria libertà. Ciò fece ri tenere talvolta, che il nexum attribuisse il
diritto di procedere non solo contro la persona, ma anche contro i beni del debitore.
Questo concetto sembra ripugnare a quel carattere del primitivo ius qui ritium,
secondo cui il medesimo, allorchè giungeva a separare due istituti, quali
sarebbero quelli del nexum e del mancipium, lasciava poi che ciascuno
procedesse per la propria via, informato ad una propria logica, senza che l'uno
più non si confondesse coll'altro. Ora pur riconoscendo che il vocabolo di
nexum, nella sua significazione primitiva, designasse in genere il vincolo
giuridico, che intercedeva fra un quirite ed un altro, e che potesse anche
estendersi ai beni del debitore, questo è certo che non dovette più essere
cosi, allorchè si operò la distinzione fra il nexum ed il mancipium, e i due
con cetti cominciarono ad avere ciascuno un proprio svolgimento. Ora noi
sappiamo, che questa distinzione del nexum dal mancipium già erasi operata
anteriormente all'epoca decemvirale, e che da quel momento il quirite come tale
ebbe due mezzi per provvedere alle proprie necessità; quello cioè di alienare
il proprio mancipium, o quello di vincolarsi col nexum. Con quello egli poteva
trasferire i beni e con questo vincolare la sua persona; ma gli effetti
dell'uno non potevano più confondersi coll'altro. Fu in seguito a questa di
stinzione, che anche più tardi la giurisprudenza romana ebbe a ri tenere, che
le obbligazioni ed i contratti, che derivarono dal nexum, non possono mai
riuscire al trasferimento della proprietà, il quale con tinuò sempre ad
operarsi per mezzo della usucapione e della tradi zione, che erano sottentrate
all'anticamancipatio. Parmi pertanto in questa parte di dovere seguire
l'opinione, adottata, fra gli altri, anche dall'Hölder, secondo cui il nexum
costituisce in certo modo il con trapposto della mancipatio nel senso, che
quello è la sottomissione della persona del debitore alla potestà del creditore
per il caso di non seguito pagamento, mentre la mancipatio costituisce
invece Così, ad esempio Livio, II, 23,
attribuisce queste parole a quel nexus, che avrebbe provocata la prima rivolta
della plebe per causa della legge sui debiti: e se aes alienum fecisse; id cumulatum usuris
primo se agro paterno avitoque exuisse, a deinde fortunis aliis; postremo,
velut tabes, pervenisse ad corpus . È tuttavia evidente, che quinon si dice
punto, che il creditore, in base al nexum, potesse pro cedere sai beni del
debitore, ma solo che quest'ultimo aveva dovuto prima spogliarsi del suo
patrimonio avito, e poi anche vincolare la sua persona al proprio creditore.
483 il trasferimento di una cosa in potestà altrui. Questa è pure l'opi nione,
che fu seguita recentemente dall'Esmein e dal Cuq, i quali ritengono, che la
primitiva obbligazione quiritaria, la cui forma tipica fu il nexum, costituisse
dapprima un legame del tutto personale e fosse perfino intrasmessibile da una
persona ad un'altra. Ho insistito sopra questo carattere esclusivamente
personale del nexum primitivo; perchè il medesimo, se nori a giustificare, può
condurci in qualche modo a spiegare le conseguenze estreme, a cui nel diritto
primitivo di Roma potè giungere il diritto del creditore contro il proprio
debitore. Parmi tuttavia, che sarà più opportuno discorrere di tali conseguenze,
allorchè si tratterà della manus iniectio, ossia della procedura di esecuzione
contro il debitore; poichè l'inumanità di questa primitiva procedura non
spiegasi soltanto contro i nexi, ma anche contro i iudicati ed i damnati . 375.
È certo ad ogni modo, che il nexum, fra le istituzioni qui ritarie, era quella,
che ripugnava maggiormente a quell'uguaglianza, che avrebbe dovuto esistere fra
i membri di una stessa comunanza. Esso portava ancora le traccie della
soggezione, pressochè servile, a cui un tempo era ridotta la plebe; poichè
anche nel periodo sto rico sono sempre i plebei, che appariscono sottoposti al
rigore del nexum, mentre il patrizio, anche oberato di debiti, poteva trovar
sussidio presso la propria gente. Ne derivò che, durante le lotte fra i due
ordini, il nexum si cambið talora in un'arma del patri ziato per assicurare la
sua superiorità sopra la plebe, e fu in tal modo che una istituzione di diritto
privato si cambiò in un fomite di dissensioni civili. La questione della
condizione dei debitori sembra già rimontare all'epoca di Sergio Tullio, il
quale, se non pagd del proprio i creditori, come vorrebbe la tradizione, certo
impose la solennità dell'atto per aes et libram per potersi obligare col nexum.
Sotto la Repubblica poi, è a causa della legge sui debiti, che i plebei si
rifiutano prima alla leva, poi abbandonano la città e si ritirano HÖLDER, Istituz., trad. Caporali, 225. Cfr.
eziandio l' Esmein, L'intrasmissibilité première des créances et des dettes,
nella Nouvelle Revue historique , , nel
quale scritto egli cerca di corroborare la stessa tesi già enunciata dal CuQ,
Recherches historiques sur le testament per aes et libram pubblicato nella
stessa Nouvelle Revue. La questione qui
accennata del trattamento contro i debitori sarà trattata nel capitolo VI, 3º, parlando della procedura esecutiva,
mediante la manus iniectio. 484 sul monte Sacro, da cui non ritornano, che dopo
aver ottenuto la istituzione del tribunato della plebe. Anche la stessa
legislazione decemvirale porta le traccie di questa contesa; come lo dimostrano
le disposizioni minute, a cui essa discende nella parte, che si rife risce al
trattamento del debitore, ridotto in potestà del creditore. Malgrado di ciò, le
dissensioni continuano fino alla legge Petelia del 428 di Roma, la quale non
abolisce il nexum, e neppure dà diritto al creditore di procedere contro i beni
del debitore, anzichè contro la sua persona, come vorrebbe Livio, ma toglie al
creditore il diritto di poter procedere immediatamente alla manus iniectio
contro il debitore, senza che neppure occorresse l'intervento del magistrato ().
Continuò quindi ancora a sussistere l'atto per aes et libram, qual mezzo di
sottomettersi al nexum, come lo dimostra la sopravvivenza delle nesi liberatio,
che è ancora ricordata da Gaio; ma intanto il nexum, sprovvisto di quegli
effetti immediati contro la persona, che costituivano l'odiosità e la forza di
questo ingens vinculum fidei, non ebbe più ragione di sussistere, e venne ad
essere sosti tuito da altri modi di obbligarsi, che forse preesistevano nel
costume, ma non erano ancora stati accolti nella cerchia circoscritta del
primitivo ius quiritium. 376. Accade qui, in tema di obbligazioni, una
trasformazione analoga a quella, che abbiamo veduto essersi avverata in tema di
proprietà, quanto al concetto del mancipium. Al modo stesso che Le espressioni di Livio, VIII, 28, sono le
seguenti: iussique consules ferre
ad populum, ne quis, nisi qui noxam
meruisset, donec poenam lueret, in compedibus < aut in nervo teneretur;
poecuniae creditae bona debitoris, non corpus obnoxium esset. Ita nexi soluti, cautumque in posterum,
ne necterentur . Di qui alcuni autori avrebbero argomentato, che da quel
momento fosse stata abolita la procedura contro la persona dei debitori, e
introdotta invece quella contro i beni. Cid sarebbe smentito espressamente
dalla storia giuridica di Roma, dove la vera procedura fu sempre contro la
persona, mentre quella contro i beni fu solo introdotta dal pretore Rutilio nel
647 di Roma, e la stessa cessio bonorum, introdotta dalla legge Giulia, fu
ancora considerata come un beneficio fatto al debitore. Le parole quindi di
Livio debbono essere intese nel senso, che d'allora in poi il nexum non bastò
più per sè ad autorizzare il creditore a tradurre il debitore nel suo carcere
privato, e che in tal modo l'obbligazione, contratta con questo mezzo, non ebbe
più lo speciale effetto di autorizzare senz'altro la manus iniectio; ma
produsse solo gli effetti, che sareb bero derivati da un 'obbligazione assunta
mediante la semplice stipulatio. Questa fu probabilmente la causa, per cui il
nexum andò gradatamente in disuso, e sottentra rono al medesimo la mutui datio
e la stipulatio, come sarà dimostrato più sotto. 485 al mancipium, quale unica
forma della primitiva proprietà quiri taria, sottentrò il concetto più largo
del dominium ex iure qui ritium; così al nexum, forma primitiva
dell'obbligazione quiritaria, sottentrò il concetto più esteso dell'obligatio
propria civium roma norum, al vincolo materiale, che stringeva il debitore al
creditore sottentrò il vincolo giuridico (vinculum iuris); ma intanto i voca
boli di obligatio, di solutio, di liberatio e simili rimasero ancor sempre a
ricordare la rozzezza dell'antico concetto, che scorgeva nell' obbligazione un
vincolo pressochè materiale, e nel pagamento ravvisava lo scioglimento di
questo vincolo (solutio ). Così pure al modo stesso, che col sostituirsi al
mancipium un concetto più largo del dominium ex iure quiritium, si vennero
accogliendo nuovi modi di acquistare e trasmettere questo dominio; cosi,
allorchè al concetto del nexum sottentrò quello dell'obligatio, si vennero
accogliendo nel ius proprium civium romanorum nuovi modi di obbligarsi. Il
nexum, mentre costituiva ed esprimeva efficacemente un vincolo materiale e
giuridico ad un tempo, aveva eziandio questo carattere speciale, che esso
teneva in certo modo del reale e del verbale, in quanto che componevasidi
dueparti, cioè: dell'atto per aes et libram, mediante cui avveravasi il
trapasso dal mio al tuo e si operava la consegna immediata della cosa (tuum de
meo fit ): e della nuncupatio, mediante cui fra creditore e debitore si
conveniva la condanna ed il pagamento. Queste due parti, collo scomporsi del
nexum vennero in certo modo ad acquistare libertà di movimento, e si operò la
distinzione fra l'obligatio quae re contrahitur, e quella che con trahitur
verbis, a cui venne più tardi ad aggiungersi eziandio l'obligatio quae
contrahitur litteris, ossia l'expensilatio. Per tal modo alla sintesi potente
del nexum, che era il modo primitivo di obbligarsi ex iure quiritium,
sottentrarono varii modi di obbli garsi, che costituirono un ius proprium
civium romanorum, quali sono la mutui datio, la sponsio o stipulatio, e la
acceptilatio: ciascuno dei quali viene ad essere il germe di quei varii
contratti formali, che si vengono poi svolgendo nel diritto civile romano,
sotto il nome di contratti reali, verbali e letterali. 377. È evidente
anzitutto l'analogia col nexum della mutui datio. Questa infatti continua a
produrre un'obligatio stricti iuris; si ap plica dapprima alla credita pecunia,
e poi si estende a tutte le cose quae numero, pondere ac mensura constant: e la
sua effi 486 cacia obbligatoria consiste nella numeratio pecuniae, oppure con
segna della cosa (datio rei ). Non può poi esservi dubbio, che il mutuo fu il
modello, sopra cui si foggiarono poi gli altri contratti reali del comodato,
del deposito, del pegno. Tuttavia il modo di obbligarsi, che prende un più
largo sviluppo collo scomparire del nexum, è sopratutto la sponsio o stipulatio.
Questa, sotto un certo aspetto, corrisponde a quella nuncupatio, che già
preesisteva nel nexum, salvo che essa, liberata di quella forma rigida della
damnatio, che era propria del nexum, venne a trasfor marsi in una semplice
sponsio o stipulatio, in cui l'obbligazione viene ad essere assunta per mezzo
di una interrogazione e di una risposta, congrue e solenni, le quali, per la
propria elasticità e pieghevolezza, possono essere veste acconcia per esprimere
la varietà infinita delle obbligazioni, a cui può sottoporsi il cittadino
romano. Qualunque possa essere stata l'origine della stipulatio, è sopratutto
nello svol gimento di essa, che si palesa il genio giuridico dei giureconsulti
romani, i quali non credettero indegno del loro ufficio l'attendere a
concretare le formole, con cui doveva essere concepita la stipula zione nei
varii negozii giuridici . Anche la stipulatio divenne Per ciò che si riferisce alla mutui datio, è
nota la censura, che di regola suol farsi alla etimologia di mutuum data dai
giureconsulti, secondo cui questo vocabolo deriverebbe da quod de meo tuum fit . Per conto mio, non
come etimologo, ma come giurista, ritengo invece assai probabile questa
etimologia, tenuto conto di ciò, che nelle formole primitive occorrono ad ogni
istante le parole di meum e di tuum, e che l'essenza del mutuum consiste
veramente nel far sì, che un oggetto ex meo tuum fit. Queste etimologie, che
direi ragionate, diventano tanto più probabili, quando si ri tenga, che il
diritto romano fin dai primi tempi fu il frutto di una vera elaborazione, la
quale può benissimo avere adattata la parola al concetto, che intendeva di
signi ficare. Lo stesso direi delle etimologie di testamentum da mentis
testatio, di manci pium da manucaptum, e di altre analoghe; sebbene ve ne siano
di molte, le quali, per essere composte post factum, sono evidentemente
foggiate per far dire alla parola cid, che è nella mente del giureconsulto
nell'epoca, in cui egli analizza il significato della parola. Intanto il fatto
stesso, che i giureconsulti cercano sempre di dare alla parola un senso, che
corrisponda alla cosa significata, dimostra, che essi dovevano procedere in tal
guisa, allorchè il comparire di qualche nuovo negozio li costringeva a foggiare
qualche nuovo vocabolo. In cid abbiamo anche una delle ragioni, per cui il
linguaggio giuridico di Roma potè diventare pressochè universale, come le sue
leggi. Sono molte le opinioni intorno
all'origine della sponsio o stipulatio nel di ritto romano. Alcuni la ritengono
come la parte verbale del nexum, allorchè andò in disuso l'atto per aes et
libram nel contrarre le obbligazioni; altri, argomentando dal vocabolo sponsio,
la ritengono come una specie di promessa giurata, che facevasi davanti
all'antichissima ara di Ercole; altri infine la ritengono di origine greca,
donde sarebbe passata in Sicilia e poi nel Lazio. Tale sarebbe, ad es.,
l'opinione 487 così un modo tipico di obbligarsi; ma il suo carattere non è più
artificioso, come quello dell'atto per aes et libram, nè così rigido come
quello della damnatio, propria del nexum, ma sembra essere desunto dalla natura
stessa delle cose. La parola infatti è riguardata come il vero mezzo di
obbligarsi, e ogni negozio, dopo essere stato lungamente discusso, viene colla
stipulatio ad essere conchiuso, in guisa da escludere qualsiasi dubbiezza sulla
volontà dei contraenti. Tocca pertanto a colui, che stipula un beneficio a suo
favore, di interrogare il promettente:
centum dare spondes? , e tocca a colui che promette di rispondergli
congruamente: spondeo per modo che non possa esservi dubbio circa
l'incontrarsi delle due volontà . Viene poscia nel costume una dextrarum
iunctio, poichè, fra le genti primitive, la destra è l'emblema della fede, in
base a cui si conclude il negozio. Forse in antico potè eziandio aggiungersi la
solennità del giuramento, come lo indicherebbe la significazione in parte
religiosa, del vocabolo di sponsio; ma questa, quando è accolta nel diritto
civile romano, sembra già aver perduto questo carattere primitivo. Anche qui
pertanto vi ha una forma tipica di obbligazione, ma essa non è più quella del
nexum, propria del ius quiritium, e modellata probabilmente dal ius pontificium,
nell'intento di serbare le tradizioni del passato; bensì è già quella del ius
proprium civium romanorum, come lo dimostra il fatto, che anche quando i romani
consentirono la stipulatio ai peregrini, riservarono sempre per sè la
espressione primitiva: spondes? spon deo
, la quale sembra ancora richiamare quel carattere religioso, che doveva
accompagnare simili stipulazioni nel periodo gentilizio. Questo è certo ad ogni
modo, che la stipulatio ha vantaggi in del Leist, Graeco-ital.
Rechtsgeschichte, 455-470, a cui si associa il MUIRHEAD, op. cit., 228. Per me
trovo assai probabile, che anche in Grecia potesse esi stere un modo di
obbligarsi così naturale e semplice, come è quello rappresentato dalla
stipulatio, al quale trovasi pure qualche cosa di correlativo, anche fra i
popoli germanici (SCHUPPER, L'allodio, 47); ma non posso in verità persuadermi,
che i Romani dovessero apprenderlo dalla Grecia, dal momento, che senz'alcun
dubbio già lo conoscevano nei rapporti fra le varie genti. Essa quindi deve
essere ritenuta come una di quelle istituzioni, che vivevano nelle costumanze,
e che solo più tardi riuscirono ad entrare nella cerchia rigida del ius
quiritium, il che probabilmente dovette accadere, quando cominciò ad andare in
disuso il nexum. Questo carattere
speciale della stipulatio, per cui essa costituisce il modo più semplice ed
acconcio per conchiudere le trattative di un negozio, in quanto che l'in terrogante
viene ad essere colui che stipula, e il rispondente colui che promette, fu già
acutamente notato dal SUMNER MAINE, L'ancien droit, 311. 488 contrastati sul
nexum. Essa è duttile, pieghevole, come la parola umana, e può cosi accomodarsi
a qualsiasi uso; è un materiale, che si adatta ad ogni specie di costruzione; è
il modo più spiccio e più logico per conchiudere qualsiasi trattativa; può
servire per un'obbligazione principale ed anche per un'obbligazione accessoria;
sebbene unilaterale per propria natura, si può, raddoppiandola, farla servire
per dare origine ad una convenzione bilaterale. Stante la propria esattezza e
precisione, la stipulatio è sopratutto atta ad esprimere i negozii stricti
iuris. Ma essa, coll'aggiunta di una clau sola semplicissima, che è quella ex
fide bona, pud anche adattarsi ai negozii di buona fede. Si comprende pertanto
come, in base alla medesima, i giureconsulti romani siano riusciti a svolgere
in gran parte la teoria dei contratti, in cui la giurisprudenza romana spiego
una duttilità e pieghevolezza, tanto più mirabili, in quanto che non
scompagnansi giammai dall'esattezza e dalla precisione. 378. Sembra invece
essere alquanto più tardi, che vennero ad essere accolti nella compagine del
diritto civile di Roma, quegli altri modi di obbligarsi, che diedero poi
origine ai contratti letterali. Anche a questo riguardo non può esservi dubbio,
che il diritto civile di Roma non creò di pianta le proprie istituzioni; ma si
contento, per dir cosi, di accogliere sotto la sua tutela e di modellare, in
base alla propria logica giuridica, le istituzioni, che già esistevano nel
l'uso e nel costume. Così dovette accadere senz'alcun dubbio dell'expensilatio,
la quale, ancorchè entrata tardi nel diritto civile di Roma, ci richiama in
certo modo la figura del primitivo capo di famiglia, il quale dir: gendo una
vasta azienda e avendo sotto la sua dipendenza un nu mero grande di persone,
deve tenere il conto quotidiano del dare e dell'avere. Ciò che egli scrive nel
proprio libro doveva certo far fede dirimpetto ai suoi dipendenti. Questo
sistema pero, che era il più ovvio nelle consuetudini patriarcali, presentava
invece dei pe ricoli nel diritto, come quello, che fondavasi esclusivamente
sulla buona fede. Fu questo il motivo, per cui esso penetrò più tardi nel
diritto civile di Roma, il quale cerco poi di ovviare al pericolo inerente al
medesimo, aggiungendo al nomen transcripticium una ricognizione scritta del
debito, che doveva restare a mani del cre ditore (cautio, chirographum ); al
qual proposito viene ad essere probabile, che l'istituzione originariamente
italica della expensilatio siasi imparentata con un'istituzione, che il
vocabolo farebbe credere - 439 di origine probabilmente g: eca, donde la cautio
chirographaria, che pervenne fino a noi. 379. Queste tre categorie di
contratti, che sogliono talvolta es sere indicati col vocabolo di formali,
dovettero certamente essere i primi ad entrare nella compagine del diritto
civile romano. Esso invece, che stentava a comprendere il consenso senza un fatto
esteriore, che servisse a rivelarlo, sembra che solo più tardi e pro babilmente
già sotto l'influenza del ius honorarium, sia pervenuto ad adottare e ad
attribuire efficacia giuridica all'emptio venditio, e agli altri contratti, che
a somiglianza di essa si perfezionano col solo consenso. Ormai non può esservi
dubbio, che anche l'emptio venditio già esisteva nel primitivo diritto, poichè
la legislazione decemvirale disponeva, che la medesima, per essere perfetta,
doveva essere accompagnata dalla tradizione della cosa e dal pagamento del
prezzo. Cosi stando le cose, è però evidente, che l'emptio venditio come mezzo
per trasferire il dominio, non poteva valere da sola, ma doveva essere
accompagnata dalla mancipatio o dalla traditio. Di qui ne venne, che essa, come
contratto stante per sè, comparve solo più tardi nel diritto civile di Roma, il
quale non ebbe a collocarla nella categoria dei negozii, che valgono a
trasferire il dominio, ma bensì in quella dei negozii, che obbligano a dare,
facere, praestare; il che deve pur dirsi di tutti gli altri contratti
consensuali, cioè della locatio conductio, del mandatum e della societas, che
furono fog giati sul modello della compra e vendita . Intanto si comprende, che
la giurisprudenza romana, la quale, nel suo primo consolidarsi, aveva prese le
mosse da una unica forma di obbligazione quiritaria, che era quella assunta col
nexum, allorchè pervenne a così grande ricchezza di sviluppo, abbia cominciato
a sentire il bisogno di richiamare a certe classi i genera obligationum, quae
ex contractu nascuntur; ma intanto essa si trovò già di fronte ad una
suppellettile così copiosa, che per potervi riuscire ac canto ai contratti fu
costretta a creare la figura dei quasi- con
Cfr. per ciò che si riferisce all'expensilatio ed all'abitudine del capo
di fami glia romano di tenere il Codex accepti et expensi, vedi il PADELLETTI,
Storia del diritto romano. Quanto all'acceptilatio vedi SCHUPFER, nella Enciclopedia giuridica italiana , vol. I, 175
a 180, vº acceptilatio. Quanto alle
origini di uno di questi contratti consensuali, cioè della societas, vedi
l'articolo del Ferrini nell'a Archivio giuridico diretto dal Serafini, anno 1887. 490 tratti;
accanto ai contratti nominati dovette porre quelli non no minati; accanto ai
veri e proprii contratti, i patti, che non pro ducono azione, ma una semplice
eccezione; e da ultimo accanto ai contratti, che avevano avuto origine nel
diritto civile, quelli che avevano avuto origine nel diritto delle genti. Anche
qui pertanto è facile lo scorgere come, prima nel ius quiritium e poscia nel
ius civile, presentisi costantemente una parte già formata e consoli data, e
un'altra, che si viene foggiando e consolidando sựl modello somministrato dalle
formazioni anteriori, senza che mai si abbandoni il concetto fondamentale della
primitiva obbligazione, da cui il ius quiritium aveva preso le mosse. Ciò tanto
è vero, che, anche nel conchiudersi dello svolgimento storico del diritto delle
obbligazioni, si riscontra ancora quel con cetto, a cui si informava
l'istituzione primitiva del nexum, con cetto, che viene ad essere enunziato da
Paolo con dire obligationum substantia non in eo consistit, ut aliquod
corpus, nostrum, aut servitutem, nostram
faciat, sed ut alium nobis obstringat ad
dandum aliquid, vel faciendum, vel praestandum . Si viene cosi a
mantenere una separazione fra la teoria delle obbligazioni e quella del
trasferimento della proprietà, non meno radicale e pro fonda, di quella, che
negli inizii del ius quiritium esisteva fra il concetto del facere nexum e
quello del facere mancipium. È questo il motivo, per cui la genesi dei modi,
coi quali nel diritto ro mano si acquistano e si trasferiscono la proprietà e i
diritti inchiusi nella medesima, deve essere cercata in un altro istituto del
diritto primitivo di Roma, che è quello della mancipatio. $ 3. – La mancipatio
e la storia primitiva dei modidi acquistare e di trasferire ildominio quiritario.
381. Mentre il facere nexum costitui senz'alcun dubbio la forma primitiva
dell'obbligazione quiritaria, il facere mancipium invece, che prese più tardi
il nome di mancipatio, deve considerarsi come la forma primordiale, che ebbe ad
assumere l'acquisto ed il trasferi mento della proprietà ex iure quiritium.
Tanto la nexi datio, Paolo, Leg. 3, Dig.
(44, 7). Anche sulla mancipatio abbiamo
una ricchissima letteratura. Tra i recenti mi limiterò a ricordare il Leist,
Mancipatio und Eigenthums Tradition, Iena; il MuirHead, Hist. Introd., sect. 30,
131 a 149; il Voigt, XIl Tafeln, II, SS 84 491 quanto la mancipatio, debbono
poi essere considerate come due ap plicazioni dell'atto quiritario per
eccellenza, che era l'atto per aes et libram, come lo dimostra il fatto, che i
più antichi giureconsulti comprendono l'una e l'altra nella categoria di quegli
atti, che si compiono per aes et libram. Esse vengono soltanto a differire fra
di loro nella nuncupatio, ossia in quelle parole solenni, che dovevano
accompagnare l'atto per aes et libram, e che potevano attribuire al medesimo
una significazione diversa. Mentre la nun cupatio nel nexum doveva consistere
in una specie di condanna convenzionale del debitore al pagamento della somma
da lui tolta in imprestito; la nuncupatio invece nella mancipatio, quale ebbe
ad esserci conservata da Gaio, consiste nella affermazione solenne del mancipio
accipiens, che la cosa gli appartiene ex iure qui ritium, per averla egli
acquistata con tutte le solennità richieste dal diritto quiritario (hunc ego
hominem ex iure quiritium meum esse aio, isque mihi emptus est hoc aere
aeneaque libra ). Gaio poi non ci dice, se a questa affermazione solenne del
mancipio ac cipiens corrispondesse una congrua risposta del mancipio dans; ma
ad ogni modo egli è certo, che questi, essendo presente all'atto, e ricevendo
quell'aes rude, con cui si percuoteva la bilancia, a titolo di prezzo,
riconosceva con cið la verità dell'affermazione dell'acqui rente. È poi anche
degno di nota nella mancipatio, che sebbene a 88; il Longo, La mancipatio,
Firenze, 1887. Sembra essere opinione comune a questi autori, che nell'antico
linguaggio in luogo di mancipatio si dicesse mancipium; donde la conseguenza,
che la espressione facere mancipium sarebbe pressochè un sinonimo di facere
mancipationem. Noi abbiamo veduto invece, che il vocabolo man cipium ebbe, fra
le altre significazioni, anche quella di indicare il primitivo patri. monio del
quirite; quello cioè, che doveva da lui essere consegnato nel censo. Quindi per
noi le antiche espressioni di facere mancipium, mancipio dare, mancipio acci
pere dovettero significare il ricevere una cosa nel proprio mancipium, o il
trasferirla nel mancipium altrui. Quanto ai vocaboli di mancipare e di
mancipatio, essi si for marono, allorchè l'uso frequente di queste espressioni
costrinse a foggiare una parola, che esprimesse più brevemente il concetto. Di
qui la conseguenza, che il vocabolo di mancipatio non deriva direttamente da
manu capere, ma piuttosto da mancipium facere, mancipio dare e simili. Cfr.
BONFANTE, Res mancipi e nec mancipi, Roma, 1888, 90 e 91. Nexum Manilius scribit omne quod geritur per
aes et libram, in quo sine mancipia . VARRO, De ling. lat., VII, 105. Vedi gli
altri passi citati nel 1° di questo
capitolo, nº 369, 471, nota 1. Gaio
descrive la mancipatio e le formalità, da cui era accompagnata, nei Comm., I,
SS 119 a 123. 492 la medesima in effetto servisse per il trasferimento della
proprietà quiritaria, aveva perd eziandio tutti i caratteri di un acquisto ori
ginario, come lo dimostra il fatto, che era l'acquirente, il quale doveva per
il primo affermare la sua proprietà sulla cosa ed affer rare materialmente la
cosa stessa; donde anche la conseguenza, che la mancipatio richiedeva la
presenza delle cose mobili, e per gli immobili era stata la sola necessità, che
aveva condotto all'uso, accen nato da Gaio, secondo cui immobilia in absentia solent manci. pari .
382. La circostanza intanto, che la mancipatio ebbe dapprima ad essere indicata
coll'espressione di facere mancipium, costituisce un forte indizio, che la
mancipatio sia comparsa nel diritto quiri tario, in quell'epoca stessa, in cui
si formd il concetto del manci pium, e che essa sia stata introdotta quale
mezzo peculiare per la formazione e per il trasferimento del mancipium, in
quanto il me desimo costituiva il primo nucleo della proprietà quiritaria,
quella parte cioè del patrimonio, che doveva essere consegnata e valutata nel
censo. Fu l'importanza economica e politica, dal censo attribuita al mancipium,
che rese necessario un atto solenne per la trasmis sione delle res mancipii
contenute nel medesimo. Quindi l'origine della mancipatio deve rimontare
probabilmente alla costituzione serviana, e l'introduzione di essa avere una
stretta attinenza col concetto del mancipium; il che è comprovato dal fatto,
che anche i classici giureconsulti, memori dell'origine di essa, continuarono
sempre a considerare la mancipatio, come un modo di alienazione del tutto
proprio delle res mancipii, e sostennero perfino, che queste fossero cosi
chiamate, perchè erano suscettive della mancipatio. Gaio, Comm., I, 119. Sono da vedersi, quanto
alla necessità di adprehendere manu la cosa acquistata, se mobile, i passi
citati dal Voigt, op. cit., II, 133, nota 10. Intanto nella necessità di questa
materiale apprensione della cosa parmidi scorgere un'altra prova, che il
concetto del primitivo mancipium implicava in certo modo la detenzione
materiale e la proprietà delle cose, che ne formavano oggetto, al modo stesso
che il nexum indicava ad un tempo il vincolo fisico e il vincolo giuri dico, a
cui era sottoposto il debitore. Ciò a parer mio rende probabile l'etimologia di
mancipium da manucaptum, come lo provano i passi citati dallo stesso Voigt, op.
e loc. cit., 134, nota 12. Cfr., quanto
alle origini della mancipatio, il MUIRHEAD, op. cit., Sono poi Gaio, I, 120 e
Ulpiano, Fragm., XIX, 3, i quali attestano che la manci patio era
esclusivamente propria delle res mancipii.
Mancipatio, scrive quest'ultimo, propria species alienationis est rerum
mancipü . Ciò però non impedì, che, trattan - Siccome però fin da quest'epoca, accanto
alle cose, che costituivano il nucleo del mancipium, vi erano quelle, che non
erano comprese nel medesimo, e a cui perciò non potevasi applicare il facere
man cipium, così ne venne che accanto alla mancipatio dovette già essere in
vigore la semplice traditio, la quale, accompagnata dal pagamento del prezzo,
poté servire per il trasferimento delle cose, che non erano comprese nel
mancipium. Mentre quindi la man cipatio veniva ad essere una costruzione
giuridica, la cui forma zione fu determinata dal formarsi del mancipium, la
traditio in vece era il mezzo naturale ed ovvio per il trasferimento di quelle
cose, che erano nec mancipii, e che perciò in questo primo periodo non
formavano oggetto di vera proprietà ex iure quiritium. 383. Questo stato di
cose venne poi a subire una modificazione profonda, sotto l'influenza della
legislazione decemvirale. Infatti è colla medesima, che al concetto del
mancipium, il quale restringeva di troppo il novero delle cose, che potevano
essere oggetto di pro prietà quiritaria, cominciò già a sovrapporsi un concetto
più esteso del dominium ex iure quiritium. Da questo momento infatti le res
mancipii continuano ancor sempre a costituire il nucleo più importante delle
cose, che possono essere oggetto di proprietà qui ritaria, ma questa già può
estendersi ad altre cose, che non erano comprese nel primitivo mancipium. Di
qui ne derivo, che mentre le XII Tavole serbarono la mancipatio, quale mezzo
esclusivamente proprio per la trasmissione delle res mancipii, esse perd
introdus sero o confermarono due altri mezzi, per l'acquisto e la trasmis sione
del dominium ex iure quiritium, di cui uno è l'in iure cessio, la quale,
essendo compiuta davanti almagistrato, potè anche dosi di cose, le quali si
ritenevano di grande prezzo e perciò si trasmettevano in fami glia, quali erano
ad esempio le pietre preziose, si potesse nella consuetudine appli carvi anche
la mancipatio. V. quanto si è detto a 441, nota 1. Ciò è dimostrato da ULP.,
Fragm., XIX, 3, e 7; il quale, dopo aver premesso che la mancipatio era propria
delle res mancipii, soggiunge poi:
traditio aeque propria est alienatio rerum nec mancipii ; nei quali
passi è evidente, che la man cipatio e la traditio si contrappongono fra di
loro, come il mancipium ed il nec mancipium. Quello cade sotto il diritto
civile, e perciò deve essere alienato colle forme del diritto civile, il che
pure si accenna da Festo, tº censui, allorchè scrive: censui censendo agri proprie appellantur, qui
et emi et venire iure civili pos sunt
(Bruns, Fontes, 334). Che il contrapposto fra mancipatio e traditio sia
stato poi la prima origine della distinzione fra i modi civili e naturali di
acqui stare e di trasmettere il dominio appare ad evidenza da Gaio, Comm., II,
65. 494 essere estesa alle res mancipii, e l'altro è l'usus auctoritas, più
tardi denominata usucapio, mediante cui l'uso ed il possesso di una cosa,
durato per un certo tempo, potė attribuire la proprietà quiritaria della
medesima. Colla legislazione decemvirale pertanto vengono ad essere tre i
principali mezzi, con cui può essere acqui stata e trasmessa la proprietà
quiritaria, e che costituiscono perciò un diritto esclusivamente proprio dei
cittadini romani. 384. Di questi mezzi il più importante è sempre la mancipatio,
la quale è il vero modo ex iure quiritium per l'acquisto ed il tras ferimento
del dominio, ma la medesima, essendo nata col mancipium, continua sempre ad
essere un mezzo di alienazione proprio delle res mancipii. Vero è, che in
questi ultimi tempi si è dubitato, se la mancipatio non siasi più tardi applicata
anche a quelle res nec mancipii, che potevano essere oggetto di proprietà
quiritaria: ma questa opinione non sembra potersi accogliere, di fronte alle
afferma zioni precise di Gaio e di Ulpiano, i quali parlano sempre della manci.
patio, come propria delle res mancipii. Ciò tuttavia non impedi, che colla
legislazione decemvirale la mancipatio abbia acquistata una elasticità e
pieghevolezza, che prima non aveva, il che spiega come essa sia durata così
lungo tempo, quale mezzo di trasferimento della proprietà, ed abbia in questa
parte esercitata una influenza analoga a quella esercitata dalla stipulatio in
materia di obbligazioni. Sembra infatti, che il facere mancipium, negli inizii,
fosse uno di quei ne gozii di strettissimo diritto, che producevano l'immediata
traslazione della proprietà, e non ammettevano perciò nè termine, nè condi
zioni. Le XII Tavole invece introdussero il principio: qui manci pium faciet, uti lingua
nuncupassit, ita ius esto , e diedero così libertà ai contraenti di aggiungere
al primitivo mancipium, sotto la forma di una nuncupatio, che faceva parte
integrante del negozio, tutte le clausole e condizioni, che potessero convenire
ai contraenti. Fu in questo modo, che l'antica mancipatio potè accomodarsi alla
varietà dei casi e delle esigenze, e che si vennero così formolando, per opera
degli stessi pontefici e giureconsulti, quelle clausole diverse, che sogliono
essere indicate col vocabolo di leges mancipii. Colle medesime infatti il
mancipio dans, pur alienando la cosa, potè riservarsi l'usufrutto della
medesima, potè alienarla con patto di
GA10, I, 120, Ulp., Fragm., XIX, 3. Vedi tuttavia ciò che in proposito
si disse a 441, nota 1. 495 - riscatto, poté restringere la propria garanzia
per l'evizione, ed anche limitare l'uso della cosa venduta per parte
dell'acquirente. Era pero naturale, che, per aggiungere alla mancipatio tutte
queste clausole, più non poteva bastare la semplice affermazione del man cipio
accipiens, che la cosa era sua ex iure quiritium; maoccor reva eziandio, che il
mancipio dans, con una congrua risposta, apponesse quelle clausole e
condizioni, che potessero essere del caso, le quali, entrando a far parte
integrante della stessa mancipatio, dovevano fra i contraenti avere la forza di
vere leggi. 385. Sopratutto, fra queste leges mancipii, viene ad essere impor
tantissima quella, che suol essere indicata col vocabolo di lex fidu ciae, od
anche semplicemente con quello di fiducia. Questa pro babilmente doveva essere
nata nelle consuetudini della plebe, la quale, non possedendo le vere forme
giuridiche, doveva di necessità nelle proprie convenzioni lasciare una larga
parte alla scambievole fiducia (3 ). Anche questa fiducia colla legislazione
decemvirale pe netrò nel ius quiritium, dove, combinandosi col rigoroso atto
della mancipatio, diede origine a quella singolare istituzione della man
cipatio cum fiducia, che doveva poi acquistare un così largo Si può veder raccolta nel Voigt, op. cit.,
II, $ 85, 146 a 166, una varietà grandissima di queste clausole o leges
mancipii, raccolte da passi di antichi autori. Nel Bruns parimenti, Fontes, 251
a 256, sono riportati parecchi moduli di mancipationes, che pervennero fino a
noi. Quanto alla mancipatio cum fiducia
è a vedersi il Voigt, $ 86, 166 a 187, ove sono raccolte le formole, che vi si
riferiscono. È poi degno di nota quel modulo di mancipatio fiduciae causa, che
si fa risalire al primo o secondo secolo dell' êra cristiana, riportato dal
Bruns, Fontes, 251. Le ragioni, per cui
le origini della fiducia devono cercarsi nelle costumanze della plebe, furono
già esposte al n ° 149, 184. Di recente un giovine e dotto autore, l’Ascoli,
ebbe in proposito a scrivere, che la fiducia, come forma di pegno, non dovette
essere il prodotto spontaneo delle pratiche necessità del commercio, ma una
creazione artificiale, e che l'ipoteca nel suo concetto astratto è più semplice
della fiducia (Le origini dell'ipoteca e l'interdetto Salviano, Livorno, 1887, 1).
Io credo, che se l'autore si riporti col pensiero ad una plebe ragunaticcia, in
parte immigrata e priva ancora di una vera posizione di diritto, di fronte ai
patrizii, fon datori della città, comprenderà facilmente come i membri di essa,
per trovar cre dito presso coloro, che già vi si trovavano stabiliti, non
avessero mezzo più acconcio, che quello di alienare a questi cum fiducia le
cose, che loro dovevano servire di pegno. L'ipoteca invece avrebbe già supposto
una comunanza di diritto, che ancora non esisteva, e un'analisi del diritto di
proprietà, che mal si poteva conciliare colle condizioni di un popolo
primitivo. 496 svolgimento nel diritto civile di Roma. Con essa, accanto
all'ele mento strettamente giuridico, cominciò a penetrare anche la consi
derazione della buona fede, in quanto che non si bado più in modo esclusivo
alla osservanza delle forme esteriori del negozio giuridico, ma cominciò anche
a tenersi qualche conto dell' intenzione vera ed effettiva dei contraenti. Che
anzi questo elemento fiduciario fu introdotto nella formola stessa della
mancipatio, cosicchè il man cipio accipiens non affermò più, la sua proprietà
assoluta sulla cosa a lui alienata, ma disse invece: hunc ego hominem fidei fi duciae causa ex
iure quiritium meum esse aio ; colla qual formola già si lasciava intendere,
che, sebbene egli avesse acquistata la proprietà quiritaria, questa perd era
stata affidata al suo onore per l'adempimento di qualche incarico di fiducia.
Questa fiducia poi, secondo Gaio, poteva farsi o con un amico o con un
creditore. Essa accadeva, ad esempio, con un amico nella manci patio familiae
cum fiducia, che fu una delle forme più antiche di testamento, mediante cui si
mancipava il proprio patrimonio ad un amico (familiae emptor), coll'incarico di
disporne nella guisa statagli indicata per il tempo, in cui altri avesse
cessato di vivere. La fiducia seguiva invece con un creditore, allorchè a lui
si mancipava la cosa, che si voleva lasciargli a titolo di pegno . È probabile
che dap prima questa clausola fiduciaria non avesse efficacia giuridica, ma col
tempo essa venne acquistandola. Per tal modo la mancipatio cum fiducia venne
cambiandosi in un espediente giuridico, mediante cui la mancipatio non serviva
più unicamente al trasferimento della proprietà; ma serviva eziandio per
costituire comodati, donazioni mortis causa, doti, e riceveva cosi applicazioni
diverse, anche nei rapporti famigliari, nei quali essa si svolse, come vedremo
a suo tempo, sotto la forma di coemptio fiduciaria. 386. Fu questo il
magistero, mediante cui la mancipatio fu dal diritto civile di Roma adattata
alle varie contingenze di fatto; ma Cfr.
il MUIRHEAD, op. cit., 140e il Voigt, op. cit., II, 172. È notevole in proposito il passo di ISIDORO,
Orig., 5, 22, 23, 24, riportato dal Bruns, Fontes, 406, in cui egli istituisce,
sulle vestigia di qualche antico au tore, una specie di raffronto fra il
pignus, la fiducia e l'hypotheca. Della fiducia egli scrive: fiducia est, cum res aliqua, sumendae mutuae
pecuniae gratia, vel man cipatur vel in iure ceditur . Quanto alle svariate applicazioni della
fiducia V. Ascoli, op. cit., 3497 siccome la sua applicazione era pur sempre
circoscritta alle res mancipii, cosi, accanto alla medesima, si introdussero o
si confer marono dalla legislazione decemvirale due altri modi di acquistare e
di trasmettere la proprietà, di indole e di origine compiutamente diversa,
ancorchè entrambi costituiscano un ius proprium civium romanorum. Essi sono
l'in iure cessio e l'usucapio. È ovvio scorgere l'opposizione, che esiste fra
questi due mezzi di acquisto della proprietà ' quiritaria. Mentre l'in iure
cessio viene talvolta nelle fonti ad essere indicata col vocabolo di legis
actio, perchè essa, al pari delle legis actiones, si compie in iure, cioè da
vanti al magistrato, ed è in certo modo una rei vindicatio non con traddetta. ;
l'usucapio invece nelle dodici tavole viene ad essere indicata col vocabolo di
usus auctoritas. Mentre la prima consiste in una finta rivendicazione, fatta
dal compratore o dal cessionario, non contrastata dal venditore o dal cedente
della cosa, che forma oggetto di negozio, la quale si compie davanti
almagistrato, e a cui sussegue l'aggiudicazione del medesimo; la seconda invece
fondasi esclusivamente sull'autorità dell'uso, cosicchè una cosa posseduta per
due anni, se trattisi di un fondo, e per un anno, se trattisi di qualsiasi
altra cosa, finirà per appartenere ex iure quiritium a colui che ebbe a
possederla. Mentre nella in iure cessio noi abbiamo un modo di procedere,
eminentemente legale e giuridico, in quanto che essa compiesi coll'intervento
del magistrato;, nella usucapio in vece abbiamo un fatto, che trasformasi in
diritto, ossia l'uso od il possesso, che trasformansi nella proprietà ex iure
quiritium, quando abbiano durato per un certo spazio di tempo. Queste
considerazioni mi inducono a ritenere, che, mentre l'in iure cessio è un modo
di acquisto, ricavato dal diritto proprio delle genti patrizie, presso le quali
tutto già facevasi con formalità so lenni e coll'intervento del magistrato,
l'usus auctoritas invece do vette avere origine presso la plebe, la quale,
avendo dapprima più una posizione di fatto, che una posizione di diritto,
dovette cono scere più l’uso ed il possesso, che non la proprietà nella
significa zione, che vi attribuivano i patrizii. L'accoglimento pertanto di
questi due modi di acquistare e di trasmettere la proprietà quiri di essa È lo stesso Gaio, Comm., II, 24, che, dopo
aver descritta l'in iure cessio, dice idque legis actio vocatur . A questa
descrizione di Gaio poi corrisponde quella brevissima di Ulp., Fragm. In iure cedit dominus; vindicat is, cui
ceditur; addicit Praetor . C., Le origini del diritto di Roma. 32 498 taria fu
in certo modo il frutto di una specie di compromesso fra i due ordini; poichè
da una parte si riconosceva la cessio in iure davanti al magistrato, il quale
era ricavato dall'ordine patrizio, e dall'altra il patriziato cominciava a
riconoscere qualche efficacia giu ridica a quell'usus auctoritas, sulla quale
'soltanto fondavansi i di ritti della plebe.
Qui cade in acconcio di arrestarci alquanto alla significazione da
attribuirsi alla espressione usus
auctoritas , che occorre nelle XII Tavole. La legge relativa dal DIRKSEN
collocata al nº 3 della Tavola VI, e fu riportata colle parole stesse di
CICERONE, Top., 4: usus auctoritas fundi
biennium est; ceterarum rerum omnium annuus est usus . Essa invece dal Voigt,
op. cit., I, 110, sarebbe collocata al n. 6, della Tavola V, e sarebbe così
concepita: usus, auctoritas biennium,
cetera rum rerum annuus esto . Di qui molte discussioni fra gli studiosi
relativamente ai rapporti fra i due termini usus ed auctoritas, al qual
proposito l'opinione pre valente sembra essere, che il vocabolo di usus si
riferisca all'usucapione e quello di auctoritas alla garanzia del titolo, che
incombe al venditore in una mancipazione; cosicchè la legge verrebbe a dire,
che tanto l'usus quanto l'auctoritas sarebbero li mitati a due o ad un anno,
secondo le cose di cui si tratta. Tale opinione sarebbe stata prima enunciata
dal SALMASIO, De usuris, cap. 8, 215; Lugd., Bat. 1638, e troverebbe seguito
ancora oggidì, presso il Voigt, il quale avrebbe perciò separato l'usus
dall'auctoritas con una virgola. A mio avviso invece sembra alquanto fuor di
luogo, che si venga a discorrere di garanzia dall'evizione colà, ove tutti gli
antichi autori non ci parlano che dell'usucapione. Parmi poi evidente, che
l'espressione effi cacissima di usus
auctoritas non possa essere che il
contrapposto dell'altra espres sione
iuris auctoritas , e che quindi la significazione naturale della
medesima consista in dire, che l'uso varrà come titolo, e il possesso equivarrà
a proprietà, allorchè essi siano durati un biennio pei fondi, e un anno per
tutte le altre cose. Il solo vocabolo di usus, analogo a quello di possessio,
non avrebbe potuto da solo indicare l'usucapione, e fu perciò, che dovette
dirsi usus auctoritas, la quale espressione appunto occorre in Cic., Top., 4.
Sia pure che lo stesso Co., pro Caec., 19, sembri separare le due cose,
allorchè scrive: lex usum et
auctoritatem fundi iubet esse biennium ; ma è facile il vedere, che la dizione
qui è già alterata dall'uso dell'infinito, e che le due parole indicano pur
sempre una cosa sola, cioè l'autorità od il diritto sul fondo provenienti
dall'uso. Ogni dubbio poi viene ad essere tolto dal passo di Boezio, in Cic.,
Top., loc. cit., nel quale trovansi appunto contrapposte l'usus auctoritas e la
iuris auctoritas. Egli infatti, dopo aver definita l'usucapio, scrive: Plurima
rum autem rerum usucapio annua est, ut si quis eis anno continuo fuerit
usus, id firma iuris auctoritate
possideat, velut rem mobilem; fundi vero usucapio biennii temporis spatio continetur. Ait
Cicero: ut, quoniam ususauctoritas fundi
biennium est, sit etiam aedium. Hic igitur
aedium usus auctoritatem biennio fieri
sentit (Bruns, Fontes, 400). Che se
altrove la legge dice a adversus hostes aeterna auctoritas esto , gli è perchè
ivi parlasi tanto della iuris, che del l'usus auctoritas, e quindi non
occorreva specificare il concetto, ed anche perchè il vocabolo di auctoritas da
solo significa la iuris auctoritas. In ogni caso sarebbe in 499 387. Dei due
istituti tuttavia esercito certamente una maggiore influenza sullo svolgimento
del diritto romano l'usucapio, che non l'in iure cessio. Di questa infatti dice
Gaio, che la medesima, quanto alle res man cipii, non poteva competere colla
mancipatio, poichè era naturale che quello, che poteva compiersi dagli stessi
contraenti, coll'inter vento di amici, non si compiesse con difficoltà maggiori
presso il magistrato. Di qui ne venne che, sebbene l'in iure cessio po tesse
anche applicarsi alle res mancipii, essa invece fini per restrin gersi al
trasferimento di quelle cose, che per essere nec mancipii non erano suscettive
di mancipatio. Così, ad esempio, Gaio ci dice, che mediante l'in iure cessio si
poteva fare la costituzione delle servitù urbane, le quali erano res nec
mancipii, la cessione della eredità, che consideravasi come una cosa
incorporale, come pure la costituzione dell'usufrutto. Quanto a quest'ultimo
tuttavia, egli os serva, che esso poteva anche costituirsi mediante la
mancipatio, al lorchè altri, mancipando la cosa, riservava per sè l'usufrutto
della medesima, apponendovi una lex mancipii: mentre invece colui, che voleva
conservare la proprietà, non avrebbe potuto staccarne l'usu frutto, che
mediante la in iure cessio. L'usucapio invece deve essere considerata come una
delle istitu zioni, che maggiormente influirono sullo svolgimento del diritto.
Essa in certo modo fu il mezzo somministrato alla plebe per passare da una
posizione di fatto ad una posizione di diritto, per cambiare cioè la semplice
usus auctoritas nella iuris auctoritas. Fu quindi essa, che determinò la
formazione della teoria del possesso, accanto a quella della proprietà, e che
condusse la giurisprudenza a deter minare le condizioni, mediante cui il
possesso può trasformarsi in proprietà. È poi degno di nota, quanto
all'usucapio del diritto qui comprensibile, che Gato ed ULPIANO, i quali ebbero
più volte ad accennare a questa disposizione delle XII Tavole, avessero sempre
solo avuto occasione di parlare della durata dell'usucapio, e non mai della
durata dell'obbligo di garanzia per parte del mancipante. Parmi quindi, che la
ricostruzione più probabile sia la seguente:
usus auctoritas fundi biennium, ceterarum rerum annus esto ; la quale
concorda anche di più colle regole grammaticali. Scrive infatti Garo, Comm., II, 25,
discorrendo della iure cessio per le res mancipii: Plerumque tamen et fere semper
mancipationibus utimur; quod enim ipsi per nos, praesentibus amicis, agere
possumus, hoc non est necesse cum maiore difficultate apud Praetorem aut
Praesidem provinciae agere . GAIO, II,
33; Ulp., Fragm., XIX, 11 e 12. 500 ritario, che essa, a differenza della
prescrizione, che ebbe ad essere introdotta molto più tardi, non presentasi
ancora come un mezzo di estinzione dei diritti, ma ha sopratutto il carattere
di un mezzo di acquisto, come lo indica il vocabolo stesso di usucapio. Cid
pure è confermato dal motivo, che si assegna come fondamento all'usucapio, il
quale non consiste nell'intento di punire coloro, che trascurassero di
esercitare il proprio diritto, ma bensi in quello di evitare l'in certezza dei
dominii: ne rerum dominia diutius in
incerto essent . 388. Le considerazioni premesse dimostrano, che l'usucapio fu
effettivamente adottata dai decemviri per fare in modo che le pos sessioni
della plebe potessero in un breve periodo di tempo acqui. stare anch' esse il
carattere quiritario, cosicchè tutti i possessori di terre si cambiassero in breve
in veri proprietarii ex iure quiritium. Quest'effetto era già stato ottenuto in
grande col censo serviano, il quale aveva convertito di un tratto tutti i
mancipia, proprii della plebe, in altrettante proprietà ex iure quiritium,
facendoli consegnare nel censo; ed il medesimo processo venne ad essere reso
continuativo colla disposizione relativa all'usus auctoritas, la quale in breve
spazio di tempo attribuiva al sem plice possesso il carattere di un vero e
proprio diritto. Ciò appare eziandio dalle applicazioni del tutto diverse di
questa usus aucto ritas, la quale compare non solo qual mezzo per acquistare la
pro prietà quiritaria delle cose mobili ed immobili, ma anche qual mezzo per
far acquistare al marito la manus sulla propria moglie, e quale mezzo infine
per far acquistare col possesso di un anno la proprietà quiritaria di
un'eredità, come accade nell'usucapio pro herede . Così pure dapprima non si
richiedono condizioni di sorta, perchè l'usucapio possa effettuarsi, ma basta
il possesso di uno, op pure di due anni, ed è solo posteriormente, che i
giurisprudenti fis Il concetto qui
accennato fu già più largamente svolto al nº 154, p. 190 e seg., ove ho
dimostrato che l'attribuire carattere giuridico ai possessi della plebe nel ter.
ritorio romano era il miglior mezzo per interessarla all'avvenire e alla
grandezza della città. Cfr. il MUIRHEAD, op. cit., 48, e
l'Es sin, Histoire de l' usucapion nei
Mélanges d'histoire du droit , Paris, 1886, 171 a 217. Dal momento
poi, che l'usus auctoritas era per i decemviri un mezzo per cambiare una
posizione di fatto in una posizione di diritto, si comprende come essi non
abbiano avuto diffi coltà di applicarla all'acquisto della proprietà,
all'acquisto della manus, ed anche all'acquisto dell'eredità (usucapio pro
herede). 501 sano le condizioni, che debbono concorrere in tale possesso,
perchè possa dar luogo all'usucapione. Tuttavia fin da principio la legge
decemvirale già comincia ad escludere certe cose dall'usucapione, come le cose
furtive, le res mancipii appartenenti alla donna, quando siano state vendute e
consegnate senza il consenso del tutore (sine tutoris auctoritate) , mentre è
solo più tardi, che la giurisprudenza venne a richiedere la buona fede
nell'acquirente. Per tal modo un mezzo, che dapprima servi per mutare una
posizione di fatto in una posizione di diritto, fini col tempo per convertirsi
eziandio in un rimedio contro il difetto inerente al titolo di acquisto,
proveniente o da irregolarità dell'atto di trasferimento o da incapacità
dell'ac quirente. L'usucapione poi, per sua natura, può già applicarsi cosi
alle res mancipii, che alle res nec mancipii, ma non pud tuttavia applicarsi al
suolo provinciale, come quello, che non poteva essere oggetto di proprietà
quiritaria. Tuttavia anche qui co mincia a svolgersi una istituzione del
diritto delle genti, che è quella della prescrizione, la quale, salvo la durata
maggiore, ha un carattere analogo a quello della usucapio nel diritto civile:
come lo dimostra il fatto, che le due istituzioni finiscono col tempo per
fondersi insieme, e dar cosi origine alla praescriptio longi temporis
giustinianea. Questo carattere
dell'usucapio primitiva è già accennato dall'Esmein, e può inferirsi dalla
definizione di Ulpiano, Fragm. Usucapio
est dominii adeptio per continuationem possessionis anni, vel biennii ;
nella quale non occorre ancora quel carattere della iusta possessio, che
compare invece nelle altre definizioni, e fra le altre in quella di Boezio
riportata dal Bruns, Fontes, 400. Quanto ai rapporti fra il possesso, di cui
qui si parla, che sarebbe il pos sesso ad usucapionem, ed il possesso ad
interdicta, che costituisce un istituto, avente un proprio scopo, e distinto da
quello della proprietà, vedi ciò che si disse più sopra al n. 357, 452, nota 1.
A parer mio dovette forınarsi prima il concetto del pos sesso ad usucapionem, e
più tardi soltanto quello del possesso ad interdicta. Questa condizione speciale delle res
mancipii, spettanti alle femmine ed ai pupilli, la quale ha evidentemente lo
scopo di impedire l'alienazione delmancipium per conservarlo nella linea
agnatizia, è attestata in modo concorde da Gaio, Comm., I, 47, 192 e II, 80, e
da ULP., Fragm., XI, 27. È naturale
infatti, che l'usucapione in una società, che si forma, sia un modo di acquisto,
e che in una società invece, che si è formatn, si converta in un mezzo di
difesa; e richieda così un tempo maggiore per servire quale mezzo di acquisto.
Le società giovani pensano sopratutto all'acquisto; mentre le società adulte e
già for mate pensano sopratutto a conservare l'acquistato. (4 ) GAIO, Comm.,
II, 46: item provincialia praedia
usucapionem non recipiunt . (5 ) Mainz, Cours de droit romain, I, SS 111 e 112,
745. 502 389. Intanto,mentre accade questo svolgimento nei modi di trasfe
rimento della proprietà ex iure quiritium, accanto alla medesima viene
lentamente consolidandosi un'altra forma di proprietà, che prende il nome di
proprietà in bonis. Questa dapprima non è che una proprietà di fatto, ma col
tempo ottiene anch'essa in via indi retta e per opera del pretore una
protezione di diritto, e viene così a costituire un vero dualismo nel concetto
di proprietà, il che ebbe ad esprimere Gaio con dire: postea divisionem accepit dominium, ut alius
possit esse ex iure quiritium dominus, alius in bonis habere . Il primo nucleo di questa nuova forma di
proprietà ebbe ad essere costituito dalle res mancipii, allorchè le medesime
erano trasmesse colla semplice traditio; ma poscia essa fini per comprendere
tutte le altre cose, che per qualsiasi causa non fossero oggetto della
proprietà ex iure quiritium. Che anzi il dualismo andò fino a tale per
l'esistenza contemporanea del ius civile e del ius honorarium, che di una
stessa cosa potè accadere, che altri fosse il proprietario ex iure quiritium,
mentre un altro la teneva in bonis; il che voleva dire in sostanza, che l'uno
ne aveva la pro prietà ufficiale, mentre l'altro ne aveva l'effettivo godimento.
È tut tavia notabile, che prima della fusione delle due proprietà, quella in
bonis già cominciava in certe cose ad avere la prevalenza; come lo dimostra il
fatto, che se un servo appartenesse ad una persona ex iure quiritium, e fosse
stato in bonis di un altro, gli acquisti, che egli faceva, andavano a profitto
di colui, del quale era in bonis . Diqui una lotta fra le due forme di
proprietà, che diede occasione allo svolgersi dei modi naturali di acquisto,
accanto a quelli ricono sciuti dal diritto civile; lotta, che Gaio ebbe a
riassumere scrivendo: Ergo ex his, quae
dicimus, apparet, quaedam naturali iure alie nari, qualia sunt ea, quae
traditione alienantur; quaedam civili, nam mancipationis et in iure cessionis
et usucapionis ius pro prium est civium romanorum . Così è pure questa lotta,
che porge occasione allo svolgersi della publiciana in rem actio (4 ), ac canto
alla rei vindicatio, della prescrizione accanto all'usucapione, Gaio, Comm., II, 40. Gaio, II, 88 e UlP., Fragm., XIX, 20. Id., II, 65. Di qui infatti Gaio prende
occasione di discorrere deimodi natu rali di acquisto. Quanto all'actio in rem pubbliciana è da
vedersi APPLETON, De l'action pub blicienne nella Nouvelle Revue historique fino a che le due
proprietà finiscono per essere pareggiate fra di loro, ed allora si consegue
l'effetto, che quelle caratteristiche della pro prietà quiritaria, che si erano
prima applicate a quel nucleo ristretto di cose, che erano comprese nel
mancipium, poi si erano estese a tutte le cose, che erano oggetto delle
proprietà ex iure quiritium, finiscono per essere estese a tutte le cose, che,
per essere in com mercio, possono essere oggetto di proprietà privata. È solo
allora che Giustiniano, forse non troppo consapevole dell'ufficio, che un tempo
avevano compiuto le distinzioni fra res mancipii e nec man cipii e fra la
proprietà ex iure quiritium e la proprietà in bonis, abolisce pressochè ab
irato queste distinzioni, le quali a suo giu dizio nihil ab eniymate discrepant e dànno solo più
origine ad inutili ambiguità ed incertezze. 390. Infine anche qui deve essere
notato, che tutta questa teoria del trasferimento della proprietà non potè mai
trovare applicazione in tema di obbligazioni. Almodo stesso, che più tardi la
giurisprudenza romana continua ad affermare che
traditionibus et usucapionibus dominia rerum, non nudis pactis,
transferuntur ; così essa pur continua a
professare, che i modi, i quali servono a trasferire la pro prietà, non possono
invece servire per trasferire un'obbligazione da una persona ad un'altra.
Scrive infatti Gaio, dopo aver discorso della mancipatio e della in iure
cessio, quali modi di trasferimento della proprietà: obligationes, quoquo modo contractae, nihil
eorum recipiunt; nam quod mihi ab aliquo debetur, id si velim tibi de beri,
nullo eorum modo, quibus res corporales ad alium transfe runtur, id efficere
possum; sed opus est, ut, iubente me, tu ab eo stipuleris (3 ). Quindi le obbligazioni, che si
contraggono colla sti pulatio, devono essere trasmesse e cedute anche colla
stipulatio, e non potrebbero esserlo colla mancipatio e colla in iure cessio,
che sono circoscritte al trasferimento della proprietà e dei diritti reali. Per
tal modo quella distinzione radicale e profonda, che apparve nell'antico ius
quiritium, fra il facere mancipium ed il facere nexum, si mantenne per tutto lo
svolgimento posteriore del diritto civile romano, nel che abbiamo un'altra
prova della dialettica co Giustin., Cod.,
VII, 25: de nudo iure quiritium tollendo; e VII, 31, $ 4: de usucapione
transformanda et de sublata differentia rerum mancipii et nec mancipii L.20, Cod., II, 3 (Dioclet. et Maxim.). (3 )
Gaio, Comm., II, 38. 504 stante, con cui i giureconsulti romani tengono dietro
ai concetti pri mordiali, da cui presero le mosse nella prima elaborazione del
ius quiritium. Ciascun concetto di questo è come un nucleo, che viene attraendo
tutto ciò, che può esservi di affine, ma il medesimo non si confonde mai coi
concetti, da cui ebbe già a separarsi, nè pud at trarre materie, che siano
partite da un concetto primordiale diverso. Chi poi volesse trovare la ragione
intima, per cui nel diritto civile romano il semplice contratto può soltanto
essere sorgente di obbligazioni, e non potè mai bastare da solo al
trasferimento della proprietà, dovrebbe probabilmente ricercarla nel concetto
in parte materiale, che il primitivo diritto erasi formato prima del manci pium
e poscia anche del dominium ex iure quiritium; avrebbe infatti ripugnato alla
logica giuridica, che un dominio, il quale aveva in se qualche cosa di
corporale, potesse trasferirsi senza es sere accompagnato da qualche fatto
esteriore, che mettesse la cosa acquistata a disposizione dell'acquirente.
Veniamo ora al testamento e cerchiamo di spiegare come mai anche un atto di
questa natura abbia finito per rivestire la forma dell'atto per aes et libram.
$ 4. La testamenti factio e la storia primitiva del testamento quiritario. 391.
Degli atti, che rimontano all'antico ius quiritium, il testa mento è certamente
quello, di cui ci pervennero in maggior quantità i dati per ricostruirne la
storia primitiva, e per seguire le trasfor mazioni, che ebbe a subire nel
passaggio dal periodo gentilizio alla vita cittadina. Non può dubitarsi
anzitutto, che le origini del testamento rimon tano ad un'epoca anteriore alla
fondazione della città, perchè noi sappiamo con certezza, che esso fin dagli
inizii della città esclusiva mente patrizia fu uno degli atti, che, al pari
dell'adrogatio, della detestatio sacrorum e simili, dovevano essere compiuti
coll'inter vento dei pontefici, davanti al popolo delle curie, riunito nei
comizii calati. Ciò dimostra, che esso già preesisteva presso le genti
patrizie, che concorsero alla fondazione delle città, le quali dovettero ser
virsene, comedi un mezzo per perpetuare la famiglia ed il suo culto. Si è
veduto infatti, che nella organizzazione delle genti italiche la famiglia,
ancorchè entrasse a far parte di un organismo maggiore, cioè della gente e
della tribù, aveva però già una propria esistenza, 505 un proprio culto, e un
proprio patrimonio (heredium ). Era quindi naturale, che essa tendesse a
perpetuarsi, e che perciò il capo di famiglia riguardasse. come una grande
sventura la mancanza di un erede, che continuasse in certo modo la sua
personalità, e che adem piesse all'obligo del sacrifizio domestico. Fu quindi
per supplire alla mancanza di un erede naturale, che noi troviamo essere in uso
presso le genti italiche l'adrogatio ed il testamentum: due istitu zioni, le
quali, ancorchè in guisa diversa, mirano in sostanza al medesimo intento, cioè
alla perpetuazione della famiglia e del suo culto. Intanto però, siccome l'una
e l'altra istituzione toccavano da vicino l'organizzazione gentilizia, cosi
egli è certo, che nel periodo gentilizio l'adrogatio e il testamentum non
poterono compiersi dal capo di famiglia, di sua privata autorità, ma dovettero
invece essere compiuti colla approvazione degli altri capi di famiglia, che
appar tenevano alla medesima gente o tribù. 392. Allorchè poi le due
istituzioni vennero ad essere trapiantate nella città patrizia, esse
conservarono dapprima il medesimo carat tere, e perciò apparirono come due
negozi, i quali, avendo un carat tere pubblico, non potevano operarsi di
privata autorità, ma dovevano essere compiuti nei comizii calati delle curie,
convocati dai ponte fici. Che anzi, se abbiamo da argomentare dalla formola
dell'adro gatio, che ci fu conservata da Gellio, conviene inferirne, che anche
il testamento, in questo periodo, dovette assumnere il carattere di una vera e
propria legge . Intanto però egli è evidente, che questo testamento nei comizii
calati delle curie dovette essere esclusivamente proprio delle genti patrizie,
e che il medesimo non ebbe certamente lo scopo di porgere al testatore un mezzo
di disporre a capriccio delle proprie sostanze;
Ho già toccato dell'attinenza strettissima, che intercede fra
l'adrogatio ed il testamentum nel periodo gentilizio al nº 63-65, 77. Cfr. in proposito il SUMNER -MAINE, Ancien droit, 184 e il CoQ, Recherches
sur le testament per aes et libram nella
Nouvelle Revue historique. Qui solo ag. giungerò, che questa
attinenza appare anche meglio nel diritto greco, e sopratutto nell'ateniese,
nel quale il primitivo testamento compare sotto la forma dell'adozione. Cfr. il
Jannet, Les institutions sociales a Sparta. Paris, 1880, 96 e segg.; e il
Cocotti, La famiglia nel diritto attico. Torino. Questo carattere pressochè pubblico
dell'adrogatio e del testamentum in Roma non è mai intieramente scomparso, come
lo prova il detto di PAPINIANO, L. 4, Dig.: testamenti factio iuris publici
est. Cfr. quanto ho scritto a n ° 221, 268506 - ma lo scopo invece di
perpetuare la famiglia ed il suo culto, e di impedire la divisione immediata
del patrimonio, come lo dimostra l'antica espressione romana ercto non cito ; la quale ha tutti i
caratteri di una primitiva clausola testamentaria. Quanto alla plebe, non
avendo essa la organizzazione gentilizia, non poteva certamente possedere un
simile testamento; quindi è probabile, che il capo di famiglia plebeo, quando
rimaneva senza figliuolanza diretta, non avesse altro mezzo di disporre delle
proprie cose, che quello di ri correre all'istituto della fiducia, affidando il
suo patrimonio ad un amico, che ne disponesse nel modo da lui indicato; modo
questo di far testamento, che era una conseguenza naturale delle condizioni
economiche e giuridiche, in cui trovavasi la plebe, e che Gaio ci indicherebbe
come affatto primitivo, ed anteriore ancora a quella forma di testamento, che a
noi pervenne sotto la denominazione di testamento per aes et libram . Di qui la
conseguenza, che fin dagli esordii di Roma dovettero tro varsi di fronte due
forme di testamento; un testamento cioè, di origine patrizia, fatto colla
formalità di una vera e propria legge, nei comizii calati delle curie,
coll'intervento dei pontefici, diretto a perpetuare la famiglia ed il suo culto
e ad impedire la disper sione dei patrimonii; e l'altro, di origine plebea, che
compievasi colle forme stesse di quel fedecommesso, che penetrò solo più tardi
nel diritto civile romano, il quale non era che una applicazione della fiducia,
e aveva l'unico scopo di porgere un mezzo al capo di famiglia per disporre
delle proprie cose per il tempo, in cui egli avrebbe cessato di vivere. 393. Fu
soltanto allorchè la plebe entro eziandio a far parte del populus, che potè
svolgersi una forma di testamento, comune ai due ordini, ed è sopratutto a
questo punto, che l'esposizione di Gaio ci può venire in sussidio per
ricostruire la storia primitiva del testa mento civile romano . Gaio ci parla
di due forme primitive di testamento, cioè: di un testamento, che compievasi in
calatis comitiis, i quali si sarebbero radunati due volte all'anno per la
confezione dei testamenti; e del Gaio,
Comm., II, 107. Vedi a proposito di questo primitivo testamento della plebe,
che era una applicazione della fiducia e corrispondeva in certo modo a quel
fedecommesso, che fu accolto più tardi nel diritto romano, cid che ho scritto a
n ° 149, 184Cfr. MUIRHEAD, Histor. Introd.
GAIO, II, 101 a 108. 507 testamento in procinctu, che facevasi invece
davanti all'esercito già preparato alla battaglia. Egli anzi sembra compiacersi
nel notare, che queste due forme di testamento corrispondevano a quel carat
tere civile e militare ad un tempo, che era proprio del popolo ro mano: alterum itaque in pace et in otio faciebant,
alterum in praelium exituri ; ma intanto
non dice, se i comizii calati, a cui egli accenna, fossero i comizii delle
curie o quelli delle centurie. Sembra tuttavia ovvio l'osservare, che Gaio qui
discorre già delle due forme di testamento, comuni cosi al patriziato che alla
plebe, allorché i medesimi già erano entrati a far parte dello stesso populus,
e che perciò la sua distinzione non si deve riferire al popolo primitivo delle
curie, ma bensì al popolo plebeo-patrizio delle centurie; del quale sopratutto
si poteva dire a ragione, che mentre in pace co stituiva i comizii, in guerra
invece costituiva un esercito. Di qui la conseguenza, che il testamento in
calatis comitiis, di cui discorre Gaio, non è più il testamento proprio delle
genti patrizie, che fa cevasi nei comizii calati delle curie, coll'intervento
dei pontefici: ma bensi un testamento, già comune al patriziato ed alla plebe,
che fa cevasi in quei comizii calati, che noi sappiamo da Aulo Gellio essere
stati eziandio proprii delle centurie. Furono probabilmente questi comizii
calati delle centurie, che dovevano radunarsi due volte l'anno per la
confezione dei testamenti: mentre i comizii calati delle curie potevano
convocarsi dai pontefici, ogni qualvolta ne occorresse il bi sogno. Siccome poi
in questo tempo il quirite, come tale, appare già prosciolto dai vincoli
dell'organizzazione gentilizia, ed è già libero dispositore delle proprie cose,
anche per atto di morte, come ebbe a dichiararlo espressamente la legge
decemvirale; così si può in durne, che il popolo delle centurie, in questa fase
del testamento quiritario, più non intervenisse per approvare il medesimo con
una legge, ma soltanto per prestare la propria testimonianza, secondo la GAIO, II, 101. Gellio, XV, 27, 1 e 2, parlando dei co:nitia
calata, scrive: eorum alia esse curiata, alia centuriata. Curiata per
lictorem curiatim calari, id est convocari;
centuriata per cornicinem . Egli dice poi, che in questi comizii si
facevano i testa menti, il che fa supporre che si facessero tanto nei comizii
calati curiati, che nei centuriati. Lo stesso autore V, 19, 6, parla un'altra '
volta dei comizii calati, a pro posito dell'adrogatio, ma qui sembra alludere
soltanto ai comizii calati curiati. Sembra infatti che l'adrogatio, a
differenza del testamento, abbia continuato sempre a farsi davanti alle curie,
salvo che la medesima finì per compiersi davanti ai trenta littori, che la
rappresentavano. Cic., Adv. Rutt., II, 12. Cfr. Cuq. formola, che poi ricompare
più tardi nel testamento per aes et libram:
et vos, quirites, testimonium mihi perhibitote . Cid è confermato
eziandio dalla considerazione, che questi comizii calati non si sarebbero
radunati che due volte l'anno per la confezione dei testamenti, il che avrebbe
reso pressochè impossibile, che ognuno dei testamenti presentati nei medesimi
avesse potuto essere approvato con tutte quelle formalità di una vera e propria
legge, che erano richieste nei comizii calati delle curie primitive. 394. Di
qui deriva, che se questo testamento nei comizii calati delle centurie imitava
ancora nella forma esteriore il testamento pa trizio, che facevasi nei comizii
calati delle curie, nella sostanza pero già ne differiva grandemente: poichè
nel medesimo questo intervento di tutto il popolo convertivasi in una semplice
formalità, in quanto che il popolo non era più chiamato ad approvare il
testamento,ma sol tanto ad assistere al medesimo cometestimonio. Si comprende
pertanto, che la consuetudine popolare cercasse di sostituirvi qualche mezzo
più semplice di fare testamento, e che ricorresse percið alla manci patio familiae
cum fiducia, che è appunto la forma ditestamento, che Gaio ci descrive essersi
introdotta posteriormente al testamento in calatis comitiis. Questo testamento
non era in sostanza, che il testamento primitivo di origine plebea, salvo che
esso era già sottoposto alla forma quiritaria dell'atto per aes et libram, e ac
compagnato dalla fiducia. Era quindi un testamento, che era facile a
celebrarsi, ma che, al pari della fiducia iure pignoris, aveva dapprima
l'inconveniente di rimettere ogni cosa alla buona fede del familiae emptor, il
quale poteva anche abusare della fiducia, che il testatore aveva in lui riposta.
Fu allora, che i veteres iuris conditores sentirono la necessità, come dice
Gaio, di ordinare altrimenti il testamento per aes et libram, e modellarono
così quella forma di testamento, che penetrd con questa denominazione nel ius
quiritium o meglio nel ius pro prium civium romanorum, e che fu poi argomento
di uno svolgi mento storico non interrotto fino a Giustiniano. Questo
testamento Fra gli autori, che
distinguono la primitiva mancipatio familiae cum fiducia, che ha quasi del
fedecommesso, dal posteriore testamento per aes et libram, quale è descritto da
Gaio, II, 102, è da vedersi il MuIRHEAD e sopratutto Cuq, il quale, dopo aver
discorso prima della familiae mancipatio, passa a trattare separatamente del
testamento per aes et libram. 509 pertanto compare nel ius quiritium molto più
tardi, che non il nerum ed il mancipium, e viene ad essere una artificiosa
applica zione dell'atto per aes et libram, nell'intento di porgere al quirite
un mezzo per disporre del suo patrimonio per il tempo, in cui avrà cessato di
vivere. 395. Questo testamento, secondo la definizione di Gaio e di Ul. piano,
componevasi di due parti, cioè della mancipatio familiae e della nuncupatio. La
prima consiste in un atto per aes et libram, compiuto, come al solito, davanti
a non meno di cinque testimoni, cittadini romani, ed al libripens, in cui si
addiviene ad una ima. ginaria
venditio delle sostanze del testatore (familiae).
È però a notarsi, che,mentre nella primitiva mancipatio familiae il negozio
seguiva effettivamente fra il testatore e l'erede, di cui quello era il
familiae venditor e questo il familiae emptor; nel testamento invece per aes et
libram, quale appare modellato in questo secondo stadio, il familiae emptor non
è più il vero erede, ma è piuttosto un depositario e custode del patrimonio,
accid il testatore possa disporne
secundum legem publicam . Cið
appare dalla circostanza, che il familiae emptor, dopo aver finto di comprare
il patrimonio e di pagarne il prezzo, se ne dichiara perd semplice depositario,
ricorrendo alla formola seguente:
familia pecuniaque tua endo mandatelam, custodelamque meam, quo tu iure
testamentum facere possis secundum legem publicam, hoc aere esto mihi empta . Trovo alquanto singolare la interpretazione
che il Cuq, art. cit., 565, verrebbe a dare a queste parole: secundum legem publicam . Egli ritiene, che
tutte le parole del testamento dovessero aversi come confermate da quella lex
publica, che era andata in disuso; mentre invece è evidente, che le parole
della formola: quo tu iure testamentum
facere possis secundum legem publicam , mirano evidentemente a porre il
familiae venditor in condizione di poter fare il testamento approvato e
riconosciuto dalla legge pubblica. Una prova di cið l'abbiamo nella circo
stanza, che questa stessa espressione
secundum legem publicam , compare eziandio nella formola della nexi
liberatio, in cui si dice: hanc tibi
libram primam postre mamque tibi expendo secundum legem publicam (Gaio), ove la medesima non può certo avere
la significazione, che vorrebbe attribuirvi il Cuq. La causa di questa erronea
interpretazione sta in ciò, che il Cuq considera il testamento per aes et
libram, come una modificazione di quello in calatis comitiis, mentre esso ha
un'origine affatto diversa, come ho cercato di dimostrare nel testo. GAIO, Comm., II, 104. Ho ricavato questa
formola dall'ultima edizione curata dal MOMMSEN, sull'Apographum Studemundianum,
novis curis auctum, Berolini, 1884; la quale presenta qualche notevole
differenza dalle anteriori edizioni fatte dal Dubois, dall'HUSCHKE e dal
MUIRHEAD. 510 – Fin qui pertanto non havvi che una imaginaria venditio, della
quale Gaio dice espressamente, che viene compiuta soltanto dicis gratia, propter veteris iuris
imitationem . La sostanza invece di questa forma di testamento consiste nella
nuncupatio solenne, nella quale il testatore, in presenza dei testimoni,
istituisce il proprio erede, il quale viene cosi già a distinguersi dal
familiae emptor, ed indica eziandio i legati, che saranno poi a carico
dell'erede. Questa nuncupatio dapprima dovette essere compiutamente orale; ma
poscia potè essere fatta in doppia guisa, in quanto che il testa tore – o
dichiarava espressamente la sua volontà davanti ai testi moni, - o presentava
invece ai medesimi le sue tavole testamen tarie, dichiarando solennemente, che
queste contenevano la sua ultima volontà:
haec ita, ut in his tabulis cerisve scripta sunt, ita do, ita lego, ita
testor: itaque, vos, quirites, testimo nium mihiperhibitote . Di qui prorenne,
che già collo stesso testamento per aes et libram comincid a delinearsi la
distinzione, che acquistò più tardi grandissima importanza fra il testamento
nun cupativo e il testamento scritto. 396. Basta questa semplice descrizione
per dimostrare, che il testa mento per aes et libram è già informato ad un
concetto ben diverso da quello, a cui si ispirava il primitivo testamento delle
genti patrizie. Mentre infatti il testamento primitivo in calatis comitiis
mirava a perpetuare il culto domestico e ad impedire la dispersione dei patri
monii: quello invece per aes et libram tendeva senz'altro a sommi nistrare al
quirite un mezzo per disporre liberamente delle proprie cose. Ciò è dimostrato
dalla circostanza indicataci da CICERONE (vedasi), che questo testamento deve
considerarsi come un'applicazione della di. sposizione delle XII Tavole: qui
nexum faciet mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto; ed è pur
confermato dagli antichi giureconsulti, i quali parlano di questo testamento,
come di una va rietà ed applicazione del nexum, o meglio dell'atto per aes et
libram . Così pure, mentre nel testamento primitivo si richiedeva Gaio, loc. cit. e Ulp., Fragm., XX, 2 a 10.
Quest'ultimo sopratutto distingue nettamente le due parti, di cui componesi il
testamento per aes et libram, allorchè scrive al $ 9: In testamento, quod per aes et libram fit,
duae res aguntur, fa miliae mancipatio et nuncupatio testamenti ; e dopo viene
senz'altro a parlare della nuncupatio, come di quella, che veramente importa. CICERONE (vedasi)., De Orat.. La stessa
esposizione di Gaio, II, 102 e 103, dimostra, che il testamento per aes et
libram ebbe origine diversa da quello in - 511. l'intervento dei pontefici,
perchè in esso trattavasi di provvedere al mantenimento del culto; il
testamento invece per aes et libram viene ad essere considerato come una
esplicazione del ius commercii, ossia della facoltà del quirite di disporre
liberamente delle proprie cose, e quindi si attua mediante un atto di carattere
esclusivamente mercantile, quale era l'atto per aes et libram, lasciando poi al
ius pontificium di provvedere, quanto all'adempimento dei sacra. Mentre infine
nel testamento primitivo la volontà del testatore era sottoposta
all'approvazione del popolo; nel testamento invece per aes et libram, la
volontà del quirite appare indipendente e sovrana, e non è soggetta a qualsiasi
limitazione. Dopo ciò credo di poter conchiudere con fondamento, che anche il
testamento per aes et libram, quale compare nel ius quiritium, deve già essere
considerato come il frutto di una vera e propria elaborazione giuridica, e
comeuna conseguenza logica di quel potere illimitato e senza confine, che
appartiene al quirite di disporre delle proprie cose, non solo per atto tra
vivi, ma anche per causa di morte. Non potrei quindi ammettere col Sumner
Maine, che questa forma di testamento importasse dapprima uno spoglio immediato
ed irrevocabile del testatore a favore del proprio erede: tanto più, che questa
congettura è in diretta opposizione con tutte le notizie, che a noi pervennero
del testamento romano, il quale appare essere stato fin dapprincipio una
attestazione solenne de eo quod quis
post mortem tuam fieri vult . calatis
comitiis, poichè egli non dice già, che il medesimo sia stato surrogato a
quello in calatis comitiis, ma dice invece:
accessit deinde tertium genus testamenti . CICERONE (vedasi), De leg., II, 19, 47. In
proposito Cuq pure osserva, che la mancipatio familiae, e quindi anche il
testamento per aes et libram più non aveva carattere religioso, 553, nota 2. È noto come il SUMNER Maine, Ancien droit, 191,
abbia coll'autorità del suo nome resa accetta a molti l'opinione, che il
testamento per aes et libram fosse di origine plebea, e che esso importasse
negli inizii una spogliazione immediata ed irre vocabile del testatore a favore
dei proprii eredi. Tale opinione non può essere ac colta; poichè il testamento
per aes et libram, anzichè essere proprio della plebe, fu invece una creazione
del ius quiritium, e quindi, al pari di ogni altro negozio qui ritario, rivestà
la forma dell'atto per aes et libram. Il motivo poi, per cui esso ri vestì la
forma di una mancipatio non sta in ciò, che esso siasi veramente riguar dato
come una vendita immediata, ma bensì nella circostanza, che esso imponeva
all'erede una quantità di obbligazioni, e fra le altre anche quella di
provvedere alla continuazione dei sacra e al pagamento dei legati. A questo
motivo si aggiunge una causa storica, ed è che il testamento per aes et libram
era un rimaneggia mento della primitiva mancipatio familiae cum fiducia, la
quale, essendo un atto di carattere puramente fiduciario, figurava come un vero
atto fra vivi. 512 397. Una volta poi che questo testamento entrò a far parte
del diritto quiritario, esso ebbe a ricevere uno svolgimento storico e Ingico
ad un tempo, non dissimile da quello delle altre istituzioni quiritarie, senza
che mai si perdessero i caratteri essenziali, con cui era penetrato nel diritto
civile di Roma. Così, ad esempio, il testamento era stato accolto nel diritto
quiri tario sotto l'apparenza di un negozio, che seguiva fra il testatore, qual
familiae venditor, e l'erede, quale familiae emptor: or bene ancora all'epoca
di Giustiniano esso conserva questo carattere, come lo provano l'unità di
contesto, che è richiesta nel testamento, e la disposizione per cui quelli, che
dipendono dall'erede, non possono servire di testimoni nel medesimo. Cosi pure
il testamento, nel suo concetto primitivo, aveva per iscopo di perpetuare
nell'erede la personalità del testatore, donde la conseguenza, che
l'istituzione dell'erede venne ad essere considerata quale caput et fundamen tum testamenti; il qual
concetto continua pure a mantenersi fino alla più tarda giurisprudenza.
Parimenti il testamento, nel suo primo presentarsi, era stato un negozio di
carattere nuncupativo, uno di quei negozi cioè, in cui la parola del testatore
costituiva legge, e noi troviamo, che in tutto il suo svolgimento posteriore
esso continua ad essere uno degli atti solenni, in cui giunge fino agli ultimi
confini l'osservanza di un linguaggio esatto e preciso; come lo provano le
espressioni solenni e precise, con cui doveva farsi l'istituzione di erede, la
diseredazione, l'istituzione di erede cum cretione, e simili. Sopratutto poi
questo carattere nuncupativo del testamento si fece palese nel tema dei legati,
in quanto che nel diritto civile di Roma le varie specie di legato vennero ad
essere determinate dalle diverse espressioni, adoperate dal testatore . Infine
anche quel principio, secondo cui la volontà del testatore costituiva legge,
continud a mantenersi anche più tardi; dapprima infatti si cercò con mezzi in
diretti, quali sarebbero l'obbligo della diseredazione e la querela di Questo carattere del primitivo testamento per
aes et libram, per cui esso si presenta come un negozio fra il familiae emptor
ed il familiae venditor, è chiara. mente attestato da Gaio, Comm., e da Ulp.,
Fragm., XX, 3 a 6. Questo carattere poi non si perdette mai completamente, ed è
ancora ricordato da GIUSTINIANO, Instit., II, 10, $ 10. È nota la distinzione
fra i legati per vindicationem, per damnationem, sinendi modo, e per
praeceptionem: in essi la volontà del testatore appare come una vera legge, e
viene ad essere analizzata e studiata come la parola stessa del legislatore. V.
Gaio, II, 192 e 222; Ulp., Fragm., XXIV. 513 inofficioso testamento, di
impedire che il testatore potesse abusare della libertà, a lui consentita dal
primitivo diritto, e fu solo con Giustiniano che si introdusse una limitazione
diretta all'arbitrio del testatore, attribuendo a certe persone il diritto ad
una porzione legittima. 398. Intanto, anche nella materia testamentaria, è
facile scorgere come accanto al diritto già formato siavi sempre una parte, che
continua ad essere in via di formazione. Quindi anche qui, accanto al
testamento civile, si esplica un te stamento pretorio; ma anche questo appare
modellato a somiglianza del primo. Per verità nel testamento pretorio più non
comparisce l'atto per aes et libram, ma debbono però intervenire due nuovi
testimoni, i quali si ritengono corrispondere al libripens ed al fa miliae
emptor: donde la necessità di sette testimoni, che dånno au tenticità al
testamento, apponendovi col testatore il proprio sigillo. Allorchè poi il
testamento pretorio è riuscito anch'esso ad avere una efficacia giuridica,
sopravvengono anche in questa parte le co stituzioni imperiali, le quali
tendono a fondere insieme le due forme di testamento, finchè si giunge al
testamento giustinianeo, il quale è ancor esso un coordinamento delle forme
anteriori. Esso infatti, secondo l'attestazione di Giustiniano, viene ad essere
costituito da un triplice elemento, cioè: dall'unità di contesto e dalla
presenza dei testimoni, che proviene dal diritto civile: dal numero di sette
testimoni e dall'apposizione del loro sigillo, che è di origine pre toria: e
infine dalla sottoscrizione del testatore e dei testimonii, che deriva dalle
costituzioni imperiali. Ciò però non toglie, che anche Giustiniano, per
imitazione dell'antico, continui a ritenere il testa mento come un negozio che
interviene fra il testatore e l'erede, nel che abbiamo una prova della logica
tenace, che è propria della giu risprudenza romana, e del metodo da essa
costantemente seguito di venire coordinando nel medesimo istituto gli elementi,
che si ven nero successivamente formando .
L'istituzione della legittima ebbe presso i Romani una lunga
preparazione prima nello stesso diritto civile, poi nel diritto onorario, la
quale non terminò che collo stesso Giustiniano. A mio avviso, il motivo degli
espedienti, a cui si appiglid il diritto, prima di venire alla fissazione di
una legittima, deve appunto essere riposto in cid, che non volevasi porre una
limitazione diretta alla volontà del testatore. Quanto alla storia della
legittima, è a consultarsi il Boissonade, De la réserve héréditaire. Chap. IV,
Paris, 1888, 61–160. Justin., Instit.,
II, 10, $ S 3 e 10. G. C., Le origini
del diritto di Roma. 33 - 514 399. A compimento di questa materia non saranno
inopportune le seguenti osservazioni intorno allo svolgimento storico del
testamento: Il testamento in Roma è un atto, in cui il quirite si presenta col
suo doppio carattere di uomo di pace e di guerra ad un tempo, come lo dimostra
il dualismo fra il testamento civile ed il testamento militare, il quale, dopo
essere cominciato colla distinzione fra il te stamento in calatis comitiis ed
in procinctu, non solo si mantiene, ma si viene accentuando sempre più fino
all'epoca diGiustiniano; 2 ° Nella storia del testamento romano si presenta
questo fatto singolare, che si vede ricomparire più tardi sotto nome di fidecom
messo, una forma di testamento analoga a quel testamento fiduciario, che era
stato il testamento primitivo in uso presso la plebe. Cid significa, che,
accanto al testamento quiritario, dovette mantenersi nelle consuetudini la
primitiva forma di testamento, la quale non riesci ad ottenere il proprio
riconoscimento, che all'epoca di Au gusto. Questi poi, accordando efficacia al
fidecommesso, fini per ce dere alla forza della pubblica opinione, e alla
nécessità di ovviare agli abusi, a cui dava luogo l'inefficacia giuridica di un
testamento, in cui tutto dipendeva dalla buona fede di colui, a cui erasi affi
dato il testatore. Noi abbiamo così una prova, che alcune delle istituzioni,
che penetrarono più tardi nel diritto quiritario, come proprie del diritto
delle genti, già preesistevano nella comunanza plebea, salvo che non erano
riuscite a penetrare in quella rigida selezione, mediante cui erasi formato il
primitivo ius quiritium. Un altro carattere di questo svolgimento storico
consisterebbe in cid, che nel diritto civile romano non riescirono mai a
mescolarsi insieme la successione testamentaria e la successione legittima; ma
questa singolarità potrà essere più facilmente spiegata nel capitolo seguente,
dopo aver discorso di quel ius connubii, di cui era una conseguenza la
successione legittima, stata accolta dal diritto civile romano . Che il fedecommesso sia sempre vissuto, se
non nel diritto, almeno nelle con suetudini del popolo romano, lo dimostra il
fatto, che Augusto si indusse a dargli efficacia giuridica per l'abuso, che
taluni avevano fatto della fiducia in essi riposta. Appena accolto poi il
fedecommesso apparve così popolare e trovò così favorevole ac coglienza, che si
dovette ben presto istituire un pretore apposito (praetor fideicom missarius).
V. Justin., Instit., II, 23, ss 1 e 2.
Rimando l'indagine intorno alle cagioni storiche della massima nemo pro parte testatus pro parte intestatus
decedere potest, al seguente capitolo V, $ 5; perchè la questione non potrebbe
essere risolta senza aver prima cercato i rapporti, in cui stavano presso i
romani la successione testamentaria e la legittima. Il ius connubii nel
primitivo ius quiritium e l'ordinamento giuridico della famiglia romana.
Sguardo generale all'argomento. 400. Più volte fu osservato dagli autori, che
la famiglia romana nella realtà dei fatti si presenta con caratteri molto diversi
da quelli, che si potrebbero argomentare dall'ordinamento giuridico di essa.
Mentre, sotto il punto di vista giuridico, la famiglia costituisce come
un'aggregazione, retta dispoticamente dal proprio capo, nel quale si vengono ad
unificare le persone e le cose, che entrano a costituirla; nella realtà invece
essa då origine ad una comunione di tutte le utilità domestiche, in cui trovano
campo a svolgersi la pietà, l'os sequio e la reciproca confidenza. Mentre,
giuridicamente parlando, havvi un unico padrone nella casa: pater familias in domu do minium habet ;
nella realtà invece anche la moglie e i figli ap pariscono comproprietarii del
patrimonio paterno: vivo quoque parente,
quodammodo condomini existimantur . Mentre infine, in base al diritto, il padre
ha perfino il ius vitae ac necis sulle persone tutte, che da lui dipendono, nel
costume invece la famiglia è sopratutto governata dal sentimento profondo dei
doveri famigliari, dalla religione, dalla morale e dal civile costume . Di
fronte ad una opposizione di questa natura fra la famiglia quale appare nel
diritto, e quale si presenta nel fatto, non è certo Ho già accennato a questo contrasto, fra la
configurazione giuridica della fa miglia e la realtà dei fatti, al nº 94, 119.
Del resto gli autori sembrano essere concordi in rilevare questa speciale
caratteristica della famiglia romana. Basterà citare fra gli altri il Savigny,
Sistema del diritto romano attuale, I, &$ 54 e 55; il JHERING, L'esprit du
droit romain, trad. Meulenaere, tomo II, SS 36 e 37, e specialmente da 190 a
214; il Gide, Étude sur la condition privée de la femme, 2a ed., par Esmein,
Paris 1885, cap. IV e V; il Voigt, XII Tafeln, II, $ 92, 241 a 256; il
MUIRHEAD, Histor, introd., 24 a 34; il Brixi, Matrimonio e di vorzio, Bologna,
1886, parte 1, passim, e specialmente ai SS 21 e 22, 87 a 110. Tra le opere
poi, che si occupano della famiglia romana in genere, ricorderò lo SCHUPPER, La
famiglia secondo il diritto romano, vol. 1°, Padova 1876; e il CENERI, Lezioni
su temi del ius familiae, Bologna.; 516 il caso di ritenere, che i Romani ci
abbiano trasmesso nel proprio diritto una immagine non conforme alla realtà dei
fatti; ma piut tosto deve credersi, che essi, anche in questa parte del proprio
di ritto, abbiano cercato di isolare l'elemento giuridico da tutti gli elementi
affini, con cui trovavasi intrecciato, e siano cosi riusciti ad una costruzione
giuridica, che fini per attribuire alla famiglia romana una rigidezza ben
maggiore di quella, che esisteva real mente nel costume. Quindi il vero
problema, che presentasi al ri guardo, sta nel ricostruire il processo storico
e logico ad un tempo, che può aver condotto i romani ad accogliere un
ordinamento giu ridico della famiglia, il quale, a giudizio degli stessi
giureconsulti, si differenziava grandemente da quello di tutti gli altri
popoli. 401. A questo proposito vuolsi anzitutto premettere, che l'ordi namento
famigliare dovette certamente essere la parte del diritto primitivo, in cui
trovavansi a maggior distanza le istituzioni già elaborate, proprie delle genti
patrizie, e le istituzioni appena ab bozzate, proprie della plebe. Ciò è
provato da quel divieto dei connubii fra il patriziato e la plebe, che si
protrasse fin dopo la legislazione decemvirale; dalle lotte accanite, a cui
diede origine l'abolizione di questo divieto per opera della legge Canuleia; ed
anche dal disprezzo ostentato dai patrizii per le unioni della plebe, come pure
dal culto di una pudicizia propria delle matrone patrizie, a cui si contrappose
più tardi una pudicizia plebea. Così stando le cose, era anche naturale, che in
questa parte le istituzioni dei due ordini dovessero riuscire più difficilmente
a fondersi e a mescolarsi fra di loro. Da una parte eravi la famiglia
patriarcale delle genti patrizie, la quale, unificata sotto la patria potestà
del padre, e stretta insieme dal vincolo dell'agnazione, era sopratutto intesa
a perpetuare la stirpe ed il suo culto, costituiva una vera corporazione
religiosa, e conduceva alla comunione delle cose divine ed umane; mentre
dall'altra eravi la famiglia della plebe, la quale, costituita dall'unione
consensuale di un uomo e di una donna, fatta palese dalla loro coabitazione,
unita dai vincoli della affinità e della cognazione, aveva piuttosto per iscopo
la procreazione della prole, e di soppor tare insieme i pesi del matrimonio. Quanto all'organizzazione domestica delle
genti patrizie; quanto a quella della plebe, lo stesso lib. I, cap. 9, pagina
188. - 517 Dei due ordinamenti però, il più forte, il più elaborato, il più
coerente in tutte le sue parti, era certamente quello delle genti patrizie;
quindi non è meraviglia, se essé in questa parte siansi ri fiutate a qualsiasi
transazione ed accordo, e siano così riuscite a dare un'assoluta prevalenza
alle proprie istituzioni domestiche. La plebe quindi, quanto all'ordinamento
della famiglia, dovette cercare in qualche modo di imitare l'organizzazione
delle famiglie patrizie; il che dovette riuscire più agevole, allorchè la plebe
primitiva venne ad essere accresciuta da un largo contingente di famiglie di
origine latina, la cui organizzazione doveva già essere analoga a quella
propria delle genti patrizie. 402. Ne consegui pertanto, che l'ordinamento
domestico, adottato dalla comunanza quiritaria, fu quello della famiglia
patriarcale propria delle genti patrizie, e che anche in questa parte i veteres
iuris conditores seguirono quel medesimo processo, a cui si erano attenuti
nelle altre parti del diritto quiritario. Essi cioè trapianta rono nella città
quell'organizzazione domestica, che già preesisteva nel periodo gentilizio; la
isolarono cosi da quell'ambiente patriar cale, in cui erasi formata, il quale
serviva a temperarne la rigi dezza; la riguardarono come organizzazione tipica
della famiglia quiritaria e presero a svolgerla logicamente in tutte le sue
parti. Siccome pertanto i concetti informatori della famiglia, nel periodo
gentilizio, si riducevano essenzialmente all'unificazione potente della
famiglia nella persona del proprio capo, ed alla tendenza della me desima a
perpetuarsi e a conservare il proprio patrimonio; cosi questi concetti vennero
in certo modo a costituire il capo saldo, da cui prese le mosse l'elaborazione
del diritto quiritario, e spinti a tutte le conseguenze, di cui potevano essere
capaci, condussero logi camente a quell'ordinamento della famiglia, che ci fu
trasmesso dal diritto civile romano. Fu in questa guisa, che ogni famiglia, nel
diritto primitivo di Roma, fini per costituire un gruppo di persone e di cose,
ordinato sotto il potere del proprio capo, e disgiunto per modo da ogni altro
gruppo, che una persona, uscendo da una famiglia, per entrare in un'altra,
cessava di avere qualsiasi rapporto giuridico colla prima. Così pure la forma
tipica del matrimonio quiritario dovette essere dapprima il solo matrimonio cum
manu; perchè solo la conventio in manu, collocando la moglie in posizione di
figlia, poteva con durre alla unificazione della famiglia nella persona del
proprio capo. 518 Accolta poi questa unificazione giuridica della famiglia
nella per sona del padre, ne derivava eziandio che il vincolo, il quale univa
imembri della famiglia, non poteva più essere quello della cogna zione,ma
doveva essere quello dell'agnazione; il quale aveva appunto la sua radice nel
potere spettante al capo di famiglia, ed era cosi una conseguenza diretta della
preponderanza dell'elemento paterno nell'organizzazione della famiglia. Se poi
tutti i membri, che costi tuiscono il gruppo, sotto il punto di vista giuridico,
appariscono unificati nel proprio capo, viene pure a conseguirne logicamente,
che tutto quello, che essi facciano od acquistino, debba in diritto ritenersi
fatto od acquistato per il medesimo. Cid infine ci spiega eziandio, come, nel
diritto primitivo romano, mentre i figli possono rappresentare il padre, ed i
servi il padrone, questa specie di rap presentazione non sia invece ammessa,
quando trattasi di persone, che appartengano ad un gruppo diverso. Così pure
sarà una con seguenza logica di questo ordinamento giuridico della famiglia,
che la persona, la quale, per adozione o per matrimonio, venga ad uscire da un
gruppo per entrare in un altro, sotto il punto di vista giuri dico, cessi di
esistere per la famiglia, da cui esce, e pigli nella fa miglia, in cui entra,
quel posto, che le sarebbe spettato, quando fosse nata nel medesimo . 403. È
poi degno di nota, che quest'organizzazione giuridica della famiglia quiritaria,
la cui elaborazione già erasi cominciata nella città esclusivamente patrizia,
ebbe occasione di svolgersi, anche più rigidamente, mediante l'istituzione del
censo serviano. Con questo infatti la famiglia venne ad essere staccata affatto
da quel l'ambiente patriarcale, che in parte aveva ancora potuto mantenersi nel
periodo della città patrizia, in quanto che ogni cittadino venne ad essere
censito, come capo di famiglia, e dovette come tale denun ziare le persone e le
cose, che da lui dipendevano, e ne costituivano in certo modo il mancipium. Fu
quindi sopratutto sotto l'influenza del censo serviano, che i diritti del padre
sulla moglie, sui figli, sui servi vennero in certo modo ad essere modellati
sul concetto rozzo, ma preciso del mio e del tuo, il quale aveva anche il
vantaggio di essere, più di qualsiasi altro, suscettivo di una vera e propria
ela Il concetto di quest'unità potente
della famiglia è uno dei più radicati nella coscienza dei primitivi romani. Si
può averne una prova nei passi di antichi autori, citati dal Voigt, Op. cit.,
II, $ 72, 6 e segg., a proposito della domus fami liaque, considerata come
un'unità organica di persone e di cose ad un tempo. berazione giuridica. L'epoca serviana
pertanto dovette essere il mo mento storico, in cui la famiglia quiritaria
cominciò ad essere mo dellata esclusivamente sul concetto di proprietà,
cosicchè le forme dei negozii, proprie del commercium, poterono essere
applicate eziandio per acquistare i diritti derivanti dal connubium. Per tal
modo la logica del diritto quiritario potè essere applicata in tutto il suo
rigore anche all'ordinamento giuridico della famiglia, e venne così ad uscirne
quella struttura giuridica della medesima, in cui tutto sembra ridursi ad una
questione di mio e di tuo . Quando poi si promulgò la legislazione decemvirale,
questa con tinud l'opera già iniziata di estendere anche alla plebe l'ordina
mento giuridico della famiglia patriarcale. Essa infatti riconobbe la
coabitazione, non interrotta per un anno, come un mezzo, che poteva servire
alla plebe per attribuire alle proprie unioni il carattere qui ritario, e rese
comune eziandio alla plebe quel sistema di succes sione legittima, che era
proprio dell'organizzazione gentilizia. Infine allorchè la legge Canuleia tolse
il divieto del connubio fra i due or dini, tutto l'ordinamento giuridico della
famiglia patriarcale venne ad essere accolto nel ius proprium civium romanorum,
salve al cune poche modificazioni, che erano imposte dalle condizioni, in cui
si trovavano le infime classi della plebe. Fu da questo momento, che la
famiglia quiritaria venne a costi tuire una costruzione giuridica, organica e
coerente in tutte le sue parti, i cui caratteri non potrebbero essere compresi,
quando si di menticasse, che la medesima è un rudere dell'organizzazione genti
lizia, trapiantato nella città, e svolto logicamente in tutte le con seguenze,
di cui poteva essere capace. È certo che un processo di questa natura doveva
finire per at tribuire alla famiglia quiritaria un carattere rigido e pressochè
inumano, perchè escludeva dall'ordinamento giuridico di essa ogni traccia di
sentimento e di affetto; ma il medesimo ebbe anche il Come il censo serviano abbia contribuito ad
isolare la famiglia dall'ambiente gentilizio, e a far considerare ciascuna
famiglia, come un gruppo separato e distinto da tutte le altre, è dimostrato, e
in questo stesso libro, cap. 1 ° e 2°,
1º. Così, ad esempio, la legge decemvirale, pur cercando di estendere
anche alla plebe il matrimonio cum manu, fu tuttavia nella necessità di aprire
l'adito fin d'allora al matrimonio sine manu, accordando alla donna di
sottrarsi al vincolo della manus, mediante l'usurpatio trinoctii, ossia
l'interruzione della coabitazione per tre notti di seguito. vantaggio di isolare ciò, che havvi di
giuridico nella famiglia, da ogni elemento estraneo, e di sottoporre così
all'elaborazione giari dica una istituzione, in cui le considerazioni religiose
e morali avrebbero ad ogni istante impedito l'applicazionedella logica propria
del diritto (iuris ratio ). Si aggiunga, che questa apparenza, pressochè
inumana, non produsse in realtà alcun inconveniente, poichè essa punto non
impedi, che il costume temperasse il rigore della costru zione giuridica; che
il iudicium de moribus, dalle XII Tavole affi dato al pretore, impedisse al
padre la dilapidazione del patrimonio famigliare; che il censore, vindice della
morale, punisse in effetto il padre, che abusasse de' proprii poteri; e che
infine il diritto stesso intervenisse a moderare i poteri spettanti al capo di
famiglia, al lorchè, per il corrompersi dei costumi, cominciò a sentirsi il
pericolo, che egli potesse abusare dei medesimi. 404. Intanto una importante
conseguenza di questo svolgimento storico fu anche questa, che, siccome
nell'organizzazione gentilizia tutto l'ordinamento famigliare metteva capo al
concetto del con nubium, cosi anche tutto l'ordinamento giuridico della
famiglia qui ritaria sembra essere derivato da quest'unico concetto. Quel
connubium infatti, che nei rapporti fra le varie genti aveva significato quella
facoltà di imparentarsi, che di regola era circo scritta ai membri delle genti,
che appartenevano allo stesso nomen, trasportato nel diritto quiritario, venne
a trasformarsi nel ius con nubii ex iure quiritium, ossia nel diritto di
addivenire alle iustae nuptiae, riconosciute dai quiriti, e di dare così
origine ad una fa miglia, organizzata ex iure quiritium, con tutte le
conseguenze, che potevano derivarne. Quindi è, che anche la famiglia ex
iure Io parlo ancora qui di una famiglia
ex iure quiritium: ma, a scanso di equi voci, devo far notare, che siccome
l'organizzazione della famiglia romana non venne ad essere comune ai due ordini
del patriziato e della plebe, che dopo la legislazione decemvirale e la legge
Canaleia, così l'espressione, solitamente adoperata da Gaio e da Ulpiano
relativamente al ius familiae, non è più quella di ius quiritium,ma bensì
quella di ius proprium civium romanorum; poichè in quell'epoca il concetto del
quirite già si era allargato in quello del civis romanus, e per conseguenza il
ius quiritium si era in certo modo travasato nel ius proprium civium romanorum.
Di qui consegue che mentre, per quello che si riferisce al ius commercü, i
giurecon sulti parlano, ancora sempre del ius quiritium (Gaio, II, 40),
trattandosi invece della manus (Id., I, 108 ) e della patria potestas (ID., I,
55 ), parlano invece di un ius proprium civium romanorum. – quiritium, al pari
del dominium ex iure quiritium, venne a costituire una famiglia privilegiata,
che può giustamente chiamarsi propria civium romanorum, in quanto essa ha certi
caratteri, che la contraddistinguono da ogni altra: quali sono la manus
delmarito sulla moglie, la patria potestas del padre sui figli, l'agnazione,
che stringe i varii membri di essa e che viene a costituire il fonda mento
della tutela e della successione legittima. Del resto il concetto, che tutti i
diritti di famiglia discendono in sostanza dal connubium, ha eziandio un
fondamento nella realtà; perchè è col connubio che viene a costituirsi una
nuova famiglia, la quale poi si esplica nella figliuolanza: il qual concetto,
trovasi mi rabilmente espresso da Cicerone, allorchè scrive: prima societas in coniugio, proxima in
liberis; deinde una domus, communia omnia . Diqui derivò la conseguenza, che la
famiglia quiritaria, pur essendo il frutto di una lunga e lenta elaborazione
giuridica, fini in sostanza per modellarsi sulla realtà dei fatti, e per
cogliere, per cosi esprimerci, l'essenza giuridica di essi. Essa quindi costi
tuisce un tutto organico e coerente in tutte le sue parti, il cui svol. gimento
può appunto essere studiato, nei tre momenti essenziali, per cui passa
l'organismo famigliare, cioè: lº nella sua origine, ossia nella iustae nuptiae
e negli effetti giuridici che derivano da esse; 2 ° nel suo svolgimento, ossia
nei rapporti fra il capo di fami glia e le persone che ne dipendono; 3º e da
ultimo nel suo disciogliersi per la morte del proprio capo, scioglimento che dà
occasione alla successione ed alla tutela legittima, fondate sul vincolo
dell’agnazione. 405. Siccome poi in questa parte il diritto delle genti
patrizie riuscì a penetrare, pressochè intatto nel diritto civile romano, e ad
imporre a tutti i cittadini una organizzazione domestica, che era propria
soltanto di una minoranza, e che per giunta era una so pravvivenza di un
periodo anteriore di convivenza sociale; cosi, in tema di diritto famigliare,
venne a farsi manifesto,meglio che altrove, il conflitto fra le istituzioni,
che riuscirono a penetrare nel diritto quiritario, e quelle invece, che
continuarono a vivere nel costume. Questo conflitto, che può scorgersi in ogni
parte del diritto fami gliare, è sopratutto evidente nella lotta fra il
matrimonio cum manu Cic., De officiis,
I, 17, 54. 522 e quello sine manu; in quella fra l'agnazione e la cognazione; e
in quella fra la successione e tutela legittima e la successione e tutela
testamentaria; e più tardi anche nella lotta fra l'hereditas e la bonorum
possessio. Sono queste lotte, che danno interesse allo svolgimento storico
delle istituzioni famigliari, spiegano le modifica zioni lente e graduate che
si introdussero nelle medesime, e dimo strano come anche in questa parte, alla
parte del diritto già formato e consolidato, se ne contrapponga costantemente
un'altra, che tro vasi in via di formazione, e che tenta di temperare il rigore
delle primitive istituzioni quiritarie. Le iustae nuptiae e la storia primitiva
del matrimonio quiritario. 406. Anche nella parte, che si riferisce al
matrimonio romano, gli ultimi studii conducono al risultato, che il medesimo,
al pari della proprietà e del negozio giuridico, dovette incominciare da un
concetto tipico, che è quello del matrimonio cum manu. Non è già che in Roma
primitiva non potessero esistere altre forme più umili di matrimonio,
sopratutto nelle costumanze della plebe; ma il ius quiritium non si curò
dapprima delle medesime, e non riconobbe gli effetti quiritarii, che al
matrimonio cum manu. Che anzi vi sono forti indizii per supporre, che l'unica
forma solenne, per contrarre il matrimonio quiritario, stata riconosciuta
finchè duro la città esclusivamente patrizia, fu quella accompagnata dalla
cerimonia re ligiosa della confarreatio, la quale importava fra i coniugi la
comunione delle cose divine ed umane. Cid sarebbe in parte Questa è la conseguenza, a cui giunse fra gli
altri l'Esmein, nel suo scritto: La manus, la paternité et le divorce dans
l'ancien droit romain, nei Mélanges
d'histoire du droit , Paris. Una prova poi di quest'antico diritto l'abbiamo in
questo, che la moglie, in questo primo periodo, chiamavasi materfami lias, e
tale nell'antico diritto era soltanto la moglie, quae in manu 'convenerat. Sono
testuali in proposito le affermazioni di CICERONE, Top., il quale scrive: genus est enim wor; eius duae formae: una
matrumfamilias, earum quae in manum convenerunt, altera earum, quae tantummodo
uxores habentur . La cosa poi è confermata da Gellio, XVIII, 6, 9, ove dice: matremfamilias appellatam eam solam, quae in
maritimanu mancipioque erat , e da Nonio MARCELLO nel passo riportato dal
BRUNS, Fontes, 390. Sopratutto è degno di nota, che l'espres sione di
materfamilias è pur quella adoperata nella formola dell'adrogatio, conser
vataci dallo stesso Gellio, V, 19, 9. Cfr. in proposito KARLOWA, Formen den rö
mischen Ehe und manus, 71, e il Brini, Op. cit., 37. 523 comprovato dalla
circostanza, che le leggi regie, ogniqualvolta ac cennano al matrimonio, si
riferiscono in modo espresso al matri monio per confarreationem. Così, per
esempio, Dionisio attribuisce a Romolo di aver richiamato alla pudicizia le
donne romane, rico noscendo questa sola forma di matrimonio, e parla anche di
una legge attribuita a Numa, con cui sarebbesi stabilito, che il figlio, il
quale fosse addivenuto alle nozze confarreate col consenso del ge nitore, non
potesse più essere venduto dal medesimo. Tutto ciò significa, che le genti
patrizie, fondatrici della città, presero senz'altro le mosse da una forma di
matrimonio, che pree • sisteva nel periodo gentilizio, e che il loro matrimonio
continud nella città a celebrarsi con una certa solennità religiosa e
patriarcale; come lo dimostrano l'intervento del pontefice e del flamine di
Giove, la cerimonia simbolica per cui i coniugi gustano insieme il pane di
farro, ed anche la presenza dei dieci testimonii, in cui si vollero ravvisare i
rappresentanti delle curie, in cui dividevasi la tribù, a cui appartenevano gli
sposi. Non pud poi esservi dubbio intorno al l'altissimo concetto, che queste
genti patrizie avevano del matrimonio, il quale, oltre all'essere strettamente
monogamo, importava l'unione perpetua de' coniugi, e la comunione fra essi
delle cose divine ed umane (divini et humani iuris comunicatio). Che anzi, a
questo proposito, sembra pure essere probabile, che questa forma primitiva di
matrimonio non potesse dapprima dar luogo al divortium, ma soltanto al repudium,
il quale doveva essere accompagnato dalla cerimonia religiosa della
diffarreatio, e poteva solo aver luogo nei casi, che erano determinati dal
costume e dalla legge. Cosi pure è a questo primitivo concetto del matrimonio
presso le genti pa trizie, che deve rannodarsi quel disprezzo per la donna che
passi a seconde nozze, di cui trovansi ancora le traccie nel diritto poste
riore di Roma (3 ). Ad ogni modo egli è certo, che questa forma di matrimonio,
in Dion., II, 25 e 27. V. sopra lib. II,
nº 268, 329 Cid sarebbe attestato da PLUTARCO, nella Vita di Romolo, 22, in un
passo, che è riportato dal Bruns, Fontes, 6. Una prova poi, che il matrimonio
per confar reationem doveva durare tutta la vita, si rinvien lle attestazioni
di Gellio, X, 15, 23, e di Festo, vº Flammeo, dalle quali risulta, che alla
moglie del flamine di Giove, le cui nuptiae farreatae erano un ricordo del
matrimonio primitivo, non era consentito il divorzio. Cfr. Esmein. È a consultarsi in proposito il dotto lavoro
del DELVECCHIO, Le seconde noeze del coniuge superstite, Firenze 1885, 12 a 15.
524 cui apparisce quel carattere eminentemente religioso, che è proprio delle
genti patrizie, non poteva appartenere alla plebe. Per questa il matrimonio
dovette avere più un'esistenza di fatto, che una con. sacrazione di diritto, e
consistere in una unione fondata sul reci proco consenso, fatta manifesta
mediante la coabitazione dei coniugi, piuttosto che con cerimonie di carattere
giuridico e religioso ad un tempo. 407. Era frammezzo a queste due istituzioni,
di carattere compiu tamente diverso, di cui una era forse importata dall'antico
Oriente, mentre l'altra si ispirava alle tendenze spontanee dell'umana natura,
che dovette formarsi un diritto comune alle due classi. Questo fu il problema,
che dovette risolvere la legislazione decemvirale, e la cui difficoltà era
tanto più grande, in quanto è probabile, che le classi più infime della plebe
stentassero a comprendere un matri monio, come quello cum manu, che costituiva
la moglie in condi zione di figlia del proprio marito. Questo potere del
marito, il quale, corretto dal patriarcale costume, conduceva all'unificazione
della fa miglia patrizia, poteva invece cambiarsi in un dispotismo pericoloso,
allorchè fosse esteso a classi sociali, che non vi fossero preparate da una
lunga educazione civile. È questa speciale condizione di cose, che spiega i
singolari tem peramenti, che a questo proposito furono adottati dalla
legislazione decemvirale. In questa infatti i decemviri, mentre da una parte si
studiano di fornire alla plebe un facile mezzo per addivenire allo acquisto
della manus, e di dar cosi carattere giuridico al proprio matrimonio, collo
stabilire che basti perciò la coabitazione di un anno (usus), dall'altra si
trovano nella necessità di aprire l'adito ad un matrimonio sine manu,
accordando alla donna il mezzo di sottrarsi alla manus, coll'interrompere la
coabitazione per tre notti di seguito (trinoctium ). 408. Colla legislazione
decemvirale non sembra essersi andato più oltre nella elaborazione di un
diritto comune ai due ordini; poiché In
base all'attestazione di Gaio, l'usus, qual mezzo di acquisto della manus, non
fu che un'applicazione della teoria dell'usucapione: la donna poi, che avesse
voluto sottrarvisi, doveva ogni anno interrompere la coabitazione per tre notti
di seguito. Questa parte della legge sarebbe dal Voigt, XII Tafeln, I, 708,
assegnata al n° 1', tav. IV, e ricostrutta nei seguenti termini: si qua nollet in manu mariti convenire,
quotannis trinoctio usum interficito .
sussisteva ancora il divieto dei connubii fra il patriziato e la plebe.
Quando invece il divieto fu tolto dalla legge Canuleia, si dovette sentire la
necessità di introdurre un modo essenzialmente quiritario per l'acquisto della
manus, che poteva essere comune al patriziato ed alla plebe. Fu allora, che si
ebbe ricorso a quell'atto per aes et libram, che era la forma solenne propria
del negozio quiritario, e si diede cosi origine alla coemptio, quale modo di
acquistare la manus. Non potrei quindi ammettere l'opinione, che considera la
coemptio, come la forma essenzialmente plebea del matrimonio cum manu, e neppur
quella, che ravvisa nella medesima una compra della moglie per parte del marito.
La coemptio in Roma non fu che un'applicazione dell'atto quiritario per
eccellenza, che era l'atto per aes et libram, e venne cosi ad essere un
espediente giuridico per esprimere l'acquisto di quel potere del marito sulla
moglie, che nel ius quiritium era indicato col vocabolo generico di manus
. La questione della precedenza dei
varii modi riconosciuti dal diritto romano per l'acquisto della manus fu assai
discussa in questi ultimi tempi. Secondo il Mac LENNAN, Primitive marriage, 2me
édit., 1876, 71,avrebbe preceduto l'usus, poscia sarebbesi introdotta la
coemptio, e da ultimo sarebbe venuta la confarreatio. Anche secondo il BERNHÖFT,
Staat und Recht der römischen Konigszeit, 1882, 187, l'usus sarebbe più antico
della coemptio: mentre invece quest'ultima, secondo il Karlowa, Formen der
römischen Ehe und manus, avrebbe avuta la precedenza sull'usus. Per risolvere
la questione conviene bene intenderci. O si vuol fare la storia dei modi di
contrarre il matrimonio presso le primitive genti italiche, e in allora non
ripugna, che anche presso le medesime la moglie sia stata prima rapita e poscia
comprata; o si vuol invece determinare l'ordine, in cui queste varie forme
penetrarono nel diritto romano, e in allora, pur ammettendo, che i vocaboli del
primitivo diritto romano possano ancora richiamare uno stato ante riore di
cose, si può però affermare con certezza, che le varie forme di matrimonio,
adottate dal diritto romano, sono già il frutto di una vera e propria
elaborazione giuridica. Quanto all'ordine cronologico, con cui queste varie
forme furono accolte, esso non potè essere che il seguente, cioè dapprima fa
accolta nel ius proprium civium romanorum la confarreatio dei patres o patricii;
poscia fu riconosciuto l'usus di un anno per dar carattere giuridico alle unioni
della plebe; da ultimo, quando si comunicarono i connubii, comparve anche la
coemptio, la quale fu comune ai due ordini, e come tale finì per avere la
prevalenza su tutti gli altri modi di acquistare la manus. Cfr. ESMEIN. Non posso quindi accogliere l'opinione
sostenuta da molti autori, che la coemptio fosse di origine plebea, e che essa
implicasse la compra della moglie per parte del marito. Cfr. SCHUPFER, La
famiglia nel diritto romano; Voigt, XII, Tafeln, II, $ 159; BRINI, Matrimonio e
divorzio, 50. La coemptio non fu invece, che una nuova applicazione dell'atto
per aes et libram, e perciò deve ritenersi come una creazione del diritto
quiritario, nell'intento di attri 526 Essa quindi, al pari di ogni atto
quiritario, componevasi di due parti, cioè: lº dell'atto per aes et libram,
compiuto colle solite formalità ed inteso ad esprimere l'acquisto della manus
per parte del marito; 20 e della nuncupatio solenne, le cui parole non ci sono
perve nute, ma la cui sostanza, secondo Servio e Boezio, consisteva in una
reciproca interrogazione, con cui lo sposo interrogava la sposa se volesse assumere
a suo riguardo la qualità di madre di famiglia, e questa interrogava lo sposo
se volesse assumere quella di padre di famiglia. Ciò intanto ci spiega, come la
coemptio, sotto un aspetto, abbia potuto essere descritta da Gaio come una
compra fittizia della moglie per parte del marito, e sotto un altro invece
colla sua stessa denominazione sembri indicare il reciproco consenso degli
sposi nel riconoscersi rispettivamente la qualità di padre e di madre di
famiglia (invicem se coemebant). È poi probabile, che, come il vocabolo di
coemptio è certamente modellato su quello di confarreatio, cosi anche le parole
solenni, che accompagnavano la coemptio, fossero una imitazione di quelle, che
erano adoperate nella confarreatio, esclusi però i riti religiosi, che
accompagnavano quest'ultima. 409. Questo svolgimento storico deimodi,
riconosciuti dal diritto quiritario, per contrarre il matrimonio cum manu,
lascia abbastanza buire la manus al marito, e di attribuire carattere giuridico
al matrimonio romano. In esso quindi è già scomparsa qualsiasi idea di vendita
della figlia, sebbene non sia improbabile, che il vocabolo possa ancora
ricordare un' epoca anteriore, in cui la moglie fosse effettivamente comprata.
Cfr. MUIRHEAD,l'appendice sulla coemptio in fine al volume, nota B, 441. Che
l'essenza della coemptio fosse per dir così simboleggiata in un reciproco
acquisto, che facevano i due sposi, non è solo comprovato dal vocabolo, ma è
atte stato da Servio, in Aen., IV, 103 (Bruns, pag.402), allorchè dice: Mulier atque vir inter se quasi coemptionem
faciunt; da Nonio MARCELLO, vº nubentes (Bruns); da Isidoro, Orig., $ 24, 26
(Bruns, 407); e sopratutto da Boazio nei commenti alla Top. di Cic., dove,
appoggiandosi all'autorità di Ulpiano, dice che il marito e la moglie sese in coemendo invicem interrogabant (BRUNS, 399). Solo farebbe eccezione Gaio, I,
113, il quale dice, che nell'atto per aes et libram is emit mulierem, cuius in manum convenit ;
ma la cosa si comprende, quando si tenga conto che la coemptio componevasi di
due parti, e quindi se nel l'atto per aes et libram doveva certo figurare come
compratore il marito, che acqui stava la manus, nulla impedisce, che nella
nuncupatio gli sposi apparissero uguali, e reciprocamente si interrogassero se
volessero assumere rispettivamente fra di loro la qualità di pater e di
materfamilias, V. in senso contrario BRINI, Op. cit., 51. 527 scorgere il
contributo diverso, che vi arrecarono il patriziato e la plebe. Non vi ha
dubbio anzitutto, che la confarreatio dovette essere di origine patrizia, come
lo dimostrano il suo carattere eminente mente religioso, e l'origine di essa,
che rimonta ad un'epoca ante riore all'ammessione della plebe alla cittadinanza
romana. Che anzi, egli è probabile, che, anche dopo, la confarreatio abbia
continuato ad essere usata di preferenza dalle genti originariamente patrizie,
come lo dimostra il fatto, che essa continud a sussistere anche sotto gli
imperatori, sopratutto per considerazioni di carattere religioso. Noi sappiamo
infatti, che i figli nati da tale matrimonio conserva rono più tardi certi
privilegii religiosi, che convengono assai bene ai discendenti dell'antico
patriziato. Essi soli infatti erano ammessi a certi sacerdozii; soli potevano
figurare in certe cerimonie reli giose, ed erano anche indicati coi nomi
speciali di patrimi e di matrimi. Così pure il matrimonio per confarreationem
era il solo, a cui potessero addivenire i flamini di Giove, di Marte e di Qui
rino, i quali negli inizii dovevano appartenere all'ordine patrizio. Per contro
può affermarsi con una certa probabilità, che l'usus, ossia la coabitazione non
interrotta per un anno, qual mezzo per fare acquistare la manus, non potè
essere che un mezzo per tras formare i matrimonii di fatto, proprii della plebe,
in matrimonii di diritto, che come tali erano produttivi della manus. Ciò
spiega come l'usus, quanto aimatrimonii, abbia potuto produrre lo stesso
effetto dell'usucapio, quanto all'acquisto della proprietà ex iure quiritium, e
come i decemviri abbiano applicato la stessa regola in argomenti, che pur erano
cosi compiutamente diversi . Da ultimo la coemptio vuol essere considerata come
il modo di contrarre il matrimonio cum manu, essenzialmente proprio dei
quiriti, e come tale dovette essere introdotto, quando già erano permessi i
connubii fra patrizii e plebei, cosicchè essa, fin dalle sue origini, dovette
essere comune agli uni ed agli altri. Noi troviamo Gaio. Nel passo già citato di Boezio, in cui
egli parla delle varie forme di matrimonio, fondandosi sull'autorità di Ulpiano
(Bruns), si dice espressamente che
confarreatio solis pontificibus conveniebat . Cfr. Esmein, Op. cit., 7,
nota 1. La ragione fu questa, che tanto
l'usucapio, applicata alle cose, quanto l'usus, qual mezzo per acquistare la
manus, si proposero il medesimo'intento, quello cioè di cambiare una posizione
di fatto in una posizione di diritto. 528 infatti, che la coemptio viene ad
essere la forma dimatrimonio, che incontra maggior favore presso le varie
classi dei cittadini; cosicchè, nei rapporti di famiglia, essa sembra compiere
quella funzione stessa, che compie la mancipatio nel trasferimento della
proprietà quiritaria. Quindi al modo stesso, che accanto alla mancipatio
effettiva abbiamo visto svolgersi la mancipatio cum fiducia, così accanto alla
coemptio effettiva, che sottoponeva la moglie alla manus del marito, vediamo
pure svolgersi quel singolare istituto della coemptio fiduciaria, la quale
serve come espediente per sottrarre la donna alla tutela degli agnati, e per
metterla in condizione di poter fare testamento. Intanto perd la coemptio
dovette avere per effetto di attribuire un carattere essenzialmente civile
almatrimonio, che nella confar reatio aveva un carattere eminentemente
religioso. Quindi viene ad essere probabile, che colla introduzione di essa
anche il matrimonio cum manu abbia cominciato ad essere suscettivo del
divorzio, il che non sarebbe consentaneo col carattere religioso della
confarreatio. Nella coemptio infatti la manus viene ad essere l'effetto di un
con tratto, e perciò può essere risolta nel modo stesso, in cui ebbe ad essere
acquistata, cioè mediante la remancipatio . 410. Intanto il carattere e
l'origine diversa dei varii modi per contrarre il matrimonio cum manu, pud
anche spiegare le sorti GAIO. GAIO. Se siammette che il matrimonio
primitivo per confarreatio nem non consentisse il divorzio, è un grave problema
quello di spiegare, come il mede simo abbia potuto essere introdotto anche nel
matrimonio cum manu, e persino essere esteso al matrimonio per confarreationem,
il quale doveva però ancor sempre essere accompagnato dalla diffarreatio. V.
Festus, pº diffarreatio; Bruns. Alcuni ritengono, che il divortium abbia
cominciato a svolgersi nel matrimonio sine manu, e poi da questo siasi anche
esteso a quello cum manu (Cfr. Esmein, Op. cit., 23 e segg.); ma non parmi
probabile un'imitazione di questa natura. Piuttosto il cambiamento venne a
farsi, allorchè, accanto al matrimonio religioso per confar reationem, venne a
svolgersi il matrimonio civile per coemptionem. Fa in quella occasione, che al
rito religioso sottentrò l'idea del contratto, la quale rese applica bile il
divortium, anche al matrimonio cum manu. L'applicabilità poi di questo
divortium anche al matrimonio cum manu, e precisamente a quello contratto per
coemptionem, parmi che non possa essere posta in dubbio di fronte al passo di
Gaio,. I, 137, ove, paragonando la moglie ad una figlia di famiglia, dopo aver
detto che la figlia non può costringere il padre ad emanciparla, aggiunge
quanto alla moglie: haec autem (virum ),
repudio misso, proinde compellere potest, atque si ei nun quam nupta fuisset .
529 diyerse, che ciascuno di essi ebbe nell'ulteriore svolgimento del diritto
civile romano. Noi sappiamo infatti, che l'usus, fra i modi di acquistare la
manus, fu il primo a scomparire, poichè secondo Gaio hoc ius partim legibus sublatum est, partim
ipsa desuetudine obliteratum est. Esso infatti era stato un espediente per dar
carattere quiritario ai matrimonii della plebe, che prima non l'avevano, e
quindi si com prende che le leggi e il costume tendessero ad abolirlo,
allorchè, mediante la coemptio, anche la plebe venne ad avere un mezzo di retto
per acquistare la manus. La confarreatio invece, colla introduzione della
coemptio, venne ad essere più circoscritta nel proprio uso, ma intanto fu
quella, che ebbe a perdurare più lungamente; provenisse ciò dalla tenacità con
servatrice, che era propria delle genti patrizie, o da considerazioni di
carattere religioso. Questo è certo, che Gaio parla della confar reatio, come
di cerimonia che era in uso ancora ai suoi tempi; poichè i flamini maggiori e
il rex sacrorum dovevano esser nati da nozze confarreate, e non potevano
contrarre altrimenti il proprio matrimonio. Noi sappiamo tuttavia da Tacito,
che il mantenere questa antica tradizione ebbe talvolta a dar luogo a
difficoltà, per trovare le persone, che potessero essere elevate alla dignità
di fla mini, il che sarebbe appunto accaduto al tempo di Tiberio, e che le
matrone ottennero in quell'occasione dal senato, che il matri monio per
confarreationem non dovesse più produrre gli effetti di un tempo, sopratutto
quanto ai diritti del marito sui beni della moglie Infine la coemptio diventò senz'alcun dubbio
il modo più frequente per contrarre il matrimonio cum manu, e non scomparve che
cessare di questa forma di matrimonio; cessazione, che venne ope randosi verso
il finire dell'epoca repubblicana, più nel costume che per opera di legge,
stante la prevalenza sempre maggiore, che venne acquistando il matrimonio sine
manu (3 ). Gaio, I, 111. GAIO, I, 36; Tacito, Ann. IV, 6. (3 ) La
laudatio Thuriae scritta dal marito, Q. Lucrezio Vespillone, console nel 735 di
Roma, riportata dal BRUNS, dimostra che verso il finire della Repubblica il
matrimonio sine manu già cominciava a praticarsi anche nelle grandi famiglie.
Tuttavia il fare un elogio speciale di Turia per aver fatto a meno della
conventio in manu, a differenza della sua sorella, e per avere, malgrado di ciò,
lasciato il suo patrimonio all'amministrazione del marito, dimostra che un
fatto (Un autore recente, il Bernhöft, ebbe a considerare l'esten dersi e il
prevalere del matrimonio sine manu, come un segno di decadenza del primitivo
costume di Roma . A me parrebbe invece, che questa importantissima
trasformazione dell'ordinamento giuridico della famiglia romana, debba essere
considerata come una conse guenza necessaria dello svolgimento della vita
cittadina, che veniva a poco a poco cancellando le vestigia dell'anteriore
organizzazione patriarcale. È ovvio infatti lo scorgere, che la manus, mentre
era una istituzione confacente all'organizzazione gentilizia, perchè da una
parte serviva ad unificare la famiglia, e dall'altra era temperata dal
patriarcale costume, trapiantata invece nella città, ove le famiglie vivevano
isolate le une dalle altre, poteva essere sorgente di gravi pericoli,
sopratutto nelle infime classi della plebe, poichè lasciava la moglie priva di
qualsiasi difesa, contro il potere dispotico del proprio marito. Fu questo il
motivo, per cui i decemviri, i quali pur miravano, come si è veduto, ad
estendere a tutte le classi dei cittadini l'or. ganizzazione patriarcale della
famiglia patrizia, si trovarono tuttavia nella necessità di lasciar l'adito
aperto ad un matrimonio sine manu, dando alle donne il singolare diritto di
interrompere l'usus, collo assentarsi dalla casa maritale per tre notti di
seguito. Fu poi una conseguenza di questo provvedimento, che in ogni tempo in
Roma, accanto al vero matrimonio ex iure quiritium, venne ad esistere di fatto
un matrimonio sine manu, che non producera le conse guenze rigide del
matrimonio cum manu. Il diritto civile non si preoccupo dapprima di questa
forma più umile di matrimonio, e quindi esso si limitò a svolgersi come un
matrimonio di fatto, di fronte al vero matrimonio ex iure quiritium, che era il
matri monio cum manu. Giunse però un tempo, in cui lo svolgersi della vita
cittadina finì per rendere grave il vincolo della manus, anche per le donne,
che appartenevano alle classi sociali più elevate, e fu in allora che il
matrimonio sine manu cominciò ad entrare nella pratica comune, e dovette essere
preso in considerazione anche dal diritto proprio dei quiriti. Tutto ciò però
accadde lentamente e gra datamente, per modo che lo svolgimento del matrimonio
sinemanu, simile costituiva ancora a quei tempi una eccezione degna di nota
nelle famiglie di condizione elevata. Cfr. De-Rossi, L'elogio funebre di Turia,
negli Studii e do cumenti di storia e
diritto . Roma, BERNHöft, Voigt, XII Tafeln, di fronte a quello cum manu,
presenta una singolare analogia collo svolgersi della proprietà in bonis, di
fronte alla proprietà ex iure quiritium. Quindi al modo stesso, che la
proprietà in bonis:i venne a poco a poco modellando su quella ex iure quiritium,
così anche il matrimonio sine manu venne delineandosi lentamente sulmodello del
matrimonio cum manu, per modo che esso fini per assorbire ed assimilare in se
medesimo il concetto etico, che ispirava il primitivo matrimonio delle genti
patrizie, che era il matrimonio cum manu. Quindi è, che nel matrimonio sine
manu scompariscono bensì le 80 lennità dirette all'acquisto della manus, ma si
mantiene la neces sità della deductio della sposa in domum mariti, quasi ad
indicare che essa abbandona la casa del padre per entrare in quella del marito,
la quale continua sempre a considerarsi come il domicilium matrimonii. Così
pure anche nel matrimonio sinemanu si trasfonde il concetto altissimo del
matrimonio cum manu, come lo dimostrano la maritalis affectio, e la perpetua
vitae consuetudo, di cui parlano i giureconsulti classici nella definizione del
matrimonio, al lorchè era già scomparsa la manus. 412. Cid pero non impedisce,
che dalla sostituzione delmatrimonio sine manu a quello cum manu, siano
derivati degli importantissimi effetti nell'ordinamento giuridico della
famiglia romana, che possono essere cosi riassunti: lº Accanto al concetto
della materfamilias, che era in certo modo assorbita nella personalità del capo
di famiglia, viene a deli nearsi la figura dell'uxor, la quale, senza essere
uguale al marito (vir ), comincia però già ad avere una propria personalità
giuridica, distinta da quella del marito; La pratica del divorzio viene ad
essere più facile, poichè, più non essendovi l'acquisto della manus, più non si
dovette richie Credo che questa analogia
fra il processo seguito dai Romani nello svolgere il diritto di famiglia e
quello di proprietà non apparirà come puramente fantastica, quando si tenga
conto della correlazione evidente fra il concetto dei matrimonii cum manu e
sine manu coi concetti del mancipium e del nec mancipium, e più tardi con
quelli del dominium ex iure quiritium e di quello in bonis; fra la fun zione,
che compie la mancipatio, in tema di proprietà, e quella che compie la
coemptio, in tema dimatrimonio; tra la mancipatio cum fiducia e la coemptio
fidu ciae causa; e infine la correlazione anche più singolare fra l'usus
auctoritas, appli cato all'acquisto dei fondi, e l'usus, applicato all'acquisto
della manus sulla moglie. 532 - dere per il divorzio, nè la diffarreatio, nè la
remancipatio, ma poté bastare il reciproco consenso del marito e della moglie;
Sopratutto poi ebbe ad avverarsi un grave cambiamento nella posizione economica
della moglie di fronte al marito. Senza affermare infatti, che l'istituto della
dote sia veramente sorto col matrimonio sine manu, questo è certo, che la dote,
qual concorso della moglie a sostenere i pesi del matrimonio, non potè
svolgersi che col matrimonio sine manu; poichè un simile concorso non avrebbe
potuto avverarsi di fronte a quell'unificazione potente, che veniva ad essere
l'effetto della manus. Cid intanto ci spiega, come la dote, anche col
matrimonio sine manu, abbia cominciato dal di ventare proprietà del marito, e
siansi richieste stipulazioni speciali, perchè esso o i suoi eredi fossero
tenuti a restituirla. Non potrei invece ammettere, che il matrimonio sine manu
debba considerarsi come una causa della decadenza della corruzione del costume
romano. Basta perciò osservare, che il matrimonio sine manu, quale ebbe ad
esser concepito dai romani, poteva condurre ad un ideale più elevato dello
stesso matrimonio cum manu. In questo infatti l'unità della famiglia veniva ad
essere imposta dalla legge, mentre nel matrimonio libero la comunione delle
cose divine ed umane veniva ad essere il frutto del libero accordo e della con
fidenza reciproca. Non fu quindi il matrimonio sine manu, che O per Sonovi autori, che vorrebbero rannodare
l'origine dell'istituto della dote al matrimonio sine manu, V. fra gli altri
PADELLETT, e Cogliolo, Saggi di evoluzione, 33. A questo proposito conviene
intenderci. O per dote si intende cid che la moglie o il padre di lei consegna
al marito in occa sione del matrimonio, e la dote in questo senso dovette
rimontare anche all'epoca del matrimonio cum manu, come lo dimostra l'esistenza
di un'antichissima dotis dictio e di un'actio dictae dotis. Voigt, XII Tafeln,
II, 486. dote si intende invece l'istituto già svolto, per modo che essa venga
ad apparire come il concorso della moglie a sostenere i pesi del matrimonio ed
attribuisca alla moglie una personalità distinta da quella del marito, e questa
non potè svolgersi col ma trimonio sine manu, perchè in quello cum manu lo
svolgimento dell'istituto era impedito dall'unificazione potente della famiglia
e del suo patrimonio nella persona del proprio capo. Intanto ciò spiega la
necessità di apposite stipulazioni, per la resti tuzione della dote, intorno
alle quali è da vedersi GELLIO, il quale dice, che la opportunità di esse
avrebbe cominciato a sentirsi dopo il divorzio di Spurio Carvilio Ruga, seguito
nel 523 dalla fondazione di Roma. Cfr.
in proposito quanto scrive il Labbé nell'articolo intitolato: Du mariage romain
et de la manus, nella Nouvelle Revue
historique corruppe il costume, ma fu
piuttosto il costume che abbassò l'altis. simo concetto del matrimonio. Il
pater familias e i poteri al medesimo spettanti. 413. Fermo il concetto, che in
Roma primitiva la famiglia, sotto il punto di vista giuridico, costituisce un
tutto organico, separato da ogni altro ed ordinato sotto il potere del proprio
capo, sarà facile il comprendere come la logica quiritaria non scorgesse nella
mede sima che un capo, il quale comanda, ed un complesso di persone, le quali
debbono obbedire. Da una parte havvi il pater familias, che è l'unica
personalità giuridica riconosciuta dal primitivo ius qui ritium: dall'altra
sonvi le persone, che dipendono da esso, cioè la moglie, i figli ed i servi,
che in antico dovettero tutte essere sot toposte alla medesima manus, e furono
perfino indicate col vocabolo generico e comprensivo di familia od anche
dimancipium. Il padre è quegli, che è padrone nella casa, che figura nel censo
colle persone e cose che da lui dipendono, che risponde di tutti i suoi
dipendenti di fronte alla comunanza quiritaria; perciò i diritti, che a lui
spet tano sulle persone componenti la famiglia, sono modellati in tutto e per
tutto su quelli, che a lui appartengono sul patrimonio della medesima. Ciò
tuttavia non deve essere considerato come un indizio, che i romani
confondessero il potere sulle persone col potere sulle cose; ma soltanto che
essi, nel modellare la costruzione giuridica della famiglia, si collocarono al
punto di vista del mio e del tuo, e una volta accolto il medesimo lo spinsero a
tutte le conseguenze, di cui poteva essere capace. Intanto se nella concezione
primitiva era unico il potere spettante al capo di famiglia sulla moglie, sui
figli e sui servi, viene pure ad essere probabile, che questo potere sia stato
indicato con un unico vocabolo, il quale con tutta verosimiglianza dovette
essere quello di manus, la quale designava in genere la potestà giuridica spet
tante al quirite. Fu poi nell'elaborazione ulteriore, che in questo L'autore, che ha recato incontestabilmente il
maggior numero di prove per dimostrare, che il vocabolo di manus indicò in
genere la potestà giuridica, spettante al capo di famiglia, è certamente il
Voigt, Op. cit., II, SS 79 e 80. Cid però non toglie che il vocabolo di manus,
pur indicando in senso largo la potestà spettante anche sulle cose, designasse
in modo più specifico il potere sulle persone, e fosse così pres sochè un
sinonimo di potestas. 534 concetto sintetico e comprensivo cominciò ad apparire
una prima distinzione, per cui mentre il vocabolo di manus, pur conservando in
qualche caso la sua significazione generica, fini per indicare più specialmente
il potere del marito sulla moglie, quello invece di po testas indico di
preferenza il potere del padre sui figli e sui servi, e venne cosi a
distinguersi in patria ed in dominica potestas. Quanto al vocabolo mancipium,
esso non scomparve, ma fini per restringersi ad indicare il complesso delle
cose spettanti al capo di famiglia, e qualche volta servi ad indicare il
complesso dei servi. Infine, siccome anche le persone libere potevano essere
date a mancipio, ed essere poste così transitoriamente in condizione di servitù;
cosi dovette pure aggiungersi la categoria giuridica delle persone quae in mancipii causa sunt e che come tali servo rum loco habentur. Allorchè poi questi
aspetti diversi di un unico potere si furono differenziati gli uni dagli altri,
ciascuno potè obbedire al proprio concetto ispiratore, e ricevere cosi uno
svolgimento storico compiutamente diverso. Di questi poteri, quello, che per il
primo ebbe a sostenere un rude conflitto colle esigenze della vita cittadina,
fu la manus, ossia il potere del marito sulla moglie. Sopravvivenza
dell'organizzazione patriarcale, la manus appariva disadatta nella città, ove
non era più temperata dal patriarcale costume, e convertivasi in un potere
dispotico del marito sulla moglie. Se a ciò si aggiunga, che le donne, le quali
avevano da sottomettersi alla manus, dovevano prima consentirvi, e avevano per
giunta la protezione dei proprii genitori, sarà facile il comprendere come la
conventio in manu, dopo essere stata la regola, sia divenuta l'eccezione,
finchè fini per cadere com piutamente in disuso. Con ciò non deve già
intendersi, che il marito perdesse ogni autorità sulla propria moglie, ma solo
che la moglie non fu più assorbita nella personalità del capo di famiglia,
ma Secondo Gaio, I, 52 e 55, il vocabolo
di potestas comprenderebbe tanto il potere sui servi, quanto quello sui figli;
quello di manus, invece il potere del ma rito sulla moglie (I, 109). Quando
esso viene poi a parlare delle personae, quae in mancipio sunt, I, 116 e segg.,
comincia dal premettere, che anche i figli e la moglie mancipari possunt nel
modo stesso, in cui lo possono i servi: il che dimostre rebbe, che il vocabolo
di mancipium,nella sua significazione più larga, comprendeva eziandio tutte le
persone soggette alla potestà del padre. Quanto alle persone, quae in causa
mancipii sunt, vedi lo stesso Gaio,
acquistò una certa indipendenza dal proprio marito, sopratutto sotto
l'aspetto economico. 415. Così invece non accadde della patria potestas. Questa
non ha più bisogno di essere volontariamente accettata, come la manus, ma deve
invece essere necessariamente subita, e sotto un certo aspetto può anche
apparire come una conseguenza del fatto della nascita. Mancò quindi il
principale motivo, che contribuì alla abo lizione della manus del marito sulla
moglie: donde la conseguenza, che la patria potestà potè più a lungo conservare
nel diritto romano le sue fattezze primitive, e fu quindi un'istituzione, in
cui la logica quiritaria ebbe campo a spiegarsi in tutto il suo rigore. Il
padre dal punto di vista giuridico si appropria tutti gli acquisti, che siano
fatti dai figli; pud vendere ed anche uccidere i proprii figli; può
rivendicarli, se gli siano sottratti; può dargli a mancipio, se abbiano recato
un danno, che egli non voglia risarcire. È però a notarsi, che anche in questa
parte la costruzione giuridica non risponde sempre alla realtà dei fatti;
poichè in sostanza i figli si ritengono compro prietarii del padre, nè mostrano
di lagnarsi di un potere, a cui il costume reca gli opportuni temperamenti, e
che loro non impedisce di aspirare e di giungere agli onori e alle magistrature
della città. Anche qui fu il corrompersi dei costumi, che fece sentire il peri
colo di un potere illimitato e senza confine, e fu allora, che il di ritto
civile romano, pur serbando integro il concetto della patria potestà, venne
attribuendo forma e carattere giuridico a quei tem peramenti della medesima,
che prima esistevano soltanto nel costume. Fu in questa guisa, che il diritto
romano, senza derogare alla supe riorità del padre, fini per riconoscere una
certa personalità giuridica anche al figlio, il quale venne così ad avere un
proprio caput, e un proprio status nel seno della famiglia, ed introdusse eziandio
dei temperamenti, sia quanto alla durata, che quanto agli effetti della patria
potestà. 418. Noi troviamo infatti, che, mentre la patria potestà continud a
durare per tutta la vita, venne formandosi l'istituto dell'emancipa zione, in
cui si assiste ad una singolare trasformazione, per cui il potere, che al padre
appartiene, di vendere il proprio figlio, viene a V. in proposito il precedente $ nella parte
relativa al conflitto del matrimonio cum manu e di quello sine manu, nn. .
Voigt convertirsi in un espediente per liberarlo dalla patria potestà. Anche
qui abbiamo una applicazione dell'atto quiritario, ossia dell'atto per aes et
libram, salvo che, in base alla letterale interpretazione delle XII Tavole, per
l'emancipazione di un figlio si richiedono tre man cipazioni, mentre,
trattandosi di figlie o di nipoti, basta una semplice mancipatio. Ed è notabile
eziandio, che questa emancipazione, pur attribuendo al figlio una libertà ed
indipendenza, che prima non aveva, continua pur sempre ad essere considerata
come una capitis diminutio; poichè sotto il punto di vista giuridico,
l'emancipato cessa di appartenere a quel gruppo famigliare, da cui esce
mediante l'emancipazione, e viene cosi a perdere quello status, che a lui ap
parteneva rimpetto alla medesima. Che anzi il rigore del diritto primitivo si
spinge fino al punto da escludere l'emancipato dalla successione per legge alla
morte del padre, e toccherà poi al diritto pretorio il cercare con mezzi
indiretti di ovviare a queste conse guenze, le quali, pur essendo conformi alla
logica giuridica, ripu gnano però ai naturali sentimenti ed affetti . Cosi
pure, mentre si mantiene sempre il concetto primitivo, che tutti gli acquisti
del figlio debbono sotto l'aspetto giuridico essere at tribuiti al padre, si
viene a poco a poco attribuendo carattere giu ridico all'istituzione dei
peculii. Non può infatti esservi dubbio, che i peculii già dovevano preesistere
nel costume, almeno sotto la forma di peculium profecticium, che era quel
piccolo patrimonio, di cui il Gaio. Si è
molto disputato circa la ragione probabile delle tre man cipazioni, che sono
richieste per l'emancipazione del figlio. Alcuni vogliono scorgere in ciò un
indizio del più forte vincolo, con cui il figlio intendevasi congiunto al
proprio padre. A parer mio, sembra invece molto più probabile, che questa
triplice mancipazione richiesta per i figli sia stata, come dice Gaio, I, 132,
una conseguenza della letterale interpretazione data alla legge delle XII
Tavole, secondo cui si pater ter filium
venum duit, filius a patre liber esto . Per tal modo una disposizione, che era
evidentemente introdotta per impedire al padre di abusare della persona del suo
figlio,dandolo a mancipio più di tre volte, si cambiò in un mezzo per
emanciparlo. Negli altri casi invece, a cui non estendevasi la lettera di
questa disposizione, per trattarsi o di una figlia o di un nipote, potè bastare
una semplice mancipazione per produrre ilmedesimo effetto. Le singolarità di
questo genere si possono facilmente spiegare, quando si tenga conto della lette
rale osservanza della legge, che era un carattere della primitiva iuris
interpretatio. Questa interpretazione del resto trova un appoggio in
Dionisio. Vedi quanto all'emancipatio,
in quanto costituisce una capitis diminutio, ciò che si disse al nº 338, 424,
nota 4. Aggiungerò tuttavia agli autori colà ci tati il Voigt, Op. cit., II, $
73, presso il quale occorre una raccolta completa dei passi relativi
all'argomento, 27 e 28, note 12, 13, 14. 537 padre concedeva una separata
amministrazione al figlio;ma ciò punto non impedi, che essi, solo assai tardi e
gradatamente,abbiano ottenuto il loro riconoscimento giuridico. Ed è notabile
eziandio l'ordine e il processo, con cui vennesi operando tale riconoscimento,
poichè si comincið dall' attribuire al figlio i guadagni, che egli avesse fatti
servendo nella milizia (peculium castrense ); poi si assomigliarono ai lucri,
da lui fatti in guerra, quelli fatti nell'esercizio delle pro fessioni liberali
(peculium quasi castrense); da ultimo si presero in considerazione tutti quegli
acquisti, che a lui fossero provenuti dagli ascendenti materni o in qualsiasi
altra guisa (bona adventicia ). Intanto, mentre si modellavano così le varie
specie di peculii, si introduceva ad un tempo una sapiente ed acconcia
graduazione per determinare a queste proposito i diritti, che appartenevano al
padre ed al figlio . Questi temperamenti tuttavia non tolgono, che la patria
potestà continuasse sempre ad essere il rudere meglio conservato dell'an tica
organizzazione della famiglia patriarcale, e quindi non è me raviglia se ad
operá compiuta gli stessi giureconsulti fossero colpiti dal carattere
particolare della patria potestà del cittadino romano, di fronte alle
istituzioni degli altri popoli. L'importanza di questa unificazione della
famiglia sotto la patria potestà del padre viene a farsi anche più evidente,
quando trattasi di quelle istituzioni, che hanno per iscopo di supplire in
qualche modo al difetto di figliuolanza. Esse sono l'adrogatio, con cui si
viene a sottoporre alla patria potestà una persona sui iuris, e la semplice
adoptio, con cui un figlio ancora sottoposto alla patria potestà di una
persona, viene ad essere costituito sotto la patria potestà di un altra. Le
origini dell'una e dell'altra rimontano senza alcun dubbio all'organizzazione
della famiglia patriarcale, nella quale
L'antichità del peculium è dimostrata dalla stessa etimologia della
parola (a pecudibus). Del resto è facile a comprendersi, che lo stesso accentramento
della famiglia nel proprio capo rendeva indispensabile la concessione di un
certo peculio, così ai figli che ai servi. Anche qui pertanto il ius civile non
creò già l'istituzione; ma la raccolse dalle costumanze, e diede alla medesima
configurazione giuridica. Quanto all'ordine, con cui furono accolte le diverse
forme di peculia, cfr. MUIRHEAD, Op. cit., pagg. 344 e 347; il PADELLETTI,
Storia del dir. rom., ediz. Cogliolo, nota 4; SERAFINI, Istituzioni di diritto
romano. Sono poi degne di nota, quanto all'istituzione dei peculii, le
osservazioni del SumnER MAINE, L'ancien droit, 134. 538 si proponevano
l'intento importantissimo di perpetuare la famiglia ed il suo culto. Quella
perd fra esse, che produceva più gravi ef fetti, al punto di vista gentilizio,
era certamente l'adrogatio, come quella che sopprimeva in certo modo una
famiglia ed il suo culto, per rendere possibile la perpetuazione di un'altra.
Essa quindi, nella comunanza gentilizia, dovette probabilmente essere compiuta
coll'approvazione dei capi di famiglia, o degli anziani del villaggio; donde la
conseguenza, che quando fu poi trasportata nella città, essa fu uno di quegli
atti solenni, che, al pari del testamento, dovevano es sere compiuti in calatis
comitiis, coll'intervento dei pontefici, i quali dovevano vegliare al
mantenimento dei culti pubblici e privati, e colle forme di una vera e propria
legge. L'adoptio invece, riferen dosi a persona, che era ancora soggetta alla
patria potestà, suppo neva da una parte la rinunzia del padre al proprio
potere, il che facevasi col mezzo della mancipatio, applicando al solito l'atto
per aes et libram, e dall'altra la sottomissione del figlio alla patria po
testà dell'adottante, il che compievasi davanti al magistrato, me diante quella
finta rivendicazione ed aggiudicazione, che costituiva l'in iure cessio. 418.
Intanto qui viene ad essere evidente, che, siccome trattavasi di istituzioni di
origine esclusivamente patrizia, perchè era sopratutto nella famiglia patrizia,
che era viva ed efficace l'aspirazione a per petuare se stessa ed il proprio
culto, cosi lo svolgimento storico di queste istituzioninon ritiene le traccie
di un contributo diretto, che possa avervi recato la plebe. Le forme infatti,
che le accompagnano, o sono di origine patrizia, come quella relativa
all'adrogatio, o sono invece una elaborazione giuridica del diritto quiritario,
comequelle che circondano l'adoptio, senza che trovinsi le traccie di un modo
di adozione, che possa essere di origine plebea. Ciò però non tolse, che anche
l'arrogazione e l'adozione abbiano finito per diventare una istituzione comune
a tutti gli ordini sociali; ma intanto a misura che ciò accade, esse perdono
sempre più il loro carattere gentilizio, finchè finiscono per informarsi ad un
con cetto ispiratore compiutamente diverso. Esse infatti col tempo ces Questo effetto dell'adrogatio è efficacemente
espresso da PAPIN., Leg. 11, 2, Dig.: dando se in arrogando testator cum capite
fortunas quoque suas in familiam et domum alienam transfert . Quanto alle
origini dell'adrogatio nel pe riodo gentilizio, vedi lib. I, n° 25, 31. Le
differenze poi fra l'adrogatio e l'a doptio sono sopratutto poste in evidenza
da Gellio, V, 19. 539 sano dall'essere un mezzo per perpetuare la famiglia ed
il suo culto; ma si limitano allo scopo di procurare le gioie della
figliuolanza a coloro che siano privi della medesima, per guisa che in contrad
dizione col diritto primitivo, anche le donne poterono adottare ed essere
adottate. Così pure queste istituzioni, che negli inizii stacca vano affatto
una persona dalla sua famiglia, per trasportarla in un'altra, finirono per
modificarsi in guisa da contemperare i diritti della famiglia naturale con
quelli della famiglia adottiva. 419. Rimane ora a dire brevemente del potere
del padre di fa miglia sui servi. Anche qui non pud esservi dubbio, che la
servitù rimonta al periodo gentilizio, e che essa non dovette essere propria
delle genti italiche, ma comune a tutte le genti; come lo dimostra il fatto,
che i Romani non riguardarono mai la servitù come istitu zione loro propria, ma
comeuna istituzione del diritto delle genti . La medesima sotto un certo
aspetto era un compimento necessario della famiglia patriarcale: perchè senza
di essa questa non avrebbe potuto costituire un gruppo, che potesse bastare a
se stesso. È quindi naturale, che quando il capo di famiglia entrò a parte
cipare alla comunanza quiritaria, esso comparisse nella medesima non solo colla
moglie e colla figliuolanza, ma anche coi servi, i quali vennero ad essere
compresi nel suo mancipium, e costituirono così una parte integrante della
famiglia romana (3 ). Per tal modo i servi diventarono in Roma gli strumenti
intelligenti del cittadino romano, il quale potè valersi di essi per esercitare
qualsiasi ne gozio o commercio, senza derogare alla sua dignità, ed anche per
evitare ai proprii figli l'ignominia di una eredità passiva, chia mandoli anche
loro malgrado a succedergli, in qualità di heredes necessarii. Si comprende
quindi, che al punto di vista giuri dico i servi fossero considerati come cose,
anzichè come persone, e che il potere del padrone sopra di essi apparisse
illimitato e senza confine. Tuttavia, anche qui la famigliarità dei rapporti
fra il pa drone ed i servi, l'intimità di vita, che eravi talora tra i
figliuoli Quanto all'ultimo stadio del
diritto civile romano nello svolgimento dell'ado zione, vedi Justin., Instit.
II, XI. Fra gli altri Gaio, I, 52,
dichiara espressamente, che la potestas sui servi iuris gentium est. (3 ) Come
i servi costituissero una parte integrante della famiglia risulta ad evi. denza
dai passi raccolti dal Voigt, XII Tafeln, II, 12 e segg., e note relative. (4 )
GAIO, II, 152; ULP., Fragm. XXII, 11 e 24. 540 - dell'uno e quelli degli altri,
l'abnegazione frequente dei servi per il loro padrone, e la necessità stessa,
in cui fu la legge di porre dei limiti alla facoltà di manomettere i proprii
servi, sono circo stanze che dimostrano, come anche la condizione effettiva dei
servi, sopratutto nei primi tempi di Roma, non corrisponda in ogni parte alla
severità, con cui essa ebbe ad essere governata sotto l'aspetto giuridico. 420.
In ogni caso è cosa fuori di ogni dubbio, che la condizione dei servi ebbe a
subire ancor essa una trasformazione profonda nel pas saggio
dall'organizzazione gentilizia alla città propriamente detta. Giuridicamente
parlando, il potere del padrone appare forse più rigido nella città, che non nel
periodo gentilizio; ma in essa il servo ha il vantaggio di poter essere fatto
libero, e di essere così elevato alla dignità di cittadino. Mentre dapprima il
servo manomesso do veva, per la stessa necessità delle cose, cercare protezione
e tutela nel gruppo, a cui apparteneva, e quindi col cessare di esser servo
doveva trasformarsi in cliente: nella città invece, sopratutto dopo Servio
Tullio, a cui si attribuisce di aver attribuita la cittadinanza ai servi
affrancati, il servo manomesso venne ad essere sotto la protezione della
pubblica autorità, e potè colla libertà acquistare anche la cittadinanza. Colla
manomissione pertanto viene a verifi carsi la più profonda trasformazione nello
stato giuridico, di cui ci porga esempio il diritto civile romano. Con essa il
servo, che era considerato come una cosa, viene a trasformarsi in una persona,
e colui, che non aveva nė libertà, nè cittadinanza, nè posizione nella famiglia,
viene ad acquistare tutte queste cose ad un tempo. Solo rimangono le traccie
dell'antico stato di cose nella istituzione del patronato, la quale deve perciò
essere considerata come una soprav vivenza dell'organizzazione gentilizia.
Malgrado di ciò, questa impor tantissima trasformazione nello stato di una
persona viene dapprima ad essere rimessa intieramente all'arbitrio del quirite,
il quale può manomettere i proprii servi vindicta, censu, testamento, ed ha
cosi potestà di accrescere indefinitamente il numero dei cittadini romani. Nota giustamente l'HÖLDER, Istituz., $ 42, 117,
che il servo, ancorchè sia considerato come una cosa, non perde però la sua
qualità d'uomo, poichè gli si ri conoscono le facoltà, che lo distinguevano
come uomo, prima dell'altrui dominio. È questo il motivo, per cui il potere
sullo schiavo chiamavasi potestas, e gli atti acqui. sitivi da lui compiuti
erano stati validi, come se fossero stati compiuti dal suo padrone. 541 Anche
qui fu solo più tardi, che l'esercizio illimitato di questa po testà privata
sembrò essere in conflitto colle esigenze del pubblico interesse, e allora,
mentre da una parte si cercd di assicurare i di ritti del patrono sull'eredità
dei liberti, dall'altra si cerco di met tere dei confini alla manomissione dei
servi, il che si ottenne in parte coll'introdurre gradazioni diverse nella
libertà, che era accor data ai servi. Fu in questa guisa, che al concetto di
un'unica libertà i giureconsulti, interpretando le leggi Aelia Sentia e Junia
Norbana, sostituirono le categorie diverse dei latini, dei latini iu niani, e
dei dediticii, la cui libertà può essere migliore o peggiore, secondo che essa
lasci più facile l'adito alla cittadinanza romana: pessima itaque, conchiude Gaio, eorum
libertas est, qui dediti ciorum numero sunt, nam ulla lege, aut senatus
consulto, aut con stitutione principali aditus illis ad civitatem romanam
datur . 421. Da ultimo anche le persone
libere, quae in causa mancipii erant,dovettero pur esse avere un posto in
questa costruzione giuridica della famiglia romana, il che si ottenne
collocandole nella posizione di servi (servorum loco habentur), per tutto quel
tempo per cui erano date a mancipio. Tuttavia i giureconsulti stessi hanno cura
di notare, che la concezione giuridica non deve in questa parte essere confusa
colla realtà, come lo prova questa notevole proposizione di Gaio: admonendi sumus, adversus eos, quos in
mancipio ha bemus, nihil nobis contumeliose facere licere; alioquin iniuria rum
actione tenebimur: ac ne diu quidem in eo iure detinentur homines, sed
plerumque hoc fit dicis gratia, uno mo mento, nisi scilicet ex noxali causa
mancipentur. Con ciò parmi di aver abbastanza dimostrato, che la rigidezza, con
cui fu modellata nel diritto civile di Roma la potestà spettante al capo di
famiglia, trova la sua causa in ciò, che i Romani, anche in È notabile a questo riguardo, che il più
antico diritto di Roma, come lasciava al cittadino piena libertà dimanomettere
i propri servi, così, in omaggio sempre alla libertà del testatore,non aveva
tutelato in nessun modo le ragioni del patrono contro il testamento del liberto.
Ciò viene attestato da Gaio, il quale, dopo aver detto, che olim licebat liberto patronum suum impune in
testamento prae terire aggiunge poi che
il diritto pretorio e poscia la legge Papia Poppea avevano cercato di riparare
a questa iuris iniquitas. Gaio, 1, 26;
Ulp., Fragm., I, 5. (3 ) Gaio questa parte, trasportarono nella città il potere
del capo di famiglia patriarcale; lo isolarono dall'ambiente, in cui erasi
formato e da ogni elemento estraneo al diritto; e riuscirono così a dare una
configu razione prettamente giuridica, ad un potere, che in realtà conti nuava
poi a trovare molti temperamenti nel costume e nella morale. Questi caratteri
della famiglia romana trovano poi una conferma nel modo, in cui era governata
la successione legittima, nel primi tivo diritto di Roma. La successione e la
tutela legittima nel primitivo ius quiritium. L'ordinamento giuridico della
famiglia primitiva in Roma presenta eziandio questa singolarità, che mentre,
vivo il padre, tutto sembra unificarsi in lui, mancando invece il medesimo,
senza aver disposto delle proprie cose per testamento (si intestato moritur),
ricompare una specie di comproprietà famigliare fra le persone, che dipendono
dalla sua patria potestà. Queste persone infatti son chia mate a succedergli
come heredes sui; non possono respingerne la eredità (heredes sui et
necessarii); che anzi, senza bisogno di una vera e propria accettazione,
sembrano essere direttamente investite dalla legge stessa di quel patrimonio
famigliare, di cui già prima apparivano comproprietarie: sui quidem heredes, dice Gaio, ideo
appellantur, quia domestici heredes sunt et vivo quoque parente quodammodo
domini existimantur . Molti autori combatterono il concetto di questa
comproprietà fa migliare, dicendola in contraddizione colla unificazione
potente della famiglia romana nella persona del proprio capo. A nostro avviso
invece questa specie di comproprietà, che i giureconsulti pongono a fondamento
della successione degli heredes sui, può essere facil mente spiegata e
conciliata coll'unità potente della famiglia romana, GAIO.
Fra gli autori, che combattono questa comproprietà famigliare, mi
limiterò a citare il PADELLETTI, Op. cit., 201, e il Cogliolo, Saggi di
evoluzione nel di ritto privato, 108 e segg.; il quale, a 111, in nota, fa pure
un elenco degli autori, che tengono per l'una o per l'altra opinione. Fra
quelli, che ammettono questa comproprietà famigliare, vuolsi aggiungere il
DUBOIS, La saisine héréditaire en droit romain, Paris, 1880, 63, e il
CARPENTIER, Essai sur l'origine et l'étendue de la règle: nemo pro parte
testatus, pro parte intestatus decedere potest, nella Nouvelle Revue historique quando si ritenga che la famiglia quiritaria
non è in sostanza, che la stessa famiglia patriarcale, trasportata nella città,
ed isolata dal l'ambiente gentilizio, in cui erasi formata. La famiglia
patriarcale infatti riuniva appunto due caratteri, pressochè opposti fra di
loro; quello cioè di apparire da una parte unificata nella persona del padre,
il che la rendeva unita e compatta per la lotta, che doveva sostenere cogli
altri gruppi, da cui era circondata; e quello di sup porre dall'altra
un'assoluta comunione di tutte le utilità domestiche, il che produceva
un'intima solidarietà fra le persone, che entravano a costituirla. In questo
senso potevasi dire di essa con Cicerone:
una domus, communia omnia . Questa solidarietà e compro prietà fra i
membri del medesimo gruppo famigliare viene ad essere dimostrata dai seguenti
indizii: che il primitivo heredium era di sua natura trasmessibile di padre in
figlio; che il padre trovava un ostacolo alla dilapidazione del patrimonio
famigliare, nel iudicium de moribus per parte del consiglio degli anziani della
gens; che il padre infine non poteva disporre delle proprie cose per testamento,
nè scegliersi un figlio adottivo senza l'approvazione degli altri capi di
famiglia, che appartenevano alla sua gente o tribù. Vero è, che tutti questi
temperamenti del potere patriarcale del capo di famiglia sembrano scomparire,
quando, col formarsi della città, la famiglia venne ad essere staccata dal
gruppo patriarcale, di cui entrava a far parte, e il capo di essa apparve così
investito di un potere illimitato e senza confini; ma ciò deve essere
considerato come un effetto di quella elaborazione giuridica, che tendeva ad
uni ficare la famiglia nella persona del proprio capo. Era quindinatu rale,
che, quando questa unificazione non era più possibile per la mancanza del capo,
risorgesse la primitiva comproprietà famigliare fra le persone libere, che
appartenevano allo stesso gruppo. Che anzi la stessa unificazione potente del
gruppo nel proprio capo do veva determinare una specie di comunione fra i
membri del gruppo, e condurre così alla conseguenza giuridica, che in questo
caso non si avverasse una vera successione, ma il dominio del padre conti
nuasse in certo modo nella persona dei figli; conseguenza, che ebbe ad essere
mirabilmente espressa dal giureconsulto Paolo: in suis heredibus evidentius
apparet continuationem dominii eo rem per ducere, ut nulla videatur hereditas
fuisse, quasi olim hi domini Ho cercato
di dimostrare questi caratteri della proprietà famigliare nel periodo
gentilizio. essent, qui, vivo etiam
patre, quodammodo domini existimantur. Itaque post mortem patris non
hereditatem percipere videntur, sed magis liberam bonorum administrationem
consequuntur. Fu in questa guisa, che la famiglia primitiva potè perpetuarsi
nelle generazioni, e cambiarsi in un organismo immortale e perpetuo, poichè i
figli apparivano come i continuatori della personalità del padre, e al modo
stesso, che dovevano perpetuare il culto domestico, così dovevano raccoglierne,
anche loro malgrado, l'eredità. 423. Nè si può ammettere, che questa specie di
comproprietà, a cui accennano i giureconsulti, sia un concetto penetrato più
tardi nella classica giurisprudenza, per spiegare il passaggio del patrimonio
famigliare dal padre nei figli : poichè questo intimo rapporto fra l'hereditas
ed i sacra, è certo un concetto, che rimonta all'an tichissimo diritto, come
pure è a questo, che deve farsi risalire quella posizione del tutto speciale,
che gli heredes sui assumono di fronte agli altri ordini di eredi. Questa
distinzione infatti già doveva esistere nella universale coscienza, all'epoca
della legislazione decem virale. In questa infatti non si fa menzione espressa
della succes sione dell'heres suus, ma solo vi si accenna come a cosa, che na
turalmente accade, e che quasi non abbisogna di speciale menzione; mentre è
solo per il caso, in cui non siavi un heres suus, che le XII Tavole determinano
l'ordine della successione per legge, chia mando alla medesima prima l’agnatus
proximus, e in mancanza del medesimo i gentiles: si intestato moritur, cui suus heres nec
escit, adgnatus proximus familiam habeto; si adgnatus nec escit, gentiles
familiam habento . Che anzi a questo proposito parmi di poter con fondamento
inol trare la congettura, che in occasione della legislazione decemvirale le
genti patrizie cercarono di trasportare nel ius proprium civium PAOLO, Leg., Dig. V. nel CARPENTIER, una
raccolta di testi che confermano questa comproprietà famigliare. Tale sarebbe l'opinione del PADELLETTI, Op.
cit., 201. (3 ) Queste due disposizioni delle XII Tavole, secondo il Voigt, Op.
cit., I, 704, sarebbero la 2a e la 3a legge della Tav. IV. A questo proposito
poi il Voigt, Op. cit., II, 387, sembra ritenere, che esistesse una
comproprietà di fatto, ma non di diritto. Convien però ammettere, che tale
comproprietà producesse, dopo la morte del padre, delle vere conseguenze di
diritto, dal momento che faceva considerare gli heredes sui, come continuatori della
personalità del padre, e li metteva anzi nella impossibilità di rinunziarvi.
Vedi Gaio, I, 157. - 545 romanorum, e di rendere così comune a tutte le classi
quel sistema di successione ab intestato, che doveva già esistere nel loro
costume durante il periodo gentilizio. Noi sappiamo infatti dagli stessi giu
reconsulti, che colle XII Tavole soltanto ebbe ad essere introdotto il sistema
di successione legittima, e ne abbiamo anche una prova nella circostanza, che
fu perfino introdotto un ordine di eredi le gittimi, che era quello dei
gentiles, il quale non poteva certo appar tenere alla plebe, dal momento che
questa non possedeva le gentes. Per tal modo il patriziato, che già aveva
trasportata nella comu nanza quiritaria la propria organizzazione domestica,
riusci eziandio a farvi penetrare il proprio sistema di successione. Di qui la
con seguenza, che anche il sistema successorio dei romani deve essere
considerato come una sopravvivenza dell'organizzazione patriarcale della
famiglia patrizia; come lo dimostra la circostanza, che esso fondasi
esclusivamente sull'agnazione, non tiene alcun conto della cognazione, e si
propone come scopo esclusivo di perpetuare il pa trimonio nella famiglia
agnatizia, e di farlo ritornare alla gente, al lorchè siasi estinta la famiglia.
Per tal modo, in base alla legislazione decemvirale, noi veniamo a trovarci di
fronte a tre ordini di eredi, che sono: lº gli heredes sui, nei quali si
comprendono la moglie, i figli cosi maschi come femmine e gli altri discendenti
nella linea maschile, tutte le per sone insomma, che erano soggette alla patria
potestà del capo di famiglia; 2 ° gli agnati, cioè tutti coloro, che discendono
per la linea maschile da un comune autore, alla cui potestà sarebbero stati sog
getti, quando non fosse premorto; 3º e da ultimo i gentiles, ossia tutti coloro,
i quali, più non essendo compresi nella familia omnium agnatorum, hanno però
comune la discendenza da un medesimo Che
la successione e la tutela legittima siano state introdotte dalle XII Ta vole,
mentre queste non avrebbero fatto altro, che confermare le successioni testa
mentarie, è cosa a più riprese affermata da ULPIANO, Fragm. XI, 3, e XXVII, 5.
Di qui ilMuirhead avrebbe perfino indotto, che i decemviri abbiano creato di
pianta l'ordine degli agnati, come tutori e successori legittimi. Ho già
dimostrato più sopra, 39, nota 1", che questa opinione non può essere
accettata, perchè l'ordine degli agnati già esisteva nell'organizzazione
gentilizia, ed il concetto dell'agnazione stava a fondamento della medesima; ma
intanto questa sua opinione può essere accolta, quando sia intesa nel senso,
che i decemviri colle XII Tavole estesero anche alla plebe quel sistema di
successione legittima, che le consuetudini avevano già svolta presso le genti
patrizie. C., Le origini del diritto di Roma. antenato, e come tali hanno
ancora ilmedesimo nome e appartengono alla stessa gente. 424. È poi degno di
nota il modo diverso, con cui questi varii ordini di eredi sono chiamati a
succedere. Finchè trattavasi di heredes sui, essi, essendo soggetti alla patria
potestà della stessa persona, e come tali appartenendo almedesimo gruppo,
venivano in certo modo ad essere eredi di se stessi; esclu devano gli
emancipati, le figlie passate a matrimonio e cosi entrate in un'altra famiglia,
tutti coloro insomma, che erano già usciti dal gruppo; non abbisognavano di
vera accettazione dell'eredità, ma suc cedevano anche loro malgrado (heredes
sui et necessarii): non potevano essere spogliati dell'eredità mediante
l'usucapio pro he rede; infine succedevano per stirpe, ossia per
rappresentazione, perchè nella costituzione della famiglia primitiva i figli
rappresen tano il padre. Quando trattavasi invece di agnati, il patrimonio
doveva già uscire da un gruppo per passare ad un altro: quindi la legge, per
impedirne la suddivisione soverchia, si limitava a devolverlo allo agnatus
proximus, escludendone ogni altro. Questi però non può più essere considerato
come un heres suus, ma è già un heres extraneus, perchè più non appartiene al
gruppo famigliare nello stretto senso della parola. Egli quindi ha già facoltà
di accettare o di respingere l'eredità, e può vedersi usucapita l'eredità da
altre per sone. Nella interpretazione dei giureconsulti prevalse poi
l'opinione, che nell'ordine degli agnati non dovesse farsi luogo alla
successione per stirpi o per rappresentazione, forse perchè nel concetto romano
è solo nei limiti della stessa famiglia, che i figli appariscono come i
rappresentanti dei loro genitori. Quindi è, che l'agnato prossimo esclude tutti
gli altri agnati, e se egli non accetti o non possa ac cettare l'eredità,
questa viene ad essere devoluta all'altro ordine, ossia ai gentiles . Gaio, 1 a 8; Ulp., Fragm., XXIV, 1 a 3. GAIB, III, 9 a 15, Ulp., Fragm., XXIV, 1.
L'enumerazione, che Gaio ed Ulpiano fanno degli agnati, confermano il concetto,
che ho svolto nel lib. I, 38 e 39, secondo cui la cerchia degli agnati sarebbe
stata determinata da quella in divisione di patrimonio, che, morto il padre,
mantenevasi fra i fratelli e i loro di scendenti per la linea maschile. Questo
gruppo continuava in certo modo l'unità indivisa della famiglia, e costituiva
quella famiglia più grande, che fu chiamata 547 Qui però l'espressione della
legge cambia, in quanto che essa dice senz'altro: si agnatus proximus nec escit, gentiles
familiam habento ; il che fa ritenere, che i gentili non fossero chiamati a
succedere come individui, ma in quanto costituivano l'ente collet tivo della
gens, cosicchè l'eredità sarebbe in certo modo ritornata alla gente considerata
nella propria universalità, e sarebbe così ve nuta a ricadere in quell'ager
gentilicius, da cui si erano staccati i primitivi heredia delle singole
famiglie. Era sopratutto in questa parte, che erasi cercato di mantenere viva
nella città l'antica orga nizzazione gentilizia: ma l'istituzione non potè
mantenersi a lungo come lo dimostra Gaio, il quale parla di questo ius
gentilicium, come di cosa andata da lungo tempo in disuso. Non ha poi bisogno
di essere dimostrato, che questo sistema di successione per legge, desunto
dall'antica organizzazione gentilizia, trovava il proprio compimento nella
disposizione, per cui la succes sione del cliente o del liberto, che fosse
morto senza testamento o senza eredi suoi, veniva dalla legge ad essere
devoluta al patrono, od ai figli di lui, od infine alla gente del patrono: si cliens in testato moritur, cui suus heres
nec escit, pecunia ex eius fa milia in patroni familiam redito . omnium
agnatorum. Quando poi venne meno quest' indivisione del patrimonio, si
chiamarono agnati tutti coloro, che sarebbero stati soggetti alla patria
potestà, quando il padre non fosse premorto. Fra essi ULPIANO, loc. cit.,
comprende anzitutto quelli, che egli chiama i consanguinei, id est fratres et sorores ex eodem patre ;
poscia, quando questi manchino, gli altri agnati prossimi id est cognatos virilis sexus, per mares
discendentes, eiusdem familiae, Gaio,
III, 17; UlP., Fragm., XXIV, 1. Noi abbiamo tuttavia CICERONE, De orat., I, il
quale accenna ad una causa di eredità, dibattutasi davanti ai Centum viri fra i
Claudii patrizii ed i Marcelli discendenti da un loro liberto, in cui dice che
gli oratori delle parti dovettero occuparsi
de toto stirpis ac gentilitatis iure . Sembra tuttavia, che anche
all'epoca di Cicerone fossero già infrequenti le cause di questo genere. Ulp., L. 195,
1, Dig. Nella ricostruzione del Voigt, questa legge sarebbe la 4a della
Tavola IV. Vedi ciò che dice lo stesso Voigt, II, 392 e 393, quanto alla
successione del patrono al liberto. Anche quanto alla successione del liberto
si manifesta una specie di antagonismo fra la successione testamentaria e la
legittima; poichè,mentre nella prima il liberto poteva nei primi tempi (V.
Gaio, III, 40-41) dimenticare impunemente il suo patrono, la seconda invece,
introdotta eziandio dalle XII Tavole, tendeva a richiamare il patrimonio del
liberto alla famiglia del patrono, quando il primo fosse morto senza eredi
suoi. 548 425. Per contro è assai degno di nota, che, unitamente al sistema
della successione legittima, dalla legislazione decemvirale fu eziandio
introdotto il sistema della tutela legittima. Di cid abbiamo l'espressa
attestazione dei giureconsulti : ma la prova più convincente vuolsi riporre
nella circostanza, che il sistema della tutela legittima, quale ebbe ad essere
regolato dalle XII Tavole, é coordinato con quello della successione legittima,
ed obbedisce al medesimo concetto ispi ratore. Per giustificare la cosa i
giureconsulti più tardi misero in nanzi la considerazione, che l'onere della tutela
doveva cadere su coloro, che avevano il vantaggio della successione: ubi emolu mentum successionis, ibi onus
tutelae ; ma la causa storica deveessere cercata nel fatto, che tanto la tutela,
che la successione le gittima si informano ancora ai concetti
dell'organizzazione genti lizia, da cui furono desunte, e come tali mirano a
conservare il patrimonio prima alla famiglia agnatizia e pos cia alla
gente. Viene così a comprendersi, come nel sistema primitivo la tutela degli im
puberi ed anche la cura dei prodighi e dei furiosi, fosse affidata agli agnati
ed ai gentili; come le donne, anche perfectae aetatis, cadessero sotto la
tutela degli agnati; come infine le res mancipii, spettanti alle medesime e ai
pupilli, non potessero essere usucapite, quando non si fossero alienate col
consenso del tutore. Così pure viene a spiegarsi quel singolare carattere della
tutela primitiva del l'impubere, la quale mira piuttosto alla conservazione del
patrimonio, che non alla educazione della persona, la cui cura soleva essere
lasciata alla madre ed agli altri congiunti, i quali si ispiravano di
preferenza all'affetto del sangue, che all'interesse gentilizio di ser bare
integro il patrimonio famigliare. Chi tuttavia riguardi al posteriore
svolgimento del diritto civile romano, può facilmente inferirne, che tanto il
sistema della successione, quanto quello della tutela legittima, non trovarono
mai favorevole svolgimento nella opinione comune della cittadinanza ro mana.
Conformi al modo di pensare di quella minoranza patrizia, che si atteneva
strettamente alle tradizioni gentilizie, esse invece ripugnavano al modo di
sentire delle altre classi, i cui rapporti di
Ulp., Fragm. È da vedersi, quanto alla tutela legittima e ai suoi
caratteri peculiari, il Pa DELLETTI, Op. cit., 188 e le note relative. 549
famiglia si ispiravano di preferenza al vincolo naturale del sangue e della
cognazione. A misura poi, che le traccie dell'organizzazione gentilizia si
venivano dissolvendo sotto l'influenza della vita citta dina, questo sistema di
successione e di tutela apparve disadatto a quei magistrati stessi, che
dovevano applicarlo. È questo il motivo, per cui Gaio a questo proposito non
parla solo di sottigliezze del l'antico diritto, ma di vere iuris iniquitates;
alle quali cercò poi di riparare il diritto pretorio, introducendo, accanto
alla successione legittima, una successione pretoria, e creando, accanto ai
tutores legitimi, i tutores Atiliani o dativi. Fu pur questo il motivo, per cui
i giureconsulti mal potevano spiegarsi la tutela perpetua, a cui le donne erano
sottoposte nell'antico diritto, e vennero creando essi stessi degli espedienti
giuridici, quale fu quello veramente ca ratteristico della coemptio cum fiducia,
per liberarle da una tutela, le cui ragioni dovevano forse essere cercate in un
periodo anteriore di organizzazione sociale. In ogni caso poi una prova di
questa generale condanna del si stema di successione e di tutela legittima può
scorgersi eziandio nel largo sviluppo che presero in Roma la successione e la
tutela testamentaria, e nell'antagonismo che sembra esistervi fra le due
maniere di successione. $ 5. – Rapporti fra la successione legittima e la
testamentaria nel diritto primitivo di Roma. 427. È noto che in Roma la
successione legittima e la testamen taria non poterono mai fondersi insieme, e
si mantennero anzi in una specie di antagonismo fra di loro. Ciò è dichiarato
espressa mente dal giureconsulto, che scorge nelle due istituzioni un natu Fra i giureconsulti, che non sanno darsi
ragione della tutela perpetua, a cui le donne erano sottoposte, abbiamo Gaio,
I, 190. È tuttavia a notarsi, che egli, più sotto, I, 192, finisce per indicare
la vera ragione, per cui anche le donne erano sot toposte alla tutela dei loro
agnati; la quale consiste in ciò, che siccome gli agnati erano chiamati a
succedere alle donne, che morissero ab intestato, così essi avevano interesse a
che esse, senza il loro consenso, non potessero fare testamento, nè alienare le
cose più preziose, che entravano a costituire il patrimonio. Per tal modo la
tutela degli agnati ebbe lo scopo stesso della loro successione legittima,
quello cioè di conservare il patrimonio nella famiglia agnatizia; il qual
concetto è per certo uno di quelli, le cui origini debbono essere cercate nel
periodo gentilizio. 550 rale conflitto; è confermato dalla massima: nemo
paganus partim testatus, partim intestatus decedere potest; ed è provato
eziandio da quella specie di ripugnanza, che avevano i Romani a morire senza
testamento: ripugnanza, che si spinse fino a tale da ritenere pressochè
disonorato chi morisse senza testamento. Il fatto può quindi essere affermato
con certezza; ma è tanto più ardua la spie gazione di esso, come lo dimostra la
varietà grandissima di opinioni e di congetture, che furono emesse in proposito
. Credo tuttavia, che anche in questa parte possa condurci a qualche
conclusione, forse nuova, lo studio delle origini del ius quiritium. Questo
studio infatti ci pone in grado di affermare, che la succes sione legittima ed
il testamento hanno avuto una origine e uno svolgimento compiutamente diversi
nel primitivo ius quiritium. Mentre la successione e la tutela legittima, le
quali soltanto colle XII Tavole entrarono a far parte del diritto comune, sono
istitu zioni di origine prettamente gentilizia, ispirate al concetto di
ser L'origine storica della massima nemo paganus, ecc. è una questione, che è lungi dall'essere
risolta, malgrado la ricchissima letteratura, di cui fu argomento. Fra autori,
che la esaminarono di recente, citero soltanto il RUGGERI, nei Documenti di
storia e di diritto; il CARPENTIER, nella Nouvelle Revue historique, 1886, 449
a 474; il Padel LETTI, La istituzione di erede ex re certa ( Archivio
giuridico). Anche l'ESMEIN, La manus, la paternité, ecc., 4, nota 10. accenno
di passaggio ad una spiegazione di questa massima, dicendo che la medesima
proveniva da che il patrimonio si trasmetteva come l'accessorio di un culto, e
che siccome di un culto non si poteva disporre per una parte soltanto, così non
si poteva neppure lasciare un'eredità parte per testamento e parte per legge.
Parmi che questa non possa an cora essere la risoluzione definitiva: poichè se
un culto poteva dividersi fra più eredi legittimi, non vi può essere ragione,
per cui non si potesse anche dividere fra eredi legittimi e testamentarii. Il
CARPENTIER poi, nel suo dotto lavoro sopra citato, verrebbe alla conseguenza,
che questa massima fosse una conseguenza logica del concetto romano, per cui
tanto la successione legittima, quanto la testamentaria, do vevano comprendere
l'intiero patrimonio; ma anche qui si potrebbe sempre dire, che quest'universum
ius, come poteva dividersi fra gli eredi per legge e testamentarii; così
avrebbe potuto dividersi eziandio fra gli uni e gli altri. Secondo il RUGGIERI,
Op. cit., il motivo della massima starebbe in ciò, che anche il testamento
dapprima era una vera lex, e quindi doveva prevalere o la lex publica o la lex
testamenti,ma non potevano concorrere insieme; ma egli è evidente, che questa
ragione, se po trebbe valere per il testamentum in calatis comitiis, non può
certo applicarsi al testamentum per aes et libram, che non ha più il carattere
di una legge. Fu questo il motivo, per cui ho creduto didover cercare la causa
prima di questa mas sima nella stessa dialettica fondamentale, a cui si informa
il diritto primitivo di Roma. - bare il patrimonio alla famiglia agnatizia ed
alla gente; il testamento invece, che prevalse nel ius quiritium, non è più il
testamento delle genti patrizie, ma è già un'applicazione dell'atto quiritario
per ec cellenza, ossia dell'atto per aes et libram, che si ispira al prin cipo:
uti legassit, ita ius esto. In quella prevale ancora lo spirito conservatore
dell'antico gruppo patriarcale: mentre in questo già campeggia la fiera
individualità del quirite, la cui volontà solenne mente manifestata deve essere
legge, anche per il tempo in cui avrà cessato di vivere. A cið si aggiunge, che
la successione legittima e la testamentaria, nella struttura organica del ius
quiritium, muovono da un con cetto fondamentale compiutamente diverso. Mentre
infatti la suc cessione legittima prende le mosse dal ius connubii, ed è quindi
una conseguenza dell'organizzazione giuridica della famiglia romana, il
testamento invece, che prevalse nel diritto quiritario, fu un'ap plicazione del
principio: qui nexum faciet
mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto ; come tale, esso prese le
mosse dal ius commercii, e fu considerato come un mezzo di disporre libe
ramente delle proprie cose . Fu sopratutto questa circostanza del l'essere le
due istituzioni partite nella loro elaborazione giuridica da un concetto
fondamentale diverso, che impedì alle medesime di con fondersi e di
compenetrarsi insieme; poichè è un carattere della dialet tica quiritaria, che
gli istituti giuridici, una volta separati, obbediscano ciascuno al proprio
concetto ispiratore, nè sogliano mai confondersi con un altro, che si informi
ad un concetto compiutamente diverso. Tale sembra appunto essere la
significazione della celebre regola del giureconsulto Paolo: ius nostrum non patitur eundem in paganis et
testato et intestato decessisse, earumque rerum natu raliter inter se pugna
est, testatus et intestatus. Per verità
Quanto al carattere diverso di queste due successioni vedi il cap. III, 4, in cui si discorre della successione
testamentaria, ed il $ precedente relativo alla successione legittima. Questo carattere speciale del testamento per
aes et libram è attestato, ancorchè solo di passaggio, da Cic., De orat.; ma è
poi dimostrato all'evidenza da ciò, che questo testamento ebbe ad essere
ritenuto come un negozio, che compie vasi fra testatore ed erede, e in cui la
volontà del testatore dominava sovrana.
Paolo, Leg. 7, Dig. Secondo il PadELLETTI, Storia del dir. rom., 201,
questa massima sarebbe invece una conseguenza della superiorità esclusiva della
successione testamentaria sulla legittima; ma questo non è ancora un motivo
adeguato per impedire che le due eredità si confondessero fra di loro. 552
sarebbe stato illogico, che quel diritto, il quale in tutto il suo svi luppo
tenne sempre mai distinte fra di loro le obbligazioni e i trasferimenti di
proprietà, di cui quelle erano partite dal concetto primitivo del nexum e
questi da quello del mancipium, avesse pui consentito, che concorressero
insieme due istituzioni, le quali muove vano da concetti fondamentali anche più
distanti fra di loro. Questo quindi fu uno dei casi in cui la logica quiritaria
non volle piegarsi alle nuove esigenze, e si limitò ad introdurre una eccezione
a fa vore del testamento dei soldati. 428. Qui intanto cade in acconcio di
esaminare brevemente un'altra gravissima questione, quella cioè della
precedenza, che nel diritto primitivo di Roma abbia avuto la successione
legittima o la successione testamentaria. Sull'autorità del Sumner Maine, suole
essere generalmente seguita l'opinione, che nella evoluzione storica del
diritto romano dovette precedere la successione ab intestato, poichè la
possibilità del testa mento, anche nel diritto romano, avrebbe cominciato
dall'essere am messa soltanto in quei casi, in cui non vi fosse figliuolanza, e
poi sarebbe stata estesa anche agli altri casi. Mentre ritengo, che questa
opinione possa essere conforme al vero, per quanto si rife risce al periodo
gentilizio, nel quale il testamento non dovette essere, che un mezzo per
perpetuare la famiglia ed il suo culto, per il caso in cui non vi fossero dei
figli, crederei invece, che essa non sia con forme all'evoluzione storica, che
ebbe ad avverarsi nel ius quiritium. Sonvi infatti degli indizii, che ci
inducono ad affermare, che nel ius quiritium penetrd dapprima il testamento,
mentre la successione legittima vi fu solo introdotta più tardi, e che il
testamento ebbe fin dal principio una prevalenza incontrastata sulla
successione le gittima. È noto infatti, che Ulpiano dice espressamente, che la
suc cessione legittima fu introdotta dalle XII Tavole, mentre queste invece
avrebbero confermata la successione testamentaria; il che indica appunto, che
il testamento era già comune ai due ordini, e aveva già subito l'elaborazione
del ius quiritium, mentre la suc cessione legittima non sarebbe penetrata nel
diritto comune, che colla legislazione decemvirale. Anteriormente a quest'epoca
la suc cessione legittima, per ciò che si riferisce agli agnati ed ai
gentili, SUMNER MAINE, L'ancien droit, 186.
553 doveva probabilmente essere esclusivamente propria delle genti pa trizie,
le cui consuetudini in quest'argomento erano certo diverse dalle semplici
costumanze della plebe. Appare poi fino all'evidenza dalle espressioni stesse
delle XII Tavole, che la successione testamentaria ha una prevalenza
indiscutibile sulla successione legittima, in quanto che quest'ultima non può
verificarsi, che quando manchi il testa mento (si intestato moritur); il qual
concetto perdurò poi per tutto lo svolgimento storico del diritto civile romano
. In cid abbiamo un'altra prova, che il ius quiritium non deve essere
considerato unicamente, come il frutto di un'evoluzione lenta e graduata delle
istituzioni giuridiche, a misura che ne occorra il bisogno, ma piuttosto come
il frutto di una selezione su materiali giuridici preesistenti. In esso infatti
istituzioni più antiche penetra rono talvolta più tardi di altre, la cui
formazione nella realtà dei fatti doveva essere più recente. Così, ad esempio,
la successione le gittima, che fu certo la prima a svolgersi nell'ordine dei
fatti, fu l'ul tima a penetrare nel ius quiritium, mentre il testamento, che
era stato ultimo a comparire, fu il primo ad esservi accolto, come quello che
meglio rispondeva a quella potente individualità giuridica, che era il
quirite. Cid apparirà anche più evidente
trattando del si stema delle actiones, le quali, mentre furono le prime a
formarsi nell'ordine dei fatti, furono invece le ultime ad essere elaborate nel
primitivo ius quiritium. ULP., Fragm.,
XI, 3; XXVII, 5; L. 130, Dig. La
prevalenza della successione testamentaria sulla legittima nel diritto civile
romano è provata da una quantità grande di passi di giureconsulti, fra i quali
mi limito a citaro i seguenti: quamdiu
possit valere testamentum, tamdiu legitimus non admittitur (Paolo, L., dig.); quamdiu potest ex testamento adiri hereditas,
ab intestato non defertur (Ulp., L. 39,
dig.). Le legis actiones e la storia primitiva della procedura civile romana. $ Le origini della procedura ex iure quiritium.
Quella tecnica giuridica, di cui già si riscontrarono le traccie nelle varie
parti del ius quiritium, appare anche più rigida e se vera nella parte, che si
riferisce alla procedura delle legis actiones. È qui sopratutto, ove l'elemento
giuridico del fatto umano compare del tutto isolato e disgiunto da ogni
elemento estraneo, e ove l'ela borazione giuridica dell'antico diritto ebbe a
spingersi a tal punto di tecnicismo da rendere difficile alle nostre menti il
comprenderne i concetti direttivi, e la logica inesorabile, a cui obbedi nella
pro pria formazione. Alla difficoltà intrinseca dell'argomento si aggiun sero
poi altre cause, che contribuirono a mantenere in questa parte una quantità di
dubbii e di incertezze, la quale non potè del tutto essere dileguata dalla
scoperta delle istituzioni di Gaio, dalla ricchissima letteratura, che in
seguito alla medesima ebbe a svolgersi sull'argomento. È noto infatti, in base
alle attestazioni concordi degli antichi au tori, che la parte dell'antico
diritto, relativa alla procedura delle legis actiones, ebbe ad essere custodita
ed elaborata dal collegio dei pontefici, anche dopo le XII Tavole, e continuò
cosi ancora a co e Anche qui non mi
propongo di dare una bibliografia completa: ma piuttosto di indicare le opere,
di cui ho potuto giovarmi per il punto speciale di vista, a cui mi collocai in
questo lavoro. Fra esse citerò lo ZIMMERN, Traité des actions, trail.
Etienne, Paris 1843; BONJEAN, Traité des actions chez les Romains, Paris ;
KELLER, Il processo civile romano e le azioni, trad. Filomusi-Guelfi, Napoli
1872; BETHMANN-HOLLWEGG, Der röm. Civilprocess in seiner geschichtl.
Entwichelung, Bonn, e sopratutto il primo, che tratta delle legis actiones;
BEKKER, Die Aktionen d. röm. Privatrechts, 2 vol., e sopratutto il vol.
I, 18-74; KAR LOWA, Der röm. Civilprocess zur Zeit d. Legisactionen, Berlin ;
BUONAMICI, La storia della procedura civile romana, Pisa 1886, e sopratutto il
1°, da 15 a 86; JHERING, L'esprit du droit romain; MuiraEAD, Histor. Introd., 181
a 235; Zocco-Rosa, Le palingenesi della procedura civile romana, Roma 1887;
WLASSAK, Römische Processgesetze, Leipzig 1888. 555 stituire per qualche tempo
un segreto di professione e di casta. Pomponio infatti attribuisce ai pontefici
di aver modellate le legis actiones, in base alla legislazione decemvirale;
egli anzi dice con Gaio, che di qui sarebbe provenuta la denominazione di legis
actio nes, le quali poi per la prima volta sarebbero state rese di pubblica
ragione da Gneo Flavio, segretario di Appio Claudio. La notizia poi, che ci
pervenne di queste legis actiones, è molto imperfetta; poichè lo stesso Gaio,
che è forse il solo che ebbe a discorrerne di proposito, ci descrive il sistema
delle legis actiones nell'ultimo stadio del suo svolgimento, e quindi si limita
alla enu merazione ed alla descrizione dei varii modi o genera agendi, al
lorchè questi furono definitivamente formati, senza farci assistere alla
progressiva formazione di essi, salvo quel poco, che egli ci dice, circa la
introduzione della legis actio per condictionem. A ciò si aggiunge, che Gaio,
discorrendo di un sistema di procedura già andato in disuso ai suoi tempi, si
limita a cenni assai generali, i quali per giunta ci pervennero anche con
gravissime lacune, quali quelle relative alla iudicis postulatio, ed alla
condictio . 430. Da questa notizia, per quanto imperfetta, si possono tuttavia
ricavare alcune illazioni, che, per quanto generali, sono perd impor tantissime
per la ricostruzione della prima procedura quiritaria, che fu senz'alcun dubbio
quella delle legis actiones. È certo anzitutto, che anche in questa parte il
primitivo ius qui ritium non venne creando speciali procedure, per i varii
casi, che si presentavano; ma parti invece da certe forme tipiche di proce dura,
che i pontefici od il magistrato venivano poi accomodando ai casi particolari,
per guisa che le primitive legis actiones costitui scono, secondo l'esatta
espressione di Gaio, altrettanti modi o genera agendi, di cui ciascuno poteva
comprendere una varietà di azioni particolari (3 ). Noi sappiamo in secondo
luogo, che il sistema delle legis actiones è decisamente informato al concetto,
secondo cui la procedura per ogni controversia, che percorresse tutti i suoi
stadii, viene a divi dersi in due parti essenziali, di cui una compievasi in
iure, cioè Pomp., Leg. 2, 6, Dig.; Gaio, IV, 11. V. Gaio, IV, 17, ove manca il foglio, in cui
egli doveva trattare dell'actio per iudicis postulationem, e passare poi a
discorrere della legis actio per condictionem.
Gaio, IV, 12, scrive:, lege agebatur modis quinque etc. 556 davanti al
magistrato, e l'altra invece seguiva davanti al giudice singolo od al corpo
collegiale dei giudici, al quale le parti potevano essere rimesse dal
magistrato. Mentre in iure si decideva, se in quel determinato caso si potesse
far luogo all'applicazione della legis actio, e si dava alla fattispecie la
configurazione giuridica delle me desima; in iudicio invece giudicavasi della
ragione e del torto fra le parti contendenti, in base alla configurazione
giuridica, che la controversia aveva assunto davanti al magistrato. Ci consta
infine, che le legis actiones si dividevano in due ca tegorie, ispirate ad un
concetto compiutamente diverso, in quanto che vi erano quelle, che miravano a
fissare il punto in questione e ad ottenere la decisione del medesimo, e
costituivano così la pro cedura, che potrebbe chiamarsi processuale o
contenziosa; e quelle invece, che miravano all'esecuzione del giudicato, e
costituivano così la procedura esecutiva. Nella prima categoria noi troviamo la
legis actio sacramento e la iudicis postulatio, alle quali venne ad ag
giungersi più tardi la legis actio per condictionem; mentre nella seconda la
vera procedura di esecuzione è costituita dalla manus iniectio, che è diretta
contro la persona del debitore condannato o confesso, poichè solo in pochi
casi, determinati dalla legge o dal costume, è accordata la pignoris capio. Ho già accennato altrove n ° 243, 296 e seg.,
come la distinzione fra il ius ed il iudicium debba considerarsi come una
conseguenza necessaria di ciò, che la pubblica giurisdizione del magistrato non
estendevasi dapprima a tutte le con troversie civili e penali, ma comprendeva
soltanto quelle, che eransi sottratte alla giurisdizione domestica e gentilizia,
per essere deferite alla giurisdizione del magi strato. Di qui la conseguenza,
che ogni controversia civile ed ogni accusa penale davano anzitutto luogo ad
una questione preliminare, da decidersi in iure, in cui trattavasi di vedere,
se la controversia, o se il delitto, di cui si trattava, potessero dare
argomento ad un iudicium. Di qui le espressioni di actionem dare, iudicium
dare. Questa distinzione pertanto, fra il ius ed il iudicium, non ha nulla che
fare colla separazione tra il fatto ed il diritto: ma mira in certo modo a
sceverare le questioni, che debbono essere lasciate alla giurisdizione
domestica ed agli arbitra menti privati, da quelle, che debbono essere
giudicate a secundum legem publicam .
Questa distinzione fra la procedura contenziosa e la procedura di
esecuzione non è espressamente indicata in Gaio, il quale si limita a dare come
caratteristica delle legis actiones, che esse, ad eccezione della pignoris
capio, si compievano in iure, cioè davanti al magistrato; ma tale distinzione è
comunemente accettata e può dedursi dalla circostanza, che Gaio comincia in
effetto a discorrere delle azioni, che si potrebbero chiamare processuali, e
poi viene a parlare delle procedure esecu. tive, ancorchè queste fossero certo
più antiche della legis actio per condictionem. In questo stato di cose, la
questione fondamentale, che pre sentasi all'investigatore delle origini della
procedura quiritaria, sta in cercare, se il sistema delle legis actiones debba
ritenersi creato di pianta dopo la legislazione decemvirale ed in base alla
medesima, o se invece debba ritenersi costruito e modellato con materiali giu
ridici già preesistenti. A questo proposito ho cercato di dimostrare a suo
tempo, che già fin dal periodo regio, cosi nei giudizii penali come nei civili,
si possono trovare le traccie di quella separazione fra il ius ed il iudicium,
che venne poi ad essere fondamentale nel sistema delle legis actiones, e che
dovettero fin d'allora già esistervi delle pro cedure consuetudinarie,
certamente analoghe a quelle, che compa riscono più tardi col nome di legis
actiones. Che anzi abbiam visto eziandio essere probabile, che sopratutto
all'epoca serviana, in cui si cominciò ad elaborare un ius quiritium, comune al
patriziato ed alla plebe, e si modello l'atto quiritario per eccellenza, che
era l'atto per aes et libram, siasi pure iniziata la formazione di una
procedura propria per le questioni di carattere quiritario. Le prime origini di
tale procedura sembrano accennate dalla tradizione, che at tribuisce appunto a
Servio Tullio, di aver distinto i giudizii pubblici dai privati, e di aver
ritenuto per sè la cognizione delle contro versie di maggior importanza, mentre
avrebbe affidato a giudici scelti nell'ordine dei senatori, la risoluzione
delle controversie di minor importanza. È infatti questa tradizione, che unita
alla considerazione del grande movimento legislativo, che dovette ve rificarsi
in quell'epoca, rende assai verosimile l'opinione di co loro, che farebbero
rimontare a Servio Tullo l'origine del tribu che egli ci dice essere stata
introdotta per l'ultima. Cfr. BUONAMICI, Op. cit., 19 e 20. È questa la questione, che fu di recente
presa in esame dallo Zocco-Rosa, Palingenesi della procedura civile romanı, Roma
1887. Egli ridurrebbe le teorie in proposito enunciate a tre, cioè: 1) a quella
che vuol fare uscire la primitiva procedura dal seno stesso della religione e
del ius sacrum; 2) alla teoria, che egli chiama della preesistenza delle legis
actiones alle XII Tavole; 3 ) e alla teoria della discendenza delle medesime
dalle XII Tavole. Egli viene alla conclusione ammessa dalla generalità degli
autori, che prima delle XII Tavole moribus agebatur, mentre posteriormente lege
agebatur. Passa poi a cercare le origini della primitiva proce dura
consuetudinaria presso i popoli di origine Aria, e questa sarebbe ricerca di
grande interesse; ma forse per ora non si hanno ancora materiali sufficienti
per giungere ad una conclusione definitiva) nale quiritario dei centumviri, quella dei
iudices selecti, ed anche la prima distinzione fra l'actio sacramento e la
iudicis postulatio; di cui quella avrebbe aperto l’adito al centumvirale
iudicium, e questa invece alla nomina di arbitri o di giudici, scelti dal
novero dei iudices selecti. Questi indizii tuttavia, che accennano alla for
mazione di una procedura quiritaria, anteriore alle XII Tavole, non impediscono
punto, che la medesima abbia dovuto subire un rima neggiamento in tutte le sue
parti, di fronte ad un avvenimento cosi importante per il diritto privato di
Roma, quale fu quello della le gislazione decemvirale. Non parmi quindi, che
possano essere respinte le attestazioni con cordi degli antichi autori, secondo
cui la procedura civile, se non creata, dovette almeno essere rimaneggiata, in
base alla legislazione decemvirale, per opera del collegio dei pontefici, e che
in quell'oc casione appunto le actiones, essendo state accomodate alla legge, abbiano
assunta la denominazione caratteristica di legis actiones. Che anzi da questo
fatto parmi si possa indurre con fondamento, che la parte del ius quiritium,
relativa alle legis actiones, dovette essere l'ultima ad essere elaborata dai
veteres iuris conditores, al lorchè già erasi formato un vero ius quiritium, e
che, ciò stante, questa parte, per essere sopraggiunta più tardi, quando le
altre già erano formate, non potè ridursi ad una semplice incorporazione di
consuetudini processuali già preesistenti, ma dovette già essere il frutto di
una selezione e di una elaborazione, a cui le medesime furono sottoposte. Nė
può ritenersi improbabile, che questa elabo razione abbia potuto essere l'opera
degli stessi pontefici, quando si ritenga, che essi da una parte erano i
custodi delle tradizioni delle genti patrizie e personificavano in certo modo
lo spirito conserva tore delle medesime, e dall'altra furono senz'alcun dubbio
i creatori della tecnica giuridica, e i primi maestri alla cui scuola si forma
rono i grandi giureconsulti della Repubblica e dei primi secoli del l'Impero.
Parmi anzi, che questa elaborazione dei pontefici, giure consulti e patrizii ad
un tempo, valga a spiegare quel doppio carattere dell'antica procedura romana,
la quale nelle proprie forme e nei proprii vocaboli richiama ancora
l'organizzazione patriarcale, mentre sotto un altro aspetto è già un capolavoro
di tecnica giuridica, che corrisponde mirabilmente alle altre parti del diritto
privato romano e al concetto del quirite, ispiratore del medesimo. A quel modo
in somma, che i veteres iuris conditores, trascegliendo fra le forme di
matrimonio e di negozii già preesistenti nelle consuetudini delle - 559 genti
italiche, riuscirono a sceverarne un connubium ed un com mercium ex iure
quiritium, e a richiamare l'uno e l'altro a certe forme tipiche e solenni, che
costituirono il diritto esclusivamente proprio della comunanza quiritaria: cosi
essi, operando una scelta fra i modi di procedere, che già potevano essersi
formati nei rap porti fra i capi di famiglia, e in quelli fra essi ed i loro
dipendenti, riuscirono a ricavarne una procedura tipica, che potè essere consi
derata come propria della comunanza quiritaria. Anche qui pertanto i materiali
certo erano preesistenti; ma il primitivo diritto romano non li accetto
senz'altro, quali esistevano, il che avrebbe dato ori gine ad una varietà di
procedure, analoga a quella che occorre presso gli altri popoli primitivi; ma
li sottopose invece ad una se lezione, riducendoli a quelle forme tipiche, in
cui tanto si compia ceva il genio giuridico romano, come lo dimostra il modo,
in cui fu rono modellate tutte le loro istituzioni giuridiche. Fu in questa
guisa, che si riuscì ad una procedura, la quale, mentre è adatta ad un popolo
agricolo e militare ad un tempo, quale era il popolo romano, porta perd le
traccie evidenti dell'organizzazione patriarcale, da cui usciva, e contiene
cosi un ricordo prezioso delle varie fasi, per cui passo lo stabilimento della
civile giustizia. 432. Noi abbiamo infatti veduto a suo tempo, come già nella
stessa organizzazione gentilizia, e sopratutto, allorchè al disopra della gens
venne a svolgersi la tribus, e colla riunione dei vici si formò il pagus, già
potessero sorgere controversie di carattere giu ridico fra i varii capi di
famiglia, ed anche fra essi ed i loro di pendenti, e come il bisogno di venire
alla risoluzione di tali con Questa
spiegazione intorno all'origine delle legis actiones ha il vantaggio di mettere
d'accordo fra di loro i passi di antichi autori, relativi a quest'argomento,
che pervennero fino a noi. Con essa infatti può conciliarsi la vetustissimi
iuris ob servantia, a cui accenna Pomponio, coll'attestazione concorde dello
stesso Pomponio e di Gaio, secondo cui le legis actiones furono composte ed
accomodate sulle parole stesse delle XII Tavole. Questi due caratteri,
pressochè in opposizione fra di loro, possono conciliarsi fra di loro, quando
si accetti la teoria, svolta più sotto, di distin guere nella legis actio, come
già nell'atto per aes et libram due parti, cioè la parte mimica, e la verborum
conceptio. È la prima, che costituisce una vetustissimi iuris observantia, ed è
un ricordo delle varie fasi attraversate nello stabilimento della civile giustizia;
ed è la seconda, che potè invece essere accomodata e composta sulle parole
stesse della legge. GAIO, IV, 11; POMP., Leg., Dig.. troversie, abbia potuto dare origine a
certimodi di procedura, che col tempo dovettero acquistare una vera autorità
consuetudinaria. Da una parte si dovette formare una procedura fra i capi di fa
miglia, uguali fra di loro, che nella loro fiera indipendenza non accettavano
altro giudice, che quello che erasi fra loro concordato, il quale, anzichè
giudice diretto della controversia, lo era invece della scommessa, con cui
cercavano di rafforzare l'affermazione so lenne della propria ragione. Questa è
quella procedura, che presso i romani fu ridotta ad una forma tipica, e
denominata actio sacra mento, le cui traccie trovansi non solo fra le genti
italiche, ma anche fra le elleniche, e presso i popoli Arii dell'India. L'altra
invece fu una procedura, la quale ricorda ancora uno stato di privata violenza,
e che probabilmente dovette svolgersi nei rapporti fra i vincitori ed i vinti,
e più tardi nei rapporti fra la classe superiore dei padri, dei patroni, dei
patrizii, e quella infe riore dei servi, dei clienti e dei plebei. Essa nelle
proprie origini dovette essere una effettiva manus iniectio, ma poscia fu
richiamata ad una significazione giuridica, e significò l'esercizio anche
violento della potestà giuridica spettante a una persona, come lo dimostra il
fatto, che essa continuò anche più tardi ad essere adoperata dal padrone sul
servo, dal padre sul figlio, ed anche dal patrono sul liberto (3 ). Or bene
entrambe queste forme di procedere, che certo ricordano un periodo anteriore di
organizzazione sociale, entrarono nella com pagine del ius quiritium, e vi
furono modellate per modo da cor rispondere alle altre parti di esso. La prima
fu adottata come azione tipica, allorchè trattasi di istituire un giudizio fra
quiriti: come tale essa mira a serbare la più scrupolosa imparzialità ed ugua
glianza fra i contendenti, non sapendosi ancora chi possa essere il vincitore e
chi il soccombente. La seconda invece fu adottata come azione tipica, allorchè
trattasi di procedere all'esecuzione contro chi abbia subita una condanna, o
confessato il proprio debito. Quanto
alla primitiva formazione delle actiones, nei rapporti fra i capi di fa miglia
della stessa tribù e in quelli fra i capi famiglia e i loro dipendenti. V. in proposito lib.
I, nº 104, 135, nota 14. Cfr. il SUMNER MAINE, Early history of institutions,
Lect. IX;
e lo Zocco- Rosa, Op. cit., 209(3 ) V., quanto alle prime origini della manus
iniectio. Cfr. CAPUANO, Storia del diritto romano, Napoli 1878; Cugino,
Trattato storico della procedura civile romana, 116; BuonamiCI. Di qui
provennero i caratteri compiutamente diversi del l'actio sacramento e della
manus iniectio. Nella prima abbiamo una procedura fra eguali; quindi i con
tendenti sono in certo modo attori e convenuti ad un tempo: sono le persone,
fra cui si discute, che recansi dinanzi al magistrato. Esse fingono un
combattimento fra di loro; affermano con identiche parole il proprio diritto;
fanno le medesime scommesse di 50 o di 500 assi, secondo il valore della
controversia; sono ugualmente obbligati a dare garanzia (vindicias dare) se
siano ammessi al possesso della cosa, che forma oggetto della controversia. Lo
scru polo nel mantenere l'uguaglianza non potrebbe spingersi più oltre, ed è
uguale anche il pericolo per l'uno e per l'altro dei contendenti; poichè la
somma scommessa si perde dal soccombente, e mentre nell'epoca gentilizia era
forse consacrata ad usi religiosi, nel periodo storico deve andare invece a
benefizio del pubblico erario. L'altra procedura invece, rozza, violenta
suppone una assoluta disuguaglianza fra i contendenti. Quella stessa legge, che
procedeva titubante e quasi diffidente per il timore dioffendere l'indipendenza
dei contendenti, non teme invece di accordare diritti illimitati e pres sochè
senza confine al creditore contro il iudicatus ed il confessus. Essa non si
preoccupa dei beni di quest'ultimo, ma dà diritto al creditore di procedere
contro la persona del debitore, di imporre sopra di lui la sua manus, e di
trascinarlo avanti al magistrato per farsi aggiudicare la persona del debitore
stesso. Questi invece non ha diritto di reagire contro la violenza del
creditore (a se de pellere manum ) né di agere pro se lege; ma solo di nominare
un altro, che faccia valere le sue ragioni (vindicem dare) . Mentre l'actio
sacramento è come una rappresentazione simbolica (vis festucaria) di quel
combattimento effettivo (vis realis), a cui poteva dar luogo una privata
controversia fra capi di famiglia indipendenti e sovrani, dell'interporsi fra
essi di un vir pietate gravis, dell'affermazione scambievole della propria
ragione, fatta dai contendenti e rafforzata da una scommessa, della quale deve
esser giudice quegli a cui le parti si sono rimesse; la manus in Tutti questi caratteri della legis actio
sacramento si possono ricavare dalla descrizione di quest'azione fatta da Gaio,
per quanto la medesima presenti molte lacune, sia quanto all' actio sacramento
in personam, che quanto all'actio sacramento relativa agli immobili. Gaio, Comm., C., Le origini del diritto di
Roma. 36 562 iectio invece è la procedura del vincitore contro il vinto, di
colui, che ha il diritto, contro colui, il quale ne è privo, di quegli, che può
dettare la legge, contro colui, che deve subirla. Anche la controversia è una
lotta: quindi se durante la me desima deve essere serbata l'uguaglianza,
allorchè invece essa è finita, il vincitore può stendere la propria mano sul
vinto e questi è forzato ad arrendersi. Era poi naturale, che la procedura di
un popolo agricolo e militare ad un tempo, per cui l'asta era il sim bolo del
giusto dominio, venisse eziandio ad essere simboleggiata in una specie di lotta
e di conflitto. È tuttavia degno di nota, che i pontefici, nell'accogliere e
nel modellare queste forme di procedura, si attennero ad un processo del tutto
analogo a quello, che abbiam visto essersi seguito nel fog giare le forme dei
negozii giuridici del diritto quiritario. Al modo stesso, che nell'atto
quiritario per aes et libram può ravvisarsi una parte, che compievasi dicis gratia, propter veteris iuris
imitationem e che costituiva cosi un
ricordo del passato, ed una parte veramente viva, che era la nuncupatio,
mediante cui un medesimo atto poteva accomodarsi ad una varietà grandissima di
negozii, anche di carattere compiutamente diverso; cosi anche nella procedura
primitiva, miri essa ad istituire un giudizio od alla esecuzione di un
giudicato, possono facilmente distinguersi due parti, che compiono una funzione
compiutamente diversa. Havvi anzitutto una parte, che potrebbe chiamarsi
mimica, che si presenta sempre uniforme ed uguale, la quale è mantenuta
evidentemente più come un ricordo del passato, che per l'utilità effettiva, che
si possa ricavarne; come lo dimostra la disinvoltura, con cui si accettano gli
espedienti, che mirano a semplificarla. Questa parte nell'actio sacramento è
rappresentata dal recarsi sul luogo, ove trovasi l'oggetto in contestazione, se
trattisi di immobile; dal portare davanti al magistrato la cosa mobile o una
particella di essa; dal simbolo della festuca, che adoperavasi hastae loco;
dalla finta manuum consertio, dalla mutua provocatio, e dal sacra mentum. Nella
manus iniectio invece essa è rappresentata dal fatto di adprehendere manu
qualche parte del corpo del proprio debitore. È questa parte mimica, la quale,
costituendo in certomodo una soprav vivenza, col tempo divento pressochè
incomprensibile, e potè talvolta essere posta in derisione, anche da autori
antichi e fra gli altri da Cicerone. E tuttavia a notarsi, che lo stesso
Cicerone, allorchè scrisse 563 nell'interesse del vero e non in quello del cliente,
non dubito di dichiarare, che era di grande diletto questa impronta di vetusta,
inerente alle legis actiones, e di affermare che: actionum ge nera quaedam maiorum
consuetudinem vitamque declarant. Queste formalità infatti, conservateci da un
popolo, che, più di qualsiasi altro, seppe sceverare l'essenzialità del fatto
umano dalle circostanze accidentali del medesimo, sono anche oggidi un impor
tantissimo documento del modo di pensare e di agire. che era proprio delle
primitive genti italiche. Intanto perd, accanto a questa parte, il cui
mantenimento era l'effetto dello spirito conservatore del popolo romano, eravi
eziandio la parte veramente viva ed attuosa, e questa consisteva in quelle
concezioni verbali, solenni e precise (conceptiones verborum, verba concepta,
certa verba ), che servivano a dare una configurazione giuridica alle varie
fattispecie e a farle entrare nella veste rigida delle legis actiones. Era in
questo modo, che, malgrado la va rietà infinita delle fattispecie, si riusciva
ad isolare l'obbiettività giuridica delle medesime e a richiamarle tutte a
pochissimi genera agendi. Questo era l'ufficio, a cui attesero dapprima i
pontefici, poi il pretore, e da ultimo i giureconsulti, e fu con questo
magistero che la sola actio sacramento fini per essere accomodata a tutte le
controversie di carattere quiritario, e la sola manus iniectio poté bastare a
qualsiasi procedura esecutiva. Vuolsi quindi conchiudere, che queste due legis
actiones costi tuiscono in certo modo il nucleo centrale della procedura
quiritaria. Esse sono quelle, in cui si può leggere il modo di pensare e di
agire del primitivo quirite, fiero, indipendente, geloso del proprio CICERONE (vedasi), Pro Murena, scherza
spiritosamente sull'actio sacramento, relativa alla proprietà di un fondo, dimostrando
come le forme primitive avessero complicata una procedura, che avrebbe potuto
essere semplice e pronta. Egli però nel De orat., I, riconosce eziandio quanto
possa essere di dilettevole e di utile in questo studio dell'antico, allorchè
scrive: Nam si quem aliena studia
delectant, plurima est in omni iure civili, et in pontificum libris, et in XII
Tabulis antiquitatis effigies, quod et verborum prisca vetustas cognoscitur, et
actionum genera quaedam maiorum con suetudinem vitamque declarant. A mio avviso, la conceptio verborum nella
legis actio tiene il posto stesso della nuncupatio nell'atto per aes et libram.
Ciò sarà meglio dimostrato più sotto, nº 449, ed apparirà così la costanza e la
coerenza dei processi, a cui suole atte nersi il primitivo diritto romano. 564
diritto, finchè la sentenza non sia pronunziata; umile, sottomesso, pronto ad
abbandonare se stesso al proprio creditore, allorchè sia stato soccombente
nella lotta giudiziaria. Intanto però, accanto a queste due procedure
fondamentali, se ne vennero svolgendo delle altre, che sembrano sussidiarne
l'azione, e quindi importa di ri cercare lo svolgimento storico, così della
procedura contenziosa, che della procedura esecutiva. Lo svolgimento storico della procedura
contenziosa nel primitivo diritto. 485. Se l'actio sacramento costituisce il
nucleo centrale della procedura contenziosa nel sistema delle legis actiones,
noi sappiamo però, che attorno ad essa fin dai primi tempi si vennero svolgendo
la iudicis postulatio fra i cittadini, e la recuperatio fra cittadini e
stranieri, e che alle medesime più tardi venne ancora ad aggiun gersi la legis
actio per condictionem. Importa quindi di determinare la funzione, che questi
vari genera agendi esercitarono sulla pri mitiva procedura, e di ricercare
eziandio l'ordine progressivo della loro formazione. Delle antiche legis
actiones, quella, intorno a cui ci pervennero maggiori notizie, è certo l'actio
sacramento. Noi sappiamo della medesima, che generalis erat, in quanto che
poteva essere adoperata per tutte le controversie, per cui non fosse stata
introdotta altra speciale procedura, si trattasse di agere in rem, od anche di
agere in personam. Essa quindi sembra riportarci ad un'epoca, in cui non doveva
esistere ancora la distin zione fra l'azione in rem e l'azione in personam; il
che però non impedisce, che essa presentasse delle differenze nelle solennità e
nelle espressioni adoperate, secondo che trattavasi di agere in rem o di agere
in personam. Cosi pure in essa non vi è ancora la distin zione netta e precisa
fra l'attore ed il convenuto, ma i contendenti sono attori e convenuti ad un
tempo, come lo dimostra l'identità delle espressioni da essi adoperate. Infine
essa non conduce alla ri soluzione diretta della controversia, ma piuttosto a
giudicare quale dei due contendenti abbia affermato il vero e quale il falso, e
quale perciò debba essere soccombente nella scommessa fra i medesimi
intervenuta (utrius sacramentuin iustum, utrius sacramentum in iustum sit);
cosicchè in essa il soccombente, oltre al perdere in - direttamente la lite,
corre anche il rischio di perdere la scom messa. Noi sappiamo poi, quanto alle
controversie che dovevano rivestire la forma di questa legis actio, che essa
costituiva un preliminare indispensabile per tutte le cause di carattere
veramente quiritario, le quali erano sottoposte al centumvirale iudicium, ed
anche per quelle relative alla verità ed allo stato delle persone (caussae
liberales), quanto alle quali noi sappiamo, che il sacramentum era solo di
cinquanta assi (quinquagenarium ), e che esse erano devolute ai decemviri
stlitibus iudicandis . Tutti questi caratteri imprimono un suggello di vetustà
all'actio sacramento, e ci richiamano a quella potente sintesi, che è carat
teristica del primitivo ius quiritium, in cui non distinguesi ancora fra
diritto personale e reale, fra attore e convenuto, fra la provo. catio e la
litis contestatio. Si comprende quindi, che la mimica, che la precede, sia come
un ricordo dei varii stadii, per cui passò lo stabilimento della civile
giustizia, fra i capi di famiglia, e che essa, trapiantata dall'organizzazione
gentilizia nella città, sia stata rico nosciuta come l'azione tipica del
diritto quiritario. Ciò spiega eziandio come essa, mentre è certamente la più
antica, sia stata anche la più duratura delle legis actiones; poichè, quando le
altre furono abolite, continud pur sempre ad essere mantenuta qual preliminare
al centumuirale iudicium, cioè davanti a quel tribunale dei cen tumviri, che
può essere considerato come il tribunale essenzial mente quiritario, sia per il
modo, in cui era composto, sia per le controversie, che gli erano sottoposte,
che erano appunto quelle, che riguardavano la posizione di ciascun cittadino
nel censo, e quindi anche nello Stato. GAIO: CICERONE (vedasi)., Pro Caecina,
33, ove dice, che in una causa da lui trattata per la libertà di una certa
Aretina fu deciso, che il suo sacramentum era iustum. Di qui le espressioni:
iusto sacramento contendere, iniustis sacramentis petere. La necessità della legis actio sacramento,
per una causa da istituirsi davanti al centumvirale iudicium, è dimostrata dal
fatto che, secondo Gaio, anche dopo l'abolizione delle legis actiones, fu
ancora permesso di agire in questa guisa: a domini infecti nomine, et si
centumvirale iudicium futurum sit . È poi lo stesso Gaio, il quale ci attesta,
che le cause di stato erano precedute dall'actio sacramento, in quanto che egli
afferma, che in base alle XII Tavole il sacramentum per una questione di
libertà era solo di cinquanta assi. L'uso del sacramentum nelle caussae liberales
è poi anche confermato da Cic., Pro Caec. 33.
La competenza del centumvirale iudicium, per le cause di carattere
eminente.. È invece ben poca cosa quello, che ci pervenne intorno alla legis
actio per iudicis postulationem. Dal palimpsesto di Verona non si potè
ritrarne, che il titolo, mentre da Valerio Probo si ricavo la formola, che
dovette adoperarsi per ottenere la nomina di un giudice o di un arbitro:
iudicem arbitrumve postulo uti des. Nelle XII tavole poi sono indicati varii
casi, in cui trattandosi di controversie di carattere indeterminato, che
suppongono una certa libertà di apprezzamento, e che talvolta sono anche
designate col vocabolo di iurgia, piuttosto che con quello di lites, si propone
la nomina di uno o più arbitri. Bastano tuttavia questi pochiindizii per
dimostrare le molte e gravi differenze, che la contraddistinguono dall'actio
sacramento. Essa in fatti già suppone la persona dell'attore distinta da quella
del conve nuto; suppone una amministrazione della giustizia già organizzata, in
cuiil magistrato procede alla designazione del giudice; conduce alla
risoluzione diretta della controversia; non trae più con sè, per quanto almeno
noi possiamo saperne, il pericolo di perdere una scommessa. Essa parimenti,
come lo indica la sua denominazione, non conduce più alla rimessione dei
contendenti avanti ad un tribunale collegiale, come quello dei centumviri e dei
decemviri; ma dà origine ad un iudicium privatum, nel vero senso della parola,
in cui il giudice o l'arbitro, secondo un antichissimo costume ro mano,
dovevano essere concordati fra le parti . Essa infine differisce eziandio
dall'actio sacramento per il ca rattere di indeterminatezza delle controversie,
che ne formavano oggetto, le quali supponevano una certa libertà di
apprezzamento 1 mente quiritario, è attestata dall'enumerazione fatta di tali
cause da CICERONE (vedasi)., De orat. I
casi, in cui la legge decemvirale parla di nomine di arbitri, sono quelli
relativi al regolamento di confini: si
iurgant de finibus, tres arbitros dato ; alla divisione dell'eredità fra i
coeredi (actio familiae erciscundae); all'apprezzamento del danno dato
dall'acqua piovana (arbiter aquae pluviae arcendae) e qualche altro caso
analogo. Vedi KELLER, Il processo civile romano; ORTOLAN, Expli cation
historique des Institutes de Iustinien, Paris.
Sebbene non si possa dire, che il centumvirale iudicium si contrapponga
in senso stretto al iudicium privatum, tuttavia occorrono passi di autori, in
cui i centumviri sono contrapposti al privatus iudex, come in Cic., De or.; in
Quint., Instit. or., 10, n ° 115, ove scrive:
alia apud centumviros, alia apud iudicem privatum in iisdem
quaestionibus ratio . Cfr. ZIMMERN, Traité des actions, 36, nota 3 e 4. 567 - —
nel giudice o nell'arbitro chiamato a risolverlo; cosicchè, di fronte al
iudicium directum, asperum, simplex, che era istituito col l'actio sacramento,
essa iniziava di preferenza un iudicium od un arbitrium moderatum, mite, in cui
cominciava ad essere lasciata qualche parte a quell'equità e buona fede, che
erano escluse dalle forme rigide e precise del primitivo ius quiritium. Al qual
pro posito vuolsi eziandio notare, che quando si confronti la denomi nazione
attribuita da Gaio a questa legis actio, che è quella di iudicis postulatio,
colla formola serbataci da Valerio Probo, secondo la quale si domanda un
giudice od un arbitro, è lecito di inferirne, che in essa dovette avverarsi uno
svolgimento storico. Essa dapprima infatti dovette implicare soltanto la nomina
di un iudex, sotto il quale vocabolo si comprendeva anche l'arbiter. Più tardi
invece, e probabilmente in seguito alla legislazione decemvirale, la quale am
metteva per certe questioni anche la nomina di arbitri, essa dovette porgere
occasione a quella distinzione fra iudicium ed arbitrium, la quale presentava
ancora tante incertezze all'epoca di Cicerone. Questi caratteri presi insieme
mi condurrebbero alla conclusione, che la iudicis postulatio non presenti più
quell'impronta di vetustà, che è propria dell'actio sacramento, e non possa
perciò considerarsi come una procedura di carattere patriarcale, trasportata a
Roma. Essa invece dove già formarsi sotto l'influenza della vita cittadina, e
dove probabilmente essere una conseguenza della stessa formazione del ius
quiritium. Siccome infatti, secondo appare dalle leggi, che ne governarono la
formazione, il ius quiritium non costitui mai tutto il diritto di Roma, ma solo
quella parte di esso che corrisponde al concetto del quirite, e che primo era
riuscito a consolidarsi mediante il riconoscimento di una lex publica. Cosi ne
consegui necessariamente, che anche le controversie, che potevano sorgere fra i
cittadini, si divi [Cic., Pro Mur.,osserva, scherzando, che i giuristi non si sono
ancora potuti accordare circa l'uso delle parole di iudex o di arbiter. La
difficoltà di allora non è ancora scomparsa oggidì; poichè la distinzione fra
iudicium e arbitrium, fra il ius strictum e l'aequitas, fra la lis e il iurgium,
è una di quelle questioni di limiti, che non saranno mai definitivamente
risolte. Cfr. KELLER. Quanto alla differenza fra iudicium strictum e arbitrium,
mi rimetto al De exceptionibus in iure romano (Torino)] dessero naturalmente in
due categorie. Vi erano da una parte le controversie di carattere eminentemente
quiritario, relative al caput, alla manus, al mancipium, all'atto per aes et
libram, ai negozii rivestiti della forma del medesimo (nexum, mancipium,
testamentum ), all'eredità e alla tutela legittima; le quali, per poggiare
sopra una legge o sopra un atto od un negozio di carattere quiritario, potevano
ridursi in certo modo ad una affermazione o ad una negazione, ed accomodarsi
così alle forme rigide dell'actio sacramento. Vi erano invece dall'altra parte
quelle controversie, le quali, o per l'indeterminatezza del loro oggetto, o per
supporre una certa latitudine di apprezzamento in chi era chiamato a
giudicarle, o per dipendere più dalla consuetudine, che da una vera legge,
abbisogna vano in certo modo più di un arbitro, che non di un giudice, nel
significato ristretto, che ebbe ad assumere più tardi questo vocabolo.
Quest'ultime pertanto richiedevano una procedura più semplice, non accompagnata
dai pericoli dell’actio sacramento, in quanto che le parti contendenti possono
anche in parte essere nella ragione ed in parte essere nel torto. Quindi è
probabile, che siano state appunto queste controversie, le quali, al punto di
vista quiritario, hanno minor importanza, che Servio Tullio comincia a deferire
al iudex privatus, introducendo appunto per esse la iudicis postulatio. Così
pure non è punto improbabile, che nella precisione ed esattezza del linguaggio
le prime controversie di carattere quiritario si indicassero col vocabolo di
vere lites, mentre le altre fossero designate piuttosto col vocabolo di iurgia.
Siccome poi col tempo, una parte di quel diritto, che in certo modo esiste allo
stato fluttuante intorno al nucleo centrale del ius quiritium, fini per essere
attratto dal medesimo, e per entrare eziandio nelle forme rigide e precise del
diritto quiritario. Cosi si può comprendere, come col tempo la iudicis
postulatio, che dapprima ha un carattere sussidiario, puo entrare anch'essa a
far parte del sistema delle legis actiones. Ciò anzi dovette avvenire
naturalmente, allorchè la legislazione decemvirale accolge la iudicis arbitrive
postulatio, come lo dimostrano le controversie, [L'opinione qui svolta, circa i
rapporti fra l'actio sacramento e le iudicis postulatio, si avvicina a quella
enunziata da KARLOWA (Der röm. Civilprozess) per cui essa prescrisse al
magistrato di addivenire alla nomina di un giudice, o di uno o più arbitri. Da
quel punto la iudicis postulatio entra a far parte del sistema della procedura
civile romana. Costitui ancor essa una legis actio; che anzi, per il minor
pericolo che offriva ai contendenti, dovette acquistare un largo svolgimento,
come lo dimostra Voigt, il quale attribuisce un maggior numero di azioni alla
iudicis postulatio, che alla stessa actio sacramento. Questo svolgimento poi fu
sopratutto favorito dalla distinzione, che si opera nella stessa iudicis
postulatio, fra il iudicium e l'arbitrium, il quale ultimo, accompagnato dalla
clausola ex fide bona, fini, secondo l'attestazione di Cicerone, per essere
applicato, dopo la scomparsa delle legis actiones, in tutti quei negozii, in
cui domina la buona fede, quali sarebbero la società, la fiducia, il mandato,
la vendita, la locazione, e simili. Questi negozii infatti, negli inizii, sono
ancora esclusi dalla cerchia del ius quiritium, e come tali non potevano formar
tema dell'actio sacramento, ma solo della iudicis postulatio, alla quale
probabilmente dovette appartenere la clausola conservataci dallo stesso
Cicerone – uti ne propter te fi demve tuam captus fraudatusve siem. Pervenuto a
questo punto nella storia della primitiva procedura romana, parmi opportuno di
arrestarmi alquanto all'esame di un istituto, il quale, malgrado le sue modeste
apparenze, dovette tuttavia esercitare una potente influenza sullo svolgimento
della medesima. Esso è quell'antichissimo istituto, che è indicato col vocabolo
di reciperatio, ed al quale si rannoda senz'alcun dubbio quella categoria di
giudici, o di arbitri, che vengono sotto il nome di recuperatores. Si è veduto
in proposito, che nelle consuetudini delle genti italiche era indicata col
vocabolo di reciperatio quella clausola, che soleva aggiungersi aitrattati di amicitia
e di hospitium fra le varie genti o tribù, con cui stipulavasi fra esse un
diritto di reciproca actio, cosicchè i cittadini di un popolo potevano chiedere
ed ottenere ragione nel territorio e presso il magistrato di un altro. Era con [Voigt
(XII Tafeln) assegna alla iudicis arbitrive postulatio ben XXXV azioni, di cui IX
apparterrebbero agl’arbitria, e il rimanente ai iudicia propriamente detti.
Cfr. MUIRHEAD, Histor. introd., -- CICERONE (vedasi), De offic.] questa
clausola, che la protezione giuridica, in base ad un trattato (foedus),
comincia ad oltrepassare la cerchia degli abitanti di un territorio per
estendersi a quelli di un altro, con cui si fosse in amichevoli rapporti. Essa
poi aveva questo di particolare, che pone in certo modo di riscontro i diritti
dei due popoli, e rendeva anche necessario il ministero di più recuperatores,
tolti anche da popoli diversi, in quanto che i medesimi doveno rappresentare
l'elemento cittadino e lo straniero ad un tempo. Quando poi si ritenga, che
Roma usci essa stessa dalla confederazione di genti di origine diversa, e fin
dalle proprie origini cerco di accrescere le proprie forze colle amicizie e
colle alleanze coi po poli vicini, sarà facile a comprendersi, come in essa la
reciperatio sia venuta a cambiarsi in una istituzione permanente, e ha col
tempo assunto il carattere di una procedura regolare, da applicarsi nei
rapporti fra i cives ed i peregrini. Cio è dimostrato dal fatto, che gl’antichi
autori indicano talvolta la recuperatio col vocabolo caratteristico di actio, e
che in Roma i recuperatores, dopo essere stati giudici fra i cives ed i
peregrini, si cambiarono in una categoria di giudici, che potevano essere
nominati anche per le controversie inter cives, e sopratutto dal bisogno
sentito più tardi di creare un praetor peregrinus qui inter peregrinos ius
diceret. La reciperatio s’applica anche al ius pacis, nei rapporti fra le varie
genti. Se fosse lecito di paragonare istituti, che si svolsero a distanza di
migliaia di anni,direi che la reciperatio, nel passaggio dall'organizzazione
gentilizia alla città nel mondo an tico, corrispose a quella istituzione, che
pure ebbe a svolgersi nel periodo di forma zione degli Stati moderni, e che si
esplicò col nome analogo di reciprocanza di diritto, la quale consisteva
nell'accordare agli stranieri quella stessa protezione di diritto, che fosse
accordata ai nostri concittadini nello stato, a cui gli stranieri ap
partenevano. In quei tempi antichissimi la reciperatio, come nei tempi moderni
la reciprocanza, concorsero alla formazione dell'idea di una comunanza di
diritto fra i diversi popoli, che presso i romani prenderà il nome di ius
gentium, e che nell'età moderna e dal Savigny indicata col nome di comunanza di
diritto, la quale, secondo il grande fondatore della scuola storica, dove
essere posta a fondamento del diritto internazionale. V. Savigny, Traité de
droit romain, trad. Guenoux. Quanto ai rapporti poi, che intercedono fra il
concetto dell'antico ius gentium, e questa comunanza di diritto fra gli stati
moderni, mi rimetto ad altro mio lavoro col titolo, La dottrina giuridica del
fallimento nel diritto internazionale private (Napoli) come pure all'opera, La
vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale (Torino). Quanto
all'influenza, che esercitarono in Roma la recuperatio ed i recupera [Queste
circostanze intanto rendono probabile la congettura, che in Roma, fin dai più
antichi tempi, dovettero trovarsi di fronte due forme di procedura. L'una,
propria dei quiriti, e perciò adatta al rigore del diritto quiritario; l'altra
invece, applicabile ai rapporti fra cittadini e stranieri, e percid più
semplice e spedita. Siccome pero uno stesso magistrato sovraintendeva dapprima
all'una e all'altra, cosi esso veniva ad essere posto nella posizione singolare
di proseguire da una parte l'elaborazione del ius quiritium e di sentire
dall'altra l'influenza del diritto degli altri popoli, e di potere cosi
giudicare dell'opportunità e del bisogno di trasportare nella procedura romana
certe semplificazioni, che sono invece proprie della reciperatio. Di qui una
scambievole influenza di queste due forme di procedura, la quale continua
ancora, allorchè l'accrescersi delle controversie condusse a dividere la
iurisdictio fra due pretori, che nella loro stessa denominazione di praetor
urbanus e di praetor peregrinus portano le traccie del dualismo, che essi
rappresentano. E questo il motivo per cui, a quelmodo stesso, che i
recuperatores finirono per essere accolti nelle categorie dei giudici fra i
cittadini, così certe procedure, che prima dovettero essere seguite nei
rapporti fra i cives e i peregrini, finirono, come più semplici e spedite, per
essere accolte eziandio nel diritto civile di Roma. Che anzi la coesistenza di
queste due procedure dovette, a mio tores, i quali diventarono col tempo una
istituzione romana e sono i modesti preparatori della maggior opera, che doveva
poi compiere il praetor peregrinus, istituito probabilimente nell'anno 512
dalla fondazione di Roma (KELLER, Il processo civile romano, ZIMMERN, Traité
des actions, JHERING, L'esprit du droit romain, KarLOWA, Röm. Civil prozess, Bouché-LECLERQ,
Instit. rom., MUIRHEAD, Histor. introd., quanto all'applicazione della
recuperatio inter cives. Keller nota a ragione che il riguardare la legis actio
come propria soltanto dei cittadini romani, è una asserzione più volte
prodotta, ma non pienamente giustificata. Noi sappiamo anzi da Gaio, che
coll'actio sacramento poteva procedersi, anche davanti al praetor peregrinus,
al modo stesso che il praetor urbanus nomina dei recuperatores, anche per cause
inter cives; ma ciò venne appunto ad essere l'effetto di questa esistenza
contemporanea delle due procedure, la quale condusse ad uno scambio fra di
esse. Intanto qui non può esservi dubbio, che negli inizii le cause relative
allo stretto diritto quiritario, quali erano quelle, che si recano davanti al
centumvirale iudicium, non potevano essere che assolutamente proprie dei cives
romani o dei latini, o dei peregrini, a cui fosse stato esteso il ius quiritium.]
avviso, servire a preparare lentamente certi effetti, chenegli avvenimenti
posteriori appariscono pressochè repentini. Cosi, ad esempio, essa dovette
essere una delle principali cause, per cui, accanto al concetto rigido del ius
civile, si dovette venir gradatamente delineando nella mente del pretore e dei
giureconsulti, che lo circondavano, il concetto più largo di un ius gentium, il
quale, una volta formato, doveva poi recare cosi profonde trasformazioni nel
primo. Cosi pure egli è probabile, che il pretore in questa procedura, non
essendo vincolato ai terminidi una legge, dovette avere una maggior libertà nel
formolare giuridicamente la controversia, il che lo pose in condizione di poter
lentamente preparare, fin da quel tempo, in cui fra i cittadini duravano ancora
le legis actiones, quel sistema delle formulae, il quale col tempo dove poi
essere accolto dal ius civile. Infine, per non spingere troppo oltre le
induzioni, parmi eziandio probabile, che quella egis actio per condictionem, che
ultima comparve nel sistema delle legis actiones, siasi modellata sulla
condictio, che certo già esisteva nella procedura della recuperatio. Noi
sappiamo infatti, che questa era appunto iniziata, mediante una condictio, in
quanto che i contendenti condicebant diem, ossia fis savano di comparire fra XXX
giorni, avanti il magistrato, per ot tenere la nomina dei recuperatores; come
lo dimostrano le espres sioni, che occorrono nelle XII Tavole, di status, condictus dies cum hoste , il quale
doveva essere sacro per modo da essere un legittimo impedimento a comparire in
un giudizio fra cittadini. Sembra tuttavia, che vi fosse una differenza fra la
condictio nella procedura inter peregrinos, e la condictio come legis actio
inter cives; poichè, mentre nella prima era in certo modo concordato il giorno
di comparire avanti al magistrato, nella seconda invece, secondo la descri
zione di Gaio, era l'attore, che intimava al convenuto (actor adver sario
denuntiabat) di comparire fra trenta giorni avanti almagistrato ad iudicem
capiendum . Quanto all' influenza del
praetor peregrinus nel preparare il sistema delle formole e dell'editto
provinciale nell'estendere il concetto del ius gentium è da ve dersi il Glasson
(Étude sur Gajus, Paris). Cfr. C.,
L'evoluzione storica del diritto romano (Torino). Secondo Voigt, XII Tafeln, la
legge II, Tav. II, fra le altre cause di legittimo impedimento a comparire
avanti il magistrato, accenna appunto lo status, condictus dies cum hoste. Cfr.
quanto alla condictio cum hoste, il MuruEAD]. Anche intorno alla legis actio
per condictionem ci per vennero notizie molto scarse, in quanto che il
manoscritto di Gaio si presenta manchevole in quella parte, in cui egli,
accingendosi a parlare della legis actio per condictionem, sembrava accennare
alle origini di essa. Da quel poco tuttavia, che egli ne dice, si può ricavare:
lº che la sostanza di questa legis actio consisteva nella condictio, o meglio
nella denuntiatio, che l'attore faceva al conve nuto di comparire fra XXX
giorni ad iudicem capiendum; 2º che nella medesima quella scommessa, che
occorreva nel sacramentum, appare surrogata dalla sponsio et restipulatio
tertiae partis, per cui il soccombente, oltre l'importo della controversia,
deve corrispondere al vincitore il terzo della medesima a titolo di pena; 3º
che infine essa fu introdotta prima da una lex Silia per le obbligazioni di una
certa pecunia e poi estesa dalla lex Calpurnia alle obbligazioni di una certa
res: leggi, che sogliono essere assegnate approssima tivamente al principio del
sesto secolo di Roma. Quanto alla causa, per cui la condictio ha ad essere
intro dotta, essa forma oggetto di discussione fra i giureconsulti, i quali ha
ad osservare, che per le controversie di questa natura possono servire le
anteriori legis actiones. Ricomponendo tuttavia questi pochi indizii col resto,
che sappiamo delle legis actiones, si possono ricavare alcune importanti
illazioni. È certo anzitutto, che la condictio non e del tutto nuova, nè quanto
al nome, nè quanto alla sostanza, e non è punto improbabile, che fosse una
imitazione della condictio, propria della procedura inter cives et peregrinos.
Essa poi e accolta nel sistema delle legis actiones per le controversie, che
volgevano o intorno ad una certa pecunia o intorno ad una certa res. Quindi,
riguardando obbligazioni relative ad un certum, essa dovette restringere il
dominio della [Gaio. Quanto alla
stipulatio et restipulatio tertiae partis essa non è accennata nel testo
mutilato di Gaio, relativo alla legis actio per condictionem. Ma noi possiamo
indurne la esistenza da ciò, che egli dice altrove, che questa stipulatio et
restipulatio tertiae partis fa parte dell’actio certae creditae pecuniae
propter sponsionem. Ora l' actio certae creditae pecuniae, nel sistema
formolario, succedette alla legis actio per condictionem. Quindi se essa
ritiene questo carattere, che certamente sa di antico, e richiama sott'altra
forma la scommessa del sacramentum, dove certo ereditarlo dalla medesima. È poi
lo stesso Gaio accenna ai dubbi fra i giureconsulti circa il motivo, per cui fu
introdotta questa nuova legis action] actio sacramento, anzichè quello della
iudicis postulatio, la quale e propria delle controversie di carattere
indeterminato. Per tal modo, la condictio si presenta come una semplificazione
dell'actio sacramentu. Abolisce tutta la parte mimica del sacramentum. Sostituisce,
quanto alle obbligazioni aventi per oggetto un certum, il giudice singolo al
tribunale popolare dei centumuiri. Infine surroga alla scommessa, che anda a
beneficio dell'erario, la sponsio et restipulatio tertiae partis, che va invece
a benefizio del vincitore delle lite. Quanto alla causa storica, che può aver
determinata questa semplificazione nella procedura relativa alle obbligazioni
di un certum, essa deve certamente essere cercata in qualche importantissima
tra sformazione, che dovette avverarsi nell'epoca della Lex Silia e Calpurnia,
quanto alle obbligazioni di carattere quiritario. Qui per tanto viene ad aprirsi
un largo campo alle congetture. Ma è possibile di giungere a qualche risultato
probabile, se si tenga dietro al processo storico del ius quiritium nella parte
relativa alle obbligazioni. A questo proposito si è dimostrato a suo tempo, che
la forma primitiva dell'obbligazione ex iure quiritium e quella del l'atto per
aes et libram, che piglia il nome di nexum. Colla medesima il debitore
sottoponeva senz'altro la sua persona a tutti i rigori della manus iniectio,
per il caso che non avesse soddisfatto il suo debito a scadenza. In questa
parte però il ius quiritium subi una trasformazione profonda, allorchè la Lex
Poetelia tolse di mezzo gl’effetti speciali del nexum, negando al medesimo
l'efficacia di un'esecuzione immediata contro la persona del debitore. Da quel
momento il nexum cessa di costituire quell'ingens vinculum fidei che prima e, e
comincia a cadere in disuse. Ma sottentrarono in suo luogo e vece altri modi,
esclusivamente proprii dei cittadini romani, per assumere l'obbligazione di una
certa pecunia, o di una certa res, quali furono ad esempio la sponsio o stipulatio,
la expensi latio o litteris obligatio, o infine la mutui datio, di cui formano
oggetto quelle cose quae numero, pondere acmensura constant. Per tutte queste
obbligazioni di un certum, non essendo più consentita la immediata manus
iniectio, che un tempo era con- [Cfr. in Keller e il Buonamici, Proc. civ. rom.]
-sentita per il nexum, non puo più esservi altra procedura, che quella
dell'actio sacramento, la quale, per il pericolo, che vi e inerente, non puo a
meno di riuscire grave per i creditori di una somma o cosa certa, il cui
credito risulta in modo solenne da atti riconosciuti dal diritto civile. Si
comprende pertanto, che prima la lex Silia, per una certa pecunia, e poi la lex
Calpurnia, per ogni certa res, abbiano sostituita all’actio sacramento la legis
actio per condictionem, in cui evvi ancora un vestigio dell'antica scommessa
nella sponsio et restipulatio tertiae partis, la quale tuttavia non va più a
benefizio dell'erario, ma è un compenso e come un indennizzo per il vincitore
ed una pena per il soccombente. Siccome poi nel diritto romano ogni istituto,
che riesce a pene trare nella compagine di esso, ben presto si rivendica il
posto, che gli compete, e riceve tutto lo sviluppo, di cui può essere capace;
così la condictio, appena fu ammessa come legis actio, essendo più semplice,
più spedita, meno pericolosa dell'actio sacramento, fini per richiamare a sè
stessa tutte le controversie relative all'obbligazione di un certum, mentre
l'actio sacramento si circoscrive a tutte quelle controversie, che hanno il
carattere di una vindicatio, intesa in largo senso. Di qui consegui col tempo,
che il vocabolo di condictio, nel linguaggio giuridico, divenne pressochè
sinonimo di actio in personam, mentre l'actio sacramento finì per significare
di preferenza l'actio in rem o la vindicatio. Ha quindi tutte le ragioni Gaio
di accusare di improprietà l'uso, che facevasi ai suoi tempi, del vocabolo di
condictio per indicare l' actio in personam, poiché l'essenza della primitiva
condictio non consiste tanto nel dari oportere, quanto piuttosto nella
denuntiatio diei. Ma ciò punto non toglie, che di fatto, in virtù di un lungo
processo storico, verificatosi nel sistema delle legis actiones, l'actio
sacramento si riduce alle sole vindicationes, mentre la condictio e in sostanza
divenuta la forma, sotto cui facevansi valere tutte le actiones in [ Cf. il nexum
-- ove trattasi appunto del comparire della mutui datio e della stipulatio, in
surrogazione del nexum primitivo, che anda in disuso. Anche il MUIRHEAD stiene
un'opinione analoga a quella proposta nel testo, come lo dimostra il fatto, che
egli tratta contemporaneamente della introduzione della stipulatio e della
legis actio per condictionem. Ho però già notato, come quest'autore ritenga col
Leist la stipulatio come importata dalla Grecia, opinione che non credo da
ammettersi.] personam, e quindi realmente veniva ad essere come un sinonimo
dell'actio in personam. Intanto dalle cose premesse può esser ricavato il
seguente svolgimento storico della procedura contenziosa nel sistema delle
legis actiones. Le due procedure più antiche, le quali rimontano probabilmente
ad epoca anteriore alla fondazione stessa di Roma, sono l'actio sacramento e la
reciperatio. Quella è la procedura, che e accolta come esclusivamente propria
dei quiriti, per le questioni di carattere quiritario, e quindi negli inizii
dove essere la legis actio fondamentale del ius quiritium, nello stretto senso
della parola. Questa invece si applica nei rapporti inter peregrinos ed anche
in quelli inter cives et peregrinos. Siccome però a Roma e continuo l'attrito fra
i cives ed i peregrini, e l'una e l'altra procedura segue davanti allo stesso
magistrato, così ne venne, che le due procedure finirono per esercitare
scambievole influenza l'una sull'altra. Cosicchè col tempo le forme più
semplici e spedite della procedura inter cives et peregrinos finirono talvolta
per essere trasportate ed accomodate alle esigenze del diritto civile romano.
Così, ad esempio, allorchè fra i cittadini, accanto alle vere lites di
carattere quiritario, che per la precisione ed esattezza di questo diritto,
potevano risolversi affermando o negando, si svolsero delle questioni di
carattere più indeterminato, che chiamavansi piuttosto iurgia, accanto
all’actio sacramento, che continua ad essere l'a zione tipica del ius quiritium,
comincia a svolgersi la iudicis postulatio, la quale fini colla legislazione
decemvirale per entrare eziandio nel novero delle legis actiones. Per tal guise,
le controversie, che hanno per oggetto un certum, si trattano coll'actio
sacramento. Quelle invece, che riguardano un incertum, danno argomento alla
iudicis postulatio. Ognuna poi di queste due legis actiones fini- [Gaio, dopo
aver detto, che l'essenza dell'antica legis actio per condictionem consiste
nella denuntiatio diei, aggiunge: nunc
vero non proprie condictionem dicimus actionem in personam, qua intendimus dari
oportere; nulla enim hoc tempore eo nomine denuntiatio fit. Gaio ha ragione dal
suo punto di vista, perchè l'essenza dell'actio in personam ai suoi tempi sta non
più nella denuntiatio diei, ma nel dari oportere. Ma storicamente lo scambio
della parola si era operato, perchè nel sistema delle legis actiones la
condictio era divenuta la forma, sotto cui si proponevano tutte le actiones in
personam aventi per oggetto un certum.] per subire una suddistinzione. Quando
infatti, accanto all'actio sacramento, penetra la condictio, la prima fini per
restringersi alle vindicationes, e questa invece attire a sè tutte le actiones
in personam, che avessero per oggetto un certum, e divenne quasi si nonimo di
actio in personam. Cosi pure, allorchè nel diritto civile romano penetra in
parte la considerazione dell'aequitas e della bona fides, nel seno della
iudicis postulatio si opera pure una distinzione; poichè essa puo dar luogo o
alla nomina di un giudice o a quella soltanto di un arbitro, secondo la
larghezza maggiore o minore dei poteri, che era loro affidata
nell'apprezzamento della causa e nel tener conto delle considerazioni di equità.
Intanto però, mentre si ha questo svolgimento storico, è probabile, che tanto
la iudicis postulatio quanto la condictio, almeno in parte, imitano delle
procedure, che già si applicano nei rapporti inter cives et peregrinos. Fu in
questa guisa, che, già sotto la veste ferrea delle legis actiones, si vennero
preparando tutte quelle distinzioni di actiones, che poterono poi acquistare un
libero svolgimento col sistema delle formulae. Tali sono le distinzioni fra la
vindicatio e la condictio; fra l'actio in rem e l'actio in personam; fra le
actiones stricti iuris e bonae fidei; fra le actiones certae e le incertae; fra
l'actio nesin ius conceptae e le actiones in factum. Si può quindi conchiudere che,
anche in tema di procedura, tutte le varietà e distinzioni delle azioni
sembrano procedere da un'unica forma tipica, che è quella dell’ actio
sacramento, la quale fu il nucleo centrale, intorno a cui si svolge la
procedura contenziosa del diritto; ma che accanto alla medesima fin dai primi
tempi fuvvi la reciperatio per le controversie inter cives et peregrinos, dalla
quale dovettero essere mutuate certe procedure più semplici, come quella della
condictio. E poi eziandio in questa procedura, che dove essere applicata dal
praetor peregrinus, che comincia a prepararsi quel concetto del ius gentium, e
quel sistema delle formulae, che esercitarono poi tanta influenza sul diritto
civile romano. Mentre nella procedura contenziosa il diritto cerca di mantenere
la più rigorosa IMPARZIALITA fra i contendenti, esso invece apre l'adito ad una
procedura ben più decisiva, allorchè la lotta fra i contendenti giunse al suo
termine, e trattisi di procedere all'esecuzione contro il soccombente. Anche il
linguaggio giuridico sembra allora richiamare un'epoca di violenza. Ciascuno e vindice
del proprio diritto. Noi veniamo cosi a trovarci di fronte alla manus iniectio
e alla pignoris capio, di cui quella sembra avere il carattere di una
esecuzione contro la persona del debitore, e questa invece il carattere di una
pignorazione contro i beni del medesimo. È tuttavia facile lo scorgere, che
nella procedura quiritaria si preferisce nell'esecuzione di procedere contro la
persona del debitore, anzichè contro i beni del medesimo. Infatti nel diritto
il modo generale di esecuzione per le obbligazioni viene ad essere la manus
iniectio, che è diretta appunto contro la persona. Mentre la pignoris capio
riveste in certo modo il carattere di un privilegium, e viene così ad essere
ristretta a pochissimi casi, che furono specificamente introdotti o dalla legge
o dal costume, e determinati dalla natura del credito. Intanto nell'una e
nell'altra procedura già apparisce evidente, che se i vocaboli richiamano
ancora l'uso della forza, questa pero viene già ad essere regolata dall'impero
della legge; poichè è questa che determina i varii casi, in cui può ricorrersi
all'uno od all'altro modo di esecuzione. Incominciando dalla manus iniectio,
noi troviamo che la medesima, nel ius quiritium, compare sotto forme diverse,
che vogliono essere tenute ben distinte fra di loro. Una prima forma di essa
era la manus iniectio, a cui puo appigliarsi il padrone col servo, che avesse
cercato di sottrarsi al suo potere, e questa era una conseguenza della podestà
del padrone sul servo, di cui rimasero le traccie nella vindicatio in
servitutem. Un'altra forma era quella invece, a cui dava origine l'obbligazione
solenne del nexum, in base a cui il debitore, che non paga a scadenza, poteva,
anche senza l'intervento del magistrato, essere trascinato nella casa del
debitore, e quivi essere ridotto a condizione pressochè servile, fino a che non
avesse soddisfatto il proprio debito. Vuolsi qui aggiungere, che Gaio accenna
perfino al dubbio surto fra i giureconsulti, relativamente alla natura della
pignoris capio, che alcuni ritenevano non essere una legis actio, in quanto che
la medesima, sebbene si compiesse certis verbis, a differenza tuttavia delle
altre legis actiones, extra ius peragebatur, e poteva perfino compiersi *in
giorno nefasto*. Questa manus iniectio rimonta certamente ad epoca anteriore
alla legislazione decemvirale, ed era una conseguenza del rigore dell’obbligazione
quiritaria, contratta colle formedell'atto per aes et libram. Questa e quella
manus iniectio, la quale, applicata sopratutto nei rapporti coi debitori
plebei, da origine a quelle dissensioni civili, a proposito dei nexi, a cui
cercò di porre termine la Lex Poetelia nel 428 di Roma. La Lex Poetelia però
non e ancora una vera legis actio, in quanto che non fondavasi sulla legge, ma
derivava direttamente dal rigore dell'obbligazione quiritaria, assunta colle
forme del nexum, nella quale la volontà manifestata dalle parti costituiva
legge, ed implica la condanna del debitore. Havvi infine quella manus iniectio,
che occorre nella legislazione decemvirale e che costituisce un modo generale
di esecuzione contro coloro, che avessero confessato il proprio debito (aeris
confessi), o che avessero subita una condanna giudiziale per il pagamento di
una determinata somma (iudicati vel damnati). A mio avviso, è solo a
quest'ultima, che Gaio attribuisce il carattere di una vera legis actio, e che
egli indica col nome di manus iniectio iudicati, sive damnati. La severità
inumana, a cui poteva giungere la procedura della [Gaio. L'opinione espressa
nel testo fondasi sulla considerazione, che Gaio restringe evidentemente la
legis actio per manus iniectionem ai casi
de quibus, ut ita ageretur, lege aliqua cautum est , e si limita a fare
una rassegna storica delle varie leggi, le quali, incominciando da Le XII
Tavole, avrebbero consentito questo mezzo di esecuzione. Nella sua esposizione
pertanto non si accenna più a quella rigorosa procedura, di origine pressochè
contrattuale, a cui dava origine il primitivo nexum; tanto più che la medesima
era andata in disuso fin dal tempo, in cui la Lex Poetelia ha tolte di mezzo le
conseguenze speciali del nexum. Non mi sembra quindi il caso di voler forzare
le espressioni di Gaio per far entrare i nexi nella espressione dei iudicati o
dei damnati, adoperata da Gaio. Piuttosto i nexi dell'antico diritto possono
ritenersi compresi negli aeris confessi di Le XII Tavole, dei quali non era più
il caso che Gaio si occupasse. Poichè, se con quel vocabolo si intendevano gli
obbligati col nexum, le disposizioni di Le XII Tavole sono state abrogate, e se
si intendevano gli in iure confessi, non era il caso di farne una categoria
speciale di fronte al principio – in iure confessus pro iudicato habetur. Questa
opinione intanto si differenzia da quella di coloro, che vorrebbero comprendere
i nexi nei damnati, di cui parla Gaio, fra i quali il MUIRHEAD, e da quella
eziandio di coloro, che appoggiati al testo di Gajo, il quale non parla dei
nexi, vorrebbero escludere gli obbligati col nexum dalla procedura della manus
iniectio, e porre imedesimi nella condizione di tutti gli altri debitori, come
Voigt e Cogliolo, nelle note al PADELLETTI, Storia del dir. rom., il quale pure
ha adottato l'opinione del Voigt.] manus iniectio, e probabilmente una delle
cause, per cui la medesima col tempo diventa oggetto di investigazione curiosa
per gli stessi autori latini, i quali hanno cosi occasione di tramandarci le
espressioni testuali di Le XII Tavole a questo riguardo. Allorchè altri aveva
subito condanna per un proprio debito, gli era prima consentita una specie di
tregua (velut quoddam iustitium ), che durava XXX giorni, in cui doveva
avvisare almodo di pagare il debito (conquirendae pecuniae causa ). Trascorsi i
medesimi senza che egli pagasse, il creditore puo porre sopra di lui la sua
manus, condurlo davanti al magistrato, e quivi pronunziare la formola solenne
della manus iniectio. Né al debitore era lecito di depellere manum a se, né di
agere lege pro se, ma solo poteva nominare un vindex, che fa valere le sue
ragioni, dando sicurtà per il processo e per l'eventuale pagamento del doppio
nel caso in cui vincesse l'attore. Intanto il creditore puo condurre il
debitore nel suo carcere, e quivi metterlo in catene, con scelta al debitore di
alimentarsi del suo o di lasciarsi alimentare dal creditore. Questo arresto
durava LX giorni, e negli ultimi III giorni di mercato, compresi in questo
spazio di tempo, il creditore dove condurlo di nuovo davanti al magistrato, e
far pubblica la somma da lui dovuta accid qualcuno potesse pagare per lui. Che
se anche allora non si fosse fatto il pagamento, il creditore poteva *ucciderlo*
o venderlo al di là del Tevere (capite poenas dabat, aut trans Tiberim venum
ibat). Ed anzi, se più fossero i creditori, venivano le famose espressioni
conservateci da Gellio – partis se canto: si plus minusve secuerunt, se fraude
esto. L'autore, che ci ha serbata più particolare notizia della procedura
esecutiva nel diritto, conservandoci perfino le parole testuali della legge, è
Gellio, Noc. Att., -- dove introduce il giureconsulto Sesto Cecilio Africano e
il filosofo Favorino, a discutere intorno ad alcune singolari disposizioni del
diritto. Interessante discussione, poichè da una parte abbiamo il
giureconsulto, che, riportandosi alle opportunità dei tempi, cerca di scusare
il vigore del diritto. Dall'altra abbiamo il filosofo, il quale, a nome della
ragione, viene combattendone quelle disposizioni, che il tempo aveva fatto
apparire o irragionevoli od inumane. Intanto, a questa discussione poi dobbiamo
la maggior parte di quelle testuali disposizioni di Le XII Tavole, che a noi
siano pervenute, le quali composte insieme colle informazioni dateci da Gaio,
ci porgono le fattezze primitive della manus iniectio. Si comprende come
l'enormezza del potere, che la legge qui accorda al creditore, lascia increduli gli antichi ed anche i
moderni. Di qui il tentativo recente di Voigt di interpretare la legge nel
senso, che il capite poenas dabat significasse la riduzione in schiavitù del
debitore, e che il partis secanto si riferisse alla ripartizione del prezzo
ricavato dalla vendita, per il caso in cui fossero più i coeredi del creditore.
Certo è, che se noi avessimo soltanto il testo della legge, questo potrebbe
forse consentire questa interpretazione, punto non ripugnando che la legge
attribuisse a quei vocaboli una significazione giuridica, anzichè letterale. Ma
noi, oltre al testo della legge, abbiamo anche il commento, che vi diedero gli
antichi. E questo è tale da escludere qualsiasi interpretazione più benigna.
Noi troviamo infatti presso Gellio, che il giureconsulto Sesto Cecilio, pur
tentando di spiegare il rigore della legge, punto non accenna alla possibilità
di tale interpretazione. Sesto Cecilio dice invece, che il legislatore,
nell'intento di tutelare la fede nei negozii,
introduce una pena, che, per la propria immanità, non puo essere
applicata, come in effetto non lo era mai stata. Voigt, XII Tafeln. Egli, ciò
stante, nella ricostruzione della legge VIII della Tav. III, aggiungerebbe alle
parole serbateci da Gellio. Tertiis nundinis, partis secant -- le parole si
coheredes sunt -- il che vorrebbe dire, che se il debitore era domum ductus da
uno dei suoi creditori, egli non poteva più essere soggetto alla manus iniectio
degli altri; ma intanto se fossero stati più i co-eredi del creditore, che
l'aveva domum ductus, i medesimi potevano, in base alle XII Tavole, procedere
contro di lui soltanto per la quota loro spettante di credito, e perciò
dovevano chiedere il riparto della somma loro dovuta. Questa supposizione è
ingegnosa. Ma è difficile di persuadersi, che una espressione larghissima,
quale e quella di Gellio, puo restringersi ad un caso abbastanza speciale, qual
e quello posto innanzi dal Voigt. Questa interpretazione letterale della legge,
di cui si tratta, non e solo attribuita
alla medesima da Gellio ma eziandio da Quintiliano e da TERTULLIANO -- ma con
parole alquanto vaghe, e coll'ag giunta,pur fatta da Gellio, che la storia non ricorda alcun caso di
sectio corporis. Dissectum esse antiquitus neminem equidem neque legi, neque
audiri. Parmi poi, che un argomento per questa letterale interpretazione siavi
eziandio in quell'altra disposizione delle XII Tavole. Si membrum rupit, ni cum
eo pacit, talio esto -- ove compare in certo modo la stessa tendenza di
accordare a colui che ha subìto un danno per colpa di un altro, una potestà
corrispondente sul corpo di lui. Questa letterale interpretazione ha pure ad
essere sostenuta, col sussidio della giurisprudenza comparata, dal Kohler (Das
Recht als Culturerscheinung, Vürzburg) il cui brano relativo è riportato dal
MUIRHEAD. Non può quindi essere il caso di dare alla legge una significazione
diversa da quella, che vi attribuirono gl’antichi, ma piuttosto di cercare,
come mai i decemviri possono giungere ad una disposizione di questa natura.
Tale spiegazione non deve essere cercata tanto nella rozzezza dei costumi
romani, quanto piut tosto in quella logica inesorabile, di cui già sonosi
trovate le traccie nelle varie parti del ius quiritium, e sopratutto nel
rigoroso concetto, che questo diritto ha a formarsi dell'obbligazione
personale. Al modo stesso che il diritto quiritario, nella sua logica rude,
trattandosi del dominio, immedesimò in certo modo la cosa, oggetto della
proprietà, colla persona a cui essa appartiene. Così pure esso, nel concepire
il diritto di obbligazione, vide nel medesimo un vincolo strettamente
personale, che stringe pressochè materialmente il debitore al suo creditore
(nexum), senza punto preoccuparsi dei beni, che appartenessero a quest'ultimo.
Se quindi il debitore condannato non soddisfi il debito, la logica del diritto
non si appiglie all'espediente di ripiegarsi sovra i beni del debitore. Procede
diritta per la sua via, e verrà così aggravando i mezzi di co-azione contro il
debitore che non paga, nell'intento di forzarlo ad eseguire il pagamento. Che
se le co-azioni di carattere giudiziale od estra-giudiziale non bastano, questa
logica, fissa nel carattere esclusivamente personale dell'obbligazione, puo
anche giungere fino al l'estremo di accordare al creditore il diritto di
vendere o di *uccidere* il debitore, al modo stesso, che attribuisce al
proprietario la facoltà di distruggere la cosa, che gl’appartiene (ius
abutendi). È tuttavia evidente, che il diritto, accordando simili diritti al
creditore contro il debitore condannato, non intende tanto di accordargli un
diritto reale ed effettivo, quanto piuttosto di attribuirgli efficaci e potenti
mezzi di co-azione. Ciò è dimostrato da tutta la procedura. Lo stesso Kohler
già erasi occupato della questione nel Shakespeare vor dem Forum der
Jurisprudenz (Vürzburg), di cui può vedersi un largo resoconto del GIRARD nella
Nouvelle revue historique. A compimento di questa notizia ricordo anche l’interessante
saggio di ESMEIN, Débiteur privé de sépulture, nei Mélanges d'histoire de droit -- ove il
diritto del creditore prende un altro singolare svolgimento, quello cioè di
porre un sequestro sul cadavere del debitore, e di rifiutare al medesimo il
riposo della tomba, finchè i congiunti o gl’amici non ne abbiano pagato il
debito. Qui la co-azione adoperata s'appoggia sull'opinione popolare che l’ANIMA
del debitore non trova riposo, finchè il suo CORPO non riposa nella tomba.] della
manus iniectio, dalla necessità nei varii stadii della medesima della presenza
del magistrato, dall'obbligo imposto al creditore di far pubblico il suo
credito e di esporre sul mercato la persona del debitore. Ed è questo il
concetto, che ebbe ad esprimere, presso Gellio, il giureconsulto Sesto Cecilio
dicendo che i decemviri. eam capitis poenam, sanciendae fidei gratia,
horrificam atrocitatis ostentu, novisque terroribus metuendam reddiderunt. Che
anzi, prendendo alla lettera l'espressione di Le XII Tavole, nella parte, che
si riferisce alla spartizione del corpo del debitore, appare perfino di
impossibile attuazione, poichè vien dichiarato in frode il creditore, che tolga
dal corpo del debitore una parte maggiore o minore diquella che gli sia dovuta,
il che conferma eziandio l'altra espressione dello stesso giureconsulto,
secondo cui – eo consilio tanta immanitas poenae denuntiata est, ne ad eam
perveniretur. Del resto non è questo il solo esempio di questa logica astratta,
propria del diritto, che talora si spinge fino a tale da non essere quasi più
applicabile nel fatto. Il diritto infatti del creditore sul corpo del debitore
trova un riscontro nel diritto al talione, spettante a colui, di cui fosse
stato rotto un membro -- talione che, secondo l'osservazione da Gellio
attrituita al filosofo Favorino, non puo
essere più facilmente eseguito che la spartizione del corpo del creditore in
proporzione dei crediti. Cosi pure esso ha un altro riscontro nel ius vitae et
necis, che giuridicamente parlando spetta al padre sui figli, al marito sulla
moglie, al padrone sullo schiavo, ancorchè in questa parte sia certo, che il
rigore del diritto trova dei temperamenti nel pubblico costume. Non è quindi il
caso di inferire da queste disposizioni l'esistenza di costumi antropofagi
presso i romani. Ma soltanto di scorgere in ciò una nuova prova, che il loro
ius quiritium, essendo il frutto di una elaborazione giuridica, la quale mira
ad isolare l'elemento giuridico da ogni elemento estraneo, fini per essere
governato da una logica inesorabile, che tal volta appare non solo inumana, ma
perfino inapplicabile nel fatto. Dice infatti Favorino presso Gellio: Praeter
enim ulciscendi acerbitatem ne procedere quoque executio iustae talionis
potest; nam, cui membrum ab alio ruptum est, si ipsi itidem rumpere per
talionem velit, quaero, an efficere possit rampendi pariter membri aequilibrium?
in qua re primum ea difficultas est inexplicabilis. KOHLER dice
scherzevolmente, che alla lista delle ipotesi escogitate per spiegare questa
disposizione, ne manca una sola, quella cioè che i romani sono degli
antropofagi. Dal momento poi che il primitivo ius quiritium, nella sua
procedura di esecuzione, ha preso di mira piuttosto la persona del debitore,
che non i beni, che ne costituivano il patrimonio, si comprende, che esso,
nella sua perseveranza tenace, stenta più tardi ad abbandonare la via, che
prima segue. Noi troviamo infatti, che nel posteriore svolgimento della
procedura esecutiva in Roma, mentre il diritto civile nello stretto senso della
parola continua sempre a dirigersi contro la persona, anzichè contro i beni del
debitore, e invece il ius honorarium, il quale soltanto molto più tardi riusci
ad organizzare una procedura esecutiva contro i beni, che costituivano il
patrimonio del debitore. L'una e l'altra circostanza è abbastanza comprovata
dalle atte stazioni di Gaio. Questi infatti, parlando delle legis actiones, ci
fa assistere allo svolgimento storico della manus iniectio nel diritto civile
di Roma, dimostrando, come, sul modello della manus iniectio iudicati, altre
leggi abbiano introdotto una manus iniectio pro iu dicato, ed altre abbiano poi
dato occasione ad una manus iniectio pura, la quale, a differenza delle altre
due, non impede che il debitore potesse manum a se depellere et lege agere pro
se, senza ricorrere all'opera di un vindex. Posteriormente poi, la legge Vallia
ristrenge di nuovo i casi, in cui non potevasi manum de pellere e pro se lege
agere, a quei due, che primierano stati introdotti, in cui si agiva o in base a
un giudicato, o contro una persona per cui altri aveva dovuto pagare qual
sicurtà. Di questo, secondo Gaio, rimane una traccia anche dopo l'abolizione
delle legis actiones in ciò, che anche ai suoi tempi colui, col quale si agisce
in base a un giudicato o per aver pagato per esso, iudicatum solvi satisdare
cogitur. Lo stesso Gaio poi, sebbene alla sfuggita, dice altrove, che
l'introduzione della bonorum venditio sole essere attribuita a Publio Rutilio,
il quale dovette essere praetor nel 647 di Roma, e noi sappiamo, che è appunto
con questa bonorum venditio, che si introdusse in Roma un concorso fra i
creditori, non dissimile da quello, che ora ha luogo nella procedura per
fallimento. E solo più tardi, che anche il diritto civile, per mezzo della lex
Iulia de [Gaio. È notabile infatti come Gaio in tutta la sua esposizione della
procedura esecutiva non accenni mai alla esecuzione sui beni del debitore.
Gaio, IV, 35. Quanto a questa procedura contro i beni, vedi KELLER, Il processo
civ. rom. e quanto alle analogie, che questo con corso dei creditori presenta
col fallimento, cfr. Montluc, La faillite chez les Romains – ] -cessione
bonorum, accordo al debitore il mezzo di evitare l'esecuzione personale,
ricorrendo alla cessio bonorum. Ma anche allora questa cessio bonorum dove
essere consentita dallo stesso debitore, e costitui in certo modo un benefizio,
che gli venne accordato per cansare la esecuzione personale e per evitare anche
l'infamia, da cui questa era accompagnata. Quindi neppur questa legge aboli
intieramente l'esecuzione contro la persona, ma piuttosto fece in guisa, che
essa cadesse in disuso, essendosi introdotto un mezzo per liberarsi da essa.
Parmi poi, che questa preferenza indiscutibile del ius quiritium per la
esecuzione contro la persona del debitore, anzichè contro i beni spettanti al
medesimo, sia stata eziandio la ragione, per cui si mantenne in così ristretti
confini l'applicazione della pignoris capio. Essa infatti si ridusse ad essere
un privilegio per crediti di origine militare (aes militare, hordearium,
equestre), e per crediti di origine religiosa (il prezzo di un hostia e il nolo
di giumento allo scopo di un sacrificio, in dapem). Un solo caso di pignoris
capio lascia traccie durature nella storia delle istituzioni giuridiche, e fu
quello introdotto da una lex praediatoria o censoria, a favore degl’appaltatori
delle imposte, sui fondi che sono gravati dalle medesime: privilegio di
carattere fiscale, che ha un'analogia incontrastabile col privilegio generale
sugl’immobili, che ancora oggidi spetta al fisco per le imposte dirette.
Intanto però sta sempre il concetto, che nel diritto di Roma è la persona, che
risponde direttamente delle proprie obligazioni, e che la missio in bona deve
ritenersi soltanto introdotta dal pretore. Che anzi è degno di nota, che anche
questa procedura sembra negl’inizii essersi forse introdotta fuori di Roma,
come lo dimostra il fatto, che noi la troviamo descritta dapprima nella Lex
Rubria de Gallia Cisalpina. Una ragione di questa preferenza [Quanto
all'origine pretoria dell'esecuzione contro i beni, vedi eziandio LENEL, Das
Edictum perpetuum, La lex Rubria, Bruns, Fontes, attribuisce la facoltà di
accordare questa missio in bona al solo pretore della città di Roma, come lo
dimostrano le seguenti parole della legge Praetor – isve qui de eis rebus Romae
iure dicundo praeerit, in eum et in heredem eius de eius rebus omnibus ius deiicito, decernito,
eosque dari bona eorum, possideri,
proscribique venire iubeto, etc. WLASSAK, Röm. Processegesetze] dell'antico
diritto per la persona, anzichè per i beni del debitore, non potrebbe essa
trovarsi nella considerazione, che tutto il primitivo ius quiritium ha ad essere
modellato sul concetto fondamentale del quirites, in quanto era considerato
come una individualità integra e completa sotto l'aspetto giuridico, la cui
parola dava origine al nexum, e la cui volontà costituiva una legge, cosi nei
negozii tra vivi come nel testamento? Non abbiamo anche in questo una
conseguenza dal punto speciale di vista, a cui eransi collocati i modellatori
del diritto? Basta ora ricomporre insieme queste varie parti della procedura
romana e metterle in movimento ed in azione, per comprendere come il sistema
della legis actio, anzichè essere, come vorrebbero taluni, un complesso di
solennità, escogitate dallo spirito sottile e formalista dei romani, sia stato
invece il mezzo più potente ed efficace,mediante cui venne preparandosi
l'elaborazione del diritto civile romano. La legis actio e per cosi esprimerci,
il crogiuolo mediante cui l'obbiettività giuridica del fatto umano puo essere
isolata da tutti gl’elementi estranei, ed essere ridotta cosi a quello stato di
purezza, che solo si rinviene negli scritti dei giureconsulti romani. Siccome
infatti ogni diritto, per poter affermarsi in giudizio, dove passare per lo
strettoio della legis actio: cosi ne venne, che con questo sistema prima il pontefice,
nel modellare la legis actio, poscia le parti nell'adattare alle medesime la
loro controversia. Quindi il magistrato nel determinare i termini, in cui tale
controversia dove essere giuridicamente concepita. Infine i giudici, che doveno
di necessità restringere la loro decisione al punto di questione che e loro
sottoposto, attendeno tutti ad un medesimo lavoro, che e quello di spogliare
una fattispecie da ogni elemento etico (morale) o religioso, con cui si
trovasse implicata, per ridurla ad una configurazione e ad una formola ESCLUSIVAMENTE
LEGALE O GIURIDICA. Siccome poi, il giudice della controversia, o e tolto dalle
varie classi o tribù, come i centumviri e forse anche i decemviri, o scelto nel
l'ordine dei senatori, come i iudices selecti, o convenuto fra le parti, come
gl’arbitri, od anche scelto in parte fra i peregrini, come i recuperatores. Cosi
ne veniva, che l'elaborazione del diritto in Roma e un'opera collettiva, a cui
concorrevano tutti gl’ordini e le V classi, e che puo perfino sentire
l'influenza del diritto e della procedura, che applicasi dei rapporti fra i
cittadini e gli stranieri. Siccome parimenti tutto questo lavoro e unificato e
coordinato per opera del magistrato, che sovraintende all'amministrazione della
giustizia, ed e poi assecondato dall'opera dei giureconsulti, che venivano
racchiudendo in formole la varietà grandissima dei negozii giuridici. Cosi ne
venne, che in Roma fin dai suoi inizii si trova sapientemente organizzato un
sistema di mezzi, il quale mira ad isolare l'elemento giuridico del fatto umano
dagl’elementi estranei, a consolidare le consuetudini fluttuanti in una forma determinata
e precisa, a richiamare le varietà dei fatti umani a certe forme tipiche e
generali. E in questo modo, che puossono scomparire i contendenti e si
sostituirono ai medesimi dei nomi convenzionali -- Aulus Agerius e Numerius
Negidius nella formola processuale, Titius, Caius, Sempronius, etc. in quella
contrattuale --; che una controversia PARTICOLARE e richiamata a certa forma GENERALE;
e che intanto i concetti primordiali, da cui ha preso le mosse il diritto di
Roma, poterono con una logica perseverante e tenace essere spinti a tutte le
conseguenze, di cui erano capaci. E quindi sopratutto in Roma, che il diritto
potè essere l'espressione della coscienza giuridica di tutto un popolo, un
elemento organico della vita sociale, il frutto di un'elaborazione unica e
varia ad un tempo, la quale obbedisce costantemente a quei processi, i quali,
applicati prima dal pontifice, passarono poscia al praetor ed al giureconsulto,
e non furono neppure abbandonati sotto gli stessi principi. Per tal modo, quel
lavoro di selezione, che erasi in Roma iniziato mediante la legge, le quali,
trascegliendo fra le istituzioni delle varie genti, ne hanno ricavato un
diritto tipico, esclusivamente proprio del quirites, e perciò chiamato ius
quiritium, venne ad essere eziandio proseguito nella interpretazione della
legge e nell'amministrazione della giustizia, le quali si sforzarono dapprima
di fare entrare nelle forme determinate dalla legge la varietà sempre crescente
dei rap porti giuridici, a cui dava occasione la convivenza cittadina, e
vennero poi gradatamente ampliando e differenziando le forme stesse, allorchè
esse cominciavano ad essere inadeguate ai bisogni, a cui trattavasi di
provvedere. Per tal modo il ius quiritium si allarga ed amplia nel ius proprium
civium romanorum; poscia accanto a questo venne svolgendosi il ius honorarium,
il quale pur derogando al ius civile ed assimilando nuovi elementi, li forza
tuttavia ad entrare in forme analoghe a quelle già preparate dal ius civile. È
in questa guisa, che il diritto romano, dopo essere stato la selezione più
rigida dell'ELEMENTO ESCLUSIVAMENTE GIURDIICO E NON ETICO, che presenti la
storia, ed essere stato una produzione esclusivamente propria del popolo
romano, viene a poco a poco attirando nella propria cerchia le considerazioni
di equità e di buona fede, assimilando quelle istituzioni delle altre genti,
che potevano ricevere l'impronta del genio giuridico di Roma, finchè non diventa
tale da poter essere comune a tutte le genti, che avevano somministrato i
materiali, sovra cui erasi venuto elaborando. Può darsi ed è anzi probabile,
che i principii di questa grande opera di selezione sono dapprima
inconsapevoli, come gl’inizii di tutte le opere umane, e fossero determinati
dal modo di formazione di Roma, e dal genio eminentemente giuridico dei
fondatori di essa. Ma egli è certo eziandio, che essa non tarda a cambiarsi ben
presto in un'opera consapevolmente voluta e proseguita con una perseveranza
tenace, di cui non potrebbesi trovare paragone. Così, ad esempio,
dell'importanza della legis actio già dovette aver consapevolezza il patriziato
romano, allorchè, dopo avere in parte reso comune alla plebe il proprio diritto,
continua tuttavia a riservare al collegio dei suoi pontefici la formazione della
legis actio, e la cambia in un segreto di professione e di casta; come pure
dovette averne coscienza anche la stessa plebe romana, come lo dimostra la sua
riconoscenza a Gneo Flavio, il quale, secondo la tradizione, ha resa di
pubblica ragione la piu primitiva legis actio. Questa influenza poi del sistema
delle azioni venne ad essere anche maggiore, allorchè l'abolizione della legis actio
e l'intro duzione del sistema delle formole attribui da una parte al magistrato
libertà maggiore nella concezione giuridica delle varie fattispecie, e
dall'altra gli porse eziandio il modo di introdurre nuove azioni, accanto a
quelle, che si fondano direttamente sui termini della legge. Fu in quest'epoca,
che il medesimo, oltre al ius dicere, si [(Pomp., Leg., Dig.; Liv. Secondo la
tradizione, Gneo Flavio e dalla riconoscenza della plebe elevato alla dignità
di *tribune* della plebe, di senatore e di edile curule.] trova eziandio nella
necessità di edicere, ossia di pubblicare, entrando in ufficio, la norma, che
avrebbe applicate nell'amministrazione della giustizia; che accanto ai iudicia
legitima si svolgeno quelli imperio continentia; che, accanto alle actiones
legitimae, quae ipso iure competunt, se ne formarono eziandio di quelle, actiones
quae a praetore dantur.Da quel momento il praetor puo essere considerato come
una lex loquens, e venne in certo modo ad essere arbitro sovrano
nell'amministrazione della giustizia. Tuttavia l'abolizione della legis action
e la sostituzione del sistema delle formulae devono essere intese alla romana,
il che vuol dire, che l'abolizione è soltanto parziale e non impedisce la
sopravvivenza dell' actio sacramento, come preliminare del centum. virale
iudicium e di quello damni infecti nominee, al modo stesso che l'introduzione
delle formulae, anzichè una rivoluzione, è piut tosto il riconoscimento e
l'adozione fatta per legge di una pratica, che dove già essersi prima
introdotta nel fatto. È infatti probabile che il sistema delle formulae già puo
esser applicato nella procedura inter cives et peregrinos, nella quale non
potevano essere applicate la legis actio, e che in tal guisa una procedura
propria della recuperatio sia penetrata nel ius proprium civium romanorum,
almodo stesso, che più tardi l'actio sacramento puo eziandio essere proposta
davanti al praetor peregrinus. Il sistema delle formole e in certa guisa già
contenuto in germe nel sistema della legis actio. A quel modo, che la stipulatio
riducesi in sostanza alla parte nuncupativa del nexum, la quale, liberata dalla
solennità del l'atto per aes et libram, puo essere adattata alla varietà dei
negozii [Gaio dice espressamente, che, negl’esordii di questo sistema di
procedura, edicta praetorum nondum in usu habebantur. Era quindi naturale, che
quando questi sono introdotti, accanto a quella parte di diritto, che fondasi
direttamente sulla legge, e che perciò da origine alle denominazioni di actus
legitimus, actio legitima, iudicium legitimum, si svolgesse un diritto, che
fondasi in certo modo sull'autorità del magistrato, e che, come tale, imperio
continebatur, il quale finì poi per essere compreso sotto il concetto di ius
honorarium. È poi Cic., pro Cluentio, il quale ha a dire, che siccome la legge e
al disopra del magistrato, e questo è al disopra del popolo, vere dici potest
magistratum legem esse loquentem -- legem mutum magistratum. Quanto ai concetti
di actio legitima e di iudicium legitimum, vedi WLASSAK. Sull'influenza del
praetor peregrinus e dell'edictum provinciale sul sistema delle formulae, v.
Glasson, Étude sur Gajus] giuridici. Così, la formola consiste essenzialmente
in quei concepta verba, che già occorrevano nella legis actio, salvo che questa
verborum conceptio, liberata dalla parte mimica, da cui era accompagnata, e da
quel rigore di termini (certis verbis), che era propria della legis actio, puo
acquistare una duttilità e pieghevolezza, che la prima non ha. Noi trovammo
infatti, che già sotto la veste ferrea della legis actio, ogni modus agendi
finisce per abbracciare diverse azioni particolari. Queste azioni già cominciano
a distinguersi nelle actiones in rem in actiones in personam, in quelle, che
hanno per oggetto un certum od un incertum, e in quelle, che dano origine ad un
iudicium o ad un arbitrium. Or bene tutti questi materiali, che ancora erano
riuniti nella sintesi potente della legis actio, si trovano in certo modo
abbandonati a se stessi, e si cambiarono in altrettante azioni, autonome ed
indipendenti, aventi un nome specifico, una propria formola ed un proprio
contenuto, e diedero cosi origine a quello splendido ed opulento sviluppo, che
ebbe ad avverarsi col sistema delle formole. Quella libertà della formola, che
sarebbe stata pericolosa negl’inizii della elaborazione giuridica, venne invece
ad es sere opportuna, quando questa era già iniziata ed abbastanza progredita.
Le prime formole, essendo state preparate sotto la rigida disciplina della legis
actio e del ius pontificium, indicano abbastanza la via, in cui dove mettersi
il magistrato per continuare l'opera già incominciata. È questa la ragione, per
cui il praetor, malgrado la libertà apparente, che lo appartiene, sia di
introdurre nuove azioni, sia di modificare le formole già ricevute, procede in
cio molto a rilento, ed ama piuttosto di ricorrere a finzioni e di forzare cosi
fatti ad entrare nelle forme riconosciute dal diritto, che non di alterare la
forma che già e accolta. Per tal modo, il nuovo trova sempre un addentellato
nell'antico, anche allorchè mira ad introdurre una modificazione al medesimo, e
intanto ciò non impedisce, che una parte del diritto, che vive fluttuante pelle
consuetudini, accanto al vero ius civile, si venisse ancor esso consolidando
sotto forma di un ius honorarium, che è pur sempre modellato sul primo. Così
pure, nella opera progressiva del praetor succedentisi l’uno all’altro, puo
manifestarsi uno spirito di continuità, per cui le azioni ed eccezioni
introdotte opportunamente da alcuno di essi finirono per costituire un ius
translaticium, che passa al praetor successore, e serve cosi a preparare i
materiali, che raccolti e coordinati costituirono poi l'editto perpetuo di
Salvio Giuliano. In questa condizione di cose appare ad evidenza l'importanza
del sistema delle azioni, poichè ogni progresso pratico della giurisprudenza
romana viene ad esser introdotto, o per mezzo di una nuova azione, che tuteli
un diritto prima non riconosciuto, o per mezzo di una eccezione, che
neutralizzi l'effetto di un'azione già riconosciuta dal diritto civile.
Allorchè poi un'azione è accolta od un'eccezione è ammessa, essa viene ad
essere come un centro, intorno a cui si moltiplicano le formole per abbracciare
l'infinita varietà delle fattispecie, finchè si giunge a quella ricchezza di
formole, a cui accenna Cicerone, allorchè dice: -- sunt formulae de omnibus
rebus constitutae, ne quis aut in genere iniuriae aut in ratione actionis
errare possit: expressae sunt enim, ex uniuscuiusque damno, dolore, incommodo,
calamitate, iniuria, publicae a praetore formulae, ad quas privata lis
accomodatur. Le formole pertanto servirono anch'esse ad ampliare e a compiere
quel lavoro di selezione, iniziato sotto l'impero della legis actio. Esse si
accomodano alle varie fattispecie. Isolano l'elemento giuridico da ogni
elemento estraneo, gl’elementi essenziali del fatto umano dalle circostanze
accidentali: accolgeno quelle aggiunte, che sono rese necessarie dalla maggiore
varietà dei negozii; riassunggeno le varie fasi della controversia in guisa da
presentare come uno specchio ed un compendio dell'intiero giudizio. Queste
formole poi non furono qualche cosa di esclusivo alla procedura. All'epoca
stessa, in cui penetrarono in questa, si vennero eziandio esplicando nel contratto,
nei testamento, nei legato, e in ogni altra parte del diritto civile romano, e
vi portarono cosi dappertutto l’ESATTEZZA E LA PRECISIONE DELLA LOGICA DEI
CONCETTI GIURIDICHI, non disgiunta da elasticità e pieghevolezza alla varietà
infinita dei negozii. È quindi facile il comprendere come il pontefice, il pretore
e il giureconsulto, non credeno indegno del loro ufficio l'attendere alla
composizione delle formole, e come bene spesso l'invenzione di una formola ha reso
celebre e tramandato fino a noi il nome di un pretore o di un giureconsulto.
Basta perciò aver presente l'importanza grandissima e la larghissima
applicazione, che [Cic, Pro Roscio -- WLASSAK. Occorrono delle notevoli
osservazioni sulla importanza delle formole nel diritto civile romano presso
LABBÉ-ORTOLAN, Explication historique des Institutes de Justinien (Paris)] ricevettero
le clausole ex fide bona quando aequiusmelius e propter te fidemve tuam
fraudatus siem -- le formole aquiliane de dolo malo ed altre, che sarebbe lungo
ricordare; le quali serveno a far penetrare nel diritto la considerazione
dell'equità e della buona fede, e a dare forma concreta e pratica applicazione
alle lente mutazioni, che si venivano operando nella coscienza giuridica del
popolo romano. E infatti per mezzo di una piccola aggiunta in una formola
contrattuale e giudiziaria, che le aspirazioni latenti della coscienza
giuridica popolare ricevevano applicazione pratica, e che il diritto fluttuante
nelle consuetudini venne ad ottenere la tutela e la sanzione dell'autorità
giudiziaria. Questa considerazione mi
porge opportunità di conchiudere questo saggio, spiegando un carattere del
tutto peculiare della giurisprudenza romana. Nostro tentativo di ri-costruzione
del primitivo ius quiritium quanto meno dimostra che il diritto civile romano,
anzichè essere il frutto di una incorporazione qualsiasi di consuetudini
preesistenti, operatasi a caso e lasciata in balia delle cir costanze, fu
invece governato, fin dai proprii inizii, da una logica fondamentale, che non
venne mai meno a se stessa. Esso può es sere paragonato ad un lavoro lento di
cristallizzazione, in virtù di cui gli elementi affini, fluttuanti in un
liquido, cominciano dal precipitarsi a poco a poco, e poi si compongono
insieme, atteggiandosi costantemente a quelle forme tipiche, che sono imposte
dalla legge, che ne governa la formazione. Se ciò è fuori di ogni dubbio,
vuolsi però anche ammettere, che questa dialettica fondamentale, la quale regge
tutta la formazione del diritto civile romano, sembra in certo modo essere
dissimulata nelle opere anche dei grandi giureconsulti. In tali opere, per quel
poco che a noi ne pervenne, i singoli istituti appariscono come autonomi ed
indipendenti gli uni dagli altri, go [Questa importanza delle formole appare
sopratutto nelle formole processuali, poichè ogni progresso
nell'amministrazione della giustizia lascia in certo modo le traccie nella
composizione della formola giudiziaria. Questo concetto ha ad esprimere, molti
anni or sono, in De exceptionibus in iure romano (Torino) -- colle seguenti
parole. Neque vereor dicere, omnia quae in
iudiciorum ordine, progressione temporum et seculorum elaboratione,
invecta fuerunt ad corrigendam, producendam, emendandam et adiuvandam
antiquissimi iuris formulam quodammodo
adhibita fuisse.] --vernati ciascuno da una propria logica, senza che più si
scorgano le commettiture, che possono stringere un istituto cogli altri. Vero è,
che considerando attentamente il formarsi di ogni singolo istituto, facilmente
si riconosce la mano di artefici, educati tutti alla medesima scuola, cosicchè
i varii istituti si possono paragonare ad altrettanti cristalli foggiati sulla
stessa forma. Ma intanto più non si scorgono le traccie della legge, che ne
governa la formazione. Era questo disordine apparente dei giureconsulti, che
torna grave alla mente FILOSOFICA ed ordinata di Cicerone, il quale perciò
giunse fino a dire, che i primi grandi maestri cercano di dissimulare la
propria arte. Ma se questo potè forse esser vero, finchè la scienza del diritto
– come la filosofia, dopo -- e un monopolio della gente patrizia, o meglio del pontefice
massimo, custode delle loro tradizioni, non può più ammettersi per il tempo, in
cui la casa del giureconsulto e aperta a tutti coloro, che volevano consultarlo.
Anche i plebei furono ammessi a questo collegio dei pontefici e a professare
giurisprudenza. Non è quindi in una causa alquanto puerile e di carattere
transitorio, che vuolsi cercare il motivo di questa specie di contraddizione,
che presenta l'elaborazione della giurisprudenza romana. Ma questo e piuttosto il
modo, in cui venne in Roma operandosi l'elaborazione stessa. A questo riguardo
vuolsi aver presente, che i modellatori del primitivo diritto di Roma – veteres
iuris conditores – non hanno mai in animo di insegnare una scienza, ma
piuttosto di professare un'arte (iuris prudentia), che forma solo più tardi
argomento di scienza. Essi quindi non intesero punto di soddisfare alle
esigenze didattiche, nè di introdurre quell'ordine sistematico, che è proprio
della scienza. Si proposero sopratutto di soddisfare alle esigenze pratiche.
Sono i casi, che si venneno presentando, che loro offrivano occasione di
applicare l'arte loro. Siccome per tanto nella pratica era l' actio, che
predomina, poichè era con l’ actio, che il diritto sperimenta se stesso. Così
ne venne, che dapprima sono la legis actio che costitue il punto di richiamo
dell'elaborazione giuridica, e determina l'ordine, a cui la medesima venne
obbedendo. Quando poi la sintesi potente della legis actio venne ad essere
disciolta, e pullularono così azioni e formole, molteplici e svariate, aventi
ciascuna una propria vita ed una propria funzione nella formazione dei negozii
e nell'amministrazione della giustizia, sono eziandio le actiones, l’interdictum.
-- Cic., De orat., I. la exceptio e simili, che costituirono il punto centrale,
intorno a cui dovette appuntarsi l'arte dei giureconsulti. Quindi è, che essi,
per quanto ubbidissero ad una dialettica fondamentale, trascurarono
naturalmente di far scorgere i fili, che componevano la trama. Cosicchè la
girusprudenza apparisce come a frammenti, e ravvicinano istituti, che non hanno
attinenza, disgiungendone altri, che sono in vece strettamente affini fra di
loro. Di qui la conseguenza, che la costruzione giuridica romana non segue il
processo dei concetti fondamentali, da cui parte, ma venne seguendo invece
l'ordine, prima, di Le XII Tavole, e, poscia, dell'Editto. Nè questo disordine
apparente puo recare imbarazzo agl’esperti, perchè l'arte in essi era viva e
feconda. Puo invece riuscire grave agl’altri, i quali, come Cicerone, cercano
di inoltrarsi in questo campo con un indirizzo mentale concettuale e filosofico
– di ‘re-costruzione logica.’. Fu soltanto, allorchè la ricchezza dei materiali
comincia ad ingombrare il campo, che si senti il bisogno di introdurre questa o
quella distinzione sistematica, al modo del Liceo per genere e specie, ma anche
queste distinzioni non compariscono nelle opere di costruzione giuridica
propriamente detta, quali sono quelle dei classici giureconsulti, ma soltanto
nell’opere di carattere didattico o tutoriale -- donde la spiegazione
dell'ordine diverso, che occorre nelle Istituzioni di Gaio e di Giustiniano e
nelle Pandette. Siccome poi anche l'ordine sistematico, introdotto nelle
Istituzioni, ha naturalmente lo scopo pratico di coordinare la giurisprudenza
romana nello stato in cui si trova, anzichè di fare assistere alla formazione
progressiva di essa; cosi ne viene, che anche le distinzioni, che occorrono in
Gaio ed in Giustiniano, danno talvolta come contemporanei degl’istituti, che
possono avere avuto origine in epoca compiutamente diversa. Ne consegue, che la
giurisprudenza romana, quale a noi pervenne, colle sue proporzioni armoniche e
colla coerenza delle sue varie parti, cela in certo modo la trasformazione
lenta e graduata, che venne operandosi in essa, e la dialettica, che ne governa
la for [Ciò appare sopratutto nelle Receptae sententiae di Paolo Diacono.
Questo apparente disordine invece è alquanto minore nei cosidetti Fragmenta di
Ulpiano, in quanto che questo lavoro di Ulpiano segue già passo passo l'ordine
dei Commentarii di Gajo, abbreviandoli in qualche parte, e facendovi altrove
qualche aggiunta, che altera talvolta le armoniche proporzioni dei Commentarii
di Gajo. Questi ultimi poi, a parte l'originalità maggiore o minore del
giureconsulto, sono il nostro modello di ordinamento sistematico, fatto in un
intento didattico o tutorial per l’elite diriggente. Huschke, Jurisp.
antijustin., ed i proemii da lui preposti alle opere sopra citate dei
giureconsulti] –mazione. Ma ciò punto non impedisce, che, penetrando sotto la
scorza di essa, tosto si incontrino le traccie di materiali e di ruderi, che
appartengono a sorgenti e ad epoche diverse, e rivelano cosi al l'investigatore
i diversi periodi e momenti, per cui passa la lenta e graduata formazione della
legislazione romana. Giunto al termine di questo faticoso lavoro di
ricostruzione, ritengo opportuno di riassumere a grandi linee quelli fra i
risultati a cui sono pervenuto, che possono cambiare in qualche parte il modo
comunemente seguito di spiegare la storia primitiva di Roma, nel l'intento
sopratutto di porre in evidenza quella mirabile coerenza organica, che sempre
si mantenne nello svolgimento storico delle istituzioni di Roma. Allorchè le
genti italiche si sovrapposero alle popolazioni già prima stanziate sopra quel
suolo, che più tardi e denominato italic, dove avverarsi un periodo di forza e
di violenza, non dissimile da quello, che si avvero più tardi all'epoca delle
invasioni barbariche, ed il maggior bisogno, che dove sentirsi allora dai
vincitori e dai vinti, e quello di uscire da quello stato di privata violenza. E
allora, che le genti sopravvenute, memori forse delle tradizioni, che portavano
dall'antico oriente, irrigidirono la propria organizzazione gentilizia,
cercando di attirare nella medesima anche le popolazioni dei vinti, e
costituirono così l'aristocrazia territoriale dei patres, dei patroni, dei
patricii, mentre i vinti sono organizzati nella classe inferiore dei servi, dei
clienti, e infine dei plebei. Questa organizzazione, malgrado le differenze nei
particolari, assunge pressochè dapertutto un carattere uniforme, non dissimile
da quello dell'organizzazione feudale nel Medio Evo. Essa organizzazione venne
cosi ad essere composta di familiae, di gentes e di tribus, strette in sieme
dal vincolo di discendenza reale o fittizia da un medesimo antenato, le quali
risiedevano rispettivamente nella domus, nel vicus e nel pagus, mentre il
territorio da esse occupato era ripartito in heredia, in agri gentilicii, e in
compascua. Fu a questo stadio del proprio svolgimento, che le genti italiche
presero tutte a travagliarsi intorno alla grande opera del passaggio
dall'organizzazione gentilizia a Roma. Questa organizzazione ha sopratutto lo
scopo di assicurare la comune difesa e di fortificarsi nelle lotte pres sochè
quotidiane fra i varii gruppi. Roma comincia dall'essere un sito fortificato
(arx, oppidum, capitolium ) per servire di rifugio in caso di pericolo. Poi
diventa un sito per il mercato (forum) e un luogo di riunione dei capi di
famiglia delle varie comunanze confederate per la trattazione degli affari
comuni (conciliabulum, comitium). E posta sotto la protezione di un divino –
dius, dius-piter --, comune patrono. Finchè da ultimo sotto la protezione della
comune fortezza cominciano eziandio a costruirsi le abitazioni private. Non
tutte le stirpi però sono pervenute al medesimo stadio di svolgimento, nè tutte
hanno seguito il medesimo indirizzo nella formazione di Roma. Mentre gl’umbro-sabelli
adereno ancora strettamente alla organizzazione gentilizia, e gl’etruschi sono
già pervenuti alla città chiusa e fortificata, i Latini invece si trovano in
uno stato intermedio. I latini sono pervenuti a Roma di carattere federale,
considerata come un centro della vita pubblica per varie comunanze di villagio.
È al buon seme latino, che s’attribuie l'origine del nome di Roma. Roma comincia
dall'essere lo stabilimento fortificato di un nucleo di uomini forti ed armati –
vir, quirites), staccatisi d’Alba per cercare altrove sorti migliori, secondo
una consuetudine comune delle genti primitive, fidenti sopratutto nella forza
del proprio braccio, ma non immemori delle tradizioni proprie della stirpe, a
cui appartenno. Le lotte di questo nucleo di uomini di arme, stabilitosi sul
Palatino, i quali, senza essere ancora veri capi di famiglia, tendeno a
diventarlo, colle comunanze di villagio stabilite sulle alture circostanti
dell'antico septimontium, lo conducenno prima alla comunanza dei connubii e in
seguito alla confederazione colle medesime. Percorse due periodi compiutamente
distinti -- cioè: il periodo della città federale, in cui Roma è una città
esclusivamente patrizia, ed è un centro di vita pubblica fra varie comunanze
gentilizie. Il secondo, quello in cui Roma, esclusivamente patrizia associasi
anche la plebe circostante delle periferii, già pervenuta ad una certa
agiatezza, nell'intento sopra tutto di provvedere alla comune difesa, e chiude
nelle proprie mura le primitive comunanze di villagio, che entrano a
costituirla. Nel primo periodo, i
cittadini di Roma sono i capi famiglia delle genti patrizie, confederati in uno
scopo di comune difesa, e la loro città, posta nel centro delle varie comunanze
di villaggio, rispecchia in se medesima le istituzioni dell'organizzazione
gentilizia, a quella guisa che un lago limpido rispecchia le abitazioni e i
villaggi, collocati sulle alture, che lo circondano. Essi infatti trapiantano a
Roma, centro della loro vita pubblica, le proprie istituzioni gentilizie, salvo
che le medesime, assumendo un intento essenzialmente civile, politico e
militare, cominciano a perdere alquanto il proprio carattere patriarcale, e
ricevono cosi uno svolgimento compiutamente diverso. Roma esce cosi dalla
confederazione e dal l'accordo dei capi di famiglia (patres) e dei loro
discendenti (patricii). Ma intanto assume un carattere religioso, politico e
militare ad un tempo, come le genti che concorsero alla sua formazione. Sono i
pontefici, che ne serbano le tradizioni giuridiche e religiose ad un tempo. Gli
auguri modellano gli auspicia publica sugli auspicia, a cui già ricorrevano i
capi di famiglia o delle genti. I feziali serbano le tradizioni relative ai
rapporti fra le varie genti. In questo periodo la città serve ad operare la
selezione della vita pubblica, che comincia a spiegarsi nella città, dalla vita
domestica e patriarcale, che continua a svolgersi nelle varie comunanze di
villaggio. L'urbs infatti designa l'orbita sacra, in cui trovansi riuniti gli
edifizii aventi pubblica destinazione, ed ha nel proprio contro il tempio di
Vesta e la domus regia. La civitas non comprende ancora quelli rapporti soltanto
che si riferiscono alla vita civile, politica e militare. Il populus non
comprende tutta la popolazione, ma quella parte eletta della medesima che puo
giovare alla res publica col braccio (iunior) o col consiglio (senior). Per tal
modo il grande intento della città in questo periodo e quello di sceverare la
vita pubblica dalla privata – publica privatis secernere --, di modellare il
concetto della res publica, in quanto essa ha un'esistenza distinta dalla res
familiaris, e di architettarne la costituzione politica, la quale venne cosi ad
uscire dal concorso di tutti gli elementi, che entravano a costituirla. La
sorgente della pubblica potestà risiede quindi nel populus. Ma in tanto la
parte dovuta all'età e all'esperienza nel provvedere all'interesse comune viene
ad essere rappresentata dal senatus, che è già elettivo ed è nominato dal rex;
il quale alla sua volta è l'eletto del populus e unifica in se medesimo
l'imperium, che il medesimo gli conferisce. Tutto cio, che riguarda l'interesse
comune, si delibera col concorso di tutti questi elementi, cioè essere proposto
dal re, appoggiato dal senato, votato dal popolo. Cosicchè, la legge assume la
forma di una pubblica stipulazione – communis reipublicae sponsion. Per quello
invece, che si riferisce alla vita domestica e privata – res familiaris --,
essa continua a svolgersi nel seno della domus, del vicus, del pagus, sotto la
potestà dei capi di famiglia o delle genti. Queste continuano a possedere le
proprie terre sotto la forma collettiva di agri gentilicii e di compascua, soli
eccettuati gli heredia, assegnati dalla gens od anche dal re, i quali
appariscono intestati ai singoli capi di famiglia. Anche la repressione dei
delitti continua ad essere lasciata al potere domestico e patriarcale, e le
pene conservano quel carattere religioso, che hanno nel periodo gentilizio. Solo
assumono carattere di delitti *pubblici*, e sono sotto posti alla giurisdizione
del re, temperata dalla provocatio ad populum, il parricidium e la perduellio,
di cui quello è come il germe del reato comune e questa il germe del reato
politico. Ma il diritto private continua in gran parte ad essere governato dal
costume (mos), il quale appare ancora circondato da un ' aureola religiosa (fas).
Cio tuttavia non impedisce, che fra le consuetudini e le tradizioni
preesistenti già ve ne sono di quelle, che sono sanzionate dala lex publica, la
quale è preparata dal pontefice, proposta dal re, e votata dal popolo; donde la
formazione della lex regia, nelle quali tuttavia le istituzioni giuridiche
serbano ancora quel carattere religioso, che era proprio delle istituzioni
delle genti patrizie. Nel frattempo quell'elemento plebeo, la cui formazione
già erasi iniziata nelle stesse comunanze di villaggio, prende un grandissimo
incremento collo svolgersi della città. Poichè, esso trovasi accresciuto dalle
popolazioni conquistate e da coloro che, spostati nell'organizzazione
gentilizia, vengono a stanziarsi nel territorio circostante alla città. Questa
moltitudine, che per essere composta di elementi di provenienza diversa e per
difetto di organizzazione chiamasi plebes, non entra ancora a formare il
populus, nè è ammessa alle curiae della città patrizia, ma abita nelle
circostanze di essa, e tiene cosi una posizione più di *fatto* che di diritto.
Ai plebei, che la compongono, solo dovette essere accordato, negli ultimi tempi
della città esclusivamente patrizia, il ius nexi, ossia il diritto di contrarre
dei prestiti, vincolando direttamente la propria persona, e il ius mancipii,
ossia il diritto di ritenere quello spazio di terra, sovra cui essi erano
stanziati colle proprie famiglie. È sotto l'influenza etrusca, che Roma comincia
a prepararsi ad un secondo stadio, a quello cioè di città chiusa e fortificata
nelle proprie mura, il che però non toglie, che essa continui ancor sempre ad
essere un centro di vita pubblica per le comunanze e le famiglie, che trovansi
stanziate nell'ager romanus, ma fuori del pomoerium della città. La
trasformazione, iniziata da Tarquinio Prisco, si compie, allorchè con Servio
Tullio Roma viene a comprendere nella propria cerchia non solo gli edifizii
pubblici, ma anche le abitazioni private, e in base alla sua costituzione viene
a formarsi accanto ai patres o patricii, un nuovo populus, composto di patrizii
e di plebei, ripartito in V classi ed in centurie, di carattere essenzialmente
militare, i cui membri hanno i loro diritti ed obblighi civili, politici e
militari determinati sulla base del CENSO. Da questo momento quel dualismo, che
esiste negl’elementi, che entra vano a partecipare alla medesima Roma, penetra
eziandio nelle istituzioni politiche. Per tal modo accanto ai veri magistrati
del popolo, comparvero il tribune della plebe. Accanto ai comizii delle curie e
delle centurie si formar il concilium plebis, il quale col tempo si trasforma
in comizio tribute. Da ultimo, accanto alla lex si svolge il plebiscitum. Di
qui lotte, che condussero a svolgere e in parte anche a modificare i concetti
fondamentali, che servivano di base alla costituzione primitiva di Roma.
Intanto Roma si è ingrandita. Nelle suemura non si esplica più soltanto la vita
pubblica, ma anche la vita domestica e private. Quindi la grande opera, che si
inizia in questo periodo, viene ad essere la formazione di un diritto privato,
comune ai due ordini, e la creazione di quell'arte, in cui i romani dovevano
essere maestri al mondo, cioè dell'”ars iura condendi.” Gl’elementi, che
dovevano convivere sotto la protezione di un comune diritto, sono due, cioè: il
patriziato, onusto di tradizioni religiose, giuridiche e politiche, e la plebe
la quale e un agglomeramento di elementi diversi, nuovo ancora alla vita civile
e politica. Quello ha l'organizzazione gentilizia fondata sul vincolo civile
dell'agnazione, e questa non conosce che la famiglia, stretta insieme dal
vincolo naturale della cognazione. Quella ha tante forme di proprietà, quante sono
le gradazioni dell'organizzazione gentilizia. Questa non ha in certo modo che
il possesso delle terre, sovra cui era stanziata (mancipium”). Qello ha il fas”,
il ius”, l' imperium”, l’ auspicium”, il mos veterum”. Questa non conosce che
l'usus auctoritas. È la distanza stessa, a cui trovavansi collocati i due
elementi, e il loro modo di sentire e di pensare compiutamente diverso, in
fatto di religione e di morale, che resero necessaria la elaborazione di un DIRITTO,
comune ai due ordini, il quale FA COMPIUTAMANTE ASTRAZIONE DALLA MORALE E DALL
RELIGIONE. Cosi pure è questa distanza, che spiega la lentezza di questa
elaborazione e la ricchezza dei risultati a cui essa pervenne. Questa dove
prendere le mosse dalle istituzioni più elementari, comuni ai due ordini, e poi
estendersi a poco a poco a tutti i rapporti della vita civile. Per qualche
tempo ciascun elemento continua ad attenersi alle proprie consuetudini e
costumanze. La convivenza dei due ordini, pero, nelle stesse mura e l'attrito
dei quotidiani interessi finirono per determinare una specie di precipitazione
del materiale giuridico, fluttuante sotto la forma di tradizioni patrizie (mos
veterum”), o di costumanze della plebe (usus). Si inizia così la più mirabile
selezione dell'elemento giuridico dagl’elementi affini, con cui trovasi
implicato, che siasi mai avverata nella storia dell'umanità; selezione, che da
una parte obbedisce alla legge naturali di formazione, e dall'altra è già
l'opera di una elaborazione, per parte sopratutto del pontefice, i quali,
essendo i custodi delle tradizioni delle genti patrizie, già sono in possesso
di una vera tecnica giuridica. Il nucleo centrale di questa formazione venne ad
essere il concetto del quirites”, ossia dell'uomo, isolato da tutti gli altri
suoi rapporti, per essere riguardato esclusivamente come capo di famiglia e
proprietario di terre, quale appunto compariva nel censo. Il quirites” viene
cosi ad essere una realtà ed una astrazione, un individuo e un capo gruppo, un
soldato ed un agricoltore ad un tempo. Ed il punto di vista, sotto cui si
riguardano il quirites” nel reciproco rapporto, essendo determinato dal censo,
viene ad essere quello del mio e del tuo – il nostro” --. Di qui consegue, che
per essi ogni negozio riducesi ad un trapasso dal MIO al TUO – il nostro --,
simboleggiato nell'atto per æs et libram”, e ogni procedura viene ad essere
simboleggiata in una specie di combattimento e di reciproca scommessa. Questo
diritto, costituendo un privilegio dei quiriti”, viene ad essere denominato ius
quiritium”. I suoi concetti fondamentali sono quelli vasti e comprensivi di
caput, manus, mancipium, commercium, connubium ed actio. Esso costituisce in
certo modo l'ossatura rigida di tutta la giurisprudenza romana. Siccome pero,
attorno a questo primo nucleo, che si vien precipitando e consolidando, si
mantengono ancora sempre, allo stato fluttuante, tanto le consuetudini e le
tradizioni dei patres, quanto gli usi della plebe; così il primitivo ius
quiritium” viene in certo modo attraendo ed assimilando quelle istituzioni
preesistenti, che potevano avere qualche analogia col diritto già formato. Per
tal guisa il medesimo, arricchendosi di nuove forme, si viene gradatamente
allargando nel ius pro prium civium Romanorum”, il quale può essere considerato
come un proseguimento di quella selezione, che erasi già incominciata col ius
quiritium”. Sono Le XII Tavole, che danno forma scritta alle basi fondamentali
di questo ius civile. Quindi nelle medesime si possono scorgere le commettiture
dei varii elementi, che entrano a costituirlo. Infatti in qualsiasi istituzione
di quel ius, che i giureconsulti chiamano proprium civium Romanorum”, può
scorgersi una formazione centrale, che è dovuta al ius quiritium”, e due
laterali, di cui una suole essere di origine patrizia, e l'altra di origine
plebea. Così, ad esempio, fra le forme del matrimonio havvi da una parte la confarreatio,”
di origine patrizia e dall'altra l'”usus” di origine plebea. La coemption” sta
nel mezzo, ed è la forma essenzialmente quiritaria. Fra le forme del testamento,
le più antiche sono il testamento in calatis comitiis”, propria del patriziato,
e la mancipatio familiae cum fiducia”, propria della plebe, le quali poi,
pressochè componendosi insieme, dànno origine al vero testamento quiritario,
che è quello per aes et libram.” Infine, fra i modi di acquistare e trasmettere
il dominio, il primo a formarsi è quello essenzialmente quiritario della “mancipatio”,
attorno a cui si vengono poi accogliendo l'”in iure cessio” e l'”usucapion”.
Intanto pero questa selezione non si arresta ancora colla formazione di un “ius
civile”, e quindi, accanto al medesimo, si esplica il “ius honorarium”, il
quale, pur derogando al primo, assimila nuovi elementi, facendoli pero entrare
in forme modellate a somiglianza di quelle già adottate dal “ius civile”. È con
questo meraviglioso processo che il diritto di Roma, dopo aver cominciato
dall'essere la *selezione* più rigida dell'elemento giuridico, che ricordi la
storia, ed una produzione esclusivamente romana, venne a poco a poco attraendo
nella propria orbita anche le considerazioni di equità e di buona fede, ed
assimilando quelle istituzioni delle altre genti, che si acconciavano alla
logica fondamentale, da cui era governato, finchè divenne poi tale da essere
considerato come un diritto universale, e da poter essere accomunato a tutte le
genti, da cui aveva tolti i materiali, sovra cui erasi venuto elaborando. Il
diritto romano riusci cosi ad essere una costruzione eminentemente dialettica,
la quale riunisce da sè gli opposti ed i contrarii. Il diritto romano è antico
nei materiali, che lo compongono, nuovo per le applicazioni che se ne ricavano.
Sotto un aspetto il diritto romano è sempre fisso e fermo nei proprii concetti,
sotto un altro è sempre in via di formazione. Il diritto romano obbedisce ad
una logica fondamentale, e intanto lascia che ogni istituto proceda per proprio
conto e segna un proprio concetto ispiratore. Mentre il diritto romano è una
produzione del tutto propria del genio romano, assimila in se stesso le
istituzioni di tutte le genti; è un'arte ed una scienza ad un tempo. Esso
infine, mentre obbedisce e si piega alle esigenze pratiche, appare informato,
come ben dice il giureconsulto, ad una vera e propria FILOSOFIA, la quale non
si abbandona alle speculazioni ideali, mamedita sui fatti sociali ed umani, ne
scevera l'essenza giuridica, la modella in concezioni tipiche, e svolge le
medesime in tutte le conseguenze, di cui possono essere capaci. È questo il
motivo, per cui le costruzioni giuridiche dei giureconsulti romani sono sempre
dei modelli, che difficilmente potranno essere superati, poichè nella divisione
di lavoro, che si opera fra i popoli moderni, non ve ne ha certamente alcuno,
che possegga in questa parte le attitudini veramente meravigliose dell'ingegno
romano per l'elaborazione dell'elemento giuridico, e nessuno parimenti, che
possa aver l'occasione, il modo e il campo, che esso ebbe, per applicare la sua
giurisprudenza alla immensa varietà dei fatti sociali ed umani. Singolare
destino quello di Roma. Come le sue mura furono costrutte coi massi più solidi
dell'epoca gentilizia; così i concetti, che le servirono di base, furono la
sintesi potente di tutto un periodo di umanità, le cui vestigia si vengono ora
discoprendo nelle necropoli delle più antiche città italiche e nelle civiltà
fossili dell'antico oriente. Da questi ruderi di un periodo che può chiamarsi
pre-istorico, essa seppe ricavare uno svolgimento storico e logico ad un tempo,
che basta ad organizzare il mondo per tutto un grande periodo di civiltà. Senza
essere ricca di concetti proprii, essa ebbe però tanta forza ed energia
assimilatrice da fare entrare nei medesimi il lavoro di tutte le genti, con cui
denne a trovarsi a con tatto. Senza abbandonarsi a speculazioni ideali, essa
riusci ad isolare l'essenza giuridica dei fatti sociali ed umani, e a svolgerla
in tutte le sue conseguenze con una logica inesorabile e tenace. Quando poi i
concetti, che stano a base della sua grandezza, sono anch'essi esauriti, dalle
loro macerie usce ancora la grande idea della umanità civile, e la sua legge puo
servire come punto di partenza ad un nuovo periodo di cose sociali ed umane,
Soltanto Roma, fra le città dell'universo, puo personificare in se stessa
quella legge di continuità, che unifica la storia del genere umano. Le sue
radici si perdono nella preistoria, e le nazionalità moderne sono preparate da essa. Essa e l'erede e la
raccoglitrice paziente delle tradizioni del periodo gentilizio, e intanto pose
le basi, da cui presero le mosse, gli stati e le nazioni moderne. Inchiniamoci
a Roma. Quando si pretende di cambiarla in sede esclusiva del potere
spirituale, essa sa di nuovo rivivere alla vita civile. Quando si crede di
riguardarla come una specie di museo del mondo civile, colle sole sue memorie
essa coopera a ridestare a vita una giovine nazione. I dualismi, che ora
esistono in Roma, non ci debbono impaurire. Roma e sempre la città dei
dualismi. Punto non ripugna, che Roma e la sede del governo civile. Già altra
volta essa apprese l'arte di separare il potere religioso dal civile – “sacra
profanis secernere.” Non ripugna parimenti, che Roma continua ad essere la
città dei dotti e degl’eruditi, e che intanto sia la capitale di un giovine
stato. Roma ha tal copia di monumenti del passato da ricavarne la più splendida
passeggiata archeologica, e ha spazio che basta per fondare nuovi quartieri,
che possano corrispondere alle nuove esigenze ed ai nuovi bisogni. Ormai er tempo,
che essa un'altra volta arricchisse il nucleo ristretto della sua popolazione,
accordando nuovamente la sua cittadinanza alle popolazioni, che vi
concorsero da ogni parte dell'Italia. Lo stato federale non cerca di far
rivivere la tradizione civile e politica di Roma. Lasciamo ad altri di
combattere l'influenza della romanità. Noi, studiando fra i ruderi di Roma
antica, abbiamo nella grandezza del suo passato uno stimolo ed un incitamento
per l'avvenire; nè e inutile, che il giovine regno cerchi di educare il suo
senso politico e legislativo, studiando l'opera dei più grandi politici e
legislatori del mondo. La storia civile e politica di Roma e quella del suo
diritto non deve in Italia essere privilegio di dotti e di eruditi. Deve essere
parte dell'istruzione e dell'educazione civile e politica del popolo italiano.
È solo in questo modo, che si spiega la falange di giovani studiosi, che si
precipito sopra questo patrimonio, che deve essere nostro, allorchè lo studio
della storia del diritto romano e opportunamente chiamato a far parte dell'insegnamento
giuridico nell’università italiane. Credo infatti di poter affermare, senza
timore di essere contraddetto, che nessun nuovo insegnamento provoca nel nostro
paese cosi largo movimento di studii, come lo dimostrano le pubblicazioni
fattesi sull'argomento, gli istituti per lo studio del diritto romano, che ora
vengono sorgendo, e l'entusiasmo stesso, con cui non solo l'Italia, ma tutta
l’Europa partecipa alla commemorazione solenne di quell'epoca, in cui
l'iniziarsi degli studi sul diritto ro mano pone le fondamenta dell'illustre ateneo
di Bologna. L'importanza dogmatica del diritto romano potrà forse diminuire
colla pubblicazione del codice civile germanico, il quale fa si che il diritto
romano cessi di essere il diritto comune di un grande Popolo. Ma la sua
importanza storica venne per cio stesso ad essere accresciuta, perchè si tratta
pur sempre di determinare la parte, che nelle moderne legislazioni deve essere
attribuita alla grande in fluenza del diritto romano. Ne è da farsi illusione,
che questo gepere di studii possa ugualmente mantenersi fuori della cerchia
dell’università. Poichè, tanto in Italia che in Germania, la scienza è nata e
si è svolta nell’università, ed è in esse, che deve essere tenuto vivo il
focolare della medesima. È soltanto nell’università, che la storia del diritto
antico può cessare di occuparsi esclusivamente di minute ricerche
archeologiche, per cambiarsi in un sistema di concetti, che possa essere succo
e sangue per la giovine generazione. Nome compiuto: Giuseppe Carle. Diritto
romano. Keywords: implicatura, diritto romano, legge romana, concetto di legge
romana, natura romana Roman law often invoked nature to justify a legal ius –
the principle of individual ownership: JOINT position of a single object is said to be contra naturam. CONTRA NATVRAM
QVIPPE EST VT CVM ALIQVID TENEAM TV QVOQVE ID TENERE VIDARIS. SERVITVS EST
CONSTITVTIO IVRIS GENTIVM QVA QVIS DOMINIO ALIENO CONTRA NATVRAM SVBICITVR. Orazio.
Sat, Roma – filosofia antica – Luigi Speranza. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carle,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Carli – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. A cura di alberto schiavo Gy giovanni volpe
editore FUTURISMO E FASCISMO. Una fotografia inedita di Marinetti mentre
si esercita al poligona di tiro di Gorizia. Marinetti e Russolo si
erano arruolati volontari nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti
il 3 agosto 1914 per poi combattere da alpini sul Monte Altissimo.
In seguito Marinetti verrà assegnato ad un reparto di autoblindate e
poi servirà nei bombardieri. Sarà tre volte ferito e tre volte decorato
al valore. Tutti i diritti
riservati. Giovanni Volpe Editore in Roma, Via Michele Mercati. FUTURISMO
E FASCISMO a cure di ALBERTO SCHIAVO GIOVANNI VOLPE EDITORE
FUTURISMO CON E SENZA FASCISMO A Giacinto Menotti Serrati allora direitore
del- l’Avanti, che si era recato in Russia per respirare aria
comunista. Lenin affermò: “Voi socialisti non siete dei rivoluzionari. In
Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione:
Mussolini, Annunzio, Marinetti”. Il povero Menotti, inotridito, ritornò a
Milano precipitosamente. E. quando, paco dapo, un capo scarico con un
magistrale colpo di forbice gli tagliò di netto, per beffario, Ia
veneranda barba, reagì in questo modo: facendo proclamare nella grande
città lombarda lo sciopero generale. I milanesi orripilarono, è il
caso di dirlo, perché si sentirono da quel giorno appesi ai peli
del direttore dell'Avarti EmiLio
SErTIMELLI, Mille giudizi di statisti, scrittori, giornalisti, scienziati,
industriali di Cinquanta Stati sulla personalità e misstone di Mussolini,
Erre, Milano). Quale futurismo? Il futurismo è ormai un fatto
d’esportazione: italiano d'origine pur se si è cercato di farlo passare
per francese e russo poi di acquisizione e di affermazione, è ormai
alla ribalta dell’esperimentazione artistica americana. Segno questo che il
fenomeno è vitale e ancora carico di prospettive, nonostante la
storicizzazione di un avvenimento che fu d'avanguardia. Ma quale
avvenimento? Il manitesto del futurismo fu pubblicato sul parigino Le
Figaro. Si tratta di un manifesto letterario di rinnovamento e di rivoluzione,
se vogliamo, della tradizione classicista e passatista {secondo un termine caro
ai futuristi) dominante. Gli aspetti politici non furono tuttavia
estranei alla sua volontà di rivolgimento letterario ed artistico.
Ci sembra quindi giusto prenderli in considerazione, eftet tuarne un
esame. Anzi, è proprio di questi che ci vogliamo occupare, del loro svolgersi,
articolarsi 0, comunque, manifestarsi nel corso del tempo e della vita del
futurismo. Che, in fondo, ancora oggi è accettato o respinta, condiviso o
negletto, approvato o denigrato a seconda delle posizioni o degli
intendimenti politici del momento. Ma anche è ticonsiderato, tivisto e
rivisitato nel suo complesso, da tutte le parti, vicine e lontane, amiche
ed avverse, per la carica vitale e rinnovatrice che lo anima,
suscitatrice di nuovi spiriti e ancòra, in fondo, moderna. La
letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno ,
scriveva Marinetti in quel Mani festo di settanta e più anni fa. Noi
vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo
di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. E non è già
atteggiamento letterario aggressivo , ma anche di rinnovamento, questo?
Non è, come si suol dire ancora, fare politica ? Al settimo punto del
Manifesto, Marinetti così continuava: Non c'è più bellezza, se non nella
lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un
capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto
contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo . Per
concludere poi con l'undicesimo: Noi canteremo le grandi folle agitate dal
lavoro, dal piacere o dalla sommossa; canteremo le maree multicolori e
polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante
fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente
lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le
officine appese alle nuvole. E tutto questo cantava e diffondeva da Parigi, da
uno dei più gloriosi quotidiani della capitale francese; ma ciononostante...è
dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di
violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il “Futurismo”,
perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di
professori, d’archeologi, di ciceroni e di antiquari. Un grido così
coinvolgente e totale non può, in fondo, non trascinare ancora gli osservatori
della cultura, A non invitarli almeno a prendere posizione, poco
importa se favorevole o contraria. Non si può rimanere indifferenti
ancora negli Anni Ottanta, non sentirlo tutt'ora presente nei suoi contenuti
prospettici e attuali. Ecco perché tutti lo hanno ripreso, riconsiderato
o riabilitato alla loro dimensione storica: liberali e comunisti,
socialisti e conservatori, cattolici e radicali, fino alla nuova destra. Anche
noi, vorremmo quindi riesaminarlo a distanza non però per
riappropriarcene, ma solo per vedere la sua origine, il muoversi storico e la
collocazione politica nel corso della sua esistenza, che in fondo, è
ancora incerta e anche, in parte, controversa. Si è parlato
d’irrazionalismo filosofico, di decadentismo o di romanticismo letterario, di
surrealismo con evidente errore di collocazione, di nietschianesimo
natural mente, o di bergsonismo ecc. ecc. Ma non sta a noi questo
compito, perché siamo convinti che rutto si potrebbe dite, o comunque
tutto si potrebbe adattare in buona combinazione di purpurie filosofica,
o di pensiero. E invece è il futurismo che vorremmo considerare nella sua
realtà storica, nella sua entità e valenza politica , di fianco o a
distanza di quel fascismo con cui bene o male si è accompagnato. Anche se
ciò non basta certamente per avere un'idea chiara e precisa della sua
effettiva portata e del suo valore storico . Perché il futurismo va visto
sì nel suo tempo, che non è poi tanto passato, pur se non è più momento
dell’oggi; ma va visto anche nella sua prosecuzione e nella sua proiezione
al tempo presente, sia pure per quel che riguarda la dimensione d’arte ».
Il futurismo oggi non è più un fatto politico, ma è tuttora fatto
culturale, e diverse manifestazioni e pubbli cazioni lo dimostrano
ancora. Quando nacque, fu espressione rivoluzionaria di un paese giovane e
nuovo mosso dalla felice conclusione dei fermenti unitari, i quali è
ovviocomportano sempre semi di sconvolgimento e di rinnovazione. L’Italia di
Vittorio Veneto sancità definitivamente ed epicamente il ciclo dell’unità
e segnerà così anche, nel l'immediato dopoguetra, il momento di
temperatura massima del futurismo politico , che vedremo poi ricadere in
seguito completamente a zero. Oggi, in tempi di riflusso dopo una
guerra perduta anche se ormai lontana, il futurismo risulta meno
comprensibile e meno attuale alla nostra capacità d'intendimento storico. Ma a
ben osservare possiamo ancora intravvederlo, per intendere poi anche
meglio il futurismo artistico e letterario, che del tutto estraneo a
quello politico proprio non è. La cultura è un fatto del presente,
ma anche dell’avvenire. Come tale è o dovrebbe essere giovane, perché
vissuta, voluta, creduta e quindi guardata in prospettiva nella visione
dell’oltre, nell'ottica di uno sguardo lontano. Il futurismo si pone in questo
taglio di visuale sull'inizio del secolo, e si focalizza in tale
dimensione. Vuole aprire una nuova strada e vuole porgere un'indicazione,
una proposta. Erano i tempi del progresso, dello sviluppo della
scienza e dell'industria, del nascere della velocità dei nuovi suoni e
dei nuovi rumori, quelli delle scoperte e delle invenzioni, del cinema e
dell'aviazione. Marinetti percepì tutto questo e lo espresse. E fondò il
futurismo, pose le sue basi e cantò la sua prima voce. Nessuno
forse s’aspettava o s'immaginava che potesse riuscire a trovare
ascolto. Marinetti però viveva a Parigi a quel tempo, e seppe
approfittare dei contatti che aveva con la cultura rancese per lanciare
il Manifesto: fu un'occasione, e fu anche un lancio
sicuro. Futurismo e passatismo
Esiste ancora oggi il passatismo , quello di marinettiana
memoria. E se è pet questo c'è ancora il futurismo. Proprio per tale suo
aspetto, dunque, il futurismo è ancora attuale: la decadenza della
cultura o il suo invecchiamento, e la sua inadeguatezza ai tempi; il prevalere
per contro dell'accademia, della pedanteria, del vecchiume cattedratico sono
sempre all'ordine del giorno. Il futurismo, quindi, non ha esaurito il suo
compito, ovvero non è riuscito nel suo intento. E allora dovremo dire che
non è morto ed è tuttora attuale. Ma prima di aprire un'ipotesi di nuovo
futurismo , dovremmo esaminare quello passato, fattosi movimento
d'avanguardia, e ormai da ridefinirsi vera e propria avanguardia storica,
solo ed esclusivamente. Il passatismo può essere oggi solo un
fatto di ritorno , o esser rientrato ad occupare il suo campo d'’origine,
ma il futurismo settanta anni fa aveva già conosciuto quello di allora, tanto
da indicarlo e da definirlo, con una sua caratteristica espressione:
passatismo, appunto. E non si trattava anche allora di una cultura
ripetitiva e monocorde, puntualizzatrice e pedante, noiosa e inattuale?
Allora come oggi: una cultura fuori dal tempo, sterile e ferma. E il
futurismo aveva voluto muoversi a rinnovarla, a darle nuova spinta
vitale. Ecco allora le sue invettive contro l’accademismo o il
professorume, i suoi appelli alla distruzione di musei, archivi,
biblioteche. Si trattava di appelli squisitamente letterari, ma
sono stati presi il più delle volte alla lettera o in senso letterale,
per farne atto d'accusa al futurismo e alla sua anticultura. Leggendo al di là
delle righe, invece, dovremmo capire la portata o la dimensione del
messaggio, rivolto agli uomini più che ai musei e alle accademie, o
almeno a certi uomini capaci di rappresentare solo ed esclusivamente
cultura da museo. Sulla spinta di questo stimolo ideologico , era
fatale che il movimento trovasse più facili accoglienze 0 accostamenti
con le parti politiche d’azione, quelle dell'inter vento prima della Grande
Guerra, e dell’arditismo prima durante e dopo il conflitto. La guerra
veniva ormai intesa sola ed unica igiene del mondo , ed era logico che
i futuristi si accostassero a lei, come ad una forza capace di
debellare ed estirpare il tanto inviso passatismo . I futuristi quindi
furono interventisti accanto ai nazionalisti (D'Annunzio) ed ai socialisti di
Corridoni e di Mussolini. La ineluttabilità della storia accosta spesso e
volentieri i differenti . Furono vicini nei comizi, nelle manifestazioni,
nella propaganda per l’intervento. E poi partirono, praticamente
tutti 1 futuristi, volontari per il fronte di una guerta che avevano inteso e
visto aggressiva, purificatrice e moderna. Una guerra al passo coi
tempi, si direbbe oggi, una guerra insomma futurista . Partì Martinetti e partì
Boccioni, partirono Funi e Sitoni, partì Sant'Elia, che lasciò i suoi 23
anni in trincea sulle colline del Carso. Erano entrati tutti e cinque
compatti in quel glorioso battaglione ciclisti, che tanto fece patlare di sé, e
che Funi rittasse in un famoso quadro. Anche Boccioni morirà in ospedale
a Verona. La vita fu forse la massima offerta all’igiene di una
guetra tanto desiderata. Il futurismo in quanto fermento
rinnovatore di una lotta nazionale che concluse il Risorgimento, potrebbe
essere inteso come un epigono del Romanticismo. Fu invece di più e di meglio,
visto in altra dimensione o in altro significato. Perché fu avanguardia,
anzi il primo veto e proprio movimento d’avanguardia culturale del nuovo
secolo. E l'avvento del fascismo in senso politico, dimostra in fondo che lo
sbocco di tutto quel rivolgimento innovativo 0 avanguardistico che tutti
sentivano e avevano nel sangue , era diventato una ineluttabile necessità
del momento. L’irreggimentazione del fascismo è un fatto
successiva, indipendente dal futurismo. Il fascismo-regime, per
dirla con De Felice, è un'esito autonomo e solitario di Mussolini e del
potere. Il fascismo-movimento invece, sempre per dirla alla De Felice,
no. I) fascismo-movimento è una realtà più complessa, articolata e
multiforme, più sentita e partecipata. Ed in essa entra il futurismo, che
vive il fascismo ma anche lo anima, che Jo vuole in parte, ma anche lo
informa. Il passatismo doveva essere stroncato: e in un
primo momento, con l'avvento di Mussolini, languì. La cultura subì uno
svecchiamento non indifferente ed il fermento del nuovo portò sulla scena
uomini giovani accantonando | vecchioni dell'accademia libera!socialista.
Balla, Carrà, Soffici, Funi, Sironi, Prampolini si affermarono col vento
futurista che stava soffiando. Ed ebbero spazio nelle mostre, almeno in un
primo momento, apertura nei musei, apprezzamento all’estero, dove vennero
accolti, ammirati, imitati. Il futurismo ebbe una grande forza vitale
sua, autonoma e individuale. Senza per questo imporsi e schiacciare la
concorrenza , anzi. I futuristi accettatono nuove esperienze ed accolsero
scambi con avanguardie straniere (come l'astrattismo), che vol.
lero mutuare in reciprocità l’influenze. Il fascismo fu l’avanguatdia
collaterale politica del futurismo, che tuttavia quest'ultimo cronologicamente
precedette e ideologicamente , almeno in parte, ispirò. La lotta al
passatismo divenne così quasi simbolo del fascismo, che si fece portabandiera del
rinnovamento e della nuova rivoluzione nazionale. I professori ,
non avendo messaggi originali da contrapporre, rimasero in disparte. Marinetti
divenne accademico d’Italia a fascismo avanzato e, forse, suo malgrado.
Tuttavia usò l'Accademia per promuovere ed appoggiare i suoi futuristi, per dar
loro spazio nelle diverse manifestazioni d’arte e di cultura. Il filosofo
Croce, professore ad honorem , era stato proposto alla presidenza
dell’Accademia, ed era stato proposto da parte fascista, quando ancora da
Napoli applaudiva a Mussolini: ebbe invece più consensi la presidenza
Marconi, lo scienziato, e Croce si ritirò nell’antifascismo, forse
mi litante, della sua incensurata e liberissima Critica. Croce fu
passatista , 0 tortò ad essere tale dopo una parentesi {od un tentativo
di rivolgimento innovativo), che non lo sottrasse tuttavia dalle carte della
sua più o meno immobile filosofia. 3. Futurismo e politica
La comparsa politica del futurismo fu praticamente contemporanea
alla sua nascita artistica: infatti avvenne in occasione delle elezioni
del 1909, quando Marinetti lanciò il suo Primo Manifesto Politico, che
così si rivolge agli Elettori Futuristi : Noi Futuristi invochiamo da
tutti i giovani ingegni d’Italia una lotta ad oltranza contro i candidati
che patteggiano coi vecchi e coi preti . Posizione confermata nel marzo
dello stesso anno in un famoso Discorso ai Triestini tenuto al Politeama
Rossetti, della città giuliana, dove così sottolinea: In politica, stamo
tanto lontani da] socialismo internazionalista e antipatriottico ignobile
esaltazione dei diritti del ventre quanto dal conservatorismo pauroso e
clericale, simboleggiato dalle pantofole e dallo scaldaletto . Sono
le premesse del famoso anticlericalismo marinettiano, che sfocerà poco
dopo nello svaticanamento tanto predicato per la salvezza nazionale. Dopo
la nascita del futurismo politico, viene fondato il Partito Nazionalista
Italiano, antidemocratico ed antiborghese. Nel 1913 nasce Lacerba, cui diedero
vita a Firenze Soffici e Papini, la rivista che in pratica divenne ben presto
organo ufficiale del futurismo /ato sensu. Sempre nel 1913 sorgeva a
Napoli un’altra rivista futurista, diretta da Ferdinando Russo e
intitolata Vele Latina, che si ergeva in un primo tempo a voce di pasizioni
morigerate e tranquille, e poi dal 1915 più spinte nella mischia
dell'intervento. Ancora del ’13, e dell'11 ottobre per l'esattezza,
è la pubblicazione del Programma politico futurista a firma di
Marinetti, Boccioni, Carrà e Russolo, per le elezioni dello stesso anno.
Questo programma vincerà , s'indica al margine inferiore del foglio, il
programma clerico-moderato-liberale e il programma
democratico-repubblicana-socialista . Cosa che poi in realtà non avvenne.
Il 12 dicembre dello stesso anno Marinetti pronunciava un discorso al
Teatro Verdi di Firenze, dove saostiene la volontà di appoggiare l'impresa
libica ed il suo felice compimento. Il discorso viene immediatamente
ripreso e pubblicato da Lacerba, nel numero del 15 dicembre (n. 24, anno I): Si
convincano i socialisti che noi rappresentanti della nuova gioventù
artistica italiana combatteremo con tutti i mezzi e senza tregua i loto
vigliacchissimi tentativi... iniziava il discorso; e così concludeva, a
rafforzamento delle sue inconciliabili posizioni: Noi siamo dei
nazionalisti futuristi e perciò ferocemente avversi all’altro grande pericolo
imminente: il clericalismo con tutte le sue propaggini di moralismo
reazionasio, di repressione poliziesca, di professoralismo archeologico e di
quetismo rammollito o affatismo di partito . Ormai la collocazione del
movimento è quanto mai chiara e inequivocabile. 4. Futuristi e
fiorentini. Che i futuristi fossero milanesi è problema tutto da vedere,
anche se è vero che Marinetti abitava a Milano e che dopo la fondazione del
movimento a Parigi fu a Milano il suo centro di spinta e di
irradiazione. Ma i legami con Firenze furono ben presto agganciati,
e determinanti. Scrive Luciano De Matia: Fsiste un futurismo milanese (con Marinetti
e Boccioni in simbiosi); esiste un primo futurismo fiorentino lacerbiano,
che assimila, elabora in modo nuovo, creativo, le istanze milanesi;
esiste un secondo futurismo fiorentino (la pattuglia azzurra ; i giovani de
L'Italia futurista) psicologico, occultista, predadaista e
presurrealista. E potremmo continuate nelle differenziazioni ”. Ma
non è tanto per questo tipo di differenziazioni che ci interessa il
futurismo fiorentino, quanto per la dimensione politica dei personaggi che vi
aderirono, diversa da quella di Marinetti e degli altri futuristi
milanesi o degli altri politici che a Milano operavano e si muovevano
(Boccioni, Sant'Elia, Balla; più tardi poi, Vecchi e Mussolini). Milano
era già città d'avanguardia e alla guida dell’industrializzazione settentrionale:
questo non va dimenticato. Firenze era ancora passatista ,
accademica e salottiera; legata comunque ad una cultura d’indagine e di
! Tuciano De Maria, Palazzeschi e l'avanguardia, Mondadori,
Milano, 1968, 31. riesumazione di un passato ricco e glorioso, ma ormai
ripetitivo e sclerotizzato. Firenze tuttavia era anche la terra feconda
del primo Novecento, delle nuove riviste, dei tentativi di rivisitazione
di una cultura pur sempre nazionale, e di lancio dell'avanguardia sullo scorcio
del nuovo secolo, che andava creato e costituito, Il Leonardo apre le sue
tirature il 4 gennaio 1903, per chiuderle poi nell'agosto del 1907. Era stato
Papini a fondarlo, ma c’era già anche presente Prezzolini (Giuliano il Sofista).
Che poi mise in piedi La voce nel 1908: uno dei migliori tentativi di
collegamento delle forze intellettuali e di fondazione di un minimo
denominatore comune, letterario e politica {idealismo e sindacalismo
socialistico di tipo soreliano). Papini continuò la collaborazione . Ma vi
furono anche, sulle pagine de La Voce, Amendola e Sal vemini, Soffici e
De Robertis, oltre che il futuro fondatore de Il Popolo d’Italia e del
Fascismo. La Voce chiudeva però i battenti nel 1912 senza eccessiva eco
politica immediata. Papini non aveva condiviso certe alleanze del suo amico
Giuliano il Sofista, come non condivideva l'intento didascalico e
divulgativo della Voce su qualsiasi argomento artistico e sociale, come
anche idealistico . Si unì a Soffici di cui condivideva gli
atteggiamenti, ed insieme fondarono Lacerba (il 1° gennaio del 1913, sempre a
Firenze). Non si volge chi a stella è fisso! , portava come motto il
Leonardo sotto la testata. Volendo dare tono battagliero a Lacerbae,
Papini forse ancora seguiva le prospettive d’arte e di cultura del Leonardo.
Anche se in una dimensione attiva che
già i leonardiani avevano inteso fondare nell’utilizzazione del pragmatismo
come strumento di potenza . (In quegli anni tutti vollero sapere che cosa
fosse il pragmatismo ). Lacerba riprende l’impostazione di
battaglia, tipica di Papini, e ritotna all’orientamento specifico
dell’arte. Vedi anche Giovanni Papini, Pragmatismo, Firenze, Vallecchi. In
questo contesto è evidente che non poteva mancare l’incontro col
futurismo. La scazzottatura dei futuristi con Soffici e i
vociani nel 1911° non poteva aver contribuito all'incontro? Potrebbe
darsi, anche se Papini non vi aveva partecipato, come Marinetti stesso
asserisce in una sua lettera a Pratella. Sta di fatto che col 15 marzo del
1913, cioè col suo sesto numero, Lacerba diventa futurista. Con un
articolo proprio di Papini dal titolo Contro il futurismo che dal famosa
attacco iniziava così: Il futurismo italiano ha fatto ridere, urlare e
sputare. Vediamo se potesse far pensare. Segue un passo di Boccioni sul
fondamento plastico della scultura e pittura futurista. Proprio Boccioni
che aveva investito Soffici col suo celebre pugno, poco più di un anno
prima a Firenze. E che continuerà a pubblicare articoli sul numero del 1°
di aprile e su quello del 1° di agosto e poi sul primo numero del 1914,
ecc. Per non parlare di Carrà, Marinetti, Russolo, Sant'Elia, Auro
d'Alba, ecc., che porteranno continuamente i loro contributi. Il 15
ottobre del ’13 Lacerba pubblicherà addirittura il citato Programma
politico futurista in occasione delle elezioni generali. Il manifesto
politico compare in prima pagina con tutti i crismi d'appoggio o di
affiancamento della rivista. Papini ne dà un commento più che
soddisfacente . E lo stesso Papini il 1° dicembre dello stesso anno uscirà poi
con un lungo articolo intitolato Perché son futurista. Sarà l’atto di
accettazione definitiva del futurismo, od il suo accoglimento più completo, e
globale. Su La Voce Soffici pubblica la sua Ricetta di Ribi Buffone. Vi si
elencano gli ingredienti del neonato futurismo: Un chilo di Verhaeren,
200 gr. di Alfred Jarry, cento di Laforgue, trenta di Laurent Tailhade,
cinque di Viélé Griffin, un pugno di Morasso..., una presa di Pascoli ,
aggiungendovi poi una pila di undici automobili, sette aetoplani, quattro
treni, due carghi, due biciclette, diverse batterie elettriche e qualche
candela ardente. Sempre su La Voce Soffici pubblicherà poi nel ‘10 e nell’11
dei rendiconti negativi sulle opere futuriste esposte a Venezia e a
Milano, per cui sarà decisa la spedizione punitiva a Firenze da parte dei
fuiuristi, Non molti giorni dopo, il 12 dicembre (lo abbiamo già
visto), si tenne al Teatro Verdi a Firenze una grande serata futurista ,
di cui riporta il resoconto sintetico il numero 24 della rivista (del 15
dicembre 1913). Non molto tempo dopo, però, il 15 febbraio del
’14, appare sul quarto numeto del nuovo anno I! cerchio si chiude,
che avvia inesorabilmente al declino della collaborazione. Autore ne è ancora
una volta Giovanni Papini, che chiuderà definitivamente il colloquio
sull'ultimo numero dell’anno insieme a Soffici, cofirmatario de Il
Futurismo e Lacerba. È l'atto di chiusura di un periodo : quello, appunto, del
futurismo lacerbiano. Risponderà Boccioni il 1° di marzo sul numero 5 con Il
cerchio non si chiude; ma sono solo sussulti, e anche sugli ultimi
numeri dell'anno della rivista compariranno solamente i cosidetti canti
del cigno . Il cerchio era ormai già chiuso. E non molto dopo
chiudeva anche Lacerba, nonostante i suoi ultimi tentativi interventisti di
rivivificazione (1915) e le sue discriminazioni tta futurismo c marinettismo,
che ne sarebbe stata la versione deteriore‘. 1l marinettismo sarebbe pra
ticamente già morto secondo i fiorentini , mentre il futurismo avrebbe
potuto tendere a mete migliori. Dopo pochi mesi in realtà morirà
definitivamente anche Lacerba. 5. Il futurismo e la guerra
Nel 1929 Marinetti ricordava così l’inizio della sua carriera interventista
: Nel settembre 1914 dutante la battaglia della Marna e in piena
neutralità italiana, noi futuristi organizzammo le due prime
dimostrazioni contro l’Austria e per l'intervento. Bruciammo il 15
settembre nel Teatro Dal Verme e il 16 settembre in Piazza
del Palazzeschi, Papini, Soffici, Futurismo e Marmnettismo, in
Lacerba, anno III, n. 7, 14 febbraio 1915, 49-50. Duomo e in Galleria
undici bandiere austriache . Poco prima di quegli avvenimenti, Mussolini
aveva fondato il suo nuovo quotidiano, I{ Popolo d’Italia.
Contemporaneamente, sotto l'auspicio e il favore di Corridoni, i gruppi
rivoluzionari di sinistra, già pronunciatisi a favore della guerra, si
stavano organizzando per sostenere anch’essi l'intervento. Come ricorda
De Felice, il 5 ottobre il Fascio Rivoluzionario d'Azione
Internazionalista avrebbe lanciato il suo primo appello ai lavoratori italiani
in questo senso * L'incontro tra futuristi e rivoluzionari di
estrema sinistra si stava verificando e stringendo , anche se già confortato
da reciproche simpatie per le uni. voche posizioni anticlericali ed
antiborghesi. Mussolini scriveva dalla direzione de Il Fopolo d'Italia
una lettera a Buzzi, che riportiamo interamente: Caro Buzzi, Boccioni vi
avrà detto se mai vi avrà parlato di me che tutte le mie simpatie
sono anche nel dominio dell’arte per i novatori e i demolitori: per i
“futuristi”. Inattesa, e perciò gradita, mi giunge la vostra lettera
riboccante di simpatia. È questo uno dei momenti più amari della
mia vita. Ma vincerò. Vincerò. Lo sento. F' necessario. Ho messo
nel gioco tutta me stesso. Credetemi. Vostro Mussolini. L’amarezza gli è
data probabilmente dall’espulsione dal Partito socialista proprio per la
posizione da lui assunta a favore dell'intervento. La conoscenza da parte
di Mussolini, di Boccioni e del movimento d’arte d’avanguardia di
Marinetti, risultava sino a poco tempo fa inesistente. La lettera, unica
del genere, conferma la precedenza del futurismo politico rispetto al
fascismo ancora da sorgere, che poi mutuerà da esso idee, elementi e
programmi. Le simpatie si manifestano per il dominio
dell'arte, al dire di Mussolini, ma non solo; c'è un anche , che
indica chiaramente dell'altro e un'apertura, forse politi ca, possibile
nei confronti degli innovatori e dei demo Renzo De Felice, Mussolini il
Rivoluzionario, Einaudi, Tori. litori , vale a dire per i futuristi. Che
ancora il 9 dicembre di quell’anno organizzano le prime manifestazioni interventiste
all’Università di Roma, sotto la guida di Marinetti, Balla, Cangiullo e
Depero. Qualche mese dopo, nel ’15, le autorità di governo fermano
Marinetti, Cangiullo, Balla e Depero che avevano indetto una
manifestazione interventista un’altra volta a Roma, in Piazza Venezia. È
il primo fermo politico di Marinetti. Siamo quasi alla vigilia della
guerra. Si mette in piedi la terza grande dimostrazione
interventista davanti alla Camera dei Deputati. È presente anche Mussolini e si
verifica uno dei maggiori momenti d’incontro tra futuristi e Mussolini
sul terreno dell’intervento. Balla, Corra, Settimelli, Marinetti e lo stesso
Mussolini vengono attestati. Tutti gli sforzi ormai, tutte le volontà e
tutte le energie sono concentrate verso un'unica e suprema meta: quella della
guerra. A Messina esce il nuovo periodico La Balze, e Marinetti pubblica il
manifesto Guerra sole igiene del mondo, mentre il poeta futurista Auro d'Alba
lancia a Milano per le Edizioni Futuriste di Poesia (sostenute da Marinetti) il volume Baionette.
Con l’entrata in guerra nel maggio, a Fitenze Lacerba interrompe
come si è visto le pubblicazioni. Una guerra che avevano tutti quanti, in
un certo senso, preparato con interventi, discorsi, giornali, manifestazioni
e pubblicazioni. Fra questi non va dimenticato il manifesto del
Teatro futurista sintetico, firmato da Martinetti, Corra e Settimelli,
nel quale, fra l’altro, così si legge: Aspettando la nostra grande guerra tanto
invocata noi Futuristi alterniamo la nostra violentissima azione artistica
sulla sensibilità italiana, che vogliamo preparate alla grande ora del
massimo pericolo . E più avanti: Perché I’Italia impari a decidersi
fulmineamente a slanciarsi, a sostenere ogni sforzo e ogni possibile
sventura non occorrono libri e riviste... La guerta, futurismo
intensificato, ci impone di marciare e di non marcire nelle biblioteche e
nelle sale di lettura. No: crediamo dunque che non si possa oggi
influenzare guerrescamente l'anima italiana, se non mediante il teatro . E in
effetti, a partire dal gennaio del '15, i futuristi avevano iniziato una
serie di Tournées di teatro futurista interventista per sostenere la necessità
dell’intervento con un mezzo di comunicazione ben più popolare e circolante
della letteratura. Anche la serata futurista , per esempio, è un al
tro canale o strumento di incoraggiamento dell'intervento. Si tratta di una
sorta di riunione o ritrovo di artisti futuristi, uno dei quali sollecita gli
intervenuti (pubblico) danda uno spunto, e proponendo un tema, o aggredendo
qualche aspetto dell'arte del passato, da cui nasce lo stimolo alla
creazione e alla lotta del nuovo 0 del futuro, e anche lo stimolo alla guerra
che lo conduce sino alle ultime conseguenze. Ma sentiamo Marinetti come
la definisce quando si rivolge agli studenti in un altro manifesto, di
poco precedente a quello teatrale , intitolato Im quest'anno futurista, rivelto
agli studenti italiani e datato 29 novembre 1914. Laddove si esortano i
giovani alla guerra così si afferma: ... il futurismo segnò appunto
l’irrompere della guerra nell’arte, col creare quel fenomeno che è la Serata
futurista (efficacissima propaganda di coraggio). Il futurismo fu la
militarizzazione degli artisti novatori. E la guerra arrivò, come A
biamo visto, e per molti versi fu vera e propria guerra futurista . In
luglio partiva il gruppo più consistente di volontari : Marinetti,
Boccioni, Russolo, Sant'Elia, Bucci, Carlo Erba e Funi. Ma ci saranno al
fronte anche Carrà e Sironi, fattosi futurista nello stesso anno, e Piatti e
Fortunato Depero. Alla fine dello stesso anno Boccioni, Russolo,
Sant’Elia, Sironi e Piatti, sempre sotto l'egida di Marinetti, firmano un altro
manifesto futurista, quello dell’Orgoglio italiano, con cui si promettono
pugni, schiaffi e fucilate a quelli degli italiani che avessero
manifestato in sé la più piccola traccia del vecchio pessimismo
imbecille, denigratore e straccione che ha caratterizzato la vecchia
Italia di mediocristi antimilitaristi (tipo Giolitti), di
professori pacifisti (tipo Benedetto Croce, Claudio Treves, Enrico
Ferri, Filippo Turati), di archeologi, di eruditi, di poeti nostalgici.
Sant'Elia muore al fronte, e Boccioni, una settimana dopo, per una caduta da
cavallo durante un'esercitazione militare a Orte. Nasce a Firenze la
nuova rivista L'Italia futurista. Prampolini fonda con Folgore il foglio
d'avanguardia Awvenscoperta. Nel ’17 nasce il periodico Deda, che tanto
dovrà nell’ispirazione al nostro futurismo. I) 18 è ormai l'anno della
vittoria. Depero realizza i suoi nuovi balli plastici . Bruno Corra
pubblica a Milano con i tipi dello Studio Editoriale Lombardo Per l'arte della
nuova Italia. Siamo infatti nell’Italia della vittoria. 6. Il
Partito politico futurista Nella nuova realtà del dopoguerra il
futurismo cerca una sua nuova collocazione politica più pacifista ,
se il termine non è nella fattispecie una contraddizione. Ai fasti
dell'intervento e della militarizzazione, succede un nuovo intento
programmatico di realizzazione. La prima espressione di questa volontà è
ancora una volta dovuta a Marinetti che pubblica nel febbraio del ’18 un
Manifesto del Partito politico futurista, l'adesione al quale era
libera ed aperta a tutti coloro che avessero accettato i principî
del suo programma, indipendentemente dalle concezioni dell’arte o dal
consenso all’estetica futurista . E questo indica una presa di posizione
più ponderata e meno di rottura , almeno in senso sociale. Il
documento esprime, negli intenti, il desiderio di rinnovamento di quelle
fasce del combattentismo inter. ventista, comprese fra i mussoliniani, i
sindacalisti tivoluzionari, i socialisti e i repubblicani di sinistra, che
avrebbero poi dato vita alla formazione dei Fasci di Combattimento, quelli cui
futuristi ed arditi avrebbero infuso la prima linfa vitale. Si possono
considerare punti essenziali del nuovo programma l'estensione del
suffragio universale, comprendente anche le donne, la socializzazione
della terra con assegnazione ai reduci, la tassazione progressiva,
l'abolizione dell'esercito e la sua professionalizzazione (volontariato),
la giustizia gratuita, la libertà di sciopero e stampa, le otto ore
lavorative e Î contratti collettivi di lavoro, l'assistenza e la
previdenza sociale, la tecnicizzazione clel parlamento e l’introduzione del
divorzio. A diffondere le idee del nuovo partito era destinato il
periodico Roma futurista, fondato a Roma da Marinetti, Mario Carli ed
Emilio Settimelli, che vedeva la luce il 20 settembre 1918 e portava come
sottotitolo Giornale del Partito politico futurista. Roma futurista ,
racconta Marinetti nel suo libro Futurismo e Fascismo (1924) nacque un
mese e mezzo prima dell’armistizio, cioè il 20 settembre 1918, e portava
nel suo primo numero tre scritti importantissimi dei suoi tre direttori:
Mario Carli, Marinetti, Settimelli. Scriveva Settimelli: “Il Futurismo che fino
ad oggi esplicò un programma specialmente artistico, si propone una
integrale azione politica per collaborare a risolvere gli urgenti problemi
nazionali. Coloro che ci accusarono di squilibrio dovranno ricredersi. I]
preconcetto di serietà pedantesca e quietista imposto alla vecchia Italia dai
professori rammolliti, dai preti anti-italiani e dagli affaristi giolittiani,
cercò di svalutare la nostra genialità di giovani audaci e novatori. Ma
la vera Italia non può rimanere e non rimarrà neppure parzialmente nelle
loro mani incapaci. La guerra ha rivelato le vere forze italiane. Sono forze
giovani, violente, antitradizionali e ultra-italiane” . Il primo
numero di Roma futurista (decadario, poi settimanale) pubblicava il
programma del giornale medesimo ed anche il manifesto di quel Partito Politico
Futurista che si doveva ancora fondare. Partito che, nell’intendimento di
Settimelli, doveva essere più che altro una tendenza psicologica , una
fusione di realtà e di scon(inamento, di praticità e di lirismo , che avrebbe
contribuito a creare un nuovo tipo d'italiano. Ma ecco ancora come si
esprime la volontà di fondazione del movimento: Il Partito politico
futurista che noi fondiamo e che orxanizzeremo dopo la guerra, sarà nettamente
distinto dal movimento artistico futurista. Questo continuerà nella
sua opera di svecchiamento e rafforzamento del genio creatore italiano...
Potranno aderire al partito politico futurista tutti gli Italiani, uomini e
donne d’ogni classe e di ogni età... Questo programma politico segna la
nascita del partito politico futurista invocato da tutti gli
italiani, che si battono oggi per una più giovane Italia, liberata
dal peso del passato... . La firma è di Roma futurista, cioè, come si
presume, del direttore, o anzi di tutti i tre direttori.
Ecco alcuni punti del manifesto-programma del partito: 4) Trasformazione del
Parlamento mediante un'equa partecipazione di industriali, di
agricoltori, di ingegneri e di commetcianti al Governo del Paese. Il
limite minimo di età per la deputazione sarà ridotfò a 22 anni. Un minimo
di deputati avvocati {sempre opportunisti) e un minimo di deputati professori
(sempre retrogradi)... Abolizione del Senato... Unica religione, l'Italia di
domani... 10)...Svalutazione della pericolosa e aleatoria industria
del forestiero... Difesa dei consumatori... Svalutazione dei diplomi
accademici e incoraggiamento con premi della iniziativa commerciale e
industriale. Le adesioni all'iniziativa si fecero subito sentire da
diverse parti: ci furono vecchi futuristi come Auro d'Alba, Rosai e
Rocca, reduci dalla guerra come Bolzon e Bottai (che avrebbe poi
rivestito un ruolo di primo piano nell'ambito del nuovo regime fascista) e
Massimo Bontempelli, secondo il quale il programma fondamentale del futurismo
politico sarebbe stato quello di sostituire la giovinezza alla vecchiaia nelle
funzioni direttive . E non sarebbe stato poco. Sarebbe stato uno dei
tentativi, anche se non del tutto riuscito, dell’insorgente
fascismo. Nel dicembre dello stesso anno 1918, quasi ad
esito naturale della formazione del nuovo partito, poco organizzato e
poco costituito , s'istituirono invece i Fasci politici futuristi , più
attivi e vitali particolarmente in diverse città dell'Italia centrale e
settentrionale, la prima ossatura su cui si sarebbero appoggiati e
sarebbero cresciuti i muovi Fasci di combattimento , voluti e promossi da
Mussolini quattro mesi dopo. Nel febbraio del '19 i Fasci futuristi erano
già una ventina, tra quelli di Roma (Balla, Carli, Bottai, d'Alba e
Chiti), Milano (Marinetti, Buzzi, Somenzi e Bontempelli), Firenze (Settimelli,
Rosai, Marasco), Perugia (Dottori), Genova (Depero), Torino (Azari), e
poi ancora Bologna, Palermo, Napoli, Fiume, Messina, Ferrara, Piacenza,
Venezia, Taranto, Modena, Stradella, ecc. I futuristi avevano quindi
accolto con entusiasmo l'iniziativa e vi si erano immersi fino a
determinare una prima ossatura: l’organizzazione. E Mussolini a sua volta aveva
visto di buon occhio e seguìto la formazione dei Fasci politici
futuristi, sino a scopri re in essi un punto d'appoggio per la sua
campagna combattentistica ed antisocialista che si concretizzerà
nei suoi Fasci di combattimento (quelli di Piazza San Sepolcro). Carli,
come condirettore di Rowza futurista e dietro spinta di Marinetti stesso,
caldeggiava da tempo, anche dalle colonne del suo nuovo periodico,
l’avvicendamento e l'annessione degli arditi al partito politico, di cui
sul primo numero del giornale si pubblicava il rivoluzionario programma: era il
20 settembre 1918. Dieci giorni dopo, il 30 settembre 1918, le
proposte politiche si fanno più tecniche, più specializzate , più
particolari. Volt firmerà un testo dinamico per dichiarare: Sostituiremo il
Parlamento con le tappresentanze dei sindacati agricolo-industriali ed operai.
La rappresentenza sindacale sarà la base dello “Stato tecnico” futurista . Ma
allora di quale rappresentanza sindacale si ttatrerà e quale sarà riconosciuta
dallo Stato nella sua veste di personalità giuridica? Sono tutti problemi
che già Volt si pone e così, a suo modo, risolve , e continua: To
credo non si debba tener conto del numero degli iscritti al sindacato, ma
della importanza della funzione economica che esso esercita nel Paese .
Ed ancora, prosegue ad interrogatsi: Quali saranno i limiti posti all'esercizio
del potere dell'assemblea eletta mediante la rappresentanza
sindacale? La competenza dell'assemblea dovrà essere limitata alle questioni
prevalentemente economiche, che sono del resto le più importanti in politica.
Le questioni di famiglia, di politica estera, ecc. dovranno esser
risolte II! 'EUE vu SS it: _gLZffkfkzstllEaAaz:F:=+”sxx:®(
'81‘daoiaaiA'.°’°à0‘@e ra in parte
mediante il referendum popolare diretto ed in parte attribuito alla
competenza del potere esecutivo . Gli arditi venivano poi sciolti
nel gennaio del ’19 dai loro reparti di ufficiali, sottufficiali e
truppa, perché considerati provocatori di disordini e di incidenti
nella vita civile. L'iniziativa era stata ovviamente criticata dai
diretti interessati come manovta socialista-giolittiana atta a
disconoscere i loro meriti di guerra. Ed anche Marinetti aveva appoggiato
dalle colonne di Roma futurista 1’unificazione (ira futuristi ed arditi),
Alla fine di novembre del ’18 Mario Carli fondava, a conclusione di
questa campagna , l’Associazione fra gli Arditi d’Italia , che fu un po’
l’altra faccia del Partito politico futurista. In breve, l'associazione atrivò
a raccogliere circa diecimila iscritti, la maggior parte, forse, degli ex
reparti militarizzati . Futurismo e arditismo Ormai anche gli
arditi, nonostante lo scioglimento della loro organizzazione paramilitare,
hanno una consistenza civile ed in certo modo un loro peso politico.
Tanto da poter fondare un loro organo di stampa che prende a uscire
a Milano dall’11 di maggio 1919: il settimanale L’Ardito, edito
dall’Associazione nazionale, e condiretto da Ferruccio Vecchi e, non a
caso, da Mario Carli. Nello stesso periodo altre furono le voci di stampa
allineate su analoghe posizioni: Armando Mazza, per esempio, fondò
a Milano I remici d'Italia, settimanale antibolscevico ; il più
importante di questi giornali minori fu però L’Assalto, pubblicato a
Bologna come voce dell’arditismo, e diretto da Nanni Leone Castelli.
Marinetti ed i futuristi non potevano a questo punto non vedere negli
arditi dei nuovi futuristi politici, così come Mussolini non poteva non
vedere in loro dei potenziali simpatizzanti e alleati. La pronta adesione di
molti di essi ai Fasci di combattimento lo dimostrerà definitivamente.
Arditismo e futurismo furono dunque componenti es dd
senziali del nuovo insorgente fascismo. Almeno dal punto di vista ideologico,
o formativo del suo nascere. Mussolini aveva, per così dire, abiuraro il suo
vecchio socialismo e aveva bisogno di una forza nuova, una forza ideale o di
pensiero che gli permettesse il suo slancio in avanti . Il futurismo
gliela porgeva già bell'e pronta, o quasi, mentre il precedente
socialismo gli alimentava certi spunti sociali, in parte, almeno, già
presenti nel futurismo. L'arditismo, ancora, gli comunicava una spinta,
una forza di aggressività e di assalto , che forse gli sarebbe mancata, o
non sarebbe stata, senza di esso, tanto irruente. Il futuro duce
partecipava a Milano ad una serata futurista contro Bissolati, alla
Scala, contribuendo in parte al suo siluramento . C'era anche Marinetti
e, forse, non fu un caso, e si trattò di un incontro importante.
II 23 marzo dello stesso anno in una riunione milanese a Piazza San
Sepolcro, presieduta da Ferruccio Vecchi, Marinetti tenne un discorso alla
presenza di Dessy e di altri arditi e futuristi, per la fondazione dei
Fasci di combattimento, decisa da Mussolini. Questi propose come programma ai
nuovi raggruppamenti l'abolizione del Senato, il suffragio universale, il
sindacalismo nazionale, riconascendo le rivendicazioni d'ordine materiale e
morale agli ex-combattenti e rimproverando
al partito socialista di essere stato nettamente reazionario,
assolutamente conservatore , col negargli così qualsiasi possibilità
di mettersi alla testa di un'azione di rinnovamento e di
ricostruzione . La conclusione del discorso, antimassimalista ed
antitotalitaria, era in fondo quanto mai futurista . Così terminava il
Mussolini: Noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà e
dell’intelligenza. Al termine della riunione si nominava un comitato
centrale dei Fasci di combattimento di cui facevano parte anche
Vecchi e Marinetti. Il 1° di aprile Marinetti venne nominato
insieme a Mussolini membro della commissione di lavoro nazionale
per Ia propaganda e la stampa. Ancora in aprile a Milano nuclei di
futuristi, arditi e principianti fascisti assali tu rono la
sede del quotidiano socialista Avanti! Il giorno dopo i fattacci del 15
aprile, visto il mancato inter vento delle forze dell’ordine nel prender
provvedimenti contro i promotori dell'azione, Vecchi e Marinetti emisero
un proclama agli italiani a nome dei futuristi, degli arditi e dei fasci:
Nella giornata del 15 aprile avevamo assolutamente deciso, con Mussolini,
di non fare alcuna controdimostrazione perché prevedevamo il conflitto e
abbiamo orrore di versare sangue italiano. La nostra controdimostrazione si
formò, spontanea, per invincibile volontà popolare. Fummo costretti a reagire
contro la provocazione premeditata degli imboscati. Col nostro intervento
intendiamo di affermare il diritto assoluto dei quattro milioni di combattenti
vittoriosi, che soli devono dirigere e dirigeranno ad ogni costo la nuova
Italia . La controdimostrazione si riferisce ad una manifestazione
socialista all'Arena, cui seguì la battaglia di Via Mercanti , dove furono
chiari, secondo i reduci, alcuni momenti di provocazione nei confronti del
combattentismo {da qui, l'assalto all’Avanti!). Sempre
nell'aprile del *19 esce a Milano per i tipi dell’Editore Facchi un volume
politico di Marinetti, forse il suo più importante: si tratta di
Democrazia futurista, che porta come sottotitolo dinamismo politico . È
una raccolta di articoli apparsi su Roma futurista e che appari ranno sul
nuovo giornale di Vecchi, L’Ardito, generoso sempre di spazio per
Marinetti. Questi definisce il suo concetto democratico in un altro
articolo edito in aprile sempre dall’Ardito: Vogliamo dunque creare una
vera democrazia cosciente e audace che sia la valutazione e
l'esaltazione del numero poiché avrà il maggior numero di individui
geniali. L'Italia rappresenta nel mondo una specie di minoranza
genialissima tutta costituita di individui superiori alla media umana per forza
creatrice, innovatrice, improvvisatrice. Questa democrazia entrerà naturalmente
in competizione con la maggioranza formata dalle altre Nazioni, per le quali il
numero significa invece massa più o meno cieca, cioè democrazia
incosciente . Certo, si tratta di una nuova cancezione di
democrazia, che con quella tradizionale, anche attuale, non ha
niente a che vedere. È una lotta di democtazie, o una democrazia di
lotta, il che alla fin fine non è poi molto diverso. E’ una vera e
propria concezione dinamica. Che, tanto per tener conto del suo opposto
si mette a confronto, a dire di Marinetti, così: Arturo Labriola
definisce la democrazia "come sentimento dei diritti concreti della massa
sullo Stato e sulla Economia“... Noi intendiamo la democrazia italiana come
massa di individui geniali, divenuta petciò facilmente cosciente del suo
diritto e natural mente plasmatrice del suo divenire statale. La sua
forza è fatta di questo diritto acquisito, moltiplicata dalla sua
quantità valore, meno il peso delle cellule morte (tradi. zione), meno il
peso delle cellule malate (incoscienti, analfabeti). La democtazia italiana è
per noi un corpo umano che bisogna liberare, scatenare, alleggerire per
accelerarne la velocità e centuplicarne il rendimento... . Come potrebbe
essere più futurista e avanzata questa nuova concezione democratica progressiva
? Che così, giustamente, si conclude e si definisce: La democrazia
futurista è ormai pronta ad agire, poiché sente vibrare tutte le
sue cellule vive . E’ il punto d'arrivo, logico e
conseguenziale, di una concezione d’assalto . E per la definizione
ulteriore delle posizioni e dei concetti, il 27 aprile 1919 ancora, sulle
pagine di Roma futurista, un testo di Mario Carli (Non chiamatela
reazione) afferma: Non è per l’ordine, non è in difesa dell’autorità
costituita o della borghesia vile, non è in appoggio alla così detta
“benemerita” che noi ci siamo battuti a Milano, e ci batteremo altrove,
se se ne presenterà l’occasione. Ma è per un'idea, per un principio: è
per l’idea di patria, è per il principio di progresso, che noi crediamo
realizzabile con mezzi e con metodi opposti a muelli dei rivoluzionari russi
. Ciò nonostante Gramsci e Lunaciarsky, al TI Congresso
dell'Internazionale comunista, difendono i futuristi italiani e li considerano
veri e propri rivoluzionari . E Lenin medesimo dità a Giacinto Menotti
Serrati, che, come direttore dell’Avanti!, si era recato a Mosca a respirare il
nuovo comunismo: In Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare
la rivoluzione: Mussolini, D'Annunzio e Marinetti . Mentre a proposito di
questo ultimo, cioè di Marinetti e del suo movimento futurista,
Gramsci così annotava in un suo articolo pubblicato su Ordine nuovo nel
1921: Distruggere, in questo campo, non ha lo stesso significato che nel
campo economico... significa non avere paura della vanità e delle
audacie, non avere paura dei mostri, non credere che il mondo caschi
se un operaio fa errori di grammatica, se una poesia zoppica, se un
quadro assomiglia a un cartellone... I futuristi hanno svolto questo compito
nel campo della cultura borghese... hanno avuto cioè una concezione
nettamente rivoluzionaria . E continuava a migliore definizione del
concetto:...Quando i socialisti si sarebbero spaventati al pensiero che
bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella
fabbrica, i futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono
rivoluzionari: in questo campo, come opera creativa, è probabile che la
classe operaia non riuscirà per molto tempo a far di più di quanto hanno
fatto i futuristi! L'11 luglio
del '19 Marinetti otteneva un biglietto d'’invito alla Tribuna di Montecitorio.
Andò con Ferruccio Vecchi, gran capitano, ad aspettare un momento
opportuno per l’intervento . L'occasione fu data alla fine del discorso
di un deputato socialista (Lucci). Martinetti si sporse e, rivolto a
Nitti, gridò: A nome dei Fasci di Combattimento, dei futuristi, e degli
intellettuali, protesto per la vostra politica e vi urlo: Abbasso Nitti!
Morte al Giolittismo! Dichiaro che non può sussistere il Ministero dei
sabotatori della Vittoria, degli schiaffeggiatori degli ufficiali, un ministero
che si difende coi carabinieri e coi poliziotti!.. Vergognatevi! La
gioventù italiana, per bocca mia, vi urla: Fate schifo! Fate schifo! .
Vecchi ancora inveisce a voce alta contro Nitti, mentre Marinetti lotta
con usceri e carabinieri, come descrive egli stesso nel suo Futurismo e
Fascismo di cinque anni dopo. L’indomani avrebbe ricevuto da D'Annunzio la
presente missiva: 2R Mio caro Marinetti, bravo per il grido di ieri,
coraggioso come ogni vostro atto. Vorrei vedervi. Se potete,
venite. Il vostro Gabriele D'Annunzio. In settembre Carli, con Mino
Somenzi ed altri futuristi, partecipano con D'Annunzio alla presa di
Fiume (11 del mese): vi si recheranno anche Vecchi e Marinetti a
tenere discorsi ai legionari. Anzi, i due personaggi sembra fossero
considerati, a dire di De Felice facinorosi sovversivi o addirittura in qualche
caso bolscevici , per il loro atteggiamento intransigente ed
estremistico.° Tanto che si era detto fossero stati espulsi da Fiume,
mentre erano stati solo richiamati da Paselia, segretario politico
dei Fasci, che aveva bisogno di loro per l'organizzazione, forse, del
primo congresso fascista. All'inizio di ottobre, infatti, Marinetti
partecipa a Firenze al I Congresso dei Fasci di Combattimento dove, dopo
l'intervento di Mussoltni, parla a futuristi, arditi e fascisti sostenendo la
necessità dello svaticanamento : Noi dobbiamo domandare. volere, imporre , dice
fra l’altro il capo del futurismo, l’espulsione del papato, o meglio ancora,
per usare un'espressione più precisa, lo “svaticanamento” . Le elezioni
generali vengono condotte a Milano all'insegna del blocco fascista con
lista autonoma di Mussolini, Marinetti (secondo), Toscanini, Podrecca e Bolzon.
Comizi elettorali si tennero a Milano in Piazza Belgioioso (10 novembre) e in
Piazza S. Alessandro e a Monza, dove parlarono sempre accoppiati
Marinetti e Mussolini. Dopo il 16 novembre, giorno delle votazioni,
in seguito ad incidenti coi socialisti, Marinetti, Vecchi e Mussolini
furono atrestati sotto l'accusa di attentato alla sicurezza dello Stato
ed organizzazione di bande armate, come afferma ancora il De
Felice. Breton e Aragon, direttori della rivista Littersture,
organizzano a Parisi una manifestazione di solidarietà a Matinetti: sono i
momenti di affermazione del dadaismo e del muoversi, lento, verso il
surrealismo. Renzo De Felice, Mussolini i! Rivoluzionario, Gli
incontri e gli scontri, oltre che gli incidenti, tra socialisti e
futuristi non etano cosa nuova. E la battaglia di Via Mercanti del 15
aprile fu solamente il punto di arrivo di una vecchia e lunga
polemica. Già negli anni prebellici il futurismo si era
scontrato col socialismo neutralista (Turati), che non poteva andar
d’accordo con un movimento intrinsecamente interventista. Lacerba, per esempio,
entrava nella polemica affiancandosi al futurismo e pubblicando, il 15
ottobre del ’13, quel famoso Programma politico futurista, esaminato in
precedenza. La postilla di Giovanni Papini non fa altro che convalidare,
sia pure con riserva, la sostanza del programma. A proposito di
socialismo interviene poi nel '14 sempre sv Lacerba, Ardengo Soffici,
affermando nel suo articolo Per la guerra che l’idea che i socialisti si
fanno del mondo è questa: un capitalista borghese e sfruttatore alle
prese con un magro popolano sfruttato. La cultura, le scienze, le
arti, la bellezza, i sentimenti, gli amori, le passioni tutto ciò insomma che fa la vita così
terribilmente complessa, così colorita, così varia, multiforme,
incoetcibile non è nulla per loro. Tutto
è grigio, e l'universo intero una specie di ragnatela squallida senza
confini né orizzonti, eterna, in mezzo alla quale un ragno cetca di
succhiare una mosca alla quale Karl Marx ha insegnato che non deve
lasciarsi succhiare . Sicché, conclude Soffici, i socialisti nemmeno capiscono
che si combatte una guerra per difendere anche, magari, le loro stesse
idee, o il mondo dove l’idea socialista è nata e cresciuta, contro i
nemici medesimi del socialismo e dei socialisti: i tedeschi. Ma
questo non ha nessuna importanza, giacché, ed eccoci alla mentalità di
codesto partito, ogni buon socialista non vede nella guerra, qualunque
essa sia, se non una lotta di capitalisti e banchieri contro capitalisti
e banchieri i quali si servono del proletariato per liquidare le loro
partite . La polemica continua com'è logico, dopo la guerra.
Il primo ad accenderla è Mario Carli su Roma futurista con un articolo
del 13 luglio 1919, che ha un titolo significativo: Partiti d'avanguardia: se
tentassimo di collaborare? Laddove si considera partito d'avanguardia ,
ovviamente, anche quello socialista, che tanta parte ha esercitato nella storia
d'Italia. Ho esaminato seriamente l'ipotesi , esordisce Carli, di una
collaborazione fra noi {futuristi, arditi, fascisti, combattenti, ecc.) e i
Partiti cosiddetti d'avanguardia: socialisti ufficiali, riformisti,
sindacalisti, repubblicani... Il terreno comune c’è... E' la lotta contro
le attuali classi dirigenti, grette, incapaci e disoneste, si chia.
mino borghesia e plutoctazia o pescecanismo o parlamen.tarismo... sono una
casta che deve cadere e cadrà , E cadde infatti, come sappiamo, però non certo
per merito di quei socialisti con cui Carli stava cercando di trovate
un punto di contatto, sia pur rendendosi conto che la collaborazione
sarebbe stata difficile per non dire impossibile o, peggio,
inutile. Ciò nonostante Giuseppe Bottai farà eco alla sua
tesi con un paio di lunghi articoli: uno del 9 novembre e l'al. tro
del 21 dicembre 1919 entrambi col titolo Futurismo contro socialismo, il
cui succo riesce già evidente. Noi siamo contro il socialismo , afferma
Bottai, perché astrazione filosofica senza possibilità di contatti vitali.
Simbolo che si agifa nel mondo da secoli, e di cui mai si è
trovato, e mai si troverà la formula di traduzione in positivi
sviluppi di masse sociali... Noi siamo contro l’idea socialista
perché sosteniamo la necessità della diseguaglianza... Siamo contro il
socialismo perché idea generatrice di vigliaccheria . Ii 14
dicembre sempre del 1919, tuttavia, certo Mannarese, avversario, pubblica un
articolo per espotre l’impossibile intesa fra le due avanguardie, o
l'impossibilità di accordo in unione d’intenti e di lavoro. Il Mannarese
sottolinea l'identità di socialismo e masse proletarie con loro relative
e legittime aspirazioni. Romza futurista non gli ne. sa spazio,
ospitandolo apertamente e liberamente. Ci pensa Bottai a rispondere
e confutare Mannarese col suo secondo articolo preciso ed aggressivo. Il
titolo: Insisto: futurismo contro socialismo; la data, 21 dicembre
dello stesso anno. La posizione polemica si specifica e si
SAI puntualizza: Prima caratteristica del futurismo è questa,
libera, sciolta sfrenata spregiudicatezza: e se il salumaio ci crede oggi
difensore dei suoi salami, delle sue salsicce, poco male! ciò potrà darci
la prova della sua minchioneria, non già infirmare l'esattezza del grido
“futurismo contro socialismo. L’intonazione antibotghese è evidente e
forse si sposa, per così dire, con quella antisocialista, essendo l'una
complementare all'altra, e viceversa. Non si può essere antisocialisti
senza essere antiborghesi, e viceversa non si può essere antiborghesi
senza essere antisocialisti, sembra quasi che dica Giuseppe Bottai, e
l’invettiva contro il salumaio non ha nient'altro che questo sapote.
L'equazione socialismo-proletariato , sostenuta dal Mannarese, è vacua e
falsa, dice Bottai, e bisogna distinguere, perché va da sé, afferma, che il
socialismo è uno dei tanti sistemi, i quali, da che il mondo è mondo,
si accaniscono sulla disparità di condizioni delle classi . Lo
esempio dato poi, del fenomeno dell’arditismo, è quanto meno sufficiente
e significativo a smentire una tesi tanto inutile. Infatti, in parecchi
mesi di convivenza con le fiamme nere mi son trovato attorno solo
contadini, operai, lavoratori-proletari! ; e gli arditi non erano certo
socialisti, anzi. Tuttavia l’autore è ben consapevole della portata
economica del socialismo e nello stesso tempo delle esigenze dei ceti
umili o dei proletari, e degli scompensi derivanti da queste esigenze anche per
la loro cattura da parte di un
socialismo ignorante e incapace. L'individuazione dell'errore di
dimensione del sociali smo è evidente, nonostante i successi già
conseguiti. Tanto che, concludeva il Botrai, nel cogliere le possibilità
della formazione di un letale assolutismo, con la postulazione della
differenziazione futuristica da esso, intesa nella diffusione di
programmi e di rimedi economici: Noi siamo per la elevazione del popolo,
e non per l'assolutismo di esso . Dove il nai , è evidente, si riferisce
ai futuristi ed al loro movimento. Tirando le somme , alla
fine, si postula petsino un programma, quasi, nei rapporti col
socialismo, di cui i punti più interessanti sono il secondo ed il quarto,
cioè l'ultimo. Il secondo postilla una possibile comunanza di
vedute economiche: il che non implica nessuna fusione ; l'ultimo sostiene
e ribadisce, sottolineandolo tutto in maiuscolo: CONTRO IL SOCIALISMO NON VUOLE
DIRE CONTRO IL PROLETARIATO. La miopia del socialismo nella
considerazione dei futuristi appare evidente e inequivocabile. E si parla del
socialismo dei primi del secolo, quello storicamente più capace di quanto non
lo sia l'attuale, e consono ad una realtà epocale ad esso, tutto sommato,
più favorevole. L’esito del socialismo italiano, confluito in massima
parte nel fascismo, non fa che confermare l'opinione o l’ipotesi
dei futuristi, che avevano saputo vedere la sua minima portata da inserire,
eventualmente, nel panorama di una prospettiva ben più vasta e
diversificata. A Fiume Gabriele D'Annunzio dà alla luce la sua Carta
del Carnaro . Siamo agli inizi del ’20 e la nuova proclamazione
statutaria sarà base fondamentale per la successiva politica sindacale fascista
(si veda la Carta del Lavoro ad esempio). Sempre a Fiume Mario Carli dirige
il nuovo foglio di vita istriama La Testa di Ferro, sulle cui
colonne (la seconda, per l'esattezza, della prima pagina) ;l 12 settembre
esce un riquadro firmato da Marinetti. Che così commenta la Prima
vittoria della quindicesima battaglia, come dice il titolo della pagina:
Nell’applaudite oggi D'Annunzio, liberatore di Fiume, penso che questo
meraviglioso genio riassuntivo della nostra razza, uscito dalle alcove
del Pizcere... dopo aver esplorato le profondità del la lussuria... ha
logicamente... strappato Fiume all’imperialismo europeo e americano, ed ora
deve, seguendo la linea della sua fortuna inesauribile, logicamente, con
genio sempre più rivoluzionario e futurista, liberare Roma dal Papato e dalla
Monarchia, e creare la grande Repubblica Italiana . Siamo di fronte
aul'ittedentismo integrale che i futnristi sostenevano contro
l’irredentismo mutilato di Bissolati, favorevole al Patto di Londra. Di
cui il movimento per contro chiedeva un’estensione , oltre che una
modificazione del Patto di Roma in modo che si potesse favorire l’inserimento
italiano sulla costa dalmata e garantire all'Italia l'egemonia
sull’Adriatico. Il Trattato di Rapallo, poco dopo, dichiarerà Fiume città
libera ed assegnerà Zara all'Italia. 11 24 e 25 maggio dello stesso
anno si tiene a Milano il IX Congresso dei Fasci di Combattimento, che
segna una svolta del movimento o anche si potrebbe dire una sua
conversione in senso conservatore . Si assiste ad un parziale ma
consistente ricambio del nucleo dirigente fascista. Solo 10 membri su 19 del
comitato centrale eletto a Fitenze vengono riconfermati: tra essi
Marinetti e Ferruccio Vecchi. Mussolini sostiene un nuovo
indirizzo: l'accordo fra proletariato e borghesia produttiva, tipico di
quel fascismo provinciale che stava prendendo il sopravvento. Marinetti
reagisce confermando la sua intransigenza antimonarchica ed antipontificia. I
Fasci di Combattimento, come riporta ancora il De Felice, avrebbero
dovuto, secondo Marinetti, iniziare una politica decisa in difesa delle
rivendicazioni proletarie, appoggiando e scioperi e agitazioni che siano
fondati o formulati su un principio di giustizia . Mussolini aveva cercato di
replicare che i Fasci hanno anzi aiutato gli scioperi che avevano un
chiaro contenuto economico , ma aveva sottolineato di non poter accettare
la pregiudiziale antimonarchica e: Quanto al Papato, bisogna intendersi:
il Vaticano rappresenta 400 milioni di uomini sparsi. Io sono, oggi,
completamente al di fuori di ogni religione, ma i problemi politici
sono problemi politici. Racconta lo stesso capo del futurismo nel
suo volume Futurismo e Fascismo pubbli cato quattro anni dopo, Marinetti
e alcuni capi futuristi escono dai Fasci di Combattimento, non avendo potuto
imporre alla maggioranza fascista la loro tendenza antimonarchica e
anticlericale . Gli altri capi futuristi sono Mario Carli e Neri Nannetti,
appena eletto a Milano come membro del comitato centrale per Firenze.
Ferruccio Vecchi si allontanò dai Fasci poco dopo, anche per la crisi
interna che stava attanagliando l’Associazione fra gli Arditi d’Italia.
La spaccatura risulta evidente all'uscita dell’opuscalo Al di là
del comunismo, pubblicato in agosto da Marinetti, per giustificazione
alle sue dimissioni ed in risposta allo svuotamento della portata
rivoluzionaria, o futurista, dei Fasci di Combattimento. Al di lè del
Comunismo sarà la sua seconda opeta politica (dopo Democrazia futurista,
del ’19), quella più ricca di spunti e di idee: quella, insomma, sua
fondamentale. L'opera è dedicata sul colophox Ai futuristi
francesi, inglesi, spagnoli, russi, ungheresi, rumeni, giapponesi :
it che esprime già tutto un programma. Fra le sue tesi, dd esempio
queste: Noi futuristi abbiamo stroncato tutte le ideologie imponendo dovunque
la nostra nuova concezione della vita, le nostre formule d’igiene
spirituale, il nostto dinamismo estetico, sociale, espressione
sincera dei nostri temperamenti d’italiani creatori e rivoluzionari.
L'umanità cammina verso l'individualismo anarchico, meta e sogno di ogni
spirito forte. Il Comunismo invece è una vecchia formula mediocrista, che
la stanchezza e la paura della guerra riverniciano oggi e trasformano in
moda spirituale... La storia, la vita e la terra appartengono agli
improvvisatori. Odiamo la caserma militarista quanto la caserma
comunista. Il genio anarchico deride e spacca il catcere
comunista. Fu questo passo a provocare la reazione dell’Ardito? Che
ben presto si fece sentire, a più riprese, per denigrare il volumetto
marinettiano, mentre al contrario La Testa di Ferro ad opera di un gruppo
di futuristi fiumani (e di Mario Carli, ardito a sua volta) elogiava
pubblicamente ed ardentemente il nuovo testo. Bottai, già fututista, interverrà
ben presto (sul n. 35 dell’Ardito) con una lettera aperta a F.T.
Marinetti per mettere in risalto la sua posizione critica all’atteggiamento
anarchichegpiante dello scritto, inconciliabile con qualunque espressione di
potere, sia pur di tipo tecnico , come quello a suo tempo proposto dallo
stesso padre del futuri smo. L'attacco di Bottai è senz'altro il più
autorevole e i] più significativo. L'ideologia del
fascismo-regime (da parte di un mini stro in pectore come Bottai) cominciava
già a farsi sentire. E si chiudeva, ovviamente, almeno sul terreno storico
della prassi politica, l'ideologia del fascismo-movimento, quello
dell’intransigenza e del fervore mistico, del libertarismo e
dell'avanguardia, dell'anarchismo e dell’antiautoritarismo verso la monarchia
ed il papato. Il possibilismo politico e il realismo tattico per la
conquista del potere subentrano e il fascismo-regime si muove ormai,
anche se lentamente, sotto la guida del suo abile e compromesso condottiero. A
Marinetti non restano che le dimissioni, e dopo il suo canto del cigno
politico (Al di là del comunismo), il ritorno alla letteratura.
10. La dimensione futurista Nel 1921 esce a Piacenza per i
tipi dell'Editore Porta il volume di Francesco Flora Dal Romanticismo al
Futurismo. Il giudizio più interessante è senz’altro quello di Luigi
Russo, che così si esprime al proposito: Il Flora, mentre vi grida il
superamento sillogistico dell’arte decadente, la guarigione del suo spirito dal
generale futurismo, passa poi egli stesso a fare troppo rumorosa e
compiaciuta mescolanza con quell'arte e con quel futurismo . Pirandello
pubblica nello stesso anno I sei personaggi in cerca d'autore. Marinetti
sostiene che sono ispirati al futurismo e al suo spirito creatore. Il
congresso socialista di Livorno si spacca, e dalla scissione si forma il
neonato partito comunista. A Catania vede la luce la nuova rivista
futurista Heschisch. Nel 1922 il fascismo salirà definitivamente al
potete. Marinetti fonda una nuova rivista, I{ Futurismo, che dirige in
prima persona. A Berlino sarà poi tradotta in edizione tedesca (Der
Futurismus), a cura di Ruggero Vasari. Bragaglia fonda a Roma il Teatro
Sperimentale degli Indipendenti, primo teatro stabile italiano, da Ivi di
retto fino al ’36: metterà in scena duecento opere d'’avanguardia fra quelle di
autori italiani e stranieri. A_ Monza si crea l’Istituto Superiore delle
Arti decorative, trasformato poi in Biennale e dal ’30 definitivamente in
Triennale, con sede nel palazzo di Milano (al parco, arch. Muzio). Mussolini,
dopo la marcia su Roma del 28 ottobre, forma il governo con radicali e
liberali, e istituisce il Gran Consiglio del Fascismo. Prezzolini,
come sempre lucidamente, poco prima del grande ritorno del futurismo al
fascismo, metteva ancora una volta in risalto come possa l'arte
futurista andare d'accordo con il Fascismo italiano, non si vede. C'è un
equivoco, nato da una vicinanza di per. sone, da un’accidentalità d’incontri,
da un ribollire di forze, che ha portato Marinetti accanto a Mussolini.
Ciò andava bene durante il periodo della rivoluzione. Ciò stona in
un periodo di governo. Il Fascismo italiano non può accettare il
programma distruttivo del Futuri smo, anzi, deve, per la sua logica
italiana, restaurare | valori che contrastano al Futurismo. La disciplina
e la gerarchia politica sono gerarchia e disciplina anche letteraria. Le
parole vanno all’aria quando vanno all'aria le gerarchie politiche. Il
Fascismo, se vuole veramente vincere la sua battaglia, deve ormai considerare
come assotbito il Futurismo in quello che il Futurismo poteva avere di
eccitante, e di reprimerlo in tutto quello che esso consetva ancora di
rivoluzionario, di anticlassico, di indisciplinato dal punto di vista
dell’arte (da I/ Secolo, 3 luglio 1923). Nel marzo dello
stesso 1923 s'inaugura alla Galleria Pesaro di Milano una mostra
dell'Arte del Novecento . Si trattava di un gruppo formatosi alla fine
del ’22 intorno alla medesima galleria milanese, che affiancava la nuova
tendenza del regime in senso conservatote, già sancita dal 2° Congresso
Fascista (Milano, maggio 1920). L'animatrice del nuovo movimento Arte del
Novecento era Margherita Sarfatti. Il gruppo fu accolto, neanche due anni dopo
dalla sua costituzione, alla Biennale veneziana del ’24, e si affermò
definitivamente attraverso due ulteriori mostre: una del '26 al Palazzo
della Permanente a Milano, e l'altra del ’29 alla Galleria Pesaro, sempre
a Milano. I futuristi invece, rimasti esterni al regime e aderenti
ancora, in fondo, all'avanguardia, furono ammessi alla Biennale solo nel ’26, e
fuori dal padiglione italiano additittura. All'inaugurazione della Biennale,
Marinetti si rivolge al Re, a Venezia in visita ufficiale, e gli denuncia
gridando l’incapacità senile e antitaliana della Direzione, che massacra
i giovani artisti italiani . L’intervento di Marinetti suscita scandalo.
Tuttavia nello stesso anno 1924 si verifica anche un cetto riavvicinamento tra
futurismo e fascismo, e forse anche tra Marinetti e Mussolini.
L’occasione viene data dall’edizione della terza ed ultima opera politica
del capo futurista, che, come già detto, s'intitola Futurismo e Fascismo, ed
esce a Foligno per i tipi dell'Editore Campitelli. Ancora nello
stesso anno escono diverse altre significative testate, futuriste ma anche
fasciste. Mino Maccari fonda I! Selvaggio (organo del fascismo
strapaesano) ed Enzo Benedetto a Reggio Calabria pubblica il foglio
futurista Originalità, da lui stesso direrto: compaiono fra i suoi collaboratori
Marinetti, Jannelli, Nicastro e Sanzin, Quest'ultimo scrive un saggio su
Marinetti e il futurismo. Gerardo Dottori, altra collaboratore di
Originalità, crea le prime aeropitture, che si affermeranno in seguito
come espressioni del secondo futurismo. A Milano si tiene il Primo
congresso futurista e Somenzi vi organizza le onoranze nazionali a
Marinetti. Siamo al 23 di novembre 1924, ore 10, al Teatro Dal
Verme di Milano. Mino Somenzi legge il telegramma di Mussolini:
Considerami presente adunata futurista che sintetizza 20 anni di grandi
battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue. Congresso
deve essere punto di partenza, non punto di arrivo. Credi mia cordiale
amicizia e ammirazione . Alle 16 parla Marinetti, che conclude i lavori del
congresso, così rivolgendosi all’indirizzo del duce : I futuristi
italiani, primi fra i primi interventisti nelle piazze e sui campi di
battaglia, e primi fra i primi diciannovisti più che mai devoti alle idee
ed all'arte, lontani dal politicantismo, dicono al loro vecchio
compagno Benito Mussolini: Con un gesto di forza ormai indispensabile
liberati dal parlamento. Restituisci al Fascismo ed all'Italia Ia meravigliosa
anima diciannovista, disinteressata, ardita, antisocialista,
anticlericale, antimo. narchica. Concedi alla Monarchia soltanto la sua
provvisotia funzione unitaria, rifiutale quella di soffcare o mor.
finizzare la più grande, la più geniale e la più giusta Italia di domani.
Non imitare l’inimitabile Giolitti, imita il Grande Mussolini del
diciannove. Pensa sempre all’Italia immortale ed al Carso divino.
Schiaccia l'opposizione cle. ricale antitaliana di Don Sturzo,
l'opposizione socialista antitaliana di Turati e l'opposizione
mediocrista di A’ bertini con una ferrea dinamica aristocrazia di
pensiero armato che soppianti l’attuale demagogia d’armi senza
pensiero. Tu puoi e devi fare ciò, noi dobbiamo volerlo e lo vogliamo .
Lo vollero, ma non lo realizzarono. La volontà può essere bella, ardita,
ispira ai più alti sensi di giustizia, anche se non sempre la
realizzazione le tiene dietro. Come in questo caso. Mussolini
telegrafa ancora il 1° marzo del ’25 ad un banchetto romano offerto da
Carli e Settimelli a Ma: rinetti: Sono dolente di non poter intervenire
al ban: chetto ofterto a F.T. Marinetti. Ma desidero che vi giunga la mia
fervida adesione che non è espressione formale ma vivo segno di
grandissima simpatia per l’infaticabile e geniale assertore di
Italianità, per il poeta innovatore che mi ha dato la sensazione
dell'oceano e della macchina, per il mio caro vecchio amico delle prime
battaglie fasciste, per il saldato intrepido che ha offerto alla Pa
tria una passione indomita consacrata dal sangue . Ma. rinetti si era già
trasferito a Roma con Benedetta. La capitale diveniva così anche centro
del futurismo. In que. sta stessa occasione Marinetti dichiarava,
un'altra volta inascoltato: Vi sono in Italia forze che osteggiano
la nostra idea imperiale, combattiamole, non dimenticando però fra
queste la più segreta e la più antitaliana: il Vaticano! Un discorso di
Mussolini alla Camera (3 gennaio 1925) dà inizio al vero fascismo-regime.
A Tortino si tiene a Palazzo Madama un'esposizione nazionale futurista.
La tendenza al riavvicinamento ira i due movimenti è già indicata
nella dedica di Futurismo e Fascismo: Al mio caro e grande amico Benito
Mussolini . Il che dimostra, in fondo, una certa volontà di non troncare
i contatti: ma anche gli scritti raccolti, gli articoli e le tesi
sostenute sono di tipo più che altro conciliativo. Mussolini vi è
definito meraviglioso temperamento futurista : e non risuoni però ad
adulazione, perché il tentativo di recupero del futurismo in senso artistico e
letterario (o cul turale in senso lato) è evidente, nonostante
l'occasionale dimensione del movimento nell'attività e nell'impegno
politico. Non senza motivo, il volume prende inizio con queste parole: Il
Futurismo è un grande movimento antiflosofico e anticulturale di idee,
intuiti, istinti, pugni... . E subito dopo: Fra le tante definizioni io
prediligo quella data dai teosofi: “I futuristi sono i mistici
dell’azione”. Infatti i futuristi hanno combattuto e combattono il passatismo.
Il nuovo regime e la portata storica di realizzazione di quello che si
considera il patrimonio del futurismo è così giudicato: Vittorio Veneto e
l'avvento del Fascismo al potere costituirono la realizzazione del
programma minimo futurista . Dove si dimostra in fondo la connessione
inscindibile tra futuri. smo e fascismo, ma nello stesso tempo il
distacco, in questa realizzazione minimale ; comunque la mancanza
di coincidenza totale delle entità ideali dei due blocchi. Questo
programma minimo , specifica ancora Marinetti, propugnava l'orgoglio italiano...
la distruzione dell'impero austro-ungarico, l’eroismo quotidiano,
l'amore del pericolo... . Ma, alla fine, quello che più conta è che
il Futurismo italiano, tipicamente patriottico, che ha generato
innumerevoli futurismi esteri, non ha nulla a che fare coi loro atteggiamenti
politici, come quello bolscevico del Futurismo russo, divenuto arte di
Stato. Il futurismo italiano fu sempre italiano, non mai italiano
di Stato. Il futurismo , afferma ancora il nostro, è un movimento
artistico e ideologico. Interviene nelle lotte politiche soltanto nelle ore di
grave pericolo per la Nazione , E un'altra volta a migliore definizione della
posizione concettuale o della sua immagine: Il Fascismo nato
dall'interventismo e dal Futurismo si nutrì di principî futuristi... Il Fascismo
opera politicamente... Il Futurismo opera invece nei domini infiniti della pura
fantasia, può dunque e deve osare osare osare sempre più temerariamente.
Avanguardia della sensibilità artistica italiana, è necessariamente sempre in
anticipo sulla lenta sensibilità delle masse. La consapevolezza
della difficoltà del consenso è più che sentita, ed è convinzione al
tempo stesso che il fascismo sia più capace di farsi accogliere o di
comunicare certe necessità, e certi principî. E la convinzione
implica la coscienza che sia il fascismo ad aver raccolto © mutuato
idee e posizioni dal futurismo, solo ed esclusivamente. Senza che mai sia
avvenuto il contrario. Ed appare evidente, perché non viene mai fatto cenno a
questa seconda ipotesi: che cioè sia stato il futurismo ad attingere al
fascismo. Anche se affiora l’autocritica , l’interrogazione, il domandarsi
sotterraneo della coscienza. Il lettore domanderà: “Ci sono idee
futuriste superate o da scartarsi, oggi?” Nulla da scartare. Le idee
vittoriose tengano fermamente le posizioni conquistate. Per esempio
questo principio: “Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del
mondo... le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”, fu
una pietrata feroce ma necessaria nel pantano letterario di sentimentalismo
dannunziano sulle cui rive singhiozzavano i giovani malati di luna e di donne
fatali. La condanna della decadenza di un romanticismo fiacco e sdolcinato
che ha irretito la realtà della Penisola è quanto mai chiara ed evidente.
E la volontà di scuoterla per una necessità di spirito, per una volontà
di resurrezione, per una coscienza ancora viva di grandezza e di capacità
creativa e rinnovatrice, porta inevitabilmente allo scontro e alla
conflagrazione, quella della guerra, che è guerra di sentimento e di
volontà, prima ancora che di occasione politica. Oggi , continua
Marinetti, l'Italia è piena di giovani forti e sportivi. Ma molti purtroppo
sacrificano ad una donna la loro volontà di conquista e l'avventura. Dopo
Vittorio Veneto io predicai la necessità per ogni combattente di
diventare un cittadino eroico. Oggi esiste uno Stato fascista che tutela il
diritto individuale. Ma bisogna alimentare ancora lo spirito del
cittadino eroico, amico del pericolo e capace di lotta, poiché occorretà
improvvisare domani gli indispensabili volontari della nuova guerra. Questa, lo
ripeto, è certa, forse vicina. Perciò è sempre vivo il grido futurista:
glorifichiamo la guerra sola igiene del mondo! Il Futurismo interprete
delle forze telluriche, il Futurismo, manometro della nostra penisola (caldaia
bollente!), odia i macchinisti incapaci. Si palesano tali i culturali
d’Italia che verniciati di patriottismo parlano oggi d’Impero, con un'anima
pacifista pronti ad imboscarsi al minimo pericolo. Essi ignorano che
Impero significa guerra. Votrebbeto conquistarlo con una lezione sulla
Roma Imperiale! . Ecco, ancora, la coscienza di cui parlavamo prima: quella
della curiosità antiquaria di una cultura d’accatto non più in grado di tenere
il passo della storia e di muovere lo spirito della giovinezza
vittoriosa. Marinetti lo coglie e lo esptime in una testimonianza, ancora
una volta, di vita e di speranza, che è vita perché è speranza del
futuro. Noi futuristi parliamo d’Impero convinti e lieti di
batterci domani... Parliamo d’Impero perché è venuto per l’Italia il
momento di prendere le tetre indispensabili. IÎ programma politico futurista
lanciato l’11 ottobre 1913 che propugnava una politica estera cinica
astuta e aggressiva è più che mai di attualità. Le idee vittoriose
tengano fermamente le posizioni conquistate. Le nuove idee si
slancino all'assalto. Marciare non matcite! . Firmato: Marinetti. Il futurismo ha dimostrato di
voler procedere sulla strada del nuovo: il fascismo lo ha accolto ed ha
accondisceso, almeno fino a un certo punto, al suo messaggio. Oltre è
stato frenato, forse, non solo dal borghesismo , ma anche da quel
socialismo, che avanti non è mai stato capace di andare e che di nuovo ha
portato solamente vuote formule e fantasmi. Non così il futurismo, ben
aderente al reale, e capace di ritirarvisi anche, nel caso di
inadempienza (o di mancanza di corrispondenza) della realtà ai suoi
messaggi. Marinetti docet, proprio con quel fascino che aveva
voluto, o con cui aveva marciato, e in cui aveva creduto senza marcire
mai, nemmeno nell’auge del regime, quando avrebbe potuto sedersi sulle comode
poltrone di un otmai arrivato futurismo di destra . Ma il futurismo per
Marinetti era e rimaneva comunque movimento d'avanguardia artistica e
culturale, nonostante gli agganci più 0 meno politici, più o meno di
regime, e nonostante l'amicizia con Mussolini, che poteva anche essere un
futurista , ma era e doveva essere prima di tutto il capo dello Stato e
il duce del Fascismo . E il fascismo aveva preso e doveva tenete ormai una
certa linea, molte volte non gradita, o valida, per il futurismo, ed anzi
proprio al contrario. La gloria di Roma rievocata nel
monumentalismo classicheggiante, il novecentismo ricalcante vuoti modelli
di un fasullo rinnovamento filotradizionale, la riesumazione del mito della
storia come copia di grandezza e novella misura di falsa gloria, erano tutti
temi aborriti da Marinetti proprio perché segni ed indici di passatismo
, messaggi sterili di una mentalità ferma e statica, incapace di
dare alcunché di vitale all'Italia in movimento. Marinetti era invece, e
rimaneva, anche nel fascismo e nonostante il fascismo, futurista , come lui
amava definirsi, e come lo rimanevano anche altri, non tutti però, anzi
forse troppo pochi. Marinetti, quindi, futurista, e futurista nonostante
tutto, fu forse fascista solo ed esclusivamente per quel che il futurismo
poteva consentirgli di essere. Ma fu anche grande oratore Marinetti, e fu
oratore d’arte, oratore di genio letterario e improvvisatore della
parola, più 0 meno libera o in libertà che fosse. Mussolini fu
oratore politico e parlava, anche, nella ricerca del consenso. Marinetti
invece fu poeta, e parlava per stimolare la curiosità, per muovere l'incanto
dell'espressione. La sua oratoria fu essenzialmente artistica, il suo
discorso fu culturale e poetico. Mussolini forse in parte la imitò,
sempre attenendosi all’oratoria politica e trasformando il messaggio
letterario in presenza ideologica e in colloquio popolare . Forse qui sta
inoltre la differenza fra i due movimenti: il futurismo avanguardia di
rottura e il fascismo sistema di potere. Anche se il primo l’aveva spinto
e sorretto nella sua azione di conquista. Il fascismo è allora per un suo aspetto
futurista, e non invece il contrario. E' la realizzazione di quel
piogramma minimo futurista che abbiamo già esaminato. E Mussolini si può
dire fosse stato anche futurista, o comunque molto vicino al movimento di
Marinetti. E gli era stato anche amico, o c’era stata una reciproca
comunanza di sentimenti, che non esula dall’amicizia. Ma Mussolini
era stato anche socialista, anzi lo era stato davvero e fino in fondo . Che
fosse anche per questo che i futuristi non potevano essere completamente
fascisti? O non si potevano identificare completamente nel regime? Almeno
i futuristi autentici, quelli più idealisti . Il futurismo era
stato sempre e comunque antisocialista, in modo integrale, totale come si è
visto. E lo era stato dall’inizio antisocialista, per la sua posizione
culturale, per il suo intendimento antimilitaristico ed antiegualitario, per il
suo slancio antipassatista di svecchiamento. Lo schiaffo ed il
pugno, la velocità e l’aggressione, la lotta e la vittoria erano tutti
temi o motivi antisocialisti. Il fascismo, nonostante tutto, era meno
antisocialista. In primo luogo per le origini del suo capo, per la sua
formazione-estrazione, per i suoi intendimenti di visuale che non si
erano spenti del tutto, ma si erano solo attenuati e modificati: e si
erano travasati, anche, nella novità del futurismo.
Comunque, e malgrado questo, il fascismo rimase e resta agli atti della
storia un movimento di massa , una realtà sociale , un fenomeno popolare,
un sistema del numero in scala comunitaria e nazionale: questo è
acquisito, ed è incontestabile. E non può essere confutato dagli storici
seri. Mussolini lo volle e lo promosse que. sto popolarismo e, se
vogliamo anche, riuscì lenta. mente e gradatamente ad imporlo . Ma non
volle mai l'uguaglianza o il livellamento, e cercò sempre di favo.
rire la distinzione dell’individualismo. Lo stimolo stesso alla
competizione nel campo dell’arte e l’amicizia con l’amico-nemico
Marinetti ne sono garanti. L’amicizia fra i due personaggi non fu
esclusivamente un fatto episodico o della prima ora; fu un fatto profondo e
vitale, forse inalienabile ed assoluto . E durò, a controprova del
vero, fino alla morte. Quando Marinetti, reduce dalla guerra di Russia
per cui si era arruolato volontario (malgrado i suoi 64 anni),
aderiva alla Repubblica Sociale Italiana dopo i tragici fatti
dell’armistizio, dimostrava sino all'ultimo fede ad un’amicizia e ad un'idea,
comunque e nonostante tutto. Marinetti era partito per la Russia all’insegna
della coerenza, non potendo contraddire il suo messaggio della
guerra sola igiene del mondo . Messaggio che anche il duce aveva sentito, forse tragicamente e forse
fuori tempo. Ma lo aveva comunque sentito, e l’amicizia con Marinetti
e la sua nomina ad Accademico d'Italia lo dimostra. Quando avrebbe
benissimo potuto bruciarlo . E aveva anche sentito che il nuovo secolo
richiedeva un cambiamento, che si doveva in qualche modo maturare.
Volle promuoverlo e accelerarlo (da futurista ?), intervenite e spingere l'avanzata
fino all'assurdo. Ne rimase coinvolto e definitivamente inghiottito
. Marinetti si era salvato, e con se stesso aveva salvato la
poesia. La guerra (leggi: politica) non poteva averla distrutta. In
età avanzata era rientrato a vivere brevemente, a lottare fino all’ultimo per
consegnare a Venezia un messaggio, quello vitale e ineliminabile verso il
futuro . I suoi discepoli lo accolsero come un testamento e qualcuno
lo trasmette ancora per testimonianza. Nonostante la trasmutazione dei
tempi e le difficoltà del presente. Lo documenta ancora per la verità storica e
per la risonanza dell'oggi. E, forse, per un nuovo futuro di domani.
12. Sindacalismo futurista II fascismo aveva creato la
Carta del Lavoro , che ricalcava a sua volta quella ptima espressione
originale di emissione statutaria d’impronta sociale, che era stata
la dannunziana Carta del Carnaro . Ma già prima i futuristi avevano
inteso una loro sindacalizzazione in senso artistico, ed avevano ancora
una volta concepito un manifesto. Si tratta del manifesto al governo
fascista del 1° maggio 1923 intitolato I diritti ertistici
propugnati dat futuristi italiani. I diritti rimasero in gran
parte sulla carta, ma l’intenzione era evidente: quella di creare una specie di
carta sindacale per la costituzione dei sindacati artistici futuristi ,
atti alla difesa ed all'assistenza degli artisti eventualmente bisognosi.
Oggi quel poco che offre il sindacalismo dell’arte è dovuto per lo più al
sindacalismo futurista e, in parte, a quello fascista. Ma l'idea del
mutuo soccorso e della solidarietà del lavoro era già presente nella mentalità
futurista, orientata sempre verso giustizia (in questo caso, giustizia
dell’arte). Il proletariato delle rappresentanze artistiche è fatto ben noto,
e non da oggi: non ne furono esenti i futuristi, che anche in
questo senso furono rivoluzionari veri e propri, e cercatono comunque il
rinnovamento. E vollero un’istituzione che li garantisse dalla loro precarietà,
dalle loro difficoltà e dalla loro miseria. La Banca di Credito per
artisti fu iniziativa di Marinetti, in seguito approvata e patrocinata
dal duce . Che così rispose per l’occasione all'amico futurista:
Mio caro Marinetti, approvo cordialmente la tua iniziativa per la
costituzione di una Banca di Credito specialmente per gli Artisti. Credo
che saprai sormontare gli eventuali ostacoli dei soliti misoneisti. Ad ogni
modo questa lettera può servirti di viatico. Ciao, con amicizia.
Mussolini . Si trattava di una vera € propria forma di assicurazione
del denaro che doveva favorire gli artisti, o soddisfare le loro necessità. Ma
non solo Îa costituzione della Banca di Credito chiedeva il manifesto del
’23, firmato da Martinetti per la direzione del movimento-futurista
e per tutti i gruppi futuristi italiani . Si volevano anche
realizzare: 1) Difesa dei giovani artisti italiani novatori in tutte le
manifestazioni artistiche promosse dallo Stato, dai Comuni e private...
2) Istituti di credito artistico ad esclusivo beneficio degli artisti
creatori italiani [dove si propone l’apertura d’istituti di credito per
la sovvenzione di artisti, manifestazioni artistiche ed Istituti d'arte.
Tali istituti si manterrebbero con la buona volontà degli aderenti, se
privati, o con imposte sui redditi di guerra, pet esempio, se statali. Le
opere d'arte depositate costituirebbero valorizzazione fruttifera per l’artista
medesimo, ecc., n.d.r.] Agevolazioni agli artisti [tramite il
riconoscimento legale dei diritti d’autore, la riduzione del 75% della tariffa
per i viaggi degli artisti e il trasporto delle loto opere, l'abolizione delle
tasse doganali nell’importazione ed esportazione delle opere d’atte,
il catico sull’assicuratore delle spese per lettere di cambio o
assicurazioni delle opere d’arte, ecc..., n.d.r.]. Come si vede i
futuristi guardavano sì al futuro, ma stavano ben calati nel presente e
cercavano di opetare e di agire di; presente pet migliorare e per rendete
più giusto il uturo. Col ritorno all’ordine , come si definisce
dagli storici l'affermazione del fascismo e la sua lenta istituzionalizzazione
in regime, si parla anche di modifica del futurismo 0 di suo adeguamento ad una
nuova realtà sistematica e organizzativa, conseguita al periodo rivoluzionario;
e si chiacchiera ancora di secondo futurismo. Anche se il futurismo,
primo o secondo che fosse, non ha mai avuto a che fare con
l'istituzionalizzazione del l'arte nell’ordine fascista . Dice il critico
Enrico Crispolti in un suo saggio, e lo asserisce in modo categorico e definitivo:
In questo senso è politicamente inammissibile e culturalmente scorretta una
liquidazione del Secondo Futurismo in quanto collusivo out court
con il fascismo. Ma come si atriva a questa seconda
definizione del movimento? E poi eventualmente alla sua demonizzazione 0
fascistizzazione in senso politico? Avevamo già visto nel ’24
Gerardo Dottori provare le sue prime aeropitture. Nel frattempo i
futuristi continuano a scambiarsi esperienze ed a lavorare intensamente.
È ad esporre spesso e volentieri, anzi velocemente e freneticamente, alla
futurista . Nel 1926 vengono invitati diversi futuristi italiani alla
International Exhibition of Modern Art di New York. Nello stesso anno
alla IX Biennale d'Arte di Reggio Calabria espongono Depero, Tato,
Benedetto, Rizzo, Fillia e Dottori. A_Milano intanto al Palazzo della
Permanente si allestisce la seconda mostra, che abbiamo già visto, del
Novecento, ormai in auge e prossimo ad assurgere ai fasti della
glo. ria del potere. C'è anche la dichiarazione ufficiale del
neocostituito Gruppo 7 di architettura, composto da Terragni, Libera, Frette,
Figini, Pollini, Rava e Larco. I futuristi partecipano alla Biennale di
Venezia. A Torino, all'Esposizione Nazionale, ? Enrico Crispolti, Appunti
riguardanti i rapporti fra futurismo e fascismo, in Arte e Fascismo in
Italia e Gertania, Feltrinelli, Milano 1974, 54. si allestisce un
padiglione di architettura futurista, con opere di Sant'Elia, Sartoris,
Balla, Fillia, Prampolini e Chiattone. Nel 1929, 33 futuristi
espongono ancora alla Pesa: ro di Milano (Balla, Farfa, Benedetto,
Lepore, Dottori, Marasco, Tato e Prampolini). Azari pubblica il suo
Primo dizionario aereo; Balla, Fillia, Depero, Marinetti, Tato,
Somenzi, Benedetto, Rosso, Prampolini e Dottori lanciano il famoso Manifesto
dell’Aeropittura. Terragni termi. na 2 Como la costruzione di Novocomum,
nuovo edificio residenziale periferico. Marinetti è ‘accolto il 18
matzo nell'Accademia d’Italia, insieme a Fermi e Pirandello, su
istanza personale di Mussolini. Esce per le Edizioni di Augustea,
Roma-Milano, il volume Marinetti e il Futurismo, quarta ed ultima
espressione di letteratura politica del capo futurista. L’opera ricalea
in termini ancor più encomiastici e di supporto il già conciliante Futuriszzo e
fascismo. Il volume esce ancora dedicato Al grande e caro Benito
Mussolini , definito questa volta già nella prima pagina temperamento
esuberante, strapotente, veloce. Non è un ideologo. Se fosse un ideologo,
sarebbe incatenato dalle idee che sono spesso lente, e dai libri che
sono sempre morti. Egli è invece libero, scatenatissimo. Fu
socialista e internazionalista, ma soltanto in teoria. Rivoluzionario sì, ma
pacifista mai . Il che equivale a dire futurista . Del
socialismo di Mussolini abbiamo già parlato, e della sua portata teorica,
a questo punto effettivamente e praticamente confermata. Del futurismo
fascista di Marinetti si sono scritti
fiumi d’inchiostro e sproloqui di parole. La dimostrazione più lampante
della sua partecipazione estetna al fascismo e della sua continua difesa
del futurismo e delle avanguardie è data dal rifiuto di onorari e
prebende: unica accettazione per contto, quella dell'Accademia
d’Italia, che gli servì poi per difendere il fututismo e per lanciarlo meglio
in Italia ed all’estero. Terragni realizza un monumento a
Como su un disegno di Sant'Elia (che era stato totalmente rielaborato da
Prampolini) in occasione delle Onoranze Nazionali all'architetto futurista
Sant'Elia , che viene commentato anche alla Pesaro di Milano.
Marinetti pubblica Futurismo e Novecentismo. Molti futuristi partecipano
alla IV Mostra delle Arti Decorative di Monza ed alla XVII Biennale di
Venezia. Nello stesso anno Ma. rinetti pubblica a Torino sulla Gazzetta
del Popolo i) Manifesto dell’Aeropoesia, che fa eco a quello dell'Aeropittura
del *29. E’ il momento dello sviluppo aereo e dell’aeronautica: è giusto
che il futurismo si muova nella direzione del progresso e senta, ritragga
e proietti la nuova dimensione aerea dello spazio verso il futuro. Esce a
Roma il nuovo quotidiano L’'Impeto. Nel 1932 la Galleria Pesaro allestisce una
mostra vera e proptia, ed esclusiva, di aeropittura . Fortunato
Depero ottiene che gli venga concessa una sala personale alla XVII Biennale
veneziana. Prampolini erige un plastico a ricordo di Marconi a Roma per
la Mostra della Rivoluzione Fascista. La partecipazione futurista è
segno della nuova collaborazione politica. Ciò non toglie che le
realizzazioni esprimano intenti d'avanguardia. L’Istituio Editoriale Italiano
pubblica per la prima volta i Manifesti del Futurismo, in quattro volumi.
Fillia fa uscire il periodico Le Città Nuova e Sartoris il volume
sugli Elementi dell’Architettura funzionale; Terragni comincia la
costruzione della Casa del Fascio di Como. Mino Somenzi fonda il nuovo
periodico Futurismo, definito settimanale dell’artecrazia italiana .
Cambierà poi titolo in Atfecrazia. Hitler sale al potere e sconfessa
l’arte moderna (l'espressionismo, nella fattispecie). Vasari organizza con
Marinetti una mostra futurista a Berlino nel tentativo di promuovere, e di far
recepire le avanguardie al nuovo regime. Nel settembre dello stesso anno
il Congresso nazista di Norimberga condannerà al rogo l’arte degenerata .
Esce la rivista Diamo futurista, diretta da Depero; il periodico di
architettura Casebella è invece diretto da Pagano, mentre Bardi e Bontempelli
pubblicano Quadrante. Prampolini progetta una stazione per aeroporto
civile al padiglione futurista della V Triennale di Milano, mentre al
Castello Sforzesco si organizzano le onoranze nazionali a Boccioni, con
la presenza di Paul Klee, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Vassily
Kandinsky ed Ezra Pound. Nel 1934 Depero lancia un nuovo
manifesto dell’Aeroplastica, sempre sulla falsariga di quello dell’Aeropittura.
Fillia e Prampolini pubblicano a Torino la nuova rivista Stile futurista, dalle
cui colonne Prampolini attacca Hitler per le posizioni naziste sull’arte
espresse a Norimberga. I futuristi partecipano ancora alla XIX Biennale
di Venezia. Ad Amburgo Ruggero Vasari e Marinetti difendono l'avanguardia in
occasione della mostra Aeropittura futurista italiana , organizzata
appositamente in polemica alle censure naziste. A Lipsia ancora Vasari
pubblica Aeropittura, arte moderna e reazione, che dimostra la voce della
nuova avanguatdia italiama improntata ai progressi aeronautici ed in
polemica contro i soliti passatisti censoti . Marinetti parte volontario
per la guerra di Etiopia. A Parigi viene organizzata una mostra futurista.
A Roma i futuristi partecipano alla II Quadriennale. Marinetti pubblica
l’Aeropoema del Golfo della Spezia, che ispirerà poi ancora molti
aeropittori. Nel 1936 Prampalini realizza un salone da riunioni per municipio
alla VI Triennale di Milano. I futuristi partecipano alla XX
Biennale di Venezia. Muore Fillia esponente del primo futurismo .
Mussolini proclama l’Impero. La mostra di Monaco attacca e denuncia l’arte
degenerata con esemplificazioni e dimostrazioni . Viene messa in luce per
contro, o in risalto, l'arte sana nazista. Cominciano le polemiche e le
divisioni di fronti. Il fascismo ufficiale e d'ordine attacca, e nuove violente
polemiche scuotono l'avanguardia. Il Popolo d'Italia e IL Perseo, diretto
da A.F. Della Porta, muovono guerra al futurismo. Quest'ultima rivista
aveva già polemizzato, insieme a Il regime fascista di Farinacci,
con l’architettura razionalista di Bardi e Terragni: Noi siamo
dell’opinione , si legge su Il Perseo del 15 giugno 1937, che il Fascismo
ha tutto da perdere da un’alleanza col Futurismo e sia pure da una semplice
connivenza. Risponde il periodico Artecrazia di Somenzi che contrattacca
in prima persona a sostenere l'avanguardia e il futurismo. Difendo il Futurismo
è la raccolta dei testi di Somenzi pubblicati sulla rivista. Editi nel '37,
sono l’opera più coraggiosa e significativa della polemica per la
lotta dell’avanguardia. Futurismo di destra e futurismo di
sinistra L’avanguardia, del resto, è sempre eterogenea e sfaccettata.
Ecco perché si parla di destra e di sinistra
all'interno del futurismo nella fase della maturità (il cosiddetto
secondo futurismo). Destra e sinistra sono termini abusati e inflazionati
, buoni per tutto. Se ne fa spesso uso eccessivo ed improprio,
semplicistico e gratuito. D'altra parte, poiché avviene ancora e
soprattutto oggi, non si vede perché non dovesse avvenire allora,
quando anche si parlava, al tempo, di fascismo di destra e di fascismo di sinistra.
Il centro, almeno nelle avanguardie, non ha tendenze, o ne ha molto pache
e solo per qualche momento. Il centro ha poche tensioni, pochi impulsi
vitali, di rinnovamento. Il centro , quindi, risulterebbe amorfo,
inutile, privo di idee 0 spirito di catatterizzazione. L’avanguardia allora sta
a destra 0 a sinistra : non è mai al centro, o almeno è difficile che lo
sia. Il futurismo fu forse un’avanguardia di destra se intendiamo
per destra una certa qual spinta ideale d'impronta bergsoniana o
nietzschiana: poteva però essere anche di sinistra per le sue istanze sociali.
O poteva essere al di là della destra e della sinistra , per ricalcare
una espressione del pensatore tedesco. Sta di fatto che il futurismo
non fu mai di centro . Ma se si vuole dar credito a quello che
comunemente si intende otmai per destra , si deve anche accogliere
un futurismo di destra , o rivolto verso destra : se è vero che a
destra sta la conservazione, lo spirito borghese, il richiamo all’ordine
ecc. ecc. E se è vero per contro che a sinistra sta la spontaneità o lo
spontaneismo, la sincerità, la schiettezza, l'onestà e quindi anche la
miseria e la rivoluzione : ecco, allora, esiste anche il futurismo di
sinistra . Com'è possibile? La polemica, anche se non sembra vero,
fu proprio di quegli anni. Comincia Bruno Corra con un fondo di prima pagina su Futurismo, diretto dal
Somenzi, n. 27 del 12 marzo del 1932, anno I e X dell’Era Fascista
. Il titolo è già sintomatico: No: futuristi di destra. Anche se
Corra aveva usato il termine destra con le attenuazioni del caso, affermava che
l'essenza del Futurismo è e non può non essere rivoluzionaria . E ancora,
a specificare meglio il concetto: ... Bisogna dire che nel nostro movimento i
termini di sinistra e destra non si oppongono, perdono cioè il loto significato
convenzionale. La mentalità futurista supera il contrasto fra il
sovvettimento e la conservazione, in quanto si libera di continuo in uno
slancio creativo , tanto per la precisione dei termini e la puntualizzazione
del linguaggio. E siccome il linguaggio ci investe di una sua moralità,
ecco che è bene tenerne conto quando ancora il Corra così sottoli
nea: Mi pare che qui si tratti, prima di tutto, di una questione di
moralità. Dare al Fututismo quel che al Fututismo appartiene: e non truccare il
proprio ingegno con un'etichetta di convenienza. Chi si dichiara
avanguardista ma non futurista, sputa nel piatto dove ha mangiato . E fin qui è
tutto chiaro e conseguenziale. Ma vediamo come ancora il Corra continua: Poi,
lo stabilirci questo principio; che il privilegio di poter restare
nella sfera magnetica del Futurismo pure affermando, nella propria opera
un temperamento realizzatore di destra, debba accordarsi soltanto a
coloro che han dimostrato di sapere essere integralmente futuristi. E
reclamerei il diritto di sedermi a destra, per mio conto, in nome della
mia effettiva collaborazione al Futurismo più rivoluzionario... .
Insomma, essere stati di sinistra per poter essere poi di destra , o aver
fatto i rivoluzionari in gioventù, per poter pai sedere tranquillamente
sugli scanni del concreto o nella comodità del reale (di quando,
cioè, x si è arrivati ). Può darsi sia vero, pur
se non proprio giusto 0 corretto il ragionamento, ma concreto sì ed anche, che
ci piaccia o meno, realistico. La polemica inizia ed. è un
susseguirsi di botte e risposte. Fra tutte vediamo come replica Paolo
Buzzi su un altro fondo di prima pagina dello stesso Futuriswo n. 30,
anno II, del 2 aprile 1933. Il titolo è anche questa volta
emblematico, Estrema sinistra, puntualizzato poi meglio nell’occhiello
: Non c'è che un futurismo: quello di estrema sinistra. Dove si
sancisce la necessità dell'avanguardia a sinistra , e la sinistra del
futurismo, l’unica possibile. Questo, e non altro, è il vero futurismo.
Perché dovrei sedermi a destra, proprio io? Mi sembrerebbe di tradire la
causa di Aeroplani, di Ellisse e la Spirale, di Cavalcata delle
vertigini... . E ancora: Questo è futurismo: e di ultra estrema sinistra. Le
mie autonomie sintetiche di anime e di sensi, le mie aeropitture di tipi
e di paesaggi, i miei cosmopolitismi spaziali e i miei intimismi votticosi,
stanno per una intransigenza etico-estetica che costituisce, ormai, la
gioia (ed, un pochino, anche la gloria) della mia lunga carriera di vomo
che ha sempre fatto dell'Arte come il sacerdote celebra messa. Aviatore
sempre, adunque: fante o stradino, non mai . E conclude poi, con patole
un po’ altisonanti e troppo, forse, di effetto: I giovani, quelli
veramente degni di questo nome primaverile, sanno che al di fuori e al di
sopra d'ogni inevitabile chiasso letterario, la parola “futurismo”
risponde alla sola unica vera “idea forza” che oggi esista nella sfera
ideale del mondo: e che è in grazia di essa, unicamente di essa, se
oggi la Poesia della miracolosa Italia fascista vive e vivrà . Dove si dimostta
ancota una volta, come se non bastasse, il collegamento tra futurismo e
fascismo, almeno nella loro spinta spontaneistica e rivoluzionaria.
Dobbiamo comunque tenere conto del tempo della pubblicazione di questi
articoli, nel °32 e '33, in pieno ed affermato regime. Ecco, quindi,
anche, il senso di una destra e di una sinistra , di un futurismo
ancora giovane ed esuberante, e di un altro futurismo per contro
già assiso sugli allori della gloria o sul comodo giaciglio della meta
raggiunta e della calma del riposo. Quando cioè il fascismo, movimento
politico rivoluzionario, eta diventato regime , ed aveva, per così dire,
assunto le sue caratteristiche sembianze (almeno fino a un certo
punto). Perché il futurismo, così come era sotto, in fondo si era
voluto mantenere. AI di là dei tentativi di conglobamento o di cattura
della sua entità esercitati dal regime o da singole personalità fasciste,
alcune delle quali, magari, erano state futuriste o vicine al futurismo.
Tuttavia era e restava, il futurismo, in fondo, quello di sempre:
solo ed esclusivamente un movimento d'avanguardia. Futurismo ed
ebraismo Innumerevoli differenze separano il popolo russo dal popolo
italiano, oltre a quella tipica che distingue un popolo vinto e un popolo
vincitore. I loro bisogni sono divetsi e opposti. Un popolo vinto sente morire
in sé il suo patriottismo, si rovescia rivoluzionariamente e plagia
la rivoluzione del popolo vicino. Un popolo vincitore come il nostro vuol fare
la sua rivoluzione, come un aeranauta getta la zavorra per salire più in
alto... Non esiste in Italia antisemitismo. Non abbiamo dunque ebrei da
redimere, valutare o seguire , sosteneva Marinetti: e lo diceva nella sua
opera già esaminata A! di là del Comunismo. Lo riportiamo non tanto per
rilevare le diffe renze fra rivoluzione futurista e rivoluzione
bolscevica 0 spirito comunista, quanto per far rilevare quale era
la posizione di Marinetti nei confronti degli ebrei già nel 1920.
Gli ebrei da redimere, valutare o seguire sono evidenti: Marx ed Engels.
Il problema invece si affaccia, come tutti sappiamo, sul volgere del '38
e all'alba del °39. Il Manifesto del Razzismo italiano, quello degli
scienziati del 14 luglio ’38, e la Carta della Razza, cui fanno seguito le
leggi razziali sulla falsariga dell’antisemitismo tedesco, danno
buon gioco alla cultura dell’ordine , quella più direttamente
sostenitrice o affiancatrice del regime. Secondo Crispolti il
tentativo della cultura legata alla destra reazionaria fascista di
profittare della campagna antisemita per promuovere un'edizione italiana
della operazione nazista dell’“arte degenerata” è un aspetto notevole
dell’azione pubblicistica che precedette e accompagnò quei provvedimenti.
L'azione pubblicistica era condotta da Telesio Interlandi in prima persona, che
attacca spesso e volentieri Marinetti, il futurismo e le avanguardie attraverso
il suo periodico: dal Quadrivio, settimanale romano ad impronta razzista, al
quotidiano romano Il Tevere, a La difesa della razza. Oltre a Interlandi
si distinguevano Preziosi con il mensile La wite italiana, e Farinacci
con Il regimze fascista, quotidiano di Cremona. L'arte moderna è un tumore
che deve essere tagliato non che si debba esibire come una gloria
nazionale sol perché piace a Marinetti , aveva affermato I/ Tevere
del 24-25 novembre 1938, pubblicando un’antologia di esempi d’arte
degenerata italiana. Quadrivio aveva a sua volta proposto un referendum
contro l'arte moderna considerata in blocco bolscevizzante e giudaica ,
ma senza alcun successo. Marinetti rispondeva con una
manifestazione indetta il 3 dicembre 1938 da lui e Somenzi al Teatro
delle Atti di Roma. E Somenzi stesso lo accompagnava con un fondo
polemico su Arfecrazia, n. 117 del 3 dicembre, dal titolo Razzismo. Ad
esso facevano seguito sul n. 118 dell'11 gennaio 1939 due articoli (Arte e...
razzia, e Italianità dell’arte moderna), ancora in posizione di attacco,
aspro e violento. Quest'ultimo, firmato Artecrazia pottò a determinare la chiusura stessa
del giornale. Non è escluso Crispolti, Appunti riguardanti 1 rapporti fra
futurismo e fascismo che lo avesse scritto proprio lo stesso Marinetti
(con Somenzi). Il pretesto di voler colpire con l’antigiudaismo l’arte
moderna era messo all'indice dell'accusa. Si dimostra così ancora una
volta lo spirito d'avanguardia con cui il futurismo e i futuristi operavano,
sia pur sotto le bandiere del regime, ma in fondo in opposizione a una
cultura d’ordine e di conservazione, priva di spunti nuovi e originali, o
addirittura chiusa ai contatti e alle avanguardie europei sotto il
pretesto dell'antigiudaismo, che non poteva certo essere aperto a nuove
esperienze. Nel 1940 entta in guerra l’Italia. Marinetti parla
Per l’italianità dell’arte e tiene un discorso al Teatro delle Arti
a Roma sulla bellezza aeropoetica della guerra meccanizzata . Intervengono
Radice e Terragni a difendere l’arte moderna. Declatmano Marinetti,
Farfa, Scrivo, Monachesi e Berardi. La rivista Autori e Scrittori
pubblica il manifesto Nuova estetica della guerra. A Genova Mari.
netti parla su La poesia e la guerra nel Salone dei Professionisti e
degli Artisti, dove si declamano poesie di Mazzotti e
Balestreri. Bosso lancia il nuovo Manifesto dell’Aerosilografia. Nel
1942 Marinetti pubblica Carto eroi e macchine della guerra
mussoliniana. Poi parte volontario a raggiungere le truppe italiane in Russia.
Rientrerà nel ’43 malato, e già intaccato nella salute. Mussolini cade il
25 luglio e Marinetti si trasferisce a Venezia, dopo l'8 settembre. Il
fascismo è finito, ma il futurismo ancora continua. 16. Il
futurismo tra ieri e oggi Dopo la morte di Terragni a Como per
malattia contratta sul fronte russo, Marinetti aderisce nel 44 alla
neo-costituita Repubblica Sociale Italiana. A_Venezia riceverà gli ultimi
futuristi, rimastigli fedeli nonostante il declino : Crali (ancora vivente) e
Andreoni (recentemente scomparso). A loro vorrà consegnare il futurismo
perché non muoia con lui. Si trasferisce poi a Cadenabbia sul lago di
Como e muore a Bellagio nella notte fra il 2 e il 3 di dicembre, per
crisi cardiaca (i funerali di Stato porteranno le spoglie a Milano, al
Cimitero Monumentale). Postuma a lui e alla fine del fascismo
(repubblicano) si pubblicherà la sua ultima opera, che così inizia:
Salite in autocarro aeropoeti... Si tratta del Quarto d'ora di poesia
della X Mas, in cui l’invocazione all'avanguardia alita uno strano ed
inevitabile senso di morte, violento ed inesorabile. Ma
l'avanguardia è, pare, ineliminabile, tant'è che il futurismo continua
come espressione artistica almeno, anche se ormai non più politica. I suoi
epigoni lo sostengono ancora, con le parole e con le opere. Crali Primo
Conti a Milano e a Firenze, Sartoris a Losanna, Di Bosso ed Anselmi a
Verona, Enzo Benedetto a Roma portano ancora avanti il suo programma
d'avanguardia. Con parole e con scritti, con opere e con progetti, col
messaggio dell’arte sempre e comunque. I seguaci di Marinetti si rifanno
a lui e sostengono con vivacità e con brio la vitalità di una prospettiva
che si vuole sempre rinnovare. Questo è ancora, malgrado tutto, il
valore attuale del futurismo. Quello di un'avanguardia italiana aperta
alle avanguardie europee, ma avanguardia comunque e valorizzatrice
in ogni caso dell'arte. Che dev'essere libera e moderna, nuova ed
attuale, viva e presente ai suoi tempi. Per questo deve ancora
schiacciare le pastoie dei vecchiumi passatisti , deve smuovere il conservativo
e assalire i fantasmi di prolungamento di polverosi e sclerotici retaggi.
Deve insomma comunque essere avanguardia. Il messaggio futurista, in
questo senso, è ancora attuale. Ce lo dicono Crali e Benedetto, fra gli
altri, con le loto testimonianze. Che ci aiutano a tivedere la dimensione
del futurismo: una dimensione presente in tanta odierna penuria di
originalità nel moderno, presente almeno come forza dinamica nella prospettiva
di migliori, più aperti, e più geniali futuri. SCHIAVO
SOFFICI, MARINETTI, BOCCIONI, RUSSOLO SANT'ELIA, SIRONI,
PIATTI FUTURISMO E GUERRA SOLA IGIENE DEL MONDO. Ben presto si
manifesta l'interesse dei futuristi per la politica. Nel 1911 Marinetti
pubblica giò un mani festo politica , che sarà la sua prima espressione
di intervento nelle cose pubbliche. Tyripoli Italiana vuol dire presenza dell’Italia e primato
dell’Italia; vuol dire guerra ed espansione, allargamento del vitalismo
italiano, e vittoria. Il panitalianismo si esprime e si dichiara apertamente,
per la prima volta. L'avanguardia politica deve accompagnare
l'avanguardia artistica. E il primato italiano in arte st deve manifestare
anche in politica, nella forza dell'espansione del genio (al tempo, di
arbizione coloniale). Poco dopo la Libia, è la volta dell'Austria.
L’amore della guerra non può che portare a voler V'intervento. Ci sembra
significativa la penna di Soffici su Lacerba del ‘14, dove si osa dire la
verità e mettere in luce la finzione del moderatismo neutralista
(cattolico o socialista che sia). Il manifesto, dedicato
all'orgoglio italiano , è già un manifesto di guerra. Per questo lo
riportiamo interamente, a dimostrazione della fiducia e dell’ottimismo degli
artisti combattenti, la loro convinzione della forza attiva e dello
funzione battagliera dell’arte PER LA GUERRA Valvola
Essere italiano (mi piace ripeter qui che adoro il popolo
italiano) non è in generale gran fatto entusiasmante, in questa nostra epoca.
Ìn questi ultimissimi tempi, confesserò che per conto mio mi vergogno un poco
di portar questo nome. E’ un sentimento che si è andato sviluppando
leggendo i giornali, e posso anche ammettere che una tale causa non
meriterebbe di produrre un tale effetto; ma i giornali son tutta la nostra vita
ormai e purtroppo. E. dai giornali italiani si alza e si propaga un tal
lezzo d'abbiezione e d’imbecillità che chi ha un po' di cuore e di
spirito non può fare a meno di sentirsene sof. focato. E' una gara in cui
corrispondenti, redattori ordinanati e straordinari, politicanti e governo
fanno del loro meglio per sorpassarsi a vicenda. Non che siano
espliciti nei loro articoli e nei loro comunicati, ma la bassezza
tra spare e offende. Sono reticenze abbiette, raccomandazioni
infami, voltafaccia vergognosi, silenzi più vergognosi anco: ra. Si sente
che il calcolo idiota comanda e regola tutti questi spiriti subalterni.
La guerra? Le mani in mano? Questo enimma terribile non è affrontato a
viso aperto, ma una battaglia vinta o persa lontano detta il tono ed
il catattere (anche tipografico) della notizia, del commento o
della nota ufficiosa. Dà il là all’elucubrazione insulsa del machiavello
rimbastardito. La stampa italiana è opgi come oggi l’indizio della più
ripugnante psicologia e mentalità che possa avere una nazione. Davanti al
mondo che com Tralasciamo i paragrafi: Toccami il naso, Grandezzate, e
Sublimità, che ci sembrano poco significativi dal punto di vista
politico, per riprendere con Socialismo, molta più denso e
pregnante. batte e soffre, accanto a una civiltà che difende le sue
le nostre ricchezze dal sacrilegio di un'orda senza stotia, noi siamo il
leguleio diseredato di viscere, sollecito della sua trippa mediocre che
occhieggia le fortune dei popoli, e risponde di sbieco o tace aspettando
dietro lo schermo della sua neutralità. Non hanno il coraggio
questi figuri di dirla una buona volta ta verità. Ditelo che siete i più
ignobili rappresentanti di un paese che è miserabile perché non vi calpesta
come cimici. Ditelo che vi mancano il cuore e i testicoli. Ditelo che
avete paura. O confessate almeno che dietro la vostta prudenza c'è
la vostra impotenza, la verità che ci buttano in faccia i nostri
alleati quando fra una batosta e l'altra voglion levarsi il gusto di
pigliarci per il bavero. Che cioè l’Italia non ha quattrini, non ha armi,
non ha munizioni e che i suci magazzini son vuoti come la badia di
Spazzavento. E ci sono infine i socialisti. Io non ho un'esagerata
antipatia pet i socialisti. Trovo che la loro cravatta rossa, il loro sol
dell’avvenir, i loro discorsi in piazza, e generalmente tutto ciò che li
caratterizza, così a occhio e croce, sono un tantino ridicoli; ma le case
popolari, l'aumento delle mercedi operaie e tutto ciò che il proletariato deve
loro di miglioramenti per la vita di tutti i giorni sono cose ottime e
sante. Ciò non toglie che una cosa mi stupisce straordinariamente ogni
volta l'intravedo e mi stupirà in eterno: la loro mentalità. Si rivela
spessissimo in questi giorni, e sempre a proposito della neutralità italiana. I
socialisti l'’ammettono, non solo, ma la vogliono perpetua. Io sono e resto un
fautore ogni giorno più convinto della neutralità per la pace ha
dichiarato in un referendum uno di loro. E voleva forse dire (giacché è
difficile immaginare una neutralità per la guerra) che lui e il suo partito
sono per la pace a ogni costo. Giacché, ed eccoci alla mentalità di
codesto partito, ogni buon socialista non vede nella guerra, qualunque
essa sia, se non una lotta di capitalisti e banchieri contro capitalisti e
banchieri i quali si servono del proletariato per liquidare le loro partite.
Ammettiamo che in ogni guerra ci sia un sostrato d'interessi; ma non c'è
altro? Per i socialisti non c'è altro. L'idea che i socialisti si fanno
del mondo è questa: un capitalista borghese e sfruttatore alle prese
con un magro popolano sfruttato. La cultura, le scienze, le arti, le
delicatezze, l’eleganze, i raffinamenti, le filosofie, la bellezza, i
sentimenti, gli amori, le passioni -— tutto ciò insomma che fa la vita
così terribilmente complessa, così colorita, così varia, multiforme,
incoercibile non è nulla per loro. Tutto è grigio, e l’universo intero
una specie di ragnatela squallida senza confini né orizzonti,
eterna, in mezzo alla quale un ragno cerca di succhiare una mosca alla
quale Marx ha insegnato che non deve lasciarsi succhiare.
Così, nella guerra presente, che cosa importa se intere nazioni
difendono una civiltà che è la nostra, le libertà conquistate le idee
stesse dei socialisti contro i nemici che sono gli stessi nemici dei
socialisti? Per i compagni di Filippo Turati non si tratta che della
solita altalena dei capitali sulle povere spalle del popolano e bisogna
astenersi. E parlo espressamente degli ufficiali ex cattedra, giacché
agli altri, a quelli del colloquio coll’emissario tedesco, dobbiamo l’atto
forse più nobile e generoso che si sia compiuto in Italia in quest'ora di
straordinaria bassezza. Il trionfo della merda La cieca incoscienza dei
socialisti ufficiali e l’untuosa malafede dei cattolici alla Meda (ecco
un uomo cui manca indicibilmente l’erre!) si possono anche capire in un
momento come questo, chi consideri la speciale mentalità di codesti
gruppi e la messa in giuoco violenta dei principî e degli interessi di
tutti. I primi, i socialisti, non d'altro solleciti che di
vuote teoriche malamente idealistiche, non possono vedere nella
guerra se non un fatto inquietante, uno di quei fatti che afferrando tutto
l’uomo ne mettono in mato ogni energia vitale il che è sempre a scapito
certo delle ideologie unilaterali, e credono l’'opporvisi con tutte le loro
energie una coerente difesa dell’idea mentre non si tratta in fondo
che di un semplice istinto di conservazione. I secondi, i cattolici, sanno
benissimo che un nostro intervento nel conflitto attuale favorendo il trionfo
di popoli tutt'altro che asserviti alla secolare imbecillaggine papale,
significherebbe un indebolimento considerevole della loro compagine, e
maschetano di prudenza pattiottica il loro desiderio di vedere ancora
l’Italia ribadir con la sua neutralità incondizionata i vincoli che la fanno
setva e complice del bigottismo e dell’inciviltà eutopea. Contro gli uni e
gli altri, se si può usar del disprezzo, non sarebbe dunque logico
indignarsi. Ma c’è una massa dei nostri connazionali che nessuna collera,
nessuna abominazione potrà mai bollate con l’infamia che merita la sua
straordinaria abbiezione. E' Ja massa oscura, anemica informe degli
irresponsabili, dei disamorati, degli abulici: dei parassiti della
società e della vita. Non vedendo nulla più di là della lora piccola
tranquillità presente, del loro affare meschino, del loro affetto senza
energia; rincantucciati nel loro buco momentaneo al sicuro dalla burrasca
che gli sgomenta soltanto a intravederla nelle corrispondenze del loro mediocre
giornale, essi credono che nulla possa essere più profittevole del
prolungare, sia pure a costo di ogni mortificazione, questo stato d’incolumità
ruminativa nell'ombra e in margine alla storia. Chè se domani la
preponderanza in Europa di una razza di pachidermi violenti, chiusi a
ogni luce di vera intelligenza, conculcherà ogni espressione geniale di
vita; se i popoli cui si lega una comunanza di cultura, di ricordi e di
tradizioni, saranno mortificati e asserviti a un’etica da ingegnere
belligero e spia; se le nostre stesse fortune intellettuali, morali e
materiali saranno manomesse e asservite, che cosa importa a questi miopi
sdraiati nella loro flaccidezza quietovivente? A costoro importa che l’oggi sia
senza strepiti e senza pericoli, che il tran tran dell’esistenza seguiti:
felici se l'Italia potrà uscire dal rotto della cuffia e sia magari
verso l'abisso. Così nessuno si affida con più sicurezza di loro
alle decisioni del nostro governo. Il govetno italiano che fino ad oggi
s'è dimostrato come la quintessenza di questa materia fiscale, perché non
d -*ebbe divenirne anche la stella fatale? L’ospizio degl lidi della
Consulta è il faro naturale di questa marea .ercoraria che monta.
Poi ché essa monta, trionfando. Ogni giorno che passa nella
passività, ogni occasione perduta, ogni ambizione abdicata, ogni nuova
difficoltà creata servono ottimamente al suo incremento e alla sua
propagazione. Siamo già a buon punto. Dopo aver impedito con tutto il suo
peso ripugnante ogni movimento, questa massa pestifera ha già una voce
per dire che muoversi ora è troppo tardi. Ancora poche settimane e sarà forse
vero, e tutti saremo sommersi per sempre. Amici! Noi abbiamo parlato e
scritto: abbiamo propugnato tutto il calore delle nostre anime per oppotci
alla vigliaccheria inaudita di una bella parte dei nostri concittadini.
Credo che il momento di una lotta più diretta e dura stia per giungere.
Le armi della mente e del cuore stanno per esaurirsi. Bisognerà ricorrere
alle altre, se non vogliamo che l’Italia piombi al livello della più
vergognosa fra le nazioni. Un paese che abbia per scrittori dei Paolieri
e la Nazione come giornale ufficiale. Arvenco SOFFICI [da: Lacerba,
n. 18, 15, settembre 1914; e n. 19, 1° ottobre 1914] L'ORGOGLIO
ITALIANO Il 13 Ottobre, nella prima perlustrazione fatta da me agli
ordini del capitano Monticelli e del sergente Visconti in terreno nemico,
a 6 Km. dalle nostre trincee, fra le alte roccie a picco, nelle boscaglie
e nelle pietraie dell'A] tissimo, dopo esserci incontrati con una
pattuglia austriaca che ci voltò le spalle e fuggì, constatammo con gioia
la superiorità enorme della nostra artiglieria, i cui tiri meravigliosi,
passando su di noi e sul lago, sostenevano la nostra avanzata in Val di
Ledro. Nella seconda perlustrazione fatta da me, dai miei amici
futuristi Boccioni e Sant'Elia e dal pittot Recci, esplorando e
occupando la trincea delle Tre Piante, constatammo con quale gioconda
disinvoltura dei giovani pittori e poeti italiani possano trasformarsi
in audaci, rudi, instacabili alpini. Durante l'avanzata,
l'assalto e la presa di Dosso Casina, compiuta dai Volontari ciclisti lombardi
e da un battaglione di alpini, vedemmo le truppe austriache sgominate
dalla baldanza di pochi italiani diciassettenni e cinquantenni, non
allenati alla guerra in montagna. Dopo aver matciato per 7 giorni in un
foltissimo nebbione, con vestiti quasi estivi malgrado la temperatura di
15 gradi sotto zero, i Volontari ciclisti pernacchiavano allegramente
alle migliaia di sbrapne!s prodigati loro da 5 forti austriaci. I nuovi
raccoglitori di bossoli e di schegge micidiali facevano finalmente
dimenticare gli stupidissimi e sentimentali raccoglitori di
edelweiss. Constatammo che degl'italiani, già operai, impiegati o
borghesi sedentarii, sapevano vincere in astuzia qualsiasi pattuglia di
Kazserjigers. Constatammo che un corpo di 300 valontati ciclisti
improvvisati alpini sapeva strategicamente manovrare su per montagne ignote,
con tale abi lità che il nemico si credette accerchiato da migliaia
d’uomini. Constatammo che uno studente italiano, trasformato in ufficiale, può
comandare tutta l'artiglieria d'una zona e sfondare coi suoi tiri 6 o 7
forti austriaci, scientificamente preparati alla difesa in 20 o 30 anni.
Constatammo come il popolo italiano, sotto la direzione geniale di
Cadorna, abbia saputo improvvisare in pochi mesi la prima artiglieria dei
mondo e vincere di continuo nella più spaventosa e difficile guerra che sia mai
stata combattuta. Singhiozzammo di gioia all’udire dalla viva voce di 20
o 30 giornalisti esteri, quali Jean Carrère e Serge Basset,
che l'esercito capace di vincere e di avanzare sul Carso è sicuramente il
primo esercito del mondo. Dopo aver visto il popolo italiano, il più
mobile di tutti i popoli , liberarsi futuristicamente, con una scrollata
di spalle, dalla lurida vecchia camicia di forza giolittiana, vediamo ora nelle
vie milanesi fervide di lavoro, come il popolo italiano, che sembrava
avvelenato di pacifismo, sa guardare con fierezza questa nobile, utile e
igienica profusione di sangue italiano. Tutto questo ci conferma una volta
di più che nessun popolo può uguagliare: il genio creatore del popolo
italiano; l'elasticità improvvisatrice di cui sempre danno prova
gl’italiani; la forza, l’agilità e la resistenza fisica
degl'’italiani; l'impeto, la violenza e l’accanimento con cui gli
italiani sanno combattere: la pazienza, il metodo e il calcolo degl'italiani
nel fare una guetra; il firismo e la nobiltà morale della nazione italiana
nel nutrirla di sangue o denaro. ITALIANI! Voi dovete costruire l'Orgoglio
italiano sulla indiscutibile superiorità del popolo italiano în
tutto. Questo orgoglio fu uno dei principii essenziali dei nostri
manifesti futuristi dall’origine del nostto Movimento, cioè da 6 anni fa,
quando primi e soli (mentre l’irredentismo agonizzava e il partito
Nazionalista non era ancora nato) invocammo violentemente, nei teatri e
sulle piazze, la guerra come unica igiene, unica morale educatrice, unico
veloce motore di progresso. Eravamo allora sicuri di vincere l’Austria e
di centuplicare il nostro valote e il nostro prestigio vincendola.
Eravamo soli convinti della prossima conflagrazione generale, che tutti
giudicavano impossibile in nome di due pseudo-fatalità: lo sciopero delle
Banche e lo sciopero dei proletariati. Eravamo convinti che
coll’Inghilterra, la Francia, la Russia, noi dovevamo utilizzare le nostre
inesauribili forze di razza e il nostro genio improvvisatare, collaborando
allo strangolamento del teutonismo, fatto di balordaggine medioevale, di
preparazione meticolosa e d’ogni pedanteria professorale.
Apparve allora il mio Monoplan du Pape, visione profetica della nostra
vittoriosa guerra contro l’Austria. Infatti noi soli fummo profetici ed
ispirati, perché, più giovani di tutti, più poeti, più imprudenti, più
lontani dalla politica opporttunistica e quietista, traemmo la visione del
futuro dal nostro temperamento formidabile, e pur constatando intorno a noi la
vecchia mediocrità italiana, credemmo fermamente nell’avvenite grande
dell’Italia, semplicemente perché noi futuristi eravamo
Italiani. ITALIANI! Voi dovete manifestare dovunque questo orgoglio
italiano e imporlo in Italia e all'estero colla parola e colla violenza, come
facemmo noi in Francia, nel Belgio, in Russia, nelle nostre numerose
conferenze battagliere. Merita schiaffi, pugni e fucilate nella
schiena l'italiano che non si manifesta spavaldamente orgoglioso
d’essere italiano e convinto che l'Italia è destinata a dominare il
mondo col genio creatore della sua arte e la potenza del suo esercito
impareggiabile. Merita schiaffi, pugni e fucilate nella schiena
l'italiano che manifesta in sé la più piccola traccia del vecchio
pessimismo imbecille, denigratore e straccione che bha caratterizzata la
vecchia Italia ormai sepolta, la vecchia Italia di mediocristi
antimilitari (tipo Giolitti), di professori pacifisti (tipa Croce, Treves,
Ferti, Turati), di archeologhi, di eruditi, di poeti nostalgici, di
conservatori di musei, di albergatori, di topi di biblioteche e di città
morte, tutti neutralisti e vigliacchi, che noi, primi e soli in Italia,
abbiamo denunciati, vilipesi come nemici della patria, e veramente
frustati con abbondanti e continue doccie di sputi. Merita
schiaffi, calci e fucilate nella schiena l’artista o il pensatore
italiano che si nasconde sotto il suo ingegno come fa lo struzzo sotto le sue
penne di lusso e non sa identificare il proprio cotgoglio coll’orgoglio
militare della sua razza. Merita schiaffi, calci e fucilate nella schiena
l’artista o il pensatore italiano che vernicia di scuse la sua viltà,
dimenticando che creazione artistica è sinonimo di eroismo morale e
fisico. Merita schiaffi, calci e fucilare nella schiena l'artista o il
pensatore italiano che, fisicamente valido, dimostrando la più assoluta assenza
di valore umano, si chiude nell’arte come in un sanatorio o in un
lazzaretto di colerosi e non offre la sua vita per ingigantire l’Orgoglio
italiano. Mentre altri futuristi fanno il loro dovere
nell’esercito regolate, noi futuristi volontari del Battaglione
lombardo, dopo essere stati semplici soldati in 6 mesi di guerra,
ed aver preso cogli alpini la posizione austriaca di Dosso Casina,
aspettiamo ansiosamente il piacere di ritornare al fuoco in altri corpi,
poiché siamo più che mai convinti che alle brevi parole devono subito
seguire i pronti, fulminei e decisivi fatti. La sensibilità e l'acume
politico d'avanguardia dei futuristi non
potevano rimanere indifferenti di fronte ai loro avversari 0 alla controparte
dell'avanguardia, quella socialista. La reciprocità dell'opposizione al
potere liberalborghese, a passatista per dirla alla Marinetti, era motivo
di accostamento, forse, 0 per lo meno di attenzione da ambo le parti. E
sappiamo dal De Felice che molti proletari o esponenti dei ceti
umili osservavano con attenzione e seguivano il movi mento di Martinetti
con calore di simpatia. C., fra i più sensibili esponenti certo del
futurismo d'assalto , si accorge della presenza di elementi comuni nelle
avanguardie, e lancia un appello da Roma futurista # 13 /uglio del ’19
nel tentativo forse di un avvicinamento. L'avvertimento della necessità
di rovesciare la classe dirigente corrotta e impreparata offre una base
comune all'intento di collaborazione per il sostegno del proletariato,
operaio od ex combattente che sia. La polemica continua sulla stessa
testata, nel numero del 92 novembre dello stesso anno con un arti
colo di Giuseppe Bottai dal titolo Futurismo contro Socialismo.
L'immpossibilità di collaborazione è già vista dal Bottai con tutta la
sua evidenza, ed è vista per ragioni squisitamente ideologiche,
rifacentesi gi presupposti filosofici del socialismo e del socialismo
italiano, in particolare. Il 14 dicembre ancora del ’19, entra
nella polemica un socialista, certo Moannarese, cui vengono aperte le colonne
di Roma futurista @ fargli sostenere più o meno la stessa tesi di Bottai, anche
se vista da angolazione marxista, dogmatica e inequivoca bile.
L’impossibilità della collaborazione è data dalla ostrattezza del
futurismo secondo Manmarese, e dal suo scarso od insufficientemente
risaltante contenuto sociale, che esula dall'unico e imprescindibile
metodo possibile: quello della lotta di classe. L'ultima battuta è
ancora del Bottai ed esce la settimana dopo, sul numero del 21
dicembre ‘19 dello stesso periodico. La puntualizza zione degli argomenti
e la precisazione dei temi e delle tesi di pensiero son lutte protese a
dimostrare lo sincerità filo-popolare del futurismo e la falsità democratica
del socialismo per cui è quasi necessario essere contro il socialismo, ed
indispensabile, se si ama il popolo italiano, quello dei proletari arditi con
cui anche Bottai aveva combattuto nelle trincee al fronte della
prima guerra. Noi siamo per l'elevazione del popolo, e non per
l'assolutismo demagogico di esto, sottoli neava l'autore, concludendo a
grandi caratteri Contro il socialismo non vuol dire contro il
proletariato . Ho esaminato seriamente l'ipotesi di una
collaborazione fra noi (futuristi, arditi, fascisti, combattenti, ecc.) e
i Partiti cosiddetti d'avanguardia: socialisti ufficiali, riformisti,
sindacalisti, repubblicani. A parte il fatto che, in realtà, essi
siano assai meno precursori ed audaci di quanto a parale vogliano far
credere, io mi sono preoccupato esclusivamente di cercare il terreno
comune nel quale si possa, noi e loro, associare gli sforzi e marciare d'intesa
verso lo stesso obiettivo. Il terreno comune c'è. Ed è quanto di più
nobile e attraente possa offrirsi a degli spiriti sinceramente amanti del
progresso e della libertà. E' la lotta contro le attuali classi dirigenti,
grette, incapaci e disoneste, si chiamino borghesia o plutocrazia o
pescecanismo o parlamentarismo. Non è possibile lasciar loro più oltre la
potenza del denaro e il potere governativo e amministrativo; sono
una casta che deve cadere e cadrà. E’ questa caduta che noi dobbiamo
affrettare, con tutti i mezzi e con tutte le fotze disponibili.
Or ora, l'esperimento del caro-viveri in tante città d’Italia, ci
ammonisce che di fronte a problemi gravi e pressanti, non c’è odio di
parte né antipatia sentimentale che tenga. Noi possiamo ben dare (e
l'abbiamo data) una valida mano ai pussisti per impedire che il popolo
sia affamato. Non pottebbero i socialisti vedere nel nostro gesto
disinteressato e leale una prova della nostra simpatia per il popolo, si chiami
combattente o si chiami operaio, e riconoscere che la nostra azione
tende, quanto e più forse della loro, ad equiparare le classi
sociali? Esiste un Marifesto del Partito Futurista, ed un
libro di Marinetti dal titolo Democrazia futurista , dove è
condensato quanto di più moderno, di più progredito, di più spregiudicato,
di più audace e rivoluzionario si può oggi pensare nel campo politico. Ma
i partiti pseudo-avanguardisti e pseudo-rivoluzionari ostentano di
ignora. re e manifesto e libro, né mai hanno fatto il più timido
gesto di simpatia o d'interesse verso idee o remperamenti ai quali dovrebbero
sentirsi attratti per istinto! Perché? Eppure noi siamo libertari quanto
gli anarchici, democratici quanto i socialisti, repubblicani quanto i
repubblicani più accesi. Si tratta dunque di mala fede? Pare di sì,
perché, se non fossero in mala fede, costoro dovrebbero inginocchiarsi
davanti a noi e chiamarci come loro capi. Se la loro lotta politica fosse
sincera e convinta (parlo special mente dei pussisti), dovrebbero
ammirate senza riserve il nostro spirito rivoluzionario che, dopo aver
schiantato quella fetida cancrena del passatismo europeo che si chiamava
Impero d’Asburgo e contribuito a umiliare il tracotante militarismo tedesco,
vuole oggi demolire a colpi di bomba i vecchi sistemi, i regimi
decrepiti, i focolai di putredine che costituiscono la grande cloaca
politica italiana. Se fossero in buona fede, dovrebbero riconoscere
che noi soli, uomini di guerra che non ignoriamo il piombo e
l’acciaio laceratore di carni, sapremo, a tempo debito, scatenare e
condurre una rivoluzione, non già dal Quartier Generale di una qualsiasi
Camera del Lavoro, ma alla testa delle moltitudini in marcia.
Se fossero in buona fede, sapete che cosa dovrebbero dire questi
organizzatori di masse a scopi elettorali? Ci direbbero Venite qua,
futuristi, arditi, fascisti, combattenti tutti: voi che siete più rivoluzionati
di noi, più audaci di noi, più liberi di noi, voi che amate il
popolo più sinceramente di noi! Venite qua, uomini d'azione e di
comando: a voi il guidare le masse verso la libertà e la ricchezza! a voi
il rovesciare i vecchi sistemi, i vecchi dogmi e le vecchie tirannidi!
noi ci ritiriamo nei ranghi. Perché non lo fanno?
Perché questi falsi socialisti che scrivono in giornali luridamente
borghesi come Il! Tempo e La Stampa, per ché pagano bene, si sfiatano a
chiamarci reazionari della borghesia, carabinieri più dei carabinieri, a
diffamarci imbecillescamente? Perché hanno respirato di soddisfazione
all'avvento del reazionarissimo gabinetto Nitti e complici? Perché
hanno lanciato dalle colonne dell’Avanti pochi giorni fa, un grido
d'amote alla censura che se n’andava, promettendole di richiamarla con
tutti gli onori non appena il socialismo ufficiale fosse salito al
potere? Perché tentano di far credere ai soldati che gli ufficiali
combattenti costituiscono una casta borghese, quando i soldati ricordano
ancora il loro tenentino che in trincea si adagiava nello stessa fango,
mangiava nella stessa gavetta, correva gli stessi rischi, buscava le
stesse ferite, come ciascuno di loto? Perché non si decidono
a riconoscere che la guerra ha liberato il mondo dall'incubo
dell'imperialismo germanico e ha impresso alle conquiste ideali e materiali
dei popoli un ritmo di fantastica velocità, che, senza di essa, non
si sarebbe neppure sognato? Perché seguitano a confondere guerra
rivoluzionaria con militarismo, socialismo con bolscevismo, popolo
con pagliacci tesserati? Perché combattono gli Arditi, che
pure sono usciti dal popolo, e del popolo rappresentano la parte più vigorosa
e combattiva? Perché si ostinano a ripetere con tediosa
monotonia che la guerra è stata voluta dalla borghesia, attribuendo
dunque a questa classe un vanto che certo non le spetta? Ho
lanciato l’invito. Ho mostrato ai nostti avversari il terreno sul
quale potremmo intenderci, e le pregiudiziali antipatiche che
c’'impediscono un avvicinamento. Sapranno essi spogliarsi di queste
pregiudiziali che sono altrettanti errori gravissimi?
Sapranno a loro volta dirci una patola onesta e schietta di simpatia
disinteressata? Se capiranno che è assurdo e bestiale continuare una
campagna diffamatoria contro una guerra che si è chiusa vittoriosamente e
che, malgrado tutto, ha giovato enormemente al proletariato, se capiranno
che noi pur amando fieramente l'Italia, non abbiamo nulla a che fare con i
nazionalisti reazionari, codini Fb) e clericali, essi ci
tenderanno la mano e ci aiuteranno a spezzare tutte le schiavitù che
ancora ci sovrastano. Dopo, potremo tornare a divorarci, se sarà necessario.
Marro CARLI {da: Roma futurista) Bisogno, ad ogni sosta, di
guardare attorno. Vedere un po' come va la vita, la cui visione precisa,
a volte, si perde nel martellamento sanguigno della lotta. Misurare i
compagni e gli avversari. Riprendere le distanze. Ci teniamo molto, via via che
più si ingarbuglia il fascio di forze e di tendenze del mondo politico
italiano, a rittovare i nostri contorni. Pulirli. Indurirli sì che
si rimbalzi sopra qualunque tentativo di penetrazione impura.
La lotta di partiti, nel suo svolgimento poco netto, si traduce
rispetto a noi futuristi, assertori del predomi. nio della genialità
italiana, in un lavoro di isolamento. Le scorie cadono. La marcia viene
schizzata via dalle contrazioni atletiche della nostra carne
sana. Solitudine splendida. Nella costituzione organica dei vari
aggregati di parte noi siamo il cetvello possente che domina, e
comanda alle tre membra funzioni del tutto subordinate. In questa
immagine somatica, il partito socialista ufficiale rappresenta, rispetto a noi,
l'intestino retto, maceratore e scaricatore d'ogni feccia. Un
compito troppo importante, come bene ha detto l’amico Settimelli, per
poterlo disprezzare. Ci vuole. Solamente è bene che non si
dimentichi mai la sua posizione assolutamente accessoria. La
nostra antipatia per il socialismo in genere, pet il socialismo italiano
in particolare, ha delle ragioni profonde balzanti dall'istinto della nostra
razza di cui noi siamo i rappresentanti più interiori, con tutti i suoi
difetti se si vuole, ma anche con tutte, t44te, le sue doti di energia,
di intelligenza, di ardimento. E distinguiamo ciò che sempre si può
giustificare nel quadro infinito della vita, l'idea, da ciò che, appunto
perché nella vita, si ha il dovere di discutere e di espellere, quando ne
arresti il libero svolgimento. Idee e uomini.
Socialismo e socialisti italiani. Noi siamo contro il
socialismo perché astrazione filosofica senza possibilità di contatti vitali.
Simbolo che si agita nel mondo da secoli, e di cui mai si è
trovata, e mai si troverà la formula di traduzione in positivi sviluppi
di masse sociali. Meditazioni di uomini respinti dalla vita calda e
vibrante, per un ingranaggio disgraziato della loro mente incapace di
aderire alla bellezza appas sionante del mondo. La riforma che l'idee
socialiste propugnano, non nasce da noi, dalla nostra maniera di essere, dalla
nostra natura di uomini, dal nostro modo di riunirci e dividerci.
Cala dall'alto, da cieli metafisici. Ha l’impotenza caratteristica di tutte le
religioni meditate, ragionate, logiche, e non create dallo slancio lirico
di un'anima d'uomo. Marx ed Engels hanno costituito delle sopra
realtà gigantesche che tutti hanno dichiarato magnifiche, ma che
nessuno ha avuto il coraggio di criticare, appunto perché la critica
umana non si può esercitare su delle concezioni prive di umanità.
Boris d’Ysckull, uno di quei mistici slavi capaci di bere ogni
miscela più insipida, ha confessato di non aver mai compreso quasi niente
di simili esposizioni dommatiche, e di essere stato attirato solo per la loro
oscurità affascinante. Chi, italiano, può così rinunziare alla vulcanica
e solate natura da itrigidirsi in questi mondi senz'aria, non può che trovarsi
nell’identica posizione dell’illustre imbecille surricordato. Le prime
utopie della Città, mantenentesi allo studio di immaginose e
dilettose; invenzioni nei primitivi Platone, Tommaso Moro CAMPANELLA
(vedasi) passando a peggior vita nelle scatole craniche dei tedeschi, si sono
meccanizzate in modo da di venire delle cose perfettamente anti-geniali,
anti-latine e, soprattutto anti-italiane. Noi fututisti, che abbiamo
violentato il vuoto e sognante torpore italiano riempiendolo di idealità fatte
di vita, intessute di nervi sensibili, calde di sangue rossissimo,
vogliamo una penetrazione a fondo nel blocco psicologico della nazione: ivi è
la direttiva unica delle trasformazioni che il nostro destino esige. Noi
siamo contro l’idea socialista perché sosteniamo la necessità della
diseduguaglianza. Diseduguaglianza di valori, che bisogna esaltate,
lievitare, mantenere ad ogni costo. Un piano uguale di esistenza, una
distribuzione armonica dei beni, una soppressione assoluta di privilegi
ma su questo livellamento di condizioni materiali l’esplicarsi diverso,
individualissimo delle singole capacità. II socialismo, pretendendo
distruggere la molteplicità innata di un popolo non può, in via logica,
che discendere dalla nazione alla città alla famiglia, dalla famiglia
all'individuo, e quindi alla creazione di tanti individui identici, a
stampo, senza differenze di tipi. Il comunismo, ch'è la forma più in
voga, non può tradursi, a meno di negatsi, che in un monismo esasperante,
monotono e inerte. La Russia ce ne dà la prova: la massa oppone al
tentativo di numerazione, che offre appena una pallida idea, per il
carattere più pacato e passivo di quel popolo, di ciò che avverrebbe da
noi. L'Italia è tutta un magnifico inno di incoerenza, dal
l'Alpi alla Sicilia. Follemente varia. Ogni provincia un mondo.
Popolazioni dolci come le sue pianure, laboriose come i suoi fiumi,
divampanti come i suoi vulcani. Noi non possiamo pensare che tutto
ciò si riduca a un uniforme impasto. Noi futuristi opponiamo la necessità
assoluta di un decentramento che mantenga, esalti, vivifichi fino al
culmine ogni caratteristica, ogni genialità, ogni attitudine delle
singole regioni: l’unità italiana sarà allora una valorizzazione completa
di sufta i'Ttalia.Siamo contto il socialismo perché idea generatrice di vigliaccheria.
Della gente che riuscisse davvero ad attuare la distribuzione economica
dello Stato socialista, dovrebbe basarsi su un concetto di mutualità
cooperativistica. Cooperativa a mutuo soccorso vuol dire la
sicurezza matematica di non rimaner mai al verde quindi abolita
ogni situazione di Jotta, reso campletamente inutile lo sviluppo e il
gusto del rischio. Spatizione di coraggio. Se ciò è immaginabile su
piccola scala, perché gli effetti malefici sarebbero ridotti così al minimo da
essere cancellati dai vantaggi, non si può pensare cosa sarebbe mai
una nazione sottoposta a tale regime, soppressa ogni difficoltà di
cartiera, butocratizzata Ja conquista della vita, scomparso ogni
pericolo, ogni ansia, ogni tensione. Non trovando nulla di vario nei suoi
sirzili, non trovando nulla di divertente nella sua esistenza logica, a
ore, a mansioni fisse, l'uomo socialista finirebbe col rientrare in
sé stesso. Cercare in sé l'interesse che il mondo non gli offre. Alla
forza di diffusione dei popoli geniali, si sostituirebbe quella di
egoismo egocentrico dei popoli cal colatori. Da simili mondi la
generosità fugge taccapricciata, non può distribuire i suoi insegnamenti
di grandezza: è come andare a vendere ombrelli in un paese dove non
piove mai a che serve esser generosi con della gente che è tutto
misurato, tutto il necessario? La morale che tali ambienti possono produtre è
marale di egoismo e di vigliaccheria. Noi opponiamo la morale della
generosità, lucidamente affermata da Balilla Pratella, quotidianamente da
noi vissuta in una dedizione senza calcolo, in una aderenza
spontanea e intellipente alle tramutanti necessità della
Patria. Queste le tre ragioni fondamentali che ci dividono dal
socialismo idea: la astrazione filosofica e inumana della formula, la sua
azione di parificazione monistica, la derivazione logica di antigenerosità =
vigliaccheria, egoismo. Altre ragioni particolari ci sono, che ci
porterebbero ad una disanima troppo lunga ragioni, del resto, che
non sono specifiche della nostra differenza dal socialismo, ma che
possono essere anche di altri partiti. Esempi: l'assurdità della
soppressione dello Stato come potere centrale, la sciocca concezione di una
pace eterna, ecc. ecc. I socialisti italiani. Sono,
indubbiamente, dei buoni socialisti perché hanno già, in pieno regime borghese
lo stadio mentale senza calore e senza colore del socialista di domani.
Non sentiamo il bisogno di spenderci molte parole, né di passarli in rivista uno
ad uno. Dirigenti: dittatura di vomini che hanno la mira precisa di
diventare qualche cosa, un'autorità, una persona importante. Non c'è tra
loro neppure un mistico esaltato che interessi. Calcolatori.
Cinici. Seguaci: massa la cuì concezione più alta è questa:
bisogna distruggere il caroviveri. Gente che cerca di mettersi a posto. Invidia
il horghese, quindi ha desiderio di divenire il borghese. Le loto
qualità principali sono: inintelligenza: non hanno ancora capito
che il sociali smo è diverso da popolo a popolo: commerciale nell'America
del Nord, conservatore in Inghilterra, filosofico in Germania, mistico in
Russia. Non hanno capito che il socialismo in Italia può, caso mai,
balzare dalle nostre istituzioni rurali; inattualità: sano
coerenti in una maniera fantastica, tant'è vero che le idee invecchiano e
loto seguitano ad usarle. Credono d’essere all'avanguardia, e lo sono
come il gambero, il cui traguardo è sempre alle spalle, dietro:
vigliaccheria: oltre la vigliaccheria propria della idea hanno una
viltà tutta propria, personalissima, originale: inutile parlarne: chi
interviene ai comizi elettorali ne sa qualcosa. Il futurismo è il
mondo più lontano dal socialismo. Il futurismo è veramente il senso di una
religione nuova, che si dirige alle anime, agli spiriti, ai
cervelli, e non si interessa del corpo che per fortificarne i
muscoli, farne strumento di agilità audacissime e di voluttà sane.
Generato dal cervello di un attista ha tutta l'umanità di una idea
italiana, sempre profumata di buona terra fertile anche quando si esalti fino
ai più puri orizzonti. Attività poliedrica, il futurismo è lo sfruttamento
completo di tutte le penialità italiane, manuali e cerebrali. Ridarà
all'Italia i suoi magnifici artieri, maestri d'ogni sotta di lavoro, come
lo à dato e lo darà ai suoi artisti più grandi. I suoi vomini non hanno
deficienza: danno la loro vita in una proteiforme attività prodigiosa.
Poeti e soldati, sogno e vigilanza, idea e azione. Non c’è
possibilità di contatto tra la nostra morale e quella socialista, tra i
nostri uomini e i loro. È assurdo ogni pensiero di
collaborazione. FUTURISMO CONTRO SOCIALISMO. SEMPRE A QUALUNQUE
COSTO! GiusePPE BOTTAI {[da: Roma futurista.Noi e i
borghesi Non una polemica, ma una discussione calma e pacata.
Polemica no, per non arrivare fino a quella animazione un po’ acre e impetuosa,
che annebbia le idee e deforma la realtà. Ci tengo, a questa
dichiarazione preliminare, perché l'amico Mannarese, nel suo lucido
articolo, pur mantenendosi in una linea di cortese serenità, devia in puntatine
ironiche, che non èànno ragione di essere, se veramente egli ci vuole aiutare,
nella demarcazione esatta della nostra individualità politica.
Trovo ad esempio molto strano, per un futurista, l'osservarsi che la mia
formula (adopto la parola formula, per attenermi alla dizione dell'amico,
per quanto essa abbia un senso storico, che mi ripugna) abbia potuto
ringalluzzir di saverchio, con la sua violenza: “futurismo contro sociglismo,
sempre, a qualungue costo” qualche buon borghesetto. Questo non mi
preoccupa, e direi, anzi non ci preoccupa. Noi esprimiamo liberamente le
nostre idee, le gettiamo nel mondo, tta la gente; e i casi sono
due, come sempre: o la gente non le capisce e allora non c’è nulla
da fare: o le capisce, le approva, ci si interessa, c le apprezza nel
giusto valore, e allora poco ci importa che tale gente sia proletaria o
borghese, destra o sinistra, e, anche, ambidestra. Noi non
sosterremo mai, com'un certo avvocatino di nostra conoscenza fece in una
recente seduta del Fascio di Combattimento romano, che la guerra ha
distrutto agni distinzione tra destra e sinistra; ma non vogliamo di
tali logiche e necessarie e salutari differenziazioni (?) fare il
nostro spaventacchio. Chè, pet questa via, si giunge alla grossolana
affermazione di Adriano Tilgher (Tempo, Piccoli borghesi al bivio): essere il
furore antisocialista degli atditi originato dall’appartenere costoro,
quasi tutti alle classi medie; e pensare che in parecchi mesi di convivenza con
le fiamme nere mi son trovati attorno solo contadini, operai,
lavoratori-proletari! Prima caratteristica del futurismo, è questa,
libera, sciolta sfrenata spregiudicatezza: e se il salumaio ci
crede oggi difensori dei suoi salami, delle sue salsicce, poco male! ciò
potrà darci la prova della sua minchioneria, non già infirmate
l’esattezza del grido futurismo contro socialismo. Socialismo non è
proletariato L’amico Mannarese fa un’identificazione pericolosissima,
e non rispondente alla realtà positiva dei fatti. Egli pone sullo stesso
piano socialismo e proletariato, stabilisce senz'altro questa identità
matematica: socialismo = proletariato. Ciò spiega perché tanto si
accanisca contto la finale del mio articolo. Alle parole contro
socialismo, sempre a qualunque costo è dato il valore di un'affermazione
di questo genere: contro le aspirazioni del popolo, contro i
diritti dei poveri, ecc., ecc... . Orta, mi ribello assolutamente.
Non in nome mio sol tanto, ma di tutti i futnristi, e anche, di tutti i
nostri amici fascisti. Distinguere bisogna. Una
cosa è quello che l'amico chiama: /o sforzo violento, l’oscura irresistibile
aspirazione della massa verso un regime di maggior giustizia economica e
un'altra cosa è il socialismo. Le aspirazioni proletatie sono fatto
immanente, istintivo, fatale, non pensato ma sorto da sé, il socialismo è uno
dei tanti sistemi, i quali, da che il mondo è mondo, si accaniscono sulla
disparità di condizioni delle classi. Se io mi pongo contro
il socialismo o contro i socialisti, mi dichiaro contrario ad un sistema
filosofico, giuridico, economico, morale ed ai suoi sostenitori
(filosofi, demagoghi e procaccianti che siano), ma non è detto
ch’io voglia attaccare l’oggetto di tale sistema che è il proletariato.
Non debbo, quindi, rettificare in nulla la mia incriminata frase, ch'era un
grido, un appello conclusivo del mio articolo, limitatosi ad una
valutazione di idee, e non aveva la pretesa d’essere un caposaldo, un
domma, un punto cardinale, ed altri simili paroloni che noi
lasciamo agli oratori da comizio. L'affermazione: Noi non
siamo contro il socialismo, ma contro gli uomini, i metodi e la filosofia
socialista del Mannarese è un non-senso,
perché appunto: socialismo è flosofia sostenuta da wormini con
determinati metodi. Quella che il Mannarese chiama sostanza (eh!
queste parole che otribili titi giuocavano, a volte) ossia: la
guerra per l'indipendenza economica dei poveri contro i ricchi non è
privativa assoluta del socialismo, è solo l'obiettivo dei suoi studi, dei
suoi tentativi, come essa fu obbietto della favola di Menenio Agrippa, e
delle teorie di Fenelon, e della scuola di Saint Simon, e del
sistema di Grace Baboeuf e Roberto Qwen, e così pure della filosofia di
Marx ed Engels. Anche il nazionalismo, anche il partito popolare, tutti
anno affermazioni solenni: qui è l'unico infallibile specifico per il
dolore del popalo e io posso essere contro questi modi da cerratani senza
mai essere né contro il popolo né contro le sue sacre e legittime
aspirazioni economiche I programmi economici All'amico Mannarese è
forse sfuggito nel mio articolo questo periodo: Un piano eguale di
esistenza, una distribuzione armonica di beni, una soppressione assoluta
di privilegi ma su questo livellamento di condizioni mateviali
l’esplicarsi diverso, individualissimo delle singole capacità. Qui,
evidentemente, si dice: noi passiamo essere d'accordo nelle
finalità economiche del socialismo . Quelle tre proposizioni del
programma politico futurista di Matinetti, Carli e Sertimelli, che il Mannarese
dice troppo generiche, anno il merito di poter domani assorbire in
sé, senza contrasto, qualunque ardimento consono allo spirito dei
tempi. Hanno un’intenzione pragmatista, che non deve sfuggite.
Il programma di riforme economiche, lanciato ai popoli come panacèa, è
cosa vecchia di tutti i tempi e di tutte le genti. Ogni scuola politica è
per prima cosa inalberata questa insegna molto attraente. Tutti i
programmi ben definiti, schematizzati, rigidi, anno sempre atteso,
con grande pazienza, che le cose del mando si incanalassero ne’ fossati, canali
e zenelle da loro tracciati, ma le cose del mondo anno dimostrato, a lume
di storia, di procedere per via di approssimazioni successive, le quali
avvengono non già pet magnetizzazione esetcitata cai suddetti programmi, ma per
madificazioni addotte, nel blocco fisiopsicologico di una collettività,
dal sistema di educazione, dalle idee di morale circolanti, dalla
rinnovatasi coscienza giuridico-sociale. Se oggi, per ragioni
ovvie, il problema economico è venuto in primo piano, non bisogna
dimenticare che la parte veramente essenziale di un sistema politico non
è già il disegno di un futura assestamento economico, ma è il
metodo con cui saprà, attraverso uno studio positivo dello stato presente
e dei caratteri permanenti della società in genere (meglio ancora di una data
parte di società) creare tutt'un’atmosfera spirituale intellettuale
psicologica, che renda possibile l’attuazione di quel dato ordinamento
economico, che nel momento è bene limitarsi a definire
desiderabile. I socialisti italiani sanno che il popolo italiano
non à neppure iniziata l'evoluzione sociale che permetta l’avvento, ad
esempio, del comunismo. Ora essi, scavalcando completamente ogni lavoro
di educazione, sventagliano i loro proclami di rivendicazioni economiche.
Il popolo risponde, è naturale: è Bengodi con i suoi meravigliosi
panorami. Ma ciò non significa aver creata una società comunista, come
non è fare un signore aristocratico d'un villanzone qualsiasi il
riempirgli le tasche di denaro. Sotto il punto di vista della potenzialità vera
di un partito il valore di tali programmi è nullo. Hanno un valore
pratico di specchietto per gli allocchi, e se l'amico Mannarese ci avesse
detto che, abbondando gli allocchi, è bene ch’anche noi abbiamo il nostro
specchietto, gli avremmo dato piena ragione. Il nuovo
imperialismo Non ci deve, quindi, affligere di soverchio, la mancanza di formulazioni
teoriche, di programmi economici. Noi futuristi non siamo mai stati
assenti quando questioni positive siano in tal senso nate. Né il trionfo
socialista deve farci perder la resta così da correr subito ai
ripari. No. La nostra posizione è netta, e possiamo guardarci tranquillamente
intorno: il germe della morte del socialismo è appunto localizzato nel suo
sistema di rivendicazioni economiche, aggravato dal fatto di essete così
isolato da ogni altra considerazione d'ordine superiore da divenire il
segno folle di un nuovo imperialismo. Non è possibile nessun
contatto tra due sistemi così opposti come sono quello socialista e
quello futurista. È l’anima differente. È il cervello diverso.
Se anche noi potessimo conglobare per intero nel nostro ordine di idee
ogni aspirazione economica del socialismo, rimarrebbe la differenza profonda,
incancellabile di indole, di origine e di finalità. Noi siamo per
l'elevazione del popolo, e non pet l’assolutismo demagogico di
essa. Tirando le somme E riassumiamo, perché la discussione
non rimanga uno sterile battibecco. L'amico Mannarese m’à offerto il
modo di delineare meglio la nostra situazione innanzi al
socialismo: posizione di ostilità per indole spirituale
diversa; possibile comunanza di vedute economiche: il che non
implica nessuna fusione; condivisione di alcune idee (come ad esempio
il divorzio ecc. ecc.) che non sono prerogativa socialista, € che
non possono, quindi, render omogenee due sostanze diverse. CONTRO IL
SOCIALISMO NON VUOL DIRE CONTRO IL PROLETARIATO. BOTTAI [da:
Roma futurista] La lentezza delle democrazie, le pastoie
burocrati che dei procedimenti parlamentari. il vecchiume parolaio dei
barbuti senatori non possono essere ben visti dai futuristi. La velocità,
il dinamismo, la lotta, la competizione, l’azione mal si addicono agli
organismi pingui e sclerotici delle democrazie, quella italiana in
particolare. Già nel 1910 Marinetti lo mette in rilievo ed indica nel suo
manifesto Contro l'amore e 3 parlamentarismo , sintomo ed espressione di
questa sua antipatia e di guesta sua avversione Persino l'amore e le
donne in senso romantico sono indici e stru menti di rallentamento , e
come tali da evitare tranne che per una loro ben precisa ed organica
funzione vitale. Le donne andrebbero invece bene pei parlamen ti,
dove dovrebbero entrare con le loro chiacchiere e la loro prodigiosa e
altisonante facoltà di falsificazione. Ma non è solo Marinetti a
inveire contro il parla mentarismo: c'è Tavolato che uddirittura bestemmia
contro la democrazia in un suo articolo apparso con questo titolo su
Lacerba del 1° febbraio 1914, ricco di espressione e carico di colore
linguistico e letterario. I 30 dicembre dello stesso anno un altro
futurista, Volt, tuona dalle colonne di Roma fututista: Aboliamo il
parlamento! In sua sostituzione si propongonna le rappresentanze dei
sindacati per la formazione dello Stato tecnico futurista. E si entra nel
merito della personalità giuridica dei sindacati e della loro forza
rappresentativa in base all'importanza della loro funzione economica. Non
in base numerica, per cui si rientrerebbe nella concezione
democratico-parlamentare. Non più onorevoli quindi sulle assise delle due
camere, ma lavoratori. E sono tutti concetti che ritroveremo nella
concezione corporativa fascista e nella suu Carta del Lavoro
Dopo la guerra Marinetti intervtene su Roma futurista mel maggio del '19
per ribadire la sua.concezione futurista della democrazia , come
s'intitola il suo scritto, che era già apparso um mese prima, più 0 mena
analogo, su L'Ardito. Vi si sostiene la democrazia tipi camente italiana
dei geni: una sorta di minoranze di individui superiori alla media,
destinati a entrare. in competizione con le altre, definite democrazie
incoscienli, come prodotta numerico d’inetti e di sconclusionati. La forza
della nuova democrazia dovrà essere naturdimente violentissima data
l'accelerazione e il ren dimento degli individui geniali. La sua
conclusione sarà logica e conseguenziale:
La democrazia futurista è ormai pronta ad agire, poiché sente vibrare
tutte le sue cellule vive . L'azione sarà condotta da Mussolini, ma
il presupposto è già comunque e totalmente presente. BESTEMMIA CONTRO LA
DEMOCRAZIA Tre spanne sotto il cervello io nutto un odio, un odio
contro la presunzione del lavoro, un odio contro il puzzo cosciente, un
odio contro l’imbecillita evoluta. Tre spanne sotto il cervello si spenge
ogni polemica. I democretini rinunzino alla discussione. I democretini
s’adagino sopra i loro luoghi comuni, perché il mio piede possa calpestarli. Via,
batbe comiziesche che mi nascondete il sole. Via, mani a ventola e
cravatte a bandiera. Fermati, passo democratico sotto cui trema la terra
offesa. Arrestatevi, lamentele filamentose, voci incristianare, zuccherose
o pepate. Via, spade di legno, trombe sfiatate, via, inesistenti
barricate. Smontate, uomini di paglia, uomini di stoppa uomini di
cartastraccia. Nascondetevi, ceffi di cera, mascheratevi, faccie rinfisecchite,
sparite, ghigne insolenti. Sgonfiate, protobischeri pastori di popolo. Aria
ci vuole, e luce e calore e solidità, o anima mia. Abbasso la democrazia!
Fumano d'orgoglio, le gran fave. Fumano, questi straccioni e stronzoni, questi
mangiasputi e fiutarutti, questi tinconi, questi turabuchi, questi
scotticapidocchi, questi merdaioli, questi caconi, questi galoppini,
questi pagnottisti, questi biasciconi, questi lumaconi, questi minchioni,
questi balordi gonzi e gralli, questi coglioni appuzzoni e cittulli,
questi sussurroni caccoloni, questi satraponi virtuosoni. Già tutto il paese
fuma, smerdata com'è da queste pecore matte. Pulizia, pulizia, pulizia! Abbasso
la democrazia! Bischeri sollevatissimi, bischeri smargiassi,
bischeri ventosi, bischeri girandoloni, bischeri soppiattoni, bischeri
politicanti, bischeri economicizzanti, bischeri vani, bischeri solenni,
bischeri tronfi, bischeri crespi, bischeri cal. losi, bischeri pensosi,
bischeti pacifisti, bischeri leghisti, bischeri classisti, bischeri
marxisti, bischeti riformisti, bischeri collettivisti, bischeri revisionisti,
bischeti comunisti, bischeri credenti, bischeri fetenti, bischeri
ufficiali, bischeri legali, bischeri di cartapecora, bischeri del braccio,
bischeri del cervello, bischeri antilibici, bischeri internazionalisti,
bischeri democratici BISCHERI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI! La vostra
individualità non ha importanza. Unitevi! Amalgamatevi! Confondetevi in
melma! Anche la melma dei bischeri, come ogni melma, s'incrosterà. E sotto le
croste ci sarà il gelo della morte. Così sia. Abbasso la
democrazia! Accidenti alla democrazia, impero delle bestie da soma, regno
degli schiavi, padronanza dei servi, supremazia degli impiegati!
Democrazia, sostegno degli sfiaccolati, trionfo dei cimiciosi, glotia dei
piattolosi, arma dei brodolosi; democrazia, orchestra di miasmi, concerto di
sputi, convegno di sudori, sistema di muffe; democrazia, vittoria dei
muscoli e disfatta dei nervi, esautorazione dell’arte e imposizione del
mestiere, vita del debole e agonia del forte; lurida, sudicia, tetra
democrazia, cloaca dove affogano fantasia, ingegno, energia, e tutte le
soavità; proterva asineria, fessa stivaletia: abbasso la democrazia!
E rovini Ia mediocrità! Fuoco al tugurio dei
democretini! I democretini è la lanterne! La libertà soltanto a chi
sa cosa farsene, a chi sa viverla. Agli altri il giogo, la sferza
e la schiavitù. EVVIVA LA FORCA, o amici, per la libertà vostra e
per la libertà mia! ABBASSO LA DEMOCRAZIA. TAVOLATO [da:
Lacerba,Firenze] Aboliamo pure il Parlamento si domandano molîi ma
cosa metteremo al suo posto? La risposta è pronta. Soszituiremo til
Parlamento con le rappresentanze dei sindacati agricoli industriali ed
ope rai. La rappresentanza sindacale sarà la base dello Stato
tecnico futurista. AI collegio elettorale, circoscrizione fittizia ed
arbitraria, entità che sembra creata apposta per l'esercizio del broglio,
sostituiremo il sindacato, espressione organica delle forze economiche
che danno effettivamente forma alla società. AI posto dell’onorevole
deputato, demagogo costretto all’accattonaggio sistematico del voto e
feudatario di una nuova feudalità peggiore dell'antica, manderemo a governare
il paese ingegneri, commercianti ed operai, gente che sa il suo mestiere
e conosce i bisogni reali della propria classe. Invece di un’Assemblea di
inttiganti, di chiacchieroni e di incompetenti, avremo un corpo tecnico
adatto allo scopo di dirigere, con conoscenza di causa, la grande azienda dello
Stato. In pratica l'idea della rappresentanza sindacale si trova di fronte
a difficoltà serie ma non insopportabili. Vati problemi ci si
presentano. A quali sindacati concederà lo Stato la personalità
politica? Si tratterà di determinare le categorie di ptoduttori che avranno
diritto a una rappresentanza nel corpo legislativo. L'iscrizione ai
sindacati sarà obbligatoria per tutti i cittadini? A me sembta che sia
più logico lasciare che esercitino i diritti politici coloro che ne hanno
la volontà e coscienza. Coloro che resteranno volontariamente fuori
dei sin. dacati cortisponderanno in parte alle masse degli astenuti
nelle odierne elezioni a suffragio universale. In base a quale criterio si
misurerà il numero di voti da attribuirsi a ciascuna categoria di
sindacati? E’ la questione più scottante. Il criterio più semplice è quello
numerico. Ma così si ricade nell'atomismo individualistico del suffragio
universale. Io credo che non si debba tener conto del numero degli
iscritti al sindacato, ma della importanza della funzione economica che esso
esercita nel Paese. Quindi un sindacato di industriali metallurgici avrà
una rappresentanza eguale a quella di un sindacato di lavoratori del
ferro benché questi ultimi siano molto più numerosi. E ciò perché
l’importanza delle due funzioni si controbilancerà nell'economia
nazionale. L'amico Settimelli dirà che questo è un criterio poco
democratico. Me ne infischio. Quali saranno i limiti posti all'esercizio
del potere dell'assemblea eletta mediante la rappresentanza
sindacale? La competenza dell'assemblea dovrà essere limitata alle
questioni prevalentemente economiche, che sono del resto le più
importanti in politica. Le questioni di famiglia, di politica estera ecc.
dovranno esser risolte in parte mediante il referendum popolare diretto ed in parte attribuite alla
competenza del porere esecutivo. Non ho fatro che accennare le principali
questioni. Invito tutti i giovani futuristi ad inviarmi le loro soluzioni
ai quattro problemi che ho posta, senza avere la pretesa di risolverli
definitivamente. Ma mi sembra che la questione sia matura per lo studio. E poi
per noi futuristi studio deve significare già un principio di
esecuzione.È l’ora di finirla col Parlamento. Abbiamo fatto la guerra
senza bisogno del Parlamento. Senza il Parlamento sapremo fare la pace. E' ora
di sbarazzare l’Italia dalle 508 incompetenze che spadroneggiano a
Montecitorio. VOLT [da: Roma futurista, DEMOCRAZIA
FUTURISTA L’orgoglio italiano non deve essere, non è imperialismo
che spera imporre industrie, accaparrare commerci, inondare di prodotti
agricoli. Nai difettiamo di materie prime, e siamo una potenza di
ricchezza agricola mediocre. Il nostro orgoglio italiano è basato sulla
superiorità nostta come quantità enorme di individui geniali. Vogliamo
dunque creare una vera democrazia cosciente e audace che sia la
valutazione e Ja esaltazione del numero poiché avrà il maggior numero di
individui geniali. L’Italia rappresenta nel mondo una specie di minoranza
genialissima tutta costruita di individui superioti alla media umana per
forza creatrice innovatrice improvvisatrice. Questa democrazia entrerà
naturalmente in competizione con la maggioranza formata dalle altre nazioni,
per le quali il numero significa invece massa più o meno cieca,
cioè democrazia incosciente. Su 1000 slavi vi sono due o tre individui. L'ultima
fulminea nostra vittoria ha dimostrato che non vi è gruppo di italiani
(20, 30 o 40) che non contenga almeno 10 o 15 individui capaci di iniziativa e
di direttiva personale Abbiamo ancora da sgombrare e da bonificare
le zone morte dell’analfabetismo. Questo compito molto arduo con un
nemico minaccioso alle porte è oggi compito facile e senza pericoli per
la unità e indipendenza nazionale. Nazione ricca di
individui geniali, democrazia intelligentissima. Quantità di personalità
tipiche, massa di tipi unici, democrazia che non vuole imporsi
bancariamente, industrialmente, colonialmente, ma può e deve
dominare il mondo e dirigerlo con la sua maggiore potenzialità ed
altezza di luce. Noi crediamo che l'ora è venuta di tentare tutte le
rivoluzioni per liberare il popolo italiano da tutti i pesi morti e da
tutti i ceppi (matrimonio e famiglia Cattolica soffocatrice, pedantismo
professorale, elettoralismo, mentalità pessimistica, provinciale mediocrista e
quietista). Liberata dal giogo della vecchia famiglia tradizionale,
dal dogma dell'anzianità, l'Italia manifesterà finalmente la sua potenza
di 40 milioni d’individui italiani tutti intelligenti e capaci di
autonomia. Concezione assolutamente apposta alla cretinissima concezione
germanofila che voleva svalutare i 40 milioni di individui italiani per
organizzarli meccanicamente. Su] palcoscenico della razza italiana
dobbiamo mettere in luce 40 milioni di ruoli diversi perché in questa
luce possa perfettamente svolgersi il valore tipico d'ognuno.(Censura) Noi
non abbiamo la nevrastenica pigrizia, la neghittosità, il misticismo, il
boiantismo ideologico, l’ossessione teorificatrice della Russia. Siamo pieni di
senso pratico, di tenacia costruttrice, di ingeniosità inesauribile, di
eroismo bene impiegato. Possiamo dunque dare tutti i diritti di
fare c disfare al numero, alla quantità, alla massa poiché da noi
numero quantità e massa non saranno mai come in Germania e in Russia numero
quantità o massa d’inetti e di sconclusionati, LABRIOLA (vedasi) definisce
la democrazia come sentimento dei diritti concreti della massa sullo Stato e
sulla Economia. Noi futuristi consideriamo la democrazia non in
astratto ma bensì la democrazia italiana . Parlare di democrazia in
astratto è fare della retorica. Vi sono numerose democrazie, ogni razza
ha la sua democrazia, come ogni razza ba il suo femminismo. Noi
intendiamo la democrazia italiana come massa di individui geniali,
divenuta perciò facilmente cosciente del suo diritto e naturalmente plasmatrice
del suo divenire statale.La sua forza è fatta di questo diritto
acquisito, moltiplicata dalla sua quantità valore, meno il peso delle
cellule malate (incoscienti, analfabeti). La democrazia italiana è
per noi un corpo umano che bisognerà liberare, scatenare, alleggerire,
per accelerarne la velocità e centuplicarne il rendimento.
La democrazia italiana si trova oggi nell'ambiente più favorevole al suo
sviluppo. Ambiente di rivoluzione-guerra nel quale è costretta a
risolvere tutti i suoi casi-problemi insoluti, le cui soluzioni possono
esercitare una influenza sul suo avvenire. Necessità igienica di continua
ginnastica trasformattice, improvvisatrice. Il governo si allarma
oggi nel vedere formarsi innumerevoli associazioni di combattenti. Se non fosse
un governo di miopi reazionari tremanti di paura accaglierebbe
favo. revolmente questo nuovo ritorno di vitalità italiana.
La guerra ha semplicemente svegliate le coscienze di 4 o 5 milioni di
italiani che tornano oggi dalla guerra, atricchiti di una personalità
politica. E’ la prima volta nella storia che più di quattro mi.
ltoni di cittadini di una nazione hanno Ja fortuna di subire in soli 4
anni un'educazione intensiva e completa con lezioni di fuoco, di eroismo e di
morte. Spettacolo meraviglioso di tutto un esercito partito
per la guetra quasi incosciente e ritornato politico e degno
di governare. La democrazia futurista è ormai pronta ad agire,
poiché sente vibrare tutte le sue cellule vive. Naturalmente
ha un bisogno urgente di spalancare le porte e di uscire all’aperto. I)
governo si allarma, reprime e trema, come la nonna leggendaria teme che
il nipotino pigli un raffreddore. Fuori l’aria è frizzante e
salubre. Il sole, spalancato, beve il mare di liquido quasi solido saporito
azzurro, tutto spumante di raggi, tutto da bere fino all'ultimo
sotso. MARINETTI fda: Roma futurista, un SETTIMELLI
MARINETTI FUTURISMO E PRIMO FASCISMO Settimelli commenta il
Congresso di Firenze su 1 nemici d'Italia (settimanale antibolscevico
diret to da Armando Mazza ) del 10 ottobre del 1919. I discorso di
Meorinetti al congresso apparirà su L'Ardito del 26 ottobre dello stesso
anno, ma era già apparso tre giorni prima su I nemici d’Italia (23
ottobre). Del discorso e della necessità dello svaticanamento abbiamo già parlato. Ma si postula anche
l'ipotesi di un eccilatorio di giovanissimi capaci di sostituire il
semato dei vecchi, ormai da abolire. Al suo posto un consi glio
tecnico andrebbe sollecitato e stimolato da gio vani sotto i trent'anni,
a moto continuo Si parla poi di un proletariato dei geniali,
quello degli artisti d’Italia, più o meno a nascosti od esclusi ,
che andrebbero favoriti o promossi da iniziative pub. bliche atte
all'aiuto della loro espressione. L'origine della proposta da parte di
una mente d'artista ri. sulta evidente. Marinetti è definito, al caso,
ardito della poesia. La definizione è sempre di Settimeth, che
sostiene inoltre Marinetti sia uscito dal Con gresso in trinonmio con
Mussolini e D'Annunzio. quello del dopo Fiume : un'alleanza politica mei
fino ad allora verificatasi. Ed è ancora Settimelli, a questo
proposito, a inneggiare ai due personaggi (Marinetti e Mussolini) in un
suo scritto, già pubblicato su I nemici d'Italia # 4 set tembre 1919. Lo
riportiamo perché ci sembra significa tivo di un legame e di un rapporto.
Non è vero che l'arte debba essere estranea alla politica, vi si
sostiene. Anzi, è proprio l'artista a darle una sua interpretazione
od un suo connotato, un suo travestimento , od usa sua immagine fanto più
nuova, quanto più ardimentose ed ardita. Mussolini è stato capace di
recepirlo, e il fascismo è un fenomeno nuovo praprin per questo, e
d'avanguardia. La tesi di Settimelli è tipica del futurismo delle
origini o classica di un momento rivoluzionario, 0 di rinnovamento. Ma
anche Armando Mazza pubblica un fondo il 30 Ottobre dello stesso anno
sulla medesima testata (I nemici d'Italia). L'articolo non è firmato, ma è
inserito sotto il titolo a quattro colonne: Fascisti, a noi!, con un
commento alle prospettive elettorali, un trafiletto in commemorazione della
vittoria nella’ ricorrenza annuale, e una colonna intestata: Ciò
che ci divide. Vi si spiegano 1 motivi di disaccordo e distacco da tutte
le altre forze politiche, quelle ew-neu traliste e quelle del
passatisma MUSSOLINI E IL FASCISMO Pensare col proprio cervello
originale, liberare completamente il proprio temperamento, essere gli
annunciatori e i fondatori di una nuova mentalità: sofferenza di tutti
i momenti. Mantenere la provria posizione di avanguardia, è
cosa da giganti. Parteciparvi per qualche tempo è da tutti. À
un certo momento rimani quasi solo: la gran parte degli amici si arrende,
brutta e spregevole nella sua viltà mascherata di scetticismo, oppure non
crede più, sopraffatta dalla vecchia e comoda mentalità. Disertano,
perdono ogni ritegno, ti attaccano. Si vendicano di averli resi sia pure per un anno intelligenti, credono di
poter menomare la saldezza del tuo accizio, ti fanno recedere con i loro
atteggiamenti di commendatoria superiorità: cafoni addomesticati, provinciali
inguaribili. Vivi in un ambiente pericoloso e stancante perché
senti che è creato per l’altra gente 1 mediocre, podagrosa. Ti urti
della continua ostilità. Ti trovi dinanzi ad un avversario senza
spirito, monotono, insistente. Un avversario indegno che ha la
bruttezza goffa del rinoceronte e il rompiscatolismo della zanzara.
Hai delle donne. Tentano di tutto per convincerle a rinsavire e ti
denigrano in mille modi cercando di portarle a qualche mediocre ronzino o
a qualche nobilissimo eunuco lucroso 0 decorativo. Lavori. Il
tuo lavoro ba sempre qualche parte che esorbita. Mai delle amicizie, ti
seguono fino ad nn certo punto. Non possono capirti a fondo.
Sei fatto per un mondo di eroismo, di forza, di bellezza, di temerità. Le
tue grandi ali t’impediscono di camminare come il gabbiano di
Baudelaire. (eTe) Tutto questo è atroce, ma di colpo una vittoria ti
ripaga di tutto. Aver avuto ragione, aver visto lontano, aver
costruito un nuovo pezzo della vita, sia pure un piccolo pezzo,
avere anche per un attimo e per un millimetro contribuito allo
allargamento del mondo ti fa vibrare per la gioia dei vertici. Oggi ho
questa gioia e la divido con quei pochi che da dieci anni lavorano con me
alla formazione di un ambiente intellettuale italiano libero dai professori,
dai tradi. zionali, dai gottosi (non alludo ai seguaci del
romanziere Salvator!). E Ia nostra gioia diviene frenetica
quando constatiamo che da un'altra parte, dalla politica ci veniva
incontro un uomo formidabile, nuovo come noi, libero come noi. E'
la gioia dei minatori che s'incontrano finalmente dopo aver forata la
montagna. Un evviva , una manata di terra sulle facce ebbre, sopra i
sudori riganti e una stretia di mano che è una prova del cuore e dei
garretti. Mentre con Marinetti e con gli altri amici
lavoravamo il campo artistico, dall'altro si muoveva Mussolini lavorando
il campo politico. Ci dovevamo incontrare. Un gigante questo magnifico
Mussolini! Con la forza ma anche col peso di un grande ingegno, di
un'anima vasta, di un temperamento spaccafore, figlio di un fabbro
ferraio si tira su a suon di muscoli, di ingegno e di fegato. Supera
la più massacrante battaglia: quella contro la miseria, quella che
non potrà mai esser capita da chi non l’ha provata. Chi è nato ricco non
potrà mai essere completamente dentro la realtà e non avrà mai il collaudo
delle sue energie. Domina le folle, organizza, sbaraglia Turati, Treves,
Raimondo. Galvanizza il partito socialista. Scoppia la guerra, capisce
che la neutralità sarebbe contro il socialismo € per il medioevo
autocratico. Tenta di persuadere. I mediocri ne approfittano per
liberarsi della sua grandezza. Si forma la imbecillocrazia dell’Avanzi!
Mussolini lascia il partito che rimane acefalo e si divincola in
movimenti balordi e vili. Intanto i piedi ridono soddisfatti per essersi
liberati della testa. Nasce così il Popolo d'Italia. Il primo
quotidiano veramente moderno e veramente italiano. Un ritrovo di
energie vive, spregiudicate, temerarie. Il lievito di questo buon pane
italiano nato dalla guerra. In esso tutti i vivi si incontrano:
Futurismo, Arditismo, D'Annunzio. E' una punta sensibile e perforante, è
l'effervescenza della grande coppia italica, è il primo nucleo per una
Italia nuova. Ma il quotidiano non basta a Mussolini. Uomo d'azione ha
bisogno di concretare, vuol raccogliere ciò che semina giornalmente. Nasce il
fascismo. Fenomeno degno della più grande ammirazione e del più
appassionante esame. Più che un partito è una mentalità. Non si basa
sulla promessa di un certo paradiso futuro, si muove
problematicamente passo per passo alternando transigenza a
intransigenza, idealismo a realtà, arte a pratica concreta. Gli avversari
del Fascismo sono le vecchie anime che marciano solo dietro
promesse iperboliche e utopistiche, che scambiano incoerenza con duttilità, che
non vivono dentro la vita vera e vibrante, ma fra gli schemi arrugginiti
di una mentalità libera. Il Fascismo raccoglie gli italiani più
intelligenti e più moderni con la sua ferrea ossatura di concretamento
fasciato da una atmosfera di sensibilità, di cordialità idealistica, di
eleganza e di colore. Rende possibile la politica anche per i
temperamenti più contrari ad essa. Per esempio gli artisti e gli ironici.
L'Italia abbonda di artisti e di ironici, anzi essi formano la sua parte
migliore, intellettual. mente. Mussolini ha avuto il grande
pregio di creare un’atmosfera politica che non ripugna a questi scelti, a
questi migliori. L'intelligenza disinteressata si allontana dalla
politica quando essa s'imperna sulla falsa promessa di un paradiso
certo, sul settarismo, sulla gretteria animale. Si sta preparando
in Italia quella rinascita totale, basata sull’arte che tra le più feroci
ironie e gli scetticismi più assoluti amnnunciai nella Inchiesta sulla
vita italiana. SETTIMELLI (da: 1 nemici d'Italia, Milano, SOGNO UN
GOVERNO DI TECNICI, ECCITATO DA UN'ASSEMBLEA Cari Fascisti! Cari Arditi!
V'invito ad acclamare un valoroso fascista assente, che sarebbe qui con
noi se il Governo anti-italiano di Nitti non l’avesse condannato a tre
mesi di fortezza C., (Grida unanimi di: Viva Mario Carli! e
applausi). Il futurista Mario Carli è sfuggito alla polizia di Albricci e
gode l'atmosfera igienica di Fiume italiana. Ha brillato così una volta
di più l'elasticità veramente futurista di questo poeta che sa tutti i viaggi
più pericolosi dello spirito, le esplorazioni più sottili della psicologia,
i razzi più colorati ed anche la strategia delle strade in tumulto
e il governo delle assemblee popolari. A Mario Carli, poeta delle Notti
filtrate, si deve la fondazione del Fascio di combattimento romano, e,
insieme con Settimelli, del Partito politico futurista, e del giornale
Rome futurista. Egli capeggiò tutte le dimostrazioni violente per
Fiume italiana, per la Dalmazia italiana e per la difesa della vittoria,
contro il bolscevismo rosso e nero, rinunciatario e nittiano. V'invito a gridare
ancora: Viva il futurista Mario Carli! (Quazione, applausi). Lo
svaticanamento. Io approvo incondizionatamente, in nome del futuri
smo e dei futuristi italiani, tutto il programma dei Fasci di
combattimento, che vi è stato esposto dal mio amico Fabbri. Trovo però in
questo programma delle lacune gravi, sulle quali richiamo tutta la vostra
attenzione. Fascisti! Non c'è maggior pericolo, per l’Italia, del
pericolo nero. Il popolo italiano, che ha saputo osare, volere e compiere
l’immane sforzo eroico e vittorioso della grande guerra, decidendo, con la
sua vittoria, la vittoria del futurismo elastico, geniale, sul passatismo
teutonico, cubico e professorale, fallirebbe alla sua missione se
non sapesse energicamente liberare la bella penisola, agile e
palpitante di vita, dalla lue mortale del papato. Noi dobbiamo domandare,
volere, imporre, l'espulsione del papato, o meglio ancora, per usare una
espressione più precisa, lo svaticanamento . (Applausi, ovazione)
L'Eccitatorio. Continuando nell'analisi del Programma dei Fasci
di combattimento, trovo l'abolizione del Senato, al quale si
sostituirebbe un Consiglio nazionale tecnico. Ebbene: io vi dichiaro che
il concetto di tecnicità è importantissimo, ma non basta. Il Senato
rappresenta nella storia dei popoli un costante ossequio alla saggezza dei
vecchi, chiamati intorno al potere per frenarlo, maturarne i propositi,
dirigerne le decisioni. La concezione del Senato, simile a quella del
coro nella tragedia greca, ha singolarmente appesantito, imbrogliato,
buroctatizzato e ritardato il progresso spirituale e materiale delle
razze. I legislatori hanno sempre sognato di frenare il potere del
Governo. Essi ignoravano dunque che potere significa frenare. Essi ignaravano
che un Governo è sempre più o meno un carabiniere. Nulla di più assurdo
che il porre un carabiniere a sorvegliarne un altro. Mettiamo: gli
al fianco, piuttosto, un sovversivo, un rivoltoso, un eccitante. Ed ecco
nata la concezione dell’Eccitatorio, organo animatore, semplificatore e
acceleratore, che in una razza come la nostta, piena di precoci geniali,
sarà Ja miglior difesa della gioventù e la migliore garanzia del progresso e di
alta spiritualità. Io sogno in Italia un Governo di tecnici eccitato da
un’assemblea di giovanissimi, al posto dell’attuale Parlamento di oratori
incompetenti € di dotti invalidi, che si fa moderare da un Senato di
moribondi. Il Consiglio tecnico che rimpiazzerà il Senato
dovrà dunque essere composto di giovanissimi, non ancora trentenni. Insisto
su ciò, poiché in Italia si usa invitare i giovani al potere e si considera poi
virile e giovanissimo un uomo di 55 anni. Salandra grida: Avanti i
giovani! Ma tutti con lui temono i giovani, mettono in quarantena
un quarantenne come un coleroso, un cinquantenne come un
dinamitardo, e considerano un sessantenne come un audace quasi maturo per il
governo d’Italia! Occorre un Eccitatorio di giovanissimi, per evitare un
Consiglio tecnico di vecchi, che dopo aver tenuto inutilizzato per molto rempo
il loro ingegno tecnico non sanno più che tecnicamente morire. La
vita italiana si riduce ancora ad una convivenza cretina di quadri
d'antenati senza autorità e senza prestigio, che spandono intorno, in una
penombra tediosa, pessimisino, pedantismo, austerità professorale, verbalismo
patriottico e polvere di Roma antica, e in mezzo ai quali si aggira
sporca, taccagna, provinciale, brindellona, la servaccia che fa tutto male,
tiene malissimo la casa, non vuo! migliorare nulla, perde la giornata a
verificare i conti di cucina, ha sempre paura di spendere e di rovinarsi,
ed è tronfia perché sa fare una minestra non troppo salata che costa
poco. T quadri d’antenati si chiamano Boselli e Salandra: la
servaccia si chiama Giolitti o Nitti. (Quazione) Contro i quadri
d'antenati e la servaccia, poi propo siamo un eccitatorio di studenti e
di Arditi futuristi. Arditismo. Scuole di coraggio fisico e
patriottismo. Una terza lacuna io trovo nel programma dei Fasci di
combattimento, e riguarda la scuola. L'amico futuri sta Fabbri ha
precisato genialmente la grande e necessa ria riforma completa della
scuola. To credo petò che tutto si potrebbe ottenere, e forse anche
un al di là meraviglioso che superi il tutto sogna. ta, mediante
un'imposizione assolutamente ferrea, dirò meglio feroce, della ginnastica
nelle scuole. Si deve giungere anche presto, oltre che a tutte le
forme d'insegnamento pratico e tecnico, nelle officine e nei campi, alle
scuole viaggianti, 0, per meglio dire, viaggi d'istruzione, e a dei veri
corsi o scuole di coraggio fisico e di patriottismo. Bisogna ogni
giorno, nella giocondità di una vita all'aria aperta, con un predominio
assoluto del giuoco sulla lettura, parlare dell'Italia divina ai ragazzi
italiani, insegnare loro, accanitamente, il coraggio fisico e il disprezzo del
pericolo, e premiare dovunque l'audacia temeraria e l'eroismo.
Le scuole di coraggio fisico e di patriottismo devono rimpiazzare
nelle scuole gli oramai preistorici e troglodi. tici corsi di greco e di
latino. Noi futuristi siamo convinti di preparare così quel
tipo di cittadino eroico che saprà difendersi da sè, veramente capace di libero
pensiero e di libero cazzotto, e che renderà assolutamente inutile
l'esistenza delle polizie, delle questure. dei carabinieri e dei
preti. Ferruccio Vecchi. Il mio amico futurista Mario Carli, capitano
degli Arditi, e il capitano Vecchi, capi dell'Associazione degli Arditi, hanno
sentito come me, nascere dal futurismo e dalla guerra, l'Arditiswo, nuova
sensibilità di patriottismo eroico e rivoluzionario. ]l giornale L'Ardito,
diretto dal capitano Vecchi, il celebre sfasciatore dell’Avanti! è
un forte giornale che si deve consigliare ai giovani italiani.
{Qvazioni) Verrà forse un giorno in cui avremo in Italia
quelle scuole di pericoli che io proponevo dieci anni fa nei primi
manifesti futuristi e che furopo realizzate durante la guerra nelle
esercitazioni quotidiane degli Arditi (avanzata carponi sotto un tiro radente
di mitragliatrici; aspettare senza chiudere gli occhi il passaggio radente di
una trave sospesa sulla testa, ecc.). Il proletariato der geniali
Ed ora voglio colmare un'altra lacuna dei programma, parlandovi del solo
proletariato veramente dimenticato ed oppresso: l'importantissimo proletariato
dei geniali. È indiscutibile che Ia nostra razza supera tutte Je razze per
il numero stragrande di geniali che produce. Nel più piccolo nucleo
italiano, nel più piccolo villaggio, vi sono sempre sette, otto giovani
ventenni che, fremono d’ansia creatrice, pieni di un orgoglio ambizioso
che si manifesta in volumi inediti di versi e in scoppi di eloquenza
sulle piazze, nei comizi politici. Alcuni sono dei veri illusi, ma sono
pochi. Non potrebbero giungere al vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti
a fondo geniale, cioè suscettibili di sviluppo e utilizzabili per
accrescere l’intellettualità geniale di un paese. Il movimento artistico
futurista, da noi iniziato 11 anni fa, aveva precisamente per scopo di
svecchiare brutalmente l'ambiente artistico-letterario, esautorarne e
distruggerne la gerontocrazia, svalutare i criteri e i professori pedanti,
incoraggiare tutti gli slanci temerari dell’ingegno giovanile, per preparare
una atmosfera veramente ossigenata di salute, incoraggiamento ed aiuto a
tutti i giovani geniali d'Italia. Incoraggiarli tutti,
centuplicarne l'orgoglio, aprire davanti a loro tutti i varchi,
diminuire al più presto, così, il numero dei geniali italiani
falliti e stroncati. Il futurismo radunò molti di questi giovani
geniali. Fra di loro, nella vampa futurista, ingigantirono e brilla
rono: Boccioni, Russolo, Buzzi, Balla, Mazza, Sant'Elia, Pratella,
Folgore, Cangiullo, Mario Carli, Funi, Sironi, Chiti, Jannelli, Nannetti,
Cantarelli, Rosai, Baldassari, Galli, Depero, Dudreville, Primo Conti, i geniali
creatori del Teatro Sintetico: Bruno Corra e Settimelli, e i
valorosi scrittori futuristi di Roma futurista, Rocca, Bottai, Federico
Pinna, Volt e Rolzon, altissima bandiera d'’italianità in America.
Con meravigliosa elasticità passando dall'arte all’azione politica,
questi giovani furono con me dovunque nelle nostre primissime dimostrazioni
contro l’Austria durante la battaglia della Marna, in prigione per
interventismo e sui campi di battaglia. Propongo che in ogni città
siano costtuiti dei palazzi che avranno una denominazione sul genere di
questa: Mostra libera dell'ingegno creatore. Tn tali palazzi: Verrà
esposta per un mese un’opera di pittura, scultura, plastica in genere,
disegni di architettura, disegni di macchine, progetti di
invenzioni. Verrà eseguita un’opera musicale, piccola o grande,
orchestrale o pianistica di qualsiasi genere, di qual: siasi forma, di
qualsiasi dimensione. Verranno letti, esposti, declamati poemi,
prose, scritti di scienza di ogni genere, d'ogni forma, d'ogni
dimensione. Tutti i cittadini avranno diritto di esporre gratuitamente.
Le opere di qualsiasi genere o valore apparente anche se apparentemente
giudicate assurde, cretine, pazze, immorali, saranno esposte o lette
senza giuria. Con queste mostre libere e gratuite del genio
creatore, noi futuristi ci opponiamo a un pericolo gravissimo: quel
lo di vedere nella marea delle ideologie che rissano intorne alle formole del
comunismo e della dittatura del prolerariato, il naufragio dello
spirito. Difendiamo il cervello! Vi sono fenomeni dovuti alla
stanchezza prodotta dal la guerra, alla manîa plagiaria, alla miopia
provinciale, alla verbosità giornalistica e alla vigliaccheria
conservatrice. Si tenta dovunque di divinizzare il lavoratore manuale
e d'innalzarlo al di sopra del lavoratore intellettuale, No,
italiani: il futurismo politico si opporrà accanita. mente ad ogni
volontà di livellamento. Tutto, tutto sia concesso al proletariato
manuale, salvo il sacrificio dello spirito, del genio, della gran luce
che guida. Alle classi oppresse, ai lavoratori che stentano, sia
sacrificata tutta la plutocrazia parassitaria del mondo. Voi
fascisti interventisti sapete che la nostra grande guerra rivoluzionaria
è stata osata, voluta, imposta e tenacemente portata alla vittoria finale da
una minoranza di intellettuali. Erano i migliori, i meno tradizionali,
i più futuristi. Mentre tutto il popolo era ancora immerso nella
quiete pacifista, essi videro la necessità di guerra, si separarono
brutalmente da altri intellettuali, da quelli che dello spirito altro non
hanno che le qualità negative, pedantesche, culturali, reazionatie,
quietiste. Contro e so: pra il piombo del vecchio intelletrualismo
professorale e vigliacco dei Benedetto Croce e dei Barzellotti, contro
l’intellettualismo cavilloso e avvocatesco dei Treves e dei Turati, si
scagliarono gli spiriti veramente puri, lirici e creatori, per segnare la via
da seguire. Fra questi, Gabriele D'Annunzio, che volò su Vienna
e regalò Fiume all'Italia. Fra questi Benito Mussolini, il grande
Fututista italiano, che impavido nel campo trincerato del suo Popolo d’Italia
ha difeso alle spalle noi combattenti al fronte contro le ondate dei nemici
interni, portando le città italiane dal lurido episodio di Caporetto alla
storia ideale di Vittorio Veneto (Applausi). Gli artisti faranno
finalmente del governo un’arie disinteressata, al posto di quello che è ora,
cioè una pedantesca scienza del furto e della vigliaccheria. eri Io
credo che le istituzioni parlamentari siano fatalmenre destinate a perire.
Credo anche che la politica italiana sia destinata a un inevitabile
fallimento, se non si nutrirà di questa forza viva: gl’ingegneri creatori
d’Italia, sbarazzandosi di queste due malattie italiane: l'avvocato e il
professore. Genio creatore, elasticità artistica, praticità
sintetica, velocità improvvisatrice ed entusiasmo fulmineo: ecco le
belle forze che spiegano la vittoria del 15 giugno sul Piave e quella di
Vittorio Veneto (Applausi). Artisticamente improvvisando tutto, e
con genio creatore, la mia bella autoblindata dell'ottava Squadriglia al
comando del capitano Raby guadava come una torpediniera i torrenti gontiati.
Poi si slanciava giù dalle monta. gne carniche col tuffo frenetico
fulmineo di un pugnale d'Ardito nella smisurata pancia idropica
dell'esercito austriaco disfatto, e schizzava fuori dalla schiera contro
Vienna. Artisticamente, il genio creatore di D'Annunzio conquistò
Fiume italiana. In Fiume italiana, io provai recentemente il più
acuto spasimo di guida della mia vita, nel gualcire un pacco di corone
austriache deprezzate a pochi centesimi dalla nostra vittoria.
Gioia forsennata di stritolare così finalmente il cuore
finanziario, militare, passatista del nemico ereditario, fra le mie mani
ancora frementi della vibrazione della mia mitragliatrice di Vittorio
Veneto! (Ovazione). MARINETTI [da: L’Ardito, MARINETTI MARIO
CARLI MINO SOMENZI SECONDO FUTURISMO E FASCISMO-REGIME ll 1923 è un po'
l'anno di apertura del futurismo dopo la ritirata e il distacco dal fascismo
del II Congresso di Milano al nascente fascismo-regime (secondo la
definizione di De Felice), quello dell’assestamento o dell'e ordine (che si
consoliderà il 3 gen naio 1925). Marinetti si accosta in un certo senso
al nuovo governo con una richiesta in forma di mani festo al
Governo Fascista del 1° maggio 1923. Col manifesto e con
l'affermazione di un certo qual futurismo mussoliniano , 0 nel
sottolineare la realizzazione di un programma minimo futurista da par te
del fascismo, Marinetti cerca di porsi in buona luce e di far accettare
le sue proposte al governo fascista. ll programma fu in linea di massima
approvato da Mussolini. Quel Mussolini che comincerà a venir illustrato e
celebrato anche dai futuristi, forse molte volte in buona fede per
l'effettiva sua vicinanza alle tesi ed al dinamismo tipico di Marinetti e
delle sue teorie. Tuttavia Mario Carli nel '26 pubblica nel suo li
bro Fascisma intransigente wn articolo a suo tempo se questrato e che risuona
echi di sinistri miraggi . S'intitola Natale senza luce e si riferisce
probabilmente al Natale del ‘21, dopo l'impresa di Fiume cui Carli
aveva ben ardentemente partecipato: si augurava inutilmente C. che
l'impresa di Mussolini (la marcia su Roma) continuasse quella breve
esplosione innovatrice della nuova Italia della Vittoria (la marcia su
Ronchi). Ma le vecchie pance e le vecchie barbe tengono invece il
canzpo della vita nazionale e la manovra parla mentare domina ancora
tutto il congegno di governo . Marinetti sul numero 9 del 2-11-1932 del
nuovo Futurismo, esprime aminirazione ed esalta lo spirito rivoluzionario
della Mostra nel decennale della Rivoluzione (svoltasi a Roma). Intitola
Varticolo Stile futurista e vuole commemorare in certo senso uno stile
degli anni d'oro dello spirito interventista e rivaluzionario da
cui è nato il fascismo, quello così detta antemarcia. Sul terzo numero
di SunWElia, che è secondo titolo di Futurismo, generoso tuttavia
di perticolare spazio cd attenzione at problemi dell'architettura, Mino
Somenzi intitola un suo pezzo a IT Duce e il futurismo, e vi sostiene la
necessità di Mussolini, come capo del governo, di non essere né
futurista né passatista. Per il superiore equilibrio sulle parti che la
sua posizione richiede. Tuttavia le simpatie di Mussolini non possono non
andare ai futuristi, dice Somenzi, quali novatori e sostenitori dell'arte
d'avanguardia italiana. In questo sensa i futuristi non possono non
guardure a lui come ad un appoggio e ad un sostegno, come del resto egli
medesima più volte si è dimostrato. E qui forse, in questa tesi, vediamo tutta
la posizione ed il carattere del secondo futurismo . Ancora sulla
stessa testata del 4 aprile ’34, n. 64. un grande intervento centrale di
prima pagina su Ventitre marzo futurfascista, mette in rilievo i caratteri
comuni di futurismo e fascismo, anche quelli per cui molti fascisti non
st identificano con i futuristi ed anzi simmedesimano nel loro contrario
essendo dei rimorchiati che non hanno assorbito lo spirito diciannovi sta
e rivoluzionario delle origini . I DIRITTI ARTISTICI PROPUGNATI DAI
FUTURISTI ITALIANI Manifesto al governo fascista Mio caro
Marinetti, approvo cordialmente la tuu iniziativa per la costituzione di
una Banca di Credito specialmente per gli Artisti. Credo che saprai
sormontare gli eventuali ostacoli dei soliti misoneisti. Ad ogni modo
questa lettera può servirti di viatico. Ciao, con
amicizia, MUSSOLINI Vittorio Veneto e l’avvento del Fascismo al
potere costituiscono la realizzazione del programma minimo futurista lanciato
(con un programma massimo non ancora raggiunto) 14 anni or sono da un gruppo di
giovani audaci che si opposero con argomenti persuasivi all'intera
Nazione avvilita da un senilismo e da un mediocrismo paurosi dello
straniero. Questo programma minimo propugnava l’orgoglio italiano,
la fiducia illimitata nell’avvenire degli italiani, la distruzione dell'impero
austroungarico, l’eroismo quotidiano, l’amore del pericolo, la violenza
riabilitata come argomento decisivo, la glorificazione della guerra sola
igiene del mondo, la religione della velocità, della novità, dell’ottimismo
e dell’originalità, l'avvento dei giovani al potere contro lo spirito
parlamentare, burocratico, accademico e pessimista. La nostra influenza in
Italia e nel mondo è stata ed è enorme. Il Futurismo italiano,
tipicamente patriottico, che ha generato innumerevoli futurismi esteri,
non ha nulla a che fare coi loro atteggiamenti politici, come quello
bolscevico del Futurismo russo divenuto arte di Stato. Il Futurismo
è un movimento schiettamente artistico e ideologico. Interviene nelle
lotte politiche soltanto nelle ore di grave pericolo per la
Nazione. Fummo primi fra i primi interventisti; in carcere
per interventismo a Milano durante la Battaglia della Marna; in
carcere con Mussolini nel 1919 a Milano per attentato fascista alla
sicurezza dello Stato e organizzazione di bande armate.Abbiamo creato le
prime associazioni degli Arditi e molti tra i primi Fasci di
combattimento. Divinatori e lontani preparatori della grande Italia
di oggi. Noi futuristi siamo lieti di salutare nel non ancora
quarantenne Presidente del Consiglio un meraviglioso remperamento
futurista. Da futurista, Mussolini ha parlato così ai giornalisti
esteri: Noi siamo un popolo giovane che vuole e deve crea re e
rifiuta d'essere un Sindacato di albergatori e di quardiani di museo. Il nostro
passato artistico è ammirevole. Ma, quanto a me, sarò entrato tutt'al più
due volte in un MIUSCO. Recentemente Mussolini ha pronunciato questo
discorso tipicamente futurista: Il Governo che ho l'onore di
presiedere è Governo di velocità, nel senso che noi abbreviamo tutto ciò
che significa ristagno nella vita nazionale. Una volta la burocrazia si
addormentava sulle pratiche emarginate. Oggi tutto deve procedere con la
massima rapidità. Se tutti procederemo con questo ritmo di forza e di volontà e
di allegrezza, supereremo la crisi, la quale, del resto, è già in parte
superata. lo sono lieto di vedere il risveglio anche di questa Roma che
offre lo spettacolo di officine come questa. lo atfermo che Roma può
diventare centro industriale. 1 romani devono essere i primi a disdegnare
di vivere soltanto sulle loro memorie. Il Colosseo, il Foro romano
sono glorie del passato: ma noi dobbiamo costruire le glorie del presente e del
domani Noi siamo la generazione dei costruttori che col lavoro e con la
disciplina del braccio e intellettuale vogliono raggiungere il punto
estremo, la meta agognata della grandezza della Nazione di domani, la
quale sarà la Nazione di tutti i produttori e non dei parassiti
. Con Mussolini il Fascismo ha ringiovanito l'Italia. Spetta a
Lui l'aiutarci nel rinnovamento dell’ambiente artistico ove permangono
uomini e cose nefaste. La rivoluzione politica deve sostenere la
rivoluzione artistica, cioè il futurismo e tutte le
avanguardie. DOMANDIAMO: DIFESA DEI GIOVANI ARTISTI ITALIANI
NOVATORI in tutte le manifestazioni artistiche promosse dallo Stato, dai Comuni
e private. Esempi: Alla Biennale di Venezia furono invitati avanguardisti e
futuristi stranieri {Archipenko, Kokoschka, Campendonk), mentre non furono mai
invitati i futuristi italiani (creatori di tutti i futurismi). Bisogna
sradicare questa ignobile antitalianità sistematica! c) Al Teatro
della Scala {che ha la funzione di rivelare, glorificandoli, i nuovi musicisti
italiani) si danno ogni anno due opere di Wagner e nessuna (o quasi
nessuna) di giovani italiani. Si preferiscono cantanti stranieri
inferiori ai nostri, Bisogna sradicare questa ignobile antitalianità
sistematica! Il Teatro di Siracusa non può essere riservato alla
gloria dei classici greci! Domandiamo che, alternativamente alle
rappresentazioni delle opere classiche, si svolga un concorso per un dramma
moderno pittoresco adatto all'aria aperta di un giovane siciliano da
premiarsi e incoronarsi solennemente nel teatro stesso. (Proposte Marinetti,
Prampolini, Jannelli, Nicastro, Carrozza, Russolo, Mario Carli, Depero, Cangiullo,
Giuseppe Steiner, Volt, Somenzi, Azari, Matasco, Dottori, Pannaggi, Tato,
Caviglioni, Paladini Raciti, Mario Shrapnel, Raimondi, G. Etna,
Sportino-Bona, Cimino, Soggetti, Rognoni, Masnata, Mortari, Piero
Illari, Rizzo, Soldi, Leskovic, Buzzi, Casavola, Clerici, Caprile,
Scirocco), ISTITUTI DI CREDITO ARTISTICO ad esclusivo beneficio degli
artisti creatori italiani. Come si aprono delle Banche di credito a
favore delia industria e del commercio, similmente si dovranno creare appositi
Istituti che sovvenzionino manifestazioni artistiche o Istituti d'arte
industriale o anticipino denaro agli artisti per il loro lavoro
(manoscritti, quadri, statue, ecc.) i loto viaggi di isttuzione o di
propaganda. Tali Istituti di credito potranno avere carattere
privato (Società anonime per azioni) o governativo (enti e fondazioni).
Nel primo caso la nascita di tale Istituto è legata alla maggiore o
minore buona volontà e mumero degli aderenti. Nel secondo caso il
capitale necessario satebbe sicuramente e prontamente realizzabile solo che
lo Stato decretasse un'imposta od una ritenuta anche minima, ma
estesissima, sui redditi di guerra, sui patrimoni, ecc., o mediante una
sottoscrizione nazionale ad iniziativa statale. L'Istituto agirebbe
poi come una Banca per gli artisti, accetterebbe depositi di opere
d'arte, e in base alla valutazione reale darebbe sovvenzioni od aprirebbe
crediti. L’opera d’arte giacente costituirebbe un deposito
fruttifero per il depositante e per l’Istituto stesso che promuoverebbe
iniziative artistiche, vendite, ecc. Così l'artista e l'opera d’arte
sarebbero valorizzati. Questi Istituti potrebbero intraprendere
concessioni di mutui a favore d’'industrie artistiche e ottenere l’uso
di palazzi per adibirli ad abitazioni di artisti, d’istituzioni
artistiche od aprirvi periodiche mostre. (Proposta Prampolini, Marinetti,
Russolo, Cangiullo, Depero, Settimelli, Mario Carli, Buzzi,
Matasco). DIFESA DELL’ITALIANITÀ. Italianizzazione obbligatoria
immediata degli alberghi (tutte le diciture, insegne, liste delle vivande,
conti, ecc., in lingua italiana), dei negozi e della corrispondenza
commerciale. Mezzi automatici per propagare la lingua italiana senza
spese. (Proposta Marinetti, Russolo, Buzzi, Folgore, Mario Carli,
Settimelli, Depero, Cangiullo, Somenzi, Marasco, Rognoni. Italianizzazione
della nuova architettura contro l'uso sistematico di plagiare le
architetture straniere. Cominciare questa italianizzazione in tutti gli
edifici statali, specialmente nei paesi redenti. (Proposte Virgilio Marchi,
Depeto, Russolo, Buzzi, Somenzi, Azari, Marasco, Prampolini, Folgore,
Volt. Italianizzazione obbligatoria delle edizioni e dei caratteri tipografici.
Proposta Frassinelli, Rampa-Rossi. ABOLIZIONE DELLE ACCADEMIE, Istituti
di Atte e Scuole professionali. Gl’attuali sistemi d'insegnamento nan
corrispondono alle esigenze estetiche dell'evoluzione dell’arte attraverso
i tempi. L'arte non si insegna. Gli attuali diplomati non sono né
tecnici competenti né artisti. Abolizione delle Accademie di Belle
Arti e Professionali senz’altre sostituzioni. (Proposta Marasco).
PROPAGANDA ARTISTICA ITALIANA ALL'ESTERO mediante un Istituto Nazionale di
propaganda artistica all’estero che tuteli glì interessi artistici ed economici
degli artisti italiani. Questo Istituto dovrà essere diretto da
giovani artisti stimati all’estero e che propugnino con italianità il
genio novatore italiano Avrà commissioni permanenti riguarda ti le
varie arti e uffici di corrispondenza nei principali centri artistici
esteri. Agirà mediante conferenze, concerti, esposizioni e pubblicazioni
periodiche di propaganda. (Proposta Prampolini, Russolo, Buzzi, Volt,
Marasco). CONCORSI LIBERI D'ARTE. Utilizzare una parte del
denaro che lo Stato spende attualmente per l'arte in concorsi di poesia,
plastica, architettura, musica, riservati ai giovani non ancora venticinquenni,
da premiarsi mediante un referendum popolare. (Proposta Balla, Marinetti,
Marasco). AFFIDARE L'ORGANIZZAZIONE DELLE FE. STE NAZIONALI E
COMUNALI (cortei, gare sportive, ecc.) ai gruppi d’artisti d'avanguardia
italiani, i quali hanno ormai provato in modo incontestabile la loro
genialità innovatrice, fonte di quell’ottimismo che è indispensabile alla
salute della Patria. (Proposta Depero, Azari, Marinetti, Marasco).
AGEVOLAZIONI AGLI ARTISTI. Riconoscimento legale da parte del Governo
dei diritti d'autore per gli artisti delle arti plastiche, sul maggior
prezzo raggiunto dalle opere loro, attraverso le vendite successive, mediante
una istituzione simile alla Società degli Autori . Abolizione delle
tariffe doganali internazionali sia riguardo le importazioni che le
esportazioni delle opere d’arte moderna. (Proposta Prampolini, Depero,
Azari, Marasco, Marinetti, Volt). CONSIGLI TECNICI CONSULTIVI formati
da artisti ed eletti fra artisti con una rappresentanza proporzionale
delle tendenze d'avanguardia. Questi Consigli Tecnici consultivi avranno lo
scopo di tutelare gl’interessi degli artisti nei rapporti con le istituzioni
statali, comunali, private e gli artisti stessi. {Proposta Prampolini,
Marasco, Marinetti, Volt) RAPPRESENTANZA PROPORZIONALE. Le
avanguardie artistiche italiane dovranno essere invitate a partecipare con una
rappresentanza proporzionale a tutte le manifestazioni e cariche artistiche
statali, comunali e private. (Proposta Prampolini, Marasco, Marinetti,
Volt). CONSORZIO INTERNAZIONALE per la tute. la degli interessi
artistici ed economici degli artisti d'avanguardia. Questo Consorzio dovrebbe
proporsi l’accentramento delle migliori istituzioni artistiche di
avanguardia, per la solidarietà, la difesa e la propaganda artistica
ed economica. (Proposta Prampolini, Marasco, Marinetti,
Volt). Per la Direzione del Movimento Futurista e per tutti i Gruppi
Futuristi ltaliani MARINETTI NATALE SENZA LUCE
sequestrato). Chi fu legionario di Fiume non potrà mai dimenticare le
rosse giornate natalizie di quattro anni fa, con le quali si conchiudeva
tragicamente e desolatamente una breve ma non ingloriosa epopea. Il
ricordo ha poi un valore particolare per chi lo avvicini al pensiero
della situazione politica odierna, che ha qualche vaga analogia con
quella che segnò la fine di un generoso sforzo della nuova Italia.
Il sangue fraterno di quelle Cinque Giornate non è stato ben
vendicato. Pareva a molti di noi che la Marcia su Roma dovesse continuare
quella di Ronchi per dare alla nostra grande Patria una nuova fisionomia
di potenza e per vivificarla di un nuovo afflusso di giovinezza. Ma la spinta
rinnovatrice della generazione di Vittorio Veneto si è, ahimé, fiaccata nel
labirinto delle vecchie pance e vecchie barbe che tengono tuttora il
campo della vita nazionale. E sul tempo d’arresto che oggi fa
segnare il passo alle orgogliose avanguardie d'impero, la sagoma
immortale del cavalier Giolitti si profila
come quattro anni fa a rassicurare il mondo che l’Italia è ancora quella
mediocre, umile nazioncella di molte chiacchiere innacue ma di pochi
fatti pericolosi, e che agni tentativo di virilizzarsi e impennarsi in
alati eroismi, è destinato al più pietaso insuccesso. Sembra a ben
considerare i più recenti avvenimenti che il sogno di una politica più alta,
più rettilinea, più forte, sia una morbosa fantasia di cervelli malati;
e che una sola specie di politica sia possibile: quella che ha nome
Giolitti. Vale a dire: quella basata sull’intrigo, sul compromesso, sulla
pattuizione, sull’arte di farsi ricattare. La manovra parlamentare domina
ancora tutto il congegno di governo. E’ pacifico che non si governa coi
parlamenti, poiché essi sono l’antigoverno per eccellenza: ma è
altrettanto pacifico che questo popolo italiano rabbiosamente
ingovernabile non vuol rinunciare al suo bravo Parlamento, fonte di ogni
male, serbatoio di ogni decadenza. Contro questa massima cloaca
nazionale (parlo, s’intende, dell'Istituto, non degli uomini) il Fascismo è
andato a impantanarsi pazzescamente. Il Fascismo ha commesso questo gravissimo
errote iniziale: di non saltare a pié pari il Parlamento. Viceversa vi si
è sentito attratto, ha voluto saggiarne le delizie, ha voluto conquistare
questa quota a colpi di scheda mortificando la sua anima guerriera quando
avrebbe dovuto farla saltare a colpi di bomba. E certi errori sono troppo
gravi perché non si debbano scontare. Tuttavia, non si potrà
negare a noi irriducibili antiparlamentari, a noi rimasti fuori dell'aula per
volontà premeditata, e quindi immuni da interessi e da schiavitù
elettorali, it diritto di tener fede ai principi per quali s'iniziò la
battaglia, e soprattutto alla nostra accesa spiritualità di italiani #4ovi:
nuovi nella mente, nel temperamento, nell’educazione, nella passione. Anche se
tutto crollasse attorno a noi, e il nostro sogno trilustre, perseguita
con appassionata tensione di nervi e di cervello, dovesse ridursi in polvere di
macerie, noi non rinunzieremmo ad essere quelli che fummo e che siamo:
cittadini di una Patria più grande, più eroica, più possente, più
dominatrice. Mai non rinunceremo lo sappiano bene i nostri
nemici alla nostra sete d’impero, alla nostra fiamma di grandezza, che
odia la vita democratica, l’egualitarismo ipocrita, il pietismo
umanitario, l’eunuco calamento di brache. A noi conviene la formula maschia di
Silla, che per disciplinare la repubblica in dissoluzione e
prepararla all'impero, chiedeva tutti i poteri, il controllo sui
tribunali civili e militari, la giurisdizione eccezionale, la legisiazione di
gabinetto da sovrapporre a tutte le leggi anteriori, il diritto di battere
moneta, di convocare il popolo, di sospendere e punire i funzionari dello
Stato, e infine, di mettere fuori della legge i cattivi cittadini. A noi
piace infinitamente Ja salutare ferocia di questo Dittatore-modello, che,
mentre il Senato discute se conferirgli o no la potestà dittatoria, fa
giungere nell'aula il fiero ululato dei seimila prigionieri di Porta
Collina, sgozzati al suo segnale, e che incide sulla tabella i nomi dei
Senatori vetanti contro di lui, per ricordarsene a tempo e luogo.
Il Fascismo è venuto al potere più attraverso la spa da di Silla
che l’oratoria di Cicerone. Perché dimenticarsene? II Fascismo non ha nulla da
sperare da una sua politica di debolezza conciliatrice. I suoi nemici
lo vogliono polverizzato e disperso, e tale lo avranno se si
continuerà a ceder loro in ogni occasione. Dal 10 giugno in poi, si può
dire che l’Italia è stata governata dall'ombra dell’Aventino. Tutto questo è
contro natura, contro storia, contro giustizia. Non sono le ombre che
possano aver diritto al comando, bensì le energie luminose. Quando ci
scrolleremo di dosso tutte le ombre importune che ci soffocano come ali
di corvacci e di vampiri? Mario CARLI [da: Fascismo
intransigente, Bemporad, Firenze] Con la Mostra della Rivoluzione
si risolve finalmente, e in modo favorevole, il grave problema della
militarizzazione della fantasia creatrice mediante temi fissi da imporre agli
artisti. Molti fra i pittori, scultori e architetti, invitati a
realizzare questa Mostra grandiosa, furono indubbiamente turbati dal
prestigio di queste gloriose parole che dominano ormai nella nuova storia
d’Italia: interventismo, Vittorio Veneto, Mussolini, e Popolo d'Italia,
Diciannove, battaglia di via Mercanti e incendio dell’Avanti!, covo
di via Paolo da Cannobio, Casa Rossa, Lodi, Palazzo Accursio, Marcia su
Roma. Legati tradizionalmente ai noti motivi idilliaci cittadinì o rurali,
tramonti melanconici e ritratti statici, questi artisti sentirono subito la
necessità di capovolgere il loro spirito per disegnare nell'aria un tuffo
perfetto nel mare della novità. Da tempo il Futurismo
italiano, con il suo seguito di avanguardie estere più o meno originali,
gridava per insegnare l'invenzione a ogni costo. Quattro mesi fa il Duce, con
la sua bella parola imperiosa e veloce, ordinò che si evitasse il
passatismo della palandrana di Giolitti. Suggestionati poi dal dinamismo
aggressivo colorato e tragico della Rivoluzione, essi abbandonarono la
loro staticità e la classicità placida. Gli architetti incaricati di dare
una faccia nuova al vecchio e brutto Palazzo dell’Esposizione, sentirono
l’assurdità di qualsiasi decorativismo simbolico, floreale, mitologico o
grazioso. Le loro prime linee gettate sulla carta, rizzandosi
ascensionalmente, presero lo slancio aggressivo, guerriero e minaccioso di
altissime torri di acciaio o ciminiere naviganti. A me ricordano
simpaticamente i geniali fasci di ascensori dell'architettura di Antonio
Sant'Elia, il grande e compianto padre futurista dell’architettura
moderna. Logicamente andò determinandosi lo stile della Mostra per
virtù della Rivoluzione e del suo ritmo mobile aggressivo. Si ricorda l’intero
profilo d’uno squadrista. Un dettaglio basta. Di quell’autocarro
schiacciato dal peso dei fascisti come un tino stracarico di giganteschi
grappoli neri io ricordo soltanto il mosto rosso a terra e l’acutissimo odore
di benzina. Quindi sintesi, dinamismo e intersecazioni di piani. Visibilità
aggressività giocondità. Questa Mostra della Rivoluzione, che tutti gli
squadristi augurano non effimera ma duratura, stabilisce la gloria
del Fascismo con uno stile rivoluzionario italiano che ha avuto pet primi
maestri Sant'Elia e Boccioni. E’, secondo le parole di Rossoni dettemi
questa mattina, il trionfo dell’arte futurista. MARINETTI [du:
Fuiuriszo, Nel fervore della polemica pro e contro il Futurismo molti si
chiedono: come la pensa il Duce? A questo in terrogativo i nostri
avversari rispondono arbitrariamente come saremmo ugualmente arbitrari
noi volendo asserire l'opposto di ciò che loro affermano. Per la verità
il Duce non può essere dall’una o dall’altra parte (passatismo ©
futurismo) ma nella sua specifica qualità di Capo della Nazione non può
essere passatista e futurista nello stesso tempo. Che Egli prediliga come
certuni pretendono correnti intermedie lo esclude il suo temperamento
nemico di tutti gli oscillamenti e di ogni mezzo termine. Preferisce le
posizioni diritte anche le più azzardate e non è detto quindi che si
compiaccia trattenersi ad ammirare le varie denominazioni che si dànno
alla strada nel corso di così lungo e complicato cammino com'è quello
dell'arte. Egli tende alla meta: L’arte fine a se stessa.
Passatismo e Futurismo: due colossi che se non esistessero Mussolini li
avrebbe creati apposta non fosse altro, per }a gioia patriottica di
vedere scaturire dal cozzo di queste mentalità opposte, nuove faville di
luminosa genialità italiana. I piccoli mondi che rotolano ai margini di
questa battaglia sono frammenti o scorie staccatesi, nell’urto, dal
corpo dei titani: hanno una vita effimera e quelli che precipitando come
valanghe trascinano nella loro scia deboli detriti superficiali, se
sopravvivono, sono sempre alimentati dall'atmosfera incandescente generosa che
emana il corpo che li ha creati. Passatismo e Futurismo rimangono
inamovibili l'uno di fronte all'altro: impossibile conciliare il concetto
conservatore tradizionale del primo col principio rivoluzionario
rinnovatore del secondo. Chi sia il più forte non è facile stabilite:
dipende da determinate condizioni intellettuali e spirituali di tempo.
Oggi però in questo secolo fascista più che le biblioteche e i musei si
moltiplicano scuole avanguardiste, impressioniste, razionaliste, novecentisie,
moderniste in genere, tutte volenti o nolenti generate dal futurismo.
Volenti o nolenti: non ha valore il fatto che molti sconfessano la loto
origine. E' fatale; anzi vorremmo dire storico. Probabilmente tra
cinquant’anni il mondo fascistizzato considererà Mussolini un utopista e
ogni nazione vanterà il merito di avere instaurato per prima il nuovo regime
politico. Di queste infamie la storia è... maestra; solo dopo qualche secolo
si rende giustizia alla verità. Tornando al nostro argomento, è
fuori dubbio che Mussolini, valotizzatore delle gloriose conquiste del
passato, sprona i capaci a superarle sul traguardo del più fulgido domani.
Quindi il futurismo rappresenta infatti quell’eroica generosa pattuglia
d’assalto che trascina l’esercito degli artisti alla conquista del nuovo.
Questo fatto in sé eloquente e inconfondibile, unico nella storia
dell’arte, ha rapporti precisi in campo politico con la gloriosa epopea
mussoliniana. L'inesauribile ottimismo futurista si identifica così con
il concetto generoso originale ardito del fascismo vittorioso. Senza
citare fatti e particolari di cui sono ricchi i nostri ricordi personali,
in tema Mussolini e il futurismo basterà ricordare giacché l'occasione è
opportuna queste tre date significative: Boccioni vi avrà detto che
tutte le mie simpatie sono, anche nel dominio dell’arte, per i novatori e
i distruttori e per i futuristi... Mussolini: presente adunata futurista
che sintetizza vent'anni di grandi battaglie artistiche politiche spesso
consacrate col sangue. Congresso deve essere punto di partenza non punto
d'artivo Mussolini Dopo di avere concesso il suo alto patronato per le onoranze
nazionali al futurista Boccioni,
Mussolini offre il PRIMO generoso contributo materiale per il trionfo della
grande rassegna dell’arte futurista italiana. A questo punto, dopo
quanto abbiamo detto, ulteriori considerazioni sono superflue come
sarebbe superfluo ricordare ancora una volta l'influenza patriottica
esercitata dal futurismo sulla gioventù italiana prima durante e
dopo la guerra e il fattivo isolato contributo dei futuristi al
fascismo. SOMENZ2I (da: Sant'Elia] Allorché quindici anni or sono,
nel palazzo di Piazza San Sepolcro, Mussolini gettò le fondamenta di
quello edificio colossale che doveva essere il Fascismo, se nel
manipolo degli intervenuti individuò degli artisti, questi erano soltanto
ed esclusivamente artisti futuristi. Appena creati i Fasci di
combattimento, i primi gruppi che cotseto ad ingrossare le schiere che
cominciavano a formarsi furono i gruppi politici futuristi, prima, e
gli arditi di guerra e i legionari fiumani, poi, sempre per merito
esclusivo dei futuristi. Il nostro Movimento diede quindi al Fascismo un
apporto qualitativo e un apporto quantitativo: inoltre diede alla creazione
mussoliniana un conttibuto gigantesco di fede cieca, di entusiasmo eroico. Vogliamo
indagare il perché di questa spontanea simpatia, di questo irresistibile
trasporto del Futurismo verso il Fascismo; il perché della meravigliosa,
totalitaria corrispondenza fra una cemcezione eminentemente politica ed
una concezione eminentemente artistica? Prima di tutto, troviamo che il
Fascismo e il Futurismo hanno alla loro origine dei germi comuni: l’amore
disperato alla propria terra, la necessità di moto e di azione.
Dell’intervento nella grande guerra uno fece il punto di partenza per la
sognata rivalorizzazione della patria; l’altro, lo sbocco conclusivo di
quei fatti e di quelle idee che possono riassumersi nei tre principii
futuristi: Tutti 1 diritti, meno quello di esser vigliacchi . La
parola Italia deve prevalere sulla parola libertà . La puerta, sola
igiene del mondo , Dalle piazze affollate d'Italia si passò alle
trincee insanguinate d'Italia: interventisti intervenuti: identico entusiasmo:
identici sacrifici: identica volontà di far germogliare il bene della Patria dal
martirio e dalla morte dei suoi figli. E questa è già molto per
dimostrare la straordinaria affinità sentimentale, di origine e di scopi
esistente tra Fascismo e Futurismo. Ma v'è di più. Infatti,
passando dal campo delle concezioni teoretiche a quello delle espressioni
pratiche, noi vediamo il Fascismo disdegnoso di adagiarsi nei
ricordi del passato, ansioso di sciogliersi dai vincoli del
presente, protesa con gli spuardi e con tutte le energie alla conquista
del domani. Avanti, avanti sempre, incita il Duce; raggiunta una mèta,
mille altre se ne profilano: occorre raggiungere anche queste: ogni sosta
è un tradimento: ogni indugio è un delitto. Non sona questi i
principii stessi cui s’informa il Futurismo? E il Futurismo è
tutto azione e vita: nelle sue schiere accoglie la più bella e sana gioventù
d'Italia: gioventù d'anni, ma anche di spiriti. I suoi artisti creano con la
stessa generosità, con lo stesso dispregio di ogni premio e di ogni
riconoscimento, con i quali ! nostri soldati scattavano all’assalto: loro
unico orgoglio, lora unica aspirazione è di poter contribuire a che il
nome d’Italia sempre più alto e sonoro e sempre niù in estensione squilli
nel mondo. E non è Fascismo, questa? Ma non è soltanto
ciò quello che ci spiega come, fatto mai verificatosi nella storia
dell'umanità, una concezione esclusivamente morale ed artistica abbia
potuto così bene assorbire ed assorbirsi in una concezione
esclusivamente politica e sociale Il fatto straordinario che
oggi non può non riempirci di legittima se pur meravigliata
soddisfazione, è questo: un colosso della politica che pensa, agisce,
crea, con la ispirazione e la chiaroveggenza luminosa di un poeta:
un poeta che vive la sua arte come una battaglia politica per la
gloria della Patria sua. Né le due espressioni, fino ad oggi antitetiche,
politica e arte, s'urtano o si contrastano: anzi si può ben dire che esse
hanno così informato di sé medesime le due personalità che concepirle in
diversi atteggiamenti spirituali ci sarebbe impossibile. Come spiegare questo
fatto così nuovo e così fuori del comune, se non riferendoci ad una forza
incoercibile, misteriosa, ma che tuttavia sussiste, a quella forza cioè che
crea in alcuni privilegiati quegli speciali stati d'animo per cui il
Genio, attraverso l'adamantina luminosità di un pensiero superiore, giganteggia
e s’infutura? È indubbiamente questa forza contro la quale noi nulla
possiamo che fa di Mussolini un futurista della stessa tempra di
Marinetti e di Marinetti un fascista, degno seguace di Mussolini. È sempre
questa forza che avvicinando i due crea- tori, avvicina conseguentemente
le loro due creature: è perciò che come non potrebbe comprendersi un
futurismo non fascista così non si potrebbe concepire un fascismo
conservatore e passatista. È perciò ancora che i futuristi e i fascisti,
se veri ambedue, s’intende, non possono distinguersi: l’italiano
nuovo è un miscuglio nel valore che la chimica dì a questa parola di
fascismo e di futurismo: essi costituiscono i due elementi inscindibili e
insostituibili di un tutto organico. Chi ha detto ai nostri
giovani di chiamarsi /uturfascisti? Nessuno: eppure essi, generalmente, così
amano definirsi. Inconscio, spontaneo riconoscimento di una grande verità che
non può discutersi e non si distrugge. Come altrettanto vero è che
i fascisti autentici sono ottimi futuristi. e non potrebbe essere
diversamente data l'essenza dinamica, generosa, novatrice, ottimista
nella quale il Duce vuole plasmati i nuovi italiani. Ma come
avviene, allora, che anche tra i fascisti sono molti i contrati al
Futurismo? Perché molti sono i rimrorchiati che pur vestendo
in camicia nera e ostentando il distintivo, parlando (e purtroppo
parlando solo) fascisticamente e mettendosi sempre in prima fila nei cortei,
han tuttavia conservato l’anima italiana di anteguerra, pavida, gretta,
piccina. Molti altri poi, pur sentendo nel loro intimo tutto
ciò che di bello e di buono ha il Futurismo, per un senso invincibile di
borghesisma, per timore di essere ridicolizzati e per desiderio di essere
tenuti e rispettati quali persone serie, dicono e non dicono, ammettono e
smentiscono, concedono e negano, opportunisti rammolliti, borghesi,
vigliacchi. Ma ciò che prima o poi capiterà a costoro, che
noi sentiamo di odiare profondamente, molta ma molto di più dei
nemici nostri aperti e leali, che almeno rispettiamo, lo ha detto chiaramente
il Duce nel suo recente magnifico discorso all'Assemblea quinquennale.
Per essi non si tratta né di Fascismo né di Futurismo: si tratta di
vigliaccheria, e basta. Non han diritto neppure a chiamarsi
italiani. Né escludiamo da questa ignominiosa schiera quei giovani
d'anni che han conservato intatta l’anima dei bisavoli: che gridano doversi
l’arte rinnovare e si impuntano come muli riottosi dinanzi al futurismo:
che accettano e sì prosternano ad ogni novità che ci proviene
d'oltre confine, anche se figlia di genitori futuristi italiani, e
fanno i disdegnosi, gl’incontentabili, i superuomini verso il nostro
movimento che gli stranieri stessi ammirano come un’altra delle tante glorie
italiane. Anche questi così detti giovani non possono e non
potranno mai essere fascisti sul serio, giacché essi non hanno del
Fascismo né compreso né assimilato quelle caratteristiche di spiccato futurismo
che sono il rinnovamento, la velocità, il dinamismo, il continuo superarsi, la
mat cia ininterrotta verso la perenne conquista. E lo stesso
diciamo di quei critici che si fermano a vivisezionare un'opera d’arte,
isolandola dal vasto ambiente donde essa ttae la sua ragione di vita; che
fanno l'anatomia di un nostro artista senza riflettere che esso è
soltanto un membro di un corpo gigantesco. Essi dimostrano di aver perduto o di
non aver mai posseduto quella somma virtù latina, fascista e futurista
insieme, che è la virtù della sintesi soffocata in loro dalla fredda
pesantezza anglo-sassone dell’analisi. Ma costoro sono i comprimatii, le
comparse della nostra vita e abbiamo di già concesso loro troppo onore di
discussione. Su tutto e su tutti restano le idee: nel campo
politico-sociale, l'idea fascista; nel campo artistico-spirituale. l’idea
futurista. Ambedue han detto al loro mondo una parola non ancorta
udita; ambedue hanno tracciato, ognuna nei propri confini, la via nuova
da seguire per giungere alla salvezza: tanto l’una che l’altra si sono
dimostrate possenti dinamo, generatrici di forza, di fiducia in noi stessi, dì
ottimismo. di passione, di entusiasmo. L'una, nel campo politico,
ha raccolto infiniti proseliti ovunque, e ciò in relazione ai numerosi
problemi d’indole contingente di cui ha trovato o propone le soluzioni;
l'altra, nel campo più ristretto dell'arte, ha egualmente suscitato energie,
ridestato gli addormentati, incitato i pigri, rincuorato i pavidi,
persuaso i dubbiosi. Se qui dovesse attestarsi l’opera vitale sia
dell'una che dell'altra idea, già tutti i diritti esse avrebbero
acquistati per l'imperitura riconoscenza della civiltà. Ma ambedue
continuano nella loro marcia ascensionale: e i critici che affermano essere il
Futurismo superato ci fan lo stesso effetto di quei pochi e sparuti anti.
fascisti che affermano aver il Fascismo esaurito il suo
compito. Idee come queste nostre non possono né sostare, né
esaurirsi, né esser superate: la loro essenza stessa di continua marcia, di
continua ascesa, di continua conquista non lo permette. Un
uomo, a idea, una opera potranno esser superati: ma non l'Uomo, non l’idea, non
l’opera. Ed ora che conclusione trarremo dalla dimostrata identica
struttura spirituale del Fascismo e del Futurismo, dalla dimostrata perfetta
corresponsione fra loro di scopi e d’intenti? La conclusione
è la solita: ripetiamo ancora una volta e confermiamo che il solo artista
capace di riprodurre in tutta la sua ampiezza, in tutta la sua luce e in
tutta la sua gloria la vita nuova dell’Italia di Mussolini è
l'artista futurista e che il Futurismo è la sola espressione d'arte
degna e capace di tramandare ai posteti la vitalità, la potenza, la dinamicità
dell’éra fascista. Questo diritto che noi accampiamo ci proviene da
quell'identità di spirito, di tendenze, di sensibilità che fa del
Fascismo e del Futurismo un unico, perfetto blocco e che nessuna scuola,
nessuna tendenza, nessun'altra forma di arte può vantare E
noi teniama al riconoscimento di questo nostro diritto: non perché ci spingano
meschini interessi o poco nobili ambizioni ma perché, forti di un
infinito amore per la patria nostra e di una dedizione cosciente e
completa di tutta la nostra spiritualità alla sovrumana potenza di
un'idea, al fascino gigantesco di un Genio universale, vo. gliamo che non
abbia soste il cammino trionfale che l’Italia rinnovata sta compiendo verso le
sue più alte mète, sotto il comando romano di Benito
Mussolini. FuTURISMO [da Sant'Elia] La polemica accesasi negli
Anni Trenta tra futuristi rivoluzionari e futuristi sostanziali o di
destra, è già espressione di quel secondo futurismo, che abbia mo
visto e detto essere momento collaterale del fascismo-regime. O tentativo
piuttosto di conservare la avanguardia nell'ambito di un sistema che come
tale era più propenso ad un suo ordine intrinseco e imprescindibile da
mantenere 0 da continuare. In questo senso il futurismo di destra, come
lo definisce il sansepolcrista Bruno Corra nel marzo del ‘32 su
Futurismo, vorrebbe un po’ essere quello degli arri. vati , di chi si
asside sulle comode poltrone della fine della carriera, pur cercando di
mantenere uno Spirito 4 precedente , giovanile e innovatore, che
non può essere venuto meno in chi ha giù combattuto e si è esposto
per una causa di rinnovamento. Gli fa eco Corrado Gawvoni riprendendo il
discorso e puntualizzando il concetto stesso di futurismo, senza che gli
si debba o gli si voglia nulla rubare, come è staio fatto da tutte le
parti, e a riconoscergli invece la sua portata e i suoi risultati.
Solo una settimana dopo ribatte Paolo Buzzi sul numero del 26 marzo
sempre di Futurismo con un violento attacco ai futuristi di destra e il
sostegno 4 un ritorno alle estrema sinistra , come già dice nel
titolo. L'’avanguardia, in quanto avanguardia e se vuol rimanere
avanguardia, non può che esercitare una funzione di vottura per il
rinnovamento ed il rivolgimeuto del vecchio e del passato. Come tale
l'aver guardia non può che essere e rimanere di estrema sinistra ,
sC il futurisito si ritiene ancora uvangaar dia 0 vuole mantenersi e
vivere. Resta però forse una voce isolata quella del Buzzi, rincalzato
ancora il 2 aprile, sul numero della settimana dopo, da Remo Chiti
che postula un futurismo sostanziale in cui tutto si annulla, destra e
sinistra, nel momento stesso in cuni tt futurismo diviene ercativo e vu
libera dvi conformismi e delle convenzioni. Ancora all'Avanguardia
dedicava un quinto ed ultimo articolo Luciano Folgore, sempre su
Futurismo dello stesso anno. Il futurismo di destra e quello di
sinistra st superano oramai nell'avanguardia che ancora continua e sì
muove nell'avanzata dell'entusiasnio. E l'ottintismo continua in effetti fino
al’ultimo, anche con la fine del fascismo, anche con la morte di
Marinetti, anche con la sconfitta nella guerra sola igiene del mondo ,
continua ancora nelle ulti me gencrazioni e nel messaggio dell'ultimo
manifesto, quello del futurismo-oggi , che vive e crea nel presente. NOI
FUTURISTI DI DESTRA Quando si riunirà in Roma il primo grande
congresso dei futuristi di tutto il mondo, io andrò a sedermi vicino a Buzzi, a Notari, a Folgore, a Govoni
ad un banco dell’estrema destra. Ma esiste dunque, può esistete un
Futurismo di destra? I due termini non fanno a pugni? Un movimento
rivoluzionario può contenere in sé tendenze conservative? E, infine,
l’espressione futurista di destra non val quanto futurista annacquato e
prudente non s'identifica con l’ambigua parola novecentista ? Mi
pare che qui si tratti, prima di tutto, di una questione di moralità. Dare al
Futurismo quel che al Futuri smo appartiene: e non truccare il proprio
ingegno con una etichetta di convenienza. Chi si dichiara avanguardista
ma non futurista, sputa nel piatto dove ha mangiato. Poi, io
stabilirei questo principio: che il privilegio di poter restare nella
sfera magnetica del Futurismo pure affermando, nella propria opera matura un
remperamento realizzatore di destra debba accordarsi soltanto a coloro
che han dimostrato di saper essere integralmente futuristi. E reclamerei il
diritto di sedermi a destra, per mio conto, in nome della mia effettiva
collaborazione al Futurismo più rivoluzionario: Teatro Sintetico; Cinema
futurista; e due opete di audacissima narrazione fututista (La donna
ce duta dal cieln Sam Dunn è morto). In realtà, fermo
restando che l’essenza del Futurismo è e non può non essere
rivoluzionaria, bisogna dire che nel nostro movimento i termini sinistra
e destra non si oppongono, perdono ciaè il loro significato
convenzionale. La mentalità futurista supera il contrasto fra il
sovvertimento e la conservazione, in quanto si libera di continuo in uno
slancio creativa. Perciò un eventuale Congresso futurista dovrebbe assumere una
configurazione non orizzontale ma verticale: fututisti di cima e futuristi di
base, aviazione e fanteria. E soltanto per ragioni di comodo, io qui
mi son servito della parola destra. Ma diciamo pure i fanti, i
pontieri, i costruttori di strade del Futurismo, e avremo indicato il carattere
e spiegato la necessità di questo settore nel nostro movimento:
l'aderenza al terreno pratico. Come l'architettura, come la decorazione,
l’arte narrativa adempie a una funzione in gran parte pratica: da ciò
l'obbligo per essa di equilibrarsi tra il dovere del rinnovamento artistico e
l’imperativo degli scopi vitali ai quali la sua natura la destina. Un
romanzo illeggibile equivale a una casa senza finestre per vederci o a
una stazione dove i treni non possono circolare. Ora il Futurismo vanta la
proptia aderenza al tempo attuale anche nel senso della praticità. Le case
futuriste vogliono essere le più comode: la struttura delle città
futuriste mira ad assicurare i massimi vantaggi alle moltitudini che devono
abitarle. Allo stesso modo il narratore futurista ambisce di garbare alle folle
dei giovani, traendone e in esse trasfondendo gli ideali tipici del
nostro tempo, per via di una tecnica intonata alla sensibilità
moderna, tutta nitidezza brevità sintetismo. Va da sé che il buon
narratore futurista dovrà ogni tanto lasciare la sua bisogna terrestre,
per collaudare ed eccitare nell’ebbrezza di un volo lirico la propria
tempra di novatore. Questa nota veloce non intende di risolvere l'importante problema
al quale si riferisce: ma soltanto di proporre lo studio ai camerati
futuristi. Bruno CorRrA Sansepolcrista [da: Futurismo
-- Con il suo articolo Noi futuristi di destra uscito nell'ultimo numero
di Futurismo, Bruno Corra ha opportunamente aperto una tempestiva discussione
intorno al movimento futurista che, secondo me, va allargata e
approfondita da una serie di perentorie domande argomenti che, investendone in
pieno la vita e la vitalità, richiedono altrettante risposte urgenti e
risolutive, Quali sono le origini e le funzioni del movimento
futurista in Italia. Quanti e quali sono i movimenti artistici e
letterari succedntisi in questi ultimi venti anni in Europa, che
accusano sinceramente una netta derivazione dal Futurismo.
Individuazione dei movimenti artistici e letterari che
rappresentano una deviazione e una contraffazione del Futurismo e dei
movimenti che, o fingendo d’ignorarlo, o ammettendolo furbescamente solo
attraverso la propria attenuazione, continuano a pompargli generoso
sangue e a servirsene di veicolo sull’allegro esempio della comoda
simbiosi di Bernardo l’Eremita. Quali sono Je vere umane ragioni
per cui elementi di primissimo ordine si dispersero e si distaccarono
dal movimento futurista dopo averne fatto parte, o. dopo averne
attraversata l’esperienza (cito alcuni nomi: Palazzeschi e Carrà; Soffici
e Papini). In che cosa consista e came vada intesa il
cosidetto contenuto polemico che, seconda certa critica nostrana,
costituirebbe il peso morto e il punto d'arresto del Fututismo.
Quale fondamento abbia l'accusa spesso rivolta al Fututismo di essere un
movimento difettoso e caduco perché nato senza una dottrina estetica che lo
giustifichi. Espansione influenza e fortune del Futurismo in tutto il mondo e
suo riconoscimento in Italia. Sono tutte domande che hanno bisogno
per una conveniente risposta, di lunghe e minuziose trattazioni. Ed
è più che naturale e logica la irresistibile tendenza dei nostri
connazionali a sbarazzarsene con una sola parola. Questa parola la
conosciamo troppo bene: Marinetti! Ma conosciamo troppo bene anche
il grossolano trucco, Si accarezza Marinetti (fino ad un certo
punto, e il più nascostamente che sia possibile: è bene non compromettersi
troppo!), per negare poi il Futurismo e massacrare i futuristi. Da troppo
tempo si pratica ormai l'iniquo inganno per non sperare che abbia
finalmente a fruttare un risultato vittorioso e definitivo! È il trucco
indegno tentato dagli antifascisti contro il fascismo quando si cercava
di mettere in mora il fascismo proclamando il Mussolinisma, nell’assurda
canagliesca mira di dividerli, per batterli poi con più comada
separatamente. Mussolini anche a quei tempi era trappo Duce
per non avvertire la subdola insidia e sventarla. Marinetti!
Chi più di noi l’ha più fedelmente amato ed ammirato? Per
conoscere quali prodigiosi tesori di amore e di energia egli possieda,
bisogna vederlo all'estero. Bisogna sentire allora con che fuoco egli è
capace di affrontare i pubblici più paurosi per numero e distinzione, più
ostili ad ogni cosa che abbia la nostra impronta di quanto non st
creda, e per mentalità, per gelosia e furore d'inferiorità; bisogna
sentirlo dominare a poco a poco col suo impeto irresistibile gli spiriti
o avversi o diffidenti, e, mentre fa giganteggiare nelle assemblee
stipate l’ombra magnanima del Duce, vederlo a trascinarle all’'entusiasmo e
costringerle a riconoscere la poesia italiana come una cosa caduta dal
cielo: bisogna, dico, vedere quest'Uomo straordinario all’estero, per capire
che instancabile affascinante ambasciatore d'italianità nel mondo noi
abbiamo in lui. Se l’attività di Marinetti presenta una debolezza,
questo avviene proprio in casa nostra. E' una debolezza che è forse il
suo più alto titolo di gloria. E ritorneremo sull'argomento. Ma
approfitrarsene come troppi fanno, è un mostruoso delitto. Che cosa
volete allora?, ci domanderà qualche imprudente con un sorriso allusivo.
No, no, non invidiamo il puzzo di benzina, state tranquilli: a questo
volevate alludere. Ma troppe volte ricevia 136 mo in faccia
la cenciata dell'insolente puzzo di benzina per non sentirci offesi e
disgustati nella nostra rassegnata povertà. La ragione del
nostro malcontento è che da troppo tempo noi andiamo seminando e
falciando per quelli che ci seguono e allegramente raccolgono senza
nemmeno rivolgerci un pensiero di ringraziamento. Amici cari, se ci
fermassimo un po’, se ci voltassimo un pochino indietro anche noi? Se pensassimo
anche noi di raccogliere un pugno di quelle spighe, da portarcele a
casa se non altro per ricordo e testimonianza della lunga fatica
compiuta? Ma se lasciamo ancora correre un poco, ho paura che
ci negheranno anche questo piccolo premio di consolazione; e se ci destineranno
un posto {bontà loro!), questo non sarà che per il museo, tra le mummie
di coloro che st prodigarono e sactificarono per una fede e un
ideale e che Alfredo Panzini già propose di raggruppate in una sola
classifica con la denominazione di collezione di fessi. GovonI [da:
Futwrismo, ESTREMA SINISTRA E non
vorrei altro aggiungere. Le distinzioni, i punti fermi, Îe categorie
anagrafiche non contano. Si sa che, per taluni, l'età del destino
futurista è passata da un pezzo. Pure, quando la febbre della creazione
non è discesa e, soprattutto, quando il traguardo tremendamente
astrale della proptia Opera non è raggiunto, ci si sente, ogni mattina,
l'età magari di Vittoria, di Ala e di Luce Marinetti...! Questo, e non
altro, è il vero futurismo. Perché dovrei sedermi a destra, proprio io?
Mi sembrerebbe di tradire la causa di Aeroplani , di Ellisse € la Spirale
, di Cavalcata delle vertigini , di Popolo canta così! di Dannazioni e di
tutto il mio Teatro inedito, ma ultra violetto, che ha forse, a suo
tempo, spaventato anche i genii scenici sovversivi di Petrolini e di
Bragaglia. Soprattutto, mi sembrerebbe di tradite le mie
Opere fantasticamente audaci di domani: Beatitudini (affrettati mio caro Campitelli: perché
l'aeroplano-razzo deve partire per le stelle!). Canto quotidiano , dove
vedrete il Poema attimistico del 1932 (la Prora , lo sta stampando); e
Nostra Signora degli Abissi : dove, fina] mente, la Motte sarà vinta e le
onde cosmiche impasteranno da pari loro la nuova genesi delle radiazioni
interplanetari. Questo è futurismo: e di ultra estrema
sinistra. Le mie anatomie sintetiche di anime e di sensi, le
mie aeropitture di tipi e di paesaggi, i miei cosmapolitismi spaziali e i
miei intimismi vorticosi stanno per una intransigenza etico estetica che
costituisce, ormai, la gioia (ed, un pochino, anche la gloria) della mia
lunga carriera di uomo che ha sempre fatto dell'Arte come il sacerdote
celebra messa. Aviatore sempre, adunque: fante e stradino, non mai.
Lo so che i miei romanzi (appunto perché sempre ed esclusivamente poemi)
non hanno trovato che editori santi, martiri ed eroi. Ma anche questo è un
segno nobile delle cose e degli uomini e degli eventi. In quanto alle mie
opere di Poesia pura, ho avuto la soddisfazione recente di trovarmele
analizzate e comprese e discusse ed evidentemente quindi amate da una Rivista
di giovanissime menti e di ardentissimi cuori: dico, la Penna dei Ragazzi
diretta da Vittorio Mussolini, edita in Roma. I giovani, quelli
veramente degni di questo nome primaverile, sanno che, al di fuori e al di
sopra d’ogni inevitabile chiasso letterario, la parola futurismo risponde
alla solo unica vera idea forza che oggi esista nella sfera ideale del
Mondo: e che è in grazia di essa, unicamente di essa, se oggi la Poesia della
miracolosa Italia fascista vive e vivrà. Naturalmente io dico
ai giovani, anche e specie se coronati dal casco d'alluminio in pieno
cielo: lavorate non accontentatevi di
quattro parole intonate all’onomatopea del motore: la Poesia italiana ha ben
altri diritti ed impone ben altri doveri! guardate dalle finestre di
Palazzo Venezia, la Via dell'Impero! e cantate i nuovi Carmi degli
Augusti e dei Consolari , se ne siete capaci! Il Duce vi
premierà. BUZZI [da: Futurismo,
FUTURISMO SOSTANZIALE Non c’è che un futurismo: quello di estrema
sinistra , ha affermato Paolo Buzzi. Ma questa generosa intransigenza che
parrebbe volere ammettere un unico modo di manifestarsi contro la
premessa di Bruno Corra circa il riconoscimento o meno d'un futurismo di destra
aderente al terreno pratico rimane una questione poetica e individuale di
fronte agli argomenti che le terranno dappresso: Il futurismo non è
formalista; non si crea né si lascia creare barriere dalle definizioni;
pago della propria influenza, lontano da ripulse d’ortodossia vendicativa,
riconosce per suo anche quello che è tale sull’altro name. Del resto
Corra aveva scritto: fermo restando che l’essenza del futurismo è e non
può non essere rivoluzionaria, bisogna dire che nel nostro Movimento i termini
sinistra e destra non sì oppongono, perdono cioè il loro significato
convenzionale. La mentalità futurista supera il contrasto fra il
sovvertimento e la conservazione, in quanto si libera di continuo in uno
slancio creativo . Le centinaia di migliaia di aderenti al Movimento non
si compongono di un solo tipo di futurista. La convinzione può essere
unica; ma l'ispirazione e i temperamenti saranno naturalmente diversi. Così uno
stesso tema, di sentimento futurista, verrà espresso in stili diversi.
Si dovrebbe scartare i meno intensi? Fino a quel punto? E come negarne la
sostanza futurista? 3) La varietà di tipi, che documenta
l’importanza sociale del fenomeno futurista, è assoluta; e va dai
poeti ai militari, dai pittori agli industriali, ecc. Bisogna
presupporne quindi una gradazione di realiz. zatori; gradazione
intimamente connessa alle diverse si. tuazioni ambientali o tecniche in
cui i tipi si trovano. Non si tratta qui di temperamento o di mentalità
più o meno ardenti. Si tratta di concezione e di azione che devono
spesso basarsi sul comune campo pratico dove s'incontrano il numero o la
psicologia, cioè i mezzi materiali negli scambi del pensiero e del lavoro
(p. e, i giornalisti, gl'ingegneri). Io penso che Marinetti,
quando parla nei convegni e alle inaugurazioni, faccia con istintiva
attenuazione della sua anima inquieta del futurismo di destra. Perché
allora è sul terreno pratico. E buon testimone potrebbe esserci Mino
Somenzi stesso, uomo ardito, pittore d'incendi, cervello intransigente,
che pure fu l'organizzatore, modesto e alacre del I. Congresso futurista a
Milano, 1924, riuscendo con l'intelligente accoglienza a dare alla
manifestazione una luce di concordia, rara nelle ancor più rare grandi
adunate di artisti e di caratteri spiccatissimi; Somenzi stesso che fondò
questo giornale indispensabile alle rivendicazioni di conquiste artistiche e
ideali misconosciute ed alla continuazione della tenace opera di
ringiovanimento, ed accolse dopo, con larghezza d'intenti, l'ingegno
d'ogni età e d'ogni fama purché attratto da poli positivi. Dunque,
se si dovesse affermare l'essenza d’un solo futurismo bisognerebbe dire:
futurismo sostanziale , che è poi quello del 1909, di oggi e
dell'avvenire: umano, illimitato, ascendente. Le idee vitali sono al
disopra degli stessi uomini che le divinano e le dettano. Esse formano il
tempo , mi. racolosamente, quasi contro tutte le volontà. Govoni, a
seguito della discussione aperta da Corra, proponeva di riesaminare la
posizione del tuturismo fra le correnti nostrane ed estere. Dei sette
quesiti presentati, una richiamava l’attenzione su l'accusa mossa dal
culturalismo circa una pretesa assenza di dottrina giustificante
l'estetica futurista. Anche il Fascismo fu accusato di assenza di
dottrina: e non dai soli avversari. Quale dottrina, quando la critica ufficiale
vede attraverso la cultura, divenuta una seconda natura? Remo
CHITI (da: Faturismo, n. 30, anno II, 2 aprile 1933] Mi ricordo che
Umberto Boccioni propendeva per un movimento chiuso e voleva che i
giovani artisti, i quali si dichiatavano futuristi e aspitavano ad
entrare nel nostro gruppo, subissero un lungo periodo di
quarantena. Secondo Boccioni non bastava proclamarsi novatore
per esserlo, in realtà; non era sufficiente una adesione più o meno
entusiastica per avere ingresso libero in un movimento che si proponeva di
attuare nell'arte e nella vita un nuovo ordine di cose. Dal suo
punto di vista, puramente artistico, il creatore del dinamismo plastico non
aveva torto. Il dono della originalità non è largito che a pochi. Per
superare il già fatto, mettersi in armonia coi propri tempi e prevedere i
lineamenti estetici del futuro occorre un’intelligenza ardita, geniale e di
largo respiro. Ma contro l’esclusivismo boccioniano insorgeva la vibrante
liberalità di Marinetti, che più futurista di ogni altro intuiva la
necessità di creare un clima, di generalizzare una tendenza, di suscitare una
vasta atmosfera spirituale in cui si dovessero respirare continuamente il senso
e il desiderio della novità. Ecco la ragione profonda del suo
proselitismo, della sua accettazione, quasi incondizionata nel movimento,
di tutti quei giovani e giovanissimi che avessero fede nel
futurismo. Tale generosità non fu e non sarà mai faciloneria.
Nel fervore del diciottenne c'è sempre qualcosa di vivo e di sacro
che è impossibile trascurare. Ognuno di noi sa per esperienza che è la
primavera, anche con le sue intemperanze, la stagione che prepara i germi
e i frutti di domani. E non bisogna aver paura che gli entusiasmi
sbolliscano presto. Basta che la fiaccola timanga accesa e che trascorra
di mano in mano agitata e sollevata continuamente da qualcuno che ha fiducia
nell’eterna giovinezza della nostra arte e della nostra vita.
Futurismo di destra? Futurismo di sinistra? Non credo che sia il caso di
parlarne. In quanto alle benemerenze e al sacrifici, talvolta eroici, dei
primi banditori del fututismo essi appartengono ormai alla storia.
L'amico Govoni vorrebbe che i futuristi della vigilia fossero
promossi al grado di santoni e avessero quel tributo di applausi e di
ricompense che essi giustamente meritano. Ma ciò equivarrebbe a una
giubilazione e noi rischieremmo di diventare dei sopravvissuti. Il
piedistallo e l’altare non sono il nostro posto di combattimento.
In prima linea sempre e all'avanguardia ad ogni costo! Anche a costo di
essere eternamente in contrasto con il gusto del pubblico che è per sua
natura ritardatario e accetta soltanto il futurismo di seconda mano,
addomesticato dagli abili profittatori del nostro movimento. Questo
disprezzo del rendiconto e del caso personale, questa ferma volontà di
essere più giovani dei giovani è un segno di vitalità e quindi di
ottimismo. Di quell’ottimismo che molti pseudo-avanguardisti aborrono perché
sono nati con la barba nel cervello, non hanno avuto mai vent'anni e non
arrivano a comprendere che soltanto nell'entusiasmo assoluto e nella fede
cosciente ma senza mezzi termini c'è il lievito di ogni grandezza futura e
d’ogni poesia nuova. Chi ha il torcicollo nostalgico non può guardare
dititto innanzi a sé e andare oltre speditamente. Chi nega
l'ottimismo nega lo slancio vitale che si perpetua nel tempo e nello spazio
perché ricco di speranze istintive e fornito da madre natura del vero e
genvino senso dell'immortalità. Avanti dunque coi giovani e
giovanissimi. Il clima futurista dev’essere sopratttuto un clima primaverile
e acerbo. Luciano FOLGORE [da: Futurismo, Abbiamo
raccolto quattro testimonianze futuriste, è sul futurismo. Una è di
Alberto Sartoris, architetto, una di Tullio Crali, pittore, una di Curto
Belloli, eritico d'arte, e una di Enzo Benedetto, pittore e giornalista. Tre
furono e sono futuristi: il quarto (Carlo Bel. loli) è un esperto,
studioso ed interprete del futurismo. Ci sono sembrati interventi
significativi e ittdispensabili alla puntualizzazione dell'argomento, visto che
si tratta di personaggi viventi, che hanno partecipato al futurismo
e che ancora oggi lo sostengono e cercano di dargli alito o di vivere
futuristicamente a tutt'oggi in un mondo, forse, ricaduto nel passatismo
. Crali con l'aeropittura e la sassintesi ha continuato l'avanguardia,
cui aveva aderito col futurismo che sempre l'aveva sostenuta, al di qua e
al di là del fascismo. Benedetto con un manifesto {Futurismo oggi) e
poi con un foglio periodico operativo , capace di pro porci
il futurismo di ieri e anche quello di oggi. Sar toris con un'ottività
artistica professionale volta 4 contimuare, anche se in oltre direzioni n con
altri strumenti di vicerca, la prima avanguardia cui aveva aderito
entusiasta. Belloli puntualizza e sancisce criticamente con la profondità
dell’evperto certi. rapporti e certe colleganze , troppo spesso volutamente
dimenticate 0 accantonate. La critica deve essere seria e
intellettual. mente, n ideologicamente , corretta. E° quello che
abbiamo cercato di fare. Anche con la pubblicazione di questo
testimonianze Carlo Belloli, critico, poeza visuale di sperimen
tazione futurista, e docente nelle università svizzere di estetica
{Basilca) e storia della critica d'arte (Strasburgo). Vive a Milano e Basilea.
È collaboratore de La Martinella di Milano, già del Roma di Napoli, e
della rivista Les Arts di Parigi Organizza come consulente le mostre di
numerose gallerie d'arte di Milano. Benedetto, pittore e scrittore,
futurista da sempre. È nato a Reggio Calabria nel 1905, vive a
Roma, dove ha lo studio e pubblica Futurismo aggi, che esce dal ‘69,
bimestralmente, con saggi e ri produzioni di opere futuriste. Fu anche
autore del l'omonimo manifesto nel dopoguerra. ‘Tullio Crali,
pittore futurista e aeropittore. E' nato nel 1910 a Igalo, in Dalmazia.
Vive a Milano dove ha lo studio e il più importante archivio del
futurismo attualmente esistente. Futurista dal '29 e creatore della
camicia anticravatta e della giacca antibavero (nel '33), é firmatario
nel ‘58 del manifesto futurista sulla Sassintesi . Sarà uno degli ultimi a
vedere Marinetti nel ‘4d, prima della morte, a Venezia e e concordare
can lui la continuità del futurismo dapo la guerra Alberto
Sartoris, architeito e professore dll'Univer sità di Losanna. Futurista e
amico di Terragm e di Le Corbusier, E' nato a Torino nel 1901. Vive a Cossonay
Ville, vicino a Losanna, Aderì al futurismo nel 1920 e nel ‘28 sarà con
Prampolini e Fillia nel gruppo torinese. Nel ’36 fonda il gruppo degli
astrattisti a Como, dove collabora con Terragni nel progetto della città
operaia di Rebbio. Sua opera fondamentale è il li bro Gli elementi
dell’architettura funzionale (1932), pilastro teorico del razionalismo
architettonico italiano (introdotto da Le
Corbusier) FUTURISMO-FASCISMO: OSMOSI DI DUE MOVIMENTI
DELL'ITALIA CONTEMPORANEA Dal futurismo confluirono al fascismo, o
viceversa, alcuni letterati e pittori, qualche pensatore, di singolare
autonomia espressiva. È il caso di Mario Carli, Emilio Settimelli ed
Armando Mazza letterati e giornalisti di non trascurabile incidenza che dalla
originaria militanza futurista estrassero dialettica, argomentazioni
autonome e maturazione spirituale, per assumere nel giornalismo fascista più
avanzato ruoli protagonisti. Mario Carli, ufficiale degli
Arditi nella prima guerra mondiale e poi legionario fiumano, fondò con F.T.
Marinetti l'Associazione degli Arditi d’Italia e il periodico Roma
Futurista dalle cui colonne trovarono sistematica divulgazione il teatro
sintetico, le pratiche parolibere dei poeti futuristi e le prime prove
versoliberiste di Giuseppe Bottai che ne fu redattore. In
quel 1919 anche il generale Luigi Capello si avvicinerà ai futuristi per
esporre alcune tavole parolibere di accertata ingegnosità, alla Grande
Esposizione Nazionale Futurista nella galleria centrale d'arte di Palazzo Cova
a Milano, mostra successivamente presentata a Firenze e a Genova.
Mario Carli con la raccolta di versi liberi e parole in libertà
Caproni, pubblicata a Milano nel 1925, precorse l’aeropoesia futurista
degli Anni Trenta. Alla prosa poetica, C., aveva dedicato Le notti
filtrate, singolare repertorio lirico pubblicato nel 1918 e ristampato a Roma,
nel 1923 per i tipi di Giorgio Berlutti che dirigerà quella Libreria del
Littorio, editrice di mo: numenti e documenti dell'era fascista. Il suo
debutto di prosatore era avvenuto nel 1909 con un seguito di novelle,
Seduzioni, cui seguirà, nel 1915, il suo primo romanzo, Retroscena.
All’attività letteraria e giornalistica Mario Carli alternerà quella
politica e diplomatica. Pubblica a Firenze Fascismo Intransigente, con
prefazione di Roberto Farinacci, che inaugurerà la tendenza più oltranzista del
fascismo. Nel 1925 Carli era stato nominato Console d’Italia
in Brasile, per essere in seguito trasferito a Porto Alegre nel 1927,
anno in cui Bernardo Attolico assumerà la reggenza dell'Ambasciata d’Italia a
Rio de Janeiro. La tournée brasiliana del fondatore del futurismo a
Rio de Janeiro, Porto Alegre, San Paolo e Santos, nel maggio del 1926,
troverà Mario Carli a fianco di Marinetti per arginare le polemiche causate in
Brasile dalla aperta posizione fascista dell’inventore delle parole in
li bertà. Dalla ribalta dei teatri brasiliani Carli prenderà
la parola con Marinetti ricordando che il fascismo dei-futuristi non
aveva impedito di condurre ricerche nuove nelle arti e nell'estetica alle
quali la poetica futurista aveva aperto liberi orizzonti precisamente
influenzando il modernismo sudamericano.Settimelli, poeta, scrittore di teatro
e giornalista, aveva debuttato nel gruppo futurista toscano nel 1915 e
con F.T. Marinetti e Bruno Corra aveva curato la prima antologia del
Teatro Sintetico Futurista, edita da Umberto Notati, a Milano in quel
medesimo anno, nella collezione dei Breviari Intellettuali del suo
Istituto Editoriale Italiano. Settimelli pubblicherà a Firenze
Mascherate e I capricci della Duchessa Pallore, edito a Milano dalle
Messaggerie Italiane. Settimelli risulta precursote di un periodare scarno e
telegrafico, serrato e dialettico, inttoducendo la pratica di neologismi
sociopolitici che avranno fortuna nel linguaggio governativo e
giornalistico italiano degli Anni Venti e Trenta. Il teatro sintetico di
Settimelli si differenzia da quello degli altri autori futuristi per lucida
imprevedibilità di azioni-stati d’animo simultanei. Nel fascismo anche
Settimelli appartenne alla corrente più revisionista e le sue Sassate,
pubblicate a Roma-Firenze nel 1926 dalla Casa Editrice Italiana, col:
piranno più di un gerarca in posizione moderata e conformista.
Filippo Tommaso Marinetti redigerà con Settimelli e C. il manifesto Che
cos'è il Futurismo | Nozioni elementari, dove vengono considerati futuristi
nella politica coloro che amano il progresso dell'Italia più di loro stessi,
quelli che vorranno liberare l'Italia dal papato, dalla monarchia, dal
senato, dal parlamento, dal matrimonio, precorrendo molti, successivi,
propositi del fascismo. Così la volontà di perseguire un governo
tecnico di giovani, senza parlamento, vivificato da un consiglio
eccitatorio di giovanissimi , la determinazione di espropriare gradualmente
tutte le terre incolte e malcoltivate, preparando la distribuzione della
terra ai suoi lavoratori e l'abolizione
di ogni forma di parassitisma burocratico, industriale e capitalistico,
diventeranno tipicamente nazionalfasciste e fasciorepubblicane. Il
manifesto considera, poi, futurista nella vita chi sa dare a tempo un
cazzotto e uno schiaffo decisivo , chi agisce con energia pronta e non
esita per vigliaccheria , come chi fra due decisioni da prendere
preferisce la più generosa e la più audace, sempre che sia legata
al maggiore perfezionamento e sviluppo dell'individuo e della razza... :
medesima l'etica fascista di alcuni anni dopo. Settimelli aveva dedicato un
saggio critico all'opera di Marinetti, edito a Milano con | tipi di
Gaetano Facchi, che può essere considerato il primo tentativo di analizzare la
letteratura marinettiana al di sopra del clamore scandalistico e della
propaganda futurista. Settimelli pubblicherà a Roma, nelle Edizioni
d'Arte e di Critica, Come combatto che raccoglie i suoi più polemici
scritti apparsi sul quotidiano romano L’Irmpero, diretto con Mario Carli.
Verso la fine degli Anni Trenta, Settimelli, subirà al. cuni anni
di confino di polizia causati dalla sua intransigenza critica verso alcuni
personaggi-chiave del regime. Di Armando Mazza, che ci fu dato di
personalmente conoscere e frequentare, il futurismo si avvaleva per
presentare le prime, contestate, serate propagandistiche nei teatri della
Penisola. Eccellente declamatore di versi, tonante dicitore
di manifesti tecnici futuristi, Mazza possedeva un fisico atletico di
lottatore greco-romano. Marinetti affidava, quindi, a Mazza la protezione
della ribalta dagli attacchi passatisti, mentre Îa sua voce tonante
sovrastava i fischi e il vociare degli oppositori. Singolare
poeta parolibero, Mazza, sarà il primo ad organizzate un movimento
anticomunista, fondando nel 1919 a Milano, il settimanale politico I
wmemzici d'Italia, organo antimarxista, nazionalista e prefascista. Mazza
pubblica dall'editore Gaetano Facchi di Milano 10 Liriche d'Amore,
seguito di altrettanti poemi in versi liberi stampati come cartoline
postali raccolte in contenitore di carta crespata. Queste cartoline
poetiche sono il primo esempio rilevabile e significativo di quella che
negli Anni Settanta verrà definita Ma:l Art, Arte postale , assegnando alla
comunicazione poetica il canale inabituale della spedizione a domicilio
del messaggio estetico. Già nel 1917, Armando Mazza, aveva introdotto
l’uso delle Cartoline Postali di Guerra , edite dallo Stabilimento
Tipografico Taveggia di Milano, di cui Vedetta (cm. 13,7 x 19) resta la
più curiosa ed esteticamente determinante. Ai poemi postali faranno seguito Due
morti. liriche pubblicate nel 1919. Nel 1920 Mazza pubblica
Firmamento / con una spie gazione di F.T. Marinetti sulle Parole in
Libertà, edito a Milana dalle Edizioni Futuriste di Poesia. Si tratta
di una pregevole sequenza di parole in libertà dove la componente
tipovisuale dialettizza le scelte semantiche, talvolta enfatiche ed irruenti
con frequenti ricorsi ad analogie non sempre depurate. Poi Mazza verrà
totalmente assorbito dal giornalismo e dall’attività politica
Sarà direttore di importanti periodici come La grande Italia e di
quotidiani: L'Arena di Verona, I! Giornale di Genova, Il Resto del
Carlino di Bologna. Ricordiamo i grandi occhi azzurri di Armando
Mazza farsi ancora più liquidi e trasparenti quando ci parlava del
Manifesto dell’Antitradizione Futurista dalle righe del quale Apollinaire gli
inviava, nel 1913, fiori, rose , riservando merde ai conservatori e ai
romantici. Mazza aveva frequentato Guglielmo Apollinaire a Parigi e
Grasa Aranba a Rio de Janeiro, Croce a Napoli, ai tempi de La Diana
e Giovanni Gentile a Milano, proprio mentre il filosofo stava orientandosi
verso il fascismo. Amicissimo di Umberto Boccioni, che aveva aiutato
nei primi anni del soggiorno milanese, Mazza, era stato dipinto dal
maestro futurista in un esemplare pastello di rara fattura e di
deflagrante cromaticità, che pubblicammo nel 1977 fra le opere inedite di
Boccioni. Sarà Mazza a favorire l'attitudine di Boccioni per
la critica d'arte, presentandolo ad Umberto Notari, editore del
quotidiano, poi settimanale, Gli Avvenimenti dove il pittore reggerà per
qualche tempo la rubrica d'arte. Il fascismo di Armando Mazza restò
sempre moderato e la sua coerenza politica gli causerà nel dopoguerra
1940-1945 il più completo ostracismo, impedendogli di continuare la
attività giornalistica di cui ebbe profonda nostalgia sino agli ultimi
giorni di vita. Il forzoso silenzio pubblicistico ricondusse Mazza
alla poesia alla quale apporterà non trascurabili contributi in
versi liberi pubblicati, fra il 1948 e il 1959, presso editori
inadeguati. Fra i più importanti poeti del futurismo confluiranno al fascismo,
assumendovi incarichi di alta responsabilità, anche Auro d'Alba (Umberto
Bottone) che, a Roma, diventerà capo dell'ufficio stampa della
M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) e Paolo
Buzzi che, a Milano, assumerà la carica di Segretario Generale della
Deputazione Provinciale. Altri futuristi di minore rilievo, come il poeta
Federico Pinna-Berchet, autore delle Liriche d’Assalto, pubblicate a Roma nel
1930, il poeta parolibero giuliano Bruno Sambo e Ferruccio Vecchi,
prosatore e capitano degli Arditi, aderiranno al fascismo svolgendovi
ruoli anche decisivi. Sambo diventerà federale di Addis Abeba, mentre
Pinna-Berchet e Vecchi ricopriranno alte cariche corporative. Così il
genovese Bolzon, poeta-pittore futurista dal 1919 e battagliero
giornalista, sarà Sottosegretario alle Colonie nel 1928, poi Consigliere
di Stato e autore, fra il 1920 e il 1930, di saggi di critica sociale e
di teoria fascista pubblicati dalle edizioni Alpes di Milano. Anche
il grande invalido di guerra Giuseppe Steiner, piacentino, poeta
parolibero e autore di quei fondamentali Stati d'Animo disegnati, editi
nel 1923, che precorsero la poesia grafica di Pino Masnata e la poesia
visiva dei giovani fiorentini negli Anni
Sessanta, sarà nominato Consigliere Nazionale fascista. Dal futurismo si
orienteranno verso il fascismo anche il poeta-aviatore Guido Keller, legionario
fiumano e autore del lancio aereo di un pitale su Montecitorio a monito
di Francesco Saverio Nitti, il cagoia del Natale di sangue fiumano; e la
Medaglia d'Oro ferrarese Olao Gaggioli, poeta parolibero futurista e
pluridecorato ufficiale del XXIII Battaglione di Assalto dei Bersaglieri
sul Podgora. Nan va, infine, dimenticato il giornalista Ernesto Daquanno,
poeta parolibero e cofondatore a Milano del periodico I Principe, organo
fascista difensore della Monarchia integrale . Daquanno, che nel 1925 aveva
pubblicato Now c'è poesia, saggi sul risveglio dell’artigianato italiano,
diventerà nel 1927 capo ufficio stampa della Federazione Fascista delle
Comunità Artigiane. Un riferimento, poi, al poeta parolibero e autore
di teatro sintetico Guglielmo Jannelli, messinese, che dai Fasci
Futuristi , di cui era stato promotore nel 1918 con Marinetti, passerà ai
Fasci di Combattimento Siciliani
assumendovi compiti determinanti. Nel 1924 Jannelli pubblichetà a
Messina, per i tipi delle Edizioni della Balza Futurista un polemico
saggio dedicato a La crisi del Fascismo in Sicilia, dedicato in frontespizio A
Emilio Settimelli e Mario Carli, miei fratelli nella avanguardia artistica e
politica della nuova Italia e anime capaci di rendere pienamente la sincerità
che mi ha mosso a compiere queste franche pagine obbiettive. Questo
scritto di Jannelli conferma l’esistenza di una autocritica nell’ambito
del fascismo, di una volontà revt con 1acusaro adagio. .., oDbDedienza pronta,
cieca, aSS0luta. Così Jannelli vede il fascismo nel 1924: ... il fascismo
si è rotto in due pezzi: molta della parte più buona è rimasta bloccata,
impedita di agire; e l’altra parte trionfa esteriormente unita ma intimamente
diversa, poco moderna, niente affatto veloce e qualche volta insi
gnificante. Anche Pavolini, poeta, autore teatrale, regista, critico
d’arte e letterario, che si era avvicinato al movimento di Marinetti attraverso
l’opera del pittore futurista fiorentino Primo Conti e aveva dedicato nel 1924
un saggio monografico al fondatore del futurismo pet, infine,
pubblicare nel 1927, a Bologna per i tipi dello Zanichelli, quel
fondamentale Cubismo Futurismo Impressionisnio, aderirà al fascismo assumendo
importanti incarichi nel diret. torio del partito e al Ministero della
Cultura Popolare. Dal fascismo perverrà, invece, al futurismo il filosofo
Francesco Orestano, Accademico d’Italia, che negli Anni Trenta dedica al
movimento di Marinetti saggi di teoria estetica e di critica letteraria.
Orestano aveva pubblicato nel 1907 quegli importanti Valori Umani la cui
struttura teoretica aveva particolarmente influenzato il giovane Marinetti.
Anche ORANO (vedasi), scrittore, STORICO DELLA FILOSOFIA e sindacalista
sorelliano, che fu Deputato fascista per la Sardegna alla XXVI
legislatura e per la Toscana alla XXVII e al quale venne affidata nel
1926 la prima cattedra di storia del giornalismo nella facoltà di Scienze
Politiche dell’Università di Perugia, si orienterà verso il
futurismo. Nella raccolta di saggi critici I Contemporanei,
pubblicata a Milano da Mondadori nel 1928, Orano riserverà a Marinetti
una esegesi determinante, del tutta favorevole al futurismo considerato
estetica nuova di apertura internazionale. Dalla pittura futurista si muove,
invece, verso il fascismo Antonio Marasco, senz'altro il più
impegnato e coerente politico fra tutti gli operatori plastici del
futurismo. Calabrese di nascita, Marasco, ebbe parte rilevante nelle
squadre d'azione fasciste di Firenze dove si era trasferito prima ancora di
arruolarsi volontario per la guerra 1915-1918, in cui verrà gravemente
colpito da gas di iprite sul Piave e dopo essere stato promotore con
Marinetti dei Fasci Futuristi. Marasco aveva accompagnato Marinetti
nel suo secondo viaggio in Russia, a Mosca e a Pietroburgo, dove
avrà modo di conoscere Velimir Klebnikow e Wladimir Mavakowsky e di dedicare
fisiosintesi di estrema inventività grafica al medico-pittore
Nicolaj Kulbin, al pittore Nikolaj Burliuk, alla poetessa Elena Guro, al
poeta-aviatore Kamensky, al poeta-scrittore B. Livshits, al musicista A. V.
Lurié e al regista Tairow. La pittura di Ma. rasco presenterà sempre componenti
sperimentali, non condizionata da temi fascisti o da enfasi dell'aviazione
militare e civile che, purtroppo, sviliranno molta parte della
neropittura futurista degli Anni Trenta. Antonia Matasco precorre il
cosiddetto astrattismo delineatosi nell’ambito della milanese Galleria del
Milione dei fratelli Ghiringhelli e può essere considerato uno dei pionieri
del costruttivismo e del concretismo internazionali.
Particolarmente affezionati a Marasco avevamo avuto modo, negli Anni
Sessanta, di presentare la sua prima mostra personale a Milano, di
carattere antologico, attraverso la quale il più vasto pubblico riuscì a
scoprire le sue ricerche preastratte e protoconcretiste realizzate a
Firenze fra il 1923 e il 1930 Marasco restò sempre legato al futurismo e
il suo fascismo ebbe coerenza di adesione alla Repubblica Sociale
Italiana dove ricoprì importanti incarichi nella rinnovata Direzione
Generale delle Belle Arti e dei Beni Culturali del Ministero della Cultura
Popolare. Questo magistrale pittore svolse anche attività di scrittore e
di critico d’arte e un suo libro, pubblicato a Firenze, Parrorami
allo Zenit, risulta anticipatore dell’attuale science-fiction.
Nell'ambito del movimento futurista, Marasco, promosse i Gruppi Futuristi
Indipendenti, attivi a Firenze, che rivelarono personaggi della
importanza di Cesare Augusto Poggi, architetto razionalista, tecnologo del
cemento armato e ideatore di singolari costruzioni civili per la difesa
bellica. Quando, nella seconda metà degli Anni Trenta, s'inasprirà la campagna
fascista contro il futurismo, accusato di difendere l'arte astratta
considerata giudea e massonica , Matasco sarà a fianco di Marinetti per
chiarire i termini di indipendenza dell’astrattismo plastico da ogni motivazione
di razza, da qualsivoglia matrice israelitica o muratoria. Se disponessimo di
maggiore spazio per analizzare compiutamente questo pericoloso momento
dei rapporti futurismo-fascismo ne risulterebbe la conferma di una precisa
interdipendenza di propositi e di azione fra i due movimenti. Il
futurismo non condizionò mai le proprie libertà espressive, i propositi
di rinnovamento, di costante evoluzione spirituale, alle esigenze agiografiche
del fascismo che, del resto, non considerò il futurismo come arte di
Stato, riservando questo pericoloso privilegio al movimento del
Novecento, celebrarore di miti romanistici e imperiali, istigarore del
ritorno al neoclassicismo, pur mascherato da un malcompreso
funzionalismo. Antonio Marasco morirà a Firenze, nel 1975, alla
soglia degli ottant'anni. Dopo un Jungo soggiorno romano aveva
dipinto, sino all'ultimo, cromostrutture dinamiche e inoggettive di
autonoma soluzione cinevisuale. Puntualmente ci inviava lettere di accorata
italianità, preziosi appunti di teoria plastica che, un giorno, dovremo pur
raccogliere e pubblicare come contributi fondamentali alla storia del
costruttivismo e del concretismo internazionali. Noi giovanissimi non
eravamo disposti ad anteporre la dogmatica della mistica fascista alle libertà
espressive promosse e favorite dal futurismo, né ci si potrà accusare di aver
posto le nostre prime ricerche futuriste al servizio dell'apologia di
regime. Così le nostre Parole per la Guerra, pubblicate nel marzo
del 1944 dalle edizioni dî Futuristi in Armi, sovvenzionate e dirette da F.T.
Marinetti, non rinviano ai canoni conformisti dell'aeropoesia futurista
di guerra di quegli anni ma anticipano, piuttosto, modalità di poesia concreta
e visuale, come è stato ampiamente rilevato dalla critica internazionale
più obiettiva e attenta. Il nostro poema Bimba / bomba, del 1943,
può essere, infatti, considerato il primo esempio esistente di
poesia concreta a struttura semantica reversibile e a susseguenza
ottica alternata, dove l'uso della parola-chiave è già serialistico.
Il nostro fascismo eta quindi disarticolato dalle pratiche dell’estetica
futurista, proprio come si era verificato per gli iniziatori del
futurismo: F.T. Marinetti, Paolo Buzzi, Armando Mazza, Auro d’Alba, Luciano
Folgore. Infatti anche i nostri Testi-Poemzi Murali, pubblicati nel 1944
dalle Edizioni Etre (Repubblica) con un collaudo di Martinetti, piuttosto
di risolversi nell'abituale apologia guetresca di quel periodo,
introducono un modo nuovo di poetare inaugurando le problematiche di
quella poesia visuale che, solo negli Anni Cinquanta, troverà
consensi internazionali sino a farsi scuola di poesia avanzata.
L’ideologia politica di Marinetti, le teorie del suo particolare nazionalismo
prefascista sono raccolte in due volumi pubblicati in tempi diversi. Democrazia
Futurista, edita a Milano da Facchi, è la sintesi delle posizioni politiche
assunte da Marinetti nell'immediato dopo-guerra. Vi si ripercorre l'atmosfera
in cui nel 1918, dopo Caporetto, Marinetti fonda i Fasci Politici Fututisti
con Bottai, Settimelli, Carli,
Jannelli, Marasco, i pittori Galli, Balla, Rosai, Depero, il
poeta-pittore cremonese Mainardi, lo scrittore Chiti, il poeta Nicastro,
Bontempelli, il chirurgo Masnata, poi Senatore del Regno, padre del poeta
parolibero stradellino Pino Masnata, ai quali aderiSta settanta intellettuali e
uomini di varia estrazione culturale. I Fasci Politici Futuristi
si trasformeranno, poi, gradualmente in Fasci di Combattimento confluendo
nel. lo squadrismo fascista. Così, quando i fascisti parteciperanno per
Ja prima volta alle elezioni politiche del 1919, rinetti, Piero Bolzon, il
poeta-aviatore Giacomo Macchi, Baseggio e Podrecca. Futurismo e
Fascismo, pubblicato da Franco Campi. telli, editore in Foligno, nel 1924,
indica, invece, la personale interpretazione della dottrina fascista praticata
da Marinetti e da molti artisti futuristi, come dai numerosi
affiancatori e propagandisti del movimento futurista. Con il manifesto
L'Impero Italiano / A Mussolini Capo della Nuova Italia redatto da
Marinetti, Carli e Settimelli, il futurismo, già in quegli anni,
istigherà il fascismo alla fondazione dell'Impero, precorrendo una realtà
che, negli Anni Trenta si concluderà con la conquista dell'Etiopia.
Marinetti scriverà nel 1924: il Fascismo, naro dall’interventismo e
dal futurismo si nutrì di principi futuristi. Una storia parallela dei due
movimenti, ancora da scrivere, dovrà tener conto della mai rinunciata
indipendenza futurista che non condizionò le esigenze di libera
ricerca espressiva alla necessità della politica dominante. Innanzi
tutto confesso che sono nato alla vita sociale prima come fascista e dopo
come futurista. Avevo sedici anni quando, proprio in corti.
spondenza del mio compleanno, sottoscrissi una domanda di ammissione ai
Fasci di Combattimento . La domanda fu avvallata da due miei amici di maggiore
età, come soci presentatori, i quali compirono coscientemente un piccolo
falso alterando di due anni la mia data di nascita al fine di consentire
la mia ammissione come socio ad ogni effetto. Così diventai a pieno
titolo uno dei pochi iscritti della Sezione di Reggio Calabria dei Fasci
di Combattimento , che aveva allora sede in una baracchetta per i bagni
di mare, in disuso. Perché questo sedicenne studente del Liceo
aveva ascoltato e risposto ad un richiamo politico certamente
pericoloso? A mio avviso, furono determinanti, l’amore per la Patria,
nato dentro durante fa guerra sull’esempio di un avo materno che ne aveva
avuto, forse, di troppo; l'entusiasmo per la vittoria e la conseguente
indignazione per quanto accadde subito dopo con l’attività dei cosiddetti
progressisti del momento, ostili ai reduci, in contrasto con la spavalderia ed
intraprendenza di questi ultimi. Il mio apptoccio con il Futurismo
avvenne, invece, due anni dopo, con la scoperta di Zang iumb tuumm
e l’incontro con F.T. Marinetti Questo essere prima fascista e poi
futurista, mi sembrò una particolarità personale e la confessai un giotno dopo tantissimi anni a Dessy, e lui mi disse che gli era
accaduto lo stesso benché avesse cinque anni più di me. Comunque è chiaro
che vi fu un rapporto di identità ideale fra queste due forze, anche se
vi furono dissensi spesso di carattere costruttivo, E’ difficile infatti
che possano andare in tandem per lungo tempo movimenti di carattere
politico e movimenti di carattere intellettuale o culturale. Le ragioni
mi sembrano evidenti: un movimento culturale, anche se basa la propria
forza nelle realtà della vita (come il futurismo), ha il suo fulcro nella
idea-base che difende con ortodossia e non è disponibile per transazioni
ideologiche. Il movimento politico, invece, pet propria natura, specie
quando atrivi alla gestione del potere, diviene duttile e transigente al fine
di mantenere è consolidare la proptia forza concreta, allargando la base
dei consensi. Il Futurismo prima della guerra mondiale si caratterizza
artisticamente con l'invenzione dei grandi temi di rinnovamento nei settori di
tutte le arti e, in veste politico-sociale, nell’esaltazione dell’Italia,
fantasticando per questa, una nuova organizzazione anti-demo-liberale ed
anticlericale. Un nuovo mado di vivere. Uno Stato industriale ed agricolo
tecnicamente progredito, che si progettava astrattamente, certamente
irrealizzabile. Qui i tentativi di un’azione politica che non aveva,
però, un valido autonoma sviluppo organizzativo. Come pretenderlo da
poeti ed artisti? Nel tempo in cui Marinetti iniziò il
Movimento, le forze che affermavano di voler realizzare un nuovo sviluppo
sociale al fine di un miglioramento della situazione economica delle
classi più disagiate e trascurate, trovavano una sede formalmente appropriata
nelle spinte del sacialismo deamicisiano; ma tale situazione ebbe durata breve
perché questo socialismo si sviluppò in senso internazionalista apatriottico
collettivista antindividualista e fu sconfitto dagli eventi della prima
guetra mondiale. Tanto è vero che dal suo seno, a guerra conclusa,
prosperarono il comunismo ed altre scissioni e nacque il
fascismo. Sono noti e possono essere facilmente consultati i documenti
delle manifestazioni spiccatamente politiche del movimento futurista che
precedettero la Fondazione dei Fasci di Combattimento . Intendo rifetirmi
al Programma Politico Futurista, firmato da Marinetti Boccioni Carrà Russolo,
all'azione politica svolta da La Balza Futurista fondata da Di Giacomo
Jannelli e Nicastro del 1915, e dei Fasci Interventisti Siciliani , di
Roma Futurista e dei relativi gruppi del Partito Politico Futurista che
concretizzava un suo programma nel libro Democrazia Futurista di
Marinetti, eccetera eccetera. Tutte queste forze si concentrarono nel movimento
fascista, sia aderendo direttamente all'assemblea di fondazione di Piazza
San Sepolcro in Milano, sia successivamente anche per forza
d'inerzia. Il fatto è che di solito quando si parla di partecipazione
politica dei futuristi, ci si richiama soltanto al ricordo dell’attività
degli artisti che militarono con la qualificazione di futuristi . Vale a
dire dei poeti, scrittori, pittori, limitandosi ovviamente ad esaminare il
contributo di coloro che hanno raggiunto maggiore notorietà, trascurando
i minori . Ma questi ultimi erano in numero stragrande e molto attivi. Senza
tenere inoltre conto che i maggiori spesso presi del tutto da altre
attività, non erano altrettanto validi e disponibili in campo politico.
In verità, il Futurismo di quel tempo è stato un movimento a larga
partecipazione di giovani, di tantissimi giovani. Non tutti poterono ovviamente
militare nel campo dell'Arte e maturare tanta notorietà da essere
ricordati anche oggi. Ma tutti furono politicamente attivi e furono a
migliaia i militanti di futurismo che parteciparono ad episodi fascisti negli
anni precedenti, o appena successivi, alla marcia su Roma. Non
credo di sbagliare se affermo che nelle cosiddette schiere dello squadrismo
molte furono le partecipazioni futuriste. Azione lotta e coraggio erano
proposizioni futuriste. Basta ricordare la prima azione di Marinetti
e Ferruccio Vecchi (16 aprile: Piazza Mercanti Milano) e ricordare i
tanti nomi dei militanti futuristi che ebbero più spicco in campo
politico che in quello dell’arte. Alla fondazione dei Fasci, confluirono
nel fiume che diventò principale, molteplici rivoli di pensiero (come
ho già accennato) movimenti di ogni genere che avevano un minimo
comune denominatore nella volontà di rinnovare in qualche modo l’Italia
che, pur vittoriosa nella guerra, si dimenava in serie difficoltà ed era incapace
ad affrontare la svolta storica che la vittoria aveva aperto. Anche i
Fasci Interventisti Futuristi Siciliani, che avevano preso forza dalla
volontà di Jannelli e Nicastro (il prima con capacità ed intendimenti
politici ed il secondo come letterato e poeta), ma dei quali non si è ancora
scritta la storia, né accertato la reale efficienza, vi aderirono.
Come aderì Marinetti con tanti altri futuristi che risultano elencati
nella schiera dei cosiddetti sansepolcristi . In seguito, quando
il fascismo andò al potere, ai futuristi sembrò che finalmente sarebbero stati
realizzati nell’arte gran parte dei propositi del futurismo. In questa
illusione fummo cullati da alcuni elementi: la impostazione altamente
patriottica dei propositi, la valorizzazione del combattentismo e del
volontarismo, l'amore per il nuovo ed il rischio, il pragmatismo attivo
dimostrato immediatamente con i primi atti di governo, eccetera. Va anche
rammentato ai giovani di oggi, frastornati da affermazioni non
rispondenti alla realtà di allora, che la personalità di Mussolini era
molto al di sopra non solo di quella dei suoi collaboratori politici, ma
sovrastava la media dei cervelli politici di quel periodo. Tanto è vero che
furono appunto gli avversari a votargli subito i pieni poteri che gli
consentirono l'avvio della prima gestione governativa. Questo fatto
rilevante, gli consentì di attrarre dapprima le simpatie collettive ed in
seguito a conquistare una enorme fiducia, non solo da parte dei suoi
sostenitori di un tempo, ma anche da parte di ex avversari e simpa.
tizzanti e nei periodi più floridi perfino dai nemici del sistema
politico che egli cercava di sviluppare. Quando il fascismo
s’insediò al governo per realizzare la rivoluzione {a dire dei fascisti),
o perché chiamato dalla debole monarchia (come dicono gli altri), subì
dapprima una sosta di aggiornamento dovuta alla urgenza de) problemi
immediati dalla cui soluzione dipendeva il recupero dell'ordine econamico e
politico. Per questo, Mussolini non si sbarazzò immediatamente degli
avversari che erano troppi e in gran parte si erano dichiarati
disponibili a collaborare per il meglio, pur costituendo nello
stessa tempo zone di resistenza alle innovazioni Così anche
nei fatti dell’Arte ovviamente meno pressanti, ove non comparvero personalità
nuove che avessero seri propositi di rinnovamento e disponibili a rivoluzionare
tutto, come i futuristi. I quali con a capo Mari. netti e nella quasi
totalità si convinsero che la rivoluzione potesse realizzarsi per pradi anche
in Arte. Che la forza del nuovo potesse penetrare per gradi nelle
istituzioni d’Arte e trasfarmarle. Pura illusione. Illusione giustificata sul
momento non solo dal fascino personale di Mussolini al quale ho già
accennato, ma anche da certe sue caratteristiche gestuali (come la
particolare sintetica e precisa oratotia che andava direttamente allo
scopo in modo esplicito) che lo presentavano come un congeniale capo
futurista. Se si aggiunge inoltre l'amicizia personale fra Mussolini e
Marinetti, vicini anche in altre precedenti azioni politiche, si
comprende come il movimento rivoluzionario rappresentato in arte dal Futurismo,
rimase a fianco del Fascismo (esso stesso ancora tivoluzionario alla basel,
anche se in via di adattamento, questo, alle esigenze immediate
dell'esercizio del potere su una nazione che di rivoluzionari di
qualsiasi tipo ne ha avuto per la verità sempre pochi, anche se gonfiati ad
oltranza quando occorre, in tutti i testi di storia antica e
recente. I futuristi costituirono una avanguardia nelle fila del
fascismo e vi rimasero nella quasi totalità. Basta citare i] messaggio
che concluse il Congresso futurista di Milano (L'Impero, 27 novembre
1924): L'ultima riunione del congresso futurista è stata dedicata
all'esame dell'attuale momento politico. Marinetti espose alla numerosa
assemblea una dichiarazione precedentemente elaborata in accordo con i maggiori
futuristi politici, la lettura della dichiarazione fu
entusiasticamente approvata ed acclamata in ogni suo punto. Ecco la
dichiarazione: I futuristi italiani, primi fra i primi interventisti
nella piazza e sui campi di battaglia e primi fra i primi diciannovisti
più che mai devoti alle idee ed all'arte lontani dal politicantismo,
dicono al loro vecchio compagno Benito Mussolini: Primo: con un gesto di
forza ormai indispensabile liberati del parlamento. Secondo: restituisci al
fascismo ed all'Italia la meravigliosa anima diciannovista disinteressata
ardita antisocialista anticlericale antimonarchica. Tetzo: Concedi alla
monarchia soltanto la sua provvisoria funzione unitaria, rifiutale quella di
soffocare e morfinizzare la più grande, più geniale, più giusta
Italia di domani. Quarto:- non imitare l’inimitabile Giolitti, imita il
grande Mussolini. Quinto: Pensa sempre all'Italia immortale ed al Carso divino.
Sesto: Schiaccia la opposizione socialista antitaliana di Turati e
l'opposizione mediocrista di Albertini con una ferrea dinamica
aristocrazia di pensiero. Tu puoi e devi far ciò. Noi dobbiamo volerlo e lo vogliamo.
Marinetti - Capo del Movimento Futurista Italiano. Sono inoltre
innumerevoli le manifestazioni dei futuristi in tanie occasioni, con opere
scritti ed anche con la partecipazione concreta alle guerre di quel
periodo.Voglio ricordare, però, un solo scritto di Fillia (morto nel 1930
e che adesso cercano di passare per antifascista) il quale in occasione
della Quadriennale di Torino, così scriveva sulla sua rivista Vetrina
Futurista: Bisogna, però, giungere a “convincere” il grosso pubblico,
ingannato a nostro riguardo dalle false inter pretazioni. Perché il
favore organizzativo che oggi ci circonda, non basta: è assurdo riconoscere il
futurismo come manifestazione d'Arte ed ammettere
contemporaneamente le antiche manifestazioni. La vita può avere
individual mente, diverse interpretazioni, ma tutte devono essere
inquadrate in una sola atmsofera sensibile, corrispondente alla vita
stessa. Non voglio con questo negare il diritto di esistenza a intere
categorie di pittori rimasti spititualmente arretrati: ma è necessario
preparare il pubblico alla loro graduale eliminazione dalla vita
artistica ufficiale, fino al riconoscimento del Futurismo “arte di Stato”
massimo riconascimento che lo caratterizzerà nella sua importanza. Purtroppo
però le autorità artistiche avevano il sopravvento favorendo a vele spiegate
l’architettura di Piacentini e gli enormi pupazzi della scultura e pittura
novecentista, effettivamente arte del regime. E noi futuristi
interpretavamo le isianze di rinnovamento dell’arte senza alcun
riconoscimento dal Regime che ritrovava sé stesso nelle manifestazioni
novecentiste. Questo, non mi stanco di ripeterlo, negli Anni
Venti. E poi? Poi nulla. Le vicende, le difficoltà personali,
gli entusiasmi e le depressioni, gli alti e i bassi, il lavoro e la maggiore
maturità. Ma non creda di sbagliare se affermo che noi futuristi vivemmo
quel tempo con spirito indipendente e piena libertà fiduciosi che in
fondo avremmo avuto ragione. Anche se spesso sopportati e negletti dalle
autorità artistiche e subiti obiorto collo quando necessario.
Poi andammo all'ultima guerra, che fu sconvolgente per tutti. To ne
vissi scrupolosamente la mia parte con coerenza. Fui costretto fuori a lungo.
Pet un anno di guerra, ne subii sei di prigionia e non conosco nei
particolari ciò che è avvenuto qui mentre ho già scritto delle mie
esperienze. AI ritorno mi sembrò di sbarcare in un altro mondo al
quale non mi sono ancora completamente assuefatto. Ma ripresi a vivere da zero
e nell’aprile del ‘47 cominciai la mia nuova personale battaglia per
il futurismo con la mostra alla Galleria di Roma inaugurata da Benedetta
c dedicata a Marinetti. Continuai ancora e vado avanti con i
futuristi sopravvissuti e con l'appoggio dei giovani che comprendono e
non disdegnano l’idea del futurismo che continua e si rinnova
attraverso le spiccate personalità dei suoi artisti. Crali, lei è pittore
ed è futurista Uno dei pochis. simi, oggi. Crede che il futurismo sia
ancora attuale? SÌ, ma non per merito dei futuristi. Ma ha una sua
attualità perché si è espresso, si è mosso, e ci parla ancora. Ma non
certo per chi ci ha mangiato sopra, per chi non è mai stato futurista, ed
ha espresso solamente necrofilia, vera e propria necrofilia. Il futurismo
di prima, quello per cui lei aderì al movimento, o vi st convertì, come
la investì per così dire, o come la ispirò? Non mi sono affatto
convertito , perché non c'era niente da convertite. Mi sono trovato di
fronte al futurismo come un’anima candida, che non sa e non è consapevole
di nulla. Mi sono ritrovato una simpatia inconscia per alcuni quadri riprodotti
su Il Mazzino illustrato di Napoli. Mi sono piaciuti, mentre ad un amico
mio, che la pensava diversamente da me, non piacevano. Cominciammo a
litigare, e per litigare ad approfondite l’argomenta ecc. ecc. Così ho
cominciato ad essere interessata al futurismo. E sono partito senza avere una
preparazione di mestiere. Ho fatto rutto da solo, senza imparare a
dipingere o disegnare, anche se poi una specie di grillo della
coscienza mi ha suggerito che dovevo imparare a dipingere, sia pure
da solo (anatomia, prospettive, ecc ). L’astratto e il figurativo erano | temi
o le prospettive dominanti. Ho cercato una terza via , che fosse tutta
mia, tutta personale: una ia di mezzo fra il figurativo e l'astratto. Poi
ho lasciato il figurativo per la mia pittura futurista. Credevo di
dover dire ciò che altri non avevano detto. Così mi sono accostata
a Marinetti nel '29, quando gli scrissi per aderire al movi. mento.
L'aeroplano era una macchina nuova, un congegno del futuro, o, per
allora, del futuribile . E fu una delle realtà che mi diedero più spunti,
più ispirazione (l'Idrovolante italiano, D’ANNUNZIO (vedasi) e il volo su
Vienna, e il campo di atterraggio vicino a Zara, dove io sono nato,
ecc.). Così sono diventato acropittore. E lo sono rimasto, ancora
oggi. Marinetti, invece, per quello che lo frequentò o poté
essergli vicino, come lo considera? Forse l’unico vero futurista, © forse
solo un grande maestro ? No, non lo considero un maestra, perché non
ha mai voluto essere un maestro . Ci ha sempre stimolato e spinto a
lare, senza mai dire però come dovevamo fare Era contrario ad ogni
gerarchia nel movimento del futuri. smo. E si opponeva sempre a Boccioni
e Prampolini, che volevano imporre la loro pittura. Voleva che ognuno
di noi fosse libero e indipendente. Prampolini invece voleva fare
il caposcuola. Marinetti voleva solo che ognuno fosse se stesso e non ha
creato nessuna scuola. Amava la sua libertà e la sua indipendenza a tal
punto che non poteva imporre insegnamenti. Forse D'Annunzio lo aveva
influenzato in questo senso, nella vita mandana libera, giovane
e spregiudicata. Io lo ricordo e lo ricorderò sempre con riconoscenza.
Quasi come un padre. O come un fratello mapgiore. E come l’unico vero
futurista, come ho sempre de! resto pensato. Gli altri hanno tutti
mollato . Lui è andato avanti fino all'ultimo. L'unico che può
personificare il futurismo è fui, l’unico che non ha rivestito patine di
cul: turame intellettvalistico, come hanno fatto invece molti altri
(Soffici, Conti, Palazzeschi, Papini, ecc.). Amava essere futurista
sempre e comunque, anche nel gusto del contrasto. Amava la luna, e scrisse un
manifesto contro il chiaro di Juna . Uccidiamo il chiaro di luna , vi si
diceva, forse contro i poeti. Ma non era poeta? Predicava la guerra,
anche se non avrebbe fatto male a nessuno. Amava la madre e la donna in
assoluto, e ciecamente. Ma combatté la donna sul piano ideologico. In
questo è veramente futurista. E lo è solo lui. Gli altri non lo sono mai
stati. Il futurismo di Marinetti che accento o che angolazione aveva
particolarmente: letteraria, artistica, filosofica o piuttosto
politica? Politica no, assolutamente e mai. Filosofica neanche, se non
forse in senso attivo, ma allora senza pensiero . Il futurismo entra in
politica soltanto quando la patria entra in pericolo , aveva detto
Marinetti in un momento cruciale della nostra storia nazionale. Il
manifesto politico del fuuttismo è conseguenza del fatto che esso
sta movimento d'arte e di vita, e come tale anche di vita politica, tout
court. Il manifesto politico è del ’13. Dopo la fine della guerra
l'accostamento agli arditi o al fenomeno dell’arditismo era inevitabile,
e Marinetti si unisce in vincolo d'amicizia, anche politica, con Mario
Carli per esempio (ardito) e con Mussolini. All’avvento del fascismo e
allo accostamento di Mussolini alla monarchia e alla chiesa Marinetti si
stacca. Abbandona il partito e si ritrova pressoché in miseria, con
moglie e figli. Aveva grande ammirazione ed amicizia per Mussolini, che
non credo fosse ricambiata per una certa forma di invidia-gelosia
mussoliniana nei confronti di Marinetti. Il regime gli offriva incarichi 0
prebende, che continuò a rifiutare. Mussolini arrivò ad offrirgli la
presidenza dell’Associazione dei grandi alberghi italiani, proprio a lui che
disprezzava l’industria del forestiero. Accerta solamente, e sollecitato, la
segreteria dell'Associazione Italiana Autori ed Editori, altrimenti forse
destinata al solito arraffone di turno. Tuttavia si tenne sempre in
disparte e non fece mai politica attiva, non partecipò mai direttamente
al regime, che anzi forse osservava contrariato, a parte solo qualche
onesta e sincera manifestazione di simpatia per Mussolini. Si oppose alla presa
di posizione politica di Hitler contro l’arte moderna e d'avanguardia, che si
manifestò e sfociò nella censura e nella repressione dell'arte. E
nella stesso momento organizzò a Berlino una mostra di aeropittura
futurista che creò non pochi problemi e suscitò non poche difficoltà
anche diplomatiche fra i due governi ira liano e tedesco. Oltre che
produrre una situazione difficile e imbarazzante per le posizioni o i
movimenti artistici e intellettuali della Germania dell’epoca. In Italia fu
l’unico in questa occasione a prendere posizione ed esprimersi contra
l’ingerenza politica e l'intervento del regime di Hitler nella cultura e
nell'arte. Ero da Marinetti a Roma: arrivava Marinotui (presidente
della Snia Viscosa) che era stato da Mussolini insieme ad altri
consiglieri regionali del regime. Marinotti si era accinto a raccontate a
Marinetti che tutti i consiglieri avevano relazionato Mussolini e che
nessuno aveva avuto il coraggio di dirgli che le cose andavano male,
tranne uno, il consigliere sardo, che aveva sostenuto la stanchezza della
gente, la maldicenza, il tradimento. Marinetti osservava che non era possibile
che non si sapesse... È Marinotti ribatté che lo si sapeva, ma che non era
possibile dirlo a Mussolini... Il giorno dopo ritornai da lui e mi
comunicò che il consigliere sardo era stato nominato da Mussolini ispettore
generale per tutta l'Italia. Poi si mosse da Venezia e risalì verso la
Lombardia, perché non se la sentiva di starsene in disparte a far
l’antifascista ... L'ultimo suo poemetto in versi, l'ultima sua espressione
letteraria s'intitola appunto: Musica di sentimenti per la X Mas. E vi si
dice: Io sono fato di aeropoesia fuori tempo e spazio . E' già definizione
sintomatica e totale dell'opera. Ailora, Marinetti fu fascista? E se lo
fu, lo fu fino a che punto? O non lo fu, e fino a che punto non lo
fu per essere futurista? Marinetti è stato sempre e comunque e
saprattutto futurista. Questa è la mia impressione. Perché ha seguito la sua
natura e la sua volontà. E nel suo essere futurista non è mai entrata la
faziosità di un genere che entra in politica . Non fu mai fazioso. Una
volta eravamo a casa sua, in un gruppo di amici, a parlar di
Majakowski e di futurismo russo. Qualcuno obiettò: Ma Majakowski è
un comunista . Ed egli allora ribatté immediatamente: Non ha nessuna
importanza. Perché Majakowski è prima di tutto un grande poeta . Nei suoi
rapporti cal fascismo si può considerare forse il fatto che fosse nato al
l’estero, che fosse educato in Egitto alla cultura francese, spesso
pesantemente sprezzante verso l'Italia. Sentì quindi una specie di
aspirazione all’Italia 0, più ancora, di nostalgia della patria. Poi, volle
rivendicare il futurismo come fatto classicamente e squisitamente
italiano. Così s'inimicò tutta la cricca culturale parigina, ma volle
sprovincializzare e dare un certo orgoglio e una certa autonomia alla
cultura italiana. E pensò o vide che Mussolini potesse essere l'uomo
adatto per rifarla, l’Italia, e per darle una sua nuova base, culturale ed
artistica. Senza sapere, alle origini o senza conoscere, quando era
all’estero, ed anche a Parigi, la furbizia, anche culturale degli
Italiani. Lui fu in buona fede. Dal fascismo ebbe l’Accademia d’Italia
(con appannaggio onorario in un momento in cui era anche in disagi
economici), ed ebbe la Biennale di Venezia {come una riserva indiana ).
Il suo è un fascismo di speranza o di desiderio, nella speranza di poter
vedere realizzato il suo futurismo. E' contrario al Novecento e al
classicismo romano alla Piacentini, che Mussolini invece appoggiava.
Forse tutti i regimi, quando si affermano, cercano di eliminare le
avanguardie. Il fascismo non le appoggiò, mentre il nazismo e il comunismo le
stroncarono. Sta di fatto che Marinetti appoggiava Terragni a Como, e non
appoggiò mai Piacentini. Alla Biennale, a Venezia, il futurismo è stato
accettato sì, ma mon con la considerazione che Marinetti si sarebbe
aspettato, e che sarebbe davuta spettare all'unico movimento d'avanguardia
esistente allora in Italia. E invece è stato accolto sì il futurismo, ma
quasi messo in disparte. All'inaugurazione della mostra, durante il
discorso di presentazione, Marinetti si alzò ed intervenne ad alta voce,
presente il Ministro dell'Educazione Nazionale, lamentando l'ingiustizia
per l'esclusione dell'unico movimento d'avanguardia dell'arte italiana.
L'anno dopo Mussolini stesso gli concesse un padiglione di riserva, che doveva
rimanere, ogni anno, a disposizione dei futuristi (la riserva indiana ,
già summenzionata). Mussolini invece, secondo lei, fu futurista?È stato
un politico ed ha appoggiato Marinetti per avere il futurismo dalla sua
parte. Anche se il futurismo aveva contribuito, pure, alla sua formazione.
Che avesse jspirato un regime al ritorno verso l'antica Roma nei
suoi simboli e nei suoi modelli, vuol dire tuttavia che era rimasto fuori
dal futurismo. E allora il fascismo di Mussolini ed il futurismo di
Marinetti non hanno nessun punto in comune? O si possono, secondo lei,
mettere in relazione o in collegamento, e fino a che punto ciò è
possibile? Per Mussolini il fascismo è politica, per Marinetti il
futurismo è poesia. Sono due posizioni completamente diverse. Non si può
quindi parlare di futurismo fascista, nemmeno del primo, quello delle
origini? Finché un movimento politico è in fase rivoluzionaria, le
posizioni della rivoluzione culturale con quelle politiche coincidono;
poi però quando il movimento politico diventa regime si burocratizza, e
allora non può non scontrarsi con la cultura che rimane sempre
rivoluzionaria e che non può assimilare come tale le esigenze politiche di un
partito. Ecco perché esistono punti di contatro o momenti di simbiosi tra
affermazioni marinettiane e fascismo politico dei primi anni, poi rallentati o
rilasciati quando si afferma l’ordine romano , utile al regime, ma
speculare di un passatismo senza mezzi termini, e totale. Marinetti
tollera questa esigenza politica di Mussolini, ma non la condivide od
ammette in campo artistico e culturale. Tuttavia Marinetti era uomo che non
confondeva amicizia ed ideologia: poteva combattere con un amico per
principi ideologici, anche violentemente, senza però intaccare l'amicizia, che
rimaneva sempre e comunque. Resta oggi il futurismo? E resta come
realtà artistica solamente, o anche politica, nella sua dimensione
d’espressione artistica? Senza fascismo, che è finito ovviamente, e da tempo.
Forse resta il futurismo, come tensione di rinnovamento? Sì, il futurismo
resta, credo, nella sua posizione di rinnovamento, o di indicazione nella
creazione di nuove forme, e di nuove idee, o di valori nuovi. Oggi si
contesta per distruggere senza dire quello che si vuole proporre in
sostituzione. Il futurismo aveva invece dato i suoi manifesti. Volle
distruggere, ma propose ciò che voleva ricostruire. Anche oggi, per quel che
resta, il futurismo cerca un suo rinnovamento che si superi
continuamente. Oggi c'è molta saggistica, ma si vede poca poesia. Forse
manca l’entusiasmo, nonostante la grinta. Penso che esista ancora
futurismo oggi, perché esiste ancora temperamento di novità, e di
rinnovamento. Perché esiste ancora una spinta vitale di ossigeno . E
l'opera deve avere un suo sangue, se si tratta d’opera d’arte. Un sangue
di cui deve vivere, o un sangue per cui possa vivere. É l’ossigeno è un
valore assoluto che resta, non si toglie, perché è ineliminabile.
Anche in bottiglia, nella plastica, rarefatto o alla luce del sole. Il
futurismo è un po’ come l'ossigeno, o l'anima o lo spirito del lavoro e
dell’opera, o della vita: è un po’il suo entusiasmo. [Intervista u cura di
Schiavo] Per quanto riguarda lo svisceramento dei collegamenti fra
Je correnti del futurismo indipendente come movimenro artistico e culturale ed
il fascismo come movimento politico e sociale, particolarmente per quel che si
riferisce al carattere autonomo del futurismo torinese e al
fascismo delle origini, è ovvio che i tapporti intercotsi fra di
loro furono lungi dall’essere quelli di un matrimonio d'amore.
Consistettero specificamente in taciti e necessari accordi immaginati per
pater dare vita a creazioni autentiche che abbisognavano di un ambiente
rispettoso dei motivi di una vera rivoluzione (quella artistica e
spirituale scatenata dal futurismo), in un clima fascista che di
rivoluzionario non ebbe in seguito che la sola etichetta. Il futurismo
torinese, nel tentativo di operare in piena italianità, condivise nelia sua
giusta misura taluni prin cipî che il primo fascismo stabili quando provò
a integrarsi nel campo difficile della moderna civiltà europea. Alla
stessa stregua e per raggiungere gli stessi fini il futurismo piemontese trattò
anche con l’anarchismo e il comunismo idealitario di GRAMSCI (vedasi), sui
quali ebbe una considerevole influenza negli sviluppi
dell’architettura. Il senso altamente novatore di Fillia e la sua
molte. plice attività (stupefacente in una esistenza così breve)
per: sonificano le forme coerenti e concrete dei concetti più
originali e più saldi delle imprese del futurismo torinese. Figura
rappresentativa dell’essere istantaneo, Fillia non temporeggiava mai,
viveva come una ruota, partiva come una freccia. Propugnatore di quel
futurismo mistico che per ordinarie ragioni razionali ed estetiche militava
in margine della Chiesa cattolica apostolica e romana di quel
l'epoca, egli affermava con rigare di logica e con argomentazioni arditissime
che la religione ha relazione di somiglianza con la geometria interna
dell’arte. Misteri dottri. nali da ricrearsi plastiicamente per dare
forma concreta ai nuovi concetti della pittura sacra erano per lui la
Trinità, la Redenzione e la Vergine. L’apostolato di Fillia s'immedesimava
con quello del futurismo in cui si cercava una forza di liberazione, e la
trovava in quel movimento, ciecamente. Originati da una geometria astratta
superiore, i suoi dipinti possiedono quella qualità rara di non essere
visà, e perciò non ricavati dal vero, ma di sorgere senza shavatura
alcuna dal proprio io, e come se l'artista non vi fosse per nulla, per
cui aspettavamo ogni sua scoperta con un senso di impazienza, di ansietà,
perché Fillia non cessava di inventare e di portare sempre più avanti i
perfezionamenti pittorici del futurismo. Tuttavia, una continuità è
discernibile nella sua arte che è, innanzitutto, di una grande purezza,
di una grande acconcezza, di una grande serenità. I colori si
oppongono l'uno all'altro e si sovrappongono con curve e frangie di corallo,
macchie di cielo, fantasticherie metafisiche, sogni astrusi. Opera di contemplativo
che accomuna sempre iutto e sempre con estrema dolcezza, e dalla quale si
spande una pace angelica che sembra invalidare, apparentemente, taluni
assiomi violenti della dottrina futurista. Ma è invece la prova Iampante
che il dinamismo di questa scuola italiana non esclude quello stato di
grazia dove i conflitti diventano preghiere. Si tratta di fermare il
nemico per ritrovare Ja quiete, di combattere ferocemente per amare di un
più grande amore. Tale atteggiamento è proprio l’antitesi del sentimentalismo
romantico, dell’ebetismo della debolezza: esso convoglia l’arte verso
quell'alta sfera mitica e visionaria che invade la mistica
futurista. Gl’errori di pensiero che possono insinuarsi nella mente di un
poeta come Fillia, che non può sempre ridurre tutto al controllo della
logica, non vanno interpretati nel lo stretto senso letterale. Il
movimento è irrefrenabile, talvolta irresistibile, porta oltre la matura
e si perde in un mondo di realtà fantasmagoriche. Nessuna amarezza,
nessuna amarezza siatene cetti si nascondeva in questa libertà
concettuale e della riflessione: vi era troppa gentilezza in questo cuore
di pittore e di poeta, troppa felicità per i suoi amici, perché si possa
attribuire un significato ironico alle sue composizioni sacre come non
hanno mancato di fare borghesi indirozzabili e bolsi dalle maniche troppo
lunghe, dalla mente inceppata. Ho buona speranza per Fillia, per questo
artista pensatore che fu anche un provetto artigiano; non mi rattrista la sua
morte prematura. Un suo misterioso paesaggio dell'ex raccolta Ferrari di
Ginevra mi scopre un cimitero e la scala rossa che lo vincolò in eterno con
gli eroi: quello stesso cimitero e quella stessa scala di Sant'Elia.
Distinguo la luna bianca della sua grande dolcezza, e le cose della terra
non reggono, sono rovesciate su loro stesse. Le pitture religiose di
Fillia sono un richiamo allo spirituale puro, degli abbozzi di Paradiso.
S’intende che un tentativo di tal fatta non deve giungere al disprezzo
della cosa creata, dell’Incarmazione: ma non è il caso di Fillia le cui
forme della sua arte si disegnano, si creano e si distaccano dalla loro
causa prima. Tutto il lavoro dell’opera si riporta ad una giornata ben
definita della creazione dove gli uomini non sono ancora che allo stato
di abbozzo, ma dove la macchina respira già, dove i fantasmi girano
secondo una traiettoria circolare, dove l'arcobaleno annuncia la
riconciliazione. Una siffatta pittura è infinitamente rispettosa, il suo
pudore è un perpetuo tremita davanti alla bellezza; essa sprigiona
cdelicatezze insospettate, scrupoli inauditi e nondimeno una audacia che le
viene soffiata dallo spirito. Nonostante il suo atto di fede nella macchina,
Fillia è certamente un pittore spirituale. La bellezza intrinseca
del. le macchine corrispande ad un suo bisogno di esattezza
sovrumana, di perfezione nelle linee e negli spazi. È una dimostrazione
pratica che consente all'uomo di disincagliare la vera vita, di ricercare
quegli elementi universali dell’arte che scaturiscono nei momenti fecondi
ed imperiali delle Nazioni e ne rendono lo spirito eierno. Per non
spappolarsi nella struttura, per non sgretolarsi alla radice, il futurismo è
lui stesso alla ricerca dell'eterno. E’ ben vero che questa eternità non è
sotto i nostri passi, non è dietro di noi, ma davanti a noi, In
questo senso tutti i cristiani dovrebbero essere futuristi, diceva
Fillia, perché meno legati degli altri uomini al passato e al presente, e
più ferventi dell'avvenire. Questo richiamo ad una tradizione spirituale,
questo allenamento {secondo la felice definizione di Marinetti) non ha
nulla di necroforo, non intralcia lo sviluppo dell'arte ma stimola,
spinge in avanti, crea. Non si dimentichi perciò il contributo molto importante
di quella autentica tradizione che serve a ristabilire l'equilibrio
normale. Infatti, all’inizio Je forze novattici distruggono talvolta,
svelano uno sprezzo irragionevole del passato e di ciò che la vera
tradizione conserva pertanto di eternamente vivo. Un rifiuto non
controllato potrebbe anche andare a scapito del progresso stesso e
insabbiare per sempre l'incitamento che motiva nuove conquiste. Non si
negano gli elementi universali dell’arte passata perché non si possono
negare quelli dell’arte nuova. L’opera di Fillia rivela una tendenza
perpetua verso il progresso nel senso più alto della definizione.
Trasformandosi da una pitiura all’altra svolge senza contraddizioni la sua
sincerità primitiva. Un futurista non può dunque negare la storia della
sua opeta e tanto meno quel la del suo movimento: egli porta il peso di
un passato inventato che non può rinnegare senza
distruggersi. Questo passato inventato risale certamente al di là
del futurismo che costituisce una specie di dialettica dello spirito e affre l’unica possibilità capace di
abbattere gli ostacoli. Il fiume precipita giù dalla cascata come se vi
prendesse nascita; in realtà la sorgente è al ghiacciaio. Il futurismo ha
radici italiane ed europee: il tempo aiuta a farle scoprire senza
remissione. Fillia è l'uomo intuitivo di una nuova era. Dalla sua
opera e dai suoi tentativi, come da quelli di Balla, di Boccioni, di
Prampolini, di Diulgheroff e di Benedetto, si stacca un’arte pubblica
universale che l'architettura funzionale rivela, contribuendo efficacemente
alla diffusione delle idee futuriste di Antonio Sant'Elia e degli slanci
del purismo di Le Corbusier. Nell’intento di realizzare ad ogni
costo, Fillia si appoggiò al Regime attraverso gli interventi efficaci di
Marinetti. Però, non ho mai visto Fillia in camicia nera, ne lo sentii
mai parlare di politica nostrana. Parlava solranto dell’Italia che amava. Le
due idee rispecchiano gli scopi e i metodi creativi di quel movimento
indipendente di buona lega che fu il futurismo torinese.
SARTORIS per conto dell'Editore Volpe dalle Arti Grafiche
Pedanesi Roma, Via Fontanesi, Luciano De Maria e Mauro Pedroni,
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Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Carlini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia
fascista – scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract.
Grice: “Prince Edward used to say that he did not care what lnguage opera was
sung, provided it was in a language he didn’t understand. Mutatis mutandis, the
classics at the Sub-Faculty of Philosophy at Oxford. It would be considered
JUST OBSCENE to provide a translation!” Filosofo napoletano. Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I love Carlini, and
Speranza loves him even more, but then he is Italian! My favourite is his
“A brief history of philosophy,” especially the subtitle: “Da Talete di Mileto
a Talete di Mileto, con una postfazione di Talete di Mileto – “Nel principio
era l’acqua”!” – “Il primo filossofo – che cadde in un pozzo.” Si laurea a
Bologna (“l’unica universita italiana”) sotto Acri. Insegna a Iesi, Foggia,
Cesena, Trani, e Parma. E chiamato presso Pisa per sostituire Gentile,
trasferitosi a Roma, come titolare della cattedra di filosofia teoretica.
Membro dell’Accademia d'Italia. Inizia a farsi conoscere assumendo la direzione
di una collana edita da Laterza che inizialmente venne lanciata sotto il nome
di “Testi di filosofia ad uso dei licei”. Ad introdurlo nella Laterza è
GENTILE, conosciuto qualche anno prima, e CROCE, all'epoca ancora in rapporti
col filosofo di Castelvetrano. “Testi di filosofia ad uso dei licei” ha un
scopo divulgativo, ma divenne presto celebre per l'alto livello degli autori
che collaborarono in vario modo al suo interno, fra cui, oltre al C., anche
Saitta e lo stesso Gentile. Oltre al lavoro di direzione e coordinamento in
qualità di direttore responsabile, pubblica due saggi su Aristotele (in realtà
raccolte aristoteliche da lui curate, commentate e tradotte) cui fa seguito uno
studio su BOVIO che desta l'interesse di non pochi studiosi e l'approvazione di
GENTILE, considerato da C. suo tutore indiscusso. Pubblica due corposi volumi
che gli assicurarono un posto di assoluto rilievo nell’ambiente filosofico: un
esaustivo studio sul sense e l’esperienza, e soprattutto “Lo spirito”. In “Lo
spirito” si inizia infatti chiaramente a delineare il proprio pensiero:
adesione alla dottrina idealista, vista come sintesi fra il pensiero
immanentista gentiliano (GENTILE è, fino alla propria scomparsa, suo amico,
oltre che tutore) e quello crociano. Il soggetto attraversa un costante irto di
dubbi ed angosce e un dialogo che riusciamo ad instaurare con noi stessi, in un
percorso critico dialettico, una conquista realizzabile solo attraverso gli
strumenti di una metafisica critica. La centralità della teoria della
conoscenza e sviluppata in “Lineamenti di una concezione realistica dello
spirito umano” e “Alla ricerca di noi stessi”, “alla ricerca di tu”.
Comprensibile appare pertanto l'interesse che nutre per l'esistenzialismo, che
però si espresse con una singolare preferenza verso Heidegger, nelle cui
speculazioni trovarono ben poco posto le istanze metafisiche, piuttosto che nei
confronti di Jaspers che su quelle stesse istanze aveva strutturato la propria
filosofofia. Commenta il pensiero logico di Heidegger, e Che cos'è la
metafisica? (“La nulla anihila”). Rende un commosso omaggio a Gentile con i
suoi Studi gentiliani, raccolta di scritti in massima parte già pubblicati
precedentemente, tesi a ricordarne la figura e le affinità intellettuali che un
tempo lo avevano legato al grande filosofo siciliano. “Bovio” (Bari, Laterza);
“Senso ed esperienza” (Firenze, Vallecchi); “Lo spirito” (Firenze, Vallecchi);
“Note a la metafisica d’Aristotele” (Bari, Laterza); “Filosofia” (Roma,
Quaderni dell'Ist. Naz. di Cultura); “Il mito del realism” (Firenze, Sansoni);
“Lo spirito” (Roma, Perrella); Filosofia (Roma, Ist. Naz. di Cultura); Il
problema di Cartesio, Bari, Laterza); Storia della filosofia, Firenze,
Sansoni); “La Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi filosofici” (Firenze,
Sansoni); Le ragioni della fede, Brescia, Morcelliana); Michelino e la sua
eresia” (Bologna, Nicola Zanichelli). Dizionario biografico degli italiani.
l'architrave 4 ala I ai Mi L. LL SIRIA] PST IR del (5 FILOSOFI ANTICHI E
MEDIEVALI b) A CURA DI GENTILE (vedasi) ARISTOTELE LA METAFISICA TRADUZIONE E
COMMENTO AKA E EL Ò. SX QAR RAT (07 Ds) A CUR. C. gt (O ) 53 Jy i, SK NT rx SD
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GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-L]BRA A GENTILE AMICO E MAESTRO
AMATISSIMO. Dubbi su l’autenticità di alcuni libri della Metafisica
aristotelica, e su la sua composizione, furono sollevati sin dai tempi antichi.
Il testo, quale noi oggi abbiamo, corrispondente, salvo lievi differenze, a
quello del commento che va sotto il nome di Alessandro d’Afrodisia, mostra
sconnessioni tali da far nascere sùbito i sospetti. L'occasione è offerta già
dal piccolo libro II (I minore, nell’enumerazione greca). Asclepio notò che
l’opera lascia molto a desiderare per l'ordine della trattazione, e che vi sono
passi ripetuti e parti prese da altri scritti aristotelici; e aggiunse che,
secondo alcuni, Aristotele aveva affidato ad Eudemo il manoscritto per la
pubblicazione, ma Eudemo non reputò opportuno pubblicarlo così come si trovava:
il manoscritto subì molti danni col tempo, onde, quando più tardi alcuni della
Scuola ne impresero la pubblicazione, non osando colmar le lacune di loro
testa, attinsero ad altre opere aristoteliche e armonizzarono il tutto meglio
che poterono. L’autorità di Asclepio non conta molto, ma quel che dice basta a
provare che dubbi si sollevarono ben presto. Questi non mancano del tutto negli
Scolastici, e risorgono più che mai con gli studi aristotelici nel
Rinascimento. Nell’età moderna, dopo un tentativo, riuscito vano, di dimostrare
che la Metafisica è un complesso risultante da libri aristotelici ricordati
nell’indice di Diogene Laerzio (nel quale non si trova menzione della
Metafisica), la questione è stata ripresa, da un secolo in qua, più
criticamente; ma, come VUuI MBTAFISICA spesso avviene, a un indirizzo
rivoluzionario, che ha rifiutati come spuri alcuni libri o parti di libri e
tentato di dar al resto un ordinamento del tutto arbitrario, si è opposto
l’altro, più cauto, di mantenere e giustificare, per quanto era possìbile, il
testo nell’ordinamento attuale. A dar conto di tutto ciò, ci vorrebbe un volume
a parte, con dubbio vantaggio per quel ch’è lo scopo principale della presente
traduzione: l'intelligenza dell’opera: la quale è senza dubbio di Aristotele,
anche se redatta in qualche parte su suoi appunti e ordinata nell’insieme da
suoi scolari. Ma non possiamo prescindere da un critico recente, dallo Jaeger,
il quale, dopo di avere, negli Studien zur Entstehungsgeschichte der Metaphysik
des A. (Berlin, 1912), tentato di sciogliere il testo nelle parti originarie,
liberandole da quelle via via aggiunte in sèguito, ha voluto, nel volume
Aristoteles: Grundlegung einer Geschichte seiner Entwicklung (Berlin),
collegare la storia della costituzione del testo a quella più generale dello
sviluppo del pensiero aristotelico in tutte le sue opere. A noi conviene,
tuttavia, non allontanarci dal nostro scopo, e però vagliare i risultati, a cui
giunge lo Jaeger per la Metafisica in particolare, soltanto dopo di avere
fissata la linea di pensiero che si svolge in ciascun libro o gruppo di libri.
Cominciamo dal libro primo. Questo primo libro della Metafisica ha une linea di
svolgimento interno e un'unità di concetto benwisibile. Pone dapprima il
concetto del sapere come fondato su l'esperienza e ascendente per gradi dalla
conoscenza sensibile a quella logico-scientifica; poi, distingue in seno a
questa la forma più elevate del sapere, quella filosofica, ch'è conoscenza dei
principii e cause prime. ° Si presenta, allora, il problema della causalità
come dottrina dei principii di ogni realtà nel mondo. Dai primi pensamenti
della causalità come ricerca dell'elemento o degli elementi primordiali, si
passa, Un'esposizione del contenuto (per questo come per gli altri libri) è
data nel Sommario. Qui si dà rilievo alle critica delle Idee, ch'è la parte più
importante. rx sebbene vagamente, al concetto della causalità come principio
efficiente e finale, e alla scoperta della causa logico-formale, posta,
quest'ultima, chiaramente da Platone. L'interesse della trattazione si
concentra naturalmente, ora, su questo punto, ch'è decisivo, non soltanto per
il problema particolare delle varie specie di causa, ma, ben più, per tutta le
concezione aristotelica della realtà. Della filosofia platonica A. espone prima
(nel cap. 6) le origini storiche, la concezione centrale delle idee, la
dottrina ultima delle ideenumeri: e accenna già al punto fondamentale di
divergenza dal suo maestro nel concetto del rapporto tra materia e forma. La
critica si svolge con certa ampiezza nel cap. 9, seguendo nell'insieme
quest'ordine: a) contro la dottrina generale delle idee; è) contro le
idee-numeri in generale; c) contro la derivazione del geometrico dell’ari
tmetico; d) contro il concetto innatistico dei principii della conoscenza. a)
Per combattere la dottrina delle idee in generale, si parte dal concetto
rimasto nel platonismo delle idee come realtà trascendenti il mondo sensibile.
Le idee, infatti, non sono ancora l’intelligibile aristotelico, e per quanto la
dialettica platonica abbia sempre più accennato a considerarle dentro il
processo del pensiero pensante il reale, esse non perdettero mai il carattere
di reali posti accanto, e però fuori, del sensibile. Questa trascendenza restò
in seno all'idea stessa, quando Platone distinse in essa il principio puramente
formale (e però veramente ideale) da quello del molteplice, ch'è suo contenuto.
Quindi A. può dire che Platone, per spiegare il mondo sensibile, lo raddoppia e
moltiplica; e che quella spiegazione, in ogni modo, è puramente formale
(detinitoria), non reale, perchè l’idea non è causalità, attività, principio
interno alle cose (reale della stessa realtà di queste). E anche nella sua
formalità non può riuscire a dar ragione delle cose, perché così il principio
dell'unità come quello della molteplicità, presi nella loro assoluta
indeterminazione, non possono produrre concetti di nulla che valga a intendere
il reale nella sua costituzione effettiva. Col criterio dell'unità del molteplice,
ad es., si dovrebbero ammettere idee di proprietà, di relazioni, ecc., laddove
l’idea vuol essere ragione di ciò che nelle cose è fondamentale, ossia della
sostanza. Ma come pervenirvi senza la distinzione dell'essere reale in ciò che
ha di costitutivo ed essenziale da ciò ch'è suo modo di essere secondario o
accidentale? b) Contro le idee-numeri A. fa valere il suo concetto
dell'astrattezza del numero, e la sua ripugnanza a identificare il pensare col
numerare. Le idee non si possono trattare aritmeticamente, nè possono esprimere
la sostanza delle cose. Questa è data, invece, nel processo logico-reale dei
generi e delle specie, con le determinazioni peculiari che l’esperienza ci
scopre nel mondo della natura. c) Dal grande-piccolo, poi, cercano invano, i
Platonici, di dedurre le determinazioni delle figure geometriche. Non soltanto
passano indebitamente da ciò ch'è inesteso (il numero) all’esteso (figura), ma
anche, in questo, tentano invano di spiegare il passaggio dal concetto di punto
a quello di linea, da questo a quello di superficie, da questo a quello di
solido. Considerandoli come divisioni del concetto (con metodo definitorio),
dovrebbero ridursi l'uno all’altro, predicarsi l'uno dell’altro: la geometria
verrebbe annullata. Invece, le figure geometriche si costituiscono nel processo
di determinazione del concetto di spazio, come svolgimento logico di esso ch'è
insieme la sua generazione reale. d) Tutte queste idee e idee-numeri, poi, in
quanto son altra cosa dalle sensazioni, l'anima le dovrebbe portar in sè, come
una scienze innata, e dimenticata. Ma come, allora, distinguerle e applicarle
nei casi* particolari? E se, avendole dimenticate, non ne possediamo in
principio attualmente nessuna, come dar origine al sapere? Ci vuole, invece, un
principio attuale in noi, l'intelligenza, dal quale scaturiscano i principii,
immediatamente, di ogni sapere; e ci vuole la sensazione come punto di partenza
di ogni conoscenza fondata su l’esperienza. Così si ritorna al concetto posto
nella prima parte del libro, e si chiude il cerchio del pensiero intorno al
fondamento del sapere. Nello stesso tempo vien conchiusa l'illustrazione,
proposta con la seconda parte, della definizione della filosofia come scienza
dei principii e delle cause prime. L’indagine storica, che ha servito a quella
illustrazione, ha dato questo risultato: i Fisiologi trascurano l’incorporeo,
non vedon chiaro il processo causale efficiente-teleologico, ignorano la forma;
i Pitagorici confondono il fisico col matematico, ignorano la causa del
movimento, identificando le cose con la loro definizione si lasciano sfuggire
il concetto della forma; Platone mette in rilievo la forma, ma cerca invano di
assorbire in essa le altre specie di causalità. Conchiusione ultime è che
nessuno dei filosofi precedenti vide chiaro nel concetto della causalità; e
tuttavia, pur attraverso le deficienze e i barlumi, tutti mirarono a esso e
nessuno accennò ad altre specie di cause da quelle poste. Si che si può dire
che il concetto posto della causalità, nella sua distinzione e precisa
formulazione, risulta storicamente confermato. Su la data probabile (') della
composizione di questo libro, v. nota al cap. 9, $ 2; e per il suo rapporto al
lib. XIII, dove è ripetuta quasi letteralmente la parte riguardante la Poco dopo
la morte di Platone, secondo lo Jaeger (Arist., p. 178), a poco distante dalla
composizione del dialogo regi priogoqplas, nel quale erano tre parti: una
storica, una contenente già la critica delle idee, una terza teologica,
corrispondenti al contenuto dei libri I e XII della Metafisica. I primi due
capitoli, invece, di questo libro riproducono un motivo del giovanile
Protreptico. La critica delle idee in questo libro forse presuppone anche il
magl l8e6v (v. nota a 9, 2). critica delle idee, v. nota, ivi, al cap. 4, $ 4.
Anche l’aggiunta del $ 11 a questo capitolo del lib. XIII prova che quella
parte fu trasportata dal lib. I nel XIII, e non viceversa, come pensa il Christ
(v. nota al testo greco, nella sua edizione, in fine al cap. 7). Più difficile
da risolvere è la questione per il cap. 10: v. nota, ivi, al $ 1. L’ipotesi
dello Jaeger è ravvalorata dal fatto che la fine di questo capitolo distingue
due ordini di aporie: le prime, intorno allo stesso argomento del lib. I,
debbono spianare la via alle seconde, e queste ultime sembrano dover essere
quelle del lib. III. Sì che parrebbe che la clausola finale del cap. 10 stesse
più a posto alla fine del cap. 7. È vero che il Ross obietta potersi riferire
anche le prime aporie al lib. III, adducendo le parole iniziali del $ 3° del
III. 1; ma, da un lato, resterebbero indeterminati «i problemi ulteriori , a
cui A. accenna; dall’altro, par poco verosimile che un libro così rieco e ben
ordinato, come questo I, dovesse conchiudersi con l’attuale cap. 10. Ma c’è un’ipotesi
ulteriore dello Jaeger: che, trasportata la critica delle idee al lib. XIII, A.
stesso pensasse più tardi di far terminare il lib. I col cap. 7. Togliendo,
infatti, la clausola finale ($ 8), si avrebbe un risultato della trattazione
che par definitivo ($ 7: questo potrebbe esser stato aggiunto dopo, proprio a
questo scopo). Qui sorge una questione che involge quella dell’origine storica
e dell’ordinamento delle parti di tutto il libro. I lavori dello Jaeger, a mio
avviso, mettono fuori discussione un punto di capitale importanza: che la
Metatisica non segue il piano di svolgimento di un’opera propriamente detta:
essa non è un «libro , come siam soliti d'intendere, ma una « serie di libri, o
di parti, delle quali ognuna ha originariamente una sua propria significazione.
Certo, non è una serie « episodica : c’è un ordine generale tra le varie parti,
anzi un nesso interiore che fa della Metafisica un’opera organica. Ma
quest’organismo risulta dal movimento complessivo del pensiero,
indipendentemente dall'ordine che vi hanno le varie parti, e quest'ordine, in
quanto mira a un disegno o piano costitutivo dell’opera intera, è dubbio che si
possa attribuire (come pur lo Jaeger sostiene, non ostante la sua tesi
accennata) ad A. stesso. Prendiamo questo libro I: ci sarebbe di questo la
prima redazione, ch’ è l’attuale con l’esclusione dell’ultimo capitolo; una
seconda redazione, rielaborando il cap. 7 come dianzi s’è detto, avrebbe mirato
a unire il lib. I al III; in una terza redazione A. avrebbe pensato di far
terminare il libro al cap. 7. Ora, a me pare che la prima ipotesi abbia molta
probabilità, minore la seconda, presso che nessuna la terza. Perchè sopprimere
tutto il cap. 8 e la parte del 9 non compresa nel XIII? E, soprattutto, perchè
guastare un libro che, integrando l’esposizione storica con la parte polemica,
si presenta di così unitaria fattura come poche altre parti della Metafisica? E
con la terza redazione non si sarebbe perduto il vantaggio della seconda ?
Quanto a questa seconda, poi, non va trascurato che, in ogni modo, il nesso tra
il libro I e il III resta più esterno che interno: non si può dire che questo
rappresenti uno sviluppo di quello stesso, o, insomma, che l’uno presupponga
l’altro necessariamente. Lasciando, dunque, in disparte le questioni d’incerta
soluzione, possiamo tener fermo questo: che il libro I raccoglie un corso a sè
(A6yoc, péd0osoc) di lezioni (conversazioni e discussioni), tenuto da A.
intorno al concetto della causalità nella formulazione già data in precedenti
scritti di Fisica (cfr. 3, 6), allo scopo di dimostrare ch’essa va concepita
secondo la quadruplice distinzione immanente a quel concetto, di cui il valore
è insieme ontologico e gnoseologico (epistemologico). Quest’immanenza, che
tuttavia non accenna ancora a risolvere le distinzioni in un principio
unitario, è ciò che dà il tono più aristotelico alla trattazione: chè la
distinzione, per sè, delle quattro specie di causa egli la derivava dalla
scuola di Platone. : 3. Lo sviluppo del pensiero nel libro II è il seguente. Il
capitolo primo pone il concetto della filosofia come scienza della verità, ed
illustra poi la definizione a parte subiecti e a parte obiecti. La difficoltà
di vedere con chiarezza la verità dipende dalla debolezza del nostro occhio
mentale: di qui }a necessità di esercitare ed educare la nostra facoltà
intellettiva. A questo può giovare molto il contributo de’ pensieri altrui
intorno alle verità. (In questo modo, vien disperso il germe di misticismo, o
di scetticismo, e di aguosticismo, ch’era nel pensiero precedente: la
difficoltà non è insuperabile, come, invece, è quella dei pipistrelli di
fissare la luce del giorno). . La verità, oggettivamente, è l'essere stesso
delle cose. Per cui l'essere ch'è più essere, è anche il più vero: è causa
prima dell’essere e della verità di tutto il resto. Tale è l’essere eterno, e i
suoi principii Son principii di tutto. Dopo ciò, si attenderebbe di passare
alla ricerca dei principii dell'essere eterno, di ciò che non appartiene al
mondo corruttibile. Invece, il pensiero si abbassa nel capitolo secondo al mon
do del divenire in generale per affermare la necessità di porre un principio,
ansi dei principii o cause prime del suo essere e del nostro conoscerlo. Non
ostante la oscurità e incertezza di singoli punti, la tesi svolta in questo
secondo capitolo, dell'’impossibilità di un processo all’ infinito, risulta
abbastanza chiara. Ci ha de essere, anzitutto, un punto di partenza e un punto
di arrivo: un processo chiuso, in somma, da entrambi i lati. Chi pone, infatti,
una questione di causa-effetto, comincia di necessità de un punto, de un fatto,
ch'è il primo, poniamo l'attuale, dal quale procederà, rimontando indietro,
alle cause che l'hanno prodotto. Se, poi, vien concesso un punto di partenza,
l'acqua o l'aria, ad es., per spiegar l'origine causale delle cose, ci vorrà
necessariamente un punto d’arrivo: bisognerà pur arrivare al mondo attuale
delle cose. L'oggetto (il mondo, la cosa, la realtà attuale) è, così,
determinato ne' suoi limiti estremi. Qui, allora, si pone un problema più
interno a esso: il concetto del suo divenire in quanto processo immanente. A.
presenta il suo concetto del divenire come svolgimento graduale, irriversibile.
E passa, quindi, alla considerazione della necessità di un principio finale e di
un principio formale. (La dimostrazione precedente dava rilievo specialmente
alle causa materiale e a quella efficiente, in riguardo alle quali si esercita
in primo luogo l’aporia del processo all'infinito). In fine: son queste tutte
le possibili specie di cause? Le domanda in A. suona così: possono esser
infinite le specie di causalità? Egli non affronta veramente il problema, e si
limita a constatare che, se fossero infinite, noi non arriveremmo mai a
conoscer veramente una cose. Il concetto di tempo, qui introdotto, non aveva
che vedere. Se mei, un altro: che le molte cause debbeno formare una causalità
totale, affinchè possiamo affermere di conoscere una cosa. L'ultimo capitolo
comprove l'indole proemiale del libro. In esso si chiarisce il metodo di trattazione
ed esposizione proprio delle scienze in riguardo al modo di pensare comune, e
la differenza tra il procedere matematico e quello delle scienze fisiche. Di
quello filosofico non X1V MBTAFISICA si parla. Ma, mentre nel cap. 1 la
metafisica par aver in comune con la fisica lo studio della realtà delle cose,
qui il suo oggetto (e però anche il suo metodo) par più vicino a quello della
matematica. Per l’autenticità, v. nota al libro: ne sarebbe redattore Pasicle,
di Rodi; per la sua tardiva inserzione in questo punto, v. nota a IlI. 1, 3. Ma
anche il tono generale è ancora quello del libro precedente: cfr. il cap. 1 col
2 del], e la susseguente trattazione della causalità in entrambi. La
sconnessione tra il cap. 1 e il 2 (cfr. nota a 2, 1) si può spiegare con
l'interruzione degli appunti presi da Pasicle. 4. La serie di questioni, di cui
risulta composto il libro III, comunque si vogliano dividere e numerare, ha un
ordine interno di pensiero, e comprende veramente i problemi capitali della
metafisica aristotelica ? Poichè la filosofia è la scienza delle cause prime, è
giusto cominciare dall’aporia prima: se, infatti, le cause son di più specie,
l’esistenza di quella scienza par compromessa. Quando A. avrà definito come
oggetto della metafisica l’essere in quanto essere (IV. 1 e VI. 1), serà chiaro
che quelle cause debbono esser studiate da essa in quanto causelità dell'essere
stesso. Questo concetto porta a una superiorità della metafisic a su le altre
scienze: a una scienza dei principii di tutte le scienze. Questi son di tre
specie: principii logici, o assiomi; il genere delle sostanze o cose prese in
considerazione; e le proprietà, accidenti o attributi che vengon dimostrati di
esse. Bisognerà che la metafisica sia scienza di questi principii. Di qui le
aporie 2-4, nelle quali A. tace: a) che c’è un altro tipo di scienza oltre
quello apodittico; è) che dei principii logici, o assiomi, la metafisica deve
considerare il principio primo, quello ch’ è il fondamento degli altri di
ciascuna scienza; c) che la sostanza studiata dalla metafisica è, diciam così,
l'a priori o trascendentale delle sostanze particolari, sì che una scienza di
essa non è, per questo, una scienza (unica) delle sostanze (tutte); d) e che
gli accidenti, di cui tratta la metafisica, son quelli soltanto che
appertengono al concetto dell'essere in quanto tale. Il predetto modo di
considerare la scienza e i suoi principii riceve in concreto il suo
significato, per A., dall'opposizione in cui si pone al concetto platonico del
sapere. Per Platone e per i Platonici la scienza non è della realtà sensibile,
ma delle sdee e degli intermedi: essi, staccando l’oggetto del sapere dal
sapere stesso, lo ipostatizzano e moltiplicano in entità ideali o matematiche.
Non vedono che la realtà studiata dalle scienze è la stessa, la realtà
naturale: solo che è con NOTA INTRODUTTIVA xv siderata da punti di vista
diversi. Soltanto su la base di questa diversità di punti di vista è lecito
porre una diversità anche dei loro oggetti: dell'oggetto della fisica da quello
della matematica, e di quello proprio della metafisica. La forma aporematica in
questa questione (ò3) è più tenue: prevale l'opinione contraria all’esistenza
delle idee e degl’intermedi. Ma è pur vero che l'oggetto della scienza fisica
solo in generale si può dire ch'è la medesima realtà naturale: in concreto ci
sono tante scienze quanti sono i generi di essa. Sì che, pare, i suoi principii
(che la metafisica deve studiare) debbono essere questi generi resli, non
quelli dell'essere nella generalità del concetto. La tesi vien ribadita nella
questione 6a con la considerazione delle superiorità del principio definitorio
su quello meramente materiale delle cose. Ma il vero sviluppo della tesi è
nelle questioni che seguono. In primo luogo, nélla 7a: se si prendono come
principii i generi, come determinarne il numero? Si ricorrerà all'’Uno e
all'Essere come principio di tutti? Ma l'Uno e l'Essere non son genere, e per
la loro indeterminatezza non possono in concreto spiegarne nessuno. Senza dire
che entro l’imbito dello sviluppo di ciascun genere, questo genere stesso si
moltiplica indefinitamente passando attraverso le sue varie specie, sì che, da
una parte, non si tratta, in realtà, di un genere unico nel senso
dell'identità, anzi di molti generi; dall'altra, esso non esiste fuori delle
specie in cui si realizza: sì che principii, se mai, sono le specie o concetti
specifici piuttosto che quelli generici, Qui sorge, allora, une difficoltà:
noi, anche ponendo come principii le specie, riconosciamo che i principii son
tali in quanto universali. Ln specie, anche quella più vicina alla concretezza
dell'individuo, è pur sempre un'universelità. Questo pensiero, mentre chiude la
questione 7* con un’argomentazione in favore dei generi che hanno
un’universalità maggiore delle specie, apre la via alla questione 8*. La quale
ha una parte poco o nulla aporematica: quella in cui A. si pone lui stesso il
problema d'intendere come un principio possa essere universale, e tuttavia non
esistere fuori dell'individuo. Egli lo risolve facendo della specie la forma
che si realizza nell’individuo, nel sinolo, e tuttavia non si esaurisce nella
particolarità di questo. Ma c'è una parte, anche, veramente aporematice: la
forma in niun caso è separata? (Dio è separato). E anche dove non è separata
(nella natura), ma immanente agl'individui, diremo ch'essa è unica (identica)
in tutti, o differente in ognuno? Nè l'una nè l’altra affermazione è
sostenibile: nel primo caso si ha una identità materiale, numerica, una
sostanza uguale in tutti gl'individui, che sarebbero, così, tutti, una cosa
sola; nel secondo, la differenze sarebbero tante de sopprimere ogni realtà,
unità e identità, della specie entro la quale soltanto, poi, si realizzano
quelle differenze. La questione ®, infatti, fa vedere che nè il primo punto di
vista, XVI METAFISICA nè il secondo, sono soddisfacenti. A. qui tace la sua
soluzione: dell’unità che si realizza attraverso le differenze, onde il punto
di vista ch'egli chiama numerico non è guardato fuori di quello specifico, e
viceversa. .+ Questa soluzione, sottintesa, presenta, tuttavia, una difficoltà
al pensiero di A.:il concetto di svolgimento, in cui l'identità si concilia con
le differenze, vale, propriamente, per il mondo della generazionecorruzione.
Come estenderlo al mondo di ciò ch'è eternamente lo stesso? La soluzione di
questa difficoltà (questione 10*) parrebbe data nel pensiero aristotelico dalla
considerazione della realtà naturale nel complesso del sistema, dove i cieli
rappresentano anch'essi un grado di svolgimento in perfezione. Ma, qui, allora,
torna più incalzante la questione (11°) già accennata a proposito dei generi:
se, cioè, considerando la realtà nella sua totalità, e non nelle divisioni in
cui si offre dei generi diversi, si debba dire che essa è quell’Essere e Uno
che Parmenide, Pitagorici e Platonici, per diverse vie, ponevano come principio
primo e assoluto. Il pensiero prevalente in questa aporia è che porre l’Essere
e Uno come reale porta necessariamente a negare il molteplice e il numero. A
questo punto s'insinuerebbe una difficoltà, quale un oppositore potrebbe
addurre: se non è reale l'Essere-uno, come è reale il molteplice-numero? Come,
senza quello, spiegar questo? A., che alla difficoltà ha tacitamente risposto
dianzi per quanto riguarda la realtà della forma e della natura nel loro
svolgimento, attenua la questione riducendola alla parte riguardante
l'uno-molteplice matematico, cioè alla realtà del numero e degli enti
matematici in generale. E passa, così, ‘alla questione 12*. Spezza una lancia
in loro favore, me per dovere dialettico più che per convinzione: questa si
vede bene nella parte opposta, la quale conferma definitivamente l’astrattezza
del punto di vista matematico, impotente a spiegare la realtà sostanziale e il
processo di generazione delle cose. ° Quella realtà sostanziale i numeri, mera
determinazione quantitativa, non possono darla. Ci vuole una determinazione
qualitativa, un'unità formale, non materiale. A questo, infine, mirò Platone
quando, prima di complicare la sua dottrina con quella pitagorica, pose per,
principio l’Idea. Nella questione 13*, infatti, A. par così pensare. Il
passaggio alla 14° questione è oscuro: l'occasione può esser offerta del
pensiero che l'Idea platonica, pur in certo modo lodata dianzi, é mera
possibilità, non attività. Le questione 15* non sembra introdurre un problema
nuovo ed è, come la precedente, appena accennata. ‘Integrando, dunque, il
pensiero espresso con quello sottinteso, si vede svolgersi, attraverso
l’apparente molteplicità, una questione unica: qual"è la natura del
principio o dei principii, di cui la metafisica è scienza. Le prime quattro
questioni sono introduttive, e son quelle che hanno una più immediata soluzione
nei primi tre capitoli del libro IV e nel 1 del VI. Questi tre libri (ITI, IV,
VI) vengono perciò considerati come formanti un gruppo idealmente e
storicamente Compatto, e la prova maggiore di ciò è attinta dal fatto che il
loro contenuto si presenta unito anche nell’abbozzo del lib. XI. 1-3. Ma la
forma in cui queste prime quattro questioni vengon riprese, discusse e risolte,
mostra, con la diversità d’impostazione nel IV e nel VI, con gli sviluppi ed i
pensieri ivi aggiunti, che il III ha, anche, una propria autonomia. Tanto più
questo diventa evidente per il resto della trattazione: le undici questioni,
che vengon dopo quelle, trovano una risposta nei libri VII, IX, X, XII-XIV, ma
in forma generalmente indipendente da quella che hanno nel lib. III ('). Sì che
soltanto approssimativamente, e badando più ai germi speculativi racchiusi in
esso che alla loro posteriore trasformazione, si può riguardare questo libro
come un programma svolto nei libri seguenti. Per se stesso, esso è una ripresa
del motivo dominante già nel I: i principii del reale non si possono più
concepire platonicamente, come idee e intermedi, e tuttavia essi debbono, come
Platone pur vide, trascendere la realtà considerata al modo dei Presoeratici.
Per questo rispetto la questione 13° è da considerare come conchiusiva (*). Il
« noi , ch’è in principio (6, 1: cfr. anche 2, 17), mostra che A. si considera
ancora dell’Accademia come nel lib. I. : 5. Anche il lib. IV ha un’unità di
pensiero, che ne fa una trattazione indipendente, non ostante la connessione
col III. Vegga, chi desidera, i raffronti fatti dal Ross, nell’Introduzione
(vol. I della sua ediz. della Met. con comm.: Oxford, 1934), pp. XxIM-xxIv, ©
pp. 298-233; e i richiami da noi posti nelle note al libro, (9) Lo Jaeger
(Arist., p. 322) ha avanzata l’ipotesi, abbastanza persuasiva, che la questione
14° sia stata aggiunta più tardi, dopo l’inserzione dei libri VII-IX: e888
MANCA, infatti, nei capitoli corrispondenti dell'XI. Si può pensare che anche
la questione 16 sia stata rielaborata e posta in fine a questo scopo. La Parte
prima espone concetti generali su l’oggetto della filosofia e sul suo rapporto
alle altre scienze; e, propriamente, nel cap. 1 si accenna all’universalità e
necessità dell'oggetto della metafisica in opposizione alla particolarità e
contingenza di quello delle altre scienze in generale; nel 2, la metafisica
(non ostante alcune riprese dell'argomento del cap. prec.) si presenta
piuttosto come «filosofia nel senso platonico più generale, e la questione del
rapporto non è più ‘alle scienze, ma alla dialettica. Meglio: alle
specificazioni o applicazioni della dialettica, nella Sofistica (eristica),
nella Dialettica propriamente detta-(esercitazione logica), nell’Apodittica.
Questa tripartizione corrisponde a quella da noi notata (a 2, 1) dei tre
aspetti del pensiero per A.: soggettivo-verbalistico, logico-discorsivo,
logico-oggettivo: tre aspetti che abbiamo trovato espressi anche nella
formulazione del principio di non-contraddizione, e nella conseguente difesa
che ne fa A. nella Parte seconda. In conchiusione, quanta è la distanza tra la
Sofistica e la Dialettica, tanta e più è tra la Dialettica e l'Apodittica: la
distanza, qui, è misurata dall'amore della verità, e qui la Filosofia sta
vicino all’Apodittica. Se ne allontana, invece, per l'oggetto e per il metodo:
l’oggetto dell'Apodittica è quello della scienza propriamente detta, sempre
empirica in fine; mentre la filosofia studia la realtà in sé e per sè, nel suo
significato e valore assoluto. Il metodo scientifico è, perciò, dogmatico,
quello della filosofia critico: essa soltanto esamina e discute i principii
primi nel senso dei fondamenti stessi di ogni conoscere e sapere. E si rifà,
quindi, al principio primo di quei principii, che è il pensiero in sè e per sè.
È da notare, tuttavia, che A. mantiene questo concetto dentro l'ambito della
dialettice platonica, per cui i principii dell’apodittica vengon limitati a
certe verità logiche o nozioni comuni del pensiero discorsivo, chiamate
assiomi, e conseguentemente anche il principio primo resta limitato nell’ambito
di essi, come un assioma, per quanto supremo e più saldo. La difesa di questo
principio logico si svolge in tre parti: la prime (cap. 4) mire prevalentemente
all'eristica; la seconda (capp. 6-6), ai dialettici seguaci di Protagora; la
terza (capp. 7-8), a confermare, contro i precedenti avversari, il principio di
non-contraddizione mediante l’altro, implicito in esso, del terzo o mezzo
escluso. A quali avversari A. abbia l'occhio, nella loro precisa determinazione
storica, non è sempre facile stabilire. Oltre gli Eraclitei e i Protagorei, è
molto probabile ch'egli abbia in viste i Megarici ei seguaci di Antistene (v.
lib. V. 29, 2): è il gruppo stesso contro il quale è diretto il Teeteto di
Platone, ma allargato e fatto più petulante per pretese di ragioni logiche. La
prima parte della difese ha carattere negativo (la seconda, carattere
positivo), e, trattando con gente che fa questione meramente discorsiva, non
rifugge dall'uso del metodo sofistico (così come negli Elenchi Sofistici). Quel
che più importa è di costringere l'avversario & der un significato preciso
alle parole ch'egli adopera (cfr. Sommario, a). L'essere e il non-essere (0,
uomo e non-uomo) sono presi come casi estremi: se non si riesce a fargli
distinguere questi, non c'è da sperar più nulla. Un secondo ordine di
considerazioni riguarda le conseguenze in rispetto al reale (chè, in fine, non
si vuol far questione di parole, dice A., ma di fatto): non c'è più modo di
distinguere la sostanza dall’accidente, un accidente de un altro, una cosa da
un'altra cosa (è, c). Vien fuori il caos! (A., con la maggiore serietà, dà
all’avversario un fondamento scientifico e avvicina questo caos alla dottrina
anassagorea, o alla propria della potenza indeterminata). Un terzo ordine di
considerazioni riguarda le conseguenze in rispetto al giudizio (d, e): non c’è
più opposizione tra l'affermare e il negare, e costoro o non dicon nulla o
contraddicono se stessi. Ma, poichè neanche questa considerazione può spaventer
l'avversario, che fe proprio di questa contraddizione il suo principio
inespugnabile, A., stanco dell'assedio ($ 32), invoca contro di Jui il buon
senso e la testimonianza del giudizio pratico, onde nella vita nessuno è
scettico, perchè della verità noi abbiamo bisogno per inoppugnabile necessità.
La difesa è ripresa da ccapo determinatamente ai Protagorei (distinti in seri e
non seri, ma questi sono ancora quelli della parte precedente, e non si
aggiunge per essi nulla di nuovo). Anche questa è divisa in tre ordini di
considerazioni, le quali, per maggiore chiarezza, chiameremo oggettive, soggettive,
oggettivo-soggettive. Quelle oggettive si rifanno alla dottrina eraclitea e le
sostituiscono le concezione che A. he del rapporto dei contrari nel divenire
reale (a). In conchiusione, il divenire presuppone l'essere: l'essere del
sostrato e delle sue forme (non solo intelligibili, me anche sensibili!); e
oltre quest'essere che passa da una forma all'altra, c'è l'essere che non
passa, ma è eternamente lo stesso. Le considerazioni soggettive prendono in
esame il criterio della verità posto da Protagora nella sensazione (d, c).
L'errore dei Protagorei è di ridurre l'intelligenza alle sensazione, questa o
all'immaginazione o all'impressione corporea (si scopre la tendenza
materialistica, l'affinità alla dottrina democritea, di questa dottrina). Con felice
ardire A. prende l’avversario nel suo stesso principio: l’atto del sentire è
vero, di una verità non contradittoria, se guardato nella sua piena attualità.
Le differenze di quell'atto si spiegeno dal di dentro di esso stesso, come
capacità dell'anima di sentire l'un contrario e l'altro. Ma A. non ve più in là
di quanto gli basta contro i suoi avversari: quest'atto si determina
nell’attualità come la potenza dei contrari nelle cose, e il suo determinarsi
in un modo o nel modo opposto dipende da circostanze esteriori. Per questo, il
pensiero arietotelico trova aperta lo via a ripassare dalla legge di
noncontraddizione a quelle dei contrari (6, 12), come s'è notato a suo luogo
(nota alla fine del. cap. 3). Il terzo ordine di considerazioni riguerda, più
propriamente, il concetto protagoreo della correlatività, dell’esistenza del
soggetto e dell'oggetto nell'atto o incontro istantaneo che produce il
conoscere. In quell’atto soltanto esiste per Protagora il soggetto e l'oggetto,
almeno per noi. Ad A. sembra che questo sia un vanificare la realtà (5, 26-28;
6, 8-10), la realtà dell'oggetto e quella del soggetto, le quali esistono come
potenze per se stesse, e sono il sostrato nelle cose e l’anima in noi. Egli ha,
bene, il suo principio dell’atto, ma questo, a differenza di quello protagoreo,
è realtà ch'è insieme esistenza e verità positiva dell'oggetto e del soggetto,
perchè ripete il suo principio primo da quell’atto puro ch'è la ragion prima di
tutto il reale. La parte terza illustra il principio del terzo escluso
mostrando come la negazione di esso porta alle conseguenze esaminate
precedentemente: si confonde tutto, e non si dà più un significato alle parole;
si sopprime il giudizio, il quale non può non essere o affermativo o negativo;
non s'intende più la realtà nel suo divenire determinato dalla legge
(aristotelica)dei contrari. Sono ancora i tre aspetti della questione, come noi
l'abbiamo distinta. E questi si avvicendano paragrafo per paragrafo nel cap. 7.
La dottrina eraclitea sembra favorire il mezzo nel senso positivo (e-e), e
negare più immediatamente il giudizio nella sua disgiuntività e la stericità
del negativo nel divenire reale; la dottrina anassagorea sembra favorire il
terzo nel senso negativo (né-nè), e l’eristica. Ma poichè la forma positiva e la
negativa si equivalgono in fine, le due dottrine vengon ridotte l’une all'altra
(7, 10; 8, 2). L'ultimo capitolo ha carattere conchiusivo: il principio di
non-contraddizione esige per ogni giudizio l'affermazione del vero come opposto
al falso, sì che l’uno non s'intenda senza l’altro: nasce nell'opposizione
all’altro. Posti uno fuori dell’altro (come due che si contraddicono), il vero
si converte in falso, il falso in vero, immediatamente, Il giudizio presuppone
questa disgiuntività, ch'è opposizione assoluta del vero al falso, e mediazione
dell'uno per mezzo dell'altro. Ma, come per l'atto del sentire, così qui per
quello del pensare logico A. non dialettizza, poi, in sè l’atto del giudizio
ne’ suoi momenti delle negazione e dell’affermazione: queste, così come il vero
e il falso, pur opposti e uniti nella sintesi che li media, gli divengono due
giudizi corrispondenti a quelli che nella realtà delle cose sono i contrari. Il
capitolo, infatti, termina passando bruscamente ell’esempio di coloro che o
affermano esistere soltanto il movimento (eraclitismo), o soltanto la quiete
(eleatismo): i quali sono due stati contrari, ognuno in fine esistente
positivamente in atto senza l’altro, anche se idealmente l'uno nasca
dall’opposizione all’altro: onde sono insieme in potenza. Anche realmente, in
quafito si guardi ell’essere nella sua universalità: nell'universo, infatti, il
movimento, ch'è anche cangiamento, digrada sempre più verso la quiete e
l'’immutabilità assoluta. L’e-e di Eraclito, così come il nè-nè anassegoreo
risorge, ma in altro senso, dentro la dottrine aristotelica dei contrari, come
un divenire ch'è intermedio tra i due stati opposti dell'essere, attraverso i
quali passa l’essere svolgendosi nella fenomenia della natura: quell’essere
che, in quanto è, spiega il divenire (Eraclito), mea è anche al di là del
divenire (Parmenide). E come l'essere, così il pensiero nello svolgimento umano
dall’errore alla verità, de una verità a una verità superiore. La scienza di
questo essere ch'è pensiero, perchè il pensiero è l'essere stesso delle cose, è
la filosofia, nel senso ancora della dialettica platonica, diversa dalla
Sofistica per l’amore della verità, dalla dialettica delle opinioni per la
verità, dall’apodittica per la consapevolezza della verità che possiede e cerca
(i). 6. Il lib. V, citato più volte nella Metafisica e altrove con la frase tà
megi toù smocayic, o altra simile, e ricordato con proprio titolo nel catalogo
di Diogene Laerzio, è sembrato a molti una mescolanza di pensieri troppo
disordinati e di vario genere per poterne ricavare, come pure altri tentarono,
un disegno o una qualsiasi linea di trattazione. Qualcuno lo riguarda quasi un
piccolo dizionario dei termini più usati in filosotla; ma questa non può esser
stata, di Sicuro, l'intenzione dell’autore: chè troppi sono i termini mancanti,
e de’ più importanti; nè l'indole della trattazione è quella di un’esposizione
in tal senso. Pare piuttosto che si tratti di un primo tentativo (questo libro
è probabile che sia stato composto prima degli altri della Metafisica) di
chiarimento di alcuni concetti, dai quali moverà la riflessione aristotelica
per l'ulteriore elaborazione. Gran parte di essi, infatti, vengon ripresi,
chiariti e sistemati in altri libri e scritti. Guardando bene, si scorge
facilmente che un ordine, o meglio una serie di problemi organizzati intorno a,
un nucleo di carattere strettamente conforme al resto della Metafisica, c'è; ma
è un ordine piuttosto interiore che esterno, Un’esposizione di questo libro sì
trova nel volume di Guino CaLoczro, I fondamenti della logica aristotelica
(Firenze, Le Monnier, 1927), di cui un saggio fu citato in nota al 8 20 del
cap. 4. La tesi del C. è che la logica dianoetica di A., che concepiace
l'attività del pensiero come sdoppiamento predicativo (e quindi come giudizio,
sillogismo ed apodissi) sl riduce interamente alla posizione noetica, laquale
fonda ogni determinazione del contenuto logico su l'atto unitarlo
dell’appercezione intellettuale (noetico). La dimostrazione è condotta con
vigore e penetrazione. La mia esposizione, qui come altrove, vuol essere più
aderente ai termini in cui si presentava ad A. storicamente il problema.
risultante piuttosto dal complesso che dalle parti così come son disposte in
questo libro. I primi capitoli su principio, causa ed elemento mostrano subito
l’interesse predominante per l'oggetto della scienza prima, e preludiano alla
ricerca propria del lib. I; il cap. su la natura è strettamente legato allo
stesso argomento: la distinzione di materia e forma, e i principii aristotelici
intorno al divenire naturale ci sono già tutti chiaramente. Aggiungerei a
questi, come complementari, i capitoli su ctò per cui e per se stesso, da
qualcosa, genere, perfetto e limite o termine. Un altro gruppo ben definito di
pensieri è intorno.alla sostanza e alle sue determinazioni: quantità, qualità,
disposizione, abito, affezione, privazione, avere, e intorno al relativo.
L'essere già si pone nelle distinzioni dell’accidentale e dell’essenziale, del
vero e del falso, e (per il processo reale) della potenza e dell’atto. Le
indagini su la potenza, sul necessario e su l’accîdente, sul falso,
approfondiscono l’uno o l’altro aspetto di quelle distinzioni. Meglio ancora si
profilano le distinzioni dialettiche dell'unità, dell’identico, dell’opposto, che
verranno elaborate nel lib. X. Con il concetto di unità stanno quelli di parte,
intero e tutto, e anche il capitolo su mutilato ha relazione con questi; mentre
il capitolo su anteriore e posteriore si lega variamente alle riflessioni su la
natura in sè o in rapporto alla nostra conoscenza. Sono, come si vede, i
problemi dei primi libri della Metafisica, sebbene non ancora distinti e
ordinati come, poniamo, nel lib. III. Onde il raggruppamento da noi fatto non è
rigoroso: nel capitolo, ad es., su ciò per cui e per se stesso ci sono
considerazioni che toccano di più la questione della sostanza e dell'essenza; e
il capitolo su relativo ha pensieri che stanno bene con quelli delle
distinzioni dialettiche. Si può notare, inoltre, in questo libro, una più rilevante
mescolanza del punto di vista naturale e oggettivo con quello umano e
soggettivo: già nel cap. 1 si vedono, per es., al paragrafo conchiusivo, messi
insieme la natura e gli elementi col pensiero e la deliberazione; così nel cap.
5 per il necessario, nel 28 per i) genere, e nel capitolo seguente per il falso
($ 3: un «uomo falso ). E spesso anche altrove. La mescolanza su detta deriva
in parte dell'altra, molto lamentata dai commentatori, del modo comune di
parlare messo insieme con quello filosofico, e, in generale, dal minor rigore
(ch’ è spesso anche minore chiarezza), o nel pensiero o nell'esposizione,
predominante in questo libro in confronto con gli altri della Metafisica. Niun
dubbio che questo libro è stato aggiunto in epoca posteriore: messo qui forse
perchè citato in VI. 2, 1 e in VII. 1, 1. Ma, evidentemente, esso interrompe la
continuità del gruppo che dopo il IV vuole il VI. Il lib. VI è breve, quasi
quanto il II, ma supera questo di assai per importanza, in sè e in rapporto
agli altri libri. Anch'esso si compone di tre parti, tra le quali non è
visibile immediatamente il legame, se si bada, non al-risultato comune
dichiarato, ma alla sostanza di ognuna di esse. Il risultato comune è che
l’oggetto della metafisica è l'essere in quanto essere, non l’accidentale, o
ciò che ha una realtà soltanto soggettiva: è il vero essere, di cui la realtà è
eternamente, universalmente e necessariamente, tale. Ma, poi, la prima parte
svolge, con punti di mirabile chiarezza, il rapporto tra la metafisica e le
altre scienze, come un problema a s'; la seconda tratta la questione
dell’accidente senza coordinarla a quanto precede o segue; e così la terza, per
il vero e falso. Nè si può dire che A. nelle parte prima non faccia un posto
conveniente anche alle altre scienze; e nella seconda oltre « ciò ch'è sempre
si pone come oggetto di scienza anche «il per lo più; e nella terza è un
accenno che oltre al vero nel senso soggettivo c'è pure una verità che serve di
fondamento a quello, e non è perciò da relegare fuori della metafisica, insieme
all’accidente e quasi al non-essere. Tuttavia, nel complesso, il movimento
principale del pensiero in questo libro si può dire lineare, e in senso inverso
a quello del lib. IV. Là dal concetto dell’essere in quanto essere si passa ai
presupposti della pensabilità e conoscibilità del reale in generale; qui dal
rapporto tra l'oggetto della « filosofia prima e quello delle altre scienze si
procede eliminando ciò che non ha vera e stabile realtà; e per assicurarne
questi attributi, si arriva persino a identificare il pensiero con
l’accidentale. Cfr. note a IV. 1, 1 e 2, 1 su questo doppio movimento del
pensiero in A. Lo Jaeger (Arist., pp. 209-212) pensa che, mentre il capitolo 1
rappresenta una ripresa del cap. 1 del IV rielaborato sin da principio nella
forma attuale, come prova il corrispondente cap. 7 del lib. XI, il cap. 2 e il
4 abbiano, invece, subìto un ritocco che alterò la fisonomia generale del
libro. Confrontando, infatti, i capitoli 2-4 con il corrispondente cap. 8 dell’
XI si trova che in questo mancano i $$ 2 e 3 del cap. 2, e che il contenuto del
cap. 4 è ivi ridotto alla pura e semplice esclusione del pensiero soggettivo
dall'essere in sè e per sè, ch’è l'oggetto della metafisica. Si può aggiungere
che anche la trattazione dell’accidente nel cap. 3 mostra l’influsso di
pensieri posteriori (cfr. $ 1 e le citazioni in fine della mia nota al $ 4).
Secondo lo Jaeger il pensiero originario di questo libro (e del gruppo III, IV,
VI, tutt’intero) era schiettamente platonico: la vera realtà è quella
dell’essere divino, immoto e separato, trascendente. A questi libri, i quali, a
cominciare dal I, costituiscono, con le loro ricche indagini intorno
all’oggetto della metafisica, una parte di carattere essenzialmente
introduttivo, doveva seguire oramai la parte costruttiva di carattere
eminentemente teologico. Invece, segue il gruppo VII-IX che ha un carattere del
tutto opposto! Questi libri, infatti, come ora vedremo, appartengono con ogni
probabilità a un periodo posteriore dell’attività filosofica di A., e si
possono considerare come espressione della piena maturità della sua riflessione
critica. In essi non è quasi più nessuna traccia del precedente suo platonismo.
Ora, secondo lo Jaeger, quando A. decise di introdurre questi libri nel corpus
metaphysicum, rielaborò i capp. 2-4 del VI in modo che si stabilisse un
passaggio dai libri introduttivi I, III, IV, VI (cap. 1) ai libri VII-IX. Al
cap. 2 aggiunse i $3 2-3, affinchè, oltre i modi dell’essere come accidente e
come vero, venissero anticipati quelli delle categorie e della potenzaatto (‘).
Il cap. 4, poi, fu rielaborato in modo da costituire un precedente al cap. 10
del lib. IX: accanto al principio dianoetico fu accolto quello noetico (*), non
senza un visi Il lib. VII, infatti, prende per punto di partenza la categoria
della sostanza e in questa approfondisce l'indagine logico-ontologica sino alla
fine del lib. VIII. Ed è notevole che al principio del cap. 1 (del VII) si
richiama per i vari sensi dell'essere nelle categorie al megl toù a0cay®g,
anzichè al 8 2 del cap. 3 del VI: non c’era, dunque, ancora in A. il proposito
di unire questa trattazione a quella dei libri precedenti della Metafisica.
Anche il cap, 10 del lib. IX è un'aggiunta posteriore, che mal s'intona ai
capitoli precedenti del lib. IX: cfr. nota, ivi. Il principio noetico, dice lo
Jaeger, ò l'ultimo avanzo della platonica intuizione delle idee (in A., le
essenze semplict) rimasto nella metafisica aristotelica. L'osservazione è
esatta, se s'intende quel principio nel senso del cap. 10 del IX. Ma nei libri
VII-I1X c'è anche uno sforzo potente di calare quel principio dentro il
pensiero dianoetico stesso e farne motivo dell’unità del molteplice
nell'oggetto e nella nostra conoscenza di esso. In questo senso, esso è un principio
ben lontano dall’intuizione platonica, puramente intellettuale, del
trascendente. bile turbamento della chiarezza del ragionamento e della
regolarità della costruzione sintattica di questa parte del capitolo (‘). Le
congetture dello Jaeger sono a primo aspetto del tutto persuasive, e soltanto
in un secondo tempo, scoprendosi il loro fondamento meramente ipotetico,
perdono alquanto della loro persuasione. Intanto, le aggiunte o modificazioni
apportate ai capitoli 2 e 4 non introducono pensieri nuovi per A.: cfr. V. 6,
9-10 e 7, 4-7 (qui l’essere nel senso delle categorie e quello nel senso della
potenza-atto è parimenti unito a quello nel senso del vero-falso). Sì che
aggiunte e modificazioni si potrebbero spiegare anche fuori dello scopo
attribuito ad A. dallo Jaeger. Poi, quel deciso atteggiamento platonico ch’egli
vede nei libri introduttivi va, a mio avviso, attenuato nel senso dato dianzi
nell'esame sintetico di essi. C'è un concetto fondamentale nel IV e nel VI, e
che, essendo presente già nell’ XI anteriore a questi secondo lo stesso Jaeger,
si può ben sottintendere nel III e anche nel I(*): quello dell’oggetto della
metafisica come l’essere in quanto essere, il quale basta a bilanciare la
tendenza platonica della concezione teologizzante con una tendenza opposta, in
cui vien sorpassato il criterio della distinzione della « filosofia prima dalle
altre scienze su la base della diversità e dignità del genere de’ loro oggetti.
Come, poi, avvenga che A. passi d’un tratto da un concetto all’altro, sebbene
non inconsapevole della differenza (la quale non era per lui tanto grande da
costituire, come per noi, un’irriducibile opposizione) (?), sì cercò di
chiarire nella nota in fine al cap. 1 del lib. VI. In fine: che A. stesso
adattasse con un mero accomodamento V. JaEGER, Fntst., pp. 29 88. L’essere in
quanto essere è ancora il concetto della causalità come immanenza a uno stesso
principio della quadruplice distinzione colà posta. (9) L'essera in quanto
essere è l'essere che il pensiero scopre nel fondo di tutto ciò ch'esiste (nel
mondo seneibile e in quello intelligibile), in quanto ragione della realtà e
conoscibilità di esso: p. d. v. critico e immanentistico, dunque, che A. non
poteva scambiare con quello dogmatico e trascendente dello schietto platonismo
(dell’essere eterno e immobile). esteriore una sua precedente trattazione a un
intendimento addirittura opposto a quello ch’essa realmente aveva, è, per lo
meno, una congettura che lascia molto perplessi. 8. Il lib. VII è de’ più ampi,
e prosegue nell'VIII. Il IX, invece, è una trattazione ben distinta, e tuttavia
forma con i due precedenti un sol gruppo, che qui si esaminerà insieme. Nel VII
specialmente, ch'è il più aspro a interpretare, le singole parti paiono talora
seguirsi come serie d’in@agini che mirano, sì, a uno stesso scopo, ma per vie
diverse. Il Natorp lo ha scisso in due parti, e in ciascuna ha riordinati a
modo suo i capitoli del libro. Il Ross pensa che i capp. 7-9 formassero
originariamente una trattazione separata. Lo Jaeger divide i libri VII-VIII in
tre parti originarie, delle quali le prime due son costituite dai capp. 1-11 e
13-17 del VII, la terza dai capp. 1-5 dell’ VIII; e poichè l’11 par conchiudere
la prima parte, e il 13 cominciarne un’altra, il 12 si trova isolato.
L’annuncio, infatti, verso la fine dell’11 (cfr. ivi, nota al $ 11), non può
riferirsi al 12 che segue subito dopo, e questo (pensa lo Jaeger) è una
rielaborazione, rimasta incompiuta, del cap. 6 del lib. VIII: i due capitoli
sono stati aggiunti dopo, questo come un’ulteriore illustrazione del precedente
cap. 3, quello perchè c’era forse spazio disponibile nel rotolo (cfr. Entst.,
pp. 53 ss.). Ma a noi preme di più individuare il problema intorno al quale
gira il pensiero di questi libri. L'essere in quanto essere è qui la pura
essenza, il ti fiv slva: che vuol essere il principio trascendentale del x65
11° (IV) a fs (XIV) = 18 (Vv) = 4* (XV) > i4s (VI) cx (manca) (XVI) =
(manca) (VII) = Questione Ga (XVII) = Questione 12% (VIII) > 7 136 (IX
6e.X)= gs Quest'ultima (13%) non è enunciata a parte nel presente capitolo, ma
è pur compresa nella IV (5) e T1X-X (8). Nella (III) c'è una parte non trattata
nella 8*: 86, cioè, qualora delle sostanzo siano più le scienze, queste sian
tutte « filosofie . Ma essa è risolta insieme alla parte precedente nel lib.
IV, capp. :-2, e nel VI, cap. 1. Anche la (VI) è ripresa in connessione con In
(V) nel lib. IV, cap. 2. E Siriano, infatti, la riduce alla (V), perchè,
secondo lui, le contrarietà dialetticho Appartengono agli «accidenti essenziali
delle sostanze (p. 59, 17 88.) Per lu (XVI), similmente, si può diro ch'è
inclusa, in certo modo, nolla 14* (fin dove la questione della potenza coincide
con quella del movimento: per la differenza v. lib, IX, cap. 6). Per il
rapporto tra i problemi posti in questo libro quasi come un programma da
eseguire in seguito, o gli altri libri della Metafisica, v. Introduzione. Il
riferimento è al lib. I, come notò già Alessandro, uon al II, che fu
interpolato forse per il suo carattere proemiale. eneri, ovvero alcune si
debbano chiamare filosofie, altre generi, ovVero alcune altrimenti (‘). E anche
questo è necessario investigare: se soltanto le sostanze sensibili si deve
concedere che esistono, ovvero, oltre esse, anche altre; e se delle sostanze
c'è un genere soltanto, o più, come vogliono quei che pongono le specie Ro.
intermedie tra queste e i sensibili, le entità matematiche. “Questi problemi,
dunque, a nostro avviso, sono necessari a considerare. Poi, se la speculazione
versi intorno alle sostanze soltanto, o anche intorno agli accidenti essenziali
(*) delle sostanze. Anche, il medesimo e il diverso, il simile e il dissimile,
l'identità e la contrarietà, il prima e il poi, e tutte le altre determinazioni
di questa specie, in cui i dialettici si esercitano con un’indagine che non
sorpassa il modo comune di vedere, di quale scienza formano tutte l’oggetto di
studio? E anche le proprietà di queste stesse determinazioni. E non solo ciò
che sia ciascuna di loro, ma anche se a ogni contrario si opponga un solo contrario
(*). Inoltre, se principii elementari siano i generi, ovvero le 10 parti
costitutive in cui ciascun essere si divide ('). Qualora 11 poi siano i generi,
è a vedere quali di quelli che si predi"cano ‘degl’ individui: se i più
prossimi, o i generi sommi; ‘voglio dire, se sia principio ed abbia maggiore
realtà, dopo quella del singolare, uomo o essere vivente. Di somma importanza
sarà la ricerca, con adeguata trattazione, se oltre la materia esiste, o no,
una causa per sè; e questa, se sia separata. C) no, una di numero ‘o più. tr
nni Nel lib. VI, cap. 1, si distinguono le scienze pratiche o poietiche da
quelle puramente teoretiche. ‘2) Che la somma degli angoli di un triangolo sia
uguale a due retti è un accidente essenziale (ovpfefaxòds xad’avté) del triangolo;
che questo ala grande LI piccolo, mM un colore o di un altro, è uu_accidonte
secondario, ‘ (8) Le coppie qui enunciate di contrari vengon ridotte a quella
dell'uno e del molteplice nel lib. IV, a 2; è riprese in esame nel lib, X.
L'uno è un punto di vista «logico, l’altro « reale; ma, poi, iu quanto _i
generi sono reali, l'uno è un punto di vista, come appunto si dice, « generale
. l’altro ‘semplicemente «materiale , Asi IG a E se c’è qualcosa oltre il «
sinolo (‘) (dico sinolo quando la materia è in qualche modo determinata), o
nulla; ovvero, Se per certe cose sì, per altre no, e quali sono esse. Di più:
se i principii sono determinati di numero o di specie, sia quelli riguardanti i
concetti delle cose, e sia quelli riguardanti il sostrato (”). E se delle cose
corruttibili e delle incorruttibili i principii sono gli stessi o diversi; e se
son tutti incorruttibili, o corruttibili quelli delle cose corruttibili. Ancora
(e qui è il problema più difficile e più degli altri pieno di dubbi): se l’uno
e l’ente, come i Pitagorici e Platone dicevano, non è altra cosa dalla sostanza
degli enti; o se è diversa (*), e però il sostrato sia qualcosa di diverso, per
es. l’amicizia , come dice Empedocle, o il fuoco, o l’acqua, o l’aria, come
dicono altri. Poi, se i principii sono universali o al modo delle cose
singolari; e se in potenza o in atto. E se si debbano congsiderare anche da un
altro punto di vista che per rispetto al movimento. ; Tutte questioni, queste,
che possono offrire grandì difficoltà. E oltre queste, se i numeri e le
lunghezze e le figure e i punti sono sostanze, o no; e qualora fossero
sostanze, se separate dai sensibili, o in essi esistenti. In tutti questi
problemi, non soltanto è difficile procedere speditamente alla verità, ma
neppure è facile discorrerne i dubbi acconciamente. «Tutto-insieme , il reale
nella «totalità e unità delle sue determinazioni. Ho preferito conservare il
termine molto espressivo di A. Si potrebbe, sì, tradurre «concreto , ma questo
ha un significato troppo ristretto alla sua opposizione all’« astratto . (8)
Principii logico-formali e principii materiali. L'enunciazione è generica. ma è
ovvio che A. ha in vista, qui e altrove, le concezioni più determinate che di
questi principii avevano avuto i filosofi di cui ha parlato nel lib. I. (9)
Cfr. lib. I, cap. 5, 8 22. Cfr. qui 4, 93: chè, altrimenti, è un po' difficile
interidere l’Amicizia empedoclea come sostrato. Cominciamo di dove si prese le
mosse: se appartenga a una sola scienza, o a più, studiare tutti i generi delle
cause. Ora, come mai apparterrebbe ad una sola scienza di conoscere principii
che non sono contrari? E poi, tra gli enti ce ne sono molti, ai quali non tutti
i principii convengono ('). Infatti, come potrebbero il principio del movimento
e la natura del bene riguardare gli esseri immobili, se tutto quel che è buono
per sè e per propria natura, è fine, e però causa, sì che per cagion sua le
altre cose e si generano ed esistono? Il fine e lo scopo sono termine di
qualche azione, c le azioni sono tutte con movimento; laonde negli esseri
immobili non può darsi questo principio del movimento; nè quello di un bene per
sè. Appunto per ciò nelle matematiche non si dimostra nulla mediante questa
causa, nè c’è nessuna dimostrazione finchè s’adduce che così è meglio o peggio:
anzi addirittura nessuno fa menzione di simili cose. Tanto che alcuni Sofisti,
per es. Aristippo , le coprivano di disprezzo, perchè, dicevano, mentre nelle
altre arti, anche volgari, come quella del falegname e del calzolaio, di ogni
cosa si discorre in ragione del meglio o del peggio, nelle matematiche invece
nessuno fa parola del bene e del male. D'altra parte, se sono parecchie le
scienze delle cause e diverse quelle di principii diversi: quale di esse si
dovrà (Questione 18) Ossia: a) ogni scienza è di contrari (vero-falso, bene-.
male, sano-malato, ecc.); ma le quattro specie di causalità non costituiscono
con-' trarietà (i contrari, propriamente, per A., son quelli che implicano un
sostfato che li comprende entranbi), La materia, ad es., non è un contrario
della forma (efr. XII, 10, 6). ) I generi delle cose sono, per A., diversi, e
però di essi non e’ è un’unica scienza (il genere della fisica è diverso da
quello della matematica). E tuttavia in tutti si può considerare, come fa la
metafisica, l'essere semplicemente, in quanto essere. Questo solo è un oggetto
universale assolutamente. Ma, non essendo ancora stata spiegata questa
universalità, vien sottinteso un conc etto affine: che i generi di causalità
studiati da quell’unica scienza dovrebbero valere per ogni essere. Aristippo
seguì Protagora nella dottrina della conoscenza. Molti dei socratici minori
proseguono ancora il movimento dei Sofisti. dire che è quella di cui noi
andiamo in cerca? e chi, tra coloro che le posseggono, si dovrà dire che
conosce meglio l'oggetto delle nostre ricerche? Poichè può ben avvenire che
nella considerazione di una stessa cosa trovino luogo tutti i modi della
causalità: per una casa, ad es., l’arte e l’architetto sono principio del
movimento, l’utilità è lo scopo, la terra e le pietre sono la materia, la
nozione è la forma ('). Ora, stando a quanto fu da noi precedentemente
determinato (?) intorno a quale tra le scienze si dovesse chiamare sapienza, si
avrebbe ragione di chiamar tale ciascuna di quelle (*). Infatti, in quanto è
principalissima e la più alta signora delle altre scienze, le quali, quasi
serve sue, non hanno diritto neppure di far obiezioni, tale è quella del fine e
del bene (chè per questo si fa tutto il resto). Invece, in quanto fu stabilito
che fosse la scienza delle cause prime e di ciò che è massimamente conoscibile,
tale sarà quella della sostanza (*). Poichè, quando una stessa cosa è nota in
molteplici modi, noi diciamo che ne sa più chi la conosce per quello che è,
piuttosto che per quello che non è; e di quelli stessi che ne conoscono
l’essere, diciamo che uno ne sa più di un altro, e più di tutti chi sa
l’essenza, non chi ne sa la quantità o la qualità (*), o quel che naturalmente
può fare o patire. E come nelle altre cose, così anche in quelle di cui c’è
dimostrazione, allora noi reputiamo di sapere, quando conosciamo l’essenza. Per
es.: che cosa è ridurre a quadrato? La scoperta d’una media (°). E similmente
negli altri casi. Traduco elBos con « forma quando la specie è contrapposta
alla materia. Nel lib. I. 2. Ciascuna di quelle scienze che riguardano una
delle quattro cause. Sostanza è la categoria principale dell'essere, l'essenza
concreta (non fuori della materia). Paiono, così, ricordate qui soltanto tre
delle quattro specie di cause, perché la materia, osservano giustamente i
commentatori, non è oggetto di conoscenza: salvo, si può aggiungere, in quanto
è compresa nel concetto della sostanza. (5) A. dice qui, o spesso, «il quanto ,
«Il quale (nel senso del nostro pluale: «le qualità di una cosa). (6) La media
proporzionale ai lati di un’altra figura. Pare che con «le cose di cui c'è
dimostrazione si vogliano distinguere i due tipi di conoscenza: l’uno,
immediato, l’altro mediato. Nel qual caso sarebbe meglio tradurre: « E nelle
Invece, le generazioni e le azioni, ed ogni mutazione, ci pare di conoscerle
quando ne sappiamo il principio del movimento. Ma questo è diverso dal fine,
anzi opposto. Di maniecra che parrebbe appartenere ad una scienza diversa lo
studio di ciascuna di queste cause ('). Anche per i principii delle
dimostrazioni c’è da star in dubbio se appartengono a una scienza sola o a più.
E chiamo principii delle dimostrazioni quelle comuni sentenze (°), da cui tutti
muovono a dimostrare, per es., che ogni cosa è necessità affermarla o negarla,
e che è impossibile insieme essere e non essere, e quante altre proposizioni
sono simili a queste. Si chiede se la scienza di essi e quella dell'essenza è
una stessa, o se son diverse; e se diverse, quale bisugna riconoscere per
quella che si cerca qui. Intanto, che appartengano a una scienza soltanto, non
pare ragionevole. Perchè mai sarebbe proprio, poniamo, della geometria
piuttosto che di qualunque altra scienza intendersi di essi? Se, dunque, spetta
del pari a ciascuna, e d'altronde a tutte quante non può spettare (*), non è
più proprio della scienza che conosce le sostanze, che di qualunque altra,
averne cognizione. altre cose, in quelle di cui c'è dimostrazione , c
considerare, così, come cpesogetico il secondo «at della 1, 19. Ma forse la
distinzione non è voluta, e il senso è che l’ossenza ci fn conoscer le cose
meglio dello loro qualità accidentali, così come si vele anche nella conoscenza
propriamente sclentifica di esse. Alesa. inserisce un otx innanzi a &XXmg,
€ il ragionamento, allora, sarebbe: «Ne si pongono scienze diverse per ognuna
delle apecie di causalità, non s! saprà più qualo chiamare Rapionza; quindi di
ciascuna di esso non c’è una scienza diversa . Ma non pare necessario alterare
il testo: A. non pretende In questo libro a una trattazione rigorosa delle
questioni, por tesi e antitesi ben definite; ma pone innanzi dubbi e pensieri
discordanti. Qui,ad es., dice che se la causa efficiente e la finale sono
diverse, anzi opposte (cfr. I. 3, 6), auche le scienze di esse dovrebbero esser
diverse, La questione è ripresa, sebbene non in questa forma, e risolta in lib,
IV. 1-2. (Quertione 2*) xotval Béear, ma «opinioni comuni ben fondate,
generalmente ammesse (cfr. tò EvBofov, il probabile da cui muovo la dialettica
delle opinioni). A. le chiama anche « principii comuni , « principii apodittici
(&gxal Uroberntixal), «assioni comuni, o semplicemente « assiomi
(&Ebpara) o «comuni (tà xotvd), « Quia sic sequeretur quod idem tractaretur
in diversis scientiis, quod esset superfluum. E insieme, come s'avrà mai una
scienza di essi? Quel che sia ciascuno, lo sappiamo sin d’ora: tanto è vero,
che anche le scienze pratiche (') se ne servono come di principii noti. Ma se
ci fosse una scienza che li dimostrasse, hisognerebbe che avesse per soggetto
un qualche genere; e che di quelli alcuni fossero sue affezioni; altri, assiomi
(poichè è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto): infatti, la
dimostrazione, di necessità, è da qualcosa, intorno a qualcosa, e di qualcosa
(?); sì che accadrebbe che, servendosi di assiomi ogni scienza dimostrativa,
tutte le cose che si d imostrano apparterrebbero a un unico genere. Dall’altra
parte, se la scienza dell’essenza è diversa da quella di codesti principii,
quale delle due deve precedere Il testo dico le altre arti: intendo le scienze
non apodittiche, quelle che nel lib. I. 1, son considerate anche come téyvat.
In ogni dimostrazione o scienza apodittica sono tre cose: seo 5 te Belxvuor sal
& Seixvuor xaì E &v (Anal. Post., I. 10. 76b, 21). Ossia: l'oggetto, il
genere di enti, «intorno a cui versa (per es. il numero, per l’aritmetica);
l’assioma, o gli assiomi « da cui trae forza l’argomentazione (per es., che
tutti i numeri derivano dall'unità; ovvero, che le unità non cambiano comunque
si raggruppino;ecc.); le affezioni o proprietà « di cuì si dimostra o sì mostra
che l’osgetto è investito, e qui propriamente consiste il lavoro scientifico
(per es., cho ogni numero è o dispari o pari; che cambiando posto agli addendi,
il totale non muta; ecc.). Per l’argomentazione complessiva, più chiaro di
tutti il Ross. Se gli assiomi sono dimostrabili, di questi alcuni debbono esser
provati, altri accettati come assiomi non provati (per cul la supposizione che
gli assiomi siano dimostrabili, va corretta in questa: che alcuni di essi sono
dimostrabili per mezzo di altri îndimostrabili). Ora, tutte le scienze
dimostrative usano gli assiomi come loro premesse, e le loro conchiusioni
appartengono allo stesso genore delle premesse (questo non è detto, ma
evidentemente sottinteso). Quindi, se gli assiomi sono dimostrabili, tutto ciò
che si può dimostrare appartiene a un unico genere, e tutte le scienze
diventano un’unica scienza: ch'è per A. una reductio ad absurdum. Si noti che
A. trascura qui due punti: 1. Che c'è una terza via in cui può esserci una
scienza degli assiomi: quella iudicata nel lib. IV, per cui essi non vengono nè
definiti nè dimostrati, ma raccomandati al senso comune col mostrare le
conseguenze assurde a cui conduce la loro negazione; 2. A. qui non distingue tra
i principii propri e quelli comuni: ogni scienze deve avere principii
riguardanti lo stesso genere di cui trattano le sue conchiusioni, ma essa ha
unche principii comuni a tutte le sclenze, (Questi stanno a quelli come
l’essere in generale ai generi reali delle cose, i quali non possono esser, per
A., assorbiti in quello senza disperdere la distinzione necessaria alle
scienze: ne verrebbe fuori un'unica scienza, quella dell'essere nella sua
indistinzione, ch'è un concutto contro il quale A. combatte ripetutamente). ed
è superiore per natura? Gli assiomi, di certo, sono gli universali supremi e i
principii di tutto. E se non spetta al filosofo, a chi mai altro spetterà di
studiarne il vero e il falso? Poi, per le sostanze, c’è una sola scienza di
tutte in generale, o più? E se non è una sola, di quale sostanza si deve
stabilire che è scienza, questa nostra? Che ce ne sia una sola di tutte, non
pare ragionevole, perchè, allora, ci sarebbe anche una sola scienza
dimostrativa di tutti gli accidenti, una volta che ogni scienza dimostrativa,
versando intorno a un sostrato, ne studia gli accidenti essenziali movendo
dalle opinioni comuni. In quanto, dunque, spetta a una stessa scienza studiare
gli accidenti per sè di uno stesso genere e dalle stesse opinioni, e poichè
sarebbe una sola la scienza del sostrato, e una sola quella degli assiomi
(siano poi la stessa o diverse), anche gli accidenti li studieranno o quelle
due scienze, o una che le comprenda entrambe (‘). Ancora, lo studio verserà
soltanto intorno alle sostanze, o anche intorno ai loro accidenti? Voglio dire:
se il solido e le linee e le superfici sono sostanze (*), spetterà a una stessa
scienza conoscere queste cose e insieme gli accidenti di ciascun genere di cui
trattano le dimostrazioni matematiche, ovvero a un’altra? Se a una stessa, ci
sarebbe una scienza dimostrativa anche della sostanza: ma non pare che
(Questione 3*) Nella questione presente, e in quella che segue, vengon
prospettnte tre ipotesi: che ci sia una scienza unica degli assiomi, una scienza
unica delle sostanze, e una sclenza unica degli accidenti (i tre termini
intorno al quali versa ‘ogni scienza apodittica). Viene, naturalmente, lasciato
in sospeso non soltanto l’esistonza di queste tre presunte scienze, ma anche Il
loro rapporto: sé sarebbero, In realtà, tre scienze distinte, due, o una
soltanto. Le ultime parole, èx tovtwy pla, è dubbio come si debbano tradurre.
Il Bonitz (a q. 1.) interpreta: «sive haoc sclentia suspensa nb illis eademque
ab illis diversa, at una tamen est. Il Ross: «one compounded out of these . Il
pensiero sottinteso è che, per tali ipotesi, tra gli accidenti non sì può far
distinzione, quanto alla scienza che li deve studiare: onde si distruggerebbe,
da capo, ogni criterio di distinzione delle scienze particolari. Per le
questioni 3* e 42, v. lib. IV. 2 (per la 9, anche VI. 1). (Questione 4*) Quelle
della matematica sono «sostanze intelligibili . Ma qui (come spesso) « sostanze
vale semplicemente « esseri reali , 0 « realmente esistenti. dell'essenza ci
sia dimostrazione('). Se a una scienza diversa, quale sarà quella che studia
gli accidenti che riguardano la sostanza? Dar conto di ciò è ben difficile.
Un’altra questione è questa: si deve dire che esistono le sole sostanze
sensibili, o anche altre oltre di esse?.e di generi di sostanze ce n’è uno
solo; o più, come dicono quei che pongono le specie e gl’intermedi, di cui,
secondo essi, trattano le matematiche? In qual senso noi diciamo (*) che le
specie sono causa e sostanze per sè, s'è discorso precedentemente, Tra le
difficoltà e gl’inconvenienti molteplici, non è minore degli altri quello di
affermare, da un lato, che ci sono certe nature al di là di questo mondo; e
dall’altro, che esse sono le stesse delle sensibili, tranne che quelle sono
eterne, e queste corruttibili. Essi dicono che esiste l’uomo in sè, il cavallo
in sè, la salute in sè, sì che par non ci sia altra differenza (*). Essi fanno
press’a poco come quelli che van dicendo che ci sono, sì, gli dei, ma simili
agli uomini : come costoro non riescono ad altro che a far degli uomini eterni,
così quelli non fanno delle specie altro che sensibili eterni. Parimenti, se
alcuno oltre la specie e oltre i sensibili vorrà porre degl’intermedi, si
avranno molte difficoltà. Poichè è chiaro che, come ci saranno delle linee
oltre le linee in sè e le linee sensibili, così per ciascuna cosa degli altri
generi: di maniera che, essendo l’astronomia una scienza pure matematica, ci
sarà un cielo oltre quello sensibile, con un sole e una luna, e così di tutto
il resto che al cielo ap L'essenza del triangolo non si dimostra. Si dofinisce.
SI dimostra, invece, che la somma degli angoli suoi è di due retti. (Questione
5%) Noi della scuola di Platone. Cfr. lib. LT. 9, 2. Non che le Idee fossero
sensibili, ma la natura loro, per quanto univerralizzata e sottratta al flusso
del diveniro, era quella stessa delle cose sensibili : donde quel
raddoppiamento della realtà, di cui si parlò in I. 9, 1. (In A. la forma non
riproduce, immediatamento, il contenuto, ma Jo media in un processo, sì che
esso diventa un momento, quello potenziale, della forma stessa). Nella seconda
parte del lib. XII A. espone il suo concetto della divinità ‘come puro pensiero
(Dio e le Intelligenze motrici: queste sono «sostanze non sensibili od
esistenti separatamente). partiene. Eppure, come crederci? Poichè esso non si
dovrebbe dire che è immobile; d’altronde, non è affatto possibile che si muova
('). Parimenti per le cose di cui. tratta l'ottica e l’armonica matematica: è
impossibile che di esse ce ne siano altre oltre quelle sensibili, per gli
stessi motivi. Che se gl’intermedi fossero sensibili, e di essi ci fosse
sensazione, è evidente che dovrebbero esserci anche degli animali intermedi tra
quelli in sè e quelli che periscono (?). Ci sarebbe anche imbarazzo a stabilire
di quali enti si danno questi intermedi intorno (*) ai quali converrebbe
cercare queste scienze. Poichè, se la geometria differisse dalla geodesia
soltanto perchè questa è di cose sensibili e quella no, è evidente che dovrà
esserci una scienza intermedia tra la medicina in sè e la medicina attuale; e
come per la medicina, così per ogni altra scienza. Ma, come questo è possibile?
Ci dovrebbero essere anche delle cose salubri oltre quelle sensibili e ciò che
è salubre in sè. E bada che nonè neppur vero che la geodesia sia scienza di
grandezze sensibili e corruttibili: chè, perendo queste, anch’essa perirebbe.
Come «cielo, parimenti a quello che si vede, dovrebbe muoversi; ma, essendo
matematico, dovrebbe, così come gli oggetti della geometria, esser immobile.
l'Armonica come scienza di rapporti quantitativi dei suoni, non come musica,
era considerata come matematica anch'essa. Ricorda le speculazioni pitagoriche,
che «nei numeri vedevano le proprietà e ragioni dell'armonia e dell'ordinamento
dei cieli: I. 5, 3-5. «Si (ista) sensibilia sint intermedia, sc. soni et
visibilia, sequetur etiam quod sensus sunt intermedii. Et cum sensus non sint
nisì in animali, sequetur quod etiam animalia sint intermedia inter species et
corruptibilia, quod est omnino absurdumn : S. Tom. ($ 419). Così anche Aless,
(198, -28). Leggo xegt, non ragd: v. giusta osservazione del BonuHI [Metafisica
di A., l'orino, 1854}, p. 139 F. Per il senso, tieni presente che per A. anche
le matematiche, come le scienze fisiche, riguardano il mondo sensibile; e la
differenza è che quelle nstraggono dalla materia e dallo qualità, per
considerare la sola quantità e i rapporti quantitativi delle cose; le scienze
fisiche, invece, pur astraendo dalle particolarità delle cose singole,
considerano la forma o le forme in quanto sono unite alla materia. I Platonici
non partivano da questo doppio modo di considerare la stessa realtà,
matematicamente o fisicamente; e però A. dice che, come per spiegare il
carattere scientifico delle matematiche ricorrevano a questi enti intermedi tra
le idee e i sensibili, così essi avrebbero dovuto, coerentemente, porre tali
intermedi anche per le altre scienze. D'altra parte, l'astronomia non può
essere scienza di grandezze sensibili e del cielo che si vede: poichè, nè le linee
sensibili sono tali, quali dice il geometra (') (non c’è nessuna cosa sensibile
retta o rotonda a quella maniera: chè, come già Protagora obiettava ai
geometri, il cerchio non tocca la riga in un punto solo), nè i movimenti e le
spirali sono simili a quelli del cielo, dei quali discorre l’astronomia, nè i
punti hanno la stessa natura degli astri. Ci sono, infine, alcuni (?), i quali
dicono che ci sono, sì, questi intermedi tra le specie e i sensibili, ma pon
separati da questi, anzi ad essi immanenti. A scorrere tutte le conchiusioni
assurde che vengon fuori a costoro, ci vorrebbe un lungo discorso.
Contentiamoci di queste considerazioni: le cose non è ragionevole che stiano
così per quegl’intermedi soltanto, ma anche le specie, evidentemente, dovrebbero
esser immanenti ai sensibili: chè le stesse ragioni sono qui e là. Aggiungi che
ci sarebbero in questo modo, di necessità, due solidi nello stesso luogo; e che
gl’intermedi non potrebbero esser immobili, essendo dentro ai sensibili che
sono in moto. E insomma, a che scopo si dovrebbero porre queste entità, quando
poi si debbono porre dentro ai sensibili? Si cadrà negli stessi assurdi di cui
già si discorse: ci sarà un cielo oltre al cielo, salvo che non separato, bensì
nello stesso luogo: la qual cosa, se così si può dire, è ancora più
impossibile. t Alessandro (200, 11): « A. disso il geometra invece
dell’astronomo : intende, cioè, della geometria di cui fa uso l'astronomia.
Protagora moveva, nella obiezione che segue, dalla sua dottrina sensistica.
Pare ch’egli scrivesse un libro segì tov pa&nuicov (Diog. Laert., IX, 55).
Platonici anch'essi: v. XIII. 1, 7 e 2, 1 ss. (MA in XIV. 3, 3-4 quest’opinione
par attribuita ai Pitagorici). Cfr. Zeller, II4, 1009-4. Lo Schwegler suppone
che si tratti di E1dosso, e cita il lib. I. 9, 11: ma ivi si dice che Eudosso
poneva le Idee immanenti alle cose. La presente questione è discussa ampiamente
nei due ultimi libri. Intorno a queste cose, dunque, ci sono molti dubbi, come
dobbiamo giudicarne per cogliere la verità. Così pure intorno ai principii:
dobbiamo ritenere che i principii elementari siano i generi, o piuttosto i
componenti primi da cui risulta costituita ciascuna cosa? Elementi, per es., e
principii della voce sembrano essere quelli da cui tutte le voci son composte
per natura: non quel ch'è comune a tutte, l’esser voce. Anche delle
proposizioni geometriche diciamo elementari quelle le cui dimostrazioni entrano
nelle dimostrazioni o di tutte le proposizioni o della maggior parte ('). E nei
corpi, tanto coloro che dicono che gli elementi di essi sono più, quanto coloro
che ne pongono uno solo, chiamano principii ciò di cui essi si compongono e da
cui son costituiti: Empedocle, per citarne uno, dice che il fuoco l’acqua e i
loro intermedi (*) sono gli elementi da cui risultano le cose intrinsecamente,
e non ne parla già come di generi degli enti. Oltre di che, se qualcuno vuole
indagare la natura di una cosa qualsiasi, di un letto, per esempio, allora è
pago di conoscere, quando sa di che parti consti e come composte. Per queste
ragioni, dunque, non dovrebbero esser i generi i principii degli enti. Eppure,
in quanto noi conosciamo ciascuna cosa per mezzo delle definizioni, e poichè
principii delle definizioni sono i generi, di necessità anche dei definiti
saranno principii i ge (Questione 6*) Cfr. gli Elementi di geometria di Euclide
(fiorito circa 300); 6 anche prima, al tempo di A., si chiamavano così . Il
termine, tuttavia, è usato da A. per « proposizioni elementari anche fuori
della geometria: v. Index Arist., 702 b, 59 88. Proposizioni: &eyoGppara,
prop. « figure , ma, come notano Asclepio (174, 9) e Bonitz, vale qui
«proposizioni , « teoremi . tà usetatò tovtov; leggendo, invece, t. petà t.: «e
seguenti, Il Ross osserva in proposito: « Empedocle non sembra aver trattato
l’aria e la terra come intermedi tra il fuoco e l’acqua: anzi egli oppose il
fuoco a tutti gli altri elementi (cfr. lib. I. 4, 9). Ma A., per il quale il
fuoco è caldo e asciutto, l’acqua fredda e umida, può naturalmente aver
trattato l’aria (calda e umida) e la terra (fredda e asciutta) come fornite di
differenze intermedie (sebbene si possa dire altrettanto del fuoco e dell’acqua
in rispetto all'aria e alla terra), neri. E se acquistare la scienza degli enti
è acquistare quella delle specie alle quali ci riferiamo quando parliamo degli
enti, i generi, di certo, sono i principii delle specie. Sembra che anche
alcuni (‘') di coloro che pongono quali elementi Uno e l’Ente, o il grande e il
piccolo, se ne servano come di generi. D'altronde, dire che i principii sono in
entrambi i modi, non è possibile: perchè il concetto della sostanza è unico:
invece, la definizione per mezzo dei generi sarebbe diversa da quella che ne
dicesse gli elementi costitutivi. Inoltre, se anche spetta soprattutto ai
generi di esser principii, bisogna poi ritenere per principii i generi sommi, o
quelli infimi che si predicano degl’individui (*)? Anche questo è da discutere.
Se, difatti, gli universali sono sempre a maggior diritto principii, è evidente
che tali saranno i generi che stanno più in su: chè questi si dicono di tutti.
Tanti, allora, saranno i principii degli esseri, quanti i primi generi. Vien di
conseguenza che principii sostanziali sarebbero l’Ente e l’Uno, perchè essi,
più che alcun altro genere, si dicono di tutti gli esseri. Invece, non è
possibile che l’Uno e l’Ente siano generi degli esseri: poichè è necessario che
le differenze di ciascun genere e siano e siano una ciascuna; ora non può
Pitagorici e Platonici. Le questioni 6° e 72 vengon riprese vel lib. VII. 10-13,
da un altro punto di vista (del rapporto concreto di materia e forma): se,
cioò, gli elementi materiali entrino nella detinizione di una cosa, e se gli
universali (generic! o specifici) costituiscano la sostanza. (Questione 7%)Si
bndi che con tà Aropa A, designa tanto « gl'individui , le cose singolari;
quanto «le specie indivisibili , le specie propr. dette, in quanto « generi
prossimi all'individuo . Un terzo significato è quello puramente
fisico-matematico, riguardante ad es. l'atomo propr. detto o il punto. V. Znder
Arist. Prescindendo da questo terzo, puramente materiale, si potrebbe dire che
il primo è piuttosto logico-reale; il secondo reale-logico: nel senso del
determinarsi tlel pensiero, nel giudizio, come pensamento dell'individuo
concreto, ovvero come sua universalizzazione. Per A., infatti, il processo del
pensiero deve corrispondere a quello del reale. Vi corrisponde, in effetto? Si
sa che A. non riesco nd assorbire interamente la materia nel processo
accennato, sì ch’essa resta come un « caput mortuum , che fa ostacolo alla
piena intelligibilità delle cose. Di qui la verata quasestio del « principium
individuationis , e le controversie medievali su la realtà dell'universale, dei
generi e delle specie. c. L}BRO TERZO 79 concedersi che delle proprie
differenze si predichino o le specie ‘del genere o il genere senza le sue
specie: così che, se l’Uno e l'Ente fossero generi, nessuna differenza dovrebbe
essere nè ente nè una. E se d’altra parte non sono generi, non saranno neppur
principii, una volta che principii sono i generi (*). Di più, anche ciò che
tramezza fra i sommi e gl’infimi generi, preso insieme con le differenze,
formerebbe una serie di generi, fino al punto che è possibile dividere (*):
ora, per Più breve e chiara In nota del RoLFES (A.' Metaphysil, 2 ediz. 1931,
presso il Meiner di Lipsia) a q. l.: « Prendinmo un esempio, Il genere nnimale
sl divide in duo specie: uomo e bruto. La differenza specifica è ragionevole e
irragionevole. Ora, io non posso dire: il ragionevole è uomo: perchè
ragionevole ha un’'estensione maggiore di uomo. Ma neppure: il ragionevolo è
animale: perchò il concetto di ragionevole non ha che vedere con quello di
animale. Invece, io posso e debbo dire: Il ragionevole è ente, è uno. Quindi
ente e uno non possono esser un genere, al quale ragionevole è irragionevole si
riferiscano come difl'erenze specifiche . Una dimostrazione dal punto di vista
logico-ustratto sl può avere dai Topic/. VI. 6. 144 a, 36-Db, 11. Ma più
interessante a notare è che qui si considernuo le difforenze specifiche come
forme o concetti che, mentre rendono intelligibile la realtà al pensiero, la
«determinano, ingieme, come un processo di generi-specie, Sì che non questi
generi-specie renli si predicano (si pensano come predicati determinanti) delle
difforenze, ma queste di quelli (nel processo dol peuslero, onde la razionalità
si predica dell'animale come niteriore determinazione di questo nell’uomo). Le
differenze, qui, sono come i concetti puri che noi moderni distinguiamo da
quelli empirici. O, meglio, come le idee platoniche, fatte tuttavia immanenti
nl reale e organizzate nel suo svolgimento. S' intende, orn, che l’essere e
l’unità indifferenziata, non facendo pensar nulla di determinato, non possano
esser principiî, nè nol senso delle ditforenzo, nè in quello dei goneri-spocie
reali. IL tuttavia, se si va cal criteria «dell’universalità, esst dovrebbero
esser principi più che mai. héxet TtOv dtépov: alcuni intendono «sino nile
specie ultime , altri « sino agli individui : in entrambi i casi non senza
inconvenienti, perchè nel primo caso l'individuo vien escluso dal processo del
reale; nel secondo, vien trattato come punto finale di una serie di generi.
Meglio, in ogni modo, la prima interprotazione in questo Inogo, e però ad essa
ho intonato la traduzione, nllargando un po’ il testo. Il quale, letteralmente,
dice: « Inoltre nnche gl’intermedi, presi con le differenze, saranno generi
sino agl'indivisibili: ora, alcuni par di sì, altri no . Cfr. la buona nota del
Bonghi a q. I., conforme del rosto nd Alessandro (207, 17) e n Siriano (33, 8),
i quali fauno osservare che, seguendo il metodo platonico dotla divisione
contradittorin, i concetti negativi (auimali-senza piedi) e quelli indicanti
qualità accidentali (animali con i piedi) non fondano generi reali.
lL’argomentazione, in questo modo, sembrerebbe «diretta contro il metodo
platonico della divisione. Ma, in realtà, il pensiero prevalente è che,
piuttosto che porre l’Uno è l'Ente come principio, si dovrebbero porre infiniti
principii, se priucipii sono i generi, e generi son tutti quelli superiori
all'individuo. Questo pensiero, a sua 80 METAFISICA alcune divisioni partebbe
doversi concedere, per altre no. Aggiurigi che le differenze sarebbero
principii ancora più che non i generi: ma, se anch’esse sono principii, i
principii diventano, per così dire, infiniti, soprattutto se uno ponga per
principio il primo genere ('). D’altra parte, si ponga pure che l’Uno ha
maggiormente carattere di principio. Ma l’Uno è indivisibile, e ogni
indivisibile è tale 0 secondo la quantità o secondo la specie: quello secondo
specie è anteriore; ora i generi sono divisibili in specie; dunque maggiormente
uno dovrebbe essere l’ultimo predicato: di fatto l’ «uomo non è genere degli
uomini singoli (?). Di più, nelle cose in cui c’è priorità e posteriorità, non
è possibile che quel che han di comune sia qualcosa fuori di esse. Per es., se
tra i numeri vien prima la dualità, non può esserci un numero oltre la specie
dei numeri. E similmente, non si dà figura oltre le specie delle figure. E se
per queste cose, di cui par ci siano generi più che mai, non ci son generi
fuori delle specie, tanto meno per le altre: nelle volta, non sembra diretto
immediatamente alla questione se principii son piuttosto i generi sommi o
gl’infimi. Il pensiero nascosto sembra, invece, che i generi non sono affatto
principii. Il primo genere è l’essere (o l’ Uno), che, per A., non è genero (in
«rerum natura ci 6ono i generi, in cui si divide l'unità astratta dell’essere,
come di un mero xovw6v). Per il senso, meglio di tutti, mi pare, S. Tom. (8
485): «Si prima genera sunt principia, quia sunt principia cognitionis
epecierum, multo magis differentiae sunt principia formalia specierum. Forma
autem et actus est maxime priocipium cognoscendi. Sed differentias esse
principia rerum est inconveniens: quia, secundum hoc, erunt quasi infinita
principia. Sunt, enim, ut ita dicatur, infinitae rerum differentiae, non quidem
infinitae secundum rerum naturam, sed quoad nos. Et quod sint infinitae patet
dupliciter, uno modo si quis consideret multitudinem ipsarum differentiarum
secundum se, alio modo si quis accipiat primum genus quasi primum principium.
Manifestum, enim, est quod sub eo continentur innumerabiles differentiae . i
(3: L'uomo, specie ultima, non è ulteriormente divisibile, perchè i singoli
momini (criterio quantitativo) non rappresentano una divisione de! concetto.
L'anteriorità del criterio qualitativo, qui, è superiorità dal punto di vista
concettuale. Il che non toglie che altrove A., contro l’unità meramente
generica del concetto, non faccia valere come superiore all’Ev tò elber l'Ev td
dortuò, in quanto sintesi del qualitativo e del quantitativo, nell'individuo
che realizza la specie. Cfr. lib. V. 6, 15; e VII. 6. (In Dio, ch'è puro atto
di pensiero, la coincidenza dei due punti di vista, dell'essenza e
dell’esistenza, è perfetta). V. note segg. a 4, 16, ed a 6, 1-5. indivisibili
specie, poi, non c’è «questo vien prima e «questo vien dopo . Anche: dovunque
c'è un «questo è meglio e «questo è peggio , il meglio ha sempre la priorità:
così che neanche di queste cose ci sarà un genere (‘). Per queste ragioni,
dunque, pare che le specie che si predicano degli individui siano principii a
maggior diritto che non i generi. Eppure, da capo, non è facile dire come si
debbano ammettere queste per principii. Il principio e la causa bisogna che
siano al di là delle cose di cui son principii, e ne possano star separati (*).
Ora, una simil cosa al di là del singolare, perchè mai uno la penserebbe, se
non perchè si predica in universale e di tutti? Ma, se per questo, i più
universali più si debbono reputare principii: di maniera che sarebbero
principii i primi generi. Passo controverso: cfr. Zeller, pp. 568 ss. del vol.
cit. (Platone) e commentatori posteriori che in parte concordano, in parte
discordano da lui. Rifacendomi alla concezione intera di A., intendo così: dove
c'è un processo di svolgimento, il principio appare in tutta la sua evidenza
nell’ultimo termine, o in ogni punto del processo dove esso mette capo a una
realtà «determinata. Il genere, che è un comune astratto o un indeterminato,
non può valere, quindi, come principio. Si prenda, ad es., la serie dei numeri
o delle figure geometriche, pensandola come sviluppo concettuale: numero e
figura che non siano un determinato numero o figura sono astratti. E il numero
e In figura che vengon dopo, in quanto implicano il numoro o la figura
precedente, rivelano ancor meglio il concetto (îl tre meglio del due, il
quadrato meglio del triangolo). E nei numeri e nelle figure il processo dei
generi è infinito? Che se consideriamo le altre cose, dove pare lo svolgimento
non aver luogo (le specie indivisibili), perchè di generi diversi (uomo,
albero, ecc.), o coordinati in uno stesso genere (uomo, bruto, ecc.), tanto più
per esse è chiaro che il genere non esiste fuori delle specie concrete. Che se
anche in queste si vuo! guardare al processo teleologico, come svolgimento in
perfezione dell’essere (il bene), e si dirà che il bruto vale più dell’albero,
l’uomo più del bruto (il meglio o il peggio), varrà anche per esse ‘la
considerazione precedente. Cfr. Eth. Eud., I. 8. 1318 a, 2: «In tutte quelle
cose in cui ha luogo il prima e il dopo, non esiste qualcosa di comune oltre di
esse, e che sia da esse separabile. Infatti, se esistesse, sarebbe qualcosa di
anteriore al primo termine: e sarebbe anteriore, il comune e separabile, per
questo, che, tolto esso, verrebbe tolto il primo termine. Per es.: se l'esser
doppio è il primo termine dei molteplici, non può darsi che esista separatamente
l'essere molteplice, che è ciò che di essi si predica in comune: poichè
sarebbe, allora, prima del doppio. E così dovrebbe accadere, se il comune gi
vuol porre come idea, ovvero se del comune si vuol far qualcosa di separato ,
Con la interpretazione proposta circa le «specie indivisibili si evita la
contraddizione che il Ross rimprovera ad A. di ammettere un universale ragù
calura. Come il Motore Immoto e le Intelligenze motrici di A. Una questione
affine a queste ('), la più difficile di tutte e pure la più necessaria a
meditare, è quella di cui è venuto il momento ora di ragionare. Se non c’è
niente fuori dei singoli esseri, e questi sono infiniti, come mai di esseri
infiniti si può acquistare scienza? Di fatto, intanto conosciamo ogni cosa, in
quanto c’è qualcosa di unico e identico, in quanto c’è qualcosa d’universale.
Ma, allora, se ciò è necessario, e se bisogna che ci sia qualcosa oltre gli
esseri singoli, bisognerà che i generi, o gli ultimi o i primi, siano fuori dei
singoli: il che s’è questionato dianzi che è impossibile. Di più, dato che
esista qualcosa oltre il sinolo, quando qualcosa vien predicato della materia
(*°), si domanda se, dato che esista, esso debba esser fuori di tutte le cose,
o di alcune sì e di alcune no, o di nessuna. Che se non ci fosse niente fuori
dei singolari, niente sarebbe intelligibile, ma sarebbe meramente sensibile
ogni cosa e non ci sarebbe scienza di nulla: a meno che uno non dica che
scienza è la sensazione (*). E neanche ci sarà nulla di eterno e immobile:
poichè le cose sensibili tutte s! corrompono e sono in movimento (‘). Ma,
allora, se niente c’è di eterno, neppure è possibile che ciì sia il divenire,
perchè quel che diviene ha da essere qualcosa, e così anche quel da cui viene,
e l’ultimo di questi termini più non deve essere generato: chè una fermata ci
vuole, ed è impossibile che il divenire venga dal non-essere. Così, essendoci
generazione e (Questione 8*) Ripresa, infatti, in lib, VII. 93. 7-9. 17; VIIL
A. 6. La forma sostanziale, l’anima, ad es., la quale, appunto, è principio
determinante, o categorico, del corpo vivente. Così Protagora nel Teeteto. Qui
la questione s'incontra con la 5*, la quale, tuttavia, fu trattata piuttosto
storicamente e criticgmente, che in via teoretica e . costruttiva. I cieli sono
sensibili, ma ‘eterni, sebbene in movimento. A., tuttavia, qui parla
degl'individui soggetti al processo di generazione-corruzione, (da | e.
movimento, c'è di necessità anche’ un limite; poichè nè c’è movimento che non
abbia fine, ma ognuno ha un termine ('); nè è possibile che divenga quel che
non perviene mai ad essere: di necessità, tosto che il suo divenire si compie,
ogni cosa, divenuta, è. E se la materia deve esistere, appunto perchè non
soggetta al divenire, sarà molto più ancora ragionevole che ci debba essere la
sostanza, che è ciò che la materia diviene. Altrimenti, se nè quella nè questa
ci fossero, non ci sarebbe proprio niente del tutto. Questo non è ammissibile;
deve, dunque, esistere qualcosa oltre il sinolo: la forma e la specie. Ma, di
nuovo, se si ammetterà. questo, sorgerà il dubbio per quali cose si debba
ammettere, e per quali no. Di tutte è evidente che non si può: di certo, non
ammetteremo che ci sia una qualche casa (*) fuori delle cose particolari.
Inoltre, la sostanza sarà unica per tutti: ad es. per tutti gli uomini? È
assurdo: chè gli esseri di cui la sostanza è unica per tutti, sono una cosa
sola. Diremo, invece, che sono molti e differenti? Ma anche questo è assurdo
(*). E intanto, come la materia diviene ciascuna delle cose particolari, e come
il sinolo è materia e forma insieme? Si potrebbe su i principii sollevare anche
questo dubbio. Se la loro unità è specifica, niente sarà uno numericamente,
neppure lo stesso Uno e l'Ente (‘). In conchiusione, come ha dimostrato nel lib,
II. 3, ci ha da essere per il divenire, nella serie delle cause, un principio
materiale, da cui vengono le cose; un termine finale (ch'è anche principio
motore), e una causa formale (per cui ciò che diviene diviene qualcosa). La
casa è un prodotto artificiale, non naturale, onde la sua forma non è
organizzata nel sistema delle specie dell'essere. Non c’è, quindi, la
casa-specie, come forma pura che si svolga attraverso le case particolari. Nè
un'unica forma sostanziale, nè una molteplicità di forme sostanziali, ma
un'unica forma che, diversamente sostanziandosi con la materia, produce la
molteplicità degl’individui. In questo senso soltanto par doversi concedere
l’esistenza di un principio puramente formale oltre la materia e il sinolo, per
la realtà e intelligibilità delle cose della natura. (Questione 9£) Principii
della stessa specie possono esser meramente simili. non esser forme di un unico
principio. E come potrà esserci il sapere, se non ci sarà qualcosa 15 di unico
che si predica di tutti? Invece, se la loro unità è numerica, ciascuno dei
principii 16 sarà uno e identico; e non, come nelle cose sensibili, sempre
diverso, secondo la diversità delle cose ('). Ad es.: se questa sillaba è tale
perchè ha una determinata qualità, anche i suoi principii, o elemen ti, sono da
considerare specificamente gli stessi: ma, se li ripeto, non son più gli stessi
quanto al numero. Se, dunque, non è così, ma l’unità dei principii dei reali è
soltanto numerica, non esisterà nient'altro fuori degli elementi: infatti, dire
«uno di numero e dir «singolare 1000 a è lo stesso. Noi diciamo, appunto,
singolo quel che è uno numericamente, universale quel che riguarda tutti.
Sarebbe come se gli elementi fonici delle parole fossero determinati quanto al
numero: necessariamente, l’alfabeto non potrebbe contenere un numero di lettere
maggiore di quegli elementi: e non ce ne sarebbero due, nè più, della stessa
specie. Di non minore importanza delle altre è una questione 17 trascurata dai
moderni non meno che dagli antichi: se i principii delle cose corruttibili (*)
e delle incorruttibili siano gli stessi, o diversi. Se sono g li stessi, come
accade che le 18 Un principio unico senza differenze non può spiegare la
diversità delle cose. Separando, per la discussione, nel concetto dell’unità,
il lato fomnale dal materiale, questo assume un significato aritmetico,
semplicemente quantitativo, con esclusione del qualitativo 0 specifico; quello,
a sua volta, acquista il senso di un'universalità astratta, indifferente al
contenuto. (Il rapporto dei due punti di vista nel giudizio concreto è dato da
quello del soggetto individuale al predicato universale: sì che s'intende come
ognuno dei due può giustamente aver pretesa di superiorità su l’altro). Le
lettere dell’alfabeto, le sillabe, ecc. (noì diremmo le parole) son sempre
diverse nelle parole (e queste nel discorso), pur essendo numericamente e
specificamente le stesse (è pur sempre quel certo significato che si svolge
nella diversità della parola). Se dovessero esser le stesse soltanto numericamente,
sarebbero come tessere che, per quanto diversamente configurabili, resterebbero
identiche: così erano gli elementi (terra, acqua, ecc.) immaginati come dati,
una volta per sempre, per la costruzione del mondo. Questo, non ostante le
apparenze, sarebbe immobile, senza generazione nè svolgimento. Così il
linguaggio sì ridurrebbe a parole, la parola a lettere alfabetiche
corrispondenti al numero degli elementi fonici di essa. La questione è ripresa,
ma in polemica contro le Idee, nel lib. XIII. 10. (Questione 104) Corruttibili
e incorruttibili: noi diremmo transitorie ed eterne. une siano corruttibili e
le altre incorruttibili, e per quale motivo? Quei del tempo di Esiodo, e tutti
quanti teologizzarono, pensarono soltanto a dir cose conformi alle loro
credenze, e delle difficoltà che travagliano noi non si curarono. Essi dei
principii facevano Dei e dagli Dei facevano venir tutto, e dicevano che gli
esseri i quali non hanno gustato il nettare e l'ambrosia nascono mortali.
Certamente, parlavano così sapendo, essi, quel che dicevano. Ma le ragioni che
apportano, sorpassano la nostra intelligenza. Poichè, se è per cagion del
piacere che quegli esseri l’assaggiano, non è il nettare o l'ambrosia la causa
del loro essere; e se fosse la causa del loro essere, come sarebbero eterni
avendo bisogno di nutrimento? Ma non vale la pena di fermarsi a indagare
intorno a queste escogitazioni mitologiche. Bisogna apprendere da quelli che
parlano dimostrando, e chieder loro come mai degli enti che vengon dagli stessi
principii, alcuni sono eterni per natura, e altri periscono. Non dicendo
costoro la ragione di questo fatto, e non sembrando neppur ragionevole che stia
così, si potrebbe conchiudere che non sono gli stessi i principii degli enti,
nè le loro cause. A Empedocle, del quale si potrebbe pensare che più degli
altri sia d’accordo con se stesso, anche a lui è accaduto lo stesso. Egli pone,
è vero, un principio causa della corruzione, la discordia; ma parrebbe che
questa fosse causa non più della corruzione che della generazione d’ogni cosa,
ad eccezione dell’ Uno ('), perchè le altre cose tutte vengono da essa, tranne
Dio. Dice, infatti: Dei quali sono tutti gli esseri, quanti ce ne furono, e
quanti ce ne saranno di nuovo; {quanti ce ne sono, e le piante germogliarono, e
gli uomini e le donne, e le belve e gli uccelli e i pesci che nutre l'onda, e i
numi longevi. E anche senza questi versi, è evidente: chè, se non ci fosse la
discordia nelle cose, queste sarebbero tutte una sola, L' Uno, Dio, è lo Sfero
(quando questo era governato dall’Amore soltanto). 1000 b 86 METAFISICA come
egli stesso dice: infatti, quando si trovavano riunite, allora «la Contesa se
ne stava all’estremo confine . D’onde gli avviene anche di fare il felicissimo
Dio meno intelligente degli altri: di fatto, non possedendo la discordia, non
ha cognizione di tutti gli elementi, chè la cognizione è del simile col simile.
Egli dice: terra con terra, acqua con acqua scorgiamo, con l’etere l’etere
divino, e il fuoco distruttore col fuoco, con l’Amore l'Amore, con la Discordia
funesta la Discordia. Ma, per tornare al nostro discorso, è manifesto che per
lui la discordia bisogna che sia non meno cagione dell’essere che della
corruzione. E neppure l’amicizia è causa soltanto dell'essere: rimenando tutto
all’unità, fa perire ogni altra cosa. Intanto non ci dice niente su la causa di
questa mutazione, ma solo che così è per natura: ma quando la Discordia fu
cresciuta grande nelle membra e sali al comando, compiendosi il tempo che ad
entrambe è prefisso, in alterna vicenda, da un inviolabile giuramento ('), come
se la mutazione fosse necessaria; ma non ci palesa nessuna cagione di questa
necessità. Pur tuttavia egli è il solo che parli coerentemente, in quanto non
fa già degli enti gli uni corruttibili, e gli altri no; ma tutti corruttibili,
eccetto gli elementi. Invece la questione, di cui qui trattiamo, è perchè
aleuni sono corruttibili ed altri incorruttibili, una volta che vengono da gli
stessi principii. Che, dunque, i principii non possano esser gli stessi, basti
quanto s’è detto. Ma se i principii son diversi, uno dei dubbi sarà se quelli
delle cose corruttibili siano ineorruttibili, o corruttibili anch’essi (*). Se
corruttibili, è chiaro che anch’essi debbono Per frammenti Empedoclei, cfr.
Diels, op. cit., I, 180 88. (nn. 21, 30, 96, 109). V. anche E. BicnonE, E., pp.
417 88. (9) Così anche il Lasson (trad. della Met. di A., Jena, 1* ediz. 1907,
p. 51). Letteralmente sarebbe: «uno dei dubbi sarà se essi stessi sono
incorruttibili o necessariamente venire da altri principii, perchè ogni cosa si
corrompe in ciò da cui deriva: onde risulterebbe che ci sono altri principii
anteriori ai principii. Ma questo non è accettabile, sia che ci si voglia
fermare, sia che si proceda all’ infinito (‘). E poi, quando i principii loro
saranno stati distrutti, come possono esserci più i corruttibili? Se, invece,
sono incorruttibili: perchè mai da alcuni di essi verran fuori gli enti
incorruttibili, mentre da altri, incorruttibili anche essi, verran fuori enti
corruttibili? Non par davvero ragionevole: anzi, o è impossibile, o c’è bisogno
di molte spiegazioni. In fine, nessuno mai ha preso a dire che i principii
degli enti fossero diversi, anzi dicono che son gli Stessi per tutti. Nella
questione, tuttavia, che agitammo dianzi, non s’addentrano, quasi reputandola
di poco conto. La questione più di tutte difficile a meditare e la più
necessaria alla conoscenza della verità, è se l’Ente e l’Uno sono sostanze
degli enti, sì che ciascuno di essi, quello in quanto ente, questo in quanto uno,
non siano predicato di altro; ovvero se bisogni cercare che cosa sia l’Ente, e
che cosa sia l’ Uno, in quanto un’altra natura sta loro a sostrato. Alcuni la
pensano nella prima maniera, altri nella seconda. Platone e i Pitagorici
ritennero che l’ Ente e 1’ Uno non siano null’altro se non quello che è la loro
natura, di essere cioè la sostanza loro l’essenza dell’ Ente, appunto, e dell’
Uno (?). I corruttibili . Ma mì par chiaro, da quel che segue, che la questione
riguarda 801tanto i principii dello cose corruttibili. Delle incorruttibili
come può sorgere il dubbio? Nò ia questione è diversa dalla precedente:
l’incorruttibilità dì quei privcipii, infatti, è dimostrata per la medesimezza,
laddove la corruttibilità de’ loro effetti è adotta in prova della loro
diversità, Se ci sì ferma, ci son principii anteriori, e son essi principii,
non gli altri. Se si volesse procedere (o regredire) all'infinito, non ci
sarebbero principii addirittura, In entrambi i casi quei principii supposti
corruttibili verrebbero distrutti come principii, logicamente e, in quanto
abbassati a cose corruttibili, anche realmente. La presente questione si può
considerare risolta nel lib. XII (spec. nei primi capitoli). (Questione 11)
L'essere in sò e per Sè, e così l'Uno, sono sostanza «lelle cose, come vogliono
Pitagorici e Platonici; ovvero la sostanza delle cose consiste nel sostrato
determinato (materia e forma nell’unità del BIinolo), del quale si possono
predicare l’essere e l'uno? I Fisiologi la pensarono altrimenti. Empedocle, ad
es., per dire che cosa è l’Uno cerca di ridurlo a qualcosa di più facile a
sapersi, e parrebbe che questo fosse per lui l’amicizia: per lo meno, essa è la
causa dell’unità di tutte le cose. Altri dicono il fuoco, altri l’aria: questa
è, per essi, la natura dell’ Uno e dell'Ente, da cui sono e si generano le
cose. E del pari, coloro che pongono più elementi: anch'essi son costretti a
dire che l’Uno e l’Ente è tante cose quanti per l'appunto sono i principii (‘).
Se non si volesse concedere che l’Uno e l’Ente sia una sostanza, neppure quindi
può esser tale nessuno degli altri universali: chè quelli sono universali a
maggior titolo degli altri. Se per ciò non è qualcosa (?) l’Uno per sè e l’Ente
per sè, molto meno si può dire degli altri che siano qualcosa oltre le cose
singolari. In secondo luogo, se l’Uno non fosse sostanza, è chiaro che neppur
il numero sarebbe una natura separata (*) dalle altre: poichè il numero è fatto
di unità, e l’unità è l’essenza, per l'appunto, d’ogni cosa ch'è una. Ma se
l’Uno e l’Ente sono qualcosa che è in sè e per sè, necessariamente la loro
sostanza è l’Uno e l'Ente, perchè non c’è in essi qualche altro sostrato di cui
essi si predichino universalmente, ma sono essi questo sostrato. Ma, allora, se
l’Ente e l’Uno sono qualcosa in sè e per sè, la difficoltà grande è come ci
potrà essere qualche altra cosa oltre di essi: in altri termini come gli enti
potranno essere più di uno. Poichè l’altro dall’ente non è: per cui si è
costretti a ragionare come Parmenide (‘), che tutte le cose I Fisiologi posero
per principio, non l' Uno in sò e per sè, ma una materia primordlale, unica o
molteplice, come sostrato del divenire, Qualcosa di esistente in sè e per sè:
i. e. una sostanza. I. e., come prima, una sostanza: ciò che ha un'esistenza
indipendente (in sè e per sò), I Platonici intendono l'essere come essenza
(l'essere intelligibile) dolle cose, e in questo il loro principio è ben altro
da quello parmenideo. Ma essi, dice A., debbono pure, come Parmenide, escludere
ogni molteplicità dal principio posto come assolutamente Uno. (Ricorda che, pur
riconoscendo l'esistenza del molteplice, Platone, come si vide nel lib. I. 6,
9, pose questo come contenuto sono Uno, e questo è l’Ente. Non c’è da star
contenti nè in 1001 b un caso nè nell’altro: o che l’Uno non sia sostanza, o
che l’Uno sia qualcosa in sè e per sè, il numero non può essere sostanza. Se
l’Uno non è sostanza, quest’impossibilità s'è dimostrata prima. Se invece è
sostanza, vale per esso la stessa difficoltà che intorno all’Ente: donde verrà
un altro uno oltre l’Uno in sè e per sè? Necessariamente, esso non potrà esser
uno. Ora, tutto ciò che è, o è uno, o molti, dei quali ciascuno è uno. 39 In
secondo luogo, se l’Uno è in sè indivisibile, stando alla sentenza di Zenone
esso sarebbe nulla; poichè, ciò che o aggiunto o sottratto non fa esser perciò
una cosa nè più grande nè più piccola, non è secondo lui da annoverare tra gli
enti; come se fosse evidente che l’essere sia una grandezza, e, se grandezza,
sia perciò corporeo: chè questo sarebbe ente da ogni lato. Le altre grandezze
('), invece, aggiunte in un certo modo (*), dice, fanno più grande ciò a cui si
aggiungono, e in un altro, no: per es. una superficie, 40 una linea. Il punto e
l’unità, in nessun caso, mai. Costui è rozzo nelle sue speculazioni; e poichè
qualcosa indivisibile esiste, se ne potrebbe far la difesa contro di lui anche
così: esso è di tal natura che, aggiunto, non farà più grande ciò 41 a cui si
aggiunge, ma, con esso, farà più nel numero. Rimarrebbe, ciò non ostante, la questione
(*): come da un tale uno, soltanto: laddove il principio formale dell'idea era
l’unità pura). In termini filosofico-religlos!, la dottrina platonica conduceva
ad un misticismo pantelstico (salvo il motivo, teistico, della trascendenza
formale, svolto da A.). L'Uno, contro il quale Zenone combatte, non è (come
giustamente fa osservare il Ross) il principio parmenideo, ma quello
pitagorico, o l'uno come prinelpio di spiegazione del molteplice fisico
(sensibile, corporeo). Esso era pensato, infatti, come una grandezza
indivisibile (cfr. l'atomo democriteo). E però Zenone accetta questo modo di
vedere, e considera il corpo (il solido, la grandezza a tre dlmensloni) come
ente a maggior ragione delle altre grandezze. Egli può, così, dimostrare che il
mondo e ogni cosa, in quanto risultante da quelle unità elementari, sarebbero
insieme infinitamente grandi e infinitamente piccoli, ossia contradittorli.
Secondo che si agglungono l’una di seguito all'altra, oppure vengon
so0vrapposte; A. non condivide il modo dl vedere pitagorico-platonico che
identifica l'arltmetico col geometrico, e però trova rozza l’argomentazione di
Zenone. o da molti come esso, si avrà la grandezza? Poichè è come dire che la
linea risulti di punti. E se anche si vuol ammettere quel che dicono alcuni,
che il numero provenga dall’Uno in sè e da qualcos’altro non uno ('), resta
sempre a sapersi perchè e come l’effetto è talora un numero, talora’ una
grandezza, una volta che il non-uno è la disuguaglianza e la sua natura è
sempre la stessa (?). Non si vede nè come da l’Uno più questa, nè come da un
numero più questa, potrebbero venir fuori le grandezze. A queste fa seguito la
questione, se i numeri e i corpi (*) e le superfici e i punti siano da porre
tra le sostanze, o no. Se non sono sostanze, ci sfugge che cosa sia l’essere, e
quali cose siano sostanze. Le affezioni, i movimenti, le relazioni, gli
ordinamenti e rapporti diversi delle cose, non pare davvero che esprimano la
sostanza di nulla: essi vengono tutti riferiti a un sostrato, e nessuno è un
essere concreto. Si prendano pure, come esprimenti la sostanza meglio di ogni
altra cosa, l’acqua e la terra e il fuoco e l’aria, di cui constano i corpi
composti; ma il loro riscaldarsi o raffreddarsi, e simili altre affezioni, non
sono sostanze: solo il corpo che li riceve, rimane come qualcosa di concreto e
come una sostanza reale. E tuttavia, il corpo è ancor meno sostanza della
superficie, e la superficie della linea, e la linea del ‘Tuttavia dà ragione a
costui quanto all’impossibilità di dedurre l’esteso dall’ inesteso. Ricorda,
infatti, l'imbarazzo di Platone per il concetto di punto: lib, I. 9, 25. La
diade indefinita (il grande-piccolo). Onde, o è ineste sa, e dall'unione con
l'Uno verranno i numeri, non le grandezze; o è estesa, e dall'unione con l’Uno
verranno le grandezze, non i numeri. Nè, se uno dicesse che, prima, dall’Uno e
dalla diade si genera il numero, poi da questo con la diade le grandezze,
neanche così resterebbe spiegato il passaggio dall'inesteso all’esteso. La
questione 11° è ripresa in VII. 16, 3-4 e X. 2 (oltre gli accenni sparsi nei
libri XIII-XIV). (8) (Questione 12*)I solidi (corpi matematici). unità e del
punto. Infatti, da questi vien determinato il corpo: e se questi parrebbe che
possano esistere senza il 5 corpo, il corpo senza di essi non può('). Avvenne
per ciò che i più antichi filosofi, pur reputando, conforme all’opinione dei
più, che il corporeo fosse la sostanza reale delle cose, considerarono il resto
sue affezioni, così che i principii dei corpi erano, anche per essi, i
principii delle cose. Ma i filosofi posteriori (*) e più raffinati di quelli
reputarono che principii siano i numeri. 6 Dunque, come s’è detto, se questi
non Sono sostanza, non c’è punto nessuna sostanza, nè alcun essere reale: chè i
loro accidenti non meritano davvero di esser chiamati enti. 7 D’altra parte, se
si concede questo, che le linee e i punti sono sostanza più dei corpi, non
vedendo noi di quali corpi possano esser sostanza (di quelli sensibili non è
possibile), 8 non ci sarebbe sostanza nessuna (*). Inoltre, pare che tutte
queste cose siano divisioni del corpo, l’una in larghezza, 9 l’altra in
profondità, e l’altra in lunghezza (*). Aggiungi che nel solido o c’è del pari
ogni sorta di figure, o non ce n'è nessuna: per cui, se, poniamo, non c’è un
Ermete nella pietra, neppure c’è la metà del cubo nel cubo(°): s’intende Tanto
poco si deve ritenere per sostanza ciò che a unu veduta grossolana pare più
corporeo, che anzi gli elementi primi e i principii generatori del reale si
trovano per ultimo con l’anallsl della riflessione: la superficie come
principio generatore del solido, lu linea della superficie, il punto della
linea. Parrebbe che il semplice possa esistere prima e indipendentemente dal
più complesso (v. lib. I. 8, 9 88.), 6 però esser sostanza n maggior diritto. I
più antichi filosofi: i Fisiologi. I filosofi posteriori: Pitagorici e
Platonici. Cfr. VII. 10, 19: «La materia intelligibile, quale quella delle
matematiche, è nei sensibili, ma non in quanto sensibili . E già in I. 8, 1 aveva
detto che con i principii matematici non si può dar conto delle proprietà e
qualità delle cose oggetto della Fisica. Non sostanze, ma divisioni che noi
operiamo nei corpi. (5) Come nota S. Tom. (8 509): «haec in continuo non sunt
in actu, nisi solum quantum ad illa quae terminant continuum, quae manifestum
est non esse substantiam corporis. Aliae vero superficies vel lineae non
possunt esse corporis substantiae, quia non sunt actu in ipso: substantia autem
actu est in eo cuius est substantie . In potenza ci son tutte: così come la
figura di Mercurio è nel blocco di marmo, e la superficie che divide 11 cubo a
metà è nel cubo. In atto ci sono soltanto se le realizziamo: se no, rimangono,
come idee soltanto, nel come figura determinata. E così per le superfici: se,
infatti, ci fosse ogni sorta di superfici, ci sarebbe anche quella che
determina la metà del cubo. Lo stesso ragionamento vale anche per la linea, per
il punto e l’unità. Sì che, se il corpo principalmente è sostanza, ma queste
cose, che pur han diritto di esser sostanza più di esso, non sono poi per nulla
determinate sostanze, ci sfuggirà quel che è il reale, e quale sia la sostanza
degli enti. Altri assurdi vengon fuori considerando la generazione e la
corruzione. Sembra, infatti, che la sostanza, se prima non era ed ora è, oppure
prima era ed ora non è, subisca queste vicende perchè si genera e si corrompe.
Ma i punti e le linee e le superfici, pur talora essendo e talora no, non
possono nè generarsi nè corrompersi, per la ragione che è nell’atto in cui i
corpi si toccano e si dividono che, in un caso, di quel che viene in contatto
(') si fa unità, nell’altro, quel che vien diviso diventa due: quei che si
compongono, c’erano, ma, essendo stati distrutti nella composizione, non sono
più; quando invece vengono divisi, ci sono, mentre prima non c’erano. Di
sicuro, non si è già diviso in due l’indivisibile punto (?). Eppure, se si
generano e corrompono, ciò avviene da qualcosa. Press’a poco lo stesso vale, in
riguardo al tempo, per l'istante: neppur di esso si dà generazione e
corruzione, e tuttavia sembra che sia sempre diverso pur non essendo una
sostanza. È chiaro che lo stesso vale anche per i punti, per le linee e per le
superfici: perchè il discorso è lo stesso: tutti sono similmente o limiti o
divisioni (*). pensiero e virtualmente (ricorda Leibniz!) nelle cose. L'«
argumentationis fraus (Bonitz, p. 167), per cui A. estenderebbe la conchiusione
«ad eam figuram quae actu corpus circumsceribit , non mi par che ci sia. I. e.
punti, linee, superfici (propriamente, superfici, so si compongono 0 dividono
due corpi; linee, se due superfici; punti, se due linee). «Neque enim illud
quisque statuitur, ita in dirimendis corporibus fieri planum vel lineam, ut
ipsum punctum dissecetur: Bonitz (p. 168). A ciò, infatti, ci vorrebbe un
passaggio, dalla potenza all'atto. Laddove l’atto è istantaneo, e nell'istante
non c'è generazione (che implica un processo temporale). V. il passo di S. Ton.
cit. dianzi. Degli enti matematici trattano ampiamente i libri XIII-XIV; ivi è
ripresa anche la questione delle idee, alla quale si ritorna nella 13% (efr. la
questione 5* e 9°). Si potrebbe anche in generale far questione, perchè mai
bisogna cercare altre entità oltre le sensibili e le intermedie, 2 e quali
siano: per es., le specie, che noi poniamo. Si può rispondere che gli enti
matematici differiscono bensì per un verso dalle cose di quaggiù, ma non ne
differiscono punto in quanto ce ne sono molti della stessa specie ('): per cui
i principii delle cose non si possono determinare con il numero; così come
l'alfabeto non è determinato dal numero delle lettere, ma dalla loro specie (a
meno che uno non prenda le lettere di una sillaba o parola attualmente
determinata: chè 3 lì anche il loro numero è determinato). Ma lo stesso vale
per gli intermedi: anche-là, infiniti sono quelli della stessa specie. Così
che, se oltre le cose sensibili e gli enti matematici non ci fossero altri
enti, quali sono le specie secondo alcuni, nè ci sarebbe una sostanza unica per
numero, oltre che per specie (°), nè i principii degli enti sarebbero tanti, e
non più, di numero, ma di specie soltanto. Che se questo è necessariamente
conchiuso, bisogna conchiudere anche che le specie 4 esistono. E se pure non si
spiegano bene i loro sostenitori, bene è questo quel che vogliono, ed è
necessario che questo essi intendano dire: che delle specie ciascuna è una
sostanza (Questione 18%) Molti (infiniti) triangoli sensibili, e molti
(infiniti) triangoli geometrici (sebbene questi siano eterni e immobili). Questa
molteplicità ha bisogno di un principio di unificazione, che non può esser
altro che ideale (in questo caso, il concetto stesso dij triangolo). Così, come
l'alfabeto è tale per In «specificità delle lettere in cui i suoni fonici ri
determinano, non per il numero dei suoni che fan capo a esso. Oppure, secondo
la variante difesa dlal Bonitz e dallo Schwegler (e già in Aless.): «ma
soltanto di specie . Il senso, tuttavia, è giusto anche tenendo il testo com'è.
Nota che nell'argomentazione i termini s'inerociano: il molteplice sensibile e
matematico è veduto deutro la specie, ed è perciò « della stessa specie ;
esigere, poi, che anche per questo molteplice ci sia una specie unica, che ne
dia la ragione logica e insieme reale, è esigere un’unità numerica, oltre che
specifica: laddove, se quel molteplice è veduto fuori della specie, questa
rappresenta di esso un’unità specifica, non numerica. determinata, sì che non
si tratta .di determinazioni accidentali dell’essere. D'altra parte, se noi
porremo che le specie esistono ('), e che i principii abbiano unità per il
numero, non per la specie, s'è detto innanzi (*) a quali conchiusioni
inaccettabili si arrivi. Affine a questa è la questione se gli elementi sono in
potenza o in qualche altro modo (*). Se fossero in qualche altro modo, ci
sarebbe qualcos’altro, anteriore ai principii, poichè la potenza sarebbe
anteriore a una tal causa, non essendo necessario che tutto ciò che è possibile
sia a quel modo (*). Se, invece, gli elementi sono in potenza, potrebbe non
esister nulla attualmente, poichè è possibile anche ciò che ancora non è.
Diviene, infatti, ciò che non è ancora. Invece, nulla diviene di quel che è
impossibile che sia. Queste, dunque, sono le questioni da discutere intorno ai
principii; e anche se siano universali, o al modo che diciamo dei singolari. Se
universali, non saranno sostanze, perchè nessun termine comune esprime un
essere concretamente determinato, bensì una certa natura dell’essere; invece,
la sostanza è un essere concretamente determinato. Se ciò che si predica in
comune (*) fosse un essere concretamente deter A sè, come sostanze, enti
separati o indipendenti. V. nel Sommario quest. 54, a); quest. 9, b). L'unità
per il numero, soltanto, fa dei principii elementi materiali, incapaci di dar
ragione delle cose. Cfr. S. Tom. (8 518): « Principia rerum efficientia et
moventia sunt quidem determinata nuniero; sed principia rerum formalia, quorum
sunt multa individua unius speciei, non sunt determinata numero, sed solum
specie . (Questione 148) In atto. La questione è a/fne alla procedente, perchò
l’unità numerica, oltre che specifica, è Atto e individualità; quella soltanto
specifica corrisponde alla mera possibilità, L'attuale (empiricamente inteso)
presuppone il possibile (come sua propria pensabilità, diremmo noi), non
viceversa. Nota che altro è il « possibile , altro ciò ch’ è «in potenza
(sebbene di solito indicati con lo stesso termine: tò Buvaréy): in questo è già
il principio del processo determinato del divenire, che si svolge da una forma
già realizzata in una materia; il possibile, invece, non ha altra
determinazione che di non esser contradittorio. La questione è ripresa e
trattata in lib. IX. 1-9. (5) (Questione 15%) xatnyogovpeva, universali
astratti. La questione è implicata già nella minato, e si potesse staccare dai
particolari, Socrate sarebbe molti esseri viventi: cioè, lui stesso, l'uomo,
l’animale: dato che ognuno di questi sia un essere concreto e qualcosa che sta
da solo. Questo, dunque, accade se i principii sono universali. Se, poi, non
sono universali, ma al- modo dei singolari, non saranno più oggetto di scienza,
perchè la scienza in ogni cosa è dell'universale. Sicchè, se la scienza deve
esserci, ci saranno altri principii anteriori ai principii: quelli che si
predicano in universale. C'è una scienza che studia l'essere in quanto essere
(') e le sue proprietà essenziali. Essa è diversa da ognuna delle scienze
particolari: poichè nessuna delle altre scienze studia in universale l'essere
in quanto essere, re, ma, dopo averne recisa qualche parte, di questa considera
gl: gli accidenti. Così, le matematiche. Td Bv fi Bv: l’essere, il reale, in Sè
e per sò. Questa è "la definizione fondamentale della Metafisica, alla
quale si riducono le altre due vedute finora: quella del lib. I, di scienza dei
principii e cause prime, e quella del lib. II, di scienza della verità. Salvo
che l’una determina il senso della definizione fondamentale piuttosto in
riguardo alla realtà delle cose, l’altra piuttosto in riguardo al pensiero che
le pensa. Ma, sì può chiedere, i principil e le cause prime delle cose non le
studinno anche le altre scienze, e in primo logo le fisiche? Qual'è, allora, la
differenza tra la Metafisica e le altre scienze? La questione è trattata più
ampiamente nel cap. 1 del lib. VI, Qui si.ascenna soltanto-che-le-Matafisica
considera 1’ essere nella sua universalità e necessità. Le altre scienze, il
infatti, si restringono t) “considerare un genere di enti (gli unimalt, Te
piante, ece.; i ‘’auoni, i colori, ecc.; i numeri, lo figure reometriche,
ecc.), € però son tutte particolari. Non solo: ma nel genere particolare di
cose, che studiano, non riguardano no alla loro pura essenza, a ciò che sono
per una necessità intima dell'essere stesso, ma considerano le loro qualità e
proprietà, astraendole (quasi recidendole) dalla sostanza ed essenza loro, data
nel concetto e nella definizione. Ne cgnsiderano gli accidenti: le fisiche, gli
accidenti sensibili; le matematiche (che astraggono dal resto per considerare
le sole proprietà quantitative), gli accidenti che possiam chiamare
intelligibili. Invece, l’essere vien studiato dalla Metafisica come principio
da cui necessariamente dipendono gli altri principi, in quanto questi non son
altro che parti o elementi dell’intelligibilità e realtà dell'essere per se
stesso. Ora, volendo noi conoscere i principii e le cause supreme, è chiaro che
li dobbiamo cercare come proprietà di una natura considerata per se stessa. Se,
dunque, coloro che cercavano gli elementi degli enti ('), cercavano anch'essi
questi principii, di necessità anche gli elementi erano dell’essere non
accidentalmente considerato, ma in quanto essere. Per ciò anche a noi convien
prendere le prime cause dell’essere in quanto essere. CaPiToLO II. Dell’ente si
parla in molti modi (*), ma sempre per un solo rispetto e determinatamente alla
natura di una cosa, non per omonimia semplicemente, ma nello stesso modo che di
I Fisiologi, i quali facevano anch'essi, inconsapevolmente, della metafisica.
L'essere in quanto oggetto del pensiero è l'essere che viene affermata nel
conoscere e nel sapere: l'essere delle cose di cui il metafisico indaga le
categorie supremo. Le altre scienze adoperano queste categorie; il metafisico
le studia come puri concetti in cuì si distingue o determina il concetto in sè
e per sè dell'essere. Dell'essere reale, s'intende: di quello ch'è predicato
delle cose. Questo viene quindi distinto in sostanza e accidenti, gli accidenti
in essenziali e non essenziali, e vla dicendo. E di ognuno di questi aspetti,
che il pensiero coglie nelle cose, si chiarisce il significato e il rapporto
che hauno tra loro. Il conoscore e il sapere, inoltre, procedono ponendo
rapporti tra le cose dentro ciascuna delle categorie sostanziali o accidentali:
rapporti, cioè, di identità, di uguaglianza, di somiglianza, ecc., e de’ loro
contrari, Il metafisico studia il significato e il rapporto anche di queste
categorie che potremo chiamare dialettiche, pur che sai badi che qui A. intende
del pensiero che si muove nella realtà delle cose: non per mera esercitazione.
Non basta. Questo pensiero che peusa le cose e i loro rapporti, già nel
conoscere comune; ma molto più visibilmente in quello scientifico, procede
affermando o negando, con giudizi, ragionamenti, dimostrazioni. Ma affermare o
negare, giudicare, ragionare e dimostrare, è impossibile se non si pongono a
fondamento principii di pensabilità delle cose: ci sono certe verità evidenti,
sopprimendo le quali diventa impossibile pur cominciare, non che a pensare, n
parlare. Parlare non è lo stesso che pensare e ragionare: uno può parlare per
esprimere un sentimento o per comunicarlo ad altri. Ma anche il pensare
discorsivamente può essere riguardato e studiato in sè e per sè, come mero
movimento 0 processo dialettico del pensiero attraverso i concetti e i loro rapporti.
Di questo trattano specialmente i Primi Analitici. Data questa indipendenza del
pensiero in quanto discorso, è possibile abusarne come fanno i Sofisti. La
Metafisica lo sottrae a questo pericolo soggettivo, perchè essa considera il
pensiero in quanto pensa l'essere reale delle cose; e però spetta ad essa lo
studio di quelle verltà ciamo salubre tutto ciò che riguarda la salute: o
perchè la conserva, o perchè la produce, o perchè indizio di salute, o perchè
ci rende capaci di essa. Così, dicesi «medico ciò 1008 b che riguarda la
medicina: chiamiamo medico chi possiede l’arte della medicina, e anche ciò che
ha natura buona a medicare, oppure quel che è effetto di essa. E nella stessa
maniera di queste si avranno da intendere altre espressioni. L'ente si dice per
l'appunto così, in molti sensi, ma tutti in riguardo a un solo principio: enti
noi diciamo le sostanze, e anche le affezioni della sostanza, e tutto ciò che
alla sostanza conduce : corruzioni, privazioni, qualità, quel che produce o
genera una sostanza, cose che si riferiscono. alla. sostanza, ovvero sono o
negazioni ( di i qualcuna di ‘queste v della sostanza stessa: per cui del
non-ente diciamo pure che «è non-ente(!). supreme o assiomi, o principii di
pensabilità, che scaturiscono immediatamente dall’intelletto nell'atto del
conoscere e di costruire il sapere. Di questi principii il fondamentale è
quello di non-contraddizione. La Metafisica di Aristotele, veduta da questo
lato, è una scienza della scienza, fin dove, alineno, questo concetto moderno
può essere, senza anacronismo, attribuito a lui. Manca, naturalmente, il senso
dì soggettività in cui si pone questo concetto dopo Kant, C'è soltanto quel
senso di essa che poteva esserci dopo la Sofistica e in opposizione
all’idealismo oggettivo di Platone. Di qui un primo spunto di criticismo. La
Metafisica di A. è più critica che costruttiva. E poichè la critica è
fondamentalmente concettuale, si può definire una scienza che mira a chiarire,
nella molteplicità del reale, il concetto puro di esso. La dipendenza, in cui
il pensiero è ancora dalle cose, dà, tuttavia, anche a questa definizione un
significato lontano da quello che oggi ci sì potrebbe aspettare: molte volte,
più che elaborare i concetti, A. si limnita ad esporne il significato, o a distinguerne
i vari significati. Dono, più che risolva, spesso, i problemi: mostrandosi,
anche in questo, scolaro di Platone. In questo capitolo il peusiero procede un
po' a sbalzi, e sembra infatti che il testo vada in qualche punto riordinato.
Esso si compone di tre parti: due pongono il concetto che c' è un'unica scienza
dell'essere in quanto essere, sia in riguardo alla sostanza e ai suoi
attributi, sia in riguardo alle opposizioni dialetticheia terza differenzia
questa forma di scienza dalle altre. Riassumiaino brevemente, per mostrare
l’ordine delle idee: I) Ogni scienza ha un suo oggetto (un certo genere di
cose), del quale considera i vari aspetti. Ma questi si posson ridurre tutti a
quello fondamentale della sostanza e de’ suoi attributi. Questa distinzione
riguarda l'essere di ogni cosa: sarà, dunque, oggetto della scienza che studia
l'essere in sè e per sè. La quale sarà unica, così come resta unica ogni
scienza non ostante la varietà delle specie del genere che studia: il che non
impedisce che abbia parti, e saranno, queste, organizzate in essa, così come lo
sono in ogni altra scienza. In quel modo, dunque, che di tutte le cose salubri
c’è 2 una scienza sola, così anche delle altre. Compito, infatti, di un’unica
scienza è lo studio, non soltanto di quel che si dice per uno stesso rispetto
(‘), ma anche di quel che si dice considerando una stessa natura: chè anche
questo, in certo modo, si dice per uno Stesso rispetto. È dunque chiaro altresì
che 3 unica è la scienza che dovrà studiare gli enti tutti in quanto enti. Ma,
dappertutto, scienza è principalmente quella dell'essere che è primo, e da cui
tutto il resto dipende, e per cui di tutte le cose sì parla. Se dunque questo
primo è la sostanza, dovrà il filosofo possedere i principii e le cause delle
sostanze (?). In ogni genere di cose, come uno è il senso (*), se i sen- 4
sibili appartengono a uno stesso genere, così è della scienza: la grammatica,
ad es., sola, basta alla considerazione di tutte le voci. Per ciò ad una
scienza unica di genere spetta di studiare quante ci sono specie dell’ente come
ente: alle specie di quella, poi, le specie di questo. Parlar dell'Uno e parlar
dell’ Essere è lo stesso. Le opposizioni dialet‘tiche sono opposizioni
dell'essere, perchè il non-essere in realtà è, non mera negazione, ma
privazione, contrarietà. Ora, l'opposizione unità-molteplicità è opposizione di
contrari, e questi, a lor volta, si riducono sempre all'opposizione
upo-molteplice. E poichè ognuno concede che dei contrari la scienza è unica,
unica sarà la scienza della contrarietà in generale. Questa avrà significati
diversi. che tale scienza dovrà studiare, chiarire e organizzare logicamente
[5-6, 8-11, 15-16). III) E per il primo e per il secondo rispetto si conchiude
che unica è la scienza dell'essere în quanto essere, la quale studierà l’essere
in quanto sostanza e attributi, e in quanto alle contrarietà o opposizioni
dialettiche [12]; vien nggiunto il concetto di svolgimento e di definizione
(19; così mi par si possano intendere le ultime parole « genere e specie,
«tutto e parte: questi concetti non si riducono, infatti, immediatamente salle
opposizioni precedenti). Questa scienza è diversa da quella sofistica, che
guarda gli accidenti e le «opposizioni, e non li coglie come determinazioni
essenziali dell’essere in se ‘stesso [13-14]. Ma è diversa anche da quella
degli scienziati, perchè, sebbene l'essere nella sua universalità astratta non
sia nulla di reale, pure, considerato come dianzi s'è detto, è quella realtà
che fa roali tutto le cose: intorno a queste versano le scienze, intorno a
quella la Metafisica [17-18]. / xa@” Ev, distinto da reds plav qpuow, l'uno
come poni di vista logico, l’altro reale (e logico insieme), Enti, sostanze:
questi plurali vanno intesi nel senso del singolare. (8) Uno è il senso per i
colori, ad es., per i suoni, ecc. L’organizzazione del sapere coincide, così,
in ogni scienza, con quella dell’essere nelle cose. L’ente. poi, e l’uno sonola
stessa cosa, ed esprimono una medesima natura,.in quanto s’implicano l’up
l'altro così. come principio e causa, sebbene i loro. concetti, a volerli
illustrare, non siano identici (') (e non fa nulla se noi ora Ii consideriamo
tali, che anzi, ci gioverà meglio allo scopo). Non è, infatti, la stessa cosa «
uno-uomo e «un uomo, «ente-uomo e «l’uomo (?)? E che altro è se non una
ripetizione verbale il dire: «l’uomo è, «l’uomo è uno? E se l’uomo nasce e
muore, è chiaro che non per questo esso si separa dal suo essere; e similmente
dicasi anche per la sua unità (*). Per cui è evidente che l’aggiunta nelle frasi
su dette non muta il senso, e che l’uno non è nulia di diverso dall’ente. La
sostanza di ciascun essere è un’unità,-enon--per-aeeidente, ma pro 6 prio come
ogni cosa che sia un essere determinato. Così che tante saranno le specie
dell’uno(‘*), e tante saranno anche quelle dell’essere; e la scienza che studia
l'essenza delle une é Ia stessa, in fondo,. di. quella che studia }essenza .
delle altre. Voglio dire, ad es., lo studio dell’identità, dell’uguaglianza e
delle altre simili, e delle loro opposte: chè, si può dire, tutti i contrari si
riducono-a questo principio dell’uno 1004 a L'Uno si adopera in sensi più
particolari, esposti in V.6 e X. 1: esprime, soprattutto, l’indivisibilità, la
misura, il principio del numero. Per principio e causa, v, llb, V.162. Ho
accettata nel testo la giusta modificazione proposta dal Ross. Il greco non ba
l'articolo indeterminato, nò quello determinativo, ch’io ho aggiunti innanzi
all'« uomo del secondo membro dei due incisi. Questi mirano a porre le due
uguaglianze, poi l'uguaglianza loro, in fine quella dei due termini uno e ente.
Questo periodetto (che il Christ mette tutto tra parentesi, e io ho così
interpretato, perchè mi par giusto intendere la seconda parte, «e similmente
dicasi, ecc., in rapporto a quel che precede, anzichè a quel che segue, come
intendono invece il Bonitz e il Ross) vuole semplicemente dire che il divenire
non muta la questione. Cfr. S. Tom, (552): « Et sicut
elictum est quod ens et homo non separantur in generatione et corruptione,
similiter apparet de uno. Nam cum generatur homo, generatur unus homo; et cum
corrumpitur, similiter corrumpitur. Unde manifestum est quod appositio in Istis
ostendit idem; et per hoc quod additur vel unum vel ens, non intelligitur addi
alique natura supra hominem. Ex quo manifeste apparet quod unum non est
praeter ens: quia quaecumque uni et eidem sunt eademi, sibi invicem sunt eadem
. , Qui specie vale, evidentemente, nozioni, concetti: chè 1’ Uno e l'Ente non
sono generi e del molteplice (‘). Si vegga in proposito la nostra trattazione:
La scelta dei contrari (?). Ci sono, in conchiusione, tante parti della
filosofia, quante appunto sono le sostanze delle cose, onde, di necessità, ci
deve essere tra esse quella che vien prima e quella che vien dopo. Poichè
l’essere e l’uno si trovano sin da principio divisi in generi (*), e anche le
scienze si partiscono in conseguenza. Il filosofo è come colui che diciamo
matematico: la matematica anch'essa ha parti, e delle scienze matematiche ce
n’è una che vien prima, un’altra viene in secondo luogo, e ordinatamente le
altre. E poichè a una sola scienza appartiene lo studio degli opposti, e
all'uno si oppone il molteplice, apparterrà a una sola scienza lo studio della
negazione e della privazione, perchè in ambedue i rispetti si considera pur
sempre quell’uuo a cui la negazione e Ja privazione si riferiscono. O infatti
noi diciamo semplicemente che esso non ha luogo, ovvero che non ha luogo in un
certo genere di cose: quivi, dunque, Non è, questa specificazione, nel testo.
Cfr. S. Tom. (561-562): « Et ad hoc principium, sc. unum, reducuntur omnia
contraria fere [si può dire]. Et hoo addit quia in quibusdam non est ita
manifestum. Et tamen hoc esse necesse est: quia cum in omnibus contrariis
alterum habeat privationem inclusam, oportet fieri reductionem nd privativa
prima, inter quae praecipue est unwn. Et iterum multitudo, quae ex uno
cansatur, causa est diversitatis differentiae et contrarietatis, ut infra
dicetur. L'uno è il sostrato in cui il molteplice è allo stato potenziale, di privazione
(positiva), non di mera negazione (astratta), ‘’ExAZoyd t6v èvavilov sembra il
titolo di un'opera di A. perduta (intorno a essa, v. Fragmenta, ed. Rose,
118-124), L'essere è un xovvév, astratto; iu realtà si presenta eù@vs,
immediatamente, diviso neì generi del reale, oggetti delle particolari scienze.
Qui si tornerebbe alla prima definizione della Metafisica, anzi al primo
significato di essa: ci sono i generi della sostanza materiale e immateriale,
mobile e immobile, sensibile e intelligibile, ecc. (cfr. XII. 1). Ma generi può
esser inteso anche come equivalente n specie, di dianzi, cloè a concetti
sostanziali, 1 quali possono esser organizzati logicamente, così come le parti
della matematica, nell'esempio che segue, col criterio della semplicità o
complessità maggiore (noi diremmo: astrattezza è concretezza graduale):
aritmetica (11 numero), geometria (la figura), astronomin (il movimento
celeste), armonica (rapporti matematici di suoni), ecc. In questa seconda
veduta viene implicato il concetto di una gradualità logica dell'essere, che
nella prima (molto più frequente in A.) può mancare. Per A. tra i generi non
c'è passaggio. oltre a ciò che è nella negazione, viene aggiunta all’uno la
differenza ('): poichè la negazione di esso indica soltanto l’assenza, mentre
nella privazione viene in chiaro anche una determinata natura come sostrato di
cui si predica la privazione. All’unità si oppone la molteplicità, così che
anche gli opposti dei concetti citati dianzi, il diverso e il dissimile e il disuguale,
e quanti altri si dicono o secondo quelli, o in generale secondo il molteplice
e l’uno, vanno imparati a conoscere dalla scienza in discorso. Tra essi è anche
la contrarietà, poichè la contrarietà è una differenza, e la differenza è
diversità (?). Di modo che, dicendosi l’uno in molti modi, anche quelli si
diranno in molti modi; tuttavia appartiene a una sola scienza di conoscerli
tutti. Questa molteplicità di modi non richicde scienze diverse, le quali ci
vogliono quando questa molteplicità non sì lascia ridurre logicamente nè sotto
un unico rispetto nè sotto un’unica relazione. Ma, poichè tutto sì può ridurre
a un principio supremo, ad es., tutto ciò di cui si predica l’unità a un’unità
suprema, lo stesso si deve ripetere anche dell’identico e del diverso e dei
contrari. Cosicchè, dopo di aver distinto in quanti modi ciascuno di essi si
dice, bisogna render ragione, per ciascuna categoria (*), in qual rapporto esso
stia con il modo principale e come a esso venga attribuito: di alcuni, ad es.,
si troverà che esso Alessandro, Schwegler, Bonitz intendono che si parli non
dello privazione, mn della negazione, e non riescono a dar un senso alla frase.
Vedo che anche il Ross propone di riferliria alla privazione; l'esitazione, che
ancora lo trattiene, ò per l’inciso «nll’uno , ch'egli vorrebbe soppresso: i mo
pare che il passo citato dianzi di S. Tom, lo chiarisca a sufficienza, In ogni
modo, è nota In dottrina aristotelica cho non-bianco è negazione soltanto
(astratta), nero è privazione (concreta, positiva): nell'una non sì deterinina
altro, e potrebbe predicarsi, ad es., anche di un suono; nell'altra viene
aggiunta «la differenza di colore, in riferimento nl sostrato ra cui nppartiene
(diremmo, l'inchiostro). Così, non-veggente e cieco, non-dotto e ignorante,
ecc. La diversità è, propriamente, una cifferenza di genere; la differenza
(propr. detta) è una diversità nello stesso genere (le specie), la quale,
quando è massima, è contrarietà: X. 8, 8; ivi, 4, 1-2. (8) Categoria, qui, vale
(come avverte il Bonit2, p. 180) predicato, nozione, ecc.: ossia, per la
nozione d'identità, diversità, ecc., si deve far lo stesso lavoro d'analisi che
per l’essero in generale: distinguere i diversi significati e determinare la
relazione tra i significati secondari o derivati e quello fondamentale
originario. li comprende, di altri che li produce, di altri esso sarà predicato
in altri modi siffatti. È dunque palese quel che già si accennò nella
esposizione dei problemi: che spetta a un’unica scienza ragionare di tutte
queste determinazioni e della sostanza. Questa era una delle questioni colà
agitate. Ed è dovere del filosofo di esser in 1004 grado di speculare intorno 4
tutte queste cose. Che se tale non è il compito del filosofo, chi sarà allora
che indagherà se Socrate e Socrate seduto sono lo stesso (*); ovvero, se ogni
contrario ha un solo contrario, e che cosa è il contrario, e in quanti modi si
dice? E così di altre tali questioni. Orbene, essendo queste per se stesse
affezioni dell’uno in quanto uno e dell’ente in quanto ente, e non in quanto
numeri o linee o fuoco, è chiaro che quella scienza dovrà conoscere e che cosa
sono e le loro proprietà. E coloro che intorno a esse indagano, non sbagliano
già perchè non sia da filosofi l’indagarne, ma perchè par che non s’accorgano
neppure della sostanza; e sì che questa è prima di tutto il resto! Che se il
numero in quanto numero ha le sue proprie affezioni, come parità e disparità,
commensurabilità e uguaglianza, eccesso e difetto (qualità che appartengono ai
numeri o per se stessi considerati o in relazione gli uni con gli altri); e se
altre ne ha di proprie parimenti il solido, quel che è immobile e quel che è
mobile, quel che ha peso e quello che ne manca; bene ne avrà di sue proprie
anche l’ente in quanto ente, e queste costituiranno appunto ciò di cui sarà
compito del filosofo l’indagare il vero. Ne è un indizio questo: dialettici e
sofisti, volendo fare la stessa figura del filosofo, sebbene la loro sapienza
sia solo apparente, ragionano di tutte le cose e dell’essere che è comune a
tutte, evidentemente perchè questo è l’oggetto proprio della filosofia.
Infatti, la dialettica e la sofistica s’aggirano intorno alla stessa sfera di
oggetti della filosofia, ma La sostanza per sè o congiunta con alcun accidente
(ricorda discussioni sofistiche, soprattutto dei Megarici, in proposito).
Ovvero, se riascun contrario, ece.: per queste questioni questa differisce
dall’una per il modo d’impiegare la facoltà conoscitiva, dall’altra per il
tenore di vita (‘) da quella prescelto. La dialettica si esercita saggiando
intorno a quelle cose di cui la filosofia si sforza di aver conoscenza; la
s0fistica si contenta di un sapere apparente, non reale. Si noti anche che una
delle due serie di contrari indica la privazione, e che entrambe si riducono all’essere
e al non essere, all’uno e al molteplice: ad es., la quiete all’uno, il
movimento al molteplice. Ora quasi tutti i filosofi son d’accordo che gli
esseri e la loro sostanza risultano da contrari; per lo meno, affermano che i
principii loro sono contrari: essi sono per alcuni il dispari e il pari, per
altri il caldo e il freddo, per altri il limite e l’illimitato, per altri
l'amicizia e la discordia (*). Queste e tutte le altre contrarietà si riducono,
manifestamente, a quella dell'uno e del molteplice (ci si conceda dimostrata
questa riduzione), sì che sotto essi, come sotto due generi, cadono tutti i
principii: quelli dei filosofi su detti vi si riducono completamente. Non c’è
dubbio, dunque, anche per queste ragioni, che còmpito di una sola scienza è lo
studio dell’essere in quanto essere. Chè tutti gli esseri o son contrari o
vengono da contrari, e principii dei contrari sono l’uno e il molteplice, e
questi appartengono a un’unica scienza, sia poi che si debbano prendere in un
senso solo, o in più sensi, come forse (*) la realtà e la verità esige. Ciò non
ostante, pur dicendosi l’uno in molti sensi, questi verranno riferiti tutti a
quello che è prima di tutti; e per i contrari sì dica similmente. E però,
seppure l’essere o l’uno non è qualcosa d’universale e d’identico in tutte le
cose, nè da esse separato Non ispirata dall'amore della verità, ma
dall'ambizione o dal guadagno, Per la differenza tra rpodittica, dialettica ed
eristica, cfr. Anal. Pr., IL 1. 24 a, 22, 6 Top., I. 1. 1004, 27: l’apodittica
pone una sola delle due parti della contraddizione, invece la dialettica pone
l'una e l'altra parte; ma l’una parte da ciò ch'è primo e vero, l'altra si
aggira tra opinioni soltanto, più o meno ben fondate; l’eristica non cura la
fondatezza di queste opinioni. Pitagorici, Parmenide (?), Platonici, Empedocle.
forse, e poco dopo certo («come certo non è in realtà ): lowg (in entrambi i
casì), na: come certo non è in realtà, tuttavia esse tutte si riguardano o in
rapporto a ciò che hanno d’identico o per i signignificati derivati
dall’essere. Non può dunque esser còmpito, ad es., del geometra lo speculare
che cosa è il contrario o il perfetto o l’essere o l’uno o l’identico o il
diverso, tranne che in quanto se ne serve come d’ipotesi ('). Resta così chiarito
che a un’unica scienza spetta la considerazione dell’ente in quanto ente, e di
ciò che a esso appartiene in quanto ente, e che essa è la stessa che deve
studiare non soltanto le sostanze, ma anche tutto ciò che appartiene a loro; e,
oltre i concetti accennati dianzi, anche, che è quel che precede e quel che
segue, e il genere e la specie, e il tutto e la parte, e tutto ciò che altre
tali questioni riguarda. CapirtoLo III. Si deve ora accennare se la scienza di
quelli che i matematici chiamano « assiomi sia tutt’una con quella che tratta
della sostanza, oppure diversa. Evidentemente, anche l’indagine intorno ad essi
appartiene a una scienza che è la stessa di quella del filosofo, poichè essi
valgono per tutti gli esseri, e non sono una proprietà di qualche loro genere,
ad esclusione degli altri. Tutti gli scienziati se ne servono, infatti, perchè
appartengono all’essere in quanto essere, e ciascun genere di cose è essere; e
se ne servono fin dove fà al loro proposito, cioè fin dove si ends il genere di
cose, intorno alate . studio di essi sarà di pertinenza di chi fa o -del suo
sapere l'essere in quanto essere. Perciò, appunto, nessuno di 2° Se Ipotesi:
non in senso moderno (8° intende !), ima come assunzione di concetti non
dimostrati, che il geometra (e ogni scienziato, in fine) adopera senza
discutere: «Il geometra fa uso (yefjta) di essi, non mostra (oò Bdeltac) che
cosa sia ciascuno di essi (Alesa, 264, 9). Il termine ritorna. coloro
che-attendono-allo studio delle cose nella loro particolarità, s’azzarda di dir
nulla di essi, se_gono. Veri o. Do. Non ne dice “nulla il geometra nè
l’aritmetico, e se alcuni fisici (') si permisero di parlarne, essi fecero ciò
con qualche ragione, perchè credevano di esser i soli che facessero oggetto
d’investigazione la natura nella sua totalità e l’essere. Ma c’è uno che sta
ancora più su del fisico (chè la natura è uno soltanto dei generi dell’essere),
sì che anche lo studio di tali assiomi spetta a chi medita in universale e
intorno alla’ s0stanza prima. Certo, anche la Fisica è una sorta di sapienza,
ma non è la prima(?). E tutto ciò che alcuni(?) si sono affaticati a dire della
verità degli assiomi e in qual senso bisogna ammetterli, prova appunto che non
hanno studiato gli Analitici. Chi si applica allo studio delle scienze deve
conoscerli già questi assiomi, e non chiederne la dimostrazione nel corso dello
studio (‘). Non e’ è dubbio, dunque, che anche la considerazione dei principii
sillogistici spetta al filosofo e a chi specula intorno alla natura delle
sostanze tutte. In ogni genere di cose, convien dire che possiede principii più
saldi del suo oggetto colui che ne ha maggior conoscenza: vien di conseguenza
che colui che ha la conoscenza degli enti in quanto enti, deve possedere i
principii più saldi di tutti. Questi è il filosofo.° E il principio più saldo
di tutti è quello intorno al quale è impossibile trovarsi in errore, poichè è
necessario che tale principio sia il più: noto di tutti (tutti errano, infatti,
intorno a quelle cose che non conoscono); e non deve aver «Forse pensatori che
svolsero elementi scettici di Eraclito, Empedocle, Anassagora, Democrito
(Ro88). Così anche in VI. 1. 1026 a, 24 e 30 ($ 7): la Metafisica è qriccogpia
xq@rn, la Fisica deutéga. Sono i fisici ric. dianzi ? O, come sembra più
probabile, Antistene? Cfr. qui Cap. 4, 2; 5-2, ecc.; il nome è fatto in V. 29.
1024 b, 32 (S$ 2), e in VIII. 3. 1049b, 24 ($ 6). Ma mi par che non debba
neppur escludersi un’interpolazione del passo. La dimostrazione differisce dal
sillogismo in quanto muove da principii immediatamente certi e veri (dul punto
di vista della scienza particolare): « Vero © primo è quel che non per altro,
ma per se stesso ha certezza: invero, dei principii scientifici non bisogna
richieder la ragione, ma ognuno di essi deve esser certo per Be stesso : Top.,
nulla d’ipotetico (‘): chè non può essere ipotetico quel principio senza del
quale è impossibile che uno possa comprendere una qual si voglia delle cose che
sono. La conoscenza di esso è indispensabile a chiunque vuol conoscere una cosa
qualsiasi, ed è necessario che ne sia provvisto già chi viene per imparare. Che
dunque un principio tale'sia il più saldo di tutti, non è chi non vegga. Quale
poi esso sia, passiamo a dirlo. i È impossibile che la stessa cosa convenga e
insieme non convenga a una stessa cosa e per il medesimo rispetto (e quante
altre determinazioni potremmo aggiungere, si tengano fatte a scanso delle
difficoltà discorsive) (?). Questo è di tutti i principii il più saldo: esso,
infatti, ha i caratteri che dianzi determinammo, poichè è impossibile che uno
stesso pensi la stessa cosa essere e non essere, secondo che alcuni credono
dicesse Eraclito (*). Vero è che non è necessario che tutto quello che uno
dice, lo pensi anche (‘). Ma non potendo i Qui la parola ha un valore diverso
dal precedente (per quanto resti in comune il concetto di assunzione dogmatica,
caratterizzata qui dalla particolarità dell'oggetto, piuttosto che dall'uso
pratico), e agli effetti del pensiero può esser inteso nel senso moderno che
l’'oppone al «categorico (a ciò che non presuppone nulla, perchè è
incondizionatamente vero). A scanso delle difficoltà discorsive, così come le
consuete riserve più giù, accennano ad argomentazioni che tendessero a metter
in dubbio o ad impugnare il principio così com'è formulato: per es., per il
concetto del divenire, che avviene tra contrari, ecc. Più in là A. chiarisce,
ad es., che i contrari sono insieme in potenza, non in atto. i A. attribuisce,
dunque, l'opinione agli interpreti di E. più che ad I. stesso: cfr. XI. 5, 7.
Qui il discorso è considerato verbalisticamente, non come pensiero. Del celebre
« principio di non contraddizione , chi ben consideri, s'avvedrà che son date
qui tre formule corrispondenti ai tre punti di vista dianzi accennati: 1) «non
è possibile a uno di avere, o pensare, a un tempo, opinioni contrarie : ch'è
questione soggettiva; 2) «una stessa cosa non si può insieme affermare o negare
: ch'è questione logico-dialettica, della realtà veduta nell’atto del giudizio,
che o pone il rapporto di convenienza del predicato al soggetto, o esclude quel
rapporto; 3) «i contrari non possono trovarsi insieme nella stessa cosa (in
atto): ch'è questione dell'essere, i. e. dei principii reali, delle cose. La
giustificazione della prima formula è data dalla terza (non potendo è contrari
trovarsi insieme) e dalla seconda (e dacché un'opinione è contraria
all'opinione contradittoria); quella della seconda, dalla terza (un'opinione è
contraria all'opinione contradittoria) e dalla prima (poiché è impossibile che
uno contrari trovarsi insieme nella stessa cosa (aggiungiamo anche a questa
proposizione le consuete riserve), e dacchè una opinione è contraria
all'opinione contradittoria, è chiaro non esser possibile che lo stesso uomo
pensi che la stessa cosa sia e insieme non sia: chi fosse in questo errore,
avrebbe a un tempo le opinioni contrarie. E però tutti i dimostranti a questa
riducono l’ultima opinione: essa, per la natura stessa delle cose, è il
principio anche di tutti gli altri assiomi. CapitoLo IV ('). Pure, ci sono
alcuni, come s’è accennato, i quali affermano potersi dare che la stessa cosa
sia e non sia, e poterla appunto pensare così. Fanno uso di questo modo di
ragionare molti anche dei fisici (°). Ma noi abbiamo stabilito che è im stesso
pensi la stessa cosa essere e non essere); quella della terza, al cap. 6 (8
12), dalla seconda,la quale riacquista rispetto a essa l'indipendenza posta qui
preliminarmente al s 6. Questa ha in A. il significato semplicemente di una
condizione necessaria per il conoscere e il sapere, ossia per il pensiero che
pensa la realtà itelle cose, perchà per l'intelligibilità, reale e logica, di
queste è un presupposto indispensabile la distinzione fra un concetto e
l’altro, e in primo luogo fra concetti opposti, e, prima ancora, tra l'affermare
e il negare. Il principio del mezzo, o terzo, escluso integra, qui, il
principio di non contraddizione, e lo sottrae, anche per questa via, alla
dipendenza immediata da quello di contrarietà, dove, invece, quel mezzo esiste.
Quando, in seguito, fu aggiunto il principio d’identità, non soltanto si
guadaguò in compiutezza formale, ma si vide meglio e il rapporto fra i tre
principii e il carattere puramente logico che ha questa parte della Metafisica
aristotelica. Naturalmente, nel formulismo scolastico si perdette, poi, gran
parte dell'interesse cho aveva la questione in A. per le conseguenze, a cui la
negazione del principio di non contraddizione portava rispetto al conoscere e
al sapere, anzi rispetto alla concezione e realtà dell'universo intero. Comincia
di qui la difesa del principio di non contraddizione contro coloro che lo
negano. Questi, sebbene la trattazione li mescoli di frequente, son tuttavia
abbastanza distinti in tre gruppi corrispondenti alla triplice formulazione del
principio: a) di coloro che l'impugnano per mera esercitazione eristica; bd) di
coloro che, come i Protagorei più seri, si fondano su la natura propria della
dora; e) di coloro che, eraclitizzando, pongono l’unione degli opposti nella
realtà stessa delle cose. Son nominati, nel capitolo seguente, Eraclito e i
suoi seguaci, Empedocle, Anassagora, Democrito. possibile essere e non essere
insieme, e però dichiarammo che quello è il più saldo di tutti i principii. Ed
è effetto d’ignoranza (‘) se alcuni reputano che anche quel principio si debba
dimostrare: chè no n altro che ignoranza è non sapere di quali cose bisogna
chiedere la dimostrazione, e di quali no. Che di tutto, assolutamente, ci sia
dimostrazione, è impossibile: si andrebbe all’infinito, sì che per tal modo non
ci sarebbe dimostrazione di nulla. Che se di alcune cose non si deve esigere la
dimostrazione, non riuscirà loro di dire quale altro principio meglio di
quello, a loro avviso, è tale. Certo, anche di esso si può dimostrare, in via
di confutazione (*), che è impossibile negarlo, solo che, chi lo mette in
dubbio, dica qualcosa. Che se non dicesse nulla, sarebbe ridicolo andare in
cerca di ragioni contro chi, in quanto non ragiona (*), non ha ragioni di
nulla. Un tale, in quanto tale, sarebbe già simile a un tronco. Il dimostrare
poi in via di confutazione, io dico che differisce dal dimostrare vero e
proprio, perchè chi si accingesse a dimostrare lui quel principio mostrerebbe
di presupporre ciò che deve dimostrare; ma, qualora la colpa (‘) fosse di un
altro, si tratterebbe di una confutazione, e non di una dimostrazione. In tutti
i casi simili, la norma è di non pretendere che l'avversario dica che una cosa
è o non è (perchè egli obicetterebbe subito che si presuppone ciò che è da
dimostrare); ma che dia un significato a quel che dice, per sè e per gli altri:
e questo è pur necessario, se egli vuol dir qualcosa. Altrimenti, costui non
direbbe nulla, nè per suo proprio conto, nè per gli altri. Che se, invece, lo
concede, la dimostrazione allora è possibile. Già, infatti, s'è per tal modo
determinato qualcosa. La colpa non è del dimostrante, sì di chi è costretto ad
accettare la dimostrazione, perchè, mentre vuol Cfr. dianzi (3, 3) per quelli
che non hanno studiato gli Analitici. La confutazione (é EXeyyxog) è una dimostrazione
negativa o indiretta, che si limita a portare all’assurdo la sentenza
dell'avversario, o a purificarla dai fraintendimenti e sofismi ch'egli vi ha
intrusi. (9) Ho tentato di giustificare così le parole che il Christ vorrebbe
espunte. La colpa del circolo vizioso, che alcuno gli volesse addebitare.
distruggere il ragionamento, è costretto a ragionare. Oltre di che, chi ha
fatta quella concessione, ha già concesso che ci sia qualcosa che è vera senza
dimostrazione, e che perciò non ogni cosa è possibile che sia così e non così
('). Anzitutto è chiaro che questo alieno è vero: che le parole « essere e
non-essere hanno un significato ben determinato, per cui non ogni cosa è
possibile che sia e non sia così. Parimenti, se la parola « uomo ha un significato
solo: sia esso quello di « animale bipede . Dicendo che ha un solo significato,
intendo che, se uomo vuol dir questo, ove ci sia un essere che è uomo, esso
sarà ciò che per uomo 8’è definito. E non importa nulla se si obietta che di
significati ne ha parecchi, pur che vengano definiti; chè si può a ciascun 1006
b concetto assegnare un nome diverso. Facciamo il caso che si obiettasse che
uomo non ha un solo, ma parecchi significati, e che la definizione
animale-bipede vale per uno soltanto di essi, laddove ce ne sono parecchi
altri, ma in numero determinato : ebbene, si dia un nome appropriato a ciascuno
di essi. Che se, per non far questo, si adducesse che i significati di quel
nome sono infiniti, è manifesto che esso non avrebbe più nessun senso, perchè,
se non significa una cosa determinata, è come se non significhi nulla; e quando
le parole non hanno senso, è tolta la possibilità di discorrere con altri,
anzi, propriamente, anche seco stesso: giacchè non può neanche pensare chi non
pensa una cosa determinata: e se egli è in grado di pensare, dovrà anche dare
un nome unico alla cosa cui pensa. Stabiliamo, quindi, che, come s'è detto da
principio, ogni parola significa qualcosa, anzi qualcosa di unico. Ora,
esser-uomo non potrà significare lo stesso che non-esser-uomo, se la parola
uomo ha un significato non soltanto come predicato di un unico oggetto, ma in
quanto significa essa stessa un oggetto unico. Per noi, infatti, una parola ha
un unico significato, non in quanto si predica di un unico oggetto: C'è
sospetto d’interpolazione nel testo: le ultime parole del periodetto, ad es.,
son ripetute poche linee dopo. chè, a tal patto, musico e bianco e uomo
significherebbero la stessa cosa, e in conchiusione, designando con nomi
diversi la stessa cosa, sarebbero tutti una cosa sola. Una stessa cosa potrebbe
essere e non essere soltanto nel caso di un equivoco, qualora, ad es., quel che
noi chiamiamo uomo, altri lo chiamassero non-uomo. Quel che è in questione non
è già se lo stesso possa insieme essere e non essere uomo di nome, ma di fatto.
Se poi uomo significa lo stesso che non-uomo ('), è chiaro che anche esser-uomo
sarà lo stesso che non-esser-uomo, per cui tra essere e non esser uomo, essendo
l’identica cosa, non ci sarebbe nessuna differenza. Questo appunto vuol dire
esser l’identica cosa; come chi dicesse abito e vestito : chè il concetto è
unico. Se fosse unico, esser-uomo e non-esser-uomo significherebbero lo stesso.
Ma 8’era mostrato che il loro significato è diverso. Se, dunque, si deve poter
dire qualcosa di vero, bisogna necessariamente che, chi dice di uno che è uomo,
intenda dire che è un animale bipede: questo era, infatti, ciò che la parola
uomo significava. E se questo è necessario, non è possibile che quello stesso
non sia un animale bipede: chè questo appunto vuol dire che una cosa è di
necessi tà: esser impossibile che non sia. Non si può dare, quindi, il caso che
sia vero insieme dire che uno stesso è uomo e non è uomo. Il discorso vale
anche per il non-esser-uomo. L’esser-uomo esprime un’altra cosa dal
non-esser-uomo, come del resto anche l’esser-bianco è diverso dall’esser-uomo:
anzi, la opposizione tra i primi termini è anche maggiore, esprimendo essi una
cosa del tutto diversa. E se qualcuno ci volesse sostenere che bianco e uomo
significano una stessa e mede Chiarisce il par. precedente, dove aminette che
una cosa può essere e non essere la stessa soltanto per un equivoco (il testo
ha omonimia, usato qui, come la sinonimia della 1. precedente, in senso
alquanto diverso da quello stabilito in nota a lib. I. 6, 5: qui si bada se uno
intende con la stessa parola indicare concetti opposti, oppure lo stesso
concetto con parole diverse). Se l'avversario vuol dare alla parola «uomo lo
stesso senso di « non-uomo , deve anche identificare il fatto e il concetto di
«esser uomo con quello opposto di « non-esser-uomo : e venir meno, quindi, al
patto (cfr. 11) di non dare a una stessa parola significati diversi in
confronto alle cose, sima ‘cosa, noi ripeteremo quel che abbiam detto prima:
che allora tutte le cose, e non soltanto gli opposti, fanno una cosa sola (').
E se questo non può essere, pur che l’avversario risponda alle nostre domande,
dovrà convenire in quel che s’è detto. Ma, se egli a una semplice
interrogazione rispondesse aggiungendo anche delle negazioni, non risponderebbe
propriamente a quel che si chiede (*). Niente impedisce che uno stesso sia,
oltre che uomo, bianco e innumerevoli altre cose; ma, interrogato se si può con
verità dire che quello è un uomo o no, egli deve rispondere soltanto ciò che la
parola significa, e non aggiungere che è anche bianco e grande; poichè, essendo
infiniti gli accidenti, è impossibile percorrerli tutti, si che o li citi tutti
o non ne citi nessuno. Se anche lo stesso è uomo e diecimil’altre cose diverse
da uomo, egli non deve rispondere, a chi gli domanda se uno è uomo, che è uomo,
sì, ma insieme anche non-uomo: a meno che non intenda di aggiungerli tutti gli
accidenti: quante altre cose, cioè, l’uomo è o non è. Che se si mettesse per
questa via, non c’è più modo di discutere, In somma, quei che si mettono per
questa via, vengono a sopprimere la sostanza e la pura essenza di ogni cosa,
perchè son costretti ad affermare tutto esser accidentale, e che non esiste un
concetto tale, quale quello di uomo o di animale. Se ci fosse, infatti, un
concetto tale, quale quello di uomo, esso non potrebbe essere quello di
non-uomo, 0 quello di non esser uomo: e questi sono pure negazione di PI Se non
si concede che nomo= bianco, tanto meno si può concedere che momo = non-uomo.
Se si concede, non soltanto gli opposti, ma tutto è la stessa cosa, e non c'è
modo di parlar più di nulla, «Sarebbe assurdo che. interrogato sè Socrate è
uomo, rispondesse che è anche .non-cavallo e non-cane : Alessandro (284, 32).
Ovvero, riferisse la negazione agli accidenti: « est enìm v. g. albus, musicus,
etc.; quae omnia in ambitu notionis non-homo continentur: Bonitz, p, 199. Ma
anche le prime negazioni si possono riguardare come accidentali, se sì bada,
non alla sostanza propriamente, ma alla definizione di uomo. L’avversario deve
rispondere con un sì, o con un no (ovvero ripetendo semplicemente il nome, o
premettendogli la negazione: uomo, non-uomo). quello ('). Non s’era d’intesa
che esso aveva un solo significato, e che questo era la sostanza della cosa? Ma
esprimere la sostanza di una cosa vuol dire che questa, e non altra, è la sua
essenza. E se c’è qualcosa che ha l’essenza di uomo, essa non potrà coincidere
con quella che non ha tale essenza, o con quella che ha l’essenza di non-uomo.
Costoro son costretti a dire che tale concetto non è concetto di nulla, ma che
tutto è accidentale (*). Poichè in questo si distingue la sostanza
dall’accidente: l’esser bianco è accidentale per l’uomo, perchè egli è, sì,
bianco, ma non è bianco per l’essenza. Ma se tutto si affermasse in via
accidentale, non ci sarebbe più niente di primo a far da soggetto: eppure
l’accidente esprime sempre la categoria di un qualche sostrato. Si andrebbe,
necessariamente, all'infinito: il che è impossibile. Anche perchè ogni
connessione è soltanto tra due termini (*). L’accidente, infatti, non può
essere accidente di un accidente, salvo in quanto entrambi sono accidenti di
uno stesso soggetto. Voglio dire, per es.: il bianco è musico, e il musico è
bianco, in quanto entrambi sono accidenti di uomo. Ma Socrate non è musico a
questa maniera, come entrambi i termini fossero accidenti di un terzo. Questi
accidenti, dunque, sono predicati in due maniere diverse. Quelli che si
predicano così, come il bianco di Socrate, non possono formare una serie che
proceda all’infinito: ad es., di Socrate, che è bianco, predicare un qualche
altro accidente, e così via via: chè, dall'unione di questi accidenti, non
verrebbe fuori un’unità ('). E neppure del bianco si può dire che ci Il che non
avverrebbe se, come l’avversario sostiene, la negazione fosse vera quanto
l’affermazione. Sul valore della negazione, talvolta riguardata nella c. d.
copula, tal’altra nel predicato del giudizio, e sul rapporto tra la forma
affermativa e quella negativa in A., v. G. Catocero. în Giorn. critico della
fil. ital., VII (1926), fasc. 5. Se non è concetto (esseuza) di nulla, ma si
può attribuire, insieme al contrario, a qualcosa (x è uomo € non-uomo, nello
stesso modo che l’uomo può esser bianco e non bianco), sarà, dunque, non
sostanza, ma accidente. Il soggetto e il predicato. Dall’unione degli accidenti
non vien fuori l'unità del reale, se questa non è raggiunta già con la
posizione del primo accidente, col quale la sostanza forma sia un‘altro
accidente da predicare, per es., musico, perchè questo non è un accidente di
quello più che quello di questo. Resti con ciò determinato che di accidentalità
si può parlare in due maniere: o come in quest’ultimo esempio, o come musico si
predica di Socrate, nel qual caso l’accidente non è predicato accidentalmente
di un altro accidente, come era l’altro caso. In conchiusione, non tutto potrà
essere affermato come accidente, e deve quindi esserci anche qualcosa che si
riguardi come sostanza. Se così è, riman chiarito che è impossibile predicarne
insieme concetti contradittorii. Inoltre, se i contradittorii si potessero
predicare sempre insieme, con verità, dello stesso, chi non vede che tutte le
cose diventerebbero una sola? Sarebbe, infatti, lo stesso e una trireme e un
muro e un uomo, una volta che una cosa si può tanto affermare che negare di
ogni cosa. Che è una conseguenza inevitabile per coloro che ripetono il
ragionamento di Protagora: poichè, se ad alcuno pare che l’uomo non sia una
trireme, è chiaro che non è una trireme; ma, se la contradittoria è vera, ne
consegue che egli è anche una trireme. Si va alla sentenza di Anassagora: tutte
le cose sono tutto insieme. Per cui, niente si può predicare con verità di
nulla. Si ha l'impressione che essi parlino dell’indeterminato; e pur credendo
di parlare dell’essere, parlano, invece, del non essere: chè l’indeterminato è
l’essere in potenza ('), non quello in atto. E in vero, costoro si trovano
nella necessità di dire che di ogni cosa si può affermare o negare ogni altra.
Sarebbe infatti assurdo che, mentre a ogni cosa deve convenire la sua
negazione, non le dovesse poi convenire quella di un’altra che già non conviene
a essa. Voglio dire che, se è vero dir dell’uomo che è anche non-uomo, è chiaro
che deve «un che determinato . In altri termini: non dall’enumerazione degli
accidenti, a volta a volta incorporati al soggetto, si ha da attendere l'unità
di esso. L'altro modo di predicazione è quello in cui la serie non gira attorno
al soggetto, ma fa une catena da accidente ad accidente. L'indeterminato è
l’essere in potenza, nel quale i contrari sono insieme; non quello in atto, nel
quale la potenza (ch’è un non-essere-ancora) vien determinata. esser vero anche
dire tanto che è trireme, quanto che è nontrireme. Intanto, se l’affermativa (che
è trireme) fosse concessa, di necessità sarebbe concessa anche la negativa. Ma
poniamo che l’affermativa non sia concessa; tuttavia Ja negativa di questa gli
dovrebbe convenire meglio di quella sua. Ora, dacchè quest’ultima gli conviene,
gli converrà anche quella di trireme; e convenendogli questa, gli conviene
anche l’affermativa di essa ('). A queste conseguenze arrivano coloro che
sostengono tale dottrina. E a quest’altra, anche: che nulla è necessario o
affermare o negare. Infatti, se è vero che l’uomo è uomo e non-uomo, è chiaro
che sarà vero anche che egli non è nè uomo nè non-uomo: poichè alla doppia
affermativa corrisponde la doppia negativa, e se là delle due affermazioni se
ne fa una sola, una sola sarà anche questa opposta. Proseguiamo: o, quel
ch’essi dicono, vale per tutte le cose, o no: nel primo caso, ogni cosa bianca
è anche non bianca, quel che è anche non è, e similmente per le altre
affermazioni e negazioni; nel secondo caso, se esso non vale per tutte, ma per
alcune sì e per altre no, per queste ultime anch'essi son d’accordo che il loro
principio non vale. Se, invece, vale per tutte, da capo: o di tutte quelle di
cui si afferma qualcosa, questo si può anche negare, e viceversa; ovvero, di
quelle di cui si afferma qualcosa, questo si può unche negare, ma non di tutte
quelle di cui si nega qualcosa, questo si può anche affermare. In quest’ultimo
caso, si avrebbe un punto fermo, un non-essere, e questa sarebbe già una
Accogliendo (1007 b, 33) la lezione del cod. fiorentino Ab (come il Ross
propone), e riordinando un po'il testo, il ragionamento risulta così: A.
sostiene che se, poniamo, di Socrate si può predicare insieme uomo e non-uomo,
allora di lui si può affermare o negare ogni altra cosa indifferentemente: per
es., ch'è trireme e non-trireme, Se, dunque, l'avversario concedesse ch'è
trireme, dovrebbe concedere (secondo il suo principio onde si può affermare
anche la contradittoria) ch’è anche non-trireme. Ma poniamo, dice A., che
«l'affermativa non sia concessa. Egli dovrà, almeno, concedere la negativa,
perchè «sarebbe assurdo che, mentre a uomo conviene la negazione di uomo, non
gli convenisse quella di trireme: anzi, gli deve convenire anche meglio, perchò
è la negazione di qualcosa che già si pone non convenire a esso . Ma, concessa
questa, deve poi concedere anche l’affermativa: che è trireme. salda opinione;
ma, se il non-essere è qualcosa di saldo e conosciuto, tanto più sarà tale
l’affermazione (‘) opposta. Ma poniamo, invece, che di tutte quelle di cui si
nega qualcosa, questo si possa anche affermare: allora, di necessità, o è nel
vero chi tiene separate le due parti, e dice, ad es., che una cosa è bianca, e
poi che non è bianca; ovveroè nel falso. Se per essere nel vero le deve tener
unite, costui disdice ciò che dice, ed è come non esistesse niente. O come poi
parlerebbe e camminerebbe ciò che neppure esiste? (?). E tutte le cose
sarebbero una sola, come anche prima s’è detto, e sarebbe lo stesso e uomo e
Dio e trireme e i loro contradittorii. Chè, se di ciascuna cosa si può ripeter
questo, l’una non differirà dall’altra: se differisse, essa avrebbe già
qualcosa di proprio, e questa sarebbe la sua verità. Alla stessa conchiusione
si perviene dicendo che è nel vero chi tiene separate le parti contradittorie
(9). Ne deriva, anzi, anche questo: che tutti dicono vero e tutti dicono falso,
e però concede che dice falso anche lui. Evidentemente, con costui non si può
discuter di nulla, perchè non dice nulla: non dice mai che è così, o non così,
ma sempre che è così e non così (‘); e poi, negando ambedue queste cose, che
non è nè così nè non così. Se parlasse altrimenti, ci sarebbe già qualcosa di
determinato. Che se, poi, ci si facesse concedere che, quando l’affermativa è
vera, la negazione è falsa, e che, quando è vera questa, l’altra è falsa, non
sarebbe più vero che si può nello stesso tempo affermare e negare la stessa
cosa. Ma, senza dubbio, tutti direbbero che questa è una petizione di
principio. In fine, diremo che sono in errore quelli che pensano che una cosa
sta, oppure non sta, in un certo modo, e che invece è nel vero chi le pensa
tutte due quelle opinioni? Che se costui non dice neppure di esser nel vero, o
che cosa vor «Per mezzo dell’atfermazione la negazione è più conoscibile; chè
l'affermazione è prima, come l’essere è prima del non essere : Anal. Post., I.
25. 86 b, 34. Qui, l’uomo di cui si parla (e colui stesso che parla). (9) Come
se fossero due persone diverse a sostenerle. Similmente in Teeteto. rebbe dire
la sua asserzione che la natura delle cose è proprio così fatta? ('). E se non
pretende di dir giusto, ma di dire più giusto di chi la pensa in quell’altro
modo, ecco che le cose starebbero già in un certo modo, e questa sarebbe la
verità, e non già vero e falso insieme. E se ribatte che tutti sono nel falso e
nel vero ugualmente, a costui non è più lecito aprir bocca a parlare: perchè
dice nello stesso tempo Sì e no. E se non ha nessuna opinione, ma crede e non
crede del pari, quale differenza c’è tra lui e le piante? Da ciò si vede
benissimo che nessuno, non solo gli altri, ma neppure chi fa questi discorsi, è
persuaso che così stiano le cose. O perchè mai va egli a Megara, e non se ne
sta tranquillo a casa pensando di camminare? (?). E perchè un bel mattino non
va diritto a gettarsi in un pozzo o, se gli càpita, giù da un precipizio, anzi
si vede bene che se ne guarda, proprio come se pensasse che non sia tanto buono
quanto non buono il caderci? È dunque chiaro che crede l’una cosa migliore e
l’altra peggiore. Ma se è così, deve convenire anche che una cosa è uomo e
un’altra non-uomo, una cosa è il dolce e un’altra il non-dolce. Egli non mette
tutto alla pari quando pensa ad avere qualcosa che cerca; ma, avendo pensato
che per lui è meglio ber dell’acqua o vedere qualcuno, va in cerca proprio di
quello. Eppure doveva mettere tutto alla pari, se uomo e non-uomo fosse la
stessa cosa. Invece, come abbiamo detto, non c’è nessuno che non si vegga
guardarsi da alcune cose e da altre no. Non pare, dunque, Intendo: Chi dice che
la verità è nella contraddizione, riconosca almeno che c'è questo che diciamo
la verità. O non vorrà neppur riconoscer questo? Ma, allora, che cosa intende
quando asserisce che la natura delle cose è così fatta, che in essa (secondo la
sentenza di Eraclito) i contrari son sempre uniti? ecc. Tralasciando il pi
della 1. 9, come consiglia il Ross, il senso verrebbe trasformato così: Se egli
ritiene di esser nel vero, che vuol dire che la natura è così fatta? In essa
non si dovrebbe parlare di «essere, nè di esser essa l’una cosa piuttosto che
l’altra (chè tutto è e non è, ed ogni cosa è ogni altra). Non è lo stesso per
lut camminare e non camminare. Ovvero, se col Ross si aggiunge il deiv (da Ab e
Aless.): non è lo stesso per lui dover, 0 no, andar a Megara.
Quest'argomentazione, presa dal meglio e dal peggio, è già in Teeteto. che ci
possa esser dubbio: tutti credono che le cose stanno assolutamente in un modo,
se non tutte, almeno quelle che riguardano il meglio e il peggio. E se lo
credono(‘), non per scienza, ma per opinione, tanto più dovrebbero esser solleciti
della verità, così come deve curar la salute più chi è malato del sano: e
infatti, chi opina, al paragone di chi sa, è in una disposizione non sana in
rispetto alla verità. Finalmente, sia pure che tutte le cose stiano così e
anche non così. Ma in natura c’è il più e il meno in ogni cosa: noi non diremmo
che il tre è pari nella stessa misura del due, e credere che il quattro valga
cinque non è un errore uguale a quello di chi crede che valga mille. Ora, se
l’errore non è uguale, manifestamente uno dei due erra di meno, e però è nel
vero più dell’altro. Ma se è più nel vero, al vero è più vicino, e ci sarà
quindi una verità a cui è più vicino chi è più nel vero. E anche se tale verità
non c’è, ma, insomma, c'è almeno qualcosa che ha maggiore o minore fondamento e
certezza, e questo basta a liberarci (?) da un discorso che non si lascia
ridurre in termini di pensiero e impedisce di determinar nulla. Il ragionamento
di Protagora deriva anch’esso da questa opinione, e però la sorte dell'uno è
necessariamente legata a quella dell’altra. Poichè, se tutto quello che si
crede e appare, è vero, ogni cosa di necessità è vera e falsa insieme. Di
fatto, gli uomini hanno, per lo più, opinioni contrarie le une alle altre, e
tuttavia stimano che sia in errore chi non la pensa come loro: per cui è
necessario che la stessa cosa sia e non sia. Viceversa, se si concede questo,
vien di con Se lo credono, il meglio e il peggio. Come nella precedente
invocazione della testimonianza dell'azione, così nelle ultime parole si può
notare un senso della verità come di un bisogno che il soggetto ha di essa per
se stesso. seguenza che tutte le opinioni sono vere. Poichè le opinioni di chi
è in errore e quelle di chi è nel vero, sono tra loro opposte; ma se tale è
l'essere delle cose, tutti saranno nel vero. È chiaro, dunque, che i due
ragionamenti svolgono. lo stesso pensiero (‘). Tuttavia, a combatterli, non si
ha da prendere la stessa strada per tutti: con alcuni ci vuole la; persuasione,
con altri la sopraffazione (*). Non è difficile curare l’ignoranza di coloro
che s’indussero a credere così in sèguito a dubbi e difficoltà, giacchè per
essi si ha che fare, non con parole, ma col pensiero. Invece, a curar quelli
che giuocano di parole non c’è altra via che confutarne il discorso
letteralmente, in quanto è di parole espresse con suoni. Coloro che in sèguito
a dubbi e difficoltà vennero nell’opinione che le asserzioni contradittorie e i
contrari possono stare insieme, mossero dalla osservazione delle cose
sensibili, dove una stessa causa produce effetti contrari. Ora, se quello che
non è non può generarsi, il fatto preesistente era già ambedue i contrari
insieme. Anche Anassagora dice similmente che tutto si trova mescolato in
tutto, e Democrito, anche lui, insegna che il vuoto e il pieno si trovano in
ogni particella alla pari, sebbene l’uno di essi sia un ente, e l’altro un
non-ente. A coloro, dunque, che fondano su queste ragioni la loro sentenza, noi
diremo che in un senso parlano giusto, ma in un altro ignorano come stanno le
cose. In realtà, dicendosi l'essere in due sensi, in uno di questi qualcosa può
generarsi dal non-ente, ma rell’altro non può (*); ed è possibile che Partendo,
l'uno, dall'oggetto; l'altro, dal soggetto (dall’opinione). Sopraffazione: col
ragionamento, Cfr. Top., I. 12. 105 a, 16: « L’induzione è più persuasiva... ma
il sillogismo stringe di più, ed ha maggior forza contro quei che contraddicono
, Poichè l'essere si dice o in atto o in potenza, così c'è un modo di essere
(in potenza) ch'è anche un modo di non essere (in atto). (Il puro non-essere
non ha realtà: il non essere è un momento di sviluppo dell'essere, che, come
pura essenza, è già, nel concetto, almeno, se non nella realtà temporale). E
come per la sostanza, così per le sue determinazioni secondarie: «sic, enim,
tepidum est in potentia calidum et frigidum, neutrum tamen actu: S. Tom. ($
667). (Qui, una stessa cosa si trovi ad essere e a non essere insieme, ma non
per lo stesso rispetto: poichè in potenza i contrari possono essere insieme, ma
non in atto. Inoltre, li inviteremo a persuadersi che c’è anche un’altra
sostanza degli esseri, la quale non è per nulla affatto s0ggetta a movimento,
nè a nascita o corruzione. Dalle sensazioni muove parimenti l’opinione di
alcuni che la verità sia di ciò che appare ('). Essi stimano che a giudicare
del vero non convenga rimettersene alla maggioranza o alla minoranza. La stessa
cosa, essi dicono, al gusto di aleuni pare dolce, ad altri amara: sì che, se
tutti ammalassero o impazzissero, e soltanto due o tre rimanessero sani e in
cervello, costoro sembrerebbero malati e pazzi, e non gli altri. Inoltre, a
molti altri animali le stesse cose appaiono al contrario che a noi; anzi a
ciascuno di noi singolarmente, stando alla sensazione, le cose non sembrano
sempre le stesse. Quali, quindi, di esse siano vere o false, ci è nascosto:
queste non hanno maggior diritto di quelle alla verità, ma uguale. Perciò,
appunto, Democrito afferma che o non c’è nulla di vero, o, almeno, ci è
nascosto. In somma, se essi insegnano che quel che appare al senso è
necessariamente vero, ciò avviene perchè ritengono per ammesso che
l’intelligenza si riduca alla sensazione, e questa a un’alterazione (?). Se ed
Empedocle e Democrito e, in breve, ciascuno degli altri si trovarono
prigionieri di tali dottrine, ciò non avvenne per altro motivo. Dice, infatti,
Empedocle che chi cambia abito, cambia intelligenza: Quali le sue condizioni,
tale cresce l’uomo per senno; veramente, si tratta non di un non-essere-ancora,
in opposizione a un essere-giù; ma di un modo dell’essere che è già, del
sostrato, che può ricevere ambedue le determinazioni contrarie, ed è, quindi,
per se stesso potenza di contrari), tà parvépeva: non si dia un senso troppo
soggettivo all'espressione (non esatto il Bonitz, p. 201: «quidquid cuique
videatur ). Alterazione (mutamento qualitativo), che subisce l'organo del senso
da parte dell'oggetto. 1009 b 1010 a 122 METAFISICA e altrove: Tanto essi si
mutano, e tanto si rinnovano sempre anche i loro pensieri. E Parmenide si
esprime nello stesso modo, Quale in ciascun uomo è la temperie delle membra
flessibili, tale è la sua mente. Essa è appunto quel che pensa negli uomini, in
tutti e in ognuno: la natura de’ loro organi: quel che in essa prevale è il
pensiero . E si suole ricordare anche un detto di Anassagora ad alcuni suoi
scolari: che le cose sarebbero per essi tali, quali piacesse loro di crederle
(?). Dicono che anche Omero sembra di questa opinione, perchè imaginò che
Ettore, quando per la ferita uscì di sè, giacesse «altro pensando: quasi che
anche coloro che sono fuori di senno pensassero, sebbene non alle stesse cose:
è chiaro, dunque, dicono, che se pensiero c’è in un caso e nell’altro, anche le
cose sono insieme così e non così. Il pericolo maggiore è nelle conseguenze: se
coloro che hanno guardato più a fondo quel che può essere il vero (e tali sono
quelli che più di tutti lo cercano e lo amano), proprio essi, hanno opinioni di
questo genere, e in questo modo si esprimono su la verità, con quale animo i
principianti sì metteranno a filosofare? Il cercare la verità sarebbe un correr
dietro alle nuvole! A tale opinione essi arrivarono perchè cercavano bensì la
verità nella realtà, ma reali reputavano soltanto le cose sensibili: ora, in
queste ha gran parte l’indeterminato, e anche l’essere, ma nel significato che
dicemmo (*). Perciò il loro Cfr. Diela. Sembra ad alcuni che A. forzi troppo il
pensiero di costoro col farne dei sensisti. Ma è anche vero ch'essi non
distinguono il sensibile dall’intelligibile, 0, se distinguono, fanno del pensiero
quasi un senso superiore: come dimostrano i versi citati. Buone o cattive, a
seconda della disposizione d'animo. Cioè, potenziale. Per Epicarmo, non si
conosce a quale giudizio di lui contro Senofane, A. qui alluda. discorso ha
somiglianza col vero, ma non è vero. E c’è maggior proprietà a parlar di loro
così, che non come Epicarmo contro Senofane. Un altro motivo della loro
opinione era questo: vedendo che tutto in questo mondo si muove, e ritenendo
che del mutevole non ci sia nulla da dire di vero, conchiusero che neppure è
possibile parlare con verità di un mondo che sempre e in tutti i modi si muta.
Da questa constatazione germogliò l’opinione più estrema in questo argomento,
quella di coloro che professano di « eraclitizzare , quale aveva anche Cratilo:
questi finì col credere che non si debba parlare, e moveva il dito solamente, e
biasimava Eraclito per aver detto che non è possibile immergersi due volte
nello stesso fiume: £ suo avviso, neppure una volta è possibile. Ma noi anche
contro questo ragionamento risponderemo che certamente quel che muta, mentre
muta, dà loro qualche ragionevole motivo di credere al suo non essere. Eppure
c’è da discuterne; poichè, l’oggetto che perde una proprietà, conserva ancora
qualcosa di ciò che perde, ed è già necessariamente qualcosa di ciò che
diviene. E in generale: se qualcosa si corrompe, deve continuare a essere
qualcosa; e se qualcosa si genera, di necessità dev’esserci ciò da cui si
genera, e che lo genera; e questo processo non può andare all’infinito. E anche
lasciando questo da parte, noi diciamo che non è la stessa cosa il mutare nella
quantità e il mutare nella qualità: per la quantità, sia pure che non ci sia al
mondo nulla di permanente; ma noi conosciamo tutte le cose per la forma. À
quelli che la pensano a quel modo, noi non possiamo fare a meno di rimproverare
che, limitandosi a un piccolo numero di osservazioni, pur nella cerchia stessa
delle cose sensibili, i lor pronunziati estesero all'universo intero. Se la
Cratilo, ricordato già in I. 6, 1 come maestro di Platone. Il passaggio è,
dunque, sempre dall’essere all'essere: poichè per A. è l'essere che spiega il
divenire, non viceversa. La pura essenza non diviene, e questa è forma che
spiega il mutare delle cose (qualitativamente: qualità, qui, è il punto di
viste formale, della sostanza e delle sue determinazioni conoscitive, opposto a
quello meramente materiale della quantità). regione del sensibile, che ci
circonda, è in perpetuo nascere e perire, tale, tuttavia, è essa soltanto, e
rispetto al tutto è una piccola parte, che conta, si può dire, niente: sì che
sarebbe molto più giusto in grazia del tutto assolvere questa parte dalle sue
mancanze, piuttosto che a cagion di questa condannare il tutto. Inoltre,
potremo evidentemente indirizzare anche a costoro le stesse considerazioni
fatte addietro. Bisogna mostrare anche a costoro, € persuaderli, che esiste una
natura immobile. In fine, costoro che dicono ogni cosa essere e non essere
insieme, se fossero conseguenti, dovrebbero affermare che tutto è quieto,
piuttosto che in movimento: chè, se tutto è in tutto, non c’è più niente in cui
qualcosa possa mutarsi. I cieli sono incorruttibili, e al di sopra di essi Dio
e le Intelligenze motrici son fuori di ogni specie di movimento. His igitur
rationibus A. removisse sibi videtur eas causas, quae quosdam ad recusandum
principium contradietionis impellerent: quae quam non sufficiant in prompt u
est intelligere. Ac primo quidem argumento quod mutationem ad essentiam
redigere studet, facile est videre eum, dissecta in partes quasdam mutatione,
ea spectare, in quibus vel coepta nondum sit vel iam absoluta inutatio, nec
vero ipsum illud, quod mutatur, quatenus mutatur. Altero argumento, quod
speciem ac formam rerum ac per eam certum cognitionis fundamentum manere
contendit, confidendum quidem est in nullo mutationis genere ex Aristotelis
decretis ipsam formam vel fieri vel mutari; sed ita, non sublata est, verum
translata in alium locum dubitatio de mutatione. Reliquie argumentis quod in
angustiores fines ‘mutationis ambitum studet includere, nihil videtur ad
refutandos adversarios efficere: sive, enim, latius patet mutatio sive minus
late, quatenus invenitur, eatenus principium contradictionis tamquam universale
principium tollit: propositio enim universalis unius propositionis singularis
instantia tollitur. His scopulis hoc loco, ubi mutationis mentio necessaria non
erat, propterea illidit A., quiaprinelpium contradictionis non de notionibus,
sed de rebus valere posuit : Bonlitz, pp. 204-5. Ma lo spirito dell’argomentazione
aristotelica non è colto, così. Qui A. difende il suo principio contro
l’indebita ipostatizzazione della negazione assoluta, propria del pensiero
discorsivo, insieme e al pari dell'affermazione, nella realtà e intelligibilità
delle cose, le quali verrebbero, così, negate non soltanto nel loro essere
determinato, ma anche nel loro divenire: come il par. seguente (18) mostra
chiaramente. (Di vero, tuttavia, della critica, resta questo: che quella realtà
e intelligibilità è affermata, nel suo essere e divenire, con procedimento
analitico, prima o dopo del suo attuarsi, non nel suo attuarsi, in cui
l’opposizione passa dalla forma astratta a quella concreta dell'essere che
diviene in quanto assorbe in sè la propria negazione. Quel procedimento, quindi,
porta A. a vedere lo sviluppo dell'essere come già attuato e irrigidito nelle
forme dell'essere universale, dal mondo sensibile soggetto a corruzione a
quello pur sensibile ma incorruttibile, e da questo a quello sottratto a ogni
forma del divenire). In quanto, poi, alla verità di ciò che appare, che, cioè,
1010 b non tutto ciò che appare è vero, noi osserviamo anzitutto che l’atto del
sentire non è per nulla falso quando è dell’oggetto suo proprio, ma la fantasia
non è la stessa cosa della 20 sensazione ('). C'è, quindi, proprio da stupire
al sentirli discutere se le grandezze e i colori siano realmente quali appaiono
da lontano o quali appaiono da vicino, e se le cose siano quali appaiono ai
malati o quali appaiono ai sani, e se siano più o meno pesanti secondo che uno
è robusto o è fiacco, e se la verità sia di quelli che dormono o di quei che
son desti. Che in realtà non abbiano questi dubbi, è palese: nessuno, per lo
meno, se, di notte, imagina di essere in Atene, mentre è in Libia, s'incammina
verso l’Odeone. Ag 21 giungi, quel che già Platone osservava, che intorno
all’avvenire, se, ad es., un malato guarirà o no, non è davvero ugualmente
autorevole l'opinione di un medico e quella di un «Quod Protagorei contendunt
verum esse quod cuique de qualibet re videatur, hoc placitum in fines longe
artiores est restringendum: illud, enim, vere contendi licet sensum quemlibet
non falli in percipiendis rebus ipsi proprie subiectis; at phantasia, quam
Protagorei, quum tò parvépevov dicunt verum esse, veritatia faciunt indicem ac
testem, differt a sensu : Bonitz, p. 205. Il Ross suggerisce un’altra
interpretazione, onde il passo verrebbe trasformato così: Quanto alla verità di
ciò che appare, noi osserviamo che non tutto ciò che appare è vero: anzitutto,
se anche, come essi dicono, la sensazione non è falsa, quando però sia di un
oggetto appropriato a un senso, ecc. Migliore, sembra, l’interpretazione del
B., che non rischia dl prestare all'avversario la tlottrina di A. intorno aî
sensibili propri. Per questa, cfr. De An., II. 6. 418 a, 8: « Sì dice sensibile
in tre sensi: in due dei quali si parla del sentire per sè, nell’altro per
accidente. Dei due primi modi di sentire, uno è proprio di ciascun senso,
l’altro è comune a tutti. Dico proprio ciò che non può esser sentito per altro
senso, è intorno al quale non è possibile cadere in errore: così il colore
rispetto alla vista, e il suono rispetto all’udito, il sapore rispetto al
gusto. Ciascun senso discerne intorno a essi, e non può ingannarsi in quanto
colori 0 suoni, ma solo intorno alla cosa colorata o al luogo, ecc. . In
questo, ch’ è piuttosto un inferire che un percepire (e così se un senso
pretende di giudicare dell'oggetto di un altro senso), il senso può ingannare.
La fantasia era stata da Platone trattata come la stessa cosa della sensazione
(Teeteto, 152 c). A. la distingue dal senso e dal pensiero discorsivo, benchè
non sorga senza la sensazione, e senza di essa non ci sia l’opinione. Essa
tramezza, dunque, tra l’una e l’altra: appartiene alla parte sensibile
dell'anima, ma è attiva e indipendente dall'oggetto attuale come il pensiero.
Cfr. De An., ignorante ('). E anche per le sensazioni, non è ugualmente
autorevole la sensazione di un oggetto che è proprio di un senso e quella di un
oggetto estraneo, la sensazione dell’oggetto attuale e quella di un oggetto
vicino (*). Invece: del colore giudica la vista, non il gusto; del sapore, il
gusto, non la vista. E ogni sensazione, nel tempo stesso e intorno allo stesso
oggetto, non dice mai che una cosa sta così e non così ; e anche in tempi
diversi, la questione non cade propriamente su la qualità, ma su l’oggetto a
cui essa conviene: dico, ad es., che lo stesso vino può bene parere una volta
dolce e un’altra no, o perchè s’è mutato esso, o perchè s’è mutato il nostro
organo; ma la qualità del dolce, quale essa è, quando è, non muta mai: il senso
ne dice sempre il vero, e quel che dovrà esser dolce, sarà sempre dolce in
questo modo (‘). A dir vero, proprio questo vogliono distruggere i sostenitori
di tutte queste dottrine, e in quel modo che negano la realtà di ogni sostanza,
così per essi non c’è nulla al mondo di necessario: poichè necessario è ciò che
non può essere ora in un modo, ora in un altro, sì che se qualcosa esiste di
necessità, non potrà essere così e non così (°). E in somma, se solo ciò ch’è
sensibile può esistere, qualora non ci fossero animali, non esisterebbe nulla:
chè non ci sarebbe sensazione. Ebbene, dire che nè le qualità sensibili, Per
questi due paragrafi, cfr. Teeteto, 157 e 8.; 1710, 178c s, Ma giusto, per
queste e altre concordanze, lo Schwegler (p. 180): A. attinge direttamente
dalla protagorea ’AAntea, indipendentemente dai giudizi di Platone. Intenderei
così le parole invano, mi sembra, tormentate anche da altri: toù rimolov xal
toù ati; (Aless.: la sensazione di un oggetto vicino è più sicura che quella di
un oggetto distante; Bullinger e Goebel, cit. in Ross: la sensazione
dell'oggetto proprio è più sicura che quella di un oggetto di un senso affine;
ecc.). La sensazione (l’atto del percepire) è già conoscenza per A., come si
notò a I, 1, 4, e però soggetta alla stessa legge di non-contraddizione del
pensiero. L'attributo o qualità, per sè, non muta e non passa nel suo
contrario: il dolce (la dolcezza) non diventa amaro: quel che muta è il sostrato,
che può passare da un contrario all’altro (o agli intermedi). Nota, anche qui,
l’irrigidimento del reale in forme definitorie (come in Platone). (5) La
ragione del predetto irrigidimento è nella preoccupazione, che A. hu qui in
comune col suo maestro, di combattere le dottrine protagoree portanti alla
negazione di ogni realtà su cui il pensiero possa posare con la certezza della
propria validità. nè le sensazioni (‘') esistono, forse è anche giusto, in
quanto queste altro non sono che affezioni del senziente; ma è impossibile che,
anche senza la sensazione, non esistano tuttavia i sostrati che la producono.
Infatti, Ja sensazione non è sensazione di se stessa (*), ma c’è, oltre di
essa, anche qualcos'altro, che, necessariamente, è prima di essa: ciò che muove
è per natura anteriore a ciò ch’è mosso. E se anche si obietta che essi sono in
relazione di reciprocità, la cosa non è men vera. Ci sono alcuni e tra quelli
che son persuasi di ciò che dicono, e tra gli altri che fan questione di parole
soltanto i quali muovono una difficoltà: essi voglion sapere chi sarà poi a
decidere se uno sia sano e, in generale, se uno intorno Mi par giusto tornare
alla volgata: uite và aloîntà (le qualità sensibili, qui: non le cose stesse)
pinTe tà alcèf pate. Poichè non è conforme alla dottrina più chiara di A. porre
come esistente il sensibile fuori della sensazione (in atto o in potenza): cfr.
De An., III. 2. 425 Db, 26: « L’atto del sensibile e della sensazione è
identico, ma l’esser loro non è il medesimo: dico, per es., del suono in atto e
dell'udito in atto. Poichè è possibile posseder l'udito e non udire, e ciò ch'è
sonoro non sempre rende suono. Ma quando ciò che ha potenza di udire, è in
atto, e ciò che ha potenza sonora rende suono, allora ha ÎInogo insieme l'atto
dell'udire e l’atto del suono . Ciò non toglie, naturalmente, l’esistenza di un
mondo sensibile esteriore all'anima: poichò il sentire, diversamente
dall’intendere, non passa all’atto senza un oggetto esteriore materiale: «
Perciò dipende da noi l’intendere, quando lo vogliamo, ma non così il sentire :
De An., II. 5. 417 Db, 24. ° La sensazione non è sensazione di se stessa, nel
senso che l’occhio, ad. es., non vede se stesso. Ma A. accenna anche a una
alognows ch'è aùti avtis (De An., III. 2. 425 b, 15, 0 Cfr. De sensu, 7. 448 a,
26): autocoscienza sensibile, noi diremmo, corrispondente a quella intellettiva
(del tutto spiegata in Dio, com'è noto). Per cui anche la sensazione, così come
il pensiero per l’intelligibile, non ha fuori di sè il sentito (in quanto
tale). Posta anche la correlatività protagoree, onde il sentire risulti
dall'incontro dell’agente col paziente (della cosa visibile, ad es., con la
vista: cfr. Teeteto, 156 d), vale quanto si è detto: debbono esistere,
indipendentemente dalla sensazione, i due sostrati, la cosa che ha la potenza
di esser vista e l’anima che ha la .\otenza di vedere. (4\ Questo capitolo
prosegue il precedente, e s'aggira ancora intorno alla verità, di ciò che
appare. Vien ripetuta la distinzione tra coloro che seguono o meno, la dottrina
protagorea in buona fede e con qualche ragione degna di esser presa a ogni cosa
giudichi rettamente. Dubbi di questo genere sono simili a quello di sapere se
in questo momento dormiamo o siamo desti. Simili difficoltà valgono tutte lo
stesso. Costoro pretendono che si dia ragione di tutto: cercano un principio, e
lo vogliono ottenere per via dimostrativa: sebbene dalle loro azioni si veda
chiaro che di tale necessità, di dimostrar tutto, non sono persuasi. L’errore
in cui cadono, come si disse, è questo: cercano un ragionamento per cose in cui
il ragionamento non esiste, perchè il principio de lla dimostrazione non è una
dimostrazione. Essi stessi possono facilmente persuadersi di ciò: chè non è
difficile a comprendere. Coloro, invece, che esigono che uno li confauti per
forza di ragionamento soltanto, esigono l’impossibile: poichè pretendono che si
dica il contrario di loro, e cominciano intanto col dirlo essi ('). Se le cose
non tutte sono relative, ma alcune soltanto, e altre sono in sè e per sè,
allora non potrà tutto ciò che appare, esser vero. Poichè, ciò che appare,
appare a qualcuno: di modo che, chi dice che tutto ciò che appare è vero, fa
tutte le cose relative. Perciò quelli che chiedono di essere confutati per
forza discorsiva se tuttavia acconsentono di discutere ragionevolmente ,
bisogna che facciano bene attenzione che non c’è ciò che appare semplicemente,
ma c’è ciò che appare a chi appare, e quando appare, e in quanto e come appare.
Se vogliono discutere, ma non in questi termini, accadrà loro ben presto di
dire cose tra loro contrarie (*). Può, infatti, alla stessa persona una cosa
parer miele alla vista, e al gusto no; e non parer identica una stessa in
considerazione, e coloro che ne cavan :notivo per nera esercitazione
discorsiva. I trapassi, tuttavia, dalla considerazione di un gruppo o
dell'altro, o di ciò che essi hanno in comune, non sono abbastanza netti. Può
darsi che il testo sia atato in qualche parte disordinato. Intendo: pretendono
che altrî dimostri il contrario di ciò che dicono: ma, com’ è possibile ciò, se
già essi lo affermano? V. nel Ross gli altri tentativi: d'interpretazione. Cose
tra loro contrarie essi possono dirle soltanto se escono «indll’atto. omnimode
determinatus del conoscere. Ma, se accettano la determinazjfone, non: riuscirà
a ]Joro più. 2 (uh) | 6 de) 10 cosa alla vista di ciascuno dei due occhi, se
sono disuguali. Coloro che, per le ragioni già dette, van dicendo esser vero
ciò che appare, e però tutto ugualmente vero e falso, perchè non a tutti le
cose appaiono le stesse, e neppure a uno stesso sempre, e spesso appaiono
contrarie anche nello stesso tempo (il tatto, per es., se s'intrecciano le
dita, dice che son due gli oggetti, la dove la vista ne dà un solo), quei tali,
dunque, badino che in realtà, qui, le sensazioni non riguardano lo stesso
senso, e per lo stesso rispetto, e nella stessa maniera, e nello stesso tempo:
per cui vero’ sarà ciò che appare solo se è così determinato (‘). Ma, appunto
per ciò, quei che parlano non perchè dubitino, ma per parlare, si troveranno
forse costretti a dire, non «questo è vero >, ma «è vero a questo ; e
quindi, anche, come si disse dianzi, dovranno far tutto relativo, all'opinione
e al senso, sì che se non si presupponesse l’opinione di qualcuno, in realtà
non ci sarebbe stato e non ci sarà mai niente (*). Che se, invece, qualcosa fu
o sarà, è chiaro che non tutto è questione di opinione. Inoltre, se l’oggetto è
uno solo, bisogna che sia in relazione a uno solo o ad altri in numero
determinato: che se una stessa cosa si trova insieme ad essere metà e uguale,
non è relativamente al suo doppio ch’essa è uguale (?). E quanto a colui che
opina, se la realtà dell’uomo è anch’essa oggetto di opinione, non sarà uomo
chi opina, ma Così determinato l'atto, esso spiega le differenze, non solo tra
individui diversi, ma anche nello stesso individuo, dipendendo queste o dalla
cosa che ha potenza di produrre sensazioni diverse o contrarie, ovvero dalle
condizioni e dall’uso degli organi, ovvero dal giudizio (talvolta errato) che
l’anima trae dal confronto delle sensazioni o di queste con precedenti immagini
(v. dianzi la possibilità «dlell'errore nei sensibili per accidente, e la
distinzione tra sensazione e fantasia; e cfr. anche De An.,, III. 3, 428a, 11:
«Le sensazioni sogo' sempre vere, invece le fantasie nascono il più delle volte
false : di qui, gt possibilità del vero e del falso nella déta). Come dianzi
per la sensazione, così qui per l'opinione: il soggettivismo è assurdo per A.
(9) Si riannoda al pensiero precedente al $ 8: anche fatto tutto relativo, se
la relazione vien determinata ne’ suoì termini esattamente, essa non è mai con
tradittoria. l'oggetto opinato. Ma, siccome ogni cosa è quale è chi l’opina,
costui sarà infinite specie di cose. Che, dunque, l’opinione più salda di tutte
è questa, che le affermazioni opposte non possono esser vere insieme; e a quali
conseguenze vadan incontro coloro che la impugnano, e quali ragioni li muovano
a ciò, si è detto quanto basta. Ora, posto che è impossibile che si verifichi
la contradizione nello stesso tempo e per il medesimo rispetto, è manifesto
altresì che neppure i contrari possono trovarsi insieme nello stesso soggetto.
Poichè uno dei contrari non esprime altro che la privazione: la privazione
della sostanza. Ma la privazione è la negazione d’un certo genere determinato.
Se, dunque, è i mpossibile che l’affermazione e la negazione siano vere nello
stesso tempo, dovrà anche essere impossibile che i contrari si trovino insieme
(?), a meno che entrambi non si trovino in una certa maniera soltanto, ovvero
}’uno in una certa maniera soltanto, e l’altro semplicemente. CapitoLo VII.
Delle due parti della contradizione non si dà mezzo, ma è necessario che o si
affermi o si neghi, e che, quel che si afferma o nega, sia una sola cosa di una
sola. Questo diventa chiaro appena ci si faccia a definire che cosa è il vero e
il falso. Falso è dire che l’essere non è, o che il non-essere è; Ripiglia il
pensiero del $ 8: se tutto è relativo all’uomo (Protagora), l’uomo stesso che
cos'è? Da una parte, non esistendo altro che l'oggetto di opinione, l’uomo non
è più il soggetto pensante, ma quello ch'è pensato; dall'altra, anche in quanto
soggetto pensante, per la reciprocità protagorea (di cui alla fine del capitolo
precedente), egli esisterà come è nella relazione a ciò che pensa, e sarà un
opinante d'infinite specie: tante, quante sono le specie degli oggetti opinati,
in rispetto ai quali egli è un opinante sempre diverso (data la varietà
continua delle cose opinate). In conchiusione, neppur l’uomo esiste. Ho
tradotto come se il xgòds della 1. 12 non ci fosse (così il cod. E).
Mantenendolo: «costui sarà (tale) in relazione a un numero infinito di specie
di cose (e quindi sempre diverso). Salvo che in potenza, o l’uno in atto e
l’altro in potenza; o l’uno sotto un aspetto, e l’altro sotto un altro, ecc. 11
12 ro (ce i vero è dire che l’essere è, e il non-essere non è. Per cui, anche,
chi dice che una cosa è, o non è(‘), o dice il vero o dice il falso; invece, se
si desse il mezzo, nè dell’essere sì direbbe che è o non è, nè del non-essere.
In secondo luogo, quel mezzo della contradizione dovrebbe essere o a quel modo
che il grigio è in mezzo tra il nero e il bianco, ovvero tra uomo e cavallo un
terzo ente che non sia nessuno dei due. Se fosse in quest’ultimo modo; non ci
sarebbe mutamento (perchè mutamento si ha quando dal non-buono si passi al
buono, o da questo a quello): invece lo si vede ognora, ed è tra contrari e
intermedi, e non altrimenti. Se poi il mezzo fosse come un intermedio, si avrebbe
anche così una generazione del bianco che non verrebbe dal non-bianco: ora,
nessuno l’ha mai vista (*). In terzo luogo, tutto ciò che pensa e intende (°),
il pensiero o lo afferma o lo nega: questo è chiaro dalla definizione stessa
del vero e del falso (‘). Vero è il pensiero quando, affermando o negando,
unisce le nozioni in un certo modo; quando, invece, in un certo altro, è falso.
In quarto luogo, quel mezzo, se uno non fa questione di parole, dovrebbe essere
al di lA di tutte le contradizioni, per cui uno neanche direbbe nè il vero nè
il non vero. E sa Non «chi dice che questo (toùto 0 èxgsivo, che altri
aggiungono intendendo del mezzo) è 0 non è: perchè del mezzo non si dice che è
o non è. Per quel che segue: «Ille quì ponit medium inter contradictionem, non
dicit quod necesse sit dicere de ente esse vel non esse, neque quod necesse sit
de non ente: S. Tom. ($ 720). O quel terzo (il mezzo) è negativo (né uomo né
cavallo), e il divenire non ha luogo perchè ci vuole un termine positivo e una
realtà comune ai due termini tra cui avviene (il «non buono , ad es., se
diviene, passa in un termine positivo, e questo, d'altronde, non può essere,
poniamo, il « bello ); ovvero è positivo (e bianco e nero), e il divenire non
avviene neppure in questo caso, perchè il termine negativo è indispensabile e
la realtà da realizzare non può esser quella già realizzata (nell'esempio,
considera il grigio come già, insieme, bianco e nero, attualmente). L'attività
logica (della Su&vora) porta all'intuizione della verità (propria del
vote). Posta al $ 2.I1 giudizio è sintesi di nozioni, rapporto (affermativo o
negativo) tra soggetto e predicato. rebbe al di là (') dell'essere e del
non-essere, per cui dovrebbe esserci anche un mutamento diverso da quello che
consiste nel nascere e perire. In quinto luogo, quel medio dovrebbe esserci
anche per quei generi di cose, in cui la negazione importa immediatamente il
contrario (*): nei numeri, ad es., dovrebbe esserci un numero che non fosse nè
dispari nè non-dispari. È impossibile: basta la definizione a vederlo (‘). In
sesto luogo, si andrebbe, in tal modo, all’ infinito: le cose sarebbero non
soltanto accresciute di metà, ma più ancora, perchè si potrà sempre daccapo
negare quel terzo, e costituire tra l’affermazione e la negazione sempre
qualcosa di nuovo, di natura diversa (°). In fine, quando uno, richiesto se una
cosa è bianca, risponde di no, che altro ha egli negato se non l’essere? E la
negazione di esso è il non-essere (°). Questa opinione è sorta in alcuni per la
stessa via di altre non meno strane: non riuscendo a cavarsi fuori da
argomentazioni eristiche, si arrendono e acconsentono che sia vero quel che se
n’è conchiuso. Questi, dunque, parlano per mao. Gli altri interpretano come un
«per. Tenterei di differenziare un po’ di più questo argomento dai precedenti.
Nota, per la 2 parte del paragrafo (che passa dalla considerazione logica a
quella reale), che il discorso è pur sempre intorno al mondo del divenire, dove
soltanto ha luogo l’antitesi di essere e nonessere e dei contradittorii.
Intendi: un mutamento sosta:ziale diverso. Chè è in quello che ha luogo più
propriamente l’antitesi essere-non essere. In questi contrari mancano
intermedi, e come non c’è processo di generazione, così l'affermazione di uno
importa immediatamente l’esclusione dell’altro. È un caso di contrarietà in
rerum natura equivalente alla contraddizione logica (l’unica differenza è che
alla negazione non-dispari corrisponde la realtà positiva del pari). La
definizione divisoria del pumero in pari e dispari. (5) Più semplice
l’interpretazione di Alessandro, così schematizzata dal Ross: Se tra A e non-A
c'è B [che sarebbe un terzo modo di essere di A, nè affermato nè negato
soltanto, e però accresciuto di una metà), ci sarà anche C tra B e non-B, e D
tra Ce non-C, e così di seguito. (6) « Argomento cavato dalla natura del
discorso. Il sì e il no esprimono il primo un'affermazione e non insieme una
negazione, e il secondo una negazione e non insieme un’affermazione. E
l’affernazione e la negazione non indicano se non che o sia © non sia quella
tal cosa di cui si parla: Bonghi (p. 201). motivi di questo genere; altri,
perchè vogliono che si dia ragione di tutto. Con tutti costoro bisogna
cominciar dalla definizione, e la definizione vien fuori obbligandoli a dar un
significato a quel che dicono: il concetto, di cui la parola è segno, diventa
definizione ('). La sentenza di Eraclito, che tutto è e non è, par che
autorizzi a far vera ogni cosa; quella di Anassagora, invece, a porre un mezzo
della contradizione, sì che ogni cosa sarebbe falsa; chè, quando tutto è
mescolato, il miscuglio non è nè buono nè non-buono, onde non se ne può dir
nulla di vero. CapiTtoLO VIII. Ciò determinato, è facile vedere che ciò che si
dice delle cose in generale non si può ridurre ad affermazioni di una sola
specie, così come fanno alcuni, i quali o van dicendo che niente è vero (niente
impedisce, secondo essi, che tutto stia come il rapporto della diagonale al
lato) (?); ovvero van dicendo che tutto è vero. Son discorsi, questi, in fondo,
uguali a quello di Eraclito: poichè, chi asserisce che tutto è vero e tutto è
falso(*), asserisce anche ciascuna di queste (Per questo paragrafo e s.). Non
riuscendo a vedere l’errore dei ragionamenti eristici, aleuni ne accettano le
conchiusioni, e tolgon valore, così, al principio di non contraddizione, e a
quello connesso «del terzo escluso. Altri muovono da ragionamenti non eristici.
In entrambi i casì, si cominci con esigere un significato determinato di
ciascun termine, Questo fu raccomandato già (4, 5 ss.) per la difesa del
principio di non-contraddizione, e ora vien raccomandato anche per la difesa
del principio del terzo escluso, perchè, in effetto, chi, come il supposto
seguace di Anassagora, pone quel terzo (che non è nè l’una nè l’altra parte della
contradittoria), fa che delle cose non si possa mai dir nulla di determinato:
cfr. 4, 25. Lett.: «l’essere il diametro commensurabile. Ossia: ogni cosa è in
sè contradittoria (come chi dicesse: « diametro commensurabile ). Intendo: chi
asserisce che si può dire che tutto è vero e tutto falso îndifferentemente (se,
secondo Eraclito, tutto è e non è), costui vien a dire che son giuste anche le
due enunciazioni separatamente prese: che tutto è vero (tanto l’essere quanto
il non-essere), o tutto falso. Comunemente vien inteso, invece, che «chi dice
che tutto è vero e tutto falso insieme, dice anche le due cose separa- cose
separatamente, sì che, se la prima asserzione è insostenibile, insostenibili
sono anche queste separate. Ed è evidente 3 anche che sono contradittorie
quelle che non possono esser vere insieme. E neppure possono entrambe esser
false: quantunque questo secondo caso, per le ragioni dette, possa sembrare
meno improbabile (‘). Con tutti coloro che fan discorsi di questa specie
bisogna 4 comportarsi come s’è consigliato anche addietro (?): non esigere che
dicano se una cosa è, o non è, ma che diano un significato a quel che dicono:
di modo che dalla definizione si possa passare alla discussione, quando siasi
stabilito quel che significhi il falso o il vero. Se enunciar il vero non è 5
altro che negare ciò ch’è falso(?), è impossibile che tutto sia falso, poichè è
necessario che una delle due parti della contradizione sia vera. Poi, se ogni
cosa si deve o affermare 6 o negare, non si può essere nel falso in entrambi i
casi, perchè una sola delle due parti della contradizione è falsa. A questi e
simili ragionamenti succede, poi, quel che 7 tutti sanno: essi si distruggono
da se stessi. Chi dice, infatti, che tutto è vero, ta vero anche il ragionamento
contrario al suo, e però dichiara non vero il suo (tale, infatti, lo dichiara
l’avversario). E chi dice che tutto è falso, si dichiara nel falso da sè (‘).
Che se si ammettono eccezioni, e il primo 8 tamente , Il che, evidentemente, è
falso. Così, per quel che segue, che sarebbe da tradurre: «se sono impossibili
prese separatamente, anche la loro unione è impossibile. Alessandro (397) dà
entrambe le interpretazioni. Se le contradittorie sono semplicemente contratie
(ossia, se si considera la negazione positivamente). Le «ragioni dette
potrebber'essere, in questo caso, quelle del 8 3 del capitolo precedente, in
cui si accenna alla possibilità che uno intenda la contraddizione nel senso
della contrarietà. Alessandro, invece, ricorre alle dottrine di Eraclito e di
Anassagora, le quali favoriscono piuttosto l'opinione che non si possa affermar
nulla di vero, come anche A. dice alla fine del capitolo precedente (la
dottrina eraclitea è stata, nel paragrafo precedente, avvicinata a quella
anassagorea). Cfr. 4, 5. Quel che significhi il falso o il vero: nel Singolo
caso. Cfr. cap. prec., 9. (8) Il testo è guasto: ho seguito la correzione
proposta dal Ross (el 8è unttèv diio tò &Ainttès pévat fi (5) drogpdvar
yeidée totv). Così anche in Teeteto. dice che soltanto quello dell'avversario
non è vero, e il secondo che soltanto il suo non è falso, allora, essi si
troveranno a postulare sempre altri ragionamenti, veri e falsi, a sostegno di
quanto affermano: poichè vero sarà riconoscere per vero il ragionamento che è
vero, e così si andrà all'infinito (‘). Evidentemente, il vero non lo dicono nè
quei che affermano che tutto sta fermo, nè quei che affermano che tutto si
muove (?). Se tutto stesse fermo, vero e falso sarebbero eternamente gli
stessi, invece si vede bene come tutto muta quaggiù. Colui che parla, lui
stesso un tempo non era, e un tempo non sarà. Ma se tutto si muove, non ci sarà
nulla di vero, e però tutto sarà falso: noi abbiamo mostrato che questo non è
ammissibile. Inoltre, il mutare presuppone l'essere, poichè il mutamento è da
qualcosa a qualcosa. E neppure si può dire di ogni cosa che talora soltanto,
non x Nel 1° caso: È falso che tutte le affermazioni sono vere. È falso ch'è
falso che tutte le affermazioni sono vere, ecc.; nel 2° caso: È vero che tutte le
affermazioni sono false. È vero che ò vero che tutte le affermazioni sono
false, ecc. Nel 1° caso son tutte affermazioni false che, chi sostiene che
tutto è vero, deve attribuire al contradittore; nel 2° tutte affermazioni vere
che, chi sostiene la tesi che tutte le affermazioni sono fulse, deve
riconoscere come proprie. Così vero e falso, presi uno fuori dell’altro,
trapassano immediatamente l’uno nell’altro: chi dice cho tutte le affermazioni
sono vere, è costretto a riconoscerne infinite false; chi dice che tutte sono
false, deve riconoscerne infinite vere. Vero e falso, invece, sono uniti, per
A., nella sintesi contradittoria, dove, soltanto, l'uno dà senso all’altro. Si
può notare in questa concezione la tendenza già a dialettizzare il pensiero in sè
e per sè. L’astrattismo platonizzante e le asigenze discorsive prendono,
tuttavia, il sopravvento: vero e falso si escludono senza mediarsì, in fine; e
il principio di non contraddizione resta un presupposto (l'assioma supremo),
una pregiudiziale, puramente negativa, della pensabilità del reale in generale
(la prima condizione logica del pensiero empirico). Anche il principio del
mezzo escluso, anzichè fondare il valore assoluto della sintesi contradittoria
per l'attività pensante (ch'è îl medio concreto in cul l’antitesi si risolve
senza residuo), vien aggiunto semplicemente come corollario: chi lo nega, nega
il principio di non contraddizione, e cade, infine, così come chi nega questo,
nell'inileterminato. Il pensiero empirico, infatti, per la determinatezza del
reale vuole l’immediatezza della distinzione e opposizione del vero al falso.
Ricorda che quiete e moto già al $ 15 del cap. 2 furono citati come una
contrarietà riducibile a quella dell’uno 6 del molteplice, dell’essere e del
non-essere. eternamente, sia in quiete o in movimento. C’è qualcosa che sempre
muove ciò ch’è mosso, e il primo motore, esso, è immobile ('). «Posset aliquis
credere quod, quia non omnia moventur nec omnia quiescunt, quod ideo omnia
quandoque moventur et quandoque quiescunt: S. Tom. (748). Invece, il cielo
(delle stelle fisse) muove sempre, mosso esso stesso, e Dio muove questo
sempre, immobile in se stesso. Un pensiero analogo trovammo nel cap. 5, 5 è
16-17. La questione qui accennata è discussa in Plys. Dicesi principio (') di una
cosa quello da cui si può cominciare il movimento: della linea, per es., e
della via c’è un principio da questa parte, e un altro dalla parte opposta.
Ovvero, quello da cui una cosa riesce meglio: per es., nello studio si deve
cominciare talvolta, non dal principio primo di una cosa, ma da quello che
s'impara più facilmente. Ovvero, la parte di una cosa da cui questa ha origine:
per es., la chiglia di una nave, le fondamenta di una casa; negli animali,
alcuni credono che tale parte sia il cuore (?), altri il cervello, altri
qualcos'altro. Ovvero, ciò che dà origine a una cosa senza farne parte, e da
cui primieramente potò aver ’Aexî: se ne dànno i significati principali (1-6),
nel comune modo di parlare. È difficile metter un ordine rigoroso in questi qui
enumerati, e far corrispondere n essi esattamente quanto riassumendo enumera e
distingue nel $ 8. Nè c’è rapporto qui con la discussione fatta nel lib. I
intorno all’àgyf in senso metafisico e con la distinzione delle quattro specie
di esso: benchè di queste sia facile trovar l'equivalente anche
nell’enumerazione presente (2, causa finale; 3, c. materiale-formalo; 4, c.
efficiente; 5, c. efficiente-finale; 6, c. formale). C'è, in più, la
distinzione tra l’esser il principio intrinseco o estrinseco alla cosa (così
nel $ 8: natura ed elementi son principii intrinseci; pensiero e deliberazione,
estrinseci). Qui, dunque, è. si potrebbe tradurre con «cominciamento , « inizio
o «punto di partenza , « fondamento , «causa od «occasione ; principii sono
anche i «primati» della città (5); anche oggi si parla di principii nel senso
di «rudimenti » , o di «principii logici »(6); e via dicendo. Il cuore è la
parte principale per A., come per Empedocle e Democrito; il cervello, per
Alemeone, Ippone, Platone. nizio il movimento o mutamento: per es., il figlio
dal padre e dalla madre, la contesa da un’ingiuria ('). Ovvero ciò dalla cui
deliberazione dipende se qualcosa si muove o si muta: per es., i magistrati
nelle città, gli oligarchi, i re, i tiranni; e principii diconsi in questo
senso anche le arti, specialmente quelle che sovrastano alle altre (*).
Inoltre, ciò da cui primieramente una cosa è fatta conoscibile, anch’esso
dicesi suo principio: per es., ciò che vien premesso nelle dimostrazioni (*).
In altrettanti modi si parla di cause, poichè tutte le cause son principii (*).
Ciò ch’è, dunque, comune a tutti i principii è di esser ciò da cui
primieramente una cosa è, o diviene, o è conosciuta; e di essi alcuni sono
insiti nella cosa, altri esterni. Son principii, quindi, la natura, gli
elementi, il pensiero, la deliberazione, la sostanza e il fine (*): poichè per
molte cose ciò ch’è buono e bello è principio insieme di conoscenza e di
movimento. Causa dicesi, in un senso, ciò di cui una cosa è fatta: per es., il
bronzo di una statua, l’argento di una coppa, e La contesa da un'ingiuria: son
parole prese da un verso di Epicarmo, come risulta da De Gen. An., I. 18. 7242,
29. Le arti qui chiamate « architettoniche » sono soprattutto quelle che mirano
alla pratica: così in Ethica Nic., I. 1. 1094 a, 14, Ma anche la filosofia è
considerata così, in rispetto alle altre scienze, in Afet., I. 2, 5 e 12. al
irmodéoev sono certamente anche «le premesse » (Bonitz, Waitz, ece.), come
appare dal passo che vien poco dopo in b, 20 (2, 8). Ma non mi sembrano da
escludere qui i principii (propri e comuni) delle dimostrazioni. Cfr. IV. 2, 5
(come per erte e uno). Principio e causa sono spesso sinonimi in A., che unisce
anche î due concetti (specialmente per la scienza dei « principii e cause prime
»). Qui principio nel senso del $ 1 non si potrebbe considerare come cause; ma
neppure tutte le cause son principii in senso metafîsico. Causa accenna
meramente a un rapporto tra due fatti, laddove «principium ordinem quemdam
importat » (S. Tom., 761), e accenna piuttosto alla ragion d'essere di tutta la
serie delle cause. (5) La sostanza e il fine: la frase raccoglie oscuramente le
quattro specie di causalità. (6) Questo capitolo ripete quasi letteralmente il
8° del libro II della Phys., 2 i loro generi (‘); in un altro, la specie o
esemplare (?), cioè il concetto della pura essenza, ed i suoi generi
(nell’ottava, per es., il rapporto di due a uno, e in generale il numero), 3
così come le parti di esso concetto. Inoltre, ciò da cui ha principio immediatamente
il mutamento o il suo contrario: per es., il deliberare è causa dell’agire; il
padre, del figlio; e in generale, chi fa è causa del fatto, ciò che produce un
mutamento, di ciò che muta. d Causa dicesi anche rispetto al fine, ossia ciò
per cui si fa qualcosa: per es., si passeggia per la salute. Diciamo: perchè
passeggia? per acquistar salute; e riteniamo, così rispondendo, di aver
enunciato la causa. Ma così anche per le cose intermedie tra ciò che muove e il
fine: per es., per la salute il dimagrare, il purgarsi, le medicine o i ferri
del medico: le quali cose sono tutte per il fine, e differiscono tra loro in
quanto alcune sono strumenti, altre sono azioni. 5 Si può dire che questi son
tutti i sensi in cui si parla di cause; e poichè i sensi son diversi, ne segue
che di una stessa cosa ci son cause molteplici, non accidentalmente (?): per
es., di una statua lo scultore e il bronzo son cause non per altro rispetto che
in quanto è statua: sebbene non nello stesso modo, ma l’uno come materia,
l’altro come principio del movimento. 6 E ci sono cause reciproche: così, il
lavorare è causa di buona salute, la buona salute del lavorare: ma non nello
dal quale sembra esser stato preso (o posto qui da A. stesso ?). È degno di
nota che l’ordine, col quale vengono enumerate le quattro specie di causalità,
non è sempre lo stesso in A., ma varia con la natura della ricerca. Nel lib. I,
cap. 3° della Met. vedemmo enumerata per prima ìa causa formale, poi la
materiale, poi quella motrice e finale. Quì, ossia nella Fisica, è invertito
l'ordine delle prime due. In De Gen. An. (I. 1. 715 a, 4) precedono la finale e
la formale. Negli Ana/. Post. (II. 11. 94 a, 20) comincia dalla formale, e per
causa materiale, subito dopo, dà quel che nella logica ne tiene il luogo, le premesse
di un sillogismo (queste, infatti, son citate qui, al $ 8, tra gli esempi di
causa materiale). In De Somm., (2. 465 b, 16) son prima la finale e la motrice.
I loro generi: v.$ 9 88. Esemplare: termine platonico, adoperato qui, con
allusione all’arte, per der rilievo a quello di specie, 0 forma, nel senso
della pura essenza. Bon cause proprie: cfr. S 10. 1018 db 140° METAFISICA y
stesso modo, perchè l’una è come fine, l’altra come principio del movimento.
Inoltre, una stessa cosa è causa, talvolta, dei contrari: ciò che, presente, è
causa di certa cosa, talvolta l’accagioniamo, assente, del contrario: per es.,
del capovolgimento della nave incolpiamo l’assenza del nocchiero, la cui
presenza era causa di sicurezza: entrambe, la presenza e la privazione, sono
cause rispetto al movimento. Tutte le cause ora menzionate riguardano i quattro
significati più evidenti. Le lettere dell’alfabeto, la materia delle cose
artificiali, il fuoco, la terra e gli altri elementi dei corpi, le parti del
tutto, le premesse della conchiusione, son cause in quanto sono ciò da cui
risulta costituita una cosa; ma alcune come sostrato (per es., le parti), altre
come pura essenza (l’intero (‘'), la sintesi e la specie). Il seme, il medico,
il consigliere, in generale ciò che produce qualche effetto, son tutte cause
nel senso che da esse ha principio il mutamento o la quiete. Altre sono cause
in quanto sono il bene e il fine delle altre cose, poichè, ciò per cui queste
sono, vuol esser l’ottimo e il loro fine. E non si faccia differenza qui tra il
bene reale e quello apparente (?). Tali e tante, dunque, son le specie delle
cause; e anche i loro modi(*), per quanto numerosi, si riducono a pochi capi.
Parlandosi, infatti, delle cause in molti modi, anche di quelle d’una stessa
specie, alcune son tali in grado primario, altre secondariamente: causa della
salute, ad es., è «Non la somma delle parti, ma ciò che s'aggiunge a queste:
l’interezza e perfezione » (Aless. 351, 27). Così, per la sintesî. E però ciò
da cui risulta costituita una cosa è da intendere, non semplicemente come «ciò
di cui una cosa è fatta » ($ 1), ma nel senso del sinolo. Materia e forma son
due principiì immanenti in ogni caso alla natura di una cosa (diversamente
dalla causa efficiente e finale). Il bene reale e quello apparente muovono
ugualmente: «non è necessario che una cosa sia realmente buona e piacevole
perchò si desideri, ma basta che paia » (Top., VI. 8. 146b, 36). ui Per
ciascuna specie di causalità A. distingue vari modi, dei quali alcuni sono
cause più immediatamente, altri meno. il medico, e anche il pratico (‘); e
dell’ottava è causa il rapporto di due a uno, e anche il numero; e così sempre
ciò che comprende ciascun particolare. Ci sono, inoltre, cause accidentali (?),
e generi di. esse: per es., lo scultore è causa della statua in un senso; in un
altro, la causa è Policleto, perchè lo scultore, per avventura, è Policleto; e
così dicasi dei generi comprendenti l’accidente: per es., causa della statua è
l’uomo, o, più in generale, l’animale, perchè Policleto è uomo, e l’uomo è
animale. Inoltre, degli accidenti, alcuni son cause più remote, altre più
vicine: come se uno dicesse che causa dellu statua è, non soltanto Policleto o
l’uomo, ma l’esser bianco o musico. E tutte, poi, o che tali siano
propriamente, o per accidente, si dicono cause o perchè hanno la potenza di
agire, o perchè agiscono: per es., della casa che si costruisce la causa è chi
sa costruire, ovvero colui che la costruisce. Similmente per gli effetti delle
cause: ad es., si dirà che una cosa è causa di questa statua qui, o di una
statua, o di un’immagine in generale, e di questo bronzo qui, o del bronzo o
materia in generale (*); e nello stesso modo per le cause accidentali. E queste
si potranno anche unire a quelle proprie, dicendo, adesempio, non Policleto, nè
lo scultore, ma Policleto lo scultore. E tuttavia tutti questi modi si riducono
a sei di numero, e di ognuno si parla in due sensi. Cause sono o quanto al Il
pratico: 6 teyviuns (termine più generale). Ciascun particolare (xaî'éxaota): qui
«individuo» e «particolare» (e così i concetti opposti corrispondenti di
universale e generico) non sono distinti: cfr. I. 1, 9, nota. Le precedenti son
cause proprie. Della statua la causa propria è lo scultore, non Policleto in
quanto è semplicemente un individuo umano: tanto meno l’uomo, e tanto meno
ancora l'esser bianco (ch'è un attributo di Pol. in quanto meramente uomo). Per
quest’« accidentalità » generica di uomo rispetto all’ individuo, cfr. $ 8 del
I. 1, ora cit., e nota, Noto qui che ho tradotto letteralmente sempre povorxés
con musico, per comodità di espressione: è noto che il termine greco vuol
indicare anche «chi è educato nelle arti e nelle scienze», l'uomo «colto »,
«istruito », ecc. Il bronzo è causa (materiale), « ma qui può esser preso, non
come causa, ma come effetto: ci può essere una causa metallica che produce il
bronzo » (Aless. 353, 17). O, come suggerisce il Ross, chi lo prepara per lo
scultore. 1014 a 142 METAFISICA particolare, o al genere di esso; ovvero quanto
all’accidente, o al genere dell’accidente; ed entrambi i modi o vengono
congiunti insieme, o si considerano separatamente. E tutte, poi, o son
riguardate in atto, o in potenza('). Con questa differenza: che le cause in
atto e quelle particolari sono e vengon meno insieme alle cose di cui son
cause: per es., questo medico curante insieme a costui che sta risanando,
questo costruttore (?) insieme alla casa che si sta costruendo; invece, non è
sempre così per le cause in potenza, perchè insieme con la casa non perisce il
costruttore. CaPITOLO III. Elemento dicesi quel primo (*) di cui risulta
composta una cosa, e la cui specie non è riducibile ad altra: come, ad es., gli
elementi della voce, dei quali risulta composta la voce, e in cui questa si
risolve alla fine; sì che essi a lor volta Parrebbe che le sei classi dovessero
essere: proprie 0 accidentali, particolari o generali, attuali 0 potenziali.
Ma, poichè A, considera le particolari equivalenti alle proprie, si ha in 9-11:
proprie e i loro generi, accidentali e i loro generi, attuali e potenziali. Qui
ha luogo un altro spostamento: 1) particolari (== proprie), e 2) generalità di
esse; 3) accidentali, e 4) generalità di esse; 5) particolari prese insieme con
gli accidenti (lo scultore Policleto), e 6) generali prese insieme (l’uomo
pratico). Aggiungendo il criterio dell'attualità o potenzialità a tutte sei,
diventerebbero 12. Ma: a) l'unione dei primi quattro modi non è data come
necessaria; b) l'attualità non può spettare alle generalità, e in effetto A.
parla qui di cause particolari. Si che, in conchiusione, il criterio più chiaro
della classificazione è quel primo. Sott. «che sta costruendo». Nell’esempio
bisognerebbe, propriamente, considerare l’effetto nel processo del diyenire: se
no, non c'è bisogno che l’individuo risanato muoia o la casa costruita rovini,
per che îl medico e il costruttore restino come potenze (di altri effetti).
(Ric., a proposito di ‘quest'ultimo, l'istanza del tessitore e dell'abito nel
Fedone). Nel greco è aggiunto «insito» (8vurdgyovtosìi, che indica il carattere
distintivo di elemento (principii e cause possono non esser insiti). Perciò in
XII. 4. 1070b, 22 si chiamano elementi la specie, la privazione e la materia.
Cfr. nota a lib. I. 8, 10. Un altro carattere è dato dall'essere specificamente
indivisibile, sì che la materia si trova negli elementi già in parte attuata e
determinata: così nei c. d. corpi semplici (divisibili quantitativamente, non
qualitativamente: una sillaba, invece, si divide in lettere qualitativamente
diverse). non possono più risolversi in altri di specie diversa dalla loro, ma,
quand’anche vengano divisi, danno luogo a parti della stessa specie, così come
dividendo l’acqua si ha acqua (non così per la sillaba). Similmente, coloro che
parlano degli elementi dei corpi, intendono ciò in cui si risolvono i corpi
alla fine, e che non è riducibile più ad altro di specie differente: e, o ne
ammettano uno solo o più, questi essi chiamano elementi. Parimenti dicasi degli
elementi delle figure geometriche (') e delle dimostrazioni in generale: le
dimostrazioni prime ed implicite in molte altre, quelle appunto si chiamano
elementi delle dimostrazioni: di tal futta sono i primi sillogismi (*)
risultanti di tre termini, di cui uno è il medio. ° Di qui viene che per
metafora si chiami elemento ciò che, essendo uno e piccolo, può servire a molte
cose, sì che anche ciò ch’è piccolo, semplice e indivisibile si chiama
elemento. E di qui viene che si considerano come elementi le cose più
universali, perchè ciascuna di esse, essendo una e semplice, si trova in molte
cose, o in tutte o nel maggior numero (*): donde, anche, l’unità e il punto
sembrano ad alcuni che sian principii. Ora, poichè i così detti generi sono
universali e indivisibili (chè di essi non si dà definizione), alcuni chiamano elementi
i generi, e più questi che le differenze, perchè il genere è più universale:
infatti, dove c’è la differenza, il genere non manca mai, ma non sempre dove
c’è il genere, c’è anche la differenza. Tutti questi significati hanno questo
in comune: che elemento di ogni cosa è quel primo che la costituisce. O
«proposizioni », « teoremi », « dimostrazioni », ecc,: efr. III. 3, 2. Forse
«sillogismo» qui vale ragionamento in generale, e «primi sillogismi» son le
figure del sillogismo propriamente detto. Per il Ross sono «i sillogiemi
primari (opposti ai soriti), aventi soltanto tre termini e un unico medio ».
Questi sono universali che hanno ancora qualche contenuto; quelli son generi
sommi, indefinibili (mediante il genere e la differenza specifica): tali volevan
essere l'Uno e l'Ente dei Pitagorici e dei Platonici (cfr. III. 3). Natura (')
si dice, in un senso, la genesi delle cose che hanno un lor crescimento (come
se uno pronunziasse lungo l’u di quos). In up altro, ciò ch’è primitivo in una
cosa, e da cui questa si svolge (?). In un altro, ciò che dà il primo movimento
a ognuna delle cose naturali, ed è immanente ad esse in quanto sono quel che
sono (°). E diconsi avere un lor crescimento quante cose aumentano di
qualcos’altro per un contatto sì che le parti siano unite, o aderenti, come
negli embrioni, organicamente (*). Tale unione differisce dal contatto, perchè
in questo basta che le parti si tocchino, mentre in quella c’ è qualcosa d’uno
e identico tra l’una e l’altra parte, che le fa crescere insieme, invece che
toccarsi semplicemente, e ne fa una cosa sola in rispetto alla continuità e
quantità, ancorchè non qualitativamente (5). L'argomento è trattato, similmente
in Phkys., II, 1. A. vuol cavare l’etimologia di quo da puo, che nella maggior
parte dei tempi ha lv lungo. È dubbio che quos avesse in origine questo
significato di yévsau, oltre quello che anche noi intendiamo per « natura» di
una cosa. Forse, come pensa il Bonitz, il seme. Non estrinseco, dunque, nè
appartenente alla cosa per altra considerazione che l’esser suo proprio (non
così, per es., se uno cade), (Difficile a tradursi il cuprepuxévar e il
mooorepuxévar = aver una natura in comune, 0 una natura in rapporto con altra,
intendendo di esseri viventi). Il contatto non basta: chò questo può essere,
come in un mucchio «di pietre, un aumento materiale, non un queota: (un
crescere nel senso di svolgimento). Le parti debbono formare un'unità organica;
o, se si tratta di due cose diverse il feto, per es., nel seno della madre),
esser unite vitalmente tra loro. (5) Sembra riferirsi alla diversità delle
parti di un organismo (se non anche all’altro caso accennato, della simbiosi
vera e propria). Un altro punto un po’ oscuro è quel «qualcos'altro » in
principio del paragrafo, che par accennare al nutrimento: per questo non basta
il contatto, certamente; ina il discorso che segue non sembra più a proposito,
perchè, più che la trasformazione e l’'assorbimento del ‘cibo, riguarda,
evidentemente, le parti di uno stesso organismo o l'unione di due organismi
(dove, poi, il processo di nutrizione, in quanto differisce dal semplice
contatto, è lo stesso). Inoltre, natura dicesi ciò da cui originariamente son
costituite o generate alcune cose naturali, quand’esso sia informe e immutabile
nella potenza che gli è propria: così il bronzo dicesi natura di una statua o
degli utensili di bronzo, il legno di quelli di legno, e via dicendo: chè da
essi vien prodotto ciascuno di questi oggetti, in cui resta intatta la materia
prima ('). E nello stesso modo alcuni chiamano natura gli elementi delle cose
naturali, chi dicendola fuoco, chi terra, chi aria, chi acqua, chi
qualcos'altro simile, chi più d’una di queste cose, chi tutte insieme. Inoltre,
natura vien chiamata, in altro senso, la sostanza (*) degli esseri naturali, per
es., da coloro che dicono la natura esser la composizione originaria delle
cose, ovvero come Empedocle dice: Niente, di ciò che è, ha una natura, ma
soltanto la mescolanza e separazione delle cose mescolate, e natura è il nome
dato a esse dagli uomini. Perciò, anche, delle cose che sono o si generano per
natura, quand’anche sia presente ciò da cui naturalmente deriva il loro essere
o generarsi, diciamo che non anc ora hanno la loro natura, finchè non
posseggono la specie e la forma. (AMa 1. 27, con la volgata, ho omesso il pù:
«alcune cose [non] naturali»). Resta intatta la materia prima, nel senso che il
bronzo resta bronzo, anche se con una forma che prima non aveva (onde, in certo
modo, era informe). A. con l’esempio di cose artificiali vuol dar un’idea della
materia in quanto volgarmente è considerata reale indipendentemente dalla
forma: ch’è l’idea da cui mossero i Fisiologi, studiati nel lib, I. «
Dispositiones formae non salvantur in generatione; una, enim, forma
introducitur altera abiecta. Et propter hoc formae
videbantur esse quibusdam accidentia, et sola materia substantia et natura, ut
dicitur in 2° Physicorum » (S. Tom., 817). A. distinguerà,
poi, tra materia prima (qui non è in questo senso) e materia seconda. Sostanza,
qui, è l'essere sostanziale, intimo, delle cose, riguardato dapprima come un
cornposto originario, non quello attuale e immediato: già accennante, così,
secondo A., al concetto di essenza. Cfr. per Anassagora il lib. I. 8, 10-14.
Per Empedocle, cfr. Diels, fr. 8, dove il passo è riferito integralmente. A.
interpreta la puoars di questi versi empedoclei come « natura permanente ».
Altri, più comunemente, pensano che E. voglia dire che non c'è, in senso
assoluto, generazione o morte di nulla, ma solo mescolarsi e separarsi dei quattro
elementi. Per natura, dunque, ogni cosa risulta di queste due, materia e forma:
per es., gli esseri viventi e le loro parti. E natura è tanto la materia
originaria (e questa di due maniere: o quella ch’è tale in rispetto a una cosa
particolare, o in generale: per es., delle opere in bronzo è materia originaria
(') rispetto a esse il bronzo, ma in generale è forse l’acqua, se tutto quel
che si può liquefare è acqua), quanto la specie e la sostanza, che è il fine
della generazione. E di qui, per estensione di significato, si dà il nome di
natura ad ogni sostanza in generale, perchè anche la natura è una specie di
sostanza (?). Segue dalle cose dette (*) che natura, nel suo senso primario e
proprio, è la sostanza di quegli esseri che hanno in Se stessi, in quanto tali,
il principio del movimento: poichè la materia si dice natura per la capacità di
ricevere questo principio, e così il generarsi e il crescere perchè son
movimenti che partono di lì. E natura è in questo senso il principio del
movimento degli esseri naturali immanente a essi’ in qualche modo; o in
potenza, o attualmente. CapiToLO V. Necessario dicesi quello senza del quale,
come concausa (‘), non si può vivere: ad es., il respirare e il cibo sono una
cosa necessaria per l’animale: non se ne può far senza. Materia originaria
(se@tn), in senso generale, qui, è quella del genere ultimo (primo) di più
cose. Tutto quel che si può fondere o Hanerare è acqua, si dice anche nel
Timeo, 58 d, Quella ch'è unita alla materia, nel processo del divenire: di qui
l’estensione del termine natura alla sostanza in generale (anche a quelle che
son fuori di quel processo e, come le sostanze puramente intelligibili, prive
di materia). Riassume e conchiude con l’approfondimento del 3° significato,
ch'è il fondamentale. Alessandro (960, 11): « In potenza, come l’anima nel
seme; in atto, quando sia divenuto già un animale: la forma immanente nella
materia (tè Evudoy elbos) è per tutti gli esseri naturali il principio di quel
movimento ch'è la generazione ». cuvattuov: noi diremmo «condizione »
(necessaria, non sufficiente). È una necessità designata altrove come «
ipotetica » (Phys., II. 9. 199 b, 34): tale è anche, per A., la realtà della
materia rispetto alla forma. E quello senza del quale non può esserci o
prodursi il bene, nè si può respingere o evitare il male: il bere la medicina,
ad es., per risanare, e il navigare ad Egina per esigere il danaro ('). 3
Inoltre, ciò ch'è effetto di violenza e la violenza (?): cioè, quello che
impedisce o contrasta l'inclinazione e il proposito. Di fatto, ciò ch’è per
violenza si dice necessario, e perciò anche doloroso, come anche Eveno dice: «
Poichè ogni cosa necessaria è molesta di sua natura». E la violenza è una
specie di necessità, come anche Sofocle dice: « Ma la violenza mi fa necessariamente
far ciò ». E la necessità sembra cosa contro cui non val la persuasione, e
giustamente, chè essa è contraria al movimento che si fa secondo un proposito
ragionato. 4 Inoltre, ciò che non può essere altrimenti diciamo neces ‘ sario
che sia così. Anzi, da questo significato del « necessario» derivano in certo
modo tutti gli altri: poichè allora si dice che uno è forzato a fare o patire
di necessità, quando 1016 b non può seguire la sua inclinazione perchè gli è
fatta violenza: chè quella è una necessità per la quale non si può altro. E
dicasi lo stesso per le concause del vivere e del bene: quando non sia
possibile nè il bene, nè il vivere ed esistere senza alcune di. esse, queste
sono necessarie, e la ragione di ciò è, appunto, una specie di necessità. 5
Aggiungi, tra le cose necessarie, la dimostrazione, perchè, se qualcosa è stato
dimostrato assolutamente, non può esser altrimenti; e causa di ciò son le
premesse, dalle quali si fa il sillogismo, se son tali che non possano esser
altrimenti. 6 Delle cose alcune hanno del lor esser necessarie una causa altra
da esse; altre, no: anzi, esse son causa per cui altre Può darsi che accenni,
come il Christ suppone, a un fatto ricordato in una lettera di Platone (13*).
V. Ross. Per la fila v. Età. Nic., lib. III. 1, dove il concetto è
approfondito: « forzato (Plavov: l’effetto della violenza) è ciò il cui
principio è di fuori, e tale che, chi opera o chi sopporta, in nulla vi
conferisca » (Cfr. DANTE, Par., IV, 73). E per la xgoalgeo, cap. 26 8: l'impulso,
nell'azione, dev’esser guidato dalla ragione che delibera sul da farsi: donde
il proponimento. Eveno: sofista e poeta, di Paro, ric. più volte da Piatone.
Sofocle: v. Elettra. sono necessarie. Laonde necessario, nel senso primo e
proprio, è il semplice, perchè questo non può essere in più modi, sì che non
può esser ora in un modo ora in un altro: chè sarebbe, allora, già in molti
modi ('). Se ci sono, dunque, esseri eterni e immobili (?), nulla c’è per essi
di forzato e contro natura. Uno si dice sia per accidente, sia per se stesso
(*). Per accidente, come « Corisco e musico», e « Corisco musico » : poichè è
lo stesso dire « Corisco e musico » e « Corisco musico». Ovvero: « musico e
giusto »; 0: « Corisco musico e Corisco giusto ». Di tutte queste cose,
infatti, l’uno si dice per accidente: «giusto e musico » perchè accidenti d’una
sola sostanza, « musico e Corisco» perchè il primo è un accidente del secondo.
Similmente, in certo modo, anche « Corisco musico » unito a « Corisco » fa una
cosa sola, perchè in questo discorso c’è una parte ch'è accidente dell’altra:
ossia « musico» di « Corisco ». E così dicasi di « Corisco musico » unito a
«Corisco giusto », perchè entrambi hanno una parte ch’ è accidente d’una stessa
altra (*). Nota qui (come altrove, 6pesso) l'improvviso passaggio dal pensiero
{dove solo ha un senso la necessità) alle cose. L'impossibilità (la negazione)
del contrario diventa semplicità dell'essere (l’essere in un modo solo),
propria di ciò ch'è eterno (non ora in un modo, ora in un altro). Ma, poi, tra
queste cose rientrano, come qui,tà gta, i principii delle dimostrazioni, e le
pure essenze indivisibili. Se a immobili si sostituisce immutabili, tra questi
esseri (o cose) eterni ci sono anche i cieli, oltre Dio e le Intelligenze
motrici. Anche in VI. 2. 1026 b, 28 la fila vien messa da parte (riguarda,
infatti, l’ Etica) e la necessità posta in opposizione all'accidente. L'uno è
qui considerato nelle cose, e insieme come predicato delle cose ossia riguarda
la questione: quando è che le cose (in sè e nel discorso) hanno unità, o
accidentale (1-3), o essenziale (4-12). La distinzione deriva dal considerarle
unite o dalla parte degli accidenti, o dell'essenza. Poi, si farà questione
dlel concetto in sè e per sè (19-15). Il giudizio qui è coneiderato
analiticamente, anzi verbalisticamente, come accoppiamento di due termini: a)
di una sostanza con un accidente; b) di due accidenti d’una stessa sostanza,
sottintesa; c) di questa sostanza con i due accidenti separatamente
considerati; d) di questa sostanza unita all’accidente con la sostanza
senz'altro. Il caso fondamentale è il primo. Ugualmente se l’accidente si
predichi del genere o di qualche nome universale (‘): si dica, poniamo, che
«uomo > e «uomo musico » è lo stesso: infatti, o si dice così perchè «musico
» è accidente dell’« uomo », ch’è un’unica sostanza; ovvero, perchè entrambi
sono accidenti di qualche individuo, poniamo, di Corisco (salvo che non gli
appartengono entrambi allo stesso modo, ma l'uno, senza dubbio, come genere e
nella sostanza; l’altro, come proprietà o affezione della sostanza). Questi
sono, dunque, i modi in cui l’uno si dice delle cose per accidente. Invece, di
quelle di cui si dice per se stesse, alcune si dicon così perchè sono continue:
poniamo, a un fascio dà continuità la corda, ai pezzi di legno la colla; e una
linea, se, ancorchè spezzata, sia continua, si dice ch’è una; e così, anche,
ciascuna parte dell’organismo, una gamba o un braccio. A queste stesse,
tuttavia, l’uno si applica meglio se sono continue naturalmente che se son tali
artificialmente. Continuo, poi, si dice ciò di cui per se stesso il movimento è
unico (?), e non può esser diverso; ed è unico il movimento di ciò in cui esso
è indivisibile, e indivisibile nel tempo. E continuo per sè è ciò che non è uno
per contatto soltanto: che se tu ponessi dei legni l’uno accosto all’altro, non
diresti che facciano nè un legno solo, nè un sol corpo, nè un solo continuo di
altra specie. Ciò che, comunque, è continuo, si dice uno anche se abbia una
piegatura: meglio, tuttavia, se non l’ha: la tibia o il femore, per es.; più
della gamba, perchè il movimento della Il termine che fa da soggetto nel
giudizio può essere, non un individuo (come nel par. prec.), ma un genere, o un
universale (questo può anche non essere un genere reale, ma un mero xowvév,
come l'uno e l'essere, o un termine negativo, o di rapporto: cfr. nota a I. 9,
30; VII. 2, 1) Salvo che, ecc.: dei due accidenti uno è essenziale: cfr. nota a
I. 1, 8. Proprietà e affezione (Eku e xhdog): cfr. nota a I. 5,8. Cfr.
Phys.,V.3-4,in cui si parla più ampiamente del continuo e dell’unità del
movimento. Il passaggio tra i due concetti (che alcuni a torto rimproverano ad
A, di unire insieme) è dato dalla concezione della natura, dianzi definita come
«la sostanza degli esseri che hanno in sè il principio del movimento », anzîi
come «il principio del movimento immanente a essi. gamba può non esser uno. E
la retta è più una di quella piegata: anzi quella piegata e che fa angolo, la
diciamo e non la diciamo una, perchè il movimento delle sue parti può essere,
ma anche non essere, simultaneo; laddove quello della retta è sempre
simultaneo, e nessuna parte di essa, che abbia grandezza (‘), sta ferma mentre
un’altra si muove, come avviene in' quella piegata. Inoltre, si dice uno, in
altro senso, ciò di cui il sostrato non ha differenze specifiche. E non l’ha in
quelle cose la cui specie sia indivisibile alla sensazione. Tale sostrato è o
quello che si presenta per primo, o l’ultimo rispetto allo stato finale: poichè
e si dice uno il vino e una l’acqua in quanto indivisibili nella specie; e si
dice uno di tutti i liquidi, come dell’olio, del vino, e di ogni cosa che possa
liquefarsi, perchè il sostrato ultimo di essi è lo stesso, essendo essi tutti
acqua o aria. E l’unità si dice anche per quelle cose di cui unico è il genere
pur differenziato dalle opposte differenze: e tutte queste si dice che sono una
cosa sola, perchè unico è il genere che fa da sostrato alle differenze (per
es., cavallo, uomo, cane hanno qualcosa d’uno, perchè tutti sono animali), e
quasi allo stesso modo come una è la materia (*). Talora, dunque, l’uno si dice
così di queste cose; tal’altra, quando sono le specie infime del loro genere,
si dice che sono una stessa cosa rispetto al genere superiore: al genere, cioè,
ch’è più su del loro: così l’isoscele e l’equilatero sono la stessa e La linea
retta può roteare soltanto intorno a un punto, che resti immo bile; della
spezzata, uscendo dal piano, anche una parte vera e propria (estesa) può restar
ferma. V. par. prec. Le linee 29-30 hanno un testo incerto, molto tormentato. E
da escludere che A. non conoscesse le regole elementari della logica ch'egli ha
insegnata alla scuola (alcuni commentatori moderni perdono, talora, questo
criterio elementare). Un senso corretto, dato il testo com'è, sembra questo:
quando si tratta delle specie infime (o generi prossimi all’individuo: cfr.
III, 3, 5), la loro unità (identità) vien riposta, nel comune modo di parlare,
talora nel genere immediatamente superiore (uomo e cavallo hanno in comune
l’animalità), talora in quello ch'è più su (uomo, cavallo, cane, ecc. son tutti
ugualmente esseri viventi): così, dell'isoscele e dello scaleno diciamo che
sono ugualmente figure, anzichò triangoli. unica figura, perchè triangoli
ambedue, ma non gli stessi in quanto triangoli. Inoltre, uno si dice tutto ciò
di cui il concetto che n’esprime la pura essenza sia indivisibile rispetto (')
a un altro esprimente del pari la pura essenza d’una cosa (chè per se stesso
ogni concetto è divisibile). Così, appunto, una cosa che aumenta o decresce è
una, perchè uno è il suo concetto: come uno è il concetto della specie per le
superfici. In generale, uno è soprattutto ciò la cui intellezione è
indivisibile, e la cui pura essenza si apprende con un atto che non può esser
separato nè quanto al tempo, nè quanto al luogo, nè quanto al discorso (°):
tali, soprattutto, sono le sostanze. Ma, universalmente parlando, diconsi esser
una sola le cose che non ammettono divisione, in quanto non l’ammettono:
poniamo, uno è l’uomo, per le cose che non ammettono divisione in quanto a
uomo; uno l’animale, se non l’ammettono in quanto ad animale; una la grandezza,
se in quanto a grandezza. Dunque, la maggior parte delle cose si dicono une
perchè producono o hanno o patiscono o riguardano qualcos'altro ch’è uno (*).
Ma tali in senso primario diconsi quelle di cui Il reds della |. 33 è
generalmente inteso come « da »: si tratta, allora, di due nozioni che o sono
identiche perchè si riferiscono alla stessa cosa, o sono specie dello stesso
genere (quest’ultimo caso ripeterebbe quello «del par. prec.). Credo giusta
anche la mia interpretazione: diciamo uno un concetto (sebbene in sè
divisibile) per distinguerlo da un altro: e però, sia che la cosa aumenti o
diminuisca, sia che il concetto ammetta diversità intrinseche (come le varie
specie di superfici), diciamo sempre ch'è lo stesso, L'atto del voùg unifica il
molteplice nell'unità della sostanza, la quale è, così, indivisibile per il
luogo (individui diversi), per il tempo (in cui differisce uno stesso
individuo); indefinibile, nel senso dell’analisi logico-discorsiva. Se alla I.
4 si conserva il ydg (ch’io ho sostituito col 8é del cod. E), allora il
pensiero vien unito più strettamente al precedente, dove, infatti, io ho usato
il singolare invece del plurale per non indebolire il germe speculativo
profondo ch'è in esso. Ma qui si vede bene che A. guarda, oltre che alla cosa
in sè, alle cose nella loro molteplicità: due o più cose, per quanto diverse
per altri rispetti, possono coincidere in un concetto specifico o generico, o
per la figura. Se anche la 2» parte del par. si volesse intendere nel senso
della 1°, della cosa in sè, allora grandezza potrebbe accennare, anzichè alla
figura, al continuo: conforme alla distinzione nel par. seg. « Plurima sunt,
quae dicuntur unum, ex eo quod faciunt unum: sicut plures homines dicuntur
unum, ex hoc quod trahunt navem. Et etiam dicuntur aliquaà 1016 b 152
MBTAFISIOA ‘una è la sostanza: e questa è una o per continuità, o per specie, o
per il concetto. Infatti, noi contiamo come più di una le cose che o non sono
continue, o di cui non è unica la specie, o non è unico il concetto. Inoltre,
per un rispetto diciamo una ogni cosa che sia continua per quantità, ma per un
altro rispetto non la di ciamo tale se non formi qualcosa d’intero: non abbia,
cioè, un’unica specie. Così, vedendo le parti di una calzatura, comunque
accozzate insieme, noi non diremmo che sono una cosa sola, in ogni caso (se non
sia per la continuità); sì bene quando siano così disposte da essere una
calzatura ed avere giàuna qualche forma ('). Per ciò, anche, di tutte le linee
la più una è quella circolare, poichè intera e perfetta. L'essenza dell’uno(*)
è quella d’esser un principio del numero. Poichè la prima misura è un
principio: e ciò per cui noi cominciamo a conoscere ciascun genere di cose,
quello è la misura prima di esso. L’uno è, dunque, principio del conoscibile
per ogni genere di cose. Ma esso non è lo stesso per tutti i generi: qui è il
diesis(*), ll la vocale o la consonante; e altra è l’unità per il peso, altra
per il movimento. unum, ex eo quod unum patiuntur: sicut multi homines sunt
unus populus, ex e0 quod ab uno rege reguntur. Quaedam vero dicuntur unum ex eo
quod habent aliquid unum, sicut multi possessores unius agri sunt unum in
dominio eius. Quaedam etiam dicuntur unum ex hoc quod sunt aliquid unum: sicut
multi homines albi dicuntur unum, quia quilibet eorum albus est» (S. Tom.,
868). Queste cose si dicon une riferendosi 24 altro ch'è uno. Invece, la
distinzione, che segue, riguarda direttamente le cose per la continuità (4-6),
per la specie (8), per il concetto logicamente considerato 0 nell'atto del vovs
(9-10). Manca l'unità per la materia (7). E il concetto è staccato dalla
specie, con cui pure altre volte coincide (ma specie, qui, equivale a genere
reale, è però il concetto si avvicina più all’universale). Nel concreto è,
così, l’unità reale dei due punti di vista dell'unità: materiale (il continuo)
e formale (il concetto). Si passa alla pura essenza dell'uno: alla definizione
del concetto puro (diremmo noi). Cfr. lib. X. 1, 8 8 8., dove quanto segue, e
gran parte di questo capitolo, è rielaborato con maggiore chiarezza. (9) Il
diesis è l'intervallo minimo in musica: cfr. X. 1, 11-12. Non si scordi che,
sebbene qui con qualche inconveniente, ho tradotto povés con unità, ch'è per
noi il termine aritmetico corrente. Il punto ha una @&éaw, si può
localizzare. Ma in ogni caso l’uno è indivisibile o per la quantità o per la
specie. Ora, l’indivisibile nella quantità (e come quantità) si chiama unità,
se è indivisibile in ogni verso e non ha posto; ma se è indivisibile per ogni
verso, e tuttavia ha. un posto, si chiama punto; se divisibile in una sola
dimensione, linea; se in due, superficie; se in tutte e tre, corpo (quantitativamerite
considerato). E all’inverso, ciò ch’è divisibile in due dimensioni, è
superficie; in una sola, linea; ciò che quantitativamente non è divisibile per
nessun verso, punto e unità: questa non ha posto, quello sì. Inoltre, l’unità
delle cose può essere o per il numero, o per la specie, o per il genere, o per
analogia: c’è unità numerica dove la materia è unica, specifica quando unico è
il concetto, generica quando lo schema categorico è lo stesso, analogica quando
due cose stanno tra loro come una cosa a un’altra. E i modi precedenti
implicano sempre quelli che vengon dopo: così, dove l’unità è numerica, è anche
specifica, ma dov’è specifica non sempre è numerica; e se è specifica, è anche
generica, ma, se è generica, non però è anche specifica, sì analogica; ma se
analogica, non è generica sempre ('). È poi evidente che le cose si diranno
molte in sensi Opposti a quelli dell’uno: o perchè non hanno continuità; o
perchè hanno una materia (sia la prima o l’ultima) che si può dividere in varie
specie; o perchè sono parecchi i concetti che ne esprimono la pura essenza (?).
Come bene osserva il Ross, questo paragrafo corrisponde ai $$ 7-10, così come i
precedenti 13-14 a 4-6. Prima, infatti, A. ha distinti quelli che si possono
chiamare i vari gradi di concretezza dell'unità dal punto di vista
quantitativo; qui egli distingue i vari gradi di concretezza dell'unità dal
punto di vista qualitativo. L'unità numerica, infatti, è qui quella dell’
individuo del tutto determinato, il quale implica in sè tutte le altre specie
di unità. La più astratta di queste è l’analogica, la quale non è sempre
generica, perchè può essere tra generi diversi. Lo schema categorico: nota qui
il termine categoria usato come equivalente a genere (le categorle, infatti,
sono come i generi sommi dei predicati). La distinzione è in corrispondenza è
quella dell’unità essenziale delle cose. Essere (') si dice di una cosa o per
accidente, o in sè. 1 Per accidente (*): se diciamo, per es., che «il giusto è
2 musico », 0 che « l’uomo è musico», oche « îl musico è uomo »; in senso
simile a quello in cui si direbbe che il musico costruisce una casa, perchè a
chi la costruisce accade d’esser musico, o al musico di esser un costruttore.
Dire, infatti, », «l’intera acqua», salvo che per traslato. E per il plurale di
tutto (*), quando delle cose con- 6 siderate come unità si dice tutto, di esse
si dice tutte considerandole come divise: « tutto questo numero », «tutte
queste unità ». LI CapitoLo XXVII. Mutilato (*) non si dice in tutti i casi
d’una cosa fornita 1 di quantità: dev'essere e divisibile e un intero. Infatti,
non diciamo d’aver mutilato il due, se gli togliamo una delle due unità (la
parte mutilata nom può esser mai uguale alla rimanente), nè diciamo così in
generale per nessun numero. Bisogna che la sostanza rimanga: se si tratta di
una coppa, dev’essere ancora coppa. Invece, il numero non è più lo Stesso. E
non hasta neppure che una cosa sia composta di parti dissimili, poichè il
numero può avere anch’esso parti dissimili: il due e il tre, per es. (‘). Anzi,
in generale, delle cose per le quali la situazione delle parti è indifferente,
come per l’acqua o il fuoco, nessuna può esser mutilata: per esser tali,
bisogna che le parti abbiano una situazione sostanziale. Inoltre, che sian continue:
chè l’armonia consta, bensì, di parti dissimili, le quali hanno una ior
situazione, ma non perciò può venir mutilata. E neppur tutte le cose intere di-
2 La figura in cera. aévra. Qui l'unità è totalità come somma. (9) xo4ofiév: il
concetto, qui, è quello che noi opponiamo all’#Xov inteso come «integrità »,
specialmente di un organismo. Il due e il tre, nel cinque (== 2-|--3, oppure
3-+-2). LS) VI LIBRO QUINTO 183 ventan mutilate col privarle di una qualunque
parte. Bisogna che questa parte non sia la principale per la sostanza ('); nè è
indifferente chesi prenda di qua o di Jà: per es., se la coppa ha un buco, non
perciò si dice mutilata, ma se si asporta il manico o un pezzetto dell’orlo. Nè
si dice mutilato un uomo se gli si levi un po’ di carne o la milza, ma
un’estremità; e neppure una qualunque, bensì una che asportata per intero non
cresce più: perciò i calvi non si chiamano mutilati. Genere si dice, in un
senso, se sia continua la generazione di esseri aventi la stessa specie:
diciamo, ad es., « finchè duri il genere umano », per dire «finchè continui la
generazione degli uomini». In un altro, è quello di una gente venuta all'essere
da un lor primo genitore: e così si parla del genere degli Elleni e degli Ioni,
perchè quelli vengono dal progenitore Elleno, questi da Ione. E i discendenti
prendon nome piuttosto dal genitore, che dalla materia (?): benchè prendan nome
anche dalla femmina, per es. quei di Pirra. Genere, inoltre, è come il piano
per le figure piane, il solido per le solide: poichè ogni figura è un piano di
questa specie, un solido di questa specie. Genere è qui il sostrato delle
differenze. Inoltre, genere è il primo elemento costitutivo del concetto, che
si enuncia nell’essenza (*), di cui chiamansi differenze le qualità. Genere,
dunque, è usato in tutti questi sensi: per la generazione continua di esseri
della stessa specie; per il principio generatore di esseri somiglianti; in un
senso affine alla materia (‘): poichè ciò di cui son proprie la dif Come la
testa per un animale. Dalla materia (cfr. VIII. 4, 4), la quale è fornita,
nella generazione, dalla femmina. Nella definizione. In un senso affine alla
materia è il genere inteso come sostrato delle qualità specifiche differenziali
(reale e concettuale: solito passaggio dall'oggetto al pensiero, e viceversa:
di qui l’unificazione dei sensi dati in 3 e 4: ferenza e la qualità, è appunto
quel sostrato che chiamiamo materia. Diverse di genere sidicono quelle cose di
cui diverso è il sostrato primo ('), e l'una non si risolve nell’altra, nè tutte
due nello stesso (la forma, ad es., e la materia sono diverse per il genere); e
quelle di cui si parla secondo una diversa figura delle categorie dell’essere
(le une significano l'essenza delle cose, altre una qualità, altre come s’è
distinto dianzi): chè neanche queste si risolvono le une nelle altre, nè in
qualcosa di unico. Il «falso » dicesi, in un modo, come cosa che è falsa (*); e
questo o perchè la cosa non risulta così composta, o perchè è impossibile che
si componga così: per es., se si dica che Sostrato primo è quello immediato, se
si pensa, ad cs., a ciò che può liquefarsi (acqua), e a ciò che ha un sostrato
solido (terra). Ma l’interpretazione non è sicura. Nello stesso: può esser
inteso come «cosa» o come «concetto »: nel 1° senso riguarda i! sostrato, e
chiarisce quel che precede; nel 2° chiarisce la parentesi, e quel che segue ‘i
diversi significati, o concetti, dell'essere nelle categorie). S'è distinto
dianzi: cap. 7, 4. ; Per A., altrove, vero e falso son nel pensiero, non nelle
cose; e il pensiero è che unisce e divide (distingue) i concetti giudicando
(affermando o negando la convenienza del predicato al soggetto): cfr. VI. 4,
3-4: IX. 10, 1 s8. L'ordine de' pensieri in proposito sembra dover esser
questo. A. parte da un realismo ingenuo, ch'è anche un ingenuo idealismo:
realtà e pensiero si condizionano reciprocamente, identificandosi e
distinguendosi insieme, come segue: ca) Si comincia col porre il pensiero nelle
cose, e si parla di cose vere e di cose false. Una prima riflessione avverte
che il vero e falso è nel pensiero, non nelle cose, e distingue perciò il
pensiero dalle cose. Queste, allora, al sicuro da quel pensiero che può esser
falso oltre che vero, restano con una loro realtà ch'è insieme la loro verità
(eterna e immutabile nella pura essenza, contingente per quel che di questa si
traduce nella realtà in movimento). b) Il pensiero è vero 0 falso secondo che
riflette in sè la realtà, o meno, delle cose. Ma nna prima riflessione avverte
che non sono le cose a determinare la verità o falsità del pensiero: poichè
tanto dell’essere quanto del non-essere si può pensare il vero e il falso (IV.
7, 2). Vero e falso sono, allora, caratteri del pensiero in sè e per sè: vero è
il pensiero ch'è coerente con se stesso, falso il pensiero incoerente. Un
cerchio è cerchio, nel mio pensiero che lo definisce, in quanto lo distinguo
dal triangolo: confonder questo con quello è contraddire a quanto e’è
definito.Ma, poichè il \i LIBRO QUINTO 185 la diagonale è commensurabile, o che
tu stai seduto: di queste due, l’una è sempre falsa, l’altra talvolta. Dette
così, queste cose non esistono. In altri casi, esistono bensi le cose, ma di
tal natura da apparire o quali non sono, o quali non esistono: la prospettiva
dipinta, ad es., e i sogni: cose, queste, che hanno bensì una loro realtà, ma
non quella di cui producono in noi l’immagine. Le cose, dunque, si dicono
false, in questo modo: o perchè non esistono, o perchè l’immagine che producono
è di cosa che non esiste. ‘ Un concetto falso è quello che, in quanto falso, è
di cose che non sono. Perchè ogni concetto è falso se riferito a cosa diversa
da quella di cui è vero: per es., il concetto del cerchio è falso del
triangolo. In un senso, c’è un concetto unico di ogni cosa, quello della pura
essenza; in un altro i concetti sono molti, poichè la cosa da sè e la cosa con
un’affezione è in certo modo la stessa cosa: per es., Socrate e Socrate musico
('). Il concetto falso, assolutamente parlando, è concetto di nulla. Perciò era
abbastanza sciocca l’opinione di Antistene che di nulla si possa parlare salvo
che col suo proprio concetto, unico per un’unica cosa: donde seguiva che non è
possibile contraddire, e quasi neppure dir il falso. pensiero è per se stesso
coerenza e logicità, esso, in Sè e per sè, è sempre vero: d’una verità eterna,
immutabile, come quella della pura essenza (indivisibile), e insieme
discorsiva, per quel che di essa si traduce nel processo del conoscere e del
sapere (nella logica dei concetti). Questo è il rapporto tra il n0vs (sempre
vero) e la dianoia (vera o falsa): tra il concetto nella sun pura unità e
intrinseca intelligibilità, e il concetto che si esplica nella molteplicità dei
concetti e delle opinioni. c) Il pensiero falso è un non-pensiero in rapporto a
quel pensiero ch'è sempre vero. E tuttavia esso ha, e deve avere, una sua
realtà, in quel pensiero che in tanto può affermare il vero in quanto c'è il
falso da negare. Donde, allora, la realtà di questo pensiero-falso ? Donde
questa decadenza del pensiero nel falso? Pare che la soluzione debba trovarsi
in qualcosa di estraneo e tuttavia legato al pensiero: nella volontà
dell’:como. Il Sofista rappresenta questo difetto del pensiero ch'è anche un
difetto morale (l'ambizione, il guadagno, ece.: efr. «il tenore di vita» in IV.
2, 14). La vicinanza al pensiero platonico è evidente: specialmente con le
indagini del Teeteto e del Sofista. La cosa nell’unità colta dal nous, e la
cosa nella molteplicità delle sue categorie (dianoia). L'opinione di Antistene,
con quell’unità-identità del concetto-nome, era ben lontana dalla dottrine su
esposta di A.: essa rendeva impos‘ sibile la logica dianoetica, e riduceva
quella noetica a mero nominalismo. 1025 a 186 METAFISICA Invece, di ciascuna
cosa si può parlare non soltanto col conceito di essa, ma anche con quello di
altra: anche del tutto falsamente, senza dubbio, ma anche in modo conforme a
verità: l’otto, poniamo, dico ch’è doppio perchè ho il concetto del due. Queste
cose, dunque, si dicono false così. Falso, poi, si dice un uomo che abbia
abilità e predilezione per simili discorsi per nessun'altra ragione che per
discorrere così; e chi è capace di produrli in altri, a quel modo che diciamo
false anche le cose che producono in noi immagini false. Perciò nell’ Ippia (')
quel ragionamento, che vuol] provare come uno stesso uomo è falso e vero,
conduce fuori di strada: perchè dà come falso chi ha la capacità di dir il
falso, ch’è, poi, colui che sa ed è sapiente; e aggiunge ch’è migliore chi è
cattivo volontariamente. Questa è la conseguenza di una falsa induzione: chi
zoppica volontariamente è migliore di chi zoppica per forza: intendendo per
zoppicare l’imitare lo zoppo; ma se uno fosse zoppo volontariamente, egli
sarebbe forse peggiore, qui, come in cose riguardanti il costume. CapitoLo XXX.
Accidente (?) significa ciò che appartiene a qualcosa e può esser detto con
verità, ma non necessariamente, nè per lo più: come se uno scavando un fosso
per una pianta trovasse un tesoro. Questo, di trovare un tesoro, è davvero un
accidente per chi scava un fosso: non è una cosa che consegua necessariamente
dall’altra o dopo l’altra, nè chi pianta un albero trova per lo più un tesoro.
E chi ha l’abilità di suonare può esser bianco, ma poichè ciò non avviene di
necessità, nè per lo più, diciamo ch’è un accidente. Di maniera Ippia minore,
365 ss. Platone erra, dunque: @) non distinguendo la potenza dall'atto di
mentire; è) reputando migliore chi erra volontariamente. Per quest'ultimo
punto, cfr. Eth. Nic. che, poichè si danno tali appartenenze, e appartengono a
qualcosa, e alcune di esse solo in certi luoghi e tempi, sarà un accidente ciò
che appartiene, bensì, a qualcosa, ma non perchè è questa tal cosa, ed è qui e
ora('). Dell’accidente non c’è nessuna causa determinata, ma è a caso, e questo
è indeterminato. È accaduto a qualcuno di arrivare ad Egina, il quale non era
partito per arrivare colà, ma cacciato dalla tempesta o preso dai corsari.
L’accidente avvenne, di certo, e realmente, ma non per causa di se stesso,
bensì in causa di altro: perchè la tempesta fu causa che quegli arrivasse dove
non era diretto, cioè ad Egina. Accidente, poi, dicesi anche in altro modo: di
tutte quelle proprietà, ad es., che sono di una cosa per se stessa considerata,
ma non appartengono alla sua sostanza (*): per esempio, appartiene al triangolo
di avere gli angoli uguali a due retti. Questi accidenti posson essere eterni;
di quegli altri, invece, nessuno: abbiam parlato di ciò altrove. Ed è qui e
ora: come l’appartenere a qualcosa non individua la sostanza di questa tal
cosa, così l’appartenere in certi luoghi e tempi non dà ragione dell'attualità
di essa. Alla sua sostanza, o definizione: per es., del triangolo: sebbene ne
derivino. È compito della scienza, infatti, dimostrare, poi, le proprietà
(accidentali, ma in entrambi i sensi: tà aédn xal tà xa” autà cvpfefinxéta) del
proprio oggetto di studio: cfr. Anal. Post., I. 1. 75b, 1. Abbiam parlato di
ciò altrove: pare riferirsi ad Anal. Post. Quel che qui si cerca sono i
principii e le cause degli esseri: s'intende, in quanto sono. Poichè c’è pure
una causa della salute e del benessere, e anche le entità matematiche hanno
principii, elementi e cause: in generale, anzi, ogni scienza di ragionamento, o
che del ragionamento si serva almeno in parte('), versa intorno alle cause e ai
principii, pur con più o meno di esattezza e semplicità (?). Ma tutte queste
scienze son circoscritte a un ente e genere particolare, e di esso soltanto
trattano, nè fan nessuna parola di ciò che è l’essere semplicemente: nè di ciò
che è l’ente in quanto tale, nè dell'essenza. Invece, le une dichiarando il
loro oggetto per mezzo del senso, e le altre (*) stabilendone per mezzo di
ipotesi la definizione, dimostrano, più o meno debolmente, più o meno
rigorosamente, le proprietà del genere preso in considerazione. È dunque
evidente che da un « Videtur A. ambitum scientiae latius extendere voluisse, ut
ne eae quidem doctrinae excludantur, quae ab usu et experientia magis quam a
cognitione et notione suspensae sint»: Bonitz (p. 280). Esattezza e semplicità
corrispondono al «rigorosamente » e « debolmente » del paragrafo seguente.
«Semplicità», qui, vale « mancanza di approfondimento e di distinzione » (le
cose così come si presentano immediatamente): cfr. I. 5, 22. Poco dopo, «
semplicemente » vale, invece, « assolutamente ». (9) Le une... le altre: le
fisiche e le matematiche.tal metodo induttivo (') non si può aver dimostrazione
nè della sostanza nè dell’essenza, ma per esse ha da esserci un’altra specie di
conoscenza che le chiarisca. Per la stessa ragione non dicon nulla se il genere
preso a trattare esiste o non esiste: poichè appartiene alla stessa facoltà del
pensiero il mettere in chiaro tanto l’essenza quanto l’esistenza (°). Ma in
quanto anche la scienza fisica (°) versa intorno a un genere dell’essere (la
sostanza ch’essa studia è quella che ha in sè il principio del movimento e
dell’inerzia), è chiaro ch’essa non riguarda nè l’agire nè il produrre (‘). La
frase pare interpolata al Christ. Il riferimento par che sia Alle scienze
fisiche, come quelle che trattano della sostanza ed essenza reale, assumendola
nella materia sensibile. Di essa non posson dare dimostrazione, appunto perchè
agegunta per principio (dàuno dimostrazione delle qualità e proprietà
dell’oggetto). Il Metafisico, neanche lui, dimostra nel senso della
dimostrazione, che parte da principii per arrivare a certe conchiusioni. Essa,
infatti, è la scienza dei principii stessi, 6 però anapodittica: non nel senso
dogmatico, ma in quanto si serve «di un'altra specie di conoscenza », che «
chiarisce » speculativamente quei principii riconducendoli ai principii primi,
anzi al principio primo, ch’è l’essere în quanto essere. Principii primi sono
le quattro cause, discusse nel lib. I; ovvero, materia e forma, potenza e atto,
che verranno studiati nei libri VII-IX, e ricondotti a quello della forma, o
dell’atto (in sè e per sè: all’atto puro, come principio trascendente, nel lib.
XII). Ovvero, le categorie e gli altri concetti fondamentali întorno
all’essere, esposti nel lib. V., Principii primi sono anche, per il pensiero
discorsivo, gli assiomi, di cui il primo è quello di non-contraddizione, come
si vide nel lib, IV. Dal punto di vista gnoseologico, principii primi sono il
singolare e gli universali, e la loro fonte è il voùs (come principio anche
dell’ato&mors: cfr. note al. 1,409, 34) Nell'’ordine della scienza empirica
A. distingue la conoscenza dell'&, da quella del &uéti, facendo poi
coincidere con quest’ultima quella del tL èotw: efr. Anal. Post., II. 1. 89Db,
24; 2. 90 a, 14 (e qui stesso al lib. I. 1, 11). Non si dia, tuttavia, un senso
troppo moderno alla distinzione (di un contrasto tra pensiero ed esistenza
reale delle cose): l’esistenza implica già l'essenza, come il singolare
l’universale, nell'atto della percezione (immediata); e l’essenza, se non vuol
esser un xowév, si traduce nell'esistenza (immediatamente): la pura 6ssenzea è
sempre un tébde tr. Nell’8v fi 6v, poi, essenza ed esistenza s’identificano
(perchè la sua universalità è anche necessità). Anche di qui si vede
l'interesse maggiore che A. ha per la fisica, più che per la matematica: il
confine, in fatti, tra alcune sue trattazioni di fisica e altre di metafisica
non è sempre chiaro. L'agire... il produrre: v. la differenza in Eth. Nic., VI.
4; e nota a I.1,16. In entrambi, tuttavia, il principio è in noi (per la
produzione: o l'intelligenza, il pensiero razionale, o questo unito a un certo
abito o potenza naturale; per l’azione è l’Seskw, che congiunta con la ragione
si fa agoalpsois: cfr. Eth. Nic., LIBRO SESTO 191 Poichè il principio della produzione
è in chi produce: o l’intelligenza, o l’arte, o altra potenza; il principio
dell’azione è in chi agisce, ed è il proponimento (potendosi tradurre in azione
soltanto ciò che ci si può proporre). Per cui, se ogni ragionamento è fatto o
per l’agire o per il produrre, ovvero riguarda la pura speculazione, la Fisica
sarà una scienza speculativa, ma speculativa di un essere tale che ha la
potenza di muoversi, e della sostanza tratta soltanto secondo nozioni che
valgono per lo più, non separata dalla materia (')., Si badi di non ignorare il
modo di essere della pura essenza e del concetto, perchè, senza di ciò, è tempo
perso ogni ricerca. Delle definizioni e delle essenze alcune sono come quella
di « camuso » (?), altre come quella di « curvo », i quali differiscono in
questo, che in camuso è compresa sempre la materia (camuso diciamo un naso che
ha una certa curva), la curvità, invece, è compresa senza materia sensibile.
Se, quindi, tutti gli oggetti della fisica s'intendono similmente a camuso (ad
es., naso occhio fisionomia carne osso, animale in somma; ovvero, foglia radice
scorza, pianta in somma: tutte cose in cui non si può prescindere dal
movimento, anzi neppure sono mai senza materia) è già con ciò chiarito il modo
in cui il fisico deve ricercare e definire l’essenza delle cose; e perchè sia
ufficio suo lo speculare anche intorno a un genere di anima, a quello che non
esiste senza la materia (*). Che dunque la fisica sia una scienza speculativa,
è evidente. Ma scienza speculativa è anche la matematica: se i III. 3); laddove
il principio del movimento studiato dalla fisica è nella sostanza naturale
delle cose. Alle Il. 22 e 23 è opportuna la correzione proposta dal Bonitz,
attuata dal Ross, di rountov e rgaxtov invece di romtimov e reaxtiNbv. Il «per
lo più» è proprio delle cose fornite di materia, come si dirà fra poco; e «ogni
scienza è o di ciò ch'è sempre o di ciò ch'è per lo più» (2, 12). Mapotengo,
dunque, la mia interpretazione (Bonitz, seguendo Aless.: « tratta della
sostanza per lo più come forma piuttosto che come materia, solo che non come
forma che possa esistere separata dalla materia»; Ross: «tratta della sostanza
nel senso della forma per lo più unicamente come inseparabile dalla materia»).
Camuso: v. VII. 5. Senza materia sensibile: i. e. con materia soltanto
intelligibile (6. vonti: qui, l'estensione pura). Non esiste senza materia
l’anima, salvo il vovs, che non ha nessun organo corporeo (De An., suoi oggetti
siano immobili ed abbiano esistenza separata, non abbiamo tuttavia ancora chiarito
('). Per ora si può ammettere come chiaro questo, che alcune delle scienze
matematiche considerano i loro oggetti in quanto immobili e separabili. Ma se
qualcosa esiste di eterno immobile e separato, non è dubbio che la conoscenza
di esso appartiene a una scienza speculativa, la quale non sarà certamente la
fisica (che riguarda soltanto alcune cose mobili), e neppure la matematica, ma
una scienza superiore ad entrambe. Infatti la fisica studia ciò che esiste
separatamente , ma non è immobile; delle matematiche alcune studiano, invece,
ciò che è immobile, ma non separato in fine perchè esiste nella materia.
Soltanto la scienza che è prima studia ciò che è separato e immobile. E se
tutte le cause sono necessariamente eterne (*), queste lo saranno soprattutto,
perchè esse sono causa di quelli tra gli enti divini che risplendono nel cielo.
Le scienze filosofico-speculative son dunque tre: la matematica, la fisica, la
teologia (‘). Non è dubbio che, se il divino esiste, esso si trova in una
natura quale s’è detta dianzi, e la scienza onorevolissima deve esser questa
che ha V.libri XIII e XIV, e per quel che segue, quanto alla matematica, XIII.
2-4. Le matematiche pure studiano oggetti immobili: ricorda in III. 2, 18, dove
tra le scienze matematiche vengon citate l'astronomia, l'ottica e l’armonica
(che son più vicine alla fisica); e per la distinzione e gerarchia delle varie
scienze matematiche, v. IV. 2, 7 (la metafisica sta alla fisica come la
matematica pura a quella applicata). La fisica studia ciò che esiste separatamente,
odolar, delle quali mostra (dimostra) le qualità e proprietà (queste, invece,
non esistono separatamente: i. @., non hanno una propria esistenza). Alla |. 14
i codici dànno aybguota (e allora: la fisica studia «ciò che non esiste
separato », i. e. la forma nella materia, ece.); la correzione, in ywguotd,
proposta dallo Schwegler e accettata dal Christ, dù maggior simmetria al
rapporto tra fisica matematica e teologia. Non si scordi che yxwguotév è una
forma comune a due concetti per noi molto diversi: il separabile e il separato.
Intendi, le cause prime, i principii in generale, reali o ideali: queste (Dio e
le Intelligenze motrici) sono cause reali, e però eterne a muggior diritto
ancora dei cieli (che son cause seconde) pur eterni. Su le ragioni del nome
(già in Platone, Rep., II, 379 a) e su la superiorità della filosofia, cfr.
anche I. 2. Se il divino esiste: il tono è, ovviamente, tutt'altro che
dubitativo. LIBRO SESTO 193 l’oggetto più onorevole. E come le scienze
speculative son da preferire alle altre scienze, così questa tra le
speculative. Qualcuno potrebbe domandare se la « filosofia prima» è universale,
ovvero se versa intorno a un genere determinato e a un’unica natura di esseri
(‘). Dicemmo (in nota a IV. 1, 1) che dell’essere in quanto essere, oggetto
della metafisica, si danno in A. due significati principali: l’uno in riguardo
piuttosto alla realtà delle coso che sono oggetto del pensiéro, l’altro in
riguardo piuttosto al pensiero che le pensa. Per il primo rispetto, studiare
l'essere in quanto essere, è studiare i principii e cause prime ci tutto ciò
ch’esiste, e in primo luogo quell’ Essere primo ch'è indipendente dalla natura
e sottratto a ogni forma del divenire. Onde la metafisica vien qui definita
@e0%40yuxf) (6 6, e nel passo corrispondente del lib. XI. 7, 7); e già nel lib,
I. 2, 20 vedemmo dare a questa scienza il titolo di «divina», nel duplice
senso, ch'è iù degna di Dio, e ch’è del divino nel mondo. Di qui, anche, veniva
accennata la superiorità di essa alle altre scienze e conobcenze in generale,
le quali non arrivano a porsi in quella purezza, dignità e autonomia, ch’ è
propria del sapere filosofico. In questo capitolo viene introdotta per la prima
volta una distinzione netta tra le scienze poietiche come le arti, quelle
pratiche come l'etica, e quelle che sono puramente teoretiche. La distinzione,
mentre eleva le matematiche e fisiche al novero delle scienze teoretiche,
determina la differenza tra esse e la metafisica più chiaramente in riguardo al
genero de' loro oggetti. Dio è separato, esiste indipendentemente dalla quos; e
così anche le Intelligenze motrici: il divino (si vedrà nel lib, XII) forma
come un'altra « natura» o « usia ». La fisica studia esseri che hanno
un'esistenza propria, ma non sottratti al movimento; la matematica studia
esseri immobili, considerati separatamente, ma per astrazione, in realtà non
esistenti separatamente. Soltanto la teologia studia esseri separati e
immobili: e la perfezione di questi è ciò che dà la superiorità della
metafisica su le altre scienze teoretiche. Una riflessione, non più teologica e
oggettiva nel senso or detto, sul principio primo di tutti i principii, ma
conforme al secondo modo di considerare l'oggetto della metafisica, mira
piuttosto al lato formale delle cose. Dio è pura forma; ma anche le cose sono
in se stesse quel che sono per la forma pura, indipendentemente dalla materia a
cui questa è unita nel sinolo. Questa non è «separata », ma è bene
«separabile», nel senso che, pur non esistendo separatamente (contro' il platonismo,
a cui la precedente affermazione può condurre), tuttavia il suo essere, in sè e
per sè, non dipende dalla materia (è la pura essenza, o intelligi-. bilità
pura, delle cose). Qui, la differenza tra la metafisica e le altre scienze gi
presenta in altro aspetto. La fisica studia, bensì, anch'essa, ciò ch'è
separabile (la forma), ma non fuori della materia, onde le sue nozioni non
hanno vera universalità, perchè la materia, com'è causa della divisione dei
generi nelle cose, così impedisce che l’universale si realizzi nella sua
assolutezza. La matematica, poi, studia bensì le cose da un punto di vista
formale; ma questo è il risultato di un'astrazione posteriore alla realtà delle
cose (XIII. 3), mentre l'astrazione del metafisico vuol cogliere il medtegov
concreto di esse (XIII. 2, 12), il loro a priori puro (VII. 1, 4; 3, 10; 17,
8-10; VIII. 3, 3-4). Di qui, anche: soltanto la metafisica studia l’essere
&xA@g ($$ 1-2). Le fisiche Anche nelle scienze matematiche, infatti, c’ è
diversità: la geometria e l’astronomia studiano oggetti di una particolare
natura, e c’ è una scienza matematica universale comune a tutte. Se, dunque,
non ci fosse nessun’altra sostanza fuori di quelle formate dalla natura, la
fisica sarebbe la prima di tutte le scienze. Ma se c’è una sostanza immobile,
essa sarà superiore alle altre, e la scienza di essa sarà la prima filosofia,
la quale, essendo la prima, è universale, in questo senso. Essa avrà il compito
di speculare intorno all'essere in quanto essere: la sua essenza, cioè, e le
determinazioni che, in quanto essere, gli appartengono. matematiche non hanno
quest'assolutezza, perchò non considerano le cose per la pura ossenza, ma quel
che sono per la conoscenza sensibile (le fisiche), o per In quantità soltanto
(le matematiche), della quale formano concetti e definizioni che hanno soltanto
tale esistenza ipotetica: in entrambi i casi non trattano di quel ch’ò il
principio primo dell'esistenza di tutto ciò che dè. In conchiusione, s01tanto
l'oggetto della metafisica ha veramente i caratteri dell’universalità e
necessità: chò le altre scienze son circoscritte a un genere particolare di
cose (IV. 1), e di esso studiano gli accitlenti qualitativi o quantitativi, con
quell'esattezza e profondità, maggiore o minore, ch'è possibile secondo i vari
genori di cose e de’ loro accidenti: assoluta, non mai. Il teologismo della
prima concezione è d'ispirazione schiettamente platonica: la seconda è
orientata verso un concetto dell'essere analogo a quello del trascendentale
moderno, e, comunque, criticamente definito. Una terza concezione risulta dall’
interferenza delle prime due: il principio formale della seconda si abbassa al
realismo della prima, e nello stesso tempo il realismo «i questa scopre nel
fondo stesso delle cose un principio ideale come in quella (ch'è ancora uno
sviluppo dell’ultimo Platone). La realtà più vera e profonda delle cose non è
quella corporea, di cui trattano le scienze fisiche e matematiche (0 come i
Presocratici considerarono la natura); ma è la forma che si realizza nell'universo
in una molteplicità e gradualità di forme, o pure essenze. E sarà dell'oggetto
della metafisica come di quello delle altre scienze, per es. delle matematiche:
esso avrà parti, ordinate gerarchicamente in ragione della purezza, maggiore o
minore, che ha la forma ne’ vari gradi del suo svolgimento attraverso le cose
(efr. anche IV. 2, 4 e 7). Così è anche delle parti dell'anima, il cui sviluppo
va da quella più legata al corpo sino a quel Nous, ch'è principio e fine
dell'essere nella sua pura immaterialità e perfetta intelligibilità. In
quest'ultimo paragrafo A. sembra avvertire le difficoltà di tale interferenza:
l'oggetto della metafisica differisce da quello delle altre scienze perchò di
un genere diverso? Come, allora, la metafisica è una scienza universale? E il
principio formate è unico 0 molteplice? Glì esseri non hanno un'unica natura.
Ma, Be è molteplice, non rischia, l'essere in quanto essere, di ridursi a un
xowévy, 2 una mera astrazione? Per la soluzione di queste difficoltà, v. nota a
VII. 11, 11. ro DI Dell’essere semplicemente detto si parla in molti sensi. Di
questi uno si disse (') che era quello di accidente, un altro quello di vero (e
di falso, per il non-essere). Oltre di questi, ci sono le forme o figure
dell’essere come categoria: ciò che è una cosa, quale, quanto, dove, quando, e
se altri significati ci sono, dell’essere in. questo modo. Non basta: l'essere
si dice anche o in potenza o in atto. Dicendosi, dunque, in molti sensi,
cominciamo da quello di accidente, per mostrare che di esso non ci può essere
scienza. Già un indizio di ciò si ha nel fatto che nessuna scienza, nè pratica
nè poietica nè teoretica, si cura di esso. Chi fabbrica una casa, non fa
insieme nulla di ciò che alla casa può accadere poi: gli accidenti sono infiniti:
nulla vieta che la casa fatta sia piacevole agli uni, incomoda per altri, ad
altri invece sia utile, ed abbia, insomma, quelle differenze che ha ogni cosa
nel mondo: ma niente di tutto ciò riguarda l’arte di fabbricare. Parimenti,
neanche il geometra studia simili accidenti delle figure, nè se un triangolo è
diverso dall'altro, pur che la somma degli angoli sia di due retti (?). Ed è
giusto che così avvenga, perchè l’accidente è poco più che un nome soltanto.
Per ciò Platone (*) in certo modo non a torto assegnò alla Sofistica per
oggetto il non-essere: chè i discorsi dei Sofisti quasi sempre, si può dire,
versano intorno all’accidente. Ad es.: se sia la stessa cosa o diversa Cfr. V.
7. Due interpretazioni sono state date: 1) quella di Alessandro (alla quale si
avvicina la mia): il geometra non cura se il triangolo da lui definito, come
quella tal figura geometrica che ha gli angoli uguali a due retti, è lo stesso
di un triangolo di legno, di pietra, ecc.; 2) quella avanzata dallo Schwegler e
difesa dal Ross: il geometra non cura questioni, come quelle che fanno i
Sofisti, per es., se dir triangolo e dir triangolo di cui la somma degli angoli
è uguale a due retti sia lo stesso, o no (il Sofista, infatti, se si risponde
di sì, sostituisce alla prima parola la dicitura seguente, e così sempre,
all'infinito). Questa seconda è più fedele alla lettera del testo, la prima è
più conforme al pensiero svolto nel paragrafo. Sofista, l'esser musico e
grammatico; se Corisco e Corisco musico siano lo stesso o no; ovvero sostengono
che, dato che tutto ciò che è, ma non è eterno, divenne, se uno essendo musico
divenne grammatico, si può dir anche che essendo grammatico divenne musico (');
e tutti gli altri discorsi di questo genere, dai quali si vede bene che l’accidente
è qualcosa di molto vicino al non-essere. E anche da considerazioni di questo
generè: che delle cose che sono in altro senso c’è il processo del nascere e ‘
perire (7), ma di quelle che sono per accidente non c’è. Tuttavia convien
parlarne ancora, fin dove si può, per mostrare qual*è la natura sua, e quale la
sua causa. Forse chiariremo con questo anche perchè di esso non c’è scienza.
Degli esseri ce ne sono di quelli che sono sempre a un modo e di necessità (non
intendo della necessità per violenza (*), ma di quella che consiste nel non
poter essere altrimenti), «altri non sono di necessità, nè sempre a un modo, ma
soltanto per lo più. Di qui il principio, di qui la causa dell’esistenza
dell’accidente (*). Noi, infatti, chiamiamo accidente ciò che non è nè sempre
nè per lo più: per es., se al tempo della canicola faccia un freddo invernale,
noi di Il primo sofisma vuol porre l'identità insieme alla diversità dei due
termini (in quanto uno è, o no, l’una e l’altra cosa insieme). Col secondo si
tenta il processo all’infinito (come per il triangolo, in nota prec.). Col
terzo, facendo prima sostantivo l’uno dei due termini e l’altro aggettivo, e
viceversa; poi, confrontando, si trova che uno era già primayciò che doveva
diventare (il musico è grammatico, perchè lo divenne: il grammatico ora è
musico, e lo è perchè divenne tale. ecc.). La generazione, come processo del
nascere e perire, riguarda la sostanza propriamente, e l’accidente solo in
quanto sia considerato tutt'uno con la sostanza (non per sè soltanto: considerato
per sè, esso è come ciò ch’è casuale, e A. infatti, unisce qui i due
sigpificati come già in V. 30, 1-3). Ricorda Eth. Nic,, II. 1: suonando si
diventa suonatori, esercitandosi nel leggere e scrivere si diventa «grammatici
». Cfr. V. 5. Quel che manca al per lo più per esser sempre a un modo è quel
SuAetppa, come dice Alessandro (451, 13), ch'è il casuale. Ovvero si dica che
il fortuito sparisce a misura che si scoprono tracce di ragione nelle cose,
onde all'uguaglianza (logica, in astratto) di tutti i casi possibili si
sostituisce, nel mondo dell’esperienza, la probabilità, maggiore o minore, del
per lo più. ciamo sì che questo può accadere, ma non lo diciamo già se fa un
caldo soffocante: chè, questo, avviene sempre o per lo più, quello no. E che un
uomo sia bianco può ben accadere (chè tale non è sempre, nè per lo più), ma non
intendiamo che sia animale per accidente. E può anche accadere che un
architetto guarisca qualcuno, per accidente: chè questo non è affare di
architetto, ma di medico; eppure una volta accadde che l’architetto fosse
medico. Così, un cuoco, sebbene il fine dell’arte sua sia il piacere, potrebbe
scoprire qualcosa che giovasse alla salute, ma non in virtù della culinaria.
Noi diciamo allora: accadde; per indicare che, in quanto ci fu chi la fece, la
cosa è possibile, ma non che dipendesse assolutamente da lui ('). Di tutte le
altre cose si riesce a trovare, di quando in quando, la potenza di produrle, ma
dell’accidente non c’è arte o potenza determinata, perchè di ciò che è o avviene
accidentalmente, anche la causa è accidentale. Poichè, dunque,non tutte le cose
sono o divengono di necessità e sempre allo stesso modo, ma la maggior parte
avviene per lo più, ecco la necessità dell’accidente: ad es., nè sempre, nè per
lo più, chi è bianco è anche musico, ma, siccome talora accade, sarà per
accidente. Se l’accidente non ci fosse (?), tutto al mondo avverrebbe
necessariamente. Sarà dunque causa dell’accidente la materia, la quale è quella
che può essere altrimenti da come è per lo più . E di qua bisogna cominciare:
non c’è forse qualcosa che non è nè sempre, nè per lo più? Ovvero, ciò è
impossibile? C'è, quindi, qualcosa oltre quel che è sempre o per lo più, ed è
ciò che capita purchessia e per accidente. Si potrebbe anche chiedere: forse,
ciò che è per lo più esiste, ma non l’eterno? Ovvero, esistono anche alcuni
esseri eterni? Di ciò si vedrà in sèguito; ma sin d’ora è chiaro che del In
quanto cuoco. Se l'accidente non ci fosse, il «per lo più» diventerebbe un
«sempre», e tutto sarebbe necessario. Ma, poichè ciò non è, ecco la necessità
(di ammettere l’esistenza) dell'accidente: come vuol provare, contro chi lo
neghi, con l’interrogazione al $ 10. La materia è principio e causa di tutto
ciò ch’è indeterminato. 1027 a 198 METAFISICA l’accidente non c’è scienza (‘').
Ogni scienza è o di ciò che è sempre, o di ciò che è per lo più (°). Se no,
come si potrebbe impararla o insegnarla? Bisogna bene, per definire qualcosa,
poter dire ciò che è o sempre o per lo più: poniamo, che l’ idromele giova, per
lo più, a chi è febbricitante. Ciò che è contro questa regola, neppure si avrà
bisogno di dirlo: se una volta poniamo, al tempo della luna nuova quel
medicamento non ha giovato: poichè, per dirla (*), anche quella eccezione
dovrebbe valere o sempre o per lo più. L’accidente, invece, è contro tutte le
regole. S'è detto, dunque, che cosa è l’accidente, e per qual causa, e che di
esso non può esserci scienza. » CapiToLO III. Che ci siano fatti, di cui i
principii e le cause appaiono e scompaiono, sebbene non si possa dire che
nascono e periscono (‘), è evidente. Se così non fosse, dovendo esserci una
causa non accidentale del nascere e del perire, tutto avverrebbe di necessità.
Se si chiedesse, infatti: Avverrà o non Il pensiero procede in questi paragrafi
un po’ a sbalzi. Posto che non tutto è sempre o per lo più, si dimostra cho c’è
l'accidente (10). D'altronde, se si conceda che c’è l’accidente ce il per lo
più, come negare l’esistenza di ciò ch'è eterno, ch'è il vero oggetto della
scienza? Si vedrà in. séguito: efr. XII, 6-8. Che ci sia scienza del per lo
più, conferma anche in And/. Pr., I. 13. 32 D, 18, e in Anal, Post., I. 30. 87
b, 20; benchè la vera e propria scienza sia dell’universale e necessario (Anal,
Post., I. 1. 71b, 15, e spesso altrove). Idromele: bevanda di miele e latte.
L'eccezione, dicendola, acquista la stessa regola di ciò ch'è sempre 0 per lo
più. Così ho tentato di sciogliere la difficoltà del passo, che letteralmente
suona: « poichè o sempre o per lo più anche #/ [il dire? o il fatto che
avviene?) al tempo della luna nuova », Altra interpretazione: Se una volta non
giovò, poco conta: sta il fatto che in generale conta, anche al tempo della
luna nuova (così Bonitz, che sopprime il té). Il Ross dà un senso affine al
mio: l’accidente anch'esso, veduto più profondamente, ha la sua legge (in fondo
esso è un difetto della nostra conoscenza, ma nella realtà, veramente, nulla è
accidentale). Il Ross unisce all'articolo l’idea del fatto, io quella del dire
(questa mi par più semplice, data la modestia dell'esempio). Non si può dire
che nascono o periscono, nel senso, veduto dianzi, di un processo, di un
passare graduale (dalla potenza all’atto, o dall’attività all’abito). avverrà
un tal fatto? si risponderebbe: Sì, se ne avviene un altro; se no, no. E
quest’altro, poi, avverrà, se altro ancora avviene. E così è chiaro che,
sottraendo sempre del tempo da un tempo limitato, si arriverà al momento
attuale. Ad esempio, costui, se esce di casa, morrà di malattia, o di morte
violenta; ed uscirà di casa, se avrà sete; e avra sete, se altro gli avviene; e
così si arriverà a ciò che avviene attualmente, ovvero a qualcosa che è
avvenuto in passato. Poniamo: egli uscirà, se avrà sete; e avrà sete, se mangia
di salato: questo, o avviene o non avviene; e costui, quindi, morrà, o non
morrà, necessariamente. Il discorso è lo stesso se, con un salto nel passato,
si comincia da un fatto avvenuto, perchè questo esiste già in un fatto
presente. Per cui tutte le cose future avverranno di necessità. Ad esempio: chi
vive, dovrà morire, perchè è già avvenuto questo, che 3 elementi contrari si
trovano nello stesso corpo ('). Ma se Bonghi (p. 367): «Il ragionamento di A. è
molto semplice. Ogni processo di atti, legati in qualità di causa ed effetto
gli uni con gli altri, è necessario: perciò, se non ci fossero atti tali che
compariscono 0 scompariscono, senza che la ragione del loro comparire e
scomparire sia in un atto precedente, non ci sarebbero ettetti casuali, o
altrimenti, non ci sarebbero effetti se non necessari. Adunque, perchè ci siano
effetti casuali, bisogna che le cause che gli producono, siano, operino,
vengano meno senza processo «i sorta: non si generino però nè si corrompano
cose le quali richiedono una serie di atti legati fra loro e indirizzati alla
generazione o alla corruzione, ma sorgavo e cessino in un attimo ed
indipendentemente dagli atti precedenti, successivi e contemporanei, tra’ quali
s’intramette l'opera loro. Tutti gli esempi che cita, servono a mostrare
appunto ‘ che, finchè si sta in un processo, un atto ha ragione nell'altro, e
non s'esce dal giro del necessario. Bisogna spezzarlo, per avere un principio
d’un atto non necessario: ora, questo è appunto il principio del casuale. Il
primo esempio è d’un fatto avvenire rispetto al presente: col quale dimostra
che, se dal fatto avvenire si potesse di mano in mano e via via passare agli
atti che lo precedono fino 4 un atto o fatto attuale, quel fatto avvenire non
sarà nò men certo nè men necessario dell’attuale. Col secondo esempio applica il
primo al passato, mostrando che, come s'è ammesso che dall’avvenire si arriva
al presente, così da questo si risalirebbe al passato con altrettanta certezza
e necessità: di maniera che in un primo fatto già stato ci sarebbe il principio
d'un’intera catena necessaria di fatti avvenire. Ora, come per esperienza si
vede che questo non è vero, codesta catena non esiste: e la è interrotta di
tratto in tratto da atti, i quali determinano quello che ci ha «li ancora
indeterminato in un fatto, e fanno che se ne origini piuttosto una tale che una
tal’altra serie di fatti successivi». Questo è, infatti, il senso più giusto di
questo e del paragrafo seguente. Elementi contrari: caldo-freddo, secco-umido.
1027 b 200 METAFISICA egli morrà di malattia o di morte violenta, questo ancora
non è prestabilito, finchè non avvenga quel fatto determinato ('). È dunque
chiaro che qui si va sino a un certo principio, e da questo non si può
rimontare ad altro. Ora, questo appunto sarà il principio che spiega come un
fatto avvenne in un modo piuttosto che in un altro, e della causa del suo
accadere non c’è altra causa. Quel che più importante resterebbe a indagare è
di quale specie sia la causa iniziale, a cui l’analisi del contingente ci ha
ricondotto: se, cioè, essa sia del tipo della causa materiale, o di quella
finale, o di quella efficiente (?). Finchò non avvenga quel fatto determinato,
ch'è un cominciamento assoluto, non riducibile a una serie di atti precedenti.
La materia, ha detto dianzi, è causa dell'accidente. Qui sì aggiunge che la
causa dell’accidente può esser considerata anche come attività motrice (causa
efficiente), e però in qualche modo anche finale (non formale: la forma è
principio di determinazione). Non decide altro (Alessandro e Asclepio notano
giustamente che la decisione dovrebb'essere in favore della causa efficiente).
Da vedere F. ‘Tocco, Il concetto del caso în A. (in Giorn. napoletano di filos.
e lett., 1877, vol. V). Pare al T. che la materia non basti a spiegare
l’accidente. © in vero, nelle rivoluzioni celesti, ad es., l’accidente non ha
luogo. Intesa come principio assolutamente indeterminato, la forma dovrebbe
dominarla. Ma A. passa, în questo concetto, dal punto di vista meramente logico
a quello empirico, in cui la materia è soltanto relativamente indeterminata,
anzi essa è causa del determinarsi della forma: per es., ne’ vari generi del
reale. Di qui la dottrina degli attributi propri di ogni genere diyose,
essenziali se riguardano la sostanza nella sua formalità, veramente accidentali
se la riguardano per la materia. A. tratta, poi, l’accidente anche come il caso
(cfr. nota a 2, 6). Dontle, per lui, il caso? In lui predomina il concetto
della causalità di tipo logico. Cfr. L. Ropin, Sur la
conception aristotélicienne de la causalité (in Archiv f. Gesch. d. Philos.,
XXIII, 1910, pp. 1 8gg.). Meglio: come un determinismo
logico-teleologico (platonicumente): èv yào ti) GAy tò dvayzatov, vò d’od Evexa
tv tO X6y0 (Phys., II 9, in princ.; e v, per l'argomento i capitoli molto
importanti 4-6 di questo libro), Qui, tò avayxatov è il contrario di quel
determinismo. Il Greco tende alla perfetta razionalità della natura, ma è
costretto a riconoscere un fondo irrazionale dappertutto in essa, analogo al
fato per lo vicende umane. Anche in queste ha luogo il caso, e si chiama
fortuna (von): « La fortuna è la causa per accidente di fatti suscettibili
d'esser fini, quando questi riguardano la volontà » (Phys., II. 5. 197 a 5).
Prescindendo dall’u)ltima clansola, la definizione vale per ogni avvenimento
accidentale: casuale è un fatto che può rientrare nel determinismo
logico-teleologico, ma non vien prodotto secondo questo. Cfr. VII. 7, 5; XI. 8,
8-9, D'altra parte, il suo empirismo lo porta a un concetto della causalità di
tipo materiale-efficiente, che esige la contingenza dei fatti, l'accadere come
originalità del particolare. Perciò, dopo aver detto che l’accidente è poco più
di un Si lasci ora da parte l’essere per accidente: ne abbiamo discorso
abbastanza. Quanto all’essere nel senso del vero e al non-essere nel senso del
falso, essi riguardano la connessione e la divisione delle nozioni, e l'unione
di entrambi consiste nel rapporto delle parti della contradizione ('). Vero è
l’affermare ciò che è realmente unito, e negare ciò ch’ è realmente diviso;
falso, invece, è affermare o negare la parte contradittoria. Come poi avvenga
che s’intenda unito o diviso, è un’altra questione: voglio dire, come avvenga
che nell’ intendere le nozioni non si seguono, unite o separate, come in serie,
ma formano un’unità. Vero e falso, infatti, non esistono nelle cose (come se il
bene fosse vero, il male fosse senz’altro falso), ma nel pensiero: anzi,
neppure in questo, per quel che riguarda le unità semplici e le essenze (?).
nome, quasi un non-essere, si aftretta a difendere la necessità di ammetterlo.
(Non è nel carattere di questa filosofia addebitare il caso alla nostra
ignoranza). La natura, infatti, ha per A. una sua spontaneità (tò adtéparov),
analoga all'6petwy nelle azioni umanc. Di qui il cominciamento assoluto di
certe serie di avvenimenti. Credo meglio rifarsi di qui, che dall’interferire
di processi causali diversi, como fa il Bonghi nel passo cit. (v. anche a p.
371). Come, infatti, A. accenna anche al principio del 'cap. 3, ci sono in
natura cause che appaiono e scompaiono senza processo, (Ricorda che neanche dei
punti, piani, ecc., nò degli istanti nel tempo, c'è generazione: III 5, 10-11;
nè delle sensazioni, secondo il De sensu, 446 b, 4; o che ancbe le anime degli
animali possono esistere o non esistere senza processo di nascita-corruzione,
come si dice in Phys., VIII. 6. 258 Db, 17; ma così anche per l’esistenza delle
forme o pure essenze in generale: v. VII. 8, 3 nota; VIII. 5, 1). Cfr. IV. 7,
1-2 e 4. Vero e falso riguardano entrambi l’essere e il nonessere; ma qui l’essere
e il non-essere si prendono nel senso del vero e del falso (dell'esser-vero e
del non-esser-vero). A lor volta, vero e falso son presi come affermazione e
negazione nell’unità del giudizio disgiuntivo che pone la contraddizione, sì
che, se una parte di essa è vera, l’altra è falsa, e viceversa (non si di
mezzo). De interpr., 1. 16a. 12: « Nella composizione e nella divisione
consiste il falso e il vero. Invece, i nomi per se stessi e i verbi valgono la
nozione senza composizione e divisione: come dicendo l’uomo o il bianco, quando
non vi si aggiunga altro: chè non è vero o falso in nessun modo. E prova ne è
questo: che Tutto ciò, dunque, che intorno all'essere e al non-essere, 4 intesi
come vero e falso, si può considerare, sarà da vedere più innanzi ('). Poichè,
consistendo la connessione o la divisione nel pensiero e non nelle cose, v’ha
differenza tra l'essere così pensato e l’essere fondamentale delle cose (?).
(Il pensiero infatti annoda o divide l’essenza, la qualità, la quantità, o
altro modo dell’essere). Mettiamo, dunque, da parte l’essere nel senso di
accidente e l’essere nel senso del vero: la causa di quello è indeterminabile,
e la causa di que 1028 a Sto è nella costituzione peculiare del pensiero, ed
entrambi riguardano l’essere nell’altro senso da quello che più importa, i
anche l'ircocervo significa pur qualcosa, ma non punto nò vera nò falsa, se non
vi sì uggiunge che esiste o non esiste, o semplicemente o in un tempo ». Le
nozioni (vofpata), 0 concetti considerati soltanto nel pensiero, riguardano una
o l’altra catezoria dell'essere. Nel giudizio, il soggetto è il nome (il
sostantivo), l'attributo affermato o negato è il predicato (il verbo). Anche
l’esistenza è una nozione che fa da prodicato (esiste). Ma, poi, A. considera
l'è ancho come copula semplicemente, che sta a indicare soltanto la
composizione delle nozioni fatta dal pensiero: «l'essere, per sè, non è niente:
significa una qualche sintesi, la quale non si può intendere souza i
componenti» (De interpr., 3. 16 Db, 24). La composizione (ouvdeois, 0
cvuurdioxi, connessione) può, infatti, aver luogo senza che il discorso affermi
o neghi, propriamente: « Tutti i discorsi sono significativi, ma assertivi non
tutti, sì quelli in cui ha luogo l’esser nel vero o nel falso. Non in tutti ha luogo:
la preghiera, ad es., è un discorso sì, ma non dice nè vero uè falso. La loro
considerazione è più propria della retorica e della poetica» (De iaterpr.,4.17
a, 1). L'asserzione (&népavors) si distingue, poi, in xetdpaas e àrdpaars,
affermazione e negazione. Essa riguarda l’attività del pansiero discorsivo
(dfvora), che può esser vero o falso; laddove l’atto del vovg (l’intendere, il
voeîv pr. d.) coglie (intuisce) sempre la verità, la pura essenza delle cose,
la quale è anche l'unità del loro essere, che il pensiero (discorsivo)
distinguo e separa nelle varie forine categoriche: « L’intelleziono
degl’indivisibili è di cose riguardo alle quali non c'è errore, Dove, invece,
ha luogo il vero e il falso, c'è già una certa conposizione di nozioni. La
falsità, infatti, nasca sempre nella composizione. Ma ciò che fa l’unità di
ciascuna cosa è l’intelletto » (De An., III. 6. 430 a, 26). E l'atto del
percepire è come quello dell’intendere: «Come il vedere è vero rispetto al suo
oggetto proprio (mentre il vedere se il bianco sia un uomo, o meno, non è
sempre vero), così pure accade per le cose senza materia [come le pure
essenze)» (ivi, 430 b, 28). Cfr. quanto citammo per l'atto del percepire a IV.
5, 19 68. Cfr. IX. 10, dove la questione è ripresa più ampiamente. [td] 6v tOv
xvolog: l'essere in quanto essere, in sè e per sè, ch'è l’oggetto proprio della
inetafisica. L’esser-vero e l’esser-falso riguarda, invece, la logica (a
questa, quindi, nou appartiene, propriamente, l’atto del voùsg, l’intellezione
«dei principii, della pura essenza e dell’esistenza: cfr. dianzi 1, 2; 6 però
neanche «dei principii logici, come si disse in IV. 3). Cfr. su la questione
della verità nelle cose e nel pensiero quanto osservammo in nota. e però non
mettono in chiaro quale sia la natura sua propria (‘). E però si lascino da
parte. Vogliamo ora considerare le cause e i principii dell’ essere stesso in
quanto essere. Ma già, quando trattammo di quanti significati può avere ogni
cosa che si dice, si notò che l’essere ha molti sensi (?). = Mi permetto di
tradur così questo passo: Gupétega megl tò Aounòv yévos TOoÙ Bvtos, xal oùx Em
Bniovarv oloav (va [invece di otokv tiva) puo où bvtos. Gli altri intendono:
«Entrambi riguardano (o presuppongono, si fondano gu] l’altro genere
dell'essere [detto in proprio senso, i. e. secondo le categorie), e non mettono
in mostra nessuna natura che sia fuori dell'essere [propriamente detto] ».
MFxori: accanto, come un altro genere dell'essere, coordinato a quello della
sostanza. Manterrei all’ &&® il significato di «oggettivamente» voluto
dal Ross, ma come epesegetico qui, L’accenno è al lib. V (cap. 7). Le ultime
parole paiono aggiunte per collegare questo libro al seguente. 1 Lo
Dell’essere, come accennammo dianzi (!) dove distinguemmo i vari significati di
questo e di altri termini, si parla in molti sensi: da una parte, significa
l’essenza e un «che determinato »; dall’altra, quale è, o quanto, e ciascuna
delle altre cose che così si predicano. Ma, sebbene se ne parli in tanti modi,
è chiaro che l’essere principale è l’essenza, come quella che significa la
sostanza. Quando, infatti, Lib. V. 7. Per la terminologia che segue, si ricordi
che traduco generalmente il x gotiv con essenza, e così anche tòd-elvar col
dativo interno (alcuni traducono con concetto: ch'è anche giusto; ma preferisco
mantenere il tono oggettivo: rendo, invece, con concetto il A6yos, quando
questo non esiga altro termine più opportuno, come discorso, ragionamento,
ecc.). E con pura essenza rendo il ti fiv elvar (cfr. nota a I. 3,2). La distinzione
dei due concetti non è sempre facile: ma, per principio, la pura essenza
indica, come vuole la frase aristotelica, un punto di vista del tutto
universale, e puro, noi diremmo, da ogni riferimento empirico (sebbene, per A.,
esso esista, poi, soltanto in quanto è un téde t., un «che determinato »). E
per rispetto alla tradizione, ma anche per lasciar al testo la sua precisa
formulazione, seguitiamo a tradurre l’otola con sostanza: realtà è termine
troppo moderno e accenna a quella contrapposizione a «pensiero» che in A, c’è e
non c’è; essenza, come altri traduce, è pur giusta, in quanto l'oùcia è
l'essenza reale, concreta, la forma realizzata nella materia (nel sinolo): ma,
appunto per dar rilievo a questa concretezza, preferiamo tener distinti i due termini.
Intanto non sfugga che, avendo A. determinato come oggetto della metafisica
l'essere în quanto essere (VI. 1, 1), la realtà in quanto tale, il problema
dell’odota veniva a porsi come fondamentale: chòù in essa si accentrano tutti i
principii d’intelligibilità del reale. Ed A. comincia col distinguere in essa
ciò ch'è essenziale per la sua comprensione da ciò ch'è accidentale, mutevole e
transitorio, ovvero è una determinazione meramente negativa. 206 METAFISICA
parliamo della qualità di una certa cosa, diciamo, ad esempio, non ch’è di tre
cubiti o un uomo, ma ch’è buona o cattiva; quando, invece, parliamo
dell’essenza, non diciamo ch'è bianca o calda o di tre cubiti, ma che è uomo o
dio. Tutti gli altri esseri si dice che sono, solo in quanto, di ciò ch’è in
quel senso, alcuni sono quantità, altri qualità, altri affezioni, altri qualche
altra cosa simile. Poniamo che uno faccia questione se il camminare, l’esser
sano, lo star seduto, e similmente qualunque altra cosa di tal fatta, sia
ciascuno un essere o un non-essere. Nessuno di essi esiste per natura da solo,
nè può esser separato dalla sostanza. Se, dunque, quelli diciamo che sono, a
maggior ragione sarà un essere ciò che cammina, ciò che sta seduto, ciò ch’è
sano. Questi, infatti, ci si mostrano tanto più reali perchè c’è un essere
determinato che fa loro da sostrato: questo è la sostanza, e l’individuo, il
quale per l’appunto si presenta in tale categoria. Se così non fosse, nessuno
direbbe: è buono, è seduto. Ora è chiaro che soltanto in grazia di questa
categoria (') esiste ciascuno degli altri esseri. Così che l’essere primo, non
questo o quel modo di essere, ma ciò che è semplicemente, sarà la sostanza. Si
dice in molti sensi che una cosa è prima, ma la sostanza è prima in tutti i
sensi: pel concetto, per la conoscenza, per il tempo (*). Nessuna categoria,
infatti, tranne la sola sostanza, ha senso separatamente dalle altre. Ed essa è
prima quanto al concetto, perchè non c’è concetto di cosa alcuna, che non
comprenda in sè necessariamente il concetto di tavenv: si potrebbe riferire
alla «sostanza» che vien prima di «categoria»; ma che A. consideri qui }a oùdia
come categoria è chiaro anche da quel che segue. È vero che più spesso A. parla
di categorie in riferimento ai predicati della sostanza (la quale, perciò, ne è
il soggetto). Ma in opposizione alla cosa nella sua materialità anche la
«sostanza» è categoria, come si dirà tra poco (3, 7), ce il suo concetto
coincide con quello di « essenza ». Facendo corrispondere questa distinzione a
quella di pura essenza, essenza, sostanza concreta, si può accogliere
l'opinione di Alessandro (461, 1) che le parole seguenti (Nessuna categoria...
altre) riguardino la priorità nel tempo (la sostanza non è mai senza attributi,
ma esiste e e’ intende prima, indipendentemente da quelli che ha oggi o
domani). sostanza. E quanto alla conoscenza, noi allora reputiamo di sapere
benissimo ciascuna cosa, quando conosciamo quel che è: ad es., quel che è
l’uomo, o il fuoco; molto meglio, per lo meno, di quando sappiamo soltanto o
quale è o quanta 0 dove: anzi, ognuna di queste stesse determinazioni noi la
veniamo a sapere allorquando impariamo a conoscere che cosa è che ha quella
qualità o quantità ('). In fine, quel che si è cercato fino ad ora, e che ora e
sempre si cerca, e di cui si fa questione sempre, cioè che cos’è l’essere, vale
appunto questo: che cos’è la sostanza? Qui, alcuni rispondono ch’essa è unica,
altri che ce n’è più d’una: ‘e di questi, alcuni vogliono che le sostanze siano
in numero finito, altri in numero intinito (?). Poniamoci dunque anche noi a
questo problema, ch’è il più importante, il primo, l’unico si può dire: vediamo
quel ch’è l’essere così inteso. CapiroLo II Pare (*) che il modo più evidente
di esistere della sostanza sia quello dei corpi. E però si suol dire che
sostanze sono gli animali e le piante, e le loro parti; nonchè i corpi fisici,
quali il fuoco, l’acqua, la terra, e gli altri corpi di tal fatta; e quelli che
o sono parti di essi, ovvero da essi (presi complessivamente o parzialmente) risultano,
come l’universo e le sue parti, gli astri, la luna, il sole. Lett.: «che cos'è
il quanto o il quale »; ossia, anche per queste determinazioni, la conoscenza è
data dall'essenza. Ma per chiarezza ho preferito tradurre tò mooév e tò motév
come equivalente a mooév e smorsv: così auche Aless. (461, 23) li intende due
linee prima (dove il testo ha le stesse forme, con l’articolo). La differenza
è, al solito, nello scambio de’ diue concetti, affini per A., di 80stanza ed
essenza. Nella questione della sostanza una o molteplice A. trova impegnate
tutte le scuole precedenti, da quella ionica all’eleate (una), dai Pitagorici
ed Empedocle (molteplice finita) ad Anassagora ed atomisti (molteplice
infinita). Volgarmente. Qui si fa questione, dunque, non soltanto del numero,
ma anche della natura della sostanza, o delle sostanze. Da quella prima
intuizione volgare prende lc mosse la scuola ionica. Ma bisogna esaminare se
queste sono le sole sostanze che ci siano, 0 se ce ne sono anche altre (o sian
tali soltanto alcune di queste, o alcune, anche, delle altre) ('), ovvero se di
esse nessuna è sostanza, ma sostanze siano certe altre d’altra natura. Ad
alcuni (?), per es., pare che sostanze siano i limiti determinanti ogni cosa
corporea, come superficie, linea, punto, unità: a maggior titolo, per lo meno,
di ciò ch'è corporeo e solido. Inoltre, c’è chi reputa che di sostanze non ce
ne sia nessuna fuori delle cose sensibili; e altri, invece, che ce ne siano
parecchie , e a maggior titolo, come quelle che sono eterne. Platone, ad es.,
fa delle specie e degli enti matematici due sostanze, e pone come terza la
sostanza dei corpi sensibili. Speusippo, pur cominciando dall’unità, pone un
numero maggiore di sostanze, perchè ad ognuna di esseassegna principii diversi:
uno per i numeri, ad es., e uno per le grandezze; inoltre, un principio per la
sostanza dell'anima: ed è così che viene ad aumentarne il numero. Alcuni, a lor
volta, dicono che le specie e i numeri hanno la stessa natura, e che da essi
dipendono le altre cose: linee e superfici, sino alla sostanza del cielo e alle
cose sensibili (*). Con l'h prima del xaî (E e Ascl.) alla 1. 15, i casi son,
dunque, questi: a) le sostanze son quelle dette; d) quelle e altre; c) alcune
di quelle: d) alcune di quelle e anche alcune delle altre; e) altre. I
Pitagorici. Cfr. III. 5, 4. Seguono i Fisiologi in generale, poi Platone e i
Platonici. Di genere. Altri intendono aàgiw per il numero: cfr. I. 9, 1; e
XIII. 4, 4. Per Platone, non si dimentichi ch’ egli, pur avvicinando le idee alla
natura del numero, non le identificò mai con i numeri nel senso dei Pitagorici
(senza distinzione di sensibile e intelligibile), nè le trattò meramente come i
matematici trattano i loro oggetti. Dei Platonici si parla lungamente nei libri
XIII-XIV, ma non si fauno i nomi: sì che l'attribuzione delle particolari
dottrine è mal sicura. Sembra che Speusippo tendesse con ulteriori distinzioni
a disperdere l'unità iniziale e il rapporto sistematico dei principii (per il
primo rispetto. cfr. XII. 7, 11, e XIV. 4.3 e 5, 1: per l'altro, la fine dello
stesso XII: « costoro della sostanza dell'universo fanno un complesso di
episodi e riescono a una molteplicità di principii»). Secondo il Frank (cit.
nel Ross), egli avrebbe distinto dieci principii: l’unità assoluta , l'assoluta
pluralità , il numero , la grandezza spaziale , i corpi sensibili (5), l'anima
(6), la ragione (7), il desiderio (8), il movimento (9), il bene (10).
Speusippo è ricordato anche in Etk. .Vic., 4. 1096 b, 5. Altri accentuarono,
sembra, la tendenza opposta, dell’unificazione dei principii, non soltanto
contro Speusippo, ma più in là dello stesso Platone. Asclepio (379, 17) fa IL
(bai 6 ni Dobbiamo, dunque, trattenerci su queste opinioni per vedere se sono
giuste, o no, e quali sostanze esistono: se ce ne siano, o no, altre (') fuori
di quelle sensibili; e, se ce ne sono, come sono; e se esiste qualche sostanza
separata, perchè e come esiste, ovvero, se fuori di quelle sensibili non ce ne
sia nessuna. Ma, prima, diciamo in abbozzo della sostanza quel che è. La
sostanza vien intesa, se non in più, per lo meno in quattro modi principali,
che paiono costituire l’essere di ogni cosa: come pura essenza, come
universale, come genere, e in fine come sostrato (?). qui il nome di Senocrate,
successore di Speusippo; e Teofrasto (fr. XII, 12) dice che egli «abbraccia in
certo modo tutte le cose dell'universo: così le sensibili come le
intelligibili, e quelle matematiche, e persino le divine ». Ad A. questa
identificazione sembra la soluzione peggiore del problema lasciato in eredità
dal maestro: XIII. 8, 10. Altre ce ne sono, per A., ma non separate in quanto
forme delle sostanze sensibili stesse. L'universale, anzi, meglio, gli univ
ersali, astrattamente considerati, sono le idee platoniche, le quali A. nega
che siano sostanza (capp. 13-14): non così, naturalmente, quando l'universalità
è carattere o valore dell’essenza. Del genere non si parla più, e al principio
del cap. 13 è del tutto dimenticato. In quanto è un xotvév, esso equivale al
xaté6Xiov, quando questo sia inteso come una generalità, e il genere, a sua
volta, sia preso fuori del processo che lo realizza nelle differenze. Così i
quattro termini si riducono a tre, anzi, per la trattazione negativa
dell’universale, a due: la pura essenza e il sostrato. Del sostrato si parla
.nel capitolo presente, e si dice ch'esso è materia (CAm), forma (puoogf, qui,
poco dopo esemplificato con tò oxMpua 175 ldéas, e però con significato più
vicino alla forma sensibile; ma equivalente, in fine, a eldoc, a Adyos fivev GAng,
a ff xatà tòv A6yov odola, e però anche a tò 1 Kv elvari, sinolo (tò 84 tobtov
0 BE èippolv, tò ocvverinupévov, tò otvterov 25 elbous xal GAns). Molto
frequenta è Uroxzipevov nel primo e terzo significato, raro nel secondo (cfr.
VIII. 1, 6) e da intendere come equivalente, qui, al terzo, ch'è il significato
più comune dell'oùota. Questa è, infatti, la sostanza concreta, piena realtà
del x6de , (in Cat., 5 distinta come prima dalla sostanza seconda, ch'è la
forma o specie). Di contro a essa sta la pura essenza nella sua universalità,
che vuol essere il suo principio intelligibile e insieme reale. Per
l’intelligibilità, è chiaro; la difficoltà sorge per la realtà, essendo
necessaria la materia per la sua realizzazione come individuo. Di qui l’aporia
del materialismo in questo capitolo, risolta da A., per ora, soltanto
negativamente, risolvendo la materia nel concetto dell’indeterminato, © però
inferiore al sinolo in realtà, e tanto più alla forma ch'è, per
l’intelligibilità, il principio del sinolo stesso. Il sostrato è ciò di cui si
predica ogni altra cosa, ma 2 1029 1 esso non è predicato più di alcun’altra.
Noi dobbiamo, quindi, cominciare la nostra trattazione da esso, perchè la
sostanza par che sia, in primo luogo, il primo sostrato di ogni cosa. E però per
un lato esso è la materia, per un altro è la forma, 3 per ultimo il loro
insieme. La materia è, per es., il bronzo; la forma, la figura ideata; il loro
insieme, l’intero, la statua. Per conseguenza, se la forma è prima della
materia e reale 4 a maggior titolo, anche l’insieme d’entrambe (') sarà prima
della materia per la stessa ragione. Noi abbiamo dato, ora, un’idea di quel
ch’è la sostanza, 5 dicendo ch’essa è ciò che non viene riferito ad altro come
a sostrato, anzi ad essa vien riferito tutto. Ma non bisogna fermarsi qui: chè
non basta. Non soltanto, questo, manca ancora di chiarezza; ma la sostanza
diventa, in questo modo, la materia. Se, infatti, non è essa la sostanza di
ogni cosa, non è facile dire che altro questa sia: togliendo tutte le determinazioni
(*), pare che non rimanga altro. Quelle determinazioni sono soltanto affezioni
dei corpi, produzioni e potenze loro; e neppure lunghezza, larghezza e
profondità sono altro che certe determinazioni quantitative, e non sostanze.
Sostanza non è la quantità, ma, piuttosto, ciò a cui originariamente le
determinazioni quantitative appartengono. Se non che, tolta la lunghezza, la
larghezza, e la profondità, non si vede che resti nulla, tranne che si ammetta
ch’è pur qualcosa ciò che da quelle vien determinato. Sì che, a chi consideri
le cose in questo modo, deve necessariamente apparire la materia come la sola
sostanza. Se si legge voò (invece di 16), allora va tradotto: «anche
dell’insieme d' entrambe sarà prima la forma per la stessa ragione ». Ho preferito
il vé perchò la questione, in questo punto, mi pare sia quella della materia
(l’usia nella sua realtà), piuttosto che quella della forma (l’usia nella sua
intelligibilità), benchè anche questa sia giusta: come si vede dal $ 10.
Ricorda il procedimento cartesiano: togliendo tutte le determinazioni empiriche
(prima le qualitative, poi le quantitative) si dovrebbe arrivare al concetto
puro di materia. Qui, naturalmente, si tratta della materia, non del suo
concetto, e A. non può far valere contro il materialismo altro che il suo
principio dell'esistenza determinata. Chiamo materia quella che in sè non è una
cosa determinata, nè una quantità, nè niun’altra delle determinazioni
dell'essere. Ci ha da essere, infatti, un qualcosa di cui ciascuna di esse si
predica. E la sua guisa di essere sarà diversa da quella di ciascuna delle
categorie: queste si predicano della sostanza; la sostanza, poi, della materia
('). Per cui il termine ultimo, per sè stante, in ogni cosa, non è qualcosa di
determinato, nè una quantità, nè altro; e neppure la negazione di queste
determinazioni, poichè anche la negazione non esprime dell'essere altro che
l’accidente. Così, quelli che ragionano da questo punto di vista, si trovano a
conchiudere che sostanza è la materia. Eppure, ciò è impossibile: perchè ognuno
vede che sostanza convien che sia, anzitutto, ciò che può esistere
separatamente, ed è qualcosa di determinato. Parrebbe quindi che, a maggior
diritto della materia, debbano dirsi sostanza la specie, e quel che dall’unione
di materia e forma deriva. Ma lasciamo da parte, per ora, quest’ultima, cioè la
sostanza in quanto risulta di materia e forma insieme: che è cosa posteriore e
manifesta a tutti. Anche la materia, in certo modo, non offre incertezze.
Dobbiamo trattenerci su la terza, su la specie (*°), perchè è essa che presenta
le maggiori difficoltà. Le altre categorie son determinazioni (secondarie o
accidentali) della s0stanza, la sostanza esprime la determinazione (essenziale)
della materia; invece, a materia non si predica di nulla. Tutto il passo
mescola le ragioni dei materialisti con quelle di A., il quale non nega
l'esistenza della materia, ma che essa sia la sostanza. L’indeterminazione di
essa non è mera negazione o privazione (l'una non ha realtà affatto; l'altra
non per sè, ma in quanto è in altro: e d’altra parte, se fosse privazione, la
materia avrebbe già una determinazione, o un'indeterminazione soltanto relativa
al momento ulteriore del processo formale: cfr. VIII. 1, 6 e 6, 11; XL. 9, 2).
Come avvertimmo in nota a III 2,5 traduciamo eldog con specie quando non è in
opposizione diretta al termine materiale. Il Rolfes, seguendo S. Tom,, insiste
molto (nel suo commento alla trad. cit.) nel distinguere in A. la forma in
quanto indissolubile dalla materia, a cui è unita, dalla forma sostanziale, che
può avere un'esistenza indipendente da essa. Negli Scolastici, infatti, è viva
la preoccupazione per le conseguenze dogmatiche. Questa preoccupazione manca in
A., assorto, qui, a polemizzare contro l'idealismo astratto del maestro, da una
parte, e contro il rozzo materialismo dall'altra. (Un’ esistenza in sè e per sè
della E poichè tutti concordano in questo, che alcune di quelle 11 sensibili
sono sostanze, noi dobbiamo cominciare la ricerca 1029 v in questo campo: chè è
sempre utile passare per gradi a ciò ch’è più conoscibile ('). La cultura,
infatti, si acquista così: 12 attraverso le cose che sono meno conoscibili per
natura si procede verso quelle che sono per natura più conoscibili. E la fatica
è proprio in questo: come nel campo delle azioni si deve far in modo che,
partendo dal bene dell’ individuo,. il bene generale (°) divenga il bene
dell’individuo stesso; così, qui, dalle cose che a ciascuno sono più facili a
conoscere, si deve andare a quelle che, conoscibili per natura, divengano tali
per lui stesso. Certo, quel che l'individuo conosce in principio è spesso
proprio ciò che meno è conoscibile, e che ha poco o nulla della realtà
dell’essere. Pure, conviene prender le mosse da quelle deboli conoscenze, le
quali tuttavia costituiscono ciò ch’egli conosce; e sforzarsi, passando, come
si è detto, attraverso di esse, di fargli conoscere ciò ch’è conoscibile
assolutamente. pura forma è affermata, senz'altro, di Dio nel lib. XII; ma per
l’individualità di essa come anima umana è nota l'oscurità di A. e del pensiero
greco in generale). Qui si dice che la difficoltà maggiore non è intorno alla
materia e al sinolo: questo è chiaro che è prime, come si disse dianzi, della
materia, e ha esistenza per sè e individualità (è qualcosa di determinato); la
difficoltà grande è intorno al principio ideale-reale del sinolo. La specie ha
esistenza e individualità in sè e per sè? In termini moderni si direbbe che la
questione passa dal punto di vista empirico a quello trascendentale. Ma il senso
di questo passaggio è limitato in A. dai termini già accennati del suo
pensiero. Il testo (le prime due linee di 1029b appaiono al principio del cap.
s0g.) è stato riordinato dal Bonitz. Lo Jaeger (Arîst., pp. 204 e :s8.) per
primo ha avanzata l'importante ipotesi che questi libri VII-IX siano stati
scritti dopo il XII; e che perciò questo passo, sino alla fine del capitolo,
sia un'aggiunta poSteriore per collegare questa trattazione, intorno alla
sostanza sensibile, a quella puramente intelligibile. Ma cfr. note a 11, 11;
16, 7. tà &40g dyodd: il bene in sè, ciò ch'è bene assolutamente (così,
invece, ho tradotto, in fine al capitolo, l'84ws), sarebbe espressione molto
platonica: il plurale dissuade. Così anche in Eth. Nic., V. 2. 1129D, 5. Quando
noi da principio distinguemmo in quanti modi Si definisce la sostanza, vedemmo
che uno di essi era quello della pura essenza: di esso vogliamo ora trattare. E
comiuciamo a dirne qualcosa dal punto di vista discorsivo: la pura essenza è
ciò che di una cosa si dice in se stessa considerata. Mi spiego: l’esser musico
non è l’esser tuo, perchè non per te stesso sei tu musico: quel che sei per te
stesso, dunque, quella è la tua essenza. Ma con questo non 8°è detto tutto.
Anche una superficie noi diciamo che per se stessa considerata (') ha un
colore, poniamo, bianco: ma non così è l’in sè della pura essenza: poichè
l’essere della superficie non è l’essere del color bianco. E neppur l’ essere
suo vien fuori dall'unione dei due termini, dicendo ch’è una superficie bianca.
Perchè? perchè c’ è già compreso. Bisogna, perchè si abbia la definizione della
pura essenza di una cosa, che, chi la definisce, non ne includa la nozione
nella defi-{ nizione. Ne verrebbe questo: che, se all’essenza della superficie
appartenesse d’esser bianca, ed essa è la stessa ch’è levigata, l’esser bianco
e l’esser levigato sarebbero una sola e medesima cosa (?). Distinguendo l’«in
se stesso» dal «per se stesso», dove il greco usa la medesima espressione (xad’
aùrté: v. V. 18, 4-6, in cui pure si accenna a questa distinzione), si dà un
po' più di luce all’argomentazione. Non tutto ciò che una cosa è per sè, ne
costituisce per questo l’essenza. Noi sappiamo, infatti, che ci sono accidenti
essenziali, per es. l'uguaglianza degli angoli di nn triangolo a due retti; ma
l'essenza del triangolo, poi, è data puramente dalla sua definizione. La cosa
in sò è il presupposto d'ogni predicazione o qualificazione (la superficie è
bianca superficie bianca). Passo oscuro: ho seguito l’interpretazione di 8.
Tom. (1314), perchè mi eembra più intonata alla presente argomentazione
(sebbene riconosca che il testo» vien così un po’ forzato): A. direbbe che, se
bianchezza e levigatezza, e così gli altri attributi, siano pure essenziali,
costituissero la pura essenza della superficie, essi dovrebbero tutti
identificarsi tra loro. Il passo va forse, come nota il Christ, due rigbe prima
(dopo «già compreso »). Altri (e già Aless.) intendono: « Per cui, Be poi si
aggiungesse che l’esser proprio della superficie bianca consiste nell’esser
essa levigata, non si verrebbe ad altro che ad identificare l’essere del 214
METAFISICA E poichè c’è pure una composizione (') della sostanza 6 con le altre
categorie (un qualche sostrato ci vuole sempre per ognuna: per la qualità, per
la quantità, per il tempo, per il luogo, per il movimento), è bene s’indaghi se
per ognuno di tali composti si possa far questione della pura essenza: cioè, se
anche di essi si dia una pura essenza: per es., dell’uomo bianco, la pura
essenza di uomo-bianco. A designare il com- 7 posto, diamogli un nome: per’
es., vestimento (°). In che consisterà, dunque, l’essenza del vestimento?
Certamente, essa non potrà esser nessuna di quelle cose che si dicono
considerandole in se stesse (*). bianco con l’essere del levigato»: si darebbe,
cioè, l'essenza del bianco come consistente nella levigatezza. Così, infatti,
pare che la pensasse Democrito (De Sensu, 4. 442 b, 11; De Gen. et Cor., I. 2.
316, 1). La sostanza, in quanto sìnolo di materia e forma, è già un cuvdetov da
so stessa. La questione, ora, è: si può parlare di pura essenza quando il
ovv@etov è della sostanza con le altre categorie? La prima risposta è negativa:
si può parlare della pura essenza dell’« uomo », non dell’«uomo-bianco ». Ma,
poi, si concede (14 s8.) che in largo senso (logico-discorsivo) si può dire che
c’è una definizione, e però una pura essenza, anche di questi composti (quando
se ne spiega il significato). Oggi diremmo: indichiamo con «x il composto.
L'opportunità di ciò è chiarita bene da S. Tom. (1317): «Et quia forte aliquis
posset dicere quod albus homo sunt duae res et non una, ideo subjungit quod hoc
ipsum quod dico albus homo, habeat unum nomen, quod causa exempli sit vestis. Tune enim, sicut hoc nomen homo significat aliquid compositum, scilicet animal
rationale, ita et vestis significat aliquid compositum, scilicet hominem album
». Intendo
che la sintesi designata con «vestimeuto » non può esser scambiata con quella
in cui consiste Ja sostanza, o pura essenza, in sò (nell'esempio, l’uomo in
quanto animale ragionevole, non in quanto uomo bianco). Segue (8) l'obbiezione,
la quale, badando più all'espressione discorsiva, porterebbe a conchiudere che
definendo « vestimento » come «uomo-bianco » non si cade in nessuno dei due
errori (ivi notati) peri quali una definizione si può dire mancante, sì che in
questo senso si deve ammettere che la cosa è considerata per se stessa (benchè
secondaria, qui, la distinzione tra l'in sé e il per sé, non si scordi che nel
testo c'è anche quest'ambiguità). All'obbiezione A. risponde (9), che, anche
ammessa buona la predetta definizione in quel senso (discorsivo), non per
questo si tratta di una pura essenza, propriamente, la quale dà sempre
l’&ree di un téde ti (Ja determinazione della natura costitutiva di un’individualità:
di qui la s04 stituzione frequente, nel pensiero aristotelico, della «sostanza
seconda », 0 specie, alla sostanza prima, o téde tr). Altri intendono che
l’obbiezione venga fatta qui (alla fine del $ 7), e che A. risponda a essa nel
6 8. Il testo permette, sembra, tutte due le interpretazioni (per il senso
generale la differenza, in fine, è di poco conto). Si può obiettare che una
cosa non è considerata per se stessa in due casi: o per via di apposizione, o
al contrario. Nel primo caso, ciò che si vuol definire lo si aggiunge ad altra
cosa: per es., volendo definire che cos'è la bianchezza, si dice che è un uomo
bianco. Nell’altro caso, c'è un’altra cosa aggiunta a ciò che si vuol definire:
per es., se vestimento vuol dire uomo bianco, vestimento si definisce color
bianco. Certamente, chi è uomo bianco è un che di bianco, 1030 a ma la
bianchezza non è davvero la sua essenza. Ma con questo si è detto che l’essere
del vestimento sia la determinazione di una pura essenza veramente? (') Non
pare. Solo ciò ch'è un «che determinato » è una pura essenza, Quando, invece,
una cosa si predica di un’altra (*), non abbiamo più un «che determinato »:
l’uomo bianco, ad es., non è la determinazione di un «alcunchè», una volta che
tale determinazione riguarda soltanto le sostanze. In conchiusione, la pura
essenza ha luogo soltanto in quelle cose di cu} il concetto è una definizione.
E definizione non c’è finchè si adoperano parole a signi!! ficare una cosa
invece del concetto: poichè, in tal caso, tutti i discorsi sarebbero
detinizioni, e si potrebbe adoperare una parola sola invece di un qualsiasi
discorso, sì che anche l’Iliade sarebbe una definizione (*). Invece la
definizione c’è soltanto qualora sia di ciò ch’è primo: e questo ha luogo
soltanto dove non c’è bisogno, per ragionarne, di riferire una cosa a un’altra.
Alla 1. 3: 8206; f) où. « Uomo » e « bianco » son due concetti, che restan due
anche se uniti nella sintesi «uomo bianco »; « animale » e «ragionevole »,
invece, esplicano il concetto unico di uomo (equivalente per A. al t6de tu).
Aless. (467, 7 88.) nota acutamente che il tne mira all'essenza nella sun
unità, laddove la definizione esplica le parti in cui quella è organizzata. Di
qui la coincidenza e insieme la differenza tra i concetti di essenza (che, in
quanto sintesi empirica, o concreta, è sostanza; © in quanto concetto può
limitarsi a una designazione generica: altrimenti, equivale al tne), pura
essenza, definizione. Ctr. TRENDELENBURG, Gesch. der Hategorienlehre, pp. 34
s8; BoxiTz, pp. 311 88. I. e., della parola «Iliade ». Non si scordi che a
concetto e discorso corrisponde lo stesso termine X6yos. Non potrà, quindi, la
pura essenza trovarsi nelle specie che non appartengano a un genere, anzi si
troverà soltanto in quelle che v’appartengono, perchè di quelle soltanto,
evidentemente, si può parlare senza riferirle ad altro come partecipazione o
affezione di esso, o come suo accidente (‘). Delle altre, così come di ogni
cosa, ben si può ragionare, o con un semplice discorso o in modo più esatto,
per dirne, poniamo, se ha un nome, che cosa questo significa, e che questo
conviene a quello. Ma non è questione, con ciò, della definizione e della pura
essenza (°). Ma forse anche per la definizione, come per l’essenza, è bene
osservare che si dice in molti modi. L’essenza, in un primo modo, significa la
sostanza e la determinazione di qualcosa; e in altro modo, significa quale è,
quanto è, e ognuna delle altre cose che si predicano così. E in quella guisa
che l’«è» si trova in tutte le categorie, ma non ugualmente, perchè in una di
esse ci sta in senso proprio, e nelle altre per derivazione; così anche
l’essenza, assolutamente, appartiene alla sostanza, e al resto delle categorie
soltanto in certo modo. Noi potremmo, infatti, chiederci che cos’è la qualità,
facendo, così, anche della qualità un’essenza: non tuttavia assolutamente, ma
in quel modo come alcuni del non-essere affermano, discorsivamente, che il
non-essere è: non assolutamente, ma in quanto è non-essere. Si dica similmente
della qualità. Senza dubbio, è giusto che si badi anche come convien parlare in
ogni cosa, ma quel che più importa è come essa è realmente. Oramai, dopo quel
che s’è detto, dev’esser chiaro che la pura essenza apparterrà primieramente e
assolutamente alla sostanza; e poi anche alle altre categorie, Genere-specie
(yévovs elbn) dev’ essere un processo unitario di realizzazione della pura
essenza: la qual cosa non avviene se le specie son considerate platonpicamente
come idee di cuî il genere dovrebbe partecipare (cfr. III 3, 7); ovvero, secondo
la dialettica sofistica, si unisca la sostanza (ciò ch'è primo: tè xQ6tov 6v)
con una qualità o un accidente di essa. Così il X6yos passa dal suo officio
meramente semantico a quello apofantico (De interpr., 4. 17 a, 1), e da questo
a quello più logico-metafisico. nello stesso modo dell’ essenza, non
assolutamente, in quanto è la pura essenza, ma in quanto è pura essenza della
qualità, o della quantità, ecc. Poichè bisogna bene che uno ci dica se in
queste categorie l’essere ci sta soltanto per omonimia; ovvero se si tratta
soltanto di aggiungere e togliere (come quando si dice che anche l’ignoto fa
parte del noto) ('). In verità, la risposta giusta è di negare sia la
diversità, sia l'identità del significato; e dire che la cosa sta come per quel
che diciamo « medicale », tiferendoci, sì, a qualcosa ch’ è pur sempre una e
medesima, ma non ha un unico e sempre 1030 b lo stesso significato, senza che
perciò si tratti di mera omonimia: diciamo «medicale» un corpo, un’operazione,
uno stramento, non per omonimia, nè per lo stesso rispetto, eppure ci riferiamo
a una cosa stessa (*). (Qui non importa nulla se uno preferisce un modo o
l’altro di vedere). Quel ch'è evidente, è che la definizione e la pura essenza
riguardano primieramente e assolutamente soltanto le sostanze, e che, s’ esse
valgono parimenti anche per le altre categorie, ciò non è in vero e proprio
senso. Posto questo, non è detto però che’ si abbia definizione di un oggetto
tutte le volte che c’è un discorso intorno a esso, ma soltanto se ci si esprime
in certo modo, cioè se si riguarda l'oggetto come uno: non per mera continuità
discorsiva (come sarebbe ]l’ Iliade) (*), o perchè si Passo molto oscuro.
Omonime son le cose che hanno lo stesso nome, ma natura diversa (Callia, per
es., e il suo ritratto); sinonime, quando la realtà o il concetto è lo stesso
(abito, per es., e vestito). Per A., qui, non si tratta nè di mera omonimia, nò
di sinonimia: poichè l'essere nella prima categoria e nelle altre nè è
identico, nè è del tutto diverso. Si tratta, invece, di aggiungere e togliere:
i. e. (così parrebbe che voglia dire) qualificare con un « primieramente » e un
«secondariamente » l'essere nei due casi, si che di esso si dia un più e un
meno di realtà. Così anche il non-essere delle categorie secondarie diventa un
essere: come l'ignoto è, in quanto lo ei sa tale, anch’esso noto (questo sembra
dire ciò ch’è in parentesi). V. per lo stesso concetto ed esempio, IV. 2, 1-2.
Le parole che seguono (messe da me in parentesi) paiono riferirsi alla
distinzione tra il xaè° Ev e il rodc Ev (Ross). L'esempio (giù veduto dianzi)
dell'Iliade, come di ciò ch'è soltanto ouvdeop® Ev, torna in VIII. 6, 2. Così
in Anal. Post., II. 10. 93 b, 96: « Un discorso può essere uno in due modi: o
per collegamento, come l’Iliade; o perchè chiarisce un'unica cosa da un unico
punto di vista, non per accidente », E così anche in Poet., 20. 1457 a, 29. 218
METAFISICA adoperano congiunzioni, ma in tutto il vero e proprio senso del
termine « unità ». Questa si dice come l’essere; e l’essere significa un che
determinato, o quanta, o quale è una cosa. Per cui, anche, ben si può parlare e
dare una definizione di assume altrettanti significati diversi: la soglia è
tale perchè situata così, e l’esser suo significa l’esser situata così; così
come l’esser ghiaccio vuol dire aver una certa densità. Ci sono cose di cui
l’essere potrà venir determinato anche con tutte queste differenze, in quanto
possono esser o mescolate, o combinate, o insieme collegate, o condensate;
ovvero esigono, per esser definite, anche le altre differenze, come, ad es.,
una mano o un piede. È bene, dunque, comprendere i generi delle differenze, una
volta che queste debbon essere i principii dell’esser delle cose: queste,
infatti, si distinguono per il più o per il meno, per il denso e per il raro, e
per altre qualità sì fatte: le quali tutte, poi, sono o in eccesso o in
difetto. Quando una cosa differisce per figura, o per levigatezza o ruvidezza,
tutte queste differenze si riducono a quella del dritto e curvo. E quando
l’esser loro consiste nella mescolanza, il non essere consisterà nella
condizione opposta. Risulta chiaro, dunque, che, se la sostanza è la causa
dell’essere di ciascuna cosa, bisognerà cercare in queste differenze la cagione
per cui ciascuna è quella che è. La sostanza, a dir vero, non consiste in
nessuna di queste differenze, neppure se accoppiate alla materia; tuttavia esse
costituiscono in ogni oggetto quel ch’è analogo alla sostanza ('). E come nelle
sostanze quel che si predica della Queste differenze riguardano la materia e
l’accidentale più che la natura intima delle cose, e però non ne dànno l’usia
nel vero senso. Ciò che tien le materia è l’atto stesso, così’ anche nelle
definizioni delle altre cose è ciò che meglio ne tien le veci. Per es., se si
debba definire la soglia, diremo ch’è legno o pietra situata in -certo modo: e
la casa è mattoni e legni situati così e così (se pure in certi casi non si
accenna anche allo scopo); e se si tratta del ghiaccio, diremo ch’è acqua
solidificata o condensata in tal modo; e la melodia è una mescolanza così fatta
di suoni acuti e gravi. E nello stesso modo per gli altri casi. Di qui si vede
che l’atto è diverso e diverso il concetto, quando la materia è diversa: chè in
alcune cose ha luogo composizione, in altre mescolanza, in altre qualche altra
delle differenze ricordate. Per cui, se uno, per definire quel che sia una
casa, dicesse che è pietre mattoni legname, direbbe quel che la casa è in
potenza, perchè pietre mattoni legname sono la materia; se invece dicesse ch’è uno
spazio chiuso per riparo delle cose e delle persone, o aggiungesse altra cosa
simigliante, direbbe quel ch’è l’atto della casa. E se uno riunisse entrambe
queste determinazioni, direbbe la sostanza nel terzo significato, quella che
risulta dall’atto e dalla materia. Par chiaro, infatti, che il concetto che si
ottiene per mezzo delle differenze, è quello della forma e dell’atto, quello
invece degl’ingredienti della cosa riguarda piuttosto la materia. Tali erano
anche le definizioni che Archita (‘) approvava, poichè esse si riferivano al
composto. Per es.: che cos’è il tempo buono? La quiete in grande estensione di
aria: qui l’aria è materia, l’atto e la sostanza è la quiete. Che cos'è la
bonaccia? È l'uguaglianza della superficie del mare: qui il sostrato, in quanto
materia, è il mare, e l’uguaglianza della superficie è l’atto e la forma. Con
le cose discorse resta così spiegato quel ch’è la __& veci dell'atto (della
vera © propria forma), in queste cose considerate sensibilmente, sono le su
dette differenze. Qui non si possono avere definizioni (delle sostanze
sensibili particolari non c'è dimostrazione, nò definizione: VII. 15, 2), altro
che in largo senso (VII. 4, 12-13). Di Taranto, famoso pitagorico,
coutemporaneo di Platone. (Alla 1. 18: èvegysiav). sostanza sensibile e in qual
modo sia: essa è tale come materia, come forma e atto: in un terzo senso, come
il loro insieme. CapiToLo III. Ma si badi che talora non è chiaro se il nome
della cosa esprime la sostanza come composto, o l’atto e la forma sua: per es.,
se casa significhi l'insieme, un riparo fatto di mattoni e pietre situate in un
certo modo, ovvero semplicemente un riparo, cioè l’atto e la forma della casa;
e se linea significhi dualità in lunghezza, o semplicemente dualità ('); e
animale, anima in un corpo, o semplicemente anima. L'anima è la sostanza e
l’atto di un certo corpo, e chi dice animale può riferirsi all’uno e all’altro
significato, non perchè coincidano nel copcetto, ma in quanto entrambi
riguardano la stessa realtà. Ciò per qualche rispetto non è senza importanza,
ma per la nostra questione su la sostanza sensibile non ne ha alcuna, poichè la
pura essenza consiste nella forma e nell’atto. Anima, infatti, ed essenza
dell'anima son la stessa cosa, ma non così uomo ed essenza dell’uomo, salvo che
per anima non s’intenda l’uomo: chè, allora, in un senso, l’uomo e la sua
essenza coincidono; in un altro, no. La sillaba non si mostra nell’esser suo se
uno la cerca nelle lettere e nella loro somma; e così la casa, se uno guarda ai
mattoni e alla loro somma. Ed è giusto che sia così, perchè la somma o la
mescolanza non deriva soltanto dalle cose sommate o mescolate (°). Similmente,
in tutti gli Cfr. VII. 11, 5; e per l'identità (nel par. seg.) dell'anima e
della sua essenza, VII. 10, 16, e 6, 14. Ciò, si aggiunge, può avere qualche
importanza, Der es. per il fisico; non per noi (per il rispetto metafisico),
ora: chò la forma è il priocipio del sinolo ed equivalente a esso (in quanto,
tuttavia, esso venga considerato nell'unità attuale del téde n). Cfr. VII. 17,
$ s8s,: qui l’apriorità della: forma (ch’è, dunque, magà tà Gtoyela, non in
senso trascendente, ma affine al nostro trascendentale) viene estesa alle forme
sensibili. « Compositio et mixtio, quae sunt formalia principia, non
constituuntur ex his quae componuntur aut miscentur, sicut nec aliquod aliud
formale constituitur ex sua materia, sed e converso »: S. Tom: (1713). altri
casi. Ad es., se qualcosa è una soglia per la posizione, non la posizione si
spiega con la soglia, ma piuttosto questa con quella. E l’uomo non è
semplicemente l’essere vivente più bipede, ma deve esserci qualcosa oltre di
ciò, se ciò è preso soltanto come materia: qualcosa che non è elemento nè un
derivato da un elemento, ma è sostanza, prescindendo dalla quale non rimane se
non la materia. Se, dunque, questo «qualcosa » è la causa dell’esser suo e
della sostanza, Si dovrà indicare in esso la sostanza stessa ('). Ora, questa o
è eterna, ovvero è corruttibile senza perciò perire, e diviene senza che perciò
si possa dir prodotta. Noi abbiamo altrove mostrato e spiegato come la specie
nessuno la produce o genera, ma quel che si fa è un qualcosa di determinato, e
quel che si genera è l’insieme. Se poi le sostanze delle cose corruttibili
siano separabili, non abbiamo ancora chiarito, salvo che nei casi in cui è
evidente ch’è impossibile, e son tutti quelli in cui non può esistere la
sostanza fuori dei particolari, ad es., una casa o una suppellettile (*). Ma
forse queste non sono da riguardare come sostanze, e insieme a esse nessuna di
quante altre cose non sono prodotte dalla natura: chè la natura, essa sola, si
può chiamare sostanza nelle cose corruttibili. Perciò non è fuor di proposito
la questione agitata dai seguaci di Antistene e da altri rozzi come loro; i
quali Seguendo la volgata e l’interpretazione di Alessandro (553, 7) l'accento
polemico sarebbe, non contro il materialismo, ma contro l’idealismo astratto
dei Platonici, e si tradurrebbe così: «.,... ma è sostanza: quella sostanza, a
cui si riferiscono quanti prescindono dalla materia, Se, dunque, questo
qualcosa è la causa dell'essere, e questa è la sua sostanza, essi si
riferiranno (col loro prescindere dalla materia) per l’appunto alla sostanza».
Ma par evidente che non è questo il senso del discorso qui. Meglio, piuttosto,
mantenere, con la volgata, anche l’oò dato da E (1. 14): « Se, dunque, questo
qualcosa è la causa dell’esser Suo, e questa è la sua sostanza, essi
[prescindendo da essa) si troveranno a non dire quel che è la sostanza stessa
dell’uomo [la sua vera realtà)». Così anche il Ross. Cfr. VII. 8, e nota a 7,3.
Per A., non ostante il suo frequente esemplificare con immagini prese dalla
produzione dell’arte, vere e proprie sostanze sono quelle naturali. L'uomo,
infatti, può indurre forme accidentali soltanto, non essenziali in ciò che già
esiste ed ha, quindi, una propria natura già. dicevano ch’è impossibile
definire quel che una cosa è('), perchè definire, per essi, è un tirare il
discorso in lungo, ma si può dire e insegnare soltanto qualche qualità della
cosa: dell’argento, ad es., non ciò che è, ma che è simigliante al piombo. C'è,
allora, una sostanza; e di essa si dà una definizione e un concetto: di quella
cioè composta, sia essa sensibile o intelligibile; ma non degli elementi da cui
essa risulta composta, una volta che il discorso definitorio ‘significa che
qualcosa conviene a qualche altra, delle quali l'una dev’esser presa nel senso
di materia, l’altra di forma. Questo ci fa vedere anche che, se si vuol
sostenere da un certo punto di vista che le sostanze sono numeri, si dovrà
intendere come s’è detto, e non, come alcuni pretendono (?), che sian
collezioni di unità. Si dica pure che la definizione è un numero, poichè
infatti è divisibile e si risolve in elementi indivisibili (chè i concetti non
sono infiniti): proprio come il numero. E come il numero, se tu vi sottrai o
aggiungi qualcuno degli elementi suoi e sia pure il più piccolo , non è più lo
stesso numero, ma un altro; così, Se la sua essenza è semplice (v. VII. 10,
17), anche per A. è oggetto di vénows, non di 6propdc. Ma qui il discorso va
ripreso dal $ 4, come una prova ‘che il principio di una cosa non è dato da una
sonma di elementi. Benchè gli Antistenici (per i quali, v. Teeteto, 201 e; e
lib. V. 29, 2) intendessero ben altro (la definizione è, per essi, una évopétov
cvurioxi, che allunga in un A6y0g paxeés quella parola unica che sola è propria
della cosa: nota, per un confronto, il caso aristotelico di una definizione
meramente verbale, come di «Iliade »). Anzi, A. ne trae argomento (nel par.
seg.) per confermare la validità della definizione, la quale non è somma
(animale + bipede), ma rapporto formale di genere (materia) a specie (forma).
Ovvero, s’intenda la definizione nel senso di VII, 4, 13. Platone e Platonici
pitagorizzanti, identificando le idee con i numeri, e considerandole insieme
come usie e universali, davano anche del processo dofinitorio una ragione
matematica. A. oppone alla concezione di un molteplice come aggregato (e tale è
l'idea in quanto usia composta di usie: cfr. n. a VII. 15, 6) la sua concezione
di un molteplice organico, e a quella dell’unità astratta (0 tale è l’idea in
quanto universale) la sua concezione dell'unità concreta. Questi paragrafi,
duuque, sono strettamente legati a quanto precede e il capitolo non è, come
sembra (v. Ross, p. 231), una collezione di pensieri sconnessi (lo stesso $ 5,
che sembra interrompere la continuità del ragionamento, è suggerito da quanto
precede circa l'apriorità della forma, che per A. è legata alla questione della
sua eternità, o meno; e introduce il concetto dell’unità viva, naturale, della
sostanza). neppure la definizione e la pura essenza è più la stessa, se vi
togli o aggiungi qualcosa. E anche pel numero ci ha da esser qualcosa che gli
dà unità; ma quel ch’esso sia, per cui il numero, se possiede unità, è uno, non
trovano modo di dire. Poichè o il numero non ha unità, ed è come un mucchio;
ovvero, se è uno, debbono dirci che cos’ è quel che del molteplice fa un’unità.
E poichè la definizione similmente possiede unità, neppure di es sa sanno
rendersi conto. Ed è naturale che avvenga così, perchè la ragione è la stessa:
la sostanza è una nello stesso senso, non, come intendono alcuni, quasi fosse
una specie di unità o di punto, ma perchè ciascuna è atto in atto compiuto e
una natura determinata. E come il numero non ammette un più e un meno
nell’esser suo, così neppure la sostanza in quanto forma; ma, se mai, in quanto
è unita alla materia (*). Bastino queste considerazioni intorno alla
generazione e corruzione delle sostanze suddette, in qual senso è possibile e
in quale no, e intorno alla riduzione di esse al numero. CariToLO IV. Per
quanto riguarda la sostanza materialmente considerata, non si deve trascurare
che, se anche tutto viene da uno stesso elemento primitivo o dagli stessi
elementi primitivi, e una medesima materia serve da principio alla generazione
delle cose; pure, c’è una materia propria di ciascuna di esse. Per es.,
materia, immediatamente, della flemma sono elementi dolci e grassi, della bile
elementi amari o altri che siano: anche se hanno la stessa origine. Per uno
stesso oggetto ci possono esser più materie, quando una sia materia dell’altra:
poniamo, la filemma si può dire che vien tanto La sostanza è esattamente
(puntualmente, quasi matematicamente) quel che è. Ci può esser un più o un meno
nel suo essere, se mai, considerandola dal lato materiale (in quanto, poniamo,
non ha ancora realizzata pienamente ia sua forma). dal grasso quanto dal dolce,
se il grasso deriva dal dolce; e si può anche dire che vien dalla bile, se si
risolve questa sino alla sua materia prima. Poichè una cosa si dice che viene
da un’altra in due sensi: o nel senso che l’una è uno svolgimento dell'altra, o
perchè segue all’altra risolta ne’ suoi elementi ('). Può darsi poi, che la
materia sia la stessa, eppure, mercè la causa motrice, divenga cose diverse,
per es., il legno può diventare tanto un armadio che un letto. Per alcune cose
affatto diverse ci vuole di necessità una materia diversa: ad es., un’ascia non
si potrebbe fare di legno, e non è questione qui della causa motrice, perchè
nessuno potrebbe fare un’ascia con lana o legno. Se, quindi, c’è modo di fare
uno stesso oggetto di materia diversa, è chiaro che l’arte e il principio
motore è lo stesso. Che se così la materia come il motore son diversi, anche il
prodotto è diverso. Quando si domandi quale è la causa di una cosa, potendo di
causa parlarsi in molti sensi, bisogna enumerare tutte quelle che possono far
al caso. Per es.: qual’è la causa dell’uomo in quanto materia? Certamente, il
menstruo. Che cosa fa da motore? Lo sperma, per l’appunto. Quale, da forma? La
pura essenza. Quale, da scopo? Il fine dell’uomo. Si può dire che queste due
ultime cause coincidano. Bisogna, poi, delle cause addurre quelle più vicine, e
se si chiede la materia, non rimontare al fuoco e alla terra, ma a quella ch’è
propria. Per le sostanze naturali, dunque, e soggette a generazione è
necessario procedere così, se si vuole procedere dirittamente, dato che tali e
tante sono le cause, e che noi dobbiamo conoscere le cose per le loro cause. Ma
per le sostanze che, sebbene naturali, sono eterne, la questione è diversa.
Alcune probabilmente, non hanno materia, o almeno non l’hanno come quella
ricordata, ma una materia mutabile soltanto spazialmente. E neppure per quante
cose avvengano naturalmente, ma non sono sostanze, non si può far questione di
materia: in esse è la sostanza soggetta al fenomeno che fa da sostrato. Poniamo
che si cerchi la causa dell’eclissi. Qual’è la materia? Non c’è la materia, ma
c’è la luna che subisce l’eclissi. Quale la causa motrice dell’eclissi, e che
sottrae la luce? La terra. Quanto allo scopo, non pare che sia da parlarne(').
La causa formale è il concetto, ma esso resta oscuro, se non è accompagnato
dalla causa. Per es., che cos’è l’eclissi? Privazione di luce. Se si aggiunge
che ciò avviene perchè la terra s’interpone nel mezzo tra il sole e la luna,
allora questo è un concetto accompa- gnato dalla causa (?). Quanto al sonno,
non è chiaro quale sia il suo primo sostrato. Che altro si può dire se non
l’animale? Certo, ma da qual punto di vista considerato? e qual è l’organo ch’è
propriamente affetto? Il cuore, o un altr’organo. Poi: da che cosa è prodotto?
Anche: qual’è l’affezione propria, non dell'organismo intero, ma di quell'organo?
Si dirà ch’è una specie d’immobilità? Sì, ma per quale affezione propria e
primitiva di un organo ha luogo quell’ immobilità? CapPiTtoLO V. Poichè alcune
cose esistono senz’esser generate, o non esistono senza che perciò siano
perite, ad es., il punto (*) (dato che si possa parlare della sua esistenza) e,
in generale, le specie e le forme; e poichè non la bianchezza diviene, ma il
legno bianco se ogni cosa che si genera, si genera da qualcosa e diviene
qualcosa ; non basta, dunque, che ci siano due contrari perchè si generino
l’uno dall’altro: un uomo nero diventa bianco, ma non si può dir nello stesso
Il movimento del sole è, senza dubbio, Evexé tov, e così quello della luna; ma
i due, agendo insieme, possono produrre un risultato che non è Évexé tou» (Ross,
a q. l.): l'eclissi è, dunque, un esempio di quel taùrépatov, di cui si parlò
in VI. 2-4 e VII. 7. Efficiente: che, in questi casi, si accompagna alla
formale in sostituzione della finale (Ilnddove, nelle cose che si generano
secondo natura, la causa formale è insieme finale, $ 4, anzi
efficiente-finale). modo che il nero diventi bianco. Aggiungi che non in ogni
cosa c’è materia, ma in quelle soltanto che si generano e passano le une nelle
altre: tutte quelle che ci sono o non ci sono, senza quel passaggio, non hanno
materia. Sorge qui la questione: come si comporta la materia di ogni cosa
rispetto ai contrari? Per es., se il corpo ha in potenza la salute, e alla
salute è contraria la malattia, ha, dunque, in potenza tutte due? E l’acqua è
in potenza vino e aceto? Ovvero essa è materia del primo secondo la sua natura
e per rispetto alla forma, e del secondo per privazione e per una degenerazione
contro natura? Si può domandare anche perchè, sebbene l’aceto venga dal vino,
il vino non è materia dell’aceto e aceto in potenza. E l’essere vivente,
similmente, è forse un cadavere in potenza? Non pare: la degenerazione non è
mai sostanziale; ma è la materia dell’essere vivente quella che nella
degenerazione è materia e potenza del cadavere, così come l’acqua dell’aceto.
L'una cosa, qui, vien dall’altra nello stesso modo, che la notte dal giorno
(!). Quando il passaggio tra gli opposti è in questo modo, bisogna rimontare
sino alla materia d’entrambi: per es., affinchè dal morto si generi il vivo,
bisogna che quello ritorni prima alla materia, e da questa poi si avrà il vivo;
e l’aceto ridivenga acqua, per poi diventar così vino. Ripigliamo la questione
sollevata intorno alla definizione e al numero: qual’è la causa della loro
unità? Poichè tutte le volte che le cose hanno parti molteplici e il tutto non
è Cfr. XII. 4, 5: l'aria è la loro materia comune. Questa, dunque, può avere un
processo di evo!zimento (l’acqua diventa vino), o di degenerazione (aceto);
onde soltanto per accidens si può dire che il vino diventa aceto. Così il vivo
non è il morto in potenza (quasi che questo fosse l’atto di quella potenza:
l'atto è sempre una realtà superiore): scomparendo la forma, con la morte,
resta la materia, e questa è che si corrompe (e ridotta alla materia originaria
può riprendere di qui il processo ascensivo verso la vita). Ricorda, per la
generazione dei contrari, il Fedone come un mucchio, ma è qualcosa di totale
oltre le sue parti, dev’esserci qualcosa che sia la causa della loro unità (‘).
Lo vediamo anche nei corpi: talora è un’esterna adesione la causa della loro
unità, talora una coesione interna, o altra condizione del genere. La
definizione è una serie di parole che ha unità, non per un collegamento di
parti similmente all’ Iliade, ma perchè di un’unica cosa. Che cos'è, per es.,
che fa l’unità dell’uomo, e perchè è uno e non molti, animale e bipede? Alcuni
dicono, per l'appunto, che esiste un animale in sè e un bipede in sè. E perchè,
allora, l’uomo non potrebb’essere quelle due cose, ed esser uomo per partecipazione,
non del concetto di uomo e di un’unica essenza, ma di due, animale e bipede? In
breve: l’uomo non sarebbe, così, una cosa sola, ma più: animale e bipede. È
chiaro che per questa via, abituale a quei che in tal modo definiscono e
parlano, non si riesce a dar conto e a sciogliere la questione. Se, invece,
come noi dieemmo, l’una cosa è materia e l’altra è forma, l’una è in potenza e
l’altra in atto, quel che si cercava non apparirà più dubbio (’). La difficoltà
sarebbe la stessa come se la definizione di « vestimento » (5) fosse « bronzo
sferico »: poichè quel nome sarebbe il segno del concetto, e rimarrebbe quindi
a sapere la causa per cui la sfericità e il bronzo fanno una cosa sola. Ma la
difficoltà scompare, se si fa osservare che l’uno è materia e Nota in questo
concetto il deciso superamento dell’empirismo, come già in VII. 17, 8 88. Cfr.
VII. 12. Ma in questo capitolo il pensiero è portato a un punto più chiaro e
decisivo per il concetto dell’atto che in questo libro accompagna o sostituisce
quello della forma. Qui il dualismo è superato: materia e forma non 8’
intendono, e non esistono, l'uno fuori del rapporto all’altro (e così essenza
ed esistenza, individuo e universale): è la forma stessa che dà ragione del
sinolo nel processo di determinazione di questo dalla potenzialità
all’attualità. Per il $ 1 osserva lo Schwegler (che ha spesso acute
considerazioni per il lato filosofico): « Ci sono due specie di unità: quella
dell'aggregato e quella organica. Nelle produzioni organiche della natura, ad es.,
il tutto non è un prodotto, ma, invece, il prius e la ragione del prodursi
delle parti. Soltanto ciò che ha unità formale, ha una ragione del suo esser
uno; tuttavia anche i corpi inorganici, 6e fanno un insieme, hanno un
principio, esteriore, per la loro unità » {p. 151). Cfr. VII. 4, 7: per
accentuare, con l’unità del nome, l’unità della definizione. ARISTOTELE,
Metafisica, 18 Q74 METAFISICA l’altra è forma. E qual’è la causa per cui
l’essere potenziale 5 diviene attuale? Non ce ne può esser altra, nelle cose
soggette al divenire, fuori di quella efficiente. Nè può esserci causa diversa,
per cui l’essere ch’era sfera in potenza è ora sfera in atto, se non la pura
essenza, ch'è la ragion d’essere di ciascuno dei due. ' La materia poi può
essere o sensibile o intelligibile (*). 6 E il concetto si compone sempre di
una parte ch’è la materia e di una ch’è l’attualità sua: per es., cerchio è una
certa figura piana. Le cose, invece, che come individua- 7 lità, qualità,
quantità non hanno materia nè sensibile nè 1046 b intelligibile, sono
immediatamente ciascuna qualcosa che ha unità e realtà per se stessa (?).
Questa è anche la ragione 8 per cui nelle detinizioni non han luogo nè l’essere
nè l’uno: chè la pura essenza è immediatamente, per se stessa, qualcosa che ha
essere e unità, onde nella definizione e nella pura essenza non c’è bisogno di
chiedere altra causa, fuori di loro stesse, della loro unità e realtà: poichè
ciascuna quel certo essere e quell’unità determinata, che le competono, li La
distinzione, qui, ha altro senso che in VII. 10, 18 (dove riguarda le cose).
Nella definizione il genere è materia intelligibile. (Anche materia sensibile,
se la definizione è, in più largo senso, del composto e della cosa sensibile:
cfr. VII. 7, 12; VIII. 2, 6-7). Tali sono le categorie. « Ch'esse non abbiano
materia intelligibile, è chiaro: materia intelligibile noi diciamo i generi, e
delle categorie non c'è un genere, chè sono esse i generi somml e non è
possibile che ci sia una natura che li sorpassi in generalità. Ma neppure hanno
materia sensibile, perchè questa è delle cose composte e sensibili, non già
delle cose semplici e intelligibili: ora, l’individualità e la quantità e le
altre categorie sono realtà semplici e intelligibili »: Alessandro (562, 32).
Noi le diremmo concetti puri: efr. VII. 9, 8-9. Per l'ente” e l'uno, cfr. III.
4,31 ss. Il tne può esser inteso per le pure essenze in generale (cfr. IX.
10,7; X. 1,4), 0 per quella delle categorie (così il Ross). Nel primo caso
l’immediatezza e molteplicità dovrebbero esser risolte ($ 5) nell'unità mediata
del pensiero definitorio, quando questo fosse considerato, non più in una
logica discorsivo-soggettiva, ma nell'attività del nous che in essa si esplica.
Questo punto è molto oscuro in A., per il quale il nous è il primo principio
logico-gnoeeologico, e però principio e fine anche della verità del pensiero
dianoetico; ma l’atto della vénaws non perciò si risolve nel processo di esso:
chè nell'uomo, come fn Dio, esso è, por se stesso, immobile (e il suo proprio oggetto
è semplice, senza composizione). Cfr. IX. 10, 6-9; XII. 9,8. Nel secondo caso
si dovrebbe intendere la definizione (delle categorie) in senso molto largo. ha
immediatamente, per se stessa, e non come se li ricavasse dall’ Ente e dall’Uno
considerati come suoi generi, ovvero come se questi esistessero separatamente
oltre ciascuna di esse. Intanto, questa difficoltà ha dato occasione ad alcuni
di parlare di partecipazione, senza che poi abbiano saputo dire quale sia la
causa della partecipazione, e in che consista questo partecipare. Altri parlano
di associazione psichica, e, per es., Licofrone (') dice che la scienza è
un’associazione del sapere con l’anima; e c’è chi dice che la vita è una
composizione o collegamento di anima e corpo. Ma, così, si può ripeter sempre
lo stesso discorso: e l’esser sano sarà un’associazione o composizione o
collegamento, che dir si voglia, dell'anima con la salute; e il triangolo di
bronzo sarà una composizione di bronzo con triangolo, e il bianco una
composizione di una superficie con la bianchezza. La ragione per cui parlano
così è ch’essi cercano un concetto unificatore e insieme la differenza della
potenza e dell’attualità. Ma, come noi abbiamo esposto, la materia ultima e la
forma sono una e medesima cosa (°), l’una in potenza, l’altra in atto. Sarebbe
come se uno cercasse la causa dell’unità e dell’esser uno un oggetto: chè uno è
qualsiasi oggetto, e l’essere in potenza e l’essere in atto sono in certo modo
una cosa sola. Sicchè non c’è qui altra causa dell’unità tranne quella motrice,
che fa passare l’essere dalla potenza all’atto. Ciò, invece, ch'è immateriale,
è sempre e assolutamente un’unità per se stesso (?). Sofista seguace di Gorgia:
cfr. Zeller, IS, 1323 (n. 3). f toyxktn Gin xal # poegà taòrò xal Év (come
gradi di un processo unico, ma cfr. nota a IX. 8, 1). Questo non hanno inteso
coloro (Platonici e altri) che, dopo aver separate le due cose, cercano «un
concetto unificatore ». Qui par chiaro che (in contrasto con le cose soggette
al divenire) si parla del tne in generale, e delle specie esistenti come puro
atto (di cui alla nota a VII. 8, 3). Così vien conchiusa la polemica contro l’
Uno e l'Ente dei Platonici, risolvendo l’astrattezza di questi principii nella
determinatezza del tne (che ha unità e realtà immediatamente per se stessa: $
7), o del xéde x (in cui l'unità e realtà del tne si media nel processo della
potenza-atto: per quanto ricompaia quì l'immediatezza del tne nell’identità dei
due termini materia-forma, o si rimandi il principio unificatore della loro
dualità a una causa motrice o efficiente, $ 5, la quale può essere esteriore
all’attualità del c68e t.: l’uomo che genera l'uomo. o lo scultore che produce
la statua). LIBRO NONO CapPiTOLO I. 1 Noi abbiam parlato dell'essere
fondamentale, cioè della sostanza, ch’è ciò a cui tutte le altre categorie
dell’ essere si riferiscono: chè in grazia del concetto di sostanza
consideriamo come reale tutto il resto: la quantità, la qualità, e quant'altro
si predica di essa in questo modo: tutte implicano il concetto della sostanza,
come dicemmo nei ragio 2 namenti precedenti. Ma, poichè dell’essere si parla,
per un rispetto, come qualcosa di determinato, o come quantità o qualità; per
un altro, come potenza e come atto finale, e come il realizzarsi di questo , dobbiamo
adesso passare 3 a dir della potenza e dell’atto finale. E cominceremo dalla
potenza nella sua principale e più propria significazione, ancorchè non sia
quella che più c’interessa qui (*): poichè 1046 a Eoyov è tanto l’azione o
funzione che realizza il fine (tò téAi0g), quanto la cosa in cui questo si è
realizzato. Più difficile ancora è tradurre èvreAéyera [forse, da vò tvredèg
Egov, 0 Evreiws Exov: Ross]: atto finale, sia nel senso che ha il fine in 8è, e
sia nel senso che esso è il fine a cui tutto il resto tende come alla propria
perfezione. In questo secondo significato easo vuol essere atto puro, atto in
atto, onde ogni potenzialità sia risolta nell’attualità piena e perfetta del
t6be tu (che ha realizzato, così, il tne). Nel primo significato èvr. è, più
generalmente, l’attività (#véoyea) o principio efficiente del processo che
porta la potenza a risolversi nell’attualità, la materia nella forma o pura
essenza del reale. Cfr. nota a VII. 13, 1. In Metafisica (chè il movimento è
oggetto, più propriamente, della Fisica). Alla l. 36: yenarpotamn (Ab, Aless.).
278 METAFISICA potenza ed atto si estendono molto al di là delle cose
considerate meramente in rapporto al movimento. Dopo di aver accennato alla
potenza in quella significazione, illustreremo, nella determinazione: dei
concetti riguardanti l'attualità, anche gli altri suoi significati. Altrove
(‘') abbiamo spiegato già come le parole Potenza e Potere si possono adoperare
in molti sensi. Lasceremo qui da parte tutti quelli in cui si parla di potenza
per semplice omonimia: chè alcune si chiamano potenze soltanto per una certa
somiglianza: ad es., in geometria possibile o impossibile dicesi quel che è o
non è in certo modo. Ma quelle che appartengono alla stessa specie, tutte hanno
carattere di principii, e vengono riferite ad un unico concetto originario
della potenza, ch’è quello di esser principio di mutamento in altro o in sè in
quanto altro. C'è, infatti, la potenza di patire, che nel paziente stesso è il
principio di mutamento passivo per opera di altro o di sè in quanto altro; così
come c’è l’abito per cui una cosa non può patire peggioramento o distruzione da
un principio di mutamento che sia in altro o in sè in quanto altro. Tutte
queste definizioni contengono il concetto di potenza nel suo senso originario.
E potenze poi chiamansi medesimamente sia quelle del fare o patire in generale,
sia quelle del fare o patire in maniera conveniente: sì che anche nel concetto
di esse è immanente in certo modo il concetto delle potenze dette dianzi. È dunque
evidente che la potenza del fare e quella del patire esistono, per un rispetto,
come una sola e medesima potenza, e per Vedi V.12 (e note per la traduzione dei
termini). In generale, potenza è iu primo luogo la facoltà o capacità di dar
principio a un processo di mutamento in altro, o in 8è in quanto altro (come se
un medico curi se stesso: egli cura sè, paziente, in quanto altro da sè,
agente); o di ricevere questo processo. La potenza è, quindi, o attiva o
passiva: quest'ultima è o di patire in generale, o di ricevere un mutamento in
meglio (o in peggio): potenza attiva e potenza passiva, quindi, possono esser
ristrette al senso dell’agiro o patire bene (in modo conveniente rispetto a un
fine). Come nota il Bonitz (p. 379), questa distinzione si complica con l'altro
significato del Buvarév e dduivarov, di ciò ch'è « possibile » o «impossibile
». Nè A. tiene abbastanza distinti questi due punti di vista: l'uno reale;
l’altro logico-reale, in assoluto, o in senso empirico (di ciò che può
accadere, o no): ch'è un senso affine a quello dell’ èvSeyxbpevov. altro
rispetto come cose diverse: poichè fornito di potenza è un oggetto tanto se ha
la capacità di patire esso stesso per opera di altro, quanto se ha quella di
far patire un altro per opera sua. Per un rispetto, infatti, la potenza è in
quel che patisce, perchè esso patisce ciò che patisce, ed è altro dall’agente,
in quanto ha in sè un certo principio a essere [e a non-essere], ed è là
materia un tal principio: così, il grasso è infiammabile, e ciò ch’è fragile si
può far in pezzi, e via dicendo similmente per gli altri casi. Per altro
rispetto, la potenza è nell’agente, per es. il caldo o l’arte di costruire è
l’uno nel calorifero, l’altra nel costruttore. Per cui, se in un essere i due
aspetti non sono distinti, non può patir nulla da sè: esso è uno e identico con
sè, e non diverso da sè. La mancanza di potenza, poi, o impotenza, è la
privazione ch'è il contrario di tale potenza: onde ogni potenza si oppone a
un’impotenza, dello stesso oggetto e per lo stesso rapporto. Ma di privazione
si parla in molti sensi ('): privazione c’è se l'oggetto non ha certe qualità,
semplicemente; o non le ha mentre naturalmente dovrebbe averle, o sempre, o
quando dovrebbe averle: e in quest’ultimo caso se ne manca in un modo determinato,
per es. perfettamente, o ne manca in ogni modo. E in certi casi parliamo di
privazione anche per quelle cose a cui la violenza ha tolto ciò che avrebbe
naturalmente. Poichè principii siffatti trovansi e negli esseri inanimati e in
quelli animati, nell'anima e in quella parte di essa provvista della ragione, è
chiaro che anche delle potenze alcune sono irrazionali, altre s'accompagnano
alla ragione. Tutte le arti e scienze poietiche sono potenze: principii, cioè,
di mutamento in altro o nell’agente in quanto altro. Tutte quelle dotate di
ragione sono, ognuna, potenza insieme di contrari; di quelle irrazionali ognuna
è potenza di Così anche in un solo contrario: ad es., il caldo ha la potenza di
scaldare soltanto, mentre la scienza medica riguarda tanto la malattia quanto
la salute. E la ragione è che la scienza è concetto, e 3 uno stesso concetto fa
vedere insieme il fatto e la sua privazione, ma non nella stessa misura,
perchè, pur essendo il concetto di entrambi, fa vedere piuttosto il lato positivo.
Sì che anche ognuna di dette scienze sarà, insieme, dei contrari: dell’uno,
tuttavia, per se stessa, dell'altro non per se stessa: poichè il concetto
riguarda l’uno per se stesso, l’altro in certo modo per accidente (‘). Esso fa
vedere, infatti, il contrario negativamente e per rimozione: chè il contrario
del fatto consiste nella privazione originaria, e questa si ottiene con la
rimozione del contrario positivo. E poichè i con- 4 trari non possono esser
insieme nello stesso oggetto, e la scienza invece per la sua razionalità è una
potenza quale 8’è detta; e poichè l’anima ha in sè il principio del movimento,
avviene che, mentre ciò ch’è salubre produce soltanto la salute, e il
calorifero soltanto calore, e il frigorifero soltanto freddo, l’uomo che sa produce
amendue i contrari. Poichè il concetto abbraccia ambedue, sebbene non nella 5
stessa maniera, e ha sede nell’anima, la quale, possedendo in sè il principio
del movimento, e unendo col pensiero i contrari nello stesso oggetto, li può
muovere (?) entrambi in virtù del medesimo principio. Ecco perchè le potenze
agenti razionalmente, abbracciando i contrari con un unico principio, la
ragione, operano contrariamente a quelle che della ragione sono sfornite. Così
come il non-essere è un essere per accidente, non in sè e per sè. Nel pensiero,
tuttavia, il rapporto è più profondo: i due concetti sono uniti; anzi uno è la
negazione (&rmégpaars), la rimozione (&ropopd) 0 privazione originaria
(reotm, radicale), dell'altro (del positivo): dal quale soltanto ricava il
proprio significato. C'è un accenno, rilevato dallo Schwegler (p. 160), al
concetto della mediazione. Infatti, il principio di entrambi è il medesimo ($
5). Produrre (i concetti contrari dell'oggetto, i. e. l’oggetto stesso della
contrarietà). If principio del movimento è l’appetito, comune agli animali. Ma
l'uomo soltanto è potenza attiva capace di produrre effetti contrari, perchè
presenti insieme nel guo pensiero, e questo solo fa dell'appetito una volontà
consapevole (Si può trovare, così, un accenno al libero arbitrio). L'animale
non sa, ed è, per ciò, come le cose, che non hanno possibilità di scelta. È
evidente anche che alla potenza di operare o patire in modo conveniente si
accompagna sempre la potenza difoperare o patire semplicemente, laddove a
questa non si accompagna sempre quella: per la ragione che, se si opera bene, .
necessariamente, anzitutto, si opera; ma non per il fatto di operare,
semplicemente, segue di necessità che anche si operi bene. Ci sono alcuni, ad
es. i Megarici, i quali dicono che il potere c’è soltanto quando c’è l’azione,
e che quando l’azione non c’è, neppure c’è il potere: per cui, poniamo, se uno
non costruisce, non ha il potere di costruire, ma l’ha chi è costruttore quando
costruisce; e negli altri casi, similmente. Non è difficile vedere in quali
assurdità vanno a conchiu 2 dere. Poichè è chiaro che nessnno sarebbe più
costruttore se non costruisce, laddove esser costruttore è esser in grado di
costruire; e così dicasi per le altre arti. Se, dunque, è impossibile che
possegga tali arti chi non le ha una volta imparate e apprese, ed è impossibile
che uno non le possegga più se non le perde (o per dimenticanza, o per qualche
1047 a malattia, o perchè è passato molto tempo: non certamente perchè intanto
sia andata distrutta l’arte: chè essa c'è sempre): come il costruttore
perderebbe l’arte quando cessa di costruire, e come poi di nuovo
l’acquisterebbe appena si 3 mette di nuovo a costruire? E dicasi lo stesso per
le cose inanimate: nè il freddo, nè il caldo, nè il dolce, nè in generale
nessuna cosa sensibile esisterà più se noi non la sentiamo: sì che ad essi
accadrà di ripetere il ragionamento di Protagora. E neppure possederà la
sensibilità chi noh si trovi Lett.: l'oggetto (me&iypa) dell’arte, il
concetto. Questo capitolo e il seguente si attaccano meglio al cap. I. Cfr. IV.
5-6. Costoro, dunque, accentuano della dottrina protagorea il momento
attualistico (nel senso puntualistico, dell'istante temporale). Per quanto
riguarda il concetto della possibilità, che costoro fan coincidere con quello
della realtà (dell'essere, riannodandosi, così, all'affermazione parmenidea,
che esclude a sentire effettivamente, in atto. Se, quindi, cieco è chi, pur
fornito da natura della vista, non vede quando sarebbe in condizione di vedere,
accadrà che uno stesso, perdurando ad essere, diventerà molte volte al giorno
cieco e sordo. Inoltre, se impotente (') si-deve dire ciò ch’è privato della
potenza, ciò che non è già in divenire sarà impotente a divenire, e mentisce
quindi chi afferma che ciò ch’è impotente a divenire è o sarà: poichè questo
appunto si vuol dire con «impotente ». Ma, allora, con questi ragionamenti si
sopprimono il movimento e il divenire: ciò che si trova in uno stato, sempre
starà in quello, e chi è seduto starà seduto sempre, e chi si siede non potrà
alzarsi più: poichè, chi non ha la potenza di alzarsi, è impotente ad alzarsi.
Se, dunque, questi son discorsi che non reggono, è manifesto che potenza e atto
non sono la stessa cosa, e poichè, invece, quei discorsi fanno della potenza e
dell’atto una sola cosa, bisogna dire ch’ essi cercano di sopprimere una
differenza che non è trascurabile. Invece, noi diciamo che ben può darsi che
qualcosa abbia la potenza di essere, e intanto non sia, e abbia la potenza di
non essere, e intanto sia; e che la cosa sta similmente per tutte le categorie,
onde, ad es., chi ha la potenza di camminare può anche non camminare, e chi ha
ia potenza di non camminare può anche camminare (?). Un essere ba una certa
potenza se non c’è nessuna impossibilità ch'egli il nou-essere e il divenire),
e intorno al significato della testimonianza di Diodoro Crono in proposito (sul
quale v. Zeller, II4, 1, 269), v. MEIER, in Archiv f. Gesch. da. Philos., XIII.
31, e le considerazioni del Ross (a q. l.). O «impossibile » (&8yvatov):
qui sono conglobati i due significati, della potenza reale e della possibilità
logica; e la tesi vien presentata da A., così: Se impotente (impossibile) è ciò
che non può (non ha la potenza di) essere, di questo non si può dire nè che è,
nè che sarà: può essere soltanto ciò che attualmente è anche quello che sarà o
non sarà. Ciù che già non è in divenire, ciò che non sta accadendo, attuandosi
(yiyvépevov, meglio di yevépevov). LI. 23-24: fadlterv e 6v, invece di fadltov
e eivar (così anche il Ross). Per accentuare di più il concetto di possibilità
bisognerebbe tradur quel che segue, così: « Possibile è una cosa se non c'è
nessuna impossibilità (nessun assurdo) che abbia luogo l'atto di ciò di cui
quella dicesi aver la potenza». Una contaminazione dei due concetti è
necessaria ad evitare l'apparenza, almeno verbale, di un circolo vizioso.
traduca in atto ciò di cui dicesi aver la potenza. Voglio dire, ad es., che se
uno ha la potenza di sedere e si trovi a dover sedere, non c’è nessuna impossibilità,
per lui, di passar all’atto. E similmente se si tratta d’esser mosso o di
muovere, di situarsi o di situare, di essere o divenire, di non essere o non
divenire. La parola «attività», implicante un rapporto all’ entele‘chia o atto
perfetto, sebbene estesa ad altri significati, trae origine principalmente
dalla considerazione dei movimenti, poichè sembra che il movimento soprattutto
sia attività. Ecco perchè alle cose che non esistono nessuno attribuisce
movimento, bensì alcuni altri predicati: si dice, per es., che sono pensabili o
desiderabili cose che non esistono; ma non che siano in movimento: e questo
perchè, altrimenti, cose che attualmente non esistono dovrebbero già esser in
atto. 1047 b Ben è vero che, delle cose che non esistono, aleune hanno la
possibilità di esistere; ma non esistono, in quanto non ancora è cominciato il
processo finale che le realizza. Ora, se « fornito di potenza» è quel che s'è
detto (in quanto ne è una conseguenza) (*), è manifesto che non si può esser
nel vero dicendo: questo è possibile, ma non si realizzerà mai: giacchè, in
questo modo, ci sfuggirebbe che ci son cose che non posson essere. Prendiamo un
esempio: se uno dicesse che la diagonale è possibile misurarla, ma non
L'èvéeyera sembra, qui (6-9), distinta dalla xivnois, in quanto questa riguarda
il principio di mutamento in altro (I, 5), quella, equivalendo all’evreréyera
(nel primo significato, di cui alla nota 1, 2), è attività che realizza se
stessa (come Sè o come altra? cfr. XII. 9, 5-6). Il pensabile non esiste
fisicamente, e però non gli si attribuisce movimento; pure può esistere nel
processo di realizzazione dell'attività del pensiero, se questo si pone a
pensarlo. dvvatév è quando non c'è nessuna impossibilità ecc., come al $ 7 del
capitolo precedente. Costoro, attualizzando l’eusere parmenideo, sopprimono la
distinzione tra ciò che ha e ciò che non ha la potenza di realizzarsi (tra «
possibile » e «impossibile »: tutto è possibile, anche se non avverrà mai).
sarà misurata mai, perchè niente vieta che una cosa che può essere o divenire,
non sia ora nè in seguito, costui ragionerebbe come se non ci fossero casi
d’impossibilità. Invece, da quel che s’è stabilito dianzi deriva di necessità
che, affinchè sia lecito anche solo supporre l’essere o il divenire di una cosa
che non esiste ancora, ma è possibile, bisogna ch’essa non racchiuda nulla
d’impossibile. Ma nel caso accennato si avrebbe qualcosa d’impossibile: chè la
diagonale e il lato non sonò commisurabili. Si badi che il falso e
l'impossibile non sono la stessa cosa: che tu stia in piedi ora, è falso, ma
non è impossibile ('). E chiaro è, insieme, che se, A essendo, è
necessariamente 8, allora, se A è possibile, dev’ essere possibile anche B:
poichè, se questa possibilità non seguisse di necessità, niente impedirebbe la
possibilità ch’esso non sia neppure. Poniamo, ora, che A sia possibile. Allora,
una volta che 4 è possibile, se si pone che 4 sia realmente, nulla d’
impossibile dovrà risultarne. Allora, anche B dev’essere reale. Invece, si
voleva sostenere ch’è impossibile. Poniamo, allora, Vero e falso possono
riguardare soltanto la logica discorsiva, ma anche la verità o falsità reale:
nel qual ultimo caso, l'impossibile, coincidendo col contradditorio, è anche il
falso (cfr. V. 12, 8-9 e 29, 1). L'impossibile, invece, qui, non è il
contradditorio, semplicemente, ma «ciò che non ha la potenza di realizzarsi ».
Il ragionamento mira dunque ad affermare la necessità che la potenza, 6e è
reale, passi (o abbia l’effettiva capacità di passare) all’atto: si realizzi,
cioè, quandochessia, poichè non presenta nessuna difficoltà, reale e logica,
interna. Così mi par da intendere anche quel che segue, in cui il rapporto tra
A e 8 non dovrebb'esser pensato come rapporto tra due realtà, ma come rapporto
tra due concetti e momenti del processo (potenza e atto) della stessa realtà.
(In Anal. Pr., dove è lo stesso ragionamento, il rapporto è tra premessa e
conseguenza nel sillogismo ipotetico). Non si scordi, infatti, che A. qui
polemizza contro l’affermazione megarica Buvatrdv pèv toòl, oùx Eorar dé: ch'è
inaccettabile, dice A., perchè, dato che A e B sian due concetti di cui l’uno
richiama l’altro, non si può affermare la possibilità o realtà dell'uno senza
affermare la possibilità o realtà dell'altro. Il passaggio dalla potenza
all'atto è, quindi, logicamente necessario, e ancho realmente, data la
concezione deterministica universale di A., per il quale ogni processo, essendo
in qualche modo sempre già iniziato, deve pervenire al suo compimento; ma,
poichò la questione è qui realistica anche in senso empirico, il passaggio o
compimento può non esser determinato nel quando e nel come. Cfr. nota a VI. 3,
4 per il concetto dell’accidente e del caso. che B sia impossibile. Se B è
impossibile, impossibile necessariamente è anche A. Ma s'era posto che A fosse
possibile: allora, anche B è possibile. Se, dunque, A, è possibile, anche B
sarà possibile, dato che A e B siano in tale relazione che la realtà dell’uno
porti di necessità la realtà dell'altro. Se, trovandosi A B in quella
relazione, la possibilità di B non stesse a questo modo, allora neppure 4 B
avranno tra loro la relazione che s'era posta. Se, invece, quando A è
possibile, di necessità anche 2 è possibile, dato che A sia reale, sarà
necessariamente reale anche B: poichè, che l’esser possibile di B consegua di
necessità se l’essere di A è possibile, vuol dire appunto questo: che, dato che
A sia possibile, quando e come è possibile, anche la possibilità di B e il
quando e il come di essa son dati. Di tutte le potenze che possediamo, parte
sono congenite, come quelle dei sensi; parte si acquistano con l’abitudine,
come quella di suonar il flauto; ovvero con l’insegnamento, come quella delle
arti ('). Quelle che si acquistano con l’abitudine e col ragionamento, esigono
di necessità un precedente esercizio dell’attività. Quelle invece che non
s’acquistano così, e le potenze passive, di quel precedente esercizio non han
bisogno. Una potenza è sempre una potenza determinata a qualcosa, e in certo
tempo, e in certo modo, e con tutte le altre condizioni che debbono far parte
della definizione. E ci sono esseri che han potenza di muovere secondo ragione,
e di cui le potenze s’accompagnano perciò alla ragione; altri sono sprovvisti
di ragione, e le loro potenze sono irrazionali. Le prime necessariamente
esistono in esseri animati, le se Per es., l’arte del medico. Questo capitolo
prosegue l’argomento del cap. 2. E si richiama alla nota dottrina aristotelica
dell'atto che precede l’'Egts tin cui consiste la virtù: etica e dianoetica):
v. Eth, Nic. conde possono esistere negli animati e in quelli inanimati. Queste
ultime potenze son sì fatte che, quando l’agente e il paziente s’incontrano in
modo conforme alla loro potenza, di necessità l’uno agisce e l’altro patisce;
per le potenze razionali, invece, tale necessità non c’è. Quelle, infatti, son
tutte tali che una di esse può produrre uno solo dei contrari; queste, invece,
entrambi; sì che, se tale necessità valesse anche per loro, produrrebbero
insieme i contrari: il che è impossibile. Bisogna, allora, che sia qualch’altra
cosa quel che decide (‘). Voglio dire il desiderio o la scelta razionale:
quello dei due contrari che l’animale ragionevole appetisce definitivamente,
quello farà, quand’ egli si trovi conformemente alla sua potenza e in contatto
con ciò che può ricevere la sua azione. Per cui, necessariamente, l’essere che
ha potenza conforme a ragione, fa, quando lo desidera, tutto ciò di cui ha la
potenza, e nel modo che l’ha. Egli ha, tuttavia, tale potenza se il paziente è
presente e nelle condizioni determinate: altrimenti, non potrà operare. Nò c’è
bisogno di aggiungere nella determinazione che niente di fuori faccia
impedimento: perchè ognuno ha la potenza nel modo in cui questa è potenza
effettivamente, e questa non è potenza di operare in qualsiasi modo, ma in
condizioni determinate; e in ciò è implicita anche l'esclusione degl’
impedimenti esteriori, in quanto questi sopprimono alcune delle condizioni
essenziali alla determinazione. E così pure, se uno volesse o desiderasse far
nello stesso tempo due cose diverse o anche opposte, non potrà furle: poichè
non è così ch’egli ha la potenza di fare quelle cose, e non esiste potenza di
farle insieme; egli farà soltanto ciò di cui ha, e come ha, la potenza. Un
principio interno, non esterno: la volontà, ossia l'appetito illuminato dalla
ragione (principio delle virtù etiche), ovvero la ragione mossa dall'appetito
(principio delle virtà dianoetiche): per l’5peew e la xooalgeow v. Eth.
Nic.Nota il riflesso della legge dei contrari nella potenza dell'agire umano, e
la determinazione storico-empirica dell'atto volontario, in cui l'antitesi
libertà-necessità è risolta nel senso del secondo termine. un Dopo aver parlato
della potenza considerata in rapporto al movimento, passiamo a trattare dell’atto
per determinare quel ch’esso è, e i suoi caratteri. Con questo anche la potenza
verrà chiarita, pur che si ponga mente alla distinzione per cui noi diciamo
dotato di potenza non soltanto ciò che muove naturalmente altro o da altro è
mosso, senplicemente o in modo più determinato, ma anche in un significato
diverso: che è quello pel quale abbiam condotta anche la ricerca su i
precedenti significati. L’atto è l’esistenza stessa dell’oggetto, non nel senso
in cui diciamo ch’è in potenza (noi diciamo ch’è in potenza, ad es., un Ermete
nel legno, o la metà di una linea nella linea intera, in quanto si può cavarla
da questa; e diciamo che uno è un pensatore anche se non sta speculando, perchè
è in grado di speculare): intendiamo, invece, che sia in atto. Ciò che vogliam
dire diventa chiaro ricorrendo a casi particolari, induttivamente: non bisogna
esigere definizione di tutto, ma bisogna talora contentarsi d’intuire il
significato dei termini nel loro rapporto (‘). L’atto, dunque, sta alla potenza
come il costruire al saper costruire, l’esser desto al dormire, il guardare al
tener chiusi gli occhi pur avendo la vista, come l’oggetto cavato dalla materia
ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora
finito. Con il primo dei membri di questa differenza intendiamo che venga
determinato l'atto, con il secondo la po tò dv&hoyov ovvogiv (ho svolto il
concetto di proporzione; ma qui è compreso anche quello di analogia nel senso
più comune). Per il pensiero, cfr. 8. Tom. (1826): «Nam prima simplicia
definiti non possunt, cum non sit in definitionibus abire in infinitum: actus
autem est de primis simplicibus, unde definiri non potest». Vedemmo già (VIII.
6, 7 n.) un equivalente in A. del moderno «concetto puro ». In questo senso,
anche, è anapodittica la filosofia prima (ma, poi, per lui gi tratta di
principi primi nel senso di ciò ch'è dato immediatamente all'origine del
conoseere: cfr. i passi di Anal. Post. cit. in nota a I. 9, 91). Pure, per la
parte di verità ch'è in tale intuizione, non è giustificata l'accusa ch'egli,
per definire certi concetti, ne adoperi altri che già li presuppongono.tenza.
Ma non tutte le cose si dicono in atto nel medesimo 6 significato, salvo che
non s’intenda analogicamente, come quando si dice: questo sta in questo o a
questo nello stesso modo che quello sta in quello o a quello. Esse, invece,
sono in atto, parte, come il movimento in rapporto alia potenza; parte, come la
sostanza in rapporto a una certa materia ('). Per l’ infinito (*), tuttavia, e
pel vuoto, e per tutte le cose 7 di questa specie, si parla di potenza e atto
in significato diverso da quello, più usuale, di quando diciamo, ad es., che
uno guarda, o cammina, o che un oggetto è veduto. Queste affermazioni possono
talora corrispondere a una realtà vera e propria: noi diciamo che una cosa si
vede, o perchè è veduta effettivamente, o perchè è in condizione d’esser
veduta. L’infinito, invece, non è mai in potenza nel senso che possa poi
diventare in atto una realtà esistente per se stessa: esso è infinito in
potenza per il pensiero. Poichè dal fatto Nel primo caso l'atto (attività) è
definito dal rapporto tra due momenti del procosso che realizza la forma
(questo a questo: per es. il materiale grezzo in rapporto alla costruzione
della casa, o chi è seduto all'alzarsìî e camminare); nel secondo, come
attualità della forma determinata (questo in questo: la casa esistente, Socrate
che cammina). L’eévéoyera è qui distinta dalla x(vnaws, non nel primo
significato dell’EvreAéyewa (v. nota a 3, 9), ma nel secondo. Il Ross (II, 252)
riassume brevemente, dalla Phys. (III. 4-8), la dottrina di A. su l’infinito.
L’estensione è infinita, per A., soltanto nel senso della divisibilità: xatà
dualgeswy, non xatà nedodeav (delle sue parti). Il numero, invece, infinito
(&irergov, indefinito) xatà snodateaw, nel senso della possibilità di
pensarne sempre uno maggiore; non xetà Bdialgearv (chè dividendo si perviene
all'ultimo limite, all'unità). E la sua infinità non è reale fuori del suo
processo. Il tempo soltanto è infinito xatà Sualpeaw e x. rododeorv :
infinitamente divisibile e realmente infinito; ma la sua infinità è, come
quella del numero, in continuo divenire. Quanto al vuoto, similmente (P/ys.,
IV. 6-9): per quanto una materia si pensi più rarefatta di un’altra, non esiste
spazio senza qualche materia. Si può aggiungere che, proprio per questo
rapporto tra spazio e materia,. A. concepisce l'estensione come finita; e che
il tempo è per lui infinito nel senso in cui è eterno il movimento (cfr. XII.
6, 2), ossia il divenire stesso. E che l'infinità del numero, così come quella
dello spazio, è veduta nell’attività del peneiero che si esercita su l'oggetto,
per sè, sempre finito. Così pel vuoto: solo col pensiero si può vuotare lo
spazio di ogni contenuto. Probabilmente A. polemizza qui contro la dottrina
democritea, oltre che contro i presupposti delle argomentazioni zenoniane e le
conseguenti applicazioni della scuola megarica. Un’esposizione della dottrina,
tratta spec. dai libri di fisica, è in A. CovotTiI, Le teorie dello spazio e
del tempo nella filosofia greca fin aà A. (Pisa che non si trova mai la fine a
dividere, si deduce che questo è un atto che ha una realtà puramente
potenziale, non che l'infinito abbia una propria attuale esistenza ('). Delle
azioni che hanno termine (*), nessuna ha valore di fine, ma soltanto di mezzi
al fine: per es., il termine del dimagrare è la magrezza, e se quel che d
imagra si riguarda così, quando è in questo movimento che non ha raggiunto
ancora lo scopo per cui il movimento avviene, non si può dire che ciò
costituisca un’azione, o, per lo meno, un’azione perfetta: perchè non è questo
il fine. Ma quando nel movimento si trova il fine, allora esso è anche azione.
Per es., l’atto del vedere è quello stesso di aver veduto, quello di pensare e
intendere è quello stesso dell’aver pensato e inteso; invece, quello di chi
impara non è lo stesso di chi ha imparato, nè quello di chi guarisce è lo
stesso di chi è guarito. L’atto del ben vivere è quello stesso dell’aver
vissuto bene, e quello dell’esser felice è lo stesso in chi fu felice.
Altrimenti, bisognerebbe una volta arrivare al termine del movimento, come
quando si fa la cura di dimagrare. Qui, invece, no: chè si seguita a vivere,
sebbene si sia vissuto f1) Non ostante l’incertezza (l’infinito, in quanto
indefinito, ha pure una sua esistenza), è chiaro ad A. che il concetto d'un
infinito attuato è contraddittorio (onde sì fa strada il sospetto che la vera
infinità è soltanto del pensiero). Cfr. XI. 10. Il Bonitz accusa A. perchè,
mentre prima aveva definita la potenza, contro i Megarici, come capacità di
attuarsi, l'attribuisce qui, mira levitate, a un oggetto che tale capacità non
ha. Ma l’infinito non è un oggetto nel senso delle cose, intorno alle quali
verte la disputa precedente. E in ogni modo era da notare con meraviglia anche
il lato profondo, messo allo scoperto da A., in tale contraddizione. Il brano
seguente, sebbene il pensiero dominante sia abbastanza trasparente, è nel testo
tra i più guasti di tutta la Metafisica. Esso manca nel codice parigino E (sec.
X), nel commento di Alessandro e in quello di 8. Tommaso, e nella traduzione
del Bessarione. C'è nel codice laurenziano Ab (sec. XII). AccoGliendo alcune
congetture del Bonitz (p. 397) sul testo, si può intendere cosi: il dimagrare
ha per fine la salute, non il fatto della magrezza a cui pon capo il movimento
del dimagrare; e se azione o attività è aver il fine ultimo in sè, 80ltanto
l’atto che non si esaurisce in un termine o fine particolare, ma rimane
essenzialmente identico a sè attraverso i momenti del procéèsso, è perfetto, ed
è vera e propria attività formale: tale è l’atto del vedere, del pensare, del
vivere, della felicità. Così la perfezione dell’ &vreAéyera (nel secondo
significato) abbassa a x{wnow ogni altra forma di attività (anche quella
dell’apprendere). già. Di questi processi, dunque, gli uni son da dire movi- 11
menti, gli altri attività; poichè ogni movimento è imperfetto: il dimagrare,
l’apprendere, il camminare, il costruire: i quali sono, appunto, movimenti, e però
incompiuti. Infatti non è 12 possibile che coincida il passeggiare con l’aver
passeggiato, il costruire con l’aver costruito, il divenire con l’esser
divenuto, o il muoversi e l’essersi mosso, e il muovere e l’aver mosso: chè son
cose diverse. Invece, l’atto del vedere e quello d’aver visto, del pensare e
dell’aver pensato, coincidono. Ora, un processo di quest’ultima specie io lo
chiamo attività; l’altro, movimento. CapiTtoLO VII. Da queste e altre simili
considerazioni crediamo chiarito 1 quel ch’è l’essere in atto e i suoi
caratteri. Ora vogliamo determinare quando ciascuna cosa è in potenza, e quando
non è: poichè non in qualsivoglia tempo è tale. Per es., 1049 a la terra è in
potenza già un uomo, o non ancora, ma piuttosto quando già è divenuta sperma? E
forse neppur allora. Avviene qui come per la salute: non ogni cosa può esser
guarita o dalla medicina o da sè spontaneamente, ma ci vuol qualcosa che abbia
tale potenza, e cioè abbia già la salute in potenza. Per le cose che dipendono
dal pensiero si può 2 definir la questione così: esse passano dall’essere in
potenza all’atto, quando siano volute e niente faccia impedimento dal di fuori;
e dall'altra parte, in chi ha da guarire, niente faccia impedimento di quel
ch’è in lui ('). Dicasi similmente 3 di ciò che deve diventare una casa: esso è
una casa in po Alessandro (583, 12): « Per es., il medico conduce il malato
dalla potenza alla salute, quando se lo sia proposto e non ci siano impedimenti
esteriori: il luogo, il tempo, ece.: così dunque si dovrà definire l’atto
dell'agenterazionale; quello del paziente, invece, dal non esserci impedimenti
interiori: perchè un malato guarisca, si richiede, infatti, che tutte le sue
membra siano in condizione idonea a ricevere la salute ». tenza se niente
faccia impedimento di quel ch'è in esso, sl che alla materia che deve diventar
casa, non ci sia nulla da aggiungere, nè da togliere o mutare. E altrettanto
dicasi per tutte le altre cose di cui il principio generatore è fuori. Per
quelle, invece, di cui il principio generatore è in loro, esse hanno tale
potenza allorquando, nessun ostacolo intervenendo di fuori, si realizzeranno da
sè. Lo sperma, ad es., non ancora ha tale potenza, abbisognando di passare in
altro e trasformarsi. Solo quando una cosa sia in grado di realizzarsi per un
principio suo proprio, si può dire ch’è già in potenza: lo sperma, invece, ha
bisogno d’un altro principio ('): così come la terra non ancora è statua in
potenza, ma deve trasformarsi e divenir bronzo. Come ognuno può notare, dell’oggetto
non diciamo ch'è questo (in cui è in potenza), ma ch’è fatto di questo:
l’armadio, poniamo, non è legno, ma di legno; e il legno non è terra, ma di
terra; e la terra, a sua volta, se deriva da altro, non è quest’altro, ma è
fatta di quest'altro. E quest’altro è sempre, propriamente, la potenza di quel
che vien subito dopo: per cui, ad es., l'armadio non è terra, nè di terra, ma
di legno: chè questo è armadio in potenza, e questa è propriamente la materia
dell’armadio (dell’armadio in generale, il legno in generale; di questo armadio
particolare, questo legno particolare). Che se s'incontra qualcosa di
primitivo, che non venga più denominato da altro come fatto di esso, allora
quello è la materia prima: se, per es., la terra è di aria, e l’aria è di fuoco,
e il fuoco non venisse denominato da altro, allora il fuoco sarebbe la materia
prima (?). Questa, poi, soltanto se diviene qualcosa di determinato, è
sostanza. Infatti, in questo differisce il sostrato o soggetto: Il risultato
dell'unione è, poi, propriamente, la materia come potenza concreta dell'essere
umano (come principio già del processo generatore). La quale ha, quindi, sempre
qualche determinazione: soltanto in rapporto a ciò che diventerà (poniamo,
l’aria), è materia priva di forma. Ho seguito nel testo l'emendamento proposto
dal Christ (conforme ad Aless., 589, 24). Per secondo ch'è, o no, un «che
determinato » (‘). Il sostrato 8 delle affezioni è, ad es., un uomo, un corpo,
un’anima; e affezioni sono l’ esser musico o bianco. E quando la musica diviene
nell’uomo, noi non diciamo che egli è la musica, ma musico, così come non
diciamo ch'egli è la bianchezza, ma bianco, non è la passeggiata o il
movimento, ma passeggia o si muove: così come dianzi dicevamo di un oggetto
ch’esso è fatto di questo o quello. In tutti i casi di questo genere il
sostrato ultimo è la sostanza. In quelli, invece, in cui non sì tratta di
un’affezione, ma quel che vien predicato è una forma e alcunchè determinato,
allora l’ultimo sostrato è la materia o sostanza materialmente considerata. In
ogni caso, si conchiude che drittamente l’oggetto, che diciamo fatto così o
così, prende questa denominazione dalla materia e dalle affezioni: perchè
quella e queste sono indeterminate. Quando, dunque, si deve dire che un oggetto
è in potenza, e quando no, s’è detto. CapirtoLo VIII. Dopo quanto fu
determinato dei vari significati in cui si parla di priorità (*), risulta
chiaro che l’atto è prima della, potenza. È intendo non soltanto della potenza
che fu da noi definita come principio di mutamento in altro o in sè in quanto
altro; ma, in generale, di ogni principio di movimento Alla 1. 28: xa@'ob
(invece di xa#6Aov): proposto dall’Apelt, accolto dal Ross. Il sostrato, o
soggetto, o è un téde ti, sostanza ch'è il soggetto delle determinazioni
secondarie; ovvero è la materia, di cuî si predica la determinazione
essenziale, la forma. Cfr. VII. 3, 7 e 13, 1. Il bianco, o la bianchezza, è un
indeterminato, se non venga aggiunto {(aggettivamente, come per la materia) a
«uomo», o a «Socrate ». Per quel che segue, cfr. De Caelo. La natura è
principio del movimento immanente alla cosa stessa; potenza, invece, è
principio di movimentò in altro in quanto altro» (o in sè in quanto altro).
Sarà, dunque, immanente alla cosa in quanto sè? Ma, da un lato, l’alterità è
necessaria al movimento; dall’altro, come parlare di un sé della cosa? A. si
limita a porre, qui come altrove, entrambe le esigenze: la dualità dei termini,
e l’unità del processo (equivalente, per A., all'identità dei termini: cfr.
anche 1, 7-10). o d’inerzia. La natura, infatti, appartiene allo stesso genere
della potenza, come quella ch'è principio di movimento, sebbene non in altro,
ma nella cosa in quanto è essa stessa. Di ogni potenza, dunque, così intesa,
l’atto è prima, e pel concetto e per la sostanza; per il tempo, in un senso sì,
in un senso no. Che sia prima quanto al concetto, è evidente, poichè fornito di
potenza, nel senso originario del termine, è ciò che ha la possibilità di
passare all’atto: per es., chiamiamo costruttore chi ha la potenza di
costruire, veggente chi è in grado di vedere, e visibile ciò che si può vedere:
così dicasi per gli altri casi. Sì che necessariamente il concetto di atto
precede quello di potenza, e la conoscenza dell’uno quella dell’altro. Esso,
poi, è prima quanto al tempo in questo senso: l’individuo attivo è prima di
quello in potenza in quanto è lo stesso per la specie; invece, considerato
nella sua identità numerica, è prima in potenza, e poi in atto. Mi spiego: di
quest'uomo qui ch’è già in atto, o di questo frumento o di quest’occhio che
vede, c’è prima, in tempo, la materia, il seme, la facoltà visiva, i quali sono
uomo, frumento, occhio che vede, in potenza, non ancora in atto. Tuttavia li
precedettero altri esseri in atto, dai quali essi furono generati. Poichè
sempre dall’ente in potenza si passa all’ente in atto in virtù di un ente in
atto: ad es., l’uomo vien dall'uomo, il musico vien dal musico, Sempre deve
precedere un motore, e questo è già in atto. Abbiamo già visto ne’ ragionamenti
intorno alla sostanza che ogni cosa che diviene, diviene qualcosa, da qualcosa,
e per opera di qualcosa ch'è della stessa specie di essa. Per cui si vede anche
l’impossibilità che uno divenga costruttore se non ha mai costruito nulla, o
citaredo senza aver mai suonato la cetra: poichè chi vuol imparare a suonar la
cetra, suonandola, impara a suonarla. E similmente per ogni arte. Di qui prese
nascimento l’argomentazione sofistica che non c’è bisogno di possedere la
scienza per fare ciò di cui questa tratta ('), perchè, finchè uno impara la
scienza, non la possiede. Se non che, come di ciò che diviene qualcosa già
dev’essere divenuta, e in generale di ciò che si muove qualcosa deve già
essersi mossa (questo punto fu illu 1950 a strato nei libri intorno al
movimento) (*); così, chi “apprende una cosa, deve necessariamente conoscerla
già in parte. Anche per questa via, dunque, risulta chiaro che l’atto, pur da
questo lato, del processo generativo e del tempo, è prima della potenza. Ma
anche in riguardo alla sostanza l’atto è prima della potenza: prima di tutto,
perchè quel che pel divenire è ultimo, per la forma sostanziale è prima: per
es., l’adulto è anteriore al fanciullo, e l’uomo allo sperma: l’uno ha già
realizzata la specie che l’altro non ha ancora. In secondo luogo, ogni cosa che
diviene muove verso un principio e un fine: lo scopo di una cosa ha valore di
principio, e il divenire è per il fine: questo fine è l’atto, ed è in grazia di
esso che si pone la potenza: chè l’animale non vede a fin d’aver la vista, ma ha
la vista per vedere. Similmente, anche l’arte del costruire c’è per il
costruire, e l’abito speculativo per lo speculare: e non è già che gli uomini
speculino per aver l’abito speculativo: salvo il caso di coloro Lett.: «cho chi
non possiede la scienza può far ciò di cui questa tratta »: per es., sonare la
cetra. Cfr. EthA. Nic., II. 1 e 3. La scienza è in atto nel maestro (col quale,
in certo modo, fa tutt'uno lo scolaro). Nota il solito avvicinamento della
produzione naturale a quella umana (consapevole). Phys., VI. 6. Anche
nell’individuo, dunque, se si guarda al processo in sò dell’attività (superando
il dualismo tra l'esterno e l’interno), l’atto precede la potenza (questa è già
attività). Chè, come il sapere vien dal sapere (cfr. I. 9, 94; Anal. Post., I.
1. 71 a, 1), così l’attività non può venir che dall’attività stessa.
Inavvertitamente A. sorpassa la distinzione posta al $ 4 tra l'individuo e la
spocie empiricamente intesi (termini da lui stesso riconosciuti astratti
altrove) e il Ssignificato meramente cronologico del tempo (in cui
l’argomentazione, come ognun sa, non può esser conchiudente): questo gli si fa
equivalente al divenire sostanziale dell'individuo come suo svolgimento interno
(conforme al concetto di quo al 6 1). Cfr. note a 6, 7 e VII. 1, 4. Le
considerazioni che seguono, riguardano l'atto come principio finale e formale
del processo stesso di svolgimento, secondo il canone fondamentale di A., onde
ciò che in esso è posteriore spiega quel che vien prima. che lo fanno per
esercitarsi, dei quali si può dire ch’ essi non speculino veramente, tranne che
in certo senso, 0 che di speculare non sentono ancora veramente il bisogno .
Inoltre, la materia è in potenza perchè può pervenire alla forma; ma quando sia
in atto, allora è già formata. E così dicasi delle altre cose, anche di quelle
di cui il fine è il movimento (?): onde, in quel modo che gl’ insegnanti
pensano d’aver raggiunto lo scopo quando han potuto mostrare lo scolaro in
azione, così fa anche la natura. Se così non avvenisse, sarebbe il caso dell’
Ermete di Pausone: anche la scienza, come quella statua, non si saprebbe se è
fuori o dentro (*). Poichè l’azione è fine, e l’atto è azione: per cui il nome
stesso di atto si dice in rapporto all’azione, ed esprime la tendenza alla
realizzazione finale. In alcuni casi, poi, il fine ultimo è nell’uso stesso
della potenza, per es., della vista è il vedere, e niun’altra opera si attende
dalla vista fuori di questa. In altri casi, si realizza qualcos’altro oltre
l’atto: per es., per l’arte del costruire c’è la casa oltre l'atto del
costruire. Tuttavia non si può dire che l’atto sia meno il fine della potenza
in questo caso, e più in quello (*): poichè l’atto del costruire si esercita
nell’oggetto che vien costruito, e il suo processo si realizza insieme con la
casa. In quelle Queste parole «quomodo sint interpretanda, equidem me non
intelligere confiteor ». Bonitz (p. 403); anche per il Ross (II, 262) sono «
excessively difficult ». Mi sono avvicinato al Lasson. Stesso: com'è il caso
dell’apprendere (in coi non c’è una materia che attende di passare nella forma,
come per la casa); o del vedere (in cui il fine ultimo è l’uso stesso della
potenza). « Questo Pausone, statuario, fece un'immagine di Ermete in una certa
pietra, e chi guardava vedeva nella pietra Ermete; ma non era chiaro se fosso
fuori della pietra o dentro di essa»: Aless. Ma Pausone era un pittore (avrà
Aless. pensato a III. 6, 9; V. 7, 7, ecc?). Secondo il Ross, si trattava di
un'illusione pittorica, Se è (soltanto) fuori (il sapere: come un’abilità
verbale); oppure: se è (soltanto) dentro (come mera potenza). azione: Eeyov;
atto: evéoyera; realizzazione finale: èvtedéyera. Nel secondo caso pare che i!
fine della potenza non sia l’atto (il costruire), ma il fatto (la casa). Ma non
è così, dico A.: «quia ipsa actio est in facto, ut aedificatio in eo quod
aedificatur. Et aedificatio simul fit et habet esse cum domo »: $.
Tom. (1863). Gli
altri (meno bene) intendono: Nel primo caso (del vedere) l’atto è fine; nel
secondo (del costruire) è fine più della mera potenza. cose, quindi, in cui
vien prodotto qualcos'altro oltre l’uso della potenza, in esse l’atto si mostra
in ciò che vien fatto: per es., il costruire nel costruito, il tessere nel
tessuto, e similmente per altre cose; e, in generale, l’atto del movimento è in
ciò che vien mosso. Quando, invece, non c’è qualche altra opera oltre l’atto,
questo è tutto nel soggetto stesso dell’attività: per es., il vedere nel
veggente, il pen 1650 b sare nel pensante, la vita nell'anima, e però anche la
feli cità: la quale, infatti, è una vita d’una certa specie. Conchiudendo, è
evidente che la sostanza e la specie sono atto. E, secondo lo stesso discorso,
è evidente che, per la sostanza, l’atto è anteriore alla potenza; per il tempo
poi, come abbiam detto, si concepisce sempre un atto avanti l’altro, fino a
quello del Motore primo ed eterno. Ma l’atto è primo anche in un più alto
senso: perchè l'eterno è, per la sostanza, prima di ciò ch'è corrattibile, e
nulla di ciò ch’è eterno è in potenza soltanto. La ragione è questa: ogni
potenza è potenza di entrambi insieme i contradittorii, in quanto mentre il non
poter essere non può esistere come proprietà di nulla ogni potenza reale,
invece, può anche non esser in atto. Quindi, ciò che ha la potenza di essere può
essere e anche non essere. Ma ciò che può non essere può darsi che non sia, e
ciò che può darsi che non sia è corruttibile, o in senso assoluto, o per quel
che di esso dicesi che può non essere: relativamente al luogo, ad es., o alla
quantità, o alle qualità. Corruttibile, in senso a ssoluto, è una cosa, se
corruttibile è la sua sostanza. Ora, niuna delle cose assolutamente
incorruttibili è, in quel senso, un essere in potenza, sebbene nulla impedisca
che tale sia per qualche rispetto ('): per una qualità, ad cs., o per il luogo.
Le cose incorruttibili, dunque, sono attuali. E neppure le cose necessarie
posson esser in potenza, e nondimeno esse sono originariamente (*) esistenti:
chè, se queste non esistes Gris pBPagrév = p#. xatà ovolav (nascere e perire);
in senso relativo (xatà 0), ciò che muta di quantità, di qualità o di luogo.
Ofr. VIII. 1, 8 (e nota). ne@bta: è probabile che queste cose necessarie siano
i principii primi in senso logico e insieme réale. sero, nulla esisterebbe. E
se c’è un movimento che sia eterno, neppur esso è in potenza; e se esiste un
essere eternamente * mosso, non è possibile che sia mosso in potenza, salvo che
non ci si riferisca a un punto di partenza o di arrivo ('): chè per questa
specie di movimento può bene ammettersi che sia provvisto d’una materia. Per
questa ragione è sempre in attività il Sole, e gli Astri, e il Cielo tutto
quanto, e non c’è da temere che mai si fermino, come han paura i Fisici (*):
chè il loro operare non li stanca. E non li stanca perchè il loro movimento non
riguarda, come quello delle cose corruttibili, la possibilità dell’una o
dell’altra parte della contradizione (*), che renderebbe faticosa la continuità
del movimento. Causa di tal fatica negli esseri corruttibili è l'essere
materiale, e potenziale, non attuale, della sostanza. Pure, anche le cose
mutevoli, come la terra e il fuoco, si sforzano d’imitare quelle
incorruttibili: anch’esse, infatti, hanno in sè e per sè il movimento (‘), onde
sono in continua attività. Ma le altre potenze, di cui s’è ragionato, son
capaci di contradizione in quanto, quel che ha potenza di muover così, può
muovere anche non così: quelle, s'intende che agiscono secondo ragione. Le
potenze irrazionali, invece, son capaci di contradizione solo in quanto possono
esser presenti o assenti (°). « Quia licet non sit in potentia ad moveri
simpliciter, est tamen in potentia ad hoc vel ad illud ubi»: S. Tom. Per la
materia meramente tori, v. n. cit. dianzi a VIII. 1, 8. Sembra alluda
specialmente ad Empedocle: cfr. De Caelo. L'essere e il non-essere, tra i quali
ha luogo il nascere-perire (mutamento i sostanziale). «Il movimento è una
specie di vita in tutti gli esseri costituiti naturalmente » (Plys., VIII.
1.250 b, 14). Ein De Gen. et Corr., II. 10. 337 a, 2: « Anche le altre cose,
quante si mutano le une nelle altre, per es. i corpi semplici, imitano il
movimento di traslazione ;circolare ». Ovvero, si accenna alla continuità del
movimento (spaziale) degli elementi in generale (Aless., 593, 12); 0 a quello
in giù della texra, in su del fuoco (v. Ross, a q. l.). (5) Ciò ch'è salubre
produce sempre e soltanto la salute, ma può esserci, e anche non esserci (e in
questo caso non produrla). Cfr. cap. 2,4 e 5, 4-5. La possibilità logica
(contraddizione) e quella reale (contrarietà) si alternano in questo paragrafo,
come nel 21. Per entrambi i p. d. v. si distinguono queste altre po«onze dalle
precedenti (eterne). Sia pure, dunque, che esistano certe nature o sostanze 28
del genere di quelle che sostengono coloro che dei concetti fanno altrettante
Idee; ma chi fa della scienza esisterà con 1061 » maggior ragione della scienza
in sè, e ciò che si muove molto più che l’idea del movimento: poichè questi
esseri sono a maggior titolo attività, e quelle idee, invece, sono meramente
loro potenze. Che, dunque, l’atto è prima della potenza e di ogni prin- 29
cipio di mutamento, è manifesto.Che poi, in confronto alla potenza del bene
l’atto sia mi- 1 gliore e più degno di onore, si vedrà da quanto segue. Tutto
ciò che noi diciamo esser in potenza, ha il potere di realizzare l’uno e
l’altro contrario ugualmente: quel che diciamo, ad es., poter esser sano, è lo
stesso che può anche esser malato, ed ha la potenza delle due cose insieme:
poichè la potenza di esser sano è la stessa di quella di esser malato, così
come quella di esser in riposo o in movimento, di costruire o di abbattere, di
esser costruito o abbattuto. Ma se il potere dei contrari si trova ad esser
insieme, è impossibile, poi, che questi esistano insieme, ed è impossibile che
sì trovi insieme la loro attualità, per es., che uno sia sano e malato insieme.
Di qui vien la necessità che soltanto uno dei contrari realizzi il bene,
laddove la potenza è di entrambi similmente, o di nessuno dei due. L’atto è,
dunque, migliore. Che se si tratta del male, la compiutezza dell’atto 2 dovrà,
necessariamente, esser peggiore della potenza: chè questa è tanto al bene
quanto al male, medesimamente (*). L'atto, per sè, è perfezione, sempre, anche
se di cose cattive: cfr. V. 16. 2. Qui, del resto, si parla di perfezione
naturale, non morale. Cfr. l’&getà quow in Eth. Nic., II. 6. 1106 a, 15:
«Ogni virtù perfeziona il ben condursi di ciò di cul è virtù e rende pregevole
la sua operazione: per es., la virtù dell’occhio fa l'occhio valente e valente
l'operazione sua; parimenti la virtù del È evidente, quindi, che il male non
esiste fuori delle cose quaggiù, poichè esso esiste, per natura, posteriormente
alla potenza. Ed anche questo è evidente: che ne’ principii primi e negli
esseri eterni non han luogo nè il male, nè mancamento, nè corruzione (anche la
corruzione è una specie di male). Anche i teoremi geometrici si trovano per
mezzo dell’attività, poichè si trovano facendo delle divisioni (‘). Se queste
fossero già eseguite, quelli sarebbero evidenti. Così, sono soltanto in
potenza. Ad es.: perchè gli angoli del triangolo fan due retti? Si sa che gli
angoli in ogni punto d’una linea sono uguali a due retti: se, dunque, fosse già
tirata la parallela a un lato (?), la cosa sarebbe chiara al primo colpo
d’occhio. Perchè l’angolo nel semicerchio è sempre retto? Per questo che,
quando dei tre segmenti uguali, di cui due formano la base, si è elevato il
terzo perpendicolare dal centro al vertice, chi già sa che la somma degli
angoli è di due retti, vede subito chiaro (5). cavallo fa il cavallo valente e
buono al corso e a portare il cavaliere e a sostenere l’impeto dei nemici ».
Non opportuno, quindi, il rilievo del Bonitz (p. 407): «iudicium morale de bono
et mali immisceri falso iis rebus, a quibus illud est alienum ». Nò è erroneo
il ragionamento che segue, come pensano il B. e il Ross (II, 268), se si tien
presente il passaggio, abituale in A., alla posizione 0ggettivistica, onde gli
atti risultan graduati in corrispondenza delle cose stesse e delle loro potenze
(assolutamente buone, come quelle incorruttibili; capaci di esser buone o
cattive, o sempre cattive, come quelle corruttibili). E tà redypata (ch'io ho
tradotto: «le cose di quaggiù ») non oppongono le cose cattive in generale
all'Idea del male (come Aless. e i moderni intendono): chè il discorso varrebbe
anche per l’Idea del Bene; ma le cose corruttibili alle incorruttibili.
Srargovvteg: ch'è operazione affine all'&varterv (benchè qui prevalga il
senso costruttivo), in cui consiste l’attività della è.&vora. V. passo di
Erk. Nie., citata in nota a VII. 7, 7. E ric. il metodo dieretico di Platone.
Dall'estremo della base, e prolungando questa (come nella nota dimostrazione di
Euclide). Vede subito chiaro che i due triangoli uguali, in cui è stato
scomposto quello inscritto nel semicerchio, sono rettangoli isosceli, sì che
l’angolo intero alla circonferenza risulta di due metà di un retto. A. sceglie
il caso più evidente (perchè gl’isosceli son qui rettangoli); ma, com'è noto,
il metodo di dimostrazione è lo stesso anche per gli altri casi (congiungendo
il centro del cerchio col vertice del triangolo si ottengono pur sempre due
isosceli, con due retti al centro, e due coppie di angoli uguali). Dei tre
segmenti uguali due formano il diametro, il terzo è il raggio perpendicolare
alzato dal centro. 300 3 MBTAFISICA In conchiusione, è manifesto, che ciò ch’è
in potenza noi 6 veniamo a scoprirlo riportandolo (') all’atto. E la ragione di
ciò è che intendere è attualizzare. Onde dall’atto vien la potenza. E perciò,
anche, le cose le conosce chi le fa. L’atto è posteriore alla potenza nel
divenire soltanto dell’ individuo numericamente considerato. CapitoLO X (?).
Dell’ essere e non-essere si parla o riferendosi alle figure 1 1051 b delle
categorie, ovvero alla distinzione di potenza e atto per ogni cosa che in esse
si predica, e pel suo contrario (*); 0, anche, in quanto vero e falso nel lor
più proprio significato. In quest’ultimo senso l’essere è considerato nelle
cose in 2 quanto può essere composto o diviso. Per la qual cosa è nel vero
colui che pensa esser diviso ciò ch’è diviso, e composto ciò ch’è composto; è
nel falso, invece, chi pensa altrimenti di come le cose stanno. Ora, si chiede:
Esiste o non esiste, 3 O portandolo? Il Ross preferisce ky6peva ad àvaysueva.
Ma, comunque si preferisca, il problema è lo stesso, e involge tutto il
pensiero aristotelico in un nodo che può, giustamente, sembrare insolubile. La
verità del teorema, come ogni verità, vien da noi «scoperta » in quanto già
c’è. Ed è in atto, in sè, sebbene soltanto in potenza per noi in quanto la
dobbiamo ancora scoprire; e la scopriamo riconducendola 8a quell’atto in cui il
nostro intenderla coincide con l'esser suo stesso: si che la dualità, in questo
punto, cessa, e noi possiamo anche dire che l’abbiamo conosciuta perchò
l'abbiamo prodotta (sa chi fa). Intendere è attualizzare: vénow tveoyera
(meglio, col Ross: Î vénars èvée.: altrimenti, bisognerebbe forse intendere che
l’atto dell'oggetto è un atto del vos stesso: il che è troppo vero per esser
asserito, così semplicemente, da A. qui). Per l'individuo numericamente
considerato, v. capitolo precedente, 4. È dubbio che questo capitolo sia stato
scritto originariamente per esser posto a questo punto. I richiami a V. 7, 4-7e
a VI. 2, 1-3 e 4,4 non sono decisivi su ciò. Cfr. JAEGER (Entst., 49; Arist.).
Invero, il rapporto tra il pensiero discorsivo e la verità reale, tra l'unità
del ne e l'atto di apprenderlo, non è questione estranea all'argomento dei
libri VII (cfr. Sommario per capp. 4 e 10), VIII (capp. 3 e 6), IX (4, 3 e
capp. 8 e 9). Dianzi s'è pur trattato di quelle sostanze semplici ed eterne
delle quali si ripiglia qui a parlare. Ma è il tono che, soprattutto, non si
accorda con quello. complessivo della ricerca precedente. Il non-essere di ogni
cosa in ogni categoria. Nel lor più proprio significato: il testo vuole forse «
nel suo più proprio 8. », riferito all'essere. Ma cfr. VI. 4, 4; nè sarebbe
conforme al modo di pensare di A., sembra. LIBRO NONO 301 quel che noi
intendiamo per vero o per falso? Bisogna bene che sappiamo quel che diciamo.
Considera, infatti, che, non perchè noi ti reputiamo bianco, tu sei bianco
davvero; ma, all'incontro, perchè tu sei bianco, pensiamo il vero noi che ti
diciamo bianco. Orbene, l'essere di alcune cose è sempre unito e non può mai
venir diviso, in altre invece è sempre diviso e non può mai congiungersi, in
altre infine può trovarsi ne’ due modi opposti (‘). Se, dunque, l’essere di una
cosa consiste nella composizione sì da formare un’unità, e il suo non-essere
nella divisione sì da formare una molteplicità, nelle cose che possono trovarsi
in entrambi i modi la medesima affermazione può esser vera e falsa, potendo ben
avvenire che una volta si sia nel vero, e un’altra nel falso. Invece, nelle
cose che non possono esser altrimenti di quel che sono, non avviene che una
volta si sia nel vero e un’altra nel falso, ma si è sempre o nel vero o nel
falso. Ma quando l’essere di una cosa è semplice (?), in che consiste il suo
essere o non essere, e come di essa si può ‘dire il vero o il falso? Chè non è
già componibile o scomponibile, sì che esista quando c’è la composizione e non
esista quando c’è la divisione (come è il caso del legno di color bianco, o
della diagonale che non è commepnsurabile). Qui il vero e il falso non può aver
luogo nello stesso modo che nelle cose dette prima (*), e, come il vero, così
anche Es: il triangolo e l’uguaglianza della somma degli angoli a due retti; la
diagonale e la sua commensurabilità al lato del quadrato; Socrate e il suo
camminare. V. per quel che segue, note a V. 29 e VI. 4: in questo secondo venne
accentuata sul primo la soggettività della sintesi-dieresi, in cui consiste il
giudizio affermativo o negativo, e il vero o falso; qui si ricerca, invece, con
un passo ulteriore sul secondo, la corrispondenza oggettiva a quel principio
logicosoggettivo. Si potrebbe intendere delle pure essenze in generale, in sè e
per sè, 6 delle categorie (cfr. VIII. 6, 7-8), e dei principii primi nel senso
gnoseologico; ma anche, e forse meglio, in senso esietenziale, degli esseri
immateriali. Comprese (come l'esempio della diagonale dimostra) quelle che sono
sempre vere o false nel giudizio. Qui vero == intendere (e il suo oggetto);
falso = non intendere, ignorare. 1052 a 302 METAFISICA l'essere non può avere
qui lo stesso significato che là. In queste cose è possibile la verità e
l'errore soltanto nel senso che coglierle (') è già enunciarne la verità
(enunciare non è lo stesso che affermare), non coglierle vuol dire ignorarle.
Sbagliarsi sull'essenza di una cosa non è possibile tranne che per accidente, e
così pure non ci si può sbagliare per quelle sostanze che non sono composte,
perchè sono tutte in atto, e non in potenza: chè, altrimenti, si genererebbero
e perirebbero, laddove l’essere che è in sè e per sè, non ricevendo il suo
essere da altro, non nasce e non muore. In conchiusione, quando l’essere delle
cose è ciò che è, in atto, su esso non è possibile ingannarsi: si può soltanto
intendere o non intendere. Tuttavia, si può chiedere ciò che esse sono, se l’essenza
loro è tale, o no. Per l’essere nel senso del vero e il non essere in quello
del falso, si ha, dunque, nell’un caso, il vero se c’è una composizione, il
falso se questa non c’è; nell’altro caso, se il suo essere è il suo stesso
esser vero, e se non è così, neppure è (*). Chè la verità sua consiste
nell’intenderla, e il falso o l’inganno non ha luogo. Ci può essere ignoranza,
ma non come una cecità, chè, allora, vorrebbe dire che uno non ha addirittura
la facoltà d’intendere. &yeîv, toccare. Cfr. XII. 7. 1072 b, 21 ($ 7). È
l’apprensione immediata del vero e reale: così anche l'atto dell’alo&nors
(cfr. IV. 5, 19). E cfr. anche De An., ITI. 6. 430 b, 26-30: dove pure si
accenna alla pdow come distinta dalla xatapagws; cfr. De interpr., 6. 17a, 25:
« Affermare è enunciare qualcosa di qualcosa ». Infatti, nel paragrafo
seguente, si concede di chiedere ciò che esse sono. La distinzione dei termini
(del discorso in generale e di quello che ha valore propriamente logico) non è
mantenuta altrove. Chi chiede, non sa nel senso che non gi rende conto ancora,
e però può sbagliare per accidente. Passo molto tormentato dagl'interpreti. Mi
sono ispirato a S. Tom. (1915): «Alio vero modo in rebus simplicibus verum est,
si id quod est vere eng, i. e. quod est ipsum quod quid est, i. e. substantia
rei simplex, sic est sicut intelligitur; si vero non est ita sicut
intelligitur, non est verum (in intellectu)». Toglierei queste ultime parole.
In A., inoltre, l'equivalenza della verità del pensiero all'essere dell’oggetto
è posta più immediatamente, anzi sottintesa più che espressa (di qui una causa
dell'oscurità del passo, il quale, in sostanza, sembra voler affermare che per
gli esseri semplici, così come per la véno, esiste la verità, non l’errore:
vero e falso, riguardo a essi, equivale ad esistere o non esistere). Anche in
riguardo agli enti immobili, finchè uno li considera tali, non è possibile,
evidentemente, cadere in errore quanto al tempo. Mi spiego: a meno che uno non
pensi che la natura del triangolo possa mutare, non potrà pensare che una volta
la somma de’ suoi angoli è uguale a due retti, e un’altra no (altrimenti, la
sua natura mauterebbe). Invece, può darsi che nello stesso genere reputi che un
oggetto sia in un modo e un altro in un altro: ad es., che dei numeri pari
nessuno sia primo, ovvero qualcuno sì e altri no (‘). Ma quando si tratta di un
unico oggetto, questo non è mai possibile, perchè non si potrà già credere che
sia ora in un modo e ora in un altro; ma, riguardo a esso, si sarà nella verità
o nell’errore nel senso che esso rimane eternamente uguale. Ovvero, che il due
sia primo, gli altri no (giustamente, se dei pari; non cosi, se dei numeri in
generale). Se l’oggetto è unico, per es. un tal numero, non il numero in
generale, neppure tale errore è possibile: il giudizio nostro (vero o falso)
implica ch'esso è sempre così. Dell’errore intorno al numero parla anche il
Teeteto Che dell’Uno si parla in molti modi, si disse già (') discorrendo dei
molteplici significati di alcuni termini. Ma, pur dicendosi in vari modi,
questi si riducono per le cose che si dicono une, non per accidente, ma
primariamente e per Se stesse a quattro capitali. Uno dicesi, infatti, il
continuo, o in generale, o score tutto quel ch’è tale per natura, e non per
contatto o per legame esteriore; e questo tanto più e più propriamente è uno,
se sia di cose il cui movimento è meno divisibile e più semplice (?). Inoltre,
uno, e a maggior diritto, è l’intiero (?), e ciò che ha qualche figura e forma:
specialmente se qualcosa sia tale V. lib. V. 6: qui si tralasciano i modi
accidentali; e quelli essenziali vengon divisi in quattro corrispondenti, nell’
insieme, a quelli del lib. V d’individuo e l’universale sono una distinzione
dell'unità dell'atto anche colà affermata, nel $ 10, ma qui posta a fondamento,
oltre che per il pensiero, anche per le cose). Invece, prende il priino posto
qui la trattazione colà brevemente accennata (13-15) del concetto dell’unità in
sè e per sò. Per il rapporto tra i due concetti, di continuità sostanziale e
unità del movimento, cfr. nota a V. 6, 5. All'interezza si accennò anche in V.
6, 12: qui ha maggior rilievo, e determina l'unità del movimento non soltanto
in rapporto al tempo, ma anche allo spazio (tale è, si direbbe, l’atto vitale:
f 82 toù èveoyera xs toriv: Eth. Niec., X. 4. 1175 a, 12, e cfr. ivi, cap. 4,
per il piacere, che nell’atto è sempre intero e perfetto, e in questo senso non
è della specie di movimento che si produce attraverso le varie parti dello
spazio e del tempo). per natura, e non per forza (come quel ch'è unito con la
colla, con chiodi o corda), ma abbia in se stessa la causa della sua
continuità. E tale è in quanto il suo movimento è unico e indivisibile nello
spazio e nel tempo: così che è evidente che, se una cosa ha per natura il
principio più eccellente di quel movimento ch’è primo (voglio dire, dei
movimenti spaziali, quello circolare) ('), essa è, tra le cose estese, una per
eccellenza. Queste cose, dunque, sono une così, o per continuità o per
interezza. Altre, quando uno sia il concetto. Tali sono quelle di cui unica è
l’intellezione; e tali, quelle che s’intendono con un atto indivisibile. E
questo è indivisibile se sia di ciò ch’è indivisibile per la specie o pel
numero. Indivisibile numericamente è l’individuu; per la specie, ciò ch’è tale
per la conoscenza e per il sapere: sì che primariamente uno sarà quel ch’è
causa dell'unità delle sostanze (?). Si dice, dunque, l’uno in tutti questi
sensi: ciò ch’è continuo per natura, l’intero, l'individuo e l’universale. E
l’uno vale per tutte queste cose, in quanto nelle une è indivisibile 1058 b il
movimento, nelle altre l’intellezinne o il concetto. Ma si ponga mente di non
prendere come la stessa questione questa: quali sono le cose alle quali si
attribuisce unità; e l’altra: qual’è l'essenza propria dell’uno e il suo
concetto. L’uno, infatti, si dice in tutti i modi accennati, e ogni cosa, a cui
convenga qualcuno di questi modi, è una. Dei movimenti spaziali quello
circolare è perfetto, per la semplicità (indivisibilità) e continuità: tale, quello
eterno del cielo: come si dimostra nel cap. 8 del lib. VIII della Fisica (nel
cap. 7 si era dimostrata la superiorità del puro movimento spaziale, in
generale, alle altre forme di movimento proprie delle cose che si generano e
mutano di quantità e qualità: cfr. qui VIII. 1,8; IX. 8, 25; XII. 6,2 7,4).
Cose estese: lett. grandezza (peyedog: ciò che è o ha grandezza). El principio
dell'unità nel sinolo (sostanza) è la forma, la pura essenza nel pensiero
discorsivo, l'atto in sè nella realtà in generate, e la sua attualità
nell'individualità concreta. Nota lo scindersi dell’atto della vénows, nel
brusco passaggio alle cose, nelle due categorie supreme del pensiero
discorsivo: l’ individuo e l’universale (anzi, in quelle della conoscenza in
generale: il dato della percezione e quello, il concetto, della divora...
L'oscillazione tra questi punti di vieta spiega anche il passaggio tra i
termini di concetto, specie, universale, che ora coincidono e ora non
coincidono nel pensiero aristotelico. Ma l'essenza dell’uno si dirà, talora,
secondo qualcuno di essi; tal’alra, secondo altro che è anche più vicino al
nome, e contiene quelli in potenza ('). La cosa sta come per elemento o causa:
altro è se uno debba determinare a quali cose si attribuisce, altro se debba dare
la detinizione del nome. Poichè come elemento si può addurre il fuoco (e
certamente l’indefinito per se stesso, 0 altro di questa specie, può essere un
elemento) , ma anche non addurlo: chè non è la stessa cosa esser fuoco ed esser
elemento: il fuoco è elemento in quanto è una cosa particolare, esistente in
natura; mentre il nome elemento significa che questo appartiene al fuoco perchè
c’è qualcosa di cui esso è la parte costitutiva e originaria. Così dicasi anche
della causa e dell’uno, e di tutti gli altri termini somiglianti. Per ciò,
anche, l’essenza dell’uno è di esser indivisibile, come quello che è un
determinato ed ha una propria esistenza separata per lo spazio o per la specie
o per il pensiero; o, anche, di esser un intero indivisibile (*); ma, soprattutto,
di essere la prima misura di ogni genere, e in primo luogo del genere della
quantità: chè di qui si estese agli altri generi. Passo un po' oscuro. Meglio
di tutti, mi sembra, S. Tom.: « Hoc ipsum quod est unum, quandoque quidem
accipitur secundum quod inest alicui dietorum modorum, puta ut dicam quod unum
secundum quod est continuum, unum est. Et similiter de aliis. Quandoque autem
hoc ipeum quod est unum, attribuitur ei quod est magis propinquum naturae
unius, sicut indivisibili, quod tamen secundum se potestate continet praedictos
modos: quia indivisibile secundum motum, et continuum et totum; indivisibile
autem secundum rationem, est singulare et universale »., Qui si parla, infatti,
del concetto puro dell’uno, in sè e per sè, non in rapporto alle cose, sebbene
si dica che possa esser concepito anche secondo i modi in cui l’uno si predica
delle cose (ossia come essenza di questi: così intendo il dativo della 1. 6,
non, come il Bonitz o il Ross, quale termine di appartenenza predicativa). Prù
vicino al nome, ossia al concetto puro (nota l'oscillazione tra il punto di
vista logico puro e quello verbale), è il concetto di misura. L'indefinito:
l'&xergov di Anassimandro (non il fuoco, s'intende). Un intero
indivisibile: par raccogliere l’unità formale e materiale, distinta prima in
indivisibilità per lo spazio, per la specie o per il pensiero, analogamente al
$ 11 di lib. V. 6. Il concetto di misura, dunque, vuol essere un principio
conoscitivo per ogni genere di cose, sebbene si applichi più comunemente al
genere della quantità. Poichè misura è quella per cui si conosce la quantità; e
la quantità, in quanto tale, si conosce o per mezzo del numero o dell'uno: ma
ogni numero si conosce per mezzo dell’uno. Per cui ogni quantità, in quanto
tale, si conosce con l’uno; e ciò per cui primieramente le quantità son
conosciute è l’uno in sè e per sè. L'uno, dunque, è il principio del numero in
quanto numero. Di qui anche per gli altri casi dicesi mi. sura ciò per cui
primieramente conosciamo ciascuna cosa, e misura di ogni cosa è l’uno per la
lunghezza, per la larghezza, per la profondità, per il peso, per la velocità.
(Peso e velocità, potendo ciascuno avere due significati, si usano in comune
per i contrari: pesante dicesi ciò che ha un qualsiasi grado di gravità e ciò
che ne ha in eccesso, e veloce ciò che ba un qualsiasi grado di movimento e ciò
che ne ha in eccesso: poichè anche ciò ch’è lento ha una certa velocità, e ciò
ch’è leggero una certa pesantezza). In tutti questi, dunque, la misura
principale è qualcosa d’uno e senza parti: anche nelle linee si usa come
indivisibile quella d’un piede. In ogni caso, infatti, si cerca per misura
qualcosa d’uno e indivisibile, e questo è ciò ch’è semplice o per qualità o per
quantità. Ora, dove sembra non esserci nulla da togliere o aggiungere, ivi la
misura è esatta: perciò 1053 a quella del numero è la più esatta, perchè
l’unità si pone come indivisibile per ogni rispetto, e negli altri casi non si
fa che imitare questa specie di misura. Di uno stadio, infatti, e di un
talento, e di ciò che in generale è più grande, ci sfugge se qualcosa vien
aggiunta o tolta, più facilmente che per una quantità minore. Laonde quella
prima, a cui niente di percepibile può esser aggiunto o tolto, quella tutti
prendono per misura: per i liquidi come per i solidi, per il peso come per la
grandezza. E allora pensano di conoscere la quantità di una cosa, quando la
conoscono per mezzo di quella misura. E anche il movimento si misura con quello
semplice e ch'è più veloce: chè questo occupa un tempo minimo. Ond’è che in
astronomia questa è l’unità che serve di principio e misura (poichè si suppone
che il movimento del cielo sia uniforme e il più veloce, e in rapporto a questo
si giudicano gli altri). E in musica, il diesis, perchè è l'intervallo minimo;
e nella parola, la lettera. E in tutti questi casi c’è, così, un qualcosa di
uno: non come se l’uno sia qualcosa di comune (‘), ma come s'è spiegato. Ma non
in ogni caso la misura è una numericamente; talora è più di una: i diesis, ad
es., son due (non per l’orecchio, ma per il computo) (?); e i suoni articolati,
con cui misuriamo le parole, son più di uno; e due misure hanno la ‘diagonale e
il lato, e tutte le grandezze. Così, dunque, l’uno è la misura di tutte le
cose, perchè noi conosciamo ciò di cui si compone la sostanza dividendola o
secondo la quantità o secondo la specie. L’uno è perciò indivisibile, perchè in
ogni cosa ciò ch’è primo è indivisibile. Ma non nello stesso modo ogni uno è
indivisibile: per es., il piede e l’unità, questa è indivisibile per ogni
rispetto, quello vuol esser tale rispetto alla sensazione, come 8’è detto: chè
ogni continuo è, senza dubbio, divisibile. Sempre, poi, la misura è dello
stesso genere: delle grandezze, una grandezza; e in particolare: della
lunghezza una lunghezza, della larghezza una larghezza, dei suoni articolati un
suono articolato, del peso un peso, delle unità una unità (così bisogna
intendere qui: non che dei numeri la misura sia un numero: si dovrebbe dir
così, se il caso fosse simile; ma che non sia simile si vede da questo, che si
farebbe misura delle unità, non l’unità, ma le unità: chè il numero è molte
unità). Anche la scienza e la sensazione diciamo che sono misura delle cose,
per questo, che con esse conosciamo qualcosa: sebbene siano esse misurate,
piuttosto che esse misu Punta polemica contro l’Uno platonico. Il Ross
riferisce la distinzione di Aristosseno, scolaro di A., del diesis come un
quarto e come un terzo di tono. I suoni articolati: vocali e consonanti. Due
misure hanno, ecc. Oscuro. Si può pensare alla incommensurabilità della
diagonale al lato, sì che esigano unità di misura diverse; ed alla necessità di
almeno due dati per la misura delle superfici, dei solidi, ecc. Ma il testo,
questo, non lo dice, rare. Accade a noi come se un altro ci misurasse e noi
conoscessimo quanto siam grandi per aver egli applicato il cubito su noi per
tutta la nostra altezza. Protagora dice che 1023 b l’uomo è misura di tutte le
cose, intendendo di chi sa e di chi sente: e questi, perchè hanno l’uno la sensazione,
l’altro il sapere, che noi pur diciamo esser misure de’ loro oggetti. Sembra
voglia dire qualcosa di profondo: invece, non ne dice nulla ('). Che, dunque,
l’essenza dell’uno, se si deve definire il si- 16 gnificato del termine,
consiste soprattutto nell’esser una de* terminata misura, e in primo luogo
della quantità, in secondo della qualità, è manifesto. E tale sarà se sia
indivisibile, in un caso, per la quantità, nell’altro per la qualità; sì che
l’uno è indivisibile, o assolutamente, o in quauto uno. Già nella trattazione
dei Problemi incontrammo la que- 1 stione, che qui convien riprendere, della
natura sostanziale (?) dell’uno: che cosa esso è, e come si deve di esso
giudicare. E cioè, come se l’unità stessa sia una determinata sostanza (al modo
dei Pitagorici prima, e di Platone poi); o se non piuttosto abbia qualche
natura a sostrato, e però si debba parlare di esso più intelligibilmente, e
piuttosto come i Fisiolugi, dei quali chi dice che l’uno è l’amicizia, chi
Varia, chi l’indefinito. V. nel lib. IV la polemica contro il Protagorismo: là
come qui, A. respiage decisamente il soggettivismo della conoscenza (chi 8a,
chi sente: per il significato preciso di questo soggettivismo, v. nota al passo
simibe in V. 15, 8). Sensazione e sapere sono misure per quanto contengono di
realtà e verità oggettiva. È realismo? (Cfr. Rolfes, a q. 1.: « A. è realista,
non idealista. Egli si oppone a JIegel, che fa il concetto misura e principio
delle cose, ecc. »). Sì, ma in senso affine all’idealismo del suo maestro. (9)
Lett. «la natura e la sostanza». Ma quos vale talvolla la sostanza in generale
(V. 4, 9), e odola è l'essere nella categoria principale. Trattazione det
Problemi: lib. III, 4, 31-42. Per i Pitagorici e Platone: lib. I. 6, 9-10. I
Fisiologi ricordati sono Empedocle, Anassimene, Anassimandro. Se nessuno degli
universali può essere sostanza, come 8’è detto dove parlammo (!) della sostanza
e dell’essere; € se l’essere stesso non può essere sostanza nel senso di
qualcosa che sia uno fuor del molteplice (chè esso è un termine comune), ma è
soltanto un predicato; è chiaro che neppure l’unità è sostanza: l’essere e
l’uno, infatti, sono di tutti i predicati i più universali. Sì che neppure i
generi sono determinate nature e sostanze separabili dalle altre cose; nè
l’unità può esser genere (?), per le stesse ragioni per le quali non sono
genere nè l’essere nè la sostanza. Inoltre, bisogna che si applichi a tutte le
categorie ugualmente. L’essere e l’uno hanno gli stessi vari significati: sì
che, come per le qualità l’uno è qualcosa di determinato e d’una certa uatura,
e così pure per le quantità, è chiaro che bisogna anche domandarsi per tutti i
casi che cosa è l’uno (così come che cosa è l’essere), e che non basta dire che
questa è la sua natura, di esser uno. Non è dubbio: nei colori l’unità è un
colore, poniamo il bianco, e però da questo e dal nero si veggono generarsi gli
altri (*): il nero è privazione del bianco, così come della luce l’oscurità
(questa è la privazione della luce). Talchè, se le cose fossero colori, esse
formerebbero, sì, un molteplice , ma determinato, e appunto, evidentemente, di
colori; e l’unità sarebbe un uno determinato: poniamo, il bianco. E similmente,
se le cose fossero note, ci sarebbe un numero, ma di diesis, e non sarebbe già
numero la loro sostanza; e l’unità sarebbe qualcosa, di cui Ja sostanza sarebbe
non di esser unità, ma diesis. E similmente dei suoni articolati: le cose
sarebbero tante lettere, e l’uno sarebbe una lettera, una vocale. Se fossero
figure rettilinee, ci sarebbe una molteplicità di figure, e Lib. VII. 13. |
Cfr. lib. IIT. 3, 7: qui, genere è g. reale; invece, nella frase precedente, î
generi sono universali. Alla 1. 30 ho accettato l’elca (invece di el) proposto
dal Ross. Lett. «un numero », come dopo. Ma ho tradotto cosi per chiarire
l’equi valenza dei termini qui. (Così come ho usato talora unità invece di uno,
quando questo equivale all'astratto). l'uno sarebbe il triangolo. E il discorso
è lo stesso per gli altri generi. In conchiusione, come, allorchè si tratta di
affezioni (di qualità, di quantità, o di movimento) delle cose, c’è un
molteplice e un uno che è, in tutti i casi, un molteplice determinato e un
determinato uno, di cui la sostanza non è quella di esser uno; nello stesso
modo, necessariamente, dev’essere per le sostanze: perchè la questione è la
stessa per tutti i casi. Che, dunque, l’unità sia in ogni genere una natura
determinata, e che in niun caso la natura di una cosa sia l’uno per se stesso,
è manifesto: ma, come nei colori l’unità da cercare è quella che è un colore,
così anche nella sostanza l’unità è quella ch’è sostanza. Che, poi, l’uno
significhi in certo modo (') la stessa cosa che l’essere, è chiaro, in primo
luogo, dal fatto che s’accompagna a esso per altrettante categorie, e non è
compreso in nessuna (non, poniamo, in quella dell’essenza, nè in quella della
qualità), ma ci sta così come l’essere; in secondo luogo, perchè con « uno-uomo
» non vien predicato nulla di diverso che con « uomo », nello stesso modo che
l’essere non è nulla fuori dell'essenza, della qualità o della quantità; in
fine, perchè esser uno vale esser individuo. CapitoLo III L’uno e il molteplice
si oppongono in molti modi, dei quali uno è come quello dell’indivisibile al
divisibile: molteplice si dice qualcosa s’è divisa o divisibile, una s’è
indivisibile o non divisa. Ora, poichè l'opposizione è di quattro specie, una
delle quali si dice secondo privazione, qui avremo quella di contrarietà, non
quella di contraddizione nè di termini relativi (*). E l’uno si denomina e si
chiarisce Chè l’unità può indicare, più propriamente, la misura, come s’è visto
dianzi. « Uno-uomo »: cfr. IV. 2, bd. Cfr. V. 10, 1. Intendi: una specie di
opposizione è quella in cui si guarda alla privazione: non a quella opposta
all'EE, ma a quella propria della contra-dal suo contrario: dal divisibile,
l’indivisibile; e la ragione è che il molteplice e divisibile si percepisce
meglio dell’ indivisibile: per cui il molteplice è prima dell’indivisibile nel
concetto, a cagione della percezione. All’uno appartiene, come descrivemmo
anche nella Distinzione dei contrari ("), lo stesso, il simile, l’uguale;
al molteplice, il diverso, il dissimile, il disuguale. Lo stesso (?) si dice in
molti modi: in un modo si dice talora badando al numero; in un altro, se la
cosa è una e per il concetto e per il numero: poniamo, tu sei una cosa sola con
te stesso e per la specie e per la materia; in fine, se il concetto che
riguarda la sostanza prima (?) sia unico: per es., le linee rette uguali sono
le stesse, e così i quadrilateri equivalenti e con angoli uguali, benchè sian
molti: chè in essi l’uguaglianza vale identità. Simili son le cose se, non
essendo assolutamente le stesse, nè senza differenze per la sostanza che fa
loro da sostrato, siano pur le stesse per la specie: per es., il quadrato
maggiore è simile al minore, e le linee rette disuguali sono simili: esse sono
simili, non assolutamente le stesse. Altre cose sono simili, se, avendo la
stessa specie, ed essendo cose in cui si dà il più e il meno, non abbiano in
questo differenza. Altre cose, se hanno la stessa affezione, che sia la
medesima per la specie, per es. la bianchezza, ma in grado maggiore o minore,
si dicono simili perchè identica è la loro specie. Altre si dicon tali, se di
qualità che son le stesse ne hanno in numero maggiore che di diverse, o
assolutamente, o quelle più in vista: per es. lo rietà (ch’è privazione
totale). Par come manchi qualcosa nel testo. Il termine negativo, qui, è l’uno
(nell’esperienza ci è dato il molteplice, non il meramente uno). Vedi IV. 2, 6.
All'uno appartiene lo stesso per la sostanza, il simile per la qualità,
l'uguale per la quantità. Cfr. V. 9. L'identità per il numero Aless. (615, 23)
l’intende come l’unità accidentale; ma nota che poco dopo essa è fatta equivalente
a quella per la materia (i due concetti del sinolo): elBog dè Abyo tò ti fiv
elva: éxdatov xal Thv aQOInY odolav. Nota, tuttavia, che l'illustrazione del
concetto è presa da realtà matematiche. stagno è simile all’argento per il
bianco (‘), l’oro al fuoco per il colore giallo-ardente. Per ciò è chiaro che
anche il diverso e il dissimile si dicono in molti modi; e la diversità si
oppone così all’ identità, che ogni cosa rispetto a ogni altra o è la stessa o
è diversa. Ma diverso è anche ciò di cui la materia e il concetto non è
identico: tu, per es., e il tuo vicino siete diversi. E la diversità, in terzo
luogo, è come negli oggetti matematici (*). Diversità, dunque, e identità si
dicono di ogni cosa rispetto a ogni altra, purchè siano cose che hanno unità e
realtà: poichè il diverso non è il contradittorio dell’ identico, onde non si
dice delle cose non esistenti (delle quali la nonidentità pur si predica), ma
delle cose esistenti tutte quante: chè queste, avendo per natura unità ed
esistenza, o sono identiche o non identiche (*). Il diverso, dunque, e
l’identico si oppongono in questo modo. Ma differenza e diversità non son lo
stesso. Ciò ch'è diverso e ciò da cui è diverso non son di necessità diversi
per un rispetto determinato. Tutto, pur che sia reale, o è diverso o identico.
Ma quel ch’è differente da qualcosa, ne differisce per qualche rispetto :
quindi c’è necessaria Alla 1. 23: fl Aeuxév, inv. di 7 xQvo@ (Ross). Per la
somiglianza, cfr. V. 9, 6. La somiglianza, dunque, è o per la specie , o per il
grado di questa , 0 perchè una qualità delle cose è la stessa, sebbene in grado
diverso , o perchè di qualità ne hanno un buon numero, o le più evidenti, in
comune . Nel 1° caso, la specie ha significato formale, ma non sostanziale
(concreto), onde ]a differenza resta puramente quantitativa (la specie qui fa
anche da qualità); nel 2°, è forma sengibile, chiarita dal 3° caso: in questi ©
nel 4° si unisce un criterio quantitativo. Forse per questo A. non tratta,
dopo, dell'uguale (di questo egli si è valso anche per l’identico: cfr. $ 4‘.
Gli opposti (dissimile e disuguale) vengono, quindi, assorbiti dalla
trattazione seguente intorno alla diversità, differenza e contrarietà. Vedi $
4. Qui la diversità, forse, è nella forma o concetto; nel caso precedente, nella
materia: entrambi fan capo alla prima definizione (la quale vien determinata
nel paragrafo seguente per le cose esistenti sostanzialmente). Ho tradotto con
diverso o diversità sia l’Étegov, che l'&XX0; con lo stesso o identico (o
identità), tadté, e qualche volta anche l’Év (1. 22, dove l’altro Ev è,
propriamente, l’unità). Per la diversità e la differenza (1 Biapoodi, cfr. V.
9, 4-5. Ev e oòy Ev: ma questo bisogna pensarlo come privazione, 0 equivalente
all’Evegov: se, invece, si fa equivalente.al pù taòré della parentesi, si torna
alla negazione che vale per l'esistente e per il non-esistente. vivi: prima
tradotto «per qualche rispetto determinato ». La differenza di mente qualcosa
d’identico per cui differiscono. Questo ch'è identico, è o il genere o la
specie. Noi vediamo, infatti, che tutte le cose differiscono o per il genere o
per la specie: per il genere, quelle che non hanno una materia comune, nè si
generano le une dalle altre (*): così, quelle che figurano in una categoria
diversa; per la specie, invece, quelle che hanno il medesimo genere. E si
chiama genere ciò che di entrambe le cose differenti si dice, secondo la
sostanza, identicamente. E i contrari son differenti: chè la contrarietà è una
differenza determinata. Che questo, come ora s8’è esposto, stia bene, è
manifesto per induzione: poichè essi si mostrano, tutti, differenti e identici,
non soltanto diversi : ma alcuni diversi per il genere; altri, essendo nella
stessa serie della categoria, son nello stesso genere e identici per questo.
Abbiamo altrove determinato quali cose sono per il genere identiche o diverse.
genere può ammettere un’unità soltanto analogica: efr. V. 6, 15 (dove il genere
vien già identificato con la categoria: come nel paragrafo seguente). Prima,
per le forme dell’uno, è presupposto il molteplice; qui, il molteplice implica
un p. d. v. unitario (ma A. mette ciò poco o nulla in rilievo). Nota la
mescolanza del p. d. v. realistico con quello logico. Di qui le difficoltà del
passo, onde il Christ vorrebbe espunta la frase seguente, ch’egli, d’accordo
col Bonitz, trova in contraddizione con l’altro accenno alle categorie nel S
10. Il colore e il suono, ad es., son generi diversi, entrambi nella categoria
delia qualità, Il testo, tuttavia, dà ragione al Ross di sostenere che la serie
categorica del $ 10 non accenna a una distinzione interna a ciascuna categoria,
ma coincide con l’accenno qui alle figure categoriche. « A. senza dubbio chiama
generi molte classi che non sono categorie, ma in senso stretto le categorie
sono i soli generi, perchè sono le sole classi che non sono specie» (Ross a q.
l.). Si può aggiungere che A., quando ha in vista l'essere concreto, lo pensa,
insieme, come sinolo di materia e forma (dove il genere primo è la materia
nella sua maggiore indeterminazione), e come usia ch'è sostrato delle altre
determinazioni (donde le categorie come summa genera, reali e logici insieme).
Il testo è alquanto incerto: così, com'è nel Christ, meglio sottintendere come
soggetto tà èvavila (Ross), e fare del passo un preludio al capitolo seguente.
Certo, il discorso si complica, qui, di entrambi i concetti, della diversità e
della differenza: il diversi in questo punto non ha lo stesso valore di quello
che segue (che comprende i contrari per coppie, non l’uno in rapporto all’altro).
Abbiamo altrove determinato: V. 28, 6. Poichè può darsi che le cose tra loro
differenti differiscano 1 più o meno, ci ha da essere anche una differenza
massima. Questa io chiamo contrarietà: e che sia la massima differenza, si vede
per esperienza. Invero, tra le cose di genere differente non c’è passaggio,
anzi si tengono lontane, sì che non vengon mai a confronto. Ma quelle che
differiscono per la specie si generano da estremi che sono i contrari. Ora, la
differenza degli estremi è la maggiore che ci sia. E tale è anche quella dei
contrari. Ma ciò che in ciascun genere vi 2 è di maggiore, è perfetto: poichè
maggiore di tutto è ciò di cui niente è superiore, e perfetto è ciò fuori del
quale non è possibile trovar altro. La differenza perfetta possiede il fine
(‘), così come anche le altre cose si dicono perfette perchè posseggono il
fine: e fuori del fine non c’è nulla, poichè esso in ogni cosa è l’ultimo
termine e abbraccia tutto. Perciò non c’è nulla fuori del termine finale, e ciò
ch’è perfetto non ha bisogno di nulla. Da questo è, dunque, chiaro che la
contrarietà è una differenza perfetta. Ma, poichè i contrari si dicono in molti
sensi, la perfezione che a loro compete si dirà, di conseguenza, negli stessi
modi. Così stando le cose, è manifesto che un contrario non può 3 avere più di
un contrario: poichè del termine estremo non se ne può dar uno più estremo, nè
possono esserci più di due estremi di una sola e unica distanza. E in generale,
se la contrarietà è una differenza, e la differenza è fra due termini, così,
dunque, sarà anche di quella ch’è differenza perfetta. E di necessità anche le
altre definizioni dei contrari trar- 4 ranno di qui la loro verità. Poichè la
differenza perfetta è quella onde le cose differiscono di più: onde non è possi
Si tengano presenti i termini greci téievov e térog, e cfr. V. 16. Vedi anche
ivi, cap. 10, per l'opposizione in generale e per la contrarietà. La fine di
questo paragrafo è chiarita dal 8 5. bile trovar nulla fuori di essa, sia che
le cose differiscano di genere, o di specie. Si è mostrato, infatti, che non è
possibile una differenza in rapporto a cose che sian fuori del genere, ma è tra
quelle dello stesso genere che la differenza può esser massima, ed i termini
che qui più differiscono sono contrari: chè differenza massima, in questi, è
quella perfetta. E dove ciò che può ricevere quei termini è lo stesso, son
contrari quelli che più differiscono: poichè la materia per i contrari è la
stessa, e così dicasi per le cose che, cadendo sotto la stessa facoltà,
differiscono di più: poichè la scienza, se unica, è intorno a un unico genere,
dove la differenza perfetta è quella maggiore. La principale contrarietà, poi,
è tra abito e privazione: non, tuttavia, ogni privazione (chè questa si dice in
molti modi), ma quella che sia perfetta. E le altre contrarietà si diranno
secondo questa: alcune perchè la posseggono, altre perchè la producono o sono
in grado di produrla, altre perchè rappresentano un acquisto o una perdita di
questi o di altri contrari. Che se opposizione è la contraddizione, la pri La
differenza tra i generi o tra cose di genere diverso non è considerata da
A.come vera differenza, perchè manca il rapporto, identificato, da un p. d. v.
realistico-empirico, col passaggio, di cui al $ 1. Quando quel rapporto c'è, si
ha un p. d. v. logico (che vuole identità e ditterenza insieme). Ma, poi,
questo 0 è riguardato in una logica astratta (che sta tra quella del pensiero
in sè e per sè, e quella meramente discorsiva: i due terinini son racchiusi
nella sintesi del giudizio, ma il pensiero non si media ne'suoi termini, sì che
questi restano uno di fronte all'altro immediatamente), e si ha la
contraddizione; ovvero il p. d. v. logico vien concepito come coincidente con
quel passaggio, e si ha la contrarietà. I contrari banno sempre una materia, si
dice in XII. 10, 12: ossia, una materia comune, ch'è il genere reale e logico,
dentro il quale si muove il reale e il pensiero che lo pensa. D'altra parte,
poichè i limiti estremi, entro i quali si vuol pensare ogni possibile
mutazione, tendono a idealizzarsi sino al rapporto assolutamente esclusivo (la
privazione dev'essere totale, affinchè si abbia la differenza massima), la vera
contrarietà diventa la contraddizione, pur che in questa si concepisca il
termine negativo non nell'espressione astratta, ma nell’opposizione concreta
(ch'è del pensiero a se stesso, non delle cose come pensa A.). La &ivauw
qui è tanto potenza empirica (oggettiva), che razionale (s0gGettiva), come
l’esempio della scienza chiarisce (salute e malattia, ad es., in quanto
dipendono dalla scienza medica). Una stoffa possiede il bianco o il nero;
l’arte medica o una medicina produce, o può produrre, la salute o la malattia;
il corpo puo perdere la salute e riacquistarla; ecc. vazione, la contrarietà e
la relazione, e di queste la principale è la contraddizione, della quale non si
dà. mezzo, mentre si dà dei contrari, è chiaro che contraddizione e contrarietà
non son la stessa cosa. La privazione è una contraddizione (') di certa natura:
poichè ciò che soffre privazione, o in generale o in un certo modo, vien così
determinato, secondo che o non abbia punto la capacità di una cosa, o non abbia
questa cosa pur essendo fatto da natura per averla. Qui abbiamo già molti
significati: secondo che altrove distinguemmo. Per cui la privazione è una
contraddizione di certa natura, o un’incapacità ch’è del tutto determinata,
ovvero è presa insieme a ciò che può riceverla. Perciò, mentre della
contraddizione non si dà mezzo, della privazione in qualche caso si dà: tutto,
infatti, è o uguale o non uguale; non tutto invece è uguale o disuguale, ma, se
mai, ciò vale soltanto per quel ch’è suscettibile dell’uguale. Che se il
divenire, dove c’è la materia, è tra i contrari, e avviene o dalla forma e dal
possesso della forma, o dalla privazione determinata della forma o figura, è
chiaro che ogni contrarietà è una certa privazione; ma, invero, non ogni priva
Partendo dalla contraddizione, e realizzando il termine negativo nella
privazione in generale, questa si presenta come un caso della contraddizione, e
la contrarietà, a sua volta, come un caso della privazione (dove l'opposizione
steretica è la massima). Se partiamo, invece, dal mutamento reale, la
contrarietà è una generalizzazione dell'opposizione steretica (atégeors ed Esc),
e sta tra questa e la contraddizione. Si risolve così la questione tra lo
Zeller ‘che voleva ridurre la privazione o alla contrarietà o alla
contraddizione) e il Ross (a q. 1.), che sostiene la subordinazione della
privazione alla contraddizione, e della contrarietà alla privazione. Ma A.,
preso nel testo, in verità, dà ragione a tutti due; e come riconosce molti
significati alla privazione, sì che c'è da pensare che uno sia fondamentale
(quello di contrarietà), così nel $ 5 ne riconosce molti per la contrarietà, sì
che fa pensare che fondamentale sia l’opposizione steretica pura e semplice
(senz’altra determinazione). L'incertezza nel pensiero di A. si nota anche
nella frase che segue, in cui la privazione vien attribuita anche a ciò che
«non ha affatto la capacità di qualcosa »: ch'è contro il concetto fondamentale
della steresi in quel che si distingue dalla negazione astratta; e poco dopo è
definita con analoga oscillazione, o per sò (« determinata incapacità »), «o
insieme a ciò che può riceverla». Per l'opposizione di relazione, o
correlazione (tà med x: ma A., in realtà, distingue i due concetti), v. 6, 5.
Secondo che altrove distinguemmo: V. 22. zione è una contrarietà: la ragione è
che ciò ch'è passibile di privazione può averla in molti modi, e soltanto
quando i termini del mutamento sono quelli estremi si ha la contrarietà. Lo si
vede anche per esperienza. Ogni contrarietà implica una privazione di uno dei
due contrari, ma non allo stesso modo sempre: la disuguaglianza è privazione
dell'uguaglianza, la dissomiglianza della somiglianza, così come il vizio della
virtù. I casi sono differenti, secondo si è detto: in uno, si bada
semplicemente alla privazione, in un altro al tempo o ad una parte, per es., a
una certa età o alla parte principale, oppure si tratta di una privazione
totale. Sì che in certi casi si da un mezzo (è possibile che un uomo non sia nè
buono nè cattivo), in altri non si dà (un numero è necessariamente pari o
dispari). Inoltre, alcuni contrari hanno un sostrato determinato, altri no. È
perciò manifesto che sempre uno dei due si dice secondo privazione: basta che
questo sia manifesto per i generi fondamentali dei contrari, come l’uno e il
molteplice: chè gli altri si riducono a questi. Poichè a un contrario si oppone
un solo contrario, si potrebbe far questione come l’uno si opponga al
molteplice, e l’uguale al grande e al piccolo. La disgiuntiva noi l’adoperiamo
sempre per esprimere un’antitesi: chiediamo, ad es.: È bianco o nero? È bianco
o non bianco? Non diciamo: È uomo o bianco? Salvo che per un presupposto: come
se si chiedesse se venne Cleone o Socrate. Qui si ha un caso che non ha
carattere di necessità per nessun genere di cose. Pure, anch'esso ha la stessa
origine: poichè, non essendoci che gli opposti che non possono trovarsi
insieme, di tale incompatibilità fa uso chi domanda quale dei due venne: chè,
se poteva darsi che venissero insieme, la domanda non avrebbe avuto senso.
Pure, anche in tal caso, si può similmente cadere nell’antitesi, in quella
dell’uno e del molteplice, chiedendo, ad es., se son venuti entrambi o uno
solo. Se, dunque, negli opposti la domanda è sempre disgiun- 2 tiva; e poichè
si può chiedere: È maggiore, minore, o uguale?: di che natura è l’antitesi
dell’uguale, a questi? Chè non è contrario a uno solo, nè ad entrambi. Perchè,
infatti, sarebbe contrario al maggiore più che al minore? Aggiungi che l’uguale
è contrario al disuguale: per cui dei contrari esso ne avrà più di uno. Che se
il disuguale significa la stessa cosa di quei due presi insieme, l’uguale si
dovrebbe opporre ad entrambi, e si finirà col dar ragione a quei che van
dicendo che il disuguale è la diade ('). Ma, allora, uno solo avrebbe due
contrari: la qual cosa è impossibile. Poi, l’uguale appare intermedio tra il
grande e il piccolo; ma non si vede come un contrario possa esser intermedio,
nè, stando alla definizione, è possibile: chè non sarebbe perfettamente
contrario se fosse intermedio, anzi, se mai, c’è sempre un intermedio tra esso
e l’altro termine. Resta, allora, che l’opposizione sia o come negazione o 4
come privazione. Di uno solo dei due termini, non può essere. Perchè, infatti,
si opporrebbe al grande piuttosto che al piccolo? Sarà, dunque, una negazione
privativa di entrambi (°). E per questo la disgiuniiva riguarda entrambi, e non
un termine solo, come farebbe chi chiedesse: È maggiore o uguale? oppure: È
uguale o minore? Invece, i termini son sempre tre. Ma questa privazione non ha
carattere di necessità: chè 5 non tutto è uguale ciò che non è nè maggiore nè
minore; YI Così i Platonici ricordati in XIV. 1, 3. Soltanto il nome sarebbe
uno solo (disuguale): in realtà i termini son due. Negazione (contradittoria),
ch'è, come viene spiegato, doppia; ed esprimendo la possibilità reale di
entrambe le contrarietà, è chiamata privativa, e intermedia fra esse. Il
termine doppiamente negativo è, qui, l’uguale; le due contrarietà corrispondono
alle due disgiuntive, nelle quali si determina la negazione, la quale è
trattata come una realtà oggettiva, una potenza di contrari 0 un intermedio tra
essi, La soluzione permette ad A. di mantenere cho a un cor» trario si oppone
un solo contrario ; di risolvere la diade dei Platonici nella dualità espressa
dalla parola « disuguale » ; trasferendo l’intermedietà nell'« uguale » non più
come contrario, ma come negazione, di unificare, in certo modo, in questa
(quasi come un'attività di pensiero) le due disgiuntive . Cfr. con quest'ultimo
punto la discussione in IV. 7-8 intorno al terzo escluso. ma le cose soltanto
che hanno natura di esser tali. L’uguale è, appunto, ciò che non è nè grande nè
piccolo, ma ha unatura di essere o grande o piccolo; e si oppone ad entrambi
come una negazione privativa: per cui è anche intermedia. Anche ciò che non è
nè buono nè cattivo si oppone a entrambi, ma non ha un nome, perchè ciascuno
dei due si dice in molti sensi (!), e non c’è una sola cosa che di essi sia
suscettibile. Non così, piuttosto, si può pensare di ciò che non è nè bianco nè
nero: pure, neanche qui si può dire qualcosa di unico, sebbene i colori dei
quali si enuncia privativamente tale negazione siano, in certo modo, limitati:
chè, necessariamente, o è grigio o è giallo, o altro di tal natura. Per cui non
dirittamente obiettano coloro che stimano il caso esser lo stesso per tutte le
cose, sì che, come ciò che non è nè buono nè cattivo sta in mezzo tra il buono
e il cattivo, della scarpa e della mano ci dovrebb’essere un intermedio che non
è nè scarpa nè mano, e così ce ne dovrebb’essere uno per tutte le cose. Questa
non è una conseguenza necessaria: poichè in un caso è possibile una simultanea
negazione degli opposti in quanto è di cose di cui esiste un intermedio e un
intervallo naturalmente determinato; nell'altro caso, invece, non esiste questa
differenza, perchè le 1086 b cose delle quali si fa la negazione simultaneamente,
son di genere diverso, sì che non è identico il loro sostrato. Si può far
questione, similmente, intorno all'uno e ai molti: chè, se molti si oppone
all’uno semplicemente, si hanno alcune conseguenze assurde. L’uno sarebbe poco,
0 pochi: molti, infatti, si oppone a pochi. Poi, due sarebbe In ogni categoria:
cfr. Eth. Nic. Non c'è un termine unico che esprima (come l’« uguale ») le due
negazioni. Neanche per il bianco-nero, che pure son nella stessa categoria.
Tanto meno quell’unico termine può esistere in cose di genere diverso, tra le
quali, mancando l’identità che accompagni la differenza, non esiste passaggio.
molti, una volta che doppio è multiplo e doppio dicesi considerando il due; per
cui l’uno sarebbe poco. Infatti, in rapporto a che il due è molti, se non
all’uno, e però al poco? Chè non c’è nulla che sia più poco. Inoltre: come 2
nella lunghezza il lungo e il corto, così nel molteplice è il molto e il poco,
e ciò ch’è molto è anche molti, e ciò ch'è molti molto: sì che (se ne togli il
caso di un continuo che sia facile a limitare) il poco sarà una specie di
molteplice, e tale quindi l’uno, se esso è anche poco: e che questo sia, è
necessario, se il due è molti. Pure, se il molti dicesi anche in certo modo
molto, una 3 differenza c’è: l’acqua, ad es., dicesi molta, non molti. Molti,
invece, dicesi per quante cose sono divisibili: in un senso, se queste formino
un molteplice che ecceda, o assolutamente o relativamente (e dicesi,
similmente, poco se quel molteplice sia in difetto); in un altro, vuol dir
numero, e in questo senso soltanto si oppone all’uno. Noi, infatti, diciamo
«uno o molti», proprio come se si dicesse «uno e uni», 0 «cosa bianca e cose
bianche », e mettiamo in rapporto le cose misurate con la misura, e parliamo
del misurabile così come del multiplo: poichè ogni numero è molti in quanto
risulta di uni ed è misurabile con l’uno, e ne parliamo come di opposto
all’uno(*), non al poco. E così, quindi, anche il due è molti, non già nel
senso che 4 sia un molteplice eccedente o relativamente o assolutamente, ma nel
senso ch’esso è il primo molti. Assolutamente inteso, il due è pochi: chè esso
è il primo molteplice che può Il molto è, dunque, equivalente al molti: è,
cioè, un molteplice. Se ne tolga il caso di ciò ch'è «facile a limitare»
(etoglotw), come i liquidi e tutto ciò che prende dal limite (per es. del
recipiente) la forma delia continuità: l'acqua, ad es., non uvendo parti
discrete, può esser un molto, non un molti. Soppresso il punto (Ross). Le
conseguenze assurde derivavano, dunque, dall’opporre il molteplice all’uno
senza distinzione di significato (semplicemente). V. Sommario, e conchiusione
del capitolo, Il due parrebbe, quindi, il principio del molteplice (come la
dualità platonica), D'altronde, il principio di esso, nel senso di misura, è
l’uno. La soluzione sembra questa: in quanto l'uno e il molteplice sono
contrari, come l’indivislbile esser in difetto (perciò, anche, andò fuori
strada Anassagora quando disse che « tutte le cose erano insieme, infinite e
per molteplicità e per piccolezza »: invece di ): il quale stabiliva quale
fosse il numero di qualcosa (questo qui, ad es., dell’uomo; questo qui, del
cavallo), imitando con sassolini le forme degli esseri viventi, al modo stesso
di coloro che riducono i numeri alle figure, al triangolo e al quadrato. Ovvero
è perchè l’armonia è un rapporto di numeri, e così è anche l’uomo e ognuna
delle altre cose? Ma come, poi, le qualità, il bianco e il dolce e 9 il caldo,
son numeri? Che, poi, i numeri non siano sostanze, nè cause della forma, è
evidente: è il rapporto ch’è la sostanza, il numero è materia. Per es., la
sostanza della carne o dell'osso è un numero in questo senso: che ci vogliono
tre parti di fuoco e due di terra. E sempre il numero, assorbito nel prodotto,
sì che fuori non ne sia restato nulla a insidiare la vita dell'altro; cfr. VI.
3, 2: «chi vive dovrà morire, perchè è già avvenuto questo, che elementi
contrari si trovano nello stesso corpo »): il numero, dunque, non è eterno. Le
considerazioni che seguono, sino alla fine del libro, come nota il Bonitz, «
Pythagoreorum doctrinam praecipue tangunt et fortasse Platonicos quosdam qui ad
Pythagoreos proxime accedebant». Scolaro di Filolao, al principio del sec. IV:
porta, come si vede, al comico la dottrina dei numeri come sostanza delle cose
e la loro figurazione geometrica. putàv, delle piante; ma è probabile,
suggerisce il Ross, che qui sia usato nel senso più antico e ampio di « essere
vivente ». È sostanza o rapporto? Se sostanza (essenza), come, allora, la qualità?
Se è rapporto, invece, non è sostanza (sostrato). Numero equivale qui a
molteplicità di cose (soltanto il numero monadico, 1. e. aritmetico, è di unità
astratte). Cfr., per gli esempi, I. 9, 18 e 10, 2. sia quale si voglia, è
numero di certe cose: di particelle di fuoco o di terra, ò è un numero di unità
astratte. La s0stanza, invece, implica che c’è tanto di questo unito per la
mescolanza a tanto di quello: e questo non è già un numero, ma rapporto
numerico della mescolanza di cose corporee, o 10 d’altra specie. Il numero,
dunque, sia quello in generale e sia quello ch’è di unità astratte, non è causa
delle cose nè per il fare, nè come materia, nè come concetto e specie. Nè,
certamente, come causa finale ('). Si potrebbe anche far questione in che consiste
la perfezione che alle cose deriverebbe dal numero, quando la loro mescolanza è
fatta secondo un rapporto numerico perfetto 0 secondo un numero dispari. Sta di
fatto che non per questo l’idromele è più salubre se acqua e miele siano
mescolati in modo da fare tre volte tre; anzi, se è acquoso senza nessun
determinato rapporto può giovare di più che se, per farlo. in 2 rapporto
numerico, sia troppo forte. E si noti che i rapporti delle parti di ciò che
vien mescolato si esprimono con l’addizione del loro numero, non con i numeri
soltanto: per es., «tre parti a due», non «tre volte due ». Poichè le cose che
vengono moltiplicate debbon essere dello stesso genere: per cui, data una serie
di fattori, 1. 2.3, essa dev’esser misurata dal primo termine: se è 4.5. 7, dal
4. Insomma, in tutti i casì, dal termine ch’esprime lo stesso genere. Non può
essere, quindi, che il numero del fuoco sia 2. 5. 3. 7, e quello 3 dell’acqua
2.3(*). Che se il numero fosse una natura co- 1009 a Nessuna, dunque, delle
quattro specie di causa, Nota concetto e specie: la causa formale come pensiero
e insieme come forma reale. (2) tels tela: si deve dire, invece, ammonisce A.
dopo, «tre a tre », poichè si tratta di un iniscuglio. In « tre volte tre », e
nella moltiplicazione in generale, ch'è un'addizione ripetuta dello stesso
numero, questo dev' esser sempre dello stesso genere. Chè anche il fuoco
sarebbe acqua. Penso che questo patagrafo prosegua ancora l'argomentazione ch'è
alla fine del 8 9 del cap. prec. mune di tutte le cose, ne verrebbe, di
necessità, che molte cose sarebbero le stesse, e lo stesso numero sarebbe
proprio di questa cosa e di una cosa diversa. Ma è questa, allora, la causa
delle cose, ed è per questo che una cosa è quello che è? O non è ciò molto
oscuro? Poniamo: esiste un certo numero per le traslazioni del sole, e così per
quelle della luna, e anche per la vita e l’età di ciascuno degli esseri
viventi. Che impedisce, allora, che alcuni di questi numeri siano quadrati,
altri cubici, alcuni uguali e altri doppi? Nulla; anzi, di necessità, tutti (')
si aggirano in questi rapporti, una volta che la natura del numero è comune a
tutte le cose, e quelle che sono differenti possono cadere sotto lo stesso
numero. Per cui, se ad alcune convenisse lo stesso numero, quelle sarebbero
identiche tra loro che avessero la stessa forma del numero: il sole e la luna,
ad es., sarebbero identici. E perchè son cause questi numeri? Ci sono sette
vocali, sette corde o note musicali, sette son le Pleiadi; al settimo anno,
almeno alcuni animali (altri, no), perdono i denti; sette, quei che pugnarono a
Tebe. È, dunque, perchè quel numero ha quella natura lì, che quelli si
trovarono in sette, o che le Pleiadi hanno sette stelle? O non piuttosto, per
quelli, perchè sette erano le porte della città, o per qualche altra causa? E
per le Pleiadi siam noi che così le contiamo, come ne contiamo dodici per
l’Orsa (altri ne contano di più). Essi dicono anche che E Y Z sono consonanze,
e poichè tre sono in musica le consonanze, tre, dicono, sono queste doppie consonanti.
Non si dànno nessun pensiero che di questa specie ce ne potrebbero esser mille:
basta, poniamo, porre un segno unico per I° P. Che se opponessero che ognuna di
quelle è doppia delle altre, e che nessun’altra consonante è così, la Non è
chiaro se voglia dire: a) che tutti è numeri sono risolubili in rapporti o
figure geometriche (8v tovtotce); b) che tutte le cose, per i Pitagorici, sono
risolubili in numeri. Ma, forse, son conglobati entrambi i pensieri (nota
infatti, alla fine del paragrafo, «la stessa forma del numero »: t. aùrà elbos
do.) (2) Alcunì citano XII. 8, dove il sole e la luna hanno lo stesso numero di
sfere o movimenti di traslazioni. O si riferisce qui alla figura? ragione, poi;
è che tre sono i luoghi della bocca (‘) in cui si producono le consonanti e a
ciascuna vien congiunto medesimamente il sigma: per questo sono tre sole, e non
perchè tre siano le consonanze musicali: in realtà, queste sono più di tre, di
quelle non ce ne possono esser di più. Costoro somiglian proprio ai vecchi
interpreti d’Omero, i quali vedono le somiglianze piccole, e sfuggono a loro le
grandi. Ci sono alcuni che dicono ancora molte cose di questo genere: per es.,
che avendo le due corde di mezzo l’una nove l’altra otto toni, il verso epico
ha diciassette sillabe, uguale al numero di quelle, e ch’esso si scandisce a
destra (*) con nove sillabe, a sinistra con otto. E dicono che l'intervallo tra
l’alfa e l’omega nelle lettere è uguale a quello tra la nota più bassa e la più
alta del flauto, e che il numero di quest'ultima è uguale alla totalità
dell’armonia celeste (*). Si deve notare che nessuno troverebbe difficoltà a
spiegare in questo modo le cose eterne e a scoprirne le concordanze: chè non è
difficile neanche per le cose corruttibili. Le nature tanto lodate che
sarebbero nei numeri, e quelle a loro contrarie, e in generale le proprietà
degli oggetti matematici nel senso in cui ne parlano alcuni per farne cause
della natura, sembrano svanire agli occhi di coloro che considerano le cose
così come noi facciamo (°): chè nessuna di esse si può dir causa, in nessuno
dei modi da noi determinati trattando dei principii. Certamente, come essi fan
vedere, la perfezione appartiene a tali oggetti, manifestamente; e alla serie
delle cose dov’ è la bellezza appartengono il dispari, il retto, l’uguale, le
potenze di certi numeri. Chè Donde la distinzione di gutturali, dentali,
labiali. La prima parte; a sinistra, la seconda (Aless.). (3) Secondo Aless.,
il 24 (12 segni dello zodiaco; 8 sfere, quella delle stelle fisso e le sette
dei pianeti; 4 elementi). Le une benefiche, le altre malefiche. La mentalità
critica allontana molto A. da’ suoi contemporanei. Schwegler intende che questo
sia detto ironicamente. Pensando alla fine del $ 5 e al passo già citato di
XIII. 3, 8, ho dato, invece, alla traduzione il tono come se A. faccia qualche
concessione alla dottrina combattuta così vivacemente. In ogni modo, egli
afferma, in fine, che si tratta di mere analogie. le stagioni e un numero di
certa specie vanno insieme; e tutte le altre proprietà ch’essi raccolgono dai
teoremi matematici, hanno questo valore. Perciò anche si rendono appa- riscenti
le coincidenze: poichè sono, sì, meramente proprietà di ciascuno di essi, ma
tutte si corrispondono tra loro, e fanno una cosa sola dal punto di vista
dell’analogia. Poichè in ogni categoria dell’essere c’è l'analogia: come la
linea retta nella lunghezza, così è il piano nella superficie, e senza dubbio
il dispari nel numero, e il bianco nel colore. Quanto ai numeri, in fine, che
consistono nelle specie, essi non sono la causa delle armonie e delle cose di
questa natura: poichè essi differiscono tra di loro, anche se uguali, per ia
specie, una volta che anche le unità son differenti ('). Sì che, almeno per
queste ragioni, non c’è bisogno di porre tali specie. Queste, dunque, le
conseguenze che si posson trarre, e più ancora se ne potrebbero addurre. Il
fatto stesso del loro grande travaglio a spiegarne la genesi, e il non riuscire
in niun modo a dar coerenza all'insieme, è un indizio che gli oggetti
matematici non hanno esistenza separata, come alcuni dicono, dalle cose
sensibili, e che i primi principii non son questi. I numeri ideali, essendo di unità di specie
differente (e però &ovufàintay, come si dice nel libro precedente), sono
anch’ essi differenti di specie, anche se uguali (se son triadi, ad es.,
comprese nello stesso numero nove). Non con essi, dunque, ma con i numeri
matematici, se mai, ci si può render ragione di cose, le quali, come nell’armonia
le unità e i rapporti di uno stesso tono, sono della stessa specie. Nome
compiuto: Armando Carlini. Carlini. Keywords: filosofia fascista, Bovio, Locke,
senso, esperienza, il mito del realismo, la categoria dello spirito, animus e
spiritus, filosofia italiana, storia della filosofia romana, l’ambasciata di
Carneade a Roma, la antichissima sapienza degl’italici, la scuola di pitagora,
sicilia e la magna grecia, geist, ghost, spirito, animo, spirito oggetivo,
Bosanquet, testi di filosofia ad uso dei licei, aristotele, il principio
logico, Cartesio, il problema di cartesio, senso ed esperienza, storia della
filosofia, avvivamento alla filosofia, i grandi filosofi – mondatori – the
great and the minor -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Carlini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Carmando – Roma – filosofia italiana (Roma). Charmander -- According to Seneca, Carmando wrote a book on comets. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carmando,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Caro: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretare -- interpretante,
interpretato – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Caro likes
‘interpretant,’ I spent various tutorials going through Aquino’s Commentarium’
on the ‘peri hermeneias’ – my tutees were fascinated by the fact that while the
Grecian hermeneias is figurative – after Hermes, some say – ‘inter-pretatio’ is
not!” -- “I love Caro – he has philosophised on Davidson’s philosophising,
notably Davidson’s idea of the interpretant, an idea Davidson borrowed – but
never returned – from Peirce!” Insegna a Roma. Si occupa di filosofia morale, di libero
arbitrio, teoria dell'azione e storia della scienza. Ha difeso la teoria detta
" naturalismo liberale", già oggetto di discussione nelle letteratura
specialistica sull’argomento. È membro dei comitati scientifici delle riviste Rivista
di Estetica e Filosofia e questioni
pubbliche. Collabora con Il Sole 24 Ore, e ha scritto per The Times, La
Repubblica, La Stampa e il manifesto. Presidente della Società Italiana di
Filosofia Analitica (SIFA) dal al. È
vicepresidente della Consulta Nazionale di Filosofia. Ha condotto ZettelFilosofia
in movimento, programma televisivo RAI dedicato alla filosofia. L'asteroide 5329 Decaro è chiamato così in
suo onore; “Dal punto di vista dell'interprete. La filosofia di Davidson, Roma,
Carocci); Il libero arbitrio, Roma-Bari, Laterza); Azione, Bologna, Il Mulino);
La logica della libertà, Roma, Meltemi); Normatività, Fatti, Valori” (Macerata,
Quodlibet); Scetticismo. Storia di una vicenda filosofica” (Roma, Carocci). Siamo
davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio (Torino, Codice).
La filosofia analitica e le altre tradizioni (Roma, Carocci). Bentornata Realtà: Il nuovo realismo (Torino,
Einaudi,. Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società” (Torino,
Codice,. Biografie convergenti: venti ircocervi filosofici, disegni di Guido
Scarabottolo, Milano-Udine, Mimesis). Cos’è il nuovo realismo [What is
the new realism”], Mimesis, Milano) Azione [Action”], Il Mulino,
Bologna, Il libero arbitrio. Un ’
introduzione [ Free Will. An
Introduction ” ], Laterza, Roma-Bari); Dal punto di vista de ll’int
erprete. Il pensiero di Donald Davidson [ From theInterpreter’s Point of View. Donald
Davidson s Thoug ht], Carocci, Roma
Interpretazioni e cause [Interpretations and Causes], Doctoral
dissertation, Università diRoma. Editor (with M. Mori - E. Spinelli)
of La libertà umana: storia di un’id ea, Carocci,Roma,
forthcoming.2) Editor (with Lavazza Sartori) of Quanto
siamo responsabili? Filosofia,neuroscienze e società, Codice, Torino Marraffa)
of La filosofia di Martino, special issue of Paradigmi, Editor
(with L. Illetterati) of a special issue of Verifiche on Classical German Philosophy. New Research Perspectives between Analytic Philosophy and the Pragmatist
Tradition) Editor (with S. Gozzano) of a special issue of
Rivista di filosofia on The philosophy ofconsciousness,
Editor (with M. Ferraris) of Bentornata realtà. Il nuovo
realismo in discussione, Einaudi,Torino) Editor (with Poggi),
La filosofia analitica e le altre tradizioni, Carocci, Roma) Naturalismo,
special issu Rivista di Estetica, (with Barbero and Voltolini) Editor of
The Architecture of Reason. Epistemology, Agency, and Science, Carocci,Roma
(with Egidi) Editor of Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il
mistero del libero arbitrio,Codice, Torino) (with Lavazza and Sartori). Guest
editor ofÈ naturale essere naturalisti?, special issue of Etica e politica,
(with Barbero - Voltolini). Editor of Scetticismo. Storia di una vicenda
filosofia, Carocci, Roma
(Spinelli) Editor of La mente e la natura, Fazi, Roma (Italian version of Naturalismin
Question ) (with Macarthur) Editor of the Italian version of H.
Putnam, The Fact/Value Dicothomy, Fazi, Roma) Normatività, fatti, valori,
Quodlibet, Macerata (essays by Wright, Hornsby, Fogelin, et alii ) (with
Rosaria Egidi and Massimo De ll‟ Utri) Editor of Logica della
libertà [ The Logic of Free dom],
Meltemi, Roma) -- contains the Italian translation of essays by A. Ayer, R.
Chisholm, P.F. Strawson, P. vanInwagen, H. Frankfurt) Guest editor
of Libertà e Deter minismo Freedom
and Determinism ], specialissue of
Paradigmi, Presentazione del numero speciale di Paradigmi dedicato
a La filosofia di Martino, Machiavelli e Lucrezio , postface
to Brown, Machiavelli e Lucrezio. Fortuna elibertà nella Firenze del
Rinascimento, Carocci, Roma, Metafisica e naturalism o: una entente cordiale?,
Sistemi intelligenti, Galileo e il platonismo fisico - matematico, in
Chiaradonna, Il platonismo e le scienze, Carocci, Roma Introduzione (with
R. Chiaradonna) to R. Chiaradonna, Il platonismo e le scienze,Carocci,
Roma Naturalismo nel mirino: ma quale intendiamo? , Vita e pensiero, Autonomia
della filosofia e neuroscienze, Rivista di Filosofia, Libero arbitrio e
neuroscienze, in Lavazza, G. Sartori (a
cura di), Neuroetica,Il Mulino, Bologna
Filosofia della mente, in Dizionario della mente Treccani,
Istituto dell’EnciclopediaItaliana Italiana, Roma Ne uro-mania e natura
lismo (commento, su invito, a ll articolo target di Castelfranchi e Paglieri) (con Lavazza), Giornale italiano di psicologia, Il migliore dei naturalismi possibili
Etica et Politica / Ethics et Politics, (with
Voltolini). Psicologia, intenzionalità, scopi: un punto di vista
filosofic o, (invited commentary to atarget article by C. Castelfranchi
and F. Paglieri), Giornale italiano di psicologia, Libertà e responsabilità mora le,
in Enciclopedia del Terzo Millenio, Istitutode ll Enciclopedia Italiana,
Roma Le neuroscienze cognitive e
l'enigma del libero a rbitrio, in M. Di Francesco M.Marraffa (a
cura di), Il soggetto. Scienze della mente e natura dell’io, Mondadori,
Milano Neuroetica e libero a rbitrio, in Bacin (a cura di),
Etiche antiche e moderne, Il Mulino,Bologna Introduction to the Italian tr. of
Dupré, Human Nature and the Limits ofScience, Laterza, Roma-Bari (with
Telmo Pievani). Temi scotistici nella discussione contemporanea sul libero a
rbitrio, Quaestio Gazzaniga,
Hauser e la fallacia dei cromosomi mora li, Micromega (Almanacco di
scienze) Filosofia, musica e asc olto, Rivista di storia della filosofia, Il ritorno dello scientismo, in M.
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(with MassimoMarraffa).Due concetti di libero arbitr io, in R.
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presupposti sociali della responsabilità, «Filosofia e questioni pubbliche, Per un connessionismo non
eliminazionista Sistemi Intelligenti,
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Libertà metafisica e responsabilità mora le, Paradigmi, Prese ntazione, Paradigmi, Determinismo e filosofia della mente
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Napoli Monismo anomalo ed epife
nomenismo, Il Cannocchiale,
Il lungo viaggio di Putnam, Lingua e Stile, XXXI, Epistemologia e interpretazione: l
esternalismo di Davidson, Rivista di
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discriminazione tra la scienza e l'arte: un problema per il relativismo
epistemico, Paradigmi, Review of S. Nannini, Naturalismo cognitivo.
Per una teoria materialistica della mente,in Iride, Review of L. Fonnesu,
Storia dell'etica contemporanea. Da Kant alla filosofia analitica,in
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Il naturalismo filosofico di Quine [review of Quine, La
scienza e i dati di senso, Roma Tempo
presente, Review of Scienza e
relativismo: un ossimoro? [review of: R. Egidi, La svoltarelativistica
nell'epistemologia contemporanea, Milano Tempo presente, Review of E' ancora possibile una storiografia
dell'arte? [review of: H. Belting, La fine della storia dell'arte
o la libertà dell'arte, Torino Tempo presente,: Università della Calabria,
Conference of Italian Association of Philosophy ofMind. Commentator of the main speaker, Crane: participant in the debate
on Semiotics and Phenomenology of the Se
lf, Roma, Società Italiana di Filosofia: University of L’Aquila. Lecture on Free Will and Causal Determinism . Ravenna
Scienza, Neurobiology of Free Will: Is Our Will Free? .Invited speaker.
Paper: The Philosophical Mystery of Free
Will. Roma, Auditorium Parco della
Musica, Festival of Science. Lecture on:
Gödel Theorems and Free will (with Rebecca Goldstein).: Reggio
Emilia, Istituto Banfi. Conference Nature and Free dom; invited spekaer
for the section The naturalization of
free dom (commentators Benini eS.F.
Magni). Nature and Free dom. : University
Ca’Foscari, Venice. International Conference, Davidson: Language -
Meaning - Mind - Action ; invited speaker. Paper: F reedom andInference to the
Best Explanation .Sassari, Sassari Association of Philosophy and Science.
Lecture on Freedom and Scien ce. Vita Salute San Raffae le University, Cesano
Maderno (Milano), First Meeting of the Italian Association of Philosophy
of Mind ; organizer and chairperson. Genoa, conference, Mental Processes ;relatore invitato per la
sezione Action and Rationality
Hornsby). SISSA, Trieste.
Conference Neurophysiology and Free W ill; invited speaker.
Paper: Etica e libero arbitrio .
University of Trento, International Conference,
Agency and Causation in theHuman Sciences . F reedom and the Social
Sciences ). Vita e Salute - San
Raffaele University, Milano. International Conference, A Day for Freedom? A Conference on Free W
ill. Discussant di Hughes: University of Florence, International
Conference Philosophy, Neurophysiology and
Free will On the compatibility of philosophy and scienc e.Istituto di
studi americani, Roma, International Conference, Pragmatismand Analytic Philosophy:
Differences and Interac tions (invited speaker). Paper: B eyondScientific
Natura lism. University of Piemonte orientale, Department of
HumanisticStudies. Three lectures on Freedom and Nature.
November 26, 2004: University of Florence - Department of Philosophy.
Lecture on TheConcept of Naturalism: University of Pavia Giason del Maino
College. Lecture on TheContemporary Debate on Free Will . University
"Vita e Salute San Raffaele, Milano. Lecture
on Freedomand Nature. University of Piemonte Orientale, Vercelli,
Department ofHumanistic Studies, conference on
Scientists and Philosophers and the Study ofComplex Sy stems: Genova, VI
International Conference of the Italian Society of Analytic Philosophy (member
of the scientific committee). Rome. International Symposium
"Questions on Naturalism"
Rome. Davidson on Human Free
dom. Conference on Davidson, Department of Philosophy, Università Roma
Tre (Rome. Discussant of Akeel Bilgrami. Workshop at LUISS University. Florence.
Paper: Metaphysical Libertarianism .
Conference on Nozick’s philosophy, Department at the University of Florence
(speaker), Sassari. Lecture on Logica e
retorica [Logic and Rhetoric].Department of Foreign Languages and
Literatures, University of Sassari (invited lecturer), Siena. Paper on
Naturalism and Free dom. Workshop on The Free Will problem.
Department of Philosophy, Università di Siena Sassari. Workshop on Skepticism
and the Reemergence and the Self, Department of Philoosophy, Università di
Sassari, (discussant), Messina. Paper on Naturalism and Intentionality .
Annual Meeting of theItalian Society of Philosophy of Language. Cosenza.
Lecture: Memoria e identità [Memory and Identity].Department of
Philosophy, Università di Cosenza, Florence. Freedom and Moral Responsibility:
Mysteries orIllusions? . Florence Rome. Lecture La teoria della
conoscenza nel Novecento [TheTheory of Knowledge in the Twentieth Century].
Italian Society of Philosophy , Rome. Paper on Il fondamento filosofico
dei diritti umani [The Philosophical Foundation of Human Rights]. Conference The Question of HumanRights Università
di Roma La Sapienza Pavia. Lecture
on Responsabilità e causalità: critiche a Strawson e Frankfurt [ Responsability and Causality: Some Criticisms
of Strawson and Frankfur t]. Department of Philosophy, Università di
Pavia (invited speaker). Cosenza. Lecture on Ragioni e cause Reasons and
causes Calabria ( Padua. Lecture on
Freedom and Naturalism, Department of Philosophy,Università di
Padova, Milan. Paper on Interpretations
and Criteria of Correctness .Conference: Interpretation and Correcteness,
Università Statale di Milano (Bologna. Causality and Naturalism. Annual Meeting
of the ItalianSociety of Analytic Philosophy, Università di Bologna (invited
speaker). Rome. Paper on Forms of Causation. Annual Meeting of the
Italian Societyof Philosophy, Università Roma Tre Siena. What Strawson Hasn’ t
Proved . Annual Conference ofthe Italian Society of Analytic Philosophy
(Rome. Paper on Freedom and the
Self . Conference: The Nature of theSelf, between Philosophy and
Psychology, Università Roma Tre Rome. Paper on
Van Inwagen’s Consequence Argument .Workshop: Freedom and
Necessity, Università Roma Tre Florence. Paper on What we should mean with the Word
Person (with Maffettone). Conference Le ragioni del corpo
[The Reasons of the Body]. Istituto Gramsci Rome. Paper on Davidson on the Conceptual Schemes .Workshop:
Talking with Davidson, Università Roma Tre, Rome. Speaker with Davidson at the
presentation of the book M. De C., Interpretations and Causes. New
Perspectives on Donald Dav idson’s Philosophy, Università Roma Tre Rome. Paper
on Against an Alleged Refutation of
Kripke’s Skeptical Argument . Facts and Norms, Conference of the Italian
Society of Analitic Philosophy, Università Roma Tre Palermo. Paper on Davidson on Following a Rule .Conference: The
Linguistic Rule. Conference of the Italian Society of Philosophy ofLanguage
Rome. Paper on Is Libertarianism About Free Will Scientifically
Acceptable?. Conference: Determinism and Freedom, Università Roma
Tre(organizer and speaker), Bologna. The
Roots of Epistemic Skepticism .Conference: Science, Philosophy, and Common
Sense, III National Conference of theItalian Society of Analitic Philosophy,
Bologna (Rome. Lecture on Freedom and Necessity. Seminar of
theInterdipartimental Reasearch Center on Scientific Methodology (invited
speaker). Rome. Paper on G.H. von Wright
on the Mind-Body Proble m. Conference The Study of Mankind in George
Henrik von Wright, Università RomaTre Rome. Paper on Davidson on Holism and SemanticExterna
lism. Conference: Perspectives on Holism, CNR Roma (organizer
andspeaker). Rome. Paper on Galileo’s
method . Conference: Philosophies of Nature from the Renaissance to the
Twentieth Century, Università Roma
LaSapienza Rome. Paper on
Davidson on skepticism. Davidson’s
philosophy, Università di Roma La
Sapienza ” Lucca. Paper on Logic and Philosophy of Science:
Problems and Perspectives. Triennal Meeting of Italian Society of Logic and
Philosophy ofScience (speaker), Rome. Paper on
Perspectives of Rea lism”. Lecture at the Departmentof Philosophy,
Università di Roma La Sapienza ”Rome.
Paper on W ittgenstein and the Philosophy of Mind ”.Conference: Wittgenstein on
Mind and Language, Università Roma Tre (speaker). Grice: “When we taught De
Interpretation with Austin, a tutee would ask ‘hermeneias’? Austin thought that
Heidegger’s attempt to link hermeneia (to interpret) with Hermes was far
fetched, so we left it at that!” Nome compiuto: Mario De Caro. Caro. Keywords: interpretare,
Davidson, Putnam, “derivative Old-World philosopher focusing on New-World
philosophers like Putnam or Davidson!”, interpretatione, peri hermeneias,
Davidson on Grice – Grice on Putnam on Grice ‘too forma’ – Davidson on Grice –
‘a nice derangement of epitaphs’ Grice on Davidson on intending: conversational
implicature theory too social to be true: ‘intending’ ENTAILS belief, does not
IMPLICATE it! Pears, D. F. Pears. – P. F. Strawson and H. P. Grice on ‘free’ –
Actions and Events --.- Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Caro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Grice
e Caronda: all’isola -- Roma – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
italiano. Catania, Sicilia. According to Giamblico di Calcide, a Pythagorean,
one of those who studied with Pythagoras himself. He achieved a repulation as a
legislator. It is said that when he found out he had accidentally broken one of
his own laws, he committed suicide. Whether he was ever a Pythagorean at all is
now widely questioned. Substantial portions of a work on laws attributed to him
survive. Caronda.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Caronda,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Carpanis: implicatura conversazionale e arte combinatoria
razionale – scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “When I proposed my analysis of “I am hearing a noise’
in terms of memory, I was, unconsciously, following C.!” Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Tulius vero perfectissimus orator in cuius libro Rhetoricorum de hac
arte tractavit licet obscuro et subtili modo in tantum quod nemo ipsum
intelligere valuit nisi per divinam gratiam et doctorem qui doceret ipsam artem
qualiter deberet pratichari. Ad una diversa atmosfera culturale e a
temi legati alla “psicologia” e alla “filosofia” più che alla retorica, ci
riportano invece altri saggi nei quali l'influsso delle impostazioni del LIZIO
ed AQUINO (vedasi) è assai più forte di quello esercitato dalla tradizione
della retorica di CICERONE (vedasi). Si tratta, come è ovvio, solo di una
differenza di grado poiché proprio attraverso Alberto ed AQUINO (vedasi),
l’arte di CICERONE (vedasi) della memoria è entrata a far parte del patrimonio
della cultura scolastica e tuttavia, in qualche caso, si assiste, leggendo
questi trattati, all’interessante tentativo di ricavare direttamente dai testi
del LIZIO alcune regole della memoria artificiale. In questo senso è tipico il
“De nutrienda memoria”, pubblicato a Napoli nel quale C. si propone di
presentare le dottrine svolte dal LIZIO nel De memoria et reminiscentia condite
col sale d’AQUINO. Il sensus communis appare a C. simile a una gigantesca selva
– “silva maxima” -- nella quale vengono
accumulandosi le immagini provocate da ciascuno dei cinque sensi. Su questo
caos agisce l’intelletto con una triplice operazione. In primo luogo,
l’intelletto dove prendere coscienza delle immagini. In secondo luogo
l’intelletto connette l’immagini secondo un ordine preciso. Infine, quasi
deambulans per pomerium, l’intelletto lega l’una all’altra le cose simili
ri-ponendole in archa memoriæ. Quando di quelle cose si parli, l'intelletto
quasi de armario pomorum cibum sumens, VERBA per dentes ruminantis intellectus
EMITTIT. La MEMORIA, a sua volta, si muove su un duplice piano: quello del
senso – o mera percezione (Grice, “Personal identity and memrory: “I am hearing
a noise” – Someoe, I, is hearing is noise -- e quello dell’intelletto. La
memoria sensitiva (vis quaedam sensitivæ animæ) appare strettamente congiunta
col corpo – Grice: uses of “I” attached with ‘my body’ -- e capace di ritenere
corporalia tantum; quella intellettiva – cf. Grice, pure ego, ‘soul’ --, al
contrario, è armarium specierum sempiternarum. Alle principali tesi del LIZIO
C. accosta, quasi sempre, la citazione di passi tratti dal De triritate di
Agostino. Così la dottrina del LIZIO del carattere corporeo dei CONTENUTI della
memoria – “I was hit by a cricket bat” -- sensitiva viene accostata al passo di
Agostino sulla memoria delle pecore che, dopo il pascolo, tornano all’ovile.
Mentre la nota tesi agostiniana della identità tra memoria intelletto e volontà
viene citata a conferma del carattere intellettivo di una delle due parti nelle
quali la memoria si suddivide. Anche la dottrina degl’aiuti (admincula) della
memoria risente da vicino della sua origine in AQUINO (vedasi). Accanto
all’ordine (bonus ordo memoriam facit habilem) e alla ripetizione (ex
frequentibus actis habitus generatur) C. colloca fra gl’aiuti principali la
similitudo e la contrarietas. Senza far ricorso all’arte della memoria locale
[De nutrienda memoria C. regnante serenissimo et illustrissimo odmino nostro D.
Ferdinando dei gratia rege Sicilie, Hierusalem et Hungarie, contenuto nel cit.
Cod. marciano De nutrienda memoria. De nutrienda memoria. C. giunge in tal modo
a fissare alcune regole ricavate, anziché da CICERONE, dalla psicologia del
LIZIO. Contrarietas secundum dicitur adminiculum ubi notandum est quod quando
res diversorum ordinum et qualitatum essent recitandæ in una oratione vel in
una sententia eloquendac, tunc ordo subsequens debet esse contrarius immediate
antecedenti, ut si videlicet memoranda essent libertas servitus frigus estas
divitiæ paupertas pictas crudelitas iustitia impictas, sic ut sunt hic nominata
ordinabis; non autem dices: libertas, frigus servitus estas divitiæ pietas
paupertas crudelitas. Graveretur enim memoria sic inordinate procedens cuius
ratio videtur quia contraria non se compatiuntur ad invicem immo iuxta se
posita nullo medio, motum habent contrarium et operationem ad invicem
contrariam. Sic itaque, sicut motum nullo medio ad invicem habet contrarium,
sic in memorando nullum aliud habendo vei querendo auxilium, movebunt memoriam.
ARS ENIM IMITATVR NATVRAM. Un tentativo dello stesso genere è presente anche
nel De omnibus ingeniis augendae memoriae di CARRARA (si veda) pubblicato a
Bologna. Anche in questo caso le osservazioni del LIZIO sull’ordine, sul
passaggio del simile al simile, sulla contrarietas vengono interpretate come
vere e proprie “regole” dell’ars memorativa. Ma oltre che per queste
derivazioni del LIZIO e per la proposta di un particolare tipo di De nutrienda
memoria. Inc. contenuto, accanto a quelli delle opere di TOMAI e di C., nel
cod. marciano -- Eximio dldodori domino salvatori de peregrinis de mai da magister
Dominicus de C. de Neapoli ordinis minorum. Vom a nobis poftfauerit dominatio
tua ut ea uobis exeplaremurjqua; ab LIZIO tradit litteris credita de nutrienda memoria disciplina dC fi nobis
in £fentiarum multis fludibus laboratibus onerofujn ee uideat attame il Ia qua: uincit oia cantafid redit fue uirtute
iocudu ipfe igif oia uincens amor^qui ut
eius eft jprefto nos cantati tue red dit
obfequi et parere ab amoris ope et obfequio noftro:oes inuidie et liuoris apes ac detractdionis
aculeos ambigat et expellatjquac du
ueritatis mella diffundere uident corda ta
meaudientiufelleapcrimuntinmdiadu femen difcipline fide ab eorum cordibus mordedo detrudut:His
igitur fur da aure poft terga dimiflis
accipe caritatis noftre dC n5 ali/ cuius
dodrine munufcula qua: Ariftotelis dicut de memo ria dc reminifeentia documenta fandi dodbris
Thome de Aquino (ale codita quoru
uidclicetquom quatuor fint pri
mueitanotadu Capitulum pmiflum fuper documeta Rimo notandu e q> in traditoe cuiuflibet
documeti pmo erit regula documeti
trahes:fecrido poft fe exe pluttertio
aut ueniet ratio* Ita*n*i ubet Ariftoteles in princi/ pio primi de partibus aialiudices eruditi n.e
fecudu jp po/ (itu dC bene pofle
iudicare q> at bene aut no bene redit cam
hazcille qrto uero incides,p fufeipiedo documeto iuuame. Primum documetum^j Ota q> bonus dC clarus intelledus habile
et clara red / dit memoriam* 4 A Exemplum*
Otar ummmide tu r facilior q ignotoru memoria ho/ minum intelligere igitur memoranda
conare Ratio ;i Vonia cu memoria ut idem ariftoteles
teftatur nil aliud fit qua firma
retentio 3t coferuatio reru imagi^ nu
prius ab aia pceptaru qua qde coferuatione eloquentiae tbelauru latinoru oratoru princeps cicero uocat:N5
T nifi g i telledus manum in memoria:
arch a funt quarqs memora/ turus eft
conferuada intelledusmmt cois ethimologia fon^
re uideturqfi intra memoria: Iedu leges e*i*in reqem das quxfxpeuoluit intelligere Iuuamen, D qua
ratione accipienda fcieau e q? comunis fenfus
nofter quii prima capitis parte fitus eft tanq filua ma xima e in qua omnium rerum imagines per unu
quecj fenfuum percepte relucent ficut in filua oium et arboru et pia/ tarumherbarumc^faciesjperunum quodqj femen
exorte uirent ex hoc igitur chaos maximo
intelledus:quafi germi na prima qux
dicuntur cimx plantarum cultor luis quxqjs
poft eorum cognitioem quae prima intellectus operatio di citur nedit ordinibus: quae fecunda eius
operatio dicitur:& tertio quafi
deambulans per pomerium incoclufione legit
fimilibusfimiliacoaceruans:qua{iin fafciculos ligna : 6c ca lato poma:quia nihil eft in intelledu quin
prius fuerit in fen fm&illa in archa
memoria reponit:de quibus cum loquif
quafi de armario pomorum cibum fumens VERBA perdentes ruminantis
intelledus emittithinc Auguftinusin diaf/
colomficut ingenium inquit diuidendoinueftigatSC inue/ nit ita memoria colligedo cuftodit dC quafi
fos riuulos emittit memoria uerba f Aliud adminiculum. Ropter quid notadum eft
adhuc g? memoria e mul / tiplex
uidelicet memoria fenfitiua et memoria intelle
ctiuateft aut memoria fenfitiua iiisquarda anime fen (itiuecorporaliunitaorganocorporalia* tantum
apprehen dens et retinens &C eodem
pereuntis periens*ad hoc et nunc ipfa fe
habensmnde Auguftinus in fecundo de tnnitate^pof funtinquitpecorafentirepcorporis fenfus&
ea memorie madare«ad affuetuenim prefepe
reuertituraflenfus qii#q-r dem fenfitiua
memoria deftructo organo corporali perit et ipfa q? patet in mtellectiuo homine qui ab
retentis in {enlitiua memoria fpetiebus demu ad intellectiua memoria refle ctitunfignu autem huius da^Auligehus i libro
de noctibus acticisloquens de democrito
philofophout retentas fpecies fenfitiu as melius mtelligeret fe orbante. Emoria
aute intellectiua eft potentia et uis quarda in
tellectiue anime fpecieru fempi ternarum armariu un de LIZIO in tertio de aia^aia inqt locus
fpecieru e no to ta fed intellectus
ideft itellectiua memoria hinc Auguftin9
imxi.de trinitate memoria inqt intelligentia et uoluntas fut una mens.ha:c nec corpus e nec in corpore
uirtustcorpora lia enim tatummodo
memoraretur ut patet p Ariftotele di
centes multi colore efreoculualioquiiifuo tatumodo colo re colorata uideret:extrah it etia non folum
fpecies a corpo ralibus ut
intelligibilia fiant memoranda ea fibi aftimilado: Sed etiam ab hoc &C nunc quaquam ut
pafliua potentia no femper ipfa
actualiter memoretur:ha?c de memorie diuifio
ne tipice dicta fufficiant. Adminiculumduplexeft,. A ii Rjmu dicitur
attentio Ariftotelcs indude afa addes
adiuoru (ut ipatiete bene difpofito: Ariftotelis at pre ceptor piato intimeo auidi difcipuli et probi
forma deferibes ego iquit ut probu auditore decet fine fermoe fub fcile/ tio metem aurefqj parabo:hinc Hieronimus ad
Paulinum habet inquit nefcioqd latentis
energie uiue uocis adus et in aures
difcipuli de dodoris ore tranffufa fortius fonat fi/ militer 3C deledatio cum admiratoe unde et pueri:&
mob les carne funt boni intellcdus atep
memoria na pueri pri/ mum ifbrme
habentes aiam:& cam oium ignoratestin fcie
tiis delcdant& admirant i cognofeedis ude et magiftroru dcfedut honore dC flatuas afpiciut
admirateffanctoru dC de pidas eoru
hiflorias»Secudi uero tanq impotetes oium ad
miratur dC magnifaciut fcietias:magnain«faciut dodrina et ut iperfedi perfeddem ea acquirere
dcledantunattede igi tur difcedis et memorandis
ut magnifacias ea : Arifloteles enim
dicit quedam femeLfiattente uidentes melius memo ramur qua aha multotiesXno attete et Saluflius
ubi itede/ ris igeniu ualet
Itedeledaretifciedis &mcmoradis 8>C mafgnifica iIIa:Tulli? n bene iquit
memoramur q i pueritia di dicimus et orati?
quo femel e ibuta reces f uabit odore Te
ftadiu: &cudeledari:c6tingat cuqb9cofuetudoine(l ipfe £ git tecum loquere et cum fcientia quafi cum
fponfa iocare multis ornata monilibus.
ACCADEMIA enim in academia uilla fer
pentibuscircuncindautdifcipulorum animus infe reclu/ fus proficeret in dodrina legebat hoc etiam
communis co fuetudo uidetur approbare
fcolarium qui feneflrasauleftu dii tela
uelant ut aer tantummodo pro afpiciendis litteris 8C non pro oculorum uagatione illuminetur Secundum
adminiculum Ecnndu adminiculu
diciturnioderatio apprchenfo^ rum per
intellectu : no enim ualet memoria retinere
qua: intellectus caperc:facilius enim eft ligna lddere&liga re qua fuppofitis humeris fubtecloportare Ite
tectu no eft capax omniu qua: in iilua
funt lignoru noli igitur plura le/
gend.o per intellectufri capere qua qua: ualet memoria reti nere ne forte ceflante intellectus tympano et
pfalterio Jn in tcllectione illoru
ceflet etiam dC illoru poflefiio utilius eni
tiidetur tranfeunti & trafuolantiprouincias&uoluptat'em in nouitate diuerfaruni reru captanti diutius
comorarij \ ali da oculoru tantumodo uolate praefenria delectari:tran(acta eni imagine tranfit oblectatio primo Secundo
uero relicta eft umgofimul et floru
pofTeflio» archa aut pofieffiois (ciS
tie memoria primo vacua fecudo uero remanet plena Secundum documentum Otaq>bonusre&ufq$
ordo memoria faciet bona ha bilemcj et rectam
Exemplum. Aciliusrectiufcjmemoraturus quis conuiuante fa / miliam totam (i afeendendo a feruis icipiet
et grada tim ad patrem familias
cucurrerit reuerhirus ad feruosdon gius
enim erit iter memorie et reminifccntie in reuerfioe et defcefu ad feruos propter quod lafla et fefifa
memoria ipm relinquet unde Hieronymus
ait de euangelifta Matheo cp ufus fuerit
ordine pra:pofteroded neceffario comutato ut
generationis chrifti feries texeretur
jKatio ad memoranda Vom Augiifliniisdecimononode ciuitate dei dicat q? ordo eft parium difpariucj rerum fua cuiqj
loca tribuens A iii dispositioiu fiet motus mcmoric ad illa memor&U
quem admodu dCordinistquapropter Cicero
fenfit q> oratorem oporteret oia
fcire fcilicet lecudii ordinem 'quia ars imitatur fcmper concito gradu naturam j Iuuamen Binotandu eft quod ordo eft
multiplex cuius 'nobis diuifio trina
fufficiat primus ordo dicitur ordo natu
ire duplex exiftens primus dicitur uniuerfalis quod faftum a BOEZIO (vedasi) dicitur in libro de
philofophicaconfolatione q fe cundu
eunde in dicto libro nil aliud cffqua difpofitio mobi liu reru per qua diuina prouidentia fuis
quarqp nectit ordini bus fic pecudis
femen ad pecude generanda et hominis or
dinatur adhoiem et ut Ouidi? primo methamor.ait, Affra tenent cadefle foliu formeqsdeoru ceUerunt
nitidis habitan de pifcibus unde Terra
feras ca:pit uolucres agitabilis aer#
Ecundusaute particularis dicitur (ecundu que natu ta in uno quoqs parpaiki i naturaliter
producedo or dinateprocedit. Nam in
humano uentre ex fufcepto uiri (e
mineprio embrione coagulat de quoSalon feptio capitulo Sapientie fue ait g fum qmde 6C ego mortalis
ho fimilis horni Ilibus et ex genere
terreno illius qui prior fadus elt dC in ue tre matris figuratus fumcaro.dece
mcnfiu tepore cpagula tasfum in
fanguineex i femine hois ex delectamero fomnii
conuenientis &c#tera,Secundoquafiexquadamaflacoa gulataincipitcarneaaia fcilicetfenfitiuaillu
informans pro pter quod dominus per
lerenna cominatur fuperbo ifraefs populo
quafieoru mhileitateoftendendo dicens quali olla in manu figuli ita 5C uos in manu
dominhTertio in noinbf finioaiaii hole
quafi deficiens natura a domino carleflem di
uina^aiam expectatpropter qd‘ didu e quod genus lpius cilicetdei fumus
perfedus tande inefle hois ho quafi libet et fui dommnsifradns feris materni carceris in
luce perdit# &m potentia habens
cuncta ut Bauitoiafubiecifti&csete
ra nnllius tamen perfectus poflefibr lingua habens et inte! lectum: nec fatur nec ratiocinatur propter
quod illius die fui ctas infantia
nominatunfecunda pueritia*tertia adolefce
tia qtaiuuetus qntagrauitas fexta fenecftus feptia decrepi tas ultra q nihil hui^uitae expe&at nifi
refolutio ad morte. Dmemoradum igitur totum hoiem 5C qua; accidut ei fecundum oes aetates fic facilius
monebitur mcmo ria ut eft mota NATVRA
ARS enim praheuntem pfequitur na turam
et eius prora dimiffa ucftigio calcato natura profeq tur puppim et ipfa quafi duce pradieunte
uelocius percurre dam tranfuolatuiam
Ecundusordo dicitur rationis ubi notandum eft q'<£ ratio uas eft omnibus calatu dC floridam
uirtutib? ue lut cadum ftellis interquasuelutdranaftella
refulget puri? Incidiufq3 iuftida ronalis
em puer indignatur bolum accipere apparete a quo no ut decuit uultu ironicu
afpexit* Ite con uiuantibus uel in
ecclefia conuenientibus uiris adultis ipfe
non alta fed humilia elligit fibi loca unde proportio iufticie uidetur lucere in talibus*hinc et enim e qcf
pnm^chori loc? dat pape*fecudus
cardinali terti9archiepo qurt9epo*qntus
Sacerdoti dignitate pradido/extuspriuato facerdoti*fepti musdiacono*o&auusfubdiacono*non9acolito
decim9 fer uieti i ecclefia Ite prio
lgator poft que rex e cui fuccedit dux
que feqtur marchio trahens poft fuos humeros comitem cuius terga refpicies procedit eques cuius
talis fequens gra ditur armiger poft
quem prsefto eft equi agitator illius *lte
primus menfe locus datur patri familias
Quinto ex uno latere secundus primo genito tertiust secundo genito ex
aliola tereprimus matrifamilias
fecudus*prime nataru tert&fecfi
de«nataru*qrtus*£uo &C atfcille feqnti: nofces igitur ordine huc&gradiensper ilifi
ficiufto&redogradufactledinda
memorabit pg qdJ dicif q? gradatim rememoratesoes fci£ tias fm earu ordine uel £m ordinem q ipfas
gcepcrut feu ac quiliuerut facile memoratur
eudaru unde et re khoare ob litu in
recitado peipitur puer unde Ariftoteles poft primi inquit motum natus eft
fubfequi fecundus Ertiusdicit artis ordo
duos habes fontes uidelicet in tellediuu
fpeculatiuu et intellediuu pradicu q oge et inquifitione unus cu fit multiplex nominat
Rimus fons omnes fcietiasbC partes earum ordinat unde prima fcie ntiarum dicitur
gramaticaifundame tihmeft aliam
fcientiarum poftq eft fecunda polimita rhe/
torica dc hacfequif dialetica et ut huic fuccedit pBica Ite prima partes ordinat na primo e fpeculatiua
gramatica et pofitiua lecudo dnogrophia
tertio ethimologia qrto dia/ fintaftica
1 teprimo uol uit recognofcere nome fecudo uer.
bumJte primo philofophia phificoru librum ponit* fecun / do iibrum de generatione et corruptione
Ecundus fons cotinet oes mecanicas artes C pradiV eas ordinationes ut eft medicinatars
militaris dc architeduraJtearchitedOr primu fundametufcdoaula*iii cdclaue
ordinati tedu fuppmu in quolibet igr illoru me/
moradoru fit memorati cognitio ordinis Ariftotelis q bene iqt iuice ordiata ft bfi fut remifcibilia q
uero malegrauiter Primum adminiculum Imilitudo igitur primum dicitur
adminiculum quas erit fecudu ordines et qualitates
ut fi iudicis memora rico tingat Moyfen populi ifraeliticiiudicem praeoculis
ha bebisritem lufci dC caeci
fuiphonizantem et fi ducis homin€ aureo
clipeo uel argenteo capite circucintum ide Auerois comehtator LIZIO aitcp memorari conringit
propter fuum fimile cuius Tignum apparet
in reminifcentibus alicu tus
prateritipropter pnrfens fimile occurrens unde aiunt modo uide cuius re minifcar propter
finnlitudine auditi uer bi uel uife rei
uel modo uide cuius me facias remimfci»
Secundum adminiculum Ontrarietas fecundum dicitur adminiculum ubi
no/ tandum eftq? quando res diuerforum
ordinu et qua litatum effent recitande
in una oratione uel in una fententia
eloqnende tunc ordo fubfequens debet ede cotrarius ime diate antecedenti ut fi uidelicet memoranda
edent libertas feruitus frigus edas
diuitie paupertas pietas crudelitas iufti
cia impietas fic ut funt hic nominata ordinabis non aute di ces libertas frigus feruitus cftas diuitie
pietas paupertas cru delitas:grauaretur
enim memoria fic inordinate procedes
cuius ratio uidetur quia cum Boetius in libro de plpica coii folatione dicat q? contraria non le
copatiuntur adinuicem imo
iuxtafepofitanullomediomotum habet contrarium
8Coperatione ad inuice contrariam ficitaqp ficutmotu nui lo medio ad inuice habet contrariu fic in
memorado nullfi aliud habendo uel querendo
auxiliu mouebunt memoria: ars enim
imitatur naturam Tertium documentum Ota q? bona et ordinata ad unum principium
memo randorum reductio ad percurrendum
illa memoria faciet expeditam Exemptum B
i notandu tn cfl g> eft aliud principium dicit gene ralifllmu dC aliud q dicit umuerfaleu^comune
fed no ita ut primum dc aliud qp dicitur
fub principium dc particula ’ re hic
(eruadus eft ordo ut traditu eft in capFode ordine igr memoraturus totu et exercitu uel regalem
gerarthia uel fa • cerdotaledefcendedo
ab imperatore uel rege uel papa inci
piam dc ad pncipes militia? duces dC cardinales principia co' munia mediata quaprimu deucnia a quibus quafi
reicipies defeendaad particularia
principiamidelicetcenturiones ba rones
dC epos:afcendedo uero ecotra faciedu eftdicuu facili us memorabor oes intermedios inter papa dc
eardinales dC hos dc epos 6C eos q lub
ipfis iuntjcogmtis horum dignitate
ordine 5C numero N oratione aut recitada fit terna qfi imperator dc
pn/ cipiumgeneraliftimu diuifioprima
qfidux SCprinci/
piucoe:fubdiuifiouero’quaGdux dC principiu particulare fi aut ( p fe eet recitada plixior trifaria
di uideda eft SC ad pri/ cipia
diuifionis recurrcdu eft uidelicet fi eet principiu orationis omne hoium genus
&c*mediu at cognito o ciues egre gii
dominiohui? et regno reru exterioru confumatio uero orationis fermonis 8C profie:quom ois fpledor
ornatus non fi t ab h iis qua: terrena
nubila paret fed ab hiis q a \ucx ai& p
deunt:ad lpfam refulgurateuirtute dC ad ipfam aiam inter / noru acie ueftroru extollite oculoru:igitur r
pprincipio me morare omne r p fecudo
uero cognito dC r p tertio:quom ofs dC
cetera unde dC poetice did:um eft:fcire ii uis hanc rem to ta fit fepata minuti :& alibi ut qbufda
placet tria diuifio fiat Ratio Vom aut ut ! teftatur Ariftoteles oe agens in
telledlua le intedat fmem defideratum in
quo adipifcedo fpes coftituitur quo
adepto gaudifi operlti acqritur i uxta illud
fpesq differtur affiigitaiam:Iignu uit^defiderium ueniens luncigit lecius pcedet memoria ad fine
memoradoru quu &ciarius 6i < ppinqus&faciliusfibi
illu uidcrit acquirendu hoc aut fiet in
affecutione primoru principiorum* Gregori
us n inquitq?cognitio futurorum eft exibitio pteritorum apprehenfio*n*finis ultimi uon fiet nifi
meliis finibus comp henfis:ubi nota
q> ad unum fmem ultimum multi interme
dii fines ordinanf ut ad fanitate pocula et medulla et ad ue/ neranda caniciem pueritia atq$
iuuetus:exilaraca igitur memoria percurrit ufcp ad ultimum fine:poft primorum
adep . tionc:& {pes fibi oritur de
ultimo fine adtpifcedo primis ade ptis
8<quafi{blitafuturaetfitde fine ultimo acquirendo fi< bi uidtoria casterisaliistnuphatis.ite
paufadoi finib? fterme diis a quolibet
furges i fequete eudo ualidi? ad curreda uia
fuccincla confurget. Primum adminiculum Rimum igitur adminicula
caufalitasdicir«eftm*ip{a
recitandimfoluendi globi orationis initium et caput fonfq* habens ad oes riuulos uiam quafi
caufain uirtute co/ tiiiens oes effectus
ca ante qua: in fe eft una folet efte pluriu
effectuum et quom fitbreuior numero facilius eft memoy rice retinenda cix aut multae funtpqbus
cognofcedis Ari fto.& j>cli
legeda ft opa et fefti do&orisa argumetatoib? ue" ro ut petit dilatio tua a nob illi fieri
claru ca e medi? termini qi
priaargumedpponefuit uii Aruth^picoruuiidargume
tatoib? iqtroportet ppoes memorabili* (cire:fi at cupit duar tio tua fcire iuetoe medii termini r p
argrmetatoe uide q de ea feripf t fetus
do&or Thomasde aqno,pauca*n*6cbreuia
cu lint faciliter memoria: coni mendabun tur* Secundum adminiculum* f Ecundum
adminiculumdicimrprincipiorum deter'
natioubifciedue q? fi plura nomina eflent recitanda utputa centum uel plura edent illa ad
paricularia principia reducenda quinaria
huius ratio ex tam dictis tradita uidet quom»n»perinteIlec3:us manum reponant
in archa tnemo riacreminifirendaficut
natura qua ars imitatur quinq* digi tos
manui tribuit itaurcp fafciculuqqe Itelledus manus me moria: tradit conuenienter fieri dicamus
quinarium IV documentum Otaq?potiffimumeftquartum& ultimum docume tum quidem dicitnr fepiflfima memoratio unde
Ari/ ftotcles meditationes inquit
memoriam (eruant» Exemplum» Am pueri poftq didicerin t ledionem
recitanda mag ftroadhuc multoties illa
rememorant pp qd Seneca dixit memoria
nihil perdit nifi quod fepe non refpicit»
Ratio Vom fit comunis fententiaphilofophantiumoium ex frequentatis adtibus habitu generari :
habitus aut ut Ariftoteles teftatur
intellectuales &i fcientia: fint dediffi
cili mobiles no gdit memoria q fepe uideritad (e conuerfa Primum
adminiculum Dmimculum primum premium dicitur laboriofus eni aJioru documetorut e quom fit ergo ho
finis ulti / mus horu oiutn maximu
etprimu expe&at fuoru laboru»
oes»n.ita(etiut:q7oislaborpmiuoptet:q>e diuer(u fecudu magnitudine et prauitateaioru
memoratiu:rci»f»pmii ueri tatem:&
uanitatemobferuantiumnam homunculi cxterio
rum bonorum mercedem expedantnfii femetipfos in con temptionem:obiiciut: pluris enim illa
quamuitam fuam hciut 5C tamen illa
futpuitahois et n 5 hofs uita $ itfis: It€
luxuriofi corporalia bona rcfpicunt casci ifti apparet :domi nu*n*uitc mortalium duceqpaium fubdiderut
corporis fer uituti quom p aiam corpus
&nop corp^aia uiua fit, Ifti inp
nofcendis cantilenis et in memoradis gemetis amoris terre ni (ingultibus ut carnalem mente moueat et ad
carnalia de (lderia ftudet quid
ftolidius iftis qnrp futuris lachiymis pre
fentes emittunt 8C,p futuro luctu gemitus nunc dare cogu/ tur hos quidem (equitur acies tertia
magorudentis ifti oes funtafpiciedi
palpebris ut qui ad fe ipfos nunq propriu con
uerterut internu necafpectum alioru ad fe trahere ualeant etiam externum* Agtianimi ucro eternam fuorum laborum
ppofuere mercede inter quos difteminata
eft zinzania ut aliqui ipforu ppria
apparete mercede cupietes gloriam ip(a pdat
alii uero inquarreda gloria ignominia detineat ppetuam iu xta illud fi ego gloria itiea quxro gloria
mea nihil eft. Sed eft pater meus qui
glorificat me:quapropter apoftolus ad/
monet dices omnia in gloria dei faeitc:& iteru regi (eculo rum immortali et inuifibili foli deo honor et
gloria in fecu la feculoruame*ipfe
gloria eft uirtutu*& dominus nec cui
uir tutis gratiam dederit abfcj gloria fcilicet effectu gratia: uagari tandem permittet inglorium in quo cum
fumma confiftat felicitas cu illi
preditus uirtute apparueris te ipm puta
felicem fit igitur beatitudoobiectum tuum quam ap petut^qua omnes Iaborat:& fic lemper et promptus
eris ad memorandu et memorando
felix* Secundum adminiculum* Bftractio a meditatione rerum impertinentiu
fecun dum dicitur adminiculum pluribus
SC enim intetus BfiSofcft ac! fiiiguTa
fenflis S^anrtoteleiJiiquit tp fenfusad
plura intentus ad minima fninimus efthaxigitur uir huma tiiffimede nutrienda atep iuueda memoria ut
uoluimus ex preallegatoru
doctorufcriptis legentes in dilectionis tue ca
lato a dominatione tua intrudenda cotulimus iocunda igi tur oblata manu caritas tua fufeipiat pro
quibus offeredis concito ea atq? letanti
percuretes gradu ad calce dedimus
Annodbmini*Nl»cccclxxvi,indicti6eu'iiuDie uero*xvxY decembris Regnate SeremHlmo 8c liluftriflmio
domino noftro»D*Ferdmado Dei gratia rege
Sicilie Hierufalem et hungarie 6C cetera
Regiorum uero cius Anno«xviii.Foelici
ter amem Valeperitufqg in multis in iftis etiam fufeipe uires ame i V
ARMY MEDICAL LIBRARY Cleveland. De
nutrienda memoria. Nato a Napoli. Ben poco sappiamo della sua vita: appartenne
inizialmente all'ordine dei domenicani, ma non ci sono rimaste testimonianze
più precise su questa fase, che, in ogni caso, non dove essere molto lunga, e
in cui, comunque, non pubblica nulla -- Alva.. In seguito C. veste l'abito
francescano. Non conosciamo la data della sua entrata nell'ordine. C. pubblica
il suo De nutrienda memoria, dedicato ad un "magister" Salvatore de
Peregrinis de Maida a Napoli. Nel prologo dell'opera C. ricorda il suo stato di
frate dell'ordine dei frati minori --Gesamtkatalog der Wiegendrucke. Pubblica
un'Expositio praeceptorum Aristotelis de memoria et reminiscentia, che venne
stampata a Napoli, ad opera dello stampatore Christian Preller. Come sostiene
C. Minieri Riccio nelle sue Memorie storiche da alle stampe, in italiano, la
sua opera più nota: la Epistola… degli stilliferi sermoni dela conceptione de
la gloriosa et beata virgine Maria, dedicata alla Serenissima Regina del Regno
di Napoli Madonna Johanna de Aragona -- Gesamtkatalog der Wiegendrucke. L'opera
venne stampata a Napoli, ad opera di Cantono o Cantoni di Milano. La
personalità culturale di C. non sembra di grande statura. Tuttavia le sue opere
presentano un certo interesse. Esiste comunque una netta differenza, nello
stile come nel contenuto, fra i trattati latini ed i sermoni in lingua volgare.
Mentre i primi, infatti, sono improntati al rigore scientifico della tecnica
filosofica aristotelica -- appresa probabilmente da C. durante il periodo del
suo apprendistato all’AQUINO (vedasi) nell'ordine domenicano, ed hanno il
carattere di opere chiaramente specialistiche, in rapporto alla loro epoca,
dedicate ad un problema circostanziato e destinate ad un numero limitato di
lettori. I secondi, invece, appaiono, se non come un'opera di divulgazione,
come un testo che dove esser letto da un pubblico ampio, vario e non del tutto
esperto dei problemi trattati, anche se non certo incolto, né tanto meno
popolare. Sia il De nutrienda memoria che il De memoria et reminiscentia
riprendono lo stesso argomento, il primo in termini più generali ed il secondo
nella forma più serrata del commento ai testi: e cioè, l'esposizione critica
del problema, scientifico ed insieme filosofico, della memoria e del ricordo,
secondo la concezione del LIZIO e la tradizione dei commenti aristotelici. In
particolare il secondo testo si occupa di un'operetta presunta del LIZIO su
questo argomento, di cui sono messe in discussione sia l'attribuzione sia
l'autorevolezza. Nei Sermoni, invece, C., pur senza rinunciare agli strumenti
tipici della disputa scolastica, si accosta all'argomento centrale, la
concezione di Maria, su di un piano più colloquiale e parenetico, dandoci
un'opera di carattere pastorale, il cui tema più umano ed il cui stile
omiletico si prestavano ad essere intesi da un vasto pubblico. La dedica alla
regina Giovanna di Aragona ed il prestigio di una edizione di rilievo, per
merito della famosa officina tipografica del Cantoni, testimoniano dell'impegno
di diffusione profuso da C., che evidentemente in quel momento era in una posizione
di maggior autorità, o comunque in buoni rapporti con la corte. Non a caso i
Sermoni sono rimasti la sua opera più conosciuta. Bibl.: P. de Alva y
Astorga, Sol veritatis,cum ventilabro serafico, pro candida Aurora Maria in suo
conceptionis ortu…, Matritii 1660, pp. 264, 275, 279; J. Quetif-J. Echard,
Scriptores Ordinis praedicatorum recensiti notisque historicis et criticis
illustrati, I, Lutetiae Parisorum 1719, p. 908; C. Minieri Riccio, Mem. stor.
degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1884, p. 88; G. Sbaralea,
Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum Sancti Francisci a
Waddingo aliisve descriptos, I, Romae 1908, p. 235; L. Thorndike, Further
incipits of mediaeval scientific writings in Latin, in Speculum, XXVI(1951), p.
657; Gesamtkatalog der Wiegendrucke, VI, coll. 207 s.Nome compiuto: Domenico Carpani.
Carpani. Carpane. Carpano. de Carpanis. Carpanis. Keywords: chiave universale.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carpani,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Carrara: implicatura conversazioale e arte combinatoria
razionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bergamo). Filosofo
italiano. De omnibus ingentis augendae memoriæ ad prestantissimum virum
Aloisium Manentem incliti Venetorum Senatus Secretarium. Impressum Bononiæ per
me Platonem de Benedictis civem bononiensem, regnante inclito principe domino
Iohanne Bentivolio, secundo anno incarnationis, dominicc die XXIHI Januarii. Al
testo di C. attinge largamente, senza citare l’autore, GRATAROLI nei suoi
Opuscula dedicati alla memoria, Basilea. Su C. cfr. TIRABOSCHI (vedasi), Storia
della letteratura. De omnibus ingentis. Primum est ordo et reminiscibilium
consequentia. Cum cam didicimus ex ordine cum connectione et dependentia si
aliquo eorum erimus obliti, facile, repetito ordine, reminisci poterimus.
Alterum est ut et uno simili in suum simile pro- memoria locale -- fondato
sulla suddivisione in V parti del corpo degli animali," il saggio di C. è
filosoficamente e storicamente importante perché mostra la stretta connessione
che venne a stabilirsi, all’interno di una certa tradizione aristotelica del
LIZIO, fra arte della memoria e medicina. Richiamandosi a Galeno e ad Avicenna
C. affronta, in primo luogo, il problema di una localizzazione della memoria.
Passa poi a discutere delle principali malattie che ostacolano l’uso della
memoria. Si sofferma ad esporre una serie di regole concernenti l’uso di cibi e
bevande, il sonno e il moto. Giunge finalmente alla formulazione di un vero e
proprio ricettario. All’idea di una terapeutica della memoria, già presente nel
Regimen aphoristicum di Arnaldo da Villanova, e diffusa nella medicina medievale,
si richiama, accanto a C., anche Matteolo da PERUGIA (si veda) che pubblica un
opuscolo di medicina mnemonica. In entrambi i saggi è non a caso assai
frequente il ricorso ad Avicenna. La tesi sostenuta da C. che l’umdità è di
ostacolo alla memoria è per esempio già presente nei testi del medico arabo --
qui autem habent locum dominatum humiditate non rememorant, quia formæ non
finguntur in humido -- ma il saggio di C. a differenza di quello di Matteolo e
degl’altri già presi in esame, appare fondato su numerosissime letture. Oltre
ai già noti classici della memoria, comparivano qui i nomi di Galeno, BOEZIO
(si veda), Ugo da San Vittore, Giovanni Scoto e Averroè. vehamur: ut si
Herodoti obliviscamur de LIVIO (vedasi) recordati latinæ historiæ patre, in
Grecæ historia patrem Herodotum producemur. Tertium est ut contraria recogitemus ut memores Hectoris, reminiscimur
Achillis. De omnibus ingentis. Il passo può esser letto nella
trascrizione che ne ha dato TOCCA. Si veda per esempio: Tractatus clarissimi
philosophi et medici Matheoli perusini de memoria et reminiscentia ac modo
studendi tractatus feliciter. L'opera insiste sul regime da seguire in vista
della buona memoria. Sull’autore cfr. TiraBoschi, Storta della letteratura.
Averrois Cordubensis, Compendia librorum Aristotelis qui parva naturalia
vocantur, in Corpus Comm. Av. in Arist., Cambridge (Mss.). Alberti carrariensis de
omnibus Jobannis Ingeniis augende memorie: ad prestatissimu virum Alouisium
Manentem Inclyti Venetorum Senatus Segretarium libellus foeliciter incipit. IM
I tibi debeo : respicias Clarissime Alo que uisi ; nullius profecto momenti
erunt possillons manuscula nostra : ei enim : cui cúcta debeam : nulla merces
digna rependi potest : Verum siqualia ea sint inspexeris : si quo animo data sint
libeat intue / ri : hoc negocium tuo patronatu non indignum iudicabis : Scripsi
mus enim de nutrienda memoria breuem tractatulum : necessaria quidem (ni
fallor) continentem : precipuaqs subsidia: que ppagare alii scriptores noluere
conscripsimus: hunc ad te quidem mitto: cui tamen et memoria: et ratio: et
integritas abunde suppetit. Sed tua gratia hec ceteris imptio: Neq3 gg Veneri senatus
secreta tra ctes: hunc secreto tenendum: sed prius corrigendum: mox propa
gandum ceteris. Bene Vale: et tui Michaelis Carrariésis memor esto: qui omnium
memor esse foles. Libri Vnici de memoria Incipit Cap.primum BIBLIOTHECA Emoria
inter diuina humane nature commoda Teste meo seneca: primum sibi locum usurpa
10 REGIA uit: Nam multa legere ftudiofis facile: multa MONAMENTS quoq
itelligere bono: atqs exercitato igenio no difficile eft: Verum ea congerere:
et in fcrinie memorie conferuare ita: ut non effluant neceffa rium: ac
precipuum eft humane uite bonum: ut teftatur PLINIO (vedasi). Quis enim non
admil retur: quod Cicero dicit fecundo ad herenium: quarüqs: aut legeri mus:
aut audiuerimus ipfo ordine reddere: ut propemodum nihil noftra interfit a
mediotan a calce: an ab exordio icipiamus: aut qs non admiretur Carneadem
grecum: bibliotece qui uolumina mel moriter legentis more reprefentauit.at ne
huic noftre etati inuide amus Francifcus fofcari dux Venetiarum inclitus tanta
memol ría fuit: ut quecüqs toto fui regni tempore egerit dixeritq: ca cum effet
opportunum repetat: hominum q3nomina: et tempora quibus ea gerebantur fine
difcrimine comemoraret: eiufdé quoq; fenatus Senator clariffimus Dominicus
Georgio tenaciffima memoria fapientie uberrime copulauit, In porandis enim
caufis: et multos audire aduerfarios: et eis ipfo rerum ordine feruato
refpondere fo let. Cyrus omnes fuos
milites nominatim appellabat. mitridates duarum et uiginti gentium rex totidem
linguis abfqs interprete: et audiebat; et alloquebatur. Cyrum igitur Frácifco:
Mitridatem Dominico comparemus: et inueniemus habere tpa noftra: quo fu Igitur
iis quibus perbiant nibile prifcis fe inferiora putent. non eft tam precipua
memoria laborare opportet ut cá affequatur fine qua uix in uirum excellentem
quifq emergit: fieri enim folet ut qtum quifq; memoria emineat: tantum eniteat
et fapientia: nifi fit fomnolentus atqp ociofus. Poete enim nó abre fapientiam
mel morte filiam finxerunt: et rectiffime Affranius de gignenda comp andap
fapientia fcripfit hiis uerfibus. Vfus me genuit: mater peperit memoria.
Sophiam me uocant greci: Vos Sapientia. Quo igitur Ingenio ca acquiri: augeriq;
poffit hoc noftri opis loco di feramus Placuiffe conftat Ciceroni memoria
habere quidda artificii: et non omnem a natura pficifci: Sicigitur et nos prius
de artificiofa memoria: que locis: imaginibus conftat agamus. poftea doceamus
quo medicamine et acquiri ac folidari poffit: et breuia quidem fed clara: et
expertiffima ponemus. Locale memoriam primus omnium inueniffe traditur Simonides
medi cus: Verum inuentam multo diligentius excoluiffe Metiodorus. Sunt autem:
ut Ariftotili placet duo actus memorationis: memot ria.f. et reminifcentia: qq
reminifcentia refpiciat ea qbus fumus obliti: fitqs extimatiue uirtutis
officium: non principaliter me ! moratiue: ut Auerois: et Albertus in fuis
tractaculis uoluere: bec autem fine prefentia obiecti in homine folo cft. Nam
cum obiecti prefentia etiam reperitur in brutis: ut dicit Arifto.et in ca ne
uenatico fatis patet. Memoria eft retétio ymaginum prius ab anima perceptarum:
que tamen neq3 atilis eft: nifi et omnes re tineat: et co ordine quo eas
concepit reddat.hec uero nec prefent tium neq futurorum eft. fed ut dicit
Ariftotiles preteritorum tátů Igitur fi philofophorum fententias interius
perfcrutemur ad me morandum quattuor motus concurrunt, C Primum eft
motus fpirituum qui a cogitatiua ad memoratiua m figuras tranfportat
Alterum eft pictura fixioq figurarum in ipfa memoratiua. Tertium eft reportatio earum a fpiritibus a memoratiua
ad co gitatiuam. CQuartum illa eft actio qua cas cogitatiua recogno fcit: que
proprie eft memorari.ad cuiuflibet harum quattuor rerú defectum neceffe eft
deficere et memoratióem: Quapp Ifaac Sal lamonis filius bene memoriam
diffiniuit: Quod fit apprehéfio in anima exiftentium rerum cum indagatione et
inquifitione: Veri de ca copiofius bic agemus ubi de medicinalibus auxiliis
fiet mél tio. Nunc: artificio prius memoria inftituentes: que opporteat de fe
preftare uolentem memorari prefcribemus: Sunt enim precepta.xx. Primum eft: ut
quecunq3 fequuturi fumus ftu dia ca preftantiffima pulcherimaq diiudicemus: in
hocq3 nos feli ces iudicemus: fi eam difciplinam abunde fuerimus confequuti:
neq3 omnem audiemus preceptorem: fed excelentem dumtaxat qualem non modo
laudare: sed etiam cogamur admirari: In qua re profundiffime fapientie
confiliun fuit Philippi Macedonis: qui prima etiam rudimenta litterarum uoluit
Alexandrum ab Ariftol tile doceri: fic enim fieri folet: ut cum preceptorem
difcipulus qua fi animiatqs ingenii patrem ueneratur; dum eius graues miratur
fentétias Errigatur in animo appetitus fitisq; difcendi: qui gene rofi inuidia
appellari folet: q plurimum ad perfici édú habet iuua menti.Recte ergo CICERONE
(vedasi) scripsit secundo ad Hereniu que in pue ricia fufcipiuntur recte
reminifci: quia nulla nifi re noua et admil rabilli commouetur animus: quod
fcripfit: et Commentator his uerbis.homo memoratur multoriens quod fecit in
puericia bona rememoratióe: quia illa eras multú amat formas et figuras et mul
tum cis delectatur: figuntur igitur in eis bene et propterea difficile
dimittuntur: hác ob rem omnium fapientum dux optimus LIZIO fcientiam de anima
bonum honorabile in principio fermóis nuncupauit: ut excitaret ingenium: q ea
bona precipue defiderari foleant. Caueant
igitur parentes: ne illis filios dédant ftu diis: que ingrata illis effe
cognouerint. Alterum eft ut eam fcientiam difficilem perpaucis q3 bene cognitam
exiftiment. Sed illituiffe fententias ambiguas: quas extricare per pauci
homines norint cofurgere oportet ingeniu: opportebitqs ut in eas penetret:
hec uerò animi erectio memorie perutilis eft. CTertium eft; ut fiue audiat;
fiue legat tota id faciat attentione: omnes cp animi uires cógreget: nec cas
fparfim errare patiatur: que enim attétius didicerimus ea nó facile dilabétur:
hic enim fit: ut Ariftotiles dicit: ut in loco: que femel atterite audita funt
lógius in memoria permaneant: q que cum negligentia funt multotiens audita.Recte
itaq ACCADEMIA in principio thymei probum auditorem fub filentio fcripfit:
mentem; atqs aures comparare. Ille enim tefte tuo CICERONE eft docilis auditor:
qui attéte paratus eft audire: quafi actus actiuorum in difpofito patiente effe
conueniat. Attentio enim mentem ad
doctrinam bene difponit. Cóferuari
nequeut nifi que preintellecta funt: Nam et a Gorgia fapiéter eft dictum: et a
meo TERENZIO fapientius repetitum: Vbi intenderis ingenium ualet. Quartum eft:
ut que multa collecturi fumus: qtum fieri poteft ad paucitatem: breuitatemqs
reducamus. Nam ut patet fi to pichorum uniuerfales propofitiones in memoria
habuerimus: fal cile erit ex eis ad particulares materias argumenta formare.
Vgo names in didafchalione dixit: aliter adifcentem pcedere: aliter me
moraturum. Ille enim qui difcit: genus feccat in fpecies: et eas rurfus in
alias: ufqp ad fpecialiffima. memorantem auté opportet multitudinem colligere
in unum; aut falté in pauca. Habet.n. ois oratio fuper quam fondetur bafim.eam
decet notare: et conclu fióem quá ex ea deduxit modú aut deductióis facile qs
in memoria reuocabit; fi bafim ipfá: cóclufióemqs tenebit; na et Gallienus
primo tegni Cap.primo: facile inquit omnia memorabilia funt ex termini
diffolutione. Quintum eft; ut rerum ordo ante omnia diligat ut fi tertium uerbi
gratia canonem collecturi fumus: fciamus duas er. xx, fen.cffe: earuq ordinem
ab ipfo corpore heis re ceptum. Primam fen in tractatus fectam
comprehédemus.Primú deinceps tractatú in capitula: capitula in ciclufiones
feccabimus: et fic earú ordiné cóftruemus: ret ipfe doctrine ordo dabit ordiné:
quía prior in alteram ordinatur. Sextum eft: quod a Ciceróe et.M.fabio.
Quintiliano eft traditum; ut fingula fepe repetantur: ucluti: ut in priore
exemplo uerfemur: cum poft primum capitulu alterum didicerimus: et primi: et
fecundum animo repetamus: cú didicerimus tertiu; et primum; et alterú cum
tertio nihilominus repetemus: atq3 ita deinceps: donec totum tractatum teneamus.
CSeptimú eft; ut cum multa complecti uolumus; ea membratim feccemus. Nam
dicit in rethoricis MARZIANO. ne confufa multitudo ebetet memoriam id fieri
decere. Octauú quod BOEZIO (vedasi) docuit in fuo de fcolaftica difciplina:
Erit fréqués ac diuturna de cadem re cogitatio: atqs difputatio. Nam fi
differendo aut capias aduerfarium: aut capiaris ita ut aut laudem affequaris:
aut uitupe rium.infcribetur id ipfum demum ita in animo: ut nequeas etiam fi
uolueris oblitterare.que precipue cum obbrobio: et erubefcen ! tia difcuntur
fixiora funt; eamqs ob caufam mens tenaciffima eft iniuriarum. Mira igitur laus
fuit Cesaris: qui nullarü rerum nifi iniuriarum immemor fuit. proderit igitur
uerfari cum hominibus confimilium ftudiorum: et de eis affidue difputare.
Nihil.n.met moria perdit: nifi ad quod fepe non refpexit; ut ait Seneca quarto
de beneficiis. Et Vgo principium in lectione fcribit effe confidera tionem et
confirmationem in meditatione. Verbum etiam Arifto. eft. meditationes memoriam
faluare.eft aut meditari aliquid mul totiens fpeculari; non ut ipfum eft: fed
ut ymago alicuius: et apud Ptolomeum in principio almagefti.meditatio ueritatis
eft clauis. Nonum eft: quod Beatus Thomas imperat in epiftola ad fratrem
ftudentem: ut per ea: que non intelligimus nó uolitemus; fed ca prius
intelligamus: q curramus i pofteriora: neq3 ita curandu eft: ut multa legamus:
qut multa intelligamus. CDecimü eft: quod Quintilianus auctoritate Platonis
fcripfit libro xi.de inftit tutione oratoris.ut.f.non obfint memorie littere:
ne que fcriptis repofcimus uelut cuftodita definamus: et litterarum fecuritate
di mittamus. Vndecimum quod idemptidem Quintiliani eft: ut ciborum bona
digeftio procuretur: ut que obfunt memorie fugiaf mus: que ei conferunt in ufu
fint: de quibus fuo loco ( qtum fatis eft ) tractabimus. Duodecimum eft: ut
animum ab aliis cogita tionibus: qtum fieri poteft liberemus. folent enim ea
precipue gra tia bene memorari religiofi; ut Gordonio placuit: quia pofiti in
fo litudine minus uariis cogitationibus diftrahútur. C Tertiumdel cimum eft: ut
fi fieri poteft ea non folu audiamus: fed et uideamus que in memoria habenda
funt.dicit enim Ariftotiles: quod femel uidentes magis memorantur: q eafdem
multotiens audiétes. pro pterea confulebat Guido pater meus: ut fimplicia: que
legédo dif fceremus etiam oculis fi fieri poffet afpiceremus: fic enim fieri fo
let ut non facile effluerent. Quartumdecimum eft: ut de rebus fingulis
interrogati non confeftim: et abfq3 meditatione refpódca mus; fed prius
queramus per arculam memorie noftre: qd: quali terep fit refpondédum: quia
damafcenus particula fecunda aphorifmo quarto dicit. Siinterogatus femp
uelociter refpódeas dubi tandus es, in cuius comento dicit Remigius: quia
refponfionem fubitam inconfideratam effe opportet. Nemo auté abfqp confider
ratione poteft effe precipuus. Qiutum decimum eft ut quia
tefte Quintiliano libro primo.non poteft abnegari differentia inge niorum.
Alterüc altero plus poffe nemo dubitat: metiatur unus quifqs uires fuas: et ut
dicit Paulus apoftolus probet fe ipfum: ta tumq ingerat memorie fae: qtum ea
capere: et tenere poteft.ucluti ftomachum inutile eft fupra eius uires onerare:
fed tantum con uenit accipere: qtum poteft concoquere: et propter hoc non impin
guatur corpus gulofi: quia quod comeditur non nutrit: nifi diges ratur. Ita qd
difcitur; nifi retineatur paru prodeft: cum de huis: q legimus: aut uidimus id
folum fcire uideamur: quod memoriter fcimus.adduci poffet illud Oratii carmen.
Summite materiam uc ftris: qui fcribitis equam Viribus; uerfate diu: quid ferre
recufet Quid ualeant humeri.quod fi altero peccádum eft: me cófultore: tutius
eft minus: q nimis accipere, Vert ut in ftomaci fimiliradie uerfemur, fi quis
qtum opportet retinere non ualeat: numerú mul tiplicet: et continuam imminuat
quitatem. Decimumfextum eft: ut høre certe ftudio decernátur. Ille precipue:
qbus et uacuus eft ftomacus: et ingenium uaporibus non obtenebratum; eroia
tenet filentiu. Igit cóticinia: et matutini galli catus eligatur: cure musq: ne
temporum rationem fortunae motus infrigát: quomi nus: quas decreuimus ftudio
horas in co non abfoluamus. Nam fi Cefar Auguftus in bello Mutinenfi legere
quotidie: et feribere folebat.fi Iulius Cefar: que die gefferat.cum orbem
pacauit: ca noctu furtiuis lucubrationibus fcribebat et precipue tanta cu eler
gantia: ut a Quintiliano libro decimo cap.primo Mire laudetur: Quid obfecro
poterit: quid ing poterit urbano ocio internenire: quod nos a ftudio abducat
litterarum. Decimumfeptimumi é: ut lucra quottidiana unufqfqs recenfeat:
quottidieqs cogitet: quid didicerit noui: quid ue lucratus fit: proderit.n.
plurimum ad pfici endum. Sapiens cenfurinus CATONE (vedasi) qcquid die feciffet:
et legiffet: dixiffetqs ucfperi commemorabat. Socrates etiam id rpis
perdidif fe fe putabat: quo fibi: aut aliis nó profuiffet. Recenfceamus
igit et nos diurnos labores noftros: ut nobis demum; et pofteritati pro deffe
ualeamus. Decimumoctauum eft: ut incipiamus adbuc paruuli memoriam exercere:
hec.n.ueluti gladius; nifi exerceatur rubigine confumitur: Erit igitur hec
parentum: et preceptorú dili gétia: ut prima etas exerceatur. Nam quo fuerit
imbuta recens feruabit odorem: Tefta diu: et ueluti de cibo prediximus Ita puu
lis pauca didiciffe fat erit: cüqs adolefcent: et difcédorú copia crefcat: neq
tamé: ut placuit Quintillano: flagellis: aut uerberibus cogantur: fed
preponantur premia: laudes q3 pro meritis: in loco ét fupra merita afferantur.
Decimünonum eft: ut fi laxadus fit animus: quo poftea integrior: fortiores
confurgat.non in ob fcenis rebus uerfet: fed mutato id fiat ftudio.
Remittere.n.animu q amittere melius eft: ut fcribit AUSONIO aut ergo ad
litteralia alia ftudia tranfeundum eft: aut ad muficalia exercitia: que;
utauctor eft Emilius probus grecis in magno honore erant: apd nos quoq3 non
cótemptui habentur. Sed funt: qui ludere malint: quod pati et poffem: fi
honeftas fit lufus.fi fine fraude, fi fine iureiura do.fi breuis.fi premia: aut
nulla: aut exigua proponantur. ad fym bolú magis: q ad ditandum accómodata:
neq3 taxilli interueniat: aut alius buiufcemodi lufus: in quo plus iuris fortua
habeat: q in genium, Exercent.n.et ludi memoriam. SCEVOLA (vedasi) aliquando
ludo xii.fcruporum lufit: cüq3 prior calculum pmouiffet; effetq; uictus dum rus
tendit repetito totius certaminis ordine quo loco erraffet recordatus ad eum
reddiit: qui conluferat. I fqs ita factum effe có feffus eft.faciät idem et
noftri interdum adolefcentes: Verü neq3 diuturna: neq3 frequens fit ea
exercitatio: neq ca hora: que ftudiis debetur: moxq confirmato ingenio reuolét
ad ftudia. Vigeffi mum eft: ut nó anteq deceat a preceptoribus diftrahantur.
Ait.n. Hyeronimus fe credere p multos in uiros claros euadere potuift fe: nifi
prius difcipulos effe puduiffet: q fapere cepiffent. Tam diu igitar preceptorem
audiemus: q diu co preceptore nos pficere in telligemus. Itaqs eum: ut ingenii
patrem uenerabimur: lateri ad i heremus: ut et CICERONE (vedasi) dicit.quoad
fieri poterit: et licebit ab eius latere nunq difcedemus: quippe: ut fiamus
eius prefétia doctiores nullus q fit.tam durus baculus: qui nos ab eo reppellat.
proderit tamen uiciffim: que didicerimus alios docere; proderit et
dictare et declarare: et interrogare et refpódere. Dubitareqs de fingulis:
dum id fine ratione non fiat non erit inutile: et optare: ut quotti 1 die aligd
excudamus: quod fit ppetuo noftrú: neq3 id Plinii in epiftolis nos lateat: q
alia omnia alium atq3 alium patronum poft nos habitura funt. Caftigariq non
modo nó egre ferat: fed amerz etuiciffim caftigare affuefcat: Verum in
caftigatione modus habé dus é.ne.f.cú uituperatióe: aut caftigati infamia fiat:
fed mitius honeftius: clariusq3: qfieri poffit. Intelligat magna te eius pie 1
tate ductum: ut errata caftiges.Hec funt quidem: ni fallor; prece pta difcendi:
que fi diligenter obferuabuntur pdeffe plurimú adol lefcentibus omnibus poterút:
obeffe nullis. Nunc de artificio fa agamus memoria: quod faciemus ubi precepta
reminifcentie ab Ariftotelle collecta prius fcripferim ?. Sunt at quinqs. I est
ordo: et reminifcibilium confequentia.cum eam didicer rimus ex ordine cum
conexione: et dependentia fi aliquo eorum erimus obliti facile repetito ordine
reminifci poterimus. Scito enim atecedéte facile fciemus et cófequs: et depditú
inueníemus: Recte igitur dicit philofophus. Quebene inuicem ordinata func bene
reminifcibilia: que uero male grauiter: Ná quo ordine pri us ref apprehéfe für:
et cófiderate ab aia co ordine fe habét motus hoc é impreffióes facte ab anima.
Motuum autem ordo: et cófequé tia că é reminifcédi ex primo.n.motu reminifcimur
fecúdi:, hoc aut patet in pueris primo adifcétibus alphabetum: qui ipfo littera
ru ordie reddere interdum fciút: ordine uero cómutato nó fciüt: unde ét
precipere folemus: ut repetat principia; et p ea defeédát Alterú eft: ut et uno
fimili in fuú fimile prouehamur.ut fi her rodoti obliuifcamur de Tito liuio
recordati latie hyftorie patre: in grece hyftorie patrem herodotum pducemur.
Tertiú eft: ut con traria recogitemus.pea.n.in loco docemurea: quorú obliti fum
" cótraria: ut memores hectoris reminifcimur achilis. CQuartú é: ut loci
ubi res tractata é: tpis q reminifcamur.fic et pfóe et câe pp qua ea fecimus
reminifci cótigit: Vnde beatus Augu.fua peccata recogitare uoléti hec recéfere
pcipit. locus.n.apd arift.pncipiú é reminifcedi. Quitů pceptú é: uta ppetare
res repetat ut fi fagi nati memoria habere uelimus: d dionifio fyracufão
recogitemus qut auctor é Iuftin'pre fagina uifü pdidit. fi caballi equ recéfea
mus: aut doloris capitis; quo fepe propter ebrietaté affligitur;
aut alicuius rei fimilis: ex qua facile reminifcétia nafcetur. Verum cú de figuris erit oratio: plura: que adhanc rem
pertinent afferemus. Iam de memoria incohemus. Artificiofa memoria; ut Cicero
dicit fecúdo ad hereniu: ex locis: ueluti ex cera; aut tabella: et ima ginibus:
ueluti figuris litterarum conftat: Sic enim fieri poteft: ut que accepimus
quafi legentes reddamus: neq multum interfit an a uertice an a calce incipiamus:
locos ipfos ordinatos effe oportet: Nam fi in eis confufio fit confundatur
omnia neceffe eft, multos etiam eos effe decet: ut multa locari cadem
exercitatione poffint. Cicero cétum cos fatis effe iudicauit. Beatus Thomas
plures habendos confuluit.hos multi uariis artibus quefiere: Metiodorus in
fignis duodecim: p que fol meat: tercenos: et fexagenos inuéit locos. tot
gradibus apud aftrologos obliquus ille circulus fecca ri foleat, Verum auctore
Quintiliano. Vanitas fuit iftius philofol phi: atq3 iactatio in fua memoria
potius arte q natura gloriantis Marcus CICERONE (vedasi) familiarem domum
effinxit: locis difcretam mul ! tis: placuite uiro illuftri; ut inter locorü
fingula quinaria; uel ma num auream: uel aliud quid difcrimen fingeremus: quo
alter ab al tero fecernatur; in eis q3 immobilem ordinem haberi; ut femp dex
tra et ingrediamur et egrediamur: fingi enim figure poterút: neq erit difficile;
ut fuis locis figantur. Guido pater meus ex animal libus cepit locos fuos: et
eorú ordiné ex alphabeto latino deduxit: ut a fingula littera unius animalis
nomen incoharetur: perinde ac finoia hec fint. A asinus. B basiliscus C canis D
draco E Elephas F Faunus G Griph H Hyrcus I Iuuéca L Leo M Mulus N Noctua O Ouis
P Panthera Q Qualea R Rynecheron S Simia T Taurus vel Tigris V Vrsus X xiftus.
Philofophus Y Yena Z Zacheus. hec fingula in quinque locos diuidebat in capur:
in anteriores pedes; in uétrem: in posteriores pe des, et in caudam. Nam hunc
ordinem ipfa natura porrexit: neqs confundi in eis enumerandis ingenium
poteft.fic itaq3 centum et qndecim locos nactus; in eis rerú memorabilium
ymagines ( cul pebat: ac ét in loquentis facie multa ingenio fcribi precipiebat:
in capillis in frote: in oculis: ficq feorfum ad pedes defcendi: mibi uero
facilimum uidetur: non modo centum fed propemodum infi nitos locos effingere:
cu neminé lateat fitus ciuitatis originalis: Igitur cú p portá mens ingreditur:
dum feccans fe ad diuerfas regiones: uias confiderat: due amicorum domos: edes
deorú: pre toria publica repetit miram locorum qtitatem affequetur,
Accedet ad hoc poteftas atria effingendi in quibus qrum libeat numerum locorum
faciet: ut infcribi quecunq; uoluerit poffint.de locis igi ! tur fatis hec fint.
Nunc de figuris differamus Earum quoq3 exercitatio preceptis feptem abfoluetur.
Primum eft: ut aut rifum moueat figura; aut mifericordiam aut admiratióem.hec.n.
facit etiam puellas recordari ut inquit Auicena fexto naturalium particula
quarta. facile enim inuenitur quefita figura que affectu anime cómouerit:
exemplum hoc eft.in ore afini rabidi caput An tonii conftitua morfibus fere
offa cófringi. cruorem effluere illu auxilia petere.et paffis palmis
uociferare.fieri non poterit. ut cum uoluero non uideam bunc oculis mentis mee:
et reddere Antoniu nefcia repetéti. Alterú é.ut aut fimile p fimile aut p
cótrariù fi gurem aut p, pprietaté. pmi exéplú eft: ut fi nomé Auicéne fim lo
caturus. Alicuius illuftris medici nomen fcribá: cuius aut par fit aut paulo
debilior auctoritas. fecüdi exemplum eft. fi idem per in docti medici nomen cum
irrifioe cófcripfero.fi Terfitem p Achillem bonum per malum.informem per
formofu annotauero. Exé plum tertii eft.fi Ouidium per magnum nafum Platonem
per hu merum amplitudinem. Crifpum per anulatos capillos. Cicerone
per Gelafinu fculpfero.quin ipfa nominis origo. ipfa declinatio facere ad
tenendum aliquid poteft. Tertium eft ut a tenellis unguiculis affuefcamus
locare: et cum quotidiana exercitatione crefcamus.qq etiam adultis prodeffe
folet ifta doctrina.efficacior quoq3 fiet habitus fi quecus aut dictari aut
facturi funt: ficlocent quecúqs etiam inter confabulandum audiunt fic pingant.
mores geftus temporaq3 fculpant. fcio enim breui tempore fient exercita fiffimi,
ludere etiam prodeft alterum cum altero: illum uincere qui plura clarius
ordinatius uelociusq; retulerit Quartum eft ut omni quinario rerum fignadarum
repetamus a principio ea qnq fignata: folet enim repetitio ad memoriam ualde
conferre. V eft, ut que non funt fimplicià ea per componentium fimilitudines
ftatuamus uerbi caufa.qui memorari uoluerit hu ius enunciationis. CICERONE
(vedasi) cum ortenfio difputauit. Cicer lel gumen in orto fingam quod de orti
fterilitate coqueratur.fic.n. et Cicer. CICERONE (vedasi) et ortus ortenfium:
et querella difputationé reprefentat: Sic enim feruari folent: et capita legum:
ut fi locanda illa lex fit publicati femel teftaméti fides.effingemus dică
teftame talé patenté: cui quifpia cenum iniecerit: ut eius ftdes aboleretur.
ecce. publicati femel teftamenti fides relegi poterit. Veru hec faci líus fiét
fi affit doctrina et plena rerú memoradaru cognitio.neq defit confumpta.et
inueterata exercitatio.nam et medicus medicil nalibus et iureconfultus
plebefitis facilius recordabitur. CSex tum eft ut Silogifmos reddituri medium
termínum precipue col prehendamus.co cognito modus figuraque sylogismi ipsum
ordinem propriorum uerborum apportabit.neqs quicq facilius capit aut tenetur:
quia quo tempore aduerfarius propofitionem affumptionem et conclufionem facit;
dumq3 cas approbat daturum ad fi gurandum ydeam medii termini longius fpaciu:
quo noto fi mal teriam non ignores: fi quo ferratur argumétum intellexeris: fi
lo ! gicos canones non nefcias: errare nullo modo in reddendo potes CSeptimum
eft ut cum ignota barbaraq nomina fumus ferual turi: ea aut per quid fimile aut
per ipfas fillabas fcribamus. Fiet hic locus clarior exemplo fi feruandus fit
hic fermo. Cimergot aender.primum confiderare cóuenit utrum hii termini in
lingua nobís cognita quid fignificent id fi contingant facilius fcribentur
Ferunt enim Címergot aput germanos deú fignificare fi id non contingat alio
fingemus ingenio lingua uernacula fummitates ar borum cimme nuncupantur. Got
apud illuftres uenetos ciatum reprefentat: fingito igitur, Cimmam unam mergi in
ciato. Ciatú q3 ad undas illidi et fluitare: et ne ultima perdatur terminatio:
et litteram et undarum conflictú audiemus: fic Cimergot aender re legi
facilimum eft: hec funt quidem nó inutilia memorandi: Veru ego profecto
fubdubito: quod et Quintilianus fcripfit: ut. f. hec omnia id ipfum conferant
fi nomina eodem ordine quo funt accel pta reddenda funt: hoc fecit Simonides in
conuiuiis quos cadens atrium atriuerat: conferre etiam in, reddendis fylogifmis.
Nam et nos id fecimus. et alios uidimus factitantes. Verum hec minus prodeffe
poterunt in eis edifcendis que funt perpetue orationis: Nam et fenfus non
eandem ymaginem quam res habent et diffi cile uerboru ordo feruari queat: qs
preterea tot locos: tot ymagies ne dicam habere: fed ne fperare qdem
poteft: ut quings contra no nem fecunde actionis libros notare et reddere
cófidat: qq illuftris orator. Dominicus Georgio fingulis rebus proprias figuras
haberi poffe confirmet: ut coniunctiue: condictionali: rationali: reli quisq3
particulis orationis proprii characteres affingantur. quin accentus etiam poffe
fignare conftantiffime affirmat: Quam effe poffibilem non abnegauerim: apud
Auicena: poffibilitas eft res ampla: et ipfe fortaffis precipuus orator.
Dominicum dico, id fal cit: qui reddere lecta: atq3 audita ipfo ét ordine
fillabaru folet.mibi certe nondum id exercitium contigit: multumq3 ego iam
dubito paucos effe homines: qui emergere in id culmen ualeant: etiam fi omnibns
uiribus enitantur: Alii feccadam effe orationem in par ticulas cenfuere: eas
poftea prefigi. Verum aut fingula locanda funt aerba; aut in eorum ordine
reddendo errandum eft. Quapp fi iudicio bene ualeo oporter excogitare alia
ratióem memorandi: qua poffumus pdeffe pluribus: caqs tua gratia fcribere: et
publice docere: que philofophi antiqui cellare maluerunt.id nos ingenue
faciemus: medicamina confcribentes: neq; tamen negabimus: que funt hactenus
fcripta plurimum ad memoria cóferre: folent enim nonnulli eis artibus multis
notariis fimul dictare: notare in qua claufula fiftant: cum ad alterum itur: ut
reuerti fciant et fine poftul latione fequi. fuit Iulius Cefar in hoc genere
oftentationis dicta re et audire folebat epiftolas rerum tantarum: quaternas
pariter li brarís dictare: et fi nihil ipfe fcriberet: feptenas: quam rem non
fi guris fed naturali ingenii bonitate faciebat.hác igitur arte queri temus:
nam ftultum eft non optima queque fibi ad imitádum pre ponere: ut fi eo
pertingere non ualeamus: at ppius: q fieri poteft accedamus: Ad tam perfectă
memoriam: et difpofitione naturali optima: et arte exquifitiffima opus eft:
neqp poteft ars illam profil cere: quam natura ualde mancham genuiffet:
proderit illi tamé: red detqs meliorem. Iam igitur rem incipiamus. Capitulum
fecundum de medicinalibus auxiliis Emoria Iohanne Scotto auctore fecundo
fentétiarú diftin ctione xxii: Pars eft fecunde portióis anime. due funt enim
eius portiones. ut per alteram deus cognofcatur: per altera p ximus
diligatur.huius ptes tris funt: Memoria; Intelectus et Vo luntas. Fuit
autem inter philofophos non parua controuerfia: in qua parte cerebri locarer.
Na Ariftotiles fecüdo de animalibus co furgere bonam memoriam cenfuit ex bono
totius cerebri tempera mento: Verum Auicéna et ferme doctiffimus quifqs arabs
in ante riori cerebri uentriculo fenfum cómunem: extimatiua in media:
memoratiuam in poftrema cellula pofuere.fic cóuenit: utplurima inter medicos.
Verum tamen Gallienus fecundo tegni: cum figna complexionis cerebri ponit p
operationes fenfuum interiorum. facilitas inquit difcendi fignum eft fluétis:
hoc eft humidi cerebri. et bona memoria fignum eft permanentis: hoc eft
ficci.ipfe igitur figna pofiturus non anterioris tantum: aut medie: aut
pofterioris celle cerebri: fed totius complexionem expreffit: ac fi memoratius
in toto cerebro effet. Sic Ariftotiles facilif difcétes raro boná hal bere
memoria céfet, q fi in poftrema cella memoria; in anteri ! ori cómunem fenfum
ftatuiffet id quidem fepe poffet contingere: ut anterior humidus fit: poftremus
uero ficcus: cum inter utrunqs unus uentriculus intercipiatur.Trufianus et ipfe
communem fé fum non in priori tantum cella: fed in toto pofuit cerebro. I gitur
et de aliis potentiis confimiliter fenferat.non ergo cóuenit: in qua parte fit
cerebri; fed in poftrema exiftere comunes philofophi rati Tunt. Solent et morbi
memoriam interdum auferre.interdum corrumpere. Interdum imminuere. Nam Boetius
in predicamen torum commentariis cap. de qualitate: fertur inquit quidam fuafif
fimus orator egritudine febrili decoctus omnium litterarum amil fiffe doctrinam;
in aliis uero rebus fanus et fibi conftans. Scribit et Plinius libro feptimo
cap.xxiiii.hec uerba: nec aliud eft eque fragile in homine morborum et cafus
iniurias atqs etiam motus fentiens: aliquando particulatim: interdum uniuerfa:
Nam ictus lapide oblitus eft litteras tätum: et ex prealto tecto lapfus matris
et et affinium ppinquorúqs cepit obliuioem. Alius egrotus feruorů fai ét nois Meffalla coruinus
orator oblitus eft. Itaq3 fepe deficit: tétat: meditatur: uel quieto corpore:
et ualido fóno quoq3 ferpente amputatur: ut inanis mens querat ubi fit loci:
Sed et Auicéna pri ma tertii tractatu primo cap.vi. Gallieni auctoritate
commemorats propter cadauera in Ethyopia cepiffe aliquando peftilentiam: que
afes ad Grecorum repferit terras, fi qui ex ea fanaretur: cos cium rerum
obliuionem cepiffe, Conftabit igitur memoriam poffe me dicinali artificio
feruari: et augeri: cum conftet cam morbo: et imminui: et aufferri; ac ueluti
infantem ftolidum reddere: vt ait Auil cena prima tertii: quia fantafmatum
copiam aufert. Sic qp cogital tiae actus; et difcurfus: ratiocinatioqs non
commode fieri poffunt: ficutilét non bene fit in infantibus: in quibus ymagines
pre humi ditate nimia abolétur. Dupliciter.n.cogitatiua uirtus ledi pót.
aut.n.medius uétriculus; in quo cogitatiua exiftit: frigiditate: bu miditateqs
confunditur: aut ei defunt fantafmata: que in memorati ua feruari debeant.
Contra hoc tamen effe uidetur: quod Auicena vi. naturalium particula quarta
fentit dicens.memoratiua eft ma gis immaterialis: fed magis econtra huic
dicitur; uirtutem memot ratíuam duo continere: Nam et quas a cogitatiua
ymagines recit pit conferuat: et hoc fat materiale eft cum materiali iuuetur
inftru mento.f.ficco proportionato et recognofcit feruata: nifi enim re
cognofceret non magis ea redderet: que ab ea repetuntur; et hee uis eft
immaterialis. Veru Gentilis hanc uim idem effe uoluit qd cogitatiua
recognofcens: licet memoria nuncupetur. Eft igitur: ut breui rem abfoluamus
partim magis materialis q cogitatiua: ptim minus materialis. C Accidit aut
memorie: ut imminuat: Accidit ut auferatur: accidit ut corrumpatur: et alterum
pro altero report tet; Verum corruptio melancolie fpecies eft: ca ppter
Truffianus fecundo tegni quando ponuntur figna egritudinis cerebri: duo tantum
nocumenta memorauit imminutionem scilicet; et ablatio nem: Igitur quia
corruptio a calido: et ficco fit: nó crit de ea hoc lo co difputatio: fed de
ablatione tantum: et imminutione: neq puta mus ingratum quid facturi legentibus:
fi huic de fimplicibus opu fculo curam inferam: prefertim cum nulla fit futuro
fapienti necef farior: nullaq cognita minus: Verum ego precipua et experta affe
ram. Due funt caufe precipue que memorie officiunt. Altera frigiditas: Altera
bumiditas eft: Verum Auicenna Gallienuse uoluere plus frigiditatem: q
humiditatem officere: quia omnis na turalis operatio calore naturali fit:
frigiditas aurem confundit na 1 turam: neqs cius opus ingreditur nifi tang
fubdominans inftru mentum ut patet fecundo colliget: et prima et fecunda primi:
et a óciliatore differétia fexagefimapma ido fecúdo cáticorú
cóméte xcv.uocat eum calorem elementorum hoc eft qui eft ficut elementum
nature; et tractatu tertio commento.clv. Eius igitur contrariú quod eft
frigiditas obeft plurimum: Verum obeft mediacius: bumiditas uero immediacius:
quia cum memoria confortetur ficco proportionato: cuius eft retinere: ut tertio
de aia: ergo confundit humido tang difproportionato. frigiditas quoq3 omnibus
opatio nibus uniuerfaliter obeft: humiditas autem magis proprie uider obeffe
retentiue.hec cum ita fint poteft tamen ficcitas fupflua impedire ne forme
infigilentur: ficqs obeffe uidetur retentioni: cum tamen proprie obfit captioni:
fed confequtive retentiói: quia quod captum non eft teneri non potuit. Verum
frigiditas quia motum fpirituú impedit: cum eius fit quietare: ficut calidi
mouere: ut inquit Auicena: inquit et Ariftotiles.xiii. partícula problematu
textu fecundo. I gitur hunc motum neceffarium ad memorãdum im pedit frigiditas:
fed retentionem impedit bumiditas; ficqs ceffare poffunt ambiguitates utrum
frigiditas plus obfit cu cius filia fit obliuio; ut dicit Paulus.an humiditas:
qd apd multos dubitatum eft. CQuia autem apud Gallienum in libello de rigo re,
calor naturalis nó eft purus calor: fed compofitus in quo eft p portio omnis
equalitatis: ideo non omnis caliditas bonam memo ! riam facit: aut non omnis
ficcitas: fed certa et pportionata: ornnis uero difcrafia immoderata deicit
actum proprie uirtutis. Verum fi fupflua frigiditas immoderate iugatur
ficcitati cófurgere opor tet peffimam memoriam; et in capiendo indifpofitam: et
in recogit tando hebetem: Si autem coniungatur caliditas ficcitati uelox qui
dem erit fpirituum motus: fed difficilis fiet infcriptio. Erit igitur captio
difficilis: fed rememoratio fat facilis: Verú hec oia uaria cal liditatis
ficcitatis q3 pportio uariabit gradualiter: fic et in aliis dif crafiarum
lapfibus fentiendum eft. Signa igitur breuibus exi plicemus: fi ficcitas
dominetur: uigilie aderunt: capitis leuitas: et nó abundabunt ille fupfluitates:
que nafo palato atq3 oculis expell lunt: fed multum erit auriu cerumé qd ad
memoriam pertinet: pre fentia difficile infcribuntur. Infcripta difficile
amouétur, hinc fit: ut que dudum gefta funt ea melius teneat, melius q3 reddát:
q que ex proximo gerútur: Videmus hoc in feribus: q cas res pulchre memorant:
quas in adolefcétia gefferüt: cas quas codem gefferint anno non retinent.
C.Vbijuero dominatnr humiditas: adeft fomnus grauis; et profundus.hebetes funt
in ompibus motibus: prefentium bene recordantur; dudum uero geftarum rerum: aut
nequaquam: aut difficile.humiditas enim et facile admittit: et amittit facile
impreffionem.frigiditas ftupidam mentem efficit. in fert uertiginem.tardam
rememorationem: caliditas uelocitaté im portat motuum: et recordationis: et
capur tactu calide.fi itaq due qualitates combinentur: complicari conuenit et
figna carum táta proportione: qta uariabuntur qualitates: aut intendentur: que
net quaq difficile crit ex predictis intelligere.poffunt quoq3 hec difcra fie:
aut effe qualitates tantum; et non habere coniunctam materiam quantitatis
notabilis: aut coniugi humoribus multis qualita tum confimilium. Ineffe autem
materiá ex fuis fignis facile cognofces: que a doctoribus fuis locis ponuntur;
et a me fatis copio le collecta funt in commentariis aphorifmorum Ypocratis
fecundo aphorifmorú cómento.xxii.in digreffóe magna. Eft ét né ignorandum has
caufas loco interdum differre. aut.n. caufa not cés eft in fubftantia cerebri
pofteriore: in qua parte eft memoria iuxta opininionem Auicéne. aut eft in
fenfu ipfo: qui in uentre continetur: aut in uafe hoc eft in fuperficie
uentriculi pofterioris fic.n.exponit Gentilis uerba Auicéne: qq poteft etiam
intelligt aut in paniculis: aut comiffuris fubftantie cerebri: in qbus fpirit
cótinet: aut in uafe hoc é in cranco. Ná quis dicat Gallienus in decimo
interiorum cap.tertio in cranco non poffe effe paffionem que tollat memoriam:
fi tamé hec paffio fit magna ualde; potimminuere: fi non tollere; ut Gentili
placet: ymo materia: et omne no cumentum in temporibus cómunicari poteft
memorie: et obeffe: é qibi locus materie capax: eft et uarius mufculus
fenfibilis: et craneum ibi eft tenue; ut innuit Haliabas nono theorice cap.de
eais obliuionis. Sic poffent et alia multa in aliis membris nocu ! méta et
cómunicare et ledere: que breuibus enumerari nó poffür. Preterea materie ipfe
aut apoftema faciút: ut in litargia cótingit aut non faciunt. Quod autem
attinet ad pronofticum. obliuio a natiuitate reportata difficile tollitur. Causa
calida et ficca fixa non facile quoco remouetur.fi corpus fanum in ceteris
rebus ap f parcat: nifi quod preter confuetudinem fit diminuta memoria;
ei nifi fuccuratur male egritudines timende funt.lytargia.f.epilepfia
appoplefia paralefis expectádeqs reliq huiufmodi: q ex materia flegma tica in
cerebro multiplicata in cerebro poffüt conffari. fic fentit Aui cenna.fic et
Rafis primo continentis: Que ex humiditate aut ex fit giditate facilius
abolerur: quod plerunqs quidé dominis fcolaribus folet euenire: nam facilius
eft efficare et tutus: fic et calefacere: qer contra: prefertim in cerebro:
quod eft principale membrum: et eft fri gidum et humidum: fimilis igitur lapfus
adeo non eft formidandus: ut diffimilis: audentius q3 procedimus calefaciédo: q
infrigidando. membra enim principalia timemus magis infrigidare: q calefacere.
Curationem poftremum inchoaturi fic exordiamur. Si caufa ha bet materiam
apoftemantem; cura apoftematis ei adhibeatur: uelu ti fapientes medici fuis
locis tradidere: Si autem materiam habeat: fed non apoftemantem ea digeratur:
foluaturqs åteq applicare re media quis audeat.nifi. n. expellatur materia,:
hec obeffe fepe possunt: prodeffe autem nuq: neq; uero per digerentia; aut
foluentia di latabor: copiofi enim in hiis funt libri: et mediocribus etiam
medicis cogniti: Verum ubi euacuata fuerit materia; hec que dicturi fumus
obferuentur..bgCIn caufa frigida et humida tres funt intentio nes curandi.
prima eft: ut euacuato corpore: etiam caput particulari ter cuacuetur: et hec
habet modos fex. Primus ut pillule exhibea tur in fero: quales funt apud Mefue
yera Gallient confortata cu ca ftorco: et colloquintida: fortiores erunt fi
yera magna exhibeatur cu nuce mufcata: aut theodoricon: Verum ego in
appropriatis pyllulas meas fcribam: quarü receptio eft. Recipe thuris mafculi
mirre electe: zizibis an.3.i.fe.pulueris capitis apupe.3.ii.accori yere ma
toris.3.ii.caftorci colloquintide an..fe.confice cam terbétina: et fi at pafta:
et dentur pillule pauce fed groffe fupra leuem cenam in lel ctum defcendenti:
poffunt etiam aufferri ca: que foluunt et dari nó fo lutiue. Secundus modus eft
mafticare in mane zinziber; ut fali ua multa expellatur: pdeft et accorus: et
nux mufcata: et piper: et cul bebbe cu maftice: in omnibus.n.eligenda funt que
et intentioni cól ferant: et a proprictate confortant. Tertius modus eft caput
obtar mico alleulare qd poteft taliter cófici. Recipe fucci maiorane. 2.ii.fuc
ci accori.2.i.nucis mufcate.3.i.fe.mufci grana duo: Inde per nafú in mane
tepidu trahatur ante cibu ore pleno aqua frigida: que poftea expellatur: Nafus
quoqs fepiffime emugatur: et fepe expuamus nam generari catarrú ét in co qfatis
canones feruet: hac etate noftra oper tet: quem utilius eft expuere: q
inglutire; ne aut in ftomacú cat: aut in pectus. Quartus eft gargarifma
deponens flegma: et confortans caput: poteftas fieri fic. Recipe
accori.2.fe.origani pullegii an.3.ii. buliát in aqua cómuni: et tadé collétur:
et in. 2.x.collature pone oxit mellis fquilitici.2.i.fe.mellis ro.2.ii.mifce:
et tepidú gargarizet in mane. Quintus eft frictio totius corporis primo: deinde
capitis: hoc.n.cofert capiti: ut Cornelius CELSO libro primo cap.xiit. deber
aut a tibiis incipi frictio: poftea paulatim fuperiora femp fricet: ut de orfü
uertatur materia: quapp id ne cótingat in pleno cachochimog corpore fieri
nequaq debent: eiufdem generis eft et capitis pectinatio fic.n.et Cornelius Celsus:
et LIZIO ad Alexandrum imparunt. Sextus eft cliftere pro materia forte.nó tamé
acutu.hoc, n.ab in ferioribus euacuat a fupiorib ? diuertit: ut dicit Auicéna
quarta pmi. CIntentio fecunda eft diera conueniens: ait.n. Gall.pmo de pno l
ftico et pnofticóe cap.ix.hoc cóe peccatú a medicis fieri: materias q dé
peccates euacuat: quomó aút altera fimilis generer negligut puidere. Nos igitur
nó id negligamus: ymo diligétiffime puideamus: qd ingenue fiet: fi
canones.xii.feruabutur circa cibú et potú.CPri mus eft: ut fugiat rerú
quarúlibet nimia repletio: apd.n.rabi Moyfe concordati funt antiqui: qd plus
nocet nimiú de bonis cibis comedel req parú de malis.Secüdus eft: ut no edant
nifi co tpe quo fames urgeat. Tertius eft; ut oia euaporatia: replétiaq caput
dimittatur ut legumina: fructus: et brafice.funt.n.de maxie cuaporatibus ad ca
put: ut.xiii.tertii. cócedi tamé poft cibú folét píra cocta: aut citonia tofta:
et in calido ét grana dulcis: aut muzzi granati: quorum et nul clei
comafticétur.Quartus eft: ut brodialia iufcula: oiaqs nimis humida effugiatur:
quia addüt in humiditate: cuius cura intendimus. CQuintus eft: ut qa pprietate
nocét memorie dimittatur. Nam cel pe hoc facit: cum habeat humiditaté groffa:
habeat et cóiuctam calidi tatem: que humiditatem fert furfum: et facit
penetrare in loca: in que nó penetraret: oia quoq3 acrumina fuge: ut
cepas.allea: porros. Effet hoc loco futura lógiffima difputatio: Verú fat p hoc
opus fuis capitul lis diximus. In illis igitur requiratur: neq3.n.oia repetere
confilium eft: ois mala mafticatio praua eft. Sextus eft: ut cruda relinquatur
ét fi cum aceto comedantur.Septimus eft: ut leuis femp fit cena. COctauus eft:
ut ois cibus in coriandris finiatur: aut iuniperis: aut crufta panis fupra qua
nó bibát. Nonus ut uinú uinofu effugiar nam nimis uaporofú eft: fertas ad
caput indigefta materia: et ad alia membra: et licet fit calidum frigidos tamen
generat morbos: ut fecú do de accidenti Galenus teftificatur: licet fit caufa
bone digeftionis magis fitim quietans q aqua: ut Ariftotiles fecunda problematu
tex. quarto. fuffocat tamé uirtutem precipue fi immoderate bibatur.mp Decimus
acetum fit accutiffimum et calidum in ufu exiguo cum cinamomo et ponatur in
uafculo accorus: et pullegium: de qbus fuis capitulis diximus in hoc libro.
Vndecimus omnia cibaria: que diu in ftomaco morantur effugiantur: ut cafeus et
omnia fupffue pin guia: et pifces quia chimum flegmaticum generant: et
paftamentalia. Duodecimus oés nucleofi fructus folent obeffe: ut nuces; et auel
lane: et caftance: et amigdale. Aer hét canones quinq3.primus ut clarus fit: et
luminofus.alter ut fit ficcus gtum fieri pot. Tertius ut non fit uentofus fed
proprie fugiat auftrum: et boream: ut difputaui mus.tertia aphorifmorú commento
fexto. Quartus ut aer camere de puret ne ullo modo fetidus fit: apperiantur
feneftre: et redolétiú rerú fafficulli cóburatur: ut iuniperi; lauri: faluie:
origani: et cetera: Quin tus: ut fuffumigetur cum thure: aut cu mirra: et in
magnis uiris cum belzoi. CSónus habet canones fex.primus ut fit equalis uigilie
no in tempore.fed in effectu: ut.f. tantum uigilia refoluat qtú fomnus humectat:
et parum plus. Alter ut meridie non fiat: quia ut dicit Auicéna tertia primi
generat egritudines humectantes: et reumatif mos. Tertius non fiat cito poft
cena: fed faltem medient bore due: fed non fupra renes: quia materiam fluere
facit in pofteriorem cellá cere bri. Quartas ut capite bene eleuato et bene
cohopto fiat.nó tamé fu pflue: quia tefte Bernardo gordonio nimia tectura caput
debilitat re foluendo: fic dicit et Gerardus in glofa uiatici. Quintus
ut non fub radiis lunae: nec in loco uentofo. Sextus ut prius fupra latus
dextru fiat poftea fup finiftrum: poftea iterum fuper dextrü: et pderit in ore
tenere fruftrum nucis mufcate. Motus babet canones fex.primus ut ante cibum
fiat.fecundus: ut fit longus: et pro corporis robore la boriofus: ut bene
refoluat.tertius ut p loca amena et ficca.quartus ut poft cibum nó
laboret.quintus ut omnes corporis pticule fimul exer ceantur: ut Galienus
fcribit ad ephigené, fimul ergo difputet.ambu let.manus moueat.fextus ut motus
fit longus et quottidie fiat. Re pletio habet canones duos. primus ut nung
repleatur.fecundus ut omnem fupfluitatem fuis expellat tpibus; aut per fe ipfum;
aut cum auxilio. I ta qp ab omni corpis pre unde fupfluitates mitti folét
emit tatur. Coitus habet canones noué.primus ut fit rarus: et non nifi cú
natura fponte id pofcit.fecundus ut non fiat tpe plenitudinis ftomaci. tertius
ut non fiat tpe famis. quartus ut fiat in fine digeftióis. quintus: ut tam
expulfe fint fupfluitates.fextus ut fiat cu dilecta: nó cú feda: aut cum
muliere quam non ames.feptimus: ut poft ipfü dor mias paululu.octauus: ut fi
tibi coitu grauior facius uidearis ab co abftineas.nonus: ut nó fit in ultimis
diebus lune ppe cöiunctionem C Accidentia animi tres canones continet.primus:
ut triftitia oio ef fugiatur.alter: ut cura rei familiaris: qtum fieri poteft
amoueatur: ut apud Claudianu. pectora noftra duas nó admittétia curas.tertius:
ut cogitatioe et meditatióe fcientiarum oblectetur. Nam apud Ariftotil
lem.delectatio perficit opus. Intétio tertia eft cófortatio: que fit par tim cu
extra appofitis: ptim cu hiis que intus ponútur. Extra appo nit capitis lotio:
q fuis tpibus fiat; et hét canones.4.pmus ut raro fi at. puta oib ? octo
dieb.fecúd'ut fiat in mane ftomaco uacuo.tertius ut in aere calido et ficco no
uentofo.quartus ut fiat cum hoc lexiuio. Fiat cinis cum lauro et origano et
edera et iuniperis et quercu: cum hoc fiat lixiuiú cú aqua in qua prius bec
bulierit..accori.M.i.fe. foliorum lauri.M.1.poftea fiat lixiuiu: et eo facto
impone florum ca momille.M.1.quia concoctionem nó fabftinet: et lauetur: et cu
hoc fa pone cófricetur: Recipe fapóis gallici feu folidi libr.ii.accori.3.iii.
affodillorú maiorane an.3.i.nucis mufcate.3.iii. pifta oia fubtiliter et
cribella: poftea malaxa cum fapone et fiant magdaleones: melius tamen eft ut
feces aque: quá fcribam in fapone ponantur et bene ma laxentur.in fine poftea
bene exficcetur caput cu panis cófricando: non ut caput opponat igni: quia
trabit uapores in cerebri. Ap ponitur extra et odoratoriu.cóueniet igitur pomú
ambre defcriptioe comuni. qd tamen ex calidionbus fiet in hyeme: ex minus
calidis in eftate: et effugiat omnem fetorem. Apponitur extra: et ueficatorium:
quod fi poft aures fiat cum lacte titimaloru aut cátaridibus: et diu ap tum
teneatur expurgat caput a multa humiditate. Ab extra ét fterna tamenta
applicantur. Ab extra fuffumigia: que fi in camera fiät erüt utilia. Ab itra át
cóferüt hec.fticados.maiorana.nuxmufcata gari ofili.buglofa pulcherime confert
ideo in uafe Vini poni debent cias fafficuli. Zinziber eft nobile fiue códitu
bis in ebdomoda aut ter ie iuno ftomaco accipiat: et horis quatuor ieiunet poft
ipfü: fiueét nó có ditú mafticet: et igluciar.thus mafculú albu deuoratú itegre
pcipuu eft. Ita ut fi zfnziberis thuris an.3.i.deuores: et fupra ipfu dor
! mias plurimum confert. Mirabulani quoc chebuli conditi fi om ! ni ebdomoda
unius pulpá edas ieiuno ftomacho: et horis quattuor poft ipfum iciunes.
Sifimbrium etiam cófert.et eft herba orti fcla rea; et ortina: et filueftris:
que dicitur gallitricum. gami edere: et pulegium: et accorus: qui eft de
precipuis. Turtur auis mire cô fert; et mirius caput upupe. Solent etiá fieri
unguenta ad illi ! niendum multa: Verum hoc eft precipuum. R. radicum buglofe
et fumiterrs an.2.iiii.radicum ruthe 2.ii.in umbra prius ficcata fubtiliffime
terrätur, fucci gallitrici.fucci eufragie, fucci berbene an.2.iiii.medulle
anacardı.2.i.tefticulorú caftrati biénalisz.i.li gue auts.3.it.piguedinis urfi:
et medulle fpatule dextre ei ' aut fal té offis illius fpatule exficcati. mifce
oia in fartagine: et fiat angu entú: quo pofterior pars et capitis pulfus ter
in anno inungant uere.f.byeme: et aurúno.alid pcipuu. Recipe gumi edere.2.i.ter
bentine lote in uino decoctionis accori libras duas: florü anthos et faluie et
betonice.an.2.ii.fe. florú edere.2.ii.falifgéme.3.iili. pinguedinis urfi
antiquate libr.fe.maiorane camomille.an.2.ii. omnia mixta diftilentur: et quod
diftilatum eft in uafe uitrea bene obturer: et cum mufco aromatizetur: et fiat
ut de priore liniméto Guido pater meus fic defcripfit Recipe oleí philosophoru
mel fue libr.iii.olei antiquiffimi oliuarum: aut fi non habetur fit fubli matum:
olei de alchanna an.libr.ii.piuguedinis talpe et muftelle eturfi
an.2.ii.caftorei.3.iii.fucci accori libr.tili. fuccci anthos: fucci betonice
an.libr.fe. fucci gallitrici et ciperi an. 2.iiii.malua tici libr.if.aque uite
libr.mediam.buliant omnia lento igne ufe ad aliquá cófumptióem: poftea impone
hec. Recipe laudani.3.1. fe. nncifmucate. 2.fe.macis gariofilorú: cuforbii:
omnium pipú an.3.ii.et pifta omnia et impone et repóc omnia fimul in uafe be ne
claufo per dies.xxx. poftea at impone in alembico et diftiles: et uidetur: quia
quod ultimo exit eft fortius; et callidius: hoc un guentum profecto eft efficax:
quo tépora: et pofterior pars cerebri perangitur: Verum prefupponit bonam
euacuationem et regimé bonú in hyeme fieri poteft femel in ebdomoda: quádo mane
uis caput lauare.in eftate fufficit femel in menfe. Inueni autem: qp fel
leopardi mirabile eft, Verum experiri non potui; quia nó potui
ha bere. Per os auté conuenit inter phlilofophos cófectio anacar
dina: q confert obliuioni et caniciei ante horam: et morphee et ba ras: Rafis
libro diuifionum duas ponit defcriptiones; Verum Me fue in fumma tertia rubrica
de imminutione memorie defcribit fic Mirabulanorum: chebulorum: indorum:
belliricorum; emblicoru an.2.iii.piperis: macropiperis: ollibani: zinziberis:
ifopi ficces accori: fpice; ciperi: mellis anacardi.an.3.v.mellis apum qtum
fufficit: dofis apud rafim eft ficut iuiuba: et Mefue in antidotario
diftinctione prima multum uariat eam. Addit.n.beduft.3.11.cofti anacardi
zuchari tabarzet.burungi.baccaru lauri an.3.vi.ciperi.3.iiii.et dofar.3.ii.cum
aqua feniculi et apii: et dat poft fex men fes. fed caueat fummens a labore.ira
et ebrietate. fimilem defcril ptionem omnino ponit Auicena. quinto canone fumma
prima tra ctatu tertio capi.xxv.et ferapio ponit aliam tranflatá ut dicit a Sal
lomone: ponit aliam: et Rafis nono almauforis. Verum fcriba rem magis tutam: et
ad memoria maioris efficacie: precedentibus rebus prefcriptis obferuatis
canonibus et eft placida ufui. Recipe nucis mufcate: gariofilorü: zinziberis:
oium piperú an. 3.ii.fc. Juniperorum.2.fe.ipericonts: corticum citri: florum
anthos: bafi liconis maiorane: mente: pullegii: bacharum lauri: calamenti: fpil
ce: xiloaloes: cubebarum cardamomi calami aromatici: fticados: an.3.i.thuris
mafculi.2.i.camedreos: camepitheos: melegete: ma cis.an.3.i.fe,
accori.M.i.fe.origani: ifopi ficce: ruthe gartofilate ariftologie utriufq3:
peonie: cubebarum: caffie lignee: pollipodii t fquinanti: celidonie: agrimonie:
pimpinelle.diptami: tormentilles fcabiofe: maratri: anifi: cimint: fifellcos:
nafturcii: an.. i. tiriace antique.2.i.aque uite glorificate fecundu artem: quá
cap.de aqua fuite fcripfimus; aut faltem fit ex bono uino: et quater diftillata:
Recipe eius libr.viii: et impone omnia predicta bene piftata: et cri brata:
poneq; in uas uitreum claufum: et fine per dies.xl. fermen tari: poftea autem
in alembico uitreo infundatur.nafus qe bene lu tetur cum recipiente ne odor
euaporet: et quater diftilletur: cam femper remittendo fuper feces fuas: nifi
qp in quarta diftillatione addatur omnium mirabolanorum anacardorum an.3.i.fc.
pift V.holidariur hingeol bene; et mifce: et fine: ut per dies fex
quiefcant: poftea diftiletar primo lento igne: poftea paulatim fortiore:
uidebis autem ter colo rem cómutare: primo.n.erit ut aqua: poftea fubcitrina:
poftremo aucto ualde igne fiet citrina: decet poftea: ut ambra: et mufco aro
matizetur: aqua prima crit remiffior fecunda: et erit pro mcipientibus et pro
eftate; fecunda etiam remiffior a tertia: Modus ac cipiédi eft: ut bis in
feptimana accipiatur coclear unu in fero fine cena aut mane ftomacho uacuo: et
ieiunetur poft horis fex: fi etia cu ea illinias tempora et cellam memorie
facit mirabilia: et fi.n. Auicenna prima tertii tractatu primo
cap.xxviiii.dixerit non effe fupra illam partem ponenda epithimata propter
priuationem com anffurarum: fed fupra coronalem: tamé de frigidis loquebat: que
non penetrant; et obfunt nuce: calida autem: et tam fubtilia pene trant: et non
obfunt nuce: qq non fit negandum quin etiam col ronali imponi debeant. Solemnis
quoqs eft canon: ut quando fufficiéter cerebrum erit exficcatum ibi fiftamus:
ne in difcrafiâ ficcam precipitemur: que eft infortunatior: q humida: ymo
melius eft infra fubfiftere q cerebrum exquifitiffime exficcare. Caue atqs qui hiis utitur ab ira labore repletione: et
coitu: ac etiam niff prius facta cuacuatione fufficienti. Nemo fupra ipfam
aquam prefumat. eius proprietaté expertam de memoria nullus dubitet habet et
alias: uirtutem regitiuam totius corporis mirabiliter forti ficat et ea propter
uitam prolongat fic: ut quidam ob eius ufum cl. anos incolumis exegerit: bonum
efficit colorem. frigidos op pugnat morbos: puftulam malam necat: et omnes
morbos ex hu morum putredine caufatos fanat: et precipue quartanam: paralifi et
fpafmo confert: fanat nefreticos. Cum hiis tamen iuuamé ! tis habet et
nocumenta: quia calidum epar: et caput habentibus ex hiberi caute debet.foleo
et res uariis membris appropriatas impo nere: et ad corum morbos propinare et
feliciter: Verum in meme ria nutrienda atq3 augenda mira res eft: fed colericis:
exercitatis: et in eftate et regione calida cum fapientia exhibeatur. Ita ut
epar epithimate cotéper: qd tamé ftate plectoria epithimari no debet: us
xiii.tertii; fed et aqua; ut diximus in plectoria exhiberi no
debes CLaudauit Auicena dyambram: alii uero utrüp dyamufcum: dulcem
uidelicet et amarum. Ego aut foleo fic ordinare. Recipe ra dicum accori
incifarum: ut raffanus.libr.ii.omnium piperú zinl ziberis an.3.iii.fe.thurif
mafculi.2.fe. nucif mufcate: gariofilol rum an.3.i.pifta omnia: et cu melle
apum cófice. Accipiat omni fero rotulas duas anteq in lectu uadar. Si tamen
addiicias fpecies dyambre: fi et mufcum apponas non crút inutilia. Hec hactenus
fufficiant de cura eius: que a frigiditate et humiditate procedunt: Illa autem
quam efficit ficcitas digeftione.euacuatione. conforta tione.humectationeq
perficitur: que omnia quidem copiofius a fa pientibus medicis in fuis libris
tradita funt. Neq3 egent: ut hoc loco fcribantur: prefertim cum fint rariffima
; et uix nifi in fene cé perta. Seruentur igitur modi quos diximus: nifi q cu
rebus fiát proportionatis. I aus fit Xpo Iefu deo noftro cius q3 intemerate
matris Maric Libellus de omnibus ingeniis augede memorie foeliciter explicit
Impreffum Bononiae per me Platonem de benedictis ciué Bono nienfem Regnante
Inclyto Principe.d.d.Iohanne Bentiuolo fel aido áno incarnatois dominice De omnibus ingeniis augendae memoriæ, Bologna. Nacque a Bergamo da
Guido, medico e umanista; è il secondo di quattro figli, ma il primo che il
padre, vedovo della prima moglie, ha da Donnina Suardi. C. si considera
discendente dai Carrara di Padova, ma, in realtà, la sua famiglia era oriunda
delle valli bergamasche. Il padre di C., Guido, è famoso tanto per la sua
competenza nell'arte medica che per il suo eccezionale sapere enciclopedico.
Dopo la morte di Simona Valvassore, da lui sposata in prime nozze, sposa
Donnina Suardi. Fonda il Collegio dei medici di Bergamo; Muore a Bergamo.
L'unica opera a noi nota si trova in un codice miscellaneo di scritti medici,
composto a Bergamo per cura del medico Giovanni Cattaneo di Arzago (cod. Gamma
5.2 della Biblioteca civica di Bergamo). Si tratta di Quedam bone recolecte
secundum Forliviensem, che portano, alla fine, la seguente osservazione del
curatore: "Iste recolecte si sint finite nescio: ego tum non plus inveni
scriptorum in quodarn libro precioso, valde, scripto per dominum magistrum
Guidonem de C. pergamensem. Si plus inveniam scriptis adiungam". Sembra
che Guido scrive anche un trattato De pulsibus, dato che Cattaneo (f. 239v in
margine) accenna all'"opinio Guidonis de C.", riferendosi a una frase
ricorrente nel trattato omonimo del figlio di Guido ("Sed Guido in suo de
pulsibus capitolo tertio contradicit eis"). Bisogna però osservare che con
la semplice menzione di Guido i compilatori di trattati medici rinviano
normalmente a Guido da Cauliaco, e che quindi l'informazione del Cattaneo non è
del tutto certa. Il padre impone a C. un ampio programma di letture
classiche, di modo che egli, già da ragazzo, sapeva recitare a memoria VIRGILIO
(vedasi).C. è a Padova, dove consegue il titolo di dottore in medicina. Già
inizia la sua attività letteraria: tra i componimenti poetici di questo periodo
sono da ricordare gli epigrammi indirizzati ad umanisti meridionali, a
Panormita (vedasi) e soprattutto a Porcellio (vedasi), nonché l'Armiranda,
lunga commedia autobiografica. A Padova inoltre C. vive allora un'esperienza
amorosa appassionata. Nelle sue opere, infatti (come ad esempio nell'Egloga I),
compare una donna padovana di nome Ursula, da cui egli ha un figlio, morto
presto, assieme a sua madre, per la peste. In seguito, tornato a Bergamo, C. vi
inizia la carriera di medico e vi sposa Margherita Proposulo, da cui ha due
figli, morti prematuramente come la loro madre (cioè, secondo quanto conferma
l'Egloga). Più tardi C. sposa Elisabetta Comenduno, di famiglia avversaria a
quella dei Suardi, cui appartene la madre di Carrara. A causa di questa
situazione C. decide di trasferirsi a Brescia. Con questo trasferimento inizia
un periodo di relativo benessere, anche se la sua attività professionale non è
sempre molto facile. Chiamato poi dalla città di Chiari, C. vi esercita la
professione; scaduto il contratto preferì non rinnovarlo per recarsi al
servizio del condottiero Sanseverino, il quale lo trattenne come medico
personale. C. È a Valle San Martino, a Bergamo. L'imperatore Federico III lo
nomina conte palatino, volendo in questo modo metterne in rilievo specialmente
le benemerenze acquistate in tempo di epidemie. C. muore a Bergamo. A
parte tentativi settecenteschi di edizioni, dovuti a eruditi bergamaschi
(Suardi; Contarini; Suardo), la produzione di C. sfuggì in gran parte
all'interesse degli editori. È stampato soltanto il De omnibus ingeniis augende
memorie, Bononiae (cfr. Indice generale degli incunaboli delle Biblioteche
d'Italia), che ha un rifacimento nel De memoria reparanda augenda servandaque,
Basileae, del medico bergamasco Grataroli, e un adattamento volgare di Dolce,
Dialogo nel quale si registra del modo di accrescere e conservare la memoria,
Venezia. Inoltre il suo trattato De pulsibus venne incorporato in una
miscellanea di scritti di autorità mediche ancora vivente C., cioè a Bergamo
(il citato codice Gamma 5.2 della Bibl. civica di Bergamo, curato da
Cattaneo). Per iC. il mondo è centrato essenzialmente nel Bergamasco, che
fu anche il retroscena della sua attività di umanista. Un anno circa dopo la
morte del condottiero, egli pronuncia a Bergamo l'orazione funebre per
Colleoni. è sua anche l'orazione in lode di Donati diventato vescovo di
Bergamo. Una diffusione più vasta arrise, a quanto pare, alla orazione per
Rangone, oriundo di Chiari, che fu eletto cardinale e rientrò dall'Ungheria in
Italia. Prendono lo spunto da attualità venete anche le riflessioni sul libero
arbitrio – cf. H. P. Grice, “Freedom,” D. F. Pears, The Freedom of the Will -- contenute
nel trattato filosofico De fato et fortuna, dedicato a Pontano di Bergamo. Il
giusto umanistico di tener d'occhio, in modo più o meno stilizzato, le vicende
della propria vita trova espressione specialmente nell'opera Ad gloriosam
virginem suarum calamitatum commemoratio, ma anche nel De choreis musarum sive
de origine scientiarum, dedicato al Rangone. è autobiografico in questo senso
anche il Bucolicum carmen, che fa largo posto all'attualità familiare e di
cronaca (come ad esempio l'elezione di papa Paolo II o l'uccisione, a Napoli,
del condottiero Piccinino). Tra le opere poetiche di C. si annoverano anche
componimenti in latino e un'opera in terzine dantesche, la Comedia, in cui si
descrive un viaggio extraterrestre paragonabile a quello del "doctor
Dante". Giocati sul registro moraleggiante sono i Sermones obiugatorii, alcuni
scritti religiosi, come la De Iesu Christi omnium incarnatione oratio dedicata
al vescovo Barozzi, o la Vita beate Clare de Montefalco. Non devono
meravigliare la vastità e la varietà degli interessi di C.: egli, dottore di
"arti e medicina", rappresenta quella concezione degli studi che era
particolare di Padova. Così, si hanno di lui anche una cosmologia (De constitutione
mundi) e diversi scritti di scienza. è interessante ricordare in questo
contesto la divisione dello scibile in sei gruppi da lui adottata, secondo
quanto troviamo esposto nel De choreis. Il primo comprende LE SCEINZE DELLA
PAROLA (grammatica, dialettica, eloquenza, poesia); il secondo è formato dalle
matematiche (aritmetica, geometria, prospettiva, astronomia, musica), da cui si
distinguono come terzo gruppo tutte quelle attività umane (come ad esempio
quelle dipendenti dall'odorato) che non si possono elevare a livello di
scienza. Il quarto è il gruppo della filosofia morale (etica, monostica,
economia, politica), il quinto quello della filosofia naturale (fisica,
medicina, alchimia); l'ultimo è costituito dalle scienze cosiddette
preternaturali (metafisica, teologia, gli "auctores"). Dalle
notizie autobiografiche contenute nel De choreis e nella Commemoratio si
conclude che un numero cospicuo delle opere di C., talune di interesse
maggiore, è andato perduto. Bisogna ricordare tra le esercitazioni umanistiche
un commento "in rhetoricam CICERONE (vedasi)", a cui si riferisce una
lettera di Barbaro (Epistolae orationes et carmina, a cura di V. Branca, II,
Firenze); C. afferma inoltre di essersi occupato ampiamente della storia
d'Italia. Dalle notizie suddette risulta inoltre che la Comedia in terza rima
doveva costituire solo una parte della sua produzione in volgare: è probabile
che i quattro libri di Trionfi e le innumerevoli poesie che C. afferma di aver
scritto imitassero la maniera di Petrarca. In quanto agli scritti di
medicina, ce ne sono pervenuti tre, ossia quello sulla memoria e i trattati De
pulsibus e De pestilentia. Ma nelle fonti autobiografiche compaiono altri
titoli, non meno tradizionali: oltre a un'introduzione alla medicina stessa
(Isagoge sive de introductione medici), vi sono citati un Regimen salutis, un
commento agli Aforismi di Ippocrate e una trattazione su Avicenna.Questo elenco
conferma il fatto che la medicina di C. si rifaceva ancora a un canone di
tradizione nettamente scolastica, di cui la scuola di Padova per l'appunto era
uno dei centri più importanti. È in questo contesto che si inserisce con molta
probabilità la menzione di un Liber concordatoris, in cui si raccolgono
"sentenze di più di seicento filosofi", che non può non richiamare il
famoso Conciliator di Abano SCHIAVONE (vedasi). In tal modo non si rileva soltanto,
in C., il vario intrecciarsi di diverse forme espressive, ma anche e
soprattutto l'assenza di quel conflitto che Petrarca aveva espresso nel De sui
ipsius et multorum ignorantia: in C., cioè, coesistevano le correnti
aristotelico-medievale e umanistica. Bibl.: Il merito di aver esplorato
la biogr. e le opere di C. spetta a Giraldi, cui si deve la verifica dei dati
raccolti da Mazzi, Sulla biografia di G. M. A. C., Bergamo. Sono importanti la
sua Bibliografia delle opere di G. M. A. C., in Rinascimento (cui è necessario
rimandare per l'elencazione delle numerosissime opere edite, inedite e non
pervenute di C.), e i suoi Contributi alla biografia di G. M. A. C., in
Bergomum. Le ediz. di testi usate da Giraldi si trovano ora raccolte in G. M.
A. Carrara, Opera poetica philosophica rhetorica theologica, a cura di Giraldi,
Novara. Bisognerà comunque ricordare almeno l'ediz. della Commemoratio, in
Bergomum, in cui "si sono scelti i passi ritenuti più significativi per la
biografia e per la poesia di C.", nonché l'ediz. completa delle Egloghe,
in Giorn. stor. d. lett. ital. Per l'Armiranda si v. A.Stäuble, La commedia
umanistica del Quattrocento, Firenze; per il De constitutione mundi,
L.Thorndike, in Romanic Review. La concezione culturale dominante nello Studio
di Padova è illustrata da Kristeller, Petrarca, l'umanesimo e la scolastica a
Venezia, in La civiltà venez., Venezia. Inquanto al padre del C., Guido, si
vedano il Mazzi, passim, e il Giraldi in Bergomum, in Rinascimento e nella sua
edizione delle opere di Carrara. Nome compiuto: Giovanni Michele Alberto
Alberti Carrara. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carrara,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Carravetta:
l’implicatura conversazionale – scuola di Lappano – filosofia cosentina –
filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lappano). Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Lappano, Cosenza, Calabria. Moved to the New
World. Note Peter Carravetta, Del
postmoderno., by Alessandro Carrera
iawa-West welcomes Peter Carravetta and Marisa Frasca on Saturday,
February 14, at Sidewalk Cafe NYC IAWA’s Open Reading Series Featuring Peter
Carravetta et Marisa Frasca February 14,
Filosofia Letteratura Letteratura
Filosofo del XX secoloFilosofi italiani del XXI secolo Poeti italiani del XX
secolo Poeti italiani del XXI secoloTraduttori italiani. Grice: “Carravetta has been stealing the Italian voice of Italian
philosophers, or rather silencing it!”. Nome compiuto: Pietro Carravetta.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Carravetta,” The Swimming-Pool Library. Tractatus
semeiotico-philosophicus – the opus magnum, almost, of Grice – or Speranza. –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Carulli: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di GIANO – scuola di
Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Grice: “I like
Carulli – he philosophises on things we do not philosophy at Oxford, such as
menstruation – or piegaturi, as Speranza prefers, since this is plural – ‘delle
mestruazioni’.” Grice: “But Carulli has also philosophised on some
anti-Griceian themes: my ‘fiducia’ becomes his ‘sfiducia;’ my ‘ragione’ becomes
his ‘sragione’! Delightful!” – Grice: “When I philosophised on “Not,” or “Not
I!” alla Beckett – I wouldn’t realise these are negative implicatures –
‘negative implicatures of ‘not’ – Carulli speaks of ‘negative reflections on
unaffirmation’!” “Genius!” – Grice: “Carulli can play with word: ‘il ‘mito’
della inatualitta ‘ di X’ – is this equivalent or, as I prefer, a mere vehicle
for the cancellable implicature: ‘la attualita’ di X’?!” – Grice: “Carulli
knows how to subtitle: his ‘sfiducia e sragione’ is not just that but a
Spinozian double treatise, like Witters’s abhandlung – cfr. Speranza’s
“Tractatus semeiotico-philosophicus”. Studia a Bari, una città
tradizionalmente soggetta allo storiografismo, all'impegno cattolico e al
marxismo. Produce una filosofia aliena ai grandi inganni e refrattaria alla
celebrazione dei suoi miti -- la democrazia, i diritti, la socialità, il debolismo
-- con un'inconsueta attenzione alla forma, seguendo la scuola della cosiddetta
critica della cultura, da Nietzsche in poi, unendo gli epigoni di quello ai
moralisti. Partito da posizioni di anti-storicismo puro, culminato in un
Benjamin schiacciato sulla im-politicità di ritorno della sua filosofia in
“Oggettività dell'impolitico: riflessioni negative a partire da Benjamin”
(Genova, Il Melangolo). Così come da un'analisi eterodossa dell'ultimo
Schelling, De contemptu, Dello Schelling tardo (Genova, Il Melangelo) è giunto
ad esiti originali con “Metafisica delle mestruazioni” (Genova, Il Melangolo),
dove si sottrae il fenomeno femminile alle analisi socio-antropologiche per
riconsegnarlo alla sua radice metafisica. Il discorso sul cristianesimo ritorna
in “Sfiducia e sragione. Trattato teologico-politico” (Napoli, La Scuola di
Pitagora), dove si riprende inoltre la critica della democrazia. Il
cristianesimo è visto come una forma culturale stanca e abitudinaria, ma in
grado di reggere con la sua apatia allo scontro con l'Islam. Si affaccia la
verità ontologica del “ente” in diminuzione che non giungono mai
all'annullamento definitivo; una verità che lo distanzia dall'eternità dell’
“essente” come pure dai cultori dell'annientamento. La sua filosofia, centrata ossessivamente
sugli stessi temi, può essere idealmente divisa secondo un'altra direttrice,
volta alla ri-costruzione critica pionieristica di su amico Sgalambro. In
quest'ambito pubblica “Caro misantropo. Saggi e testimonianze per Sgalambro”
(Napoli, La Scuola di Pitagora); Introduzione a Sgalambro” (Genova, Il
Melangolo), e “La piccola verità. Quattro saggi su Sgalambro” (Milano,
Mimesis). Altre opere:“Lettera in La felicità? Prove didattiche di studenti
“tieffini” in formazione, Gemma, Barletta, Cafagna. Veneziani, Storia, verità e
politica. Perché Benjamin non è un marxista, in Libero, De contemptu, su
alessiocantarella. Davide D'Alessandro, Alighieri, Harry Potter e le
mestruazioni: l'idea bellicosa di editoria di Regazzoni, su il foglio Alessio
Cantarella, Sfiducia e sragione, su alessiocantarella, Alessandro, Ratzinger,
Bergoglio e l'Abitudine al Cristianesimo, su il foglio. Pier Francesco
Corvino, Religio Medici. Andrea
Comincini, Per una interpretazione di Dio e del Contemporaneo, su scena
illustrata.com. alessio cantarella. Sgalambro, un metafisico distruttore, in La Sicilia. Corriere del Mezzogiorno,
Sgalambro, “impiegato di filosofia” contro i luoghi comuni, in Il Mattino,
Sgalambro, filosofo pessimista che sape come godersi la vita, in Libero,
Farruggio, Una preziosa “Introduzione a Sgalambro” Alessandro, Cara “Italian
Theory”, ricordati di Sgalambro, su il foglio, Introduzione a Sgalambro su rai
playradio. Alessio Cantarella, su alessiocantarella. Alessandro, Uno Sgalambro
non isolato, tra Cacciari e Severino, su il foglio,
convenzionali.wordpress.com, Sgalambro e le piccole verità, su lgiornale.
Sgalambro, l’esistenza e il peso di dio, su scena illustrata.com. Sgalambro, il
filosofo che ama la canzone, in La Gazzetta del Mezzogiorno. Giano
(latino: Ianus) è il dio degli inizi, materiali e immateriali, ed è una delle
divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica.
Solitamente è raffigurato con due volti (il cosiddetto Giano Bifronte), poiché
il dio può guardare il futuro e il passato. Nel caso del Giano quadrifronte, le
quattro facce sono rivolte ai quattro punti cardinali. Busto di Giano
conservato presso i Musei Vaticani. Caratteristiche della divinità Modifica
Etimologia Modifica Quadrigato romano recante l'effigie di Giano. Già gli
antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e
Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire "andare", perché secondo
Macrobio il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da sé stesso a sé
stesso ritorna. Gli studiosi moderni hanno confermato questa relazione
stabilendo una derivazione dal termine ianua, "porta"[2], ma è con
Dumézil che il senso si precisa: il nome Ianus deriverebbe dalla radice
indoeuropea *ei-, ampliata in *y-aa- con il significato di
"passaggio" che, attraverso una forma *yaa-tu, ha prodotto anche
l'irlandese ath, "guado. In passato non sono mancate tuttavia ipotesi
alternative, come quella che voleva il nome derivato da una più antica forma
*Dianus, da mettere in relazione con la dea Diana e quindi derivato anch'esso
dalla stessa radice del termine latino dies, "giorno". Dumezil nota
anche l'appellativo di 'mattutino' con cui Orazio si rivolge al dio in modo
semiserio (Serm.). Tale appellativo tuttavia deporrebbe indifferentemente a
favore di entrambe le ipotesi etimologiche esposte. Il suo nome in greco è
Ιανός (Ianós). È il primo a portare il naso con profilo romano (il
classico naso a becco d'uccello). La figura del Dio Giano, come appena
accennato, è prettamente romana e la sua origine non si può far risalire alla
mitologia greca. Nella mitologia etrusca la divinità più prossima a Ianus è
Culsans[5], dio delle porte e dei passaggi, anch’esso bifronte, con un nome
simile ("ianua" significa porta in latino, come "culs" in
etrusco) e legato al concetto di passato e futuro, ma con caratteristiche non
del tutto sovrapponibili. Essendo pochissime le informazioni in nostro possesso
sui culti dell'Italia preromana non possiamo far risalire con certezza Giano a
qualche divinità italica. Una possibilità da tenere in considerazione è
che la figura di Giano sia stata ispirata da quella di Ušmu, un dio sumero a
due facce, altrimenti chiamato Isimud o, in piena età babilonese, Ansar.
Epiteti Modifica Asse con l'effigie di Giano e la prora di una nave.
Circa 240-225 a.C. Come tutte le divinità romane, Giano era chiamato con
diversi epiteti, che testimoniano la sua particolare rilevanza all'interno del
pantheon: Divum Deus (Dio degli Dei) Divum Claviger (Dio Clavigero) Divum
Pater (Padre degli Dei) Ianus Bifrons (Giano bifronte) Ianus Cerus (Giano
creatore) Ianus Consivius (Giano procreatore) Ianus Pater (Giano padre) Pater
matutinae (Padre del mattino) Ianus Vicilinus (Giano Vigilante) Natura del dio
Modifica Giano è una divinità esclusivamente romano-italica, la più antica tra
gli Dei nazionali, gli Di indigetes, invocata spesso insieme a Iuppiter. Fu,
insieme a Quirino, l'unico dio romano a non essere assimilato a divinità
ellenistiche. Il suo culto è probabilmente antichissimo e risale ad
un'epoca arcaica, in cui i culti dei popoli italici erano in gran parte ancora
legati ai cicli naturali della raccolta e della semina. È stato sottolineato da
più autori, fin dal secolo XIX (Vedi Il ramo d'oro), come Giano fosse
probabilmente la divinità principale del pantheon romano in epoca arcaica ed
anche Sant'Agostino nel suo De Civitate Dei (VII, 9) ricorda che “ad Ianum pertinent
initia factorum” e come perciò al Dio competa “omnium initiorum potestatem”. In
particolare rimarrebbe traccia di questo fatto nell'appellativo Ianus Pater che
permase anche in epoca classica. Giano nell'epoca arcaica era
semplicemente il dio legato ai cicli naturali, poi con il passare del tempo il
suo mito divenne sempre più complesso. Nei frammenti superstiti del
Carmen Saliare Giano è salutato con particolare enfasi come padre e dio degli
dei stessi: «divum +empta+ cante, divum deo supplicate» (IT)
«cantate lui, il padre degli dei, supplicate il dio degli dei»
(fragmentum 1) Tale dato è confermato dal fatto che per i romani Giano non era
figlio di alcun'altra divinità (ad esempio Giove è figlio di Saturno), ma,
proprio per la sua qualità di pater divorum, egli era sempre stato, immanente,
fin dall'origine di ogni cosa. Così è che Giano, come lo stesso ci racconta per
bocca di Ovidione i Fasti (I, 103 e s.s.), era presente allorché i quattro
elementi si separarono tra di loro dando forma ad ogni cosa. A tal
proposito Varrone riporta nel carmen anche l'epiteto di Cerus cioè
"creatore", perché come iniziatore del mondo Giano è il creatore per
eccellenza[8]. Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro
sugli Auspici che Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e unì,
circondandole con il cielo, l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e
tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell'aria, leggera e
tendente a sfuggire verso l'alto, e che fu l'immane forza del cielo a tenere
legate le due forze contrastanti[9]. Settimio Sereno lo chiama "principio
degli dèi e acuto seminatore di cose". Giano presiede infatti a
tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le
soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco,
ma anche l'inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica,
del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del
mondo, dell'umanità (viene infatti chiamato Consivio, cioè propagatore del
genere umano, che viene seminato per opera sua), della civiltà, delle
istituzioni. Nella sua riforma del calendario romano, Numa Pompilio
dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d'inverno, gennaio, che
con la riforma giulianadel 46 a.C. passò ad essere il primo dell'anno. Una
delle caratteristiche più singolari di Giano sta nella sua rappresentazione
come di un dio bicefalo, da cui l'appellativodi Giano bifronte. Questa
particolarità era connessa all'area di influenza divina che Giano assunse in
maniera specifica in epoca classica, dopo l'ascesa degli dei romani
"canonici": Giano era preposto alle porte (ianuae), ai passaggi
(iani) e ai ponti: ne custodiva l'entrata e l'uscita e portava in mano, come i
portinai, gli ianitores, una chiave e un bastone, mentre le due facce
vegliavano nelle due direzioni, a custodire entrata e uscita. Anche in
quest'epoca, comunque, Giano continuò a rappresentare il custode di ogni forma
di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed
una fine. Miti Farinati, Giano
bifronte con una ninfa, 1590 circa, affresco, Villa Nichesola-Conforti, Ponton
di Sant'Ambrogio di Valpolicella (Verona). Nel mito Giano avrebbe regnato come
primo Re del Latium, fondando una città sul monte Gianicolo e donando la
civiltà agli Aborigeni, suoi originari abitanti. Con la ninfa Camese avrebbe
generato inoltre numerosi figli, tra i quali il dio Tiberino, signore del
Tevere. È lui ad accogliere il dio dell'agricolturaSaturno, spodestato dal
figlio Giove, condividendo con lui la regalità e consentendogli di portare
l'età dell'oro. Per l'ospitalità ricevuta, Giano ricevette dal dio Saturno il
dono di vedere sia il passato che il futuro, all'origine della sua
rappresentazione bifronte. Numerose sono le ninfe indicate come mogli o
compagne di Giano: Camese, dalla quale il dio ebbe tre figli: Tiberino,
il dio del Tevere; Camasena, Clistene; Venilia, citata da Ovidio, dalla quale
avrebbe generato: Canente; Carna, dalla quale avrebbe ricevuto il potere sulle
porte; Giuturna, dalla quale sarebbe nato: Fons, dio delle sorgenti, venerato
ai piedi del Gianicolo. Culto Modifica Al culto di Giano, a differenza delle
altre divinità maggiori, non era preposto uno specifico flamen. Le cerimonie a
lui dedicate venivano invece amministrate dallo stesso Rex e, in età
repubblicana dal particolare sacerdote che suppliva alle antiche prerogative
regie, il Rex Sacrorum. Egli apriva dunque per primo le processioni e le
cerimonie religiose, antecedendo anche lo stesso flamen Dialis, sacerdote di
Giove. Nel suo tempio si sacrificava spesso per avere vaticinisulla
riuscita delle imprese militari. Santuari Modifica Arco di Giano o
Ianus Quadrifrons. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano:
lo Ianus geminus, un passaggio coperto consacrato secondo la tradizione da Numa
Pompilio nel Foro e precisamente nella parte più bassa dell'Argileto secondo
Tito Livio, o ai piedi del Viminale secondo Macrobio, e che veniva aperto in
occasione di guerre e chiuso in tempo di pace; lo Ianus quadrifrons, un arco a
quattro aperture situato nel Foro Boario; il Tempio di Giano situato nel Foro
Olitorio e consacrato da Gaio Duilio dopo la vittoria di Milazzo. Giano come
simbolo di città Modifica Scultura lignea di Giano ad Avezzano Secondo la
leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere
Saturno nel Lazio. Esisteva una frazione della città di Roma denominata
Gianicolo e secondo alcuni mitologi Giano sarebbe il fondatore di uno dei villaggi
di Roma. Da notare che il Gianicolo affaccia su un lato del Tevere ove è
presente un guado naturale, quindi un passaggio. Giano viene assunto dal
Medioevo a simbolo di Genova, in relazione al suo nome antico di Ianua. Come
tale viene spesso accostato al Grifone, altro simbolo di questa città. Troviamo
effigi di Giano bifronte nel pozzo sacro di piazza Sarzano (l'ermabifronte
sulla cupoletta, proveniente da una fontana cinquecentesca opera della bottega
in Genova di Giacomo e Guglielmo della Porta); rappresentazioni dei grifoni
come ornamento dei pinnacoli delle volte vetrate di Galleria Mazzini e nei
lampadari ottocenteschi della stessa. Una rappresentazione indubbiamente più
moderna ed essenziale la troviamo nel palazzo azzurro sito in Fiumara. Bisogna
considerare Giano come dio adatto a sostituire i riti celtici dediti alla
venerazione del torrente, considerato come luogo ove convergono le acque da
affluenti che stanno a destra e a sinistra dello stesso corso d'acqua, in
quanto Giano aveva due facce ed era il dio dei passaggi, oltre ad avere
rapporti con le divinità delle acque. Oltre a Genova, Giano è il simbolo
di Tiggiano(provincia di Lecce), Subbiano (provincia di Arezzo), Selvazzano
Dentro (provincia di Padova) e Centro Giano (provincia di Roma), San Giovanni
Rotondo(Provincia di Foggia). L'immagine di Giano è presente nel gonfalone di
Tiggiano (provincia di Lecce)[13]perché secondo un'etimologia popolare il nome
del paese potrebbe derivare dal nome del dio Giano (in realtà il toponimo è un
prediale costruito sul gentilizioromano Tidius.). In Basilicata, presso
Muro Lucano (PZ) è presente il toponimo Capo di Giano e Varaggiano, mentre
presso Melfi c'è Foggiano. A Pescopagano, in una nicchia sotto l'arco di Porta
Sibilla vi è una statuetta raffigurante Giano bifronte. L'immagine di
Giano è presente nel gonfalone di Subbiano (provincia di Arezzo)[16] perché
secondo un'etimologia popolare il nome del paese deriverebbe dal latino Sub
Janum condita ("fondata sotto [il segno di] Giano"), ma in realtà il
toponimo è un predialecostruito sul gentilizio romano Sevius. Il nome
della città di Avezzano in Abruzzo stando ad un'ipotesi giudicata inverosimile
da storici ed archeologi deriverebbe da "Ave Jane", un'invocazione
posta sul portale di un tempio consacrato al dio Giano. Secondo la leggenda
attorno al tempio ebbe origine la borgata formata dai primi agricoltori
stanziati nell'area che originariamente circondava il lago del Fucino. Il
monte Giano nell'Appennino centrale è situato nel comune di Antrodoco, in provincia
di Rieti. Il toponimo di Selvazzano Dentro di origine romana parrebbe
riportare alla presenza di un boschetto sacro al dio Giano (selva di Giano),
l'attuale stemma comunale riporta infatti un altare dedicato al dio.
Secondo delle supposizioni i toponimi di Vezzano, come Vezzano Ligure in
provincia della Spezia, deriverebbero dalla divinità romana. Il nome del
dio è invece all'origine dei due toponimi Giano dell'Umbria e Giano Vetusto,
non direttamente ma attraverso un nome di persona latino Ianus (al quale sarà
originariamente appartenuto il fondo sul quale è sorto il centro
abitato). A Reggio Emilia c'è un Giano su uno spigolo di Palazzo Magnani
in Corso Garibaldi. Nel comune di Maddaloni, in Provincia di Caserta,
esattamente dinanzi l'ospedale cittadino, sono ancora visibili i resti di un
tempio con l'iscrizione "Iano Pacifero". A Trieste vi è una
fontana con il volto bifronte del dio, posta all'inizio del Viale XX Settembre.
In quanto alla scelta del sito, va notato che nei primi anni dell'Ottocento in
quel punto si trovava un recinto con cancello, che segnava l'uscita dalla
città. Il toponimo di Camposano, in provincia di Napoli, tra le tante
interpretazioni, parrebbe derivare da un tempio dedicato al dio Giano
denominato Campus Iani. Nel pesarese, a pochi chilometri dalla città di
Fano, vi è la frazione di Monte Giano. Nei pressi del comune di Montieri,
tra Siena e Volterra, Alta Maremma, si trova una località chiamata Prategiano,
tradizionalmente legata alla divinità. Qui oggi si trova un prato collinare,
circondato da boschi. Vi ha sede un centro ippico di rilievo, dal quale partono
escursioni per numerose località naturali e storiche. La zona è ricca di
vestigia, tra le quali la Rotonda di Montesiepi, con la Spada nella Roccia, ivi
conficcata dal misterioso San Galgano nel XII secolo, oggi ancora visibile
sotto la cupola della rotonda. Note Modifica ^ Macrobio, Saturnalia, I,
9, 11 ^ ad esempio Herbert Jennings Rose in Dizionario di antichità classiche,
s.v. Giano. Milano, Edizioni San Paolo, Dumézil, La religione romana
arcaica, Milano, Rizzoli, Ferrari,
Dizionario di mitologia greca e latina, s.v. Giano. Torino, UTET, Simon "Culsu, Culsans e Ianus" in: Atti congresso Grummond, N.T. et Simon, The
Religion of the Etruscans. University of Texas, Austin.. ^ Daniele
F.Maras, Monografie - La Religione Etrusca, in Archeo Monografie, 27
ottobre/novembre 2018. ^ Marco Terenzio Varrone, Della lingua latina Macrobio,
Saturnalia Macrobio, Saturnalia Livio, Storia di Roma Teofilo Ossian De Negri.
Storia di Genova. Firenze, Giunti, 2Stemma Comune di Tiggiano, su
comuni-italiani.it. Notizie generali sul Comune di Tiggiano, su japigia.com.
URL consultato Marcato. Tiggiano, in AA. VV. Dizionario di toponomastica.
Torino, UTET, Subbiano (Tuscany, Italy), su crwflags Subbiano in breve, su
comune.subbiano.Marcato. Subbiano, Dizionario di toponomastica. ^ Giovanni
Pagani, Il nome Avezzano, su avezzano.terremarsicane.it, Terre Marsicane.
Marcato. Giano dell'Umbria e Giano Vetusto, in AA. VV. Dizionario di toponomastica.
^ In Viale una fontana con due mascheroni - Cronaca - Il Piccolo, in Il
Piccolo, Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale
Mitologia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di mitologia. Falacer
Saturno (divinità) divinità romanaell'agricoltura Carna Wikipedia Il
contenuto. Nome compiuto: Antonio Carulli. Keywords: Giano, critica della
cultura, Nietzsche, De Contemptu, Schelling, impolitico, Benjamin,
menstruazione, Aligheri sulla mestruazione, ente, essente. Giano, e la
religione, paganesimo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Carulli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
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